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I punti chiave dello Dzogchen

Tulku Urgyen Rinpoche


tratto da un insegnamento orale dato a Nagi Gompa il 24 Novembre 1995

Il modo di affrontare la pratica Dzogchen è questo: si inizia con i preliminari, il


Ngöndro; si prosegue con la pratica dello Yidam, per esempio lo Shitro; poi viene la
pratica del Trekchö e poi, quale perfezionamento, quella del Tögal.
Ognuna di queste pratiche di Dharma dovrebbe essere svolta.
Per tutte le pratiche di Dharma c’è bisogno dei preliminari, così come una casa ha
bisogno delle fondamenta. Iniziamo il sentiero dello Dzogchen con il Ngöndro per
questo motivo: attraverso innumerevoli vite passate abbiamo creato karma negativo
e oscurazioni incommensurabili.
Il Ngöndro purifica ogni azione non virtuosa e ogni oscurazione prodotte dalle attività
del corpo, della parola e della mente.
Dopo aver completato il Ngöndro, si inizia la parte principale della pratica, che è come
costruire un palazzo sopra delle solide fondamenta. Per quanti possano essere i suoi
piani, il palazzo ora sarà stabile.
La parte principale è composta da due fasi: lo sviluppo ed il completamento.
Lo stadio di sviluppo, in questo caso, consiste nella visualizzazione del proprio Yidam
personale e nella recitazione relativa. La pratica dello Yidam è poi seguita dallo stadio
di completamento, che è il Trekchö.
Trekchö significa che viene indicato lo stato fondamentale della purezza primordiale,
che deve essere riconosciuto e poi reso stabile. Quando si pratica il Trekchö, si lascia
la mente libera da ogni fissazione. Quando si pratica il Tögal, nonostante non ci sia
alcun attaccamento, si applicano tuttavia quattro punti chiave. Trekchö significa
riconoscere che la nostra essenza è primordialmente pura.
La base per il Tögal è riconoscere, allo stesso tempo, che la nostra manifestazione
naturale è spontaneamente presente. Quindi, riconoscere che la manifestazione
naturale (la presenza spontanea) è insostanziale e priva di natura propria, è il
sentiero supremo, l’unione della purezza primordiale e della presenza spontanea che
chiamiamo unione del Trekchö e del Tögal.
C’è una corrispondenza fra Trekchö e Tögal e i due aspetti conosciuti come il sentiero
della liberazione e il sentiero dei metodi. Combinando il Trekchö e il Tögal nel sistema
Dzogchen, si sperimenta la manifestazione naturale delle divinità pacifiche e irate
durante questa stessa vita, senza aver bisogno di aspettare il bardo. Poiché l’intero
percorso è stato attraversato in vita, non c’è più niente da allenare o purificare
durante il bardo.
Riprendendo il discorso, dopo aver completato il Ngöndro si procede con lo stadio di
sviluppo dello Yidam. I tantra affermano che è necessario quadruplicare le pratiche in
questa nostra era. C’è un numero stabilito per le pratiche e le recitazioni del Ngöndro,
ma non ce n’è per il Trekchö, e neanche c’è un limite di tempo. Non si “finisce” il
Trekchö dopo un paio di mesi o anni; fintanto che c’è vita, c’è la pratica del Trekchö.
Nessuno “finisce” il Trekchö! Durante tutta la vita, la natura della mente deve essere
riconosciuta. D’altra parte si può padroneggiare il Trekchö e realizzarlo. Ciò accade
quando non esiste più alcuna illusione, né di giorno né di notte. A quel punto si può
dire di essere andati oltre il Trekchö. Tuttavia, io credo che ci siano motivi sufficienti
per continuare a praticare per il resto della vita.
Né il Trekchö né il Tögal sono pratiche di meditazione formale.
Trekchö significa semplicemente riconoscere che la nostra esseza fondamentale è
vuota. Tögal è le manifestazioni naturali che sono spontaneamente presenti.
L’essenza e le sue manifestazioni non sono nostre creazioni; noi non le creiamo
praticando. Sia nel Trekchö che nel Tögal non si crea niente con l’immaginazione, ma
si riposa semplicemente nello stato naturale. In altre partole, il Trekchö è riconoscere
che la nostra condizione naturale o essenza fondamentale è primordialmente pura. Il
Tögal è riconoscere che la manifestazioni naturali di questa purezza primordiale sono
spontaneamente presenti. E riconoscere che questa manifestazione naturale è
insostanziale – cioè che le manifestazioni naturali delle cinque saggezze in forma di
cinque luci colorate non sono qualcosa che si possa afferrare – costituisce l’unità della
purezza primordiale e della presenza spontanea.
Questi due aspetti, purezza primordiale e presenza spontanea, non sono separati e
distinti come le nostre due braccia. Essi sono un’unità indivisibile, perché la qualità
vuota dell’essenza della mente è la purezza primordiale, mentre la qualità cognitiva è
la presenza spontanea. Dunque, essendo questi aspetti indivisibili, lo sono anche il
Trekchö e il Tögal.
Non si può dire che il Tögal sia una pratica meditativa, quanto un allenamento dove ci
sono quattro punti chiave da applicare. Voglio sottolineare ancora che il Tögal non è
una questione di immaginare o meditare su qualcosa; le manifestazioni che appaiono
sono l’espressione della purezza naturale. Se ci si allena appropriatamente e si
applicano i punti chiave, tutte le manifestazioni del Tögal evolvono spontaneamente.
Il motivo per cui molti insegnamenti Dzogchen sono legati alla sadhana che
comprende le cento divinità pacifiche e irate è che le manifestazioni includono queste
divinità. La pratica lascia che qualsiasi cosa sia presente in noi diventi visibile, niente
altro si manifesta. Poiché le cento divinità pacifiche e irate sono già presenti nel
nostro corpo, diventano visibili durante la pratica del Tögal.
Le divinità del Tögal sono le stesse che appariranno nel bardo. Dunque, se il mandala
completo (delle cento divinità) si è manifestato in vita, non c’è bisogno che appaia nel
bardo; non si manifesta due volte. Ecco perché molti insegnamenti Dzogchen
enfatizzano il mandala delle cento divinità pacifiche e irate. Esistono molti livelli di
pratica sulle cento divinità nel Mahayoga, nell’Anu Yoga e nell’Ati Yoga. Chokgyur
Lingpa, per esempio, ha rivelato le sadhana per tutti e tre i veicoli. Per l’Ati Yoga egli
ha rivelato il Kunzang Tuktig, oltre a una sadhana appartenente al Dzogchen Desum.
Si può basare la pratica Dzogchen anche sulla figura del guru, poiché il maestro
illuminato racchiude tutto. Per esempio, il tesoro della mente di Jigmey Lingpa
chiamato Tigle Gyachen è basato sulla singola figura di Longchenpa. In questo modo
ci possono essere diversi approcci, ed è veramente utile praticarli.
Sia che si stia fermi o in movimento, in qualsiasi situazione ci si trovi, bisogna sempre
ricordare il Trekchö, il riconoscimento della natura della mente. Questo è il vero
nucleo, il cuore della pratica Dzogchen.
Le prime esperienze che si hanno al momento della morte sono suoni, colori, luci, ma
non come quelli normali che si percepiscono in vita , bensì molto più intensi e
travolgenti. I colori sono come sfumature iridescenti, le luci acute come la punta di un
ago, come guardare verso il sole. I colori sono indicazioni del corpo illuminato, i suoni
indicazioni della parola illuminata, le luci indicazioni della mente illuminata. Ecco
perché il Libro Tibetano dei Morti ricorda al morente di non aver paura delle luci, di
non temere i suoni, di non spaventarsi per i colori. Nel bardo, gli yogi che hanno
familiarizzato in vita con la pratica del Tögal non ne vengono spaventati, perché
sanno che colori, suoni e luci sono manifestazioni del corpo, della parola e della
mente della propria natura di buddha. La loro manifestazione è il preludio per il resto
del bardo.
Le persone ordinarie vengono totalmente sopraffatte dalla immensità di queste
manifestazioni. I suoni echeggiano come il rombo di 100.000 tuoni simultanei, e i
colori e le luci risplendono con l’intensità di 100.000 soli. In seguito, quando iniziano
ad apparire le cento divinità, le più grandi sono come il Monte Sumeru, mentre le più
piccole come un grano di senape. Le divinità appaiono danzare tutto intorno, vibranti
di vita. Di fronte a questo spettacolo, si hanno due possibilità: o si è colti dal panico e
dal terrore o si riconoscono le divinità come le proprie manifestazioni naturali. Ecco
perché è di incredibile beneficio praticare in questa vita in modo da acquisirne
familiarità. Altrimenti, di fronte ad esse nel bardo, si verrà colti profondamente
confusi ed impreparati.
Anche se si è un valente studioso buddhista, conoscitore del Dharma, abile
speculatore etc.etc., senza questa familiarità si verrà presi dal panico e dal terrore di
fronte alle manifestazioni del bardo. Non si può dibattere con le divinità, non si può
allontanarle. Però, se si segue il Vajrayana e si familiarizza con il sentiero unificato
dello sviluppo e del completamento, si potranno riconoscere tutte le manifestazioni
come proprie, il che sarà di reale beneficio.
Ecco perché il Libro Tibetano dei Morti enfatizza “Non aver timore delle tue stesse
manifestazioni”. Non c’è alcun motivo di aver paura di se stessi, nessun bisogno di
essere sopraffatti dai propri suoni, luci e colori. Si può attraversare il bardo con
successo anche avendo praticato pienamente la Mahamudra e le Sei Dottrine (Sei
Yoga di Naropa, N.d.T.), ma il successo è garantito se si è raggiunta la stabilità nel
Trekchö e nel Tögal.
Trekchö è riconoscere che la dharmata della mente e i colori e le luci sono tutte
manifestazioni naturali della dharmata, e che i suoni sono la dharmata stessa che
risuona. Dobbiamo riconoscere che queste manifestazioni, visibili ma tuttavia
insostanziali, non vengono da nessun altro luogo diverso. Comprendendo veramente
questo, il Signore della Morte non avrà alcun potere su di noi. E’ incredibilmente
importante acquistare familiarità con queste manifestazioni in vita praticando
l’unificazione del Trekchö e del Tögal, perché prima o poi tutti finiremo nel bardo e
queste manifestazioni appariranno. Queste intense esperienze del bardo non sono
esclusività di pochi o dei buddhisti, e neanche serve pensare di non aver niente di cui
preoccuparsi se si crede che tutto finisca con la morte. Alle esperienze del bardo non
importa quello che pensiamo, esse appaiono a tutti. Evitiamo il triste destino della
maggior parte delle persone, che vengono completamente travolte dal pensiero che le
manifestazioni della loro propria natura di buddha siano demoni venuti a condurli
all’inferno! Che peccato sarebbe!!