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Capitolo 9: La città e il rinnovamento della

cultura

1. La città: popolazione, economia, urbanistica

Vecchio e nuovo urbanesimo


Dopo le grandi epidemie di peste del XIV secolo, la peste continuò a presentarsi
a intervalli regolari anche durante il secolo successivo colpendo soprattutto le
città che, tuttavia, riuscivano spesso a recuperare le perdite attraverso
l'immigrazione dalle campagne. Alcuni centri come Pisa e Siena, che durante il
Medioevo godevano di pieno sviluppo, ora si trovano in una situazione di
decadenza inarrestabile. Al contrario, Venezia continua a godere di un ottimo
ruolo commerciale, soprattutto per quanto riguarda il monopolio nella
redistribuzione dei prodotti di beni di lusso dell'Oriente. Ai successi di Venezia e
alla vitalità della via terrestre che conduce da Brennero all'Europa Centrale, è
legata la crescita delle città della Germania meridionale che, oltretutto,
occupano un ruolo importante nell'industria mineraria, messa in movimento dai
bisogni della nuova arte guerriera e dalla crescente domanda di metalli
preziosi. Barcellona e Genova, i maggiori poli della rete del commercio
europeo, recuperarono una buona parte delle perdite demografiche del
Trecento. Anche Siviglia e Lisbona, le due principali tappe atlantiche
dell'itinerario da Genova al mare del Nord, raggiunsero un notevole sviluppo
verso il 1450, ma soprattutto Anversa rappresenta il caso di crescita più
intensa. Alla crescita di Anversa, però, si contrappone l'abbandono del porto di
Bruges, le cui attività tessili non si erano più riprese dalla crisi del Trecento.

L'industria tessile rurale


La crisi demografica di Bruges non è un caso unico: si trovano in una fase di
crisi anche altri centri tessili delle Fiandre (Ypres e Gand). Tale contrazione
demografica, comunque, non portò una pari contrazione della produzione dei
tessuti di lana in quanto quest'ultima si era trasferita dalla città alla campagna.
La forza-lavoro dell'industria tessile ora era costituita dai contadini che
ricevevano da un mercante di tessuti la materia da filare e tessere, e
svolgevano questa attività nei periodi morti dell'annata agricola; gli artigiani
urbani si dedicavano soprattutto a quelle attività che richiedevano maggiore
abilità, per esempio la tintura. L'industria rurale fu in grado di contendere i
mercati agli artigiani urbani e di aprirne di nuovi puntando sul prodotto di
media qualità piuttosto che su quello di lusso, soprattutto per il fatto che i
prezzi dei dei tessuti prodotti dall'industria rurale erano inferiori rispetto a
quelli prodotti dall'industria urbana. In Toscana, però, l'industria rurale non
ebbe fortuna, in quanto Firenze continuò a immettere sui mercati internazionali
prodotti di lusso e a rivolgersi agli acquirenti dei tessuti più costosi,
aggiungendo i tessuti di seta ai panni di lana lavorati con tinture pregiate.

La sopravvivenza delle corporazioni


Se i mercanti volevano collocare dei beni di lusso, avevano bisogno di un
artigianato di elevata perizia: non potevano disfare quelle corporazioni che,
attraverso la conservazione dei “segreti” dell'arte e il sistema dei lunghi
apprendisti, mantenevano l'alto grado di professionalità del lavoro. A Firenze e
in altre città europee, le corporazioni si difesero chiudendosi ai nuovi venuti:
apprendistati più elettivi e più rigorosi regolamenti monopolistici. Il risultato fu
che le città artigianali di origine medievale cessarono di richiamare grandi
masse di manodopera (e con questo si spiega la loro stagnazione
demografica); una seconda conseguenza della sopravvivenza delle arti fu il loro
conservatorismo nella produzione, sia per quanto riguarda l'innovazione
tecnologica, sia per quanto riguarda l'innovazione nel campo della moda e dei
gusti.

Lo sviluppo delle città capitali in Italia e Europa


Il XV secolo vide un nuovo fenomeno: la crescita delle città-capitali in rapporto
all'emergere delle strutture statali moderne. Nei secoli medievali i sovrani non
avevano una sede fissa, e il fatto di essere capitale non garantiva a una città il
pieno sviluppo; dal Quattrocento la funzione di capitale e di centro del potere fu
una causa dello sviluppo urbano, pianificato attraverso l'opera di architetti e la
realizzazione di opere monumentali che dovevano esprimere sia dei valori
estetici, sia l'immagine di potenza della città. Anche in questo campo l'Italia
precedette di molti decenni gli altri paesi europei. Già a partire dall'inizio del
secolo, nella ristrutturazione edilizia e urbanistica delle capitali degli stati
italiani, vennero impegnate ingenti somme di denaro nei progetti e nella
realizzazione di grandi artisti e scienziati ( per esempio Leonardo da Vinci),
attivi a Firenze, Roma e Milano. Gradualmente la città medievale, povera di
servizi e con vie buie e strette, lascia il posto alle ampie piazze, ai palazzi delle
grandi famiglie patrizie, all'edilizia monumentale. Per usare come esempio
Roma, che al principio del Quattrocento non contava più di 30.000 abitanti, era
costituita da tre nuclei abitati: due a destra del Tevere e uno a sinistra, ognuno
dei quali aveva conservato i caratteri propri del borgo medievale: strade
strette, case ammassate, case-torri fortificate delle famiglie nobili. I borghi e i
villaggi si trovavano in un paesaggio urbano quasi del tutto disabitato ed erano
separati tra loro dai resti delle città antiche dove cresceva abbondante erba in
cui i pastori facevano pascolare le pecore e le vacche. Per questa Roma
medievale il papa Niccolò progettò un primo piano urbanistico, con strade più
lunghe e rettilinee verso San Pietro e la valorizzazione della città sia come
capitale cristiana, sia come centro della cultura classica; i lavori per la
costruzione di acquedotti, case, strade e chiesa durarono per tutto il
Cinquecento. La nascita della nuova città italiana rispecchiava le grandi
trasformazioni politiche e sociali che avevano condotto all'affermazione delle
signorie e dei patriziati urbani. In Italia, i ceti mercantili abbandonarono le
rischiose attività commerciali per dedicarsi alla ristrutturazione urbanistica e
alla promozione delle arti. Accanto ai cinque stati maggiori, altre città italiane
come Ferrara, Urbino e Mantova, non rinunciarono al ruolo di capitali. Gli stati
europei, invece, avevano una solo capitale (ad esempio Londra o Parigi), che
appariva più medievale rispetto a Milano e Firenze, anche se il minor impegno
dei sovrani europei rispetto a quelli italiani sul piano del decoro pubblico
corrispose a un più intenso utilizzo di risorse nelle strutture statali e
nell'esercito.

2. La cultura del Rinascimento

Il concetto di Rinascimento
Due storici del XIX secolo hanno introdotto il termine “Rinascimento” per
indicare l'intero periodo della storia italiana ed europea che va dal 1400 al
1530. L'idea di Rinascimento è fondata su una contrapposizione molto rigida
con l'età medievale. Rinascimento significa “risveglio” dopo una lunga età
oscura che aveva imbarbarito le arti e la letteratura; desiderio di affermare i
valori positivi e ottimistici della vita contro la cultura precedente che aveva
visto nel mondo soltanto un luogo di peccato; fiducia nella capacità di essere
artefici del proprio destino, dopo un'epoca in cui fra le virtù massime vi era
l'umiliazione. Questo mutamento nella mentalità dell'uomo avvenne con un
rinnovamento del rapporto con il mondo antico. Il mondo romano e quello
greco apparivano come un modello capace di esaltare i valori positivi
dell'uomo, e intendevano la bellezza come armonia e equilibrio delle forme, in
contrasto con i mostri di cui erano disseminate le cattedrali romaniche: da essa
gli uomini potevano apprendere nuovi criteri etici e estetici.

L'umanesimo civile e gli intellettuali umanisti


Il compito di riprendere e porre su nuove basi il rapporto con la classicità greco-
romana fu assunto dagli intellettuali umanisti. L'espressione “umanista” si
riferiva ai cultori delle humanae litterae, ovvero della tradizione letteraria
dell'antichità classica. Il movimento di ricerca e riscoperta delle opere
dell'antichità classica era già cominciata nel Trecento, ma il vero e proprio
Rinascimento iniziò quando gli umanisti cominciarono a considerare finita e
irrecuperabile l'età antica e cominciarono a prendere in considerazione le
vicende presenti delle loro città, e non quelle della Roma di Cicerone. E' a
Firenze che il movimento umanista divento consapevole di sé, e sono proprio
dei segretari della repubblica fiorentina i maggiori rappresentanti del
movimento umanista, i quali si richiamano alla cultura classica per rivendicare
Firenze e le sue libertà comunali e repubblicane, in contrapposizione alla
continua espansione dei principati ereditari sorti in gran parte dell'Italia. Tale
primato dello spirito cittadino, della cultura borghese e del senso di
partecipazione della collettività alla vita politica si può ritrovare anche al di
fuori della cerchia degli umanisti, ad esempio in alcuni architetti, alcuni scultori,
e alcuni pittori. Il Rinascimento, prima del 1450, raggiunse altre città e iniziò a
dipendere dalla protezione dei principi, grazie alla circolazione delle opere e
delle idee, o all'emigrazione degli artisti. Alla fine del Quattrocento, il
Rinascimento raggiunse le corti regie fuori dell'Italia. I cultori italiani delle
humanae litterae svilupparono un modo di sentire cosmopolita, ma con
orizzonti che si limitavano all'accademia dotta o al palazzo del principe, in cui
lo spirito di cortigianeria diventerà la caratteristica più evidente delle nuove
generazioni di umanisti fiorentini, milanesi o romani. Il senso di questa
trasformazione è reso molto bene ne “Il Cortigiano” di Baldassare Castiglione,
una delle opere più stampate, tradotte e imitate di tutto il Cinquecento.

L'impronta aristocratica della cultura umanistica


I forti valori di dignità umana nascevano profondamente segnati da una
caratterizzazione di classe: la virtù dell'uomo rinascimentale è inseparabile dal
disprezzo per gli uomini del popolo. Mentre la cultura del primo Trecento,
espressa nella lingua “volgare”, capita anche dagli artigiani un po' colti, appare
profondamente legata alla cultura popolare, il Rinascimento è l'esempio di una
chiusura volontaria e di una rigida divisione di classe. Ciò è dovuto
principalmente all'uso della lingua latina che, per un breve periodo, ha
rappresentato uno strumento di espressione e comunicazione, e poi si è
irrigidita in un vuoto preziosismo.
I nuovi valori espressi nella letteratura e nelle arti
Prima di diventare pure virtuosismo, il nuovo modo di concepire l'opera
letteraria aveva saputo mutare profondamente il gusto medievale per il trattato
monumentale pieno di allegorie, scritto in un latino goffo e sempre dominato
dalla prospettiva della religione. La teorizzazione politica non sentì più il
bisogno di far derivare da Dio, dal papa o dall'imperatore ogni potere, ma
considerò la vita civile come un valore autonomo; allo stesso modo, i libri di
storia non seguirono più l'itinerario tracciato dalla Bibbia e riuscirono a parlare
delle lotte politiche del recente passato senza inserirle in uno schema di storia
universale. La rivendicazione del valore della vita attiva divenne un luogo
comune retorico, e portò l'umanesimo civile a trasformarsi in una esaltazione
dell'ozio raffinato e colto. Sia i letterati rinascimentali, sia i principi mecenati,
cominciarono a riscoprire i piaceri della vita trascorsa nella villa di campagna e
non ebbero più quell'attaccamento alla città caratteristico della borghesia del
Duecento e del Trecento. Il mutamento di prospettiva si ritrova in maniera più
accentuata nelle arti figurative. Le tematiche religiose persero la loro
esclusività, e anche quando i personaggi della storia sacra cristiana
occupavano il posto centrale delle tele e degli affreschi, comparve nei pittori
un'attenzione nuova al realismo e alla penetrazione psicologica. Con Masaccio i
personaggi di contorno a scene relative alla vita di Gesù, non sono più santi o
angeli con l'aureola, ma borghesi fissati in gesti e atteggiamenti che
appartengono alla storia civile e non più a quella sacra.

3. La nuova concezione dello spazio e del tempo

Il rinnovamento dello spazio simbolico:


Nella pittura del XV secolo si affermò una rappresentazione dello spazio diversa
da quella del Medioevo. Nel Medioevo lo spazio non veniva rappresentato al di
fuori dell’ordinamento gerarchico e dell’allegoria: la dimensione prevalente era
quella alto-basso e i movimenti principali erano quelli discendente e
ascendente (discesa/ascesa di Gesù, salita al cielo, discesa all’inferno
dell'uomo). Nella pittura medievale, in cui mancava la terza dimensione della
profondità, dominavano le figure simboliche dei protagonisti della storia della
salvezza, le quali venivano rappresentate senza proporzioni realistiche e su uno
sfondo costituito da oggetti allegorici. Con l'invenzione della prospettiva
cambiarono le tecniche di rappresentazione dello spazio, che divenne
tridimensionale; alla nascita della nuova concezione di spazio, corrisponde la
prevalenza del realismo sulle allegorie religiose. Un esempio è rappresentato
dalla Trinità di Mosaccio in cui la morte di Gesù, pur essendo inserita nella
concezione del dogma trinitario, è collocata in uno spazio architettonico reale
con la dimensione della profondità.

Il ritratto e l’interesse per l’individualità


Un ulteriore sviluppo della prospettiva fu la sua applicazione sul ritratto.
Durante il Medioevo, la pittura, non solo ignorava il ritratto individuale e non
dava alcun rilievo alla singolarità del soggetto, ma utilizzava degli stereotipi
per far capire se il personaggio rappresentato era un santo o un imperatore.
Nella pittura del Quattrocento, invece, sia personaggi della storia sacra, sia i
personaggi laici e profani, furono sottoposti a un'accurata analisi individuale
che tendeva a rappresentare una nuova dimensione non solo spaziale ma
anche caratteriale e psicologico. E' proprio il ritratto individuale laico, che
ritraeva principi, nobildonne, ma anche ignoti borghesi e popolani, a
rappresentare un passo decisivo in avanti. In questo periodo si sviluppò anche
la biografia dell’uomo illustre che, a differenza delle biografie del Medioevo,
presenta l’interesse per l’individualità e manca degli stereotipi.

La concezione medievale del tempo


Il tempo nel primo Medioevo era basato sull'evidenza sensibile dell'alba e del
tramonto. L’Europa medievale divideva il giorno in 24 ore, con le 12 ore del
giorno ben distinte dalle 12 della notte. Pertanto, tranne negli equinozi, le 12
ore del giorno (dall'alba al tramonto) non erano mai uguali alle 12 della notte
(dal tramonto all'alba), e la lunghezza dell’ora variava al variare delle stagioni;
in compenso non variavano mai l’ora dell’alba (sempre l'ora prima) e del
tramonto (sempre l'ora dodicesima). Di questo “tempo rurale” si era
impadronita la chiesa, segnandolo nel corso dell'anno con le sue feste, e nel
corso della giornata con il suono delle campane, che scandivano due momenti
della notte e cinque del giorno,le cosiddette ore canoniche; queste ultime
corrispondevano a determinate funzioni religiose. Nel corso del XIV secolo si
affermò nelle città la divisione attuale del tempo in 24 ore di 60 minuti. Questo
mutamento è dovuto alla nascita degli orologi a peso, i quali sostituirono le
meridiane e le clessidre, e sfruttavano, in piccola scala, i meccanismi degli
ingranaggi dei mulini, ed erano molto utili perché in grado di segnalare
meccanicamente e automaticamente le ore. Questi orologi si diffusero
rapidamente sulle torri dei palazzi comunali delle città più importanti
dell'Europa.

Tempo astratto e tempo concreto


Con la nascita degli orologi a peso ci si dovette abituare a un'alba e a un
tramonto che, nel corso dell'anno, non avvenivano alla stessa ora. Pertanto vi
fu un'astrazione del tempo, il quale divenne un puro e semplice numero. Il
successo del tempo laico e cittadino fu dovuto anche al fatto che, alla base del
vecchio sistema, vi era il lavoro dei campi che andava dall'alba al tramonto e
che, quindi, variava d'intensità da stagione in stagione, diventando “leggero” d'
inverno e concentrato in estate. Mentre la chiesa aveva condannato l’usura in
base alla dottrina che il tempo appartiene solo a Dio, nelle città artigiane e
mercantili il tempo divenne una realtà sociale, un bene da risparmiare per
accrescere i profitti. Per fare questo era appunto necessario che il tempo fosse
regolato non su funzioni religiose, ma su ricorrenze regolari: l’ora di 60 minuti.

4. La stampa e il libro

Pergamena, carta e stampa a caratteri mobili


In questo periodo vi fu la nascita del libro stampato, che moltiplicò i canali di
informazione e circolazione delle idee. Gli elementi che costituiscono il libro
moderno, ovvero la carta e i caratteri mobili, provengono dalla Cina. Il segreto
della fabbricazione della carta iniziò a viaggiare verso occidente alla metà del
VII secolo; fu probabilmente dalla Sicilia e dalla Spagna che l’Europa importò
prima il prodotto finito, poi le tecniche di lavorazione. Così, nel corso del XII
secolo, la carta si affiancò alla pergamena nei documenti pubblici e privati; dal
Duecento la città di Fabriano divenne il maggior centro europeo di produzione
di carta, per poi essere affiancata dalle cartiere francesi. I costi di produzione
inferiori alla pergamena, fecero il successo della carta; tuttavia, quando si
voleva assicurare una lunga conservazione al libro, si continuava a preferire la
pergamena. Fu la diffusione della stampa a caratteri mobili, con i suoi prodotti
destinati a un vasto pubblico, a imporre definitivamente l’uso della carta. La
stampa è di origine Cinese; la tecnica della xilografia, in cui con una matrice
incisa e inchiostrata si riproducevano testi e immagini, è attestata dal VII-VIII
secolo; l'invenzione dei caratteri mobili, con i quali si poteva comporre e poi
disfare una forma che veniva inchiostrata e sulla quale erano premuti i fogli di
carta, risale invece all’XI secolo. Quest'ultimo tipo di stampa ebbe grande
successo solo in Europa, poiché in Cina, la grandissima quantità di ideogrammi,
rendeva la preparazione di una stampa con caratteri mobili, di durata superiore
all'incisione di una tavola xilografa fissa.

Il libro stampato in Europa


La xilografia giunse in Europa dalla Cina, ma per i caratteri mobili non si sa
ancora se siano un’invenzione europea o un adattamento a lingue alfabetiche
di una tecnica anch'essa cinese. In ogni caso, l’immagine dell’unico inventore
europeo, Johannes Gutemberg, non è più molto considerata. La Bibbia redatta
di Gutemberg del 1456 su pagine di due colonne con 42 righe, è un’opera
perfetta che nasce dopo sperimentazioni partite già dal 1440 in tutta Europa.
La stampa non si affermò di colpo sulle tecniche antiche di riproduzione, le
quali erano arrivate a livelli di efficienza e perfezione, e a una notevole
capacità di evitare gli errori, poiché i primi libri erano colmi di errori, e per lo
più erano opere di poche pagine e di scarso livello culturale. Ma le resistenze
degli uomini di cultura cedettero quando, nel Quattrocento, aumentarono le
persone che sapevano e leggere che avevano bisogno di opere più complesse,
e fu necessario esaudire i bisogni di questo pubblico che, comunque, non
poteva permettersi opere redatte a mano; fu proprio il bisogno di esaudire tali
bisogni a determinare il definitivo successo della stampa.

Venezia, capitale europea della tipografia


Lo sviluppo delle case tipografiche in Europa crebbe molto velocemente, e
l'Italia, pur essendo partita per seconda, si ritrovò ben presto al primo posto:
nel 1480 Venezia divenne il più grande centro editoriale europeo. Entro la fine
del XV secolo erano già state pubblicate nell'intero Occidente 35 mila edizioni
di incunaboli, ovvero libri usciti dalle tipografie prima del 1500, per un totale di
15 o 20 milioni di copie diffuse. Negli anni 1480-1500, con i progressi tecnici e
la diffusione di botteghe specializzate, ci fu un notevole abbassamento dei
costi che portò a un rapido sviluppo delle tipografie e alla loro concentrazione
in poche città. Passata la prima epoca artigianale, caratterizzata da opere
tecnicamente di basso libello, gli stampatori divennero uomini di cultura, artisti
e imprenditori economici, come mostra il caso di Aldo Manunzio. Aldo Manunzio
nacque nei pressi di Velletri nel 1450, studiò a Roma e a Ferrara,
impadronendosi perfettamente del greco e del latino ed entrando a far parte
della cerchia degli umanisti. Nel 1489 si trasferì a Venezia e pubblicò nel 1491
una grammatica latina. Dal 1495 fino alla sua morte, avvenuta nel 1515,
diresse uno dei più importanti laboratori tipografici. In vent’anni di lavoro
pubblicò circa centocinquanta opere. Dopo la sua morte, la tipografia continuò
a essere attiva sotto il figlio e il nipote per gran parte del XVI secolo.

Angioni Federica, III F. A.S. 2010-2011