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1 - La distinzione dialettica

Nel complesso della coscienza il pensiero assume una funzionalità preminente. Pensare è una
caratteristica propria ed univoca della specie umana. Ogni individuo è esistente in quanto è
immediatamente pensante. Si può dire che l'atto del pensare inizi con la vita e termini con la
morte e non c'è un attimo dell'esistenza in cui vita e pensiero possano prendersi pause.

Da questo punto di vista, la morte è "non più pensare" e se, come credono i religiosi, dopo la
morte si ritorna in vita, questo può realizzarsi semplicemente “se si ritorna a pensare”, ad essere
ciò che si era prima. Ciò è impossibile da pensare: un paradosso insormontabile, un evento
incomprensibile per il pensiero, proprio perché l'essere cessato, è “stato in-animato”, senza più
anima, senza più corpo.

Ma cosa è il Pensiero? Il pensiero è attività. E nel connotare quest'attività dobbiamo domandarci


quali disposizioni il pensiero possegga per comprendere (chiamare a sé) l'ordine e la connessione
delle cose nel suo ordine e nelle sue proprie connessioni logiche. Esso "comprende così" perché
"così" è predisposto a comprendere: chiedersi cosa si può pensare, è chiedersi cosa si pensa "così
come c’è dato pensare". Perciò l'attività del pensiero è promossa da un a priori, che è nello stesso
tempo reale e logico.

La scienza e la filosofia moderna hanno portato il pensiero al punto giusto per comprendere la
"logica" con cui opera e dopo la dialettica di Hegel gli è stata data la possibilità di distinguere ed
unificare, di capire il divenire attraverso il divenire.

Si può definitivamente affermare che la coscienza, pur restando sempre sé stessa, agisce secondo
un percorso: in esso e con esso si muta.

Spesso i termini pensiero e coscienza, ragione ed intelletto sono stati ritenuti sinonimi e se pure
ciò è formalmente vero, il pensiero è, nella totalità della coscienza, distinto per le sue modalità e
questi due modi (intelletto e ragione) hanno facoltà e campi diversi anche se collaborano
strettamente.

Quali possano essere le conseguenze per i vari ordini del sapere si evince dal fatto che i dati
dell'intelletto sono stati spesso sovrapposti alle strutture della ragione e, non essendo finora
giunti a sintesi, hanno eluso la ricomposizione dell'uomo, così storicamente improvvido e
lacerato. Gli hanno procurato più problemi, se ai problemi reali della vita hanno aggiunto la
confusione mentale. Il disordine mentale non è un difetto, giacché è un modo di manifestare che i
problemi sono, in ogni caso, presenti, anche se disposti in maniera negligente e accavallati come
nei dibattiti poco corretti, quando non si capiscono contenuti e soluzioni e ogni convenuto
prevarica nel tono.

Il pensiero, d'altra parte, quando si occupa di sé stesso, è tanto "chi" ricerca che "chi" organizza.
Perciò, occorre prima stabilire cosa sia il "pensiero" e in che differisca dalle sue modalità, per
arrivare infine a definire come il sapere (la coscienza) guadagni enormemente nel mettere ogni
cosa al proprio posto, senza travalicare le possibilità proprie.

Dunque, si deve iniziare a pensare partendo da quanto è stato prodotto "dalla e nella confusione",
perché questa confusione ha comunque scoperto orizzonti e risultati a noi utili. L'errore è il
movimento della verità.

Quando, in altre mie ricerche, individuavo Pitagora, Eraclito, Platone e Aristotele per la filosofia
antica, Bruno, Campanella, Spinoza e Vico nella filosofia di mezzo e, nella filosofia moderna,
Hegel, Marx, Nietzsche e Freud, come le fonti cui attingere per conquistare delle certezze, non
intendevo far torto a coloro che non venivano citati: notavo semplicemente che era utile stabilire
quali fossero i fiumi e quali gli affluenti e le derivazioni, che magari formano piccoli laghi e
tuttavia mai giungono singolarmente al mare. E in questo contesto collocavo la filosofia
contemporanea che, alimentando la confusione, ha prodotto solo temporali e acquazzoni estivi.

Ma, se perdiamo tempo più del necessario a leggere, spendiamo inutilmente il nostro tempo.

L'aver affermato che pensare è una caratteristica propria dell'uomo è dimostrato immediatamente
dal fatto che non solo ci rappresentiamo il mondo e ne abbiamo coscienza nella sua varietà di
forme, ma riflettiamo sulla nostra conoscenza, capaci di restare con noi stessi e le nostre idee. È
questo un privilegio che nessun ente del sistema naturale può permettersi e nemmeno
prospettarsi.

Nei vari ordini naturali (inorganico, organico, vegetale, animale ed umano), ogni momento si
distingue dall'altro perché ogni ordine agisce per sé stesso e per ciò che è superiore e gli ordini
superiori prevalgono sugli inferiori. Tutto il sistema è finalizzato al grado massimo. Non solo.
Della funzione che ogni ente ha nell'economia del tutto, non ha coscienza. Questo è da non
dimenticare mai.

Ciò si sperimenta in tutta chiarezza nell'organismo umano in cui, ad esempio, il fegato non "sa"
perché produce determinate sostanze e per chi: si limita a compiere queste funzioni
nell'economia del tutto, senza "capirlo". Analogamente è per tutti gli altri organi e solo il tutto,
che è dato alla ragione, può dare significato a questi apporti.

Su questa questione fondamentale dovrebbero meditare alcuni grossolani e sedicenti


evoluzionisti che trascurano e saltano infiniti dettagli e non solo non si limitano alla corretta
evoluzione che riguarda la vita, ma non ascoltano proprio il tutto, perdendosi in elucubrazioni su
"parti" del tutto, tacendo sulla logica e sull'ordine dell'intero.

L'uomo è, dunque, il centro del sistema naturale e ogni ente dei vari ordini concorre direttamente
o indirettamente alla sua sopravvivenza e, specificatamente, alla sua soddisfazione estetica e
morale. Queste considerazioni si faranno più chiare e definitive proprio con la distinzione che ci
accingiamo a stabilire "oggettivamente".
La stessa centralità che assume l'uomo nel sistema naturale assume il pensiero nell'uomo. E se il
pensiero è sempre pensiero di qualcosa, non è, a causa di ciò, mai fantasia ed immaginazione,
che sono rispettivamente attività particolari tanto dell'intelletto che della ragione.

2 - Il Pensiero

Rendere semplice un pensiero complesso comporta il rischio di banalizzarlo, così come


complicarlo più del necessario è arricchirlo di parole inessenziali.

Se esistere è immediatamente pensare, l'ente pensa sé stesso e "contemporaneamente" quanto lo


circonda, ossia pensa insieme il sé e l'alterità. Tranne un brevissimo periodo in cui è naturale
credere che l'alterità non sia altro che la propria estensione, la coscienza trova, in seguito, il
mondo come qualcosa di "estraneo", da conquistare logicamente e fattivamente.

Questo "pensarsi iniziale e duraturo" implica la presupposizione di un Pensiero, che lungi


dall'essere idealisticamente "in sé" si configura come una struttura individuale (ontica) ben
definita.

Si può dire che i caratteri individuali del pensiero sono simili ad un Tempio Sacro, che ha una
sua intima fisionomia, ma che è strutturato in ogni individuo, secondo elementi architettonici
"canonici" e comuni, spazialmente e temporalmente distribuito in uno stile predefinito. Questo
specifica perché ogni tempio è dedicato alla persona stessa e tutti formano, per così dire, una
Chiesa universale.

Il Pensiero, nella sua dialettica reale, non è "in sé", "per sé" e "in sé e per sé", secondo la
notissima versione idealistica, ma deve essere inteso come struttura, alterità e storia. Come
struttura è Pensiero "pensante condizioni". Come Alterità è tutto quanto si configura in maniera
estranea alla coscienza. Come Storia è discernimento dei soggetti, del percorso e del percorso
stesso nelle modalità della coscienza.

Dunque, se si vuole mantenere la comoda classificazione idealistica lo si deve fare rimarcando la


differenza tra dialettica materialistica e dialettica formale, consapevoli che il mondo è sempre
presente alla coscienza; che il pensiero puro è una finzione idealistica che diventa un'aberrazione
quando risolve nell'autocoscienza i problemi che vanno risolti attraverso “fatti”.

Il Pensiero come struttura è perciò la capacità di rendere possibile la dialettica del reale secondo
modalità proprie: quelle dell'intelletto e della ragione. Come struttura in sé presenta già la
dialettica di unicità e universalità, poiché nessuna struttura è simile ad un'altra tanto che i
contenuti vengono accolti e sistemati secondo progetti diversi. Non per questo gli uomini sono
monadi chiuse in sé stesse, poiché hanno un "mondo comune", anche se diversamente compreso
e distinto. Il fatto di dover aderire sempre più legittimamente a questo mondo comune (che è poi
la storia naturale e la storia umana) fa sì che l'unicità e l'originalità dell'ente rappresentino un
arricchimento per la ragione, quel logos che crea e annichila ogni esistenza proprio in quanto fa
di ognuno il soggetto e l'oggetto di un eterno divenire.

Per dirla più adeguatamente questo logos è questo mondo comune a cui partecipiamo per
appartenenza e che è comune proprio perché lo troviamo già. Successivamente lo verifichiamo
come esprimibile per mezzo di concetti universali e permanenti.

Da ciò consegue che il Pensiero pensante non è solo una struttura genericamente intesa, ma è una
struttura razionale capace di acquisire ogni movimento dell'essere.

3 - Il Logos

Questo logos non è "un prima" e "un poi" nel senso che è una premessa o una conclusione da
ricercare. Ogni suo momento è tutto, giacché è congiuntamente inizio e fine. È divenire che, in
quanto tale, non ha inizio e non ha fine, restando compiutamente immanente e trascendendo
contemporaneamente ogni cosa.

Esso non è prima o dopo il pensiero, esso è il Pensiero. Non è prima o dopo la realtà. Esso è la
Realtà.

È provvidenza, giacché predispone e preserva tutto, poiché preservando tutto preserva sé stesso.
È la Ragione che vive e si rappresenta nel pensiero e nelle cose e che, in questo suo essere, rende
possibile l'adeguamento del pensiero alle cose, ricomponendo sempre ogni "lacerazione".

Nulla può restargli fuori perché tutto comprende. Non ha spazio e non ha tempo, pur
manifestandosi a noi come tutto spaziato e temporalizzato. Non ha forme, pur rappresentandosi
attraverso infinite forme. Non ha vita e non ha morte. Il Logos è memoria.

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