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Davide Mosca

Breve storia amorosa dei vasi comunicanti


Breve storia amorosa dei vasi comunicanti

A Lorenza,
senza la quale questo romanzo
e molte altre cose belle della mia vita
non avrebbero mai visto la luce.
Le favole non esistono. A meno che tu non ci creda.
Ce n’è una su un uomo di ventiquattro anni, che ha trascorso
l’ultimo rincantucciato in casa, a ingozzarsi e a covare un romanzo
che non avrebbe mai visto la luce. Una sera si ritrova in un pub per
una serie di circostanze indipendenti dalla sua volontà. Incontra una
ragazza, che non avrebbe dovuto essere lí. Lei lavora nel ristorante
di famiglia e nel tempo libero frequenta l’ultimo anno di liceo. Lui
supera i cento chili, lei non arriva ai quarantacinque. Cominciano a
parlare. Continuano a parlare. Parlano, discutono e s’amano per sei
mesi, o almeno ci provano. La notte di Capodanno salgono sulla
bilancia per la prima volta da molto tempo. Lui pesa settanta, lei
cinquanta. Che sia l’inizio o la fine non importa a nessuno dei due.
Nemmeno io crederei a questa storia, se non fossi quell’uomo.
Parte prima
1.

Se in quei giorni del maggio duemilaquattro foste capitati a


Savona, mi avreste trovato seduto ai tavolini del bar Atene. Se
aveste chiesto di Remo Parodi, però, nessuno o quasi dei pochi
avventori mi avrebbe indicato. Magari avreste potuto domandare
dello scrittore, anche se non era piú il mio mestiere, ammesso che lo
fosse mai stato. In ogni caso sareste dovuti passare esclusivamente
tra le quattro e le cinque del pomeriggio per incontrarmi.
Immagino sareste dovuti venire apposta, perché all’epoca il
turismo sfiorava appena Savona, città che nasconde un’inquietudine
marinaresca sotto le apparenze sabaude: da ragazzo non vedi l’ora
di andartene e solo qualche anno piú tardi non perdi l’occasione per
tornarci.
Io, comunque, non ero nelle condizioni di andare da nessuna
parte. Avevo troppo bagaglio con me. Gli anni, invece, non erano
molti, ventiquattro, ma non avreste potuto indovinarli a prima vista.
Da un bel po’ di tempo a quella parte i pochi sconosciuti con cui
avevo a che fare mi guardavano con il sussiego o l’indifferenza che
si rivolge a un quarantenne senza né arte né parte.
Se foste arrivati soltanto un paio di settimane prima non mi
avreste trovato, perché non uscivo quasi mai di casa e di certo non
per andare al bar. Anche adesso mi concedevo solo un’ora d’aria al
giorno. Compivo lo stesso tragitto da casa al bar e viceversa, non
piú di trecento metri. Camminavo a capo chino, evitavo gli sguardi,
attraversavo solo con il verde, e se incontravo un’altra persona sul
marciapiede mi fermavo per cederle il passo.
In ogni caso non avreste avuto difficoltà a riconoscermi. Ero
quello infagottato nella tuta nonostante il caldo, le scarpe sformate e
l’espressione di chi non si aspetta piú nulla dalla vita.
Se aveste voluto sapere come erano andate le cose, e della mia
malattia, sareste però rimasti delusi, perché non avrei avuto risposte.
Ero disavvezzo alle parole, dopo mesi di quasi totale silenzio.
Da che cosa dovevo guarire? Da cinquanta chili in eccesso. E da
me stesso.

Il bar Atene era nascosto in un vicolo pedonale dietro il mio


vecchio liceo, cento metri di selciato sconnesso tra il retro
dell’edificio scolastico e un angusto quartiere popolare risparmiato
da riqualificazioni urbanistiche e speculazioni. Le case si limitavano
a cadere a pezzi. Non c’erano fiori alle finestre, tranne sul terrazzino
di una coppia che si era appena trasferita lí. Mi piaceva alzare gli
occhi e ammirare i gerani, colpo di rossetto contro le facciate
scrostate.
Nei bar ho trascorso buona parte della mia vita da adulto, che
cominciò quando mi resi conto che, poiché ero dovuto diventare
uomo in fretta e furia, sarei rimasto in qualche modo ragazzo per
sempre.
Ai tempi del liceo ci andavo per fare i compiti: il vociare delle
stoviglie e quel continuo andirivieni di sottofondo mi facevano
credere che il mondo continuasse anche senza la mia
partecipazione, e che in fondo non stessi sprecando la mia gioventú
sui libri. Quanto a studiare, preferivo svegliarmi un’ora prima la
mattina e leggere a letto. All’università, sceglievo i bar per scrivere.
Per manuali e libri di testo rimaneva il letto, che però non era piú
quello vegliato dai poster della cameretta.
Con il senno di poi, non poteva che svolgersi ai tavolini di un
locale quello che in seguito avrei chiamato il mio periodo di
convalescenza. All’epoca mi pareva solo un modo diverso di far
passare il tempo. Erano i rimasugli di quel misto di calvinismo, senso
di predestinazione e orgoglio contadino che mi aveva portato per
anni a lavorare, studiare, scrivere e investire in progetti collaterali per
poi fondere il motore e rimanere in panne a osservare gli altri
sfrecciare da tutte le parti. Alla fine avevo capito che il calvinismo
non era la mia religione.
Mi ritrovavo assieme a un’altra dozzina di habitué e a un cane
pezzato di nome Diablo. Per uno strano caso del destino, o per il
magnetismo di certi luoghi, erano tutti naufraghi alla ricerca di
un’isola deserta dove far riposare le ossa al sole. Una congrega di
reduci da un personale inferno che si godevano il purgatorio.
Chiacchieravano, raccontavano storie, bevevano caffè, risolvevano i
problemi del mondo. Io mi limitavo ad ascoltare e, credetemi, era
molto di piú di quello che avevo fatto negli ultimi mesi.
Nessuno faceva domande personali per non riceverne a sua
volta: che fosse penale o morale, avevamo tutti la fedina macchiata.
Sembrava che potesse andare avanti cosí per sempre, in quel
limbo in cui in fondo nessuno ti chiedeva niente, se non di guarire,
finché una volta non commisi l’imprudenza di fermarmi piú del solito
a godermi il pomeriggio che svaporava in una di quelle infinite sere
primaverili, quando ti rendi conto che casa è l’ultimo posto in cui
vorresti tornare.
Fu quella sera che conobbi Margherita.
Non chiedete mai di lei. Finireste per innamorarvi.
2.

Soltanto due anni prima ero quello che i nonni definiscono un


esempio. Macinavo esami all’università con tale disinvoltura che mia
mamma si chiedeva giocosamente da dove mi arrivasse tanta
sapienza, visto che in famiglia non c’era nemmeno un diplomato;
lavoravo da anni come rappresentante di caffè guadagnando quanto
bastava per mantenermi e dare un contributo a casa; ero fresco di
convivenza con Sara, una ragazza dai grandi occhi bruni che mi
riteneva un uomo su cui puntare; ricevevo inviti da numerose località
italiane per presentare i due romanzi storici che avevo pubblicato
con discreti riscontri di vendita e di critica.
C’era di che montarsi la testa. Io feci di meglio. La persi.

La prima materia di cui mi ero innamorato a scuola da bambino


era stata la storia. Sui manuali, per ogni crisi, si elencano le possibili
cause scatenanti. Il tratto che le accomuna è la probabilità, che è
come dire l’improbabilità.
Potrei imputare la mia a certe vicissitudini famigliari. O al dover
essere sempre all’altezza di un modello di perfezione, il ragazzo che
studia, lavora e aiuta in casa, e che presto farà carriera e metterà su
famiglia. Oppure alla sensazione di essere stato spinto su un treno
che andava nella direzione opposta a quella che in realtà
desideravo. O, ancora, all’incomprensione latente con Sara, che non
trovava lavoro e non studiava, ma continuava a compulsare annunci
immobiliari e visitare case che non avremmo mai potuto permetterci,
dicendo che prima o poi avrei sfondato, era solo questione di tempo.
Ma sfondare come? Avevo l’impressione che si fosse innamorata di
un altro uomo, del Remo che sarei potuto diventare e che non ero. E
ogni giorno mi sembrava piú scontenta.
Fu tutto questo e niente di tutto ciò. Ciascuno racconta la propria
guerra, ma ciascuno è la propria guerra. Di quel particolare genere
che non si può vincere.
Mi sentivo investito di una missione, come solo un eroe omerico o
un tardo adolescente può credere. Non solo pensavo di dover
aiutare ciascuno di loro, contavo pure di esserne in grado. Per
quanto mi sforzassi, però, non ottenevo risultati significativi ai miei
occhi. Non piú.
Intanto tutti aspettavano il mio successo. Aspettavano e
aspettavano. Nei momenti piú bui mi sembrava di avere impiegato
ogni mio risparmio in un’assicurazione sulla vita, e che l’unico modo
per incassare fosse morire. Cosí decisi di lasciar perdere tutte le
strade per una scorciatoia: scrivere un grande romanzo, grande
abbastanza da tappare ogni falla della nave su cui ero imbarcato, e
di cui giocoforza mi sentivo il capitano. Con i soldi ottenuti avrei
aiutato i miei genitori, comprato casa per me e Sara e sistemato ogni
faccenda.
Nei mesi successivi lasciai il lavoro e accantonai gli esami.
Facevo spazio, per me e i miei sogni. Avevo un’idea in testa e
scrivere mi riusciva facile: avrei narrato l’intera epopea romana in
forma di romanzo. Avevo solo bisogno di tempo e tranquillità. Avevo
bisogno di un anno sabbatico.
Un anno per sistemare un’intera vita: mi pareva uno scambio
equo.

Il mio anno sabbatico non mi portò in giro per il mondo e non durò
un anno, ma nonostante ciò fu sabbatico in tutti i sensi e in tutte le
lingue.
Il modo di dire affonda le radici nell’antica civiltà ebraica, in cui
rappresentava il settimo anno del ciclo agricolo, quello dedicato al
riposo del terreno dalle colture, per permettere all’humus di
riformarsi in vista della nuova semina.
Per tutto quel tempo il mio terreno non fiorí.
Le varianti etimologiche del termine sabbatico indicano sia
«affrancamento», o «liberazione», sia appunto «settimo». Io l’avevo
cominciato con l’idea di puntare tutto su me stesso, assecondando il
mio talento e la mia ambizione, e lo terminai affrancandomi da
qualsiasi aspirazione, stanco delle mie velleità e dei miei fantomatici
sogni. In un certo senso libero da me stesso: non me ne importava
piú granché.
Quanto a settimo, il settimo è per antica consuetudine anno di
crisi.
Il mio fu un anno sabbatico anche nell’accezione latina: annus
contiene la medesima radice di anulus, anello, e indicando la
periodica rivoluzione della terra intorno al sole sottintende il concetto
di cerchio.
Per tutti quei mesi non feci che girare in tondo, continuando a
mordermi la coda. Anzi, a mangiarla.
Infine fu sabbatico, dal famigerato e sinistro vocabolo sabba, che
nel medioevo latino designava l’adunanza demoniaca notturna,
quando le streghe ballavano assieme al diavolo davanti al fuoco dei
falò.
Io ballavo il sabba con i miei demoni ogni giorno. E ogni giorno
era buio. Ero inquisitore e strega. Bruciavo il demone e il demone
ero io.
Nel volgere di poco, l’anno sabbatico diventò un annus horribilis.

Come andai a fondo? Nei soliti due modi. Prima un po’ alla volta e
poi tutto insieme.
Passavo dalla sedia, dove scrivevo e mangiavo, al divano su cui
leggevo e mangiavo, per finire a letto, in genere a tarda notte,
quando Sara dormiva già. Vivevo barricato in casa. Smettevo di
scrivere solo per mangiare. O forse il contrario. Finché non avessi
finito il libro non avrei avuto tempo per nulla perché, pensavo, che
senso ha vivere per qualcosa per cui non sei disposto a morire?
Sul principio misi su una mezza dozzina di chili prendendo due
taglie. Rimasi in bilico per qualche settimana, barcamenandomi sulla
soglia degli ottanta tra promesse di dieta, scatti d’orgoglio e attacchi
di fame nervosa. Terminati i buchi della cintura, ne fabbricai uno con
le forbici, credendomi furbo, quindi un secondo, e un terzo, e alla
fine mi rassegnai a buttarla via. Da lí in avanti smisi di salire sulla
bilancia e di andare alla ricerca di pantaloni.
Il corpo divenne un nemico, qualcosa da portare in giro
clandestinamente sotto i vestiti sformati. Non solo gli abiti, ma anche
gli oggetti si rimpicciolirono attorno a me, mentre le distanze
aumentarono. Era faticoso spostarsi, fare le scale, perfino lavare i
piatti. Il caldo divenne un tormento, il sudore una piaga, l’affanno una
costante.
Non ero piú il capitano della nave che imbarcava acqua, ero la
barca che affondava. Non salvavo piú nessuno. Se qualcuno mi
avesse chiesto una mano, avrei finito per tirarlo nell’abisso con me.
3.

Il bar Atene era l’opera di un piastrellista quarantenne con la


passione per la Grecia antica, l’unico posto dove, a sentir lui, un
uomo del suo valore si sarebbe potuto realizzare.
Lasciati gli studi prima del tempo – a volte diceva all’università,
altre volte alle medie, a seconda che sposasse la visione di sé
dell’anarcoide ribelle oppure dell’uomo che si era fatto da solo –
Sergio si era arruolato nell’esercito. Aveva prestato servizio nei
Corpi speciali, prendendo parte a missioni di pace in giro per il
mondo. A un certo punto, però, era entrato in guerra con sé stesso.
Non aveva retto a certe pesanti situazioni, cui alludeva di tanto in
tanto senza chiarirle.
Dopo essersi congedato, si era rimesso con la fidanzata delle
medie, Katia, coinvolgendola in quel progetto: un incrocio tra un
museo paesano, la casa di un collezionista squattrinato e un club
anni Ottanta. Avevano comprato un vecchio fondaco e lui l’aveva
ristrutturato con le proprie mani, senza badare a spese, finanziate
per la verità dai genitori di Katia, che avevano ipotecato il loro
appartamento. Mi sembrava quel genere di sogno in cui alcuni
sognano, altri pagano, tutti falliscono.
Il pavimento era un mirabolante mosaico che aveva composto
con minuscole tessere bianche e nere. C’erano poi copie di statue
classiche, una grande lastra con un’iscrizione in greco antico, che lui
stesso aveva inciso, e una colonna che aveva riportato alla luce
dalla struttura originale di epoca medievale.
Con le mani sapeva fare tutto, tranne il barista.
Dopo un mese di affollamento dovuto alla curiosità, il locale aveva
cominciato a perdere clienti. Mentre Katia era disponibile e socievole
a parte quando inveiva contro Sergio, lui era taciturno, fatte salve le
occasioni in cui raccontava in toni epici del proprio passato. Aveva la
pessima abitudine di ritenere i clienti suoi personali nemici, a meno
che non gli dimostrassero il contrario: nessuno apprezzava il suo
sensazionale lavoro, nessuno gli riconosceva il giusto tributo,
nessuno contribuiva alla causa.
Il bar, infatti, non era il suo lavoro, era la sua causa.
Dopo alcune settimane aveva iniziato a imporre sovrapprezzi
generici: cinquanta centesimi di tassa sul caffè, un euro sulle bibite,
due sugli alcolici. A chi gliene chiedeva conto rispondeva che era il
biglietto per ammirare la sua opera d’arte. – Caffè e ingresso al
museo un euro e cinquanta. È comunque un affare.
Gli affari non migliorarono. Il suo risentimento aumentava in
proporzione al diminuire dell’affluenza. Introdusse nuove gabelle.
Trenta centesimi se leggevi il giornale, ottanta per il bagno. Io
andavo lí verso le quattro, ordinavo un caffè americano e leggevo i
giornali. Poiché non lesinavo elogi alla causa e vantavo una
formazione classica ero esentato dai dazi.
Solo le persone con carica negativa erano attratte dal campo
magnetico generato dal Sergio. Un allibratore le avrebbe considerate
underdog, vale a dire atleti la cui vittoria è impossibile o quasi.
Roberto era un grossista di frutta e verdura che arrivava dopo il
lavoro insieme a Diablo, il cane pezzato a cui ogni tanto elargiva
qualche goccia di vino bianco. Aveva cause in corso con l’ex moglie
e con il fratello: con la prima divideva la casa, con il secondo
l’attività. Beveva vino per togliersi dal naso l’odore del mercato
ortofrutticolo. A volte passava a trovarlo Tonino: faceva il muratore e
quando era su di giri prendeva a cazzotti il muro per dimostrare la
sua resistenza al dolore. Discuteva spesso con Roberto: con voce
stentorea gli elencava i motivi per cui la moglie l’aveva lasciato e gli
dava consigli per riconquistarla. Lui conosceva le donne. Un altro
cliente fisso era Peppe, un ex poliziotto, che aveva smesso la divisa
dopo il G8 genovese. Lasciati in Polizia ideali e giovinezza, si era
portato via una pensione di invalidità. C’era poi il mio ex compagno
di banco Giancarlo, detto Gianca, il bello del liceo, che sognava di
diventare un campione olimpico. Nell’attesa faceva il buttafuori,
sfruttando il suo fisico da lottatore. E questi erano quelli con meno
guai alle spalle. Ce ne stavamo seduti fuori, nel sole pomeridiano, e
ci godevamo parlando o in silenzio la comune stanchezza.
Quando Alex scoprí dove io e Gianca ci incontravamo fece una
smorfia. Tutti e tre eravamo stati in classe insieme, ma mentre
all’epoca Alex era lo scapestrato, il metallaro sempre ansioso di
attaccar briga, adesso era il professionista con la testa sul collo, e ci
teneva a dimostrarlo. – Che diavolo fate in un posto del genere?
– Prendiamo fiato in attesa di ributtarci nel fiume.
– Vi butterete di sicuro, ma con una macina al collo.

Quella sera di maggio mi fermai piú del solito al bar Atene,


godendomi i tiepidi pollini primaverili che indugiavano nell’aria. L’Ave
Maria delle sette era suonata da un pezzo nella vicina chiesa del
Carmine e noi eravamo ancora lí a chiacchierare. Nell’ebbrezza
dell’imbrunire avevo ordinato una birra, io che l’avevo sempre
evitata. Ci sono momenti, però, in cui cominci inspiegabilmente a
trovare gusto in cose che avevi sempre disdegnato. Ebbene, in quei
momenti puoi star certo che qualcosa è in serbo per te.
Desideravo condividere il momento con i miei amici, vecchi e
nuovi. Avevamo da festeggiare: anche se il mondo ci aveva lasciato
indietro, noi ci tenevamo compagnia.
Oltre a Gianca c’era anche Alex, che era venuto direttamente
dallo studio legale in cui faceva pratica. Aveva tenuto a precisare
che il suo era solo un interesse antropologico, ma in fondo non gli
dispiaceva slacciarsi la cravatta e prendersi una pausa dall’ambiente
competitivo in cui trascorreva le sue giornate. Ben piazzato, con un
ciuffo bianco al centro della capigliatura nera, vantava spigliatezza e,
a prestargli fede, nobile sangue greco nelle vene.
Eravamo tutti di buonumore perché Sergio ci aveva intrattenuto
con uno dei suoi fantomatici racconti autobiografici: si sentiva come
Erodoto, e come Erodoto, noto millantatore, giurava di dire la verità.
– Conosco un posto sul mare dove fanno musica dal vivo, – disse
Alex approfittando del buonumore generale. Lui era sempre stato
quello delle iniziative. – Perché non ci facciamo un salto? È a
Varazze, venti minuti di macchina a dir tanto.
Erano molti mesi che non uscivo la sera. L’ultima volta era stato
con Sara: era la fine di settembre dell’anno precedente, gli
stabilimenti balneari sbaraccavano e ogni sera trovavamo meno
cabine e piú mare ad attenderci sulle passeggiate dei paesi
rivieraschi che sceglievamo per quella nostra malinconica luna di
fiele, sette giorni per dirci addio. Il lunedí se n’era andata per
sempre.
Alla proposta di Alex avvertii un senso d’ansia, ma forse non era
ansia, quel formicolio al petto. Non mi sentivo pronto. Sarei tornato a
casa a leggere.
– Dài, – insistette Gianca. – Ci farà bene –. Intendeva a me e a
lui, perché Alex era quello sano, mentre noi eravamo gli strambi del
triumvirato, quelli che a un certo punto si erano persi.
Il colpo finale arrivò da Peppe, l’ex poliziotto: dopo mesi di
sociopatia, in cui non aveva frequentato nessuno all’infuori del
nostro ristretto circolo di recupero, annunciò che se la sentiva e che
avrebbe fatto un salto in quel pub, anche se sarebbe andato con la
sua macchina per essere autonomo. – Chi viene con me?
Per non deluderli, decisi di accompagnarli. Speravo solo di non
incontrare nessuno che conoscessi: non avrei sopportato gli sguardi
di chi, vendendomi dopo anni, sarebbe impallidito nel notare la mia
trasformazione fisica. Nemmeno mi sfiorava l’idea di conoscere
qualcuno che avrebbe cambiato il mio futuro.
Il locale non era sul mare e quella sera non suonavano, ma
l’ambiente era rilassato e i proprietari amichevoli. Cosí ci sedemmo
al bancone e iniziammo a chiacchierare con loro, che avevano
all’incirca la nostra età: si erano trasferiti da Milano per godersi il
sole, la spiaggia e le belle ragazze. Il sole era tramontato, il mare
distava trecento metri, che per un ligure sono una lunga distanza, e
di ragazze non c’era neanche l’ombra.
– Invece eccole, – annunciò Alex con la consueta baldanza
indicandone tre che stavano entrando in quel momento.
– Questo non significa che sorgerà il sole, – dissi.
– O che il mare si sposterà qui, – aggiunse Gianca.
Solo Peppe rimase in silenzio contemplando la sua acqua
frizzante in cui galleggiava una scorza di limone.
Alex saltò in piedi. – Non solo sono carine, ma ne conosco anche
una –. Si allontanò per raggiungerle e dopo qualche minuto ci
chiamò al loro tavolo.
– Non è una buona idea, – disse Peppe, gli occhi vitrei di un
bambolotto di pezza.
– Tranquillo, mica ci mangiano, – fece Gianca, prendendo Peppe
per il braccio e trascinandolo in avanti.
Io rimasi fermo al mio posto a guardarli con un sorriso di
commiato. Tre contro tre. Mi voltai verso il banco sentendomi
sollevato: non volevo invadere il tavolo con il mio corpaccione e
imporre la mia presenza sgraziata. Quando però Alex urlò il mio
nome e si sbracciò perché li raggiungessi dovetti obbedire, sarebbe
stato ancora piú imbarazzante rimanere lí impalato mentre tutta
l’attenzione ricadeva su di me.
Cosí mi sedetti, cercando di farmi piccolo e di nascondere la
pancia sotto il tavolaccio di legno. Per fortuna la panca era grande
abbastanza e nessuno fu costretto ad alzarsi per prendere una
sedia. Ci fu un giro rapido di presentazioni. Frequentavano l’ultimo
anno di liceo, anche se Alessia, la moretta con la schiena da
nuotatrice e il cappello da rapper, era maggiore di un anno. – Avevo
piú voglia di leggere che di studiare.
Silvia parlava poco e sembrava non vedere l’ora di andarsene,
come se si fosse seduta un minuto per riprendere fiato e noi
l’avessimo circondata a tradimento. Provai a lanciarle un sorriso di
solidarietà, perché anch’io mi sentivo fuori posto, ma non lo colse o
forse un grassone del mio stampo non era qualcuno con cui
solidarizzare.
– E lei è Margot, – disse Alessia indicando la terza ragazza.
– Maggie, – precisò Silvia.
– Margherita, – corresse l’interessata.
– Ancora un nome, e poi ne avrai uno per ogni stagione, – le
dissi. Mi sorpresi di aver parlato. A parte Katia del bar Atene, non mi
rivolgevo a una donna da mesi.

Margherita aveva capelli folti, color miele di castagno, che ti


facevano venire voglia di passarci una mano. Poi, però, un senso di
fragilità ti spingeva a ritrarre quella stessa mano, quasi temessi di
rompere qualcosa, nell’intrico di tendini che correvano tra il collo e le
spalle a disegnare l’ossatura di un esile aquilone. L’unica carne che
possedeva sembrava concentrata nelle labbra e nelle gote a forma
di pomo. Diafana e crisalidea, con un paio di ballerine gialle, che
parevano di due numeri piú grandi del dovuto, e la tendenza a
muoversi a scatti nervosi, sebbene dentro un invisibile perimetro.
Non usurpava il tuo spazio, ma nel suo era un chiaro pericolo.
Sembrava quel genere di persona che fa cadere i bicchieri, urta gli
oggetti, rovescia le bottiglie sui tavoli, centra al volante i retrovisori
delle automobili in sosta.
Peppe chiese permesso e andò in bagno. Io e Gianca ci
scambiammo un’occhiata per ricordarci l’un l’altro di controllarlo.
Sentivamo una mutua responsabilità per quell’uscita serale, che
rappresentava un traguardo, ma anche una fonte di pericolo.
Margherita si accese non appena sentí che Giancarlo era un
istruttore del Coni. Si sporse sul tavolo, le mani sproporzionate e
istoriate da tagli e bruciature. Voleva sapere tutto, come ripeté piú
volte. Per lei sapere tutto non era solo un modo di dire. Non la
smetteva mai con le domande. Consigli sugli allenamenti e
soprattutto sull’alimentazione. Si infervorava quasi che per lei non
esistesse nulla di piú importante. Pareva che non avrebbe mai finito
di sviscerare l’argomento, ma tutto a un tratto si voltò verso di me e
mi domandò a bruciapelo se era vero che fossi uno scrittore.
D’istinto guardai Alex, che mi fece un cenno d’intesa.
– Hai bisogno del suggeritore? – mi incalzò lei.
– No, – farfugliai.
– No, non hai bisogno del suggeritore, o no, non sei uno scrittore?
– Non sono uno scrittore.
– Ma hai pubblicato due romanzi. Io invece conosco solo scrittori
che non hanno pubblicato niente. Intendiamoci, adorerei un grande
scrittore che avesse deciso di non pubblicare mai niente. Gesú ha
fatto cosí. Ma quelli che si sentono scrittori senza averne dato la
minima prova mi annoiano.
– Non capisco la differenza, – si inserí Alex.
Io, invece, avevo capito. – Il guaio di alcuni è che credono di voler
essere romanzieri quando in realtà desiderano essere romanzi, –
feci io, e subito dopo me ne vergognai.
Con la scusa che Peppe non era mai tornato dal bagno, chiesi
permesso per andare a controllare. Non lo trovai. Allora uscii: la sua
macchina era sparita dal piazzale. – Se n’è andato, – informai gli altri
al rientro.
– Come mai? – fece Alessia. – Gli abbiamo fatto qualcosa?
– Siamo in libera uscita dall’istituto di cura in cui siamo ricoverati,
– risposi. – Ci sentiamo piú sicuri all’interno.
Quando arrivò il secondo giro di birre Margherita tirò fuori dalla
borsa un taccuino con la copertina nera, le cui pagine erano fitte di
numeri annotati, e segnò una cifra sotto la colonna che riportava la
data di quel giorno. – È il calcolo quotidiano delle calorie, – mi
spiegò Alessia sottovoce. – Sa le calorie a memoria di decine di cibi
e riesce a occhio a calcolarne il peso.
– Mi alleno al ristorante, – disse Margherita che aveva sentito. –
Non ci credi? – mi domandò.
– Non ho detto…
Non mi lasciò finire. – Se non ci credi proviamo subito. Pesiamo
qualcosa, forza! Scegli un oggetto. Che aspetti? Ti tiri indietro?
– Io veramente…
– Scegli qualcosa.
– Il tuo taccuino.
Lo tirò fuori e lo soppesò con la mano. – Piú di cento, meno di
centocinquanta. Centotrenta grammi –. Poi me lo consegnò. – In
cucina hanno di sicuro una bilancia.
Alex e Gianca mi guardavano sogghignando. – Che fai? Prima mi
sfidi e poi ti tiri indietro? – mi incalzò Margherita.
Mi ritrovai in piedi senza nemmeno averlo deciso. Credevo che mi
sarei vergognato, invece spiegai con tranquillità la situazione ai
ragazzi del bar che presero il taccuino e lo pesarono in cucina.
Tornai al tavolo con il responso. – Centoquarantotto.
Margherita batté la mano sul tavolo. – Ho sbagliato.
– Non lo chiamerei uno sbaglio, appena diciotto grammi di
differenza, – le dissi.
– Diciotto grammi non sono pochi. Diciotto grammi di burro sono
centotrenta calorie. Puoi tirarci avanti per una mezza giornata
almeno.
Silvia sbadigliò vistosamente, prima di rivolgersi a Margherita: –
Tu domani lavori, meglio andare. Sarai stanca.
– Non sono affatto stanca, – disse Margherita e per dimostrarlo si
issò con le mani sul tavolo. Scivolò, facendo cadere un bicchiere che
per miracolo non si ruppe.
– Fai come vuoi, – le disse Silvia. La baciò sulla guancia, le
mormorò qualcosa all’orecchio, forse raccomandazioni, e a noi
rivolse un saluto collettivo e frettoloso. I baristi ci fecero servire un
giro di consumazioni gratuite. Andammo avanti a bere e
chiacchierare fino alle due di notte, quando suonò la campanella
della chiusura. Le ragazze insistettero per offrire un ultimo giro.
Uscimmo tutti insieme. L’aria sapeva di estate. Prima dei saluti
Giancarlo adocchiò un palo con un cartello stradale. – Che fa? È
ubriaco? – domandò Alessia quando lo vide correre in quella
direzione. Lui afferrò l’asta d’acciaio con le mani slanciandosi in alto:
rimase sospeso in aria nella posizione della bandiera, il corpo
muscoloso che vibrava a un metro da terra come la corda di un arco.
Con un passato da ginnasta e ottimi risultati Gianca era uno che
avrebbe potuto sfondare in tutti gli sport e forse proprio per quello
non ne aveva ancora trovato uno su misura per sé.
Applaudimmo la sua esibizione e ci salutammo con la solennità
degli ubriachi e dei vacanzieri, scambiandoci la promessa di
rivederci al piú presto, ma io pensavo che non sarebbe successo.
Almeno per quanto mi riguardava.
Era stata una bella serata ma, appunto, una serata.
– Quella ragazzetta mi ha stregato, – annunciò Giancarlo una
volta in auto.
– È quello che fanno le streghe, – lo mise in guardia Alex. – Non
hai visto che è anoressica? Se la tocchi la spezzi.
– Le manca qualche chilo, d’accordo.
– Le manca anche qualche rotella.
– Cosí viaggia piú leggera, – dissi io.
4.

Sul finire della primavera del duemilatre, oltre sei mesi dopo
l’inizio del mio annus horribilis, Sara mi aveva detto che avremmo
dovuto prenderci qualche giorno di vacanza. L’aveva proposto con il
tono di chi spera in un miracolo. Non mi riconosceva piú. E come
avrebbe potuto? Ero raddoppiato di peso, e per giunta sotto i suoi
occhi.
Avevo accettato perché non volevo deluderla: lo facevo già tutti i
giorni. Avevo comprato i biglietti per Madrid, dove non eravamo mai
stati. Nei volti spiritati, lucenti e smagriti di El Greco speravo di
trovare la scintilla per diventare fiamma e bruciare il mio grasso.
Per tutto il viaggio fino all’aeroporto covai un insensato rancore
per essere stato strappato alla mia scrivania e aver accettato quel
viaggio. Mi rendevo conto che il mio risentimento era ingiustificato, e
questo non faceva che accrescerlo.
In aeroporto mi lamentai della coda al check-in, dei controlli di
sicurezza e di quanto tempo si perdesse nello spostarsi da un punto
all’altro, quando con la mente si sarebbe potuto viaggiare piú lontano
e veloce, senza nemmeno muovere un passo. Non riuscivo a
controllarmi. Piú intuivo la follia dei miei concioni e piú mi accaloravo
nel propinarli.
Solo al momento di mettere piede sul velivolo ammutolii. Avanzai
lungo il minuscolo corridoio in compagnia di una crescente
apprensione. Misuravo con gli occhi i sedili, che mi parevano
colpevolmente piccoli, in attesa di raggiungere la nostra fila e il
verdetto finale. Ero stato un idiota ad accettare.
Mi voltai in preda all’affanno per tornare indietro, ma c’erano
decine di persone incolonnate alle mie spalle. Mi sospingevano
inesorabilmente in avanti. Mi maledicevo e intanto pregavo sotto
voce.
Quando arrivai al mio posto trattenni il fiato, d’istinto tirai in dentro
la pancia e mi sedetti con la lentezza di chi teme di non entrare nel
sedile. Ci stavo a malapena.
All’accendersi del segnale luminoso, afferrai i lembi della cintura e
lottai per avvicinarli. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad
allacciarla. Pensai che fosse difettosa, e la confrontai con quella di
Sara, ma non aveva nulla che non andasse. Tirai indietro la pancia il
piú possibile, a costo di soffocare, ma non si agganciò lo stesso.
– Tira, – insistette Sara. – Non è possibile.
– Sto tirando, – risposi con la voce incrinata.
Provammo a cambiarci di posto, con una manovra difficoltosa e
imbarazzata, ma sull’altro sedile era lo stesso. Sara mi consigliò di
farmi aiutare dalla hostess. – Forse hanno una prolunga.
– No, – ripetevo paventando l’onta. Tutti i passeggeri si sarebbero
girati a guardare il ciccione che aveva bisogno di una prolunga per la
cintura. Sudavo in preda al panico mentre si avvicinava il momento
del decollo. Ancora una volta trattenni il fiato e tirai con tutte le mie
forze, ma niente.
– Dobbiamo scendere, – implorai.
– Non dire stupidaggini.
Il mondo intero si ridusse per me a una manciata di centimetri.
Spinsi la fibbia il piú possibile vicino al gancio, spacchettai la coperta
di cortesia e me la sistemai sulla pancia per mascherare il mancato
allaccio. A un’occhiata superficiale sarebbe sembrato tutto in ordine,
o almeno cosí speravo.
Terminate le canoniche dimostrazioni, le hostess percorsero il
corridoio per i controlli di prassi. Io ero in un bagno di sudore. Forse
se avessi abbassato il sedile, l’avrei distratta dalle cinture, ma
rischiavo di ottenere l’effetto contrario.
L’assistente di volo esibiva occhi verdi incastonati in una
fantasmagoria di ombretto. Mi concentrai su quegli occhi pregando
ossessivo, come quando da bambino, alle prese con il compito in
classe di matematica, invocavo la soluzione. Tre passi, due passi, un
passo… Quando infine giunse sopra di me, mi sorrise con un
impercettibile cenno di assenso e passò oltre, lasciando alle sue
spalle una lieve scia di profumo.
Promisi solennemente a me stesso che nei tre giorni successivi
avrei digiunato. Mai e poi mai avrei rivissuto una situazione simile.
Non mantenni la promessa.

Quando superai quota cento chili, gli specchi mi tendevano


agguati con il tempismo esperto dei paparazzi. Finestre, porcellane,
schermi, plexiglas, retrovisori: l’intero mondo degli oggetti pareva
rimandarmi l’immagine che non volevo piú vedere, istantanee di un
uomo sfigurato dal lardo che non potevo essere io, sebbene mi
fosse familiare la luce seppellita negli occhi.
Ero una candela accesa da qualche parte all’interno del mio
corpo.

I miei genitori osservavano in doloroso silenzio, impreparati. Da


bambino non gli avevo mai dato problemi o preoccupazioni, e
adesso ero diventato un problema enorme.
Una domenica mattina mio padre decise di parlarmi. Ero andato a
trovarli e stavo osservando mia madre cucinare, quando lui mi
chiese di raggiungerlo in bagno. Era appena uscito dalla doccia e si
era legato un asciugamano in vita. Lo seguii in bagno, saturo di
vapore acqueo. In silenzio si spalmò la crema da barba sul viso.
Avevo amato quei momenti da bambino e lui lo ricordava. Era in quei
momenti che ci confidavamo.
Mi tenni rasente il muro, in modo da non finire inquadrato dallo
specchio sopra il lavabo, in cui vedevo il suo petto muscoloso e il
volto giovanile. A quarantotto anni sfoggiava un fisico atletico e
scattante. Finito di insaponarsi, prese la lametta e aprí l’acqua calda.
Le parole non arrivavano. Cercò i miei occhi attraverso lo specchio e
fui costretto a fare un passo avanti. Con la barba crespa che si
arrampicava come erbaccia sulle pieghe del volto, le occhiaie e i
rivoli di sudore, sembravo piú vecchio di lui.
– Ego sum, – disse battendosi una mano sul petto. Era sempre
stato il suo motto, il modo per ribadire che ciascuno è artefice del
proprio destino. Non credo conoscesse altre parole latine e le
cantilenava come un mantra, una formula magica con cui incantare
sé stesso e gli altri. – Devi ripartire da te, Remo, credere in ciò che
sei. Ego sum, prova a dirtelo davanti allo specchio, come faccio io, –
mi esortò indicandosi nel riflesso. – Ego sum, – ripeté, poi mi guardò
e la voce gli si ruppe.

Sara aveva provato a resistere. Facevamo l’amore ogni sera,


anche se sempre piú spesso si lamentava del fatto che la
schiacciassi con il mio peso. Chiudeva gli occhi, mugolava appena,
sforzandosi di rincorrere il piacere. Dietro le palpebre serrate
intravedevo scorrere le immagini di altri uomini. Ero dentro di lei, la
ricoprivo interamente con il mio corpo, eppure non avrei potuto
sentirla piú distante. La sua mente viaggiava, e piú si allontanava
con l’immaginazione e piú il suo piacere aumentava, a prescindere
dalla mia presenza. Ero solo il tramite della sua fantasia erotica.
Tutto a un tratto si irrigidiva, contraeva i muscoli, il volto sfumava
dal piacere alla tensione, con sussulti d’angoscia, come se
l’orgasmo fosse l’ultimo treno della sera e lei temesse di perderlo.
Poi di colpo una luce le rischiarava il volto, e veniva, soffocando i
gemiti. Dopo dovevo sbrigarmi: avevo una manciata di secondi
prima che aprisse gli occhi, mi riconoscesse e mi chiedesse con
durezza di concludere.
La prima volta che ruppi una doga del letto non disse niente. La
seconda represse un moto di stizza, ma quando, qualche giorno piú
tardi, udí lo schianto del terzo asse sotto di noi, mi spinse via con
rabbia e fino al mattino dopo non mi rivolse la parola. Il mio peso
schiacciava lei, il nostro rapporto, la promessa di felicità che le
avevo fatto.
Da un giorno all’altro prese l’abitudine di uscire per conto suo la
sera. Si era sempre lamentata di non avere amici, all’improvviso ne
pareva circondata. Aveva anche trovato un lavoro part time. Tornava
tardi, spesso canticchiando. A colazione mi raccontava di quello che
le era capitato. Faceva progetti, mi criticava meno per il mio appetito
e mi incoraggiava con il libro. Mi pareva di aver ottenuto un altro po’
di tempo per saldare il mio debito.
Spesso, quando rincasava la sera, le preparavo una tisana e sul
divano le parlavo con trasporto: le dicevo che mi vergognavo del mio
stato, che non avevo rispetto né per me né per lei, e le promettevo
che l’indomani mi sarei messo a dieta. In genere resistevo fino alle
undici e quarantacinque del mattino quando, guardando le lancette
avvicinarsi alla sovrapposizione delle dodici, avvertivo un vuoto.
Allora cedevo, dicendomi che mi sarei preso un ultimo giorno di sfizi,
per poi smettere definitivamente il giorno seguente. Domani è il
primo giorno della dieta, oggi quello dell’ultima abbuffata.
Ero entrato nel circolo vizioso in cui si avvicendavano purezza e
sozzura. Mi abbuffavo con abnegazione per raggiungere l’apice della
dissolutezza e da lí trovare lo slancio per redimermi. Aspettavo di
scendere agli inferi per intonare l’inno. Solo che guardavo
ostinatamente dalla parte sbagliata: non c’era fine a quella discesa.
A volte tenevo duro fino all’orario dell’aperitivo, quando mi
arrendevo di schianto e le telefonavo chiedendole per favore di
passare a prendere una vaschetta di gelato da un chilo. Sparavo
fuori la mia richiesta senza prendere fiato, poi rimanevo in attesa
trattenendo il respiro. A volte la trovavo disponibile, perché aveva
avuto una giornata difficile e uno sfizio avrebbe fatto piacere anche a
lei. Altre, con voce sofferta mi diceva che assecondandomi non
avrebbe fatto il mio bene. Allora provavo a convincerla con
argomenti razionali: avrei cucinato una cena prelibata, ci saremmo
goduti il gelato davanti a un bel film, e il giorno dopo mi sarei messo
a dieta. Quasi sempre acconsentiva, e io mi sentivo come un ladro
che ruba ai propri famigliari.
A un certo punto mi parve addirittura felice, come sollevata, anche
se non mi convincevano le sue nuove mèches biondo platino. Poi un
giorno smise di colpo di sorridere. Mi stava raccontando le peripezie
sentimentali di una sua amica, quando scoppiò a piangere, mi gettò
le braccia al collo e mi disse che era finita. Il tono lapidario soffocò
ogni voglia di replicare. Nonostante le lacrime, Sara sfoggiava la
stessa forza vitale di una foglia che spunta da un ramo. Rifioriva, ma
non per me. Erano trascorsi nove mesi dall’inizio dell’annus
horribilis, un’intera gestazione.
Restò ancora una settimana a casa. Uscimmo tutte le sere.
Andavamo al ristorante e a passeggiare sul mare, scegliendo ogni
volta un paese diverso della Riviera delle Palme, il tratto di costa
compreso tra Varazze e Andora. Il lunedí mattina mi baciò sulla
guancia, mi augurò buona fortuna dicendomi che meritavo il meglio
dalla vita, e la sera non rincasò.
Non piansi, non imprecai, non mi disperai. Continuai a scrivere il
mio romanzo e a mangiare.
Quando vai a fondo ti senti troppo lontano dalla superficie per
poterla riconquistare a furia di bracciate – vano guadagnare una
manciata di centimetri quando i metri si accumulano sopra di te uno
dopo l’altro. Le forze vengono meno e un torpore ti invade. Cosí ti
abbandoni, speri vagamente nel miracolo, in una sirena o in un
animale marino, qualcosa che ti riporti a galla. Infine i sensi si
offuscano, tutto diventa indistinto, e non aspetti nemmeno piú,
perché dentro di te sai che non c’è alcun fondo.
Qualche sera dopo mi telefonò Alex. Aveva saputo. Sara doveva
averlo chiamato per chiedergli di starmi vicino.
– Come va?
– Mi si è rotto qualcosa dentro.
– Cosa?
– Quello che si rompe.
5.

Eravamo seduti in circolo davanti ad Atene. Lo chiamavamo


semplicemente cosí, come se fosse una città, la nostra. A me, in
realtà, faceva venire in mente l’antica Roma, dove Romolo aveva
radunato un branco di forestieri, diseredati e banditi, esuli di ogni
dove, che si erano ritrovati per ricominciare daccapo. Fondare una
città era sembrato loro un buon modo.
Noi ci accontentavamo di recuperare le forze in attesa di ritornare
nella città là fuori.
Erano le cinque del pomeriggio. Quel giorno c’era anche Flavio,
un amico di Peppe che lavorava come autista di linea. Era alto due
metri, una montagna di muscoli che T-shirt e pantaloncini faticavano
a contenere. Vene spesse come corde correvano lungo la pelle
lucida e fresca di rasatura. Quando mi strinse la mano mi sentii un
budino in una coppa di metallo.
Dopo un po’ arrivarono Margherita e Alessia, mi salutarono e
come se fosse la cosa piú naturale del mondo presero due sedie e si
unirono a noi. Erano di ritorno dalla biblioteca dove passavano i
pomeriggi a studiare. Peppe si irrigidí e con una scusa si allontanò
senza salutare, lasciando il suo amico lí da solo con noi. Diablo
abbaiò due volte e poi tornò ad accucciarsi sotto la sedia di Roberto.
Approfittando di una pausa nella conversazione, Margherita
chiese a Flavio della sua alimentazione e dei suoi metodi di
allenamento. Lo guardava con spavalderia, come se avanzasse un
credito, la linea delle vertebre a disegnare l’arco teso di una canna
da pesca. Scrissi un messaggio a Gianca per informarlo che la
ragazza che gli piaceva era al bar, di sbrigarsi a venire. Il discorso
intanto si era acceso. Flavio stava raccontando di quante persone
aveva dovuto buttare giú dalla corriera e di come il suo fisico fosse
indispensabile per tenere a bada certe teste di cazzo. Margherita gli
disse che forse serviva tutt’altro, magari una semplice parola gentile.
– Vuoi venirmi a spiegare come affrontare immigrati e zingari?
Margherita schizzò in piedi. – Vuoi affrontare me?
– Datti una calmata, ragazzina.
– Perché non butti giú me dalla corriera?
– Perché non siamo su una corriera, – disse lui senza scomporsi.
– Forza, fammi vedere la tua forza, grand’uomo.
Lui si portò l’indice alla tempia, a indicare che era matta, poi si
alzò e se ne andò.
Mi resi conto che ero in piedi pure io, a un passo da Margherita, e
non sapevo nemmeno perché. Che cosa avrei mai potuto fare per
difenderla? Lei si voltò all’improvviso e ci scontrammo, l’impatto di
un cardellino contro un muro di gomma. Era accalorata e tremava
leggermente.
– Non ti preoccupare, – mi disse. – L’avrei steso facilmente.

Margherita e Alessia ripassarono il pomeriggio seguente. Non


appena mi videro mi urlarono: «Remo!» È sempre un battesimo
quando qualcuno che conosci da poco ti chiama per nome.
Presero due sedie e le piazzarono accanto alla mia. – Giancarlo
sta arrivando e Alex forse, – annunciai per scusarmi di esserci
ancora una volta solo io. Incrociai le braccia per nascondere la
pancia e unii le cosce schiacciandole l’una contro l’altra.
Loro due però non sembravano affatto deluse. Mi domandarono
dei miei romanzi, di come avessi iniziato a scrivere, di quello che
stavo leggendo, degli scrittori che avevo conosciuto. In quel periodo
Margherita leggeva Bukowski e io senza rifletterci le dissi che presto
sarebbe passata a John Fante.
– Come fai a saperlo?
– Semplice, è quello che ho fatto io.
Socchiuse gli occhi. Piú tardi imparai che le capitava quando
cercava di mettere a fuoco un pensiero. Lasciava sfumare la vista
per focalizzare un moto interiore. Incrociando a sua volta le braccia
sul petto, con l’aria offesa di chi ha appena ricevuto un colpo basso,
mi rivelò che un’ora prima aveva comprato Chiedi alla polvere di
Fante in una libreria del centro.
Ci fu una triangolazione di sguardi, ma prima che qualcuno
potesse commentare, Margherita saltò su dicendo che doveva
correre al ristorante di famiglia per il consueto turno di lavoro serale.
– Siamo io e mia mamma a gestirlo da sole, eppure possiamo
servire cinquanta uomini grossi come te in una sola sera, – mi disse.
– Che cos’è, un invito? – provai a scherzare, cercando di sviare il
discorso dalle mie dimensioni, sebbene il suo tono non mi fosse
sembrato offensivo, solo schietto.
– Chiedi del Molo, lo conoscono tutti a Varazze. Sta lí a farsi
imbiancare dalla salsedine da cent’anni.
Promisi di dire ai ragazzi che erano passate. Quando entrai nel
bar scoprii che avevano pagato anche per me.
– La piccoletta, – mi informò Katia.

La piccoletta diventò un pensiero recondito nella mia testa e una


presenza nella nostra vita. Di tanto in tanto, senza annunciarsi, lei e
la sua amica capitavano all’Atene. Con gli zaini sulle spalle, di ritorno
dall’istituto magistrale o dalla biblioteca, si accomodavano nel
circolo. E a noi, durante i lunghi pomeriggi a mandare giú caffè e
storie, succedeva di tanto in tanto di alzare lo sguardo per
controllare se per caso stessero comparendo all’orizzonte, laddove il
vicolo si strozzava prima di aprirsi sulla piazza del vecchio ospedale.
Mentre Alessia si vestiva di blu o di nero e indossava cappelli con
la visiera piatta, Margherita era una farfalla. Scarpe colorate, maglie
pastello, calze dalle fantasie bizzarre. Pareva tirar fuori dall’armadio i
primi indumenti che trovava, senza alcun timore per gli abbinamenti
azzardati, la sfrontatezza di scegliere ciò che le piaceva, anziché ciò
che le stava bene. Oltre alla levità, della farfalla possedeva anche
l’inconsistenza. Certe volte sembrava solo una membrana tesa tra le
ossa.
A volte si univa a loro una terza amica, quasi mai la stessa. La
novizia guardava gli avventori seduti in circolo, poi le sue compagne,
chiedendosi quale capriccio le portasse a passare del tempo con
gente come noi. Dovevamo davvero farle una strana impressione:
un’accozzaglia di tipi strambi con cui si sarebbe vergognata di farsi
vedere in giro. Ma all’Atene il pericolo di essere avvistati era minimo:
il risentimento di Sergio verso i clienti ingrati aveva fatto terra
bruciata.
Non riusciva piú a pagare l’affitto, cosí aveva dovuto lasciare
l’appartamento che condivideva con Katia. Lei era tornata a vivere
con i genitori. Lui invece aveva chiuso con una tenda una delle
salette interne del locale, e ci aveva piazzato un letto. Ora dormiva
nel suo sogno, che nel frattempo si stava trasformando in un incubo
economico.
Le ragazze portarono con loro una ventata di fervore che a noi
mancava, tranne a Tonino e a Roberto nelle occasioni in cui
parlavano di mogli, ex mogli e amanti.
Con Margherita e le sue amiche c’era sempre qualcosa da
discutere. In special modo per Margherita la passione civile era un
teatro dove mettere in scena le sue molte anime. Ma anche in quello
era generosa, nonostante una certa aggressività, perché alla fine le
interessava piú ascoltare il pensiero degli altri che esprimere il
proprio. Non parlava per sentire quanto suonavano intelligenti le sue
idee, come succedeva a molte persone che avevo frequentato.
Parlava per farti uscire allo scoperto. Ti pretendeva nudo.
Si professava anarchica. Le piaceva stupire l’uditorio dall’alto del
suo scheletrico e pericolante metro e sessanta. Diventava rossa
quando parlava di problemi sociali e ingiustizie. – Sapete che l’Italia
è la prima produttrice al mondo di mine antiuomo? Sapete che le
cinque famiglie piú ricche di Genova sono le stesse di cinquecento
anni fa? – No, non lo sapevamo. – Che cosa fate ogni giorno contro
l’inquinamento ambientale? – Non facevamo abbastanza. – Perché
una donna non può sedersi da sola al bancone del bar senza essere
abbordata? Perché un uomo si sente in diritto di fischiare a una
ragazza per strada?
Il dibattito le piaceva. Non si offendeva mai, incassava i colpi,
cercava di capire. Spesso batteva il pugno contro il palmo aperto o il
piede per terra. Per quanto perplessi, la prendevano tutti sul serio.
Credeva nei prodigi. Credeva di poter cambiare il mondo
cambiando sé stessa, di poter guidare senza avere mai preso
lezioni, di fare la chansonnier senza sapere una parola di francese.
A volte mi piaceva rilanciare. Se lei condannava il sistema
carcerario moderno, io ribattevo che ero per l’abolizione delle
carceri. Se lei citava Beccaria, io tessevo le lodi di Ivan Illich. Se lei
esaltava Stuart Mill, io rilanciavo con Chomsky. Allora mi accusava
di barare, ma era un’accusa che conteneva un attestato di stima.
Se invece commettevo l’errore di ascoltarla in silenzio, si
accalorava, alzava il tono, mi provocava, cercava in ogni modo di
stanarmi – tutto il suo corpicino proteso m’accusava implicitamente
d’essere un nemico della rivoluzione.
Io commettevo l’errore di prestarle attenzione in religioso silenzio
molto spesso.
– Mi piace ascoltarti, che ci posso fare? – mi giustificavo.
– Perché non esponi le tue idee? – mi incalzava in tono
giacobino.
– Non ho idee, solo storie, – ribattevo con flemma, ben sapendo
che simili battute le facevano salire ancora di piú la temperatura.
Certe volte però mi spiazzava, calmandosi di colpo, la scintilla
degli occhi che si spegneva nelle iridi con la rapidità di una candela
gettata in uno stagno. Non mi diceva mai che avevo ragione,
semplicemente non mi accusava di avere torto. – Solo gli idioti sono
pieni di idee.
6.

Qualche giorno dopo l’addio di Sara avevo avuto un improvviso


scatto d’orgoglio.
Poiché il mio romanzo non vedeva la fine avevo stabilito di
trovarmi un lavoro part time, qualcosa con cui spezzare la monotonia
torpida delle mie giornate e raggranellare un pugno di euro. Era fine
settembre e il periodo dei lavori stagionali era agli sgoccioli, perciò
avevo compilato online le schede candidato delle agenzie interinali.
Non desideravo un matrimonio con il mondo, ma una sveltina per
riprendere confidenza, dopo i lunghi mesi chiuso in casa a lottare
con la mia immaginazione armato solo di una tastiera. Non
intendevo lavorare – avrebbe significato affossare definitivamente il
mio progetto –, solo dimostrare a me stesso che non ero un
fannullone, anche se al momento potevo ancora contare su una
parte dei soldi che avevo accantonato dal mio precedente lavoro,
dalla liquidazione finale e dall’anticipo incassato sul secondo
romanzo. L’affitto era calmierato e le uniche mie spese consistevano
nelle bollette e nella pasta. Ormai non mangiavo altro. Vivevo con un
euro al giorno e nemmeno un grammo di felicità.
Con mia sorpresa già il giorno dopo mi richiamarono da una delle
agenzie. Un cash and carry di Savona aveva bisogno di un uomo
per le consegne. Oltre a puntualità, serietà e onestà si richiedeva la
patente. La ragazza al telefono mi fece intendere che sulle prime tre
caratteristiche si poteva chiudere un occhio. Le dissi che mi
interessava. Mi disse che avevo il lavoro.
– Cosí?
– Cosí.
Mi sarei dovuto presentare l’indomani alle sette nel piazzale
esterno del magazzino. Il responsabile mi avrebbe spiegato ogni
cosa.
– Ogni cosa?
– Ogni cosa.
Anni dopo, all’uscita dal parcheggio di un albergo alla periferia di
San Antonio, Texas, nel dubbio di aver dimenticato il cellulare, mi
fermai ai margini della carreggiata, sotto un cavalcavia, per
controllare se l’avessi con me. Non mi ero accorto che poco piú
avanti c’era un nutrito drappello di persone. La ragazza seduta al
mio fianco mi scosse mentre cercavo nelle tasche. Quando alzai gli
occhi mi resi conto che una cinquantina di uomini male in arnese
stava puntando nella nostra direzione. Provai a riavviare l’auto, ma
sbagliai pulsante. Ritentai, ma di colpo avevo troppe dita. Finalmente
il motore si avviò, ma era tardi. Ci circondavano su ogni lato. In un
attimo fummo catapultati in uno di quei film dell’orrore in cui i
protagonisti sono assediati da zombi famelici. Bocche sdentate,
camicie strappate, vecchi tatuaggi sbiaditi e cicatrici incombevano
sui finestrini. Impiegai una manciata di agghiaccianti secondi per
capire che erano lavoratori a giornata in cerca di un impiego e che
quello era un luogo d’adunata.
Allora mi ricordai di quella mattina di tanti anni prima, quando
insieme a un’altra dozzina di sconosciuti di ogni età aspettavo,
davanti al cash and carry, che mi assegnassero un furgone per la
giornata.
Il capo del piazzale era un omone dai modi spicci, con un
cappello troppo piccolo e un paio di scarpe antinfortunistica di una
taglia in piú. Ciabattava da un punto a un altro dello spiazzo asfaltato
urlando compiti che nessuno ascoltava. – Il tuo mezzo è il B7. Vai al
portellone 13. Là troverai il referente per la tua zona.
Il referente, un mingherlino con una T-shirt bucata verde oliva, mi
cacciò in mano un foglio con la lista dei negozi ai quali avrei dovuto
consegnare e mi indicò un paio di bancali stipati di confezioni. –
Carica il furgone e parti. Sei già in ritardo. Quando hai finito torna per
il secondo turno di consegne. Se ti fermi a cazzeggiare in giro, lo
scopro. Se approfitti del furgone per portare merce non nostra, lo
scopo. Se ci fai salire qualche troia, lo scopro. E non farti fregare dal
traffico. Scegli vie alternative. E ora muoviti. Cazzo, puoi cominciare
a caricare mentre ti parlo. Ti servono le mani, mica le orecchie.
Guardai con aria preoccupata i due bancali avvolti nel cellophane.
L’uomo additò il muletto giallo. – Quello devi usare, mica il pensiero.
Lo sai manovrare, vero?
– Mai usato.
– È come nuotare, si impara facendolo.
Montai faticosamente a bordo cercando di prendere le misure e
dopo una rapida occhiata al quadro riuscii ad avviare il motore.
Studiai i comandi e feci un paio di tentativi prima di intuire come
funzionasse. Il referente tornò indietro di gran carriera. – Questa e
questa, – mi gridò in faccia abbrancando le leve. – Cosí.
Quando finii di stipare il furgone ero già in un bagno di sudore. Mi
issai sul Ducato e dopo aver sistemato gli specchietti retrovisori
partii. Il cuore pompava nel petto, il rumore di un’idrovora che non
riesce a pescare acqua, ma ero sollevato di essermi allontanato dal
piazzale e dai cerberi che lo pattugliavano.
Verificai la lista guidando. Erano cinque negozi sparsi per le tre
Albisole, che formavano una T il cui lato corto era il mare e quello
lungo il fiume Sansobbia. Per ciascuno avevo una bolla con i prodotti
da consegnare. Feci un programma mentale. Avrei cominciato con
gli ordini piú leggeri, per prenderci la mano. A metà del tragitto avrei
piazzato il carico piú gravoso. Mi parve un programma intelligente.
Disponevo di un classico carrello a due pneumatici per le
confezioni, mentre per i prodotti sfusi potevo contare su un diverso
tipo di trabiccolo, formato da una piastra metallica con quattro
piccole ruote e una coppia di paratie laterali.
Il primo negoziante mi fece notare che ero in ritardo. Non sapevo
in base a quale tabella. Me la cavai con tre giri di carrello. Avevo il
fiatone perché dovevo trascinare anche il mio quintale abbondante
oltre la merce. Fui costretto a comprare dal negoziante un rotolo di
carta assorbente per detergere il sudore che mi faceva bruciare gli
occhi e prudere ascelle e cosce.
Scoprii che la seconda consegna era in una zona a traffico
vietato: ero arrivato oltre la fascia oraria in cui era permesso
l’accesso ai mezzi commerciali. Il mio programma non mi sembrava
piú cosí intelligente. Ero davvero in ritardo, adesso. Tornai indietro
per lasciare il furgone nella zona carico e scarico di prima, a qualche
centinaio di metri di distanza dal negozio.
Sul pianale del Ducato mi aspettavano un paio di enormi cartoni
strabordanti di angurie. Saranno state una trentina almeno. Indeciso
su come trasportarle, iniziai a trasferirle una per volta sul trabiccolo
metallico, ma scivolavano da tutte le parti. Ci sarebbero volute
quattro paratie ma io ne avevo solo due. Allora tolsi tutte le angurie
dai cartoni per trasferirli sul trabiccolo e poi riempirli di nuovo, ma
erano fradici perché i frutti arrivavano dalle celle frigo: collassarono
su loro stessi non appena li ebbi svuotati. Per fortuna il cassone del
riciclaggio della carta era lí accanto. Mentre tornavo indietro vidi
un’anguria cadere dal pianale e rotolare sulla strada. Corsi per
acchiapparla, sentendomi un idiota. Ne caricai cinque sul trabiccolo.
Mi ci sarebbero voluti sei giri. Nel frattempo il cellulare attaccò a
suonare.
Era il referente. – Hai finito? Sei in ritardo.
Mi avviai con il passo dei dannati del settimo canto dantesco. I
cocomeri slittavano pericolosamente avanti e indietro. Provai a
spingere inclinando il trabiccolo e tenendo al contempo gli stinchi
premuti contro i bordi per fare da schermo alle angurie. Un paio di
vecchi mi osservavano con attenzione e commentavano tra di loro a
voce alta. Il cuore nel mio petto non era piú grande di una prugna. Il
grasso lo stringeva con la forza di un guantone da baseball.
Mi vergognavo soprattutto di non essere abbastanza intelligente
da ingegnare un sistema per trasportare quelle dannate angurie.
– Devi comprare altre protezioni laterali, – mi consigliò un
vecchio.
– Oppure portarle a mano, – aggiunse il suo compagno.
Ero a metà strada e avevo una gran voglia di piangere. Non
potevo abbandonare trabiccolo e frutti lí. Mi decisi a completare quel
primo viaggio e poi trasportarle una alla volta. Avanzavo con
estenuante lentezza. Ora i vecchi erano tre. Mi scortavano. Non
resistetti all’impulso di accelerare per sfuggire a quegli sguardi da
avvoltoi. Un’anguria slittò sull’altro lato: non mi ero accorto che la
pendenza era mutata. Pietrificato, la osservai danzare sul bordo
della griglia. Provai ad allungarmi per acchiapparla e a quel punto
ruzzolò fuori.
Mi lanciai all’inseguimento abbandonando il trabiccolo che oscillò
facendo un mezzo giro su sé stesso. Anche le altre angurie caddero
a terra rotolando in direzioni diverse. Inseguii per prime quelle finite
in strada. Le auto si fermarono. I clacson mi rimproveravano mentre
cercavo affannosamente di recuperarle.
Raccattate a fatica le cinque angurie, le risistemai sul biroccio.
Spinsi con rabbia, ma dopo una trentina di metri un cocomero cadde
e rotolò via. Mi sedetti con la testa tra le mani e lo guardai
allontanarsi in direzione del torrente.
Un vecchio sorrise. – Poteva andare peggio. Poteva colpire una
motocicletta e causare un incidente mortale.
In quel momento mi squillò il cellulare. – Hai finito?
– Sí, ho finito.
7.

La quotidianità è una prigione quando un uomo è chiuso in una


stanza con la porta sbarrata e non gli viene in mente che bisogna
tirare invece di spingere. Imparare la forza rivoluzionaria di questo
piccolo gesto mi condusse un passo fuori dall’annus horribilis.
Fu Margherita a insegnarmelo.
Accadde una mattina in cui ero andato al bar Atene rompendo la
consuetudine delle ultime settimane. Avevo voglia di un espresso,
del sole che si posa sul tavolino di un bar come un pacchetto regalo,
di un giornale da scartare tra le mani e di una strada sotto i piedi.
Avevo voglia di notizie e movimento, avevo voglia del mondo e di me
in quel mondo.
Mi ero seduto fuori e avevo da poco aperto il quotidiano,
godendomi il minuto brivido delle novità, quando comparvero Alessia
e Margherita. Mi abbassai gli occhiali da sole sul naso e le guardai. –
Ma non dovreste essere a scuola?
– E tu non dovresti essere a lavorare?
Sorrisi. – Me la sono cercata. Sedetevi e studiamo insieme il
modo migliore per non dover lavorare.
Soltanto Margherita capí la battuta, me ne accorsi dall’incresparsi
delle labbra, mentre Alessia assunse quella sua tipica espressione di
docile perplessità, il viso inclinato in avanti e gli occhi sollevati verso
l’alto. Margherita ordinò un caffè, Alessia cappuccino e brioche.
Ripresi a leggere un articolo che mi stava interessando molto. Loro
due attaccarono a chiacchierare, anche se era Alessia a parlare tutto
il tempo.
Margherita indossava un paio di occhiali dalla montatura verde
bosco. Le scattai mentalmente una foto, mentre ascoltava l’amica.
Non sarebbe sfigurata su una di quelle famose riviste patinate. Il
volto aveva lineamenti internazionali, in cui sangue e mari diversi
sembravano mescolarsi in profondità, lasciando emergere ora
richiami orientali, ora suggestioni mediterranee. Le labbra erano due
tratti spessi di matita rossa nell’ovale bianco. E poi la magrezza al
limite e la sensazione che, sotto le lenti, lo sguardo fosse remoto e
altero. Non finii il pezzo.
Prendemmo un secondo caffè. Mentre si preparava una sigaretta
con l’entusiasmo di chi annuncia un’importante scoperta, Margherita
disse: – Sapete di cosa avrei voglia? Di andare a Recco a mangiare
un trancio di focaccia al formaggio appena sfornata.
– Che cosa te lo impedisce? – le domandai.
Margherita annuiva ponderando la cosa. Fu Alessia a rispondere.
– Non abbiamo né un’auto né la patente.
– Io ho entrambe. Andiamo.
– Sul serio? – mi domandò Margherita, ma era già in piedi con lo
zaino giallo in spalla.
Soltanto qualche settimana prima non avrei nemmeno preso in
considerazione l’eventualità. Nessuno sarebbe riuscito a
trascinarmici: tanto valeva propormi di andare sulla luna. E tornando
ancora piú indietro con il tempo, al periodo immediatamente
anteriore al mio annus horribilis, avrei trovato la proposta
irragionevole, macinare ottanta chilometri e superare tralasciandole
centinaia di ottime focaccerie per esaudire un capriccio da turisti, io
che a quell’epoca tenevo alla distinzione tra turisti e viaggiatori. Ma
se avessi arrotolato ancora un po’ di piú il nastro temporale, diciamo
fino all’ultimo anno del liceo o al principio dell’università, ecco che la
proposta mi avrebbe allettato: allora ci entusiasmava mettere ogni
volta quanti piú chilometri possibili tra il nostro posto e un altro.
L’avventura era sempre altrove, non dovevamo fare altro che saltare
in auto e raggiungerla. C’era una festa in una sconosciuta località
dell’entroterra, un famoso dj in una discoteca toscana, un locale
underground oltre il confine francese? Facevamo il pieno e
partivamo.
Chiusi il giornale, mi scrollai di dosso tre o quattro anni di seriosità
e dissi loro di seguirmi.
Margherita si sedette davanti. Le lasciai il compito di scegliere i
cd. Era incuriosita soprattutto dagli artisti che non conosceva.
– Dove li hai pescati?
– In buone acque.
Erano gli ultimi giorni di scuola per loro: poche settimane piú tardi
avrebbero dovuto sostenere la maturità, una di quelle linee d’ombra
che ci rendono tutti marinai. Un po’ cantavano e un po’ parlavano.
Quando facevano una domanda ascoltavano con attenzione la
risposta. Io mi ero abituato a persone che ti chiedono come va la tua
vita per raccontarti la propria. Margherita volle sapere a tutti i costi
della mia maturità. Aveva il dono di indovinare gli scrigni dove
custodivo le mie storie.
In fondo è questo che chiediamo alle persone a cui teniamo. Una
storia. L’accontentai. Era stata la prima maturità con i cellulari in
circolazione. Una manciata di studenti ne possedeva un esemplare.
Una ragazza aveva mandato via sms l’inizio del testo alla madre
avvocato, che aveva fatto recapitare la versione dalla segretaria, una
serie di fotocopie infilate nella grata che proteggeva la finestra del
bagno dei maschi. La studentessa apparteneva alla A, la sezione
vanto dell’istituto.
La voce delle fotocopie si era diffusa e la coda per andare in
bagno era aumentata di minuto in minuto. Un bidello aveva notato
una ragazza entrare nella ritirata dei maschi, come la chiamava lui, e
aveva avvertito la presidente della commissione, che era andata a
controllare di persona e aveva trovato i fogli.
Era rientrata in palestra sventolandoli e sbraitando, ritta sulle
punte delle scarpe ortopediche. Aveva minacciato, inveito e alla fine
aveva deciso di chiamare i carabinieri, nonostante le preghiere dei
professori interni che cercavano di farla ragionare. Lei gridava che li
avrebbe ritenuti complici se avessero insistito nel distoglierla dal suo
dovere. I carabinieri erano giunti dopo una manciata di minuti,
mentre noi stavamo con le penne posate e le mani intrecciate sul
banco, come ci aveva ordinato. I carabinieri non sapevano bene che
fare.
Era stato aperto un fascicolo. I giornali avevano riempito l’intera
sezione locale, i tg nazionali avevano mandato le loro troupe.
Eravamo stati intervistati. Anche altri avevano voluto la nostra
versione: al Palazzo di giustizia eravamo stati torchiati, intimiditi,
accusati di essere degli omuncoli omertosi. Pressioni di ogni genere
cui ciascuno aveva reagito a proprio modo.
Io avevo provato solo grande tristezza nel vedere il corpulento
maresciallo farmi pressioni psicologiche: per quanto fingesse di
crederci, doveva essere stato frustrante per lui perdere tempo in un
caso del genere.
Alla fine qualcuno aveva ceduto e sputato i nomi dei responsabili,
una cricca della A. Preside e professori si erano schierati compatti
per proteggerli: non potevano essere loro. Avevano tentato di
persuadere la presidente a deviare i sospetti su altri allievi, piú
sacrificabili, persone che sarebbero state bocciate in ogni caso. Lei
non aveva ceduto. Allora avevano tentato di screditarla
pubblicamente: era esaurita, beveva, era in odore di fanatismo
religioso o forse politico. Si diceva che la maturità fosse sub judice, e
che forse avremmo tutti dovuto ripetere l’anno. Sulla faccenda c’era
un decreto regio degli anni Venti ancora in vigore a cui tutti si
appellavano.
Gli esami erano proseguiti in un clima surreale. Erano stati iscritti
alcuni nomi nel registro degli indagati e un bel po’ di testimoni, anche
se nessuno aveva granché da testimoniare. Si diceva che il
procuratore avesse suggerito di applicare l’antica consuetudine
romana, mal comune mezzo gaudio, per arrivare al piú italico dei
verdetti: tutti colpevoli nessuno colpevole.
Un paio d’anni dopo ero stato finalmente convocato a
testimoniare. Il tribunale era un dedalo di vetri e cemento, con una
serie di ascensori che si fermavano dieci centimetri sopra o sotto il
livello del piano prescelto. Dopo una lunga attesa in un corridoio che
odorava di disinfettante ero stato convocato in aula. Una manciata di
persone annoiate mi aveva accolto con indifferenza. Il pubblico
ministero era nervoso. Si era aggiustato la zimarra nera sopra la
cravatta dozzinale. Doveva essersi rasato al buio e portava un paio
di occhiali che non erano mai stati di moda. Non aveva alcun motivo
per avercela con me, eppure sembrava volerlo trovare.
Era stato l’interrogatorio piú veloce della storia giudiziaria,
secondo solo a quello celebre di Marco Emilio Scauro, duemila e
rotti anni prima.
– Lei andò in bagno la mattina del…
– Proprio come stamattina.
Il giudice era scoppiato a ridere, anche se la mia non voleva
essere una battuta. Il pubblico ministero era andato in
escandescenze, il giudice l’aveva ripreso e io ero stato congedato.
La storia, con le sue pause e le sue digressioni, coprí tutto il
percorso fino a Recco. Come spesso accade in Liguria, il casello
autostradale era un varco tra le montagne, che ti faceva venire
voglia di sfidare le leggi fisiche e puntare diretto verso il mare.
– Che è successo a questo Marco Emilio Scauro? – mi domandò
Margherita.
– Era un senatore e console romano. Fece una carriera
straordinaria, in ambito politico, militare, giudiziario. A un certo punto
fu chiamato in causa da un avversario politico, che aveva un
pedigree imparagonabile al suo. Decise di difendersi da solo. Sul
banco degli imputati dichiarò: «Rutilio Rufo accusa Marco Emilio
Scauro di brogli. Marco Emilio Scauro si definisce innocente».
– Tutto qui? – fece Alessia incredula.
– Tutto qui.
– Il peso del nome, – notò Margherita. – Ripeté due volte il proprio
nome per ricordare alla giuria chi era.
– E come andò a finire? – si inserí Alessia.
– Semplice, fu assolto.
Io mi chiedevo invece come sarebbe finita quella giornata, ed era
bello tornare a chiederselo. Perché, se le cose potevano avere
un’evoluzione, significava che avevano avuto un inizio.
Mi sentii leggero, dimentico di me, poi vidi il mio volto riflesso
nello specchietto. Nonostante avessi già perso alcuni chili, rispetto al
periodo piú nero del mio annus horribilis, non mi riconobbi, i
lineamenti piallati dal grasso. Sembravo un dolce dalla cottura
sbagliata.
Margherita coprí lo specchietto con la sua mano, un gesto
compiuto con indifferenza, come se fosse del tutto naturale e non
c’entrasse nulla con me. Ci guardammo in silenzio, poi lei accennò
alla strada.
Quando raggiungemmo la via Aurelia, che si snodava sul mare
con la pigra indolenza di una biscia smaniosa di sole, non riuscii a
trattenere una smorfia divertita. Margherita se ne accorse. – A che
pensi?
– Al destino, alla storia, alle sincronicità.
– A tutta questa roba?
– La via che abbiamo sotto le gomme, l’Aurelia, in realtà non si
chiamerebbe cosí, anche se tutti credono sia questo il suo nome. La
vera via Aurelia finiva in Toscana. Fu appunto Scauro a costruire il
pezzo che collegava Pisa alla Francia. La chiamò con il suo nome,
via Emilia Scauri, come si usava all’epoca. Era convinto che
quell’impresa titanica sarebbe rimasta per sempre. Ma non è
rimasta. Tutti la chiamano Aurelia per comodità.
Mi zittii, stanco della mia voce. Non parlavo cosí tanto da mesi.
Quella piccoletta aveva il potere di farmi credere che le mie storie
fossero interessanti. Che potesse esserci qualcuno desideroso di
ascoltarle. E fin quando le storie continuano, è come se la realtà non
esistesse piú.
Ora però mi sentivo in imbarazzo per essermi lasciato andare.
Dovevo rimanere al mio posto, restare invisibile, non intralciare gli
altri. Che cosa mi era preso? Mi bastò percorrere il ventre con la
punta delle dita per ricordarmi che cos’ero.
Parcheggiammo vicino al mare e facemmo una passeggiata.
Margherita scelse la focacceria che piú la ispirava, un semplice forno
a conduzione famigliare con un paio di tavoli e una panchina
all’esterno. Io e Alessia ordinammo la specialità locale, mentre
Margherita prese solo una coca zero dal frigo.
Alessia si innervosí. Protese le spalle in avanti, come ogni volta in
cui si arrabbiava, e placcò l’amica contro la parete, schiacciandola
con la sua preponderanza fisica. – Ci siamo fatti un’ora e mezza di
macchina per venire fin qua perché volevi mangiare la focaccia e ora
non la mangi? – alzò la voce.
Margherita fu abile a sgusciare dall’angolo. – Mi sono goduta il
viaggio.
8.

Cicerone temeva lo scrittore d’un solo libro, qualunque cosa


volesse dire. E il lavoratore a giornata d’un solo giorno?
Dopo la perdita delle angurie avevo riportato il furgone al
magazzino, farfugliato qualche scusa sul mio stato di salute al capo
del piazzale e firmato un foglio con cui rinunciavo a rivalermi. Tradito
dal corpo e dall’intelligenza, incapace di portare a termine una
semplice giornata di consegne, avevo definitivamente rinunciato a
qualsiasi tentativo di ricondurre la mia vita su binari regolari.

La tuta era diventata la mia divisa.


Dopo il trasloco di Sara, che si era portata via tutto il mobilio
compreso l’armadio, avevo sistemato la maggior parte dei vestiti in
un paio di scatoloni. Se non li avevo dati via, era solo perché non
potevo credere che un giorno non avrei avuto indietro il passato, che
in un certo senso equivaleva all’unico futuro possibile, quello in cui
sarei stato di nuovo magro. Per il momento, passato e futuro
restavano chiusi nei cartoni.
Quello del duemilatre fu un autunno di mareggiate e tramontana.
Riuscivo a infilarmi un solo giaccone: me l’aveva ceduto un amico
buttafuori alto due metri. Nonostante il mio metro e settantacinque
non mi arrivava ai piedi, perché si allungava come una tenda per
coprire il ventre. Avevo comprato due tute xxl di stampo americano,
una grigia e una nera, che alternavo: in genere le cambiavo la
domenica, ma talvolta ero cosí smarrito nella mia abulia, che la
domenica poteva essere quella di due, tre settimane dopo, e io
nemmeno me ne rendevo conto. Con il tempo finii per sformarle,
evitandomi l’orrore di cercare indumenti con un’ulteriore x
sull’etichetta. Una terza x, che si leggeva ics, ma per me significava
croce.
Per il resto, una manciata di T-shirt informi che indossavo giorno e
notte, un solo paio di scarpe da ginnastica slabbrate e mutandoni
senza elastico, che mia madre mi aveva rimediato al mercato del
lunedí.
Se avessi voluto un paio di jeans a che numeri mi sarei dovuto
spingere? Solo l’immaginarlo mi gettava nell’angoscia. Feci un altro
giuramento: non avrei comprato alcun vestito e quando finalmente
fossi tornato nella mia taglia avrei tolto quelli vecchi dalle scatole.
Ma passavano i giorni e io non dimagrivo. Ero una perdita
d’acqua che si allarga lenta e inesorabile: sarebbe bastato chiudere
il rubinetto, ma la volontà si smarriva da qualche parte tra la testa e
la mano, forse all’altezza del cuore. Cosí vivevo con la mia divisa
personale, giorno per giorno, e intanto le tute si sfrangiavano,
scolorivano, si allargavano, si abbruttivano con me.
La dieta era diventata il mio lavoro. Lo cominciavo daccapo ogni
giorno, ma non lo portavo mai a termine.

Ciascuno possiede la medicina per le malattie altrui.


Mia mamma decise di prendere in mano la situazione. Una
mattina mi trascinò in un negozio di vestiti, famoso in provincia per
vantare un grande assortimento. – Tu credi di dover dimagrire prima
di comprare un bel vestito. Invece vale il contrario. Prima ti compri
un bell’abito e poi ti verrà facile dimagrire. Ascolta tua madre, che
non ha studiato ma sa tutto ciò che c’è da sapere.
Mi costrinse a provare una serie di completi, ma ogni volta le
passavo i pantaloni attraverso la tenda del camerino dicendo che ci
voleva una taglia in piú, ben attento a non farmi vedere dalla
commessa. Speravo che si allontanasse, invece rimaneva accanto a
mia madre in attesa di fornire la sua opinione.
Pantalone dopo pantalone, sentivo salire dalle budella un rancore
indiscriminato. Com’ero riuscito a diventare cosí grasso? Che cosa
avevo fatto nel frattempo? Perché non avevo anch’io un
metabolismo da competizione come molte persone?
– Questi andranno bene di sicuro, – mi rassicurò mia mamma alla
fine. La commessa, ora meno fiduciosa, le stava dicendo che non ne
avevano di piú grandi.
Stesi i pantaloni tra le mani: parevano un lenzuolo. Poi mi guardai
allo specchio, mi esaminai per farmi schifo, per suscitare una
qualche reazione. Trattenni a fondo il respiro prima di indossarli.
Ormai vivevo in apnea. Dopo aver infilato entrambi i piedi lanciai una
debole preghiera. Srotolandoli verso l’alto li sentii fasciarmi le cosce
e già paventavo un verdetto negativo. Cercai di posizionarli sotto la
linea dell’addome, laddove la ciccia si riversava in una colata di cera,
quindi provai a tirare su la cerniera. Allora strattonai i lembi con il
bottone e l’asola, ma mancavano cinque centimetri buoni.
– Allora? – continuava a domandarmi mia mamma al di là della
tenda.
Trattenni l’impulso di fare tutto a pezzi e di lanciarmi contro lo
specchio. Inghiottii le lacrime. Mi sfilai i pantaloni, li ripiegai con gesti
sepolcrali e li consegnai a mia mamma. Alla sua richiesta scossi la
testa. Poi mi rimisi la tuta e uscii dal negozio con lo sguardo chino a
terra e senza una parola.

Come si trascorre un anno dove ogni giorno è uguale al


precedente?
Mi svegliavo presto la mattina. Mettevo su una caffettiera da
quattro, la versavo in una tazza sbeccata e mi sedevo al tavolino
pieghevole. Mi piaceva possedere un’unica tazza. Le cose uniche
brillano di luce propria.
Ormai non incontravo e non sentivo nessuno, tranne Alex che mi
telefonava almeno un paio di volte alla settimana. Mi ragguagliava
sulla città e sul mondo. Io mi limitavo per lo piú ad ascoltarlo.
Non credevo ci fosse nulla da vedere fuori e soprattutto non
volevo farmi vedere da nessuno. Solo una volta o due alla settimana
mi capitava di azzardare una rapida sortita per un caffè dopo pranzo,
giusto il tempo di dare un’occhiata al mare da vicino, oppure per fare
la spesa. Detestavo quel momento: cercavo di ridurre al minimo il
tempo al supermercato e finivo sempre per dimenticare metà dei
prodotti che ero uscito a comprare.
Per quanto il cibo rappresentasse l’orizzonte in cui vivevo, non
ero affatto uno chef e nemmeno un gourmet. Ero capace di
mangiare per una settimana di fila spaghetti all’amatriciana, per poi
sostituirli con le trofie al pesto e riproporle per cinque o sei giorni
consecutivi. Invece della varietà, era la ripetitività a soddisfarmi.
Provavo la gioia del giovedí all’asilo quando veniva servita la pizza.
Era sempre giovedí, a casa.
Il grasso mi aveva fatto regredire all’infanzia. Sarebbe stato un
dono, se fossi stato in grado di ritrovare lo spirito del bambino.
Invece ero preda di un infantilismo capriccioso e arrabbiato.
Aspettavo di prendermi una mia rivincita sul mondo, ma il mondo
che cosa mi aveva fatto? Forse ero solo depresso, anche se non
pronunciavo mai quella parola, nemmeno con me stesso. Lo feci
solo una volta, sondandone l’etimo: da depressus, con il significato
di pigiare, calcare una cosa affinché si abbassi. Io mi umiliavo con il
cibo, mi abbruttivo con l’isolamento, mi mortificavo con il silenzio.
Giú, giú, giú.
C’era questo strano movimento nell’ingrassare, un precipitare
interno che si svolgeva in parallelo alla conquista di spazio esterno.

Amavo mangiare da solo. Quando Sara viveva ancora con me, il


pranzo era il pasto cui anelavo, solitario e disperato e in qualche
modo finale, perché nella mia testa sarebbe stato l’ultimo di quelle
proporzioni pantagrueliche – dato che a partire da quello successivo
mi sarei messo a dieta.
Quando lei se ne andò, i miei favori si spostarono verso la cena,
che in qualche modo metteva fine alla giornata, logorante nella sua
linearità, e nel contempo anticipava la prossima, quella della svolta
definitiva. Abbuffandomi preparavo la rivoluzione dell’indomani, ne
ponevo le basi. Era già parte della soluzione anziché del problema.
Era un anticipo di salvezza.
Il momento piú bello era quello in cui prendevo posto davanti al
piatto traboccante. Il godimento delle prime forchettate era simile a
quello della creazione artistica e dell’erotismo. Era un’opera davanti
alla quale la mia immaginazione correva libera. I piú bei pensieri di
quel periodo, le migliori idee per il romanzo che stavo scrivendo, mi
arrivavano sempre durante il pasto. Era con il cibo in bocca che
avvertivo il potere della mente. In quei momenti fantasticavo sul mio
futuro, sui viaggi che avrei fatto, sui libri che avrei scritto, sui nuovi
amici con cui avrei legato, sulla donna di cui mi sarei innamorato.
Era attraverso il corpo che vivevo la fuga dal corpo.
Non durava, però. La gioia diminuiva con il progressivo
livellamento della montagna di spaghetti. Mi sentivo precipitare
ancora nel mio corpo. Una volta ingerito, il cibo non si trasformava in
energia, ma in scorie. Mi ero rimpinzato, ma non mi ero sfamato.
Davanti al piatto vuoto, provavo la tristezza dell’uomo che guarda
il proprio seme sul pavimento e con il membro ancora in mano si
chiede che ci fa lí.
9.

Il pomeriggio successivo alla gita a Recco fecero tappa al bar


Atene Margherita, Alessia e Vanessa, di ritorno dalla biblioteca. Gli
zaini pennellarono il vicolo. C’erano anche Gianca e Alex, che aveva
promesso all’amico di combinare un’uscita collettiva per permettergli
di trascorrere un po’ di tempo con Margherita.
Non si fece scappare l’occasione e con il suo fare disinvolto
propose di andare tutti insieme al parco acquatico di Ceriale, il week-
end seguente, il primo di giugno. – Inaugurano la stagione e le
previsioni dànno sole –. Piscine, scivoli, canoe, gommoni e giochi di
ogni tipo. – Un’intera giornata ammollo: non conosco modo migliore
per rigenerarci.
Era un piano perfetto, per quelli sotto il quintale di peso. L’idea di
trascinarmi in costume per tutto il giorno, sotto lo sguardo delle
ragazze, mi angustiava, ammesso che fossi riuscito a reperire un
paio di boxer della mia taglia. Avrei stentato a fare le scale che
portavano agli scivoli e non sapevo come avrebbe reagito il mio
fisico dopo la totale inattività dell’ultimo anno e mezzo. – Mi dispiace,
ma io rinuncio. Voi però andate.
Gianca capí al volo e non insistette, invece Alex provò a farmi
cambiare idea. Secondo lui mi facevo troppi scrupoli. Alessia era
entusiasta, e anche Vanessa, in genere abulica. Invece Margherita si
rabbuiò. – Neanch’io vengo.
– Torneremo in tempo per il tuo turno serale, – la rassicurò
Alessia.
– Non è per quello.
– E allora per cosa?
– Non mi va.
– In che senso non ti va?
– Non ho voglia di mettermi il costume.
– E perché?
Margherita non rispose, Alessia la raggiunse. Allora Margherita
accostò il viso al suo e a bassa voce le disse qualcosa che
sembrava costarle molto, a giudicare dall’espressione. Le guardavo
senza riuscire a sentire.
Alessia scuoteva la testa, Margherita sgranava gli occhi,
gesticolando a scatti, come chi cerca di convincere l’interlocutore,
ma non ci riesce e non se ne capacita. Alla fine Alessia imprecò: –
Basta, non ti sopporto piú! Non hai un grammo di grasso addosso,
smettila di dire stupidaggini!
Margherita si bloccò, la faccia di chi è appena stato tradito.
A quel punto, si ritennero tutti in dovere di provare a convincerla:
Vanessa, i ragazzi, chiunque. Si avvicinarono, la accerchiarono, le
poggiarono una mano sulla spalla: con il tono mellifluo che si usa
con i bambini le spiegarono quanto fosse assurda la sua paranoia,
un sorriso benevolo che a lei doveva sembrare una presa in giro, un
atto aggressivo, considerato come pestava il piede a terra, le vene
del collo tese. Pensai che di lí a poco sarebbe esplosa.
– Ognuno ha il diritto di sentirsi come gli pare, – sbottai. – O
volete decidere voi come si devono sentire le persone?
Si girarono a guardarmi, Margherita un po’ piú a lungo degli altri.
Forse quello sguardo era un grazie, ma lei non disse nulla. Nessuno
sarebbe andato a Ceriale, quel week-end.

Un paio di giorni dopo Alessia venne a cercarmi al bar. Era sola e


si muoveva circospetta. Mi chiese come stessi, con il tono di chi non
avrebbe ascoltato la risposta perché aveva già in mente la prossima
domanda. Mi stupí perché non era da lei, sempre cosí attenta e
misurata con le parole, quasi temesse di sciuparle.
Perciò le domandai che cosa fosse successo.
– Hai un minuto?
– Facciamo quattro passi.
Avevo notato che quando doveva parlare di qualcosa che le stava
a cuore o la imbarazzava, mi guardava di sotto in su, mostrando il
bianco degli occhi, quasi una dichiarazione di buone intenzioni, e
cosí il nero risaltava ancora di piú. Avevo voglia di abbracciarla e
dirle che andava tutto bene.
– È per Margherita, – mi disse. – Sono preoccupata.
– Perché?
– Come, perché? – Sembrò delusa dal mio palese ottundimento.
– Ha disturbi alimentari gravi. Non puoi non essertene accorto. Sua
madre è disperata. E anche noi amiche siamo sempre piú
preoccupate. Almeno quelle che le sono rimaste.
Mi guardò in attesa di un commento che non sarebbe arrivato.
– Da mesi non ha le mestruazioni.
– Perché me lo racconti?
– Non ascolta nessuno.
– Magari vuole essere ascoltata, – dissi, e subito me ne pentii.
– Magari se tu le parlassi… – propose.
– Io? – feci toccandomi il petto con entrambe le mani, quasi
un’autoaccusa. – Io? – ripetei incredulo. – Perché io?
– Credo che ti ascolterebbe, – rispose Alessia.
– Mi sembra surreale. Davvero, perché io? Che cosa potrei mai
dirle io?
– Aiutala a ragionare.
– Semmai a smettere di farlo, – dissi, ricordando il peso di tutti i
ragionamenti che mi avevano trascinato a fondo durante il mio
annus horribilis.
– Ma ti ascolta… – insistette.
– Che cosa dovrei dirle? Come si fa a diventare obesi? È l’unica
cosa che potrei insegnarle –. E forse nemmeno quella, perché se
qualcuno mi avesse chiesto come avevo fatto a prendere cinquanta
chili in una manciata di mesi non avrei saputo spiegarlo.
Forse è cosí che funziona. Forse la vita pone le vere domande
proprio a chi crede di non avere le risposte, affinché corra a cercarle.
Ma io non correvo da anni.

L’ansia è un’urgenza misteriosa e incontrollabile. La mente


comincia a galoppare sebbene il corpo non si schiodi di un
centimetro e in questa scissione mistica e allucinata si sperimentano
i piú deliranti viaggi dell’anima.
Una sera la tana in cui vivevo mi parve di colpo sul punto di
crollare. Nella testa sentivo la terra franare. Sotto i pesanti strati di
anima intessuta di grasso l’inquietudine montava. Sapevo che se mi
fossi messo a letto non sarei riuscito a prendere sonno e che
qualunque diversivo non sarebbe servito.
Mi sentivo come il campagnolo di Kafka che, giunto davanti alla
porta della legge presidiata dal guardiano, aspetta timoroso tutta la
vita il permesso di entrare e alla fine, quando è troppo tardi, scopre
che era aperta e che non avrebbe dovuto fare altro che girare la
maniglia. Ero il campagnolo ed ero il guardiano, prigioniero e
carceriere. Ero l’uomo imprigionato nel grasso e il grasso che
imprigionava quello stesso uomo.
Mi vestii e corsi fuori come se la serratura potesse scattare da un
momento all’altro intrappolandomi per sempre nell’appartamento.
Avevo voglia di guidare, ascoltare musica, costeggiare il mare senza
avere una meta da raggiungere. Puntai a levante, verso Genova.
Albissola Marina, Albisola Capo, Celle Ligure… Quando arrivai a
Varazze, il paese di Margherita, mi venne naturale rallentare. Fermai
l’auto e chiesi a una coppia che si baciava su un motorino del Molo.
Mi diedero le indicazioni. Era passato l’orario di chiusura, ma una
luce di servizio era ancora accesa all’interno.
La riconobbi dai capelli. Parcheggiai e la raggiunsi. Stava
fumando una sigaretta seduta su uno dei tavoli del dehors, radunati
l’uno accanto all’altro e legati insieme da una spessa catena di
metallo. Non sembrava sorpresa di vedermi e non mi chiese che
cosa ci facessi lí. Gliene fui grato perché non avrei saputo
rispondere. Soffiava lo scirocco e l’aria era densa di umidità e
salsedine.
– Mi piace questo momento, – mi confidò dopo un minuto di
silenzio, espirando il fumo. – Il lavoro è finito e il nuovo giorno è
ancora lontano.
Indossava un paio di jeans strappati e una maglietta stinta e
sbrindellata. Ai piedi un paio di Vans sgualcite. Era tutta capelli.
Mi appoggiai al tavolo. Non mi fidavo a sedermi. Sia perché non
ero convinto di potermi issare, e di certo non ci sarei mai riuscito con
agilità, sia perché non sapevo se il piano di marmo avrebbe retto il
mio peso. Sfondare uno dei suoi tavolini non mi sembrava il migliore
biglietto da visita.
– Mi hai fatto venire in mente il periodo delle medie e poi del
ginnasio. La sera andavo a letto presto: mi svegliavo all’alba per
studiare, dato che volevo riservarmi i pomeriggi per leggere, giocare
a pallone o andare a zonzo.
– Andare a zonzo?
– Sí, in cerca di avventure. Andavamo nei boschi, a caccia di
funghi o vecchie monete, oppure negli orti a fregare frutta e verdure,
o al fiume a pescare. Amavo uscire da scuola e sapere di non avere
impegni, un lungo pomeriggio per me…
– A che ora andavi a letto?
– Certe volte persino alle nove. Mi rincuorava l’idea di avere
davanti a me una notte lunga e buia. Potevo sognare, immaginare,
fantasticare di altri mondi, vivere avventure, essere altri
personaggi… Una notte lunga come una vita. Tutte le fatiche del
giorno, le inquietudini, le ansie venivano inghiottite dal buio e da
quello stato di strana incoscienza, in cui non sei propriamente tu,
eppure sei anche tu, qualcosa di piú di te…
La madre era rientrata prima per colpa di uno dei suoi micidiali
mal di testa. Quando Margherita finí di fumare tornò dentro a
sistemare. Cercai di aiutarla, ma ero solo d’intralcio. Mi sentivo uno
scoglio intorno a cui lei si muoveva con la rapidità e la grazia dei
flutti. Era uno spettacolo vederla all’opera. I suoi gesti erano energici
e precisi. Mi diede alcuni compiti elementari: raccogliere i sacchi
della spazzatura, svuotare i posacenere, spazzare il dehors. Non
facevo in tempo ad attaccare una di quelle operazioni, che lei
sopraggiungeva a mostrarmi come eseguirlo. Mentre me lo spiegava
ne svolgeva buona parte, e a me non rimaneva altro che ultimarlo.
Non riuscivo a capire da dove attingesse quel vigore. Le sue
braccia non erano piú spesse della scopa che impugnava, eppure
manovrava i carichi senza apparente fatica.
Quando finimmo, andammo a buttare i sacchi nei cassonetti nel
vicolo a monte della strada. Senza concordarlo, ci dirigemmo poi
verso il mare, che ondeggiava sopra la dentellatura delle cabine. A
quell’ora, era soprattutto un odore e un rumore.
– Sei la prima persona di nome Remo che conosco.
– I miei si conobbero a Sanremo. La sera stessa andarono al
casinò. Vinsero molti soldi, poi uscirono a festeggiare. L’alba li
sorprese avvinghiati su una spiaggia.
– Una serata bella abbastanza da ispirare una canzone.
– Due mesi dopo mio padre ricevette una telefonata da mia
madre. E sette mesi piú tardi c’ero io. Trovarono naturale chiamarmi
Remo. Fu forse l’ultima volta in cui presero una decisione comune
senza litigare.
– Litigano molto?
– È il loro modo di volersi bene.
– Quindi ti chiami come la città.
– Non proprio. È al casinò che pensavano loro.
– Anche a mio padre piaceva giocare, un tempo.
– E poi?
– Ha smesso di esserci un poi, da qualche anno.
Camminammo in silenzio per un tratto di lungomare.
– Di rado esce di casa, – aggiunse in un sussurro.
– E tu? Come mai ti chiami Margot? Erano finiti gli altri nomi?
Mi mollò un pugno sulla spalla. Aveva nocche pesanti. – La gente
pensa che i miei fossero fan sfegatati di Lupin, ma non è cosí.
– Non sei figlia dei cartoni animati.
– Mio padre era un lettore accanito di Alan Ford.
– Il fumetto?
– Lo conosci?
– Sicuro, lo leggevo alle medie. Mi faceva morire dalle risate.
Margot era una spia molto seducente, se ricordo bene.

– Io non l’ho mai letto.


– E io non sono mai entrato al casinò di Sanremo, se è per
questo.
– Figli di casinò e fumetti.
– Poteva andarci peggio. Potevamo portare il nome di una
squadra di calcio: chiamarci Inter e Fiorentina.
– Oppure di personaggi dell’opera. Chiamami Turandot, principe
Calaf.
– Perché ti fai chiamare Margherita?
– Mi piace. È un bellissimo fiore, anche se non vale molto. Il fatto
che valga poco rende quasi inutile il venderlo o comprarlo, e questo
lo rende libero di crescere, fiorire e morire. E poi cresce ovunque,
specie sui terreni incolti.
– Ti senti un terreno incolto?
– Mi sento di valere poco, ma di poter fiorire ovunque.
Quella notte, quando tornai a casa, accesi il computer e lessi
quanto piú possibile sulle margherite, i cui petali si chiudono la notte
per riaprirsi il giorno. Ora sapevo che cosa imitavo
inconsapevolmente ai tempi del liceo.
10.

Un pomeriggio di fine dicembre del mio annus horribilis avevo


deciso di uscire per concedermi qualche leccornia in occasione delle
festività. Era Natale anche per me, ma avevo poco da festeggiare: i
quattordici mesi dal principio della reclusione e i quasi quattro
dall’addio di Sara. Avevo comprato un paio di chili di ravioli e una
mezza dozzina di pandori in saldo, ricordandomi di quanto da
bambino avessi adorato mangiarlo a colazione. Ero ancora convinto
di trovare nel cibo la via di uscita dal cibo.
Rientrai trafelato con due buste per mano, ma a metà della quarta
o quinta rampa fui costretto a fermarmi perché mi girava la testa.
Non so quanto tempo rimasi seduto nel pianerottolo dalle pareti
scrostate. La proprietaria dell’intero immobile aveva affittato solo tre
dei dieci appartamenti, perché non si fidava di nessuno. Uno al
primo piano, uno al terzo e il mio all’ultimo. Avevo superato il suo
esame perché tempo prima qualcuno di sua fiducia le aveva regalato
un mio romanzo. Non era avida, l’affitto era molto al di sotto della
media di mercato, ma non voleva sentir parlare di riparazioni,
ammodernamenti e altre manie da signorotti. Il palazzo non aveva
citofono, ascensore, cassetta postale e nemmeno inquilini.
Se fossi svenuto nessuno mi avrebbe trovato. Mi sentivo come
dieci anni prima, nello spogliatoio del palazzetto dello sport cittadino,
dopo il mio primo incontro – tre round di allenamento che si erano
trasformati nei nove minuti piú lunghi della mia vita fino a quel
momento.
Era stato mio padre che mi aveva iscritto a pugilato,
promettendomi che sarei diventato un uomo. «Prendendo botte?» lo
avevo provocato.
«Imparando a prenderle in silenzio».
Mi aveva affidato a un galletto dal naso bitorzoluto e gli occhi a
biglia che tutti chiamavano con reverenza Cavaliere. L’attestato
conferitogli dal presidente della Repubblica faceva bella mostra di sé
sopra il tavolino con le medaglie e le coppe. Aveva vinto i campionati
italiani negli anni Cinquanta. Una volta appesi i guantoni al chiodo,
aveva aperto la sua scuola. Era l’uomo piú dolce del mondo, fuori
dalla palestra. In vista del ring, si trasformava. Era vicino agli ottanta,
ma i suoi pugni erano sassi.
La sua missione era toccare qualcosa dentro il cuore degli allievi,
la molla con cui nasce il pugile di razza. «Se non ti scatta, lascia
perdere», ripeteva. Urlava agli atleti, a un paio di centimetri di
distanza: desiderava soffiargli nelle orecchie il suo spirito guerriero.
Con me però era sempre gentile e non alzava mai la voce, forse
perché aveva capito che non avevo la stoffa del pugile.
Una sera non si era presentato quasi nessuno degli allievi nella
palestra al piano superiore del Palazzetto dello sport, perché
l’indomani sarebbe stata la festa patronale. Io ero andato perché ci
stavo prendendo gusto. Era sempre cosí, finivano per piacermi
proprio le cose che in un primo momento avevo disdegnato. Il
Cavaliere mi aveva chiamato dall’alto del ring. Antonio, il suo pupillo,
aveva un incontro di lí a una settimana, ma quella sera non c’era
nessuno del suo peso con cui incrociare i guanti. Aveva tre o quattro
anni piú di me, un fisico tirato a lucido e lo sguardo di chi ha un
conto da saldare con il mondo. Al Cavaliere non si poteva dire no.
Avevo salito quei tre gradini con l’intontimento del condannato. Le
corde tra cui ero sgusciato mi avevano ricordato la ghigliottina. Mi
erano state impartite semplici istruzioni: gira, non ti far mettere
all’angolo, combinazioni semplici, sinistro-destro, tieni alta la
guardia, andrà tutto bene. Mi ero concentrato sull’ultima. C’era stato
ancora il tempo per dire di andarci leggeri, poi il Cavaliere aveva
suonato la campana.
Il ring muta con te. Se sei stanco ti sembra un vasto rettangolo; se
devi fuggire, un minuscolo cerchio. Tutto ciò che è all’esterno del
quadrato inizia a sfocarsi, per poi sparire nel nulla. Infine anche ciò
che è all’interno del tappeto verde si distorce.
C’è un momento preciso, dopo una manciata di schermaglie, in
cui capisci chi è il piú forte. Io l’avevo compreso al primo scambio.
Era piú potente, veloce e rabbioso di me. Potevo soltanto
difendermi, ma ero sempre in ritardo. Passavo dall’angolo alle corde,
che mi scarnificavano la schiena. Gli unici momenti in cui riuscivo a
respirare erano quando il Cavaliere gli chiedeva di rallentare, ma
glielo diceva di rado e di malavoglia, perché godeva a vederlo in
azione.
La lancetta dei secondi era incollata, il gong un miraggio. In faccia
i colpi non facevano molto male, era piú uno stordimento brutale.
Con quelli al corpo, invece, la sofferenza era reale. «Proteggi mento
e fegato», mi urlava il Cavaliere.
Io ci provavo, ma d’improvviso il mio corpo era troppo vasto per
ripararlo. Piú ne prendevo e piú perdevo contatto con me stesso.
Cercavo rifugio dove non avrei potuto trovarlo. Antonio era piú forte,
era felice di esserlo, voleva punirmi, punirmi per la mia debolezza,
che in qualche modo screditava la sua forza, e piú cedevo piú lui mi
picchiava.
Subito dopo un terribile uno-due, avevo intravisto il volto del
Cavaliere, al di là delle corde, gli occhi lucidi d’orgoglio per il suo
allievo. Io valevo quanto il sacco. In un impeto di rabbia mi ero
scagliato in avanti. Antonio aveva deviato il mio colpo con il
guantone e ruotando sul piede perno mi aveva centrato con un
gancio al fegato. Le gambe mi si erano piegate come se avesse
schiacciato un pulsante segreto. Ero al tappeto, ma avevo impiegato
un paio di secondi per rendermene conto. Reggendomi sulle corde,
mi ero tirato a fatica in piedi. Dell’ultimo round non ricordo quasi
nulla, se non il ritmo fatidico dei suoi pugni. Al suono finale della
campana ero rimasto con le mani alte nella posizione di difesa.
«Fatti una bella doccia», mi aveva detto il Cavaliere con un
buffetto.
Ero rimasto sotto il getto per molti minuti, ma ancora di piú sulla
panca di metallo dello spogliatoio con l’asciugamano in testa, in una
sorta di trance, a guardare il vuoto. Ero solo un corpo, pesto e
gonfio. Eppure sentivo di possedere un’anima e che in qualche
modo quell’anima era anche altro da me, mi apparteneva solo in
parte. Ero io ad appartenere a lei. Era confortante saperlo. C’era
dell’altro.
Ricordare quell’episodio, arenato sulle scale di casa, mi diede la
forza di rimettermi in piedi e fare gli ultimi due piani, i rotoli di grasso
appesi ai fianchi come ulteriori sporte della spesa. Chissà che cosa
avrebbe detto il Cavaliere se mi avesse visto in quelle condizioni –
lui che mi pesava tutte le sante sere scuotendo la testa perché non
riuscivo a stare nei sessantadue chili. Sempre sessantatre o
sessantaquattro. Ora mi avvicinavo al doppio.
Mi chiusi la porta di casa alle spalle, promettendomi di non uscire
piú fino a quando non mi fossi ripreso.
Quella sera versai soltanto due etti di pasta nella pentola, poi
rimasi qualche secondo con il pacchetto sospeso in aria, la mano
intiepidita dai vapori del gas. Al diavolo, mi dissi, e lo rovesciai tutto
come al solito. Me lo meritavo.
Il cibo era la mia condanna e la mia assoluzione. E non era mai
abbastanza, se non era troppo.
Cercavo il fondo da cui rimbalzare. Ma non lo trovavo.

Con il tempo diventai invisibile. Nascosto la maggior parte del


tempo nella mia tana al quinto piano, irriconoscibile nelle rare
occasioni in cui mettevo il naso fuori di casa, protetto dal
professionale anonimato della mail per le residuali questioni
editoriali, la mia presenza nel mondo si illanguidiva, nonostante lo
spazio che fisicamente occupavo si fosse triplicato.
E anche in quel paio di occasioni conviviali a cui fui trascinato,
non provai la sensazione di esserci davvero, malgrado
l’appariscente ingombro. Un obeso come me non aveva quasi
pressioni sociali: nessuno si aspettava granché. Al massimo una
dose di bonomia e la saggezza imparziale di chi tanto è fuori dai
giochi.
Io ero sí fuori dai giochi, ma non possedevo né bonomia né
saggezza.
C’era un Remo che si nascondeva in casa, e un Remo che si
celava nel proprio corpo.
Il grasso ovattava tutto. Era un involucro che mi isolava dagli
accadimenti esterni e mi proteggeva da quelli interni. I sentimenti si
smorzavano e gli urti quotidiani si attutivano rimbalzando contro
l’imballo adiposo. Dal cuore le emozioni salivano con fatica, strato
dopo strato, e arrivavano senza piú vigore al cervello.
Una ferita pulsava sotto i cumuli di grasso, che ormai si era
indurito come gesso. Certi giorni ero curioso di sapere che cosa
avrei trovato una volta tolto il gesso. Sempre che ci fossi riuscito.
Sarei mai piú stato magro? Sarei mai tornato io?

Una mattina di metà gennaio mi chiamò il mio agente dell’epoca.


Gli avevo inviato il manoscritto alcune settimane prima, al termine di
una stesura di oltre un anno. – Questa storia non troverà mai un
editore, – mi disse lapidario dopo che per giorni si era fatto negare al
telefono.
Avevo messo sulla pagina oltre duecentocinquantamila parole e
non c’era un solo lettore disposto a leggerlo.
Fu un buon profeta. Quello è l’unico mio romanzo rimasto per
sempre inedito.
11.

Un pomeriggio al bar Atene Gianca discuteva animatamente con


Alex sulle strategie per favorire un suo incontro con Margherita. –
Quella piccola strega mi ha ammaliato, – ripeteva. Gli piaceva la
sensazione d’essere stato affatturato. C’era qualcosa di pericoloso in
Margherita e nel campo magnetico che esercitava: lui lo avvertiva e
ne era inebriato.
Io mi limitavo ad ascoltare. Ormai avevo imparato il ruolo pacifico
dello spettatore partecipe ma disinteressato. Non volevo avere
ragione, non pensavo di saperne piú degli altri, non ritenevo di
coltivare opinioni illuminanti, anzi avevo sempre meno opinioni.
Alla conversazione si unirono anche gli altri. Ciascuno era
convinto di possedere la formula vincente con le donne, nemmeno
metteva in dubbio il fatto che forse non ne esistesse una, e che il
bello fosse proprio quello. Si accapigliavano con il trasporto degli
scommettitori prima di una corsa di cavalli. L’unica certezza era che
tutti avrebbero perso.
La discussione era diventata una cacofonia di sentenze e
massime, quando comparvero Margherita e Alessia. Gianca e Alex
tacquero di colpo.
– Di che stavate parlando? – chiese Alessia.
– Politica, – Alex.
– Sport, – Gianca.
– Donne, – Peppe.
Tutti in contemporanea. Una frazione di secondo dopo arrivò
anche la mia risposta, una differita potenzialmente gravida di doppi
sensi. – Uomini.
– Capisco, – disse Alessia con il tono di chi non aveva capito
granché.
Gianca fece sedere Margherita al proprio fianco e coprendola con
la sua ombra erculea cominciò a parlarle di diete e tabelle di
allenamento, ma lei sembrava meno entusiasta della prima volta in
cui ne avevano discusso. Alessia mi lanciò una delle sue occhiate
che non riuscivo mai a decifrare.
La mano del mio amico era larga quanto il petto di lei. A un certo
punto Gianca la invitò a fare due passi. Non afferrai una sola parola
del discorso che seguí tra noi che eravamo rimasti. Quando
tornarono, appena un quarto d’ora dopo, Gianca era rabbuiato,
mentre Margherita sembrava di buonumore. Raccolse lo zaino
perché doveva correre a prendere la corriera per andare al lavoro.
Alessia le fece un cenno insistente. Poiché l’amica non colse,
compitò al suo indirizzo una parola con le labbra.
– A momenti me ne scordavo, – si animò Margherita annuendo.
Poi rivolta a noi: – Vi va una grigliata mercoledí sera? Mio nonno ha
una casa in campagna –. Gesticolando con le mani istoriate di
scottature si affrettò ad aggiungere: – La griglia è vecchia, la casa
cade a pezzi, mio nonno è sempre tra i piedi, il suo vecchio cane
cieco pure, ma l’erba è verde, lassú.
– All’erba verde non so resistere, – risposi per primo e per tutti.

Piú tardi quella sera cercavo di leggere, ma le parole si


scomponevano sotto i miei occhi. Vedevo semplici lettere che non
legavano tra loro. Chiusi il libro e mi guardai attorno. Pensai per
abitudine a uno spuntino serale e mi spostai in cucina, ossia nel
vano in cui un tempo c’era la cucina. Ormai ogni stanza era
puramente nominale, non c’erano piú mobili a caratterizzarle. Un
paio di settimane dopo che Sara se ne era andata erano venuti quelli
della ditta dei traslochi, amici di suo padre. Benché avessimo
comprato ogni cosa insieme, avevo deciso di lasciare tutto a lei, dal
mobilio all’ultimo degli utensili.
– Sei sicuro di non voler tenere niente?
– Preferisco viaggiare leggero.
Soltanto i libri si era rifiutata di prendere, per il resto i traslocatori
avevano smontato, imballato e portato via ogni cosa. La casa era
diventata di colpo bianca e vasta. Vuota e piena di luce.
Per la simbolica cifra di tre euro avevo recuperato da un
robivecchi un tavolo ripiegabile di plastica.
Un grosso cuscino sgualcito era il mio divano. Dai miei avevo
rimediato un materasso che avevo steso sopra una tavola di
compensato, ora retta da quattro mattoni che mi aveva rimediato
Tonino. I libri erano nello studio, in alte pile sbilenche che partivano
dal pavimento e puntavano al soffitto. Sul terrazzo c’era una pianta
di peperoncino, che avevo comprato per coltivare il mio dolore e
insaporire la pasta quotidiana.
Il bagno era l’unico ambiente che aveva mantenuto una sua
identità. Gli armadietti e gli specchi erano stati rimossi, ma c’erano
ancora doccia, bidet, tazza e lavandino. Il senso di compiutezza di
quella stanza era opprimente, se paragonato all’altero
francescanesimo delle altre. Dalla tazza, però, si poteva ammirare il
Mediterraneo attraverso la finestrella. Il mare si vedeva da ogni
stanza, ma quella era la mia cartolina: il taglio dell’imposta del bagno
incorniciava soltanto una striscia doppia di blu.
In cucina mio padre aveva collegato un fornello al tubo del gas.
Lui sapeva fare quasi tutto, ma non aveva autorizzazioni per niente.
«È legale?» gli avevo domandato quando era venuto a sistemarlo.
«Non credo».
«Ma non è che salterò in aria?»
«Non credo».
La dispensa era un armadietto sgangherato di plastica che prima
era sul terrazzo. I trasportatori se l’erano dimenticato. Curiosai tra
barattoli e confezioni di pasta, ma mi resi conto che il fastidio che mi
aveva fatto chiudere il libro era diverso da quello a cui ero abituato.
Non era la solita sensazione di un vuoto da riempire, al contrario
un’energia che aveva bisogno di essere riversata e incanalata.
Chiusi l’armadietto e cominciai a vagare per le stanze vuote.
Non possedevo una bilancia, ma ero dimagrito nelle ultime
settimane. Non avevo fatto particolari diete, mangiavo
semplicemente come un uomo normale: un pacco da mezzo chilo di
spaghetti mi bastava per quattro pasti, anziché per uno. Mi chiesi se
non fosse arrivato il momento di mettermi alla prova, di cavalcare
quel soprassalto di vitalità.
In uno stato di incoscienza volontaria, temendo di smarrire
l’audacia, indossai un paio di pantaloncini senza elastico, una T-shirt
xxl e un vecchio paio di scarpe da ginnastica. Faceva caldo ed era
già buio, ma non volevo correre il rischio di essere riconosciuto,
perché la vergogna mi avrebbe fatto desistere: cosí mi infilai
un’enorme felpa con il cappuccio e me la tirai sulla testa allacciando
i cordini sotto la gola.
Scesi in strada e arrivai fino alla passeggiata sul mare cercando
di sciogliere i muscoli a ogni passo. In giro c’erano poche persone,
per lo piú con i cani. Mi toccai il petto e le cosce: c’era ancora linfa?
C’erano ancora filacce di muscoli sepolte sotto quelle pieghe?
Certo, avevo perso svariati chili da quando avevo ripreso a uscire,
ma dovevo essere ancora intorno a quota cento. Forse sarei
stramazzato al suolo dopo pochi metri. Strinsi i pugni, feci un rapido
respiro, presi lo slancio e partii. Già al primo movimento, mi parve di
sentire il cervello sciaguattare nel cranio.
I miei passi erano colpi di tamburo contro il terreno. Un piede
dopo l’altro, mi avviai in un’affannata corsetta, una sorta di ruzzolare
trattenuto, come quando per non cadere dopo essere inciampati
muoviamo alcuni passi affannati con le mani protese in avanti e il
corpo sbilanciato.
Quanto ero corpo. Ero tutto corpo. Le suole non si staccavano dal
suolo. Le tempie pulsavano. Dovevo prima dimagrire, buttare giú
almeno altri dieci chili, che cosa mi era saltato in mente? I passi
rallentarono ancora di piú: stavo quasi per piantarmi quando ripensai
agli ultimi giorni, agli amici del bar Atene, alle ragazze e soprattutto a
Margherita, che pareva vedere in me qualcosa che avevo
dimenticato. Il contraccolpo emotivo mi fece ripartire.
Arrancavo cercando di guardare il mare, il cielo, gli alberi –
qualsiasi bellezza potesse distrarmi dalla fatica crudelmente
smisurata. Ancora dieci metri, mi dicevo. Gli stabilimenti balneari
scorrevano al rallentatore, diapositive sfocate su sfondo nero.
Sentivo un prurito feroce alla schiena, che si diffuse presto alle
braccia. Forse il sangue fluiva in vasi dimenticati da mesi, o forse ero
prossimo all’infarto. Ricacciai indietro il terrore. Ancora quindici
metri. Mi diedi un traguardo visivo, poi un altro ancora. Fino a
quell’albero, fino alla piscina, fino al ponte rosso sulla foce del fiume.
A metà della passerella di assi sopra il greto acquitrinoso del
Letimbro mi aggrappai alla balaustra, il petto che faceva su e giú al
ritmo di un mantice.
Avevo corso sí o no cinquecento metri, soffiavo come un cavallo
bolso dopo una sgroppata a rotta di collo, sentivo la testa girare e
avevo la vista annebbiata. Ma la maratona era cominciata.

Un pomeriggio in cui c’eravamo solo io e lei all’Atene, Margherita


si preparò una sigaretta con la solita perizia, l’accese, aspirò una
boccata con profondo godimento e mi domandò se mi desse fastidio
il fumo.
Risposi di sí.
– Bene, almeno ci siamo chiariti.
– In che senso?
– Ora sappiamo che ti dà fastidio il fumo, ma non abbastanza da
costringermi a smettere.
– Interessante, – dovetti riconoscere.
– Le cose devi volerle con forza, altrimenti niente.
Decisi di accompagnarla al ristorante, perché era in ritardo e in
corriera non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare in tempo. Dopo pochi
minuti in auto si accese una sigaretta, ma aprí il finestrino e tenne la
mano fuori.
– Desideravo con forza che facessi cosí, – le svelai dopo un
chilometro.
– Lo vedi? Funziona.
12.

Un anno e oltre di lavoro era andato in fumo in una sola


telefonata, il piano geniale si era rivelato un completo fallimento, il
grande romanzo non avrebbe mai visto la luce: flebili vibrazioni sul
mio sismografo personale. L’annus horribilis era ormai giunto alla
fine del suo secondo inverno. Di tutto il duemilatre non avevo
conservato neppure un ricordo piacevole, e il duemilaquattro non era
iniziato meglio. Era come se non fosse iniziato affatto. La reclusione
non conosceva stagioni o mutamenti.
Mangiavo. Non scrivevo piú. Parlavo sempre meno. Il corpo
cresceva e stritolava le parole al suo interno, seppellendole tra le
pieghe di grasso, pesci imprigionati sotto una spessa crosta di
ghiaccio. Pescarne una significava trivellare a lungo per aprire un
pertugio. Trascorrevo intere giornate senza sentire il suono della mia
voce. Quando infine accadeva, in genere per rispondere a una
telefonata di mia mamma, mi pareva che a parlare fosse uno
sconosciuto, come quando si ascolta la propria voce incisa su un
nastro.
I saggi orientali sostengono che il vuoto abbia quarantasette livelli
di profondità, e che bisogna attraversarli tutti per giungere alla
completa illuminazione. Il grasso mi ricordava la vertigine dell’abisso.
A che profondità era arrivato? A terrorizzarmi era la consapevolezza
del pozzo, di contenerne uno, e di esserne a mia volta contenuto.
Tacevo non tanto perché non avessi nulla da dire o qualcuno a cui
dirlo, tacevo perché non ero sicuro che a pronunciare quelle parole
sarei stato io. Era come se non ci fossi piú.

Quando sbatti la testa contro uno spigolo o una finestra, spesso il


primo istinto è prendertela con qualcuno. La sensazione di ingiustizia
che accompagna il dolore ti spinge a cercare una colpa e poi ad
addossarla a un altro per sgravare il nucleo della sofferenza del suo
mallo.
Assieme al grasso, avevo sentito crescere un sordo risentimento.
Forse ero ingrassato proprio per soffocare quel rancore indistinto
che di volta in volta mi aveva portato a prendermela con un nemico a
scelta: i miei professori, i miei datori di lavoro, i miei editori, i miei
recensori, il mio agente, i miei compagni di coda al supermercato.
Tutti erano miei e io non ero di nessuno.
Poi, un bel giorno, un paio di mesi dopo aver abbandonato il
fardello del romanzo, smisi di ritenermi il mozzo al centro di ogni
raggio e da quel momento in avanti avvertii il livore defluire.
Fu mia mamma l’unica ad accorgersene. Talvolta aveva guizzi di
chiaroveggenza o folgoranti intuizioni. Mi stava raccontando di sua
sorella, quando si bloccò e sondandomi con i suoi occhi neri mi
disse: – Stai meglio. Che hai fatto?
– Mi sono suicidato.

Che cosa ti salva dal corpo se non il corpo?


Fu un semplice mal di denti a costringermi a scendere dalla torre
d’avorio in cui mi ero rinchiuso per tutto l’annus horribilis. Anni dopo,
studiando Jung, avrei trovato una possibile interpretazione: stanca di
mordere, inghiottire e ruminare, la mia anima aveva deciso di
intervenire sabotando il corpo pur di salvarsi. Meglio entrare nel
regno del cielo monchi che finire nella Geenna con due braccia.
Era aprile, quando in Liguria fervono i preparativi per l’imminente
apertura della stagione balneare. Il dentista era un amico di vecchia
data. Dopo una lastra panoramica si sedette sulla sedia con le ruote
e mi informò che il problema erano i denti del giudizio. Nonostante la
sua altezza da ex cestista e il fatto che fossi sdraiato sulla poltrona
reclinabile, ero io a incombere in qualche modo su di lui con la mia
mole che debordava.
– Un bel guaio.
– Quattro guai. Puntano in dentro. O li togliamo o ti faranno
saltare gli altri denti nel giro di pochi anni, forse mesi. Il primo è già
pronto a saltare come un tappo di spumante –. E pronunciò il
numero tecnico del condannato.
– Tombola, – provai a buttarla sul ridere. Mi sentii subito stupido.
Mi disse di non preoccuparmi: avrebbe fatto venire dall’ospedale
di Genova il primario in persona per accorciare i tempi. E per tagliare
i costi avrebbe rinunciato alla sua percentuale.
Il chirurgo era un cinquantenne che pareva appena sceso da una
barca a vela, abbronzato e disinvolto, le mani grandi e le unghie
fresche di limetta. Ostentava la sicurezza di chi vuole sbrigare una
formalità. Notando la mia apprensione, mi disse che non c’era nulla
di cui preoccuparsi. Me lo disse con il fastidio di chi vede un uomo
comportarsi da bambino.
Già durante la prima estrazione compresi che le cose non
stavano andando affatto secondo i programmi. La sua sicurezza
veniva meno con il passare dei minuti. Si industriava sopra di me
risentito con i denti che non collaboravano. Nei suoi occhi leggevo
fastidio e incredulità crescenti. Mi faceva sentire in colpa: che razza
di denti avevo?
– Non puoi sentire male, – mi rimproverò a un certo punto
perdendo le staffe mentre piangevo muto per il dolore. Avevo perso
il conto delle iniezioni gengivali di anestetico. Lui intanto sudava,
imprecava sotto la mascherina, cambiava strumenti. Intercettavo le
occhiate preoccupate del mio amico dentista e delle assistenti dietro
le sue spalle. La luce tripartita mi abbagliava.
Il suppliziò terminò nel tardo pomeriggio. Il chirurgo uscí senza
salutare. Il mio amico dentista era in imbarazzo, mi congedò in fretta.
– Il mio numero ce l’hai. Non esitare a chiamarmi.
La segretaria sembrava l’unica disposta a prendersi cura di me. –
Sicuro che te la senti di andare a casa?
– Non mi va di dormire su quel lettino, – provai ancora a
scherzare.
– Hai qualcuno a casa?
– Qualcuno? – ripetei come se non avessi compreso la domanda,
sorpreso dal tatto di non chiedermi se avessi una compagna,
eventualità alquanto improbabile dato il mio aspetto da tricheco. –
Certo, – mentii.
– Vuoi che ti accompagni?
– Un po’ d’aria mi farà bene, – borbogliai.
Scesi in strada in un crescente stato confusionale. Non appena a
casa il dolore esplose in mille schegge. Mi stavo gonfiando. Uscii
alla ricerca di antidolorifici e antibiotici. Nella fretta il dentista si era
dimenticato di prescrivermeli o forse io avevo perso la ricetta. Non
ricordavo. Lo studio era chiuso e lui aveva il cellulare spento.
In farmacia blaterarono qualcosa sulla prescrizione medica. Non
capivo granché. Tutt’a un tratto, come in sogno, vidi balenare per la
via la tonaca di una suora e la raggiunsi, implorandola di aiutarmi.
Credeva volessi denaro con cui comprare eroina. Alla fine mi
concesse di seguirla nel suo Istituto. La suora in portineria si turbò.
Volevano darsi da fare per aiutarmi ma non sapevano come.
Finalmente prese in mano la situazione una terza sorella, che
pesava come le altre due messe insieme e sembrava in grado di
sollevarle ciascuna con una mano. Telefonò al loro medico, che
arrivò nel giro di un quarto d’ora e mi prescrisse i farmaci, dicendomi
che ero stato un folle a sottopormi a quell’intervento fuori da una
struttura ospedaliera.
– Chi è il macellaio che l’ha ridotta cosí?
– Un primario.
– E lei si fida di un primario? Non lo sa che sono cariche
politiche?
Gonfio e prostrato non riuscii a inghiottire nulla di solido per molti
giorni. Mi nutrivo di gelato alla frutta e poiché mi piaceva artigianale
e non c’era nessuno a cui potessi chiedere di portarmelo a casa mi
toccava uscire due volte al giorno.
Fu in una di quelle circostanze che incontrai casualmente Gianca,
che non vedevo da piú di un anno. Ma per lui era sempre come se ci
fossimo salutati la sera prima.
– Come sta l’altro? – mi domandò indicando la faccia tumefatta.
– Senza un graffio e con mille euro in piú in tasca.
– Brutto match. A proposito, ti stavo cercando.
– Ah sí?
– Ho conosciuto un posto, credo ti piacerebbe.
– Perché?
– Perché piacerebbe a Fellini.
Fu cosí che mi condusse al bar Atene, dove cominciò la mia
riabilitazione.
13.

La sera della grigliata Giancarlo era molto nervoso. La storia con


Margherita non stava andando come voleva, anzi non era nemmeno
partita. – Avevo capito male, – ammise sconsolato mentre facevamo
la spesa al supermarket. Scuoteva la testa palleggiando un melone
che nella sua mano assomigliava a una mela.
– Hai provato a scriverle un sms?
– Sí, ma non mi risponde. È sempre gentile quando ci incontriamo
al bar, ma mi ha fatto capire che non ho possibilità.
– Perché vuole metterti alla prova, devi perseverare, – tornò alla
carica Alex.
– Mi ha fatto intendere che non è il caso.
– Non puoi pensare che abbassi il ponte levatoio al primo assalto.
È un castello, devi scalare le pareti.
– Mi sembrate sulla buona strada, – dissi inserendomi nel
discorso.
– Per dove?
– Per diventare come Roberto e Tonino.
Passammo a prendere le ragazze al ristorante di Margherita. La
madre aveva voluto cucinare qualcosa per noi da portare in
campagna, nonostante fosse il loro giorno di chiusura. Ci
aspettavano sulla strada perché eravamo in ritardo. Sulla mia auto
salirono Alessia e Vanessa; mentre Margherita andò con Alex e
Giancarlo.
La strada per l’entroterra costeggiava un torrente, superava il
convento dove tanti anni prima avevo fatto il ritiro in vista della
cresima, e poi iniziava a inerpicarsi tra le colline. Una serie di curve
a gomito conduceva a un primo pianoro, su cui si affacciavano
cinque minuscoli borghi disposti a formare una stella e riuniti in un
unico comune. La strada ricominciava a salire tra i boschi di lecci e
castagni. All’altezza di un forte napoleonico, la provinciale piegava
per attraversare un secondo pianoro punteggiato di ville in gran
parte chiuse in attesa del week-end, delle ferie o della pensione.
Alcune attendevano da quando ero bambino.
Dopo una manciata di chilometri la strada si biforcava
nuovamente: andammo a sinistra salendo tra i pascoli fino a un
territorio lunare. All’altezza di una cascina con un abbeveratoio in
pietra tagliammo per una stradina in cemento grezzo che dopo un
chilometro diventava sterrata. Si vedevano soltanto vecchi ruderi tra
gli alberi fitti. Svoltammo infine in un viottolo tutto buche e gibbose
radici. La macchina sobbalzava e a me sembrava di avere cinque o
sei pance sotto la polo. L’avevo comprata un paio di giorni prima
scegliendo una taglia xxl senza provarla. Non volevo delusioni. In
realtà, indossandola a casa, mi ero accorto che forse avrei davvero
potuto prendere una semplice xl, ma non ero pentito. Meglio
nascondere il mio corpo. Ero distante dai centoventi chili del mio
annus horribilis, ma dovevo ancora essere sopra i novanta. E poi
non mi serviva un numero preciso per rendermi conto della pancia
flaccida, della pelle pendula sotto i tricipiti, delle cosce che
strusciavano quando camminavo. In un certo senso, avevo
cominciato a sentirmi davvero grasso solo da quando ero dimagrito.
Prima ero oltre ogni consapevolezza.
Parcheggiamo all’ombra di un poderoso rovere che aveva ostruito
il passaggio. Oltre non si poteva proseguire. – Bel cancello, a prova
di ladro, – dissi a Margherita indicando le mastodontiche radici che
sbarravano il viottolo.
Lei, però, aveva in testa altro. – Grazie per avermi invitato a salire
in auto con te. Avete fatto bei discorsi? Le hai fatte divertire? – E
senza aspettare la risposta si allontanò.
Davanti al prato incolto c’erano due case in pietra disposte a L. Il
casolare vecchio era quasi diroccato mentre l’edificio piú recente
aveva bisogno di una ristrutturazione, sebbene sfoggiasse un portico
piastrellato e un terrazzo che correva lungo tutto il lato sud, da dove
la visuale spaziava sulla vallata sottostante. La provinciale in basso
era nascosta dalla vegetazione. Si vedevano solo boschi e colline.
Scaricai le auto con crescente imbarazzo. Margherita aveva
portato due teglie di lasagne al forno, una classica al pomodoro e
l’altra al pesto e fagiolini, una casseruola di patate e una di cipolle e
zucchine ripiene, due crostate alla marmellata e un paio di casse di
vino. Noi avevamo fatto la spesa degli universitari: salsiccia, costine
e spiedini, nemmeno una costata o un filetto. Cercai lo sguardo degli
altri due per condividere il senso di disagio e di colpa, ma loro
sembravano non curarsene affatto. Il motto di Alex era sempre stato
semplice: «Quando c’è da prendere, prendi. Quando c’è da dare,
datti».
Margherita non sembrò badare alla differenza di contributi
alimentari. – Forza con il fuoco, – mi disse semplicemente,
indicandomi la griglia abbandonata sotto il portico e la legnaia
addossata alla cascina. Sembrava aver dimenticato l’inspiegabile
acredine di prima.
Del nonno non c’era traccia. In compenso il cane cieco si avvicinò
con il passo strascicato e la lingua ciondoloni. Dopo avermi
strofinato la testa contro la gamba si accoccolò poco lontano mentre
armeggiavo con la spatola per pulire la griglia. Ogni tanto fiutava
nella mia direzione, come se volesse tenermi sotto controllo. Forse
non si fidava delle mie qualità da fochista. Gli altri si occuparono
della tavola o almeno ci provarono. Furono stappate le prime
bottiglie. Le risate echeggiarono nel silenzio dei boschi.
Quando finalmente il fuoco avvampò sotto le mie mani provai una
prometeica sensazione di trionfo. Soffiavo con regolarità,
posizionavo a mano a mano ciocchi piú grandi, mi premuravo di
lasciare canali per l’aria tra i legni. Mi piaceva starmene in disparte,
a curare il fuoco, mentre Giancarlo e Alex si giocavano le loro carte
con le tre ragazze.
Margherita, però, mi sembrava nervosa. Indossava un paio di
jeans stinti e una canottiera viola con uno strappo lungo una cucitura
laterale, la felpa verde abbandonata su una sedia. La colonna
vertebrale premeva come la cresta di un drago contro il cotone
leggero. – Ti diverte giocare con il fuoco? – mi disse in tono
accusatorio. E qualche minuto dopo aggiunse: – Non scappa, se lo
lasci da solo.
Prima mi aveva detto di occuparmene e ora sembrava risentita.
Continuai con le operazioni pratiche: impilare i ciocchi, rivoltarli, fare
vento al braciere. Avevo voglia di sentirmi utile, che era un modo per
stare in disparte senza farlo notare o pesare agli altri. Nel frattempo
preparai anche la carne, spennellandola con olio e spezie. Ogni
tanto buttavo un occhio ai miei amici. – Tu controlli me e io loro, –
dissi ad Artú.
Gianca tentava in ogni modo di conquistare l’attenzione di
Margherita. Faceva tutte quelle esibizioni che gli chiedevamo spesso
e lui rifiutava quasi sempre di eseguire. Ora invece era alle prese
con il suo circo personale. Alternava salti mortali e rondate, ancora
piú incredibili data la sua corporatura. Camminava sulle mani e ogni
tanto si aggrappava a un palo per replicare il numero della bandiera,
lo stesso che aveva fatto strabuzzare gli occhi alle ragazze la prima
volta in cui c’eravamo incontrati. Con Margherita e Alessia
condividevamo già un ricordo comune che assomigliava a un rito di
iniziazione: eravamo una piccola tribú. Non vedevo Gianca cosí
entusiasta dai tempi delle gite scolastiche, quando saltava da un
balcone all’altro degli alberghi in sprezzo al vuoto sottostante.
Con il fermentare del buio il fuoco polarizzò lo sguardo di tutti, che
abbandonarono la tavola e vennero a sedersi intorno al braciere.
Avevamo grigliato pochissimo, perché c’era già troppo cibo. L’unica
che volle uno spiedino fu Margherita, attenta a scegliere solo il pollo
e i peperoni. Alla luce della brace scrisse sul suo taccuino le calorie
appena ingerite. I bocconi di salsiccia e maiale li diede a me. Non la
vidi mangiare altro.
Alex si premurava di riempire i bicchieri. Io raccolsi gli avanzi, che
avrebbero sfamato altrettante persone per due sere di fila, e li stipai
in frigo. Poi cominciai a sparecchiare, sotto lo sguardo collerico di
Margherita. – Ecco la nostra massaia, – mi disse acida.
Non mi lasciai sviare e finii di sgombrare la tavola. Poi mi versai
un amaro e mi sedetti con gli altri. Erano su di giri. Alex e Giancarlo
avevano bevuto troppo e ora ciondolavano con lo sguardo vacuo.
Margherita tirò fuori dell’erba e preparò una cannetta, come la
chiamava lei. La passò attorno, ma Gianca e Alex rifiutarono. Io feci
compagnia alle ragazze. Vini e amari continuarono a girare. Mi
rilassai cosí a fondo che persi la cognizione del tempo. Ci
disperdemmo.
A un certo punto mi accorsi di essere disteso su un lettino da
mare, le gambe piantate a terra e il braccio in cui tenevo il bicchiere
proteso oltre il bordo. Avvertivo indistintamente il piú lieve dei pesi,
come una piuma sul petto, e quella leggerezza mi fece trasalire. Tra
me e il cielo c’era Margherita, che mi si era accoccolata addosso. I
suoi capelli odoravano di shampoo ed erba. Si mosse e per un
attimo ebbi la sensazione di un mazzo di fiori posato sopra. Avvertii
una vibrazione trasmettersi dal suo corpo al mio e di colpo sentii
accelerare il cuore e capii che non avevo capito nulla fino a quel
momento.
Eppure non poteva essere vero, doveva esserci uno sbaglio.
Stavo di certo fraintendendo, colpa dell’alcol, dell’erba, dell’estate e
dei sentimenti intorpiditi.
Margherita indovinò il mio turbamento, forse aveva sentito la
montagna di carne agitarsi sotto di lei, qualcosa fremere nelle
profondità cavernose, e reclinò la testa per guardarmi. La mia vista
andò fuori fuoco e non ci fu piú alcuna differenza tra i suoi occhi e le
stelle.
– C’è qualcosa, – mormorai incredulo.
– Qualcosa c’è, – confermò.
Il turbamento ridestò moti sotterranei. Si sganciarono gli
ancoraggi e bolle di emozioni risalirono rapidamente a galla
mandandomi in apnea. Avevo voglia di piangere, ridere, baciarla,
soprattutto di baciarla, tutto era perfetto, era buio, c’erano i suoi
occhi, potevo dimenticare di essere un uomo di quasi un quintale,
ma tutte quelle sensazioni mi paralizzavano a un centimetro dalla
sua bocca. C’era una leva celata sotto di me, e quella leva stava per
compiere il miracolo, stava per sollevarmi.
Poi una luce si accese sotto il portico, ferendoci. Alessia si
affacciò sulla porta, la faccia stropicciata dal sonno. – Devo essermi
addormentata sul divano.
Sentimmo conati provenire dal bagno. – È Vanessa, – indovinò
Margherita, alzandosi per andare ad aiutarla.
Mi tirai faticosamente in piedi. Non avevo idea di che ore fossero.
– Gli altri? – domandai ad Alessia.
– Sono tornati a casa loro, – disse indicando il vialetto, dove si
intravedeva solo la sagoma della mia auto. Poi mi diede un bacio
sulla guancia e mi augurò la buonanotte.
Guardai il cellulare. Erano le tre passate. Rientrai in casa, giusto
in tempo per vedere Alessia e Vanessa infilarsi in una delle due
camere. Nell’unica altra stanza c’era un letto matrimoniale. Registrai
quelle informazioni quasi involontariamente, pensando che sarei
tornato a casa in auto anch’io.
Margherita comparve sulla soglia della cucina. – Vieni a letto, –
disse, e senza lasciarmi il tempo di replicare sparí nella camera in
fondo al corridoio. Forse avevo capito male, e mi aveva detto «vado
a letto». Confuso, pensai di prendere tempo, se non altro per
snebbiarmi la mente. Cominciai a lavare i piatti, in modo calmo e
metodico. Dopo averli sciacquati, li asciugai con uno strofinaccio. Mi
guardai attorno. Non c’era altro da fare.
Vanessa entrò in cucina per bere un bicchiere d’acqua. – Guarda
che ti aspetta, – mi informò.
Ripiegai il canovaccio. Compivo ogni gesto con la cura che si
riserva all’ultimo, come se al termine del corridoio mi aspettasse un
pistolero per il duello finale. Andai in bagno e mi guardai allo
specchio scuotendo la testa. Mi chiesi dove fosse finito il mio volto,
disperso nelle pieghe di pelle e di adipe. La natura aveva troppa
carne a disposizione per rimodellare il viso dai contorni labili.
Guardavo una statua i cui lineamenti riaffondavano mestamente nel
marmo. Mi lavai i denti con il dentifricio e mi sciacquai con furia la
faccia.
Per un attimo pensai di andare via senza salutare, poi tornai sui
miei passi. Entrai in camera. Margherita era sdraiata di traverso sul
letto, con i piedi nudi che sfioravano il pavimento. I capelli erano un
apostrofo sul volto. Appesantiti dal sonno, i suoi tratti erano ancora
piú belli, la magrezza ammorbidita e tornita dalla luce.
– Io vado, – annunciai.
– Dove? – si innervosí. – Qui c’è posto –. Di nuovo un guizzo di
irritazione nello sguardo. – Sto crollando dal sonno.
Entrai e chiusi la porta. Lei si spogliò davanti a me senza alcun
imbarazzo. Dopo i jeans, la felpa e la canotta, si sfilò il reggiseno
restando nuda per il tempo di trovare il pigiama e indossarlo, a
tenere su la schiena una collana di perle lucenti che si muovevano
all’unisono. Si infilò sotto le coperte, scomparendo nel letto. Spensi
la luce e mi spogliai in fretta, prima che i suoi occhi potessero
abituarsi all’oscurità e indovinare le mie forme, poi mi nascosi sotto il
lenzuolo, attento a tenere le distanze.
Dopo una manciata di secondi di angosciosa trepidazione udii la
sua respirazione divenire piú pesante e poi regolare. Fu come
sentire il respiro di qualcuno che credevi morto. Restai ad ascoltarlo
a lungo, pieno del suo odore.
Quando infine si svegliò la mattina dopo, io ero seduto su una
sedia, accanto al letto, completamente vestito, i gomiti sulle
ginocchia e il volto appoggiato sulle mani giunte. Le feci un cenno di
saluto: il mio corpo schermava parzialmente la luce che filtrava dalle
stecche rotte, disegnando una raggiera intorno alla sua sagoma.
Le sue labbra si schiusero come una pesca morsicata. – Perché
mi vegli? Non sono mica malata.
– Ma io sí.
Sbadigliò. – La febbre è la migliore delle cure.

Mentre le sue amiche dormivano, finimmo di spazzare e


rassettare la casa in silenzio. Sembrava uno dei modi che avevamo
scelto tacitamente per famigliarizzare. – Non si sveglieranno per
molte ore, – mi avvertí accennando alla camera da letto.
– Il mio prossimo appuntamento è la morte, – le dissi per farle
capire che non avevo alcun tipo di fretta o di impegno.
– Non ti illudere.
Ci spostammo sul balcone della cucina per fare colazione. Io
mangiai una fetta di crostata e lei una mela. Un paio di pennacchi di
fumo tatuavano il cielo. La sfidai a riconoscere ed enumerare le
sfumature di verde della vallata che si dispiegava sotto di noi.
– È una sfida?
– Perché no.
Ci rimpallammo le risposte. Verde muschio, smeraldo, giada
mimetico, oliva, asparago, erba, pino…
– Non esiste il verde pino, – contestò.
Mi strinsi nelle spalle. – Verde marino.
– Grigioverde.
– Non credo sia il nome tecnico… – azzardai.
– E allora verde pino?
– Infatti me l’hai bocciato.
– Tocca a te.
– Verde lime –. E per essere sicuro aggiunsi. – Verde pera. Ti
arrendi?
Scagliò via il torsolo. – Allora verde mela! Tu bari. Te li inventi.
Una caffettiera non era bastata, cosí ne misi su una seconda.
Andammo a bere la terza tazza di caffè in giardino, sul lato opposto
della casa.
Artú si sfregò contro le nostre gambe. Quello che doveva essere
suo nonno si avvicinò per salutarla, ma quando mi vide restò
indeciso qualche secondo, infine alzò una mano e tornò indietro
verso il casolare diroccato.
– Non farci caso. È un orso, – mi disse per scusarlo.
– E io ho invaso il suo territorio.
– Dammi cinque minuti, vado a salutarlo.
Quando tornò indietro, il vecchio era con lei. Aveva folti capelli
bianchi, il volto rammendato dai capillari rotti e occhi lucidi di
cataratta. Mi diede la mano e mi disse piacere.
– Che gli hai detto? – le domandai quando ci fummo allontanati in
direzione del paese, che ci teneva a mostrarmi.
– Gli ho ricordato le buone maniere.
– Sei capace di far ballare gli orsi.
– Tutti tranne uno.
Dovetti fare una faccia strana, perché lei aggiunse: – Parlavo di
mio padre, sciocco.
Lo disse con una smorfia dolente. Per questo non le chiesi nulla.
Non le avrei mai chiesto nulla, di suo padre, non l’avrei mai forzata a
dirmi ciò che non voleva. O invece lo voleva?
Scendemmo verso il paese per un sentiero che tagliava nel
bosco. Sentivo odore di funghi sebbene non fosse ancora la
stagione a quanto ne sapevo. Conoscevo il nome di una pianta su
cinque e quell’ignoranza mi rattristava. Fu il dolore alle ginocchia a
ricordarmi il peso del mio corpo, mentre mi destreggiavo con
estrema prudenza lungo il sentiero in discesa.
Due file di case vigilavano sulla provinciale, quasi che gli abitanti
fossero curiosi di monitorare il passaggio, o avessero voglia di
ascoltare le rade macchine sfrecciare per sentirsi meno soli.
Prendemmo un caffè al bar centrale, che fungeva anche da tabacchi
e alimentari. Assorbenti e lamette da barba erano esposti accanto
alle sigarette.
Dietro il banco c’era un giapponese che parlava un pessimo
italiano. Mi domandai come fosse finito lí, in uno sperduto borgo
dell’Appennino ligure che d’inverno non contava piú di cento o
duecento anime, mentre nei mesi estivi al massimo raddoppiava,
ben al di sotto dalla soglia simbolica dei mille abitanti.
– Ti piacerebbe andare in Giappone?
– Non ho perso niente laggiú.
Margherita mi diede un pugno sulla spalla, come ogni volta in cui
secondo lei non scherzavo stando alle sue regole, che tra l’altro
cambiavano sempre. Ma non avevo mentito. Quella smania di viaggi
che fino alle soglie del mio annus horribilis mi aveva portato a girare
per diversi continenti si era sopita. Avevo capito che non occorreva
andare all’altro capo del mondo per perdersi, o ritrovarsi.
– Quando mi laureo andiamo negli States, – se ne uscí
Margherita.
– Che cos’è, una minaccia?
– Un sogno. Tu non sogni?
– Vuoi fare il coast to coast?
– Voglio solo andare a zonzo, come dicevi tu l’altra volta.
Sbronzarmi ogni sera e svegliarmi ogni mattina in un posto
sconosciuto, senza alcuna incombenza se non fare il pieno all’auto e
ripartire.
– È un bel progetto.
– Ci vieni?
– Ci vengo.
– Ma tu non eri quello che non faceva piú progetti?
– Infatti, prendo i tuoi.
Finí di fumare, cercò un posacenere e poiché non lo trovò rientrò
nel bar. Uscí con due bottigliette d’acqua. – Per la salita.
Preso dalla piacevolezza della sua compagnia, dai suoi occhi che
sembravano ammirare ogni particolare intorno, come se fosse unico
e irripetibile, avevo dimenticato che al ritorno ci sarebbe toccata una
temibile scarpinata. Questa volta non si sarebbe trattato di un
fastidio alle articolazioni: avrei dovuto imbracciare il mio quasi
quintale di carne e trascinarlo su per il bosco.
– Non possiamo farci venire a prendere dalle tue amiche con la
mia auto? – domandai preso dal panico. Non ero sicuro di farcela.
Anzi, temevo di crollare. Il mio cuore forse non avrebbe retto lo
sforzo. Inoltre non volevo farmi vedere da lei mentre arrancavo col
fiato grosso e il sudore che mi scendeva a rivoli per il collo.
Margherita si infilò gli occhiali e mi prese per mano. – La salita è
solo una discesa guardata dalla parte sbagliata. Andiamo.
Parte seconda
1.

Il cellulare vibrò verso mezzanotte. Era silenzioso, ma vedevo la


luce pulsare nell’oscurità della stanza. Mi piaceva rimanere seduto
per terra, al buio, con le finestre aperte, a osservare la sagoma del
mare. Mi ricordava che c’era sempre la possibilità di fuggire, passare
la frontiera, ricominciare daccapo.
Non era mia mamma, non era Alex.
– Dormivi? – esordí Margherita. Era lei.
– Guardavo fuori dalla finestra.
– Che cosa c’è?
– Il Messico, credo.
– Ti sbagli, c’è Genova. Domattina mi piacerebbe andarci per
visitare le varie università. Ti andrebbe di accompagnarmi in auto?
Mi intrigava quel suo continuo mettermi di fronte a bivi, alcuni
semplicemente accennati. Potevo accettare o meno, andare in un
senso o in un altro, ma avevo sempre la premonizione che da quella
semplice scelta in qualche oscuro modo sarebbe dipesa la mia vita.
E io avevo un disperato bisogno di sentirmi in bilico, di poter
imboccare una strada o l’altra, perché allora significava che c’era,
una strada, mentre in tutti quei mesi trincerato in casa e nel mio
corpo non c’erano state alternative di alcun tipo, se non quella tra
mangiare o non mangiare. Ora mi godevo il brivido della possibilità, il
rischio dell’esistenza.
Prima o poi abbiamo tutti l’impressione che qualcosa ci chiami su
una strada. Era bello tornare a percepire quel genere di voci.
Margherita era la mia.
– Non sto cercando un autista, – disse, dato che io non
rispondevo, perso nelle mie suggestioni. – È che…
– Ti accompagno volentieri. Ci siamo lasciati male con Genova.
Magari facciamo pace.
– Come si fa a litigare con una città?
– A te non è mai capitato?
– Sono sicura che rimedierò.
La mentalità dei genovesi mi ha sempre affascinato. C’è la loro
città, e poi il resto del mondo. Non esiste nemmeno la provincia,
figurarsi l’Italia o addirittura l’Europa. Quando la Liguria ha smesso di
essere una colonia, per Genova è diventata di colpo terra straniera.
Per questo motivo mi sono sempre sentito forestiero per le sue
strade acciottolate e sconnesse, sebbene ci abbia studiato e
lavorato.
– Ma a me piace sentirmi forestiero, – spiegai a Margherita.
Avevamo parcheggiato in prossimità del Mandraccio, il porto
vecchio, ed entravamo in città per la turrita Porta dei Vacca. – Lo
sapevi che Genova possiede il centro storico piú grande d’Europa?
– Non credo lo sappia nessuno.
– È cosí superba che non si degna nemmeno di vantarsi.
– Ora capisco.
– Cosa?
– Ne parli come di una ex fidanzata.
Mentre rimbalzavamo da una segreteria all’altra, in cerca di
informazioni che nessuno pareva possedere, notavo dal titillio dei
tendini che il suo nervosismo lievitava, un’irascibilità che era sempre
parte di quell’attrito perenne tra lei e il mondo.
Provavamo lo sconforto crescente di chi si trova a porre domande
in una lingua e a ricevere risposte in un’altra. Infervorata, cercava di
districarsi tra corsi, discipline, orari, regole e tasse. Il maggiore
cruccio era la regolamentazione per gli studenti lavoratori, che ogni
segreteria pareva ignorare, come se si trattasse di un caso raro –
perché mai un universitario avrebbe dovuto lavorare a tempo pieno e
voler frequentare le lezioni?
– Il diritto è dunque un diritto dei ricchi. I poveri fessi che devono
lavorare non hanno diritti invece? – disse a una segretaria.
La trascinai via, prima che la situazione degenerasse. – Se
dovessi sommare tutte le ore in cui ho campeggiato nelle varie
segreterie durante le pratiche per i miei passaggi da una facoltà
all’altra, credo che arriverei tranquillamente a un paio di settimane.
Forse un mese, – le dissi per distrarla.
– Un mese ad annoiarti a morte.
– Dipendeva dal libro che leggevo nell’attesa.
Facemmo su e giú per palazzi cinquecenteschi e cortili
rinascimentali, con tappe regolari nei bar per quella che era
diventata la nostra ordinazione classica: due caffè e un bicchiere di
acqua frizzante, a cui lei non rinunciava mai. Mi piaceva fare
quell’ordinazione senza nemmeno il bisogno di consultarla: mi dava
una sensazione di segreti condivisi, di famigliarità, di lunga
frequentazione. Entrambi lo prendevamo amaro, il caffè. Io per
piacere, lei per dovere.
Verso l’una la vidi agitarsi. – Avrai fame, immagino. Vorrai
mangiare –. Lo disse come se si trattasse di una sciagura.
– Non è un problema. Facciamo una passeggiata a caccia di
bellezza? Siamo stanchi di uffici.
– Stufi marci, siamo. Conosci un posto?
Ne conoscevo diversi. Avrei voluto rivedere luoghi ameni dove ero
stato per la maggior parte del tempo triste. Volevo fare la pace con la
città e con quello che ero stato, rimettere a posto il terreno su cui ero
poi franato. Piú di ogni cosa volevo un panorama, ritagliare cartoline
da portarmi appresso.
Salimmo verso l’Albergo dei Poveri, il seicentesco edificio nato
per accogliere i bisognosi, dove avevo frequentato i primi anni della
facoltà di Giurisprudenza, che lí era stata parzialmente e
temporaneamente ospitata in uno dei ciclici tentativi di recuperare
quel meraviglioso e inutile palazzo, monumento alla carità e al
fallimento.
A metà strada mi pentii, perché la salita era ripida e io faticavo. Il
sudore mi correva in rivoli lungo la schiena. Dopo la scarpinata
dell’Appennino ligure, un’altra scalata. Gli esseri umani non fanno
mai molti errori, ma lo stesso errore molte volte. A ogni manciata di
metri mi fermavo con la scusa di ammirare il panorama e raccontare
storie. Per fortuna la mia scorta di storie non finiva mai, come la sua
pazienza.
Quando arrivammo in cima boccheggiavo, la gola secca e le
ascelle pezzate. Cercavo di tenere le braccia attaccate al corpo e le
parlavo con la testa leggermente spostata di lato, temendo per il mio
alito.
Superammo le aule ancora in uso, ormai appena una manciata, e
attraverso una porta difettosa entrammo nella parte del complesso
che non era stata recuperata. Vagammo per i saloni deserti e
abbandonati. – È un posto buono per i fantasmi.
– Non ti piace?
– Mi sento a casa.
Visitammo anche la chiesa annessa all’edificio. Altari di marmo
biancheggiavano nell’oscurità.
– Sei credente?
– Quando chiedevano a Jung se credesse in Dio, lui rispondeva:
«Io non credo, io so».
– Tu sai?
– No, io credo, – dissi facendole l’occhiolino.
All’uscita scendemmo per la Valletta, il giardino incolto dove
sprazzi di bosco insidiavano le serre che crogiolavano al sole. Ci
sedemmo sotto un pino marittimo. Guardavamo la città in silenzio,
una cascata di palazzi che ruscellavano verso il mare.
– Studiavi quassú?
– I primi anni di Giurisprudenza.
– E poi?
– Sono passato a Lettere.
– Andavi bene a Giurisprudenza?
– Media del ventinove. È bene?
– Abbastanza. Pensavo di piú.
– Di piú c’è solo il trenta.
– Appunto. Quanti esami ti mancavano quando hai cambiato?
– Cinque.
– E allora perché hai cambiato?
– Ventinove, cinque, trenta… non volevo una vita di numeri. La
volevo di lettere. Volevo fare lo scrittore.
– E non potevi prima finire gli studi? Lasciarti la strada aperta?
– Volevo chiuderla, semmai, – dissi. Ciò che avevo iniziato
all’epoca l’avevo terminato durante il mio annus horribilis.
Abbandonare ogni porto sicuro, nell’inconsapevole credenza che
nessuno può scoprire nuovi mondi, se non accetta di perdere di vista
la terraferma. – Credevo che se avessi imboccato la carriera
avvocatizia avrei abbandonato la mia vocazione, perché per scrivere
ci vuole una certa fame e io avrei finito per saziarmi del mio lavoro e
delle soddisfazioni sociali ed economiche. Feci come quelli che
prima di migrare bruciano la propria casa per essere certi di non
tornare indietro alle prime difficoltà. Solo che io tornai.
Pareva divertita. – Davvero?
– Sí, dopo una manciata di esami a Lettere mi dissi che ero stato
un imbecille e un pusillanime a non terminare Legge. Cosí mi
presentai in segreteria, ma mi dissero che i termini erano scaduti.
Dovetti brigare tra cavilli e sofismi con l’aiuto di un professore che mi
aveva preso in simpatia. Ma alla facoltà di Legge era dura brigare. Ci
tenevano alla forma. Fui ammesso, ma non avrei avuto accesso alle
sessioni di esami prima di sei mesi. Li passai a intristirmi e a
studiare.
– E poi?
– Al momento di perfezionare la nuova iscrizione per sostenere i
due esami che avevo preparato, ero cosí triste che lasciai perdere –.
Mi avevano chiamato dalla segreteria, forse su insistenza del mio
professore. Adesso può iscriversi, mi avevano detto. Adesso non
posso piú, avevo risposto. – Mi sentivo sovraccarico di una strana
energia, ma era veleno. Mi ero avvelenato.
– Non c’è il lieto fine in questa storia, vero?
– C’è la parte buffa. Ho trenta esami e nemmeno una laurea.
Mi guardò con quella sua seducente aria miope. Il mondo
sembrava sempre fuori fuoco ai suoi occhi. – Ho chiesto un consiglio
sull’università alla persona giusta, – mi disse bussandomi sul
ginocchio.
Il suo tono era leggero, non sarcastico. Intendeva dire proprio
quello che aveva detto.
Gli appuntamenti capitavano. Ci vedevamo al bar Atene, al suo
ristorante, in giro, quasi sempre senza stabilirlo prima.
La settimana dopo tornammo insieme a Genova. Parcheggiamo
al porto come la volta precedente e imboccammo l’universitaria via
Balbi con il passo sicuro degli indigeni, che già possedevano
geografie e ricordi comuni.
Se torni in un posto con la stessa persona significa che c’è una
direzione, per quanto ignota. È proprio il ritorno a caratterizzare ogni
partenza. Tornare al punto di partenza per vederlo con occhi nuovi.
È quello che ci succederà quando torneremo in paradiso, pensavo.
Sbrigammo le procedure con inaspettata e relativa facilità. Lei si
iscrisse a Filosofia, dopo avermi parlato per ore di criminologia,
salvo scoprire che non esisteva, o non proprio. – Sempre di menti
malate mi occuperò, – fu il suo commento alla mia debole
osservazione.
Invece io avviai il passaggio a Storia, dove parevano felici di
accogliermi. Dopo quel limbo di un paio d’anni, decisi di rimettermi
alla ricerca di storie e saghe.
Il sole tagliava via Balbi in due strisce parallele. Scendemmo per il
lato in ombra. Prendemmo un paio di birre per festeggiare. Le
bevemmo sugli scalini della chiesa dell’Annunziata, guardando, oltre
la rotonda, il mare luccicare tra i palazzi antichi e i nostri prossimi
mesi, forse anni.
– Che stai guardando? – mi chiese.
– Quello che guardi tu, il futuro.
– E cosa vedi nel futuro? – Sembrava scorgere in me qualcosa
che io stesso ignoravo. Mi faceva sentire migliore di quanto non
fossi, piú vivo.
– Platone diceva che se guardi nella parte migliore dell’altro, ossia
la pupilla, vedi la tua immagine riflessa.
– E questo cosa vuol dire?
Questa volta fui io a bussare sul suo ginocchio. – Lo chiedo a te.
2.

Il primo passo non ti porta dove vuoi, ma ti toglie da dove sei.


Margherita era stato il primo passo, e poi il secondo, e il terzo…
Qualcosa in lei mi chiamava a muovermi, incuriosirmi, rallegrarmi. E
ogni passo mi conduceva piú lontano dal mio annus.
La convalescenza è un periodo unico, perché entri nella
guarigione, ma hai ancora traccia materiale della malattia addosso.
La linfa vitale scorre lungo i rami secchi trasmutandoli e il miracolo
accade sotto i tuoi occhi. Accade, ogni benedetto giorno. Sei
sospeso tra la morte e la vita, tra l’inverno e la primavera, e di
entrambi hai piena e singolare consapevolezza, una consapevolezza
che non puoi raggiungere in nessun altro momento. Solo durante la
convalescenza puoi credere alla resurrezione.
Sceglievo la sera tardi o il mattino presto per andare a correre,
ancora meglio se pioveva, perché non c’era quasi nessuno in giro e i
pochi per la strada erano troppo impegnati a lottare con gli ombrelli, i
guinzagli o tutte due le cose insieme per badare a un grassone che
arrancava infagottato in una gigantesca felpa blu.
I progressi erano minimi, però costanti. Ogni giorno facevo
qualche metro in piú e il ponte rosso sulla foce del fiume non era piú
un traguardo, ma una semplice tappa sul percorso. A ogni nuova
uscita spostavo in avanti la mia meta: una palma storta, lo
stabilimento balneare di quando ero bambino, quello ancora oltre,
che frequentavo con gli amici al liceo, la caserma dei vigili del fuoco,
l’ex istituto psichiatrico alla periferia della città, una villa
settecentesca abbandonata che avrebbe potuto ospitare fantasmi o
attori, o entrambi.
Il fastidioso prurito ai muscoli atrofizzati diminuí giorno dopo
giorno fino a scomparire. Al ritorno da ogni corsa, mentre mi facevo
la doccia, il mio corpo pareva attraversato da un movimento
sotterraneo: un blocco di creta che, portato a una certa temperatura,
si scioglieva e rimodellava. Lo avvertivo vivo e in muta sotto le mie
mani.
In un certo senso mi sentivo ancora piú grasso, ma in transizione.

Il martedí dopo la settimana degli scritti, Alessia mi chiamò per


dirmi che l’indomani avevano in programma una giornata bianca per
svagarsi. Le chiesi che intendesse.
– Ci chiudiamo in un posto e per un po’ di ore lasciamo il mondo
fuori.
– E il mondo ci sta?
Quella frase avrebbe incuriosito Margherita, in un senso o
nell’altro, ma Alessia rispose solo: – La gita vale il biglietto.
– E quale posto avreste scelto?
– Un multisala a Genova. Guardiamo un film, poi ceniamo in uno
di quei ristoranti ammazzafegato e infine ci guardiamo un altro film.
Ne abbiamo bisogno –. Poiché esitavo aggiunse: – Margherita ci
tiene.
– Sento gli altri, ma va bene –. L’idea della giornata bianca non
era certo nuova per me. Era quello che avevo fatto nell’annus
horribilis. La differenza era che trecento giornate bianche facevano
un anno nero.
Alex era impegnato al lavoro, mentre Gianca mi disse che
preferiva non venire. Gli domandai perché, dato che si era sempre
dimostrato desideroso di vedere Margherita e le sue amiche.
– Ha scelto te, fratello.
– Quale persona sceglierebbe me?
– Nessuna sana di mente. Infatti lei non lo è.
– Dài, vieni con noi, – insistetti, ma sapevo che i suoi no erano
definitivi.
– Ci vediamo all’Atene.
Da come lo disse, mi sentii un traditore. Ero il naufrago che
accetta un passaggio in barca per lasciare l’isola e i compagni
rimasti.
Alessia, Vanessa e Carla andarono a Genova già al mattino: per
rendere l’esperienza ancora piú estraniante intendevano pranzare al
centro commerciale che si trovava nell’edificio gemello del multisala,
cui era collegato tramite una passerella intubata: volevano evitare
qualsiasi contatto con la realtà esterna per il maggior numero d’ore
possibile. Io passai a prendere Margherita alle cinque. Il film
cominciava alle sei e mezza.
– Sei sparito, – mi accusò appena salita in auto. Si era messa il
rossetto, che richiamava dalle profondità della sua eredità genetica
quelle che mi parevano suggestioni mediorientali.
– Credevo dovessi studiare.
– Ti svelo un segreto, puoi vivere e studiare
contemporaneamente.
– Dovresti svelarmene piú spesso, di segreti cosí.
– Sono qui apposta.
Appena entrammo nel multisala Margherita comprò una coca light
e una ciotola piccola di pop corn. Appuntò un numero che non riuscii
a vedere sul suo taccuino nero. – Hanno meno calorie di quello che
immagini, – mi spiegò, quasi gliene avessi chiesto conto, ma io non
parlavo mai di cibo. Quella sera indossava una maglietta bianca che
sarebbe stata bene a una bambola.
Alessia la prese in disparte mentre io facevo la fila per i biglietti.
Con la coda dell’occhio la vidi catechizzarla. Quando Margherita
andò in bagno, Alessia mi si avvicinò con l’aria afflitta. – Quei pop
corn sono il suo pranzo.
– Tranquilla, hanno poche calorie.
– Non c’è da scherzare, cazzo. C’è da intervenire prima che sia
troppo tardi.
Margherita li piluccò appena durante lo spettacolo. Al termine
cominciammo a vagare per il multisala alla ricerca del ristorante
giusto tra la dozzina che si affacciava sulle due corti. Le ragazze
leggevano ogni menu con grande attenzione, discutendo i pro e i
contro di ogni proposta culinaria. Pareva che le uniche verdure
disponibili fossero le patate, che però vantavano un’invidiabile
varietà di preparazioni.
A Margherita andava bene qualunque locale, ma solo perché, a
sentire Alessia, non avrebbe mangiato niente in nessuno. – Scegline
uno dove puoi ordinare un piatto.
– Uno vale l’altro, non badate a me.
– No, ti conosco. Troverai una scusa per non mangiare.
– L’insalata ce l’hanno tutti.
– Non puoi vivere di sola insalata.
– Prenderò il pollo.
– Giuralo.
– Non giuro, lo sai.
– Cazzo, o mangi o non mangeremo neppure noi.
– Io non costringo nessuno.
– Remo, diglielo tu per favore.
Avevo gli occhi di entrambe piantati addosso. Le altre si facevano
i fatti loro. – A me un po’ di dieta farebbe bene, – provai a
sdrammatizzare.
– Uno vale l’altro, – insistette Margherita, la mano sinistra
allacciata al gomito dell’altro braccio, steso lungo il corpo.
Alessia imprecò e sferrò un pugno al distributore di bevande. Un
palestrato della sicurezza ci disse di darci una calmata. Ci stavano
guardando tutti e nessuno capiva che cosa stesse capitando. Quale
dinamica poteva portare a litigare quattro liceali con l’aspetto da
brave ragazze e un universitario in sovrappeso dall’aria mite e
spaurita?
Margherita estrasse alcune monete, le inserí nel distributore e
prese un’altra coca zero. – Intanto che decidete, – disse.
Alessia la guardò con ira per un paio di secondi, quindi diede un
calcio al cestino della carta e si allontanò seguita dalle altre due.
– Tu non vai con loro? – mi sfidò Margherita.
– No, mi piace equilibrare i pesi.
Entrammo nel ristorante piú vicino, tavoli di legno laccato, tubi
cromati e divise scure. Fui io a ordinare il petto di pollo con l’insalata.
– Perché non ordini un hamburger e le patatine fritte? – mi chiese.
– Non ti lasciar fregare da quelli che ti dicono di metterti a dieta.
– Mi va il pollo.
Lei prese un’insalata semplice, ma assaggiò un pezzo del mio
pollo. Io non commentai. Lei ordinò l’ennesima coca light, io una
birra. Me ne rubò un sorso. Io non dissi niente.
– Non prendi il dolce? – mi chiese alla fine.
Ordinai il gelato, anche se non ne avevo voglia. Lei lo assaggiò
con la punta del cucchiaino, una dose buona solo per sporcarsi le
labbra di crema.
– Ti piace? – le chiesi.
– E questo che c’entra?
All’uscita del ristorante ritrovammo Alessia. Dopo un incrocio di
sguardi, lei e Margherita si abbracciarono. Alessia le avvicinò la
bocca all’orecchio e coprendosi con le mani le parlò
ininterrottamente per un paio di minuti filati.
Poi entrammo in sala e le luci si spensero.
– Ho fame, – mormorò Margherita dopo qualche minuto, ma
quando uscimmo e le proposi di mangiare qualcosa mi disse che a
quel punto le era passata.

Nell’atrio del multisala ci fermammo a controllare le locandine dei


futuri film in programmazione, ma quando abbassammo gli occhi ci
ritrovammo riflessi l’uno accanto all’altra in un grande specchio a
parete, incorniciato da due piante in vaso. Ci immobilizzammo per la
sorpresa. La superavo di una quindicina di centimetri appena, ma la
mia mole sembrava franare sul suo corpo e spalmarsi sul vetro.
D’istinto feci per allontanarmi, ma lei mi afferrò e mi abbracciò
stretto, quasi volesse incunearsi nella mia carne. Ci guardammo e
piú indugiavo su quell’immagine piú sentivo svanire il senso di
vergogna.
Eravamo insieme, tutto il resto potevo dimenticarlo.
3.

Cominciarono i giorni dell’allenamento. Giancarlo, che si divideva


tra la pesistica – di cui era istruttore – e la lotta greco-romana –
disciplina in cui aveva conquistato la coppa Italia –, con saltuarie
puntate nel canottaggio – dove si era tolto la soddisfazione del titolo
regionale –, insegnava ginnastica artistica per l’Ares, società
prestigiosa di cui era presidente suo zio. I cent’anni di storia, il
glorioso medagliere, nonché gli agganci politici di alcuni dei
consiglieri, avevano convinto il comune a concedere alla società la
gestione del Palazzetto dello sport cittadino.
La coppia di custodi che viveva lí da trent’anni aveva lasciato
l’incarico da un paio di mesi ed era tornata a Pozzallo, punta
estrema della Sicilia, come amava precisare, da cui era emigrata
ben cinque decadi prima. Ricordavo dai miei trascorsi pugilistici
l’odore di sugo che proveniva ogni sera dal loro appartamento al
piano terra.
Gianca si era insediato al loro posto, perché la società non poteva
permettersi un guardiano notturno e a lui non dispiaceva affatto
vivere in palestra, che era tutta la sua vita, assieme ai testi di
filosofia che leggeva ogni sera, sebbene si fosse preso una pausa
dall’università.
Quando mi invitò a dare un’occhiata al suo nuovo covile, capii
perché l’aveva soprannominato cosí. Per tanti anni mi ero fermato
sulla soglia, dove ogni sera scambiavo quattro chiacchiere con
Enzo, il custode, o sua moglie Nella, che spesso, dopo
l’allenamento, mi allungava un pezzo di torta, dopo essersi pulita le
mani sul grembiule, la porta socchiusa da cui proveniva il frastuono
della televisione perennemente accesa.
È sempre un errore sbirciare oltre le porte misteriose dell’infanzia
e dell’adolescenza. Fu una delusione constatare che si trattava di un
monolocale con angolo cottura. L’unica finestra era un vasistas
satinato di un metro per trenta centimetri: in controluce si
intravedeva il bordo superiore di un’aiuola e i profili delle erbacce
che la infestavano. Enzo e Nella avevano vissuto lí per trent’anni,
senza quasi mai avere un week-end libero, se non ad agosto o
durante le festività natalizie, quando i campionati di pallacanestro e
pallavolo si fermavano, il film della sera disturbato ogni volta dalle
grida provenienti dalle palestrine, come chiamavamo all’epoca le
due aule accessorie, una riservata agli sport di combattimento e
l’altra alla ginnastica.
Il Cavaliere imprecava ogni sera al vedere la sua palestra invasa
dagli atleti del judo, del karate, del savate e del vodoo, come
pronunciava il taekwondo, che lui disprezzava in maniera particolare,
perché era un pugilato imbastardito. «È come giocare a calcio con le
mani», diceva.
Gianca aveva buttato via tutti i mobili, tranne la cucina economica.
C’erano solo un divano letto, una libreria e una sbarra di metallo che
utilizzava per fare le trazioni.
– Alle dieci finiscono i corsi. Alle dieci e mezzo i ritardatari sono
fuori. Questo significa che ogni sera dopo le undici abbiamo un
intero palazzetto per noi. Tranne durante le partite o le
manifestazioni, – mi disse mostrandomi un enorme mazzo di chiavi.
Tre o quattro sere la settimana, verso le undici, lo raggiungevo al
palazzetto. A volte si univa anche Alex. Ciascuno si prendeva uno
spogliatoio per sé. Ai tempi del pugilato ci cambiavamo in quindici
nella stessa stanza che ora mi godevo da solo. Alex sceglieva
spesso uno di quelli riservati agli arbitri: adorava dissacrare
l’autorità.
Quasi sempre ci allenavamo nella palestrina superiore, quella con
il ring e i sacchi appesi alle sbarre tra i piloni. Era strano tornarci a
distanza di anni. L’odore di cuoio bagnato era ancora lo stesso. E
verde era la striscia di vernice lavabile che correva lungo i muri fino
a due metri di altezza, ma sopra, dove un tempo campeggiavano
decine di fotografie e ritagli di giornale incorniciati, tutti dedicati al
pugilato, adesso c’era la nuda parete bianca. Gianca mi disse che
erano stati gli allenatori degli altri sport da combattimento a
pretendere la rimozione, dopo la morte del Cavaliere.
Riconobbi alcuni dei vecchi sacchi, certi cosí malmessi da essere
stati riparati con lo scotch da pacchi, ma ce n’erano parecchi nuovi,
compresi quelli con la base adatti per allenarsi con i calci.
Giancarlo meditava di lasciare la lotta greco-romana per il
pugilato. – Nella lotta non ci sono soldi, ma quel che è peggio è che
non ci sono nemmeno atleti. Non si trova un solo lottatore del mio
peso in tutta la provincia: gli unici miei veri allenamenti sono gli
incontri ufficiali. Sono ancora in tempo per ottenere risultati in uno
sport diverso. La boxe mi piace. Mi pare onesta. Ci sono i giudici,
certo, ma hai tutto il tempo di risolverla prima, la questione.
Fu cosí che dietro sua insistenza cominciai a impartirgli qualche
lezione. La postura, il cosiddetto gioco di gambe, la guardia, le
tecniche dei colpi: dritto, jab, gancio, montante. Prendemmo il lavoro
molto sul serio. Il pugilato che conoscevo io era quello classico:
sapevo che le tecniche erano cambiate e progredite negli ultimi anni,
ma i miei maestri erano stati uomini del Novecento, che da quel
secolo non sarebbero mai usciti. E per certi versi neppure io.
Ci concentrammo sullo specchio, per imparare i movimenti
basilari dell’attacco e della difesa: passi avanti e indietro a
ripetizione, colpi a vuoto, combinazioni riproposte allo sfinimento,
affondi e schivate. Quasi ogni sera gli legavo l’elastico alle caviglie,
per aiutarlo nella scioltezza, il suo tallone d’Achille. Talvolta
indossavo le papere per farlo esercitare con i colpi e le
combinazioni. Riusciva a farmi male anche attraverso il guanto di
gommapiuma. Però non controllava lo slancio e andava dietro al
pugno. – Cosí ti scopri. I pugni non devono essere molle, ma fionde.
Colpisci e torna in guardia.
Ogni tanto mi guardavo dall’esterno, un ciccione che si sforzava
di insegnare il pugilato a un atleta in piena forma, che poteva fare la
controfigura in un film di Hollywood, ma lui mi ascoltava con grande
attenzione e rispetto. Era la sua stima a darmi la forza di insistere, di
non sentirmi del tutto ridicolo. Allenando lui, giocoforza facevo
esercizio anch’io.
Gianca aveva perfino le chiavi del sottoscala, che al tempo il
Cavaliere chiamava il suo ufficio. Quando era ancora vivo nessuno
aveva il permesso di entrarci in sua assenza. La prima sera che ci
misi piede mi sembrò di profanarlo. I trofei erano accatastati sul
pavimento. La sua vecchia scrivania era sommersa di attrezzi e
manubri. Ai pioli erano appese le corde e i guanti screpolati
dall’usura e dall’umidità. Le foto erano ammassate in un paio di
scatoloni coperti da un lenzuolo impolverato.
In un angolo trovai la vecchia bilancia su cui dovevo salire ogni
maledetta sera. All’epoca non riuscivo a rientrare nei sessantadue,
sempre un chilo o due di troppo, ma non certo venticinque come
adesso. Chiusi gli occhi e sentii come in sogno le urla del maestro
circa il mio sciagurato appetito. Se mi avesse visto ora non mi
avrebbe riconosciuto. Mi accadeva spesso. Ero straniero nella mia
città, dato che quasi nessuno dei miei conoscenti mi fermava o mi
salutava per strada, a meno che non mi fissasse in volto, e allora la
sua espressione passava dallo stupore all’imbarazzo di chi ha
appena scoperto un segreto spiacevole.
Una o due sere la settimana Alex si prestava da sparring partner
perché a differenza mia era in buona forma. Io osservavo lui e
Gianca gridando consigli mentre correvo intorno al ring o cercavo di
saltare la corda. I tre minuti senza interruzione di un tempo erano
diventati venti, al massimo trenta secondi. Poi ero costretto a
fermarmi per riprendere fiato e permettere al cuore di rallentare. Ma
giorno dopo giorno i secondi aumentavano, cosí come i giri intorno al
ring. Rifiutavo di pesarmi, ma sentivo i vestiti allargarsi. Respiravo, il
mondo pareva tornare alla giusta distanza.
Una notte indossai i guantoni. Le braccia pesavano come tronchi.
A ogni combinazione rifiatavo. Il sacco assorbiva i colpi senza
nemmeno tendersi. Però avevo la guardia alta e un paio di guantoni
ai polsi.
Gianca mi alzò il pollice. – Come ti senti, campione?
Presi fiato prima di rispondere: – Una volta chiesero a un peso
piuma irlandese perché avesse fatto il pugile. Lui rispose che non
poteva fare il poeta, perché non sapeva raccontare le storie.
– E questo cosa vuol dire?
– Che mi sento abbastanza forte per tornare a fare il poeta.

La mattina dell’orale Margherita mi telefonò verso le dodici.


Sapevo che si era presentata da sola all’esame, perché la madre
doveva lavorare e il padre non se la sentiva di uscire di casa, tanto
meno per un’occasione speciale. Niente peggiorava di piú il suo
stato di una qualsiasi situazione potenzialmente gravida di tensioni –
che fosse positiva non faceva differenza.
– Perché non sei venuto a vedermi?
– Perché mi hai fatto promettere di non venire.
– Devi smetterla di fare sempre come dico.
– È andata bene?
– È andata. Vieni a prendermi?
– A scuola?
– Sono uscita un’ora fa.
Immaginavo che fosse in un bar a sbronzarsi, come aveva
dichiarato di fare, perciò mi stupí quando invece mi disse che era al
santuario di nostra Signora di Misericordia, in località Santuario, un
pugno di case tra i boschi nell’entroterra di Savona. Aveva fatto i
sette chilometri in salita a piedi, un pellegrinaggio o un voto, non
volle rivelarmelo.
Quando arrivai la trovai seduta a gambe incrociate
sull’acciottolato ai piedi della fontana, al centro della piazza che si
squadernava davanti alla cinquecentesca chiesa dalla facciata
manierista. Presi posto accanto a lei, ma sullo scalino in pietra che
faceva da basamento alla fontana, perché temevo la goffaggine con
cui mi sarei seduto e soprattutto rialzato da terra.
Lei si girò, i capelli facevano ombra al volto arrossato e alla spalla
aguzza. Il suo sguardo era come una conversazione: aveva le sue
fasi e le sue pause.
– Hai pregato?
– Ti ho aspettato, – mi rispose. – E sei arrivato.

La notte dopo Margherita e Alessia ci raggiunsero al palazzetto.


Si guardavano attorno con gli occhi meravigliati di Alice mentre le
guidavamo nel tour completo della struttura, che a quell’ora
assomigliava a una cittadella abbandonata. Soltanto quando
salimmo nella palestrina accendemmo la luce: non aveva finestre e
quindi non avremmo attirato l’attenzione dei passanti.
Le ragazze chiesero di indossare i guantoni e salire sul ring.
Margherita cedeva ad Alessia cinque centimetri e dieci chili buoni, se
non dodici, ma non volle sentire ragioni. Non sapevano tenere la
guardia e si muovevano senza un senso logico sul quadrato. Le
braccia di Margherita erano cosí magre che parevano sbilanciate dal
solo peso dei guantoni. La colonna vertebrale era un morso nella
maglietta.
Gianca prese l’angolo di Alessia e io quello di Margherita, che
però non ascoltava i miei consigli. Se le dicevo di girare a destra, si
piantava. Se le dicevo di mettere i piedi paralleli, li univa. Il round
terminò senza un solo colpo andato a bersaglio e fu una fortuna.
– Dovresti insegnarmi, – mi disse Margherita mentre l’aiutavo a
sfilarsi i guantoni. I capelli tratteggiavano una criniera elettrica
intorno all’ovale accaldato.
– E tu dovresti imparare.
– E io cosa ho detto?
– Dovresti imparare a imparare. Non seguivi i miei consigli. Lo
facevi apposta.
– Vuoi salire sul ring? – mi sfidò alzando la voce. – Dài, vieni –.
Non scherzava affatto.
– Magari un’altra volta, – dissi e le sfiorai la guancia con una
carezza, che la fece imbufalire. Mi diede un gancio sulle costole e
poi filò a fare la doccia.
Rimasi impalato, leggermente piegato su un fianco per smaltire la
botta, davanti allo sguardo mortificato di Alessia. Le feci cenno che
era tutto a posto. Anzi, avevo una gran voglia di ridere, ma mi
trattenevo perché non volevo che il suono della mia risata
raggiungesse Margherita. Chissà cosa sarebbe stata capace di fare.
– Dài una mano a una donna e quella ti ci infila un anello, – mi
ammoní Gianca, mostrandomi il guantone.
Margherita mi raggiunse piú tardi. Si sedette accanto a me sulla
scalinata della palestra principale. Dai finestroni filtrava la luce dei
lampioni stradali. Non mi chiese scusa perché non era il suo stile e
poi mi avrebbe solo messo in imbarazzo. Mi domandò invece dei
miei trascorsi da pugile.
Gli raccontai di un mio incontro di molti anni prima, che si era
svolto proprio nello spazio sotto di noi. L’avversario era uno che in
seguito avrebbe fatto una discreta carriera tra i dilettanti, ma quella
sera ero riuscito a rimanere in piedi per tutti i tre round, cedendo solo
ai punti.
– Sei stato bravo.
– Il mio maestro aveva combinato l’incontro.
Ci pensò un po’ su, infine annuí. Sembrava incapace di
scandalizzarsi. – Hai passione e ne capisci. Perché non fai
l’allenatore?
– Perché l’unico mio potenziale allievo è una piccoletta che vuole
imparare a boxare solo per menarmi.

– Sai cosa mi piace di te? – mi domandò Margherita. Eravamo


usciti dalla palestra e la stavo riaccompagnando a casa in auto.
Feci di no con la testa.
– È proprio questo, – mi disse.
Feci di sí, questa volta.
– Non chiedi mai perché.
Mi strinsi nelle spalle, sentendo gli angoli della bocca arcuarsi
verso l’alto.
– E poi mi piace il tuo sorriso, – mi disse sfiorandomi le labbra con
le dita. – Ci vuole molta sofferenza per produrre un sorriso come il
tuo.
4.

Il mercoledí sera era per noi. Il ristorante rimaneva chiuso perché


il padre di Margherita, da grande tifoso di calcio, aveva voluto tenersi
libero per guardare le partite di coppa. Nel frattempo il mondo era
cambiato, le partite internazionali si giocavano anche il martedí e il
giovedí, e lui non andava piú al ristorante, ma il giorno di chiusura
era rimasto il medesimo perché anche i locali hanno bisogno di
tradizioni – anzi di tradizioni piú che di qualsiasi altra cosa.
Il giorno preferito di Margherita era però il martedí, e in particolare
il momento della notte in cui usciva dal lavoro, perché poteva cullarsi
all’idea che la sera dopo sarebbe stata libera. Il fatto che, fino a
poche settimane prima, avesse avuto scuola la mattina seguente
non l’aveva mai preoccupata. La scuola, in fondo, faceva parte del
gioco, toccava a tutti. Era anzi un’occasione di affrancamento. Tra i
banchi, le lezioni e le compagne poteva dimenticarsi del cuore
spezzato del padre e degli occhi di sua madre, che erano sempre
gioiosi, nonostante contenessero tutto il dolore del mondo.
Una volta, settimane dopo, mentre guardavamo insieme Au
hasard Balthazar di Bresson, mi confidò che negli occhi dell’asino
protagonista della pellicola vedeva quelli di sua madre. Di suo padre
invece parlava spesso, ma in modo reticente. Introduceva il
discorso, poi lo interrompeva di netto. Io non la incalzavo. Lei non
voleva domande, eppure le provocava.
Il martedí sera passavo a prenderla verso le undici. In una di
quelle occasioni volle presentarmi a tutti i costi Teresa, la madre.
Sebbene tra di noi non ci fosse stato nulla, mi sentivo in terribile
imbarazzo. Che cosa avrebbe detto di quel ventiquattrenne
disoccupato in evidente sovrappeso che intratteneva un rapporto
indefinito con la figlia diciannovenne?
– E cosí sei uno scrittore, – mi accolse con il tono di chi fa un
complimento.
– E lei una chef.
Ci scambiammo un sorriso di intesa e la mano.
Invano cercai i tratti della figlia, che non me la ricordava se non
per la lucentezza degli occhi. Era piú alta di Margherita, ma anche
molto piú pesante, sebbene si disimpegnasse con grande rapidità in
cucina.
Quando arrivavo le aiutavo a sistemare, malgrado la madre
continuasse a ripeterci di andare che avrebbe pensato a tutto lei.
Margherita rassettava con la stessa intensità con cui Pollock
dipingeva. Quello con il pavimento era un corpo a corpo. A volte
cercavo di anticiparla, approfittando del fatto che non aveva ancora
finito di pulire la cucina, e acchiappavo secchio e spazzolone.
Quando se ne accorgeva restava qualche secondo a osservarmi, poi
scuoteva la testa, me li strappava di mano e finiva lei. Si muoveva
con la grazia di una pattinatrice, le ciocche che le sfuggivano
dall’elastico con cui si legava i capelli. Si arrabbiava solo quando le
maniche si srotolavano. Allora mi chiamava e mi diceva di
arrotolargliele con cura all’altezza dei gomiti.
– Cerca di fare un buon lavoro.
– Sarò ben capace di arrotolarti le maniche.
– No, non lo sei. Piú il gesto sembra banale piú l’arte deve essere
precisa.
In genere mi occupavo di risistemare il dehors, da cui si vedeva il
mare. Svuotavo i posacenere, riportavo le sedie all’interno,
raggruppavo i tavoli, li legavo con una catena e spazzavo il selciato
con una ramazza professionale che un netturbino aveva regalato
alla madre di Margherita.
Le persone facevano spesso regali a Teresa: marmellate, erbe
officinali, utensili da cucina, ortaggi, souvenir. Cercavano la sua
approvazione e la sua amicizia. Venivano a confidarsi con lei.
Capitava spesso di vedere qualcuno tallonarla mentre si spostava in
cucina. Ombre che le bisbigliavano all’orecchio oppure piangevano,
ridevano, raccontavano. Lei ascoltava in silenzio, il volto concentrato
e tutto racchiuso in quella vena che pulsando le tagliava in due la
fronte, e per ciascuno aveva una parola. Quasi sempre la parola
giusta, a giudicare dal sollievo con cui quelli se ne andavano.
Risistemato il ristorante, spegnevamo le luci e ci godevamo per
qualche istante la piacevolezza del buio. Poi Margherita chiudeva le
quattro porte a chiave e io passavo dopo di lei per controllarle una
per una spingendo con la mano.
– Sei paranoico.
– Mi hai detto tu di farlo.
– Per soddisfare la tua paranoia.
Infine raccoglievamo i sacchi della spazzatura e li gettavamo nei
cassonetti. C’era qualcosa di rituale in quel gesto. Quando il
coperchio si richiudeva con un tonfo metallico sapevi che avevi
davvero finito e che bene o male avevi compiuto il tuo dovere. In
quel momento non pensavi all’incasso, ai fornitori, ai debiti, alle
tasse, ai problemi, ma solo al fatto che avevi condotto in porto
un’altra giornata di lavoro e che ora ti meritavi il mare.
– E una cannetta, – aggiungeva lei.

Un mercoledí sera io e Margherita imboccammo l’Aurelia verso


ponente. Preferivamo quasi sempre puntare in quella direzione,
come se lí ci fosse qualcosa o qualcuno ad aspettarci. A levante ci
sentivamo come se fossimo ospiti o avessimo sbagliato strada.
Sequele di luminarie si alternavano a sacche di oscurità. Il mare
era una presenza sulla sinistra e talvolta guizzava per lo stagliarsi di
un pontile o di una barca di pescatori. All’altezza di Borgio
svoltammo sulla destra per salire a Verezzi, un manipolo di case
saracene che facevano da spalti a una piazzetta teatrale. La strada
era stretta e le curve cosí secche che dovevi calibrarle con grande
precisione se non volevi ritrovarti a fare manovra.
Mi piaceva viaggiare in auto con lei. Parlavamo, spesso
discutevamo, ma arrivava sempre il momento in cui intessevamo un
silenzio complice, la musica come sottotraccia: Margherita guardava
fuori, alla ricerca di qualcosa che forse era solo dentro di lei, il viso
reclinato nella penombra intermittente, e io potevo osservarla in
tranquillità. Quella ragazza mi stava dando una speranza, ed era
pericoloso, perché io avevo rinunciato alle speranze. Eppure mi
rendevo conto che giorno e notte aspettavo quei momenti, quando
potevo seguire il suo sguardo spaziare verso l’orizzonte.
Arrivati in cima al poggio parcheggiammo nel piazzale inferiore di
Verezzi, da cui si dominava tutta la baia. Era sterrato, illuminato da
un unico lampione e deserto, perché solo in pieno agosto il paese si
animava in settimana. Avevamo entrambi un debole per quei posti
appartati, capaci di riservare la loro bellezza primigenia soltanto per
un pugno di avventurieri. Era il gusto di trovarsi altrove, sempre fuori
rotta.
– Mi fai guidare?
– Ma tu non hai la patente.
– Appunto, devo pur prenderla.
– Ma sai guidare?
– Vado con mio nonno.
Incrociò le braccia sul petto e guardò ostinatamente davanti a sé.
Era il suo modo per mettermi alla prova. Non me lo avrebbe
domandato un’altra volta. Ora toccava a me. Sotto di noi le luci
disegnavano il perimetro del mare. Nelle pause del rado traffico
saliva il rumoreggiare della risacca.
Mi strinsi nelle spalle. – Perché no.
Esultò con tutto il suo corpo, ma un attimo prima di uscire
dall’auto mi parve di scorgere nei suoi occhi uno sguardo di
rimprovero, forse per averla accontentata.
Ci scambiammo di posto. – Allora… – attaccai a spiegare.
– So come si guida, – tagliò corto Margherita, che si aggrappava
al volante invece di afferrarlo. Ingranò la prima e lasciò andare la
frizione.
La vedevo tesa, ma intuivo che le mie parole avrebbero ottenuto
solo l’effetto di renderla piú nervosa. Ormai conoscevo il suo fuoco
interno. Cercava di continuo legna per alimentarsi. Cosí finii per dirle
che stava andando bene, piú un auspicio che una constatazione.
Completammo un giro ai dieci all’ora, dato che non pigiava
sull’acceleratore. Poiché contava su un motore diesel, l’auto
avanzava lo stesso, anche se sotto giri. Mi limitai a gettare
un’occhiata al pedale dell’acceleratore. Lei annuí e finalmente vi
posò sopra il destro. – Hai visto? – mi disse guadagnando quattro o
cinque centimetri in altezza.
– C’è anche la seconda, – le ricordai dopo un altro giro, il motore
che ringhiava per lo sforzo.
Dovette guardare in basso, mirando alla frizione, e mimare un
paio di volte il movimento del cambio con la mano, ma alla fine riuscí
a innestare la seconda, e la macchina esalò un sospiro di sollievo.
– Grazie, – intonai metallico per dar voce all’automobile.
– Non mi distrarre! – Si puntellò sul bordo del sedile per vedere
meglio davanti, gli occhiali che assomigliavano a una mascherina da
saldatore. Prese confidenza, inserí la terza, la macchina sobbalzò
acquistando velocità. Troppo tardi tirai il freno a mano. Centrammo
quell’unico, triste lampione che svettava al centro dello spiazzo.
Il motore si spense. Un debole ronzio echeggiò per qualche
secondo, poi silenzio. – Perdonami, perdonami, – mi ripeteva
Margherita, le mani che mulinavano avanti e indietro. – Ti ripago i
danni, perdonami, perdonami.
Io scoppiai a ridere. Non riuscivo a trattenermi. La situazione era
cosí comica, il cielo stellato, il piazzale deserto e noi due sotto la
luce di quel solitario lampione.
Margherita restò sospesa per il tempo di un respiro, poi mi colpí
alla spalla. Uno, due, tre pugni. – Perché ridi, perché?
Non riuscivo a smettere. Piú mi colpiva e piú ridevo. Ricominciò a
chiedermi scusa in tono spasmodico, ma io continuavo a ridere.
– Perché ridi?
– Perché no?

Margherita prima si arrabbiava, poi cercava il motivo. Era votata


alla disputa ed era la prima a saperlo. «Tu non sei capace di
litigare», mi rimproverava. Per lei si trattava di un terribile difetto,
indizio, per quanto equivoco, di una potenziale debolezza, dente
avariato del puledro. Spesso mi sentivo un cavallo sotto il suo
occhio. Ma correre era proprio ciò di cui avevo voglia.
Le piaceva la rissa, come amava definirla in modo improprio.
Credo traducesse inconsapevolmente il termine spagnolo garra,
«artiglio», il misterioso ingrediente indispensabile per ogni impresa.
La radice è la medesima del verbo garrire, che vuol dire tanto
«agitarsi» quanto «cinguettare». Era un uccellino lanciato in volo
contro le aquile.
Non combatteva però soltanto per cause dichiarate, giuste o folli
che fossero, come le raccolte firme che aveva organizzato a Varazze
per l’abolizione della caccia, l’introduzione della raccolta
differenziata, o il sussidio di assistenza alle fasce deboli. Il suo furore
era spesso imprevedibile e immotivato. All’apparenza rideva e
chiacchierava in modo normale, ma dentro di lei erano in azione
forze che di punto in bianco la facevano esplodere. C’erano momenti
tellurici, quando i suoi moti interni potevano eruttare senza preavviso
e senza alcun tipo di freno. Per uno strano scherzo del destino, i
ristoranti erano luoghi a rischio.
Un mercoledí di inizio settembre andammo a Milano. C’era una
mostra che Margherita voleva vedere a ogni costo. Si trattava, in
realtà, dell’esposizione di un unico quadro. – Ma devo
assolutamente vederlo –. Le piacevano gli avverbi, specie quelli in
odore di assoluto.
L’opera esposta era di Georges de La Tour, un pittore seicentesco
che pareva avere inventato e poi nascosto nei suoi quadri lampadine
elettriche. Restammo ad ammirarlo per mezz’ora, mentre le persone
ci circumnavigavano con cellulari, macchine fotografiche e guide
elettroniche.
Uscimmo in uno stato di eccitata ispirazione. Provavo di nuovo
voglia di scrivere. Facemmo una lunga passeggiata nonostante
piovigginasse, il nostro passo lento a ostruire e deviare il nervoso
flusso pedonale, piccole rocce nel fiume impetuoso. Non c’era fretta,
eravamo insieme. Non c’era nessun posto da raggiungere.
– Ho voglia di messicano, – se ne uscí all’improvviso, all’imbocco
di via Torino.
– Perché messicano?
– Perché tu sei stato in Messico.
Pensai alludesse a un mio viaggio di alcuni anni prima, di cui le
avevo raccontato. Spesso prendeva due fatti all’apparenza slegati e
li trasformava in altrettanti punti da collegare con una linea, e su
quella linea si lanciava con il trasporto di Icaro.
Dopo aver chiesto indicazioni a un paio di passanti,
raggiungemmo un ristorante in zona Tortona con una bella
atmosfera, i tavoli di legno pesante, le decorazioni minime e il
tintinnare continuo dello shaker a scandire la musica di sottofondo.
Al momento di sfogliare il menu, Margherita attaccò a piangere.
Un pianto improvviso, impetuoso, di una sincerità disarmante. Se un
animale fosse stato in grado di piangere, avrebbe pianto in quel
modo. Nel giro di una manciata di secondi attirammo l’attenzione
dell’intera sala. Non sapevo che fare, se usare le parole o le mani
per calmarla. Le mie carezze e le mie frasi cadevano come foglie
secche nel turbine. Si avvicinò prima un cameriere, poi il maître,
quindi il proprietario.
– Se ti ha fatto del male devi dircelo, – le ripetevano, lanciandomi
occhiate minacciose. L’intera attività del ristorante si bloccò. Alcuni
clienti vennero a vedere che cosa stesse succedendo. Margherita
non riusciva a smettere. Uno dei camerieri mi scosse senza troppi
riguardi. – Che le hai fatto?
– Forse è meglio andare, – proposi.
Ci alzammo in un silenzio surreale. Il ristoratore volle assicurarsi
con lei che io non rappresentassi un pericolo. Margherita riuscí
finalmente ad assentire. Uscimmo con cento occhi incollati alla
schiena. Io camminavo lento dietro di lei, il passo del ladro che finge
disinvoltura.
Fuori aveva smesso di piovere. Dall’asfalto saliva un umidore
tropicale. Dopo cento metri sentii che il suo respiro si stava
regolarizzando. Un paio di violenti e terminali sussulti, poi il pianto si
stemperò. Un sorriso si apriva adagio la strada. Dita invisibili
spianavano le guance e stendevano gli zigomi.
Mi abbracciò con forza. E mi colpí la schiena con un pugno. –
Portami in Messico.
5.

Tra di noi i baci erano baci mancati.


Tre mesi dopo la grigliata nella casa di campagna, tra me e
Margherita non era ancora successo niente. Una forza magnetica ci
aveva spinto l’uno verso l’altra per poi respingerci. Avevamo fallito
l’atterraggio. Ci godevamo il viaggio.
Il nostro rapporto non era mutato, o forse mutava di continuo. In
ogni caso non era mai stato definito. Eravamo navicelle che
orbitavano intorno a un pianeta sconosciuto, e che forse lo sarebbe
rimasto per sempre.
Nessuno dei due amava le etichette. Non eravamo né amici né
amanti né fidanzati. Camminavamo insieme, a qualche centimetro di
distanza, eppure intuivamo che camminavamo per incontrarci.
Parlavamo di ogni cosa, fuorché di noi. Passavamo insieme tutto il
tempo che potevamo, anche se il piú delle volte si trattava degli
intervalli che lei riusciva a ritagliare dalle sue impegnative giornate.
Doveva studiare per l’università, doveva lavorare, doveva passare
del tempo con il padre, che aveva bisogno di lei.
In che senso?
– Nel senso del bisogno. Capisci la parola? – mi spiegava
accalorandosi. Il padre era il nervo del suo arco. Bastava sfiorarlo
per farla scattare. Ma io di quell’uomo non sapevo nulla, se non che
non usciva mai di casa, che aveva un passato e, al momento,
nessun segno di futuro.
Una sera passai a prenderla finito il turno al ristorante. Con me
c’erano anche Alessia e Alex, che aveva sentito di una festa in un
nuovo locale sopra Finale Ligure. Andammo con la mia auto.
Margherita aspettò che Alex le cedesse il posto per sedersi davanti.
Il viso emaciato baluginava nelle gallerie per poi ridursi a uno scuro
profilo da statua greca.
Non c’era nessuna festa perché il locale non aveva ancora
inaugurato. Riparammo a Finalborgo, borgo medievale di pietra
calcarea, archi, volte e piazze misteriose. Bevemmo qualcosa nel
dehors di un bar in attesa di un’ispirazione. Nessuno aveva voglia di
tornare a casa.
Dalla piazzetta il nostro sguardo risalí la collina fino al rudere di
Castel Govone, che dominava il forte sottostante e l’intera vallata. Si
protendeva sulla rupe con la grazia di un rapace pronto al balzo.
Ci misi poco a interpretare lo sguardo di Margherita. – Che stiamo
aspettando?
Lasciammo l’auto davanti alla pieve dove terminava la provinciale.
Da lí partiva un sentiero tra le erbacce. L’illuminazione notturna del
castello era scenografica: dal ciglio della rupe illuminava la facciata
sud, lasciando al buio la struttura. Ci facemmo strada con la luce
incerta dei cellulari. Puntammo in direzione della torre principale: la
merlatura ben conservata sembrava la spina dorsale di un animale
preistorico acquattato nell’oscurità. La luna occhieggiava dai fori
delle mura esterne. Tutt’intorno correva lo strapiombo. In lontananza
si sentivano sfrecciare i tir sull’autostrada.
A Margherita scappava la pipí. – Accompagnami che ho paura di
cadere –. Si accucciò oltre un cespuglio, sebbene nessuno potesse
vederla. – Vieni piú vicino che ho paura.
– Ma paura di che?
– Che significa di che? Se c’è un motivo, non è vera paura.
Ci sedemmo tra le mura diroccate e intonacate dalla luna.
Margherita arrotolò una cannetta e la passò in giro. Alex la rifiutò
lanciandosi in un sermone sulla pericolosità delle droghe leggere. Lo
ascoltammo passandoci la cannetta seduti in circolo. Le sue parole
si smarrirono nella notte. Perdemmo la cognizione del tempo.
Margherita si alzò sfregandosi le mani contro i jeans. – Diamo
l’assalto alle mura, – propose.
– Dille che è pericoloso, – mi incalzò Alessia. – Non si vede
niente.
Per tutta risposta le andai dietro.
Entrammo attraverso un varco nella recinzione. Imboccammo una
sorta di sentiero che serpeggiava tra le macerie. Ogni tanto
inciampavamo in un sasso. Aggirammo la grande torre e arrivammo
fino in cima, dove la rupe si sporgeva sul vuoto. Il mare era una
promessa. Margherita mi afferrò la mano. Per un attimo temetti che
volesse buttarsi di sotto. Invece guardava fisso davanti a sé facendo
dondolare la mano.
Avvertii l’esile peso della sua coscia contro la mia, un fascio di
fibre abbarbicate come pampini intorno alle ossa sporgenti. Sentii
l’accelerare congiunto dei nostri respiri. Improvvisamente il suo
odore era nel mio naso. Ci girammo l’uno verso l’altra.
Il suo cellulare squassò il silenzio.
– È mio padre, devo rispondere, – mi disse, accucciandosi con
una mano sulla bocca. – Sí, papà. Tutto bene. Sí, ne parliamo. No,
non preoccuparti per me, sono con Remo.
– Che succede?
– Dobbiamo tornare, mio padre ha bisogno di me.
– Alle tre del mattino?
– Alle tre del mattino piú che mai.
Fece un paio di passi verso la torre, poi si girò, mi afferrò il volto
tra le mani e alzandosi sulle punte mi diede un rapido bacio, la
lingua come un sorso di succo di pesca sulle labbra. Mi obbligò a
voltarmi e indicando il mare mi disse: – Laggiú.

E poi sparí. Nei giorni seguenti non la sentii e non la vidi. Provai a
chiamarla, ma non rispose. La tentazione di fare un salto al
ristorante di famiglia era quasi irresistibile, ma non volevo forzarla o
imporle la mia presenza. Che diritto avevo di chiederle spiegazioni?
Intuivo che qualcosa era cambiato, anche se ignoravo cosa.
Forse si era resa conto dell’improbabilità della nostra relazione, o si
era semplicemente stancata. Una sera non ce la feci piú e passai
davanti al Molo in auto. La intravidi attraverso il vetro mentre
passava lo spazzolone, i capelli legati in una crocchia sulla nuca.
Un’avvisaglia di magone mi fermentò nel petto e spinsi
sull’acceleratore.
Andai al pub. Mi sedetti al bancone, chiacchierai con i baristi,
buttai giú qualche birra e attesi la chiusura, ma per tutto quel tempo
non feci che aspettare lei. Mi giravo ogni volta che qualcuno entrava.
Non comparve. Tirammo mattina con i baristi e alle sette passai al
bar accanto al ristorante di Margherita per un caffè, nell’improbabile
speranza di poterla vedere, ma non accadde.
Cercavo segni. I segni non arrivavano.
Dovevo essere grato per il periodo vissuto insieme: per quanto
breve, lei era stata vento e io vela. La gioia per quanto di bello
avevamo condiviso coprí la delusione di averla persa. La coprí per
un paio di giorni. Cercavo ostinatamente di convincermi con buoni
argomenti. Lei era come dicevo io, ma non era per me. Fine dei
discorsi.
Solo che i discorsi non terminavano. Mi mancava lei e mi
mancava quello che ero io con lei: aveva riconosciuto qualcosa in
me, e riconoscendolo lo aveva acceso. Ma intuivo che dovevo
rispettare le sue scelte. Eppure al bar tenevo d’occhio il vicolo, in
auto mi giravo verso il posto del passeggero, in casa mi concentravo
sul cellulare per farlo magicamente squillare.
Cercavo allora ragioni concrete per persuadermi che fosse meglio
cosí. Non ero l’uomo giusto per lei, non lo ero per nessuna. L’avevo
già dimostrato con Sara. Margherita aveva i suoi problemi, tra la
famiglia e il lavoro, senza doversi occupare di me, un grassone che
aveva perso due anni della propria vita a scrivere e ingozzarsi.
Inoltre ero la persona meno indicata per aiutarla. La gente ci
avrebbe riso dietro: una ragazzina tutta ossa per mano a un uomo
che cammina con le gambe larghe per via delle cosce che
strusciano, la T-shirt che fascia i rotolini ai fianchi, la barba incolta
incapace di smussare la concavità delle guance. Lei si era
interessata a me solo per quel suo spirito da crocerossina, lo stesso
che la spingeva a sacrificarsi per la sua famiglia. E davvero era
riuscita ad aiutarmi. Se non altro aveva rotto il guscio in cui mi ero
seppellito.
Una sera scoppiò un violento temporale da fine estate. A ogni
tuono pensavo a lei, che per me significava tempesta. Dalla mia
finestra vidi le persone allontanarsi in fretta e furia dalla passeggiata.
Indossai i pantaloncini e scesi in strada. Avanzavo come un cieco, la
pioggia negli occhi, il passo sempre barcollante, ma dopo qualche
centinaio di metri, anziché il canonico calo, avvertii un insperato
miglioramento. Per qualche istante temetti che fosse un’illusione
temporanea, ma quando le mie gambe risposero con prontezza alle
sollecitazioni, mi venne naturale liberare un urlo animale. Correvo. Io
correvo.
Il cellulare squillò nel momento in cui uscii dalla doccia. Risposi
ancora grondante. Margherita aveva la voce alterata. – Sono un fiore
o un guerriero dall’armatura di latta? – mi domandò a bruciapelo. Mi
bastarono quelle poche parole per capire che era fuori di sé.
– Dove sei?
– Rispondi! – Capii che la risposta sbagliata l’avrebbe fatta
esplodere. Ma piú ci pensavo e piú mi parevano entrambe
imprecise. Non c’era la risposta giusta, non c’è mai.
– Fiore o cavaliere dall’armatura di latta?
Sembrava avercela con me. L’intelligenza su cui prima del mio
annus horribilis facevo tanto affidamento non mi veniva in soccorso,
nonostante avessi preso tempo nell’attesa di un’illuminazione.
– Rispondi, – ruggí.
Scelsi quella piú pericolosa. – Un fiore.
– Lo vedi? Lo sapevo, lo sapevo, – disse e scoppiò a piangere. –
Sei un bastardo, – aggiunse.
Alessia venne al cellulare. – Ci siamo prese tre giorni di vacanza
per festeggiare la maturità. Non tocca cibo da stamani. Ha fumato e
bevuto un’intera bottiglia di vino. È fuori di testa. Non so come fare.
– Dove siete?
– A Lloret de Mar, vicino a Barcellona. Abbiamo preso un pullman
l’altro ieri da Savona.
Sentii Margherita gridare qualcosa nel tono di sfida che avevo
imparato a conoscere, la parola «debole» rimbalzare nel ricevitore
per poi disperdersi in un’eco. La conversazione si interruppe. Provai
a richiamare, ma era staccato. Nemmeno il cellulare di Alessia era
raggiungibile.
Restai con l’apparecchio in mano a fissare il mio volto riflesso
nella finestra. Il telo era caduto ai miei piedi. Il mio corpo era tutto
balze e pieghe, ma si era chiaramente assottigliato. Dov’era finito
tutto quel grasso che mi aveva ricoperto per piú di un anno?
Capii di aver preso una decisione prima ancora di raggiungere la
consapevolezza che c’era una decisione da prendere. Avevo
invocato, forse senza saperlo, un’ordalia e ora il destino me ne
offriva l’occasione. Alla fine vidi il mio sguardo accendersi, quindi il
volto si dissolse lasciando campo al mare notturno e ai lampioni che
scandivano la via Aurelia.
Era su quella direttiva che si stava consumando la mia storia.
Ottocento chilometri e avrei trovato le mie risposte.
6.

Per tutto il tragitto sino al confine francese viaggiai con


l’entusiasmo cesariano del vado, vedo, vinco. Come ai tempi del
liceo, desideravo un gesto eclatante, qualcosa con cui chiudere i
conti col passato per entrare di prepotenza nel futuro.
Mi godevo la velocità, il precipizio, l’accelerazione improvvisa
della vita quando incontra il destino gridando al diavolo tutto il resto.
Ma c’era molto di piú. Margherita voleva qualcosa da me, anche se
non sapevo con precisione cosa. Non mi importava. Eravamo due
elettroni in movimento. Ci inseguivamo da quando ci eravamo
incontrati, perché ciascuno intuiva nell’altro qualcosa di sé. Era
come se avessimo scoperto la persona che custodiva il nostro piú
profondo, intimo segreto, quello che noi stessi ignoravamo, e ora
cercassimo disperatamente un modo per farcelo rivelare.
«Margherita ha dei problemi». Quante volte lo avevo sentito dire
dalle sue compagne o dai miei amici. Solo perché parlava in un’altra
lingua. Nessuno si sforzava di tradurla, si limitavano a giudicarla.
Alle orecchie di uno straniero la poesia di Shakespeare suona come
un gutturale vaneggiamento. Io invece avevo voglia di imparare il
suo linguaggio. Alcune delle parole che pronunciava avevano lo
stesso suono di quelle che mi emozionavano – e che cos’è
un’emozione se non l’impulso di tirarci fuori da noi stessi, dai nostri
limiti? Poco importava che pronunciasse quelle parole con il corpo, i
silenzi, gli sguardi, i sorrisi, i pianti, le smorfie o le sfide.
Una sera alcune sue conoscenti incontrate per caso avevano
provato a mettermi in guardia. L’avevano definita strana,
provocatrice, anoressica. Soprattutto anoressica, come se fosse una
colpa, un marchio. La logica era lineare: se esiste una colpa, esiste
un colpevole, e se esiste un colpevole è giustificata una punizione.
Sembravano quasi insinuare che scontasse nel suo corpo la giusta
punizione. Era la punizione vivente di sé stessa. Drogati, alcolizzati,
ciccioni: persone che sceglievano di soffrire, che se la cercavano.
Cercavamo la vita, invece.
Cercavo Margherita.
Ero a Marsiglia e non me ne ero nemmeno accorto. La
stanchezza mi sorprese alle spalle. Non sarebbe piú bastato buttare
giú l’ennesimo caffè. Con la testa fuori dal finestrino lottai contro il
sonno fino alla successiva area di sosta. Parcheggiai nell’odore di
benzina bruciata e rododendro. Dormii tre ore filate. Andai in bagno,
sorbii un caffè doppio, mi sgranchii le gambe godendomi le ombre
lunghe mattutine che si stendevano davanti a me e ripresi il viaggio.
Dopo Montpellier il mare ricomparve all’orizzonte e fu come
tornare a casa. Non importava quanti chilometri avessi percorso. Il
sole spargeva specchi tra le onde. Le macchie di vegetazione
mediterranea giocavano a scacchi con le colline.
In vista dei Pirenei mi fermai per mangiare un panino al
pomodoro. Mi sembrava di non averne mai assaggiato uno cosí
buono. Mi ricordò la mia bisnonna, che durante i mesi estivi per
pranzo si preparava una fetta di pane abbrustolito con il cuore di
bue, l’olio e il sale. E un bicchiere di vino rosso. Con quella dieta, e
un sorso di grappa alla sera, aveva sfiorato i cent’anni.
Oltre il confine spagnolo cominciai a soffrire il caldo. L’aria
condizionata mi stava abbandonando. Non volevo perdere tempo a
cercare un’officina per far ricaricare il gas. Aprii tutti i finestrini
guidando nel frastuono della velocità e dei tir. Giunsi a Lloret de Mar
in un bagno di sudore. Nonostante fossi frastornato dall’afa, dalle
poche ore di sonno e dalle molte alla guida, mi sentivo carico di
energia. Provai a chiamare Margherita, poi Alessia, ma entrambi i
cellulari erano staccati. Mi preoccupai sul serio.
Al centro per il turismo mi dissero che non potevano aiutarmi con
le liste degli ospiti degli alberghi. Gli dissi che era un’emergenza. Mi
dissero che emergenze del genere erano frequenti da quelle parti, e
finivano sempre bene: non c’era di che preoccuparsi. O qualcosa del
genere. Il fatto che loro tentassero di parlare in italiano e io in
spagnolo aumentava la confusione. Provai a insistere, a pregare,
scongiurare, ma fu tutto inutile. Mi arresi. Dovevo aspettare che si
facessero vive. Presi una stanza in uno degli alberghi che
affacciavano sul mare e dopo una doccia mi buttai a letto. Mi svegliai
verso le sette di sera. Uscii sul balcone e proprio in quel momento
squillò il cellulare.
Era Margherita. – Scendi, – mi disse, il tono di chi ti ha salutato
appena l’ora prima.
– Come hai fatto a trovarmi? – le chiesi preso alla sprovvista.
– Non è mica la prima volta.
– Mi vesto e arrivo.
– Ti aspetto al bar qui di fronte.
Alzai gli occhi verso la finestra. C’era solo mare. – Quale?
– La latteria.
– La latteria… – ripetei, frugando nelle mie scarse conoscenze di
spagnolo. Poi capii. – Ma sei a Savona?
– Davanti al tuo portone senza citofono. Abbiamo preso l’autobus
stamani all’alba. Non ne potevo piú di Lloret de Mar e del
divertimento.
– Non è poi cosí male, – mormorai scuotendo la testa, un sorriso
salato dietro le labbra.
– Non era il mio mare, – mi disse e capii al volo a che cosa
alludesse. – Intendi farmi aspettare ancora tanto?
– Siediti e prenditi una birra. Otto ore e sono lí.
Ci fu un silenzio di un paio di secondi. – Non dirmi che…
Non riuscii a dirlo.
– L’hai fatto? L’hai fatto davvero?
Avevo voglia di piangere, e di ridere, e non la smettevo di
scuotere la testa. – Sono venuto a salvarti.
– E come te la stai cavando?
– Dimmelo tu.
– Te lo dirò quando torni.
– Mi aspetti?
– Non ho altri impegni.

Ho conosciuto tre diversi tipi di crisi nella mia vita, che si sono
ripresentate ciclicamente, seppur con decorso e intensità variabile.
Solo durante il mio annus horribilis le ho vissute in contemporanea.
L’ombra, che ti mette a confronto con il nero che ti abita. Il deserto,
in cui sperimenti la vera sete. E l’inverno, quando hai freddo ogni
dannato giorno e non riesci a fiorire.
L’ombra è il tuo peggior nemico, fino a che non capisci che è il piú
prezioso degli amici. È l’ignoto, l’unica terra in cui potrai davvero
essere felice, perché là smetterai finalmente di essere quello che
credi di essere. Non la raggiungerai mai finché non aprirai gli occhi
per riconoscerla sotto i tuoi piedi.
Nel deserto sei arso da una sete disperata, ma non esiste acqua
intorno a te. La cerchi invano e in modo angoscioso e piú sprechi le
forze per individuarla e piú cresce la tua sete. E un bel giorno ti rendi
conto che l’avevi con te fin dal principio. Non devi far altro che aprire
la fiasca e bere.
L’inverno è cercare di raccogliere fuori stagione frutti che non
possono esserci. E finisce nel momento in cui capisci che l’attesa è
parte della gioia e che qualunque seme germoglia nel buio.
I canonici quaranta giorni erano durati quindici mesi. Avevo luce,
avevo acqua, avevo calore. Ma non potevo attingervi.
Adesso sí.

Quando finalmente ritornai, la sera dopo, la nostra prima parola fu


un bacio. Ero sceso dall’auto e non avevo nemmeno fatto in tempo a
chiudere la portiera. Ero con lei, al centro di tutto. Nelle sue labbra
c’erano carne e sangue, nella sua lingua carne e acqua, nel suo
volto c’erano calore e luce. C’era tutto ciò di cui avevo bisogno.
Ero meravigliato da quanto mi piacesse il suo sapore. Piú lo
assaporavo e piú ne volevo. Ero affamato, di una fame che quanto
piú si soddisfaceva tanto piú aumentava. Non avvertivo il triste
appagamento di un desiderio esaudito. Il suo odore mi inebriava, mi
pareva di conoscerlo da sempre. Era come scoprire una terra nuova
e allo stesso tempo capire di essere tornato in un luogo in cui ero già
stato. Innamorarsi è tornare a casa.
Per alcuni secondi mi dimenticai della stanchezza, del sudore, del
mancato appuntamento a sorpresa, del mio lungo anno, ma
soprattutto del mio aspetto. Gli strati di grasso che ancora mi
ricoprivano in molti punti non erano una barriera tra di noi –
l’avevamo scavalcata. Anzi, ci aiutava quell’unione di concavo e
convesso, la carne dell’uno e le ossa dell’altra. Davanti alla
macchina arroventata che fischiava sommessamente, sopra
l’acciottolato grigio e sconnesso, disegnavamo il simbolo del tao.

Il nostro bacio era durato cinque minuti, ed erano stati gli unici
insieme di quella giornata. Lei era dovuta tornare al ristorante e io
ero andato a casa. Una volta a letto, dopo aver pensato «Cosí
muore un uomo felice», mi ero addormentato di colpo risvegliandomi
il giorno dopo a mezzogiorno, esperienza che non mi capitava da
anni.
Impiegai alcuni secondi per capire in quale punto della mia vita
fossi, sospeso tra il passato, prossimo e remoto, il presente in
trasformazione, un’intuizione di futuro e gli universi paralleli
tratteggiati dai sogni. Tirai un sospiro di sollievo e mi feci il segno
della croce.
Alla grigliata in campagna avevamo scoperto che tra di noi
qualcosa c’era. Quel qualcosa aveva attecchito. Una prima gemma
era spuntata al nostro ritorno spaiato dalla Spagna. Ma nel deserto
avevo imparato il valore dell’attesa.
Non cambiò molto tra di noi nei giorni successivi. Nel suo sguardo
si affacciava una consapevolezza nuova. C’era meno concitazione
nei suoi gesti, meno esasperazione nelle sue parole. Ogni tanto la
scoprivo a guardarmi con un’espressione negli occhi che mi
inorgogliva e mi atterriva, la stessa luce che trafora le fronde degli
alberi nel bosco in estate e che preannuncia un nuovo giorno.
Quando era con gli altri Margherita si conteneva o, meglio, non
permetteva ai suoi mille volti di affacciarsi. Solo con me si lasciava
completamente andare, nel bene o nel male.
Era uno di quei fiori che si aprono di notte, e io ero la sua notte.
7.

Margherita regalava fiori, comprava pasticcini, lasciava mance,


ringraziava chiunque. Era la persona meno formale che avessi mai
incontrato, e nel contempo la piú gentile, ma di una gentilezza
spiccia, ruvida, contadina. Una sera intercettò un venditore di rose.
L’uomo si stupí che fosse lei e non io ad acquistarle, e si meravigliò
ancora di piú quando lei gli disse che non ne voleva una, le voleva
tutte. Passai il resto della serata a trascinarmi dietro quel mazzo di
rose sgualcite, attirando sguardi perplessi o divertiti. Sorridevo
imbarazzato, e cercavo di tenerle in posizioni defilate, accanto alla
coscia quando camminavamo, o su una sedia quando eravamo in un
locale, temendo scioccamente che qualcuno mi chiedesse di
comprarne una.
– È la solita esagerata, – commentava Alessia, che in ogni suo
gesto temeva di scorgere un segnale di malessere, la spia della sua
malattia sotterranea. – Perché deve strafare? Perché deve sempre
attirare l’attenzione? Una rosa o un intero mazzo che cosa cambia?
È il gesto che conta.
Non è mai il gesto che conta, ma la sua assolutezza. Non le
spiegai che Margherita non aveva comprato quel mazzo per me o
solo per me, ma per regalare una serata libera al venditore, che cosí
avrebbe potuto tornarsene a casa, invece di vagare tutta la notte a
elemosinare una manciata di spiccioli.
In combutta con sua madre, e di nascosto dal padre, nel suo
ristorante offriva pasti ad ambulanti, profughi, disadattati, ex galeotti
e ai paesani che se la passavano male. Faceva anche credito a
chiunque glielo chiedesse. Che credesse o meno alle storie che
questi raccontavano, non si faceva scrupoli a segnare distrattamente
il conto su un vecchio quaderno, che poi rimaneva sepolto sotto
cumuli di documenti, nel cassetto accanto alla cassa.
Per bilanciare questo trasporto nei momenti di luna storta litigava
con chiunque gli capitasse a tiro. Non conosceva mezze misure: o
taceva oppure esprimeva il suo pensiero senza reticenze o timori
reverenziali. A volte era capace di cambiare idea, ma sempre dopo
aver portato la discussione oltre un limite ragionevole. Il suo modo
per conoscere la vita, e le persone, era provocarle, contraddirle,
infilargli una mano nel petto e tirare fuori quello che c’era. Alcuni si
arrabbiavano, altri si divertivano, altri ancora tolleravano con fare
paternalista, e questi piú di tutti attiravano i suoi strali. Litigava
spesso, ma faceva pace ogni volta. Non serbava rancore, non
parlava male di nessuno.
Eppure erano i silenzi piú delle parole a caratterizzarla. Spesso mi
guardava con dolorosa concentrazione, come se avesse una
domanda da farmi, convinta che io avessi la risposta. In quei
momenti cercavo disperatamente di esaudire la sua muta richiesta,
ma ogni volta sentivo che le mie risposte mancavano l’obiettivo,
palle che danzano sull’orlo del canestro per poi scivolare fuori.
Una mattina incontrammo Tonino che dormiva nella sua vecchia
Fiat Panda bianca. Indossava una stazzonata camicia di flanella. Ci
spiegò che la moglie l’aveva lasciato. Lui non aveva accesso al
conto corrente famigliare ed era al verde. Dormiva in auto sotto casa
in attesa di ricucire il rapporto. Lo invitammo a fare colazione al bar
di fronte.
Dalla barba che si arrampicava fino alle occhiaie in un groviglio
spinoso, capii che doveva essere fuori casa da diversi giorni. Mi
ricordai del suo magazzino e gli chiesi perché non dormisse lí. Disse
che sarebbe stato piú comodo, ma se fosse andato in magazzino
sua moglie non l’avrebbe visto, e ciò che è lontano dagli occhi è
lontano dal cuore. Lui era uno specialista di strategie, ci tenne a
ribadire. A forza di vederlo dormire sotto casa, la moglie si sarebbe
convinta di aver commesso un errore e l’avrebbe riaccolto. Un uomo
con una tale dedizione non si poteva abbandonare.
– Ma perché avete litigato?
– Perché russo.
– Ma sei sicuro?
– Come faccio a esserne sicuro? Quando dormo non mi sento.
La mattina dopo Margherita mi telefonò molto presto per dirmi che
mi aspettava sotto casa. La trovai con una scatola di cioccolatini in
mano. Aveva comprato anche un paio di tappi in silicone per le
orecchie. Capii quello che aveva in mente e scossi la testa. Le feci
notare che la storia del russare sapeva tanto di pretesto.
– Non importa. A volte basta un piccolo gesto per cambiare le
cose. Mai sentito parlare della leva di Pitagora?
– No, e nemmeno Pitagora, se è per questo. Era Archimede.
Trovammo Tonino in piedi davanti alla Panda. La stava liberando
da un cumulo di frasche con cui qualcuno l’aveva ricoperta mentre ci
dormiva dentro. – Qualche ragazzino annoiato, – disse con cupa
rassegnazione. Quando Margherita gli spiegò che avrebbe dovuto
regalare cioccolatini e tappi alla moglie la ringraziò, ma disse che
non avrebbe funzionato. Lui conosceva la moglie. Avrebbe
sospettato il tradimento. – È una di quelle donne che quando le fai
un regalo pensa che hai un’altra. Fidatevi di me. Sono stratego.
Tenne comunque sia i cioccolatini sia i tappi. Sarebbero serviti a
lui. La strada era rumorosa e la dieta scarsa.

Qualche sera dopo Margherita mi confessò di essere


preoccupata, perché da un po’ di tempo a quella parte aveva piú
fame del solito. Non riusciva piú a rispettare il suo rigido programma
di contenimento delle calorie. Quella debolezza la mandava in
bestia.
– È colpa tua, – mi disse.

Ho letto da qualche parte che il termine inglese sad, tristezza,


deriverebbe dal latino satis, sazio. Non ho mai controllato la corretta
etimologia. Certe cose è meglio non verificarle, accontentarsi delle
semplici intuizioni. Quando Leopardi entrò nel bosco e si rese conto
che non c’erano ninfe ci rimase talmente male che si ammalò dentro
e non guarí piú. Io desidero ninfe nei miei boschi.
La fame è dunque felicità, e la sazietà tristezza. Non la malinconia
dei viaggiatori o la nostalgia dei dispersi, ma la scontentezza
colpevole di chi ha mangiato un cioccolatino e nascosto la carta
sotto il divano. La conoscevo bene, l’avevo sperimentata a lungo.
L’euforia edonista del piatto pieno si spegneva via via con l’emergere
del bianco della ceramica, per finire con quella sensazione di
pienezza insulsa, un gonfiore bolso e inappagato, la sorpresa di aver
preso una fregatura, di essere stati ingannati, e ingannati per giunta
da sé stessi.
Non puoi cucinare la gioia – puoi solo invitarla a cena.
8.

Una domenica di inizio ottobre eravamo in auto e correvamo


verso Roma. Mi piaceva guidare in direzione sud, mi pareva sempre
di andare in discesa. Pini marittimi incorniciavano il mare e
graffiavano il cielo alla nostra destra. La radio cantava vecchie
ballate con la voce roca di Springsteen, uomo per tutte le
generazioni.
Davanti sedevamo io e Alex, dietro Alessia e Margherita, nei cui
occhiali dalla montatura verde, sbirciati di tanto in tanto dal
retrovisore, vedevo riflessa in un gioco di specchi la strada assolata
davanti a noi.
Eravamo diretti a un festival culturale, in realtà una sagra
raccogliticcia, alla quale Alex mi aveva fatto invitare tramite uno dei
suoi contatti romani. Da tempo si impegnava per garantirmi quella
che lui definiva la giusta ribalta. Il festival si svolgeva in un parco
cittadino in zona Eur ed era uno strano coacervo di persone che
parevano capitate lí per caso, non sapendo bene come spendere la
domenica autunnale. C’erano esibizioni live, conferenze, esposizioni,
bancarelle e soprattutto chioschi di cibo, gli unici a ricevere
attenzione.
Al mio incontro assistettero tredici persone, compresi i miei tre
compagni di viaggio e gli altri due relatori. Gli applausi piú forti me li
guadagnai io, anche se Margherita non partecipò. Mi osservava e
basta.
– Come ti sono sembrato? – le domandai al termine.
– Molto bravo, ma non abbastanza.
– E io che pensavo di aver passato il tuo esame.
– È il tuo problema.
– Non passare gli esami?
– Sentirti sotto esame.
– Pensavo di esserlo.
– Infatti lo sei.
Si allontanò con Alessia, lasciandomi nelle grinfie di un signore in
giacca di tweed e occhiali di corno. Si era avvicinato per parlarmi del
romanzo che stava scrivendo. Lo stava scrivendo da dieci anni.
Alessia e Alex presero un panino con la porchetta. Io
accompagnai Margherita di chiosco in chiosco alla ricerca di
qualcosa che potesse mangiare. Stavamo per convincere uno degli
ambulanti a prepararle un’insalata quando lo specchio grigio che si
era allargato sopra la città esplose in mille pezzi ricadendo a terra in
una pioggia vetrosa. Il tempo di un tuono e l’acquazzone si trasformò
in un temporale equatoriale. Nel giro di pochi minuti il parco divenne
un pantano. Infradiciati e sgomenti cercammo riparo sotto un
tendone che poco dopo si afflosciò, riversandoci addosso una
cascata d’acqua. Fuggimmo in auto e guidammo fino al nostro
camping, dove l’organizzazione del festival ci aveva riservato una
roulotte.
Continuava a piovere. Dovemmo lasciare l’auto nel piazzale
antistante il gabbiotto del custode, che ci consegnò le chiavi e una
cartina del campeggio fotocopiata. Sciaguattammo nella mota
cercando di decifrare la piantina, che si infradiciò disfacendosi tra le
nostre mani. Alla fine trovammo la 21c. L’interno sapeva di cane
bagnato. Il soffitto gocciolava e non c’era l’acqua calda. Alex
insistette perché io e Margherita prendessimo l’unica stanza, mentre
lui e Alessia si sarebbero divisi il divano letto del soggiorno.
Era un cubicolo d’alluminio, con il letto addossato alla parete e
una finestrella dalle tende a maglia metallica. Ci sciacquammo sotto
il getto freddo della doccia, ci cambiammo e decidemmo di fare un
salto in centro, dato che nel frattempo aveva smesso di piovere. Nel
tragitto fino all’auto ci inzaccherammo di nuovo le scarpe e
dovemmo sfilarcele e sfregarle contro un marciapiede per rimuovere
la spessa crosta di fango.
Raggiungemmo in zona Monti un amico di Alex: un monarchico,
come si definiva, che si prendeva molto sul serio, a partire dai baffi a
manubrio fino all’orologio da taschino. Mangiammo in una taverna
dietro piazza degli Zingari, dove l’oste riuscí a fare infuriare
Margherita già al momento delle ordinazioni. – E alla signorina con
gli occhi a cuore cosa portiamo? – domandò tenendomi una mano
sulla spalla, come a voler intendere che lui sapeva a chi era diretto
quello sguardo.
– Un altro cameriere, magari, – rispose Margherita.
Io repressi una risata, poi dissi svelto: – È il suo modo per
ordinare un misto delle verdure che avete in menu: carciofi, cicoria e
broccoli. Pochissimo olio e a crudo.
– E senza pepe, – le fece l’oste. – Che quello non ti manca.
Fu una cena agitata. Alex e il monarchico questionavano
accanitamente di politica. Le ragazze discutevano di un qualche loro
conto in sospeso. Io guardavo Roma.
A ogni portata Margherita si sentiva in dovere di stuzzicare l’oste,
che però si sottopose volentieri alla tortura e alla fine ci offrí un giro
di amari. Margherita piluccò appena le verdure perché erano
contaminate dall’olio. Lei sceglieva solo olio ligure di Ponente, crudo
e in quantità limitata. Quello era copioso e di dubbia provenienza. A
poco valsero le preghiere e le insistenze di Alessia, che un po’ la
sgridava e un po’ la blandiva per convincerla a mangiare. Però
scelse di rinunciare alla solita coca-cola light e unirsi alle libagioni
comunitarie. Il vino ci aiutò a scrollarci di dosso l’infreddatura
pomeridiana.
– Solo in Italia festeggiamo la Repubblica in via dei Fori imperiali.
Plauto ci avrebbe scritto una commedia, – dissi al monarchico dopo
aver taciuto per tutta la cena. Era solo la punta del mio
ragionamento interno, e suonò sconclusionata, ma Margherita mi
fece un vigoroso cenno di assenso, come se avesse ricostruito
l’intero discorso.
Io invece tacqui, mortificato per aver espresso la mia opinione, e
in modo cosí scombinato. Avevo solo voglia della notte, del silenzio,
di Margherita accanto a me, il suo passo ciondolante, lo sguardo
offuscato da visioni che mi facevano credere fosse in contatto con
un altro mondo, del quale avevo appena una vaga cognizione. Ad
affascinarmi era proprio quell’affacciarsi misterioso sull’assoluto.
Forse è proprio dell’assoluto che siamo malati, ogni volta, della sua
mancanza. Era Jung a dire che qualunque problema oltre i
trentacinque anni è sempre una questione per cosí dire religiosa.
Solo che io, di anni, ne avevo ventiquattro.
Finalmente salutammo il monarchico e le sue nostalgie e ci
allontanammo per Roma con il desiderio di smarrirci. Alex e Alessia
rimasero indietro dopo una manciata di metri. Non avevano voglia di
camminare. Ci demmo appuntamento all’auto da lí a un paio d’ore.
Il bello di Roma è che tu non avanzi, ma è la città a venirti
incontro, ovunque tu vada. Hai sempre la sensazione di entrare da
qualche parte – perderti e scoprire diventano sinonimi. Le rovine
avevano lo stesso colore della luna.
Margherita lesse qualcosa nel mio sguardo che frugava il Foro. –
Ti piace questa città.
– L’importante è che io piaccia a lei.
Salimmo fino al convento di San Bonaventura al Palatino, lungo
l’omonima via che ogni volta mi chiamava a percorrerla: risparmiata
dal perimetro recintato dei Fori, incuneata come una scheggia nel
complesso monumentale, pareva promettere di portarti in un luogo
segreto e magico, sebbene fosse un vicolo cieco, o forse proprio per
quello. Dopo un ultimo tratto a schiena d’asino, vegliato dagli alberi,
terminava infatti contro la facciata della chiesa, il cui rosa variava a
seconda delle stagioni e degli orari.
Nella notte silenziosa ebbi una rivelazione sulla meraviglia della
vita: la nostra mortale inadeguatezza rispetto alla bellezza del
mondo, e nel contempo l’inadeguatezza del mondo rispetto a noi. Mi
resi conto che la bellezza è davvero la speranza di essere
riconosciuti da ciò che si sta guardando, e di esservi inclusi. Io
volevo far parte di quella notte, di quella strada di Roma, ma solo e
soltanto con Margherita. Le strinsi la mano. Due occhi bastano per
vedere la bellezza, ma ne servono quattro per viverla.
Ci baciammo contro un albero, impacciati e divertiti. Pensai che
quella notte saremmo finiti a letto insieme, che avremmo spezzato
l’incantesimo che ci teneva legati al nostro passato, qualunque
fosse, e a un’idea di noi che ci imprigionava nei nostri corpi.
– Facciamo cosí, se la chiesa è aperta, entriamo e ci sposiamo, –
mi disse e prima che potessi fermarla si precipitò verso il portone,
ovviamente sbarrato. Non si diede per vinta e provò con la porta
dell’attiguo convento. Anche quella era chiusa.
– Le probabilità erano contro di noi, – dissi alzando le mani.
Lei mi lanciò uno dei suoi sguardi enigmatici. Si attaccò al
campanello. Lo sentimmo risuonare da qualche parte all’interno.
Restammo sospesi per un paio di respiri, quindi scappammo giú per
il vialetto. Per la prima volta dopo anni mi dimenticai del fardello del
mio corpo. Mi sentivo leggero mentre volavo in discesa, pochi
centimetri dietro di lei. Superammo le edicole sacre addossate al
muro, voltammo la curva slittando, ma non rallentammo fino
all’incrocio con la via Sacra.
Alex e Alessia ci guardarono male quando li raggiungemmo,
accaldati e ansimanti. – Che avete combinato?
– Ci siamo sposati.

La giornata romana, con i suoi capitomboli meteorologici, e poi la


serata, con le epifanie e gli scenari millenari, si erano prodigate con
lo zelo di un prosseneta per preparare la notte, la nostra notte. E in
un certo senso lo fu, perché come la sera della grigliata avevo
d’improvviso capito che tra di noi si era creato un legame
sotterraneo e invisibile, cosí in quella intuii che il legame si era
radicato in maniera definitiva, e che se anche non fosse piú
accaduto nulla tra di noi, certe volte, negli anni successivi, ormai
lontani, prima di addormentarci, nel buio delle nostre stanze, dentro
un letto freddo o tiepido, a ciascuno sarebbe capitato di pensare
all’altra.
Non facemmo l’amore.
Entrammo nel cubicolo tra le risatine degli altri due, che da buoni
sensali ci avevano scortato fino alla porta. Mi sentivo una vergine
alla prima notte di nozze. Era con me stesso che mi stavo
ricongiungendo. Ero cosí elettrizzato e spaventato che non riuscivo a
smettere di parlare.
Per prima cosa mi premurai di spegnere la luce. Lei si sfilò i jeans
con la consueta disinvoltura, rimanendo in slip. Io mi tolsi i pantaloni,
cercando di farlo nel modo meno impacciato possibile, ma non la T-
shirt. Mi accorsi che non stavo piú parlando. Muto, la guardavo. La
luce che scivolava di trasverso dalle stecche metalliche della
finestrella l’accarezzava. Mi lasciai guidare dal lucore per poi
esplorare le zone in ombra. I suoi occhi erano vespe. Chiusi i miei e
trovai le sue labbra. C’era tutta la carne che non sentivo sotto i
polpastrelli incerti.
Tenevo gli occhi serrati, come se non guardandola le impedissi a
sua volta di vedermi. Premevo le palpebre contro gli occhi,
disperatamente, per dimenticarmi dei rotolini di carne che
strabordavano dagli slip, delle cosce che strusciavano tra di loro, del
petto che pendeva. Ma non mi importava. Finalmente la bilancia si
era spostata e il peso di ciò che sentivo dentro era piú forte del peso
che mi sentivo addosso.
Poi le mie mani rallentarono fino a bloccarsi. In me furoreggiava
un tale trasporto che faticavo a trasformarlo in gesto.
Allora parlai. Non feci altro che parlare, mentre i gesti sfumavano
nelle carezze e nelle coccole abituali del rapporto concluso – solo
che tra noi non era nemmeno cominciato. Parlai piú quella notte che
nei trecento giorni precedenti. A un certo punto le vespe mi punsero,
ma io non potevo piú trattenermi.
– Sembravano tutti sicuri su chi e cosa dovessi diventare. Un
avvocato di grido, un marito di successo, uno scrittore di romanzi
commerciali, un uomo che avrebbe fatto strada, – dissi, mentre le
raccontavo di com’ero scivolato nel mio annus horribilis. – I miei
genitori, il mio agente, la mia fidanzata… Avevano mentalmente
tracciato i confini che avrei dovuto riempire. Ma non li riempivo
affatto, mi pareva solo che facessero risaltare la mia piccolezza.
Allora mi sono chiuso in casa, con l’idea che ne sarei uscito solo
dopo aver prodotto qualcosa di importante, qualcosa che avrebbe
fatto dire agli altri: «Remo non era un bluff».
– Ti sentivi un bluff?
– Sí, – confessai. – Sí, la mia vita fino a quel momento mi pareva
tutta un grande imbroglio.
– Perché un imbroglio?
– Perché gli altri credevano di poter contare su di me per
sistemare le proprie questioni, ma io non ero in grado di sistemare
nemmeno le mie. Non mi sentivo un avvocato, non mi sentivo un
marito, non volevo inseguire un’affermazione sociale in cui non
credevo.
– E in cosa credevi?
– Io non cercavo quello che occorre per vivere, cercavo quello per
cui vale la pena vivere. Credevo fosse nella scrittura, credevo di aver
un qualche dono e di doverlo condividere con agli altri. Pensavo che
per fare la mia rivoluzione bastasse restare in casa, mentre tutti gli
altri uscivano…
– E com’erano queste tue giornate da prigioniero?
– Ero vagamente isterico e sempre in attesa di qualcosa, speravo
di aver successo e nel contempo lo temevo.
– E poi che cosa è successo?
– Non è successo nulla. Le cose hanno smesso di succedere.
Non facevo sport, non frequentavo nessuno, non lavoravo. In un
certo senso non scrivevo nemmeno piú… Mi ero spinto troppo oltre
e credevo di non poter tornare indietro. Ero spacciato.
– Tu sapevi di essere grasso? – mi domandò a fil di voce, e fu
come accendere una luce nella mia testa.
– Non mi accorgevo del grasso piú di quanto un pesce si accorge
dell’acqua in cui è immerso, – ammisi.
Annuí, come se sapesse di cosa stavo parlando. – E gli altri?
– Tutti a dire che dovevo reagire, riprendere in mano la mia vita,
tornare al punto di partenza…
– È come se tutti volessero sempre insegnarti una lezione. La
sfida è rifiutarsi di impararla.
– Sí, sí, sí –. Non riuscivo a smettere di assentire. – Ho
disimparato tutto quello che sapevo o credevo di sapere sulla vita e
su me stesso, in quell’anno.
– E adesso? Adesso che cosa sai?
– Niente, non so niente. Ho solo un indizio…
– Un indizio?
– Che nessuno può salvare nessun altro a meno che…
– A meno che?
– A meno che non perda sé stesso.
Nel chiarore della luna vidi un sorriso liberatorio.
– E noi ci siamo perduti…
Qualche giorno dopo il rientro da Roma mi svegliai con
un’inspiegabile sensazione di leggerezza. Ero sorpreso d’essere
vivo, felice e io. Sembrava incredibile che una congiunzione tenesse
quei tre elementi nella stessa frase.
Indossai la tuta, che ormai usavo solo in casa, ma per quanto
tirassi i cordoni non riuscivo a tenerla su. Era semplicemente troppo
grande. Scivolava lungo le gambe smagrite per acciambellarsi
docilmente sui piedi. Infilai i pantaloncini con cui ero andato a
correre nelle ultime settimane, ci ficcai dentro il margine inferiore di
due T-shirt, strinsi i cordoncini al massimo e feci un bel nodo. Anche
cosí mi andavano troppo grandi per stare su.
Respirai. Dopo oltre un anno respirai.
9.

Le telefonate serali di Margherita nascondevano spesso


messaggi segreti che io dovevo essere abile a decifrare. In genere
quelle prima della mezzanotte racchiudevano un invito, anche se
non sempre esplicito. Come una donna incinta, aveva voglie
repentine. Un paese da visitare, una canzone da ascoltare, un film
da vedere, una birra da bere. Margherita era una donna
perennemente in attesa.
Era una di quelle ragazze che ti capitava di vedere sul lungomare,
a passeggiare da sole; oppure nel marasma di un bar durante la
partita, a leggere un libro; o se la incrociavi per la strada ti sorrideva
senza alcun motivo se non per dirti di non preoccuparti, che sarebbe
andato tutto bene. E adesso quello ragazza telefonava a me.
Le chiamate oltre le ventiquattro erano imprevedibili: potevano
contenere professioni di silenzio, un improvviso e impellente
desiderio di sapere cosa pensasse Camus del suicidio, perché
Rimbaud avesse smesso di scrivere o a che punto fosse la
rivoluzione in Chiapas, enigmi assortiti sull’opinione che avevo di lei,
oppure accuse alla mia condotta di vita o alla vita in generale. Le
accuse nei miei confronti erano frequenti, ma quasi sempre sibilline.
Lei era il mio oracolo.
Aspettavo quelle chiamate con trepidazione. Davano un senso
alle mie serate. Intessevano il filo che ormai ci legava.
– Sei sveglio? – mi chiese una sera verso le undici.
– Leggevo.
– Qui al ristorante abbiamo finito. Serata fiacca. Solo fritti misti e
spaghetti allo scoglio. I turisti non vogliono il mare, vogliono solo
cartoline del mare.
– A me piacciono le cartoline.
– C’è un posto dove potresti prenderne una molto bella.
– Davvero?
– Sí, puoi anche scegliere il soggetto in primo piano: una
bicicletta, un auto da rally, un teatro…
– Sanremo?
– Che ne diresti di fare un salto al casinò? Ho voglia di giocare
alla roulette.
– Io non so giocare, – ammisi.
– È facile. Scegli un colore e un numero, e poi preghi.
– E a pregare come si fa?
– Basta chiudere gli occhi.
– Questo lo so fare.
– Muoviti, ché alle tre chiude.
– Tra un quarto d’ora sarò lí.
– Un po’ prima sarebbe meglio.
All’una eravamo davanti all’ingresso del casinò, bianco palazzo
che gemmava tra le palme e gli edifici corrosi dal tempo e dalla
salsedine. Torrette gemelle inquadravano la balconata superiore e
l’ingresso, entrambi tripartiti. In quell’aspirazione classica e nel
ripetersi del numero tre intravedevo un messaggio subliminale rivolto
agli avventori.
Sulla scalinata io e Margherita ci scambiammo uno sguardo
imbarazzato e complice. Poi lei mi prese per mano ed entrammo.
Speravo che nessuno mi chiedesse di chiudere il blazer, perché non
ci sarei riuscito. Compilammo un modulo e facemmo la tessera
obbligatoria. Avvertivo una strana emozione, data che tutta la mia
storia era nata lí, a sentire i racconti di mia mamma.
Oltre il vestibolo si respirava un’aria stanca, la stessa della
stazione dopo che l’ultimo treno notturno è partito, gli uffici e i negozi
sono chiusi da un pezzo e anche il barista sta spazzando il
pavimento per poi tirare giú la serranda. Il momento d’oro era
tramontato, lasciandosi dietro un alone che si stava dileguando.
C’erano troppi lampadari, troppa moquette, troppi mobili che
volevano appartenere a un’altra epoca. Perfino gli abiti dei croupier
sembravano smoking presi in prestito e mai piú restituiti.
Margherita si muoveva a suo agio, quasi fosse una habitué del
posto. Mi guidò lungo i corridoi, spiegandomi brevemente i vari
giochi. Fluttuavo come un pesce in un acquario, le mani in tasca e le
spalle strette. Cercavo di occupare meno spazio possibile, di non
pestare i piedi di nessuno, di non toccare niente. Non recepivo nulla
attorno a me, se non la naturalezza con cui si muoveva Margherita –
qualcosa che non insegnavano in nessuna scuola. Io sorridevo
imbarazzato alle persone di cui incrociavo lo sguardo, quasi a
scusare la mia presenza. Facevo labili cenni come a dire sono con
lei. Senza di lei sarei uscito subito.
Quella ragazza mi dava il coraggio di osare, di oltrepassare
continuamente quelli che credevo fossero i miei confini, di pensarmi
diverso e di agire senza rispondere a nessuno schema prestabilito.
Ecco, mi sentivo dentro una storia, e quando ci si sente dentro una
storia la realtà apparente perde la sua inflessibilità.
Margherita prese posto a uno dei tavoli del salone laterale,
rispose a tono al croupier e dispose le fiches davanti a sé, le mani
segnate dal lavoro al ristorante, tutte tagli e arrossamenti, immobili a
tracciare una sorta di triangolo che pareva un rito propiziatorio.
– Perché proprio questo tavolo? – ebbi appena il tempo di
domandarle, chinandomi su di lei, ma non troppo vicino, per non
dare l’impressione che ci stessimo consultando su chissà quale
strategia.
– Proprio non ci arrivi? – mi fece voltandosi di trequarti. Poi puntò.
Il croupier annunciò qualcosa che non capii. Le persone si
scambiavano brevi frasi convenzionali in francese. Mi sentivo
sempre piú straniero.
Cercavo una posa elegante mentre, in piedi alle sue spalle,
osservavo il gioco nel tentativo di decriptarlo. Trattenevo il fiato
perché temevo che il mio ventre urtasse la sua nuca dorata. La
giacca mi tirava sulle spalle e dietro la schiena: avevo esultato al
momento di indossarla, dopo oltre due anni, ma temevo si
squarciasse da un momento all’altro.
– Come fai a sapere le regole?
– Anni di allenamento casalingo, – rispose, ma intuii che non
desiderava altre domande. Perciò restai in silenzio, ostentando
nonchalance, le braccia sul petto, una mano sul gomito e l’altra sul
mento, le sopracciglia aggrottate, in posa meditabonda.
Gli sconosciuti cheval, carré, manque si alternavano ai piú
comprensibili rouge, noir, pair o impair, in un andirivieni di fiches sul
tappeto verde, fedeli pecorelle alla mercé del bastone severo del
croupier. Poi silenzio, e nel silenzio il suono tarantolato della pallina.
Avevo contribuito alla cassa comune: avevamo deciso di mettere sul
piatto cento euro per uno. A giudicare dall’altezza delle colonnine
davanti a Margherita stavamo vincendo.
– Qual è la tua strategia? – le domandai a un certo punto senza
resistere.
– Non averne.
Un’ora piú tardi avevo compreso abbastanza del gioco per
puntare le ultime fiches che ci erano rimaste. Perdemmo anche
quelle. Fu una liberazione. Ci sentimmo di colpo leggeri e innocenti.
Vincere era intollerabile, una colpa, rubare al destino e rubargli per
giunta monete di pessima lega.
Quando ci alzammo erano quasi le tre e i croupier avevano
annunciato l’imminente chiusura, giusto il tempo delle ultime puntate.
– Adesso posso sapere perché hai scelto proprio questo tavolo?
– Semplice, perché c’era un posto libero.
Rimasi impalato qualche istante, a scuotere la testa, come spesso
mi capitava con lei, sempre un passo avanti, naturalmente immersa
nelle cose, poi la seguii lungo il corridoio scandito da aloni sfocati.
Uscimmo euforici come se avessimo sbancato il casinò,
silenziosamente consapevoli che nella sconfitta non c’erano debiti,
aspettative e promesse da mantenere, ma solo esperienze e
racconti.
– Mi sarei aspettato che tirassero mattina, qui al casinò.
– Possiamo farlo noi.
Trovammo un bar aperto davanti al porticciolo, poco distante da
piazzetta Bresca. Sembrava una dépendance del casinò per
l’aspetto antiquato, con tutto quel legno, l’ottone ossidato, le
bottigliere, i portalampade impolverati e le luci d’un giallo mais fuori
moda.
– Che si beve quando si perde? – le domandai.
– Champagne.
– E quando si vince?
– Champagne.
L’ordinammo al cameriere in gilet e farfallino. Io non l’avevo mai
bevuto e mi sembrava il momento adatto per cominciare. Non avevo
chiesto il prezzo. Non intendevo piú chiedere il prezzo di niente,
almeno per quella notte. Prima o poi mi sarei rimesso a lavorare.
Sentivo che dentro di me una nuova forza aveva messo radici. Ci
sarebbe voluto tempo, ma qualcosa sarebbe nato. Da me, ancora
una volta. Ma non volevo fare progetti precisi. Mi godevo la
gestazione.
Ci portarono la bottiglia e due coppe rotonde, che non si usavano
dagli anni Ottanta a sentire Margherita. La prima sensazione al
palato fu di amarezza, la seconda di sapidità. Al terzo sorso pensai
che non fosse poi tanto male. Però avevo fame e ordinai un toast
farcito. A Margherita non domandai se volesse qualcosa. Sapevo
che si sarebbe infastidita e che il fastidio avrebbe potuto trasformarsi
in collera. La gente non faceva altro che invitarla a mangiare.
«Mangia, mangia, mangia», le ripetevano. Doveva sentirsi un’oca in
attesa del capodanno. Quando arrivò il toast non gliene offrii, ma tra
un morso e l’altro lo lasciavo sul piatto, se non altro per godermelo
piú a lungo. Lei gli diede un piccolo morso furtivo e poi lo rimise a
posto, ma si leccò le dita.
– Quante calorie avrò ingurgitato con quel boccone? – mi
domandò qualche minuto piú tardi, facendo danzare il bicchiere
davanti a sé. Le catenelle di bollicine risalivano portando in
superficie i pensieri.
– Cinquanta, – dissi con prontezza, e quel numero preciso – per
quanto del tutto campato in aria – parve tranquillizzarla. Cinquanta
era un numero sostenibile.
– Me lo posso permettere, allora, – valutò controllando il suo
personale taccuino delle calorie. – Oggi sono sotto il livello di
guardia.
Improvvisamente mi venne voglia di pesarmi, per misurare il mio
dimagrimento. Per fortuna non c’erano bilance perché la gioia non si
misura, anzi si trova solo nell’assenza di misurazioni. Era quello che
avrei voluto dirle, ma non sarebbe servito. Avevo imparato che le
uniche parole che funzionano non sono quelle che si pronunciano,
ma quelle che si vivono.
– Ho appena avuto una visione, – saltai su tutt’a un tratto. – Io e
te, a capodanno, a dividerci toast e champagne davanti al camino
acceso.
I suoi occhi si ridussero a due fessure, e di colpo la luce venne
fuori in un getto violento, dentifricio spremuto da un tubetto. Parve
scrutare nel futuro, poi si alzò. – Vieni, – mi disse prendendomi per
mano. – Ti porto a vedere l’alba sulla spiaggia.

Qualche ora piú tardi eravamo in auto sulla via del ritorno verso
levante. Lei dormiva, le labbra appena dischiuse, i lineamenti da
serafino diafano scontornati dal sole obliquo. Le accarezzai la
guancia. C’era un che di rassicurante nella velocità regolare e nel
suo respiro ritmato, mentre diapositive marine scorrevano tra le
cornici delle gallerie.
Usciti dal bar ci eravamo sdraiati sulla sabbia fredda a
chiacchierare. Con le mani allacciate avevamo guardato le stelle che
sbiadivano in cielo, in sottofondo il rumore della risacca. Da quando
avevo perso peso avevo ricominciato a sentire freddo, ed era una
bella sensazione, la riscoperta delle gradazioni. Lei però stava
rabbrividendo, nonostante ci fossero piú di quindici gradi. Ci
eravamo stretti l’uno contro l’altra e io avevo cercato in modo
maldestro di riscaldarla con le mani.
– Baciami, asino, – mi aveva detto prima di addentarmi l’orecchio.
Ci eravamo baciati, incapaci di muovere le mani a ritmo, incerti su
ciò che avremmo dovuto fare, sospiri e risolini, e quando ci eravamo
staccati per riprendere fiato e capire le reciproche intenzioni il sole
era comparso all’orizzonte. Nel giro di pochi minuti le cose avevano
preso forma: le barche, le nude intelaiature degli stabilimenti e, piú in
là, la costa che piegava verso la Francia. Un attimo prima eravamo
due cuori ansimanti nella notte, e un attimo dopo due persone
avvinghiate goffamente sulla spiaggia. D’istinto avevo fatto scorrere
lo sguardo sul mio corpo, e mi ero tirato giú la camicia per
nascondere la pancia. Lei se n’era accorta e me l’aveva sbottonata.
Mi aveva baciato il petto e i capezzoli. I brividi erano stati cosí forti
che avevo dovuto fare appello a tutte le mie forze per non
sussultare.
Poi avevamo sentito un grido di richiamo. Ci eravamo voltati,
giusto in tempo per ammirare un cane spiccare un balzo e
acchiappare al volo un legnetto. Allora ci eravamo alzati e scrollati di
dosso la sabbia. E con le scarpe in mano avevamo fatto lento ritorno
all’auto.
Margherita aprí gli occhi e parve emergere da un sonno letargico,
sebbene avesse dormito appena una ventina di minuti. Scivolò
indietro sul sedile. – Come si fa a salvare qualcuno che non vuole
essere salvato? – mi domandò a bruciapelo.
– Nessuno vuole essere salvato, – mormorai e, tra tutti, pensavo
a me stesso, a quanto invece lo desiderassi.
Dovette accorgersi dei pensieri che bruciavano come fumogeni
nella mia mente, annebbiandomi la vista, e mi posò una mano sulla
guancia. Abbandonai la testa contro il suo palmo. Le sue dita
salirono, insinuandosi tra i capelli. Mi richiamò indietro con quel
gesto. Le indirizzai un sorriso riconoscente.
– Mio padre beve, – disse, e in un istante capii. Le feci un cenno
di assenso. Ero lí, qualunque cosa volesse dirmi, o qualunque cosa
volesse tacermi. Ci sono confidenze mute che valgono quanto le
altre. Tutto ci è ignoto, ma niente ci è davvero estraneo, ed è questo
che ci permette di legarci agli altri, di sentire che proveniamo dallo
stesso luogo e forse ci stiamo tornando.
La sua rivelazione si stemperò nel tepore dell’abitacolo, nel
silenzio che sapevamo condividere, come un incubo che allo
spuntare della luce illanguidisce poco a poco, lasciando dietro di sé
un’impressione di irrealtà.
Credevo che non avrebbe aggiunto altro, invece qualche minuto
dopo riprese: – Da bambina, aspettavo intere notti il suo ritorno dal
ristorante affacciata dalla finestra della mia stanza. Avevo anche
imparato a riconoscere il rumore della sua auto. Mamma rientrava
verso mezzanotte, ma lui restava con la scusa di sistemare le ultime
cose e fare i conti. Certe volte ritornava verso le tre o le quattro del
mattino. Io mi nascondevo sotto le coperte e facevo finta di dormire,
ma intanto rimanevo in ascolto. Il sollievo per il suo ritorno durava
poco. Mi bastava sentire il modo in cui infilava la chiave nella toppa,
e un paio di passi, per capire se aveva bevuto; poi i movimenti nel
corridoio e il tono di voce se mia madre gli andava incontro per
capire quanto aveva bevuto. Allora mi irrigidivo, in attesa.
– E allora scoppiava la lite.
– Ma non era mai una lite normale. Era piú che altro un teatro
dell’assurdo, mia madre che con minacce e promesse cercava di
farlo ritornare in sé. Lo rabboniva oppure esausta si sfogava contro
di lui. Papà era come perso in sé stesso, diventava ossessivo,
paranoico, si deprimeva oppure raccontava esaltato fatti che
mischiavano ricordi e aspirazioni. E intanto continuava a bere.
Sentivo il rumore del tappo svitato del bottiglione, e poi quello del
vino che gorgogliava nel bicchiere. Lo riempiva fino all’orlo, come se
temesse che qualcuno gli portasse via la bottiglia di nascosto.
– Non andavi mai di là?
– A volte, esasperata, andavo di là per offrire la mia infanzia in
sacrificio, qualcosa con cui colpirlo nel profondo. Era come dirgli:
«Eccomi, guardami, sono la tua bambina. Smetti di bere, fallo per
me, ti prego».
– Ma lui non poteva ascoltarti…
– Altre volte entrava in camera mia per svegliarmi: io fingevo di
essere profondamente addormentata, ma alla fine cedevo alle sue
insistenze. Pretendeva di parlarmi subito, non si poteva mai rinviare.
A nulla valevano gli inviti alla ragionevolezza di mia madre. Lui che
da sobrio era l’uomo piú razionale e generoso del mondo, da ubriaco
non riconosceva che i suoi desideri, per quanto confusi.
Prese il tabacco dalla borsa, ma abbandonò la bustina sulle sue
ginocchia. – Ricordo i suoi occhi, rossi, gonfi, luccicanti. Voleva
sempre raccontarmi qualcosa del suo passato, di quella gara in moto
da ragazzino o della passione per la letteratura, nata con Jack
London e Alan Ford, o di quella volta che aveva vinto a poker un
anello con diamante. Poi lo sguardo si spegneva, gli tornavano alla
mente rimpianti e rimorsi. Aveva regalato l’anello a suo fratello, che
se l’era impegnato. Aveva smesso di leggere per guadagnarsi da
vivere, aveva prestato i soldi a un cugino che non glieli aveva piú
restituiti. E poi sua madre, che a sentir lui aveva sempre amato di
piú il fratello…
– Non riusciva a lasciare andare via niente. Portava tutto con sé,
– indovinai.
– Non dimenticava nulla.
– È dura vivere con tutti i propri giorni dentro di sé. Ogni momento
diventa cosí pesante da spingerti a fondo.
– Capitava che rincasasse al mattino. Io e mia madre
telefonavamo al ristorante, ma l’apparecchio a parete suonava
all’infinito nel buio del locale vuoto. Mi pareva di essere là, a sentire
lo squillo. Allora, dopo aver tergiversato indecise per un po’, ci
vestivamo in fretta e furia e scendevamo a piedi per controllare, con
il timore che magari si fosse addormentato o sentito male. Ma
spesso si spostava a bere in altri locali. Il cellulare non era ancora
diffuso, e anche se l’avesse avuto non credo avrebbe risposto. In
quei momenti era in balia di sé stesso. Frequentava un paio di posti
aperti tutta la notte: telefonavamo lí piene di vergogna, spesso mi
facevo carico io di quelle chiamate, ma non sempre lo trovavamo.
– E al mattino, quando ricompariva?
– Come se tornasse da una semplice passeggiata. Sai qual è la
cosa strana? È un uomo buonissimo. Non è mai diventato violento o
cattivo, nemmeno quando l’alcol lo sconvolgeva, smuovendo quel
fango che tutti abbiamo dentro. Era come se un demone lo
setacciasse da cima a fondo per rintracciare un grammo di malvagità
che in realtà non c’era. C’era solo tanta tristezza. Mandava giú il
veleno insieme all’alcol.
D’istinto mi portai una mano alla bocca dello stomaco, e fu quasi
una sorpresa non trovare i rotoli di grasso di un tempo.
– Temevo le vacanze piú di qualsiasi altro momento dell’anno.
Iniziava a bere al mattino, di bar in bar, e alla sera, a cena, crollava.
Perdeva i freni inibitori, parlava con chiunque gli capitasse a tiro,
ripeteva le stesse cose allo sfinimento, quasi che a ripeterle
potessero diventare vere. Una sera, per una discussione di calcio,
un uomo lo spinse a terra. Non sapevo come fare per aiutarlo a
rialzarsi. Non gli aveva fatto male, però l’aveva distrutto. Sbronzo e
rassegnato, giaceva a terra in lacrime e per quanto tirassimo io e
mia mamma non riuscivamo a rimetterlo in piedi. Se era di
buonumore era perfino peggio. Non voleva mai rincasare. Una notte,
nelle Marche, era ubriaco fradicio, ma voleva lo stesso mettersi in
auto per portarci a vedere una piazza di Ascoli che secondo lui con
la luce della luna si trasformava. Quella volta io e mia madre ci
siamo aggrappate a braccia e gambe, per impedirglielo. Per la
rabbia del nostro rifiuto si è gettato contro un albero. Ha picchiato la
testa ed è rimbalzato indietro. Non dimenticherò mai il suo volto.
Eravamo il suo unico amore, e lo avevamo rifiutato.
– E ogni giorno a chiederti che cosa puoi fare per aiutarlo, e a
maledirti per non trovare il modo… – Non era quello che leggevo
negli occhi dei miei genitori quando vivevo rinchiuso in casa ad
ammazzarmi di cibo?
– Non sono capace di aiutarlo, sono impotente… Rifiuta farmaci,
psicologi, passatempi per distrarsi. Sente qualsiasi consiglio come
imposizione. Allora la sua risposta è il bicchiere. Ogni volta che
abbiamo provato, abbiamo peggiorato la situazione. Chiedergli di
consultare uno psicologo è come bastonare un cucciolo. In un paio
di circostanze è finito in ospedale, tanto era debilitato. Allora ho
sperato. Pretendeva che gli portassimo il vino di nascosto, ma era
costretto a limitarsi. Sono seguiti periodi di parziale
disintossicazione, però non sono mai durati molto. C’era sempre un
qualche dispiacere che lo sopraffaceva, che gli toglieva la terra da
sotto i piedi. E allora si aggrappava al bicchiere.
Finalmente si rollò la sigaretta, con rapidi gesti esperti, ma non
l’accese.
– Piú noi ci rimanevamo male e soffrivamo perché beveva, e piú
lui beveva in reazione a quella sofferenza. Dice sempre che non
capiamo. Qualche mese fa sono riuscita a convincerlo ad andare a
una visita al Sert ospedaliero, che gli avevo prenotato a sua
insaputa. Mi pareva di accompagnarlo al patibolo. Ho provato a
scherzare durante il tragitto, ma lui era rassegnato e offeso. Il
dottore stava peggio di lui: sembrava aver dormito con i vestiti
addosso, odorava di sudore e aveva lo sguardo vacuo. Ha balbettato
banalità, posto domande routinarie. Però gli ha fatto bene. Forse
l’hanno scelto per quello. Non era un giudice, ma un compagno di
cella.
– E adesso come sta?
– Esce di rado. Il ristorante è una trappola: troppi alcolici e
problemi. A casa si contiene. Beve vino mischiato ad acqua. Tiene la
contabilità. Esce giusto per andare dal commercialista o in banca, –
rispose, e poi si mosse sul sedile. Fino a quel momento aveva
guardato fuori dal finestrino, forse per richiamare i ricordi. Ora
cercava di agganciare i miei occhi con i suoi, non le importava che
dovessi guardare la strada. E, in fondo, nemmeno a me.
– Il problema non è l’alcol, – aggiunse. – Per lui non è una
domanda, ma una risposta. Ed è una risposta a una domanda che
non conosce e che cerca in tutti i modi di distinguere nel buio. Una
luce, cerca una luce, quella luce che appare e scompare dal suo
sguardo, e che fuori è soltanto un riflesso. Tutti a dirti che non devi
bere. Tutti sanno perché stai male. E sono convinti che stai facendo
male a loro, e non tanto a te. Stai uccidendo loro uccidendo te
stesso. Spiegano e spiegano e spiegano. Spiegano il buio, spiegano
il freddo, spiegano il nero, spiegano il bianco. Non sanno che
chiederti il perché di questo o il perché di quello. Non ci sono
risposte, non ci sono, non ci sono, se non trovi la domanda.
Non sapeva piú nemmeno lei se parlasse del padre o di sé
stessa. Ma io sapevo di chi stava parlando. Parlava di me, anche di
me.
10.

In Liguria esistono solo due stagioni: la stagione e il fuori


stagione. I periodi che vanno dall’una all’altra sono quelli che gli
antichi romani avrebbero definito mercedoni, mesi intercalari.
Come la maggior parte degli esercizi commerciali, il ristorante di
Margherita aveva i due mesi estivi e una manciata di week-end
sparsi tra fine primavera e inizio autunno per mettere in cascina il
fieno necessario per i tempi di magra che caratterizzavano il resto
dell’anno. Una settantina di giorni condizionati dal meteo, di cui un
terzo da contendersi con le località sciistiche, che viceversa
puntavano su neve e freddo tardo-primaverili.
I vecchi favoleggiavano di stagioni di sei mesi, di treni speciali
carichi di olandesi, belgi e tedeschi, dei ristoranti che facevano tre
turni a sera, delle pensioni che affittavano i sottoscala, dei
commercianti che si compravano un appartamento all’anno con i
ricavi del turismo. Adesso si parlava solo di debiti, prestiti, ipoteche,
e dei bei tempi andati.
Anche Margherita e sua madre ne parlavano tra di loro, citando il
padre sottovoce, quasi potesse sentirle e preoccuparsi. – Andiamo
poco piú che in pari, ma per guadagnare un minimo stipendio
lavoriamo dodici ore al giorno ogni giorno, – mi confidò una volta lei,
che detestava lamentarsi.
Anche il mio conto in banca era prossimo allo zero, ma non ero
preoccupato. Non piú. Lo era forse Lazzaro? Ero uscito di casa,
Margherita mi stava tenendo fuori casa, respiravo aria buona, mi
godevo il sole, mi sentivo abbastanza in forze per ricominciare. Non
ero pronto, ma non lo siamo mai. Essere in strada è quanto ci basta:
si tratta poi di mettere un piede davanti all’altro senza pensare ad
alcun traguardo.
Come si riprende in mano la propria vita? Come si fa a
raccogliere i cocci? Non si raccolgono. In fondo, ciò che è andato in
frantumi è lo specchio, il nostro riflesso, l’idea che ci eravamo fatti di
noi. Non avevo alcuna voglia di incollare i frantumi. E poi per cosa?
Per ritrovarmi un’immagine deformata? Avevo voglia di una nuova
visione di me, di un nuovo sogno.
L’università non mi bastava. Avevo bisogno di lavorare, non solo
per i soldi, ma per quello che il lavoro ti garantisce, un posto
provvisorio nel mondo – oltre naturalmente al cumulo di fastidi e
problemi. Avevo bisogno anche di problemi, che non fossero il mio
problema. Avevo bisogno di tenere le mani occupate, perché non
conoscevo altro sistema per conservare la mente sgombra.
Fu quello che pensai in un istante rivelatorio la sera in cui scoprii
che i ragazzi del pub avevano bisogno di una persona in cucina. Il
terzo socio si era operato d’urgenza ai legamenti del ginocchio ed
era fuori gioco per almeno sei mesi. – Già non è sveglio, se cucina
da seduto si addormenta, – lo presero in giro gli altri due. Cercavano
una persona fidata, anche se non esperta. – Perché l’esperienza
costa e i soldi sono pochi.
Cosí mi proposero il lavoro. Andavamo d’accordo, sapevamo
prenderci in giro senza prendercela, non giudicavamo i naufraghi
della notte e le loro storie, tifavamo la stessa squadra che era scesa
agli inferi per due volte e pertanto conosceva, come noi, la strada
per risalire. Questo lo dissi io, dopo una serie di birre offerte dalla
casa.
– Che ne pensi? – domandai a Margherita la notte stessa, quando
andai a trovarla al termine del servizio. Fumava seduta sullo
schienale di una panchina, i gomiti sulle ginocchia. Poiché mi
osservava senza commentare, aggiunsi: – Io non so cucinare. Non
so proprio niente di cucina.
– Meglio, cosí puoi imparare con piú facilità. Meno conosci un
argomento e piú progressi puoi fare.
Se cercavo qualcuno che mi dissuadesse, avevo scelto la
persona sbagliata. Per lei la risposta era sempre sí, o al massimo
«Perché no?». Se le avessi proposto di andare in Siberia per un
viaggio sulle orme di Dostoevskij sarebbe partita senza nemmeno
passare da casa a prendere il piumino. Sembrava in attesa di
qualcuno che le facesse una proposta simile. Potevo essere io?
Accettai il lavoro. La sera verso le cinque arrivavo al pub. Mi
cambiavo nello spogliatoio, indossavo gli zoccoli e un grembiule
scuro e bevevo un caffè al bancone, dopo averne fatti un paio a
vuoto, nella penombra del locale deserto. Mi piacevano quei rituali
quotidiani. I ragazzi arrivavano verso le sei, a volte anche dopo.
Erano quel genere di baristi che tardano ad aprire e non hanno fretta
di chiudere.
La cucina proposta dal locale era basilare. Si reggeva sulla triade
panini, hamburger e fritti. Era importante prepararsi la linea, come si
chiama in gergo, in modo da non andare in difficoltà nei momenti di
ressa, in genere durante le partite o il sabato sera. La friggitrice, una
macchina dal design spaziale, era il mio aiuto cuoco: infilavi in un
cassettino i surgelati e dopo una manciata di minuti lei te li sputava
fuori fritti a puntino. Per quanto pulissi il filtro ogni sera, l’odore che
produceva era acre e io uscivo di lí verso le tre del mattino in una
nuvola di afrore, tanto che la voglia di fritto mi passò per sempre.
Certe notti Margherita veniva a bere una coca light dopo il lavoro.
Ogni tanto si fermava fino alla chiusura del pub, godendosi l’oasi di
pace che rappresenta per gli sconosciuti lo sgabello di un bancone.
Infatti nessuno la importunava, perché i ragazzi facevano buona
guardia.
Dopo essermi cambiato l’accompagnavo a casa a piedi.
Passavamo dal mare allungando il tragitto. Dopo una certa ora, non
si ha piú fretta. Non incontravamo quasi mai nessuno, al massimo
qualche insonne con il giaccone infilato sopra il pigiama e un cane al
guinzaglio.
Il termine della notte mi rendeva loquace. Parlavamo di ogni cosa.
In quell’ora incerta si infervorava meno. Ascoltava, per lo piú. Voleva
che le raccontassi delle storie. Non me lo chiedeva apertamente, ma
quando, spinto da un impulso insopprimibile, attaccavo con uno dei
miei racconti, la sua attenzione si faceva piú profonda.
Una notte le raccontai di un mio prozio che da un paesino di
trenta anime del profondo entroterra ligure era partito a piedi in
direzione sud-ovest. Raggiunto il mare era salito su un treno,
sempre puntando a occidente. Aveva attraversato la Francia, la
Spagna e il Portogallo, lavorando a giornata per pagarsi i biglietti.
Ogni tanto inviava una lettera alla sorella che era rimasta a casa a
badare alle pecore e ai boschi. Da Lisbona si era imbarcato verso
New York. Da lí aveva ripreso la sua inesorabile marcia verso ovest.
Aveva viaggiato con ogni mezzo disponibile: treno, pullman, barca,
autostop. Di tanto in tanto spediva una delle sue laconiche lettere.
Spesso nulla piú di una cartolina con una firma da un posto che
nessuno qui aveva mai sentito nominare. Alla fine era riuscito ad
arrivare a San Francisco. Il giorno stesso era salito sul Golden Gate
e si era buttato di sotto.
Poiché lei non aveva commentato, dissi: – Non riesco a togliermi
questa vicenda dalla testa. C’è qualcosa che mi manca, un dettaglio,
una sfumatura, un passaggio… Chissà che cosa aveva in mente.
– Ha continuato il viaggio a ovest, tutto qui.

Non impariamo mai dai nostri sbagli. Sono i nostri sbagli a


imparare da noi. Con il tempo si travestono, assumono nuove forme,
cambiano nome, ma nella sostanza rimangono gli stessi, perché i
nostri errori sono lo spartito della sinfonia che non possiamo fare a
meno di suonare.
Ripresi a scrivere.
Anni prima avevo sentito in un film una battuta che non riuscivo a
togliermi dalla testa. Credo fosse un western, ma uno di quelli
d’autore, sfuggiti al grande pubblico; oppure un film degli anni
Settanta sulla provincia o il confine, quando il confine era ormai piú
mentale che fisico – una di quelle pellicole con cieli stinti, vestiti
sgargianti, giallo limone o blu dodger, e lunghe auto cromate, spesso
inquadrate dal basso, griglie dei radiatori e stemmi in primo piano –
chissà poi perché. O forse era un lungometraggio su una città che
andava a rotoli, le fabbriche chiudevano, i negozi arrancavano, la
gente se ne andava, qualcuno rimaneva e raccontava.
Ricordo solo che a un certo punto uno dei protagonisti
pronunciava una frase che risuonò nella mia testa come un
campanello: «Deve pur rimanere qualcuno a badare ai cavalli». Nel
tono, dimesso ma non rassegnato, si annodavano quieto orgoglio e
consapevolezza. Mentre il John Wayne di turno cavalca sul suo
destriero in direzione della prateria e della prossima avventura,
assieme ai suoi compagni, sotto gli occhi incantati e lacrimosi di
donne, bambini e vecchi, qualcuno deve rimanere nel villaggio a
mandare avanti le cose. Un oscuro mestiere, con molti pericoli, e
quasi nessuna possibilità di gloria.
Sarei rimasto al villaggio a lavorare e a raccontare le mie piccole
storie.
Non scrivevo piú dall’alba al tramonto, e spesso la notte, come
durante il mio annus horribilis, ma quando capitava. Mentre prima la
vita era un interstizio tra una seduta e l’altra, ora si era data il cambio
con la scrittura. Scrivevo prima di uscire per andare al lavoro, o
quando tornavo, un paio di righe prima di addormentarmi, oppure
mentre aspettavo che l’acqua per la pasta bollisse. Mai piú di un’ora
o due al giorno, spesso meno, somma di una manciata di sessioni
da pochi minuti ciascuna, ma intanto avevo ripreso.
Questo contava, perché scriviamo lettere senza destinatario,
eppure aspettiamo sempre una risposta.

Cominciai a sentire la musica. L’avevo seguita ai tempi del liceo


con passione e perfino pedanteria, sempre alla ricerca di nuovi
gruppi, vecchi pezzi dimenticati, tendenze marginali. Ora però
l’ascoltavo con il corpo. Se prima era una questione di piacere
intellettuale, adesso era viscerale.
Mi capitava di muovermi a tempo mentre cucinavo, rassettavo la
casa o guidavo. Ballavo anche su musiche che non conoscevo e che
non mi erano mai piaciute. Danzavo su motivi che trovavo
insopportabili. Avevo preso il ritmo. Non potevo resistere. Era come
camminare in discesa: fai piú fatica a rallentare che ad accelerare il
passo. Mi sorpresi a improvvisare qualche passo di danza al
supermercato e a smettere imbarazzato non appena me ne rendevo
conto, lanciando sguardi in giro, per controllare se qualcuno mi
avesse visto e stesse ridendo. Se notavo delle telecamere facevo un
rapido cenno di scuse.
Danzavo soprattutto sul lavoro, quando a fine serata strofinavo il
pavimento o pulivo i fornelli incrostati, con la musica che rimbalzava
tra i pensili d’acciaio. Una sera mi sorprese Margherita. La vidi
affacciata alla porta di servizio, con le braccia incrociate e il peso su
una gamba sola, e mi resi conto che doveva essere lí da un pezzo.
Invece di imbarazzarmi, continuai. Lei restò appoggiata allo stipite a
osservarmi. Mi avvicinai a passo di danza, senza vergognarmi del
mio corpo, che dimagrendo aveva preso una forma strana, simile a
un vaso di creta che ruota sul tornio. Si era asciugato in alcune
zone, rammollito in altre. Fluidificandosi, la carne si era sciolta e
sedimentata nei punti di congiungimento, come il basso ventre, i
fianchi o le ascelle.
Margherita si lasciò prendere le mani al secondo tentativo e mi
seguí al centro della cucina. Prima cercammo un ritmo comune,
studiandoci e assecondando le mosse l’uno dell’altra, poi ci
scatenammo saltellando con le braccia lanciate al cielo, palpebre
socchiuse e labbra aperte a cantare o mimare le parole delle
canzoni di cui ignoravamo il testo.
Quando finalmente qualcuno di là abbassò il volume ero in un
bagno di sudore. Ci abbracciamo con il trasporto di chi ha appena
assistito a un concerto leggendario e vuole ritagliarsi un ricordo
indelebile. Cercammo la bocca l’una dell’altra, un bacio rapido e
divertito. Poi ci guardammo, e annuimmo. Annuimmo a quello che ci
era capitato, e al fatto che fossimo felici che ci fosse capitato, che
tutto poteva ancora accadere, che per quanto profondo era il nero in
cui avevamo nuotato negli ultimi mesi, forse anni, un nero che ti
risucchiava e nel contempo ti scavava dentro, c’era luce negli occhi
che stavamo guardando in quel momento. C’era luce.
Poi la musica ripartí inaspettatamente e noi schizzammo in un
ultimo, funambolico e sconclusionato twist, senza vergognarci di
cantare a squarciagola. E mentre ci dimenavamo nell’odore
penetrante dei nostri corpi pensavo che essere innamorati è davvero
essere cretini insieme.
11.

Poi, un giorno, Margherita scomparve.


Alessia mi telefonò verso le nove del mattino. – Ieri sera
Margherita non è andata a lavorare, e stanotte non è tornata a casa
a dormire. La madre non aveva il tuo numero. E mi ha chiamata. È lí
con te?
– Non ci siamo visti ieri.
– La mamma dice che non aveva mai saltato il lavoro senza
avvisare. Ma immaginava fosse con te, o almeno lo sperava. Andrà
nel panico, adesso. Era già molto in ansia. Mi ha detto che ha
mentito al padre per non metterlo in apprensione. Gli ha detto che
Margherita ha dormito a casa tua.
– Non è qui, – mi limitai a ripetere, con una voce che non era la
mia, distratto da un pensiero remoto che cercavo di mettere a fuoco.
– Sono preoccupata, che si sarà messa in testa? Cazzo, non è da
lei far preoccupare cosí i genitori. Forse è svenuta da qualche parte
e si è fatta male, le è già capitato. O magari è uscita di testa a furia
di non mangiare. Dobbiamo trovarla.
Mi accorsi di non essere affatto preoccupato. O meglio, lo era la
parte superficiale di me. Come la pizia appena prima di entrare in
trance, guardai gli oggetti intorno con distacco, immaginando di
vederli dissolversi da un momento all’altro. Mi vestii con calma, uscii
e raggiunsi il mare. Non provai nemmeno a chiamarla. Sapevo che il
suo cellulare era staccato.
Passeggiai negli odori novembrini, sotto le silhouette delle palme
che si stagliavano contro il blu fiordaliso del cielo. Cani correvano
sulla spiaggia, e i padroni li tenevano d’occhio da lontano con i
guinzagli in mano. La risacca insisteva con il suo indecifrabile
messaggio. Mi concentrai su quel ritmo. Si trattava di intuire la
geografia interna di Margherita, le misteriose traiettorie dei suoi moti.
Tracciai una linea immaginaria che andava da me a lei e capii dove
si era rifugiata.
Un’ora e mezza piú tardi parcheggiavo sotto il grande rovere che
torreggiava sul vialetto di accesso alla casa di campagna di suo
nonno. Un tappeto rame, ocra e mogano conduceva al portico. Alla
vista sfoggiava la consistenza del velluto. Pestai i piedi sulle foglie
tastando la stratificazione per non inciampare. La porta si aprí e lei si
appoggiò allo stipite, con le braccia intrecciate e una gamba
ripiegata ad angolo retto, la punta del piede appoggiata sul lastricato
e una sigaretta appesa all’angolo della bocca.
Non sembrava affatto sorpresa. – Ti aspettavo ieri sera, – mi
disse, senza nemmeno prendersi la briga di alzare la voce, che fu
inghiottita dal silenzio del bosco.
Era inutile farle presente che mi avevano avvertito della sua
scomparsa solo due ore prima. – Anch’io ti aspettavo un paio di anni
fa.
Presi la busta della spesa e chiusi la portiera, ma non a chiave.
Sulla strada mi ero fermato a comprare qualcosa. Ero sicuro che non
mangiava dal giorno avanti. – Non ho fatto colazione, – le dissi per
prevenire l’apprensione che vidi germogliare nel suo sguardo.
Invece di baciarmi, si voltò e rientrò in casa. Sembrava di pessimo
umore. La casa era gelida e odorava di chiuso. Misi su il caffè e
preparai la tavola. Avevo comprato brioche, pane, marmellata,
yogurt e frutta. Disposi ogni cosa con cura. In attesa del caffè mi
occupai della stufa. Era piena di legna e frammenti friabili di carta
bruciata che si dissolsero a contatto con l’aria. Doveva aver provato
invano ad accenderla la sera precedente. Indossava un paio di
vecchi maglioni infeltriti da uomo, con cui aveva dormito, il volto
imbronciato e pallido.
– Non si accende, – mi informò mentre mi osservava, sempre a
braccia incrociate. Manifestava sfacciatamente il suo sciopero
sociale.
– Il fuoco non va acceso, solo alimentato, – le dissi. – Ecco il
segreto.
– Non ti sopporto quando dici queste cose, – urlò e diede un
pugno alla parete. – Non ti sopporto!
– Tutti pensiamo di doverlo accendere, e invece brucia già. Basta
un soffio e compare, – continuai con lo stesso tono di prima,
schiudendo la presa d’aria. Sistemai alcuni legnetti a piramide,
accessi un fiammifero e lo avvicinai a una pagina di giornale.
Appena la fiamma attecchí aggiunsi un ceppo. Rimasi a osservarlo
per alcuni minuti. Quindi chiusi il portellino.
Lei intanto aveva versato il caffè nelle tazze. – È solo un fuoco, –
mi disse.
Mi strinsi nelle spalle. Tagliai il pane e spalmai la marmellata su
un paio di fette, poi le misi su un piatto e addentai la brioche. Lei
mangiò una delle mele e lo yogurt magro.
– Non voglio tornare a casa.
– Non te l’ho chiesto.
– Non tornerò piú.
– Nessuno te lo chiederà.
Colpí il tavolo con una manata. Le stoviglie sussultarono. Io
spalmai un’altra fetta di pane. Nei suoi momenti vulcanici, che
potevano avere inaspettate evoluzioni, avevo imparato ad adoperare
la morra cinese. Se lei mi criticava con le forbici del sarcasmo, del
fervore o della ferocia, io mi facevo sasso: incassavo in silenzio,
guardavo e non commentavo, mi limitavo a offrirle la mia presenza.
Se lei mi rotolava addosso con tutta la sua forza, io mi trasformavo
in sottile ed elastica carta, facendo rimbalzare i colpi. E non c’è nulla
di piú inerte di un proiettile respinto e caduto a terra. Se lei si
mimetizzava nella docile carta, io impugnavo le forbici della
provocazione per aprire un varco nel velo e guardarvi attraverso.
Credevo fosse l’unico modo per tirarle fuori tutto il dolore che
aveva dentro. C’era una ferita, ci avevo messo le labbra sopra, e
attraverso quel bacio succhiavo fuori il veleno – veleno che per
ragioni del tutto incomprensibili rappresentava un antidoto al mio
male oscuro.
– Tu non capisci.
– Sicuro, ma intanto sono arrivato fin qui, – dissi. – Non è
necessario capire. Non c’è proprio nulla da capire. Nulla da
spiegare.
Mi pulii la bocca con un tovagliolo di carta e uscii sul terrazzo. Era
una vallata da deltaplani e cinghiali, spazi eterei e profondità
boschive. Telefonai ad Alessia e le dissi di avvertire i genitori di
Margherita che stava bene, ma di non aspettarla se la rivolevano
indietro. Poi chiamai Achille del pub e gli chiesi se potevano fare a
meno di me per una o forse due sere. Achille mi disse che
acconsentiva solo se si trattava di una questione di donne. – Una
questione di vita o di morte può andare bene comunque?
Quando tornai dentro Margherita stava lavando i piatti con foga.
Non aveva toccato il pane con la marmellata, che occhieggiava dal
piatto. – Inutile che ci provi, – mi disse senza voltarsi. – Non riuscirai
a riportarmi giú.
– In realtà vorrei portarti nel bosco.

Passammo il resto della giornata a vagare per i sentieri della


vallata, gomitoli gettati alla rinfusa tra boschi e scoscendimenti: si
snodavano sotto le fronde per poi sbucare in radure erbose; si
arrampicavano su preistorici torrioni pavesati di fossili per poi
precipitarsi sull’orlo di forre, da cui saliva un forte odore di muschio e
funghi. Lei sfoderava il passo deciso della guida: aveva trascorso le
vacanze estive dell’infanzia con i nonni nella vecchia casa, e l’unico
passatempo era la perlustrazione delle valli.
Camminavamo spediti, come se cercassimo qualcosa, ma non
cercavamo nulla: né funghi né castagne né un posto specifico.
Senza meta, pellegrini convinti che ci sia sempre un santuario da
qualche parte. Perfino nell’errare era determinata, con i tendini del
collo che si agganciavano alla nuca come i fili di una rete da pesca.
Rispetto al giorno successivo alla grigliata mi sentivo un’altra
persona. Era strano percepire il vigore, ed esaltante – aveva a che
fare con il liberarsi dei fardelli del passato e della sfiducia, con
l’ebbrezza che solo l’assenza di gravità sa regalarti, il volo del
pallone appena calciato che, lo sai per certo, finirà in rete. Ma era
anche pericoloso: potevi perfino credere di essere capace di volare,
ed era quello che immaginavo quando mi lanciai giú per un sentiero
scosceso a rotta di collo, balzando con il peso del corpo proiettato in
avanti, incurante dei sassi e dei buchi nascosti sotto il fogliame.
L’aspettai alla fine della discesa, accanto a un vecchio capanno
abbandonato. Mi chiesi chi l’avesse costruito e chi fosse stato
l’ultimo a utilizzarlo. Quando Margherita mi raggiunse non mi disse
nulla, ma continuò per il sentiero che puntava verso il castagneto. Le
andai dietro, e mi sentii al sicuro come mai nella mia vita.
Proseguimmo in silenzio fino uno sperone roccioso che si
slanciava sopra i boschi. Lei si sedette con le gambe penzoloni nel
vuoto, mentre io presi posto qualche centimetro piú indietro, con i
piedi piantati per terra, e le braccia intrecciate attorno agli stinchi.
Cercavo di tenere lo sguardo sollevato, per ignorare il salto del
dirupo. Dalla provinciale invisibile salivano radi rombi di auto. Uccelli
graffiavano il cielo. I nostri respiri erano fumetti nel ceruleo
autunnale.
– Ho deciso di ritirarmi dall’università, – mi annunciò. Non le
chiesi il perché. Restai in silenzio, mi feci solo piú vicino. Guardavo il
panorama con rinnovata intensità, un modo per dirle che c’ero e che
c’era anche dell’altro davanti a lei, che si nasconde sempre qualcosa
oltre l’orizzonte, anche quando l’avvenire ti pare un muro.
– Non ce la posso fare, devo lavorare. È inutile tentare. Non
posso abbandonare i miei. Se me ne vado, il ristorante chiude. Non
possono permettersi un dipendente. E poi ce ne vorrebbero due, per
sostituirmi. Inoltre devono pagare il mutuo del locale e quello di
casa. È colpa loro se non sono ricchi? Certo che no. E poi mica tutti
devono laurearsi. Che cos’è questa idiozia? Io resterò a lavorare al
ristorante.
Fu quel verbo, restare, a darmi la scossa. Non mi ero mai sentito
cosí vicino a una persona. La abbrancai in modo maldestro;
incapace di trattenere lo slancio la spinsi contro la rocca, incurante
del precipizio. Non avevo parole sagge, non avevo consigli, non
avevo idea di quello che avrebbe dovuto fare. Avevo il mio slancio e
il mio corpo per dimostrarglielo. Prima si irrigidí, tutta nervi e ossa,
poi rispose al mio abbraccio. Mi stritolò con tutta la forza di cui era
capace. Un sasso schizzò scivolando di sotto. Lo sentimmo
precipitare nel vuoto e rimbalzare contro le rocce sottostanti. Avvertii
un buco allo stomaco. Ci scambiammo uno sguardo di impaurito
divertimento, poi ci rotolammo ancora allacciati allontanandoci dal
precipizio.
Ora lei era sopra e io sotto. – È solo una stupida laurea. E io non
sono nemmeno cosí intelligente. C’è tanta gente piú in gamba di me.
Che si laureino loro. Che vadano a insegnare e a fare gli avvocati. Io
farò la cameriera, – mi disse.
– Lo stai dicendo al cuoco di un pub, – dissi strizzandole l’occhio.
– Un pessimo cuoco. I tuoi panini sono immangiabili.
– Non credevo ne avessi assaggiato uno.
– Mi è bastato guardarlo.
Con le dita le solleticai le costole e poi le ascelle. Scoppiò in una
risata deflagrante e incontenibile. Cercò di divincolarsi, ma io non le
permisi di scappare. Lottò con ferocia, ma il riso fiaccava i suoi
sforzi. La costrinsi a terra e insistetti a farle il solletico finché non la
vidi lacrimare dalle risate.
Quando sgusciò dalla mia presa, mi rifilò un calcio nel fianco, che
mi piegò in due. Ora era il mio turno di ridere, in realtà espettoravo
rochi gorgoglii, mentre cercavo di riprendere a respirare. Lei mi
chiese scusa e mi baciò le guance e la testa. Non la smetteva piú.
Infine l’aiutai a rialzarsi. – Rimettiamoci in cammino, che tra non
molto tramonterà il sole.
– Sai dove andare?
– Se lo sapessi, non ci andrei.

Rincasammo mezz’ora dopo il tramonto. Eravamo esausti e


affamati. Margherita aveva i crampi allo stomaco e si sentiva
svenire. A minuscoli morsi mangiò una delle fette di pane che avevo
tagliato al mattino. Mentre alimentavo la stufa lei mise a bollire un
pentolone pieno d’acqua per lavarsi.
Fu poi il mio turno. Mi guardai allo specchio del bagno, lo stesso
di alcuni mesi prima, mentre i vapori della pentola appena tolta dal
gas salivano in lente volute. Cercai di richiamare alla memoria le
sensazioni dell’epoca, lo stordimento provato all’intuizione che lei
era interessata a me, e la vergogna del mio corpo, il peso di
doverglielo imporre. Ero cambiato? Che cosa avevo perso oltre ai
chili? Intanto che il vetro andava appannandosi mi concentrai sui
contorni di quel viso sconosciuto, un palloncino che aveva perso
rapidamente pressione. Distinsi una luce diversa nello sguardo, un
istante prima che lo specchio si annebbiasse del tutto. Mossi una
mano per pulirlo, e riguardarmi, ma rinunciai.
Margherita aveva scovato una bottiglia di vino rosso, non un
cavatappi però. Cercammo qualcosa con cui stapparla. Aprimmo
ogni cassetto e pensile. Buttammo all’aria l’intera casa, mettendo in
fuga scarafaggi e minuscoli scorpioni, poi perlustrammo con la torcia
la legnaia, dove il nonno nascondeva gli oggetti preziosi, in realtà
fossili, cocci e monete. Alla fine scovammo un cavaturaccioli
arrugginito, di quelli privi di leva che si usavano una volta. Lo
affondai nel tappo, mi piazzai la bottiglia in mezzo alle cosce, e
cominciai a tirare, digrignando i denti, mentre Margherita mi incitava
a un centimetro dalla faccia. A un certo punto mi strappò la bottiglia
di mano e ci provò lei, ma senza risultati. Fu di nuovo il mio turno,
ero disperato, deluso per la mia scarsa forza fisica, e convinto che
se non ce l’avessi fatta tutto sarebbe andato a rotoli.
Tutt’a un tratto, quando stavo ormai per rassegnarmi, sentii un
cedimento: una vibrazione si trasmise dalla mano al braccio e su fino
al cervello, e pochi secondi dopo il tappo venne fuori con uno
schiocco di trionfo. Avevamo il nostro vino. Margherita esultò e mi
baciò. Adoravo quei suoi scoppi di euforia. Era il mio champagne.
In casa non c’era altro cibo se non quello che avevo portato io al
mattino. Tagliai il pane rimasto in fette regolari che misi a grigliare
sopra la stufa. Lavorai con cura, come se con la dedizione potessi
moltiplicarlo. Lei versò il vino. Facemmo tintinnare i bicchieri di vetro
opaco. Dopo svariati brindisi, mentre discuteva su una qualche
questione che faticavo a indovinare, e nemmeno mi importava,
incantato com’ero dal suo tono, urtò con il gomito il suo bicchiere,
che si rovesciò sul tavolo. Obnubilato da tutte quelle emozioni restai
a guardare il vino correre sulla tovaglia cerata, i sensi anestetizzati
come nei sogni, per poi vederlo gocciolare sui miei calzoni.
Solo allora balzai in piedi. Intanto Margherita si era avvicinata con
un panno: ci scontrammo e mi cadde addosso. Una delle gambe
della sedia cedette, perdemmo l’equilibrio e ruzzolammo a terra.
Scoppiammo a ridere e poco dopo soffocavamo le risate con i baci.
Forse non ero pronto, ma se non mi fossi lasciato andare e avessi
aspettato ancora, non lo sarei mai stato, pronto. Sentii il petto
risucchiarmi il cuore. Avevo paura di morire – e forse non mi ero mai
sentito cosí vivo.
Ci spostammo centimetro dopo centimetro verso la camera da
letto: io la tenevo avvinghiata, continuavo a baciarla, temendo di
perderla, di perdere il coraggio, di perdere tutto. Inciampavamo,
granchi ciechi e maldestri.
– Il cuore ti esplode, – mi disse avvicinando l’orecchio al petto.
Annuii. Non l’avevo mai sentito battere cosí. Era l’emozione, era la
paura, era il tradimento del corpo. Non mi importava. Sentivo che, se
non fossi arrivato fino in fondo, la mia vita non sarebbe mai
ricominciata davvero. È inutile vivere per qualcosa per cui non sei
disposto a morire. Era all’assoluto che puntavo. Come un pesce
senza lisca mi aggrappavo a lei. Era il mio amo.
Arrivammo in qualche modo alla stanza. Ci stendemmo sul letto.
Le vecchie molle stridettero e il materasso affondò. Le tempie mi
pulsavano. Premette il bacino contro il mio. Quel gesto mi diede
fiducia, ma non riuscivo a sfilarle la maglia. Se ne accorse e con
l’agilità di una silfide sgusciò fuori dai suoi abiti. Nuda, guizzò sul
letto. Mi tirò a sé. Mi sbarazzai delle scarpe. Scalciavo come un
mulo per liberarmi delle calze, ma gli elastici erano penetrati a fondo
nella pelle e facevano resistenza. I vestiti erano una barriera tra di
noi, ma anche una protezione, uno schermo per la mia
inadeguatezza, per il corpo di cui mi vergognavo.
Lei mi baciava a occhi aperti. Nel suo sguardo c’era un invito a
lasciarmi andare. Mi guardava attraverso, non c’erano coperture
possibili, era inutile schermare qualcosa che per lei era trasparente.
Raccolsi il coraggio e mi tolsi il maglione. Lei mi aiutò con la T-shirt.
Rimasto a petto nudo cercai subito protezione nel suo corpo: mi
nascosi contro di lei, le costole in rilievo che premevano nei miei
fianchi carnosi.
Era una strana lotta, cercavamo l’altro fuggendo noi stessi, e in
quella compenetrazione trovavamo ristoro. L’idea di perdere il
contatto mi terrorizzava, mi sarei sentito nudo in modo colpevole, un
goffo e tragico Adamo sotto i riflettori. Avevamo lasciato il
lampadario acceso di là e la penombra del corridoio insidiava il buio
della stanza. La luce era un animale in agguato alle nostre spalle.
Avvertii la fragilità del suo scheletro, tutto articolazioni e vertebre,
ma anche la forza primigenia del fascio di nervi che cuciva la
muscolatura. Cercai i suoi occhi, le scivolai dentro e cosí ritrovai il
mio corpo.

Piú tardi, quella notte, guardavo il baluginio che penetrava dalle


stecche rotte delle persiane. Avevamo lasciato una luce accesa sul
terrazzo. Il silenzio del bosco era intessuto di rumori noti e
sconosciuti, versi, schiocchi, fruscii, scalpiccii. I miei sensi erano
amplificati. Ero tornato al mondo.
Margherita dormiva accoccolata al mio fianco. C’era nel suo modo
di dormire qualcosa di assoluto: dai lineamenti emergeva un candore
primitivo. Non avevo mai visto nessuno dormire con tanta intensità,
era una trasfigurazione: non era lei eppure era lei al piú alto grado.
Forse Eva dormiva cosí prima della cacciata dal paradiso.
Ricordai la notte di cinque mesi prima, in quello stesso letto, i
tremori e i pensieri che mi avevano tenuto sveglio. Era come se,
dopo avermi fatto perdere il senso dell’orientamento, il destino mi
avesse riportato nello stesso punto, davanti allo stesso bivio. Non mi
chiedevo se fosse valsa la pena aspettare, se si trattasse di una
seconda occasione, se all’epoca non fossi pronto, o quale fato
avesse governato quella serie di coincidenze – anche se tutte quelle
domande allignavano ai margini della mia coscienza.
Nelle settimane appena trascorse i problemi personali di ciascuno
dei due erano diventati in modo naturale e inconsapevole soluzioni
per quelli dell’altro. Non conoscevamo la malattia, ma eravamo la
cura. Lei tirava fuori il meglio da me: con la sua semplice presenza
mi costringeva a mettermi in discussione, a superare i limiti che io
stesso mi ero imposto dopo le delusioni dell’annus horribilis, a
guardare ogni cosa con occhi nuovi. Alla stessa maniera avevo visto
la sua tensione allentarsi a ogni nostro nuovo incontro. Ogni volta
era come se ci portassimo l’un l’altra un regalo.
La fame di vita – che fosse incontinenza o astinenza – si era
trasformata in fame l’uno dell’altra. E mentre nei mesi precedenti al
nostro incontro eravamo andati lentamente a fondo, trascinati giú,
nel buio di noi stessi, da un peso invisibile di cui non riuscivamo a
sbarazzarci, adesso eravamo sospinti verso la superficie e quella
sera, in un drammatico attraversamento, tornammo violentemente a
galla, a respirare l’aria.
Qualsiasi cosa fosse successa in seguito, ciascuno dei due
avrebbe portato i segni dell’altro nel proprio corpo. In un certo senso,
lei mi avrebbe tenuto vivo per tutta la vita.
Margherita si mosse, mi disse qualcosa nel sonno, e io la vidi per
la prima volta, come Dio l’aveva pensata, e tremai. Poi l’immagine si
dissolse, e rimanemmo io e lei.
12.

L’autunno, la piú terapeutica delle stagioni, ci ricoprí d’oro e


tepore. Le burrasche inghiottirono a grandi morsi la battigia e
investirono il lungomare con le loro lingue di spuma. Poi tornò il sole
e arse il cumulo di tronchi e sterpaglie che il mare ritirandosi aveva
abbandonato sulla riva. I boschi mutarono pelle mentre gli ultimi
stormi di rondini picchiettavano il cielo.
In opposizione al moto dei pianeti le nostre giornate si
allungarono perché trovavamo sempre tempo per noi. Entrambi
lavoravamo la sera, ma spesso riuscivamo a vederci a fine turno,
anche solo per una breve passeggiata. E non c’era momento che
non sapevamo ritagliarci per incontrarci. Un caffè, un pranzo veloce,
una commissione condivisa, una pagina di libro da leggere l’uno
all’altra.
Margherita non affrontò piú il problema dell’università. Ricominciò
a prendere il treno per Genova e frequentare le lezioni, piú spesso
adesso, tre o quattro volte alla settimana. Al ritorno andava
direttamente al ristorante con lo zaino giallo in spalla. Spesso
passavo in stazione per darle uno strappo in auto. Voleva sempre la
mia opinione su questa o quella materia.
La nostra serata libera restò il mercoledí: i ragazzi del pub non
fecero storie, perché era una questione di donne, e me lo
assegnarono come giorno di riposo. Andavamo al cinema, a cena
fuori, a esplorare borghi e visitare mostre minori, coltivando la nostra
comune passione per l’insolito, il dimenticato, l’ignoto vicino.
Le nostre rotte preferite restavano il ponente, con la sua aura
délabré e la promessa del confine, e l’entroterra onirico e
dimenticato, dove le colline nascondevano paesi di pietra antica, ma
talvolta sceglievamo Genova, una delle poche grandi città europee
dove è facile perdersi, tra vicoli a gobbe, edifici intarsiati dalla
salsedine, torri medievali e il capriccio della topografia – dato che,
ovunque tu vada, l’andata è in salita e il ritorno non è comunque in
discesa.
Nei ristoranti il suo sorriso si incrinava solo al momento di
ordinare. Allora cominciava il solito calcolo frenetico delle calorie, le
domande sulla composizione dei cibi e sulle loro proprietà. Io non
l’assillavo affinché mangiasse, non glielo domandavo neppure, cosí
come lei non mi invitava mai a limitarmi. Anzi, insisteva affinché
ordinassi dell’altro e non mi accontentassi di un semplice secondo.
Mi spronava a non demonizzare la pasta, ad aggiungere anche un
antipasto e a non privarmi del dolce. Nemmeno una volta sembrò
rendersi conto della contraddizione tra le sue scelte e quello che
desiderava per me. Viveva di slanci e di sventatezze. Tutta
l’intransigenza che possedeva, la riservava per sé stessa.
Non mi ero messo a dieta, avevo solo fame di altro. Senza quasi
rendermene conto, avevo riscoperto la sazietà: ne ero cosí
disavvezzo che le prime volte credevo di aver mangiato qualcosa di
guasto. Le avvisaglie sopraggiungevano improvvise e
incomprensibili: allora guardavo il piatto, ancora pieno per un terzo,
e non mi capacitavo di quel mutamento. Che cos’era accaduto al
mio appetito? Il paradosso era che il cibo mi piaceva perfino di piú:
mi godevo sapori su cui prima soprassedevo, preso dalla foga della
quantità. Scoprii l’erotismo culinario delle verdure. Una passione
insospettata per il vino mi condusse a iscrivermi a un corso per
sommelier. Non mi allontanai dal cibo, ci feci pace.
Nel frattempo studiavo, correvo, sfornavo ogni sera hamburger e
patate fritte e, quando andavo a trovarli, mi godevo la gioia negli
occhi dei miei genitori per avermi ritrovato.
Certe notti Margherita dormiva a casa mia: dal materasso
adagiato per terra il soffitto era distante quanto il cielo. Guardavamo
vecchi film in bianco e nero. Guidati dal destino o da un’ignara
passione che emergeva pellicola dopo pellicola, sceglievamo spesso
film francesi o comunque in odore di Francia. Renoir, Godot, Truffaut
e Bresson diventarono i compagni delle nostre notti.
Poi accadde un fatto strano, che impresse una nuova svolta alle
nostre esistenze. Un martedí verso le cinque l’avevo accompagnata
al ristorante per il consueto turno serale. Subito dopo averci salutato,
sulla porta della cucina, la madre la informò che era arrivata posta
per lei. Sulla busta era riportato il destinatario, ma non il mittente.
All’interno c’era soltanto una lettera ritagliata da un giornale: una P
maiuscola, che non superava le dimensioni di un francobollo.
Dopo una rapida occhiata, Margherita la rimise nella busta e
l’appoggiò sulla pila delle bollette senza commentare. Io non dissi
nulla. Nei tre giorni successivi le arrivarono identiche missive, con
altre lettere all’interno: una A, una R e una I. Margherita mi telefonò
furibonda. – Mi stanno facendo uno scherzo. Qualche idiota che non
ha niente da fare tranne forse rimirarsi l’ombelico. Aiutami a trovarlo.
Voglio dargli una lezione.
– Gli idioti sono abili a confondersi nel gruppo.
– Non c’è da scherzare.
– Non sarà per caso un tuo ex? Quel militare di cui mi hai
accennato, per esempio.
– Ora ti stai confondendo nel gruppo degli idioti.
– Sarà uno scherzo.
Dato che avevo finito per sposare la sua iniziale opinione, lei la
cambiò. – Nessuno è abbastanza idiota da perseverare in uno
scherzo simile senza godersi la faccia della vittima.
Il pomeriggio in cui ricevette la quinta lettera ero presente. La
madre gliela indicò con un cenno e tornò al pesce che stava
pulendo, ma continuando a tenere d’occhio la situazione. Margherita
stracciò la busta e all’interno trovò una S. Fece per accartocciarla,
poi ci ripensò. Prese le altre buste, le vuotò sul bancone della cucina
e avvicinò le lettere le une alle altre. Le sistemò in fila, secondo
l’ordine di ricezione. P, A, R, I, S.
– Paris, – compitò.
– Ci andiamo lunedí, prepara la valigia, – le annunciai.
Per cinque giorni consecutivi le avevo fatto recapitare una missiva
al ristorante. Il postino veniva spesso a mangiarsi un hamburger al
pub, e ci eravamo messi d’accordo perché neppure una consegna
andasse a vuoto. Sulle lettere c’erano il regolare timbro postale e il
suo nome, presso l’indirizzo del ristorante, ma non il mittente.
L’occasione era stata la settimana di ferie che tanto il ristorante
quanto il pub avevano fissato a fine mese, quando i turisti non si
facevano vedere e gli indigeni si barricavano in casa per godersi il
tepore della coperta sulle ginocchia, mentre fuori il vento agitava le
palme e lanciava grani di salsedine contro i vetri.
Margherita restò con le mani sulle cinque lettere disposte in
successione, indecisa se infuriarsi e prendermi a calci oppure
gettarmi le braccia a collo e baciarmi. Mi fece sospirare, gli occhi
stretti e orientali che mi studiavano pur senza mettermi a fuoco, e
alla fine mi sorprese. Mi diede un colpo forte sulla spalla con la
mano aperta e poi mi leccò l’orecchio, il volto trasfigurato da una
luce apollinea e da un’espressione dionisiaca.
Era tutto quello che non ero io, o che non ero piú o che non sarei
mai stato. Era slancio, era improvvisazione, era tensione
permanente, era esagerazione, era animalità, era spiritualità, era
bianco o nero, era luce nell’ombra e ombra nella luce.
Riavvicinò la bocca al mio orecchio. – Parigi era tutto quello che
desideravo.

Novembre passeggiando a Parigi. Parigi, quell’antica città di


superfici – tetti, facciate e lastricati su cui occhi e piedi scivolano
senza sosta. Parigi di cui sapevamo poco o nulla, e di cui
sognavamo tutto.
E ora eccoci lí, due sorrisi infagottati in giacconi blu per ripararci
dal vento gelido del nord, rabdomanti convinti di poter trovare
l’acqua sotto ogni pietra. Nella Île de la Cité scoprimmo la nostra
Disneyland. Fuori e dentro i palazzi medievali, su e giú per i vicoli,
senza mai perdere di vista Notre-Dame, che si stagliava come un
vascello sopra la Senna, vagavamo con passo forsennato, credendo
ingenuamente di poter trovare angoli poco noti o vecchi gioielli
architettonici ignorati dai turisti – e in quella ingenuità condivisa
alimentavamo la voglia di stare insieme e di crederci diversi dagli
altri e per questo uguali tra noi.
Tra tutti e due mettevamo insieme appena una dozzina di parole
francesi, eppure Margherita voleva a ogni costo chiacchierare con i
parigini, anche se i suoi tentativi si riducevano spesso a una danza
buffa e inintelligibile di gesti. Era sempre lei a chiedere indicazioni, e
tornava con smozzicati nomi di vie per cui la prendevo in giro. –
Popotamus, – disse a un certo punto, intendendo una fantomatica
strada che ci avrebbe portato a destinazione. – Popotamus, –
ripetevo di tanto in tanto e a sproposito, e scoppiavamo a ridere.
Avevamo aggiunto un’altra parola al nostro lessico di coppia.
Ci accontentavamo di poco perché in qualche modo
sospettavamo di avere tutto.
Visitammo musei, chiese e quartieri, ma per quanto lontano
andassimo, arrivava sempre l’orario del pranzo o della cena, e
l’entusiasmo per la scoperta dei posti piú nascosti e incantevoli
scivolava nell’ansia del menu e di quei piatti invitanti e dai nomi
illustri, ma di certo irrorati di burro, brodi animali, salsine gourmet.
Margherita li assaggiava appena, annotando furiosamente sul suo
taccuino il numero delle calorie ingurgitate a malincuore.
Il giorno in cui avevamo programmato la gita al Louvre decise di
saltare la colazione e il pranzo, per recuperare dalla cena della
serata prima, in cui si era convinta a ordinare una zuppa di cipolle,
per poi scoprire quale trappola calorica nascondesse quel piatto dal
nome depistante. Quando uscimmo dal museo, verso le cinque,
dopo tutte quelle ore a vagare senza meta per i secoli e i ricordi dei
manuali scolastici, ci ritrovammo nel buio e nel gelo burrascoso.
Pioveva a raffiche trasversali.
Una folata piú forte delle altre ci investí proprio mentre
passavamo accanto alla fontana che racchiudeva la piramide del
Louvre. Margherita perse l’equilibrio, cercò appoggio sulla bassa
balaustra, ma la mano slittò sulla superficie umida. Finí nell’acqua
con tutto il braccio fino alla spalla. L’aiutai a rialzarsi ma era scossa
dai brividi, il viso terreo. Prendemmo un taxi per farci riportare in
albergo, dove si immerse nella vasca piena d’acqua bollente.
Fanali rossi si accesero sulla pelle d’avorio. I capezzoli erano
boccioli nella corolla di schiuma. Per un po’ rimasi a osservarla,
seduto sul sedile del gabinetto. Poi tornai di là, a guardare il viale
alberato intirizzirsi nella pioggia illuminata dai lampioni. Non
avevamo scambiato una parola sull’incidente. A un certo punto la
sentii gridare dal bagno: – Non è stato per il cibo –. Sapeva che
l’avevo udita, ma non commentai. – Non sono caduta perché non
avevo mangiato. Non sono affatto caduta.
Quella sera ci ubriacammo di vino rosso. Al primo sorso c’era
sembrato anonimo, seppure beverino e lievemente fruttato, ma alla
fine ne ordinammo una seconda caraffa. Aveva smesso di piovere e
le pietre rilucevano. Vagammo per il quartiere latino alla ricerca dei
fantasmi degli scrittori, abbracciati stretti, sbirciandoci di tanto in
tanto per sincerarci che fosse tutto vero, negli occhi luccichii di
intesa.
L’indomani, verso le cinque del pomeriggio, stanchi per aver
camminato tutto il giorno, ci fermammo a riposare sul lungosenna.
Seguendo il suo sguardo, scorsi una crêperia gremita sull’altro lato
della strada.
– È una buona idea, – le dissi alzandomi.
– Non per me, – mi gridò dietro.
Mi sedetti al suo fianco, il piatto con la crêpe fumante in una mano
e la forchetta nell’altra. Solo dopo il secondo boccone mi accorsi che
tremava. – Sei un bastardo, sai che non posso mangiarla! – sbottò.
Temetti che volesse schiaffeggiare il piatto con la mano, ma si limitò
a stringere i pugni in preda alla rabbia.
Io continuai a mangiare. Quando finii rientrai nel locale, ne presi
un’altra, tornai a sedermi accanto a lei e ricominciai a piluccarla
quietamente. – Siamo a Parigi, è la nostra prima volta. Non sto
mangiando una crêpe, ma un ricordo, – dissi, in linea con quel
particolare modo di comunicare che avevamo sviluppato, risposte in
ritardo sulle domande, repliche tardive a sollecitazioni spesso
silenziose.
Lei soffocò un urlo, poi mi strappò il piatto di mano. Lo tenne
sollevato, e pensai che volesse scagliarlo lontano, invece afferrò la
crêpe con la mano e ne staccò un morso, impiastricciandosi la bocca
e il naso di cioccolato e zucchero a velo. Mangiava e piangeva,
senza smettere di guardarmi. Mangiava con la foga della leonessa,
un’areola bianca e nera intorno al muso. La finí tutta, raccogliendo
anche le briciole dal piatto. Non accennò nemmeno una volta alle
calorie o ai grassi. Quando ebbe buttato giú anche l’ultimo boccone,
si asciugò gli occhi, colorandoli di mascara al cioccolato. Sfilò il
taccuino dalla borsa, fece per aprirlo, restò in sospeso un paio di
secondi, lasciando scivolare il pollice sul bordo delle pagine, e infine
lo gettò nel cestino insieme al piatto di plastica.
– Vieni qui, – mi disse, e mi baciò, e io sentii il gusto di cacao e
lacrime, il sale che affiorava deciso sopra il dolceamaro e intuii, in
uno di quei lampi che squarciano la mente per poi diventare un
semplice ricordo, che ogni cura è una malattia, e ogni malattia è una
cura per qualcos’altro.
Eravamo stati malati insieme, eravamo guariti insieme, lo
saremmo stati per sempre.
13.

Ho sempre covato un sacro terrore del tormentato e incerto


dormiveglia mattutino, quando i sogni intrisi di luce si confondono
con l’aurora e la mente, sveglia prima del sistema nervoso, desidera
un movimento che non può arrivare, perché i nervi degli arti ancora
intorpiditi sono cavi scollegati. In uno di questi incubi, piú vividi della
realtà, ero di nuovo un grassone, con il ventre cosí prominente da
non poter allacciare la cintura e i lineamenti smarriti nell’ovale
sfondato del volto.
Mi svegliai e con le mani mi frugai addosso, alla ricerca delle
pieghe di grasso, ma non ce n’erano. Tastai le anche e sentii le ossa
premere contro la pelle, mentre insistevo come se non credessi
all’assenza della carne. Avevo il respiro affannoso e una sensazione
immotivata di pericolo imminente. Posai i piedi a terra per cercare
nel pavimento freddo un contatto con la realtà del momento e mi
infilai le dita tra i capelli, i palmi premuti contro le orecchie. Non ero
affatto certo di non essere piú obeso, nonostante i sensi
dimostrassero il contrario. L’inquietudine mi spinse a uscire, a
cercare nel giorno e nel cielo adamantino di dicembre un antidoto
alla paura.
Passai dal bar Atene, dove non mi facevo vedere dall’estate.
Sergio non c’era e Katia non mi riconobbe finché non le chiesi come
stesse. – Lo scrittore! – disse, perché non aveva mai imparato il mio
nome. – Perdonami, non ti avevo proprio riconosciuto. Ma che cosa
ti è successo? Sei stato male? – E poi fece un gesto, per prevenire
la mia risposta. – Scusa, non mi sono spiegata bene. È che non
riesco a crederci: sei la metà di prima, ma come diavolo hai fatto?
– Nessun diavolo, – risposi sorbendo il caffè. – Una donna.
Lessi il giornale, ma non c’erano notizie per me quel giorno. Entrai
in una farmacia per pesarmi. Non lo facevo da mesi. Pagai per il
servizio, ma poi rinunciai. Non era un numero che desideravo.
Telefonai prima ad Alex e poi a Gianca. – Niente, ero solo felice e
volevo dirtelo.
– Ho il primo incontro sabato.
– Sarò in prima fila a vederti.
– Ti voglio al mio angolo, accanto a me.
– Ci sarò.
In piazza della Madonnetta rivolsi una preghiera volante all’effigie
della Vergine che si affacciava dall’edicola votiva, quindi entrai nel
negozio di vestiti all’angolo, dove il proprietario mi riconobbe alla
prima occhiata e mi accolse con gioia. – Era un pezzo che non ti
facevi vivo. Saranno due anni, – mi disse Valerio, stringendomi la
mano.
– Sono stato fuori città.
Scelsi un paio di jeans e una camicia e andai nello spazioso
camerino in fondo al negozio. – Prendi pure tutto il tempo che ti
serve, – mi disse Valerio. Era proprio ciò che mi ero proposto di fare.
Mi spogliai e restai in mutande davanti allo specchio che occupava
un’intera parete. Una ragnatela di smagliature mi ricopriva il ventre e
le braccia: intorno all’ombelico erano in rilievo, rosse e frastagliate
come cicatrici. Le percorsi con la punta dell’indice. Erano oscene o
avevano una suggestione erotica? Mi sfiguravano o erano i segni
della guarigione? Avevo un passato, ora. Un altro passato.
Ero una sorta di reduce, che non avrebbe mai potuto dimenticare
la propria battaglia. Ero magro, anche se la pelle cadeva in piccole
pieghe sotto i tricipiti e sull’orlo degli slip, ma nutrivo il timore che in
un certo senso sarei rimasto per sempre grasso.
Non credevo di aver vinto, bensí di aver perso, e che in quella
sconfitta risiedesse il segreto. Non avevo vinto il grasso, era il
grasso ad aver vinto me, ad aver ucciso quello che ero, o parte di
quello che ero.
Per il negoziante quel mio lungo anno buio non era mai esistito.
Per la barista dell’Atene non c’era che quell’anno, se pensava a me.
Che cosa mi aveva lasciato il grasso, oltre a quel reticolo di segni e
pieghe? Qualcuno mi aveva perdonato. Sentivo nel profondo che
non sarei mai piú potuto essere severo, né con gli altri né con me
stesso. Non avrei mai piú potuto alzare il dito contro nessuno. Ora
sapevo.
Mi ritornò in mente il mio prozio, quello che aveva percorso
mezzo mondo a partire da un minuscolo paese dell’Appennino ligure
solo per buttarsi giú da un enorme ponte rosso proteso sul litorale
americano. Ripensai all’estremo limite che aveva raggiunto con tanta
perseveranza, solo per accorgersi che non poteva continuare, se
non tornando indietro. O forse aveva ragione Margherita: lui, il modo,
l’aveva trovato.
Che cosa avrei fatto ora che ero diventato magro? A volte
barattiamo tutti i nostri presunti guai con un unico grosso guaio. Nel
mio scambio avevo ottenuto il grasso: l’avevo coccolato, cullato,
combattuto, vilipeso, allevato e infine abbandonato. Ma senza
quell’anno, non sarei stato io.

Una mattina sul presto suonò il cellulare. Vedere il nome di


Margherita mi provocò il brivido di una lettera inattesa. Le sue erano
sempre state chiamate notturne, al massimo serali.
– Mi sono venute le mestruazioni.
– È una buona notizia?
– Il sangue è sempre una buona notizia.

Dicembre chiuse i conti con quell’anno infinito, horribilis et


mirabilis, che inglobava i lunghi mesi precedenti e molti altri ancora,
passati e futuri, in un compendio di quel ciclo di morte e rinascita in
cui siamo perennemente coinvolti, pur senza rendercene conto,
troppo impegnati a contare i giorni invece di far sí che siano i giorni a
contare per noi.
Ero tornato al mondo e il mondo non mi dispiaceva: il merito era
di Margherita e il mio mondo era di Margherita. A volte, osservando il
suo profilo che si era ammorbidito, mi toccavo il mento alla ricerca
del grasso che non c’era piú.
Ci godevamo la nostra piccola felicità, perché la felicità è sempre
piccola, e preziosa, simile a un monile, leggera da trasportare, facile
da nascondere a occhi distratti, in diretto contatto con il corpo,
fredda o calda a seconda dei momenti. A volte dimentichi perfino di
indossarla, quando la tieni su da un po’ di tempo, ma ti basta
sfiorarla con la punta delle dita per ricordartene e sentirti rincuorato.
Succede, però, che talvolta ti scivoli dalle mani e allora il dolore è
grande, perché di rado ti capita di ritrovarla, specie se ti affanni a
cercarla.
Noi ci tenevamo d’occhio, godendoci il nostro segreto, mentre le
luminarie accendevano i vicoli color pastello della Riviera, festoni di
lampadine arlecchino correvano tra le palme, i turisti delle seconde
case arrivavano con le auto cariche di bagagli, i tavoli dei locali si
riempivano e il mare affondava nella notte, per poi riemergere il
mattino dopo nei toni del ghiaccio e dell’acciaio.
Senza dichiarare o commentare la svolta, Margherita aveva
ripreso a mangiare – se non altro non trasformava piú ogni pasto in
una battaglia contro sé stessa e il mondo. Prediligeva sempre le
verdure e i cibi sani, non consumava mai un secondo piatto, ma il
calcolo delle calorie si era fatto lasco, il vino era consentito, come da
vecchio protocollo dei medici paesani della mutua, e all’apertura
della carta delle portate i suoi occhi non si annebbiavano piú.
Non parlammo mai del fatto che io ero dimagrito e che lei aveva
ripreso almeno tre chili. Spalmati sui suoi centocinquantotto
centimetri facevano circa venti grammi a centimetro, appena
un’ombra di carne, ma sufficiente per rimodellarla. Il suo fascino da
putto barbarico si accentuò: sfoggiava una bellezza feroce, che
inaspettatamente si scioglieva in un’espressione remota e sorpresa,
come quella di Eros quando avvertí sulla pelle la cera della candela
di Psiche.
Durante le feste lavorammo senza tregua, compresi i giorni di
Natale e Santo Stefano, e soltanto a capodanno ricevemmo il nostro
regalo: una serata libera tutta per noi. Avemmo entrambi la stessa
idea e non ci fu nemmeno bisogno di perdere tempo a considerarla:
saltammo in macchina e raggiungemmo la casa del nonno
nell’entroterra. La prima neve dell’anno ammantava le colline.
Dovemmo lasciare l’auto al principio del vialetto sterrato, perché il
terreno era cosparso di ghiaccio. Entrammo attraverso la tenda di
ragnatele che si era formata dalla nostra ultima visita. Accendemmo
la stufa per riscaldare l’ambiente e scendemmo in paese. Dal
giapponese prendemmo due caffè e un’acqua frizzante. Questa
volta fui tentato di chiedergli quale strada l’avesse portato lí, ma ora
conoscevo la risposta. Non ne abbiamo altre, di strade.
A pranzo Margherita volle cucinare del salmone in una vecchia
padella, senza usare l’olio. Lo bruciò, ma lo mangiammo lo stesso.
Sapeva di pane carbonizzato e di intimità e di qualcosa che ci
saremmo ricordati. Per la sera preparammo toast farciti e mettemmo
in fresco un paio di bottiglie di champagne. La stufa bruciava a pieno
regime, ma la casa stentava a riscaldarsi. Guardammo un film
francese sotto le coperte e facemmo l’amore.
Dopo aver dormito un po’ andai in bagno. C’era una vecchia
bilancia in un angolo. La contemplai a lungo, infine decisi di salirci.
L’ago rosso si fermò a settanta chili. Sulla soglia c’era Margherita,
che mi fissava. Mi venne incontro e all’ultimo saltò. L’afferrai al volo,
riuscendo a non perdere l’equilibrio. L’ago schizzò come la pallina
della roulette prima di assestarsi sui centodiciannove chili, il peso a
cui ero arrivato soltanto dieci mesi prima. Entrambi facemmo la
sottrazione mentalmente.
Di uno, due. E di due, uno.

– Posso farti tre domande? – mi chiese a un certo punto della


sera.
– Questa è già la prima?
Mi diede un calcio alla gamba, ma leggero, e io risi con lei.
– Sarebbe stato meglio se mi avessi chiesto di esprimere tre
desideri.
– Lo sto facendo, tonto. Perché non capisci mai?
– Vai con la prima.
– Come ti senti?
– Cosí bene da non dovermelo domandare.
Valutò la risposta in silenzio. – Quando scriverai un vero
romanzo?
– Che cosa intendi con l’espressione «vero romanzo»?
– Un romanzo che piaccia a me.
– Ah, magari un giorno, tra tanti anni, quando avrò la barba grigia
e la testa vuota. Quando sarò a distanza di sicurezza. Quando potrò
guardarmi indietro, anche se solo per un momento.
– Che cosa sono io per te?
– Una buona notizia, – risposi d’istinto. Poi, cercando io per primo
il significato di quello che avevo detto spontaneamente, aggiunsi: –
Che è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Una buona notizia ogni
giorno.
E in quel momento compresi che le sue domande erano davvero
altrettanti desideri. La sentii agitarsi, piangere e stringermi con piú
forza. – Non sto piangendo… – mi disse. – È che…
– Lo so, – dissi aumentando la pressione a mia volta, come se
volessimo marchiarci a fuoco l’uno con il corpo dell’altra. – Lo so.
La mezzanotte ci sorprese cosí, mentre i toast e lo champagne
aspettavano in frigo.

La nostra era stata una strana favola. Avevamo vissuto felici e


contenti nel mentre. E poi? Forse di tutta quella storia sarebbero
rimaste solo due cose: che non ci eravamo mai detti di amarci e che
non avevamo fatto altro tutto il tempo.
Il libro

R
M ,
imprigionati entrambi in un corpo inospitale: lui soffre di
bulimia, lei è anoressica. Almeno fino a quando non si
imbattono l’uno nell’altra. E scoprono che insieme ci si può
salvare.

Davide Mosca scrive una storia d’amore vera e umanissima,


piena d’ombra e di luce, com’è la vita.

Remo ha ventiquattro anni e l’ultimo trascorso è stato terribile.


L’ha passato chiuso in casa, a mangiare senza sosta,
ingrassando fino a superare i cento chili. Stanca della sua
indolenza da fallito, la fidanzata l’ha pure lasciato.
Una sera, in un bar che frequenta con dei vecchi amici, Remo
conosce Margherita. Lei fa l’ultimo anno di liceo e di sera lavora
nel ristorante di famiglia fino a tardi. È appassionata, curiosa, un
po’ irascibile. Ed è bella, anche se pesa meno di quarantacinque
chili. Quella sera cominciano a parlare e da allora non smettono
piú. Passeggiano sulla spiaggia d’inverno, inseguono la luce
abbagliante della riviera ligure, si aprono l’un l’altra. Pian piano si
innamorano, senza mai dirselo, forse senza neppure rendersene
conto. La notte di Capodanno salgono sulla bilancia per la prima
volta. Lui pesa settanta, lei cinquanta. Che sia l’inizio o la fine
della storia, non importa a nessuno dei due.

Margherita aprí gli occhi e parve emergere da un sonno


letargico, sebbene avesse dormito appena una ventina di minuti.
Scivolò indietro sul sedile. – Come si fa a salvare qualcuno che
non vuole essere salvato? – mi domandò a bruciapelo.
– Nessuno vuole essere salvato, – mormorai e, tra tutti,
pensavo a me stesso, a quanto invece lo desiderassi.
L’autore

DAVIDE MOSCA (Savona, 1979) vive e lavora a Milano, dove


dirige la libreria Verso.
© 2019 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
© 2019 Davide Mosca.
Edizione pubblicata in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary
Agency (PNLA).
Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed
eventi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da
interpretare come reali. Ogni analogia con eventi, luoghi o persone
reali, vive o morte, è puramente casuale.
Progetto grafico di Riccardo Falcinelli.
In copertina: illustrazione di Bianca Bagnarelli.

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Ebook ISBN 9788858430767