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Tristezza.

Il rapporto
deformato con il tempo
Enzo Bianchi

ISBN: 9788821580987

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il 13 settembre 2014 03:14

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b1664482-9788821580987

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Enzo Bianchi (1943) è fondatore e
priore della Comunità Monastica di
Bose. Già direttore di «Parola, spirito e
vita», membro della redazione della
rivista internazionale di teologia
«Concilium», è autore di numerosi testi,
tradotti in molte lingue, sulla
spiritualità cristiana e sulla grande
tradizione della Chiesa, scritti tenendo
sempre conto del vasto e multiforme
mondo di oggi. Collabora con i
quotidiani «La Stampa», «Repubblica»,
«Avvenire», con il settimanale
«Famiglia Cristiana» e con i programmi
radiofonici Uomini e profeti e Ascolta, si
fa sera. In Francia scrive per il
quotidiano «La Croix», e per i mensili
«Panorama» e «La Vie». Tra i titoli
pubblicati per le Edizioni San Paolo
ricordiamo: Perché pregare come pregare
(20116), Una lotta per la vita (20112),
Le tentazioni di Gesù Cristo (2012) e
Nuovi stili di evangelizzazione (2012).
SE QUESTA VITA HA SENSO

Vale la pena lottare contro le tentazioni che si


annidano nel nostro cuore, per ristabilire
rapporti
autentici con se stessi, con gli altri e con Dio.
Vale
la pena cambiare il nostro stile di vita guidati
dal
Priore di Bose Enzo Bianchi che, come un
fratello
anziano, ci addestra nell’arte della lotta
spirituale.

CUSTODISCI IL TUO CUORE


La lotta contro le tentazioni
INGORDIGIA
Il rapporto deformato con il cibo
LUSSURIA
Il rapporto deformato con il corpo e la sessualità
AVARIZIA
Il rapporto deformato con le cose e il denaro
COLLERA
Il rapporto deformato con gli altri
TRISTEZZA
Il rapporto deformato con il tempo
ACEDIA
Il rapporto deformato con lo spazio
VANAGLORIA E ORGOGLIO
Il rapporto deformato con il fare e con Dio
ENZO BIANCHI

Tristezza
Il rapporto deformato
con il tempo
© 2012 EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l.
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo
(Milano)
www.edizionisanpaolo.it
Progetto grafico: Ink Graphics
Communication, Milano
Prima edizione digitale gennaio 2013.
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto
d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche
parziale, non autorizzata.
ISBN edizione epub 978-88-215-8098-7
ISBN edizione MOBI 978-88-215-8099-4
INDICE

QUELL’OMBRA CHE PARALIZZA


E DEPRIME
Verme del cuore
Tra passato e futuro
L’abito della gioia
Invidia per la «roba» degli altri
La gelosia

LA TRISTEZZA SECONDO
I PADRI DELLA CHIESA
Una tristezza utile e una tristezza cattiva
La preghiera contro la tristezza
Il male del diavolo
QUELL’OMBRA
CHE PARALIZZA
E DEPRIME

Dalla collera sorge la tristezza, poiché la


mente turbata quanto più
disordinatamente si agita tanto più cade
nella confusione; e quando ha perduto
la dolcezza della tranquillità, si pasce
della tristezza che scaturisce dal
turbamento.
(Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe
XXXI,89)
VERME DEL CUORE

«La tristezza (lýpe) è un abbattimento


dell’anima, che fa seguito ai pensieri di
collera»1: con questa motivazione
Evagrio, nella lista dei loghismoí, alla
collera fa seguire la tristezza; altrove egli
stesso inverte però l’ordine di queste
due passioni, nella consapevolezza che
talvolta la tristezza è l’alveo in cui l’ira è
trattenuta e nascosta. Ha scritto Paolo,
dando inizio a una lunghissima
tradizione spirituale in merito: «La
tristezza secondo Dio produce un
pentimento irrevocabile che porta alla
salvezza, mentre la tristezza del mondo
produce la morte» (2Cor 7,10).
Vi è dunque una tristezza buona, cioè
quell’afflizione che consiste nella
sofferenza per la propria lontananza da
Dio e che può condurre fino alla
compunzione, al sentire il proprio cuore
trafitto da Dio stesso che ci invita a
ritornare a lui. Il vizio di cui ci
occupiamo è invece quella tristezza che
non è secondo Dio, ossia quell’ombra
che ci abita, ci paralizza e ci deprime,
spegnendo poco per volta in noi la
voglia di vivere. Il segno da cui si
riconosce tale tristezza è l’incapacità di
piangere: solo grazie al dono delle
lacrime possiamo infatti sperimentare la
tristezza quale giusta sofferenza per i
nostri peccati. Come dimenticare che
nell’antica tradizione della chiesa vi era
una preghiera per ottenere il dono delle
lacrime? Non a caso Gesù ha detto:
«Beati quelli che piangono» (Mt 5,4), e
non: «Beati quelli che sono tristi»…
La tristezza – definita da Evagrio
«verme del cuore»2 – si insinua nel
cuore dell’uomo e lentamente corrode
tutta la sua vita, come fa la tignola con
il vestito (cf. Pr 25,20): se non viene
combattuta, essa finisce per abitarci
come un inquilino stabile e sempre più
difficile da scacciare. Sì, la tristezza è il
non-piacere per eccellenza: essa
«spoglia da ogni piacere e fa inaridire il
cuore»3; la tristezza è alla radice della
depressione nervosa, perché conduce al
sentimento del non-senso della vita, a
uno stato di letargo in cui la vita appare
senza luce, senza speranza: in una
parola, invivibile.
È significativo che due salmi
presentino come ritornello il versetto:
«Perché sei triste, anima mia, perché sei
turbata?» (Sal 42,6.12; 43,5). Perché la
tristezza permane come un’ombra nel
nostro profondo, come un brusio che
non cessa di tormentarci? Di volta in
volta sono le sofferenze ingiustamente
patite, le contraddizioni reali alla nostra
vita, la constatazione della frustrazione
dei nostri desideri, anche quelli più
nobili e giusti, a generare in noi la
tristezza. Ora, la vita e la realtà
certamente ci contraddicono in molti
modi, ma guai a chi pensa di poter
vivere in un mondo dorato e privo di
frustrazioni, guai a chi si nutre di
nostalgie immaginarie o di attese
impossibili! Se invece ci esercitiamo ad
accettare le contraddizioni quotidiane;
se, pur soffrendo, sappiamo accogliere
ed elaborare le nostre ferite, allora
potremo anche aprirci a quella
consolazione che viene da Dio e dalla
comunione con i fratelli.
1 Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della
malvagità 11.
2 Ibid.
3 Cf. Id., Sui pensieri 12.
TRA PASSATO E
FUTURO

Scendendo più in profondità, mi pare


che il proprium della tristezza consista
nel suo essere una patologia
riguardante il nostro rapporto con il
tempo. Da una parte, si idealizza il
passato come tempo indiscutibilmente
migliore di quello attuale e lo si evoca
con accorati accenti di nostalgia, non
privi di una certa ottusità. Istruttive in
proposito sono le parole di
mormorazione rivolte dai figli di Israele
contro Mosè e Aronne, durante l’esodo
verso la terra promessa: «Fossimo morti
per mano del Signore nel paese d’Egitto,
quando eravamo seduti presso la
pentola della carne, mangiando pane a
sazietà! Invece ci avete fatti uscire in
questo deserto per far morire di fame
tutta questa moltitudine» (Es 16,3).
D’altra parte, si sogna di realizzare in
un futuro mitico ciò che, per l’appunto,
è destinato a cominciare sempre
domani, oppure si teme l’avvenire per le
incognite che può riservare. Insomma,
in un modo o nell’altro ci si rifugia in
un mondo immaginario per non aderire
alla realtà: così facendo, però, non si
coglie il presente come l’oggi di Dio,
come l’ora irripetibile che ci è data da
vivere.
Anche Gesù ha conosciuto la tristezza
di fronte alla prospettiva della morte, è
stato «preso da paura e angoscia» (cf.
Mc 14,33 e par.) quando ha dovuto
cercare un senso alla sua fine
ignominiosa. Ed egli ha vinto quella
tristezza mediante un radicale
abbandono alla volontà del Padre (cf.
Mc 14,36 e par.), riuscendo a percepire
nella passione ormai prossima una
logica di amore per Dio e per gli
uomini. Davvero, solo quando si
intravede l’amore, quando si sa che
l’amore può essere la ragione del vivere e
del morire, allora cessa la tristezza e si fa
strada la beatitudine, la gioia sempre
rinnovata che è dono dello Spirito santo
(cf. Gal 5,22).
L’ABITO DELLA GIOIA

Si comprende dunque perché il Nuovo


Testamento unisca strettamente la gioia,
antidoto principe alla tristezza, alla
capacità di vivere in modo adeguato il
rapporto con il tempo, di vivere il
momento presente: la gioia è una virtù
escatologica, che unifica il tempo
umano nell’oggi di Dio, anticipando nel
presente la dimensione finale, la gioia
della meta che ci attende nel Regno (cf.
1Pt 1,6-9; 4,13).
Occorre inoltre ricordare che per i
cristiani la gioia non è il frutto di una
disposizione interiore di tipo psichico o
emotivo, ma è coniugata all’imperativo,
è un comando apostolico: «Rallegratevi,
siate nella gioia!» (chaírete: 2Cor 13,11;
Fil 2,18; 3,1; 4,4; 1Ts 5,16; cf. Rm
12,12.15; 1Cor 12,26). Essa non è
dunque un vago e spontaneo
sentimento, ma uno stato da ricercare
con sforzo e impegno. È gioia «nel
Signore» (Fil 4,4.10), in quanto gioia
del Signore innanzitutto, del Dio che si
rallegra e comunica la sua gioia ai suoi
amati; e nel cristiano tale gioia nasce
dall’essere «in Cristo», dal sapere che
Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20). È «gioia
nello Spirito santo» (Rm 14,17), e
pertanto a essa ci si esercita invocando il
dono dello Spirito e disponendosi ad
accoglierlo mediante la fede, la
speranza e la carità. Lo Spirito santo è «il
Consolatore» (cf. Gv 14,16.26; 15,26;
16,7), è colui che ci testimonia che Dio
stesso «asciugherà le lacrime dai nostri
occhi» (cf. Ap 7,17; 21,4), che ci
permette di discernere l’invisibile e,
dunque, di restare saldi, di svestire il
saio della tristezza per indossare l’abito
della gioia (cf. Sal 30,12).
Sì, occorre obbedire risolutamente al
comando alla gioia ed esercitarsi a essa
vivendo in pienezza il momento
presente, così da sperimentare che né il
passato né il futuro possono
determinarci, ma solo l’oggi di Dio.
Davvero il cristiano dovrebbe aprire
ogni sua giornata con le parole del
salmista: «Ascoltate oggi la voce del
Signore!» (cf. Sal 95,7), disponendosi
nel contempo a ringraziare Dio per
essere stato creato. Nel Pastore di Erma
c’è una significativa esortazione alla
gioia:
Rivèstiti di gioia, che ha sempre grazia
presso Dio e che è gradita a lui: fa’ della
gioia la tua delizia. Perché ogni uomo
gioioso agisce bene, pensa il bene e
disprezza la tristezza. L’uomo triste, al
contrario, agisce male. Innanzitutto fa il
male, perché rattrista lo Spirito santo (cf. Ef
4,30), che è stato dato agli uomini sotto
forma di gioia; inoltre, rattristando lo
Spirito santo compie l’ingiustizia di non
supplicare né lodare Dio: la preghiera
dell’uomo triste, infatti, non ha la forza di
salire all’altare di Dio … Come infatti aceto
e vino mescolati insieme non hanno lo
stesso sapore, così la tristezza unita allo
Spirito santo non è capace della stessa
preghiera. Purificati dunque da questa
tristezza malvagia, e così vivrai per Dio1.
1 Il pastore di Erma, Precetti X,3.
INVIDIA PER LA «ROBA»
DEGLI ALTRI

Una forma particolare di tristezza è


l’invidia1, che Evagrio non inserisce nel
catalogo dei vizi. A essa invece
conferisce un ruolo rilevante Gregorio
Magno, che la colloca al secondo posto
tra i «vizi capitali»2. Egli così la descrive:
Quando l’invidia vince e corrompe il cuore,
lo stesso aspetto esteriore indica quale grave
pazzia scuota l’animo. Il viso diventa
pallido, gli occhi guardano basso, la mente
si riscalda, e le membra si raffreddano, i
pensieri diventano rabbiosi, i denti
stridono; e mentre nel segreto del cuore si
nasconde l’odio crescente, la ferita racchiusa
tortura con cieco dolore la coscienza. Non si
trova più gioia nelle cose proprie, perché la
mente si logora nella sua pena, nata dalla
felicità altrui3.

Sì, c’è anche una tristezza che nasce


dalla consapevolezza, dall’osservazione
del bene e della felicità altrui: terribile
sentimento, così presente nel nostro
quotidiano… La matrice di questo
peccato è il desiderio di avere noi la
«roba» degli altri, anche se a volte si
vorrebbe semplicemente che l’altro non
avesse quei beni, quelle caratteristiche,
quei determinati doni. Per questo è un
sentimento che si cerca di nascondere,
un sentimento inconfessabile, di cui
non ci si vanta ma ci si vergogna. Più in
profondità, l’invidia è un riflesso che
consiste nel paragonarsi
sistematicamente agli altri, è ciò che
riflette la mia incapacità personale di
riconoscere con gratitudine i doni che
Dio ha concesso rispettivamente a me e
agli altri. Ci sono sempre qualità che gli
altri hanno e io no; fissandomi su
queste, invece di rallegrarmi della vita
quale essa è, osservo e invidio i doni
distribuiti da Dio agli altri.
L’invidia è un sentimento che
purtroppo nasce già nell’infanzia,
soprattutto nei rapporti familiari, e in
particolare là dove ci sono fratelli o
sorelle. La Bibbia ce ne dà numerosi
esempi: Caino invidia Abele (cf. Gen
4,3-5), i figli di Giacobbe invidiano il
fratello Giuseppe (cf. Gen 37,5-8)…
L’invidioso è colui che si sente escluso
da un bene che l’altro che gli è accanto
possiede: il bene dell’altro è sofferto
come male proprio! Chi è preso da
questa patologia guarda con occhio
cattivo (invidia da in-videre) la felicità,
il bene, la virtù dell’altro, fino a
sfigurarne l’immagine e la realtà, fino a
concentrare tutti i propri desideri su ciò
che gli altri possiedono. In definitiva,
che cos’è l’invidia se non un
contraddire al comandamento: «Non
desiderare la roba d’altri» (cf. Es 20,17;
Dt 5,21)?
Oggi i sociologi dicono che l’invidia è
un male sociale assai diffuso,
soprattutto nei confronti di chi è più
ricco, di chi guadagna di più. Ma
l’invidioso deve sapere che, non appena
gli altri si accorgono di questo suo
sentimento, lo abbandonano, lo
lasciano solo, perché egli è ai loro occhi
insopportabile: sicché l’invidioso è
condannato all’isolamento. Basilio
osserva che l’invidia distrugge e
consuma quelli di cui si impadronisce,
come la ruggine rode il ferro, come la
lancia che incontra una pietra dura e si
spacca4. Sono espressioni eloquenti:
nell’invidia ci si rode, ci si consuma, ci si
spacca…
1 Cf. Giovanni Damasceno, La fede ortodossa
2,14: «Quattro sono le specie di afflizione: la
tristezza, l’oppressione, l’invidia, la
compassione. La tristezza è un’afflizione che
causa afonia, l’oppressione è un’afflizione che
accascia, l’invidia è un’afflizione a causa del
bene degli altri, la compassione è un’afflizione a
causa del male degli altri».
2 Gregorio Magno, Commento morale a
Giobbe XXXI, 88.
3 Ibid. V,85.
4 Cf. Basilio di Cesarea, Omelia undicesima
(Homilia de invidia) 1.4 (PG 31,373.380).
LA GELOSIA

L’invidia assume a volte una


connotazione specifica che siamo soliti
definire come gelosia. Francesco d’Assisi
ha scritto ai frati radunati in capitolo:
Chiunque invidierà il suo fratello per il bene
che il Signore dice e fa in lui, commette
peccato di bestemmia, perché è invidioso
dello stesso Altissimo che dice e fa ogni
bene1.

Questa invidia gelosa è un segno


pericoloso e grave, perché finisce per
recare offesa a Dio, prima che agli altri!
Che male terribile, soprattutto nella vita
comune dei monaci… Essa nasce dal
vivere gli uni accanto agli altri, dal
confronto continuo, dal verificare ciò
che gli altri sono e fanno e, di
conseguenza, l’approvazione e il
riconoscimento che essi ricevono: ma è
proprio qui che il cristiano dovrebbe
esercitarsi a gioire con chi gioisce, a
piangere con chi piange, a condividere
le gioie e le tristezze dei fratelli e delle
sorelle (cf. Rm 12,15). Perché le gioie e
le capacità degli altri sono doni per
tutti, per l’utilità comune!
Eppure invidia e gelosia sono i mali
più presenti nella vita comune, e
provocano liti, contestazioni, dissidi,
mormorazioni. Occorre dirlo con
estremo realismo: questi sentimenti
trasformano anche somaticamente chi
ne è preda e si manifestano con il
pallore, con le labbra tese e piatte, con
lo sguardo glaciale… Noi monaci
conosciamo bene questa patologia e le
sue manifestazioni! Ma dovremmo
anche sapere che «la carità non invidia»
(1Cor 13,4) e che se c’è invidia e
gelosia, allora non c’è carità.
Esiste un antidoto all’invidia e alla
gelosia? Sì, la gratitudine, ossia il saper
rendere grazie, il saper stupirsi del
bene, da chiunque venga compiuto, il
saper vedere con occhio buono tutto ciò
che fiorisce intorno a noi… Solo chi sa
riconoscere ed essere grato per il bene
fatto dagli altri è capace di «fare il
bene», di purificare il suo operare, di
cantare il suo ringraziamento a Dio per
tutto ciò che opera nella storia e nella
vita di ogni uomo. Ha ucciso il
sentimento di invidia in sé chi sa dire:
«Ciò che ho potuto fare di bene, l’ho
fatto grazie agli altri che sono con me:
senza questi miei fratelli, senza questi
miei amati, non avrei potuto fare quel
poco di bene che ho operato!».
1 Francesco d’Assisi, Ammonizioni 8.
LA TRISTEZZA
SECONDO I PADRI
DELLA CHIESA
UNA TRISTEZZA UTILE
E UNA TRISTEZZA
CATTIVA

Un anziano diceva riguardo a Lazzaro,


il mendicante: «Non troviamo scritto
che egli abbia mai mormorato contro
Dio, come se non avesse avuto
misericordia di lui, ma sopportava la
fatica rendendo grazie, e non giudicava
il ricco. Per questo Dio lo prese con sé
(cf. Lc 16,20-22)».
Detti dei padri del deserto, Collezione anonima
376

Morendo abba Beniamino disse ai suoi


figli: «Fate questo e potrete essere
salvati: “Siate sempre lieti, pregate
incessantemente, in ogni cosa rendete
grazie” (1Ts 5,16-18)».
Detti dei padri del deserto, Collezione alfabetica,
Beniamino 4

Disse ancora: «Esiste una tristezza utile


e una tristezza distruttiva (cf. 2Cor
7,10). Utile è la tristezza che fa piangere
per i propri peccati e per l’ignoranza del
prossimo e non permette che ci
allontaniamo dal proposito di
raggiungere la bontà perfetta. Ma c’è
anche una tristezza suscitata dal
Nemico, piena di irrazionalità, che
molti chiamano acedia. Bisogna dunque
scacciare questo spirito con la preghiera
e la salmodia».
Detti dei padri del deserto, Collezione alfabetica,
S 10

Un anziano disse: «Se uno accoglie in


sé il ricordo di chi lo ha afflitto o
maltrattato o contristato o danneggiato,
deve ricordarsi di lui come di un
medico inviato da Cristo e deve
ritenerlo come un benefattore. Il fatto
stesso che tu ti senta afflitto da queste
cose è segno di un’anima malata: se
infatti tu non fossi malato, non
soffriresti. E devi rallegrarti di tuo
fratello, perché grazie a lui conosci la
tua malattia; devi pregare per lui e
accogliere quanto ti viene da lui come
una medicina che il Signore ti ha
mandato perché ti guarisca. Ma se tu ti
indigni contro di lui, è come se in realtà
dicessi a Gesù: “Non voglio accettare le
tue medicine, preferisco imputridire
nelle mie ferite!”».
Detti dei padri del deserto, Collezione sistematica
XVI,17

I desideri frustrati fanno spuntare


tristezze, ma le preghiere e le azioni di
grazie le fanno svanire. La tristezza si
agita in mezzo a quelli che sono adirati:
chi per primo ritorna in sé e si riprende
dalla passione, se tende la mano
all’altro per chiedere scusa, allontana
l’amara tristezza. La tristezza è una
malattia dell’anima e della carne: fa
prigioniera l’una e consuma l’altra. La
tristezza è generata da motivi opposti;
dalla tristezza poi proviene l’ira e da
queste sono generate follia e offese. Se
vuoi calpestare tristezza e ira, abbraccia
la longanimità della carità e rivestiti
della gioia dell’innocenza. La tua gioia
non sia causa di tristezza per un altro.
Chi infatti gode dell’ingiustizia piangerà
al tempo della benevolenza [divina] e
colui che sopporta tristezze soffrendo
ingiustamente, esulterà
splendidamente, perché il futuro sarà
l’opposto del presente.
Evagrio Pontico, A Eulogio. Sulla confessione dei
pensieri 7

Chi fugge tutti i piaceri del mondo è


una cittadella inaccessibile al demone
della tristezza. La tristezza infatti è la
frustrazione di un piacere, presente o
atteso. È impossibile respingere questo
nemico, se noi abbiamo un
attaccamento passionale a qualche bene
terreno. Egli infatti tende la rete e
produce la tristezza laddove vede
manifestarsi maggiormente la nostra
inclinazione.
Evagrio Pontico, Trattato pratico 19
LA PREGHIERA
CONTRO LA TRISTEZZA

La preghiera è germoglio della mitezza


e della non-irascibilità
La preghiera è frutto della gioia e della
riconoscenza
La preghiera è difesa da tristezza e
sconforto.
Evagrio Pontico, Sulla preghiera 14-16

A volte la tristezza è conseguenza


dell’ira che l’ha preceduta, oppure è
generata da un desiderio frustrato o da
qualche guadagno mancato – quando
cioè uno si vede svanire la speranza che
nutriva per questa o quella cosa. Altre
volte, poi, anche senza alcun motivo
apparente che ci spinga a cadere in
questo precipizio, ma solo perché
pungolati dal nostro astuto Nemico, ci
sentiamo improvvisamente oppressi da
una così grande afflizione, che non
riusciamo ad accogliere con la consueta
affabilità neppure le persone che ci sono
care e a cui siamo più legati; e
qualunque cosa ci dicano, per quanto
adeguata alla circostanza, ci sembra
inopportuna e superflua, e rispondiamo
loro in modo del tutto scortese, perché
il fiele dell’amarezza invade ormai tutte
le profondità del nostro cuore.
Da quanto si è detto risulta
chiaramente che non è sempre colpa
degli altri se in noi si accendono gli
stimoli passionali, ma è piuttosto colpa
nostra, perché siamo noi stessi a
custodire nel segreto del nostro intimo
le cause d’inciampo e i semi dei vizi, che
poi, non appena la pioggia delle
tentazioni bagna la nostra mente, subito
germogliano e danno frutto.
Cassiano, Istituzioni cenobitiche IX,4-5

Ecco come potremo scacciare dai nostri


cuori questa passione così pericolosa
[della tristezza]: tenendo la nostra
mente incessantemente occupata nella
meditazione spirituale grazie alla
speranza dei beni futuri e alla
contemplazione della beatitudine
promessa. In questo modo infatti
riusciremo a superare ogni genere di
tristezza, sia quella che deriva dall’ira
che l’ha preceduta, sia quella che è
frutto della perdita di qualche
guadagno o di un danno che ci è stato
arrecato, sia quella che è prodotta da
un’offesa che abbiamo subito, sia quella
che è conseguenza di un inspiegabile
turbamento della mente, sia quella che
ci spinge a una disperazione mortale.
Così, rimanendo sempre lieti e
imperturbabili nella contemplazione
delle realtà future ed eterne, non ci
lasceremo né abbattere dagli eventi
dolorosi della vita presente, né esaltare
da quelli felici, guardando gli uni e gli
altri come realtà effimere e passeggere.
Cassiano, Istituzioni cenobitiche IX,13

Dobbiamo sempre volgere verso l’alto


il nostro sguardo, soprattutto quando
siamo circondati da motivi di tristezza, e
rendere grazie a Dio che ci mette alla
prova. Anche il beato David, infatti,
dice: «Benedirò il Signore in ogni
tempo» (Sal 34,1); e il santo Isaia,
dando voce a noi tutti, gridava: «Ti
benedirò e ti darò lode, o Signore,
perché ti sei adirato con me e hai
allontanato da me il tuo volto, ma dopo
hai avuto misericordia di me, mi hai
aiutato e mi hai dato consolazione» (cf.
Is 12,1).
Nilo di Ancira, Lettere III,173

Non c’è passione più pericolosa


dell’invidia tra quelle che nascono
nell’anima umana. Se per quelli di fuori
è un minimo danno, per chi la possiede
è il male principale che porta in sé.
Come la ruggine consuma il ferro, così
l’invidia fa con coloro di cui
s’impadronisce. Ancor meglio, come le
vipere – a quanto dicono – divorano il
ventre che le ha generate, così anche
l’invidia ha la capacità di consumare
l’anima che l’ha partorita. L’invidia
infatti è una tristezza per la prosperità
del prossimo: ecco perché all’invidioso
non mancano mai pene e dispiaceri. Il
campo del vicino ha portato un buon
raccolto? La sua casa abbonda di ogni
bene? Quell’uomo è sempre circondato
da motivi di gioia? Tutte queste cose
alimentano la malattia e accrescono il
dolore dell’invidioso. È in tutto simile a
un corpo nudo che viene ferito da tutti.
Qualcuno è pieno di coraggio? È in
buona salute? Questo ferisce l’invidioso.
Un altro è assai aggraziato nell’aspetto?
Ecco un’altra ferita per l’invidioso. Un
tale si distingue per le qualità
dell’anima? È tenuto in considerazione
per la sua sapienza e la forza della sua
parola? Un altro è ricco, è assai
generoso nelle sue donazioni e nella
condivisione con i bisognosi e ne riceve
grande lode da parte di coloro che sono
da lui beneficati? Tutti questi sono colpi
e ferite, che lo trafiggono nel profondo
del cuore. L’aspetto penoso di questa
malattia è che egli non può neppure
dichiararla. Ma egli se ne sta con lo
sguardo chino a terra, è triste e confuso,
si lamenta ed è consumato dal male. Se
qualcuno gli domandasse cosa lo fa
soffrire, arrossirebbe a manifestare la
sua disgrazia dicendo: «Sono invidioso e
pieno di amarezza, mi affliggo del
benessere del mio amico e mi rattristo
della felicità del mio fratello, non
sopporto la vista dei beni altrui, ma
considero una disgrazia la prosperità del
prossimo!». Ecco cosa direbbe, se solo
fosse disposto ad ammettere la verità.
Ma poiché preferisce non dire nulla di
tutto ciò, trattiene nel profondo la
malattia che consuma e divora le sue
viscere.
Basilio di Cesarea, Omelia XI, Sull’invidia 1
IL MALE DEL DIAVOLO

L’invidia è un male proprio del


diavolo, l’invidia non può essere
espressa in parole e non ammette cura.
Chi ha mal di testa dice al medico che
gli fa male la testa, ma chi è malato
d’invidia che cosa può dire? Mi fanno
male i beni del fratello? La verità è
proprio questa, ma ciascuno si vergogna
di dirla a parole. Per che cosa gemi? Per
un male proprio o per un bene altrui?
Basilio di Cesarea, Omelia pronunciata a Lacizi 8
Chi abbraccia la pace nella casa del suo
cuore prepara una dimora a Cristo,
perché Cristo è la pace e vuole riposare
nella pace. L’invidioso è maledetto in
tutto. L’uomo di pace è sempre
tranquillo, l’invidioso è simile a una
nave sballottata dalle onde del mare.
L’uomo di pace ha un cuore saldo,
l’invidioso è sempre turbato. Chi cerca
la pace è sicuro e difeso da ogni lato.
Chi prova invidia diventa furioso,
impazzisce inutilmente come un lupo
rapace. L’uomo di pace è simile a una
vigna carica di frutti abbondanti e
copiosi; l’invidioso invece è schiacciato
sotto il peso dell’indigenza e della
miseria. E quanto l’uomo di pace si
rallegra e gioisce nel Signore, altrettanto
l’invidioso si consuma ed è ridotto a
nulla. L’uomo di pace si riconosce
dall’abbondanza della sua gioia,
l’invidioso si mostra sfinito in volto e
pieno di rabbia. L’uomo di pace
meriterà la compagnia degli angeli,
l’invidioso si rende partecipe dei
demoni. E come la pace illumina i
recessi del cuore, così l’invidia acceca le
profondità del cuore. La pace infatti
mette in fuga e turba ogni discordia,
l’invidia accumula ira. Ogni caligine è
messa in fuga dallo splendore della pace
e, dove domina l’invidia, là vi è
l’oscurità e le tenebre esteriori. Figlio,
ricerca dunque il desiderabile nome
della pace, perché tu possa acquistare
frutti di pace, odia l’invidia per non
essere ricolmo di frutti di male.
Pseudo-Basilio, Ammonizione a un figlio
spirituale 5

L’invidia è la passione che è all’origine


del male, il padre della morte, la prima
via d’ingresso per il peccato, la radice
della malvagità, l’origine della tristezza,
la madre di ogni disgrazia, la causa di
disobbedienza, l’inizio della vergogna.
L’invidia ci ha esiliato dal paradiso
tramutandosi in serpente ai danni di
Eva. L’invidia ci ha separato dall’albero
della vita e, dopo averci spogliati delle
sacre vesti, ci ha fatto ricorrere con
vergogna alle foglie di fico. L’invidia,
armò Caino contro la sua stessa natura
e introdusse l’abitudine di vendicare
sette volte la morte di una persona.
L’invidia ridusse Giuseppe in schiavitù.
L’invidia è pungolo mortifero, arma
nascosta, malattia della natura, veleno
della bile, deperimento volontario,
ferita amara, chiodo dell’anima, fuoco
interiore, fiamma che arde nelle viscere.
Per essa è una disgrazia non il proprio
male, ma il bene altrui; è un successo
non il proprio bene, ma il male degli
altri. L’invidia si rattrista dei successi
degli uomini e coglie al volo le loro
disgrazie. Dicono che gli avvoltoi che
divorano cadaveri siano uccisi dal
profumo: la loro natura infatti è
abituata a ciò che è puzzolente e
putrefatto. Allo stesso modo, chi è
posseduto da questa malattia si sente
ucciso dal benessere dei suoi vicini
come da un profumo; appena però si
accorge che sono nella sofferenza per
una qualche sventura, si precipita a volo
sopra di essa e vi introduce il suo becco
ricurvo per scoprire tutto ciò che si cela
in quella disgrazia.
Gregorio di Nissa, Vita di Mosè II,256-258
Bisogna ammonire gli invidiosi,
affinché valutino attentamente quanto
sono ciechi coloro che vengono meno
per il successo degli altri e si struggono
per la gioia altrui. Come sono infelici
coloro che diventano peggiori quando il
loro prossimo diventa migliore e,
mentre guardano aumentare la fortuna
altrui, stretti dall’afflizione in se stessi,
muoiono per la peste che hanno nel
cuore. Che cosa può esserci di più
infelice di coloro che sono irritati dallo
spettacolo della felicità altrui e resi più
cattivi dal tormento che ne provano? In
realtà, i beni degli altri che non possono
avere per sé, li avrebbero fatti propri, se
solo li amassero! Tutti gli uomini uniti
fermamente nella stessa fede, infatti,
sono come le molte membra contenute
in un solo corpo, le quali sono certo
diverse per la diversità delle funzioni,
ma grazie alla loro corrispondenza
reciproca diventano una cosa sola (cf.
1Cor 12,12-30). Per cui avviene che il
piede vede attraverso l’occhio e gli occhi
camminano per mezzo dei piedi,
l’ascolto delle orecchie serve alla bocca e
la lingua collabora con gli orecchi nella
propria funzione; il ventre sostiene
l’attività delle mani e le mani lavorano
per il ventre. Nella costituzione stessa
del nostro corpo riceviamo perciò il
modello da osservare nel nostro agire e
sarebbe assai vergognoso non imitare
ciò che siamo. È dunque nostro tutto
ciò che amiamo negli altri, anche se non
possiamo imitarlo; e ciò che in noi è
amato diventa di chi l’ama. Perciò gli
invidiosi misurino quanto è grande la
potenza della carità che rende nostre
senza fatica le opere della fatica altrui.
Gregorio Magno, Regola pastorale III,10

Chi ama Dio non rattrista né si


rattrista con nessuno per cose
passeggere; ma per un’unica tristezza
salutare rattrista e si rattrista, quella per
cui il beato Paolo si rattristò e rattristò i
Corinzi (cf. 2Cor 7,8-10).
Massimo il Confessore, Centurie sulla carità I,41

Se non vuoi perdere la carità secondo


Dio, non lasciare che il fratello vada a
riposare rattristato contro di te e tu non
andare a riposare rattristato contro di
lui, ma va’, riconciliati con tuo fratello e
ritornato offri a Cristo con coscienza
pura, per mezzo di una preghiera
fervente, il dono della carità (cf. Mt
5,24).
Massimo il Confessore, Centurie sulla carità I,53

Se è vero che la carità non fa alcun


male al prossimo (Rm 13,10), colui che
invidia il fratello e si rattrista per la sua
buona fama e con scherni imbratta la
sua reputazione o, nella sua malizia, gli
tende insidie, come non si pone al di
fuori dell’amore e non diventa
meritevole dell’eterno giudizio?
Massimo il Confessore, Centurie sulla carità I,55

Con fatica porrai fine alla tristezza


dell’invidioso: egli infatti ritiene una
disgrazia ciò che invidia in te; non ti è
possibile porre fine alla sua ira, a meno
che non gli tenga nascosta qualche cosa.
Ma se la cosa giova a molti, e rattrista
lui, chi trascurerai? È necessario
dunque che tu sia di vantaggio ai più e
non trascuri neanche lui, per quanto ti
è possibile. Non lasciarti trascinare dalla
malvagità della passione, combattendo
non contro la passione, ma contro colui
che le è soggetto; ma in umiltà devi
considerarlo superiore a te e stimarlo
più di te in ogni occasione, luogo e
azione. Potrai inoltre arrestare la tua
invidia se ti unisci a lui nella gioia per le
cose di cui si rallegra e se ti affliggi con
lui per le cose che lo rattristano,
adempiendo così il precetto
dell’Apostolo: «Rallegratevi con chi
gioisce e piangete con chi piange» (Rm
12,15).
Massimo il Confessore, Centurie sulla carità
III,91
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