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SCUOLA DELLE SCIENZE UMANE E DEL PATRIMONIO CULTURALE

Lingue e letterature moderne – Mediazione linguistica e italiano come lingua seconda


Dipartimento di Scienze Umanistiche

Le forme derivate del verbo


Un’analisi semantica: arabo e italiano a confronto

TESI DI LAUREA DI RELATORE


ADRIANA D’AURIA Prof.ssa NESMA ELSAKAAN

ANNO ACCADEMICO 2016 - 2017


Alla mia meravigliosa famiglia,
che ha reso tutto questo possibile
e mi ha accompagnato in ogni mia scelta.

A Vivere Lettere,
che ha fatto di questi tre anni un’esperienza
piena e insostituibile.
Sommario

Introduzione 1

Capitolo I – Il sistema di derivazione verbale arabo e le relazioni interne 3


1.1 La radice e la forma 3
1.2 La derivazione e la sua base logica 5
1.3 Relazioni orizzontali nel paradigma delle forme derivate 11
1.3.1 La “surderivazione semantica” 12
1.3.2 La “derivazione regressiva” 13
1.3.3 La “derivazione formale” 14
1.3.4 La “relazione con il passivo” 15

Capitolo II – La semantica delle forme dall’arabo all’italiano 17


2.1. Il “valore estensivo-intensivo”: dall’aspetto alla prefissazione italiani 17
2.1.1 Il “valore conativo”: dalla forma conativa all’azione durativa italiane 19
2.1.2 Dal “valore conativo” alla reciprocità: il sintagma preposizionale
e il pronome riflessivo italiano 21
2.2 Il “valore causativo”: due macrocategorie causative italiane 22
2.2.1 Il “valore privativo”: una variante causativa 25
2.2.2 Il “valore estimativo”: un complemento predicativo dell’oggetto 27
2.2.3 Il “valore espositivo”: una subordinata consecutiva italiana 28
2.3 Il “valore correlativo-risultativo” e la riflessività 29
2.3.1 I valori “medio” e di “richiesta”: i verbi riflessivi indiretti italiani 31
2.3.2 Takalluf e “valore simulativo”: ancora un complemento predicativo
dell’oggetto 32
2.3.3 Il “valore di progressività”: marche azionali e
prefissazione verbale 34
2.3.4 I valori di “merito” e “trasformativo”: dei verbi riflessivi impliciti 34

Conclusioni 37

Bibliografia 39
Introduzione:

Nel corso di questi tre anni di studio della lingua araba la semantica delle forme derivate
si è rivelato uno degli argomenti che più hanno attirato la mia attenzione. Come possiamo
tradurre in italiano la moltitudine di significati che si sviluppano nel paradigma delle forme
derivate? Avendo approfondito questo argomento durante la mia esperienza di studio
all’Université de Lorraine a Nancy, mi sono da subito chiesta se esistesse una bibliografia
italiana sull’argomento e sulla resa in lingua italiana dei vari significati delle forme. Con
grande sorpresa la mia ricerca preliminare ha portato soltanto fonti in lingua araba,
francese e inglese. Ciò mi ha spronato a intraprendere un confronto dei significati delle
forme derivate in arabo con le loro forme italiane corrispondenti. La fonte principale che è
anche stata la colonna portante del mio lavoro è la monografia di Pierre Larcher sul
sistema verbale arabo Le système verbal de l’arabe classique 1. Tra i vari autori presenti in
bibliografia, Larcher si è dimostrato il più prolifico sull’argomento e fonte di grande
supporto per tutta la mia analisi. Nell’analizzare significati primari e secondari delle forme
derivate ho infatti seguito scrupolosamente le sue riflessioni e ideato una classificazione
ampliata e approfondita sulla base di quella che è considerata la sua opera principale
sull’argomento.
Il verbo arabo trilittero si sviluppa in un paradigma di quattordici forme di cui le prime
nove sono comunemente usate in arabo. Mentre le altre cinque sono rare. A queste si
aggiungono poi la forma base e le quattro forme del verbo quadrilittero. È importante
sottolineare che questo sistema di numerazione da I a XV è una peculiarità degli studiosi
arabisti e non dei grammatici arabi2. In questo lavoro mi riferirò alle nove forme derivate
usate comunemente. Ciascuna di queste forme è caratterizzata da una variazione formale
rispetto alla base. Questi cambiamenti racchiudono delle variazioni di significato che
vengono tradotte in lingua italiana in vari modi. Tuttavia i processi morfologici impiegati
non corrispondono sempre nelle due lingue.
Nel primo capitolo mi occuperò di delineare i concetti base necessari a comprendere
l’organizzazione del paradigma. Analizzerò la nozione di radice e la concezione che di essa
hanno avuto i grammatici arabi del Medioevo e, in tempi a noi più recenti, i principali
orientalisti del XX secolo. Successivamente parlerò del processo di derivazione attraverso

1
Larcher P., Le système verbal de l’arabe classique, Presses Universitaires de Provence, Aix-en-Provence
2012
2
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 17; Larcher P., Verb, in Encyclopedia of Arabic Language and
Linguistics, vol. IV, 2008, p. 640 (d’ora in poi: EALL); Veccia Vaglieri L., Grammatica teorico-pratica della
lingua araba, Maria Avino (a cura di), Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino, Roma 2014, p. 180.
1
il rapporto tra forma e radice e le relazioni che intercorrono tra le forme. Queste saranno
necessarie per comprendere determinati aspetti semantici all’interno del paradigma.
Nel secondo capitolo comparerò invece alle strutture italiane corrispondenti due grandi
correlazioni maggiori teorizzate dai grammatici arabi: il taʻaddī (transitivizzazione,
causatività) e la muṭāwaʻa (correlativo-risultativo). Al fine di delineare una migliore
argomentazione tratterò il significato di intensità, ovvero il takṯīr, come terza correlazione.
Partendo da questi valori principali comparerò all’italiano i valori minori a loro legati
semanticamente e sintatticamente. Ogni valore semantico verrà posto come concetto
comparativo generale e analizzato nella sua realizzazione in entrambe le lingue. Nella
scelta dei verbi da analizzare ho utilizzato anche Lisān al-ʻArab di Ibn Manẓūr al fine di
verificarne il significato3. Lo scopo di questa analisi è creare una classificazione ragionata
dei significati, unita alla considerazione dei rapporti tra forme. Questi due elementi
faciliteranno la comparazione da un punto di vista semantico e formale.

3
Ibn Manẓūr, Lisān al-ʻArab al-Muḥīṭ. Dictionnaire Linguistique, Scientifique, vol. I, II, III, Dār Lisān al-
ʻArab, Beirut 1970.
2
Capitolo I
Il sistema di derivazione verbale arabo e le relazioni interne

1.1 La radice e la forma


La nozione di radice in arabo è di particolare importanza per ragioni principalmente
morfologiche e lessicografiche. Per quanto riguarda la morfologia, ambito che qui più ci
interessa, sappiamo che nel lessico di ogni lingua tutte le parole hanno una base logica. Ad
esempio, in italiano, da una radice ascolt- derivano ascoltare, ascolto, ascoltatore,
ascoltato etc. In arabo la radice rappresenta un’unità linguistica astratta, composta da una
successione di consonanti e riscontrabile negli elementi nominali, verbali, aggettivali e,
talvolta, preposizionali ad essa connessi4. Il suo carattere consonantico la differenzia dalla
radice indoeuropea che si presenta invece come sillabica.
Possiamo classificare la radice in due modi: quantitativa e qualitativa. Da un punto di
vista quantitativo le radici si dividono in monolittere (preposizione bi, “con”), bilittere
(pronome interrogativo kam, “quanto”), trilittere (verbo darasa, “studiare”) e quadrilittere
(verbo tarğama, “studiare”). Il tipo più frequente è la radice trilittera da cui è composta la
maggior parte dei verbi e dei nomi. In una classificazione di tipo qualitativo si tiene invece
conto della presenza dei radicali chiamati ḥurūf ʻilla, (radicali deboli), ovvero wāw e yāʼ.
Queste consonanti comportano spesso dei mutamenti nelle parole rendendo a volte difficile
risalire alla radice5. Esempio di questo tipo di radici potrebbe essere r-m-à (lanciare), d-ʻ-w
(chiamare) o q-ā-l (dire). Inoltre, le radici trilittere possono comporsi di tre radicali C1-C2-
C3 differenti tra loro, come k-t-b (scrivere), oppure da tre consonanti C1-C2-C2 di cui due
identiche e dunque geminate, come m-r-r (passare)6.
In lessicografia la radice assume una maggiore importanza classificatoria; questo
gruppo consonantico è utilizzato come criterio di ricerca nei dizionari già a partire dal VIII
secolo7. Questa doppia funzione della radice ha portato gli orientalisti del XIX e del XX
secolo a dei fraintendimenti di ciò che i grammatici arabi intendevano per “radice” e
“senso della radice”. Ad esempio, se volessimo cercare la parola kitāb (libro), dovremo
prima ricavarne la radice (k-t-b), poi cercarla nel dizionario. Il lemma della parola ricercata
non è spesso rappresentato dalle tre consonanti isolate ma dal verbo al māḍī (perfetto), cioè
kataba.

4
Zemánek P., Root, in EALL, Volume IV, 2009, p. 93.
5
Per un approfondimento maggiore, cfr. Veccia Vaglieri L., Grammatica, cit., pp. 35-36 e 207-210.
6
Zemánek, P., Root, cit., p. 93.
7
Larcher P., Derivation, in EALL, vol. I, A-Ed, Brill, Leida 2006, p. 574.
3
Da questa breve introduzione del concetto di radice comprendiamo già un suo carattere
fondamentale: l’astrattezza. Essa acquisisce un significato concreto solo in quanto
morfema lessicale di una parola8 e ciò appare ancora più chiaro se percorriamo all’indietro
la letteratura sull’argomento. Partendo dagli studiosi arabisti più vicini ai nostri giorni
sembrerebbe che la concezione che la maggior parte di loro hanno della radice derivi dal
pensiero di Ernest Renan:

Renan estimait, en effet, qu’une des caractéristiques des langues sémitiques était la “propriété d’exprimer le
fond de l’idée par les consonnes et les modifications accessoires de l’idée par les voyelles” et il insistait sur
“la manière dont les Sémites ont conçu une sorte de racine imprononçable” 9

A seguire, secondo Henri Fleisch, la radice consiste in un’idea generale. Mentre per
David Cohen è uno scheletro che corrisponde a una base lessicale 10. Nel suo celebre
articolo “Racines et schèmes”, base di molti degli studi di linguistica successivi, Jean
Cantineau la definisce come “un des deux principes selon lesquels est organisé et classé
[…] tout le vocabulaire sémitique” 11. Tuttavia, possiamo constatare che l’interpretazione
che gli arabisti fanno di questa nozione non è esattamente corrispondente all’idea che ne
avevano i grammatici arabi del VIII e del XV secolo. Per Sībawayhi, Ibn Ğinnī e al-Ḫalīl
ibn Aḥmad non esiste un vocabolo collegabile alla parola italiana “radice”. Essi
ragionavano attraverso parole già formate. La stessa parola aṣl, tradotta dagli studiosi
arabisti con il latino radix, non è interpretata dagli arabi come radice ma come “base” o
“stato primitivo” di una parola, ovvero uno stato anteriore ai cambiamenti
morfofonologici. Ci si riferisce dunque con questo termine al gruppo di lettere che
costituiscono la base consonantica di una parola12.
Il secondo elemento portante della morfologia araba è la forma. Essa rappresenta uno
schema sillabico nella quale le consonanti della radice, le consonanti servili e le vocali
occupano una posizione ben precisa. É inoltre dotata di un significato grammaticale al
livello infra-morfematico13 identificata nel metalinguaggio attraverso la radice f -ʻ-l.
Dunque, ad esempio, un verbo come kataba (scrivere) sarà detto di forma faʻala, mentre

8
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 33.
9
Troupeau G., La notion de “racine” chez les grammariens arabes anciens, in Aroux S., Glatigny M., Joly A.,
Nicolas A., e Rosier I. (a cura di), Matériaux pour une histoire des théories linguistiques, Presses
Universitaires, Lille 1984, p. 239.
10
Troupeau G., La notion, cit., p. 239.
11
Ivi, p. 240.
12
Troupeau G., La notion, cit., p. 141.
13
Dichy J., Sens des schèmes et sens des racines en arabe: le principe de figement lexical (PFL) et ses effets
sur le vocabulaire d’une langue sémitique, in Panier L. et Rémi-Giraud S (a cura di), La Polysémie ou
l’empire des sens, Presses Universitaires de Lyon, Lione 2002, p. 8.
4
un nome come nafs (anima), sarà detto di forma faʻl14. Le vocali fanno parte della forma.
Esse si intercalano all’interno dello schema consonantico portando le informazioni
grammaticali e costituendo la melodia vocalica. Da un’idea astratta quale quella veicolata
da k–t-b, passiamo dunque a kataba (scrivere), il cui schema ci dice che si tratta di un
verbo d’azione appartenente alla I forma del paradigma e di diatesi attiva. Successivamente
altri elementi esterni contribuiscono ad aggiungere informazioni grammaticali e
semantiche. Questi possono essere affissi, elementi prosodici o una combinazione dei
due15. Riprendendo l’esempio proposto per le vocali passiamo da kataba a kātaba
(scriversi). In questo caso, oltre al materiale vocalico, abbiamo aggiunto un elemento
prosodico: l’allungamento della prima vocale. Questo definisce il verbo come appartenente
alla III forma del paradigma, di diatesi attiva e con un significato di reciprocità. Allo stesso
modo, aggiungendo degli affissi otteniamo delle informazioni semantiche sia nei nomi che
nei verbi. Ad esempio, da k-t-b passiamo a maktab (scrivania). Qui abbiamo unito allo
schema vocalico un affisso (m-). Questo affisso, unito agli altri elementi, precisa due
informazioni: la categoria lessicale del nome maschile singolare e il fatto che si tratti di un
nome di luogo. Gli affissi aggiunti allo schema vocalico vengono anche chiamati lettere
“servili”, proprio perché hanno una funzione di supporto e ulteriore specificazione del
significato dato dalla radice e dal materiale vocalico16.

1.2 La derivazione e la sua base logica


Nel paragrafo precedente, ho dimostrato come la radice e la forma del verbo in arabo
interagiscono tra loro. In questo paragrafo mi soffermerò sul modo in cui si sviluppa il
paradigma delle forme derivate. La morfologia delle lingue indoeuropee si distingue da
quella semitica per essere di tipo concatenativo: la parola si presenta come una sequenza
lineare di morfemi17. Di conseguenza la derivazione è intesa come la formazione di una
parola a partire da un’altra già esistente (o dal suo radicale) tramite l’aggiunzione di
suffissi e prefissi. Ad esempio, dal verbo “animare” derivano diversi sostantivi come
“animazione”, “animatore” e così via. Il tipo non concatenativo delle lingue semitiche
forma invece le parole attraverso morfemi discontinui e non isolabili in unità fonetiche. La
derivazione avviene per affissazione ma anche per geminazione e apofonia 18. Troviamo

14
Veccia Vaglieri L., Grammatica, cit., p. 50.
15
Cfr. Zamánek P., Root, cit., p. 93.
16
Veccia Vaglieri L., Grammatica, cit., p. 48.
17
McCarthy J.J., A prosodic theory of nonconcatenative morphology, Linguistics Department Faculty
Publication Series, Paper 26, ScholarWorks@UMass Amherst, 1981, p. 373.
18
Cfr. Watson J. C. E., The phonology and morphology of arabic, Oxford University Press, New York 2002,
p. 125. Cfr. anche Larcher P., Derivation, cit., p. 573.
5
l’affissazione nel caso degli aggettivi relazionali formati con il suffisso –iyy come ʼīṭāliyy
(italiano). I restanti due processi li ritroviamo soprattutto nei verbi. Ad esempio l’apofonia
interessa la I forma nei rari casi, confinati all’arabo antico, in cui coesistono una forma I
faʻala come ḥazana (rattristare) e una forma faʻila come ḥazina (essere triste)19. La
geminazione la troviamo invece in alcune forme derivate, ad esempio nella II forma
darrasa (insegnare) dalla I forma darasa (studiare).
Per quanto riguarda il verbo la morfologia araba distingue tra un verbo muğarrad (nudo o
non aumentato) comunemente chiamato anche “verbo base” (forma I) e un verbo derivato
mazīd (aumentato). Per comodità del lettore si riporta la tabella del paradigma composto
dal verbo della I forma e dalle forme derivate da II a X:
I faʻala, faʻula, faʻila
II faʻʻala
III fāʻala
IV afʻala
V tafaʻʻala
VI tafāʻala
VII infaʻala
VIII iftaʻala
IX ifʻalla
X istafʻala

Nella tabella ritroviamo per ogni forma i processi morfologici principali del tipo non
concatenativo. Abbiamo l’apofonia per la I forma da cui si deriva la II forma per
geminazione del secondo radicale. La III si deriva per allungamento della prima vocale e la
IV forma per prefissazione di a-. Da questa prima serie derivano poi le forme prefissate o
infissate con -t-. Dalla I viene la VIII dove -t- è un infisso. Dalla II e dalla III derivano
rispettivamente la V e la VI dove t- è un prefisso. Infine dalla IV deriva la X dove -t- è un
infisso e la -s- rappresenta un prefisso causativo arcaico. La IX forma è esclusa da questo
sistema di relazioni morfologiche. Essa si presenta come forma deaggettivale da aggettivi
di colore o di difetti fisici di forma afʻal. Inoltre assume un significato collegato
all’aggettivo di riferimento. Ad esempio iṣfarra (ingiallire) deriva da aṣfar (giallo) 20. Per

19
Questi verbi si comprendono in un rapporto di verbo d’azione – risultativo, ad esempio ḥazana-hu fa-
ḥazina (l’ho rattristato e adesso lui è triste). Cfr. Larcher P., Le système verbal, cit., p. 38.
20
Larcher P., Verb, cit., p. 641. Per ulteriori approfondimenti sull’argomento cfr. Renan E., Sur les formes du
verbe sémitique, in «Mémoires de la Société de Linguistique de Paris», t. 1, Franck, Parigi 1868, pp. 97-110.
6
tali ragioni escluderò questa forma dalla mia analisi insieme a tutti i significati del
paradigma derivati da nomi21.
Ciascuna di queste forme ha il compito di portare informazioni semantiche aggiuntive al
verbo base. La stessa apofonia della I forma è indice di diatesi differenti. Generalmente un
verbo di forma faʻala è un verbo d’azione ad “agente puro e semplice”22, sia transitivo che
intransitivo. Taraka (lasciare) oppure kataba (scrivere) sono formati su questo schema. Un
verbo di forma faʻula è invece un verbo stativo di qualità, intransitivo e ad “agente
assente”23, come ad esempio karuma (essere gentile) 24. I verbi faʻila si trovano in una
posizione intermedia fra i due precedenti e possono essere sia verbi d’azione che verbi
stativi. Tuttavia nel caso in cui essi rappresentino dei verbi stativi si tratterà di uno stato
momentaneo e non durativo come nel caso di faʻula. A questa categoria appartengono verbi
come šariba (bere) e mariḍa (ammalarsi)25.
Per quanto riguarda le relazioni morfologiche che legano il verbo della I forma alle
forme derivate, esse vanno inquadrate all’interno di considerazioni più ampie sulla
derivazione. La definizione di morfologia non-concatenativa di scuola americana va unita
al concetto di scuola francese di “incrocio” tra una radice e una forma 26. La teoria
dell’incrocio è nata e sviluppatasi grazie a David Cohen e Jean Cantineau. Secondo i due
studiosi la derivazione attraverso affissazione (tipica delle lingue a morfologia
concatenativa) è da considerarsi marginale. Esiste infatti nelle lingue semitiche una
derivazione più importante in cui una parola non deriva da un’altra, bensì da una radice
intrecciata a una forma. Derivare una parola alla maniera di Cantineau significa estrarla da
una radice e inserirla nella forma data. Risalire ad una radice è dunque un’operazione
obbligatoria27.
Sappiamo che il termine stesso di derivazione (in arabo ištiqāq) presuppone una base.
Una delle questioni che ha alimentato il dibattito negli studi di linguistica del XX secolo è

21
Cfr. Infra, pp. 12-13.
22
Traduzione personale dal francese “agent pur et simple”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le
système verbal, cit., p. 37.
23
Traduzione personale dal francese “agent absent”. Ho preso questo termine da Ibidem.
24
Ibn Manẓūr, Lisān, cit., vol. III, p. 247.
25
Pierre Larcher propone di interpretare questa dualità sincronica di significato per faʻila come la traccia di
uno sdoppiamento in diacronia di un unico faʻila medio tra verbi stativi e d’azione, dove il faʻila risultativo
citato in nota 19 viene reinterpretato come verbo stativo. Cfr. Larcher P., Le système verbal, cit., pp. 37-38;
Larcher P., Verb, cit., p. 640.
26
Larcher P., Derivation, cit., p. 573
27
Larcher P., Que signifie “dériver” en arabe classique?, in Edzard L. & Retsö J. (a cura di), Current Issues in
the Analysis of Semitic Grammar and Lexicon I. Oslo Gothenburg Cooperation 3rd-5th June 2004,
Harrassowitz, Wiesbaden 2005, p. 106; Larcher P., Derivation, cit., p. 573; Larcher P., Où il est montré que
la racine n’a pas de sens et qu’il n’ y a pas de sens à dériver d’elle , «Arabica» 42/3, Brill, Leida 1995, p.
298-299.
7
l’identificazione di tale base di derivazione logica con la radice 28. La risposta a questa
questione parte da un esame delle fonti arabe sull’argomento. La maggior parte dei
grammatici arabi intendevano per forma base il maṣdar (nome d’azione), poiché esso non
29
veniva considerato come una forma derivata da un verbo o da un nome . Un lettore
esperto in grado di consultare il più grande dizionario di arabo classico Lisān al-ʻArab di
Ibn Manẓūr comprenderà subito come la radice rappresenti una pura entrata formale mai
menzionata nella spiegazione del significato delle parole. A partire dal XIII secolo è con le
teorie sulla derivazione di Ibn Ğinnī30 che si sviluppa il concetto di “base” in rapporto alla
derivazione. Quest’ultima inizia ad essere intesa come sviluppo di forme a partire da una
base semantica. Per comprendere questo cambiamento sembra illuminante un esempio di
Ibn ʻUṣfūr secondo cui sarebbe arbitrario collegare due parole come ḥimār (asino) e ḥumra
(rossore) ad una medesima base. La distanza di significato va spiegata attraverso
l’esistenza di due basi semantiche, a cui si collegano i due rispettivi significati31. É con Ibn
ʻUṣfūr che i concetti di base e derivazione assumono contorni più decisi: viene definita
“base” quel gruppo di lettere caratterizzate da un significato primitivo e inserite all’interno
di una parola che ne precisa il significato primario 32.
Anche gli studiosi arabisti derivavano le parole da una base. La definizione del “verbo
primitivo”33 di Antoine-Isaac Sylvestre de Sacy, uno dei più grandi orientalisti del XVIII
secolo, ha tuttavia portato ad una notevole reinterpretazione del concetto:

Le verbe primitif est nommé par les Arabes nu muğarrad, parce qu’il n’est composé que des seules lettres qui
constituent la racine. […] cette racine, en arabe ʼaṣl, est toujours la troisième personne du singulier masculin
du préterit de la voix active34

Visto che il senso della radice é spesso parafrasato con il significato del verbo di I
forma, per molti orientalisti la radice è diventata “verbale” in quanto terza persona del
māḍī. Rimane da chiedersi il motivo di questo vero e proprio cambiamento di rotta. É da
premettere che il XVIII è un secolo di progressi per la linguistica comparativa. Proprio in
questa fase negli studi sulle lingue indoeuropee si discute del concetto di radice
contrapponendo alla radice monosillabica indoeuropea una radice semitica definita come

28
Larcher P., Dérivation arabisante et ištiqāq arabe: histoire d’un malentendu, in Kaltz B. (a cura di),
Regards croisés sur les mots non simples, collection Langages, ENS-Éditions, Lione 2008, p. 91.
29
Ibidem; Larcher P., Que signifie “dériver”, cit., p. 107; Larcher P., Derivation, cit., p. 573.
30
Troupeau G., La notion, cit., p. 242-243.
31
Ivi, p. 244.
32
Ibidem.
33
Traduzione personale dal francese “verbe primitif”. Ho preso questo termine da Larcher P., Que signifie
dériver, cit., p. 108 e in Larcher P., Derivation, cit., p. 573.
34
Citato da Pierre Larcher in Ibidem e in Ivi, pp. 573-574.
8
consonantica35. Quanto detto da Sylvestre de Sacy è in realtà solo una conseguenza
ulteriore della traduzione del termine aṣl con il latino radix (origine dell’odierno termine
radice). Ciò ha portato nel tempo la linguistica ad assolutizzare la nozione di radice con
un’evidente influenza indoeuropea36.
La “teoria dell’incrocio”37 di Cantineau, sebbene divenuta negli anni ’50 la pietra
miliare degli studi semitici, ha portato tuttavia a confondere negli studi successivi
l’analisi con la sintesi38. Possiamo effettivamente analizzare morfologicamente una
parola come composta da una radice e da uno schema. Ma non possiamo considerarla
come un prodotto della sintesi di questi due elementi39. Se torniamo alle fonti arabe,
vedremo che i grammatici arabi derivavano dal maṣdar le altre forme verbali e nominali40.
Ad esempio, un māḍī faʻala deriva da un maṣdar fiʻāla. Il maṣdar è essenzialmente la base
semanticamente, e non morfologicamente, meno marcata41. A conferma di ciò vi è la
traduzione, negli studi sull’argomento, della nozione araba di ištiqāq42 con “derivazione”
ma anche con “etimologia”. Quest’ultima è intesa qui non nel suo senso tecnico-
disciplinare legato alla diacronia ma nel senso storico: la ricerca del vero significato43. Il
sistema di formazione delle parole come lo intende Cantineau, definito da Pierre Larcher
“derivazione deradicale”44, crea delle relazioni solo verticali tra parole in cui l’unico
elemento che le accomuna è la presenza della radice 45. Non tenendo conto di determinati
aspetti altrettanto importanti, una tale teoria sarebbe incapace di spiegare alcune differenze
di significato. È il caso di maktab (ufficio, scrivania) e maktaba (biblioteca). Entrambe
hanno la stessa radice k-t-b e lo stesso schema mafʻal(a), con la sola differenza

35
Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 108; Larcher P., Derivation, cit., p. 574.
36
Quello dell’influenza indoeuropea in lingua e linguistica semitica è un argomento ampiamente discusso.
Cfr. ad esempio Durand O., I preverbi dell’imperfettivo in arabo dialettale, «Rivista degli Studi Orientali»,
vol. 65 (1991), pp. 1-11.
37
Espressione utilizzata dall’autore per riferirsi al “croisement” di Cantineau. In: Larcher P., Que signifie
dériver., cit., p. 107 e Larcher P., Derivation, cit., p. 573.
38
Cfr. la rappresentazione del pensiero di Cohen in Larcher P., Où il est montré qu’en arabe classique la
racine n’as pas de sens et qu’il n’y a pas de sens à dériver d’elle, «Arabica» 42/3, Brill, 1995 Leida, p. 298.
39
Cantineau stesso ci dissuade da una tale interpretazione : “cela se voit bien dans les mots d’emprunt : par
exemple en arabe, si d’un mot tel que qamīṣ «tunique, chemise», emprunt au bas latin camisa, on veut tirer
un verbe dénominatif, ce n’est pas à ce mot qu’on a recours, mais à sa racine qmṣ, dégagée aussitôt pour les
besoins de la cause, et sur laquelle on forme, selon un procédé qu’on étudiera plus loin, le verbe qammaṣa «il
a revêtu quelqu’un d’une tunique»”. In : Larcher P., Où il est montré qu’en arabe classique, cit., p. 299.
40
Larcher P., Que signifie dériver., cit., p. 109; Larcher P., Derivation, cit., p. 574.
41
Ibidem; Ibidem.
42
Per ulteriori approfondimenti su questa nozione cfr. Tropeau G., La notion, cit., p. 243; Larcher P.,
Derivation, cit., p. 575; Larcher P., Que signfie dériver, cit., p. 110.
43
Lo stesso Cantineau ci distoglie da un’interpretazione sbagliata : “il ne faudrait pas croire que la notion de
racine ait en sémitique un caractère historique, que ce soit un élément plus ancien et originel d’où les mots
auraient été successivement dérivés”. In : Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 110; Larcher P., Derivation,
cit., p. 575; Larcher P., Où il est montré qu’en arabe classique, cit., p. 297.
44
Traduzione personale dal francese “dérivation déradicative”. Ho preso questo termine da Larcher P., Où il
est montré qu’en arabe classique, cit., p. 294
45
Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 112; Larcher P., Derivation, cit., p. 576.
9
dell’aggiunzione del suffisso femminile –a al secondo46. La differenza diventa subito
chiara se associamo a maktab (letteralmente “luogo in cui si scrive”) kataba (scrivere) e a
maktaba (letteralmente “luogo in cui sono contenuti i libri”) kitāb (libro). La radice
diventerebbe in questo modo polisemica, rappresentando rispettivamente la radice di
kataba in maktab e di kitāb in maktaba. Quest’ultima associazione viene stabilita nel
momento in cui dal significato di “scrivere” passiamo a quello di “libro” attraverso la
forma kitāb. Essa è infatti in origine un nome d’azione del verbo kataba che, come ogni
maṣdar, può anche avere un significato di “risultato dell’azione” e dunque di “scritto”.
Ancora oggi l’impiego di questo nome può semplicemente designare uno scritto. Nel
momento in cui kitāb è associato al suo plurale kutub, esso designa più comunemente il
libro e dunque una nuova accezione di questa radice47.
Una soluzione teorica a questo problema derivazionale è rappresentata da una teoria
sviluppata in tempi a noi più vicini e definita in particolare da Pierre Larcher come “teoria
della derivazione lessicale”48. Negli studi precedenti a questa teoria, in un percorso
derivazionale, si avevano tre elementi: la radice, la forma e la parola finale49. La teoria di
derivazione lessicale intende spiegare le relazioni come quella esistente tra maktab e
maktaba attraverso l’aggiunzione di un quarto elemento: la parola base50. Se possiamo
analizzare la parola finale come composta da una radice e una forma, la prima sarà sempre
la radice della parola base. In questo modo sono le parole, e non la radice e la parola finale,
a stringere una relazione formale e semantica 51. Questo percorso di derivazione alternativo
non vuole mettere in discussione né l’esistenza né l’importanza della radice. Essa passa
semplicemente dall’essere l’unica base di derivazione ad avere lo statuto di unità
infralessicale. Nel caso di maktaba il significato è dato da una parola intermediaria e
dunque solo indirettamente legato alla radice. Sarà sufficiente pensare alla radice come a
un elemento della parola che non veicola un concetto generale comune ai suoi derivati, ma

46
Va precisato, a sostegno ulteriore delle affermazioni successive, che mafʻala si presenta spesso come una
semplice variante di mafʻal. In alternativa esistono in arabo coppie in cui mafʻala si oppone a mafʻal per
avere un significato astratto rispetto ad esso. Ad esempio manzil (abitazione) e manzila (posizione, rango).
Cfr. Où il est montré qu’en arabe classique, cit., p. 301.
47
Larcher P., Vues “nouvelles” sur la dérivation en arabe classique, in Edzard L. e Nekroumi Mohammed (a
cura di), Tradition and Innovation : Norm and Deviation in Arabic and Semitic Linguistics, Harrassowitz,
Wiesbaden 1999, p. 7; Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 112; Larcher P., Derivation, cit., p. 576.
48
Traduzione personale per il francese “théorie de la dérivation lexicale”. Ho preso questo termine da
Larcher P., Où il est montré en arabe classique, cit., p. 302.
49
Henri Fleisch, autore di un importante trattato di filologia araba, ancora prima di Larcher va oltre
Cantineau, derivando dalla radice solo le forme più semplici caratterizzate da alternanza vocalica e
derivandone indirettamente quelle più complesse. Cfr. Ivi, p. 300.
50
Traduzione personale per il francese “mot-source”. Ho preso questo termine da Larcher P., Ivi, p. 302.
51
Larcher P., Où il est montré en arabe classique, cit., p. 302.
10
il significato di un nome, di un verbo o di un aggettivo 52.
Quanto detto mi porta ad affermare che sul piano semantico una parola non è mai
formata su una radice e vi è derivazione solo da parola a parola. La radice è un’unità
astratta e infra-morfematica che acquista il suo senso concreto soltanto come radice di un
nome. Insieme alla radice, anche la forma è un’unità infra-morfematica soggetta a dei
processi di rinnovamento lessicale che analizzerò in questo lavoro53. I due sistemi di
derivazione descritti non vanno in ogni caso posti in una relazione di concorrenza. Li si
potrà piuttosto porre in una relazione di cooccorrenza54.

1.3 Relazioni orizzontali nel paradigma delle forme derivate


Quanto detto finora assume una maggiore importanza per la derivazione verbale. I
grammatici arabi classificavano la derivazione verbale in due direzioni. La prima è una
derivazione orizzontale che abbiamo qui largamente citato come ištiqāq. L’ištiqāq consiste
nella derivazione dal maṣdar delle forme flesse quali il māḍī, il muḍāriʻu (imperfetto) e
l’amr (imperativo) e dal muḍāriʻu i nomi deverbali. La seconda è invece una derivazione
verticale (ziyāda), che deriva tutte le forme derivate del verbo dalla forma I55.
Per avviarci al confronto con l’italiano nel secondo capitolo, è fondamentale tenere
conto di alcune relazioni semantiche orizzontali tra forme che si sviluppano parallelamente
alla derivazione verticale. Dalle considerazioni fatte nel paragrafo precedente emerge
chiaramente come nella derivazione verbale non sia spesso possibile applicare lo schema
analitico radice/forma. Ciò accade essenzialmente per due ragioni. La prima è la vasta
presenza di forme denominali nel paradigma delle forme derivate. Esse derivano il loro
significato da un nome già formato, dal senso generale di “fare qualcosa con X”, dove X è
il designatum del nome. Prendiamo ad esempio il verbo di III forma ʻāṣara (essere
coetaneo, contemporaneo di qualcuno). Questo deriva il suo significato dal nome ʻaṣr
(epoca)56. Ciò è confermato anche dal fatto che in questo caso il verbo della I forma
ʻaṣara57 ha un significato completamente diverso dalla III forma, e cioè “comprimere”. Di
conseguenza anche nella derivazione verbale la radice del derivato può rappresentare sia la
radice di un nome che quella di un verbo.
Tenendo questa regola di partenza a mente, possiamo anche mostrare come la radice in

52
Ivi, p. 303-304.
53
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 33; Dichy J., Sens des schèmes, cit., p. 263-285.
54
Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 121; Larcher P., Derivation, cit., p. 578.
55
Larcher P., Verb, cit., p. 640.
56
Larcher P., Problèmes de lexicologie arabe : dérivation horizontale et sémantique relationnelle, in
«Comptes rendus du GLECS», tomo XXXVI, Geuthner, Parigi 2001-2003, p. 4.
57
Traini R., Vocabolario arabo-italiano, Istituto per l’Oriente, Roma 1999.
11
questione non debba necessariamente essere quella di una forma semplice 58. La forma base
può infatti essere a sua volta un derivato. È qui che possiamo introdurre la seconda ragione
a sfavore del sistema radice/forma, ovvero una derivazione orizzontale parallela già
teorizzata dai grammatici arabi ed intesa qui nel suo senso morfologico e semantico. La
derivazione verbale va dunque intesa come un continuum59 tra due poli: la derivazione
deverbale e quella denominale. Nel mezzo di questo continuum andranno inserite tutte
quelle forme miste la cui “opacità semantica”60 rispetto alla base non potrebbe mai essere
spiegata attraverso il sistema radice/forma e che vedremo in dettaglio qui di seguito.

1.3.1 La “surderivazione semantica”


La prima relazione semantica largamente teorizzata da grammatici arabi e orientalisti
è la “surderivazione semantica”61. Essa può rappresentare in sincronia un’evoluzione
semantica avvenuta dal punto di vista diacronico oppure un contatto avvenuto tra arabo
standard e dialetti62. Da un punto di vista morfologico possiamo parlare di
surderivazione semantica ogni qualvolta una forma C sia derivata da una forma B a sua
volta già derivata da una forma A. La forma C sarà in questo caso una forma surderivata
di A. Ciò accade perché ad ogni aggiunzione formale, come vedremo in dettaglio nel
secondo capitolo, corrisponde un’ aggiunzione semantica. Inoltre, si può parlare di
surderivazione semantica anche quando una forma è solo semanticamente surderivata di
un'altra che è a sua volta derivata dalla forma base63. Gli esempi per antonomasia sono
la V e la VI. Queste sono largamente ritenute nelle grammatiche come surderivate
morfologiche rispettivamente della II e della III forma. Ad esempio, il verbo takassara
(distruggersi) è derivato dalla II forma kassara (distruggere) e dunque surderivato della
I forma kasara (rompere). Si tratta di un fenomeno molto più regolare di quanto si possa
pensare, poiché anche altre forme possono esserne interessate. Ad esempio, la forma VII
infaʻala, morfologicamente derivata della I forma, può esserne semanticamente una

58
Larcher P., Vues “nouvelles”, cit., passim.
59
Larcher P., Problèmes de lexicologie arabe, cit., p. 4
60
Traduzione personale dal francese “opacité sémantique”. Ho preso questo termine da Dichy J., Sens des
schèmes, cit., passim.
61
Traduzione personale dal francese “surdérivation sémantique”. Ho preso questo termine da Larcher P., Un
phénomène de “surdérivation” en arabe classique: à propos de la X e forme verbale istafʻala, «Annales
islamologiques», t. XXVIII, Institut Français d’Archéologie Orientale, Il Cairo 1994, p. 222. Per una
traduzione identica cfr. Diez M., Larcher, Pierre (2012). Le système verbal de l’arabe classique. in Giorgi
A., Sbarra S., Vanon Alliata M. (a cura di), «Annali di Ca’ Foscari. Serie Orientale», vol. 51, Venezia 2015, p.
224.
62
Larcher P., Dérivation morphologique et surdérivation sémantique dans le lexique de l’arabe classique:
l’exemple de la forme VII infaʻala, « Folia Orientalia », vol. LIII, Polska Akademia Nauk, Komisja
Orientalistyczna, 2016 Cracovia, p. 169.
63
Ivi, p. 179.
12
surderivata attraverso la IV forma afʻala64. Questo accade indipendentemente dalla
mancanza nel paradigma di una I forma. È il caso di aġlaqa (chiudere) e inġalaqa
(chiudersi, essere chiuso) o di azʻağa (infastidire) e inzaʻağa (essere infastidito) dove il
verbo di prima forma zaʻağa esiste ma non è comunemente utilizzato65. Gli esempi qui
riportati ci conducono dunque a pensare alla surderivazione semantica come un
processo del tutto regolare 66.

1.3.2 La “derivazione regressiva”


Simmetrica alla precedente è la “ derivazione regressiva” 67. Anche questa può essere
infatti segno di un’evoluzione semantica avvenuta in diacronia o tramite il contatto con i
dialetti68. Questa relazione consiste nel derivare il significato di una forma da un’altra
forma superiore ad essa nel paradigma, eliminando spesso un elemento morfologico di
quest’ultima69. Diversamente dalla precedente si presenta è una relazione piuttosto
occasionale, sebbene interessi più forme del paradigma. In primo luogo possiamo citare
l’esempio di ğawwala (far passeggiare qualcuno) e tağawwala (passeggiare) 70, dove l’uso
moderno ha trasformato l’originaria derivazione progressiva da ğawwala (fare un giro) al
tağawwala di senso medio “farsi un giro 71” in una regressione72. Un altro interessante
esempio di reinterpretazione per uso moderno della lingua è il caso fağğara/infağara (fare
esplodere/esplodere) 73. In diacronia, la II forma era un intensivo della I forma fağara
(aprire). Data la scomparsa della I forma in sincronia, una reinterpretazione della forma VII
(originariamente “aprirsi” e dunque in un certo senso “esplodere”) è stata facilitata dall’uso
giornalistico del termine che ha dato a sua volta origine al derivato regressivo fağğara74.

64
Ivi, p. 173.
65
Esempi tratti da Larcher P., Dérivation morphologique, cit., p. 173.
66
Larcher P., Dérivation morphologique, cit., p. 178. Qui e in un altro articolo meno recente, Pierre Larcher
pone l’attenzione anche sulla medesima relazione per quanto riguarda le forme IV e X. Ad esempio
ʼistaḫbara (essere informato da qualcuno) come surderivato della I forma ḫabura (essere informato)
attraverso ʼaḫbara (informare qualcuno). Cfr. Ivi, p. 179 e Larcher P., Un phénomène de “surdérivation”,
cit., p. 216.
67
Traduzione personale per il francese “dérivation régressive”. Ho preso questo termine da Larcher P.,
Dérivation morphologique, cit., p. 179.
68
Cfr. Supra, nota 60.
69
Larcher P., Dérivation morphologique, cit., p. 179.
70
Ibidem.
71
Per maggiori chiarimenti sul significato di “medio” cfr. Infra, p. 34
72
Larcher P., Dérivation morphologique, cit., p. 179.
73
Robache M., Les formes verbales augmentées de l’arabe moderne de presse: une étude statistique et
sémantico-syntaxique à travers un corpus de presse, «Arabica» 58/5, Brill, Leida 2011, pp. 412-413.
74
Ivi, p. 112.
13
1.3.3 La “derivazione formale”
La “derivazione formale”75 è forse la prova più evidente della mancata adeguatezza di
un sistema di analisi assoluto come quello radice/forma. Una parola derivata da una base
attraverso derivazione formale è un’unità lessicale la cui forma ha perso il suo significato
grammaticale ed è semplicemente creata per influenza della parola base. I processi
morfologici come l’affissazione e la geminazione perdono in questo caso la loro funzione
di marca semantica e ne acquisiscono una puramente semiotica76. Si tratta di un fenomeno
che interessa sia nomi che verbi ed è largamente diffuso nel lessico della lingua araba. In
particolare, uno dei casi più conosciuti è la formazione di bidāya (inizio) per analogia con
nihāya (fine)77. In bidāya non è la radice b-d-ʼ (verbo badaʼa, “cominciare”) a costituire
l’unità infra-lessicale della parola, ma una radice b-d-y e ciò per analogia con la radice di
nihāya (n-h-y). Da un punto di vista verbale molti sono i verbi di III forma interessati da
questa relazione e aventi come base un participio attivo di forma fāʻil78. È il caso del verbo
di III forma sāḥala79 (raggiungere la riva dalla terra), denominale di sāḥil (costa) e con un’
evidente influenza formale della parola base. Il significato del verbo non è infatti
riconducibile ai valori semantici comunemente individuati per la III forma 80. Da questi due
esempi deduciamo che la derivazione formale agisce in maniera puntuale oppure
producendo una serie. Questa relazione si trasforma infatti in “derivazione perno”81 quando
da una parola base graficamente equivoca nasce una nuova famiglia lessicale, ovvero una
nuova radice82. A titolo d’esemplificazione, possiamo citare il caso di masīḥ (Cristo,
Messia)83. Si tratta di un prestito adattato dal siriaco dal quale l’arabo prende anche il
significato, cioè “unto dal Signore”. Il sostantivo è stato successivamente reinterpretato
come un aggettivo di forma faʻīl84 e ha dato origine al verbo masaḥa (ungere) e con lui ad
una nuova famiglia lessicale con radice m-s-ḥ85. Un tale fenomeno ci dimostra ancora una
volta come una rappresentazione riduttiva in radici e forme sia in netto contrasto anche con

75
Traduzione personale dal francese “dérivation formelle”. Ho preso questo termine da Larcher P., Un
phénomène de dérivation «formelle» en arabe classique? À propos de la IIIe forme verbale fāʻala, «Annales
islamologiques» 32, Institut Français d’Archéologie Orientale, Il Cairo 1998, p. 125.
76
Ibidem.
77
Larcher P., Que signifie dériver, cit., p. 114; Larcher P., Derivation, cit., p. 577. Per ulteriori
approfondimenti, cfr. anche Larcher P., Vues “nouvelles”, cit., pp. 103-123.
78
Un phénomène de dérivation «formelle», cit., p. 125.
79
Ivi, p. 129. Per ulteriori approfondimenti, cfr. anche Larcher P., Dérivation morphologique, cit., pp. 5-6.
80
Cfr. Infra, pp. 22, 24
81
Traduzione personale dal francese “dérivation pivot”. Ho preso questo termine da Larcher P., La dérivation
«pivot» en arabe classique, une fois encore, «Folia Orientalia» vol. LII, Polska Akademia Nauk, Komisja
Orientalistyczna, 2015 Cracovia, p. 233.
82
Ibidem.
83
Larcher P., La dérivation «pivot», cit., p. 235.
84
Un gran numero di aggettivi di forma faʻīl ha in arabo un significato uguale al participio passivo mafʻūl.
Cfr. Ibidem.
85
Cfr. Ibidem.
14
le evoluzioni della lingua e i suoi contatti con altri idiomi.

1.3.4 La “relazione con il passivo”


L’ultima relazione su cui mi concentrerò è la “relazione con il passivo” 86. Si tratta di
una relazione semantica in grado di spiegare alcune differenze di significato tra forme. Ad
esempio, uno scarto semantico si verifica a volte tra un verbo della IV forma di senso
estimativo e un verbo d’azione della I forma87. Per comodità del lettore, anticiperò qui che
un verbo di senso estimativo è un verbo traducibile con “trovare x y”, dove x è un
complemento oggetto e y la qualità veicolata dal verbo base. Potremmo dunque aspettarci
che il verbo della I forma sia un verbo stativo di qualità, poiché un verbo d’azione
avrebbe un significato troppo simile alla forma derivata. Considero ad esempio il verbo
della IV forma aḥmada88 (trovare lodevole o degno di elogio qualcuno). Il verbo della I
forma ḥamida (lodare qualcuno) è un verbo d’azione legato all’aggettivo ḥamīd (buono).
Questo aggettivo ha qui un senso risultativo simile a quello del participio passivo mafʻūl.
In una frase come “I suoi amici reputano Marco buono”, l’aggettivo “buono” rappresenta
l’atto dell’elogio: equivale a dire “lodano Marco”. L’aggettivo passa dunque dal senso di
“buono” al senso di maḥmūd (lodato) e Marco è l’oggetto della lode89. Da ciò emerge che,
se leghiamo il valore estimativo alla diatesi passiva del verbo base, lo scarto semantico tra
verbo estimativo e verbo d’azione risulta comprensibile90.
L’analisi di queste relazioni mi ha permesso di dimostrare come il principio
dell’incrocio tra radice e forma si dimostri inadeguato. In primo luogo esso è inadeguato
da un punto di vista morfologico quando una parola deve la sua forma a quella di un’altra.
É il caso di tutte le forme verbali derivate da una forma base per mezzo di affissazione e
geminazione. Inoltre, il principio dell’incrocio si dimostra insufficiente a spiegare tutte le
forme che abbiamo definito come surderivate, derivate regressivamente, derivate formali e
derivate dal passivo. In secondo luogo, il principio è sempre inadeguato dal punto di vista
semantico. Una parola non può derivare il suo significato da una radice poiché questa
rappresenta una semplice unità formale di un verbo o di un nome. Inoltre, quando è la

86
Traduzione personale dal francese “rélation au passif”. Ho preso questo termine da Larcher P., Dérivation
lexicale et rélation au passif en arabe classique, «Journal Asiatique» 284/2, Société asiatique, Parigi 1996, p.
1.
87
Ivi, p. 14.
88
Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 17.
89
Ibidem.
90
Va precisato inoltre che nella “relazione con il passivo” includo anche i passivi propriamente detti, ovvero
di forma mafʻūl. Questi verbi, pur appartenendo al paradigma dei verbi d’azione, per la loro sintassi e
semantica sono riconducibili ai verbi stativi. Ne è un esempio la possibile interpretazione di ʼaḥabba (amare)
come “trovare amabile” e dunque legato al passivo maḥbūb (amato) del verbo base ḥabba (amare). Cfr. Ivi, p.
18.
15
radice di un verbo, questo può essere un verbo base della I forma (di diatesi attiva o
passiva) o una forma derivata. Ciò avviene grazie al fenomeno della surderivazione
semantica91.

91
Cfr, Ivi, p. 19.
16
Capitolo II
La semantica delle forme dall’arabo all’italiano

Le considerazioni delineate nel capitolo precedente ci permettono adesso di analizzare


da un punto di vista semantico le forme derivate del verbo arabo. I fenomeni propri della
morfologia non-concatenativa corrispondono nel paradigma delle forme derivate a delle
aggiunzioni di significato rispetto alla forma base. L’evoluzione della lingua ha reso in
alcuni casi la relazione tra il significato della prima forma e la forma derivata più o meno
opaca. Come orientamento portante di questo lavoro, ritengo necessario considerare il
paradigma delle forme derivate come un sistema organizzato dal punto di vista semantico,
morfologico e sintattico 92. Esso veicola i suoi significati attraverso le relazioni formali e
semantiche descritte nel capitolo precedente e ognuno di essi è frutto di una profonda
interconnessione tra forma, significato e costruzione 93. Chiamerò questi significati “valori
semantici”.

2.1. Il valore “estensivo-intensivo”: dall’aspetto alla prefissazione italiani


Il primo valore che analizzerò è quello comunemente chiamato dai grammatici arabi
takṯīr (iterazione)94. È un significato associato alla II forma del paradigma. La geminazione
del secondo radicale corrisponde da un punto di vista semantico ad un generale aumento di
forza95. Questo significato primario si pone a monte di tutti i valori minori associati al
takṯīr e alla II forma. Nel presente paragrafo mi occuperò di due distinte accezioni del
takṯīr, ovvero il tipo estensivo e il tipo intensivo 96.
La pluralità normalmente associata alle classi verbali quali nomi e aggettivi può
presentarsi come una caratteristica specifica del verbo derivato, ovvero una “pluralità
verbale”97 intesa come ripetizione nel tempo dell’ azione. L’iterazione che l’arabo esprime
con la geminazione può essere interpretata in italiano attraverso l’aspetto imperfettivo.
L’imperfettivo possiede un’accezione di aspetto continuo a sua volta scomponibile in due

92
Larcher P., Syntaxe et sémantique des formes verbales dérivées de l’arabe classique : vues «nouvelles» et
questions en suspens, « Quaderni di Studi Arabi 17 ». Roma 1999, p. 3.
93
Ivi, p. 6; Larcher P., Le système verbal, cit., p. 75.
94
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 47; ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh al-luġa, Šaraka nahḍa Miṣr lil-
ṭabāʻa wa al-našr wa al-tawzīʻ, Il Cairo 2004, p. 170.
95
Henretty D. J. e Smith M. B., Force Augmentation, Polysemy, and the Semantics of Form II Verbs in
Arabic, 9th Conference on Conceptual Structure, Discourse, & Language (CSDL9), 2008, p.1.
96
Traduzione personale dal francese “interprétation intensive” e “extensive”. Ho preso questo termine da
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 48.
97
Traduzione personale per l’inglese “verbal plurality”. Ho preso questo termine da Danks W., The Arabic
Verb. Form and Meaning in the vowel-lenghtening patterns, University of St Andrews, 2009, p. 201-202.
17
significati: durativo e iterativo98. Il solo predicato verbale può tuttavia non bastare a
veicolare questo significato99. Dovranno pertanto combinarsi al verbo altri elementi che ne
specifichino l’iterazione. Prendiamo il seguente esempio:

(1) Ġallaqa Sālimu al-abwāba. (.‫)غلّقّسالمّاألبواب‬


Sālim ha chiuso bene le porte100.

Il primo dato che spiega il significato di questo verbo è la sua appartenenza ai pochi
esempi di derivazione regressiva da una IV forma causativa aġlaqa di significato
“chiudere” a una II forma di iterazione 101. La geminazione in arabo corrisponde ad una
ripetizione continua dell’azione sul complemento oggetto “porte”, che va usato al plurale
per esprimere l’iterazione. Tramite la pluralità indeterminata viene espressa l’ “iteratività
indeterminata”, ovvero una ripetizione dell’ azione all’interno di un tempo indeterminato e
del quale non vengono specificati né l’inizio né la fine102. L’avverbio “bene” interviene ad
esprimere la cura che il soggetto ha nel chiudere le porte e dunque nel ripetere
ulteriormente l’azione.
Ad ogni modo, Pierre Larcher pone l’attenzione sul fatto che l’iterazione può
concentrarsi su tre elementi della frase. Possiamo confrontare l’esempio n. 1 con i
seguenti103:

(2) Ğawwala al-rağulu. (.‫)جوّلّالرجل‬


L’uomo fece molti giri.
(3) Mawwata riğālun ḫalīl al-ḥarbi. (.‫)موتّرجالّخاللّالحرب‬
Molti uomini morirono durante la guerra.

Nell’esempio n. 2 l’iterazione è concentrata sul predicato verbale: l’aggettivo “molti”


si riferisce all’azione. Inversamente, nell’esempio n. 3 l’estensione dell’azione è
concentrata sul soggetto. Inoltre, il soggetto plurale ci impedisce in questo caso di
parlare di “ripetizione dell’azione” a causa del suo significato non-reversibile. Il takṯīr

98
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A., Grande grammatica italiana di consultazione, vol II, il Mulino,
Bologna 2001, p. 49.
99
Ivi, pp. 91-92.
100
Tutti i verbi analizzati in questo capitolo sono tratti dalle fonti qui consultate e verificati nel Lisān al-
ʻArab di Ibn Manẓūr. Al fine di contestualizzarne il significato, i verbi sono stati inseriti all’interno di frasi
inventate da me.
101
Larcher P., Dérivation morphologique, cit., p. 186.
102
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A., Grande grammatica, cit., vol. II, p. 51.
103
Larcher P., Le système verbal, cit, p. 47.
18
avrà in questo caso la semplice funzione di enfasi, espressa dall’aggettivo “molti”. 104 Va
precisato che la transitività del verbo ha in entrambe le lingue un ruolo fondamentale
per la comprensione del livello di iterazione estensiva. In arabo, la condizione
fondamentale per accertare la presenza di questo valore è l’esistenza della medesima
costruzione per la forma base e la II forma: entrambi dovranno essere transitive o
intransitive105.
Per illustrare l’accezione intensiva di takṯīr, consideriamo il seguente esempio:

(4) Qattala Sālim al-malika fī al-layli. (.‫)قتّلّسالمّالملكّفيّالليل‬


Sālim sgozzò il re nella notte.

L’aumento di forza agisce qui al livello dell’oggetto. La differenza con il verbo di I


forma qatala (uccidere) risiede in una maggiore espressività della II forma. Un processo
morfologico analogo in italiano potrebbe essere la prefissazione verbale rafforzativa.
Questa ha il compito di apportare una maggiore espressività al verbo senza tuttavia
alterarne le proprietà sintattiche 106. Nell’esempio n. 4 il prefisso rafforzativo s- da luogo
anche ad una lessicalizzazione, poiché il verbo non può essere analizzato nelle sue parti
costituenti107.
Sebbene la pluralità del soggetto o del complemento oggetto possa aiutarci a distinguere
tra le due accezioni108, uno stesso verbo può essere interpretato in entrambi i modi. Inoltre,
pur essendo il verbo di II forma ancora largamente attestato nell’arabo standard moderno,
una costruzione con il verbo di I forma accompagnato da un avverbio o da altro
determinante che ne indichi l’entità o l’intensità rimane grammaticalmente corretta109.

2.1.1 Il “valore conativo” : dalla forma conativa all’azione durativa italiane


Il valore conativo (mubālaġa)110 avrà nella mia analisi la funzione di facilitatore per la
comprensione del valore successivo. Esso corrisponde a una reinterpretazione della
mušāraka (reciprocità), considerata valore primario della III forma dai grammatici arabi.

104
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol.II, p. 35.
105
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 47.
106
Scalise S., Le strutture del linguaggio. Morfologia, il Mulino, Bologna 1994, p. 261; Vocabolario online
Treccani, disponibile su http://www.treccani.it/vocabolario/rafforzativo/ , ultimo accesso il 22.12.2017.
107
Scalise S., Morfologia, cit., p. 261.
108
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 48.
109
Cfr. Leemhuis F., Sībawayh’s Treatment of the D Stem, « Journal of Semitic Studies », t. XVIII, Oxford
University Press, Oxford 1973, p. 243.
110
Traduzione personale dal francese “valeur conative”. Ho preso questo termine da Larcher P, Le système
verbal, cit., p. 58. Questo valore è conosciuto anche con il nome di muwāla. Cfr. ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī,
Fiqh, cit., p. 169.
19
L’allungamento vocalico ha qui un valore espressivo volto a esprimere un’azione
semanticamente più intensa su un oggetto111. Ciò distingue questo valore dal takṯīr, che può
invece concentrarsi anche sull’azione o sul soggetto. Prendiamo l’esempio seguente:

(5) Ḥāraba al-ğundiyyu al-rağula al-sūriyya. (.ّ‫)حاربّالجنديّّالرجلّالسوري‬


Il soldato combatté l’uomo siriano.

Il verbo di I forma ḥariba significa “arrabbiarsi, essere arrabbiato”. Nel passaggio alla
III forma l’azione viene trasferita dal soggetto ad un oggetto. É facile dedurre come questa
correlazione si possa rendere, in arabo, attraverso la transitivizzazione e dunque un cambio
di valenza sintattica da monovalente a bivalente. È tuttavia possibile incorrere in arabo in
verbi di III forma derivati da verbi di I forma già transitivi, con la semplice funzione di
esprimere un senso conativo (esempio n. 6). Per quanto riguarda l’italiano, una forma come
“combattere” viene anche definita conativa, ovvero che esprime la volontà, lo sforzo o il
tentativo di compiere un’azione112.
Una caratteristica di questa forma è la corrispondenza dell’allungamento vocalico con
un prolungamento dell’azione nel tempo. Molti sono infatti i verbi di III forma che
corrispondono a verbi durativi continuativi, ovvero dei verbi che esprimono azioni
continuative e che si protraggono per un certo lasso di tempo 113. Prendiamo l’esempio
seguente:

(6) Ḥūkima al-rağulu fī Dimašqi. (.‫)حوكمّالرجلّفيّدمشق‬


L’uomo fu processato a Damasco.

La caratteristica di esprimere verbi continuativi non pone tuttavia in contrasto le forme I


e III. In questo esempio anche la prima forma ḥakama (giudicare) rappresenta un verbo
continuativo. È importante invece distinguere questi verbi dagli stativ espressi dalla I
forma. I continuativi, diversamente dagli stativi, esprimono infatti azioni che possono
essere interrotte, poiché la loro interruzione non corrisponde alla loro fine114.

111
Ivi, pp. 58-59; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 22.
112
Vocabolario online Treccani, disponibile su http://www.treccani.it/vocabolario/conativo/, ultimo accesso il
22.12.2017.
113
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol.II, pp. 31-32
114
Ivi, p. 31.
20
2.1.2 Dal “valore conativo” alla reciprocità: il sintagma preposizionale e il pronome
riflessivo italiano
Ponendo il valore conativo come espressione di ripetizione dell’azione, la differenza fra
questo e il “valore di reciprocità” (mušāraka)115 diventa più comprensibile. Il lettore
esperto avrà già avuto la sensazione che l’esempio n. 5 possa essere interpretato come
un’azione condotta da entrambi i partecipanti, dunque reciproca, ed essere tradotto con “Il
soldato combatté con l’uomo siriano”. Il concetto di reciprocità va tuttavia inserito
all’interno di un’analisi più ampia. Nel paradigma delle forme derivate sono due le forme
ad essere interessate da questo valore: la III e la VI, dove quest’ultima è surderivata della
prima. La reciprocità veicolata da entrambe presenta però delle differenze dal punto di
vista degli argomenti associati al verbo, con conseguente modifica del significato. Per tali
ragioni, per la III forma si parla di riflessività implicita, mentre per la VI di riflessività
esplicita116.
La reciprocità implicita indica l’inclusione nell’azione di una seconda entità, senza che
questa sia formalmente indicata come partecipante attiva. Ciò è confermato dalla
transitività dell’azione. Entrambi gli esempi posti in precedenza sono infatti verbi
transitivi117. Tuttavia la transitività non è una caratteristica assoluta dei verbi di III forma.
Ve ne sono alcuni che ammettono una costruzione con complemento indiretto pur
mantenendo lo stesso significato, come ad esempio nāzaʻa fī (contestare). Parallelamente,
quando confrontiamo l’italiano alla reciprocità implicita, possiamo incorrere in verbi che
ammettono entrambe le costruzioni. É il caso dell’esempio n. 5, dove il sintagma
preposizionale “con il soldato siriano” è possibile.
La reciprocità esplicita si differenzia dall’implicita, da un punto di vista formale, per la
presenza il prefisso ta-, al quale corrisponde un valore di azione collettiva. Insieme a
questo elemento morfologico, la pluralità del soggetto è l’elemento fondamentale per
un’interpretazione reciproca del verbo, che verrebbe altrimenti inteso come un riflessivo 118.
In questo modo, i due soggetti vengono messi semanticamente sullo stesso piano rispetto
all’azione e non c’è un partecipante che prevale sull’altro119. In italiano, il corrispondente

115
Traduzione dell’autore per “valeur de participation”. In Larcher P., Le système verbal, cit., p. 58. Cfr.
anche Alī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., pp. 169-170.
116
Ivi, pp. 58, 88, 60; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 23.
117
Danks W., The Arabic Verb, cit., p. 126.
118
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 88 ; Danks W., The Arabic Verb, cit., p. 211; Durand O., L’affixe
verbal –ta- et un archaisme chamito-sémitique pre-flexif, «Rivista degli Studi Orientali», vol. 64, fasc. 3/4,
Roma 1990, p. 251; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 23.
119
Messaoudi Abdelaziz, La transitivité en arabe classique entre interprétation et syntaxe, in François J. e
Brahim Ahmed (a cura di) «Cahier du CRISCO n.23 , Morphosintaxe et sémantique du verbe », Caen 2007,
21
verbo reciproco realizza tale significato attraverso il pronome riflessivo 120. Come
appartenente alla classe dei clitici, questo pronome ha la particolarità di avere una
distribuzione differente a seconda del tempo verbale del predicato in questione. Vediamo i
seguenti esempi:

(7) Tabādala al-wuzarāʼu hadiyyatan. (.‫)تبادلّالوزراءّهديّة‬


I ministri si sono scambiati un regalo.
(8) Iltaqà al-aṣdiqāʼu li-tabāduli al-hadāyā. (.‫)التقىّاألصدقاءّلتبادلّالهدايا‬
Gli amici si sono incontrati per scambiarsi i regali.

Come vediamo dall’esempio il clitico può essere aggiunto come forma libera a sinistra
con i tempi dell’indicativo, del congiuntivo e del condizionale. Viceversa, il pronome si
sposta a destra quando il verbo è all’infinito, al participio passato, al gerundio o
all’imperativo121.
Il significato surderivato di VI è legato alla presenza della III forma: nel momento in cui
una III forma è presente, più alte sono le probabilità che la VI forma abbia un significato
reciproco122. Da un punto di vista semantico, potremo stabilire fra le due forme un
continuum che va da un’asimmetria di ruoli nella III forma a una simmetria nella VI che
unisce due entità in un soggetto plurale e le fa entrambi attive reciprocamente123.

2.2 Il “valore causativo”: due macrocategorie causative italiane


Il valore causativo (taʻaddī, transitivizzazione) 124 è una delle due principali correlazioni
teorizzate dai grammatici arabi. Essa esprime in generale un’azione o una condizione
causata da un soggetto esterno125. Abbiamo parlato, a proposito del takṯīr, di un aumento di
forza. La forza in questione ha in questo caso il compito di spingere l’agente a compiere
l’azione o a subirne l’effetto126. Le due lingue in esame presentano entrambe più modi per
esprimere la causatività sul piano formale. Interlinguisticamente, ciò che avviene in tutti
questi casi è la presenza del connettivo logico “causare”, che dà l’interpretazione della

p. 124.
120
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A.,Grande Grammatica, cit., vol. I, pp. 616-617
121
Scalise S., Morfologia, cit., p. 268.
122
Danks W., The Arabic Verb, cit., pp. 140-141.
123
Ivi, p. 214.
124
Traduzione personale dal francese “valeur factitive”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 48. Cfr. anche Alī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., pp. 169-170.
125
Amer Walid Muhammad, Causativity in English and Arabic:A contrastive study, disponibile su «Islamic
University of Gaza», p. 3.
126
Henretty D. J. e Smith M. B., Force Augmentation, cit., pp. 2-5.
22
forma come “x causa o fa sì che y diventi vero al tempo t”. La presenza o l’assenza di
questo connettivo in una costruzione rende il soggetto rispettivamente causa dell’evento
espresso dal verbo o agente127.
L’arabo realizza la causatività attraverso tre processi morfologici: l’apofonia, confinata
per lo più all’arabo classico, la geminazione e la prefissazione128, rispettivamente
attraverso la I, la II e la IV forma.

(9) a. Ḥazina (َّ‫ =ّ) َح ِزن‬essere triste  ḥazana (َّ‫ = ) َحزَ ن‬rattristare
b. Qaṭara (‫ = )قطر‬infiltrarsi  qaṭṭara (‫ =)قطر‬filtrare
c. Ḫarağa (‫ = )خرج‬uscire  ʼaḫrağa (‫ = )أخرج‬fare uscire

Nelle tre forme la vocalizzazione in a del secondo radicale, la geminazione e il prefisso


a, marcano la presenza del soggetto esterno.
La presenza di più forme per uno stesso valore solleva la questione della differenza di
significato tra loro. Nei paradigmi in cui sono presenti entrambe la II e la IV forma, esse
possono avere un significato uguale o presentare una differenza connotativa129 oppure
azionale del tipo, ad esempio, continuativo/puntuale (ʻallama, “insegnare” vs. aʻlama,
“informare”) 130. Inoltre, è importante precisare che entrambe queste forme presentano altri
valori e che l’interpretazione corretta non è dunque sempre solo deducibile dalle regole
derivazionali. Ciò che sicuramente accomuna queste forme da un punto di vista formale è
che nessuna di esse può essere interessata dal fenomeno della surderivazione, riferendosi
sempre ad un aumento semantico rispetto alla forma I 131. La presenza del verbo base è
infatti l’unica condizione fondamentale per realizzare la causatività 132.
L’italiano realizza formalmente questi significati attraverso più modi, ripartiti in due
macrocategorie di causatività sintattica e lessicale133. Il primo tipo è rappresentato
nell’esempio n. 9c da aḫrağa (fare uscire). Si tratta di una costruzione analitica che,
laddove un verbo intransitivo possa essere utilizzato solo come tale, può essere un mezzo

127
Chierchia G., Le strutture del linguaggio. Semantica, il Mulino, Bologna 1997, p. 201.
128
Ford D.C., The three forms of arabic causative, reperibile in Opal No.2, 2009, pp. 2-3; Amer Walid
Muhammad, Causativity, cit., p. 9; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 17.
129
Ford D.C., The three forms, cit., p. 8; Leemhuis F., Sībawayh’s Treatment, cit., pp. 244-255.
130
Per spiegare la differenza di significato tra II e IV forma, Leemhuis utilizza la differenza tra fattitivo per la
II forma, che indicherebbe la messa in atto di uno stato, e causativa per la IV forma, che indicherebbe invece
il causare un’azione o un processo. Per altri esempi cfr. Leemhuis F., Sībawayh’s Treatment, cit., pp. 247-248.
131
Ford D.C., The three forms, cit., pp. 3-5; Amer Walid Muhammad, Causativity, cit., p. 12.
132
Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 17.
133
Chierchia G., Semantica, cit., p. 201. Per la causatività lessicale Leonard Talmy identifica diverse
tipologie. Cfr. Talmy L., Lexicalization patterns: semantic structure in lexical forms, in T. Shoepen (a cura
di), Language Typology and Syntactic Description III: Grammatical Categories and the Lexicon, Cambridge:
CUP, Cambridge 1985, pp. 78-85.
23
per transitivizzarlo134. All’interno della costruzione, il verbo reggente porta le informazioni
grammaticali (tempo, modo, persona e numero), mentre il verbo portatore
dell’informazione lessicale assume sempre la forma dell’infinito. I due elementi insieme
costituiscono un complesso verbale che agisce sintatticamente come un unico
costituente135. Accanto alla costruzione di tipo sintattico, la causatività viene poi realizzata
in maniera lessicale attraverso verbi transitivi che presentano per natura un significato
causativo. È questo il caso rappresentato dall’esempio n. 9b, in cui nessun elemento
secondario rispetto al verbo è stato aggiunto. Al contrario, il verbo intransitivo “infiltrarsi”
necessita del clitico riflessivo “si” e di un prefisso “in”. Ciò perché il verbo fa parte della
categoria di verbi inaccusativi chiamata ergativi. Questi verbi alternano al loro
corrispondente intransitivo una forma transitiva e di significato causativo 136. Tenuto conto
di questa differenza per i causativi lessicali, in italiano come in arabo possiamo avere dei
corrispondenti causativi lessicali di verbi inaccusativi che non presentano la stessa radice.
È il caso ad esempio della coppia morire/uccidere, in arabo rispettivamente māta/qatala.
Una caratteristica particolare dei verbi causativi in entrambe le lingue è la cospicua
presenza di verbi che indicano un cambiamento di stato137. Questi verbi sono spesso
coniugati in arabo alla II forma. Ad esempio:

(10) Ğammala al-rağulu baitahu. (.‫)جمّلّالرجلّبيته‬


L’uomo abbellì la sua casa.

In italiano un verbo come “abbellire” è detto parasintetico. Si tratta di verbi legati ad


aggettivi e nomi che presentano una struttura a tre elementi. L’aggettivo è affiancato da un
suffisso flessivo a destra e da un prefisso che può intervenire con vari significati a
sinistra138.
Oltre alle precisazioni di ordine sintattico e morfologico, è opportuno analizzare il modo
in cui la causatività cambia i ruoli dei costituenti. La transitivizzazione porta un soggetto
esterno agentivo che controlla l’azione e sposta il soggetto dell’azione originaria nella
posizione di complemento oggetto, aggiungendo un argomento al verbo di I forma 139.

134
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A.,Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 500.
135
Ivi, p. 502.
136
Ivi, vol. I, p. 56.
137
Amer Walid Muhammad, Causativity, cit., p. 7.
138
Il problema dell’unità elementare del discorso nella lingua araba sull’interfaccia grafico- semantica,
«Aevum», Anno 64, fasc. 3, Milano 1990, p. 493; Scalise S., Morfologia, cit., pp. 218-222;
139
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 48.
24
Possiamo chiamare questo processo “cambiamento valenziale”140. Se il verbo di I forma è
già transitivo, la forma derivata risulterà in un verbo ditransitivo con due complementi
oggetti141. Ciò presenta problemi per la funzione grammaticale da assegnare al secondo
complemento. Mentre in arabo questo mantiene la stessa funzione grammaticale di
complemento oggetto al caso accusativo 142, nella costruzione causativa italiana troveremo
un complemento indiretto. È il caso del verbo “mangiare”, il quale regge nella costruzione
fattitiva un complemento indiretto con preposizione a: “Ho fatto mangiare a Piero la
minestra”143. Ciò accade perché, in italiano, il soggetto del verbo introdotto da “fare” non
può prendere una funzione grammaticale già assegnata ad altro costituente. Dunque, se il
verbo introdotto da “fare” è transitivo e ha già un complemento oggetto, il soggetto logico
di questo verbo prenderà la funzione di complemento indiretto 144. Dopo questa breve
analisi, possiamo constatare come la causatività sia un concetto comparativo molto
interessante dal punto di vista della morfologia e della sintassi, poiché rappresenta, oltre
che un valore ancore presente nell’arabo standard moderno, una correlazione che si
realizza in maniera esclusivamente morfologica in arabo e sia sintatticamente che
morfologicamente in italiano.

2.2.1 Il “valore privativo”: una variante causativa


Il “valore privativo” (salb)145 è un valore semantico che stabilisce una relazione di
privazione rispetto all’oggetto o al processo designato dalla forma base. Individuato in
origine dai grammatici arabi per le forme II, IV e V146, viene successivamente
reinterpretato dal Nöeldeke in un valore permissivo147. Si tratta di un valore poco presente
nell’arabo moderno e il cui utilizzo è ormai considerato arcaico e confinato all’arabo
classico. Ad ogni modo, possiamo utilizzare questa sfumatura permissiva per comprendere
meglio il valore privativo. Si tratta di una variante semantica del “valore causativo” per

140
Traduzione personale dall’inglese “valence change” . Ho preso questo termine da Haspelmath M. e
Muller-Bardey T., Valence change, in Booj G., Lehmann C. e Mugdan J. (a cura di), Morphology. A
Handbook on Inflection and Word-Formation (Handbücher zur Sprach- und Kommunikationswissenschaft),
Mouton de Gruyter Publishers, Berlino-Boston 2001, pp. 1, 11-12.
141
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 64.
142
Ivi, p. 49.
143
Renzi L., Salvi G. e Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, pp. 499-500.
144
Ivi, vol. I, p. 596.
145
Traduzione personale dal francese “valeur privative”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 67.
146
Larcher P., Y-a-t-il des verbes “privatifs” en arabe classique?, « Quaderni di Studi Arabi 14 », Roma
1996, pp. 101-105.
147
Traduzione personale dal francese per “valeur laxive”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 68. Cfr. anche Larcher P., La forme IV ʼafʻala de l’arabe classique : faire faire et laisser faire,
« Zeitschrift für arabische Linguistik 35 », Wiesbaden 1998, p. 21 e Larcher P., Y-a-t-il des verbes, cit., pp.
205-208.
25
entrambe le lingue. Vediamo un esempio con la IV forma:

(11) asʼala al-šayḫu al-walada. (.‫)أسألّالشيخّالولد‬


Il saggio lasciò porre la domanda al ragazzo.  Il saggiò soddisfò la domanda del
ragazzo.

Come possiamo vedere, il “valore permissivo” presenta la stessa struttura sintattica del
“valore causativo” per entrambe le lingue. In arabo il complemento oggetto rappresenta il
soggetto del verbo base148. In italiano abbiamo aggiunto in questo caso un secondo
argomento e dunque portato il soggetto del verbo base alla posizione di oggetto indiretto.
La struttura sintattica rimane tuttavia identica a quella con “fare + infinito”.
L’interpretazione privativa deriva da una relazione metonimica di causa-effetto che esiste
fra i valori “permissivo” e “privativo”: “Lasciare porre una domanda” significa
automaticamente soddisfarne il dubbio e dunque rispondere149. Ciò che differenzia le due
costruzioni è infatti il loro valore pragmatico. Se per il valore causativo il verbo base è
semanticamente la conseguenza dell’azione imposta nel verbo causativo, nel valore
permissivo avviene tutto il contrario: la IV forma rappresenta la reazione all’azione
designata dal verbo base. Possiamo dunque identificare la forma IV come una forma che
alterna valore causativo e privativo. Inoltre, il Lisān al-ʻArab stabilisce per alcuni verbi
con questo significato una correlazione anche con la X forma attraverso la surderivazione
semantica della X dalla IV 150. Ad ogni modo, sarà sempre il contesto extra-verbale ad
escludere una delle due interpretazioni151. Ciò è ancora più importante per la II forma,
poiché essa presenta un alto numero di verbi denominativi. È qui che il contesto giocherà
un ruolo cruciale nell’interpretazione negativa o positiva rispetto al nome di partenza 152.
Ad esempio:

(12) a. Ğallada al-rağulu al-ʻiğla. (.‫)جلّدّالرجلّالعجل‬


L’uomo tolse la pelle al vitello.
b. Ğallada al-rağulu al-kitāba. (.‫)جلّدّالرجلّالكتاب‬
L’uomo rilegò il libro.

148
Larcher P., La forme IV, cit., p. 17; Larcher P., Y-a-t-il des verbes, cit., p. 108 ; Renzi L., Salvi G. e
Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 499.
149
Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 14 e Larcher P., Y-a-t-il des verbes, cit., p. 113.
150
È il caso ad esempio di ʼaʻtaba (dare il ritorno) , formato sul nome ʻutbā (ritorno) e correlato a ʼistaʻtaba
(chiedere a qualcuno di tornare). Cfr. Larcher P., La forme IV, cit., p. 18.
151
Ivi, pp. 22-23 e Larcher P., Y-a-t-il des verbes, cit., p. 112.
152
Larher P., Y-a-t-il des verbes, cit., pp. 108-111.
26
Il verbo nell’esempio n. 12 proviene dalla parola ğild (pelle). Il complemento oggetto
nell’esempio n. 12a ha già una pelle e il verbo agirà dunque come privativo. Viceversa, il
complemento oggetto nell’esempio n. 12b non ha di per sé una pelle e il significato sarà
dunque causativo153. L’uso di quest’ultimo è tuttavia entrato nella lingua in tempi più
recenti rispetto al primo.
I verbi che abbiamo descritto presentano al loro interno un elemento di negazione
morfologico. Un corrispondente di questo processo derivazionale in italiano potrebbe
essere la prefissazione negativa dei verbi, la quale muta la parola nel significato opposto154.
Tuttavia, non tutti i verbi privativi arabi possono essere tradotti in italiano attraverso questo
procedimento morfologico:

(13) aḫfà al-rağulu al-ʻulbata. (.‫)أخفىّالرجلّالعلبة‬


L’uomo scoprì la scatola.

In questo caso, il prefisso di negazione s funge da negazione prefissale predicativa che,


diversamente dal prefisso causativo-privativo arabo, non cambia mai la struttura sintattica
della frase. Si tratta di un fenomeno puramente lessicale e proprio della parola prefissata 155.
Vista la sua natura di variante pragmatica, il “valore privativo” non è da considerarsi un
valore fondamentale del paradigma. Il suo significato non è veicolato da un elemento
specifico, come invece avviene per i prefissi negativi italiani. Ciò è ulteriormente
confermato dal fatto che l’arabo moderno utilizza altri elementi per veicolare gli stessi
significati, quali la negazione lā seguita da verbi e nomi156. Possiamo dunque
definitivamente confinare questo valore all’arabo classico.

2.2.2 Il “valore estimativo”: un complemento predicativo dell’oggetto


I grammatici arabi teorizzano per alcune delle forme del paradigma la funzione di
rendere il complemento oggetto possessore o portatore della qualità veicolata dal verbo
base. Chiameremo questa funzione “valore estimativo” (iʻtiqād ṣiffat al šayʼ)157. Le forme
interessate da questo significato sono la II, la IV e la X158. Delle tre, la X è quella che si

153
Larher P., Y-a-t-il des verbes, cit., pp. 111-112.
154
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol.II, p. 252.
155
Ivi, p. 253.
156
Larcher P., Y-a-t-il des verbes, cit., p. 119.
157
Traduzione personale dal francese “valeur tropative”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 68. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p. 171.
158
Leemhuis stabilisce anche una differenza di significato tra la II e la IV forma estimativa, secondo la quale
una frase dichiarativa attraverso con un verbo della II forma esprimerebbe un giudizio personale, mentre una
constatazione dei fatti verrebbe espressa attraverso una IV forma. Cfr. Ivi, pp. 68, 94 e Leemhuis F.,
27
spiega attraverso la surderivazione semantica dalla IV. In arabo antico, queste due forme
convivevano nel paradigma come IV forma estimativa e X forma riflessiva. Oggi, in arabo
moderno molti estimativi di IV forma sono caduti in disuso e sono stati sostituiti dalla X
forma159.
Il verbo base per questo valore può essere stativo o d’azione. Nel primo caso, l’oggetto
del verbo sarà il soggetto del verbo base. Viceversa, gli oggetti dei due verbi corrispondono
se verbo base è un verbo d’azione160. Questo valore è semanticamente legato alla
causatività perché rappresenta un “fare mentale”. Il soggetto esterno che interviene collega
il complemento oggetto alla qualità in questione. Questa qualità è formalmente
rappresentata dal passivo del verbo base di forma mafʻūl quando questo è un verbo
d’azione e dall’aggettivo deverbale di forma faʻīl quando questo è un verbo stativo di
qualità161. Vediamo un esempio derivato dal verbo stativo karuma:

(14) istakramat al-bintu al-rağula al-mağhūla. (.‫)استكرمتّالبنتّالرجلّالمجهول‬


La fanciulla trovò lo sconosciuto gentile.

Il verbo nell’esempio n. 14 si ritrova oggi nell’arabo colloquiale. Se vogliamo mettere


in evidenza la qualità in questione, un complemento predicativo dell’oggetto preceduto da
un verbo estimativo è generalmente la traduzione più appropriata162. Inoltre, in italiano i
complementi predicativi di verbi estimativi possono essere anche sintagmi nominali e
preposizionali163. Il complemento predicativo dell’oggetto “gentile” (karīm) è formalmente
rappresentato nel verbo derivato dal prefisso ista.

2.2.3 Il “valore espositivo”: una subordinata consecutiva italiana


Il “valore espositivo” (taʻrīd)164 è un altro dei principali valori frutto del rapporto con il
passivo del verbo base. Esso si presenta come variante sintattica del valore causativo di IV
forma. Dal punto di vista della sua validità, è un valore piuttosto discusso sin dai tempi dei
grammatici arabi, poiché non tutti consideravano questo valore come indipendente. Raḍī
al-Dīn al-Astarābāḏī rappresenta tra loro un eccezione. Egli pone nella hamza prefissata al

Sībawayh’s Treatment, cit., p. 252.


159
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 94.
160
Ivi, p. 69 e Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 11.
161
Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., pp. 9-10; Henretty D. J. e Smith M. B., Force Augmentation cit.,
pp. 8-9; Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 15.
162
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 191.
163
Ivi, p. 198.
164
Traduzione personale dal francese “valeur expositive”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 66; Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p. 169.
28
verbo la funzione sintattica di rendere l’oggetto del verbo base suscettibile di passare sotto
l’azione espressa dal verbo derivato. In altre parole, la hamza indicherebbe
semanticamente non più l’azione effettiva ma un’azione potenziale165. Questa costruzione
può essere associata a una subordinata consecutiva italiana. Vediamo un esempio:

(15) aqbara al-rağulu al-malika. (.‫)أقبرّالرجلّالملك‬


L’uomo fece in modo che il re venisse seppellito.

Diversamente dal “valore causativo”, l’oggetto del verbo base rimane in questo caso lo
stesso anche nel verbo derivato. Ciò può spiegarsi solo attraverso la derivazione dal
passivo del verbo base166. Nella versione passiva del verbo base (qubira al-malik, “il re
venne seppellito”), l’oggetto diventerebbe soggetto del verbo, dando luogo ad un passaggio
graduale verso la non-agentività. L’uso della consecutiva corrisponde inoltre alla parafrasi
“fare in modo che x sia A” utilizzata dai grammatici arabi per spiegare questo valore. In
questa formula, A rappresenta il passivo maqbūl (seppellito) dell’esempio n. 15. Il
congiuntivo stabilisce invece una conseguenza intenzionale, la cui realizzazione effettiva
non è obbligatoria167. Possiamo definire questo valore non come marginale o non più
esistente, quanto piuttosto marginalizzato dalla tradizione araba classica e orientalista. In
mancanza di una concezione del soggetto che trascenda diatesi passiva e attiva, questo
valore è stato a lungo interpretato diversamente. Ne ritroviamo sicuramente delle tracce
nell’arabo moderno, come ad esempio awğada (creare, far si che qualcuno esista),
semanticamente collegabile al passivo wuğida (trovarsi, esistere). Da questo possiamo
dedurre che le parole utilizzate sono verosimilmente cambiate ma, come avremo ancora
modo di vedere in questo lavoro, il sistema di derivazione dal passivo è più che mai
attuale168.

2.3 Il “valore correlativo-risultativo” e la riflessività


Il “valore correlativo-risultativo” (muṭāwaʻa)169 è la seconda grande correlazione
stabilita dai grammatici arabi dopo il taʻaddī. Si tratta di una nozione semantica che
attraversa diverse forme del paradigma e assume diverse sfaccettature di significato,

165
Larcher P., Sur la valeur “expositive” de la forme ʼafʻala de l’arabe classique, « Zeitschrift für arabische
Linguistik 31 », Wiesbaden 1996, p. 10; Larcher P., Le système verbal, cit., pp. 66-67; Larcher P., Syntaxe et
sémantique, cit., pp. 8-9.
166
Larcher P., Dérivation lexicale, cit., pp. 12-13.
167
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 428.
168
Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 21.
169
Traduzione personale dal francese “résultatif”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système verbal,
cit., p. 75. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., pp. 170-171.
29
sfruttando in particolare la surderivazione semantica. Prima di inoltrarci in questo
caleidoscopio, è opportuno comparare la maniera di intendere tale valore presso i
grammatici arabi e presso gli studiosi orientalisti a noi più vicini. Per i grammatici arabi, la
muṭāwaʻa è essenzialmente una nozione semantica. Il muṭāwiʻ di un verbo rappresenta il
risultato dell’azione espressa dal verbo base. Da un punto di vista sintattico, il verbo
derivato può essere intransitivo se il verbo base regge un solo complemento oggetto o
transitivo se il verbo base è ditransitivo 170. La forma che meglio si presta a una
presentazione di questo concetto semantico è la VII. Ampiamente citata dai grammatici
arabi, è spesso designata come muṭāwiʻ della I forma. Tuttavia, già i grammatici arabi
teorizzano un legame anche tra la IV e la VII forma, ponendo come condizione principale
per questa correlazione la presenza di un verbo base d’azione e dunque transitivo. In
italiano possiamo tradurre questi verbi attraverso un verbo ergativo171. Prendiamo il
seguente esempio in correlazione con la forma IV:

(16) aġlaqa al-rağulu al-bāba fa-nġalaqa al-bābu. (.‫)أغلقّالرجلّالبابّفانغلقّالباب‬


L’uomo chiuse la porta e la porta si è chiusa.

Nella seconda parte della frase, “la porta si è chiusa”, l’utilizzo del corrispondente
riflessivo del verbo transitivo “chiudere” ci permette di esprimere un’azione su cui il
soggetto non ha controllo. Il contesto sarà l’elemento che pone questa azione come
risultato di un’azione precedente compiuta da un agente. La riflessività dei verbi ergativi
potrebbe rappresentare quel punto di intersezione che porta gli orientalisti ad associare la
muṭāwaʻa alla riflessività. Questo valore bivalente viene dunque esteso alle forme VII e
VIII (muṭāwiʻ della I) e alle forme surderivate semantiche rispettivamente della II e della
III forma: le forme V e VI. Per un orientalista, il verbo di VII forma nell’esempio n.16
rappresenta semplicemente un riflessivo diretto del verbo di I forma. Sebbene la muṭāwaʻa
implichi la riflessività in italiano da un punto di vista formale, i due concetti vanno tuttavia
considerati distinti rispettivamente come semantico e morfologico172.

170
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 76; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., pp. 6-7; Larcher P., La
forme V tafaʻʻala de l’arabe classique vue par le grammarien Raḍī Al-Dīn Al-Astarābāḏī, « Folia
Orientalia », vol. 49, Cracovia 2012, p. 270.
171
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. I, p. 56.
172
Larcher P., Le système verbal, cit., pp. 76-77 e Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., pp. 7-8.
30
2.3.1 I valori “medio” e di “richiesta”: i verbi riflessivi indiretti italiani
I valori “medio” (ittiḫāḏ) e di “richiesta” (ṭalab)173 presentano un denominatore
comune: il ruolo di beneficiario del soggetto. Il primo dei due è associato alle forme V e
VIII, mentre il secondo è espresso dalla X forma. All’interno di questi verbi, la riflessività
corrisponde spesso ad un significato medio che implica il “fare qualcosa per sé” e che
viene reso morfologicamente con un tipo di verbi riflessivi italiani ben preciso 174. Le forme
V e VIII, oltre ad essere muṭāwiʻ rispettivamente delle forme II e I, possono rappresentare
quello che in italiano chiamiamoّ un verbo riflessivo indiretto175. Vediamo un esempio di
VIII forma:

(17) Ištawà al-rağulu al-laḥma. (.‫)اشتوىّالرجلّاللحم‬


L’uomo si arrostì la carne.

Il complemento oggetto “la carne” interviene a modificare il senso riflessivo che


farebbe del soggetto un paziente. In questo caso, il soggetto rappresenta il destinatario
dell’atto che compie egli stesso. Da un punto di vista formale, il pronome riflessivo clitico
è coreferente solo del soggetto e non del secondo argomento, ponendo pertanto il soggetto
nella posizione di beneficiario 176.
Per quanto riguarda il “valore di richiesta”, questo viene teorizzato dai grammatici arabi
per la X forma e la sua funzione è quella di esprimere una domanda in maniera indiretta. È
importante precisare che la forma X è formalmente una surderivata della forma IV, poiché
l’infisso s di istafʻala è un antico prefisso fattitivo 177. Se la forma IV è causativa, la forma
X può corrispondere al suo riflessivo diretto o al suo riflessivo indiretto 178, in cui il
soggetto grammaticale è beneficiario ma non agentivo.

(18) Istaḫrağtu al-rağula. (.‫)استخرجتّالرجل‬


a. *Mi sono fatto uscire l’uomo.  b. Ho chiesto all’uomo di uscire.

Nella costruzione causativa dell’esempio n. 18a, non di senso perfettamente compiuto, il

173
Traduzioni personali dal francese “verb moyen” e “valeur de ṭalab”. Ho preso questi termini da Larcher
P., Le systeme verbal, cit., pp. 92, 100. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., pp. 170-171.
174
Veccia Vaglieri L., Grammatica, cit., pp. 186-187.
175
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, pp. 301-302.
176
Ivi, p. 608.
177
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 92.
178
La riflessività diretta rispetto alla forma IV spiega la sinonimia con la forma I e con il valore estimativo
della forma IV, che risulterebbe in una causatività riflessiva del tipo “farsi x A” dove A è la qualità espressa
dal verbo base. Cfr. Ivi, pp. 93-94.
31
pronome riflessivo equivale a “farsi fare qualcosa per sé” e dunque “chiedere a qualcuno di
farlo”. Di conseguenza, il soggetto è sempre il beneficiario dell’azione. È qui che si
sviluppa il valore della richiesta, derivato, in altre parole, dalla reinterpretazione di un atto
originariamente perlocutorio di senso “farsi fare qualcosa” in un atto illocutorio di senso
“chiedere di fare qualcosa”179. Ad ogni modo, sulla scia di quanto detto per la muṭāwaʻa,
va specificato che alche il valore medio è un concetto esclusivamente semantico e che
racchiude al suo interno la riflessività. Definiamo un verbo come riflessivo indiretto solo
quando questo è riflessivo e transitivo allo stesso tempo. A conferma della netta
separazione tra riflessività e significato medio abbiamo il fatto che lo stesso Lisān al-ʻArab
attesta per alcuni di questi verbi anche costruzioni con complementi obliqui 180.

2.3.2 Takalluf e “valore simulativo”: ancora un complemento predicativo dell’oggetto


I due valori takalluf (assunzione di un comportamento fittizio) e “simulativo”
(taẓāhur)181 si presentano molto simili da un punto di vista semantico, ragione per la quale
ritengo interessante metterli a confronto. Il primo valore è espresso dalla forma V. Da un
punto di vista morfologico, questa forma è derivata dalla II per aggiunzione del prefisso ta,
la quale deriva a sua volta da un verbo di qualità della I forma 182. Da un punto di vista
semantico, siamo di fronte ad un esempio interessante di surderivazione. La V forma può
avere un significato risultativo rispetto al verbo base (ad esempio per
tağallama,“abbellirsi”) oppure di takalluf . Se dal suo significato letterale siamo tentati
di associare il takalluf a un valore di simulazione, bisogna tuttavia tenere conto di una
leggera sfumatura che li differenzia183. Il takalluf richiede che il comportamento in
questione sia realmente assunto, a differenza del “valore simulativo” in cui si parla di vera
e propria finzione. Vediamo un esempio del primo valore:

(19) Taḥallama al-rağulu bi-al-binta. (.‫)تحلّمّالرجلّبالبنت‬


L’uomo si mostrò tollerante con la ragazza.

“Mostrarsi tollerante” con qualcuno rappresenta un’attenuazione per “essere tollerante”,

179
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 93.
180
Larcher P, Syntaxe et sémantique, cit., pp. 20-23.
181
Ho preferito mantenere il termine arabo takalluf per una maggiore scorrevolezza nel testo. Per quanto
riguarda il secondo valore, si tratta di una traduzione personale dal francese “valeur simulative”. Ho preso
questi termini da Larcher P., Le système verbal, cit., p. 89. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p.
171.
182
Larcher P., La forme V, cit., p. 272.
183
Ivi, pp. 271-272.
32
ma implica comunque che il soggetto assuma realmente il comportamento in questione. In
italiano, tale significato può essere espresso con un complemento predicativo
dell’oggetto184. “Mostrarsi” è inoltre uno di quei verbi copulativi che possono essere
alternativamente seguiti da un nome, un aggettivo o, come in questo caso, un sintagma
preposizionale. Il si riflessivo è qui coreferente del soggetto e dell’oggetto. Volendo
dunque scomporre il verbo in una parafrasi, avremmo “L’uomo mostrò sé stesso tollerante
con la ragazza”185. È importante precisare anche qui che il takalluf è un altro concetto
semantico nettamente separato dalla riflessività e assume in generale un senso molto simile
al verbo di I forma186. L’analisi approfondita di certi significati ci permette dunque di
motivare anche una delle tante relazioni di sinonimia presenti nel paradigma.
Per quanto riguarda il “valore simulativo”, esso deriva dal doppio valore di insistenza e
riflessività insito nella VI forma, derivata della III e surderivata della I. Anche in questo
caso l’italiano esprime il significato con un complemento predicativo dell’oggetto.

(20) Tamāraḍa al-waladu. (.‫)تمارضّالولد‬


Il bambino si finse malato.

“Fingersi” appartiene alla stessa categoria di verbi copulativi alla quale appartiene
“mostrarsi”, con le stesse particolarità sintattiche 187. La simulazione potrebbe essere resa in
italiano anche con un complemento predicativo del soggetto retto dal verbo “fare”. “Fare il
malato” con il senso di “fingersi malato” è tuttavia confinato ad un italiano più informale,
mentre nell’italiano standard ha il significato di “interpretare il malato” (a teatro, ad
esempio)188. Il valore simulativo di questa forma rimane comunque un valore secondario
rispetto al valore principale della reciprocità189. Ciò che permette di separarli dalla
muṭāwaʻa è l’agentività del soggetto. Sia nel takalluf che nel “valore simulativo” (esempi
n. 19 e 20) il soggetto mantiene il controllo dell’azione. Nella muṭāwaʻa le caratteristiche
semantiche dell’oggetto vengono mantenute nel verbo derivato e il soggetto si ritrova ad
essere paziente dell’azione (esempio n. 16)190.

184
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 198.
185
Ivi, p. 199.
186
Veccia Vaglieri L.,Grammatica, cit., p. 183.
187
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 199.
188
Ivi, p. 196.
189
Danks W., The Arabic Verb, cit., p. 140.
190
Larcher P., La forme V, cit., p. 272.
33
2.3.3 Il “valore di progressività”: marche azionali e prefissazione verbale
Il “valore di progressività” (al-ḥuṣūl al-šayʼ bi-l-tadrīğ)191 è rappresentato nella forma
VI dall’allungamento della prima radicale e dall’aggiunzione del suffisso ta. Esso esprime,
rispetto alla forma I, un significato di progressione nel tempo di un’azione o di uno stato, a
seconda del significato del verbo base. Vediamo un esempio:

(21) Taḍāyaqa nahru al-madīnati. (ّ.‫)تضايقّنهرّالمدينة‬


Il fiume della città si restrinse.

Il significato corrispondente in italiano può concentrarsi su due fronti. Il primo è quello


semantico dell’azionalità. Il verbo “restringersi”, di contro all’espressione stativa “essere
stretto”, implica un processo attraverso il quale avviene un cambiamento di stato del
soggetto. Si tratta dunque del passaggio da un verbo stativo a un verbo risultativo192.
Inoltre, allo stesso modo che in arabo, possiamo trovare tali cambiamenti azionali espressi
attraverso marche morfologiche, in questo caso il prefisso re193. Va tuttavia precisato che in
italiano il prefisso in questione interviene sul corrispondente causativo “stringere”. In
arabo, il prefisso ta corrispondente al re italiano ha invece il compito di “destativizzare” la
qualità espressa dal verbo e renderla un processo194.

2.3.4 I valori di “merito” e “trasformativo”: dei verbi riflessivi impliciti


In conclusione del mio percorso attraverso la semantica delle forme derivate,
analizzeremo due valori della forma IV. Ho scelto di analizzare questi valori per ultimi
poiché essi si spiegano attraverso la fusione di due correlazioni analizzate finora:
causatività e riflessività. Alcuni dei grammatici arabi non considerano questi due valore
come indipendenti, includendo spesso il “valore di merito” (istiḥqāq)195 all’interno del
“valore trasformativo” (li-ṣayrūrat al-šayʼ ḏā kaḏā)196, di significato più generico 197. Si
tratta di verbi di IV forma intransitivi e dunque non causativi come la norma prevede.

191
Traduzione personale dal francese “valeur de progressivité”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le
système verbal, cit., p. 88. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p. 170.
192
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, p. 28-30.
193
Pierre Larcher porta l’attenzione su un processo analogo in francese. Cfr. Larcher P., Le système verbal,
cit., p. 88.
194
Ibidem.
195
Traduzione personale dal francese “valeur méritative”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 69. Cfr. anche ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p. 169.
196
Traduzione personale dal francese “verbe deventif”. Ho preso questo termine da Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 70. Nel Fiqh al-luġa, ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī ipotizza per questa forma anche altri valori,
assimilabili per significato al valore trasformativo. Cfr. ʻAlī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., p. 169.
197
Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 6.
34
Alcuni studiosi assegnano questo valore anche alla II e alla X forma 198.
Per comprendere questi verbi bisogna interpretarli come dei causativi “implicitamente
riflessivi” di senso “farsi A”, dove A rappresenta una qualità o uno stato di cui il soggetto
diviene portatore199. Ad ogni modo, la denominazione dei due valori indica una differenza
contestuale. Mentre un verbo trasformativo può essere inteso come un cambiamento di
stato interno al soggetto, il verbo di merito indica un cambiamento di stato rispetto a
un’opinione esterna al soggetto. Analizziamo le due accezioni attraverso due esempi:

(22) alāmat al-marʼatu fī-ʻāʼilatihā. (.‫)أالمتّالمرأةّفيّعائلتها‬


La donna è considerata biasimevole dalla sua famiglia.

Il verbo nell’esempio n. 22 deriva dal verbo di I forma lāma (biasimare). Volendone


delineare una parafrasi sulla base della causatività, potremmo interpretarlo come “farsi
biasimevole”. Il verbo di merito assume allora la funzione di un “passivo potenziale”: il
soggetto non ha controllo sull’azione poiché è “biasimevole” solo nella misura in cui é
biasimato da qualcuno200. Da questa interpretazione si deduce come anche il significato di
questi verbi derivi dalla relazione con il passivo del verbo base 201. In italiano, il significato
del verbo di prima forma è racchiuso all’interno dell’aggettivo “biasimevole”. Il suffisso
–évole, variante meno colta di –bile202, è applicabile solo ai verbi transitivi e può
aggiungersi al tema del verbo o al participio passato 203. L’utilizzo di questo meccanismo di
affissazione deverbale avvicina molto le due lingue da un punto di vista formale.
Per quanto riguarda il valore trasformativo, esso si differenzia dai verbi di merito perchè
derivare sempre da verbi di base stativi204. In italiano, la resa di questo significato avviene
in due modi.

(23) a. aslama al-rağulu. (.‫)أسلمّالرجل‬


L’uomo divenne musulmano.

198
Alī ʻAbd al-Wāḥid Wafī, Fiqh, cit., pp. 170-171.
199
Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 13; Larcher P., Syntaxe et sémantique, cit., p. 10.
200
Măcelaru A., On the origin of the intransitive form IV verbs in classical arabic, « Folia Orientalia », vol.
40, Cracovia 2004, p. 47. Cfr. anche la definizione di Raḍī d-dīn-al-ʼAstarābāḏī in Larcher P., Le système
verbal, cit., p. 70
201
Larcher P., Dérivation lexicale, cit., p. 13.
202
Vocabolario on-line Traccani, disponibile su http://www.treccani.it/vocabolario/evole/, ultimo accesso il
21.12.2017.
203
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. III, p. 480; Scalise S., Morfologia, cit.,
p. 216.
204
Larcher P., Le système verbal, cit., p. 71.
35
b. alḥamat al-marʼatu ḫilāl al-ḥabali. (.‫)ألحمتّالمرأةّخاللّالحبل‬
La donna ingrassò durante la gravidanza.

Nell’esempio n. 23a, abbiamo un complemento predicativo del soggetto con il verbo


“diventare”, variante aspettuale dello stativo “essere”. Il significato trasformativo del verbo
implica un cambiamento di stato, espresso dal sintagma nominale o aggettivale che segue il
verbo205. Diversamente dalla versione causativa della IV forma, il soggetto ha il valore
semantico di esperiente e ciò che viene messo in primo piano dalla derivazione è il
cambiamento di stato206. Nell’esempio n. 23b il verbo italiano corrispondente fa parte dei
già citati verbi parasintetici. Il suo significato avvicina fortemente il “valore trasformativo”
al “valore progressivo”. Tuttavia, è opportuno precisare che esiste fra i due una differenza
aspettuale: i due valori si concentrano rispettivamente sul risultato dell’azione e sul
processo. Alcuni di questi verbi corrispondono inoltre a verbi italiani ergativi, proprietà che
li accomuna alla IV forma del verbo arabo. Essa, come abbiamo potuto constatare dalle
analisi svolte, presenta alternativamente verbi transitivi e intransitivi, a seconda del valore
all’interno del quale si colloca.

205
Renzi L., Salvi G., Cardinaletti A., Grande Grammatica, cit., vol. II, pp. 194-195.
206
Măcelaru A., On the origin of the intransitive form IV, cit., pp. 45-46.
36
Conclusioni:

In questo lavoro ho potuto constatare come l’aspetto semantico del paradigma delle
forme derivate si presenti molto diverso dalla semantica dei verbi italiani. Per una
comprensione approfondita dei significati delle forme, è stato necessario analizzare le
relazioni che intercorrono tra di esse. In primo luogo ho dimostrato come la derivazione
non si sviluppi solo attraverso l’intersezione di una radice e una forma. Entrambi questi
due elementi rappresentano, nell’intero lessico della lingua araba, due unità formali. In
particolare la radice a lungo considerata base della derivazione rappresenta una semplice
unità infra-morfematica della parola e acquisisce un significato soltanto all’interno della
parola stessa. Da queste considerazioni generali si è poi delineata una reinterpretazione più
dinamica della derivazione verbale. In un’analisi del paradigma delle forme bisogna infatti
tenere conto non soltanto del filo verticale che unisce la I forma alle restanti nove ma
anche di tutte le relazioni orizzontali che si creano fra di esse e dei rapporti di significato
che ne derivano. Legami come quello della surderivazione semantica, della derivazione
regressiva, della derivazione formale e della relazione sono risultati necessari a
comprendere i significati delle forme comparati all’italiano nel secondo capitolo della tesi.
Il confronto semantico dei due sistemi verbali ha portato a risultati interessanti dal punto
di vista formale, poiché la natura non-concatenativa della morfologia araba la differenzia
fortemente dalla morfologia concatenativa italiana. Le marche morfologiche presenti nelle
forme derivate corrispondono infatti a svariati corrispondenti italiani sotto i punti di vista
sintattico, morfologico e semantico.
Dal punto di vista sintattico ho dimostrato come a volte il verbo derivato arabo non è
traducibile con la sola voce verbale italiana. È necessaria in questi casi l’aggiunta di un
elemento, verbale o non, per rendere il significato in maniera efficace. Esempio per
antonomasia è la costruzione causativa. Essa rappresenta un composto verbale che unisce il
verbo “fare” all’infinito portatore dell’informazione semantica. Elementi aggettivali
vengono invece aggiunti nel caso del “valore estimativo”, “simulativo”, di “merito” e nel
takalluf. L’unico caso di corrispondenza a livello sintattico si è verificato con la causatività
lessicale, poiché si tratta di verbi italiani con un insito significato causativo.
Per quanto riguarda la morfologia l’aggiunzione formale di ogni forma derivata può
corrispondere a sua volta a un aumento dal punto di vista morfologico nel verbo italiano.
Ciò si verifica in tutti quei valori traducibili con verbi riflessivi (reciprocità, “correlativo-
risultativo”, “medio”, “richiesta”). Inoltre sono da inserire tra questi anche i verbi prefissati

37
del takṯīr intensivo, del “valore privativo”, “di progressività” e “trasformativo”. Tuttavia in
alcuni esempi i prefissi dei verbi italiani corrispondono a lessicalizzazioni. Ciò significa
che il prefisso è una parte integrante del verbo.
Da un punto di vista semantico le forme sono anche portatrici di marche aspettuali e
azionali. La comparazione si è rivelata molto interessante sotto questo aspetto, poiché in
italiano il concetto di azionalità è generalmente espresso tramite il significato del verbo e
non tramite la morfologia. Si sono verificate queste corrispondenze per il takṯīr iterativo e
per i valori “conativo”, “progressivo” e “trasformativo”.
La classificazione delineata a partire da tre macrovalori ha permesso una comparazione
logica e lineare del sistema delle forme derivate con i verbi italiani. È opportuno precisare
che si tratta a volte di significati veicolati tramite le forme derivate solo in arabo classico.
Vi sono infatti alcuni casi in cui l’arabo moderno ricorre ad altri elementi come accade per
il “valore privativo”. In conclusione di questa analisi ritengo che questa classificazione
possa essere utile non soltanto da un punto di vista comparativo ma anche didattico. Data
la complessità del sistema semantico delle forme derivate, un’organizzazione dei significati
attraverso macrocategorie che tengono anche conto dei rapporti orizzontali tra forme può
di gran lunga facilitare la loro memorizzazione.

38
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