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gabriel kuhn

la vita all’ombra
del jolly roger
i pirati dell’epoca d’oro tra leggenda e realtà

elèuthera
titoli affini nel catalogo elèuthera

Marcus Rediker
Canaglie di tutto il mondo
L ’epoca d ’oro della pirateria

B. R. Burg
Pirati e sodomia

Melarli Le Bris
La cucina della Filibusta
Il vero tesoro dei pirati caraibici
Gabriel Kuhn
La vita all’ombra del Jolly Roger
I pirati dell’epoca d’oro tra leggenda e realtà

elèuthera
Titolo originale: Life Under the Jolly Roger:
Reflections on Golden Age Piracy
Traduzione dall’inglese di Gilda Dina
© 2010 Gabriel Kuhn
© 2015 elèuthera
first published by PM Press, Oakland (CA), USA
immagine di copertina: Il Pirata Misson,
elaborazione da un disegno di Fabio Santin, 1982
isbn 978-88-98860-45-6
prima edizione digitale novembre 2016
il nostro sito è www.eleuthera.it
e-mail: eleuthera@eleuthera.it
Indice

Introduzione

CAPITOLO PRIMO
Il contesto
1.1. Corsari, bucanieri, pirati: questioni di terminologia - 1.2. Qual è l ’«epoca d ’oro»? Brevi cenni storici

CAPITOLO SECONDO
«Nemico della propria civiltà»
Uno studio etnografico della pirateria nell’epoca d’oro
2.1. «Dal mare»: i nomadi marittimi - 2.2. «Liscio» contro «striato»: la questione dello spazio - 2.3. Capitani pirata e
capi amerindiani: il contributo di Pierre Clastres - 2.4. Potlach, improduttività, parassitismo: l ’economia pirata - 2.5.
Senza Stato, accumulazione e storia: ipirati come i «primitivi»? - 2.6. «Contatto culturale»

CAPITOLO TERZO
«Le origini sociali» o l’eredità europea
L’epoca d’oro della pirateria e i Cultural Studies
3.1. Moda, cibo, divertimento, linguaggio: circoscrivere la subcultura pirata - 3.2. «Canaglie di tutto il mondo?»:
pirateria e (trans)nazionalità - 3.3. Satanisti e sabatisti: pirateria e religione - 3.4. Un Atlantico colorato? Pirateria e
razza - 3.5. Anne Bonny, Mary Read e un mito cooptato: pirateria e genere - 3.6. Sodomiti e prostitute: pirateria e
sessualità - 3.7. Evadere la disciplina e la biopolitica: il corpo pirata - 3.8. Bende sull’occhio, mani a uncino e gambe di
legno: pirateria e disabilità

CAPITOLO QUARTO
«Ni dieu, ni maitre»
La pirateria dell’epoca d’oro e la politica
4.1. Dai «Fratelli della Costa» a un «commonwealth di fuorilegge»: il sistema organizzativo dei pirati - 4.2. Navigare
sotto la bandiera nera: il Jolly Roger - 4.3. È anarchia? Questioni di definizione (Parte prima) - 4.4. La macchina da
guerra: leggere la pirateria attraverso Deleuze e Guattari - 4.5. La tattica: i pirati e la guerriglia - 4.6. Rivoluzionari,
radicali o proletari? Questioni di definizione (Parte seconda) - 4.7. Ipirati come banditi sociali: omaggio a Hobsbawm -
4.8. Libertalia: u n ’altra lettura - 4.9. Rifugi, insediamenti, utopie pirata: i pirati e la terraferma - 4.10. «Imperialismo
pirata», ipocrisia e collera mercantile: la pirateria e il capitalismo - 4.11. Vittime delle circostanze o sadici sanguinari?
La pirateria e la violenza - 4.12. La vendetta come giustizia: l ’etica pirata - 4.13. Dioniso nelle Indie occidentali: uno
sguardo nietzschiano alla pirateria dell’epoca d ’oro

Conclusioni
L’eredità politica dei pirati dell’epoca d’oro
Principali testi sui pirati
Introduzione

Nel suo saggio del 2007 Flying the Black Flag: Revolt, revolution and the social organization of
piracy in the «golden age», Chris Land suggerisce che «il pirata è una figura in piena sintonia con lo
Zeitgeist del ventunesimo secolo»1. Probabilmente la figura del pirata è in piena sintonia con diverse
epoche nel corso degli ultimi trecento anni, al punto da conquistarsi uno «status semi-leggendario»2,
creare la «propria mitologia»3 e lasciare «un marchio indelebile nella psiche del mondo
occidentale»4. Nondimeno, l ’attuale moda dei pirati è indubbiamente di particolare intensità. Anche
se resi celebri nella raffigurazione proposta dalla serie cinematografica Ip ira ti dei Caraibi e dal suo
carismatico furfante Jack Sparrow (o il bello e maledetto Johnny Depp), l ’attenzione che i pirati
hanno ricevuto negli ultimi anni non è in alcun modo limitata al grande schermo o al reparto giocattoli
dei grandi magazzini. Vi sono stati anche significativi contributi accademici. Il che non rende facile
trovare una collocazione all’ennesimo libro sui pirati, anche perché l ’intenzione non è quella di
ripetersi ma di dare un nuovo contributo. Questo libro proverà dunque a tracciare una connessione tra
i dati storici raccolti sull’«epoca d’oro» dei pirati, fiorita nei Caraibi approssimativamente tra il
1690 e il 1725, e un insieme di idee e pratiche che ci permetta di osservare la rilevanza culturale e
politica di quell’epoca sotto una nuova luce.
Un aspetto importante di questa impresa è il desiderio di andare oltre un certo antagonismo che
sembra essersi sviluppato nel corso degli ultimi decenni intorno all’interpretazione politica
dell’epoca d’oro dei pirati. Da un lato, vi sono gli studiosi che insistono sul fatto che «il vero mondo
pirata era duro, difficile e crudele»5 e che i pirati «hanno acquisito un’aura romantica [...] che di
certo non si sono mai meritati»6; dall’altro, ci sono gli studiosi convinti che «questi fuorilegge hanno
vissuto in modo audace e ribelle, e per questo dobbiamo ricordarli almeno finché esisteranno uomini
di potere e situazioni di oppressione da combattere»7. I presupposti ideologici dietro queste due
prospettive sono chiari tanto quanto le rispettive conseguenze. Per i sostenitori della prima, «i pirati
godono di una fama migliore di quella che meritano e spesso sono ammirati per il loro stile di vita
spensierato ed elogiati come proto-rivoluzionari o democratici, invece di essere condannati per ciò
che per la maggior parte erano: ladri e assassini»8. I sostenitori della seconda, invece, abbracciano il
punto di vista di Marcus Rediker secondo cui i pirati erano «ribelli» che «sfidavano, in un modo o
nell’altro, le convenzioni di classe, di razza, di genere e di nazione», «esprimevano grandi ideali», e
avevano «abolito il salario, istituito una diversa forma di disciplina, messo in pratica una loro
visione di democrazia e uguaglianza, fornito un modello alternativo per la conduzione del vascello
d’alto mare»9.
In sostanza, entrambe le parti si accusano reciprocamente di sostituire la finzione ai fatti. Mentre
coloro che restano scettici verso un sedicente romanticismo pirata ritengono rilevante «presentare la
differenza tra il mito e la realtà per quanti vogliano sbirciare dietro l’eredità romanzata della
pirateria»10, i loro oppositori più radicali li accusano di attenersi a una visione law and order di
stampo reazionario. In sintesi, un’autoproclamata ragionevolezza e un presunto conservatorismo si
oppongono a un autoproclamato radicalismo e un sedicente romanticismo.
Questo libro, sebbene scritto da una prospettiva radicale, proverà a evitare di incagliarsi in questo
dibattito per diverse ragioni di seguito esposte.
Innanzi tutto perché non può essere risolto. La mancanza di materiale attendibile sulle vite
quotidiane e le gesta dei pirati dell’epoca d’oro è nota. La conclusione di Philip Gosse, secondo cui
«della vita a bordo delle navi di bucanieri e pirati ci è giunto un quadro un po’ sfocato e
incompleto», è un modo molto generoso di formulare il concetto11. Anche se esistono alcuni preziosi,
e probabilmente autentici, resoconti della vita sulle navi dei bucanieri (in particolare quelli di
Exquemelin, Dampier, Ringrose, de Lussan e Reyning12), le nostre immagini della vita sulle navi
pirata derivano ancora in modo determinante dall’opera A General History o f the Robberies and
Murders o f the Most Notorius Pirates del capitano Johnson13.
Il primo volume di A General History, apparso a Londra nel 1724, conteneva quasi due dozzine di
storie sui capitani pirata, da Henry Every e Barbanera a Bartholomew Roberts ed Edward Low. Di
certo, chi aveva trascritto quelle storie si era preso delle libertà letterarie: la frequente inclusione di
dialoghi a bordo, per esempio, porta a pensare che «è davvero difficile immaginare chi possa averli
registrati»14. Tuttavia, una successiva ricerca ha confermato molti dettagli e il testo è generalmente
considerato una fonte storica attendibile. Nel 1726 Johnson aggiungeva un secondo volume,
ampliando il numero di storie a oltre trenta, ma anche per molte di queste l ’attendibilità rimane
scarsa. La più famosa, sul capitano Misson e la sua utopica comunità Libertalia, è quasi certamente
inventata, e alcuni studiosi dei pirati l ’hanno presa come ragione sufficiente per non fare riferimento
alcuno al secondo volume di A General History15. Questo testo si allinea alla decisione della
maggioranza degli autori e include le parti che sembrano plausibili sulla base di una successiva
verifica storica. Per quanto riguarda la storia del capitano Misson, sarà trattata come racconto della
tradizione pirata radicale piuttosto che come fatto storico.
La ragione principale della rilevanza che il classico testo di Johnson ha tuttora per la storiografia
dei pirati si spiega, molto semplicemente, con la mancanza di fonti migliori. Mancano narrazioni
attendibili in prima persona sulla vita a bordo delle navi pirata e all’interno delle loro comunità.
Persino l’eccezionale lavoro condotto negli ultimi decenni da storici come David Cordingly, Peter
Earle e Marcus Rediker, che hanno portato alla luce molte fonti secondarie preziose, non può far
magicamente apparire tali resoconti. La valutazione della vita pirata nell’epoca d’oro e della sua
politica continua dunque a dipendere da congetture e speculazioni.
Data la mancanza di fo n ti storiche, il rischio di mitizzare è sempre incombente. La mitizzazione è
una lama a doppio taglio. In determinate circostanze, può essere un’arma tattica utile a provocare e
stimolare. A metà degli anni Novanta del secolo scorso, i membri del collettivo anarco-punk Profane
Existence di Minneapolis hanno proposto la seguente interpretazione:

L’idea di verità oggettiva è una cazzata. Credere di poter descrivere o interpretare la storia esattamente come avvenne è una falsità.
Oltretutto, coloro che sono al potere sono anche coloro che di norma definiscono che cosa è «vero». Attraverso la mitizzazione dei fatti,
noi non proponiamo solamente un’interpretazione alternativa della «verità», ma sfidiamo anche la pretesa della classe dominante e dei
mass media al monopolio della verità. Noi sosteniamo invece che la nostra interpretazione della politica e della storia sia valida quanto la
loro, e che se proprio avete intenzione di credere a un cumulo di bugie tanto vale credere anche alle nostre 16!

Sul piano politico suona convincente, ma ciò che a volte funziona come arma tattica non sempre si
presta a un dibattito equilibrato, che può essere altrettanto stimolante (e provocatorio) di una
mitizzazione azzardata. Anzi, può esserlo ancora di più. Romanzare, dopotutto, è proprio della
tradizione borghese, e questo vale anche per la pirateria:
La favola del pirata [...] è il prodotto dell’immaginario borghese. Una delle sue più importanti funzioni è quella di fornire una valvola di
sfogo alle pressioni poste sugli individui dalle imposizioni della morale borghese. [...] Le fantasie chiave sono quelle di una libertà e di un
potere sfrenati: compensazioni per ciò che il prudente borghese non potrà mai ottenere, per quanto successo materiale egli possa
17
raggiungere .

In queste frasi potremmo trovare la risposta al perché il «fattore Zeitgeist» della pirateria ha sempre
trasceso gli ambienti radicali. Maurice Besson afferma che già nel diciassettesimo secolo i bucanieri
«offrirono all’Europa, in un momento in cui il formalismo del risveglio classico sembrava bandire
l ’avventura, un mondo di fantasia fondato su storie favolose, sorprendenti fortune, gesta eroiche e
orge di gruppo»18. Anche gli storici non radicali riconoscono che «i pirati offrono un’immagine
riconoscibile ed emozionante che rappresenta una libertà d’azione negata alla maggior parte dei
moderni cittadini rispettosi della legge» 19.
Stando a queste osservazioni, il borghese crea alter ego immaginari che l’aiutino ad accettare le
restrizioni alla libido proprie della sua esistenza quotidiana. In tale contesto, la presunta libertà e la
forza dei pirati servono allo stesso scopo degli eroi d’azione di Hollywood o del Marlboro Man,
personaggi non propriamente adatti ad assurgere a modelli radicali. In fondo, una concezione
romanzata dell’epoca d’oro dei pirati può facilmente prestarsi al gioco più dello sfruttamento
economico che dell’attivismo radicale.
A

E lecito chiedersi se per la politica radicale contemporanea sia effettivamente rilevante fare una
riflessione politica s u ll’epoca d ’oro dei pirati. Le politiche radicali contemporanee non riguardano
affatto i protagonisti di un lontano passato, ma le persone nel qui e ora. Il punto è se queste ultime
possano trovare spunti nell’epoca d’oro della pirateria in modo da stimolare le proprie aspirazioni
radicali, al di là dei difetti e delle carenze dei pirati. Soprattutto se ha ragione Hans Turley quando
afferma: «Non sono sicuro che la ‘realtà’ dei pirati, la loro esistenza sociale quotidiana, sia qualcosa
che i lettori vogliano davvero conoscere» 20 . In effetti, da un punto di vista politico, chiedersi quali
spunti gli attivisti contemporanei possano trarre dall’esperienza di quei protagonisti sembra più
cruciale del conoscere l’effettiva realtà di quell’epoca, inevitabilmente controversa. In altre parole,
l ’interpretazione politica dell’epoca d’oro della pirateria è meno importante rispetto al suo ri­
adattamento politico contemporaneo.
Alla luce di quanto detto, le intenzioni del libro possono essere riassunte nei tre punti seguenti:

1. Aggiungere ipotesi e speculazioni sull’epoca d’oro della pirateria a quelle già esistenti e porsi
così in dialogo con gli altri studiosi della materia.
2. Provare a esplorare il mito dei pirati piuttosto che tentare di svelarne la presunta veridicità,
aderendo all’ipotesi secondo cui «la leggenda e la realtà sono intrecciate in una trama impossibile da
disfare. Tuttavia, può essere esaminato il modo in cui la trama è tessuta»21.
3. Rendere politicamente significativa, nel contesto contemporaneo, la fascinazione radicale per la
pirateria e suggerire come il Jolly Roger possa sventolare dai balconi e alle manifestazioni senza
essere soltanto una mera ritualità simbolica. In tal senso, una delle principali intenzioni di questa
analisi è di confutare la conclusione che «i pirati non ci hanno lasciato alcuna eredità se non un’aura
che non si sono mai meritati»22.

Sebbene mi auguri sinceramente che il presente testo possa suscitare l’interesse di un ampio spettro
di lettori (uno spettro che vada oltre i ristretti confini dell’autoetichettatura politica), avrebbe poco
senso negare che è stato scritto da quella che è considerata una prospettiva radicale. Con questo
intendo una prospettiva che immagini un cambiamento sociale capace di agire più a fondo di una
serie di riforme all’interno del predominante ordine sociale, culturale, economico e politico: un
cambiamento sociale che colpisca i principi essenziali della nostra società e apra la strada a
comunità non autoritarie ed egualitarie.
Il testo è prevedibilmente costruito sull’eccezionale lavoro svolto da diversi studiosi radicali come
Christopher Hill, Marcus Rediker23, Peter Lamborn Wilson, Stephen Snelders e Chris Land. Qualsiasi
critica espressa verso alcune delle loro conclusioni deve essere intesa come una critica solidale
volta a far avanzare il dibattito politico sull’epoca d’oro della pirateria. Senza il loro lavoro, e senza
l ’influenza che hanno avuto, questo libro non sarebbe mai stato scritto. Lo stesso vale ovviamente per
il lavoro altrettanto eccezionale condotto da studiosi non radicali come Robert C. Ritchie, David
Cordingly, Angus Konstam o Peter Earle24.
Il volume è strutturato in quattro capitoli. Il primo fornisce una breve ricostruzione storica
dell’epoca d ’oro della pirateria e della precedente epoca dei bucanieri. Autori molto più capaci del
sottoscritto hanno già scritto storie dettagliate su quell’epoca, pertanto il capitolo intende
principalmente fornire un adeguato quadro di riferimento empirico per le riflessioni successive. Per
maggiori dettagli storici, si veda «Principali testi sui pirati» alla fine del volume. Il secondo e terzo
capitolo trattano della cultura pirata durante l ’epoca d’oro da due angolazioni diverse. Il secondo
capitolo si concentra sull’interpretazione di quella cultura come «un mondo alternativo retto da
norme di tipo differente»25 e prova a fornirne uno studio etnografico. Il terzo capitolo è incentrato
sull’epoca d ’oro pirata come fenomeno «alternativo» o «sovversivo» della storia culturale
euroamericana. Il quarto capitolo affronta le implicazioni concrete e le possibilità politiche del
periodo analizzato: il suo significato storico-politico, le sue strutture sociali e organizzative, la sua
economia e la sua etica. Qui sono sviluppati non solo il confronto con le diverse teorie e i vari
movimenti politici, ma anche le riflessioni sulle contrastanti letture fatte dagli esperti di politica
pirata. Le Conclusioni, infine, riassumono i principali argomenti del libro, legandoli alla politica
contemporanea e cercando di renderli significativi in un contesto radicale.
Infine, segnalo che alcuni dei temi sviluppati in questo libro si basano su un breve saggio che ho
scritto in tedesco nel 1993 e che ha avuto una storia editoriale piuttosto curiosa. Una traduzione
inglese, intitolata Life Under the DeathS Head, è apparsa all’interno dell’antologia Women Pirates
and the Politics o f the Jolly Roger pubblicata da Black Rose Books. Quel testo è stato descritto da
un critico come «propaganda politica [...] di tre anarchici tedeschi [...] chiaramente pensato come
sfida situazionista»26. A parte il futile dettaglio (forse non così futile) che io non sono tedesco e che
Ulrike Klausmann e Marion Meinzerin - che hanno scritto la maggior parte del saggio - non si
definirebbero anarchiche, devo dire che prendo questa critica come una descrizione piuttosto
lusinghiera27.

Note al capitolo

1. Chris Land, Flying the Black Flag: Revolt, revolution and the social organization o f piracy in the «golden age», «Management
& Organizational History» 2, 2007, p. 170.
2. Edward Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea: Pirates and Piracy, New York-London, Paddington Press, 1978, p. 7.
3. Jenifer G. Marx, The Brethren o f the Coast, in David Cordingly (a cura di), Pirates: An Illustrated History o f Privateers,
Buccaneers, and Pirates from the Sixteenth Century to the Present, London, Little, Brown and Company, 1995, p. 37.
4. Douglas Botting, The Pirates, Amsterdam, Time-Lfe Books, 1979, p. 177.
5. David Cordingly, Life among the Pirates: The Romance and the Reality, London, Little, Brown and Company, 1995, p. 282.
6. Ibid., p. 3.
7. Marcus Rediker, Villains o f all Nations: Atlantic Pirates in the Golden Age (London-New York, Verso, 2004 (trad. it. : Canaglie di
tutto il mondo: l ’epoca d ’oro della pirateria, Milano, elèuthera, 2005, p. 183).
8. Peter Earle, Sailors: English Merchant Seamen 1650-1775, London, Methuen, 1998, p. 181. Similmente, Philip Gosse ha scritto:
«Lo spadaccino pittoresco dalla cintura sovraccarica di pistole, che vomita torrenti di maledizioni, sarà un bellissimo soggetto da romanzo,
ma [...] il vero pirata era in genere un vigliacco e un assassino», in Storia della pirateria, Bologna, Odoya, 2008, p. 311.
9. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 182.
10. Angus Konstam, The History o f Pirates, New York, The Lyons Press, 1999, p. 189.
11. Philip Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who: Giving Particulars o f the Lives & Deaths o f the Pirates & Buccaneers, London, Dulau
and Company, 1924; NM, Glorieta, The Rio Grande Press, s.d., p. 21.
12. The Buccaneers o f America di Alexander Olivier de Exquemelin, il quale passò diversi anni a vivere con i bucanieri, fu pubblicato
per la prima volta in olandese nel 1678 con il titolo De Americaensche Zee-Roovers ed è di gran lunga il testo più influente (trad. it.:
Bucanieri nei Caraibi, Milano, Effemme, 2005). Raveneau de Lussan racconta nel suo Journal du voyage fa it à la mer du Sud avec
les flibustiers de l ’Amérique dei due anni in cui visse con i bucanieri francesi (1685-86). Il resoconto di Jan Erasmus Reyning, trascritto
da un amico fisico, che copre il periodo dal 1668 al 1671, fu pubblicato ad Amsterdam nel 1691, ed è stato tradotto in inglese solo
recentemente grazie all’opera di Stephen Snelders (The D evil’s Anarchy). William Dampier viaggiò diversi anni insieme ai corsari e
passò qualche tempo tra i taglialegna nella Baia di Campeche. I suoi racconti furono pubblicati con il titolo di Dampier ’s Voyages tra il
1697 e il 1699. The Dangerous Voyage di Basil Ringrose, pubblicato per la prima volta nel 1685, racconta di un’incursione di bucanieri
sotto la guida del capitano Bartholomew Sharp.
13. L’identità del capitano Johnson rimane controversa. Negli anni Trenta del ventesimo secolo, lo storico letterario John Robert Moore
ha dichiarato che il capitano Charles Johnson era un nom de plume del famoso romanziere Daniel Defoe. Nel libro Defoe in the Pillory
and Other Studies (1939), Moore sostiene la sua tesi in maniera così convincente che alcune edizioni di A General History hanno
addirittura cominciato a riportare il nome di Defoe. Tuttavia, nel 1988, P. N. Furbank e W R. Owens hanno pubblicato The
Canonisation o f Daniel Defoe, in cui sfidano radicalmente le ipotesi di Moore, insistendo che non c ’è «un solo elemento di prova
esterna a sostegno di questa tesi, ma solo qualche scarso indizio facilmente contestabile» in favore della paternità di Defoe (p. 102). Per
coloro che sono interessati ai dettagli del dibattito, i riferimenti citati in Canaglie di tutto il mondo di Marcus Rediker (pp. 179-180), sono
un buon punto di partenza. Negli ultimi anni, lo studioso tedesco Arne Bialuschewski ha identificato l’editore e stampatore Nathaniel Mist
come potenziale autore di A General History (Colin Woodard, The Republic o f Pirates, Orlando (FL), Harcourt, 2007, p. 325).
14. C. R. Pennell (a cura di), Bandits at Sea: A Pirates Reader, New York, University Press, 2001, p. 9.
15. Peter Earle, Pirate Wars, London, Methuen, 2003, p. 129.
16. Profane Existence, Anarchy, Punk, and Utopia, Profane Existence Catalog 12, 1995, p. 29.
17. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 9.
18. Maurice Besson (a cura di), The Scourge o f the Indies: Buccaneers, Corsairs and Filibusters, London, George Routledge &
Sons, 1929, p. X nota.
19. Konstam, History o f Pirates, p. 188.
20. Hans Turley, Rum, Sodomy and the Lash: Piracy, Sexuality & Masculine Identity, New York-London, New York University
Press, 1999, p. 7.
21. Ibid.
22. Konstam, History o f Pirates, p. 189.
23. Rediker ha regolarmente usato versioni revisionate di testi precedentemente pubblicati. Ho fatto del mio meglio per citare e fare
riferimento solamente alle ultime edizioni, ma non posso garantire di averlo fatto in ogni singolo caso.
24. Peter Earle scrive in Pirate Wars: «Sono stato educato ad ammirare la Marina e il mio istinto va verso la legge e l’ordine, per questo
la Marina ha il mio sostegno più dei pirati» (p. 12).
25. Marcus Rediker, Hydrarchy and Libertalia: The Utopian Dimensions o f Atlantic Piracy in the Early Eighteenth Century, in
David J. Starkey et al., Pirates andPrivateers: New Perspectives on the War on Trade in the Eighteenth and Nineteenth Centuries,
Exeter, University of Exeter Press, 1997, p. 81.
26. Pennell (a cura di), Bandits at Sea, p. 9.
27. Life Under the Death ’s Head non è mai stato inteso come un contributo accademico alla storia dei pirati. In quel saggio ho cercato
di collegare il poco che allora sapevo di pirateria a determinate teorie che giudicavo sovversive, con l’idea di stimolare il pensiero e la
politica radicali. L’intenzione di questo libro è simile, ma è sostenuta da più solidi studi storici e si augura di lasciarsi alle spalle la
pretenziosità del primo saggio.
CAPITOLO PRIMO

Il contesto

1.1. Corsari, bucanieri, pirati: questioni di terminologia

«Una grossa difficoltà in cui si imbatte l’autore di questa opera è quella di decidere chi sia stato, e
chi non sia stato, un pirata»1, scriveva Philip Gosse nel 1924 nell’introduzione a The Pirate s Who’s
Who, ed è la stessa difficoltà che ancora oggi deve affrontare chiunque scriva di pirati. In generale, la
definizione in senso lato della pirateria deve confrontarsi con quella in senso stretto.
Quella in senso lato si basa sull’idea che il pirata, con le parole di David Cordingly, semplicemente
«era, ed è, colui che ruba e depreda in giro per i mari»2. In un’ottica simile, l ’autore tedesco Heiner
Treinen scrive che «generalmente associamo la rapina per mare e la pirateria ai comuni furti e alle
consuete attività delle bande di rapinatori»3. Ovviamente, il problema di tale definizione è che
dipende da cosa si intende per «rapina»: un concetto che è stato grandemente dibattuto nel corso
della storia, di solito a partire da interessi politici contrastanti. Per esempio, se agli occhi degli
spagnoli tutti i vascelli che saccheggiavano la loro flotta commerciale nei Caraibi erano «predoni del
mare», e quindi «pirati», per inglesi, francesi e olandesi molti erano banditi dotati di licenza
(«bucanieri» che si fingevano «corsari»). Come suggerisce Hans Turley, «il bucamere è diverso dal
pirata perché è un fuorilegge elevato a eroe nazionale»4. Non sorprenderà, quindi, che alcuni
osservatori abbiano anche coniato il termine «pirateria patriottica»5 in riferimento alle attività dei
bucanieri.
La definizione in senso stretto di pirateria tenta di sfuggire a questo dilemma considerando pirati
solo quei predoni del mare che non hanno alcuna licenza rilasciata da autorità legali, che prendono di
mira tutte le navi a prescindere dai colori nazionali inalberati, e che «non sono disposti a essere
autorizzati o corrotti né dal denaro né da un mandato»6. Questi sono gli hostes humani generis, i
«nemici dell’umanità»7, le «canaglie di tutto il mondo»8. Qualcuno, per definire le loro attività, ha
coniato l ’espressione «pirateria autonoma»9: agli occhi delle autorità «una specie di pirateria che
disonora la nostra civiltà»10. Per distinguerli dagli scorridori autorizzati sono stati chiamati «gli
autentici pirati»11, «pirati veri e propri»12, «pirati in piena regola»13, o «pirati nel senso più vero»14.
Nel dictum legale inglese degli inizi del diciottesimo secolo, erano definiti con le seguenti parole:
«Il pirata è in continua guerra con ogni individuo e ogni nazione, cristiana o infedele.
Conformemente, i pirati non hanno paese, bensì a causa della loro colpevolezza, si separano,
rinunciandovi, dai benefici di tutte le società basate sulla legge»15. Tale definizione è responsabile
anche della concisa osservazione che «la pirateria non è mai stata semplicemente ladroneria»16: una
realtà su cui si fonda buona parte della sua mitologia.
Questo libro si occupa principalmente della pirateria definita in senso stretto. Più precisamente, il
tipo di pirati su cui si concentra non solo esclude quelli a cui era stata concessa la licenza dalle
autorità legali, ma anche quelli che operavano da basi terrestri sicure. Questo perché viene data
particolare attenzione all’elemento nomade dell’epoca d’oro della pirateria: una caratteristica che
richiede uno specifico ed esclusivo approccio analitico. Infatti, nonostante alcune somiglianze
strutturali derivate dalla professione comune, un certo numero di comunità pirata storiche, come
quelle del Canale della Manica, della Costa dei Barbari o del Mar della Cina, costituiscono
fenomeni sociali fondamentalmente diversi: i loro rapporti con il territorio, le comunità locali e le
autorità politiche erano definiti molto più chiaramente, anche se esistevano grandi differenze nelle
rispettive modalità di organizzazione e nelle attività17. Lo stesso vale per le odierne comunità di
pirati, come quelle che operano lungo la costa africana nord-orientale. Robert C. Ritchie fornisce una
distinzione utile a separare i pirati in base a due diverse modalità operative:

Una può essere definita ladroneria organizzata, l’altra ladroneria improvvisata. Molti di questi uomini le praticavano entrambe, ma è
ugualmente possibile fare una distinzione: i pirati che agivano secondo un piano prestabilito rimanevano vincolati a un porto che serviva
loro da base; quelli che operavano in modo indipendente tagliavano ogni legame con la base e si mettevano in mare per un vagabondaggio
che durava ininterrotto per mesi, e talvolta per anni .

Proviamo allora a definire i termini che sono comunemente legati alla storia dei pirati.
I bucanieri erano in origine i cacciatori dell’isola di Hispaniola (oggi divisa tra la Repubblica
Dominicana e Haiti), e tale era il significato attribuito al termine durante la prima metà del
diciassettesimo secolo. Essendo gradualmente passati alle scorrerie lungo i mari e ai saccheggi -
spesso sotto licenza, altre volte no - il termine era diventato sinonimo di pirati dei Caraibi, e in tal
senso era utilizzato fino a circa il 1690, quando la cultura dei bucanieri giungeva alla sua fine e
faceva spazio alla pirateria «vera e propria», quella dell’epoca d’oro. Dato il forte vincolo culturale
tra i bucanieri e i pirati dell’epoca d’oro, il primo termine è presente in maniera consistente
all’interno del libro.
I corsari erano predoni del mare che agivano sotto licenza di un’autorità legale. Nei Caraibi del
diciassettesimo secolo, tale licenza era di norma conferita con una lettera di corsa. In un certo senso,
i corsari erano forze mercenarie marittime che esercitavano la «pirateria con il patrocinio dello
Stato»19. Il capitano Johnson ha descritto il fenomeno dei corsari in modo vago, come «qualcosa di
simile alla pirateria»20. L’attività corsara serviva bene i regnanti al potere dato che «era un’utile
estensione del combattimento navale che non solo forniva una rendita al governo garante del contratto
di corsa, ma aiutava anche a insidiare le navi nemiche in tempo di guerra, senza che l ’autorità
governativa dovesse far nulla»21. La maggior parte dei bucanieri svolgeva questa attività. Stando a
Jenifer G. Marx, i bucanieri erano diventati «un particolare intreccio tra pirati e corsari in cui i due
elementi spesso erano indistinguibili»22. Nonostante ciò, le implicazioni di entrambe le attività, intese
separatamente, restavano diametralmente opposte. Con le parole di Janice E. Thomson: «L’attività di
corsa rifletteva gli sforzi messi in campo dai governi statali per costruire il potere dello Stato; la
pirateria rifletteva gli sforzi messi in campo da singoli individui per resistere a tale progetto»23.
Filibustiero è un termine derivato dal francese flibustier, che significava «bucamere». A volte è
stato retroattivamente tradotto con il termine inglese filibuster, anche se questo termine è entrato in
uso solo nel diciottesimo secolo, in parte riferito agli avventurieri nord-americani presenti in alcuni
Stati del Sud America al fine di destabilizzarli, e in parte riferito, in maniera più persistente, a
tattiche parlamentari come l’ostruzionismo.
Corsair è un termine francese che a volte è stato utilizzato come sinonimo di pirata, anche se di
solito viene riservato ai pirati del Mediterraneo.
Lupo di mare è stato originariamente attribuito ai corsari inglesi del sedicesimo secolo, tra i quali
il più famoso era Francis Drake.
Altri sinonimi del termine pirata, non impiegati qui, comprendono zingaro del mare, predone,
marooner [fuggitivo riparato su isole deserte - N.d.T.], i pittoreschi picaro o rodomonte, utilizzati in
origine nel sedicesimo secolo in riferimento ai briganti e applicato ai pirati solo più tardi dai
romanzieri del diciannovesimo secolo e dagli sceneggiatori del ventesimo secolo24.

1.2. Qual è l ’«epoca d ’oro»? Brevi cenni storici

Le pagine seguenti intendono fornire una breve panoramica dell’espansione della pirateria
caraibica nella cosiddetta «epoca d’oro», quando le attività dei pirati che avevano inizialmente base
in quell’area si sono estese lungo le coste delle Americhe, nell’Oceano Indiano e sulla costa
occidentale dell’Africa.
Gli storici hanno attribuito all’epoca d’oro svariati quadri temporali, in base sia alla rispettiva
definizione di pirateria sia all’importanza conferita a determinati eventi storici e ai relativi sviluppi.
Per lo più, la fine dell’epoca d’oro si colloca tra il 1722 (anno della morte del capitano Roberts e
dell’arresto in massa della sua ciurma) e il 1730 (anno dell’esecuzione di Olivier LaBuse), ma non
vi è alcun accordo sui suoi albori, che per alcuni studiosi risalgono a circa il 1650 - includendo
anche il periodo dei bucanieri - mentre per altri ad anni successivi, come il 1716, quando si
costituisce il più grande e ultimo focolaio di pirateria non autorizzata nei Caraibi.
Risulta molto più utile allinearsi a quegli studiosi che collocano le origini dell’epoca d’oro agli
inizi dell’ultimo decennio del diciassettesimo secolo. A ll’epoca, alcuni corsari e ammutinati
angloamericani cominciavano ad avventurarsi nell’Oceano Indiano per predare le navi di tutto il
mondo, a partire da quelle inglesi e dei loro alleati. Si dice che nel 1692, il capitano Thomas Tew,
corsaro del New England, convinse la sua ciurma a darsi alla pirateria suggerendo «che era meglio
rischiare la propria vita per il bottino piuttosto che per il governo»25. Se vi fosse una qualche verità
nel racconto, allora potrebbe davvero trattarsi di un momento decisivo per il fenomeno pirata
studiato in questa sede.
La breve cronologia che segue intende fare un po’ di luce sulla genesi e lo sviluppo dell’epoca
d’oro.
1492: Cristoforo Colombo e il suo equipaggio approdano nell’isola di Hispaniola.
1492 ca.-1620: la Spagna stabilisce il controllo quasi esclusivo della regione caraibica e punisce
indiscriminatamente gli «intrusi». Tra le vicende più note, nel 1565 un insediamento di ugonotti
francesi viene brutalmente distrutto in Florida. Durante l ’intero periodo non c ’è pace oltre il confine,
nel senso che qualunque trattato di pace siglato in Europa non si applica nelle aree a ovest del
meridiano che gli spagnoli hanno tracciato nel 1494, con il Trattato di Tordesillas, per delimitare i
territori americani recentemente «scoperti».
1520-1550 ca.: i corsari francesi cominciano a depredare il commercio transatlantico spagnolo.
A ll’inizio, le navi spagnole vengono attaccate quasi esclusivamente durante il viaggio di ritorno in
Europa. Negli anni Trenta del sedicesimo secolo, tuttavia, le navi francesi cominciano ad
avventurarsi nei Caraibi, dando inizio al periodo che trasforma la regione in un «felice territorio di
caccia»26 e in un «paradiso per ladri avventurosi»27.
1550-1600 ca.: i corsari inglesi, i cosiddetti lupi di mare, penetrano sempre di più nei Caraibi per
attaccare il commercio spagnolo. Francis Drake, chiamato «il mio pirata» da Elisabetta I , è la figura
più leggendaria. L’epoca dei lupi di mare termina nel 1598 con la morte di Filippo ii.
1600-1635 ca.: i corsari olandesi causano un enorme danno al commercio spagnolo nei Caraibi e
indeboliscono la presa spagnola sull’area fino a rendere possibile l’insediamento di colonie non
spagnole che, come afferma uno storico, «si sviluppano grazie alla pirateria del secolo
precedente»28. Per diversi decenni, inoltre, i corsari olandesi permettono ai propri connazionali di
prendere il controllo del traffico commerciale nei Caraibi29.
Durante lo stesso periodo, uomini descritti come «un singolare intreccio di relitti umani»30, o come
«una variopinta moltitudine»31, danno vita alla formazione di una «cultura maschile, marittima e
migrante»32 nella parte occidentale di Hispaniola (l’attuale Haiti), conducendo «uno stile di vita
indipendente e quasi selvaggio»33, sostentato dalla caccia ai cinghiali e ad altre bestie selvatiche. Gli
animali sono ciò che resta degli insediamenti spagnoli evacuati dalle stesse autorità spagnole nel
1603, dopo che i suoi abitanti vengono accusati di commerciare con le nazioni europee rivali34. Ed è
proprio questo che consente la comparsa dei bucanieri, «queste strane persone»35, «un insieme di
furfanti e scavezzacollo che non temeva né Dio, né l ’uomo e tanto meno la morte»36, «duri uomini di
frontiera che vivevano al di là della legge»37, «cacciatori fuorilegge»38, «poco meno selvaggi degli
animali che cacciavano»39, «uomini che non avrebbero mai potuto vivere in seno a una società
ordinata, uomini che vivevano il momento, fanfaroni, amanti della gloria, a volte crudeli, spesso
generosi, ma codardi mai»40.
I bucanieri prendono il loro nome da un congegno utilizzato per affumicare la carne, a quanto
sembra chiamato buccan nella lingua degli indigeni Caribi. Alcuni storici conservatori hanno dipinto
un quadro piuttosto drammatico della vita dei bucanieri:

Erano selvaggi nei modi e nel vestiario. Per quanto si lavassero, non c ’era modo di sradicare la puzza di budella e di grasso che
emanavano. I loro grezzi indumenti fatti in casa erano inamidati con il sangue delle bestie che macellavano. Facevano da sé i propri
cappelli tondi senza falda, gli stivali e le cinture di pellame conciato, e si cospargevano il volto con il sego per respingere gli insetti. Sulla
costa vivevano in baracche coperte con foglie di palma e dormivano in sacchi a pelo accanto a fuochi fumanti per allontanare le
41
zanzare .

Il che ha portato taluni autori all’acuta osservazione che «la vita tra i ‘Fratelli della Costa’ non
doveva essere piacevole per chiunque avesse un buon olfatto»42. Altri, tuttavia, hanno ammesso che
«per molti quella era una vita ideale, che sarebbe stata impossibile in Europa: cibo a sufficienza e
nessun padrone»43.
«Non conosciamo le origini di questi uomini»44, scrive C. H. Haring, ma si deve supporre che
fossero una mescolanza di «sbandati provenienti da tutte e tre le nazioni» (intendendo Francia,
Inghilterra e Olanda), di «marinai arenati, abbandonati o naufragati; disertori, servi fuggiaschi e
schiavi; avventurieri di ogni sorta»45. Forse ne facevano parte «tutti quelli che non piacevano alla
società organizzata»46. Di certo, «ognuno di loro, chiunque fosse stato in origine, sembrava una
persona calorosa e spensierata che preferiva una vita allo stato semibrado rispetto alle fastidiose
leggi e regole del mondo civile»47.
1620-1640 ca.: inglesi, francesi e olandesi, nonostante la feroce resistenza spagnola, stabiliscono
possedimenti nei Caraibi - in particolare nelle Piccole Antille - dove si stanno per cambiare le carte
in tavola. Come ha notato uno storico, «l’aver vissuto fianco a fianco con i propri nemici, ha portato
alla corona spagnola un secolo di continui guai»48.
1630-1650 ca.: il numero di bucanieri su Hispaniola aumenta costantemente grazie ai coloni
sfollati, agli schiavi fuggiaschi e ai servi a contratto fuggiti o licenziati. Secondo Stephen Snelders, «i
Fratelli della Costa agivano come una sorta di calamita caotica, fungendo da richiamo per
avventurieri, ribelli e fuorilegge»49, mentre Carl e Roberta Bridenbaugh ritengono che «i bucanieri
sottraevano alle affollate isole inglesi gli uomini senza terra più avventurosi, combattivi e avidi»50.
Negli anni Trenta del diciassettesimo secolo, spaventati dall’espansione di questa comunità
multinazionale di bucanieri nel cuore del proprio impero, gli spagnoli tentano in modo sconsiderato
di cacciare i bucanieri dall’isola uccidendo intere mandrie di cinghiali e di bestiame vario, ma il
tentativo si ritorce loro contro. I bucanieri restano dove si trovano e sono di conseguenza costretti a
ricorrere a nuovi mezzi di sussistenza, tra cui il saccheggio in mare. Da quel momento, le bande di
bucanieri, a bordo di canoe o battelli, si lanciano in attacchi notturni contro i galeoni spagnoli, tanto
che dagli anni Cinquanta del diciassettesimo secolo il termine bucaniere «era usato esclusivamente
per riferirsi agli scorridori del mare»51.
Contemporaneamente, l’isola di Tortuga (al di là di un piccolo stretto lungo la punta nord­
occidentale di Hispaniola) si trasforma in un importante insediamento di bucanieri che sarà al centro
di un’aspra contesa per decenni. Con l ’isola ben protetta, che diventa un rifugio sicuro, i bucanieri si
sviluppano lentamente in una comunità che avrà «un impatto tremendo sulla vita delle Indie
occidentali»52 e che per gli spagnoli si rivelerà molto più disastrosa di quanto potesse essere la
presenza di alcuni «cacciatori selvaggi» nelle aree remote di Hispaniola.
1655-1697: la spedizione inglese inviata nei Caraibi da Oliver Cromwell conquista la Giamaica
nel 1655. Di conseguenza, molti bucanieri inglesi si trasferiscono su quest’isola da Hispaniola e
Tortuga, tanto che dagli anni Sessanta del diciassettesimo secolo le loro attività diventano «la
principale fonte di ricchezza dell’isola»53. Il fenomeno determina una spaccatura all’interno della
comunità lungo linee nazionali: i bucanieri inglesi si stabiliscono in Giamaica, mentre i «fratelli»
francesi rimangono a Tortuga e Hispaniola.
Nel frattempo, «le attività dei bucanieri si erano evolute da operazioni su piccola scala nelle Indie
occidentali a massicce incursioni terrestri»54. «All’inizio si trattò di pochi uomini in una canoa che si
appostavano per assalire le navi da carico costiere, poi di grosse imbarcazioni con un centinaio di
uomini e infine di intere flotte»55. I bucanieri diventano una forza militare che intraprende ambiziose
incursioni anfibie sotto la guida di leggendarie figure come Henry Morgan (noto soprattutto per il
sacco di Panama del 1671). Secondo Franklin W. Knight, essi «raggiunsero una fama
internazionale»56 per la gioia delle autorità coloniali inglesi e francesi. Come spiega Peter Earle:
Dal canto loro, i governatori di Giamaica e Tortuga erano convinti che l’attività dei corsari avesse molti vantaggi, fornendo di fatto
un’occupazione ad alcuni uomini molto rozzi, profitti derivati dall’armamento e approvvigionamento delle navi corsare, un flusso continuo
di bottini da vendere a buon prezzo nei propri mercati, una difesa navale efficace e a costo zero contro gli spagnoli. Per quanto riguarda i
governi nella madrepatria, Londra e Parigi erano in genere felici di condonare o addirittura incoraggiare l’attività corsara nelle Indie
occidentali. Ritenevano che questa continua pressione fosse il metodo migliore per spingere la Spagna a riconoscere de facto le loro
colonie nelle Indie e a consentire idealmente ai propri commercianti di entrare nei lucrativi mercati coloniali spagnoli, che lo Stato
spagnolo voleva mantenere in regime di monopolio. Inoltre, erano consapevoli che la cattura delle navi mercantili spagnole fosse un
mezzo efficace per rimuovere la concorrenza, favorendo così l’irruzione delle flotte inglesi e francesi nel commercio della regione .

Oltre all’area che comprende Tortuga, Hispaniola e Giamaica, i rifugi dei bucanieri includono New
Providence nelle Bahamas, St. Croix, C u ra lo e l ’isola danese di St. Thomas. Molti di loro trovano
dimora temporanea anche nella Baia di Campeche e nel Golfo dell’Honduras, dove lavorano come
taglialegna a partire dal 1670 circa.
Con il tempo, tuttavia, l’importanza dei bucanieri nella lotta coloniale per i Caraibi comincia a
declinare. Christopher Hill riassume in maniera concisa la situazione nel tardo diciassettesimo
secolo: «A breve termine, l ’attività dei bucanieri poteva rappresentare un investimento per i grandi
proprietari di piantagioni, ma nel lungo termine era un fastidio, sacrificabile una volta che i Caraibi
fossero sotto controllo»58.
Gli olandesi sono i primi ad abbandonare ufficialmente l’attività di corsa con il Trattato dell’Aja
del 1673. Gli inglesi seguono con il Trattato di Windsor del 1680 e, dopo un ultimo sfortunato
tentativo di ricorrere a forze bucamere nell’attacco a Cartagena del 1697, anche i francesi
completano il ritiro ufficiale dall’attività corsara con il Trattato di Ryswick. A ll’inizio del
diciottesimo secolo, i bucanieri non ci sono più, ma la loro eredità resta. Come sostengono J. H.
Parry e P. M. Sherlock: «In nessun altro periodo della storia occidentale qualche migliaio di
disperati è riuscito a creare un regno di terrore su un’area così vasta, o è stato in grado di esercitare
un’influenza così rilevante e continua sulla politica degli Stati civili»59.
1690-1700 ca.: non appena spariscono i bucanieri, i «pirati veri e propri» fanno la loro comparsa.
Molti vecchi bucanieri hanno poco interesse a condurre un’esistenza sedentaria e intendono
continuare ad assicurare la propria sopravvivenza economica attraverso il saccheggio. Vista la
sempre maggiore difficoltà a ottenere licenze ufficiali, decidono di passare alle incursioni illegali,
spesso su qualsiasi nave, indistintamente dalla bandiera che battono. Stephen Snelders descrive così
la transizione: «Nella lotta per la supremazia in atto nel diciassettesimo secolo, la Fratellanza
giocava un ruolo nella zona grigia tra l’attività corsara sancita dalla legge e la pirateria vera e
propria. N ell’epoca d’oro, i suoi protagonisti sono relegati in una zona nera, bandita da ogni
nazione»60.
A metà degli anni Novanta del diciassettesimo secolo, le incursioni dei vascelli pirata nell’Oceano
Indiano, guidate con successo da Henry Every e Thomas Tew e dalle quali entrambi tornano ricchi e
illesi (almeno inizialmente, dato che Tew muore durante il suo secondo viaggio), non solo aiutano a
fornire «un nuovo modello per tutta la Fratellanza dei mercenari d’alto mare»61, ma incoraggiano il
boom pirata anche in quelle longitudini, incentivando la nascita dei famosi insediamenti pirata in
Madagascar. Inoltre, danno vita a una ben definita cultura pirata «transnazionale». Di conseguenza,
«poco dopo il ritorno della pace nel 1697, si verifica un’esplosione della pirateria su una scala mai
vista prima»62.
Le prime cronache di vascelli pirati che inalberano il Jolly Roger, la famigerata bandiera nera
decorata con allegorie di morte (un teschio e due ossa incrociate, clessidre, cuori sanguinanti, etc.)
risalgono al 1700, dopo che un vascello della flotta inglese dà la caccia a una nave sotto il comando
del capitano Emanuel Wynn. Molto presto, la bandiera diventa simbolo di un’identità pirata
apertamente affermata, indicando che «diversamente dalle precedenti generazioni di pirati, che si
definivano corsari (o in qualunque altro modo purché non pirati, per paura della pena capitale ben
presto associata a quel nome), i banditi del mare degli inizi del diciottesimo secolo hanno invece
detto apertamente: siamo criminali, siamo pirati, siamo quel nome»63. Pertanto, le autorità decidono
di condurre una guerra contro i pirati: «Il problema viene affrontato in innumerevoli modi:
promulgando nuove leggi; emanando amnistie per i pirati nella speranza che questi abbandonino le
loro vite criminali; intensificando i pattugliamenti navali nelle zone più colpite; promettendo premi
per la cattura dei pirati, processando e giustiziando quelli catturati»64. La novità giuridica più
significativa è rappresentata dalla Legge per una più efficace soppressione della pirateria del 1700,
che dà la possibilità a una corte di sette funzionari o ufficiali di Marina di processare i pirati
ovunque un tale tribunale possa essere costituito, evitando così il trasferimento in Inghilterra.
1701-1713: la guerra di Successione spagnola porta un certo sollievo alla pirateria illegale dato
che torna a farsi viva la richiesta di corsari. Dopo la dissoluzione delle grandi comunità bucaniere,
molti pirati riprendono a saccheggiare sotto le bandiere nazionali. Come dice Peter Earle: «I pirati
diventano nuovamente patrioti»65.
1713-1722: con la fine della guerra la pirateria riemerge con forza. Centinaia di soldati smobilitati
ingrossano le fila dei pirati, e infatti se nel 1703 la Marina ha arruolato più di 53.000 uomini, nel
1715 ne riduce il numero a 13.43066. Un anno dopo la pirateria caraibica raggiunge vette prima
sconosciute, fissando il suo quartier generale a New Providence nelle Bahamas. L’isola, tuttavia,
perde il suo ruolo di primo piano nel 1718 con l ’arrivo del governatore britannico Woodes Rogers -
egli stesso un ex corsaro - elemento chiave di un disegno governativo teso a combattere la pirateria.
Il piano include anche l ’offerta di un’amnistia e l ’invio di tre navi da guerra, per «dimostrare al
pirata saggio che i giorni del suo ‘godurioso’ stile di vita erano contati»67.
Mentre alcuni pirati di New Providence usufruiscono dell’amnistia e collaborano con Rogers a
trasformare l ’isola in una colonia stabile e «legale», altri abbandonano i propri vascelli, giurando di
non piegarsi mai ad alcuna autorità di governo e di portare la guerra in tutto il mondo. «Da quel
momento in poi, gli unici pirati erano coloro che rigettavano esplicitamente lo Stato e le sue leggi e si
dichiaravano in guerra aperta»68, come hanno scritto gli anonimi autori di Pirate Utopias, un articolo
comparso sul giornale anarchico britannico «Do or Die». Paul Galvin descrive la situazione con le
seguenti parole:

Veri fuorilegge che lavorano ai margini di una frontiera marittima che si va chiudendo, questi pirati non dovevano fedeltà a nessuno se
non a se stessi e depredavano le spedizioni di ogni nazione, che fosse spagnola, inglese, francese oppure olandese. Di conseguenza, a
differenza dei loro predecessori bucanieri, non godevano di alcuna copertura legale da parte dei governi (anche se molti governatori
coloniali erano collusi con loro nel traffico dei bottini) ed erano quindi condannati a una rapida eliminazione69.

I pirati si avventurano nuovamente nell’Oceano Indiano, ma questa volta razziando anche lungo la
costa occidentale dell’Africa dove sono stati istituiti molti nuovi avamposti per il commercio degli
schiavi. Il percorso tra i Caraibi e l’Oceano Indiano attraverso l ’Africa occidentale e il Madagascar
presto diventa noto come il Pirate Round. Questo segna il periodo più intenso dell’epoca d’oro della
pirateria, «un decennio, o quasi, di delinquenza marittima allo sbaraglio sotto il volto scherzoso del
Jolly Roger»70. È questo il tempo dei capitani pirata più conosciuti, come Barbanera, John Calico
Jack Rackam e Bartholomew Roberts, e delle figure più popolari, come Anne Bonny e Mary Read.
Secondo David Cordingly71, l’attività pirata raggiunge il suo picco intorno al 1720, con una stima di
millecinquecento-duemila pirati che operano in Nord America e nei Caraibi.
L’apogeo dell’epoca d’oro tuttavia non dura a lungo. Angus Konstam, del filone non radicale degli
storici della pirateria, conclude alquanto soddisfatto che «il peggio di questi eccessi pirata era stato
limitato a un periodo di otto anni, dal 1714 al 1722, per cui la vera epoca d’oro non può nemmeno
essere definita un ‘decennio d’oro’»72.
Per Marcus Rediker, con l’uccisione del capitano pirata di maggior successo del periodo,
Bartholomew Roberts, e la successiva cattura di gran parte del suo equipaggio nel 1722, l’epoca
d’oro «assumeva un colore rosso sangue»73. Tali eventi hanno suscitato commenti compiaciuti come
quello che segue: «La completa soppressione di Bartholomew Roberts e del suo equipaggio, il
gruppo pirata più forte che vi fosse per mare, fu un colpo devastante per la comunità pirata nel suo
complesso. Fu piuttosto umiliante che le due navi pirata meglio attrezzate e meglio armate si fossero
arrese così pavidamente senza che un solo marinaio agli ordini della Marina venisse ucciso»74.
1722-1726: un’ultima e ancora più disperata generazione di pirati cerca di mantenere vivo il Jolly
Roger anche dopo «che la guerra contro i pirati era stata virtualmente vinta»75. La marea, di certo, è
cambiata, e «in quegli anni, tra il 1722 e il 1726, più che per il bottino i pirati combattevano per la
propria sopravvivenza»76. Peter Earle ci offre questa immagine del periodo:

Andare avanti nonostante che un migliaio di pirati fossero stati uccisi o catturati a bordo delle loro navi o in tentativi di fuga a terra.
Molte altre centinaia avevano accettato l’amnistia o se l’erano svignata a terra in covi come le Isole Vergini, le isole del Golfo
dell’Honduras, la Costa dei Mosquito, il Madagascar o l’Africa occidentale, dove si diceva che molti ex pirati vivessero tra gli indigeni. A
centinaia avevano verosimilmente trovato la morte a causa delle tante malattie presenti nelle acque dell’Africa occidentale e delle Indie
occidentali, dato che la mortalità era più elevato sulle navi pirata, densamente affollate e molto poco igieniche, che su quelle della Marina,
che pure aveva perso oltre mille uomini per malattia in quella campagna. Tale devastazione e dispersione significava che non vi erano più
molti pirati in mare, meno di duecento secondo una stima, e la maggior parte di loro era unita in bande guidate sia da Low sia da suoi ex
compagni o subordinati come Spriggs, Cooper, Lyne e Shipton. La Marina inseguiva senza pietà questi ultimi capitani pirata e i loro
uomini, che però si dimostravano incredibilmente elusivi .

Cambia anche la composizione degli equipaggi pirata. Dopo che tanti ex bucanieri e corsari si sono
ritirati o sono stati uccisi, la maggior parte dei membri dell’equipaggio proviene da vascelli
mercantili catturati, dato che un discreto numero di marinai viene costretto ad arruolarsi78. Questa
nuova composizione porta sia alla disgregazione della «Fratellanza pirata» sia a nuove tattiche
sempre più violente.
Il capitano William Fly è l’ultimo capitano pirata degno di questo nome che viene impiccato nelle
Americhe. Muore sul patibolo a Boston nel 1726. Il francese Olivier LaBuse va incontro allo stesso
destino nel 1730, sull’isola francese di Bourbon (l’attuale Réunion), nell’Oceano Indiano. La sua
morte chiude a tutti gli effetti l ’epoca d’oro della pirateria, i cui protagonisti ora «sono braccati, se
non sterminati»79. La più tangibile espressione di questo sterminio è la lunga serie di impiccagioni di
massa. Nel 1718, trentuno membri dell’equipaggio di Stede Bonnet vengono impiccati a Charlestone,
nel South Carolina. Nel maggio del 1722, quarantuno membri dell’equipaggio di Mathew Luke fanno
la stessa fine in Giamaica. Nello stesso anno, cinquantadue membri della ciurma di Bartholomew
Roberts vengono giustiziati sul patibolo in Africa occidentale. Nel luglio del 1723, ventisei membri
dell’equipaggio del capitano Charles Harris vengono impiccati nel porto di Newport. Nel
complesso, «tra il 1716 e il 1726, non meno di quattrocento pirati angloamericani, e probabilmente
cinque-seicento, furono giustiziati»80.
Questo contribuisce significativamente al declino del numero complessivo dei pirati: «Dal picco di
duemila pirati nel 1720, il numero era caduto a circa mille nel 1723, e dal 1726 non ve ne erano più
di duecento. L’incidenza degli attacchi pirata era diminuita da quaranta-cinquanta nel 1718 a mezza
dozzina nel 1726»81. Peter Earle riassume con sarcasmo la situazione:

E così, infine, l’epoca d’oro della pirateria giunse al termine. I pirati, amanti della libertà e dell’alcol, ebbero il loro momento di gloria, ma
a lungo andare la Marina, la legge e la natura autodistruttiva dei pirati stessi garantirono che la pirateria non fosse un’occupazione con
una lunga prospettiva di vita. Dei cinquantacinque capitani pirata di questo periodo (circa due terzi del totale) il cui destino è stato
accertato, in dodici si arresero e vissero una vita con gradi diversi di agiatezza o miseria, uno si ritirò in Madagascar, in sei furono uccisi
durante un’azione, quattro annegarono in naufragi, quattro furono fucilati dai loro stessi uomini, uno si sparò da solo e un altro fu mandato
alla deriva in un’imbarcazione aperta dai suoi uomini e non se ne seppe più nulla. I restanti ventisei furono impiccati, spesso sotto la
propria bandiera nera, da francesi, olandesi, portoghesi e spagnoli, così come dagli inglesi, in Africa e Antigua, Boston, Bahamas e
Brasile, Carolina, Cura^ao e Cuba, Londra, Martinica, Rhode Island e l’isola di Bourbon nell’Oceano Indiano, dove Olivier LaBuse,
l’ultimo pirata dell’epoca d’oro a essere catturato, fu impiccato sulla spiaggia nel luglio del 1730 «davanti a una folla plaudente» .

LaBuse può anche essere stato impiccato davanti a una folla plaudente, ma ancora oggi la sua lapide
riceve offerte notturne da ammiratori segreti. Anche se Peter Earle può vedere in tutto ciò un
disperato romanticismo, la pratica dimostra la complessità politica dell’eredità dei pirati, che questo
libro intende appunto indagare.

Per concludere questa panoramica, vengono ora elencati i capitani pirata dell’epoca d’oro a cui si
fa riferimento più di frequente nei capitoli che seguono. L’elenco è puramente didascalico e intende
fornire una breve guida, senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Anzi, alcuni nomi famosi come
quello di William Kidd saranno palesemente assenti da questo elenco. Stando alle autorità, Kidd era
un corsaro diventato pirata; stando a Kidd stesso, questo capitano pirata si reputava un leale
servitore della corona che agiva però ai confini della legalità. Kidd è stato impiccato nel 1701 e il
suo corpo esposto in catene sulle rive del fiume Tamigi per anni. La sua storia è cruciale per
analizzare gli arbitrari confini tra l’attività corsara, legale, e la pirateria, illegale, eppure non la
considero di particolare interesse per le questioni dibattute in questo libro. Per chiunque sia
interessato alla storia di Kidd, raccomando vivamente la lettura di Capitan Kidd e la guerra contro i
pirati di Robert C. Ritchie. Altri nomi di pirati famosi assenti dall’elenco sono quelli di John Calicò
Jack Rackam, noto soprattutto per essere stato l’amante di Anne Bonny, e dell’insolito «pirata
gentiluomo» Stede Bonnet. Ancora una volta, nonostante l’innegabile valore narrativo delle loro
biografie, le gesta di cui sono stati protagonisti non giocheranno un ruolo significativo nei capitoli
che seguono.
L’attenzione data ai capitani, ovvero a singoli «grandi uomini», piuttosto che alle comunità pirata
nel suo insieme può apparire fuori luogo in un contesto esplicitamente radicale che ama sottolineare
il carattere egualitario e democratico di quelle comunità. Il problema è che le fonti storiche hanno
prestato così tanta attenzione ai capitani pirata che è difficile non utilizzarle come un quadro di
riferimento essenziale. Ma questo non deve confondere su chi siano i protagonisti principali, che
restano senza dubbio i comuni pirati.
Thomas Tew: partito dal Rhode Island nel 1692 a capo di una missione corsara contro i francesi,
ben presto convince il suo equipaggio a navigare per conto proprio verso l’Oceano Indiano. Nel
1693 si appropriano di un ingente bottino indiano e fanno ritorno in America da uomini ricchi. Un
paio di anni più tardi, Tew si imbarca in un altro viaggio, ma questa volta soccombe a un macabro
destino dopo aver attaccato una nave appartenente al Gran Mogol. Nella descrizione grafica
lasciataci dal capitano Johnson, «una palla di cannone squarciò il ventre del capitano Tew, che per
qualche tempo si resse le visceri con le mani, e infine cadde morto»83.
Henry Every (Avery): nel 1694, a causa di una mancata ricompensa, Every guida un ammutinamento
tra i corsari inglesi al servizio degli spagnoli e salpa alla volta dell’Oceano Indiano. Un anno dopo
cattura un lauto bottino nel Mar Rosso: la nave mercantile Ganj-i-sawai, di proprietà del Gran
Mogol. Date le buone relazioni tra il Mogol e gli inglesi, e gli investimenti dell’Inghilterra nel
commercio indiano, l ’attacco è ritenuto una minaccia agli interessi della potenza europea e diventa
centrale nella storia dell’epoca d’oro della pirateria. Every si sottrae all’arresto e alla condanna, ed
entra nella leggenda, che lo vede vivere nel lusso in Madagascar. Innumerevoli romanzi e opere
teatrali ne riprendono la storia. In realtà, muore povero in Inghilterra dopo essere stato truffato da
alcuni mercanti di Bristol, che gli permettono di capire, nella versione della storia di Philip Gosse,
«come esistano pirati sia a terra che per mare»84.
Emanuel Wynn: è il capitano pirata francese che nel 1700, mentre è inseguito da una nave della
Marina inglese al largo delle isole di Capo Verde, issa il prima Jolly Roger di cui si abbia notizia.
Capitano Misson: è un capitano francese, quasi certamente inventato, che fonda in Madagascar una
comunità utopica di nome Libertalia, presto distrutta dai nativi malgasci.
Samuel Bellamy: secondo Gosse è un «pirata socialista e un gran oratore»85. Nel secondo volume di
A General History, il capitano Johnson attribuisce a Bellamy alcune delle affermazioni politiche più
coscienti espresse dai capitani pirata dell’epoca d’oro.
Edward Teach alias Barbanera: forse il più leggendario dei capitani pirata di quel periodo.
Secondo Edward Lucie-Smith era «pieno di manie»86. Johnson ci fornisce invece questa descrizione:

Questa barba era nera, ed egli se la faceva crescere a una lunghezza esagerata; quanto alla larghezza, arrivava fino agli occhi; soleva
dividerla in treccioline legate da nastri [...] per farle passare dietro le orecchie. Durante le azioni indossava una fascia intorno alle spalle
con appese tre paia di pistole nelle loro fondine, a mo’ di bandoliera; e si nascondeva le micce accese sotto il cappello; le quali, apparendo
ai lati della faccia, e avendo i suoi occhi un naturale aspetto fiero e selvaggio, facevano una tal figura che l’immaginazione non saprebbe
dipingere una furia dell’inferno dall’aspetto più terrificante .

Nel 1718 viene ucciso in battaglia dalle forze della Marina lungo la costa del North Carolina.
Charles Vane: famoso capitano pirata durante il periodo di massimo splendore di New Providence.
Come atto di sfida verso il nuovo governatore, Woodes Rogers, lascia l ’isola la mattina dopo il suo
insediamento, sparando alla nave di Rogers mentre esce fuori dal porto. Viene impiccato in Giamaica
nel 1721.
Bartholomew Roberts: anche se non così sensazionale come Barbanera, senza dubbio è il pirata di
maggior successo dell’epoca d’oro. Eletto capitano pirata solo poche settimane dopo essere stato
arruolato da una nave negriera catturata, Roberts rimane alla guida del suo equipaggio per quattro
anni (un tempo eccezionalmente lungo per un capitano pirata dell’epoca) e presumibilmente cattura
oltre quattrocento bottini. La sua morte nel 1722 e la successiva sconfitta e incarcerazione di quasi
tutto il suo equipaggio (cinquantadue dei quali vengono giustiziati) sono considerati i momenti
decisivi che segnano il declino dell’epoca d’oro della pirateria.
Edward Low: forse il capitano più conosciuto della fase finale, Low si guadagna la sua fama per la
particolare crudeltà. Attivo nei Caraibi, lungo le coste del Nord America e in giro per le Azzorre tra
il 1722 e il 1723, scompare improvvisamente, lasciando ignote ancora oggi le sorti del suo destino.
Secondo Johnson, «la notizia che ci potrebbe dare maggiore piacere sarebbe il saperlo in fondo al
mare, lui e la sua ciurma»88.
Nathaniel North: nativo delle Bermuda e ben istruito, è un pirata anticonformista che salpa verso il
Madagascar attorno al 1720, e lì trascorre gli ultimi anni della sua vita in una comunità di europei
apparentemente molto inserita nella politica locale. Viene ucciso nel sonno dagli indigeni malgasci.
Christopher Condent: è un capitano pirata inglese che insieme al suo equipaggio nel 1720 si
appropria di un bottino enorme nell’Oceano Indiano. Graziato dalle autorità coloniali francesi
dell’isola di Bourbon, in seguito diviene un ricco mercante di Saint-Malo.
John Taylor: nel 1721, al largo dell’isola di Bourbon, conquista uno dei più grandi bottini nella
storia dei pirati impadronendosi della nave mercantile portoghese Nostra Senhora de Cabo,
danneggiata da una tempesta e carica di ricchezze. Poi passa al servizio della flotta navale spagnola.
Olivier LaBuse: socio di Taylor nel colpaccio al largo dell’isola di Bourbon, continua le scorrerie
nell’Oceano Indiano fino a che non lo impiccano nel 1730.
Note al capitolo

1. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 14.


2. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 6.
3. Heiner Treinen, Parasitare Anarchie: Die karibische Piraterie im 17 Jahrhundert, «Unter dem Pflaster liegt der Strand», 9, 1981,
p. 11.
4. Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 29.
5. Si veda Janice E. Thomson, Mercenaries, Pirates and Sovereigns: State-Building and Extraterritorial Violence in Early Modern
Europe, Princeton (NJ), Princeton University Press, 1994, p. 107.
6. Ulrike Klausmann, Gabriel Kuhn e Marion Meinzerin, Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger, Montreal, Black Rose
Books, 1997, pp. 166-167.
7. Utilizzata dai Romani come definizione legale per i predoni del mare, la frase è stata ripresa nei processi dell’epoca d’oro della
pirateria (Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 179.)
8. Si veda Rediker, Canaglie di tutto il mondo.
9. Klausmann et al., Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger, pp. 166-167.
10. Thomson, Mercenaries, Pirates and Sovereigns, p. 107.
11. Earle, The Pirate Wars, p. 108.
12. Ib id , p. 101.
13. Peter T. Leeson, An-arrgh-chy: The Law and Economics o f Pirate Organization, «Journal of Political Economy», 6, 2007, p.
1052.
14. Konstam, History o f Pirates, p. 10.
15. The Tryal, Examination and Condemnation, o f Captain Green, 1705 in Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 44.
16. Robert C. Ritchie, Captain Kidd and the War against the Pirates, Cambridge, Harvard University Press, 1986 (trad. it.: Capitan
Kidd e la guerra contro i pirati, Torino, Einaudi, 1988, p. V).
17. Per una rassegna di questa comunità pirata, consultare una qualsiasi delle storie segnalate in «Principali testi sui pirati».
18. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 21.
19. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death, in «Do or Die», 8, 1999.
20. Charles Johnson, A General History o f the Robberies and Murders o f the Most Notorious Pirates, a cura di Arthur L. Hayward,
quarta edizione, London, T. Woodward, 1726; George Routledge & Sons, 1926, p. 560. [Le traduzioni qui citate rimandano alle seguenti
edizioni italiane del libro di Johnson: Daniel Defoe, Storie di pirati. Dal capitano Barbanera alle donne corsaro, a cura di Mario
Capitela, Cles, Oscar Mondadori, 2004; Charles Johnson [i.e. Daniel De Foe], Storia generale delle rapine e degli assassinii dei più.
celebri pirati, Roma, Cavallo di ferro, 2006 - N.d.T.].
21. Konstam, History o f Pirates, p. 11.
22. Marx, The Brethren o f the Coast, p. 38.
23. Thomson, Mercenaries, Pirates and Sovereigns, p. 54.
24. Konstam, History o f Pirates, p. 11.
25. Ibid., p. 26.
26. Neville Williams, Captains Outrageous: Seven Centuries o f Piracy, London, Barrie and Rockliff, 1961, p. X.
27. Earle, The Pirate Wars, pp. 93-94.
28. Jan Rogozinski, A Brief History o f the Caribbean: From the Arawak and Carib to the Present, New York, Facts on File, 1999, p.
77.
29. Ib id , p. 63.
30. Peter R. Galvin, Patterns o f Pillage: A Geography o f Caribbean-based Piracy in Spanish America, 1536-1718, New York,
Peter Lang, 1999, p. 110.
31. Basil Fuller e Ronald Leslie-Melville, Pirate Harbours and Their Secrets, London, Stanley Paul & Co., 1935, p. 69.
32. Anne Pérotin-Dumon, French, English and Dutch in the Lesser Antilles: from privateering to planting, c.1550-c.1650, in
General History o f the Caribbean, a cura di P. C. Emmer, London-Basingstoke, UNESCO Publishing, 2, 1999, p. 149.
33. C. H. Haring, The Buccaneers in the West Indies in the XVII Century, London, Methuen & Co., 1910, p. 59.
34. A parte cinghiali e bovini, su Hispaniola c ’erano anche cani e cavalli selvatici. A ogni modo, Exquemelin non amava granché questi
animali: «Sono bassi di statura, di corporatura piccola, con grosse teste, lunghi colli e zampe tozze o sottili. In poche parole, non hanno
nulla di bello in tutta la loro fisicità», in Alexander Olivier de Exquemelin [Esquemeling], The Buccaneers o f America, London, Swan
Sonnenschein & Co., New York, Charles Scribner’s Sons, 1893, p. 37.
35. John Masefield, On the Spanish Main, London, Methuen & Co., 1906, p. 120.
36. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 12.
37. Konstam, History o f Pirates, p. 74.
38. Stephen Snelders, The D evil’s Anarchy: The Sea Robberies o f the Most Famous Pirate Claes G. Compton & the Very
Remarkable Travels o f Jan Erasmus Reyning, Buccaneer, New York, Autonomedia, 2005, p. 67.
39. Marx, The Brethren o f the Coast, p. 38.
40. Besson, The Scourge o f the Indies, pp. 6-7.
41. Marx, The Brethren o f the Coast, p. 38.
42. Fuller e Leslie-Melville, Pirate Harbours and Their Secrets, p. 74.
43. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati p. 23.
44. Haring, The Buccaneers in the West Indies in the XVII Century, p. 58.
45. Galvin, Patterns o f Pillage, p. 110.
46. J. H. Parry e P. M. Sherlock, A Short History o f the West Indies, London, Macmillan, New York, St. Martin’s Press, 1957, p. 82.
47. Fuller e Leslie-Melville, Pirate Harbours and Their Secrets, p. 169.
48. Peter Wood, The Spanish Main, Amsterdam, Time-Life Books, 1980, p. 104.
49. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 94.
50. Carl e Roberta Bridenbaugh, No Peace beyond the Line: The English in the Caribbean 1624-1690, New York, Oxford
University Press, 1972, p. 176.
51. Angus Konstam, Buccaneers, Oxford, Osprey, 2000, p. 10.
52. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 158.
53. Konstam, Buccaneers , p. 52.
54. Marx, The Brethren o f the Coast, p. 38.
55. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 23.
56. Franklin W Knight, The Caribbean: the Genesis o f a Fragmented Socialism, New York, Oxford University Press, 1990, pp. 97­
98.
57. Earle, Pirate Wars, pp. 92-93.
58. Christopher Hill, Radical Pirates?, in Collected Essays: People and Ideas in 17th Century England, Brighton, Harvester Press,
1986, p. 174.
59. Parry e Sherlock, A Short History o f the West Indies, p. 93.
60. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 168.
61. David F. Marley, Pirates: Adventurers o f the High Seas, London, Arms and Armour Press, 1997, p. 119.
62. Earle, Pirate Wars, p. 149.
63. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 174.
64. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 236.
65. Earle, Pirate Wars, p. 155.
66. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 265.
67. Earle, Pirate Wars, p. 192.
68. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
69. Galvin, Patterns o f Pillage, pp. 66-67.
70. Ibid., p. 67.
71. Cordingly, Life Among the Pirates, pp. 234-235.
72. Konstam, History o f Pirates, p. 96.
73. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 177.
74. Earle, Pirate Wars, p. 198. Earle continua citando John Atkins, il medico della Swallow, responsabile della morte di Roberts e
dell’arresto del suo equipaggio: «La disciplina è un’ottima via per la vittoria; e il coraggio, come un mestiere, si ottiene tramite
l’apprendistato, attenendosi severamente alle regole e all’esercizio. I pirati, anche se individualmente coraggiosi, mancando di ogni ordine
e della disciplina per unire le forze, erano un nemico spregevole» (p. 198).
75. Ibid., pp. 203-204.
76. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 45.
77. Earle, Pirate Wars, p. 204.
78. Ibid., pp. 166-167. Robert C. Ritchie arriva a dire che anche i marinai semplici «venivano maltrattati, torturati e persino uccisi se si
rifiutavano di unirsi ai pirati» (p. 266).
79. James Burney, History o f the Buccaneers o f America, citato in Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 176.
80. Marcus Rediker, Between the Devil and the Deep Blue Sea: Merchant Seamen, Pirates and the Anglo-American Maritime
World, 1700-1750, Cambridge (MA), Cambridge University Press, 1987 (trad. it.: Sulle tracce dei pirati: la storia affascinante della
vita sui mari del Settecento, Casale Monferrato, Piemme, 1996, p. 330).
81. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 236.
82. Earle, Pirate Wars, p. 206.
83. Johnson, A General History, p. 416.
84. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 43.
85. Ib id , p. 47.
86. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 197.
87. Johnson, A General History, p. 57.
88. Ibid., p. 302.
CAPITOLO SECONDO

«Nemico della propria civiltà»


Uno studio etnografico della pirateria nell’epoca d’oro

Sembra esserci un’ampia intesa tra gli studiosi nel considerare l ’epoca d’oro della comunità pirata
un fenomeno culturale molto peculiare, forse unico. Stephen Snelders parla di «costumi pirata»1, «una
cultura pirata condivisa»2, «una società alternativa con regole alternative»3, e anche di «una
tradizione sociale pirata con specifiche forme di organizzazione, un repertorio di comportamenti e un
elaborato codice etico»4. Egli desume che «i pirati erano chiaramente molto coscienti delle proprie
tradizioni, come dimostravano l’adesione a forme simboliche comuni e il rispetto verso i membri più
anziani della propria specie»5. Gli autori di Pirate Utopias riconoscono «una specifica coscienza
pirata», un’«ideologia pirata», «un mondo tutto loro» e «una comunità con un insieme comune di
usanze, condivise tra le varie navi»6. Lo studioso tedesco Heiner Treinen parla del «mondo a sé»7 dei
pirati e il suo compatriota Rudiger Haude di una «cultura pirata comune»8, mentre Frank Sherry fa
riferimento a uno «stile di vita smodato e originale»9 e a una «comunità separata nel mondo»10.
Diversi osservatori hanno messo in risalto la distanza che i pirati dell’epoca d’oro ponevano fra se
stessi e la propria cultura d’origine. Peter Lamborn Wilson addirittura ritiene che «il pirata [...] era
in primo luogo nemico della propria civiltà»11. Anche per Marcus Rediker «tutto ciò che facevano
rifletteva la loro profonda alienazione dagli aspetti più caratteristici della società europea di
allora»12. Di conseguenza, «l’assetto sociale delineato dai pirati era totalmente antitetico a quello
presente nel mondo che essi si erano gettati alle spalle»13, tanto che avevano creato - prendendo in
prestito il titolo di un libro di Christopher Hill - un «mondo alla rovescia»14 con «simboli e criteri di
condotta condivisi»15, posizionandosi «lontano dai dettami delle autorità mercantili e imperiali»16. Il
fatto che i bucanieri, a quanto si dice, si spogliassero del proprio nome cristiano unendosi alla nuova
comunità, confermerebbe queste osservazioni17.
Se il mondo e la cultura dei bucanieri e dei pirati caraibici erano davvero così delineati, allora
potrebbe essere utile tentare uno studio etnografico dell’epoca d’oro della pirateria, ovvero provare
a individuare gli schemi della vita sociale, politica ed economica della loro comunità. Ovviamente,
si tratta di un tentativo che deve restare non definito, dato che mancano dati affidabili e che si tratta
di un terreno inesplorato. Ciononostante, se si potesse anche solo stimolare un po’ il dibattito, uno
sforzo del genere potrebbe costituire un valido sostegno allo studio dei nostri rapporti politici con
l ’epoca in questione.
I punti salienti indicati da David Graeber in Frammenti di antropologia anarchica possono
risultare utili come linee guida del presente capitolo:

Quando si conduce uno studio etnografico si osserva quello che la gente fa, e poi si cerca di estrarre le logiche nascoste, di tipo
simbolico, morale o pragmatico, che soggiacciono a quelle azioni; si cerca di arrivare alla maniera in cui le abitudini e le azioni delle
persone producono significato in modi che non sono completamente consapevoli a quelle stesse persone. Compito di un intellettuale
radicale è precisamente questo: guardare chi sta creando alternative percorribili, cercando di immaginare quali potrebbero essere le più
vaste implicazioni di ciò che si sta (già) facendo, e quindi riportare queste idee, non come disposizioni, ma come contributi e possibilità,
come doni. [...] un progetto del genere dovrebbe avere in realtà due aspetti, o se preferite due momenti: uno etnografico e l’altro utopico,
sospesi in costante dialogo .

2.1. «Dal mare»: i nomadi marittimi

L’associazione tra i pirati e i nomadi sorge spontanea. Dopotutto, i pirati non avevano una casa, non
erano stabili in un luogo ed erano abituati a vagabondare. Da questo punto di vista, è probabile che
uno studio comparativo tra l ’epoca d ’oro della pirateria e il nomadismo possa far luce sulle
circostanze socio-culturali della vita pirata, sebbene sia necessario procedere con cautela. Molti
etnologi rifiuterebbero di includere i predoni del mare all’interno della propria definizione di
nomadismo. Nella sua opera fondamentale Nomads and the Outside World, A. M. Khazanov scrive:

Dal mio punto di vista [...] il termine «nomadi» non è applicabile ad altri gruppi umani non stanziali, che essi siano gruppi etnico-
professionali come gli zingari, o i cosiddetti «nomadi marittimi» del Sud-est asiatico, o gli orticoltori itineranti, o certi gruppi di lavoratori
nelle società industriali contemporanee (la cosiddetta mobilità industriale). Di conseguenza, i cacciatori e i raccoglitori che non conducono
una vita sedentaria sono meglio descritti con il termine «erranti» [ . ] e i pastori estensivi non stanziali con il termine «nomadi»19.

Khazanov, tuttavia, riconosce che «alcuni studiosi hanno definito nomadi tutti coloro che conducono
uno stile di vita errante indipendente dalla propria specificità economica»20. Di sicuro, se
applicassimo quest’ultima definizione, i pirati dell’epoca d’oro - una fluttuante comunità senza fissa
dimora, composta da bande di predoni che variavano da qualche dozzina a un massimo di circa
duecento membri - rientrerebbero nella più vasta comunità dei nomadi. I pirati non solo «erano
consci di non avere una casa e di essere tagliati fuori dai propri paesi d’origine»21, ma avevano
anche colto il carattere nomade della comunità di cui erano membri, esprimendolo chiaramente nella
risposta più comune alla domanda sulla loro provenienza: «dal mare»22. In effetti, già i primi
bucanieri di Hispaniola avevano manifestato una certa tendenza al nomadismo: «Secondo il
missionario francese Abbé du Tertre, ‘erano senza alcuna abitazione o fissa dimora, ma si
incontravano nei luoghi in cui dovevano esserci gli animali’»23. David Cordingly descrive bene
quanto radicalmente si siano espresse tali tendenze durante l’epoca d’oro della pirateria:

A parte l’ovvio desiderio di evitare il Nord America in inverno, e un uso razionale degli alisei nell’attraversamento dell’Atlantico, non
c ’era coerenza nella pianificazione ed esecuzione della maggior parte dei loro viaggi. In effetti, ogni equipaggio pirata li pianificava in
maniera molto poco lungimirante. Il carattere democratico della comunità pirata implicava che la successiva meta del viaggio dovesse
essere stabilita da una votazione sostenuta dall’intera ciurma, portando spesso a prendere le decisioni sull’onda del momento. Uno studio
delle rotte seguite dalle navi pirata mostra spostamenti a zigzag in ogni dove, senza alcuna motivazione apparente .
Un aspetto di questo nomadismo zigzagante è la completa assenza di un’economia produttiva. I
pastori, per esempio, sviluppano schemi di movimento che garantiscono opportunità di pascolo alle
proprie mandrie, mentre gli spostamenti dei pirati dipendono dalla disponibilità di «prede». In
questo senso, la cultura nomade a cui assomigliano di più in termini economici è quella dei
cacciatori-raccoglitori. Assaltare le navi mercantili, e occasionalmente gli insediamenti a terra o le
postazioni commerciali, potrebbe dunque essere considerata una forma di caccia e raccolta magari
insolita, ma strutturata in modo molto simile. In sostanza, i pirati dell’epoca d’oro condividono con i
cacciatori-raccoglitori un «nomadismo dettato dal sostentamento della propria economia»25.
La dipendenza dalle prede sotto forma di navi mercantili europee rivela anche un’altra somiglianza
strutturale con le comunità nomadi: la dipendenza dal mondo esterno. Come spiega Khazanov: «I
nomadi non potrebbero in alcun modo esistere da soli, senza il mondo esterno e le sue società
stanziali, con i loro diversi sistemi economici. Difatti, una società nomade potrebbe funzionare
solamente a condizione che il mondo esterno non solo esista, ma permetta anche quelle reazioni [...]
atte a garantire che i nomadi restino tali»26. Uno storico del mondo caraibico conferma la valenza di
questa affermazione anche per i bucanieri, che definisce «individui senza alcuno Stato che vivevano
confortevolmente del commercio con le comunità stanziali dei coloni europei»27.
Le somiglianze strutturali dei pirati dell’epoca d’oro con le altre società nomadi non si limitano
esclusivamente a questioni di carattere economico, ma si riflettono anche nell’ambito socio-politico.
Come osserva Rediker, «forme di organizzazione e di relazioni sociali di carattere egualitario sono
comuni nelle storie dei popoli nomadi»28.
Analogie particolarmente interessanti possono essere tracciate con i nomadi che abitano lo stesso
ambiente naturale dei pirati, vale a dire il mare o, più nello specifico, «un vasto e diversificato
mondo di isole»29. I cosiddetti nomadi del mare del Sud-est asiatico sono soliti ricorrere
occasionalmente alla pirateria per arrotondare le loro entrate. Come spiega David E. Sopher nel suo
studio The Sea Nomads:

Sono in linea di massima tre le condizioni che regolano l’incidenza della pirateria: in primo luogo, l’esistenza di comunità costiere
produttive ma indifese o l’esistenza di un commercio marittimo abituale lungo percorsi regolari; in secondo luogo, uno stile di vita fluido, se
non proprio nomade, in cui la guerra tribale, la faida e le scorrerie siano istituzioni accettate, in altre parole uno stile di vita che favorisca
la pirateria; in terzo luogo, la superiorità delle forze pirata in potenza e velocità, combinata a un certo grado di invulnerabilità e immunità
del proprio territorio30.

Se con «proprio territorio» si intendono rifugi sicuri come Hispaniola e Tortuga o covi temporanei
in cui riparare, questa descrizione è applicabile parola per parola ai bucanieri e ai pirati dei Caraibi.
Non stupisce che il mito dei nomadi (un mito che «potrebbe essere ancora più vecchio del mito del
‘buon selvaggio’» 31) evochi in maniera impressionante il mito dei pirati. Come scrive Khazanov:

Una visione stereotipata dei nomadi è sorta laddove la loro libertà e la loro indipendenza politica - reali o immaginarie - occupano quasi
un posto d’onore. Inoltre, nonostante la povertà e i vari inconvenienti della vita nomade, i nomadi stessi, e con loro molti osservatori,
32
ritengono che questa abbia un importante vantaggio, definito da A. C. Pigou all’inizio del secolo come «qualità della vita» .

2.2. «Liscio» contro «striato»: la questione dello spazio


Se è vero «che i nomadi non hanno storia, hanno soltanto una geografia»33, allora la questione dello
spazio merita particolare attenzione. Nel caso della pirateria caraibica, lo spazio coincide di fatto
con il mare, il cui significato può essere difficilmente sopravvalutato. Tutta la società caraibica è
sempre stata intrinsecamente legata al mare:

Il mare conduceva gli uomini verso le Indie occidentali, e il mare li portava via. La caratteristica unica delle isole caraibiche era che tutti
i suoi abitanti - Caribi, Arawak, proprietari di piantagioni, mercanti, servi a contratto bianchi e schiavi neri - fossero arrivati via mare in
tempi molto recenti. Per rifornire queste isole, con le loro variopinte popolazioni, mercanti e venditori di ogni genere andavano e venivano
con una certa regolarità, portando anche artigiani, servi e schiavi. La comunicazione tra un’isola e l’altra per mezzo di piccole scialuppe
era a volte facilitata a volte ostacolata dagli alisei incessanti. Le Barbados si trovavano così lontano, a est delle isole Sottovento, che vi
avvenivano pochissimi scambi. Tutta la vita, ovunque, dipendeva dagli scafi di legno: quando arrivavano, trasportavano cibo e provviste di
ogni tipo, e vini da Madeira e dalle Canarie, quando andavano via trasportavano i principali prodotti dell’isola e alcuni passeggeri34.

E queste erano, per l’appunto, le condizioni ideali per gli aspiranti pirati: «Mentre la semplice
delinquenza e il brigantaggio potevano essere facilmente piegati vicino a casa, le nuove ed estese
rotte commerciali offrivano un’allettante alternativa a una razza di predoni completamente diversa,
avventurieri mobili e sfuggenti che potevano navigare fino agli estremi confini della terra, e cercare
fortuna tra le sue più illecite frontiere»35.
D’altronde, il mare è da sempre simbolo di libertà: lo spazio libero per eccellenza. Haude lo
definisce «lo spazio illimitato e imprevedibile, la negazione del concetto di ‘nazionale’»36. Rediker
aggiunge che «il vasto oceano non poteva essere posseduto. Era una proprietà comune, un luogo che
tutti potevano usare, ivi compreso il marinaio che osava diventare pirata» 37. Il che risultava
particolarmente vero dal momento che gli spostamenti di chi viaggiava per mare dipendevano dalle
condizioni meteorologiche: «La fonte di energia che li portava da un paradiso all’altro era sempre e
ovunque disponibile, dato che era semplicemente il vento»38.
Nella terminologia di Gilles Deleuze e Félix Guattari, il mare costituisce uno spazio liscio, «forse
lo spazio liscio principale, il modello idraulico per eccellenza» 39. Per loro, «lo spazio liscio è un
campo senza condotti né canali. Un campo, uno spazio liscio eterogeneo, sposa un tipo molto
particolare di molteplicità: le molteplicità non metriche, accentrate, rizomatiche, che occupano lo
spazio senza ‘contarlo’»40. In parole più semplici, lo spazio liscio è quello spazio in cui si creano
forme di vita autodeterminate, creative, «libere». Qui, i nomadi raggiungono il loro massimo
potenziale in quanto predoni: «Se hanno le abilità pratiche, una banda di nomadi può attaccare,
rubare e ritirarsi, vanificando ogni speranza di inseguimento in quelle vaste distese nelle quali si
dileguano senza lasciare traccia» 41.
Questo spazio aperto offerto dal mare si estendeva fino ai rifugi costieri dei pirati, «le tante piccole
insenature, lagune e porti, [...] isole e scogliere solitarie» 42. Se ci si attiene alla terminologia di
Deleuze e Guattari, questo potrebbe essere definito un terreno rizomatico, dato che un rizoma «è
aperto, è connettibile in tutte le sue dimensioni [...] consiste nell’essere sempre a molteplici
entrate»43. In effetti, le aree operative preferite dai pirati sono state in genere descritte così: «Le isole
dei Caraibi fornivano innumerevoli nascondigli, covi segreti e spazi inesplorati» 44; «il Golfo
dell’Honduras e la Costa dei Mosquito [sono] costellati di innumerevoli piccole isole e scogli
protettivi, [...] insenature, lagune e foci»45; «la costa americana da Boston a Charleston, nel South
Carolina, è una rete di estuari fluviali, baie, insenature e isole» 46. Questi labirinti costieri offrivano
ai pirati un habitat terrestre naturale. Come scrive il capitano Henry Keppel, divenuto nel
diciannovesimo secolo un famoso cacciatore dei pirati d’Oriente, «proprio come i ragni abbondano
negli angoli e nelle fessure, così i pirati spuntano ovunque un gruppo di isole presenti insenature o
spiagge, promontori, anfratti rocciosi o scogli, tutte condizioni favorevoli, insomma, agli agguati, agli
attacchi a sorpresa e alla fuga»47.
Tra questi due estremi, il mare aperto e l’impenetrabile maglia costiera fatta di scogli, insenature e
foci, i pirati riuscirono a sottrarsi all’ira della legge per diversi decenni48. Con il tempo, però, lo
spazio liscio del mare - e con esso i suoi confini costieri - era diventato «striato», ossia ordinato,
regolare e controllato, contribuendo significativamente alla fine dell’epoca d’oro della pirateria:

Il mare è [...] fra tutti gli spazi lisci, quello che più presto si cercò di striare, di trasformare in dipendenza della terra, con vie fisse,
direzioni costanti, movimenti relativi, tutta una contro-idraulica dei canali o condotti. Una delle ragioni dell’egemonia dell’Occidente è
l’efficacia con cui i suoi apparati di Stato seppero striare il mare, coniugando le tecniche del Nord e quelle del Mediterraneo e
annettendosi l’Atlantico49.

L’aspetto più concreto di questa annessione, o processo di striatura, rimanda alla crescente presenza
della Marina militare. Il numero di navi militari inglesi impiegate in modo permanente nelle
Americhe era cresciuto da due negli anni Settanta del diciassettesimo secolo a ventiquattro nel
170050. «Dal 1723, l’accresciuta sorveglianza delle rotte marittime da parte della Royal Navy limitò
drasticamente la libertà operativa [dei pirati]» 51, e dal 1724 «il mondo cominciò a essere troppo
piccolo per un pirata ricercato che doveva trovare un nascondiglio sicuro» 52. Il massiccio aumento
delle forze militari navali avveniva in coincidenza con importanti innovazioni tecnologiche. Come
spiega David F. Marley: «Il vapore, la balistica avanzata, le comunicazioni telegrafiche e altre
innovazioni tecnologiche fecero sì che il vantaggio si orientasse decisamente verso le forze armate
professionali» 53. Edward Lucie-Smith sottolinea in particolare la prima innovazione: «Ciò che pose
fine, nella sua forma classica, a una scelleratezza da sempre esistente, fu principalmente l’arrivo del
vapore. La propulsione meccanica, che per i naviganti significò non essere più in balìa dei venti,
rimosse anche gran parte del pericolo rappresentato fino ad allora dagli uomini che avevano fatto del
vento un loro alleato, affidandovisi completamente come prezzo da pagare per un’indipendenza
estrema e fuori dal comune»54. Robert C. Ritchie conclude:

Era inevitabile che l’attività dei bucanieri, data la loro enorme espansione geografica, entrasse in violento confitto con le potenze
egemoniche, e che queste mobilitassero contro di loro le forze dell’ordine. Le sorti della lotta che ne seguì erano segnate fin dall’inizio: le
risorse di cui disponevano gli Stati imperiali in ascesa erano di gran lunga superiori a quelle dei pirati. [Ciò segnò la fine di un tempo] in
cui le società erano ancora in formazione, e un gruppo di uomini poteva impadronirsi di una nave e navigare fino ai confini del mondo in
cerca di fortuna, vivendo in comunità basate sul mutuo assenso, libere dalle costrizioni che imponeva la società che avevano
abbandonato55.

2.3. Capitani pirata e capi amerindiani: il contributo di Pierre Clastres

Il fatto che molti racconti storici e lo stesso immaginario popolare si concentrino sui capitani pirata
spesso fa dedurre che questi fossero uomini dotati di enorme potere e influenza, cosa che in realtà
potrebbe non essere affatto vera.
Negli anni Settanta del secolo scorso, l’antropologo radicale francese Pierre Clastres ha descritto il
ruolo del capo nelle società amerindiane «senza Stato»56 nel suo saggio Scambio e potere: filosofia
della chieftainship amerindiana51. Clastres è arrivato alla controversa conclusione secondo cui «la
caratteristica saliente del capo amerindiano consiste nella sua pressoché completa mancanza di
autorità»58. In particolare, l’antropologo ha evidenziato i seguenti aspetti: a) il capo viene eletto ed è
sostituibile; b) il suo potere si fonda solo sul merito; c) il suo potere è controllato dalla comunità; d)
è un paciere; e) è generoso con i propri beni; f) è un buon oratore; g) è un abile condottiero in guerra.
Tutto ciò rivela sorprendenti analogie con il ruolo del capitano pirata.
Il capo viene eletto ed è sostituibile. Ci sono prove in abbondanza per sostenere che questo valesse
anche per i capitani pirata. Persino gli storici non radicali riconoscono che «esisteva un’ammirevole
tradizione democratica che permetteva all’equipaggio di votare a favore o sfavore dei propri
capitani»59. A General History del capitano Johnson contiene diversi brani che descrivono l ’elezione
di nuovi capitani pirata, tra cui la più degna di nota è forse quella di Bartholomew Roberts60. Philip
Gosse afferma che «è documentato che una nave abbia eletto tredici diversi capitani in pochi mesi»61.
L’elezione e la destituzione dei capitani erano pratiche già esistenti tra le ciurme di bucanieri. Basil
Ringrose fornisce un credibile resoconto in prima persona di come il capitano Bartholomew Sharp,
considerato un inetto da molti del suo equipaggio, fosse stato rimpiazzato da John Watling:

Giovedì 6 gennaio, dato che le nostre divergenze si sono acuite, gli ammutinati hanno di nuovo eletto un’altra persona come nostro
capitano e comandante, destituendo così il capitano Sharp, al quale non intendevano più obbedire. Hanno scelto uno della nostra stessa
compagnia per il ruolo di comando, il cui nome è John Watling, un vecchio corsaro stimato per la sua risolutezza. Chiuse le elezioni, tutti
sono stati costretti a dare il loro assenso, e il capitano Sharp ha abbandonato il comando; dopo di che hanno immediatamente stilato gli
Articoli con Watling, e li hanno firmati62.

Il suo potere si fonda solo sul merito. Frank Sherry osserva che «la maggior parte dei pirati
sceglieva i propri capitani in base al merito. Dati i pericoli insiti nella nomina, l ’unico criterio di
selezione che si potevano permettere erano le capacità del leader eletto»63.
Il suo potere è controllato dalla comunità. Stephen Snelders scrive che «a prescindere da quanto
un capitano pirata potesse essere abile con la pistola, audace, terrificante o amato, i Fratelli
ponevano costantemente in discussione qualsiasi forma di gerarchia e autoritarismo. Le tradizioni e il
carattere fugace ed evanescente della loro vita limitavano fortemente, e alla fine annullavano,
qualsiasi tentativo di affermazione dell’autorità»64. Questo ricorda molto i «meccanismi collettivi
diffusi» che secondo Deleuze e Guattari - i quali hanno incluso un «Omaggio a Pierre Clastres» nel
loro libro Millepiani - sono necessari a impedire che «un capo possa divenire un uomo di Stato»65.
A

E un paciere. Diversi brani all’interno di A General History del capitano Johnson alludono a
questa responsabilità. Per esempio, nel racconto che fa del capitano North, le sue capacità di
pacificazione si estendono addirittura agli indigeni del Madagascar: «North non di rado decideva le
loro questioni con quell’imparzialità e attenta considerazione della giustizia che gli era propria
(giacché era riconosciuto da tutti come un uomo di ammirevole talento naturale), tanto che i litiganti,
anche i perdenti, se ne andavano convinti della sua ragionevolezza e soddisfatti dell’equità delle sue
decisioni» 66. È interessante confrontare questa descrizione con quella di Clastres:
Il capo ha il compito di mantenere la pace e l’armonia nel gruppo: deve comporre le liti, arbitrare, usando non una forza che non
possiede, e che non sarebbe riconosciuta, ma affidandosi alle sole virtù del suo prestigio, della sua equità e della sua parola. Più che un
giudice che sentenzia è un arbitro che cerca di riconciliare le parti67.

E generoso con i propri beni. Spesso al capitano pirata spettava una parte del bottino più
consistente rispetto ai semplici membri dell’equipaggio, ciononostante non riusciva necessariamente
ad accumulare maggiori ricchezze. Infatti, quanto più possedeva tanto più era tenuto a donare e
condividere. Il capitano Johnson illustra questa dinamica attraverso la figura di Bartholomew
Roberts, probabilmente uno dei capitani pirata più autoritari rispetto alla media dell’epoca: «Gli
riservano la cabina principale e talora gli assegnano qualche stoviglia d’argento o di porcellana (si
noti che Roberts beveva regolarmente il suo tè), ma poi chiunque, quando ne ha il ghiribizzo, può
servirsi di parte del suo cibo e delle sue bevande (se il tè è di suo gradimento), senza che il capitano
osi protestare o obbiettare»68. La custodia dei beni per eventuali momenti di necessità era compito
del capitano. Alcuni antropologi hanno identificato nel fenomeno una caratteristica pressoché
universale tra i capi eletti delle cosiddette società primitive. Marshall Sahlins sostiene che «i Big
Men e i capi sono costretti ad alleviare la povertà della propria gente»69, e Bronislaw Malinowski
dice similmente che «il capo, ovunque, agisce come un banchiere tribale, raccogliendo il cibo,
conservandolo e proteggendolo, per poi utilizzarlo per il bene dell’intera comunità»70. Secondo
Pierre Clastres, «questo obbligo di donare, a cui è tenuto il capo, è sentito dagli amerindiani come
una sorta di diritto a sottoporlo a una spoliazione permanente; se il leader cerca di frenare questa
fuga di doni, ogni prestigio e potere gli vengono immediatamente negati»71.
A

E un buon oratore. L’importanza attribuita all’eloquenza era probabilmente molto meno pronunciata
nelle comunità pirata rispetto a quelle amerindiane (Clastres afferma che i capi amerindiani
«gratificano il gruppo di un discorso edificante [...] ogni giorno, all’alba o al tramonto»72, qualcosa
di difficilmente immaginabile tra i pirati), eppure in A General History di Johnson vi sono molti
capitani che si distinguono nell’arte oratoria, tra cui il più ragguardevole è Saul Bellamy.
A

E un abile condottiero in guerra. In uno dei brani più citati di A General History, il capitano
Johnson scrive che, durante lo scontro militare, il potere del capitano pirata «è assoluto e non
controllabile dalle proprie leggi, e questo in combattimento, nell’inseguimento o nella fuga»73. A
questa fa eco la descrizione di Clastres: «Durante la spedizione guerresca il capo dispone di un
potere considerevole, talvolta persino assoluto, sul gruppo dei guerrieri [...]. Ma l’unione di potere e
di coercizione cessa appena il gruppo non ha rapporto che con se stesso»74.
Alla luce di tutto ciò, appare ancora più intrigante il gioco di parole di Heiner Treinen, che nel suo
saggio del 1981 chiama i capitani pirata piratenhauptlinge, dove hauptling è un termine tedesco
ormai desueto per indicare il capo indiano75. Se per Clastres il capo amerindiano è «prigioniero in
uno spazio da cui la tribù non gli permette di uscire»76, il capitano Johnson traccia a sua volta un
profilo illuminante della relazione tra la ciurma e il capitano: «Gli permettono di essere il capitano
della nave, soltanto a condizione di essere essi stessi i suoi capitani»77. E mentre Clastres definisce il
capo indiano «l’efficace strumento della società»78, Rediker chiama il capitano pirata «una creatura
del suo equipaggio»79. In modo molto simile all’analisi di Clastres, gli storici della pirateria
descrivono la comunità pirata «una chieftainship senza autorità»80, in cui il capo «non ha altra arma
istituita se non il suo prestigio, altro mezzo se non la sua persuasione, altra regola se non il
presentimento dei desideri del gruppo», tanto da assomigliare «più a un leader o a una star che a un
uomo di potere [...] e rischia sempre di essere sconfessato, abbandonato dai suoi»81.
Le analogie si spingono ancora più in là82, fino al punto in cui l ’analisi del chiefdom amerindiano
implica meccanismi sociali che si oppongono alla formazione dello Stato. E questo ha un’importanza
cruciale per la nostra indagine politica sulle comunità pirata dell’epoca d’oro. Vale la pena citare
Clastres per esteso ancora una volta:

Non c ’è dunque re nella tribù, ma un capo che non è un capo di Stato. Che cosa significa? Semplicemente che il capo non dispone di
alcuna autorità, di alcun potere coercitivo, di alcun mezzo per impartire un ordine. Il capo non comanda, la gente della tribù non ha alcun
dovere di obbedienza. Lo spazio della chieftainship non è il luogo del potere, e la figura (assai mal nominata) del «capo» selvaggio non
prefigura sotto nessun aspetto quella di un futuro despota. Non è certo dalla chieftainship primitiva che può dedursi l’apparato statale in
generale83.

Il maggiore pericolo insito in questa dipendenza dalle capacità militari del capo consiste nella sua
brama di guerra, vista come uno strumento per consolidare il proprio potere. Nelle parole di
Clastres, «accade talvolta che un capo voglia fare il capo»84:

Il capo, talvolta, [...] tenta di imporre alla tribù il suo progetto individuale, di sostituire il suo interesse personale all’interesse collettivo.
Rovesciando il rapporto normale che determina il leader come un mezzo al servizio di un fine socialmente definito, tenta di fare della
società il mezzo per realizzare un fine puramente privato: la tribù al servizio del capo e non più il capo al servizio della tribù. Se
«funzionasse» avremmo qui il luogo di nascita del potere politico come costrizione e violenza, avremmo la prima incarnazione, la figura
minima dello Stato: ma non funziona .

Sicuramente ci sono stati capitani pirata che hanno provato a «fare i capi». Il caso più famoso
riguarda la storia di Barbanera quando giustificò la fucilazione e la mutilazione di un membro
dell’equipaggio, senza ragione apparente, commentando che «se ogni tanto non ne uccideva qualcuno,
avrebbero dimenticato chi era lui»86. A sua volta, Snelders ritiene che «verso la fine della sua
carriera, [il capitano] Davis, e i suoi più importanti luogotenenti, sembrano aver perso in parte il
proprio spirito democratico»87, e nemmeno la reazione di Nathaniel North alla sua nomina a capitano
evoca esattamente il carattere egualitario tanto lodato della comunità pirata, come riferisce il
capitano Johnson: «Al termine della cerimonia egli invita a pranzo quelli che meglio crede»88. Lo
stesso si può dire di Bartholomew Roberts - un «uomo con una naturale propensione alla
leadership»89 secondo Cordingly - che accettando il ruolo di capitano pare avesse precisato che
«avendo immerso le mani nell’acqua salata e dovendo restare pirata, tanto valeva farlo da
comandante anziché da semplice marinaio»90. Non solo, ma com’era già avvenuto con il capitano
David, predecessore di Roberts a bordo della Rover, anche sotto il comando di quest’ultimo un
gruppo di membri del suo equipaggio aveva istituito un’avanguardia privilegiata indicativamente
chiamata Camera dei Lords91. Ma in definitiva è difficile sapere se questi capitani pirata e i loro
compagni siano riusciti davvero a «fare i capi»: dopotutto, le loro vite sono state ben presto
stroncate.

2.4. Potlach, improduttività, parassitismo: l ’economia pirata

L’economia pirata dell’epoca d’oro mette insieme, in una curiosa combinazione, un carattere
«primitivo» e un carattere «criminale». Cominciamo con l ’esaminare il primo dei due.

L ’economia pirata come economia «primitiva»

Lavoro. Gli storici della pirateria, lungo l ’intero spettro politico, sembrano concordare sul fatto che
il lavoro non fosse all’ordine del giorno per bucanieri e pirati caraibici. Sherry sostiene che
«l’equipaggio di una nave pirata lavorava lo stretto indispensabile»92, mentre Earle suggerisce che
«la minor quantità di lavoro richiesta grazie a un equipaggio più numeroso era [...] una delle
attrazioni per servire su una nave pirata»93. Cordingly si dilunga su questo punto:
La routine quotidiana su una nave pirata era considerevolmente più semplice rispetto alla vita su un mercantile perché l’equipaggio non
era sottoposto a padroni e capitani intenzionati a fare la traversata alla maggiore velocità possibile con il maggiore carico possibile, e
anche perché i pirati operavano con equipaggi molto più numerosi. La tipica ciurma di un mercantile di un centinaio di tonnellate si
aggirava sulla dozzina di uomini, mentre una nave pirata di dimensioni simili aveva generalmente un equipaggio di un’ottantina di uomini o
•,94
più .

La mancanza di entusiasmo di bucanieri e pirati per il lavoro troverebbe conferma in alcuni racconti
dell’epoca. A riguardo dei bucanieri, Exquemelin scrive che «fino a quando avevano denaro da
spendere, era difficile persuaderli a imbarcarsi»95, mentre «Pére Labat, un abate che salpò con i
filibustieri accompagnandoli nelle loro incursioni in quei mari del Sud [...], attribuiva la loro
predilezione per i brigantini o sloop - un’imbarcazione a vela con un solo albero che richiedeva una
conoscenza elementare dell’arte della navigazione - ‘prima di tutto alla loro avversione per il
lavoro’»96.
Le similitudini con le cosiddette società primitive sono evidenti. Clastres afferma candidamente che
«gli amerindiani dedicavano effettivamente poco tempo a ciò che si chiama lavoro»97. E aggiunge:
«Le società primitive sono società che rifiutano il lavoro, come scrive Lizot a proposito degli
Yanomami: ‘Il disprezzo degli Yanomami per il lavoro e il loro disinteresse per un progresso
tecnologico autonomo è cosa certa’. Secondo l ’azzeccata e spiritosa definizione di Sahlins, sono le
prime società del tempo libero, le prime società dell’abbondanza»98. E a tal proposito Sahlins scrive:
«Le società tribali lavorano meno rispetto a noi, e anche meno regolarmente. Probabilmente,
dormicchiano più di noi durante il giorno. [...] Le condizioni di lavoro possono difficilmente essere
considerate ideali, e forse gli uomini della tribù dovrebbero avere un proprio sindacato, ma per
l ’orario di lavoro non hanno niente di cui lamentarsi»99.
Verosimilmente, il momento saliente del lavoro pirata coincideva con la cattura di altre navi, come
si evince dalla descrizione della vita pirata fatta da Stephen Snelders: «Succedeva tutto di botto
[dopo che] non accadeva niente per interi giorni»100. Ancora una volta, questo evoca l’immagine di
un’economia primitiva, ovvero «di un ciclo continuo di attività frenetica e di ozio totale»101. Anche
per Douglas Botting «i pirati pativano lunghe agonie di noia»102. In ogni caso, il pirata dell’epoca
d’oro era certamente un forte rivale del cacciatore nell’occupare «i gradi infimi della
termodinamica: meno energia/per persona/per anno»103.

Nessuna accumulazione/Potlach. Lo scenario appena descritto conferma «l’inclinazione a vivere


alla giornata»104 di pirati e bucanieri. Sempre in parallelo alle cosiddette società primitive, «ciò
significa che, una volta assicurata la soddisfazione complessiva dei bisogni energetici, nulla
potrebbe incitare la società primitiva a voler produrre di più, cioè ad alienare il suo tempo in un
lavoro senza scopo, mentre questo tempo è disponibile per l’ozio, il gioco, la guerra o la festa»105.
Non solo, ma questo indica chiaramente «la volontà di subordinare l ’attività produttiva alla
soddisfazione dei bisogni, e nulla più»106.
Questa attitudine dei bucanieri (e successivamente dei pirati) era tendenzialmente frustrante per tutti
coloro che si dedicavano allo sviluppo economico delle colonie caraibiche. Come scriveva nei suoi
resoconti, Jean-Baptiste Ducasse, governatore della colonia francese di Saint-Domingue (fondata nel
1659 e comprendente la parte occidentale di Hispaniola, l ’attuale Haiti), disperava di poter avviare
con successo lo sviluppo economico dell’isola, visto che questa era una questione «assolutamente
indifferente ai Fratelli della Costa»107.
Contrariamente alla credenza popolare, la maggior parte dei bucanieri o dei pirati non si è mai
mostrata troppo interessata ad accumulare ricchezze. Probabilmente ci si spingerebbe troppo oltre se
li si citasse come un esempio dell’originaria società opulenta descritta da Sahlins e del suo
approccio zen verso il poco (anche perché qualche - remoto - sogno di ricchezza materiale deve
aver solleticato la maggior parte dei bucanieri e dei pirati che, dopotutto, erano attori sociali di
un’incipiente società capitalista), ma è certamente esistito un tratto comportamentale comune che gli
antropologi chiamano prodigalità, ovvero «la tendenza a consumare immediatamente tutte le
provviste a disposizione»108.
Lo sperpero economico di bucanieri e pirati è davvero leggendario. Il testimone oculare
Exquemelin racconta che i bucanieri «spendevano con grande generosità, dandosi liberamente a ogni
sorta di vizi e dissolutezze»109, e che «stando alle loro abitudini, in pochi giorni sperperavano tutto
ciò che avevano guadagnato nelle taverne [...]. Alcuni di loro si ritrovavano a spendere due o
tremila pezzi da otto in una sola notte, talvolta non lasciandosi altro che una buona camicia da
indossare al mattino»110. Analogamente, «sperperano in un mese tutto il denaro che avevano
guadagnato in un anno o in diciotto mesi»111. A volte le ricchezze non duravano nemmeno fino al
momento in cui «l’equipaggio sbarcava per abbandonarsi a un’orgia di vita dissoluta»112. Come
riferiscono Cordingly e Falconer, «dopo aver saccheggiato Maracaibo nel 1625, l’Ollonais, il
bucaniere francese, divise il bottino in modo che ogni uomo ricevesse cento pezzi da otto.
Dopodiché, lui e i suoi uomini fecero rotta verso Tortuga e ‘nel tempo di tre settimane quasi non restò
loro alcun denaro, avendolo speso tutto in cose di poche valore o al gioco delle carte e ai dadi’»113.
Maurice Besson riassume l ’attitudine dei bucanieri verso l’accumulo di ricchezze in modo
persuasivo: «In poche ore, il bottino veniva dissipato in scommesse, donne e alcol. Senza un paese,
senza una casa, senza interesse per il futuro, i filibustieri combattevano, non per arricchirsi, non per
sedersi un giorno sugli allori grazie a una cospicua fortuna, combattevano per conquistare, per
depredare, e per ottenere il meglio che il momento potesse offrire»114. Le considerazioni di altri
studiosi della pirateria suonano altrettanto veritiere: Ulrike Klausmann e Marion Meinzerin
suggeriscono che «i pirati non vedevano il saccheggio come un mezzo per arricchirsi. Il loro
obiettivo era ottenere il bottino il più velocemente possibile, con il minimo dispendio di energie, in
modo da sperperarlo altrettanto velocemente. [...] ‘Perché risparmiare quando domani potremmo
essere morti?’ Questo era il loro motto»115. E Chris Land lo conferma: «In questo senso il ‘bottino’
era parte integrante dello stile di vita che i pirati stavano sviluppando, e non il fine ultimo a cui
quella vita doveva subordinarsi»116. Infine, Stephen Snelders offre addirittura un’analisi marxista
delle abitudini di spesa di pirati e bucanieri: «Il pirata conservava il plusvalore del suo lavoro per
se stesso e per i suoi compagni, per spenderlo nelle cose buone della vita»117.
Ancora una volta, le somiglianze con le cosiddette economie primitive sono notevoli:

Siamo abituati, a causa della natura della nostra economia, a pensare che gli esseri umani abbiano una «naturale propensione allo
scambio e al baratto», e che le relazioni economiche tra individui o gruppi siano caratterizzate dalla «redditività», dalla «massimizzazione»
dei risultati, dal «vendere a caro prezzo e acquistare a buon mercato». Tuttavia, i popoli primitivi non fanno nessuna di queste cose. Anzi
sembra che per la maggior parte del tempo facciano il contrario. Essi «danno via le cose», ammirano la generosità, si aspettano ospitalità,
e puniscono la parsimonia al pari dell’egoismo .

Gustavo Martin-Fragachan racconta che i Taino, gli indigeni che popolavano principalmente (o
esclusivamente) l’isola di Hispaniola al tempo dell’arrivo di Colombo, organizzavano «grandi
festeggiamenti [...] in parte per consumare tutte le eccedenze che erano state prodotte, in un fenomeno
che ricorda il potlach così ben conosciuto tra antropologi ed etnologi»119. A quanto si sa, la cultura
taino si è estinta intorno alla metà del sedicesimo secolo, ma non è poi così forzato vedere la
continuazione di quei rituali simili al potlach nel comportamento dei bucanieri e dei pirati caraibici.
Per alcuni autori radicali, i pirati dell’epoca d’oro «scelgono coscientemente una vita non
cumulativa»120. Se vi è qualcosa di vero in questa affermazione, allora Silver, una delle donne pirata
in Pussy, King o f the Pirates di Kathy Acker, potrebbe ben incarnare il vero spirito dell’epoca
quando rifiuta di prendere la sua quota da un forziere d’oro: «Piuttosto preferirei smettere di essere
pirata [...]. Se io e le mie ragazze ci prendessimo tutto questo tesoro, il regno delle donne pirata
finirebbe, e io non vorrei mai che questo accadesse»121.

Nessuna divisione o alienazione del lavoro. Dal momento che il lavoro quotidiano svolto dalle
comunità di pirati e bucanieri (soprattutto lo spostamento e la manutenzione delle navi) non costituiva
una sfera separata dalla loro esistenza, si potrebbe sostenere che il lavoro come aspetto autonomo
della vita non esistesse all’interno di queste comunità, proprio come nessuno dei processi di
alienazione a esso associati. Lo stesso vale per la divisione del lavoro, essendo difficile dividere
qualcosa che non esiste. Anche qui, si trovano affinità convincenti con le società «primitive»:

È sempre difficile dire quali azioni dei cacciatori e dei raccoglitori siano solo economiche o politiche o religiose, o addirittura artistiche. Il
carattere non specializzato della società primitiva si traduce in un contrasto particolarmente rilevante con la civiltà moderna. Ciò significa
che un individuo adulto partecipa a tutti gli aspetti della cultura in misura ben superiore a quanto non facciano gli individui delle società più
complesse
122.

In questa ottica, l ’esperimento sociale attuato dai pirati dell’epoca d’oro ha di fatto messo i bastoni
tra le ruote al processo di industrializzazione. Come scrive Sahlins a proposito delle società che non
si attengono a tale processo:

Il lavoro non è separato dalla vita. Non c ’è nessun «lavoro», nessun momento, nessuno spazio in cui si spende la maggior parte del
proprio tempo senza essere se stessi. Tanto meno il lavoro e la vita sono legati in quanto mezzi per un fine (come spesso sono per noi): il
primo è tollerato come un male necessario per il bene dell’ultimo, «il vivere», che è qualcosa da fare dopo l’orario di lavoro, nel proprio
tempo, se si ha l’energia. La rivoluzione industriale ha diviso il lavoro dalla vita. La reintegrazione non è ancora stata raggiunta .
Autogestione. Al di là della relativa assenza di lavoro, del rifiuto di impegnarsi in pratiche
cumulative e dell’assenza di un preciso ambito lavorativo e dei relativi processi di alienazione,
l ’economia pirata dell’epoca si distingue dallo sviluppo capitalista che la circondava per un altro
importante aspetto: il controllo dei propri mezzi di produzione. È una delle caratteristiche della
pirateria dell’epoca che segna proprio la rottura con la tradizione dei bucanieri corsari. Come fa
notare Frank Sherry, mentre «le ciurme di corsari [...] erano ancora costituite solo da manovalanza a
contratto, nonostante ricevessero parti eque dei bottini, i pirati si consideravano invece lavoratori
autonomi che detenevano la proprietà collettiva delle loro navi»124.

Nessuno sfruttamento. N ell’organizzazione economica delle comunità pirata, non essendoci alcuna
contraddizione tra i mezzi e le forze di produzione, non vi era nemmeno spazio per lo sfruttamento.
Di nuovo, a differenza dei corsari, che ancora versavano una quota del loro bottino al proprietario
della nave (e spesso una quota cospicua anche alle autorità politiche), i pirati si tenevano tutti i loro
guadagni, anche se una parte del bottino veniva condivisa con tutto l ’equipaggio. Una modalità,
questa, che richiama alla memoria sia la semplice descrizione che Friedrich Engels fa del
«comunismo originario» («qualsiasi cosa fosse prodotta e utilizzata in comune era di proprietà
collettiva»125), sia la «reciprocità generalizzata» descritta da Sahlins e da altri antropologi come
«forma di scambio basata sul presupposto che i guadagni si compenseranno sul lungo termine»126. Tra
i bucanieri e i pirati, questo principio riguardava principalmente la parte di bottino che si doveva
utilizzare collettivamente fino alla fine del viaggio. (Pirate Utopias, l’articolo di «Do or Die»,
sostiene che «questo tipo di condivisione era comune tra le compagnie marittime medievali, ma
venne gradualmente eliminato nel momento in cui queste diventarono imprese commerciali capitaliste
e i marinai lavoratori salariati»127). Il resto del bottino era suddiviso in base agli specifici Articoli
stilati da ogni equipaggio, la maggior parte delle volte in maniera marcatamente egualitaria. Erano
comunque previste eccezioni se questo favoriva il bene comune, come riporta Basil Ringrose:

In quel giorno, quindi, un piccolo cane che faceva parte del nostro ultimo bottino, catturato intorno all’equinozio e tenuto in vita fino a
quel momento, venne messo in vendita all’asta per una cifra di quaranta pezzi da otto, e il suo proprietario dichiarò che tutto quello che
avrebbe guadagnato da quella vendita l’avrebbe speso per la gioia di tutta la compagnia. Il nostro comandante, il capitano Sharp, acquistò
il cane, con l’intenzione di mangiarlo in caso non avessimo visto terra abbastanza presto. Questo denaro, dunque, in aggiunta ai cento
pezzi da otto che il nostromo, il carpentiere e il timoniere avevano rifiutato di prendersi in quell’ultima divisione a causa di qualche
dissenso in merito alla stessa, era stato messo tutto da parte fino al nostro arrivo a terra, con l’intenzione di spenderlo lì, in una festa
collettiva o in una bevuta .

Naturalmente, i beni non erano suddivisi sempre così facilmente. Peter Earle, nel citare S. C. Hill,
riferisce un aneddoto riguardante quattordici pirati che «di comune accordo si divisero in due
squadre di sette persone per affrontarsi in combattimento e appropriarsi di tutto ciò che avevano
[razziato] (ritenendo di non aver fatto una scorreria sufficiente a soddisfare ognuno di loro): una di
queste due squadre venne tutta uccisa, e dell’altra morirono in cinque, permettendo ai due
sopravvissuti di spartirsi l’intero bottino»129.

L ’economia pirata come economia «criminale»

Dato che i mezzi utilizzati per procurarsi le ricchezze erano illegali, non sorprende che i pirati
partecipassero a tutto un mondo illegale in cui agivano altri soggetti coinvolti in transazioni e
acquisizioni economiche illecite, ovvero «criminali». Se si conducesse un serio studio comparativo
dell’economia pirata nell’epoca d’oro, la stretta relazione dei pirati con i trafficanti, i funzionari
corrotti e il mercato nero dovrebbe essere attentamente indagata tanto quanto le somiglianze
strutturali tra la loro economia e quella dei saccheggiatori e banditi di terra. Senza dubbio, i pirati
sono stati parte di un sottobosco economico, o se si preferisce di un’economia sotterranea130.

Improduttività/parassitismo. Se si considera che le economie dei popoli «primitivi» sono state


descritte da Marshall Sahlins come «sottoproduzioni» volontarie131, l ’economia pirata dell’epoca
d’oro può essere descritta in termini di «improduttività». Praticamente, tutti i loro mezzi di
sopravvivenza provenivano dalle rapine e dalle scorrerie. Non si conosce un solo bene che i pirati
abbiano prodotto per se stessi o per profitto economico, rivelandosi così ancora una volta simili alle
società nomadi. Scrive Sahlins:
Come per i pastori nomadi, il movimento costante limitava la quantità e il tipo di beni posseduti dagli indiani delle praterie. Questi non
producevano ceramiche, stoffe o ceste, ricorrendo solo a manufatti primitivi in legno, pietra e osso; viceversa, possedevano prodotti in
pelle e articoli commerciali in metallo, e si compiacevano di dedicare una grande attenzione alle decorazioni dei loro abiti come perline,
penne e bracciali .

Molto verosimilmente, lo stesso valeva anche per i pirati dell’epoca d’oro133.


Mentre l ’economia degli indiani delle praterie era fondamentalmente basata sulla caccia, quella dei
pirati era quasi esclusivamente fondata sul saccheggio. (La caccia alle tartarughe è l’unica attività
produttiva riportata con una certa frequenza. Come la pesca, tuttavia, sembra che fosse
principalmente un compito svolto dagli amerindiani che viaggiavano con gli equipaggi di bucanieri o
pirati134). Da quando si era conclusa la vita da cacciatori dei bucanieri, il loro rifornimento di
«vestiario, armi e vascelli [...] dipendeva dal bottino che si procuravano»135. Cordingly e Falconer
sostengono che il pirata fosse «essenzialmente un opportunista, e molto del necessario per vivere lo
sottraeva alle sue vittime. Medicine, cibo e provviste di bordo erano tutti considerati oggetti di
valore»136. In un’altra occasione, Cordingly spiega «che buona parte del bottino che veniva rubato
consisteva nell’attrezzatura della nave e in ciò che si potrebbe definire come ‘masserizie’. Questo è
un dettaglio che non s’incontra nelle storie inventate sui pirati»137. Peter Earle concorda su questo
punto, aggiungendo che

quello che cercavano a bordo di una nave come bottino era soprattutto ciò che serviva alla manutenzione delle loro navi e al proprio
sostentamento, dato che la vita era tanto o più importante del sogno di tornare a casa ricchi. E così, pur essendo sempre alla ricerca di
denaro e altri oggetti di valore, l’obiettivo principale era la razzia di cibo e bevande, vestiti, armi e munizioni, funi e vele e quant’altro
potesse essere utile per se stessi o per la nave
138.

È stata anche formulata l ’ipotesi che «diversamente dai pirati dei romanzi, questi predoni del mare
non tendessero ad assaltare i mercantili che trasportavano oro e argento, ma preferissero depredare
quello che era il commercio quotidiano nelle Americhe coloniali»139.
Non sorprende quindi che per Anne Pérotin-Dumon i pirati non fossero che «meri parassiti»140.
Ponendo l’accento, in termini più accademici, sull’assenza di autosufficienza, Khazanov parla di
«non-autarchia» o «in molti casi [...] antiautarchia» delle società nomadi141. A ogni modo, questa
«improduttività», legata sia ai metodi illegali di acquisizione sia alla vita nomade, è un aspetto
importante che differenzia i pirati dell’epoca d’oro da molte altre comunità pirata, ancora erano
legate a un determinato territorio e a certe forme di produzione come la pesca, l’agricoltura e persino
l ’artigianato.

Arricchimento rapido. Sebbene non costituisse la norma e non fosse un obiettivo primario, è difficile
immaginare che la possibilità di un facile arricchimento non abbia svolto un ruolo nel convincere
qualcuno a navigare sotto il Jolly Roger, anche se il più delle volte si rivelava un sogno
irraggiungibile. Dopotutto, la vita di un pirata forniva due cose che la vita di un marinaio, in servizio
su un mercantile o su una nave da guerra, non forniva: la possibilità di un arricchimento rapido
(equipaggi come quelli di Every, Tew, Taylor o Condent divennero effettivamente ricchi dopo un
colpo grosso, tanto che molti di loro, una volta presa la propria quota, svanirono nel nulla o si
reinserirono nella società ufficiale dopo aver corrotto chi di dovere), nonché introiti generalmente
decenti, ottenuti con molto meno sforzo e molta più libertà. Se poi si considera che «la vita di un
marinaio ordinario non era meno pericolosa [...] di quella di un pirata»142, i vantaggi appaiono
talmente evidenti da concludere, d’accordo con Charles Grey, che «con così tante motivazioni
convincenti per diventare pirata, è in realtà strano che molti marinai che ne ebbero l ’opportunità
rifiutarono di ‘entrare nella lista’»143. E questo richiama alla mente l ’osservazione che non è
sorprendente che ci sia un alto numero di delinquenti nelle comunità economicamente svantaggiate:
quello che è davvero sorprendente è che il loro numero non sia ancora più alto. La logica che Philip
Gosse applica ai bucanieri può valere per tutte le comunità povere: «Quando un uomo ha vissuto per
anni un’esistenza libera, si è imbarcato senza un soldo in Giamaica e in sei settimane o meno torna
magari con una borsa d’oro del valore di due, tre o quattromilapound, denaro che si vanta di aver
speso in una settimana nelle taverne o nelle infernali bische di Port Royal, come può poi adattarsi a
lavori monotoni e ripetitivi e a scarsi guadagni?»144.
La dimensione individuale qui espressa si rispecchia nelle dimensioni collettive che ancora una
volta ci ricordano le somiglianze tra la pirateria dell’epoca d’oro e le (altre) società nomadi: a causa
degli usuali squilibri economici tra i sedentari e gli erranti, «spesso il saccheggio si presenta ai
nomadi come una soluzione migliore rispetto al commercio»145. In breve, l’economia pirata era
espressione del rifiuto di accettare la propria mancanza di privilegi, di obbedire agli ordini e di
lavorare duramente per poche briciole. I pirati avevano deciso di vivere alle spalle degli altri: i
ricchi, in linea di principio, ma di fatto chiunque avesse la sfortuna di cadere nelle loro imboscate.
Redistribuzione della ricchezza. L’economia pirata, proprio in quanto «criminale», concorreva a
redistribuire la ricchezza nei Caraibi. Grazie a bucanieri e pirati, una cospicua quantità di denaro
proveniente dal commercio internazionale veniva indirizzato verso l’economia della regione. Come
spiega Franklin W. Knight: «Gli illeciti guadagni dei bucanieri, generosamente dispensati nelle città
locali, potenziavano le economie del territorio e compensavano adeguatamente le loro maniere
altrimenti detestabili»146. In tutto il mondo, molte comunità chiudono un occhio sulle attività dei
delinquenti notori, purché questi non interferiscano con il commercio locale e anzi lo alimentino con
merci e denaro ottenuti all’esterno. Si tratta di una risorsa tradizionale del bandito inteso come
ribelle sociale, che così contribuisce all’accumulo del capitale locale:

Che cosa se ne fanno del bestiame rubato, dei beni sottratti al venditore ambulante? Alimentano la compravendita, e poiché
normalmente si tratta di molto più denaro di quello a disposizione dei contadini locali, le somme che spendono costituiscono a volte una
voce importante dell’economia locale moderna, perché quel denaro viene redistribuito, attraverso i commercianti del posto, gli osti e gli
altri bottegai, agli strati medi della società rurale; [...] È un errore, dunque, immaginare i banditi come primitivi figli della natura, intenti ad
arrostire capretti nel folto del bosco. Un buon capo brigante intrattiene relazioni con il mercato e con il più vasto universo economico
tanto quanto un piccolo proprietario terriero o un ricco agricoltore. Anzi, nelle regioni economicamente arretrate il suo mestiere lo mette
alla pari di coloro che viaggiano, comprano e vendono
147.

2.5. Senza Stato, accumulazione e storia: ipirati come i «primitivi»?

Se ci si attiene alla divisione delle società, proposta da Pierre Clastres, in due gruppi principali
definiti «società primitive o società senza Stato» e «società statuali»148, allora la società pirata
dell’epoca d’oro ricade chiaramente nella prima distinzione. E questo risulta ancora più evidente se
si tiene conto, come riporta Clastres, che essere «senza fede, senza legge, senza re» era «ciò che nel
sedicesimo secolo l ’Occidente diceva degli amerindiani»149: in fin dei conti, sono gli stessi termini
utilizzati un secolo più tardi per descrivere i pirati dell’epoca d’oro, che «si sono opposti ai grandi e
potenti di quei tempi, e per questo sono diventati i malfattori di tutte le nazioni»150.
Per rafforzare ulteriormente la tesi secondo cui i pirati dell’epoca d’oro costituivano una società
senza Stato, consideriamo la definizione di «società statale» di Sahlins:

1. vi è un’autorità pubblica ufficiale, una serie di magisteri della società intera che amministrano la stessa; 2. «società intera», il dominio
di questa autorità amministrativa è definito e suddiviso territorialmente; 3. l’autorità dominante monopolizza la sovranità: nessun’altra
persona o assemblea ha il diritto di esercitare il potere (o la forza) se non per delega, lascito o consenso del sovrano; 4. tutte le persone e
i gruppi all’interno del territorio sono sottoposti in quanto tali - in virtù della residenza nell’area governata dal sovrano - alla sua sovranità,
giurisdizione e coercizione151.

Nulla di tutto questo è applicabile alla comunità pirata dell’epoca d’oro, mentre si possono
individuare innumerevoli similitudini con le cosiddette società primitive. Elman R. Service, per
esempio, chiama primitive o «di gruppo» le società senza «istituzioni o gruppi specializzati o
formalizzati che possono essere divisi in economici, politici, religiosi e così via»152. In risposta alla
famigerata descrizione hobbesiana della vita presso le popolazioni primitive prive di Stato, definita
«cattiva, brutale e breve», Service scrive che «le esistenze delle popolazioni primitive solitamente
sono brevi, ma non sempre cattive e mai brutali»153. Una descrizione applicabile a molti casi di vita
pirata.
L’assenza di diari di bordo sulle navi dei pirati consente confronti altrettanto interessanti. Se è
davvero eccessivo parlare di «cultura arcaica»154 solo perché tra i pirati che vivevano in
Madagascar negli anni Novanta del diciassettesimo secolo non ce n’era «uno tra loro che sapesse
leggere o scrivere»155, come afferma il capitano Johnson, non è invece esagerato parlare, per i pirati
dell’epoca d’oro, di una cultura orale. Soprattutto se si considera che è stata principalmente la
conservazione delle testimonianze scritte a segnare il momento in cui «il tempo si fece storia»156.
Un altro aspetto rilevante riguarda la dimensione della comunità. Clastres scrive a tale proposito:

È assai probabile, infatti, che una condizione fondamentale di esistenza della società primitiva consista nella relativa debolezza della sua
entità demografica. Le cose non possono funzionare secondo il modello primitivo se non quando la popolazione è poco numerosa. O, in
altre parole, perché una società sia primitiva occorre che sia numericamente esigua. E, di fatto, ciò che si osserva nel mondo dei selvaggi
è uno straordinario frazionamento delle «nazioni», tribù, società in gruppi locali che badano scrupolosamente a conservare la loro
autonomia nell’insieme di cui fanno parte, salvo concludere alleanze provvisorie con i vicini «compatrioti» se le circostanze - soprattutto
belliche - lo richiedono. Questa atomizzazione dell’universo tribale è certamente un mezzo efficace per impedire [...] l’emergere dello
Stato che, per essenza, è unificatore .

Ancora una volta, è un’analisi applicabile quasi parola per parola alle comunità pirata di
quell’epoca158. Stando a Sahlins, quelle comunità pirata potrebbero essere interpretate come tribù
segmentane:

Una tribù è propriamente diversa da una nazione moderna, poiché le varie comunità al suo interno non sono unite sotto un’autorità
governativa sovrana, quindi nemmeno i suoi confini sono chiaramente e politicamente definiti. [...] Una tale formazione culturale, allo
stesso tempo strutturalmente decentralizzata e funzionalmente generalizzata, costituisce una società primitiva segmentaria. [...] La tribù
segmentaria è nettamente divisa in comunità locali indipendenti («segmenti politici primari»). Queste comunità sono piccole: raramente
includono oltre un centinaio di persone, di norma molti meno159.

Anche questa descrizione è altrettanto adeguata: «Certi gruppi possono allearsi per un determinato
tempo e uno scopo specifico, come un’impresa militare, ma lo spirito collettivo è episodico. Quando
l ’obiettivo per cui si è creata 1’unione viene conseguito, l’alleanza cessa e la tribù ritorna al suo
normale stato di divisione»160. Infine, la spiegazione di Sahlins di come la tribù mantenga la sua
identità attraverso le somiglianze culturali piuttosto che attraverso un’esistenza costantemente
condivisa, colpisce per la sua affinità con le comunità pirata:

Nel dare ai popoli tribali quella misura di coerenza e identità che di fatto possiedono, forse l’aspetto cruciale rimanda alla loro
somiglianza culturale. I gruppi locali si assomigliano nei costumi e nel linguaggio, anche perché spesso differiscono per questi aspetti da
altri gruppi. Fatti della stessa stoffa, hanno un destino comune o, più tecnicamente, una «solidarietà meccanica». Nella misura in cui
questi gruppi sono simili, rispondono al mondo allo stesso modo, sviluppando quindi un’identità storica, se non esattamente un sistema
politico. Altrettanto importante è il nesso sociale che collega gli insediamenti vicini di una tribù. [...] Poi ci sono alcune istituzioni
pantribali, o associazioni tribali diffuse: non esattamente «gruppi» in quanto non agiscono come collettivi, ma piuttosto confraternite con
diramazioni in diverse zone, così che con una stretta di mano segreta si possa scroccare un pranzo gratuito quando si è in trasferta161.

2.6. «Contatto culturale»

Ip ira ti e le popolazioni non-europee dei Caraibi

Nel suo studio Frei-Beuter: Charakter und Herkunft piratischer Demokratie im fruhen 18.
Jahrhundert, Rudiger Haude elenca quattro fattori fondamentali che hanno influenzato
l ’organizzazione democratica delle comunità pirata dell’epoca d’oro. Oltre alla «nascita spontanea»,
«la scuola del mare» e «il radicalismo espatriato»162, Haude cita anche «il contatto culturale». I
parametri utilizzati dallo studioso tedesco suggeriscono che le analogie prima delineate tra la
pirateria dell’epoca d’oro e le società «primitive» non solo illustrino le affinità strutturali delle
popolazioni senza Stato, ma indichino anche una possibile influenza effettiva della cultura indigena
caraibica sui fuorilegge europei che costituivano le comunità di bucanieri.
Qui, la mancanza di fonti riguardanti sia le vite di bucanieri e pirati sia quelle delle popolazioni che
abitavano l ’area caraibica prima dell’arrivo degli europei impedisce la formulazione di teorie più
consistenti. La ricerca antropologica sulle società pre-europee dei Caraibi si è dovuta affidare
soprattutto al materiale archeologico (che permette alcune conclusioni sull’organizzazione politica e
la dimensione sociale del contatto interculturale) e sulle testimonianze dei missionari (non certo
famose per la loro obiettività). Julian Granberry riassume la situazione come segue:

Gli archeologi stanno gradualmente mettendo insieme i pezzi che ricostruiscono gli antefatti e le migrazioni preistoriche delle popolazioni
native dei Caraibi, ma il quadro che ne esce è ancora molto fluido. I resoconti ufficiali spagnoli dell’epoca, preservati nell’Archivio delle
Indie a Siviglia, al di là di alcune eccezioni, trattano solo del potenziale di ricchezza rappresentato dalle Indie e della conversione al
cristianesimo dei popoli nativi. Come se l’unico interesse mostrato per le genti del luogo consistesse nell’identificarle come una risorsa di
lavoro gratuita e battezzata. Ci sono alcune informazioni di interesse etnografico in questi primi racconti, ma purtroppo sono poche163.

Il materiale disponibile è, in effetti, così scarso che non si è potuta accertare l’esistenza di rigide
divisioni culturali. Irving Rouse, uno stimato specialista della storia antropologica dei Caraibi, ha
distinto tre principali gruppi etnici nella sua opera del 1948, Handbook o f South American Indians:
gli Arawak (che con i Taino formano il sottogruppo più grande), i Caribi e i Ciboney164. Oggi, questa
categorizzazione è contestata da diversi accademici: alcuni preferiscono parlare di Arawak insulari,
Caribi insulari e Guanahatabey/Guanahacabibe, mentre altri mettono del tutto in discussione le tre
categorie165. Dal momento che la maggior parte della letteratura riguardante i contatti tra i
bucanieri/pirati e gli indigeni si attiene alla classificazione di Rouse, e in mancanza di alternative
generalmente accettate, in questa sede si farà uso della terminologia di Rouse nonostante l’evidente
necessità di una futura modifica.
Ammettendo che le testimonianze storiche siano credibili, i Caribi erano gli unici dei tre gruppi
citati che avrebbero potuto avere contatti con i bucanieri e i pirati dei Caraibi. Gli Arawak, la cui
società è stata descritta come un chiefdom teocratico166, a quanto pare si erano estinti già alla metà
del sedicesimo secolo167. (Fatto particolarmente sconvolgente se si considera che le stime fatte solo
mezzo secolo prima, al tempo dell’arrivo di Colombo, erano nell’ordine di diverse centinaia di
migliaia, cosa che fa ipotizzare un genocidio di enormi proporzioni). I Ciboney, che sono stati
descritti come «cacciatori-raccoglitori con un’organizzazione politica che probabilmente non si è
sviluppata oltre quella del gruppo nomade»168, dovevano essersi estinti già all’epoca dello sbarco di
Colombo. Gruppi di Caribi, tuttavia, sopravvissero e opposero una fiera resistenza all’insediamento
europeo nelle isole Sottovento di St. Christopher, Nevis, Montserrat, Guadeloupe e St. Vincent. Alla
fine, però, anche loro arrivarono alla soglia dell’estinzione. Oggi, un paio di centinaia di Caribi
vivono in una riserva in Dominica, e i loro discendenti, insieme a quelli degli schiavi africani, i
«Caribi neri» (chiamati anche Garifuna), popolano le coste caraibiche del Centro America.
Sempre in base alle testimonianze, oltre ai Caribi altre due popolazioni indigene avevano regolari
contatti con bucanieri e pirati: i Cuna del Darién (la regione più orientale di Panama), con i quali i
bucanieri erano entrati in contatto durante i loro frequenti assalti ai villaggi spagnoli della zona, e i
Mosquito, insediati lungo l’omonima costa (corrispondente all’attuale linea costiera di Honduras e
Nicaragua), che avevano relazioni soprattutto con le comunità di taglialegna della Baia di Campeche
e del Golfo dell’Honduras.
Esistono prove di concrete influenze esercitate dai nativi su quanti erano arrivati dall’Europa, in
particolar modo evidenti nella pratica caribi adottata dai bucanieri di affumicare la carne in un
buccan - dal quale hanno probabilmente derivato il loro nome - o nel diffuso utilizzo delle piroghe
indigene, o ancora nell’abitudine dei taglialegna e di altri banditi caraibici di dormire in amache169.
È interessante notare la visione proposta da Snelders, secondo cui «in reazione [all’aggressione
coloniale] i Caribi avevano sviluppato forme di pirateria che assomigliavano a quelle dei bucanieri.
Nelle loro piroghe, larghe canoe che portavano cinquanta o sessanta guerrieri, si muovevano
rapidamente tra isole anche distanti lanciando attacchi fulminei armati principalmente di arco e
freccia, di cui erano esperti quanto i bucanieri dei loro moschetti»170. È difficile non chiedersi se
siano stati davvero i Caribi a essere influenzati dai bucanieri, e non il contrario. Forse sono stati i
bucanieri ad adottare le tecniche indigene di assalto, visto che probabilmente, per quanto si sa,
queste precedevano l ’era coloniale. Non è più verosimile che si tratti di un altro trascurato dono che
gli europei hanno ricevuto dagli indigeni d’America e dei Caraibi171?
Le influenze a livello socio-culturale sono ancora più difficili da determinare, ma alcune analogie
sono comunque eclatanti. Mentre le forme tradizionali di organizzazione sociale dei Cuna appaiono
troppo stratificate per un paragone con le comunità dei bucanieri e dei pirati dei Caraibi172, entrambe
le descrizioni di Caribi e Mosquito suggeriscono società non autoritarie «che si distinguevano per il
loro senso della democrazia e il gusto dell’uguaglianza»173.
Secondo Irving Rouse, i Caribi «dipendevano più dalla pesca che dall’agricoltura; i loro villaggi
erano solo semipermanenti; possedevano canoe più sofisticate [rispetto agli Arawak]; attribuivano
grande rilevanza alla guerra; sceglievano i propri leader in base al coraggio mostrato in
combattimento anziché per diritto ereditario; non avevano cerimonie complesse né credevano in
alcun idolo, ed erano cannibali»174. Indubbiamente, sarebbe troppo ardito dare una lettura
dell’influenza caribi basandosi sulle pratiche di certi capitani bucanieri che pare si divertissero a
mangiare il cuore dei nemici175, ma tutti gli altri punti elencati da Rouse possono essere estesi anche
a bucanieri e pirati (quanto meno se si conviene che la caccia e l ’assalto siano attività più affini alla
pesca che all’agricoltura). Rouse parla addirittura di «capi di guerra eletti temporaneamente»176 tra i
Caribi, e dichiara: «Sebbene [il capo caribi] fosse trattato con reverenza, aveva poca autorità. Gli
uomini caribi erano individualisti, e disprezzavano gli europei che prendevano ordini»177.
Allo stesso modo, molte caratteristiche riportate sui Mosquito, che si ritiene fossero quelli in più
stretti rapporti con bucanieri e pirati178, sembrano corrispondere alla cultura di questi ultimi. La
guerriglia dei Mosquito era altamente organizzata, il ruolo dei capi non ereditario e, nella
descrizione di Paul Kirchhoff, ritenevano un codardo «un uomo che aveva subito un torto, se non si
fosse vendicato»179: un concetto centrale anche nell’etica dei pirati dell’epoca d’oro180.
E tuttavia, determinare se ci siano realmente state delle significative influenze socio-culturali delle
popolazioni indigene caraibiche su bucanieri e pirati resta una questione irrisolta, anche se tentare di
trovare delle risposte sarebbe certamente una ricerca affascinante.

Note al capitolo

1. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 187.


2. Ib id , p. 205.
3. Ibid., p. 3.
4. Ibid., p. 173.
5. Ibid., p. 205.
6. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
7. Treinen, 1 Anarchie, p. 18.
8. Rudiger Haude, Frei-Beuter: Charakter und Herkunft piratischer Demokratie im fruhen 18. Jahrhundert, «Zeitschrift fur
Geschichtswissenschaft», 7-8, 2008, p. 607.
9. Frank Sherry, Raiders & Rebels: The Golden Age o f Piracy, New York, Quill, 1986, p. 20.
10. Ibid., p. 95.
11. Peter Lamborn Wilson, Pirate Utopias: Moorish Corsairs & European Renegadoes, seconda edizione rivista, New York,
Autonomedia 1995, 2003 (trad. it.: Utopia pirata, corsari, mori e rinnegati europei, Milano, Shake, 1996, p. 19).
12. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 174.
13. Ibid., p. 95.
14. Ibid., p. 16.
15. Rediker, Sulle tracce dei pirati, p. 333.
16. Peter Linebaugh e Marcus Rediker, The Many-Headed Hydra: Sailors, Slaves, Commoners and the Hidden History o f the
Revolutionary Atlantic, Boston, Beacon Press, 2000, p. 156 (trad. it.: I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di u n ’utopia
libertaria, Milano, Feltrinelli, 2004).
17. Si veda anche Earle, Pirate Wars, p. 101.
18. David Graeber, Fragments o f an Anarchist Anthropology, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2004 (trad. it.: Frammenti di
antropologia anarchica, Milano, elèuthera, 2011, p. 17).
19. A. M. Khazanov, Nomads and The Outside World, Cambridge, Cambridge University Press, 1984, pp. 15-16.
20. Ibid., p. 15.
21. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 198.
22. Si veda, per esempio, Johnson, A General History, p. 536.
23. David Cordingly e John Falconer, Pirates: Fact & Fiction, London, Collins and Brown, 1992, p. 32.
24. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 110.
25. Elman R. Service, The Hunters, seconda edizione, Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall, 1966, 1979, p. 4.
26. Khazanov, Nomads and The Outside World, p. 3.
27. Knight, The Caribbean, p. 90.
28. Rediker, Sulle tracce dei pirati, p. 292.
29. David E. Sopher, The Sea Nomads : A Study Based on the Literature o f the Maritime Boat People o f Southeast Asia, Singapore,
Memoirs of the National Museum 5, 1965, p. 46.
30. Sopher, The Sea Nomads, p. 253.
31. Khazanov, Nomads and The Outside World, p. 1.
32. Ibid., pp. 1-2.
33. Gilles Deleuze e Félix Guattari, Nomadology: The War Machine, New York, Semiotext(e), 1986 (trad. it.: Nomadologia. Pensieri
per il mondo che verrà, Roma, Castelvecchi, 1995, p. 71).
34. Bridenbaugh, No Peace beyond the Line, p. 62.
35. Marley, Pirates, p. 7.
36. Haude, Frei-Beuter, p. 598.
37. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 33.
38. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 177.
39. Deleuze e Guattari, Nomadologia, p. 60.
40. Ibid., p. 35.
41. Marshall D. Sahlins, Tribesmen, Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall, 1968, p. 36.
42. Johnson, A General History, p. 6.
43. Gilles Deleuze e Félix Guattari, A Thousand Plateaus, New York-London, Continuum, 2004 (trad. it.: Millepiani: capitalismo e
schizofrenia, Roma, Bibliotheca Biographica, 1987, p. 17).
44. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
45. Haring, The Buccaneers in the West Indies in the XVII Century, p. 76.
46. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 241.
47. Gosse, Storia della pirateria, p. 17.
48. Si veda anche The Geographical Backdrop to Piracy, in Pennell, Bandits at Sea, pp. 62-64.
49. Deleuze e Guattari, Nomadologia, p. 60.
50. Earle, Pirate Wars, p. 150.
51. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 172.
52. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 258.
53. Marley, Pirates, p. 152.
54. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 245.
55. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 269.
56. Clastres ha studiato principalmente le società indigene dell’Amazzonia, ma sostiene che la sua analisi si applichi alla maggior parte
delle culture amerindie. Si veda La società contro lo Stato: ricerche di antropologia politica, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 26.
57. Clastres, La società contro lo Stato , pp. 25-40.
58. Ibid., p. 26.
59. David Cordingly, introduzione a The History o f Pirates di Angus Konstam, New York, The Lyons Press, 1999, p. 6.
60. Johnson, A General History, pp. 167-168.
61. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 18.
62. Basil Ringrose, The Dangerous Voyage and Bold Assaults o f Captain Bartholomew Sharp and Others, Performed in the South
Sea, fo r the Space o f Two Years, etc. in Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 399.
63. Sherry, Raiders & Rebels, p. 128.
64. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 187.
65. Deleuze e Guattari, Nomadologia, p. 14.
66. Johnson, A General History, p. 544.
67. Clastres, La società contro lo Stato, p. 27.
68. Johnson, A General History, p. 185.
69. Sahlins, Tribesmen, p. 78. Sahlins elenca pagine di esempi di questa pratica anche in Stone Age Economics, London, Tavistock, 1974
(trad. it.: L ’economia dell’età della pietra: scarsità e abbondanza delle società primitive, Milano, Bompiani, 1980, pp. 246-264).
70. Sahlins, Tribesmen, p. 79.
71. Clastres, La società contro lo Stato , p. 28.
72. Ibid..
73. Johnson, A General History, p. 108.
74. Clastres, La società contro lo Stato , p. 27.
75. Treinen, Parasitare Anarchie, p. 31.
76. Clastres, La società contro lo Stato, p. 152.
77. Johnson, A General History, p. 185.
78. Clastres, La società contro lo Stato, p. 154.
79. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 76.
80. Clastres, La società contro lo Stato , p. 26.
81. Deleuze e Guattari, Nomadologia, p. 14.
82. Analogie simili possono essere delineate in base alla descrizione dei chiefdoms nomadi. «Laddove vi fosse un capo supremo, spesso,
le sue funzioni erano parzialmente simili a quelle del capo di una società sedentaria per quanto riguarda le procedure legali, cerimoniali e
le relazioni esterne. Tuttavia, altrettanto, se non più importanti, erano le altre sue funzioni di mediazione dei conflitti interni e di condotta
militare. [...] In normali circostanze, l’assenza di un potere legittimo e coercitivo per imporre le decisioni è ancora più tipico delle
leadership nomadi rispetto a quelle del chiefdom sedentario [...] i chiefdoms stessi, in una certa misura, possono essere definiti
disposizionali. È per questa ragione che di norma i chiefdoms nomadi sono instabili, poiché la loro leadership è diffusa e decentralizzata
e la loro composizione è fluida e temporanea», in Khazanov, Nomads and The Outside World, pp. 166-169.
83. Clastres, La società contro lo Stato, p. 151.
84. Ibid., p. 152.
85. Ibid., p. 209.
86. Johnson, A General History, p. 56.
87. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 181.
88. Johnson, A General History, p. 543.
89. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 132.
90. Johnson, A General History, p. 168.
91. Ibid., p. 230.
92. Sherry, Raiders & Rebels, p. 131.
93. Earle, Pirate Wars, p. 11.
94. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 111.
95. J. S. Bromley, Outlaws at Sea, 1660-1720: Liberty, Equality and Fraternity among the Caribbean Freebooters, in History
from Below: Studies in Popular Protest and Popular Ideology in Honour o f George Rude, a cura di Frederick Krantz, Montreal,
Concordia University, 1985, p. 309.
96. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 96.
97. Clastres, La società contro lo Stato, p. 142.
98. Ibid.
99. Sahlins, Tribesmen, p. 79.
100. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 108.
101. Sahlins, L ’economia dell’età della pietra, p. 48.
102. Botting, The Pirates, p. 45.
103. Sahlins, L ’economia dell’età della pietra, p. 13.
104. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 205.
105. Clastres, La società contro lo Stato, p. 145.
106. Clastres, La società contro lo Stato, p. 144.
107. Besson, The Scourge o f the Indies, p. 197.
108. Sahlins, L ’economia dell’età della pietra, p. 14. Nello specifico, per F«originaria società opulenta», si veda il capitolo omonimo, pp.
13-45.
109. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 40.
110. Ibid., p. 72.
111. Ibid.
112. Cordingly e Falconer, Pirates, p. 114.
113. Ibid.
114. Besson, The Scourge o f the Indies, p. 14.
115. Klausmann et al., Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger, pp. 165, 169.
116. Land, Flying the Black Flag, p. 178.
117. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 10.
118. Service, The Hunters, p. 16.
119. Gustavo Martin-Fragachan, Intellectual, Artistic and Ideological Aspects o f Cultures in the New World, in General History of
the Caribbean, a cura di P. C. Emmer, London-Basingstoke, UNESCO Publishing, 2, 1999, p. 274.
120. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
121. Kathy Acker, Pussy, King o f the Pirates, New York, Grove Press, 1996, p. 276.
122. Service, The Hunters, pp. 74-75.
123. Sahlins, Tribesmen, p. 80.
124. Sherry, Raiders & Rebels, p. 122.
125. Friedrich Engels, Der Ursprung der Familie, des Privateigentums und des Staats, in Karl Marx e Friedrich Engels, Werke, Band
21, p. 5, Aufage, Hottingen-Zurich, Schweizerische Genossenschaftsdruckerei, 1884; Berlin, Dietz, 1975, p. 155 (trad. it.: L ’origine
della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Roma, Editori Riuniti, 2005).
126. Service, The Hunters, pp. 16-17. Per la descrizione di Sahlins si veda Tribesmen, pp. 82-95, e il capitolo «Sociologia dello scambio
primitivo» in L ’economia dell’età della pietra, pp. 189-261, con molti esempi per un confronto con i pirati a p. 248.
127. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
128. Ringrose, The Dangerous Voyage and Bold Assaults o f Captain Bartholomew Sharp and Others, pp. 500-501.
129. Earle, The Pirate Wars, p. 130.
130. Per quanto riguarda i banditi di terra, si veda I banditi, che contiene diversi confronti. Per i saccheggiatori, si veda il lavoro di Trevor
Bark, per esempio Victory o f the Wreckers, «Mayday: Magazine for Anarchist/Libertarian Ideas and Action», 1, 2007-2008.
131. Sahlins, L ’economia dell’età della pietra, pp. 52-103.
132. Sahlins, Tribesmen, p. 41.
133. Sulla moda pirata si veda «Moda, cibo, divertimento, linguaggio» nel prossimo capitolo.
134. Si veda in particolare il racconto di William Dampier, Dampier ’s Voyages, a cura di John Masefield, London, E. Grant Richards,
1906 (testi originali pubblicati tra il 1697 e il 1729).
135. P. K. Kemp e Christopher Lloyd, Brethren o f the Coast: Buccaneers o f the South Seas, New York, St. Martin’s Press, 1961, p. 5.
136. Cordingly e Falconer, Pirates, p. 70.
137. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 130.
138. Earle, Pirate Wars, pp. 176-177.
139. Konstam, History o f Pirates, p. 96.
140. Anne Pérotin-Dumon, The Pirate and the Emperor: Power and Law on the Seas, 1450-1850, in Pennell (a cura di), Bandits at
Sea, p. 40.
141. Khazanov, Nomads and The Outside World, p. 122.
142. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 6.
143. Charles Grey, Pirates o f the Eastern Seas (1618-1723): A Lurid Page o f History, London, Sampson Low, Marston & Co., s.l.,
p. 16.
144. Gosse, The Pirates ’Who ’s Who, pp. 10-11.
145. Sahlins, Tribesmen, p. 36.
146. Knight, The Caribbean, p. 101.
147. Eric J. Hobsbawm, Bandits, London, Weidenfeld and Nicholson, 1969 (trad. it.: IBanditi: il banditismo sociale nell’età moderna,
Torino, Einaudi, 1987, pp. 79-81).
148. Clastres, p. 147.
149. Ibid., p. 151.
150. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 182. Si confronti anche la definizione di pirateria in The Tryal, Examination and
Condemnation, o f Captain Green, 1705, già citato in «Questioni di terminologia»: «Il pirata è in continua guerra con ogni individuo e
ogni nazione, cristiana o infedele. Conformemente, i pirati non hanno paese, bensì a causa della loro colpevolezza, si separano,
rinunciandovi, dai benefici di tutte le società basate sulla legge», Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 44.
151. Sahlins, Tribesmen, p. 6.
152. Service, The Hunters, p. 5.
153. Ibid., p. 2.
154. Clastres, La società contro lo Stato, p. 11.
155. Johnson, A General History, p. 36.
156. Clastres, La società contro lo Stato, p. 147.
157. Ib id , pp. 156-157.
158. Esistono anche analogie con i nomadi marittimi del Sud-est asiatico, per lo meno se crediamo a David E. Sopher quando afferma
che «l’assetto organizzativo dei nomadi marittimi frammentato in piccoli gruppi è tipico anche dei primitivi delle foreste», in The Sea
Nomads, p. 266.
159. Sahlins, Tribesmen, pp. VIII, 21.
160. Ib id , p. 21.
161. Ibid., p. 23.
162. Per ampliare il dibattito, si veda «Rivoluzionari, radicali o proletari?» nel capitolo quarto.
163. Julian Granberry, The Americas that Might Have Been: Native American Social Systems Through Time, Tuscaloosa, University
of Alabama Press, 2005, pp. 127-128.
164. Irving Rouse, The West Indies, in Handbook o f South American Indians, vol. 4, a cura di Julian H. Steward, Washington DC,
United States Government Printing Office, 1948.
165. Si veda, per esempio, David Watts, The Caribbean Environment and Early Settlement, in General History o f the Caribbean, a
cura di P. C. Emmer, London-Basingstoke, UNESCO Publishing, 2, 1999, pp. 33-34.
166. Knight, The Caribbean, p. 14.
167. Granberry, The Americas that Might Have Been, p. 137.
168. Knight, The Caribbean, p. 10.
169. Si veda la descrizione di William Dampier della personale esperienza vissuta tra i taglialegna in Dampier ’s Voyages.
170. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 71.
171. Si veda Jack Weatherford, Indian Givers: How the Indians o f the Americas Transformed the World, New York, Ballantine
Books, 1988.
172. David B. Stout, The Cuna, in Handbook o f South American Indians, vol. 4, a cura di Julian H. Steward, Washington DC, United
States Government Printing Office, 1948, p. 261.
173. Clastres, La società contro lo Stato , p. 26.
174. Rouse, The West Indies, p. 496.
175. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 104.
176. Irving Rouse, The Tainos: Rise and Decline o f the People Who Greeted Columbus, New Haven-London, Yale University Press,
1992, p. 22.
177. Rouse, The West Indies, p. 555.
178. Per una breve panoramica delle cronache dell’epoca sulle relazioni tra i Mosquito e i bucanieri, si veda Baron Pineda, Shipwrecked
Identities: Navigating Race on Nicaragua ’s Mosquito Coast, New Brunswick, Rutgers University Press, 2006, pp. 35-38.
179. Si veda Paul Kirchhoff, The Caribbean Lowland Tribes, in Handbook o f South American Indians, vol. 4, a cura di Julian H.
Steward, Washington DC, United States Government Printing Office, 1948, pp. 224-225.
180. Si veda la sezione relativa nel capitolo quarto.
CAPITOLO TERZO

«Le origini sociali» o l’eredità europea


L’epoca d’oro della pirateria e i Cultural Studies

Non tutti gli storici interpretano la cultura dei bucanieri e dei pirati caraibici come radicalmente
separata da quella europea da cui provenivano. Franklin W Knight, per esempio, evidenzia che

sebbene i bucanieri fossero essenzialmente individui senza Stato, conservavano forti legami con la cultura generale e la società a loro
familiari. [...] I bucanieri non cercavano, a differenza dei maroons americani, di creare una cultura e una società separate. Essi avevano
la propria cultura e conoscevano bene le proprie origini. Ciò che cercavano - almeno per qualche tempo - era la libertà dalle restrizioni e
dagli obblighi di quella cultura e di quella società. Molti di coloro che riuscivano a sopravvivere ai rischi della professione, poi ritornavano
alle società di provenienza1.

Un approccio del genere punta ad analizzare l’epoca d’oro della pirateria come una subcultura
europea piuttosto che una cultura a sé stante. Non vi è dubbio che il termine subcultura, come dice
opportunamente Chris Jenks, è «un’idea con una spendibilità molto limitata»2. Gli studi subculturali
si fondano su tante diverse definizioni di tale concetto3, ma in questa sede sarà utilizzato nel suo
senso più ampiamente condiviso: una forma culturale che mostra caratteristiche distintive pur
rimanendo fortemente influenzata e dipendente dalla cultura maggioritaria in cui si è sviluppata.

3.1. Moda, cibo, divertimento, linguaggio: circoscrivere la subcultura pirata

Alcune caratteristiche generali che richiedono un’attenzione iniziale quando si studiano le


subculture sono la demografia, lo stile e i segni identificativi culturali.
Come assodato, non si conosce molto delle origini della comunità bucaniera, ma nel corso dei
decenni il suo profilo demografico si è precisato. Cordingly scrive che i bucanieri «includevano
soldati e marinai, servi a contratto e schiavi fuggiaschi, tagliagole e criminali, rifugiati religiosi e un
numero considerevole di pirati veri e propri»4. Rediker riassume così il quadro: «I primi a porre le
basi di questa tradizione furono coloro che un funzionario inglese dei Caraibi definì ‘i reietti di tutte
le nazioni’: criminali, prostitute, indebitati, vagabondi, schiavi fuggitivi e servi a contratto, rigoristi
religiosi, prigionieri politici, tutti emigrati o deportati nei nuovi insediamenti ‘al di là della linea’»5.
Più tardi, questo miscuglio di marginali avrebbe caratterizzato anche i pirati dell’epoca d’oro che,
con le parole di Gosse, erano «un insieme bizzarro»6, «un singolare miscuglio di rifiuti
dell’umanità»7.
Cordingly ha stimato che all’epoca l’età media di un pirata si aggirasse attorno ai ventisette anni8.
Si deve dedurre che per i bucanieri fosse di qualche anno in più, specialmente se si estende la
comunità dei pirati ai loro complici e beneficiari di terra: commercianti disonesti, contrabbandieri e
prostitute. Di fatto, era una comunità prevalentemente bianca e quasi esclusivamente maschile.
La moda appariscente dei pirati, a cui viene dato enorme risalto nei dipinti di Howard Pyle, in tutte
le raffigurazioni più commerciali e in ogni festa di carnevale, sembra che abbia dei fondamenti
storici, anche se molti dettagli sono quasi certamente orpelli artistici di fantasia. Appare
improbabile, per esempio, che i pirati indossassero orecchini, quanto meno non al livello enfatizzato
dalle rappresentazioni del ventesimo secolo. Non vi è nemmeno alcuna documentazione che attesti
l ’uso del tatuaggio tra i pirati. La moderna pratica euroamericana del tatuaggio era diventata
popolare solamente con l’esplorazione europea del Sud Pacifico: un’epoca che era ai suoi albori
quando l ’epoca d’oro della pirateria si stava concludendo9. D’altra parte va anche detto che la
tradizione endogena europea di tatuarsi non si è mai estinta completamente10, che pratiche di
tatuaggio e scarificazione sono state documentate sia tra i Caribi sia tra i Mosquito11, e che nel 1691
con l’equipaggio di William Dampier arrivava a Londra Jeoly (Giolo), un pirata ricoperto di tatuaggi
proveniente dall’isola di Meangis (più probabilmente l’attuale Miangas, l ’isola più a nord-ovest
dell’Indonesia)12. Pertanto, al contrario di quanto a volte si dice, è difficile immaginare che fosse una
pratica completamente sconosciuta ai pirati dell’epoca d’oro.
Molti storici sembrano concordare sullo stravagante abbigliamento che i pirati indossavano, quanto
meno in alcune occasioni. Ritchie sostiene che i pirati «indossavano con grande soddisfazione queste
tenute sgargianti perché in Europa, per legge, solo alle classi più elevate era permesso l’uso delle
stoffe di lusso, mentre loro che si trovavano al di fuori della sfera di controllo, potevano sfoggiarle a
loro piacimento e infischiarsene delle leggi suntuarie»13. Una delle più dettagliate descrizioni dello
stile preferito dai pirati si trova in The DevilS Anarchy di Snelders:

In un’epoca in cui i marinai portavano generalmente corte giacche blu, camicie a quadri, pantaloni di tela lunghi o brache larghe, gilè
rossi e sciarpe intorno al collo, i pirati aggiunsero ogni genere di tessuto confiscato - seta, velluto e broccato - per i loro abiti, violando i
codici di abbigliamento della società europea in cui solo le classi superiori potevano indossare i tessuti di lusso. Labat osserva [...] che,
dopo la cattura di un cacicco, gli uomini del capitano Daniel «indossarono tutti i tipi di abiti raffinati, ed erano uno spettacolo comico dato
che si pavoneggiavano attorno alle Isole [Aves] con cappelli piumati, parrucche, calze di seta, nastri e altri indumenti». Quando Compaen
finalmente fece ritorno in Olanda, i suoi uomini erano «abbigliati in maniera sontuosa e costosa» e le sue braccia erano ricoperte di gioielli
d’oro. Secondo Senior, contemporaneo di Compaen, il pirata inglese Kit Oloard, si vestiva «con pantaloni e giacca di velluto nero, calze di
seta color cremisi, un cappello di feltro nero, una camicia con il colletto ricamato di seta nera». I capitani pirata indossavano sgargianti
rivisitazioni degli abiti da signori, con un deliberato disprezzo dei codici sociali di abbigliamento, che enfatizzavano l’inclinazione dei pirati a
godere del momento e a schernire coloro che nella società erano ritenuti «migliori» di loro14.

Alcune rappresentazioni popolari dell’abbigliamento pacchiano attribuito ai pirati potrebbero


essere delle esagerazioni. Konstam sospetta che «la figura di capitan Uncino con la sua parrucca, le
maniche a gorgiera e la barba curata sarebbe stata derisa in tutti i Caraibi»15. Konstam inoltre
contesta l’idea che i pirati indossassero abiti stravaganti persino sul ponte della nave16. Secondo lo
storico, la pratica era limitata alle visite a terra, perché «in mare la praticità aveva la priorità
sull’eleganza», e infatti ipotizza che durante la navigazione l’aspetto dei pirati non dovesse essere
tanto diverso da quello dei comuni marinai17.
Lo stile dei bucanieri originari di Hispaniola era completamente diverso. Secondo Cordingly,
«vestivano con pelli d’animali, e con i loro coltellacci da macellaio, il corpo imbrattato e
maleodorante di sangue, sembravano gli addetti dei mattatoi»18.
Per quel che riguarda gli altri segni identificativi (sub)culturali, i tre più noti tra i bucanieri e i
pirati dei Caraibi sono il bere/mangiare, il divertimento e il linguaggio.

Bere/mangiare. La cucina dei pirati non va sopravvalutata. È disponibile un discreto numero di


«libri di cucina pirata», ma spesso è difficile trovare le differenze rispetto a un qualunque libro di
cucina caraibica o malgascia. Un piatto, tuttavia, è comunemente conosciuto come una specialità
pirata: il salmagundi. Una delle sue descrizioni più sofisticate recita così:

Carne di ogni genere - incluso tartaruga, anatra o piccione - veniva arrostita, tagliata a tocchetti e marinata in vino speziato. Poi si
aggiungeva anche carne salata importata, aringhe e acciughe. Quando era pronto da servire, le carni salate e affumicate si mescolavano
insieme a uova bollite e qualunque verdura fresca o sottaceto fosse disponibile, incluso cuori di palma, cavolo, mango, cipolla e olive. Il
tutto si faceva saltare con olio, aceto, aglio, sale, pepe, semi di senape e altri condimenti19.
Se la descrizione può suonare appetibile - quanto meno agli onnivori - l ’unica altra specialità
culinaria dei pirati che sia degna di nota non lo sembra affatto: «In tempi di scarsità si mangiava
crackerhash, una galletta in uso sulle navi sbriciolata e scossa in un sacchetto assieme agli avanzi
della settimana»20. Vale la pena citare anche le maniere dei pirati a tavola, o meglio la loro completa
assenza. Come scrive Edward Lucie-Smith: «Vi è una fonte che fornisce un’immagine piuttosto
precisa del modo in cui si comportavano a tavola i pirati, che ci trasmette una sensazione di grande
caos: ‘Mangiano in maniera molto disordinata, più come un gruppo di cani che di uomini,
avventandosi sul cibo e strappandoselo l’un l’altro [...]. Sembrava uno dei loro principali
passatempi e, come dicevano loro stessi, lo facevano con spirito marziale»21.
In modo del tutto prevedibile, e in sintonia con la raffigurazione popolare di pirati e bucanieri, bere
era in cima ai loro interessi. Difatti, alcune bevande classiche sono sicuramente di loro invenzione, a
partire dal rumfustian: «Una miscela di uova crude, zucchero, sherry, gin e birra [...] ma senza
rum»22 Altre celebri bevande dei pirati sono il Sir Cloudesley, «brandy mescolato con un po’ di
birra, spesso edulcorato o speziato, con l’aggiunta di un tocco di succo di limone (detto flip senza
limone)»23; il mum, «una birra forte di frumento e malto d’orzo aromatizzata alle erbe» 24; e il
bumboo, «un miscuglio di rum, acqua, zucchero e noce moscata»25, almeno stando a quanto scrive
Jenifer G. Marx, perché invece Philip Gosse ne fa la bevanda del pirata astemio, descrivendola come
semplice «limone, zucchero e acqua» e ipotizzando che la gustassero solo i pochi pirati «a secco» 26.

Divertimento. Non vi sono tracce che possano far pensare che bucanieri e pirati eccellessero nelle
arti. La maggior parte di loro, a quanto riportato, si dilettava ad ascoltare musica, solitamente offerta
da musicanti che il più delle volte erano stati costretti a unirsi alla ciurma. I musicanti arrestati con
l ’equipaggio di Bartholomew Roberts riferirono di aver subito maltrattamenti: «Rompevano i loro
violini, e spesso le loro teste, per il solo fatto di aver detto di essere stanchi quando a uno qualunque
della ciurma passava per la testa di chiedere un brano»27.
Oltre alla musica e al bere, «l’unica altra forma di svago dei pirati era quella di inscenare finti
processi» 28, come riporta Neville Williams. Questa forma unica di satira politica può sicuramente
essere considerata un’innovazione artistica. Il capitano Johnson fornisce un resoconto di questi
«allegri processi», che reputa «divertenti», in A General History29: dopo che il «procuratore»
presenta al giudice e alla giuria «questo tristo cane, davvero un tristo cane», che «non avendo il
timore della forca davanti agli occhi [...] ha continuato a rapinare e depredare uomini, donne e
bambini, saccheggiando i carichi navali avanti e indietro, incendiando e affondando navi, brigantini e
barche, come se il diavolo fosse stato in lui», il giudice si rivolge al prigioniero: «Ascoltatemi,
Signore, cane pulcioso e miserabile, cane schifoso; cosa avete da dire a vostra discolpa per non
essere immediatamente accalappiato e messo ad arrostire al sole come uno spaventapasseri? Vi
dichiarate colpevole o innocente?». Il prigioniero si dichiara innocente, e il giudice risponde:
«Ditelo ancora, Signore, e vi farò impiccare senza alcun processo». I tentativi da parte del
prigioniero di parlare in propria difesa vengono respinti dal giudice, per la gran gioia del
procuratore che sostiene: «Giusto, mio signore! Perché se al tizio viene concesso di parlare,
potrebbe riuscire a giustificarsi, e questo è un affr onto alla corte». Vale la pena citare per esteso la
fine del processo:

Prigioniero. Vi prego, mio Signore, spero che vostra Signoria vorrà considerare.
Giudice. Considerare! Come osate parlare di considerare? Signore, io non ho mai considerato in tutta la mia vita. Considerare è
tradimento.
Prigioniero. Ma spero che vostra Signoria voglia ascoltare qualche ragione.
Giudice. Avete sentito come ciancia questo brigante? Cosa c ’entra qui la ragione? Dovete sapere, canaglia, che noi non stiamo qui
seduti per sentire ragione, noi andiamo secondo la legge. È pronta la cena?
Procuratore. Sì, mio Signore.
Giudice. Allora sentitemi, voi canaglia alla sbarra, sentitemi, Signore, sentitemi bene. Voi dovrete patire, per tre ragioni: primo, perché
non è opportuno che io sieda qui come giudice e nessuno venga impiccato; secondo, dovete essere impiccato perché avete una dannata
faccia da impiccato; e terzo, dovete essere impiccato perché ho fame, e dovete sapere, Signore, che questo è il costume, quando la cena
del giudice è pronta prima che il processo sia finito, il prigioniero deve essere impiccato, è ovvio. Questa è la legge per voi, cane.
Carceriere, portatelo via .

Linguaggio. Lo sviluppo di una lingua vernacolare o di un gergo propri è innegabilmente una forte
caratteristica di qualunque subcultura, come sostiene Peter Lamborn Wilson quando dice che «un
linguaggio (per quanto crudo e raffazzonato) è una cultura, o almeno il segnale certo di una cultura
emergente»31. I bucanieri e i pirati dei Caraibi non solo mescolavano diverse lingue all’interno delle
rispettive comunità multinazionali (Philip Gosse parla persino di una «sorta di esperanto»32), ma
condividevano anche lo specifico linguaggio della gente di mare. Le lingue risultanti venivano
ulteriormente modificate dato che bucanieri e pirati costituivano un’esclusiva comunità di predoni di
mare con «il proprio gergo e proprie parole in codice»33, in cui sembra che le imprecazioni
occupassero un posto di rilievo. Il passeggero di una nave catturata dall’equipaggio di Bartholomew
Roberts riferisce che «per tutto il tempo tra i pirati non si sentivano altro che maledizioni, spergiuri,
dannazioni e bestemmie al più alto livello immaginabile»34. A tal proposito, l’eloquenza dei pirati
deve aver raggiunto il suo apice con il capitano Fly, l ’ultimo rinomato capitano pirata
angloamericano dell’epoca d’oro. Una delle sue sfuriate, riportate in A General History del capitano
Johnson, è rivolta al Mr Atkinson, il quale, dopo essere stato fatto prigioniero su un vascello
catturato, osa chiedere di essere rilasciato:

Vedi, Capitano Atkinson, non è che ce ne frega della tua compagnia, che Dio ti maledica e maledica anche la mia anima; e questo è
giusto. Ma che Dio ti stramaledica, se non ti comporti da uomo onesto, e per Dio, se provi a farci qualche scherzo da furfante, che Dio mi
35
faccia affondare, ma io ti faccio saltare le cervella. E che io sia maledetto, se non lo faccio .
3.2. «Canaglie di tutto il mondo?»: pirateria e (trans)nazionalità

Il rapporto dei pirati e bucanieri caraibici con il concetto di nazione è alquanto curioso. Sono stati
definiti «sovranazionali»36 e «una miscela di nazionalità»37, ma anche una «nazione fuorilegge»38.
Ovviamente, alcune di queste evidenti contraddizioni possono essere risolte facilmente individuando
le diverse accezioni del termine. Vi è una differenza basilare tra il concetto di «nazione» inteso come
«Stato-nazione» oppure inteso come comunità di persone con un destino condiviso. Nel secondo
caso, la descrizione di Frank Sherry dei pirati dell’epoca d’oro come di una «nazione fuorilegge» ha
senso quanto le ipotesi di Stephen Snelders o di Marcus Rediker, secondo cui i pirati di quell’epoca
erano antinazionalisti dato che non tenevano in gran considerazione lo Stato-nazione.
Non essendo questo il luogo in cui avventurarsi troppo a fondo nel dibattito sul significato e l’uso
del termine, l ’analisi che segue si concentra solamente sulla relazione intrattenuta dai bucanieri e dai
pirati caraibici con lo Stato-nazione. Si tratta di un elemento cruciale della loro storia e della loro
identità, che pare abbia creato alcuni fraintendimenti, il più diffuso dei quali rimanda alla
convinzione che la loro cultura fosse andata oltre il concetto di Stato-nazione. Questa visione è
diventata un luogo comune in molti ambiti radicali che simpatizzano con la cultura di bucanieri e
pirati, sebbene vi siano poche prove a sostegno, e quelle disponibili dimostrino esattamente il
contrario.
Parte del problema risiede nell’erroneità di certi presupposti. Gli autori di Pirate Utopias, per
esempio, scrivono che «le isole dei Caraibi nella seconda metà del diciassettesimo secolo erano un
m eltingpot di immigrati ribelli e impoveriti provenienti da tutte le parti del mondo»39, ma si tratta di
un’affermazione piuttosto audace. Oltre alla controversa definizione di «ribelli e impoveriti», la
vasta maggioranza delle persone che erano migrate ai Caraibi nel diciassettesimo secolo proveniva
dalla Spagna, le isole britanniche e la Francia. Vi erano poi alcuni olandesi e scandinavi, e una
manciata di individui di altri paesi europei che aveva trovato la propria strada nei porti delle coste
atlantiche europee, rimediando un passaggio per le Indie occidentali. Di certo, vi erano anche gli
schiavi africani che erano arrivati verso la fine del secolo in numeri di gran lunga più elevati, ma
includerli all’interno del melting pot e della comunità di «immigrati» risulta piuttosto cinico.
La comunità dei bucanieri rifletteva i modelli migratori generali dei Caraibi. È vero che alcuni si
raggruppavano su basi nazionali, ma l’ottanta percento dei bucanieri era composto da inglesi,
francesi e olandesi, e da un certo numero di scozzesi, irlandesi, portoghesi e scandinavi; la maggior
parte dei non europei presenti erano schiavi della comunità. Molti bucanieri, inoltre, si erano uniti
spinti dalla condivisione di uno stesso sentimento: l ’«acerrimo disprezzo» per gli spagnoli40. In
questo senso, chiamare la loro unione un modello transnazionale sarebbe come dire che le forze
alleate durante la seconda guerra mondiale fossero transnazionaliste. Alcuni critici radicali sono così
convinti del presunto antinazionalismo di pirati e bucanieri che incappano in qualche contraddizione:
«Finché potevano dare la caccia agli spagnoli non gli interessava su incarico di chi - inglesi,
francesi, olandesi o portoghesi - lo stessero facendo; non erano interessati alle rivalità interstatali
delle potenze europee, e non erano assolutamente disposti a dare la vita per loro»41. La realtà della
politica opportunistica delle colonie caraibiche è rappresentata molto meglio dal seguente aneddoto:
«[I francesi e gli inglesi] si mescolavano molto amichevolmente durante gli attacchi omicidi contro i
nativi, per poi finire a discutere sul possesso di una qualche isola meridionale»42.
Le aggregazioni internazionali tra bucanieri risultano essere state tanto pragmatiche ed effimere
quanto le alleanze tra nazioni in tempi di guerra. Non stupisce, quindi, che la composizione degli
equipaggi bucanieri cambiava insieme al clima politico coloniale dei Caraibi. Come scrive Earle a
proposito della guerra dei Nove anni (1689-1697): «Gli ex pirati ora si combattono da corsari al
servizio di Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna»43. Di conseguenza, molti bucanieri - il più noto dei
quali era il baronetto Henry Morgan - venivano acclamati come eroi nazionali. I sentimenti
antispagnoli tipici dell’epoca si riscontrano ancora oggi, come dimostrano le recenti ristampe
americane dei libri sui pirati di Gosse, che sul retro di copertina recitano:

L’autore ha anche cercato di sottolineare l’enorme influenza che i bucanieri hanno esercitato sul nostro paese e la sua popolazione. Se
non fosse stato per questi pittoreschi predoni del mare, l’Inghilterra difficilmente avrebbe mantenuto la sua presa sul Nuovo Mondo, e gli
Stati Uniti ora potrebbero essere un ex dominio spagnolo. Il declino del predominio marittimo spagnolo lo si deve in gran parte a questi
scorridori del mare e, per quanto spregevoli fossero sotto tanti punti di vista, non possiamo non sentire un debito di gratitudine verso di
loro44.
Con la conquista della Giamaica, nel 1655, ad opera degli inglesi, le lealtà nazionali dei bucanieri
divennero particolarmente evidenti. A partire da allora, i bucanieri inglesi e francesi si divisero
nettamente lungo linee nazionali. Konstam dichiara che «i bucanieri combattevano sempre sotto la
propria bandiera nazionale, e sempre più contro altri bucanieri»45. Infatti, le incursioni reciproche
erano diventate così frequenti che «né i francesi a Tortuga né gli inglesi a Port Royal potevano
reprimere i propri pirati senza la certezza che anche quelli dall’altra parte facessero lo stesso»46. Per
molti decenni «i bucanieri non attaccarono di norma la colonia da cui proveniva il capo del gruppo o
i cittadini legati per nazionalità o cultura alla maggior parte dei propri membri»47. Uomini come
Jérémie Deschamps, che «ottenne [...] incarichi contemporaneamente da inglesi e francesi, e mise
con successo una potenza contro l ’altra»48, erano certamente un’eccezione.
C’erano anche alcuni bucanieri, soprattutto quelli oppressi dagli inglesi o dai francesi a casa
propria, che si erano schierati con gli spagnoli: i più noti erano i capitani irlandesi che lavoravano
per la flotta spagnola, come Don Philip Fitz-Gerald49, o John Murphy che aveva guidato gli attacchi
spagnoli a Tortuga nel 1634-163550. La descrizione resa da uno storico della ciurma di corsari
spagnoli attivi durante gli anni Ottanta del diciassettesimo secolo include anche «corsi, slavi,
greci»51. Al contrario, è difficile imbattersi in slavi e greci all’interno degli equipaggi bucanieri
dominati da inglesi e francesi, e la presenza dei corsi fra gli spagnoli indicherebbe una trasposizione,
nel contesto delle Indie occidentali, del risentimento verso i colonizzatori francesi della propria
isola.
Il successivo rifiuto di qualsiasi lealtà nazionale costituisce la più marcata differenza tra i pirati
dell’epoca d ’oro e i bucanieri che li hanno preceduti. Tra i pirati, il sentimento antinazionale diventa
più forte, fino all’adozione del Jolly Roger come proprio simbolo esplicitamente transnazionale.
Alcuni di loro, infatti, devono aver avuto «un’idea di se stessi non più come inglesi, olandesi o
francesi, ma come pirati»52, come «gente senza nazione»53. Ma le ipotesi che seguono, se formulate in
modo categorico, risultano comunque problematiche: «I pirati disattendevano doppiamente la logica
nazionalistica [...] in primo luogo dichiarandosi ‘scarti di tutte le nazioni’ (e mescolando insieme
marinai di tutti i paesi, come abbiamo visto in precedenza), in secondo luogo attaccando le navi
indipendentemente dalla bandiera che sventolava sul pennone, depredando indistintamente tutte le
nazioni e i loro carichi»54. Intanto, sembra che la composizione degli equipaggi pirata dell’epoca
d’oro non fosse così diversa da quelle delle ciurme di bucanieri. Pare, infatti, che all’epoca i marinai
angloamericani fossero una presenza preponderante. Se si dà credito all’analisi di Cordingly, «dei
settecento pirati conosciuti che erano attivi nei Caraibi tra il 1715 e il 1725, quasi tutti provenivano
dal bacino atlantico e caraibico di lingua inglese. E precisamente, gli inglesi rappresentavano il
trentacinque percento, gli americani il venticinque percento, quelli originari delle stesse Indie
occidentali il venti percento, gli scozzesi il dieci percento e coloro che provenivano da altri paesi
marinari, come la Svezia, l’Olanda, la Francia e la Spagna, l’otto percento»55. Alcuni storici
suggeriscono persino che, in certe occasioni, la Croce di San Giorgio venisse ancora sventolata a
fianco del Jolly Roger (e non come decorazione, così come per tante altre bandiere)56. Inoltre, i
capitani e gli equipaggi pirata non avevano di sicuro superato i pregiudizi nazionali, specialmente
per quanto riguarda gli spagnoli. Si diceva, per esempio, che Bartholomew Roberts e la sua ciurma
detestassero gli uomini di Bristol (non si sa perché) tanto quanto «odiassero gli spagnoli»57. A quanto
pare, Roberts nutriva rancore anche verso gli irlandesi, per non menzionare il disprezzo per le
popolazioni delle Barbados e della Martinica, documentato sulla sua bandiera in cui due teschi erano
stati rispettivamente marchiati abh (a Barbadian ’s head), «la testa di un barbadoregno» e amh (a
Martinican ’s head), «la testa di un martinicano»58.
Allo stesso tempo, è senza dubbio vero che «in un mondo sempre più dominato dal sistema basato
sullo Stato-nazione, era diventata una questione di primaria importanza che i pirati ‘non avessero
lettere di corsa da parte di principi o sovrani’»59, e che rappresentassero un’effettiva minaccia per lo
Stato-nazione: idee avvalorate dalla reputazione di essere le «canaglie di tutto il mondo»60 e dal fatto
che gli studiosi di diritto abbiano definito la pirateria il «primo crimine internazionale»61. Ci sono
però esempi di equipaggi pirata che sembra avessero davvero trasceso le rivalità nazionali. Neville
Williams racconta che la ciurma di Augustino Blanco, un pirata spagnolo che operò dalle Bahamas
per un ventennio, «era formata da inglesi, scozzesi, spagnoli, portoghesi, mulatti e negri»62. Inoltre,
non si deve dimenticare il significato simbolico di una comunità liberamente errante sotto una
bandiera senza Stato-nazione, specialmente alla luce dell’attuale crescente regolamentazione dei
flussi migratori e dei controlli di confine. L’evidente atteggiamento di sfida dei pirati dell’epoca
d’oro nei confronti di qualsiasi concetto del genere deve rappresentare un potente promemoria di
come le cose dovrebbero essere e un’irrefrenabile protesta contro le condizioni che ogni anno
forzano milioni di persone ad attraversare le frontiere in circostanze pericolose. Molte di loro non
sopravvivono a queste traversate, e alcune annegano nelle stesse acque in cui una volta i pirati
dell’epoca d ’oro vagabondavano orgogliosamente. Prendendosi gioco dello Stato-nazione, i pirati
dell’epoca esprimevano una semplice verità: «Non importava in quale parte del mondo vivesse un
uomo, ma che vi vivesse bene»63.

3.3. Satanisti e sabatisti: pirateria e religione

L’odio espresso da molte potenze (e molti individui) in Europa nei confronti degli spagnoli era
spesso rivestito di termini religiosi. Secondo Konstam, i corsari inglesi del sedicesimo secolo
avevano già unito «la rivalità religiosa e nazionale con l’avidità»64. Turley definisce l ’odio per i
cattolici un «principio» diffuso tra i bucanieri65, a un tale livello che tutto coloro che furono torturati
e uccisi durante il sacco di Panama del 1671 «non erano visti da Morgan e dagli altri bucanieri come
persone essendo assimilati ai cattolici spagnoli, e dunque odiati dai sospettosi inglesi
tardoseicenteschi sempre a caccia di ‘complotti papisti’»66. Snelders, a riguardo dei bucanieri,
dichiara che «la motivazione era dettata tanto dal desiderio di bottino quanto dall’odio per spagnoli e
cattolici»67, e nell’introduzione di Book o f Pirates, Howard Pyle aggiunge che «in questa guerra
sinistra contro la Spagna cattolica molti avventurieri erano, senza dubbio, spinti e fomentati da un
truce, calvinista e puritano zelo per il protestantesimo»68. Pertanto, non sorprende che i bucanieri
siano stati nominati anche «corsari luterani»69. In questo senso, l’uccisione di monaci, frati e preti70
non dovrebbe essere interpretata come prova di un piano anticristiano, ma piuttosto anticattolico. Le
rivalità religiose complicavano persino la fedeltà nazionale, come nel caso di «un francese
protestante al servizio di una nave pirata inglese»71.
Il fervore anticattolico dei bucanieri protestanti era spesso giustificato come reazione
all’oppressione esercitata dagli spagnoli sulle comunità indigene72. Si dice che Montbars lo
Sterminatore, uno dei più crudeli e leggendari capitani bucanieri, «si unì ai bucanieri dopo aver letto
un libro che documentava le crudeltà degli spagnoli nei confronti dei nativi americani»73. In effetti è
un po’ sorprendente che gli stessi che assaltavano gli insediamenti amerindiani e avevano schiavi
indigeni fossero così scandalizzati dall’analogo comportamento degli spagnoli. Si può solo
sospettare che queste storie siano prevalentemente emerse nell’ambito della cosiddetta Leggenda
nera, ossia l’intenzionale distorsione della cultura, del governo e della politica spagnola da parte
delle potenze rivali del sedicesimo e diciassettesimo secolo. La controversia che vede la Spagna da
una parte meritevole delle accuse sollevate e dall’altra vittima di una propaganda ideologica rimane
quindi insoluta. Tuttavia, le ipotesi che dipingono gli spagnoli come i peggiori tra i colonizzatori
europei sembrano piuttosto semplicistiche, al di là del fatto che stilare una classifica delle atrocità
sia un atto molto discutibile di per sé.
Anche fra i bucanieri cattolici - che spesso costituivano unità per conto proprio74 - l’adesione
religiosa era altrettanto forte, e addirittura pare che le ciurme di bucanieri cattolici francesi del tardo
diciassettesimo secolo avessero i loro preti75. Famosa è l ’emblematica storia del capitano Daniel che
sparò a un membro del proprio equipaggio per aver risposto con una bestemmia al rimprovero per la
sua disattenzione durante la messa76.
La teoria di John Masefield, secondo cui «nessun equipaggio attraversava il mare senza prima
essere andato in chiesa a chiedere la benedizione per l’impresa»77, potrebbe essere esagerata, ma per
molti bucanieri e pirati l’identità cristiana era sicuramente importante. Philip Gosse attribuisce la
rivolta del 1681 contro il capitano Sharp (documentata nel racconto di viaggio di Basil Ringrose)78
alla sua «empietà»79. Secondo il capitano Johnson, durante l ’epoca d’oro gli Articoli di ogni
equipaggio pirata venivano solitamente giurati sulla Bibbia80, e alcuni capitani pirata - famoso più di
tutti «il venerabile Mr Roberts»81 - erano notoriamente «sabatisti»82. (Sembra che una volta
l ’equipaggio di Roberts avesse provato a persuadere un pastore che viaggiava su un vascello
catturato a unirsi a loro e, al suo rifiuto, «non presero nulla che appartenesse alla Chiesa, eccetto tre
libri di preghiera e un cavatappi»83). Nemmeno le rivalità tra protestanti e cattolici erano scomparse.
A quanto risulta, il capitano Condent umiliò dei preti catturati poiché il suo ex comandante era
papista84, mentre per Nathaniel North i papisti erano comunque meglio degli infedeli. Dopo che lui e
la sua ciurma avevano avuto un certo numero di figli da donne malgasce, aveva deciso di «affidare le
somme intestate a loro a qualche prete che desse loro un’educazione cristiana (perché preferiva farne
dei papisti piuttosto che dei pagani)»85.
Vi sono fonti che raccontano di pirati avventuratisi nel Mar Rosso con l’intenzione di attaccare le
navi non cristiane: uno di questi dichiarò, nel corso del suo processo, che gli sembrava «del tutto
legittimo [...] saccheggiare navi, merci e altro appartenenti ai nemici della Cristianità»; un altro
«propose di ammutinarsi e navigare nel Mar Rosso, ‘perché, a suo avviso, non c’è alcun male nel
depredare quei maomettani’»86; un altro infine, tale Darby Mullins, si convinse a imbarcarsi su una
nave pirata «incoraggiato dall’idea che depredare solo gli infedeli, i nemici della Cristianità, fosse
un atto non solo legittimo ma anche altamente meritevole»87. Tali argomenti, tuttavia, non erano ben
accolti da tutti i pirati. Gosse racconta che un equipaggio pirata incatenò il proprio capitano dopo che
si era rifiutato di attaccare un mercantile olandese e aver dichiarato che intendeva attaccare solo
«navi moresche». (Più tardi, i suoi «scrupoli sul catturare navi cristiane si attenuarono abbastanza da
permettergli di accaparrarsi una coppia di navi inglesi»88).
Insieme ai racconti sull’adesione al cristianesimo dei pirati, ci sono anche quelli che riportano il
rigetto, la ridicolizzazione e la derisione della religione. Il caso del povero bucamere francese
ucciso dal suo capitano per la sua mancanza di reverenza durante la messa è già stato menzionato.
Cordingly racconta la storia di un certo Dolzell, «uno scozzese di quarantadue anni descritto da
Ordinary come pernicioso e pericoloso, [che] rifiutò di onorare la Bibbia e minacciò di farla a
pezzi»89, e riporta che «un sorprendente numero di pirati, giunti alla loro fine, manteneva un’aria di
sfida e si rifiutava di morire nella maniera contrita e penitente che ci si aspettava da loro»90. Il
capitano Johnson narra che durante l’ammutinamento sulla Elizabeth, un certo Alexander Mitchel
disse al capitano: «Maledetto sia il tuo sangue [...] e niente preghiere», prima che William Fly, suo
compagno di ammutinamento e suo futuro capitano, lo interrompesse dicendo: «Sia maledetto, ma
visto che è così tanto devoto, gli daremo il tempo di dire le sue preghiere, e io sarò il pastore. Dì
dopo di me: ‘Signore, abbi pietà di me’. Le preghiere brevi sono le migliori, e finite le parole,
saltategli addosso, ragazzi». In seguito, «il capitano ancora gridava pietà, e supplicava una sola ora
di tregua, ma invano; venne preso dalle canaglie, e gettato in mare»91. Sembra che simili attitudini
siano state predominanti tra la ciurma del capitano John Gow. Stando a Johnson, una volta accadde
che una delle loro vittime «desiderava ardentemente vivere finché non avesse detto le sue preghiere,
ma le canaglie non lo assecondarono; dissero: ‘Tu sia dannato, questo non è il momento di pregare’, e
lo uccisero con un colpo»92.
Questi aneddoti dipingono i pirati nel modo in cui molti radicali li immaginano: laici, sacrileghi,
anticlericali. Rediker sostiene che alcuni pirati «si riconoscevano in Lucifero, il più ribelle degli
angeli»93, e il capitano Johnson dice di Barbanera che «alcuni dei suoi scherzi malvagi erano così
stravaganti che sembrava volesse far credere ai suoi uomini di essere l’incarnazione di un
diavolo»94. Ma il fatto che i pirati «capovolgevano i valori della cristianità»95, che all’interno della
propria comunità «il mondo della religione, come quello della società, fosse un mondo capovolto»96,
confermerebbe soltanto quanto la loro cultura fosse profondamente radicata nelle tradizioni cristiane.
E il Jolly Roger può dimostrarlo ancora meglio: «Ogni simbolo presente sulle bandiere nere aveva le
sue radici nelle culture cristiane dalle quali proveniva la maggior parte dei pirati. [Marinai e
filibustieri] giocavano con questi simboli divini e con il loro potere, li manipolavano e li
ribaltavano, dando loro nuovi significati tratti dalla propria esperienza marittima»97. Positivi o
negativi, riverenti o provocatori, seri o beffardi, i simboli cristiani si trovavano al centro della
cultura pirata dell’epoca d’oro. Un’ipotesi avallata dall’osservazione di Snelders, secondo cui «in
una società dove tutte le relazioni sociali sono cariche di ideologia religiosa, l ’eresia e l ’apostasia
sono entrambe scelte politiche e modalità di ribellione sociale»98, e dal palese legame con il lato
oscuro della cristianità al fine di incutere timore: «Dichiarando di essere in cammino verso l ’inferno,
i pirati affermavano ciò che le persone rispettabili e timorate di Dio non si stancavano di ripetere:
che erano diavoli, tutti in rotta verso l ’inferno, appunto»99.
Il satanismo non era, tuttavia, l’unico modo per rendere sovversivo il legame dei pirati alla
cristianità. Il deismo alquanto rivoluzionario caldeggiato dal capitano Misson e dal suo «lascivo
prete»100 e tirapiedi Caraccioli era probabilmente un’invenzione del capitano Johnson, ma nei
riguardi dei bucanieri la seguente affermazione potrebbe, in effetti, essere ben fondata: «Stando a
Padre du Tertre [...] essi dovevano lealtà solo a Dio, a eccezione di quelli che, sulla terra in cui
vivevano, non avevano altri padroni al di fuori di se stessi»101.

3.4. Un Atlantico colorato? Pirateria e razza

Paul Gilroy, nel suo influente studio The Black Atlantic, sostiene:

Ho scelto l’immagine delle navi in viaggio tra Europa, America, Africa e Caraibi come simbolo dominante di questa impresa e come
punto di partenza. L’immagine della nave - un sistema micropolitico e microculturale vivo e in movimento - è particolarmente importante
per motivi storici e teorici che spero diventeranno più chiari in seguito. [...] Occorre sottolineare che le navi erano i mezzi viventi
attraverso cui i diversi punti all’interno del mondo atlantico venivano congiunti. Le navi costituivano gli elementi mobili che attraverso gli
spazi mutevoli collegavano tra loro i luoghi fisici fissi. Di conseguenza, vanno concepite come unità culturali e politiche piuttosto che come
astratte incarnazioni dello scambio triangolare. In questo senso, erano qualcosa di più: un mezzo per veicolare il dissenso politico e
possibilmente un diverso modo di produzione culturale
102.

Dato che Linebaugh e Rediker hanno già evidenziato come uno degli aspetti cruciali della nave
atlantica del diciassettesimo secolo fosse il suo essere un potenziale «luogo di resistenza»103, la
prospettiva di una nave pirata antirazzista - probabilmente la nave più ribelle di tutte - diventa
tremendamente seducente. Potrebbe essere vista come «un luogo verso cui e in cui le idee e le
pratiche dei rivoluzionari [...] fuggivano, mutavano, circolavano e resistevano»104. Sebbene alcuni
storici abbiano sostenuto l’effettiva esistenza di queste navi pirata antirazziste, la domanda da farsi è
se la teoria sia davvero convincente. Sembra esserci accordo sul fatto che i bucanieri avessero
schiavi sia amerindiani sia africani. Non vi è solo l’esempio fornito da Exquemelin, che parla di
schiavi come possibile forma di pagamento inclusa nei contratti dei bucanieri105, ma tutti i racconti
sui bucanieri di Exquemelin, Dampier e Ringrose sono pieni di riferimenti ad amerindiani e «negri»
che lavoravano in maniera non volontaria sulle loro navi106. In effetti, Exquemelin scrive anche che «i
detti bucanieri sono terribilmente crudeli e tirannici con i loro servitori; tanto che normalmente questi
avrebbero preferito essere galeotti condannati ai remi negli insediamenti dello Stretto, o segare
legname brasiliano nelle prigioni olandesi, piuttosto che servire certi barbari padroni»107. Un
racconto di bucanieri narra che alcuni servi a contratto «si ammalarono di una malattia chiamata
coma, una sorta di disperazione che portava a morte certa, a causa della brutalità di trattamento e
della mancanza di riposo»108. È stata anche avanzata l ’ipotesi che i covi stabili dei bucanieri, come le
comunità di taglialegna lungo la Costa dei Mosquito, fossero a un certo punto raddoppiati divenendo
avamposti commerciali per la tratta degli schiavi109.
Verso la fine dell’era dei bucanieri, quando molte isole dei Caraibi furono trasformate in
piantagioni, diventando così strettamente dipendenti dal commercio degli schiavi, la cosiddetta
«caccia agli schiavi» rappresentò un fattore primario nelle faide tra comunità bucamere rivali.
Besson scrive che negli anni Ottanta del diciassettesimo secolo i bucanieri francesi «per il maggior
profitto delle giovani piantagioni dell’isola di Saint-Domingue, facevano così spesso incursione in
Giamaica, per portarsi via negri e negre, [...] che l’isola veniva semplicemente chiamata Piccola
Guinea»110.
La situazione non appare molto diversa tra i pirati dell’epoca d’oro. Le storie del capitano Johnson
sono costellate di riferimenti ad amerindiani e africani che lavoravano in condizioni di schiavitù
sulle navi dei pirati o nei loro rendezvousm . Il racconto del capitano Condent, per esempio, inizia
con la storia di un amerindiano che minacciava di far saltare la nave poiché diversi membri
dell’equipaggio lo avevano picchiato. Una volta che l ’eroico Condent lo uccise, «l’equipaggio lo
tagliò a pezzi, e l’artigliere lacerò e aprì la sua pancia, ne strappò il cuore, lo arrostì e se lo
mangiò»112.
Le relazioni tra la pirateria dell’epoca d’oro e la schiavitù erano particolarmente evidenti in
Madagascar, dove i pirati «partecipavano a queste guerre [tra le tribù locali], ricevendone in cambio
amicizia e schiavi, e grazie alla conoscenza delle condizioni locali che avevano acquisito,
cominciarono ben presto a fare da intermediari nel commercio degli schiavi. I mercanti che
desideravano entrare nel giro venivano avvisati che all’arrivo della nave avrebbero trovato qualcuno
pronto ad assisterli, e questo qualcuno era inevitabilmente un pirata»113. Il centro di questa attività
mercantile era il porto pirata di St. Mary, fondato nel 1691 dall’ex bucamere Adam Baldridge, il
quale collaborava strettamente con Frederick Philipse, un uomo d’affari senza scrupoli di New York
che si era trasformato nel «principale intermediario dei pirati in Madagascar»114. Il capitano Johnson
descrive un viaggio tipico tra New York e St. Mary come una consegna di «vino, birra, etc.»
all’andata e una consegna di «300 schiavi»115 al ritorno. Secondo Earle, «di solito, quando gli
schiavisti ritornavano in America, oltre al carico incatenato, portavano una ventina di pirati che
volevano tornare alla civiltà, dopo gli anni di saccheggio e di ubriachezza trascorsi nell’Oceano
Indiano»116. Nel 1697, l ’avamposto di Baldridge fu distrutto dalla gente del luogo che si ribellò ai
suoi traffici schiavisti.
Da quel che risulta, quando i pirati catturavano le navi negriere, gli schiavi spesso venivano
considerati parte del carico117 e, presumibilmente, venivano venduti alla prima buona occasione.
Molti mercanti illegali di schiavi lungo le coste dell’Africa occidentale, probabilmente hanno fatto
buoni affari con i pirati, in particolare con quelli che avevano eretto un accampamento presso il
fiume Sierra Leone: «Uomini che in diversi momenti della loro vita erano stati corsari, bucanieri o
pirati»118. Ci sono anche resoconti che riportano casi di schiavi bruciati insieme alle navi che i pirati
avevano deciso di distruggere. Il più famoso è l ’episodio in cui «ottanta di quei poveri disgraziati»
morirono dopo che l’equipaggio di Bartholomew Roberts diede alle fiamme il Porcupine a Whydah:
secondo il capitano Johnson, «una crudeltà senza precedenti»119.
Molti dei sentimenti antischiavisti che vengono attribuiti ai pirati dell’epoca d’oro poggiano dunque
su una pia illusione. L’unico capitano pirata che abbia esplicitamente condannato il commercio degli
schiavi è stato il capitano Misson, che quasi certamente è un personaggio inventato. Si è
verosimilmente trattato di un’erronea interpretazione della convincente teoria di Marcus Rediker
secondo cui i pirati dell’epoca d’oro rappresentavano una minaccia per il commercio degli schiavi e
«dovevano essere sterminati in modo che il nuovo commercio potesse prosperare»120. Ci sono infatti
molte ragioni per credere che «la sconfitta di Roberts e il conseguente sradicamento della pirateria
dalla costa africana ha rappresentato una svolta per la tratta degli schiavi e, a un livello più ampio,
per la storia del capitalismo»121; e che «nel periodo immediatamente successivo alla soppressione
della pirateria, la Gran Bretagna ha consolidato la sua posizione dominante sulla costa occidentale
africana», tanto che «nel decennio degli anni Trenta del diciottesimo secolo, l ’Inghilterra è diventata
la nazione schiavista di gran lunga più importante del mondo atlantico»122. Nondimeno, la minaccia
che i pirati ponevano al commercio degli schiavi non derivava da una lotta per la parità di diritti e
non anticipava la condanna abolizionista: semplicemente, interferiva con i traffici, rubando i
«carichi» e aumentando i costi di impresa. O meglio, non costituiva nemmeno una minaccia diretta al
commercio degli schiavi, ma piuttosto intaccava il monopolio di un commercio promosso e protetto
dai governi, che intendevano invece tutelarlo saldamente. In altre parole, i pirati dell’epoca d’oro
rappresentavano una minaccia per il commercio ufficiale degli schiavi come i distributori di
pornografia pirata rappresentano una minaccia per l ’industria pornografica della San Fernando
Valley: un’attività come questa può interferire con il capitalismo aziendale, ma di certo non
costituisce una nobile causa a cui votarsi.
Ci sono, d’altronde, diverse storie che raccontano dei buoni rapporti e dei legami di mutuo
appoggio esistenti tra i pirati e i bucanieri dei Caraibi e le società indigene della regione. Secondo
Pérotin-Dumon, «nel 1619-1620, alcuni corsari francesi, di ritorno da un’impresa fallita che li aveva
portati attraverso l’Atlantico e il Pacifico, soggiornarono diversi mesi in Martinica con i Caribi, che
si presero cura dei membri malati e denutriti dell’equipaggio. Il suggestivo racconto del loro
soggiorno rivela che si trattava di una pratica corrente durata diversi decenni»123. Gosse racconta
anche del capitano Blewfield che, negli anni Sessanta del diciassettesimo secolo, «era conosciuto
per il fatto di vivere tra i socievoli amerindiani di Capo di Gracias a Dios nello Spanish Main
[l’area dei possedimenti spagnoli d ’oltremare - N.d.T.]»124; del capitano Bournao che, una ventina di
anni più tardi, navigava nella stessa zona ed «era molto apprezzato dagli indiani Darién»125; e del
capitano Christian che, agli inizi del diciottesimo secolo, «era in rapporti molto amichevoli» sempre
con i Darién126. Exquemelin fornisce esempi simili127, e Dampier ricorda l’episodio piuttosto
toccante in cui il suo equipaggio recuperò in una remota isola atlantica un amerindiano Mosquito
abbandonato lì tre anni prima128. A sua volta, Manuel Schonhorn riporta la storia del capitano pirata
Francis Spriggs che nel 1726 trovò rifugio tra i Mosquito129, e infine vi è il famoso racconto di Lionel
Wafer che nel 1681 visse tra i Cuna per diversi mesi130.
Altre testimonianze dipingono però un quadro diverso. Dampier, per esempio, fa questa annotazione
sugli indigeni delle isole Pearl: «Qui vivono solo alcuni indiani, poveri e nudi, che sono stati così
spesso depredati dai corsari che hanno ormai poche provviste; e quando vedono una vela si
nascondono, altrimenti le navi che approdano qui li catturerebbero per farli diventare loro schiavi. E
io, alcuni di loro, li ho visti fatti schiavi»131. Data la sfrenata simpatia che molti radicali nutrono per i
taglialegna della Baia di Campeche e del Golfo dell’Honduras - molti dei quali bucanieri part-time e
tutti con forti legami con la comunità dei bucanieri - il racconto di alcune loro gesta fatta da Dampier
risulta ancora più problematico: «[Essi] facevano spesso sortite in piccoli gruppi nei villaggi indiani
più vicini, dove saccheggiavano e rapivano le donne per farne le proprie schiave, destinando i loro
mariti alla vendita in Giamaica»132. Exquemelin sembra confermare tale pratica nel racconto sugli
indigeni di Boca del Toro, che avevano chiuso i rapporti commerciali con i bucanieri perché questi
«agivano nei loro confronti con barbara disumanità, uccidendo in certe occasioni molti dei loro
uomini e portandosi via le loro donne»133.
Gli scritti di Exquemelin offrono anche uno spaccato di quello che probabilmente era un
atteggiamento piuttosto tipico dei bucanieri nei confronti degli indigeni caraibici. Egli definisce gli
amerindiani delle isole De las Pertas «veri e propri selvaggi» e li contrappone alle «persone civili»
(si suppone bucanieri compresi)134. In un commento più generico, si riferisce agli indigeni come a
«una specie di barbari totalmente dedita alla sensualità e a costumi di vita abbrutenti, che odia tutti i
tipi di lavoro ed è solo incline a correre da un posto all’altro per uccidere e fare la guerra ai propri
vicini, e non per l’ambizione di regnare, ma magari solo perché si trova in disaccordo riguardo a un
qualche comune termine del linguaggio»135.
Quanti simpatizzano con pirati e bucanieri, interpretando le loro alleanze occasionali con le
comunità indigene come una prova di moralità e di apertura, spesso fraintendono la natura di tali
coalizioni. La maggior parte di queste, infatti, erano basate sulla lotta a un comune nemico, vale a
dire gli spagnoli. Questa avversione condivisa può aver creato unioni tra inglesi, francesi e olandesi,
ma non è chiaro quanto le comunità alleate si siano sentite vicine o quanto si rispettassero a vicenda.
Si trattava di unioni opportunistiche dettate da circostanze storiche contingenti,136 e concludere che
gli indigeni caraibici sono stati trattati bene dai bucanieri perché li sostenevano nelle incursioni
contro i villaggi spagnoli137 è come concludere che gli indiani del Nord America sono stati trattati
bene dai francesi perché li aiutavano nelle guerre contro gli inglesi.
Le cose appaiono ancora più problematiche se si considera che alcune delle comunità indigene con
cui i bucanieri erano in rapporti più amichevoli, come i Cuna o i Mosquito, li hanno forse aiutati
anche nelle operazioni legate al commercio degli schiavi. Gli antropologi hanno suggerito che per i
Cuna, «lo scopo della guerra era evidentemente catturare schiavi»138 (soprattutto per uso proprio,
sebbene sia probabile che abbiano commerciato con gli europei), e che «i Mosquito catturavano
prigionieri da vendere come schiavi ai bianchi»139.
Le alleanze occasionali tra pirati e indigeni malgasci vanno viste sotto una luce simile. Anche
queste erano principalmente promosse da interessi pragmatici: molti indigeni apprezzavano la
potenza di fuoco dei pirati nel combattere i loro rivali, mentre i pirati apprezzavano l’offerta di
schiavi che tale supporto comportava. Tuttavia, più di una volta i pirati hanno «commesso atti
talmente scandalosi da giungere a un’aperta rottura con gli indigeni»140. La situazione descritta
corrisponde a ciò che avveniva soprattutto lungo la costa occidentale dell’Africa, dove i rapporti tra
pirati e africani erano prevalentemente concentrati sul commercio, in genere di schiavi. E anche qui
scoppiarono violenti scontri141.
Vi è confusione anche riguardo alla presenza di amerindiani sulle navi bucamere e pirata. In
particolare, sembra che i Mosquito siano stati buoni compagni dei bucanieri e «attraverso le
conversazioni frequenti e la familiarità che questi indiani hanno con i pirati [...] [essi] a volte
[vanno] per mare e rimangono con loro per anni interi, senza tornare a casa»142. Tuttavia, nessun
resoconto dà l’impressione che abbiano navigato come pari dei membri dell’equipaggio. È possibile
che non avessero lo status di schiavi, ma la loro popolarità sembra fondarsi principalmente sulle loro
qualità di vedette superbe, di pescatori esperti (nel celebre giudizio di Dampier, «uno o due di loro
in una nave garantiranno la sopravvivenza di cento uomini»143) e provetti guerrieri144. Come dice
Earle: «Non stupisce che i pirati volessero avere uno o due di questi campioni nei propri
equipaggi»145.
Anche le testimonianze sul ruolo degli africani a bordo delle navi pirata non sono chiare.
L’osservazione che «‘negri e mulatti’ erano presenti su quasi tutte le navi pirata»146 per molti significa
che fossero parte integrante dell’equipaggio, ma la cosa non è così ovvia. Alcuni africani potrebbero
anche essere stati membri a pieno titolo dell’equipaggio (Caesar dell’equipaggio di Barbanera ne è
un famoso esempio147), ma molti potrebbero essere stati usati come bassa manovalanza, alcuni come
schiavi, e altri avrebbero potuto essere semplice «bottino». I settantacinque africani catturati sulle
navi di Bartholomew Roberts nel 1722, per esempio, non furono processati per pirateria (come tutti
gli europei), bensì venduti come schiavi148: fatto che potrebbe forse indicare solo i pregiudizi dei
funzionari britannici, ma è invece più probabile che indichi come la maggior parte degli africani
sulle navi pirata fosse notoriamente usata come bassa manovalanza o tenuta in schiavitù.
Anche se qualche storia sulla rilevanza di alcuni membri neri delle ciurme di pirati e bucanieri si
basano su fatti reali, il quadro generale sembra farne delle eccezioni piuttosto che una regola
antirazzista: di sicuro, non esistono immagini conosciute di capitani pirata neri. La convinzione di
Marcus Rediker che «anche i pirati neri facevano parte di quell’avanguardia, diventando i membri
più fidati e temibili dell’equipaggio»149, e l’affermazione di Kenneth J. Kinkor che «di conseguenza, i
neri si ritrovavano a essere spesso i leader di molti equipaggi bianchi»150 risultano pertanto
sbalorditive. Piuttosto, potremmo concordare con David Cordingly che «i pirati condividevano gli
stessi pregiudizi degli altri uomini bianchi del mondo occidentale. Consideravano gli schiavi neri
come merci da comprare e vendere, e li usavano come schiavi a bordo delle loro navi per i lavori
più duri e umili: occuparsi delle pompe, andare a terra in cerca di legna e acqua, lavare e pulire, e
servire il capitano pirata»151.
Questo non toglie, però, che la complessa storia del rapporto tra razza e pirateria è comunque in
grado di offrire alcuni esempi incoraggianti. L’affermazione di Hugh Rankin che i pirati «non
sembravano troppo preoccupati per le differenze di colore»152 potrebbe essere vera, quanto meno
perché è innegabilmente vero che «i sentimenti condivisi di marginalità sono un collante che può
mitigare le barriere [...] razziali»153. Altrettanto valida appare la considerazione di Kinkor secondo
cui «sembrerebbe che il ponte di una nave pirata fosse il posto migliore per espandere le capacità
dei neri in un mondo settecentesco plasmato dall’uomo bianco»154. Si può infine supporre con Frank
Sherry che «i neri, i quali di solito temevano di ricadere nella schiavitù ancora più di quanto non
temessero la morte, erano spesso molto più disposti dei pirati bianchi a combattere e morire in difesa
della propria nave e della propria libertà»155.
In effetti, la prospettiva di condurre una vita relativamente libera su una nave pirata poteva apparire
molto attraente agli schiavi delle isole caraibiche e spingerli a ribellarsi, tanto che le autorità delle
colonie americane, a quanto risulta, temevano davvero questa possibile alleanza tra pirati e schiavi
ribelli. Frank Sherry racconta di almeno un’occasione: «La più grande fuga di massa di schiavi neri
documentata in questo periodo ha avuto luogo in Martinica, dove una cinquantina di neri,
presumibilmente fomentati da un uomo bianco, si sono ribellati contro il proprio padrone francese e
sono fuggiti dall’isola ‘per intraprendere la carriera di pirata’»156. Tuttavia, l ’entusiasmo espresso
nella seguente conclusione potrebbe essere immotivato, sebbene sia la perfetta risposta all’allegoria
della nave pirata tracciata da Paul Gilroy:

La pirateria chiaramente non funzionava in base ai codici emanati e applicati nelle società schiaviste dell’area atlantica. Alcuni schiavi e
neri liberi presenti a bordo delle navi pirata avevano trovato quella libertà che, al di fuori delle comunità maroon, scarseggiava nel
principale teatro delle operazioni pirata: i Caraibi e il Sud America. In effetti, le stesse navi pirata potrebbero essere considerate comunità
maroon multirazziali, in cui i ribelli utilizzavano il mare aperto così come altri utilizzavano le montagne o le giungle 157.
A prescindere dall’esatto livello di razzismo e antirazzismo presente tra bucanieri e pirati caraibici,
e indipendentemente dal fatto che sia veramente appropriato chiamarle comunità maroon158, vi è un
aspetto rilevante che queste stime ottimistiche tendono sempre a trascurare: per quanto sovversivi,
ribelli o controculturali potessero essere, i bucanieri e i pirati erano comunque parte di un’impresa
coloniale di oppressione, schiavitù e genocidio. Si tratta di un dato innegabile, al di là della
prospettiva di analisi. Qualunque sia stato il loro ruolo esatto, bucanieri e pirati erano
prevalentemente di origine europea e, insieme agli altri europei colonizzatori, prendevano possesso
di terre e risorse che sottraevano ad altre persone. Questo è vero non solo nel caso di coloro che,
come molti bucanieri, erano direttamente coinvolti nell’espansione coloniale europea, ma anche nel
caso di coloro che, come molti pirati dell’epoca d’oro, ne sabotavano alcuni aspetti. I Caraibi sono
stati segnati da una storia di genocidio, in cui anche bucanieri e pirati hanno giocato un ruolo.

3.5. Anne Bonny, Mary Read e un mito cooptato: pirateria e genere

Come affermato in precedenza, le comunità di bucanieri che hanno preceduto i pirati dell’epoca
d’oro erano quasi esclusivamente maschili. Alcuni storici hanno persino descritto i bucanieri come
«nemici delle donne», come individui convinti che «donne e comodità significhino arrendevolezza e
sconfitta»159, tanto che «provano disgusto alla vista di una sottana proprio come qualsiasi monaco di
clausura»160. Se queste raffigurazioni appaiono esagerate, la seguente descrizione potrebbe,
purtroppo, avvicinarsi alla verità: «Il loro unico interesse per le donne riguardava il sesso: erano
giocattoli da usare e mettere da parte»161. Ulrike Klausmann e Marion Meinzerin, autrici di Women
Pirates, concordano sul fatto che «il loro atteggiamento verso le donne non era diverso da quello
degli altri invasori. Per i bucanieri, le donne erano solo merci da rubare, commerciare o condividere
in modo ‘fraterno’»161.
Quali che siano stati gli atteggiamenti individuali dei bucanieri nei confronti delle donne, la loro
comunità è stata esclusivamente maschile per tutto il diciassettesimo secolo, e questa esclusività si è
poi estesa all’epoca d ’oro della pirateria. Si conoscono giusto due donne che hanno navigato sulle
navi pirata durante l ’epoca d’oro (anche se potrebbero essercene state di più): Mary Read e Anne
Bonny.
Anche se la loro storia di liberazione è sicuramente suggestiva, la valenza politica che le viene
attribuita sembra invece mal posta. Più volte è stato suggerito che la loro storia dimostra la capacità
della società pirata di offrire agli individui - «persino alle donne» - la libertà. Ma se fosse dipeso
dai pirati, Read e Bonny non avrebbero messo piede sulle navi, e infatti la loro presenza non indica
una sovversione delle norme patriarcali: per avere accesso alla società pirata si sono dovute
travestire da uomini e hanno poi mantenuto il diritto a farne parte «comportandosi come gli uomini».
La forte identificazione con il ruolo maschile traspare in modo palese in un commento di Anne Bonny
durante l’esecuzione del suo ex amante John Calico Jack Rackam: «Le dispiaceva vederlo là, ma se
avesse combattuto come un uomo, adesso non starebbe lì a farsi impiccare come un cane»163. La
storia di Mary Read e Anne Bonny conferma che «come per un uomo la libertà si identificava con lo
status nobiliare, per una donna si identificava con la condizione maschile»164, tanto (o più?) tra i
pirati dell’epoca d’oro quanto in altre comunità. Ciò che rende la storia della loro vita una storia di
liberazione è la forza straordinaria e la perseveranza che hanno dimostrato in un mondo dominato
dagli uomini. In altre parole, Mary Read e Anne Bonny devono a se stesse, e non alla società pirata, i
risultati che sono riuscite a conseguire. Certo, «hanno dimostrato che una donna poteva trovare la sua
libertà sotto il Jolly Roger»165, ma non per merito dei pirati. In questo senso, le affermazioni che le
fanno rientrare all’interno di un «audace esperimento che andava oltre il potere tradizionale della
famiglia, dello Stato e del capitale»166 sono fuorvianti, e attribuiscono un immeritato carattere
progressista alla comunità dei pirati, sminuendo l ’impresa di due donne determinate che sfidavano il
proprio destino.
La storia di Read e Bonny è speciale - e ben più conosciuta di quella di altre donne che hanno
sfidato la sorte facendosi passare per uomini - grazie alla straordinaria cornice in cui è inserita. Ma
a parte questo, non vi è nulla di specificamente «pirata» a riguardo, nemmeno il rispetto che si sono
guadagnate da parte dei loro compagni per le loro qualità «virili». Read e Bonny hanno sì creato una
«sfaccettata e intramontabile eredità»167, ma all’interno della cultura prevalente: «In particolare, la
vita di mare di Anne Bonny sembra che abbia seguito il percorso della guerriera prototipo intesa
come ‘eroina di grande destrezza che si traveste da soldato o marinaio e va in guerra per il proprio
amato’»168. Da questo punto di vista, Rediker riassume bene i due aspetti più interessanti della storia
di Mary Read e Anne Bonny scrivendo che «la loro stessa vita e la conseguente popolarità hanno
rappresentato un esempio sovversivo per i rapporti di genere del loro tempo, e anche ‘un potente
simbolo di femminilità non convenzionale’ per il futuro»169.
A parte l ’affascinante storia di Read e Bonny, la ricerca di altre figure femminili nel contesto
dell’epoca d ’oro della pirateria sembra confermare l ’osservazione di John C. Appleby secondo cui
gli studi sulle singole eroine «ingigantiscono l ’importanza del ruolo delle donne nella pirateria»170.
Nonostante alcuni singoli esempi171, non risulta essere mai esistita una pirata «chiamata Pussycat, che
era veramente la più cattiva di tutti i pirati»172. In realtà, il legame più comune tra pirateria e destino
femminile è che «ovunque abbia prosperato la pirateria, altrettanto ha fatto la prostituzione»173.
I diari dei bucanieri e l’opera A General History del capitano Johnson abbondano di storie di
donne maltrattate e violentate. Exquemelin racconta di Capo di Gracias a Dios: «L’usanza del posto
prevede che, quando tutti i pirati vi giungono, ognuno abbia la libertà di acquistare per se stesso una
donna indiana, al prezzo di un coltello, o di qualsiasi vecchia ascia fatta di legno o di un’ascia da
guerra»174. Il capitano Johnson riporta diverse testimonianze: l ’equipaggio di Edward England
«costringeva [le donne] a sottostare in maniera barbara alle proprie passioni»175; dopo la cattura di
una prigioniera da parte dell’equipaggio di Thomas Anstis, «ventuno di loro violentarono la povera
creatura, poi le spezzarono la schiena e la gettarono in mare»176; due ragazze catturate dai membri
dell’equipaggio di John Gow «vennero lanciate a bordo e usate nella maniera più disumana»177; e
Thomas Howard, dopo essersi ritirato dalla vita pirata e aver sposato una donna indiana (asiatica),
«dato che era un cupo compagno snaturato che la maltrattava, fu assassinato dai parenti di lei»178.
Queste storie corrispondono a quelli che risultano essere i tratti sociali generali di pirati e
bucanieri. Il buon senso suggerisce che Cordingly abbia ragione nel sostenere che «nel regime duro e
totalmente maschile della comunità pirata, molti uomini coltivavano un’immagine machista che si
esprimeva nel bere tanto, nel linguaggio volgare, nel comportamento minaccioso e in una scriteriata
crudeltà»179. Anche Klausmann e Meinzerin osservano che «le bande di bucanieri non erano meno
razziste o sessiste del resto del mondo del diciottesimo secolo»180. Nondimeno, per molte donne
radicali il mondo dei pirati dell’epoca d ’oro mantiene un certo fascino, e alcuni storici forniscono
curiose spiegazioni del fenomeno, a cominciare da Cordingly:
Come tutte le donne sanno e alcuni uomini non potranno mai capire, gli eroi più interessanti della letteratura e della storia sono sempre
stati i personaggi imperfetti. [...] Lo stesso vale per i pirati. Sono visti come crudeli, prepotenti, ubriaconi, canaglie senza cuore, ma sono
proprio questi vizi a renderli attraenti. Un uomo degenere e corrotto è una sfida a cui molte donne trovano difficile resistere
181.

Una teoria più accettabile è che il fascino che emana dalla loro ricerca della libertà sia abbastanza
forte da infrangere le convenzioni di genere. Questo non rende la comunità pirata dell’epoca migliore
di quanto realmente fosse, ma per esempio consente, come Klausmann e Meinzerin dicono nelle
pagine di apertura di Women Pirates, a un gruppo di femministe radicali di occupare uno yacht di
lusso innalzando il Jolly Roger. Si tratta di un perfetto esempio del potenziale radicale dell’epoca
d’oro della pirateria che questo libro cerca di evidenziare: un potenziale che consiste nel
riconnettersi a quello spirito antiautoritario e ribelle, estrapolandolo del suo contesto culturale per
situarlo all’interno delle lotte contemporanee. In questo senso, là fuori ci sono indubbiamente molte
donne pirata, «baldanzose, pronte a farsi una bevuta, e disponibili a fare tutto ciò che le ragazze
pirata fanno indipendentemente da quello che ci si aspetta che facciano»182.

3.6. Sodomiti e prostitute: pirateria e sessualità

Dato il carattere completamente maschile delle comunità di bucanieri e pirati caraibici, abbondano
vivaci dibattiti tra gli storici circa la frequenza dei loro incontri omosessuali, ulteriormente
alimentati dal sistema di matelotage dei bucanieri di Hispaniola e Tortuga, in cui due uomini si
univano per vivere e condividere i propri beni. Questo sistema, tuttavia, non deve essere
sovrainterpretato. La descrizione originale di Exquemelin del matelotage recita così:

Si tratta di un’usanza generale e solenne per cercare un compagno o un amico, che si potrebbe chiamare socio, per condividere le
proprie fortune, e con cui unire tutto ciò che si possiede, nell’ottica di una reciproca e mutualistica convenienza. L’unione viene siglata
attraverso la stesura e la firma di clausole concordate da entrambe le parti. Alcuni di questi rendono i propri compagni superstiti gli eredi
assoluti di quanto lasciato alla morte del primo dei due. Altri, in caso siano sposati, lasciano le cose in loro possesso a mogli e figli; altri
ancora, ad altre relazioni
183.

Più che altro, suona come un sofisticato accordo tra amici, molto pragmatico, e non come «una sorta
di unione omosessuale»184. Infatti è noto che alcuni matelots condividevano le proprie mogli dopo
l ’arrivo delle donne a Tortuga nel 1666 (si trattava di prostitute francesi destinate a essere comprate
come mogli dai bucanieri nell’ambito di un piano teso alla «civilizzazione» delle medesime). Cruz
Apestegui riporta un divertente racconto dell’evento:

Gli uomini avevano formato un semicerchio sulla spiaggia; molti si erano rasati. Le donne erano state portate a terra in gruppi di dieci.
[...] Non osavano guardarli [...] e gli uomini mostravano indifferenza. Improvvisamente, uno dei fratelli fece un passo in avanti e,
appoggiato al suo fucile, iniziò un lungo, cerimonioso e magniloquente discorso. Parlò di buona condotta, onestà, lealtà e anche
redenzione. Concluse dicendo alle donne che, avendo scelto questa linea di condotta, dovevano continuarla a tutti i costi e correggere i
loro cattivi istinti. La vendita avvenne senza alcun incidente
185.

Secondo Angus Konstam, il matelotage cessò negli anni Settanta del diciassettesimo secolo186.
Questo, ovviamente, non risponde alla domanda se gli incontri omosessuali tra bucanieri e pirati
caraibici fossero più frequenti di quelli delle altre società esclusivamente maschili, come la
popolazione carceraria, le unità dell’esercito o gli equipaggi di marinai comuni. Nella sua opera
esplicitamente intitolata Pirati e sodomia, B. R. Burg sostiene con forza l’esistenza di una cultura
bucaniera (presente nell’epoca d’oro della pirateria) in cui «il contatto omosessuale» non era solo
«la forma ordinaria di espressione sessuale»187, ma «l’unica forma di espressione sessuale»188,
mentre «l’eterosessualità» era considerata «un modo inusuale di gratificazione sessuale»189.
I pareri di altri storici sull’ipotesi suggerita da Burg sono piuttosto uniformi. Cordingly afferma
diplomaticamente che «si tratta di una teoria interessante e vi può essere qualche verità, ma non ci
sono prove per dimostrare le cose in un modo o nell’altro»190. Earle scrive che «l’argomento si basa
sulla fantasiosa deduzione derivata dal fatto certo che quasi tutte le navi pirata fossero istituzioni di
soli uomini, e non si fornisce alcuna prova concreta a sostegno dell’ipotesi»191. Ritchie afferma che
«anche se sono d’accordo sul fatto che l ’omosessualità esistesse, ci sono troppe prove
sull’eterosessualità pirata, e in molteplici fonti, perché io possa accettare tale ipotesi»192. Turley, che
a sua volta indaga il tema omoerotico nel suo libro Rum, Sodomy and the Lash, conclude che «le
prove sulla sodomia pirata sono così scarse da essere quasi inesistenti»193.
Tutto questo è piuttosto convincente. La teoria di Burg, sebbene affascinante, offre poco in termini
di prove e alcune delle sue considerazioni socio-psicologiche sono alquanto dubbie. Non vi è
ragione di credere che la proporzione tra omosessuali da un lato e uomini etero o bisessuali coinvolti
in pratiche omosessuali dall’altro sia stata significativamente più elevata tra i bucanieri e i pirati
caraibici di quella riscontrata in altre comunità esclusivamente maschili. Peter K. Kemp e
Christopher Lloyd sostengono che fosse un dato di fatto: «Dal momento che le traversate spesso
duravano un anno o più, l ’omosessualità era comune. Questa era l’usanza sulla Costa»194.
Per di più, i resoconti pervenutici sulla vita sessuale a terra di bucanieri e pirati indicano un
orientamento prevalentemente eterosessuale. Turley riprende questa citazione dal testo A New
History o f Jamaica del 1740: «Il vino e le donne prosciugavano le loro [dei bucanieri] ricchezze in
misura tale che in breve tempo alcuni di loro furono ridotti in povertà. Erano noti per spendere due-
tremila pezzi da otto in una notte, e uno di loro ne diede cinquecento a una sgualdrina per vederla
nuda»195. Cruz Apestegui riporta che il celebre capitano bucaniere «[Henry] Morgan accusò le
prostitute per lo stato di povertà in cui versavano i suoi uomini»196. Il capitano Johnson racconta
dell’equipaggio di Barbanera e delle «libertà che lui e i suoi compagni spesso si prendevano con le
mogli e le figlie dei piantatori»197, degli equipaggi di Edward England e Olivier LaBuse «che erano
disinvolti con le donne negre»198, dell’equipaggio del capitano Cornelius che si ammalò a causa
dell’«eccessiva libertà con le donne»199, e dei membri dell’equipaggio del capitano North che in
Madagascar vivevano da «poligami»200.
Anche se gli equipaggi di pirati e bucanieri non includevano un numero di omosessuali superiore
alla media, tra di loro l’accettazione degli incontri con lo stesso sesso sembrava molto più forte che
in altri gruppi simili. Mentre «la Royal Navy conduceva periodicamente feroci campagne contro la
sodomia nel tentativo di reprimere i rapporti sessuali tra uomini che talvolta erano confinati in mare
per anni interi»201, «è [...] significativo che in nessun Articolo pirata vi siano regole contro
l ’omosessualità»202. Anche se sono stati documentati maltrattamenti occasionali dei pirati coinvolti in
atti omosessuali203, potrebbe essere vero che «in una comunità di pirati, all’individuo era permessa
una libertà di espressione maggiore che in qualsiasi altro luogo»204, e potrebbe essere altrettanto vero
che rispetto agli episodi di omosessualità gli equipaggi pirata fossero «probabilmente il posto più
sicuro, o quasi, che vi potesse essere»205. In questo senso, ci sono implicazioni della teoria di Burg
apparentemente convincenti: «Tra gli uomini di questa comunità marinara non esisteva alcun bisogno
di nascondere le proprie preferenze sessuali, e non risultano le ansie, i problemi psicologici e le
difficoltà di ordine psico-patologico che spesso sono connesse con il senso di colpa e la repressione
di tali preferenze»206.

La diffusione quasi universale dell’omosessualità tra i pirati significa che le pratiche omosessuali non erano né strane né pervertite, e
che i meccanismi messi in atto per difendere tali pratiche, cioè quegli elementi che separano oggi la società omosessuale da quella
eterosessuale, non erano necessari. Il maschio che si dedicava ad attività sessuali con un altro maschio, a bordo di una nave pirata nelle
Indie occidentali di trecento anni fa, era semplicemente un membro normale della sua comunità, completamente socializzato e
acculturato207.

Secondo Michel Foucault, la storia generale dell’omosessualità nella società europea inizia nei
primi anni del diciottesimo secolo (proprio attorno all’epoca d’oro della pirateria): stava diventando
«una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia a una specie
di androginia interiore, a un ermafroditismo dell’anima. Il sodomita era un recidivo, l ’omosessuale
ormai è una specie»208. Foucault conclude che:

Bisogna liberarsi dall’istanza del sesso se si vuole far valere contro gli appigli del potere, con un rovesciamento tattico dei vari
meccanismi della sessualità, i corpi, i piaceri, i saperi, nella loro molteplicità e nella loro possibilità di resistenza. Contro il dispositivo di
sessualità, il punto d’appoggio del contrattacco non deve essere il sesso-desiderio, ma i corpi e i piaceri209.

3.7. Evadere la disciplina e la biopolitica: il corpo pirata

Se, come suggerisce Foucault, il controllo esercitato sugli individui nelle società europee dal
diciottesimo secolo è in misura significativa un controllo sui corpi, si può allora fare un confronto tra
il corpo del pirata e il corpo controllato e disciplinato del lavoratore europeo. Questo confronto è
particolarmente rivelatore se si lega l ’analisi di Foucault alle descrizioni della nave mercantile di
Rediker. Per quanto riguarda il controllo del proletariato, Foucault sottolinea che «è stata necessaria
la creazione di tutta una tecnologia di controllo», cioè «la scuola, la politica dell’habitat, l’igiene
pubblica, le istituzioni di soccorso, la medicalizzazione generale delle popolazioni, insomma tutto un
apparato amministrativo e tecnico»210. Una parte importante di questo controllo era l ’organizzazione
dello spazio:

Lo spazio disciplinare tende a dividersi in altrettante particelle quanti sono i corpi o gli elementi da ripartire. Bisogna annullare gli effetti
delle ripartizioni indecise, la scomparsa incontrollata degli individui, la loro diffusa circolazione, la loro coagulazione inutilizzabile e
pericolosa; tattica antidiserzione, antivagabondaggio, antiagglomerazione. Si tratta di stabilire le presenze e le assenze, di sapere dove e
come ritrovare gli individui, di instaurare le comunicazioni utili, di interrompere le altre, di potere in ogni istante sorvegliare la condotta di
ciascuno, apprezzarla, sanzionarla, misurare le qualità o i meriti. Procedura, dunque, per conoscere, padroneggiare, utilizzare. La disciplina
organizza uno spazio analitico
211.

Questo processo concentrato sul controllo dell’individuo Foucault lo chiama «anatomo-politica del
corpo umano»212, una politica presto accompagnata, e infine superata, da una «biopolitica della
popolazione»213, descritta così dall’accademico francese:
Qualcosa di nuovo che emerge nella seconda metà del diciottesimo secolo: una nuova tecnologia del potere, ma questa volta non è
disciplinare. [...] A differenza della disciplina, che si rivolge ai corpi, il nuovo potere non disciplinario viene applicato non all’uomo-in
quanto-corpo ma all’uomo vivente, all’uomo in quanto specie. Per essere più precisi, direi che la disciplina cerca di governare una
molteplicità di uomini nella misura in cui la loro molteplicità può e deve essere dissolta nei corpi individuali che possono essere tenuti sotto
sorveglianza, addestrati, impiegati e, se necessario, puniti. E che la nuova tecnologia che si sta stabilendo è indirizzata a una molteplicità di
uomini, non nella misura in cui non sono altro che i loro corpi individuali, ma nella misura in cui essi formano, al contrario, una massa
globale che risente dei processi globali che caratterizzano la nascita, la morte, la riproduzione, la malattia, e così via. Così, dopo una prima
presa del potere sul corpo in una modalità individualizzante, abbiamo una seconda presa di potere che non è individualizzante, ma, se
volete, massificante, diretta non all’uomo in quanto corpo ma in quanto specie. Dopo l’anatomo-politica del corpo umano stabilita nel
corso del diciottesimo secolo, abbiamo, alla fine del periodo, la nascita di qualcosa che non è più un’anatomo-politica del corpo umano, ma
quello che chiamerei un «biopolitica» della razza umana
214.

Il brillante studio di Rediker sulla cultura dei marinai nel diciassettesimo e diciottesimo secolo,
Sulle tracce dei pirati, fornisce molti esempi che confermano la teoria di Foucault. Rediker illustra
il disciplinamento iniziale degli individui nel contesto dell’«espansione dell’economia capitalista
mondiale del diciassettesimo secolo e la sua necessità di nuovi tipi di autorità e disciplina»,
sottolineando

che il lavoratore che giungeva sulla nave da una fabbrica, una fattoria o una proprietà terriera non entrava soltanto in una delle grandi
meraviglie tecnologiche dell’epoca, ma anche in un nuovo insieme di relazioni produttive. L’uomo di mare veniva confinato all’interno di
un ambiente di lavoro spazialmente limitato, costretto a maturare abitudini regolari e a rispettare un orario fisso, posto in un rapporto di
cooperazione sia con altri lavoratori sia con il supervisore del suo lavoro. Da tutti questi punti di vista, l’esperienza dei marinai anticipava
quella dell’operaio di fabbrica durante la Rivoluzione industriale. Per il processo di industrializzazione era necessario sviluppare nuovo
modelli di autorità e disciplina .

Confermando la cronologia di Foucault, Rediker scrive «che le questioni riguardanti l’autorità e la


disciplina del lavoro acquisirono nuova importanza dopo il 1690»216, e descrive anche il graduale
passaggio dall’anatomo-politica alla biopolitica all’interno dell’istituzione autoritaria della nave:
«La nave era una ‘istituzione totale’ in cui il capitano esercitava poteri formali sul processo
lavorativo, la distribuzione del cibo, la preservazione della salute e la generale vita sociale a bordo
della nave. Tali controlli formali e informali concedevano al capitano poteri quasi dittatoriali e
rendevano la nave uno dei primi ambienti di lavoro totalitari»217. Inoltre, «il controllo delle punizioni
fisiche e del cibo equivaleva al controllo della salute, una questione particolarmente importante tra
uomini che subivano notoriamente attacchi di febbre gialla, malaria, dissenteria e scorbuto. Un caso
del 1731, per cui esiste una documentazione completa, rivela quanto fossero intrecciate in
un’intricata spirale di potere e autorità le questioni di disciplina, cibo e salute»218.
Attraverso vari slittamenti e modifiche, questi processi hanno continuato a definire la nostra politica
fino a oggi, tanto che Giorgio Agamben afferma: «Perché nel nostro tempo la politica è diventata
integralmente biopolitica, essa ha potuto costituirsi in misura prima sconosciuta come politica
totalitaria»219. E aggiunge: «In questa prospettiva, il campo, come puro, assoluto e insuperato spazio
biopolitico (in quanto tale fondato unicamente sullo stato di eccezione) apparirà come il paradigma
nascosto dello spazio politico della modernità»220. L’immaginario sovversivo della nave pirata
prende così vita. Se qualsiasi nave, in quanto «istituzione totale», può assomigliare a un campo, come
archetipo rimane invece contraria a questa idea: indica il movimento, il galleggiare,
l ’attraversamento delle frontiere; essa sfida la «disciplina» dello spazio. In tale contesto,
l ’organizzazione della nave pirata differiva radicalmente, in tutti i sensi, dal rigido regime della
Marina militare e delle navi mercantili. Invece che singoli marinai disciplinati addetti a specifici
momenti, luoghi e doveri, si incontra una varietà selvatica di corpi e «un regime rilassato e
accomodante»221. Christopher Hill, associando la differenza tra nave mercantile e nave pirata a
quella che esiste «tra la fabbrica e la cooperativa»222, dà un’ulteriore spinta al simbolismo
antidisciplinare e antibiopolitico della nave pirata. Se «la civiltà occidentale ha avuto ricorrenti
problemi nell’onorare la dignità del corpo e la diversità dei corpi umani»223, sembra che i pirati
dell’epoca d’oro siano invece riusciti a sfuggire a questa pecca.

3.8. Bende su ll’occhio, mani a uncino e gambe di legno: pirateria e disabilità

Uno dei più notevoli successi conseguiti dai bucanieri e dai pirati dei Caraibi è stato di diventare
verosimilmente le uniche comunità nella storia occidentale a conferire un aspetto affascinante alle
disabilità fisiche224. Innumerevoli ragazzini si sono strenuamente impegnati per indossare gambe di
legno e mani a uncino a Halloween, e la benda sull’occhio, di assai più facile applicazione, resta uno
dei costumi preferiti di sempre.
Anche se la presenza di gambe di legno, mani a uncino e bende sull’occhio è stata certamente
esasperata dalle rappresentazioni popolari dei pirati nel ventesimo secolo, esistono elementi che
comprovano una reale diffusione di queste protesi tra bucanieri e pirati. Alcuni capitani bucanieri di
successo, come l’olandese Cornelis Corneliszoon Jol o il francese Francois le Clerc, indossavano
gambe di legno. Lo stesso vale per il pirata che aveva assicurato la cattura del capitano Mackra in
uno degli episodi più noti di A General History di Johnson225, e per William Phillips, un pirata
processato a Boston nel 1724226. Peter Earle cita inoltre documenti che menzionano un certo «John
Fenn, ‘uno con una mano sola’»227 e «Domingo Fort, un uomo zoppo che la Corte aveva giudicato con
una certa pietà»228. Inoltre, in A General History è riportata la dichiarazione di fedeltà che il capitano
Tew aveva ricevuto dal suo equipaggio, la quale includeva anche le seguenti parole: «Con una
collana d’oro, o una gamba di legno, ti staremo accanto»229.
La facilità con cui venivano accolte le disabilità fisiche nel contesto pirata non rimanda ovviamente
solo a un approccio tutto rose e fiori. La ragione principale per cui i pirati elevavano la disabilità
oltre l’effettiva deficienza è che ne avevano fatto una prova di virilità, coraggio e audacia. Come
documentato nell’illuminante volume Disabled Veterans in History, questo ha sempre distinto nelle
società occidentali i veterani di guerra disabili - «spesso [...] idolatrati in modo astratto come
eroi»230 - dagli altri uomini e donne disabili, fino a provocare una spaccatura all’interno dello stesso
movimento per i diritti dei disabili (specialmente perché l ’assistenza riconosciuta ai veterani disabili
spesso non è percepita come un risultato del welfare ma piuttosto come «una ricompensa per [...] il
servizio»231). Emerge quindi un’evidente ambivalenza politica. Mentre l ’accettazione della disabilità
di per sé deve essere accolta senza compromessi, lo stesso non vale per i valori che vi sono sottesi.
Il film documentario del 2005 Murderball, dedicato ai giocatori disabili di rugby, fornisce un
calzante esempio del problema: da una parte viene fortemente esaltato l ’atteggiamento positivo dei
giocatori verso la propria disabilità, ma dall’altra il film allude pesantemente e in modo
preoccupante ai valori della mascolinità tradizionale. Nel contesto pirata resta comunque degno di
nota il fatto che l’equipaggio spesso si prendeva cura di chi soffriva di invalidità permanenti. Già
negli Articoli delle ciurme di bucanieri erano stati inclusi indennizzi straordinari per le lesioni che
portassero a una disabilità cronica, ma si trattava di una compensazione più che di un vero servizio
sociale, introdotto solo più tardi dagli equipaggi pirati dell’epoca d’oro. L’Articolo numero sei della
ciurma pirata guidata dal capitano George Lowther prometteva non solo il pagamento di un
indennizzo per «colui che ha la disgrazia di perdere un arto», ma anche la possibilità di «rimanere
con la ciurma il tempo che riterrà opportuno»232. Anche gli storici dei pirati lontani da ogni forma di
romanticismo ammettono che «mentre i feriti della Marina venivano lasciati a terra a chiedere
l ’elemosina o a morire di fame, i pirati si occupavano dei loro. I codici pirata erano concordati
sociali rivoluzionari per il proprio tempo»233. Come afferma Rediker, i pirati dell’epoca d’oro
«hanno anticipato un’idea moderna che molti considerano una delle più umanitarie dei nostri tempi:
la creazione di un sistema di previdenza sociale»234.
Un progetto avvincente, sebbene molto impegnativo, sarebbe quello di mettere in relazione il
discorso sull’omosessualità dei pirati con quello sulla disabilità, fornendo un affascinante caso di
studio per il campo relativamente nuovo della Crip Theory, i cui esponenti di maggior rilievo
sostengono che «l’eterosessualità imperativa è contingente a una necessaria normodotazione fisica, e
viceversa»235. Se, come suggerisce Robert McRuer nel testo Crip Theory: Cultural Signs of
Queerness and Disability, «la Crip Theory si fa avanti per dimostrare che un altro mondo è
possibile»236, allora forse i pirati dell’epoca d’oro offrono i primi tentativi in questa direzione.
Infatti, le dimensioni sovversive dell’accettazione della disabilità fisica tra le loro fila appaiono
piuttosto evidenti: al contrario delle «nazioni occidentali [che] abbracciavano il capitalismo, un
sistema basato su ideali normodotati»237, i pirati si erano votati al saccheggio e all’improduttività, un
sistema fondato sul valore della multiformità dei corpi.
La differenza tra i due personaggi disabili probabilmente più noti della letteratura angloamericana,
Long John Silver di Louis Stevenson e Ahab di Herman Melville, è impressionante. Long John Silver,
anche se indurito dalla vita e capace di incutere timore, è in realtà un compagno divertente e allegro.
Ahab è invece un personaggio amaro che dedica tutta la sua vicenda esistenziale a vendicarsi della
creatura che ritiene responsabile della propria disabilità. Rosemarie Garland Thomson, autrice del
rivoluzionario Extraordinary Bodies: Figuring Physical Disability in American Culture and
Literature, individua la rabbia di Ahab nella convinzione da lui maturata che «non è un uomo che si è
fatto da sé, ma un uomo che è stato reso ciò che è da una balena»238. Siamo di fronte alla
«quintessenza della figura disabile propria della letteratura americana»239, il cui «corpo disabile
rende manifesta l ’illusione dell’autonomia, dell’autogoverno e dell’autodeterminazione, fornendo
così le basi alla fantasia dell’assoluta normodotazione del corpo»240.
Se vi fosse del vero in questa analisi, l ’accettazione della disabilità fisica tra i pirati dell’epoca
d’oro costituirebbe al contempo il rifiuto di tale illusione e il riconoscimento della nostra
incompletezza individuale e della nostra dipendenza dagli altri: un concetto veramente rivoluzionario
di fronte allo spietato individualismo che è diventato il fondamento ideologico del modo di vivere
occidentale.

Note al capitolo

1. Knight, The Caribbean, p. 100.


2. Chris Jenks, Subculture: The Fragmentation o f the Social, London, Sage, 2005, p. 129.
3. Ibid.
4. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 56.
5. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 74.
6. Gosse, Storia della pirateria, p. 3.
7. Ib id , p. 206.
8. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 26.
9. Margo DeMello, Bodies o f Inscription: A Cultural History o f the Modern Tattoo Community, Durham (NC), Duke University
Press, 2000, pp. 44-70.
10. Juliet Fleming, The Renaissance Tattoo, in Jane Caplan (a cura di), Written on the Body: The Tattoo in European and American
History, London, Reaktion, 2000, pp. 61-81.
11. Maarten Hesselt van Dinter, The World o f Tattoos: An Illustrated History, Amsterdam, KIT, 2005, pp. 215-216.
12. Dampier, Dampier ’s Voyages, pp. 494-503.
13. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 129.
14. Snelders, The D evil’s Anarchy, pp. 194-195.
15. Konstam, History o f Pirates, p. 184.
16. Si veda Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, pp. 114-115.
17. Angus Konstam, con Roger Michael Kean, Pirates: Predators o f the Seas, New York, Skyhorse Publishing, 2007, p. 233.
18. Cordingly, Life Among the Pirates, p. XV.
19. Jan Rogozinski, Pirates! An A-Z Encyclopedia: Brigands, Buccaneers, and Privateers in Fact, Fiction and Legend, New York,
Da Capo Press, 1996, pp. 302-303.
20. Anton Gill, The Devil ’s Mariner: A Life o f William Dampier, Pirate and Explorer, 1651-1715, London, Michael Joseph, 1997, p.
78. Enfasi dell’autore.
21. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, p. 207.
22. Jenifer G. Marx, The Golden Age o f Piracy, in Pirates: An Illustrated History o f Privateers, Buccaneers, and Pirates from
Sixteenth Century to the Present, London, Salamander, 1996, p. 109.
23. Cruz Apestegui, Pirates in the Caribbean: Buccaneers, Privateers, Freebooters and Filibusters 1493-1720, London, Conway
Maritine Press, 2002, p. 169.
24. Ibid., p. 169.
25. Marx, The Golden Age o f Piracy, p. 109.
26. Gosse, Storia della pirateria, p. 196.
27. Johnson, A General History, p. 230.
28. Neville Williams, Captains Outrageous: Seven Centuries o f Piracy, London, Barrie and Rockliff, 1961, p. 153.
29. Johnson, A General History, p. 259.
30. Ibid.
31. Wilson, Utopie pirata, p. 39.
32. Gosse, Storia della pirateria, p. 201.
33. Sherry, Raiders & Rebels, pp. 95-96.
34. «Boston News-Letter», August 22nd, 1720, citato in John Franklin Jameson (a cura di), Privateering and Piracy in the Colonial
Period: Illustrative Documents, New York, Macmillan, 1923, p. 315.
35. Johnson, A General History, p. 492.
36. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 198.
37. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 63.
38. Si veda Sherry, Raiders & Rebels, pp. 85-100.
39. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
40. Konstam, History o f Pirates, p. 11.
41. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 94.
42. Masefield, On the Spanish Main, p. 111.
43. Earle, Pirate Wars, p. 146.
44. A. Hyatt Verrill, retro di copertina di Philip Gosse, The History o f Piracy e The Pirates ’ Who ’s Who, ristampe Rio Grande Press.
45. Konstam, Buccaneers, p. 17.
46. Rogozinski, Brief History o f the Caribbean, p. 94.
47. Knight, The Caribbean, p. 102.
48. Ibid., p. 103.
49. Earle, Pirate Wars, p. 137.
50. Galvin, Patterns o f Pillage, p. 119.
51. Williams, Captains Outrageous, pp. 125-126.
52. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
53. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 13.
54. Ibid., p. 171.
55. David Cordingly, introduzione a The History o f Pirates di Angus Konstam, New York, The Lyons Press, 1999, p. 9.
56. Marley, Pirates, p. 98.
57. «Boston News-Letter», August 22nd, 1720, citazione in Jameson, Privateering and Piracy in the Colonial Period, p. 318.
58. Johnson, A General History, p. 182.
59. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 7.
60. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 164.
61. Robert L. Bledsoe e Boleslaw A. Boczek, The International Law Dictionary, Santa Barbara (CA), ABC-Clio, 1987, p. 231.
62. Williams, Captains Outrageous, p. 162.
63. Mutineer, 1699, citato in Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 165.
64. Konstam, Buccaneers , p. 54.
65. Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 35.
66. Ibid., p. 35.
67. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 11.
68. Howard Pyle, Howard Pyle ’s Book o f Pirates: Fiction, Fact and Fancy Concerning the Buccaneers and Marooners o f the
Spanish Main: From the Writing and Pictures o f Howard Pyle, a cura di Merle Johnson, New York-London, Harper & Brothers
Publishers, 1921, p. XVI.
69. Alexander Winston, No Purchase, No Pay: Morgan Kidd and Woodes Rogers in the Great Age o f Privateers and Pirates 1665­
1715, London, Eyre & Spottiswoode, 1970, p. 22.
70. Si veda, per esempio, Snelders, The D evil’s Anarchy, pp. 138, 141; Sherry, Raiders & Rebels, p. 137; e Johnson, A General
History, p. 289.
71. Marx, The Golden Age o f Piracy, p. 103.
72. Turley, Rum, Sodomy and the Lash, pp. 35-36.
73. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 220.
74. Si veda Earle, Pirate Wars, p. 92.
75. Si veda Besson, The Scourge o f the Indies, p. 190.
76. Si veda Haring, The Buccaneers in the West Indies in the XVII Century, pp. 74-75.
77. Masefield, On the Spanish Main, p. 119.
78. Ringrose, The Dangerous Voyage and Bold Assaults o f Captain Bartholomew Sharp and Others.
79. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 312.
80. Johnson, A General History, pp. 184, 274, 425.
81. Ib id , p. 184.
82. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 261.
83. Johnson, A General History, p. 199.
84. Ibid., p. 439.
85. Ibid., p. 555.
86. Earle, Pirate Wars, p. 115.
87. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 229.
88. Ib id , p. 149.
89. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 272.
90. Ibid., p. 277.
91. Johnson, A General History, p. 489.
92. Ibid., p. 324.
93. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 159.
94. Johnson, A General History, pp. 57-58.
95. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 159.
96. Ib id , p. 160.
97. Ib id , p. 173.
98. Snelders, The D evil’s Anarchy, p. 175.
99. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 159.
100. Johnson, A General History, p. 341.
101. Besson, The Scourge o f the Indies, p. 12.
102. Paul Gilroy, The Black Atlantic: Modernity and Double Consciousness, London-New York, Verso, 1993 (trad. it.: The Black
Atlantic: l ’identità nera tra modernità e doppia coscienza, Roma, Meltemi, 2003, pp. 51, 68-69).
103. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 144.
104. Ib id , pp. 144-145.
105. Si veda «Il sistema organizzativo dei pirati» nel capitolo quarto.
106. Si veda per esempio Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 247, e Ringrose, The Dangerous Voyage and Bold Assaults of
Captain Bartholomew Sharp and Others, pp. 438-439, 472.
107. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 41.
108. Henry Gilbert, The Book o f Pirates, London, George G. Harrap & Co., 1916, pp. 225-226.
109. Marley, Pirates, p. 21.
110. Besson, The Scourge o f the Indies, p. 184.
111. Si veda Johnson, A General History, pp. 500, 535, 544, 556.
112. Ibid., p. 437.
113. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 96.
114. Botting, The Pirates, p. 74. Per una descrizione dettagliata della relazione tra Baldridge e Philipse, si veda Ritchie, Capitan Kidd e
la guerra contro i pirati, pp. 113-116.
115. Johnson, A General History, p. 526.
116. Earle, Pirate Wars, p. 115.
117. Si veda Johnson, A General History, p. 100.
118. Ibid., pp. 196-197.
119. Ibid., p. 204.
120. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 171.
121. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 151.
122. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 172.
123. Pérotin-Dumon, French, English and Dutch in the Lesser Antilles, p. 120.
124. Gosse, The Pirates ’Who ’s Who, p. 50.
125. Ib id , p. 58.
126. Ib id , p. 76.
127. Si veda Exquemelin, The Buccaneers o f America, pp. 249-250.
128. Dampier, Dampier’s Voyages, pp. 112-114.
129. Manuel Schonhorn, Commentary and Notes to Daniel Defoe, A General History o f the Pyrates, London, J. M. Dent & Sons,
1972, p. 681.
130. Lionel Wafer, A New Voyage & Description o f the Isthmus o f America, London, James Knapton, 1699; Oxford, The Haklyt
Society, 1934.
131. Dampier, Dampier ’s Voyages, p. 62.
132. Ib id , p. 156.
133. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 240.
134. Ib id , p. 113.
135. Ibid., p. 36.
136. Si veda, per esempio, il capitolo «Military Leadership in the Age of the Buccaneers, 1667-1698», in Ignacio Gallup-Diaz, The Door
o f the Seas and Key to the Universe: Indian Politics and Imperiai Rivalry in the Darien, New York, Columbia University Press,
2001.
137. Si veda Ringrose, The Dangerous Voyage and Bold Assaults o f Captain Bartholomew Sharp and Others, pp. 277-278.
138. Stout, The Cuna, vol. 4, p. 263.
139. Kirchhoff, The Caribbean Lowland Tribes, vol. 4, p. 227.
140. Johnson, A General History, p. 88.
141. Sherry, Raiders & Rebels, p. 335.
142. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 250.
143. Dampier, Dampier ’s Voyages, p. 39.
144. Si veda Earle, Pirate Wars, p. 171 per un riassunto e Dampier, Dampier ’s Voyages, pp. 39-42 per maggiori dettagli.
145. Earle, Pirate Wars, p. 171.
146. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 165. Si veda anche la tabella che elenca i pirati neri in Kenneth Kinkor, Black
Men under the Black Flag, in Pennell (a cura di), Bandits at Sea, p. 201.
147. Johnson, A General History, p. 55.
148. Earle, Pirate Wars, p. 198.
149. Rediker, Hydrarchy and Libertalia, p. 34.
150. Kinkor, Black Men under the Black Flag, p. 200.
151. Cordingly, Life Among the Pirates, pp. 27-28.
152. Hugh F. Rankin, The Golden Age o f Piracy, New York, Holt, Rineheart and Winston, 1969, p. 82. Enfasi dell’autore.
153. Kinkor, Black Men under the Black Flag, p. 202.
154. Ib id , p. 201.
155. Sherry, Raiders & Rebels, p. 212.
156. Ib id , p. 212.
157. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 167.
158. Si veda anche il capitolo conclusivo su «L’eredità politica dei pirati dell’epoca d’oro».
159. Fuller e Leslie-Melville, Pirate Harbours and Their Secrets, p. 72.
160. Ibid., p. 68.
161. Ibid., p. 72.
162. Klausmann et al., Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger, p. 170.
163. Johnson, A General History, p. 141.
164. Hobsbawm, I banditi, p. 73. Hobsbawm fa questa dichiarazione in riferimento alle donne che vivevano travestite da uomini tra gli
aiduchi, una comunità di banditi dei Balcani; si veda anche la sezione del libro «I pirati come banditi sociali».
165. Rediker, Liberty beneath the Jolly Roger: The Lives o f Anne Bonny and Mary Read, in Pennell (a cura di), Bandits at Sea, p.
308.
166. Ibid.
167. Ib id , p. 300.
168. John C. Appleby, Women and Piracy in Ireland: From Grainne O ’M alley to Anne Bonny, in Pennell (a cura di), Bandits at Sea,
pp. 294-295.
169. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 127.
170. Appleby, Women and Piracy in Ireland, p. 285.
171. Klausmann et al., Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger ; F. O. Steele, Women Pirates: A Brief Anthology of
Thirteen Notorious Female Pirates, Lindoln (NE), iUniverse, 2007, e Jane Yolen, Sea Queens: Women Pirates around the World,
Watertown (MA), Charlesbridge, 2008.
172. Acker, Pussy, King o f the Pirates, p. 267.
173. Appleby, Women and Piracy in Ireland, p. 285.
174. Exquemelin, The Buccaneers o f America, p. 249.
175. Johnson, A General History, p. 96.
176. Ibid., pp. 255-256.
177. Ibid., p. 330.
178. Ibid., p. 504.
179. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 113.
180. Klausmann et al., Women Pirates and the Politics o f the Jolly Roger, p. 170.
181. Cordingly, Life Among the Pirates, pp. 281-282.
182. Acker, Pussy, King o f the Pirates, p. 272.
183. Exquemelin, The Buccaneers o f America, pp. 39-40.
184. Marx, The Brethren o f the Coast, p. 39.
185. Apestegui, Pirates in the Caribbean, p. 159.
186. Konstam, Buccaneers, p. 15.
187. B. R. Burg, Sodomy and the Pirate Tradition: English Sea Rovers in the
Seventeenth-Century Caribbean, New York-London, New York University Press, 1995 (trad. it.: Pirati e sodomia, Milano, elèuthera,
1994, p. 10).
188. Ibid.
189. Ib id , p. 66.
190. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 123.
191. Earle, Pirate Wars, p. 5.
192. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 270.
193. Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 2.
194. Kemp e Lloyd, Brethren o f the Coast, p. 3.
195. Charles Leslie, A New History o f Jamaica, from the Earliest Accounts, to the Taking o f Porto Bella by Vice-Admiral Vernon,
London, J. Hodges, 1740, p. 100, citato in Turley, Rum, Sodomy and the Lash, p. 29.
196. Apestegui, Pirates in the Caribbean, p. 153.
197. Johnson, A General History, p. 50.
198. Ibid., p. 88.
199. Ibid., p. 514.
200. Ibid., p. 545.
201. Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 138.
202. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
203. Si veda Ritchie, Capitan Kidd e la guerra contro i pirati, p. 138.
204. Ibid.
205. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.
206. Burg, Pirati e sodomia, p. 17.
207. Ibid., p. 232.
208. Michel Foucault, The Will to Knowledge: The History o f Sexuality, London, Penguin Books, 1990 (trad. it.: La volontà di sapere,
Milano, Feltrinelli, 1993, vol. 1, p. 43).
209. Ibid., vol. 1, p. 140.
210. Ibid., vol. 1, p. 113.
211. Michel Foucault, Discipline and Punish: The Birth o f the Prison, Harmondsworth, Penguin Books, 1979 (trad. it.: Sorvegliare e
punire: nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2006, pp. 155-156). Foucault descrive questo processo più dettagliatamente nel secondo
capitolo di Madness and Civilization: A History o f Insanity in the Age o f Reason, New York, Pantheon Books, 1965 (trad. it.: «Il
grande internamento», Storia della follia nell’età classica, Milano, BUR Rizzoli, 2000, pp. 51-82).
212. Foucault, La volontà di sapere, vol. 1, p. 123.
213. Ibid.
214. Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the College de France, 1975-76, London, Penguin Books, 2004 (trad.
it.: Bisogna difendere la società, a cura di Mauro Bertani e Alessandro Fontana, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 208-209).
215. Rediker, Sulle tracce dei pirati , p. 252.
216. Ibid. Questo è confermato anche da Earle in Sailors. Earle parla di un «aumento con il tempo della rigidità e della severità delle
punizioni» tra il 1670 e il 1740, sia sulle navi mercantili sia sulle navi della Marina militare; si veda «Discipline and Punishment», in
Sailors, pp. 145-163.
217. Rediker, Sulle tracce dei pirati, p. 257.
218. Ib id , p. 267.
219. Giorgio Agamben, Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life, Stanford (CA), Stanford University Press, 1998 (ediz. it.: Homo
Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi, 1995, p. 132).
220. Agamben, Homo Sacer, p. 135.
221. Cordingly, Life Among the Pirates, p. 113.
222. Christopher Hill, Liberty Against the Law: Some Seventeenth-Century Controversies, London, Penguin Press, 1996, p. 118.
223. Richard Sennett, Flesh and Stone: The Body and the City in Western Civilization, London-Boston, Faber and Faber, 1994, p. 15.
224. Questo, di certo, vale solo per alcune disabilità fisiche, soprattutto le amputazioni. Non sono in grado, in questa sede, di esplorare la
natura estremamente complessa della disabilità nelle sue diverse dimensioni e articolazioni, dunque mi limito ad alcune generalizzazioni
strategiche. Per dibattiti dettagliati si vedano testi come The Disabilities Studies Reader, a cura di Lennard J. Davis, London,
Routledge, 2006, o Critical Disability Theory: Essays in Philosophy, Politics, Policy, and Law, a cura di Dianne Pothier e Richard
Devlin, Vancouver, UBC Press, 2006.
225. Johnson, A General History, p. 92.
226. Cronaca del processo a William Phillips e altri, citato in Jameson, Privateering and Piracy in the Colonial Period, p. 334.
227 Earle, Pirate Wars, p. 200.
228. Ib id , p. 201.
229. L’equipaggio di Tew; Johnson, A General History, p. 400.
230. David Gerber (a cura di), Disabled Veterans in History, Ann Arbor (MI), University of Michigan Press, 2000, p. 3.
231. Ibid., p. 12.
232. Johnson, A General History, p. 274.
233. Konstam, History o f Pirates, p. 187.
234. Rediker, Canaglie di tutto il mondo , p. 84.
235. Robert McRuer, Crip Theory: Cultural Signs o f Queerness and Disability, New York-London, New York University Press,
2006, p. 2.
236. Ibid., p. XI.
237. Catherine J. Kudlick, Disability History: Why We Need Another «Other», «American Historical Review», n. 3, 108, 2003, p. 766.
238. Rosemarie Garland Thomson, Extraordinary Bodies: Figuring Physical Disability in American Culture and Literature, New
York, Columbia University Press, 1997, p. 45.
239. Ib id , p. 44.
240. Ib id , p. 46.
CAPITOLO QUARTO

«Ni dieu, ni maitre»


La pirateria dell’epoca d’oro e la politica

4.1. Dai «Fratelli della Costa» a un «commonwealth di fuorilegge»: il sistema


organizzativo dei pirati

Sull’egualitarismo e il carattere democratico delle comunità di bucanieri e pirati caraibici - o


«collettività ribelle, senza Stato, peripatetica»1- è stato scritto molto. Anche gli storici non radicali
ammettono che «le comunità di pirati erano [...] democrazie. Un centinaio di anni prima della
Rivoluzione francese, le compagnie pirata viaggiavano su binari in cui la libertà, l ’uguaglianza e la
fratellanza erano la regola piuttosto che l’eccezione»2. La società dei bucanieri è stata definita
«l’istituzione più democratica del mondo nel diciassettesimo secolo»3 con un tipo di organizzazione
«essenzialmente comunista»4. Metafore marinare come «democrazia fluttuante»5 o «repubblica
galleggiante»6 sono state ampiamente utilizzate.
Secondo Jenifer G. Marx, «i bucanieri di Tortuga hanno cominciato a chiamarsi Fratelli della Costa
attorno al 1640. Per diventare membro di questa confraternita democratica, un uomo giurava di
sottoscrivere un corpo di norme rigide chiamato il Codice della Costa»7. Vale la pena citare per
esteso la versione del codice resa da Exquemelin:

Essi [i bucanieri] approvano alcuni Articoli messi per iscritto e obbligatori che ciascuno di loro è tenuto a osservare e che tutti, o il capo,
firmano. Nel documento si specifica in modo dettagliato la somma di denaro che ogni persona riceverà per il viaggio: l’unica fonte di
pagamento è il ricavato complessivo del bottino raccolto da tutta la spedizione; essi infatti obbediscono alla stessa legge di tutti gli altri
pirati: niente bottino, niente paga. Viene anzitutto stabilita la somma che il capitano dovrà ricevere per la sua nave. Si passa poi a fissare
la paga del carpentiere o dell’operaio che ha carenato, riparato o armato la nave. La paga raggiunge di solito i cento o centocinquanta
pezzi da otto, diminuita o aumentata, talora, a seconda degli accordi. Dal fondo comune vengono in seguito prelevati duecento pezzi da
otto per i rifornimenti. Dopo è la volta del chirurgo e della sua cassa di medicamenti: per lui la paga è fissata generalmente in duecento o
duecentocinquanta pezzi da otto. Per ultimo essi stipulano per iscritto l’indennità o la ricompensa che spetterà a ciascuno in caso di ferita,
mutilazione o perdita di un arto durante la spedizione. Così la perdita del braccio destro viene valutata seicento pezzi da otto o sei schiavi;
quella del braccio sinistro cinquecento pezzi da otto o cinque schiavi; la gamba destra cinquecento pezzi da otto o cinque schiavi; la
gamba sinistra quattrocento pezzi da otto o quattro schiavi; un occhio cento pezzi da otto o uno schiavo; l’indennità per un dito della mano
è identica a quella per un occhio. Tutte queste somme vengono prelevate, come ho già detto, dal fondo comune costituito con i risultati
delle loro azioni piratesche. Di ciò che rimane viene fatta tra essi una ripartizione assolutamente precisa e uguale. In quell’operazione,
tuttavia, vengono tenuti nel debito conto anche il grado e il ruolo. Al capitano, o comandante in capo, vengono assegnate cinque o sei parti
in più rispetto a un marinaio semplice; al secondo solo due; e agli altri ufficiali in proporzione alle loro funzioni. Dopo di ciò vengono
assegnate a tutti i marinai, dal primo all’ultimo, senza dimenticare i mozzi. Anche loro ricevono una mezza paga, giacché quando avviene
che ci si impossessi di una nave migliore, spetta ai mozzi incendiare la nave o l’imbarcazione su cui si trovavano, e raggiungere poi la
preda che è stata conquistata. Essi osservano da sé medesimi la disciplina più perfetta. È severamente proibito a chiunque di prendere
per sé qualsiasi parte del bottino. Come ho già detto, tutto quello che viene preso è equamente diviso. C’è di più: con il vincolo del
giuramento essi si impegnano l’un l’altro a non trafugare o nascondere un qualsiasi oggetto, anche il più piccolo, trovato nel bottino. Chi
manca alla parola data viene, non appena scoperto, messo in quarantena ed espulso dalla compagnia .

Gli aspetti più rilevanti di questo resoconto sembrano essere: a) il carattere collettivo ed
egualitario della stesura e dell’accettazione degli Articoli; b) la relativa uguaglianza delle quote di
bottino; c) la gestione collettiva delle vettovaglie; d) il risarcimento dei danni; e) l ’alto valore
conferito all’onestà e alla giustizia; f) la pena per esclusione; g) il riferimento agli schiavi come
moneta.
Gli aspetti che distinguono gli Articoli dei bucanieri da quelli dei pirati dell’epoca d’oro sono la
divisione delle quote (che diventeranno più eque nel periodo d’oro) e il carattere temporaneo del
contratto che è legato a una determinata spedizione e non a un’impresa a lungo termine. L’elencazione
degli schiavi quale potenziale pagamento allude a un problema generale della società dei bucanieri
(più tardi, anche se in circostanze diverse, riprodotto dai pirati dell’epoca d’oro): mentre la
«fratellanza» e la solidarietà sono enfatizzate all’interno della comunità, chiunque ne sia al di fuori
resta escluso dal suo universo morale. Questo, però, non cambia il fatto che «i vascelli bucanieri
erano unità autonome operanti in un regime democratico»I.*9, e che «non dovrebbe [...] esserci alcun
dubbio che, mentre un marinaio su una nave ‘normale’ era soggetto a un regime dispotico, tra i
Fratelli della Costa era considerato un uomo tra pari con pieno diritto di voto nell’approvazione
delle decisioni»10.
Molti dei principi validi tra i bucanieri più tardi erano stati tradotti negli Articoli dei pirati
dell’epoca d’oro. Il capitano Johnson elenca tre serie dettagliate di Articoli: quelli delle compagnie
del capitano Bartholomew Roberts, quelli del capitano George Lowther e quelli del capitano John
Phillips. Johnson scrive che gli Articoli del capitano Phillips vanno presi «alla lettera»11, mentre
quelli di Roberts costituiscono solamente «la sostanza degli Articoli, così come era stata colta dai
pirati»12, dato che questi, nell’eventualità di essere prima o poi catturati, «si erano presi la briga di
buttare a mare l’originale che avevano firmato e su cui avevano giurato»13. Non vi è alcuna
indicazione specifica rispetto all’origine degli Articoli del capitano Lowther, qui citati:

I. Al capitano spettano due quote piene; al quartiermastro una quota e mezza; al medico, al secondo, all’artigliere e al nostromo una quota
e un quarto.
II. Chi sarà riconosciuto colpevole di portare con sé qualsiasi arma illecita a bordo della nave corsara o di qualsiasi preda catturata da noi,
per colpire o abusare di un altro, soffrirà la punizione che il capitano e la maggioranza della compagnia riterranno opportuna.
III. Chi sarà riconosciuto colpevole di codardia rispetto all’incarico dovrà subire la punizione che il capitano e la maggioranza riterranno
opportuna.
IV. Se oro, gioielli, argento, etc., o bottini del valore di un pezzo da otto fossero trovati a bordo di qualsiasi preda, e chi li trova non li
consegna al quartiermastro nell’arco di ventiquattro ore, soffrirà la punizione che il capitano e la maggioranza riterranno opportuna.
V. Chi verrà trovato colpevole di frode o furto ai danni di un altro per il valore di uno scellino, soffrirà la punizione che il capitano e la
maggioranza riterranno opportuna.
VI. A chi avrà la sfortuna di perdere un arto, durante l’incarico, gli verrà corrisposta la somma di centocinquanta sterline, e rimarrà con la
compagnia fino a quando lo riterrà necessario.
VII. Si dovrà mostrare la giusta pietà quando richiesta.
VIII. Colui che per primo vedrà una vela, avrà la migliore pistola o arma piccola a bordo della nave avvistata14.

Tutti questi Articoli trovano riscontro in quelli di Phillips e Roberts, che tuttavia sono più specifici
quando si tratta del tipo di punizione prevista - «morte o marooning» [abbandonare su un’isola
deserta - [N.d.T.] - e comprendono alcuni dettagli interessanti che non si trovano in quelli di
Lowther. Per esempio, gli Articoli di Phillips prevedono una punizione per coloro che firmano gli
Articoli con un’altra nave pirata «senza il consenso della nostra compagnia», per coloro che
«colpiscono un altro compagno mentre gli Articoli sono in vigore», per chi «fuma tabacco nella stiva
senza aver schermato [la] pipa, o porta una candela accesa senza lanterna», e per coloro che «non
tengono le [loro] armi pulite, pronte allo scontro». Infine, concludono con la minaccia che «chi,
trovandosi in qualsiasi momento in presenza di una donna onesta, le userà violenza sarà
immediatamente condannato a morte»: una frase interessante sia per il fatto che appare necessaria,
sia per la punizione non irrilevante che viene comminata, sia per la preoccupante specifica di donna
«onesta»15. Gli Articoli di Roberts sanciscono la necessità di «tenere [il] fucile, le pistole e la
sciabola puliti e pronti per l ’uso», e comprendono ulteriori dettagli, in particolare per quanto
riguarda le strutture democratiche e comunitarie a bordo: «Ognuno dispone di un voto nelle questioni
più importanti; ha diritto a un’uguale porzione di viveri freschi o di liquori catturati in qualunque
momento, e [può] farne l’uso che crede, a meno che la loro mancanza [...] non renda necessario un
razionamento nel comune interesse». Gli Articoli includono anche la punizione per il furto a un
compagno, evocando l’originaria pratica dei bucanieri: «Si tagliavano le orecchie e il naso del
colpevole e lo si lasciava a terra, non in un luogo disabitato, ma da qualche parte in cui fosse certo
che sarebbe andato incontro ad avversità». Per di più, «nessun ragazzo o donna» era autorizzato tra
gli uomini, e «se qualcuno veniva trovato a sedurre una donna, e a portarla a bordo travestita, era
punito con la morte». Inoltre, «luci e candele [dovevano] essere spente alle otto di sera» e «se
qualcuno della ciurma aveva ancora voglia di bere dopo quell’ora, doveva farlo all’aria aperta».
(Una misura che, come commenta il capitano Johnson, significava « tenere d’occhio le dissolutezze
[dei pirati]» e nondimeno «rivelatasi inutile»). «I musicanti», infine, dovevano «riposarsi il sabato,
ma per gli altri sei giorni e sei notti non era loro concesso alcun riposo, a meno di un permesso
speciale»16.
Nel complesso, gli Articoli indicano una comunità radicalmente egualitaria e democratica, una
caratteristica che secondo molti delinea la spina dorsale dell’esperimento sociale dei pirati
dell’epoca d’oro. Vale la pena citare per esteso l ’interpretazione di Robert C. Ritchie a riguardo:

I ladroni battevano i mari scindendosi e riunendosi come amebe e costituendo piccole democrazie autonome, che operavano di solito in
base al voto di maggioranza; il gruppo di minoranza era invitato (o costretto) a separarsi affinché tra l’equipaggio si mantenesse un clima
d’intesa. Sempre in cerca di rifornimenti o di bottino, attaccavano città, imbarcazioni da pesca e navi di ogni tipo: praticamente tutto ciò
che trovavano per terra o per mare. Di tanto in tanto raggiungevano un porto sicuro per vendere la loro merce e divertirsi, ma subito dopo
si rimettevano in mare. Alcuni di questi uomini vi rimanevano per anni, o si ritiravano in piccole comunità in luoghi poco conosciuti, o
ancora si lasciavano assorbire da società non europee. Così restavano sempre ai margini e liberi dalle convenzioni sociali, riconoscendo
come uniche limitazioni le poche regole che si erano dati da soli. Non erano in molti a tornare a casa: il mare, la fame, la sete, le malattie
e i combattimenti reclamavano la loro parte di vittime, e la maggior parte dei sopravvissuti preferiva la vita libera del pirata alle
convenzioni costrittive della società europea. Alla fine del diciassettesimo secolo, una mutata concezione valoriale, una maggiore
prosperità e la necessità di difenderla avevano reso i pirati sempre più invisi agli occhi dei governi e dei mercanti, che a poco a poco
cessarono di sostenerli. Così ebbero campo libero i predoni d’alto mare che, sempre più numerosi, continuarono ad aggregarsi ai margini
delle zone di predominio .
Un aspetto organizzativo importante del sistema pirata dell’epoca d’oro, anche in confronto a quello
dei bucanieri, è stato il ruolo del quartiermastro, descritto in maniera suggestiva dal capitano
Johnson: «Il parere del quartiermastro è come quello del muftì tra i turchi: il capitano non può
intraprendere nulla che il quartiermastro non approvi. Possiamo dire sia un’umile imitazione del
tribuno del popolo romano: parla in nome e si preoccupa degli interessi dell’equipaggio»18. E infatti
erano i membri della ciurma a nominarlo. Nella trascrizione giudiziaria di un processo pirata si
racconta di un tal John Archer che «alla domanda di come fosse divenuto quartiermastro, aveva
risposto che la compagnia lo riteneva l ’uomo più adatto al ruolo e pertanto lo aveva scelto»19. Dal
che si evince che gli equipaggi pirata si prodigassero coscientemente non solo per ridurre il forte
divario che ancora esisteva tra il capitano e l’equipaggio ma anche per tenere il capitano sotto
controllo (il che richiama quei «meccanismi», evidenziati da Clastres, cui ricorrono le comunità
amerindiane per evitare la formazione di un chiefdom gerarchico). Secondo Joel Baer, l’ingerenza
dell’equipaggio nei confronti del capitano e dei suoi privilegi si manifestava anche nelle
caratteristiche fisiche della nave pirata: «La conformazione dei livelli superiori di una nave pirata -
la cabina e tutto il resto - a volte veniva rimossa, prima di tutto per migliorare l ’agilità della nave,
ma al contempo per eliminare le differenze di classe all’interno dell’equipaggio»20.
Tutte le decisioni importanti erano prese dal consiglio dei pirati. Rediker suggerisce che «le
decisioni del consiglio erano sacre. Anche il più audace dei capitani non avrebbe osato metterle in
discussione. In effetti, è accaduto in diverse occasioni che il consiglio rimuovesse dal loro incarico
capitano e ufficiali»21. Rediker illustra anche i passaggi democratici cruciali di una società pirata: «Il
momento fondante [era] dopo un ammutinamento o quando la ciurma di un’imbarcazione troppo
affollata si divideva per dare vita a una nuova nave pirata. I componenti dell’equipaggio si
radunavano allora in consiglio per eleggere il proprio capitano, stabilire gli Articoli e dichiarare la
propria fedeltà l’uno all’altro e alla bandiera, il tutto in completa allegria, con feste, mangiate, bevute
e salve di cannone»22.
Le versioni degli Articoli pirata esistenti sulle diverse navi appaiono così simili nella sostanza che
in effetti sembrano costituire una cultura pirata comune o, secondo le parole di Frank Sherry, un
commonwealth [una comunità indipendente - N.d.T.]: «Data la somiglianza fra gli Articoli di queste
navi, i pirati - come i cittadini di qualsiasi commonwealth - condividevano sempre una generale
intesa rispetto a ciò che era considerato un comportamento accettabile o inaccettabile,
indipendentemente da quale porto visitassero o su quale nave prestassero servizio»23. Indubbiamente,
questo contribuiva a mantenere un forte senso di comunità tra le varie società pirata dell’epoca: per
ognuno di loro «l’incontro con un fratello pirata rompeva il senso di isolamento»24. Ma non c’era
solo questo, «c’era la gioia di incontrare un altro pirata, salutarlo con orgoglio e celebrare con
‘mutua civiltà’ la solidarietà della comunità pirata, ‘l ’ensemble dupeuple p ira te \ nella sua guerra
contro il mondo»25. Rediker riassume questo senso di solidarietà pirata in Canaglie di tutto il
mondo:

I pirati non depredavano gli altri pirati. Anzi, li caratterizzava una grande solidarietà reciproca e una lealtà di gruppo altamente
sviluppata. E qui abbandoniamo l’esame dei rapporti che avevano con l’esterno, per rivolgerci a questo particolare aspetto della loro
organizzazione interna, appunto la solidarietà verso i propri «simili» e l’etica comunitaria che esprimeva. I pirati avevano un profondo
senso della comunità, mostrando la tendenza ricorrente a unire le forze, in mare e a terra, anche quando i diversi equipaggi erano
reciprocamente estranei26.
Frank Sherry, con la sua solita enfasi, suggerisce che «nel corso della loro guerra, combattuta
solcando milioni di chilometri quadrati di oceano, dal Madagascar alle Bahamas, passando per
l ’umida costa occidentale dell’Africa, i pirati fuorilegge si fusero in una potente confederazione,
sebbene non rigidamente strutturata: un’improvvisata repubblica di ribelli, ladri e predoni»27, una
«vera repubblica di furfanti»28 i cui membri «si incontravano ripetutamente, sulle navi e nei porti
sicuri, lavorando uniti e poi allontanandosi»29.
Rediker ha svolto un lavoro formidabile nel tratteggiare in modo dettagliato questa comunità,
giungendo alla conclusione che durante il periodo di massimo splendore dell’epoca d’oro - dal 1716
al 1726 - circa quattromila pirati vagavano per il mare, e di questi tra millecinquecento e
duemilaquattrocento erano imbarcati in contemporanea su venti-venticinque navi30. Come illustra
nell’interessante grafico pubblicato in Canaglie di tutto il mondo31, la maggior parte dei pirati era
concretamente legata da esperienze condivise come membri dello stesso equipaggio o derivate da
amichevoli suddivisioni di compagnie pirata. Secondo Rediker, «è principalmente nell’ambito di
questa rete di collegamenti che l ’assetto organizzativo del vascello pirata ha assunto la sua
connotazione, trasmettendo e conservando usanze e significati, e contribuendo a formare e perpetuare
la società dei pirati»32.
Come riferisce il capitano Johnson attraverso il suo protagonista, il capitano Misson, il forte senso
di solidarietà tra i pirati dell’epoca d’oro è stato anche l’espressione della «necessità di vivere uniti,
dato che tutto il mondo era loro nemico»33. Essere pirata richiedeva forte impegno e partecipazione.
Come suggerisce Frank Sherry 34, alcuni pirati, per pura «fedeltà [...] ai loro compagni fuorilegge»
attaccavano «le spedizioni di quei luoghi in cui i pirati erano stati processati e impiccati, come per
esempio Barbanera che per questo motivo era solito distruggere le navi provenienti dal New
England»35. Il capitano Johnson racconta dell’episodio in cui l ’equipaggio di Condent tagliò il naso e
le orecchie ad alcuni compagni portoghesi perché lungo la costa brasiliana avevano fatto prigionieri
alcuni pirati36. Tra di loro, il senso di solidarietà reciproca era espresso attraverso un sostegno
incondizionato, come già avveniva tra i bucanieri: «I bucanieri erano sinceri tra di loro e con il
passare del tempo la loro organizzazione era diventata incredibilmente solida. Quelli che andavano
per mare potevano contare sull’integrità di quelli rimasti a terra e viceversa. In effetti, avevano
formato una comunità di canaglie singolarmente unite»37. Exquemelin conferma queste ipotesi: «Tra
di loro, e reciprocamente, questi pirati sono estremamente generosi e disponibili. Se uno di loro
perde tutti i suoi averi, cosa che accade spesso visto il loro stile di vita, condividono con lui,
gratuitamente, quello che hanno»38. Basil Ringrose offre un esempio sorprendente di tale generosità,
documentata dal racconto di un viaggio a seguito del quale alcuni membri dell’equipaggio erano
rimasti senza soldi: «Pertanto, abbiamo concordato di lasciare la nave a quelli della nostra
compagnia che non hanno denaro residuo date le loro spese in questo viaggio, e avendolo perso tutto
al gioco, e di dividerci in due navi dirette verso l’Inghilterra»39.
Le opinioni contrastanti tra i membri degli equipaggi pirata spesso portavano a cordiali separazioni
piuttosto che a lotte intestine e alla discordia. Rediker scrive che, «come un’Idra», erano tali
divisioni a contribuire alla formazione di un «assetto sociale e una cultura di democrazia radicale»
tra i pirati40. Non tutte le separazioni erano armoniose naturalmente. Esiste un discreto numero di
resoconti in cui le minoranze venivano semplicemente abbandonate piuttosto che ripagate con la
quota che spettava loro dei proventi della compagnia. Probabilmente, il principio della «legge del
più forte» a volte aveva un peso maggiore rispetto alla cultura democratica. Nonostante ciò, le parole
di Rediker restano convincenti:

L’organizzazione sociale dei pirati era flessibile, ma poteva dar luogo a conflitti particolarmente aspri. Chi aveva avuto esperienza del
mondo claustrofobico e autoritario dei mercantili apprezzava la libertà di separarsi. Il modo democratico con cui l’autorità veniva
esercitata aveva però sia lati negativi che positivi. Se da un lato produceva una cronica instabilità, dall’altro garantiva la continuità. E
proprio le separazioni e la conseguente formazione di nuovi equipaggi contribuivano ad assicurare continuità culturale tra i pirati41.

Secondo Rediker, il carattere progressista dell’organizzazione sociale sulla nave pirata può essere
ricondotto a elementi insiti nella cultura generale dei marinai del diciassettesimo secolo: «Basandosi
su valori culturali propri alla classe inferiore/ponte inferiore (collettivismo, antiautoritarismo,
egualitarismo), i pirati hanno posto in essere, nel loro specifico assetto sociale, tendenze
dialetticamente generate e soppresse nel normale corso dell’alienato lavoro marittimo»42. Rediker,
inoltre, definisce la pirateria «una ‘struttura’ formata sul ‘fondamento’ della cultura e della società
dei marinai angloamericani di lungo corso della prima metà del Settecento»43. E nello specifico
elenca i seguenti valori: a) collettivismo, inteso come «collettività formata da marinai semplici,
forgiatisi nel confronto con il capitale, creata al di sopra e contro la logica della disciplina e della
cooperazione fondate sul profitto. Il lavoro collettivo si trasformava facilmente in autodifesa
collettiva quando i marinai tentavano di proteggere se stessi dalle condizioni dure, dal lavoro
eccessivo e dall’autorità oppressiva» 44; b) antiautoritarismo, forse meglio descritto da coloro che
ne erano più spaventati: «Quando le autorità entravano in contatto con i pirati, spesso erano scioccate
dal loro orientamento democratico. Il governatore olandese della colonia di Mauritius, dopo
l ’incontro con una ciurma di pirati, aveva commentato: ‘Ogni uomo ha tanta voce in capitolo quanto il
capitano e ognuno porta con sé le proprie armi sotto le lenzuola’»45; c) egualitarismo, un aspetto che
secondo Rediker «a bordo della nave pirata veniva istituzionalizzato»46, in quanto «l’egualitarismo
del marinaio si accordava con altri aspetti della sua cultura. Era parte essenziale di un’enfasi
sull’ospitalità, la cooperazione, la reciprocità, la mutualità, e sulla generosità rispetto
all’accumulazione»47.
Il termine confraternita è stato ampiamente utilizzato per descrivere il forte senso di lealtà,
solidarietà e comunità tra bucanieri e pirati. I bucanieri sono stati definiti una «confraternita
autarchica»48 o una «confraternita di predoni» 49, e i pirati del periodo d’oro una «confraternita
fuorilegge»50 o una «confraternita transnazionale»51. Il problema in queste lodi al valore della
fratellanza rimanda a due insidiose caratteristiche: la mascolinità e l’esclusività. Dopotutto, storie di
straordinaria generosità e solidarietà possono essere raccontate anche a proposito di boy scouts,
confraternite di destra, gruppi neonazisti, Marines o Hell’s Angels52. Il concetto di stare al fianco di
qualcuno, «molto usato tra i pirati» 53, è in cima alla scala valoriale di molte comunità del genere e
dà una certa plausibilità alla descrizione derisoria di Cordingly e Falconer degli Articoli pirata quali
«esempio vivente dell’‘onore tra i ladri’» 54. Altrettanto importante è un’altra virtù essenziale della
solidarietà maschile, cioè quella del «coraggio», secondo Rediker «il principale mezzo di
sopravvivenza» 55 tra i pirati e «l’antitesi della legge»56. In questa cornice, non sorprende che il
governatore del New England avesse detto, dopo un attacco particolarmente audace da parte di
Bartholomew Roberts, che «non si può trattenere l’ammirazione per il suo coraggio e la sua
audacia» 57. «I veri uomini» la pensano allo stesso modo, e bandiscono gli altri dalle proprie
comunità esclusive. Il forte impegno reciproco vissuto tra bucanieri e pirati non si rifletteva al di
fuori della comunità, dove si sentivano limitati da poche considerazioni morali. Stephen Snelders,
che sembra simpatizzare molto per i bucanieri e i pirati, ritiene che il resoconto di Jan Erasmus
Reyning «rivela le atrocità che commettevano nei confronti degli estranei alla comunità»58.
Credersi parte di un’avanguardia è una lama a doppio taglio. Quando Rediker scrive che «salendo
‘al patibolo senza una lacrima’, dichiarandosi ‘uomini onesti’ e ‘gentiluomini’, alludendo con
orgoglio, sia pur protervo, al proprio ‘onore’ e alla propria ‘coscienza’, i pirati esibivano la loro
sicurezza»59, di certo veicola un positivo senso di ribellione. Dopotutto i pirati non abbracciavano
alcuna posizione di potere istituzionalizzato ed erano «emarginati» e «fuorilegge». Allo stesso tempo,
però, l ’ostentazione della loro sicurezza nei confronti delle vittime (la cui maggioranza non era
composta da autorità secolari o clericali), nei confronti di marinai comuni, donne e amerindiani, non
aveva nulla a che fare con la ribellione ma solo con lo spregevole esercizio del potere.
Una particolare visione della lealtà, solidarietà e senso comunitario dei pirati è stata espressa nei
primi anni Ottanta del secolo scorso in un saggio tedesco intitolato Parasitare Anarchie. Heiner
Treinen, autore del saggio, afferma che la «solidarietà» tra i pirati appare più opportunistica che
motivata dal suo valore intrinseco:
La decisione di unirsi ai pirati in quanto particolare forma di «organizzazione» era esclusivamente basata sugli introiti previsti da ogni
individuo. Questo era l’unico motivo che ha reso possibile la cooperazione e l’accettazione della struttura collettiva di potere, tollerata
perché prometteva la realizzazione di obiettivi individuali. [...] Tra i pirati, l’investimento nella struttura sociale era intrinsecamente
.
temporaneo .
60

Treinen sostiene che persino la relativa mancanza di discriminazioni razziali o nazionali tra le
ciurme pirata era semplicemente la conseguenza del loro individualismo:

Sebbene le scorrerie fossero spesso motivate su base razziale o religiosa, al di fuori di queste la discriminazione razziale e nazionale non
esisteva. Ma questa assenza di discriminazioni non rimanda a un ideale utopico anarchico: più semplicemente, si configura quando, come
nel caso dei pirati, gli individui che lavorano insieme non sono realmente interessati a vivere insieme, ovvero quando non ci sono effettivi
obiettivi comuni61.

La visione di Treinen può apparire cinica, ma anche A General History del capitano Johnson
contiene passaggi che dipingono la solidarietà pirata come principalmente funzionale a precisi scopi
tattici, ossia come qualcosa imposto dalle circostanze esistenziali dell’equipaggio piuttosto che da
convinzioni politiche o etiche. Un esempio verte sulla situazione della ciurma del capitano North tra i
malgasci:

Pensavano infatti, e con ragione, che l’unione e l’armonia fossero l’unico mezzo per garantire la loro sopravvivenza; infatti, essendo
quella gente pronta a farsi guerra alla minima occasione, senza indugio avrebbero approfittato di qualunque divisione visibile tra i bianchi
per eliminarli quando si sarebbe presentato il momento adatto. North spesso li avvertiva di questo pericolo, e altrettanto spesso ricordava
gli effetti di quella loro unanimità: essere trattati con grande rispetto e riverenza, nonché ricevere gli omaggi che di norma si riservano ai
sovrani. La natura, com’è evidente, insegna anche alla persona più ignorante la prudenza necessaria alla propria conservazione, e la
paura opera cambiamenti che la religione ha perso il potere di attuare62.

Di certo, il resoconto di Johnson potrebbe essere puramente inventato e l’analisi di Treinen


semplicemente artefatta (o comunque troppo negativa). In realtà, si potrebbe anche sostenere che tutte
le ostentazioni delle virtù sociali sono essenzialmente animate dall’ego, dato che l ’essere umano è
così che funziona: in quest’ottica, il mutuo soccorso dei pirati non perderebbe alcun valore, anche se
fosse stato dettato dal fatto che «le difficoltà della vita in mare facevano dell’aiuto reciproco una
semplice tattica di sopravvivenza»63. Comunque sia, il problema intrinseco alla pirateria del periodo
d’oro, evidenziato sia dalle osservazioni di Treinen sia dal passaggio tratto da A General History di
Johnson, resta: i loro ideali di «confraternita» non rientravano in una più ampia visione o ambizione
sociale e politica, una questione che sarà spesso ripresa nel corso del libro.

4.2. Navigare sotto la bandiera nera: il Jolly Roger

La confraternita, il commonwealth o la confederazione pirata dell’epoca d’oro trovava la sua più


eclatante espressione nella sua minacciosa bandiera nera: il Jolly Roger. Nessun altro simbolo pirata
- e non molti altri simboli in realtà - hanno avuto un impatto così persistente sul pensiero e sulla
cultura popolare occidentale.
Le origini del Jolly Roger non sono del tutto chiare. La prima testimonianza risale al 1700, durante
l ’inseguimento del capitano pirata francese Emanuel Wynn al largo delle isole di Capo Verde. Gli
ufficiali della nave militare inseguitrice descrivono la bandiera di Wynn come «un lugubre emblema
con ossa incrociate, un teschio e una clessidra»64 su sfondo nero. Questi simboli, sebbene con alcune
varianti, diventano ben presto il criterio identificativo delle navi pirata. Come scrive David F.
Marley: «Tredici anni dopo, quando la guerra di Successione spagnola finì, la maggior parte dei
pirati utilizzava un drappo nero come proprio vessillo»65. Ciò significa che «nell’arco di quindici
anni, i pirati utilizzarono frequentemente le bandiere nere e, dal 1714, queste diventarono un chiaro
simbolo di riconoscimento»66.
Nonostante vi fossero diverse varianti del Jolly Roger, ognuna di queste condivideva gli stessi
elementi di base, in sostanza simboli associati alla morte: il teschio e le ossa incrociate67, gli
scheletri, le clessidre, la sciabola da abbordaggio e i cuori sanguinanti68. «Il messaggio [...] era
immediato. I pirati usavano i simboli - morte, violenza, tempo limitato - per terrorizzare le prede,
per comunicare in modo inequivocabile ai mercantili che il loro tempo era breve, dovevano
arrendersi immediatamente o sarebbe periti di morte cruenta»69.
Ci sono diverse teorie sull’origine del nome. Le due più comuni e convincenti sono: a) Jolly Roger
è un’alterazione inglese del francese lajolie rouge, che si riferiva alle bandiere rosse innalzate dagli
equipaggi marittimi per annunciare la battaglia; b) Jolly Roger è una variazione di Old Roger, un
appellativo popolare del diavolo70. Qualunque sia l’origine del nome, il Jolly Roger contrassegna
l ’epoca della pirateria studiata in questo libro e conferma il senso di unità che deve essere esistito
tra gli equipaggi pirata. Scrive Rediker:

Ma quando hanno creato una bandiera tutta loro, come hanno fatto per la prima volta all’inizio del diciottesimo secolo, vi hanno
attribuito un significato nuovo: quella bandiera simboleggiava la solidarietà di una congrega di banditi proletari, forte di migliaia di membri
e audacemente auto-organizzata, in violenta contrapposizione con tutte le potenze nazionali dell’epoca. Alzando il teschio con le ossa
incrociate, i pirati si annunciavano come le «canaglie di tutto il mondo» .

Rediker conferma anche che «la sua diffusione è di fondamentale importanza: non meno (e
probabilmente più) di duemilacinquecento uomini hanno navigato sotto tale bandiera»72. N ell’analisi
di Chris Land, «la scelta della bandiera pirata rendeva esplicito il loro rifiuto dello Stato-nazione
quale fondamento della comunità e la loro sfida al suo monopolio della violenza. [...] Nel momento
in cui innalzavano il Jolly Roger, i pirati sbandieravano il loro rigetto dei principi fondamentali
dell’ordine geopolitico contemporaneo, ponendosi al di fuori della sua sfera di governo e
giustizia»73.
Nel 1880, durante una manifestazione indetta a Parigi per protestare contro l’ipocrisia del
movimento socialista ufficiale, Louise Michel portò con sé una bandiera nera piuttosto che quella
rossa, creando così uno dei simboli anarchici più caratteristici e riconosciuti. È difficile pensare che
la scelta del colore per quella bandiera sia stata puramente accidentale.

4.3. E anarchia? Questioni di definizione - Parte prima

Le associazioni tra pirateria dell’epoca d’oro e anarchia sono infinite. Infatti, è praticamente
impossibile leggere un libro sulla pirateria senza che vi sia almeno un riferimento all’anarchia,
indipendentemente dalla convinzione politica dell’autore. Si possono trovare espressioni come
«comportamento anarchico»74, «equipaggi anarchici»75, «tensioni anarchiche»76, «anarchia sessuale e
culturale»77, «anarchia priva di ogni forma di autodisciplina»78, «anarchia ordinata»79, «una
cacofonica anarchia galleggiante»80, «la rappresentazione stessa dell’anarchia»81, «mini-anarchie»82,
o «la vita di un bucamere potrebbe essere giudicata in qualche modo anarchica»83. Un recente saggio
accademico sulla pirateria ha addirittura introdotto il termine «An-arrgh-chy»84.
A cosa porta tutto questo? A parte il fatto che alcuni di questi attributi hanno una connotazione
negativa affibbiata da scrittori conservatori, la domanda critica è: i pirati dell’epoca d’oro erano
davvero anarchici? Sembrano esserci due principali modi per rispondere: a) se essere anarchico
significa vivere al di fuori del controllo dello Stato-nazione, o di qualsiasi forma di autorità
istituzionalizzata, allora i pirati dell’epoca d’oro erano sicuramente anarchici, tanto quanto le
popolazioni nomadi e «primitive» a cui sono stati paragonati; b) se essere anarchico significa cercare
di realizzare coscientemente i propri ideali sociali di uguaglianza e giustizia universali, allora
difficilmente i pirati di quell’epoca lo erano. Vi sono troppi elementi che indicano la totale assenza
di ideali sociali, o quanto meno di ideali estesi al di fuori della comunità di «fratelli» che si
giuravano reciproca fedeltà.
Se è dunque esistita una forma di anarchismo tra i pirati dell’epoca d’oro, questa risiederebbe nel
loro rifiuto dell’autorità costituita e nei tentativi di costruire una comunità egualitaria. Chris Land
riassume bene tale aspetto:

Sottoscrivendo questi Articoli, un marinaio si univa alla comunità pirata e accettava le pratiche che permettevano alla comunità di
esistere nonostante l’assenza di una legge trascendente - come la legge nazionale o la religione - che può imporre l’ordine dall’esterno.
In questo senso, l’organizzazione della nave pirata del diciottesimo secolo era un esperimento di organizzazione democratica in forme
85
radicali e anarchiche che erano esplicitamente contrapposte ai sistemi autoritari dei vascelli convenzionali .

Al contempo, però, nessuna lotta anarchica è stata intrapresa per il bene di tutti, anzi è molto
probabile che le azioni pirata avrebbero sabotato qualsiasi lotta del genere. E tuttavia il granitico
antiautoritarismo e l’esperimento davvero utopico di queste micro-democrazie sono entrambi
elementi di enorme importanza e occupano una posizione centrale nel ri-adattamento radicale
contemporaneo della pirateria.
4.4. La macchina da guerra: leggere la pirateria attraverso Deleuze e Guattari

Per quanto non sia mai facile impiegare analiticamente il termine guerra, il comune riferimento alla
«guerra» cui erano dediti i pirati dell’epoca d’oro richiama alcuni concetti teorici che lavorano con
tale nozione - fra cui i più rimarchevoli sono quelli di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Félix
Guattari - e allo stesso tempo impone alcune riflessioni.
L’importanza del contributo foucaultiano sta nell’aver interpretato qualsiasi battaglia storica come
una guerra e la guerra come «principio eventuale di analisi dei rapporti di potere»86. In quest’ottica,
ci si trova di fronte a una guerra che non finisce mai. Ciò che si chiama pace segna solamente una
determinata fase della guerra, che continua sottotraccia: «La società, la legge e lo Stato [non] sono
una sorta di armistizio in queste guerre, o la sanzione definitiva delle vittorie. La legge non è
pacificazione, poiché dietro la legge la guerra continua a infuriare all’interno di tutti i meccanismi di
potere, anche dei più regolari. È la guerra a costituire il motore delle istituzioni e dell’ordine: la
pace, fin nei suoi meccanismi più infimi, fa sordamente la guerra»87. In conclusione Foucault spiega:
«Ma perché occorre ritrovarla? Perché questa guerra antica è una guerra [...] permanente. Noi
dobbiamo infatti essere gli eruditi delle battaglie. E dobbiamo esserlo proprio perché la guerra non è
conclusa, perché si stanno ancora preparando le battaglie decisive, perché la stessa battaglia
decisiva dobbiamo ancora vincerla»88.
Il significato di questi concetti per la pirateria dell’epoca d’oro diventa evidente quando Foucault
descrive lo slittamento di senso nel modo di intendere la guerra avvenuto durante il diciassettesimo
secolo: dalla guerra contro la rappresentazione del potere (più comunemente il sovrano) alla guerra
contro la «cultura» o la «civiltà»:

A partire dal diciassettesimo secolo, [...] l’idea secondo cui la guerra costituisce la trama ininterrotta della storia appare in una forma
precisa: la guerra che non cessa di svolgersi dietro l’ordine e la pace, la guerra che travaglia la nostra società e la divide in modo binario
è, in fondo, la guerra delle razze. [...] questa idea secondo cui la società è, da un estremo all’altro, percorsa da questo scontro tra le
razze, la si trova formulata a partire dal diciassettesimo secolo .

L’utilizzo che Foucault fa del termine razza in questo contesto è controverso, ma ciò che intende
sembra invece pertinente: la guerra decisiva non è quella condotta tra due classi (economicamente
definite), ma quella condotta tra due categorie («razze») di persone definite «civili» o «selvagge».
Non è affatto accidentale che questo mutamento nel discorso emerga all’esordio del progetto
coloniale europeo. Determinate persone dovevano essere «disumanizzate», e questo includeva sia i
non europei sia gli europei che si discostavano dalle regole della propria società. Come riporta
Rediker, i pirati erano «stigmatizzati [...] come mostri marini, viscide bestie e un’idra dalle molte
teste, tutte creature che [...] vivevano oltre i confini della società umana»90. Persino agli inizi del
ventesimo secolo alcuni hanno definito i pirati «mostri dall’aspetto umano»91 o «un bizzarro
miscuglio di rifiuti umani»92.
La pirateria è sempre stata associata alla guerra, tanto che la frequenza dei riferimenti a
quest’ultima compete con la frequenza dei riferimenti all’anarchia. La citazione più famosa è quella
del capitano Johnson, secondo il quale i pirati avevano proclamato «guerra a tutto il mondo»93. Da
allora gli storici hanno scritto di «battaglie finali della guerra pirata contro il mondo»94, hanno
condiviso l’osservazione che «molti percepivano la pirateria come un’attività analoga alla guerra»95,
o hanno incluso nei titoli dei propri libri, come Peter Earle, un esplicito riferimento alla guerra (in
questo caso, The Pirate Wars).
I due filosofi-psicoanalisti francesi Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno introdotto il concetto di
macchina da guerra nomadica nella loro opera del 1980 Millepiani. Per loro, «la macchina da
guerra è come la conseguenza necessaria dell’organizzazione nomade»96. È «esteriore all’apparato di
Stato»97. L’aspetto più importante della loro teoria è che «la macchina da guerra ha un rapporto
estremamente variabile con la guerra stessa»98. Questa infatti «non ha nemmeno la guerra come
oggetto primario, ma come obiettivo secondario, supplementare o sintetico, nel senso che si trova
determinata a distruggere la forma-Stato o la forma-città con la quale si scontra»99. Solo quando lo
Stato «si appropria della macchina da guerra», essa si pone «la guerra come oggetto diretto e
primario» e «la guerra diviene subordinata ai fini dello Stato»100. Fintanto che la macchina da guerra
è nelle mani dei nomadi, essa «ha per oggetto non la guerra, ma il tracciato di una linea di fuga
creativa, la composizione di uno spazio liscio e del movimento degli uomini in questo spazio»101.
L’ultimo aspetto spiega la rilevanza del concetto per i pirati dell’epoca d’oro. Nella terminologia di
Deleuze e Guattari, quei pirati costituiscono una macchina da guerra nomadica come aspetto
inevitabile della loro lotta per la libertà dallo Stato e dall’oppressione capitalista. La «linea di fuga
creativa», la «composizione di uno spazio liscio» e il «movimento degli uomini in questo spazio»
erano tutti aspetti letterali dell’esistenza pirata durante l’epoca d’oro. La loro macchina da guerra
non significava stabilire ordini totalitari, bensì distruggere lo Stato e i suoi sodali. In tal senso, la
citazione che segue suona particolarmente vera:

E ogni volta che si compie un’operazione contro lo Stato, indisciplina, sommossa, guerriglia o rivoluzione come atto, si direbbe che
risorga una macchina da guerra, che appaia un nuovo potenziale nomadico, con ricostituzione di uno spazio liscio o di una maniera di
essere nello spazio come se fosse liscio. [...] In questo senso la replica dello Stato è striare lo spazio, contro tutto ciò che rischia di
oltrepassarne i limiti102.

Anche se la macchina da guerra nomadica «non si pone la guerra come oggetto diretto e primario»,
la guerra dei pirati era più che semplicemente «metaforica» o «simbolica». Per quanto possa essere
stata storicamente esasperata, per ragioni diverse 103, la violenza dei bucanieri e dei pirati caraibici,
non si può comunque dire che fossero hippies che annusavano fiori. Stephen Snelders è uno dei tanti
autori che conferma che i bucanieri «prestavano attenzione solo ai propri beni e agli strumenti più
preziosi: le armi da fuoco e la sciabola» 104. E infatti Angus Konstam ha redatto un’impressionante
lista delle armi usate dai bucanieri105. Ci sono inoltre varie storie che narrano come la partecipazione
a un combattimento fosse un rito di iniziazione per i pirati. Marcus Rediker, per esempio, racconta
che «il capitano pirata Thomas Cocklyn sembrava convinto che ‘gli uomini di nuovo ingresso’ non
avrebbero fatto parte realmente della comunità fino a che non avessero visto l’azione in battaglia» 106.
Se si accetta il concetto di macchina da guerra nomadica e la sua applicazione alla tradizione
antistatalista avviata dai bucanieri e sviluppata dai pirati dell’epoca d’oro, e se si accettano le
conclusioni di Pierre Clastres, allora la prontezza di pirati e bucanieri ad andare in guerra indica che
questa era lo strumento necessario ed efficace per evitare di essere nuovamente inglobati nel potere
brutale dello Stato. Infatti, «Clastres [identifica] la guerra nelle società primitive come il più sicuro
meccanismo diretto contro la formazione dello Stato: la guerra mantiene lo sparpagliamento e la
segmentarietà dei gruppi, e il guerriero stesso è preso in un processo di accumulazione delle sue
imprese che lo porta alla solitudine e a una morte prestigiosa, ma senza potere» 107.
Un aspetto dell’analisi di Deleuze e Guattari di particolare importanza per i bucanieri e i pirati
caraibici è l ’adattamento della macchina da guerra operato dallo Stato. E questo per due motivi. In
primo luogo, la macchina da guerra nomadica creata dai bucanieri si presta agli scopi dello Stato
ogni volta che questi vengono utilizzati come corsari per sostenere l ’impresa coloniale e le rivalità
interstatali. Il che ha portato Alexander Winston a concludere il suo libro sui corsari con queste
profetiche parole: «Se i corsari sono stati necessari, lo saranno ancora»108. In secondo luogo, le
stesse macchine da guerra create dallo Stato, una volta raggiunto lo scopo, diventano
incontrollabilmente «nomadi», motivo per cui lo Stato decide di abbandonarle. Ed è questo un
passaggio di estrema importanza per la storia dei Caraibi. Appare infatti particolarmente convincente
l ’osservazione di Janice E. Thomson che «l’attività di corsa produsse il problema della pirateria»109,
come confermano le considerazioni espresse nelle fonti dell’epoca. Il capitano Johnson ha formulato
così la questione:

Eppure l’osservazione è giusta, tante persone inattive che si erano impegnate nell’attività corsara per ottenere bottini e ricchezze -
spesi con la stessa velocità con cui li avevano guadagnati - quando la guerra finisce e non possono più fare affari che permettano lo
stesso stile di vita, prendono facilmente parte ad atti di pirateria; dato che si tratta della stessa pratica anche se priva di lettera di corsa,
non fanno una grande distinzione fra la legittimità di una e l’illegittimità dell’altra110.

Edmund Dummer, che gestiva il servizio postale con i Caraibi poco dopo lo scoppio della guerra di
Successione spagnola, osservava che «tutti ritengono che il maledetto mestiere (l’attività di corsa)
genererà così tanti pirati che, quando arriverà la pace, saranno un pericolo ben maggiore di quello
che rappresentano oggi i nostri nemici» 111. Secondo Gosse è esattamente ciò che successe dopo la
fine della guerra nel 1713:

Migliaia di corsari vennero così a trovarsi disoccupati, senza che vi fosse un commercio marittimo sufficiente ad assicurare un mestiere
onesto a tutti gli equipaggi. Taluni, è vero, si stabilirono sulla terraferma esercitando una qualche professione, ma centinaia di quegli
uomini rudi si trovarono senza alcun mezzo di sussistenza. Essi perciò si unirono e presero il mare come in passato, ma questa volta senza
lettera di corsa. Uomini di quel tipo non avevano nulla da perdere e giustamente si disse che «essi avevano dichiarato guerra a tutte le
nazioni»112.

Di sicuro, questo ha contribuito in maniera decisiva a portare la pirateria al suo apice nel giro di
pochi anni.
I parallelismi con il mondo contemporaneo sono impressionanti. Dai «fondamentalisti islamici»,
addestrati e sostenuti dagli Stati Uniti, che si sono poi rivoltati contro i loro ex mentori, ai contras
latinoamericani, che hanno continuato le loro campagne di terrore dopo che il loro ingaggio da parte
di specifici gruppi di potere era terminato, alle milizie formatesi dai resti dei servizi di sicurezza
degli ex Stati socialisti, ai Janjaweed del Darfur, armati dal governo sudanese, alle migliaia di
guerriglieri trasformatisi in banditi in tutti gli angoli della terra: lo Stato che crea il suo peggior
nemico è un tema ricorrente. La ragione è che lo Stato dipende da una violenza che non può sempre
controllare. Questo, ancora una volta, richiama l ’ambiguità politica della figura del pirata: tutti i
disertori citati possono potenzialmente trasformarsi in combattenti per la libertà o in assassini
incalliti, e in questo spettro non è sempre chiaro dove si possa collocare il pirata dell’epoca d’oro...

4.5. La tattica: i pirati e la guerriglia


Secondo Stephen Snelders, i pirati dell’epoca d’oro, dopo la fine della tradizione bucaniera ancora
radicata sulla terraferma, «tornarono alla tattica della guerriglia, predando lungo le rotte marittime
delle Indie occidentali, dell’Africa e delle coste arabiche e indiane»113. Qui, la scelta delle parole
non deve essere considerata arbitraria. Infatti, con i loro metodi e le loro tecniche, i pirati mettevano
in atto vere e proprie azioni di guerriglia così come l’hanno definita alcuni dei suoi maggiori teorici,
in particolare Mao Tse-tung, Che Guevara e Carlos Marighella. La macchina da guerra nomadica dei
pirati era in effetti una macchina da guerriglia.
Le analogie partono da sorprendenti somiglianze strutturali. Quando Mao dice che «la guerriglia
[...] è l ’arma che una nazione inferiore dal punto di vista degli armamenti e degli equipaggiamenti
militari dovrebbe mettere in campo contro un’altra nazione molto più potente che la aggredisce»114,
descrive precisamente la situazione dei pirati: basta sostituire «nazione» con «non-nazione» e
«nazione più potente» con «tutto il mondo». È però importante sottolineare che le analogie tra i pirati
dell’epoca d’oro e i guerriglieri riguardano i metodi e le tecniche, non la politica. Politicamente, la
guerra contro tutto il mondo condotta dai pirati non si potrebbe qualificare come guerriglia. In
primo luogo, perché nella guerra pirata manca quella coscienza politica che tutti i teorici della
guerriglia ritengono un tratto distintivo. Marighella, per esempio, sottolinea che «dobbiamo evitare la
distorsione [dell’] obiettivo politico, impedendo alla guerriglia urbana o rurale di trasformarsi in uno
strumento di banditismo, o in un’alleanza con i banditi, o in un impiego dei loro metodi»115. In
secondo luogo, perché i pirati dell’epoca d’oro non hanno dietro di sé un popolo e il suo sostegno.
Per Mao, «la guerriglia deriva fondamentalmente dalle masse ed è supportata da loro»116. Per Che
Guevara, «la guerriglia è la guerra di tutto il popolo contro l ’oppressione dominante»117. La guerra
dei pirati non ha mai avuto tali caratteristiche. Infatti, nel giudizio di Guevara, questo li rende «bande
di ladri» piuttosto che unità guerrigliere:

Per la guerriglia individuale, pertanto, l’aiuto incondizionato della popolazione locale è la base da cui partire. Il supporto popolare è
indispensabile. Proviamo a considerare l’esempio delle bande di ladri che vagano in una certa regione. Possiedono tutte le caratteristiche
di una banda di guerriglieri: omogeneità, rispetto per il proprio leader, coraggio, familiarità con il luogo, e spesso anche una completa
conoscenza delle tattiche. Solo una cosa gli manca: il sostegno della gente
118.

Si potrebbe certamente provare a perorare la causa dei presunti banditi o ladri come espressione
legittima della lotta di un popolo contro l ’oppressione. Mao, infatti, l’ha messo in conto nella sua
idea di esercito guerrigliero:

Il settimo [e ultimo] tipo di organizzazione guerrigliera è quello costituito dalle bande di banditi o briganti. Qui, anche se difficile, bisogna
intervenire con la massima efficacia per paura che il nemico utilizzi tali bande per il proprio vantaggio [...]. Si rende solo necessario
correggere il loro credo politico e convertirli. Nonostante le inevitabili differenze nelle fondamentali tipologie di bande guerrigliere, è
possibile unirle per formare un vasto mare di guerriglieri119.

Se questo è applicabile ai pirati dell’epoca d’oro sarà oggetto di indagine nelle prossime pagine, in
cui le citazioni originali riprese dai manuali di guerriglia verranno messe a confronto con i passaggi
analoghi ripresi dalle storie dei pirati, in modo da individuare le somiglianze metodologiche e
tattiche tra guerra pirata e guerriglia. (Nel caso di Marighella, la specifica guerriglia urbana da lui
teorizzata è stata omessa nelle citazioni poiché non rilevante per la comparazione sistematica qui
tracciata). Oltre ad alcuni aspetti minori, come le richieste di Guevara di «tenere fuori l’alcol» o «in
marcia, rigoroso silenzio» 120, le somiglianze sono considerevoli.
Principi fondamentali

Le descrizioni di Marighella delle «tecniche di guerriglia» e dei vantaggi che offre per la sua
battaglia possono essere utilizzate parola per parola per definire la situazione dei pirati:

La tecnica di guerriglia [...] ha le seguenti caratteristiche: 1. è una tecnica aggressiva, o in altre parole, un’azione solo difensiva
significa la nostra morte. Essendo inferiori al nemico nella potenza di fuoco e non avendo né le sue risorse né la sua potenza, non
possiamo difenderci da un’offensiva o un attacco concentrato da parte di quei gorilla. Questa è la ragione per cui la nostra tecnica urbana
non può essere permanente, non può difendere una base fissa e nemmeno rimanere ferma a respingere i cerchi di reazione; 2. è una
tecnica di attacco e ritirata tramite cui preserviamo la nostra forza; 3. è una tecnica che mira allo sviluppo della guerriglia urbana, le cui
funzioni saranno quelle di logorare, demoralizzare e distrarre le forze nemiche. [...] I vantaggi iniziali [della guerriglia] sono: 1. deve
sorprendere il nemico; 2. deve conoscere il terreno dello scontro meglio del nemico; 3. deve avere maggiore mobilità e velocità della
polizia e delle altre forze repressive; 4. il suo servizio informativo deve essere migliore di quello del nemico; 5. deve avere la situazione
sotto controllo e dimostrare una risolutezza così grande che ognuno dei nostri ne sia ispirato e non pensi mai di esitare, mentre dall’altra
parte il nemico è sorpreso e incapace di rispondere .
In questo contesto, la descrizione di Marighella dell’addestramento guerrigliero fa sembrare
Hispaniola esattamente un campo di addestramento guerrigliero:

Il guerrigliero [...] può avere una costituzione fisica robusta solo se si allena sistematicamente [...] utili forme di preparazione fisica
sono l’escursionismo, il campeggio, la pratica di sopravvivenza nei boschi, l’arrampicata in montagna, il canottaggio, il nuoto, le immersioni
subacquee, [ . ] la pesca, l’arpionaggio e la caccia a uccelli e selvaggina di piccola e grossa taglia
122.

Sparare

Marighella: «Il motivo di sopravvivenza del guerrigliero [...], la condizione base in cui agisce e
sopravvive, è sparare. [...] In una guerra non convenzionale, come la guerriglia [...], il
combattimento è a corto raggio e spesso molto ravvicinato. Per evitare la morte, il guerrigliero [...]
deve sparare per primo e non sbagliare»123.
David Marley: «L’ascesa degli scorridori verso il predominio mondiale durante la seconda metà del
diciassettesimo secolo può essere attribuita principalmente a un fattore: la potenza di fuoco. Non
importa quanti fossero pochi in numero, la maggior parte delle bande pirata era convinta di poter
ottenere qualsiasi cosa con l’astuzia, la mobilità e la superiorità nell’arte del moschetto. [...] Con
l ’eccezione dei bucanieri di Saint-Domingue e di altri simili cacciatori abili al tiro, la maggior parte
dei corsari aspettava finché non era in grado di scatenare raffiche da distanza ravvicinata durante la
battaglia»124.
Stephen Snelders: «Uno dei vantaggi dello spirito d’indipendenza dei Fratelli era di diventare ottimi
tiratori»125.

Armi

Marighella: «Le armi leggere hanno il vantaggio di essere maneggevoli e facili da trasportare»126.
Mao: «Per quanto riguarda il problema dell’equipaggiamento da guerriglia, si deve comprendere che
i guerriglieri sono gruppi di attacco con armi leggere che dunque richiedono un’attrezzatura
semplice»127.
Stephen Snelders: «La base del loro [bucanieri] stile di vita, la loro più comune caratteristica e in un
certo senso la loro raison d ’ètre poggiava sulla loro competenza con le armi da fuoco: moschetti,
archibugi e pistole. Con queste armi tenevano sotto scacco l’isola formando piccole bande di cinque
o sei cacciatori»128.

Provviste

Mao: «L’equipaggiamento dei guerriglieri non si può basare su ciò che desiderano, e tanto meno su
ciò che necessitano, ma deve basarsi su ciò che si rende disponibile per essere utilizzato»129.
Guevara: «Tenete a mente che la più importante fonte di rifornimento per il guerrigliero è il nemico
stesso»130.
Cordingly e Falconer: «I vestiti, le armi e le navi di queste variopinte bande dipendevano dal bottino
che si procuravano»131.

Esproprio

Marighella: «Come nel caso dei veicoli, il guerrigliero [...] deve espropriare tutto ciò di cui ha
bisogno. Quando ha già qualche risorsa a sua disposizione, il guerrigliero [...] può combinare
l ’esproprio di ulteriori veicoli con altre modalità di acquisizione. Denaro, armi, munizioni ed
esplosivi [...] devono essere espropriati. Il guerrigliero [...] deve assaltare banche e armerie e
prendere esplosivi e munizioni dovunque si trovino. Nessuna di queste operazioni è eseguita per uno
scopo unico. Quando si esegue un’incursione per ottenere denaro, devono essere prese anche le armi
delle guardie»132.

Come evidenziato precedentemente, i pirati dell’epoca d’oro dipendevano completamente


dall’«esproprio». L’eccentrico «pirata gentiluomo» Sted Bonnet è noto per essere stato l’unico pirata
che «a causa della sua estrema sensibilità» si è comprato la propria nave133.

Trappole

Nel libro Revolutionary Warfare, l’autore James Connolly descrive il significato di «gola» per la
lotta di guerriglia: «Una strada urbana è una gola. La gola è un passaggio stretto attraverso cui le
truppe possono muoversi solo restringendo le fila, rendendosi quindi un buon bersaglio per il
nemico»134.
In Patterns o f Pillage, Paul Galvin spiega quale valore avesse Tortuga per i bucanieri grazie alle
sue «strettoie marine» e alle sue «vulnerabili strozzature»135.

Velocità

Régis Debray: «In tempi di guerra la velocità è vitale, specialmente nelle prime fasi in cui una banda
di guerriglieri disarmata e inesperta deve affrontare un nemico addestrato e ben armato»136. Anche
Mao parla di «decisioni tattiche fulminee»137.
Cordingly e Falconer: «La velocità era essenziale per una nave pirata in quanto le permetteva di
sferrare un attacco con successo e darsi rapidamente alla fuga»138.
Douglas Botting: «Velocità e sorpresa erano essenziali»139.

Sorpresa

Marighella: «Per compensare la propria debolezza generale e la scarsità di armi in confronto al


nemico, il guerrigliero [...] utilizza l ’elemento sorpresa»140.
Mao: «Sebbene l’elemento sorpresa non sia assente nel sistema bellico ortodosso, ci sono minori
opportunità di applicarlo rispetto a quanto avviene nelle azioni di guerriglia. In quest’ultimo caso, la
velocità è essenziale. I movimenti delle truppe guerrigliere devono essere rapidi e segreti in modo
quasi innaturale; il nemico deve essere preso alla sprovvista e l ’azione deve compiersi rapidamente.
Non ci possono essere ritardi nell’esecuzione dei piani, né tentativi di difesa negativa o passiva, né
dispersioni delle forze in troppi luoghi d’azione. Il metodo base è l ’attacco in forma violenta e
surrettizia»141.
Guevara i : «Anche il modo in cui un esercito di guerriglieri attacca è differente: un attacco
immediato, di sorpresa, furioso e implacabile, poi, all’improvviso, la totale passività [...]. Uno
scoppio fulmineo inaspettato è ciò che conta»142.
Guevara ii : «Alcune persone maligne lo chiamano ‘mordi e fuggi’. Ed è esattamente così! Mordi e
fuggi, aspetta, bracca il nemico, mordilo ancora e fuggi, fallo ripetutamente, senza dargli tregua.
Forse può apparire come un’incapacità di affrontare il nemico. Invece serve lo scopo della
guerriglia: conquistare e distruggere il nemico»143.
Angus Konstam: «La segretezza e la sorpresa erano gli elementi chiave degli attacchi dei
bucanieri»144.
Douglas Botting: «Sostanzialmente, erano predoni mordi e fuggi, e le loro tattiche erano progettate
per quel fine»145.
Cordingly e Falconer: «Quando c’era uno scontro, gli schemi più comuni erano segretezza, sorpresa e
raggiro»146.

Questo riassunto di Marighella si applica parola per parola a ciò che si sa dell’arte bellica dei
bucanieri e dei pirati caraibici:

La tecnica della sorpresa è basata su quattro requisiti essenziali: 1. conosciamo la situazione del nemico che attacchiamo, normalmente
grazie a informazioni precise e osservazioni minuziose, mentre il nemico non sa che sta per essere attaccato e non sa niente degli
attaccanti; 2. conosciamo la forza del nemico che attacchiamo e il nemico non sa niente della nostra; 3. attaccando di sorpresa, salviamo
e conserviamo le nostre forze, mentre il nemico non può fare lo stesso ed è in balìa degli eventi; 4. stabiliamo il luogo e l’ora dell’attacco,
ne fissiamo la durata e stabiliamo i suoi obiettivi. Il nemico ignora completamente tutto ciò
147.

«Spazio liscio»

Mao: «Quando la situazione è seria, i guerriglieri devono muoversi con la fluidità dell’acqua e la
leggerezza del vento che soffia. Le loro tattiche devono ingannare e confondere il nemico. Devono
portare il nemico a credere che verrà attaccato da nord-est, e invece verrà attaccato da sud-ovest.
Devono colpire e poi disperdersi rapidamente»148.
Régis Debray: «All’inizio si tengono fuori portata di vista, ed escono allo scoperto dove e quando lo
stabilisce il comandante»149.
David Cordingly: «La Marina aveva il problema che hanno sempre avuto le forze dell’ordine di
fronte a ribelli ben armati, guerriglieri o terroristi che siano: sapere dove e quando potrebbe
avvenire il prossimo attacco»150.
Paul Galvin: «Gli spostamenti dei pirati erano più imprevedibili di quelli dei loro predecessori, ed
erano quindi difficili da catturare»151.

Territorio

Marighella i : «Il miglior alleato del guerrigliero [...] è il territorio, pertanto deve conoscerlo come il
palmo della propria mano»152.
Marighella ii : «Nel territorio labirintico del guerrigliero [...], la polizia non può prendere chi non
può vedere, non può reprimere chi non può prendere e non può stare alla costole di chi non può
localizzare»153.
Guevara i : «Quando analizziamo le tattiche della guerriglia, vediamo che essa deve avere una
conoscenza altamente sviluppata del terreno su cui agisce, delle strade di accesso e fuga, delle
possibilità per rapide manovre, del supporto popolare e dei luoghi in cui nascondersi»154.
Guevara ii : «Il guerrigliero deve [...] conoscere il teatro delle operazioni come il palmo della
propria mano»155.
Peter Earle i : «Come nelle loro prime campagne, [i pirati] conoscevano le acque in cui navigavano
meglio dei loro inseguitori e spesso erano capaci di utilizzare tale conoscenza a proprio
vantaggio»156.
Peter Earle ii : «Una volta, il Mermaid stava inseguendo uno sloop comandato dal pirata Low e sotto
un buon vento lo stava raggiungendo velocemente. Successe, tuttavia, che un uomo a bordo dello
sloop, che sapeva di una secca giù di là, diresse Low in quella direzione; Low fece come
suggeritogli e la nave da guerra, che lo aveva quasi raggiunto per scagliargli un colpo [...], prese la
secca e si disalberò»157.

Mobilità

Marighella i : «La guerriglia [...] dovrebbe sempre essere mobile»158.


Marighella ii : «Faccia a faccia con il nemico, deve sempre muoversi da una postazione all’altra,
perché stare in una postazione lo rende un bersaglio fisso e, quindi, molto vulnerabile»159.
Mao: «Quando parliamo di ‘fronte’ e ‘retro’, si deve ricordare che se i guerriglieri hanno basi
effettive, il loro terreno d’azione primario è l’area di retroguardia del nemico. I guerriglieri non
hanno dunque retroguardia»160.
Guevara i : «Il guerrigliero fa affidamento sulla mobilità. Questo gli permette di dileguarsi
velocemente dal luogo dell’azione in qualsiasi momento, di cambiare continuamente il proprio fronte,
di evadere l ’accerchiamento (una situazione pericolosissima per la guerriglia), e persino di ribaltare
l ’accerchiamento del nemico»161.
Guevara ii : «Non si può concepire una guerriglia statica [...] la ritirata deve essere rapida»162.
Stephen Snelders: «Tutti i pirati erano consci di non avere una casa»163.
Robert R. Ritchie: «Quelli che operavano in modo indipendente tagliavano ogni legame con la base e
si mettevano in mare per un vagabondaggio che durava ininterrotto per mesi, e talvolta per anni»164.
David Cordingly: «Uno studio delle rotte seguite dalle navi pirata mostra spostamenti a zigzag in ogni
dove, senza alcuna motivazione apparente»165.

Organizzazione

Marighella i : «La leadership nella nostra organizzazione, e in particolare nella coordinazione e nel
comando dei gruppi, è molto semplice ed è sempre basata su un ristretto numero di compagni che, per
meritarsi la fiducia, si distinguono nelle azioni più rischiose e delicate grazie alla loro capacità di
iniziativa e all’intransigenza con cui difendono e applicano i principi rivoluzionari ai quali siamo
votati»166.
Marighella ii : «I guerriglieri [...], al contrario, non sono un esercito ma piccoli gruppi armati,
intenzionalmente frammentati»167.
Mao i : «In tutti gli eserciti, l’obbedienza dei subordinati ai propri superiori deve essere pretesa.
Questo vale anche nel caso della disciplina propria della guerriglia, che tuttavia è radicata nella
coscienza individuale. Con i guerriglieri, la disciplina imposta non funziona»168.
Mao ii : «In un esercito rivoluzionario, tutti gli individui godono di libertà politica e la questione, per
esempio, dell’emancipazione del popolo non deve essere solo tollerata ma discussa»169.
Mao iii : «Gli ufficiali dovrebbero vivere nelle medesime condizioni dei propri uomini, poiché è
l ’unico modo in cui possono guadagnarsi la loro ammirazione e fiducia, di vitale importanza in
guerra»170.
Guevara: «Il cibo era distribuito e condiviso in parti uguali. Questo è importante, non solo perché la
distribuzione del cibo è un evento quotidiano, ma anche perché i soldati sono sensibili a patenti
ingiustizie e a esibizioni di favoritismo»171.
David Cordingly: «Le comunità pirata erano [...] democrazie»172.
Marcus Rediker i : «Le decisioni del consiglio erano sacre. Anche il più audace dei capitani non
avrebbe osato metterle in discussione»173.
Marcus Rediker ii : «L’organizzazione sociale costruita dai pirati era flessibile»174.
Frank Sherry: «La maggior parte dei pirati sceglieva i propri capitani in base del merito»175.
Stephen Snelders: «A prescindere da quanto un capitano pirata potesse essere abile con la pistola,
audace, terrificante o amato, i Fratelli ponevano costantemente in discussione qualsiasi forma di
gerarchia e autoritarismo»176.
Robert R. Ritchie: «I ladroni battevano i mari scindendosi e riunendosi come amebe e costituendo
piccole democrazie autonome, che operavano di solito in base al voto di maggioranza»177.

Iniziativa

Infine, una serie di passaggi ripresi dai manoscritti di guerriglia confermano il senso complessivo
dell’iniziativa pirata espresso in tutto questo volume:

Marighella i : «Il piccolo gruppo iniziale di combattenti deve essere orientato alla costruzione di
un’infrastruttura che permetta l ’azione, invece di preoccuparsi di costruire una struttura gerarchica
[,..]nello stile dei leader dei vecchi partiti convenzionali»178.
Marighella ii : «La carica non ha valore. In un’organizzazione rivoluzionaria ci sono solo missioni e
incarichi da portare a termine»179.
Marighella m: «Il guerrigliero [...] urbano non ha altra missione se non attaccare e ritirarsi»180.
Mao i : «Le tattiche di difesa non hanno spazio nell’universo della guerriglia»181.
Mao ii : «L’attacco deve sempre avvenire su iniziativa della guerriglia, ovvero i guerriglieri non
devono mai farsi mettere in una condizione che li priva dell’iniziativa e che li costringa a sferrare un
attacco»182.
Guevara i : «Un’altra caratteristica della guerriglia basata sull’individuo è di avere l’iniziativa nelle
proprie mani. In contrasto alla rigidità del sistema bellico classico, il guerrigliero inventa per ogni
momento della battaglia le proprie tattiche e sorprende costantemente il nemico»183.
Guevara ii : «Il combattimento si presenta come un sollievo da questa fatica e rinfresca lo spirito
della banda. Inizia al momento giusto, dopo aver scoperto un accampamento nemico sufficientemente
debole per essere spazzato via, o all’entrata di una colonna ostile nel territorio di guerriglia»184.
Guevara iii : «Il combattimento è il punto culminante della vita guerrigliera. Anche se lo scontro
individuale può essere di breve durata, ogni battaglia è una profonda esperienza emotiva per l ’intera
guerriglia»185.

In conclusione, è significativo che Lenin parli della guerriglia come di una «forma di lotta [che] è
stata adottata come forma preferita o persino esclusiva di lotta sociale dagli elementi instabili della
popolazione, il lumpen proletariat e i gruppi anarchici»186. Lumpen proletariat e gruppi anarchici
potrebbero entrambe essere definizioni adatte ai pirati dell’epoca d’oro, le cui tattiche di guerriglia,
se diamo credito agli autori di Pirate Utopias, erano tutt’altro che inefficaci: «Hanno dato il via a
squadre d’assalto di tale successo da creare una crisi imperiale, attaccando il commercio britannico
con le colonie, e paralizzando il sistema emergente di sfruttamento globale, schiavitù e
colonialismo»187. Questo rendeva i pirati dell’epoca d’oro dei rivoluzionari nonostante la mancanza
di una coscienza rivoluzionaria?

4.6. Rivoluzionari, radicali o proletari? Questioni di definizione - Parte seconda

Il dibattito su come possa essere definita un’identità rivoluzionaria spesso diventa un mero conflitto
di parole. Come per la domanda su come possa essere definita un’identità anarchica, anche qui molto
dipende dal senso attribuito ai termini usati. Se essere rivoluzionari richiede un cosciente piano
politico onnicomprensivo - vale a dire un piano per cambiare radicalmente tutte le strutture
organizzative societarie - allora appare inverosimile che molti pirati dell’epoca d’oro possano
essere definiti tali, dal momento che non avevano un piano del genere. Ma se essere rivoluzionari
significa contribuire alla rottura delle strutture organizzative vigenti in una data società, ponendo una
minaccia effettiva all’ordine politico, allora i pirati dell’epoca d’oro mostrano sicuramente tratti
rivoluzionari e le loro azioni possono effettivamente essere descritte come rivoluzionarie188. Dopo
questi chiarimenti, la domanda diventa quanto senso abbia una tale descrizione.
Non tutti gli storici negano la coscienza politica dei pirati dell’epoca d’oro. Rediker dichiara che
«costruirono coscientemente il proprio ordine sociale autonomo, democratico ed egualitario,
un’alternativa sovversiva ai modi predominanti della nave mercantile, militare e corsara e una
controcultura [che si opponeva] alla civilizzazione del capitalismo atlantico con i suoi espropri e gli
sfruttamenti, il suo terrore e la schiavitù»189, e aggiunge:

I pirati percepivano se stessi e i propri rapporti sociali attraverso un ethos comunitario che si era formato nel corso della loro lotta per
sopravvivere, prima come marinai, poi come fuorilegge. Il comportamento era motivato da ragioni che essi esprimevano chiaramente,
concordemente, coscientemente e anche, a volte, con un certo grado di autogiustificazione. Nelle loro regole di vita, nella loro
organizzazione egualitaria, nelle loro concezioni di vendetta e lealtà, hanno cercato di edificare un mondo dove le persone fossero
• • 190.
«trattate con giustizia»

Hans Turley offre una forma un po’ più debole di tali affermazioni nello scrivere che «diversamente
dai bucanieri e dai corsari, i pirati dell’epoca d’oro non solo decidevano di vivere al di fuori dei
parametri delle convenzioni sociali, ma [...] abbracciavano una vita che sfidava quelle
convenzioni»191.
Vi sono esempi, nelle testimonianze dell’epoca, che sostengono l’ipotesi di un aspetto politico
cosciente insito nelle loro azioni. Un documento cita il racconto del capitano Thomas Checkley, il
quale afferma che i pirati, dopo aver catturato la sua nave mercantile, si riferivano a se stessi usando
l ’espressione «uomini di Robin Hood»192. Il capitano Johnson racconta di alcuni membri
dell’equipaggio di Bartholomew Roberts che avevano commentato le proprie sentenze di morte
affermando che loro «erano povere canaglie [...] impiccate per questa ragione, mentre altre persone,
non meno colpevoli per altri motivi, erano fuggite»193, e riferisce di un altro equipaggio pirata che
aveva riconsegnato il bottino catturato su una nave dopo aver scoperto che il grosso di quello che
avevano preso apparteneva a un «bambino innocente»194. Johnson riporta anche una delle
dichiarazioni più socialmente consapevoli pronunciata da una celebre pirata, Mary Read, che
approva la pena capitale per la propria categoria poiché altrimenti «molti di quelli che truffano
vedove e orfani e tiranneggiano i poveri vicini, che non hanno i soldi per ottenere giustizia, poi
ruberebbero per mare, e l ’oceano si popolerebbe di furfanti proprio come la terra»195. Inoltre,
durante l ’ultima fase dell’epoca d’oro, erano state istituite corti di giustizia per comminare pene ai
capitani mercantili dei vascelli catturati196. Infine, i pirati usavano schernire apertamente le autorità
politiche, come riportato da alcune vittime di un attacco sferrato dall’equipaggio di Bartholomew
Roberts: «[I pirati] spesso ridicolizzavano e deridevano gli atti di grazia di re Giorgio imprecando a
gran voce [e proclamando] di non avere ancora messo da parte abbastanza denaro, ma che se l ’atto di
grazia sarebbe stato concesso quando ne avessero messo da parte a sufficienza, allora glielo
avrebbero fatto sapere e gli avrebbero mostrato la loro gratitudine»197. Tuttavia, nessuno di questi
esempi sembra indicare una particolare visione politica o sociale. Anche se alcune vittime potevano
essere state considerate bersagli più onorevoli di altre, il quadro complessivo suggerisce uno schema
abbastanza indiscriminato di chi poteva essere colpito. Le testimonianze sembrano confutare l ’idea
che i pirati attaccassero solo i ricchi e si comportassero benevolmente con i poveri. Piuttosto, il loro
comportamento si adatta meglio alla figura del bandito sociale concepita da Eric Hobsbawm,
affrontata in una sezione successiva di questo capitolo.
II miglior tentativo di individuare le tracce di un attivismo politico cosciente nelle comunità dei
bucanieri e dei pirati caraibici lo si trova in Radicai Pirates?, il saggio di Christopher Hill
pubblicato nel 1984. Vale la pena notare che in ambito radicale taluni appassionati di pirati hanno
m o s t r a t o l a te n d e n z a a i g n o r a r e il p u n to i n t e r r o g a t i v o a l l a f in e d e l t i to lo . H i l l f i n i s c e il s u o s a g g io c o n
q u e s to c a u to c o m m e n to : « I o s u g g e r i s c o [ . . . ] c h e è n e c e s s a r i o in d a g a r e p i ù a tte n ta m e n te le I n d ie
o c c i d e n t a l i c o m e r if u g i o d e i r a d i c a l i d o p o l a s c o n f i t t a d e l l a R i v o l u z i o n e [ i n g l e s e ] » 198. I n q u e s to
s e n s o , H i l l n o n a t t e s t a n ie n te d i d e fin itiv o , p iu tto s to m ira a s tu z z i c a r e la c u rio s ità s u a lc u n e
o p p o r t u n i t à d i r i c e r c a . I n o lt r e , s u g g e r i s c e c h e i n d e f i n i t i v a « l a s o p r a v v i v e n z a d i a l c u n e i d e e r a d i c a l i
t r a i p i r a t i c h e D e f o e [ il c a p i t a n o J o h n s o n ] d e s c r i v e n o n è i m p o s s i b i l e : e in f a tti è v e r o s i m i l e » 199. E d è
a p p u n to q u e s t a a f f e r m a z io n e a d a v e r a c c e s o l ’ e n t u s i a s m o d i m o lti r a d i c a l i .
R i p r e n d e n d o i p u n ti p r i n c i p a l i d e l s u o s a g g io , H i l l s o s t i e n e a n z itu tto c h e - g r a z i e a l l a s p e d i z i o n e d i
C r o m w e l l d e l 1 6 5 4 - 5 5 n e l l e I n d ie o c c i d e n t a l i ( c h e f a d e l l a G i a m a i c a u n a c o l o n i a i n g l e s e , n o n c h é l a
p r i n c i p a l e b a s e o p e r a t i v a d e i b u c a n i e r i ) - u n c e r t o n u m e r o d i r a d i c a l i s i e r a t r a s f e r i t o i n q u e l l ’a r e a .
Q u i, a l c u n i d i q u e s ti r a d i c a l i t r o v a r o n o l a p r o p r i a s t r a d a t r a le f i l a d i b u c a n i e r i e p i r a t i , a l t r i
c o n t r i b u i r o n o a c r e a r e u n c l i m a s o c i a l e i n c u i le i d e e d i s s i d e n t i p o t e s s e r o c r e s c e r e e i s p i r a r e a l t r e
p e r s o n e a d a b b r a c c ia r le . In p a r tic o la r e , H ill fa r ife rim e n to a i s e g u a c i d e i R a n te rs e d e i Q u a c c h e ri -
r ib e lli c ris tia n i a n tic le ric a li - e c i t a a n c h e l a p r e s e n z a d i « s tin t e u n if o r m i r o s s e d e l N e w M o d e l
A r m y » 200 - la f o r m a z io n e m ilita re d e lla riv o lu z io n e re p u b b lic a n a in g le s e d e lla m e tà del
d i c i a s s e t t e s i m o s e c o l o - t r a le f i l a d e i b u c a n i e r i . C o m e i n t e r p r e t a r e tu tto c i ò ?
I R a n te rs sa re b b e ro p e rfe tti a l l ’in te rn o di q u e s to v o lu m e con il lo ro p a n te is m o lib e rta rio ,
s p e c i a l m e n t e s e s i c o n s i d e r a l a v i s i o n e d i H i l l s e c o n d o c u i il l o r o e r a il « te n t a t i v o e r o i c o d i
g l o r i f i c a r e D i o n i s o i n u n m o n d o d a c u i e r a s ta t o c a c c i a t o » 201. Il p r o b l e m a è c h e , o l t r e a l l a m a n c a n z a
d i t e s t im o n i a n z e di R a n te rs in v ia g g io per le I n d ie o c c id e n ta li (p er n o n p a rla re di u n lo ro
i n s e d i a m e n t o c o m e c o m u n ità r i c o n o s c i u t a ) , m a n c a n o a n c h e te s t im o n i a n z e a f f i d a b i l i s u l m o v i m e n t o
d e i R a n t e r s i n g e n e r a l e , p o r t a n d o a l c u n i s t o r i c i a d a r g o m e n ta r e c h e n o n s i a n o n e m m e n o m a i e s i s t i t i :
II primato dello spirito interiore, il senso panteistico che Dio possiede o infonde tutte le cose, il brivido della percezione millenaria, il
gioco dei ribaltamenti, sono caratteristiche comuni nel mondo di metà Seicento. E infatti l’entusiasmo spirituale che esprimono non può
essere limitato ai Ranters e, a quanto pare, non sono un’adeguata discriminante per identificare tale gruppo. [...] Questo, quindi,
proverebbe che i Ranters non sono esistiti né come piccolo gruppo di credenti, come setta, né tanto meno come movimento, piccolo,
medio o grande. [ . ] Ranter era un modo di sentire
202.

M a a n c h e s e s u p p o n ia m o c h e il m o v i m e n t o d e i R a n t e r s s i a e f f e t tiv a m e n te e s i s t i t o e a b b i a r a g g iu n t o i
C a r a i b i , è d i f f i c i l e t r o v a r e t r a c c i a d i u n a l o r o in f l u e n z a s u l l e c o m u n ità d i b u c a n i e r i e p i r a t i . U n
e s e m p i o c o s ta n t e m e n te c i t a t o è q u e l l o d e l l a « b a i a d e i R a n t e r s » i n M a d a g a s c a r , d o v e u n ta l J a m e s
P l a n t a i n s i e r a i n s e d i a t o c o m e « r e p i r a t a » a t to r n o a l 1 7 2 0 203. T u tta v ia , a r r i v a r e a l l a c o n c l u s i o n e c h e
q u e s to p ro v e re b b e l ’e s is te n z a d i u n o s p irito ranter a l l ’in te rn o d e lla c o m u n ità p i r a t a , sa re b b e
a l q u a n to a r d it o . P e r p r i m a c o s a , tu tti i d i z i o n a r i s t a n d a r d c l a s s i f i c a n o il v e r b o in g l e s e to rant com e
te r m in e com une del d ic ia s s e tte s im o e d ic io tte s im o s e c o lo per d ire « p a rla re s to lt a m e n te » o
« d e l i r a r e » 204. L a b a i a d e i R a n t e r s , q u in d i , a s s o m i g l i a a u n n o m i g n o lo i r o n i c o p e r u n a p o s t a z i o n e
p i r a t a s e n z a a l c u n a c o n n o t a z io n e p o l i t i c a , s p e c i a l m e n t e s e s i c o n s i d e r a c h e e r a s t a t a i s t i t u i t a s e tt a n ta
anni p rim a che il m o v im e n to R a n te r si m a n ife s ta s s e (re a lm e n te o p re s u m ib ilm e n te ). U n ’a l t r a
p o s s i b i l i t à è c h e il n o m e s i a d e r i v a t o d a l l a p a r o l a o l a n d e s e ranten , c h e h a p iù o m e n o lo s te s s o
s i g n i f i c a t o d e l l ’i n g l e s e to rant . L e a s s o n a n z e l e s s i c a l i e r a n o c o m u n i t r a le a l l e a n z e a n g l o - f r a n c o -
o la n d e s i di b u c a n ie ri e p ira ti, com e nel caso boucanier/buccaneer , zeerover/sea rover
di
[ l e t te r a lm e n t e « z i n g a r o d i m a r e » - N .d .T .] , jo lie rouge/Jolly Roger , e a l t r e g i à i l l u s t r a t e . P e r d i p i ù ,
la p re se n z a d i p ira ti o la n d e s i i n M a d a g a s c a r è s t a t a d o c u m e n ta t a 205. M a t o r n a n d o a P la n t a in ,
l ’a u t o p r o c l a m a t o « re » , se si p re n d o n o in c o n s id e ra z io n e l ’a r b itr a r ia s o v ra n ità e s e rc ita ta s u lla
popolazione autoctona, il coinvolgimelo nel commercio degli schiavi e r«harem» di donne indigene
presumibilmente tenute in cattività, difficilmente ci si può entusiasmare per il nome dato alla sua
baia, qualunque fossero le origini o i rimandi206.
I Quaccheri, invece, si erano sicuramente insediati nei Caraibi. Infatti, come già il Rhode Island,
lungo la costa nord-americana, anche le isole Barbados diventarono ben presto un centro di
attrazione per i Quaccheri nel cosiddetto Nuovo Mondo. L’idea che il quaccherismo possa aver avuto
un impatto sulle società dei bucanieri e dei pirati caraibici appare, tuttavia, poco convincente e per
diverse ragioni: a) il quaccherismo era arrivato troppo tardi per influenzare il Codice della Costa,
ovvero il fondamento della cultura dei bucanieri e pirati caraibici. Il codice era stato istituito negli
anni Cinquanta del diciassettesimo secolo, quando il primo quacchero faceva la sua apparizione sulla
scena dei Caraibi; b) George Fox, una delle figure di maggior rilievo del quaccherismo, nel 1671
aveva effettivamente visitato per alcuni mesi le isole Barbados e la Giamaica, ma non è stato
documentato alcun contatto tra lui e la comunità di bucanieri; c) nonostante il quaccherismo
esprimesse nobili ideali etici, inclusa un’antesignana condanna della schiavitù, non lanciava però
alcuna sfida alle ingiustizie economiche: un incentivo politico verso il quale i pirati dell’epoca d’oro
avrebbero potuto essere molto sensibili. Uno dei leader quaccheri più attivi alle Barbados era infatti
«un ricco piantatore di zucchero, grande amico del governatore»207; d) tra i nobili ideali etici
perseguiti dai Quaccheri a occupare un posto di rilievo c’era il pacifismo, non la pirateria. Questo è
chiaramente espresso nel resoconto del capitano quacchero Knot in A General History: Knot era il
comandante di una «nave molto pacifica», una che «non aveva né pistole, né spade o sciabole a
bordo». Alcuni pirati della ciurma del capitano Walter Kennedy pensarono di poter utilizzare la sua
nave per raggiungere sotto mentite spoglie le coste delle colonie americane, ma smascherati da Knot
finirono per essere impiccati208; e) la differenza etica tra pirati e Quaccheri sembra particolarmente
pronunciata se si considera il destino di quelli che potrebbero esseri definiti attivisti politici
quaccheri. Alcuni di loro condivisero la stessa sorte di molti pirati finendo sul patibolo, ma non per
ladroneria o omicidio, bensì per una condotta ribelle fondata su principi pacifisti, come nel caso del
barbadoregno William Leddra, che divenne uno dei quattro martiri di Boston quando nel 1661, un
anno dopo Mary Dyer, fu impiccato dalle autorità del Massachusetts per aver violato il divieto di
ingresso ai Quaccheri. A mio avviso, è qui che troviamo lo spirito quacchero delle Indie occidentali,
e non sotto il Jolly Roger.
Per quanto riguarda le «stinte uniformi rosse del New Model Army», Hill fa riferimento al libro del
1961 Brethren o f the Coast: Buccaneers o f the South Seas di Peter K. Kemp e Christopher Lloyd.
Gli autori citano due volte quelle uniformi in relazione alla spedizione di Morgan a Panama. Non
nominano una fonte diretta, ma si può presumere che una delle fonti elencate alla fine del libro
spieghi il perché di quel commento. A ogni modo, che le uniformi fossero o no indossate dai
bucanieri non sembra politicamente rilevante. Dato che la spedizione inviata da Cromwell verso le
Indie occidentali nel 1654 segna un importante passo nella storia degli insediamenti inglesi nell’area,
non dovrebbe sorprendere che qualche uniforme del New Model Army facesse la sua comparsa nella
regione caraibica. Quanto ciò riveli la coscienza politica di chi la indossava - specialmente quindici
anni più tardi - è tutta un’altra questione. La questione più rilevante è comunque che l’eredità
politica del New Model Army rimane controversa. Sebbene vi siano soggetti radicali, come
Levellers e altri, che sicuramente hanno giocato un loro ruolo, nella prospettiva di Ian Gentle il
«puritanesimo calvinista» - e non l’«antinomismo libertario» - era il motore che spingeva e
alimentava l ’esercito209. Il discorso inaugurale pronunciato da Cromwell nel 1656 davanti al nuovo
parlamento lo confermerebbe. In quell’occasione il famoso condottiero definì la Spagna un «nemico
naturale», la «capofila degli interessi papisti» (che equiparava agli «interessi anticristiani»), una
nazione «con cui non si potrebbe avere un’onesta e onorabile pace», in quanto ha «una connaturata
inimicizia con Dio», anzi si contrappone «a tutto ciò che di divino [...] è in noi»210. Inutile dire che
gli irlandesi - per citare solo l’esempio più ovvio - hanno sempre trovato molto difficile digerire
l ’idealizzazione radicale del New Model Army.
A proposito di irlandesi, c’è un altro aspetto problematico nel resoconto di Hill. Una grossa fetta
della spedizione inglese diretta ai Caraibi era composta da prigionieri di guerra irlandesi e scozzesi,
mandati oltreoceano come servi a contratto211. Questi si trasformarono verosimilmente in una riserva
umana in cui reclutare bucanieri e pirati di lingua inglese. Tuttavia, date le rivalità sia nazionali sia
religiose presenti nella zona, non molti tra questi servi a contratto si unirono di fatto a bucanieri e
pirati. Anzi, se riuscivano a emanciparsi dalla loro condizione, spesso si mettevano al servizio degli
spagnoli. Si può quindi supporre, non senza ironia, che tra i servi a contratto arrivati nei Caraibi
come parte della spedizione del 1654-55, i gruppi più ribelli erano quelli confluiti nelle forze
spagnole, mentre quelli unitisi ai bucanieri erano piuttosto i filo-monarchici inglesi. Si può solo
immaginare quale coscienza politica debbano aver portato tra le proprie fila212.
Hill elenca qualche altro discutibile segnale di una supposta presenza di forze politicamente
coscienti fra i bucanieri e i pirati caraibici213. Una è l ’apparente presenza di «teorici fra i pirati» che
ritiene provata «dal fatto che nei processi veniva loro negato il privilegium clericale»214, ma vi
possono essere vari motivi per cui ai pirati erano negati tali benefici. Hill inoltre evidenzia il fatto
che «si trovano [...] espressioni di solidarietà per la ribellione di Monmouth messa in atto da pirati e
i corsari delle Indie occidentali»215. Anche se ciò fosse vero, le implicazioni radicali della ribellione
di Monmouth sembrano discutibili così come quelle del New Model Army, a meno che non si
consideri «radicale» ogni ribellione protestante e anticattolica avvenuta nel diciassettesimo secolo.
Hill offre una spiegazione anche per la mancanza di prove concrete a sostegno dell’ipotesi che le
idee radicali dilagate in Inghilterra a metà degli anni Cinquanta del diciassettesimo secolo siano
effettivamente arrivate ai Caraibi: «La dipendenza dell’economia delle Indie occidentali sugli
schiavi e sugli amerindiani asserviti deve aver reso difficile sostenere quelle idee, soprattutto
quando la pirateria sembrava offrire l ’unico mezzo di sussistenza»216. Questa è una dichiarazione
curiosa per due motivi. In primo luogo, Hill sembra intendere che, diventando pirata, un radicale
abbandonasse le proprie idee, cosa che però minerebbe la sua stessa tesi, ovvero l’influenza delle
idee radicali sulla pirateria. In secondo luogo, senza nulla togliere alle difficoltà imposte dalle
terribili circostanze economiche, è improbabile che abbiano potuto sradicare idee politiche così
consolidate. Potrebbero certamente aver costretto le persone a transigere sulle proprie idee, ma
quando le persone politicamente coscienti sono costrette, per necessità economica, a fare una cosa
del genere, di solito ci riflettono su, argomentano, e in modo più o meno convincente trovano
giustificazioni. Ma tra pirati e bucanieri non risulta alcun dibattito di questo tipo.
Difatti, non solo mancano prove concrete di una coscienza politica pirata, ma ci sono vari elementi
che portano a pensare che una tale coscienza semplicemente non esistesse (al punto che potrebbe
essere vero che capitani pirata come Bartholomew Roberts abbiano combattuto più che altro una
«personale guerra contro il mondo»217). La completa mancanza di dichiarazioni politiche da parte dei
pirati dell’epoca d ’oro - e dei bucanieri, quanto a questo - è plateale: se ci fosse stato almeno un
pirata con una coscienza politica, prima o poi avrebbe sentito il bisogno di dare al mondo una
spiegazione articolata delle proprie gesta. Ma a quanto pare questo non è mai avvenuto. Non risulta
che ci siano dichiarazioni politiche rilasciate durante i processi pirata che vadano al di là di vaghi
accenni all’ingiustizia sociale. Lo stesso vale per le esecuzioni. Non vi è alcuna dichiarazione pirata
che equivalga, per esempio, a quella pronunciata da August Spies nel giorno dell’uccisione dei
«martiri di Chicago»: «Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più potente delle voci che
strangolate oggi». Solo alcune frasi di pirati impiccati nel 1718 a New Providence, sotto gli occhi di
molti loro ex compagni, si avvicinano a tali dichiarazioni. Dennis Macarty richiama alla memoria «il
tempo in cui c’erano molti valorosi compagni sull’isola che non lo avrebbero lasciato morire come
un cane»218 e Humphrey Morrice, come racconta Gosse, accusa gli ex pirati che assistono allo
spettacolo di « ‘pusillanimità e viltà’ perché non salvavano lui e i suoi compagni di sventura»219. Per
quanto siano sentimenti che esprimono una cocente delusione per la mancanza di «lealtà fraterna»,
tuttavia non sembrano rifarsi a ideali politici di alcun genere.
Di sicuro, nessuno in quella folla mostra una coscienza politica ribelle, e questo dato sembra
rappresentare lo spirito politico prevalente in una comunità in cui diverse centinaia di pirati, circa la
metà di quelli presenti a New Providence, avevano accettato la grazia reale all’arrivo del
governatore Woodes Rogers220. Questo potrebbe indicare che buona parte della comunità pirata non
si percepiva come un’avanguardia rivoluzionaria, ma si era data alla pirateria a causa delle
circostanze o perché si erano imbattuta in un gruppo di persone di cui non voleva davvero far parte.
Naturalmente, l ’altra metà dei pirati di New Providence si era rifiutata di abbandonare la pirateria.
Ma lo aveva fatto per motivazioni politiche consapevoli? Anche se erano «i rinnegati più
combattivi»221, probabilmente non erano tanto interessati a salvare l ’umanità quanto a salvaguardare
la propria libertà personale (una motivazione molto politica per certi versi, ma non per tutti). È
possibile che alcuni avessero semplicemente diffidato della grazia concessa dal re. Si sapeva che le
autorità avrebbero comunque cercato di perseguirli penalmente, di solito grazie a un’interpretazione
molto rigida delle condizioni del perdono222. Le uniche dichiarazioni politiche che ci sono pervenute
dalle loro fila non sono né anarchiche né rivoluzionarie, anzi riguardano una lite tra dinastie reali:
alcuni equipaggi pirata dell’epoca d’oro hanno infatti dato alle proprie navi nomi giacobiti - «King
James, James Royal o Queen Anne S Revenge»223 - in onore e sostegno dei destituiti Stuart224.
A parte il dibattito sull’esistenza di una coscienza politica pirata, si è anche ampiamente discusso se
i pirati facessero parte di una classe proletaria sottoprivilegiata. È ancora una volta Rediker a
sostenere con forza questo concetto. Non solo li chiama «fuorilegge proletari»225 e interpreta il loro
«autogoverno e ordine sociale» come parte di una «volatile serpentina che attraversa la tradizione
dell’opposizione [...] all’interno sia della cultura marittima sia di quella operaia»226, ma suggerisce
anche che i pirati fossero impegnati in una «guerra di classe non dichiarata»227 e avessero pertanto
«coscienza di classe»228. Queste affermazioni sono state accolte con entusiasmo in alcuni ambienti
radicali. Gli autori di Pirate Utopias, per esempio, sostengono che «la pirateria è stata una precisa
strategia nata nelle fasi iniziali della lotta di classe atlantica» e che «i pirati erano forse il settore più
internazionale e militante del proto-proletariato costituito dai marinai del diciassettesimo e
diciottesimo secolo»229.
Quanto sono utili descrizioni del genere? A ll’interno della teoria marxista, la classe è
sorprendentemente uno dei concetti che è non mai stato «definito ed elaborato in modo
sistematico»230. La maggior parte delle interpretazioni, tuttavia, rimanda in qualche modo allo status
delle persone all’interno del processo di produzione economica. In base a questa logica, i pirati, non
facendo parte di alcun processo del genere, costituirebbero più che altro una non-classe231. Certo, le
loro imprese possono apparire «radicate in un rifiuto del sistema di classe della società europea»232
e il loro ordine sociale può apparire come un «livellamento delle disuguaglianze di classe»233. Ma
lungi dall’essersi fatti carico del piano rivoluzionario della classe operaia, hanno piuttosto rifiutato
del tutto la società classista. In questa prospettiva, diventa comprensibile perché Hans Turley ha
definito la tesi di Rediker «sovradeterminata»234.
I pirati dell’epoca d ’oro, in quanto comunità umana priva di una storia scritta, sembrano ancora una
volta più vicini alle cosiddette comunità primitive che al proletariato euroamericano: «La storia dei
popoli che hanno una storia è, si dice, la storia della lotta delle classi. La storia dei popoli senza
storia è, si dirà con almeno altrettanta verità, la storia della loro lotta contro lo Stato»235. Forse, non
vi era alcuna coscienza anarchica o rivoluzionaria tra quei pirati, ma di certo sono riusciti a
trasmettere un significativo slancio anarchico e rivoluzionario.
4.7. Ipirati come banditi sociali: omaggio a Hobsbawm

La pirateria dell’epoca d’oro come forma di resistenza sociale236 può essere studiata meglio se la si
inserisce nel quadro analitico del banditismo sociale fornito da Eric J. Hobsbawm. Applicare ai
pirati dell’epoca i criteri che definiscono i movimenti politici autocoscienti potrebbe dare
l ’impressione che non vi sia stato assolutamente nulla di rivoluzionario in loro, ma analizzarli come
banditi sociali potrebbe invece aiutare a districare le implicazioni rivoluzionarie delle loro azioni.
Molti autori hanno commentato i sorprendenti parallelismi tra i pirati dell’epoca d’oro e le
comunità di banditi analizzate da Hobsbawm237, anche se il più delle volte è avvenuto di sfuggita.
Probabilmente, questo è avvenuto a causa dell’evidente difficoltà - che va superata - di mettere in
relazione in modo più dettagliato l’analisi di Hobsbawm con la pirateria dell’epoca d’oro. In effetti,
Hobsbawm analizza il banditismo sociale come fenomeno contadino, e ovviamente i pirati non erano
contadini. Tuttavia, possiamo convenire con Kenneth J. Kinkor che la pirateria dell’epoca d’oro era
«‘banditismo sociale’ praticato in un contesto marittimo»238, e con Marcus Rediker che certamente «i
pirati non erano contadini, ma in tutti gli altri ambiti si adattano alla descrizione di Hobsbawm»239.

Il quadro

Nel suo celebre studio, I banditi, Hobsbawm spiega che «in questo libro ci occuperemo solo di
alcuni tipi di rapinatori, e in particolare di quelli che l’opinione pubblica non considera delinquenti
comuni»240. Ciò si adatta certamente alla percezione dei pirati dell’epoca d’oro. Edward Lucie-Smith
è solo uno tra quelli che pongono domande quali: «Premesso che la pirateria, in realtà, non è altro se
non una rapina per mare, come ha fatto tale crimine ad acquisire quell’aura di fascino sinistro che
ancora si porta dietro, un’aura che distanzia il pirata da altri e più banali malfattori?»241. Nella sua
semplicità, la risposta di Philip Gosse forse centra la possibile spiegazione: «La pirateria
rappresenta una macchia per la civiltà e i suoi adepti sono criminali che si ha il dovere di eliminare.
Eppure il cuore umano vibrerà sempre di simpatia per il richiamo dell’avventuriero che ha l ’audacia
di spingersi in luoghi lontani e rischiosi, e di prendere il coraggio a due mani, a dispetto di ogni
rispettabilità costituita, per farsi artefice della propria fortuna»242.
II «vibrare di simpatia» che Gosse evoca spiega anche il motivo per cui avrebbe trovato una
d if f e r e n z a s i g n i f i c a t i v a t r a i p i r a t i d e l p e r i o d o d ’ o r o e q u e l l i d i a l t r e e p o c h e . P e r e s e m p i o , i p i r a t i d e l
d i c i a n n o v e s i m o s e c o l o ( c h e e r a n o , c o m e a l c u n i s t o r i c i s u g g e r i s c o n o , p i ù n u m e r o s i e d i m a g g io r
s u c c e s s o r i s p e t t o a q u e l l i d e l p e r i o d o d ’ o r o ) 243, e r a n o a s u o a v v i s o :

peggiori di quelli [...] incontrati fin qui. I pirati del passato, nonostante la malvagità e la crudeltà dei loro delitti, non mancavano di
qualche traccia di umanità e all’occasione sapevano battersi con coraggio. Questi nuovi pirati erano invece semplicemente dei codardi,
senza la minima qualità che potesse riscattarli. Usciti dalla feccia dei marinai delle colonie spagnole in rivolta e dalla schiuma delle Antille,
essi costituivano una banda di selvaggi sanguinari, capaci solo di aggredire i deboli e di mostrare per la vita degli innocenti lo stesso
rispetto che i macellai mostrano per le loro vittime. Ci troviamo perciò di fronte a un elenco monotono di assassini e di saccheggi, dove
assai di rado capita di incontrare un avvenimento o una figura capaci di colpire la nostra fantasia244.

D a u n a p r o s p e t t i v a m o l to s i m i l e , P e t e r L a m b o r n W i l s o n , p a r e c c h i d e c e n n i p i ù t a r d i , a v r e b b e s c r i t t o
c h e « i p r e d o n i d e l m a r e c h e d e p r e d a n o i p o v e r i , e li u c c i d o n o a n c h e , s e m b r a n o a v e r p e r s o o g n i
p r e t e s a d i e s s e r e c o n s i d e r a t i b a n d i t i s o c i a l i o p e r s i n o ‘v e r i p i r a t i ’ » 245.
C i s o n o c h i a r i e l e m e n t i c h e in d i c a n o c o m e i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o f o s s e r o , a g l i o c c h i d i m o l ti,
« b a n d i t i s o c i a l i [ . . . ] c o n s i d e r a t i d a l l a l o r o g e n te e r o i , c a m p i o n i , v e n d i c a t o r i , c o m b a tte n ti p e r l a
g iu s ti z ia , p e r s i n o c a p i d i m o v i m e n t i d i l i b e r a z i o n e , e c o m u n q u e u o m in i d e g n i d i a m m ir a z io n e , a i u to e
a p p o g g i o » 246. R e s t a l a d o m a n d a , n a t u r a lm e n te , s u c h i f o s s e l a « g e n te » d e i p i r a t i . A n c h e s e i p i r a t i
« a v e v a n o s p i e e s im p a tiz z a n ti i n tu tte le I n d ie o c c i d e n t a l i » 247, e « n o n p o c h i [ . . . ] d i q u e l l i a t e r r a c h e
r i c e v e v a n o l e l o r o m e r c i [ . . . ] li a i u t a v a n o » 248, q u e s t a « g e n te » n o n c o s t i t u i v a l ’a f f i a t a t a c o m u n ità
c o n ta d in a in c u i i b a n d iti s o c ia li a n a liz z a ti d a H o b s b a w m p o te v a n o r itir a r s i o s u c u i p o te v a n o
c o n ta re . P r im a d i to r n a r e s u q u e s ta d o m a n d a , è b e n e s o ffe rm a rc i s u a lc u n e d e lle s im ilitu d in i p iù
e v i d e n t i t r a il b a n d i t i s m o s o c i a l e e l a p i r a t e r i a d e l l ’ e p o c a d ’ o r o r i c o r r e n d o a l l e p a r o l e d i H o b s b a w m
s te s s o :

È un luogo comune, ormai, che i briganti prosperino nelle zone isolate e inaccessibili, come le montagne, le pianure prive di vie di
comunicazione, le zone paludose, le foreste o gli estuari, con i loro labirinti di canali e insenature, e siano attirati dalle strade commerciali e
dalle grandi arterie, dove, in epoca preindustriale, i viaggi sono lenti e scomodi249. [ . ] Sotto l’aspetto sociale, si verifica, a quanto pare, in
tutti i tipi di società umane tra la fase evolutiva dell’organizzazione tribale e familiare e la società moderna, capitalista e industriale .
[ . ] Il brigantaggio ebbe tendenza a diventare endemico in epoche di impoverimento e di crisi economiche . [ . ] La banda di briganti
sta al di fuori dell’ordine sociale che opprime i diseredati, ed è una confraternita di uomini liberi, non una comunità di esseri assoggettati.
Comunque, non può restare interamente fuori dalla società. I bisogni e le attività della banda, la sua stessa esistenza la portano ad
allacciare relazioni con il normale sistema economico, sociale e politico . [...] Ciò significa che i banditi hanno bisogno di intermediari
che li mettano in contatto non solo con l’economia locale, ma con una rete commerciale più vasta
253. [ . ] I loro modelli di organizzazione
sociale, ammesso che ne avessero, erano le confraternite o le società virili . (Questa citazione si riferisce agli aiduchi dei Balcani, un
primo esempio di banditi analizzati da Hobsbawm, che aggiunge - alla luce della storia di Mary Read e Anne Bonny - una spiegazione
interessante rispetto alle donne che aderivano a quelle comunità: «Ma finché rimanevano fra gli aiduchi, le ragazze erano come
uomini»255). [ . ] Banditismo vuol dire libertà256.

C i s o n o m o lti a l t r i e p i ù s p e c i f i c i a s p e t t i d e l l ’ a n a l i s i d i H o b s b a w m c h e r i v e l a n o a n a l o g i e s im i li.
H o b s b a w m , p e r e s e m p i o , p o n e a l c u n i b a n d i t i « a l li m i t e t u r b o l e n t o t r a d i g n i t à e s e r v i t ù d a u n l a t o e
s p a z i a p e r t i e l i b e r t à d a l l ’ a l t r o » 257, e li v e d e m u o v e r s i i n « s p a z i a p e r t i [ . . . ] d o v e i p a d r o n i , l a s e r v i t ù
e il g o v e r n o n o n e r a n o a n c o r a a r r i v a t i » 258. R i l e v a n t e è a n c h e c h i c o n f l u i s c e n e l l e f i l a d e i b a n d i ti: « I
s e r v i f u g g itiv i, g li u o m in i l i b e r i r i d o t t i in m i s e r i a , i f u g g ia s c h i p r o v e n i e n t i d a l l e m a n if a tt u r e s t a t a l i o
fe u d a li, d a lle g a le re , d a l s e m in a rio , d a l l ’e s e r c ito o d a l la m a rin a , q u e g li in d iv id u i c h e [ . . . ] n o n
a v e v a n o u n p o s t o p r e c i s o n e l l a s o c i e t à . [ . . . ] T r a q u e s ti e l e m e n t i a i m a r g in i d e l l a s o c i e t à , i s o l d a t i , i
d i s e r t o r i , g li e x - m i l i t a r i o c c u p a v a n o u n p o s t o i m p o r t a n t e » 259. Q u a n d o p a r l a d i q u e l l i c h e s o n o « i n
q u a l c h e m o d o l a c a t e g o r i a p i ù im p o r ta n t e d i p o t e n z i a l i b a n d i t i » , H o b s b a w m s i r i f e r i s c e a g l i u o m in i

che non accettano il ruolo sociale passivo e umile del contadino sottoposto; sono i ribelli individualisti, riottosi e non disposti a chinare la
testa. [...] «quelli che sanno farsi rispettare». [...] Questi uomini, quando sono oggetto di un’ingiustizia o di una persecuzione, non si
arrendono docilmente alla forza o alla superiorità sociale, ma scelgono la via della resistenza, mettendosi fuori legge. [ . ] Sono i duri, che
ostentano forza nel modo di camminare e di portare il fucile, i bastoni o le mazze anche quando la consuetudine vuole che i contadini non
vadano armati, nel costume volutamente trascurato e disinvolto e negli atteggiamenti che sono il simbolo della loro guapperia260.

I n f in e , H o b s b a w m d e s c r i v e u n g e n e r a l e m o d e l l o s o c i o - p o l i t i c o c h e p u ò e s s e r e a p p l i c a t o , p a r o l a p e r
p a r o la , a l l a s to r ia d e l la p ir a t e r ia d e l l ’e p o c a d ’o ro :

Laddove l’autorità statale è remota, inefficiente e debole, esiste la tentazione di venire a patti con i gruppi di potere locali che non è
possibile assoggettare. Se i briganti sono abbastanza potenti, è opportuno tenerseli buoni come si farebbe con un altro nucleo di forze
armate. Chiunque sia vissuto in epoche in cui il banditismo è sfuggito al controllo delle autorità, sa che i funzionari locali sono costretti a
stabilire rapporti utili con i capi briganti [...]. Difficile invece ammettere il fatto che quanto più un bandito si avvicina all’ideale popolare
del «fuorilegge gentiluomo», e cioè il difensore socialmente consapevole dei diritti dei diseredati, tanto meno l’autorità è disposta ad
aprirgli le braccia. Anzi, è molto più pronta a trattarlo come un rivoluzionario sociale e a dargli una caccia spietata, fino all’eliminazione.
Per riuscire a togliere di mezzo un bandito, occorrono di solito non più di due o tre anni, la durata media della carriera dei Robin Hood261.

Tre tipi di banditi

H o b s b a w m i n d i v i d u a t r e p r i n c i p a l i t i p i d i b a n d i ti: « Il bandito gentiluomo t i p o R o b i n H o o d ;


l ’a n i m a t o r e p r i m i t i v o d e l l a r e s i s t e n z a , c o m e i g u e r r i g l i e r i Hajduk n e i B a l c a n i , e t a l o r a a n c h e il
vendicatore c h e s e m i n a il t e r r o r e a l s u o p a s s a g g i o » 262. I p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o in c a r n a n o tu tti e tr e i
tip i.

Robin Hood. S i è g ià v is to c h e i m e m b ri d i a lm e n o u n e q u ip a g g io p ir a ta d e l l ’e p o c a d ’o ro si
d e f i n i v a n o « u o m in i d i R o b i n H o o d » 263. S e c o n d o R e d i k e r , H e n r y E v e r y e r a c h i a m a t o « i l R o b i n H o o d
d e l m a r e » 264. N e l l a d e f i n i z i o n e d i H o b s b a w m , il b a n d i t o R o b i n H o o d « n o n c e r c a d i c r e a r e u n a
s o c i e t à f o n d a t a s u l l a l i b e r t à e l ’u g u a g l ia n z a » 265. Il s u o r u o l o è p i u t t o s t o « q u e l l o d e l c a m p io n e , d e l
v e n d i c a t o r e d e i t o r t i , d e l d i f e n s o r e d e l l a g i u s t i z i a e d e l l ’ e q u i t à s o c i a l e » 266. C i ò s e m b r a r i f l e t t e r e s i a
q u e l l o c h e s i c o n o s c e d e l l a v i t a r e a l e d e i p i r a t i s i a l a l o r o r e p u t a z i o n e a l i v e l l o d i m ito : n o n a v e v a n o
a l c u n a in t e n z io n e d i c r e a r e u n a s o c i e t à v a l i d a p e r tu tti, m a s o l o d i v i v e r e i n m a n i e r a i n d i p e n d e n t e ,
a v e r e u n p r o p r i o p o s t o n e l m o n d o e f a r s i g i u s t i z i a n e i c o n f r o n ti d e i n e m ic i. È i n q u e s to s e n s o c h e il
p i r a t a d e l p e r i o d o d ’ o r o è , n e l l e p a r o l e d i E d w a r d L u c i e - S m it h , « u n s i m b o l o d i u g u a g l ia n z a , u n
l i v e l l a t o r e » 267.
Guerrigliero . H o b s b a w m d ic h ia r a c h e « i m o v im e n ti g u e r r ig lie r i [ . . . ] s o n o c o s tre tti a r ic o r r e r e a
t e c n i c h e f o n d a m e n ta l m e n te s i m i l i a q u e l l e d e i b a n d i t i s o c i a l i » 268. P e r d e s c r i v e r e i n m a n i e r a p i ù
s p e c i f i c a il b a n d i t o g u e r r i g l i e r o u t i l i z z a l ’ e s e m p i o d e g l i a i d u c h i b a l c a n i c i , c o n t a d i n i i m p o v e r i t i c h e
f o r m a r o n o m i l i z i e p e r c o m b a t t e r e il g o v e r n o o tto m a n o e g a r a n t i r s i l a s o p r a v v i v e n z a . D a u n a p a r t e ,
l ’a i d u c o « s i c o n s i d e r a v a u n u o m o l i b e r o , e i n q u a n to t a l e s u l l o s t e s s o p i a n o d i u n s ig n o r e o d i u n r e ;
u n u o m o c h e , i n q u e s t o s e n s o , a v e v a o tte n u to l ’ e m a n c i p a z i o n e p e r s o n a l e e q u in d i l a s u p e r i o r i t à s u g li
a l t r i » 269. D a l l ’a l t r a , l ’ a i d u c o n o n r i t e n e v a d i e s s e r e « a u t o m a ti c a m e n te im p e g n a to i n u n a r i b e l l i o n e
c o n t r o tu tte l e a u t o r i t à » , a n z i p o t e v a a c c e t t a r e l ’ a u t o r i tà , e p e r s i n o s c e n d e r c i a p a t ti, f in ta n to c h e n o n
interferiva con la propria libertà personale. Nelle parole di Hobsbawm: «Più comunemente, come in
Russia e in Ungheria, essi ricevevano la terra dall’imperatore o dallo zar o da un altro principe con
l ’obbligo di fornire armi e cavalli e di combattere contro il turco, agli ordini di capi scelti da
loro»270. Lo stesso vale sia per i bucanieri caraibici (chiaramente) sia per i pirati dell’epoca d’oro
(che trattavano con molti funzionari corrotti). Per quanto riguarda l’organizzazione sociale, gli
aiduchi condividevano la stessa sensibilità egualitaria di bucanieri e pirati: «La libertà implicava
l ’uguaglianza tra gli aiduchi, e ne abbiamo alcuni notevoli esempi. Così, quando il re di Oudh cercò
di costituire un reggimento di Badhak, sull’esempio degli imperatori di Russia e d’Austria che
avevano formato delle unità di cosacchi e di aiduchi, essi si ammutinarono, per il fatto che gli
ufficiali si erano rifiutati di eseguire gli stessi compiti dei soldati semplici»271. Un evidente
parallelismo lo si coglie anche nella valutazione che Hobsbawm fa del sistema organizzativo e
operativo degli aiduchi, proprio di «un banditismo permanente e organizzato» che era «quindi,
automaticamente [...] in potenza più ‘politico’»272 del sistema dei banditi gentiluomini. In altre
parole, «il banditismo degli aiduchi rappresentò, sotto ogni punto di vista, una sfida all’autorità
ufficiale molto più seria, più ambiziosa, più duratura e regolare dei vari Robin Hood»273. Hobsbawm
definisce il banditismo aiduco come «la forma più elevata di banditismo primitivo, quella che più si
avvicina a essere un centro permanente e consapevole di rivolta»274.
Vendicatore. Lo storico britannico introduce il suo terzo tipo di bandito sociale con la seguente
osservazione:

E tuttavia può sembrare strano a prima vista scoprire che alcuni banditi praticano il terrore e la crudeltà in una misura che non si spiega
solo con il fatto che vengono meno a quei principi, e accorgersi che il terrore fa parte dell’immagine che il pubblico se ne è fatta.
Insomma, sono eroi, non a dispetto della paura e dell’orrore che le loro azioni incutono, ma in un certo senso proprio per quelli. I banditi
non sono tanto i raddrizzatori di torti, quanto i giustizieri, coloro che impongono la forza; non sono i difensori della giustizia, ma uomini che,
con le loro azioni, dimostrano che anche i diseredati e gli indifesi possono diventare terribili .

Se si accetta la seguente affermazione di Rediker, allora i pirati dell’epoca d’oro si adattano bene a
questo profilo: «Comunque sia, anche i pirati erano terroristi. E tuttavia non vengono considerati tali.
Anch’essi, nel corso del tempo, sono diventati eroi culturali, forse antieroi, o per lo meno personaggi
romantici e straordinari di una cultura popolare sempre più globale»276. Hill, intenzionalmente o
meno, utilizza le esatte parole di Hobsbawm quando dice che «alcuni pirati devono essersi visti
come vendicatori egualitari»277. Hobsbawm lo spiega asserendo che «uccidere e torturare è il modo
più primitivo e personale di imporre un potere supremo»278. Questo è strettamente connesso al fatto
che «la crudeltà è inseparabile dalla vendetta, e la vendetta, anche per il bandito più nobile, è
un’attività pienamente legittima»279. La vendetta, peraltro, sta al centro del concetto di giustizia dei
pirati dell’epoca d’oro e sarà esaminata in una sezione successiva di questo capitolo.
In conclusione, come si può ovviare al principale problema che si riscontra nell’applicare l ’analisi
di Hobsbawm alla pirateria dell’epoca d’oro, ovvero il fatto che lo storico radica i suoi banditi nella
società contadina? Non basta semplicemente dilatare l ’identità contadina o rimpiazzarla con un’altra
comunità, anche in considerazione del fatto che non esiste una ben definita comunità pirata dell’epoca
d’oro che potrebbe fungere da sostituta. I pirati non costituivano una comunità specifica: erano reietti,
estranei a ogni società, in guerra contro tutto il mondo.
Oppure è il contrario? Ovviamente, molti nel corso dei secoli non li hanno visti come nemici, ma
piuttosto come simboli con cui identificarsi, simboli con caratteristiche molto affini a quelle dei
b a n d iti s o c ia li d i H o b s b a w m , o v v e r o e s s e r e uomini liberi, fo rti, nobili, livellatori, vendicatori,
ribelli . E q u e s to p r o b a b i l m e n t e r i s u l t a e v i d e n t e p e r i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o p i ù c h e p e r q u a l s i a s i
a l t r o g r u p p o d i r e i e t t i c h e a b b i a p r o v a t o a s f i d a r e l ’ o r d i n e c o s ti tu it o . S i p u ò p e r s i n o i p o t i z z a r e c h e
p e r v a r i e r a g i o n i - l a s u a e l u s i v i t à , l a p o te n te m e t a f o r a d e l l a n a v e e d e l m a r e , l a c o l l o c a z i o n e e s o t i c a
d e i s u o i r a c c o n t i , g li i d e a l i d i u g u a g l ia n z a e d e m o c r a z i a c h e i n c a r n a - il p i r a t a d e l l ’e p o c a d ’o r o s i a
d iv e n ta to il b a n d ito d e l m o n d o o c c id e n ta le , u n a s o r ta d i b a n d ito p r o to tip o , u n ribelle sociale o
primitivo (p e r u sa re i te r m in i di H obsbaw m ) c o n c u i, in q u a lc h e m odo, q u a s i tu tti p o s s o n o
r e l a z i o n a r s i e t r o v a r e a f f in ità . H o b s b a w m s t e s s o d i c e c h e « i l b a n d i t o n o n è s o l t a n t o u n u o m o , è u n
s i m b o l o » 280. F o r s e , s ia m o tutti l a « g e n te » d e i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o . L o s t o r i c o b r i t a n n i c o s c r i v e
c h e « il p a e s e c h e h a d a to a l m o n d o R o b in H o o d , p a r a d ig m a in te rn a z io n a le d e l b a n d itis m o s o c ia le ,
n o n h a p i ù r e g i s t r a t o d a l l ’ i n i z io , d i c i a m o , d e l s e c o l o d i c i a s s e t t e s i m o , c a s i d i b a n d i t i s o c i a l i » 281. M a
a l l o r a , n o n è p o s s i b i l e c h e s i a n o s ta ti p r o p r i o i b u c a n i e r i e i p i r a t i a p r e n d e r n e il p o s t o ?
H o b s b a w m s t e s s o a m m e tte c h e u n a l le n ta m e n t o d e l l a s t r e t t a r e l a z i o n e t r a il b a n d i t o s o c i a l e e l a
c o m u n ità c o n t a d i n a p o t r e b b e e s s e r e s ta to i n e v i t a b i l e a c a u s a d e l p r o c e s s o d i in d u s t r i a l i z z a z i o n e c h e
ha v ia v ia in d e b o lito l ’i d e n t i t à p ro p ria d e lla c o m u n ità . E g li d ic e : « In senso la to , la
‘m o d e r n i z z a z i o n e ’ , c i o è l ’ in s ie m e d i s v i l u p p o e c o n o m i c o , c o m u n ic a z io n i e f f i c i e n t i e a m m in i s t r a z io n e
p u b b l i c a , e l i m i n a le c o n d i z i o n i c h e f a v o r i v a n o l a f i o r i t u r a d e l l e v a r i e f o r m e d i b a n d i t i s m o » 282.
E p p u r e , n e l l a p o p o l a z i o n e r e s t a v a u n b is o g n o p s i c o l o g i c o p e r l a f i g u r a d e l b a n d i t o s o c i a l e , c h e f o r s e
h a p r o d o t t o u n o s lit ta m e n to a n c o r a p i ù m a r c a t o v e r s o l ’ a s p e t t o s i m b o l i c o . H o b s b a w m p r o v a a
t r a c c i a r e u n p a r a g o n e t r a i b a n d i t i s o c i a l i le g a t i a l l a c o m u n ità c o n t a d i n a e c i ò c h e d e f i n i s c e « l a
m a l a v i t a f o r m a t a d a e l e m e n t i u r b a n i o v a g a b o n d i » 283:

Le bande di malfattori, perciò, non hanno radici locali come i briganti sociali, ma nello stesso tempo non sono confinate entro i limiti del
territorio oltre il quale i banditi sociali raramente possono avventurarsi senza rischio. Quei malviventi appartengono a una rete vasta, se
pure non molto fitta, di delinquenza che a volte si estende su mezzo continente, toccando anche le città che invece, per i banditi contadini,
sono terra incognita, temuta e odiata. Per i vagabondi, i nomadi, i delinquenti e i loro omologhi, l’area su cui si svolge la vita di buona
parte dei banditi sociali coincide semplicemente con i mercati e le fiere che vi si tengono nel corso dell’anno, cioè è una zona di rapine
occasionali, o al massimo (qualora sia situata in un punto strategico, per esempio in prossimità di una frontiera) un quartier generale
adatto per operazioni più vaste. Nondimeno, non è possibile escludere i delinquenti comuni dallo studio del banditismo sociale. In
particolare, là dove per una ragione o per l’altra il banditismo sociale non si è granché sviluppato o è stato del tutto assente, succede che
si idealizzino alcuni criminali adatti allo scopo, ai quali si attribuiscono le caratteristiche di un Robin Hood, soprattutto se sono specializzati
in rapine a mercanti, viaggiatori danarosi e altre tipologie che non godono della simpatia dei poveracci .

S e c i s i a t tie n e a q u e s t a a n a l i s i , i p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’ o r o p o s s o n o e s s e r e s ta ti « i c r i m i n a l i a d a t t i » in
g r a d o d i a s s u m e r e u n t a l e r u o l o : ta lm e n t e a d a t ti d a p o t e r l o a s s u m e r e n o n s o l o p e r i c o n t a d i n i e i
p o v e r a c c i , m a p e r tu tti. E d a t o il f a s c i n o u n i v e r s a l e c h e i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o h a n n o e s e r c i t a t o n e l
te m p o , q u e s t a s e m b r a u n a t e s i c o n v i n c e n te . Il f a tto c h e , a t te n e n d o s i a q u e s t a t e s i , il b a n d i t o s o c i a l e
r e s t i s o l o u n s i m b o l o n o n r e n d e l a s u a in f l u e n z a m e n o r e a l e . I n f a tti, m o lti e r o i m i t i c i e d i f in z io n e
e s e r c i t a n o u n ’in f l u e n z a e f f e t t i v a s u i p o p o l i e le l o r o c u l tu r e , p e r e s e m p i o B a r b i e , S p i d e r m a n o il
c o n i g l i e t t o p a s q u a l e . ..
Q u a l è , a l l o r a , il s i g n i f i c a t o p o l i t i c o d e l p i r a t a d e l l ’ e p o c a d ’ o r o in t e s o c o m e b a n d i t o s o c i a l e
( s i m b o l i c o ) , s e v e n ’ è a lc u n o ?
M o l t i c r i t i c i r a d i c a l i h a n n o c o n t e s t a to a l c u n i a s p e t t i d e l l ’ a n a l i s i d i H o b s b a w m , e i n s p e c i f i c o
a s s e r z i o n i c o m e « i l b a n d i t i s m o s o c i a l e n o n è a f f i a n c a t o d a a l c u n a o r g a n iz z a z i o n e o i d e o l o g i a » , è
« to t a lm e n te in a d a t t o a i m o d e r n i m o v i m e n t i s o c i a l i » , d i m o s t r a « i n e f f i c a c i a » ( a n c h e n e l l e « s u e f o r m e
più altamente sviluppate, che rasentano la guerriglia nazionale»285), e rimane «una protesta modesta e
non rivoluzionaria»286. A loro avviso, e forse giustamente, tali assunti si fondano sulle personali
convinzioni ideologiche di Hobsbawm, che convergono verso le correnti più ortodosse (alcuni
direbbero «autoritarie») della sinistra. Tuttavia, quando la sua analisi politica del banditismo sociale
(al netto delle implicazioni ideologiche) è messa in relazione con la pirateria dell’epoca d’oro, i suoi
commenti appaiono convincenti. Dopotutto, la pirateria di quell’epoca non era «affiancata da alcuna
organizzazione o ideologia», poteva difficilmente essere descritta come un «movimento sociale», ed
era «inefficace» se l ’obiettivo era istituire ordini sociali alternativi duraturi. Come per gli aiduchi,
anche per i pirati si può verosimilmente dire «che non era la coscienza di classe a muoverli»287.
Peraltro, alcuni potrebbero attribuire un valore positivo al fatto che «il banditismo è una forma
piuttosto primitiva di protesta sociale organizzata, forse la più primitiva che si conosca»288.
L’assenza di ideologia, di organizzazione e di coscienza di classe può addirittura essere vista con
sollievo, come qualcosa di liberatorio. I movimenti sociali così come li conosciamo non sono in
genere terribilmente monotoni? E che dire della loro efficacia? Una Zona Temporaneamente
Autonoma, sotto forma di utopia pirata, non è forse più efficace di un tedioso partito politico? E se
fosse che alla «mentalità da nomadi ribelli» di quei «fuorilegge» ed «elementi declassati» arruolati
da Mao nell’Armata rossa non si sarebbe mai dovuto «porre rimedio con un’educazione intensa»289?
Se fosse che il punto centrale dell’essere rivoluzionario è «mostrare che la giustizia è possibile, che i
diseredati non devono restare umili, impotenti, mansueti» finché qualcuno non riesca ad «abolire
l ’oppressione»290? Se fosse che è meglio essere «uomini d’azione piuttosto che ideologi o profeti, da
cui aspettare l’elaborazione di nuove visioni o di nuovi piani di organizzazione politica e
sociale?»291.
A queste domande si potrebbero trovare risposte collocate in una via di mezzo tra il sì e il no. Da
una parte, alcune valutazioni di Hobsbawm possono facilmente essere considerate eccessive. Per
esempio: «Quale parte hanno i banditi, se ne hanno una, nelle [...] trasformazioni della società?
Come individui, non sono dei ribelli politici o sociali, e ancor meno dei rivoluzionari [...]. En
masse, sono soltanto i sintomi di una crisi e di una tensione all’interno della società in cui vivono -
sintomi di carestia, di pestilenza, di guerra o di qualunque altra causa di sconvolgimento»292. Ridurre
a «sintomi» di una situazione sociale coloro che si rifiutano di obbedire alle autorità politiche o
clericali e che concorrono alla creazione di ordini sociali alternativi grazie alla loro capacità di
sottrarsi all’ordine sociale dominante, per di più disconoscendo in modo categorico una qualsiasi
identità rivoluzionaria, non è solo irrispettoso ma anche arrogante. Nondimeno, alcune delle
conclusioni di Hobsbawm sono convincenti e applicabili ai pirati dell’epoca d’oro:

I banditi raddrizzano i torti, correggono e vendicano le ingiustizie, applicando un criterio più generale di giustizia e di equità nei rapporti
fra gli uomini in generale, e tra il ricco e il povero, tra il potente e il debole, in particolare. Il fine, però, è modesto, e ammette che il ricco
sfrutti il povero (pur senza oltrepassare i limiti tradizionalmente riconosciuti come «equi»), che il potente opprima il debole (pur dentro i
limiti del ragionevole, senza dimenticare i propri doveri morali e sociali). Il banditismo non esige che non ci siano più i padroni .

Insomma, «non ci si aspetta che gli eroi-banditi creino un mondo di uguaglianza. Possono solo
raddrizzare i torti e mostrare che l ’oppressione a volte può essere ribaltata»294. Parimenti applicabile
alla situazione dei pirati dell’epoca d ’oro è il seguente brano (anche se i pirati non guidavano le
Cadillac): «Paradossalmente, quindi, le ingenti spese del bandito, come le Cadillac placcate d’oro e
i diamanti impiantati nei denti dei ragazzi degli slum diventati campioni del mondo di boxe, servono
a t e n e r l o s tr e t to a i s u o i a m m i r a t o r i e n o n a s e p a r a r l o d a l o r o ; a c o n d i z i o n e c h e n o n s i a l l o n t a n i t r o p p o
d a l r u o l o e r o i c o c h e q u e s ti g li h a n n o a t t r i b u i t o » 295. P e n s a n d o a m o lti p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’o r o , e
c e r t a m e n t e a m o lti b u c a n i e r i , è f a c i l e c o n c l u d e r e c o n H o b s b a w m c h e il b a n d i t o « p i ù h a s u c c e s s o
[ . . . ] , p iù d iv e n ta , da un lato , il r a p p r e s e n t a n t e e il d i f e n s o r e d e i p o v e r i e , d a ll’altro , u n m e m b ro a
tu tti g li e f f e tti d e l s i s t e m a d e i r i c c h i » 296.
M a n e l c o m p l e s s o lo s t o r i c o b r i t a n n i c o s e m b r a s o t t o v a l u t a r e le c o n n o t a z io n i r i v o l u z i o n a r i e d e l
b a n d i t i s m o s o c i a l e , a t te n e n d o s i i n m o d o r i g i d o a l l e s u e p e r s o n a l i i d e e d i r e s i s t e n z a p o l i t i c a , i d e e c h e
s v e l a i n a l c u n i p a s s a g g i c h e a c c e n n a n o a l p o t e r e d e l l e « o r g a n iz z a z i o n i p o l i t i c h e » e q u a n d o a r r i v a
a l l a c o n c l u s i o n e c h e « n o n v i è f u tu r o » p e r q u e l l i c h e , c o m e i b a n d i t i s o c i a l i , « n o n a d o t t a n o l e n u o v e
f o r m e d i l o t t a » 297. I n a l t r e p a r o l e , s e b b e n e H o b s b a w m a m m e tta c h e « i l b a n d i t i s m o s o c i a l e h a u n a
c e r t a a f f i n i t à c o n l a r i v o l u z i o n e » 298, r i f i u t a p e r ò d i a c c e t t a r e l e i m p l i c a z i o n i c h e n e d i s c e n d o n o . N e l
te s t o I banditi, p e r e s e m p i o , d i c h i a r a c h e i b a n d i t i s o c i a l i s o n o p e r s o n e « c h e n e l l o r o m o d o li m it a to ,
h a n n o d i m o s t r a t o c h e il v i v e r e a l l a m a c c h i a o f f r e l i b e r t à , u g u a g l ia n z a e f r a t e l l a n z a a c h i p a g a il
p r e z z o d i e s s e r e s e n z a u n a c a s a , d i v i v e r e n e l r i s c h i o , s o tto l a m i n a c c i a d i u n a m o r t e q u a s i c e r t a » 299.
P e r c h é m a i u n e s e m p i o d e l g e n e r e v i e n e b o l l a t o c o m e n o n r i v o l u z i o n a r i o ? N e l te s t o Primitive
Rebels: Studies in Archaic Forms o f Social Movement in the 19th and 20th Centuries , H o b sb aw m
s c r i v e : « S o l o g li i d e a l i p e r i q u a l i h a n n o c o m b a ttu to s o p r a v v i v o n o , i d e a l i c h e h a n n o s p in to u o m in i e
d o n n e a s c r i v e r e s u d i l o r o c a n z o n i c h e , a t to r n o a l f o c o l a r e , t r a m a n d a n o l a v i s i o n e d i u n a s o c i e t à
g iu s ta d i f e s a d a u o m in i c o r a g g i o s i e n o b i l i c o m e l e a q u i l e » 300. D i n u o v o , c o m e p u ò u n b r a n o c o s ì
is p ir a to n o n c o g lie r e la p o te n z a r iv o lu z io n a r ia c h e la s te s s a c ita z io n e fa tr a s p a r ir e ?
Q u e s t a c o n s o n a n z a c o n i b a n d i t i s o c i a l i c o n f e r m a l ’ im p a tt o r i v o l u z i o n a r i o d e i p i r a t i d e l l ’e p o c a
d ’ o r o : d o p o tu t to , l a v i t a s e l v a g g i a n o n s i l i m i t a a l l a f o r e s t a , m a p u ò e s s e r e v i s s u t a a n c h e s u g li o c e a n i.
C h e c iò s i a s u f f ic ie n te a f a r n e d e i rivoluzionari r e s t a u n a q u e s t i o n e d i d e f i n i z i o n e n o n m o lto
r i l e v a n t e a i n o s t r i fin i. I p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’o r o n o n c i s o n o p i ù , m a il p o t e n z i a l e c h e h a n n o e s p r e s s o
p e r s i s t e a n c o r a o g g i.

4.8. Libertalia: u n ’altra lettura

N e s s u n a s t o r i a h a a f f a s c i n a t o g li a m b ie n ti r a d i c a l i p i ù d i L i b e r t a l i a , l a c o m u n ità u t o p i c a d e l
c a p i t a n o M i s s o n n a r r a t a n e l s e c o n d o v o lu m e d i A General History d i J o h n s o n . L ’ a u t o r e d i v i d e il
ra c c o n to in d u e p a rti: « I l c a p i t a n o M i s s o n e il s u o e q u i p a g g i o » e « Il c a p ita n o T e w e il s u o
e q u i p a g g i o » ( q u e s t ’u lt im a p a r t e r a c c o n t a l a f o n d a z i o n e d i L i b e r t a l i a ) . O g g i è c o m u n e m e n te a c c e t t a t o
c h e s i tr a t t i d i u n a s t o r i a i n v e n t a t a 301, m a c i ò n o n i m p e d i s c e a g l i s t u d i o s i c h e s i o c c u p a n o d i p i r a t e r i a
d a u n p u n to d i v i s t a p o l i t i c o d i d i b a t t e r e s u l s u o s ig n if i c a to . P e t e r L a m b o r n W i l s o n t o c c a u n p u n to
in te re s s a n te q u a n d o fa n o ta re c h e a l l ’e p o c a d e lla s u a p u b b lic a z io n e la s to r ia n o n è s ta ta m e s s a in
d i s c u s s i o n e p e r c h é s e m b r a v a « i n t r i n s e c a m e n t e c r e d i b i l e » e q u in d i « poteva e s s e r e r e a l e » . E d è
a p p u n to q u e s t a l a b a s e d i p a r t e n z a d e l l a n o s t r a d i s c u s s i o n e 302. A lc u n i a u t o r i h a n n o a r g o m e n ta t o c h e
L i b e r t a l i a e r a « b a s a t a s u l l e r e a l i c o n d i z i o n i d e l l e o r g a n iz z a z i o n i p i r a t a d u r a n te l ’ e p o c a d ’o r o » 303,
a l t r i c h e « i l c a p i t o l o d i J o h n s o n ‘Il c a p i t a n o M i s s o n ’ è u n a n a r r a z i o n e , e d e s s e n d o d u n q u e il p r o d o t t o
d e l l ’ im m a g i n a z io n e d i J o h n s o n , l a l i b e r t à i n c a r n a t a d a M i s s o n è u n a r e a l t à l e t t e r a r i a , u n a f i n z i o n e » 304.
M a r c u s R e d i k e r e n t r a p i ù n e l d e t ta g li o :
[Libertalia] era inventata? Dato che un uomo di nome Misson e un luogo chiamato Libertalia apparentemente non sono mai esistiti, la
risposta esatta deve essere sì, ma in un senso storico e politico più profondo Misson e Libertalia non erano semplicemente di fantasia
[...]. Libertalia era un’espressione fittizia di tradizioni, pratiche e sogni viventi di una classe lavoratrice atlantica, molti dei quali osservati,
sintetizzati e tradotti in un discorso dall’autore di A General History. Libertalia aveva basi oggettive nei fatti storici: era un mosaico
assemblato a partire dalle specifiche pratiche utopiche della nave pirata dei primi del diciottesimo secolo
305.

Chris Land avanza la convincente conclusione che «la veridicità storica sul capitano Misson forse
non è così importante quanto la sua persistente influenza [...] sull’immaginario insurrezionale»306. Il
testo Ghost o f Chance di William Burrough, caratterizzato da un capitano Misson amante dei lemuri e
della droga (cosa che non sorprende), ne è solo un esempio.
Rediker collega il suggestivo aspetto utopico di Libertalia alla traiettoria sociale sovversiva che lui
e Peter Linebaugh hanno definito idrarchia nel classico moderno Irib elli d e ll’Atlantico:

La nostra discussione a proposito di idrarchia e Libertalia solleva domande sul processo attraverso cui le idee e le pratiche popolari
sovversive sono tenute in vita, sottoterra e sull’acqua, per lunghi periodi di tempo. Infatti, l’alternativo ordine sociale dei pirati potrebbe
essere visto come una continuazione marittima della tradizionale utopia contadina, dell’Inghilterra ed Europa continentale, chiamata «il
paese di Cuccagna». L’avversione al lavoro, l’abbondanza di cibo, la premura per una buona salute, il livellamento delle distinzioni sociali
e il ribaltamento della società, la spartizione dei beni, la prosperità e le libertà: tutti elementi del comunismo primitivo che animavano il mito
medievale, e che erano espressi in Libertalia e almeno in parte realizzati sulla nave pirata. E comunque, se idrarchia e Libertalia
evocavano i sogni di Cuccagna dei secoli passati, allo stesso modo si rivolgevano al futuro, allo sviluppo di movimenti radicali-democratici
di massa. Idrarchia e Libertalia possono essere legami popolari intermedi tra i repubblicani sconfitti della Rivoluzione inglese e i
repubblicani vittoriosi dell’epoca della rivoluzione più di un secolo dopo. La relativa assenza della pirateria nell’Atlantico tra il 1750 e il
1850 potrebbe, alla fine, essere dovuta alla prospettiva utopica di un periodo precedente e alla repressione spietata che ha richiamato.
Ma, allo stesso modo, anche l’epoca della rivoluzione potrebbe essere dovuta alle dimensioni utopiche delle precedenti lotte popolari. I
pirati stessi possono anche essere morti sulla forca ed essere stati sconfitti, ma l’idrarchia e Libertalia avevano ancora tante vittorie da
rivendicare307.

L’essenza di questa prospettiva utopica e la sua eredità forse sono espresse ancora meglio
nell’introduzione di Larry Law alla sua splendida mini-edizione della storia di Misson:

Come per Robin Hood, la storia di Misson non è solo la traccia di una pia illusione, ma esprime con forza una speranza. E anche si
limitasse solo a questo, la storia di Misson è un tributo, che persiste da oltre duecentocinquant’anni, all’idea di una società basata sulla
cooperazione e il mutuo appoggio, sulla cura dei vecchi e dei disabili, sulla compassione per i malfattori, sulla gestione dei propri affari
senza ricorrere al denaro o alla polizia308.

Stephen Snelders vede questo concetto radicato nella cultura dei bucanieri caraibici:

Nel saldare le tradizioni mercenarie europee al malcontento dei marinai oppressi, i Fratelli della Costa erano diventati un rifugio per
emarginati, disertori, reietti e falliti sociali d’ogni tipo, creando così un mito di libertà e indipendenza che alla fine era sfociato nel sogno di
Libertalia. Pur nei loro modi brutali, praticavano quegli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità che avrebbero fatto esplodere il mondo
dell’Ancien Régime più di un secolo dopo309.

La convinzione prevalente è dunque che non si debba dare troppa importanza al fatto che Libertalia
sia vera o inventata, perché ciò che conta è in realtà il forte significato politico della sua storia.
Tuttavia, se si legge con attenzione la versione raccontata dal capitano Johnson, non si può non notare
come questa storia non implichi necessariamente la diffusa euforia radicale che l’accompagna.
Misson è infatti un giovane francese di buona famiglia che parte alla volta di Roma per ricevere
un’adeguata educazione cristiana. Presto deluso dalla Chiesa cattolica, incontra un magniloquente
studente italiano di nome Caraccioli, ugualmente disilluso, che diventa il sodale di Misson per tutto il
resto della vita oltre che il suo mentore. I due cominciano ad andare per mare, e mentre fanno vela
per i Caraibi la loro imbarcazione viene attaccata da una nave da guerra inglese. Il capitano della
nave su cui sono a bordo, insieme al suo secondo e ai tre luogotenenti, vengono tutti uccisi durante lo
scontro e Misson viene eletto capitano310. Dopo qualche tempo, e un assiduo indottrinamento
dell’equipaggio sulle nobili cause legate alla libertà individuale e all’uguaglianza, Misson porta i
suoi uomini in Madagascar. Lì incontra il capitano Thomas Tew (assolutamente non inventato) e lo
convince a unirsi a lui e fondare insieme l’insediamento utopico di Libertalia, che però sarà distrutto
poco dopo dagli indigeni malgasci. Durante la navigazione verso la Francia in cerca del suo futuro,
Misson e tutto l ’equipaggio muoiono in una tempesta.
Diversi aspetti di questa storia non hanno ricevuto la necessaria attenzione da parte degli ambienti
radicali, oppure sono stati minimizzati e travisati.

1. Misson e Caraccioli mettono subito in chiaro che non vogliono diventare pirati. Stando al
capitano Johnson:

Caraccioli sosteneva che non erano pirati, bensì uomini intenzionati a perseguire quella libertà che Dio e la natura aveva loro dato e a
non sottomettersi a nessuno, a meno che non fosse per il bene comune di tutti. Perché infatti l’obbedienza ai governatori era necessaria,
fintanto che questi avessero deciso e agito in nome dei doveri derivati dalla propria funzione, avessero vigilato sui diritti e le libertà delle
persone, avessero amministrato equamente la giustizia e frapposto ostacoli ai ricchi e ai potenti che tentavano di opprimere i più deboli .

Per queste ragioni, Caraccioli contestava anche che il Jolly Roger fosse la loro bandiera:
Dato che non procediamo sullo stesso terreno dei pirati, che sono uomini dalla vita dissoluta e priva di principi, disdegniamo i loro colori.
La nostra è una causa coraggiosa, giusta, innocente e nobile: la nostra causa è la libertà. Pertanto, consiglio un vessillo bianco, con la
Libertà dipinta, e se si desidera un motto, che sia A Deo a Libertate, per Dio e la Libertà, come emblema della nostra rettitudine e
risolutezza .

Queste sono dichiarazioni cruciali. Infatti, i passaggi che si trovano in A General History del
capitano Johnson rivelano il ruolo attribuito a Misson: la sua storia rappresenta il contrappeso
morale agli exploit dei capitani pirati, il dito indice che ammonisce, la coscienza che prevale
sull’egoismo. Citare il capitano Misson come il più fulgido esempio della pirateria dell’epoca d’oro
è una plateale sconfessione di quella storia. Abbracciare simultaneamente la pirateria dell’epoca e il
capitano Misson appare dunque impossibile. Anzi, si deve operare una scelta tra il credere nella
virtù rivoluzionaria di una banda di fuorilegge sotto la bandiera nera, o il credere nella virtù
rivoluzionaria di un uomo di principi sotto la bandiera bianca. Non si può avere una cosa e l ’altra.

2. Quanto erano rivoluzionari i principi e gli obiettivi di Caraccioli e del capitano Misson? I brani
appena citati confermano che non si opponevano né ai governatori di per sé (Caraccioli equipara un
buon governatore a «un vero padre»313), né alla distinzione tra «ricchi e potenti» da un lato e «più
deboli» dall’altro, a patto di frapporre «ostacoli» istituzionali per evitare di opprimere questi ultimi
(ma come si può evitare l’oppressione in una società economicamente ingiusta?). Come definire
allora il progressismo di Misson e Caraccioli? Misson è un democratico: «Poi egli dava spazio ai
sentimenti di coloro che erano contro di lui e alle loro ragioni, e invitava ognuno a esprimere la
propria opinione e a votare in base a ciò che riteneva più favorevole al bene di tutti; infatti, non se la
sarebbe mai presa a male per un eventuale rifiuto di ciò che proponeva, dal momento che non aveva
mire personali da soddisfare»314. Misson non avrebbe «forzato nessuno»315. Inoltre si opponeva alla
schiavitù: «Da parte sua, e sperava di interpretare i sentimenti di tutti i suoi coraggiosi compagni,
non aveva sottratto il proprio collo all’intollerabile giogo della schiavitù, affermando la propria
libertà, solo per assoggettarvi i colli altrui»316. Misson era anche a favore della proprietà comune, e
infatti a suo avviso «tutto dovrebbe essere messo in comune e nessuno con la propria avarizia
dovrebbe frodare ciò che è pubblico»317. Insomma, Misson era un umanista a cui toccava

raccomandare l’amore fraterno, bandire le collere e i rancori personali, e favorire l’accordo e l’armonia tra tutti; gettando via il giogo
della tirannia [...] sperava che nessuno avrebbe seguito l’esempio dei tiranni e voltato le spalle alla giustizia qualora l’equità fosse
calpestata e la miseria, la confusione e la sfiducia reciproca prendessero il naturale sopravvento
318.

Misson era inoltre contrario alla pena di morte, «una barbarie con la quale non si sarebbe ottenuta
la sicurezza»319, e trattava in modo giusto i prigionieri: «Egli indagava le circostanze di ogni singolo
[prigioniero] e ciò che aveva perso, restituendogli ogni cosa»320. Si atteneva cioè alle virtù della
grazia e del perdono: «Era contrario a tutto ciò che lasciasse trasparire il volto della crudeltà o il
desiderio di una vendetta sanguinosa; non appena poteva, dava voce a un’anima attenta e
premurosa»321. L’insieme di questi sentimenti delinea l ’originale piano di ladroneria marittima di
Misson:

L’istinto di conservazione, quindi, e non un’attitudine crudele, lo obbligava a dichiarare guerra a tutti quelli che gli rifiutavano l’ingresso
nel proprio porto, a tutti quelli che non si arrendevano subito rinunciando alle proprie necessità, e soprattutto a ogni nave e vascello
europeo, considerati nemici implacabili. E io ora, disse, dichiaro tale guerra, e, allo stesso tempo, vi raccomando, compagni miei,
un comportamento umano e generoso verso i vostri prigionieri, che svelerà così i comportamenti propri di un animo nobile, cosa
che potrebbe tornare a nostro beneficio se mai dovessimo trovarci a nostra volta alla loro mercé, a causa della sfortuna, o più.
propriamente della nostra disunione o della nostra mancanza di coraggio 322.

Questo, naturalmente, è molto nobile e assolutamente notevole per l ’epoca, tanto che alcuni aspetti,
e specialmente la dichiarazione finale, possono sicuramente essere considerati radicali. Tuttavia,
questo fa di Misson un rivoluzionario? O non è piuttosto una peculiare miscela tra un santo, un
riformatore sociale e un Robin Hood? Può una tale miscela essere rivoluzionaria? Forse la personale
soluzione proposta da Misson, vale a dire la comunità di Libertalia, può fornire la risposta.

3. Non ci sono dubbi su quale fosse l’obiettivo perseguito da Libertalia: istituire un ordine sociale
con un governo e leggi coercitive. In altre parole, l ’obiettivo era quello di creare uno Stato, inclusa
una forza navale e tutto il resto. Il capitano Johnson conferma esplicitamente che «molte delle leggi di
grande rettitudine [...] che venivano promulgate» erano «trascritte in un registro statale», con
Caraccioli che ricopriva la carica di «segretario di Stato». Il governo era considerato una «necessità
[...] al fine della conservazione» e le leggi coercitive erano ritenute indispensabili, perché altrimenti
«sarebbero sempre stati i più deboli a soccombere, e tutto avrebbe portato alla più grande
confusione». Il governo e la legge erano dunque le risposte alla «passione degli uomini [che] li rende
ciechi di fronte alla giustizia, e sempre partigiani di se stessi»323. A questo punto appare del tutto
chiaro come la visione di Misson si fondi sulle idee di Thomas Hobbes, il padre del moderno Stato-
nazione. E Libertalia diventa semplicemente un altro Leviatano riverniciato con un po’ di umanesimo.
Leviatani del genere contrassegnano il panorama politico odierno. Ma sono davvero «i sogni della
classe operaia»324?
È stato suggerito che Libertalia fosse comunista e anticapitalista325. Ma in effetti sono ipotesi
alquanto sconcertanti dato il profilo tracciato dal capitano Johnson dell’economia di Libertalia: «Il
tesoro e il bestiame allevato erano i perfetti esempi di ciò che doveva essere equamente diviso,
mentre il terreno che qualunque uomo avesse recintato doveva essere considerato una sua proprietà
che, in futuro, nessun altro avrebbe potuto pretendere, se non attraverso la vendita»326. Di
conseguenza, «si fece un’equa divisione del tesoro e del bestiame, e tutti cominciarono a recintare
terreni per se stessi o per uno dei loro compagni dal quale venivano pagati a questo scopo»327. Non
suona tanto come il classico liberismo piccolo borghese?
Gli aspetti più radicali di Libertalia erano il consiglio direttivo, composto «dai più abili fra loro,
senza distinzione di nazione o colore», e il fatto che «le diverse lingue cominciarono a mischiarsi, e
ne uscì una fatta di molte altre»328, chiamata Libertalia, che diede il nome anche ai membri del
gruppo, detti Liberi, «nella speranza [...] che potessero così dissolversi le altre denominazioni come
Francese, Inglese, Olandese, Africano, e così via»329. Nondimeno Libertalia era uno Stato, e tutti gli
Stati sono coercitivi, non importa quanti «consigli» possano avere. Dopotutto, anche soviet ha lo
stesso significato.
Il fatto che il consiglio direttivo di Libertalia avesse preso molto sul serio il proprio ruolo
coercitivo è rivelato dal seguente episodio occorso nella comunità utopica. Alcuni mesi prima della
sua istituzione, l’ex quartiermastro di Tew si era messo alla testa di alcuni membri dell’equipaggio
che avevano rinnegato il loro capitano e aveva creato un proprio insediamento in Madagascar.
Quando il consiglio direttivo di Libertalia discusse la proposta di invitare il gruppo a unirsi a loro,
«il consiglio respinse la proposta sostenendo che rinnegare il proprio capitano era segno di un
temperamento ribelle che avrebbe potuto contagiare gli altri con il suo spirito sovversivo»330. Da
quando i sogni radicali condannano il «temperamento ribelle» o lo «spirito sovversivo»?
Stephen Snelders sembra essere l ’unico autore radicale disposto a discutere questo passaggio della
storia di Libertalia (mentre Peter Lamborn Wilson accenna allo «scisma ‘anarchico’» causato dall’ex
quartiermastro di Tew, ma solo di passaggio331). Scrive Snelders:

Se si confronta il capitolo su Misson con ciò che si è imparato a conoscere dell’organizzazione a bordo delle navi pirata, la dissidenza
politica radicale sembra più a suo agio sotto l’Old Roger che nella proto-democrazia di Libertalia, con il suo contratto originario lockiano e
il movimento verso la costituzione di uno Stato liberale con la proprietà privata e la democrazia formale a proteggerlo. Forse questi
anarchici che rifiutano un’utopia pirata di stampo democratico e che non sanno che farsene delle leggi sono l’espressione più autentica
dell’ethos pirata33 .

È difficile individuare nel testo del capitano Johnson i punti di appoggio per tali affermazioni. In
effetti, la conclusione di Snelders appare curiosa, al pari della sua mitizzazione di Libertalia, ed è di
gran lunga la più sconcertante del suo peraltro notevole testo The Devii S Anarchy. Secondo Johnson,
dopo che il consiglio respinse i dissidenti, al capitano Tew venne comunque concesso il permesso di
vederli per informarli su Libertalia: «Se implorassero nella maniera più sincera per essere ammessi,
e rinnegassero il quartiermastro, si dovrebbe concedere loro il particolare favore richiesto
dall’ammiraglio [Tew], che ha dato la sua parola d’onore a garanzia del loro comportamento
corretto»333. Tew intraprese il viaggio verso l’insediamento, fu ricevuto «molto civilmente» dal
quartiermastro e gli raccontò di Libertalia (il perché dovesse parlare con una persona che, secondo il
consiglio, doveva essere rinnegata dagli altri come condizione per unirsi rimane un mistero). Il
quartiermastro gli disse «che non riusciva a vedere alcun vantaggio nel cambiare la situazione in cui
erano, [...] in quanto godevano di tutto il necessario per vivere, erano liberi e indipendenti da tutto il
mondo, e sarebbe stata una follia sottoporsi di nuovo a qualsiasi governo che, per quanto mite,
esercitava uno specifico potere»334. Fino a questo punto della storia, l ’interpretazione di Snelders
avrebbe senso335, ma la percezione cambia quando il quartiermastro prosegue così:

Tuttavia, se andrete in America o in Europa a mostrare i vantaggi che possono maturare per l’Inglese che fissa qui una colonia, per
l’amore che abbiamo verso il nostro paese, e per spazzare via l’odioso appellativo di pirati, ci sottometteremmo con piacere a chiunque
arrivasse con una lettera di corsa emessa da un governo legittimo. Ma è ridicolo pensare che ci si possa assoggettare a canaglie peggiori
i* -336.
di noi

In altre parole, la comunità che per Snelders rappresenta «l’espressione più autentica dell’ethos
pirata» non solo vuole liberarsi dell’«odioso appellativo di pirati», ma sarebbe disponibile a servire
da avamposto coloniale inglese, anche perché «un insediamento qui sarebbe un freno per i pirati e
una protezione, oltre che una notevole convenienza, per le nostre navi dirette in India, che qui
potrebbero fare scorta di prodotti freschi e conservati». Tutto questo venne formulato in una lettera
che il quartiermastro affidò a Tew prima della sua partenza, esortandolo a sottoporla alle autorità
inglesi quando avesse fatto ritorno in America. La lettera includeva anche alcune argomentazioni
volte a sollecitare la concessione dello status di colonia al loro insediamento. Tra queste
argomentazioni troviamo non solo la condanna della pirateria già riportata ma anche il seguente
calcolo:

Alle Barbados i negri costano £30, £40 o £50 a testa, mentre in Madagascar sfido chiunque ad acquistare uno schiavo negro per più di
10S in merci europee, dal momento che ne abbiamo comprato uno, vigoroso, per un vecchio cappotto. Il cibo è molto caro alle Barbados,
mentre qui ci si può permettere di far mangiare uno schiavo e se stessi con poche spese; di conseguenza, questi svolgerà più lavoro di
uno schiavo delle Barbados, che per l’alto costo degli approvvigionamenti è un mezzo morto di fame
337.

Alla fine, il racconto di Libertalia offre due opzioni politiche: uno Stato liberaldemocratico (la cui
concezione utopica non è mai andata oltre Thomas More338) e un avamposto coloniale. Nessuna delle
due appare granché interessante per la politica radicale.

4.9. Rifugi, insediamenti, utopie pirata: ipirati e la terraferma

Più che l’analisi di una comunità quasi certamente inventata come Libertalia, un’attenta indagine
sugli insediamenti storicamente accertati può aiutare a esplorare meglio la dimensione politica dei
pirati. Quel che è certo è che questi insediamenti spaventavano le autorità. Come affermano
Linebaugh e Rediker: «Alcuni tra i potenti erano preoccupati che i pirati potessero ‘costituire una
sorta di commonwealth in aree in cui nessun potere sarebbe stato in grado di ‘vedersela con loro’.
Funzionari e mercanti coloniali e metropolitani temevano un incipiente separatismo in Madagascar,
Sierra Leone, Bermuda, North Carolina, Baia di Campeche e Golfo dell’Honduras»339. Snelders
chiama queste aree «zone autonome illegali»340 e «zone di confine della civiltà»341, entrambe
descrizioni più adatte e calzanti di «quasi Stati»342.

Caraibi. Dagli anni Venti del diciassettesimo secolo fino a un centinaio di anni più tardi, bucanieri e
pirati caraibici utilizzarono varie basi terrestri. Providence Island fu una postazione corsara inglese
sin dai primi anni Trenta del diciassettesimo secolo, e qualche decennio più tardi la Martinica
diventò un centro di bucanieri e pirati francesi, mentre le Isole Vergini (in particolare St. Thomas)
restarono per tutto il secolo un rendezvous fisso per pirati di molte nazioni. I centri più importanti,
tuttavia, furono Hispaniola, il rifugio preferito dalle prime comunità di bucanieri; Tortuga,
«l’acropoli dei bucanieri»343 accessibile attraverso uno stretto sulla punta nord-occidentale di
Hispaniola, dove la maggior parte dei bucanieri si spostò una volta trasformatisi da cacciatori in
predoni di mare; Petit-Goave, sulla parte occidentale di Hispaniola, dove la maggior parte dei
bucanieri di Tortuga tornò negli anni Sessanta del diciassettesimo secolo; Port Royal, in Giamaica,
che nelle parole di Cordingly e Falconer divenne «un paradiso per bucanieri»344 dopo la presa di
potere da parte degli inglesi nel 1655; la Baia di Campeche e il Golfo dell’Honduras, dove si
concentravano gli insediamenti dei malfamati taglialegna delle foreste di mangrovie durante gli ultimi
decenni del diciassettesimo secolo; e New Providence, che per due brevi anni, dal 1716 al 1718, si
trasformò nel «santuario»345 dei pirati dell’epoca d’oro.

Hispaniola. Le descrizioni sulla vita quotidiana nella parte occidentale di Hispaniola durante il
periodo di massimo splendore dei bucanieri fanno apparire l ’isola come una specie di Eldorado
primitivo. Padre du Tertre, uno dei primi missionari arrivati nei Caraibi, parla di una «marmaglia
disorganizzata composta da uomini di tutti i paesi» che «non sopporterebbe alcun capo»:

In generale non avevano un’abitazione o una dimora fissa ma solo rendezvous in cui potevano trovare bestiame e alcune capanne
ricoperte di foglie per proteggersi dalla pioggia e stipare le pelli degli animali che avevano ucciso, finché non passava una qualche nave a
barattare vino, brandy, corda, armi, polvere da sparo, cartucce e terraglie da cucina di cui avevano bisogno e che erano i loro unici beni
mobili346.

Du Tertre commenta inoltre che «potrebbero essere presi per gli aiutanti più ripugnanti dei macellai
rimasti per otto giorni nel macello senza mai lavarsi»347. Anche Clark Russell fornisce una
descrizione dettagliata dei bucanieri di Hispaniola:

L’isola di Santo Domingo, o Hispaniola, come si chiamava allora, era affitta e invasa da una singolare comunità di uomini selvaggi,
scontrosi, feroci e sporchi. [...] Queste persone andavano vestite con camicie e calzoni di tela grossolana che impregnavano del sangue
degli animali che macellavano. Indossavano cappelli tondi, stivali di pelle di maiale ritagliati su misura, e cinture di pelle grezza a cui
appendevano sciabole e coltelli [...]. Erano cacciatori di mestiere, e selvaggi nelle loro abitudini [...]. Mangiavano e dormivano per terra,
348.
il loro tavolo era una pietra, il loro cuscino un tronco d’albero, e il loro tetto i cieli caldi e scintillanti delle Antille

Negli anni Trenta del diciassettesimo secolo gli spagnoli sterminarono la selvaggina e spinsero la
comunità di cacciatori lontano da Hispaniola. La maggior parte dei bucanieri attraversò un piccolo
stretto sulla punta nord-occidentale dell’isola e giunse a Tortuga.

Tortuga. Probabilmente, già a partire dagli anni Venti del diciassettesimo secolo a Tortuga si
stabilirono alcuni coloni semi-permanenti, per lo più commercianti. Successivamente, l’isola fu
protagonista di una storia coloniale piuttosto turbolenta che la vide passare di mano diverse volte,
fino a quando i francesi, nel 1642, non consolidarono il loro dominio con il governatore Jean le
Vasseur, che fortificò l’isola trasformandola in una base navale. Nonostante i continui attacchi degli
spagnoli, francesi e bucanieri rimasero sull’isola (con brevi interruzioni) fino agli anni Settanta del
diciottesimo secolo, quando l ’ultima generazione di bucanieri migrò nel fiorente insediamento di
Petit-Goave su Hispaniola.
Philip Gosse ha definito Tortuga «una repubblica bucamera, dove i marinai hanno stabilito le
proprie leggi e coltivato la terra a canna da zucchero e patate»349, mentre John Masefield ha
osservato che i bucanieri di Tortuga «in breve tempo erano diventati così numerosi che avrebbero
potuto creare uno Stato indipendente per quanto andavano d’accordo tra di loro»350. Una vivida
descrizione dell’isola nel suo periodo di massimo splendore è stata fatta da Basil Fuller e Ronald
Leslie-Melville:

I Fratelli della Costa vivevano una vita che era uno straordinario miscuglio di idealismo e ferocia. Con il tempo, i loro rifugi era diventati
sempre più prosperi. Erano stati costruiti porti e difese migliori, e lo standard di vita a Tortuga era aumentato di pari passo con il flusso di
ricchezza che arrivava sull’isola in ondate successive. Tuttavia, non fu fatto alcun tentativo di renderlo un rifugio lussuoso.
Sorprendentemente, i bucanieri erano determinati a evitare le eccessive comodità, timorosi di subirne gli effetti e dunque rammollirsi. Così
la dignità di Tortuga era stata elevata da insignificante isoletta, quale era una volta, a pericoloso covo di pirati, a causa del quale i ministri
della lontana Casa Bianca si grattavano il capo e i grandi di Spagna inveivano e lanciavano maledizioni. Il segreto del successo di quel
rifugio risiedeva nella vera «fratellanza» della sua gente, che aveva concretizzato a un livello incredibile, considerato il tipo di uomini che
erano, la verità insita nel vecchio motto «Uniti si vince, divisi si perde». Non si può non ammirare la fedeltà reciproca che univa quei
bucanieri351.

Petit-Goàve. Dagli anni Settanta agli anni Novanta del diciassettesimo secolo Petit-Goave, situata
nella parte sud-ovest di Hispaniola, servì da base ai bucanieri francesi durante le fasi finali della
loro comunità. Descritta come la capitale di «una popolazione di vagabondi e ribelli»352, ospitò
centinaia di bucanieri fino alla fine degli anni Ottanta del secolo353. Dal 1700, tuttavia, la città si era
trasformata in «una sonnolenta cittadina coloniale francese»354.

Port Royal. Dopo la restaurazione di Carlo ii nel 1660, ci fu un aumento delle lettere di corsa con
base in Giamaica, il che trasformò la città di Port Royal nel principale centro dei bucanieri inglesi,
accorsi anche da Hispaniola e Tortuga. Nel 1665, la città contava più di duemila bucanieri che si
imbarcavano regolarmente dal suo porto355. Quando negli anni Ottanta del diciassettesimo secolo gli
inglesi smisero di servirsi dei corsari, la comunità bucamera in quanto tale cominciò a estinguersi.
Questo tuttavia non impedì che la popolazione di Port Royal «crescesse come i funghi», tanto che
«immediatamente prima del terremoto che la distrusse nel giugno 1692 [...] era quasi due volte più
grande di New York»356. Molti videro il terremoto come una sorta di intervento divino, dato che Port
Royal aveva una «reputazione infernale»357: «Secondo un visitatore morigerato, era la ‘Sodoma del
Nuovo Mondo’. Mentre un uomo di chiesa affermò che ‘la sua popolazione è costituita da pirati,
tagliagole, prostitute e alcune delle più vili persone di tutto il mondo’»358. Port Royal è stata inoltre
descritta come «la città più perversa d ’America»359, «la città più corrotta e dissoluta di tutti i domini
di Sua Maestà»360, «la Gomorra del nostro tempo»361, «il ricettacolo dei vagabondi, il santuario dei
falliti e la sentina delle nostre galere»362. La descrizione di Neville Williams è un po’ più esplicativa:

Port Royal era diventata molto rapidamente una città che annebbiava la mente con la sua sfacciata dissolutezza, tanto che i marinai di
ogni rango sembravano felicissimi di separarsi dal proprio denaro. Vi erano più osterie che a Londra, quasi altrettanti bordelli che a Parigi,
e più morti improvvise che in tutta la Scozia. Gli uomini che approdavano a Port Royal, anche dopo una scorreria di modesto successo,
dissipavano i loro denari con incredibile prodigalità363.

Baia di Campeche / Golfo dell ’Honduras. Durante gli anni Settanta del diciassettesimo secolo, in
questa zona si insediarono i taglialegna inglesi, strettamente legati ai bucanieri con cui intrattenevano
importanti relazioni commerciali. Molti dei taglialegna, infatti, erano stati bucanieri in passato o
facevano i bucanieri part-time. Dal legno di campeggio [Haematoxylum campechianum] che
tagliavano si estraeva una tintura che serviva a tingere i vestiti, e i taglialegna - non più di
«duecentosessanta-settanta uomini» secondo i calcoli di Dampier364 - facevano ottimi affari vivendo
nelle stesse condizioni dei primi bucanieri di Hispaniola: «I taglialegna avevano una reputazione
simile a quella dei primi bucanieri che cacciavano bestiame sull’isola di Hispaniola: uomini duri che
si guadagnavano da vivere in difficili condizioni primitive, e tuttavia liberi dai vincoli della società
civile»365. I taglialegna si dedicavano anche alle spedizioni di caccia, e come si è visto in precedenza
anche alle incursioni contro le comunità indigene. Nondimeno, Linebaugh e Rediker li hanno definiti
«un’estensione terrestre dell’idrarchia» che praticava una sorta di «comunismo primitivo»366. Data la
scarsa documentazione sulla vita di queste comunità, al di là degli appunti presi da Dampier, che
tratteggiò una società di frontiera dura e virile, sono considerazioni che appaiano piuttosto
idealistiche367.

New Providence. Per un biennio, dal 1716 al 1718, l’isola di New Providence nelle Bahamas
divenne, nelle parole di uno storico, «la capitale dei pirati del Nuovo Mondo»368. L’isola era già
stata una base pirata negli anni Novanta del diciassettesimo secolo, ma solo con il riemergere della
pirateria nel 1713 (dopo la fine della guerra di Successione spagnola) gli equipaggi pirata iniziarono
ad arrivare a frotte in quello che consideravano un rifugio perfetto. E qui crearono, a seconda
dell’espressione che si preferisce, un «nido di pirati»369, una «colonia di furfanti»370, una «repubblica
improvvisata»371, o uno «Stato fuorilegge»372. In base alla stima di Snelders, «tra il 1716 e il 1718
[...] la confraternita pirata era numericamente forte quanto lo era stata la vecchia Fratellanza della
Costa»373. Williams scrive che «nel giro di pochi mesi la ‘Repubblica Pirata’ vantava una
popolazione di circa duemila disperati. New Providence era sia un rifugio per i fuorilegge, in cui
potevano carenare e riparare le navi in tutta sicurezza, sia una base operativa di prima classe»374.
David F. Marley spiega perché New Providence costituiva una base pirata così formidabile: «Il suo
porto era troppo basso e insidioso per permettere alle pesanti navi da guerra di entrarvi facilmente, e
le colline circostanti offrivano ottimi punti di osservazione per scorgere le navi di passaggio. Inoltre,
le scogliere dell’isola pullulavano di aragoste, pesci e tartarughe, e l ’interno ricco di boschi era
caratterizzato da sorgenti di acqua dolce, alberi da frutta e selvaggina in abbondanza»375. Nelle
compiaciute parole di Douglas Botting, New Providence era «il rifugio più felice mai apparso allo
sguardo inquieto di un marinaio fuorilegge», e per di più «non vi era altra legge a Nassau che non
fosse quella dei pirati. [...] In quel luogo, un pirata si sentiva davvero svincolato da tutto: aveva
tagliato gli ormeggi che lo legavano alle costrizioni sociali»376.
Secondo Jenifer G. Marx, «prostitute e reietti, cani rognosi e ratti prolifici si aggiungevano alla
fluttuante popolazione. A loro volta, mercanti e commercianti venivano attratti dall’insediamento,
provvedendo alle esigenze dei fuorilegge e acquistando i loro bottini, gran parte dei quali veniva
contrabbandata nelle stesse colonie per rivenderla»377. Frank Sherry offre una descrizione quasi
fotografica che vale la pena citare per esteso:

Dal 1716, la città di Nassau, una volta un torpido villaggio costiero, divenne la capitale della rinata confederazione pirata. Nassau
rifletteva i valori e lo stile dei briganti che l’avevano eletta a propria base: provvisoria, licenziosa e caotica. Era una disordinata
baraccopoli fatta di negozi, abitazioni precarie, postriboli e osterie, tutta costruita in legno e tela con i tetti ricoperti con foglie di palma, che
si estendeva a semicerchio lungo la riva sabbiosa del porto. I relitti delle navi catturate giacevano sulla spiaggia in lenta decomposizione,
con le costole esposte come carcasse morte da tempo. Decine di vascelli - sloop e navi mercantili catturate - affollavano il porto, e da
riva i loro alberi apparivano come un bosco spoglio. In questo luogo, nella loro folle metropoli, i pirati del mondo occidentale bevevano,
discutevano tra loro, perdevano le loro fortune al gioco, pagavano con soldi rubati i corpi delle prostitute che affollavano la città, e
vivevano in un presente strepitoso fino a che non finivano i soldi ed erano costretti a tornare per mare ancora una volta. Si diceva che la
puzza di Nassau - una combinazione di carne arrostita, fumo, deiezioni umane, rum, corpi sudici e spazzatura marcia che si decomponeva
sotto il sole tropicale - si potesse annusare ancora in alto mare, molto prima di scorgere l’isola. New Providence e la sua selvaggia città
portuale erano certamente un nascondiglio per i pirati, ma erano anche il loro paradiso. Libera da tutte le leggi che non fossero la legge
pirata, rendeva disponibili le ruvide gioie che quella confraternita di fuorilegge aveva più a cuore .

A proposito di questa «legge pirata» è stato ipotizzato che l’isola fosse «governata da un consiglio
di capitani e quartiermastri, proprio come se fosse una grande nave pirata»379, ma in effetti ci sono
poche prove a conferma di una tale organizzazione. Viceversa, il riferimento a New Providence come
al «paradiso dei pirati» rimanda a un’idea ampiamente condivisa e parte integrante della stessa
mitologia dei pirati: «Si diceva che il desiderio di ogni pirata non fosse di ritrovarsi in paradiso
dopo la morte, ma di ritrovarsi su quell’isola paradisiaca dove gli scorridori a riposo potevano
oziare nelle loro amache sotto le palme, e dondolare dolcemente nella brezza leggera. C’erano
puttane in abbondanza, bische sempre aperte, bere illimitato, e la fratellanza dei compagni pirati»380.
Alcuni storici, tuttavia, contestano l’idea che fosse un paradiso per i pirati. Williams scrive:

C’era ben poco romanticismo nella vita a terra dei pirati, non abbastanza per impedire a New Providence di diventare quella diabolica
baraccopoli che solo Hogarth avrebbe potuto rendere efficacemente. Gli uomini avevano le mani bucate, e la maggior parte del denaro
era dilapidato in liquori e in donne meticce; l’idea di un tesoro nascosto è solo un mito, dato che le osterie e i bordelli si prendevano ogni
pezzo da otto disponibile
381.

Il giudizio di David Mitchell è simile: «Nassau era una baraccopoli di legna e fronde di palma, e
vecchie vele drappeggiate su pali per farne delle tende. [...] Ogni altro tugurio era un negozio di grog
o un bordello di prostitute negre o mulatte. [...] L’atmosfera generale ricordava la Gin Lane di
Hogarth con un clima più temperato, o una Port Royal risorta e ancora più squallida»382.
Per una descrizione più diplomatica si può infine citare Galvin:

La fratellanza pirata di New Providence [...] è stata spesso dipinta (con qualche licenza poetica) come un rifugio ultra-democratico o
anarchico, quasi utopico: una brutale ma nobile «repubblica pirata» [...]. C’è un elemento di verità in questo mito, ma la realtà
dell’insediamento pirata era probabilmente più vicina alla giungla portuale di Woodbury [...] un luogo temporaneo di sosta e ristoro per
una popolazione letteralmente galleggiante
383.

Il predominio pirata sull’isola terminò nel 1718 con l’arrivo del governatore Woodes Rogers.

Madagascar. Probabilmente nessuna delle roccaforti pirata, inclusa New Providence, ha ricevuto
così tanta attenzione romantica come il Madagascar, trasformato in una base importante dei pirati
americani e caraibici per le loro incursioni nell’Oceano Indiano.
Proprio qui, e precisamente sull’isola di St. Mary di fronte alla costa nord-orientale del
Madagascar, l’ex bucaniere Adam Baldridge stabilì nel 1691 un avamposto commerciale, che ben
presto venne sfruttato sia dai pirati sia dai mercanti di schiavi. Pochi anni dopo, Abraham Samuel
fondò un avamposto simile a Fort Dauphin sulla punta meridionale del Madagascar. St. Mary restò
comunque il centro più importante della comunità pirata, e Marley ritiene che alla fine degli anni
Novanta del diciassettesimo secolo fosse abitata da circa millecinquecento europei384. La stima di
Cordingly e Falconer è più bassa: secondo loro, in Madagascar non si sono mai stati più di qualche
centinaio di pirati nello stesso momento385. Earle concorda con questa stima: «Dopo il 1695, l ’anno
più infestato dai pirati, raramente ci furono più di sei navi pirata operative nell’Oceano Indiano e
dunque più di sei-settecento uomini a bordo o a divertirsi da qualche parte a terra. Eppure questi
uomini si fecero udire in tutto il mondo»386.
Cordingly e Falconer spiegano le ragioni per cui i pirati malgasci hanno ricevuto particolare
attenzione, nonostante il loro numero piuttosto modesto:

Il mistero dell’isola (poco conosciuta nonostante le sue dimensioni), la sua fama esotica e l’assenza di altri coloni europei l’hanno resa
un’«isola dei pirati» nell’immaginario collettivo. Ben presto storie di capi pirata che vivevano nello splendore tropicale governando intere
tribù di indigeni hanno cominciato a filtrare in Europa, attribuendo ai pirati uno stile di vita e una ricchezza che pochi di loro hanno in realtà
conosciuto
387.

Quelle storie avevano un tale impatto sull’opinione pubblica da preoccupare le autorità inglesi, che
nel 1704 emanarono una nota parlamentare per ammonire i pirati malgasci che «se fossero aumentati
di numero, si sarebbero trasformati in un insediamento di predoni, pregiudizievole per il commercio
come qualsiasi altro insediamento sulla costa dell’Africa, e per questo li si sollecitava a tornare a
casa per amore patrio, altrimenti i loro figli sarebbero diventati ‘inglesi alieni’»388.
In realtà, St. Mary, anche nel suo periodo di massimo splendore, «aveva una popolazione variabile:
il numero relativamente piccolo di pirati che vi si era stabilito in modo permanente, per riposarsi tra
un viaggio e l’altro o in attesa di un passaggio verso casa, aumentava vertiginosamente solo quando
uno o più navi pirata approdavano dopo una traversata»389. Nelle parole di Ritchie, «a detta di tutti i
resoconti, l ’insediamento pirata sull’isola era un insieme di strutture sgangherate che consisteva in
qualche abitazione, in una palizzata bassa e in un paio di cannoni»390. Nondimeno, alcuni autori che
scrivono di pirateria, in particolare Sherry, mantengono viva una visione romantica del Madagascar
per tutto il ventesimo secolo. Sherry dichiara che «alla fine del diciassettesimo secolo e all’inizio
del diciottesimo esisteva una sola vera democrazia al mondo: la fratellanza pirata forgiata in
Madagascar»391. Egli inoltre definisce la comunità uno «Stato marinaro» con «flotte ben
strutturate»392, sostenendo che siamo di fronte a qualcosa «di nuovo nella storia del mondo: con una
portata internazionale, finanze robuste, numeri importanti, nonché indipendente e apparentemente
potente»393.
Forse era potente: ma in che senso? Se il documentato coinvolgimento dei pirati malgasci nel
commercio degli schiavi non basta a squarciare il velo romantico che li avvolge, allora potrebbe
farlo il lungo brano di A General History riportato di seguito, in cui il capitano Johnson descrive la
vita di questi «principi che esercitavano la sovranità sugli abitanti»394:

Quando i nostri pirati si stabilirono per la prima volta fra loro, [questi] principi si mostrarono assai desiderosi di averli come alleati, per
cui essi si unirono ora agli uni, ora agli altri, ma da qualunque parte si schierassero erano sicuri della vittoria, giacché i negri non avevano
armi da fuoco, né ne conoscevano l’uso; per cui alla lunga i nostri pirati diventarono così temibili agli occhi dei negri, che quando si
profilava un possibile scontro, la semplice vista di due o tre di loro schierati nella parte avversa li faceva involare senza nemmeno tirare
un colpo. In questo modo divennero non solo temuti, ma potenti; tutti i prigionieri di guerra li facevano loro schiavi; presero in moglie le più
belle donne negre, e non una o due, ma tante quante ne volevano, così che ognuno avesse il suo serraglio altrettanto fornito di quello del
Sultano di Costantinopoli. Impiegavano gli schiavi nella coltivazione del riso, nella pesca e nella caccia; inoltre ve ne erano molti altri che
vivevano, per così dire, sotto la loro protezione e al sicuro dalle molestie e dagli attacchi dei loro più potenti vicini; e questi sembravano
felici di rendere loro omaggio. A questo punto i nostri pirati cominciarono a dividersi, ciascuno ritirandosi a vivere con le proprie mogli, i
propri schiavi e le persone che si tenevano intorno, alla stregua di un principe indipendente; e siccome il potere e le ricchezze
naturalmente generano contese, talvolta si scontravano e si assaltavano a vicenda alla testa dei loro diversi eserciti; e in queste guerre
civili molti ne rimanevano uccisi. [... ] e giacché il potere e il comando sono ciò che distingue un principe, questi ruffiani si circondavano di
tutti i segni della regalità e avevano tutte le paure che comunemente tormentano i tiranni, come si capisce dall'estrema cura con cui
395
fortificavano i luoghi in cui si stabilivano

Se si dà retta alle parole di Johnson, queste frasi non possono non infrangere ogni interpretazione
romantica di questa vera democrazia, anche per quelli che avevano chiuso un occhio sulla tratta degli
schiavi. Non bisogna dunque stupirsi se l ’avamposto di Baldridge venne alla fine raso al suolo da un
attacco di nativi malgasci, anche se fu presto sostituito da un nuovo avamposto, amministrato da un
certo Edward Welsh, che però non raggiunse mai lo stesso successo e prestigio di quello di
Baldridge396.
Questa descrizione sulla routine quotidiana a St. Mary probabilmente spiega il tipo di libertà di cui
godevano i pirati sull’isola meglio di qualsiasi discorso sulla democrazia o la repubblica: «La vita
in questo esotico insediamento pirata sembra essere stata, triste a dirsi, piuttosto piacevole, grazie
agli schiavi al servizio di questi pirati amanti della libertà, all’abbondanza di donne, all’ampia
disponibilità di carne e riso prodotti localmente e alle riserve di liquore fornite degli schiavisti o dai
nativi che fermentavano il miele e lo zucchero per produrre un potente idromele chiamato toke»397.
La rilevanza del Madagascar quale covo di pirati scemò con il declino globale della pirateria
causato dal boom corsaro durante la guerra di Secessione spagnola (1701-1713). Cordingly e
Lalconer riassumono così la situazione:

Quando il corsaro inglese Woodes Rogers si trovava a Colonia del Capo, nel 1711, gli fu riferito, da due ex pirati che avevano trascorso
alcuni anni in Madagascar, che solo sessanta o settanta pirati erano rimasti, e che, lungi dal regnare come re in un paradiso tropicale,
vivevano nello squallore e nell'angoscia, «la maggior parte di loro molto povera e spregevole, anche con gli indigeni». Nel 1719 la St.
George, una nave che faceva rotta per le Indie orientali, visitò St. Mary e trovò quello che restava dell'avvilita compagnia pirata di John
Halsey: circa diciassette uomini usurati dal tedio dell'esilio, che «volevano solo fare un altro colpo e poi tornare a casa», perché erano
398
esausti della loro vita

Attorno al 1720, come effetto ritardato della ripresa della pirateria nei Caraibi, della sconfitta di
New Providence come quartier generale dei pirati e della crescente persecuzione globale della
pirateria nelle Indie occidentali, il Madagascar divenne ancora una volta un importante snodo per il
commercio. Proprio in questo periodo James Plantain avrebbe fondato il suo famigerato «regno»
(non lontano dall’isola di St. Mary) denominato Ranter Bay. Tuttavia, questo secondo boom finì nel
giro di pochi anni e il Madagascar non riacquistò mai più la sua reputazione di paradiso dei pirati.

Africa occidentale. La costa occidentale dell’Africa è stata l ’ultima area geografica che si è aggiunta
alla lista dei principali terreni di caccia dei pirati dell’epoca d’oro, principalmente a causa del
redditizio commercio di schiavi che si era sviluppato lungo le sue coste.
Nonostante le voci su una loro presunta esistenza, in Africa occidentale non risultano insediamenti
simili a quelli di New Providence o St. Mary. Sicuramente i pirati avevano dei rifugi lungo le coste,
ma sembra si trattasse di piccole stazioni commerciali illegali che non avevano mai più di una
dozzina di abitanti permanenti, e un massimo di due o tre navi pirata presenti contemporaneamente.
Rispetto ai Caraibi e all’Oceano Indiano, relativamente pochi pirati operavano in questa area e di
solito lo facevano mentre erano in rotta tra i Caraibi e il Madagascar. Sembra che solo l ’equipaggio
di Bartholomew Roberts abbia trascorso un periodo di tempo più lungo nella regione, tra il 1721 e il
1722, prima di essere catturato nell’attuale Gabon.
Il più importante degli avamposti commerciali menzionati era quello alla foce del fiume Sierra
Leone, ed è anche quello che normalmente viene citato come unico esempio dei presunti insediamenti
pirata in Africa occidentale. Ma la schietta descrizione dell’avamposto come «una piccola colonia
illegale di contrabbandieri e imboscati europei che non erano contrari a commerciare con i pirati»399
sembra più convincente dell’affermazione secondo cui si trattava di una «roccaforte pirata» incui «la
spinta comunitaria [... ] aveva assunto forme adatte alla terraferma»400.

Se è vero, come afferma Peter Lamborn Wilson, che «le attività dei pirati sulla terraferma (utopie
pirata o Zone Temporaneamente Autonome) dovrebbero essere considerate altrettanto importanti
delle loro attività in mare»401, allora la prospettiva delineata da Heiner Treinen non è troppo
incoraggiante:

La storia caraibica della democrazia radicale parassitarla si conclude quando i pirati abbandonano le proprie navi. Non si è mai saputo
di una comunità pirata di terra che abbia avuto successo, e il fatto non si spiega da sé. Sono stati fatti alcuni tentativi. [...] Tuttavia, lo
scopo di questi tentativi non era mai quello di costituire delle comunità anarchiche: di solito, le comunità terrestri dei pirati venivano
fondate poiché questi ultimi non potevano fare ritorno ai propri paesi d'origine. L'unica cosa che tutti questi tentativi avevano in comune
era di dissolversi molto velocemente, anche quando erano stati capaci di evitare violenti conflitti interni. Pur in presenza di una scarsa
pressione esterna, queste comunità non sono mai state in grado di trasformarsi in società anarchiche funzionanti402.

La prospettiva di Treinen sembrerà forse troppo negativa a chi è convinto che i pirati fossero in
grado, almeno all’occasione, di «ristabilire ovunque [...] Torganizzazione democratica a cui erano
abituati a bordo della nave»403. Sia quel che sia, ciò che risulta difficile da contestare nell’analisi di
Treinen è che non si conosce alcun insediamento terrestre di pirati che ce Labbia fatta.

4.10. «Imperialismo pirata», ipocrisia e collera mercantile: la pirateria e il


capitalismo

Via via che si afferma come forza predominante nella storia del mondo, il capitalismo, con le sue
esigenze e la sua logica, gioca un ruolo determinante nell’ascesa e nella caduta della pirateria
dell’epoca d’oro. Neville Williams vede la pirateria strettamente «intrecciata - come le corde di una
gomena - agli [...] interessi commerciali»404. Franklin W. Knight riassume il ruolo delle comunità dei
bucanieri sostenendo che «rappresentano la fase di transizione tra il colonialismo pionieristico e
l ’imperialismo organizzato»405. Altri autori parlano di un «imperialismo pirata», dato che «molti
governi sostenevano, o almeno condonavano, gli atti di pirateria commessi dai propri sudditi,
ritenendola una via poco costosa ed efficace attraverso cui far avanzare il commercio e l’impero»406.
Chris Land descrive nel dettaglio il ruolo dei bucanieri corsari:

I corsari ricevevano di norma un incarico da un governo che li autorizzava a ostacolare il commercio delle nazioni ostili e a confiscare
bottini e ricchezze a favore della Corona. Erano dunque gli agenti di una forma di accumulazione primitiva [...] basata sullo Stato
monarchico. Come Jacques Gélinas [...] ha notato, questo periodo è stato cruciale per la monetarizzazione dell'economia europea e la
fine del baratto, soprattutto in relazione allo sfruttamento dell'oro e dell'argento azteco e inca proveniente dal Sud America. Senza la
monetizzazione, la configurazione della merce non avrebbe potuto diventare così generalizzata e il capitalismo industriale, come lo
conosciamo, non avrebbe potuto svilupparsi. I corsari sono dunque stati indispensabili per lo sviluppo del capitalismo industriale in
Inghilterra407.
Questo è vero non solo per l’Inghilterra e i suoi rivali europei, ma anche per le Americhe e i
Caraibi. I bucanieri si dimostrarono essenziali in entrambe le fasi che permisero alle potenze europee
in competizione con la Spagna di infiltrarsi in tutta l’area. Nella prima fase, i bucanieri
«destabilizzarono il sistema coloniale spagnolo, consentendo così alle altre nazioni di prendere
piede nell’emisfero occidentale»408. Nella seconda, una volta che quelle potenze si erano
consolidate, i bucanieri favorirono «una forma rudimentale di distribuzione imperiale dei profitti»409.
Le colonie, pur lottando per avviare una forte economia locale in un quadro di legalità, nondimeno
accolsero il commercio dei predoni del mare per tutta l ’epoca d’oro. «Le due colonie che
probabilmente avevano la peggiore reputazione quanto a complicità con i pirati erano la Carolina e il
Rhode Island. Una volta, quando un prigioniero fu in effetti tanto stupido da dichiararsi colpevole di
pirateria, una giuria del Rhode Island dichiarò che doveva aver capito male, e nonostante ciò lo
assolsero»410. John Franklin Jameson afferma che tali «attività hanno avuto una cruciale influenza
sullo sviluppo del commercio americano» e chiama l ’attività di corsa «una delle principali industrie
americane» durante certi periodi (per esempio la Rivoluzione americana)411.
Quando il predominio spagnolo sulle Americhe fu spezzato e le altre potenze coloniali si
consolidarono, dando impulso alle economie delle loro colonie, i bucanieri si trasformarono da utile
forza mercenaria in un problema potenzialmente pericoloso. Secondo Janice E. Thomson, «il
sostegno coloniale alla pirateria cominciò a erodersi a metà del 1699», perché «a quel tempo c’erano
così tanti pirati al largo della costa sud-est degli Stati Uniti, che non c’erano abbastanza ‘bottini
allettanti’ per tutti, e così cominciarono a sequestrare merci coloniali come il tabacco»412. Angus
Konstam conclude che «quando la pirateria cominciò a ostacolare lo sviluppo economico delle
colonie americane e a tagliare i margini di profitto dei mercanti e degli investitori europei, il clima
cambiò»413. Per Peter Earle, «questo cambiamento rifletteva la crescente convinzione all’interno
degli ambienti mercantili e marittimi che Timperialismo pirata avesse raggiunto il suo scopo e che,
d’ora in poi, il compito del governo e della Marina fosse quello di sradicare la pirateria e di
rendere, così, i mari sicuri per il commercio e il trasporto»414.
Earle sottolinea tra l ’altro che «la popolazione coloniale avrebbe ancora voluto acquistare le merci
a buon mercato dei pirati, ma i suoi governanti glielo avrebbero impedito sempre di più»415.
Esistevano eccezioni a questa regola (in particolare il governatore del North Carolina, Charles Eden,
che rimase in rapporti amichevoli con i pirati fino alla fine del primo decennio del diciottesimo
secolo), ma l ’osservazione di Earle potrebbe soprattutto indicare che tra la «gente comune» dei
Caraibi e delle Americhe c’era una qualche simpatia verso i pirati dell’epoca d’oro, e che quelli che
avevano più paura di loro andavano cercati tra coloro che proteggevano i ricchi. E d’altronde erano
proprio i ricchi che in quel momento davano la caccia ai pirati con più fervore, dopo aver
beneficiato per quasi un secolo delle loro scorrerie nei Caraibi e nelle Americhe.
Vari studiosi di pirateria hanno concordato con questa interpretazione storica. Ritchie sostiene che
«le economie nascenti alla periferia delle zone egemoniche erano avide di denaro facile. Quando le
colonie raggiunsero la stabilità finanziaria, i mercanti locali sentirono che non c’era più ragione di
sopportare i rozzi comportamenti dei pirati e divennero loro ostili dopo averli accolti per quasi un
secolo nei propri porti»416. Marley scrive: «In tutto il mondo, le colonie europee stavano diventando
sempre più stabili e prospere, e la loro sicurezza non dipendeva più dai corsari, che cominciarono a
essere considerati un ostacolo al buon commercio, cosa che portò a un loro graduale
sradicamento»417. Knight afferma: «Quelle forme di saccheggio individuali e incontrollate divennero
politicamente controproducenti per la genesi di una società basata sullo sfruttamento del lavoro degli
schiavi nelle piantagioni e sul commercio internazionale organizzato»418. Snelders aggiunge: «Quando
il capitalismo mercantile divenne più stabile nei Caraibi, i pirati diventarono una sorta di
aberrazione, un ricordo dell’originaria accumulazione primitiva che non era più ben accetto»419.
Land, infine, ritiene che non appena «il capitalismo mercantile e una forma più aperta di commercio
divennero la forma dominante di arricchimento, la pirateria si trasformò sempre più in un ostacolo al
reale sviluppo del commercio mondiale, e i pirati cessarono di essere politicamente o
economicamente utili. Dato che Francia, Inghilterra e Spagna entrarono in un periodo di relativa pace
e cercarono di garantire F accumulo di ricchezza attraverso un commercio più aperto, la pirateria si
trasformò in un problema che doveva essere ‘annientato’»420.
Questo ricorda il destino dei banditi sociali, come lo spiega Hobsbawm: «Con lo sviluppo
economico, i ricchi e i potenti tendono sempre più a considerare i banditi come una minaccia alla
proprietà che è bene eliminare, anziché come uno dei tanti fattori della lotta per il potere. In
circostanze come queste, i banditi diventano dei proscritti permanenti»421. Galvin riassume così le
conseguenze che questa scelta ebbe sui bucanieri: «Quando i loro benefattori consolidarono
sufficiente potere e territorio, i bucanieri si ritrovarono privi di ogni utilità. Coloro che non
riuscirono a conformarsi alla nuova istituzione coloniale, e furono tanti, vennero cacciati ai margini
esterni, magari a cimentarsi con il commercio di legname, o vennero costretti a diventare filibustieri
in proprio»422.
La guerra di Successione spagnola fu l’ultimo evento che frenò questo sforzo comune delle potenze
coloniali di eliminare la pirateria dell’epoca d’oro, «riaprendo ben presto uno scenario globale fatto
di imboscate e blocchi commerciali»423. I corsari erano di nuovo necessari e, come sempre, i confini
con la «pirateria vera e propria» tornarono a essere sfocati. Ma non appena la guerra finì, e con
questa anche la necessità dei corsari, le autorità di tutte le nazioni unirono con grande determinazione
le proprie forze per annientare i predoni dei mari, che erano nuovamente diventati «il terrore che
affligge l’area commerciale del mondo»424.
La capacità dei pirati dell’epoca d’oro di interrompere alcune delle principali rotte commerciali
del mondo sembra confermata dal governatore giamaicano Nicholas Lowes, che nel 1718 invia
questo messaggio alle autorità inglesi: «Non vi è quasi una nave o un vascello che va e viene da
questa isola che non venga saccheggiato»425. Secondo Rediker, i pirati dell’epoca non solo
«praticavano un terrore indiretto contro chi deteneva la proprietà mercantile»426, ma «tra il 1716 e il
1726, con i loro continui e fortunati attacchi alle proprietà mercantili del commercio internazionale,
crearono una vera e propria crisi nell’impero»427. Marley afferma che il solo equipaggio di
Bartholomew Roberts aveva «nella primavera del 1721 [...] portato il commercio antillano quasi a
un punto morto»428. La gravità di queste azioni sembra confermata dal capitano Johnson che cita il
discorso della corte rivolto ai membri dell’equipaggio di Roberts durante il loro processo a Cape
Coast Castle: «Per una nazione che opera nel commercio nulla può essere più distruttivo, e dunque
esigere punizioni più esemplari, della pirateria [...]. La pirateria vanifica i rendimenti dell’industria
e di quelle consistenti importazioni che da sole possono rendere fiorente un’isola; ed è per voi
un’aggravante di essere stati i capi e i condottieri di queste pratiche licenziose e illegali»429.
D’altronde, l ’attività dei pirati non prevedeva solo il saccheggio, ma anche la distruzione. La
cronaca di un attacco a una nave mercantile da parte dell’equipaggio di Roberts, fatta da un testimone
oculare e pubblicata nel 1720 sul Boston News-Letter, riporta quanto segue:
La cosa successiva che fecero fu di fare a pezzi, in preda a una rabbia folle, i boccaporti, e poi entrare come furie nella stiva, dove con
asce, sciabole, e via dicendo, tagliavano, strappavano e scassinavano bauli, casse, custodie e imballaggi, e se qualcuno di questi beni che
venivano portati sul ponte non era di loro interesse, invece di rigettarlo nella stiva lo lanciavano in mare430.

Earle crede che «più di ogni altra cosa ai pirati piaceva incendiare le navi per la pura gioia di
vedere andare a fuoco i simboli mercantili del mondo che avevano lasciato. È quello che dichiara un
pirata catturato quando gli viene chiesto perché davano fuoco alle navi visto che non comportava
alcun vantaggio: mettendosi a ridere, questi rispose che lo facevano per divertirsi»431.
Ancora una volta, i pirati ricordano i banditi sociali:

I [... ] primitivi che si ribellano non hanno un programma positivo, ma soltanto il programma negativo di liberarsi delle sovrastrutture che
impediscono agli uomini di vivere bene e di agire secondo giustizia, come nel buon tempo antico. Uccidere, annientare, incendiare tutto ciò
che non è necessario e utile all'uomo che fatica dietro l'aratro o con il bastone del pastore, significa abolire la corruzione e lasciare
soltanto ciò che è buono, puro e genuino. I briganti-guerriglieri dell'Italia meridionale, per esempio, non eliminavano soltanto i loro nemici
432
e i documenti legali della loro servitù, ma anche le ricchezze non necessarie. La giustizia sociale, per loro, era distruzione

Non stupisce che ben presto le autorità impiegarono tutti i mezzi possibili per distruggere la
«controcultura che si opponeva alla civiltà del capitalismo atlantico»433. Earle descrive così la
situazione:

D 'ora in poi, i governi inglesi si sarebbero impegnati in quello che uno storico ha chiamato imperialismo mercantile, «un grande impero
marittimo» in cui il commercio, il trasporto e l'impero stesso si sarebbero incentivati, protetti e controllati a beneficio dei commercianti e
anche del governo. Lo Stato avrebbe fornito una protezione al commercio e, in cambio, avrebbe ricevuto un flusso di entrate grazie a un
aumento dei dazi doganali e della ricchezza e marinai addestrati a combattere nelle guerre navali. In questo nuovo mondo non ci doveva
essere spazio per i pirati, per i predoni individualisti alla periferia dell'impero. Lo Stato avrebbe avuto il monopolio della violenza in mare,
attraverso la sua Marina militare in ogni momento e attraverso i corsari regolarmente incaricati e sorvegliati in tempo di guerra. I pirati
dovevano essere distrutti, non solo perché nemici dell'umanità, ma perché nemici del capitalismo e dell'espansionismo commerciale. Una
bella inversione di tendenza nella storia inglese rispetto alla posizione precedente, quando era stato concesso il perdono regale alla
pirateria in quanto promotrice dell'espansione commerciale434.

Nel succinto riassunto degli autori di Pirate Utopias, «la guerra dei pirati al commercio aveva
avuto troppo successo per essere tollerata»435. In risposta, lo Stato aveva scatenato la sua guerra: una
guerra che sembra confermare la teoria di Deleuze e Guattari, secondo cui «i fattori che fanno della
guerra di Stato una guerra totale sono strettamente legati al capitalismo»436. Sono infatti gli interessi
mercantili che alimentano la guerra nella sua fase finale. Rediker racconta che «allorché due gruppi
di mercanti, nel febbraio 1721, al culmine dei saccheggi di Roberts, presentarono una richiesta di
aiuto al Parlamento, la Camera dei Comuni ordinò E immediata preparazione di una nuova legge per
E eliminazione della pirateria, legge che, con l ’appoggio del primo ministro Robert Walpole, fu
rapidamente approvata»437. Rediker aggiunge che «i pirati dovevano essere sterminati, affinché il
nuovo commercio negriero potesse espandersi»438.
Le opzioni a disposizione dei pirati erano tutte infauste: «Diversamente dai loro predecessori
bucanieri, non godevano di alcuna copertura legale [...] ed erano quindi condannati a un rapido
sradicamento»439. La mesta storia della «campagna di annientamento» che portò alla fine dell’epoca
d’oro della pirateria è stata raccontata prima440. Il risultato fu che negli anni Venti del diciottesimo
secolo, «la lunga guerra di logoramento contro i pirati e i contrabbandieri alla fine venne vinta, e i
mari furono liberati per permettere ai mercanti inglesi di generare i loro profitti»441. Di nuovo, è a
Rediker che si deve uno splendido riassunto, questa volta del ruolo del capitalismo nell’eliminazione
di ciò che da alleato tattico per la propria espansione si era trasformato in uno dei suoi peggiori
nemici:

Se era stato il capitalismo delle piantagioni caraibiche, alleato con quello mercantile della metropoli, a uccidere la prima generazione di
pirati (i bucanieri degli anni Settanta del diciassettesimo secolo), e se era stato il capitalismo della East India Company a uccidere i pirati
degli anni Novanta di quello stesso secolo, quando le navi della compagnia erano diventate crogioli di ammutinamento e ribellione, è stato
il capitalismo della tratta schiavista africana a uccidere i pirati degli inizi del diciottesimo secolo. Essi avevano interrotto il cosiddetto
Passaggio di Mezzo, e ciò non poteva essere tollerato. Con il 1726 la maggiore potenza navale aveva rimosso uno dei principali ostacoli
all'accumulazione capitalistica in atto in un sistema atlantico in continua espansione442.

L’evidente ipocrisia delle autorità, presente in tutta la storia dei pirati e dei bucanieri caraibici, è
stata denunciata sia dalle vittime dell’epoca sia dai commentatori del ventesimo secolo. Il pirata
John Quelch, impiccato a Boston nel 1704, prima della sua esecuzione dichiarò che «si sarebbe
dovuto prendere in considerazione anche chi aveva fatto entrare i soldi nel New England, e
impiccarlo per questo!»443. Il suo compagno pirata Erasmus Peterson evocò E eterno destino dei
diseredati affermando che, a fronte delle ricchezze accumulate dai funzionari disonesti, «è davvero
intollerabile che così tante vite umane siano soppresse per una piccola quantità di oro»444. Per quanto
riguarda i doppi parametri applicati dalle autorità alle scorrerie nei Caraibi, Marley afferma,
riferendosi a Bartholomew Roberts, che «mezzo secolo prima la sua intelligenza, il suo carisma e il
suo coraggio sarebbero stati ricompensati con il titolo di cavaliere»445.
In definitiva, la pirateria dell’epoca d’oro ha verosimilmente rappresentato la più grossa minaccia
al commercio marittimo internazionale di tutti i tempi e resta un potente «epicentro simbolico del
desiderio anticapitalista»446. Come sostengono Cordingly e Falconer, «singoli atti pirata continuarono
a manifestarsi per il resto del [diciottesimo] secolo e oltre, ma con una frequenza sempre minore e
senza i precedenti effetti devastanti sui traffici e sul commercio dell’area»447.

4.11. Vittime delle circostanze o sadici sanguinari? La pirateria e la violenza

Uno dei passaggi più sorprendenti scritti da Friedrich Nietzsche in Genealogia della morale recita
come segue: «Quando l ’uomo ritenne necessario formarsi una memoria, ciò non avvenne mai senza
sangue, martiri, sacrifici; i sacrifici e i pegni più spaventosi [...] le più ripugnanti mutilazioni [...]
tutto ciò ha la sua origine in quell’istinto che colse nel dolore il coadiuvante più potente della
mnemonica»448. In relazione ai pirati e ai bucanieri caraibici, questo passaggio suggerirebbe che
senza la loro leggendaria violenza non sarebbero mai entrati nell’immaginario popolare del mondo
occidentale così come hanno fatto. Difatti, la violenza del predone dei Caraibi è, per dirla con Hans
Turley, «parte del suo alone di mistero»449. Il resoconto di Exquemelin sui bucanieri si distingue per
le sue «storie sanguinarie»450, ma anche il capitano Johnson riporta che «nel commonwealth dei
pirati, chi si spinge più in là o mostra cattiveria è guardato con una certa invidia dagli altri, quasi
fosse dotato di un valore straordinario che per ciò stesso gli dà titolo di assumere una carica che lo
distingua, e se uno così non avesse altro che il proprio coraggio, sarebbe senza alcun dubbio un
grande uomo»451. Quasi volesse illustrare questo concetto, Johnson vivacizza i suoi racconti dei
capitani pirata con commenti come quello che segue: «[Edward Low] catturò una barca da pesca al
largo di Block Island, ma non la trattò con troppa crudeltà, accontentandosi di tagliare la testa al solo
capitano»452.
Di seguito sono elencati dieci celebri esempi di atrocità commesse da bucanieri e pirati, quasi tutte
basate sui resoconti di Exquemelin e Johnson. I primi fanno riferimento a Francis FOllonais, che
nelle parole di Philip Gosse era «un mostro di crudeltà che, se fosse vissuto oggi, sarebbe stato
confinato in un manicomio criminale»453.

1. Si ritiene che i bucanieri punissero i membri della propria comunità tagliando loro il naso e le
orecchie.
2. Si narra che FOllonais facesse a pezzi con la sciabola le vittime torturate che non avevano
fornito immediatamente le informazioni richieste, «leccando via con la lingua il sangue dalla spada».
3. Si dice anche che FOllonais avesse strappato il cuore a un prigioniero e forzato un altro a
mangiarlo.
4. Sembra che Rock Braziliano fosse propenso a squartare i prigionieri e ad arrostirli sul fuoco
«come si fa con il maiale».
5. A quanto pare, Montbars lo Sterminatore apriva l’addome di un prigioniero, inchiodava il suo
intestino a un palo e poi inseguiva il prigioniero con una torcia.
6. Stando ai resoconti, il capitano Nicolo, dopo la cattura di un mercantile, tagliava la testa del
capitano e la mano di ogni marinaio.
7. Edward Low avrebbe tagliato le labbra di un prigioniero portoghese e le avrebbe grigliate di
fronte a lui.
8. Sembra che fosse una pratica comune avvolgere una corda intorno alla testa di un prigioniero e
stringerla lentamente per fargli schizzare via gli occhi.
9. Un’altra pratica comune consisteva nel «legare gli uomini schiena contro schiena e gettarli in
mare».
10. Infine, viene riportata la pratica dello sweating, in cui la vittima veniva denudata, trafitta con
aghi da vela e gettato in un barile con gli scarafaggi.

Queste e altre storie simili hanno spinto diversi autori a descrizioni piuttosto fantasiose. John
Masefield, per esempio, racconta che i bucanieri «avevano scoperto che strappare il cuore di un
prigioniero per mangiarselo crudo e senza sale, come usava fare uno dei più famosi bucanieri, era
decisamente meno appetibile di un prigioniero marinato nella sua stessa acquavite»454. Eppure, i
riferimenti alla cieca crudeltà di bucanieri e pirati sono troppo comuni per poterli semplicemente
ignorare. Infatti, l ’ipotesi che un capitano pirata abbia frustato a morte un membro dell’equipaggio
«senza alcuna ragione apparente» non sembra così inconcepibile455. Anzi, a volte la crudeltà sembra
prendere il sopravvento sugli stessi bucanieri e pirati, come nel caso della morte di Francis
FOllonais, sulla quale Konstamfa questo ironico commento: «L’Ollonais fu ucciso e probabilmente
mangiato: una fine appropriata per un uomo così feroce»456.
Vi è stato un gran dibattito tra gli studiosi contemporanei su quanto fossero realmente violenti i
bucanieri e i pirati. Le opinioni sembrano differire molto in base all’orientamento politico. Per
esempio, se Snelders afferma, un po’ sulla difensiva, che «non ci dovrebbe essere alcun dubbio sul
fatto che bucanieri e filibustieri erano tagliagole molto pericolosi, con Faggiunta di tratti disperati e
sadici»457, Cordingly esprime un giudizio meno inibito sostenendo che «il mondo reale dei pirati era
spesso più vicino ad alcuni dei film horror di oggi che alle storie riportate nei libri o nelle opere
teatrali dell’epoca»458. Ma in generale gli storici concordano sul fatto che le cronache sulla violenza
di bucanieri e pirati fossero esagerate. Per quanto riguarda i resoconti di Exquemelin e Johnson, non
si deve dimenticare che intendevano vendere copie, e che il sensazionalismo sanguinario era
probabilmente, allora come oggi, più efficace a tale scopo. Quanto ai nemici di pirati e bucanieri, è
facile immaginare che quanto più macabra era la loro reputazione, tanto più giustificabile diventava
la loro persecuzione. Infine, i bucanieri e i pirati potrebbero aver avuto loro stessi interesse a crearsi
una tale fama: potrebbe infatti aver facilitato i saccheggi, suggerendo alle vittime di astenersi dalla
resistenza nel timore di terribili ritorsioni. Non a caso Botting ha chiamato i pirati «maestri di
psicologia»459 e la loro studiata immagine un’«arma fondamentale»460 durante le incursioni. Secondo
varie testimonianze, la tattica risultava efficace. Sembra quasi che i pirati dell’epoca d’oro non
abbiano mai dovuto usare realmente la violenza per prendere un mercantile: di solito bastava issare
il Jolly Roger e sparare un paio di colpi di avvertimento.
Molti autori hanno cercato di contestualizzare la violenza di bucanieri e pirati nella cornice storica
in cui era inserita. Rediker suggerisce che la ragione dei loro atti raccapriccianti risiedesse nel fatto
che non potevano né «risolvere le contraddizioni della loro epoca»461 né «sfuggire al sistema di cui
facevano parte»462. Snelders ha insistito sull’importanza di mettere in prospettiva le azioni dei
pirati463, sostenendo che «bisogna rendersi conto che nel diciassettesimo secolo l’uso della tortura
non deviava in alcun modo dal comportamento ‘normale’ della società», e che «la tortura e altre
forme di violenza fisica costituivano lo standard in qualsiasi genere di attività sociale»464. Burg
suggerisce che «i bucanieri vivevano in un’epoca in cui infliggere dolore era una forma d’arte»465, e
anche Cordingly e Falconer ammettono che i «numerosi [...] atti di violenza e crudeltà commessi dai
bucanieri [dovrebbero essere] inseriti nel contesto dell’epoca»466. E non c’è dubbio che molti di
coloro che simpatizzano per pirati e bucanieri sarebbero pronti a sottoscrivere questa affermazione
di Snelders: «Quando si affronta il problema della ‘crudeltà’, il punto non è se i bucanieri fossero
crudeli (spesso lo erano), ma se fossero peggiori dei loro nemici e contemporanei, o se vi fossero
ragioni per la loro crudeltà e la loro sete di sangue»467.
Questo è in parte vero: è importante capire le ragioni della violenza di bucanieri e pirati, ed è
importante considerare le circostanze storiche in cui ciò avveniva. È molto probabile che la loro
violenza non fosse peggiore di quella cui ricorrevano i capitani delle navi mercantili e della Marina
militare o le autorità coloniali. Altrettanto probabile è che la violenza di questi ultimi abbia
contribuito a scatenare quella dei pirati. Questo concetto è ben espresso nella lapidaria affermazione
di Robert I. Burns, ovvero che «ogni generazione ha i pirati che si merita»468, così come nell ’accusa
lanciata dal pirata John Philps a uno dei suoi ex ufficiali: «Erano i cani come lui ad aver spinto gli
uomini alla pirateria»469. Parimenti, è verosimile che «le dure condizioni d’ingaggio producessero
individui fisicamente resistenti e spiritualmente coriacei, in grado di sopravvivere alle condizioni
impegnative e pericolose della pirateria internazionale»470, e che «lo spietato trattamento riservato ai
capitani e agli ufficiali catturati era uno sfogo emotivo del rancore che i fuorilegge del mare
provavano verso una civiltà detestata e temuta, impersonificata dal crudele capitano di una nave»471.
Allo stesso tempo, questo non risolve il problema di come le persone di oggi possano relazionarsi
con una tale violenza. Le dichiarazioni appena citate potrebbero trasformare il pirata deh’epoca
d’oro in una figura compatibile con la lotta politica contemporanea. Ma al di là dell’indubbio fascino
esercitato da quella esperienza storica, difficilmente si possono trascurare le parti sgradevoli
invocando la scusa che sono avvenute in un’altra epoca. Nessuna comunità basata sul commercio
degli schiavi, per esempio, dovrebbe diventare un punto di riferimento ideale per chi si riconosce in
una politica radicale, a prescindere dal fatto che sia esistita trecento o trenta anni fa. Snelders
potrebbe avere ragione quando dice che le ambiguità insite nelle comunità pirata dell’epoca d’oro
«non hanno bisogno di essere risolte»472. Ma sono i radicali odierni ad aver bisogno di risolvere le
proprie ambiguità, anche per quanto riguarda la violenza, e un’accoglienza acritica del tema in
relazione ai pirati e ai bucanieri caraibici sarebbe di ben poco aiuto. Ciò che appare invece
necessario è rafforzare la teoria e la prassi affrontando le contraddizioni delle pratiche radicali del
passato per migliorare quelle future.
Durante l’ultima fase dell’epoca d ’oro, i pirati rimasero invischiati in una spirale discendente in cui
la violenza e la crudeltà aumentavano drammaticamente. Scrive Rediker: «Nella sua fase finale, la
guerra diventò atroce. Man mano che aumentava il numero dei pirati uccisi, dai militari o dal boia,
quelli che rimanevano in libertà diventavano sempre più rabbiosi, disperati, violenti e crudeli. La
dialettica del terrore [...] raggiungeva ora l’apice conia carneficina»473. Nelle parole di Sherry, «una
manciata di capitani pirata portò avanti lungo tutte le rotte marittime un’ultima battaglia disperata
contro le forze della legge e dell’ordine. Come succede nella maggior parte delle cause perse, essi
[... ] lottarono con particolare furia e crudeltà»474.
Il che non dovrebbe sorprendere, in quanto rimanda a uno schema comune per i «criminali» e i
«rivoluzionari» fuorilegge: una volta che la sconfitta appare certa e la forza della «legge» si fa
sentire, la loro disperazione, e quindi la loro violenza, aumentano, provocando una contro-violenza
ancora più forte. Come sottolineano gli autori di Pirate Utopias, nel caso dei pirati dell’epoca d’oro
«si sviluppò una spirale mortale di crescente violenza dato che gli attacchi dello Stato provocavano
la vendetta dei pirati, e questo portava a un terrore di Stato ancora maggiore»475. Riferendosi al
banditismo, Hobsbawm descrive così il fenomeno:

Il banditismo, abbiamo visto, cresce e diventa endemico in tempi di tensioni e sconvolgimenti sociali. Sono questi, del resto, i momenti
più favorevoli alle esplosioni di crudeltà. Non rientrano nell'immagine fondamentale del brigantaggio, tranne per il fatto che il bandito, in
tutti i tempi, è il vendicatore dei poveri. In quelle epoche particolari, però, la crudeltà ricorre sistematicamente e con maggiore frequenza,
soprattutto nelle rivolte e nelle insurrezioni contadine (molto vicine a diventare rivoluzioni sociali), i cui militanti sono costretti a diventare
fuorilegge e rapinatori. Affamati, amareggiati, quegli uomini sono carichi di risentimento, anche verso i poveri che li hanno lasciati soli a
combattere476.

Secondo Rediker, i bucanieri e i pirati caraibici utilizzavano la violenza per tre ragioni: «Evitare il
combattimento; forzare qualcuno a rivelare dove fosse nascosto il bottino; punire i capitani
marittimi»477. La terza ragione è al centro della sezione seguente.

4.12. La vendetta come giustizia: Letica pirata

Si può parlare di «etica pirata»478? Senza dubbio i pirati del periodo d’oro navigavano attenendosi
a determinati principi e i loro Articoli ne sono la dimostrazione più tangibile. Di fatto, bastano i
principi per costituire un’etica, specialmente quando si riferiscono a un particolare modo di
intendere la giustizia. E i principi pirata dell’epoca rientrano chiaramente in questa definizione, dato
che ponevano l’accento su un’equa distribuzione della proprietà, su una pari influenza nei processi
decisionali, e sull’onestà e la fedeltà come importanti valori all’interno della comunità. Rediker
addirittura definisce l’idea di giustizia dei pirati «il fondamento stesso della loro impresa»479. Per
quanto riguarda i meccanismi interni alla comunità pirata, sarebbe quindi esistita un’etica ben
definita.
Tuttavia, le cose si complicano se la definizione di etica implica T applicazione universale dei
principi di un singolo, ovvero Testensione dei valori personali di un individuo al «mondo esterno».
Probabilmente questo non è il caso dei pirati dell’epoca d’oro, il cui universo etico, in generale,
sembrava confinato all’interno del loro esclusivo mondo sociale. Ma al di fuori di questo, il singolo
difficilmente si atteneva a quei principi. Nondimeno, c ’era una caratteristica, ancora più pronunciata
verso la fine dell’epoca d ’oro, che proverebbe l ’applicazione universale di un principio: fare
giustizia nei confronti di coloro che avevano avuto un cattivo comportamento. Non importa quanto
rudimentale o vago fosse il loro concetto di «giustizia» e di «cattivo comportamento», perché così
facendo, come i vendicatori descritti da Hobsbawm, i pirati dell’epoca d’oro assumono un profilo
etico in base a tutti i parametri: erano un soggetto sociale che applicava un'etica della vendetta a
partire da un concetto negativo di giustizia. La giustizia era resa vendicando ciò che veniva
considerato un'ingiustizia, ossia una violenza e una dominazione arbitrariamente esercitate da coloro
che detenevano l’«autorità». Nel contesto esistenziale di molti pirati, questo significava prima di
tutto che il crudele e sadico capitano di un mercantile diventava l ’obiettivo principale della loro
etica della vendetta, ben espressa nella celebre canzone pirata di origini sconosciute: «Questo per
brindare alla nostra vittoria: un bicchiere di vino rosso. / Alcune battaglie sono per le ricchezze,
alcune battaglie sono per la gloria / le prime le disprezzo, e le altre sono solo un nome. / Io combatto
per la vendetta! Amo veder scorrere via, / al colpo della mia sciabola, la vita del mio nemico».
L’enfasi sulla vendetta tra gli scorridori del mare non era un’invenzione dell’epoca d’oro,
basterebbe ricordare il famoso bucaniere Montbars lo Sterminatore. In ogni modo, la vendetta tra i
pirati divenne in maniera sempre più pronunciata un principio guida. Sherry ritiene che uno dei
motivi che più spingeva a diventare pirati fosse proprio «la possibilità di vendicarsi della società
crudele e ingiusta che la maggior parte di loro si era lasciata alle spalle»480. Similmente, Land
dichiara che «la principale motivazione di un pirata non era il profitto bensì la vendetta»481. Il
resoconto di William Snelgrave, la cui nave fu catturata dall’equipaggio di Howell Davis al largo
della costa occidentale dell’Africa, lo conferma. A quanto pare, uno dei pirati disse a Snelgrave che
«la ragione per cui facevano i pirati era di vendicarsi dei mercanti di terra e dei crudeli comandanti
delle navi»482. In tal senso, «numerosi marinai, una volta diventati pirati, approfittavano della nuova e
insolita situazione per sistemare vecchie pendenze, vendicandosi»483. Marley conferma che si trattava
di un fenomeno particolarmente pronunciato durante la fase finale dell’epoca d’oro: «Diversamente
dai loro precursori degli anni Novanta del diciassettesimo secolo, questa generazione era mossa non
da una carenza di potenziali bottini nel Nuovo Mondo, ma da un eccesso di ritorsione»484.
Tra gli ultimi capitani pirata dell’epoca d’oro, questa volontà di ritorsione raggiunge un livello
organizzato. Il capitano Johnson, nel resoconto riguardante l’equipaggio del capitano John Evan,
narra che «dopo il sequestro della nave, i pirati iniziarono ad amministrare la giustizia tra i membri
dell’equipaggio catturato in base al comportamento che il capitano aveva tenuto nei loro confronti, e
questo in accordo con il codice degli altri pirati»485. Earle aggiunge un’interessante osservazione
sulla composizione degli equipaggi pirata di quel periodo:

Questa attività di giudicare e punire i capitani delle navi mercantili è unica nella storia della pirateria e riflette la natura radicale del
«mondo capovolto» proprio della sua epoca d'oro. Quanto doveva piacere ai marinai vedere i potenti mortificati e gli oppressori
schiacciati! Questo spirito di vendetta riflette anche l'astuzia degli equipaggi pirata, giacché in precedenza non era mai successo di
attirare nelle proprie fila così tanti marinai delle ciurme mercantili, evidentemente molto insoddisfatti. In passato, alcuni bucanieri avevano
anche loro prestato servizio sulle navi mercantili, ma non erano affatto interessati al modo in cui i capitani spagnoli delle navi catturate
trattassero i propri equipaggi, anche se magari li uccidevano per il semplice fatto di essere spagnoli. Ma tra il 1715 e il 1725 un gran
numero di pirati aveva prestato servizio in viaggi transatlantici, o lungo la costa occidentale dell'Africa, o nella pesca d'altura a
Terranova, tutte situazioni in cui i modi duri dei capitani si sentivano fortemente. Per loro, una vendetta così crudele deve essere stata
molto dolce486.

Earle cita anche un dispaccio che fa ben capire quale fosse la finalità che questa vendetta pirata si
prefiggeva: «Si dovrebbero tagliare naso e orecchie ai capitani in navigazione, ‘solo per rieducare i
loro marinai’, spiegava il governatore della Virginia in una lettera in cui supplicava che una nave
militare lo riportasse a casa in Inghilterra per paura di patire lo stesso destino»487.
Il rovescio della medaglia era, naturalmente, che i capitani mercantili che avevano trattato bene i
propri marinai potevano aspirare a un destino più misericordioso. A questo proposito, il capitano
Johnson riporta un celebre episodio che riguarda il capitano Edward England e un suo «compagno
con un terribile paio di baffi, e una gamba di legno» (già incontrato nella sezione sulla pirateria e la
disabilità), il quale salva il capitano Mackra, appena catturato, dicendo che «un tempo aveva
navigato con lui» e che era «una persona d’onore». Anche il capitano William Snelgrave, catturato
dai pirati al largo della costa africana, viene salvato da una ritorsione pirata perché nessuno del suo
equipaggio avanza lamentele nei suoi confronti488. Rediker ritiene che mostrando indulgenza verso
coloro che si erano comportati in maniera buona o onesta, «i pirati speravano di far capire agli
armatori che i buoni capitani erano assistiti dalla fortuna»489. Il fatto che Rediker definisca il caso di
Snelgrave «la migliore descrizione delle idee di giustizia proprie dei pirati» dimostra ancora una
volta E ambiguità morale che attanaglia la società pirata dell’epoca d’oro: in fin dei conti, il «buon
capitano» Snelgrave era anche un mercante di schiavi.
A ll’interno delle loro comunità, i pirati, quando dovevano affrontare questioni di giustizia connesse
ai loro principi o agli Articoli sottoscritti, di solito convocavano un consiglio interno. Tutti i casi
venivano discussi e risolti in modo collettivo. A volte questi consigli potevano assumere una forma
simile a quella di un tribunale vero e proprio. A General History del capitano Johnson comprende un
passaggio rimarchevole in cui l ’autore loda i vantaggi dei tribunali pirata:

Qui la giustizia veniva formalmente rispettata, che è quanto si può dire anche di tanti altri tribunali che godono di mandati ben più
legittimi. Qui non c'era solo il punto di vista del consiglio, e la corruzione dei testimoni era un'usanza sconosciuta; nessuna manipolazione
della giuria, nessuna tortura o distorsione del senso della legge a scopi ben definiti, nessun termine incomprensibile o inutili distinzioni per
rendere fumoso o confuso il dibattimento; e le loro sessioni non erano nemmeno gravate da un numero eccessivo di funzionari, gran
maestri della rapina e dell'estorsione, con un aspetto talmente sinistro da far scappare via Astreci dalla corte490.

Questa descrizione evoca con forza le concrete idee di giustizia che si possono praticare nelle
piccole («primitive») comunità, i cui pubblici dibattiti consentono la paritaria partecipazione di tutti.
A sostegno di questo rimando al carattere «primitivo», si potrebbe anche notare come la punizione
più dura che i pirati dell’epoca d’oro di norma comminavano al proprio interno, vale a dire la
pratica del marooning, ha una somiglianza impressionante con l ’ostracismo, una delle punizioni più
dure inflitte da molte cosiddette società primitive491. A riprova del fatto che nelle comunità molto
unite E esclusione dal corpo sociale viene sempre equiparata alla morte simbolica.
In conclusione, la concezione stessa e E applicazione immediata e concreta della giustizia pirata si
sono quanto meno affrancate dall’arbitrarietà intrinseca a ogni sistema giuridico formale, soprattutto
in una società di classe. Si ricordi, per esempio, la rabbia espressa sul patibolo dai membri
dell’equipaggio di Roberts, perché loro, «povere canaglie», venivano impiccati «mentre altre
persone, non meno colpevoli per altri motivi, erano fuggite»492.
In senso nietzschiano, il più importante aspetto della giustizia pirata, e forse quello più stimolante
da un punto di vista radicale, era che i pirati andavano al di là delle convenzioni morali dominanti e
creavano propri codici e principi morali. Come scrive Snelders: «Dal momento che vivevano al di
fuori dei confini di ciò che era normalmente definito come bene e male, i pirati si comportavano
come meglio piaceva loro, pur nei limiti dei propri costumi»493. In effetti, i collegamenti tra la
filosofia nietzschiana e la vita dei pirati dell’epoca d’oro sono per molti versi sorprendenti.

4.13. Dioniso nelle Indie occidentali: uno sguardo nietzschiano alla pirateria
dell’epoca d'oro

Se definire la pirateria dell’epoca d’oro da un punto di vista politico risulta alquanto difficile, ben
più facile e promettente risulta invece individuare le sue possibili ricadute radicali, e questo perché
al centro della vita pirata c ’era una vitalità esistenziale illimitata o, nelle parole di Nietzsche, una
filosofia dionisiaca: siamo cioè in presenza di una forza antiautoritaria e liberatoria incredibilmente
vitale e potente che non conosce restrizioni dettate da considerazioni di ordine sociale, da principi
etici o da ideali politici. È quindi una forza che può trasformarsi in qualsiasi cosa: in un alleato nella
lotta per la libertà e la giustizia, o in un irriducibile avversario fascista.
Dioniso, il dio greco del vino, dell’estasi, della festa, e secondo alcuni, della «follia ispiratrice»,
gioca un ruolo cruciale nella filosofia di Nietzsche fin dal suo primo lavoro, La nascita della
tragedia (1872). In questo saggio, Nietzsche analizza la tragedia greca come l’arte che mette insieme
gli elementi «apollinei» e quelli «dionisiaci» (evidenziando come questi ultimi siano spesso
trascurati nelle nostre vite e infine totalmente abbandonati a causa della «tendenza socratica»494).
Viceversa, Nietzsche ci spinge a «credere nella vita dionisiaca»495, tanto che nei suoi ultimi testi si
erge a difensore dell’«incantesimo del dionisiaco»496. In una delle sue opere più note, Al di là del
bene e del male (1886), Nietzsche si definisce «l’ultimo discepolo e iniziato del dio Dioniso»497. In
definitiva, che cosa rappresenta questo elemento dionisiaco?
Secondo Nietzsche, è «una sistematica contro-dottrina e contro-valutazione della vita, una
valutazione puramente artistica, una valutazione anticristiana»498. I suoi desideri sono caratterizzati
da «spirito d’intrapresa, audacia, brama di vendetta, scaltrezza, avidità di preda, sete di potere»499, i
suoi valori da «una poderosa costituzione fisica, una salute fiorente, ricca, spumeggiante al punto da
traboccare, e con essa quel che ne condiziona la conservazione, cioè guerra, avventura, caccia,
danza, giostre, nonché, in generale, tutto quanto implica un agire forte, libero, gioioso»500. Nelle
parole di Deleuze, probabilmente il più sofisticato rappresentante di quelli che sono stati definiti
nietzscheani di sinistra, «compito di Dioniso è renderci leggeri, insegnarci a danzare, infonderci
l ’istinto del gioco»501.
Sarebbe però sbagliato pensare che i pirati dell’epoca d’oro rappresentassero, agli occhi di
Nietzsche, una comunità dionisiaca. A causa del suo elitarismo culturale, Nietzsche avrebbe
probabilmente visto gli eccessi festaioli degli equipaggi pirata come l ’espressione di un dionisismo
«titanico e barbarico» che critica nella sua opera La nascita della tragedia502. Tuttavia, a
prescindere dalle eventuali obiezioni di Nietzsche, analizzare T esperimento sociale dei pirati
delTepoca d’oro da un punto di vista dionisiaco è sicuramente rivelatore.

Affermazione. «L’arte dionisiaca vuole convincerci dell’eterna gioia dell’esistenza», scrive


Nietzsche in La nascita della tragedia503, e questa «affermazione della vita», «il sì dionisiaco»504,
rimane un tema cruciale in tutta la sua opera. Contro la «decadenza» e il «nichilismo» della sua
epoca, Nietzsche utilizza la figura di Dioniso per abbracciare la vita in tutte le sue dimensioni, senza
compromessi o inibizioni imposte dai valori e dai freni borghesi. Dioniso «è il dio della vita che non
deve essere giustificata, della vita che è giusta in modo essenziale»505.
I pirati dell’epoca d’oro sembrano aver condiviso tale sentimento. Gosse riferisce che il capitano
William Jennings spiegava di essere diventato pirata «per amore della vita»506, ed Earle cita un tal
George Bendali, il quale affermava che «gli sarebbe piaciuto iniziare prima a vivere in quel modo,
perché riteneva che la vita pirata fosse molto soddisfacente»507. Analogamente, il capitano Johnson
racconta di due pirati, Phineas Bunce e Dennis Macarty, che subito dopo aver accettato il perdono
reale «cominciarono a fremere e a evocare con gran piacere e vanto le loro gesta passate, quando
erano pirati, proclamando che una vita da pirata era Tunica vita degna per un uomo di spirito»508.
Sembra così confermata la conclusione di Snelders, secondo cui l’attività dei bucanieri «non era
semplicemente un modo per guadagnarsi da vivere, ma un modo di vivere»509. Un fattore decisivo -
che conferma quell’affermazione così importante nel pensiero di Nietzsche - è che bucanieri e pirati
crearono le proprie vite, se ne impadronirono spinti dalle proprie motivazioni e attività. Nietzsche
avrebbe gioito davanti all’osservazione di Rediker che il pirata Walter Kennedy «non cercava
semplicemente di sfuggire a situazioni opprimenti. Fuggiva verso qualcosa di nuovo, verso una
diversa realtà»510.

Libertà. Nel libro La gaia scienza, Nietzsche scrive:

Infatti, noi filosofi e «spiriti liberi», alla notizia che «il vecchio Dio è morto», ci sentiamo illuminati da una nuova aurora; il nostro cuore
straripa di gratitudine, di meraviglia, di presentimenti, di attesa. Finalmente, anche se non è limpido, l'orizzonte ci appare di nuovo libero,
finalmente i nostri vascelli possono riprendere il mare, affrontare di nuovo tutti i pericoli; ogni audacia è consentita di nuovo a chi vuol
conoscere; il mare, il nostro mare, è nuovamente là, aperto, e forse non vi fu mai un mare tanto «aperto»511!

E aggiunge: «C’è un altro mondo da scoprire - e più di uno! Alle navi, filosofi!»512.
Le allegorie potrebbero essere casuali, ma il concetto di libertà a loro associato evoca quello dei
pirati delTepoca d ’oro. Vari autori concordano sul fatto che la sete di libertà era un fattore decisivo
nel motivare i marinai a entrare nella lista. Per Wilson «se si guarda il quadro nel suo complesso,
piuttosto che le singole storie, si ha l’impressione che il desiderio per una totale libertà costituiva
forse la motivazione più profonda per la pirateria classica»513; per Snelders i pirati stavano
«massimizzando la libertà della gente di mare»514; per Sherry «la possibilità che la pirateria offriva
ai marinai comuni di vivere da uomini liberi era la [vera] esca pirata»515; per Land «la ricerca
consapevole della libertà e dell’autonomia diventò per molti pirati la principale ragione per la loro
scelta di vita»516; per Rediker «nella visione popolare il pirata non era ‘il nemico comune
dell’umanità’, bensì il più libero di tutti gli esseri umani»517.
Nietzsche aggiunge un’importante distinzione quando mette a confronto gli «uomini liberi nel
pensiero» e gli «uomini liberi nell’azione»: «Gli uomini liberi nell’azione sono in svantaggio di
fronte a quelli liberi nel pensiero, poiché gli uomini soffrono in maniera più manifesta per le
conseguenze delle azioni che per quelle del pensiero»518.

Sfida. Il concetto di libertà combinato con l’esigenza nietzschiana di una «trasvalutazione dei
valori»519 (la creazione di nuove morali autodeterminate) e con il «crepuscolo degli idoli»520 (il
rifiuto di venerare qualunque cosa) rimanda in modo marcato all’antiautoritarismo dei pirati
dell’epoca d’oro: «I pirati costruirono una cultura di uomini senza padrone. Essi erano tanto lontani
dall’autorità tradizionale quanto era possibile esserlo a inizio Settecento. Passando sopra alla
Chiesa, alla famiglia e al disciplinamento del lavoro, e servendosi del mare per distanziarsi dai
poteri dello Stato, essi seppero portare avanti un esperimento peculiare»521. E ancora: «In effetti,
c’era ‘sì poco governo e subordinazione’ tra i pirati che ‘essi sono, in alcune occasioni, tutti capitani,
tutti comandanti’»522.

Autodeterminazione. In diretta relazione con quanto è stato appena detto, Nietzsche dichiara: «È
cosa di ben pochi essere indipendenti - è una prerogativa dei forti. E chi tenta di esserlo, anche con
il miglior diritto, ma senza esservi costretto, dimostra con ciò che egli verosimilmente non è soltanto
forte, ma temerario sino alla dismisura. Costui si infila in un labirinto, moltiplica in mille modi i
pericoli della vita»523.
Questo senso di indipendenza o, più propriamente, di autodeterminazione è evocato in numerosi
ritratti di vita pirata. Peter Lamborn Wilson, per illustrare cosa intende con «comportamento
anarchico proto-individualista», riporta il seguente aneddoto: «A un certo punto, Eston seppe che
Giacomo i d’Inghilterra gli aveva offerto l ’indulto. ‘Perché dovrei obbedire agli ordini di un re?’,
chiese, ‘quando io stesso sono una specie di re?’»524. Marcus Rediker approfondisce questo
immaginario: «Il che forse fa luce sulla descrizione dei pirati offerta da Daniel Defoe, in cui ogni
uomo era ‘nella propria immaginazione, un capitano, un principe, o un re’. Erano posizioni di autorità
non poi così male finché chiunque potesse rivendicarne il titolo»525. Per converso, le autorità
tradizionali erano considerate con poco rispetto. L’equipaggio di Bartholomew Roberts, a quanto
sembra, disse al capitano del mercantile catturato Samuel. «Non accetteremo alcun atto di grazia: che
il re e il parlamento possano essere dannati con i loro atti di grazia»526. Rediker ne deduce che «nei
confronti di un pirata ‘nessuna lealtà, promessa o giuramento debbano essere osservati’»527. Snelders,
riflettendo sul perché le storie dei pirati ci affascinano tanto nonostante i «giudizi morali» che
ricevono, arriva alla conclusione che questo avviene «perché un pirata prende la vita nelle proprie
mani». Claes G. Compaen, per esempio, un bucaniere olandese descritto da Snelders, «decise di
giocare la sua partita. E per tre anni tenne la posizione, che è molto più di quanto la maggior parte di
noi proverà mai a fare»528. Parafrasando le tesi sulla Comune di Parigi dell ’Internazionale
situazionista, Snelders più tardi osserva che «i pirati erano diventati padroni della propria storia, non
tanto a livello di politica ‘governativa’ quanto a livello di vita quotidiana»529. Per finire vale la pena
citare per esteso il famoso sfogo che il capitano Johnson attribuisce a Saul Bellamy, indirizzato al
capitano di un mercantile appena catturato dopo il suo rifiuto di unirsi all’equipaggio pirata:

Il diavolo si porti voi e la vostra coscienza, io sono un principe sovrano, con lo stesso diritto di far guerra al mondo intero che ha un
monarca con cento navi in mare e un esercito di centomila uomini in campo; e me lo dice la mia coscienza; ma è inutile discutere con
mocciosi come voi, che si lasciano prendere a calci dai superiori per tutto il ponte, e che prestano fede a un ruffiano di prete, che è una
530
palla di sego che non crede né pratica ciò che mette in testa agli imbecilli cui tiene la predica

Merito. I concetti di libertà, sfida e autodeterminazione implicano un altro aspetto che definisce la
vita pirata dell’epoca, vale a dire la possibilità per alcuni individui di trovare un proprio spazio
all’interno di una comunità basata solo sul merito. Quando parla del capitano Every, Ritchie
commenta che «come succede di solito con i pirati, non si sa niente di lui fino al giorno in cui emerge
dalla massa anonima dei marinai per diventare capitano di una nave pirata»531. A sua volta Snelders,
quando fa riferimento a Jan Erasmus Reyning, scrive che «la sua vita è un esempio di come la
Fratellanza poteva prendere un marinaio senza prospettive e offrirgli nuove opportunità, lasciandolo
vagabondare a proprio beneficio in una vita costantemente avventurosa e pericolosa»532.
Secondo Maurice Besson, nel mondo dei bucanieri e dei pirati caraibici, «il coraggio da solo
conferiva valore»533. Un’idea che riecheggia gli ideali nietzscheani dell’uomo forte: un aristocratico
non definito dalla nascita ma dalla capacità di resistere alla vita stessa534.

Feste. Essendo il dio del vino, Dioniso è inestricabilmente legato alla festa e alla celebrazione.
Nietzsche parla di «estasi dionisiache»535, di «accenti estatici delle feste di Dioniso»536, di
«celebrazione dionisiaca»537. Deleuze evoca «la trinità della danza, del gioco e del riso»538. Sembra
dunque appropriato che Snelders abbia chiamato un capitolo del suo libro, dedicato allo stile di vita
di bucanieri e pirati, «Jote de Vivre: An Eternai Festivalr»539 e che gli autori di Pirate Utopias
commentino: «Di certo i pirati sembrano essersi divertiti molto più della loro disgraziata controparte
in servizio sui vascelli mercantili o militari. E senza alcun dubbio hanno fatto feste decisamente
selvagge»540.
Stando a Rediker, i pirati «erano allegri. E in effetti, ‘allegri’ è il termine più frequentemente usato
per descrivere l ’atmosfera e lo spirito della vita a bordo del vascello pirata»541. E aggiunge: «Molti
osservatori hanno evidenziato lo stile carnascialesco del comportamento pirata in diverse occasioni
(grandi mangiate e bevute, canti e balli, allegria sfrenata) e alcuni hanno considerato tale ‘sconfinato
disordine’ come antitetico alla corretta disciplina da tenere in mare»542. Il ruolo speciale dei
musicanti sulle navi pirata pertanto non dovrebbe sorprendere. Secondo Sherry, essi erano «di gran
lunga i membri più popolari di qualsiasi equipaggio pirata [...], uomini che potevano persuadere una
canzone a uscire da una pipa o da un corno, e che spesso venivano sollevati dai doveri più faticosi
come riconoscimento del loro melodico talento»543.

Opportunità. La propensione pirata a un’esistenza conviviale implicava che cogliere le opportunità


nel momento giusto fosse cruciale. La vita dei pirati dell’epoca d’oro è stata descritta come «una vita
estremamente insicura: non si sapeva cosa potesse accadere persino nelle ore successive»544. Questo
corrisponde alla convinzione nietzschiana che «il vero filosofo [...] vive in guisa ‘non filosofica’ e
‘non saggia’, soprattutto imprudente, e sente il peso e il dovere di cento esperimenti e di cento
tentazioni di vita - mettendo continuamente a repentaglio se stesso, gioca il suo gioco cattivo»545. Il
filosofo fa parte di quelli che «amano il pericolo, la guerra e l ’avventura»546.
La vita dei pirati dell’epoca d’oro era un’esistenza che si basava su momenti di intensità ,
filosoficamente ripresi in epoca (post)moderna da Jean-Fran^ois Lyotard e altri547. Nelle parole di
Snelders: «Non accadeva nulla per giorni interi a eccezione del fluire del mare e del passaggio di
pesci e uccelli. Poi avveniva tutto in un istante, il pericolo e l ’adrenalina esplodevano, e un solo
istante poteva renderli ricchi o morti»548. Quando Snelders prosegue evocando «questo gran galà
della Ruota della Fortuna»549, non si può fare a meno di tornare a Nietzsche, che si chiede: «Non
dovremmo tirare i dadi perché potremmo perdere?»550. La metafora, tra Faltro, si adatta bene alla
documentata ossessione dei pirati per il gioco d’azzardo. Secondo Maurice Besson, ciò di cui
avevano bisogno i bucanieri e i pirati dei Caraibi «erano i combattimenti e gli assalti, e poi, al
ritorno, le orge e il tavolo da gioco»551.

Fluidità. Intrinsecamente connesso all’idea di opportunità c’è un altro aspetto che caratterizza la vita
pirata: l’instabilità, l’insicurezza, il mutamento continuo, la discontinuità. Scrive Botting: «Le ciurme
pirata erano [...], in tutti i sensi, una popolazione fluttuante, sempre mutevole, mai della stessa
dimensione e composizione da un mese all’altro, senza legami con niente e nessuno, né navi, né
capitani, né cause»552. E Rediker aggiunge: «In occasione dell’elezione di un capitano, gli uomini che
favorivano il non eletto potevano anche stilare altri Articoli e separarsi dai loro vecchi compagni.
[...] Chi aveva sperimentato il mondo claustrofobico e autoritario della nave mercantile apprezzava
la libertà di separarsi»553.
Un interessante dettaglio della cultura pirata caraibica da tenere in considerazione a questo
proposito è che i bucanieri apparentemente rinunciavano ai propri nomi quando si univano alla
comunità dei Fratelli della Costa. Nelle parole di Besson, il loro «passato veniva dimenticato;
diventavano un’unità all’interno di una truppa incessantemente decimata e altrettanto incessantemente
rinnovata»554. Se questo corrisponde al vero, allora il proto-individualismo di bucanieri e pirati
descritto da Peter Lamborn Wilson porterebbe a un rifiuto del soggetto che non solo renderebbe
felici i teorici del post-strutturalismo, ma confermerebbe anche l ’affermazione nietzschiana che «al
mistico grido di giubilo di Dioniso la catena dell’individuazione viene spezzata»555.

Paura. Nietzsche non nega mai che una vita basata sull’insicurezza e sul flusso delle opportunità
includa anche la crudeltà e la paura. Anzi, è un aspetto cruciale della sua filosofia che questi tratti
esistenziali siano accolti come parte integrante della vita stessa, che va assunta in toto. In La gaia
scienza, il filosofo definisce V essere eroico come «il procedere simultaneamente verso ciò che più
intimorisce e ciò che più fa sperare»556. In parole semplici, vale la pena provare la paura se ciò
significa vivere una vita eccitante, e nessuna vita può essere tale in assenza di pericolo e dunque del
suo necessario corollario, la paura. Nelle parole di Deleuze: «Coloro che soffrono di una
sovrabbondanza di vita assegnano alla sofferenza un senso affermativo, considerando l’ebbrezza
un’attività»557. Nietzsche stesso dichiara: «Ma chi non preferirebbe cento volte temere, qualora al
tempo stesso potesse ammirare, invece che non temere, senza pertanto potersi più liberare dalla vista
disgustosa dei malriusciti, dei meschini, degli intristiti e intossicati? [...] poiché è dell’uomo che noi
soffriamo, non v ’è dubbio. Non il timore, ma piuttosto il fatto che non c ’è più nulla da temere
nell’uomo; che il verminaio ‘uomo’ è in primo piano e brulica»558.

Morte. Nietzsche non solo assume la paura come parte dell’esistenza, ma assume anche la morte. In
Così parlò Zarathustra scrive: «Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. [...] Muori al
momento giusto: così insegna Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come
potrebbe morire al momento giusto?»559.
Le vite di molti pirati dell’epoca d’oro sembrano riflettere questo stesso sentimento. La possibilità
di trovare la morte era sempre incombente, e per molti divenne realtà. Rediker sottolinea che «la
sorte del pirata era [...] una morte prematura» e che «uno su quattro è deceduto di morte in qualche
modo violenta»560. In una nota di Pirates ’ Who ’s Who, Gosse riferisce che un tal Thomas Hazel,
impiccato all’età di cinquantanni, «era uno dei pirati più longevi di cui si sia mai sentito parlare»561.
Tuttavia, per la maggior parte dei pirati la possibilità di morire non sembrava essere un deterrente
in grado di distoglierli dai loro traffici. Ci sono probabilmente anche spiegazioni psico-sociologiche
a questo proposito, come quella di Cordingly: «Nonostante il grosso rischio di essere catturati e
giustiziati per gli atti che avevano commesso, la pirateria era comunque un’alternativa attraente al
morire di fame, al mendicare, al rubare sulla terraferma o al servire in terribili condizioni su una
qualche nave senza ricevere in cambio una congruente ricompensa monetaria»562. Questo è
confermato da un certo Robert Sparks, un marinaio della Abington citato da Rediker, il quale avrebbe
detto «che la loro nave ‘sarebbe stata una buona nave pirata’, e insisteva ‘che sarebbe stato meglio
morire piuttosto che vivere in miseria’»563. Questa convinzione toglieva mordente persino alla
prospettiva di una possibile esecuzione: «Man mano che i pirati venivano impiccati in numero
crescente, e il rischio di morte aumentava per coloro che ‘entravano nella lista’, quelli rimasti
rispondevano intensificando la reciproca solidarietà, ‘uno per tutti, tutti per uno’. E ci ridevano
sopra»564.
L’attitudine verso la morte (e la vita) dei pirati dell’epoca d’oro è ben espressa nella famosa frase
che il capitano Johnson ascrive al capitano Bartholomew Roberts: «‘Quando si presta servizio
onestamente’, diceva, ‘quel poco che c’è è in comune, le paghe sono basse e il lavoro è duro; eppure
vi è abbondanza e sazietà, piacere e agio, libertà e potere; e chi non riterrebbe di aver fatto un buon
affare quando il rischio che si corre per tutto questo sono, alla peggio, due smorfie nel momento in
cui la corda si stringe alla gola? No, una vita allegra e breve, questo è il mio motto’»565.
L’indifferenza verso la probabile prospettiva della morte era anche la caratteristica principale delle
tante varianti del Jolly Roger: «Alcune bandiere pirata mostrano scheletri danzanti, nel senso che
ballano una giga con la morte, ovvero ci giocano insieme e non si curano della loro sorte. Questo
stesso simbolismo si trova nell’immagine dei calici alzati, che raffigura un brindisi alla morte che
verrà: coloro che sventolavano questa bandiera non erano interessati al proprio destino»566. Rediker
suggerisce che «la sfida alla morte» non era solo il significato della bandiera pirata, ma «forse della
pirateria stessa»567. In un’altra famosa citazione riportata da Johnson, Mary Read dice «che
all’impiccagione non dava molto peso, perché se così non fosse, tutti i codardi diventerebbero pirati,
e infesterebbero i mari in così gran numero che gli uomini di coraggio morirebbero di fame»568.
Se dunque l’impiccagione aveva un suo ruolo deterrente, molti pirati, orgogliosi della propria
autodeterminazione, erano però fermamente intenzionati a negare alle autorità il piacere di poterli
giustiziare, pur essendo pronti a morire. Si narra che gli uomini dell’equipaggio di Bartholomew
Roberts avrebbero detto ai passeggeri di un vascello catturato che «loro non sarebbero mai finiti a
Hope Point [il nome con il quale i pirati chiamavano Wapping, la località sul Tamigi dove
avvenivano le esecuzioni - N.d.T.] per essere impiccati», ma che «se fosse accaduto di essere
attaccati da una forza preponderante che non fossero stati in grado di contrastare, avrebbero
immediatamente dato fuoco alle polveri con un colpo di pistola, e sarebbero tutti insieme andati
allegramente all’inferno!»569. Secondo Rediker, «in effetti, molti equipaggi avevano fatto giuramento
reciproco di ‘saltare in aria piuttosto che essere catturati’»570.
Oltre a sfidare la morte, molti pirati avevano anche rinunciato al paradiso. William Snelgrave
riporta che i membri dell’equipaggio del capitano pirata Thomas Cocklyn dicevano di essere «in
viaggio verso l’inferno»571. Ancora una volta, è una citazione ripresa da A General History che
spiega questo modo di sentire nel migliore dei modi. Quando Thomas Sutton, uno dei pirati catturati
della ciurma di Bartholomew Roberts, chiede a un compagno di prigionia che prega con foga «che
cosa sperava di ottenere con tutto quel chiasso e quella devozione», si sente rispondere: «Il paradiso,
spero», al che Sutton ribatte: «Il paradiso, che sciocco [...]. Hai mai sentito di qualche pirata che ci
sia andato? Dammi Tinferno, piuttosto, è un posto più allegro; e al mio ingresso saluterò Roberts con
tredici colpi di pistola»572.

Distruzione. Le associazioni tra la pirateria dell’epoca d’oro, le scorrerie e la crudeltà non pongono
alcun problema nel contesto della filosofia nietzschiana. E in effetti il filosofo vede legami diretti tra
l ’attività distruttiva e l ’avanzamento esistenziale. Un passaggio spesso citato da Al di là del bene e
del male richiama alla memoria gli obiettivi perseguiti dai pirati:

Diciamocelo francamente, come sino a oggi ogni civiltà superiore è cominciata sulla terra! Uomini con un'indole ancora naturale,
barbari in ogni terribile significato della parola, uomini da preda ancora in possesso di non infrante energie volitive e bramosie di potenza,
si gettarono su razze più deboli, più ben costumate, più pacifiche, forse dedite al commercio o alla pastorizia, o su antiche civiltà
marcescenti, in cui appunto l'ultima forza vitale fiammeggiava in rutilanti fuochi artificiali d'intelligenza e di pervertimento. La classe
aristocratica è stata sempre, in principio, la casta barbarica: la sua preponderanza non stava in primo luogo nella forza fisica, ma in quella
573
psichica - erano gli uomini più interi

Gilles Deleuze traccia un collegamento tra il significato di distruzione e il momento dionisiaco nel
pensiero di Nietzsche:
La distruzione diventa attiva nella misura in cui il negativo si trasmuta, si converte in potenza affermativa: istantanea «gioia eterna del
divenire», «gioia nell'annientare», «affermazione del flusso e dell'annientare». [...] È il «punto decisivo» della filosofia dionisiaca, il punto
in cui la negazione esprime un'affermazione della vita, distrugge le forze reattive e reintegra l'attività nel pieno dei suoi diritti, il punto in
574
cui il negativo diventa tuono e fulmine di una potenza di affermare

Non stupisce allora che Nietzsche dichiari che «l’uomo attivo, aggressivo, prevaricante è pur
sempre cento passi più vicino alla giustizia dell’uomo che reagisce»575, e lodi una «giustizia
punitiva»576 che ci rimanda al cuore stesso dell’etica pirata dell’epoca d’oro.

Ebbrezza. Essendo Dioniso il dio del vino e, come dice Nietzsche, un «artista dell’ebbrezza»577, non
si può non menzionare l ’importanza del bere all’interno della comunità pirata. Snelders si accontenta
di osservare che «l’alcol era un elemento di unione tra i pirati»578. Altri commentatori, però, si
spingono oltre. Rediker riporta che «ci fu un marinaio unitosi ai pirati il quale asserì che bere era per
lui più importante che diventare ricco (e molti probabilmente erano della sua stessa opinione)»579, e
Sherry scrive che «era la libertà di bere quanto e come si voleva che il comune fuorilegge dei mari
apprezzava più di ogni altra cosa»580. In effetti, se Exquemelin suggerisce che i bucanieri bevono
brandy «nella stessa misura in cui gli spagnoli bevono l ’acqua di fonte»581, il capitano Johnson
riporta che «la sobrietà portava un uomo a essere sospettato di far parte di un complotto contro la
comunità, e per come la vedevano, era considerato una canaglia proprio perché non si ubriacava»582.
Un altro passaggio divertente di A General History conferma l ’alta considerazione in cui i pirati
tenevano l ’alcol: quando alcuni piantatori di Mauritius visitarono a bordo della loro nave una ciurma
pirata avvelenata dal cibo, «consigliarono loro di bere in abbondanza un liquore forte, che era
l ’unico modo per espellere il veleno [...] [I pirati] seguirono prontamente il consiglio, dato che la
prescrizione era assolutamente gradita»583.
Nietzsche probabilmente non avrebbe approvato le orge alcoliche dei pirati. Infatti, nel suo saggio
Aurora, critica quelli che «considerano l’ebbrezza come la vera vita, come il loro vero io» e coloro
che «impiegano tutte le loro forze nel radicare dentro la vita la loro fede nell’ebbrezza quasi fosse la
fede nella vita stessa»584. Nonostante ciò, in La nascita della tragedia il filosofo dichiara che
«riusciamo allora a gettare uno sguardo nell’essenza del dionisiaco, a cui ci accostiamo di più
ancora attraverso l’analogia con l ’ebbrezza» 5*5.
Forse le Indie occidentali sarebbero state un posto accogliente per Friedrich Nietzsche, o quanto
meno per il dio del vino, Dioniso. In Genealogia della morale Nietzsche scrive:

Si direbbe che nei moralisti ci sia un odio per le foreste vergini e per i tropici! E che F«uomo tropicale» debba essere screditato a tutti i
costi, sia come malattia e degenerazione umana, sia come un proprio inferno e una tortura di se stesso. Perché mai? A favore forse delle
«zone temperate»586?

Le ambiguità politiche che sono emerse nel corso del libro non possono certo essere risolte
appellandosi ad argomentazioni basate sulla «giusta» interpretazione, cosa che ci porterebbe in
vicoli ciechi di tipo ideologico. Piuttosto, queste ambiguità possono essere risolte solo ricorrendo a
una loro rimodulazione, a un ri-adattamento. Per Nietzsche e i pirati dell’epoca d’oro è troppo tardi
per farlo, ma per noi non è così.

Note al capitolo

1. Knight, The C a rib b ea n , p. 90.


2. Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes, p. 117.
3. Peter Earle, The S a c k o f P an a m a , London, Jill Norman & Hobhouse, 1981, p. 66.
4. Fuller e Leslie-Melville, P irate H a rb o u rs a n d Their Secrets, p. 73.
5. Williams, C apta in s O u tra g eo u s, p. 150.
6. Per esempio, Larry Law, A True H isto rie & A c c o u n t o f thè P yra te C aptain M isso n , H is Crew & Their C o ìo n y o f L ib ertatia
F o u n d e d on P eo p les R ig h ts & L ib erty on thè Isla n d o f M a d a g a sc a r, London, Spectacular Times, 1980, p. 5.
7. Marx, The B rethren o f thè Cocist, p. 41.
8. Exquemelin, The B u c c a n ee rs o f A m erica, pp. 59-60.
9. Snelders, The D e v il ’s A n a rch y, p. 83.
10. Lbid., p. 80.
11. Johnson, A G e n e ra i H istory, p. 307.
12. Ib id ., p. 182.
13. Ib id ., p. 184.
14. Ib id ., pp. 274-275.
15. Ib id ., pp. 307-308.
16. Ib id ., pp. 182-184.
17. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, pp. 25-26.
18. Johnson, A G e n e ra i H istory, p. 400.
19. Citato in Jameson, P riva te erin g a n d P ira cy in thè C o lo n ia l P e rio d , p. 342.
20. Joel Baer, P ira tes, Qoucestershire, Stroud, 2007, p. 208.
21. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 79.
22. Ib id ., p. 171.
23. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 94.
24. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 198.
25. Earle, P ira te Wars. p. 179.
26. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 104
27. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 20.
28. Grey, P ira tes o f thè E a stern S e a s, p. 19.
29. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 172.
30. Si veda Rediker, C a n a g lie di tutto il m ondo, p. 38, p. 90. Per la stima del numero di navi si veda Earle, P irate Wars, p. 162.
31. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 51.
32. Ib id ., p. 91.
33. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 409.
34. Sherry, R a id ers & R eb els, pp. 94-95.
35. Earle, P ira te Wars. p. 178.
36. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 439.
37. Fuller e Leslie-Melville, P irate H a rb o u rs a n d Their Secrets, pp. 76-77.
38. Exquemelin, The B ucccineers o f A m erica, p. 72.
39. Ringrose, The D a n g e ro u s Voycige a n d B o ld A ssa u lts o f C aptain Bcirtholom ew S h a rp a n d O thers, p. 502.
40. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 91
41. Ib id ., p. 90
42. Ib id ., p. 161
43. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 334
44. Ib id ., p. 288.
45. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 124.
46. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 312.
47. Ib id ., p. 292.
48. Peter Lambom Wilson, prefazione a Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. IX.
49. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 146.
50. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 297.
51. Land, F lyin g thè B la c k F lag, p. 180.
52. La forte stratificazione e gerarchia di questi gruppi di certo costituisce una considerevole differenza rispetto alle comunità di bucanieri
e pirati. Molti dei problemi associati al valore della «fratellanza», tuttavia, sembrano rimanere gli stessi.
53. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 94.
54. Cordingly e Falconer, P ira tes, p. 99.
55. Rediker, L ib erty b en ea th thè J o lly R o g er, p. 306.
56. Ib id ., p. 307.
57. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 330.
58. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 109.
59. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 111.
60. Treinen, P ara sitd re A n a rch ie, pp. 33-34.
61. Ib id ., p. 34.
62. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 544.
63. Anonymous. Tirale Utopias: Under thè Banner o f King Death.
64. Marley, P ira tes, p. 98.
65. Ibid.
66. Konstam, H isto ry o f P ira tes, p. 98.
67. Si veda, per esempio, Rediker, C anaglie di tutto il m ondo, pp. 170-175.
68. Un'utile panoramica si può trovare in Cordingly e Falconer, P irates, pp. 78-79.
69. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 172.
70. Cordingly e Falconer, P ira tes, pp. 78-79; Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes, p. 139ff; Rediker, C anaglie di tutto il m o n d o , p. 173.
71. Rediker, C a n a g lie dì tutto il m o n d o , p. 171. La classificazione di Rediker dei fuorilegge pirata come «proletari» qui è stata omessa
poiché desidero affrontare la discussione sulla pirateria e la classe - compresa la parzialità di Rediker nel considerare proletari i pirati
dell'epoca d'oro - nella sezione «Rivoluzionari, radicali o proletari?».
72. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 108. Si veda anche il capitolo precedente.
73. Land, F lyin g thè B la c k F lag, p. 179. Questa analisi è decisamente in contrasto con quella di Frank Sherry: «Se il Jolly Roger era il
simbolo di una confederazione pirata frammentaria, era anche il segnale di una spinta verso l'unità e verso una vera e propria forma
statale tra i pirati del Madagascar. Un ulteriore aspetto di questa spinta era la loro propensione a radicarsi nel territorio e a insediarvisi in
modo permanente», in R a ìd ers & R eh els, p. 98. Si tratta probabilmente di un eclatante esempio della sopravvalutazione di Sherry della
comunità pirata del Madagascar, fraintendendone le intenzioni e proiettando sull'epoca d'oro ambizioni politiche che non le
appartenevano.
74. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 94.
75. Gill, The D e v ii s M a rin e r, p. 87.
76. David Starkey, P ira tes a n d M a r k e ts , in Pennell (a cura di), B a n d ìts a t S ea , p. 111.
77. Turley, Rum, S o d o m y a n d thè L a sh , p. 39.
78. Botting, The Pirates, p. 47.
79. Wilson, Pirate Utopìcis, p. 30.
80. Sherry. Raìders C Rehels. p. 130.
81. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 131.
82. Anonymous. Pirale IJtopias: Under thè Banner o f King Death.
83. Klausmann et al., Women Pirates and thè Politics o f thè Jolly Roger, p. 169.
84. Leeson, A n -a rrg h -c h y .
85. Land, F lyin g thè B la c k fla g , pp. 180-181.
86. Foucault, B iso g n a d ifen d ere la so cietà , p. 28.
87. Ib id ., p. 49.
88. Ib id ., p. 50.
89. Ib id ., pp. 56-57.
90. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , p. 173.
91. Prefazione a Charles Ellms (a cura di), The P irates O w n B o o k, or A u th e n tic N a rra tives o f thè Lìves, E xploìts, a n d E xecu tio n s
o f thè M o s t C ele b ra te d S ea R o b b e rs, Salem (MA), Marine Research Society, 1924, p. III.
92. Gosse, S to ria d ella p ira te ria , p. 139.
93. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 285.
94. Sherry, R a ìd ers & R eb els, p. 297.
95. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 198.
96. Deleuze e Guattari, N o m a d o lo g ia , p. 65.
97. Ib id ., p. 1.
98. Ib id ., p. 114.
99. Ib id ., p. 107.
100. Ib id ., pp. 107-108.
101. Ib id ., p. 114.
102. Ib id ., p. 59.
103. Si veda «La pirateria e la violenza» in questo capitolo.
104. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 108.
105. Konstam, H isto ry o f P ira tes, p. 117.
106. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 89.
107. Deleuze e Guattari, N o m a d o lo g ia , p. 14.
108. Winston. No Purchcise, No Pciy, p. 231.
109. Thomson. M ercen a ries, P irates a n d S o vereig n s, p. 54.
110. Johnson,^ G e n e r a lH is to r y , pp. 37-38.
111. Earlq , P ira te Wars, p. 159; Rediker, C anaglie di tutto il m o n d o , p. 27.
112. Gosse, Sto ria d ella p ira te ria , p. 190.
113. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 167.
114. Mao Tse-tung, O n G uerrilla Warfare, in Mao Tse-tung e Che Guevara, G uerrilla Warfare, London, Cassell & Company, 1962, p.
31.
115. Carlos Marighella, P roblem s a n d P rin cip les o f S tra teg y, in U rban G uerrilla Warfare in L atin A m erica, Cambridge-London, MIT
Press, 1974, p. 86.
116. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 33.
117. Ernesto Che Guevara, W hat Is a G uerrilla?, in G uerrilla Warfare & M cirxism , a cura di William J. Pomeroy, New York,
International Publishers, 1970, pp. 288-289.
118. Ernesto Che Guevara, G uerrilla Warfare, in G uerrilla Warfare, p. 113.
119. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 55.
120. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 131.
121. Marighella. M in iman uà I o f thè U rban G uerrilla, in U rban G uerrilla Warfare in L atin A m erica , pp. 101-102.
122. Marighella, M ìn ìm a n u a l, pp. 93-94. L'unica cosa omessa in questo elenco è «addestramento da sommozzatore», qualcosa difficile
da fare nell'isola di Hispaniola del diciassettesimo secolo.
123. Marighella. M in im a n u al. p. 97.
124. Marley, P ira tes, p. 62.
125. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 130.
126. Marighella. M in im a n u al. p. 95.
127. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, pp. 59-60.
128. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 67.
129. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 60.
130. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 115.
131. Kemp e Lloyd, Brethren o f thè Cocist, p. 5.
132. Marighella. M in im a n u al. p. 100.
133. Gosse, P ira tes ’Who s W ho,p. 52.
134. James Connolly, Street F ig h tin g , in G uerrilla Warfare & M cirxism, p. 136.
135. Calvin. P a llerns o f P illage. p. 164.
136. Régis Debray, R evo lu tio n in thè R e v o lu tio n ? , in G uerrilla Warfare & M a rxism , p. 299 (trad. it.: R ivo lu zio n e n ella r iv o lu zio n e ? ,
Milano, Feltrinelli, 1967).
137. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, pp. 70-71.
138. Cordingly e Falconer. P irales. p. 114.
139. Botting, The P ira tes, p. 55.
140. Marighella. M in im a n u al. p. 102.
141. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 70.
142. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 118.
143. Ib id ., p. 114.
144. Konstam, B ucccineers, p. 10.
145. Botting, The P ira tes, p. 55.
146. Cordingly e Falconer. P irales. p. 70.
147. Marighella. M in im a n u al. p. 102.
148. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 74.
149. Debray, R evo lu tio n in thè R e v o lu tio n ? , p. 300.
150. Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes, p. 242.
151. Calvin. P a llerns o f P illage, p. 68.
152. Marighella. M in im a n u al. p. 102.
153. Ib id ., p. 103.
154. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 113.
155. Guevara, W hcitls a G uerrilla?, p. 290.
156. Earle, Pirate Wars. p. 184.
157. Ib id .
158. Marighella. Problem s a n d P rin cip les o f S tra teg y, p. 85.
159. Marighella. M in irm n u a l. p. 97.
160. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 39.
161. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 117.
162. Guevara, W h a tls a G uerrilla?, p. 290.
163. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 198.
164. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 19.
165. Cordingly. Life Among thè Pirales. p. 110.
166. Marighella, O u estio n s o f O rganization, in U rban G uerrilla Warfare In L atin A m erica , p. 78.
167. Marighella. M in im a n u al. p. 99.
168. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 65.
169. Ib id ., p. 66.
170. Ib id ., p. 66.
171. Guevara, G uerrilla Warfare, pp. 130-131.
172. Cordingly. Life Among thè Pirales. p. 117.
173. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 79.
174. Ib id ., p. 81.
175. Sherry, Rciiders & R eb els, p. 128.
176. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 187.
177. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 26.
178. Marighella, O u estio n s o f O rganization, p. 73.
179. Ib id ., p. 79.
180. Marighella, M in im a n u a l, p. 105.
181. Tse-tung, On G uerrilla Warfare, p. 70.
182. Ib id ., p. 75.
183. Guevara, G uerrilla Warfare, p. 118.
184. Ib id ., p. 129.
185. Ib id ., p. 132.
186. Vladimir I. Lenin, G uerrilla Warfare, in G uerrilla Warfare & M cirxism , p. 87.
187. Anonymous. Tirale Utopias: Under thè Banner o f King Death.
188. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 111.
189. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , pp. 172-173.
190. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, 110.
191. Tur lev. Rum. S o d o m y a n d thè L a sh , p. 30.
192. Jameson, P riva te erin g a n d Pircicy in thè C olonia! P erio d , p. 304.
193. Johnson, A G e n e ra i H istory, p. 252.
194. Ib id ., p. 435.
195. Ib id ., pp. 135-136.
196. Si veda «L'etica pirata» in questo capitolo.
197. «Boston News-Letter», August 22nd, 1720, citato da Jameson, P riva te erin g a n d P ira cy in thè C olonia! P erio d , p. 315.
198. Hill, R a dica i' P ira te s? ,p. 180.
199. Ib id ., p. 174.
200. Ib id ., pp. 173-174.
201. Christopher Hill, The World T urned U pside D ow n: R a d ic a i Idecis D u rin g thè E n g lish R e vo lu tio n , New York, The Viking Press,
1973, p. 339.
202. James C. Davis, Fear, M y th a n d H is to r y : The R a n ters a n d thè H ìsto rìa n s, Cambridge, Cambridge University Press, 1986, p. 75.
203. Hill. Radicai Pirates?. p. 178.
204. Si veda, per esempio, il dizionario di etimologia ordine (http://www.etymonline.com.).
205. Per esempio, John Pro in Cordingly, L ife A m o n g thè P irates, pp. 25-26.
206. Gosse, Sto ria d ella p ira te ria , pp. 257-259.
207. William C. Braithwaite, The B eg in n in g s o f O uakerism , London, Macmillan & Co., 1912, p. 402.
208. Johnson, H G e n e ra l History,])]). 179-180.
209. Ian Gentles, The N ew M o d e l A rm y in E ngland, Ire la n d a n d S c o tla n d 1 6 4 5 -1 6 5 3 , Oxford-Cambridge (MA), Blackwell, 1992, p.
118.
210. Oliver Cromwell, S p e e ch a t thè O p en in g o f P a rlia m en t 1 656, in The B la c k L eg en d : A n ti-S p a n ish A ttitu d es in thè O ld World
a n d thè N ew , a cura di Charles Gibson, New York, Alfred A. Knopf, 1971, pp. 54-62.
211. Cfr. Rogozitiski. 4 B r ie f H istory. p. 88.
212. Il saggio di Bromley Outlaws at Sea include argomentazioni simili a quelle di Hill, ma in riferimento ai bucanieri francesi. Bromley
sostiene che tra gli engcigés francesi, fondamentalmente servi a contratto, vi fossero molti francesi radicali deportati. Visto il buon
numero di engcigés confluiti tra i bucanieri, un'effettiva influenza potrebbe risultare verosimile. Come nel caso di Hill, tuttavia, le prove
empiriche sono scarse e molte sembrano essere lasciate alla speculazione.
213. A questo punto, alcune implicazioni problematiche della visione di Hill sulla libertà dei pirati non dovrebbero essere trascurate: «La
libertà dei pirati si estendeva alle relazioni sessuali. Si sa di donne a bordo, e la condivisione delle mogli è testimoniata. Una volta un
equipaggio vendette a uno schiavista una nave in cambio di sessanta donne africane. La nave fu rinominata The B a c h e lo r s D elight.
[...] Marlene Brant osserva che la metafora preferita per indicare una meretrice era la nave», in L ib erty A g a in s t thè Lciw, p. 120. Hill
qui si prende qualche libertà visto che le origini della The B a c h e lo r s D e lig h t sono ancora oggetto di dibattito.
214. Hill, L ib erty A g a in s t thè Lciw, p. 118.
215. Hill,R a d ic a i'P ira te s? ,p. 174.
216. Ib id ., p. 173.
217. Sherry, Rciiders & R eb els, p. 327.
218. Johnson. A G e n e ra l H istory, p. 591.
219. Gosse, The P ira tes ’Who s W ho, p. 228.
220. Angus Konstam, P irates: Predcitors o f thè S ea , New York, Skyhorse Publishing, 2007, pp. 152-153.
221. Marley, P ira tes, p. 133.
222. Earle, P ira te Wcirs, p. 123.
223. Ib id ., p. 170.
224. Si veda anche Colin Woodard, The R e p u b lic o f P ira tes, pp. 3-4.
225. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 13.
226. Rediker, H y d ra rc h y a n d L ib erta lia , p. 29.
227. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 182.
228. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , p. 163.
229. Anonymous. Pirale Utopias: Under thè Banner o f King Death.
230. Erik Olin Wright, Clcisses, London, Verso, 1985, p. 6.
231. Si veda anche Turley: «Una volta usciti dalle convenzioni della società inglese, i pirati non appartengono più a nessuna classe», in
Rum, S o d o m y a n d thè L a sh , p. 85.
232. Thomson, M ercen a ries, P irates a n d S o vereig n s, p. 48.
233. Anonymous, P ira te U topias: U nder thè B a n n e r o f K in g D eath.
234. Turley. Rum. Sodomy and thè Lash, p. 172.
235. Clastres, L a so cietà contro lo Sta to , p. 161.
236. Wilson, U topie p ira ta , p. 19.
237. Kinkor, B la c k M e n u n d er thè B la c k Flcig, pp. 195, 204; Hill, R a d ic a i P ira tes? , pp. 179-180; Haude, F rei-B euter, p. 595; Wilson,
prefazione a Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. IX; Bromley, O utlaw s a t S ea , p. 314.
238. Kinkor, B la c k M e n u n d er thè B la c k F lag, p. 204.
239. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 319
240. Hobsbawm, I b anditi, p. 11.
241. Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , p. 8.
242. Gosse, Sto ria d ella p ira te ria , p. 313.
243. Earle, P ira te Wcirs, p. 212.
244. Gosse, Sto ria d ella p ira te ria , p. 227.
245. Wilson, prefazione a Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. IX.
246. Hobsbawm, I b anditi, p. 14.
247. Earle. P ìra/e Wars. p. 185.
248. John Franklin Jameson, P rivciteering a n d P ira c y in thè C olonia! P erio d , p. Vili.
249. Hobsbawm, I b anditi, p. 15.
250. Ib id ., p. 13.
251. Ib id ., p. 17.
252. Ibid., p. 78.
253. Ib id ., p. 80.
254. Ib id ., p. 72.
255. Ib id ., p. 73.
256. Ib id ., p. 24.
257. Ib id ., p. 77.
258. Ib id ., p. 27.
259. Ibid.
260. Ib id ., pp. 29-30. Il termine «contadino» è stato omesso in questa citazione dato che non risulta rilevante per l'argomento in
questione. La questione di come i pirati dell'epoca d'oro si adattino a tale analisi nonostante non siano contadini sarà oggetto di
discussione più avanti nel volume.
261. Hobsbawm, I b anditi, pp. 48-49.
262. Ib id ., p. 15.
263. Jameson, P rivciteering a n d P ira cy in thè C olonia! P erio d , p. 304.
264. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 47.
265. Hobsbawm, I b anditi, p. 49.
266. Ib id ., p. 37.
267. Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , p. 9.
268. Hobsbawm, I b anditi, p. 104.
269. Ib id ., p. 71.
270. Ib id ., p. 66.
271. Ib id ., pp. 71-72.
272. Ib id ., p. 71.
273. Ibid.
274. Ib id ., p. 66. Di nuovo, l'attributo contadino è stato omesso.
275. Hobsbawm, I b anditi, p. 52.
276. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 11.
277. Hill, R a dica i ' Pircites? , p. 165.
278. Hobsbawm, I b anditi, p. 59.
279. Ib id ., p 58.
280. Ib id ., p. 113.
281. Ib id ., p. 13.
282. Ib id ., pp. 13-14.
283. Ib id ., p. 32. Hill ha anche indicato il fatto che l'analisi del so tto b o sco crim inale è più applicabile alla pirateria dell'epoca d'oro
rispetto al concetto di bandito contadino di Hobsbawm, R a d ic a i Pircites? , p. 180.
284. Hobsbawm, I b anditi, pp. 33-34.
285. Eric J. Hobsbawm, P rim itive R ebels: S tu d ies in A rc h a ic F orm s o f S o c ia l M o v e m e n t in thè 19th a n d 2 0 th C enturies, terza
edizione, Manchester, Manchester University Press, 1959, 1971, p. 5 (trad. it.: I ribelli. F orm e prim itive di rivo lta so cia le, Torino,
Einaudi, 2002).
286. Ib id ., p. 24
287. Hobsbawm, I b anditi, p. 67.
288. Hobsbawm , P rim itive rebels, p. 13.
289. Cfr. Hobsbawm, I ban diti, p. 101.
290. Ib id ., p. 50.
291. Ib id ., p. 20.
292. Ib id ., p. 19.
293. Ib id ., p. 20.
294. Hobsbawm, P rim itive rebels, p. 24.
295. Ib id ., pp. 22-23.
296. Hobsbawm, I b anditi, p. 82.
297. Hobsbawm, P rim itive rebels, p. 28.
298. Hobsbawm, I b anditi, p. 91.
299. Ib id ., p. 22.
300. Hobsbawm, P rim itive rebels, p. 28.
301. C om m entary a n d N o tes di Schonhom all'edizione del 1972 di A G e n e ra l H isto ry o f thè P yra tes si è rivelato cruciale per questa
discussione.
302. Wilson, U topie p ira ta , pp. 135-137. Hill scrive analogamente: «The H isto ry o f thè P yra tes, a volte attribuita a Defoe, non è
necessariamente affidabile come prova di ciò che realmente i pirati fecero o dissero, ma fornisce un effettivo riscontro di ciò che il
pubblico era pronto a credere», in L ib erty A gciinst thè Lciw, p. 115.
303. Land, Flying thè Black flcig, p. 183.
304. Turley, Rum, S o d o m y a n d thè L a sh , p. 80.
305. Rediker. Hydrarchy and Libertalia, p. 31.
306. Land, Flying thè Black flag, p. 183.
307. Rediker. Hydrarchy and Libertalia, pp. 41-42.
308. Law . A True H isto rie & A c c o u n t o f thè P y ra te C aptain M isso n , p. 8.
309. Snelders, The D evil's Anctrchy, p. 102.
310. Johnson. A G e n e ra l H istory, p. 347.
311. Ib id ., p. 349.
312. Ib id ., p. 350.
313. Ib id ., p. 349.
314. Ib id ., p. 358.
315. Ib id ., p. 348.
316. Ib id ., pp. 358-359.
317. Ib id ., p. 350. Questo non gli impediva di accettare regali speciali dalla sua ciurma (Ibid. ).
318. Ib id ., p. 351.
319. Ib id ., p. 403.
320. Ib id .
321. Ib id ., p. 366.
322. Ib id ., p. 351.
323. Ib id ., pp. 409-410.
324. Rediker, H y d ra rc h y a n d L ib erta lia , p. 36.
325. Rediker, L ibertalia: The P irate s U topia, in P irates: A n Illu stra ted H isto ry o f P rivateers, B u cca n eers, a n d P ira tes fr o m thè
S ixteen th C en tu ry to thè P resent, a cura di David Cordingly, London, Salamander, 1996, p. 125.
326. Johnson. A G e n e ra l H istory, p. 410.
327. Ib id ., p. 411.
328. Ibid.
329. Ib id ., p. 371.
330. Ib id ., p. 411.
331. Wilson, U topie p ira ta , p. 136.
332. Snelders, The Devi1s Anarchy, p. 190.
333. Johnson, H GeneraiHistory, p. 411.
334. Ib id ., p. 412.
335. Law, nella sua versione radicale della storia di Libertalia, non termina così bruscamente il racconto, ma propone una fine molto
particolare.
336. Johnson, H Generai History, p. 412.
337. Johnson, H G e n e ra l History,])]). 413-414.
338. Si veda anche Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , p. 24.
339. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , pp. 167-168. Per un'utile panoramica generale, si veda anche il capitolo «Pirate
Haunts and Strongholds», in Galvin, P a ttern s o f Pillage.
340. Snelders, The Devii s Anarchy, p. 151.
341. Ib id ., p. 172.
342. Thomson, M ercen a ries, P irates a n d S o vereig n s, p. 46.
343. Calvin. P a tterns o f P illage. p. 109.
344. Cordingly e Falconer. Pirales. p. 36.
345. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 203.
346. Snelders, The Devii 's Anarchy, pp. 69-70.
347. Konstam, B ucccineers, p. 14.
348. Gosse, The P ira tes ' Who 's W ho, p. 143.
349. Ib id ., p. 19.
350. Masefield, On thè S p a n ish M a in , p. 117.
351. Fuller e Leslie-Melville. Pirale Harbours and Their Secrets, p. 80.
352. Besson, The S co u rg e o f thè In d ies, p. 177.
353. Konstam, B ucccineers, p. 53.
354. Ibid.
355. Rogozinski, B r ie f H isto ry, p. 94.
356. Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , pp. 158, 160.
357. Cordingly e Falconer, P ira tes, p. 38.
358. Konstam, B u c c a n ee rs, p. 52.
359. Earle, P ira te Wars. p. 91.
360. Burg, P ira ti e sodom ia, p. 94.
361. Fuller e Leslie-Melville, P irate H a rb o u rs a n d Their Secrets, p. 8.
362. Ned Ward, autore di The L o n d o n S p y, 1698, citato in Fuller e Leslie-Melville, P irate H a rb o u rs a n d Their Secrets, p. 85.
363. Williams, C a p ta in s O u tra g eo u s, p. 126.
364. Dampier. D am pier 's Voyciges, p. 155.
365. Cordingly. Life Among thè Pirales. p. 176.
366. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , p. 268.
367. O. Nigel Bolland, The F orm ation o f a C olonia! Society: Belize, fr o m C o n q u e st to C row n C olony, Baltimore-London, Johns
Hopkins University Press, 1977, p. 21.
368. Fuller e Leslie-Melville, P irate H a rb o u rs a n d Their Secrets, p. 104.
369. C o r d i n i, L ife A m o n g thè P ir a te s ,] . 178.
370. Ib id ., p. 239.
371. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 208.
372. Woodard, The R e p u b lic o f P irates, p. 131.
373. Snelders, The Devii 's Anarchy, p. 172.
374. Williams, C a p ta in s O u tra g eo u s, p. 150.
375. Marley, P ira tes, p. 130.
376. Botting, The P ira tes, p. 128.
377. Marx, The G olden A g e o f P ira cy, p. 109.
378. Sherry, R a id ers & R eb els, pp. 207-208.
379. Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , p. 214.
380. Marx, The G olden A g e o f P ira cy, p. 109.
381. Williams, C a p ta in s O u tra g eo u s, p. 153.
382. David Mitchell, 1976, p. 84, in Galvin, P a ttern s o f Pillcige, p. 108.
383. Galvin. P a tterns o f Pillcige. p. 107.
384. Marley, P ira tes, p. 117.
385. Cordingly e Falconer. Pirales. p. 80.
386. Earle, P ira te Wars, p. 122.
387. Cordingly e Falconer, P ira tes, p. 80.
388. Proposta parlamentare del 1704, citata in Botting, The P irates, p. 90.
389. Earle, P ira te Wars, p. 129.
390. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 127.
391. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 122.
392. Ib id ., p. 96.
393. Ib id ., p. 94.
394. Johnson, H G e n e r a lH isto ry , p. 543.
395. Ib id ., pp. 32-34.
396. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 133.
397. Earle, P ira te Wars. p. 130.
398. Cordingly e Falconer, P ira tes, p. 83.
399. Marley, P ira tes, p. 140.
400. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 104.
401. Wilson, prefazione a Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. IX.
402. Treinen, P a ra sitd re A n a rch ie, p. 32.
403. Hill, L ib erty A g a in s t thè Lciw, p. 120.
404. Williams, C a p ta in s O u tra g eo u s, p. X. Una panoramica generale molto utile sulle relazioni tra lo Stato, il commercio e la pirateria si
può trovare anche in Pérotin-Dumon, The P irate a n d thè Em peror.
405. Knight, The C a rib b ea n , p. 104.
406. Earle, P ira te Wars, p. XI.
407. Land, F lyin g thè B la c k fla g , p. 172.
408. Marx, The Brethren o f thè Cocist, p. 37.
409. Knight, The C a rib b ea n , p. 102.
410. Lucie-Smith, O utcasts o f thè S ea , p. 179.
411. Jameson. P rivciteering a n d P ira cy in thè C olonia! P erio d , p. Vili.
412. Thomson, M ercen a ries, P irates a n d S o vereig n s, p. 50.
413. Konstam. History o f Pirales. p. 138.
414. Earle, P ira te Wars. p. 135.
415. Ib id ., p. 147.
416. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 20.
417. Marley, P ira tes, p. 148.
418. Knight, The C a rib b ea n , p. 104.
419. Snelders, The D evi! s A n a rch y, p. 155.
420. Land, F lyin g thè B la c k flcig, p. 186.
421. Hobsbawm, I b anditi, p. 90.
422. Galvin. Pcitterns o f Pillcige. p. 186.
423. Marley, P ira tes, p. 130.
424. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 1.
425. Botting, The P ira tes, p. 194.
426. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 23.
427. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 308.
428. Marley, P ira tes, p. 140.
429. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 231.
430. «Boston News-Letter», August 22nd, 1720, citato in Jameson , P riva te erin g a n d P ira cy in thè C olonia! P erio d , p. 314.
431. Earle, P ira te Wars, pp. 178-179.
432. Hobsbawm, I b anditi, p. 60.
433. Linebaugh e Rediker, The M a n y -H e a d e d H y d ra , pp. 172-173.
434. Earle, P ira te Wars, pp. 146-147.
435. Anonymous. Pirale IJtopias: Under thè Banner o f King Death.
436. Deleuze e Guattari, N o m a d o lo g ia , p. 112.
437. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 150.
438. Ib id ., p. 151.
439. Galvin, P a ttern s o f Pillcige, pp. 66-67.
440. Si veda «Brevi cenni storici» nel capitolo primo.
441. Hill, R a d ic a i P ira tes? , p. 174.
442. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 152.
443. «Boston News-Letter», June 30,1704, citato in Jameson, P riva te erin g a n d P ira cy in thè C o lo n ia l P erio d , p. 283.
444. Ib id ., p. 284.
445. Marley, P ira tes, p. 143.
446. Wilson, prefazione a Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. XI.
447. Cordingly e Falconer. Pirates. p. 96.
448. Friedrich Nietzsche, Z ur G en ea lo g ie d e r M o ra l, in K ritische G escim tausgabe, Band 5, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag &
Berlin-New York, Walter de Gruyter 1980 (trad. it.: G en ea lo g ia della m orale: uno scritto p o lem ico , Milano, Adelphi, 1984, p. 49).
449. Tur lev. Rum. S o d o m y a n d thè L a sh , p. 13.
450. Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes, p. 54.
451. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 57.
452. Ib id ., p. 299.
453. Gosse, The P ira tes ' Who s W ho, p. 234.
454 Masefìeld, On thè S p a n ish M a in , p. 126.
455. Burg, P ira ti e so d o m ia, p. 162.
456. Konstam, H isto ry o f P ira tes, p. 83.
457. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 80.
458. Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes, 153.
459. Botting, The P ira tes, p. 55.
460. Ib id .
461. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 182.
462. Ib id ., p. 99.
463. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 205.
464. Ib id ., p. 11L
465. Burg, P ira ti e so d o m ia, p. 164.
466. Cordingly e Falconer, P ira tes, p. 4L
467. Snelders, The D e v ii s A n a rch y, p. 110.
468. Robert I. Bums, M uslim s, C hristians a n d J ew s in thè C ruscider K in g d o m o f Valencia: S o cieties in Sym b io sis, Cambridge,
Cambridge University Press, 1984, citato in Thomson, M ercen a ries, P ira tes a n d S o vereig n s, p. 45.
469. Cordingly. Life A tnong (he Pircites. p. 159.
470. Knight, The C a rib b ea n , p. 100.
471. Sherry, Rciiders & R eb els, p. 136.
472. Snelders, The D e v il s A n a rc h y , p. 205.
473. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 177.
474. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 350.
475. Anonymous. Tirale Utopias: Under thè Banner o f King Death.
476. Hobsbawm, I b anditi, p. 62.
477. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 21.
478. Haude, F rei-B euter, p. 610.
479. Rediker, S u lle tracce d ei p ira ti, p. 334.
480. Sherry, R a id ers & R eb els, p. 135.
481. Land, F lyin g thè B la c k fla g , p. 177.
482. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 234.
483. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, pp. 101.
484. Marley, P ira tes, pp. 136-137.
485. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 304. Enfasi dell'autore.
486. Earle, P ira te Wars. p. 176.
487. Ib id ., p. 175.
488. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 99.
489. Ib id .
490. Johnson, A G enerai ' H istory, p. 193.
491. Service, The H u n ters, p. 48.
492. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 252.
493. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 203.
494. Friedrich Nietzsche, D ie G e b u rt d e r Trcigódie, in K ritische G escim tausgabe, Band 1, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag &
Berlin-New York, Walter de Gruyter 1980 (trad. it. : L a n a scita della tra g ed ia , Milano, Adelphi, 1977, p. 84).
495. Ib id ., p. 127.
496. Ib id ., p. 23.
497. Friedrich Niet/sche. J e n se ils vo n G u t u n d B o se, in K ritische G escim tausgabe, Band 5, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag &
Berlin-New York, Walter de Gruyter 1980 (trad. it.: A l di là d e l b en e e d e l mede, Milano, Adelphi, 2011, p. 227).
498. Nietzsche, Za n a scita della tra g ed ia , p. 11.
499. Nietzsche, A l d i là d e l b en e e d e l m ale, p. 109.
500. Nietzsche, G en ea lo g ia della m orale, p. 257.
501. Gilles Deleuze, N ietzsch e a n d P h ilo so p h y , London, Athlone Press, 1983 (trad. it. : N ietzsch e e la filo so fia , Milano, Feltrinelli, 1992,
p. 48).
502. Nietzsche, L a n a scita della tra g ed ia , p. 34.
503. Ib id ., p. 104.
504. Deleuze, N ietzsch e e la filo so fia , pp. 211-212.
505. Ib id ., p. 46.
506. Gosse, The Pircites ’Who s Who, p. 169.
507. Earle, P ira te Wars, pp. 168-169.
508. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 563.
509. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 98.
510. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 69.
511. Friedrich Nietzsche. D ie fró h lich e W issenschcift, in K ritische G escim tausgabe, Band 3, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag &
Berlin-New York, Walter de Gruyter 1980 (trad. it. : L a g a ia scien za , Milano, BUR Rizzoli, 2010, p. 343).
512. Ib id ., p. 290.
513. Wilson, Prefazione a Snelders, The D eviTs A n a rch y, pp. IX-X.
514. Snelders. The Devil's Anarchy. p. 187.
515. Sherry, Rciiders & R eb els, p. 123.
516. Land, F lyin g thè B la c k fla g , p. 111. Non sorprende che la prospettiva degli storici non radicali sia differente. Senza tante
cerimonie, Cordingly scrive: «Era il richiamo del bottino e delle ricchezze a essere la principale attrazione della pirateria, esattamente
come è stato per qualsiasi bandito, brigante e ladro in tutto il corso della storia», in I j f e A m o n g thè P ira tes, p. 225.
517. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 180.
518. Friedrich Nietzsche, M o rg e n rò te, in K ritische G esa m ta u sg a b e, Band 3, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag & Berlin-New
York, Walter de Gruyter 1980 (trad. it.: A urora. P en sieri sui p re g iu d izi m orali, Milano, Adelphi, 2003, p. 22).
519. Friedrich Nietzsche, D e r A n tich rist, in K ritische G esa m ta u sg a b e, Band 6, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag & Berlin-New
York, Walter de Gruyter, 1980 (trad. it.: L 'anticristo: m aledizione d e l cristianesim o, Milano, Adelphi, 2003).
520. Si veda il libro omonimo di Nietzsche del 1889.
521. Rediker, S u lle tracce d ei p ira ti, p. 334.
522. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 80.
523. Nietzsche, A l d i là d e l b en e e d e l m ale, p. 39.
524. Wilson, U topie p ira ta , p. 42.
525. Rediker, S u lle tracce d ei p ira ti, p. 248.
526. Marley, P ira tes, p. 139.
527. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 137.
528. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 48.
529. Ib id ., p. 192.
530. Johnson, A G e n e ra l H istory, p. 482.
531. Ritchie, C a p ita n K id d e la g u e rra contro i p ira ti, p. 98.
532. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 155.
533. Besson, The Scourge o f thè Indies, p. 11.
534. Si veda Friedrich Nietzsche, A lso S p ra c h Z a ra th u stra , in K ritisch e G esa m ta u sg a b e, Band 4, Munich, Deutscher Taschenbuch
Verlag & Berlin-New York, Walter de Gruyter, 1980 (trad. it.: C osì p a r lò Z a ra th u stra , Milano, Adelphi, 1972) o G en ea lo g ia della
m orale.
535. Nietzsche, L a n a scita della tra g ed ia , p. 79.
536. Ib id ., p. 34.
537. Ib id ., p. 128.
538. Deleuze, N ietzsch e e la filo so fia , p. 220.
539. Snelders, The D e v ii 's A n a rc h y , p. 190.
540. Anonymous. Tirale Utopias: Under thè Banner o f King Death.
541. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 83.
542. Ib id ., p. 82.
543. Sherry, Rciìders & R eb els, pp. 129-130. A riguardo della musica sulle navi pirata, si veda anche Cordingly, L ife A m o n g thè P ira tes,
pp. 115-116.
544. Snelders, The D e v ii 's A n a rc h y , p. 180.
545. Nietzsche, A l d i là d e l b en e e d e l m ale, p. 121.
546. Nietzsche, A u ro ra , p. 629.
547. Si veda Jean-Francois Lyotard, L ib id in a l E conom y, Bloomington, Indiana University Press, 1993 (trad. it. : E co n o m ìa lib idinale,
Firenze, Colportage, 1978).
548. Snelders, The D e v ii s A n a rc h y , p. 108.
549. Ib id .
550. Friedrich Nietzsche, N a c h g e la sse n e F ragm ente, in K ritische G esa m ta u sg a b e, Band 10, Munich, Deutscher Taschenbuch Verlag
& Berlin-New York, Walter de Gruyter 1980, p. 568 (trad. it.'.Fram m enti p o stu m i, Milano, Adelphi, 1975).
551. Besson, The Scourge o f thè Indies, p. 22. L'ossessione del gioco d'azzardo è confermata anche da altre fonti: si veda, per esempio,
Cordingly, Life Among thè Pirates, pp. 114-115; Besson, The Scourge of thè Indies, p. 14; Wafer. A New Voycige, p. 127.
552. Botting, The P ira tes, p. 29.
553. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 317.
554. Besson, The S co u rg e o f thè In d ies, p. X.
555. Nietzsche, L a n a scita della tra g ed ia , p. 98.
556. Nietzsche, Za g a ia scien za , p. 519.
557. Deleuze, N ietzsch e e la filo so fia , p. 46.
558. Nietzsche, G en ea lo g ia della m orale, pp. 267-268.
559. Nietzsche, C osì p a r lò Z a ra th u stra , p. 80.
560. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 171.
561. Gosse, The Pircites ’Who 's W ho, p. 157.
562. David Cordingly, introduzione a Konstam, The H ìsto ry o f P ira tes, p. 9.
563. Rediker, S u lle tracce dei p ira ti, p. 230.
564. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 154.
565. Johnson, A G e n e ra l H ìstory, p. 212.
566. Konstam, H ìsto ry o f P ira tes, p. 101.
567. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 175.
568. Johnson, A G e n e ra l H ìstory, p. 135f.
569. «Boston News-Letter», August 22nd, 1720, citato in Jameson, P rivciteering a n d P ìra cy in thè C olonia! P erìo d , p. 315.
570. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 156.
571. William Snelgrave, A N ew A c c o u n t o f Som e P a rts o f G uinea a n d thè S la ve Trade, London, C. Ward e A. Chandler, 1735;
London, Frank Cass, 1970, p. 167.
572. Johnson, A G e n e ra l H ìstory, p. 214.
573. Nietzsche, A l d i là d e l b en e e d e l m ale, pp. 195-196.
574. Deleuze, N ietzsch e e la filo so fia , p. 202.
575. Nietzsche, G en ea lo g ia della m orale, p. 63.
576. Nietzsche, A l d i là d e l b en e e d e l m ale, p. 112.
577. Nietzsche, L a n a scita della tra g ed ia , p. 24.
578. Snelders, The D e v ii 's Ancirchy, p. 197.
579. Rediker, C a n a g lie d i tutto il m ondo, p. 82.
580. Sherry, R a ìd ers & R eb els, p. 132.
581. Exquemelin, The B ucccineers o f A m erica, p. 40.
582. Johnson, A G e n e ra l H ì s t o r y , ^ . 192-193.
583. Ib ìd ., p. 542.
584. Nietzsche, A u ro ra , p. 4L
585. Nietzsche, L a n a scita della Urigedici, p. 22. Di certo il bere dei pirati non deve essere romanzato. Marx osserva che «Falcolismo
era un rischio del mestiere e portava a tante morti premature» ( The G olden A g e o f P ìra cy, p. 109), e Konstam conferma scrivendo che
«molti [pirati] morivano a causa dell'abuso di alcol», H ìsto ry o f P irates, p. 184. In A G e n e ra l H ìsto ry, Johnson include almeno un
episodio in cui due pirati, condannati a morte, incolpano il bere per i loro modi da pirati (pp. 315-316). Per un riassunto dei problemi con
l'alcol degli equipaggi pirata si veda anche Burg, P irati e sodom ia, pp. 155-156. Non sembra casuale, quindi, che il capitano pirata di
maggior successo dell'epoca d'oro, Bartholomew Roberts, sia stato descritto come astemio. A quanto si sa, nemmeno Every beveva
(Sherry, R a ìd ers & R eb els, p. 69), e il famoso, sebbene probabilmente inventato, capitano Misson si pronunciava esplicitamente contro
l'alcol (Johnson, A G en era l H ìsto ry, pp. 359-360).
586. Nietzsche, G en ea lo g ia della m orale, p. 104.
Conclusioni
L’eredità politica dei pirati dell’epoca d’oro

L a s t o r i a d e l l e r i m o d u l a z i o n i e d e i r i a d a t t a m e n t i r a d i c a l i d e l l ’ e s p e r i e n z a p i r a t a è lu n g a . G li a u t o r i d i
Pirate Utopias a c c e n n a n o a l f a tto c h e « l a C o m u n e d i P a r i g i [ . . . ] a v e v a u n f o g l i o q u o t i d i a n o c h i a m a t o
‘L e P i r a t e ’» 1. U n o d e i p i ù a m p i e c o m b a t t i v i m o v i m e n t i d i r e s i s t e n z a a l r e g im e n a z i s t a i n G e r m a n i a
e r a c h ia m a to Edelweifipiraten . A i g i o r n i n o s t r i , R a m o r R y a n s c r i v e u n « g i o r n a l e p i r a t a » 2; il p r o g e t t o
a n a r c h i c o C r im e th I n c . h a a b b e l l i t o il p r o p r i o s ito i n t e r n e t c o n u n e m b l e m a p e r s o n a l i z z a t o d e r i v a t o
d a l J o l l y R o g e r 3; u n c e r t o c a p i t a n o M a y h e m s p i e g a i n u n p a m p h l e t i n t i t o l a t o Long Live Mutiny! com e
l e « ta tti c h e p i r a t a » p o s s a n o i s p i r a r e le o r g a n iz z a z i o n i r a d i c a l i 4; e u n a c u l t u r a r a d i c a l e c o n r i c a d u t e
g l o b a l i s i è f o r m a t a a t to r n o a l l a b a n d i e r a p i r a t a d e i t i f o s i d e l l a s q u a d r a d i c a l c i o S t. P a u l i 5. C ’è
a n c h e u n g ru p p o d i p e rs o n e ch e s o lc a i m a ri fre g ia n d o s i d e l n o m e d i Pirati per la pace 6: una
d e n o m in a z i o n e c o s ì s f a c c i a t a m e n t e i m p r o p r i a n o n p u ò n o n s u s c i t a r e i n t e r e s s e . A n c h e g li a c c a d e m i c i
u ti liz z a n o il t e s c h i o e le o s s a i n c r o c i a t e p e r a g g iu n g e r e u n a q u a l c h e c r e d i b i l i t à r a d i c a l e a l l e p r o p r i e
o p e r e , c o m e p u ò v e r i f i c a r e c h iu n q u e v i s i t i il s ito i n t e r n e t Costituent Imagination 7. I n f a tti, c i s o n o
a l m e n o d u e l i b r i m o l to c o n o s c i u t i , s c r i t t i d a i n t e l l e t t u a l i r a d i c a l i , i c u i t i t o l i in c l u d o n o u n r if e r i m e n t o
a i p i r a t i s e b b e n e n o n s i a n o a f f a tto s u i p i r a t i : Pirati e imperatori d i N o a m C h o m sk y (u n lib ro
s u l l ’ i m p e r i a l i s m o s ta t u n ite n s e i n M e d i o O r i e n t e ) e Ip ir a ti dei Caraibi d i T a riq A li (u n lib r o su i
n u o v i m o v im e n ti d i s i n i s t r a i n S u d A m e r i c a ) .
O v v ia m e n te il J o l l y R o g e r n o n a b b e l l i s c e s o l o i s iti i n t e r n e t m a , i n n u m e r i b e n p i ù e l e v a t i , a n c h e
c a lz e p e r b a m b in i, p ia tti d i p la s tic a , f a s c e re f r ig e ra n ti p e r la b ir r a , g io c a tto li in d u s tr ia li, v id e o g io c h i
e in c is io n i d i g ru p p i m u s ic a li v e ra m e n te c a ttiv i (in u tile c ita r e a n c h e l ’o n n ip re s e n te a rm a m e n ta rio
d e g l i O a k l a n d R a i d e r s ) . P e r m o lti r a d i c a l i q u e s t a è u n ’u l t e r i o r e f o n te d i i r r i t a z i o n e d a t o c h e u n a l t r o
d e i « lo r o » s im b o li è d iv e n ta to d i u s o c o m m e rc ia le . M a q u e s ta n o n è u n a b u o n a r a g io n e p e r d is p e r a r e ,
a n c h e i n c o n s i d e r a z i o n e d e l f a tto c h e l ’a m b i g u i t à p o l i t i c a d e i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o è s ta to u n o d e g l i
a r g o m e n ti p r i n c i p a l i d i q u e s to l i b r o . E l e m e n t i r a d i c a l i e r i v o l u z i o n a r i s o n o i n d u b b i a m e n t e e s i s t i t i
a l l ’ i n t e r n o d i q u e l l a c u l tu r a , e s o n o t u t t o r a « q u a l c o s a d i m i n a c c i o s o [ . . . ] c h e n e m m e n o H o l l y w o o d
p u ò e l i m i n a r e » ( c o m e h a n n o a c u ta m e n te d i c h i a r a t o i r e d a t t o r i d i « N o Q u a r te r , A n a r c h i s t Z in e a b o u t
P i r a t e s » 8). M a a l l o s t e s s o te m p o è d i f f i c i l e e t i c h e t t a r e i p i r a t i d i q u e l l ’ e p o c a c o m e r a d i c a l i o
riv o lu z io n a r i. S e d u n q u e i r a d ic a li o d ie rn i in te n d o n o p r o te s ta r e c o n v e e m e n z a o g n i v o lta c h e v e d o n o
i s i m b o l i p i r a t a i n u n c o n t e s t o c h e n o n g r a d i s c o n o , d e v o n o t e n e r e b e n p r e s e n t e c h e s i s ta n n o
i n o l t r a n d o i n u n t e r r e n o m o l to i n s i d i o s o . I n e f f e tti, è p r o b a b i l e c h e m o lti p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’ o r o
tr a r r e b b e r o p iù s o d d is f a z io n e d a i f ilm m u ltim ilio n a ri b a s a ti s u lle lo r o v ite c h e d a lla r ip r o d u z io n e d e l
l o r o e m b l e m a s u i m u r i d i q u a l c h e f a t i s c e n t e o c c u p a z i o n e a b u s i v a . I n o lt r e , l u c r a r e s u l l a g l o r i a d e i
p i r a t i n o n è u n a n o v ità . G l i s t o r i c i r a c c o n t a n o d e l l a « v e d o v a d i u n v e l a i o [ c h e ] i n u n tu g u r i o d i
N a s s a u s i g u a d a g n a v a d a v i v e r e » c u c e n d o i J o l l y R o g e r 9.
I n b r e v e , i p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’ o r o n o n s o n o « n o s t r i » , m a p o s s i a m o f a r n o s t r a l a l o r o e r e d i t à . G li
a s p e tti r a d ic a li e r iv o lu z io n a r i d e lla p ir a te r ia d e v o n o e s s e r e p r im a d ip a n a ti p e r p o te r li p o i a p p lic a r e
a lla p o litic a ra d ic a le e riv o lu z io n a ria c o n te m p o ra n e a . E u n ta le a p p ro c c io , in e f f e tti, ris u lta
l i b e r a t o r i o . S e n o n s i r i v e n d i c a l a « p r o p r i e t à » o l a « v e r a i n t e r p r e t a z i o n e » d e i p i r a t i d e l l ’e p o c a
d ’ o r o , d i v e r s e a r g o m e n ta z i o n i p i u t t o s t o b a n a l i , e s p e s s o in u t ili , p o s s o n o e s s e r e e v i ta te : p e r e s e m p i o ,
s e i p i r a t i f o s s e r o p i ù o m e n o v i o l e n t i d e i c a p i t a n i d e l l a f l o t t a m e r c a n t i l e , s e g li a f r i c a n i i m b a r c a t i
s u l l e l o r o n a v i f o s s e r o m e m b r i d e l l ’ e q u i p a g g i o o s c h i a v i , s e q u e i f u o r il e g g e a v e s s e r o u n a c o s c i e n z a
a n t i c a p i t a l i s t a o m e n o , e a l t r o a n c o r a . N o n s o l o , m a p o s s i a m o c o s ì c o n c e n t r a r e le n o s t r e e n e r g i e
s u l l ’in d iv id u a z io n e d i q u e g li a s p e tti r a d ic a li e r iv o lu z io n a r i c h e v o g lia m o r ip o r ta r e in v ita n e lla
n o s t r a p o l i t i c a . E q u e s to , m a g a r i, p o t r e b b e f a r p i a c e r e a q u e i p i r a t i c h e p r e f e r i r e b b e r o c o n t in u a r e a
f o r n i r e s c i n t i l l e d i l i b e r t à p i u t t o s t o c h e s o p r a v v i v e r e c o m e m e r i o g g e tti d e l l a s to r ia .
C o m e s i è v i s t o i n tu tto il l i b r o , l e r a g i o n i c h e n o n c o n s e n to n o d i a s s u m e r e i n c o n d iz io n a ta m e n te i
p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o c o m e u n p o s s i b i l e m o d e l l o d i p o l i t i c a r a d i c a l e s o n o m o lte , m a a d e s s o
p o s s o n o e s s e r e r i a s s u n t e c o n c e n t r a n d o s i s u i d u e p r o b l e m i c e n t r a li .

1. Ai pirati d e ll’epoca d ’oro mancava un punto di vista etico e politico più ampio . In d e fin itiv a , i
p i r a t i e r a n o p r i n c i p a l m e n t e p r e o c c u p a t i d e l p r o p r i o b e n e s s e r e . E n o n s o n o s ta ti i n g r a d o , c o m e d i c e
C h ris L and, di « o ffrire la v is io n e [...] di un nuovo o rd in e p o l i t i c o - e c o n o m i c o » 10. Q u e s to
n a t u r a lm e n te c i r i p o r t a a l s e c o l a r e d i b a t t i t o s u « i n d i v i d u a l i s m o vs. c o l l e t t i v i s m o - s o c i a l i s m o » , c h e in
q u e s t a s e d e n o n h a m o l to s e n s o r i v i s i t a r e . N o n d im e n o , d a t o c h e n o n v i e r a a l c u n im p e g n o a r e n d e r e l a
v ita m ig lio re per tutti , r i s u l t a d i f f i c i l e a c c e t t a r e c h e f o s s e r o u n m o v i m e n t o p o l i t i c o r a d i c a l e . S ia m o
d i f r o n te a t e o r i e i n d i v i d u a l i s t e d i l i b e r a z i o n e f o n d a te s u l l a n e c e s s i t à d i liberare se stessi (e il resto
seguirà ) e s u u n a r i g i d a d i c o t o m i a t r a l ’i n d i v i d u o e l a s o c i e t à , d i c o t o m i a c h e a l l a f in e è u t i l e s o l o a l
c a p i t a l i s m o e a l l o S ta to , i n q u a n to m i n a l o s f o r z o c o l l e t t i v o n e c e s s a r i o p e r r e a l i z z a r e u n c a m b ia m e n to
s o c i a l e c h e s e r v a a l i b e r a r e tu tti n o i. L ’ i n d i v i d u o n o n p u ò e s i s t e r e s e n z a l a s o c i e t à , n é l a s o c i e t à p u ò
e s is te re senza l ’in d i v i d u o . E n o n si p u ò nem m eno d ire che e s is ta u n a fo rm a di lib e ra z io n e ,
i n d i v i d u a l e o c o l l e t t i v a , c h e s i a s u p e r i o r e a u n ’ a l tr a . E s s e s o n o u n tu t t ’u n o . C e r c a r e d i s e p a r a r l e
c o n d a n n e r e b b e l a n o s t r a l o t t a a l f a ll im e n to . E i n r e a l t à i p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o p o t r e b b e r o e s s e r e u n
e s e m p i o c a l z a n t e d i q u e s to e s ito .
2.Ai pirati d e ll’epoca d ’oro mancava un livello di coordinamento che avrebbe potuto consentire
il radicamento di una controcultura sostenibile e un ’efficace difesa comune contro i nemici. D i
f a tto , i p i r a t i c o n d i v i d e v a n o u n a c u l t u r a c o m u n e b a s a t a s u l l a s o l i d a r i e t à e s u u n s e n s o d i i d e n t i t à
c o l l e t t i v a , m a c i ò n o n s i t r a d u s s e m a i i n q u e l l e r e t i c o n c r e t e c h e s a r e b b e r o s ta t e n e c e s s a r i e p e r
s o s t e n e r e il l o r o s t i l e d i v i t a n o m a d e , l i b e r t a r i o e in d i p e n d e n t e d i f r o n te a i p o t e r i c h e li p e r s e g u i v a n o .
V a le la pena c ita re per e s te s o due s to ric i le cui o s s e rv a z io n i ria s s u m o n o in m a n ie ra m o lto
c o n v i n c e n te q u e s t a c o n s i d e r a z i o n e . K e n n e th J. K i n k o r s c r i v e :

Incapaci di mobilitare la propria forza al completo, così come il potenziale sostegno degli altri segmenti oppressi della società che
avevano rifiutato, i pirati del diciottesimo secolo erano, al loro apice, un commonwealth fluttuante, amorfo, con legami aleatori, che
sopravviveva solo saccheggiando le stesse società dalle quali aveva preso le distanze. «L’incapacità di disimpegnarsi pienamente dal
proprio nemico era il tallone d’Achille delle società maroons in tutte le Americhe». Mentre la disciplina e un’autorità centrale aiutavano
le società maroons radicate sulla terraferma a sopravvivere, e persino a prosperare, il tratto preponderante della pirateria, la sua ragion
d’essere, era il suo carattere libertario. Ed è alquanto ironico che sia in parte stata proprio questa sete di libertà a condannarli a una
«rivolta infinita [che] si è conclusa con la loro stessa fine»11.

Analogamente, Marcus Rediker spiega:

Senza volerlo, gli stessi pirati diedero una mano alla propria scomparsa. Il loro era stato un mondo fragile fin dagli inizi. Essi non
producevano nulla e non avevano una loro collocazione certa nell’ordine economico. Non avevano nazione o casa; erano distribuiti su un
vasto territorio; la loro comunità non aveva di fatto confini geografici. Pur avendoci provato, non riuscirono a creare un meccanismo
affidabile per mezzo del quale infoltire i propri ranghi o mobilitare la loro forza collettiva. Queste carenze della loro organizzazione sociale
li resero, nel lungo periodo, una preda relativamente facile .
12

È illuminante tornare ancora una volta alle teorie della guerriglia e mettere a confronto le seguenti
osservazioni di Che Guevara e Mao Tse-tung con le analisi appena citate. Scrive Guevara:

L’esercito guerrigliero comprende tutte le persone di una regione o di un paese. Questo è il motivo della sua forza e della sua eventuale
vittoria su qualsiasi potere che cerca di schiacciarlo; vale a dire, la base e il sostegno del guerrigliero è il popolo. Non si può immaginare
che piccoli gruppi armati, per quanto mobili e familiari con il terreno, possano sopravvivere alla persecuzione organizzata di un esercito
ben attrezzato, senza questo aiuto potente. La prova sta nel fatto che, alla fine, tutti i banditi, tutte le bande di briganti, soccombono al
potere centrale .

Mao dichiara:

La capacità di combattere una guerra senza una retroguardia è una caratteristica fondamentale dell’azione guerrigliera, ma questo non
significa che i guerriglieri possano esistere e funzionare per un lungo periodo di tempo senza lo sviluppo di aree di appoggio. La storia ci
mostra molti esempi di [...] rivolte che non hanno avuto successo, ed è fantasioso credere che movimenti di quel tipo, come il banditismo
e il brigantaggio, possano avere successo in [un] periodo di grande sviluppo delle comunicazioni e delle dotazioni militari14.

Ma non è solo questa mancanza di organizzazione sociale a essere evocata per spiegare l’incapacità
dei pirati a resistere agli attacchi delle autorità. Insieme a molti altri, anche Edward Lucie-Smith
sostiene che «quello che attenuò la durata della pirateria su grande scala non fu tanto il successo
delle autorità nell’occuparsene, quanto la debolezza intrinseca della società pirata. È del tutto
probabile che il numero di pirati deceduti a causa dell’alcol o delle malattie sia stato molto più alto
del numero di quelli imprigionati o impiccati. [...] Oltretutto, molte navi fecero naufragio, invece che
essere affondate o catturate»15. Alcuni passaggi del capitano Johnson sembrano confermare questa
teoria. Per esempio, Johnson descrive una ciurma che aveva perso «il proprio capitano e trenta
uomini, a causa del cimurro che avevano contratto»16, mentre un’altra «aveva perso settanta uomini a
causa dei loro eccessi; essendo stati a lungo senza provviste f r esche, avevano preso a mangiare
smodatamente, a bere toke (un liquore a base di miele) fino all’eccesso e ad amoreggiare troppo
liberamente con le donne, si sono ammalati di febbri violente che li hanno uccisi» 17.
Rediker sottolinea un altro aspetto che aiuta a capire perché i pirati dell’epoca d’oro non siano
riusciti a creare una comunità di lunga durata. Sembra banale, ma è convincente: «Limitando il ruolo
delle donne a bordo delle loro navi, i pirati potrebbero aver reso più difficile riprodursi in una
comunità, e quindi più facile allo Stato guidare l’assalto mortale contro di loro» 18. L’osservazione
riflette bene il giudizio di Hobsbawm a proposito degli aiduchi: «Gli aiduchi erano sempre uomini
l i b e r i , m a g li a i d u c h i b a l c a n i c i n o n f o r m a v a n o comunità l i b e r e . P e r il ceta o p e r la b a n d a , e s s e n d o la
l o r o u n ’u n io n e v o l o n t a r i a d i i n d i v i d u i t a g l i a t i f u o r i d a l p r o p r i o a m b ie n te , q u e s t a e r a a u t o m a ti c a m e n te
u n ’u n it à s o c i a l e a b n o r m e , p e r c h é i s u o i m e m b r i n o n a v e v a n o m o g l ie , n é f ig l i, n é t e r r e » 19.
I n f in e , v i è l a q u e s t i o n e d e l l a s o s t e n i b i l i t à e c o n o m i c a , d e l tu tto i g n o r a t a d a i p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’o r o .
N e lle p a r o le d i L a n d : « I p ir a ti d e l p e r io d o d ’o ro s e m b r a n o n o n a v e r a v u to a l c u n a v i s i o n e d i
u n ’e c o n o m ia p o litic a a lte r n a tiv a e la lo r o r iv o lta s a r e b b e c o m u n q u e f a llita se f o s s e r o r iu s c iti a
i m p e d i r e il c o m m e r c i o a t l a n t i c o » 20. I n u lt i m a a n a l i s i , q u e s t o h a r e s o in e ffic a c i le lo ro a ttiv ità
« a n t i c a p i t a l i s t e » : « I p i r a t i f e c e r o p o c o p e r r o v e s c i a r e il p o t e r e d e g l i S ta ti e u r o p e i c o l o n i a l i o i f lu s s i
g l o b a l i d i a c c u m u la z io n e c a p i t a l i s t i c a » 21.
N o n d im e n o , c o m e a f f e r m a to i n tu tto il l i b r o , l ’i m p o s s i b i l i t à d i a s s u m e r e i p i r a t i d e l l ’e p o c a d ’ o r o
c o m e m o d e l l i v a l i d i p e r u n a p p r o c c i o r a d i c a l e n o n li r e n d e p e r q u e s to i r r i l e v a n t i p e r le p o l i t i c h e
ra d ic a li c o n te m p o ra n e e . In re a ltà , i m o d i in cu i q u e i p ira ti p o s s o n o a n c o r a in f l u e n z a r l e so n o
m o lte p lic i.

1. I pirati d e ll’epoca d ’oro come fonte di ispirazione. H o b s b a w m s c riv e ch e la « tra g e d ia » d e i


b a n d i t i è s t a t a c h e il l o r o « c o n t r i b u t o a l l e r i v o l u z i o n i m o d e r n e f u [ . . . ] a m b ig u o , i n c e r t o e d i b r e v e
d u ra ta [p erch é] com e b a n d i t i r i u s c i r o n o , tu t t ’ a l p i ù , a in tra v e d e re , al p a ri di M o sè, la te rra
p r o m e s s a » 22. E tu t t a v i a l ’ a s s u n to c h e q u e s to c o s t i t u i s c a u n a t r a g e d i a p u ò e s s e r e c o n t e s t a to . N o n d e v e
n e c e s s a ria m e n te a p p a r ir e tra g ic o « in tra v e d e re la te r r a p ro m e s s a » , a n z i p o tre b b e ra p p re s e n ta re u n a
c o n q u i s t a im p o r ta n t e . C o m e d i c e i n m o d o s u c c in t o R e d i k e r , i p i r a t i « h a n n o o s a t o im m a g i n a r e u n a v i t a
d i v e r s a , e h a n n o o s a t o c e r c a r e d i v i v e r l a » 23. S e n o n v i è u n q u a l c h e i m p u l s o i s p i r a t o r e c o m e è
p o s s i b i l e l a n c i a r s i i n u n ’ i m p r e s a ? L a c o n c l u s i o n e d i S h e r r y s e m b r a d a r e u n a r i s p o s t a a d e g u a ta : « I
b r i g a n t i d e l M a d a g a s c a r e d i N e w P r o v i d e n c e s e m b r a n o a n c o r a p a r l a r c i d ir e t ta m e n te . C i d i c o n o ,
a t t r a v e r s o i s e c o l i , c h e s e a g l i u o m in i v i e n e n e g a t a l a p o s s i b i l i t à d i v i v e r e i n l i b e r t à , a l l o r a q u e s ti s e
la c re e ra n n o d a s o li, a n c h e se la fo rm a s p e c if ic a d i q u e s ta lib e r tà p o tre b b e n o n e s s e re b e lla o
i d e a l e » 24. E qui v a p re sa in c o n s id e ra z io n e anche l ’a c u t a in te rp re ta z io n e che A n to n G ill dà
d e l l ’ a t tr a z i o n e d i W i l l i a m D a m p i e r p e r i t a g l i a l e g n a d e l l a B a i a d i C a m p e c h e : « E r a n o u o m in i l i b e r i ,
e d e r a l a l i b e r t à d e l l o r o m o d o d i v i v e r e , n o n il m o d o i n c u i v i v e v a n o , c h e a f f a s c i n a v a D a m p i e r » 25.
2. Le form e di organizzazione sociale dei pirati offrono alcuni modelli potenziali per
l ’organizzazione rivoluzionaria. H o b s b a w m a m m e tte c h e c i s o n o « d u e c o s e » c h e p o s s o n o
tr a s f o r m a r e « q u e s to o b ie ttiv o m o d e sto , se p u re v io le n to , d e i b a n d iti [...] i n u n g e n u in o m o to
r i v o l u z i o n a r i o » 26: l a p r i m a è d i v e n t a r e « i l s i m b o l o , a n z i l a p u n ta a v a n z a t a d e l l a r e s i s t e n z a » 27; l a
s e c o n d a è e v o c a r e il « s o g n o d i u n a v i t a u m a n a [ . . . ] u n m o n d o d i u g u a g l ia n z a , d i f r a t e l l a n z a e d i
l i b e r t à , u n m o n d o t o t a lm e n te nuovo, p r i v o d i m a l e » 28. I p i r a t i d e l l ’ e p o c a d ’ o r o e r a n o a p p u n to
d i v e n t a t i q u e l t i p o d i s i m b o l o e d e v o c a v a n o q u e l t i p o d i s o g n o : e d è q u e s to s l a n c i o c h e i r a d i c a l i
c o n te m p o ra n e i d e v o n o rin v ig o rire .
G i à d u r a n te l ’e p o c a d ’ o r o q u e s to s l a n c i o s i e r a m a n if e s ta t o i n t r e a s p e t t i c o n c r e ti. Il p r i m o e r a
l ’ antiautoritarismo, o q u e l « c o m p o r t a m e n to a n a r c h i c o p r o t o - i n d i v i d u a l i s t a » , c i t a t o p r i m a , c o n c u i
« u n p i r a t a e n t r a v a n e l l a s f e r a p o l i t i c a a n a r c h i c a , d a l p u n to d i v i s t a o r g a n i z z a t i v o e c o n v i v i a l e » 29. Il
se c o n d o e ra la sfida , c h e v i e n e m e g l i o c h i a r i t a d a u n a l t r o p a r a g o n e c o n il b a n d i t o s o c i a l e d i
H o b s b a w m : « E g l i è u n r i b e l l e , u n e l e m e n t o d i v e r s o , u n p o v e r o c h e s i r i f i u t a d i a c c e t t a r e le r e g o l e
n o r m a l i d e l l a p o v e r t à , e p e r o tt e n e r e l a l i b e r t à r i c o r r e a g l i u n ic i m e z z i a l l a p o r t a t a d e l p o v e r o , e c i o è
l a f o r z a , l ’a u d a c i a , l ’ a s t u z i a e l a r is o lu t e z z a . P e r q u e s to è m o l to v i c i n o a i d i s e r e d a t i : p e r c h é è u n o d i
loro»30. Il terzo era la democrazia interna e l’egualitarismo, che creavano «un’alternativa alle
terribili condizioni sotto le quali i comuni marinai dovevano vivere»31. Rediker li riassume così:

La nave pirata dei primi anni del diciottesimo secolo era un «mondo alla rovescia», reso così dagli Articoli di un accordo che stabiliva le
regole e le usanze di ordine sociale dei pirati. [...] I pirati amministravano la giustizia, eleggevano gli ufficiali, dividevano equamente il
bottino, e istituivano una disciplina diversa. Limitavano l’autorità del capitano, rigettavano molte pratiche della marina mercantile-
capitalista, e preservavano un ordine sociale multirazziale, multinazionale e multiculturale. Cercavano, in definitiva, di dimostrare che le
navi non dovevano essere necessariamente gestite con i metodi brutali e oppressivi del servizio mercantile e della Royal Navy .

Che tutti e tre questi aspetti abbiano avuto un alto significato politico non si deduce solo
dall’affermazione di Hobsbawm che un bandito «costituisce un nucleo di forza armata, e pertanto di
forza politica»33, ma anche dalle reazioni delle autorità dell’epoca. Anche se la difesa degli interessi
commerciali era una motivazione primaria per intraprendere la crociata contro i pirati, c’era di più. I
pirati dell’epoca d’oro costituivano una reale minaccia politica: in parte per il carattere
intrinsecamente politico del commercio che, come sostiene Janice E. Thomson, ha reso gli attacchi
pirata alle navi mercantili «una protesta contro l ’evidente uso delle istituzioni statali a difesa della
proprietà e della disciplina sul lavoro»34; e in parte perché i pirati mettevano sotto gli occhi di tutti la
realistica possibilità di vivere diversamente. Come afferma Rediker, «quanto più i pirati sono riusciti
a costruire la loro gaia e autonoma esistenza, tanto più le autorità si sono impegnate a distruggerli»35.
3. Vi è una dimensione libidinale nella rivolta pirata d e ll’epoca d ’oro che nel corso dei secoli si è
dimostrata cruciale per le politiche di liberazione. Questa dimensione della protesta pirata è
strettamente legata al vitalismo di Nietzsche e alla filosofia dionisiaca. Nessun movimento
sovversivo che voglia preservarsi e attrarre nuovi compagni di lotta vi può rinunciare. Dice bene
Snelders quando sostiene che «la ribellione sociale implicita nella pirateria assomiglia alla
ribellione sociale istintiva e violenta di Bonnie e Clyde: preoccupati di spassarsela tanto quanto di
abbattere il nemico»36.
4. Le azioni, le tradizioni e l ’immaginario dei pirati d e ll’epoca d ’oro fanno da sfondo a numerosi
efficaci interventi della politica radicale contemporanea. Il saggio di Chris Land, Flying the Black
Flag, fa uno splendido lavoro quando mette in evidenza le connessioni tra la pirateria dell’epoca
d’oro e l’attuale attivismo politico, distinguendo oltretutto con attenzione quelle connessioni dagli usi
commerciali. Come sottolinea Land: «Finché la gente continuerà a consumare la pirateria, piuttosto
che praticarla, il capitalismo non avrà alcun problema. Ma se la gente iniziasse realmente a
praticarla, Disney sarebbe uno dei primi a prendere le armi»37.

Eppure, ci sono diversi esempi in cui «la forma di pirateria più oppositiva e ribelle»38 e la sua
«tradizione sovversiva»39 si manifestano ai giorni nostri, dimostrando come «l’eredità politica dei
pirati abbia avuto un impatto duraturo e abbia dato un contributo significativo allo sviluppo
dell’attuale cultura radicale, anticapitalista e di dissenso anarchico»40.
1. Si è diffusa in tutto il mondo la pratica di creare Zone Temporaneamente Autonome, alla quale
anche i pirati dell’epoca d ’oro, fra tanti altri, hanno contribuito41. Questa pratica oggi si manifesta nei
centri sociali, nelle occupazioni abusive, nei quartieri radicali, nei cyberspazi aperti, nelle comunità
intenzionali, nei laboratori autogestiti, nelle comunità indigene autonome, nei festival gratuiti o nei
gruppi itineranti di viandanti e viaggiatori. Tutti queste situazioni provano, come i pirati dell’epoca
d’oro, che almeno temporaneamente una vita di «libertà, uguaglianza, armonia e abbondanza»42,
a t t r a v e r s o l a s p e r i m e n t a z i o n e p r a t i c a , è p o s s i b i l e . I n a l t r e p a r o l e , « r e a l i z z a n o u n a p a r t e d e l m ito
a n c h e s e s o l o p e r u n b r e v e p e r i o d o d i te m p o » 43.
2 . I m a n if e s ta n t i a n t i c a p i t a l i s t i d i tu tto il m o n d o h a n n o g iu s ta m e n te a d o t t a t o g li e m b le m i p i r a t a p e r
e s p l i c i t a r e l a l o r o v o l o n t à d i e s t r a n i a r s i d a u n s i s t e m a d i s f r u tta m e n to , o p p r e s s i o n e e in g i u s t i z i a
e c o n o m ic a . A G l e n e a g l e s , p e r e s e m p i o , d u r a n te le p r o t e s t e c o n t r o il g 8 d e l 2 0 0 5 , il J o l l y R o g e r e r a
a m p ia m e n te p r e s e n t e , t r a s f o r m a n d o s i i n u n a s o r t a d i s i m b o l o n o n u f f i c i a l e d e l n e t w o r k Dissidenti44.
3. N o n è a f f a tto c a s u a l e c h e l a v i o l a z i o n e d e l c o p y r i g h t s i a s t a t a r i b a t t e z z a t a p i r a t e r i a ( a n c h e il
te r m in e contrabbando è s ta to a lu n g o u ti liz z a to c o n r if e r i m e n t o a i p i r a t i : G o s s e , p e r e s e m p io ,
d e f i n i s c e i c o n t r a b b a n d i e r i d i r u m d e g l i in i z i d e l v e n t e s i m o s e c o l o « d e g n i d i s c e n d e n t i d e i p i r a t i » 45). I
tra s g re s s o ri del c o p y rig h t e s p r o p r ia n o e re d is trib u is c o n o la ric c h e z z a com e face v an o i p ira ti
d e l l ’ e p o c a d ’o r o . L a n d e v i d e n z i a c o n i r o n i a c o m e « l ’ i n d u s t r i a d e l l o s p e t t a c o l o , c o s ì i m p e g n a ta a
m e r c i f i c a r e i p i r a t i d e i C a r a i b i , s i a l a s t e s s a c h e p r o t e s t a a g r a n v o c e c o n t r o l a s u a p r a t i c a a t t u a l e » 46.
P u rtro p p o , u n a b u o n a p a rte d e lle v io la z io n i d i c o p y rig h t n o n s o lo h a m o tiv a z io n i e g o is tic h e o
c o m m e r c i a l i , m a o lt r e tu t to m a n c a d i u n a q u a l u n q u e c o s c i e n z a p o l i t i c a : è q u in d i d a v v e r o d i f f i c i l e
p e n s a r e c h e p o s s a a v e r e u n im p a tt o r i v o l u z i o n a r i o di per sé . A l l o s t e s s o te m p o , q u e l l e v i o l a z i o n i d i
c o p y r i g h t c h e s o n o i n v e c e p o l i t i c a m e n t e c o n s a p e v o l i r e s t i t u i s c o n o c r e d i b i l i t à r a d i c a l e a l l ’u s o d e g l i
e m b le m i p i r a t a i n q u e s to c o n t e s t o d a p a r t e d i a l c u n i g r u p p i p i o n i e r i s t i c i c o m e g li s v e d e s i P i r a t b y r à n
o l a s u a d e r i v a z i o n e T h e P i r a t e B a y 47. L ’ e f f e t t i v a m i n a c c i a r a p p r e s e n t a t a d a q u e s te a t t i v i t à s i r i f l e t t e
n e i c r e s c e n ti s fo rz i p e r f r a p p o r r e o s ta c o li g iu r id ic i e te c n o lo g ic i. L a p e r s e c u z io n e d e g li a ttiv is ti
s v e d e s i , a v v i a t a d a l l ’ i n d u s t r i a d e l l ’ in t r a tt e n im e n to ( p e r e s e m p i o , c o n il b e n n o to t r a i l e r Piracy. I t ’s a
Crime), è s t a t a d o c u m e n ta t a d a l v i d e o Steal This Film (Part 1). M a tu tto q u e s to n o n è s e r v i t o a
f r e n a r e l a s i m p a t i a p o p o l a r e : n e l g iu g n o 2 0 0 9 , g li e l e t t o r i s v e d e s i h a n n o m a n d a to a l P a r l a m e n t o
e u r o p e o a l c u n i r a p p r e s e n t a n t i d e l P a r t i t o P i r a t a , l ’ a l a l i b e r a l e d e l m o v i m e n t o d i file sharing svedese,
c h e h a r a c c o l t o il 7 ,1 p e r c e n t o d e l v o t o p o p o l a r e .
4 . I p i r a t i d e l c o p y r i g h t s o n o s o l o u n o d e i g r u p p i d i a t t i v i s t i c o n t e m p o r a n e i c h e s i r if a n n o a i p i r a t i
d e l l ’ e p o c a d ’o r o i n m a t e r i a d i q u e s t i o n i e c o n o m ic h e . Il c o s i d d e t t o m o v i m e n t o freegan a u s p ic a d i
t r a s f o r m a r e le e c c e d e n z e p r o d o t t e d a l c a p i t a l i s m o i n u n a f o n te d i s o s t e n i b i l i t à , s o t t r a e n d o l e a l s u o
c i c l o d i p r o d u z i o n e e c o n s u m o 48. A p p r o c c i s i m i l i s i p o s s o n o t r o v a r e t r a i s im p a tiz z a n ti d e l p r o g e t t o
C r im e th I n c ., u n a r e t e a n a r c h i c a c h e e v i d e n z i a il p o t e n z i a l e r i v o l u z i o n a r i o d e g l i in t e r v e n ti n e l l a v i t a
d i tu tti i g i o r n i 49. Evasion , u n d i a r i o d i v i a g g i o a n o n im o p u b b l i c a t o d a C r im e th I n c ., i n c u i v e n g o n o
r i p o r t a t e le g e s t a d i u n g i o v a n e a n t i c o n s u m i s t a c h e v i a g g i a p e r tu tti g li S ta ti U n iti f a c e n d o a u t o s t o p e
v i a g g i a n d o a b u s i v a m e n t e s u i tr e n i , è d i v e n t a t o u n a s o r t a d i m a n u a le p e r q u a n ti c o n d i v i d o n o c i ò c h e
l ’a u t o r e c h i a m a « d i s o c c u p a z i o n e m ilit a n te » . T a n to i freegans q u a n to i s o s t e n i t o r i d i C r im e th I n c .
hanno sp esso d o v u to fa r f r o n te a lla c ritic a di essere dei « p a ra s s ita ri» p iu tto s to che dei
« riv o lu z io n a r i» . S e u n a ta le d is tin z io n e p u ò in a p p a r e n z a a v e r e u n a s u a m o tiv a z io n e , b is o g n a p e r ò
s t a r e b e n a tte n ti a n o n l i q u i d a r e i n m o d o f r e t t o l o s o il p o t e n z i a l e r i v o l u z i o n a r i o d i u n r i - a d a t t a m e n t o
r a d ic a le d e l l ’« e c o n o m ia p a r a s s ita r ia » . S e in te g ra ta in u n a c o s c ie n z a p o litic a , q u e s ta p u ò d iv e n ta re
u n a te c n ic a d i s o p r a v v iv e n z a , p r a tic a e a l c o n te m p o e tic a , a l l ’in te rn o d i u n a p iù a m p ia lo tta
r i v o l u z i o n a r i a . P e r c h i è i n g r a d o d i a f f r o n t a r l o , q u e s to s t i l e d i v i t a p r o m e t te d i l i b e r a r e te m p o e d
e n e r g i a , e p a r a l l e l a m e n t e d i i n d e b o l i r e il s i s t e m a v ig e n te e c o s t r u i r e a l t e r n a t i v e c o n c r e te . N o n s o l o ,
m a c r e a in n u m e r e v o l i p o s s i b i l i t à d i c o m b i n a r e il d i v e r t i m e n t o c o l l e t t i v o e l a r i v o l u z i o n e ( s e n z a p e r
q u e s to c o n f o n d e r e l ’u n o c o n l ’a l t r a ) : in s o m m a , s i p o t r e b b e d i r e c h e s i a u n m o d o m o l to p i r a t a d i f a r e
le cose. I p ro b le m i di u n ’e s is te n z a p a ra s s ita ria sono e v id e n ti: a u t o in d u lg e n z a , e m a r g in a z i o n e ,
stagnazione. Ma screditare categoricamente il recupero degli scarti, il taccheggio o le truffe alle
grandi aziende - capisaldi di uno stile di vita freegan più militante (anche se molti freegans non
praticano attività illegali) - e bollarle come attività «irrilevanti» nella lotta contro il capitalismo,
renderebbe tali anche gli attacchi ai mercantili dei pirati dell’epoca d’oro. L’impatto delle nostre
azioni individuali (impatto ben più consistente nel caso della pirateria dell’epoca d’oro) non
dovrebbe portare a una differenza di giudizio.
5. Ci sono diversi esempi di interventi «pirata» nella semiotica sociale e nello spazio pubblico. I
più noto di questi è forse la radio pirata. N ell’introduzione a Seizing the Airwaves: A Free Radio
Handbook, Ron Sakolsky, commentando «la polemica che circonda il termine ‘pirata’ negli ambienti
radiofonici a bassa potenza», spiega in modo convincente perché l ’etichetta pirata in questo contesto
risulti pertinente:

Personalmente, non ho mai contestato il termine pirata. [...] Proprio come sono convinto che il denaro accumulato dalle banche non sia
in alcun modo il risultato di una distribuzione equa della ricchezza, sono altrettanto convinto che l’attuale oligopolio delle onde radio non
corrisponda a una giusta distribuzione di una risorsa pubblica. Per cui il termine «radio pirata», come è comunemente utilizzato, è a mio
avviso una positiva metafora poetica sulla redistribuzione delle risorse tra ricchi e poveri50.

La questione dello spazio è sempre stata rilevante per la pirateria. L’esempio dei pirati dell’epoca
d’oro dimostra quanto sia importante difendere lo spazio ai fini della propria libertà. Questo,
naturalmente, include anche l ’etere. Sfidando i tentativi di controllarlo, i pirati della radio
contribuiscono indubbiamente a definire la politica radicale. «Tattiche pirata» altrettanto efficaci nel
recupero e nell’appropriazione dello spazio sono impiegate dai writers o, più in generale, dagli
artisti di strada, come dimostra la superba collezione di stencil pirata di Josh MacPhee.

Tutti questi esempi sono solo le ultime espressioni dell’eredità dei pirati dell’epoca d’oro. Come
afferma Chris Land, il loro «potenziale insurrezionale, sempre presente, [...] si è attualizzato in
contesti diversi nel corso degli ultimi trecento anni»51. Marcus Rediker approfondisce ulteriormente
questa affermazione:

L’idrarchia dei marinai fu sconfitta negli anni Venti del diciottesimo secolo, con la decapitazione dell’idra. Ma essa non morirà. La
tradizione volatile, serpentina, del radicalismo marittimo riapparirà più e più volte nei decenni a venire, scivolando silenziosamente sotto i
ponti, oltre le banchine, lungo le coste, aspettando il suo tempo, per poi sollevare inaspettatamente le sue teste in ammutinamenti, scioperi,
52
sommosse, insurrezioni, rivolte di schiavi e rivoluzioni .

Malgrado lo sfruttamento borghese e commerciale dei pirati dell’epoca d’oro, i radicali di oggi
possono dunque continuare a sventolare con orgoglio il Jolly Roger: tutto quello che devono fare è
guadagnarsi il diritto di farlo.

Note alle Conclusioni

1. Anonymous, Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death.


2. Si veda Ramor Ryan, Clandestines: The Pirate Journals o f an Irish Exile, Oakland-Edinburgh, AK Press, 2006.
3. Si veda http: //www.crimethinc.com.
4. Si veda Capt’n Mayhem, Long Live Mutiny! A Pirate Handbook , Baltimore, Firestarter Press, s.d.
5. Una semplice ricerca su Google Image rivelerà risultati interessanti.
6. Si veda http:// www.piratesforpeace.com.
7. Si veda http: //www.constituentimagination.net.
8. Introduzione a No Quarter: An Anarchist Zine About Pirates, s.e., s.l., s.d., p. 2.
9. Williams, Captains Outrageous, p. 153.
10. Land, Flying the Black flag, p. 190.
11. Kinkor, Black Men under the Black Flag, pp. 204-205.
12. Rediker, Sulle tracce dei pirati, p. 332.
13. Guevara, WhatIs a Guerrilla?, pp. 288-289.
14. Tse-tung, On Guerrilla Warfare, p. 77. L’attributo «contadino» relativo a rivolta è stato omesso dato che l’argomentazione sembra
estendersi sistematicamente alla situazione dei pirati dell’epoca d’oro.
15. Lucie-Smith, Outcasts o f the Sea, pp. 210-211.
16. Johnson, A General History, p. 535.
17. Ibid., p. 514.
18. Rediker, Liberty beneath the Jolly Roger, p. 316.
19. Hobsbawm, I banditi, p. 72.
20. Land, Flying the Black flag, p. 190.
21. Ibid.
22. Hobsbawm, I banditi, p. 102.
23. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 182.
24. Sherry, Raiders & Rebels, p. 365.
25. Gill, The Devil ’s Mariner, p. 42.
26. Hobsbawm, I banditi, p. 21.
27. Ibid.
28. Ib id , p. 22.
29. Snelders, The Devil ’s Anarchy, pp. 204-205.
30. Hobsbawm, I banditi, p. 82.
31. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 80.
32. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 162.
33. Hobsbawm, I banditi, p. 83.
34. Thomson, Mercenaries, Pirates and Sovereigns, p. 46.
35. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 183.
36. Snelders, The Devil ’s Anarchy, p. 3.
37. Land, Flying the Black flag, p. 171.
38. Ibid.
39. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 173.
40. Land, Flying the Black Flag, p. 190.
41. Hakim Bey, T.A.Z. : The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism, New York, Autonomedia, 1991
(trad. it.: T.A.Z., Zone Temporaneamente Autonome, Milano, Shake, 2007).
42. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, p. 183.
43. Ibid.
44. Land, Flying the Black flag, p. 188.
45. Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who, p. 19.
46. Land, Flying the Black flag, p. 185.
47. Si veda http://www.piratbyran.org and http://www.thepiratebay.org.
48. Si veda http://www.freegan.info.
49. Si veda http://www.crimethinc.com.
50. Ron Sakolsky, Rhizomatic Radio and the Great Stampede, in Seizing the Airwaves: A Free Radio Handbook , a cura di Stephen
Dunifer e Ron Sakolsky, Edinburgh-San Francisco, AK Press, 1998, p. 9.
51. Land, Flying the Black flag, p. 190.
52. Linebaugh e Rediker, The Many-Headed Hydra, p. 173.
Principali testi sui pirati

Per quanti sono interessati a un approccio radicale alla storia dell’epoca d’oro della pirateria, l’opera più completa è Canaglie di tutto il
mondo: l ’epoca d ’oro della pirateria di Marcus Rediker (2005). Il libro contiene, con lievi differenze, anche buona parte del
precedente lavoro dell’autore sulla pirateria. Anche gli altri due testi che ha pubblicato sull’argomento - Sulle tracce dei pirati: la
storia affascinante della vita sui mari del Settecento (1987) e I ribelli dell’Atlantico: la storia perduta di u n ’utopia libertaria
(scritto con Peter Linebaugh, 2000) - sono entrambi fonti di immenso valore per la comprensione e l’analisi della pirateria dell’epoca
d’oro all’interno di un contesto più ampio: la cultura marittima del diciassettesimo e diciottesimo secolo (Sulle tracce dei pirati), e le
forme alternative di comunità resistenti al paradigma coloniale-capitalista dei Caraibi e delle Americhe (I ribelli dell’Atlantico).
Tra i libri non radicali di storia della pirateria, con importanti sezioni sull’epoca d’oro, ritengo che ce ne siano tre particolarmente degni
di nota: Capitan Kidd e la guerra contro i pirati (1986) di Robert C. Ritchie che, sebbene si focalizzi principalmente sul capitano
William Kidd, fornisce moltissime analisi illuminanti; Life Among the Pirates: The Romance and the Reality (1995) di David Cordingly,
che analizza meticolosamente l’eredità popolare della pirateria dell’epoca d’oro; e The Pirate War (2003) di Peter Earle, che apporta
molto materiale di valore, ripreso soprattutto dai registri dell’Ammiragliato. Il cuore letterario di tutta la ricerca sulla pirateria dell’epoca
d’oro rimane di sicuro A General History o f the Robberies and Murders o f the M ost Notorious Pirates (1724-1726) del capitano
Charles Johnson.
Esistono inoltre diversi libri sui pirati usciti in edizioni di lusso riccamente illustrate. I più ragguardevoli forse sono: The Pirates (1979) di
Daniel Botting; Pirates: Fact & Fiction (1992) di David Cordingly e John Falconer; Pirates: Adventurers o f the High Seas (1995) di
David F. Marley, e i due volumi di Angus Konstam, The History o f Pirates (1999; riedito nel 2007 con il titolo Pirates: Predators o f the
Seas) e Scourge o f the Seas: Buccaneers, Pirates and Privateers (2007).
Numerose antologie includono saggi relativi al periodo d’oro. Di particolare interesse per questo libro si sono rivelati Pirates: An
Illustrated History o f Privateers, Buccaneers, and Pirates from the Sixteenth Century to the Present e Bandits at Sea: A Pirates
Reader (2001), curati da C. R. Pennell. Quest’ultimo comprende saggi molto stimolanti per un lettore radicale, in particolare The Pirates
and the Emperor: Power and the Law on the Seas, 1450-1850 di Anne Pérotin-Dumon, Piracy and World History: An Economic
Perspective on Maritime Predation di John L. Anderson, e Black Men under the Black Flag di Kenneth J. Kinkor. Il saggio di
Pennell, Introduction: Brought to Book: Reading About Pirates, fornisce una panoramica molto esauriente della letteratura pirata in
inglese. Un altro interessante saggio di Anne Pérotin-Dumon è French, English and Dutch in the Lesser Antilles: from privateering
to planting, c. 1550-c. 1650, apparso nel secondo volume della General History o f the Caribbean.
I testi di Philip Gosse, The Pirates ’ Who ’s Who (1924) e Storia della pirateria (1932), forniscono un quadro esaustivo delle ricerche
svolte sul tema agli inizi del ventesimo secolo, includendo molti modi di dire dell’epoca decisamente divertenti. Per la storiografia pirata di
questo periodo, il rimando è invece a Captains Outrageous: Seven Centuries o f Piracy (1961) di Neville Williams.
II volume Privateering and Piracy in the Colonial Period: Illustrative Documents (1923), pubblicato da John Franklin Jameson,
contiene numerosi documenti storici importanti per lo studio della pirateria, come trascrizioni giudiziarie, articoli di giornali e altro.
Per chiunque sia interessato alla storia della leggenda pirata, vale la pena dare un’occhiata a Book o f Pirates: Fiction, Fact and
Fancy Concerning the Buccaneers and Marooners o f the Spanish Main (1921) di Howard Pyle, curato da Merle Johnson. L’opera
di Pyle rappresenta una delle fonti che più ha influito nel costruire l’immagine del pirata prevalente nel ventesimo secolo.
Tra i tanti libri popolari sulla storia della pirateria - quelli le cui «qualità dipendono dalla bravura letteraria degli autori piuttosto che dal
contenuto» (Burg, pp. 197-197) - ho apprezzato particolarmente Raiders & Rebels: The Golden Age o f Piracy (1986) di Frank Sherry.
Nonostante l’importanza esagerata conferita alla comunità pirata malgascia, la discutibile terminologia politica e la prosa a volte
melodrammatica, il libro è ben ideato ed è una lettura molto coinvolgente. Consiglierei anche Outcasts o f the Seas: Pirates and Piracy
(1978) di Edward Lucie-Smith: di approccio più sofisticato e molto meno sensazionalista rispetto a Sherry, contiene una serie di riflessioni
interessanti sul fenomeno pirata. Anche il recente libro The Republic o f Pirates (2007) di Colin Woodard contiene dettagli preziosi, in
particolare per quanto riguarda il ruolo di New Providence quale principale covo di pirati tra il 1716 e il 1718.
A proposito dei bucanieri caraibici, credo che non vi sia molto che possa sostituire le fonti originali. Il materiale sulla vita dei bucanieri è
rimasto esiguo e quasi tutte le storie attingono, più che dall’opera del capitano Johnson, dall’opera di Exquemelin The Buccaneers of
America e, in misura minore, dai resoconti di William Dampier, Basil Ringstone e Raveneau de Lussan. Probabilmente la migliore
raccolta di informazioni sulla vita dei bucanieri è The Buccaneers in the West Indies in the XVII Century di C. H. Haring (1910), anche
se il testo più compatto di P. K. Kemp e Christopher Lloyd, The Brethren o f the Coast: Buccaneers o f the South Seas (1961), è
altrettanto ricco di materiale informativo. Per una breve ma completa introduzione, consiglio invece Buccaneers (2000) di Angus
Konstam. A coloro che sono particolarmente interessati ai corsari e ai bucanieri olandesi, raccomando Piracy and Privateering in the
Golden Age Netherlands (2005) di Virginia W Lunsford, un testo che, anche se rivolto principalmente al mondo accademico,
rappresenta una straordinaria collezione di materiali.
Per le aree di interesse specifico, l’opera fortemente contestata di R. B. Burg, Pirati e sodomia (1983), è una pregevole lettura, e sullo
stesso tema Hans Turley offre uno studio molto più complesso (e forse più interessante) con Rum, Sodomy and the Lash: Piracy,
Sexuality & Masculine Identity (1999), pur se pieno di gergo accademico. Patterns o f Pillage: A Geography o f Caribbean-based
Piracy in Spanish America, 1536-1718 (1999) di Paul Galvin è invece uno dei libri sulla pirateria più sottovalutati, sebbene contenga
numerose informazioni preziose anche per gli studiosi più eruditi di scorrerie caraibiche. Mercenaries, Pirates and Sovereigns: State-
Building and Extraterritorial Violence in Early Modern Europe (1994) di Janice E. Thomson offre un’attenta analisi dei rapporti tra
la pirateria, il commercio e lo Stato. Per quanto riguarda il tema delle donne, invece, sono degni di nota Women Pirates (1997) di Ulrike
Klausmann e Marion Meinzerin, che costituisce uno studio pionieristico e provocatorio, e il saggio di John C. Appleby Women and Piracy
in Ireland: From Grainne O ’M alley to Anne Bonny, pubblicato in Bandits at Sea, anche se non è incentrato sull’epoca d’oro della
pirateria.
Nel campo della «piratologia radicale», oltre all’opera di Rediker, i testi da non perdere sono: Radical Pirates? (1984) di Christopher
Hill, che nel 1996 pubblica anche Liberty Against the Law: Some Seventeenth-Century Controversies; Pirate Utopias: Moorish
Corsairs & European Renegadoes (1995) di Peter Lamborn Wilson, un libro che, nonostante si concentri sulla pirateria lungo la Costa
dei Barbari del Nord Africa, contiene molte stimolanti osservazioni sul fenomeno pirata in generale e sulla pirateria dell’epoca d’oro in
particolare; The D evil’s Anarchy di Stephen Snelders (2005), che include preziosi racconti in prima persona di corsari e bucanieri
olandesi; e i saggi Pirate Utopias: Under the Banner o f King Death («Do or Die», 8, 1999) e Flying the Black flag: Revolt,
revolution and the social organization o f piracy in the «golden age» di Chris Land («Management & Organizational History», 2,
2007), in cui vengono fatti numerosi confronti tra la pirateria dell’epoca d’oro e i movimenti radicali contemporanei. Un altro saggio a cui
si fa molto riferimento tra gli accademici radicali è Outlaws at Sea, 1660-1720: Liberty, Equality and Fraternity among the
Caribbean Freebooters di J. S. Bromley, che ammetto di trovare un po’ tedioso. Il lavoro degli autori tedeschi Heiner Treinen e Rudiger
Haude ha dato un contributo davvero prezioso a questo libro, nonostante i due titoli non siano stati tradotti nemmeno in inglese. Ghost of
Chance (1991) di William S. Burrough e Pussy, King o f the Pirates (1996) di Kathy Acker sono entrambe interessanti trasposizioni
letterarie del tema dei pirati. Infine, a tutti i fan radicali dei pirati consiglio la zine «No Quarter» pubblicata a Calgary, in Canada.