Sei sulla pagina 1di 23

Studi buzzatiani

Rivista del Centro Studi Buzzati


Studi buzzatiani
Rivista del Centro Studi Buzzati

fondata da Nella Giannetto

Direttore
Bianca Maria Da Rif
Comitato direttivo
Fabio Atzori · Delphine Bahuet-Gachet · Marie-Hélène Caspar
Paolo Conte · Ilaria Crotti
Direttore responsabile
Eldo Candeago
Redazione
Patrizia Dalla Rosa · Maudi De March · Manuela Gallina
Cinzia Mares · Isabella Pilo · Eleonora Rossi · Silvia Zangrandi
Segretaria di redazione
Patrizia Dalla Rosa
Comitato scientifico del Centro Studi Buzzati
Fabio Atzori · Fernando Bandini · Almerina Buzzati
Ilaria Crotti · Patrizia Dalla Rosa · Bianca Maria Da Rif
Sergio Frigo · Stefano Lazzarin · Giovanni Puglisi
Maurizio Trevisan · Giovanni Trimeri

« Studi buzzatiani » is an International Peer-Reviewed Journal.


The eContent is Archived with Clockss and Portico.

Indirizzare manoscritti, libri per recensione, segnalazioni a :


Redazione di « Studi buzzatiani »,
Centro Studi Buzzati
Via Luzzo n. 1, 32032 Feltre (bl),
tel. 0439-888207, fax 0439-2050,
centro.studi.buzzati@iulm.it

Autorizzazione del Tribunale di Belluno n. 9/96 del 31 luglio 1996.


Studi buzzatiani
Rivista del Centro Studi Buzzati

fondata da
Nella Giannetto

anno quindicesimo · 2010

fab rizio se rra ed itore


pisa · roma
Amministrazione e abbonamenti :
Fabrizio Serra editore
Casella Postale n. 1, succursale n. 8, 56123 Pisa,
tel. +39 050542332, fax +39 050574888, fse@libraweb.net

Uffici di Pisa : Via Santa Bibbiana, 28, 56127 Pisa


Uffici di Roma : Via Carlo Emanuele I, 48, 00185 Roma

I prezzi ufficiali di abbonamento cartaceo e/o Online sono consultabili


presso il sito Internet della casa editrice www.libraweb.net
Print and/or Online official subscription rates are available
at Publisher’s web-site www.libraweb.net.

I pagamenti possono essere effettuati sul c.c.p. n. 17154550 oppure


tramite carta di credito (Visa, Eurocard, Mastercard, American Express)

*
Sono rigorosamente vietati la riproduzione, la traduzione, l’adattamento,
anche parziale o per estratti, per qualsiasi uso e con qualsiasi mezzo effettuati,
compresi la copia fotostatica, il microfilm, la memorizzazione elettronica, ecc.,
senza la preventiva autorizzazione scritta degli
Fabrizio Serra editore®, Pisa · Roma.
Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge.

Proprietà riservata · All rights reserved


© Copyright 2011 by Associazione Internazionale Dino Buzzati
e Fabrizio Serra editore®, Pisa · Roma.

www.libraweb.net

issn 1124-6286
issn elettronico 1724-1839
Studi buzzatiani
Anno quindicesimo · 2010

Sommario
saggi e note
Leda Cavalmoretti, Le edizioni scolastiche dei titoli buzzatiani :  

primi studi 11
Silvia De Min, Quando è di scena un narratore : modalità informati-

ve del teatro buzzatiano 37


Daniele Zangirolami, Macchia nera e parola d’ordine nel tempo del
Deserto 59
Daniele Comberiati, Altro da sé/Altro sé : il racconto Uomo in

Africa di Dino Buzzati 77


Marialuigia Sipione, La « leggerezza nella pensosità » : per un’inter-
     

pretazione “calviniana” dei Sessanta racconti di Dino Buzzati 91


Alessio Paini, Poema a fumetti : da libro d’artista a libro per tutti 107

testimonianze e interviste
Francesco Schiavon e la redazione, Da un’intervista di Fran-
cesco Schiavon a Viviano Domenici 127
Serena Mazzone, In teatro « è più sapiente chi si fa ingannare ». Inter-
   

vista a Lamberto Puggelli 139

esperienze didattiche
Patrizia Dalla Rosa et alii, Magari avessimo il lupo ! Orsi, aquile,

corvi... Animali del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi nella pagina


di Dino Buzzati 149

bibliografie
Manuela Gallina, Bibliografia della critica buzzatiana 2008 e inte-
grazioni per gli anni 2003-2008 163
Eleonora Rossi, Sitografia della critica buzzatiana 2009 169
8 sommario

recensioni
Dino Buzzati, Poema a fumetti, introduzione di Lorenzo Viganò
(A. Paini) 173
Una ragazza arrivò… Dalla radio al teatro (S. Mazzone) 176

segnalazione
Dino Buzzati, Nouvelles oubliées, traduzione di D. Gachet 189

abstracts
Riassunti in italiano a cura degli autori e della redazione 195
Abstracts in English by Valentina Polcini 199
Résumés traduits en français par Delphine Bahuet-Gachet 203
Traducción al español a cargo de María Beatriz Cóceres 207
Zusammenfaussungen in deutscher Übersetzung von Eva Maria Vöhr-
inger 211
Indici dei fascicoli precedenti 215
La « leggerezza nella pensosità » :
     

per un’interpretazione “calviniana”


dei Sessanta racconti di Dino Buzzati
Marialuigia Sipione

P er molti anni un equivoco ha aleggiato intorno alla figura di Dino


Buzzati : una certa critica, forse poco avvertita, lo ha ritenuto un

autore trasversale, gradito al pubblico perché di facile approccio ; uno  

scrittore che aveva trovato nella cultura pop e nei generi di consumo
– come la novellistica breve, la letteratura fantastica o di evasione, la
produzione per ragazzi e il fumetto – la possibilità di sgravarsi dagli
obblighi che la carriera di giornalista gli imponeva. Egli era il primo,
sotto un certo punto di vista, ad avallare queste interpretazioni, dato
che non faceva mistero di quali fossero i serbatoi di immagini da cui
aveva attinto per la costituzione della propria Weltanschauung (Edgar
Allan Poe, Lewis Carroll, le storie concatenate de Le mille e una notte, 1  

l’antica civiltà egizia...) e perché più volte si era dichiarato sensibile a


percepire i bisbigli dell’ineffabile :  

Gli scricchiolii, la sera, la porta chiusa o aperta, di notte, nel buio...


Queste son cose bellissime ! E sono cose da cui sono venute fuori le

novelle di Poe, infatti... Questo tipo di mistero – parlo del mistero


della casa ma anche del mistero dei rumori nel giardino – implica la
presenza di entità sconosciute, probabilmente immaginarie... Spiriti,
fantasmi, esseri della natura, elfi... Ecco ; quelle cose lì... 2
   

Proprio di « quelle cose lì » si occupano queste pagine : non tanto – o


     

1  Il canone di elezione di Dino Buzzati consente già una prima verifica incrociata con l’ar-
gomento principale di queste pagine : le eventuali analogie o le rimodulazioni del concetto

calviniano di “Leggerezza”. Tornerò più volte a chiosare passi scelti dei racconti di Buzzati
ponendoli a confronto con le Lezioni americane, ma il riferimento esplicito alle Mille e una notte
consente da subito un parallelismo con quanto scritto da Italo Calvino, secondo il quale le
novelle orientali, arrivate al grande pubblico europeo attraverso la mediazione del francese,
avevano stravolto l’immaginario tradizionale del Vecchio Continente, aprendo alla « fantasia

occidentale gli orizzonti del meraviglioso orientale : tappeti volanti, cavalli volanti, geni che

escono da lampade. » Già qui sono ravvisabili i nuclei fondanti – o le isotopie, direi quasi – del

principio della “Leggerezza”. I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio,
Milano, Mondadori 1993 (Garzanti, 1988), p. 30. D’ora in poi, LA.
2  La citazione è riportata in L. Viganò (a cura di), Album Buzzati, Milano, Mondadori, 2006,
pp. 19-20. I puntini di sospensione, quando non diversamente indicato, sono da considerarsi
d’autore.
92 marialuigia sipione
non solo – di fantasmi, elfi e folletti ; 1 non solo o soltanto di tracce    

dell’ultraterreno che si intersecano con le parabole umane e laicissime


dei suoi personaggi, ché di questi aspetti ha dettagliatamente scritto
Stefano Lazzarin. 2 Certo, negli anni gli studiosi hanno scrutato e son-

dato il “pianeta Buzzati” 3 ora da un’angolazione ora da un’altra, eppu-


re, sfogliando varie rassegne bibliografiche, mi è sembrato che vi fosse


ancora uno spiraglio per nuove possibilità di indagine : quella che qui si  

propone è una lettura che muove da certi spunti della “Lezione ameri-
cana” dedicata alla Leggerezza. 4 Come si ricorderà, fin dalle prime righe

del testo, Calvino si pronuncia in favore di questa qualità che vorrebbe


traghettare nel millennio di là da venire : gettando uno sguardo retro-  

spettivo sulla propria carriera, egli individua in una deliberata « sottra-  

zione di peso » 5 il timbro caratteristico della propria voce espressiva.


   

Piuttosto che gravare la pagina, bloccandola in una forma ripetitiva e


statica, egli ha cercato – anche quando l’estetica dominante suggeriva
temi e toni gravi ed austeri 6 – di « togliere peso ora alle figure umane,
   

1  Il mondo fiabesco penetra nella pagina di Buzzati indipendentemente dai generi letterari in
cui egli si cimentava, ma resta innegabile che in romanzi come Il segreto del Bosco Vecchio (prima
ed. : Milano, Treves, 1935), testo che ben si attaglia con le descrizioni tipicamente romantiche di

un’antropomorfizzazione del Creato, trovino sede naturale leggende di antichi giganti, spunti
fantastici, allusioni ad un mondo sognato, bizzarramente allusivo e consequenziario, alla cui
origine sta evidentemente la familiarità di Buzzati con tutti gli ingredienti e i soccorsi di una
mitologia nordica, gotica, da lui ripresa e trasfigurata.
2  Ad occuparsi esaustivamente della letteratura più marcatamente “fantastica” di Buzzati e
dei personaggi che la abitano è stato Stefano Lazzarin ; tra i suoi vari lavori si menzionano : « Ed
     

è per questo che gli spiriti non vogliono vivere con noi ». Buzzati e la linea nostalgica nella letteratura

fantastica del Novecento, in A. Colombo, D. Bahuet Gachet (dir.), Dino Buzzati d’hier et d’au-
jourd’hui. À la mémoire de Nella Giannetto, Actes du Colloque international (Besançon, octobre 2006),
Besançon, Presses Universitaires de Franche-Comté, 2008, pp. 209-231 ; Id., Fantasmi antichi e mo-  

derni. Tecnologia e perturbante in Buzzati e nella letteratura fantastica otto-novecentesca, Pisa-Roma,


Fabrizio Serra, coll. “Quaderni del Centro Studi Buzzati”, 2008.
3  Ovviamente riprendo il titolo di : N. Giannetto (a cura di), Il pianeta Buzzati, Atti del

Convegno Internazionale (Feltre e Belluno, 12-15 ottobre 1989), Milano, Mondadori, 1992. Nello
specifico ho tratto suggestioni dai seguenti contributi : A. Biondi, Metafora e sogno : la narrativa
   

di Buzzati fra « Italia magica » e « surrealismo italiano », pp. 15-60 ; Y. Frontenac, L’attente vaine dans
         

l’oeuvre de Buzzati, pp. 69-74.


4  Sul rapporto tra Buzzati e Calvino esiste una nutrita bibliografia. Ci si limita, qui, a ricorda-
re : A. Lagoni Danstrup, Buzzati e Calvino : due scrittori e due concezioni del fantastico, in Il pianeta
   

Buzzati, cit., 1992, pp. 137-149 ; N. Giannetto, Il sudario delle caligini. Significati e fortune dell’opera

buzzatiana, Firenze, Olschki, 1996, pp. 164-166 ; I. Crotti, Il Deserto attraversato : Calvino lettore di
   

Buzzati, in Dino Buzzati d’hier et d’aujourd’hui, cit., pp. 91-122.


5  LA, p. 7.
6  La prima prova letteraria di Calvino, pur nascendo all’ombra della stagione neorealista,
se ne distacca per il guizzo espressivo e il timbro fiabesco che connotano la vicenda di Pin. Per
ulteriori approfondimenti, si veda la prefazione del 1964 alla nuova edizione del Sentiero dei nidi
di ragno. Cfr. I. Calvino, Romanzi e racconti, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano,
Mondadori, 1995, vol. i.
la «leggerezza nella pensosità» 93
ora ai corpi celesti, ora alle città », e soprattutto « di togliere peso alla
   

struttura del racconto e al linguaggio ». 1 Con la lucidità argomentativa


   

che gli era propria, Calvino passa poi ad elencare quali siano gli espe-
dienti più funzionali per l’autore che decida di sposare la causa della
leggerezza :  

1) un alleggerimento del linguaggio per cui i significati vengono con-


vogliati su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la
stessa rarefatta consistenza ;  

2) la narrazione d’un ragionamento o d’un processo psicologico in


cui agiscono elementi sottili e impercettibili ;  

3) una immagine figurale di leggerezza che assuma un valore em-


blematico. 2  

Il passo appena riportato mi consente, in prima istanza, di chiarire e


specificare quali siano le forme e le varianti della leggerezza che qui
prenderò in esame (esempi di rarefazione stilistica, plot e intrecci basati
su volatili impressioni, simboli aerei etc. etc.), ma anche di introdurre
da subito il senso ultimo, il fine verso cui tende, almeno a mio avvi-
so, una circostanziata e consapevole ricerca dell’etereo e dell’effimero :  

sottrarre peso alla scrittura e alla materia narrativa, precisa difatti il


narratore e teorico, significa anche sottrarre possibilità alla morte. In
più punti, ora introducendo la figura del mitico Perseo, ora discutendo
di poemi cosmici in lingua latina, egli asserisce di aver individuato nella
leggerezza, e nei vari artifici atta a riprodurla o raggiungerla, la stra-
tegia più efficace per vanificare il tempus edax : chi ha un animo lieve,

volendo seguire le fila di questo ragionamento, è capace di muoversi


per il mondo danzando, come fa Mercuzio nel Romeo and Juliet di Sha-
kespeare, di librarsi nell’aria deridendo i contemporanei, come nel caso
di Cavalcanti, che, a parere di Boccaccio, « leggerissimo era » ; 3 è capace,
       

chi riesce a sfuggire dalle insidie della matericità, di credere fermamen-


te nel potere dei propri sogni e del proprio codice morale e per questo,
magari, ingaggiare uno scontro all’ultimo sangue con degli innocui
mulini a vento, scambiati per temibili avversari. 4 Possedere la legge-  

1  LA, p. 7. 2  Ivi, pp. 20-22. 3  Ivi, p. 16.


4  Su posizioni similari si attestò anche Scipio Slataper nella propria personale meditazione
meta-stilistica. Laddove egli affermava che « il nostro stile è peso », non faceva che sintonizzar-
   

si, ante litteram ed imprevedibilmente, con le riflessioni dell’ultimo Calvino. Il riferimento a


Slataper non è casuale, dato che egli può essere inteso come il punto di convergenza tra due
ricerche similari per argomento o contenuto (la leggerezza), ma perseguite con temperamento
e strumenti espressivi divergenti (quella di Umberto Saba e quella, appunto, di Dino Buzzati).
Della difficoltosa adesione di Saba all’universo gaio, dionisiaco e giocondo si è occupata in un
lavoro di grande suggestione e perizia filologica Marina Paino. Si veda dunque : M. Paino, La

tentazione della leggerezza. Studio su Umberto Saba, Firenze, Olschki, 2009, p. 9.


94 marialuigia sipione
rezza, essere ammantati da levità e grazia, sono qualità che Calvino at-
tribuisce a certi autori, a determinati testi, a taluni espedienti stilistici :  

proponendo una personalissima antologia in cui Leopardi convive con


Kundera, Montale con Dickinson, Ovidio con la fisica quantistica, lo
scrittore arriva a sostenere che la leggerezza sia la dote precipua di chi
sa instillare un quid di trascendentale nelle cose senza per questo venir
immobilizzato dalla caoticità dell’esistere. 1 Ecco quindi che le ragioni

della leggerezza non affondano solo le radici in una ipotetica e perso-


nalissima predisposizione alla levità, ma si trasformano in un talismano
contro la precarietà del mondo esperibile con i sensi. Questo forse può
spiegare, almeno in parte, perché proprio nella scrittura di Buzzati, così
fertile al confronto con il sovrannaturale o l’inverosimile, con il mistero
e l’assoluto, la ricerca della leggerezza abbia seguito strade e forme di-
verse, ma tutte di grande rilevanza estetica ed epistemologica.
Parecchi sarebbero i passi o le opere da coinvolgere in questa sin-
tetica ricerca ; vista l’impossibilità di redigere uno studio sistematico,

ho pensato di circoscrivere il campo d’indagine ai Sessanta racconti 2 in  

quanto testo sfaccettato ed eterogeneo, 3 e quindi in grado di reagire


in maniera sempre nuova alla medesima inchiesta di stampo critico,


oltreché silloge di racconti appartenente a momenti diversi della sua
produzione, e di conseguenza capace di rendere conto delle eventuali
virate sopraggiunte con il passare degli anni.
Il procedimento che qui si adotta tenterà in ogni modo di evitare

1  Cito solo qualche stralcio, giusto per evitare fraintendimenti, dalla prima Lezione di Calvino ;  

riferendosi al noto romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, egli scrive che :  

« Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione : la fitta rete di costrizioni pubbli-
   

che e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Il suo romanzo
ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a
rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono
a questa condanna : le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo

da quello del vivere (LA, p. 11). Francamente, credo che il nucleo concettuale dello scritto di Cal-
vino sia già qui : la leggerezza è una scelta operata scientemente, e spesso non senza qualche dif-

ficoltà, che consente ad un certo tipo di artista (scrittore, poeta, pittore, critico etc. etc.) di sfidare
la pesantezza della materia e della vita ingaggiando una « quête senza fine ». (Ibidem). Nel corso del
   

contributo, cercherò di chiarire cosa questa ricerca abbia fatto scaturire nell’officina buzzatiana.
2  La raccolta approntata dallo scrittore (e con cui vinse l’edizione del 1958 del Premio Stre-
ga) contiene al suo interno le seguenti sillogi : I sette messaggeri (Milano, Mondadori, collana

« Lo Specchio », 1942), Paura alla scala (Milano, Mondadori, 1949), Crollo della Baliverna (Milano,
   

Mondadori, 1954). Per praticità di consultazione, nel corso dello scritto mi rifarò alla seguente
edizione : D. Buzzati, Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 2009 (Mondadori, 1958). Per quan-

to concerne la centralità della narrativa breve nell’officina buzzatiana, si veda : E. Kanduth,


Appunti sull’arte della novella in Dino Buzzati, in Il pianeta Buzzati, cit., pp. 175-188.
3  A parere di Davide Papotti « il catalogo dei Sessanta racconti sciorina un vasto repertorio di

situazioni e contesti, con molteplici rimandi metaforici reciproci ». Cfr. D. Papotti, I paesaggi

della paura nei « Sessanta racconti » di Buzzati, « Studi buzzatiani », ix, 2004, p. 33.
       
la «leggerezza nella pensosità» 95
l’irrigidimento degli spunti calviniani in un facile slogan : scrittori leg-  

geri versus pesanti. Una formula, del resto, che risulterebbe quanto mai
limitante se applicata al nostro Novecento, il secolo che forse – per
sua consustanziale natura – ha avuto più bisogno di corteggiare l’eva-
nescente. Ne deriverebbe, se davvero si potesse sezionare la letteratu-
ra come la materia inanimata, una netta contrapposizione tra autori
quali Palazzeschi, Gozzano e D’Arzo (e lo stesso Calvino) e altri come
Pirandello, Tozzi e Fenoglio. Una visione, come si evince facilmente,
che non rende giustizia alla compresenza delle due anime e vocazioni
di un Montale (quanta differenza tra Gli ossi di seppia e certe poesie di
Satura !), di Bassani o di d’Annunzio, che dalle Laudi al Notturno dipana

l’intera campitura degli stati psichici. 1 Ci troveremmo davanti, se fosse


possibile operare in vitro, a degli autori incompiuti, imperfetti, incapaci


di muoversi da anfibi tra luce e tenebra, vita e morte.
Lungi dunque dal voler proporre serrate bipartizioni o claustrofobi-
che e castranti griglie interpretative, ritengo comunque che Buzzati, il
quale si è sempre adoperato per contrastare la rigidità, accordandosi
così al pulviscolare transeunte del tempo, sia senz’altro da collocare
nella schiera dei “leggeri”.
Ovviamente, rispetto all’autore di Palomar e di Cibernetica e fantasmi,
le modalità di ricerca e di applicazione risultano alquanto differenti,
tuttavia mi sembra che si possa individuare una prima serrata analo-
gia nella comune identificazione tra libertà e rispetto delle norme : « la    

leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non


con la vaghezza e l’abbandono al caso », si legge quasi ad apertura della

prima “Lezione”. 2 E poco più avanti, soffermandosi sulle premesse te-


oriche dell’oulipo, così scrive Calvino :  

L’ispirazione che consiste nell’ubbidire ciecamente a ogni impulso è


in realtà una schiavitù. Il classico che scrive la sua tragedia osservando
un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive
quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora. 3  

1  Pur non nominando direttamente nessuno degli autori che ho appena menzionato,
nell’ipotesi di una bipartizione stilistica ed epistemologica tra scrittori “leggeri” e “pesanti”,
è sempre Calvino a rinvenire, con verosimile certezza, queste due linee o scuole di pensiero
nell’ambito della produzione letteraria europea : « Possiamo dire che due vocazioni opposte si
   

contendono il campo della letteratura attraverso i secoli : l’una tende a fare del linguaggio un

elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile,
o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici ; l’altra tende a comunicare al linguaggio

il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni. » (LA, p. 19).

2  LA, p. 20.
3  LA, p. 134. Le parole sono di Raymond Queneau, che così si è espresso in Segni, cifre e
lettere.
96 marialuigia sipione
Dal canto suo, Dino Buzzati, scrittore dallo stile al contempo scorrevo-
le eppur preciso, capace di discendere negli abissi dell’anima o dell’in-
conscio collettivo, 1 ma esempio sommo di esattezza nomenclatoria, 2
   

si esprime in termini non molto dissimili nel suo elogio della vita mi-
litare :  

Sì, la vita militare, in fondo, mi piace moltissimo. Il perché ? Probabil-


mente perché in tutte le collettività rigidamente organizzate e il cui


scopo trascende l’interesse individuale, chi vi entra, assumendone in
blocco le leggi e i costumi, resta sì irreggimentato, ma nello stesso
tempo guadagna una specie di libertà [...]. D’altra parte è innegabile
che proprio quel sentimento di leggerezza scaturito paradossalmente
da una schiavitù ha sempre costituito il fascino delle comunità orga-
nizzate. 3

Traducendo ciò in termini di architettura testuale, si evince facilmente


che, nella sua pagina letteraria, Buzzati si imponesse precise regole e
strutture atte a stimolare la fantasia senza farla fagocitare dal caos. Cer-
cherò adesso di proporre una campionatura che dia conto delle molte-
plici varianti della leggerezza rinvenibili nei Sessanta racconti, cercando
di evidenziarne le intersezioni con la “Lezione” americana ad essa mo-
nograficamente dedicata.
Una dimostrazione di come il procedere diegetico di un racconto
possa farsi latore di istanze della leggerezza si può ritrovare, a mio av-
viso, già nei I sette messaggeri, la storia posta con cui si apre la silloge
complessiva e che contiene già in nuce molti aspetti della produzione
successiva di Buzzati. Tema principale di quel testo, come si sa, è l’at-
tesa, la sospensione, la “quiete nella non speranza”, per dir così. Il no-
bile protagonista – quel narratore omodiegetico della cui interiorità
veniamo messi a parte fin dalle prime righe – ha intrapreso un viaggio
esplorativo per conoscere i confini del regno paterno ; per non recidere  

i contatti con la famiglia, ha assoldato sette cavalieri, degni di encomio


per la tempra resistente e l’assoluta dedizione di cui hanno dato prova,
incaricati di fare da spola tra l’accampamento in viaggio e il palazzo
reale. Un sistema a staffetta, dunque, che dovrebbe garantire al princi-

1  Come testimoniano, ad esempio, il Poema a fumetti, in quanto riscrittura novecentesca del


mito classico, o I miracoli della Val Morel, fantasiosa rivisitazione della tradizione degli ex-voto.
2  « Io cerco di scrivere anche le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di

cronaca. Quanto più l’argomento è fantastico, addirittura inverosimile, tanto più c’è bisogno di
un linguaggio semplice, quasi burocratico, da rapporto di questura ; è solo questa concretezza

del linguaggio che può rendere plausibili queste storie che in sé per sé possono sembrare assur-
de. » (Citazione riportata in L. Viganò, Album Buzzati, cit., p. 266).

3  Ivi, p. 101.
la «leggerezza nella pensosità» 97
pe in cammino di non patire la solitudine e di essere ancora coinvolto
nelle decisioni da prendere :  

Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessan-
dro, fin dalla sera del secondo giorno di viaggio, quando avevamo
percorso un’ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la
continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il
quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì
Gregorio. Il primo non era ancora tornato. (p. 8)
Nonostante la scientificità del metodo, la realtà prende in contropiede
il protagonista, 1 che più si allontana da casa, più percepisce l’impossibi-

lità di rispettare i ritmi ed i tempi postulati all’inizio :  

Dopo cinquanta giorni di cammino, l’intervallo fra un arrivo e l’al-


tro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente ; mentre pri-  

ma me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo


intervallo divenne di venticinque ; la voce della mia città diveniva in

tal modo sempre più fioca ; intere settimane passavano senza che io

ne avessi alcuna notizia. (p. 9)


Più avanti :  

Fra trentaquattro anni [...] Domenico scorgerà inaspettatamente i


fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frat-
tempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon
messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli an-
ni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto ; ma si fermerà

sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai


fianchi con le torce, morto. (p. 10)
Buzzati, però, non volendo chiudere su questa nota il racconto, preferi-
sce piuttosto aprire un varco alla libertà e alla speranza :  

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo
abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli di-
visorie, né montagne che chiudono il passo. [...] Una speranza nuova
mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne ine-
splorate che le ombre della notte stanno occultando. (p. 11)
Attraverso l’adozione di uno schema estremamente rigoroso e anafo-
rico, che pur aderendo alle “ragioni dell’esattezza” non ha impedito
lo slancio fantastico e il formarsi di un clima che accarezzi il vago, 2 lo  

1  « Il racconto, allora, postula una lettura di tipo simbolico, che sveli tutte quelle concrezioni

spazio-temporali [...], dal momento che si prospetta come magistrale allegoria dei procedimen-
ti informativi in cui il personaggio è coinvolto. » Così si legge in I. Crotti, Tre voci sospette.

Buzzati, Piovene, Parise, Milano, Mursia, 1994, pp. 11-12.


2  Sempre Crotti sottolinea che : « Non a caso, del resto, il profilarsi [nel racconto] di una
   
98 marialuigia sipione
scrittore è quindi riuscito a tramutare in leggerezza (e a questo serve
l’incursione della « speranza », forza centrifuga che riesce a valicare le
   

alte montagne) il tema novecentesco per antonomasia, quello dell’an-


goscia che non produce alcun accrescimento cognitivo, del nulla che ci
travolge in una beckettiana immobilità :  

Vado notando [...] come di giorno in giorno, man mano che avanzo
verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale
mai mi è apparsa, neppure nei sogni ; e come le piante, i monti, i fiu-

mi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella


nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire. (p. 11)
E se la citazione appena riportata si chiude all’insegna della celebrazio-
ne della speranza e di « presagi » che pur non si riescono ad esplicitare
   

a parole, nei Sessanta racconti sono numerosi e diversificati gli esempi


di una “leggerezza” figurale che sembra prendere le mosse proprio dal
superamento del concreto.
Penso ad esempio a quei campioni di una moralità sussurrata e dome-
stica, quei Santi che « hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un

balcone che guarda l’oceano, e quell’oceano è Dio » (p. 460) e che, dopo

gli inevitabili battibecchi che pure nel Paradiso hanno luogo, « siedono  

sulla panca scaldandosi le ginocchia e chiacchierando amabilmente ». Di  

fronte a loro una scodella di zuppa calda e un camino « da cui cominciò a  

uscire una sottile colonna di fumo, e anche quel fumo era Dio » (p. 465).  

A questa categoria, per dir così, bisogna senza dubbio ricondurre le


tante descrizioni d’esterno, da quelle sintetiche e fulminee che nella lo-
ro bellezza sembrano riecheggiare il Leopardi dei grandi idilli (« pur es-  

sendo ormai notte, il plenilunio batteva sui vasti lucernari diffondendo


una fosforescenza quasi magica » [p. 439]), ad altre più articolate, come

il trasognato incipit di Il disco si posò :  

Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette le-


vandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però
subito taceva (l’ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo
limpido, l’inspiegabile serenità del mondo, l’odor di fumo, i pipistrel-
li e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand’ecco il disco
volante si posò sul tetto della chiesa parrocchiale, la quale sorge al
sommo del paese. (p. 340)
O la scena con cui si appianano le divergenze tra due coniugi in L’incan-
tesimo della natura :  

forma circolare od elicoidale, ad imbuto, spirale o vortice che sia, quale concrezione visiva e fi-
gurata che il testo propone, sia qui che in altri luoghi buzzatiani, trova riscontro in vari narratori
del fantastico. » I. Crotti, Tre voci sospette..., cit., p. 12.

la «leggerezza nella pensosità» 99

Era la luna, ma non la placida abitatrice delle nostre notti, propizia


agli incantesimi d’amore, discreta amica al cui lume favoloso le ca-
tapecchie diventavano castelli. [...] Per un ignoto cataclisma sidera-
le essa era paurosamente ingigantita ed ora, silente, incombeva sul
mondo, spandendovi una immota e allucinante luce, simile a quella
dei bengala. (p. 356)
Alla medesima categoria appartiene anche la rievocazione del manto
stellato che Albert Einstein si sarebbe trovato a rimirare in « un tardo  

pomeriggio dell’ottobre scorso » (p. 249) :    

Tutto questo ebbe il professor Alberto Einstein, in una sera di otto-


bre bellissima, mentre il cielo pareva di cristallo, qua e là comincia-
vano a risplendere, gareggiando col pianeta Venere, i globi dell’illu-
minazione elettrica, e il cuore, questo strano muscolo, godeva della
benevolenza di Dio ! (p. 250)

E del resto, appartiene al Buzzati migliore la capacità di ritrarre la na-


tura nel suo muto sigillo d’immobilità e quiete : non troveremo mai, 

almeno nei testi più riusciti ed autentici, la descrizione di forze ance-


strali che si oppongono fieramente e fanno vibrare la pagina ; il suo  

tono espressivo, sotto questo punto di vista, si distanzia di molto da


quello degli artisti più in sintonia con la dimensione materica e “pesan-
te” della vita e della realtà. Gli scenari notturni prima citati e ricordati,
per dir così, sono tutti basati su un sapiente equilibrio di incursioni nel
“lieve” e nel “pensieroso”, ma non abbracciano mai la tragicità o l’epi-
cità che pure sono il timbro caratteristico di un Fenoglio. E proprio i
notturni o i soliloqui di un io con il volto sollevato in alto a rimirar il
plenilunio sono accomunati, nella “Lezione” che ha fornito le premes-
se argomentative a queste pagine, ad altre immagini che Calvino defi-
nisce di straordinaria levità, seppur gravide di un portato ontologico.
Basti pensare, a fini esplicativi, alla « traccia madreperlacea » lasciata
   

dalla lumaca nella lirica montaliana Piccolo testamento, prova somma,


ai limiti del virtuosismo, della compresenza di evanescenza e « visione  

[...] apocalittica ». 1
   

Un procedimento similare, in cui sono chiamati a coesistere tensio-


ni e ragioni diverse, pur conferendo ruolo preminente alla delicatez-
za dell’immagine, almeno così mi pare, è quello messo in campo da
Buzzati quando nel racconto Una goccia, pur descrivendo il movimento

1  LA, p. 11. Sulle intersezioni e le tangenze tra la poetica di Montale e quella di Buzzati, si
rimanda al recente contributo di F. De Poli, Des affinités spirituelles. Montale lecteur de Buzzati,
in Dino Buzzati d’hier et d’aujourd’hui, cit., pp. 147-162.
100 marialuigia sipione
lento e pervicace di una goccia d’acqua, bada sempre a che non venga
turbata l’atmosfera ovattata della narrazione : 1    

Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti ? Disteso in let-

to nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa ? Saltella ? Tic,    

tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la


rimanente notte non si fa più viva. (p. 159)
E in uno spoglio improntato ai criteri dell’imagologia, che si proponga
di schedare le immagini e le riscritture della levità, si dovrebbero senza
dubbio far rientrare le nuvole, gonfie, turgide, spumose, che turbano
la coscienza di un giovane curato di campagna, vittima di sonnolenza
e prime avvisaglie d’appetito, nell’atto di impartire una lezione di ca-
techismo (Le tentazioni di Sant’Antonio). Mentre don Antonio si trova a
dover fronteggiare le domande degli scolari in merito al peccato, alla
colpa dei progenitori e alle ripercussioni di questa per la vita del singo-
lo, ecco, a risvegliarlo dal torpore, una prima visione : egli « alza per caso
   

gli occhi e vede, inondata di sole, una nube a forma di letto, con sopra
un baldacchino tutto a frange, volute e ghirigori. Un letto da odalisca »  

(p. 286). Incuriosito dalla coincidenza (trovarsi a dover nascondere gli


sbadigli e scorgere in cielo le fattezze di un comodissimo letto), egli si
lascia irretire dal fascino delle ambizioni mondane e terrene, e in men
che non si dica gli appare « una seconda nube, gigantesca, che ha preso

la forma di un palazzo : coi colonnati, le cupole, le logge, le fontane


e in cima le bandiere » (p. 287). E poiché non di solo grandi speranze


si nutre il cuore di un onesto assistente alla parrocchia, la successiva


visione riguarda
una terza nube distendersi orizzontalmente, modellata a forma di
tacchino. Era una bestia smisurata, un monumento, da sfamare una
città come Milano ; e girava su un immaginario spiedo, rosolata dal

sole del tramonto. (p. 287)


E l’ultima avrà per protagonista una lussuosa ed elaborata mitria pa-
pale : 

Una delle più grosse, sviluppatasi in altezza, aveva assunto la fog-


gia della mitria. [...] Rifinita nei suoi particolari, biancheggiava sullo

1  Già Calvino aveva indicato che « la leggerezza è qualcosa che si crea nella scrittura, con i

mezzi linguistici che sono quelli del poeta » (LA, p. 14). Una goccia è tutto un testo, a mio avviso,

basato sull’alleggerimento stilistico, in obbedienza sì ai canoni della “letteratura fantastica”, ma


forse anche in accordo con quanto avrebbe scritto Calvino nelle sue “proposte per il prossimo
millennio”, dato che lì si interrogava su « un alleggerimento del linguaggio per cui i significati

vengono convogliati su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta
consistenza ». (LA, p. 20).

la «leggerezza nella pensosità» 101
sfondo azzurro e dai suoi fianchi autoritari colavano giù frange di
seta e d’oro. Poi la mitria, gonfiandosi ancora di più, mise fuori tanti
fiorellini. (pp. 287-288)
Per quanto egli si sforzi di comprendere il reale motivo di queste visio-
ni, di questi quasi pagani inni alla vita, la sua speranza resterà disattesa :  

il bollettino meteo si limita ad una telegrafica registrazione di « Nuvole  

e basta », e quindi, come ha a commentare il narratore, « circa il Diavo-


   

lo, neanche una parola » (p. 290).  

Tutto improntato alla cifra della leggerezza mi pare poi il racconto I


reziarii, il cui motore diegetico è dato dalla curiosità di un Monsignore
a spasso per la campagna per i movimenti di un ragno : « era giovane,    

sodo, magnifico ; squisiti disegni di colore delicatissimo istoriavano la


cupola dell’addome » (p. 262). Dalla contemplazione dell’eleganza con-


naturata al ragnetto, 1 le cui mosse sembrano all’uomo in assoluta ar-


monia con la pace di quei luoghi, si passa in breve tempo a descriverne


lo scontro con un « un altro ragno ancora più formidabile ». La ferocia
   

con cui l’animale più grosso cercherà di immobilizzare e poi mangia-


re quello più giovane non è sprovvista, però, di quella stessa tensione
ballettistica che aveva attratto all’inizio l’ecclesiastico, e finanche nel-
la conclusione del conflitto – quando l’insetto, ormai malconcio « con  

amore tenerissimo cominciò ad accarezzarsi la zampa » con la cura che  

avrebbe avuto « una mamma col bambino » (p. 264) – è possibile scor-
   

gere una rete di spie linguistico-testuali afferenti al campo cui ci si sta


riferendo, e che si fa ancora più esplicita nel paragrafo conclusivo :  

Si accorse [il Monsignore] pure che il sole era disceso : alberi e siepi si

facevano misteriosi fra lanuggini di nebbia, aspettando. E adesso chi


si muoveva alle sue spalle ? Chi sussurrava piano piano il suo nome ?
   

No, pareva proprio che non ci fosse nessuno. (p. 265)


Anche qui, come nel caso delle Tentazioni di Sant’Antonio, Buzzati ci
propone un finale aperto al dubbio e all’esercizio interpretativo, che
ben si attaglia con la finezza e l’eleganza delle descrizioni e delle nuvole
e dei movimenti dei due insetti di cui si interessa il religioso. Sembre-
rebbe quasi che, per non contravvenire alla caratteristica tonale dei due
testi sopramenzionati (la leggerezza delle descrizioni, la delicatezza
delle immagini, la sottigliezza da incisore con cui raffigura la consisten-
za spumosa e rarefatta delle nuvole o i decori geometrici della cupo-

1  Del resto, proprio introducendo certe figure della leggerezza, Calvino aveva introdotto
un’immagine similare a quella del racconto in questione, ovvero « le ragnatele che ci avvolgono

senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo ». (LA, p. 13)



102 marialuigia sipione
la del ragno più giovane), lo scrittore ritenga obbligatorio chiudere la
narrazione “sfumandola”, ovvero introducendo una vena di incertezza
o perplessità alla vicenda tutta. Difficilmente un finale assertivo e ben
determinato avrebbero rispettato le istanze della leggerezza.
Ad una variante leggermente diversa della qualità esaltata da Calvi-
no fa capo la vicenda di All’idrogeno, in cui si narra la surreale conse-
gna in piena notte di un ordigno atomico. In questo caso, la leggerezza
suggerita dal titolo del testo reca in sé avvisaglie funebri e la tensione
emotiva si connota come insostenibile già nell’incipit del racconto. Nel
« silenzio plumbeo » (p. 266) di una notte qualsiasi, squilla il telefono ; il
     

protagonista si sveglia per rispondere e da quel momento sarà coinvol-


to in una vicenda angosciante, di cui non ci vengono forniti i dati es-
senziali per una sua reale comprensione. In questo caso, è l’ironia dello
scrittore a rovesciare le aspettative : l’assoluta volatilità dell’elemento

chimico, il più leggero della tavola periodica di Mendeleev, si connota


chiaramente come dettaglio mortifero, e la leggerezza qui altro non è
che una scorciatoia per la morte.
Tema, questo, tutt’altro che assente in uno dei racconti più noti ed
affrontati in sede critica di Buzzati : i Sette piani, che potremmo da su-

bito leggere come sette tappe intermedie nell’approssimazione alla


morte ; e dunque, secondo l’ottica che qui si sta adottando, un vero e

proprio percorso che va dalla leggerezza al peso, o viceversa, a seconda


che si scendano o salgano le scale. Al piano più alto, infatti, trovano
ricovero i malati affetti da patologie lievi, capaci di intrattenere ancora
i rapporti con il mondo esterno e di far valere la propria personalità ;  

e così, quando Giuseppe Corte arriva al sanatorio per farsi curare una
vaga affezione che nel testo non verrà mai specificata, egli viene subito
alloggiato
in una gaia camera del settimo piano. I mobili erano chiari e lindi co-
me la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di po-
licrome stoffe. […] Tutto era tranquillo, ospitale, rassicurante. (p. 29)
Diverse saranno l’atmosfera e l’arredamento delle altre stanze del sa-
natorio, e quando il protagonista, complici una serie di equivoci, frain-
tendimenti e colpi gobbi del destino, verrà progressivamente sistemato
nei piani inferiori della struttura, la vivacità e la spensieratezza sembre-
ranno abbandonarlo : Giuseppe Corte a poco a poco perderà vitalità

ed ottimismo, il suo male tenderà ad aggravarsi sempre più e quando


un’infermiera lo sistema al primo piano, quello da cui il normale fluire
della vita è ormai poco più di un ricordo, il narratore indugia in una
descrizione che ben si attaglia a queste considerazioni :  
la «leggerezza nella pensosità» 103

Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, so-
vrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. […] Erano
le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane
scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lenta-
mente, chiudendo il passo alla luce. (p. 46)
Se finora ho proposto alcuni esempi di leggerezza nell’intreccio diege-
tico e nelle immagini testuali, credo suggerisca non poche interpreta-
zioni l’ultima variante che qui affronto : mi riferisco, cioè, alla presenza

di quelle epifanie che, portatrici di verità e agenti del Fato, schiudono


ai protagonisti universi di potenzialità inesplorate. 1 Esempio ne so-  

no : l’arabo “dondolante” di Ombra del sud ; l’incontro, sotto la pioggia,


   

del mercante Schroder con quel « povero disgraziato » che, chiuso nel
   

proprio mutismo, si rivelerà fonte di contaminazione letale (Una cosa


che comincia per elle) ; o il mirabile corpo, barbaramente trucidato, del

drago vittima della vanagloria degli umani (L’uccisione del drago), il cui
trapasso viene sintetizzato da quei « due fili di fumo » che gli fuoriesco-
   

no e « nell’aria stagnante si attorcigliavano lentamente » (p. 91). È senza


   

dubbio un messaggero infernale, ambasciatore di istanze demoniche e


sulfuree l’anomalo benzinaio che compare ad un pensieroso Einstein
durante una passeggiata notturna (Appuntamento con Einstein) e che lo
istiga con inganni e raggiri a dedicarsi alla ricerca scientifica ; o ancora  

si fa garante di un orizzonte metafisico la carcassa del temuto cane che


ha visto Dio.
Sebbene siano messi di una verità altra, più profonda e definitiva, 2  

queste figure e questi personaggi non risentono della pesantezza del-


la loro investitura. Basti pensare a come è descritto l’uomo in bianco,
fantasma o visione, che sembra avere una rivelazione da fare all’io nar-
rante di Ombra del sud :  

Camminava lentamente in mezzo alla strada, come dondolando,


quasi stesse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco
storno. Si andava allontanando tra le buche polverose sempre con

1  Del resto, questi personaggi sembrerebbero tradire una certa familiarità con lo scrittore, al-
meno così si sarebbe portati ad arguire leggendo le parole commemorative di Indro Montanelli,
all’indomani della morte dell’amico e collega : « Se un qualcosa c’è al di là di noi, nessuno se l’è
   

guadagnato più di Buzzati. che ha trascorso la vita a captarne i messaggi e a decifrarli per noi.
[...] Solo grazie a lui l’ineffabile ci parlava. Ed è proprio questo che con lui ci viene a mancare.
Con Buzzati se ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, gli gnomi, i presagi,
i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta ? » (Citazione riportata in L. Viganò,
   

Album Buzzati, cit. 375).


2  A tal proposito, Crotti parla di una « vera e propria scrittura figurata ». I. Crotti, Tre voci
   

sospette..., cit., p. 28.


104 marialuigia sipione
quel suo passo d’orso, senza che nessuno gli badasse e l’insieme suo,
in quella strada e in quell’ora, pareva concentrare in sé con straordi-
naria intensità tutto il mondo che lo contornava. (p. 47)
E poco dopo, quando il protagonista ha cercato di condividere la pro-
pria abbacinata esperienza con il compagno di viaggio :  

Era un effetto di luce, forse, un’illusione banale degli occhi, ma l’uo-


mo si era ancora dissolto nel nulla, sinistro inganno. (p. 49)
Egli è vestito di bianco, ha un passo incerto, improvvisamente appa-
re e in modo ancor più repentino scompare ; i suoi movimenti sono  

imprevedibili così come i suoi fini, eppure il narratore percepisce che


quell’uomo obbedisce ad un disegno più ampio, offrendo proprio a lui,
viaggiatore capitato a Porto Said, una rivelazione di ordine ontologi-
co. 1 Ecco come si conclude il racconto :
   

Non sono, ho paura, colui che tu cerchi. La faccenda non è molto


chiara ma mi pare di avere capito che tu vorresti condurmi più in
là, sempre più nel centro, fino alle frontiere del tuo incognito re-
gno. [...] Sarebbe bello, lo so, lo vorrei proprio. Ma la mia anima è
deprecabilmente timida, invano la redarguisco, le sue ali tremano, i
suoi dentini diafani battono appena la si conduce verso la soglia delle
grandi avventure. (p. 52)
A questo punto si riannodano i fili delle Parche, e quella che sembrava
una banale allucinazione visiva consente al personaggio di leggere in
modo del tutto diverso il proprio stare al mondo ; l’arabo dalla goffa an-

datura ha dato il via ad un procedimento di auto-analisi e auscultazione


del sé altrimenti impossibile. Similare è la situazione de Il mantello, quel
mesto ritorno del reduce, in una « giornata grigia di marzo » (p. 63), da
   

cui la spensieratezza della primavera è ancora lontana. La visita di Gio-


vanni alla madre e ai fratellini è inquinata dalla sua impazienza : anziché  

godere della attenzioni della famiglia, della prospettiva di riabbracciare


i parenti e la donna amata, il soldato preme per uscire il prima possibile
e ricongiungersi così allo strano figuro che lo ha accompagnato :  

e allora la mamma finalmente capì, un vuoto immenso che mai e poi


mai i secoli sarebbero bastati a colmare, si aprì nel suo cuore. Capì la

1  « Ci sono scrittori », così annotava Giacomo Debenedetti nel lontano 1958, « di cui si dice,
     

a maggior lode, che per loro il mondo esterno esiste. Buzzati è invece uno scrittore, per cui il
mondo esterno esiste, ma a patto che sia anche un indizio o uno stemma di qualcos’altro da ciò
che è ». G. Debenedetti, Dino Buzzati, premio Strega, « La Fiera Letteraria », 20 luglio 1958 ; poi,
       

con il titolo Buzzati e gli sguardi del « di qua », in Id., Intermezzo, Milano, Mondadori, 1963. Si cita
   

dall’edizione inclusa in Id., Saggi, progetto editoriale e saggio introduttivo di Alfonso Berardi-
nelli, Milano, Mondadori, 1999, pp. 1187-1194 : p. 1188).

la «leggerezza nella pensosità» 105
storia del mantello, la tristezza del figlio e soprattutto chi fosse il mi-
sterioso individuo che passeggiava su e giù per la strada, in attesa, chi
fosse quel sinistro personaggio fin troppo paziente. Così misericor-
dioso e paziente da accompagnare Giovanni alla vecchia casa (prima
di condurselo via per sempre), affinché potesse salutare la madre ;  

da aspettare parecchi minuti fuori il cancello, in piedi, lui signore


del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato. (p. 74)
E ad un tema analogo sembra rispondere La fine del mondo, quel raccon-
to che si apre con
un pugno immenso [...] nel cielo sopra la città ; si aprì poi lentamente

ad artiglio e così rimase immobile come un immenso baldacchino


della malora. Sembrava di pietra e non era pietra, sembrava di carne
e non era, pareva anche fatto di nuvola, ma nuvola non era. Era Dio ;  

e la fine del mondo. (p. 179)


In questo caso, è l’ironia dello scrittore a smorzare il tema che, per
riprendere un’analogia già avanzata tra queste pagine, Beppe Fenoglio
avrebbe virato in toni lugubri e meditativi. 1 E sempre messo di una

Verità di ordine ontologico o trascendente, sembra essere il misterioso


quanto informato interlocutore nello Sciopero dei telefoni, quella voce
imperiosa e suadente che riesce a smorzare le tensioni tra i diversi in-
terlocutori, le cui conversazioni si sono intrecciate e rese pubbliche, e a
creare un clima “da pazzo carnevale dei tempi andati”. Anche in questo
caso, il racconto si chiude su toni interrogativi :  

Chi era ? Un angelo ? Un veggente ? Mefistofele ? O lo spirito eterno


       

dell’avventura ? L’incarnazione dell’ignoto che ci aspetta all’angolo ?


   

O semplicemente la speranza ? L’antica, indomita speranza la quale


si va annidando nei posti più assurdi e improbabili, perfino nei labi-


rinti del telefono quando c’è lo sciopero, per riscattare la meschinità
dell’uomo ? (p. 380)

E la leggerezza squisitamente buzzatiana presiede anche alla genesi di


un altro racconto-cammeo, per la sua sottile eleganza : Gli amici. Ar-  

gomento principale di questo breve testo è il peregrinare di un’entità


ectoplasmatica tra le abitazioni degli umani con cui aveva, durante la
propria vita, intessuto rapporti di amicizia o di collaborazione. Ai co-
niugi Torti si presenta, dopo cena,
Appacher. Non proprio uguale al solito Appacher, bensì alquanto
meno sostanzioso, per una specie di indecisione nei contorni. Era

1  Penso alle numerose descrizioni « apocalitticamente ondose » ravvisabili nella saga resisten-
   

ziale di Johnny. Non essendo questa la sede adatta, mi limito a rimandare a G. L. Beccaria, La
guerra e gli asfodeli : romanzo e vocazione epica di Beppe Fenoglio, Milano, Serra & Riva, 1984.

106 marialuigia sipione
un fantasma ? Forse non ancora. Forse non si era completamente

liberato di ciò che gli uomini definiscono materia. Un fantasma, ma


con una certa residua consistenza. Vestito come era sua abitudine di
grigio, la camicia a righe azzurre, una cravatta rossa e blu e il cap-
pello di feltro molto floscio ch’egli cincischiava nervosamente tra le
mani. (S’intende : un fantasma di cravatta e così via). (p. 256)

Qui il tono della narrazione si fa ancora più lieve, con la bella descrizio-
ne di una fisicità non ancora completamente svanita già distillata e resa
poco più di un ricordo tangibile. Altra epifania degna di nota, sebbene
si configuri per l’impossibilità di un’effettiva comunicazione tra i due
piani dell’esistenza, è quella raffigurata in La città personale, in cui, nel
mezzo di una notte carica di aspettative metafisiche, si postula il ricon-
giungimento tra un uomo e il suo cane :  

Un cane. Ha il pelo lungo. […] Assomiglia stranamente a Spartaco,


il barbone che avevo una quindicina d’anni fa. […] Assomiglia ? Altro  

che assomigliare. È lui in persona, Spartaco, vivo simbolo di stagioni


lontane che adesso sembrano felici. Mi viene proprio incontro, mi
fissa con il profondo pesante sguardo che hanno i cani, pieno di ansie
e di rimproveri. Fra poco, già lo immagino, mi salterà addosso con
mugolii di gioia. Invece, quando è a due metri e io allungo la mano
per accarezzarlo, lui scivola via, estraneo, e si allontana. […] Niente.
Troc troc. Adesso non lo si vede più. (p. 373)
Che sia un sogno, un miraggio o uno scherzo del destino, l’apparizione
di questa fantasmagoria, certamente non un apax nella narrativa buz-
zatiana, è l’ennesima conferma che, a ben guardare, le tracce di una
levità, per quanto provvisoria, possono annidarsi anche nel fondo « del  

corso 18 Maggio », in una notte che altri non avrebbe esitato a definire

“buia e tempestosa”.
Riassumendo, questa breve – e forse più appassionata che sistematica
– riflessione ha provato a individuare nella silloge diverse manifesta-
zioni della leggerezza. E cioè : coincidenza tra leggerezza ed esattezza

(struttura narrativa precisa come fonte di libertà e stimolo alla visiona-


ria fantasia d’autore) ; immagini aeree e lievi ; identificazione di legge-
   

rezza e rivelazione metafisica (epifanie). Chi l’avrebbe detto ? 1    

1  Il presente scritto è il risultato di una ricerca che ho potuto compiere presso il « Centro

Studi Buzzati » di Feltre in qualità di borsista nella primavera-estate 2009. La mia riconoscenza

va alla Direzione del Centro e a tutti i collaboratori che mi hanno accolto con disponibilità e
gentilezza. Un ringraziamento particolare è rivolto alla dottoressa Patrizia Dalla Rosa, la sensi-
bile “erede spirituale” dell’attività di Nella Giannetto.
c o mposto in car atter e dan te m on ot y p e d a l l a
fabr izio serr a editor e, p i s a · r om a .
stamp ato e rileg ato n e l l a
t ipog rafia di ag n an o, ag n an o p i s a n o ( p i s a ) .
*
Febbraio 2011
(cz 2 · fg 3)