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Cleto corposanto metodologie

e tecniche non intrusive della


ricerca sociale
Metodologia Della Ricerca Sociale Quantitativa
Università degli Studi Magna Græcia di Catanzaro
17 pag.

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METODOLOGIA E TECNICHE NON INTRUSIVE NELLA RICERCA SOCIALE
CAPITOLO I - Epistemologia dei metodi non intrusivi
Oggi vi è un convincimento persistente e diffuso nelle scienze sociali: per ottenere
informazioni sulla gente è indispensabile “chiedere”. Come se, solo chiedere garantisse alle
informazioni da raccogliere per fare ricerca quell’alone di “verità” che sta alla base della
scientificità dei risultati. Il vero problema non è l’uso del sondaggio d’opinione quale
strumento di rilevazione delle informazioni quanto invece il suo abuso anche in ambienti non
“scientifici”. Se oggi si facesse un sondaggio d’opinione fra i ricercatori per convalidare
l’ipotesi, le risposte raccolte consentirebbero di ottenere il risultato che ci eravamo prefissati
in partenza con percentuali statisticamente importanti. Eppure non è sempre stato così. Anzi,
sia Max Weber che Emile Durkheim hanno lasciato il segno nel campo della ricerca sociale,
senza ricorrere ai sondaggi d’opinione. L’avvio alle analisi e al tempo stesso l’introduzione del
concetto di intrusività nella ricerca sociale si deve, nella metà degli anni ’60, a quattro
ricercatori americani, che avevano fatto notare come la gran parte delle ricerche sociali
fossero basate su questionari e interviste. Un modo di lavorare, che sovrautilizzando
strumenti fallibili e in assenza di controprove poteva produrre effetti pericolosi. “Nessuno
strumento di ricerca è immune da distorsione. Questionari e interviste vanno supportati da
metodi che testino le medesime variabili sociali ma che abbiano debolezze metodologiche
differenti” [Webb, Campbell, Schwartz e Sechrest]. Ogniqualvolta manchi la consapevolezza
da parte dell’indagato (in senso sociale) di essere tale e vi sia qualcuno che indaghi in
proposito, possiamo parlare di ricerca non intrusiva. In maniera complementare, quindi,
parleremo di intrusività tutte le volte che ci sia un “contatto” fra intervistatore e intervistato.
Intrusività e non intrusività nella ricerca sociale hanno entrambi, e simultaneamente, vantaggi
e svantaggi.
Perché i metodi intrusivi hanno tanta rilevanza oggi?
È stato proprio il sondaggio d’opinione a far conoscere alla gente la possibilità di “fare ricerca”
e di conoscere atteggiamenti, opinioni e credenze della popolazione in modo ampio, con la
possibilità da un lato di generalizzazione dei risultati e dall’altro di diffusione degli stessi su
larga scala. Paradossalmente, in una delle sue prime applicazioni, l’uso del sondaggio ha
regalato un floop clamoroso (sondaggio d’opinione organizzato negli Usa dal magazine
Literary Digest in occasione delle elezioni presidenziali del 1936).
“Nei fatti somministrare un questionario è facile: le informazioni che si raccolgono sono
determinate dalle domande poste, da come sono poste, e da ciò che esse richiedono al
rispondente. Disegnata in modo appropriato, un’intervista consente di raccogliere fatti e
opinioni ipotizzate”. Date alcune ipotesi di fondo da verificare, è possibile arrivare comunque
alla loro verifica: a prescindere dalle risposte degli intervistati, costruendo uno strumento di
raccolta delle informazioni che, appositamente disegnato, consenta di raggiungere quello
scopo. Un’altra ragione importante, perché i sondaggi d’opinione e in generale tutti gli
strumenti di raccolta delle informazioni che prevedano interazione tra intervistato e
intervistatore, hanno al giorno d’oggi una grande rilevanza nelle scienze sociali. Questa
ragione si riferisce al carattere di democraticità maggiore che risiederebbe nella condivisione
di alcuni fra i passaggi più importanti in una ricerca sociale. Nella co-istituzione delle
informazioni si annida uno dei nemici della qualità delle informazioni raccolte: effetto
Hawthorne. Il sapere di essere in qualche modo oggetto di interesse da parte dei ricercatori,
appunto per mezzo di un diritto di strumenti di rilevazione delle informazioni intrusivo, si
tramuta, sia pure inconsapevolmente, in una occasione Per introdurre nelle risposte elementi
non corrispondenti a verità, producendo quindi distorsioni. Distorsioni che andranno
successivamente ad affliggere risultati stessi della ricerca.
Oltre l'effetto Hawthorne
Le insidie che possono provocare distorsioni delle informazioni raccolte sono molte:
I Accade molto frequentemente che le risposte date dagli intervistati ad una domanda siano
in qualche modo indotte dallo stesso intervistatore. Bailey fa molte raccomandazioni agli
intervistatori, arrivando a suggerire una standardizzazione complessiva di comportamento.

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Dal punto di vista strettamente statistico la standardizzazione consiste nell'esprimere le
distanze di un certo numero di osservazioni dalla media in termini di unità pari alla deviazione
standard. Nell'accettazione usata da Bailey, invece, standardizzare comportamenti e tono
della voce equivale al tentativo di rendere uniforme, neutro, il modo di porsi all'intervistato da
parte dell'intervistatore.
II In un esperimento condotto negli stati uniti è stato rilevato molto chiaramente che "gli
intervistati tengono in considerazione, nel fornire le risposte, il genere dell'intervistatore,
comportandosi in modo differente a seconda che si tratti di un maschio o di una femmina".
III Un'altra gamma di insidie proviene dai cosiddetti wording questions. I problemi che
possono sorgere quando si incorre in una non corretta interpretazione delle domande e
contribuiscono in maniera rilevante alla produzione di distorsioni dei risultati. Questi
misunderstanding linguistici possono creare molti problemi, di gravità variabile fino
all'ottenimento di risposte del tutto differenti da quelle che l'intervistato avrebbe fornito in
situazioni di comprensione linguistica ottimale. A seconda delle parole utilizzate nel formulare
le domande e le alternative di risposta, cambi il risultato finale dell'indagine. L'insidia, è quella
denominata "sorpresa semantica, che consiste nel rendersi conto che l'intervistato in effetti
risponde ad una domanda differente da quella che gli pone il ricercatore.
IV Dato che l'uso dei sondaggi è incrementato in modo esponenziale, c’è in larga parte della
popolazione una sorta di avversione a farsi intervistare. Questo tipo di atteggiamento porta ad
un amento delle "bugie" quando si è chiamati a rispondere alle domande di un questionario.
V Ulteriori problemi sono connessi all'uso di scale. Le scale di atteggiamenti, in particolare
quella che va sotto il nome di Likert, tendono a cogliere quella che è stata definita "fedeltà tra
un dato, tenuto conto delle convenzioni introdotte dalla definizione operativa.. al (supposto)
stato effettivo di un soggetto su una data proprietà". Ma questo tentativo non sempre riesce
a cogliere nel segno: c'è la possibilità di controllare la veridicità della corrispondenza fra
“l'atteggiamento vero di una persona il dato costruita mediante una definizione operativa che
cerca di registrarlo", ma è altrettanto assodato che se intervengo altri problemi, per esempio
legati al wording question nell'accettazione che abbiamo fornito sopra, l'intrico di rischi che
possono condurre a distorsioni si fa veramente pesante.
VI All'interno di una considerazione generale proprio relativa al fatto di essere oggetto di
ricerca i soggetti potrebbero anche essere indotti a cambiare gli stessi comportamenti. "Far
parte della ricerca, può cambiare i comportamenti stessi da parte degli intervistati" [Veroff].
Questa è solo una veloce panoramica dei problemi che possono sorgere allorquando vengo
utilizzati metodi di raccolta dei dati intrusivi.

La non intrusività come risorsa per la ricerca sociale


L'utilizzo di metodi di raccolta delle informazioni non intrusive dovrà, affiancare quelli
tradizionalmente usati da ricercatori. Si dovrà, favorire quell'integrazione con il periscopio,
inteso come "misura non intrusiva e protetta onde capire le cose e lo svilupparsi della vita".
C'è da chiedersi, se risultati di alcune importanti ricerche nel campo delle scienze sociali
avrebbero avuto gli stessi esiti se si fosse fatto uso di metodi di raccolta delle informazioni
differenti. Non si tratta, di privilegiare alcune misure rispetto ad altre, quanto di abbracciare la
logica della scelta di metodi plurimi: "non ci sono metodi non effetti da errore" [Webb].
Sulle possibilità di trovare l'occasione giusta per l'utilizzo di metodi non intrusivi, le possibilità
sono infinite.
È possibile in qualche modo effettuare una graduazione dell'intrusività dei differenti metodi di
raccolta delle informazioni da raccogliere, a seconda che riguardino i comportamenti o gli
atteggiamenti individuali di natura collettiva.
Conclusioni
A quasi quarant’anni dalle prime riflessioni attorno alla possibilità di utilizzare i metodi non
intrusivi nelle ricerca sociale, il dibattito resta ancora aperto. La tecniche non intrusive hanno
il pregio di “raccogliere informazioni più veritiere”, consentendo quindi al ricercatore di
ottenere risultati quantitativamente migliori. Intrusività e non intrusività hanno entrambe
aspetti positivi e negativi nello svolgimento di una ricerca in ambito sociale. Il è quello di
favorire una integrazione che fa accrescere il livello qualitativo delle nostre ricerche.

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CAPITOLO II - L’impossibilità del “co”.
Risorse e limiti dei metodi non intrusivi
“Co”, di origine latina, intende significare con, ovvero il contributo di più elementi nel dare
origine ad un fenomeno nuovo, frutto dell’intreccio delle sue componenti. Assumiamo questo
prefisso come una delle chiavi di accesso all’oggetto della sociologia: scienza che studia come
un particolare elemento, il soggetto, convivendo insieme ad altri soggetti, dia luogo ad una
terza realtà, la società. Senza questo apporto comune, talvolta consapevole, più spesso
inconsapevole e dato per scontato, non sarebbero possibili il linguaggio, la cultura, l’identità.
Contestualizzando il tema in ambito metodologico, la ricerca sociale è assunta come una
forma di conoscenza fondata sul concorso di due o più soggetti.

La co-relazione tra ricercatore e soggetto di studio: oltre l’opposizione tra realismo


e costruttivismo
Realismo, approccio epistemologico che caratterizza la sociologia sin dal suo nascere e che,
nelle sue diverse versioni, la accompagna sino ai nostri giorni. Ne possiamo desumere i tratti
più emblematici risalendo al suo stesso fondatore, E. Durkheim, il quale sostiene che, se la
sociologia vuole dotarsi di una metodologia scientifica, deve “considerare i fatti sociali come
cose”. Occorre sbarazzarsi, di quei preconcetti e pregiudizi nascosti nella tradizione o nella
morale. Queste pre-nozioni inquinano la sua attività investigativa, gli impediscono di aprirsi e
fenomeni sociali nella loro nuda realtà. La stessa distanza che occorre tenere rispetto alle
proprie pre-nozioni deve essere poi mantenuta anche nei confronti delle soggettività che si
stanno analizzando: il ricercatore si deve estraniare da esse, per tracciarne le leggi di
comportamento attraverso uno sguardo ed un linguaggio generalizzante. Il dibattito
scientifico contemporaneo contrapposto alla realismo l'approccio costruttivista. Tale approccio
si caratterizza per l'assunto secondo il quale la conoscenza del ricercatore non si basa, ne può
ambire, ad un'esatta corrispondenza con la realtà esterna, come sostiene invece il realismo.
La conoscenza sociologica è sempre comunque redatta a partire da una prospettiva che
ridisegna il mondo a partire dai propri codici. Anche il costruttivismo non attribuisce pertanto
una particolare importanza alla relazione tra ricercatore e soggetto di studio. Si pone poi la
proposta co-relazionale, assunta in questo lavoro come approccio epistemologico in grado di
riporre al centro il problema della relazione tra ricercatore e soggetto di studio. Facendo
appello ai fondamentali principi di questo indirizzo teorico, incontriamo anzitutto il principio
fenomenologico dell' epoché, intesa come sospensione di giudizio e accantonamento di ogni
pre-nozione con cui ricercatore ha inevitabilmente strutturato la propria visione del mondo. A
porsi di fronte all'altro con uno sguardo aperto alla sua autentica differenza. Ciò è possibile
attraverso l'ideale cognitivo e metodologico dell'empatia, che è comprensione dell'altro così
come gli stesso vede il mondo e gli attribuisce senso. La relazione tra ricercatore e soggetto
di studio è così ridefinita dei termini di una co-istituzione dell'informazione di base, ovvero una
conoscenza emergente dall'intreccio e dal reciproco apporto di entrambi i protagonisti
dell’indagine scientifica. Entro i confini di una metodologia che ambisce ad incrociare
l’attenzione empatica al vissuto dell’altro con tutte le conseguenze che tale orientamento
implica anche nella soggettività del ricercatore, assume allora un’importanza fondamentale la
distinzione tra metodi “intrusivi” e non intrusivi.
-Intrusivi sono tutti quei metodi che intendono produrre informazione scientifica attraverso
un’interazione diretta col soggetto di studio, il quale è consapevole di essere coinvolto in una
relazione con obiettivi investigativi. I questionari, le interviste, l’osservazione diretta, sono le
tecniche più emblematiche di questo versante metodologico, caratterizzato da una co-
produzione cosciente dell’informazione tra ricercatore e soggetto di studio. Il soggetto è
inevitabilmente condizionato, l’effetto è quello di allestire meccanismi di difesa, finendo per
inquinare l’autenticità.
-Non intrusive o periscopiche, tecniche che intendono investigare il sociale rendendosi
inaccessibili allo sguardo e alla consapevolezza dell’altro. Il soggetto indagato è più libero di
agire spontaneamente, senza doversi curare della propria rispettabilità e della propria
immagine sociale. L’informazione prodotta attraverso tali tecniche cade sotto l’esclusiva

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elaborazione del ricercatore. Si profila dunque il rischio di cadere in una visione
autoreferenziale.

La riflessività come presupposto metodologico delle tecniche non intrusive


Concentriamo l’attenzione soprattutto sulla prima fase della ricerca sociale che abbiamo
denominato co-istituzione dell’informazione. Possiamo analizzare questa fase articolando tre
prospettive reciprocamente implicatesi:
- le soggettività coinvolte (ricercatore e soggetto indagato);
- il mezzo di comunicazione che media l’apertura verso il soggetto indagato;
- il contesto socio-culturale in cui si afferma il processo investigativo.
Tale distinzione permette di intravedere come anche nell’osservazione periscopica la relazione
tra ricercatore e attore sociale si ponga all’incrocio di almeno due ambivalenze. Da un lato,
quella tra azione e comunicazione. Dall’altro, quella tra le suddette soggettività e i rispettivi
contesti socio-culturali di appartenenza.

Le soggettività
Osservare il comportamento di un soggetto attraverso uno specchio unidirezionale o senza
annunciare la propria presenza, apparentemente casuale, è in realtà motivata da finalità
esplicitamente investigative, effettuare un’analisi secondaria di dati statistici prodotti da altri
per scopi differenti dall’indagine in corso, analizzare documenti scritti da persone che non si
sono mai incontrate né intervistate, magari distinti nel tempo o nello spazio, significa dare
luogo a un processo relazionale essenzialmente unidirezionale. È il soggetto indagato che,
seppure inconsapevolmente, fornisce informazioni al ricercatore. Tale distacco comunicativo è
considerato la risorsa metodologica della ricerca. Quella che in generale si definisce co-
istituzione assume i tratti di un’auto-istituzione della informazione di base. Allo stesso tempo
cade però in una situazione di dipendenza cognitiva nei confronti del primo, il quale assume
un controllo del processo di costruzione dell’informazione, la non intrusività dell’analisi. Il
primo passo metodologico consiste nell’assumere che il ricercatore non è una banale
macchina che elabora informazioni, ma una soggettività complessa che si caratterizza per
particolari scelte di valore, che pensa, prova emozioni. Tenere conto di tali reazioni a livello
normativo, cognitivo ed emotivo, significa avvicinarsi all’ideale metodologico dell’empatia: si
dà infatti luogo ad un’apertura più libera sia verso l’altro sia verso di sé, che sa distinguere
quando nelle informazioni emergenti dall’osservazione trae origine dal proprio sguardo sul
mondo e quanto invece appartiene davvero al soggetto di ricerca. Partendo dal problema dei
valori che caratterizzano la ricerca, M. Weber conia la celebre distinzione tra “relazione ai
valori” e “libertà dai valori”. La scienza non ha criteri per stabilire quale valore è più giusto o
sbagliato. Secondo Weber la scienza può esprimere solamente giudizi di fatto, mai giudizi di
valore.
Il mezzo di comunicazione
Un ulteriore aspetto da vagliare riflessivamente entro un’investigazione non intrusiva,
concerne il medium comunicativo con cui il ricercatore sceglie di accedere al suo oggetto
sociale. A seconda che sia selezionato un codice di tipo orale, visivo, letterario o numerico, il
supporto informativo in base al quale si elabora l’immagine dell’altro muta radicalmente,
consentendo all’ideale metodologico dell’apertura empatica di applicarsi secondo potenzialità
di volta in volta differenti. Una delle più frequenti applicazioni metodologiche del codice
visuale è la video-registrazione effettuata a supporto di osservazioni non partecipate. Col
videotape è possibile cogliere lo svolgersi naturale di una situazione di interazione. “Di esso
non si può fare a meno quando bisogna fare attenzione a tutto ciò che di non verbale vi è
nella comunicazione. L’interazione viene registrata nei suoi mutamenti nel tempo
(coreografica), nelle relazioni spaziali (prossemica) e nei messaggi del comportamento del
corpo (cinesica)”. Altri supporti di tipo iconico derivano da materiale di tipo fotografico
prodotto sia dal ricercatore sia dai soggetti di studio. Nel primo caso la sociologia visuale
ottiene informazioni con le immagini: utilizza, le immagini per analizzare più compiutamente
la realtà sociale. Nel secondo intende invece ottenere informazioni dalle immagini, al fine di
rintracciare informazioni riguardanti la cultura e le relazioni sociali in cui i “soggetti-fotografi”

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sono coinvolti. Tramite il supporto fotografico l’immagine perde molte delle sue potenzialità
informative. L’ apertura empatica del ricercatore rischia pertanto di cadere molto più
facilmente in una costruzione autoreferenziale, se non affiancata con altre fonti di
informazione convergenti. Tra i codici quello orale è tradizionalmente il più utilizzato.
Analogamente alla comunicazione visiva consente un accesso immediato e diretto al vissuto
dell’altro attraverso una pluralità di livelli. Tutte le componenti paralinguistiche quali
l’intonazione e l’inflessione della voce, il ritmo della produzione verbale. Il codice numerico, in
ambito non intrusivo esso veicola l’informazione soprattutto nel campo dell’analisi secondaria
dei dati. Seleziona una caratteristica la standardizza e la riferisce ad un numero esteso di casi.
Il ricercatore cercherà di compensare l’estrema astrazione e specificità analitica di ogni
indicatore statistico seguendo i requisiti della validità, dell’attendibilità, della coerenza,
convergenza e comparabilità. Il codice letterario, attraverso questo canale comunicativo
l’altro diviene accessibile attraverso un’analisi ermeneutica del testo che se da un lato,
consente di prendere contatto con fenomeni talvolta lontani nello spazio e nel tempo,
dall’altro ne ridefinisce l’immagine alla luce di un processo interpretativo.

Dall’impossibilità del “co” alla sua innegabile necessità


In una ricerca di carattere periscopico si rivela fondamentale il recupero della dimensione
“dialogica” della conoscenza a diversi livelli:
1. Interazione metodologica tra tecniche intrusive e periscopiche;
2. Il black-talk con i soggetti coinvolti nell’indagine;
3. Il confronto nell’equipe di ricerca e nella comunità scientifica.
CAPITOLO III - Il peso specifico dello sguardo: la tecnica dell’osservazione
sociologica allo specchio
Non intrusivo non è intrusivo
Lo sparti acque tra non intrusivo e intrusivo si stabilisce nel potenziale che un soggetto
indagato possiede nel controllare quanto offre di se, rispetto ad un osservatore specifico. Di
fatti, sia che si intenda come non-intrusivo un metodo che non coinvolge direttamente i
soggetti, sia che lo si faccia, il significato proposto è quello che i soggetti osservati non
devono sapere di essere oggetto di studio.

Le tracce umane sono quegli oggetti fisici che raccontano, se opportunamente letti, qualcosa
di chi li ha prodotti. Sono “tracce” fisiche i graffiti, l’abbigliamento, i tatuaggi, i piercing, così
come possono esserlo gli ambienti, lo stesso arredamento di una casa. Più i luoghi sono
privati, meno sarà possibile potersi osservare sistematicamente senza permesso, che
implicherebbe a sua volta l’intrusione palese del ricercatore. Queste procedure non intrusive
possono essere chiamate “misure erosive” se alludono strettamente al rapporto tra persone e
ambiente.
Della reattività dell’osservatore
Secondo questa impostazione risulterebbe non-intrusiva quella tecnica di osservazione
sociologica che tenti di ottenere informazioni senza “disturbare” le persone e dove di fatto è il
ricercatore/investigatore ad individuare tracce specifiche come risposte alle sue domande.
Così impostata, questa tecnica di ricerca sembra spingere ad un’equazione piuttosto precisa:
le informazioni raccolte sono prove della realtà così come è, sono dati tout court (in breve).
Rimanendo ad un livello di astrazione, si può osservare come il baricentro di questa tecnica
sia tutto spostato verso il ricercatore, che se da un lato avverte il rischio dell’intrusività/
reattività dell’osservato, dall’altro non sembra percepire la sua.
Osservazione partecipante di soppiatto
Al contrario degli studi che escludono il coinvolgimento dei soggetti, esiste una tecnica di
osservazione che ne richiede la presenza in maniera vincolante. L’osservazione partecipante
implica infatti fortemente il coinvolgimento dell’altro, per cui osservazione in questo caso
significa entrare dentro ad un contesto, intrattenendo rapporti di intensità diretta con i
membri di un gruppo. Lo sviluppo di questa tecnica viene solitamente fatto coincidere con
quello di etnografia, all’interno dell’antropologia culturale a partire dagli anni ’20 (Malinoski,

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Argonauti nel pacifico occidentale). Tuttavia è solo negli anni ’40 che l’osservazione
partecipante viene intesa come metodo specifico della ricerca sociologica al pari della survey
elaborata con statistica. L’approccio si fonda sull’idea che la distanza tipica tra osservatore e
osservato debba essere colmata attraverso il coinvolgimento del ricercatore, che cerca il
contatto diretto con i soggetti che intende studiare, assumendone il linguaggio, tentando di
comprendere la simbologia, riconoscendo le modalità prevalenti di espressione e
comunicazione.
Osservazione non partecipante e ricerca covert
Quando si parla di osservazione come metodologia in senso ampio, l’aspetto della
partecipazione può essere inteso con diverse sfumature. La ricerca covert indica una
possibilità all’interno di quel binomio visibilità/non visibilità per cui il ricercatore decide dove
posizionarsi in relazione al suo ruolo dentro una ricerca. Il termine osservazione non
partecipante, invece, non ci dice nulla sul ruolo di visibilità del ricercatore in quanto tale, ma
ci spiega piuttosto la mancata densità relazionale tra chi osserva e chi viene osservato.

Osservazione Partecipante
Non partecipante
Overt manifestare il proprio ruolo di ricercatore e dichiarare il
proprio ruolo di osservatore
intrecciare da qui relazioni significative e osservare,
senza intrecciare relazioni
con il contesto con il
contesto
Covert Tacitare il proprio ruolo e intrecciare Tacitare il proprio
ruolo e osservare con
relazioni significative con il contesto. cautela, senza
intrecciare relazioni con
il
contesto.

CAPITOLO IV - Le fonti: una lettura sociologica macrosociale e non intrusiva


Il problema delle fonti in sociologia
Presentazione ed evoluzione delle fonti in sociologia
Nella ricerca sociale il ricorso alle fonti, intese come statistiche prodotte dagli enti pubblici e,
come fonti storiche, quali testimonianza di fenomeni del passato, è divenuto sempre più
comune. Le nuove tecnologie hanno permesso una straordinaria diffusione di dati relativi a
fenomeni sociali. Negli USA la mancanza di dati di fonte pubblica ha sviluppato due centri
della ricerca basate sull’uso delle fonti:
-la scuola di Chicago, specializzati nel raccogliere dati sulle unità territoriali per descrivere i
diversi fenomeni sociali urbani;
-la scuola dei sondaggi, sviluppatasi essenzialmente in risposta a esigenze di analisi delle
scelte. Nel periodo dopo la seconda guerra mondiale, la cultura americana, incontra quella
europea, da tale incontro nasce un nuovo insieme di conoscenze, ovvero la capacità di
svolgere analisi secondaria, basata sulle fonti.
L’analisi secondaria: una tecnica per definizione non intrusiva
L’analisi secondaria può essere definita come ogni ulteriore analisi relativa ad informazioni
che sono state ottenute in precedenza. Persegue finalità diverse rispetto alla ricerca primaria
e può essere realizzata usando dati di sondaggi o dati provenienti da varie fonti. Persegue
finalità diverse rispetto alla ricerca primaria e può essere realizzata usando dati di sondaggi o
dati provenienti da varie fonti. Il primo passo consiste nell’individuazione della fonte da cui
provengono i dati, dove per fonte intende una qualunque entità che consenta di acquisire

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informazioni o dati che si riferiscono a fenomeni, avvenimenti o gruppi sociali. L’analisi delle
fonti è una particolare metodologia di ricerca non intrusiva, che indaga i fatti sociali dal punto
di vista macrosociale. L’analisi secondaria descrive e definisce i fatti sociali, secondo una
prospettiva macrosociologica, quindi ad un livello diverso rispetto alla dimensione individuale
(micro), inoltre si basa su un approccio non intrusivo, che non contempla un rapporto di
interscambio reciproco e di co-produzione tra ricercatore ed oggetto di ricerca. Infine,
nell’analisi secondaria è fondamentale pensare ad un adeguato processo di controllo delle
fonti sulle quali si lavora, nonché individuare criteri di selezione e strategie operative che
permettono di
Indicatori di qualità dei dati
L’indagine sulla qualità dei dati è una operazione che richiede la corretta ed attenta
ricostruzione della natura delle variabili disponibili, solo l’attento controllo delle definizioni
operativa e delle formule permetterà al ricercatore di utilizzare le variabili in modo adeguato.
Inoltre, è importante non trascurare la scelta dell’unità di analisi. Per poter utilizzare i dati in
modo corretto, il ricercatore deve valutare sia l’adeguatezza dei dati rispetto ai suoi obiettivi,
sia la loro qualità. Qualità dei dati è un concetto multidimensionale. Proponendo una
definizione di matrice statistica, si possono definire di qualità, i dati che abbiano
caratteristiche tali da renderli potenzialmente idonei a soddisfare le esigenze conoscitive di
chi li richiede e di chi ne viene a conoscenza.
I requisiti di qualità vengono riferiti al processo di produzione e si esprimono in una serie di
caratteristiche che si possono riassumere nel concetto di accuratezza, definita come la
risultante del processo di misura di un fenomeno, rappresenta la qualità interna della
rivelazione. Quando i dati sono di natura statistica entra in causa il concetto di rilevanza,
intesa come la capacità di una indagine di soddisfare la domanda di provenienza dell’utenza,
rappresenta la forma di qualità esterna della rilevazione. Nessun dato è utile in sé, infatti i dati
per poter essere utilizzati, devono essere accurati rispetto alla prospettiva di ricerca. Altro
concetto da tenere in considerazione è quello della validità degli indicatori, proprietà che si
evince dal rapporto tra un concetto e un suo indicatore. Un indicatore è definito valido se è in
grado di rappresentare un concetto in modo accettabile. Altro criterio da considerare è la
sensibilità della classificazione, il potere di risoluzione della classificazione introdotta da una
definizione operativa, ossia la capacità di tale classificazione di rappresentare in modo fedele
la gamma degli stati possibili. Essa rappresenta il rapporto fra il numero di forme che può
assumere e il fenomeno che si sta classificando ed il numero delle classi istituite [Marradi]. La
sensibilità può essere elevata o bassa a seconda dei diversi scopi di ricerca che ci si è
preposti. Altro concetto da non trascurare è quello di fedeltà, quale proprietà dei dati in
oggetto di corrispondere al reale stato degli oggetti analizzati, individuando quindi tutti i
fattori che possono determinare una limitazione della fedeltà nel percorso di produzione dei
dati. Altri due criteri da tenere presente sono: l’adeguatezza, quale grado di rispondenza ai
bisogni conoscitivi del ricercatore e la comparabilità, quale operazione mentale di confronto
tra due o più stati distinti di uno o più oggetti su una stessa proprietà. Tutti questi criteri
permettono di controllare la qualità dei dati in possesso, prerequisito indispensabile per
procedere alle successive tappe che regolano l’analisi secondaria.
L’utilizzo delle fonti in campo storico e sociologico
Fonte storica e fonte sociologica
Tra il concetto di fonte storica e fonte sociologica non è possibile stabilire rigidi confini. La
fonte storica nasce dall’incontro tra l’operare dell’uomo e il desiderio di raccontare. Ogni
traccia del passato può essere considerata come fonte. Il punto di partenza della ricerca
storica, e anche sociologica, è un qualsiasi oggetto che ci possa fornire una testimonianza
utile per conoscere un determinato periodo.
Una distinzione sul concetto di fonte è quella tra:
fonti primarie, sono le fonti che risalgono al periodo che lo storico (o sociologo) intende
studiare;
fonti secondarie, sono studi, interpretazioni, ricerche effettuate in epoca successiva.
Abbiamo poi una distinzione tra:

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fonti volontarie o intenzionali, quelle create allo scopo deliberato di lasciare dati quantitativi e
non, quale testimonianza di un determinato fenomeno storico-sociale
fonti involontarie, sono costituite da quasi tutto ciò che il passato ci ha lasciato, non
intenzionalmente.
Le fonti poi possono essere classificate come: materiali, orali, audiovisive, scritte.
Un esempio dai classici: il “Suicidio” di Durkheim
Tale opera mostra come l’analisi delle fonti possa essere una valida metodologia per la ricerca
sociologica. Durkheim, infatti, non fa ricerche dirette sul suo oggetto di studio, ma esamina
con attenzione tutta una serie di fonti statistiche che riguardano i suicidi, in diversi paesi e in
diversi periodi. Grazie allo studio delle fonti statistiche, egli giunge alla conclusione
fondamentale che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da specifiche condizioni
sociali. Lo studio di Durkheim è stato sottoposto a critiche, ciò che viene evidenziato è che i
dati ufficiali presentano quasi sempre problemi di validità e affidabilità; poi il problema di
stabilire se ciò che si intende per suicidio è condiviso.
Metodi non intrusivi e metodi intrusivi
Un metodo alternativo che si sarebbe potuto utilizzare è lo studio dei casi individuali, in cui si
parte dal vissuto soggettivo del suicida, tramite lo studio dei messaggi lasciati prima di
compiere l’atto, integrando con alcune variabili sociali che i riguardano (sesso, età, stato
civile, religione, educazione, occupazione), per arrivare a spiegazioni di più ampia portata.
Non è facile accedere ad informazioni di cosi tale riservatezza, se c’è il pericolo di ledere
l’intimità si devono preferire metodologie di ricerca non intrusiva. Nell’analisi sulle fonti il
tentativo è lasciar parlare l’oggetto, la realtà è indipendente dall’osservatore e lo sforzo del
ricercatore consiste nel non influenzare tale realtà pur trattandola.
Vantaggi e svantaggi dell’uso delle fonti nella ricerca sociale
Prima di impostare un preciso disegno di ricerca, il ricercatore (o l’èquipe) deve compiere un
bilancio analitico evidenziando e riflettendo sui possibili vantaggi e svantaggi che l’impiego di
alcune tecniche possono comportare ai fini degli obiettivi di ricerca. L’analisi secondaria offre
al ricercatore il vantaggio di evitare la fase di raccolta dei dati, che spesso richiede molto
tempo e denaro. Alcuni svantaggi derivano dall’eterogeneità delle fonti, alle limitate
informazioni sui criteri di raccolta e di eventuale elaborazione dei dati d’origine.
Questi limiti sono raggruppabili secondo Zaiczyk in quattro categorie:
-Inadeguatezza delle informazioni, il ricercatore dovrà accertarsi della provenienza in termine
territoriale dei dati di cui intende avvalersi;
-Inadeguatezza del contenuto dell’informazione rispetto ai problemi del ricercatore;
- Disomogeneità dei dati forniti dai diversi enti produttori di informazioni;
-Qualità dei dati, con quanta cura e precisione sono stati rilevati.
CAPITOLO V - I documenti personali
Quando si tratta di documenti personali nella ricerca sociale, ci si riferisce a una molteplicità
di fonti informative che hanno la caratteristica di essere materiali di ricerca consistenti in testi
o immagini prodotti senza l’intervento del ricercatore e che contengono informazioni sul
fenomeno che si intende studiare.
Le più rilevanti tra queste fonti sono: diari; lettere a parenti, amici; biglietti lasciati dai suicidi;
memorie;
autobiografie; fotografie, film; appunti.
L’utilizzo dei documenti personali ha una serie di vantaggi:
- è possibile raggiungere soggetti non altrimenti accessibili;
- c’è la possibilità di effettuare analisi longitudinali;
- i resoconti in prima persona possiedono un alto grado di spontaneità;
- è possibile raggiungere la profondità dei sentimenti intimi;
- è possibile arrivare alla confessione;
- i documenti personali rendono nulla la reattività.
A questi vantaggi dobbiamo aggiungere una serie di problemi:
- la difficile reperibilità;

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- la difficoltà di analisi;
- il materiale può essere frammentario o incompleto;
- il materiale può essere rindondante.

Le lettere
Il primo riferimento quando si tratta di ricerche fondate sulla raccolta dei documenti personali
è il classico studio di Thomas e Znaniecki sul contadino polacco, che si avvale di molte
centinaia di lettere dirette o provenienti da immigrati polacchi negli Stati Uniti. Le molte
critiche che sono state mosse all’impianto metodologico di questa monumentale opera si
riferiscono anche alle modalità attraverso le quali sono state raccolte le lettere, modalità
peraltro non chiare. Nonostante le critiche rimane il primo e fondamentale esempio di quei
modi di fare ricerca che oggi si definiscono non-standard. Le lettere sono destinate a
qualcuno, la lettera contiene un appello, attende una risposta, annuncia o segue un dialogo,
è rottura della solitudine e strumento di comunicazione tra due coscienze. La comunicazione
per lettera è andata via via diminuendo di quantità, invece è in notevole sviluppo l’uso dei
testi raccolti dalle chat lines.
I diari
Secondo Girard, il diario è una forma particolare di scrittura che viene definita da
caratteristiche ben precise:
- il diario non risponde a regole imposte, il suo autore è completamente libero di scrivere ciò
che vuole;
- in un diario, l’autore è presente personalmente, il centro della scrittura è il sé, in un opera di
“osservazione interiore”;
- il diario non è destinato a un pubblico ma ha un carattere di riservatezza, se non di
segretezza;
- l diario si estende necessariamente su un lungo periodo, viene scritto con regolarità e la sua
compilazione si prolunga nel tempo.
Lejeune identifica due modi per studiare i diari: il primo consiste nel leggere i diari, la seconda
soluzione è interrogare i diaristi.
Le autobiografie
Per autobiografia s’intende un resoconto scritto della vita di una persona, da lei stessa
compilato, in una visione retrospettiva. Se consideriamo questo racconto come il prodotto di
una soggettività che autonomamente e senza essere richiesto dal ricercatore scrive sulla sua
vita possiamo annoverare questi documenti come non-intrusivi. Si intende dunque qualcosa di
molto diverso dell’intervista biografica, dove la testimonianza raccolta sulla vita di una
persona viene prodotta su richiesta e con la presenza di un ricercatore.
Il reperimento
Il problema forse più spinoso da risolvere, quando si vogliono utilizzare i documenti personali
come fonte informativa nella ricerca sociale, è proprio il loro reperimento. Diverso è il caso in
cui la raccolta di tali documenti si basa sua una richiesta esplicita del ricercatore, che chiede
al soggetto prescelto la produzione di un documento di tal genere. Oppure ancora diverso è il
caso in cui al soggetto viene chiesto di conservare la corrispondenza per una futura cessione
della stessa al ricercatore. In queste situazioni il consenso preventivo porta ad escludere le
informazioni che alla fine si raccolgono dall’insieme della non-intrusività. Se i documenti
personali non vengono prodotti su richiesta del ricercatore, si può ipotizzare che l’operazione
di convincere qualcuno a concedere una parte così riservata di sé non possa essere condotta
a partire da un rapporto di fiducia precedentemente instaurato con il soggetto. Ma è evidente
che la difficolta di raccolta si presenta maggiore nel caso in cui la richiesta viene posta a
persone già conosciute dal ricercatore nella sua vita quotidiana.

L’analisi
Damazière e Dubar individuano tre atteggiamenti ai quali è possibile far risalire cinque diversi
tipi di analisi: illustrativo, restitutivo e analitico. I primi due possono essere utilizzati

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agevolmente per descrivere le possibilità d’analisi dei documenti personali.
Nell’atteggiamento illustrativo le parole dei soggetti vengono utilizzate al fine di “illustrare” le
affermazioni del ricercatore. I due tipi di analisi derivati da questo atteggiamento sono l’analisi
del contenuto, che si propone di descrivere in modo oggettivo, sistematico e quantitativo il
contenuto manifesto dei documenti; e l’analisi tematica, che deriva dalla stessa logica
tassonomica dell’analisi del contenuto e consiste nell’individuare e isolare una serie di temi e
sottotemi che formano uno schema dentro il quale ogni documento è ridistribuito. Il rischio
consiste nel far discendere l’operazione di categorizzazione delle ipotesi della ricerca secondo
l’interpretazione che ne fa il ricercatore, e non dai momenti vissuti dai soggetti. In un
atteggiamento di tipo restitutivo, la parola dei soggetti viene considerata trasparente, in
grado di fornire da sola i significati utili alla comprensione dei fenomeni sociali.

CAPITOLO VI - Analisi delle tracce fisiche


Traccia è un segno del passato, che se osservato e compreso può portare alla conoscenza di
fatti ed accadimenti trascorsi, comportamenti e atteggiamenti di chi quel segno ha lasciato,
volontariamente o no.
Nel testo Unobrtusive measures: nonreactice research in the social sciences del 1966, Webb
e colleghi presero in considerazione le misure non intrusive, o non reattive, ossia quelle
misure del comportamento che eliminano il problema della reattività, poiché gli individui
oggetto di studio non si rendono conto di essere tali e non possono, di conseguenza,
modificare il proprio comportamento in funzione dello studio stesso. Tra queste, fecero
rientrare a pieno titolo le tracce fisiche: depositi, artefatti, segni d’uso e usura, segni lasciati
dagli uomini, in modo spesso non intenzionale. Le tracce fisiche sono una componente
importante di un approccio multidimensionale e multimetodo, che faccia uso di diverse
metodologie d’indagine e attraverso la triangolazione delle informazioni e dei dati ottenuti da
ciascuna di esse pervenga alla verifica delle ipotesi, superando le debolezze dei diversi
approcci, singolarmente presi. Ѐ possibile suddividere le tracce fisiche in due grandi classi
generali: le misure di erosione e le misure di accrescimento.

Misure di erosione
Le misure di erosione sono i resti naturali dell’attività di una popolazione che ha consumato
selettivamente certi oggetti. Il tipo e il grado di usura ci parlano delle caratteristiche della
popolazione, delle sue abitudini ed attitudini, del mondo in cui essa ha fruito e si è servita di
determinati beni ed oggetti.
Misure di accrescimento
Le misure di accrescimento consistono in depositi di mteriale lasciati dietro di sé da una
popolazione e che sono testimonianza di un comportamento o di un’attività. Tali tracce
possono avere natura ed origini disparate: lettere d’amore abbandonate tra i rifiuti, ai depositi
di polvere sui libri, dalle impronte digitali, ai manufatti. Due gruppi particolari di misure di
accrescimento, i graffiti e i rifiuti.
I graffiti
Una prima distinzione possibile parlando di graffiti è tra pubblici, cosi definiti quando sono
fatti su superfici esterne- quali muri, ponti, carrozze dei treni, metropolitane, ecc.- e privati,
quando, invece, sono fatti in luoghi chiusi, tipicamente i bagni. Blake distingue tra tre
differenti categorie di contenuto dei graffiti:
1.Immortalizing graffiti : graffiti che immortalano un nome di persona, di città, una data, un
evento, ecc.
2.Romanticizing graffiti : iscrizioni romantiche, che testimoniano e rivelano amore romantico.
3.Vulgar statements : iscrizioni volgari, soprattutto offensive, che usano termini sessuali,
scatologici o che riguardano parti anatomiche.
Questo tipo particolare di forma espressiva viene utilizzata per lo più dai giovani e quindi essa
diventa un canale privilegiato per ottenere informazioni sui giovani, senza che questi si
sentano sotto controllo o esame. Uno studio sulle scritte presenti nei bagni delle Università

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italiane potrebbe fornire molti indizi per un quadro aggiornato dell’orientamento politico dei
giovani universitari. I graffiti sui muri degli edifici nelle città possono essere un segnale con il
quale gruppi di giovani marcano i propri territori. Insegne, cartelloni , targhe recanti divieti,
avvertimenti, istruzioni, allarmi, popolano il nostro quotidiano come prodotto dell’autorità o di
altre istruzioni e costituiscono anch’essi una categoria particolare di graffiti, che Hermer e
Hunt chiamano graffiti ufficiali. Questi graffiti rappresentano una forma di governo a distanza.

“Garbology” : lo studio dei rifiuti


Garbology, letteralmente rifiutologia, ovvero lo studio delle immondizie. L’applicazione più
immediata delle ricerche basate sullo studio dei rifiuti è quella che riguarda le abitudini di
consumoe, da queste, anche la distribuzione del reddito, ma in generale l’uso dei rifiuti come
indizi si dimostra molto utile nei casi in cui si vogliono studiare comportamenti o
atteggiamenti riferiti ad argomenti delicati. A fronte degli indubbi vantaggi che derivano dalla
non intrusività del metodo e della non intenzionalità delle prove, ci sono, però, nello studio dei
rifiuti altrettanto evidenti svantaggi, legati sia alla natura del materiale di studio, sia ai diversi
approcci che le persone hanno nel decidere come e cosa gettare, sia ancora a problemi di
ordine etico che questo tipo di indagine può sollevare.
L’intervento del ricercatore nella rilevazione dei dati: accrescimento ed erosione
controllati.
Caratteristica peculiare delle misure di accrescimento ed erosione sia la loro non intrusività,
poiché lo scienziato sociale prende i dati esattamente come li trova, senza intervenire in alcun
modo ad influenzare, né il carattere del materiale che funge da indicatore. Vi sono, tuttavia,
dei casi in cui il ricercatore ha interesse ad intervenire nel processo di produzione dei dati, per
accelerarlo o incrementarlo senza tuttavia distruggere la caratteristica di non reattività
proprio delle tracce fisiche, non permettendo, cioè, che i soggetti diventino consapevoli di
essere oggetto di studio. Si parla di misure di accrescimento od erosione controllati.
Vantaggi e svantaggi dell’uso delle tracce fisiche come fonte di dati: una
valutazione d’insieme
L’uso delle tracce fisiche e degli oggetti presenta alcuni indiscussi vantaggi. Innanzitutto, le
prove fisiche possono fornire informazioni o dati riguardo a gruppi che altrimenti non
vorrebbero o non sarebbero in grado di parlare delle proprie vite, né in forma orale, né in
forma scritta. In secondo luogo, esse forniscono una stima della misura in cui un’attività ha
avuto luogo. Ancora, mettono a disposizione dati storici e sociali, sono una valida fonte di
interrogativi sulle diverse culture, le loro pratiche e istituzioni. Il maggior vantaggio dei dati
dell’evidenza fisica resta, comunque, il loro non dare nell’occhio, il loro essere prodotto non
intenzionale dell’attività di persone inconsapevoli dell’uso che il ricercatore farà di essi. Non
reattività, pervasività ed economicità dell’evidenza fisica come fonte di dati, non sono tuttavia
le uniche caratteristiche di questo metodo. Esse presentano, infatti, anche diversi svantaggi.
Un problema è di carattere etico, legato alla questione della violazione della privacy e della
responsabilità civile del ricercatore.
Le nuove frontiere delle tracce fisiche
Con lo sviluppo dell’informazione e dell’elettronica, si sono aperte per l’analisi dell’evidenza
fisica nuove frontiere e nuove prospettive. Ogni giorno, nel nostro quotidiani, ognuno di noi
lascia inconsapevolmente delle tracce del proprio passaggio e sempre più spesso queste
tracce corrono sul filo del telefono o vengono registrate su qualche supporto magnetico.
Relazioni inter personali, fruizione dei servizi, abitudini di consumo e di spesa, livello di
economia, status sociale, organizzazione del tempo libero, preferenze e gusti, tutto potrebbe
essere stimato dall’analisi di queste tracce. Tutto questo, potrebbe avvenire solo se venissero
messe da parte tutte le remore derivanti da considerazioni sull’eticità, la moralità e la liceità
di un comportamento altamente lesivo dell’individualità e della privacy, seppur con finalità
scientifiche. E nella realtà, proprio a tutela del diritto fondamentale di ciascuno alla tutela
della sfera privata, ben poche di queste tracce finiscono negli studi dei ricercatori sociali.

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CAPITOLO VII - Sulle tracce dell’azione. L’utilizzo delle immagini nell’etnografia
sociale.

Cos’è la Sociologia?
In genere dover rispondere ad un tale interrogativo è spesso causa di imbarazzo, considerato
soprattutto il fatto che le altre scienze sociali sono dotate di un referente più preciso.
Rispondere che la sociologia è quella scienza che studia la società e le sue istituzioni, può
essere spesso causa di problemi. Ragionare sugli elementi che differenziano l’antropologia
dalla sociologia, potrebbe essere una buona strategia per iniziare a chiarire qual è la
specificità del punto di vista della nostra disciplina. Il sociologo al pari dell’antropologo si deve
preoccupare di articolare la descrizione di una cultura diversa e distante rispetto a quella di
appartenenza, deve portare alla luce quegli assunti di base, dati per scontati dai nativi, che
sono stati definiti come lo sfondo delle aspettative. Il suo compito può essere svolto all’interno
di un’istituzione totale, in un ospedale o in una qualsiasi altra organizzazione complessa, in
una serie infinita di altre situazioni sociali. Il problema è sempre lo stesso: articolare
descrizioni di una cultura. Cercare di rappresentare quegli aspetti che presiedono ad una
visione e ad una interpretazione del mondo.
Reporter, artisti e gitanti: dalle poetiche dello scatto a quelle dell’autoscatto
Resta da chiarire quali sono gli strumenti di cui lo studioso può avvalersi nel portare a termine
questa impresa. Il modo migliore per comprendere la realtà, così com’è costruita e vissuta dal
gruppo a cui siamo interessati, consiste nell’osservare direttamente le attività e le interazioni
dei suoi membri (es. sette religiose, le gang giovanili). Sia che si abbia a che fare con gruppi
precisi e ben delimitati, sia che ci si debba confrontare con pratiche più diluite sul territorio, lo
strumento principale, per una sociologia etnografica, resta l’osservazione. L’analogia che
viene più spontanea è forse quella che avvicina l’etnografo al foto-giornalista. Entrambi
cercano di accostarsi alla vita sociale, cercando di documentarne le dinamiche più nascoste
tentando di mettere in evidenza gli aspetti straordinari delle attività ordinarie.
La tecnica non intrusiva: dati dichiarati e dati operativi
Riferendosi alla pratica dell’osservazione viene utilizzata la tradizionale distinzione in
osservazione partecipante e in osservazione diretta, attribuendo alla seconda lo status di non
intrusiva. Il concetto di non intrusività riguarderebbe cioè il prendere parte del ricercatore alle
attività dei soggetti che studia. Questo ragionamento fa parte di un vecchio léitmotiv della
letteratura sull’osservazione: quella partecipante vuole che il ricercatore prenda parte alle
attività del gruppo in questione, quella diretta permette invece all’etnografo di rimanere un
esterno e di osservare i suoi nativi dal di fuori.
Altri studiosi non sono per niente d’accordo nel considerare possibile l’esistenza di tecniche
non intrusive. Attaccano la tradizionale distinzione sostenendo che non è corretto intendere le
due modalità d’osservazione in termini dicotomici. Partecipante e diretta sono due tipi ideali di
osservazione che strutturano un continuum scalato in base all’intensità relazionale, alla
penetrazione nell’ambiente e all’accettazione sviluppata verso il ricercatore. Dati questi
problemi, perché continuare a utilizzare l’osservazione come tecnica di ricerca?
John Van Maanem distingue tra due tipi di dati: esistono dati dichiarati e dati operativi. I dati
dichiarati sono sostanzialmente quelli che ci forniscono gli intervistati. Quando chiediamo ad
un soggetto di compilare un questionario, gli somministriamo un’intervista o abbiamo con lui
un colloquio in profondità, noi non facciamo altro che registrare le sue dichiarazioni in merito
ad un qualche aspetto della sua vita. Quasi sempre i sociologi danno per scontata la veridicità
delle affermazioni che registrano. Il sospetto è presente in tutti i professionisti che lavorano
con i dati dichiarati, tant’è che si studiano tecniche di intervista atte a ridurre le bue e le false
opinioni. I dati operativi invece, non sono costituiti da espressioni verbali ma da azioni.
Parlare di non intrusività a proposito della tecnica dell’osservazione, ha senso a prescindere
dalla distinzione classica. Partecipante e diretta, sono semplicemente due ideal tipi.
L’osservazione è di per se non intrusiva in quanto cerca di cogliere dati operativi, cioè azioni.
Sia che si partecipi alle attività del gruppo, sia che si cerchi di rimanere al di fuori, quando ci
proponiamo di osservare le condotte sociali adottiamo una tecnica non intrusiva.

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CAPITOLO VIII- L’analisi del contenuto: qualità e quantità per una metodologia di
ricerca integrata e non intrusiva
Premessa
L’analisi del contenuto è una delle tecniche di ricerca più importanti nelle scienze sociali. Si
propone di comprendere i dati non come insieme di eventi fisici, ma come fenomeni simbolici.
In generale si può affermare che l’analisi del contenuto consente di analizzare il processo
comunicativo che caratterizza l’interazione sociale. Nasce con lo scopo di scomporre il
messaggio comunicativo, di rendere esplicito ciò che appare implicito. Consente di valutare le
caratteristiche dei messaggi (verbali, scritti, visuali) e dei loro contenuti evidenziandone gli
elementi peculiari.
L’analisi del contenuto: definizione e scopi
L’analisi del contenuto può essere definita come tecnica di ricerca che consente di verificare
le ipotesi concernenti i fatti della comunicazione. La comunicazione avviene in fase di
relazione interattiva e presenta sempre sia un contenuto manifesto (elementi verbali) sia
metacomunicativo (elementi non verbali) e che tutte le comunicazioni possono essere
descritte e decifrate con le tecniche di analisi di contenuto, appare evidente che quest’ultima:
a) non può limitarsi esclusivamente al contenuto ma deve prendere in considerazione anche il
contenente. Essa può essere analisi del significati e dei significanti;
b) non può limitarsi a produrre solo dati numerici ma deve contemplare la ricomposizione tra
qualità e quantità.
L’analisi del contenuto dovrebbe essere applicabile a tutte le forme di comunicazione,
qualunque sia la natura del supporto, e avere due funzioni:
- una funzione euristica (accrescimento della propensione alla scoperta; analisi del contenuto
finalizzata a “vedere”);
- una funzione di amministrazione della testimonianza (metodo sistematico che mira a
verificare le informazioni presenti nel messaggio; analisi del contenuto finalizzata a
“provare”).
Funzioni che, nella pratica, possono non solo coabitare ma integrarsi in maniera
complementare. In questa logica l’analisi del contenuto può essere considerata una vera e
propria ricerca sociale, utilizzata nel campo delle comunicazioni di massa, con l’obiettivo di
analizzare i messaggi.
La non intrusività dell’analisi del contenuto tra qualità e quantità
L’analisi del contenuto è per definizione una tecnica non intrusiva. Fornisce informazioni su
fenomeni non direttamente osservati. Per non intrusività si intende la mancanza di interazione
tra il ricercatore e l’oggetto di studio; le tecniche non intrusive o periscopiche sono quelle che
consentono di osservare senza disturbare o invadere. La non intrusività è una condizione
difficile da realizzare nell’ambito della ricerca, non solo per questioni pratiche ma anche e
soprattutto per motivi etici; l’assenza di coinvolgimento relazionale tra osservatore e
osservato, comporta il rischio dell’interpretazione asettica a causa del venir meno del
contatto. I metodi non intrusivi (analisi del contenuto, analisi delle fonti, analisi dei documenti
personali, analisi delle tracce fisiche) sono generalmente riconosciuti come qualitativi,
successivamente utilizzabili in forma quantitativa. I metodi qualitativi mirano ad analizzare il
comportamento umano privilegiando il punto di vista dell’attore; sono soggettivi, esplorativi,
descrittivi; i metodi quantitativi, invece, ricercano fatti e cause dei fenomeni sociali senza
tenere eccessivamente conto degli stati soggettivi degli attori; sono oggettivi, distaccati dai
dati. Nella pratica della ricerca sarebbe infatti opportuno rifiutare l’alternativa qualità/
quantità, optando per forme di integrazione che tutelino le diversità e che tengano conto dei
problemi indagati. Una volta accertata la loro posizione, i due diversi metodi devono risultare
complementari; l’integrazione dovrebbe diventare la regola che unisce qualità e quantità,
intrusività e non intrusività. Ne consegue che l’analisi del contenuto, per statuto non intrusiva,
debba essere aperta all’integrazione tra le dimensioni qualità/quantità e al confronto tra
intrusività/non intrusività.

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Cenni storici
Benchè l’attenzione ai processi di comunicazione abbia origini remote, la tecnica dell’analisi
del contenuto si è sviluppata solo agli inizi del ventesimo secolo, con l’esplosione della
cosiddetta “comunicazione di massa”. Si possono individuare sei fasi attraverso cui è passata
l’analisi del contenuto:
1. Analisi quantitativa dei giornali;
2. Analisi della opinione pubblica;

3. Analisi della propaganda;


4. Analisi del contenuto generalizzata;
5. Riscoperta dell’analisi del contenuto qualitativa;

6. Analisi dei testi mediante computer.


L’evoluzione che la tecnica dell’analisi del contenuto ha subito nel corso del tempo sembrava
avere attribuito maggiore scientificità alla stessa.
Tipologie di analisi del contenuto
L’analisi del contenuto è la risultante di un insieme di tecniche che consentono il trattamento
di informazioni derivanti dai diversi tipi di comunicazione, al fine di descrivere, analizzare e
spiegare i contenuti della comunicazione stessa. Si applica generalmente, a testi scritti di
vario tipo, quali:

• Interviste
• Documentazione ufficiale
• Documenti personali
• Cronache
• Comunicazione di massa e prodotti culturali.
L’analisi del contenuto consiste nella scomposizione delle unità comunicative in unità più
semplici e, a seconda della procedura che segue, può assumere le vesti di:

a. Analisi quantitativa;
b. Analisi qualitativa;
c. Inchiesta.
Analisi quantitativa
Fa riferimento “alle tecniche di rilevazione e misurazione di dati derivanti da messaggi scritti
e verbali, e si fonda sul conteggio e sugli indici da questi ultimi ricavabili”. Ha lo scopo di
ricostruire il “senso” di un testo utilizzando la frequenza con cui vengono usati gli elementi
linguistici e gli indici che da essa derivano. Esistono diverse tipologie di analisi quantitativa:
a) l’analisi delle frequenze consiste nel rilevare le frequenze assolute e relative; si fonda sul
presupposto che la frequenza di una determinata parola o simbolo-chiave è un indicatore di
ciò che la parola o simbolo-chiave designa;
b) l’analisi delle contingenze rileva la presenza contemporanea di due unità di categorie
diverse in uno stesso testo. Il ricercatore in questo caso punta l’attenzione sulle possibili
relazioni delle parole all’interno di un testo;
c) l’analisi delle corrispondenze lessicali riesce ad applicare ai dati testuali l’analisi delle
corrispondenze e a rappresentare graficamente le associazioni contenute nella tabella a
doppia entrata;
d) l’analisi delle valutazioni tende a rilevare le valutazioni espresse nei testi oggetto
dell’analisi e a misurare l’intensità della suddetta valutazione;
e) l’analisi del contenuto computerizzata si avvale dell’utilizzo di specifici programmi per

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effettuare operazioni di codifica, funzioni di inventario, operazioni di ricerca per richiamare
parole o segmenti di testo.

Analisi qualitativa
Nasce come tentativo di risoluzione dei problemi sollevati dall’utilizzo della content analysis e
mira a fornire una interpretazione globale del testo dal punto di vista dei suoi significati. Si
serve di tecniche derivate dalla linguistica e dalla filosofia interpretativa e viene applicata a
qualsiasi tipo di testo:
a) analisi strutturale rende possibile rinvenire l’esistenza di strutture sottostanti alla superfice
del testo; la finalità è quella di effettuare la verifica di ipotesi relative ai processi socio
culturali;
b) semiotica disciplina che studia i segni e sposta l’attenzione su tutti quegli elementi di
controllo che accompagnano la trasmissione del messaggio;
c) analisi de discorso è la principale tipologia di analisi del contenuto qualitativo; essa fa sì
che il discorso diventi luogo privilegiato in cui è possibile cogliere, opinioni, atteggiamenti,
rappresentazioni sociali, ideologie.
Analisi del contenuto come “inchiesta”
Un’ulteriore tipologia di analisi del contenuto è quella che ricorre all’uso dell’inchiesta.
Consiste nell’interrogazione del testo attraverso l’utilizzo di una scheda di rilevazione
semistandardizzata o standardizzata in grado di raccogliere informazioni circa gli stati in cui si
presentano determinate proprietà nelle unità di analisi scelte. È applicabile a qualunque tipo
di messaggio, verbale e non verbale e consente di esaminare il contenuto dello stesso nella
sua interezza.

Appendice: Una possibile applicazione: la cartella sociale


Definizione e caratteristiche
La cartella sociale è uno strumento specifico e fondamentale dell’assistente sociale e rientra
nella più generale categoria della documentazione professionale. In particolare la cartella
sociale racchiude in sé tutte le componenti utili alla conoscenza di un utente e all’evolversi
della sua situazione. È quindi uno strumento indispensabile per il lavoro dell’assistente sociale
la cui attività è caratterizzata dal rapporto professionale con il cittadino-utente in un processo
di aiuto. È per questo motivo che la cartella ha una sua funzione specifica, poiché è
impossibile riuscire a ricordare tutte le singole situazioni e quanto accade nei vari percorsi di
vita. Il linguaggio della cartella deve essere fruibile da tutti coloro che ne hanno l’accesso; le
informazioni contenute devono essere chiare, adeguate e precise. I dati e gli argomenti
riportati non devono essere lesivi della individualità e dignità del cittadino-utente.
Contenuto e finalità
La cartella può avere tre funzioni:
1. Lega la cartella oltre che all’operatore che la tiene, al servizio in cui esplica la sua attività
lavorativa e quindi diventa strumento per comunicare informazioni e valutazioni inerenti la
responsabilità complessiva dell’organizzazione.
2. Assicurare la continuità dell’operato dell’assistente sociale facendo della cartella un
elemento di memoria della storia delle persone che si rapportano con i servizi.
3. La raccolta dei dati e delle informazioni contenuti nella cartella, che consente non solo di
ricavare elementi necessari e utili ai fini statistici, ma anche la conoscenza e il monitoraggio
dell’evolversi dei bisogni sociali e individuali.
Problemi aperti e prospettive
si può affermare che la cartella sociale può costituire uno strumento per la conoscenza
sociologica e l’indagine dei fenomeni sociali. Vi sono però argomenti di problematicità.
Innanzitutto il colloquio tra l’operatore e l’utente, attraverso questo momento preparato e
metodologicamente strutturato viene raccolta la maggior parte delle informazioni. Le
registrazioni in cartella, possono però essere compilate andando ad inserire notizie desunte
dalla comunicazione non verbale. In tal senso è possibile che chi compila la cartella inserisca

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vissuti personali, proprie sensazioni e che quindi siano poco oggettive. Le cartelle poi sono
scritte da operatori differenti; ciascun operatore usa una terminologia generata
dall’apprendimento teorico, ma ciascuno poi, nella pratica del proprio lavoro, usa alcuni
termini tecnici e concetti teorici con significati che possono apparire diversi e contrastanti tra
loro. In fine l’assistente sociale è tenuta al rispetto della privacy e del segreto professionali. Il
problema in questo caso può apparire banale ma non è tale per colui che tiene la cartella e ha
la responsabilità del suo contenuto. È chiaro che per il ricercatore questo punto non ha in se
un carattere di problematicità, ma l’operatore al contrario, non può non porsi il problema
poiché rappresenta il trait-d’union tra cittadino e ricercatore. La cartella sociale per essere
utilizzata maggiormente nella ricerca dovrà essere rielaborata e rivista in modo da rendere
maggiormente omogenee alcune informazioni e far sì che la raccolta dei dati e della
documentazione possa essere ascrivibile entro alcune variabili significative e definite sia in
ordine alla raccolta di dati ai fini statistici sia più in generale alla ricerca sociale.
CAPITOLO X- Problemi etici nella ricerca occulta

CAPITOLO XI - La valutazione non intrusiva


La valutazione è un’operazione che noi compiamo, quasi sempre, in modo involontario. Ѐ in
qualche modo un’attività connessa alla nostra persona costruzione di proprietà ed eventi a cui
avvicinarci o dai quali, eventualmente, stare invece alla larga.
Quattro generazioni di valutatori
Storicamente, possiamo ricordare quattro diversi periodi –ciascuno con le sue caratteristiche
peculiari ma comunque legato indissolubilmente ai precedenti come frutto di rielaborazione e
discussione.
La prima generazione, una valutazione che possiamo considerare in realtà come una
misurazione di tipo tecnico, misurazione e valutazione erano in realtà concetti considerati
sinonimi. Questa prima generazione di valutatori, appare più che altro condizionata dal
grande influsso che sulle scienze sociali cominciano ad avere, in quegli anni, le cosiddette
scienze esatte.
La seconda generazione, non abbandona le caratteristiche della prima –la misurazione- ma la
ingloba all’interno di un approccio più vasto e articolato che comprende la descrizione del
processo. Nascono così le valutazioni di modelli forti o deboli.
Introdotta una terza chiave di lettura, vale a dire quella di un giudizio. Il valutatore, quindi,
prima solo misurazione, poi anche descrittore, viene ad assumere all’interno della terza
generazione anche, un ruolo di giudice. Aspetti sempre più “aperti” e qualitativi. C’è un
aspetto che accomuna questi tre modi di considerare i processi: l’assoluta mancanza di
riferimenti all’insieme degli attori coinvolti nei processi che vengono valutati. Solo la quarta
generazione di valutatori ha cominciato a prendere in esame il processo stesso di valutazione
all’interno di una condivisione di problemi e prospettive con gli attori sociali.
Tre modi diversi di valutare
Possiamo distinguere tre modi diversi di valutare:
- Valutazione ex ante
- Valutazione in itinere
- Valutazione ex post
Valutare ex ante equivale a svolgere quell’operazione caratteristica che viene fatta allorché si
decide di sottoporre a vaglio un’ipotesi di progetto non ancora realizzato: l’azione eseguita dai
valutatori assolverà ad una funzione di assolvimento – per i decisori, pubblici o privati che
siano- all’interno, per esempio, di un ventaglio di opzioni possibili. Valutare in itinere
corrisponde invece ad un processo che si innesta parallelo a quello della stessa
implementazione, per verificare ad esempio la corretta applicazione di alcune procedure
previste ovvero per correggere il tiro delle misure preventivate laddove se ne ravvisi l’utilità.
La valutazione ex post coglie invece aspetti positivi ed eventuali criticità dei programmi una

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volta che l’iter di un intervento si è concluso. Serve quindi da un lato una verifica dello
specifico intervento analizzato, sia come base d’analisi per eventuali, possibili programmi
futuri in situazioni analoghe. Sulla valutazione ex post, il dibattito è stato ed è ancora molto
vivace; perché, la valutazione si intreccia in modo molto stretto con il concetto stesso di
qualità. Formalmente si parla di valutazione ex post in tre accezioni diverse. Se la domanda
cui si deve rispondere è: “L’intervento è stato realizzato?”, allora si parla di esito (o output).
Se invece la domanda è: “La realizzazione dell’intervento è stata buona o no?” parleremo di
valutazione di risultati (o di autcome), ed infine si parlerà di valutazione di impatto nel caso in
cui una domanda cui fornire la risposta fosse “L’intervento è utile per coloro i quali è
progettato?”. Accanto a questi tre differenti tipi di valutazione ce n’è un quarto, per certi versi
trasversale ai primi: la valutazione di processo, i sui tratti distintivi sono:
a) chiarire i ruoli, relazioni e loro gestione in generale fra quanti sono coinvolti;
b) criticità e aspetti positivi legati all’implementazione delle misure;
c) aspetti legati alla partecipazione complessiva da parte degli stakeholders.
Valutazione e qualità
Valutazione e qualità sono due concetti che molto spesso viaggiano lungo la stessa direttrice;
perché, in fondo, valutare vuol dire anche verificare l’esistenza (o l’assenza) di requisiti di
qualità.
Il concetto di qualità è intrecciato in qualche modo a quello della valutazione, può essere
considerato secondo quattro differenti approcci:
1) Qualità come adeguatezza rispetto ai propositi;
2) Qualità come raggiungimenti degli standard;
3) Qualità come eccellenza;
4) Qualità come processo.
Nel primo caso possiamo parlare di qualità come aspetto funzionale: si raggiunge la qualità,
se un dato servizio, ad esempio, ha raggiunto gli obiettivi che si è posto. In questo approccio
sono chiamati in causa tutti gli attori, quindi, non potrebbe aversi valutazione non intrusiva,
perché il passare obiettivi in modo unilaterale equivarrebbe ad un’operazione autoreferenziale
e di rottura. Stesso discorso nella seconda eccezione del concetto di qualità, quello legato al
raggiungimento di standard prefissati. Anche in questo caso, infatti, gli standard da
raggiungere dovranno necessariamente scaturire da un processo di convinzione fra gli
stakeholders, per evitare che vengano posti standard che esprimano qualità “parziale” non
percepita come tale da parti assolutamente importanti degli attori coinvolti. La terza
accezione di qualità pertiene invece ad un concetto di “eccellenza” che pone l’aggetto
valutativo del caso in posizione chiaramente predominante rispetto al resto degli esempi della
stessa natura. Si tratta quindi, di un’attività di valutazione di secondo livello, perché sarebbe
impensabile definire eccellenza ciò che è in qualche modo unico e irripetibile.
Considerazioni conclusive
Si può, quindi, fare valutazioni sociali non intrusive?
1) Nel sociale si valutano fatti, programmi e progetti che prevedono sempre la compresenza di
attori differenti. Da questo punto di vista, quindi, la valutazione in assenza di consapevolezza
da parte degli altri attori appare una forma dii valutazione al primo stadio di una personale
presa d’atto di alcuni fenomeni, una sorta di proto-valutazione, quindi, non appaiono
soddisfatti i criteri di scientificità di un’operazione condotta in solidarietà.
2) Diverso è il caso di una valutazione di secondo livello (o secondaria, in analogia alle analisi
compiute nel campo della ricerca sociale): se l’obiettivo fosse, semplicemente la certificazione
dell’avvenuto raggiungimento di alcuni standard prefissati, allora l’operazione potrebbe
essere fatta senza ulteriore condivisione. Ma si tratta di una semplice certificazione dato che,
fare valutazione nel sociale è operazione certamente intrusiva.

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