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Rivista di cultura

Giugno 2015

Archivio
Storico
Ticinese
157
124

Paolo Barcella

Gli archivi per lo studio


della comunità svizzera di Bergamo

Gli svizzeri a Bergamo

La storia della comunità svizzera bergamasca è iniziata nel Seicento, Paolo Barcella, docente
quando la città accolse alcune famiglie di commercianti zurighesi. Nella a contratto di storia
contemporanea all’Univer-
provincia orobica, la produzione e il commercio della seta conobbero un sità di Bergamo.
notevole incremento nel corso dei due secoli successivi e attrassero un paolo.barcella@unibg.it
numero crescente di svizzeri, quelli della cosiddetta «prima ondata», di
cui una buona parte era originaria dell’Engadina e dei Grigioni. Mentre
si consolidavano come élite economica e sviluppavano le relazioni che
avrebbero consentito loro di collocarsi in posizioni di governo negli enti e
negli istituti pubblici e privati della città, costituirono una comunità che
trovava nella religione un importante fattore di identificazione1.
All’inizio dell’Ottocento, infatti, la comunità elvetica disponeva
della propria chiesa protestante ed era in grado di accogliere il suo primo
pastore, Johann Caspar Von Orelli. Come ha scritto Piero Bolchini, la
ricerca di un’identità concretizzata nella costituzione della comunità
evangelica aveva sia valenze religiose, sia economiche e sociali, dal mo-
mento che, mentre delineava il proprio confine verso l’esterno, da una
parte rafforzava i legami tra i correligionari grazie alla partecipazione a riti
religiosi e alle iniziative di previdenza, dall’altra facilitava la cooperazione,
perpetuando il controllo reciproco attraverso «la pratica dei matrimoni
endogami alla comunità»2.
Poiché l’emigrazione di alcuni di questi grigionesi avvenne quando
le loro regioni di provenienza non erano ancora state incorporate nella
Confederazione Elvetica, negli anni della loro presenza in Italia – e fino ai

1
A proposito della comunità svizzera Ead., La Comunità Evangelica di Bergamo:
di Bergamo si vedano: M.G. Girardet e Th. una collettività di imprenditori (1807-1903),
Soggin, Una presenza riformata a Bergamo. «Padania», 4 (1988), 47-56; L. Santini, La co-
La comunità cristiana evangelica nel corso di munità evangelica di Bergamo. Vicende storiche,
due secoli, Bergamo 2007; S. Honegger, Gli Torre Pellice 1960.
svizzeri di Bergamo: storia della comunità 2
P. Bolchini, I mercanti e il tempio. La
svizzera di Bergamo dal Cinquecento all’inizio Comunità Evangelica e le attività economico-fi-
del Novecento, Bergamo 1997; C. Martignone, nanziarie di Bergamo (1807-1907), in AA.VV.,
La comunità evangelica di Bergamo dal 1848 Svizzeri a Bergamo nella storia, nell’arte, nella
al 1880, «ACME», 2 (1996), 27-70; Ead., La cultura, nell’economia, «Arte e Storia», 44
comunità evangelica di Bergamo (1807-1848), (2009), 268.
«Archivio Storico Lombardo», CXX (1994);
125 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

giorni nostri – si considerarono svizzeri, o parte integrante della comuni-


tà svizzera, anche qualora non disponessero della cittadinanza elvetica3.
Questo fattore sarà di particolare interesse nello studio dei loro compor-
tamenti sociali, economici, politici, oltre che delle loro relazioni con la
componente svizzera in senso stretto della comunità. Infatti, alla «prima
ondata» di commercianti e di imprenditori che aveva individuato nella
seta il suo principale settore produttivo – contribuendo a consolidare la
rilevanza della gelsibachicoltura nell’agricoltura bergamasca – si aggiunse
dalla seconda metà dell’Ottocento una «seconda ondata» di svizzeri che
investirono massicciamente nei cotonifici4. Quegli imprenditori dispo-
nevano dei capitali per dotare le proprie fabbriche di tutti i macchinari
necessari e trovavano nella provincia di Bergamo un ambiente ideale.
Due grandi vallate, la Valle Seriana e la Valle Brembana, erano
attraversate da importanti corsi d’acqua, utili come fonti d’energia, e
nella provincia c’era grande disponibilità di manodopera a basso costo. La
differenza salariale tra i due paesi, poi, consentiva a quegli imprenditori,
una volta trasferiti in Italia, di acquistare con un certo capitale una quan-
tità di forza lavoro molto maggiore rispetto a quella che avrebbe potuto
acquistare in Svizzera. Inoltre, le loro imprese si liberavano dalla concor-
renza intrasettoriale di quelle rimaste nella Confederazione: il mercato
in cui avrebbero venduto le loro merci era in buona parte proprio quello
italiano quindi, grazie al trasferimento, avrebbero anche ridotto le spese
di trasporto e cancellato il problema dei dazi doganali.
Per tutta la seconda metà dell’Ottocento le famiglie svizzere
godettero di una posizione di primato economico e sociale su tutte le
altre componenti della società orobica: sebbene la loro comunità contasse
poche centinaia di individui, molti dei suoi membri ricoprirono cariche
importanti negli enti e negli istituti cittadini, dalla Camera di Commer-
cio, alla Società Industriale, alla Banca Mutua Popolare5.
Nel corso del Novecento, invece, pur conservando molto del
suo prestigio e della sua ricchezza, la comunità elvetica perse la propria
supremazia: la realtà economica e sociale bergamasca si sviluppò e gli
svizzeri diventarono industriali in mezzo ad altri, mentre lo stato italiano
assumeva il compito di erogare i servizi che riducevano l’importanza delle
attività assistenziali elvetiche.
Ai commercianti setaioli e agli imprenditori cotonieri vanno tutta-
via aggiunte altre due tipologie di immigrati svizzeri che non avevano mai
goduto del medesimo prestigio e della medesima ricchezza. Si trattava in
primo luogo delle maestranze altamente qualificate ticinesi, che giungeva-

3
G. Spini, Italia liberale e protestanti, 5
C. Besana, L’associazionismo imprendi-
Torre Pellice 2002. toriale tra crisi agraria e prima guerra mondiale,
4
M. Gelfi, Gli svizzeri della prima in AA.VV., Storia economica e sociale di Ber-
ondata. Il tessile a Bergamo dal XVIII secolo, gamo. Fra Ottocento e Novecento. Tradizione e
in AA.VV., Svizzeri a Bergamo, cit., 157-157; modernizzazione, Bergamo 1996; E. Bressan,
Id., I cotonieri svizzeri a Bergamo, in AA.VV., Le istituzioni del sociale dall’Unità agli anni
Svizzeri a Bergamo, cit., 248-255. Trenta, in AA.VV., Storia economica e sociale di
Bergamo, cit.
126 AST 157 Interventi

no nella Bergamasca per lavorare nelle varie attività del settore edile, e in
secondo luogo dei lavoratori dipendenti che i commercianti e gli impren-
ditori portavano con sé dalla Confederazione6. Tra questi ultimi, c’erano i
tecnici che si trasferivano perché le loro competenze erano particolarmen-
te ricercate: la tipologia della loro forza lavoro era scarsa in Bergamasca
e quindi pregiata. C’erano poi i lavoratori domestici, che seguivano i
padroni di casa nei loro spostamenti. La loro presenza era importante per
i datori di lavoro in quanto «maneggiavano» valori d’uso, beni di consu-
mo: per esempio, i cuochi o le governanti svizzere costavano agli impren-
ditori più di quanto sarebbero costati equivalenti lavoratori locali, ma
in questo ambito gli svizzeri erano disposti a pagare di più, perché quel
lavoro doveva produrre il cibo, le cure e l’educazione per i propri figli e la
propria famiglia.
Nel complesso, tutte le tipologie di migranti indicati si differenzia-
vano dalla maggioranza della classe lavoratrice locale per abitudini di vita,
religione, consumi culturali e livello medio di istruzione. Le loro famiglie
abitavano nella Bergamasca ma percepirono a lungo la Comunità evange-
lica di cui erano membri come «una seconda patria», un’istituzione che,
secondo l’espressione adoperata da Mauro Gelfi, li faceva «sentire come a
Glarona». Come ha sostenuto Gelfi, infatti, gli svizzeri non partecipavano
alla vita sociale cittadina ed evitavano di prender parte ai conflitti che alla
fine del diciannovesimo secolo interessarono anche la provincia orobica:
nella comunità evangelica, intanto, conservavano le consuetudini cultu-
rali e la lingua delle valli glaronesi, mentre il legame con la madrepatria
veniva garantito anche da abitudini spesso mantenute fino agli anni
sessanta del Novecento, come il matrimonio celebrato in Svizzera o la
tendenza a mandare i figli in patria o in Germania per compiere gli studi
superiori7.
Tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento,
con il relativo declino a cui si è accennato poco sopra, si avviò un chiaro
processo di frammentazione interno alla comunità: gli svizzero tedeschi
intendevano mantenere stretti i legami con la terra e la cultura d’origine,
mentre gli altri componenti si mostravano propensi ad accettare l’inte-
grazione nella vita politica e culturale italiana, mantenendo fermi solo la
separatezza religiosa e l’alto tasso di endogamia che continuò a caratte-

6
A proposito della circolazione di socio-economiche 1500-1900, a cura di L.
persone tra Ticino e Lombardia si vedano: Lorenzetti e N. Valsangiacomo, Lugano
L. Lorenzetti, Partire per il mondo. Emigranti 2003, 109-128; Ead., Parte chi impara l’arte: i
ticinesi dalla metà dell’Ottocento, «Quaderni Cantoni e la formazione di cantiere: appunti di
dell’associazione Carlo Cattaneo», Lugano percorso per una sintesi di insieme, in «Percorsi
2007; Id., Migrazioni in area ticinese, tra di ricerca», 2010, 21-30; R. Ceschi, Artigiani
pratiche transnazionali e geometrie identitarie migranti della Svizzera italiana (secoli XVI-
(XVI - inizio XX secolo), in «Archivio Storico XVIII), «Itinera», 14 (1993), 21-31; AA.VV.,
dell’Emigrazione Italiana», 8 (2012), 76-85; Col bastone e la bisaccia per le strade d’Europa:
S. Bianchi, Proprietari stranieri in Lombardia migrazioni stagionali di mestiere dall’arco alpino
e «possessori» lombardi nella Svizzera Italiana nei secoli XVI-XVIII, Bellinzona 1991.
(XVI-XVIII secoli), in Lo spazio insubrico. 7
M. Gelfi, I cotonieri svizzeri a Berga-
Un’identità storica tra percorsi politici e realtà mo, cit., 252.
127 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

rizzare tutte le famiglie di origine svizzera, comprese le meglio integrate,


fino alla seconda guerra mondiale8. Un’endogamia che aveva carattere
«transnazionale», per usare una categoria utilizzata da Daniela Luigia
Caglioti con riferimento ai riformati nella città di Napoli: in sostanza, le
famiglie di origini elvetiche tendevano a stringere legami matrimoniali
con famiglie dalle comuni origini, magari residenti in altre città italiane o
europee9. Gli archivi che descriveremo nelle pagine seguenti evidenziano
come nella Bergamasca i matrimoni si verificassero preferibilmente tra fa-
miglie della prima ondata e tra famiglie della seconda ondata, a conferma
della frammentazione e della stratificazione interna alla comunità.

Gli archivi

Numerosi archivi hanno conservato migliaia di carte relative alla vita e


alle attività degli svizzeri a Bergamo. In primo luogo, esistono documenti
negli archivi di enti e istituzioni, che vanno dalla Chiesa Evangelica alla
Camera di Commercio, dalla Banca Popolare di Bergamo alla Croce Ros-
sa Italiana. Le informazioni che possiamo ricavare in queste sedi riguar-
dano l’insieme delle attività professionali, filantropiche e la vita religiosa
degli svizzeri nella provincia: emergono così i modi della loro parteci-
pazione alla vita pubblica e il ruolo di attori economici che ricoprirono,
interloquendo con i poteri locali. In merito, molte carte sono depositate
anche presso i principali centri di documentazione e di conservazione
cittadini, come la Biblioteca Angelo Mai, la Fondazione Bergamo nella
Storia, l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, la Bi-
blioteca Giuseppe Di Vittorio. In secondo luogo, come fonti per la storia
economica e industriale della provincia, ma anche per la storia delle mi-
grazioni aziendali e della circolazione internazionale dei capitali, troviamo
numerosi faldoni negli archivi di molte imprese, o delle fondazioni legate
alle imprese, come la Fondazione Legler o la Fondazione Dalmine.
Esistono poi gli archivi privati familiari, di cui ci si appresta a of-
frire una descrizione sommaria in questa sede e che saranno le principali
fonti per la ricerca che chi scrive sta conducendo.
In generale, negli archivi familiari sono stati conservati – talvolta
in modo casuale e sempre senza seguire le regole dell’archivistica profes-
sionale – gli scambi epistolari intercorsi tra i membri delle varie famiglie,
insieme ai diari, ai ritratti e alle fotografie. Sono documenti grazie ai quali
possiamo ricostruire le traiettorie individuali dei singoli scriventi, i loro
viaggi, i loro interessi, le riflessioni dalle quali maturavano le loro decisio-
ni nei diversi ambiti della vita, le loro attività professionali come del tem-
po libero, i loro matrimoni e i loro amori. Tutte queste carte, insomma,
documentano le forme dell’appartenenza degli svizzeri al sistema sociale e
culturale bergamasco, nei confronti del quale si trovavano in un rapporto

8
P. Bolchini, I mercanti e il tempio, cit., 9
D.L. Caglioti, Vite parallele. Una
284. minoranza protestante nell’Italia dell’Ottocento,
Bologna 2006.
128 AST 157 Interventi

dialettico, essendone in parte i prodotti e in parte gli attori autonomi,


con il potere di modificarne gli equilibri in modo decisivo. La Berga-
masca era la provincia in cui abitavano, lavorando, mandando talvolta i
figli a scuola, svolgendo attività filantropiche di vario genere, ma era una
regione abitata da persone differenti in termini di estrazione culturale,
di appartenenza religiosa e di classe. Come entravano in relazione con il
resto della società gli svizzeri? Come ci entravano da donne e da uomini?
Quali livelli di mescolanza erano possibili e graditi?
Gli archivi familiari dove si cercheranno le risposte a questi inter-
rogativi sono essenzialmente quattro: l’Archivio Willi Zavaritt, l’Archi-
vio Sandra Frizzoni Zavaritt, l’Archivio Anna Rosa Blumer e l’Archivio
Ginoulhiac-Eynard.
L’archivio Willi Zavaritt è il più consistente per dimensione, per
quantità e per varietà dei documenti conservati. Le carte coprono più di
centocinquant’anni di storia: le più antiche sono dei primi anni dell’Ot-
tocento, le più recenti arrivano agli anni Sessanta del Novecento. Una
sedimentazione così significativa di documenti in un archivio familiare è
stata possibile perché per più di duecento anni la famiglia non ha cam-
biato residenza, riducendo al minimo i rischi di dispersione delle carte
che in genere accompagnano i traslochi da una residenza a un’altra.
Gli Zavaritt, infatti, giunti a Bergamo dai Grigioni verso la metà
del Settecento e residenti in Borgo San Leonardo dove esercitavano il
commercio della seta, con l’arrivo in Italia di Napoleone e le trasfor-
mazioni che ne seguirono, ebbero la possibilità di acquisire una grossa
proprietà agricola, mediante la quale esercitare la bachicultura, con
annessa quella che in età medioevale era stata una residenza vescovile10.
La proprietà di Gorle fu acquistata da Ambrogio Zavaritt il 6 marzo del
1801, attraverso Francesco Blondel, il plenipotenziario dei francesi che
aveva l’incarico di rivendere le proprietà di ragione della mensa vescovile
con l’esclusione della residenza del vescovo in Bergamo Alta. Da allora
fino ad oggi gli Zavaritt hanno mantenuto la casa di Gorle come resi-
denza principale, conservandovi tutte le carte che anno dopo anno i loro
membri producevano e scambiavano.
Particolarmente numerosi sono proprio gli scambi epistolari che,
per quanto riguarda il secolo diciannovesimo, sono stati parzialmente
riordinati dagli eredi: i vari fascicoli contengono i carteggi prodotti lungo
un secolo da singoli membri della famiglia. Esistono così: il fascicolo di
Ursina detta «Lina»; il fascicolo di Amalia; il fascicolo di Giovanni Zac-
caria; il fascicolo di Margherita detta «Guitta»; il fascicolo di Carolina; il
fascicolo di Luisa; il fascicolo di Rosa; il fascicolo di Emilia; il fascicolo di
Ambrogio; i due fascicoli di Pietro; i due fascicoli di Giovanni. Ognuno
di questi fascicoli contiene diverse centinaia di lettere.
Molto più numerosi sono gli scambi epistolari del secolo succes-
sivo e, in particolare, quelli che riguardano Giulio Zavaritt (1872-1962)
che fu uno degli elementi più attivi, economicamente e politicamente,

10
Una descrizione della residenza castello vescovile di Gorle, «La Rivista di Berga-
vescovile di Gorle è contenuta in: G. Petrò, Il mo», 1 (1995), 12-21.
129 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

della sua famiglia. Proprio il suo attivismo, unito a un evidente gusto


personale per la scrittura, spiegano le centinaia di lettere scritte da lui
o indirizzate a lui: quelle scritte da Giulio e presenti nell’archivio erano
normalmente dirette ai suoi familiari più stretti nei periodi in cui non si
trovavano a Gorle per ragioni di lavoro o vacanza. Questi ultimi, tornan-
do a casa, portavano con sé la corrispondenza ricevuta. Altre volte erano
lettere scritte da lui nei periodi trascorsi fuori casa. Numerose sono anche
le lettere scritte da Giulio in brutta copia e da lui stesso conservate. Le
missive a lui indirizzate, invece, si dividono in tre tipologie principali: ci
sono quelle di parenti e amici dai contenuti strettamente personali; quelle
d’affari; e, infine, tutta la corrispondenza in qualche modo connessa alla
sua attività politica e alle sue attività filantropiche. Particolarmente con-
sistenti sono gli scambi con Giulio e Arturo Guttinger, Augusto Tobler, i
fratelli e i cugini Frizzoni.
Inoltre, accanto alla corrispondenza, nell’Archivio Willi Zavaritt si
trovano documenti relativi alle attività commerciali, alle compravendite
di terreni, alla partecipazione a società e imprese: tra questi sono presenti
alcuni copialettere che coprono diversi decenni tra fine Settecento e fine
Ottocento. Ancora, l’archivio conserva certificati di nascita, materiali
commemorativi, lettere e discorsi pronunciati in occasione di ricorrenze
particolari, pratiche per la donazione di porzioni delle proprietà familiari
a enti pubblici.
Sandra Frizzoni Zavaritt ha invece mantenuto l’archivio della
famiglia del marito, Bruno Frizzoni. Anche in questo caso si tratta di una
famiglia di origini engadinesi giunta a Bergamo alla metà del diciottesi-
mo secolo. In un primo tempo, Antonio Frizzoni (1718-1796) aprì un
negozio di caffè e di spezie in Borgo San Leonardo, quindi, nel 1770, il
suo figlio omonimo Antonio (1754-1835) lo raggiunse e lavorò qualche
tempo come dipendente della ditta serica Steiner. In seguito avviò un’at-
tività in proprio nello stesso settore, facendo la fortuna della famiglia fino
alla metà del diciannovesimo secolo. Antonio (1754-1835) è considerato
il vero capostipite dei Frizzoni a Bergamo in quanto fu il primo a rimane-
re nella città orobica fino alla sua morte.
Gran parte della documentazione conservata consiste anche in
questo caso di scambi epistolari tra i membri della famiglia e i loro paren-
ti e amici residenti in Svizzera o nelle principali città italiane in cui forte
era stata l’immigrazione dalla Confederazione Elvetica: Torino, Venezia,
Firenze, Roma11. Sono migliaia le lettere circolate tra Antonio e i suoi tre
figli – un altro omonimo Antonio, Federico e Giovanni Leonardo – e via
via tra tutta la successiva discendenza e i loro interlocutori.

11
Si vedano in proposito: AA.VV., Storia», 48 (2010); AA.VV., Svizzeri a Venezia
Svizzeri a Torino nella storia, nell’arte, nella cul- nella storia, nell’arte, nella cultura, nell’econo-
tura, nell’economia dalla metà del Quattrocento mia dalla metà del Quattrocento ad oggi, «Arte
ad oggi, «Arte e Storia», 52 (2011); Svizzeri e Storia», 40, 2008; AA.VV., Svizzeri a Roma
a Firenze nella storia, nell’arte, nella cultura, nella storia, nell’arte, nell’economia dal Cinque-
nell’economia: dal Cinquecento ad oggi, «Arte e cento ad oggi, «Arte e Storia», 35 (2007).
130 AST 157 Interventi

Nell’archivio Sandra Frizzoni Zavaritt, la personalità dominante –


per il volume di scritture prodotto e per il prestigio che riuscì a ottenere
in città – fu certamente Ugo Frizzoni (1875-1951), contemporaneo di
Giulio Zavaritt. A partire dal 1896 quando si trasferì a Torino per studiare
medicina, Ugo Frizzoni scrisse centinaia di lettere alla madre e alle sorelle,
in gran parte conservate, e avviò scambi epistolari con amici e compagni
di università, alcuni dei quali sono stati mantenuti nei decenni successivi e
fino alla morte. Particolarmente intenso fu lo scambio con Angelo Crespi,
un giornalista liberista, corrispondente da Londra e da Berlino per diverse
testate, tra cui il «Corriere della Sera» e «Critica Sociale», molto appassio-
nato di filosofia, di teologia e di economia. Anche Ugo Frizzoni si inte-
ressava delle medesime materie ed era politicamente impegnato, essendo
attivo nei circoli socialisti della città e nelle cellule del movimento operaio
organizzato diffuse nella provincia, oltre che nella Camera del lavoro di
Bergamo. L’amicizia con Crespi prescindeva dalla distanza politica che,
come appare con tutta evidenza dalle loro lettere, era vissuta come un
motivo di stimolo e di confronto su temi di comune interesse.
Ugo Frizzoni, inoltre, è la figura più emblematica di una famiglia
che, nonostante l’esordio nell’imprenditoria serica, a partire dalla metà
dell’Ottocento vide i suoi membri dedicarsi più volentieri alle professioni
liberali, all’arte, alla medicina, alla politica, alle attività filantropiche. Già
Teodoro Frizzoni, altra personalità di rilievo nel panorama bergamasco e
di una generazione precedente rispetto al nipote Ugo, aveva partecipato
al Risorgimento e contribuito alla fondazione della sezione locale della
Croce Rossa di cui fu presidente negli anni della Prima Guerra Mondiale.
L’archivio risente di questo, presentando anche manoscritti su argomenti
culturali, recensioni, articoli. Per esempio sono conservati gli scritti e le
lettere di Gustavo Frizzoni, che fu critico d’arte e allievo di Giovanni Mo-
relli, noto storico dell’arte, senatore del Regno d’Italia e figlio di Ursula
Zavaritt. Tra le lettere di Gustavo c’è anche un breve scambio epistolare
che lo stesso intrattenne con Johann Wolfgang von Goethe.
L’archivio raccoglie poi l’intenso epistolario di guerra e i quattro
diari prodotti da Ugo Frizzoni che, neutralista fino a quando la situazione
politica glielo consentì, dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, si arruolò
come Ufficiale Medico volontario della Croce Rossa Italiana12.
Sandra Frizzoni Zavaritt ha inoltre unito alle carte di famiglia del
marito alcune scatole contenenti documenti della madre Carla Zava-
ritt, figlia di Giulio, e della di lei sorella Silvia. Quest’ultima si diplomò
infermiera nel 1934, presso l’Ospedale Maggiore di Bergamo, quindi, nel
1935 fece le prime esperienze nella cura dei feriti negli ospedali dell’A-
frica Orientale. Al suo rientro, partì per la guerra di Spagna, al termine
della quale ottenne il brevetto con la Croce al merito militare per il servi-
zio prestato nella Croce Rossa. Nel corso della seconda guerra mondiale,

12
I diari e una piccola parte dello scam- Ugo Frizzoni, a cura di P. Barcella, Bergamo-
bio epistolare sono in corso di pubblicazione: Bellinzona 2015.
Un medico a Caporetto. I diari di guerra di
131 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

si arruolò come crocerossina volontaria e prestò servizio negli ospedali di


guerra e sulle navi ospedaliere13.
Ben diverso dai due appena descritti è l’Archivio Anna Rosa Blu-
mer nel quale sono conservati i diari, la corrispondenza e un faldone di
varie carte personali tutti appartenuti e prodotti da Anna Rosa, figlia di
Enrico Blumer, glaronese e proprietario di un’impresa tessile. A diffe-
renza degli archivi Zavaritt e Frizzoni Zavaritt, ci troviamo qui di fronte
all’archivio della discendente di una famiglia di svizzeri della «seconda
ondata», giunta nella provincia di Bergamo dopo l’Unità d’Italia che, co-
me le carte evidenziano, intratteneva di preferenza rapporti commerciali,
economici e matrimoniali con famiglie delle medesime origini. L’impresa
di Enrico Blumer, per esempio, vedeva Giovanni Luchsinger nel ruolo di
socio, mentre la stessa Anna Rosa sposò in prime nozze un membro della
famiglia Honegger. Solo in seconde nozze e all’età di trentacinque anni,
accettò di sposare un uomo esterno al principale gruppo di riferimento:
Giovanni Frizzoni, discendente di Antonio (1754-1835), ma apparte-
nente ad un ramo diverso rispetto a quello di Bruno Frizzoni, citato più
sopra.
Anna Rosa aveva frequentato le scuole elementari e medie a Nem-
bro, suo paese natio, nella Bassa Valle Seriana, prima di completare gli
studi superiori al liceo classico cittadino e studiare in seguito da infermie-
ra. Per diversi anni mantenne scambi epistolari con le amiche, gli amici, i
parenti, i suoi vari corteggiatori e, per quasi tutta la vita, conservò l’abitu-
dine di scrivere diari. Di grande interesse sono soprattutto gli scritti degli
anni della seconda guerra mondiale che Anna Rosa trascorse studiando
e lavorando come infermiera negli ospedali: le sue pagine scorrono tra
impegni di lavoro, faccende quotidiane, timori e successi negli studi, con
la guerra che scorre lontana, sullo sfondo, entrando solo in rare occasio-
ni nella sua vita protetta da una condizione di privilegio economico e
sociale14.
Ancora diversa è la situazione dell’Archivio Ginouhliac-Eynard che
tuttavia non è ancora stato oggetto di uno spoglio attento e approfondito.
Anzitutto il fondo contiene documenti relativi alle famiglie di Eugenio
Ginouhliac e di sua moglie Anna Flora Eynard. La famiglia Ginouhliac
come la famiglia Eynard, innanzitutto, non sono di origine svizzera.
In quanto protestanti francesi e valdesi a Bergamo, però, entrarono a
fare parte della comunità riformata bergamasca, di cui gli svizzeri erano
componente dominante. Il loro grado di integrazione nella comunità
raggiunse livelli così significativi da consentire loro l’accesso al mercato
matrimoniale elvetico. Per questa ragione, tra i loro genitori e progeni-

13
Una breve ricostruzione delle sue 14
Questi scritti sono stati oggetto di
vicende venne pubblicata dal principale quo- una breve ricerca valida come prova finale per
tidiano orobico, a seguito della sua morte: G. la laurea di Clara Bonazzi, nipote di Anna
Beretta, Un caro ricordo, «L’Eco di Bergamo», Rosa Blumer, di cui conserva gli scritti: C.
3 gennaio 1987. Bonazzi, Eine Kleine Schweizerin. Una donna
«svizzera» borghese negli anni della seconda
guerra mondiale, Università di Bergamo, 2012.
132 AST 157 Interventi

tori si contavano membri di famiglie di origini grigionesi, in particolare


i Frizzoni e i Curò. L’archivio Ginouhliac-Eynard riflette questa situa-
zione, presentando documenti e scambi epistolari di famiglie con origini
differenti. Le lettere più antiche conservate sono in romancio e vennero
spedite da Giacomo Curò a sua madre. Sono poi presenti gli scritti di
lavoro di Gustavo Frizzoni, il diario di viaggio all’esposizione di Parigi
di Lina Frizzoni, numerosi scambi epistolari di Clementina Reichmann
Frizzoni, i suoi diari e i diari di Clara Frizzoni scritti negli anni della
seconda guerra mondiale. La sezione più consistente dell’archivio si com-
pone delle migliaia di lettere scritte tra la fine dell’Ottocento e il secondo
dopoguerra da membri della famiglia Ginouhliac e, in particolare, da
Luigi Ginouhliac.

L’Archivio Willi Zavaritt di Gorle: alcuni esempi di documenti

In queste poche pagine conclusive, presenteremo alcuni esempi dei ma-


teriali contenuti in uno degli archivi sopra descritti, spiegandone breve-
mente alcuni usi possibili.
Come si è già anticipato, l’Archivio Willi Zavaritt contiene nume-
rosi documenti relativi a Giulio Zavaritt del quale, proprio per questo,
è possibile ricostruire la vita nei dettagli, tanto per quel che concerne la
sua vita privata, quanto in merito alle sue attività economiche, politiche,
filantropiche. Dalla consultazione si apprende così che Giulio, nato nel
1872, nel corso dell’adolescenza si appassionò alle scienze agrarie, interes-
sandosi soprattutto di materie come la botanica e la chimica. Nel 1893
si laureò con una tesi sull’esportazione del mais da parte di un’azienda
milanese, dopodiché rientrò nella residenza di famiglia per occuparsi,
da figlio unico e unico erede, del patrimonio. Eletto sindaco nei due
paesi di cui era anche principale proprietario terriero, Gorle e Zanica,
sedette nei consigli d’amministrazione di diverse aziende lombarde di cui
fu socio azionista. Nonostante questo, si dedicava principalmente alla
conduzione della sua azienda e al miglioramento del lavoro agricolo nella
provincia: per diversi anni fu anche presidente della Cattedra ambulante
di agricoltura, un ente che si occupava della diffusione delle conoscenze
e delle tecnologie da impiegare nel settore primario15. Aveva così modo
di mantenere stretti contatti con le maestranze e con i contadini impie-
gati nei suoi appezzamenti. Proprio la sua cultura in campo agricolo e la
fama di filantropo di cui godeva, insieme alla sua mentalità tollerante e
per certi versi progressista, spiegano i buoni rapporti che mantenne con i
contadini e i compaesani.
A testimonianza di ciò, l’archivio conserva gli scritti che diverse
persone in difficoltà economica gli inviavano allo scopo di chiedere un
prestito o un favore. Giulio Zavaritt raccoglieva tutte queste lettere e, via

15
A. Bosis, La Cattedra ambulante di Lombardia: dalle cattedre ambulanti ad oggi, a
agricoltura di Bergamo, in Gli agronomi in cura di O. Failla e G. Fumi, Milano 2006.
133 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

Giulio Zavaritt e suo


figlio Gianni sulla «Esperia»
di famiglia, auto prodotta a
Bergamo, in una fotografia di
inizio Novecento (Archivio
Willi Zavaritt)

via, rispondeva alle richieste di molti. In una missiva del marzo del 1913,
per esempio, Gregorio Pezzoli domandava un prestito in denaro:
avendo io in questo momento un estremo bisogno di fare un prestito per 4 mesi
di L. 1000 e non sapendo a chi rivolgermi per vergogna Mi sovvenni della sua
gentilissima persona sapendolo tanto caritatevole coi poveri e che nessuno sorte
dalla sua porta senza essere beneficato. Di questo anch’io con la speranza in petto
di ricevere dalla sua pregiatissima persona il favore di questo prestito dietro una
cambiale e relativo interesse ch’ella si compiaceva di imporre, ovvero una firma di
favore. Di questo mi sento già di doverla anticipatamente ringraziare infinitamen-
te come un favore già avvenuto. In caso io mi presenterò in persona per ulteriori
spiegazioni del caso. Prego poi la signoria sua a tenermi per iscusato del disturbo
che colla presente le posso arrecare ma non sapendo in qual modo dovessi addo-
tare per reccargli meno disturbo possibile trovai questo il più opportuno. In attesa
di questo favore che sarebbe come risanare un ammalato cioe darmi mezzo di su-
perare qualche dificolta in questo momento riattivando viepiu il mio Commercio.
Con distinta stima e con perfetta osservanza mi professo Devotissimo servo16.

Pochi mesi più tardi, invece, un oste di Zanica contava su Zavaritt per
risolvere la conflittuale situazione in cui si era venuto a trovare in paese,
dopo avere avviato la sua attività commerciale:
12 anni feci di Carabiniere congedatomi con 4 milla lire e a malinquore o assunto
il mestiere di oste non essendo capace di altro mestiere e ormai 18 anni che lo
esercito non ho avuto mai un rimprovero da parte delle autorità comunale ne

16
Gregorio Pezzoli a Giulio Zavaritt, 5 Willi Zavaritt (AWZ).
marzo 1913, lettere a Giulio Zavaritt, Archivio
134 AST 157 Interventi

tampoco una contravvenzione dalla pubblica S. cosa rara quest’ultima e segno


che lordine vi regnava. Fra i quali 12 anni li passai in Zanica, ma col mio severo
carrattere ed estraneo a qualunque intrigo che potesse danneggiare il Buon
costume mi vedevo sempre da solo nel mio esercizio e di questo ne potrà far fede
le buone persone di Zanica, anche i preti perché 8 anni esercitai l’osteria sotto
i Quadalupi e questo lo avuta dietro sue buone informazioni di preti stesso e lo
eservitai in tal rigore che in 8 anni avevo un campello di dieci pertiche, lunica mia
risorsa e quest’inverno passato o dovuto venderlo a malinquore, per pagare i debiti
fatti e che rimanermi ancora 2 milla da pagare cosa vendero per pagarli questi.
Ora Ill.mo Sig. Sindaco li notifico lo stato della mia famiglia, 5 figli aldisotto dei
10 anni una madre di oltre 80 anni malferma in salute da sostenere nel mestiere
quasi nulla lavoravo i debiti si moltiplicavano, lo stato miserando a cui mi trovo
e da far rabbrividire tutto per fare il galantuomo. Qualche persona mi consigliai
a tenere il suono essendo la mia osteria quasi fuori del paese e che con questo
forse avrei potuto tirar qualche persona, diffatti cosi feci ed ottenni il regolare
permesso credendo sempre di non reca danno alla pubblica morale, come diffatti
nulla e mai successo di immorale stante il mio severo contegno a confronto degli
scandali che succede in altri luoghi, ma mamma mia lavessi mai fatto, tirai invidia
di tutti specialmente gli osti notando che questi sono tutti possidenti e tante
volte tengono chiuso losteria con gente dentro dopo lorario stabilito e non anno
mai osservazioni da nessuno, tirai pur le maledizioni dei preti come diffatti uno
di questi e andato del padrone la mia casa a dirci potra immaginarsi, io credevo
di valermi d’un permesso governativo che esiste da pertutto, giorni orsono si
presenta a me il Segretario, minaciandomi che immediatamente dovevo cacciar
via la donna che tendo di servizio alla festa, e che non mi dava il premesso del
suono, che in comune esisteva lettere di famiglie per togliere la donna di servizio
e che una settimana prima doveva venire De Martini a farmi chiudere losteria e la
festa seguente sarebbe venuto pure i carabinieri a togliermi il permesso dell’osteria
questa donna eta diffatti di dubbia condotta per il passato ma ora si mantiene
superiore alle altre il suo buoncostume potra immaginarsi. Il sig. Sindaco in che
brutte condizioni mi trovo inche scorraggiamento pensando che e tutta invidia e
cattive lingue. Raccomando il Sig. Sindaco che abbia a fare la luce su queste cose,
dovendo ora rinnovare il permesso e senza di questo sono costretto a rinunciare
anche il permesso dell’osteria. Gli raccomando questa carità Sig Sindaco e mi
metto nelle sue mani e li prometto che faro di tutto per mantenere ordine e onore
note che se non melo lascia a me questo permesso ne altri osti che da subbito
domanda per ottenenrlo e abbia misericordia di tanti figli17.

Nell’archivio si trova anche un diario in cui Giulio Zavaritt registrava i


nomi degli indigenti incontrati sulla sua strada. Accanto ai nomi, indi-
cava il luogo in cui avrebbe potuto ritrovare quelle persone, allo scopo di
raggiungerle in seguito per donare loro una certa somma, ma segnalando
la causa della loro indigenza: per un uomo di chiara etica protestante,
l’eventuale responsabilità individuale degli indigenti rispetto alla loro
condizione non era ovviamente irrilevante, nel momento in cui doveva
decidere le forme e i modi del sostegno da offrire loro.
Con queste sue iniziative filantropiche Zavaritt riuscì a conquistar-
si la fama di padrone «buono» anche tra i contadini e gli operai sensibili

17
Celestino Locatelli a Giulio Zavaritt,
10 agosto 1913, Lettere a Giulio Zavaritt,
AWZ.
135 Paolo Barcella — Gli archivi per lo studio della comunità svizzera di Bergamo

ai richiami degli organizzatori del movimento operaio che, nella Berga-


masca, rimase in uno stadio embrionale ancora fino alla Prima guerra
mondiale. A conferma di ciò, nella cronaca relativa alle agitazioni interve-
nute tra Zanica e Levate il 26 maggio 1901, scriveva «L’Eco di Bergamo»,
il locale quotidiano clericale:
dai paesi vicini, specie da Stezzano, si erano dati qui convegno vari operai. Alla
uscita di Chiesa della popolazione, alcuni voci isolate incominciarono a gridare
«Sciopero». I dimostranti (…) percorsero urlando il paese, si portarono presso
il municipio, indi, sotto le finestre della casa del sindaco Marenzi (…) urlando
«Abbasso il sindaco, vogliamo il signor Zavaritt, vogliamo il signor Zavaritt»18.

Molti altri aspetti della personalità di Giulio Zavaritt, così come la grande
maggioranza delle sue attività, possono essere ricostruite fino a delineare il
profilo di un uomo che, negli anni del decollo industriale italiano e della
prima modernizzazione economica e sociale della Bergamasca, tentò di
adeguarsi al cambiamento, per quanto cercando di mantenere saldi alcuni
principi, un rigore morale di derivazione protestante e uno stile di vita da
signore di campagna. In questo modo le carte consentono di mettere a fuo-
co molti aspetti di storia economica, sociale e culturale della Bergamasca.
Gli stessi documenti, analizzati da un altro punto di vista, ci infor-
mano sulla qualità dei rapporti che intercorrevano non solo tra i mem-
bri della famiglia Zavaritt, ma anche tra quelli della comunità elvetico
riformata bergamasca e delle diverse comunità di svizzeri presenti in altre
città italiane, ma in contatto con famiglie bergamasche. Ed è proprio alla
storia di queste comunità, dei loro scambi e intrecci, dei loro rapporti
con la Svizzera, dei loro comportamenti politici ed economici, variabili
da città a città, che questo archivio promette di poter aggiungere tasselli
importanti19. In questo senso, infatti, le carte restituiscono la complessità
di una comunità unificata come élite contrapposta a una società cattolica
e contadina, ma attraversata dalle diverse linee invisibili che dividevano
discendenti di diverse ondate, distinti per lingua, cultura religiosa – seb-
bene tutti facessero parte del mondo protestante20 – e identità politica.

18
A. Bendotti e G. Bertacchi, Liberi e Schweizer Industrie in Russland. Ein Beitrag
uguali. La camera del lavoro di Bergamo dalle zur Geschichte der industriellen Emigration, des
origini alla prima guerra mondiale, Bergamo Kapitelexportes und des Handels der Schweiz
1985, 102. mit dem Zarenreich (1760-1917), Zürich
19
Questi tasselli andranno a integrare 1985; AA.VV, Schweizer im Zarenreich. Zur
una bibliografia sugli svizzeri all’estero che Geschichte der Auswanderung nach Russland,
comprende già numerosi studi. Oltre alle Zürich 1985; Die Schweiz anderswo: Ausland-
opere già citate, si vedano almeno: G. Arlettaz, schweizerlnnen – Schweizerlnnen im Ausland
L’émigration suisse d’outremer de 1815 à 1920, – La Suisse ailleurs: les Suisses de l’étranger – Les
«Studi e fonti», 5 (1979), 7-236; Id., «Les Suisses à l’étranger, a cura di B. Studer, Zürich
Suisses de l’étranger» et l’identité nationale, 2014.
«Studi e fonti», 12 (1986), 5-35; Id., Die 20
Per un primo approccio alla storia
Auslandschweizer im 20. Jahrhundert – Les delle differenze interne al mondo evangelico
Suisses de l’étranger au XXème siècle, Bern 2002; bergamasco si vedano: C. Martignone, La
G. Cheda, L’emigrazione ticinese in California. comunità evangelica di Bergamo dal 1848 al
I Ranceri, Pregassona 2005; L. Lorenzetti, Il 1880, cit.; C. Martignone, La comunità evan-
fuoco acceso: famiglie e migrazioni alpine nell’I- gelica di Bergamo (1807-1848), cit.; L. Santini,
talia d’età moderna, Roma 2005; U. Rauber, La comunità evangelica di Bergamo, cit.
136 AST 157 Interventi

Alcuni membri della comunità, come i Frizzoni, scelsero presto di ac-


quisire la cittadinanza italiana e talvolta si spesero per la causa nazionale
italiana, negli anni del Risorgimento; altri erano del tutto privi di passio-
ne nei confronti della vita politica locale.
Si tenga infine conto che le carte dell’Archivio Willi Zavaritt, così
come quelle degli altri archivi considerati, sono state prodotte da uomini e
donne di diverse età. Lo studio della comunità, quindi, può essere svilup-
pato tenendo conto delle variabili di genere. Di grande interesse sono per
esempio le scritture di bambini e di adolescenti, presenti sia nella forma
di scambi epistolari con i familiari, intrattenuti nel corso dei viaggi che la
loro condizione consentiva, sia nella forma di scritture e quaderni scolasti-
ci da cui filtrano gli immaginari e i pensieri di giovani donne e uomini in
condizione di assoluto privilegio culturale ed economico. Basti, a titolo di
esempio, prendere in considerazione questo breve tema prodotto da Gian-
ni Zavaritt, figlio di Giulio, pochi mesi prima dell’ingresso italiano nella
Grande Guerra. Il bambino che all’epoca aveva dieci anni doveva spiegare
cosa avrebbe fatto se avesse avuto la possibilità di diventare un re:
Essere il Re! Io sono solo un ragazzo come tutti gli altri, che deve ubbidire al
papà, alla mamma e al signor Maestro. Invece il re è tutt’altra cosa! È padrone di
tutta l’Italia! Ah se io fossi lui!! Che cosa farei mai se fossi nei suoi panni? Prima di
tutto farei la pace in questo mondo di guerra e di orrori. Ma far la pace e diffici-
lissimo… innanzi tutto andrei dall’imperatore della Germania e gli direi: «Caro
Guglielmo, se tu vuoi essermi amico per davvero dà il buon esempio anche agli al-
tri sovrani e fa’ la pace. Non sai quanti poveri soldati muoiono nelle trincee? Non
vedi le mamme che hanno perso i loro figli in guerra? Lo capisci anche tu ora Gu-
glielmo che la guerra non è una cosa utile ma inutile per la grandezza del tuo im-
pero e dannosa per l’intera Europa?». Pressappoco le stesse parole direi allo vzar e
al re d’Inghilterra. Non li lascerei finché non si sarebbero stretti la mano in segno
di concordia definitiva. Compiuta questa prima grande opera tornerei trionfante
in Italia. Ma cosa sento? Un terribile teremoto negli Abruzzi!21 Farei chiamare
tanti soldati per dissotterrare la povera gente. Venderei tutti i miei palazzi per darli
ai poveri orfanelli. Ma ne farei fabbricare uno vicino a Gorle per il mio caro caro
papalù e la mia cara mammi. Il mio papalù lo farei diventare primo ministro dello
stato, e in ogni cosa la domanderei a lui perché so che se gli domando ogni cosa
sarà giusta, e la mia mammi la farei diventare la prima dama di corte. In verità io
non sono il re e non lo sarò mai. Ma sono il semplice ragazzo Gianni Zavaritt di
Gorle che purtroppo vuol dare al mondo un po’ di bene anche lui22.

Per concludere, gli archivi degli svizzeri di Bergamo offrono molta do-
cumentazione che merita di essere portata all’attenzione della comunità
scientifica e che promette di arricchire da diversi punti di vista e in modo
assai rilevante gli studi nel settore.

21
Il 13 gennaio 1915, alle 7,54 del sinistro a Sora, a Pescina, a Tagliacozzo, a Isola
mattino, una scossa sismica di eccezionale gra- Liri, a Veroli e altrove. Si veda, in merito, A.
vità colpiva la regione marsicana. L’epicentro Frezza, Storia della Croce Rossa Italiana, Roma
del terremoto era stato in Avezzano, ridente 1956, 119-120.
e antica città alle falde del Monte Velino, che 22
Tema di Gianni Zavaritt, 30 gennaio
fu letteralmente rasa al suolo e i cui abitanti 1915, AWZ.
restarono quasi tutti uccisi nel tremendo
disastro. Altrettanto gravi furono gli effetti del