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Il percorso di questo studio sull’alta dirigenza regionale veneta è giunto a conclusione.

Si è visto in primo
luogo come la matrice sociale originaria di questo gruppo sociale non sia molto diversa da quella dei
pubblici dipendenti in generale e che, con ogni probabilità, la persistenza del reclutamento all’interno dei
ceti medi tradizionali costituisca ancora – almeno fino ad oggi – una costante storica.

Tuttavia, l’élite burocratica regionale mostra notevoli mutamenti rispetto a quanto si conosce degli altri
gradi dell’amministrazione: diminuiscono il peso del Meridione e della tradizione giuridica, aumentano gli
ingressi laterali e le specializzazioni tecnico-scientifiche. In ciò, molto si deve alle forme specifiche del
reclutamento regionale che sembra aver funzionato da elemento di rottura rispetto al passato, al di là di
tutte le sacrosante critiche che nei primi anni dell’esperienza regionale vennero rivolte alla prassi del
comando e dell’assunzione ad personam. In ogni caso, si è osservato come i fattori socio-anagrafici siano in
grado di spiegare poco o nulla della carriera dei dirigenti regionali, mentre una notevole evoluzione si è
registrata negli orientamenti generali dell’alta burocrazia nei confronti degli istituti e delle procedure che
organizzano la vita politica nel nostro paese. Non solo sembrano confermate le ipotesi relative al
progressivo affermarsi di loyalty meno precarie verso le istituzioni rispetto alle precedenti generazioni di
alti funzionari – sotto questo profilo non ci sono molti motivi per credere a differenze sostanziali tra centro
e periferia – ma si può con buona sicurezza affermare che la nuova dirigenza nata con le regioni non sia
stata pregiudizialmente contraria alla riforma e che, in molti casi essa abbia sposato fiduciosamente le idee
e le speranze del regionalismo.

Successivamente ci si è concentrati sui motivi di un palese disagio che serpeggia tra gli alti funzionari,
attinente sia a prosaiche questioni di reddito sia a profonde delusioni rispetto al ruolo ricoperto
nell’organigramma regionale e allo status ad esso associato. Ne è emersa una serie di fratture che, in modi
diversi, attraversano il gruppo degli intervistati, in ragione delle attività che svolgono, della provenienza
lavorativa, del concetto di professionalità, del ruolo attribuito alla politica.

Dati i numeri a disposizione, non si è cercato di dividere il campione attorno a tipi o a profili di funzionari,
indicando invece le tendenze che di volta in volta emergevano e le variabili che meglio differenziavano i
valori dell’universo. È affiorato, alla fine, un complicato intreccio di ambiguità/difficoltà, le cui radici
affondano nella storia della costruzione dell’istituto regionale, lanciando un’ombra lunga anche sul futuro.
In sintesi, gli interrogativi principali si concentrano attorno ai tipi di professionalità richieste al dirigente
(manager pubblico o tecnico esperto?), al suo ruolo all’interno dell’amministrazione regionale
(fiduciario/delegato della Giunta o rappresentante dell’apparato amministrativo?), ai compiti esterni che
spettano ai dirigenti (svolgimento di “funzioni amministrative” oppure attuazione di “indirizzo politico” e “di
discrezionalità sostanziali”?).

Come si può vedere, si tratta d’interrogativi centrali per l’evoluzione futura della stessa forma di governo
regionale. Vanno a questo proposito suggeriti due ordini di considerazioni, nel tentativo di distinguere
problemi generali connessi a tutte le esperienze regionali e questioni specifiche relative al sistema politico
veneto.

A nostro avviso i modi concreti attraverso cui si è affermato il processo d’istituzionalizzazione delle regioni
hanno condotto ad una politicizzazione intrinseca delle attività burocratiche svolte nei palazzi regionali. Un
approccio strettamente organizzativistico fatica a cogliere alcuni aspetti essenziali di questo processo,
tuttavia si può dare un’idea abbastanza chiara delle questioni su cui attrarre l’attenzione se si fa riferimento
al rapporto che esiste tra l’accentramento a livello regionale delle competenze già dello Stato e il
contemporaneo affermarsi di un circuito decisionale a scala regionale. I due fenomeni dipendono in larga
misura l’uno dall’altro.

Sul versante della forma di governo regionale, una volta imboccata la strada della gestione delle funzioni in
sede regionale (strada seguita un po’ ovunque) i compiti attribuiti all’amministrazione si sono dilatati al di là
di ogni intenzione originaria; più in specifico va sottolineata la discrezionalità che moltissima legislazione di
settore affida all’amministrazione, oltre ai compiti di coordinamento per conto o in vece degli assessori
attribuiti in una miriade di commissioni, gruppi di lavoro, sedi consiliari etc., dove si esprimono pareri
vincolanti o si esaminano direttamente atti di rilevanza inesorabilmente politica. Per questa via, molto
spesso, alcune posizioni ricoperte dagli alti dirigenti regionali si vanno configurando come una sorta di
“sottosegretariati”, con ampi margini di autonomia e con risorse di legittimazione proprie. Molto più,
dunque, che il tradizionale – e per certi versi desueto – ruolo di fiduciario dell’assessore, tipico di una fase
embrionale di politicizzazione amministrativa.

Un fattore che ha contribuito in maniera rilevantissima all’emergere di questa tendenza è costituito dal
riorganizzarsi dell’intera struttura delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi su cala regionale,
vuoi per adeguarsi al concreto evolvere della forma di governo delle regioni (visto un attimo fa), vuoi per
ragioni di rafforzamento organizzativo interno, in seguito alle tendenze alla centralizzazione, sempre più
esplicite a partire dalla seconda metà degli anni ’70.

Questi percorsi sono stati molto accidentati e controversi di quanto una descrizione sintetica come la
nostra riesce a cogliere. Non c’è dubbio, però, che ponendoci ad un adeguato livello di astrazione si possa
osservare il lento affermarsi di un “sistema politico regionale” e l’attivarsi di processi decisionali che
coinvolgono tutti gli attori presenti sulla scena della “politica degli interessi”. Il bisogno reciproco di
legittimazione – interna ai rispettivi circuiti organizzativi, ed esterna nei confronti degli altri soggetti
presenti sulla scena regionale – ha visto in prima fila sia le leaderships delle organizzazioni di
rappresentanza deli interessi, sia i politici regionali e gli alti burocrati. Quest’ultimi, in particolare, vengono
chiamati in causa dagli altri attori del processo decisionale perché meglio rispondono all’esigenza di avere
all’interno dell’amministrazione regionale interlocutori con sufficienti conoscenze settoriali e capacità di
“visione politica” dei problemi. Sembra quasi un paradosso, ma mentre la classe politica regionale tende a
mantenere come riferimento delle proprie azioni le roccaforti provinciali (o sub-provinciali) di provenienza
(elettorale) e la tradizionale struttura dei poteri locali, le nuove élites burocratiche paiono accreditare un
ruolo sempre più rilevante ai livelli organizzativi regionali. Sotto questo profilo, la resistenza dei partiti a
regionalizzarsi – osservata da molti commentatori – non è indicativa dell’assenza di un “sistema politico
regionale” ma solo, appunto, della maggior vischiosità delle strutture di partito nell’imboccare questa
strada.

La presenza in Veneto di un partito dominante e di un governo regionale stabile lungo tutto il quindicennio
che va dal 1970 a oggi sembra aver agito da moltiplicatore delle tendenze appena viste. In una situazione di
maggioranza assoluta permanente, alla DC è toccato svolgere un ruolo che assomiglia molto a quello del
party government nei sistemi bipartitici classici (tutto sommato, infatti, si può ritenere più importante – a
fini classificatori – l’esistenza di un unico partito al governo, anche se in presenza di un’opposizione
frammentaria, rispetto ai sistemi di partito con governi di coalizione), almeno sotto il profilo della maggior
responsabilità del partito di governo. In situazioni di questo tipo, il funzionamento dell’istituto regionale, e
in più generale l’andamento del sistema socio-economico regionale, ricade nel bene come nel male sulle
spalle della DC, al di là del fatto che i processi sociali e politici reali siano stati o meno guidati da tale partito.

Bello specifico, è difficile dire quanta consapevolezza vi sia stata all’interno della classe politica al potere
sulla portata delle tendenze che si andavano manifestando nei processi d’istituzionalizzazione della regione
e nei circuiti decisionali ad essa connessi. Sta di fatto che questi ultimi sembrano essere andati molto più
avanti della media delle altre regioni, con una divaricazione più netta ed evidente tra ruoli della classe
politica e dell’alta dirigenza: la prima tutta orientata alla gestione dei localismi, la seconda più sbilanciata
nella legittimazione politica dei nuovi circuiti organizzativi regionali. Lo spazio politico-amministrativo
regionale appare di conseguenza un terreno conteso, entro cui si muovono soggetti con aspirazioni diverse,
a volte divaricanti. Probabilmente il motivo principale per cui le tensioni sono rimaste ancora allo latente
risiede nell’omogeneità partitica dell’alta burocrazia, da considerarsi come una garanzia che impedisce ai
conflitti intraorganizzativi di trasformarsi in fattori di crisi della compagine di governo.
Arduo infine sostenere che il quadro descritto possa essere considerato stabile ed ottimale. Tuttavia
l’intrecciarsi di molti altri interessi convergenti nel sostenere un rapido processo d’istituzionalizzazione
dell’ente regionale ha impedito, a nostro avviso, il precipitare in processi degenerativi di un sistema
organizzativo dove si sommano il massimo di politicizzazione e di partitizzazione; dove, dunque, massimi
sono i rischi di questo tipo. Del resto, se nei casi più spinti si può parlare, a proposito del caso veneto, di alti
dirigenti che interpretano il loro ruolo in chiave di “imprenditori politico-burocratici”, tutto questo può
ritenersi possibile unicamente perché la coesione di un partito dominante di governo riesce ad
ammortizzare anche le spinte in apparenza più centrifughe.