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Ringraziamenti

Alla preparazione di questo volume hanno contribuito


molte persone: molte di più di quante io non possa spera­
re di ringraziare adeguatamente. Le lezioni di Karen Horney
sono state registrate da Marie Jinishian e donate cortese­
mente alla Association for the Advancement of Psychoana­
lysis da uno dei membri, il vecchio amico Norman Kelman.
È stato il dottor Kelman a portare a termine questo corso
che Karen Horney aveva iniziato . Alla stimata psicoanali­
sta Marianne Horney Eckardt si deve la gentile sollecita­
zione alla pubblicazione del testo e l' assistenza fornita per
l' individuazione di alcuni riferimenti poco chiari. È stata
inoltre la tenace insistenza di Frederick Burnet, la sua fer­
ma fiducia nella validità del progetto, a persuadere i diri­
genti dell'Associazione a effettuarne la trascrizione e a pub­
blicarlo . A loro esprimo la mia gratitudine per l' appoggio
ricevuto e il credito accordato all'impresa. Sono Jeffrey
Rubin, Henry Paul, Daniel E . Cohen, Leland van den
Daele, Leonidas Samouilidas, Joann Gerardi, Kenneth
Winarick, James P. O' Hagan, Jeanne Smith, Leonel Ur­
cuyo e Susan Rudnick. Sono particolarmente grato ad Ann­
Marie Paley, che allora presiedeva l'Associazione, per la sua
iniziativa e per il sostegno dato a questo progetto. Il grande
aiuto e le osservazioni di Arnold A . Mitchell sono stati
preziosi. Altrettanto prezioso il contributo di Edward R.
Clemmens per l'esame delle particolari locuzioni di Karen
Horney con le relative proposte per l'ulteriore miglioramento
del testo. Ai colleghi Paley, Mitchell e Clemmens devo an­
che molto per il loro accurato lavoro di controllo dell'ade-
8 Ringraziamenti

renza del manoscritto ai nastri originali delle lezioni. Hilary


Hinzmann, redattore per la W . W . Norton and Company,
ha profuso nella stampa di questo volume tutta la necessa­
ria pazienza, cortesia e professionalità.
Altri collaboratori che desidero ringraziare per il loro aiu­
to, spesso determinante, sono Herbert M. Rosenthal, lsidore
Portnoy, Gerald T. Niles , Morris Isenberg, Harriet Ros­
sen, Philip Bromberg, Joyce Lerner, Barbara Frank, Alisa
Chazani, Ronald S . Rauchberg e Morton B . Cantor.
Dedico questa pubblicazione a mia moglie N ancy.

DOUGLAS H. INGRAM
New York, 1986
Introduzione

Durante il mio internato medico, un amico mi spinse


a leggere I nostri conflitti interni di Karen Horney. Ebbi
un'immediata reazione di divertimento e sorpresa per il co­
gnome dell' autrice.* Inoltre, non avevo un particolare in­
teresse per la teoria psichiatrica e psicoanalitica: per me,
la psicoanalisi era arcana e bizzarra. Quando però mi deci­
si a prendere in mano il libro, rimasi sbalordito .
I lettori che per la prima volta leggono gli scritti di Ka­
ren Horney sono quasi sempre portati all' autoriconoscimento.
Scoprono nelle sue pagine le proprie segrete lotte interiori,
le proprie paure, i propri dubbi, il proprio affaccendarsi
senza scopo, i propri conflitti. La sua avvincente teoria della
personalità, la sua capacità di parlare direttamente e il suo
coraggio di dissentire dalle concezioni psicoanalitiche pre­
valenti danno vitalità alla psicoterapia contemporanea. La
sua teoria della psicologia femminile ha fornito un neces­
sario correttivo alla metapsicologia fallocentrica che predo­
minava negli anni '50.
Essendo principalmente interessata alla descrizione della
personalità nevrotica, Karen Horney scrisse relativamente
poco sulla tecnica della terapia psicoanalitica. Tuttavia, nel­
l'istituto da lei fondato per il training psicoanalitico dei
medici, tenne corsi di lezioni sulla tecnica analitica. Era
convinta che ciò che l' analista fa deve provenire da ciò
che l' analista comprende. L'influenza che gli scritti di Karen
Horney hanno avuto su generazioni di psicoanalisti e sm

* Nella pronuncia americana questo cognome è omofono a horny, che

significa 'corneo' e 'cornuto' [N.d.T.].


10 Introduzione

loro pazienti, e l' influsso da lei esercitato sugli sviluppi della


psicoterapia, giustificano ampiamente la pubblicazione della
trascrizione revisionata dalla sua ultima serie di lezioni sulla
tecnica analitica.
Il maggior successo di Karen Horney è stato l'aver aiu­
tato la psicoanalisi a liberarsi dalla concezione strettamen­
te istintivistica e meccanicistica che prevaleva nella prima
metà del secolo . La teoria da lei proposta come alternativa
ha principalmente carattere interpersonale e culturale: gli
individui si sviluppano in rapporto ad altri individui vi­
vendo in un ambiente culturale . Ella sostiene che ci tra­
smettiamo l'un l'altro un' ampia panoplia di valori e atteg­
giamenti spesso in conflitto - su come appaiono le cose,
su ciò che è comico o tragico, sano o malato, bello o brut­
to, semplicemente sbagliato in antitesi a ciò che è inespri­
mibile . In stato di salute, tutto ciò è interiorizzato in cia­
scuno di noi e ci consente di condividere, in maggiore o
minor misura, una comune comprensione del nostro mon­
do e anche di realizzare le nostre distinte potenzialità in­
teriori . Nella nevrosi e nelle altre forme di psicopatologia,
questo processo è sovvertito .
La Horney fu tra i molti pensatori psicoanalitici che as­
sistettero alla trasformazione della psicoanalisi da istintivi­
sta a interpersonale/culturale. Fra costoro vi furono anche
Harry Stack Sullivan, Erich Fromm e Clara Thompson. La
loro influenza sul pensiero freudiano convenzionale inco­
raggiò la nascita della psicologia dell'lo, l' evoluzione delle
teorie sui rapporti oggettuali e lo sviluppo della psichiatria
transculturale. Qualche decennio dopo, gli aspetti essenzia­
li degli argomenti messi a fuoco dalla Horney - compren­
sione, orgoglio nevrotico, Sé idealizzato - sarebbero stati
riecheggiati dal movimento della psicologia del Sé.
Nelle lezioni di questo volume il lettore seguirà un cor­
so di tecnica psicoanalitica, il cui titolo ufficiale, riportato
nel Catalogue o/ the American Institute /or Psychoanalysis,
Introduzione 11

è " Psychoanalytic Therapy" . Il Catalogo presenta succinta­


mente il corso cosl: "Queste lezioni non intendono inse­
gnare la tecnica psicoanalitica, ma si propongono piuttosto
di esporre e discutere dei punti di vista che possano aiu­
tare coloro che lo desiderano a elaborare un loro modo
personale di condurre un' analisi" . Di fatto, la Horney era
partita con un programma di lezioni prestabilito, in cui ave­
va scelto evidentemente di dare la precedenza agli argo­
menti che considerava essenziali. Colpita da un tumore, non
riusd a completare il corso . 1
Pur trattandosi di un corso diretto a psichiatri che ave­
vano già effettuato un training di almeno due anni sulla
pratica e sulla teoria della psicoanalisi, ella parla con una
chiarezza che rende accessibili le sue idee anche a coloro
che non hanno al loro attivo una preparazione di livello
avanzato. Al di là del contenuto del suo pensiero, le lezio­
ni presentano un carattere di immediatezza personale. Pro­
prio per la forza di questo impatto personale, il volume
si conclude con un ricordo di Karen Horney redatto da
Edward R . Clemmens che fu suo allievo negli anni '50.
Abbiamo cercato soprattutto di fornire alla generica ca­
tegoria dei lettori colti un profondo e tuttavia accessibile
insight sul modo di concepire la tecnica analitica da parte
di un'insigne psicoanalista. Ma per soddisfare anche le esi­
genze degli psicoterapeuti di professione senza interrompe­
re il flusso dell' esposizione, abbiamo riunito in un' apposita
appendice le note alle varie lezioni .
Il corso ebbe inizio il 15 settembre 1952 e si svolse
ogni lunedl sera, alle ore 20,30. Le lezioni duravano da
un'ora a un'ora e mezza. L'aula era piena non solo di can­
didati in training, ma anche di esperti psicoanalisti già abi­
litati. Possiamo unirei a loro in queste pagine e ascoltare
un maestro della psicoanalisi che illustra i criteri su cm
basa il proprio lavoro .
D.H.I.
l

La qualità
dell'attenzione
dell'analista

Questo corso è stato limitato agli psicoanalisti in trai­


ning avanzato presso il nostro Istituto. Ciò vuoi dire che
siamo un simpatico gruppetto che darà vita a una discus­
sione più ampia e migliore. Ma mi fa anche sperare che
questo ciclo di lezioni possa essere qualcosa di più di una
mia esposizione a voi di un dato argomento. Possiamo an­
che considerarlo una specie di programma di ricerca ten­
dente all'obiettivo di migliorare i principi della tecnica psi­
coanalitica. 1 In ogni modo non ho il minimo dubbio che
ci siano molti motivi di insoddisfazione circa l'efficacia della
nostra terapia. Noi tutti dobbiamo sforzarci, perciò, di ren­
derla - non vorrei necessariamente dire più rapida, ben­
ché sia anche questo ciò che vogliamo - ma più rapida
nel senso particolare di una maggiore efficacia, della capa­
cità di arrivare più presto al cuore del disturbo e di aiuta­
re di più.
Penso, d'altra parte, che l'utilità di queste lezioni sarà
tanto maggiore quanto minori saranno le vostre ingannevo­
li aspettative. Ho già cercato di ridurre queste aspettative
in una nota sul catalogo dell' Istituto, in cui ho precisato
che il corso non intende insegnare la tecnica. Non si trat­
ta di falsa modestia da parte mia, perché sono convinta
che la tecnica psicoanalitica non si puo msegnare, e meno
che mai in una serie di lezioni . Mettete a confronto, per
14 La qualità dell'attenzione dell'analista

esempio, un ciclo di lezioni con la supervlSlone analitica


in cui l' analista in training sottopone a un supervisore, a
intervalli regolari e frequenti, il proprio lavoro su un pa­
ziente.
Nella supervisione analitica si possono affrontare proble­
mi concreti, che insorgono in terapia con un dato pazien­
te. Supponiamo, per esempio, di avere un paziente che ar­
rivi sempre in ritardo alla seduta e si giustifichi con delle
scuse plausibili di cui è soddisfatto. Si tratta di un caso
concreto, in supervisione potremo esplorare con l' analista
che ci guida i particolari problemi che possono esservi con­
nessi. Qui invece, naturalmente, non abbiamo a che fare
con simili questioni concrete .
Ciò che dobbiamo fare è riprendere in esame l'intero
problema delle forze ritardatrici e dei blocchi, di cui gli
indugi e la riluttanza a riconoscerne il significato non so­
no che l' espressione. Dovremo quindi discutere vari argo­
menti, fra cui la questione generale dei blocchi, il loro si­
gnificato, il modo di trattarli. È questa la differenza fra
quanto possono offrirvi queste lezioni e quanto vi può ve­
nire dall' altro lavoro da voi svolto in questo Istituto.
Certo, nella nostra discussione di questi principi vi farò
qualche esempio, e spero che anche voi contribuiate con
i vostri. Ciò porta sempre a chiarire meglio le cose. Non­
dimeno, insisteremo in generale sui principi. Lo sottolineo
perché non ho ancora visto una valutazione di un corso
da parte degli allievi nella quale non vi sia stata una di­
sperata richiesta di più esempi clinici. Questo è giusto e
lo capisco. Sono assolutamente convinta che, quando si il­
lustra qualcosa, occorre essere chiari e concreti. Ma penso
anche a ciò che può esservi dietro questa pressante richie­
sta di esempi clinici: spesso la speranza che un esempio
concreto possa aiutare l' allievo che è alle prese con qual­
che concreta difficoltà. Ma se mi auguro che riusciate a
imparare qualcosa per inferenza da quanto raccoglierete in
La qualità dell'attenzione dell'analista 15

questo corso, il suo scopo non è quello di sollevarvi dalle


difficoltà concrete che incontrate con i vostri pazienti.
È sulle difficoltà personali che va detto qualcosa. Uno
dei maggiori ost acoli nel nostro lavoro analitico è costitui­
to dalle nostre residue difficoltà nevrotiche. Nella supervi­
sione del vostro lavoro analitico riuscite a esaminare a fondo
le vostre difficoltà personali, passandole in rassegna con l'a­
nalista supervisore e vedendo come influenzano il corso del­
l' analisi. In questo corso le riesamineremo ancora, ma per
linee generali. Vi dedicheremo due ore e vedremo che im­
portanza abbia l' equilibrio personale dell' analista. Ma starà
a voi inferire dalle nostre osservazioni generali le vostre
proprie, specifiche conclusioni.
Vorrei fare, infine, qualche osservazione generale, valida
sia per la supervisione sia per questo corso . La tecnica la
si può insegnare solo entro certi limiti, perché alla fin fi­
ne essa dipende dalla libertà interiore, dall'ingegnosità, dalla
sensibilità immediata. Sono tutte componenti importanti che
riguardano la considerazione dell'efficacia della tecnica ana­
litica. Queste componenti si possono stimolare, aiutare un
po ' . Ma non si possono insegnare.
Comincerò con un argomento piuttosto vago, e che, quan­
to a me, non riuscirei assolutamente a definire meglio, ma
che è basilare per fare un buon lavoro: la qualità dell'at­
tenzione dell'analista.
Sono molte le cose che attengono a un buon lavoro ana­
litico, o almeno ne costituiscono dei prerequisiti. Per esem­
pio, l'intera questione del comprendere, dell ' interpretare al
momento giusto e nel giusto spirito, dell'avere sensibilità
per i sogni e cosl via. Ma è assolutamente fondamentale
per questi prerequisiti un certo tipo di attenzione al pa­
ziente. Penso che ci siano tre categorie in base alle quali
possiamo definire la qualità di quest'attenzione. In qualche
misura esse abbracciano o, per dirla diversamente, rappre­
sentano tre diversi aspetti della stessa cosa: sono la totali-
16 La qualità dell'attenzione dell'analista

tà, la comprensività e la produttività . Su c1ascuno di ess1


farò qualche osservazione .2
Che l' attenzione debba essere totale potrà sembrare ba­
nale, trito e ovvio. Eppure l' attenzione totale, nel senso
in cui la intendo io, penso sia piuttosto difficile da conse­
guire . Mi riferisco al potere di concentrarsi sul proprio la­
voro, di farsene assorbire, un essere immersi nella situa­
zione con tutte le proprie facoltà - e tutte concentrate
nel lavoro .
Si tratta di un' attitudine per la quale gli orientali hanno
una sensibilità assai più profonda della nostra. E alla qua­
le, anche, vengono istruiti assai meglio di noi. Di regola,
noi non riceviamo un'istruzione alla concentrazione in sé.
Gli orientali invece devono concentrarsi spessissimo nei lo­
ro esercizi e nelle loro posizioni, nella respirazione, nella
meditazione e nello yoga. Ma è evidente che la facoltà della
concentrazione è enormemente importante e che può esse­
re acquisita con l' allenamento. Per illustrarvelo vi voglio
leggere un piccolo esempio tratto da un libro sul Buddhi­
smo Zen. Lo farò nella prossima lezione. Totalità della con­
centrazione significa l'entrata in gioco d' ogni nostra facol­
tà: il ragionamento cosciente, l 'intuizione, la sensibilità, la
percezione, la curiosità, l' inclinazione, la solidarietà, la vo­
glia di aiutare e cosl via.
È piuttosto facile vedere che cosa non è quest' impegno
totale, questo concentrarsi sul paziente: non è un essere
distratti. Questo è già qualcosa, qualcosa che certamente
si può acquisire con l' allenamento. Si può essere distratti
da qualche preoccupazione personale : la malattia del coniu­
ge o del figlio ci può distrarre. Direi che, se la distrazio­
ne è cosl forte da impedirci di lavorare, è meglio cancella­
re una seduta analitica. Ma può esserci anche un allena­
mento all' autodisciplina, tale da rendere possibile la con­
centrazione sul lavoro .
In senso più profondo, non essere distratti significa an-
La qualità dell'attenzione dell'analista 17

che non essere distratti dai nostri propri fattori nevrotici.


C'è una sola eccezione, io credo : se i disturbi nevrotici
si manifestano sotto forma di irritabilità, rabbia, affatica­
mento o simili, l' ideale sarebbe registrarli a futura memo­
ria, semplicemente per rilevarli . Se sono preoccupanti, si
può fare il tentativo di una rapida analisi. Naturalmente,
in un minuto non ci si può riflettere più di tanto . Nondi­
meno, se i disturbi sono abbastanza acuti, vale la pena di
effettuarla. In fin dei conti, voi siete lo strumento stesso
del vostro lavoro; quindi avete l'obbligo di mantenervi in
forma e di farlo in qualsiasi modo lo dobbiate fare. Tota­
lità dell'attenzione significa essere al completo servizio del
paziente, sino a essere, in certo senso, addirittura dimenti­
chi di sé.
Può sembrare qualcosa di contraddittorio: essere presen­
ti con tutte le proprie facoltà e dimenticare il proprio Sé.
Tuttavia, se pensiamo a molte situazioni in cui si opera
con estrema efficacia, vediamo che non c'è contraddizione .
La prossima volta vi leggerò un brano in cui Eckermann,
l' amico di Goethe, descrive le quasi impossibili prodezze
di un capocameriere che servl un intero banchetto, pro­
dezze che egli riusd a compiere dedicandovisi completa­
mente, con ogni sua facoltà concentrata su quest'unico com­
pito. Eppure essendo, al tempo stesso, dimentico di sé sotto
ogni forma personale .
Un altro aspetto dell'attenzione totale è la ricettività il­
limitata, il lasciar penetrare ogni cosa. Lavorate sulle im­
pressioni che penetrano in voi, con ogni mezzo a vostra
disposizione. A volte esse possono essere il risultato di ac­
curata e acuta riflessione, ma possono anche essere origi­
nate da qualcosa che avvenga automaticamente . Questo ti­
po di concentrazione di cui sto parlando coinvolge anche
i nostri sentimenti; non è semplicemente un'osservazione
fredda, distaccata. Ricettività illimitata vuoi dire 'esserci
dentro' con tutta la propria sensibilità.
18 La qualità dell'attenzione dell'analista

I sentimenti a cui alludo sono quelli che si riferiscono


ai pazienti, idealmente . Anche qui sembra esserci contrad­
dizione con quanto dicevo prima sull'essere dimentichi di
sé: dimentichi di sé ma presenti con tutti i propri senti­
menti. Eppure sappiamo che un quadro, un brano musica­
le, una rappresentazione teatrale, la natura e via dicendo
ci possono assorbire emotivamente, e al tempo stesso farci
quasi dimenticare noi stessi. La ricettività illimitata com­
porta quindi la nostra partecipazione totale, con ogni no­
stro sentimento pro o contro il paziente: simpatia o anti­
patia, comprensione, delusione, una speranza, una paura,
una preoccupazione, un voler aiutare. Il miglior consiglio
che possa darvi è di far affiorare, emergere ogni cosa, e
a tempo debito osservarla.
La seconda qualità di quest' attenzione è la comprensivi­
tà dell'osservazione, di ogni possibile osservazione . È un
aspetto già reso estremamente chiaro da Freud in quella
che egli ha definito l' associazione libera dell'analista, da lui
equiparata all'osservare tutto, al non omettere nulla - im­
parziale e non selezionata.
In certo qual modo, questa forma di osservazione non
ha senso se non vi aggiungiamo un fattore, ossia: NON SE­
LEZIONATE TROPPO PRESTO . Non ricordo se Freud lo ab­
bia detto esplicitamente, ma non si può attribuire altro si­
gnificato al suo punto di vista. Voi dovete selezionare. Non
siete né macchine fotografiche né registratori. Del resto,
l' esserlo non vi sarebbe certo d'aiuto. Per esempio, quan­
do volete capire che tendenza abbia e che cosa stia dicen­
do il paziente, e vi chiedete: "Che cosa lo sta disturban­
do?", e: " Che nesso c'è fra questo e quest' altro, della se­
duta precedente e di questa seduta?" - voi state selezio­
nando. State andando in cerca dell'essenziale.
Il significato del lasciarsi pervadere da tutto non può
quindi essere che questo: NON SELEZIONATE TROPPO PRE­
STO. Perché? Perché spesso la traccia può darvela solo
La qualità dell'attenzione dell'analista 19

qualche nurumo elemento, poco appariscente. Consideriamo,


per esempio, una seduta in cui una mia paziente parlava
della propria indecisione . Tutto a un tratto dichiarò: " Ho
disdetto la mia prenotazione su una nave per l'Italia". Pen­
sai dapprima che in qualche modo stesse divagando, come
fa spesso, ma poi presi in considerazione anche questo suo
annuncio improvviso. Mi resi conto che era questo il suo
modo di informarmi della sua abitudine di rimandare ogni
cosa. Questo ci portò all'idea globale del suo vivere in ma­
niera provvisoria, senza impegnarsi in nulla, alla giornata.
Stava perdendo la nave della vita.
È un esempio che vi sarà facile trarre anche dalla vo­
stra personale esperienza clinica. Esempi del genere posso­
no sembrare in realtà cose di poco conto, tuttavia ci indi­
cano la strada, o ci danno la sensazione che ci sia qualco­
sa che mette a disagio il paziente mentre lo ascoltiamo at­
tentamente. Non sappiamo se stia trattenendosi dal dire
qualcosa, se sia davvero a disagio, se sia turbato da qual­
cosa che gli si manifesta chiaramente, o comunque sia, ma
ne abbiamo la sensazione. Orbene, questa sensazione può
essere importantissima. Se la trascuriamo , anche noi pos­
siamo perdere la nave di quella seduta e non vedere ciò
che sta succedendo . Dunque giova ripeterlo : recepite tut­
to , senza selezionare o interpretare troppo presto, compre­
se anche le vostre sensazioni. Altrimenti potreste !asciarvi
sfuggire qualcosa.
I più frequenti elementi di disturbo quando consideria­
mo la comprensività dell'attenzione sono, tanto per comin­
ciare, i fattori personali. Si può semplicemente non presta­
re attenzione a qualcosa di cui, per qualche motivo perso­
nale, non ci si rende conto. Immaginiamo di avere un pa­
ziente ansioso. Possiamo non accorgercene per qualche no­
stro problema o per quelli che possiamo chiamare i nostri
propri punti ciechi.
Un altro fattore che interferisce nella comprensività del-
20 La qualità dell'attenzione dell'analista

l ' attenzione dell' analista ha a che fare con l' interpretazio­


ne prematura. Per esempio, possiamo ascoltare con idee pre­
concette - e non crediate, per favore, che lo facciano so­
lo i freudiani, anche se loro lo fanno sicuramente. Ricordo
che, quando analizzavo seguendo il modello freudiano, non
ritenevo necessario ascoltare con la stessa attenzione con
cui ascolto ora. A quel tempo stabilivamo certe connessio­
ni rapide, facili e sbrigative, come l' associazione fra l'omo­
sessualità passiva e il fatto d'essere figli di una donna an­
ziana, fra rivalità fraterna e competizione, e cosl via. Ma
è facile criticare gli altri. Chiediamoci piuttosto se non ab­
biamo la stessa tendenza anche noi, se non ci domandia­
mo con troppa precipitazione: "Che tipo di orgoglio o di
disprezzo di sé è questo?". Voglio dire che anche noi ab­
biamo le nostre brave categorie. Mi auguro che siano mi­
gliori; se però le inseriamo troppo presto nel corso dell' at­
tenzione che prestiamo al paziente, non ascoltiamo quello
che dice. Non lo recepiamo .3
Ora, vorrei dire la stessa cosa considerata da un punto
di vista soggettivo. Mi riferisco al bisogno dell' analista di
sapere e capire tutto al più presto. È un problema che
può presentarsi con ogni teoria. Se abbiamo bisogno di sa­
pere e capire subito tutto, ci può accadere di non vedere
tutto. Non sto semplicemente parlando del bisogno di da­
re delle interpretazioni al paziente. Se dobbiamo avere qual­
cosa in mente, o per la nostra propria insicurezza o per
il nostro orgoglio intellettuale, possiamo aver bisogno di
affibbiare al più presto una qualche etichetta, di capire su­
bito, ma ne soffrirà immancabilmente la comprensività del
nostro ascolto. Tuttavia è possibile, nonostante questi osta­
coli, assorbire egualmente tutto. Lo si può imparare. Que­
sta peculiarità deli' attenzione è qualcosa che impariamo dalla
nostra esperienza clinica e dai seminari ai quali partecipia­
mo nel corso degli anni .
Ma, attenzione a che cosa? Dato che, in fondo, non sia-
La qualità dell'attenzione dell'analista 21

mo né macchine fotografiche né registratori, sarà sempre


in atto una qualche selezione . E in realtà essa è d' aiuto,
proprio come lo è, quando guardiamo al microscopio, ave­
re qualche idea di ciò che è importante e di ciò che cer­
chiamo. Ripeto che posso parlare solo per categorie molto
generali, categorie alle quali qui accenno soltanto perché
comunque ne riesamineremo la maggior parte.
La prima può essere definita la categoria delle 'osserva­
zioni generali'. Come avete imparato in vari corsi, queste
sono di notevole importanza - e so che tali le considera,
fra gli altri, anche Harold Kelman, che a queste osserva­
zioni generali accorda molta attenzione nelle sue lezioni sulla
valutazione del paziente.4 Qui, ancora, per sapere quanto
se ne possa apprendere basta pensare al maestro di danza
o all'istruttore di ginnastica, che dall' atteggiamento o dal
portamento dell' allievo ottengono assai più di quanto non
riesca a ricavare la persona non specificamente preparata;
o a quanto ottengono il grafologo dall'esame della scrittu­
ra o l' insegnante di dizione da quello della voce. Lo dico
perché queste cose dimostrano che la capacità di fare os­
servazioni generali può essere acquisita con l' allenamento.
Con ciò non voglio dire che dobbiamo sottoporci a un al­
lenamento della voce o delle specifiche osservazioni del por­
tamento, a meno che queste discipline non ci interessino
in modo particolare. Ma è la capacità di osservazione in
generale che può essere migliorata con l' allenamento. A noi
interessano però in particolare i cambiamenti dell'espres­
sione del viso, degli stati d' animo, e non occorre che mi
addentri nell'infinita varietà delle espressioni verbali che si
possono avere né dei cambiamenti che in esse possono aver
luogo. Tuttavia, tralasciando tutto ciò che possiamo appren­
dere da quella speciale base di osservazioni che è l'associa­
zione libera, abbiamo molto da apprendere dall'osservazio­
ne delle caratteristiche generali di una persona e semplice­
mente dalla disponibilità a !asciarci permeare dalle nostre
22 La qualità dell'attenzione dell'analista

impressioni. Vogliamo, per esempio, che la nostra atten­


zione scruti certe qualità generali, come la sincerità, la
schiettezza, la vaghezza, la prolissità, il coraggio, la tem­
pra morale e l' integrità morale. Il paziente si sta contrad­
dicendo senza rendersene conto? È molto indulgente verso
se stesso? Che atteggiamento ha verso il dolore, lo sforzo,
l' ansia? Queste qualità generali - e sono sicura che po­
treste allungarne l' elenco - sono tutte molto importanti.
Ma ciò cui badiamo nei nostri pazienti è anche ciò cui
dobbiamo badare, e in maggior misura, in noi stessi.
Ossia, dovete anche prestare attenzione a voi stessi, per­
ché voi siete lo strumento che presta attenzione a ciò che
sta avvenendo. Quando provate interesse o disinteresse,
stanchezza, irritazione, speranza o scoraggiamento - si trat­
ta sempre di sensazioni vostre, personali : sensazioni che vi
possono mostrare agevolmente la strada, come vedremo in
seguito molto dettagliatamente. Parleremo allora dell'equili­
brio personale dell' analista. 5
Occorre poi considerare, nel suo complesso, anche il con­
tegno che tiene l' analizzando verso di noi . Che atteggia­
mento ha di fronte alle nostre osservazioni? Ci sono cam­
biamenti nel suo modo di comportarsi? Tutto ciò esige la
nostra attenzione.
La comprensività dell'attenzione include anche la consi­
derazione di ogni sforzo fatto dal paziente, in qualsiasi mo­
mento si manifesti. Costante attenzione va anche rivolta
ai disturbi del paziente e ai mutamenti che vi avvengono,
tra cui i miglioramenti e i peggioramenti. In quali circo­
stanze recedono? Quand'è che balzano improvvisamente in
primo piano nella mente del paziente? L ' atteggiamento del
paziente verso i propri problemi è un punto molto impor­
tante di cui parleremo nella quarta lezione, quando esami­
nerò le difese da lui poste in atto. Come sapete, l' atteg­
giamento generale del paziente verso i propri problemi o
verso la terapia può essere, pressoché ininterrottamente, al
La qualità dell'atten1.ione dell'analista 23

serv1z10 del desiderio di aiuto, del bisogno di aiuto, della


pretesa di altro aiuto, di un eccessivo senso di orgoglio
per accettarlo comunque, della negazione dei problemi o
del loro abbellimento, dell'imprecazione contro se stesso per
qualsiasi problema, del senso di vergogna, di colpa e cosl
via. Il paziente intende perpetuare qualcosa o vuole dav­
vero lottare per superare le proprie difficoltà? Ma qui ab­
biamo tutta una gamma di atteggiamenti di particolare im­
portanza e che sono fra i molti fattori ai quali desideria­
mo prestare attenzione. E per essere più precisa, potrei in­
eludervi anche molti altri fattori, come l' attenzione che ri­
volgiamo ai sogni. Ma ne prenderemo in esame qualcuno
quando parleremo dell' associazione libera.
La quantità dei fattori ai quali dobbiamo prestare atten­
zione è terribilmente grande . La comprensività dell'atten­
zione include praticamente tutto, ed è tale da spaventare.
Ma, come sapete, in realtà non c'è da spaventarsi. Solo
il principiante si spaventa, e a ragione. Fortunatamente,
voi avete superato quello che potremmo considerare lo sta­
dio degli inizi vero e proprio . È come nella guida dell'au­
to: il principiante deve necessariamente fare attenzione a
molte cose, fra cui la velocità, la direzione, le norme del
codice stradale, i pedoni, i semafori, la batteria, il carbu­
rante - deve stare attento a tutte queste cose. Se le enu­
meriamo una per una, la guida sembra qualcosa di estre­
mamente difficile. Con il tempo, però, guidare diventa au­
tomatico perché si conoscono perfettamente questi diversi
compiti. Non vi dico questo semplicemente per incoraggia­
mento: si tratta di un'evoluzione che avviene effettivamente.
Ma c'è anche un altro aspetto: accade che, quanto più uno
capisce, tanto più le osservazioni e le impressioni si ade­
guano, e tanto più facile diventa prestarvi attenzione .
E ora veniamo alla terza categoria: la produttività del­
l' attenzione dell' analista.
Io penso che la nostra attenzione debba essere produtti-
24 La qualità dell'attenzione dell'analista

va. Se definisco l' attenzione dell'analista in primo luogo


totale e in secondo luogo comprensiva, con ogni probabili­
tà essa sarà anche produttiva. Ciò vuoi dire che metterà
a dura prova le nostre risorse. Si tratta anche qui, forse,
di uno degli aspetti di più difficile definizione, ma di im­
portanza fondamentale . Ho pensato a qualcosa di analogo,
di cui servirmi per poterne dare l'idea e, nel preparare que­
sta lezione, mi è tornata in mente una descrizione che avevo
riletto di recente. Era la descrizione delle pianure della Pa­
tagonia fatta dal naturalista William Henry Hudson. 6 Ora,
alla prima lettura molti potranno trovare uggiose queste im­
mense pianure. Non ci sono né montagne, né il fragore
degli oceani, né il gioioso rigoglio della vegetazione . Un
insieme un po' monotono. Eppure, per questo naturalista,
quel paesaggio era straordinariamente significativo . Lo era
perché vi trovava tutto se stesso, e riusd a darne una de­
scrizione magistrale .
Il significato che queste pianure della Patagonia avevano
per lo scrittore era, per cosl dire, trascinante. Esse presen­
tavano con forza alla sua mente il pensiero che non dob­
biamo essere impastoiati, che nel nostro animo c'è un'im­
mensità, una vastità senza fine, mentre subiamo grandi re­
strizioni in troppi aspetti dello sviluppo, dell 'incivilimento,
della vita domestica. Anche se non siamo particolarmente
nevrotici, possiamo trovare che moltissime cose ci limitano
o ci ostacolano . Per Hudson le pianure erano la natura
allo stato puro, nella sua vastità - la natura nella sua im­
mensità: che aveva per lui un significato profondo e nella
quale egli era immerso completamente.
Prendete questo esempio e trasferitelo a ciò che può suc­
cedere in un' analisi . Sono sicurissima che due analisti di­
versi, o perfino lo stesso analista in stati d'animo diversi,
ascoltando in seduta le diverse produzioni del medesimo
paziente, possono riceverne impressioni molto differenti. L'a­
nalista potrebbe forse pensare : "Che monotonia! Non fa
La qualità dell'atten:r.ione dell'analista 25

che ripetersi" . Ecco, se non c'è qualcosa che ci attragga,


praticamente non partecipiamo alla seduta . L'ho notato in
supervisione, quando uno psicoanalista in training mi dice­
va che non stava succedendo davvero molto. Io però tro­
vavo estremamente interessante ciò che il paziente andava
dicendo e quanto stava accadendo nella seduta. È quindi
questione del significato che ha per voi, di quello che ne
sapete cogliere. Se cercate di addestrarvi a essere totalmente
partecipi, la seduta diventa più significativa. E quando lo
diventa, a vostra volta voi capite assai meglio quel che sta
succedendo .
Forse lo avete constatato in voi stessi: diciamo che ave­
te ascoltato il paziente per un certo tempo non essendo
nella vostra forma migliore . Potete sentirvi annoiati: Ma
per qualche ragione a metà seduta vi svegliate - e uso
l'espressione 'svegliarsi' in senso reale, se sapete che cosa
intendo dire - e tutto a un tratto la seduta diventa inte­
ressantissima. È allora che diventate produttivi: c'è qual­
cosa di significativo. Questo è un modo di definire la strana
qualità della produttività dell' attenzione.
C ' è poi un altro aspetto che rende leggermenre più ac­
cessibile all'osservazione la produttività dell'attenzione. Se
siamo in completa sintonia con il paziente, a volte possia­
mo avere l'esperienza della piena utilizzazione delle nostre
risorse. Ci succederà questo o quest'altro. Qualcosa che pro­
viene forse da uno spettacolo teatrale, o dalla Bibbia, o
da un altro paziente, o dal medesimo paziente in un altro
momento, o dalle nostre esperienze personali. Riusciamo a
cogliere il modo in cui attingere alle nostre risorse. È questa
la parte della produttività dell'attenzione più facilmente per­
cepibile e osservabile .
C 'è ancora una terza maniera di descrivere la produtti­
vità dell' attenzione: una descrizione che posso fare solo per
analogia. Ecco quel che intendo dire: se la nostra atten­
zione è totale e partecipe, ogni cosa va a posto. Posso sol-
26 La qualità dell'attenzione dell'analista

tanto spiegarmi con un paragone: qualcosa di simile a c10


che ci può succedere di notte, per cui il mattino dopo le
cose ci sono diventate chiare. Forse si sono definite con­
cretamente in sogno. È indubbio che quando stiamo dor­
mendo, o pensando inconsciamente a qualcosa, la nostra
mente si sblocca. Su questo non so dire nulla di più . Se
siamo pienamente partecipi e lasciamo operare le nostre fa­
coltà, queste si metteranno al lavoro e faranno qualcosa:
saranno produttive.
La produttività dell'attenzione può essere quindi del tutto
automatica. Intendo dire che qualcosa si manifesta, una certa
nuova chiarezza, magari dopo che il paziente è uscito, o
il mattino seguente, o qualche giorno dopo, oppure mentre
la seduta è ancora in corso . A volte qualcosa ci fa sempli­
cemente riflettere. Ma c'è all'origine, tipicamente, una li­
nea di condotta che porta verso qualcosa che va a posto,
che si riordina, un nesso che diventa chiaro, o almeno il
presentarsi di una questione pertinente.
Parlando di produttività e di totalità dell'attenzione, vor­
rei dire qualcosa sull'opportunità di prendere appunti . Di
solito quando esprimo la mia perplessità sugli appunti, qual­
cuno dice: " Sl, ma . . . ". In ogni caso, da quanto ho detto
sinora potete arguire perché io sia contraria ai copiosi ap­
punti. Non capisco come si possa usare la piena ricettività
e produttività dell'attenzione, se al tempo stesso si ha l'ansia
di mettere tutto per iscritto. 7 È una cosa che proprio non
riesco a capire. Credo d'essere stata chiara.
Vorrei finire con un interrogativo, anche se non proprio
cruciale, che, se è il caso di sollevare in questo corso, è
questo il momento di farlo: "La terapia analitica è scienza
o arte?". Personalmente, la risposta non mi interessa. La
si chiami pure come si vuole; quel che importa è che l'a­
nalisi produca comprensione . Nondimeno, chiariamo la que­
stione a nostro beneficio e, forse, anche ai fini di qualche
discussione in cui possiamo essere coinvolti.
La qualità dell'attenzione dell'analista 27

Chi dice che la terapia analitica non è una scienza ha


di solito in mente due nozioni che è bene mettere in chiaro
per cercare di capire che cosa intenda dire. Spesso con il
termine 'scientifico' si vuole dire anzitutto che l'investiga­
tore è un cosiddetto osservatore obiettivo, cioè un osser­
vatore che esclude il più possibile se stesso, piuttosto si­
mile a una macchina fotografica o a un registratore. Al
riguardo voglio fare due rilievi . Senza dubbio ci sono tipi
di ricerca in cui è necessaria un' obiettività del genere. Im­
maginiamo che qualcuno, per un motivo qualsiasi, stia esa­
minando il rapporto delle pulsazioni e del ritmo della re­
spirazione con il variare delle emozioni. Consideriamo, per
esempio, gli esperimenti che sono stati fatti nella Payne
Whitney Clinic, qui a New York, da H arold G . Wolff,8
che ha studiato quanto succo gastrico sia prodotto da una
certa emozione o una certa gamma di emozioni. Nelle os­
servazioni di questo tipo, il cui valore è molto limitato,
si sa chiaramente che cosa si cerca e naturalmente questo
è un vantaggio . Come terapeuti, possiamo solo dire che
non basta essere freddi osservatori. Possiamo ammettere que­
sto atteggiamento soltanto nel senso in cui i maestri Zen
potrebbero parlare di non-attaccamento . E d è tutt' altro che
facile capire che cosa intendano per non-attaccamento . L'u­
nico aspetto facile è questo: NON CI SONO INTERESSI PER­
SONALI DA FAVORIRE. Come dire: giudicare ma non con­
dannare. Certe cose ci possono piacere, ma non per que­
sto dobbiamo volerle possedere o desiderare. Credo che,
se non vogliamo fare un discorso troppo ingarbugliato, la
cosa più semplice è dire che l' analista non ha interessi per­
sonali da favorire né brame nevrotiche. I n questo senso,
potremmo forse convenire sull'idea dell'osservare obiettiva­
mente. Ma si tratta di qualcosa di diverso da ciò che di
solito si intende con l'espressione 'osservatore obiettivo'
quand 'è usata per definire l' approccio scientifico . Come te­
rapeuta, non vedo come sia possibile una fredda obiettività.
28 La qualità dell'attenzione dell'analista

Credo che quanto ho detto oggi mostri ciò che penso


- almeno io - del concetto di obiettività scientifica e
dell'attenzione del terapeuta . Possiamo essere terapeuti mi­
gliori, o forse semplicemente terapeuti, se ci immergiamo
interamente in ciò che facciamo . Personalmente, non vedo
perché sia preferibile per me lavorare con una piccola par­
te di me, se posso farlo con tutta me stessa. E , quanto
alla giustezza di tale lavoro, i controlli sono moltissimi.9
A questo punto la cosa non mi preoccupa.
Il mio secondo rilievo sull'interrogativo se la terapia ana­
litica sia scienza o arte è questo: pensiamo spesso che la
scienza sia qualcosa che si può imparare, mentre l ' arte è
comunque più elusiva: un talento che si ha o non si ha.
Non credo che una distinzione del genere regga. Se ci so­
no differenze nelle doti occorrenti per far terapia con suc­
cesso, doti per altro difficili da definire, ci sono anche mol­
tissimi modi di imparare la tecnica per fare un buon lavo­
ro terapeutico . Fra questi, anzitutto, l' addestrare noi stes­
si, la nostra intera persona, all' attenzione totale e parteci­
pe . Cosl, per fare una distinzione generale, che i terapeuti
siano o non siano dotati, che le tecniche possano o non
possano essere imparate, è qualcosa che non trova riscon­
tro nella realtà . 10
Questa è stata, per cosl dire, un'introduzione . La pros­
sima volta affronteremo l 'argomento dell' associazione libera.
2

Le associazioni libere
e l'uso del divano

Signore e signori, abbiamo parlato la volta scorsa della


qualità dell'attenzione dell'analista. Ne ho esaminati tre pun­
ti: la totalità, la comprensività e la produttività. Oggi vi
voglio leggere il passo di un libro sul Buddhismo Zen nel
quale viene citato un brano di Eckermann tratto dalle sue
conversazioni con Goethe: brano nel quale viene definita
la qualità della totalità. 1 e che mi sembra riassumere tut­
ti o quasi i punti importanti esaminati nella lezione passa­
ta. Eccolo:

A mezzogiorno, alla table d'hote, vidi molti volti,


dei quali pochi con espressione tale che mi potesse sem­
brare degna di nota. Il primo cameriere mi interessò
in sommo grado così che i miei occhi seguivano sol­
tanto lui e i suoi movimenti. Era veramente un uomo
molto interessante. Alla lunga tavola sedevano circa
duecento ospiti e può sembrare incredibile se dico che
questo primo cameriere sbrigava quasi da solo tutto
il servizio di tavola in quanto egli posava innanzi ai
clienti tutti i piatti con le vivande o li ritirava, e gli
altri camerieri glieli porgevano o glieli toglievano dalle
mani. E tuttavia non veniva rovesciato nulla e non
veniva nemmeno sfiorato nessuno dei convitati. Tutto
accadeva a volo, rapidamente, quasi con l' aiuto di spi­
riti. Volavano così scodelle e piatti a migliaia dalle sue
30 Le associazioni libere e l'uso del divano

mani alla tavola e di nuovo dall a tavola alle mani dei


camerieri che lo seguivano. Quell'uomo, tutto preso dal
suo compito, non era che sguardi e mani e muoveva
le labbra a metà chiuse solo per sussurrare risposte
o comandi. E non soltanto si occupava della tavola,
ma delle varie ordinazioni, vino e altro, e prendeva
nota di tutto in modo tale che, all a fine del pranzo,
conosceva quanto ognuno doveva dare e incassava.

Ecco dunque la descrizione di una partecipazione totale


e di un individuo completamente assorto in questa sua par­
ticolare prestazione - operante con ogni sua facoltà, ma
al tempo stesso restando del tutto dimentico di sé. Mi sem­
bra un concetto assai difficile da cogliere: essere al tempo
stesso completamente presente e completamente assente. Ma
non soltanto è difficile capire questo concetto: è anche as­
sai difficile essere cosl o agire cosl. Descrizioni come que­
sta sono tipiche dello Zen perché ne rispecchiano l'essen­
za. Per esse, questo essere in qualcosa con tutte le proprie
facoltà è l' essenza stessa del vivere. Lo si vede nel brano
di Eckermann che ho citato. La situazione era delle più
comuni, ma vediamo come l'immaginazione e l' attenzione
dell'autore siano state catturate dalla dedizione totale del
capocameriere. Ma voi sapete certo che una simile parteci­
pazione è una rara conquista. Tuttavia, è bene tenerla pre­
sente come un optimum o un ideale, per renderei conto
di quanto ne siamo lontani o vicini nel tendervi . A volte
dobbiamo chiederci quali fattori possano frustrare la no­
stra attenzione .
Vorrei aggiungere che il capocameriere non avrebbe po­
tuto fornire una tale prestazione senza preparazione, capa­
cità ed esperienza. È a questo che dobbiamo far ricorso.
Senza allenamento non si può essere cosl efficienti . Con
l' allenamento e l' esperienza, invece, diventa quanto meno
possibile immergersi fino a questo punto in ciò che si sta
Le associazioni libere e l'uso del divano 31

facendo. Nel romanzo Il vecchio e il mare di Hemingway


è descritta in più punti una situazione simile: l 'essere tut­
t'uno con ciò che si sta facendo .
Oggi, dunque, parliamo dell'associazione libera. Quando
preparavo queste lezioni, come al solito non mi sono cura­
ta di andare a leggermi la descrizione di questo corso che
è riportata nel catalogo dell'Istituto. Ho iniziato automati­
camente il corso partendo dall' argomento dell'attenzione del­
l' analista. Ho dato poi un' occhiata al cat alogo e ho visto
che l' argomento dell' associazione libera è elencato per pri­
mo. A me pare, però, che ci siano molti motivi per inver­
tire quest 'ordine e lascio quindi le cose come stanno per­
ché l' argomento della volta scorsa mi è sembrato quello
essenziale. Per noi analisti, prestare attenzione è la prima
cosa da fare. L ' associazione libera è compito del paziente,
è ciò che ci si aspetta da lui. Come fargliene capire poi
il significato è, per cosl dire, una questione secondaria. Te­
nete quindi presente che quest' ordine di successione rispec­
chia il mio pensiero su quelle che devono essere la prima
e la seconda preoccupazione dell' analista, su ciò che è es­
senziale per il suo compito e su ciò che viene dopo .
Che cosa intendiamo per associazione libera? Già di per
sé, il termine ha un significato storico che non voglio an­
dare a riesumare . Come sapete, ha a che fare con l' evolu­
zione impressa da Freud alla propria tecnica. Non gli si
è ancora trovato un nome migliore, benché si tratti di un
termine che è condizionato solo storicamente. Riflettendo­
ci, mi sono chiesta se non ci sia un nome breve e miglio­
re. Non saprei. Potrei dire: 'parlare senza riserve' , 'parlare
senza selezionare ' , 'lasciarsi andare' , ma tutte queste sono
descrizioni, più che termini . Credo sia meglio continuare
a tenere il termine storico, purché si sappia che cosa in­
tendere con esso .
Il significato e lo scopo dell' associazione libera risiedono
senza dubbio nella capacità del paziente di rivelare se stesso
32 Le associazioni libere e l'uso del divano

con la massima franchezza. Ecco perché gli chiediamo di


dirci tutto ciò che gli viene in mente e nel momento in
cui gli viene. È qualcosa di diverso, di molto diverso da
quanto avviene in qualsiasi situazione sociale: un fatto che
Fromm ha sviscerato in uno scritto molto intelligente sulla
rilevanza sociale della terapia analitica.2 Fromm osserva
che questa inaudita franchezza contraddice i codici e gli
usi sociali. È anche contrapposta o contraria a qualsiasi se­
lezione, a qualsiasi calcolo, a qualsiasi modo di parlare sog­
getto a disciplina come quando si tiene una lezione, si parla
alla cameriera o all'uomo che vi sistema il tappeto . In tut­
ti questi casi si parla in modo pertinente. L' associazione
libera è invece un parlare senza né selezione né remare .
Si può anche definire l' associazione libera, o un altro
suo aspetto, dicendo che è un parlare in stato di rilassa­
mento. Ed è qui che entra in gioco il termine 'libero' :
termine che ha dato origine a molte arguzie . 3 Ma esso
continua ad avere significato, e un valido significato, in
quanto sottolinea che ci riferiamo ad associazioni che non
sono fissate ad alcuna prestabilita radice, ad alcuna con­
venzione né ad alcuno scopo immediato. Certo, a volte il
paziente può realmente voler farci capire qualcosa di spe­
cifico . Anche questa è una buona cosa. Ma ciò che effet­
tivamente intendiamo per associazione libera è la gratuità
delle produzioni mentali. Non c'è altro scopo immediato
che quello di lasciare affiorare le cose. L ' associazione libe­
ra è un ideale. Ciò vuol dire che il paziente riesce ad as­
sociare liberamente soltanto nella misura in cui si lascia
andare, cosa che a sua volta dipende da molti fattori.
Questa gratuità dell' espressione non va confusa con la
gratuità del significato, con il semplice divagare . Il vero
scopo, come sapete, è quello di porre in grado l' analista
di farsi un' idea, un' impressione, di acquisire insight sul modo
in cui funziona la mente del paziente.
Cerchiamo anzitutto di ricapitolare e di chiarire i pregi
Le associazioni libere e l'uso del divano 33

dell' associazione libera. Uno di questi, naturalmente, è di


mettere un certo freno al nascondere del paziente, al suo
controllare o selezionare qualcosa. C ' è proprio la concreta
possibilità che più il paziente ci dice ciò che gli passa per
il capo, più noi riusciamo effettivamente a farci un quadro
del lavorio della sua mente, della totalità della sua mente.
Certo, l' associazione libera la si può avere soltanto per ap­
prossimazione : di fatto essa può servire a molteplici scopi,
che il paziente lo sappia o no . Egli nasconderà certe cose
e ne metterà in risalto altre, vorrà impressionare, si vergo­
gnerà di qualcosa e ci scivolerà sopra. C 'è poi in atto, per
la maggior parte del tempo, la lotta dell' orgoglio contro
la verità. Dunque, gli scopi sono molti. Vedremo allora che
cosa potremo ottenere, nel migliore dei casi, con l' associa­
zione libera.
Il secondo pregio dell' associazione libera è quello di fa­
vorire la concentrazione del paziente. Invece di menare il
can per l'aia o di non sapere che cosa dire, il paziente
ha l' obbligo , o si è assunto l' impegno, di associare libera­
mente. Poiché si rende conto che la cosa è auspicabile,
ciò gli dà modo di concentrarsi sul lavoro e di perseverare
in ciò che è venuto a fare . E questa concentrazione, nella
misura in cui la ottiene e in cui il suo spirito va effettiva­
mente in cerca della verità, lo aiuterà a diventare pro­
duttivo.
L' associazione libera aiuta dunque il paziente a esprimersi
con schiettezza e a concentrarsi sulla sua parte di lavoro.
In breve, vista come ideale da perseguire, essa stimola la
produttività, come attesta un' esperienza che troviamo negli
annali di ogni scuola psicoanalitica: se parla di se stesso
liberamente, senza riserve e nel giusto spirito, il paziente
sarà più produttivo. Ma il modo in cui lo sarà è visto
diversamente dalle varie scuole .
Freud sottolineava che ne sarebbero emersi i ricordi. Po­
tremmo essere d'accordo, mettendo però in rilievo che emer-
34 Le associazioni libere e l'uso del divano

geranno anche altre cose. Il paziente potrebbe rendersi conto


improvvisamente di una connessione che gli era sfuggita,
che forse non vedeva benché gliela avessimo accennata ri­
petutamente. Può diventare consapevole di certi suoi sen­
timenti, di certe pulsioni. Questo stimolo a una maggiore
consapevolezza, a una maggiore produttività è un altro pre­
gio dell' associazione libera.
L' associazione libera ci fornisce poi, naturalmente, molti
indizi, di alcuni dei quali parleremo la prossima volta. Co­
me sapete, otteniamo una gran quantità di indizi non solo
da ciò che il paziente dice, ma anche dalla successione di
quanto ci presenta e dalla continuità degli indizi stessi. Cosl
come li otteniamo dal modo in cui si mette ad associare
liberamente . L'associazione libera ha infine il pregio di porre
ogni paziente in condizioni simili, per cui è possibile fare
confronti. Non vi sono due pazienti - anche se fornisco­
no a livello cosciente prestazioni egualmente buone - che
la intraprendano in maniera simile. Ed è proprio di questo
che parleremo per lo più oggi: della nostra attenzione al
modo in cui il paziente associa o parla di sé.
Quando illustriamo o dobbiamo far capire al paziente il
significato e l'importanza dell' associazione libera, e lo vo­
gliamo incoraggiare a metterla in atto nella più ampia mi­
sura possibile, dobbiamo tener presenti alcuni criteri.
Uno è che dobbiamo evitare di parlargli in termini tec­
nici, ma rendergli ben chiaro, invece, il significato dell' as­
sociazione libera. Cosa, io credo, che potremo fare solo
a patto che siano ben chiari a noi stessi il suo significato,
appunto, e il suo valore . Al paziente spiegherò in vari mo­
menti che cosa include di fatto l' associazione libera. Os­
sia, pur potendo o volendo dire al paziente sin da princi­
pio: " Mi dica tutto quello che le passa per la mente" -
intendendo proprio tutto - glielo dovremo ricordare più
e più volte. Quando poi le cose vengono fuori, dobbiamo
anche affrontare le difficoltà che egli incontra ad associare
Le associazioni libere e l'uso del divano 35

liberamente. Come sapete, queste difficoltà sono molte per


ogni paziente. È quindi estremamente importante, specie
quando si abbiano pazienti perfezionisti, evitare di spaven­
tarli. Come sapete dai vostri stessi pazienti in analisi, e
da quelli che avete visto solo in brevi consulti, molti si
spaventano e si scoraggiano perché il loro analista gli ha
detto che non riescono a effettuare delle associazioni libe­
re. Pensano allora che non ci sia nulla da fare, come se
l' associazione libera fosse qualcosa di misterioso. N atural­
mente questo va evitato. Tutto quello che diciamo al pa­
ziente deve avere senso ed essere significativo .
Ci sono vari modi di far capire al paziente l' associazio­
ne libera all'inizio del lavoro analitico . La scelta di quale
modo usare dipende completamente dal paziente. Se ab­
biamo un paziente piuttosto apprensivo o impressionabile,
non gli parleremo molto dell' associazione libera né del si­
gnificato che ha: non accenneremo neppure a questo termi­
ne. Dovremo avere la sensazione di ciò che in quel momen­
to il paziente può o non può effettivamente recepire . Al
paziente che è agli inizi si può presentare l'argomento dicen­
dogli, per esempio, che l'analisi è una collaborazione, cui noi
partecipiamo con il nostro profondo interesse per tutto ciò
che lo riguarda, con la nostra esperienza, la nostra prepara­
zione specifica e il fatto d'essere estranei. Come estranei in
possesso di una certa esperienza e preparazione, abbiamo
maggiori probabilità di acquisire una visione più ampia di
ciò che egli ci dirà; una visione più ampia di quella che
può avere lui, anche se già ne sa molto su di sé. D'altra
parte, i dati grezzi li ha tutti il paziente: è stato lui a vive­
re con se stesso. Ed è questo il suo apporto a quest'impresa
in collaborazione che è la psicoanalisi. Noi dobbiamo soltan­
to aiutarlo a prenderne coscienza, a formularlo, a vederci
chiaro e cosl via. Ma di fatto chi sa è soltanto lui, e di qui
scaturisce l'importanza del suo comunicarci tutto quel che ha
in mente, senza operare alcuna selezione.
36 Le associazioni libere e l'uso del divano

Con i pazienti abbastanza calmi, comprensivi e ben di­


sposti, mi dilungo un po' quando, all'inizio dell'analisi, pre­
sento l' argomento dell'associazione libera. Dico: "Può dar­
si che su di sé lei ne sappia molto, ma in pratica è molto
difficile raccontare ogni cosa. Ci sono tentazioni d' ogni ge­
nere che potrebbero indurla a evitare di dire tutto quello
che le passa per la mente" . Accenno a qualcuna di esse.
Il paziente potrebbe aver paura di ferire i miei sentimen­
ti . Potrebbe avere l'impressione d'essere indiscreto se di­
cesse qualcosa su qualcuno. Potrebbe ritenere qualcosa trop­
po banale, senza importanza. Potrebbe provare imbarazzo
a dire certe cose . Ma dovrebbe essere disposto a esprime­
re le proprie riserve invece di us arle per trattenersi dal
parlare. Al tempo stesso, non scendo in particolari sulle
difficoltà iniziali, ma mi limito a dire: "Tutti hanno diffi­
coltà con l' associazione libera. Quanto a quelle che avrà
lei, faremo meglio a prenderle in esame man mano che si
presenteranno - non serve a niente specularci sopra sin
d'ora " .
Oltre ai consigli che do al paziente perché non cerchi
di differire o nascondere qualcosa, voglio sottolineare un
altro punto: bisogna incoraggiarlo a esprimere qualsiasi sen­
sazione e sentimento egli provi, in qualsiasi momento li
provi. Che questi riguardino quello che sto dicendo, o in
qualche modo riguardino me, siano essi di speranza o sco­
raggiamento, fastidio o irritazione, lietezza o ansia, inte­
resse o indifferenza, il paziente deve sempre cercare di
esprimerli. Tornerò fra poco su questo argomento .
Desidero anche rendere chiaro al paziente lo scopo cui
tende, nel suo complesso, l' associazione libera. Si può en­
trare in rapporto con un' altra persona solo nella misura in
cui si sappia effettivamente ciò che accade dentro di sé
e come funziona la propria mente. Quindi, nella misura
in cui il paziente può essere d' aiuto, è nel suo interesse
parlare liberamente.
Le associazioni libere e l'uso del divano 37

Dico questo, in parte, all'inizio del mio lavoro con un


paziente e ne dico quel tanto che ritengo lui possa recepi­
re. Di solito non riesce ad afferrarne molto. Ma allora qual­
che volta si fa un errore (come ho imparato dalle supervi­
sioni) : quello di credere che, se i pazienti hanno detto qual­
cosa sull'importanza dell'associazione libera un paio di vol­
te o poco più, questo basti. Se dico all' analista in trai­
ning: " Su, parli un po' al paziente dell' associazione libera" ,
è molto probabile che mi risponda: "Ma gliene ho parlato
spesso" . In un certo senso, non gliene si parla mai abba­
stanza. Naturalmente, ciò che si dice dev' essere adeguato
alla situazione . Per esempio, il paziente mi potrebbe dire,
molto tempo dopo, di non · avermi espresso, in una certa
circostanza, le proprie riserve su quanto gli avevo detto,
ritenendole sbagliate, o pensando forse che non desiderassi
che fosse felice, o perché era irritato con me per qualche
ragione. L' ammissione di averle taciute può avvenire alla
fine della stessa seduta o nella seduta successiva. Quando
ciò accade, gli dimostro quanto poco gli giovi celarmi i
suoi pensieri e i suoi sentimenti nel momento in cui insor­
gono, e approfitto di occasioni concrete, come questa, per
ribadirgli l'importanza di dirmi tutto.
Prima di addentrarmi in qualche difficoltà, vorrei aggiun­
gere alcune osservazioni sull'uso del divano. Ne ho già par­
lato in un precedente corso di lezioni preliminari, ma in
realtà l' argomento va trattato in questa sede. Ripeto anco­
ra che il fatto di prenderlo in esame per secondo rispec­
chia l' importanza che annetto all ' associazione libera. Essa
dà modo al paziente di esprimersi con estrema franchezza.
Ecco perché è cosl importante e perché occorre tenerla co­
stantemente d'occhio. Che poi il paziente sia o non sia
disteso sul divano è del tutto secondario : dipende dalla si­
tuazione analitica nel suo complesso.
Che dire del divano? Nell' assunto originario di Freud,
il divano doveva favorire la concentrazione del paziente .
38 Le associazioni libere e l'uso del divano

Quest' assunto è tuttora valido. L'uso del divano non può


essere abolito come un modo superato di fare analisi . Esso
può effettivamente aiutare certi pazienti a concentrarsi mag­
giormente su ciò che sta accadendo . La differenza sta nel
fatto che non lo considero come una condizione sine qua
non dell' analisi, ma me ne servo con una certa elasticità.
È una condizione che va accertata per tentativi, chieden­
dosi se il paziente operi meglio disteso sul divano o sedu­
to in posizione eretta. È particolarmente utile incoraggiar­
lo a sentirsi libero di star seduto o sdraiato, di passeggiare
o di comportarsi come meglio crede - a capire in che
posizione sia più produttivo e riesca a concentrarsi di più.
Ora, molti autori hanno criticato l'uso del divano. Stando
sdraiati sul divano - essi dicono - ci si trova in una po­
sizione indiretta nel rapporto con l' analista. Questo è vero.
Tuttavia, si potrebbe certo argomentare che, anche se non
gli sta di fronte, l' analista resta pur sempre nella mente del
paziente. Nondimeno, l' obiezione va tenuta presente. Inol­
tre, per molti pazienti, il fatto di distendersi sul divano è
un modo di rendere l' intera situazione meno reale, meno
concreta: il paziente cade in semi-trance. Altri pazienti, sotto
lo stimolo di un qualche nuovo insight, possono assumere
più responsabilità stando seduti. Altri ancora possono tro­
vare che stare sdraiati è semplicemente più difficile perché
sono spaventati. Hanno bisogno o del maggior controllo che
comporta la posizione eretta o della sensazione del contatto
con l' analista. È bene analizzare e capire in tempo queste
situazioni, ma è bene anche rispettarle. È giusto tutto ciò
che agevola, che porta a una maggiore concentrazione.
Vorrei ora accennare alla qualità delle associazioni del
paziente, al loro spirito, a 'come' avvengono. Torno su que­
sto punto perché mi pare che sia un aspetto fra i più im­
portanti, spesso trascurato. Naturalmente i principianti si
preoccupano assai più di capire ciò che il paziente va di­
cendo, badando soprattutto al contenuto e alla cont inuità.
Le associazioni libere e l'uso del divano 39

Ma credo che, pm crescerà la vostra esperienza, più vi sen­


tirete liberi di concentrarvi molto anche sul 'come ' . Per
la verità, non si può dire che il 'come' sia più importanre
del 'che cosa ' . Se dovessi fare un' osservazione eccessiva­
mente riduttiva e quindi non del tutto esatta, direi che,
se lo spirito, la qualità delle associazioni ci sembrano giu­
sti, ci possiamo concentrare sul contenuto. Ma in pratica
occorre prestare simultaneamente attenzione a entrambe le
cose.
Esaminiamo ora quali fattori del 'come' avvengono le as­
sociazioni del paziente vanno presi in considerazione.
Bisogna anzitutto badare alla qualità dell'interesse del pa­
ziente. Intendo parlare del suo interesse a conoscersi, a sco­
prirsi, a rivelarsi a se stesso - non mi riferisco all' inte­
resse a parlare semplicemente di sé. Molta gente ama par­
lare di sé. Diciamo che più si è espansivi più lo si fa.
Ma questa correlazione non riguarda soltanto i tipi espan­
sivi. È la qualità dell' interesse ciò di cui dobbiamo occu­
parci. È produttivo? Il paziente sta veramente cercando
qualcosa? Ha un sincero interesse per la scoperta di sé?
È leggermente annoiato? Possiamo osservare la qualità del­
l'interesse specie quando sappiamo quanto il paziente in certi
momenti possa essere vivo e partecipe, mentre in altri si
mette a sbadigliare o sembra assente. O semplicemente di­
vaga. Ho una paziente che lo fa molto spesso. Quando
mi parlava di qualche situazione di carattere sociale, mi
diceva: "La mia mente se ne sta andando per conto suo
e non ne sento la mancanza! ! ' ' . Ecco come i pazienti pos­
sono associare. Questa paziente crede che non ci sia nien­
te che abbia o possa avere un qualsiasi significato. Era quin­
di naturale che divagasse se non era particolarmente inte­
ressata a un problema. Ne restava fuori, si limitava a par­
lare di ciò che pensava volessi sentire. Era una cosa che
capitava assai spesso nel mio lavoro con lei.
Sono moltissimi i modi in cui parla il paziente che deb-
40 Le associazioni libere e l'uso del divano

bono essere distinti dal reale interesse. Per esempiO, alcu­


ni pazienti hanno un modo terribilmente circostanziato di
dire qualcosa. Certo, di quando in quando i particolari pos­
sono essere assai importanti. Ma se un dato particolare ri­
corre con una certa regolarità, se c'è un' infinita dovizia
di dettagli, questo richiama sicuramente la nostra attenzio­
ne e dobbiamo chiederci di che cosa si tratti. Un tipo
espansivo può parlare con estrema libertà e vivacità, ma
la sua motivazione principale può essere quella di mostrare
all' analista e a se stesso che egli sa veramente tutto e ri­
flette su tutto. Ci sono pazienti che, quando gli dite qual­
cosa, vi rispondono molto spesso: " Sl, lo so già" . Per al­
tri, invece, la motivazione che sta dietro gli infiniti parti­
colari può essere la curiosità intellettuale. La curiosità in­
tellettuale che assume la forma di un genuino interesse è
qualcosa che, dopo un certo tempo, si riconosce molto fre­
quentemente.
Un secondo fattore che merita attenzione è la capacità
di lasciarsi andare, di lasciare affiorare le cose. Natural­
mente il paziente riesce a fare solo non più di tanto. Spe­
cialmente agli inizi, ciò che affiora avrà ben poca sponta­
neità. Ma, conformemente ai propri bisogni nevrotici, egli
avrà escogitato qualcosa e se ne verrà con un programma
che lo aiuti a controllare quello che dirà. Per esempio, po­
trà ostinarsi a risolvere proprio un dato problema e fissar­
si su quel punto. Dopo tutto, potrebbe essere un argomento
sul quale dovremo lavorare a lungo. Comunque, gli sforzi
che fa per risolvere il problema non facilitano certo il suo
lasciarsi andare.
Un' altra peculiarità, che troviamo prendendo in esame lo
spirito con cui i pazienti effettuano le associazioni libere,
è l'opposto di questo 'lasciare affiorare' o 'lasciarsi anda­
re' , e potremmo chiamarla 'associare diligentemente' . I pa­
zienti che associano diligentemente hanno una buona sen­
sibilità per ciò che l' analista vorrebbe ascoltare oppure -
Le associazioni libere e l'uso del divano 41

e non è necessariamente cosl superficiale - per ciò che


potrebbe essere importante. Cosl, in forma diligente e un
po' inerte, si addentrano nei problemi, e lo fanno perfino
in una maniera che li potrà effettivamente aiutare. Altri
pazienti ancora cercano subito di capirci qualcosa. Questa
è un' altra delle molte situazioni in cui dobbiamo ricordare
al paziente: "Non cerchi di capire le cose; cerchi invece
di !asciarle emergere" . È un avvertimento efficace, special­
mente dopo qualche tempo. Da principio c'è una quantità
di cose che possiamo capire e sulle quali possiamo dare
il nostro aiuto - perfino senza che il paziente parli libe­
ramente. Ma insorgono poi dei problemi che né noi né
lui riusciamo a capire . In questi momenti è assai arduo
proseguire nel lavoro se il paziente non lascia affiorare le
cose quando gli si presentano. Ed è proprio allora che va
spinto a farlo .
Altro punto da considerare è la continuità delle associa­
zioni, la continuità visibile. Introduco qui l' argomento an­
che se potrebbe sembrare che la continuità delle associa­
zioni abbia più a che fare con il contenuto che con lo
spirito. Essa però riguarda anche lo spirito o la qualità del
materiale associazionistico. C ' è un certo nesso fra le cose
che il paziente dice? Evidentemente, se non riusciamo a
vederlo, abbiamo sempre l' impressione che ci sia qualche
riserva. Certo, può darsi che non lo si veda. Ma conside­
rerei anche se il nesso sia abbastanza visibile oppure se
il paziente sembri nervoso e confuso, se le sue idee se ne
volino via. Naturalmente è facile scorgere degli esempi estre­
mi di connessione o di sconnessione nel succedersi delle
associazioni . Ma ci sono molte transizioni in cui non riu­
sciamo facilmente a discernere il grado di continuità. Chie­
diamoci allora se non siamo stati noi a trascurare qualcosa
e a non aver visto un certo nesso o se la mancanza di
connessione sia veramente dovuta al nervosismo del paziente.
D' altronde, non dobbiamo badare troppo alla disconti-
42 Le associazioni libere e l'uso del divano

nuità. Al contrario, il paziente estremamente controllato si


fissa con ferrea determinazione su un certo problema -
come la scelta della tale o tal altra scuola per Johnny e
perché questa scelta lo sconvolga a tal punto - sul quale
può rimanere fermo per l'intera seduta. Il paziente con­
trollato può presentarsi con un dato programma e attener­
visi strettamente. Abbiamo la continuità, ma ci manca un'in­
finità di altre cose.
Un altro fattore che merita di trovar posto fra gli attri­
buti della qualità dell'associazione libera può essere defini­
to chiarezza, concretezza o forse pertinenza. Stando alla
mia esperienza, sono pochi i pazienti che ci danno una de­
scrizione chiara di ciò che è accaduto. Perché sia cosl dif­
ficile farla è qualcosa che sorprende. Sono convinta che
tutti distorciamo le cose. Ma sia pure con le distorsioni,
distorsioni inevitabili - come ci vengono meravigliosamente
presentate nel film Rashomon e come ci dimostrano certi
esperimenti psicologici - , sia pure con queste distorsioni
inevitabili, sono poche le pazienti che descrivono quanto
è accaduto con il figlio o il marito riferendo con chiarezza
su chi abbia detto la tal cosa e chi la tal altra. Di rado
vediamo chiaramente ciò che ci sta dinanzi. Quando que­
sto capita, sono propensa a considerarlo un segno decisa­
mente positivo di grande onestà. 4
E se, d'altra parte, il paziente parla di qualcosa in modo
vago e prolisso? Non cercatene il motivo, ancora. Limita­
tevi solo a chiedervi su che cosa dovete dirigere l' attenzio­
ne . Qual è il punto importante? Il paziente è evasivo non
soltanto in ciò che vi va dicendo, ma anche nelle risposte
a qualsiasi vostra osservazione? Parla facilmente di sé o parla
molto degli altri, dei problemi degli altri? Ha la tendenza
a passare rapidamente e spesso impercettibilmente dal di­
scorso su se stesso a un discorso su qualcosa di più gene­
rale? Non so quante volte ci sono cascata! È facilissimo
essere tratti in inganno . Per esempio, può sembrare, ed es-
Le associazioni libere e l'uso del divano 43

sere in parte vero, che molti pazienti vogliano essere sicu­


ri di conoscere bene i fattori costitutivi della democrazia
o come stabilire che cosa sia in realtà l'indipendenza o co­
me vada intesa la vera libertà. Naturalmente, siamo sem­
pre lieti di impartirgli le nozioni che possediamo e questo
è giusto, fino a un certo punto. Ma è importante stare
attenti che non si tratti di una specie di manovra incon­
scia che il paziente mette in atto per operare una diver­
sione dai problemi personali, soggettivi e concreti, verso
qualcosa di più generico e astratto.
Un altro punto al quale rivolgere l' attenzione è questo:
indipendentemente dal fatto che le associazioni siano buo­
ne e produttive, il flusso verbale del paziente è abbastan­
za libero oppure egli è sottoposto a una pressione di qual­
che tipo? Sta lavorando e parlando, ma in circostanze sfa­
vorevoli? Questo può risultare evidente allo stesso pazien­
te. Parlare sotto pressione può apparire difficile all 'inizio
della seduta. Il paziente può fare lunghe pause. Può essere
ansioso. Può sentirsi a disagio. Ma se questi segni sono
facilmente osservabili, ci sono disturbi più sottili che ri­
chiedono da parte nostra una grande sensibilità. Anche
quando il paziente ci racconta che cosa gli è successo o
che cosa gli sta succedendo, dobbiamo percepirvi un certo
disagio, un disagio che può essere dovuto a moltissimi fat­
tori - a qualcosa che forse si trattiene dal dire o a qual­
cosa che lo rende ansioso e cosl via.
Ma non dobbiamo occuparci soltanto di queste soste e
di questi silenzi. La pressione cui il paziente è sottoposto
si manifesta in molte altre forme . Ma uso deliberatamente
questo termine generico parlando di 'paziente sotto pres­
sione ' . In pratica, le pressioni possono dar luogo a manife­
stazioni diverse dalle pause e dai silenzi, come nel pazien­
te che è irrequieto, che ha fretta, che vuoi risolvere subi­
to qualcosa, o parla molto velocemente di qualcosa per la
quale può essere o non essere irrit ato . Come se gli man-
44 Le associazioni libere e l'uso del divano

casse il tempo . Anche questo può essere molto importante.


Possiamo scoprire che accade anche a noi qualcosa di si­
mile se prestiamo sufficiente attenzione al modo di mani­
festarsi della pressione interiore. Esamineremo in seguito
che cosa occorra fare in questi casi.
Vengono infine, ma non sono certo meno importanti, i
sentimenti e le sensazioni del paziente . Occorre fare at­
tenzione a ciò che egli prova e a quando lo prova. In molti
pazienti ciò può essere ben poco, specie all'inizio della te­
rapia, quando può darsi che non si riesca a ottenere altro
che uno scarno resoconto clinico di quanto è successo: "Ve­
devo di quando in quando i miei parenti e alla fine ero
stanco, e mentre ero Il mi sentivo irritato" . Questo non
ci dice perché abbia avuto quelle sensazioni; semplicemen­
te le ha avute. Quando il paziente si mette a parlare delle
proprie reazioni, può anche dirci 'su' che cosa le ha avu­
te . Nell'esempio che ho fatto, il paziente accennava alla
propria scontentezza e irritabilità, ma stava semplicemente
parlando ' su' qualcosa. È molto importante incoraggiarlo a
esprimere che cosa prova quando ha questa sensazione. Sen­
za dubbio, se glielo chiediamo, ci verrà incontro e ce ne
dirà un po' di più. Se pensa che la cosa ci interessi dav­
vero, corrisponderà al nostro interesse. Penserà che debba
interessarci che lui stia singhiozzando o piangendo, o sia
ansioso, irritabile, diffidente, imbarazzato , o che si senta
sollevato. E più lo incoraggeremo, e mostreremo di inte­
ressarci a queste sensazioni quando le ha, più lui reagirà
mettendo in luce qualcosa.
Per inciso, questa è un'osservazione di validità più ge­
nerale: non riguarda soltanto sensazioni e sentimenti. Il pa­
ziente ci dirà più cose se avrà l'impressione che lo stiamo
ascoltando e che siamo realmente interessati ai suoi pro­
blemi.
Tutti questi punti sono importanti anche per quanto ri­
guarda i cambiamenti che avvengono quando il paziente co-
Le associazioni libere e l'uso del divano 45

mincia a interessarsi, o a interessarsi di più, o quando è


stanco, quando è sistematico o quando riesce a essere spon­
taneo . Dobbiamo considerare i cambiamenti altalenanti, co­
me pure quelli che avvengono nel modo di procedere com­
plessivo dell'analisi. Tutto quello che ho detto è rilevante
per quanto riguarda i cambiamenti in ciò che il paziente
ci presenta spontaneamente, come pure nelle sue mutevoli
reazioni alle nostre interpretazioni e alle nostre osservazio­
ni. Sono tutti fattori importanti anche relativamente ai cam­
biamenti che avvengono in ciò che il paziente ci dice sul
suo modo di sentire o nelle reazioni che ha verso di noi
e verso il rapporto analitico .
C'è un ultimo punto al quale accennare: la questione della
produttività del paziente. Il fatto che egli sia pronto a la­
sciare che operi il processo analitico , e lo faccia nella giu­
sta disposizione di spirito, richiede da parte nostra, di con­
seguenza, un attento esame della sua produttività. O, per
considerare questo punto da un' angolazione un po' diver­
sa, dobbiamo esaminare quanto riesca a essere attivo nel
proprio interesse . I pazienti presentano le maggiori varia­
zioni nella loro produttività. Alcuni riescono a volte a es­
sere molto attivi nel portare alla luce il materiale, nel ve­
dere le connessioni, nel fare effettivamente parte dell' ana­
lisi per proprio conto. Certe volte tendono perfino a farla
tutta da soli. Comunque, sono attivi. Possono essere an­
che attivissimi fra una seduta e l'altra, occupandosi dei lo­
ro problemi. Ma in genere otteniamo solo scarni resoconti
su ciò che hanno fatto in quei momenti. Altri pazienti,
invece, sono completamente passivi. Per quanto possibile,
sono propensi a dirmi quel che hanno in mente, ma il lo­
ro atteggiamento è: " Ecco, ora lo sa. Veda un po' che
cosa riesce a cavarne fuori" . Bisogna seguire con attenzio­
ne questa passività e lavorarci sopra parecchio tempo.
Il paziente con il quale ho avuto, per questo motivo,
le maggiori difficoltà è stato un tale che, al sentirmi par-
46 Le associazioni libere e l'uso del divano

lare di collaborazione in analisi, del suo apporto al nostro


lavoro e della necessità di svelarsi, mi ha subito detto che
la collaborazione non gli piaceva . Ma mi ha chiesto anche
perché non c' erano i raggi X. Non voleva essere attivo
neppure di quel tanto. Si tratta di un esempio estremo.
Ma sono importanti le sottili manifestazioni di atteggiamenti
di questo tipo. Consideriamo i sogni: certi pazienti molto
interessati a un dato sogno ne presentano il materiale a
modo loro, si interessano a quanto ne emerge e al signifi­
cato che esso può avere. Altri raccontano un sogno senza
avere per esso il minimo interesse, ma lo fanno diligente­
mente. Non tentano affatto un' interpretazione attiva, ma
aspettano che se ne occupi l' analista. Dicono: "L'esperto
è lei " , e razionalizzano in vari altri modi questo tipo di
atteggiamento passivo.
Non ho voluto approfondire le ragioni di tutto questo,
ma ho preferito piuttosto passare in certo modo in rasse­
gna gli aspetti ai quali si deve prestare attenzione per quan­
to riguarda la qualità delle associazioni del paziente. Sono
sicura che non si può mai prestare sufficiente attenzione.
Torneremo sull' argomento in modo particolare quando par­
leremo dei blocchi, in cui ci si può rendere conto di mol­
te difficoltà del paziente, alle quali possiamo avere accesso
proprio con un' attenzione di questo tipo. L ' attenzione per
la qualità delle associazioni rivela spesso gli ostacoli inte­
riori più di quanto non faccia l' attenzione rivolta al conte­
nuto di ciò che il paziente va dicendo.
Il titolo della prossima conferenza sarà: " Metodi psicoa­
nalitici specifici per capire il paziente" . Per la verità, fac­
cio una distinzione un po' arbitraria quando esamino qui
l' attenzione rivolta al 'come' delle associazioni e nella pros­
sima lezione quella rivolta al loro contenuto. Ma penso che
finiremo con il trovarla una distinzione utile.
3
Metodi psicoanalitici
specifici
per capire il paziente

La lezione scorsa abbiamo cominciato a parlare del mo­


do di capire il paziente. Oltre a certi aiuti generici che
ci vengono dal buon senso, dalla teoria con la quale stia­
mo lavorando e dalla nostra esperienza, ci sono certi ausili
specifici che ci vengono offerti dalla terapia psicoanalitica.
Uno di questi è l' attenzione rivolta a quelli che chiamo
gli schemi ripetitivi delle associazioni. Non voglio entrare
nei particolari su quest' aspetto perché ne ho già discusso
altrove. 1 Un secondo ausilio, di cui preferisco parlare ora,
ci viene dall'attenzione alla successione, al contesto, al mo­
vimento e al modo di procedere . Si tratta effettivamente
di uno dei pregi dell' associazione libera: la possibilità di
trarre certe conclusioni dal modo in cui si susseguono in
genere le associazioni da una seduta all' altra. Ma le pos­
siamo anche trarre dalla successione delle associazioni fatte
nella stessa seduta.
Per esempio, sto pensando a una seduta di ieri nella quale
un paziente mi ha parlato in parte di quello che chiamava
il suo odio per il comunismo e in parte della mancanza
di vigore delle sue emozioni. Che cosa ne è uscito fuori?
Che nesso poteva esserci, mi sono chiesta, fra questi due
temi che continuavano a ricorrere insieme, intrecciati? In­
fine ho trovato una traccia mettendoli in connessione con
certe cose che erano successe nella seduta precedente. In
48 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

essa, come in quella di ieri, 'comunista' aveva per lui il


significato di un potere inumano, freddo, spietato, assolu­
tamente noncurante dell'individuo. Qualcosa predisposto per
schiacciarlo, un potere inaccessibile alla ragione. Gli ho det­
to: "Dev' esserci in lei qualcosa di questo potere, cosi co­
me lei lo definisce: freddo, inaccessibile alla ragione" . Quel­
l' osservazione è rimasta pressoché senza seguito, ma i due
temi continuavano a ricorrere finché il paziente non s1 e
messo a parlare, alla fine, di un certo dilemma in cui si
era trovato quella stessa sera. Pensava di dover andare a
una riunione al servizio di una causa per la quale si era
veramente impegnato. D ' altra parte, gli sarebbe piaciuto
starsene in pace a casa e riflettere sui suoi problemi. "Dun­
que " , ha preso a dire a se stesso e a me, "dopo tutto,
quando si ha realmente a cuore una causa, si dovrebbe fa­
re qualcosa per essa anche se a un certo punto è scomo­
do " . Bene, sembrava gius to . Ma contemporaneamente una
voce in lui diceva: " Sei un traditore se non ci vai, anche
a costo di !asciarci la pelle, di rovinarti. DEVI ANDARE " .
È successo proprio alla fine della seduta e non sono riu­
scita a dire altro che: "Eccoci dunque al punto, siamo ar­
rivati al suo 'comunista' . . . " .
In questo episodio c'è stata una repressione, una repres­
sione inesorabile di tutti i sentimenti di quell 'individuo .
Che la cosa gli piacesse o non gli piacesse non aveva im­
portanza. Lui non contava. C 'era quindi un nesso fra que­
ste due associazioni ricorrenti. Ecco un esempio fra i mol­
ti che mi sarebbe facile moltiplicare.
Naturalmente, sulla sequenza delle associazioni c'è anche
qualche altra cosa che voi tutti avete imparato e cercate
per quanto possibile di utilizzare, ed è la successione che
avviene fra due sedute consecutive . Esito quasi a ripeter­
lo, perché suppongo che ne abbiate sentito parlare più volte,
ma è necessario avere la visione, il ricordo di ciò che è
accaduto nella seduta precedente per poter sapere a che
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 49

punto s1 e . Vi farò un esempio tratto dall' analisi di un


altro paziente, un esempio che mette anch' esso in luce certi
altri punti di cui mi occuperò fra poco.
In questo esempio, l'intero contesto dell' interesse del pa­
ziente riguardava la sua incapacità di dire di ' no ' , un'inca­
pacità di cui egli voleva sbarazzarsi. Avevamo esaminato
il problema da angoli visuali diversi. In questa seduta si
mise a parlare della sua paura di quello che gli avrebbe
potuto fare un certo amico se lui non si fosse mostrato
compiacente, di come questo amico avrebbe potuto rovi­
nargli completamente la carriera. Mi aveva raccontato pa­
recchie cose su di lui e sapevo che un' azione del genere
da parte sua sarebbe stata quanto mai improbabile. Sape­
vo anche, però, che costui aveva una lingua lesta e ta­
gliente. Le mie riflessioni su questo aspetto mi aiutarono
a capire quale fosse la ferita veramente temuta dal mio
paziente: le critiche. Allora ne parlai. Gli chiesi se questa
sua paura d'essere ferito, di questo danno inflittogli con
perfidia, non rappresentasse la sua terribile paura delle cri­
tiche. Insomma, dopo averlo pungolato ancora un po' , l' am­
piezza, l' intensità e la sorprendente quantità dei sentimen­
ti originati dalla sua paura delle critiche vennero chiara­
mente in luce.
Nella seduta successiva questo paziente mostrò una cer­
ta ansia. Fu presto chiaro che stava accadendo quello che
mi ero quasi aspettato e che; di fatto, avevo indicato nel­
la seduta precedente. Ecco una persona, il mio paziente, che
era fierissima della propria indipendenza, che la sentiva in­
tensamente. Ma non era un'indipendenza reale, perché lui
dipendeva da parecchia gente e anche in notevolissima mi­
sura dalle opinioni altrui. Questo ci aiutò a capire la sua
eccessiva fantasia di ciò che avrebbe potuto fare l' amico.
Dunque c'era un ostacolo: l'ansia. Il mio paziente e io
parlammo di questo contrasto fra la sua aspirazione all'in­
dipendenza, alla parte illusoria di essa, e la sua dipenden-
50 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

za di fatto dagli altri, creata dalla sua enorme, incredibile


suscettibilità alle critiche - non solo a quelle già avute,
ma alla possibilità stessa d'essere criticato.
La seduta successiva continuò seguendo questa falsariga:
il paziente si rese conto di quanto lo rendesse inibito que­
sta paura delle critiche, che lo costringeva a comportarsi
sempre nel modo migliore, più giusto, per non incorrervi.
In seguito a ciò (e non saprei dire se fosse nella stessa
seduta o nella seguente) , indagammo in che modo questo
terrore delle critiche gli impedisse di fatto d'essere sponta­
neo. Questo gli provocò una nuova ansia, perché alla spon­
taneità egli attribuiva un valore superiore a ogni altra co­
sa. Eppure capiva di non poter lasciarsi andare fino a quan­
do questa paura delle critiche, comunque fosse motivata,
continuasse a essere operante in lui. Finché non fosse riu­
scito a sbarazzarsene, la spontaneità sarebbe stata sicura­
mente pericolosa.
Ho riassunto in questo modo lo sviluppo di alcune se­
dute consecutive. Notate anche come il paziente, continuan­
do a rimuginare sempre lo stesso problema, dia a vedere
che esso gli sta veramente a cuore e che nulla, in definiti­
va, lo bloccherà. Deve affrontare ansie, vedere questa e
quest' altra implicazione, ma si affretta a terminare il lavoro.
Possiamo in parte favorire questo suo lavoro seguendone
attentamente l' andamento. Con la nostra assidua vigilanza
possiamo mantenere il paziente in carreggiata.
Un altro aspetto importante del nostro esame della suc­
cessione delle associazioni è l' attenzione per ciò che scom­
pare, o sembra scomparire. Nel caso di questo paziente,
la difficoltà a dire di 'no ' , che lo turbava molto, era ap­
parentemente scomparsa. In realtà, io avevo continuato a
occuparmi della sua paura delle critiche che aveva un nes­
so evidente con la difficoltà a dire di 'no ' . Non era una
vera scomparsa, ma solo una scomparsa apparente. A volte
il paziente affronta qualche suo problema per conto pro-
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 51

prio o i n risposta a una nostra interpretazione, m a non


è ancora in grado di risolverlo. Allora il problema scompa­
re, o sembra scomparire . Dobbiamo capire quando succede.
Ma ancor più difficile è accorgersi e capire come si sus­
seguano le associazioni se il periodo è piuttosto lungo. Pren­
derò come esempio una parte del resoconto di un paziente
sui propri sforzi di effettuare un'autoanalisi, esempio che
mi sembra chiarire efficacemente questo punto.
Durante l'estate, questo paziente si era reso conto di ave­
re sopportato troppo per tutta la vita, d'essersi lasciato sem­
pre dominare dagli altri. Prima ne aveva avuto soltanto una
consapevolezza assai discontinua; ma questa ora gli si pre­
sentava come una reale esperienza emotiva di profonda rab­
bia verso le persone d'ogni tipo con le quali pensava d'es­
sere stato troppo acquiescente. Si rendeva pienamente conto
che sarebbe stato bene lasciar sfogare queste emozioni, fi­
no alla massima intensità, e aveva provato un enorme ran­
core, quasi violento. A quest'intensa esperienza emotiva era
seguito un profondo senso di liberazione. Il paziente si sen­
tiva libero, felice e spontaneo come non gli era più acca­
duto da moltissimo tempo.
Capl di avere scoperto qualcosa di molto importante. Cer­
cò di proseguire in quella direzione, ma non ci riusd: era
come di fronte a un libro chiuso . Per quanto facesse il
talè o il tal altro tentativo, per quanto cercasse di trovare
delle associazioni per il proprio risentimento, non c'era nulla
da fare . Sembrava un'impresa vana, e vi rinunciò. Tutta­
via, nelle settimane che seguirono comparve qualcos' altro :
la crescente cons apevolezza d'essere più irritabile di prima,
a quanto pensava. Qualche mese dopo, quando tornò in
analisi, mi parlò di una nuova esperienza, senza rendersi
conto del nesso che essa aveva con la precedente: era an­
dato a trovare certi amici e per tre volte nello stesso gior­
no aveva avuto un'esperienza pressoché simile. La prima
l' aveva avuta in una conversazione su un amico comune.
52 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

Aveva detto che, secondo lui, quella persona non valeva


gran che. Gli amici presso i quali era in visita sosteneva­
no invece che aveva alcune buone qualità e che si era com­
portata veramente bene nella tale e tal altra situazione. Il
paziente aveva allora chiesto: " Ma quali credete che siano
queste buone qualità? " . Al tempo stesso, però, aveva la
netta sensazione d'essere estremamente gentile a fare una
domanda del genere.
Secondo episodio: i bambini dei suoi amici erano tornati
a casa dopo essere stati fuori e si erano messi a giocare
nella camera degli ospiti dove lui stava dormendo . Comin­
ciando a irritarsi, aveva chiesto al padrone di casa: "Ti rin­
crescerebbe dire ai bambini di uscire dalla stanza? Vorrei ri­
posare un po' " . Aveva avuto l'impressione che non sarebbe
stato strettamente necessario chiederglielo, e che l' averlo fat­
to fosse stata di nuovo una gran gentilezza da parte sua.
Terzo episodio: avevano incontrato una coppia che non
gli aveva fatto una buona impressione, anzi non gli era
piaciuta per niente. Sapendo però che piaceva moltissimo
ai suoi ospiti, lui aveva detto: " Sono proprio molto sim­
patici" . E aveva avuto, ancora una volta, la sensazione d'es­
sere stato gentilissimo.
Ora, dopo che la cosa si fu ripetuta per la terza volta,
era riuscito a capire che cosa gli stesse accadendo. Ma le
sue osservazioni erano state di autodenigrazione, quasi do­
vesse esserci in lui qualcosa di terribilmente arrogante ed
esigente: la richiesta perentoria di immediata attenzione, di
non essere contraddetto, la pretesa di dire sempre la cosa
giusta e via di questo passo. Mettemmo allora in chiaro
il nesso esistente fra questo suo atteggiamento e la pro­
fonda esperienza emotiva da lui avuta in precedenza, quel­
la stessa estate, quando aveva avvertito quel rancore cosl
violento contro coloro dei quali pensava d'essere stato sue­
cube . Era chiaro che stava cominciando a prendere un po'
coscienza della propria tendenza all' autocancellazione. Capl
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 53

allora una quantità di cose sulla sua disposizione a subire


e per giunta a essere anche gentile. Come risultò, le sue
reazioni in quei tre episodi non avevano proprio nulla a
che fare con le circostanze. Il paziente si rese invece con­
to che le proprie arroganti pretese che non si approfittasse
di lui lo avevano indotto a sopravvalutare il comportamen­
to garbato che aveva tenuto in ciascuno dei tre episodi.
È importante vedere la connessione che ci dà modo di
avere un quadro completo . Allora possiamo capire retro­
spettivamente perché il nostro paziente non sia stato, in
un momento precedente, in armonia con se stesso. Nell'e­
sempio che ho appena fatto, il paziente doveva semplice­
mente capire quali erano le proprie pulsioni espansive, per
parlare teoricamente. Lo fece timidamente, con grande esi­
tazione, riconoscendo sempre più che la sua irritabilità era
proprio dovuta alla frustrazione di tali pulsioni, che com­
prendevano anche le sue pretese arroganti.
Il punto successivo che discussi con lui fu l'intensità del
senso di liberazione che aveva provato dopo aver dato sfogo
alla sua rabbia. Insieme a quanto era emerso in questa parte
di analisi, potevamo ora capire questo suo senso di libera­
zione. Lo potevamo descrivere in varie maniere. Potevamo
vedere la terribile tensione in cui viveva quest'individuo
costretto a essere ' tanto gentile' , e dalla quale si sentiva
ora liberato. Potevamo anche vedere il profondo odio che
doveva avere per gli altri per effetto della propria tenden­
za all' autocancellazione. In ogni caso questo senso di libe­
razione divenne poi chiaro retrospettivamente. Credo che
quest'esempio mostri come sia utile tenere sempre gli oc­
chi aperti, stare attenti al gran colpo di scena, e chiedersi
che cosa stia accadendo in quel certo caso e perché non
accada in un altro.
Per concludere l'esame delle associazioni, desidero sotto­
lineare l'importanza della loro successione e del loro movi­
mento. Non sarà mai troppa l' attenzione che dobbiamo ri-
54 Metodi psicoanalitici specifici per capire il pa;;iente

volgere a questi interrogativi: Perché proprio ora? Perché


sta affiorando un ricordo proprio in questo contesto? Per­
ché il paziente fa un sogno proprio in questo punto? E
perché sogna proprio quella certa cosa? Perché si arrabbia
o è deluso in quel momento e non in un altro? Perché
è pronto a rinunciare a qualcosa, diciamo, quando non sem­
bra affatto che ci sia un plausibile motivo perché lo fac­
cia? Sono interrogativi familiari a tutti voi e che con il
tempo impariamo a rivolgerei automaticamente.
Vengo ora al nostro quarto argomento: come capire le
emozioni. Sapete tutti che la chiave più sicura per la com­
prensione di un sogno sta nei sentimenti e nelle sensazioni
del sognatore, quali che siano. Un criterio assai simile vale
anche per comprendere le emozioni, qualunque emozione.
Anche in questo caso, indipendentemente dal tipo di emo­
zione - che il paziente pianga o singhiozzi, sia interessa­
to oppure no, sia stanco, disattento, o si senta liberato,
deluso, scoraggiato, disperato - i suoi sentimenti, quali
che siano, sono sempre una traccia importante. Prendia­
mo , per esempio , ciò che ho detto sull'intensa sensazione
di liberazione nel caso del paziente di cui ho parlato pri­
ma. Sono sicura che dobbiamo ancora capirne di più, più
di quanto non abbia indicato io, ma c'era in quell'espe­
rienza qualcosa di molto intenso - tanto la rabbia che
l'aveva preceduta quanto il susseguente senso di liberazio­
ne non sarebbero potuti essere più forti. L'intensità dell 'e­
mozione indica la strada verso qualcosa che per il paziente
è molto importante. Analogamente, ogni volta che compa­
re l' ansia - come nell'esempio del caso che vi ho riassun­
to sulla paura delle critiche, in cui l' ansia si manifestò due
volte - c ' è qualcosa che è necessario cercare di conoscere
e di capire . Entrambe le volte, l' ansia significava che il
paziente stava incappando in un conflitto .
Chi volesse veramente ottenere il massimo dall' attenzio­
ne rivolta all'emozione dovrebbe considerarne bene il con-
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 55

testo, qui e ovunque: quand'è che essa si manifesta? In


quest'esempio dovremmo capire il significato del senso di
liberazione, dell'ansia e dell ' intensità dell 'emozione: tutte
cose che stanno a indicare che c'è in ballo qualcosa di molto
importante. Il valore del contesto dell' emozione scaturisce
dalla nostra osservazione di tutte le contraddizioni e le di­
screpanze che ci dà a vedere il paziente.
Quando parlo di contraddizioni, mi riferisco naturalmente
alle asserzioni contraddittorie effettivamente fatte dal pa­
ziente. Ciò avviene abbastanza frequentemente, a volte per­
sino nella stessa seduta, altre volte - se vi prestiamo suf­
ficiente attenzione - in un lasso di tempo maggiore. Ac­
cade spesso, per esempio, che lo stesso identico paziente
ci dica una volta che si sta sacrificando e un ' altra volta
ci parli del suo spirito di vendetta. Oppure che una pa­
ziente ci dica che lei non serba rancore e che qualche tempo
dopo ci parli delle sue fantasie di ritorsione. Qui ci sono
due punti importanti: quanto è disturbato il paziente da
queste contraddizioni? Riesce effettivamente a vederle o non
se ne rende conto neppure se gliele facciamo notare? Spes­
so accade anche che la razionalizzazione renda un po' più
difficile puntualizzarle. Per esempio, una paziente che da
un lato dichiarava di sacrificarsi, e mi diceva d' altro lato
d'essere vendicativa, si sentiva sempre giustificata in que­
sto suo spirito di vendetta: mi diceva che per lei era giu­
sto averlo in certe occasioni. Nelle altre occasioni non era
vendicativa. Naturalmente, anche questo merita attenzione.
Ossia: in quali condizioni un individuo diventa vendicati­
vo? Ma qui si tratta di non farsi distogliere dal riconosce­
re la realtà della contraddizione, quali che ne siano le cir­
costanze.
Un' altra contraddizione che è sempre importante osser­
vare, in analisi o no, è il divario fra ciò che una persona
dice e ciò che fa. Tutti voi avrete modo di osservare più
volte questo tipo di comportamento . Per esempio, un pa-
56 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

ziente dichiara di avere un vivo e profondo interesse per


l' analisi, ma arriva ogni volta in ritardo, dimentica una se­
duta, di fatto non cambia, spesso è con la mente altrove.
Noi ne siamo sorpresi. Ma, anche in questo caso, non ba­
sta prendere semplicemente conoscenza di questo fatto; dob­
biamo chiederci: "Che cosa può esserci dietro?" . Molto pro­
babilmente un conflitto di un certo rilievo . Oppure, un
paziente che asserisce di non aver mai nuociuto a nessu­
no, in ogni caso di non aver mai fatto del male intenzio­
nalmente, in pratica sembra farlo spesso. Anche questo è
un tipo di discrepanza che vorremmo capire. Oppure, co­
me nell'esempio che ho fatto prima, una persona dà gran­
de risalto alla propria indipendenza, ma nella vita reale è
dipendente dalla tale o tal altra persona, cosl come in ge­
nere lo è dalle opinioni altrui .
Un altro tipo di discrepanza o contraddizione è quella
che c'è fra l' atteggiamento superficiale di un individuo e
i suoi impulsi del tutto contraddittori. Mi ricordo, per esem­
pio, di un paziente gentilissimo, dall' aspetto rassegnato, con
una chiara tendenza all' autocancellazione. Quando comin­
ciammo l' analisi, si manifestarono verso di me fantasie e
impulsi di violenza di tipo nettamente volgare . Riflettendo
su questa discrepanza c'era da chiedersi, fra l' altro, che
cosa lo avesse spinto a intraprendere un' analisi. Che cosa
poteva significare l' analisi? Lo umiliava il fatto di accetta­
re aiuto? L' analisi come tale lo spaventava o minacciava
qualcosa di importante? Ma, prima ancora di arrivare a que­
sto punto, occorreva stare attenti non tanto al motivo del­
la discrepanza o al modo di affrontarla tecnicamente, ma
più semplicemente al riconoscimento di qualcosa di indub­
bio: il divario fra la violenza volgare, spesso oscena di que­
sto paziente e la sua immensa gentilezza.
Anche per quanto riguarda i sogni accade qualcosa di
simile. Una persona che viva tranquillamente, senza scos­
se, può sembrare superficiale, senza turbamenti di visibile
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 57

profondità. Ma nei suoi sogni compaiono la disperazione,


una selvaggia capacità di distruzioni di ogni genere. Certo,
anche in questo caso vogliamo capire il sogno, ma anche
il divario fra il sogno e la realtà, il divario in quanto tale,
è qualcosa che merita attenzione e che vogliamo capire.
C ' è infine contraddizione o discordanza fra l' atteggiamen­
to che una persona ha verso se stessa e il suo modo di
comportarsi con gli altri? Per esempio, una paziente era
convinta che nessuno la dovesse mai criticare . Se lo si fa­
ceva, ciò provocava in lei un'enorme rabbia, una vera in­
dignazione. Per contro, si arrogava il diritto di criticare
molto liberamente e abbondantemente tutti coloro che le
stavano intorno. In genere spacciava le sue critiche per ana­
lisi. Diceva tipicamente agli altri: "Il tuo guaio è che tu . . . " ,
oppure mi diceva di aver trovato negli altri una forte pro­
pensione alla vendetta. A una sua amica, che a me sem­
brava solo moderatamente vendicativa, aveva detto: "Non
bisogna essere vendicativi. Insomma, sii comprensiva e per­
dona ! " . Quanto a lei, rendeva la pariglia a tutti, o si in­
dignava profondamente con chiunque le rivolgesse una do­
manda personale, ma si metteva poi ad 'analizzare' qualcu­
no dopo averlo conosciuto un paio di minuti prima, o tre
nel migliore dei casi. Mentre era pronta a pensare che gli
altri ficcassero il naso nei suoi affari, non si accorgeva di
ficcare moltissimo il suo nei loro.
Tutte queste incoerenze, contraddizioni, discordanze so­
no importantissime e meritano da parte nostra molta at­
tenzione e qualche riflessione. Ci aiutano a scoprire e a
capire qualcosa sulla discrepanza tra il Sé attuale e l'im­
magine idealizzata di una persona.2
Sinora ho parlato per lo più della nostra facoltà di scor­
gere certe possibilità attraverso il ragionamento. Per esem­
pio, una persona ha delle enormi pretese. Cominciamo al­
lora a pensare: " Perché mai il paziente ha bisogno di avan­
zare tutte queste pretese? " . Oppure riflettiamo su un cer-
58 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

to atteggiamento che vediamo assumere dal paziente in certe


situazioni . Supponiamo che un paziente ci dica che non
c'è niente che abbia senso né che debba averlo . Possiamo
pensare: " Che cosa può significare tutto questo per quan­
to riguarda il suo atteggiamento verso I' analisi? " . Possia­
mo chiederci che cosa significhi un certo simbolo onirico.
Qual è il vero significato di questi due argomenti conte­
stuali, che si susseguono a distanza ravvicinata? O ci po­
niamo l 'interrogativo: " Perché a questo punto salta fuori
qualcosa?' ' . Per rispondere a ciascuna di queste domande
bisogna riflettere molto e bene. Ma c'è un' altra facoltà,
la cui importanza è pari a quella della ragione, ed è l'in­
tuizione.
Che ruolo ha l'intuizione ai fini della comprensione? Pen­
so che abbia un quadruplice ruolo . Ma prima di esaminare
queste quattro funzioni, vorrei dire che per intuizione in­
tendo una comprensione diretta, che non implica un pro­
cesso di argomentazione o ragionamento - in altre paro­
le, un'immediatezza di comprensione.
Il primo tipo di aiuto che l'intuizione dà alla nostra com­
prensione potrebbe essere definito come un'applicazione au­
tomatica di punti di vista come quelli di cui abbiamo già
parlato qui. Prendiamo il guidatore esperto, il quale non
pensa continuamente : " Qui la strada fa una curva, quin­
di non devo superare quella macchina" . Semplicemente non
la supera. Anche a noi avviene qualcosa di simile. Con il
crescere della nostra esperienza, molti di questi punti di
vista e altri diventano operanti in noi e li applichiamo in
maniera del tutto automatica. Ecco un esempio (non è un
esempio dei migliori, ma risale a pochi giorni fa) di come
abbia funzionato un automatismo del genere. Un paziente
portò in seduta un sogno in cui aveva la vaga sensazione
che da qualche parte ci fosse un fantasma. Pensava di guar­
darsi alle spalle, ma la cosa gli faceva una certa paura.
Infine guardò e il fantasma c'era davvero . Era talmente
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 59

reale che il paziente si spaventò e si svegliò . Risposi auto­


maticamente che lui si trovava di fronte a qualcosa di sé,
qualcosa che lo terrorizzava. Naturalmente non era una
grande impresa, da parte mia, l' averlo subito intuito. Ma
il fatto è che l' avevo detto senza rifletterei. La sola rifles­
sione avrebbe potuto portarmi molto rapidamente al mede­
simo risultato, ma non c'era stata nessuna riflessione; la
mia risposta era stata automatica. Forse potreste fare degli
esempi migliori, io in questo momento non ne trovo.
Le facoltà intuitive sono poi operanti in quelle che po­
tremmo chiamare le associazioni intuitive che indicano la
direzione da prendere. Farò due esempi. Uno riguarda il
caso di una paziente che mi parlava della morte di un'a­
mica. Mentre lo faceva, probabilmente in una forma che
mi colpl perché non mi parve sincera, pensai alla fine de
L 'Anatra selvatica di Ibsen. La ragazza si è sparata e il
padre comincia a inscenare le fantasie in cui viveva lui.
Nel dramma qualcuno dice: "Fra pochi mesi la piccola Hed­
wig non sarà altro per lui che un bel tema su cui decla­
mare" .3 Era questa la sensazione che mi pareva di avere.
Ma non l' avvertivo con la stessa chiarezza con cui la mia
associazione mi indicava che era giusta. L ' altro esempio è
quello di un paziente il quale tendeva all' acting out delle
cose di cui diventava sicuro . Stava procedendo verso la de­
terminazione di liberarsi di certe dipendenze, in particola­
re quella dalla moglie. In questo processo il suo acting out
consisteva nel ferirla in questo o in quest'altro modo. Men­
tre lo ascoltavo, mi tornò alla mente un racconto giallo
che avevo letto anni prima. Era intitolato "Premeditazio­
ne" ed era la storia di un medico di campagna succube
di una moglie estremamente autoritaria. Cercava in vari mo­
di di liberarsi da questa dipendenza, ma non ci riusciva,
in parte perché era realmente difficile farlo, in parte per
la sua propria tendenza a essere compiacente, a sottomet­
tersi, a cedere, a evitare di prendere posizione (cosa che
60 Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

non sapeva fare) . Infine, dopo una certa provocazione da


parte della moglie, l'aveva avvelenata. Raccontai tutto questo
al paziente. Lui mi disse che gli ricordava una fantasia che
aveva avuto: si trovava nello scantinato, aveva visto in gi­
ro un martello e aveva pensato di prenderlo per colpire
la moglie sulla testa. Questo mi diede la certezza che la
mia associazione era stata giusta. Ma il punto veramente
importante era un altro. Era l'interrogativo che l'episodio
aveva fatto sorgere in me : ciò che sta accadendo non è
forse l'acting aut di una certa violenza perché il paziente
non è ancora pronto ad affrontare, cosa che invece an­
drebbe fatta, le proprie inclinazioni all ' autocancellazione?
Queste associazioni intuitive sono molto utili e sono sicu­
ra che anche voi potete portarne qualche esempio .
Un terzo modo in cui può manifestarsi questa compren­
sione intuitiva è quello delle nostre reazioni emotive a qual­
cosa, delle sensazioni che possiamo avere senza capire per­
ché le abbiamo . In certi momenti proviamo compassione
per il paziente, mentre in altri ci possiamo sentire piutto­
sto irritati, anche se si lamenta e ci sembra infelice . Natu­
ralmente, ciò può avere qualcosa a che fare con noi -
occorre sempre esaminarlo . Ma spesso queste reazioni, an­
che quando non ci danno una comprensione immediata, si
dimostrano assai significative con il procedere delle cose.
A meno che non abbia motivo di pensare: " Si tratta di
me" , considero molto importanti queste reazioni emotive.
Quando mi vien voglia di ridere per qualcosa o quando
qualcosa mi preoccupa, queste sensazioni aiutano . Lo ripe­
to: ho spesso una conoscenza intuitiva di ciò che sta acca­
dendo, di ciò che il paziente riesce a sopportare o no, di
ciò di cui in quel momento ha bisogno senza che a me
occorra capirlo razionalmente.
Infine, in quello che è forse il modo più importante in
cui operano le facoltà intuitive - al quale ho già accen­
nato parlando della produttività dell'ascolto pieno e parte-
Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente 61

cipe - l e cose quadrano . C ' è veramente molto da capire


sul paziente. Quando penso a tutti i punti di vista che
dobbiamo tenere presenti contemporaneamente e considero
che ogni paziente è diverso, che ognuno . è complicato, non
credo assolutamente che lo si possa fare solo con il ragio­
namento. Ma se abbiamo la mente aperta e se le nostre
facoltà intuitive sono realmente operanti, molte cose fini­
ranno per quadrare, si sistemeranno .
Ragione e intuizione sono entrambe importanti. Fidan­
dosi della sola intuizione ci si perde facilmente. Lavorare
con il solo intelletto sarebbe impossibile o, ammesso che
sia possibile, dopo un po' sarebbe sterile . Le due facoltà
devono operare insieme.
Prima di concludere queste osservazioni sulla compren­
sione, vorrei accennare anche a un altro tipo di aiuto che
sorprende non poco veder trascurato da moltissimi anali­
sti: l'aiuto che possiamo trarre dallo stesso paziente. Dopo
tutto, diciamo che l' analisi è un' attività svolta in collabo­
razione in cui dobbiamo ottenere l' appoggio del paziente
perché si possa procedere in modo fruttuoso e costruttivo.
Ma, se si tratta di un' attività svolta in collaborazione, ne
segue che nulla vieta di chiedere qualche volta al paziente
di spiegarci qualcosa che non riusciamo a capire . Non cre­
do di aver mai fatto una supervisione a un analista in trai­
ning in cui non mi si sia presentata quest'esigenza. Un col­
lega potrebbe dirmi: "Questo non lo capisco: perché il pa­
ziente dice prima questo e poi quest'altro? " . Oppure, l'a­
nalista in supervisione non capisce perché il paziente si sof­
fermi su un particolare punto. In questi casi dico spesso:
" Perché non lo chiedi a lui? " . Presentate il problema al
paziente; spesso riesce anche a darvi una risposta. Il fatto
di dirgli: " Non capisco; mi potrebbe dire che cosa le suc­
cede? " , stimolerà le sue associazioni. Cosl, sforzandoci di
dar vita a una effettiva collaborazione, accresceremo la no­
stra comprensione.
4
Difficoltà e difese

Nelle ultime due sere abbiamo parlato del modo di ca­


pire il paziente. Capire il paziente non sarebbe un' impresa
cosl ardua se potessimo fare affidamento su una altrettan­
to buona disposizione da parte sua a capire se stesso, a
valutarsi, ad accettarsi, a compiere tutti i passi necessari
per giungere all' autocomprensione. Non sarebbe cosl arduo
capirlo se, pur tra molte difficoltà, il suo atteggiamento
fosse questo: "Voglio sapere chi sono, come sono, che co­
sa sto facendo, come posso cambiare le cose indesiderabili,
quali che siano" . Ma, come sapete, non possiamo contare
su un atteggiamento del genere che, se anche ci fosse, in­
contreremmo soltanto saltuariamente. Una delle fondamen­
tali scoperte di Freud è stata proprio il rendersi conto che
in psicoanalisi si è costretti a lavorare nelle condizioni più
sfavorevoli. Freud ha parlato di resistenza. Oggi, per vari
motivi, esitiamo a usare questo termine. Non sono ben si­
cura se in esso ci sia qualcosa di sbagliato, ma ciò che
per noi costituisce un ostacolo, o un blocco o una resi­
stenza, è molto diverso da ciò che intendeva Freud. Sa­
rebbe quindi meglio usare un altro termine.
Per esempio, l'uso che Freud fa del termine resistenza
impone al paziente un peso eccessivo. Freud aveva preso
il termine dalla fisica e dal fatto che la corrente elettrica
incontra inevitabilmente la resistenza dei conduttori. Di per
sé, quindi, il termine originario non dice nulla che attenga
specificamente alla pratica analitica, e il concetto stesso di
Difficoltà e difese 63

resistenza non chiarisce se la difficoltà parta dall' analista


oppure dal paziente.
Naturalmente Freud, all'inizio, si interessò maggiormen­
te al paziente e a quella che sembrava la sua riluttanza
ad accettare certe interpretazioni, o la sua riluttanza o in­
capacità a cambiare. Se però è un fatto che egli si interes­
sò al fenomeno visto nel paziente, riconobbe poi assai pre­
sto che potevano esserci delle difficoltà anche da parte del­
l'analista. Anche se per lo più ci atteniamo ai concetti freu­
diani, potremmo andar oltre, come d ' altronde è già stato
fatto, rendendoci conto sempre più delle difficoltà frappo­
ste alla terapia da parte dello stesso analista. Mi limito
a ricordarvi Frieda Fromm-Reichmann che, pur fondando
la propria opera, almeno in certa misura, sulle teorie freu­
diane, ha compiuto grandi passi nel riconoscere le difficol­
tà originate dall' analista . 1
Al concetto d i resistenza possiamo muovere un'altra obie­
zione fondamentale: che si tratta di un' idea troppo poco
differenziata, troppo generica. Obiezione o critica difficile
da rivolgere, se guardiamo al fenomeno esattamente nel mo­
do in cui lo vedeva Freud. Non riusciremo allora né a scor­
gere certe più ampie implicazioni né a riconoscere le limi­
tazioni della concezione freudiana, ma vedremo il fenome­
no della resistenza solo cosl come lo ha descritto Freud .
Perché ho tirato in ballo questo argomento? Non certo
per entrare in polemica con Freud .2 Su questo punto ave­
te modo di seguire altri corsi di lezioni. L'ho tirato in
ballo perché questo vecchio concetto manca un po' di chia­
rezza, chiarezza che possiamo guadagnare se partiamo in­
vece da un nostro concetto. La generalizzazione fatta da
Freud, e che io contesto, è questa: possiamo chiamare re­
sistenza tutto ciò che ritarda l' analisi. Ma la resistenza, al­
lora, comprenderebbe o riguarderebbe tutte le difficoltà ne­
vrotiche . Basandosi sul proprio concetto, Freud diceva che
un Super-Io particolarmente rigido o un intenso atteggia-
64 Difficoltà e difese

mento narc1s1st1co possono dar luogo a una resistenza di


questo genere. Traducete, per favore, tutto questo nei no­
stri concetti. Noi diremmo, per esempio, che la condiscen­
denza del paziente, la sua tendenza ad autoaccusarsi, la sua
esternalizzazione, sono altrettanti fattori di ritardo. Presen­
tano delle difficoltà in terapia. Se riflettiamo attenendoci
a questo criterio , dovremmo poi dire che i blocchi sono
le difese personali che il paziente erige contro la terapia
analitica e che sono quasi identiche alle sue forze ostrutti­
ve. Ma non voglio tanto mettere in questione questo con­
cetto, quanto piuttosto giungere a definirlo più chiaramente.
Sotto questo aspetto la lezione di oggi è diversa da quelle
che l'hanno preceduta, e probabilmente anche da quelle che
la seguiranno, perché nelle altre lezioni parlo di usi, opi­
nioni e fattori di cui sono ragionevolmente sicura e che
sono diventati, quale più e quale meno, punti fermi. Qui
invece, parlando dei fattori di ritardo, mi avventuro in qual­
cosa di nuovo, che cerco a tentoni di chiarire.
Credo di aver fatto molto tempo fa il primo passo in
questa direzione, nel mio libro Autoanalisi, in cui avanza­
vo l'idea che la resistenza, o comunque la si voglia chia­
mare, fosse la tendenza del paziente a mantenere lo status
quo. Ne ho ampliato in seguito la definizione sino a inclu­
dervi non solo il desiderio del paziente di mantenere lo
status quo, ma anche di migliorare la funzionalità della pro­
pria nevrosi. Vale a dire, il paziente desidera mantenere
la propria nevrosi, ma senza le difficoltà e i disturbi da
essa originati. La differenza fra questi concetti di resisten­
za non ci sembra più cosl importante. Prima, quando con­
sideravo la resistenza come il bisogno di mantenere lo sta­
tus quo, distinguevo fra la nevrosi in sé e il bisogno di
difenderla. Questa distinzione non era definita con chia­
rezza, per cui ho voluto recentemente accertarmi di ciò che
avevo scritto. Ho riletto il capitolo " La via della terapia
psicoanalitica" del mio ultimo libro, Nevrosi e sviluppo del-
Difficoltà e difese 65

la personalità . Dal punto di vista di ciò che vi sto espo­


nendo oggi, quanto ho scritto in quel capitolo non mi sem­
bra affatto chiaro.
In parte, dicendo che i blocchi sono gli ostacoli contro
i quali stiamo lavorando, intendiamo dire che essi nascono
dalle forze ostruttive che agiscono nel paziente. In parte
questo è giusto. Usiamo il termine forze ostruttive a desi­
gnare le forze che bloccano lo sviluppo del paziente . For­
ze, che, di per sé, non hanno un' assoluta natura distrutti­
va. Se, per esempio, un paziente è spinto a prestare aiuto
- a farlo in forma coatta -, a volte questa sua coazione
può riuscire assai utile agli altri e, indirettamente, anche
a lui. Oppure, un atteggiamento di superiore capacità, la
sensazione che non c'è nulla che egli non sappia fare, gli
può dare a volte lo slancio per il superamento di difficoltà
reali e, in questo senso, può anch'esso avere una ben defi­
nita utilità. Tuttavia resta da dichiarare che il termine 'forze
ostruttive' ha un preciso schema di riferimento: l 'intralcio
dello sviluppo del paziente. In certo senso, anche in tera­
pia ci si attiene allo stesso criterio , perché vorremmo aiu­
tare il paziente nello sviluppo della sua personalità. Qual­
siasi cosa sia d'intralcio a questo sviluppo nella vita reale,
intralcerà anche i suoi e i nostri tentativi di aiutarlo a svi­
lupparla in terapia. La padronanza di sé, il voler program­
mare, controllare tutto, il mettere a tacere ogni dubbio,
l' arbitraria pretesa di avere ragione - tutto questo distur­
ba il suo sviluppo in genere e disturberebbe anche la tera­
pia psicoanalitica.
Stiamo dunque dicendo che i blocchi sono forme parti­
colari in cui si manifestano nel processo analitico le forze
ostruttive; cosl come, d' altronde, hanno modi particolari di
presentarsi nella scuola, in un impiego, verso il lavoro o
in un matrimonio .
Se però la mettiamo cosl, parlare di blocchi o di resi­
stenza è alquanto ridondante, perché equivarrebbe a dire
66 Difficoltà e difese

che le circostanze avverse contro cui stiamo lavorando in


realtà sono le stesse difficoltà nevrotiche per le quali il
paziente sta venendo in trattamento. O potremmo dire che
la terapia psicoanalitica è difficile perché il paziente viene
con tutte le sue difficoltà - con le quali, come analisti,
dobbiamo misurarci. Il confronto con una malattia organi­
ca può rendere più chiara l'idea.
Pensiamo a una frattura o a un' altra malattia organica.
In una frattura il chirurgo deve vedersela con certe diffi­
coltà. È semplice o comminuta? È di facile riduzione? Vi
sono infezioni? E via dicendo . Ma di fatto il chirurgo di­
stinguerebbe - come i medici fanno da sempre (anche se
oggigiorno in maniera più esplicita) - fra le difficoltà in­
site nella malattia, diciamo una frattura, la tubercolosi o
un tumore, da un lato, e dall'altro l' atteggiamento del pa­
ziente verso la frattura, verso la guarigione, verso il medi­
co . Vorrei chiedere: c'è qualcosa di equivalente nella tera­
pia psicoanalitica? Non possiamo pretendere che questa di­
stinzione sia cosl netta e chiara come lo è nella malattia
organica, ma è possibile farla?
Tutti noi tendiamo a distinguere spontaneamente i di­
sturbi per i quali il paziente viene in trattamento - di­
ciamo le sue ansie, le sue rigidezze, il suo orgoglio, la sua
vulnerabilità - dal suo nasconderei le cose, dalla mancan­
za di incentivo, dal rifiuto di collaborare, dalle continue
dimenticanze, dalla noncuranza per le interpretazioni. È una
distinzione che facciamo emotivamente, per cosl dire, per­
ché se vi riflettiamo, scopriamo che essa non ha alcun senso:
il nascondere del paziente è un'espressione della sua strut­
tura nevrotica e delle relative difficoltà, proprio come lo
è l'ansia. O anche il rifiuto di prendere in esame le osser­
vazioni rivoltegli dall ' analista - la sua presunzione di avere
sempre ragione, per esempio - rientra nella sua nevrosi,
proprio come rientrano, diciamo, i suoi disturbi psicoso­
matici. Eppure il nostro atteggiamento verso queste due
Difficoltà e difese 67

categorie è alquanto diverso. Ho detto che, a ben pensar­


ci, la cosa ci appare insensata. Ma se ci esaminiamo atten­
tamente, constatiamo che è proprio questo il nostro atteg­
giamento : la sensazione di trovarci di fronte a due catego­
rie veramente distinte.
Voglio considerare la questione da un diverso angolo vi­
suale. Qual è il paziente ideale che sogniamo di avere? Sa­
rebbe il paziente che viene in terapia con tutte le sue dif­
ficoltà. Questo lo diamo per scontato, non possiamo far
altro. Vale a dire, viene con il suo orgoglio, con le sue
vulnerabilità. Nel processo analitico questi fattori, che ope­
rano nel paziente , sono anche diretti verso di noi. Quan­
do richiamiamo la sua attenzione su una particolare mani­
festazione di orgoglio o vulnerabilità, su tutti i suoi modi
di salvare la faccia, il paziente ideale dovrebbe avere il
vivo desiderio di saperne di più. Direbbe: "Lei ha ragio­
ne. Esaminiamo questa maledetta faccenda! " . Questo ipo­
tetico paziente ideale nasconde sicuramente certe cose -
consciamente o inconsciamente, per un motivo qualsiasi -,
ma se noi ce ne accorgiamo e glielo facciamo notare di­
cendo: "Qui lei mi ha nascosto qualcosa e questo non gio­
va certo al buon andamento della terapia" , e gli indichia­
mo poi esattamente quali danni ne possano derivare, lui
direbbe: "Perbacco, lei ha ragione! " . Sarebbe di nuovo de­
sideroso di riprendere l' esame della questione e, infine, di
cambiare. Oppure, supponiamo di mostrargli quanto sia im­
produttivo il suo modo di vivere, o che sia lui stesso ad
acquisirne una consapevolezza sempre più chiara, ad accor­
gersi che di fatto non sta usando le proprie risorse, non
è creativo, non è felice, o comunque sia; dovrebbe allora
avere il vivo desiderio di sapere a che cosa si debba tutto
questo, di prendere posizione e trovare un orientamento
più produttivo . Ho parlato di questo paziente ideale come
di un nostro sogno, ma esso non resta esclusivamente con­
finato nella sfera della fantasia: queste cose possono anche
68 Difficoltà e difese

succedere. Quanti di voi hanno una certa maggiore espe­


rienza possono avere incontrato qualche volta un paziente
di questo tipo.
Eccovi ora un esempio che ci potrà far fare un altro
passo avanti . Riguarda una paziente che mi ha colpito mol­
to, tanto che ho citato in varie occasioni il lavoro da lei
fatto in analisi . Si tratta dell' efficientissima direttrice di
un ente per l' assistenza sociale, un'ottima organizzatrice,
gran lavoratrice, appassionata al proprio lavoro e assoluta­
mente convinta dell'importanza dell' azione sindacale. A un
certo punto gli assistenti sociali si erano organizzati in un
sindacato e lei aveva dato all'iniziativa il suo pieno appog­
gio, nella convinzione profondamente radicata della bontà
di questo passo. Ma, come succede normalmente in questi
casi, specie in un sindacato, c'era ora una certa tensione.
Se prima c'era fra i suoi dipendenti una buona collabora­
zione, ora era cominciato un periodo di transizione in cui
essi erano diventati piuttosto battaglieri. Lei era la diret­
trice e loro lottavano per i propri diritti, anche se forse
questa lotta non era strettamente necessaria, e questo la
turbava. Venne a chiedermi consiglio, ansiosa e quasi sciolta
in lacrime . Ne parlammo. Qui c'erano due fattori nevroti­
ci e io gliene indicai uno: il suo bisogno di affetto - e,
potrei aggiungere, certe pretese circa tale bisogno: il fatto
d'essere stata una buona dirigente (come realmente era) .
Voglio dire che era stata sempre attenta ai propri dipen­
denti, ai loro umori e ai loro bisogni. Quando capl che
le tensioni erano passeggere, il suo bisogno nevrotico di
affetto e le sue pretese d'essere apprezzata da loro si pla­
carono. Quest'esame richiese soltanto un paio di sedute,
eppure il risultato fu straordinario : la aiutò a non avverti­
re più questo eccessivo bisogno di affetto e la portò a ri­
conoscere la situazione per quella che era. Presto poté tor­
nare a essere in ottimi rapporti con i propri dipendenti.
Ora, come riusd a ottenere questo risultato? Qui agiva-
Difficoltà e difese 69

no due fattori nevrot1c1 piuttosto forti: un grande bisogno


di affetto e certe pretese altrettanto salde. Ma c'erano in
gioco altri valori che per lei erano più importanti. Intanto
c'era la sua convinzione della bontà delle unioni sindacali.
Anche più importante era la devozione al lavoro che face­
va: se l' efficienza di questo lavoro avesse dovuto subire
l'interferenza delle tensioni create intorno a lei dal suo bi­
sogno di affetto, con le pretese che vi erano associate, oc­
correva rinunciare sia all'uno sia alle altre - e lei vi ri­
nunciò . Potrebbe sembrare che in questo caso siano entra­
te in azione soltanto delle forze costruttive, alle quali lei
era in grado di fare ricorso. Ma non è cosl. Mi accorsi
in seguito che tale rapido cambiamento era stato reso pos­
sibile anche da un altro elemento, ossia da questo suo pro­
fondo convincimento : " S i tratta soltanto di me, soltanto
di fattori personali" . Lei capiva che questi fattori - che
avevamo individuato in precedenza: il bisogno nevrotico di
affetto e la pretesa d'essere apprezzata - non avrebbero
dovuto interferire nel lavoro che lei eseguiva con tanta de­
dizione. In ogni caso, c'erano in esso valori assai più im­
portanti di questo bisogno e di queste pretese. Se la sua
dedizione al lavoro - e anche al lavoro analitico - non
fosse prevalsa sulla nevrosi, si può facilmente presumere
che lei si sarebbe posta sulla difensiva, e avrebbe detto:
"Beh, in fin dei conti sono sempre stata un buona diret­
trice. I miei dipendenti dovrebbero darmene atto, dovreb­
bero avere piena fiducia in me" , e via di questo passo.
Lei invece non lo disse.
Nel caso di questo esempio, dunque, la difficoltà tera­
peutica non è dovuta alla difficoltà nevrotica in sé. Ci chie­
diamo: il paziente si mette sulla difensiva quanto agli at­
teggiamenti che vengono posti in discussione? La paziente
del mio esempio , anziché difendersi, esplora. In altre pa­
role, si tratta dell 'atteggiamento che ella ha verso i biso­
gni, le pretese, ecc . , della propria nevrosi. Questo vale per
70 Difficoltà e difese

ogni altra situazione. Il paziente arriva con il suo orgoglio


e le sue vulnerabilità, o con gli accorgimenti che ha esco­
gitato per salvare la faccia o evitare qualcosa. Sono queste
le difficoltà con le quali entra in terapia e che rendono
arduo il trattamento. Ma giova distinguerle dalle difese che
egli pone in opera per proteggere appunto queste difficol­
tà. Ecco dunque ciò che conta: il paziente, per esempio,
si mette sulla difensiva per orgoglio? O è invece disposto
a esaminare come stanno le cose?
Ecco perché ho intitolato questa lezione "Difficoltà e
difese" . Questo non significa, lo ripeto, che le difese non
costituiscano delle difficoltà. Nel trattamento analitico pre­
sentano entrambe dei problemi, ma penso che sia bene di­
stinguerle. Giunti a questo punto, ci dobbiamo chiedere:
che cosa vuoi difendere il paziente?
È chiaro che il paziente non difende l'intera nevrosi.
Sarebbe ben lieto di sbarazzarsi di certi fattori, in primo
luogo di certi sintomi che lo disturbano veramente, come
l'ansia che lo paralizza, l'odio verso se stesso e altri del
genere. Ma non vuole sbarazzarsi solo dei sintomi: vuole
anche sbarazzarsi delle inibizioni, di qualunque tipo. Dete­
sta di non riuscire a sostenere le proprie opinioni o le pro­
prie convinzioni, detesta la propria timidezza, la propria
incapacità di dire di 'no' . Ma difende quelli che gli sem­
brano i valori soggettivi della struttura nevrotica. In altre
parole, ogni qual volta si mette sulla difensiva, c'è di mezzo
un valore soggettivo, a patto che, per tornare all'esempio
della nostra direttrice, questo valore soggettivo non debba
cedere il passo a qualcosa di più importante, a qualche prio­
rità. E queste priorità saranno, in primo luogo, le forze
costruttive del paziente. Tuttavia, anche in esse possono
esserci degli elementi nevrotici . Consideriamo, per esem­
pio, la storia di Ignazio di Loyola, il quale in un certo
momento della vita decise che per lui la vocazione di san­
to era più importante dei piaceri che potevano offrirgli le
Difficoltà e difese 71

donne . E questa sua determinazione, questa ferrea forza


di volontà di plasmarsi alla santità, ebbe per lui più im­
portanza della conquista dei cuori femminili . Ecco un uo­
mo che, fin dall' inizio della propria carriera, decise ciò che
voleva. (È difficile giudicare se in seguito siano entrati in
gioco motivi più autenticamente religiosi) . Fare il santo gli
sembrò più importante di tutto il resto. La sua determina­
zione lo mise in grado di rinunciare a una quantità di al­
tre cose che, al confronto, non avevano molta importanza
o non ne avevano affatto .
In molti casi, come sappiamo, le inclinazioni del pazien­
te possono essere contrastanti. Per esempio, molti pazienti
covano in sé uno spirito di vendetta come un'arma o un
mezzo necessario per la loro rivalsa, per sentirsi superiori
agli altri. Ma per altri versi, o in altri momenti, lo dete­
stano o ne hanno paura. In uno degli esempi che ho fat­
to, il paziente non voleva altro che essere spontaneo, ma
la sua paura delle critiche stava a indicare che non c ' era
nulla che lo spaventasse più della spontaneità. Cosl c'era
una scissione nel suo atteggiamento. Anche qui dobbiamo
vederci chiaro e non farci ingannare dal grande rilievo che
il paziente dà a qualcosa come l' indipendenza o la sponta­
neità. Se per molto tempo non succede niente in questo
senso, se lui non riesce a dar corso a ciò che dichiara di
desiderare, dovremmo pur chiederci: " Che cosa c'è sotto?
Il paziente sta difendendo certi valori soggettivi?' ' .
Ciò che intendo dire è illustrato assai bene in un ro­
manzo di Pearl Buck. Un dottore vede un paziente che
ha un tumore nella parte pos teriore del collo . Come medi­
co cui sta a cuore la salute della gente, consiglia al malato
di andare a farselo curare in ospedale. Ma l'uomo rispon­
de: " No, in quel tumore c'è la mia anima" . Dunque lo
valuta soggettivamente come la propria anima. Prima di esa­
minare questi valori soggettivi, voglio rispondere a un'o­
biezione che può facilmente imbrogliare le carte. Mi si po-
72 Difficoltà e difese

trebbe dire: "Ma la nevrosi m se stessa non è già m buo­


na parte, se non tutta, una difesa?" .
Se fosse così, ciò significherebbe che le difese che ve­
diamo nella terapia psicoanalitica sono i metodi abitualmente
usati dal nevrotico per difendere, in tutto o in parte, la
propria struttura nevrotica. Penso però che questa opinio­
ne, che ho sentito sostenere nel nostro Istituto - "La
nostra nevrosi non è per la maggior parte, se non tutta,
una difesa?" - sia giustificata, nel migliore dei casi, solo
da un punto di vista storico-genetico . 3 Consideriamo l' af­
fetto o l' amore o il potere nevrotici. Essi hanno avuto ori­
gine, se vogliamo metterla in questi termini, come difesa
contro un' ansia di fondo, come mezzo per sentirsi più si­
curi. In questo senso li potremmo chiamare mosse difensi­
ve. Se però ci dimentichiamo della loro origine, e li esa­
miniamo da un punto di vista fenomenologico cercando sem­
plicemente di descriverne le caratteristiche, diremmo : ecco
delle pulsioni - per esempio, la brama di potere -, pul­
sioni tanto forti da indurre Freud a ritenerle di natura
istintiva.
Ci sono però altre posizioni nevrotiche più tipicamente
e direttamente difensive, che acquietano l' ansia, proteggo­
no da offese o proteggono parti della struttura dall'andare
in frantumi. Prendiamo, per esempio, la pretesa arbitraria
di aver ragione. Questa non è una pulsione. È prima di
tutto un atteggiamento difensivo, difensivo nel senso in cui
uso il termine qui: elimina la mancanza di fiducia in se
stessi; diventa un involucro protettivo, come per Sigfrido
il sangue del drago; protegge dalle critiche. Cosl il pazien­
te se lo porta dietro in analisi. Ora, questo voler sempre
avere ragione è una difficoltà o una difesa? Penso che sia
entrambe le cose. Naturalmente crea difficoltà all' analisi del
paziente, ma quel che conta è, ancora una volta, l' atteg­
giamento del paziente di fronte a questa sua pretesa arbi­
traria: se si metta in difensiva, o se invece la esamini, con-
Difficoltà e difese 73

siderandola un problema che va analizzato. Nel corso del­


l' analisi farà prima una cosa e poi l' altra. Può benissimo
accadere che cominci con il mettersi in difensiva e dica
con semplicità: "Mi capita d' essere sicuro di aver ragio­
ne" . Questo significa che è davvero convinto di averla sem­
pre. Oppure può invece dire (come fece un mio paziente)
che non gli importa un bel niente di avere ragione o tor­
to, ma che le cose stanno proprio come le vede lui -
altro modo di difendere la pretesa di aver ragione. In se­
guito, questo stesso paziente potrà giungere a considerare
un problema questa sua pretesa. Nel frattempo avrà con­
statato le reali difficoltà che essa provoca in terapia. Avrà
imparato qualcosa su se stesso e riuscirà ad accettarsi di
più. Vale a dire che in seguito potrà essere disposto a con­
siderare un problema questa sua pretesa arbitraria e la esa­
minerà. Potremmo dire che essa è dapprima una difficoltà
che lo fa stare in difensiva, e in seguito una difficoltà che
egli è disposto ad analizzare. Ossia, per quanto riguarda
in primo luogo gli atteggiamenti di difesa, dovremmo par­
lare della difesa di una difesa.
Ora diamo uno sguardo ai valori soggettivi che vengono
difesi. Essi sono di due tipi. In breve, appartengono al
primo i valori positivi che il paziente difende perché pensa
che racchiudano qualcosa di prezioso; al secondo, i valori
protettivi o difensivi, ai quali egli tiene non come valori in
sé, ma perché li considera indispensabili come protezione
contro qualcosa. In ambito nazionale, ciò equivarrebbe, da
un lato, alla difesa di qualcosa che riteniamo prezioso -
come uno stile di vita democratico - , dall' altro, alla pro­
tezione di ciò che praticamente serve alla nostra difesa -
come le risorse militari e i segreti militari. Gli atteggia­
menti e le difese in cui ci imbattiamo nella terapia analiti­
ca vanno esaminati da entrambi i lati. Prendiamo, per esem­
pio, la pulsione verso il potere, sotto qualsiasi forma si
presenti. È qualcosa che il paziente considera un valore
74 Difficoltà e difese

positivo. Nondimeno, serve anche come protezione contro


la ben più temuta sensazione d' essere inerme.
Potremmo anche osservare che esistono differenze nella
misura in cui taluni atteggiamenti presentano una compo­
nente difensiva - certi valori soggettivi sono principalmente
difensivi, altri principalmente positivi. Consideriamo, per
esempio, la differenza fra l'individuo soggetto a una pul­
sione verso il potere e quello che avverte parimenti una
pulsione, diretta però ad acquisire un rigido autocontrollo .
Il valore positivo posseduto dal primo è maggiore, perché
questa persona dimostra di avere il gusto della vita. Il va­
lore posseduto dal secondo è anzitutto protettivo. Parlan­
do di valori positivi, possiamo dire che rientra in essi tut­
to ciò che dà alla persona il gusto di vivere, l'impressione
di perseguire uno scopo o di trovare appagamento, il sen­
so d'essere importante, forte o nel giusto.
Nella categoria dei valori positivi che il paziente difen­
de metto per primi gli impulsi passionali, quelli che danno
alla nevrosi un carattere demoniaco - e, in fin dei conti,
si pensava un tempo che le persone che li avevano fossero
possedute dai demoni. Una bella definizione davvero ! La
gente è posseduta dall' ambizione o dalla brama di potere.
Oppure, come C alvino e Savonarola, per esempio, è osses­
sionata dall'idea di riformare il mondo. O è sospinta sen­
za tregua verso l' amore, in cui crede di trovare appaga­
mento e di dare un senso alla vita.
Fra costoro includiamo anche gli individui che sentono
l' impulso verso soddisfacimenti masochistici, come Sacher­
Masoch, da cui deriva il termine masochismo, un impulso
che egli ha descritto. Il suo appagamento Sacher-Masoch
lo trovava Il; senza di esso la sua vita sarebbe stata piut­
tosto vuota. Troviamo le stesse caratteristiche in coloro che
sono dominati da certe pulsioni sadiche . Dopo la pubblica­
zione del mio libro I nostri conflitti interni, ricevetti una
lettera sprezzante di un tizio che mi dava della scimunita.
Difficoltà e difese 75

Costui scriveva che non avevo la pm pallida idea di come


siano meravigliosi gli impulsi sadici ! Ti fanno sentire vivo,
diceva, sono una pulsione reale, e via di questo passo. A
modo suo, diceva che il sadismo dava un senso alla sua
vita, che altrimenti sarebbe stata ben vuota. Troviamo la
stessa forza pulsionale nello sfruttare, nel negoziare, nella
spinta al trionfo vendicativo, come pure nella semplice, con­
creta vendetta. Una pulsione simile, in genere più nasco­
sta, la troviamo anche in coloro che anelano al piacere di
demolire o frustrare, con il pretesto: " S ono un disgrazia­
to, perché gli altri dovrebbero essere felici? " . E se non
si riesce a gioire , per disperazione o per un qualunque al­
tro motivo , l' unica via d'uscita, l'unico modo di dare un
significato alla vita, può essere quello di demolire, di fru­
strare. Ecco dunque queste pulsioni che costoro percepi­
ranno come estremamente positive perché li fanno sentire
vivi, gli danno certi fremiti o soddisfacimenti. Danno un
senso alla vita, il gusto di vivere.
Ci sono anche altre cose che danno alla persona il senso
di avere uno scopo: un senso molto importante per il ne­
vrotico, il quale è talmente alienato da essere costretto o
a cercarsi in qualche modo uno scopo o a lasciarsi andare
a un'esistenza assolutamente vuota. La ricerca di uno sco­
po lo può portare a circondarsi di molti amici che si curi­
no di lui, a rendersi accettabile agli altri, ad aiutarli, a
vivere mediante e per gli altri, come molti fanno nel ma­
trimonio, a lavorare - anche se il suo lavoro può avere
carattere coatto. Possono rispecchiare questa preoccupazio­
ne di darsi uno scopo anche i moltissimi fattori della ne­
vrosi che danno alla persona l' impressione di valere, d'es­
sere forte, di aver sempre ragione . Sto pensando ai vari
tipi di orgoglio, alla stessa idealizzazione del Sé, all'insi­
stenza con cui si cerca d'essere accetti agli altri, d'essere
utili agli altri e cosl via. Ci sono anche modi assai diversi
di acquisire e mantenere il senso del proprio valore o del-
76 Difficoltà e difese

la propria forza attraverso quello della propria superiorità:


per esempio, vendicandosi degli altri per ricavarne un'illu­
sione di onnipotenza. Poiché, naturalmente, è attraverso le
sensazioni che avvertiamo la nostra vitalità, quelle che ci
danno l'impressione di avere uno scopo da perseguire e d'es­
sere importanti saranno collegate ai valori positivi che ven­
gono strenuamente difesi.
Sono sicura che questa mia elencazione dei valori positi­
vi che il paziente considera preziosi è incompleta. Cosl come
lo sarà anche la prossima, cioè quella dei valori difensivi
o protettivi ai quali il nevrotico ricorre per mantenere al
sicuro i positivi. Fra questi, ci sono le sue proprie difese
contro l ' ansia, come le manovre diversive , le attività nar­
cotizzanti, come il mettersi a bere, a dormire e via dicen­
do . Fra i valori protettivi potremmo includere, in ogni ca­
so parzialmente, le difese alienanti che riducono l' ansia, gli
espedienti per mettersi al riparo dalla forza dirompente dei
conflitti: il negarli, il compartimentarli da parte del nevro­
tico, i suoi tentativi di darsi un certo tono, il suo cini­
smo. Un altro tipo di difesa di carattere protettivo potrebbe
essere tutto ciò che il paziente ha eretto contro le criti­
che, contro il suo senso di colpa, contro il disprezzo di
sé o l'odio che nutre verso se stesso . Il suo sforzarsi d'es­
sere perfetto è un esempio di questa difesa - il suo cer­
care di soddisfare a quelli che sarebbero i suoi 'doveri ' ,
o almeno d i conservare l'illusione d i farlo, l a sua certezza
d' essere nel giusto (e di eliminare cosl ogni dubbio che
egli possa avere) , il suo controllo, le sue finzioni. Tutte
queste mosse difensive servono principalmente a protegger­
lo, diciamo , dal disprezzo e dall'odio nutriti verso se stes­
so, ma anche contro le critiche provenienti dall'esterno.
Molte persone con tendenza all' autocancellazione evitano la
disfatta attenendosi rigidamente alle restrizioni che esse stes­
se si impongono , reprimendo si.
Tornando a qualcosa di più generale, abbiamo difese con-
Difficoltà e difese 77

tro l' ansia, la disperazione e lo sconforto . Queste ultime,


disperazione e sconforto - il senso della vuotezza della
propria vita -, nascono in definitiva dall' alienazione, dal­
lo scindersi delle esperienze interiori. Da questo senso di
vuoto ci si può difendere con una compagnia che distrag­
ga, il lavoro, un' esistenza superficiale, un superficiale otti­
mismo: tutte difese contro ferite e delusioni. Analogamen­
te, ci sono varie difese contro l' impressione di soccombere
al caos, al sentirsi perduto, all'inerzia. Vediamo queste di­
fese in coloro che hanno bisogno di attenersi ai loro rigidi
' doveri ' , perché hanno la sensazione che non ci sia altro
cui aggrapparsi: ' ' Almeno questi doveri sono come una fu­
ne alla quale afferrarmi per mettere un po' di ordine nella
mia vita" . Fra queste difese spicca l'estesa esternalizzazio­
ne, la tendenza a esprimere i processi interiori come se
accadessero all'es terno del Sé. Va anche considerata l ' arbi­
traria pretesa di aver sempre ragione (con cui mettere a
tacere la propria insicurezza) . Altra difesa di questo tipo
è la convinzione di 'farla franca' .
In analisi tutti i valori soggettivi sono messi in questio­
ne. Questo può accadere anche fuori analisi, ma è certo
che in analisi essi vengono attaccati più sistematicamente
che in ogni altra situazione della vita. Perciò, finché li av­
verte come preziosi o indispensabili, il paziente deve met­
tersi in difensiva. Lo si vede in tre aspetti: nel modo in
cui lavora sui suoi problemi, nell'atteggiamento verso il te­
rapeuta e in quello verso la terapia come tale.
La tesi che ho esposto è dunque questa: quando un pa­
ziente è in difensiva, spesso alla radice dei suoi blocchi
c'è un valore soggettivo ed è bene chiedersi quale sia pre­
cisamente il valore soggettivo che viene difeso. In linea
generale, questo porta a uno studio più elaborato dei valo­
ri soggettivi nella nevrosi. Certo, alcuni li conosciamo e
ne ho parlato qui. Nondimeno, sarebbe utilissimo effettua­
re uno studio più approfondito e preciso di questi valori.
78 Difficoltà e difese

Il paziente entra in analisi con le proprie particolari diffi­


coltà, come del resto fa quando inizia un lavoro o un rap­
porto umano . Vorrei suggerire di chiamarle le difficoltà con
le quali ci dobbiamo battere . Ma da esse vanno distinti
i blocchi o difese che egli erige per proteggere questi valo­
ri soggettivi. La riuscita del lavoro analitico dipende dalla
sua buona disposizione a esaminare, saggiare, approfondi­
re, portare avanti un problema e infine cambiare.
5
Processo intellet tuale
o esperienza emotiva

Ora possiamo rivolgere la nostra attenzione all'importan­


za delle emozioni nel processo analitico . In breve, sulla ri­
levanza delle esperienze emotive in analisi c'è stato un de­
ciso cambiamento di atteggiamento. Quando Freud effet­
tuava i propri esperimenti sull'ipnosi - e quelli sl che erano
esperimenti! - era considerato fondamentale rivivere cer­
te esperienze passate. Poi, nel prosieguo della sua ricerca,
quando cominciò a costruire le proprie teorie, ci fu una
svolta verso il lato intellettuale. L' analisi divenne sempre
più un fatto di comprensione, di appello alla ragione. Se
a quel tempo uno avesse chiesto: " Com'è che il paziente
giunge a star meglio e a cambiare? " , la risposta sarebbe
stata che il paziente si rende conto che un certo atteggia­
mento è in realtà infantile (per usare la terminologia di
Freud), o che ha capito meglio il ripetersi di certi atteg­
giamenti infantili in risposta alle sue esperienze. Il più ma­
turo giudizio del paziente gli dirà che t ali atteggiamenti
non sono razionali, che non è più tempo di continuare ad
averli. A quell'epoca, l' analisi faceva appello alla ragione;
in seguito, questa sopravvalutazione della ragione e dell'in­
telletto cominciò a cambiare. Non voglio addentrarmi nel­
l'intera storia di questi cambiamenti - storia che vi è pro­
babilmente ben nota. Comunque, il primo mutamento di
indirizzo apparve in un saggio di Ferenczi e Rank, in un
periodo in cui la psicoanalisi si basava ancora sulla nozio-
80 Processo intellettuale o esperienza emotiva

ne della necessità di far rivivere al paziente le esperienze


dell'infanzia . ' Ma l 'importanza di questo saggio non sta­
va tanto nell'attenzione riservata in massima parte alle espe­
rienze infantili, quanto piuttosto al risalto che esso dava
alle esperienze emotive.
Il rilievo dato a queste esperienze aumentò sempre più
ed è ormai largamente accettato come giusto e opportuno .
Per esempio, Theodor Reik, che proprio qualche anno fa
scrisse un libro sull'effetto terapeutico della sorpresa/ so­
stenne che, se il paziente è preso alla sprovvista, potrà avere
una reazione emotiva e che questa avrà un risultato tera­
peutico . Ancora recentemente, ho avuto una conversazione
alle Hawaii con John Lynne. L' anno scorso Lynne ci ha
dato un saggio di grande interesse sulla personalità scis­
sa.3 In breve, anch'egli si è detto convinto che l'unica co­
sa importante in analisi è l'esperienza emotiva. Può darsi
che esageri dando tutto questo risalto all'emozione, ma si
è attenuto ai suggerimenti di altri psichiatri che hanno pro­
vato un certo procedimento consistente, in parte, nel som­
ministrare al paziente un sedativo e in parte, a quanto mi
è parso di capire , nel sottoporlo a dosi moderate di stimo­
lazione elettrica. Lynne ne ha tratto l' impressione che l'a­
zione combinata del sedativo e dello stimolo elettrico des­
se realmente luogo a un'intensa esperienza emotiva.
Accenno a questo per un motivo: il fatto che c'è qual­
cuno che va per la propria strada seguendo i suggerimenti
di altri psichiatri che sono molto lontani da noi, ma arri­
va anch'egli alla conclusione che le esperienze emotive so­
no importanti perché giovano alla terapia. Fin qui, mi pa­
re quasi generalmente accolta l'idea che in psicoanalisi sia­
no auspicabili le esperienze emotive, in aggiunta al fatto
di parlare semplicemente delle cose o di capirle intellet­
tualmente. Ne nascono però molti interrogativi, ai quali si
danno tuttora risposte non chiare . Accenno solo ad alcuni
dei problemi che vi sono connessi.
Processo intellettuale o esperienza emotiva 81

Per cominciare, mi sembra che vari analisti pongano l'ac­


cento su certi fattori che, secondo loro, sarebbe necessario
far sperimentare al paziente. Per esempio, ho sentito spes­
so Harold Kelman sostenere l'opportunità dell'esperienza di
ansia. Alexander Reid Martin dà invece più rilievo a quel­
la di conflitto.4 Ne parla come di una partecipazione cor­
porea al conflitto e credo di capire che cosa intenda dire,
anche se non vedo in ciò uno straordinario significato . So­
no del parere che ogni autentica esperienza emotiva abbia
un certo carattere totale. Il vocabolo tedesco Erlebnis, che
rimanda al senso del vivere, racchiude anch'esso l' idea di
una totalità del sentire. Leben si riferisce alla vitalità, alla
vita. È una buona parola perché significa qualcosa di emo­
tivamente vivo e include la totalità di noi. Paragoniamolo,
per esempio, all'orgasmo. Il vero orgasmo non è soltanto
una sensazione localizzata, ma qualcosa che si estende a
tutto il nostro essere. Certo, una sensazione di vitalità può
essere localizzata, ma allora non si ha più Erlebnis nel sen­
so in cui ora uso questo termine. Nel mio articolo "The
Paucity of Inner Experiences" parlo dell'importanza di pro­
vare la sensazione del vuoto interiore, un punto sul quale
un tempo insisteva molto Ralph Harris . 5
Tutte queste sensazioni - l' ansia, il conflitto, l ' Erleb­
nis, la vitalità localizzata, il vuoto interiore e via dicendo
- sono auspicabili e importanti. Ma non vedo ancora al­
cun particolare motivo per considerare preminente l'uno o
l'altro fattore, anche se sono effettivamente convinta che
quanto più una cosa, quale che essa sia, viene esperita e
sentita - e non si limita ad accadere nella ' mente' -
tanto maggiore è la sua efficacia terapeutica. Ora, più spe­
cificamente, che valore ha in analisi questa esperienza
emotiva?
In parte questi fattori sono evidenti di per sé. Niente
è più reale per noi di ciò che sperimentiamo direttamente.
Possiamo sentir parlare di fame, di guerra, della bellezza
82 Processo intellettuale o esperienza emotiva

della montagna o delle doglie del parto, ma a queste cose


manca la realtà che esse hanno quando siamo noi stessi
a provarle: si tratti di dolore, fame, sete, bellezza, amore
e cosl via. La stessa cosa - anche se non altrettanto rea­
le - vale per ciò che avviene nell'ambito dell' analisi. Vo­
glio ricordare un punto al quale ho già alluso più volte
oggi: si può avere la ferma convinzione che qualcosa sia
in un certo modo, ma il fatto di averne la sensazione dà
a questo qualcosa un valore di realtà completamente diver­
so. Ciò che non avvertiamo in noi stessi resta in definiti­
va un' illazione, un'illazione che può anche portare a un
certo convincimento. Ma, proprio perché resta in definiti­
va un'illazione, non mette radici. Non diventa proprietà
personale dell' individuo. Molto spesso è difficile distingue­
re il vero sentire dalle inferenze, perché il paziente può
essere del tutto produttivo e interessato a qualcosa, eppu­
re, dopo qualche seduta, possiamo notare che ben poco ha
realmente messo salde radici o ha lasciato in lui un'im­
pronta profonda. È come se avesse parlato di possibilità,
come faceva il paziente dell'esempio che ho fatto in prece­
denza in un altro contesto . Ci eravamo occupati della sua
paura delle critiche in alcune sedute ben riuscite e dalle
quali era emerso molto . Ma benché tutto sembrasse chia­
ro, lui non fece che un'illazione : era evidente che doveva
aver paura delle critiche . Certo, anche sulle illazioni si può
costruire qualcosa. Mai completamente, però; solo in mag­
giore o minor misura.
Un secondo pregio delle esperienze dirette che il pazien­
te fa in analisi è quello della sensazione che riceve dall'in­
tensità di qualcosa: il che, come tutti sappiamo, ha molta
importanza. Naturalmente, quest'intensità può essere infe­
rita, più che avvertita direttamente. Se, per esempio, una
paziente riesce a vedere punto per punto i motivi che stan­
no dietro al panico da cui è presa quando qualcosa sfugge
al suo controllo, ne trae l'illazione che il controllo dev' es-
Processo intellettuale o esperienza emotiva 83

sere importante. Contro l'intensità cosl inferita non v1 e


nulla da obiettare a livello intellettuale, né la paziente in­
tende contestarne la portata. Però non è sentita. È inferi­
ta, e può darsi che sia all'inferenza che lei si attiene con
tanta convinzione, non alla sensazione reale.
È sorprendente ciò che la gente riesce a fare in analisi
con le sensazioni e i sentimenti che prova. A volte questi
possono essere fugaci, e capiamo che il paziente li può tra­
scurare anche se a noi sembrano importanti, tanto da in­
durci a vedere se non siano bolle che vengono alla super­
ficie da grandi profondità.
Ma anche se un sentimento è piuttosto forte, come l'in­
dignazione per un diritto conculcato o la rabbia per qual­
cosa - che siano esperienze realmente avvertite - anche
in questo caso il paziente lo può trascurare dicendo: "Beh,
ho delle buone ragioni per arrabbiarmi" . Qui non si tratta
di un vero interesse che il paziente rivolge alla propria rab­
bia, quanto piuttosto dell'interesse a giustificarla. Da che
cosa è motivata la sua rabbia? O potrebbe anche dire: "Ho
avuto proprio un impeto di rabbia - ma in fin dei conti
non è giustificata" . Anche in questo caso, non è il senti­
mento in sé a preoccupare il paziente, ma se sia giusto
averlo. O potrebbe raccontare di avere reagito eccessiva­
mente a un insulto o in una certa circostanza, e dire: "Cer­
to, la mia reazione è stata eccessiva' ' . In questo modo quella
sensazione è chiusa in un cassetto e dimenticata. O si chie­
derà immediatamente: "Che cosa mi succede? Perché sono
cosl arrabbiato?" . Tutte cose che sono completamente di­
verse dall' affrontare direttamente il sentimento o la sensa­
zione in sé.
Ho già fatto l'esempio di un paziente che si viene a
trovare a faccia a faccia con una sensazione intensa, e de­
sidero riprenderlo. Anche se si tratta semplicemente di un
esempio, sul caso di questo paziente c'è da esaminare qual­
cosa di più. Come ricorderete, l' episodio avvenne durante
84 Processo intellettuale o esperienza emotiva

l'interruzione dell'analisi formale perché il paziente era par­


tito per le vacanze: un tratto di autoanalisi, principalmen­
te. Lui aveva la tendenza ad autocancellarsi, ma comincia­
va a riprendersi .
Ricorderete forse che, per una provocazione esterna, il
paziente era stato colto all' improvviso da una rabbia furi­
bonda per tutto ciò che aveva sublto in vita sua, una vol­
ta dopo l ' altra. Non si chiese: " C ' era qualche giustifica­
zione? Perché è cosl? . . . " . Niente. Nessuna domanda o ra­
gione: il solo fatto d' essere affrontato e di provare la pura
e semplice, aspra rabbia per avere sopportato troppo in vi­
ta sua. Senza analizzare nulla, si badi bene, semplicemente
passando per questa esperienza, si rese conto del valore
che poteva avere la sua reazione e capl di non dover met­
tere nulla a tacere, ma lasciare che le cose saltassero fuori.
Lo fece e lo trovò molto sgradevole, ma avvertl poi un
enorme senso di liberazione. Si sentl sereno, felice. Era
scomparsa la sua abituale timidezza verso la gente. Appa­
riva cordiale, aperto. Ora, questo risultato , ottenuto senza
che fosse stata formulata la minima riflessione di analisi,
mi porta a parlare del terzo punto: il senso di liberazione .
Sull' argomento voglio prendere in esame alcuni episodi,
tutti molto semplici. In un mio libro ne ho pubblicato uno
che mi ha portato a una scoperta molto importante sulle
pretese nevrotiche .6 In breve: stavo tornando dal Messi­
co, durante la seconda guerra mondiale, e a causa di certe
priorità fui fatta scendere dall' aereo nel più profondo Te­
xas . All'inizio, beh, ero solo un po' contrariata: più che
altro, mi sentivo stanca e scoraggiata. Come avrei fatto ad
arrivare a New York? Passai una bruttissima notte in tre­
no. Ma durante quella notte cominciai poco per volta (non
ricordo esattamente quando accadde) a provare rabbia, an­
ziché stanchezza, una gran rabbia per la situazione in cui
ero . "A me questo non doveva succedere ! " . D' accordo sulle
priorità, ma era proprio un terribile . . . non vorrei dire in-
Processo intellettuale o esperienza emotiva 85

sulto, ma una terribile sfortuna, per cosl dire. La situazio­


ne era davvero spiacevole. Ma ecco che questa rabbia esplo­
se e, a livello intellettuale, la collegai a una qualche mia
pretesa, pretesa che di fatto non percepivo direttamente .
Eppure, era questa la sola cosa che riuscii a tirare fuori
- ed era assolutamente giusta -, ossia una pretesa da
parte mia di qualcosa di straordinario . In quel momento
provai un enorme senso di liberazione. Raramente mi ero
sentita cosl felice . Nonostante i tre giorni e le quattro notti
che passai in treno - e il viaggio non era certo meno
scomodo dopo questo mio insight -, mi sentivo molto fe­
lice . Serena. Mi divertivo a guardare dal finestrino, a par­
lare con la gente. Fu davvero un'esperienza stupenda. Ho
voluto ricordarla qui perché mette particolarmente in risal­
to il senso di liberazione che intendo ora esaminare più
a fondo .
In particolare, voglio approfondire l' indagine del suo va­
lore terapeutico . Nell' esperienza che ho descritto, il fatto
d'essere stata costretta a prendere il treno provocò in me
un soprassalto di rabbia e di spirito di vendetta - potes­
se precipitare l' aereo dal quale mi avevano fatto scendere !
Questo, insieme con la mia pretesa, la mia insistenza su
qualcosa di straordinario, toccò la corda giusta. Quel che
accadde non fu la deliberata e cosciente rinuncia a tale
pretesa: a quanto pare, fu questa a dileguarsi. La scompar­
sa dell'ostinatezza su qualcosa di straordinario o della pre­
tesa di un qualche privilegio, comunque la si voglia chia­
mare, fu certo un sollievo . Lo si può capire. Quindi, in
aggiunta all'esperienza emotiva, vi fu anche un tratto di
buona analisi, in quanto il senso di rabbia e lo spirito di
vendetta vennero collegati alla pretesa sottostante. Si po­
trebbe interpretare quest'esperienza anche come una resa,
come l' abbandono o la rinuncia da parte mia a certi fatto­
ri nevrotici, con il risultato d'essere più in armonia con
me stessa. Oppure, anziché parlare di pretese, si potrebbe
86 Processo intellettuale o esperienza emotiva

dire che avevo liquidato qualcosa, un certo egocentrismo,


almeno temporaneamente.
Mi chiedo tuttavia se tale esperienza di liberazione ri­
guardi proprio questo . Nell' analoga esperienza avuta dal pa­
ziente che si era infuriato perché aveva sopportato troppo
da parte degli altri, non c'era stata nessuna forma di ana­
lisi; semplicemente la sensazione nuda e cruda di rabbia
per ciò che aveva sempre sublto . Qui dobbiamo riflettere
su un fattore generale: la presa di contatto con qualcosa
di realmente vitale. Ciò può essere particolarmente impor­
tante per gli individui che hanno tendenza all' autocancella­
zione e che quindi avvertono un senso di costrizione, spe­
cie di fronte a tutto ciò che è indomito e selvaggio . Ma
sta di fatto che questo senso di costrizione è presente in
molte nevrosi e lo si trova anche nel tipo rassegnato e
in molti tipi arroganti, vendicativi, che tengono a freno
i loro sentimenti. In fondo, qualsiasi nevrosi è un freno
alla vitalità. Credo che il semplice fatto di prendere con­
tatto con qualcosa che sia vitale di per sé abbia un effet­
to liberatorio. Quando ci riflettevo, mi tornavano alla mente
le descrizioni di certi paesaggi fatte da William Henry Hud­
son e quanto profondamente lo avessero colpito quelli del­
la Patagonia. Si sentiva felice e sollevato per il contatto,
che essi gli davano, con qualcosa di vitale, di potente, di
indomito dentro di sé.
Consideriamo il caso di un mio paziente il quale si la­
mentava spesso della propria inerzia emotiva. Recentemen­
te, quando è comparso in preda alla rabbia per il fatto
di non riuscire a ottenere ciò che voleva, gli ho detto:
" Sarebbe un'ottima cosa se lei si arrabbiasse di più. Non
ha importanza come siano le sue arrabbiature né da che
fonte vengano - quel che importa è che sono, tutto som­
mato, qualcosa di vitale, qualcosa che lei sente ! " .
Più specificamente, vorrei tornare al paziente che tende­
va ad autocancellarsi, la cui sopportazione degli altri, e di
Processo intellettuale o esperienza emotiva 87

se stesso, era stata troppa, e che non osava lottare e tro­


vare dentro di sé quanto potesse aiutarlo a fronteggiare
questa situazione. In questo insight c'è qualcosa che fa pen­
sare a delle catene che si spezzano. Abbiamo per la prima
volta una ribellione emotiva - un individuo che si libera
dalle manette, spezza le catene e dice a se stesso: "Non
deve continuare cosl per tutta la vita! " . Possiamo vedere
il nascere di questo senso di fiducia in sé dalla rivolta con­
tro l' impressione d' essere stato continuamente acquiescen­
te. Ecco dunque un altro esempio dei benefici effetti tera­
peutici del senso di liberazione .
In altre esperienze entrano in gioco fattori completamente
diversi. Ho già accennato a uno di questi nel mio articolo
"The Paucity of Inner Experiences" . L'esperienza del vuoto
interiore, che di per sé spaventa, può originare spesso, se
avviene nel momento giusto, sensazioni costruttive e vita­
li. Dobbiamo pensare: "Questa è veramente l' esperienza di
una vita senza scopo o è un senso di vuoto interiore?' ' .
Questa terribile sensazione di non vivere può suscitare qual­
che contromossa da parte delle forze costruttive. E l'atti­
vazione di contromosse nell'individuo da parte delle forze
costruttive offre una spiegazione assai diversa di come que­
sto senso di svigorimento possa produrre un beneficio te­
rapeutico : spiegazione che può anche essere valida per il
senso di liberazione .
Credo però che ci sia ancora un fattore sul quale dob­
biamo riflettere quando consideriamo il motivo dell'effetto
terapeutico della sensazione intensa. È un fattore che ha
qualcosa a che fare con l' accettazione di sé. Un fattore
che mi è diventato evidente dopo averci pensato a lungo,
ma che di primo acchito non lo era affatto. Vorrei riper­
correre qui la strada che mi ha portato a questo risultato.
Mi chiedevo : "In fin dei conti, ci sono molti pazienti
che nel processo analitico provano violente emozioni. Pos­
sono andare in collera o su tutte le furie , sentirsi bistrat-
88 Processo intellettuale o esperienza emotiva

tati, disperati o sconfortati, disprezzarsi o biasimarsi. E que­


ste sensazioni, anche se autentiche, spesso non hanno al­
cun effetto terapeutico . Perché?" . È chiaro dunque che oc­
corre precisare in quali condizioni esse rimangano sempli­
cemente emozioni intense, prive di efficacia terapeutica. Un
paziente, per riprendere l' esempio dell'uomo che aveva su­
blto troppo in vita sua, a un certo punto si sentl maltrat­
tato e si infuriò . Dalle sue forti emozioni ebbe un certo
guadagno. Un altro paziente invece, come tutti avete vi­
sto, può esprimere vivacemente queste stesse sensazioni sen­
za che esse abbiano il minimo effetto terapeutico . Qual
è la differenza?
In parole povere, il paziente che prima si sente maltrat­
tato, poi si arrabbia e si indigna, ed esprime liberamente
queste sensazioni, rivela un modo di sentire nevrotico. Ma
si comportava così anche il paziente che provava rabbia
per essere stato troppo acquiescente. Deve esserci qualche
differenza nel valore di queste sensazioni, un valore deter­
minato dal fatto che finora esse siano o non siano state
represse. Nel caso del paziente che ebbe quel salutare scatto
di rabbia, quella rabbia era stata fino ad allora repressa.
Ossia, sulla rabbia i suoi sentimenti erano stati a lungo
divisi, ma ora evidentemente si poteva permettere di pro­
varia nonostante ciò che, dentro di sé, vi si potesse op­
porre . Ecco qual era adesso la sua disposizione di spirito :
"Voglio provare comunque tutto quello che c'è" . Nella mia
esperienza di quel viaggio in aereo, questa determinazione
non c'era. Nel mio caso, era stato probabilmente lo stress
causatomi dal senso di sconforto per la situazione in cui
mi trovavo a provocare quell 'intensa agitazione emotiva.
Adesso io credo che un'esperienza salutare del genere pos­
sa essere terapeuticamente valida solo se non la si condan­
ni né la si giudichi, non si cerchi di infiorarla né si abbia
interesse a scoprire i motivi di quel sentimento - solo
l'esperienza dell' emozione in sé. In ciò, quella mia espe-
Processo intellettuale o esperienza emotiva 89

rienza è simile a quella del paziente che era stato acquie­


scente per troppo tempo. Per tutti e due l' interrogativo
era questo: "Che cosa provo? " - domanda che non ha
proprio niente di simile a: "Ho ragione?" , oppure: "In che
modo lo provo?" , o qualcosa del genere.
Tutto ciò - queste esperienze di liberazione e di emo­
zione intensa - rimanda a un particolare aspetto dell'ef­
fetto terapeutico . Queste esperienze danno al paziente una
forte percezione dell "Io' - che di fatto esprime l' accet­
tarsi come si è: non solo con il proprio intelletto, ma l' ac­
cettarsi con la precisa sensazione: "Questo sono io ! " , non
accompagnata marginalmente da intellettualizzazioni o giu­
dizi. Penso che questo sia un punto sul quale dovremmo
discutere un po' : il fatto che il senso di liberazione che
segue spesso queste intense esperienze è simile a un senso
di pace, di accettazione di sé a un profondo livello emoti­
vo, di intimo accordo con se stessi. E l'esperienza che chia­
miamo del 'Sé reale' . Credo che l'esempio migliore di queste
esperienze del 'Sé reale' sia quella del paziente in preda
alla pura rabbia, senza alcun nesso intellettuale. Ciò signi­
fica accettarsi come si è. Espresso in termini teorici, ciò
significa accettare il proprio 'Sé attuale' . Finora non è cam­
biato niente. Certo, in seguito, il paziente potrebbe essere
più interessato a capire la propria rabbia e a fare qualcosa
al riguardo. Ma finora non è cambiato niente - c'è solo
l'esperienza di questo accettarsi, che tuttavia ha implica­
zioni terapeutiche di grande portata. Se quest' autopercezione,
quest' autoaccettazione è cosl importante, dovremo forse cam­
biare buona parte della nostra terapia.
Naturalmente, penso anche che sia importante evitare di
dare un valore eccessivo all'esperienza emotiva, come se que­
st'esperienza fosse la sola cosa a contare in analisi . Non
credo che sia giusto. Anni addietro, mi pare dopo una con­
ferenza di Alexander Reid Martin, qualcuno disse che l'a­
nalisi aveva lo scopo di trasmettere delle esperienze emoti-
90 Processo intellettuale o esperienza emotiva

ve: un'asserzione su cui ebbi le mie riserve . C ' è una quan­


tità di altro lavoro da fare, come quello di vedere le con­
nessioni e di rendersi conto intellettualmente di qualcosa.
Credo però che nulla sia più efficace dell' esperienza perso­
nale. Consideriamo le due esperienze emotive che ho cer­
cato di analizzare. Dopo l'esperienza dell'interruzione del
mio viaggio in aereo, e con qualunque altra pretesa si pre­
sentasse, ebbi un bel po' di lavoro da fare. Dopo tutto,
il senso di liberazione era un'esperienza temporanea, anche
se talmente profonda da non essere più dimenticata. Ma
diede origine a una quantità di stimoli e mi creò una quan­
tità di altro lavoro da fare. Altrettanto stimolante e pas­
seggero fu il senso di liberazione seguito all'intensa espe­
rienza di pura rabbia avuta dal paziente di cui parlavo pri­
ma. Per qualche tempo egli non approdò a nulla, nono­
stante la sua determinazione, perché doveva trovare acces­
so a certe sue tendenze espansive. Quindi le sensazioni
dirette e immediate non sono certo un toccasana e non
dovremmo esagerarne l'importanza - anche se sono con­
vinta che ne abbiano molta.
Nondimeno si pone il problema di come aiutare il pa­
ziente in analisi ad accrescere le proprie esperienze emoti­
ve. Ho già accennato ai vari modi in cui lo possiamo fare.
Ma ora vorrei prendere in esame tre fattori che hanno at­
tinenza con l' argomento .
Il primo è l'esigenza che l' analista acquisisca una sensi­
bilità sempre più acuta per ciò che il paziente prova, in
contrapposizione a ciò di cui si parla o che si inferisce.
Credo sia questa la base per accrescere con il tempo la
nostra efficacia terapeutica. A volte, la distinzione fra ciò
che egli prova e ciò di cui parla soltanto ci è abbastanza
evidente. Il paziente che aiutiamo ad avere una maggiore
sensibilità riuscirà poi a capire da solo quando si limita
a parlare di qualcosa, senza un vero coinvolgimento emoti­
vo da parte sua, e quando invece ciò che dice è veramen-
Processo intellettuale o esperienza emotiva 91

te sentito. Certe volte, se abbiamo dei dubbi in proposito,


gli possiamo rivolgere qualche domanda. E qui vorrei dar­
vi un piccolo suggerimento per il vostro stesso training:
di quando in quando riesaminate per conto vostro un trat­
to dell'analisi. Per poterlo vedere nella giusta prospettiva,
sceglietelo da una seduta non troppo recente . Oppure lo
potreste trarre da qualche esperienza della vostra analisi per­
sonale - meglio se risalente, anch'essa, a qualche tempo
addietro. Cercate di effettuarne un'analisi chiara, distinguen­
do fra ciò che fu sentito realmente, ciò di cui si ebbe so­
lo una vaga sensazione e ciò che fu semplice illazione, un'il­
lazione giusta e opportuna. Un riesame del genere può aiu­
tare, con il tempo, a diventare sempre più sensibili a que­
ste differenze .
Eccovi l'esempio di un semplice episodio, riportato in
una mia pubblicazione, che chiarisce ulteriormente l'impor­
tanza del riesame di qualche frammento di analisi. 7 Una
donna si impaurl all'improvviso di un cane mentre si di­
sponeva a compiere un' ascensione sulla vetta di una mon­
tagna. In analisi esaminò molto bene l'episodio, arrivando
alla conclusione che la sua paura era dovuta al disprezzo
di se stessa e che all'origine di questo disprezzo c'era l'i­
dea di dover assolutamente mettersi in grado di compiere
l' ascensione. Dopo quest'autoanalisi la paura scomparve. Ma
in lei rimase qualcosa del nesso fra l'essere impaurita e
il provare vergogna, sentirsi umiliata e cosl via.
Possiamo ora approfondire l'analisi di questo semplice epi­
sodio. Constatiamo, per inciso , come esso ci dimostri che
si possono ottenere ottimi risultati anche quando ciò che
viene detto è relativamente assai poco. Possiamo ricono­
scere che la paura del cane era stata una sensazione net­
tissima; il disprezzo di sé, invece, una sensazione vaga. Lei
si sentì pusillanime; si sentì goffa; si sentì maldestra; te­
mette che gli altri le potessero lanciare occhiate sprezzanti
per la sua eccessiva prudenza. Ossia, io credo che lei non
92 Processo intellettuale o esperienza emotiva

abbia sentito appieno questo disprezzo di sé, ma che si


sia avv1cmata a una sensazione del genere . In quella situa­
zione il disprezzo di sé era assolutamente ingiustificato e
aveva a che fare con certe perentorie richieste che la don­
na faceva a se stessa: doveva riuscire a scalare la monta­
gna, indipendentemente dal suo abbigliamento, dalle con­
dizioni atmosferiche, dal tipo di scarpe che calzava, dall'a­
vere o no l' alpenstock. Doveva riuscire a scalare la monta­
gna . Questa parte, il disprezzo di sé per non essere all' al­
tezza delle prestazioni che si era imposta, era pura illazione.
Cosl, mentre quel po' di analisi le fu di aiuto in quel mo­
mento, una mia maggiore insistenza sul chiarimento delle
componenti emotive avrebbe potuto rendere più duraturi
gli effetti dell' analisi stessa.
Un secondo modo di aiutare il paziente in analisi ad ac­
quisire una maggiore sensibilità è l'esame di tutti i fattori
che impediscono all'individuo l'esperienza dei propri insight.
Questi fattori sono molti e nell' articolo "The Paucity of
Inner Experiences " ne ho discussi alcuni. In breve, secon­
do me essi stanno a indicare che il paziente vuoi essere,
o pensa di dover essere, qualcosa di diverso da come real­
mente è, e in questo modo contribuiscono a fargli perdere
l' interesse al suo essere reale. Intraprendere l' analisi di tutti
questi fattori è, per cosl dire, fare un grosso ordine gene­
rale. Significa analizzare i ' doveri' , ma farlo dal punto di
vista della pochissima propensione di quel dato individuo
ad accettarsi. Recentemente, per esempio, ho parlato del­
l' accettazione di sé a un paziente in analisi, un uomo che
non solo provava indignazione per la maggior parte della
gente, ma sentiva anche fortemente la {>ropria inferiorità.
Diceva: " Lei si sbaglia completamente. E la sola cosa che
faccio, quella di accettarmi in tutto e per tutto ! " . Venne
poi fuori che si era fissato bene in mente che l' accettarsi
era una buona cosa, e questo è vero . Ne era davvero con­
vinto. Ma dimenticava, o non gli interessava sapere, se si
Processo intellettuale o esperienza emotiva 93

accettasse veramente, c1oe se accettasse il suo essere reale.


Questo capita molto spesso. Non occorre giungere sino al­
l' immagine idealizzata. La gente si mette in testa che de­
v'essere indipendente perché l'indipendenza è una buona
cosa, o che deve accettare d'essere criticata perché è bene
riuscire ad accettare le critiche costruttive - e cosl si di­
sinteressa completamente di com'è in realtà. Questi sono
solo alcuni esempi di come le idee fisse possano impedire
di avere una maggiore sensibilità in analisi, ma noi stessi
sappiamo che per analizzarle è necessario considerare più
fattori. Penso però che, indipendentemente da ciò che vie­
ne analizzato, si debba trarne per il paziente, almeno men­
talmente, il nesso che rimanda al suo significato in termi­
ni di accettazione di sé.
Il terzo tipo di aiuto sarebbe l' incoraggiamento diretto,
che può avvenire in più modi. Si può incoraggiare a espri­
mere, o a prendere sul serio, impressioni fugaci o abortite .
Ecco un piccolo esempio dei giorni scorsi: una paziente par­
lava di qualcosa che mi sembrava molto pertinente, ma dis­
se: "Ho l'impressione che questo non mi interessi realmente
perché mi sento preoccupata per qualcosa" . Non sapeva però
che cosa. Allora non mi limitai a dire (come faremmo tut­
ti) : "Cerchiamo in ogni modo di vedere che cosa la preoc­
cupa" , ma dissi esplicitamente che era bene che lei avesse
questa sensazione, che si preoccupasse per qualcosa. Allora
prese coscienza di quella sensazione e riuscl sul serio a espri­
merla. Analogamente, se rivolgiamo al paziente qualche com­
mento o osservazione, lui ci può dire: "Mi sento vagamente
a disagio - come se volessi sottrarmi a quello che lei mi
sta dicendo " . Questo significa che è bene non solo asse­
condare il suo desiderio di fuga, ma anche incoraggiarne
la presa di coscienza.
Ma il nostro approccio può essere anche più radicale del
semplice incoraggiamento a prendere coscienza del modo di
sentire. Possiamo andare oltre, e dire " S arebbe bene se
94 Processo intellettuale o esperienza emotiva

questo lei lo sentisse di più " , oppure rivolgere al paziente


una domanda su quel dato sentimento o sensazione. Quan­
do sollecito nel paziente una sempre maggiore consapevo­
lezza generale di ciò che egli sente, mi accorgo di incorag­
giarlo a vivere con uno specifico modo di sentire. Prendia­
mo come esempio la paura delle critiche che nasca in una
persona che si sia messa in testa d' essere assolutamente in­
dipendente. A questa persona non fa piacere riconoscere
di avere in se stessa una tale paura, né vuole tenersela.
L'incoraggiamento a perseverare in uno specifico sentimen­
to è una buona terapia. Se il paziente vuole addentrarsi
nei motivi di questa paura delle critiche e cercare di ca­
pirla, l' analista potrebbe, poniamo, cominciare con il dirgli
che quel che più importa è l' autentica esperienza di tale
paura nella sua vita quotidiana, il fatto di convivere con
essa, e che con il tempo ne scopriremo il significato . Un
altro esempio che ho già fatto è quello del paziente le cui
rabbie erano originate dal non poter fare a modo proprio.
Anche in questo caso, dissi che sarebbe stato bene riuscire
a convivere con esse, ad averne la viva percezione ogni
qual volta si fossero presentate.
E ora eccoci a una domanda critica, naturalmente : il pa­
ziente riesce a farlo? È già arrivato al punto di accettarsi?
Il fattore cruciale, secondo me, è che l'esperienza sia vis­
suta senza abbellimenti né condanne. Per inciso, in una
seduta di ieri ho detto qualcosa sull' analisi o sulla presa
di coscienza da parte del paziente dei fattori che interferi­
scono nell' insight o nel modo di sentire. Ho detto a una
paziente che sarebbe stato bene che lei si rendesse conto
della sua costante tendenza a moralizzare, a dare sempre
un giudizio su tutto - buono, cattivo, morale, immorale
e cosl via. Che acquisisse la consapevolezza dei suoi senti­
menti, ci convivesse; che l' esperienza del suo vero modo
di sentire le sarebbe stata di grande aiuto. M'è venuto fatto
di dirglielo perché se diamo questo risalto al modo di sen-
Processo intellettuale o esperienza emotiva 95

tire, e v1v1amo con qualcosa e ne facciamo esperienza, ci


liberiamo da ogni inclinazione a trinciare giudizi - incli­
nazione che in noi può essere più forte di ogni altra cosa,
che io sappia. Se anche non abbiamo questa inclinazione
a giudicare, il semplice fatto di analizzare le conseguenze
negative di certi atteggiamenti come la paura delle criti­
che, di mostrare come influiscano sull 'individuo, porterà il
paziente a pensare immediatamente: " Dunque, non è bene
temere in questo modo le critiche" . Benché questa paura
non gliela condanniamo, lui sarà convinto del contrario. Ora,
senza accorgersene, molti analisti continuano a moralizzare
troppo; ossia giudicano in forma troppo automatica ciò che
è bene e ciò che è male. Questo approccio a se stessi o
agli altri, all'esperienza e alla sensazione, elimina radical­
mente giudizi di questo genere.

Karen Homey morì il 4 dicembre 1 952


Ricordo di Karen Horney
di
Edward R . Clemmens

L'esigua raccolta delle lezioni tenute da Karen Horney


sulla tecnica psicoanalitica vuoi essere un tributo alla me­
moria della fondatrice dell' Association far the Advancement
of Psychoanalysis e dell' American Institute far Psychoana­
lysis . 1 Sono passati trentaquattro anni da quando ci stava
di fronte e ci esponeva le sue idee nel suo stile inimitabi­
le, incurante della sintassi e della purezza del modo di espri­
mersi, ma attentissima a ciò che doveva dire e a coinvol­
gere i suoi ascoltatori. lo ero uno di loro, a quel tempo
giovane allievo in training, uditore di un corso la cui fre­
quenza era riservata ai candidati più anziani. Nessuno di
noi sapeva, né poteva lontanamente immaginare, che quel­
le cinque lezioni erano le ultime che avrebbe tenuto. Le
altre quindici, che aveva progettato, sono note solo per i
titoli degli argomenti, che figuravano nel programma di studi
pubblicato dall'Istituto, argomenti di cui hanno un vago
ricordo gli allievi che avevano seguito un analogo corso da
lei tenuto due anni prima. Ma a quel tempo non si face­
vano registrazioni. Invece queste cinque lezioni sono state
conservate su nastro: di qui la loro straordinaria importanza.
Non sapevo neppure che esistessero fino alla scorsa estate,
quando me ne fu fatta ascoltare la registrazione. Riudire
la voce di Karen Horney fu un' esperienza commovente.
Si creava intorno a lei come un'atmosfera di integrità,
di sicurezza, di dedizione e impegno totali, la convinzione
del valore delle sue idee, dell'importanza di farle condivi-
98 Ricordo di Karen Horney

dere a colleghi e allievi, perché il conoscerle avrebbe reso


molto diverso l' aiuto dato a chi ne aveva bisogno .
Qualche anno prima di ascoltare per la prima volta Ka­
ren Horney, avevo letto alcuni suoi libri e vi avevo trova­
to conferma dell'impressione descritta da molti suoi letto­
ri : l'impressione che lei si rivolgesse proprio a me, che sa­
pesse penetrare nella natura umana più intimamente di al­
tri autori, che la sua non fosse un'osservazione clinica di­
staccata, ma la sollecitudine di un amico desideroso di
aiutare .
Udendo per la prima volta la sua viva voce, ques t' im­
pressione si rafforzò, ma cambiò anche leggermente. In fon­
do, i suoi scritti dovevano essere stati accuratamente rivi­
sti, eliminando o modificando qualsiasi tratto eccessivamente
singolare . La scioltezza e la vivacità del suo modo di par­
lare - la sua assenza di formalismo, il suo fine umorismo
- mi colsero di sorpres a.
Le parole stampate acquistano un carattere definitivo. La
spontaneità di Karen Horney in carne e ossa fu per me
come uno shock.
Nei lunghi anni trascorsi dopo che ci ha lasciati, non
ho mai perso il contatto con le sue idee. Più di quelle
di chiunque altro, esse sono state una guida per il mio
lavoro di analista. I suoi allievi, divenuti miei maestri, me
le trasmisero in varie forme, ciascuno filtrandole attraver­
so la propria nozione di Karen Horney. Le diverse inter­
pretazioni hanno portato a una varietà di punti di vista,
alcuni perfino contrastanti, che rispecchiano le preferenze
di chi li presenta. È il destino di molte opere originali.
I commenti sono scritti quando non è più possibile accer­
tare l' opinione dell'iniziatore. Ai primi commenti seguono
i commenti ai commenti. Quello che un tempo era pensie­
ro vivo si fossilizza. La dissezione minuta porta all'instau­
razione dell' insegnamento dottrinale: un ben triste destino.
È una fortuna, allora, che le parole di Karen Horney
Ricordo di Karen Homey 99

ci possano ancora raggiungere con la sua voce. Sia pure


con qualche imperfezione tecnica, vi ritroviamo un tesoro
di immediatezza, di spontaneità d'espressione. Il testo pub­
blicato in questo volumetto ne è, per quanto possibile, la
trascrizione fedele . Lo ha curato Douglas H . Ingram con
estrema attenzione e profondo rispetto per l' originale . So­
no state eliminate ripetizioni e ridondanze non necessarie,
raddrizzata la sintassi per ovviare a qualche oscurità, o poco
più. Nondimeno, la lettura della pagina scritta ci dà un'im­
magine ben diversa da quella che si riceve dall'ascolto dei
nastri. Questi sono più aderenti alla realtà: una realtà for­
se meno perfetta, meno omogenea ma più penetrante, an­
che più autentica. Il tono di voce di Karen Horney, il
suo modo di fare leggermente ironico, vanno inevitabilmente
perduti nella pagina stampata. Se allora avessimo avuto la
tecnologia di cui disponiamo oggi, avremmo potuto osser­
varla e ascoltarla sul video. Comunque, nessuna registra­
zione può replicare la vita. C ' è sempre qualcosa che si
perde .
A costo di provocare una controversia, descriverò que­
sto elusivo 'qualcosa' che percepivo. Non cercherò di og­
gettivare le mie impressioni soggettive, non solo perché non
sarebbero condivise da altri colleghi che la conobbero, ma
perché sono convinto che esse sono semplicemente mie, ap­
punto; sono ricordi con una grande carica emotiva che ap­
partengono solo a me . La diversità dei ricordi può arric­
chire ciascuno di noi, a patto che riusciamo a tollerarne
le differenze e le discordanze.
Lo stile di Karen Horney mi era profondamente fami­
liare. L'ho sentita parlare solo in inglese, ma con un mar­
cato accento tedesco. La sua pronuncia di certe parole as­
somigliava a quella che io cercavo di bandire dal mio mo­
do di parlare . Ma questa familiarità superava le differenze
di accento. Anche il suo modo di fare era tedesco: il la­
sciar cadere il tono di voce in una rapida successione di
100 Ricordo di Karen Horney

"e cosl via, e cosl via" ; il piccolo gesto o cenno del capo con
cui chiedeva (e di solito otteneva) il consenso degli ascolta­
tori, anche quando alcuni di loro non avevano ben capito su
che cosa. Questa sua aria mitteleuropea non aveva nulla a
che fare con la grossolana pomposità dello stile nazista. Al
contrario, era l'elegante, il delicato tratto dell'Europa cosmo­
polita d'anteguerra nella sua espressione migliore, tipica della
Berlino degli anni '20: colta senza presunzione, perspicace
e arguta, anche spigliata, senza le dolorose cicatrici che sono
la maledizione delle minoranze oppresse. Lei sembrava a
proprio agio cosl com'era, individualista fino al midollo ,
con scarso interesse per i movimenti e gli 'ismi' .
Ricordo un' occasione in cui parlò qualche giorno dopo
avere ascoltato l' invito rivolto da J. Edgar Hoover a una
convenzione dell' American Psychiatric Association perché l'e­
stablishment psichiatrico non dimenticasse i propri doveri
civici. Agli ascoltatori Hoover aveva detto che gli psichia­
tri erano gli unici a essere nella posizione di ricevere dai
loro stessi pazienti delle informazioni sulle loro eventuali
attività sovversive . In vista di quello che considerava il gra­
ve pericolo della cospirazione comunista, Hoover riteneva
un dovere patriottico degli psichiatri informare l' FBI di
qualsiasi rivelazione in questo senso .
Karen Horney non approfittò dell'occasione per fare un
discorso appassionato, ma dichiarò semplicemente che si trat­
tava di una decisione che ognuno avrebbe dovuto prende­
re per conto proprio e che, quanto a lei, si sarebbe fatta
mettere in galera piuttosto che tradire la fiducia di un pa­
ziente. Avrebbe potuto commentare la stupidità dell'idea
che cospiratori, rivoluzionari e spie si potessero trovare sui
divani degli analisti. Avrebbe potuto dire qualcosa sulla bru­
talità dello stato poliziesco nazista, sul valore della libertà
e sulle sue proprie convinzioni democratiche . Invece non
sfiorò neppure simili punti. Non era questo il suo stile:
si teneva semplicemente lontana dalla politica.
Ricordo di Karen Horney 101

Capii che era troppo scettica per credere che la vittoria


di un qualsiasi movimento politico potesse instaurare un
nuovo millennio. Ne aveva visti parecchi e l'esperienza le
aveva aperto gli occhi . Non che ne avesse abbastanza! Al
contrario, aveva conservato la vitalità, la curiosità, il gusto
della vita della giovinezza. Non era mai diventata cinica.
C ' erano in lei un'integrità, una capacità di gioia e di
entusiasmo che erano contagiosi. Credo che a queste qua­
lità, più che ai puntelli intellettuali alle sue teorie, si deb­
ba il suo successo come analista e come maestra, come pu­
re il richiamo esercitato anche sui non specialisti: al suo
magnetismo personale, una dote rara fra gli analisti, e for­
se anche fra gli scienziati che operano con serietà e dedi­
ZlOne.
Lei doveva esserne cosciente, ne sono sicuro. Questi tratti
del suo carattere rendevano vivi i rapporti con i suoi se­
guaci all ' Istituto. Indubbiamente stava sul palcoscenico da
protagonista. Senza di lei l'Istituto sarebbe stato impensa­
bile. Il corpo insegnante era costituito da numerosi colle­
ghi capaci e appassionati, alcuni dei quali diedero contri­
buti personali di notevole valore. Nondimeno il successo
delle loro fatiche era sancito dali' accettazione delle loro idee
da parte di Karen Horney: il giudizio finale spettava a lei.
Le sue opinioni erano ascoltate con deferenza e rispetto;
non erano mai contestate, ma solo messe in discussione nella
forma più misurata e riguardosa.
Ricordo d'essermi chiesto come potesse tollerare che la
si mettesse a questo modo sul piedistallo . Mi risposi che
Karen Horney superava di gran lunga i suoi proseliti per
capacità, creatività e discernimento. C' erano altri che le sta­
vano alla pari, forse le erano persino superiori, per il solo
aspetto intellettuale, colleghi dall'eloquenza forbita, la cui
abilità retorica era certo maggiore della sua. Alcuni erano
migliori nel ragionamento deduttivo in cui lei non eccelle­
va. Nessuno però possedeva la combinazione delle sue doti.
102 Ricordo di Karen Horney

Lei ascoltava attentamente le loro discussioni, pronta tut­


tavia a lasciar cadere con indifferenza i punti sui quali non
era d' accordo, magari dichiarando che l' argomento non la
interessava molto.
Nondimeno, si manifestava in varie forme un certo di­
sagio da parte sua, come si può vedere anche in queste
lezioni . Nella prima, lusinga l'uditorio con la proposta di
fare del corso un 'programma di ricerca' . Tuttavia non spie­
ga che cosa intenda dire con questa osservazione né ci torna
più sopra in seguito. Mi parve allora, e ne sono anche più
convinto ora, che lei non potesse credere seriamente alla
possibilità di trasformare un corso di tipo didattico in un
tratto di ricerca. D' altronde, gli interventi della maggior
parte degli allievi non sarebbero stati all ' altezza di una tra­
sformazione del genere. Penso che, nel migliore dei casi,
si ripromettesse di suscitare il loro entusiasmo, di incorag­
giarli a essere costruttivi, anche ricorrendo a un'esagerazione.
Chiunque abbia conosciuto Karen Horney deve essere ri­
masto colpito dallo strano modo in cui conclude la prima
lezione, abbandonando la distinzione fra terapeuti dotati
e terapeuti meno dotati, e dando invece risalto all'impor­
tanza del training . A me questa sembra un' argomentazione
spuria. Le due questioni, cosl come lei le presenta, non
sono sullo stesso piano: non hanno alcuna attinenza l'una
con l'altra. Pochi di noi negherebbero che esista un enor­
me divario fra le doti dei vari individui, si tratti di intel­
ligenza, percettività, sensibilità o di qualsiasi altra disposi­
zione. Tutti possiamo giovarci dell' addestramento, dell' ap­
prendimento, dell' affinamento delle nostre capacità. Ma le
differenze rimarranno e non ha senso negarle .
Ho il sospetto che il maggior rilievo dato al training ri­
spetto alle capacità innate sia dovuto alla politica da lei
perseguita. Karen Horney aveva fondato un istituto didat­
tico e riteneva necessario convincere i propri allievi del­
l'importanza del training . Il training è una variabile, le doti
Ricordo di Karen Horney 103

naturali no . Sottolineando l'importanza del training, desi­


derava forse incoraggiare tutti i suoi allievi; mentre sotto­
lineando l'importanza delle doti naturali ne avrebbe lusin­
gati alcuni, ma scoraggiati molti. Tuttavia, sminuendo l'im­
portanza delle doti naturali, sminuiva anche l'importanza
del talento che lei stessa possedeva.
In un' altra occasione la udii discutere la questione se ci
fossero certi analisti più idonei di altri al trattamento di
certi pazienti, e se in tale 'idoneità' dovesse rientrare an­
che la differenza di sesso, sia del paziente sia dell'analista.
Lei tendeva a minimizzare il problema, dando invece rilie­
vo alla competenza e alla sincera partecipazione. Raccoman­
dava che l ' avversione di un nuovo paziente verso l' anali­
sta, o quella di una paziente per l' analista di sesso maschi­
le, fossero analizzate anziché rinviate ad altro esame. A
me sembra un'opinione gratuitamente arbitraria, poiché en­
trambi gli approcci hanno i loro pregi, non sono contrad­
dittori e non si escludono certo a vicenda.
La vigoria di Karen Horney colpiva in particolar modo
nella sua comprensione intuitiva del significato e delle con­
nessioni delle emozioni umane. Lottava strenuamente per
costruire una teoria coerente che desse una struttura alle
sue scoperte. Con l' accrescersi delle sue cognizioni, prese
a rivedere le sue teorie e non ebbe mai la pretesa di aver
terminato l'opera. Ammetteva di avere difficoltà alla defi­
nizione delle strutture logiche, mentre le era facile e natu­
rale la comprensione intuitiva delle emozioni umane. È quin­
di anche più degno di ammirazione che sia riuscita a crea­
re una costruzione concettuale perfettamente coerente in
ogni sua parte.
Questo ci rammenta anche che la metapsicologia non è
fine a se stessa, che è sconsigliabile aver troppa fede nei
principi, quasi che i principi siano più certi delle osserva­
zioni. Lei stessa, in queste lezioni, fa un uso parsimonioso
dei propri concetti e della propria terminologia. Per con-
104 Ricordo di Karen Homey

tro, i suoi proseliti tendono di quando in quando a usarli


troppo, come se fossero dei dati.
Karen Horney fu uno spirito libero, ebbe sempre un in­
tenso contatto con se stessa, fu un' analista di straordina­
rio talento, un' innovatrice coraggiosa, un mentore affasci­
nante che si faceva ascoltare nonostante le modeste capa­
cità oratorie . Cercò di negare - credo senza riuscirvi -
l'importanza delle doti innate. L'enorme influenza che eb­
be su quanti la avvicinarono è la più convincente confuta­
zione di ciò che lei stessa andava sostenendo.
Note

Introduzione

l [Pag. 1 1] L'elenco delle lezioni che Karen Horney intendeva svolge­


re, come risulta dal catalogo dell'Istituto, dà semplicemente l'idea
della sua definizione degli argomenti. Le lezioni erano elencate in
questo modo:
l . Le associazioni libere e l'uso del divano.
2. La qualità dell' attenzione dell'analista.
3. Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente.
4. Le interpretazioni: significato e scopi.
5 . Tempestività delle interpretazioni.
6. Coerenza delle interpretazioni.
7. Forma e spirito delle interpretazioni.
8. Le reazioni del paziente alle interpretazioni: validità.
9. Processo intellettuale o esperienza emotiva.
10. Forze ritardatrici: i blocchi.
1 1 . Il trattamento dei blocchi.
12, 1 3 . Attivazione delle forze per l' autorealizzazione.
14. L'atteggiamento del paziente verso l'analisi .
15, 1 6 . L'equilibrio personale dell'analista.
l 7 . Il trattamento dei conflitti.
1 8 . Il trattamento dei conflitti interiori fondamentali.
19. Le situazioni critiche: come dare consigli.
20. La valutazione dei progressi del paziente: il termine dell'analisi.

La lezione che in questo volume ha come titolo "Difficoltà e di­


fese" potrebbe essere quella che figura al N. lO del catalogo: "For­
ze ritardatrici: i blocchi" .

l. La qualità dell'attenzione dell'analista

l [Pag. 13] Probabilmente K. Horney intendeva limitare il corso ai so­


li allievi anziani. In pratica, però, lo seguirono anche altri, fra i quali
106 Note

il dottor Clemmens che osserva, nel suo ricordo di K. Horney, co­


me all'epoca egli fosse all'inizio del proprio training.
2 [Pag. 16] La qualità dell'attenzione del terapeuta è stato un argo­
mento di cruciale importanza sin dallo scritto di Freud del 1 9 12
"Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico" . Freud raccomanda
allo psicoanalista di "porgere a tutto ciò che ci capita la medesima
'attenzione fluttuante' . . . Si tenga lontano dalla propria attenzione qual­
siasi influsso della coscienza e ci si abbandoni completamente alla
propria 'memoria inconscia', oppure, in termini puramente tecnici:
'Si stia ad ascoltare e non ci si preoccupi di tenere a mente alcun­
ché' " (S. Freud, Opere, Vol. IV, Boringhieri, Torino, 1974, p. 533).
Benché il risalto dato all'argomento da K. Horney prenda le mosse
da Freud, la sua portata è maggiore. L'interesse da lei nutrito per lo
Zen e le filosofie orientali trova particolare applicazione al problema
dell'attenzione dell'analista. Cosl come riteneva che l 'odierna cultura
americana giustificava una visione della psicologia umana diversa da
quella propugnata da Freud, lei pensava che la cultura orientale of­
frisse qualcosa di utile relativamente alle considerazioni di ordine
tecnico.
3 [Pag. 20] Il lettore che abbia dimestichezza con l'opera di K. Hor­
ney coglierà subito i riferimenti alla sua teoria della nevrosi. A chi
non ce l'abbia si consiglia la lettura dei libri in cui questa teoria
è spiegata diffusamente, specie Nevrosi e sviluppo della personalità,
Astrolabio, Roma, 198 1 e I nostri conflitti interni, Giunti Barbera,
Firenze, 1972.
4 [Pag. 2 1] Il dottor Harold Kelman fu un eminente psicoanalista e
insegnò la teoria di K. Horney. Le sue concezioni sono elaborate
in Helping People, Science House, New York, 197 1 .
5 [Pag. 22] La serie di lezioni del presente volume non comprende
le osservazioni sull'equilibrio personale dell'analista. Dai precedenti
corsi sulla tecnica analitica, l' American Journal o/ Psychoanalysis, edi­
to dall' Association for the Advancement of Psychoanalysis, riportò
le concezioni della Horney tratte dalle annotazioni degli allievi. L'ar­
ticolo "The Analyst's Personal Equation" di Louis Azorin fu pub­
blicato sul Journal, 1 7 : 34-8 (1957).
6 [Pag. 24] William Henry Hudson ( 1 8 4 1 - 1 922) era un naturalista e
scrittore inglese nato in Argentina da genitori americani. I suoi libri
dimostrano una profonda sensibilità sia per gli esseri umani sia per
la vita della natura selvaggia.
7 [Pag. 26] Le osservazioni di K. Horney sul prendere appunti concor­
dano con quelle di Freud. La ricettività dell' analista e l'integrazione
di ciò che accade nella seduta di terapia possono essere registrate
per essere riesaminate in seguito, ma prendere appunti non è di gran­
de aiuto. Capita invece che, nel corso del training analitico, la co­
scienziosa attenzione rivolta all' apprendimento dell'analisi porti l' al­
lievo a essere troppo dipendente dagli appunti. Sono fondamentali
Note 107

la scrupolosità, la capacità tecnica, la comprensione intuitiva, non certo


il prendere appunti. La tendenza a produrre appunti copiosi e ad
avere buoni risultati in terapia può derivare, per ciascuna delle due
cose separatamente, da questi fondamenti.
Quantunque si possa pensare che il prendere appunti non costitui­
sca più un problema con l'avvento della registrazione audiovisiva, c ' è
stata nella comunità analitica molta resistenza contro l'introduzione
di questa nuova tecnologia. Una riluttanza che viene giustificata con
la considerazione che qualsiasi apparecchiatura di registrazione altera
la natura diretta, immediata e fugace della comunicazione. La perso­
na dell'analista, la sua comprensione e la sua empatia, sono lo stru­
mento unico dello sforzo terapeutico. Nondimeno l'audioregistrazione
si è dimostrata preziosa nelle mani di certi maestri e terapeuti. (Si
veda, per esempio, l' articolo di lan Alger "Audio Visual Techniques
in Psychotherapy" , nell' International Encyclopedia o/ Psychiatry, Psy­
chology, Psychoanalysis, and Neurology, Aesculapius, New York, 1977).
8 [Pag. 27] Harold G. Wolff lavorò al Cornell Medicai Center negli
anni '30 e '40. I suoi studi sull'effetto dell'emozione sulla secrezio­
ne dell'acido gastrico hanno contribuito molto alla comprensione del­
la fisiologia dell'emozione.
9 [Pag. 28] La convalida dell'efficacia terapeutica è una preoccupazio­
ne costante in psicoterapia e il problema è stato affrontato da nu­
merosi operatori. K. Horney non ci dà categorie di controlli in base
ai quali stabilire la correttezza degli interventi dell'analista. Se con­
sideriamo che la terapia è un processo transazionale, come ha messo
in rilievo John Spiegel in Transactions Oason Aronson, New York,
197 1 ) , il senso di ciò che viene detto e fatto è funzione del sistema
terapeutico esperito come una totalità. Il modo in cui è saggiata la
qualità del sistema, la sensazione del lavoro svolto in terapia, è il
fattore determinante ai fini del giudizio sulla correttezza dell'azione
del terapeuta. Il paziente deve avere la sensazione d'essere capito
dal terapeuta, anche se questi non renda apertamente manifesta la
propria empatica comprensione per quanto il paziente stesso ha da
dire.
Un secondo controllo importante della correttezza degli interventi
dell' analista è dato dal fatto che il paziente abbia degli insight e li
accetti. La loro integrazione aumenta decisamente l'entità del mate­
riale che il paziente riesce a immettere nella seduta di terapia. Il
suo mondo interiore di rappresentazioni del Sé e oggettuali, la sua
gamma cognitiva e affettiva si allargano. Il nuovo materiale che ne
risulta spontaneamente - sotto forma di fantasie, sogni, ricordi, sen­
sazioni sfumate, riconoscimento di certi atteggiamenti verso il tera­
peuta - getta altra luce sulla natura dei suoi processi inconsci. Ne
deriva un crescente senso di autenticità, di centralità e di sollievo
dai sintomi manifesti.
Un terzo controllo è l'esperienza che l' analista ha degli insight che
108 Note

riguardano il paziente, il corso della terapia e anche se stesso. Vale


a dire che, con l 'accrescersi della gamma cognitiva e affettiva del
paziente, si accresce anche quella dell'analista in riferimento al pa­
ziente.
Il quarto controllo è costituito dai progressi di tipo più conven­
zionale fatti dal paziente durante la terapia. Anche se è nel mondo
interiore del paziente che noi cerchiamo la prova del suo migliora­
mento, dobbiamo riconoscere che c'è una certa correlazione fra que­
sta crescita interiore e il rapporto del paziente con il mondo ester­
no, specie nella sfera professionale, nelle relazioni sociali e nelle atti­
vità ricreative.
10 [Pag. 28] L'esame di questo argomento da parte di K. Horney, che
precede di qualche anno le opere di Michael Polanyi e di Thomas
Kuhn, il cui contributo è stato essenziale per la nostra rivalutazione
della natura del mutare delle scienze, è un po' scarso secondo i cri­
teri contemporanei. Per una visione più approfondita del problema
della psicoanalisi-come-scienza si veda il saggio di Arnold Modell "The
Nature of Psychoanalytic Knowledge" , nel suo volume Psychoanalysis
in a New Context, lnternational Universities Press, New York, 1984.
Si vedano anche le osservazioni di E.R. Clemmens in questo stesso
volume.

2. Le associazioni libere e l'uso del divano

l [Pag. 29] Il passo è tratto dalle osservazioni di Eckermann, il segre­


tario e curatore dell'edizione completa delle opere di Goethe. Si ve­
da Johann Peter Eckermann, Colloqui con il Goethe, UTET, Torino,
1 957, pp. 7 16- 1 7 .
2 [Pag. 32] Erich Fromm, "Die Gesellschaftliche Bedingtheit der Psy­
choanalytischen Therapie" , Zeitschrift fiir Sozialforshung, vol. 4, Heft
J, ( 1935): 365-97.
3 [Pag. 32] Che tipo di arguzie sulle associazioni libere, avesse in men­
te K . Horney non è più dato sapere con certezza. E probabile che
alludesse al paradosso insito in quella che è nota come la 'regola
fondamentale' . Per il paziente in analisi la regola fondamentale è l'ob­
bligo di parlare liberamente di qualsiasi cosa gli salti in mente, di
associare liberamente. Ma se parlare con assoluta libertà diventa ob­
bligatorio, qual è allora la natura della libertà?
4 [Pag. 42] La chiarezza, la concretezza e la pertinenza delle associa­
zioni libere sono davvero rare. Quando ciò che si dice richiede sfor­
zo e preparazione, diminuisce la spontaneità, anche moltissimo se il
paziente scende nei minimi particolari. Quando le associazioni av­
vengono spontaneamente, senza sforzo, si richiede la più alta inte­
grità perché il resoconto degli eventi fatto dal paziente sia chiaro
ed esatto.
Note 109

3. Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente

l [Pag. 47] Non disponiamo di pubblicazioni in cui K. Horney espon­


ga la sua concezione degli schemi ripetitivi delle associazioni. Tutta­
via, nell'ultimo capoverso del testo ci dà un ottimo esempio di una
sequenza ripetitiva del genere.
2 [Pag. 57] Il concetto di immagine idealizzata formulato da K. Hor­
ney ha qualche analogia con quello di Sé grandioso elaborato da Heinz
Kohut in La guarigione del Sé (Boringhieri, Torino, 1980). Per un
ponderato raffronto delle alterne concezioni del narcisismo si veda
The American ]ournal of Psychoanalysis, 4 1 ( 1 9 8 1 ) : 289-355 .
3 [Pag. 59] I drammi di Ibsen, Vol. m , Einaudi, Torino, 1959.

4. Difficoltà e difese

l [Pag. 63] Frieda Fromm-Reichmann fu tra i più valenti psicoterapeu­


ti del tempo di K. Horney; operò soprattutto sui pazienti psicotici
a Chestnut Lodge, nel Maryland. A lei si deve l'accostamento delle
concezioni di Freud e di Harry Stack Sullivan. Si veda il suo volu­
me Principi di psicoterapia, Feltrinelli, Milano, 1962 .
2 [Pag. 63] Pur considerando fondamentale il contributo di Freud alla
topografia dell'inconscio e alla condotta della tecnica psicoanalitica,
K. Horney ne contestò le conclusioni quanto al carattere biologioco
e istintivistico della teoria freudiana. Respinse, in particolare, l'insi­
stenza di Freud sull'invidia del pene come fattore determinante della
psicologia femminile, la teoria freudiana degli istinti, compresi la li­
bido e l' istinto di morte, e la concezione del conflitto edipico irri­
solto come fonte preminente di psicopatologia. Secondo lei, quest'o­
rientamento istintivistico era infondato e fuorviante.
Analogamente, era colpita dal fatto che il concetto di coazione
a ripetere - concetto freudiano fondamentale in cui si sostiene che
un trauma infantile continua a essere avvertito per tutta la vita in
forme mascherate - non tenesse affatto conto dell'evolversi e del
mutare della personalità. Secondo lei era più utile considerare la ne­
vrosi come un processo che continua, un cammino deviante che ri­
chiede il sempre maggior ricorso all'autoinganno e alle difese inconsce.
A differenza di Freud, K. Horney sosteneva anche che la scienza,
psicoanalisi compresa, postula una presa di posizione etica. Lo psi­
coanalista deve tenere in considerazione le proprie convinzioni e la
propria morale, distinguendole da quelle dei suoi pazienti. Per K.
Horney siamo tutti figli della nostra cultura. Invano Freud si sforzò
di avere la sicurezza che la pratica della psicoanalisi non venisse con­
taminata dalla concezione morale. La filosofia contemporanea ha le­
gittimato sempre più l'opinione di K. Horney secondo cui anche la
scienza pura non può essere indifferente ai valori.
1 10 Note

Infine, Freud e K. Horney avevano una diversa visione dell'uma­


nità. Mentre Freud sosteneva che l'individuo, nel migliore dei casi,
riesce soltanto a incanalare (o a sublimare) gli istinti, Horney lo con­
siderava capace di liberare la propria creatività, di rendersi conto
dei propri limiti entro una cornice culturale strutturante, di parteci­
pare appieno al processo di autorealizzazione.
Per l'esame critico della teoria di K. Horney, come è esposta nel
suo volume Nuove vie della psicoanalisi, Bompiani, Milano, 1959, da
parte di un eminente psicoanalista, per altro un po' indipendente
pur appartenendo all' ambito freudiano classico, si veda The Scope o/
Psychoanalysis: Selected Papers of Franz Alexander, 1 92 1-61 , Basic
Books, New York, 196 1 . A quanto sostiene Jack L. Rubins in Ka­
ren Horney: Gentle Rebel of Psychoanalysis, Dial, New York, 1978,
p. 1 86. Alexander riconobbe in seguito di non essere riuscito a capi­
re bene le concezioni di Karen Horney.
3 [Pag. 72] Una critica rivolta in questa lezione alla concezione psicoa­
nalitica classica della resistenza è che essa è meno utile di una chia­
ra attenzione all' atteggiamento difensivo che il paziente eventualmente
ponga in atto in certi momenti nel corso della seduta analitica. K.
Horney usa il termine forze ostruttive con riferimento al manifestarsi
di blocchi nevrotici, in genere, compresi quelli che si presentano nel­
l'ambito della seduta analitica. In altre parole, il concetto di forze
ostruttive sembra avere una più chiara correlazione con il concetto
freudiano di resistenza. K. Horney ci chiede di tenere in considera­
zione l'importanza di quella che nel linguaggio comune è semplice­
mente definita posizione difensiva.

5. Processo intellettuale o esperienza emotiva

l [Pag. 80] Si veda il volume di Sandor Ferenczi e Otto Rank, The


Development o/ Psychoanalysis, Nerv. and Ment. Dis. Pub. Co., New
York, 1925.
2 [Pag. 80] Theodor Reik, Surprise and the Psychoanalyst, E.P. Dutton
and Co . , New York, 1937.
3 [Pag. 80] Il saggio "Dynamics of Multiple Personality", di John G.
Lynne, è compendiato in The American Journal of Psychoanalysis, 12
(1952): 95-96.
4 [Pag. 81] Alexander Reid Martin fu un valente psicoanalista, inse­
gnante e didatta, all'American lnstitute for Psychoanalysis. Si veda
"Tribute to Alexander Reid Martin", in The American Journal o/
Psychoanalysis, 46 (1986) : 9 1 - 1 2 1 .
5 [Pag. 81] Ralph Harris fu allievo e collega di K. Horney. L' articolo
da lei citato, "The Paucity of Inner Experiences" , è in The Ameri­
can ]ournal o/ Psychoanalysis, 12 ( 1952): 3-9.
Note 111

6 [Pag. 84] In Nevrosi e sviluppo della personalità, p. 42 .


7 [Pag. 91] Ibid. , p. 98.

Ricordo di Karen Horney

l [Pag. 97] Nel 1941 Karen Horney fondò con alcuni colleghi l'Associa­
tion for the Advancement of Psychoanalysis e l'American Institute for
Psychoanalysis. I due organismi, come pure la Karen Horney Clinic, fon­
data dopo la sua morte, hanno sede a New York.
Indice analitico

Accettazione di sé, 87-88, 89, occultamento delle, 3 7


92-93, 94 pertinenza nelle, 42
alienazione del Sé, 75-78 presentazione delle, da parte del-
v. anche conflitto fra Se attuale l' analista, 3 6-3 7
e immagine idealizzata; Sé 'regola fondamentale' , 108 n
"Analyst' s Personal Equation, rispettose, 40-4 1
The" (Azorin) , 106 n schemi ripetitivi, 4 7, 109 n
American Institute for Psychoana­ sensazioni e sentimenti nelle, 36,
lysis, 10, 97, 1 0 1 , 1 1 1 n 44
American Psychiatric Association, significati, 32, 34-35
100 sotto pressione, 43
Anatra selvatica, L ' (Ibsen) , 59 spontaneità delle, 40
ansia successione nelle, 48-54
atteggiamento del paziente ver- valori e scopi delle, 32-3 3 , 36,
. so l ' , 66, 70 47
difese contro l', 72, 76 atteggiamenti
e conflitto, 54-55 divario fra gli atteggiamenti ver­
e paura delle critiche, 49, 54 so gli altri e quelli del pa­
esperienza dell', 8 1 ziente, 5 7
percezione dell' , d a parte del te­ infantili, 7 9
rapeuta, 43 v . anche pretese nevrotiche;
appunti, presi dall' analista, 26, emozioni e sensazioni
106- 107 n attenzione, qualità dell', 15-19, 23
arte, terapia analitica come, 26-28 e atteggiamento del paziente
Association for the Advancement verso l'analista, 22-23
of Psychoanalysis, 97, 1 1 1 n e il prendere appunti, 26,
associazioni libere, 3 1 -33 106- 107 n
conclusioni tratte dalle, 4 7 e osservazioni, 2 1 -22
connessioni nelle, 48 e produttività, 23-26
continuità delle, 4 1 -42 oggetto dell ' , 20
dettagli nelle, 40 totalità dell' , 15-17, 29-30
difficoltà nelle, 34-36, 4 1 Autoanalisi (Horney) , 64
e divano, 37-38 autocancellazione, tendenza all' ,
e intuizione, 59-60 49-53
e osservazioni generali, 2 1 atteggiamento del paziente ver­
il 'come' delle, 3 9 so l', 70
indeterminatezza e prolissità nel- come mezzo per evitare sconfit­
le, 42-43 te, 76
indizi nelle, 34 e odio, 5 3
1 14 Indice analitico

e pulsioni violente, 56, 59 difese, e nevrosi, 69-72, 77


e rabbia, 84-85 contro l'ansia, 76-77
e spirito di vendetta, 55 contro la disperazione, 76-77
e tendenza all'espansività, 52-53 convinzione arbitraria di aver ra-
Azorin, Louis, 106 n gione, 72, 73, 77
e valori soggettivi, 70-7 1 , 73-76
difficoltà nevrotiche dell' analista,
Blocchi, 14, 64, 7 8
15, 16- 1 7
resistenza, 62-64
dimentico di sé, 1 7
v. anche difese, e nevrosi
discordanze, 55-57
Buck, Pearl, 7 1
disperazione, difese contro la,
76-77
Calvino, 74 disprezzo di sé, 20, 91-92
Catalogue o/ the American Institute atteggiamento del paziente ver­
/or Psychoanalysis, 10, 13, 3 1 , so il, 70
105 n difese contro il, 76
Clemmens, Edward R . , 1 1 , 97-104 distrazioni, 1 6- 1 7
colpa, difese contro il senso di, 76 divano, uso del, 3 7-38
comprensione, risalto dato da K. "Dynamics of Multiple Personali-
Horney alla, 10 ty" (Lynne), 1 10 n
concentrazione
capacità di, dell'analista, 16 Eckermann, Johann Peter, , 1 7 ,
del paziente, 3 3 , 37-38 29-30, 1 0 8 n
Conflitti intemi, I nostri (Horney), emozioni e sensazioni
9, 74, 106 n comparsa delle, 55
conflitto contraddizioni nelle, 55-56
e ansia, 54-55 dell'analista verso il paziente, 60
e tendenza all' autocancellazione, di liberazione, 85-87, 89, 90
48-50, 53 giustificazione delle, 83-84
difese contro il, 76 importanza delle, 79, 80
esperienza del, 8 1 incoraggiamento diretto alle,
fra S é attuale e immagine idea­ 93-94
lizzata, 56-57 intensità delle, 54-55
Colloqui con il Goethe (Ecker­ nei sogni, 5 4
mann), 108 n nelle associazioni libere, 36, 44
' 'Consigli al medico nel trattamen­ repressione delle, 48
to psicoanalitico" (Freud), senso di totalità delle, 8 1
106 n senza effetto terapeutico, 88-89
contraddizioni, 55-57 valore in analisi delle, 82, 89
critiche, paura delle, 49, 94, 95 Erlebnis, 81
difese contro le, 72, 76 esempi clinici, 14
cultura, effetto sulla personalità, espansività, tendenza all'
109- 1 10 n accesso all', 90
curiosità intellettuale, 40 e associazioni libere, 39, 40
Development of Psychoanalysis, The e tendenza all' autocancellazione,
(Ferenczi e Rank), 1 1 0 n 52
Indice analitico 1 15

esternalizzazione diffusa, 77 teoria della psicoanalisi, 10,


etica, nella scienza, 109 n 1 10 n
tumore, 1 1
Fenomenologico, punto di vista, 72 Hudson, Willi am Henry, 24, 86,
Ferenczi, Sandor, 79, 1 10 n 106 n
forze ostruttive, 65, 1 10 n
Freud e psicoanalisi freudiana, 10, Ibsen, Henrik, 59
109 n immagine idealizzata, 57, 109 n
critiche di K. Horney a, 109 n attenzione rivolta da K. Horney
e idee preconcette, 20 all ' . 10
e il prendere appunti, 106-107 n impotenza, difesa contro il senso
orientamento verso il lato intel- di, 74
lettuale, 79 incoraggiamento, 93-94
resistenza, 62-64 infantilismo, opinione di K. Hor­
sull'associazione libera, 3 1-32 ney sull' , 109 n
sull'osservazione, 1 8 intensità, inferita, 82-83
sull'uso del divano, 37-38 interesse
sulla qualità dell' attenzione, del paziente, 39-40
106 n interpretazione e comprensione
Fromm, Erich, 10, 32, 108 n associazioni, 39
Fromm-Reichmann, Frieda, 63, con l'aiuto del paziente, 6 1
109 n d a parte del paziente nell'asso-
ciazione libera, 40-41
e intuizione, 58-59
"Gesellschaftliche Bedingtheit der
paziente non disposto ad accet­
Psychoanalytischen Therapie,
tare le, 63
Die" (Fromm) , 108 n
premature, 20
Goethe, Johann Wolfgang von, 17,
intuizione, 58-61
29
invidia del pene, critiche di K.
Guarigione del Sé, La (Kohut),
Horney alla teoria dell',
109 n
109 n
istintivismo freudiano, 109 n
Harris, Ralph, 1 10 n
Helping People (Kelman), 106 n Karen Horney Clinic, 1 1 1 n
Hemingway, Ernest, 3 1 Karen Homey, Gentle Rebel o/ Psy-
Hoover, J. Edgar, 100 choanalysis (Rubins), 1 10 n
Horney, Karen Kelman, Harold, 2 1 , 8 1 , 106 n
critiche alla psicologia e alla psi­ Kohut, Heinz, 109 n
coterapia freudiane, 109 n Kuhn, Thomas S . , 108 n
esperienza di liberazione, 84-86,
89, 90 Liberazione, senso di, 85-87, 89,
interesse per lo Zen, 106 n 90
lezioni, 1 1 , 13-15, 97, 102, Loyola, Ignazio, 70-71
105 n Lynne, John G . , 80, 1 10 n
morte di, 95
stile, 99- 1 0 1 Martin, Alexander Reid, 8 1 , 89,
teoria della nevrosi, 106 n 1 10 n
1 16 Indice analitico

masochismo, 74 produttività del, 45-46


Modell, Arnold, 108 n resistenza del, 62
pene, invidia del, v. invidia del
Narcisismo, 109 n pene
"Nature of Psychoanalytic Know­ perfezionisti, e associazioni libere,
ledge, The" (Modell), 108 n 35
nevrosi Polanyi, Michael, 108 n
tendenza del paziente a difen­ potere, pulsione verso il, 73
dersi, 64, 69-73 "Premeditazione" (racconto), 59
teoria di K. Horney sulla, 106 pretese nevrotiche, 5 7 , 85
n, 109 n Principi di psicoterapia (Fromm-
Nevrosi e sviluppo della personalità Reichmann), l 09 n
(Horney), 64-65, 106 n psicoanalisi
Nuove vie della psicoanalisi (Hor­ appello alla ragione, 79
ney) , 1 10 n collaborazione come caratteristi-
ca della, 35, 6 1
Odio
come arte o come scienza, 26-28
e tendenza all'autocancellazione,
difficoltà in, 64-66, 78
53
e incapacità del paziente ad ave­
v . anche vendetta, spirito di
re insight, 92-93
oggettività, 27-28
e intuizione, 58-59
"On the Social Significance of
emozione contro intellettualismo
the Analytical Situation"
(Fromm), 32 in, 79- 8 1
importanza del sesso dell' anali­
orgoglio
intellettuale, dell' analista, 20 sta e del paziente in, 103
nevrotico, 1 1 , 33, 66-70 passim, incoraggiamento diretto in,
76 93-94
osservazione riesame di parti di analisi, 9 1
comprensività dell', 1 8-20 sensibilità per ciò che prova il
generale, 22-23 paziente, 90-91
obiettività dell', 27-28 tecnica, 10, 15, 90-9 1 , 106 n
teoria di K . Horney della, 9-10
"Paucity of lnner Experiences, valore dell'esperienza emotiva in,
The" (Horney) , 8 1 , 87, 92, 8 1-89
1 10 n "Psychoanalytic Therapy" (lezioni),
paura delle critiche, 49 1 1 , 1 3 - 1 5 , 97, 102, 105 n
Payne Whitney Clinic, 27
paziente Rabbia, provare, 83-90
aiuto chiesto al, 6 1 v. anche emozioni e sensazioni
concentrazione del, 3 3 , 3 8-39 ragione
difficoltà nelle associazioni libe- e intuizioni, 61
re, 34-36 ed emozioni, 79-80
forze ostruttive, 65 ragione, convinzione arbitraria di
incapacità di insight, 92 aver, 72, 77
interesse, 39-40 Rank, Otto, 79, 1 10 n
qualità generali del, 2 1 -22 Rashomon (film), 42
Indice analitico 117

registrazioni audiovisive e appun- sperimentazione, 27


ti, 107 n Spiegel, John, 107 n
Reik, Theodor, 80, 1 10 n storico-genetico, punto di vista, 72
resistenza, 62-64, 1 1 0 n Sullivan, Harry Stack, 10, 109 n
rilassamento, associazione libera co- supervisione analitica, 1 4
me, 32 Surprise and the Psychoanalyst
ripetere, coazione a, 109 n (Reik) , 1 10 n
Rubins, Jack L. 1 1 0 n
Tecnica analitica, 10- 1 1 , 15
Sacher-Masoch, Leopold von, 74
attenzione, qualità dell', 1 5 - 1 7
sadismo, 74-75
equilibrio personale dell'analista,
Savonarola, Girolamo, 74
22, 106 n
scienza
sensibilità alle emozioni, 90-91
posizioni etiche nella, 109 n
Thompson, Clara, 10
terapia analitica come, 26-28
Transactions (Spiegel), 107
Scope of Psychoanalysis: Selected Pa­
pers of Franz Alexander, The
(Alexander) , 1 10 n Valori
scopo, senso di avere uno, 75 da difendere in analisi, 70, 73,
e senso di vuoto, 8 7 77
Sé della scienza, 1 09 n
attuale, 57, 89 positivi, 74-76
disprezzato, 9 1 -92; v. anche di­ protettivi, 74, 76
sprezzo di sé; odio di sé Vecchio e il mare, Il (Hemingway),
idealizzato, v. immagine idea­ 31
lizzata vendetta, spirito di
reale, esperienza del, 89 atteggiamento del paziente ver­
sesso dell' analista e del paziente, so lo, 75
importanza per l'analisi del, e tendenza all' autocancellazione,
1 03 55
sogni esperienza dello, 85
contraddizioni nei, 56-57 vita, gusto della, 74-75
e produttività del paziente, 46 vuoto interiore, senso di, 87
emozioni nei, 5 4
interpretazione intuitiva dei,
Wolff, Harold G . , 27, 107 n
58-59
sorpresa, effetto terapeutico della
(Reik), 80 Zen, buddhismo, 16, 27, 29, 30
Indice generale

Ringraziamenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 7
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 9

l . La qualità dell'attenzione dell'analista . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 13


2. Le associazioni libere e l'uso del divano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . �� 29
3. Metodi psicoanalitici specifici per capire il paziente . . . . . . . . . . . . . . . . � 47
4. Difficoltà e difese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 62
5. Processo intellettuale o esperienza emotiva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 79

Ricordo di Karen Horney . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 97

Note . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 105
Indice analitico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . � 1 13