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Il libro

A S U D D I V I S I O N E T R A Q U E L L I A C U I P IAC E L ’A L B E R O D I
N ATA L E E Q U E L L I

“L a cui piace il presepe, tra alberisti e presepisti, è tanto importante che, secondo me,
dovrebbe comparire sui documenti di identità. Il primo tiene in gran conto la
Forma, il Denaro e il Potere; il secondo invece pone ai primi posti l’Amore e la
Poesia. Tra le due categorie non ci può essere colloquio, uno parla e l’altro non capisce. Quelli
a cui piace l’albero di Natale sono solo dei consumisti. Il presepista invece, bravo o non bravo,
diventa creatore e il suo Vangelo è Natale in casa Cupiello. I pastori debbono essere quelli di
creta, fatti un poco brutti e soprattutto nati a San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, e non
quelli di plastica che vendono al supermercato, e che sembrano finti; i pastori debbono essere
quelli degli anni precedenti e non fa niente se sono quasi tutti scassati, l’importante è che il
capofamiglia li conosca per nome uno per uno e sappia raccontare per ogni pastore nu bello
fattariello…“

¶ Nessuno come Luciano De Crescenzo sa raccontare le storie che compongono una


mitologia, sia essa dell’antica Grecia o della nostra vita quotidiana. In questo nuovo libro
ricostruisce con la consueta ironia le origini del presepe, da Virgilio a Eduardo, e ritrae a uno a
uno i personaggi che lo compongono: dai Re Magi a Cicci Bacco, da Benino al Pastore della
Meraviglia. Fino a quando, come in un basso napoletano, i pastorelli si metteranno a discutere,
litigare, spettegolare…. “Vorrei che leggendo questo libro i pastori del presepe diventassero
come dei vostri parenti, degli zii o dei cugini, dei personaggi di famiglia a cui si vuole bene.”

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L’autore

Luciano De Crescenzo, ingegnere, sceneggiatore, attore e regista, ha esordito come scrittore


nel 1977 con Così parlò Bellavista. Da allora ha pubblicato 25 libri, tradotti in 19 lingue. Tra
le sue opere, tutte pubblicate da Mondadori, ricordiamo: Raffaele, La Napoli di Bellavista,
Zio Cardellino, Storia della filosofia greca, Oi Dialogoi, Vita di Luciano De Crescenzo scritta
da lui medesimo, Elena, Elena amore mio, Il dubbio, Croce e delizia, Panta rei, Ordine e
disordine, Nessuno, Sembra ieri, Il tempo e la felicità, Le donne sono diverse, La distrazione,
Tale e Quale, Storia della filosofia medioevale, Storia della filosofia moderna (Da Niccolò
Cusano a Galileo Galilei), Storia della filosofia moderna (Da Cartesio a Kant), I pensieri di
Bellavista, Il pressappoco, Il caffè sospeso, Socrate e compagnia bella, Ulisse era un fico, Tutti
santi me compreso, Fosse ‘a Madonna e Garibaldi era comunista.

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Dello stesso autore

Così parlò Bellavista


Raffaele
Zio Cardellino
Oi Dialogoi
Storia della filosofia greca - I
Storia della filosofia greca - II
Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo
Elena, Elena, amore mio
I miti dell’amore
I miti degli eroi
I miti della guerra di Troia
Usciti in fantasia
Panta rei
Ordine e disordine
Nessuno
Il tempo e la felicità
Le donne sono diverse
La distrazione
Tale e quale
Storia della filosofia medioevale
Storia della filosofia moderna - Da Cusano a Galilei
Storia della filosofia moderna - Da Cartesio a Kant
I pensieri di Bellavista
Il pressappoco
Il caffè sospeso
Socrate e compagnia bella
Ulisse era un fico
Tutti santi me compreso
Fosse ’a Madonna
Garibaldi era comunista
Il dubbio
Socrate
Sembra ieri
La Napoli di Bellavista

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Luciano De Crescenzo

GESÙ È NATO A NAPOLI


La mia storia del presepe

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Gesù è nato a Napoli

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Alla mia città

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Introduzione

Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli, in via San Gregorio Armeno;
ebbene quel giorno anche voi finireste col pensare che Gesù è nato da queste parti. Basterà
l’atmosfera del luogo a suggerirvi che qui hanno avuto origine il presepe e il culto della Natività.
Dite quello che volete, ma Gesù è nato a Betlemme solo una volta, e a Napoli tutte le altre.
Ora, chi conosce la mia passione per il presepe doveva immaginare che, prima o poi, ci avrei
scritto sopra qualcosa. Se volete la verità, io questo libro l’ho immaginato e scritto per far venire
la voglia di fare il presepe. Volevo che i pastori diventassero come dei vostri parenti, degli zii o
dei cugini, dei personaggi di famiglia a cui si vuole bene.
Per quei pochi che non lo sanno, nel cuore di Napoli c’è un luogo che si chiama San
Gregorio Armeno, la via dei pastori e dei presepi. Qui da secoli i maestri presepisti producono
capolavori che entrano ogni anno in tutte le case del mondo. Ma non dovete pensare che sia
soltanto una forma moderna di commercio, perché già in epoca precristiana in questa zona si
costruivano i cosiddetti Lari, ovvero le statuette che i Romani dedicavano ai loro antenati.
Grazie a quelle statuette, i Lari diventavano i numi tutelari del focolare e dei campi, non c’era
un solo romano, infatti, che non avesse a casa sua il proprio altarino.
Un giorno di qualche anno fa passeggiavo per San Gregorio Armeno. Lo faccio più volte
all’anno, quasi sempre in compagnia di mia figlia, perché ancora oggi quella stradina con i suoi
pastori mi affascina. Quel giorno mi fermai davanti a una bottega e vidi sia i Re Magi a cavallo,
sia la statuetta di un uomo con la barba. Vi dirò che io quel pastore non me lo ricordavo, tra
l’altro indossava un impermeabile e aveva anche un giornale sotto il braccio.
“Scusate” dico al maestro presepista “ma questo personaggio chi è?”
Lui mi guarda e mi sembra un pochino offeso: “Ingegné, ma allora mi state dicendo che non
è venuto bene. Scusate, voi siete De Crescenzo?”.
“Sissignore, sono proprio io.”
“E non lo vedete che il pastore che tenete in mano è tale e quale a voi?”
“Io? Ma che dite? E che ho fatto per meritarlo?”
“Innanzitutto tenete la barba e come pastore venite bene.”
“Vi ringrazio.”
“In più, a causa vostra noi napoletani ora abbiamo scoperto di essere puntuali come gli
svizzeri e i milanesi.”
“E perché, scusate?”
“Perché tutti dicono che i napoletani sono ritardatari. Poi voi ci avete insegnato che il tempo
non esiste. E allora neppure gli appuntamenti precisi esistono più.”

Quindi, grazie al tempo socratico, anch’io sono diventato un pastore e per fortuna non un Lare.
Ma la verità è un’altra, alcuni pastori hanno origini pagane antichissime, e col passare dei

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secoli gli artigiani di San Gregorio Armeno non hanno mai finito di far lavorare la fantasia.
Infatti, ogni anno creano nuovi pastori che rappresentano personaggi della politica, dello sport
e dello spettacolo.
Visto che andranno sul presepe, però, non dovete pensare che quei personaggi siano tutti
buoni, ci sono anche quelli cattivi. Qualche anno fa, tra i pastori c’era addirittura Bin Laden.

Ebbene, ora sono costretto a confessare la mia vanità: quando me l’hanno regalato, sono
tornato a casa pieno di orgoglio e ho sistemato il pastore De Crescenzo fra tutti i premi che ho
ricevuto nella vita. In pratica, l’ho considerato un Oscar alla carriera.
Ora, tutto questo mi ha fatto riflettere, e mi ha spinto a scrivere un libro sul presepe, che è il
più bell’esempio di intreccio fra cultura pagana e tradizione cristiana. Un intreccio che è vivo
anche oggi.

Quando arriva san Luciano il 7 gennaio, io mi sono abituato da sempre a ricevere una gran
quantità di auguri. Da bambino me li facevano tutti con un bacio e con un regalo. Adesso
invece per telefono e quindi senza baci e senza regali.
Ciò detto, l’onomastico dalle nostre parti è un evento molto importante, ancora di più del
compleanno. E per questo non lo puoi nemmeno nascondere, perché se lo ricordano tutti, a
cominciare dal portiere che sta sotto casa, per finire ai cugini che ti vengono a trovare: “Lucià,
oggi è ’o nomme tuoje!”, ovvero “è il nome tuo”, a Napoli diciamo così. Cioè oggi si
commemora il santo che la Chiesa celebra. Sapete che significa tutto questo? Offrire una
pastarella a quelli che incontri per strada, se li conosci e anche se non li conosci. State sicuri che
al rituale della pasticceria non si può sfuggire.
La tradizionale devozione dei napoletani ai santi è l’origine di tutto questo. Naturalmente, va
considerato il passaggio dalla commemorazione solo religiosa all’usanza che poi diventa
popolare. Per semplificare, vi posso dire che tutto il raccoglimento mistico di un tempo si è
trasformato, ahimè, nel corso degli anni in una guantiera di sfogliatelle.

Ora, io con i santi sono messo abbastanza bene: una volta ci ho scritto un libro e ho raccontato
come alcuni di loro siano diventati col tempo i veri testimoni della Cristianità. Ho parlato di
storie al limite fra la leggenda e la realtà, storie in cui sono rappresentati personaggi che spesso
hanno sostenuto la propria fede addirittura rinunciando alla vita.
Ebbene, questo legame così forte tra santi e Cristianità, che a prima vista appare ovvio, in
effetti merita una riflessione.
Ci sono studiosi che hanno spiegato come in realtà i santi non siano altro che una
derivazione degli eroi di culture precedenti. Per quelli che ricordano i personaggi di Omero, il
confronto può diventare più facile da capire. C’è un libro recentemente pubblicato da Laterza
che si chiama Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani, nel quale gli autori (Mariateresa
Fumagalli, Beonio Brocchieri e Giulio Guidorizzi) raccontano che i santi cristiani sono
semplicemente eroi greci che si sono trasformati, infatti hanno le stesse caratteristiche.
Il culto pagano fu definitivamente spazzato via da quello cristiano nel periodo che va dal IV
al V secolo d.C. Il che, poi, detto fra noi, era la sostituzione degli eroi antichi con quelli della
Cristianità.

L’idea della divinità si trasferiva dagli Achille, dagli Ulisse, dagli Agamennone, ai nuovi martiri
che testimoniavano il loro credo.

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Molti indizi nelle vite degli eroi e dei santi coincidono in maniera impressionante: non
hanno né una nascita né una morte normale, e in genere perdono la vita in modo abbastanza
spettacolare. Insomma, pare che alla fine eroismo e santità siano sorprendentemente simili.
Prendete Ercole, per esempio, che durante le sue dodici fatiche dovette vincere Idra di Lerna,
il drago con nove teste a forma di serpente. Oppure Cadmo, il mitico fondatore di Tebe, che
prima di compiere la sua impresa fu costretto ad affrontare e uccidere un pericoloso drago.

A questo punto, viene subito in mente il nostro san Giorgio. Anche lui, infatti, ebbe il suo drago,
che un giorno stava per divorare una principessa. Gli eroi antichi sono più brutali e i draghi li
ammazzano. Con l’aiuto di Dio, invece, san Giorgio mise il drago al guinzaglio e se lo portò a
spasso per il paese.
Come vedete, i riti pagani diventano poi riti cristiani, anzi quasi l’intera tradizione pagana,
precedente il culto di Gesù, si trasferisce poi nel Cristianesimo e ne costituisce il fondamento.

Del resto, ogni tanto saltano fuori teorie su questo parallelismo. Più di un secolo fa, Gerald
Massey, uno studioso dell’antico Egitto che un giorno decifrò un’iscrizione egizia trovata a
Luxor, scoprì una somiglianza tra il dio Horus e il nostro Gesù. Sempre secondo questo Massey,
sia l’Annunciazione sia l’Immacolata Concezione della Madonna altro non sarebbero che
eventi già attribuiti alla dea Iside.

Sarà anche così, ma io ho dei dubbi. Infatti mi chiedo: ma perché mai una civiltà evoluta come
quella egizia, e secoli dopo quella cristiana, avrebbero entrambe basato le proprie religioni sulla
nascita di un bambino? Ebbene, è evidente che il bambino sia un simbolo di speranza e la sua
nascita rappresenti l’alba di un mondo nuovo e più prospero. Vedrete più avanti che non ho
usato a caso la parola “alba”, perché in questa storia il sole e le sue raffigurazioni hanno un
ruolo fondamentale.
Dunque, incredibile a dirsi, ma fu Virgilio a raccontare pochi decenni prima di Cristo, nella
IV egloga delle Bucoliche, guarda un po’ scritte proprio a Napoli, la nascita futura di un
bambino – un puer, come si diceva a quei tempi – destinato a riunificare un Impero romano
che cominciava a disgregarsi, e a incarnare la speranza dei Romani in una nuova età dell’oro.
Queste similitudini fra cultura pagana e cristiana ci portano addirittura fino al presepe
napoletano, che poi è il vero protagonista di questo libro.

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Il Natale avanti Cristo

Quando arriva il Natale, il mio pensiero corre subito a zio Alfonso. Questo libro, infatti, io lo
dovrei dedicare tutto a lui. Il motivo è che ogni volta che ci parlava del presepe ci lasciava
sempre a bocca aperta, come se al posto di un essere umano avessimo ascoltato Gesù in
persona. E io, ancora oggi, sono convinto che zio Alfonso da giovane, probabilmente in
Vaticano, doveva essersi laureato in presepi. Fu lui, infatti, a trasmettermi l’amore che ho per
questa tradizione.

Ora, però, se vogliamo capire fino in fondo quali siano state le origini del presepe napoletano,
dobbiamo partire da molto lontano. Il percorso è interessante, perché ci fa comprendere come
le tradizioni religiose ogni tanto hanno dei punti di svolta, ma nello stesso tempo conservano
un filo comune che le tiene unite.

La festa del dio Sole


Dovete sapere che celebrare il Natale il 25 dicembre non è un fatto poi tanto originale. Molti
secoli prima di Cristo, infatti, altre religioni avevano fissato la stessa data per far venire al
mondo il proprio Messia. C’è un motivo? Certo che c’è.

Mettiamoci nei panni di un uomo primitivo, che riesce a sopravvivere soprattutto grazie alla
caccia, e successivamente con i prodotti della terra e la pastorizia. Quest’uomo non ha un
calendario appeso alla parete e nemmeno un orologio. Non ha la televisione che gli dice l’ora
esatta o il campanile che l’avverte della messa che inizia. Ha un solo contatto col concetto di
tempo, e quel contatto è il cielo, in particolare i movimenti del sole, che dunque lui impara a
decifrare.
Pensate a un amico che vi dà appuntamento per domani alle undici e mezzo e voi siete
costretti a regolarvi soltanto col sole. Intanto, se ci sono un po’ di nuvole, già siete inguaiato. Se
invece è spuntato un bel sole, riuscirete a guardarlo e capire che ora è? Io credo di no. Voi o il
vostro amico rischiereste di aspettare per ore. Se in ritardo arrivate voi e lo trovate incazzato,
parlategli di Socrate, ditegli che lui non avrebbe amato gli orologi, e che un oggetto che segna il
tempo presente misura qualcosa che non esiste. “Il passato non è più” diceva “e il futuro non è
ancora. Come può esistere il presente, se separa due entità che non esistono?”
Mi sono servito di questo esempio per dimostrare che da quando tutti abbiamo l’orologio,
abbiamo totalmente perso la capacità di leggere le posizioni del sole e dunque lo scorrere
naturale del tempo. Vedete, sbagliamo quando pensiamo di saperne sempre di più rispetto alle
civiltà che ci hanno preceduto. La realtà è che da molti secoli siamo diventati tutti degli
analfabeti solari.
Nell’antichità, gli appuntamenti non dovevano essere una cosa molto frequente. Gli uomini,

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in pratica, si incontravano nei campi, e qualche volta nei luoghi di culto. La vera necessità di
conoscere il tempo era perciò legata al ciclo delle stagioni, perché erano proprio queste che
dettavano il ritmo della vita degli uomini e degli animali e, soprattutto, davano indicazioni sui
tempi del raccolto. Alle popolazioni nomadi, invece, il ciclo delle stagioni dettava i tempi delle
migrazioni.
Per l’uomo di quel tempo non fu difficile creare una relazione tra il movimento del sole e le
esigenze legate alla sua esistenza e al suo lavoro. Per esempio, capì che all’inizio della terza
decade di dicembre c’è ogni anno un giorno che è molto, molto speciale. È il giorno che noi oggi
chiamiamo solstizio d’inverno, cioè il più corto dell’anno. Nessun altro, infatti, ha la notte così
lunga e così poche ore di luce. Inoltre, il sole dà l’impressione di restare completamente fermo
nel cielo.
Questo è esattamente il motivo per cui nel tardo Medioevo gli fu attribuito il nome che
porta. “Solstizio” viene dal latino solstitium. La prima parte della parola è sol, cioè “sole”. La
seconda, stitium, deriva dal verbo sistĕre, che vuol dire “fermare”, “arrestare”. Perciò, è evidente
che gli uomini lo identificassero proprio come “il giorno del sole fermo”.
Ora, però, qualcuno particolarmente cavilloso potrebbe chiedermi: “De Crescè, il solstizio
d’inverno viene il 21 dicembre, laddove tu invece volevi parlarci del 25. Mi dici che ci azzecca
questo 21 col 25?”. Al che io rispondo: il solstizio d’inverno cade il 21 o il 22 del mese di
dicembre, e a partire da questo giorno il moto del sole, visto dalla Terra, sembra quasi che
inverta la sua marcia. È solo un’apparenza, dal momento che siamo noi a girare intorno al Sole
e non è il Sole che gira intorno a noi. Tutto questo nell’emisfero settentrionale si manifesta con
alcuni giorni di oscurità. La ricomparsa del sole, la rinascita del giorno, viene percepita solo tre
o quattro giorni dopo. Ecco perché il 25 dicembre è stato scelto da molti popoli come il giorno
della Natività, è la data in cui il cielo e il sole annunciano il lento ritorno della stagione luminosa
e fertile.

Se poi ci addentriamo nell’antichissima civiltà babilonese, troviamo un dio chiamato Shamash


in lingua accadica. Questo dio era festeggiato il 25 dicembre, proprio nel giorno in cui oggi
celebriamo il Natale. Sempre in Mesopotamia, alcuni secoli dopo, questo Shamash fu sostituito
da una nuova divinità, anch’essa incarnazione del Sole: il piccolo Dumuzi. Il nome con cui è
diventato più noto è quello arabo, Tammuz, il quale viene spesso raffigurato con un’aureola
attorno al capo, un’aureola formata da dodici stelle, ognuna delle quali si identifica con un
segno dello Zodiaco.
Dovete sapere che Tammuz, secondo i suoi fedeli, moriva esattamente sei mesi prima, cioè
nel giorno del solstizio d’estate, quando cioè le giornate iniziano ad accorciarsi, perciò ogni
anno celebravano in suo onore un funerale rituale, con successivo lutto della durata di sei
giorni. Un giorno a questa ricorrenza assistette il profeta Ezechiele, che non gradì. Tanto che
poi nel suo libro scrisse che il Figlio di Dio considerava quelle celebrazioni un grave peccato.

I Lari
Io non so se è ancora diffusa l’abitudine di tenere sul comò la foto del nonno e della nonna,
soprattutto se defunti. Nelle camere da letto delle famiglie di una volta, quelle piccole immagini
erano in pratica immancabili. E venivano trattate come fossero dei santi. Ognuno poi si
comportava come se quelle foto avessero anche il potere di proteggere la casa dei loro
discendenti.

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Nelle foto in genere le nonne sorridevano, ma sempre con un sorriso timido, tipo quello
della Monna Lisa. I nonni invece erano sempre molto seri, avevano i baffi ed erano rigorosi e
inflessibili. Forse da vivi non avevano riso mai, figuriamoci da morti.
Questi antenati stavano dalla mattina alla sera in posa nelle loro cornicette, quindi potevano
guardare attentamente tutto quello che succedeva nella casa. Molti poi preparavano per loro
addirittura degli altarini.

Mia madre non dimenticava mai di dedicare ogni sera dodici requiem a tutti i morti della
famiglia. Una litania puntualissima che ormai aveva perso le parole autentiche del testo, perché
veniva recitata come un lamento continuo nel quale non si riusciva a capire mai niente. A casa
mia, c’era anche una foto di Marilyn Monroe. “Mammà, scusa” chiesi un giorno a mia madre
“ma che c’azzecca la Monroe? Mica è una nostra parente.” Non mi rispose perché la litania era
in corso. Appena smise, mia madre replicò solo: “Puverella! E che brutta fine c’à fatto!”.

I morti erano lì e guardavano tutto. Ecco perché una volta si faceva l’amore sempre sotto le
coperte, per non farsi vedere dai nonni, per non mettere in imbarazzo il mezzobusto di mamma
e papà. Ora, visto che si trattava di defunti, e che l’anima dei propri defunti doveva per forza
riposare in cielo, questi antenati stavano fra i santi veri, perciò qualcosa dovevano aver
imparato. Gli si chiedeva di essere pronti a intervenire e rendersi utili se in casa serviva
qualcosa o se qualcosa andava storto: un esame a scuola, il concorso per un posto di lavoro, la
guarigione da una malattia o la salvaguardia della buona salute.
Nella Roma antica le famiglie avevano la stessa abitudine. Anche per loro gli antenati
meritavano un ricordo tangibile e concreto, non bastava un posticino nella memoria. Il guaio è
che all’epoca di Giulio Cesare la macchina fotografica nessuno l’aveva ancora inventata. Ma i
Romani avevano iniziativa e non si persero d’animo. Gli avi defunti, che chiamavano Lares
familiares, non erano in posa a due dimensioni in una fotografia, ma erano ritratti a tre
dimensioni in una statuetta. Esatto, proprio come se fossero i pastori di un presepe.
Queste statuette erano spesso di terracotta, e qualche volta anche di cera e di legno.
Sembra che il loro nome provenga da due gemelli mitologici, detti appunto Lari, che i Latini
raffiguravano come due giovanotti abbastanza capelloni, con una chioma riccia, ma soprattutto
con molta fame e ancora più sete; reggevano, infatti, sempre delle patere, cioè grosse scodelle da
cui si beveva il vino. In realtà, questi Lari appartenevano a un culto ancora più antico, e parlo di
quello etrusco, ma la loro leggenda è arrivata fino a noi grazie al grande poeta latino Ovidio.
Sembra che un giorno una ninfa di nome Lara ebbe la cattiva idea di non farsi i fatti suoi.
Ovidio non ce ne spiega il motivo, ma scrive che questa Lara andò a casa di Giunone, la potente
e formosa moglie di Giove, a raccontarle che il marito, il re di tutti gli dèi, se la intendeva con
un’altra ninfa di nome Giuturna. Quando la sera Giove si ritirò a casa, Giunone si fece sentire,
ma non andò oltre la solita scenata prevista dal copione coniugale. Prima di tutto perché alle
tresche del marito era ormai abituata, poi perché, devo aggiungere, anche lei non era tipo da
farsi scappare le occasioni.
Quella decina di minuti in cui Giove fu costretto a sentirsi la moglie nelle orecchie, però, lo
fecero talmente infuriare, che decise di punire Lara per avere fatto la spia. La fece portare al suo
cospetto e le fece mozzare la lingua, così che la ragazza non avrebbe più potuto parlare e,
soprattutto, andarsene in giro a spifferare le relazioni segrete degli altri. Confesso che io non so
dirvi perché mai Lara abbia rivelato a Giunone la relazione di Giove e Giuturna, può darsi che

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l’avesse fatto per gelosia o per puro amore femminile di pettegolezzo. Ciò che è certo, è che
pagò cara la sua lingua lunga.
Ora, qualcuno si starà chiedendo che c’entrano i Lari con tutto questo. C’entrano, ed è
sempre Ovidio a darcene notizia. Il seguito della storia dice che a Giove, non bastando la
punizione inflitta a Lara, decise che la ninfa fosse pure segregata negli Inferi. Chiamò suo figlio
Mercurio e gli affidò il compito di accompagnarla nell’Ade. Come potesse fidarsi di quel figlio
che nel carattere somigliava così tanto a lui, non ve lo so dire. Mercurio diede un’occhiata
minuziosa alla ninfa e rassicurò il temutissimo genitore: “Stai tranquillo, papà, ci penso io”. Ma
appena si trovò lontano da occhi indiscreti, Mercurio cominciò a molestare sessualmente Lara.
Lei tentò di opporre resistenza, facendogli capire che non aveva nessuna intenzione di cedere,
anche se si trattava di un dio attraente e stimato come Mercurio. Ma ve l’ho detto, il figlio di
Giove era come il padre, quello che voleva era abituato a prenderselo in ogni modo. Senza
nemmeno pensarci troppo spinse a terra Lara e la violentò, e finì anche col lasciarla incinta,
tanto a lui nessuno poteva dire niente. Fu da quella gravidanza che nacquero i due gemelli, poi
chiamati Lari. Diciamo la verità, non è che coi genitori furono fortunatissimi. È vero che il
padre era un dio, ma Mercurio era un dio troppo prepotente e infoiato. È vero pure che la
madre era una ninfa, quindi bellissima com’erano tutte le ninfe, ma anche Lara aveva un
difetto, era certamente una gran pettegola.

La Madonna
So bene che alla Madonna ho dedicato recentemente un libro intero e non vi voglio fare una
“capa tanta” su di lei. Dovete sapere, però, che il culto della Dea Madre esisteva in moltissime
tradizioni religiose precristiane. Generalmente, si trattava di una vergine che diventava madre
di un dio bambino.
La figura della Madonna la ritroviamo, per esempio, nella dea Iside, dea egizia del Sole. Il
primo elemento in comune che colpisce è proprio la caratteristica della verginità. Non dovete
pensare che Iside sia la sola divinità ad avere messo al mondo un dio o un eroe restando
vergine, ce ne sono molte altre. Ma le analogie tra lei e la madre di Cristo non si fermano qui. Vi
informo che la devozione nei confronti di Iside non appartenne alla sola antica civiltà egizia,
come molti credono. Iside continuò a essere venerata sia in epoche successive, come per
esempio nella Roma imperiale, sia anche in territori abbastanza lontani dall’Egitto. La stessa
comunità dell’antica Benevento volle edificare un tempio in suo onore, su suggerimento, pare,
dell’imperatore Diocleziano.
Per quanto possa sembrare incredibile, anche Napoli ha avuto i suoi templi egizi. Infatti, nel
I secolo a.C. una comunità proveniente da Alessandria d’Egitto si insedia in città, in pieno
centro, a due passi da San Gregorio Armeno. E lì questa comunità edifica un tempio dedicato a
Iside, nella zona allora chiamata Regio Nilensis e che oggi i napoletani conoscono come
Piazzetta Nilo.
Esiste una tradizione che vuole Iside madre del dio Horus. In proposito, fiorì un’abbondante
iconografia che ricorda molto i dipinti e le sculture cristiane, realizzati secoli dopo, in cui la
Madonna tiene in braccio suo figlio Gesù. Nella gran parte di queste raffigurazioni, Iside è
ritratta con la pelle nera. E forse questo è il motivo ispiratore delle tante Madonne nere della
tradizione cristiana. Sembra che, sparse per il mondo, se ne venerino più di quattrocento.

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Virgilio Mago

Muse siciliane, cantiamo argomenti un po’ più


[elevati:
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici;
se cantiamo le selve, le selve siano degne di un
[console.
È giunta ormai l’ultima età della predizione dei
[cumani;
nasce da capo un grande ciclo di secoli.

Ebbene, perché si sappia, questi versi fanno parte della IV egloga delle Bucoliche di Virgilio e
chi come me li ha studiati a scuola, oggi se li dovrebbe ricordare.
Attorno a questa parte del poema, è fiorita una serie lunghissima di interpretazioni. Ora,
quando Virgilio la scrisse, all’incirca nel 40 a.C., Roma era governata da un triumvirato. E come
sempre capita ai triumvirati, nessuno dei tre era mai d’accordo con gli altri due. Due consoli su
tre, Marco Antonio e Ottaviano Augusto, ogni tanto fingevano di fare la pace, ma era solo per
organizzare meglio il momento in cui avrebbero litigato ancora. È successo lo stesso secoli
dopo, quando i triumviri sono diventati re, principi e signori, e succede lo stesso anche oggi, ma
li chiamiamo presidenti del consiglio e segretari di partito.

La lotta per il potere non ha età, e io ne sono stato testimone per la prima volta alla scuola
elementare.
Un giorno la maestra disse che si doveva nominare un capoclasse. “Sceglierò” disse la signora
Annamaria Caputo, che Dio l’abbia in gloria “chi di voi lo meriterà.” Non immaginavamo quali
requisiti e che curriculum occorressero per meritare quella carica così ambita. Marco
Cacciapuoti, detto “ranocchia” per via degli occhi a palla, sembrò immediatamente uno dei
candidati più papabili. Suo padre faceva l’avvocato, e per noi tutti era un po’ avvocato pure lui.
Il giorno dopo, Cacciapuoti si presentò in classe con un’elegante confezione di “sciù” preparata
dalla rinomata pasticceria Scaturchio, malgrado noi fossimo sicuri che non era affatto il suo
onomastico. A chi non è napoletano spiegherò che lo sciù è un dolce particolarmente gustoso,
ripieno di crema pasticcera, al limone, al caffè o al cioccolato. Ha forma stretta e allungata, ma
non va confuso col cannolo, a cui somiglia per la geometria, e nemmeno col bignè, a cui somiglia
per la farcitura e il sapore.
Appena la maestra entrò in classe, Cacciapuoti andò alla cattedra e le poggiò davanti quel
cartoccio pieno di meravigliose calorie. Noi tutti guardavamo dai banchi e avevamo l’acquolina
in bocca e gli occhi di fuori, non perché volevamo somigliare a Cacciapuoti, ma per la voglia di

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saltare addosso agli sciù. Le paste erano ben ordinate, cinque file e sette colonne. Avevamo
appena fatto le tabelline, perciò per alcuni di noi il calcolo fu facile: là dentro c’erano
indubbiamente trentacinque sciù. Con quel gesto, Cacciapuoti diventò un capo naturale, il
capoclasse che ognuno di noi avrebbe desiderato. Ma non aveva fatto i conti con Salvatore
Scognamiglio, figlio di salumiere, un biondino silenzioso della seconda fila. Anche Scognamiglio
aveva la sua carta da giocare. Mentre noi eravamo tutti con la bocca piena, estasiati e comprati
dagli sciù, Scognamiglio disse alla maestra che a lui i dolci non piacevano, perciò il suo non
l’avrebbe mangiato. Trattò quello sciù con sdegno, comportandosi come se non avesse affatto
gradito la baracconata messa in piedi da Cacciapuoti. Proprio durante la confusione creata
dall’abbuffata generale, Scognamiglio chiese di andare al “camerino”, noi la toilette la
chiamavamo così. Andò dalla bidella, a cui aveva lasciato un sacchetto quando era arrivato a
scuola. “Uè, guagliò, mica è roba che scoppia? Non mi far passare guai.” La bidella lo disse con la
sua faccia severa, tenendo una sigaretta fra le labbra, perché dovete sapere che a quel tempo
fumare non faceva male, nemmeno nelle scuole. Scognamiglio recuperò il sacchetto e tornò in
classe, mentre noi avevamo ancora in bocca il sapore degli sciù. “Signora” disse alla maestra
“mio padre vi manda questo.” La signora Caputo fece un’espressione un po’ imbarazzata. “E
perché?” Scognamiglio la risposta vera ce l’aveva, ma non poteva darla. Un politico in campagna
elettorale mica può dire tutto. “Perché è roba buona” disse “ci sono un chilo di salsicce, mezzo
chilo di caciocavallo e un chilo di mozzarella arrivata da Aversa stamattina presto. E anche
qualche uovo fresco.” La maestra Caputo guardò Scognamiglio con una tenerezza che sul viso
non le avevo visto mai. “Prendi questa busta e riportala a papà tuo. Digli che lo ringrazio e che
la vengo a prendere io direttamente, così posso pure pagare il conto.” Le guance di Scognamiglio
diventarono rosse rosse. Sussurrò solo: “Però lo sciù di Cacciapuoti ve lo siete mangiato”. La
maestra non sentì, forse finse di non sentire. A quella feroce lotta di potere fra Scognamiglio e
Cacciapuoti, la Caputo rispose il giorno dopo: “De Martino” disse a un nostro compagno lungo
lungo con gli occhiali della prima fila “questa settimana il capoclasse sei tu. Ogni settimana ne
nomineremo uno nuovo”. Noi, però, la sfida elettorale all’ultimo sangue fra Cacciapuoti e
Scognamiglio ce la portammo sino alla fine dell’anno scolastico.

Ora però torniamo a Roma. Dopo il famoso quoque tu, cioè l’assassinio di Cesare, Marco
Antonio e Ottaviano Augusto erano le vere star del triumvirato. Il terzo, Marco Emilio Lepido,
faceva da comparsa e presto fu anche escluso, dagli accordi e dai disaccordi degli altri due.
Come vi dicevo, è in questo quadro politico che Virgilio, come se niente fosse, scrisse le sue
Bucoliche dalla collina napoletana di Posillipo. Il titolo lo prese dal greco βουκολικά, che a sua
volta deriva da βουκόλος, ovvero “pastore”. A prima vista, quindi, si potrebbe dire che i versi
del poeta non hanno niente a che vedere con le guerre fra triumviri che si combattevano in
Italia.
In realtà, Virgilio come ogni grande poeta, riesce a guardare lontano. Il suo ideale è
racchiuso nel passato, un passato idilliaco in cui l’uomo era in perfetta armonia ed equilibrio
con la natura.
Il passo dell’egloga, che a noi più interessa, però, è quello in cui Virgilio parla della nascita di
un bambino, ovvero un puer, come si diceva a questi tempi. Ma chi era questo puer? Ebbene,
incredibile a dirsi, non si è mai saputo. Un giorno, un certo Asconio Pediano, un grammatico
veneto vissuto nel I secolo d.C., scrisse un’opera intitolata Contra obtrectatores Vergilii, cioè
“Contro i detrattori di Virgilio”, nella quale sosteneva che l’intera egloga era dedicata ad Asinio

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Pollione, console nell’epoca virgiliana, e che il puer di cui Virgilio parlava era proprio lui. Ma è
bene che si sappia che nessuno era d’accordo con Asconio. Ci fu, infatti, chi disse che il puer
altri non era che un figlio di Asinio Pollione, chi invece sosteneva fosse un figlio di Ottaviano
Augusto, e chi riteneva fosse il figlio di Antonio.
A questo punto, più tardi, s’inserisce la tradizione cristiana, che in questi versi legge
l’annuncio dell’arrivo di Cristo:

già torna la Vergine e ritornano i regni di Saturno,


già una nuova progenie è mandata dall’alto del
[cielo.
Tu, o casta Lucina, proteggi il bambino che ora nasce
con cui per la prima volta cesserà l’era delle armi
e per tutto il mondo sorgerà l’età dell’oro.

Per capirci, la casta Lucina era una dea, la dea del parto a essere precisi, che molti
identificavano con la dea madre Giunone. Sulla volontà profetica di Virgilio si è sempre
discusso: c’era chi sosteneva che in quei versi l’imminente nascita di Gesù si leggeva
chiaramente, e chi invece considerava questa interpretazione una stupidaggine.
Io vi segnalo un aspetto che mi sta molto a cuore: l’ispirazione delle Bucoliche è del tutto
napoletana. Infatti, anche se Virgilio nasce a Mantova e studia a Cremona e a Milano, e poi si
trasferisce molto giovane a Roma, alla fine è Napoli che lo incorona davvero come poeta
immortale e suo nume tutelare. Quando raggiunse Napoli nel 42 a.C., cominciò a frequentare
le scuole epicuree di due filosofi, Sirone e Filodemo. Del primo purtroppo si sa pochissimo,
tranne che arrivava dall’Oriente e insegnava nella zona di Posillipo, dove anch’io ho studiato.
Del secondo, invece, sappiamo che era greco di Gadara, un’antichissima città della Giordania, e
che incontrava i suoi allievi a volte per strada, a volte nella Villa dei Papiri a Ercolano.

Ciò detto, allora, ecco come Matilde Serao descrive Virgilio: “Egli era giovane, bello, alto della
persona, eretto nel busto ma camminava con la testa curva” e pare che abitasse “sulla sponda
del mare dove si incurva il colle di Posillipo”.

Ora, una leggenda napoletana racconta che il poeta fosse chiamato anche Virgilio Mago, e
questo non solo perché frequentava la Sibilla Cumana, ma anche per i suoi presunti poteri
magici. Si dice, infatti, che per raggiungere i Campi Flegrei e la sua amica Sibilla più
rapidamente, abbia perforato la grotta di Posillipo nel giro di pochi giorni. Peccato sia morto
prima che iniziassero i lavori per la metropolitana.
La Grotta di Posillipo o Grotta di Virgilio è anche chiamata Crypta neapolitana, al cui
interno sorgeva un tempio dedicato alla dea Iside, madre del dio Sole, il bambino Horus. Qui,
nei secoli successivi, il popolo napoletano trasformò le celebrazioni del dio del Sole in riti
misterici e orgiastici. Questo culto aveva un tale seguito di fedeli che il viceré di Napoli, don
Pedro di Toledo, dovette faticare non poco per decretarne l’abolizione. Dopodiché, nel 1540
restaurò la cripta e completò il lavoro di Virgilio Mago, così da agevolare i trasporti e il
commercio con la vicina Pozzuoli.
Insomma, Virgilio è stato per i napoletani un vero santo protettore. O, se volete, una specie
di san Gennaro. Basta sapere che i pescatori si rivolgevano a lui in caso di pesca scarsa. Fu

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invocato anche dagli abitanti del quartiere Pendino, perché uccidesse con i suoi poteri magici
un enorme serpente che aveva fatto strage di bambini in quella zona. Fu lui, inoltre, a collocare
un uovo al centro della pianta di quella che un tempo era la Villa di Lucullo, che poi prese il
nome, non a caso, di Castel dell’Ovo. Virgilio Mago sistemò segretamente nelle fondamenta
della villa questo uovo d’oro, simbolo caro agli alchimisti, in un vaso di vetro posto in una
gabbia di ferro, e legò il suo destino al futuro e alla prosperità della città intera.
Fu nell’ottobre del 40 a.C. che Virgilio si dedicò pienamente alla stesura della famosa IV
egloga, quindi proprio durante il suo lungo soggiorno napoletano.
Se così è, furono la Crypta neapolitana e la celebrazione del figlio della dea Iside a ispirare a
Virgilio la nascita del puer di cui si parla nella IV egloga?
Questo è un altro motivo per cui mi piace pensare che Gesù è nato a Napoli. Purtroppo, il
poeta non ebbe il tempo di verificare la sua profezia perché morì nel 19 a.C.
Ancora oggi Virgilio è sepolto davanti alla grotta che, nella sua veste di mago, aveva
realizzato.

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La nuova libertà religiosa

Qualcuno di voi forse ha sentito qualche volta parlare del “monogramma di Cristo”. Io però ve
lo propongo nella speranza che diventi noto a tutti.

Il monogramma di Cristo è uno dei simboli che vengono definiti “cristogrammi”. Vi spiego in
due parole di cosa si tratta.
Un cristogramma è una combinazione di lettere dell’alfabeto greco o latino che rappresenta
il nome di Gesù in forma abbreviata. Di solito i cristogrammi vengono utilizzati nella
decorazione di edifici, arredi e paramenti sacri, indossati dai sacerdoti durante le funzioni
religiose. È stato così pure per il monogramma di Cristo, che è uno dei più famosi. Ce n’è un
altro che sicuramente tutti ricordano, anche se forse pochi sanno che è un cristogramma. Sto
parlando dell’INRI iscritto sulla croce che regge il Cristo morente.

Ho parlato di queste particolari iscrizioni per introdurre un discorso sul periodo


dell’imperatore Costantino, che nella nostra storia ha un valore decisivo. Nella sua epoca
furono coniate molte nuove monete. Prima di lui, quasi sempre le monete dell’Impero romano
avevano effigi che glorificavano soprattutto il Genio del popolo di Roma (Genius populi
romani), Giove salvatore (Iuppiter conservator) o anche il famoso “Sole invitto”, che era
certamente un omaggio all’antico culto del Sole.
Ma nel 313 d.C. l’imperatore Costantino emanò il suo famoso editto. È una data che aprì
nuovi spazi alla religione cristiana, concedendole una libertà mai conosciuta prima. I simboli
della cristianità cominciarono, quindi, ad apparire anche sulle monete che, circolando in lungo
e in largo per l’Impero romano, portarono il messaggio cristiano un po’ dappertutto.
Vediamo prima di tutto cosa stabiliva quello che è passato alla storia come l’Editto di
Milano. Era un trattato che firmarono i due sovrani in carica in quel periodo: Costantino, che
era a capo dell’Impero romano d’Occidente, e Licinio, che invece era a capo dell’Impero
romano d’Oriente. Con questo decreto veniva riconosciuta una nuova libertà religiosa, una
libertà concessa a ogni culto, tanto che i cristiani finalmente ebbero la possibilità di uscire dal
buio delle loro catacombe.
Pensate, nel 315 d.C., per la prima volta nella storia, l’imperatore Costantino ordinava alla
zecca di Pavia di coniare monete con un’effigie dichiaratamente cristiana. L’incisione recava
l’immagine di Costantino, sul cui elmo appariva il monogramma di Cristo.

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Ora nessun cristiano doveva più nascondersi o nascondere la propria fede. Ma l’aspetto che
conta è che la simbologia cristiana diventava adesso la simbologia ufficiale, e di gran lunga la
più diffusa del mondo occidentale.

Non dovete stupirvi se l’imperatore Costantino è rimasto popolare anche a distanza di 1700
anni esatti dal suo editto. Lui non era un uomo dei suoi tempi, Costantino era un vero
democristiano già tre secoli dopo Cristo. Dovete sapere che fin dai tempi di Ottaviano Augusto
gli imperatori romani avevano anche la carica di Pontefice massimo del culto. Erano come dei
papi della religione pagana che si professava nell’Impero, religione che risaliva all’epoca
lontana della monarchia fondata da Romolo. Questa tradizione, infatti, era stata inaugurata da
Numa Pompilio, uno dei famosi sette re di Roma. Anche Giulio Cesare era stato Pontefice
massimo, e badate bene che si trattava di un compito che non era solo onorario, perché fra le
altre cose al pontefice toccava nominare le famose Vestali, le sacerdotesse del fuoco domestico,
il cui ordine fu fondato secoli prima proprio da Numa Pompilio.
Molti imperatori avevano interpretato il ruolo, diciamo così, con troppa energia. Come
spesso accade ai difensori di una fede, infatti, a volte si finisce col perdere la misura. Appena i
cristiani cominciarono a diffondersi nell’Impero, il primo provvedimento che venne in mente
agli imperatori furono le persecuzioni. Ma queste a volte generano l’effetto opposto a quello che
si vorrebbe, perché quelli che muoiono per la fede non sono dei morti normali, ma purtroppo
sono anche dei martiri. E nel nome dei martiri, quasi sempre la fede si accresce, sia nel fervore
sia nella diffusione.
Costantino fu il primo a capirlo. Lui, poverino, doveva tenere insieme un impero che si stava
sfasciando per motivi politici, per motivi etnici e geografici, ma forse soprattutto proprio per
motivi religiosi. Ma ve l’ho detto, era un uomo sia intelligente sia riflessivo, per cui capii subito
che le armi da usare non erano le spade, ma la mediazione e il compromesso ovvero due novità
assolute per un imperatore di quell’epoca. Se vogliamo cercare un Andreotti di quel periodo, è
inutile perdere tempo, si chiama Flavio Valerio Aurelio Costantino. Dal punto di vista religioso,
lui era un po’ tutto, dipendeva da come si alzava la mattina. Per i cristiani riuscì a passare come
l’imperatore che finalmente rese libero il loro culto, per i pagani come l’imperatore che custodì
la religione dei loro padri. E non basta, dava ragione a tutti e a tutti fece anche credere che le sue
decisioni erano ispirate dall’alto dei cieli. Il problema, piuttosto, era capire quale fosse il Dio che
gliele suggeriva, visto che la mattina faceva il buon cristiano e il pomeriggio faceva il pagano
ortodosso. Non è un caso che gli storici abbiano definito ambiguitas costantiniana la sua abilità
di essere tutto e non essere niente, di trovarsi di qua e di là nello stesso momento.

Accomodati sulle poltrone del Circolo della Villa comunale, il professor Gambardella parlava di
politica all’avvocato Capano e a Gegè Borriello.
“Volete sapere perché la Destra in Italia continua a prendere tanti voti? Ve lo spiego subito.
Perché ha i giornali, ha le televisioni, tutte cose che servono a convincere milioni di elettori.
Prendete i telegiornali della Rai, non ditemi che quelli non sono apertamente di destra.”
Gegè aveva ascoltato in silenzio, prendendo ogni tanto un po’ di fumo dalla sua pipa: “È vero,
professó, avete ragione voi, le cose stanno proprio così. La Destra è ricca e fa valere il suo
denaro…”.
“Ma che state accocchiando?” li interruppe l’avvocato Capano. “Piuttosto è vero il contrario.
Non vorrete negare l’egemonia della Sinistra in questo Paese. Intellettuali, editoria, giornali,

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cinema sono tutti invasi da comunisti ed ex comunisti. Ecco perché la Sinistra può continuare a
fare i comodi suoi.”
Gegè scansò leggermente la pipa, la sistemò sul lato della bocca e commentò: “Bè, questo non
si può negare. I comunisti hanno indubbiamente condizionato la vita politica del dopoguerra.
La musica, il cinema sono sempre stati territori della Sinistra”.
“Ma non scherziamo” intervenne Gambardella “intanto il cinema e la musica sono arte, ma
poi non si può nemmeno chiamare propaganda. I cantanti al massimo radunano qualche
migliaio di appassionati ai loro concerti. Il Paese vero, e parlo degli italiani condizionati dalla
televisione, di quello che dicono quattro rockettari se ne fottono.”
Gegè non fece una piega: “Non sono mai state le canzoni” aggiunse “a far cambiare opinione
all’elettorato”.
“E guarda!” si infervorò l’avvocato Capano. “Quelli insistono. Non si tratta di cambiare
opinione, qua si tratta di fare i conti con questo tam tam continuo che la Sinistra sa tenere in
piedi e la Destra non si sogna nemmeno.”
Gegè, mentre addentava la pipa coi canini, annotò: “Va detto che l’organizzazione capillare
che ha la Sinistra, la Destra non ce l’ha avuta mai”.
“Scusate, Gegè” proruppe il professore “ma voi un’idea vostra ce l’avete? Quando parlo io date
ragione a me, quando parla l’avvocato date ragione a lui.”
Gegè stava battendo la pipa sul portacenere per far cadere i residui di tabacco. Non alzò gli
occhi e non disse nulla. L’avvocato Capano sentì il dovere di rompere quel silenzio: “In effetti,
Gegè, non si capisce voi da che parte siete schierato. Prima avete detto che…”.
“Schierato?” chiese Gegè senza scomporsi. “E dove sta scritto che mi devo schierare?”
“Caro mio” rispose il professore Gambardella “purtroppo la politica è partigianeria. La
politica per essere politica deve essere faziosa. Dico bene, avvocato?”
“Per una volta dite bene, professó.”
Gegè li guardò e prima di parlare diede un sospiro: “Professó” disse “voi parlavate della
superiorità economica della Destra, mi ricordo bene?”
“Vi ricordate bene, nessuno può metterla in dubbio.”
Gegè riprese: “Voi, avvocà, parlavate dell’egemonia culturale della Sinistra, mi ricordo
bene?”.
“Sissignore” annuì il penalista Capano “e ne paghiamo ancora le conseguenze.”
“Ora io chiedo a tutti e due: durante i cinquant’anni in cui hanno governato l’Italia, i
democristiani stavano con la Destra o con la Sinistra?”
Professore e avvocato si guardarono tra loro, nessuno dei due rispose.
“Lo vedete?” aggiunse Gegè. “Non lo sapete neppure voi. Una volta davano ragione di qua,
una volta davano ragione di là.”
“Adesso ho capito” esclamò Gambardella “quindi siete democristiano.”
“Certo! A dirla tutta, lo sono anche per tradizione di famiglia, caro professore” rispose Gegè
rimettendo la pipa tra le labbra.
L’avvocato Capano non trattenne un ultimo commento: “Gegè, sapete invece per un
momento cosa ho immaginato? Che foste monarchico”.
Gegè lo osservò e sorrise: “Ci avete azzeccato, amico mio. Del resto, come si fa a non essere
monarchici al giorno d’oggi?”.

Nel 315 d.C. fu costruito a Roma, vicino al Colosseo, il famoso Arco di Costantino. L’occasione
fu la sua vittoria nella battaglia di Ponte Milvio, combattuta contro Massenzio.

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Questo Massenzio nel 306 aveva deciso di nominarsi da solo imperatore di Roma e per più
di un lustro riuscì in effetti a governare l’Italia e le province dell’Africa. Un fatto che Costantino
non poteva proprio permettere. Una volta che Massenzio fu battuto e che la costruzione
dell’Arco fu ultimata, una scritta apparve sulle due facciate: “quod instinctu divinitatis mentis”.
E qui siamo veramente al capolavoro di Costantino. Perché scrivere “per istinto della mente
divina” sottolineava ancora una volta che da un Dio proveniva la sua vittoria. Di quale Dio si
trattasse, però, Costantino non l’ha mai chiarito. E allora ognuno pensò che fosse il proprio.
Poteva essere Giove, potevano essere Apollo o Marte, poteva anche essere la grande novità del
secolo, il Dio dei cristiani.
A conferma del fiuto politico di Costantino, c’è l’orazione da lui composta per il Venerdì
Santo, in cui è interamente citata la IV egloga virgiliana. Nella sua orazione, Costantino fu
certamente il primo imperatore a sostenere che il puer virgiliano era in effetti il Gesù Bambino
cristiano.
Dovete sapere pure che Costantino è l’imperatore che ha inventato la domenica come
giorno di festa, adeguandosi di fatto ai dogmi della dottrina cristiana. Prima di lui, non esisteva
un giorno della settimana dedicato al riposo. Costantino emanò una legge che vietava ogni
attività domenicale, compresa quella dei giudici, forse per permettere ai cristiani di recarsi in
chiesa, senza costringerli ad assentarsi dal lavoro.

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Il disegno di Dio

Per descrivere e raccontare la realtà che ci circonda, il disegno è il mezzo più immediato. Per
questo i graffiti e gli affreschi sono le prime testimonianze che restano della cultura cristiana.
Consiglio a chiunque ne abbia la possibilità di visitare quanto prima le catacombe di
Priscilla a Roma. Fra le tante meraviglie che si possono ammirare al suo interno, c’è anche il
famoso cubicolo della Velata. Qui si trova un affresco bellissimo del Buon Pastore, che porta
una pecora del suo gregge sulle spalle. Quello non è un pastore qualsiasi ma Gesù in persona.
Dovete sapere che gli antichi cristiani non raffiguravano mai la divinità, e questo perché
riprodurre un’immagine sacra era ritenuto un peccato grave di idolatria.
Ma pure quando scatta una censura, e se ne sono viste in ogni epoca, resta la necessità
spirituale dell’uomo di raffigurare l’elemento sacro. È anche per questo che devono essere nate
le metafore, le allegorie, le similitudini, e tutti quei sotterfugi che chiamiamo “retorica”. Ditemi
che cosa sono, se non strumenti che permettono di raccontare un fatto facendo finta che se ne
sta raccontando un altro.

Vi stavo dunque parlando del Buon Pastore che, nei primi secoli del cristianesimo, era la sola
immagine di Cristo che un artista potesse permettersi di raffigurare. Vedete, tutto questo
discendeva dai precetti dell’antica tradizione ebraica, che vietava qualsiasi rappresentazione del
divino. Guai a chi si permetteva di disegnare una figura o di creare un’immagine a cui attribuire
un significato sacro: veniva immediatamente punito.

Si parla spesso di come il Dio ebraico, il Dio dell’Antico Testamento, sia del tutto diverso da
quello misericordioso a cui noi cristiani siamo abituati. Era senza dubbio severo e implacabile.
Sempre a questo proposito, è indicativo l’episodio di Mosè e del vitello d’oro, riportato nel libro
dell’Esodo.
Invece, la cultura greca e quella latina non erano così rigide. Anzi, al contrario,
promuovevano la fabbricazione di quelli che gli Ebrei chiamavano “idoli” come forma d’arte e
d’artigianato. Quegli idoli, dunque, potevano tranquillamente essere adorati e questo serviva a
mantenere vivo il culto.
Perciò, nella cristianità dei primi secoli, c’erano due anime, proprio perché convivevano
queste due eredità. Da un lato c’era la tradizione ebraica dell’Antico Testamento, che vietava
ogni tipo di raffigurazione e di creazione di idoli, dall’altro lato c’era la tradizione greca e latina,
su cui pure il cristianesimo si innestava, che invece praticava abbondantemente l’arte della
raffigurazione sacra.
A questo punto, sarebbe anche inutile aggiungere che se oggi abbiamo un forte desiderio del
presepe e dei suoi pastori lo dobbiamo alla seconda delle due anime, cioè alla nostra eredità
religiosa di stampo greco-latino.

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Nei primi secoli dopo Cristo, quando il credo cristiano si diffonde, non c’è né fotografia né
cinema. Naturalmente, non potevano esserci nemmeno nell’epoca in cui è vissuta la Sacra
Famiglia. Allora possiamo chiederci: chi ci ha detto com’era fatto Gesù? A chi si sono ispirati i
pittori e gli scultori per avere l’identikit delle figure divine?

Inizialmente, pure gli artisti figurativi cristiani si mantengono molto prudenti. Non si
permettono di raffigurarlo con l’aspetto di un uomo, ma scelgono simboli. Un po’ per paura
delle persecuzioni, un po’ per le censure religiose.
Vi ho già parlato del Buon Pastore, ma ce ne sono altri. Un simbolo molto diffuso si serviva
dell’immagine di un pesce. Proprio così. Ora, che fosse una triglia o un merluzzo, non ve lo so
dire, fatto sta che era usatissimo. Tant’è vero che la parola greca ichthys, che significa “pesce”, è
data dalle iniziali della formula “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Capisco che qualcuno ne
voglia sapere di più, e sono pronto ad accontentarlo. La formula in greco è Ἰησοῦς Χριστός Θεού
Υιός Σωτήρ, che traslitterata nell’alfabeto latino diventa Iesoùs Christòs Theoù Yiòs Sotèr.
Ed ecco anche l’immagine del pesciolino che, in realtà, quando appariva, doveva essere letta
come Gesù Cristo.

Ma sarebbe interessante a questo punto soffermarci un po’ sull’aspetto di Gesù. Nessuno dei
Vangeli canonici dice qualcosa sulla sua immagine, tutti i quattro Evangelisti si attengono
probabilmente alle indicazioni della legge ebraica e si guardano bene dal descriverne le
sembianze.
A quell’epoca, in effetti, non esisteva alcuna iconografia legata al Gesù come lo
immaginiamo oggi, cioè un tipo piuttosto alto e magro, biondino, con i capelli lunghi e la barba.
Questo modello di riferimento ci fa capire che alla fine ha prevalso l’ideale della cultura
greca e il suo amore per la bellezza e l’armonia. Insomma, la classica vanità di noi occidentali.
Vi spiego perché. Quando si cominciò a sentire l’esigenza di dare un volto a Gesù, nacquero
due correnti di pensiero. Una sosteneva che Gesù doveva per forza essere brutto e addirittura
un po’ storpio. “Uh, Gesù! E perché?” si chiedevano gli altri. “Quello è il figlio di Dio e noi lo
facciamo fetente e scartellato?” “Si capisce” rispondevano questi “il motivo è nel libro del
profeta Isaia, basta andarlo a leggere. Lui aveva predetto che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato
soltanto un servo, un servo vile e lacero.”
Ma c’erano quelli che si ispiravano invece alle pagine del Salmista, nelle quali si diceva
espressamente che Gesù era di aspetto meraviglioso. Ma attenzione, anche qui la bellezza non
era quella… che so… di un Mastroianni o di un Brad Pitt. No, i Salmi intendevano una bellezza
divina. Di che cosa si trattasse, e come potesse essere raffigurata, è chiaro che nessuno l’aveva
capito…
Col passare del tempo cresceva la tendenza a disegnarlo in modo figurativo, non più
attraverso simboli e cristogrammi. Non vi so dire cosa avrebbe risposto Gesù, se l’avessero
interpellato. Se preferiva essere rappresentato come un pesciolino o se era pronto a entrare nei
panni di un essere umano.
Eusebio di Cesarea, che fu vescovo e uno dei Padri della Chiesa, apparteneva con grande

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convinzione al “partito della bruttezza”, tanto che decise di ritrarre un Gesù storpio. Non vi
dico poi il grande teologo Clemente Alessandrino, vissuto un poco prima di Eusebio, che decise
che le deformità di Cristo dovessero essere ben evidenti già nel viso. Lo stesso san Giustino, che
in quanto santo doveva stare dalla parte di Gesù, non sentiva ragioni e sosteneva che bisognava
farlo brutto e storto.
Intanto, si faceva strada pure un altro dilemma. Il Gesù delle raffigurazioni, quanti anni
doveva avere? Non si misero d’accordo almeno per un paio di secoli, dal IV al VI d.C. C’era chi
lo vedeva adolescente, con la faccia di un ragazzino, e chi lo ritraeva già uomo fatto, quindi con
la barba folta e lunga.
Qui entra in gioco il famoso Mandylion di Edessa, di cui abbiamo notizie fin dal VI secolo.
Vi dico subito che si tratta di un fazzoletto. Molti sono sicuri che in realtà fosse la Sindone, e che
il lenzuolo fosse stato ripiegato in modo da formare otto strati sovrapposti. Avrete già capito
che su questo fazzoletto, per molti secoli conservato in una città turca che si chiama Edessa, era
impresso il viso di Cristo. Un viso da uomo adulto, con la barba e i capelli lunghi. Quando fu
scoperto, la fazione del Gesù barbuto ottenne la sua grande vittoria. Quindi, possiamo dire che
il Gesù che noi oggi siamo abituati a immaginare lo dobbiamo al ritrovamento del Mandylion
di Edessa.

La Natività
Sempre nelle catacombe di Priscilla, di cui vi ho già parlato, si trova la cosiddetta Cappella
Greca. Ora, per chi non lo sapesse, questa Cappella ha un interesse storico enorme per tutti
quelli che come me amano il presepe. Su una delle pareti dell’ingresso c’è, infatti, un affresco
che, a quanto si dice, sarebbe il più antico mai ritrovato sulla Natività. Sto parlando
dell’Adorazione dei Magi, che a detta degli esperti dovrebbe essere del III secolo d.C., secolo più
secolo meno. La Madonna è seduta e regge il bambino tra le braccia, mentre alla sua destra
stanno arrivando i Magi per adorare il Salvatore appena nato. Ciò detto, la Vergine appare con
il capo scoperto, e la studiosa Maria Giovanna Muzj, nel saggio La prima iconografia mariana,
ci fa notare che nel mondo antico la regola voleva che le donne sposate tenessero sempre il capo
coperto.

A Roma, e nel mondo antico in generale, la buona educazione voleva che in pubblico le donne
sposate tenessero il capo coperto. […] Le giovani prima del matrimonio uscivano invece a capo
scoperto. Nell’ambiente cristiano, Tertulliano in particolare, ci informa che le vergini consacrate
portavano il velo come le sposate e che era considerato più conforme alla modestia cristiana che
già le donne fidanzate uscissero velate. Il fatto che nelle catacombe la Vergine Maria compaia
spesso a capo scoperto può essere un modo per indicare simbolicamente la sua integrità verginale.

Un’Adorazione dei Magi che risale a meno di un secolo dopo è stata ritrovata pure nelle
catacombe dei SS. Pietro e Marcellino. E qui la Madonna col bambino in braccio sono collocati
nella scena al centro dell’immagine e, probabilmente per motivi di spazio, i Magi non sono tre,
ma soltanto due.

Poi, nel corso dei secoli le raffigurazioni della Natività sono pian piano cambiate, soprattutto
nel modo di rappresentare i Magi, che inizialmente era di chiara derivazione persiana.
Portavano, infatti, un berretto frigio simile a quello dei galeotti liberati durante la Rivoluzione

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francese. In più, indossavano tuniche corte e pantaloni aderenti. Pantaloni che i greci
chiamavano anassiridi, un capo di abbigliamento tipico dei barbari provenienti dall’Oriente.

Più tardi, a partire dal periodo bizantino, i Magi venivano raffigurati con indumenti sontuosi,
simili a quelli dei sacerdoti delle corti imperiali, facendoli apparire come dei re. Il loro arrivo
alla Grotta è quindi segno della sottomissione di re e sacerdoti alla divinità di Cristo.
Queste tre figure sono diventate soprattutto un simbolo di ricchezza. Con i doni che
portarono a Gesù, i Magi hanno proseguito la tradizione del regalo.
L’abitudine era nata addirittura in epoca precristiana, grazie alla devozione per i Lari, di cui
abbiamo parlato. Infatti, era tradizione che i bambini della Roma antica nei giorni del solstizio
d’inverno si occupassero di spolverare e riordinare l’altarino domestico dove questi Lari erano
esposti. Pensavano ad abbellirlo e ravvivarlo con l’aggiunta di statuette nuove che
rappresentavano animali, chiusi nei loro recinti.
La parola “recinto” è una delle nostre parolechiave. Deriva, infatti, etimologicamente da
praesepes, termine formato da prae che vuol dire “innanzi”, e da saepes che vuol dire “recinto”.
Ma chissà perché oggi qualcuno dice “presepe” e altri “presepio”. Mi piacerebbe sapere il
motivo, di certo però è che si può dire in tutti e due i modi.

Una volta sistemati i Lari, era usanza banchettare, proprio come facciamo noi, per festeggiare le
giornate che si allungavano, quindi il periodo che noi chiamiamo solstizio d’inverno, e il ritorno
della stagione della semina. In cambio della cura dei Lari, i bambini ricevevano anche dei
piccoli doni dai parenti in visita.
Questo accadeva nel giorno della Sigillaria, quando le famiglie romane si scambiavano
sigilla, ovvero statuette di coccio che rappresentavano gli antenati morti e che erano ritenute di
buon augurio.

Per fortuna, quei doni erano senza confezione. Avete mai partecipato a una festa di Natale dei
giorni nostri?
Dieci amici si scambiano 90 pacchettini regalo (dieci moltiplicato nove). Venti amici se ne
scambiano 380. Trenta amici se ne scambiano 870. Il che, in pratica, vuol dire 870 scatole vuote
che restano per terra, insieme alle carte d’imballaggio, ai nastri e ai fiocchettini colorati, alla
paglia e a chissà quante altre cose inutili. Il tutto, poi, da buttare il giorno seguente.
Tutto questo perché? Per dare al destinatario del regalo l’emozione dell’apertura. L’aspetto
tragico, poi, si presenta alla fine della festa, con tutto quel di più sparso per terra che nessuno ha
voluto.

Ora, però, torniamo ai Magi, e ai regali che portarono nella Grotta. Non erano doni che si
potevano mangiare, e purtroppo nemmeno con cui ci si potesse coprire e difendere dal freddo.
Perché, diciamo la verità, è assai probabile che in una serata come quella Maria e Giuseppe
avessero soprattutto una certa fame. Per carità, credo siano stati felici di vedere che arrivavano
dei re e che omaggiavano il loro bambino con oro, incenso e mirra.

I regali sono diventati uno dei simboli degli eccessi della nostra epoca, della nostra voglia di
avere oggetti e della voglia altrettanto forte di liberarcene il più presto possibile.
E qui lasciatemi aprire una parentesi sugli sprechi. Pensate quanti sono i doni che riceviamo
e che mettiamo da parte prima di averli usati anche una volta sola. Da qualche decennio a

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questa parte abbiamo imparato a comportarci in questa maniera pure con gli alimenti. Ci
sediamo a tavola e siamo ormai abituati a vedere davanti a noi molto più cibo di quanto ne
basterebbe a nutrirci. Così è diventato normale non mangiare una buona parte di quello che
troviamo a tavola, ma un tempo non era così. Un tempo non si buttava come si butta oggi.
Mia madre, donna dell’Ottocento, da nubile in un ristorante non c’era stata mai. Ragione per
cui quando, durante il viaggio di nozze, alla fine del pranzo, servirono in tavola un’enorme
fruttiera ricolma, lei ritenne che fosse suo dovere mangiare tutta la frutta che avevano portato,
fino all’ultima ciliegia.
“Eugè” disse a un certo punto a mio padre “mangiane un poco pure tu, perché io da sola non
ce la faccio.”

Ora, però, torniamo alla Natività e al modo di rappresentare la Sacra Famiglia. Questo filone
artistico proseguì nei secoli successivi, e fu sempre più fiorente e abbondante. Ebbene, a me
sembra abbastanza evidente che le immagini rinvenute nelle catacombe fossero il vero modello
del presepe, che sarà poi utilizzato nella tradizione successiva.

Dovete sapere, infatti, che durante il pontificato di Teodoro I, che durò dal 642 al 649 d.C.,
nella basilica di Santa Maria Maggiore vennero portate delle reliquie molto preziose. Erano in
pratica assi e tavole di legno, che si diceva avessero fatto da culla a Gesù. Sempre perché si
sappia, quelle reliquie sono ancora visibili in una cripta della Cappella Sistina.
La notizia di quel ritrovamento eccezionale scatenò ancora di più l’ispirazione dei pittori, e
questo a sua volta fece aumentare il numero delle opere sulla Natività.
E sempre a questo proposito, in quella stessa Basilica, chiamata per questo anche Cappella
ad praesepium, si può ancora vedere il famoso presepe scolpito alla fine del XIII secolo da
Arnolfo di Cambio. Deciso a valorizzare le reliquie provenienti dalla Grotta, papa Niccolò IV
commissionò il lavoro al famoso scultore.
Per secoli, quello di Arnolfo è stato ritenuto il primo vero esempio di presepe della storia.
Qualcuno non è d’accordo e storce il naso, il motivo è che in realtà i pastori del presepe di
Arnolfo non erano vere e proprie statue, ma altorilievi ai quali solo successivamente fu scolpito
anche il dorso.

Ormai siamo arrivati al periodo di san Francesco d’Assisi, l’uomo che un giorno decise di dare
agli altri tutte le sue ricchezze.

Io ho avuto uno zio, chiamato Bebè da tutti noi della famiglia, che era una specie di san
Francesco al contrario: prendeva dagli altri tutte le ricchezze possibili.
“Giulia” disse un giorno a mia madre “a fine maggio sono andato a trovare la nonna e
uscendo mi sono portato appresso quel bel lume che aveva nel salotto buono. Tanto ho pensato:
quella mo si va a fare i bagni a Ischia e fino a settembre non se ne accorge. Se mi presti
cinquecento lire, evitiamo un dispiacere alla nonna.”
“Cinquecento lire?” chiese mia madre. “E che ci devi fare?”
“Vado al Monte di Pietà e mi riprendo il lume. Così lo rimetto sul comò.”
Bebè si prese le cinquecento lire di mia madre e lasciò che la nonna vivesse serenamente il
suo dispiacere. Al Monte dei Pegni non andò mai, il lume in realtà se l’era già venduto a un
antiquario di via Chiatamone per cinquemila lire.
Stette pure in galera per un paio di giorni, per aver truffato una vedova con la quale era stato

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fidanzato due anni. La poverina tornò a casa dopo una lunga degenza in clinica e non trovò più
i mobili. Zio Bebè se li era venduti tutti a un rigattiere della zona.
“La colpa non è mia” spiegò ai carabinieri che l’andarono a prendere “la colpa è del
primario. A Maddalena aveva diagnosticato un male incurabile, il dottor Santini in persona mi
aveva assicurato che non ne sarebbe uscita viva. Quel giorno piansi pure, me lo ricordo
benissimo. Del resto, io a Maddalena ho sempre voluto bene. Poi è successo il miracolo: la
diagnosi era sbagliata. Che ci posso fare io se quella cretina, invece di essere contenta, mi è
venuta a denunciare?”

A san Francesco un giorno venne un’idea che mai nessuno aveva avuto prima. Un’idea, in
parole povere, nata da un bisogno dovuto alla sua profondissima devozione. Ogni giorno
voleva dedicare un omaggio a Dio. Così una mattina gli venne in mente che sarebbe stato bello
ricreare la scena della nascita di Gesù. Andò, infatti, dai suoi seguaci più stretti e fece in modo
che ognuno di loro interpretasse un ruolo, come se dovesse recitare a teatro il giorno della
Natività.
Il debutto del presepe vivente di san Francesco, il primo della storia, avvenne a Greccio, nei
pressi di Rieti, nel 1223. E non basta: era anche la notte di Natale.
Per coprire tutti i ruoli che gli parevano necessari, aveva bisogno di molte persone, perciò si
fece aiutare dalla popolazione locale e dal feudatario della zona, tale dottor Ernesto Velita.
Francesco andava di qua e di là sulla scena, sistemando personaggi e pastori al loro posto.
Utilizzò una sola statuetta, quella di Gesù. La leggenda dice che proprio Francesco la reggeva
tra le mani e che a un tratto la posò nel fieno della mangiatoia. Ma a questo punto, la statua
prese vita.
È l’episodio che probabilmente più di ogni altro inaugura la lunga storia del presepe.

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Il Presepe napoletano e le sue origini

È questo il momento d’accennare a un’altra costumanza popolarissima fra i napoletani: si tratta dei
presepi, che si vedono in tutte le chiese durante le feste di Natale e che rappresentano
l’adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, in gruppi più o meno completi di figurine abbigliate
riccamente e vistosamente. Fin sui tetti a terrazza dell’allegra città si allestisce questa esibizione;
entro una leggera impalcatura a forma di capanna, ornata di piante e d’arbusti sempreverdi, si
collocano la Vergine, il Bambino e tutti gli altri partecipanti, posati a terra o svolazzanti nell’aria, in
splendide vesti, per le quali i padroni di casa spendono grosse somme. Ma un tocco d’inarrivabile
bellezza all’insieme è dato dallo sfondo che raffigura il Vesuvio con i paesi circostanti.

Nessuno poteva dirlo meglio di Goethe. E infatti lascio volentieri a Goethe la prima vera
descrizione del presepe che appare in questo libro. Quando raccontò del suo famoso viaggio in
Italia, lo scrittore tedesco riferì di essere rimasto colpito da questa strana usanza napoletana:
riprodurre nel presepe la scena della Natività e darle come contorno il paesaggio cittadino.
Alcuni anni fa, a Napoli, e per la precisione a San Gregorio Armeno, un signore dal chiaro
accento settentrionale si avvicinò alla bottega di mast’Andrea. Mast’Andrea è uno dei più
stimati presepisti della zona.
“Brav’uomo, io vorrei acquistare un presepe.”
“Lo volete comprare o lo volete ordinare?”
“Ne vorrei comprare uno che non costi troppo, ne avete qualcuno già confezionato da farmi
vedere?”
“Per quelli confezionati, signore mio, dovete andare alla Upim. Qui li facciamo solo su
misura. E poi, senza che perdiamo tempo: vuje già ’o tenite ’o scoglio?”
“Lo scoglio? E che cos’è lo scoglio?”
“Quello è il punto di partenza. ’O scoglio è la base rocciosa del presepe.”
“Giovanotto, forse non mi sono spiegato, ma io vorrei comprare un presepe napoletano, un
presepe normale.”
“Sì, questo l’ho capito, ma un presepe normale non esiste. ’A ’rotta comm’ ’a vulite?”
“La rotta?”
“Sì, la grotta. ’A vulite cu ’e moschelle o senza ’e moschelle?”
“Le moschelle? Che cosa sono?”
“Sono i pastori più piccoli, quelli che devono sembrare lontani.”
“Oddio, ma è veramente tutto così complicato? Forse è meglio che a questi dettagli ci pensi lei
che è un esperto.”
“Dottó, non ve ne incaricate, questo sarà un pensiero mio. Io però ci metto dentro anche ’o
cacciatore c’ ’o fucile, ’a tavulella cu’ ’e ddoje coppie assettate, ’o mellunaro, ’o verdummaro, ’o

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chianchiere, ’o baccalaiuolo, quacche piennolo…”
“Si fermi, brav’uomo! Occorre veramente tutta questa roba, perbacco?”
“E vabbè, ci metto pure a Cicci Bacco.”
“Ma il tutto quanto mi verrà a costare?”
“Voi di questo non vi dovete preoccupare. Io vi faccio il presepe più bello che avete mai visto.
Vuje pensate a’ salute.”

La praticità di mast’Andrea e la raffinatezza descrittiva di Goethe, messe insieme, ci raccontano


il mondo del presepe napoletano. Da quello popolare a quello settecentesco.

Il presepe come lo intendiamo oggi ha un’origine molto remota. Ma da qualunque parte la


guardiamo, si tratta di un’origine napoletana. Pensate, bisogna andare indietro fino al
lontanissimo 1025, cioè un millennio fa, per trovare la prima testimonianza scritta
dell’esistenza di un presepe vero e proprio. A Napoli, naturalmente, in una chiesa che doveva
chiamarsi per forza Santa Maria del Presepe. Mi dicono, infatti, che tempo fa è stato recuperato
un documento che contiene la descrizione di questa prima rappresentazione della Natività.
E non basta, la napoletanità del presepe è una questione anche linguistica. Le parole latine di
cui vi ho detto, cioè prae e saepes, da cui discende il vocabolo attuale, furono italianizzate
proprio a Napoli. Il suono presepe piacque subito all’Italia intera, così la parola fu approvata e
si diffuse dappertutto.
Più tardi, nel XIII secolo, successe un fatto curioso. Sul trono del Regno di Napoli c’era la
famiglia d’Angiò, più noti come Angioini. Erano venuti dalla Francia e si erano impadroniti dei
territori dell’Italia meridionale quando, guidati dal conte Carlo d’Angiò, sconfissero gli Svevi
che erano nemici acerrimi del papato, e li cacciarono dalla Sicilia e dall’intero Sud. Ora, dovete
sapere che i d’Angiò avevano tra i loro domini anche il trono d’Ungheria e, quando un ramo
della famiglia si trasferì, portò lì con sé alcuni presepi napoletani. Dopodiché, quando li
mostrarono ai dignitari ungheresi, questi chiesero come si chiamavano tali meraviglie che non
avevano mai visto prima. Volevano sapere, infatti, quale fosse il loro nome e la loro origine. “Le
fanno a Napoli” fu la risposta “e laggiù le chiamano presepi.” Non vi so dire perché, ma pare
che da allora gli ungheresi abbiano deciso di non tradurre quella parola nella loro lingua. Ed è
questo il motivo per il quale, se voi dite “presepe”, a Budapest vi capiscono tutti.

Ora, però, è arrivato il momento di chiarire quali sono le differenze tra il presepe popolare e il
presepe settecentesco.

Il presepe popolare

“Ma a te te piace ’o presepe?”


“No, nun me piace. Io voglio ’a zuppa ’e latte!”

Questo è il famoso scambio di battute fra Luca Cupiello e Tummasino, detto Nennillo,
rispettivamente padre e figlio in Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo.
Ci riporta a Napoli e al presepe popolare. La commedia di Eduardo, famosa per la sua
bellezza, è anche una straordinaria celebrazione del presepe, quello che i napoletani fanno ogni
anno in casa propria, e al quale finiscono poi per affezionarsi.
Natale in casa Cupiello doveva essere inizialmente un atto unico, ma quando fu

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rappresentata il 25 dicembre del 1931 al Kursaal di Napoli fu un trionfo così enorme che anche
il direttore del teatro si entusiasmò. Prolungò subito il contratto con la compagnia di Eduardo,
il quale trasformò la commedia in un’opera in tre atti. Con lui c’erano anche Titina e Peppino,
per la prima volta si esibivano tutti insieme col nome Teatro Umoristico “I De Filippo”.
L’accordo con loro era di nove giorni e diventò di cinque mesi.

Giunti a questo punto, dobbiamo dire che il presepe popolare conserva tuttora una funzione
religiosa, più o meno simile a quella dei Lari degli antichi Romani: è il luogo centrale della festa
natalizia, una specie di altare domestico. È il fermo-immagine, che ogni famiglia accoglie in
casa, del momento fondamentale del mistero cristiano. Qualcuno lo ha definito “traduzione del
Vangelo in dialetto”. Qui la manifattura dei pastori è semplice, artigianale, sempre popolare e
veniva realizzata in legno in un primo periodo, successivamente in terracotta. L’idea con cui
nasce e viene realizzato, perciò, è molto diversa dal presepe settecentesco.

Che cosa sia il presepe popolare noi lo apprendevamo ogni anno in casa nostra con zio
Alfonso, quando lui stesso tirava fuori lo scatolone natalizio.
Ogni pastore di zio Alfonso aveva la sua storia. Qualcuno era addirittura immortale: anche
se nel corso della vita avevano perso qualche pezzo, continuavano a fare il loro dovere sul
presepe. Un pastore senza una gamba veniva strategicamente piazzato dietro un cespuglio. E
quello senza un braccio lo si nascondeva per metà dietro un albero. Avevamo un pastore
soprannominato Pasqualino Passaguai, che col tempo aveva perso l’ottanta per cento del
proprio corpo, e precisamente le gambe, le braccia e buona parte del busto. Ciononostante, zio
Alfonso lo collocava dietro una finestrella, in modo che facesse capolino solo con la testa.
E poi c’erano tante altre piccole astuzie, alle quali eravamo tutti molto affezionati, tipo
l’enteroclisma nascosto dietro le montagne per avere l’acqua del fiumiciattolo, che scorreva
veramente, e le lampadine dietro il fondale di carta bucherellato per fare le stelle. “I buchi delle
stelle” diceva zio Alfonso “devono essere piccoli, anzi piccolissimi. Più sono piccoli, e più la luce
si rifrange sui bordi. E allora sì che sembrano stelle.”
Il fondale, in genere, lo si faceva con la carta dei maccheroni: quella di colore blu, che si
usava una volta negli anni Trenta per avvolgere la pasta. Approfitto dell’occasione per inviare
un affettuoso saluto alla carta dei maccheroni della mia prima giovinezza. Spero tanto che
qualcuno la rimetta in commercio.

Presepe settecentesco
Dal Seicento in poi, il presepe, per la prima volta nella sua lunga storia, si diffuse un po’
dappertutto. A partire da questo periodo, la raffigurazione della Natività, infatti, non fu più
qualcosa che riguardava solo le chiese e i luoghi di culto, dove fino a quel momento i presepi
venivano allestiti. Ora si apre una fase nella quale il presepe comincia a essere apprezzato anche
dai ricchi, e mi riferisco soprattutto alla nobiltà napoletana. Anzi, in molti di loro si scatenò una
vera e propria passione che li spinse a commissionare i presepi e a pagare profumatamente gli
artisti e gli artigiani più bravi a realizzarli.
Tutto ciò sfrenò l’ingegno di questi abilissimi scultori, i quali, attorno alla scena originaria
della Natività di Gesù, iniziarono a creare sfondi sempre più belli da vedere. Nacque anche
l’abitudine di sistemare il presepe in modo tale da fare di Napoli un suggestivo fondale, con il
suo Vesuvio come cornice della Grotta in cui Cristo era nato.

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Arriviamo così al Settecento, periodo in cui si presenta a Napoli Carlo III di Borbone. Molti lo
considerano il secolo d’oro nella storia della città. Napoli in questi anni è una capitale fiorente,
almeno per quello che riguarda la corte e i nobili che frequentano l’ambiente dei regnanti. Del
resto, è il periodo nel quale venne realizzata la gran parte degli edifici più prestigiosi della zona:
le regge di Caserta, di Capodimonte e di Portici, la Casina Vanvitelliana, le ville del Miglio
d’Oro a Ercolano. Lo stesso Palazzo Reale napoletano, quello di piazza del Plebiscito, fu in
pratica rifatto da cima a fondo nel Settecento dagli architetti di Carlo III.
In un clima come questo, anche l’arte del presepe ebbe la sua piena esplosione. Ma nel
Settecento il presepe perde gran parte del suo ruolo religioso. Tutto assume un’aria laica e
diventa un passatempo dell’aristocrazia napoletana, che esibisce la propria ricchezza anche con
il presepe. Addirittura i ricami degli abiti in seta dei “pastori vestiti” erano di oro autentico.
Così se il presepe settecentesco è pomposo e barocco, quello popolare resta devozionale e
sempre legato al rito natalizio.
Proprio a questo proposito, vi voglio raccontare la storia di Maria Francesca delle Cinque
Piaghe, una sarta specializzata nel confezionare abiti per le statuine di Gesù.
Si dice che nel Natale del 1787, mentre Maria Francesca stava infilando un abito al
Bambino, la statuina abbia mosso le braccia aiutandola a farsi vestire. Se andate nei Quartieri
Spagnoli di Napoli, in vico Tre Re a Toledo, dove abitava e lavorava Maria Francesca, poi
diventata santa, c’è una sedia sulla quale ancora oggi molte donne che non riescono ad avere
figli si siedono, sperando nel miracolo.

Con i Gesuiti, arrivati a Napoli già nel Seicento, la grotta del presepe, fino ad allora luogo della
Nascita, si trasforma in un tempio in rovina, a significare la definitiva disfatta del paganesimo.
E per portare Gesù nelle case di tutti, si servirono del presepe, diffondendo l’usanza tra le
famiglie di costruirselo in casa. Vi dico subito che non sono neutrale, io tifo apertamente per il
presepe popolare. Il motivo risale alla mia tradizione familiare, il presepe popolare è quello di
zio Alfonso e quindi della mia infanzia. Al presepe settecentesco ruberei lo sfondo col golfo di
Napoli e il Vesuvio alle spalle, possibilmente col pennacchio. Ma, sia chiaro, so perfettamente
quanta perfezione stilistica c’è nella gran parte dei presepi del Settecento, e quanto abili sono gli
artigiani che ancora oggi li realizzano.

Non so quanti di voi abbiano avuto la fortuna di visitare il Museo nazionale bavarese a Monaco
di Baviera. Lì è esposta una quantità enorme di testimonianze dell’arte presepiale napoletana
del Settecento e dell’Ottocento. In nessun altro luogo del mondo, Napoli compresa, c’è una
collezione di presepi così completa e affascinante. E mi dicono che tutto ciò è dovuto a un tale
di nome Max Schmederer, morto poco meno di cento anni fa.
Questo signor Schmederer era un ricco commerciante tedesco, con la passione del
collezionismo. Naturalmente siccome era un uomo piuttosto abile, si rivolgeva soprattutto a
quei nobili che avevano sperperato i patrimoni di famiglia e che perciò avevano urgente
bisogno di denaro. Soprattutto dalle loro collezioni, il furbo Schmederer acquistava pastori
pregiati e li accumulava nella sua casa in Germania. Quando si sentì vicino alla morte, decise di
donare tutto al Museo di Monaco, affinché il mondo potesse ammirare le meraviglie dell’arte
napoletana del presepe. Ma decise di fare la donazione a una condizione. “Do tutto a voi, a
patto che sia io a decidere in quale sala del museo e in che modo saranno sistemate queste
meraviglie prodotte a Napoli” disse ai responsabili del museo. La direzione del Museo bavarese
accettò e diventò proprietaria di questo tesoro.

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Chiariamo che un museo con una splendida e ricchissima collezione di presepi ce l’abbiamo
pure a Napoli e mi riferisco al Museo della Certosa di San Martino, nella zona del Vomero. Qui
ci sono i cosiddetti “scarabattoli”, cioè le vetrinette al cui interno originariamente si
conservavano e si esponevano i pastori.
Il pezzo più pregiato e famoso che troverete a San Martino è sicuramente il presepe di
Cuciniello. Forse non sono tanti a sapere che questo presepe prende il nome da un napoletano,
Michele Cuciniello, vissuto nel XIX secolo. Cuciniello era in realtà uno scrittore di opere
teatrali, ma anche lui adorava i presepi e cominciò a collezionarli. Proprio come sarebbe poi
accaduto a Schmederer, dieci anni prima di morire, Cuciniello affidò al Museo di San Martino
tutto ciò che aveva raccolto in una vita.
Va detto che Michele Cuciniello non si limitava ad accumulare pastori, si divertiva anche a
ideare le scene che poi lui stesso realizzava sui suoi presepi, usando le statuette dei pastori come
fossero attori delle sue commedie. Pare che non fosse solo, quando progettava questa specie di
regia del presepe.
Le scene avevano come autori anche un architetto di nome Fausto Nicolini, il drammaturgo
Luigi Masi e un tale Luigi Farina, del quale si legge la firma sullo sfondo del paesaggio roccioso.

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I personaggi

Vi parlerò del presepe e dei presepisti. La suddivisione in presepisti e alberisti è tanto


importante che, secondo me, dovrebbe comparire sui documenti di identità come il sesso e il
gruppo sanguigno. Eh già, per forza, perché altrimenti un povero dio rischierebbe di scoprire
solo a matrimonio avvenuto di essersi unito a un cristiano di tendenze natalizie diverse.
Adesso sembra che io esageri, eppure è così: l’alberista si serve per vivere di una scala di
valori completamente diversa da quella del presepista. Il primo tiene in gran conto la Forma, il
Denaro e il Potere; il secondo, invece, pone ai primi posti l’Amore e la Poesia.
Tra le due categorie non ci può essere colloquio, uno parla e l’altro non capisce. La moglie
vede che il marito fa il presepe e dice: “Ma perché invece di appuzzolentire tutta la casa con la
colla di pesce, il presepe non lo vai a comprare già bello e fatto all’Upim?”. Il marito non
risponde. Già, perché all’Upim si può comprare l’albero di Natale, che è bello solo quando è
finito e si possono accendere le luci, il presepe invece no, il presepe è bello quando lo fai o
addirittura quando lo pensi. “Adesso viene Natale e facciamo il presepe.”
Quelli a cui piace l’albero di Natale sono solo dei consumisti. Il presepista, invece, bravo o
non bravo, diventa creatore e il suo Vangelo è Natale in casa Cupiello. I pastori devono essere
quelli di creta, fatti un poco brutti e soprattutto nati a San Gregorio Armeno, nel cuore di
Napoli, e non quelli di plastica che vendono all’Upim, e che sembrano finti; i pastori debbono
essere quelli degli anni precedenti e non fa niente se sono quasi tutti scassati, l’importante è che
il capofamiglia li conosca per nome uno per uno e sappia raccontare per ogni pastore “nu bello
fattariello”: “E questo è Benino che non teneva voglia di lavorare e che dorme sempre e questo è
il padre di Benino che pascola le pecore e queste sono le pecore e questo è il cacciatore con il
fucile e questo è il prete che legge il giornale e questa è la lavandaia che fa il bucato e questi sono
i suonatori di cornamuse e questa è la trattoria e queste sono le stelle e questa è la luna e questa
è la grotta e questi sono il bue e l’asinello e questi sono i Re Magi e questo è san Giuseppe e
questa è la Madonna e questo è il Bambino Gesù”.
E questo sono io, un po’ avvilito in verità, perché guardandomi allo specchio mi sono
accorto che mentre il presepe è rimasto lo stesso, io invece mi sono alquanto invecchiato. Ora,
però, qualcuno mi potrebbe dire che quando nacque Gesù i giornali non erano stati ancora
inventati, che i fucili non c’erano e che forse non esistevano nemmeno le lavandaie. Ma resta il
fatto che io, il presepe, è sempre così che me lo sono immaginato e ora guai a volermelo
cambiare.
Il padre presenta i pastori ai figli più piccoli, che così ogni anno quando viene Natale li
possono riconoscere e li possono voler bene come persone della famiglia. Personaggi della vita,
anche se storicamente inaccettabili: “’O monaco e ’o cacciatore c’ ’o fucile, ’o verdummaro,
chille ca venne ’e castagne e ’o canteniere”.
Papà le casette le faceva con le scatole delle medicine e poi dentro ci metteva la luce e,

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quando durante l’anno io mi dovevo prendere una medicina, per esempio uno sciroppo che
non mi piaceva, allora lui diceva: “Questo scatolo ce lo conserviamo per quando viene Natale,
che così ne facciamo una bella casetta per il presepio, tu però bell’e papà devi finire prima la
medicina che ci sta dentro, se no papà la casarella come la fa?”.
Il presepe cominciavamo a prepararlo almeno due mesi prima, tutto avveniva in attesa di
quel solo giorno. Quando arrivava la vigilia, a mezzanotte ci mettevamo tutti in processione e
giravamo per tutta la casa cantando Tu scendi dalle stelle. Il più piccolo della famiglia avanti
con il bambino Gesù e tutti quanti dietro con una candela accesa tra le mani.

Questo è il presepe di casa De Crescenzo, ma ho anche raccolto alcune notizie e leggende per
farvi conoscere un po’ meglio la storia dei pastori più importanti che popolano il presepe
napoletano.

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Un giorno in Taverna

La taverna e l’oste
L’oste è un personaggio spesso rappresentato come poco raccomandabile, anzi pericoloso.
Nella leggenda raccontata in La cantata dei Pastori di Andrea Perrucci, Maria e Giuseppe
cercano un alloggio in quella fatidica notte del 25 dicembre, e il diavolo Belfagor, travestito da
oste, tenta di ospitarli nella sua taverna col proposito di uccidere la Madonna, perché sa che sta
per dare alla luce il Figlio di Dio. Intervengono, allora, gli Angeli e salvano Maria.
La taverna è un luogo di perdizione, in cui si beve e si mangia e si soddisfano i piaceri della
carne. Infatti, in molti presepi l’oste ha un viso rosso e paffuto. In più, nei paraggi c’è sempre
Cicci Bacco col suo fiasco in mano.
La taverna è anche il luogo nel quale si celebrano inganni e delitti, e fa da contraltare alla
purezza della Grotta della Natività.

Cicci Bacco
Al personaggio che sembra il più mondano di tutti, il grande bevitore Cicci Bacco, è assegnato
in fondo un compito delicatissimo e di altissimo significato simbolico e dottrinario.
Se ci pensate, le grandi novità della liturgia cristiana sono il senso eucaristico che assumono
il pane e il vino, in pratica l’eredità che Gesù lascia durante l’Ultima Cena. Al pane e vino che
sono corpo e sangue di Cristo, Cicci Bacco contrappone la precedente iconografia legata al dio
Bacco.
Cicci Bacco ha sempre un fiasco in mano ed è continuamente ubriaco, nessuno meglio di lui
richiama l’ebbrezza e l’estasi delle Baccanali pagane.
Il fiasco di Cicci Bacco, così come i grappoli d’uva che avvolgono la testa di Bacco, evocano
sia la vendemmia, sia le antiche feste dionisiache in cui i partecipanti si divertivano ballando e
ubriacandosi.
C’è una tradizione presepiale in cui Cicci Bacco è su un carro pieno di botti di vino, trainato
da un bue e con un codazzo di personaggi vari che suonano zampogne, pifferi e tamburi.

I Re Magi
Come succede con san Giuseppe, quasi tutto quello che sappiamo dei Magi lo abbiamo appreso
dai Vangeli apocrifi. San Matteo è l’unico dei quattro Evangelisti che fa un rapido accenno a
questi signori che vengono dal lontano Oriente.
Matteo non dice che sono tre, e nemmeno che si tratta di figure regali. In realtà, i Magi
secondo la tradizione presepiale arrivano alla Grotta con i loro doni il 5 gennaio, cioè nella
notte che precede l’Epifania, ed è quello il momento in cui in genere vanno sistemati nel
presepe. Ma c’è chi è più impaziente, e usa tre versioni diverse di Re Magi, e per la precisione
prima le moschelle, quelli piccoli che stanno ancora sulle montagne, poi i medi che stanno a

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metà strada rigorosamente a cavallo e per ultimi i grandi, ovvero quelli in ginocchio davanti
alla Grotta. E, come se tutto questo non bastasse, ognuno ha un regalo tra le mani.
Chi erano? Erano sciamani studiosi di astronomia e rappresentano la congiunzione tra la
nuova religione cristiana e gli antichi culti misterici orientali. Simboleggiano anche l’omaggio
che giunge al nuovo Messia dai tre continenti conosciuti a quel tempo.
Vediamo i Magi uno a uno.
Gaspare è il personaggio che proviene dall’Asia, quindi alla sua statuina si dà generalmente
l’aspetto di un orientale. È lui che porta l’oro, simbolicamente associato al fatto che il Gesù
nascente era un re.
Baldassarre è il Magio nero, perciò sul suo conto sappiamo che viene dall’Africa. Porta
l’incenso, che era usato come effluvio sacerdotale, omaggio alla divinità di Cristo. Nei presepi
dei secoli scorsi, Baldassarre si accompagna spesso a una Re Màgia, che ci ricorda la Luna e
viaggia su una portantina.
Melchiorre è apparentemente il più anziano dei tre, ha la pelle e la barba bianca, e giunge
dall’Europa. Il suo dono è la mirra, che era un unguento aromatico utilizzato soprattutto per
imbalsamare i defunti. Ciò indicherebbe l’omaggio al dominio di Gesù sul tempo e alla sua
vittoria sulla morte. Ma è anche un’anticipazione della crocifissione scritta nel suo destino.

Stefania
Questa signorina, anzi dovrei dire signora, è la madre di un sasso. Vuole recarsi alla grotta di
Gesù, ma gli angeli non glielo permettono, perché alle donne non sposate era proibito visitare la
Madonna. Stefania, allora, fascia una pietra affinché sembri un neonato e finge di essere madre.
La leggenda non finisce qui, a un certo punto la pietra prende vita. Sapete come? Con uno
starnuto. Il sasso diventa un bambino, anzi diventa santo Stefano. Nasce, infatti, un giorno
dopo Cristo e lo festeggiamo il 26 dicembre.
Secondo una diversa tradizione, Stefania era sterile ma col trucco della pietra in fasce si
introdusse nella Grotta, dove Maria le sorrise e le predisse per il giorno successivo la nascita di
Stefano, il bambino che lei tanto desiderava.

Ora, il ruolo simbolico di Stefania riguarda proprio la pietra, la pietra che a un certo punto
diventa uomo.
Per capire bene il significato e l’origine di tutto ciò, dobbiamo rifarci al famoso mito di
Deucalione, nella versione raccontata da Apollodoro. Anche qui, troveremo tante analogie tra
leggende della tradizione cristiana e quelle della tradizione pagana. Dunque, Apollodoro
racconta che quando l’umanità raggiunse l’Età del Bronzo, era totalmente corrotta. Perciò, Zeus
decise di punirla, distruggendo l’intero genere umano con un diluvio. Ma, grazie a un
avvertimento ricevuto da suo padre Prometeo, Deucalione venne a sapere in anticipo del
terribile destino che attendeva la Terra. E cosa fece? Costruì un’arca, naturalmente, per salvarsi
dal grande diluvio.
A differenza, però, del Noè dell’Antico Testamento, Deucalione non imbarcò animali, ma
solo sua moglie Pirra. Quando il cataclisma si placò, i due sbarcarono sul monte Parnaso, il
famoso monte su cui risiedevano le nove Muse, e si salvarono dalla tempesta che ammazzò tutti
gli altri uomini. A questo punto, cosa accadde? Che appena misero piede a terra trovarono ad
aspettarli Ermes, che era il dio messaggero, e che quindi era certamente inviato da Zeus.

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“Complimenti per la salvezza raggiunta” disse Ermes a Deucalione e Pirra “adesso avete anche
diritto a un premio. Ditemi cosa volete, io esaudirò qualunque vostro desiderio.”
Deucalione e Pirra si lanciarono uno sguardo sorpreso, il desiderio che avevano avuto in quegli
ultimi giorni era solo salvarsi. E adesso? Si guardarono intorno, tutto era completamente deserto,
in giro non c’era più nessuno.
“Possiamo chiedere proprio tutto?” esclamò Deucalione.
“Te l’ho detto” gli rispose Ermes “quello che desideri.”
“Allora vogliamo che ci siano di nuovo gli uomini sulla Terra” disse Deucalione facendosi
coraggio.
Ermes si fece un po’ pensieroso, poi rispose:
“Va bene, quel che è detto è detto. Datemi solo un attimo, il tempo di parlarne a Zeus”.
Si allontanò e tornò meno di un secondo dopo.
Zeus ha dato queste istruzioni: lanciate pietre alle vostre spalle e gli uomini popoleranno di
nuovo la Terra.
I sassi che Deucalione lanciò alle sue spalle immediatamente diventavano uomini, quelli che
lanciava Pirra diventavano donne. Così, l’umanità fu di nuovo numerosa sulla Terra.

Questo mito fissa il rapporto tra l’uomo e la pietra, un rapporto che anche nella tradizione
degli Ebrei è decisivo; pensate, per esempio, che i templi dell’antichità ebraica dovevano essere
obbligatoriamente edificati con pietra grezza, nessuno scalpello umano doveva averla sfiorata.
Del resto, si sa che in alcuni culti la pietra stabilisce un contatto con il cielo: la celebre Pietra
Nera, che è conservata alla Mecca e che è adorata dai musulmani, è un meteorite. La tradizione
islamica vuole che sia stato Allah a farla scendere sulla Terra direttamente dal Paradiso.

I due compari
Si chiamano zi’ Vicienzo e zi’ Pascale e frequentano l’osteria perché sono giocatori incalliti di
carte. Sono noti anche come i “due san Giovanni”, perché ricordano i due solstizi, quello estivo
di giugno in cui si festeggia san Giovanni Battista, e quello invernale di dicembre in cui si
festeggia san Giovanni Apostolo.
Se andate al Cimitero delle Fontanelle e chiedete di zi’ Pascale, vi accompagneranno da un
teschio, dove troverete la fila. È uno dei più conosciuti e popolari perché tutti gli chiedono i
numeri vincenti del Lotto. Zi’ Vicienzo, invece, per i napoletani è l’altro nome del Carnevale.

Dialogo della Taverna

BALDASSARRE : Posso sedermi qua dieci minuti, buon uomo? Sono un re.
OSTE : Accomodatevi, maestà. Ma attenzione alle sedie, ce ne sono un paio a tre gambe.
Evitatele, si può cadere.
BALDASSARRE : Prendo questa. Aahh, com’è comoda! Vi ringrazio.
OSTE : Maestà, posso farvi una domanda?
BALDASSARRE : Dite pure, giovanotto.
OSTE : Ma voi siete nero o siete re?
BALDASSARRE : Sono nero e sono re. Vi stupisce?
OSTE : Forse non mi dovrei permettere, ma io un re nero non l’avevo mai visto. Ero sicuro che
quelli che vengono dall’Africa fossero tutti poveri.

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BALDASSARRE : Dipende dall’Africa.
OSTE : Avete un viso conosciuto, vi ho già visto da qualche parte. Eravate qua pure l’anno
scorso?
BALDASSARRE : Giovanotto, io sto qua sempre, puntualissimo. Immancabilmente ogni anno,
con i miei compagni di viaggio, Gaspare e Melchiorre.
OSTE : Ah, ecco perché vi ho visto. E in che zona ve la fate?
BALDASSARRE : Volete dire che zona frequento? In genere sono dalle parti della Santa Grotta.
Sono uno dei Magi, vengo dall’Oriente. Anzi, dal Medio Oriente, precisamente dall’Africa.
Ci siete mai stato?
OSTE : In Africa? Il viaggio più lungo che ho fatto nella mia vita è stato fino alla casa di zi’
Pascale, uno dei due compari. Ha una stanza proprio vicino al quinto pisellino della serie
intermittente.
BALDASSARRE : Il pisellino? Intermittente? Ma che state dicendo?
OSTE : Ma voi che avete capito?
BALDASSARRE : Se non lo sapete voi… All’improvviso mi parlate di stanze e pisellini
intermittenti.
OSTE : Li conoscete i pisellini, no? Quelli che si accendono, quei cosarielli che ci illuminano.
Alcuni sono intermittenti perché si accendono e si spengono.
BALDASSARRE : Ah, ho capito.
OSTE : Sì, sì, mo che vi guardo bene, mi ricordo chi siete.
BALDASSARRE : Ve l’ho detto che sono qui ogni anno. Ma anche voi non mancate quasi mai.
OSTE : Ormai mi trovo bene. E poi metto a disposizione non solo le mie botti di vino, ma anche
sedie e tavolini per chi si vuole riposare e chi giocare con le carte. Ascoltate quei due
compari, giocano e litigano dalla mattina alla sera.
ZI’ VINCENZO: C’è il re a terra, Pascà, tu non devi sparigliare.
BALDASSARRE : Il re a terra? Ma che dicono?
OSTE : Maestà, lasciate stare, parlano dello scopone.
ZI’ PASCALE: Vicié, se non spariglio, la scopa quando la mettiamo?
ZI’ VINCENZO: Con te non devo giocare più. Tu dai i numeri.
STEFANIA: Oste, mi posso sedere pure io?
OSTE : Se sua maestà vi dà il permesso…
BALDASSARRE : Niente in contrario, signora, sedetevi pure.
OSTE : Signó, fate attenzione pure voi alle sedie.
STEFANIA: Io sto solo un quarto d’ora, riprendo fiato e me ne vado, quant’è vero Iddio.
OSTE : Voi per me potete stare qua pure fino a stasera. Tenete pure la mappata in braccio.
STEFANIA: Fino a stasera? Nooo, e come faccio? Io me ne devo andare. Ué, ma voi non siete il
re?
BALDASSARRE : Sono io, il re Baldassarre in persona.
STEFANIA: Maronna, che emozione! Io mi leggo sempre tutti i giornali che parlano di voi re. I
vostri sposalizi, i divorzi, le disgrazie, le schifezze fuori mano!
BALDASSARRE : Le schifezze?
STEFANIA: Quando vi fate le commare, maestà. Ma ditemi una cosa, voi non avevate una
fidanzata?
BALDASSARRE : Siete informata, vedo. È vero, ma con lei non ci vediamo più da molti anni.

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STEFANIA: Aspettate, si chiamava…
BALDASSARRE : La chiamavano “Re Màgia”. Ci siamo lasciati, da allora ogni relazione tra noi è
chiusa.
STEFANIA: Che peccato di Dio! Me la ricordo, era proprio una bella guagliona, con la pelle
scura scura.
OSTE : Signó, volete qualcosa da mangiare?
STEFANIA: Grazie tante, ma non ho proprio fame.
OSTE : E il criaturo che tenete in braccio ha mangiato già?
STEFANIA: Sì, voi non vi preoccupate. A lui non ci pensate.
OSTE : Non vi incazzate, signó! Io mi preoccupavo perché vedo che non si muove mai. ’Stu
criaturo mi pare una pietra.
STEFANIA: Faciteve i fatti vostri. Se era una pietra, già ve l’avevo data in testa.
OSTE : P’ ’ammore ’e Dio! Ecco, sta venendo Cicci Bacco. Ci mancava solo lui.
CICCI BACCO: È finito, me lo riempi?
BALDASSARRE : E questo chi è?
OSTE : È Cicci Bacco. Ma non guardate a lui, dovete guardare il fiasco che ha in mano. Vive per
quello.
CICCI BACCO: Me lo riempi o no?
OSTE : Io il fiasco te lo riempio, ma tu fai stare zitti ’sti zampognari.
CICCI BACCO: No, quelli stanno apposta per suonare. Come si fa a Natale senza zampognari?
OSTE : E devono suonare proprio fuori alla mia osteria? Falli spostare dalle parti della Grotta.
CICCI BACCO: Loro seguono il mio carro. Tu riempimi il fiasco e noi ce ne andiamo.
BALDASSARRE : Non esageri col vino, signor Cicci Bacco, l’alcol fa male.
CICCI BACCO: Fa male? Ma non sentite come profuma, non sentite l’aroma?
BALDASSARRE : Volete qualcosa che profuma? Ve la do io!
CICCI BACCO: Che ci tenete in quel sacchetto? Avete del Gragnano buono?
BALDASSARRE : Giovanotto, ma quale Gragnano! Io porto incenso, e questo non si beve.
CICCI BACCO: Se non si beve, scusate, non è roba per me!

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Un giorno al Pozzo

L’acqua
Intanto, va detto subito che il fiume o il ruscello rappresenta il fascino inevitabile dell’acqua che
scorre. È come quando abbiamo di fronte un fuoco che brucia, siamo tutti presi dalla
tentazione di continuare a guardarlo, quasi fossimo ipnotizzati. Ognuno di noi è un po’
innamorato anche dell’acqua in movimento. Per questo fin dai tempi antichi al centro delle
piazze più belle si costruivano fontane con giochi d’acqua, proprio perché hanno la misteriosa
capacità di affascinare e rapire la nostra attenzione.
Il fiume è, poi, nella simbologia del destino di nascita e di morte di tantissime divinità. La
tradizione pagana addirittura assegnava una ninfa a ciascuno specchio d’acqua, che si trattasse
di un fiume, di un ruscello o di un lago. Nel presepe, l’acqua è un elemento fondamentale,
diciamo che in quello di casa la presenza dell’acqua distingue un presepe normale da un
presepe di elevata qualità, un presepe più ambizioso.
Molti hanno una fontanella, e la fontana in letteratura è piena di significati magici. Pensate
solo all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, quando Rinaldo beve alla fontana del disamore e
smette di amare Angelica:

Corse Rinaldo al liquido cristallo,


spinto da caldo e da sete molesta,
e cacciò, a un sorso del freddo liquore,
dal petto ardente e la sete e l’amore.

Ma nella tradizione cristiana, almeno quella apocrifa, la fontana evoca soprattutto la figura
della Madonna, che secondo il Vangelo di Pseudo-Tommaso ricevette l’Annunciazione
dall’Arcangelo proprio mentre con la sua brocca prendeva acqua a una fontana.
Il fiume nel presepe, quindi un corso d’acqua, richiama anche il Battesimo, che è proprio il
sacramento della nascita cristiana.
Il ruolo del fiume è quello di dividere, perché separa le sponde di un territorio, ma basta un
ponte per ritrovare il simbolo dell’unità. E, infatti, il ponte è un altro dei luoghi caratteristici del
presepe napoletano. Anche se, proprio al ponte, è legata una lunga serie di spaventose
apparizioni notturne.
Qualcuno vuole che sia costruito dal demonio in persona, in più si racconta che con le
tenebre appaiano lupi mannari e una monaca, che regge la testa decapitata del suo amante.
Anche questa è una storia con un’origine napoletana, che mi dicono nasca dalla vicenda vera
della principessa Mafalda Cicinelli, a cui il padre aveva imposto di farsi monaca e che tuttavia
era innamorata di un paggio. Proprio la notte del 25 dicembre, i due amanti dovevano

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incontrarsi sul Ponte della Maddalena, ma il padre di lei venne a saperlo, perciò si presentò
all’appuntamento e con un pugnale decapitò l’amante della figlia. Quando Mafalda arrivò sul
ponte raccolse la testa del paggio, la ripose in una bisaccia e, con lo stesso pugnale, si trafisse il
petto. Da quel giorno, la leggenda dice che su quel ponte ogni notte di Natale appare il
fantasma della monaca Mafalda.
Il pozzo è l’altro luogo simbolico connesso all’acqua. Anche questo oscuro e buio, qui l’acqua
è segregata in basso, non come nella fontana, dove è esposta alla luce del sole. Il pozzo è il punto
di collegamento misterioso tra il mondo e il sottosuolo, quindi di nuovo la sede degli Inferi, che
proviene dritta dritta dai culti pagani. Una leggenda popolare narra che nella notte di Natale
era sconsigliato specchiarsi nell’acqua del pozzo perché apparivano riflessi i volti di tutte le
persone care che sarebbero morte nell’anno in corso.

Il pescatore
C’è un passo del Vangelo molto conosciuto che riporto qui:

Passando lungo il mare di Galilea, Gesù vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre
gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare
pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide
Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le
reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e
andarono dietro a lui.

Quindi, il pescatore di uomini è il motivo simbolico che accompagna la figura del pescatore
nel presepe, che generalmente appare sulla sua barca, impegnato con le reti. E quasi sempre in
compagnia di un’altra figura abbastanza frequente nel presepe, cioè il cacciatore con il fucile.
Non dimenticate quello che abbiamo detto sulla questione dell’immagine di Cristo nel III
secolo, cioè l’epoca in cui esisteva l’aniconismo, parola che indica il divieto assoluto di ritrarre le
sembianze della divinità: a quel tempo, uno dei simboli più usati per descrivere Gesù era
proprio il pesce.
L’abbigliamento del pescatore è quasi sempre bianco, porta una fascia rossa in vita e una
seconda, in posizione trasversale, di colore azzurro. Questo costume ricorda i famosi “fujenti”,
uomini devoti alla Madonna dell’Arco, che a piedi scalzi portano in processione la statua della
Madonna. I fujenti sono divisi in squadre che chiamano “paranze”, proprio come paranza è
definita la frittura del pescato misto.

Non molto tempo fa, quando c’è stata l’elezione del nuovo papa, si è parlato dell’Anello del
Pescatore, che il nuovo vicario di Cristo riceve e mette all’anulare destro durante la messa che
apre il suo pontificato, mentre quello indossato dal predecessore viene rotto con un martello
d’argento e conservato in Vaticano. Questo anello ritrae l’immagine di san Pietro nel momento
in cui getta in mare le reti.
L’Anello del Pescatore è sempre stato forgiato in oro, fino all’arrivo di papa Francesco, il
quale ha scelto di averne uno in argento.

La zingara
Il ruolo che, in genere, noi attribuiamo alla zingara, la sua capacità di predire il futuro, è lo

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stesso che le assegna anche il presepe.
Spesso è vista come una specie di profetessa di sventure. Alla zingara, infatti, accorsa come
gli altri nel luogo della nascita di Gesù, viene attribuita la funzione di colei che è in grado di
prevedere ciò che accadrà, anche in un futuro lontano, quindi di pronosticare la morte di Cristo
sulla croce. Il suo cesto, infatti, è pieno di arnesi di ferro che poi saranno fusi e forgiati per
ottenere i chiodi della crocifissione di Gesù.
Un’indovina più famosa aveva già predetto la Nascita, e mi riferisco alla Sibilla Cumana,
l’ispiratrice della IV egloga virgiliana.

E per te, o bambino, la terra diffonderà qua e là


[edere
vagabonde con il baccaro e le colocasie mescolate
[al ridente
acanto come primizie di doni che nessuno ha
[coltivato.

Come ogni zingara che si rispetti, la statuetta che la rappresenta ha gli abiti piuttosto
malridotti, ma soprattutto colorati in modo eccentrico e vistoso.

Verdummaro e venditori
Oltre che il verdummaro, sul presepe si incontrano vari tipi di bottegai, spesso con i loro
“bancarielli”. C’è l’arrotino, il salumiere, il chianchiere, cioè il macellaio, il panettiere, il fabbro,
il mugnaio e tanti altri.
Molti di questi sono naturalmente fuori epoca, ma la loro presenza è dovuta a un intreccio
con la tradizione del Carnevale. Di solito ne sono presenti dodici perché anch’essi sono legati ai
mesi dell’anno e al ciclo delle stagioni.

La lavandaia e Salomè
I panni che la lavandaia mette a lavare sono quelli del parto della nascita di Gesù. Panni che
sono candidi come la neve, perché simbolo di purezza divina.
La lavandaia è la donna di cui parla a lungo il Protovangelo di Giacomo, libro di cui
abbiamo parlato perché racconta con molti dettagli anche la vita di san Giuseppe. La lavandaia
è quindi una delle levatrici che assistono la Madonna mentre sta per dare alla luce suo figlio. È
perciò testimone della miracolosa verginità di Maria che, nonostante abbia appena messo al
mondo un bambino, è ancora intatta. Quando esce dalla Grotta, vede l’altra levatrice Salomè.
Il Protovangelo di Giacomo narra così i fatti:

La ostetrica disse: “Oggi è stata magnificata l’anima mia, perché i miei occhi hanno visto delle
meraviglie e perché è nata la salvezza per Israele”. Subito dopo la nube si ritrasse dalla grotta, e
nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce
andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre.
L’ostetrica esclamò: “Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo”.
Uscita dalla grotta l’ostetrica si incontrò con Salomè, e le disse: “Salomè, Salomè! Ho un
miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura”.

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Rispose Salomè: “Come è vero che vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua
natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito”.

Mi dicono che non fu una grande idea, perché appena mise il dito per toccare, la sua mano
incredula diventò cenere. Per la verità, già poco dopo la Madonna esercitò tutta la sua
clemenza, perché appena Salomè poté toccare Gesù Bambino, la sua mano guarì.

Dialogo del Pozzo

PESCATORE : No, signó, guardate, non è il momento!


ZINGARA: E forza, bellu ggiovane! Vi dico il futuro, vi dico come andrà l’amore.
PESCATORE : L’amore? Il futuro? Signora mia, l’amore per me è passato, è passato trent’anni fa.
ZINGARA: Bellu ggiovane, l’amore torna pure a una certa età.
PESCATORE : Per chi lo vuole! Ma io mica lo voglio, io ho bisogno di triglie e merluzzetti,
sogliolette e mazzoni, vope e alicelle.
ZINGARA: E che roba è?
PESCATORE : Roba buona per la frittura di paranza. Io vivo di questo, l’amore è acqua passata.
ZINGARA: E forza, e datemi una monetina! Vi dico come andrà la pesca.
PESCATORE : Per carità, non lo voglio sapere!
ZINGARA: E allora che volete sapere, bellu ggiovane?
PESCATORE : Vorrei tanto sapere se il Napoli vince lo scudetto. Ma poi mi privo dello sfizio di
intossicarmi quando il Napoli perde. No, no, non me lo dite.
ZINGARA: E allora il futuro non lo volete proprio conoscere?
PESCATORE : Signora bella, il futuro lo voglio vivere, mica lo voglio vedere. Se so già tutto, poi
che me ne faccio della vita che mi resta?
ZINGARA: Verdummaro, lo volete vedere voi?
VERDUMMARO: Spostatevi un poco allà, fatemi il santissimo piacere. Qua dobbiamo lavorare.
ZINGARA: Io voglio solo una moneta.
VERDUMMARO: ’Na scarola riccia vi abbasta? Io questo vi posso dare.
ZINGARA: Mo non ho fame, datemi una moneta.
VERDUMMARO: E pecché?
ZINGARA: Vi leggo il vostro futuro.
VERDUMMARO: Il mio futuro? Voi ditemi il passato e io ve la do. Voglio sapé pecché è stato ’na
fetecchia.
ZINGARA: Ma io conosco solo il futuro.
VERDUMMARO: Scusate, il passato non è più facile?
ZINGARA: No, ma quando mai! Per me, il difficile del passato è che lo conoscete pure voi.
VERDUMMARO: Invece il futuro ve lo potete inventare.
ZINGARA: Bellu ggiovane, io non m’invento proprio niente.
VERDUMMARO: Ma qua che ci state a fare, solo a cercare soldi?
ZINGARA: Quello sarebbe niente. Io purtroppo qua devo fare il malaurio.
VERDUMMARO: Che dovete fare?
ZINGARA: Devo ricordare che questo giorno di festa, non è solo una festa.
VERDUMMARO: Volete dire la Nascita?
ZINGARA: Io sono il futuro. E il futuro di ogni nascita è una morte.

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VERDUMMARO: Mamm’ r’ ’o Carmene! E voi proprio oggi ve ne venite con questa jastemma?
ZINGARA: Perché, mi volete dire che la morte non esiste?
VERDUMMARO: Esiste, lo so che esiste. Ma non mi piace che se ne parla.
ZINGARA: Se volete, io non ne parlo. Ma poi è lo stesso, ogni volta che vedete a me ve ne
ricordate.
VERDUMMARO: Signó, vi ho già pregato: faciteve allà, io qua devo lavorare. Si ’a vulite, pigliatevi
la scarola e jatevenne. ’A frutta bella! ’E cucuzziell’! ’E mmulignane fresche!
LAVANDAIA: So’ fresche veramente? Non è che so’ nu poco ammusciate?
VERDUMMARO: Ma che state dicendo? Guardate ’sti mmulignane. Toccate, se volete. Guardate
quanto so’ belle.
LAVANDAIA: No, non c’è bisogno di toccare. Se me lo dite voi, mi fido. Ué, Salomé, tu stai qua?
Buongiorno.
SALOMÈ : Buongiorno a te. Ma che fai guardi e non tocchi?
LAVANDAIA: Secondo te sbaglio?
SALOMÈ : Ma certo. E se quello ti fa fesso?
LAVANDAIA: E perché mi deve fare fesso?
SALOMÈ : Come “perché”? Per vendere la merce. Che vuoi da me, io se non tocco non compro
niente!
VERDUMMARO: Fate come volete, Salomè. Queste so’ ’na meraviglia. Vedete? Nere come
l’inferno.
LAVANDAIA: Mamma mia, proprio l’inferno dovevate dire?
VERDUMMARO: Avete ragione, signó. Dovevo dire: nere come i vostri occhi belli!
LAVANDAIA: Ué, ma non è che state facendo ’o chiachiello cu mme?
VERDUMMARO: No, signó, e chi si permette?
SALOMÈ : Ti vedo stanca, ma dove sei stata?
LAVANDAIA: Vengo dal fiume, ho lavato i panni. E ho portato l’acqua dalla fonte.
SALOMÈ : La potevi prendere qua, al pozzo.
LAVANDAIA: Per carità, non lo sai che questa notte l’acqua del pozzo non si può neanche
guardare?
SALOMÈ : Perché, se no che succede?
LAVANDAIA: Dicono che si vedono le facce dei parenti che moriranno.
SALOMÈ : E allora andiamo. Magari ci trovo a mia suocera.

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Un giorno nella Grotta

La Grotta
Diciamo subito che appare nel presepe attorno al IV secolo, perché dovete sapere che nei secoli
precedenti la tradizione paleocristiana fa nascere Gesù in una stalla o in una capanna. E tuttora
si realizzano presepi, in genere di fattura più semplice, che sistemano la Natività in una
capanna. Ma nel presepe napoletano classico c’è la Grotta, che è un luogo immancabile e che ha
numerosi rimandi simbolici.
Il primo elemento importante è che la Grotta è collocata in basso, sul piano del presepe che
poggia sulla struttura di sostegno. Se ci pensate, questo assume un significato decisivo, vuol dire
che il percorso che occorre compiere per raggiungere Gesù che nasce non è in salita, ma al
contrario è tutto in discesa, fatto di sentieri stretti e difficili da affrontare.
Voglio sottolineare un altro aspetto, un fatto che riguarda la luce. Noi una grotta la
immaginiamo buia, una grotta è in genere il luogo delle tenebre. Era buia anche questa, ma poi
con la Natività la Grotta viene illuminata dall’alto, diventa d’improvviso il luogo del mondo che
le stelle decidono di rendere più luminoso.
In fondo, anche l’antico mistero della Sibilla Cumana aveva in una grotta la sua residenza. E
sicuramente non avete dimenticato la leggenda di Virgilio Mago, che in una notte seppe creare
la grotta che univa la città di Napoli ai Campi Flegrei.
La Grotta è ovviamente il centro vitale di ogni presepe, attorno a essa sono sistemati i pastori
e le loro greggi. Un fatto, quest’ultimo, che testimonia quanto è speciale quel giorno, visto che
anche uomini così legati al destino del proprio lavoro sono lì per adorare Gesù nascente.

Il bue e l’asinello
Il povero asinello, ahimè, è ancora oggi l’esempio più diffuso di ignoranza, perché in origine
veniva usato come simbolo della paganità. In pratica, questo faceva di lui l’animale che non
sapeva e non capiva la grande novità portata da Cristo. Il bue è invece il simbolo della comunità
ebraica, il popolo che avrebbe la capacità di ragionare e comprendere, per arrivare alla
conoscenza della nuova fede, ma non vuole, perché ha la testa dura, esattamente come il bue
con tanto di corna.
Nel libro di Isaia, il profeta scrive: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del
padrone. Ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.
Questo è un passo che fu interpretato dai Padri della Chiesa come l’annuncio del nuovo
popolo di Dio. Perciò, una volta che si ritrovano nella Grotta con Gesù Bambino, il bue e
l’asinello finalmente saranno di fronte al miracolo della Nascita e potranno capire.

Le pecore

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A volte, Benino che dorme è circondato da dodici pecore, simbolo dei dodici mesi dell’anno. È
immediato vedere nel gregge di pecore il popolo di Dio. Ricorderete l’immagine del Buon
Pastore che appare nella catacomba di Priscilla, figura che rappresenta Gesù. Ma alle pecorelle
è attribuito anche un potere divinatorio.

In fondo, il presepe è anche un luogo pieno di anacronismi e di situazioni apparentemente


illogiche. Un cacciatore col fucile è chiaro che non poteva esistere a quei tempi. Sul conto delle
pecore, potrei aggiungere che a nessun pastore sarebbe venuto in mente di portare il suo gregge
al pascolo durante la notte. In più, nessuno avrebbe pascolato il 25 dicembre, quando in
Palestina la temperatura media era normalmente gelida.

Gli angeli
Secondo un’abitudine recente, il presepe ne ospita soltanto uno, collocato proprio all’ingresso
della Grotta, ed è l’Arcangelo Gabriele, quindi l’angelo che tempo prima Dio aveva inviato sulla
Terra per annunciare a Maria la nascita di Gesù. La funzione dell’angelo sul presepe resta
proprio quella dell’annuncio. La sua posa sembra avvertire i presenti che la Natività è
realizzata, e che da adesso il mondo non sarà più lo stesso perché ospita il figlio di Dio.
Nei presepi più sontuosi, invece, di angeli ne troviamo addirittura cinque.
Il primo sta in alto e ha un manto dorato, si chiama “Gloria del Padre” e regge un cartiglio
su cui è scritto un verso del Vangelo di Luca: “Gloria nell’alto dei cieli”. Alla sua destra c’è
“Gloria del Figlio”, tutto vestito di bianco, porta un turibolo che effonde l’incenso. Alla sua
sinistra c’è “Gloria dello Spirito”, vestito di rosso, che ha la tromba per dare l’Annuncio. In
basso c’è l’angelo che suona il tamburo e che è vestito di verde, lui è l’“Osanna del popolo”.
Infine c’è quello che suona i piatti, che è vestito di azzurro e che rappresenta l’“Osanna del
potere”, temporale e religioso.

Il Pastore della Meraviglia


Dovete sapere che quando nacque Gesù accaddero fatti incredibili. Tutto il mondo si fermò per
un attimo, gli uccelli si bloccarono in aria, i fiumi si rifiutarono di scorrere, i pesci smisero di
nuotare, i fiocchi di neve restarono sospesi a metà strada fra il cielo e la terra, l’erba smise di
crescere e il Pastore della Meraviglia restò con la bocca aperta e con le braccia spalancate.
È così che viene rappresentato il Pastore della Meraviglia, lui è la personificazione dello
stupore. Esprime la sua gioia per la nascita che avviene, e sempre lui comunica l’evento a coloro
che si trovano da quelle parti. È come un omino delle emozioni, colui che deve mettere il punto
esclamativo a quell’evento che sta cambiando per sempre la storia del mondo.
Queste che seguono sono due strofe di Quanno nascette Ninno, un canto di Natale scritto a
metà Settecento da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che era vescovo di Sant’Agata dei Goti.
A questo canto, pochi anni dopo la sua stesura, si ispirò Tu scendi dalle stelle:

Quando nascette Ninno a Betlemme,


era notte e pareva miezojuorno.
Maje le stelle, lustre e belle,
se vedèttero accussì!
La cchiù lucente
jette a chiammà li Magge a lu Oriente.

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Non c’erano nemiche pe’ la terra,
la pecora pascia cu’ lu lione.
Co’ le caprette se vedette
Lu lioparde pazzià,
l’urzo e ’o vitiello,
e cu’ lu lupo pasce ‘u pecuriello.

In un presepe non si può gridare, perché i pastori non parlano. Ma il Pastore della Meraviglia
sembra sottrarsi al destino del silenzio, dalla sua bocca spalancata sembra davvero uscire un
suono, quasi un urlo continuo che riesce a raggiungere chiunque sia nei paraggi.
È lui il solo che si reca alla Grotta senza nemmeno un dono tra le mani. Gli altri personaggi
del presepe, tutti forniti di regalo, lo rimproverano. Sapete chi difende il Pastore della
Meraviglia? Proprio la Madonna:

Non viene a mani vuote, porta la sua meraviglia, il suo stupore, perché l’amore di Dio fatto
bambino lo incanta.

Dialogo della Grotta

ASINELLO: Tu vieni da lontano o sei di qui?


BUE : Ma che fai, parli come me?
ASINELLO: Perché, pensavi che ero straniero?
BUE : No, pensavo che la lingua degli asini non la capivo.
ASINELLO: Ce ne sono certi che parlano il dialetto stretto, ma quelli non li capisco neppure io.
Tu da dove vieni?
BUE : Dalla costiera amalfitana. Però, asinè, non smettere di soffiare, se no qua siamo inutili.
ASINELLO: La costiera amalfitana? È lontano! Guarda che io la geografia la conosco. Lo so che è
un’isola che sta in Italia, e so pure che l’Italia sta vicino a Roma.
BUE : Fammi il piacere, va’. Lascia stare la geografia.
ASINELLO: E com’è che stai qua?
BUE : Io la storia mica l’ho capita bene. Eravamo una mandria di una trentina di capi, so che
una mattina ci hanno buttato su una nave che aveva una bandiera nera e ci hanno portato
qua. Non ti dico, il viaggio non finiva mai. Un mal di mare!
ASINELLO: Sei anziano? A guardarti, si vede che hai una certa età.
BUE : Ma quale certa età? Come ti permetti? Non sarò più giovanissimo, però mi difendo. Pensa
a te, per favore. E poi non mi far parlare, altrimenti non riesco a soffiare.
ASINELLO: Sai una cosa? Io questo lavoro non l’avevo mai fatto. Tu?
BUE : Nemmeno io. Però è molto meglio che tirare. E poi ’sto bambino è un fiore, se lo merita.
Dimmi una cosa, ma tu questa coppia la conosci?
ASINELLO: Sto con loro da un annetto. Brava gente, niente da dire.
BUE : Però lui avrà almeno quarant’anni più di lei.
ASINELLO: È una brava persona, la tratta bene. Certo, ogni tanto è un po’ geloso, ma lei non dà
proprio motivo. Fa proprio freddo, eh?
BUE : Sì, però all’interno della grotta si è creato un buon clima. Si vede che abbiamo lavorato
bene.

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ANGELO: Che fate, parlate tra di voi?
BUE : Non si può? Capo, se volete smettiamo subito.
ANGELO: Mica state in galera che non potere parlare! Fatevi tutte le chiacchierate che volete. E
comunque non sono capo.
BUE : Allora vi chiedo scusa. E che cosa siete? Non mi parete un animale.
ANGELO: Mi chiamo Gabriele. Sono un arcangelo.
ASINELLO: E un arcangelo che fa, non fa niente? Non deve neppure soffiare?
BUE : Ti stai zitto? Tu qua fai passare un guaio a tutti e due!
ANGELO: Ditemi una cosa, ma di che parlavate?
ASINELLO: No, niente, un po’ di geografia.
BUE : Gabriè, non gli date retta. Quello la geografia non sa nemmeno dove sta di casa. Ho
cercato di spiegargli la mia storia. Ma sono sicuro che non ha capito.
PECORE : Gabriele, ma quale geografia e storia! Parlavano della Famiglia della Grotta.
ANGELO: E voi che ne sapete?
PECORE : Non è che stavamo origliando, ma pascolavamo precisamente qua fuori.
BUE : Avevate le ’recchie appizzate, se avete sentito tutto!
PECORE : Che vi devo dire…! Le voci arrivavano.
ANGELO: Ah, parlavano della Famiglia? E che dicevano?
BUE : Niente di male, ci dovete credere. Dicevamo che sono brave persone. Chiedete a quel
pastore qua fuori. Se hanno sentito le pecore, ha sentito pure lui.
ASINELLO: Signore! Signore! Voi avete sentito qualcosa? Questo non sente niente. Signoreee!
PASTORE DELLA MERAVIGLIA: Dite a me?
BUE : Diciamo a voi, state qua da molto?
PASTORE DELLA MERAVIGLIA: Non lo so!
ASINELLO: Secondo me, questo ha la testa che non funziona.
BUE : Stai zitto, ci parlo io… Siete qui da molto tempo?
PASTORE DELLA MERAVIGLIA: Tempo? Non ve lo so proprio dire.
ASINELLO: Eravate distratto?
PASTORE DELLA MERAVIGLIA: No, ma per me il tempo adesso è sospeso.
ASINELLO: Per questo state fermo con le braccia aperte? Mi parete uno spaventapasseri.
ANGELO: Non è immobile, è solo estasiato da quello che è avvenuto stanotte. Lasciatelo con la
sua meraviglia.

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Un giorno a Napoli

Benino
Ho sempre pensato che Benino sia straordinario, forse il più simpatico dei pastori che vanno a
adorare Cristo, perché dovete sapere che lui è il pastore che dorme. Proprio così, se ne sta in
alto sul presepe, quindi in un luogo molto lontano dalla Grotta, ed è impegnato in un sonno
profondo.
Per alcuni studiosi di simbologia, Benino è in realtà colui che alla fine del viaggio verso la
Grotta diventa il Pastore della Meraviglia. Vero o no che sia, Benino è comunque il sognatore
del presepe, si può quasi dire che il suo lungo percorso in discesa verso Gesù sia a metà fra
realtà e sogno.
È probabile che la sua presenza sia dovuta a una frase della Bibbia: “Gli angeli diedero
l’annunzio ai pastori dormienti”. Benino interrompe il suo sonno all’Annuncio della Nascita e
per questo il suo risveglio simboleggia la rinascita a una nuova vita.

De Crescenzo
Attenzione, questa non è una scheda descrittiva come quella degli altri pastori, ma è un
avvertimento. Siccome sono pastore e statuetta pure io, un giorno ho incontrato Benino, che
ovviamente dormiva, e mi sono preso la libertà di svegliarlo. L’avvertimento è che qui non sono
io a parlare, ma il pastore De Crescenzo. Quindi non mi prendo nessuna responsabilità su ciò
che dico, se avete da obiettare qualcosa, rivolgetevi a mast’Andrea a San Gregorio Armeno.

Dialogo metafisico

DE CRESCENZO: Benino, ma che fai, dormi? Lo sai che è nato Gesù e tu non te ne sei nemmeno
accorto?
BENINO: Ingegné, ma voi che dite? Scusatemi, io ho il sonno pesante, quando dormo non mi
svegliano neppure le cannonate.
DE CRESCENZO: Ti rendi conto di cosa ti sei perso? Oggi pare che sia cambiata la storia del
mondo. Leggi, è anche uscito sul giornale: “In una grotta del centro storico è nato Gesù. A
mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre dell’Anno Zero”.
BENINO: Mi dispiace tanto che non c’ero. Ma la volete sapere una cosa? Io la Nascita di Gesù
me la sono sognata, e secondo me proprio nel momento preciso in cui è successa.
DE CRESCENZO: Sognata? Benino, il sogno è sogno, la realtà è realtà. Quello che è sicuro è che tu
alla Nascita di Gesù Bambino non eri presente.
BENINO: E chi vi dice che voi vivete nella realtà e io no? Il sogno è una realtà senza confini, io
penso pure che è più vicina a Dio. Io ho bisogno di sognare.

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DE CRESCENZO: Questo significa che hai bisogno sempre di dormire. Allora è vero che non hai
voglia di lavorare?
BENINO: E a voi chi ve l’ha detto?
DE CRESCENZO: Me l’ha detto zio Alfonso, tanti anni fa.
BENINO: Io questo zio Alfonso non lo conosco. Ma vi dovete rendere conto che per voi è facile
parlare, siete un pastore dilettante, lo fate una volta ogni tanto. Noi pastori professionisti
dobbiamo stare in questo piccolo mondo. E non parliamo poi di quando, tra un Natale e
l’altro, ci mettono nelle scatole e ci chiudono nei ripostigli. Il sogno mi aiuta a uscire, a vivere
in un altro spazio e in un altro tempo. Sono solo un pastore, ingegnere mio bello, ma vi dico
che i miei sogni sono più veri della realtà.
DE CRESCENZO: Allora anche tu, come Socrate, credi che il tempo non esiste?
BENINO: Questo mo chi sarebbe, un altro zio vostro?
DE CRESCENZO: No, però mi sarebbe piaciuto. Quello che so sul tempo l’ho imparato da lui.
BENINO: Ma in fondo noi del tempo e dello spazio che ne sappiamo? Di una cosa sono sicuro,
quando sogno viaggio nel tempo.
DE CRESCENZO: Quello che hai detto mi incuriosisce e mi fa riflettere. Adesso, però, raccontami
il tuo sogno e dimmi di questa tua realtà metafisica.
BENINO: Seguitemi bene: mi sono sognato che stavo in alto su una collinetta e vedevo benissimo
la Grotta. Ero da solo e c’era un profumo bellissimo. A un certo punto la Grotta si è
illuminata, come se dentro ci fossero cento lampadari, c’erano raggi di luce che uscivano da
ogni parte. Il bagliore mi accecava, e solo quando tutto è tornato come prima ho visto che
era apparso Gesù Bambino, adagiato nella sua mangiatoia. Il silenzio era totale, tutti erano
rimasti immobili e senza parole. Ingegné, pareva nu presepe. A un tratto, da dietro il
Vesuvio è comparsa la Stella Cometa. Che vi devo dire? Come un fuoco d’artificio, un
grande lapillo, un’eruzione, il Golfo di Napoli brillava di una luce mai vista prima, il mare
era d’argento e tutti hanno gridato: Gesù è nato! Gesù è nato!

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www.librimondadori.it

Gesù è nato a Napoli


di Luciano De Crescenzo
© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Published by arrangement with DELIA AGENZIA LETTERARIA
Ebook ISBN 9788852045394

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | GRAPHIC DESIGNER: GAIA STELLA


DESANGUINE | FOTO A CURA DI SERENA CORVAGLIA E PAOLA DE CRESCENZO

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