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Attenzione: siamo infetti da Pauravirus

di ILVO DIAMANTI

27 febbraio 2020

Mi chiamo Gianluca, abito nelle Marche. In una piccola città delle Marche. In collina. Ai confini con la
Romagna. Tra Urbino, Pesaro e Rimini. Frequento l'Università. A Urbino. Appunto. Nel tempo libero, cerco
di divertirmi. Con gli amici. Nel campetto di calcio, a rincorrere il pallone. Oppure al bar. A bere una birra o
una Coca. Molto tempo lo passo in casa. A dialogare sui social. Twitter, Instagram, Facebook. Perché noi
giovani, e non solo, stiamo sempre con gli altri. Ma, molto spesso, da soli. Anche quando camminiamo. Non
vediamo nessuno. Gli occhi fissi sullo smartphone...  

Da qualche giorno, però, sono un po' teso. Preoccupato. Anzi, non un po': molto. Teso e preoccupato.
Perché mi sento minacciato. In pericolo. Da un'entità fantasmatica che non vedo. Ma so che esiste.
Incombe. In agguato. Sempre e dovunque. Perché è sempre e dovunque. Se ne parla sempre e dovunque.
Non ha un volto, ma ha un nome, che tutti conoscono e pronunciano. Nei discorsi e Si chiama
"Coronavirus". Come tutti i virus è in-visibile. Così dovrebbe essere, almeno. Però è onnipresente. In ogni
discorso. Pubblico e privato. Social e mediale. In tivù, ormai c'è solo lui. Coronavirus. Ma anche sui giornali. 
Coronavirus. Sta cambiando la nostra vita. La mia, sicuramente. E, insieme, le mie abitudini. Intanto, sono
sempre, più pulito. Igienicamente più accorto che mai. Non che, prima, fossi un maiale. Anzi. Ma, insomma,
ora mi lavo le mani decine di volte al giorno. Spesso, le disinfetto. Sapone e amuchina. A raffica. Non si sa
mai. E mi misuro la temperatura di frequente. Il termometro sempre pronto. In tasca. Dovunque. Ora ho
34,7.  In effetti, mi sento un po' debole.

Però, il pensiero che mi inquieta davvero è la solitudine crescente. L'im-mobilità. Non potermi spostare
fuori dal mio Comune, perché siamo in una zona a rischio. Visto che sono stati individuati alcuni casi
sospetti. Non lontano da qui. In Emilia-Romagna. (Uno anche a Rimini). Senza che i sospetti venissero
confermati. Però, non si sa mai...  Così, preferisco restare in casa. Comunque, non allontanarmi troppo.

Tuttavia, mi pesa molto, anzi: soprattutto, l'incertezza. Non tanto e non solo quella "personale". Ci sta.
Come puoi sentirti sicuro in mezzo a tanti virus minacciosi, che ti osservano e ti girano intorno senza farsi
vedere?  Ma mi disturba ancor di più l'incertezza che pervade le istituzioni. Sanitarie, amministrative...
Locali e nazionali. Le scuole chiuse, ma non tutte. I divieti stabiliti dai nostri enti locali, contraddetti da altri
enti locali. E dal governo nazionale. Così le scuole, compresa la "mia" scuola, vengono chiuse dalla Regione.
Quindi, ri-aperte e ri-chiuse dal Governo. I luoghi pubblici, vuoti. Non solo le strade, ma anche i mercati.  I
bar, ovviamente.  Le manifestazioni: sospese. E dovunque, in ogni schermo, in ogni medium, social e non, si
parla solo di lui. L'invisibile. Il Coronavirus. Attore senza volto di ogni programma e di ogni messaggio.

Confesso: non so più che fare. Anche all'ultimo di carnevale, pochi giorni fa, tutte le feste sono state
sospese. Perché non c'è niente da festeggiare. Niente da ridere. E le uniche maschere in circolazione erano
- sono - le "mascherine" con filtro protettivo. Antivirus, appunto. Finito il carnevale, le mascherine sono
rimaste. Anzi, si sono moltiplicate. Così, anche ora mi aggiro tra le strade vuote di un paese semi-vuoto.
Mascherato. Ogni tanto incrocio qualche altra persona mascherata. Ma non ci avviciniamo. Solo un cenno,
di lontano. Perché non si sa mai. Che non sia un portatore virale...

Io spero davvero che questo clima opprimente si stemperi. Prima o poi. O meglio, prima possibile. Perché io
non so per quanto tempo resisterò. Intanto ho deciso di indossare la maschera di Joker. Più adatta a
interpretare la sindrome, l'epidemia che davvero ci infetta. Il "Pauravirus". Anch'esso invisibile, ma molto
più opprimente. E, soprattutto, resistente, radicato. Amplificato dalla solitudine.  Noi sempre più soli e,
dunque, sempre più a rischio. Pauravirus. Viene coltivato mediaticamente e politicamente. Amplificato da
ogni campagna. Mediatica e politica. D'altronde, anche noi ci siamo assuefatti. Ne abbiamo bisogno. Senza
paure e senza paura, senza nemici: non sapremmo più che fare, dove andare. Come vivere.

LA PAURA DELLA PAURA

 di Ilvo Diamanti

Io abito a qualche decina di chilometri da Vo’ Euganeo. La località veneta dove si è rivelato il coronavirus. E
ha colpito maggiormente. Una “zona rossa”, più che “arancione”. Anche se, qualche tempo fa, era definita
con un colore diverso. “Bianca”. Politicamente: fedele alla Dc.

Divenuta, in seguito, “verde”. Vicina alla Lega. Ma oggi quei colori servono a poco. Perché, più della politica,
conta la salute. Più della Dc, di FI e della Lega, conta il covid. Il virus che, ormai, si è diffuso.

Ovunque. E semina “paura”. Ovunque.

Anche se la “paura” ci fa compagnia, ormai, da molto tempo. Perché viviamo nel “tempo della paura”. Da
“molto tempo”. Da quando i virus erano un problema limitato. Lo sappiamo bene. Non c’è bisogno di
ricorrere a cifre e a sondaggi, per saperlo. Anche, se da oltre un decennio (per la precisione: da 13 anni),
dirigo un Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (condotto da Demos-Fondazione Unipolis). Ma sarebbe
meglio definirlo diversamente: Osservatorio sulla In-Sicurezza. La questione che ne ha fatto uno strumento
interessante per molti ricercatori, operatori, analisti. Perché l’in-Sicurezza, l’in-Certezza, ci accompagnano
da molti anni.

Probabilmente, da sempre. Ma, da qualche tempo, sono divenute sempre più importanti, per spiegare gli
atteggiamenti e i comportamenti personali e sociali. E le scelte: sul piano politico e mediatico.

Sul piano politico: è ormai da vent’anni, forse più, che “le paure” sono divenute tema ricorrente, decisivo,
nelle campagne elettorali. Cioè, sempre, perché viviamo in epoca di “campagna elettorale permanente”. La
paura e le paure: coinvolgono diversi ambiti e diversi fronti. L’economia, la criminalità, l’instabilità
economica. Infine: le “minacce globali”, che hanno sempre avuto grande spazio nella nostra vita. Tre italiani
su quattro, infatti, (come emerge dall’indagine più recente di Demos-Fond.Unipolis, condotta in gennaio,
“prima” del covid) riassumono le proprie paure nella categoria dell’insicurezza “globale”. Che comprende
fenomeni ed eventi molto diversi. I disastri e i cambiamenti naturali, l’in-sicurezza dei cibi, le guerre e il
terrorismo, le crisi finanziarie.

Infine: le epidemie. Minacce eterogenee, difficili da accomunare. Se non per un aspetto. L’impossibilità di
circoscriverne i confini. Sicuramente, di de-limitarne l’ampiezza e, dunque, il controllo, a una località, una
Regione. Un Paese. Il nostro Paese. Com’è avvenuto e sta avvenendo per il covid. Che si è manifestato in
Lombardia e in Veneto, nell’ultimo mese. Ma era stato conosciuto e aveva già prodotto effetti devastanti
altrove. Ben lontano da noi. In Cina, anzitutto. Perché i virus non possono venire fermati alle frontiere. Non
debbono esibire passaporti. Oggi, infatti, si è diffuso anche oltre i nostri confini. Oltre l’Italia. E oltre
l’Europa. Il covid: è un virus globale. E per questo spaventa molto di più. Perché è fra noi, intorno a noi. E
perché non ha confini. È globale. Non riusciamo a de-limitarlo. Tuttavia, come ho già detto, noi viviamo, da
tempo, in un clima di paure. Che cambiano, di volta in volta. Per ragioni di opportunità politica. Fino a ieri,
le paure agitate da alcune parti politiche erano riferite, soprattutto, agli “altri”. Gli stranieri. Gli immigrati.
Coloro che arrivavano, soprattutto, dall’Africa. Spinti dalla disperazione. Sempre. Trasportati, talora, dai
“mercanti della disperazione”. Che ne sfruttano la condizione. “Imprenditori politici della paura” e
“mercanti della disperazione”. Da non confondere con le associazioni volontarie, che cercano di dare
risposta e offrire soccorso alla disperazione stessa.

Tuttavia, noi ci stiamo progressivamente abituando alle “paure”. Perché fanno spettacolo.

Audience. Ormai, sui media e, soprattutto, nei programmi tv, le tragedie personali, le storie di persone
scomparse, gli omicidi irrisolti oppure risolti, ma terribili, sono dovunque. In ogni canale.

A ogni ora. Ma, soprattutto, nelle fasce di maggiore ascolto. Perché le paure fanno audience. Fanno
spettacolo. Come le risse e le aggressioni. Verbali. E non solo. L’Osservatorio di Pavia ha sempre
“osservato” l’evolvere di questo fenomeno, sui media. Di-mostrando come le prime pagine dei giornali e i
tg più seguiti siano, in larga parte e sempre più, affollati di notizie “ansiogene”. Cattive notizie, buone per i
media. Perché, evidentemente, riflettono una “diffusione” di eventi “realmente diffusa”. Ma anche perché
fanno ascolti. E attirano l’attenzione del pubblico.

La Rete ha, a sua volta, contribuito a questa tendenza. In modo esponenziale. Perché agisce senza filtri. E
tutti possono accedervi. Senza controlli. Anzi, la ricerca di evidenza e condivisioni spinge a superare i limiti.

Così, la paura è entrata nella nostra vita. Nel nostro mondo. Molto prima che irrompesse il covid. E si
incrociasse con il Pavid. Il “Pauravirus”. La “paura della paura”: fa meno paura. Perché è dovunque.

Non è più una novità. E perché la minaccia non ha più il volto dello straniero, ma dell’italiano.

Lombardo, veneto, romagnolo, marchigiano. Visto che oggi gli stranieri siamo noi. Stranieri a noi stessi.
Lontani dagli altri. Sempre più soli.

L’abitudine alla paura rischia, così, di farci sottovalutare la grave minaccia prodotta dal coronavirus. E di
isolarci. Noi, collegati agli altri attraverso i media e il digitale. Rischiamo di perdere la speranza. E noi stessi.
Perché solo fra gli altri e con gli altri possiamo rafforzare la nostra sicurezza.

www.repubblica.it

 
 
 ECONOMIA

L’indagine

Demos e Unipolis: la percezione nel Paese

Economia e criminalità come cambiano le paure degli italiani

ILVO DIAMANTI

Da oltre 10 anni Demos e la Fondazione Unipolis conducono un’indagine sulle paure e l’insicurezza che
pervadono le persone e la società. In Italia e in Europa. Per cogliere i cambiamenti che orientano le nostre
percezioni.

Perché le paure e l’incertezza sono divenute importanti nelle relazioni con gli altri. Ma anche nei rapporti
con le istituzioni.

Con la politica. Con i media.

Ebbene, in questa occasione qualcosa sembra essere cambiato. Perché “l’insicurezza” è “sicuramente”
profonda, diffusa presso la popolazione di tutti i Paesi. Ma ha raggiunto, ormai, caratteri e misure stabili.

Perfino in (lieve) de-crescita.

Almeno in Italia.

Anzitutto: l’inquietudine “globale”. In Italia, coinvolge 3 persone su 4. Seguita dall’insicurezza


“economica“, riguardo al futuro personale e sociale: oltre 6 persone su 10.

Quindi, dalla paura generata dalla “criminalità” – soprattutto “organizzata”. Che preoccupa quasi 4
persone su 10. Questi sentimenti, presso un quarto della popolazione: si sommano.

Generano in-sicurezza “assoluta”. Eppure, nessuna di queste paure, considerata singolarmente, appare in
aumento, negli ultimi anni.

Dopo i picchi osservati fra il 2012 e il 2014, si assiste, piuttosto, a un assestamento degli indici di
insicurezza. È difficile pensare che si tratti di un’inversione di tendenza. Preludio a un’epoca di
rassicurazione. Perché l’insicurezza mantiene indici elevati. E grande diffusione.

Questo trend suggerisce, invece, una spiegazione diversa. Forse, più “inquietante”. Una crescente
assuefazione alla paura, meglio, “alle” paure.

Ormai interiorizzate e, quasi, “date per scontate”. Nella società e fra i cittadini. Seppure in misura diversa,
tra le diverse zone. In Italia e in Europa. Così resistono, ma generano meno emozione. Nonostante vengano
amplificate dai media. Nei programmi di informazione, ma anche nei reality. Perché fanno – e diventano –
spettacolo.

L’insicurezza, dunque, genera meno paura, nonostante continui a pervadere la società, perché viene
“normalizzata”.

Per citare un riferimento autorevole, Hannah Arendt, è “la banalità della paura”.
“Dell’insicurezza”. Diffusa dovunque. E utilizzata di continuo, magari strumentalmente, dai media, nel
discorso politico. Perché influenza le scelte elettorali e il clima d’opinione. E, al tempo stesso, favorisce gli
ascolti. Così, “lo spettacolo della paura” si ripete di continuo. E fa (un po’) meno paura.

Tuttavia, si tratta sempre di un ri-sentimento diffuso. Seppure in modo diverso. Sotto il profilo sociale e
territoriale. In Italia e in Europa, infatti, emerge una divisione comune e coerente.

Un distacco fra Nord e Sud.

In Europa: i Paesi mediterranei, Italia e Francia, insieme all’Ungheria, manifestano indici di insicurezza
maggiori rispetto agli altri. In termini di soddisfazione “economica”. La stessa frattura emerge, in modo
(forse più) evidente, in Italia.

Dove la misura delle paure, nel Mezzogiorno, risulta molto elevata. Sul piano sociale e demografico,
peraltro, l’insicurezza scava, in modo più profondo, nei settori “periferici”. I disoccupati, le donne, gli
anziani. Coloro, cioè, che guardano con maggiore difficoltà al futuro.

È, quindi, significativo che il “futuro dei giovani” si presenti come un problema inquietante, in Europa.
Dovunque. Ma in Francia e in Italia più che altrove. Soprattutto fra i più anziani. Che il futuro ce
l’hanno alle spalle. E, per questo, faticano a guardare avanti.

Nell’indagine di Demos-Fondazione Unipolis echeggiano molti temi esplorati dalla riflessione sull’uomo


globale. Che soffre per la perdita di confini spazio-temporali. Si pensi, fra gli altri, ai contributi di Zygmunt
Bauman e di Anthony Giddens. Anche per questo l’immigrazione suscita inquietudine. Perché evidenzia la
nostra vulnerabilità di “fronte al mondo”. Non è un caso che l’insicurezza pervada maggiormente coloro
che comunicano attraverso la rete.

Mediante i social. Perché, nello spazio digitale: tutti sono (siamo) in contatto con (gli) altri. Sempre in
“comunicazione”. Ma non in “comunità”. E, dunque: sempre “da soli”.

L’insicurezza, invece, si riduce quando si allargano le relazioni “personali”. I legami di vicinato.

Dove cresce la partecipazione.

Insomma, quando si va oltre i social e si entra nel sociale.

Infine, la normalità dell’in-sicurezza contribuisce a spiegare il cambiamento che accompagna il campo della
politica. Dove avanzano, dovunque, nuovi attori. Definiti con un termine, in parte, poco definito:
“populisti”. I partiti “populisti”, infatti, stanno occupando uno spazio importante nei sistemi politici
europei. Oltre le distinzioni storiche e tradizionali. Fra Destra e Sinistra. Liberali, Popolari e Socialisti. Questi
partiti – più o meno nuovi individuano nell’Europa un bersaglio. In quanto governata da élite politiche,
burocratiche e finanziarie.

Al tempo stesso, offrono risposta alla domanda di sicurezza che sale dalle “periferie” del potere.
Riassunte in un “popolo” in-definito. Che non riflette più le tradizionali differenze di classe e di posizione
sociale. D’altra parte, metà del campione definisce il proprio lavoro: flessibile, temporaneo oppure
precario.

Mentre metà della popolazione si colloca ancora nel “ceto medio”. Cioè: nel mezzo di una stratificazione
di classe in-distinta.

La “normalità dell’insicurezza”, dunque, non costituisce un sintomo “rassicurante”. Al contrario. Perché


accettare la “banalità della paura” significa perdere la speranza.

L’orizzonte. Ma, così, noi stessi rischiamo di perderci.