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Sguardi sulle tre edizioni de

IL BARONE RAMPANTE
Claudia Giancola, matr.1708002
STORIA DEI TESTI

1957 - Il barone rampante, prima edizione, collana “Coralli” Einaudi, Torino


1959 - Il barone rampante, edizione per ragazzi (illustrata da Maria Enrica Agostinelli), collana “Libri per
ragazzi” Einaudi, Torino
1960 - Il barone rampante, nella trilogia I nostri antenati, collana “Supercoralli” Einaudi, Torino
1965 - Il barone rampante, edizione scolastica, collana “Letture per la scuola media” Einaudi, Torino

La prima edizione de Il barone rampante viene pubblicata nel 1957, numero 79 della collana “Coralli”
Einaudi; è dedicata a Elsa De Giorgi, celata dallo pseudonimo di Paloma, attrice con cui Calvino aveva una
relazione dal 1955.
In calce al testo sono presenti i termini di composizione: 10 dicembre 1956 – 26 febbraio 1957.
Gli anni ’50 sono per Calvino un periodo di cambiamenti e precarietà.
La gioia dell’assunzione stabile nella casa editrice Einaudi nel 1950 è breve perché subito seguita dalle due
disgrazie del suicidio di Pavese (1950) e della morte del padre (1951).
Anche la vita politica, in cui Calvino era stato sempre molto attivo, si riempie di disillusioni. L’ultima è la
repressione della sollevazione in Ungheria nell’ottobre 1956 dopo che, nel febbraio dello stesso anno, il
presidente russo Kruščëv aveva denunciato i crimini dello stalinismo durante il XX Congresso del Partito
Comunista e aveva generato grandi speranze di miglioramento.
Così nell’agosto 1957 Calvino decide di lasciare il Partito Comunista.
Dopo Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante è il secondo libro di quella che assieme a Il cavaliere
inesistente (1959) sarà la trilogia araldica de I nostri antenati (1960). Tali testi si collocano su un filone
ironistico-allegorico che Calvino percorre parallelamente a un filone più realistico.
Di quest’ultimo fa parte La speculazione edilizia, pubblicata nel 1957 su “Botteghe Oscure” in una versione
da racconto lungo in 21 capitoli, inserita ne I racconti (novembre 1958).
Quest’opera condivide con Il barone rampante non solo l’anno di prima apparizione ma anche alcune
tensioni binarie come quella tra partecipazione-straniamento, mondo umano-mondo vegetale, vita politica-
esistenza individuale; inoltre entrambe le opere sono ambientate in Liguria.
Questa ambiguità calviniana, definita da Vittorini realismo a carica fiabesca e fiaba a carica realistica si
era affermata con forza già precedentemente. Infatti, oltre al romanzo d’esordio Il sentiero dei nidi di ragno
(1947), nel 1952 era uscito su “L’Unità” Marcovaldo, una favola moderna di “educazione al pessimismo”
(come definita da Calvino), pubblicato in volume nel 1963 come Marcovaldo ovvero Le stagioni in città
(poiché prevede venti storie ordinate in cinque cicli stagionali) ma già parzialmente presente nella sezione
Gli idilli difficili della raccolta I racconti (1958). Infine non si può tacere il magistrale lavoro filologico-
letterario dietro Le fiabe italiane (dicembre 1956).
Interrogato di questa sua molteplicità di linee letterarie in un’intervista per la rivista romana “Il punto” (16
novembre 1957), Calvino risponde che attualmente la civiltà letteraria si basa sulla molteplicità di linguaggi
e soprattutto sulla coscienza di tale molteplicità, perciò è “beato” chi riesce ad accontentarsi di un solo
modo d’esprimersi, ma anche chi ne sa utilizzare di diversi contemporaneamente rimanendo se stesso, come
Picasso1.

1
Mario Barenghi, Note e notizie sui testi. Il barone rampante, in Italo Calvino, Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio
Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1991, pp.1330-1331
Nella stessa intervista, Calvino spiega la scelta di operare una trasfigurazione fantastica della realtà con
la motivazione che chi vuole rendere oggettivamente la realtà deve esprimere un senso di vanità del tutto,
deve mostrare che sotto tutto ciò che accade non c’è altro che il vuoto.
Per Calvino l’eroe-individuo non può fare altro che scegliere per sé un codice etico-sportivo da rispettare
sia nei vantaggi che nelle rinunce, aggrappandosi alle cose e identificandosi con le proprie azioni fino in
fondo, perché “al di fuori di quello c’è il vuoto, la morte”2. E in questa “morale del fare” il fine è
autodefinirsi in uno stile che permetta di condurre fino in fondo il proprio dramma individuale, che permetta
cioè di “essere tragicamente”3.
Tutti questi ideali vengono perfettamente drammatizzati ne Il barone rampante, che parte dall’immagine
di un giovane sull’albero per rappresentare la condizione dell’intellettuale italiano degli anni ’50, che
vorrebbe partecipare alla vita politica ma al contempo percepisce una distanza significativa tra lui e il resto
della società.
La preminenza della prassi si nota nel passaggio dalle due stesure manoscritte alla prima edizione ufficiale
de Il barone rampante4. La stesura più antica è un fascio disordinato di cartelle e appunti pieni di correzioni,
dove non sono definiti né titolo dell’opera né nome del protagonista; la seconda stesura si presenta invece
in modo più organizzato e programmatico, seppur in forma ancora germinale.
Nel passaggio all’edizione per la pubblicazione, Calvino ha alleggerito il testo, ridimensionando le parti
teoriche e psicologiche e limitando gli interventi di esplicito didascalismo.
L’espediente di calare la vicenda in un’atmosfera dai toni fiabeschi, già sperimentato con successo ne Il
sentiero dei nidi di ragno e ne Il visconte dimezzato, viene confermato dall’esperienza de Le fiabe italiane,
che offrono a Calvino una lezione di concretezza, essenzialità, moralità letteraria, senza dimenticare
quella tipica tendenza “barbarica” alla crudeltà che nelle fiabe italiane è per lo più sostituita con una
“continua e sofferta trepidazione d’amore”5. Fiabe che pur nella loro ripetizione sono sempre capaci di
varietà e suggestione, così da insegnare “la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose” e
“l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste”, nel quale è comune per gli umani “lo sforzo per
liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il
non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando”6.
Attraverso questa apparente leggerezza, Calvino narra l’entrata nella vita del giovane Cosimo, che
corrisponde a un’entrata in guerra prima con la propria famiglia, poi con la società e i casi della Natura e
della Storia; proprio L’entrata in guerra è il titolo del trittico di racconti cripto-autobiografici pubblicato
nel 1954 che anticipa la necessità di lasciare la propria casa per crescere e trovare se stessi, nonostante il
superamento dell’adolescenza porti l’ingresso in un mondo di conflitti.
Il fascino delle avventure di Cosimo e la sua energia però sono in grado di trasportare il lettore lungo una
storia pur intessuta di riferimenti e riflessioni sommersi, per questo Il barone rampante è il primo libro
calviniano a ricevere un approfondito lavoro editoriale per essere adattato a un pubblico di ragazzi.

2
Hemingway e noi (pubblicato in “Il Contemporaneo”, 1954), in Perché leggere i classici, Italo Calvino, Milano, Mondadori,
2009, pp.244-252
3
Pavese: essere e fare (pubblicato su “L’Europa letteraria” dicembre 1960), in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano,
Mondadori, 2017, pp.72-79
4
Per una trattazione approfondita dell’argomento vedere Mario Barenghi, Note e notizie sui testi. Il barone rampante, in Italo
Calvino, Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano,
Mondadori, 1991, pp.1332-1335
5
Italo Calvino, Fiabe italiane, Introduzione, 4.Caratteristiche della fiaba italiana, Edizione speciale con cofanetto firmato da
Tullio Pericoli, I Meridiani, Milano, Mondadori, ottobre 2012, pp.41-53
6
Italo Calvino, Fiabe italiane, Introduzione, 1.Un viaggio tra le fiabe, Edizione speciale con cofanetto firmato da Tullio Pericoli,
I Meridiani, Milano, Mondadori, ottobre 2012, pp.5-13
Così nel 1959, stesso anno d’uscita de Il cavaliere inesistente, esce l’edizione per ragazzi de Il barone
rampante, corredata da otto illustrazioni a colori di Maria Enrica Agostinelli, nella collana Einaudi “Libri
per ragazzi”.
Calvino però può seguire poco le sue pubblicazioni italiane quest’anno perché ottiene un finanziamento per
giovani scrittori europei dalla Ford Foundation e compie un viaggio di sei mesi negli Stati Uniti.
Tra il ’60 e il ’63 resta prolifica la produzione saggistica ed editoriale, sia per Einaudi (da cui nascerà I libri
degli altri, postumo, a cura di Giovanni Tesio) che per varie riviste come “Il Contemporaneo” (su cui aveva
già collaborato a metà degli anni ’50), “Il giorno” (1962) e “Il Menabò” di Vittorini.
Su quest’ultimo pubblica il celeberrimo pezzo Il mare dell’oggettività (1960), in cui afferma che Storia e
Natura sono indipendenti agli esseri umani, i quali non devono confondersi con esse (come accade per
esempio allo scudiero Gurdulù de Il cavaliere inesistente, che “è soltanto uno che non sa d’esserci”7) bensì
lottare per riaffermare la loro coscienza, per scoprire il posto che occupano nella “sterminata distesa delle
cose”, per trovare “in mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività” l’appoggio necessario allo “scatto d’una
nuova morale, d’una nuova libertà”8.
Una proposta in questo senso è l’intera trilogia araldica I nostri antenati, pubblicata nella collana
“Supercoralli” Einaudi nel giugno 1960. In questo “albero genealogico dell’uomo contemporaneo”9 è
narrato il percorso dell’uomo che, divenuto consapevole della sua condizione precaria e dimezzata, si
impegna a darsi un codice di regole con cui autodeterminare la propria vita, al fine di esistere attivamente
e consapevolmente, di sentirsi parte della vita in un modo unico e significativo (secondo l’ordine
cronologico di composizione delle opere, ripristinato nell’ottava edizione del dicembre 1967, dopo che la
prima edizione della trilogia ordinava le opere secondo la cronologia dell’ambientazione delle narrazioni).
È attraverso la Letteratura infatti che Calvino ha deciso di “fare storia”, evitando i regionalismi pur tenendo
acutamente lo sguardo e il linguaggio immersi nella contemporaneità, senza cessare mai di essere in
contatto con le cose pratiche. Perché, come afferma Calvino in Il midollo del leone (1955), “le cose che la
letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili” e l’unica soluzione possibile alla realtà
attuale pare essere il “pessimismo dell’intelligenza” unito all’ “ottimismo della volontà”10.
La dialettica tra questi due poli apre gli anni ’60 in parallelo alla dialettica tra il filone calviniano ironistico-
allegorico e quello realistico, ma sembra che Calvino in questo periodo abbia intenzione di terminare la
pubblicazione di tutta la produzione relativa a tale dicotomia per sperimentare nuovi percorsi.
Tra le file della letteratura realistica si annoverano il volume autonomo de La speculazione edilizia in
formato di romanzo breve di ventiquattro capitoli (1963) e La giornata d’uno scrutatore (1963; di lunga
gestazione). Il filone ironistico-allegorico viene concluso con la pubblicazione nel 1965 in unico volume
dei racconti “ecologisti” ante-litteram La formica argentina (apparsa per la prima volta nel 1952 su
“Botteghe Oscure”) e La nuvola di smog.
A questo punto si consuma il passaggio dalla fase che Mario Barenghi definisce “tra fiaba e modernità” a
quella in cui Calvino esplora “l’umano altrove”11, segnata dalla Prefazione alla nuova edizione de Il
sentiero dei nidi di ragno del 1964 (anno in cui inoltre Calvino si trasferisce a Roma e sposa Esther Judith
Singer).
La Prefazione traccia un profilo dell’esperienza del neorealismo letterario degli anni ’50, una voce al
contempo anonima e collettiva, guidata da una “smania di raccontare”, capace di unire località e

7
Il cavaliere inesistente, in I nostri antenati, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.323
8
Il mare dell’oggettività (pubblicato in “Il menabò della letteratura”, Torino, Einaudi, 1960), in Una pietra sopra, Italo Calvino,
Milano, Mondadori, 2017, pp.48-56
9
Italo Calvino, Introduzione inedita 1960 a I nostri antenati, Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura
di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1991, pp.1220
10
Il midollo del leone, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.19
11
Mario Barenghi, Calvino, “Profili di Storia Letteraria” (a cura di Andrea Battistini), Bologna, il Mulino, 2009
universalità, persone e paesaggio. Tale energia è sostituita però negli anni ’60 da smarrimento e
disillusione, tanto che il sentimento finale espresso da Calvino è il rimorso di aver consumato la preziosa
esperienza partigiana per scrivere il primo libro, mentre avrebbe potuto custodirla negli anni per scrivere
un libro assai migliore, magari l’ultimo libro12.
Calvino riconduce probabilmente a ciò l’incapacità di comporre un “vero” romanzo che lo soddisfaccia
appieno, a causa della quale aveva sofferto molto negli anni ’50 coi tentativi falliti o inediti de Il bianco
veliero (1949, non apprezzato da Vittorini), La collana della regina (1952-54, inedito da cui ricava due
altri racconti) e I giovani del Po (scritto nel 1950-51 e pubblicato in appendice a “Officina” tra il 1957 e
1958, a solo titolo documentario di un lavoro interrotto).
La scrittura pone infatti una distanza tra il soggetto e l’esperienza, che offre però nuove possibilità. Da una
parte Calvino sperimenta nel 1962 col racconto La strada di San Giovanni (uscito su “Questo e altro”) il
filone saggistico-autobiografico, che sarà decisivo negli anni ’70 e ’80. Dall’altra questa lontananza
permette però alla letteratura di abbracciare discipline di ampio respiro come la scienza e la filosofia.
Da questa estensione del campo del narrabile scaturiranno le innovative Cosmicomiche, pubblicate nel
1965. Nel medesimo anno esce l’edizione scolastica de Il barone rampante nella collana “Letture per la
scuola media” Einaudi, il cui materiale preparatorio è conservato su fogli sparsi pieni di appunti linguistici,
elenchi e tabelle13.

Il barone rampante è apparso nuovamente come volume singolo nel 1971 nella collana “Nuovi Coralli”
Einaudi. Del 1985 sono le due edizioni Garzanti nelle collane “Narratori moderni” e “Gli elefanti”.

Le edizioni per ragazzi e scolastica de Il barone rampante sono il primo tentativo di una strategia editoriale
di successo che vedrà succedersi altri adattamenti calviniani, tra i quali:
 Marcovaldo, edizione scolastica, nella collana “Letture per la scuola media” Einaudi, 1966
 Il visconte dimezzato, con otto illustrazioni a colori di Emanuele Luzzati, nella collana “Libri per
ragazzi” Einaudi (1975)
 Il visconte dimezzato, a cura di Claudio Milanini, nella collana “Letture per la scuola media” Garzanti
(1986)
 Il cavaliere inesistente, a cura di Claudio Milanini, nella collana “Letture per la scuola media” Garzanti
(1986)
 Marcovaldo, nella collana “Einaudi scuola” Einaudi (acquistata nel 1994 da Mondadori), 1998
 Italo Calvino racconta l'Orlando furioso, nella collana “Einaudi scuola” Einaudi, 2009
 Il visconte dimezzato, illustrato da Emanuele Luzzati, nella collana “Oscar Junior” Mondadori, 2010
 Il barone rampante, illustrato da Maria Enrica Agostinelli, nella collana “Oscar Junior” Mondadori,
2010
 Il cavaliere inesistente, illustrato da Federico Maggioni, nella collana “Oscar Junior” Mondadori, 2010
 Marcovaldo, illustrato da Sto (Sergio Tofano), nella collana “Oscar Junior” Mondadori, 2011
 “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino, illustrato da Grazia Nidasio, nella
collana “Oscar Junior” Mondadori, 2012
 Il sentiero dei nidi di ragno, illustrato da Gianni De Conno, nella collana “Oscar Junior” Mondadori,
2014
 Le fiabe italiane riproposte in molte diverse edizioni sia da Einaudi (es. Le più belle fiabe italiane, Italo
Calvino, nella collana “Einaudi scuola”,1992) che da Mondadori (che le ha pubblicate in vari volumi

12
Prefazione alla nuova edizione ’64 de Il sentiero dei nidi di ragno, in Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Milano,
Mondadori, 2012, pp.V-XXV
13
Mario Barenghi, Note e notizie sui testi. Il barone rampante, in Italo Calvino, Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio
Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1991, pp.1335
separati secondo raggruppamenti tematici, ad esempio: Fiabe tutte da ridere e Fiabe un po’ da piangere,
2013; Fiabe d’incantesimi, 2014; Fiabe per le bambine, 2015; Fiabe a cavallo, 2016...)
È evidente che Mondadori si impegni a riproporre Calvino sul mercato della letteratura per ragazzi, anche
per quanto riguarda opere meno narrative come il saggio sull’Orlando Furioso; è costante il tentativo di
coniugare le parole dell’autore con tavole di celebri illustratori. La casa editrice presenta molti titoli, come
quelli della trilogia, in edizioni separate, probabilmente per questioni economiche.
ANALISI COMPARATIVA

Nota preliminare

Occorre precisare che, nell’impossibilità di reperire e utilizzare con la necessaria libertà la prima edizione
1957 de Il barone rampante, si è scelto di operare i puntuali confronti testuali attraverso l’edizione I nostri
antenati, Italo Calvino, “Oscar Moderni”, Milano, Mondadori, 2017.
Questa reca il testo dell’ultima edizione pubblicata vivente l’autore nella collana “Narratori moderni” di
Garzanti (maggio 1985), che segue per lo più le piccole correzioni operate sui testi nel passaggio dai volumi
singoli alla trilogia del 1960 “Supercoralli” Einaudi.
Le varianti rispetto all’originale sono numerose ma non di grande incidenza né strutturali14:
 Calvino ha corretto scorrettezze e imperfezioni nelle espressioni straniere (es. Mon Abbé > Monsieur
l’Abbé15)
 Ha operato alcuni ritocchi grafici (es. O la la la… O Zabalançoire > Oh là là là! La ba-la-nçoire16)
 Ha eseguito ritocchi lessicali, grammaticali, ortografici (es. puntando la punta degli scarpini a terra >
colpendo con la punta degli scarpini il terreno17)

Per semplificare la trattazione, si indicherà la prima edizione del ’57 con P, quella per ragazzi del ’59 con
R, quella per la scuola del ’65 con S e la nuova edizione Mondadori de I nostri antenati (2017) con A.

ASPETTO ESTERIORE

P presenta in copertina un dettaglio de Il ladro di nidi di Peter Bruegel il Vecchio [1568].


R sfrutta in copertina la tavola di Maria Enrica Agostinelli rappresentante Cosimo che rampa sugli alberi
assieme a Viola (nell’edizione l’immagine è descritta dalla frase del testo a pag.159 “…rampava per i
tronchi obliqui e i rami, presto divenuta esperta quasi al pari di lui…”).
S utilizza in copertina un disegno di Jean-François Millet.

14
Per una trattazione più approfondita vedere Mario Barenghi, Note e notizie sui testi. Il barone rampante, in Italo Calvino,
Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori,
1991, pp.1335-1337
15
I nostri antenati, Italo Calvino, “Oscar Moderni”, Milano, Mondadori, 2017, pp.181
16
Ivi, pp.98
17
Ivi, pp.99
La copertina di P presenta un equilibrio tra immagine, titolo, nome autore e casa editrice. L’immagine ha
sfumature di colore verde e ocra, ed è in evidenza il piano medio di un contadino. È evidente che sarà
trattato il rapporto con la Natura, ma si vedono solo dei rami di alberi e non si capisce la posizione dell’uomo
rispetto a loro. Scelta che risulta particolare perché se si osserva
l’opera integrale di Bruegel si scopre che il contadino sta additando
un ragazzo arrampicato proprio su quell’albero, impegnato nel rubare
un nido.
Al contrario le copertine di R e S raffigurano esplicitamente il
contenuto del titolo, anzi R presenta una vera e propria sequenza
narrativa. La scelta può derivare dal fatto che la prima edizione vuole
suscitare curiosità nei lettori, e non vuole associare l’immagine del
protagonista a una persona moralmente “negativa” come un ladro.
Inoltre il gesto del contadino porta a chiedersi cosa stia indicando, e
magari ad aprire il libro per scoprirlo.
R invece non ha bisogno di nascondere la storia che contiene, anzi punta proprio su quella. Con i suoi intensi
toni rossi che occupano quasi interamente lo spazio frontale del volume vuole invogliare i giovani lettori a
immergersi nel mondo narrativo, a seguire i protagonisti nella loro ascesa nell’universo della fantasia. Il
volume presenta inoltre come quarta di copertina la tavola di Agostinelli relativa alla morte di Cosimo,
quando lui si aggrappa alla fune della mongolfiera e vola via. In quarta di
copertina non sono presenti né sinossi né altri riferimenti testuali, spostati
nella prima pagina iniziale.
Tali immagini esaltano il senso di leggerezza e avventura, inoltre
focalizzano l’attenzione più sull’ambiente dove il protagonista agisce che
su di lui, probabilmente per ampliare il margine di lettori e far sentire loro
maggiori probabilità di identificazione col protagonista (che invece più
apparisse definito più restringerebbe il bacino di pubblico).
Sobria e sintetica la scelta per S, la cui copertina richiama maggiormente
quella del ’57 per la tripartizione (anche se in questo caso il titolo del testo
si trova nella sezione superiore e non in quella inferiore come in P) e per la
raffigurazione di una scena di quotidianità campestre, ovvero un ragazzo
arrampicato su un albero con un cestino per raccogliere qualcosa, solo per analogia collegata alla trama del
romanzo. Tuttavia in S il disegno è una semplice bozza in bianco e nero; l’unico tono di colore sulla
copertina del volume sono tre spesse linee rosse che individuano le tre sezioni principali lasciando in alto
uno spazio bianco. La stessa tripartizione (con ulteriore spazio bianco superiore) è mantenuta nella quarta
di copertina:
 nella prima sezione è indicato il nome della collana “Letture per la scuola media”
 nella seconda, in basso è indicata la derivazione dell’immagine di copertina, mentre nella parte alta
sono elencati i quattro testi che fino a quel momento appartenevano a tale collana (I. Carlo Cassola, Il
taglio del bosco; II. Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve; III. Primo Levi, La tregua; IV. Italo
Calvino, Il barone rampante). Il barone rampante è quindi l’ultima opera entrata a far parte di questa
collana, ed è l’unica con elementi fiabeschi e non ambientata nella contemporaneità. Gli altri testi sono
invece ambientati negli anni ’40-’50, tra gli ultimi avvenimenti della II Guerra Mondiale e i primi del
Dopoguerra, e partono da essi per riflettere sull’esistenza umana (quale più guardando alla Storia, quale
più alla quotidianità dell’individuo). Il barone rampante si conferma perciò opera degna di stima e
attenzione e capace davvero di perseguire l’ideale calviniano di restare nella Storia pur giocando su
di essa grazie alla fantasia.
 nella terza il prezzo del volume, 800 lire
Il prezzo risulta assai inferiore a quello dell’edizione illustrata del ’59 che vale invece 2000 lire, come
indicato in un sottile tagliandino applicato nella parte destra del risguardo della quarta di copertina; A reca
nella quarta di copertina, in basso a destra, il prezzo di 14€.

A opera una scelta totalmente differente e pone in copertina una foto a mezzo
busto di Italo Calvino stesso (©La Presse): basta il suo valore autoriale a
garantire la qualità del testo contenuto dal volume.
L’art director ha deciso per un dialogo diretto tra Calvino e i suoi lettori, è
come se questi fossero invitati ad accomodarsi e ascoltare la sua narrazione18.
In copertina è indicata anche la collana d’appartenenza, la casa editrice, il nome
dell’autore (che precede il titolo, come in P, R e S) e la denominazione della
trilogia, con l’elenco più in piccolo dei singoli titoli.
Dopo questa prima copertina ce n’è una seconda, alla quale appartiene la
sezione triangolare di colore arancione su cui è indicata la collana “Oscar
Moderni”, costituita da una foto di Luigi Ghirri all’interno del Palazzo Te di
Mantova. La foto ritrae una stanza con un suggestivo affresco raffigurante due
statue di gusto classico e un cavallo. Sembra che l’animale posi gli zoccoli sul
cornicione della porta al centro dell’immagine, schiusa verso chissà quali mondi. È demandato quindi a
questa seconda copertina il compito di suscitare l’interesse del
pubblico affinché scelga di addentrarsi in un passato misterioso
ma pieno di avventure.
La quarta di copertina di A presenta in arancione una frase a
effetto, riadattamento della descrizione calviniana della stessa
trilogia (“Una specie di arabescato albero genealogico dell’uomo
contemporaneo”) e una presentazione di Italo Calvino costituita
per lo più da un elenco delle sue principali opere narrative di

18
Come ha evidenziato anche Giovanni Baule nel suo intervento In copertina, il Barone e l’elce. Note di traduzione visiva,
tenuto nel convegno Cosimo, il Barone svoltosi il 14 dicembre 2017 presso i locali dell’Università La Sapienza di Roma, a cura
del Fondo Calvino tradotto-Sapienza
stampo non realistico (eccetto Il sentiero dei nidi di ragno), testi ritenuti più accattivanti per i lettori de I
nostri antenati. Incorniciata da queste due parti c’è, in nero, una citazione d’autore tratta dall’inizio e dalla
conclusione della sua Nota per l’edizione 1960: “Raccolgo in questo volume tre storie che hanno in comune
il fatto di essere inverosimili e di svolgersi in epoche lontane e in paesi immaginari. […] Ho voluto farne
una trilogia sul come realizzarsi esseri umani, tre gradi d’approccio alla libertà. […] Vorrei che potessero
essere guardate come un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela
qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso.”19
Come il volto dell’autore nella copertina, si è scelto di far presentare l’opera dalle stesse parole del suo
autore, che creano un orizzonte d’attesa nel pubblico relativo soprattutto riguardo ai temi trattati e alle
riflessioni che la lettura farà sorgere.
Completano la parte bassa della quarta di copertina informazioni sui responsabili dei diversi aspetti grafici
delle copertine, il codice IBAN e il prezzo.

Il dorso di R e S presenta in diverso ordine le stesse informazioni: autore; titolo dell’opera; editore; numero
della collana.
A reca le medesime diciture eccetto l’editore, sostituito dal nome della collana “Oscar” nella parte alta e il
logo di essa nella parte bassa del dorso, poiché si suppone che la collana sia tanto celebre da togliere
qualsiasi dubbio editoriale.

P, S e A hanno copertina in brossura. Solo R, probabilmente per conservare meglio le illustrazioni, presenta
copertina cartonata ed è di formato significativamente maggiore rispetto agli altri, tascabili.

PRESENTAZIONI E APPENDICI

R offre nella parte inferiore dei suoi risguardi di copertina un acquerello in sfumature di verde raffigurante
Cosimo sull’elce, dettaglio della tavola utilizzata in versione policroma per illustrare l’affermazione del
ragazzo di non scendere più dagli alberi (“– E io non scenderò più! – E mantenne la parola.”, pag.16).
Nel primo risguardo inoltre c’è una breve presentazione che esplicita il tipo di pubblico per cui è pensata
l’edizione: “Italo Calvino – che molti ragazzi conoscono per la sua raccolta delle Fiabe italiane – è
considerato tra i nostri scrittori il più «divertente», per le sue storie ricche di fantasia e di estroso umorismo.
Grazie alla riduzione che qui presentiamo del più noto dei suoi romanzi, anche i ragazzi tra i tredici e i
sedici anni potranno ora leggere le bizzarre avventure del baroncino di Rondò, un personaggio che
stimolerà la fantasia giovanile e resterà nella memoria accanto a Gulliver, Robinson Crusoè20 e al Barone
di Münchausen.”
L’editore – o probabilmente Calvino stesso, che tanto accuratamente seguiva le sue pubblicazioni ed era
esperto degli scritti editoriali a corredo dei testi – presenta l’opera come un piccolo nuovo “classico” della
narrativa d’avventura, tanto spesso riadattata per i giovani, e lo pone accanto a opere con cui lo stesso
Calvino si è confrontato.
L’esempio più significativo è un articolo risalente al medesimo anno di pubblicazione della prima edizione
de Il barone rampante: Robinson Crusoe, il giornale delle virtù mercantili (1957)21, in cui Calvino tesse i
meriti del capostipite del romanzo moderno capace di operare un’educazione al contempo pratica e morale.
Il romanzo è per Calvino la “bibbia delle virtù mercantili e industriali”, l’ “epopea dell’iniziativa

19
La Nota è riportata in calce alla medesima edizione mondadoriana, di cui questa citazione corrisponde alle pp. 409 e 418
20
La e è accentata nel volume
21
Apparso per la prima volta in AZ Panorama: Enciclopedia monografica della letteratura, “Libri nel tempo”, Torino, Editoriale
Aurora Zanichelli
individuale”22, condotta da Defoe con uno “stile «da relazione d’affari»”23, sobrio, economico ma anche
estremamente poetico, che da una parte si sofferma scrupolosamente sui dettagli per dimostrare la veridicità
del racconto e dare il senso dell’importanza d’ogni cosa, dall’altra parte risolve i
momenti cruciali in poche battute per passare alle questioni pratiche.
È evidente il tentativo calviniano di mutuare tale stile nella sua opera araldica,
senza dimenticare di conservare una vena d’umorismo e l’apertura a questioni
problematiche per offrire spunto a riflessioni critiche, soprattutto riguardo alle
controversie politico-religiose.
Precede il corpo del testo di R anche la tavola di Agostinelli raffigurante lo
scontro tra Cosimo e il gatto selvatico, col ragazzo in posizione precaria mentre
trafigge la bestia. La descrizione cita il testo a pag.58 “…il gatto gli volò addosso
in un arruffo di pelo, unghie irte e soffio”.
Subito il volume vuole incuriosire i lettori – e potenziali lettori – con la
dimensione più avventurosa e coinvolgente dell’opera, quella del conflitto, che compare nel romanzo in
diverse forme così da tenere alti la tensione e l’interesse del pubblico. Lo scontro con un “mostro” è inoltre
una delle prove fondamentali per gli eroi, che spesso indossano un trofeo della loro vittoria, come Ercole
col leone Nemeo e come Cosimo stesso, il quale realizzerà un berretto di pelo con la sua preda, il primo di
una lunga serie.

A non si apre con alcun testo preliminare ma reca in appendice la Nota 1960 in cui l’autore sinteticamente
presenta la genesi delle tre opere e il filo rosso che le collega in un senso unitario24. Calvino afferma che Il
visconte dimezzato è nato da un passatempo privato grazie a un’immagine che si era imposta nella sua
mente. L’esplorazione dei vari tipi di “mutilazioni umane” l’ha poi portato a proporre come vera interezza
l’autocostruzione personale, appresa già da Pavese e drammatizzata ne Il barone rampante. Questo
personaggio viene inaspettatamente preso assai sul serio da Calvino, che vi si identifica. Tuttavia oltre la
determinatezza illuministica si rivela lo Sturm-Und-Drang romantico che risulta sempre più una spinta
distruttiva verso il nulla. Il rischio di non-essere è perciò l’ultimo tema della trilogia, condotto ne Il
cavaliere inesistente con più lirismo e filosofia dei temi precedenti e con un impasto più denso di umorismo
e serietà.
Tutto ciò è però trattato all’insegna del divertimento del lettore e di uno stile scrittorio raffinato e insieme
complesso, come le vicende narrate.
Nella conclusione Calvino lascia al pubblico libertà d’interpretazione per queste “storie aperte”, in cui ciò
che l’autore vuol far prevalere non è il suo pensiero ma una sequenza di immagini che suscitino nei lettori
un “imprevedibile gioco d’interrogazioni e risposte.”25

A metà tra l’estrema semplificazione di R e l’approfondimento autoriale di A, si colloca la Prefazione 1965


in apertura a S, firmata da Tonio Cavilla. Questi non è altro che Calvino stesso, del cui nome “Tonio
Cavilla” è infatti l’anagramma, ma la sua identità viene presentata ambiguamente perfino nella piccola Nota
dell’editore che precede il testo: “Tra sé e il proprio libro Italo Calvino ha voluto introdurre il personaggio
di un meticoloso docente e pedagogista, Tonio Cavilla, il quale ha analizzato e commentato il testo col
distacco critico e la serietà che all’autore parevano necessari.”26 In tali parole, solo un’attenta

22
Robinson Crusoe, il giornale delle virtù mercantili, in Perché leggere i classici, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2009,
pp.105
23
Ivi, pp.106
24
Italo Calvino, I nostri antenati, Milano, Mondadori, 2017, pp.409-418
25
Ivi, pp.418
26
Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1965, pp.4
interpretazione del termine “personaggio” permette di svelare l’espediente, acutezza lessicale improbabile
in un adolescente delle scuole medie.
La scelta di celare la propria identità è necessaria per evitare accuse di parzialità nell’analisi della sua stessa
opera e a dar credito alle affermazioni del presunto studioso; scelta riscontrabile per motivi simili in un
altro esempio di nascosta autoesegesi d’autore, ovvero quella di Umberto Saba che firma il suo “Storia e
cronistoria del Canzoniere” (1948) col nome di Giuseppe Carimandrei27.
Calvino è inoltre particolarmente affezionato al concetto di distanza, poiché a suo parere le cose si vedono
meglio quando si ha la giusta lontananza da loro. Infatti anche nelle tre opere araldiche il narratore è interno
ma non è mai il protagonista, bensì un personaggio secondario: il nipote di Medardo; Biagio, fratello di
Cosimo; Suor Teodora-Bradamante.
Nel caso di Cosimo, la scelta di Biagio permette da un lato di narrare sia le imprese a cui egli assiste sia
quelle riportategli dal fratello e dai corregionali, dall’altro lato, come evidenzia Cesare Cases28, di
mantenere uno scetticismo di fondo sui casi del barone grazie al quale i lettori possono riflettere
criticamente sulle vicende e guardare alla determinazione di Cosimo anche come una testardaggine che gli
fa perdere molte opportunità, non ultima la relazione con Viola.
Tonio Cavilla apre la Prefazione con l’immagine da cui è nato tutto: un ragazzo che sale su un albero.
Nei cinque paragrafi seguenti Cavilla illustra le caratteristiche principali della storia (Umorismo, fantasia,
avventura), l’ambientazione (Lo sfondo settecentesco; Il paesaggio ligure), il tema (La ricerca di una
morale) e le peculiarità dell’edizione scolastica rispetto alle precedenti (Caratteristiche della presente
edizione).
Cavilla rivendica l’importanza di un divertimento nella lettura che troppo spesso passa in secondo piano
nelle opere “per adulti”, e afferma che Calvino ha cominciato per gioco questo libro di difficile definizione
ma alla fine si è proiettato dentro il mondo settecentesco che ha evocato, trascinando con lui i lettori. Questa
fuga nel passato è solo apparente in realtà, perché la linfa vitale del romanzo deriva dal radicamento nel
presente della sua proposta: acquisire un atteggiamento morale di “autocostruzione volontaristica”
fondata sull’affrontare le “prove umane” secondo lo “stile di vita” che si è scelto per sé, pur sapendo che
l’esistenza è perennemente precaria, come in bilico su “rami circondati dal vuoto”29.
Le caratteristiche testuali di questa e delle altre edizioni verranno approfondite nel prossimo capitolo.

CORPO DEL TESTO

A livello macrostrutturale, R e S conservano i primi diciotto capitoli di A, relativi all’adolescenza di


Cosimo – con alcuni adattamenti – ma per il seguito operano una scelta di capitoli.
Inoltre sia R che S attribuiscono un titolo a ogni capitolo, individuato in A da un semplice numero romano.
I titoli sono solitamente nominali, tranne per:
 1 e 18: si riporta la voce perentoria di Cosimo (perfino con un insolito uso del punto esclamativo)
 14: echeggia le esclamazioni d’avvertimento che si spargono per Ombrosa
 19: riporta la domanda che si pongono sia Cosimo che i lettori
La maggior parte dei titoli focalizza l’attenzione su uno dei personaggi che spiccheranno all’interno
dell’episodio, senza lasciarne intuire il modo. C’è un solo riferimento storico esplicito al cap.21; l’altra
allusione a un’entrata della Storia nella vicenda del Barone è in Uno storico incontro (cap.23 R, 22 S), in
cui si vuole mantiene la suspance su quali saranno i protagonisti coinvolti.

27
Corrado Bologna, Paola Rocchi, Rosa Fresca Aulentissima, vol.6 “Il primo Novecento”, Torino, Loescher, pp.385-385
28
Cesare Cases, Calvino e il «pathos della distanza», in “Città aperta”, 7-8, aprile-maggio, 1958
29
Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1965, pp.11
Per un rapido confronto:

A R S
I 1.Non scenderò più
II 2.La bambina del giardino vicino
III 3.La notte in cima all’albero
IV 4.La banda dei ladruncoli
V 5.Il cavallino bianco
VI 6.Il gatto selvatico
VII 7.Il Cavalier Avvocato
VIII 8.La capanna segreta
IX 9.Gli abitanti del bosco
X 10.Il bassotto Ottimo Massimo
XI 11.I segreti del Cavaliere
XII 12.Il brigante Gian dei Brughi
XIII 13.La foresta dei libri
XIV 14.Il bosco brucia
XV 15.I pirati barbareschi
XVI 16.Il Barone contastorie
XVII 17.I nobili spagnoli
XVIII 18.Voi scendete io no!
XIX cassato
XX 19.Cosa cerca il bassotto?
XXI 20.Il ritorno di Viola
XXII cassato
XXIII cassato
XXIV (diventa cap.25) cassato
XXV cassato
XXVI 21.La vendemmia del 1793
XXVII 22.Il tenente Agrippa Papillon cassato
XXVIII 23.Uno storico incontro 22.Uno storico incontro
XXIX 24.La ritirata della Beresina 23.La ritirata della Beresina
25.La follia di Cosimo
XXX 26.La mongolfiera 24.La mongolfiera
Leggerezza e concretezza

Nonostante sia R che S conservino i primi diciotto capitoli, Calvino vi opera aggiustamenti differenti per le
esigenze del pubblico adolescenziale e della scuola.
Considerando l’impazienza dei giovani lettori, in R l’autore ha ridotto i passaggi descrittivi e le allusioni
storico-culturali. Questi sono invece più conservati in S, poiché si suppone che la lettura sia guidata da un
insegnante e poiché l’autore si è curato di corredare il testo con un corposo apparato di note.
Tale apparato non solo arricchisce quasi ogni piè di pagina, ma prevede anche una Nota conclusiva per ogni
capitolo, in cui si forniscono le linee interpretative dell’episodio, si spiega come guardare ai personaggi e
ad alcune scelte dell’Autore (indicato sempre con la lettera maiuscola come una grande autorità).

Una piccola modifica è presente già nell’incipit:


A – “Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante
fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare
a metà del pomeriggio.” [p.85]
R e S – “Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora.” [p.7 R,
p.15 S]
S nella stessa pagina presenta già ben quattro note: la prima chiarisce che Ombrosa è una località
immaginaria, ma situabile nella Riviera ligure di Ponente; la seconda chiarisce che tipologia di albero sia
l’elce (Quercus ilex) e che esso corrisponda al leccio citato altrove dallo stesso Autore; la terza spiega che
la parrucca lunga sulle orecchie, indossata dal Barone Arminio Piovasco di Rondò, apparteneva alla moda
del XVII secolo; la quarta definisce l’uso settecentesco del termine “abate” come usato da Biagio.
Del I capitolo risulta assai interessante anche la nota finale, da cui si traggono le linee fondamentali che
l’autore stesso traccia per approcciarsi al romanzo.
Cavilla-Calvino illustra infatti l’importanza della prima frase del libro (“Fu il 15 giugno del 1767 che
Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi”), che “contiene almeno
tre elementi che resteranno fondamentali per tutto il libro”30:
 Una data precisa, per mescolare la Storia a un romanzo dai molti eventi inverosimili
 Il narratore Biagio, espediente che avvicina la vicenda (dandole il calore d’una storia familiare) e al
contempo mantiene il distacco di un osservatore esterno
 L’annuncio del tema generale dell’opera, ovvero il “distacco” del protagonista
In seguito Cavilla pone delle domande guida con cui orientare i lettori nella riflessione su questo tema e su
come trovare alcuni spunti di risposta nei capitoli seguenti: “Distacco da chi e da che cosa? Nel primo
capitolo non è detto […] Distacco che porta ad entrare in un altro mondo, in un’altra dimensione? Neanche
questo vi è detto ancora; sappiamo soltanto che Cosimo sale su un albero e non vuole più scendere.”31
Non solo l’autore rafforza la curiosità della lettura ma si pone anche sullo stesso piano di scoperta degli
studenti utilizzando la prima persona plurale. È Calvino stesso che vuole un po’ fare da insegnante ai suoi
piccoli lettori, forse per prevenire possibili incapacità o imprecisioni da parte di alcuni docenti.
Cavilla continua presentando la funzione complessiva del primo capitolo e rivelando la dualità del carattere
di ogni personaggio, ciascuno studiato per fare da contrappunto alle azioni di Cosimo.
Infine viene messa in luce la tendenza autoriale a lasciarsi andare allo sviluppo di motivi secondari, per cui
quando egli sente di star esagerando inserisce un richiamo al tema principale (quello del “distacco senza
ritorno”32) così da mantenere i lettori attenti verso quella direzione.

30
Il barone rampante, edizione scolastica, collana “Letture per la scuola media” Einaudi, Torino, 1965, pp.30
31
Ivi.
32
Ivi, pp.31
L’autore risparmia quasi sempre in R e S espressioni che celano riflessioni etico-morali, una sfumatura
ritenuta troppo sottile per un pubblico adolescente.
Per esempio nel decimo capitolo si legge:
A – “Gli olivi, per il loro andar torcendosi, sono a Cosimo vie comode e piane, piante pazienti e amiche,
nella ruvida scorza, per passarci e per fermarcisi, sebbene i rami grossi siano pochi per pianta e non ci sia
gran varietà di movimenti. Su un fico, invece, stando attento che regga il peso, non s’è mai finito di girare;
Cosimo sta sotto il padiglione delle foglie, vede in mezzo alle nervature trasparire il sole, i frutti verdi
gonfiare a poco a poco, odora il lattice che geme nel collo dei peduncoli. Il fico ti fa suo, t’impregna del
suo umore gommoso, dei ronzii dei calabroni; dopo poco a Cosimo pareva di stare diventando fico lui
stesso e, messo a disagio, se ne andava. Sul duro sorbo, o gelso da more, si sta bene; peccato siano rari.
Così i noci, che anche a me, che è tutto dire, alle volte vedendo mio fratello perdersi in un vecchio noce
sterminato, come in un palazzo di molti piani e innumerevoli stanze, veniva voglia d’imitarlo, d’andare a
star lassù; tant’è la forza e la certezza che quell’albero mette a essere albero, l’ostinazione a essere pesante
e duro, che gli s’esprime persino nelle foglie.” [p.152]
R e S – “Gli olivi, per il loro andar torcendosi, sono a Cosimo vie comode e piane, piante pazienti e amiche,
nella ruvida scorza, per passarci e per fermarcisi, sebbene i rami grossi siano pochi per pianta e non ci sia
gran varietà di movimenti. Su un fico, invece, stando attento che regga il peso, non s’è mai finito di girare;
Cosimo sta sotto il padiglione delle foglie, vede in mezzo alle nervature trasparire il sole, i frutti verdi
gonfiare a poco a poco, odora il lattice che geme nel collo dei peduncoli. Sul duro sorbo, o gelso da more,
si sta bene; peccato siano rari. Così i noci, che anche a me, che è tutto dire, alle volte vedendo mio fratello
perdersi in un vecchio noce sterminato, come in un palazzo di molti piani e innumerevoli stanze, veniva
voglia d’imitarlo.” [p.76 R; p.113 S]
Calvino conserva le azioni concrete ma rinuncia a riflessioni che avrebbe potuto conservare almeno in S,
perché l’identificazione con la natura, il senso di confondersi col mondo o di ammirare delle qualità di un
elemento naturale che si vorrebbero imitare, sono temi di cui dei giovani possono discutere soprattutto se
guidati da un adulto. Come Cosimo, in questi episodi più o meno coetaneo dei potenziali lettori delle
riduzioni de Il barone rampante, sperimenta tali sensazioni, probabilmente anche loro le vivono, e trovarne
la descrizione nelle parole di un autore li aiuterebbe a capirle meglio, a capire meglio loro stessi.
Buona idea invece il cassare d’andare a star lassù, così da evitare l’ennesima costruzione binaria che non
avrebbe aggiunto senso quanto rallentato la lettura.

Cavilla stesso si dispiace della perdita di parti di simile lirismo descrittivo, tra le migliori in tutta l’opera
quanto a resa stilistica. Significativa anche la perdita di un passaggio che riflette sul tema centrale
dell’opera, la distanza:
A – “Ottimo Massimo non tornava più. Cosimo tutti i giorni era sul frassino a guardare il prato come se in
esso potesse leggere qualcosa che da tempo lo struggeva dentro: l’idea stessa della lontananza,
dell’incolmabilità, dell’attesa che può prolungarsi oltre la vita.” [cap.XX, p.234]
R e S – “Ottimo Massimo non tornava più. Cosimo tutti i giorni era sul frassino a guardare il prato come se
in esso potesse leggere qualcosa che da tempo lo struggeva.” [cap.20, p. 152 R, p.206 S]

Calvino opera questa selezione, probabilmente un po’ troppo semplificatrice, all’insegna di quattro delle
regole che daranno il titolo alle sue Lezioni americane (Garzanti, 1988): leggerezza, rapidità, esattezza,
visibilità.
La prima è la regina del romanzo Il barone rampante, evocata continuamente di rami intrecciati che tendono
al cielo tra i quali salta il Barone, essi stessi paragonati alla scrittura nell’epilogo dell’opera.
Calvino sostiene che il suo obiettivo è stato “il più delle volte una sottrazione di peso”33, non solo verso i
personaggi ma anche le ambientazioni e il linguaggio stesso. Un’esaltazione della negatività che trova
conferma in generale in tutta la trilogia I nostri antenati, espresso già dagli “elogi del dimidiamento” delle
due parti del visconte Medardo34.
Ma questa leggerezza ha la forza delle cose vere, delle cose pratiche, tratta dalle descrizioni delle soluzioni
logiche e pragmatiche con cui Cosimo risolve le necessità sue e dei corregionali, tipiche dei romanzi
d’avventura35. Inoltre Calvino è assai abile nell’applicazione dello show don’t tell, uno stile che vuole
mostrare36 gli avvenimenti narrati, generare delle immagini nella mente dei lettori, e Calvino rende tali
immagini rapide37 ma esatte38, cosicché restino impresse e suscitino emozione e coinvolgimento nel
pubblico.

Turpiloquio

Calvino ha cura di censurare alcune espressioni del romanzo, in realtà già di scarsa volgarità39.
Molti esempi compaiono nel quarto capitolo, tra cui “Il battichiappe!” [A, p.114] che diventa “Lo spiedo
per i tordi!” [p.38 R, 60 S] e nelle stesse pagine gli insulti dialettali dei ladri di frutta “Cuiasse! Belinùi!”
che si spengono in un indiretto “lanciarono i peggiori improperi”. Nel capitolo successivo Viola viene
accusata di essere una “smor-fio-sa” [p.51 R, p.77 S] invece che una “schi-fo-sa” [p.126 A], mantenendo la
rima con “Sinforosa”.
Viene messa mano anche ad intere sezioni del racconto, come quelle riguardanti i bisogni corporali.
Nel diciassettesimo capitolo R e S censurano il riferimento di Don Sulpicio agli “orciuolini” utilizzati per i
bisogni degli esuli spagnoli:

33
Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2011, pp.7
34
Italo Calvino, I nostri antenati, Milano, Mondadori, 2017, pp.43 e 61
35
“Pur trattandosi d’un romanzo fantastico, non tenuto ad alcuna verosimiglianza, l’Autore si è divertito a trovare soluzioni
logiche alle situazioni più paradossali: ad adottare cioè quel tipo di logica che è propria del romanzo di avventure” (Nota al terzo
capitolo, in S, p.55)
36
D’altronde è proprio da un’immagine che è scaturito ogni racconto della trilogia I nostri antenati.
“Dunque nell’ideazione d’un racconto la prima cosa che mi viene alla mente è un’immagine che per qualche ragione mi si
presenta come carica di significato, anche se non saprei formulare questo significato in termini discorsivi o concettuali. Appena
l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse
che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé.” (Italo Calvino, Lezioni americane,
Milano, Mondadori, 2011, pp.90)
37
Calvino apprende profondamente questa lezione lavorando sulle fiabe e i racconti popolari, che tanto grande influsso hanno
esercitato su Il barone rampante.
“La tecnica della narrazione orale nella tradizione popolare risponde a criteri di funzionalità: trascura i dettagli che non servono
ma insiste sulle ripetizioni, per esempio quando la fiaba consiste in una serie di ostacoli da superare. Il piacere infantile
d’ascoltare storie sta anche nell’attesa di ciò che si ripete: situazioni, frasi, formule. Come nelle poesie e nelle canzoni le rime
scandiscono il ritmo, così nelle narrazioni in prosa ci sono avvenimenti che rimano tra loro.” (Italo Calvino, Lezioni americane,
Milano, Mondadori, 2011, pp.39)
38
“Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da
una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e
ne provo un fastidio intollerabile. […] Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà
che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e
immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i
significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.”
(Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2011, pp.60)
E ancora: “A ben vedere, che una grave malattia colpisse la parola era chiaro da tempo: per esempio nel linguaggio politico s’è
verificato un impoverimento, uno sbiadire e cancellarsi dei significati. Oggi il rifiuto della parola, il non voler più ascoltare mi
pare segno d’un desiderio di morte.” (Note sul linguaggio politico, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017,
pp.372)
39
Se ne offre una puntuale trattazione in Paolo Giovannetti, Calvino, la scuola, l’editoria scolastica, l’idillio dimezzato, in
Calvino & l’Editoria, a cura di Luca Clerici e Bruno Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp.43-45
A – “—E, chiedo venia, i vostri bisogni dove li fate?
—Ollas, Señor.
E Don Sulpicio, sempre col suo tono modesto: —S’usa certi orciuolini, in verità.” (p.212)
In S viene censurata anche la soluzione trovata da Cosimo ai suoi bisogni corporali, narrata nel decimo
capitolo, mentre R reca una leggera modifica al nome del fiume:
A – “Altro problema: fare i suoi bisogni. Dapprincipio, qua o là, non ci badava, il mondo è grande, la faceva
dove capita. Poi comprese che non era bello. Allora trovò, sulla riva del torrente Merdanzo, un ontano che
sporgeva sul punto più propizio e appartato, con una forcella sulla quale si poteva comodamente star seduti.
Il Merdanzo era un torrente oscuro, nascosto tra le canne, rapido di corso, e i paesi viciniori vi gettavano le
acque di scolo. Così il giovane Piovasco di Rondò viveva civilmente, rispettando il decoro del prossimo e
suo proprio.” [p. 155-156]
R – “Altro problema: fare i suoi bisogni. Dapprincipio, qua o là, non ci badava, il mondo è grande, la faceva
dove capita. Poi comprese che non era bello. Allora trovò, sulla riva del torrente Fetenzo, un ontano che
sporgeva sul punto più propizio e appartato, con una forcella sulla quale si poteva comodamente star seduti.
Il Fetenzo era un torrente oscuro, nascosto tra le canne, rapido di corso, e i paesi viciniori vi gettavano le
acque di scolo. Così il giovane Piovasco di Rondò viveva civilmente, rispettando il decoro del prossimo e
suo proprio.”

Nello stesso capitolo, in S scompare inoltre il riferimento alle evacuazioni dei cani da caccia, ammorbidito
in R:
A – “mentre lo slancio si perdeva, e già qualcuno ne approfittava per fare una pisciatina contro un sasso.”
[p.157]
R – “mentre lo slancio si perdeva, e già qualcuno ne approfittava per alzare una zampa contro un sasso.”
[p.81]

Tale rigidità censorea può essere motivata da una parte dalla lotta contro l’ “epidemia pestilenziale” del
linguaggio40, e quindi dal proposito di offrire ai giovani lettori gli strumenti per trattare di argomenti “bassi”
con parole più adatte, dall’altra dall’eccessiva cura di non urtare la sensibilità degli insegnanti e non farli
trovare in imbarazzo di fronte alla lettura in classe del testo. Scelte che puntano quindi più alla possibilità
di diffondere il testo che a rendergli giustizia. Infatti alcuni interventi di questo tipo mortificano sezioni
della storia anche significative, come il primo confronto tra Cosimo e il padre dall’inizio della ribellione,
narrato nell’ottavo capitolo.
La risposta che Cosimo dà alle insinuazioni con cui il padre tenta di minare la sua determinazione suona
ben diversamente in A e S:
A – “Ma io dagli alberi piscio più lontano!— frase senza molto senso, ma che troncava di netto la
questione” [p.142]
S – “Quando io sputo dagli alberi, sulla terra ci piove!— Una frase senza senso come quelle che dicono i
bambini piccoli: altro sistema di difesa da parte sua, farsi credere più bambino di quanto non fosse.”
[p.100]
Diversa appare anche la replica paterna:
A – “Attento, figlio, c’è Chi può pisciare su tutti noi!” [p.142]
S – “Attento, figlio, non scherzare con la collera del Cielo!” [p.100]
Le scelte di S non sono solo meno potenti a livello espressivo, ma nuocciono all’immagine di Cosimo. La
sua risposta, che sembra totalmente “senza senso” perfino al narratore, lo fa apparire infantilmente attaccato
alla sua idea, ridicolo e ostinato pur di non dar ragione al padre; al contrario la naturalezza e vivacità della

40
Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2011, pp.60
frase “dagli alberi piscio più lontano” rende l’onnipotenza adolescenziale riconoscendo però abilità retorica
a Cosimo, perché forse non avrà “molto senso” ma è d’immediata comprensione e potenza figurativa nella
mente dell’ascoltatore. È quest’ultima che esprime perciò il vero obiettivo del brano: mostrare la
convinzione di Cosimo che, sebbene si spinga anche oltre la logica tipica del suo ambiente, non è mai
carente di acume e coraggio.
Risulta inoltre eccessivo l’avvertimento paterno in S, perché di fatto l’affermazione di Cosimo non
rappresenta una sfida al Cielo, quanto semmai un senso di superiorità rispetto ai terrestri, e nulla più. Invece
in A la risposta calza perfettamente e si dota di profondo significato esistenziale, contenendo anche una
carica di possibilità, di precarietà, di mistero, che rendono la scena una delle più riuscite del testo.
Stupisce per questo la scelta in R di cassare la scena, senza neanche riprenderla in capitoli successivi.
Difficile che ciò sia dovuto ad un alleggerimento del capitolo, già di per sé breve; probabilmente Calvino
si è voluto risparmiare le critiche di genitori particolarmente suscettibili, ma è una preoccupazione piuttosto
eccessiva per un romanzo il cui stesso incipit presenta un conflitto familiare.
R apre il capitolo ottavo direttamente con la scena della pioggia - che potrebbe aver ispirato le modifiche
in S - con qualche ritocco per rendere il testo più adatto ad iniziare un capitolo:
A e S – “Io, appena m’accorsi che pioveva, fui in pena per lui.” [p. 143 A, p.100 S]
R – “Una sera piovve. Al primo scroscio, fui in pena per lui.” [p.65]

Eppure anni dopo proprio Calvino pubblicherà su “Il Corriere della Sera” un articolo dal titolo Al di là della
polemica sul parlar greve alla radio. C’è parolaccia e parolaccia (1978).
In questo scritto Calvino innanzitutto denuncia la “sessuofobia” dell’Italia contemporanea, per cui sono
ritenute oscene le parole collegate agli atti e organi sessuali. Poi sottolinea quanto una parolaccia utilizzata
al momento giusto arricchisca il testo di tre insostituibili valori: forza espressiva; valore denotativo
diretto; valore di situazione del discorso nella mappa sociale.41
Evidentemente però il timore della prudery della classe docenti italiana del tempo ha continuato a prevalere
nella mente di Calvino, che nel tempo non ha mai rimesso mano agli adattamenti de Il barone rampante né
per ritirare la censura del presunto “turpiloquio” né per riportare alla luce temi resi tabù nelle edizioni per
ragazzi e per la scuola, come la sessualità e la critica politico-religiosa.

Religione e politica

Per quanto riguarda la religione vi sono interventi vistosi da parte di Calvino che, pur essendo estremamente
laico, sceglie di ridurre la contrapposizione tra le scelte vitalistiche, utopistiche e razionali di Cosimo e
l’irrazionalità di gusto un po’ “decadente” dei valori cattolici42.
I dubbi e la distanza dei personaggi dalle tradizioni cattoliche vengono taciuti.
Del tutto cassato in R e S è il primo paragrafo dell’undicesimo capitolo, in cui Biagio narra che, per quanto
resti sempre più un umano che una bestia, Cosimo pian piano perde alcuni degli usi terrestri, come l’andare
a messa:
A – “M pur senza volere, certi usi diventavano più radi e si perdevano. Come il suo seguirci la festa alla
Messa grande d’Ombrosa. Per i primi mesi cercò di farlo. […] Ma col passare del tempo non lo vedemmo
più. La vetrata fu chiusa perché c’era corrente.” [p.160-161]

41
Le parolacce, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.368-371
42
Paolo Giovannetti, Calvino, la scuola, l’editoria scolastica, l’idillio dimezzato, in Calvino & l’Editoria, a cura di Luca Clerici
e Bruno Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp.41-43
Secondo lo stesso criterio viene eliminata la scena del dialogo di Biagio con Voltaire, che evoca concezioni
deiste [cap.XX, p.227-8 A, cap.19 p.199 S e p.146 R], nonostante ciò porti a eliminare un’espressione di
Biagio che riflette sul tema dell’opera: “—Mio fratello sostiene, — risposi, —che chi vuole guardare bene
la terra deve tenersi alla distanza necessaria” [p.228 A].

Dal tredicesimo capitolo vengono epurate espressioni riguardanti i dubbi dell’abate:


A – “Il vecchio Fauchelafleur porgeva orecchio a questi discorsi con meravigliata attenzione, non so se per
vero interesse o soltanto per il sollievo di non dover essere lui a insegnare; e assentiva, e interloquiva con
dei: —Non! Dites-le moi!— quando Cosimo si rivolgeva a lui chiedendo: —E lo sapete com’è che…?—
oppure con dei: —Tiens! Mais c’est épatant!— quando Cosimo gli dava la risposta, e talora con dei: —
Mon Dieu!— che potevano essere tanto d’esultanza per le nuove grandezze di Dio che in quel momento gli
si rivelavano, quanto di rammarico per l’onnipotenza del Male che sotto tutte le sembianze dominava senza
scampo il mondo.” [p.181-182]
S – “quando Cosimo si rivolgeva a lui chiedendo: —E lo sapete com’è che…?— oppure con dei: —Tiens!
Chi l’avrebbe mai detto?— quando Cosimo gli dava la risposta. [p.151]
R – “quando Cosimo si rivolgeva a lui chiedendo: —E lo sapete com’è che…?— oppure con dei: —Tiens!
To’! Chi l’avrebbe mai detto?— quando Cosimo gli dava la risposta.” [p.107]
Da notare che in S le espressioni francesi recano la traduzione in nota, mentre in R essa affianca le
espressioni straniere.
Diversamente avviene nel nono capitolo, nel quale sia in R che in S viene fornita una traduzione tra parentesi
delle espressioni bergamasche dei carbonai, assente in A (es. “Rispondigli: Hegna coha gh’è che de Hura!”,
p.148 A > “Rispondigli: Hegna coha gh’è che de Hura! (Guarda cosa c’è qui di sopra)”, p.108 S e p.71 R).
Viene cassato in R e S perfino il semplice riferimento allo studio di materie riguardanti questioni metafisico-
religiose presente in A, quando si narrano le lezioni in cui Cosimo fa sempre più da maestro all’abate: “e
ragionando delle monarchie e delle repubbliche, del giusto e del vero nelle varie religioni, ed i riti cinesi,
il terremoto di Lisbona, la bottiglia di Leda, il sensismo.” [p.182 A]
A tal proposito sorprende la nota 3 a pagina 152 di S che esplicita ai lettori la conversione del vecchio
giansenista all’ “Illuminismo”, riassumendo questo come “le idee di Rousseau e di Voltaire”.

Non viene però taciuto l’arresto dell’abate, nonostante in questa sezione l’autore operi varie modificazioni.
Viene cassata in R e S una parte probabilmente ritenuta da Calvino troppo complicata da essere mantenuta
in un episodio già molto difficoltoso: “Di fronte agli improvvisi soprassalti dell’Abate, Cosimo non osava
più dir parola, per paura che gli venisse censurata come incoerente e non rigorosa, e il mondo lussureggiante
che nei suoi pensieri cercava di suscitare gli s’inaridiva davanti come un marmoreo cimitero. Per fortuna
l’Abate si stancava presto di queste tensioni della volontà, e restava lì spossato, come se lo scarnificare ogni
concetto per ridurlo a pura essenza lo lasciasse in balia d’ombre dissolte ed impalpabili: sbatteva gli occhi,
dava un sospiro, dal sospiro passava allo sbadiglio, e rientrava nel nirvana.” [p. 183 A]
È rielaborata la sezione che prepara e annuncia l’arresto dell’abate.
La scena è anticipata in R e S da un cappello storico introduttivo: “Erano i tempi in cui idee nuove
cominciavano a circolare per l’Europa, i vecchi Stati scricchiolavano da tutte le parti ed i potenti avevano
paura delle persone che leggevano troppi libri.” [p. 153 S, p.107-108 R]
Questo è uno dei rari momenti in cui Calvino lascia trasparire così diretti giudizi storico-morali negli
adattamenti per più giovani, addirittura in aggiunta rispetto all’edizione originale.
In A invece si legge solo un’espressione di collegamento col paragrafo precedente, ovvero quello cassato
nelle altre edizioni: “Ma tra l’una e l’altra disposizione del suo animo, dedicava ormai le sue giornate a
seguire gli studi intrapresi da Cosimo” [p.183].
La narrazione dell’arresto presenta lievi oscillazioni tra A e R-S, tra cui si segnala il sostituire ai libri di
Bayle [p.183 A] quelli di Voltaire e Rousseau [p.153 S, p.108 R] quando il narratore racconta quali opere
scoperte tra i breviari di Padre Fauchelafleur abbiano segnato la sua definitiva condanna; questi ultimi due
autori sono più conosciuti dai ragazzi e trattati a scuola rispetto a Bayle, il quale presenta anche maggiori
criticità43, e questo potrebbe aver portato Calvino alla sostituzione.
È interessante anche lo sguardo all’interiorità di Cosimo rispetto all’arresto dell’abate, assente in A, che
riporta solo le conseguenze sull’educazione del Baroncino:
R e S – “L’arresto dell’Abate addolorò molto Cosimo, che s’era affezionato al vecchio precettore, ma non
portò alcun pregiudizio ai progressi della sua educazione.” [p.154 S, p.108 R]
Calvino si assicura così che i giovani lettori riflettano sull’educazione come un valore di cui essere grati
nel profondo ai propri educatori, nonostante i difetti che quelli potrebbero avere; un’altra sottile strizzata
d’occhio a docenti e genitori.

Anche in questo capitolo Calvino decide di rinunciare in entrambi gli adattamenti a una delle più belle
riflessioni etico-morali che fioriscono con naturalezza dalla storia:
A – “Non potemmo far nulla per aiutarlo. Nostro padre si chiuse in camera e non voleva assaggiar cibo
perché aveva paura di venir avvelenato dai Gesuiti. L’Abate passò il resto dei suoi giorni tra carcere e
convento in continui atti d’abiura, finché non morì, senza aver capito, dopo una vita intera dedicata alla
fede, in che cosa mai credesse, ma cercando di credervi fermamente fino all’ultimo.” [p.184]
Il motivo dell’eliminazione probabilmente risiede di nuovo nel non voler alludere alla possibilità di dubitare
dei pilastri della Fede cristiana. La stessa ragione conduce Calvino addirittura a trasporre una delle scene
finali in una tonalità ambiguamente religiosa che sembra significare che in fin di vita Cosimo si converta:
A – “C’eravamo già accordati che provasse un certo Don Pericle, suo amico, prete costituzionale al tempo
dei Francesi, iscritto alla Loggia quando ancora non era proibito al clero, e di recente riammesso ai suoi
uffici dal Vescovado, dopo molte traversie. Salì coi paramenti e il ciborio, e dietro il chierico. Stette un po’
lassù, pareva confabulassero, poi scese. —Li ha presi i sacramenti, allora, Don Pericle?
—No, no, ma dice che va bene, che per lui va bene—. Non si riuscì a cavargli di più.” [p.300]
R e S – “C’eravamo già accordati che provasse un certo Don Pericle, suo amico. Salì coi paramenti e il
ciborio, e dietro il chierico. Stette un po’ lassù, pareva confabulassero, poi scese.
—Dice che va bene, che per lui va bene—. Non si riuscì a cavargli di più.” [p.238-239 S; p.192 R]

Nella precedente citazione si nota la sottrazione del riferimento alla vicenda dei preti costituzionali nel
Settecento francese, come nei capitoli diciassettesimo e diciottesimo sono eliminati i collegamenti coi
gesuiti.
Il personaggio di Don Sulpicio in R e S diventa un nobile qualunque, e scompaiono i riferimenti
all’Inquisizione:
A – “E l’interprete, che era il Padre Sulpicio de Guadalete, della Compagnia di Gesù, esule da quando il
suo ordine era stato messo al bando dalla Spagna” [p.211]
R e S – “tradusse l’interprete, Don Sulpicio di Guadalese” [p.189 S, p.137 R]
Scompare del tutto il personaggio di El Conde, che in A evoca l’esperienza della Resistenza (suscitando
grande emozione per la sua sofferenza a causa del figlio tenuto prigioniero dalle autorità spagnole), il quale
- assieme a Cosimo che lo avvia alla lettura - comincia a parlare di fare la rivoluzione in Spagna, così da
attirarsi l’ostilità di Padre Sulpicio. Cosimo una notte deve affrontare fisicamente il gesuita perché ha

43
Egli apparteneva alla minoranza ugonotta francese, soggetta a discriminazioni e persecuzioni a partire dalla seconda metà del
XVII secolo; nel suo Dizionario storico-critico (1695-96) offrì grandi spunti per la discussione di questioni filosofiche; difese la
tolleranza religiosa, allargandola anche all’ateismo. (da http://www.treccani.it/enciclopedia/pierre-bayle/ e
https://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_Bayle)
intrappolato El Conde e vuole costringerlo a confessare un’eresia per la quale lui lo punirà in quanto braccio
della Santa Inquisizione [p.217-218 A].
In R e S invece Don Sulpicio limita la sua disapprovazione a Cosimo, che diffonde nella colonia le idee di
Rousseau e Voltaire (anche qui sono scelti loro come rappresentanti dell’Illuminismo, mentre in A Cosimo
fa conoscere agli esuli spagnoli tanti altri autori come Bernardin de Sant-Pierre col suo Paolo e Virginia
[p.216]), ma non avviene alcuno scontro fisico tra i due.

Tra gli ulteriori accorgimenti adottati negli stessi capitoli, alcuni servono a limitare la critica all’operato
politico dei governanti.
L’eliminazione della scena del conflitto tra Padre Sulpicio e Cosimo per la difesa di El Conde permette di
soprassedere sull’inerzia di Don Federico, che pur di non aver pensieri risolve le controversie con inutili
accordi superficiali, atteggiamento non dissimile a quello che molti politici italiani del tempo adottano verso
gli abusi, come denuncia La giornata d’uno scrutatore: “Mettere a tacere un fatto così grave sarebbe stato
impensabile in qualsiasi altra comunità, non in quella, con la voglia che avevano di ridurre al minimo tutti
i pensieri che s’affacciavano alle loro teste. Così Don Federico mise i suoi buoni uffici e si venne a una
specie di conciliazione tra Don Sulpicio e El Conde, che lasciava tutto come prima.” [p.218 A].
Un ulteriore esempio di censura in R e S d’un commento alla situazione politica italiana si trova nel capitolo
riguardante la vendemmia del 1793 (XXVI A, 21 R e S): “Insomma, c’erano anche da noi tutte le cause
della Rivoluzione francese. Solo che non eravamo in Francia, e la Rivoluzione non ci fu. Viviamo in un
paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.” [p.278 A] E nello stesso capitolo è espunta la
triste fine del “quaderno di doglianza” degli Ombrosotti, che rimase “appeso all’albero con uno spago, e
quando piovve restò a cancellarsi e a infradiciarsi, e in quella vista faceva stringere i cuori degli Ombrosotti
per la miseria presente e li riempiva di desiderio di rivolta..” [p.278 A].
O ancora dall’ultimo capitolo di R e S scompare il primo paragrafo di riflessione di Biagio: “Ora io non so
che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio. Grava
sull’Europa l’ombra della Restaurazione; tutti i novatori – giacobini o bonapartisti che fossero – sconfitti;
l’assolutismo e i gesuiti rianno il campo; gli ideali della giovinezza, i lumi, le speranze del nostro secolo
decimottavo, tutto è cenere.” [p.298 A]
E non è forse questo un ritratto duro della stessa situazione del Secondo Dopoguerra italiano? Un periodo
in cui, per prendere a esempio l’opera di Calvino, un ex partigiano come Quinto si ritrova, smarrito e
disilluso, ad abbracciare ideali opposti a quelli per cui aveva lottato - opportunismo, egoismo, menzogna…-
inseguendo l’ “utopia” quanto mai grigia e venale di arricchirsi tramite La Speculazione edilizia?
Sconcerta che per tagliare la frase precedente Calvino rinunci anche al resto del paragrafo, che contiene un
sunto del significato della vita di Cosimo per Biagio e tutti coloro che avevano assistito all’avventura della
sua vita: “Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia,
seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che
lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con le parole ma solo vivendo come visse.
Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.”
[p.298 A]
In R e S il capitolo comincia invece solo con gli abitanti di Ombrosa che s’accorgono dell’imminente morte
di Cosimo perché ormai si pone sempre sotto la vista altrui – l’opposto del comportamento solitamente
tenuto dagli animali, in realtà, che riconferma la sua umanità fino alla fine.
Calvino riduce quei momenti d’indagine esistenziale che rendono Il barone rampante più di una storiella
d’avventura simile a tante altre scritte da autori per l’infanzia. Ciò che rende grande il romanzo sono proprio
questi momenti di descrizione del senso della vicenda che emergono episodio dopo episodio e che Calvino
riesce a rendere con una scrittura limpida ed essenziale. Nulla che un ragazzo o una ragazza non potrebbero
comprendere, soprattutto se guidati da un educatore. Come si vedrà in seguito, questo atteggiamento
rigidamente autocensoreo danneggia enormemente la trattazione dell’argomento amoroso.
Stupisce questo impoverimento in uno scrittore che ripetutamente proclama la sua lotta al “diavolo”
dell’approssimativo44, che accusa il linguaggio politico italiano d’essere “difficile, astratto, astruso […]
(utile) a nascondere più che a spiegare”45 e gli contrappone il salvifico ruolo dell’esatto linguaggio
dell’arte e della poesia: “Ciò che si chiede allo scrittore è di garantire la sopravvivenza di quel che si
chiama umano in un mondo dove tutto si presenta inumano”46. Ciononostante Calvino stesso ne fiacca
l’incidenza negli adattamenti al suo romanzo, un po’ per sfiducia nelle capacità interpretative dei giovani
un po’ per pigrizia nel non voler affrontare le critiche di genitori e insegnanti.

Prova evidente di quest’ultimo modus operandi è il fatto che soprattutto S, nonostante la sua lettura si
prospetti guidata da un adulto – o forse proprio per questo – , rinunci a brani politicamente problematici.
Nel capitolo sull’incontro con Napoleone, in cui sia A che R conservano il riferimento al Progetto di
Costituzione per Città Repubblicana con Dichiarazione dei Diritti degli Uomini, delle Donne, dei Bambini,
degli Animali Domestici e Selvatici, compresi Uccelli Pesci e Insetti, e delle Piante sia d’Alto Fusto sia
Ortaggi ed Erbe del Barone mentre in S non si fa riferimento alcuno al documento [p. 289-290 A, p.174 R].
Si segnala che nello stesso capitolo è data la traduzione delle espressioni francesi, in R tra parentesi e in S
in nota.
In S è eliminato tutto il capitolo dove compare il tenente Agrippa Papillon [22 R, XXVII A], probabilmente
per evitare di mettere eccessivamente in ridicolo il ruolo dei soldati; particolare anche perché Biagio riporta
l’episodio come raccontato dalla voce dello stesso Cosimo, in cui si esplicita la collaborazione del Barone
con l’Armata Repubblicana.
Infine, scompare in entrambi gli adattamenti il capitolo XXV, contenente i riferimenti alle Logge
massoniche.

Famiglia

Calvino è colto da forti scrupoli riguardo all’asprezza con cui è presentata la famiglia del Barone 47.
Innanzitutto legittima i rapporti familiari: il Cavalier Avvocato non è più esplicitamente “zio naturale”
dei piccoli di Rondò [p.85 A] bensì “parente stretto” della loro famiglia “per vie che ci rimasero sempre
misteriose” [p.16 S], e in R figura semplicemente come “amministratore e idraulico” dei poderi della
famiglia [p.7]; Viola non è più la “vedova” del Duca Tolemaico [p.234 A] ma la “nipote” [p.152 R, p.206
S].
Per limitare il tono negativo con cui si paragona Battista a una monaca, viene esplicitata la metafora che la
descrive nel primo capitolo:
A – “Battista, monaca di casa.” [p.85]
R – “Battista, vestita da monaca.” [p.7]
S – “Battista, che, vestita tutta in nero, tranne la cuffietta bianca, sembrava una monaca.” [p.16]

I rapporti tra i genitori vengono ammorbiditi.

44
Note sul linguaggio politico, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.373
45
Ivi.
46
Usi politici giusti e sbagliati della letteratura, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.352
47
Paolo Giovannetti, Calvino, la scuola, l’editoria scolastica, l’idillio dimezzato, in Calvino & l’Editoria, a cura di Luca Clerici
e Bruno Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp. 46-49
Per esempio in R si tace che la “passione militare” della Generalessa Corradina di Rondò le sia rimasta
“forse per protesta contro suo marito” [p.88 A, p.21 S]
R risparmia inoltre gli approfondimenti sulle scelte politico-storiche della famiglia di Rondò [p.88-89 A,
p.21-22 S], tagliando corto con “Degli ottimi genitori, insomma, ma talmente distratti che noi due potemmo
venir su quasi abbandonati a noi stessi.” [p.10], che presenta in una luce molto più positiva i genitori rispetto
a “Ma in fondo erano tutt’e due rimasti ai tempi delle Guerre di Successione, lei con le artiglierie per la
testa, lui con gli alberi genealogici; lei che sognava per noi figlioli un grado in un esercito non importa
quale, lui che ci vedeva invece sposati a qualche granduchessa elettrice dell’Impero… Con tutto questo,
furono degli ottimi genitori, ma talmente distratti che noi due potemmo venir su quasi abbandonati a noi
stessi.” [p. 89 A, p.22 S]
La già vista cura di non inimicarsi gli educatori, coloro cioè che concretamente proporrebbero il libro ai
giovani, se qui risparmia i timori verso i docenti si fa attenta a tenersi caro il pubblico genitoriale.

In R viene omesso il paragrafo che in A conclude la vita del Barone Arminio Piovasco di Rondò con una
trista inettitudine: “Stava sempre a letto e aveva perso ogni attaccamento alla vita. Nulla di quel che voleva
fare era riuscito, del Ducato nessuno ne parlava più, il suo primogenito era sempre sulle piante anche adesso
che era un uomo, il fratellastro era morto assassinato, la figlia era sposata lontano con gente ancor più
antipatica di lei, io ero ancora troppo ragazzo per stargli vicino e sua moglie troppo sbrigativa e autoritaria.
Cominciò a farneticare, a dire che ormai i Gesuiti avevano occupato la sua casa e non poteva più uscire
dalla stanza, e così pieno d’amarezze e di manie come era sempre vissuto, venne a morte.” [p.204]
S conserva questo paragrafo, sostituendo al pericolo dei Gesuiti “Cominciò a farneticare, a temere congiure
e veleni” [p.181]. È da notare che qui il Cavalier Avvocato viene indicato senza giri di parole come “il
fratellastro” del Barone Arminio, come il narratore non ha potuto evitare di ammettere anche in precedenza
pur conservando un velo d’incertezza: “Era nata la voce, che dalla servitù giunse all’orecchio di noi
ragazzi, che Enea Silvio fosse un fratellastro di nostro padre, cioè fosse figlio di nostro nonno e di una
donna sconosciuta, ma comunque sempre nostro zio. Se fosse vero non lo so: nostro padre non ce lo rivelò
mai, e quanto a lui, Enea Silvio, chi poteva cavargli una parola?” [p.94 S, p.62 R].

Il personaggio del Cavalier Avvocato presenta molti ostacoli ma, essendo “tra i personaggi di contorno […]
certamente quello che interessa di più all’Autore”48, gli è stata dedicata un’attenzione particolare negli
adattamenti.
Cavilla lo dice caratterizzato dallo “scomparire, lo sfuggire”, perciò volutamente conserva “un’ombra di
mistero” [p.132 S], che verrà parzialmente svelata nel quindicesimo capitolo grazie a un “retroscena
romanzesco, che però non aggiunge né toglie nulla alla patetica realtà del personaggio” [p.178 S].
Questo retroscena non è che l’avventura di Cosimo contro i pirati barbareschi, coi quali in A e R Enea Silvio
è in combutta tanto da essere definito esplicitamente un “traditore imperdonabile” [p.195 A, p.121 R]: “Lo
zio e quei Berberi parlottavano tra loro […] Ci voleva poco a capire cosa stava dicendo il Cavaliere! Stava
informando quei pirati sui giorni d’arrivo e di partenza delle navi d’Ombrosa, e del carico che avevano,
della rotta, delle armi che portavano a bordo. […] Chissà da quanto tempo gli agguati barbareschi
avvenivano seguendo le notizie di nostro zio!” [p.195 A; in R Calvino ha cura di sostituire le parole “zio”
con “Il vecchio” e “del nostro amministratore”, p.120]
In S invece lo scambio tra il Cavalier Avvocato e i berberi resta indefinito: “I pirati diedero a Enea Silvio
un plico sigillato e lui ne diede uno a loro; poi il vecchio si voltò e andò via veloce, mentre i pirati risalivano
sulla lancia e risparivano nel mare buio. […] mio fratello batteva i denti, non per il freddo dell’aria ma per
il freddo del mistero.” [p.167-168]

48
Tonio Cavilla, Nota all’undicesimo capitolo, pp.132 di S
Anzi si considera remota la possibilità che egli possa far da spia: “Era egli forse un informatore segreto
degli Ottomani? Ma di cosa poteva far la spia, qui nel nostro paese sperduto?” [p.168 S]
La giustificazione del suo operato giunge infatti poco più avanti, dopo lo scontro tra carbonai e pirati per il
tesoro, quando Cosimo sta aggrappato all’albero dell’imbarcazione su cui il Cavalier Avvocato rema con
vigore per raggiungere i pirati: “Ed ecco quello che, dai confusi discorsi del vecchio sulla barca, Cosimo
riuscì a ricostruire della storia di Zaira. Era costei l’unica figlia di Enea Silvio, di gran bellezza e da lui
amata più d’ogni cosa al mondo, anche perché somigliantissima alla sua defunta sposa musulmana.” [p.174
S] Enea Silvio ha l’immenso desiderio di ricongiungersi con la figlia in Tunisia, e una volta lì vuole
contribuire alla rivolta contro il Pascià. Tutt’altro che un traditore quindi, in S egli finisce per risultare un
difensore della libertà. Un martire anzi, poiché a ucciderlo sono i “giannizzeri” del Sultano della nave
pirata.
In A e R invece l’identità di Zaira resta misteriosa [p.200-201 A, p.126 R], il che incrementa
significativamente la suggestione e la pietà evocata dall’intero episodio; inoltre il personaggio di Enea
Silvio risulta meno patetico e ben più complesso se visto come traditore nonostante l’amore fraterno, anzi
probabilmente appare uno dei personaggi meglio sviluppati del romanzo proprio perché dotato di ombre, e
senza giustificazioni ad esse.

Amore e sessualità

La tematica amorosa è quella che subisce ridimensionamenti più drastici in entrambi gli adattamenti e
conferma la “sessuofobia”49 della società italiana, pur tanto criticata dall’autore stesso.
Innanzitutto viene eliminato il capitolo XIX, che narra in toni giocosamente eccessivi il bisogno d’amore
di Cosimo; esso contiene inoltre il riferimento all’utopistica Repubblica d’Arborea, eliminato in R e S.
La prima vera relazione amorosa del Barone, quella con la spagnola Ursula trattata nel diciassettesimo
capitolo, presenta in R e S l’espunzione della chiusa del capitolo: “Così cominciò l’amore, il ragazzo felice
e sbalordito, lei felice e non sorpresa affatto (alle ragazze nulla accade a caso). Era l’amore tanto atteso da
Cosimo e adesso inaspettatamente giunto, e così bello da non capire come mai lo si potesse immaginare
bello prima. E della sua bellezza la cosa più nuova era l’essere così semplice, e al ragazzo in quel momento
pare che debba sempre essere così.” [p.215 A]
Perché sottrarre al testo un paragrafo tanto lirico e pudico? Nella Nota al diciottesimo capitolo Cavilla
spiega che il capitolo è stato basato sul dialogo, con gusto un po’ antiquato, per dar l’impressione che i
personaggi parlino in versi [p.192 S]. Probabilmente Calvino ha ritenuto il passo eccessivamente complesso
per dei ragazzi, ma in tal modo egli sottrae brani di enorme interesse per dei lettori che si trovano a essere
quasi coetanei di Cosimo, e perdono l’occasione di far proprie le parole dell’autore per comprendere
maggiormente la loro stessa condizione. Consapevolezza che è una delle funzioni della letteratura 50. E
Calvino stesso nel 1955 aveva individuato come uno dei compiti della Letteratura insegnare cosa fosse
l’amore51.
Allo stesso modo risulta una grande perdita l’espunzione dell’epilogo del sedicesimo capitolo, in cui si

49
Le parolacce, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.368
50
“Quindi l’elemento decisivo di giudizio sull’opera in riferimento alla lotta è il livello a cui si situa, il passo avanti che fa
compiere alla consapevolezza” (Per chi si scrive? (Lo scaffale ipotetico), in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori,
2017, pp.200)
51
“Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi,
di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e
vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo” (Il midollo del
leone, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.17-18)
narra il senso di una mancanza che Cosimo percepisce, e il suo sentirsi “l’unico esemplare d’una specie” al
pari del bassotto Ottimo Massimo. [p.207-208 A]
Altri riferimenti alla sessualità vengono censurati anche quando minimali. Per esempio quando Biagio
racconta di aver trovato suo fratello in un almanacco, nel capitolo dei mostri, “L’homme sauvage
d’Ombreuse” (termine in traduzione in R e S) che in A è “tra l’Ermafrodito e la Sirena” si trova in R e S “tra
il Liocorno e la Sirena”.
Si taglia corto sulle vicende intercorse tra Battista e il Marchesino della Mela nel primo capitolo:
A – “Nostra sorella lo stesso, in fondo. Anche lei […] era sempre stata un animo ribelle e solitario. Come
fosse andata quella volta del Marchesino, non si seppe mai bene. Figlio d’una famiglia a noi ostile, come
s’era intrufolato in casa? E perché? Per sedurre, anzi, per violentare nostra sorella, si disse nella lunga
lite che seguì tra le famiglie. Di fatto, quel bietolone lentigginoso non riuscimmo mai a immaginarcelo
come un seduttore, e meno che mai con nostra sorella, certo più forte di lui, e famosa per fare a braccio di
ferro anche con gli stallieri. E poi, perché fu lui a gridare? E come mai fu ritrovato, dai servi accorsi
insieme a nostro padre, con i calzoni a brandelli, lacerati come dagli artigli d’una tigre? I Della Mela mai
vollero ammettere che loro figlio avesse attentato all’onore di Battista e consentire al matrimonio. Così
nostra sorella finì sepolta in casa, con gli abiti da monaca” [p.90-91]
R e S – “Nostra sorella lo stesso, in fondo. Anche lei […] era sempre stata un animo ribelle e solitario. Che
il Marchesino, giovane timido e irresoluto, avesse trovato il coraggio di rompere il fidanzamento, è una
prova di più che il carattere di Battista era capace di muovere la forza della disperazione negli animi più
miti. Ma le andò male: a quei tempi un fidanzamento sfumato era considerato un disonore: così nostra
sorella finì sepolta in casa, con gli abiti da monaca” [p.11-12 R, p.24 S]
Questa modifica permette di notare quanto nei riadattamenti talvolta la narrazione perda la forza di creare
immagini incisive e ripieghi su una descrizione che smorza di molto la capacità espressiva (bietolone
lentigginoso” - “giovane timido e irresoluto”; “nostra sorella, certo più forte di lui, e famosa per fare a
braccio di ferro anche con gli stallieri” - “Battista era capace di muovere la forza della disperazione negli
animi più miti”). Ne risulta indebolito anche il tono ironico del romanzo, una delle qualità che non solo
accresce il piacere della lettura e tiene alti l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico, ma per Calvino
rappresenta anche un modo per “ricordare che il mondo è molto più complicato e vasto e contraddittorio”
di quanto appaia al primo sguardo, o alla prima lettura52.

Ma il personaggio che fa più spese degli interventi censorei è di certo Viola.


L’eliminazione dei capitoli XXII e XXIII di A costringe la relazione amorosa tra lei e Cosimo a svilupparsi
nei capitoli 20 e 21 di R e S.
Già l’inizio del capitolo 20 di R e S è alleggerito dalla tensione di Cosimo che al vedere l’ “amazzone” è
preso da una “sete di ricordo” [p.236 A]; nei riadattamenti resta solo l’attesa del vederla avvicinarsi e
scoprirne la bellezza. Cavilla nella Nota al ventesimo capitolo [p.213 S] pare motivare questa scelta col
voler far percepire al massimo ai giovani lettori il “tambureggiare della prosa che arieggia a un ritmo di
endecasillabi”, prosa in cui “Cosimo è subito rimpicciolito, quasi assorbito dalla natura e riportato alla
trepidazione che nella sua fanciullezza aveva accompagnato in lui il sovrumano gioco della volontà”.
La tensione del Barone pare quindi tutta mentale, intellettuale, piuttosto che sentimentale come in A, in
cui la storia d’amore con Viola è necessaria inoltre a evidenziare l’eccesso della scelta di Cosimo, che lo
porta a una testardaggine che gli fa perdere l’opportunità di maturare come “persona”, tanto più che dopo
questo amore fallito il Barone impazzirà e non svilupperà una riflessione matura su ciò che è accaduto53.

52
Definizioni di territori: il comico, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.193-194
53
“Quindi nessuna educazione, nessuna esperienza che lo trasformi sostanzialmente. Anche Viola non è in fondo che l’immagine
femminilmente esasperata di lui stesso: la donna arborea per l’uomo arboreo.” (Cesare Cases, Calvino e il «pathos della
distanza», in “Città aperta”, 7-8, aprile-maggio, 1958)
L’incontro tra il protagonista e Viola dopo molto tempo [cap.XXI A, cap.20 R e S] comincia in modo simile
ma con qualche taglio. Si tace il contrasto tra felicità e paura che Cosimo sperimenta al rivedere la ragazza,
forse ritenuto troppo sottile per un adolescente: “Cosimo si gettò nel folto: avrebbe voluto che fosse mille
volte più folto, una valanga di foglie e rami e spini e caprifogli e capelveneri da affondarci e sprofondarci
e solo dopo essercisi del tutto sommerso cominciare a capire se era felice o folle di paura.” [p.239 A]
Verso la fine del capitolo, Cosimo in R e S non fa in tempo a domandarle cosa abbia vissuto fino a quel
momento – così si taglia la sezione che descrive la sua vedovanza in A – ed è lei a chiedergli direttamente
“Dimmi ora tu: cos’hai fatto?” [p.241 A, p.157 R, p.211 S], dove un lettore attento può percepire lo
sproposito di “ora” dato che prima lei non ha raccontato nulla.
Così gli adattamenti giungono in fretta alla promessa d’amore di Cosimo a Viola, ma espungono totalmente
la parte successiva così da non citare né i baci né la scena d’amore tra i due personaggi, nonostante non sia
narrata affatto in maniera volgare e anzi risulti una delle scene stilisticamente migliori, improntata a
un’allusiva reticenza54 e chiusa con una delle frasi rimaste più celebri di tutto il romanzo: “Si conobbero.
Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur
essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.” [p.242 A]
Il capitolo 20 di R e S è invece chiuso dal pezzo che apre il capitolo XXII in A, in cui è rivelato il nome
dato da Viola al bassotto e si racconta della Marchesina che un po’ cavalca sul suo destriero bianco, un po’
rampa sugli alberi assieme a Cosimo, “presto divenuta esperta quasi al pari di lui, e lo raggiungeva
dappertutto” [p.244 A, p. 159 R, p.213 S].
La vicenda amorosa in R e S termina qui. I capitoli XXII e XXIII vengono cassati e nulla si racconta
riguardo allo sviluppo della relazione tra il Barone e Viola, al loro sentimento travolgente ma difficilmente
gestibile, e alle reciproche gelosie. Questi capitoli vengono ritenuti eccessivamente spinti e complessi per
un pubblico giovanile, con la scomparsa di una delle sezioni più intense del romanzo e più importante per
lo sviluppo futuro di Cosimo.
La separazione tra i due avviene di colpo nel capitolo 21 e occupa solo due paragrafi finali aggiunti alla
vicenda della vendemmia narrata in A al capitolo XXVI, tratti dalla rielaborazione di un paragrafo centrale
del capitolo XXIII:
A – “Corse alla villa, fece i bagagli, partì senza neppure dire niente ai luogotenenti. Fu di parola. Non
tornò più a Ombrosa. Andò in Francia e gli avvenimenti storici s’accavallarono alla sua volontà,
quand’ella già non desiderava che tornare. Scoppiò la Rivoluzione, poi la guerra; la Marchesa dapprima
interessata al nuovo corso degli eventi (era nell’entourage di Lafayette), emigrò poi nel Belgio e di là in
Inghilterra. Nella nebbia di Londra, durante i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, sognava gli alberi
d’Ombrosa. Poi si risposò con un Lord interessato nella Compagnia delle Indie e si stabilì a Calcutta. Dalla
sua terrazza guardava le foreste, gli alberi più strani di quelli del giardino della sua infanzia, e le pareva a
ogni momento di vedere Cosimo farsi largo tra le foglie. Ma era l’ombra d’una scimmia, o d’un giaguaro.”
[p.261]
R e S – “Ma Cosimo era infelice. Viola era partita e da quando era scoppiata la Rivoluzione in Francia,
non ne aveva più notizie. La Marchesina sorpresa dagli avvenimenti a Parigi, aveva seguito la sorte di
molti dei nobili più fortunati: era emigrata in Inghilterra. Non si rividero più. Nella nebbia di Londra,
durante i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, sognava gli alberi d’Ombrosa. Poi si risposò con un
Lord interessato nella Compagnia delle Indie e si stabilì a Calcutta. Dalla sua terrazza guardava le foreste,

54
“In letteratura la sessualità è un linguaggio in cui quello che non si dice è più importante di quello che si dice. Questo principio
non vale soltanto per gli scrittori che – per ragioni buone o cattive – affrontano i temi sessuali più o meno indirettamente, ma
anche per quelli che investono in essi tutta la forza del loro discorso. Perfino agli scrittori la cui immaginazione erotica vuole
oltrepassare ogni barriera, accade d’usare un linguaggio che, partendo dalla massima chiarezza, passa a una misteriosa oscurità
proprio nei momenti di maggiore tensione, come se il suo punto d’arrivo non potesse essere altro che l’indicibile.” (Definizioni
di territori: l’erotico (Il sesso e il riso), in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.257)
gli alberi più strani di quelli del giardino della sua infanzia, e le pareva a ogni momento di vedere Cosimo
farsi largo tra le foglie. Ma era l’ombra d’una scimmia, o d’un giaguaro.” [p.165 R, p.221 S]
Nessuna spiegazione viene data ai lettori sull’improvvisa partenza di lei, sul perché Cosimo non la segua
o perché egli soffra tanto per quella perdita.
Infatti il capitolo successivo, XXIV di A, in S viene espunto mentre in R diviene il penultimo, probabilmente
per conservare la citazione dell’illustre Orlando di cui tanto è appassionato Calvino.
La profondità di Cosimo e Viola viene assai abbandonata a favore di uno svolgimento affatto più leggero
quanto più affrettato e pudico.

Meccanicismo e “fumisterie”

Come si è precedentemente notato, Calvino manipola il suo lavoro con estrema libertà, aggiungendo,
cassando, spostando, sostituendo brani ed episodi.
Cavilla nella sua Prefazione afferma che per S l’autore ha deciso di tralasciare, per ragioni estetiche
convergenti con quelle scolastiche, alcuni episodi eccessivamente “meccanici”, tanto da sconfinare nella
“fumisteria” letteraria [p.12].
Questo termine viene utilizzato da Calvino nel 1967 in un articolo per “Il Caffè” dal titolo Una cosa si può
dirla in almeno due modi, nel quale afferma che quel che cerca “nella trasfigurazione comica o ironica o
grottesca o fumistica è la via d’uscire dalla limitatezza e univocità d’ogni rappresentazione e ogni
giudizio”55. Parrebbe questo dunque un “metodo”56 positivo, eppure Calvino stesso individua l’eccesso di
tali ricorrenze nel suo Barone a quasi dieci anni di distanza.
Così come si rende conto dell’arida e gratuita meccanicità con cui ha composto alcuni episodi, già notata
nel 1958 da A. Asor Rosa: “Si è parlato a proposito di quest’opera di ricchezza fantastica ecc. Ci sembra
un grosso sproposito: la fantasia vera non è mai priva di un ordine interno, soprattutto di una profonda
necessità. Qui si confonde la fantasia con la pura immaginazione. E Il barone rampante è appunto una
macchina a cui si potrebbero aggiungere o togliere a volontà dei pezzi, poiché se ne ignora la generale
utilità e il fine poetico: essa nasce dal capriccio di una mente ingegnosa, non ha quindi nel suo intimo
necessità fantastica e poetica, ed è perciò profondamente disgregata, frammentaria, incoerente.”57
È questa narrazione composta di capitoli-episodi per lo più slegati che permette la loro continua
scomposizione e ricomposizione. Ecco come il capitolo XXIV di A può diventare il 25 di R, come possono
scomparire interi capitoli, come inizio e fine di capitoli possono contaminarsi a vicenda (oltre alle notazioni
precedentemente espresse, si noti infatti che la fine del sedicesimo capitolo di A e R diviene l’incipit del
capitolo 17 di S), come una storia d’amore possa dissolversi senza conseguenze. E ci sono episodi che
appaiono quasi “racconti nel racconto”, sia perché presi dalle inattendibili narrazioni di Cosimo sia perché
dotati di una particolare forza interna, come il dodicesimo capitolo relativo ai casi di Gian dei Brughi,
definito da Cavilla “un apologo satirico sugli effetti della cultura, una specie di «racconto filosofico» alla
maniera settecentesca (ma costruito con tecnica narrativa moderna, attraverso dialoghi)” [Nota al
dodicesimo capitolo, p.149 S]. Nella stessa nota Cavilla ammette anche che “nonostante l’arguzia della
favola, il capitolo è caratterizzato da una certa freddezza […] siamo ormai lontani dalla pienezza di
rappresentazione dei primi capitoli del libro”.

55
Definizioni di territori: il comico, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.193
56
Ivi, pp.194
57
A. Asor Rosa, Calvino dal sogno alla realtà, “Mondo operaio”, 3-4, marzo-aprile, 1958, pp.14
In fondo Calvino stesso è consapevole che i migliori capitoli siano quelli appartenenti alla fanciullezza e
adolescenza del Barone: è il sesto capitolo che “conclude la parte più viva e tesa e piena del libro” [Nota
al sesto capitolo, p.90 S].
In seguito, Cavilla informa i lettori che “i capitoli dal settimo all’undicesimo contengono brevi quadri della
vita del protagonista e del mondo che egli vede muoversi al piede dei suoi alberi” [Nota al settimo capitolo,
p.96-97 S], il resto sono intermezzi filosofeggianti o romanzeschi, o di puro gusto letterario ed erudito. A
questi appartengono gli episodi della follia di Cosimo e dell’incontro con il principe Andréj.
Quest’ultimo è conservato in entrambi gli adattamenti nonostante sia difficilmente pensabile che un
pubblico di adolescenti possa coglierne la derivazione. In S la sua identità è chiarita in nota e Cavilla ne
giustifica la comparsa col voler gettare un ponte tra un libro “al margine della letteratura novecentesca” e
uno che “troneggia, solido come una montagna, in mezzo alla distesa del realismo ottocentesco” [Nota al
ventitreesimo capitolo, p.236 S]. Lo stesso personaggio si trova in apertura di Natura e storia nel romanzo58,
scritto ricavato da una conferenza tenuta nel 1958, in cui Calvino afferma che le pagine di Tolstoj sono
affascinanti poiché lì “c’è un uomo con la sua coscienza di sé, della finitezza della sua vita, c’è la natura,
come un simbolo di vita ultraindividuale che c’è stata e ci sarà dopo di noi, c’è la storia, il suo trascorrere,
il suo cercare un senso, il suo essere intessuta delle nostre vite individuali nelle quali continuamente entra
a far parte”, ed è proprio nel rapporto tra individuo, natura e storia che consiste l’ “epica moderna”59.
Forse conservando tale capitolo l’autore vuole comunicare al suo pubblico che questo è il senso finale del
suo “irreale e composito e fragile libro” [p.236 S]. E probabilmente, anche guardando alla sua produzione
futura come Il castello dei destini incrociati (1969), egli avrà sempre “il piacere infantile del gioco
combinatorio”60, di cui è consapevole sia fatta la letteratura, la quale ha valore poiché “è un gioco che a
un certo punto si trova investito d’un significato inatteso, un significato non oggettivo di quel livello
linguistico sul quale ci stavamo muovendo, ma slittato da un altro piano, tale da mettere in gioco qualcosa
che su un altro piano sta a cuore all’autore o alla società a cui egli appartiene”61.
Ed è questa dimensione di gioco che Calvino vuole infine conservare in tutte le edizioni de Il barone
rampante, verso il quale è critico ma anche affezionato. Un gioco in cui egli vuole coinvolgere sia adulti
che giovani, in un’epoca – quella degli anni ’50-’60 – in cui “il mito epico dell’infanzia si ripiega
nell’intricato giardino dell’interiorità che la nuova sensibilità psicologica ha dischiuso”62 e ne permette di
esplorare avventurosamente gli anfratti, di scoprirne luoghi nascosti e accrescere l’autoconsapevolezza e
l’autonomia della propria crescita.
Non esiste una conclusione definitiva allo sviluppo personale, come insegna il visionario epilogo de Il
barone rampante. Dalla comparsa in scena della mongolfiera il testo risulta inalterato fino all’ultima frase
in tutte e tre le edizioni, e gli adattamenti intitolano quest’ultimo capitolo La mongolfiera, senza confermare
né disconfermare la morte del Barone. La vicenda vuole terminare nella leggerezza, nell’ariosità da cui è
cominciata. Una leggerezza che è la capacità di andare al di là, al di là del sapere, dell’immaginario, della
coscienza, dell’essere, come al di là punta a spingersi Cosimo col suo ultimo balzo63.
A questo ideale la conclusione della vicenda affianca un altro pilastro della poetica calviniana: il fascino
della molteplicità metamorfica dell’esistente.

58
Natura e storia nel romanzo, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.24-47
59
Ivi, pp.26
60
Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano,
Mondadori, 2017, pp.216
61
Ivi, pp.217
62
Natura e storia nel romanzo, in Una pietra sopra, Italo Calvino, Milano, Mondadori, 2017, pp.39
63
Lo spunto per questa riflessione è offerto dal titolo assegnato da A. Asor Rosa al suo intervento del 15 novembre 2016
nell’ambito del ciclo di seminari “Calvino e i Classici” promosso dall’Università La Sapienza di Roma, Le Lezioni americane.
La funzione primaria della letteratura: al di là del sapere e dell'immaginario, la conoscenza e la coscienza dell'essere.
E l’ultima metamorfosi è proprio quella della scrittura, la quale rappresenterà sempre per Calvino il
simbolo della sua costante ricerca, piena di eccezionali traguardi e al contempo sempre incompleta, come
l’esperienza de Il barone rampante: “Scomparso Cosimo, tutto scompare, il paesaggio si trasforma, il cielo
si vuota di rami. E la vegetazione che ha straripato per le pagine del libro si rivela nient’altro che un filo
d’inchiostro, il filo stesso della scrittura. Ombrosa e la pagina scritta, la materia raccontata e l’atto di
raccontarla si rivelano contemporanee e consustanziali, partecipi d’un’unica ricchezza e d’un’unica
insoddisfazione”64.

64
Nota al ventiquattresimo capitolo, p.241 S
BIBLIOGRAFIA

 Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1959


 Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1965
 Italo Calvino, I nostri antenati, Milano, Mondadori, 2017
 Italo Calvino, La speculazione edilizia, Milano, Mondadori, 2016
 Mario Barenghi, Calvino, “Profili di Storia Letteraria” (a cura di Andrea Battistini), Bologna, il Mulino, 2009
 Mario Barenghi, Note e notizie sui testi. Il barone rampante, in Italo Calvino, Romanzi e racconti I, edizione
diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1991, pp.1329-
1337
 Claudio Milanini, L’utopia discontinua. Saggio su Italo Calvino, Strumenti di studio, Milano, Garzanti, 1990
 Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2011
 Italo Calvino, Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 2009
 Italo Calvino, Una pietra sopra, Milano, Mondadori, 2017
 Italo Calvino, Fiabe italiane, Introduzione, Edizione speciale con cofanetto firmato da Tullio Pericoli, I
Meridiani, Milano, Mondadori, ottobre 2012
 Italo Calvino, I nostri antenati, Milano, Mondadori, 2017
 Italo Calvino, Introduzione inedita 1960 a I nostri antenati, Romanzi e racconti I, edizione diretta da Claudio
Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1991, pp.1220-1224
 Cesare Cases, Calvino e il «pathos della distanza», in “Città aperta”, 7-8, aprile-maggio, 1958
 Paolo Giovannetti, Calvino, la scuola, l’editoria scolastica, l’idillio dimezzato, in Calvino & l’Editoria, a
cura di Luca Clerici e Bruno Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp.35-82
 A. Asor Rosa, Calvino dal sogno alla realtà, “Mondo operaio”, 3-4, marzo-aprile, 1958, pp.14
 Corrado Bologna, Paola Rocchi, Rosa Fresca Aulentissima, vol.6 “Il primo Novecento”, Torino, Loescher

NB: per le immagini di copertina e di chiusura sono state utilizzate le tavole tratte da Roger Olmos, Cosimo,
Modena, Logos Edizioni, 2016

CONFERENZE

 Giovanni Baule, In copertina, il Barone e l’elce. Note di traduzione visiva, intervento tenuto nel convegno
“Cosimo, il Barone” svoltosi il 14 dicembre 2017 presso i locali dell’Università La Sapienza di Roma, a cura
del Fondo Calvino tradotto-Sapienza
 A. Asor Rosa, Le Lezioni americane. La funzione primaria della letteratura: al di là del sapere e
dell'immaginario, la conoscenza e la coscienza dell'essere, intervento tenuto il 15 novembre 2016
nell’ambito del ciclo di seminari “Calvino e i Classici” promosso dall’Università La Sapienza di Roma

SITOGRAFIA

 https://www.frammentiarte.it/2014/18-ladro-di-nidi/
 https://it.wikipedia.org/wiki/Ladro_di_nidi
 http://www.treccani.it/enciclopedia/pierre-bayle/
 https://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_Bayle