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Luigi Pulci, Morgante

L'invocazione, cantare I, ottave 1-4: La prima ottava contiene l’invocazione a Dio, il cui Verbo (logos) è all’inizio di tutte le cose, il poeta invoca a
Dio per dargli, mediante un angelo, una storia degna di essere raccontata. Nella seconda ottava il poeta invoca la Vergine perché gli aiuti a
creare i versi che siano caratterizzati da un andamento dolce e da uno stile soave. La terza ottava rivela il tempo in cui l’azione si svolge
attraverso i riferimenti classici – Filomena, Febo, Fetonte e Titone. La quarta ottava rivela il compito del poeta il che è narrare le imprese
dell’imperatore Carlo Magno, le storie che sono state raccontate tantissime volte ma interpretate male. Le quattro ottave formano l’incipit
dell’opera, e hanno due tematiche. Le prime due ottave sono le invocazioni alle potenze celesti (Cristo e Vergine Maria), mentre la terza e la
quarta sono al livello pagano e rievocano il tempo, l’occasione e l’argomento del lavoro. Pulci unisce la tradizione popolare con la tradizione
dell’alta letteratura. In principio era il Verbo presso Dio e Dio era il Verbo, e il Verbo era Dio: questo era al principio, secondo me,
e non si può far nulla senza di Lui. Perciò, o Signore giusto, benigno e pio, mandami solo uno dei tuoi angeli, che mi accompagni
e mi riporti alla memoria una storia famosa, degna e antica.// E tu, Vergine che sei figlia, madre e sposa di quel Signore che ti
diede la chiave del Cielo, dell'abisso e d'ogni cosa, quel giorno in cui l'arcangelo Gabriele ti disse "Ave", dal momento che tu sei
pietosa verso i tuoi servi, aiuta benevolmente i miei versi con rime dolci e uno stile soave e gradevole, e illumina la mia mente
sino alla fine [dell'opera].// Era il tempo [la primavera] in cui Filomela [l'usignolo] si lamenta e piange con la sorella [Procne, la
rondine], poiché si rammenta del suo antico dolore, e fa innamorare le ninfe nei boschetti; ed era il tempo in cui Febo [Apollo]
conduce il suo carro [il sole] non troppo vicino alla Terra, poiché suo figlio Fetonte ancora lo ammonisce, e appariva appena
all'orizzonte colei [l'aurora] per cui Titone ancora si graffiava la fronte [era l'alba],// quanto io misi in mare la mia barchetta
[iniziai a comporre dei versi] anzitutto per obbedire coloro cui deve sempre obbedire la mia mente [la famiglia Medici], e
comporre faticosamente opere in prosa e in rima, e mi dispiacque del mio imperatore Carlo Magno; infatti so quanti sono stati
esaltati dalla penna dei poeti, mentre sarebbero vinti dalla sua gloria: questa storia di Carlo, a quel che vedo, è stata compresa
male e scritta ancora peggio.

L’incontro di Morgante e di Margutte, cantare XVIII, ottave 112-117: Morgante, cercando il paladino Orlando incontra a un incrocio un mezzo
gigante Margutte. Margutte ha fede nel piacere, nella fisicità, nel cibo e lui è la metafora di una condotta di vita legata alla natura, primitiva e
spontanea, al di fuori di ogni lege e di ogni controllo sociale. Fra le due religioni menzionate da Morgante (cristianesimo o musulmano),
Morgante invece introduce una nuova religione, quella del cibo, del piacere e della furfanteria. ;Morgante e Margutte vanno in una serie di
vere e proprie furfanterie e beffe, ma anche a imprese cavalleresche. La morte di Margutte interrompe la loro amicizia. Margutte è morto
dopo una crisi di risate determinate dall’ennesima beffa di Morgante. Poi, avendo perso l’amico, Morgante continua la sua ricerca di Orlando.

Morgante disse: - Tu sia benvenuto: ecco che avrò al mio fianco un fiaschetto, visto che non bevo da due giorni; e se verrai
insieme a me, durante il viaggio ti tratterò come meriti. Dimmi ancora: non ti ho chiesto se sei cristiano o saraceno, se credi in
Cristo o in Apollo -.//Allora Margutte rispose: - Per farla breve, io non credo all'azzurro più che al nero, ma credo nel cappone,
lesso o arrosto; e qualche volta credo anche nel burro, nella birra e, quando ne ho, nel succo d'uva, e molto più nell'aspro che
nel mangurro [due monete turche]; ma soprattutto ho fede nel vino, e credo che chi crede in esso sia salvo;// e credo nella
torta e nel tortello: uno è la madre e l'altro è suo figlio; e il vero padrenostro è il fegatello, e possono essere tre, due e uno solo,
e almeno quello deriva dal fegato. E poiché io vorrei bere con un recipiente per il ghiaccio [assai capiente], se Maometto vieta e
condanna il vino, credo che sia un sogno o un fantasma;

La morte di Orlando a Roncisvalle, canto XVII

L'episodio della morte di Orlando, il conte Roland della tradizione francese, si ispira a un fatto storicamente accaduto, ovvero la battaglia di
Roncisvalle del 778 in cui la retroguardia dell'esercito franco cadde in un'imboscata (in realtà probabilmente da parte dei Baschi e non dei
Saraceni) e venne sconfitta, scontro nel quale il paladino trovò la morte. Al tempo delle chansons de geste il fatto venne rielaborato
letterariamente e incluso nelle guerre combattute dai guerrieri di Carlo Magno contro i Mori di Spagna, mentre Orlando fu trasformato in un
eroe militare che combatteva contro gli "infedeli", nell'influenza del clima delle prime Crociate.

Il tegame di Roncisvalle, canto XXVII, 50-57 Il passo è tratto dal cantare XXVII del "Morgante", in cui è descritta la battaglia di Roncisvalle in cui
la retroguardia dell'esercito franco, comandata da Orlando, è caduta in un'imboscata dei Mori a causa del tradimento di Gano: Orlando è
caduto combattendo strenuamente e solo in punto di morte ha suonato il corno, chiamando i rinforzi che giungono poco dopo annientando le
forze saracene. Le ottave riportate descrivono proprio il culmine dello scontro, con i guerrieri arabi che muoiono a migliaia e vengono ingoiati
dalle bocche spalancate di Lucifero all'Inferno, mentre il campo di battaglia è paragonato a un immenso "tegame" in cui ribolle il sangue e dove
i resti umani sono immersi come pezzi di carne in un orrendo intingolo.
Orlando prima di morire suonerà il corno che richiamerà indietro l’esercito di Carlo: così alla fine i saraceni saranno sconfitti. Questa storia è
ben nota nella tradizione carolingia. Ma si distingue da quella raccontata nella Chanson de geste in quanto questa di Pulci è grotesca e
gastronomica. La battaglia di Pulci è raccontata in tono basso, materialistico e carnevalesco dell’inferno e dei suoi cuochi diabolici.
Quest’episodio è tra le pagine più espressive del poema, per la tonalità epica, comico-grottesca e tragica insieme. Si notano diversi registri e
toni narrativi delle otalve, provocatorio rovesciamente di ciò che è seriio. La descrizione della battaglia è un esempio di mescolanza di stili. //
Lucifero quel giorno aveva aperto le sue bocche e ricordava i piccoli corvi imbeccati nel nido, e trangugiava a mucchi le anime
dei saraceni che piovevano [all'inferno], così che pare che cada neve scura [monachina, del colore del saio dei monaci] come
quando cade la manna [insetti che sfiorano l'acqua] ai pesciolini: non chiedere, lettore, se Lucifero ingoiava i fiocchi [le anime
dei Mori] e se fece una scorpacciata come gli anatroccoli.

Matteo Maria Boiardo:Orlando innamorato

I,1, ottave, 1-8, 20-21: Il poema si apre con la richiesta del poeta al pubblico di ascoltare la storia su Orlando che verrà raccontata. La novità
consiste nel fatto che i gesti di Orlando avvengono per amore. Per quanto riguarda la lingua, sono presenti il toscano e il padano, è evidente
anche la dendenza allo scempiamento (all’eliminazione delle doppie) e si ritrovano anche i termini derivati dal francese. //Signori e
cavalieri che siete radunati qui per ascoltare storie nuove e piacevoli, state attenti e silenziosi e ascoltate la bella
storia narrata dal mio canto; e vedrete le gesta eroiche, le grandi fatiche e le prove straordinarie che il franco
Orlando fece per amore, nel tempo dell'imperatore Carlo Magno.
I, 18, ottave 45-55 Il duello tra Orlando e Agricane: Il duello tra paladino cristiano Orlando e il re di Tartaria Agricane. Quando si trovano faccia
a faccia durante la battaglia iniziano a combattere, al sopraggiungere della sera, decidono di interrompere il duello e riposare l’uno accanto
all’altro, per poi riprendere al sorgere del sole. Inizia qui quel lungo colloquio che porterà i due a ragionare ‘di cose degne e condecente a loro’:
la religione, la loro diversa concezione della cavalleria, e l’amore che entrambi provano verso Angelica. // Io non potrei sopportare,
essendo in vita, che un altro amasse come me quel bel viso; uno di noi domani sarà privo della vita e della dama.
Nessuno saprà mai, all'infuori di questa fontana e di questo bosco che ci attornia, che tu l'hai rifiutata in questo
luogo e in questo tempo, che sarà così breve.

Libro I, canto 3, ottave 32-43 – La fontana fatata

L’amore di Ronaldo per Angelica si è trasformata in odio dopo che lui ha bevuto alla fontana magica del disamore, incantata da mago Merlino,
mentre Angelica, grazie all’acqua miracolosa di un’altra fonte si trasforma in un’amante appassionata. Questo nuovo sentimento verso Rinaldo
la fa seguire il cavaliere.
Qui Boiardo attua una fusione del ciclo carolingio e quello bretone. Rinaldo entra in un boschetto circondato da un ruscello e vede nel mezzo
una magnifica fontana di marmo e d’oro. Il mago Merlino l’ha incantata e la fontana diede il potere di far disamorare l’innamorato che l’avesse
bevuta. Merlino sperava che il cavaliere Tristano, passando da lì, bevesse a quella fonte e dimenticasse così la regina Isotta. Ma Tristano non
s’imbatté mai in essa. Rinaldo invece beve quell’acqua e la passione per Angelica si trasforma in odio. Uscito dalla selva s’imbatte in un ruscello
d’acqua pura e cristallina. Non sa che è il ruscello dell’amore, e che per sua natura (e non per una magia di Merlino) fa innamorare chi beve le
sue acque. Ma Rinaldo non ha sete, fa pascolare liberamente Baiardo (cavallo) e si addormenta accanto. Intanto arriva Angelica che assetata
beve, e si innamora di Rinaldo. Una pioggia amorosa di fiori risveglia Rinaldo, ma poiché lui odia Angelica, rifiuta di ascoltarla e scompare nel
bosco senza una parola. Lei lo segue tra lacrime d’amore e disperazione.
La caratterizzazione di questo ambiente naturale segue la descrizione tipica del locus amoenus, cioè del luogo del diletto, contrapposto al clima
guerresco. Uno posto naturale, un’atmosfera primaverile. //Esce dalla selva con la mente libera, quel guerriere senza paura. Pensando, giunse
a una sorgente di un’acqua viva, cristallina e pura. Tutti i fiori che mostra la primavera, aveva qui raccolto la natura; e su quella sfonda
facevano l’ombra un faggio, un pino e un verde olivo. // Era questo il sorgente d’amore, Non è stato Merlino a fare l’incantesimo, ma per sua
natura quell’acqua trasforma l’animo infiammandolo d’amore. Molti cavalieri in passato avevano per sbaglio bevuto queste acque maledette;
non le ha bevute Rinaldo, come udite; perché si era già dissetato alla fontana dell’odio.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso

Alcuni motivi dominanti dei canti – la ricerca, l’intreccio di realtà e fantasia, le varie forme dell’amore e dell’amicizia
Il viaggio – indirizzato verso le finalità diverse : la ricerca dell’ideale rappresentata dalla fuga di Angelica; il viaggio può rappresentare l’uscita da
un labirinto più delle volte interiore; oppure il movimento verso un luogo che appare il rovesciamento della realtà (volo dell’Astolfo sulla Luna)

Il viaggio e la ricerca rappresentano il vero motivo dominante del poema. (Asor Rosa)

Il proemio: I primi versi del Furioso contengono l’argomento del poema e la dedica agli Estensi, Ariosto accentua la tipologia delle vicende
narrate (amore e arme, cioè amore e guerra) e definisce anche il periodo storico in cui esse sono ambientate.
La prima ottava introduce il tema, amori e i combattimenti, le avventure meravigliose e le imprese militari che coinvolsero i paladini di Carlo
Magno. Si specifica anche il periodo. La seconda ottava specifica che si parlerà di Orlando e delle sue nuove vicende che non sono dette mai
prima. Le ottave 3 e 4 sono rivolte alla famiglia degli Estensi e in particolare al cardinale Ippolito a cui il poema è dedicato, e si menziona anche
Ruggiero e le sue imprese.

Le prime due strofe contengono la cosiddetta proposizione, cioè l’argomento che l’autore intende a trattare nel suo poema.
Ariosto anticipa argomento e finalità del suo poema, i temi centrali, il contesto storico, presenta il protagonista e la sua musa ispiratrice.

L’inizio dell’avventura, Canto I: L’autore continua la storia narrata da Boiardo nell’Orlando innamorato. Ariosto riprende la narrazione dal
momento in cui Carlo Magno aveva sottratto Angelica a Orlando e Rinaldo e l’aveva affidata a Namo di Baviera. Angelica, approfittando della
rotta dei cristiani, fugga dal Namo e inizi la sua fuga. Lei durante la sua fuga incontra Rinaldo. Poi, fuggita da lui incontra Ferraù che sta
cercando il suo elmo. , Tutte le vicende del poema sono scritte nella tecnica dell’entrelacement (un’incastro tra storie diverse, per cui una
vicenda viene interrotta da un’altra, questa da una successiva e così via, sino a che la storia iniziale viene ripresa).

Io canto le donne, i cavalieri, le imprese militari, gli amori, le imprese cortesi e audaci che ci furono nel tempo in cui i mori
d'Africa passarono il mare e fecero tanti danni in Francia, seguendo le ire e i furori giovanili del loro re Agramante, che si vantò
di vendicare la morte del padre Troiano contro l'imperatore romano Carlo Magno.// Al tempo stesso racconterò di Orlando una
cosa che non è mai stata detta né in prosa né in versi: cioè che per amore divenne furioso e matto, lui che prima era giudicato
un uomo saggio; a patto che colei [Alessandra Benucci] che mi ha reso quasi come lui e che consuma il mio ingegno a poco a
poco me ne conceda abbastanza per terminare l'opera promessa.

Il palazzo incantato del mago Atlante, canto XII, 8-16

Inseguendo Angelica, Orlando capita nel castello del mago Atlante. Orlando crede di vedere Anelica e cerca di raggiungerla. Il castello è un
luogo di magia, in cui diversi personaggi arrivano cercando qualcuno o qualcosa, che a sua volta appare e scompare. Quest’episodio è una
metafora della vita umana intesa come eterna ricerca di qualcosa irraggiungibile.

La condizione in cui si trovano i personaggi quando capitano nel castello simbolicamente rappresenta il desiderio di ciascun essere umano di
raggiungere un obiettivo (persona, oggetto, status sociale…), si tratta di un’impresa alla quale alcuni sacrificano la propria vita, spesso senza
alcuna soddisfazione. // Tutti cercano invano e tutti lo accusano di un furto commesso ai loro danni: uno si lamenta di aver perso il
cavallo, un altro è arrabbiato per aver perso la donna; un altro lo accusa di altre cose: e così restano qui, non sapendo uscire da
quella gabbia; e molti, presi in questo inganno, vi sono rimasti anni e mesi.

Astolfo sulla Luna, XXXIV

Il passo è uno dei più celebri del poema, quello che descrive il viaggio prodigioso del paladino Astolfo sulla Luna che, nell'invenzione di Ariosto,
diventa il luogo metaforico dove si raccoglie tutto ciò che si getta via sulla Terra: l'episodio riveste un ruolo centrale nella trama, dal momento
che recuperare il senno di Orlando è decisivo per le sorti della guerra contro i Mori e infatti grazie al contributo del campione dei cristiani il
nemico sarà definitivamente sconfitto. Il motivo dell'assenza dell'eroe che causa gravi danni all'esercito in guerra deriva ovviamente dall'Iliade,
in cui Achille si ritira dalla battaglia e lascia gli Achei privi del suo insostituibile aiuto, e verrà ripreso anche da Tasso nella Gerusalemme
liberata, in cui Rinaldo si allontana dal campo dei crociati e sarà poi tenuto lontano dalla guerra dalla maga Armida (in tutti e tre i casi il motivo
dell'assenza è riconducibile all'amore, poiché anche Achille litigava con Agamennone per via della schiava Briseide).

La descrizione del paesaggio lunare diventa l'occasione per l'autore di ironizzare sulla vanità delle occupazioni umane, poiché gli uomini
sprecano il loro tempo e la vita inseguendo cose che non raggiungono o che svaniscono presto col passare del tempo: tra queste la fama del
mondo, i sospiri degli amanti, ma anche la grandezza degli imperi del passato destinati a cadere, mentre un certo disprezzo viene dimostrato
verso le "magiche sciocchezze" così come più avanti verso gli "astrologhi" (la negromanzia era ampiamente praticata negli ambienti anche di
corte del Rinascimento; ► SCHEDA: Magia e astrologia nel Cinquecento). Di particolare interesse è anche la descrizione della Terra vista dalla
Luna, ovvero di un minuscolo "globo" che sembra assai più piccolo di quanto non appaia a noi e quasi insignificante, dunque la prospettiva di
Ariosto è rovesciata e demistificante (l'autore relativizza la scala dei valori umani, che sembrano importanti a noi ma che in realtà, visti da
un'altra prospettiva, acquistano una consistenza decisamente inferiore).

L'autore attraverso questo brano rivolge una dura polemica contro la vita delle corti, specie nelle ott. 77-79 in cui descrive ironicamente i doni
che si fanno ai signori sperando di ingraziarseli, rappresentati come vesciche gonfie, mentre i lacci nascosti dentro ghirlande sono le adulazioni
e le cicale scoppiate sono i versi della poesia encomiastica (le cicale rappresentano in modo sarcastico i poeti, di cui più avanti si dice che
hanno ben poco senno, e c'è evidentemente molta auto-ironia da parte di Ariosto che inserì parti encomiastiche nel poema stesso). L'autorità
data dai signori ai loro faccendieri è paragonata ad artigli di aquile, mentre sferzante è l'accusa contro i potenti che si circondano di favoriti e
amanti (i "Ganimedi"), che quando non sono più giovani vengono messi da parte. La polemica contro il "servir de le misere corti" ricorre in
altre opere dell'autore, specie nella Satira I in cui Ariosto si giustifica per il rifiuto a seguire il cardinale Ippolito in Ungheria e rivendica con
coraggio la propria libertà (► TESTO: La vita del cortigiano).

La descrizione dell’isola d’Alcina, canto VI, Orlando furioso:


Sebbeno Ruggiero sia di animo imperturbabile e non abbia nemmeno perso il suo solito colore, non sia
impallidito,
non voglio però credere che non abbia nel petto un cuore tremante più di una foglia.
Aveva oramai lasciato a grande distanza tutta l’Europa ed aveva anche oltrapassato di gran lunga il limite
che aveva prefissato molto tempo prima Ercole per tutti i marinai (le colonne d’Ercole).// Quell’Ippogrifo,
grande e strano ucello, lo porta via, lontano, con una tale rapidità di ali, che avrebbe lasciato molto
indietro anche l’aquila, che, secondo la leggenda, porta velocemente a Giove i fulmini. Nessun altro
animale si muove nell’aria tanto agilmente da essergli pari per velocità: credo che a malapena il tuono e
la saetta riescano a giungere a terra dal cielo in minore tempo.

L’amicizia di Cloridano e Medoro, canto XVIII: Qui l'orrenda mistura dei corpi, che aveva riempito la grande campagna tutt'intorno,
poteva far sì che i due compagni cercassero [il corpo di Dardinello] sino all'alba, se la Luna non tirava fuori da una nube oscura il
suo corno, alle preghiere di Medoro. Questi fissò gli occhi devotamente in cielo alla Luna e disse:// «O santa dea, che dai nostri
antenati sei giustamente detta triforme, poiché mostri in cielo, in terra e negli inferi la tua grande bellezza sotto più forme, e
segui le orme di fiere e belve nelle selve, come cacciatrice; mostrami dove giaccia tra tanti cadaveri il mio re, che vivendo imitò
le tue sante azioni».//La Luna a quelle preghiere squarciò la nube, o per caso o per la grande fede di Medoro, bella come fu
allora quando si offrì e si diede nuda in braccio a Endimione. A quella luce si scoprì Parigi ed entrambi i campi militari; e si vide il
monte e la pianura e si scorsero i due colli da lontano, a destra Montmartre e dall'altra parte Monthléry.

Torquato Tasso, Gerusalemme liberata

Il duello di Tancredi e Clorinda


(Gerusalemme Liberata, XII, 48-70)
Clorinda e Argante hanno tentato con successo una sortita notturna nella quale hanno incendiato e
distrutto la possente torre d'assedio dei crociati, servendosi di unguenti infiammabili preparati dal
mago Ismeno: si apprestano a rientrare a Gerusalemme da una delle porte, incalzati dai soldati nemici,
quando Clorinda si attarda a scontrarsi con un cristiano che l'ha colpita e rimane chiusa fuori. Mentre la
guerriera si accinge a raggiungere un'altra porta approfittando dell'oscurità, è raggiunta da Tancredi
che non la riconosce (la donna indossa un'armatura nera, diversa da quella consueta) e inizia un duello
furibondo con lei, senza sapere che sta lottando contro la donna che ama. Il duello sarà senza
esclusione di colpi e  Clorinda avrà la peggio, anche se in punto di morte la guerriera chiederà di essere
battezzata dal proprio uccisore e si salverà l'anima.
Misero, di cosa ti rallegri? Oh, quanto sarà triste il tuo trionfo e quanto infelice il tuo vanto! I tuoi occhi pagheranno (sempre che
sopravvivi) con un mare di pianto ogni goccia di quel sangue. Così, tacendo e osservandosi, questi guerrieri insanguinati
riposarono qualche tempo. Alla fine Tancredi ruppe il silenzio e parlò, per far sì che l'altro rivelasse il suo nome:// «È una
sfortuna per noi che sia speso tanto valore qui, dove è coperto dal silenzio. Ma poiché una sorte avversa ci nega la lode e il
pubblico degno delle nostre gesta, io ti prego (se in una battaglia le preghiere hanno spazio) di rivelarmi il tuo nome e la tua
condizione, affinché io sappia, vinto o vincitore, chi onori la mia morte o la mia vittoria».

Il duello tra Tancredi e Clorinda è il cuore dell'episodio ed avviene in maniera fortuita nel buio della notte, senza
nessuno che assista alle gesta valorose dei due guerrieri: la situazione è tragica e paradossale poiché Tancredi
ignora di lottare contro la donna che ama (Clorinda indossa un'armatura nera diversa dal solito, per nascondersi
nell'oscurità) e lo scontro diventa quasi una rappresentazione stravolta dell'atto amoroso, sottolineato da alcuni
dettagli (i due sono paragonati a "duo tori gelosi e d’ira ardenti", Tancredi abbraccia tre volte la donna nel
combattimento corpo a corpo). Clorinda viene presentata nella sua natura femminile solo alla fine, quando è ormai
ferita a morte (la spada affonda "nel bel sen", le mammelle sono strette da una veste "d’or vago trapunta", la
donna è definita "trafitta vergine"), mentre il suo atteggiamento cambia radicalmente e, se prima era stato
improntato all'ira, ora per ispirazione divina è incline al perdono e alla pace. La trasformazione di Clorinda avviene
in una prospettiva religiosa e nella sua conversione finale ha una parte essenziale Tancredi, che la battezza
dandole la vita eterna dopo averla uccisa e restando poi steso accanto a lei, moribondo per le ferite ricevute e la
pena.

Olindo e Sofronia, Gerusalemme liberata, II Allora il tiranno comincia a sdegnarsi; poi le chiede: «Dove hai nascosto
l'immagine sacra?» Gli risponde: «Non l'ho nascosta, l'ho bruciata e ritenni cosa lodevole farlo; così almeno non potrà più
essere violata dalla mano sacrilega dei miscredenti. Signore, o chiedi l'oggetto rubato o il ladro: quello non lo vedrai mai più,
l'altro ce l'hai di fronte.