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MICHELE BOVE

Ma io vi dico: amate i vostri nemici


(Matteo 5: 44)
NOTA DELL’AUTORE

Questo lavoro è stato realizzato dallo scrivente, Michele Bove, che ne possie-
de i diritti d’autore. Esso non è in vendita. Sarà stampato in quantità limitata e
fornito gratuitamente ai fratelli nella fede in Cristo che hanno compiti ministe-
riali nelle chiese evangeliche pentecostali. Tuttavia, in formato pdf sarà messo
a disposizione di quanti ne faranno richiesta alla casella di posta elettronica:
znok@libero.it

“gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.” (Matteo 10: 8)

L’autore si riconosce cristiano evangelico pentecostale, per la misericordia


di Dio, in quanto trova comunione con gli articoli di fede definiti dalle Chie-
se Non Organizzate Italiane, residenti negli Stati Uniti d’America, approvati
dagli Anziani nella 1^ Assemblea Generale tenuta nella città di Niagara Falls,
NY, nei giorni 30 aprile e 1° maggio dell’anno 1927; serve il Signore dal 1991,
da quando Dio gli ha concesso la grazia di credere in Gesù Cristo per riceverlo
come personale e unico Salvatore.

4 settembre 2019

Michele Bove

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INTRODUZIONE

La Pace di Dio sia con voi.

Dedico questo lavoro ai miei fratelli e sorelle nella fede in Cristo, che credono
che la Bibbia sia l’infallibile Parola di Dio e si lasciano guidare da essa nella
loro vita; in particolare a coloro che, lavorando a vario titolo nel campo del
Signore (nella “messe” che è grande), annunciano a tutti che vi è salvezza e
vita eterna in Cristo Gesù ed in Lui solo.

Esso si occupa sinteticamente di alcuni avvenimenti della Chiesa cattolica


romana in un periodo compreso tra i secoli IV e XVI (Costantino – Concilio
di Trento); tali vicende possono aiutare a comprendere perché oggi facciamo
parte di un ampio movimento cristiano chiamato “evangelico”, che si defini-
sce così in quanto giudica la Bibbia essere l’unica e perfetta guida della fede e
della vita. Infatti, ritengo che, senza conoscere almeno in sintesi le cose acca-
dute nei secoli passati, non possiamo intendere bene chi siamo, né possiamo
apprezzare in pieno l’opera che Dio ha fatto in noi per la Sua misericordia,
giustificandoci per la fede in Cristo e rendendoci liberi di accostarci a Lui, Pa-
dre ed Eterno Creatore, nel Nome del Suo Figlio Gesù Cristo. Aggiungo anche
che la pur minima conoscenza di quelle vicende, ci aiuterà a rispettare di più
la diversità esistente nel grande movimento evangelico, poiché la lunga perse-
cuzione e la dispersione dei credenti sono state anche la causa della variegata
composizione del mondo evangelico, con la nascita e lo sviluppo di tante de-
nominazioni. Vi è stato un prezzo elevato pagato per la diversità, per seguire
Cristo e la Parola di Dio in libertà: questo non deve essere mai dimenticato,
ma sempre motivo di riflessione sulla fallacia umana. Ancora oggi, mentre
si leggono queste righe, in molte nazioni vi sono credenti in Gesù Cristo che
subiscono persecuzione, violenze, e molti di essi sono messi a morte per la fe-
deltà al loro credo: di essi il Signore Dio non terrà conto della denominazione,
ma della loro fedeltà a Cristo.

Non ha nulla, quindi, contro i credenti che si definiscono cristiani cattolici;


anzi, essi sono meritevoli di lode per tutte le opere pie che mettono in atto e
svolgono in tutto il mondo a favore dei deboli, dei bisognosi e degli “ultimi”.
In esso si vuole solo mettere in risalto quello che le gerarchie ecclesiastiche
hanno realizzato nel tempo: una istituzione potente (indicata come Chiesa di
Roma, Chiesa cattolica o romana) che ha conquistato e difeso il suo potere con
la violenza e l’inganno, anche dottrinale, allontanando i fedeli dal semplice
messaggio di salvezza in Cristo e costringendoli all’osservanza di tradizioni
e di dogmi che nulla hanno a che fare con la Sacra Scrittura e, in particolare,
con il Nuovo Testamento.
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Gli argomenti trattati non riguardano gli scandali della Chiesa cattolica, per-
ché non è questo l’obiettivo dello scritto. La cronaca quotidiana e periodica
svolge già questo compito di informazione accessibile a tutti. Qui si cerca di
affrontare questioni dottrinali, esposte nel linguaggio del semplice credente,
nel linguaggio di noi evangelici che viviamo in una nazione cattolica, spesso
derisi e contrastati e, perciò, le argomentazioni saranno basate sulla Parola di
Dio. Nel ragionare sui dogmi e sugli articoli di fede cattolici, soprattutto nel
capitolo 8 e nelle Conclusioni, i passi della Bibbia proposti alla lettura sono
presi dalla traduzione CEI, cioè curata dalla Conferenza Episcopale Italiana:
secondo il Magistero della Chiesa cattolica è l’unica ammissibile per i catto-
lici. In questo modo l’eventuale lettore cattolico potrà seguire sulla propria
Bibbia quanto trova qui esposto. Spero di aver presentato gli argomenti con
rispetto ed in maniera che nessuno possa sentirsi offeso o deriso, sia quando
ho affrontato la storia delle persecuzioni, sia quando mi sono trovato di fronte
alla palese e quasi imbarazzante contraddizione tra alcuni dogmi cattolici e la
Sacra Scrittura.

Infatti, riconosco che è difficile restare asettici soprattutto se si ama la Sacra


Scrittura, che anche la Chiesa cattolica riconosce come la Parola di Dio, e la si
vede offesa, svilita; è difficile restare corretto, tollerante, quando il Magistero
della Chiesa cattolica, dopo aver inventato dottrine che non sono contenute
nella Parola di Dio, si erge a definire settàri, ossia separati dal corpo di Cristo,
coloro che non riconoscono Santa Madre Chiesa o altri dogmi umani. Non
nascondo che il sentimento di accusa si è affacciato quasi incontenibile, però
la Scrittura sta lì a ricordare:

“non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai.”
(Ecclesiaste 7: 20).

Traendo spunto da questo passo della Bibbia, non si può fare a meno di con-
siderare che tante altre organizzazioni umane, sedicenti religiose, hanno co-
struito sistemi di potere, di corruzione e di inganno. Restando nell’area del
cristianesimo, sarebbe infatti ingiusto affermare che la sola Chiesa romana sia
stata, e continui ad essere, una istituzione di tal genere; anche alcune Chiese
cristiane riformate sono state nel passato promotrici di persecuzioni e hanno
ricercato il potere a danno di chi professava la semplicità del Vangelo e si
discostava dalle false dottrine delle autorità religiose; ancora oggi vi sono
Chiese riformate che si espongono in attività di promozione politica che con-
traddicono gli insegnamenti di Cristo.

Ciò ci deve portare a riflettere e a considerare che anche nel cristianesimo l’es-
sere umano ha avuto ed ha la tendenza a voler dominare e correggere con la
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forza, istituendo regole che non troviamo nel Sacra Scrittura. Siamo e saremo
sempre soggetti a tale tipo di pericolo ogni volta incontriamo o incontreremo
una istituzione religiosa, ovvero un movimento con a capo una sola persona o
un gruppo ristretto di persone, che vuole o vorrà dettare le regole di condotta
dei credenti differenti da quelle della Bibbia e indicare la strada della salvezza
diversa da quella della sola fede in Cristo Gesù, il Figlio di Dio.

Allora, possiamo solo invocare la Misericordia di Dio, che è grande perdona-


tore, per usare la bellissima espressione del profeta Isaia (Isaia 55:7)

“Lasci l’empio la sua via, e l’uomo iniquo i suoi pensieri; e si converta al Signore, ed
Egli avrà pietà di lui; ed all’Iddio nostro, perciocché Egli è gran perdonatore”. (tradu-
zione Giovanni Diodati)

Voglia il Signore concedere a me, e a coloro che utilizzeranno questo scritto,


saggezza nel parlare, nell’insegnare, e anche nel correggere; tutto sia fatto con
umiltà di cuore e con la guida dello Spirito Santo.

Un’ultima considerazione. Forse qualcuno si chiederà quali siano le motiva-


zioni dietro la scelta del titolo di questa pubblicazione: “Ma io vi dico: amate i
vostri nemici”. La prima risposta che mi viene in mente è di tipo personale: è
un insegnamento di Gesù che desidero mettere in pratica sempre. Non è facile
amare il proprio nemico, ma è un compito sul quale dobbiamo impegnarci
ogni giorno, chiedendo a Dio la forza per esserne capaci. Non è un precetto
che trovo facile per me, ma, come si dice, ci lavoro continuamente sopra e
devo metterlo in atto per “entrare nella porta stretta”. Una seconda motivazio-
ne nasce dal fatto che nella maggior parte di questo lavoro vengono presentate
al lettore violenze e soprusi, ipocrisie ed inganni, commessi per secoli, forse
solo per bramosia di potere e, cosa più grave, avallandoli nel Nome di Gesù.
Sarebbe quindi per me un totale insuccesso trasmettere al lettore un sentimen-
to di odio: esso potrebbe originarsi nel corso della lettura, ma il titolo della
pubblicazione e le ultime parole dello scritto stanno lì a ricordarci le parole
del Maestro Gesù ed a spingerci in fede ai piedi della croce, dalla quale Lui
perdonò i suoi nemici.

L’autore.

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1 - IL PAPATO

La lettura degli Atti degli Apostoli (dal latino Acta Apostolorum, anche tradot-
to come Fatti degli Apostoli) fa comprendere come i primi gruppi di cristiani
si andavano organizzando: era volontà di Dio che, alla nascita di una comunità
di fedeli, fosse nominato un “presbitero”, ovvero un “anziano” (si consulti il
significato greco delle parole cercando nell’Enciclopedia Treccani), il quale
aveva la responsabilità di curare il gregge del Signore. Con il passare del tem-
po, entrò in uso il termine “vescovo”, per indicare un anziano/presbitero che
avesse il compito di supervisione su più comunità.

Ovviamente, anche le prime comunità cristiane di Roma avevano i loro an-


ziani. Proprio alle comunità di Roma l’apostolo Paolo inviò la sua Epistola ai
Romani, dalla quale i cristiani traggono tuttora molteplici sani insegnamen-
ti. Si comprende bene che nella chiesa primitiva non c’era alcuna figura che
godesse di un primato assoluto sugli altri anziani o vescovi, come successi-
vamente avvenne con la figura del papa. Infatti, nessun apostolo aveva mai
rivendicato un ruolo del genere; né Pietro, né Paolo, per quanto essi godessero
di molta considerazione, sia tra i fedeli di provenienza giudaica che straniera
(gentili). Lo dimostra il fatto che alla riunione in Gerusalemme (più o meno
intorno al 49 d.C.), di cui leggiamo al capitolo 15 degli Atti degli Apostoli,
erano presenti gli anziani e gli apostoli – tra i quali Giovanni, Giacomo e
Pietro, coloro che erano considerati “colonne” della chiesa primitiva (vedere
Galati 2: 6-10) – ma Pietro non la dirigeva: Pietro parlò per primo, poi parla-
rono Paolo e Barnaba che riferirono dei segni che Dio manifestava tra i Gentili
(stranieri); infine prese la parola Giacomo, fratello del Signore, il quale trasse
le conclusioni e diede l’incarico di scrivere una lettera ai credenti stranieri sui
precetti che dovevano essere osservati. Va sottolineato che la riunione era di
fondamentale importanza per i Gentili, perché doveva affrontare e dirimere
questioni dottrinali riguardanti la legge mosaica. Dunque, se Giacomo trasse
le conclusioni indicando anche la risposta alle questioni dei Gentili, con molta
probabilità era colui che presiedeva la riunione. Comunque la si voglia met-
tere, resta il fatto che in nessuna Epistola di Giacomo, di Giuda, di Paolo, di
Pietro o di Giovanni, viene indicata la supremazia dell’apostolo Pietro; certo
egli godeva di considerazione e rispetto, ma non di supremazia nel prendere
le decisioni.

C’è quindi da chiedersi come mai circa 300 anni dopo quella famosa riunione
tenutasi in Gerusalemme si cominciò a parlare della supremazia del vescovo
di Roma su tutti gli altri vescovi. Gli storici espongono alcune considerazioni
che possono aiutarci a comprendere la questione. Sono riassunte brevemente
di seguito quelle che possono essere ritenute le principali:
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1) Roma era la capitale dell’Impero Romano ed era, conseguentemente, la
città più importante di tutto l’impero; pertanto, anche il vescovo di Roma as-
sumeva una autorevolezza particolare rispetto agli altri vescovi.

2) l’Epistola di Paolo apostolo ai Romani, ritenuta una delle più importanti


dal punto di vista dottrinale, rafforzava l’importanza della comunità cristiana
romana e del suo vescovo.
3) i vescovi di Roma avevano combattuto con tenacia le eresie (le dottrine in
contrasto con gli insegnamenti di Gesù Cristo e degli apostoli) nascenti nel
cristianesimo e si erano battuti perché i vescovi/anziani costituiti dagli aposto-
li fossero rispettati e ascoltati.

4) secondo la tradizione, gli apostoli Pietro e Paolo – il primo considerato l’a-


postolo dei giudei, il secondo l’apostolo dei gentili – non solo avevano svolto
a Roma parte del loro ministero evangelico, ma vi erano morti come martiri.

5) per quanto detto al punto precedente, i vescovi di Roma cominciarono a


sostenere, con sempre più convinzione, di essere i successori di Pietro e a pro-
pagare la dottrina secondo cui il Signore Gesù avesse consegnato a Pietro il
compito di “edificare” la chiesa, identificandolo come pietra su cui costruire;
in pratica veniva usato il passo del
Vangelo in cui Gesù dice a Pietro:

Vangelo di Matteo 16: 18-20): “…Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa… Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra
sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli”.

La nascente dottrina, in base alla quale Pietro era identificato come la “pietra”
su cui edificare, dava all’apostolo e ai suoi sedicenti successori un primato che
era, perciò, riservato solo ai vescovi di Roma.

6) gli imperatori romani iniziarono a dare sempre più libertà di culto ai cri-
stiani, a partire dall’imperatore Costantino (272-337), disponendo privilegi e
donando beni soprattutto al vescovo di Roma.

7) il trasferimento della sede imperiale a Costantinopoli e la successiva caduta


dell’impero romano d’occidente (per convenzione fissato nell’anno 476) fa-
vorirono il ruolo del vescovo di Roma, che diventava anche un punto di rife-
rimento per il governo della città di Roma e per le sorti della penisola italiana.

Alcuni di questi punti elencati devono essere sviluppati un po’ meglio, affinché
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si possa comprendere come il vescovo di Roma arriverà a definirsi Pontefice,
dal latino Pontefix Maximus. Nell’antica Roma, il Pontefix Maximus era il
capo del collegio di sacerdoti, detti pontefici (facevano da ideale “ponte” tra la
divinità e gli esseri umani), i quali presiedevano alla sorveglianza e al governo
dei culti religiosi; avevano anche altre funzioni, come quello di approntare il
calendario (fino al 46 avanti Cristo, quando sarà adottato il calendario Giulia-
no). Dal 12 avanti Cristo, il primo imperatore Ottaviano Augusto si attribuirà
anche il titolo di Pontefix Maximus e lo stesso titolo sarà preso da tutti gli altri
imperatori (che saranno considerati come dei e, pertanto, oggetto di adora-
zione da parte dei romani), fino all’imperatore Graziano: questo imperatore,
essendo fervente cristiano, nel 376 dispose che il titolo di Pontefix Maximus
non fosse più attribuito ad alcun imperatore, ma al solo vescovo di Roma.

Con il passare del tempo, poi, il vescovo di Roma assumerà anche il titolo di
“papa”, ossia di “padre” dei cristiani. Nel linguaggio odierno usiamo i termini
“papa” e “pontefice” come sinonimi, ossia come parole che hanno sostanzial-
mente lo stesso significato; ma nell’antichità hanno avuto origini diverse.

Continuando a sviluppare il punto 6), è bene ricordare che fu l’imperatore


Costantino a dare i primi privilegi ai cristiani ed al vescovo di Roma, dopo
almeno due secoli di persecuzione. Divenuto imperatore d’occidente nel 306,
insieme a Licinio imperatore d’Oriente, promulgò nel 313 l’Editto di Milano
che, confermando l’editto dell’imperatore Galerio del 311, poneva fine alle
persecuzioni dei cristiani. Nel 314 Costantino sconfisse Licinio e divenne uni-
co imperatore, sia dell’impero d’occidente che dell’impero d’oriente. Consi-
derando di primaria importanza l’unità dell’impero, permise a tutti la piena
libertà religiosa, sia ai pagani che ai cristiani. Instaurò un rapporto sempre più
stretto con la chiesa cristiana e con i vescovi, accordando loro la ricostruzione
delle chiese distrutte e la libertà di culto. Nel 326 spostò la sua corte a Bisan-
zio, nell’attuale Turchia, preoccupato per i popoli orientali che cercavano di
invadere l’impero da oriente: dopo aver fatto grandi lavori di fortificazione
e dopo aver costruito nuove sedi amministrative, spostò la corte e chiamò
la città col nome di Costantinopoli. Lo spostamento della corte da Roma a
Costantinopoli diede maggiore libertà al vescovo di Roma e maggior potere
anche dal punto di vista amministrativo. Infatti, Costantino, aveva cominciato
a concedere ai cristiani latifondi e proprietà, spesso esenti da tasse, e i vescovi
si trovarono ad amministrare molte ricchezze materiali. Il sommo poeta Dante
Alighieri dirà, secoli più tardi, che questo fu l’inizio della corruzione della
chiesa di Roma e del cristianesimo cattolico. Con Costantino, però, iniziò an-
che il periodo di ingerenze da parte degli imperatori nelle cose spirituali: la
concessione di beni e ricchezze da parte dell’imperatore, quasi permetteva che
lo stesso si sentisse in dovere e potere di dettare norme e leggi che, spesso, si
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discostavano dalla sana dottrina evangelica. Sulla vita di Costantino si lascia
libertà al lettore di fare le proprie ricerche, mettendolo in guardia dalle favole
e dalle leggende costruite ad arte sulla sua figura. Non va trascurato, tuttavia,
che promosse il Concilio di Nicea, nel 325: questo Concilio è di fondamentale
importanza, perché in esso si definì il Credo Niceno che, nella sua semplicità,
espone per la prima volta, in maniera universale, il fondamento dottrinale del
cristianesimo:

Crediamo
in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili.
E in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito,
cioè dall’essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, gene-
rato, non creato, consustanziale con il Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle
sulla terra;
per noi gli uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato;
morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli;
e verrà per giudicare i vivi e i morti.
E nello Spirito Santo.

Questo è il Credo originale, che sarà poi ampliato nel 381 e definito nel “Cre-
do Niceno Costantinopolitano” che è adottato fino ad oggi dalla chiesa cattoli-
ca romana. Da notare come non si faccia cenno alcuno a Maria madre di Gesù.
Il culto di Maria era ancora lontano dall’ufficializzazione papale.

La conclusione di questa fase storica della chiesa di Roma, a tutto vantaggio


del vescovo di Roma, la possiamo attribuire a Teodosio (347-395), imperatore
dal 379. Nel 380 l’imperatore Teodosio emanò un editto (Editto di Tessalo-
nica) che faceva del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero Romano;
nel 381 il concilio di Costantinopoli riconosceva il primato del vescovo di
Roma e stabiliva che il patriarca di Costantinopoli aveva il primato d’onore
secondo a quello del vescovo di Roma. La posizione dell’imperatore si irrigidì
in maniera spaventosa contro i pagani, cosa che provocò numerose rivolte,
violenze e morti, una vera e propria persecuzione dei pagani: tra il 391 e il
392, infatti, furono emanati alcuni decreti imperiali che vietavano l’accesso
dei pagani ai propri templi, il culto agli dei e l’adorazione delle statue; aspre
pene amministrative erano rivolte ai cristiani che tornavano al paganesimo;
i sacrifici animali e la consultazione delle loro viscere (che era un’arte divi-
natoria) era punita severamente, anche con la morte. Si riporta di seguito un
passo tratto dall’Editto di Tessalonica nel quale, tra l’altro, i cristiani vengono
definiti “cattolici”:

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“Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo nella sola
divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sotto un’uguale maestà e una pia Tri-
nità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di cristiani cattolici,
e siccome riteniamo che tutti gli altri siano dei pazzi stravaganti, li bolliamo col nome
infame di eretici, e dichiariamo che le loro conventicole non dovranno più usurpare la
rispettabile denominazione di chiese. Oltre alla condanna della divina giustizia, essi
debbono prepararsi a soffrire le severe pene che la nostra autorità guidata da celeste
sapienza, crederà d’infliggere loro.” (Codex Theodosianus, libro XVI, titolo I).

Teodosio stabilì che il culto cristiano fosse obbligatorio nel giorno dies do-
minicus (l’attuale domenica), mentre lo stesso giorno era stato nominato da
Costantino come dies solis (giorno del sole; interessante notare che il Sunday
inglese significa giorno del sole). Infine, Valentiniano III, imperatore romano
d’occidente dal 425 al 455, decretò il primato del vescovo di Roma in tutte
le cose spirituali: tutti i vescovi dell’impero romano d’occidente dovevano
conformarsi alle disposizioni emanate dal vescovo di Roma.

Relativamente al punto 5), è interessante notare che l’imperatore Teodosio


emanava l’Editto di Tessalonica nel periodo in cui era vescovo di Roma un
tale Damaso (305-384), riportato nella lista dei papi come Damaso I, 37° ve-
scovo di Roma, e venerato come santo dalla Chiesa cattolica romana. Alla
morte del predecessore vescovo Liberio nel 366, si crearono due correnti e
furono nominati due papi, o vescovi di Roma, Ursino e Damaso, in due distin-
te basiliche romane. Vi furono, tra i seguaci dei due vescovi, violenti scontri
e più di cento morti, sino alla vittoria dei seguaci di Damaso. Il vescovo Da-
maso fu il primo vescovo di Roma a invocare presso l’imperatore il famoso
“testo petrino”, ossia il passo del Vangelo di Matteo 16: 18-20, con il quale
rivendicava l’autorità ed il primato del vescovo di Roma in quanto successore
dell’apostolo Pietro. I privilegi del vescovo di Roma portarono alla crescita
dello sfarzo, del lusso e dei costumi mondani, a tal punto che san Girolamo
(colui che tradusse la Bibbia in Latino, nella versione chiamata La Vulgata)
rimproverò il clero romano e l’imperatore Valentiniano fu costretto ad ema-
nare un editto che vietava agli ecclesiastici, ai monaci ed alle monache di
insidiare e plagiare vedove e orfani per farsi dare lasciti e donazioni.

Le cosiddette elezioni del vescovo di Roma, chiamato poi papa, non furono
mai esenti da contrasti e lotte interne tra le autorità ecclesiastiche e i fedeli
cattolici romani, sin dai primi tempi. Le lotte spesso erano anche sanguinose.
Lungo un periodo di circa 1400 anni, dal primo secolo fino al 1449, vi sono
stati tempi in cui erano eletti e rimanevano in carica anche per più anni, due o
tre papi contemporaneamente. I fedeli non potevano sapere, spesso, chi era il
“vero” papa, se non quando tutto veniva risolto tra i papi in lotta, o con la pace
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ritrovata o con la forza delle armi. Se il contrasto si risolveva in pace, uno dei
contendenti riconosceva la legittimità dell’altro; se il contrasto veniva risolto
con la forza, la parte vincente si arrogava il diritto di aver eletto il papa legit-
timo, mentre il soccombente era definito “antipapa”: questi veniva scomuni-
cato, esiliato o incarcerato, mentre i suoi fedeli erano considerati “scismatici”,
venivano scomunicati e potevano anche essere oggetto di persecuzioni.

La prima lista dei “papi” è stata stilata da un autore anonimo del secolo quinto,
e si trova nel cosiddetto Liber Pontificalis. Per tale ragione anche la chiesa
cattolica romana ritiene che l’elenco dei papi (o vescovi di Roma) dei primi tre
secoli sia incerto; poco o quasi nulla si sa di alcuni di essi, in quanto non esiste
alcun tipo di documentazione che ne provi l’esistenza. A partire dal quinto
secolo le notizie sono più accurate e certe. La lista dei “papi” parte da Pietro
apostolo e si conclude con l’attuale papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio),
266° della lista dei papi secondo il Vaticano.

La lista degli antipapi, invece, è più attendibile in quanto documentata, per-


ché riporta i nominativi di coloro che, in contrasto con le autorità religiose o
politiche del tempo, volevano in qualche modo portare avanti le loro idee, o il
loro modello di comunità cristiana, o la loro dottrina cristiana, avendo anche
un folto seguito di fedeli. Dal primo secolo fino al 1449, anno di elezione
dell’ultimo antipapa, la lista comprende 41 antipapi storici. Tuttavia, vanno
considerati a parte tutti coloro che in tempi moderni, soprattutto a partire dal
XX secolo, in alcuni casi a partire dal Concilio Vaticano II, sono stati eletti
papi dai propri fedeli, i quali non riconoscono l’autorità del papa di Roma, pur
dichiarandosi cristiani cattolici. Si invitano i lettori a fare personali ricerche
sul web per ulteriori approfondimenti. Per concludere, va detto che anche at-
tualmente, nel 2019, vi sono movimenti cattolici che non riconoscono papa
Francesco e lo ritengono antipapa.

A conclusione di questo breve capitolo sulla nascita del papato, è utile riporta-
re alcuni passi della Parola di Dio nei quali si comprende bene che la famosa
“pietra” su cui edificare la chiesa non è Pietro apostolo, bensì il Signore Gesù,
il Cristo di Dio:

Salmo 118: 22 (Traduzione Nuova Riveduta): La pietra che i costruttori avevano di-
sprezzata è divenuta la pietra angolare. 23 Questa è opera del Signore, è cosa mera-
vigliosa agli occhi nostri.

Isaia 28: 16 (Traduzione Nuova Riveduta): perciò, così ha detto il Signore Iddio: Ecco,
io son quel che ho posta in Sion una pietra, una pietra a prova, pietra di cantone pre-
ziosa, un fondamento ben fondato; chi crederà non si smarrirà.
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Daniele 2: 31(Traduzione Nuova Riveduta): Tu, o re, guardavi, ed ecco una grande
statua; questa statua, immensa e d’uno splendore straordinario, si ergeva davanti a te,
e il suo aspetto era terribile. 32 La testa di questa statua era d’oro puro; il suo petto e le
sue braccia erano d’argento; il suo ventre e le sue cosce di bronzo; 33 le sue gambe,
di ferro; i suoi piedi, in parte di ferro e in parte d’argilla. 34 Mentre guardavi, una pietra
si staccò, ma non spinta da una mano, e colpì i piedi di ferro e d’argilla della statua e
li frantumò. 35 Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro
e divennero come la pula sulle aie d’estate. Il vento li portò via e non se ne trovò più
traccia; ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un gran monte che riempì tutta
la terra … 44 Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà
mai distrutto e che non cadrà sotto il dominio d’un altro popolo. Spezzerà e annienterà
tutti quei regni, ma esso durerà per sempre, 45 proprio come la pietra che hai visto
staccarsi dal monte, senza intervento umano, e spezzare il ferro, il bronzo, l’argilla,
l’argento e l’oro. Il gran Dio ha fatto conoscere al re quello che deve avvenire d’ora in
poi. Il sogno è vero e sicura è la sua interpretazione».

Matteo 21: 42 (Traduzione Nuova Riveduta): Gesù disse loro: «Non avete mai letto
nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare;
ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri”? 43 Perciò vi dico
che il regno di Dio vi sarà tolto, e sarà dato a gente che ne faccia i frutti. 44 Chi cadrà
su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà».

Atti degli apostoli 4: 8 (Traduzione Nuova Riveduta): Allora Pietro, pieno di Spirito
Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, 9 se oggi siamo esaminati a proposito
di un beneficio fatto a un uomo infermo, per sapere com’è che quest’uomo è stato
guarito, 10 sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che questo è stato fatto nel
nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai
morti; è per la sua virtù che quest’uomo compare guarito, in presenza vostra. 11 Egli è
“la pietra che è stata da voi costruttori rifiutata, ed è divenuta la pietra angolare”. 12 In
nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia
stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati».

Romani 9: 30 (Traduzione Nuova Riveduta): Che diremo dunque? Diremo che degli
stranieri, i quali non ricercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, però la giu-
stizia che deriva dalla fede; 31 mentre Israele, che ricercava una legge di giustizia, non
ha raggiunto questa legge. 32 Perché? Perché l’ha ricercata non per fede ma per ope-
re. Essi hanno urtato nella pietra d’inciampo, 33 come è scritto: «Ecco, io metto in Sion
un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso»

1^ Pietro 2: 4 (Traduzione Nuova Riveduta): Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata


dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, 5 anche voi, come pietre viventi, siete
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edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spi-
rituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. 6 Infatti si legge nella Scrittura: «Ecco,
io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non
resterà confuso». 7 Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli
«la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, 8 pietra d’in-
ciampo e sasso di ostacolo». Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola;
e a questo sono stati anche destinati. 9 Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio
regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù
di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; 10 voi, che prima
non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto
misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.

14
2. LA “DONAZIONE” DI COSTANTINO

Un caso emblematico della Chiesa romana, che può essere davvero indicativo
della sua condotta e della sua sete di potere, è ben rappresentato dalla “dona-
zione di Costantino”.
Per iniziare, si riporta quanto citato nell’Enciclopedia Treccani online:

<< Donazione di Costantino. – Si tratta di un documento, fabbricato probabilmente nel


periodo 750 – 850 a Roma o a S. Denis, che pretende di essere l’atto diplomatico con
il quale l’imperatore Costantino avrebbe donato nel 314 al papa Silvestro I la giurisdi-
zione civile su Roma, sull’Italia e sull’intero Occidente; e avrebbe onorato la Chiesa
romana attribuendole i poteri e le dignità dell’Impero sì che il pontefice potesse portare
insegne imperiali, e che il clero di Roma avesse gli stessi onori degli ufficiali dell’Im-
pero, esprimendo inoltre la volontà che il vescovo di Roma avesse il “principatum” sui
patriarchi orientali, e, di conseguenza, su tutte le chiese del mondo; ordinando infine
che la basilica lateranense fosse venerata quale “caput et vertex” di tutte le chiese, e
che il palazzo del Laterano divenisse residenza ufficiale dei pontefici. >>

http://www.treccani.it/enciclopedia/donazione-di-costantino_%28Enciclopedia-Dante-
sca%29/

Per molti secoli si considerò vero il documento. Lo stesso Dante Alighieri


(1265-1321) non lo riteneva falso, anche se ne contestava il valore giuridico
(trattò del tema nel suo De Monarchia) e lo riteneva causa di danno e di scan-
dalo della Chiesa cattolica romana; celebre è il suo “lamento” nel Canto XIX
dell’Inferno (Divina Commedia), proprio perché credeva che il documento
fosse autentico:

«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da
te prese il primo ricco patre!».

Vi furono personalità di spicco che, comunque, lo misero in discussione: Ot-


tone III, re di Germania e d’Italia dal 983 al 1002, fu uno di questi. Tuttavia
la discussione riguardava solo l’aspetto giuridico e non la veridicità del docu-
mento, Infatti, tutti consideravano autentico l’editto dell’imperatore Costanti-
no. Si contestava solo il fatto che l’Imperatore romano, per le sue prerogative,
non avrebbe mai potuto cedere il suo potere imperiale ad altra persona o solo
parte del suo impero. Quindi, l’editto imperiale doveva essere considerato
inefficace, nullo.

Alcuni papi ne rivendicarono, al contrario, tutta l’efficacia per avere la su-


premazia nelle controversie e risolvere le questioni a vantaggio della Chiesa
15
romana. Ne sono esempio:

- papa Leone IX (1002-1054), venerato come santo dalla Chiesa cattolica roma-
na, in un periodo di discordie dottrinali sulla Trinità con le Chiese orientali e con il
patriarca di Costantinopoli inviò i suoi rappresentanti per rimuovere tutte le conte-
stazioni, ricordando alle chiese orientali ed al patriarca che egli, il papa, aveva il
primato sui patriarcati di Costantinopoli,  Alessandria di Egitto, Antiochia e Geru-
salemme, e che aveva il diritto di impartire ordini a tutti i cristiani, pena la scomuni-
ca in caso di disubbidienza. Il patriarca non accettò le imposizioni di Leone IX e fu,
pertanto, scomunicato; a sua volta il patriarca emise la scomunica contro i rappre-
sentanti papali e contro il papa. Tutto questo diede ulteriore motivo alla divisione
tra la chiesa d’occidente (cattolica romana) e la chiesa d’oriente (ortodossa).

- dopo la scoperta delle Americhe, si creò una contesa tra Spagna e Portogallo
per il dominio del Nuovo Mondo (America del Sud, America centrale e costa orien-
tale dell’America del Nord). Il papa Alessandro VI (1431-1503) fece riferimento alla
donazione di Costantino per rivendicare il diritto di intervenire nella disputa. I due
sovrani accettarono l’arbitrato del pontefice, il quale divise i nuovi territori in due
aree di influenza per il Portogallo e la Spagna, tracciando sulle carte geografiche
la linea di demarcazione. Anche il papa successivo, Giulio II, convalidò la suddi-
visione del mondo (esclusa l’Europa, ovviamente) in due aree di dominio a favore
della Spagna e del Portogallo. Questa divisione fu l’origine di molte controversie
con le altre nazioni che negli anni successivi si impegnarono, soprattutto con la
navigazione (Inghilterra in primis), alla scoperta di nuovi territori e continenti.

Fu lo studioso umanista Lorenzo Valla (1407-1457) a dimostrare nel 1440,


con uno studio linguistico e storico approfondito, che il documento era falso.
Il suo lavoro di studio, però, non fu pubblicato se non in ambiente protestante
e addirittura nel 1517. La Chiesa cattolica romana difese la tesi dell’originalità
della donazione e incluse l’opera di Valla tra i libri messi all’indice, definiti
come libri eretici. Sono seguiti altri studi comprovanti la falsità della donazio-
ne di Costantino e, ai giorni nostri, è utile leggere le conclusioni dello storico
italiano Federico Chabod (1901-1960):

«Senonché, se nessuno potrebbe più oggi sognarsi di attribuire veramente a


Costantino la Donatio, il Costituto conserva ugualmente una importanza di primis-
simo ordine per la storia dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa nell’alto Medioevo, in
questo senso: che il documento, fabbricato in epoca posteriore all’epoca di papa
Silvestro e di Costantino, probabilmente nella seconda metà del secolo VIII, è pre-
ziosa rivelazione delle aspirazioni e degli intendimenti politici della Chiesa stessa
in una certa fase del suo sviluppo, è sicura testimonianza della cresciuta potenza
e autorità del papato, che può quindi, ad un certo punto, esigere per sé la piena
16
parità col potere politico. Non serve a nulla per la storia del secolo IV, ma serve
moltissimo per quella del secolo VIII.»
(F. Chabod, Lezioni di metodo storico, 1978, p. 77)

Vale la pena, infine, dire due parole sui “libri all’indice”. Nel 1557 il papa Pa-
olo IV (noto anche per la persecuzione degli ebrei in Italia e per la particolare
ferocia dell’Inquisizione), ordinò ad alcuni cardinali della Santa Inquisizione
un elenco, o indice, dei libri che dovevano essere considerati eretici. Il 30
dicembre 1558 a Roma fu pubblicato il primo indice dei libri e delle pubblica-
zioni, detto indice paolino, con la severa raccomandazione:

«Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere,
comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con
sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del
Sant’Uffizio».
Tra i libri messi in questo indice paolino vi era il De Monarchia di Dante
Alighieri, perché il Poeta si era espresso contro l’opinione di papa Bonifacio
VIII, il quale rivendicava il primato del potere spirituale sul potere tempo-
rale. Nello stesso indice vi erano anche 45 edizioni proibite della Bibbia, in
particolare quelle in lingua francese, tedesca, spagnola, italiana e fiamminga.
La messa all’indice di quelle edizioni era dovuta al fatto che erano traduzioni
nella lingua parlata dalla gente: per la Chiesa cattolica romana il popolo non
doveva avere accesso alla libera lettura della Sacra Scrittura.

17
3. LA NASCITA DEL MONACHESIMO

La vastità dell’impero romano (la massima espansione si avrà nel II seco-


lo dopo Cristo), che iniziava a nord-ovest dal confine tra l’attuale Scozia e
l’Inghilterra e raggiungeva a oriente i confini dell’attuale Iran, includendo a
sud tutta l’Africa settentrionale e includendo a nord parte dell’attuale Ger-
mania, era di difficile amministrazione e con il passare del tempo si impose
la necessità di creare una Tetrarchia amministrativa, ovvero una suddivisione
dell’impero in quattro grandi aree di governo. Alla morte dell’imperatore Te-
odosio I l’Impero romano fu diviso in due parti, amministrativamente distinte
e autonome: la parte occidentale governata dal figlio Onorio; la parte orientale
governata all’altro figlio Arcadio.

Un impero enorme come quello romano non poteva essere facilmente difeso
lungo i suoi confini dalle invasioni di altri popoli. Infatti, anche oggi è una
pura illusione pensare che tutto possa restare inalterato. Le migrazioni di po-
poli ci sono sempre state e sempre ci saranno, provocate da eventi sfavorevoli
di qualsiasi natura: catastrofi naturali, carestie, mutamenti climatici, epidemie,
eccetera.

Fin dal secondo secolo dopo Cristo, vi erano state invasioni di popoli cosid-
detti “barbari”, per significare che non appartenevano all’impero, soprattutto
lungo i confini settentrionali. All’inizio, queste invasioni non erano altro che
scorrerie di barbari che predavano città e regioni: generalmente l’esercito ro-
mano era in grado di rintuzzare queste invasioni con la forza; altre volte stipu-
lava accordi di pace e dava concessioni. Ma a partire dalla seconda metà del IV
secolo vi furono migrazioni di interi popoli che non potevano essere più con-
tenute, né con la forza, né con trattati di pace e concessioni crescenti da parte
degli imperatori. Anche i giochi di potere tra i generali dell’esercito romano
furono un elemento di divisione sfavorevole per le sorti dell’impero. Molte di
queste popolazioni barbare, da nomadi si trasformarono in sedentarie, contri-
buendo alla disgregazione graduale dell’impero, con la formazione di nuove
entità amministrative e la formazione dei cosiddetti regni latino-germanici.
Gli storici stabiliscono la caduta definitiva dell’Impero Romano d’Occidente
nel 476, quando il generale germanico Odoacre, principe unno ed ex generale
di Attila, depose l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo. Il periodo
di circa mille anni, compreso tra la caduta dell’Impero romano d’occidente e
la scoperta dell’America nel 1492, dagli storici fu chiamato Medio Evo.

Con la caduta dell’Impero romano l’Italia fu al centro di una vasta serie di


conflitti militari. Infatti, dopo pochi anni gli Ostrogoti, popolo slavo guidato
da Teodorico, stabilirono nella penisola un dominio su tutto il territorio: nel
18
493 essi sconfissero Odoacre, che si era rifugiato a Ravenna, e iniziarono una
vasta trasformazione della società e dell’amministrazione. Le violenze ed i
saccheggi furono tali che le città rimasero quasi deserte, in quanto la gente si
riversava nelle campagne per sopravvivere alla fame; ma anche le condizioni
di vita delle campagne erano tragiche, di estrema miseria, perché gli eser-
citi invasori in guerra, depredavano, uccidevano e arruolavano forzatamente
alla guerra gli uomini contadini, togliendo forza lavoro per la coltivazione dei
campi. Gli storici annotano che nel 540 la città di Roma, che durante l’impero
romano aveva raggiunto un milione di abitanti, era in pratica quasi abbando-
nata, a causa dei frequenti saccheggi, e per molti anni i luoghi circostanti ad
essa ritornarono ad essere incolti e selvaggi.

In questa fase così tragica della storia italiana la nascita del monachesimo avrà
un ruolo fondamentale, perché con il passare del tempo intorno ai monasteri si
riorganizzò la vita sociale ed economica.

Con il termine monachesimo si vuole intendere un movimento di carattere spi-


rituale: alcuni individui decidono di passare da una vita mondana ad una vita
solitaria, di ricerca di Dio e la sua glorificazione attraverso una vita ritirata di
preghiere, di digiuni e di meditazione. Il termine monachesimo deriva dal gre-
co: monos significa solo; oikia significa casa. Il primo monachesimo nasceva
nel III secolo in oriente, nell’area che comprende l’attuale Egitto, la Siria e la
Palestina; esso era interpretato in due forme distinte: vi erano gli anacoreti o
eremiti, ossia persone che si ritiravano solitarie in disparte, e i cenobiti, ossia
coloro che si riunivano in gruppi per condurre una vita ritirata di preghiera
e di lode a Dio. In occidente, per quanto vi fossero eremiti che si ritiravano
in preghiera in luoghi deserti e difficili anche da raggiungere, si sviluppò il
monachesimo di forma cenobitica. Mentre in oriente i monaci, sia eremiti che
riuniti in cenobi, si ritiravano per fare una vita solitaria e ascetica, in occidente
i monaci avevano rapporti con la gente e incontravano l’approvazione dalle
autorità ecclesiastiche, tanto che col tempo alcuni abati diventarono vescovi e
addirittura papi. La missione dei monaci occidentali era quella di ritirarsi dal-
la vita mondana e corrotta e dedicarsi all’evangelizzazione, soprattutto delle
popolazioni barbare e pagane: per questa ragione i monasteri si diffusero so-
prattutto nelle campagne. In occidente i primi monasteri sorsero verso la fine
del IV secolo in Provenza (regione dell’attuale Francia) e nel V secolo in Ir-
landa. Irlandese era San Colombano, il quale era monaco missionario e fondò
alcuni monasteri in Francia; dopo aver evangelizzato i Sassoni e gli Aleman-
ni, raggiunse anche l’Italia, fondando nel 614 il monastero di Bobbio (oggi
in provincia di Piacenza). La “regola” dei suoi monasteri rifletteva le regole
irlandesi, molto severe; la vita monastica si basava su 10 norme: obbedien-
za, silenzio, digiuno, disprezzo dei beni terreni, ripudio della vanità, castità,
19
preghiera, discrezione, mortificazione di superbia e orgoglio, buon esempio.
La regola della vita monastica prevedeva pratiche ascetiche (tramite sacrifici,
rinunce e mortificazioni della carne, al fine di raggiungere una superiore spi-
ritualità) e penitenza. I monaci avevano l’obbligo di istruirsi con le letture e
di copiare i libri, istituendo “scriptoria” (erano sale ove i monaci amanuensi
avevano tutto quello che era necessario per la copia dei testi) e biblioteche.

Quello di Bobbio non era comunque il primo monastero nella penisola, perché
in Italia già erano presenti monasteri. Il monaco umbro Benedetto da Norcia,
dopo un periodo trascorso da eremita sui monti di Subiaco, iniziò una vita
cenobitica con altri monaci. Per contrasti con alcuni di essi, si diresse sul
monte di Cassino ove nel 529, con alcuni compagni, fondò il monastero oggi
conosciuto come Monastero di Montecassino. Lì istituì la “regola” della vita
monastica che ebbe tanta rinomanza da essere adottata da centinaia di mona-
steri che sarebbero successivamente sorti in tutta Europa. Il re Carlo Magno,
nel secolo IX, volle che tutti i monasteri del suo regno adottassero la regola
di Benedetto da Norcia. Essa era meno rigida di quella di San Colombano
perché, pur basandosi sulla povertà (i monaci non possedevano personalmente
beni materiali e avevano tutto in comune), sulla castità e sulla carità, non pre-
vedeva l’esercizio ascetico e le pene corporali. La regola veniva sintetizzata
nel concetto “ora et labora”, ossia “prega e lavora”, in quanto anche con il
lavoro era possibile glorificare Dio. La giornata dei monaci (che ormai erano
chiamati frati, perché tra loro si chiamavano “fratres”, ossia fratelli) era per-
ciò suddivisa in periodi di preghiera e di lavoro. Poiché il monastero doveva
essere autonomo e non dipendere da alcuno, i frati mettevano in atto le mi-
gliori pratiche agricole e di allevamento allora conosciute, facendosi promo-
tori della ripresa agricola con il coinvolgimento dei contadini del luogo. Col
tempo, i monasteri diventarono dei veri e propri borghi ove si accoglievano i
bisognosi, si curavano i malati poiché vi erano frati che studiavano gli effetti
benefici dalle erbe, si dava ospitalità ai viandanti; con il miglioramento delle
produzioni agricole si riattivarono i commerci e gli scambi. La regola bene-
dettina prevedeva anche la lettura e la scrittura: i copisti benedettini divennero
famosi per la copia dei libri e la diffusione della cultura.

Questa situazione di purezza del monachesimo doveva comunque dissolversi


con il passare dei secoli. Nascevano intanto altri ordini religiosi che fondava-
no i loro monasteri, i quali diventavano un punto di riferimento per la fede, per
la sicurezza dei poveri e dei bisognosi, per il progresso economico e culturale.
I monasteri si ampliavano e si abbellivano per le donazioni che le famiglie
ricche o nobili sinceramente distribuivano per il benessere delle comunità e
per il territorio. Ma come si può immaginare, dove c’è ricchezza arrivano le
mani dei potenti e dei governanti e delle gerarchie ecclesiastiche senza scru-
20
poli, dedite più ad accumulare ricchezze terrene che quelle del cielo. Essendo
i monasteri diventati luoghi di cultura, si costituirono scuole ove andavano a
studiare figli di nobili: questi portavano al convento beni materiali in cambio
di istruzione. I figli cadetti, ossia non primogeniti di famiglie aristocratiche,
quindi privi di prerogative ereditarie, venivano da bambini inviati in conven-
to forzatamente; spesso l’obiettivo dei genitori era utilitaristico: crescendo e
studiando, il figlio avrebbe potuto avviarsi a ricoprire cariche ecclesiastiche
importanti nella Chiesa cattolica romana, se non addirittura a ricoprire il ruo-
lo di abate del monastero, ovvero di guida spirituale dei monaci. L’obiettivo
quindi non era spirituale, ma materiale, quello di mettere il figlio minore nelle
condizioni di avere prestigio sociale e ricchezze a disposizione. I monasteri
più ricchi cominciavano a fare gola ai potenti; per un nobile avere il controllo
di un monastero significava poter attingere alle rendite che provenivano dalle
numerose attività svolte. La stessa Chiesa romana (per dire il papa, i suoi
cardinali, i vescovi locali incaricati dell’amministrazione dei beni materiali
della Chiesa) col passare del tempo iniziò a chiedere una percentuale sulle
rendite dei monasteri. Troppe mani e troppe menti perfide avevano il deside-
rio di prendere il controllo dei monasteri, tanto che si perse in molti di essi
la spiritualità delle origini. Nel momento in cui il titolo di abate, che veniva
nominato dai monaci stessi come guida spirituale, fu controllato dai nobili o
dalle gerarchie ecclesiastiche per finalità esclusivamente politiche e materiali,
iniziò il tracollo del modello monastico benedettino. Scandali cominciarono a
connotare spesso la vita monastica sia dei monaci che delle suore. Tra il XIII e
il XIV secolo il monachesimo benedettino era ormai in declino per mancanza
di vocazioni. La pratica religiosa, che avrebbe dovuto mostrarsi caritatevole in
tutti i suoi aspetti della vita monastica, era in decadenza e anche il livello degli
studi lasciava a desiderare, perché erano già nate le prestigiose università fon-
date dai Comuni, che attiravano studiosi di grande levatura da tutta Europa.
La popolazione iniziò allora a preferire come pastori d’anime i monaci pro-
venienti dagli ordini mendicanti nascenti in quel periodo, animati da maggior
fervore di predicazione e di servizio, i quali mostravano una dirittura morale
che altri avevano perso. Questi ordini religiosi, nati soprattutto tra i secoli XII
e XIII, venivano chiamati mendicanti perché professavano la povertà e si so-
stenevano solo con le offerte e le elemosine. L’Ordine domenicano e l’Ordine
francescano divennero i più rappresentativi tra tutti quelli nascenti e le voca-
zioni religiose dei giovani presero a indirizzarsi verso di essi.

Per finire, la diffusione del Protestantesimo, soprattutto nel nord dell’Europa,


causò la quasi totale scomparsa del monachesimo: in particolare nei regni di
Danimarca, di Svezia e di Norvegia i monasteri rimasti non erano più sotto-
posti al potere ecclesiastico, ma a quello civile; in Olanda l’ultimo monastero
benedettino fu chiuso nel 1603. Nel suo scritto “De votis monasticis iudi-
21
cium” Martin Lutero attaccò la dottrina cattolica romana della vita monastica,
affermando che essa non aveva alcun fondamento biblico; relativamente ai
voti religiosi fatti dai monaci o frati al momento dell’accettazione della regola
monastica, Lutero li dichiarò nulli, tanto che monaci e frati potevano conside-
rarsi liberi da ogni vincolo.

22
4. LA CHIESA CATTOLICA ROMANA E GLI ERETICI

L’Enciclopedia Treccani on line definisce il termine “erètico”, dal latino hae-


reticus, come colui che, << in politica o in altro, nel modo di pensare e di giu-
dicare, diverge dalle opinioni e dalle ideologie comuni o da quelle del gruppo
di cui fa parte >>, o << Chi, pur facendo parte di una chiesa o confessione
religiosa, si fa promotore o seguace di una eresia >>.

Che sarebbero sorti falsi dottori e falsi profeti ad insegnare false dottrine, lo
stesso Signore Gesù mise sull’avviso i discepoli:

Marco 13: 21 Allora, se qualcuno vi dice: “Il Cristo eccolo qui, eccolo là”, non lo crede-
te; 22 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per sedurre,
se fosse possibile, anche gli eletti. 

e gli Apostoli misero in guardia i credenti:

1^ Timoteo 4: 1 Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostate-
ranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demoni, 2 sviati dall’ipo-
crisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza. 3 Essi viete-
ranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati perché quelli
che credono e hanno ben conosciuto la verità ne usino con rendimento di grazie.

2^ Pietro 2: 1 Però ci furono anche falsi profeti tra il popolo, come ci saranno anche tra
di voi falsi dottori che introdurranno occultamente eresie di perdizione, e, rinnegando
il Signore che li ha riscattati, si attireranno addosso una rovina immediata. 2 Molti
li seguiranno nella loro dissolutezza; e a causa loro la via della verità sarà diffama-
ta. 3 Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna già da
tempo è all’opera e la loro rovina non si farà aspettare. 4 Se Dio infatti non risparmiò
gli angeli che avevano peccato, ma li inabissò, confinandoli in antri tenebrosi per es-
servi custoditi per il giudizio; 5 se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre
sette persone, Noè, predicatore di giustizia, quando mandò il diluvio su un mondo di
empi; 6 se condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra, riducendole in
cenere, perché servissero da esempio a quelli che in futuro sarebbero vissuti empia-
mente; 7 e se salvò il giusto Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli
uomini scellerati 8 (quel giusto, infatti, per quanto vedeva e udiva, quando abitava
tra di loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta a motivo delle loro opere
inique), 9 ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti
per la punizione nel giorno del giudizio; 10 e soprattutto quelli che vanno dietro alla
carne nei suoi desideri impuri e disprezzano l’autorità.

In questi passi della Scrittura ed in altri ancora, per quanto ci sia una espressa
23
ed evidente raccomandazione a non essere fuorviati dalle eresie, non vi è alcun
invito a risolvere le discordie e le separazioni con la violenza, perché tutto è
rimesso alla giustizia divina e non a quella umana. Ma gli esseri umani, come
la Storia ci insegna, esprimono la loro malvagità con azioni terribili, prenden-
do a copertura anche il messaggio del Signore Gesù, distorcendolo a proprio
vantaggio. Infatti, è facile abbandonare un precetto difficilissimo come quello
di Gesù: “amate i vostri nemici” (Matteo 5: 44); è facile assumere la frase del
Salvatore “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca;
questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano” (Giovanni 15:
6), per accendere i fuochi e bruciare gli eretici, magari dopo averli prima tortu-
rati: così è stato fatto per secoli, per quanto fosse un comportamento contrario
all’insegnamento di Gesù e dei suoi Apostoli.

Anzi, ecco la raccomandazione dell’apostolo Paolo ai Corinzi (1^ Corinzi


11:19):

19 infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono
approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi.

E a Tito (Tito 3:10):

10 Ammonisci l’uomo settario una volta e anche due; poi evitalo; 11 sapendo che un
tal uomo è traviato e pecca, condannandosi da sé.

Nella dottrina apostolica non c’è alcun incitamento a distruggere chi si divide,
chi forma sètte, chi è eretico (sceglie altra via); anzi, c’è il consiglio di ammo-
nirlo una e più volte. Così non è stato sin dai primi secoli. Guerre di religione
vi sono sempre state tra popoli, ma la guerra all’eresia è qualcosa di diverso
e di aberrante, perché è la guerra tra fratelli di fede. Le eresie, sono compar-
se sin dai tempi degli apostoli, come comprendiamo dalla lettura del Nuovo
Testamento, e nei secoli sono state decine e decine. Sarebbe impossibile solo
riassumerle, ma se ne riportano qui alcune, ossia quelle che maggiormente
coinvolsero interi popoli e, in alcuni casi, condussero a separazioni profonde
tra i credenti; alcune di queste destabilizzarono il potere dei regnanti e della
Chiesa di Roma e furono combattute, pertanto, con asprezza e particolare vio-
lenza sia dal potere governativo che dal potere religioso.

Delle eresie antiche si hanno poche documentazioni, se non le infamanti ac-


cuse degli accusatori. Molte volte gli eretici erano descritti come persone per-
verse e peccaminose, ma non bisogna dimenticare che il discredito veniva
esagerato, spesso era falso, solo per aizzare le autorità e il popolo contro di
loro. Maggiori informazioni si hanno, invece, sulle eresie di epoca più tarda,
24
poiché di loro non scrivevano solo i detrattori, ma anche coloro che simpa-
tizzavano con gli eretici o giudicavano giusti i loro pensieri e condivisibili le
loro azioni. In questo breve lavoro di sintesi si darà più attenzione alle eresie
sorte a partire dai secoli X e XI, perché costituirono i primi segnali importanti
di un vero e proprio disagio dei cristiani nei confronti della Chiesa cattolica
romana, che culminò con la Riforma protestante. Per chi vorrà approfondire
la storia delle eresie medievali, potrà essere utile conoscere i nomi di studiosi
e storici italiani le cui ricerche sono state un riferimento per successivi studi
e pubblicazioni: Felice Tocco (1845-1911), Gioacchino Volpe (1876-1971),
Raffaello Morghen (1896-1983), Raoul Maselli (1917-1984), solo per citare
alcuni autori che spesso si incontrano nelle bibliografie.

I secolo – Eresie Giudeo-cristiane

Gli Ebioniti (in ebraico significa: poveri): pur credendo nella nascita di Gesù
dalla vergine Maria, per virtù dello Spirito Santo, non riconoscevano la natura
divina di Gesù, che per loro restava uomo. Erano fedeli alla Legge ebraica,
alla quale era necessario attenersi per la salvezza. Consideravano l’apostolo
Paolo un eretico. San Girolamo (347-420), che per la traduzione dell’Antico
Testamento dal greco al latino dimorò molti anni in Betlemme, attestò che
questa eresia era in vita ancora nel IV secolo.

II secolo – I Montanisti

I Montanisti erano seguaci di Montano, un sacerdote pagano nato in una re-


gione che oggi fa parte della Turchia, convertitosi al cristianesimo. Egli si
diceva profeta guidato dallo Spirito Santo e, insieme a due profetesse che lo
accompagnavano nelle sue predicazioni, Priscilla e Massimilla, annunciava
l’imminente ritorno di Gesù. Perciò, lui e i suoi seguaci praticavano una vita
molto rigorosa dal punto di vista morale, anche se i loro detrattori asserivano
il contrario, e si preparavano al ritorno di Cristo con digiuni e preghiere col-
lettive. Non erano interessati alla vita materiale, tanto che alcuni fanatici si
erano autodenunciati alle autorità pagane per essere sottoposti al martirio; non
riconoscevano la autorità politiche e religiose. Il movimento sorse in medio
oriente e si diffuse in Italia, nell’attuale Francia e Spagna e soprattutto in Afri-
ca Settentrionale. I montanisti subirono la persecuzione e molti mostrarono
disinteresse sia verso le sanzioni, sia verso la pena di morte. Con la scomunica
di papa Zefirino, l’imperatore Giustiniano fece radere al suolo i luoghi di culto
e fece distruggere la tomba di Montano, già morto da molti anni. Il movimento
rimase in vita solo con pochi seguaci, sparsi in piccoli gruppi un po’ ovunque,
fino al secolo VIII.

25
Secoli II-IV – Le sette Gnostiche

Tra i secoli II-IV fiorì un movimento che, con il tempo fu chiamato Gnosti-
cismo. Con questo termine viene ancora oggi definito il pensiero di chi crede
che la salvezza dell’anima dipenda da una forma di conoscenza superiore e
illuminata dell’essere umano. La parola “gnosi”, infatti, deriva dal greco e si-
gnifica “conoscenza”. Molti studiosi odierni ritengono che lo gnosticismo non
sia una eresia cristiana, ma una filosofia molto più antica proveniente dall’o-
riente, che in seguito ha fatto proprie molte altre dottrine o pensieri, assor-
bendo le conoscenze di ogni luogo ove prendeva sviluppo (Egitto, Babilonia,
Siria, Grecia, Roma, eccetera). Infatti, già nel II secolo Sant’Ireneo da Lione
(130-202) ebbe a dire che esistevano tanti tipi di gnosticismo quante erano
le persone che proclamavano con autorità quel tipo di dottrina. Gli gnostici
elaborarono quindi dottrine diverse, ma aventi una connotazione comune: nel
cosmo vi è l’eterna lotta tra il Bene ed il Male, tra la Luce e le Tenebre (dua-
lismo), due entità metafisiche eternamente in lotta, il cui esito si riflette sulla
condotta umana. Alla nascita del cristianesimo gli gnostici identificarono il
Dio del Vecchio Testamento come il Demiurgo, divinità malvagia, inferiore,
ma creatrice; e identificarono Gesù Cristo come il Dio buono, l’Eone perfetto,
come veniva chiamato. Per quanto possa sembrare inverosimile, queste dottri-
ne si diffusero in tutto l’impero romano. Ѐ interessante notare che il Vangelo
apocrifo (non autentico) di Giuda, ritrovato nel 1978 in una caverna in Egitto,
è ritenuto essere stato scritto da cristiani gnostici.

Anche ai giorni nostri, seppure in forme modificate, vi sono dottrine gnosti-


che. Se pensiamo, ad esempio, alle moderne dottrine sulla reincarnazione, si
può affermare che i princìpi fondamentali erano già presenti nel Manichei-
smo. Questa dottrina era penetrata in Europa da oriente, trasmessa da uomini
sapienti; ma la sistemazione dottrinale (indicata dopo come Manicheismo)
si raggiunse con gli scritti di Mani (216-277), un nobile proveniente dalla
regione babilonese. Egli aveva messo insieme insegnamenti di Abramo, di
Zoroastro, di Buddha e di Gesù, dando vita ad una dottrina dualistica: il Padre
della Luce (Dio) e il principe delle tenebre (demonio) sono in eterna contrap-
posizione; il compito dei discendenti di Adamo e di Eva è quello di separare
in loro stessi l’elemento divino (la Luce e il mondo spirituale) dall’elemento
demoniaco (le tenebre e il mondo materiale); ma questo è un processo che
richiede molto tempo, raggiungibile solo con numerose reincarnazioni; ogni
essere vivente, quindi, deve liberarsi dagli elementi delle tenebre con la rinun-
cia ai beni materiali, alla sessualità, mangiando cibi particolari ritenuti puri,
esercitandosi in molti digiuni; il battesimo e l’eucarestia non hanno valore.

Il Manicheismo si diffuse ad occidente ed a oriente, raggiungendo anche la

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Cina, forse perché il dualismo dava una spiegazione sull’esistenza del bene e
del male nel mondo. Fu oggetto di condanna e di persecuzioni da parte della
chiesa cristiana e dell’impero romano e, successivamente, da parte degli arabi.
Il dualismo, comunque, rimase in molte dottrine religiose dei secoli successi-
vi, soprattutto in quella dei Catari e dei Patarini dei secoli XII e XIII.

Secoli II – IV – Eresie antitrinitarie

Come si può immaginare, sulla Trinità, ossia sul dogma di Dio Uno e Trino, vi
sono stati tanti pensieri, tante dottrine e, conseguentemente, contrasti, guerre
e persecuzioni. Non risulterebbe facile distinguere le varie posizioni senza
addentrarsi in cavillosità che neanche dovrebbero interessare il credente, al
quale dovrebbe essere sufficiente e prezioso sapere di avere in Cristo l’unico
Salvatore, l’Unico Intercessore presso il Padre, e che la salvezza si acquista
con la fede in Cristo Gesù. Ma la natura umana è carnale e corrotta e l’essere
umano, anche nelle cose che sono difficili da comprendere, pretende di impor-
re la propria opinione su quella di un altro, perdendo la cosa più importante:
la pace con se stesso, con Dio e con il prossimo. Sin dal primo secolo vi erano
posizioni differenti sulla natura di Gesù: è Dio? è Dio e uomo? è solo uomo
eletto? si deve adorare? E sulla natura dello Spirito Santo: procede solo dal Pa-
dre o anche dal Padre e dal Figlio? se procede dal Padre, è inferiore al Padre?
se procede dal Padre e dal Figlio, è inferiore al Padre ed al Figlio? Si dovrà
attendere il Concilio di Nicea del 325 per avere il Credo Niceno, la definizione
di Dio Uno e Trino condivisa da quella che veniva ritenuta tutta la cristianità
dell’epoca. Ma questa concordia durò pochissimo: già nel 381, dal Concilio
di Costantinopoli furono apportati al Credo Niceno (quello del 325) alcuni
ampliamenti e l’aggiunta di un termine che allontanerà gradualmente e defi-
nitivamente la Chiesa cristiana d’occidente dalla Chiesa cristiana d’oriente; il
termine aggiunto fu “Filioque”, per significare che lo Spirito Santo procede
dal Padre e dal Figlio. Il Credo Niceno Costantinopolitano con il Filioque è
quello adottato oggi dalla Chiesa cattolica romana.

L’eresia che maggiormente si diffuse tra il II e il IV secolo fu l’Arianesimo,


dalla dottrina sostenuta da Ario (256-336). Egli sosteneva che il Figlio non è
della stessa sostanza del Padre; il Figlio è chiamato Dio, ma è stato creato da
Dio, quindi vi è stato un tempo in cui il Verbo non era. Ario fu scomunicato al
Concilio di Nicea nel 325 e mandato in esilio. L’Arianesimo era molto diffuso,
tanto che anche un vescovo di Roma, Felice, era ariano; egli fu nominato papa
dall’imperatore Costanzo II (317-361) col nome di Felice II. Quando l’ariane-
simo fu condannato come eresia, Felice II fu allontanato e dichiarato antipapa;
le notizia sono incerte, ma sembrerebbe essere stato decapitato.

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Sorse anche una dottrina chiamata “subordinazionismo”, pensata da Origene
(185-253), nella quale si sosteneva che il Verbo è subordinato al Padre e lo
Spirito Santo è subordinato al Padre e al Figlio.

Va fatto un accenno al Modalismo, una dottrina che ebbe molto credito, in-
trodotta da Noeto di Smirne (visse tra il secondo e il terzo secolo). Noeto e i
noaziani ritenevano che Dio è Uno, ma si manifesta (Modalismo) come Padre,
come Figlio e come Spirito Santo; quindi, Dio è Uno e non è Trino (era negata
la Trinità); di conseguenza, Dio non è Tre Persone distinte nella Sua Unità.
Insieme a Sabellio, Noeto sosteneva che il Verbo si era incarnato in Gesù e
non era diverso dal Padre come sostanza: quindi Dio stesso aveva sofferto
sulla croce.

Secoli III-V – Gli Antimarianiti – I Nestoriani

Vi erano cristiani che negavano la verginità Maria, madre di Gesù, prima e


dopo il parto; sostenevano che Gesù aveva avuto fratelli, dando una interpre-
tazione letterale ai Vangeli allorché si parla dei “fratelli di Gesù”. In epoca
successiva, più precisamente nella prima metà del V secolo, si sviluppò la dot-
trina di Nestorio, il quale era patriarca di Costantinopoli. Secondo Nestorio,
Gesù aveva due distinte personalità: quella divina che salì al cielo e si mise
alla destra del Padre, e quella umana che morì sulla croce. La conseguenza di
questa dottrina impose che Maria poteva essere chiamata “madre di Cristo”,
oppure “madre che riceve Dio”, ma non “madre di Dio”. Nel 431 un concilio
convocato ad Efeso condannò la dottrina di Nestorio, che fu mandato in esilio.

I teologi nestoriani si spostarono in oriente e fondarono comunità che duraro-


no fino alla dominazione araba. Parte dei nestoriani, anche in epoca più tarda,
ritornarono a far parte della chiesa cattolica romana.

Secoli VIII – IX – Le crisi iconoclastiche

La storia umana ci insegna che, quando una religione prende il sopravvento


rispetto ad un’altra, quella dominante tende a sbarazzarsi dei residui della per-
dente. Un esempio antichissimo è ciò che avvenne all’epoca della XVIII dina-
stia faraonica (circa 1350 avanti Cristo), allorché divenne faraone Horemeb,
successore di Amenofi IV e di Tutankamon (figlio di Amenofi IV). Horemeb
distrusse interamente sia la capitale che i monumenti del predecessore, non
lasciando ai posteri quasi traccia alcuna dell’esistenza del faraone Amenofi IV
e della sua famiglia, il quale aveva avuto il demerito di sopprimere la vecchia
religione politeista, introducendo l’adorazione del dio sole in forma monotei-
stica, e di abolire tutti i privilegi vantati dai sacerdoti.

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Tornando all’epoca cristiana, con gli editti di tolleranza dell’Imperatore Ga-
lerio (311) e con l’editto di Milano emanato dall’imperatore Costantino nel
313, si dava a tutti la libertà religiosa e finivano le persecuzioni dei cristiani.
Per i pagani la situazione si capovolse pochi anni dopo, quando gli imperatori
Graziano, Valentiniano I e Teodosio I promulgarono editti in base ai quali la
religione ufficiale dell’impero diventava il cristianesimo nella forma cattolica,
ovvero quella interpretata dal vescovo di Roma e dal patriarca di Costanti-
nopoli. Nel 381 furono proibiti tutti i riti pagani e iniziò un lungo periodo di
conversioni forzate dei pagani, di distruzione delle statue e dei loro templi.
Il cristianesimo dei primi tempi, infatti, riteneva abominevole il culto delle
immagini e delle statue. Ma nel tempo i pagani dell’impero, convertitisi per
necessità e non per fede, e i nuovi popoli barbari invasori, che da pagani si
convertivano al cristianesimo, gradualmente introdussero la venerazione delle
immagini. Questo ritorno al culto delle immagini non fu contrastato: da una
parte gli imperatori erano tolleranti, perché avevano più a cuore l’unità dei
fedeli e, di conseguenza, dell’impero; dall’altra, nella chiesa il dibattito dottri-
nale richiese più di un concilio e tempi lunghi; di conseguenza la venerazione
delle immagini era tollerata. Ma non mancarono periodi di iconoclastia, in-
dotti non solo da fedeli, ma anche da vescovi e imperatori. Il termine “icono-
clastia” deriva dal greco ed è una parola composta che significa “immagine” e
“rompo”; nel nostro linguaggio si usa per intendere la distruzione delle statue
e delle immagini.

La prima grande crisi iconoclasta si ebbe nel secolo VIII, allorché l’imperatore
bizantino Leone III Isaurico (685-741) decretò che solo la croce poteva essere
oggetto di culto, dando inizio ad una sistematica distruzione di statue, mosaici
e affreschi presenti nei luoghi di culto. Germano, il vescovo di Costantinopoli,
protestò contro i decreti imperiali e fu deposto; anche i papi di Roma Gregorio
II e Gregorio III contrastarono le decisioni imperiali. L’imperatore Costantino
V Copronico, allora, convocò il concilio di Hieria (754), affinché si fornisse
una base dottrinale; fu condannata la rappresentazione di Gesù Cristo attraver-
so le immagini, ritenuta idolatria e quindi eresia e si sostenne: “il vero culto
dovuto a Cristo consiste nel riprodurre l’icona nel proprio cuore, mentre la
Sua presenza va cercata nell’eucarestia” (tratto da Gli Eretici, di Gioacchino
Berti, pag. 33). Ma alla morte di Costantino V gli successe il figlio Leone IV:
egli, su consiglio della moglie Irene di Atene fece ristabilire il culto delle im-
magini. Di Irene bisogna dire che la sua sete di potere era tale che è sospettata
di aver avvelenato il marito, morto in circostanze poco chiare; comunque,
salito al trono il figlio Costantino VI a soli nove anni di età, di lì a poco Irene
lo fece uccidere per prendere in mano il regno; essendo Irene una fervente ve-
neratrice di immagini, ne fece ripristinare il culto. Fu convocato il concilio di
Nicea del 787 nel quale si ripristinò la venerazione delle immagini e si cercò
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di delimitare la linea sottile che passa tra la “venerazione” e “l’adorazione”:
in pratica, si stabilì che le immagini si possono venerare. Ricominciò allora,
come qualcuno ebbe a dire, il lucroso commercio delle icone, delle immagini
e delle reliquie.

Una seconda crisi iconoclastica si ebbe sotto il regno dell’imperatore bizan-


tino Leone V l’Armeno (data di morte 820), il quale la impose nonostante
il contrasto con il patriarca Niceforo I. Ma ormai i tempi erano maturi per
giungere al definitivo culto delle immagini, che fu approvato con il concilio di
Costantinopoli dell’anno 843. Da quel momento in poi nella Chiesa cattolica
occidentale e nella Chiesa ortodossa orientale fu ammessa la venerazione del-
le immagini, che in seguito degenererà nel vero e proprio culto delle immagini
e nel traffico e commercio delle reliquie.

Secoli XI – XIII – Lo Scisma d’Oriente

Non vi è unanimità nell’individuare una data precisa per la divisione (sci-


sma) della Chiesa d’oriente dalla Chiesa d’occidente. C’è chi la individua già
nei primi secoli, qualche secolo dopo l’editto di Costantino; c’è chi invece
la individua nel saccheggio di Costantinopoli del 1204, eseguito dai crociati
occidentali che si recavano in Palestina per “liberare” la Terra Santa. Nei li-
bri di storia, tuttavia, è facile trovare indicato l’anno 1054, perché da allora
la divisione dottrinale risulterà essere definitiva e insanabile. In pratica, vi
erano ancora in ballo due questioni che da secoli non si risolvevano: a) il Ve-
scovo di Roma esigeva la supremazia su tutte le chiese cristiane, d’oriente e
di occidente; b) era rimasta in sospeso la questione dottrinale del “Filioque”
nella professione di fede (Credo). Nel 1054 il papa romano Leone IX inviò
a Costantinopoli suoi legati (rappresentanti con pieni poteri) per dirimere le
questioni. I legati, capeggiati da Umberto da Silva Candida, si recarono con la
bolla papale della scomunica già pronta: se il patriarca di Costantinopoli non
avesse accettato le condizioni di Roma, sarebbe stato scomunicato. Poiché
non si giunse ad alcun accordo, i legati del papa deposero sull’altare della
chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli la bolla di scomunica verso il patriarca
e ripartirono per Roma. Il patriarca a sua volta, di lì a poco tempo, scomunicò
Umberto e il papa Leone IX. Da quel momento in poi la cristianità si divideva
in cristiani cattolici ad occidente e in cristiani ortodossi a oriente.

Nel 1965, in seguito allo storico incontro tra papa Paolo VI e il patriarca Ate-
nagora, vennero annullate le scomuniche e da allora continuano gli incontri
per un riavvicinamento tra le due comunità religiose. Le questioni dottrinali
sono, tuttavia, di difficile soluzione.

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Nel 2001 papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa al Patriarca di Costantino-
poli per le brutalità commesse dai crociati nel corso della IV Crociata, allorché
essi assediarono Costantinopoli e la saccheggiarono nel 1204.

Secoli XI – XIV – I movimenti pauperisti

I libri di storia che abbiamo sfogliato tra i banchi di scuola ci hanno pre-
sentato questo periodo, dando molta importanza alla rinascita economica e
alla miriade di innovazioni tecniche in ogni campo, grazie anche all’apporto
della cultura araba con cui l’occidente era venuto in contatto; essi ci hanno
presentano lo stesso periodo come un periodo buio, in cui l’essere umano era
dominato da superstizioni e da paure che gli impedivano di avanzare nelle
attività della ricerca, del pensiero scientifico, vivendo la fede religiosa come
una cappa pesante che limitava la sua autonomia e il progresso. Abbiamo avu-
to l’idea da studenti che in quel periodo tutto fosse cristallizzato in una fede
dogmatica e superstiziosa. Sicuramente c’è del vero: il culto delle immagini
e delle reliquie, la superstizione, la paura della fine dei tempi all’avvicinarsi
dell’anno Mille, la magia, la miseria, l’oppressione e l’indifferenza dei po-
tenti, avevano fortemente frenato l’emancipazione. Ma come si può spiegare
che in un arco di tempo molto ravvicinato (1000 – 1300) nacquero “eresie”
religiose che immediatamente coinvolsero centinaia di migliaia di persone in
più luoghi, tanto da costringere la Chiesa cattolica romana a reagire in maniera
violentissima? Molti storici e ricercatori vedono in questo grande fermento
popolare la reazione a due situazioni ormai insostenibili. Da una parte c’era la
reazione ad un sistema di potere opprimente, quello dei chierici, della Chiesa
cattolica romana, che con le decime, con i balzelli (ne sapevano qualcosa i ro-
mani che con i tributi dovevano mantenere la corte papale e la folta schiera di
cardinali) viveva nel lusso e nella sfrenatezza, senza alcun ritegno; un sistema
di potere che andava da secoli a braccetto con il potere politico. Infatti, i re
avevano a cuore di essere “consacrati” davanti al popolo con l’incoronazione
da parte di un papa (un papa amico faceva comodo) e i papi avevano bisogno
di un braccio armato, che intervenisse anche con la guerra per favorire le loro
mire e le loro trame di potere, e sedasse ogni rivolta per mantenere nel tempo
i privilegi di un sistema ricco e corrotto. Il più delle volte, in questo vincolo
tra re e Chiesa romana, erano i re ad avere un ruolo subordinato, perché una
eventuale scomunica del papa poteva far perdere autorità al re nel suo stesso
regno. Dall’altra parte, c’era la richiesta sempre più pressante del popolo (ma
anche dei preti poveri, alcuni dei quali accoglievano le nuove idee di rifor-
ma ed erano condannati come eretici) di avere una guida spirituale di sincera
moralità, ruolo che sempre meno i fedeli riconoscevano alla Chiesa romana
corrotta e amorale; solo per fare un esempio, tra il popolo dei credenti si pro-
pagò il rifiuto di ricevere i sacramenti dalle mani impure dei chierici, di quelli
che erano più impegnati in gozzoviglie piuttosto che nella cura delle anime.
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Insomma, i secoli XI-XIII mostrano un grande fermento spirituale. Questo
fermento sembra essere nuovo, ma è come se fosse il germoglio ancora tenero
di uno scontento antico, che mantiene in sé un desiderio sempre presente di
spiritualità e di messa in pratica del Vangelo di Cristo; sembra essere un ger-
moglio, ancora, ma ormai pronto a prendere vigore e fiorire, nel bene e nel
male, in quella che sarà la stagione della riforma protestante del XVI secolo.
Alla tracotanza dei chierici, alla loro ricchezza, alla loro lussuria, iniziano a
contrapporsi i cosiddetti movimenti pauperistici. Nascono un po’ ovunque,
ma si espandono e si concentrano soprattutto in un’area che non può essere
definita arretrata, ma si mostra economicamente attiva: sud-est della Fran-
cia; Nord della Spagna, regioni occidentali dell’Italia, parte della Svizzera
e sud della Germania. Si può dire che è finito (ovviamente non del tutto) il
tempo dell’ascetismo, del ritiro in zone remote di uomini, raramente donne,
che sceglievano la povertà, l’isolamento e la penitenza per la ricerca di Dio.
Il pauperismo medioevale non imponeva di vivere isolati, ma di basarsi solo
sugli insegnamenti e sull’esempio di vita terrena di Gesù Cristo, dando risalto
alla ricchezza della vita spirituale piuttosto che a quella materiale, scegliendo
una vita modesta, di rinuncia alle ricchezze e dedita al servizio verso gli altri.
Ѐ una povertà che si sceglie per vivere tra gli altri poveri, per liberarsi di ogni
inciampo materiale che possa frenare la crescita spirituale. Il ruolo delle don-
ne non è più marginale: anzi, esse possono esprimere liberamente la loro fede
anche con l’attivismo della predicazione del Vangelo; non sono più relegate
(per natura?) a svolgere solo ed esclusivamente un impegno, un lavoro al ser-
vizio dei predicatori. Ѐ una rottura potente con il passato, una emancipazione
che non si manifestava da secoli. Grandi sono i nomi di coloro che hanno dato
origine a questi movimenti. Se solo pensiamo a Francesco di Assisi, possiamo
immaginare la miriade di giovani che da ogni angolo dell’Europa occidentale
si mise in azione seguendo l’esempio del santo. Ma qui interessa ricordare
coloro che sono andati oltre Francesco, il quale, pur con qualche critica e dis-
sidenza di alcuni suoi compagni, scelse di ubbidire alle condizioni poste dalla
Chiesa di Roma. Qui si ricordano coloro che hanno scelto l’eresia. L’eresia nel
vero senso del termine: la scelta. La scelta di vivere liberamente il Vangelo, di
interpretarne autonomamente il messaggio, fino alle estreme conseguenze. I
nomi sono tantissimi. Si elencheranno alcuni di essi e i movimenti che si sono
originati. Di Valdo di Lione si parlerà nel capitolo 7, poiché dal suo movimen-
to nascerà quella che oggi è chiamata Chiesa Valdese.

Arialdo diacono e i Patarini o Pàtari.

Arialdo (1010-1066) era un diacono milanese, che nel 1056 iniziò a predi-
care contro i mali della Chiesa, soprattutto contro la vita dissoluta del clero,

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il matrimonio dei preti e contro la simonia. Per simonia si intende la vendita
delle cariche ecclesiastiche da parte di esponenti della chiesa. In una serie di
predicazioni che tenne tra Milano e Varese, Arialdo metteva in evidenza che il
clero doveva lasciarsi illuminare dalla Sacra Scrittura, mentre i laici sarebbero
stati a loro volta illuminati dai preti, che avrebbero dovuto diventare maestri
di vita e imitatori di Cristo. Arialdo sosteneva anche la non validità dei sacra-
menti somministrati dal clero corrotto e la necessità che i vescovi fossero scel-
ti dal basso e non dai vertici ecclesiastici con il benestare del potere politico.
La sua predicazione incontrò il favore del popolo che iniziò ad essere molto
severo con il clero corrotto. Quando due preti furono catturati ed incarcerati
da Guido da Velate, arcivescovo di Milano, perché avevano aderito al movi-
mento di Arialdo, scoppiò la rivolta popolare contro l’arcivescovo. Fu allora
che il movimento fu chiamato dei “patarini”. A quel punto dovette intervenire
il papa, che consapevole della gravità della situazione inviò due delegati che
si mostrarono attenti alle richieste di Arialdo. L’arcivescovo, suo malgrado,
fu costretto ad emanare un documento di condanna della simonia e del matri-
monio dei preti. Ma quando fu trovato il cadavere di Arialdo gettato nel lago
Maggiore, orrendamente mutilato e torturato, il movimento perse vitalità e i
seguaci di Arialdo si dispersero in altri movimenti, anche perché tutto ritornò
alla “normalità” romana, quando fu eletto papa Urbano II: i vescovi venivano
ancora nominati dall’alto e il papa sentenziò che i sacramenti erano validi an-
che se i chierici erano corrotti e simoniaci. L’arcivescovo di Milano trascorse
la vecchiaia nel castello di Bergoglio.

Arnaldo da Brescia e gli Arnaldisti

Arnaldo da Brescia (1090-1155) viene ricordato per la sua grande ostilità ver-
so il papato, al quale chiedeva di rinunciare al “potere temporale”, ossia al
governo degli uomini in qualità di sovrano di un certo territorio. Al contrario
di Arialdo, egli si schierò nettamente contro la Chiesa cattolica romana, per
quanto facesse sue molte idee dei patarini. Arnaldo chiedeva una riforma ra-
dicale: rinuncia della ricchezza da parte della Chiesa di Roma e abbandono
del potere temporale da parte del papa; la non validità dei sacramenti impartiti
da clero indegno; la predicazione del Vangelo libera da parte dei laici fedeli e
l’abolizione della confessione fatta ai preti. Nel 1148 fu scomunicato da papa
Eugenio III. Catturato vicino Siena, venne condannato all’impiccagione; il
corpo venne arso e le ceneri gettate nel Tevere. Nel 1184, con il Concilio di
Verona, furono condannati per eresia i patarini, i catari, gli umiliati e anche gli
arnaldisti; il papa Lucio III diede disposizione ai vescovi di vigilare e sradica-
re ogni forma di eresia nelle proprie diocesi, pena la scomunica: era il primo
passo verso l’Inquisizione della Chiesa cattolica romana.

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Gli Umiliati

Nel trattare di quella meravigliosa ventata di ricerca spirituale dei secoli XI-
XII, non si può trascurare di accennare alla semplicità del messaggio degli
Umiliati. Nei primi anni del 1200, un anonimo, forse frate del monastero di
S. Martin in Laon (nord della Francia), autore del “Chronicon universale”,
scrive di loro:

<< Vi furono nelle città di Lombardia alcuni cittadini che, rimanendo nelle case con le
loro famiglie, sceglievano un modo di vivere religiosamente, si astenevano da men-
zogne, giuramenti e liti, contenti di una veste semplice, difendendo la fede cattolica.
Costoro si recarono dal papa [era Alessandro III] chiedendo la conferma del loro pro-
posito di vita. Il papa concesse di fare ogni cosa in umiltà e onestà, ma interdisse in
modo particolare di fare riunioni e proibì rigorosamente di osare di predicare in pubbli-
co. Essi non osservarono a lungo questi obblighi. Quindi, divenuti disubbidienti, furono
per molti occasione di scandalo e di rovina per se stessi.>>

Questo movimento spirituale, anch’esso nato in contrasto ai costumi rilassati


e alla ricchezza del clero, proponeva uno stile di vita più austero e frugale ed
ebbe un largo seguito, anche da parte di molti del clero. Infatti, molti chierici
guardavano questo movimento con una certa ammirazione. Giacomo di Vitry,
teologo, storico e cardinale francese, avendo conosciuto gli umiliati, scrisse
di loro:

<< Sono chiamati umiliati coloro che, lasciando ogni cosa per il Cristo, si radunano in
diversi luoghi, vivono del lavoro delle loro mani, predicano con frequenza la Parola di
Dio e volentieri la ascoltano, perfetti e stabili nella fede, efficaci nelle opere. Siffatta
religione si è tanto moltiplicata nell’episcopato milanese che ha creato 150 congrega-
zioni conventuali di uomini da una parte, di donne dall’altra, senza contare coloro che
rimangono nelle proprie case. >>

Grazie alla presenza degli Umiliati nel tessuto sociale della Lombardia, molte
furono nei Comuni le riforme di ordine morale. Furono scomunicati dal papa
Lucio III, rei di aver disubbidito alla libera predicazione del Vangelo; il papa
Innocenzo III avviò un riavvicinamento e promosse la costituzione dell’ordine
religioso degli Umiliati, in cui molti fedeli trovarono collocazione rimanendo
nella dottrina della Chiesa cattolica romana. Altri furono dispersi e confluiro-
no in altri movimenti considerati eretici.

I Catari e la crociata contro gli Albigesi

I cosiddetti Catari (forse il significato di questo termine è “puri”), come furono


chiamati dai loro detrattori, sono anche indicati come Albigesi, dal nome della
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città di Albi (Francia meridionale), ove questo movimento era diffuso e ove si
scatenò la violenza della reazione cattolica. La loro presenza era rilevante nel-
la regione della Linguadoca francese, quella che veniva chiamata Occitania;
in Italia, nella zona nord occidentale; in oriente, nell’impero bizantino, nell’at-
tuale Bulgaria e altre regioni balcaniche. Era una religione in cui si erano me-
scolate, come nel manicheismo, elementi delle dottrine dualiste orientali e del
cristianesimo. Il catarismo si diffuse non solo negli ambienti umili, in mezzo
alla gente svantaggiata, ma anche tra i ceti che oggi chiameremmo piccolo
borghesi e, soprattutto in Francia, anche in ambienti borghesi e nobili. I Ca-
tari italiani, poiché lottarono per una Chiesa cattolica povera e si schierarono
contro il clero ricco e corrotto, spesso furono confusi con i patarini, ma le loro
dottrine erano differenti. Infatti, nel catarismo, a differenza del patarismo, era
presente nella dottrina l’elemento dualistico, l’eterna lotta tra il Bene e il male,
tra Luce e tenebra, tra Spirito e materia: satana, con la stessa potenza di un dio,
dominava il mondo che egli stesso (il dio malvagio dell’Antico Testamento)
aveva creato, la materia, e quindi anche l’essere umano. Per la liberazione
degli umani, il Bene (il Dio buono del cielo, la Luce) aveva inviato Gesù: per
i Catari Gesù aveva natura divina, ma era un essere angelico in sembianza
umana. La missione di Gesù era quella di insegnare agli esseri umani, con la
Sua vita virtuosa e ubbidiente al Dio buono, l’esempio da seguire per essere
liberati dal male e poter essere dominati dallo Spirito e non da satana. La ma-
teria era quindi fonte di peccato, al punto che i conduttori (vescovi, vicari e
diaconi), coloro che guidavano i fedeli ed erano chiamati “perfetti” e poteva-
no essere indistintamente uomini o donne, rompevano ogni legame possibile
con la materia: perciò rifiutavano la proprietà privata, donando i loro beni e
vivendo di elemosine, rifiutavano di avere rapporti sessuali, di mangiare carne
e uova e ubbidivano ad altri precetti di restrizione. Gli altri fedeli (chiamati
buoni cristiani o buoni uomini e buone donne) potevano condurre una vita
normale, ma molto morigerata, caratterizzata dalla modestia, dalla frequen-
te preghiera accompagnata da digiuni, dalla lettura e conoscenza della Sacra
Scrittura. Questa moralità non passava inosservata alla gente e molti cattolici,
scandalizzati dalla negligenza della Chiesa cattolica romana, si univano ai
catari. I catari rifiutavano ogni cosa del cattolicesimo, perché consideravano
la Chiesa romana, così affamata di ricchezza e potere terreno, del tutto legata
alla materia, cioè a satana. Quindi, più i cattolici si convertivano al catarismo,
più si svuotavano le chiese cattoliche, e la cosa non poteva passare inosser-
vata a Roma. In un primo momento il papa inviò grandi predicatori e monaci
degli ordini mendicanti, per riportare nel cattolicesimo coloro che lo avevano
abbandonato. Un certo successo lo ebbe il predicatore Domenico di Guzman,
fondatore dell’ordine dei Domenicani. Il suo esempio di vita e la sua predica-
zione permisero la fondazione di alcune comunità di fedeli che desideravano
una vita monastica e di servizio. Ma fu poca cosa rispetto alle aspettative di
35
Roma, perché i perfetti catari tenevano testa ai monaci predicatori, mostrando
una grande conoscenza della Scrittura; anche gli stessi inquisitori cattolici re-
starono sbalorditi dalla conoscenza che i catari avevano della Scrittura, aven-
do alcuni di essi imparato a memoria i Vangeli o altri passi della Bibbia. La
scomunica dei catari arrivò nel 1179 da papa Alessandro III, il quale li colpì di
anatema: la perdita delle proprietà e dei diritti civili; in più, come riportato nel
canone 27 di quel concilio, il papa esortava alla crociata contro gli “albigesi”.
Non fu lui a poterla organizzare, essendo morto di lì a poco tempo, ma il suo
successore Innocenzo III, il quale espresse nella crociata tutta la sua violenza.
Ebbe l’occasione buona di dare avvio alla crociata allorquando fu ucciso il
legato papale, l’arcidiacono Pietro di Castelnau, della cui uccisione furono
incolpati i Catari. Il papa ebbe l’appoggio di prìncipi francesi, interessati alla
conquista dell’Occitania e alla spartizione di quelle terre. I prìncipi fornirono
armi e cavalieri. La crociata ebbe inizio nel 1209 e terminò nel 1229. Non si
ha un dato preciso del numero dei morti, dalla Francia del sud fino all’Italia
occidentale. Si riportano solo alcune testimonianze che è facile trovare sui li-
bri che trattano di queste stragi, ma esse fanno comprendere perché i crociati,
sicuramente in maniera sproporzionata, si vantavano di aver ucciso un milione
di persone; per certo, non avendo documentazione delle stragi se non alcune
testimonianze, se si pensa alla diffusione dei catari e alle città interessate, già
questi tre esempi riportati e documentati, fanno intendere la portata dell’ec-
cidio:

Massacro di Marmande del 1219:

«Corsero nella città [le armate dei cattolici], agitando spade affilate, e fu allora che co-
minciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi
in fasce vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto
di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate,
corpi squartati o sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fos-
sero piovuti dal cielo. Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva
del fiume.» (tratto da  La Chanson de la Croisade albigeoise)

Massacro di Béziers:

<< La città di Biézers fu presa e, poiché i nostri non guardarono a dignità, né a sesso,
né a età, quasi ventimila uomini morirono di spada. Fatta una così grandissima strage
di uomini, la città fu saccheggiata e bruciata: in questo modo la colpì il mirabile castigo
divino. >> (tratto dagli scritti dei legati del papa, Arnaldo e Milone, e riportato in Eretici
ed eresie medievali, di Grado Giovanni Meglio, pag. 47)
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Il legato Arnaldo è anche famoso per aver esortato la frase: “uccideteli tutti,
Dio riconoscerà i suoi!” allorché un gruppo di catari trovò rifugio in una chie-
sa cattolica insieme ad altri cattolici.

Massacro di Avignonnet:

Dopo un anno di assedio, la fortezza della città cedette e furono arsi sul rogo 200
abitanti. (riportato in Gli Eretici, di Giordano Berti, pag.45).

Massacro a Sirmione del Garda:

<< Gli inquisitori lombardi e veneti fecero nel 1277 una retata di 168 “perfetti” catari,
uomini e donne, e misero in stato di accusa tutti gli abitanti. Settanta “perfetti” furono
bruciati e gli altri favoreggiatori si salvarono solo perché invocarono la clemenza dei
giudici; e Giovanni XXII intercesse per essi, purché giurassero guerra ai nemici della
fede. >> (tratto da Movimenti religiosi e sette ereticali di Gioacchino Volpe, pag. 141)

Lo storico Raphael Lemkin (1900-1959), che ha studiato il genocidio degli


Armeni, ha definito la crociata contro gli albigesi come “uno dei più pale-
si casi di genocidio nella storia”. Alcuni studiosi fanno risalire alla crociata
contro gli albigesi la causa della sparizione della lingua d’Oc, che era parlata
in Occitania e con la quale molte opere letterarie furono scritte tra i secoli
XI-XIII e costituirono l’inizio della storia della letteratura europea in lingua
diversa dal latino.

Ubertino da Casale e gli Spirituali o Fraticelli

Un cenno va fatto agli Spirituali, o Fraticelli, in quanto erano francescani che


si contrapponevano al papato, perché erano intenzionati a restare nella regola
stretta di Francesco di Assisi, quella della povertà assoluta dell’ordine. Il pa-
pato aveva avviato la riforma dell’ordine, assegnando ai conventi dispense,
proprietà terriera e rendite. L’ala più intransigente dei francescani era ispirata
dagli scritti del francescano provenzale Pietro di Giovanni Olivi, i cui scritti,
alla sua morte, furono fatti bruciare dagli stessi francescani che propendevano
per la riforma. Quindi Ubertino da Casale diventò la guida dei rigoristi, che
furono chiamati spirituali e anche fraticelli. Ubertino tentò di ottenere dal pa-
pato l’assenso a costituire un ordine monacale povero, ma autonomo da quel-
lo francescano; ciò non gli fu concesso e addirittura ricevette la scomunica
papale. Ubertino trovò rifugio presso regnanti che vedevano di buon occhio
il movimento, come Ludovico il Bavaro e Federico II di Svevia. Secondo
i fraticelli, Ubertino fu assassinato. Poiché alcuni spirituali, dispersi un po’
ovunque, continuarono a predicare la povertà della chiesa, alcuni di essi furo-

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no catturati e giustiziati: frate Francesco da Pistoia fu arso vivo a Venezia nel
1337 con l’accusa di aver predicato che “Cristo e i Suoi discepoli non avevano
nulla in proprio, né in comune”; frate Michele Berti da Calce fu mandato al
rogo a Firenze nel 1389 per aver predicato contro la proprietà privata.

Le Beghine e i Begardi

Quello delle Beghine è un movimento che prende vita nelle Fiandre (attuale
Belgio) nel corso del secolo XI. Erano da tempo in corso le varie crociate in
terra santa e la spedizione, volontaria o forzata, di uomini alla guerra aveva
ridotto intere regioni ad essere popolate da donne, bambini e persone anziane.
La carenza di forza lavoro provocò un graduale impoverimento di queste zone,
rurali o cittadine, con il manifestarsi crescente della povertà e dell’incuria.
Nacque spontaneamente, e durò per qualche secolo (in alcuni ambienti anche
fino a tempi recentissimi), un movimento di donne, le quali si dedicavano alle
preghiere e alle opere buone, a volte appoggiandosi a monasteri femminili,
ma senza prendere i voti. Sul termine beghine, che fu dato a queste donne, si
hanno differenti interpretazioni; quando in seguito si formarono anche gruppi
di uomini che seguirono l’esempio delle beghine, essi furono chiamati begar-
di. Generalmente le beghine si organizzavano in gruppi, tendevano ad abitare
nelle zone periferiche delle città, ove potevano dare sostegno ai poveri ed ai
bisognosi. Beghine e begardi si sostenevano con il lavoro e con le elemosine.
Nel tempo, si costituirono gruppi di beghine di diverso ceto sociale: gruppi di
donne nobili; gruppi di donne di ceto misto e gruppi di donne del ceto sociale
più basso; in quest’ultimo caso vi erano gruppi costituiti anche da centinaia di
beghine. Non avevano una regola comune da seguire, ma in generale si atte-
nevano alla regola della povertà francescana, anche se non in termini stretti.
La loro presenza e la loro vita devota influenzò molto la società dell’epoca, al
punto che la gente aveva più in considerazione le beghine che i monaci cat-
tolici. Tra le beghine non mancarono quelle che erano più mistiche e attente
alle novità spirituali che circolavano, tanto da insospettire le autorità religiose.
Se poi qualcuna si avventurava a dare insegnamenti biblici, allora il rischio
di eresia era elevatissimo. Infatti, la loro azione era tenuta sotto controllo dai
papi: papa Clemente V accusò le beghine di diffondere l’eresia e la repressio-
ne si presentò con i papi Urbano V e Gregorio XI. Una beghina francese, Mar-
guerite Porete, fu bruciata sul rogo a Parigi nel 1310, perché simpatizzante o
appartenente ai Fratelli del Libero Spirito. Con il passare del tempo le beghine
vennero riassorbite negli ordini monastici femminili cattolici o, in epoca pro-
testante, nelle comunità riformate.

Gherardo Segalelli e gli Apostolici - Dolcino da Novara e i dolciniani

Intorno a Gherardo Segalelli (1240-1300) vi sono poche notizie, se non le in-


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famanti accuse pronunciate dagli inquisitori che lo mandarono al rogo nell’an-
no 1300. Gherardo, volendo imitare la vita degli apostoli, vendette i suoi beni
e li donò a villici: si rivolse quindi al vescovo di Parma, Obizzo Sanvitali, per
essere ammesso in un ordine mendicante. In quel tempo, tuttavia, vi erano
disposizioni conciliari che mettevano freno al proliferare degli ordini e al loro
eccessivo sviluppo: fatto sta che la sua richiesta fu respinta. Gherardo rimase
comunque per un certo periodo in contatto con il vescovo, che lo teneva ini-
zialmente sotto la sua protezione. La situazione si complicò quando Segalelli
ed altri suoi compagni, rinunciando ad ogni bene terreno, si diedero a imitare
gli apostoli di Cristo (da cui il nome Apostolici), predicando penitenza e rav-
vedimento, sostenendosi con il lavoro manuale, vestiti di tuniche e sandali e
portando barba e capelli lunghi, mostrando una vita spirituale fatta di preghie-
re e digiuni. Le loro intenzioni piacquero alla gente, tanto che il movimento
si estese in Emilia, in Romagna, nelle Marche, fino a giungere in Toscana. In
pratica la loro azione si sovrapponeva a quella dei frati minori, ma si aggiun-
geva un particolare che faceva la differenza: gli apostolici di Gherardo non
riconoscevano l’autorità di una chiesa corrotta, predicavano che la condotta di
ogni credente dovesse essere basata sull’esempio di Gesù Cristo (ciò valeva
anche per la Chiesa di Roma che avrebbe dovuto rinunciare al possesso di
beni materiali), sostenevano l’eguaglianza di uomini e donne davanti a Dio e
l’obbedienza alla Sacra Scrittura. Era tutto ciò sufficiente per essere accusati
di eresia. I primi ad essere condannati al fuoco furono quattro seguaci, due
uomini e due donne. Altri roghi si ebbero a Bologna e Firenze. Gherardo fu
arso a Parma il 18 luglio del 1300.

Nonostante la repressione, il movimento degli apostolici non si esaurì, anzi


prese nuovo vigore con le predicazioni di Dolcino Torielli, nativo delle con-
trade novaresi, più noto come Fra Dolcino da Novara. Egli era entrato a far
parte degli apostolici nel 1291 e, alla morte di Gherardo, continuò il mes-
saggio del fondatore, arricchendolo di profezie millenaristiche e apocalittiche
secondo la visione di Gioacchino da Fiore, morto quasi un secolo prima, ma
la cui dottrina millenaristica si era diffusa in tutta Europa. Dolcino predicava
la caduta della Chiesa cattolica romana corrotta e l’avvento di un papa giusto
(in quel tempo era papa Bonifacio VIII, uno dei peggiori della storia papale).
I fedeli, quindi, dovevano prepararsi a questo evento, con la consapevolezza
che anche le persecuzioni sarebbero cessate, perché il regno dello Spirito San-
to era ormai prossimo. L’offensiva contro la corruzione della Chiesa cattolica
e le dottrine del movimento furono esposte da Dolcino in tre lettere scritte,
andate perdute, ma “ricostruite” nel significato attraverso gli atti processuali
degli inquisitori. Intanto, dopo il papato di Benedetto XI che durò meno di un
anno, salì sul trono papale Clemente V, il papa che passerà alla storia per: aver
spostato la sede papale in Francia; aver scomunicato i veneziani; aver sciolto
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l’Ordine del Templari; aver indetto la crociata contro i dolciniani. Consapevo-
li che sarebbe giunta la persecuzione, i dolciniani e Dolcino si spostarono nel-
la Valsesia e nelle zone prealpine limitrofe, pensando di poter organizzare la
resistenza; furono raggiunti anche da apostolici provenienti dalle altre regioni,
consapevoli anch’essi della imminente repressione. I dolciniani resistettero
per due anni tra gravi stenti per il freddo e la fame; i contadini a valle dovet-
tero subire le incursioni dei dolciniani che cercavano cibo nelle campagne;
comunque, le zone montane ed impervie, nonché le fortificazioni che avevano
allestito riuscirono a preservarli dagli armati della crociata. Ma, quando Fi-
lippo il Bello, re di Francia, inviò rinforzi su richiesta del papa (che risiedeva
ormai in Francia), la resistenza dei dolciniani cedette. Le cronache dell’epoca
parlano di migliaia di persone passate per le armi; molti furono imprigionati,
torturati e mandati al rogo. Anche a Dolcino toccò la tortura. Egli fu costretto
prima ad assistere al rogo di sua moglie Margherita Boninsegna; poi fu tor-
turato: anche gli accusatori dovettero ammettere che Dolcino, per quanto gli
strappassero le carni con tenaglie roventi, prima di essere bruciato, non emise
un grido. Molte sono le opere letterarie che hanno ricordato Dolcino nei secoli
posteriori alla crociata, perché il movimento dei dolciniani aveva lasciato un
ricordo positivo. Ai giorni nostri la storia dei dolciniani è raccontata ed espo-
sta nell’Ecomuseo della Valsesia.

John Wycliff e i Lollardi

Per le sue idee e la dottrina insegnata, Wycliff (1331-1384) viene indicato


come uno dei precursori della riforma protestante. Visse però in epoca antece-
dente, in Inghilterra, e studiò ad Oxford. In quella Università, ove prima aveva
studiato e poi insegnato, mise insieme un gruppo di studenti che scelsero di
essere missionari ambulanti, i Poor Preachers. Essi e Wycliff attribuivano alla
Bibbia il ruolo centrale nella vita del credente ed erano manifestatamente an-
ticlericali (Wycliff definiva la Chiesa di Roma “sinagoga di satana”). Quindi,
non riconoscevano la Chiesa romana e ne mettevano in dubbio i dogmi: non
riconoscevano la transustanziazione, né il valore della confessione dei peccati
ai preti, neanche l’autorità del papa; consideravano magia ogni forma di be-
nedizione, vane le immagini e le reliquie, nonché inutili le preghiere ai morti.
Wycliff tradusse la Bibbia in inglese e ne diffuse la lettura al popolo. Il mo-
vimento anticlericale crebbe e portò anche a rivolte che furono domate dalle
autorità di governo; alla morte di Wycliff, le sue idee si diffusero e vennero
accolte non solo dai ceti più poveri, ma anche da ricchi e nobili anticlericali.
Il movimento prese il nome di Lollardi, ma in maniera impropria, perché il
lollardismo era nato in Belgio dai begardi. Comunque, la reazione del papato
non tardò e i lollardi furono tacciati di eresia. La traduzione della Bibbia e la
sua libera lettura erano già sufficienti per essere condannati a morte. Dopo

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una successiva rivolta popolare, capeggiata anche da nobili locali, contro il
re (Enrico IV, che aveva concesso molti privilegi agli ecclesiastici) e contro
la Chiesa, iniziò la vera repressione: furono messi al rogo 69 predicatori e
fu giustiziato il nobile Sir John Oldcastle, colpevole di essere simpatizzante
dei lollardi e ritenuto uno degli organizzatori della rivolta; altri capi furono
impiccati e lasciati a marcire sulla forca. La persecuzione si spostò anche in
altri Paesi (Boemia e Germania) ove le dottrine di Wycliff avevano trovato
consenso e adesione. A Praga le opere di Wycliff furono arse pubblicamente.
Nel concilio di Costanza del 1415 fu ribadito che le dottrine di Wycliff erano
eretiche e che egli dovesse essere condannato al rogo come tutti gli eretici.
Essendo Wycliff morto trent’anni prima, il suo corpo fu riesumato, le sue ossa
bruciate e le ceneri furono disperse nel fiume Swift. Il lollardismo rimase in
vita, seppure di nascosto (gli ultimi 4 roghi di lollardi si ebbero nel perio-
do1521-1522), fino alla diffusione della riforma protestante, alla quale molti
seguaci di Wycliff aderirono.

Secolo XV - Ian Hus e gli Hussiti

Anche Ian Hus, come l’inglese John Wycliff, viene ritenuto un precursore del
movimento che sfocerà nella riforma protestante. Hus era un teologo boemo
e fu rettore dell’Università di Praga. Al tempo della sua carriera universitaria,
erano conosciute e lette le opere di Wycliff ed egli aderì ai fermenti riforma-
tori che erano già presenti a Praga. La sua predicazione era impostata, quindi,
sulla dottrina a suo tempo propagata da Wycliff; le richieste fondamentali di
riforma erano: la Chiesa cattolica romana doveva rinunciare a tutti i beni ma-
teriali, i quali dovevano essere confiscati dallo Stato; la predicazione delle
Sacre Scritture doveva essere fatta in lingua locale, quella del popolo, ed i
predicatori potevano essere indistintamente preti o laici; la comunione eucari-
stica doveva essere fatta con il pane ed il calice. La predicazione di Hus richia-
mava migliaia di cittadini e il movimento ebbe grande diffusione anche nelle
campagne. Comunque, Hus era un moderato, come tutti gli studiosi che alla
prima ora avevano aderito alle idee hussite; nel movimento, però, iniziarono
a crearsi delle divisioni, appoggiate soprattutto da coloro che rivendicavano
non solo autonomia religiosa, ma anche autonomia e cambiamenti in termini
politici e amministrativi. La sordità delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche
alle richieste degli hussiti e il fatto che almeno un terzo del territorio boemo
era di proprietà della Chiesa, costituirono il detonatore alle rivolte popolari,
che iniziarono alla morte del re e in seguito alla condanna di Hus. Il popolo
voleva la confisca dei beni ecclesiastici e l’autonomia religiosa, ma i re che si
succedettero in quel periodo non erano capaci di staccarsi da Roma, oppure,
pur avendo nel cuore tale proposito, temevano di essere scomunicati e, di
conseguenza, trovarsi sotto la reale minaccia di una crociata. Comunque, nel

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1412 il papa scomunicò Hus e il re gli vietò di predicare. Iniziarono le prime
proteste della gente, ma esse furono soffocate dal Re Venceslao con la con-
danna a morte di tre giovani rivoltòsi. Volendo comunque il re mostrare la sua
autorità anche nei confronti di Roma, convocò il Concilio di Costanza, ove
mandò Hus e il suo compagno di predicazione, Girolamo da Praga: insieme
ai legati del papa, dovevano dirimere le questioni dottrinali contrastanti. Ian e
Girolamo di Praga si recarono a Costanza con il salvacondotto del re, che non
servì però a salvare la loro vita. Infatti essi, davanti alle autorità ecclesiastiche
della Chiesa romana, non ritrattarono alcuna delle dottrine predicate e, pertan-
to, furono incarcerati e condannati al rogo, a dispetto del regale salvacondotto.
Girolamo riuscì a fuggire ma, arrestato in Baviera, fu bruciato nel 1416. Ian
Hus fu mandato al rogo il 6 luglio 1415. Di seguito si riportano alcune parti
della Relatio de Magistro Johanne Hus, nella quale il testimone Pietro Mlado-
novic raccontò in dettaglio tutti gli avvenimenti della giornata in cui Hus fu
spogliato dagli inquisitori nella chiesa di Costanza e gli fu messa in testa una
corona di cartone con il disegno di tre diavoli. In chiesa Ian pregò e chiese a
Dio di perdonare i suoi nemici che lo condannavano ingiustamente. Egli fu
poi portato nel luogo del rogo, mentre lungo la strada venivano bruciati tutti
i suoi libri.

<< Denudato, le mani legate dietro la schiena, fu legato a un palo con funi e con una
catena intorno al collo. Gli misero sotto i piedi due grandi fascine di legna mista a
paglia e altre intorno al corpo fino al mento. >>
Nel libro “La chiesa contro Gesù – prima parte”, l’autore Roberto Renzetti, a
pag. 112 specifica che all’interno della catasta di legno fu posta la carcassa di
un mulo in putrefazione per dare la dimostrazione al popolo, che assisteva alla
condanna, che il diavolo puzza.

<< Esortato ancora ad abiurare, «levati gli occhi al cielo, replicò ad alta voce: “Dio
m’è testimone che mai insegnai le cose che mi sono falsamente attribuite e di cui falsi
testimoni mi accusano. Egli sa che l’intenzione dominante della mia predicazione e di
tutti i miei atti e dei miei scritti era solo tesa a strappare gli uomini dal peccato. E oggi
[...] sono pronto a morire lietamente”».

Allora si accese il rogo. Hus cominciò a cantare, uno dopo l’altro, due inni «ma come
egli cominciò a cantare il terzo inno, una folata di vento gli coperse il volto di fiamme. E
così, pregando nell’intimo, muovendo appena le labbra e scuotendo il capo, spirò nel
Signore. Prima di morire, mentre pregava in silenzio, sembrò balbettare giusto il tempo
sufficiente a recitare due o tre volte il “Padre nostro”».

I carnefici, come per tutti gli eretici, ebbero cura che tutte le ossa fossero
bruciate; quindi, le ceneri furono gettate nel fiume Reno. Quattro anni dopo la
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morte di Hus, la parte più estremista del movimento accese la rivolta popolare.
Nel 1420 il papa Martino V scomunicò gli hussiti e invocò una crociata contro
di essi. Addirittura, Giovanna d’Arco minacciò una crociata contro gli hussi-
ti se non si fossero sottoposti al papa. Iniziarono allora guerre interne e per
qualche anno l’esercito che difendeva gli hussiti riuscì a resistere agli attacchi
cattolici. Solo nel 1431 si arrivò ad una pace, seppure instabile, in cui gli hus-
siti ottennero la libertà religiosa (potevano svolgere i culti in luoghi indicati
dal sovrano) e riconobbero come re il cattolico Sigismondo.

In una visita nella Repubblica Ceca, nel maggio 1995, il papa Giovanni Paolo
II a nome della chiesa di Roma chiese perdono al popolo Ceco per i torti e le
atrocità commesse verso i non cattolici. In un discorso del 18 dicembre 1999,
lo stesso papa Giovanni Paolo II chiese perdono per l’esecuzione a morte di
Jan Huss nel 1415.

Secolo XVI – Gli Ugonotti

La persecuzione contro gli Ugonotti si originò per due motivi: la lotta dei cat-
tolici contro l’eresia protestante e la lotta di potere in Francia. I re di Francia
erano rimasti cattolici, ma molti nobili e borghesi (commercianti, artigiani e
gente di studio) avevano aderito alla riforma protestante. Il termine “ugonotti”
non ha una origine chiara ed è il nome con cui erano chiamati dagli oppositori
cattolici; gli ugonotti erano protestanti e si chiamavano loro stessi “riformati”.
Avevano aderito al Calvinismo ed avevano adottato un comportamento molto
intransigente verso la Chiesa romana: dichiaravano vani ed inutili tutti i rituali
cattolici, la venerazione delle immagini e dei santi; soprattutto ritenevano che
il papato e la gerarchia ecclesiastica fossero tutti simoniaci (vendita delle ca-
riche ecclesiastiche). Pertanto, ritenevano che la Chiesa di Roma necessitasse
di una profonda riforma. Sin dall’inizio, quando da cattolici si dichiararono
riformati, subirono le persecuzioni; ma il re Francesco I in una prima fase li
protesse, dando libertà di culto. Questa libertà non durò a lungo, anche perché
i riformati si rivelarono molto intransigenti verso l’idolatria e in talune occa-
sioni si comportarono da veri e propri iconoclasti (distruzione delle immagini
e delle statue). Fino a quel momento le persecuzioni si attuarono con l’esilio
e molti ugonotti trovarono rifugio in Germania, accolti dal re Federico II di
Prussia. La crescita numerica degli ugonotti, la loro intransigenza, l’ostilità
dei cattolici e la lotta di potere tra i casati nobiliari per la successione al trono
di Francia, portarono a guerre interne che si protrassero dal 1562 al 1593, note
come guerre di religione francesi. La guerra iniziò nel 1562 con la strage di
Wassy: i seguaci del Duca Francesco di Guisa, intransigente cattolico, mas-
sacrarono un gruppo di circa 70 ugonotti mentre celebravano il culto. A quel
punto, però, la lotta prese una connotazione politica, perché si contrappone-

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vano per il controllo della Francia il casato dei Guisa da una parte (cattolica)
e dall’altra i casati di Navarra e dei Borbone (che appoggiavano gli ugonotti).
La guerra si protrasse per quasi un trentennio ed alla fine prevalsero i cattolici.
Famosa è rimasta nella storia la Strage di San Bartolomeo, quando tra il 24
agosto e il 17 settembre 1572 in molte città della Francia si diede la caccia
agli ugonotti: gli storici parlano di settanta mila morti. Nel 1576 il re Enrico
III di Francia emise l’Editto di Beaulieu, che voleva porre fine alle ostilità e
concedere alcune zone d’influenza ai protestanti. I cattolici, non accettando
l’editto del re, costituirono la cosiddetta Lega Cattolica o Lega Santa; essa
era appoggiata dal papa Sisto V, dai Gesuiti che si impegnarono a predicare
la crociata contro i protestanti, dai Duchi di Guisa, Caterina dei Medici e Fi-
lippo II di Spagna, ed aveva lo scopo dichiarato di estirpare definitivamente
il protestantesimo dalla Francia. Le lotte proseguirono e molti editti reali ve-
nivano disattesi. Nel 1598, gli ugonotti, per quanto sconfitti definitivamente,
ottennero la libertà di culto. La libertà religiosa durò poco per loro, perché
con l’avvento al trono di Luigi XIV, fu emanato l’editto di Fontainebleau del
1685, con il quale la professione di fede protestante era dichiarata illegale sul
territorio francese. Gli ugonotti, avendo perso tutti i diritti civili e la libertà di
culto, emigrarono in massa: gli storici parlano di circa 500 mila persone che
abbandonarono la Francia per dirigersi verso i paesi del nord Europa, verso le
Americhe e, addirittura, verso il sud Africa. I beni e le proprietà degli Ugonotti
vennero incamerati dalla casa regnante francese e dalla Chiesa cattolica.

I Cavalieri Templari

L’ordine dei Cavalieri del Tempio, o Templari, nacque intorno al 1119 a Ge-
rusalemme, con il favore del domenicano Bernardo di Chiaravalle. Fu fon-
dato da Ugo di Payns (1070-1136) e da un gruppo di cavalieri che assunsero
l’impegno di difendere i pellegrini che si recavano a Gerusalemme e nei luo-
ghi della Terra Santa. I Cavalieri nacquero come “Militia Christi”, soldati di
Cristo, ma quando essi si insediarono nei pressi del Tempio di Gerusalemme
allorché i luoghi santi furono conquistati dai crociati, vennero chiamati “Mi-
litia Templi” e, perciò, Cavalieri del Tempio. Per quanto vi fossero opinioni
discordanti sul fatto che soldati potessero assumere apparenze di monaci, alla
fine i Templari adottarono, almeno in parte, le regole dell’ordine domenica-
no. L’ufficializzazione del movimento cavalleresco chiamato “del Tempio”,
o Templari, avvenne nel 1127. Per il ruolo svolto nella difesa dei pellegrini,
ma anche per l’audacia mostrata in battaglia e per esempi di vita spirituale
di molti di loro, i Cavalieri incontrarono il favore del mondo cristiano e il ri-
spetto dei nemici musulmani. Tuttavia, col passare del tempo non mancarono
episodi di degrado morale, causati anche dall’arricchimento dell’ordine per
le donazioni ricevute e anche per le attività commerciali intraprese in oriente.

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La ricchezza condusse l’ordine a intraprendere attività di credito e di finanzia-
mento di enorme rilievo. Uno dei maggiori debitori nei confronti dell’ordine
dei Templari era anche il re Filippo IV di Francia, detto Il Bello. E da questo
re, nonché dalla corruzione della Chiesa di Roma, si originò la rovina dell’or-
dine e la persecuzione dei cavalieri. Filippo il Bello aveva il problema di un
enorme debito nazionale ed era in conflitto con il papa Bonifacio VIII. Riu-
scito a sganciarsi dall’influenza del papa Bonifacio VIII (famoso l’episodio
dello schiaffo di Anagni) anche con l’appoggio dell’aristocrazia e del clero
francese, per il re rimaneva aperta la questione del debito verso i l’Ordine dei
Templari. Filippo IV agì con ignobile astuzia. Dapprima, alla morte di Bonifa-
cio VIII, fece eleggere nel 1305 un papa di suo gradimento, Clemente V, e fece
trasferire in Francia, ad Avignone, la sede papale. La sudditanza al re da parte
del papa Clemente V era tale che veniva chiamato “cappellano del re”. Intanto
Filippo il Bello aveva iniziato la persecuzione degli ebrei sul suolo francese e,
con la confisca dei loro beni, riuscì ad incamerare ingenti ricchezze. Ottenuto
da parte del papa Clemente V la disposizione di sciogliere l’Ordine (Concilio
di Vienne, Francia, del 1311-1312), il re iniziò una campagna di diffamazio-
ne dei Templari, seguita da arresti, torture e condanne a morte. Sotto tortura
molti cavalieri si dichiararono eretici e, a quel punto, la loro sorte era segnata.
Nel 1314 il Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay, fu messo al rogo a
Parigi, insieme al suo compagno di cella Geoffrey de Charnay. Molti furono i
cavalieri condannati al rogo; altri riuscirono a fuggire soprattutto in Inghilter-
ra, ove non operava l’Inquisizione. Tutti i beni dei Cavalieri furono confiscati
e incamerati in quelli del sovrano di Francia. Studi recenti hanno dimostrato
che le accuse ai Templari erano per lo più infondate ed estorte sotto tortura.

Annotazione: Gli ordini mendicanti

Non vanno confusi con i movimenti pauperistici, perché, pur spinti da un ide-
ale evangelico di imitazione di Gesù Cristo, restarono nella Chiesa cattolica,
potendo godere di una certa autonomia, sia per l’organizzazione, sia per la
predicazione. Gli ordini mendicanti risultarono, per la Chiesa cattolica roma-
na, essere la risposta alla crescente richiesta dei fedeli di vedere il Vangelo
applicato con semplicità e umiltà e di ricevere la cura spirituale di frati de-
voti, dal momento che la maggior parte del clero viveva nel lusso e lontana
dal popolo, affamata solo di potere e di privilegi. Gli ordini più importanti di
quell’epoca sono ovviamente l’ordine dei Frati Minori (fondato da Francesco
di Assisi nel 1209) e l’ordine Domenicano (fondato da Domenico di Guzman
nel 1216); nel tempo si costituirono anche ordini femminili basati sia sulle
scelte di vita spirituale dei francescani o frati minori (un esempio è l’ordine
femminile delle Clarisse), sia sulle scelte di vita spirituale dei domenicani
(l’ordine femminile delle Domenicane). Questi due ordini furono fortemente
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voluti dai papi Innocenzo III e Onorio III: infatti, i frati domenicani e france-
scani, per il loro rigore morale e per la povertà individuale, diedero la possibi-
lità al cattolicesimo di contrastare la predicazione dei movimenti pauperistici
che si ergevano contro la Chiesa romana e i dogmi cattolici. I frati non posse-
devano alcun bene e vivevano in comunità (conventi); il sostentamento veniva
loro dalle offerte e dalle elemosine raccolte, ma anche col lavoro e con la cura
delle persone. L’obbligo della povertà iniziale venne mitigato col passare del
tempo: nel 1475 papa Sisto IV abolì la raccolta delle elemosine e dal concilio
di Trento in poi, che si tenne dal 1645 al 1563, fu ammesso agli ordini mendi-
canti di possedere alcune rendite per usufruirne in maniera collettiva.

Ѐ triste considerare che questi due ordini, nati per essere al servizio degli ulti-
mi e degli svantaggiati, diventarono strumenti nelle mani dei papi per la per-
secuzione degli eretici, ponendosi al bestiale servizio della santa inquisizione
in Italia, in Spagna soprattutto, e ovunque ci fosse necessità di far tacere con la
morte più atroce ogni lingua di dissenso verso il potere della Chiesa romana.

Di seguito si riporta uno stralcio di una intervista ad Antonietta Potente, già


docente di Teologia Morale all’Angelicum di Roma, in occasione degli gli
otto secoli dell’Ordine Domenicano; l’intervista è stata pubblicata da “La Let-
tura” del “Corriere della Sera” di domenica 11 dicembre 2016 a pagina 13:

<< Per noi domenicani l’Inquisizione resta come una ferita che ci identificò per troppo
tempo con le pratiche violente contro la dignità delle coscienze. Ci vedo un tradimento,
tipicamente maschile, per questioni di prestigio, di incarichi nella Chiesa. Un tradimen-
to per una paurosa immaturità, quella di chi non vuole perdere le sue sicurezze, forse
anche solo quelle del suo immaginario intellettuale. E pensare che eravamo nati per
stare sul confine che si trova più vicino agli inquisiti che agli inquisitori…>>

Gli ordini mendicanti, o comunque poveri, sorsero numerosi nel tempo e, ol-
tre a quello domenicano ed a quello francescano, si menzionano i maggiori
esistenti, i cui frati si chiamano: Agostiniani, Carmelitani, Fatebenefratelli,
Mercedari, Betlemiti, Trinitari, Servi di Maria ed altri ancora.

46
5 – L’INQUISIZIONE

Significato del termine Inquisizione secondo il vocabolario on-line Treccani:

http://www.treccani.it/vocabolario/inquisizione/

<< inquisiziòne s.f. [dal latino inquisìtio – onis, der. di inquirĕre “fare indagini”, part.
Pass. Inquisitus. – 1.a. Inchiesta speciale, svolta con procedura arbitraria o che co-
munque viola i diritti, la libertà e la dignità di un individuo. b. Per estens., e fig., forma
d’interrogatorio svolto con tono rigido, insistente, con presunzione di colpevolezza e
con la pretesa di scoprire e giudicare anche i sentimenti e le intenzioni oltre che i fatti
obiettivi … c. In senso storico, l’attività e la procedura di uno speciale tribunale eccle-
siastico istituito per la repressione dell’eresia; con sign. concreto (per lo più con iniziale
maiuscola), il tribunale stesso delegato a tale compito … >>

Come viene definito in altri vocabolari online:

- Ricerca, indagine condotta con metodi indebiti, persecutori, vessatori o violenti

https://dizionari.repubblica.it/Italiano/I/inquisizione.html

- 1 Attività di un particolare tribunale ecclesiastico istituito nel sec. XIII con il com-
pito di individuare gli eretici, esaminarli, condannarli o ottenerne il ravvedimento;
(iniziale maiuscolo) il tribunale stesso 2 estens. Interrogatorio, inchiesta condotti
arbitrariamente e usando pressioni psicologiche

https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/I/inquisizione.shtml

- 1. indagine, interrogatorio condotti con procedimenti autoritari e con pressio-


ni psicologiche, spesso volti anche a mettere sotto accusa intenzioni e opinioni
dell’inquisito.

https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=inquisizione

Una delle eredità più importanti, pervenute sino a noi e oggetto ancora oggi
di studio (il Diritto Romano), è l’ordinamento giuridico della Roma antica,
nato all’inizio della Repubblica e migliorato ed evoluto durante l’Impero,
fino a Giustiniano. Secondo le norme giuridiche romane, nessun cittadino ro-
mano poteva essere processato senza essere ascoltato e senza la possibilità
di difendersi; il presidente del tribunale e il pubblico ministero imbastivano
la forma processuale, predisponevano eventuali indagini, ascoltavano testi-
monianze e accoglievano deposizioni. Si può facilmente dire che la cultura
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giuridica romana è rimasta alla base della cultura giuridica moderna. Però,
con la caduta dell’Impero, con le invasioni barbariche e il costituirsi di regni
barbarici si generò un periodo in cui il diritto romano non fu più un punto di
riferimento per l’amministrazione della giustizia; furono stabilite altre norme
meno garantiste e per alcune questioni divenne normale affidarsi addirittura
alla “ordàlia” o “ordalìa”, ovvero al cosiddetto “giudizio di Dio”: l’accusato
veniva sottoposto ad una prova (di fuoco: camminare su braci ardenti o su
lastre di ferro incandescenti; di acqua: essere immersi in acqua più o meno
legati e doversi liberare; eccetera), superata la quale era dichiarato innocente.
Il tribunale dell’Inquisizione, quindi, ebbe almeno un merito: quello di abolire
le antiche ordalìe, per quanto in alcuni ambienti esse furono utilizzate fino
alla fine dell’età medievale. Il demerito, invece, si mostrò nella degenerazione
del tribunale dell’inquisizione in uno strumento d’accusa quasi senza via di
scampo per l’accusato, il quale, lasciato privo di difesa e sottoposto a torture
e soprusi, finiva per confessare anche reati mai commessi. Si può dire, quindi,
che vi fu una evoluzione nel tempo dell’Inquisizione, in senso peggiorativo
per il disonesto comportamento degli inquirenti e dei giudici.

L’Inquisizione medievale

Verso la fine del XIII secolo l’amministrazione della giustizia andava gradual-
mente riapplicando le norme del diritto romano, abbandonando le pratiche
nelle quali la giustizia si manifestava in maniera sovrannaturale (ordalìe). Si
ritiene che la nascita dell’Inquisizione sia da collocarsi al 1184, allorché, per
la diffusione dell’eresia (soprattutto catara) la Chiesa romana diede incarico ai
vescovi di scoprire gli eretici e di processarli. In questa fase, i tribunali messi
in atto dai vescovi non furono particolarmente violenti e repressivi e le pene
raramente arrivavano alla condanna a morte. C’era alla base dell’azione ve-
scovile l’attività di indagine, ma anche quella della conversione dell’eretico e
le pene imposte ai pentiti erano generalmente: di natura pecuniaria (multe) per
il finanziamento di opere pie o di monasteri; obbligo di andare in pellegrinag-
gio; sottoporsi a lunghe penitenze pubbliche. La pena dell’esilio e la confisca
dei beni era riservata a coloro che non si pentivano e restavano eretici.

La diffusione delle eresie soprattutto nell’Italia del Nord, nella Francia del
sud, nella Germania e in altri Paesi, costrinse la Chiesa romana ad adottare
misure sempre più severe, fino alla vera e propria persecuzione degli eretici
e di chiunque avesse messo in discussione il papato e la dottrina cattolica
romana. Regnanti e prìncipi il più delle volte appoggiavano l’azione della
Chiesa di Roma, non solo per una questione di ordine pubblico, quanto per la
necessità di avere il favore del papato che accresceva il prestigio personale e
di comando: ricevere una scomunica dal papa poteva significare per il regnan-

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te o il prìncipe non avere il pieno riconoscimento della propria autorità sia da
parte dei sudditi, sia da parte degli altri regnanti. Uno degli esempi più noti
è quello di Federico II di Svevia, cresciuto sotto la tutela di papa Innocenzo
III e incoronato imperatore da papa Onorio III. In un primo tempo, avendo il
favore del papato nel consolidamento del suo regno, emise anche pene seve-
rissime contro gli eretici; allorché eluse promesse fatte al papa e intraprese
progetti contrastanti con la politica di Roma, fu scomunicato più di una volta
e accusato di essere eretico; il contrasto con la Chiesa di Roma fece crescere
la schiera dei suoi nemici.

La svolta nella direzione più violenta dell’amministrazione della giustizia si


ebbe nel 1233, allorché papa Gregorio IX istituì il Tribunale dell’Inquisizione
affidandone la conduzione all’Ordine dei Domenicani. I domenicani avevano
anche la responsabilità di procedere contro i chierici che si erano mostrati
disattenti nel loro compito di indagine e di lotta contro l’eresia. Con il papa
Innocenzo IV, i domenicani furono affiancati dai francescani, soprattutto nella
predicazione; successivamente, anche alcuni francescani ebbero l’incarico di
inquisitori. Lo stesso papa Innocenzo IV con la Bolla “Ad extirpanda” del
1252, rese ufficiale l’uso della tortura nei processi contro gli eretici. Inizial-
mente l’uso della tortura aveva delle limitazioni: generalmente erano praticati
metodi che non spargevano sangue (stiramento delle membra e altre torture
non cruente), per un tempo non superiore a mezz’ora, senza ripetizione della
tortura stessa in caso di non confessione; nel corso della tortura gli inquirenti
non potevano chiedere la deposizione di colpevolezza. Con le disposizioni di
papa Alessandro VI la tortura ebbe una recrudescenza: poteva essere ripetuta
e venivano utilizzati mezzi più sofisticati che non procuravano spargimento
di sangue; se le accuse erano più di una, erano utilizzate numericamente tante
torture quante le accuse. Comunque, la libertà di azione di ciascun tribunale
portò a praticare una giustizia sempre più ingiusta e a usare violenze e dispa-
rità di giudizio e di azione tra un tribunale e l’altro, a seconda della severità
degli inquirenti. Perciò iniziarono a circolare dei veri e propri manuali che
servivano da guida agli inquisitori. Il domenicano Bernard Gui, inquisitore
francese, produsse un manuale intitolato “Practica inquisitionis haereticae
praviatis”; un altro domenicano inquisitore spagnolo, Nicolas Eymerich, pro-
dusse il manuale “Directorium inquisitorum” verso la fine del XIV secolo, che
dava direttive per la ripetizione delle torture.

Sradicare l’eresia diffusa in una regione o in una nazione, significava agire in


maniera capillare, efficace e repressiva. Ѐ quello che fece la Chiesa cattolica
romana aiutata dal “braccio secolare”, ossia dalla giustizia civile di chi gover-
nava. Furono secoli, quelli dal XIII al XVI, difficili per chiunque avesse anche
esposto un’idea di critica verso la Chiesa cattolica romana. Molti, temendo
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la tortura o la privazione dei diritti civili, o la confisca dei beni, abiuravano,
ossia ritrattavano e confessavano la propria eresia, ritornando ad abbracciare
e praticare con molta attenzione e cura la fede cattolica; molti fuggivano e si
trasferivano in nazioni più tolleranti; altri restavano fedeli alle loro idee e non
avevano alcuno scampo: quanto più erano ostinati nel loro credo eretico, tanto
più erano destinati a torture e alla morte (sicuramente liberatoria), delle quali
cose erano consapevoli.

Quando l’inquisizione giunse alla sua massima espressione di indagine e di


terrore, succedeva più o meno quello che viene decritto da molti autori che
hanno studiato le eresie e le relative persecuzioni, che viene sintetizzato di
seguito:

L’inquisitore prima di recarsi in una città, faceva avvisare del suo arrivo le
autorità civili e religiose del luogo, affinché radunassero tutto il popolo ad una
certa data. Giunto nel luogo e dopo una predicazione al popolo sulla purezza
della fede cattolica, l’inquisitore dava un tempo, generalmente una decina di
giorni o al massimo un mese, affinché gli abitanti del posto o di un compren-
sorio potessero liberamente confessare la propria eresia e accedere al perdono
della Chiesa e all’indulgenza. Tutti erano tenuti a denunciare all’inquisitore
la persona sospettata di eresia: poteva essere denunciata una persona che già
stava professando un’altra fede cristiana non cattolica, ma anche quella che
era semplicemente sospettata di essere eretica per il suo comportamento non
adeguato ad un vero cattolico (bastava non essere un assiduo frequentatore
delle funzioni e feste religiose cattoliche per essere segnalato tra i sospettati).
Colui che, non avendo obbedito al comando di autodenunciarsi all’inquisitore,
fosse stato in seguito scoperto eretico, non avrebbe più goduto del perdono,
né dell’indulgenza, e sarebbe stato sottoposto al tribunale dell’inquisizione e
al suo giudizio di condanna; anche chi fosse stato scoperto di aver omesso di
denunciare eretici di sua conoscenza, avrebbe potuto rischiare la scomunica
e incorrere nella confisca dei beni. A quel punto la comunità era devastata da
un clima di sospetto, perché bastava aver solo criticato la Chiesa cattolica per
essere compreso nella lista dei sospettati di eresia. Ma anche l’odio faceva la
sua parte: bastava denunciare di sospetta eresia il proprio nemico per metterlo
in guai seri. Caduti nella rete, i sospettati, pur di riscattarsi davanti ai giudici,
facilmente accusavano altre persone. Questo spiega perché con il passare del
tempo gli inquisitori viaggiavano con la scorta armata, in quanto detestati dal
popolo a causa dell’odio che originavano: alcuni inquisitori, infatti, furono
assassinati per la loro severità e per la loro violenza inquisitoria.

La degenerazione del tribunale dell’inquisizione si ebbe proprio con la tor-


tura. Per disposizioni papali gli inquisitori non erano più tenuti nel corso del
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processo a valutare e giudicare il grado di eresia o di allontanamento dalla
fede cattolica; l’obiettivo era stanare tutti gli eretici e colpire ogni forma di
eterodossia o di dottrina cristiana non rispondente a quella ortodossa imposta
dal clero cattolico. E la tortura permetteva all’inquisitore di scoprire e rag-
giungere ogni sospettato.

L’Inquisizione spagnola

Prima grazie a papa Sisto IV e poi con papa Alessandro VI, la Spagna e i
“re cattolici” Ferdinando II ed Isabella ebbero autonomia nell’organizzare un
Tribunale dell’Inquisizione che si rivelò particolarmente violento. La preoc-
cupazione principale di Ferdinando e Isabella era quella di sradicare le fedi
ebraiche e musulmane dal territorio spagnolo in via di riunificazione dopo la
dominazione araba, ma l’inquisizione spagnola si scagliò anche contro i lu-
terani, i giansenisti e gli ebrei e i musulmani che si erano convertiti al cristia-
nesimo (molte conversioni erano state forzate e questi neo convertiti, se non
professavano correttamente l’ortodossia cattolica, erano accusati nuovamente
di eresia).

Il tribunale dell’inquisizione spagnola era di composizione mista, parte dei


giudici erano ecclesiastici e parte era costituita da funzionari nominati dal re.
Il primo processo venne tenuto nel 1481 e furono condannate 8 persone al
rogo; nel 1482 ormai erano attivi tribunali su quasi tutto il territorio spagnolo;
nello stesso anno 1482 a Siviglia furono arse 288 persone. Fu il frate domeni-
cano e confessore del re, Tomas de Torquemada, nominato dal re stesso come
Inquisitore Generale, a dare la forma organizzativa del tribunale dell’inqui-
sizione spagnola, scrivendo e pubblicando le “Ordinanze” o “Instructiones”,
con le quali erano fissate le regole che tutti gli inquisitori presenti nel regno
(comprese le isole Sicilia e Sardegna, che avevano un tribunale ciascuna) do-
vevano adottare. Tra queste, vi era la regola che non era sufficiente la sola con-
fessione dell’eretico, per avere i benefici della legge e la riduzione della pena,
ma era necessario che egli denunciasse tutti i suoi complici, potendo godere
dell’anonimato. Si accesero così centinaia di roghi e i condannati spesso non
sapevano neanche da chi erano stati accusati. Questo clima di terrore provo-
cava una cosa quasi paradossale: quando in una città si istituiva il tribunale,
erano tante le persone che andavano ad autodenunciarsi per avere sconti di
pena; ma ciò significava dover denunciare altre persone e si può immaginare
quante denunce non fossero rivolte a veri eretici.

L’Inquisizione spagnola fu particolarmente violenta (solo all’inquisitore Tor-


quemada, passato alla storia come uno dei più feroci, si addebitano migliaia
di condanne al rogo eseguite) e raggiunse lo scopo dei sovrani: eliminare ogni

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opposizione anticattolica, nonché allontanare dalla Spagna sia gli ebrei che
i musulmani. I beni degli esiliati, ingenti per massa perché furono centinaia
di migliaia coloro che dovettero lasciare la Spagna, furono tutti confiscati ed
incamerati dai sovrani e dalla Chiesa cattolica.

Una considerazione davvero tragica: i sovrani davano la possibilità ad ebrei e


musulmani di restare in Spagna solo se si convertivano al cattolicesimo. Tanti
di coloro che lo fecero, finirono nel mirino dell’Inquisizione, perché non pro-
fessavano con ortodossia la nuova fede.

L’Inquisizione romana

L’inquisizione romana si fa nascere con l’emanazione, da parte di papa Paolo


III, della Bolla papale “Licet ab initio” nel 1542. L’attività inquisitoria, per
sradicare l’eresia dal territorio italiano, venne affidata alla Congregazione del
Sant’Uffizio, composta da cardinali nominati dal papa. Il Sant’Uffizio aveva
il compito di coordinare tutte le attività dei tribunali locali, tutte le attività di
controllo e di indagine. Sul territorio nazionale, comunque, operava già l’In-
quisizione spagnola in Sicilia e Sardegna; a Venezia ed a Lucca operavano
sistemi misti, in cui il tribunale era costituito da ecclesiastici e da civili, mem-
bri dei governi locali. Il Sant’Uffizio con il tempo perse quella connotazione
che avrebbe dovuto avere alla sua istituzione, ossia di rispettare l’equilibrio
tra posizioni rigoriste, di repressione, e quelle più concilianti, addirittura di
dialogo con i protestanti riformati. Quando uno dei primi cardinali inquisitori,
Giovanni Pietro Carafa, divenne papa col nome di Paolo IV, nell’Inquisizione
Romana prevalse la corrente intransigente e fu avviata una dura repressione
non solo contro eretici e uomini di scienza, ma addirittura contro personaggi
della stessa Curia romana. Tutto questo per significare in sintesi che la co-
siddetta Inquisizione romana non fu tenera, ma feroce. Non caddero sotto le
condanne a morte solo gli eretici o i condannati per stregoneria, ma anche
persone di cultura, i cui scritti venivano ritenuti non ortodossi dalla Chiesa
cattolica. Esempi:

- Pietro Carnesecchi (1508-1567), umanista e uomo di cultura alla corte di Ca-


terina dei Medici e benvoluto da papa Clemente VII, fu catturato come eretico.
Nonostante la tortura, non tradì alcuno dei suoi amici e fu condannato da papa Pio
V ad essere prima decapitato e poi bruciato (Pio V era al secolo Michele Ghislieri,
inquisitore del Sant’Uffizio).

- Aonio Paleario o Antonio della Pagliara (1500-1570), umanista e riformatore,


nel 1566 finì di scrivere un’opera in cui affermava che l’unico Capo della Chiesa
è Cristo e non il papa e si scagliava contro l’infallibilità papale. La sua dignità e

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la sua devozione al Vangelo furono di grande testimonianza di fede durante il
processo; non ritrasse nessuna delle sue convinzioni, soprattutto quella in cui
affermava che il papa non poteva essere vicario di Cristo perché faceva assassi-
nare gli eretici. Fu condannato a morte da papa Pio V; fu impiccato e poi bruciato
davanti Castel Sant’Angelo, nello stesso luogo ove qualche anno prima era stato
giustiziato Pietro Carnesecchi.

- Tommaso Campanella (1568-1639), umanista, teologo, frate domenicano, per i


suoi scritti ed il suo pensiero fu sottoposto a cinque processi, durante i quali ritrattò
alcune sue teorie contrarie alla Chiesa di Roma. Nell’ultimo processo, pur sotto-
posto lungamente a torture, si finse pazzo per evitare la pena di morte. Dopo più
di 25 anni di carcere, grazie all’aiuto del cardinale Barberini e all’ambasciatore di
Francia, dal carcere di Napoli riuscì a riparare in Francia ove fu accolto e protetto
dal cardinale Richelieu.

- Girolamo Savonarola (1452-1498), frate domenicano, predicò contro l’immo-


ralità dilagante nella società, scagliandosi contro la corruzione degli aristocratici
e del papa Alessandro VI. Appoggiò una repubblica teocratica a Firenze, dopo la
cacciata dei Medici. Scomunicato e lasciato in mano ai fiorentini, dopo il ritorno dei
Medici, fu messo alla tortura insieme a due suoi compagni e confratelli, Domenico
Buonvicini e Silvestro Maruffi. Il Tribunale dei Vescovi degradò i tre frati domeni-
cani e la notte del 23 maggio 1498 decretò la loro condanna a morte: furono prima
impiccati e poi arsi in Piazza della Signoria; le ceneri furono disperse nell’Arno. Le
opere scritte da Savonarola furono poste all’Indice dei libri proibiti.

La lotta quindi non era più rivolta verso gli eretici poveri, ma contro per-
sonalità di spicco della cultura e della Scienza (Copernico, Galileo Galilei,
Giordano Bruno condannato al rogo il 17 febbraio 1600). La cultura doveva
essere passata al vaglio della Chiesa cattolica romana. Una delle prime attivi-
tà, infatti, dell’Inquisizione romana fu proprio la lista dei libri proibiti: papa
Paolo IV diresse la pubblicazione de “l’Index librorum prohibitorum”; seguì
dopo pochi anni la lista dei libri proibiti secondo la volontà di papa Clemente
VIII. Esisteva anche una lista di libri da “espurgare”: erano libri dai quali
bisognava cancellare o distruggere le parti non adatte alla fede cattolica. Vi
furono ecclesiastici che ebbero il compito di manipolare e riscrivere parti di
opere, in modo da renderle utilizzabili nelle scuole o adatte alla lettura dei
cattolici ortodossi.

Per finire, l’Inquisizione romana ebbe un ruolo importante anche nella repres-
sione degli ebrei. Già da qualche secolo agli ebrei era stato proibito di accedere
alle Corporazioni di Arti e Mestieri, in quanto l’accesso ad esse era riservato ai
soli cattolici. Ma questa preclusione alle arti non impedì agli ebrei di trovare la
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loro attività economica, che era prevalentemente quella del credito, dei prestiti
e delle attività che oggi chiameremmo bancarie. Fu il papa Innocenzo III nel
1215 a volere che gli ebrei fossero riconoscibili da lontano, dovendo vestire
un indumento di colore giallo. Le restrizioni più severe arrivarono con gli in-
quisitori e con papa Paolo IV (che era stato inquisitore generale): fece creare
il ghetto di Roma, nei cui limiti territoriali dovevano risiedere tutti gli ebrei
della città. Il ghetto era già esistente, ma non vi risiedevano tutti gli ebrei, i
quali dimoravano anche in altri quartieri. La nuova area delimitata da un muro
fatto costruire alla fine dell’estate del 1555, aveva una estensione di soli tre
ettari, all’interno della quale gli ebrei dovevano risiedere e svolgere tutte le
loro attività. Le restrizioni a cui furono sottoposti gli ebrei del ghetto ebbero
fine solo con l’Unità d’Italia.

Cattolici che giustificano l’Inquisizione

Nelle ricerche sul web è facile imbattersi in siti o in video di conferenze in


cui studiosi cattolici, o semplicemente cattolici singoli o associati, tendono a
giustificare o a ridimensionare la portata dell’Inquisizione nella storia della
Chiesa cattolica romana. Generalmente, premettono che l’operato “nero” o
“fosco” della Santa Inquisizione è così descritto e rimarcato da fonti o da au-
tori anticlericali o protestanti, i quali hanno sempre avuto in comune l’intento
di screditare la Santa Madre Chiesa. Alcuni di questi revisionisti cattolici pro-
pongono anche in cifre quello che a loro avviso è stato l’impatto minimo di
violenza dell’Inquisizione cattolica: di tutti i processi avviati contro gli eretici,
a loro dire sembrerebbe che solo l’uno per cento circa di essi si sia concluso
con la condanna a morte; e anche quell’esiguo 1% di condanne a morte viene
da questi revisionisti giustificato dal fatto che quegli eretici si erano macchiati
di delitti orrendi.

In uno di questi siti revisionisti, riportato nella sitografia, è presentato un esem-


pio documentato di quanto fosse morbida la condotta di un grande inquisitore
come il domenicano Bernardo Gui (o Bernardo Guy); a Tolosa (in Francia,
nella Linguadoca che fu oggetto della persecuzione dei catari) il domenicano
Bernardo Guy dal 1308 al 1323 ha pronunciato 930 sentenze (a contarle, sono
però 929) che vengono così elencate:

- 132 imposizioni di croci sui vestiti;


- 9 pellegrinaggi;
- 143 servizi in Terra Santa;
- 307 imprigionamenti;
- 17 imprigionamenti (sentenze emesse su persone nel frattempo defunte);
- 3 abbandoni al braccio secolare di persone già defunte;

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- 69 esumazioni di cadavere;
- 40 sentenze in contumacia (probabilmente persone fuggite);
- 2 esposizione alla berlina (alla derisione pubblica);
- 2 riduzioni allo stato laicale;
- 1 esilio;
- 22 distruzione di case;
- 1 Talmud bruciato;
- 42 abbandoni al braccio secolare;
- 139 persone liberate dalle accuse.

(tra parentesi si è voluto facilitare la lettura con la spiegazione di alcuni termini).

L’elenco esposto necessita, tuttavia, di essere analizzato con maggiore atten-


zione.
Quando l’eretico restava impenitente, ossia non si convertiva alle disposizioni
del tribunale cattolico neanche sotto tortura, veniva “abbandonato al braccio
secolare”: significava che la Chiesa non poteva sporcarsi le mani con il sangue
dei condannati e questo lavoro lo faceva fare alla giustizia civile del governo
locale. La tenera pena di essere “abbandonato” alle braccia della legge non
significava per il condannato ricevere un abbraccio fraterno, ma la condanna
al rogo. Visto che i processi elencati sono 929 e le condanne a morte 42 (ab-
bandono al braccio secolare), la percentuale delle vittime risulta essere del
4,5%. Ma una lettura leggermente più attenta dell’elenco dei condannati a
morte deve anche riguardare quei tre eretici morti appena in tempo prima
del rogo (come saranno morti? di morte naturale?); se fossero stati in vita,
sarebbero stati “abbandonati al braccio secolare”. Per giustizia, visto che di
giustizia si parla in questo contesto, si dovrebbe prendere in considerazioni
anche la riesumazione di 69 cadaveri: venivano riesumati per partecipare ad
un funerale religioso, ad un servizio pietoso? Tutt’altro. Venivano riesumati
perché condannati in quanto eretici: poiché non potevano essere arsi vivi per-
ché già defunti, si provvedeva a bruciare le loro ossa e a disperdere le ceneri.
Quindi, se fossero stati in vita, avrebbero avuto la condanna al rogo. Allora
l’elenco mostra che le condanne al rogo sarebbero 114 e non 42: pertanto, la
percentuale di condanne a morte sale al 12,2%. Questo giusto per utilizzare
la matematica (che, si dice, non è un’opinione) a confutazione di quell’esiguo
1% di condanne a morte che la Santa Inquisizione, per alcuni cattolici, sembra
aver pietosamente decretato. Deve anche essere esaminata la situazione del
numero di imprigionati, poiché non viene riportato dal sito dei revisionisti a
quale tipologia di prigionia erano condannati quegli eretici. Generalmente,
agli eretici era inflitta la pena della condanna a vita in un regime di prigio-
ne “stretta” o “strettissima”: in quest’ultimo caso, la prigione sarebbe stata
sotterranea e il condannato, legato al collo, alle mani ed ai piedi con catene,
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avrebbe avuto uno spazio limitatissimo in cui muoversi e una alimentazione a
soli pane ed acqua. Infine, solo per essere un po’ più analitici, anche per i 22
eretici, ai quali era stata distrutta la casa, la vita non sarebbe stata facile: una
tale condanna prevedeva la perdita dei diritti civili per il condannato e per i
familiari; significava che non avrebbero trovato alcun tipo di aiuto e di pietà,
né lavoro, né riparo, semplicemente perché era a tutti proibito dare loro aiuto.
Queste necessarie precisazioni sicuramente potranno convincere il lettore che
l’Inquisizione e gli inquisitori erano effettivamente molto tolleranti e infligge-
vano pene poco severe verso gli eretici impenitenti, nonostante questi fossero
perversi e assassini!

Sulla questione delle prove documentali è utile fare ricerche sul web per ve-
nire a conoscenza del fatto che esse sono scarse rispetto ad un periodo di at-
tività dei tribunali dell’Inquisizione lungo circa tre secoli. Molti archivi sono
stati distrutti dalle stesse autorità ecclesiastiche (anche dal Sant’Uffizio) per
nascondere le verità sull’Inquisizione; molti altri sono andati perduti nel pe-
riodo napoleonico; altri ancora distrutti dalle case regnanti. Giusto per fare
un esempio, gli atti processuali, resi pubblici dal Vaticano, che portarono alla
condanna di Giordano Bruno, sono mancanti di decine e decine di pagine,
nonostante si parli di un processo espletato negli ultimi anni del 1500, quindi
in epoca relativamente recente per gli storici.

Infine, è giusto riportare anche la critica che questi cattolici revisionisti fanno
nei confronti del protestantesimo: essi affermano che anche i riformati usaro-
no mezzi e modalità violente di repressione contro cattolici e contro la strego-
neria, allo stesso modo della Chiesa cattolica romana. Che questo sia vero, la
storia lo conferma. E allora diventa d’obbligo porsi questa domanda: chi usa
violenza nel nome di Cristo, è cristiano? La risposta, alla luce del Vangelo di
Gesù Cristo e per quello che un credente può intendere per virtù dello Spirito
Santo, è NO. Certo, quegli “eretici” (fossero stati riformati o cattolici) che
subirono torture ed angherie fino alla morte, restando fedeli alla dottrina di
Cristo così come espressa nella Parola di Dio, morendo e benedicendo i loro
torturatori (come fece Jan Huss), sono stati più cristiani dei loro accusatori che
si professavano tali. Ciò non può essere contestato.

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6. LA VENDITA DELLE INDULGENZE

Per comprendere la questione delle indulgenze, bisogna comprenderne il si-


gnificato dal punto di vista cattolico; si riporta parte della dottrina cattolica,
come esposta nel Catechismo consultabile anche on line:

http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c2a4_it.htm

Art. 1471. La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente
legate agli effetti del sacramento della Penitenza.

Che cos’è l’indulgenza? « L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena tem-
porale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamen-
te disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale,
come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle
soddisfazioni di Cristo e dei santi ».
« L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena
temporale dovuta per i peccati ». « Ogni fedele può acquisire le indulgenze [...] per se
stesso o applicarle ai defunti ».

Le pene del peccato - Art. 1472. Per comprendere questa dottrina e questa pratica
della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il
peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di consegui-
re la vita eterna, la cui privazione è chiamata la « pena eterna » del peccato. D’altra
parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature,
che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato
purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta « pena temporale » del peccato.
Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che
Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una
conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione
del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.

Come si può notare dalla lettura dell’articolo di fede 1471, la Chiesa cattoli-
ca romana si fregia di essere “ministra della redenzione” che le dà potere di
rimettere i peccati. Tale potere le deriva dal fatto di possedere il “potere delle
chiavi”; così recita il Catechismo della Chiesa romana:

II. Il potere delle chiavi.


http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p123a10_it.htm

Art. 981 Cristo dopo la sua Risurrezione ha inviato i suoi Apostoli a predicare “nel
suo nome… a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47). Tale
57
“ministero della riconciliazione” (2 Cor 5,18) non viene compiuto dagli Apostoli e dai
loro successori solamente annunziando agli uomini il perdono di Dio meritato per noi
da Cristo e chiamandoli alla conversione e alla fede, ma anche comunicando loro
la remissione dei peccati per mezzo del Battesimo e riconciliandoli con Dio e con la
Chiesa grazie al potere delle chiavi ricevuto da Cristo: La Chiesa ha ricevuto le chiavi
del Regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del
sangue di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l’anima, che era
morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati.
[Sant’Agostino, Sermones, 214, 11: PL 38, 1071-1072]

I passi della Parola di Dio che giustificano il “potere delle chiavi”, che la
Chiesa cattolica romana afferma di detenere, sono quelli contenuti in Matteo
16 ed in Giovanni 20:

(Matteo 16 - traduzione CEI) 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò
la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le
chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto
ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

(Giovanni 20 – traduzione CEI) 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi
non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Sembrerebbe, quindi, che nel sacramento della Penitenza (o Confessione) la


Chiesa cattolica romana sia fedele all’insegnamento biblico nel momento in
cui, come comunità cristiana e basandosi sull’autorità della Parola di Dio,
sancisce il giudizio divino: la Chiesa può rimettere o non rimettere i peccati. Il
problema è che la Chiesa cattolica romana introduce nella dottrina, contenuta
nel Catechismo, elementi che non sono presenti nella Parola di Dio:

1) la pena temporale del peccatore, che dovrà scontare sulla terra o in purga-
torio: la Chiesa cattolica romana afferma che, quando Dio perdona i peccati, al
peccatore viene annullata la pena eterna ed il peccatore perdonato è rimesso nel-
lo stato di grazia e di comunione con il Signore; inoltre, il Magistero della Chiesa
afferma che ogni peccato, per quanto perdonato, necessita di una “pena tempo-
rale”, ossia di una purificazione, di una pena da scontare in terra o in purgatorio
dopo la morte.

2) l’indulgenza, che la Chiesa è capace di amministrare per i meriti di Cristo e dei


santi: la Chiesa cattolica romana, qualificandosi ministra della redenzione (cioè
capace di amministrare i meriti di Cristo e dei santi), afferma di essere in grado di
amministrare l’indulgenza, ossia è capace di fornire al peccatore, pentito e per-
donato da Dio, il modo per annullare, del tutto o in parte, la pena che dovrebbe
58
scontare in terra e/o in purgatorio; inoltre, la Chiesa cattolica romana si giudica
capace di fornire al credente il modo per ridurre la pena in purgatorio dei defunti,
mediante penitenze o opere di bene.

In nessun passo della Bibbia è riportato che il peccato perdonato da Dio neces-
sita comunque di una pena da scontare; quindi i due elementi dottrinali sopra
esposti sono invenzioni umane. La Sacra Scrittura ci insegna che Dio non solo
perdona i peccati e li cancella, ma non ne avrà più memoria; quindi non resta
alcuna pena da scontare dopo il perdono di Dio:

(Isaia 43 – traduzione CEI) - 25 Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non
ricordo più i tuoi peccati.

(Geremia 31 – traduzione CEI) – 34 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo:
Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande,
dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro
peccato».

Se si vuole solo considerare la pienezza del perdono che la donna adultera


ebbe da Gesù, si resta sconvolti davanti alla misericordia del Signore:

(Giovanni 8 – traduzione CEI) - 10 Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono?
Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le
disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Non solo la donna fu perdonata, ma non ricevette condanna alcuna; non era
necessaria alcuna pena da scontare, ma ricevette da Gesù il comando di “non
peccare più”. Anche il ladrone sulla croce, che era stato malfattore sino a me-
ritare la pena di morte, non necessitò di una pena temporale dopo essere stato
perdonato; anzi, Gesù gli assicurò:

(Luca 23: 43 – traduzione CEI) : “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.

Ciò è sufficiente per far comprendere che la pena temporale, in terra o in pur-
gatorio, è una dottrina che non proviene dal Signore Gesù. Ma anche i primi
apostoli, come si evince in tanti passi del Nuovo Testamento, pur parlando del
perdono che si riceve in Cristo Gesù, mai hanno fatto cenno alla pena che il
peccatore deve scontare dopo aver ricevuto il perdono:

Matteo 26 : 26 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la bene-
dizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è
il mio corpo». 27 Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene
59
tutti, 28 perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti
per il perdono dei peccati.

Luca 24 : 45 Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: 46 «Così è
scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, 47 e che
nel Suo Nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le
genti, cominciando da Gerusalemme.

Atti degli Apostoli 5 : 29 Ma Pietro e gli altri apostoli risposero: «Bisogna ubbidire a
Dio anziché agli uomini. 30 Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù che voi uccideste
appendendolo al legno 31 e Lo ha innalzato con la Sua destra, costituendolo Principe
e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e perdono dei peccati. 

Atti degli apostoli 10 : 42 E ci ha comandato di annunciare al popolo e di testimoniare


che egli è colui che è stato da Dio costituito giudice dei vivi e dei morti. 43 Di Lui atte-
stano tutti i profeti che chiunque crede in Lui riceve il perdono dei peccati mediante il
Suo nome».

La dottrina cattolica fa intendere che solo nella Chiesa il peccatore riceve


il perdono, rivendicando un primato che non è biblico; infatti il Catechismo
dice:

In questa Chiesa l’anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con
Cristo, la cui grazia ci ha salvati.

Dalla Parola di Dio si comprende, invece, che per ricevere il perdono dei pec-
cati non si è obbligati a confessare i peccati ad un sacerdote o ad una persona
particolare delegata a ricevere la confessione. Il peccatore deve confessare,
con pentimento, a Dio il proprio peccato per ricevere da Lui il perdono, e deve
chiedere perdono alla persona offesa: questo è l’insegnamento biblico. Il fatto
poi che con le azioni umane, ossia con le penitenze, i peccatori possano dimi-
nuire la pena temporale, ha lo stesso valore del credere che la salvezza si possa
ottenere per le opere umane: questo modo di pensare cattolico toglie valore
alla Grazia di Dio, alla sua sovrana misericordia, fino ad annullarla.

Per coloro che volessero approfondire, tutta la dottrina dell’indulgenza è con-


sultabile sul sito del Catechismo cattolico

http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_P4F.HTM,

ove sono riportati gli art. della fede dal 1471 al 1479.

60
Fatte le necessarie osservazioni dottrinali, può essere utile conoscere come è
stata gestita nei secoli la falsa dottrina dell’indulgenza: sulle modalità di poter
scontare la pena temporale (indulgenza) la Chiesa cattolica romana è stata ca-
pace di inventare cose sempre più lontane dalla Parola di Dio, fino a giungere
nel tardo Medio Evo a mercanteggiare lo sconto della pena. Della Chiesa dei
primi secoli (per intenderci, quella della fine dell’impero romano) si sa poco.
Si sa, comunque, che i credenti macchiatisi di grave peccato, ma pentiti, erano
sottoposti dai vescovi delle comunità a penitenze per un tempo più o meno lun-
go; tali pene in alcuni casi dovevano anche essere pubblicamente manifestate
ed erano commisurate alla gravità della colpa. Solo dopo queste lunghe peni-
tenze i peccatori, evidentemente ravveduti, potevano essere reintegrati nella
comunità dei fedeli e godere delle libertà conseguenti (comunione fraterna,
ruoli nella comunità e così via). Quando la Chiesa romana cominciò ad avere
più potere, soprattutto nelle cose terrene essendosi legata a re e governanti, in
cambio del perdono iniziò ad imporre ai peccatori ravveduti anche 1pellegri-
naggi, in alcuni casi di grave peccato imponeva addirittura la partecipazione
alle Crociate per la liberazione di Gerusalemme e della Terra Santa dall’occu-
pazione araba. Finalmente, nel tardo Medio Evo, la crescente corruzione del
clero condusse alla dottrina secondo cui l’indulgenza (lo sconto della pena
temporale) si potesse acquistare col denaro. All’inizio erano i ricchi e i potenti
che facevano grandi donazioni alle chiese, ai monasteri, ai prelati o addirittura
al papa, pur di evitare di scontare una penitenza temporale in vita, ritenuta
troppo umiliante o sconveniente. I ricchi potevano così coprire anche peccati
gravissimi, quali omicidi e altri peccati. Col passare del tempo questa pratica
di donare denaro divenne talmente consuetudinaria che coinvolse anche i ceti
sociali più umili; a quel punto il clero iniziò a propagandare che il perdono
e l’indulgenza erano sempre conseguibili mediante una offerta in denaro o in
beni. Questa pratica immorale e contraria alla volontà di Dio dava origine ad
un fiume di denaro che arrivava nelle casse della Chiesa romana: si alimentava
così la corruzione, il lusso dei chierici e dei prelati; si concedevano ricchezze
alle chiese esistenti; si consentiva la costruzione di nuovi e lussuosi edifici
adibiti al culto; venivano alimentati molti monasteri che, abbandonando lo
stato monacale umile e di servizio per i poveri, si davano al lusso e agli agi
sfrenati (anche per la presenza nei monasteri di figli di nobili che erano stati
costretti dai genitori a vestire l’abito monacale, per toglierli dalla successione
ereditaria). La riscossione delle somme con il passare dei secoli venne affidata
a vere e proprie banche che rilasciavano addirittura “certificati di indulgenza”.
Venivano stabilite le tariffe, variabili secondo la natura del peccato e in rela-
zione alla classe sociale del peccatore; non mancava la necessaria propaganda,
per attirare i fedeli a godere di periodi di offerta particolare di indulgenze.
Comunque, al papa arrivava solo una quota della raccolta di denaro, perché
dovevano essere pagati quelli che organizzavano tutto, i predicatori e coloro
61
che raccoglievano i soldi. C’erano tasse, permessi e anche tangenti da pagare:
una campagna di indulgenze era una cosa complessa e costosa e doveva essere
preparata con cura. I principi, i nobili e i governanti, i cardinali e gli arcive-
scovi dei territori nei quali si faceva la vendita delle indulgenze avevano una
loro quota garantita. Anche la banca che raccoglieva i soldi e che alla fine li
mandava a Roma tratteneva per sé una quota; non mancarono casi in cui parte
del denaro raccolto spariva attraverso canali oscuri, senza giungere a Roma. E
anche quel 30% o 50% di denaro che arrivava a Roma doveva prima sfamare
la Curia romana e poi essere destinato allo scopo dichiarato ufficialmente.
Questo sistema di accaparramento del denaro fu esasperato durante il papato
di Leone X (1475 – 1521). Leone X, nato nella potente famiglia dei Medici,
fu nominato cardinale a soli 14 anni e ufficializzato a 17; la sua potente fami-
glia riuscì a farlo eleggere papa quando aveva 38 anni. Durante il suo papato
Leone X si trovò a dover affrontare le ingenti spese per la costruzione della
basilica di S. Pietro e la vendita delle indulgenze costituì una sicura fonte
di finanziamento. Il sistema era però talmente corrotto, che si giunse ad un
punto di rottura tra i credenti. In Germania, papa Leone X affidò la vendita
delle indulgenze all’arcivescovo di Magdeburgo e Magonza, Albert di Hohen-
zollern, che la gestì in modo scandaloso: egli nominò il frate domenicano
Giovanni Tetzel come suo banditore e, quindi, promotore della raccolta delle
offerte, il quale si distinse per la sua spregiudicata predicazione che raggiunse
toni vergognosi, tanto da essere ricordato per la famosa frase propagandistica:
“appena una moneta gettata nella cassetta delle elemosine tintinna, un’anima
se ne vola via dal Purgatorio”. In Sassonia fu pubblicata una lista di tariffe
per facilitare il popolo nell’acquisto delle indulgenze; i prezzi tenevano conto
della gravità della pena e della possibilità finanziaria del peccatore. I tedeschi
ne rimasero scandalizzati e accolsero con favore la protesta del monaco ago-
stiniano Martin Lutero che culminerà con quella che sarà chiamata, successi-
vamente, riforma protestante.

Senza andare oltre sull’argomento della vendita delle indulgenze, si rimanda


alla lettura del capitolo 7, per una sintesi della Riforma protestante, e del ca-
pitolo 8 per un approfondimento sul dogma cattolico del Purgatorio: le due
questioni hanno attinenza con la dottrina delle indulgenze.

62
7. LA RIFORMA PROTESTANTE E LE CHIESE RIFORMATE

Già da qualche secolo prima della Riforma Protestante, all’interno della Chie-
sa cattolica romana si erano manifestate posizioni contrarie alla ricchezza e
alla corruzione del clero e della Curia romana e non erano voci isolate, quelle
dei fedeli e anche di parte del clero, che chiedevano un ritorno alla povertà e
alla purezza spirituale delle origini. Alcuni di questi movimenti furono accolti
dalla Chiesa romana e trasformati in ordini religiosi riconosciuti da Roma;
altri, meno accondiscendenti alle correzioni e alle limitazioni del papa, furono
considerati eretici e soggetti alla scomunica e alla persecuzione.

La cultura rinascimentale, abbastanza intrisa di valori laici e terreni, indif-


ferenti alla sana dottrina evangelica o religiosa in generale, aveva coinvolto
anche la Chiesa di Roma (e, quindi, anche il papato), che proprio nei secoli
XIV, XV e XVI dimostrava una particolare attenzione all’accumulazione di
ricchezza, allo sfarzo, alla formalità religiosa attraverso riti pomposi, al conse-
guimento di posizioni di potere e dominio religioso e civile, spesso in conflitto
anche armato contro re e prìncipi. Ormai erano frequenti sotto gli occhi dei
credenti le lotte tra potenti famiglie per accaparrarsi le nomine ecclesiastiche,
elargite spesso dai papi ai loro stessi familiari (nepotismo) o a individui di
famiglie potenti ed amiche, i quali si mostravano non poche volte privi di
moralità e indegni del ministero spirituale ricevuto. Sul cosiddetto nepotismo,
ossia sulla nomina da parte papale a cariche ecclesiastiche di propri familiari,
o dei cosiddetti “nipoti” che spesso erano figli illegittimi, valgano una paio di
esempi, ma ve ne sarebbero a decine: la nomina a cardinale a 26 anni di Ales-
sandro Farnese, fratello di Giulia Farnese (amante del papa Alessandro VI),
il quale fu eletto papa col nome di Paolo III, passato alla storia per la costi-
tuzione dell’Inquisizione romana o Congregazione del Sant’Uffizio; oppure,
solo per restare nello stesso periodo, la nomina a cardinale di Carlo Carafa da
parte di Paolo IV (anche lui della famiglia Carafa e suo zio), il quale, per la
sua condotta immorale, fu fatto allontanare dallo stesso zio papa; in seguito,
Calo Carafa, macchiatosi di accuse gravissime, addirittura di omicidio e di
strage, fu condannato a morte per strangolamento dal papa Pio IV, successore
di Paolo IV.

In questo contesto di scandalo e di cattivo esempio, facevano eccezione solo


quegli ordini religiosi che si basavano sulla povertà, che svolgevano la loro
missione di fede tra i poveri e gli umili. Ma gli ordini religiosi basati sulla
povertà erano poca cosa in mezzo ad un mare di corruzione. La vendita delle
indulgenze, fatta per decenni in maniera sempre più meschina e ingorda, co-
stituì la goccia che fece traboccare il vaso. Ormai si erano create le condizioni,
in Germania soprattutto, di un tale disprezzo verso il comportamento della
63
Chiesa romana, che molti erano i nobili, i prìncipi e i religiosi pronti alla ri-
volta. Come sempre leggiamo nei testi di storia, vi erano sicuramente ragioni
economiche e volontà di autonomia dallo strapotere della Chiesa romana alla
base dello scontento, ma non si deve disconoscere che, in quello che viene de-
finito come “movimento protestante” o Riforma Protestante, vi erano anche la
sincera necessità di ritornare a professare una religiosità intensa e coinvolgen-
te e il desiderio di ristabilire l’autenticità del messaggio cristiano attraverso la
fedeltà alla Sacra Scrittura.

La Riforma Luterana o Riforma Protestante, come verrà successivamente


chiamata, si può dire che iniziò il 31 ottobre 1517, nel momento in cui il mo-
naco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) rese pubbliche a Wittenberg le
sue 95 tesi, con le quali non solo condannava lo scandalo della vendita delle
indulgenze, ma anche la condotta del pontefice e dei prelati che vivevano nel
lusso ed erano solo interessati ad ottenere privilegi e ricchezze terrene, sen-
za prendersi cura del gregge del Signore. Con la pubblicazione delle tesi, il
monaco Lutero metteva in guardia i credenti sul fatto che il papa non avesse
alcun potere per rimettere i peccati, sostituendosi a Dio: coloro che credevano
di poter ottenere il perdono dei peccati in cambio di denaro, erano in pericolo
di esporre la propria anima all’inganno e alla perdizione. Inoltre, Lutero af-
fermava che la salvezza non poteva essere raggiunta con azioni terrene, ma si
poteva ricevere solo mediante la fede in Cristo, e che la salvezza dipendeva
solo dalla volontà di Dio. Per Lutero la giustizia di Dio non doveva essere in-
tesa come giudizio o punizione, ma come “giustificazione”, ossia come dono
impareggiabile della Grazia, offerto dal sacrificio sulla croce di Gesù Cristo,
il Figlio di Dio. Per la Chiesa cattolica romana, invece, la Grazia di Dio aveva
sicuramente importanza, ma l’essere umano poteva meritare la giustificazio-
ne anche attraverso le buone opere; per Lutero era impossibile che l’uomo
potesse giustificarsi con le buone opere, in quanto giudicava la natura umana
essere malvagia e corrotta in seguito alla disubbidienza contro Dio da parte di
Adamo ed Eva (dal cosiddetto peccato originale).

Lutero non solo condannava il comportamento morale della Chiesa cattolica


romana, ma, essendo in disaccordo anche su princìpi teologici, chiedeva una
profonda riforma dottrinale. In sintesi, si può così riassumere il suo pensiero:

1) Ogni cristiano deve avere la possibilità e la libertà di leggere e interpretare


autonomamente la Bibbia;

2) Ogni credente è responsabile della propria fede e non ha intermediari terre-


ni (poiché ogni essere umano è sacerdote e può accostarsi a Dio grazie all’in-
tercessione del Figlio di Dio);
64
3) La salvezza dipende dalla fede, indipendentemente dalle buone opere.

Le tesi vennero rielaborate in dettaglio e con maggiore analisi nel 1520, al-
lorché Lutero predispose quattro trattati nei quali proponeva anche una nuova
dottrina dei sacramenti. Per Lutero i sacramenti erano solo due: Battesimo e
Santa Cena.

A questo punto veniva messa in discussione quasi totalmente la Chiesa cat-


tolica romana, in quanto veniva negato il ruolo del clero quale mediatore tra
i fedeli e Dio. Dopo una prima condanna nel 1518, Lutero veniva definitiva-
mente scomunicato da papa Leone X nel 1521. Lutero, per sua buona sorte,
ebbe la protezione di Federico Principe elettore di Sassonia, e di altri prìncipi
tedeschi, che lo protessero anche contro l’imperatore Carlo V, che si era schie-
rato al fianco della Chiesa cattolica romana. Dopo diverse vicende e rivolte
anche sanguinose, si giunse alla pace di Augusta del 1555 tra Carlo V e i
nobili protestanti tedeschi e fu sancito il principio “cuius regio, eius religio”,
in base al quale nell’Impero era possibile praticare sia la fede cattolica che
quella luterana, a condizione che coincidesse con quella del principe a cui si
era sottoposti. La persona che voleva praticare una religione diversa da quella
del principe, aveva il diritto di emigrare in un’altra regione ove il principe lo-
cale professava la sua fede. La pace di Augusta, quindi, alla fine condusse alla
scissione religiosa della Germania; l’imperatore ne usciva molto indebolito
nella sua autorità; i veri vincitori furono i prìncipi, sia luterani che cattolici.
Infatti, la loro ingerenza in tutta la questione fu molto forte, sia perché quelli
che avevano aderito alla riforma protestante entrarono in possesso di molti
beni della Chiesa cattolica romana, sia perché i prìncipi cattolici si imposero
per la scelta dei vescovi e dei vescovadi e queste scelte non erano di natura
spirituale ma di convenienza. 

La dottrina luterana fu esposta nella “Confessio Augustana” e dal 1530 diven-


tò la base teologica e dogmatica di tutte le chiese che accolsero la riforma pro-
posta da Lutero: sorse così la Chiesa che ancora oggi viene chiamata Luterana.
Tra il 1522 e il 1534 Lutero tradusse la Bibbia nella lingua tedesca.

La teologia luterana, che è alla base di tutte le chiese riformate e di quelle


che si richiamano alla riforma protestante, è solitamente sintetizzata in cin-
que affermazioni teologiche precedute dalla parola latina “sola”, o “solus”, o
“soli”, che vuole affermare con forza il concetto di “soltanto, esclusivamente,
nient’altro se non”:

Sola Scriptura, Sola Gratia, Sola Fide, Solus Christus, Soli Deo Gloria.
65
In sintesi:

- Sola Scriptura: esclusivamente con la Scrittura! In pratica, la Bibbia è con-


siderata l’unica regola della fede e della vita cristiana. Questa affermazione
toglie ogni valore alla Tradizione: la tradizione non può annullare un precetto
della Bibbia.

- Sola Gratia: l’essere umano è salvato esclusivamente per la fede in Gesù Cri-
sto, per il quale ha accesso alla Grazia di Dio. La Grazia (il perdono di Dio) è
incondizionata (non servono opere, ma la fede in Cristo), è gratuita (Gesù ha
pagato per noi), è immeritata (noi non abbiamo meriti, ma abbiamo accesso
alla Grazia per i meriti di Gesù).
Lutero fu colpito soprattutto dalla Epistola ai Romani, da cui si riportano al-
cuni versi del capitolo 3:

23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24 ma sono giustificati gratui-
tamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25 Dio
lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel
suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso
i peccati passati, 26 nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giu-
stizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù.
27 Dove sta dunque il vanto? Esso è stato escluso! Da quale legge? Da quella delle
opere? No, ma dalla legge della fede. 28 Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato
per la fede indipendentemente dalle opere della legge. (traduzione CEI)

- Sola Fide: siamo salvati esclusivamente per la Fede in Cristo. Alla donna
peccatrice in casa di Simone il Fariseo, Gesù disse: “La tua fede ti ha salvata;
vai in pace” (Luca 7: 50). Gesù non disse alla donna che era salvata perché gli
aveva lavato i piedi con le lacrime del suo pianto; ma fu la fede della donna a
farle ottenere il perdono. E chi ha fede, mostra le opere.

- Solus Christus: esclusivamente Cristo! La salvezza si può ottenere solo attra-


verso Cristo. Questa affermazione indica che Gesù Cristo è la completa, piena
e definitiva rivelazione di Dio; Egli è l’unico Mediatore fra Dio e gli esseri
umani. In 1° Timoteo al capitolo 2, verso 5:

“Infatti, c’è un solo Dio e anche un solo Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù
uomo”: ancora in Atti degli Apostoli al capitolo 4, verso 12: “In nessun altro è la sal-
vezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome dato agli uomini per mezzo del
quale noi dobbiamo essere salvati”.

- Soli Deo Gloria: esclusivamente a Dio sia la gloria! Questa affermazione


66
indica che solo Dio è degno di ogni gloria e di ogni lode. E quando si dice
Dio, si indicano di conseguenza anche il Figlio e lo Spirito Santo. Nessun altro
può essere elevato a ricevere gloria, perché tutto deriva e dipende da Dio. Per
quanto riguarda il Figlio Gesù Cristo, sono di grande efficacia i versi 9-11 del
secondo capitolo ai Filippesi:

“Perciò Dio Lo ha sovranamente innalzato e Gli ha dato il Nome che è al di sopra di


ogni nome, affinché nel Nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra,
e sotto la terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio
Padre”.

Il luteranesimo si propagò rapidamente in tutto il nord dell’Europa e, suc-


cessivamente negli Stati Uniti con la grande migrazione degli europei verso
il Nuovo Mondo, le Americhe. Oggi le chiese luterane sono riunite nella Fe-
derazione Mondiale Luterana, che comprende chiese di 78 nazioni e circa 66
milioni di fedeli.

Come sempre avviene nei movimenti e nelle rivoluzioni umane, vi furono


forze e menti estremiste. Nelle campagne la protesta della gente non fu solo
indirizzata verso le autorità religiose cattoliche, ma anche contri i prìncipi, e
venivano rivendicati diritti di uguaglianza e concessione di terre da coltivare.
Vi furono predicatori che aizzarono il popolo contro le oppressioni e i soprusi
dei nobili. Uno di questi, Thomas Muntzer, fu il promotore di rivolte contadine
che furono domate dai prìncipi con spargimento di molto sangue. Lutero non
aderì mai a questi movimenti estremisti e prese le difese dei prìncipi. Intanto,
l’accesso alla lettura della Sacra Scrittura, dava origine alla nascita di nuovi
movimenti evangelici, che si ponevano in contrasto anche con il luteranesimo.
Molto sinteticamente si riportano alcuni di questi movimenti che diedero ori-
gine, nei secoli successivi, a grandi chiese evangeliche o protestanti. Si consi-
glia di fare approfondimenti personali su ciascun movimento, perché la sintesi
non permette di addentrarsi nelle differenze dottrinali rispetto al luteranesimo.

Gli Anabattisti

Si potrebbero definire riformatori radicali, in quanto si contrapponevano alla


riforma di Lutero su alcune questioni. Essi non riconoscevano il battesimo dei
bambini (che il luteranesimo accettava), poiché ritenevano che il battesimo
fosse una espressione di fede che doveva nascere dalla consapevolezza e dalla
responsabilità dell’individuo capace di intendere e di operare una scelta; ri-
chiedevano la netta separazione tra autorità dello Stato e autorità della Chiesa;
rifiutavano l’uso delle armi e promuovevano una vita comunitaria. L’impe-
ratore Carlo V emise nel 1529 un editto in cui dovevano essere condannati a

67
morte tutti coloro che si ribattezzavano: ovviamente questo editto era rivolto
principalmente contro gli anabattisti che, generalmente, venivano uccisi per
affogamento in acqua, poiché si erano ribattezzati. Dagli anabattisti si origi-
narono, quindi, correnti di pensiero che abbandonarono il principio della non
violenza e parteciparono alle rivolte contadine. L’ala più estrema si impadronì
della città di Munz. Con la sconfitta dei rivoltosi, iniziò la persecuzione, sia da
parte cattolica che da parte luterana, di tutti gli anabattisti, che si dispersero in
molti Paesi dell’Europa. La corrente pacifista e più moderata diede vita al mo-
vimento che viene chiamato Mennonita (molte comunità sono presenti attual-
mente negli Stati Uniti e, in misura minore, nell’Europa dell’Est) dal nome del
suo fondatore Menno Simons. Dagli anabattisti provengono anche gli attuali
Amish e Hutteriti, che praticano la non violenza e la vita comunitaria e ritirata.
Negli Stati Uniti, dopo varie persecuzioni, gli Amish hanno ottenuto la libertà
di non arruolarsi nell’esercito. Parte della dottrina anabattista si ritrova ancora
oggi in molte comunità evangeliche.

Il Calvinismo

Giovanni Calvino (1509-1564) viene collocato dagli storici in una seconda


generazione di riformatori. La sua azione missionaria e di predicazione si
diffuse in Svizzera e, successivamente la dottrina calvinista o “riformata” si
propagò in nord Europa, compresi l’Inghilterra e la Scozia. In Inghilterra i
calvinisti col tempo furono chiamati puritani: essi infatti chiedevano agli an-
glicani (la Chiesa d’Inghilterra) di “purificarsi” da tutte le influenze cattoliche
che permanevano nella loro dottrina ed erano promotori di un modello di vita
di moralità che contrastava fortemente col mondo intorno a loro. Perciò i puri-
tani più ferventi furono oggetto di persecuzione in Inghilterra e si spostarono
negli Stati Uniti. Dai puritani in seguito nacquero i Presbiteriani, i Quaccheri,
i Battisti e le chiese riformate congregazionaliste (Chiese libere). Di queste ul-
time si dovrà fare una annotazione verso la fine di questo capitolo. Comunque,
il calvinismo riprese sicuramente alcune tesi del luteranesimo; infatti ricono-
sceva che: la Bibbia è l’unica regola di fede; la giustificazione si ottiene per
fede e non per opere; sono validi solo due sacramenti (come ancora si diceva
a quei tempi), ossia il battesimo e la Santa Cena.
Calvino accoglieva gran parte della dottrina luterana, ma dava molta enfasi
al concetto della predestinazione: alcuni esseri umani sono destinati da Dio
alla salvezza eterna, altri alla condanna eterna. Quindi negava il libero arbitrio
nell’essere umano (cioè che l’uomo possa essere libero di scegliere tra il bene
ed il male). Per Calvino, se il credente è chiamato da Dio non scadrà mai dalla
Grazia (introduce infatti il concetto della “Grazia irresistibile”); se invece sca-
de dalla Grazia, vuol dire che Dio non lo aveva predestinato alla vita eterna.

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Oggi non esiste una Chiesa calvinista organizzata a livello mondiale, ma i
princìpi del calvinismo sono presenti nella dottrina di moltissime chiese pro-
testanti o riformate, le quali aderiscono ad essi in forma più o meno stretta,
oppure se ne allontanano pur riconoscendo la valenza storica del Calvinismo.
Tra molti famosi calvinisti, si ricorda Giovanni Diodati (1576-1649) professo-
re di lingua ebraica e di teologia presso l’Accademia di Calvino a Ginevra. La
sua fama deriva dal fatto che tradusse la Bibbia in italiano (1607) e in francese
(1644), dedicando molti anni a questo lavoro. La sua traduzione del Nuovo
Testamento si basa sul Textus Receptus, ovvero la traduzione dal greco antico
fatta dal dotto umanista Erasmo da Rotterdam. Erasmo (1466-1536) rimase
cattolico, nonostante criticasse la Chiesa romana soprattutto per la vendita
delle indulgenze e per l’immoralità. Una delle questioni che non gli consen-
tirono di aderire alla Riforma, fu quella del libero arbitrio, che lui sosteneva.

Il Metodismo

All’inizio del XVIII secolo, uno studente inglese di fede anglicana di nome
John Wesley (1703-1791) costituì una associazione di studenti ad Oxford con
l’intento di fare opere di bene verso i carcerati e le persone bisognose. Mossi
da una forte spinta di fede e di spiritualità, questi studenti iniziarono a suddivi-
dere la loro giornata in periodi per la lettura della Bibbia, per la preghiera e per
il servizio ai bisognosi. Erano così puntuali e metodici nello svolgere queste
loro azioni, che furono oggetto di derisione e furono chiamati “metodisti”,
termine che poi contraddistinse il movimento che ebbe da loro origine. Essi
non si contrapposero alla Chiesa Anglicana, di cui erano fedeli, ma cercavano
di dare vita in essa ad un risveglio di fede e di attenzione ai problemi sociali.
Col tempo il movimento si staccò dall’anglicanesimo e fece propria la teolo-
gia della Chiesa riformata diventando, pertanto, una Chiesa indipendente che
si diffuse inizialmente negli Stati Uniti e nei Paesi di cultura anglosassone. I
metodisti, però, si distinguono dai calvinisti, perché ammettono il libero arbi-
trio: in pratica negano la predestinazione e ritengono che l’essere umano abbia
la responsabilità di scelta davanti al bene e al male.

Oggi la Chiesa metodista è presente in molti Paesi del mondo e svolge la sua
missione soprattutto con opere pie, come la costruzione di ospedali, di centri
di accoglienza per i bisognosi e di scuole. Si stima che i fedeli delle chiese
metodiste siano circa 70 milioni.

Dal movimento metodista ebbe origine un altro movimento che si rese in-
dipendente: l’Esercito della Salvezza. Nacque nel 1865 e si prefiggeva uno
scopo missionario, di diffondere il cristianesimo e raggiungere le persone
più emarginate dalla società. Fin dal principio, grande fu il loro impegno nei

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confronti degli alcolizzati e dei senza tetto. Poiché i fondatori erano persone
che avevano avuto esperienza nell’esercito, ancora oggi nell’Esercito della
Salvezza sono impegnati molti militari e l’organizzazione del movimento è
di tipo militare. L’Esercito della Salvezza è presente nel mondo in 121 Paesi.

Il Battismo

Definire oggi cosa siano le Chiese Battiste è quasi impossibile, perché negli
Stati Uniti, Paese di massima diffusione, e anche in Europa del nord, vi sono
state molte divisioni dottrinali e ramificazioni. Il Battismo nasce nel mezzo
delle comunità protestanti inglesi, chiamate puritane, dal momento in cui mol-
ti fedeli riformati perseguitati dalla Chiesa anglicana, nel corso del XVII seco-
lo, si spostarono in Europa in cerca di sicurezza. Alcune comunità di puritani
si rifugiarono in Olanda, Paese molto liberale e tollerante, e furono in contatto
con Mennoniti e Anabattisti. Adottarono perciò la dottrina del battesimo dei
credenti per immersione. Per questa ragione si cominciò a chiamarli “battisti”
e gradualmente acquisirono una loro identità dottrinale. Si può dire che nel
corso del XVII secolo si crearono due rami principali delle chiese che veni-
vano chiamate “battiste”: un ramo nel 1619 abbracciò la dottrina calvinista,
dopo aver partecipato al sinodo di Dordrecht della Chiesa riformata olande-
se; un altro ramo non accettò la dottrina calvinista della predestinazione e
abbracciò la dottrina del teologo e pastore Jacob Arminio (1560-1609): egli
si era contrapposto al calvinismo, sostenendo che l’opera del Signore Gesù
Cristo fosse universale, offerta a tutti gli uomini e a tutte le donne senza alcu-
na distinzione o alcun limite. Per l’Arminianesimo, inoltre, Dio consente che
la chiamata alla salvezza per la fede in Gesù Cristo, ricevuta per ispirazione
dello Spirito Santo, possa essere accettata dagli esseri umani o respinta (libero
arbitrio).

Col passare dei secoli le Chiese battiste si sono organizzate in maniera diversa
e hanno posizioni molto diverse rispetto ai grandi temi sociali (omosessuali-
tà, ministero alle donne, divorzio, eccetera): è facile, pertanto, incontrare co-
munità molto aperte oppure molto tradizionaliste, di connotazione calvinista.
Tante si sono organizzate in maniera autonoma; tante altre hanno aderito a
grandi organizzazioni nazionali o internazionali di Chiese battiste. Partendo
soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra i missionari battisti hanno dif-
fuso il messaggio della salvezza in Gesù Cristo in ogni continente, fondando
chiese e svolgendo opere pie.

Il Congregazionalismo

Come già detto, le chiese Congregazionaliste, le Battiste e le Presbiteriane,


sono chiese riformate che hanno origine calvinista, soprattutto dai puritani
70
inglesi, ed hanno anche qualche influenza anabattista. Con il termine Congre-
gazionalismo (dal Latino “congregatio, al plurale congregationes”, che signi-
fica: società, comunità, riunione) si indicano le chiese riformate che si orga-
nizzano in maniera autonoma e indipendente. Esse si originarono soprattutto
dagli anabattisti e dai puritani perseguitati, i quali, isolati in piccole comunità
di fedeli, organizzavano la vita comunitaria e spirituale in maniera autonoma,
individuando i pastori o gli anziani e i membri che dovevano avere respon-
sabilità nella comunità stessa. Quando i protestanti europei, par vari motivi,
si spostarono negli Stati Uniti nei secoli XVII-XIX, vivendo per decenni in
territori quasi irraggiungibili, costituirono soprattutto Chiese battiste o sem-
plicemente evangeliche che si organizzarono autonomamente (Chiese libere).
Rimasero autonome e indipendenti anche quando, col passare degli anni, i
mezzi di comunicazione consentirono maggiori collegamenti e contatti. Per
avere comunione reciproca e per condividere punti di fede, furono stabilite
periodiche assemblee delle Chiese e dei loro pastori o responsabili.

Le Chiese cosiddette pentecostali originatesi alla fine del 1800 e all’inizio


del 1900 soprattutto nel Galles prima e negli Stati Uniti e nella Gran Breta-
gna poco tempo dopo, assunsero quasi sempre una forma organizzativa di
tipo congregazionalista. In Italia, in seguito alle leggi di epoca fascista che
vietavano qualsiasi culto religioso che non fosse riconosciuto dal Vaticano,
molti fedeli cristiani evangelici, dovendo professare la loro fede di nascosto,
trovarono utile questa forma organizzativa che poi è rimasta nel tempo, fino ai
nostri giorni. Ѐ importante ricordare che nel 1935 il Fascismo, appoggiando
la richiesta del Vaticano, emanò la cosiddetta Circolare Buffarini Guidi, con
la quale si vietava ai pentecostali di praticare il culto e di riunirsi su tutto il
territorio nazionale; tale Circolare fu abrogata solo nel 1955. La Circolare n°
600/158, indirizzata ai Prefetti del Regno d’Italia, avente per oggetto: associa-
zioni pentecostali, diceva testualmente:

<< Esistono in alcune province del Regno semplici associazioni di fatto che, sotto la
denominazione di Pentecostali … attendono a pratiche di culto in riunioni generalmen-
te presiedute da “anziani”. Il culto professato da dette associazioni, non riconosciute
a norma dell’art. 2 della L. 1159 del 24 giugno 1929, non può essere ammesso nel
Regno … essendo risultato che esso si estrinseca e concreta in pratiche religiose con-
trarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza. Pertanto, la
Loro Eccellenze provvederanno subito per lo scioglimento, dovunque esistano, delle
associazioni in parola; e per la chiusura dei relativi oratori e sale di riunione; dispo-
nendo conseguentemente anche per una opportuna vigilanza, allo scopo di evitare
che ulteriori riunioni e manifestazioni di attività religiosa da parte degli adepti possano
avere luogo in qualsiasi altro modo o forma…>>

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Episcopalismo

L’episcopalismo è una forma organizzativa di una comunità religiosa, nella


quale vi è un clero (sacerdoti, pastori, responsabili) organizzati in forma ge-
rarchica e piramidale: vi è un vertice e vi sono persone di diverso grado che
sono sottoposti a quelli che sono di livello superiore. Il vertice, costituito da
una singola persona o da un gruppo ristretto di persone, prende decisioni: le
decisioni prese dai vertici scendono ai gradi inferiori fino alla base, per essere
applicate. In nessun modo i sacerdoti, i pastori e i responsabili delle comunità
possono essere nominati dai fedeli. Vi sono Chiese riformate, quindi prote-
stanti, che si sono organizzate in questa maniera e si chiamano episcopali,
soprattutto negli Stati Uniti.

Presbiterianesimo

Anche questa è semplicemente una forma organizzativa della comunità cri-


stiana riformata che non accetta l’organizzazione congregazionalista, troppo
autonoma e libera, e neanche quella definita episcopalista, che si basa su una
organizzazione gerarchica (come la Chiesa cattolica romana o la Chiesa d’In-
ghilterra o anglicana). La forma organizzativa del presbiterianesimo si basa
sugli “anziani”, responsabili pastorali delle comunità di credenti; generalmen-
te gli anziani sono eletti dai fedeli, quindi dal basso. Questi anziani delle sin-
gole comunità si riuniscono in un organismo regionale o territoriale superiore
per l’amministrazione e per la cura spirituale di tutte le comunità. Può esserci
un organismo di livello superiore, che a volte viene chiamato sinodo, che rac-
coglie in una “assemblea generale” tutti gli anziani. La chiese così organizzate
possono essere chiamate presbiteriane.

La Chiesa Valdese

La tradizione vuole che questo movimento, in seguito costituitosi in Chiesa


organizzata, nasca dalla conversione a Cristo di Pietro Valdo (1140-1206) det-
to anche Pietro di Lione. Pietro era un mercante molto ricco che, desideroso
di conoscere il Vangelo ma non sapendo leggere il latino, si fece tradurre in
francese i quattro Vangeli e alcune epistole. Colpito dal passo del “giovane
ricco”, lasciò parte dei suoi averi alla moglie e alle figlie e parte li donò ai
poveri, quindi scelse di vivere in povertà per le strade di Lioni e si mise ad
annunciare il Vangelo. Per molti era considerato un matto, per alcuni un esem-
pio da seguire. Perciò si formò intorno a lui un gruppo di persone che scelse
la povertà e la predicazione del Vangelo, vivendo solo di elemosine. Pietro e i
suoi seguaci furono soprannominati i “Poveri di Lione”. Ѐ interessante notare
che, pochi decenni dopo, la stessa scelta di vita fu fatta da Francesco di Assisi
(1881-1226); infatti, di fronte al lusso sfacciato e all’immoralità dalla Chiesa
72
cattolica romana, spontaneamente in più luoghi nascevano movimenti cosid-
detti “pauperistici”, che sceglievano la povertà e una vita al servizio degli
altri. Pietro Valdo non si contrappose mai alla Chiesa romana, ma chiedeva
per sé e per i suoi compagni la libertà di predicare la Parola di Dio. Il papato,
pur accettando i movimenti pauperistici, non poteva accettare la libertà della
lettura della Bibbia (ancor meno se tradotta in lingua popolare o volgare), la
sua libera interpretazione e il fatto che la predicazione non fosse più soggetta
al controllo della Chiesa cattolica attraverso i suoi predicatori. Arrivò quindi
la scomunica di Valdo e dei Poveri di Lioni nel 1184 da parte del papa Lucio
III; la scomunica riguardava principalmente altri movimenti: i catari, i patari-
ni, arnaldisti, eccetera, che venivano in aggiunta considerati eretici. I Poveri
di Lioni non erano considerati eretici ma scomunicati, perché avevano la pre-
sunzione di predicare in pubblico; per di più ciò era stato consentito anche alle
donne. Poiché erano oggetto di scomunica, i seguaci di Valdo furono cacciati
dalle diocesi e dalle città e il movimento dei Poveri di Lioni, che si era diffuso
in tante località italiane del nord, si frammentò: molti seguaci costituirono un
nuovo movimento, quello dei Poveri Lombardi; altri entrarono negli ordini
monacali riconosciuti, altri tornarono al cattolicesimo; altri ancora si spar-
sero nelle zone alpine, in luoghi remoti; infine, altri raggiunsero la Francia,
la Germania, la Svizzera e le regioni meridionali dell’Italia. In questo modo,
al contrario di quanto accadde ai catari e ai patarini che furono perseguitati e
sterminati, i restanti seguaci fedeli a Valdo riuscirono a tenere in vita il movi-
mento, seppure frammentato in molteplici tronconi. La vera persecuzione dei
seguaci di Valdo, chiamati poi Valdesi, si ebbe allorché aderirono alla riforma
protestante calvinista nel 1532. La persecuzione del 1545 fu tanto atroce che
il filosofo Voltaire scrisse:

<<Poco tempo prima della morte di Francesco I alcuni membri del Parlamento di Pro-
venza, sobillati da alcuni ecclesiastici contro gli abitanti di Mèrindol e di Cabrières,
chiesero al re dei soldati per appoggiare l’esecuzione di diciannove persone di questi
paesi, da loro condannate: invece ne fecero sgozzare 6000, senza risparmiare né
donne, né vecchi, né bambini; ridussero in cenere trenta villaggi. Queste popolazioni,
fino allora sconosciute, avevano il torto, senza dubbio, di essere valdesi: era questa
la loro unica malvagità. Da trecento anni vivevano in deserti e montagne che avevano
reso fertili con un lavoro incredibile. La loro vita pastorale e tranquilla ricordava l’inno-
cenza attribuita alle prime età del mondo. Le città vicine non erano conosciute da loro
che per i prodotti che andavano a vendere; ignoravano i processi e la guerra. Non si
difesero: furono sgozzati come gli animali in fuga, che si spingono in un recinto e si
uccidono.>>
(Voltaire, Trattato sulla tolleranza, traduzione di Glauca Michelini, Giunti Editore, 2007,
pag. 33.)

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Le persecuzioni poi proseguirono in Puglia e in Calabria, laddove i Valdesi
piemontesi avevano trovato rifugio. A Guardia Piemontese la Chiesa di Roma
e la Santa Inquisizione ebbero l’appoggio delle truppe del Regno di Napoli
che compirono il massacro passato alla storia. Vale la pena riportare quello
che avvenne nel 1561, come lasciato scritto da un abitante di Montalto:

«Ora occorre dir come oggi a buon’ora si è ricominciato a far l’orrenda iustizia di questi
Luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così sono questi tali come una morte
di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a
uno, e gli legava una benda avanti agli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso
poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava
la gola, e lo lasciava così: dipoi pigliava quella benda così insanguinata, e col coltello
sanguinato ritornava pigliar l’altro, e faceva il simile. Ha seguito quest’ordine fino al
numero di 88; il quale spettacolo quanto sia stato compassionevole lo lascio pensare
e considerare a voi.(...) Ora essendo qui in Mont’Alto alla persecuzione di questi eretici
della Guardia Fiscalda, e Casal di San Sisto, contro i quali in undici giorni si è fatta
esecuzione di 2000 anime; e ne sono prigioni 1600 condannati; et è seguita la giustizia
di cento e più ammazzati in campagna, trovati con l’arme circa quaranta, e l’altri tutti
in disperazione a quattro e a cinque: brugiate l’una e l’altra terra, e fatte tagliar molte
possessioni.»
(tratto da “Colonia Piemontese in Calabria” (Torino, 1862), di Giovenale Vegezzi.Ru-
scalla)
Famose per orrore le persecuzioni in Piemonte del 1655, chiamate le Pasque
Piemontesi. L’esercito del Ducato di Savoia, con il benestare della Chiesa
cattolica romana (Arcivescovo di Torino Carlo Giulio Barbera) invase le valli
ove avevano trovato sistemazione e rifugio i Valdesi e iniziò la mattanza:

“la moltitudine armata si gettò sui valdesi nella maniera più furiosa. Non si vedeva altro
che il volto dell’orrore e della disperazione. I pavimenti delle case erano macchiati di
sangue, le strade erano disseminate di cadaveri, si udivano gemiti e grida da ogni
parte…. In un villaggio torturano crudelmente 150 donne e bambini, dopo che gli uo-
mini erano fuggiti. Decapitarono le donne e fecero schizzar fuori i cervelli ai bambini.
Nelle città di Villaro e Bobio, la maggior parte di quelli che si rifiutarono di andare a
messa e che avevano più di 15 anni, fu crocifissa a capo all’ingiù, e quasi tutti quelli
che erano di età inferiore furono strangolati… Uomini scannati posti al ludibrio dei
viandanti, pargoli strappati al seno materno e sfracellati contro le rocce. Fanciulle e
donne vituperate, impalate lungo le vie.”
(Giordano Bruno Guerri, Antistoria degli italiani, Mondadori, Milano, 1997)

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2015/02/le-pasque-piemontesi-il-massa-
cro.html

74
Solo nel 1848 con le “Lettere patenti” di re Carlo Alberto, sabaudo, furono
concessi i diritti civili e politici ai valdesi,

<<Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere
del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue: I Valdesi sono
ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de’ Nostri sudditi; a frequentare le scuole
dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici. Nulla è però innova-
to quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette. Date in Torino, addì
diciassette del mese di febbraio, l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del
Regno Nostro il Decimottavo.>>

ma non ancora la libertà di culto: infatti, i Valdesi potevano riunirsi solo in


luoghi indicati dalle autorità per svolgere il loro culto; i loro Comuni di resi-
denza, anche se la popolazione era a maggioranza di fede valdese, dovevano
avere una amministrazione cattolica. Solo con l’emanazione della “Legge del-
le guarentigie” del 1871, alla quale si contrappose fino all’ultimo il papa Pio
IX, fu finalmente garantito a tutti in Italia di poter liberamente professare una
fede religiosa diversa da quella cattolica.

Nel 1975 la Chiesa Valdese e le Chiese Metodiste hanno siglato un patto di


integrazione, costituendo l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi in Italia.
Questo lascia intendere che i Valdesi si sono avvicinati alla concezione meto-
dista e, molto probabilmente, si sono allontanati dal calvinismo.

Nel 2015, nel corso di una visita di riconciliazione alla Chiesa Valdese di
Torino, papa Francesco nel suo discorso di saluto ha chiesto perdono alle co-
munità cristiane valdesi per le persecuzioni della Chiesa cattolica romana. Di
seguito si riporta un breve testo che è stato significativamente riportato da tutti
i principali organi di stampa:

<< Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti ed i com-
portamenti non cristiani – persino non umani – che nella storia abbiamo avuto contro
di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci! >>

https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_Chiesa_valdese_
prima_volta_storia-1105062.html

La Chiesa Anglicana

Chiesa Anglicana è il nome assunto dalla Chiesa d’Inghilterra (Church of En-


gland) dopo la separazione dalla Chiesa cattolica romana nel XVI secolo. Già
all’inizio del 1500 in Inghilterra vi era una convinzione diffusa tra i nobili,

75
nell’episcopato inglese, tra i fedeli e i teologi inglesi, che fosse necessaria
una maggiore indipendenza dalla Chiesa cattolica romana. Il re Enrico VIII,
salito al trono d’Inghilterra nel 1509, si mostrò all’inizio molto devoto a Roma
e un convinto oppositore della dottrina luterana, tanto da meritarsi dal papa
Leone X il titolo di “Difensore della fede”. Le cose, però, presero una piega
diversa. Il re Enrico non aveva eredi maschi dalla regina Caterina, che era
addirittura figlia del re Ferdinando e della regina Isabella di Spagna, i famosi
sovrani “cattolicissimi”. Enrico chiese al papa Clemente VII di annullare il
matrimonio, cosa che il papa non concesse. I papi spesso annullavano ma-
trimoni di regnanti e nobili, a seconda della convenienza, allo stesso modo
con cui li annullano con una certa facilità ancora oggi a persone del mondo
dello spettacolo o a politici, tanto da lasciare perplessi molti fedeli cattolici.
Il papa Clemente VII non poteva annullare il matrimonio della figlia dei reali
spagnoli, perché da loro riceveva pieno appoggio nella lotta in Spagna contro
protestanti, eretici, musulmani ed ebrei. Erano gli anni in cui l’Inquisizione
spagnola esprimeva il meglio della sua ferocia.

Al rifiuto del papa, il re Enrico VIII passò all’azione: fece annullare il suo
matrimonio dall’arcivescovo di Canterbury e nel gennaio del 1533 sposò la
cortigiana Anna Bolena; in risposta a questo atto, il papa Clemente VII emise
la scomunica nei suoi confronti. Alla scomunica del papa il re Enrico VIII
rispose nel 1534 con l’Atto di Supremazia, con il quale egli si poneva come il
Capo della Chiesa Inglese (titolo che ancora oggi hanno i sovrani inglesi). A
quel punto, iniziava lo scisma, l’allontanamento dell’Inghilterra dalla Chiesa
romana e la costituzione della Chiesa anglicana.

Lasciando da parte la storia della nascita della Chiesa anglicana, che ciascuno
potrà approfondire, e che non fu priva di orrori, è utile delineare le caratteristi-
che fondamentali dell’anglicanesimo. Molti studiosi concordano nel ritenere
che la Chiesa anglicana assuma una forma particolare, indicata come “media”,
in quanto si colloca a metà tra la Chiesa cattolica e la Chiesa protestante. Del
cattolicesimo romano ha mantenuto la struttura ecclesiastica, con una orga-
nizzazione di tipo episcopale; il Capo della Chiesa è il re, o la regina; l’arci-
vescovo di Canterbury ha un primato d’onore, è una sorta di capo spirituale,
ma è considerato un “primus inter pares”, ossia un “primo tra pari”, e ciò fa
intendere che le chiese regionali o nazionali (quelle anglicane in altri Paesi),
hanno una certa autonomia. Il clero è suddiviso in tre ordini: vescovi, diaconi
e presbiteri; anche le donne possono accedere al ministero fino alla nomina
di vescovo (alcune chiese anglicane si oppongono); il celibato non è obbliga-
torio.

La dottrina della Chiesa anglicana è espressa nei 39 Articoli di Fede che furo-
76
no resi pubblici nel 1562, sotto il regno di Elisabetta I (1533-1603) e che sono
facilmente consultabili sul web: gli anglicani credono nel Padre, nel Figlio e
nello Spirito Santo

<< … nell’unità di questa Divina Essenza vi sono tre Persone, di una sola sostanza,
potenza ed eternità: Padre, Figlio e Spirito Santo >> ;

i sacramenti riconosciuti sono solo il battesimo e la Santa Cena, fatta con il


pane e con il calice; la salvezza si ottiene solo per la fede in Gesù Cristo; di-
chiarano essere “ripugnanti alla Parola di Dio” le dottrine del purgatorio, delle
indulgenze, del culto delle immagini e delle reliquie e dell’invocazione dei
santi; praticano il battesimo dei bambini; alcune chiese anglicane festeggiano
Maria, madre di Gesù, ma non le attribuiscono alcuna capacità di redenzione,
perché ciò oscurerebbe l’unica mediazione di Cristo.

La Chiesa anglicana si diffuse in tutti i continenti, laddove il Regno aveva le


colonie. Oggi nel mondo si contano circa 80 milioni di fedeli anglicani.

77
8 – I DOGMI DELLA CHIESA CATTOLICA ROMANA

In questo capitolo del lavoro non si metteranno in discussione tutti i dogmi


della Chiesa cattolica romana, ma solo quelli che, a parere di chi scrive, non
concordano evidentemente con gli insegnamenti della Sacra Scrittura. Perder-
si in discussioni cavillose su alcuni punti di fede non solo sarebbe infruttuoso,
ma contrasterebbe con i consigli che l’apostolo Paolo dava a Timoteo e a Tito:

3 Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi


alcuni a non insegnare dottrine diverse 4 e a non badare più a favole e a genealogie
interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato
nella fede. 5 Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da
una buona coscienza e da una fede sincera. 6 Proprio deviando da questa linea, al-
cuni si sono volti a fatue verbosità, 7 pretendendo di essere dottori della legge mentre
non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che dànno per sicure. (1
Timoteo cap.1 – traduzione CEI).

9 Guàrdati invece dalle questioni sciocche, dalle genealogie, dalle questioni e dalle
contese intorno alla legge, perché sono cose inutili e vane. (Tito cap. 3 – traduzione
CEI).

Quindi, alla luce di queste raccomandazioni, in questo capitolo si spera solo


di fare più luce sulla Parola di Dio. Fatta questa premessa, si può iniziare dal
significato del termine “dogma”. Si incontra così nel Dizionario Garzanti
on-line:

Etimologia: dal lat. dŏgma, che è dal gr. dógma ‘opinione, decisione’, deriv. di dokêin‘


credere, sembrare’. 1. principio assoluto, affermato come verità indiscutibile: i dogmi
della scienza. 2. (teol.) verità contenuta nelle fonti della rivelazione divina e come tale
imposta ai credenti dal magistero della Chiesa; articolo di fede: il dogma della Trinità.

e nel Vocabolario Treccani on-line:

Dogma: … Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affer-


mata come tale … In particolare, nella teologia cattolica, dogma di fede, verità
soprannaturale contenuta, in modo implicito o esplicito, nella Rivelazione, e
proposta dalla Chiesa come verità di fede, oggettiva e immutabile.
Per comprendere le ragioni che hanno portato la Chiesa cattolica romana a
proclamare una serie di dogmi, è necessario fare alcune brevi considerazioni
sulla sua storia, anche alla luce delle cose esposte nei capitoli precedenti. In-
tanto, va detto che nel cristianesimo nascente il termine dogma è stato usato
da subito, per significare una questione dottrinale di estrema importanza, alla
78
base della professione di fede. Ad esempio, dopo la riunione tenutasi a Ge-
rusalemme (capito 15 degli Atti degli Apostoli), Paolo e Sila percorsero le
città della Siria e della Cilicia e, a tal riguardo, al capitolo 16 degli Atti degli
Apostoli viene riportato così:

4 Passando da una città all’altra, trasmisero ai fratelli, perché le osservassero, le de-


cisioni prese dagli apostoli e dagli anziani che erano a Gerusalemme.  5 Le chiese
dunque si fortificavano nella fede e crescevano ogni giorno di numero.

Per esprimere il termine “decisioni” era stata usata la parola greca “dògmata”,
che voleva perciò indicare che quelle decisioni erano precetti che non poteva-
no essere messi in discussione. Infatti, era stata recata ai fedeli di Antiochia
una lettera contenente le disposizioni dell’assemblea, con la famosa dicitura:

28 Infatti è parso bene allo Spirito Santo e a noi di non imporvi altro peso all’infuori
di queste cose, che sono necessarie: 29 di astenervi dalle carni sacrificate agli idoli,
dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione; da queste cose farete bene a
guardarvi.

Erano disposizioni, dògmata, che dovevano essere attentamente osservate. Il


termine dogma veniva e viene spesso utilizzato nella storia della Chiesa catto-
lica romana, per indicare principi di fede che dovevano e devono essere condi-
visi e osservati da tutti i credenti. Del resto, tra i convertiti al cristianesimo sin
dall’inizio erano comparse differenti interpretazioni dottrinali, che i vescovi
riportavano nei margini della sana interpretazione delle Sacre Scritture con
insegnamenti e articoli di fede. Non era un compito facile in un’epoca nella
quale la diffusione delle notizie avveniva con la lentezza e in un contesto
continentale, perché il cristianesimo si andava espandendo in tutto l’impero
romano. La nascita delle eresie dei primi secoli, di cui è stato fatto cenno al ca-
pitolo 4, impose ai vescovi di produrre lettere, scritti, che diedero vita ad una
vasta letteratura, che in parte è giunta ai giorni nostri, per la difesa dell’orto-
dossia, della sana dottrina come oggi si direbbe. Gli autori di questi scritti nei
primi secoli sono considerati dalla Chiesa cattolica romana come Padri della
Chiesa e molte loro opere sono oggetto di studio da parte di cristiani di ogni
denominazione. Si citano i nomi di alcuni Padri della Chiesa dei primissimi
secoli, dichiarati santi dalla Chiesa romana: S. Atanasio, S. Basilio, S. Gio-
vanni Crisostomo, S. Girolamo, S. Ambrogio e S. Agostino. Non va trascurato
il fatto che da parte degli imperatori, da Costantino in poi, c’era la volontà di
tenere unito l’impero anche dal punto di vista religioso e, se dapprima ci fu
sotto Costantino tolleranza verso tutte le religioni, già dal 381, quindi a pochi
anni dalla morte dell’imperatore, la religione cristiana nella forma cattolica
diventava l’unica religione ammessa nell’impero e iniziava la repressione dei
79
pagani e la loro conversione forzata. Si sa che in circostanze simili, i conver-
titi a forza restano legati alle loro tradizioni religiose e producono una me-
scolanza dottrinale, fondendo elementi di fede della primitiva religione con
quelli della nuova. Una testimonianza più recente di tali mescolanze dottrinali
è evidente nell’area caraibica e nel nord-est del Brasile, ove al cristianesimo
imposto alle popolazioni locali si unirono credenze pagane del luogo e creden-
ze degli schiavi deportati dall’Africa nel corso dei secoli XVII-XIX; si stima
che verso il Brasile siano stati deportati oltre 4 milioni di schiavi africani (la
schiavitù in quel Paese fu abolita solo nel 1888): quindi si può immaginare
quale impatto abbiano avuto le credenze africane sul cristianesimo che veniva
imposto in quelle regioni dai colonizzatori. Una dimostrazione dell’acquisi-
zione nel cristianesimo antico delle credenze pagane romane ed imperiali, è
costituita dal Natale, che tanti cristiani nel mondo celebrano il 25 dicembre
di ogni anno per ricordare la nascita di Gesù. Non è qui che si vuole discutere
il fatto se il Natale cattolico e cristiano debba essere considerato o meno una
festività pagana. Resta semplicemente il fatto che nell’impero romano il culto
del dio sole era molto comune nelle regioni orientali dell’impero (il monotei-
smo del dio sole fu addirittura introdotto da Amenofi IV in Egitto intorno al
1350 avanti Cristo) e gli imperatori romani non ponevano alcun impedimento
ad “importare” e a ufficializzare nuovi culti, perché in tal modo era favorita
la coesione dell’impero. Tra gli imperatori del III secolo furono Eliogabalo
e Aureliano quelli che favorirono la diffusione anche in occidente del culto
al dio sole, con l’istituzione del culto del “Sol Invictus” e della festività del
“Dies Natalis Solis Invicti”, letteralmente il “giorno della natività del sole
invincibile”. La festività non ebbe un giorno ben preciso, nel senso che la data
fu cambiata varie volte, ma si collocava generalmente al termine dei Saturnali,
quindi dopo il 23 dicembre, secondo il nostro calendario. I “saturnalia” costi-
tuivano un periodo di festività in onore del dio Saturno ed in epoca imperiale
durava all’incirca dal 17 al 23 dicembre; era un periodo di feste molto sentito
tra i romani, i quali si scambiavano regali e auguri. Perciò, anche in questo
caso, fu inevitabile che questa festività di origine pagana fosse trasformata in
una festività cristiana, allorquando il cristianesimo diventò religione di Stato
e il culto pagano divenne illegale. Celebrando Gesù come Luce e come Sole
della Giustizia (e questi attributi al Messia sono scritturali, quindi ortodossi),
fu introdotta con successo questa festività del Natale di Gesù Cristo, che po-
teva così sopperire alla tradizione dei pagani convertiti, abituati a celebrare il
Dies Natalis Solis Invicti.

I regni barbarici che gradualmente sorgevano nell’impero romano d’occiden-


te, ormai in declino e in disfacimento, contribuivano a loro volta alla propa-
gazione di un cristianesimo che metteva radici sulle credenze pagane dei po-
poli venuti dal nord e dall’oriente. Era quindi inevitabile che nella semplicità
80
popolare si diffondesse il culto delle immagini, la venerazione dei santi e dei
martiri del loro stesso popolo, proprio perché restavano indelebili le creden-
ze e la ritualità del paganesimo, anche se veniva professata la fede cristiana
imposta per legge. Non deve meravigliare, allora, se con il passare dei secoli,
furono gradualmente accettate la venerazione di santi, quella delle immagini
e delle statue anche dai vescovi e da quella che oramai era diventata l’autorità
massima della cristianità, cioè quella del vescovo di Roma, futuro papa e pon-
tefice: non deve meravigliare se, accogliendo ogni rituale religioso del popolo,
con il consenso delle autorità ecclesiastiche e dei regnanti, il cristianesimo con
il passare dei secoli andava allontanandosi dai precetti della Sacra Scrittura
(della quale per secoli venne vietata la lettura ai fedeli). Quindi, il compito
della Chiesa cattolica romana era sicuramente difficile e si comprende la ne-
cessità di emanare disposizioni dottrinali come articoli di fede e dogmi per
affermare e rendere chiari i fondamenti del cristianesimo. Ci si doveva aspet-
tare, però, che il dogma, sancito dal papa o da un concilio ecumenico, fosse
fondato con chiarezza sulla Sacra Scrittura per correggere ogni deviazione da
essa: infatti, ogni cristiano afferma che la Sacra Scrittura è la Parola di Dio
rivelata ai profeti e a coloro che hanno scritto ogni parte di essa. Purtroppo,
pur essendo armati di buona volontà è difficile constatare questa chiara rispon-
denza tra alcuni dogmi cattolici e la Parola di Dio. Forse il problema nasce
dalla supremazia che il Magistero della Chiesa cattolica pretende di avere
sopra i credenti, anche sopra la loro buona disposizione a leggere la Parola di
Dio e a mettere in pratica il consiglio dell’apostolo Paolo, che raccomandava
a Timoteo:

14 Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da
chi l’hai appreso 15 e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono
istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. 16 Tutta
la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e for-
mare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera
buona. (2^ Timoteo, capitolo 3).

Al contrario, si legge nel Catechismo della Chiesa cattolica romana:

«L’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato


affidato al solo Magistero vivente della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di
Gesù Cristo», e cioè ai Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, il Vescovo
di Roma. (articolo di fede 85)

Il Magistero della Chiesa si avvale in pienezza dell’autorità che gli viene da


Cristo quando definisce qualche dogma, cioè quando, in una forma che obbli-
ga il popolo cristiano ad un’irrevocabile adesione di fede, propone verità con-
81
tenute nella rivelazione divina, o anche quando propone in modo definitivo
verità che hanno con quelle una necessaria connessione. (articolo di fede 88)

Quindi, il Magistero della Chiesa, può sancire un dogma basato su una verità
contenuta nella rivelazione divina (la Parola di Dio), ma anche una verità che
ha una “necessaria connessione” con le verità rivelate, ma non contenute nella
Parola di Dio. Si tornerà su questo concetto, quando si parlerà di alcuni dogmi
cattolici. Ed è quello che si proverà a fare entrando nel merito di alcuni di essi.

Siti cattolici sul web chiariscono che non può essere definito il numero preciso
dei dogmi, solo per il fatto che alcune affermazioni dottrinali sono espresse
anche come articoli di fede, ma di valore dogmatico. Qui verranno presentati
alcuni dogmi e articoli di fede che differenziano con evidenza un cristiano
cattolico da uno riformato o evangelico.

Si deve precisare sin d’ora che: i dogmi e le verità di fede sono sanciti da un
concilio ecumenico oppure dal papa soltanto, allorché egli emette un precetto
ex cathedra (significa: dalla cattedra; il papa emette una sentenza quale pasto-
re e dottore della Chiesa); i cristiani cattolici sono obbligati a credere al dogma
sancito dal papa o dal concilio, in caso contrario vengono meno alla loro fede
cattolica. Molto interessante è la seguente affermazione scaturita dal Concilio
Vaticano I (1869-1870), sotto la presidenza di papa Pio IX:

La dottrina della fede, che Dio ha rivelato, non è stata proposta all’intelligenza umana
come un sistema filosofico da perfezionare, ma, come un divino deposito, è stata
affidata alla Chiesa sposa di Cristo, perché la custodisca fedelmente e infallibilmente
la proclami. In conseguenza il senso dei sacri dogmi che deve essere sempre con-
servato è quello che la Santa Madre Chiesa ha determinato una volta per tutte e non
bisogna mai allontanarsi da esso sotto il pretesto e in nome di un’intelligenza più
profonda. (da Costituzione Dei Filius 4; Concilio Vaticano I)

§ 8.1 – La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura

Una delle caratteristiche dottrinali che subito risalta nel cattolicesimo è la


mancata centralità della Sacra Scrittura. Già il semplice fatto che nella litur-
gia della messa cattolica l’insieme delle Scritture che saranno lette nel corso
dell’anno liturgico sono state scelte mesi prima, fa comprendere che alcune
parti della Bibbia non saranno mai conosciute dai fedeli cattolici, perché evi-
tate dalla Chiesa romana per non cadere in contraddizione dottrinale; nello
stesso tempo i fedeli cattolici, non essendo invogliati dai sacerdoti ad una
lettura assidua della Bibbia, mostrano il più delle volte di ignorare gran parte
della Parola di Dio. Un esempio: si leggeranno mai nel corso di una messa i

82
seguenti passi del Nuovo Testamento, che contraddicono in pieno il dogma del
celibato dei sacerdoti? Ecco la Sacra Scrittura:

Da 1^ Timoteo, capitolo 3 (traduzione cattolica CEI): 1 È degno di fede quanto vi dico:
se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. 2 Ma bisogna che il vescovo
sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale,
capace di insegnare, 3 non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non
attaccato al denaro. 4 Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi
con ogni dignità, 5 perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver
cura della Chiesa di Dio? 6 Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di mon-
tare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. 7 È necessario che
egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in
qualche laccio del diavolo.

Dalla Epistola a Tito, capitolo 1 (traduzione cattolica CEI): 5 Per questo ti ho lasciato a
Creta perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in ogni città,
secondo le istruzioni che ti ho dato: 6 il candidato deve essere irreprensibile, sposato
una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o
siano insubordinati. 7 Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, dev’essere irre-
prensibile: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di
guadagno disonesto, 8 ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone
di sé, 9 attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso, perché sia
in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono.

Quanti sono i cattolici convinti che sarebbe buono per i sacerdoti essere sposa-
ti ed avere famiglia? Si sa che sono tanti, dispiaciuti per gli scandali di natura
sessuale di cui si macchia il clero. Ma le autorità ecclesiastiche non si curano
minimamente delle necessità dei sacerdoti e ministri, nemmeno dell’opinione
dei fedeli; piuttosto copre come può, e come ha fatto per secoli, gli scandali
all’interno del ministero della Chiesa.

Nel cattolicesimo la Sacra Scrittura è affiancata, a volte addirittura sovrastata,


dalla Tradizione. Ma per comprendere meglio il nesso fra Tradizione e Sacra
Scrittura, è meglio riportare direttamente gli articoli di fede 80, 81 e 82 del
Catechismo della Chiesa cattolica romana:

80 « La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e co-
municanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano
in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine ». L’una e l’altra rendono
presente e fecondo nella Chiesa il mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere
con i suoi « tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20).

83
81 « La Sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispira-
zione dello Spirito divino ».
« La sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo
Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati
dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano
e la diffondano ».

82 Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione


della Rivelazione, « attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola
Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari
sentimento di pietà e di rispetto ».

Da notare, quindi, le seguenti affermazioni:


1) la sacra Tradizione e la Sacra Scrittura “scaturiscono dalla stessa fonte di-
vina”;

2) la sacra Tradizione “trasmette integralmente la Parola di Dio;

3) la sacra Tradizione e la Sacra Scrittura “rendono presente e fecondo nella


Chiesa il mistero di Cristo”;

4) la Chiesa cattolica attinge “la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla
sola Sacra Scrittura”.

Si riporta ciò che pensava e insegnava il Signore Gesù a riguardo della tradi-
zione e dei suoi difensori; dal Vangelo di Marco, capitolo 7 (traduzione CEI):

1 Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalem-
me. 2 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde,
cioè non lavate - 3 i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le
mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, 4 e tornando dal mercato
non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradi-
zione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - 5 quei farisei e scribi lo
interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli
antichi, ma prendono cibo con mani immonde?».  6  Ed egli rispose loro: «Bene ha
profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano essi
mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9 E


aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare
84
la vostra tradizione. 10 Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice
il padre e la madre sia messo a morte. 11 Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre
o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, 12 non
gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13 annullando così la parola di
Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Si può comprendere come siano potute nascere, allora, molte verità di fede,
dogmi e riti di culto di cui non vi è traccia nella Parola di Dio, ad esempio: la
dottrina del purgatorio; le preghiere e le messe per i defunti; i sette Sacramen-
ti; venerazione delle immagini; la salvezza dei soli credenti che sono fedeli
alla Chiesa cattolica romana; la canonizzazione dei santi; il celibato dei sacer-
doti; le preghiere rivolte ai santi e a Maria in quanto intercessori presso Dio a
favore del credente; l’infallibilità del papa e altre dottrine.

§ 8.2 – Il Purgatorio e la preghiera per i morti

Nel Catechismo della Chiesa cattolica romana, è esplicitamente detto che la


Chiesa, quindi il Magistero della Chiesa, ha definito la dottrina della fede rela-
tiva al Purgatorio nei concili di Firenze e di Trento e afferma che tale dottrina
si basa sulla Tradizione.
Si riportano di seguito i punti (articoli) 1030, 1031 e 1032 del Catechismo
cattolico:

III. La purificazione finale o Purgatorio

1030. Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente
purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti,
dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per
entrare nella gioia del cielo.

1031. La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’al-
tra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al
Purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze [Cf Denz. -Schönm., 1304] e di Trento [Cf
ibid. , 1820; 1580]. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura,
[Cf ad esempio, 1Cor 3,15; 1031 1Pt 1,7 ] parla di un fuoco purificatore:
Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del Giudizio,
un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia
una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né
in quello futuro ( Mt 12,31 ). Da questa affermazione si deduce che certe colpe pos-
sono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro [San Gregorio
Magno, Dialoghi, 4, 39].

85
1032. Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti
di cui la Sacra Scrittura già parla: “Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio
espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” ( 2Mac 12,45 ). Fin dai primi
tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in par-
ticolare il sacrificio eucaristico, [Cf Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 856] affinché,
purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche
le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:
Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal
sacrificio del loro padre, [Cf Gb 1,5 ] perché dovremmo dubitare che le nostre offerte
per i morti portino loro qualche consolazione? Non esitiamo a soccorrere coloro che
sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere [San Giovanni Crisostomo, Homiliae
in primam ad Corinthios, 41, 5: PG 61, 594-595].

I punti della dottrina, quindi, si basano sulla Tradizione (art. 1031) e, alla fine,
vengono raccomandate elemosine, indulgenze e opere di penitenza a favore
dei defunti. Però, non mancano riferimenti biblici che è utile analizzare.

Il primo riferimento è segnalato nell’articolo 1031, che richiama la 1^ Epi-


stola ai Corinzi, capitolo 3, verso 15. Già il fatto di fondare una dottrina tanto
importante per i fedeli sulla base di un unico versetto, è alquanto pericoloso,
soprattutto quando il versetto non parla specificamente della questione dot-
trinale; nel caso in questione lo si utilizza senza tener conto del discorso e
dell’insegnamento che l’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, stava
presentando ai fedeli di Corinto (I Corinzi). Quindi, si riporta di seguito il
passo della Parola di Dio, preso dalla traduzione cattolica CEI:

1 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad
esseri carnali, come a neonati in Cristo. 2 Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento
solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; 3 perché siete ancora
carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non
vi comportate in maniera tutta umana? 4 Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un
altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini? 5 Ma che cosa è
mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno
secondo che il Signore gli ha concesso. 6 Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio
che ha fatto crescere. 7 Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che
fa crescere. 8 Non c’è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la
sua mercede secondo il proprio lavoro. 9 Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete
il campo di Dio, l’edificio di Dio.10 Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come
un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma
ciascuno stia attento come costruisce. 11 Infatti nessuno può porre un fondamento
diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12 E se, sopra questo fonda-
mento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, 13 l’opera
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di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col
fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. 14 Se l’opera che uno costruì
sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; 15 ma se l’opera finirà
bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.

Questo passo è intitolato “La vera funzione dei predicatori” nella Bibbia di
Gerusalemme, che è accettata dalla Conferenza Episcopale Italiana CEI: ciò
significa che l’apostolo Paolo sta parlando dei predicatori e della predicazio-
ne. Si può notare che l’apostolo è dispiaciuto delle divisioni all’interno della
comunità cristiana di Corinto e per le fazioni che si sono create, alcuni cre-
denti schierati per un apostolo, alcuni per un altro. Con molta umiltà S. Paolo,
mettendosi al pari di altri servitori di Dio, ricorda ai fedeli che ogni operaio
ha fatto semplicemente la propria parte nel campo del Signore, nell’opera di
evangelizzazione: qualcuno ha piantato, qualcun altro ha irrigato, ma solo Dio
può far crescere. Intanto, l’apostolo Paolo avverte che nessuno può porre un
fondamento (di fede, dottrinale) che sia diverso da Gesù Cristo e dai Suoi
insegnamenti, i quali lui stesso ha posto come fondamento ai fedeli di Corinto
quando ha annunciato loro la buona novella, ossia la salvezza in Cristo. L’a-
postolo continua, avvisando tutti, predicatori e fedeli della Chiesa, di costruire
su quel sano fondamento (Gesù Cristo) opere virtuose (oro, argento, pietre
preziose); tuttavia, vi sono quelli che non costruiscono una vita virtuosa o
non insegnano sani precetti basati su Cristo, ma al contrario restano legati alle
opere vane del mondo, e costruiscono con legno, fieno e paglia. Ma ci sarà
un tempo, viene indicato con “quel giorno” in cui l’opera di ciascuno sarà
resa manifesta e sarà il fuoco che metterà alla prova la qualità dell’opera: se
l’opera costruita è di metallo preziosa (virtù cristiane, divine) allora l’opera
resisterà al fuoco e chi l’ha costruita riceverà premio; se l’opera è di materiale
facilmente infiammabile (opere carnali, anche le divisioni per le quali i fedeli
di Corinto erano rimproverati da San Paolo), non resisterà al fuoco e sarà bru-
ciata e chi l’ha costruita perderà tutto, non riceverà il premio, sarà punito ma
sarà salvato “però come attraverso il fuoco”.

Si deve adesso fissare l’attenzione sui termini virgolettati: “quel giorno” e


“come attraverso il fuoco”. Su di essi il Magistero della Chiesa cattolica ro-
mana costruisce la dottrina del purgatorio.

“Quel giorno” - Senza riportare quello che viene scritto in altre traduzioni
della Bibbia che la Chiesa cattolica romana non riconosce (ad esempio: Nuova
Riveduta 2006 traduce “il giorno di Cristo”) e restando quindi solo sulle tradu-
zioni accolte dai cattolici, ci si pone la domanda: può “quel giorno” significare
tempi lunghi, addirittura anni, in cui le anime devono restare a purgarsi nel
purgatorio? Per la Chiesa cattolica romana la risposta è affermativa. La ven-
87
dita delle indulgenze, proclamate dal Magistero della Chiesa, doveva servire
proprio a liberare le anime dei defunti dal fuoco purificatore del purgatorio, o
quanto meno ad abbreviare il tempo della pena. La Bibbia ci parla di questa
dottrina? La risposta è ovviamente negativa. Rileggendo il testo ai cui si rife-
risce il dogma cattolico, forse sono più vicini al significato di “quel giorno”
questi passi della Scrittura che il Catechismo non cita:

(2^ Pietro cap. 3 – Traduzione CEI) 10. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allo-
ra i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e
la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

(1^Corinzi cap. 1 – Traduzione CEI) 6. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita


tra voi così saldamente, 7. che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate
la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 8. Egli vi confermerà sino alla fine,
irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

 (1^Corinzi cap. 5 – Traduzione CEI) 5. questo individuo sia dato in balìa di satana per
la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno
del Signore.

(Apocalisse 6 – Traduzione CEI) 9. Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto
l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della
testimonianza che gli avevano resa. 10. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, So-
vrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?»... 14. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e
tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. 15. Allora i re della terra e i grandi, i
capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle
caverne e fra le rupi dei monti; 16. e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e
nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, 17. perché
è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

(1^ Timoteo 4 – Traduzione CEI) 1. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che
verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno … 8. Ora mi
resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel
giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua
manifestazione.

(1^ Giovanni 4 – Traduzione CEI) 15. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio,
Dio dimora in lui ed egli in Dio. 16. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore
che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
17. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia
nel giorno del giudizio...
88
 
Da questi pochi passi riportati si comprende come vi sarà un giorno in cui il
Giusto Giudice, il Signore, darà il premio ai Suoi fedeli servitori e riserverà
la condanna eterna a coloro che hanno rifiutato la salvezza; quel giorno si
manifesterà anche con fuoco e, per usare le parole dell’apostolo Pietro, gli
elementi saranno consumati dal calore. Non c’è la pur minima notizia di un
tempo più o meno lungo di purificazione chiamato purgatorio, durante il quale
i fedeli debbano purgarsi dei peccati. Al capitolo 5 della 1^ Epistola ai Corin-
ti, l’apostolo Paolo si dispiace dell’immoralità presente tra alcuni credenti di
Corinto, al punto che un tale addirittura convive con la moglie di suo padre.
Cosa dice di lui l’apostolo Paolo? “questo individuo sia dato in balìa di satana
per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere salvezza nel
giorno del Signore”! In pratica, l’apostolo ritiene necessario e utile che quella
persona immorale sia lasciato nelle mani di satana (che non sta nel purgatorio
cattolico, ma opera come leone ruggente qui in terra), sia provato nella carne,
così da pentirsi nelle prove ed essere pronto ad ottenere salvezza nel giorno
della manifestazione Signore, che giudicherà i vivi ed i morti. L’apostolo non
parla di un periodo di purificazione tra il fuoco di un purgatorio, ma di un
giorno, quello in cui bisognerà stare davanti al Signore in condizioni spirituali
rinnovate per ottenere la grazia del perdono e della salvezza eterna.

“Però come attraverso il fuoco” - Si consideri adesso l’affermazione che vi


sarà il credente (e il predicatore) la cui opera “finirà bruciata” e “sarà punito:
tuttavia si salverà, però come attraverso il fuoco”. Si comprende dal testo che
attraverso il fuoco passeranno tutte le opere, non le persone (come si suppone
debba accadere nel purgatorio): se l’opera resiste al fuoco, colui che l’ha pro-
dotta riceverà premio; al contrario, se l’opera sarà distrutta dal fuoco, il cre-
dente che l’ha costruita sarà punito. Poiché il passo della Scrittura parla della
“vera funzione dei predicatori”, questi avvisi sono riferiti per certo all’opera
ministeriale di coloro che, avendo ricevuto il dono di Dio, svolgono attività
pastorale, o di insegnamento, o di diaconato, o di evangelizzazione e così via,
tra il gregge del Signore. Chi ha compiti ministeriali deve stare molto attento
a quello che edifica sul fondamento, che è solo Cristo. Ma, allargando il di-
scorso, si può comprendere che anche il credente deve avere cura di edificare
la sua vita spirituale sul fondamento di Cristo, manifestando opere che siano
capaci, in “quel giorno” di giudizio, di passare attraverso il vaglio del Signore.
C’è una buona notizia, che è quella della Grazia: anche chi ha edificato con
materiale scadente può essere salvato dal Signore. Come avverrà? Il verset-
to cattolico nella traduzione CEI dice: “come attraverso il fuoco”; viene da
pensare che si debba passare per il fuoco … Ma nella traduzione della Bibbia
di Gerusalemme, testo biblico di La Sacra Bibbia della CEI, editio princeps
2008, il versetto dice: “però quasi passando attraverso il fuoco”! Quindi, il
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credente in questo caso non passa attraverso il fuoco, ma quasi, ci passa vi-
cino. Ora, sarebbe sgradevole se qui si avesse intenzione di prendersi gioco
dei traduttori della Bibbia, che tanti studi dedicano alla Parola di Dio e tanto
lavoro mettono in atto. Al contrario, essi sono meritevoli di ammirazione e di
plauso da tutti coloro che amano la Bibbia. La questione è semplice: non si
può fondare una dottrina su un unico versetto della Scrittura che non risulta
essere chiaro, soprattutto se il significato di esso è legato all’uso o meno nella
traduzione di una congiunzione grammaticale o di un avverbio. Ad esempio,
è normale battezzare nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
anche se la formula battesimale è riportata in un solo versetto della Bibbia,
perché quell’unico versetto è chiarissimo e per la sua chiarezza può essere il
fondamento per una verità di fede:

19. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito santo, 20. insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho
comandato. (Matteo 28 – Traduzione CEI)

Continuando l’analisi dei punti del Catechismo cattolico, all’art. 1031 si in-
contra il secondo riferimento biblico: 1^ Pietro 1: 7. Di seguito si riporta la
traduzione CEI:

6. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie pro-
ve, 7. perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato
a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifesta-
zione di Gesù Cristo...

La lettura del verso 7 richiede quella del verso 6 per essere compreso. Dalla
lettura dei due versetti, si comprende che l’apostolo Pietro rivolge parole di
conforto ai credenti, esortandoli a restare gioiosi per quanto provati nella vita
(vita terrena), poiché è nella prova che cresce il valore della fede, tanto da
diventare (la fede) più preziosa dell’oro; l’oro, comunque, è destinato a perire,
ma la preziosa fede sarà motivo di lode e di gloria per il credente nel giorno
della manifestazione del Signore. Cosa c’entra il fuoco? Analizziamo la frase:
la fede è più preziosa dell’oro, che è destinato a perire (non è la fede che pe-
risce); l’oro, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco: l’oro si prova
col fuoco per valutarne la purezza; solo col fuoco e con la conseguente fusione
dell’oro si possono togliere le impurità che lo contaminano per renderlo più
puro. Allora, l’esortazione diventa chiara: se il credente è gioioso (perché vive
nella beata speranza di essere destinato alla vita eterna per la fede in Cristo)
anche nella prova, ciò mostrerà il valore della sua fede (glorificando Dio, atte-
nendosi ad una vita virtuosa e rispondente agli insegnamenti di Dio), che sarà
più preziosa dell’oro. Le difficoltà della vita affrontate con la gioia e con la
90
speranza dal credente, sono come il fuoco per l’oro, affinano la fede e la ren-
dono preziosa, tanto da essere di lode e onore nel giorno della manifestazione
del Signore. Viene da chiedersi: c’è il purgatorio in questi versi di S. Pietro?
Sembra proprio di no.

Si consideri adesso il riferimento biblico in Matteo, capitolo 12, verso 31, in


quanto richiamato dall’art. 1031 del Catechismo cattolico:

31. Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma


la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. 32. A chiunque parlerà male del
Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdo-
nata né in questo secolo, né in quello futuro. (Matteo 12 – Traduzione CEI).

Sant’Agostino riconosceva la difficoltà di interpretazione di queste parole del


Signore Gesù e affermava: “Grande è l’oscurità di questo problema. Perciò
chiediamo a Dio la luce per esporlo”. Ora, qui non si vuole avere la presun-
zione di esporre con certezza cosa è la bestemmia contro lo Spirito Santo,
ma siccome il tema principale è il purgatorio e questo passo è riportato nel
Catechismo cattolico per dare corpo alla dottrina del purgatorio, si riportano
di seguito alcuni commenti di autori cattolici. Il Magistero della Chiesa trova
in quel “non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro” una
base per la dottrina del purgatorio. Quindi, “il secolo futuro” è il purgatorio
per il Magistero della Chiesa cattolica. Non è il giudizio finale di Dio in “quel
giorno”, ma è un periodo più o meno lungo di purificazione dai peccati col
fuoco. I Padri della Chiesa non ne parlano, però.
Sant’Ambrogio, scrive all’imperatore Graziano (opera: De Spiritu Sancto) e
tocca la questione della bestemmia contro lo Spirito Santo:

<< Penso, grande Imperatore che ne risultino soprattutto confutati quelli che respin-
gono lo Spirito Santo. Che sappiano, costoro, come essi sono confutati non solo dalle
testimonianze degli Apostoli, ma pure da quella di Nostro Signore; come possono
osare di respingere lo Spirito Santo, dal momento che il Signore stesso disse: «Colui
che bestemmierà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma chi bestemmierà
contro lo Spirito Santo non sarà mai perdonato, né qui né altrove … Ma se uno nega
invece la dignità, la maestà e l’eterno potere dello Spirito Santo, e pensa che magari i
demonî non vengano scacciati dallo Spirito Santo, bensì da quello di Belzebù … non
si può ricevere il perdono lì dove si è all’apice del sacrilegio: chi ha negato lo Spirito
Santo ha negato anche il Padre e il Figlio, perché è lo stesso Spirito di Dio che è lo
Spirito di Cristo.

Sant’Ambrogio è venerato come santo ed è considerato uno dei Padri della


Chiesa, tuttavia non parla di purgatorio. Avrebbe potuto dire all’imperatore:
91
per tale peccatore non vi sarà neanche la possibilità della purificazione nel
purgatorio. Si potrebbe controbattere: all’epoca di Ambrogio (IV secolo) non
vi era ancora la rivelazione della dottrina del purgatorio. Viene da rispondere
che è vero, quei santi Padri non ebbero questa rivelazione; di conseguenza vie-
ne anche da chiedersi: i santi Padri non ebbero questa rivelazione, ma l’ebbero
i papi del XIII-XV secolo, anche se erano corrotti e se propugnavano la vendi-
ta delle indulgenze? Giusto per fare una considerazione: la dottrina del purga-
torio ebbe le basi nel concilio di Lione II (1274) e la definizione nel concilio
di Firenze (1439). Il concilio di Firenze fu presieduto dal papa Eugenio IV e
nel frattempo, a causa di lotte intestine in seno alla Chiesa cattolica romana,
era stato eletto un altro papa col nome di Felice V. Eugenio IV fu eletto papa
nel 1431, dopo essersi messo d’accordo con i cardinali che avrebbe elargito
loro la metà delle entrate della Chiesa di Roma; nominò un paio di suoi nipoti
ad assumere cariche ecclesiastiche ed uno di essi divenne in seguito papa col
nome di Paolo II; Eugenio IV chiese la crociata contro gli hussiti; nonostante
tutto questo, la storiografia lo riconosce come un buon papa, perché la Chiesa
di Roma ne ha avuti di peggiori!

Tornando al problema del purgatorio e del richiamo al vangelo di S. Matteo


12, è interessante l’articolo riportato sul settimanale cattolico on-line Famiglia
Cristiana, pubblicato il 19 aprile 2012, intitolato “Bestemmiare lo Spirito”,
nel quale l’autore fornisce una spiegazione al passo del Vangelo di Matteo. Si
riporta la parte conclusiva dell’articolo:

D’altro lato c’è, invece, l’atteggiamento soprattutto degli scribi e dei farisei che vedono
gli atti gloriosi di Cristo, i suoi miracoli, le liberazioni dal male demoniaco, ma chiudono
coscientemente gli occhi della mente e del cuore, perché il riconoscimento di questa
“diversità” di Gesù infrangerebbe il loro sistema di potere e le loro elaborazioni teolo-
giche. Essi, dunque, negano l’evidenza delle opere che lo Spirito di Dio manifesta in
Cristo: la «bestemmia contro lo Spirito» è, allora, il rifiuto consapevole della verità co-
nosciuta come tale, è il rigetto cosciente della parola e dell’opera di Gesù, pur sapen-
dola vera e santa, per proprio interesse “blasfemo”. In questa luce, è comprensibile
la conclusione logica: a costoro non è possibile concedere il perdono «né in questo
mondo né il quello futuro», perché manca il presupposto fondamentale del pentimento
e della confessione della colpa. Essi si mettono fuori dell’orizzonte della salvezza di
propria scelta. Il commento ideale a tale dichiarazione di Gesù è in queste parole di
quella grandiosa omelia che è la Lettera agli Ebrei: «Se pecchiamo volontariamente
dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per quel
peccato, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà
divorare i ribelli» (Ebrei 10,26-27).

L’autore, un cardinale, in tutto l’articolo neanche nomina il purgatorio e con-


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clude il suo scritto riportando due versi del capitolo 10 della Epistola agli
Ebrei, nei quali si legge che ai peccatori impenitenti non resta che la terribile
attesa del giudizio (il famoso “quel giorno”), quando la vampa di fuoco divo-
rerà i ribelli. La vampa di fuoco di “quel giorno”.

Infine, leggendo un interessante studio biblico sul sito www.chiesadiroma.it


sul passo del Vangelo di Matteo citato, allo stesso modo non si incontra alcun
riferimento al purgatorio, nonostante Matteo 12 sia indicato essere un pas-
so utile ad avvalorare tale dottrina, così come indicato nel Catechismo della
Chiesa cattolica.

Si proceda a considerare adesso l’ultimo riferimento biblico riportato nell’art.


1032 del Catechismo cattolico, che riguarda 2 Maccabeo 12: 45. Il testo è trat-
to da uno dei libri non canonici (deuterocanonici) della Sacra Scrittura: stiamo
parlando di libri che non sono riconosciuti canonici dagli ebrei i cui dottori
della legge fissarono con rigore nel corso del primo secolo dopo Cristo il nu-
mero di libri che dovevano essere contenuti nella Tanàkh (o Tenàkh), ovvero
nella raccolta di testi sacri dell’ebraismo. Così come in epoca successiva alla
stesura dei Vangeli cristiani iniziarono a circolare vangeli apocrifi, ossia non
ritenuti originali o fedeli, che non furono contenuti nel Nuovo Testamento,
così fuori dalla Palestina romana (Giudea e Israele storica) circolavano testi in
greco di natura sapienziale (precetti morali), che non vennero ritenuti sacri dai
dottori della legge. La riforma protestante ha ritenuto giusto inserire nel Vec-
chio Testamento della Sacra Bibbia solo i libri riconosciuti nel canone ebraico
ed ha escluso pertanto: frammenti di Ester presenti solo nel testo greco, Giu-
ditta, Tobia, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Sapienza, Siracide, Susanna o Daniele
13, Bel e il drago o Daniele 14, Baruc. Questi libri, al contrario, sono accolti
nel Vecchio Testamento dalla Chiesa cattolica; essi furono tradotti da San Gi-
rolamo in quella che viene riconosciuta dal Magistero della Chiesa romana
essere l’unica versione della Bibbia a cui il credente deve fare riferimento: la
traduzione Vulgata di S. Girolamo del IV secolo. Partendo da queste premes-
se, non serve neanche discutere di questo riferimento deuterocanonico che per
la Chiesa cattolica romana fornisce la base della dottrina del purgatorio.

A questo punto, è necessario trattare l’uso cattolico della preghiera per i de-
funti (messe per i defunti e cose simili), in quanto è strettamente connesso con
la dottrina del purgatorio. Infatti, il punto di fede (art.) 1032 conclude:

Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, [Cf Gb 1,5] perché
dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazio-
ne? Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre
preghiere...
93
Il testo ci invita a confrontare Giobbe, capitolo 1 verso 5. Si riportano di segui-
to i versi 4 e 5 del primo capitolo del libro di Giobbe, secondo la traduzione
CEI:

4 Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro, ciascuno nel
suo giorno, e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare e bere insie-
me. 5 Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto, Giobbe li mandava a
chiamare per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero
di tutti loro. Giobbe infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso
Dio nel loro cuore». Così faceva Giobbe ogni volta.

Come si può facilmente constatare, i figli erano in vita, non erano morti (sa-
rebbero morti successivamente), e Giobbe da padre amoroso pregava e offriva
sacrifici a Dio per i propri figli, temendo che essi avessero peccato e che non
avessero chiesto perdono a Dio. Non si comprende, perciò, perché nel Cate-
chismo cattolico per avvalorare la preghiera ai morti si consiglia di leggere ciò
che faceva il saggio Giobbe, il quale, come ogni buon genitore, si preoccupava
di pregare per i suoi figli che erano in vita! Leggendo più avanti nel Libro di
Giobbe, si nota che egli perderà beni, ricchezze e anche la vita dei figli; ciò
nonostante, nel lungo dialogo che intrattenne con i suoi amici e, infine, con il
Signore Dio stesso, mai si incontra un solo verso in cui Giobbe rivolse a Dio
una preghiera per i suoi figli defunti.

Si può concludere che una dottrina così coinvolgente per i fedeli cattolici
come quella del purgatorio e delle preghiere e messe per i defunti, non solo
non è stata mai dichiarata dal vero Capo della Chiesa, cioè da Cristo Gesù,
ma neanche da alcuno dei Suoi discepoli. Viene da pensare che tutta questa
dottrina è insegnamento di uomini, non attinente alla Bibbia, che però ha dato
forza e potere al clero cattolico, assoggettando i fedeli a pratiche che hanno
contribuito enormemente alla ricchezza della Chiesa di Roma. Si può dare un
sano consiglio: in generale, è necessario essere molti accorti a non accettare
insegnamenti dottrinali che non siano esplicitamente esposti da Gesù e dai
Suoi apostoli, come li troviamo nel Nuovo Testamento; non è utile costruire
insegnamenti dottrinali su versi della Bibbia che siano poco chiari; laddove si
abbiano incertezze di interpretazione, si abbia la tranquillità di confessare di
non possedere ancora luce sufficiente per cose di grande altezza spirituale e si
evitino le discussioni dottrinali inutili, fissando la centralità della fede cristia-
na sul Signore e Salvatore Gesù Cristo.

94
§ 8.3 – I Sette Sacramenti del cattolicesimo

Come si è avuto modo di esporre nei capitoli precedenti, la riforma protestante


riconosce due Comandamenti: il battesimo dei credenti (bisogna credere e
avere la capacità di professare la fede) e la Santa Cena (con il pane ed il vino
assunto da tutti i credenti). In questa sezione non si vuole discutere sul nume-
ro dei cosiddetti “Sacramenti”; anzi, partendo dai Sacramenti formulati dalla
Chiesa cattolica romana, si vuole solo evidenziare che alcuni si discostano
dagli insegnamenti della Parola di Dio, altri sono stati imposti come dottrina
di fede o come dogma, per quanto mai menzionati nella Sacra Scrittura. Si
porrà l’attenzione su questioni rilevanti e si avrà quindi modo di constatare,
ancora una volta, che la Chiesa cattolica romana ha dettato dottrine e dogmi
che hanno posto la sacra Tradizione al di sopra della Parola di Dio. Prima di
iniziare l’analisi di alcuni Sacramenti cattolici, è utile ricordare che l’assetto
dottrinale dei Sette Sacramenti, discusso in precedenti concili, è stato sancito
definitivamente dal Concilio di Trento. Questo concilio, richiesto sia da parte
cattolica, sia da parte riformata, con l’intento di individuare punti di incontro
e di discussione, non solo sancì la definitiva divisione tra cattolici e riforma-
ti, ma fu il concilio che, su alcune questioni di fede, gettò le basi dottrinali
definitive della Chiesa cattolica romana, le quali restano in vigore anche ai
giorni nostri. Il Concilio fu molto lungo, in quanto interrotto due volte (sia per
discordie tra papa Paolo III e l’imperatore Carlo V, sia per guerre in atto tra
cristiani e protestanti); si parla quindi di tre fasi del Concilio di Trento: prima
fase dal 1545 al 1547; seconda fase dal 1551 al 1552; terza fase dal 1562 al
1563. La dottrina dei Sacramenti è stata sistemata e sancita nel corso della
prima fase. I papi che hanno presieduto il concilio di Trento sono stati, nel
tempo: Paolo III, Giulio III e Pio IV.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica romana, l’articolo di fede 1210 espone
i sette sacramenti:

1210 – I sacramenti della Nuova Legge sono istituiti da Cristo e sono sette, ossia: il
Battesimo, la Confermazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Or-
dine e il Matrimonio. 

Per sacramento la Chiesa cattolica intende un “segno efficace della Grazia”;


esso si esplicita con un Segno (Elementum) e con la Parola di Dio (Verbum):
quindi, vi è una azione (ad esempio battezzare) o un elemento (olio per unzio-
ne del malato) che scaturisce dalla Parola di Dio. Il catechismo afferma che
il fedele cattolico trae dai sacramenti la forza per attuare una vita cristiana
conforme alla volontà di Dio.

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Si vuole iniziare dal Battesimo, in quanto è un comandamento che è stato
lasciato con chiarezza dal Signore Gesù. In questo comandamento (sacramen-
to nel cattolicesimo) sono evidenti le differenze che separano i cattolici dai
cristiani evangelici; si sta facendo attenzione qui a non generalizzare dicendo
riformati o protestanti, perché non tutti i riformati attuano ed intendono il
battesimo secondo il comandamento del Signore Gesù e secondo gli insegna-
menti della Sacra Scrittura: alcune chiese protestanti, ad esempio, attuano il
battesimo dei bambini per aspersione, allontanandosi dai precetti della Parola
di Dio.

Può essere molto utile partire dalle affermazioni sul battesimo, contenute nel
Catechismo della Chiesa cattolica romana:

1214 lo si chiama Battesimo dal rito centrale con il quale è compiuto: battezzare
(“baptizein” in greco) significa “tuffare”, “immergere”; l’immersione nell’acqua è simbo-
lo del seppellimento del catecumeno nella morte di Cristo, dalla quale risorge con Lui,
quale nuova creatura (2 Corinzi 5,17; Galati 6, 15)

1226  Dal giorno della pentecoste la Chiesa ha celebrato e amministrato il santo Bat-


tesimo. Infatti san Pietro, alla folla sconvolta dalla sua predicazione, dichiara: « Penti-
tevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione
dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo » (Atti 2,38). Gli Apostoli
e i loro collaboratori offrono il Battesimo a chiunque crede in Gesù: Giudei, timorati di
Dio, pagani. Il Battesimo appare sempre legato alla fede: « Credi nel Signore Gesù e
sarai salvato tu e la tua famiglia », dichiara san Paolo al suo carceriere a Filippi. Il rac-
conto continua: « Subito il carceriere si fece battezzare con tutti i suoi » (Atti 16,31-33).

1227  Secondo l’apostolo san Paolo, mediante il Battesimo il credente comunica alla
morte di Cristo; con lui è sepolto e con lui risuscita:
« Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte.
Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché
come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi
possiamo camminare in una vita nuova » (Romani 6,3-4).

1250  Poiché nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato
originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per es-
sere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio,
alla quale tutti gli uomini sono chiamati. La pura gratuità della grazia della salvezza si
manifesta in modo tutto particolare nel Battesimo dei bambini. La Chiesa e i genitori
priverebbero quindi il bambino della grazia inestimabile di diventare figlio di Dio se non
gli conferissero il Battesimo poco dopo la nascita.

96
1252  L’usanza di battezzare i bambini è una tradizione della Chiesa da tempo imme-
morabile. Essa è esplicitamente attestata fin dal secondo secolo. È tuttavia probabile
che, fin dagli inizi della predicazione apostolica, quando « famiglie » intere hanno
ricevuto il Battesimo,  siano stati battezzati anche i bambini.

1253  Il Battesimo è il sacramento della fede. La fede però ha bisogno della comunità
dei credenti. È soltanto nella fede della Chiesa che ogni fedele può credere. La fede
richiesta per il Battesimo non è una fede perfetta e matura, ma un inizio, che deve svi-
lupparsi. Al catecumeno o al suo padrino viene domandato: «Cosa chiedi alla Chiesa
di Dio? ». Ed egli risponde: « La fede! ».

La lettura degli articoli si fede 1214, 1226 e 1227 espongono in maniera scrit-
turale, cioè in conformità con la Bibbia, il comandamento di Gesù del battesi-
mo, così come praticato dagli apostoli. Non c’è nemmeno bisogno di riportare
i passi della Bibbia in cui si evidenzia che il battesimo era praticato per im-
mersione in acqua, dovendo significare il seppellimento (atto dell’immersio-
ne) della vecchia natura umana con la resurrezione di una nuova creatura in
Cristo (atto del riemergere dall’acqua). Che la Chiesa cattolica romana abbia
abbandonato il battesimo per immersione, sostituendolo con l’aspersione, è
una delle licenze che il Magistero della Chiesa ha permesso, allontanandosi
dalla Parola di Dio e facendo perdere al credente il valore ed il significato al
battesimo. Vi sono siti cattolici che giustificano l’uso dell’aspersione con ac-
qua nel battesimo, evidenziando che la Didaché, un antichissimo testo orien-
tale il quale sintetizza la “dottrina dei dodici apostoli”, ammette tale modalità.
Essi omettono, però, di precisare che la Didaché permette il battesimo con
l’aspersione di acqua solo nel caso ci si trovasse in condizioni di non averne
disponibile per il battesimo con immersione e si trascura un fatto ancora più
significativo: la Didaché raccomanda che il battezzando, prima di essere bat-
tezzato, pratichi il digiuno e confessi i suoi peccati, a significare che il battesi-
mo era praticato ad adulti o a persone in grado di fare una scelta di fede e, di
conseguenza, non era praticato a bambini o neonati.

I problemi di non conformità scritturale sono presenti negli articoli 1250,


1252 e 1253: poiché non sono fondati sulla Parola di Dio e, di conseguenza,
non sono supportati da riferimenti biblici. In pratica, negli articoli di fede
1214, 1226 e 1227 sono presentati riferimenti contenuti nella Parola di Dio,
dai quali invece ci si allontana negli articoli 1250, 1252 e 1253 per far posto
alla Tradizione, che sovrasta la parola di Dio e la annulla quasi del tutto. Si
cerca di giustificare il battesimo dei bambini con una probabilità (mai raccon-
tata dagli autori del Nuovo Testamento) che, quando si battezzavano intere
famiglie, forse si includevano i bambini. Pur se ciò fosse avvenuto, sarebbe
stato contrario all’insegnamento di Gesù, il quale dice in Marco 16:
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15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatu-
ra. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condanna-
to. (traduzione CEI):

Quindi, bisogna avere intelletto, età della ragione per poter credere e profes-
sare un atto di fede. Anche l’episodio riportato in Atti (Paolo e il carceriere di
Filippi) e citato nell’art. 1226 del Catechismo, evidenzia la necessità di un atto
di fede di credere in Gesù e nella Sua azione salvifica. Nel battesimo cattolico,
infatti, non potendo il neonato professare la sua fede in Cristo, sono la Chiesa,
i padrini e i genitori a esprimere l’atto di fede in luogo del battezzato: una
evidente forzatura necessaria per un comandamento che è stato alterato. Ciò
determina un contrasto con quanto lo stesso Catechismo cattolico afferma in
alcuni articoli che riguardano il sacramento della Penitenza; si riportano parti
degli articoli 1423 e 1427:

1423  È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente


l’appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allonta-
nati con il peccato.
È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed
ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.

1427 Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione.


È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male
e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.

Quindi, secondo il Catechismo il Battesimo è il luogo principale della prima


conversione, che è fondamentale; la conversione è un cammino personale di
pentimento. Potrà mai un bambino, addirittura un neonato, mettere in atto
il processo della sua conversione? Sicuramente no. Allora perché la Chie-
sa cattolica romana vuole battezzare i bambini? Per giustificare il battesimo
dei bambini, il Magistero della Chiesa esprime un concetto nell’art. 1250 che
sembra essere molto lontano da quello che Gesù Cristo pensava ed esprimeva
in pubblico: il Catechismo presenta la natura decaduta, quindi peccaminosa,
del bambino o neonato (peccato originale secondo il cattolicesimo), il quale
ha bisogno del battesimo per salvarsi, anche se non sa assolutamente chi è
Gesù e cosa significa il battesimo: fanno professione di fede altri al posto suo
ed è salvato. Ma a proposito di bambini, Gesù sembrava avere un concetto
differente da quello esposto dal Magistero della Chiesa, e si possono leggere
nella Parola di Dio il pensiero di Gesù ed i Suoi insegnamenti:

1 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più
98
grande nel regno dei cieli?». 2 Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo
a loro e disse: 3 «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i
bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4 Perciò chiunque diventerà piccolo come
questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. (Matteo 18 – traduzione CEI; lo
stesso episodio è riportato in Marco 9: 36 ed in Luca 9:47)

Ancora in Matteo al capito 19 (traduzione CEI; lo stesso episodio è riportato


in Marco 10: 13.16 ed in Luca 18: 15-17):

13 Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma
i discepoli li sgridavano. 14 Gesù però disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a
me, perché di questi è il regno dei cieli». 

I discepoli sgridavano i bambini, ma non faceva così il Signore Gesù. Mai il


Signore Gesù ha fatto intendere che i fanciulli fossero impuri o indegni del
regno dei cieli. Si può essere d’accordo con la natura peccaminosa dell’uomo;
ma egli manifesterà la sua natura malvagia e peccaminosa nel momento in cui
autonomamente userà la sua ragione e la sua libertà di agire, perché non c’è
uomo giusto, neppure uno, dice la Scrittura; infatti solo Cristo uomo fu puro,
senza peccato e, perciò, Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. L’uo-
mo può redimersi solo sotto il tocco della Grazia di Dio, se darà ascolto allo
Spirito Santo che lo “convincerà di peccato” (Giovanni 16: 7-8).

La Chiesa cattolica ha un altro concetto sulla salvezza dei bambini. Anzi, al


tempo di papa Pio X (eletto papa nel 1903 e santificato nel 1954) fu stabilito
nel Catechismo cattolico:

I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale
né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso,
ma neppure l’inferno e il purgatorio.” (cap. V; n.100)

Questo concetto, non proprio amato dai credenti, è stato riesaminato dai te-
ologi cattolici (Commissione Teologica Internazionale) e, sul sito segnalato
di seguito, ora si incontra questa interpretazione data al Limbo, senza però
negarne l’esistenza:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfai-
th_doc_20070419_un-baptised-infants_it.html

Questa teoria, elaborata da teologi a partire dal Medioevo, non è mai entrata nelle de-
finizioni dogmatiche del Magistero, anche se lo stesso Magistero l’ha menzionata nel
suo insegnamento fino al Concilio Vaticano II. Essa rimane quindi un’ipotesi teologica
99
possibile. Tuttavia nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) la teoria del limbo non
viene menzionata, ed è invece insegnato che, quanto ai bambini morti senza Battesi-
mo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito
specifico dei funerali per loro.

Vale la pena ricordare che il papa Pio X, santo per i cattolici, godeva dell’In-
fallibilità papale, reso dogma nel 1870 dal papa Pio IX: si presuppone, quindi,
che la sua affermazione sull’esistenza del Limbo fosse una affermazione infal-
libile del vicario di Cristo, una rivelazione divina; però, non sembra che i suoi
successori l’abbiano ritenuta e la ritengano tale.

Lasciando la confusa esistenza del Limbo, si riprenda la questione del bat-


tesimo dei fanciulli. Dal momento che la Chiesa cattolica romana impose il
battesimo dei bambini, i quali non sono in grado di esprimere una professione
di fede, è comprensibile che doveva essere previsto un “passaggio” nella vita
del cattolico in cui finalmente professasse la sua fede: è la Confermazione
(Cresima), del tutto assente nella Bibbia.

Si riporta di seguito la dottrina della Confermazione, come riportata nel


Catechismo cattolico:

Dal Catechismo cattolico:


Art. di fede 1285  Con il Battesimo e l’Eucaristia, il sacramento della Confermazio-
ne costituisce l’insieme dei « sacramenti dell’iniziazione cristiana », la cui unità deve
essere salvaguardata. Bisogna dunque spiegare ai fedeli che la recezione di questo
sacramento è necessaria per il rafforzamento della grazia battesimale. Infatti, « con
il sacramento della Confermazione [i battezzati] vengono vincolati più perfettamente
alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo, e in questo modo
sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera
la fede come veri testimoni di Cristo ».

Quindi la Confermazione è necessaria per il rafforzamento della grazia bat-


tesimale. Ѐ chiaro che, non avendo il bambino fatto alcuna scelta di fede al
momento del battesimo, giunto all’età della ragione deve confermarla per es-
sere “vincolato più perfettamente alla Chiesa”. Quindi, avendo inventato il
battesimo dei bambini o neonati, la Chiesa cattolica romana è stata costretta
ad inventare un rito per la conferma del credente. Ci si aspetterebbe che il
fedele facesse una sua confessione di fede per conformarsi alla Parola di Dio,
in quanto Gesù stesso disse:

Matteo 10: 32 (traduzione CEI): “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, an-
ch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” 
100
Luca 12: 8 (traduzione CEI): “Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli
uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio”

Romani 10: 9 (traduzione CEI): “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è
il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”

Invece il rito della Confermazione prevede tutt’altro. Il credente è passivo,


perché è il vescovo, quindi la Chiesa, ad essere attivo e a produrre gesti e
proferire preghiera affinché il fedele riceva lo Spirito Santo. La Santa Ma-
dre Chiesa si assume l’incarico, che la Bibbia non le ha dato, di sostituirsi al
credente, di pregare, di intercedere, di dichiarare la conversione e di profes-
sare la fede. Infatti, risulta interessante notare come nell’Art. di fede 1285
del Catechismo si specifica che il sacramento della Confermazione vincola
perfettamente il battezzato (il cresimando, in questo caso) alla Chiesa, viene
arricchito così della forza speciale dello Spirito Santo e, in questo modo, egli
sarà “obbligato a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede
come veri testimoni di Cristo”. Il credente cattolico non è un protagonista del-
la propria fede, svolge tutto la Chiesa per lui; rimane inglobato nella ritualità,
senza esperienza personale nella conoscenza di Dio, di Cristo e dello Spirito
Santo, col forte rischio di restare spiritualmente debole e inconsapevole di ciò
che sta facendo. Il Catechismo dispone i passaggi rituali:

Art. di fede 1293  Nel rito di questo sacramento è opportuno considerare il segno
dell’unzione e ciò che l’unzione indica e imprime: il sigillo spirituale.

Art. della fede 1295  Per mezzo di questa unzione il cresimando riceve « il marchio
», il sigillo dello Spirito Santo. Il sigillo è il simbolo della persona, il segno della sua
autorità, della sua proprietà su un oggetto – per questo si usava imprimere sui soldati
il sigillo del loro capo, come sugli schiavi quello del loro padrone –; esso autentica un
atto giuridico o un documento e, in certi casi, lo rende segreto.

Art. di fede 1299  Nel rito romano, il Vescovo stende le mani sul gruppo dei cresiman-
di: gesto che, fin dal tempo degli Apostoli, è il segno del dono dello Spirito. Spetta al
Vescovo invocare l’effusione dello Spirito...

e segue la preghiera del vescovo. Come si vede, la chiesa cattolica romana


inserisce una unzione con olio nel rito, a richiamare pratiche dell’Antico Te-
stamento e addirittura le usanze dell’esercito romano. L’olio usato è quello
che viene consacrato nelle funzioni religiose del Giovedì Santo. Eppure, mai
gli apostoli hanno unto qualcuno per ricevere lo Spirito Santo. Tutt’al più, in
conformità con la Epistola di Giacomo, ungevano con olio i malati e pregava-
101
no per loro (vedere Giacomo 5: 14).

Il Magistero della chiesa, non potendo dare riferimenti biblici sulla Confer-
mazione, in quanto non era praticata né da Gesù, né dagli apostoli, cerca di
creare un nesso tra Confermazione e l’effusione dello Spirito Santo nel giorno
della Pentecoste:

Art. di fede 1302  Risulta dalla celebrazione che l’effetto del sacramento della Confer-
mazione è la speciale effusione dello Spirito Santo, come già fu concessa agli Apostoli
il giorno di pentecoste.

Che dire? Bisogna sinteticamente chiarire cosa era successo alla Pentecoste
e invitare il credente cattolico a leggere ed amare la Parola di Dio che rende
liberi da tutti questi ghirigori dottrinali. Si parta dall’antefatto, come riportato
in Atti, capitolo 1 (traduzione CEI):

1 Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò
dal principio 2 fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era
scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. 3 Egli si mostrò ad essi vivo, dopo
la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del
regno di Dio. 4 Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da
Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, dis-
se, che voi avete udito da me: 5 Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete
battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni». 6 Così venutisi a trovare insieme gli
domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». 7 Ma
egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato
alla sua scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete
testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini
della terra». 9 Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse
al loro sguardo …. 12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi,
che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. 13 Entrati in
città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo
e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo
Zelòta e Giuda di Giacomo. 14 Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera,
insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.

Quindi, gli apostoli si erano riuniti nel cosiddetto “alto solaio” o “piano supe-
riore” per pregare, attendendo il “battesimo nello Spirito Santo”; insieme agli
apostoli vi erano alcune donne e Maria la madre di Gesù, che avrebbe ricevuto
anche lei lo Spirito Santo. Ora si arriva al giorno della Pentecoste, festa dei
Giudei, come da Atti, capitolo 2 (traduzione CEI):

102
1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stes-
so luogo. 2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte
gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come
di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti
pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava
loro il potere d’esprimersi. 5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti
di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase
sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori
di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E
com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi,
Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e
dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a
Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare
nelle nostre lingue le grandi opere di Dio». 12 Tutti erano stupiti e perplessi, chieden-
dosi l’un l’altro: «Che significa questo?». 13 Altri invece li deridevano e dicevano: «Si
sono ubriacati di mosto». 14 Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò
a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia
ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: 15 Questi uomini non sono ubriachi
come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino. 16 Accade invece quello
che predisse il profeta Gioele: 17 Negli ultimi giorni, dice il Signore, Io effonderò il mio
Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani
avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. 18 E anche sui miei servi e sulle
mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno.

Questa esperienza che Gesù chiama “battesimo nello Spirito Santo” è simile
alla Confermazione? C’entra qualcosa l’esperienza della Pentecoste dei fe-
deli riuniti nell’alto solaio con la ritualità cattolica della Confermazione? La
Bibbia ci mostra che l’imposizione delle mani che gli apostoli della chiesa
primitiva facevano in preghiera sui battezzati, aveva lo scopo del “battesimo
nello Spirito Santo”, che si manifestava con il “parlare nuove lingue”: c’è
attinenza con il rito della Confermazione? Purtroppo, queste domande hanno
una sola risposta, che è negativa. Tuttavia, almeno nel Catechismo troviamo la
soluzione alle perplessità, perché si ammette che la Confermazione, sia per la
Chiesa cattolica d’occidente, sia per quella ortodossa d’oriente, è frutto della
Tradizione e della consuetudine. Infatti, l’articolo di fede 1290 ha la sopra-
scritta “Due tradizioni: l’Oriente e l’occidente”:

1290 Nei primi secoli la Confermazione costituisce in genere una celebrazione unica
con il Battesimo, formando con questo, secondo l’espressione di san Cipriano, un «
sacramento doppio ». Ma, tra le altre cause, il moltiplicarsi dei Battesimi di bambini, e
questo in qualsiasi periodo dell’anno, e la crescita numerica delle parrocchie (rurali),
con il conseguente ampliamento delle diocesi, non permettono più la presenza del
103
Vescovo a tutte le celebrazioni battesimali...

1291  Una consuetudine della Chiesa di Roma ha facilitato lo sviluppo della pratica oc-
cidentale: la duplice unzione con il sacro crisma dopo il Battesimo. La prima unzione,
compiuta dal sacerdote sul neofita, al momento in cui esce dal lavacro battesimale, è
portata a compimento da una seconda unzione fatta dal vescovo sulla fronte di ogni
neo-battezzato. La prima unzione con il sacro crisma, quella data dal sacerdote, è ri-
masta unita al rito del Battesimo: significa la partecipazione del battezzato alle funzioni
profetica, sacerdotale e regale di Cristo.

Come si può intendere, la Chiesa cattolica romana, non avendo dato correzio-
ne biblica sui battesimi, lasciando che attecchisse la consuetudine di battez-
zare bambini e neonati, ha dovuto introdurre la Confermazione. Da notare nel
Catechismo la pratica rituale della doppia unzione del bambino: l’unzione del
neonato appena battezzato e l’unzione praticata nella Confermazione, per dare
continuità al sacramento: rituali inesistenti nella Sacra Scrittura, ancora una
volta messa in secondo piano rispetto alla Tradizione.

Si passi, ora, a trattare la dottrina dell’Eucarestia.

Questa dottrina viene esposta nel Catechismo della Chiesa cattolica romana
negli articoli di fede dal numero 1322 al numero 1419. Si riportano di seguito
alcuni di essi, in modo da comprendere su quali basi scritturali il cattolicesimo
elabora il sacramento dell’Eucarestia:

1323 « Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrifi-
cio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al
suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa,
il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vin-
colo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di
grazia e viene dato il pegno della gloria futura »

1333 Al centro della celebrazione dell’Eucaristia si trovano il pane e il vino i quali, per
le parole di Cristo e per l’invocazione dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il San-
gue di Cristo. Fedele al comando del Signore, la Chiesa continua a fare, in memoria di
lui, fino al suo glorioso ritorno, ciò che egli ha fatto la vigilia della sua passione: « Prese
il pane... », « Prese il calice del vino... ».

Poiché gli articoli di fede per esporre il Sacramento sono tanti, circa cento, in
quanto si addentrano anche nella liturgia da seguire nella celebrazione euca-
ristica, questi due proposti sembrano gettare le premesse perché si resti fedeli
alla Parola di Dio e al comando del Signore Gesù, il quale, nello spezzare il
104
pane (Suo Corpo) e nel distribuire il calice (Suo Sangue), volle precisare:
“Fate questo in memoria di me” (Luca 22: 19); e l’apostolo Paolo, negli inse-
gnamenti che dava ai fedeli di Corinto, ricordava:

“23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore
Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie,
lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di
me». 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo
calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in
memoria di me». 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo
calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. (1^ Corinzi 11 – tradu-
zione CEI).

L’apostolo afferma di aver ricevuto questi insegnamenti (evidentemente dagli


altri apostoli) e vuole diligentemente trasmetterli ai Corinzi affinché facciano
la Cena del Signore in unione dottrinale con i discepoli del Signore. Tali in-
segnamenti sembrano essere pienamente recepiti anche nell’articolo di fede
1384 il quale, riportando anche le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni al
capitolo 6: 53, rimarca:

1384  Il Signore ci rivolge un invito pressante a riceverlo nel sacramento dell’Eucari-
stia: « In verità, in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’uomo e non
bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita » (Gv 6,53).

Quindi “il Signore ci rivolge un invito pressante”. Viene da chiedersi: come è


stato recepito dal cattolicesimo, o meglio dal Magistero della Chiesa, questo
pressante invito? La risposta si incontra nell’art. 1390:

1390  In virtù della presenza sacramentale di Cristo sotto ciascuna specie, la Comu-
nione con la sola specie del pane permette di ricevere tutto il frutto di grazia dell’Eu-
caristia. Per motivi pastorali questo modo di fare la Comunione si è legittimamente
stabilito come il più abituale nel rito latino. Tuttavia « la santa Comunione esprime con
maggior pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. In essa
risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico ».

La lettura dell’articolo di fede fa sospettare che l’invito non sia stato recepito
in pieno. Infatti, per quanto sia affermato che ci sarebbe una maggiore pie-
nezza del Sacramento con le due specie (pane e vino), il rito latino cattolico
ha fatto prevalere la forma abituale di dare uno solo dei segni, cioè il pane. Il
Catechismo, di conseguenza, mostra che: il Magistero della Chiesa, fatto di
uomini (per quanto possano essere santificati, uomini restano) prende la liber-
tà di contravvenire un comandamento del Signore Gesù e un insegnamento
105
apostolico di S. Paolo, per “servire” ai fedeli il sacramento eucaristico che non
raggiunge la “pienezza” in quanto non assunto nella forma dei due “segni”.
Viene da chiedersi: chi può sovrastare l’autorità di Cristo o dei Suoi apostoli?
La risposta per il Magistero della Chiesa è: il rito latino più abituale! Ancora
una volta la consuetudine, l’abitudine e la tradizione prevalgono sulla Parola
di Dio. Ma c’è di più: neanche la tradizione ha avuto la meglio sull’abitudine.
Infatti, la cosa che fa rimanere ulteriormente perplessi è che l’articolo di fede
1345 del Catechismo, ci ricorda come S. Giustino Martire spiegasse all’im-
peratore Antonino Pio, intorno al 155 dopo Cristo, la modalità del culto dei
fedeli cristiani:

«Nel giorno chiamato del sole ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle
campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei profeti, finché il tempo
consente. Poi quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammoni-
sce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed
innalziamo preghiere » « sia per noi stessi [...] sia per tutti gli altri, dovunque si trovino,
affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi
dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un
l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa
d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell’u-
niverso nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie, per
essere stati fatti degni da lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed
il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: Amen. Dopo che il preposto
ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo
diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua “eucaristizzati”
e ne portano agli assenti».

Si può quindi concludere che neanche la tradizione del culto dei primi cristia-
ni romani, cioè di quei credenti esposti continuamente al martirio per la loro
fede in Cristo (Giustino subirà il martirio in un periodo compreso tra l’anno
161 e il 165), ha la forza e l’autorità per sovrastare una abitudine non meglio
precisata, in base alla quale la celebrazione eucaristica si può fare senza la
specie del vino!

A questo punto si ritiene non utile toccare altri argomenti dottrinali, quali ad
esempio quelli riportati negli articoli 1365 (l’Eucarestia è anche un sacrificio)
e 1376 (Transustanziazione), perché in questo lavoro non si ha alcuna pretesa
di addentrarsi in questioni tanto profonde, vicine al mistero di Dio, ma si vo-
gliono evidenziare solo cose grossolane, discostamenti evidenti dalla Parola
di Dio, con la speranza che in tutti l’amore per la Parola di Dio vinca su qual-
siasi altro sentimento.

106
Si passi adesso a considerare il Sacramento dell’Ordine. Questo sacramento
indica un corpo ecclesiale, al quale è affidato il servizio ai fedeli, inteso come
compito pastorale e altri compiti specifici di ciascun grado. Nel corpo eccle-
siale si entra a far parte mediante una speciale ordinazione o consacrazione
(perciò si parla di Ordine), in quanto si dovrà esercitare una potestà sacra per
virtù dello Spirito Santo e con l’autorità di Cristo. Il Catechismo cattolico
presenta la dottrina di questo sacramento soprattutto negli articoli di fede che
vanno dal 1536 al 1600. Su alcuni di essi è bene fare qualche considerazione.
La presentazione del sacramento inizia con l’articolo 1536:

1536 – L’Ordine è il sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi


Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi: è, dunque,
il sacramento del ministero apostolico. Comporta tre gradi: l’Episcopato, il presbiterato
e il diaconato.

1554 – (omissis) Per questo il termine « sacerdos » – sacerdote – designa, nell’uso
attuale, i Vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia, la dottrina cattolica inse-
gna che i gradi di partecipazione sacerdotale (Episcopato e presbiterato) e il grado
di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti da un atto sacramentale chiamato «
ordinazione », cioè dal sacramento dell’Ordine.

Negli articoli successivi si fa riferimento alla Tradizione, ma più che altro


sulla ritualità, che qui non interessa. Comunque, i tre gradi citati, Episcopato,
presbiterato e diaconato sono scritturali, quindi presenti nella Bibbia. Si può
solo dire che, leggendo gli articoli della fede cattolica sulla questione dei tre
gradi di ordine e mettendoli a confronto con alcune traduzioni della Bibbia, si
incontra qualche leggera differenza espressiva, ma nulla di non ortodosso, se
è consentita questa espressione. Al termine della sezione dedicata a questo sa-
cramento, il Catechismo riporta alcuni articoli che fanno una sintesi di quanto
lungamente esposto nei precedenti articoli di fede. Vale la pena riportarne
alcuni:

1590  San Paolo dice al suo discepolo Timoteo: « Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio
che è in te per l’imposizione delle mie mani » (2 Tm 1,6), e: « Se uno aspira all’Episco-
pato, desidera un nobile lavoro » (1 Tm 3,1). A Tito diceva: « Per questo ti ho lasciato
a Creta, perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in ogni
città, secondo le istruzioni che ti ho dato » (Tt 1,5).

1593  Fin dalle origini, il ministero ordinato è stato conferito ed esercitato in tre gradi:
quello dei Vescovi, quello dei presbiteri e quello dei diaconi. I ministeri conferiti dall’or-
dinazione sono insostituibili per la struttura organica della Chiesa: senza il Vescovo, i
presbiteri e i diaconi, non si può parlare di Chiesa. 229
107
1599  Nella Chiesa latina il sacramento dell’Ordine per il presbiterato è conferito nor-
malmente solo a candidati disposti ad abbracciare liberamente il celibato e che mani-
festano pubblicamente la loro volontà di osservarlo per amore del regno di Dio e del
servizio degli uomini.

L’art. 1590 riporta parte della Parola di Dio in maniera monca, privata della
parte in cui l’apostolo Paolo continua le sue raccomandazioni a Timoteo (1^
Timoteo cap. 3) ed a Tito (Tito cap. 1), affinché i ministeri dell’episcopato e
del diaconato siano affidati a persone spirituali, di riconosciuta moralità, mari-
ti di una sola moglie e capaci di governare la propria famiglia; per il vescovo
questa raccomandazione è addirittura accompagnata dalla constatazione che
“se non sa governare la propria famiglia, come potrà avere cura della chiesa di
Dio?”. Invece l’art. 1599 del Catechismo cattolico parla di celibato del presbi-
tero; di conseguenza anche il vescovo deve essere celibe, in contrasto con la
Parola di Dio. Proseguendo l’analisi, anche l’articolo di fede 1593 espone una
dottrina condivisibile, perché scritturale: senza i tre gradi ministeriali non può
esserci Chiesa, intesa come comunità di fedeli e Corpo di Cristo. Il problema
è che nella Chiesa cattolica romana questo corpo ministeriale non è stato più
sufficiente. Infatti, c’era bisogno di un papa che si definisse primo vescovo
di tutta la cristianità, che si dichiarasse addirittura Vicario di Cristo; e man
mano che il vescovo di Roma acquisiva il potere temporale, c’era bisogno di
una Curia (prelati nominati dal papa) per il governo della città di Roma e per i
territori in cui il pontefice era anche sovrano a tutti gli effetti (vedi nascita del
ruolo dei cardinali e di altri prelati e del loro fasto), come lo è stato almeno dal
secolo VIII fino al 1870 (Stato Pontificio). Ancora, andando avanti nell’anali-
si, l’articolo di fede 1571 parla di ripristino del diaconato:

1571 Dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa latina ha ripristinato il diaconato « come un


grado proprio e permanente della gerarchia », mentre le Chiese d’Oriente lo avevano
sempre conservato...

Quindi il diaconato, istituito addirittura dagli apostoli, come riportato in Atti


al capitolo 6, non si era più praticato nella Chiesa romana; il ministero del
diacono si era svuotato del suo servizio nel corso del Medioevo (non vi era-
no più poveri?) e ne era stato richiesto il ripristino effettivo nel Concilio di
Trento; come dice l’art. di fede 1571 fu però il Concilio Vaticano II, aperto
ufficialmente all’inizio di ottobre del 1962, a decretare il ripristino del ruolo
del diacono anche nella gerarchia ecclesiastica. Insomma, per secoli, la Chiesa
di Roma non ha nominato diaconi.

Per concludere, si ponga attenzione alla fastosità del rituale dell’ordinazione


108
di un vescovo cattolico, in netta contrapposizione con quanto veniva fatto nel-
la chiesa degli apostoli, ove ci si preoccupava solamente di affidare il compito
ad un credente di buona testimonianza, sul quale gli altri vescovi (anziani)
pregavano ed imponevano le mani. Così, ecco riportato uno stralcio dell’arti-
colo di fede 1574:

...Così, nel rito latino, i riti di introduzione – la presentazione e l’elezione dell’ordinan-


do, l’omelia del Vescovo, l’interrogazione dell’ordinando, le litanie dei santi – attestano
che la scelta del candidato è stata fatta in conformità alla prassi della Chiesa e prepa-
rano l’atto solenne della consacrazione. A questa fanno seguito altri riti che esprimono
e completano in maniera simbolica il mistero che si è compiuto: per il Vescovo e il
presbitero l’unzione del santo crisma, segno dell’unzione speciale dello Spirito Santo
che rende fecondo il loro ministero; la consegna del libro dei Vangeli, dell’anello, della
mitra e del pastorale al Vescovo, come segno della sua missione apostolica di annun-
ziare la Parola di Dio, della sua fedeltà alla Chiesa...

Sembra utile riportare una affermazione di S. Tommaso d’Aquino, che forse


è stata dimenticata da chi si pone al pari di Cristo o come suo vicario: “Solo
Cristo è il vero sacerdote, gli altri sono i Suoi ministri” (Super Epistolam B.
Pauli ad Hebraeos lectura). Si confronti l’affermazione di S. Tommaso con la
seguente di papa Pio IX, che emanò il dogma dell’infallibilità papale:

“Io solo, nonostante la mia indegnità, sono il successore ed il vicario di Cristo. Io solo
ho la missione di guidare e dirigere la barca di Pietro. Io sono la via, la verità e la vita.
Coloro che sono con me sono con la Chiesa. Quelli che non sono con me, sono fuori
della Chiesa”.

Non c’è bisogno di commentare! Tuttavia, Pio IX nell’anno 2000 è stato di-
chiarato Beato. Per quanto riguarda, infine, il sacramento della Penitenza,
si rimanda al capitolo 6 di questo lavoro, allorché viene affrontata la questio-
ne delle indulgenze; infatti, l’art. 1471 del Catechismo della Chiesa cattolica
romana afferma che la dottrina dell’indulgenza è legata al sacramento della
Penitenza.

§ 8.4 – La venerazione dei Santi e delle reliquie

Mettere in discussione l’argomento della venerazione dei Santi è come scuo-


tere fortemente la sensibilità del credente cattolico, il quale, per tradizione
millenaria, si affida ai santi (ed ai santi martiri) per avere intercessione presso
il Padre. La venerazione dei Santi è talmente radicata nel cattolicesimo, che il
credente cattolico nella sua vita spirituale e di preghiera neanche percepisce
quanto Cristo sia messo da parte e passi in secondo piano. Comunque, prima

109
di iniziare l’analisi di questa dottrina di fede cattolica, è giusto partire dal Ca-
techismo della Chiesa che tratta la dottrina della “Comunione dei santi” con
gli articoli che vanno dal 946 al 962. Si riportano di seguito tre articoli della
fede, che possono essere presi come sintesi del pensiero cattolico:

955 “L’unione. . . di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo
non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consoli-
data dalla comunicazione dei beni spirituali” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

956 L’intercessione dei santi. « A causa infatti della loro più intima unione con Cristo,
i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità [...]. Non cessano di intercedere per noi
presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico me-
diatore tra Dio e gli uomini. [...] La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro
fraterna sollecitudine »: (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,)
«Non piangete. Vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di
quando ero in vita». (San Domenico, morente, ai suoi frati: Relatio iuridica 4 (Fra Ro-
dolfo da Faenza), 42: Acta sanctorum, Augustus I, p. 636;)
«Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra». (Santa Teresa di Gesù Bambino, Ul-
timi colloqui) 

957 La comunione con i santi. « Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’e-
sempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata
dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che
sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce
a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la
vita dello stesso popolo di Dio » (N.d.A. da Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen
gentium)
« Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti
in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re
e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli ».  (Martyrium
sancti Polycarpi)

L’articolo 955 fa quasi da introduzione ai due successivi, i quali sono “con-


stitutio dogmatica”, ossia dottrina di fede dogmatica. Esso fa intendere cosa
è per il Magistero della Chiesa cattolica la “Comunione dei Santi”: la Chiesa
è la comunità di tutti i fedeli, di quelli in vita insieme a quelli defunti ma vi-
venti in cielo: la loro unione è consolidata dalla comunione dei beni spirituali
(Sacramenti). Quindi, tra loro vi è una continua condivisione di esperienze
spirituali. Fatta tale premessa, il Catechismo espone immediatamente due ar-
ticoli di fede (dogmi):

- Nell’articolo di fede 956 si afferma che i beati in cielo non cessano di in-
110
tercedere per noi viventi presso il Padre, avendo guadagnato in vita i meriti
mediante “Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini”. La contraddi-
zione è evidente. Nella prima parte dell’art. di fede 956 si dà un dogma: i beati
intercedono continuamente per noi viventi, cosa che non si trova scritto in
maniera esplicita in alcuna parte del Nuovo Testamento e neanche nell’intera
Parola di Dio; nella seconda parte si afferma una verità biblica che è esposta
dall’apostolo Paolo nella 1^ Epistola a Timoteo con evidente enfasi:

5 Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo
Gesù, 6 che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data
nei tempi stabiliti, 7 e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo - dico la verità,
non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità. (Traduzione CEI)

ed è riaffermata anche nella Epistola agli Efesini, al capitolo 2:

14 Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo
il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, 15 annullando, per mezzo
della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei
due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16 e per riconciliare tutti e due con Dio in
un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. 17 Egli è
venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano
vicini. 18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo
Spirito. (traduzione CEI).

Da notare quel bellissimo “annullando, per mezzo della sua carne, la legge
fatta di prescrizioni e di decreti”: quante leggi e decreti noi esseri umani po-
niamo più in alto della Sacra Scrittura! Ma sarebbe già sufficiente il passo in
Giovanni 14, allorché a Tommaso, che chiedeva “Signore, non sappiamo dove
vai, come possiamo conoscere la via?” il Signore Gesù affermava: “Io sono
la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me”.

L’art. di fede dovrebbe, quindi, riportare la Parola di Dio, ma non lo fa; ripor-
ta, per dare forza alla tesi dell’intercessione dei santi in cielo, parole di S. Do-
menico, di Santa Teresa e frasi contenute negli atti del martirio di S. Policarpo:
quindi, ancora una volta si fa prevalere la parola di uomini sulla Parola di Dio
per avvalorare una dottrina ed imporla ai credenti.

- L’art. 957 sembra quasi voler ricondurre l’attenzione del fedele sul fatto che
la Chiesa vuole onorare i martiri e coloro che la Chiesa stessa ha costituito
santi e beati. Però una cosa è onorare la memoria, altra cosa è chiedere in
preghiera la loro intercessione presso il Padre. Una cosa è leggere la vita di un
santo o di un martire, meditare sulla sua fedeltà a Dio e a Cristo Gesù e lodare
111
il Signore per aver dato la sapienza, la forza e la fedeltà ai Suoi servitori in
terra; altra cosa è ciò che la Chiesa cattolica romana lascia fare ai suoi fedeli
da secoli: inginocchiarsi davanti a statue e a reliquie dei santi, pregare e attri-
buire ad essi un ruolo che mette da parte il sacrificio perfetto di Cristo, unico
Mediatore tra Dio e gli uomini. Allora, il sacrificio di Gesù sulla croce non è
stato sufficiente? Il Messia tanto atteso, di cui i profeti davano testimonianza
con i loro scritti contenuti nell’Antico Testamento, non ha “compiuto” ancora
in pieno la Sua missione? Quindi, il “Tutto è compiuto” detto da Gesù sulla
croce, in fondo non si è ancora attuato? Perché si realizzasse l’opera di Cristo,
c’era bisogno di nuovi intercessori, anzi di una miriade di intercessori, eletti
santi a centinaia nei secoli, perché così ha stabilito il Magistero della Chiesa
cattolica?

Oggi il web ci fornisce una buona opportunità di conoscere le posizioni di vari


gruppi cattolici a riguardo dei dogmi che professano. Ovviamente vi sono po-
sizioni rigide ed intransigenti, ma vi sono posizioni più razionali, pur legate a
quanto stabilito dal Magistero della Chiesa. Ad esempio, da un articolo on-line
del settimanale Famiglia Cristiana, datato 26 ottobre 2016, si legge la risposta
di un ministro cattolico, riportata di seguito nella sua parte conclusiva, ad una
fedele che si dichiarava commossa del fatto che nella sua parrocchia fosse sta-
ta portata una stoffa con alcune gocce di sangue del papa Giovanni Paolo II e,
nello stesso tempo, sorpresa dello scetticismo di suoi amici di fronte a questo
tipo di religiosità d’altri tempi:

Forse hanno in mente una distorta religiosità popolare che ne ha fatto un uso magico,
quasi fossero dei talismani per proteggerci. O avranno letto di quando nel Medioevo
se ne faceva commercio o se ne fabbricavano di false per ragioni di prestigio e denaro.
Non c’è nulla di anacronistico nella venerazione delle reliquie, se intese secondo il
Vaticano II, che afferma: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene
in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti procla-
mano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi
da imitare». Venerare una reliquia è venerare la misericordia di Dio che s’è realizzata
nel santo. Occorre, quindi, ricondurre la devozione alla giusta dottrina della Chiesa.

Intanto, il ministro cattolico autore dell’articolo riconosce che la venerazione


dei santi e delle reliquie è frutto della tradizione, non cerca di giustificarla con
la Parola di Dio; riconosce che, nel passato, una distorta religiosità popolare
ha fatto della venerazione dei santi e delle loro reliquie qualcosa che si è avvi-
cinato più a riti magici e pagani, che cristiani. Non si può che essere d’accordo
con il prelato, ma, nello stesso tempo, non si può negare che quelle forme
distorte sono ancora oggi una delle maggiori espressioni della fede cattolica.
Cosa dire delle feste popolari, quelle dei santi patroni delle città, in cui statue
112
portate a spalla sono ricoperte di denaro o di ori (senza dire delle soste che il
santo deve fare davanti alla residenza del boss locale)? E delle feste popolari,
dedicate ai santi patroni, in cui ci si cimenta in corse o trasporto di baldacchini
giganteschi (Festa dei Ceri a Gubbio, Macchina di S. Rosa a Viterbo, solo
per fare qualche esempio), ci si ferisce (le varie feste dei Battenti dissemina-
te ovunque; quella settennale di Guardia Sanframondi richiama migliaia di
fedeli), o semplicemente ci si diverte con manifestazioni che poco hanno di
cristiano (quasi tutte le feste di paese) ma moltissimo di mondano? Senza par-
lare delle reliquie false disseminate in tutto il mondo cattolico (che in questo
lavoro non vuole affatto essere esaminato, perché umiliante per qualsiasi cre-
dente) delle quali autori e siti web avversi al cristianesimo fanno un accurato
elenco per deridere la fede in Cristo. La Chiesa cattolica romana non ha mai
combattuto con fermezza questi riti religiosi molto vicini a ciò che si faceva
nel paganesimo. Se in una Chiesa centrale di un paese del frusinate è esposta
in bella vista la statua di una madonna con la scritta “questa statua è mira-
colosa”, significa che il clero, vescovo compreso che ha celebrato messa in
quella Chiesa, appoggia questo tipo di cristianità, non la corregge, e lascia che
la gente creda che la venerazione di statue ed immagini interpretino in qual-
che modo il messaggio di salvezza di Cristo e dei Suoi apostoli. Duole dover
descrivere tale tipo di fede, che porta quasi ad affermare che il cattolicesimo
sia diventato una libera interpretazione del cristianesimo apostolico. A nessun
cattolico viene il dubbio, leggendo i Dieci Comandamenti, che c’è qualcosa
che non si concilia tra quei precetti dettati da Dio e quello che normalmente
pratica? Forse perché non si è mai soffermato a leggere i Dieci Comandamenti
direttamente sulla Bibbia, ma solo quelli che vengono passati ai credenti dalla
Chiesa di Roma, epurati da quello che contrasta con la tradizione cattolica. Se
si cercano i 10 Comandamenti nel catechismo, non si trova la trascrizione bi-
blica; ma si incontrano queste affermazioni negli articoli di fede 2064 e 2072:

2064 Fedele alla Scrittura e in conformità all’esempio di Gesù, la Tradizione della


Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un’importanza e un significato fondamentali.

2072 Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossi-


mo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi.
Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potreb-
be dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere
umano.

L’affermazione “sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dap-


pertutto” lascerebbe presupporre che la Sacra Scrittura in questo caso debba
essere rispettata e prevalere sulla Tradizione. Dire di essere fedeli alla Scrittu-
ra richiederebbe riportare, con utili spiegazioni dottrinali ai fedeli, quantome-
113
no i seguenti passi della Parola di Dio:

(Esodo 20 – traduzione CEI) 2 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal
paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me. 4 Non
ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù
sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro
e non li servirai.

(Deuteronomio 5 – traduzione CEI) 6 Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire
dal paese di Egitto, dalla condizione servile. 7 Non avere altri dèi di fronte a me. 8 Non
ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù
sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 9 Non ti prostrerai davanti a quelle
cose e non le servirai.

(Deuteronomio 5 – traduzione CEI) 32 Badate dunque di fare come il Signore vostro


Dio vi ha comandato; non ve ne discostate né a destra né a sinistra; 33 camminate
in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro Dio vi ha prescritta, perché viviate e
siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso.

Si comprende, ancora una volta, che la Sacra Scrittura è messa in secondo


piano rispetto alla Tradizione, alle usanze e alla libera interpretazione. Si è
voluto riportare anche il verso 33 del capitolo 5 del Deuteronomio, perché in
base ad esso qualche catechista cattolico insegna che quei precetti relativi alle
immagini e alle statue erano riservate solo al popolo di Israele, ma non ai cri-
stiani, perché Gesù ha lasciato loro un Nuovo Patto. Allora, assumendo questo
principio, per coerenza il cattolico non dovrebbe mai sostenere le sue dottrine
con riferimenti all’Antico Testamento; se così fosse, non potrebbe sostenere,
ad esempio, la dottrina del Purgatorio che si basa addirittura su versi di un te-
sto deuterocanonico come quello dei Maccabei. Ecco a cosa porta il non aver
combattuto fin dall’inizio il degrado della dottrina apostolica in qualcosa che
si allontana molto dalla Parola di Dio. Eppure, né gli apostoli, né gli angeli
hanno mai voluto che qualcuno si prostrasse davanti a loro in atteggiamenti
di venerazione. A questo riguardo si riportano solo i passi più conosciuti del
Nuovo Testamento:

(Atti 10 – traduzione CEI) 24 Il giorno dopo arrivò a Cesarea. Cornelio stava ad aspet-
tarli ed aveva invitato i congiunti e gli amici intimi. 25 Mentre Pietro stava per entrare,
Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. 26 Ma Pietro lo rialzò,
dicendo: «Alzati: anch’io sono un uomo!».

(Atti 14 – traduzione CEI) 8 C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin
dalla nascita, che non aveva mai camminato. 9 Egli ascoltava il discorso di Paolo e
114
questi, fissandolo con lo sguardo e notando che aveva fede di esser risanato, 10 disse
a gran voce: «Alzati diritto in piedi!». Egli fece un balzo e si mise a camminare. 11 La
gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, esclamò in dialetto licaonio e disse:
«Gli dèi sono scesi tra di noi in figura umana!». 12 E chiamavano Barnaba Zeus e Pa-
olo Hermes, perché era lui il più eloquente. 13 Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio
era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio
insieme alla folla. 14 Sentendo ciò, gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti
e si precipitarono tra la folla, gridando: 15 «Cittadini, perché fate questo? Anche noi
siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità
al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. 

(Apocalisse 19 – traduzione CEI) 9 Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati
al banchetto delle nozze dell’Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di
Dio». 10 Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: «Non farlo! Io
sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio
che devi adorare».

(Apocalisse 22 – traduzione CEI) 8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste
cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che
me le aveva mostrate. 9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio
come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo
libro. È Dio che devi adorare».

Sulle immagini o sugli oggetti, che il popolo d’Israele facilmente avrebbe po-
tuto venerare nella sua negligenza, ci insegna ciò che fece il re Ezechia (secolo
VII avanti Cristo):

(2 Re, cap. 18 – Traduzione CEI) 2 Quando egli divenne re, aveva venticinque anni;
regnò ventinove anni in Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figlia di Zacca-
ria. 3 Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, secondo quanto aveva fatto Davide
suo antenato. 4 Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbattè il palo sacro e fece
a pezzi il serpente di bronzo, eretto da Mosè; difatti fino a quel tempo gli Israeliti gli
bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan.

Gli ebrei, datisi all’idolatria sotto il regno di Acaz, padre di Ezechia, bruciava-
no incenso davanti al serpente di rame fatto fabbricare da Mosè; questo tipo di
culto, che dispiaceva al Signore, ricorda qualcosa di attuale, come l’accendere
le candele davanti alle statue e alle immagini.

Ovviamente il fedele cattolico si difende dicendo di venerare, non adorare, i


santi e le immagini, ma sarebbe interessante farsi spiegare con precisione la
differenza tra le due espressioni di fede. Ad esempio, baciare una statua (si
115
pratica continuamente con le statue del bambino Gesù) o una immagine, è
venerazione e non adorazione? Accendere ceri davanti ad una statua o ad una
immagine, è venerazione e non adorazione? Chiedere l’intercessione di un
santo senza minimamente pensare all’intercessione di Gesù, il Cristo di Dio, è
venerazione e non adorazione?

Un’altra obiezione cattolica potrebbe essere questa: quei santi (Pietro, Paolo,
Barnaba) non erano ancora saliti alla gloria di Dio, perciò non lasciavano che
gli uomini si prostrassero davanti a loro, essendo anch’essi uomini; adesso
sono in cielo e intercedono per noi. Certo, erano ancora uomini, ma all’epoca
degli apostoli molti santi uomini e donne di Dio furono martirizzati. Prendia-
mo in considerazione solo qualche santo che si incontra nel Nuovo Testamen-
to. Santo Stefano fu martirizzato molto presto, molti anni prima del martirio
di Pietro, Paolo e gli altri; Stefano, prima di morire, esclamò:

55 Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e
Gesù che stava alla sua destra 56 e disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio
dell’uomo che sta alla destra di Dio». (Atti 7 – traduzione CEI)

Non c’è dubbio che Stefano morì da santo martire e Saulo di Tarso (futuro
apostolo Paolo) era presente alla sua lapidazione. Di lì a poco sarebbe stato
martirizzato l’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni (Atti 12). Tuttavia, in
nessuna parte del Nuovo Testamento gli apostoli hanno pregato, o hanno in-
vitato a rivolgere la preghiera ad un martire per ricevere la sua intercessione.

Ѐ stato molto conveniente alla Chiesa romana dei primi secoli “accomodarsi”
agli usi e costumi delle genti che aderivano al cristianesimo, occupata com’era
a crearsi le situazioni, le alleanze, le norme per raggiungere il potere non solo
sulle cose spirituali, ma anche su quelle terrene. Se una ritualità distorta è
portata avanti per secoli, intrisa di superstizione che rasenta le forme di magia
bianca popolare, è poi difficile, se non difficilissimo, intervenire e correggere.
I denigratori del cristianesimo amano riportare la venerazione a San Guine-
fort (o Guignefort), iniziata nel XIII secolo nella regione di Lioni in Francia:
il santo era originariamente un cane, ma per un malinteso fu umanizzato e il
culto, per quanto osteggiato della autorità ecclesiastiche, fu definitivamente
abolito solo all’inizio del XX secolo. Che sia difficile correggere le tradizioni
è dimostrato da una situazione bizzarra venutasi a creare pochi anni dopo il
Concilio Vaticano II (1962-1965). Poiché dal Concilio era emersa la necessità
di una revisione del calendario liturgico, fu istituita una commissione di stu-
diosi, vescovi e teologi. Nel 1969 fu emanato un calendario liturgico che destò
molto scalpore tra i fedeli cattolici, perché un certo numero di santi fu “declas-
sato”: in pratica, per alcuni di loro la ricorrenza religiosa fu cancellata, poiché
116
non si trovavano prove sufficienti della loro esistenza; per altri, la venerazio-
ne veniva riconosciuta, ma ridotta a rito locale. Tra questi ultimi vi erano S.
Gennaro e S. Nicola. Ovviamente i fedeli di S. Gennaro, della Campania e del
mondo intero, non accolsero le decisioni della Chiesa romana e continuarono
a fare i loro culti al santo. Famosi sono rimasti gli striscioni che riportavano
il dissenso ironico dei campani a difesa di San Gennaro. Altrettanto fecero i
baresi e i pugliesi in difesa del loro San Nicola.

Tra quelli che furono “cancellati”, vi era anche San Cristoforo, fino al quel
momento venerato tra i fedeli quale patrono degli automobilisti: tantissimi
erano i cattolici che nella propria auto avevano una effigie di San Cristoforo
attaccata al cruscotto e continuarono a tenerla in macchina senza curarsi delle
nuove disposizioni. Nel caso di San Gennaro, fu il papa Giovanni Paolo II a
ridare onore al santo nel 1980, proclamandolo patrono di Napoli e della Cam-
pania.

L’atteggiamento della Chiesa cattolica romana, perciò, non può che essere
accondiscendente a tutte queste forme di religiosità popolare; non solo non le
corregge, se non in pochi casi di evidente imbarazzo, ma cerca in tutti i modi
di giustificarle; inoltre, continua ancora ai giorni nostri l’opera di canonizza-
zione di altri santi in ogni parte del mondo, sapendo che è il giusto modo per
radicare ed espandere il cattolicesimo soprattutto nei luoghi ove altre confes-
sioni religiose hanno maggior forza di espansione. Nell’indirizzo web riporta-
to di seguito si può consultare l’elenco dei santi canonizzati da quando è stato
eletto papa Francesco.

http://www.causesanti.va/content/causadeisanti/it/santi/santi-proclamati-da-francesco.
html

Il processo di canonizzazione per la elezione a santo o santa è più o meno lun-


go; la decisione finale è riservata al papa, il quale, mediante un atto pontificio
dichiara terminato positivamente il processo canonico.

Vi sono casi di santità negata nel passato che sono in procinto o sono già in
corso di valutazione; esempi: Girolamo Savonarola, condannato al rogo nel
1498 e la beghina Margherita Porete, messa al rogo nel 1310. Vi sono casi di
santità che si chiede di revisionare e annullare: il quotidiano Il Foglio on-line
del 13 marzo 2019 rivela che due donne cattoliche abbastanza famose chiedo-
no l’annullamento della canonizzazione di papa Giovanni Paolo II, in quanto,
a loro dire, ha insegnato ai fedeli una concezione della donna servile e silen-
ziosa, come la vergine Maria.

117
Al di là di queste bizzarrie, è utile toccare l’ultimo argomento, che è quello
della “Comunione dei Santi”, ossia della Chiesa, la Sposa di Cristo, che se-
condo la dottrina cattolica è formata dalla comunione di tutti i credenti, sia
quelli in vita, sia quelli già morti ma viventi in paradiso. Come si è detto,
nel Catechismo cattolico si usa questa espressione che deriva dal Credo degli
Apostoli. Va chiarito che non si tratta del Credo Niceno (Concilio di Nicea del
325), né del Credo Niceno Costantinopolitano del 381, ma di un testo, chiama-
to anche Simbolo degli Apostoli, comparso e circolato alla fine del IV secolo,
che conteneva dodici articoli di fede scritti dai dodici apostoli (secondo la
tradizione ciascun apostolo sembra abbia scritto un articolo di fede il giorno
della Pentecoste); in questo caso la tradizione viene fatta prevalere su dogmi
o articoli di fede emanati da un concilio. Le ricerche sul Credo degli Aposto-
li sembrerebbero confermare che il testo compare scritto per intero solo nel
secolo VIII; fino a quell’epoca il testo non si trovò mai trascritto nella sua
interezza, ma singoli articoli di fede erano contenuti negli scritti e nelle opere
di numerosi Padri della Chiesa. Il Credo Apostolico nella sua forma completa
si incontra per la prima volta in un’opera di Pirmino di Murbach (650-753).
Successivamente, esso fu imposto da Carlo Magno (742-818) in tutto il suo
regno e sembrerebbe che da quel momento in poi sia stato adottato dalla Chie-
sa cattolica romana.

La dizione “Comunione dei santi” nel Credo cattolico è utilizzata per avva-
lorare le preghiere di intercessione. Però, è interessante notare che potrebbe
essere assente in un prossimo Credo che è oggetto di studio e che dovrebbe
riavvicinare due Chiese: quella romana e quella ortodossa orientale. Questa
notizia è riportata sul quotidiano Sussidiario.net e sul sito lalucedimaria.it
(cattolico) in un articolo del 14 settembre 2017 a firma di Nicolò Magnani, il
quale espone quanto scritto dallo storico italiano Alberto Melloni (ordinario di
Storia del cristianesimo presso l’Università di Modena-Reggio Emilia) sulla
possibilità di una revisione del Credo cattolico per renderlo accettato dalla
Chiesa ortodossa.

§ 8.5 – Il culto a Maria


(madre di Dio – Immacolata concezione – Assunta in cielo – eccetera)

Nell’intestazione di questo paragrafo si è aggiunto un finale “eccetera”, perché


i titoli dati alla vergine Maria sono molteplici e richiederebbero analisi lunghe
ed approfondite. Qui, invece, si affronta l’analisi di alcuni dogmi su Maria e di
alcuni titoli a lei attribuiti nella preghiera cattolica del rosario, perché appaio-
no essere quelli che maggiormente contrastano con la Sacra Scrittura.

Per iniziare, è buono ricordare che la figura di Maria nella Sacra Scrittura è

118
importante, ma marginale per la Buona Novella, ossia per la salvezza di Dio
mediante il Figlio Gesù Cristo. Ѐ madre di Gesù, come testificato da tutti gli
evangelisti, ma non ha altri titoli se non quello di beata, soprattutto non ha
alcun titolo salvifico. Si riportano di seguito i passi dei Vangeli nei quali la
Vergine Maria agisce direttamente o indirettamente:

Matteo 1: 16-20 (Maria, sposa di Giuseppe, incinta per opera dello Spirito
Santo);

Matteo 11: 12 (i Magi visitano il bambino Gesù e Maria);

Matteo 12: 46 – Marco 3: 31-34 – Luca 8: 19 (Maria e i fratelli di Gesù cerca-


no di parlare con il Maestro Gesù);

Matteo 13: 55 e Marco 6: 3 (la gente, meravigliata della sapienza di Gesù, cita
sua madre Maria e i fratelli di Gesù);

Luca 1: 27-56 (l’angelo Gabriele annuncia a Maria il concepimento e la nasci-


ta di Gesù – visita a Elisabetta, madre di Giovanni Battista – cantico di Maria);

Giovanni 2: 1-5 e 12 (alle nozze di Cana di Galilea – Gesù, con sua madre, i
suoi fratelli e i suoi discepoli vanno a Capernaum o Cafarnao);

Giovanni 19: (Gesù, morente sulla croce, affida la madre all’apostolo Giovan-
ni);

Atti 1: 14 (dopo la resurrezione di Gesù, gli apostoli, alcune donne e Maria,


la madre di Gesù, ed i fratelli di lui, erano riuniti in preghiera, per ricevere lo
Spirito Santo nel giorno della Pentecoste).

La lettura dei sopra esposti passi dei Vangeli, quindi, farà constatare che tut-
ta la dottrina cattolica (e orientale ortodossa) sulla Vergine Maria è frutto di
interpretazioni umane, di tradizioni antiche e di interventi dogmatici del Ma-
gistero della Chiesa.

Oggi è possibile fare molte ricerche sul web, sia su siti cattolici che su siti
laici o non cattolici; si può facilmente constatare che nei primissimi secoli non
vi era venerazione di Maria. Addirittura Tertulliano (circa 155-230), uno dei
Padri della Chiesa, metteva in discussione la perpetua verginità di Maria e non
negava l’esistenza dei fratelli di Gesù (la chiesa cattolica romana, al contrario,
nega l’esistenza dei fratelli di Gesù e, per dogma, afferma la verginità di Ma-
ria prima e dopo il parto). Il culto di Maria Madre di Dio (si vedrà di seguito
119
che non è semplice venerazione) si fa originare dal concilio di Efeso del 431,
allorché prevalse la dottrina della perfetta unione in Cristo della natura umana
e della natura divina. Questo insegnamento non trovò unanimità e concordia,
perché alle tesi di Cirillo Patriarca di Alessandria d’Egitto a favore dell’attri-
buzione a Maria del titolo di Madre di Dio, si opponeva Nestorio, Patriarca
di Costantinopoli, il quale fu scomunicato. Seguirono anni di dispute gravi e
l’imperatore Teodosio II fu costretto a convocare un altro concilio, quello di
Calcedonia del 451, nel corso del quale si riaffermò la dottrina della doppia
natura del Cristo, condannando la dottrina di Nestorio, e si ribadì che Maria è
Madre di Dio, essendo madre del Figlio di Dio. Tale affermazione è contenuta
nel Catechismo cattolico e costituisce l’articolo di fede 466:

L’eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona di-
vina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa san Cirillo di Alessandria e il terzo
Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che “il Verbo, unendo
a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale, si fece uomo”
[Concilio di Efeso: ibid. , 250]. L’umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona
divina del Figlio di Dio, che l’ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento.
Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è dive-
nuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; “Madre
di Dio. . . non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine
dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale
a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne”
[Concilio di Efeso: ibid., 250].

Dare a Maria (o a qualsiasi essere umano) il titolo di Madre di Dio, significa


creare le condizioni per un sentimento religioso difficile da controllare o da
tenere nell’alveo della sana dottrina apostolica. C’è da dire che nel Catechi-
smo della Chiesa cattolica romana è scritto chiaramente che Maria, per quanto
Madre di Dio, non sostituisce il primato di Cristo nel piano di salvezza di Dio;
ma questo è un concetto che non solo non è stato rispettato dalle gerarchie
ecclesiastiche, ma è sofisticato, da intellettuali o da conoscitori della Sacra
Scrittura, non è alla portata del popolo dei credenti che per secoli ha vissuto
nell’ignoranza, nell’analfabetismo e nel divieto di leggere e/o conoscere la
Bibbia. Non va mai dimenticato che il popolo cristiano proveniva dal paga-
nesimo, laddove era normale dedicare il culto a dee considerate “regine del
cielo”: solo per fare un riferimento biblico nell’Antico Testamento, in tutta
l’area medio orientale era molto radicato il culto alla “regina del cielo” Astarte
(Astaroth).

Ora, il problema è che quando si inizia a sondare l’imperscrutabile Dio e si


emettono dogmi o articoli di fede non biblici, resta impossibile fermare le
120
conseguenti affermazioni di principio, le quali si allontanano sempre più dalla
Parola di Dio. La conseguenza logica può essere la seguente: se Maria è la
Madre di Dio, ella non poteva avere in sé peccato; quindi, il Magistero della
Chiesa cattolica romana, anche se dopo molto tempo, sancisce un altro dog-
ma, quello della Immacolata Concezione. Si riportano gli articoli 491 e 492
del Catechismo della chiesa cattolica romana:

491 Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, « colmata di grazia »
da Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell’im-
macolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:
«La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia
ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo
Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato
originale». 

492 Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui Maria è « adornata fin
dal primo istante della sua concezione » le vengono interamente da Cristo: ella è «
redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». Più di ogni altra perso-
na creata, il Padre l’ha « benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo
» (Ef 1,3). In lui l’ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere » santa e
immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).

Negli articoli di fede sopra esposti, si fa riferimento ai versi 3 e 4, capitolo pri-


mo, dell’epistola dell’apostolo Paolo agli Efesini, che si riportano di seguito:

(Efesini 1 – traduzione CEI) 1 Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai
santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: 2 grazia a voi e pace da Dio, Padre
nostro, e dal Signore Gesù Cristo. 3 Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù
Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4 In lui
ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo
cospetto nella carità, 5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù
Cristo, 6 secondo il beneplacito della sua volontà.

Come si può notare, i versi costituiscono il saluto iniziale dell’apostolo Paolo


agli Efesini, chiamati “santi in Efeso”, e non hanno alcuna attinenza specifica
con Maria o con alcun credente in particolare; al contrario, le parole dell’apo-
stolo Paolo sono rivolte a tutti i credenti di Efeso. Ma se si leggono i saluti ini-
ziali delle epistole ai Romani, ai Corinzi, ai Colossesi e ai Filippesi, l’apostolo
chiama “santi” tutti i fedeli destinatari dei suoi scritti; solo a titolo di esempio
si riporta il saluto ai Romani: “a tutti quelli che sono in Roma, amati da Dio
e santi per chiamata”. Dalla Parola di Dio sappiamo che ogni essere umano è
peccatore; se l’apostolo chiama “santi” i fedeli, non lo fa perché li considera
121
senza peccato, come la chiesa cattolica romana intende che sia Maria, ma
perché i credenti sono santificati per la fede in Cristo: solo Gesù Cristo può
purificare dal peccato, grazie al suo sacrificio di sangue sulla croce, Lui giu-
sto e senza peccato, morto per gli ingiusti. Insomma, il papa Pio IX nel 1858
decreta la dottrina della fede dell’Immacolata Concezione, affermando che
Maria è nata senza peccato (il peccato originale secondo la Chiesa cattolica
romana); e poiché non vi sono basi scritturali specifiche, per avvalorare la tesi
della santità fa uso nella dottrina della fede di due riferimenti biblici che sono
generalmente validi per ogni fedele in Cristo. Quindi è un dogma di origine
umana, non divina; perché se fosse di origine divina, ma non riscontrabile
nella Bibbia, si avrebbe ragione di affermare che la rivelazione della Sacra
Scrittura è incompleta! Cosa che nessun credente in Cristo Gesù si sognerebbe
di affermare.

Come si voleva far notare, quando si creano umanamente dogmi e dottrine


non fondati sulla Parola di Dio, si rischia di non finire mai. Era logico che una
persona resa santa (senza peccato) per dogma fin dal suo concepimento (come
nessuna altra persona umana, ad eccezione di Gesù) non avrebbe potuto avere
un destino uguale a qualsiasi altro essere vivente. Se non c’è peccato non c’è
la morte, perché è il peccato che genera la morte, secondo la Parola di Dio. Di
conseguenza, era necessario un altro e successivo dogma del Magistero della
Chiesa cattolica romana: quello che afferma che Maria non è mai morta ed è
stata assunta in cielo nella gloria eterna di Dio; oppure, se è morta (ma questa
sarebbe già una contraddizione, perché chi non ha macchia di peccato non ha
in sé la morte!), è stata tuttavia assunta in cielo. Questa condizione stabilita
per dogma, pone la Vergine Maria in una posizione di primato, di assoluta pri-
mizia nella resurrezione, quasi superiore a Gesù, il quale, essendosi caricato
del “peccato del mondo” è morto e poi risorto per la potenza di Dio, come ci
insegna l’apostolo Paolo (1^ Corinzi 6: 14; 2^ Corinzi 13: 4). Si riportano gli
articoli di fede 966, 968 e 969 del Catechismo della chiesa cattolica romana:

966 «Infine, l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa origi-


nale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e
con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse
più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del pec-
cato e della morte ». L’assunzione della santa Vergine è una singolare partecipazione
alla risurrezione del suo Figlio e un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani:
« Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abban-
donato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai con-
cepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte ».

968 Ma il suo ruolo in rapporto alla Chiesa e a tutta l’umanità va ancora più lontano. «
122
Ella ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la
fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime.
Per questo è stata per noi la Madre nell’ordine della grazia ».

969 «Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal
momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’annunciazione, e mantenuto
senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti,
assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua
molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. [...] Per
questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice,
Soccorritrice, Mediatrice ».

La lettura di questi articoli di fede non necessita di alcun commento, perché


nulla di tutto ciò che viene affermato di Maria è contenuto nella Parola di Dio.
Se Maria fosse stata Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice, e se la
sua continua intercessione fosse capace di farci ottenere i doni della salvezza
eterna, forse il suo Figlio Gesù Cristo ne avrebbe parlato ai suoi discepoli nei
40 giorni in cui stette con loro dopo la sua resurrezione “parlando delle cose
riguardanti il regno di Dio” (Atti 1: 3); avrebbe dovuto dire agli apostoli che
nel regno di Dio c’è posto anche per una regina dell’universo! Ma neanche
in vita Gesù ha dato titoli salvifici alla madre: nei Vangeli neanche una volta
Gesù chiama Maria “madre”; la chiama sempre “donna”, anche quando dalla
croce l’affida alla protezione di Giovanni apostolo. Maria stessa, insieme ai
discepoli, alle altre donne ed ai fratelli di lui (di Gesù), come viene riportato
nel primo capitolo degli Atti, aveva bisogno di pregare e stare in comunione
con Dio per ricevere il dono dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste.
Ma si sa, quando si tratta di far prevalere un dogma privo di basi bibliche, il
Magistero della Chiesa tira dritto e si affida alla Sacra Tradizione. A questo ri-
guardo è emblematico il documento “Munificentissimus Deus” del 1/11/1950,
con il quale il papa Pio XII definisce il dogma dell’Assunzione di Maria; esso
è interamente consultabile sul sito:

http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_
apc_19501101_munificentissimus-deus.html

Tale documento (o Lettera Apostolica del papa) riassume tutta la tradizione


cattolica del culto di Maria e della credenza della sua assunzione al cielo, che
ovviamente si basa sulla tradizione e sulla rivelazione avuta dai Padri della
Chiesa; si comprende dal testo che la credenza dell’assunzione al cielo di
Maria si esplicita in modo liturgico intorno al VII secolo. Vale la pena, co-
munque, riportare almeno qualche brano del documento papale e, soprattutto,
le conclusioni del papa Pio XII:
123
...Così s. Giovanni Damasceno, che si distingue tra tutti come teste esimio di questa
tradizione, considerando l’assunzione corporea dell’alma Madre di Dio nella luce degli
altri suoi privilegi, esclama con vigorosa eloquenza: «Era necessario che colei, che
nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza alcuna
corruzione il suo corpo dopo la morte. Era necessario che colei, che aveva portato
nel suo seno il Creatore fatto bambino, abitasse nei tabernacoli divini. Era necessario
che la sposa del Padre abitasse nei talami celesti. Era necessario che colei che aveva
visto il suo Figlio sulla croce, ricevendo nel cuore quella spada di dolore dalla quale
era stata immune nel darlo alla luce, lo contemplasse sedente alla destra del Padre.
Era necessario che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio e da tutte
le creature fosse onorata come Madre e Ancella di Dio»...

S. Giovanni Damasceno è famoso per aver difeso nella sua vita la venerazione
delle immagini sacre in un’epoca in cui parte della cristianità aborriva questa
pratica. Il santo, morto nel 749, è definito testimone esimio dal papa: general-
mente un testimone dovrebbe essere presente laddove accade qualcosa; ma es-
sendo San Giovanni Damasceno nato almeno sette secoli dopo la presumibile
assunzione in cielo di Maria, per il papa diventa “testimone esimio di questa
tradizione”! Già la cosa è più chiara: c’è di mezzo la sacra Tradizione ed essa,
si sa, prende il sopravvento su tutto. San Giovanni Damasceno definisce Maria
addirittura “sposa del Padre”; davanti ad una affermazione del genere non si
resta che attoniti. Comunque, papa Pio XII non ravvede in tale affermazione
qualcosa di eretico, anzi adotta tutta la tradizione (non la Sacra Scrittura, che
per il Magistero della Chiesa cattolica evidentemente è incompleta) e conclu-
de la sua Lettera Apostolica in questa maniera:

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce
dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la
sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore
del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esul-
tanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli
Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio
rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della
vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamen-
te ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al
cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a
perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o
esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti
del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente
124
da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.
A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione
e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentar-
lo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli
Pietro e Paolo.
Dato a Roma, presso S. Pietro, nell’anno del massimo giubileo 1950, 1° novembre,
festa di tutti i santi, nell’anno dodicesimo del Nostro pontificato.

L’apostolo Giovanni, a cui Gesù agonizzante sulla croce affidò Maria, ha


vissuto lungamente, più degli altri apostoli, e la quasi totalità degli studiosi
concordano che egli abbia compiuto la stesura completa dell’Apocalisse non
prima dell’anno 90 del primo secolo. Sicuramente è vissuto più a lungo di
Maria, la madre di Gesù. Anzi, secondo la tradizione, che tanto ha valore per
la Chiesa cattolica romana, sembrerebbe che Maria fosse vissuta con Gio-
vanni in Efeso, forse sino alla sua morte. Insomma, il Magistero della Chiesa
avrebbe di fronte un testimone vissuto all’epoca dei fatti (Maria assunta in
cielo): Giovanni sarebbe testimone oculare e testimone della tradizione! Viene
da chiedersi come mai l’apostolo non abbia informato i suoi discepoli e tutti i
credenti che Maria fosse stata assunta in cielo; avrebbe dovuto dare istruzioni
e apportare correzioni per iscritto sia ai suoi insegnamenti, sia a quelli degli
altri apostoli che avevano affermato che l’unico Mediatore è Cristo; avrebbe
dovuto trasmettere ai credenti che presso il Padre, non vi era seduto solo il
Figlio incoronato di gloria, ma anche la Madre divenuta regina dell’universo
(e sposa del Padre). Questo non è successo, forse per motivi molto semplici:
Maria non è stata assunta in cielo; non è la sposa del Padre; non intercede per
noi; non è artefice della nostra salvezza, ma è in attesa del ritorno e della ma-
nifestazione del figlio Gesù Cristo, come tutti i fedeli di Cristo. Ma per il Ma-
gistero della Chiesa tale conclusione può originarsi solo in una mente eretica.
Anche prendere alla lettera quello che gli evangelisti scrivono a riguardo dei
fratelli di Gesù è un comportamento da eretico: secondo la dottrina cattolica,
quelli non erano fratelli, ma parenti, perché in ebraico con il termine “fratelli”
si indicavano anche parenti stretti, come i cugini. Il fatto è che i Vangeli ci
sono pervenuti in greco e non in lingua ebraica; forse solo il Vangelo di Mat-
teo fu scritto originariamente in aramaico e tradotto poi in greco. Comunque,
una cosa è certa: l’evangelista Luca non era ebreo e parlava e scriveva in gre-
co; poiché ha scritto sia il Vangelo secondo Luca, sia gli Atti degli Apostoli,
quando parlava di “fratelli” voleva significare fratelli, ossia nati dalla stessa
madre, usando il termine che non poteva essere confuso come quello ebreo.
Nel Nuovo Testamento, scritto quasi interamente in greco, si incontra più di
una volta il riferimento ai fratelli di Gesù:

(Marco 6 – traduzione CEI) 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga.


125
E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose?
E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue
mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di
Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano
di lui.

(Matteo 13 – traduzione CEI) 53 Terminate queste parabole, Gesù partì di là  54  e
venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e
diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli
forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo,
Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi?

Per quale motivo le persone della sua città o del luogo dove Gesù era cresciuto
avrebbero dovuto dare enfasi al nome dei cugini e poi accennare alle sorelle (o
alle cugine)? Per quale ragione gli scrittori dei due Vangeli avrebbero dovuto
riportare i nomi dei cugini di Gesù?

(Matteo 12 – traduzione CEI) 46 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e
i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse:
«Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». 48 Ed egli, rispon-
dendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49 Poi
stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fra-
telli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me
fratello, sorella e madre».

(Marco 3 – traduzione CEI) 20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui
molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito
questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé» … 31 Giun-
sero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto
attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle
sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei
fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco
mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella
e madre».

(Luca 8 – traduzione CEI) 19 Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma


non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20 Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi
fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose: «Mia madre e miei
fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Anche in questa circostanza riportata da tre evangelisti, i cugini (fratelli) di


Gesù seguivano Maria? Questi fratelli che seguivano Maria non potevano es-
126
sere neanche i suoi discepoli (che Egli chiamava fratelli), perché Gesù stava
affermando che i suoi fratelli erano quelli che “ascoltano la mia parola e la
mettono in pratica” e li indicava con la mano perché erano intorno a Lui ascol-
tando i suoi insegnamenti. Dal verso 21 del capitolo 3 del Vangelo di Marco
appare evidente che i familiari di Gesù non avessero ancora ben compreso la
missione divina del figlio di Giuseppe e Maria; anche l’apostolo Giovanni nel
suo Vangelo parla del contrasto dei fratelli di Gesù:

(Giovanni 7 – traduzione CEI) 2 Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle
Capanne; 3 i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea perché anche i tuoi
discepoli vedano le opere che tu fai. 4 Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole
venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!». 5 Neppure
i suoi fratelli infatti credevano in lui. 

Quindi, l’apostolo Giovanni non sta parlando di “fratelli” intesi come disce-
poli di Gesù, ma dei suoi fratelli di sangue; era necessario per l’apostolo Gio-
vanni evidenziare che i cugini di Gesù non credevano in Lui? Che dire del
fatto che l’apostolo Paolo, quando deve evidenziare che Marco è “cugino di
Barnaba” (Colossesi 4: 10), usa il termine greco specifico (anepsiòs) che ha il
significato letterale di “cugino di primo grado”? Perché l’apostolo, che parla-
va correntemente la lingua ebrea, non ha usato il termine “fratello”, così in uso
in Israele secondo gli insegnamenti cattolici, per significare “cugino”?

Ma tutto questo ed altro, che per brevità si omette, non ha valore per la Chiesa
cattolica romana. Giacomo per il Magistero della Chiesa cattolica romana non
è il fratello del Signore, come l’apostolo Paolo dice:

(Galati 1 – traduzione CEI) 18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per
consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli apostoli non vidi nessun
altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 

In tutte le vicende narrate nei Vangeli, negli Atti o nelle epistole, i fratelli del
Signore Gesù sono tutti cugini secondo la Chiesa cattolica romana, perché
Maria per dogma deve restare vergine anche dopo il parto, non deve aver
conosciuto uomo. Il Giacomo di cui parla l’apostolo Paolo per la Chiesa cat-
tolica è Giacomo di Alfeo o qualche altro discepolo di nome Giacomo: ci si
dovrebbe chiedere come mai Cefa (Pietro, il primo papa secondo il cattoli-
cesimo, il primo tra gli apostoli) gli lascerà presiedere l’assemblea di Geru-
salemme (Atti 15) che doveva prendere decisioni dottrinali fondamentali sui
Gentili; non è lecito pensare che, se Giacomo fosse stato davvero il fratello
del Signore, nato da Maria, avrebbe avuto più senso dargli la presidenza? Ma
quello che è abbastanza chiaro nei Vangeli non può prevalere sulla Tradizione
127
e sui racconti tramandati oralmente. Sembra utile leggere parte di un articolo
dalla rivista cattolica Famiglia Cristiana sulla festività dell’Assunta, datato 14
agosto 2019, pubblicato sul web all’indirizzo:

http://www.famigliacristiana.it/articolo/festa-dell-assunta-ecco-le-cose-da-sapere.aspx

Il primo scritto attendibile che narra dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la
tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo san
Gregorio di Tours (538 ca. - 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando
la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per
essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti
regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare
il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi
angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba
gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo
custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Si-
gnore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

Tralasciando di commentare il racconto fantastico riportato dal vescovo S.


Gregorio di Tuors, se tutti gli apostoli avessero effettivamente vegliato presso
Maria morente (erano testimoni oculari e non della Tradizione), viene ancora
una volta da chiedersi perché non hanno tramandato nei loro scritti il glorioso
accadimento dell’assunzione di Maria e delle visite del Signore Gesù. L’as-
sunzione al cielo non sarebbe stato un dogma fondamentale per la chiesa pri-
mitiva che neanche aveva in mente la venerazione a Maria? Come mai tanta
disattenzione verso la Chiesa da parte di tutti gli apostoli?
Si dia adesso attenzione solo ad alcuni dei titoli che la Chiesa cattolica romana
attribuisce a Maria nel Rosario:

Santa Madre di Dio; Regina del cielo; Regina concepita senza peccato ori-
ginale; Porta del cielo; Stella del mattino; Salute degli infermi; Rifugio dei
peccatori; Madre della Chiesa; Madre della divina grazia; Arca dell’allean-
za; Sede della sapienza.

Nessuno di questi attributi assegnati a Maria è contenuto nella Sacra Strit-


tura. Alcuni di essi sono invenzione umana, come già si è visto nelle righe
precedenti; altri nella Bibbia sono attribuiti solo a Dio o al Salvatore Gesù. Si
riportano alcuni esempi:

Porta del cielo – attribuire questo titolo a Maria significa darle il posto del
Salvatore Gesù, il quale affermò:

128
“Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà
pascolo” (Giovanni 10:9 – traduzione CEI).

Stella del mattino – è il titolo che Gesù dà a Se stesso nella Rivelazione di


Giovanni:

“Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Apocalisse 22:
16 – traduzione CEI).

Salute degli infermi – questo è un attributo del Cristo. Di Lui profetizzò Isaia
(cap. 53 – traduzione CEI):

3 Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come
uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna
stima. 4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. 5 Egli è stato trafitto per i
nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbat-
tuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Rifugio dei peccatori – se non fossero sufficienti i versi precedenti del profeta
Isaia, ecco ancora cosa dice del Messia (Isaia cap.53 – traduzione CEI):

10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà Se stesso in espia-
zione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del
Signore. Maria non ha offerto se stessa in espiazione dei peccati del mondo.

Madre della Chiesa – in nessun luogo della Bibbia viene data una madre alla
Chiesa di Dio; la Chiesa è sempre considerata la Sposa dell’Agnello di Dio.

Madre della divina grazia – in nessun luogo della Bibbia Maria è dispensatrice
o generatrice di grazia, ossia del perdono dei peccati e della salvezza eterna.
Solo Dio e Gesù Cristo sono dispensatori della grazia:

(Galati 1 – traduzione CEI) 3 Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal
Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato Se stesso per i nostri peccati, per strapparci da
questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 al quale sia gloria
nei secoli dei secoli. Amen.

(Efesini 2 – traduzione CEI) - 4 Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con
il quale ci ha amati, 5 da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo:
per grazia infatti siete stati salvati. 6 Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere
nei cieli, in Cristo Gesù, 7 per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della
129
sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.

(Filippesi 1 – traduzione CEI) 2 Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore
Gesù Cristo.

Arca dell’alleanza – la Bibbia non ci dice che Maria è l’Arca dell’alleanza


con Dio.
Nella Bibbia di Gerusalemme/CEI, alla nota del capitolo 3, verso 16, del pro-
feta Geremia, viene spiegato che la nuova Gerusalemme sarà “il trono del
Signore”, come un tempo lo era l’arca dell’alleanza. Quindi a Maria viene
ancora una volta attribuito un titolo che è di Gesù (Esodo 25:10+).

Sede della Sapienza – Maria, madre di Gesù, con la sua ubbidienza e la sua
umiltà, è per tutti i credenti un valido esempio per servire Dio. Lei, per quanto
beata, si considerava serva di Dio. Tuttavia, Maria non è sede della sapienza,
perché la sapienza spirituale appartiene a Dio che ne è dispensatore. Infatti,
l’apostolo Giacomo nella sua epistola, insegna che la sapienza viene dall’alto
e che i credenti la devono chiedere a Dio:

(Giacomo 1 – traduzione CEI) 5 Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a


Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.

(Giacomo 3 – traduzione CEI) 17 La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto
pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza par-
zialità, senza ipocrisia.

Sul titolo di “Beata”, infine, è buono ricordare che per il Signore Gesù, nel
discorso della montagna di cui al capitolo 5 del Vangeli di Matteo, erano beati:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati gli afflitti, perché
saranno consolati. 5 Beati i miti, perché erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno
fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché
troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati gli ope-
ratori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per causa
della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno,
vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così
infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (traduzione CEI)

Gesù, nella sua missione divina in terra, aveva un concetto di beatitudine par-
ticolare, certamente divino, che cercava di insegnare a coloro che lo ascol-
tavano. Egli non insegnava che si dovesse esaltare sua madre e ne è prova,
130
si potrebbe dire prova sorprendente, l’episodio tratto dal Vangelo di Luca,
capitolo 11:

27 Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: «Beato
il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». 28 Ma egli disse: «Beati
piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». (Traduzione CEI)

Risulta interessante riportare brevemente il passo del Vangelo di Giovanni


relativamente al primo miracolo che Gesù fa alle nozze di Cana di Galilea:

3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più
vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia
ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». (Giovanni 2 – traduzione CEI)

Ai fedeli cattolici viene insegnato che in questi versi c’è la prova che Maria
ha pari autorità di Gesù, se non maggiore; viene sostenuto da alcuni teologi
cattolici che è stata lei che ha fatto intendere a Gesù che effettivamente era
giunto la sua ora di operare miracoli e svolgere il suo ministero terreno. La
risposta perentoria di Gesù lascerebbe intendere che non aveva gradito l’inter-
ferenza della madre, la quale, avendo fede nel Figlio, esorta comunque i servi
a fare tutto quello che Gesù avrebbe ordinato di fare. Se la madre ha autorità,
allora autorevolmente ordina ai servi di fare ciò che il Signore Gesù dirà di
fare; è come se dicesse: è Gesù solo che sa cosa dovrà essere fatto. Partendo
da questa considerazione, tutti i servi del Signore, tutti quelli che credono in
Lui, Magistero della Chiesa compreso, dovrebbero mettere in atto solo i Suoi
insegnamenti! Perché il Magistero della Chiesa cattolica romana non mette in
atto unicamente gli insegnamenti di Gesù, quelli che si leggono nella Parola
di Dio, ma ne inventa di propri e li sancisce ai fedeli come verità assoluta,
indiscussa? Insomma, in tutto il Nuovo Testamento questo è l’unico passo in
cui Maria interviene “autorevolmente” e lo fa per ordinare ai servi di esegui-
re esattamente le cose che il Figlio dirà di fare; prendendo per buona questa
“autorità”, la domanda è lecita: perché la Chiesa cattolica romana, che pone
Maria regina dell’universo e mediatrice verso Dio, non ubbidisce a ciò che
comanda Maria, ossia di mettere in pratica quello che dice il Figlio e Signore
Gesù?

Dopo quanto esposto sui dogmi mariani, cosa si potrebbe concludere? Si ha


l’impressione di trovarsi di fronte ad un nuovo vangelo, ad un nuovo annuncio
della salvezza in Maria, madre di Gesù. Del resto, considerando l’affermazio-
ne di papa Leone XII, secondo il quale:

“ ...di quel grande tesoro di tutte le grazie che il Signore ha portato, secondo la volontà
131
di Dio non ci viene concesso niente se non attraverso Maria”,

viene da pensare che il sacrificio di Gesù sia stato insufficiente. Come si do-
vrebbe allora interpretare il “tutto è compiuto!” che l’apostolo Giovanni ripor-
ta nel suo Vangelo (capitolo 19) da testimone veritiero, dal momento che era
presso la croce mentre il suo Signore spirava? Possibile mai che il piano di
salvezza di Dio in Cristo Gesù fosse da completare con Maria e nessuno degli
apostoli ne era consapevole? La lettura del Nuovo Testamento permette ai
credenti di conoscere la dottrina degli apostoli; sembra indiscutibile che tutti i
discepoli conoscessero bene quali erano i fondamenti dottrinali (la Buona No-
vella) che dovevano essere annunciati alle genti per la loro salvezza. Infatti,
l’apostolo Paolo ai Galati disubbidienti scrive severamente:

8 Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso
da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema! 9 L’abbiamo già detto e ora lo ripeto:
se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!
(Galati 1 – traduzione CEI)

Non è un problema che evidentemente si era posto papa Pio XII il quale, dopo
aver annunciato il dogma dell’Assunzione di Maria, metteva in guardia i fe-
deli con le seguenti parole:

“Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontaria-
mente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e
cattolica”.
Conviene allora tornare alla Sacra Scrittura e considerare le parole degli apo-
stoli Pietro e Giovanni, i quali, minacciati dai capi del popolo e dagli anziani
del sinedrio a non annunciare più la salvezza in Gesù di Nazareth, risposero:

“se sia giusto dinanzi a Dio ubbidire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi” (Atti 4:
19 – traduzione CEI).

L’elevazione di Maria a co-mediatrice della salvezza delle genti è una teologia


diversa da quella che la Sacra Scrittura ci insegna. E su questa affermazione,
che per la Chiesa romana sarebbe eretica, si propone la lettura un brano tratto
dal libro “Maria, mamma di tutti” di papa Francesco, come riportato dal quo-
tidiano on-line Avvenire.it il 9 maggio 2018:

<<...Lei intercede sempre e prega per noi, specialmente nell’ora della difficoltà e della
debolezza, nell’ora dello sconforto e dello smarrimento, soprattutto nell’ora del pec-
cato. Per questo, nella preghiera dell’Ave Maria, le chiediamo: «Prega per noi, pec-
catori» [...].
132
Non siamo orfani! Quando un cristiano mi dice, non che non ama la Madonna, ma che
non gli viene di cercare la Madonna o di pregare la Madonna, io mi sento triste. Ricor-
do una volta, quasi quarant’anni fa, ero in Belgio, in un convegno, e c’era una coppia di
catechisti, professori universitari ambedue, con figli, una bella famiglia, e parlavano di
Gesù Cristo tanto bene. E a un certo punto ho detto: «E la devozione alla Madonna?»
«Ma noi abbiamo superato questa tappa. Noi conosciamo tanto Gesù Cristo che non
abbiamo bisogno della Madonna». E quello che mi è venuto in mente e nel cuore è
stato: “Mah… poveri orfani!”. È così, no? Perché un cristiano senza la Madonna è or-
fano. Anche un cristiano senza Chiesa è un orfano. Un cristiano ha bisogno di queste
due donne, due donne madri, due donne vergini: la Chiesa e la Madonna. E per fare il
“test” di una vocazione cristiana giusta, bisogna domandarsi: “Come va il mio rapporto
con queste due Madri che ho?”, con la madre Chiesa e con la madre Maria. Questo
non è un pensiero di “pietà”, no, è teologia pura. Questa è teologia. Come va il mio
rapporto con la Chiesa, con la mia madre Chiesa, con la santa madre Chiesa gerarchi-
ca? E come va il mio rapporto con la Madonna, che è la mia Mamma, mia Madre?...>>

Quindi, il papa Francesco afferma che Maria è Madre di Tutti e che la Chie-
sa è Madre di tutti (le due Madri dei fedeli, a suo dire); queste affermazioni
costituiscono “teologia pura”. Sembrerebbe lecito chiedersi: quella di papa
Francesco è una teologia che Gesù ancora non conosceva? Oppure, il Signore
Gesù la conosceva, ma non ha voluto rivelarla ai primi discepoli che Lui stes-
so aveva scelto? Quei discepoli, di conseguenza, non erano all’altezza di rice-
vere una teologia che, invece, è così ben posseduta da papa Francesco, tanto
da commiserare il credente che si rivolge in preghiera a Gesù e non a Maria?
Dove sta la verità? Il papa possiede la verità più del Signore Gesù? Che valore
hanno per il papa e per coloro che ciecamente accolgono i suoi insegnamenti
i seguenti passi della Parola di Dio?

(Giovanni 1 – traduzione CEI): 14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo
a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia
e di verità.

(Giovanni 8 – traduzione CEI): 40 Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto
la verità udita da Dio...

(Giovanni 18 – traduzione CEI): 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispo-
se Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto
nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la
mia voce.

Si lascia la conclusione alla coscienza di chi legge e di chi vuole seguire i


consigli del Figlio di Dio:
133
(Giovanni 8 – traduzione CEI) 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto
in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conosce-
rete la verità e la verità vi farà liberi»

§ 8.6 – Il papa vicario di Cristo – il papa infallibile

<<...ora, mentre noi insegniamo che la Chiesa è edificata su S. Pietro, S. Paolo, la cui
autorità non può essere messa in dubbio, dice nella sua epistola agli Efesini (2: 20)
che essa è edificata sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù
Cristo stesso la pietra angolare. E lo stesso apostolo crede così poco alla supremazia
di Pietro, che apertamente rimprovera tanto quelli che dicevano: “io son di Paolo; io
son d’Apollo”, quanto quelli che dicevano: io son di Pietro” (1^ Corinzi 1: 12). Se questi
fosse stato il vicario di Cristo, San Paolo sarebbe stato ben lungi dal censurare così
violentemente quelli che si dichiaravano appartenenti a San Pietro […]. Lo stesso apo-
stolo, catalogando gli uffici della Chiesa, menziona gli apostoli, i profeti, gli evangelisti,
i dottori, i pastori (Efesini 4: 11). Ѐ giusto credere, miei venerabili fratelli, che S. Paolo, il
grande apostolo dei Gentili, abbia dimenticato il primo di tali uffici, il papato, se questo
fosse stato di istituzione divina? La dimenticanza mi appare impossibile […]. L’apo-
stolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di S. Pietro. Se tale
primato esisteva, se in una parola la Chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo,
infallibile nell’insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne
menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo
importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l’edificio della nostra Dottrina poteva
essere dimenticato il fondamento, l’architrave? […]. Né gli scritti si S. Paolo e di S.
Giovanni, né in quelli di S. Giacomo ho trovato traccia o germe del potere papale. S.
Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto
di cui, pure, se così come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare.
Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle Scritture ispirate da
Dio, qualora S. Pietro fosse stato papa, m’è sembrato insostenibile e impossibile […].
Ma d’altro canto, si dice: S. Pietro non venne a Roma? Non fu crocifisso con la testa
all’ingiù? Non vi sono forse nella Città Eterna i pulpiti dai quali egli insegnò e gli altari
sui quali celebrò messa? […]. Che S. Pietro sia stato a Roma, venerabili, si trova in
modo assai incerto nella sola tradizione ma, se egli fosse stato Vescovo di Roma,
come potreste voi dal suo episcopato ricavare la sua supremazia? >>.

A leggere queste righe, prese da

http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-1875.htm,

viene da pensare che siano le esternazioni di un eretico o di un protestante,


insomma di un anticattolico. Invece, queste righe costituiscono una picco-

134
la parte di un lungo discorso del vescovo cattolico Josip Juraj Strossmayer
(1815-1905), croato, tenuto al Concilio Vaticano I del 1870; in quello stesso
concilio, il papa Pio IX sanciva il dogma dell’Infallibilità papale. Queste righe
non avrebbero bisogno nemmeno di essere commentate, poiché si basano su
chiari riferimenti alla Sacra Scrittura e si pongono, di conseguenza, in con-
trasto con la Tradizione. Sul decreto di papa Pio IX, si riporta di seguito la
conclusione della Costituzione dogmatica Pastor Aeternus, che decreta l’in-
fallibilità papale:

[ …] Noi pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’esordio della
fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della cattolica religione
ed a salute dei popoli cristiani coll’approvazione del Sacro Concilio, insegniamo e defi-
niamo essere dogma da Dio rivelato, il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra,
ossia quando, esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, per la sua su-
prema apostolica autorità definisce una dottrina sulla fede o sui costumi doversi tenere
da tutta la Chiesa, per l’assistenza divina, a lui nel beato Pietro promessa, godere di
quella infallibilità di cui il divin Redentore volle essere fornita la sua Chiesa nel definire
una dottrina sulla fede o sui costumi, e pertanto tali definizioni del romano Pontefice
essere per se stesse e non pel consenso della Chiesa, irreformabili. Se alcuno poi,
tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

Non si vuole aggiungere qui null’altro se non un passo della Sacra Scrittura,
nella quale l’apostolo Pietro si dimostra tutt’altro che infallibile: ciò solo per
dire che nessun uomo è infallibile, neanche l’apostolo Pietro che dalla Chiesa
cattolica viene indicato come primo papa:

(Galati 2 – traduzione CEI): 11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a
viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni
da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, co-
minciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei
lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro
ipocrisia. 14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del
vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non
alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?
15 Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16 sapendo tuttavia che
l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in
Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla
fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà
mai giustificato nessuno». 17 Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo
siamo trovati peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibi-
le! 18 Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore.
 
135
Come si può notare, il rimprovero dell’apostolo Paolo è senza esitazione; le
espressioni usate per condannare il comportamento di Pietro (Cefa) e di Bar-
naba sono vigorose: “mi opposi a lui a viso aperto”, “evidentemente aveva
torto”, “si lasciò attirare dalla loro ipocrisia”, “non si comportavano rettamen-
te”, “siamo trovati peccatori come gli altri”, “mi denuncio come trasgressore”.
Pietro, il cosiddetto primo papa, nel suo ministero pastorale tra i credenti,
non si comportava rettamente, ma da ipocrita, da peccatore, da trasgressore,
in quanto nel suo modo di operare ed insegnare in mezzo ai fedeli stava mo-
strando di non credere alla giustificazione per la fede in Cristo, ma alla giu-
stificazione per le opere della legge! Con questo si vuol sminuire l’apostolato
di Pietro? Certamente no, ma si vuol solo sottolineare che se c’è una persona
infallibile a Capo della Chiesa, quella è solo Gesù Cristo.

136
CONCLUSIONI

Nel corso dei capitoli precedenti si è più volte evidenziato che la Chiesa cat-
tolica romana si è allontanata dalla guida e dalla osservanza della Parola di
Dio, sia nell’usare violenza contro coloro che riteneva essere nemici, sia nella
costituzione della sua dottrina di fede. Per trarre le conclusioni di quanto espo-
sto nei capitoli precedenti, sembra utile riportare affermazioni di uomini che
si sono distinti per la loro sapienza e/o per la fede in Dio, in modo da offrire al
lettore, dal punto di vista critico, un più ampio angolo di osservazione. Sulle
questioni dottrinali, laddove il Magistero della Chiesa cattolica continua ad
affidarsi alla rivelazione umana elaborando dogmi e princìpi di fede, si riporta
un passo contenuto in un’opera di S. Giovanni della Croce (1542-1591), un
santo che i cattolici considerano “doctor mysticus”; è interessante notare che il
brano del trattato spirituale “Salita al monte Carmelo”, è riportato nell’articolo
di fede 65 del Catechismo cattolico:

“Cristo Gesù – Mediatore e pienezza di tutta la rivelazione – Dio ha detto tutto nel suo
Verbo”:
Art. 65 - “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai
padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo
del Figlio” ( Eb 1,1-2 ). Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta
e definitiva del Padre, il quale in lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella.
San Giovanni della Croce, sulle orme di tanti altri, esprime ciò in maniera luminosa,
commentando Eb 1,1-2:
Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola,
ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire. . .
Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Fi-
glio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare
il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma
offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando
cose diverse e novità [San Giovanni della Croce, Salita al monte Carmelo, 2, 22, cf
Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle letture del lunedì della seconda settimana di Avvento].

Segue poi l’articolo di fede 66:

“Non ci sarà altra rivelazione”:


66 - “L’Economia cristiana, in quanto è Alleanza Nuova e definitiva, non passerà mai
e non è da aspettarsi alcuna nuova Rivelazione pubblica prima della manifestazione
gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 4]. Tuttavia,
anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà

137
alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli.

Oltre a contraddire l’art. 65 sull’unicità e sulla perfezione della Parola di Dio,


l’art. 66 contraddice la sua stessa l’intestazione “Non ci sarà altra rivelazione”
e smentisce San Giovanni della Croce, il quale afferma che chiunque chiedes-
se a Dio visioni o rivelazioni, commetterebbe stoltezza e offenderebbe Dio
stesso, il quale ci ha dato il suo Figlio che è la sua unica e definitiva Parola!
Insomma, forse il Magistero della Chiesa dovrebbe riflettere su questo energi-
co avviso di Giovanni della Croce, santo e doctor mysticus.

Sulla violenza della Chiesa cattolica romana, sembra utile riportare alcune fra-
si di tre personaggi molto diversi tra loro: un apologista cristiano, un filosofo
del XVII secolo e un uomo che ha fatto la storia dell’India. Eccole di seguito:

Tratto da Ragioni per Dio, di Timothy Keller (1950):

<< La violenza perpetrata nel nome di Cristo è una terribile realtà che va condannata
recisamente e alla quale bisogna assolutamente porre rimedio … Il cristiano è salvato
in virtù di ciò che Cristo ha fatto morendo sulla croce. Il fatto di credere che siamo stati
accettati da Dio per pura grazia e non per i nostri meriti dovrebbe renderci profonda-
mente umili. I fanatici, dunque, non sono persone eccessivamente impegnate per il
vangelo bensì persone che non vi si dedicano abbastanza … Non assomigliano in
nulla a Cristo. Convinte che il cristianesimo sia un programma di autorealizzazione, di
miglioramento personale, costoro cercano di emulare quel Gesù che cacciò i mercanti
del tempio con la frusta, ma non quel Gesù che diceva: “chi e senza peccato scagli
la prima pietra (Giovanni 8:7). Ciò che ci colpisce negativamente e che scambiamo
per fanatismo è, in realtà, l’atteggiamento tipico di chi non si è ancora affidato a Gesù
Cristo e al suo vangelo.>>

Tratto da Lettera sulla tolleranza, di John Locke (1632-1704):

<<Il vangelo spesso dichiara che i veri discepoli di Cristo debbono aspettarsi e soffrire
le persecuzioni, ma non ricordo di aver mai letto nel Nuovo Testamento che la vera
Chiesa di Cristo debba perseguitare gli altri o tormentarli o costringerli ad accettare le
proprie credenze e condurli alla fede con la forza, la spada e i roghi>>.

Tratto da Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, le mie considerazioni, di


Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948):

<<Vi dirò in che modo la storia di Cristo, come narrata nel Nuovo Testamento, abbia
colpito un estraneo come me …mi colpì indelebilmente il fatto che Gesù fosse quasi
arrivato a dettare una nuova legge, benché, naturalmente, avesse negato che fosse
138
questo lo scopo della sua venuta, anziché il mero consolidamento della vecchia legge
mosaica. Beh, Egli l’aveva cambiata al punto da farne una legge nuova: non occhio
per occhio, dente per dente, ma il prepararsi a ricevere due colpi quando se ne è
ricevuto uno, e a fare due miglia quando ne è stato richiesto uno … Leggendo, però,
l’intera storia in quella luce, a me pare che il cristianesimo debba essere ancora vissu-
to, a meno che non si dica che viva dove c’è amore infinito e rinuncia a qualunque idea
di ritorsione. Ma allora si tratta di qualcosa che travalica ogni confine e insegnamento
libresco, qualcosa di indefinibile, di non suscettibile di essere predicato agli uomini,
qualcosa che non è possibile trasmettere di bocca in bocca, ma solo da cuore a cuore.
Di norma, tuttavia, non è così che lo si intende>>.

Quanto riportato sarebbe già sufficiente per chiudere questo scritto. Però, chi
vuole confutare questo lavoro potrebbe dire: si parla di vecchie questioni; la
Chiesa cattolica attuale ha più volte chiesto perdono per i suoi peccati, è sem-
pre pronta ad accogliere gli ultimi, non perseguita più gli eretici ma con uno
spirito ecumenico cerca di riavvicinare tutti i cristiani e di avere un dialogo
aperto con tutte le religioni, contribuendo alla pace tra i popoli. Non c’è dub-
bio che se fossero realmente espresse tali confutazioni, (nella realtà è proprio
quello che spesso rispondono alcuni cattolici quando sentono criticata la loro
Madre Chiesa), esse dovrebbero essere prese in giusta considerazione.

Chiedere perdono è sempre buono e perdonare è ancora meglio, perché così


facendo si mettono in pratica gli insegnamenti del Signore Gesù. Viene ap-
prezzato da una parte degli evangelici il fatto che papa Francesco nel 2014
abbia chiesto perdono ai pentecostali per le persecuzioni del periodo fascista,
quando la Chiesa di Roma era impegnata ad ottenere dal regime la promo-
zione del cattolicesimo a religione di Stato e, nello stesso tempo, chiedeva la
chiusura di tutte le Chiese evangeliche di origine pentecostale. E stiamo par-
lando di un crimine messo in atto appena 85 anni fa (non nel Medio Evo), du-
rato fino al 1955. Una piena revisione di quell’epoca dovrebbe portare anche a
riconoscere che Madre Chiesa aveva appoggiato un regime non democratico,
benedicendo le sue armi di guerra, come molti cardinali si affannavano a fare
nei raduni fascisti. Può mai un servo di Dio (sedicente) benedire armi da guer-
ra? Chi vuole iniziare una buona ricerca storica di quel tempo potrà trovare
una interessante traccia da seguire nella Enciclopedia Treccani online:

http://www.treccani.it/enciclopedia/la-grande-guerra-e-la-rivoluzione-fascista_%28Cri-
stiani-d%27Italia%29/

Non c’è alcun dubbio che tante istituzioni o associazioni cattoliche siano im-
pegnate nel soccorrere gli “ultimi” in tutto il mondo. Questa è sicuramente
la forza del cattolicesimo, una positiva energia che tiene in vita un corpo nel
139
quale la testa è malata. La ricchezza della Chiesa di Roma permette di fare
queste opere pie. Esse tuttavia non riescono a dissimulare la gestione poco
chiara (per essere tenui) che il Vaticano fa di gran parte di quella ricchezza. Si
propone la consultazione dei siti di quotidiani italiani i cui giornalisti si sono
occupati di come vengono gestiti il patrimonio e il flusso di denaro di cui di-
spone la Chiesa di Roma.

Solo un input, lasciando al lettore la libertà di cercare e leggere saggi e articoli


al riguardo:

https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2018/04/16/news/sorpresa_qua-
si_un_terzo_dei_fondi_ha_costi_pi_alti_dei_rendimenti-193999168/

https://www.iltempo.it/cronache/2015/11/04/gallery/quei-soldi-del-vaticano-spe-
si-per-porno-ristrutturazioni-e-armi-992526/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/04/via-crucis-linchiesta-di-nuzzi-sul-vatica-
no-segreto-il-papa-ha-saputo-di-investimenti-della-chiesa-usati-per-fabbricazio-
ne-di-armi/2187514/

http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/07/17/news/vaticano-un-teso-
ro-da-10-mildi-1.173422

Jorge Mario Bergoglio, eletto papa il 13 marzo 2013, assunse il nome di Fran-
cesco. Furono subito molti a illudersi che il papa, richiamandosi al nome del
santo di Assisi (nessun papa aveva mai scelto nella storia della Chiesa cattoli-
ca romana quel nome carico di significato) avrebbe guidato la Chiesa, se non
ad abbracciare “sorella povertà” per usare una espressione amata da France-
sco di Assisi, almeno ad intraprendere una sorta di rivoluzione nella gestione
vaticana della ricchezza (i giornalisti di inchiesta hanno spesso rimarcato la
mancanza di trasparenza nella gestione delle risorse e il sospetto di attività
finanziarie illecite). Già si è potuto vedere nei sei anni di pontificato di papa
Bergoglio che nulla può scalfire certi monoliti come lo IOR (l’Istituto per
le Opere di Religione, impropriamente chiamata Banca Vaticana) e l’APSA
(Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica): queste istituzioni,
soprattutto la prima, da anni sono sotto osservazione da “speciali” commissio-
ni vaticane (controllori interni, o fidati cattolici) per correggere quelle attività
finanziarie che sono sospettate di essere illecite. Si può immaginare che papa
Francesco abbia un bel da fare per rendere povera Santa Madre Chiesa; chissà
cosa pensava il 14 ottobre 2018, in occasione della proclamazione di papa
Paolo VI a santo, quando ricordava ai fedeli che la vita dei santi è votata alla
povertà:
140
“l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali”. Dice: “Lo vediamo: dove si mettono al
centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo”. “Gesù - spie-
ga il Pontefice - è radicale...
“Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore,
ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ric-
chezza del mondo; o vivrà per amare o vivrà per sè. Chiediamoci da che parte stiamo.
Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio” (riportato sul
quotidiano La Repubblica online)

Gesù, spiega papa Francesco, è radicale. Viene da chiedersi: ci sarà mai un


papa radicale, visto che per dogma è il vicario di Cristo in terra?

Lasciando l’argomento povertà, che è davvero un argomento difficile per ogni


cristiano, si prova a fare qualche considerazione sullo spirito ecumenico con il
quale la Chiesa cattolica romana cerca di riavvicinare tutti i “fratelli” cristiani.
Papa Francesco è particolarmente attivo in questa opera di riappacificazio-
ne. Si sa che molte Chiese riformate storiche (luterane, avventiste, battiste,
valdesi, eccetera) non si sottraggono a questo tentativo di riavvicinamento,
desiderose di una riconciliazione che metta fine ad un’antica ostilità, pur ri-
conoscendo l’impossibilità della piena condivisione dottrinale. Un esempio di
una certa importanza è stato il riavvicinamento tra la Chiesa cattolica romana
e la Chiesa Luterana, che ha portato nel 1999, dopo anni di lavoro e di incontri
bilaterali, alla condivisione di un solo punto dottrinale della Riforma, che però
è significativo: la salvezza si ottiene per grazia e per la fede in Cristo Gesù.
Questa affermazione mette, quindi, in secondo piano il ruolo delle opere nella
salvezza; le opere sono la manifestazione della fede in Gesù. Tuttavia è diffici-
le incontrare cattolici che conoscano questo principio di fede e ciò fa pensare
che il risultato di anni di riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiesa Lutera-
na sia solo una questione dottrinale dei “vertici” ecclesiastici che non intacca
minimamente la professione di fede dei credenti cattolici.

Di altro tenore sono le considerazioni estreme di molti evangelici che, alla


luce delle profezie bibliche, vedono nell’ecumenismo un segno della prepa-
razione al regno dell’Anticristo degli ultimi tempi, quando egli sarà a capo di
una religione unica mondiale. Argomento difficile e profetico che non viene
affrontato in questo lavoro. Su posizioni che si potrebbero definire più razio-
nali si pongono molte chiese evangeliche che, pur nello spirito di tolleran-
za, ritengono impossibili i presupposti per un dialogo dottrinale, poiché per
esse la dottrina cattolica romana non è condivisibile in quasi nessun punto:
la distanza degli articoli di fede e dei dogmi cattolici dalla Parola di Dio e
la posizione del Magistero della Chiesa cattolica sono tali da far considerare
141
inutili incontri su questioni dottrinali. Tale posizione è, ad esempio, quella
dell’Alleanza Evangelica Mondiale (WEA – World Evangelical Alliance) che
giudica “ostacoli insormontabili” sia il sistema che i princìpi di fede cattolici.

Abbastanza famoso è un video fatto girare appositamente dal papa nel gennaio
2014, in cui Francesco rivolge ai “fratelli” (li chiama così) Anthony Joseph
(Tony) Palmer (1966-2014) e Kenneth Copeland (1936) un appello alla ricon-
ciliazione; promotore di questa riconciliazione è stato lo stesso Palmer, amico
personale del papa, il quale ha creato con la moglie sul web una comunità
cristiana inter-denominazionale (Inter-denominational Christian Convergent
Community). Kenneth Copeland, invece, è definito un “televangelist” asso-
ciato al Movimento Carismatico; è un predicatore molto seguito. In un video
Palmer legge il documento, sottoscritto dalla Chiesa di Roma e dalla Chiesa
Luterana, nel quale è condivisa la sola dottrina della salvezza per la fede in
Cristo e, terminata la lettura, afferma che è stato rimosso finalmente l’osta-
colo principale della Riforma protestante (ma non erano 95 le tesi di Lutero?
Le altre quando sono state superate?); conclude invitando alla riconciliazione
con la Chiesa cattolica. Si trova anche un messaggio sul web in cui Palmer
sollecita così: “Il papa Francesco ci chiama ad un’autentica comunione basa-
ta sul fatto che siamo fratelli e sorelle in Cristo, non ad una comunione per
mezzo delle nostre tradizioni. Questo è un nuovo passo in avanti” (traduzione
dell’autore). Ora, sia ben chiaro che ogni pastore è libero di esprimere la sua
fede e di avere relazioni con le altre denominazioni o religioni. Ogni opinio-
ne merita rispetto e, in questo caso, ancor più quella che ha espresso Tony
Palmer che il Signore ha raccolto a Sé pochi mesi dopo aver intrapreso l’ini-
ziativa di riconciliazione. Chi scrive è convinto della sincerità della iniziativa
del pastore Palmer. Qui si vuole solo avanzare qualche perplessità verso una
certa espressione di ecumenismo, valutando alla luce della Parola di Dio fra-
si importanti di alcuni influenti ecumenici, che facilmente possono diventare
slogan per tanti altri cristiani. Nel commento al video di papa Francesco, il
pastore Palmer avvalora il “suo passo in avanti” verso il Vaticano con alcune
frasi efficaci; ad esempio:

“La diversità è divina, ma la divisione è diabolica!” (trad. dell’autore).

Sembra un messaggio perfetto, di carattere evangelico, somigliante ai messag-


gi d’amore di Gesù. Per certo si avrà modo di sentirlo ripetere da coloro che si
schierano per l’ecumenismo. Il fatto è che il Signore Gesù sulla separazione,
o sulla divisione, non la pensava alla stessa maniera di alcuni ecumenici:

(Matteo 10 – traduzione CEI) 34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla
terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a se-
142
parare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici
dell’uomo saranno quelli della sua casa. 37 Chi ama il padre o la madre più di me
non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38 chi non
prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.

Le separazioni non sono uno scandalo per il Signore se originate dalla fede in
Lui e dalla fedeltà alla sua Parola; anzi, avvisa i suoi discepoli che soffriranno
per le divisioni. Chi accetta Gesù come unico Salvatore e crede nella Sacra
Scrittura è spesso oggetto di persecuzione (la spada); infatti:

(Giovanni 15 – traduzione CEI): 18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha
odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece
non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ri-
cordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se
hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola,
osserveranno anche la vostra.

Altra frase molto bella di Palmer è:


“La gloria (di Dio) ci unisce, non le dottrine! Se tu hai la presenza di Dio in te
ed io ho la presenza di Dio in me, non abbiamo bisogno di altro” (traduzione
dell’autore).

Alcuni sostenitori dell’ecumenismo dei nostri giorni ripetono spesso le parole


di Gesù rivolte agli apostoli nelle ultime ore della sua vita; è la preghiera che
Gesù rivolse al Padre per l’unità dei suoi discepoli (l’art. di fede 2747 del
Catechismo cattolico insegna che il cap. 17 del Vangelo di Giovanni è la “Pre-
ghiera sacerdotale” di Gesù):

(Giovanni 17 – trad. CEI) 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo,
e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché
siano una cosa sola, come noi.

L’appello di Gesù all’unità è sconvolgente. Ma è lo stesso appello dei predica-


tori del nuovo ecumenismo? Affermare che le dottrine portano alla disunione,
significa dire che esse si contrappongono all’unità che il Redentore brama
per i suoi discepoli. Ma siamo sicuri che Gesù non trasmettesse una dottrina
quando, sempre nella “preghiera sacerdotale” diceva al Padre:

7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole
che hai dato a me io le ho date a loro; (Giovanni 17 – traduzione CEI)
Quel “tutte le cose” sono oggetti o insegnamenti?

143
Si analizzino attentamente gli ultimi precetti dati dal Signore e riportati nel
Vangelo di Matteo:

(Matteo 28 – traduzione CEI): 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, bat-


tezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro
ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo».

In soli due versi si noti la forza di alcune espressioni:

ammaestrate tutte le nazioni: i discepoli avevano ricevuto insegnamenti dal


loro Maestro (altrimenti non sarebbe stato Maestro!), ma erano anche chiama-
ti ad ammaestrare, quindi a “formare” nuovi discepoli;

insegnando loro ad osservare tutto ciò che...: Gesù affidava ai discepoli il com-
pito di insegnare, cioè di trasferire i precetti a coloro che avrebbero creduto
all’annuncio del vangelo, esortandoli ad attenersi agli insegnamenti di Gesù, a
restare ubbidienti a quei precetti, quindi a osservarli;

tutto ciò che vi ho comandato: il Signore ricordava ai discepoli che vi erano


cose (evidentemente insegnamenti) che lui stesso aveva comandato ai disce-
poli i quali, a loro volta, dovevano insegnare ai convertiti.

Potremmo mai affermare che gli apostoli ed i nuovi discepoli si mettessero in


azione per evangelizzare senza avere bene in mente gli insegnamenti che Gesù
aveva comandato? Dal momento che i predicatori ecumenici ritengono che
l’amore sia sufficiente e che porti all’unità secondo la volontà di Gesù, allora
anche la Chiesa cattolica romana dovrebbe rinunciare a tutto il Catechismo,
a tutti i dogmi e principi di fede, perché costituiscono “dottrina” e, pertanto,
portano a disunione! Si suggerisce ai nuovi ecumenici di chiedere al Magiste-
ro della Chiesa cattolica romana di cancellare tutta la dottrina, partendo maga-
ri da quella dell’infallibilità papale. Viene in mente ancora un suggerimento:
se non si ha più bisogno di dottrine, allora si potrebbero escludere dal Nuovo
Testamento tutte le Epistole degli apostoli, in particolare quelle dell’apostolo
Paolo, che era così ligio a trasferire princìpi dottrinali alle chiese cristiane na-
scenti! Alcuni evangelici, anche pastori, trovano l’apostolo Paolo un po’ trop-
po rigido e ormai fanno come la Chiesa di Roma: evitano di predicare su al-
cune parti delle epistole paoline, quelle scomode che infastidiscono i credenti.
Fanno parte del nuovo ecumenismo? Lo scrivente ha ascoltato dalla bocca
di un pastore sedicente evangelico, mentre predicava dal pulpito, lo slogan
ormai famoso: l’amore unisce, ma la dottrina ci separa. In risposta alla frase
ad effetto, i fedeli di quella chiesa hanno applaudito e non una volta sola nel
144
corso della predicazione. Tutto quello che alleggerisce la dottrina del Vangelo
viene prontamente applaudito nella teatralità del culto evangelico moderno e
accolto con gioia. Ci sarebbe, però, un problema da risolvere con il Signore,
perché Gesù raccomanda sempre la fedeltà alla sua Parola:
(Giovanni 8 – trad. CEI): 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in
lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete
la verità e la verità vi farà liberi”.

(Matteo 7 – traduzione CEI): 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in
pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde
la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed
essa cadde, e la sua rovina fu grande». 28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le
folle restarono stupite del suo insegnamento: 29 egli infatti insegnava loro come uno
che ha autorità e non come i loro scribi.

(Giovanni 6 – traduzione CEI): 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla;
le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

(Giovanni 8 – traduzione CEI): 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano credu-
to in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 cono-
scerete la verità e la verità vi farà liberi»

(Giovanni 8 – traduzione CEI): 51 In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia
parola, non vedrà mai la morte». 

(Giovanni 14 – traduzione CEI): 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la
mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso
di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è
mia, ma del Padre che mi ha mandato.

(Luca 11 – trad. CEI): 28 Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola
di Dio e la osservano!».

Nella cosiddetta “preghiera sacerdotale” il Signore Gesù afferma anche:

(Giovanni 17 – traduzione CEI): 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. (la


traduzione Nuova Riveduta dice: 17 Santificali nella verità: la tua parola è verità).

Il Signore Gesù chiede al Padre che i suoi discepoli siano fedeli alla Parola,
alla verità, perché in essa saranno benedetti (consacrati o santificati). L’ecu-
menismo che richiama l’amore della “preghiera sacerdotale” (Giovanni 17
– traduzione CEI):
145
“12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”

e mette la dottrina di Gesù fuori la porta della chiesa, ha qualcosa di familia-


re con coloro che per dogmi scrivono e presentano un nuovo vangelo. Si ha
proprio l’impressione che molti cristiani vogliano un nuovo vangelo, senza
precetti, basato unicamente sull’amore verso gli uomini, non sull’amore verso
Dio prima (ubbidienza alla Parola) e poi verso gli uomini. Sarà che sta nascen-
do un nuovo cristianesimo? Avranno ragione coloro che ritengono che si stia
originando una nuova religione? Il sospetto è lecito.

Come si può ricercare allora quella unità? E può essere raggiunta? Nel capi-
tolo 17 di Giovanni è possibile trovare le risposte giuste: si può essere “una
cosa sola” quando c’è fedeltà alla Parola di Dio: “le parole che tu hai dato a
me io le ho date a loro”. Su questa base, o su una sincera e fervente volontà
di ricevere la Parola di Dio e metterla in atto, tutte le difficoltà si risolvono,
ognuno vorrà sottoporsi all’altro perché sarà l’amore verso Dio a unire. Gesù
chiedeva l’unità per i suoi discepoli, ossia per coloro ai quali aveva dato i
suoi insegnamenti e ai quali comandava di metterli ad effetto e di insegnarli a
coloro che, convertendosi, sarebbero divenuti a loro volta discepoli. L’unità è
possibile solo con il fondamento della Parola di Dio. Dottrine diverse possono
consentirci comunque di rispettarci, di amarci in quanto siamo “prossimo da
amare”; ma l’unità del tipo “una cosa sola, come noi” è una unità spirituale
che si stabilisce facilmente tra coloro che amano la Parola di Dio e cercano in
ogni modo di metterla ad effetto. Perciò, l’ecumenismo che sinora viene pro-
posto, non pare rispondere a quello che il Signore Gesù indica di fare.

Qual è, allora, la conclusione di questo lavoro? Cosa vuole dimostrare? Vuole


semplicemente esortare i fedeli del Signore Gesù, quelli che lo hanno accetta-
to come unico Salvatore, a restare saldi nella sua Parola. Vuole ricordare che
l’intera Bibbia è stata ispirata dallo Spirito Santo ed è la Parola di Dio, unica
e perfetta guida della nostra condotta. Queste affermazioni non sono dottrine
di uomini ma si basano solo sulla Bibbia; sono raccomandazioni rivolte anche
a chi è in cerca della verità e vuole conoscere il Signore Gesù ed avere una
relazione spirituale personale con Lui. Tutto quello che viene presentato fuori
dalla Parola di Dio è inganno. Nel capitolo 8 si è cercato di dimostrare quale
confusione hanno potuto fare uomini che si sono innalzati fino a dichiararsi
vicari di Cristo, imponendo precetti e pratiche che non sono contenute nella
Parola di Dio.

Quando in questi tempi si difende la Bibbia, si viene guardati con una sorta di
compassione da chi non l’ama, da chi ha fatto della religiosità e della ritualità
146
gli strumenti della propria salvezza; il fedele alla Parola viene considerato un
fanatico, un esaltato che vuole salvare il mondo. Quando si domanda: Gesù
Cristo è il tuo Salvatore? Lo hai accolto nel tuo cuore? Sai qual è il vero bat-
tesimo? Ti senti nato di nuovo, rigenerato? Stai leggendo la Parola di Dio?
Spesso, quasi sempre, si riceve la risposta: io non faccio male a nessuno, ogni
tanto vado a messa, mi confesso, prendo l’eucarestia, dico il rosario, recito il
Padre Nostro, sono a posto con Dio. Eppure l’annuncio del vangelo è chiaro,
è anche di una bellezza e di una semplicità uniche, perché, come si squarciò
il velo del tempio alla morte di Gesù, allo stesso modo la fede in Cristo toglie
ogni ostacolo, ogni intermediazione terrena e dà libertà al credente di rivol-
gersi a Dio direttamente. La semplicità del vangelo sta nel fatto che colui che
accoglie Cristo diventa figlio di Dio, per adozione divina; e chi è figlio di Dio
ha diritto all’eredità divina. Queste affermazioni sono contenute nel Nuovo
Testamento; ecco alcuni versi:

(Giovanni 1 – traduzione CEI): 12 A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di
diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali non da sangue, né
da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

(Galati 3 – traduzione CEI): 26 Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo
Gesù, 27 poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. 

(Efesini 1 – trad. CEI): 3 Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che
ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4 In lui ci ha scelti
prima della creazione del mondo … in lui siamo stati fatti anche eredi …

(Romani 8 – traduzione CEI): 17 E se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio,
coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze, per partecipare
anche alla sua gloria.

Quando questa bellezza viene rifiutata per restare nella confusione dottrinale,
cosa si può dire? Solo: Dio ti (vi) benedica. Nessuno può ergersi a giudicare.
Ci saranno sicuramente persone sincere che Dio conosce. Il profeta Giona, nel
ventre del pesce concluse la sua preghiera dicendo: “la salvezza appartiene al
Signore” e si affidò a Dio. Dato l’annuncio, questo è sufficiente per restare in
pace:

(Ezechiele 33 – trad. CEI): 9 Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta
perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità. Tu invece
sarai salvo.

E non si giudichi e si lasci a Cristo ogni giudizio, come Egli stesso insegnava:
147
“Non giudicate per non essere giudicati, perché con il giudizio con il quale giudicate
sarete giudicati” (Matteo 7: 1 – traduzione CEI); e “Il Padre, infatti, non giudica nes-
suno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il
Padre” (Giovanni 5: 22 – traduzione CEI).

Quindi, si onori il Figlio per onorare il Padre e si continui, chiedendo la gui-


da dello Spirito Santo, ad esercitare quello che viene considerato il “Grande
Mandato”:

(Marco 16 – traduzione CEI): Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni


creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà con-
dannato. 

(Matteo 28 – traduzione CEI): 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, bat-


tezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro
ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo».

(Luca 10 – traduzione CEI): 2 Diceva loro: la messe è abbondante, ma sono pochi gli
operai 3 … Andate: ecco vi mando come agnelli in mezzo a lupi.

(Matteo 5 – traduzione CEI): 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,


mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Ci sia in quelli che rispondono al grande mandato il sentimento del profeta


Isaia:

(Isaia 6 – traduzione CEI) 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò
e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!

La messe è grande e gli operai sono pochi; pregate il Signore della messe, per-
ché mandi operai: anche queste sono raccomandazioni di Gesù. Chi risponde
al mandato deve aspettarsi ancora oggi derisione, contrasto, se non addirittura
persecuzione. Sia, però, lontano dagli operai del Signore il sentimento di co-
loro che per secoli hanno ucciso i loro stessi fratelli di fede; quei persecutori
si gloriavano nel ripetere all’infinito la preghiera del Padre Nostro, recitando
senza comprendere:

(Matteo 5: – traduzione CEI): 10 “venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in
cielo così in terra”.

148
Appena dopo la preghiera del Padre Nostro, Gesù continua a dare l’insegna-
mento:

(Matteo 5 – traduzione CEI): 43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e


odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori...

Gli eretici erano considerati nemici della Santa Madre Chiesa, ma essa non
pregò per loro; applicò un altro vangelo e non fece la volontà di Dio.

Così, si può concludere esortandoci gli uni agli altri: amiamo la Parola di Dio;
andiamo, annunciamo l’evangelo e quando saremo disprezzati, derisi, perse-
guitati, non contrastiamo e ricordiamoci le parole di Gesù:

“Ma io vi dico: amate i vostri nemici”.

149
BIBLIOGRAFIA

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1989
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SERGIO QUINZIO, La sconfitta di Dio, Adelphi Edizioni, Milano, 1992
ROBERTO RENZETTI, LA CHIESA contro Gesù - I parte, Tempesta Editore, Roma, 2013
ROBERTO RENZETTI, LA CHIESA contro Gesù - II parte, Tempesta Editore, Roma, 2013
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SITOGRAFIA

Introduzione
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http://www.ilgiornale.it/news/ior-1357084.html
http://temi.repubblica.it/micromega-online/ior-le-mani-della-mafia-da-calvi-a-oggi-intervi-
sta-a-maria-antonietta-calabro/
https://www.huffingtonpost.it/2017/01/20/roma-ior-denaro_n_14283212.html
https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/25/ior-utili-su-a-693-milioni-e-4-600-conti-chiusi-
al-vaticano-55-milioni-di-dividendi/1717569/

150
Al Cap. 1 – Il papato
http://www.treccani.it/enciclopedia/vescovo
https://w2.vatican.va/content/vatican/it/holy-father.html

Al Cap. 2 – La donazione di Costantino


http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/donazione-di-costantino/
http://storieromane.altervista.org/la-donazione-di-costantino/
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaV/VALLA_%20LA%20DONAZIO-
NE%20DI%20COSTANTIN.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Costantino

Al Cap. 3 – La nascita del monachesimo


https://it.wikipedia.org/wiki/Monachesimo#targetText=Il%20monachesimo%20(in%20
greco%20antico,e%20in%20seguito%20in%20occidente.
https://it.wikipedia.org/wiki/Colombano_di_Bobbio
https://it.wikipedia.org/wiki/Regola_benedettina#targetText=La%20Regola%20dell’Ordi-
ne%20di,e%20di%20settantatr%C3%A9%20%22capitoli%22.
https://www.camminodibenedetto.it/vita-di-san-benedetto/
https://it.wikipedia.org/wiki/Benedetto_da_Norcia
https://it.wikipedia.org/wiki/Amanuense

Al Cap. 4 – La Chiesa Cattolica romana e gli eretici


http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-785.htm
http://www.treccani.it/enciclopedia/inquisizione/
https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giovanni_Paolo_II#Domande_di_perdono
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/papa-ancora-a-caserta-incontro-pastore-traettino-e-
vangelici-protestanti
http://www.linformale.eu/breve-storia-della-comunita-ebraica-di-roma/
https://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_Lateranense_III
http://www.ereticopedia.org/margherita-porete
https://it.wikipedia.org/wiki/Monarchianismo
http://www.treccani.it/enciclopedia/ordine-dei-templari/
151
Al Cap. 5 – L’Inquisizione
http://www.adir.unifi.it/rivista/2004/buracchi/cap2.htm
https://www.capitolivm.it/societa-romana/la-giustizia-in-epoca-romana/
http://www.mondimedievali.net/Medioevoereticale/inquisizione.htm
http://www.storiainrete.com/6198/600-e-700/rivelati-i-documenti-sul-processo-a-giorda-
no-bruno/
https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Giordano_Bruno
http://www.homolaicus.com/storia/medioevo/inquisizione_medievale.htm
http://www.adir.unifi.it/rivista/2004/buracchi/cap2.htm
http://alleanzacattolica.org/linquisizione-medioevale-2/?fbclid=IwAR2iFnSCykDQ6W-
DJs_1WkXiUn049jIDbZHRrSA64Aae0hH3xwRixmOm5CPM
https://www.segnideitempi.org/santa-inquisizione-sfatiamo-la-favola-del-lupo-mannaro/
cultura-e-societa/controstoria/santa-inquisizione-sfatiamo-la-favola-del-lupo-mannaro/

Al Cap. 6 – La vendita delle indulgenze


http://www.parrocchia-acisantantonio.it/giubileo/indulgenza.htm
http://www.viaggio-in-germania.de/riforma-indulgenze.html
http://www.skuola.it/raccolta/storia/s0027.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Indulgenza
https://cronologia.leonardo.it/umanita/moderna/cap115.htm
https://www.corriere.it/cronache/13_luglio_16/indulgenza-plenaria-arriva-an-
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152
http://www.ilgiornale.it/news/tecnologia/vaticano-spunta-versione-pokemon-go-santi-e-be-
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Al Cap. 7 – La Riforma protestante e le Chiese riformate


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Al Cap. 8 – I dogmi della Chiesa cattolica romana


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Conclusioni
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https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_della_Croce
155
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/papa-ancora-a-caserta-incontro-pastore-traettino-e-
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lo_vi_e_monsignor_romero_attesi_settatamila_fedeli-208902083/
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https://en.wikipedia.org/wiki/Tony_Palmer_(bishop)
https://en.wikipedia.org/wiki/Kenneth_Copeland

156
INDICE

Pag. 1 Nota dell’autore


2 Introduzione
5 Cap. 1 Il papato
13 Cap. 2 La donazione di Costantino
16 Cap. 3 La nascita del monachesimo
21 Cap. 4 La Chiesa cattolica romana e gli eretici
45 Cap. 5 L’Inquisizione
55 Cap. 6 La vendita delle indulgenze
61 Cap. 7 La Riforma protestante e le Chiese riformate
76 Cap. 8 I dogmi della Chiesa cattolica romana
80 § 8.1 La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura
82 § 8.2 Il Purgatorio e la preghiera per i morti
93 § 8.3 I Sette Sacramenti del cattolicesimo
107 § 8.4 La venerazione dei Santi e delle reliquie
116 § 8.5 Il culto a Maria
132 § 8.6 Il papa vicario di Cristo – Il papa infallibile
135 Conclusioni
148 Bibliografia - Sitografia

157