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Alberto Asor Rosa

Machiavelli e l’Italia
Resoconto di una disfatta
Nota introduttiva

L’operazione storica consiste sempre (o almeno nei casi migliori) nel


tentativo di far emergere dal passato qualcosa che abbia ancora senso per
noi (per questo, com’è ovvio, cambiano costantemente gli interessi storici:
a richiamarli in vita, infatti, c’è una continua mutazione delle motivazioni,
dalle quali trae alimento il bisogno di continuare a conoscere la storia).
Avvertirei però l’esigenza di precisare in esordio, per evitare distorsioni e
fraintendimenti, che il bisogno di conoscenza non coincide mai
automaticamente (per essere piú esatti: quasi mai) con il bisogno di
mutamento. Conoscere e cambiare non sono la stessa cosa; anzi, il piú
delle volte sono diversi, e sovente anche contrastanti (migliaia di
esperienze, anche recenti, se non bastasse la conoscenza storica
generalmente considerata, ce lo dimostrano). Confondere l’uno con l’altro,
o, peggio, l’uno in funzione dell’altro, può produrre solo danni al pensiero
che ricostruisce e si sforza, nei limiti del possibile, di giudicare.
La conoscenza storica perciò vale di per sé. I frutti che se ne possono
trarre pertengono al dominio del sapere e della conoscenza, hanno poco a
che fare con le necessità, le esigenze e soprattutto le logiche del
mutamento. Niccolò Machiavelli e la sua opera sono esempi straordinari
di questa disconnessione. Difficile trovare nella storia un esempio
pensante di piú radicale impossibilità del sapere di trasformarsi in azione.
Una vicenda piú tragica, – molto piú tragica, – che trionfante. Per questo, a
ogni passaggio del suo pensiero e della sua azione, per quanto illuminanti,
anzi folgoranti, ci accade fulmineamente di pensare: ecco, questo lo
sapevamo, lui ce l’ha solo fatto conoscere. Un’attitudine fondamentale del
pensiero storico è infatti scoprire quello che c’è, non inventarselo. Anche
di questo Niccolò è altissimo maestro.
Se le cose stanno cosí, varrebbe la pena di guardarle da distanza piú
ravvicinata. Spero non si confonda la conoscenza con l’astrazione del
pensiero. Ammesso che sia concepibile, nel senso letterale del termine,
un’operazione definibile come «l’astrazione del pensiero» (è evidente che
no, ma non insisteremo qui ulteriormente su questo tasto), è chiaro che la
conoscenza storica è tutt’altra cosa. È contatto, compenetrazione, corpo:
materia. Si scopre quel che si riesce a scoprire, soltanto quando, soltanto
perché lo si incorpora, lo si fa proprio con tutte le fibre del proprio essere.
Il pensiero va al di là dei propri limiti perché s’impossessa fino in fondo
delle logiche di cui sta parlando: le vive, o rivive, come se lui ne fosse
stato protagonista ab origine. Il pensiero non è spirito, è materia, al pari
del corpo: ed esattamente come il corpo funziona e agisce.
Anche in questo caso: non esiste nella storia operazione piú esemplare
di quella che Niccolò Machiavelli ha perseguito e realizzato nel senso che
ho cercato testé di descrivere. Non esiste: per questo siamo cosí pieni di
ammirazione e d’invidia. Invece di separare e magari di contrapporre le
due cose, le ha fuse. Di conseguenza: quando si giudica il suo pensiero, si
chiama in causa il suo corpo. Quando si chiama in causa il suo corpo, la
sua materialità, – anche quella apparentemente piú episodica e transeunte,
– se ne ricava l’impressione e la persuasione di un poderoso organismo
pensante, che abbraccia tutto senza sforzo (senza sforzo? Sí, è questa
l’impressione che se ne ricava) e diventa una cosa sola con il testo o
l’episodio storico che sta narrando e descrivendo. Frutto anche questo,
oltre che del genio machiavelliano, di quel complesso di ragioni e di forze,
che siamo soliti considerare tipiche del cosiddetto grande «Rinascimento
italiano»? Sí, non c’è dubbio: ma questo non fa che aumentare
l’impressione di globalità che l’esperimento machiavelliano esprime e
contiene.

Proseguendo, per quanto ci è possibile, il discorso. Le disconnessioni,


con le quali il nostro autore fa drammaticamente i conti, sono a loro volta
il frutto contraddittorio di una serie altrettanto infinita di connessioni,
politiche, istituzionali, culturali. La ricchezza del sistema, – personale e
collettivo, individualità del singolo soggetto pensante e sterminata (direi)
quantità e misura degli assetti storici circostanti, – produce al tempo
stesso la sua pressoché irrimediabile incontrollabilità. E cioè: se Niccolò
Machiavelli interpreta a un altissimo e rarissimo grado la radicalità del
pensiero politico, quando il pensiero politico non accetta di subire i
condizionamenti restrittivi presenti, del resto, in ogni situazione storica,
allora si capisce meglio e piú facilmente come tentare d’interpretare
Machiavelli non si possa senza chiamare in causa tutti gli elementi, – o
meglio, la maggior parte di essi, – con cui il pensatore-politico entrò in
contatto nel corso della sua vita, allo scopo da parte sua di conoscerli,
sforzarsi costantemente d’interpretarli, dominarli, orientarli, se
necessario, e se possibile (quasi mai, anzi mai) cambiarli. Il gioco di
fronte al quale Machiavelli ci mette è poderoso e al tempo stesso
molteplice: nel momento storico in cui gli è accaduto di pensare e agire il
mondo gli gira intorno vorticosamente, per giunta orientato fin dall’inizio
da nefaste premonizioni e predisposizioni, e lui, nonostante tutto si sforza
di conoscerlo e dominarlo.

Non si tratta dunque piú semplicemente di dar conto soltanto di quella


che di solito si definisce «la situazione storica», il cosiddetto «contesto»,
all’interno del quale pensiero e azione abitualmente si dispiegano e si
confrontano. «La situazione storica», di cui tenteremo di parlare, è piú
complessa, mette in causa contemporaneamente l’analisi dei fattori di
condizionamento esterni e la presa in esame dei molteplici tentativi
machiavelliani di comprenderli e orientarli a sua volta.

Si tratta invece, per intenderci, non di una situazione e tavolta


contrapposizione fra i diversi fattori presi di volta in volta in esame: ma di
un intreccio in cui situazione e punto di vista continuamente si riversano
l’uno nell’altra, in maniera tale che sia l’uno sia l’altra cambiano
continuamente fisionomia in conseguenza di questo intreccio. Per giunta,
l’intreccio di cui parliamo, negli appena quarant’anni (1492-1530) che ci
stanno di fronte (ma talvolta a chi si pone oggi a osservarli con attenzione
e partecipazione sembrano dilatarsi fino a una dimensione quasi
secolare!), attinge a livelli singolari, anzi estremi, difficilmente
approssimati in altri periodi e situazioni della nostra storia nazionale (e
forse europea).
Il fatto è che intorno a Machiavelli vive e si muove l’eccezionale Italia
del suo tempo, destinata a diventare in maniera determinante, anzi quasi
coercitiva, il tragico incubatoio negativo di quella futura (mai una
ricchezza, culturale, ideale, politica, immaginativa di cosí grandi
dimensioni fu la premessa di una catastrofe altrettanto impressionante).
Noi, naturalmente, non eravamo in grado di descriverne tutti i
meccanismi, complessi in questo caso come non mai (verrebbe voglia di
dire). Ma abbiamo cercato di mettere in luce tutte le connessioni e
contraddizioni possibili, soprattutto quando la presenza, – mentale,
psicologica, culturale, – di Machiavelli risultava piú evidente.

Poste cosí le cose, come dicevamo all’inizio, sarebbe necessario e


anche possibile portarne argomenti anche piú in abbondanza. Ma forse
quel che segue nelle pagine successive potrà, almeno in misura moderata,
rispondere alle esigenze di chiarimento di tali affermazioni.

In conclusione: questo vuol dire per noi porre all’attenzione dei nostri
(eventuali) lettori un’altra cosa, l’ultima: la spinta che pensieri,
motivazioni e fatti storici esprimono nel personaggio Machiavelliei
molteplici punti di riferimento della sua opera, è gigantesca, bisogna fare
uno sforzo intellettuale non comune per cercare di avvertirla e
classificarla anche oggi. Cercare di avvertirla e di classificarla oggi può
dunque significare soltanto una cosa: nella conoscenza storica, oltre a un
bisogno di conoscenza, c’è una componente di nostalgia. Se quella cosa è
stata, potrebbe tornare? Non dipende soltanto da noi, dai nostri fragili e
periclitanti desideri e volontà. Ma forse è lecito osservare che la
conoscenza storica non è solo pensare, è anche sperare. È quello, in fondo,
che Niccolò ha fatto dall’inizio alla fine della sua vita, senza stancarsene
mai, nonostante le disillusioni e i disinganni piú brutali e profondi.
A.A.R.
Machiavelli e l’Italia

A Giulio Einaudi
Capitolo primo
Scienza politica e scienze umane. Il Rinascimento italiano e la dura
scoperta del vero

Il nome di Niccolò Machiavelli evoca una moltitudine pressoché


infinita di pulsioni, idee, suggestioni, interpretazioni, passioni e persino
riprovazioni e condanne. L’intento di questa ricerca è molto piú modesto:
esplorare fino a che punto predicazione e azione di Niccolò abbiano
interferito con la storia d’Italia, quella a lui contemporanea, e magari,
almeno per certi versi, quella successiva. È evidente che anche una
definizione cosí ristretta del punto di vista comporta l’intersezione con
alcuni punti di capitale importanza nella storia europea, oltre che italiana.
Per brevità, e per sgombrare il campo da questioni di ben altra rilevanza,
che non sono alla nostra portata, mi limiterei a esordire con una domanda:
come mai colui che viene considerato, pressoché unanimemente, il
fondatore della teoria politica moderna, – il fiorentino Niccolò
Machiavelli, – nasce, vive, opera e soprattutto pensa nel paese a quei
tempi (a quei tempi?) politicamente piú contrastato e contraddittorio di
Europa, e cioè l’Italia? 1. Certo, non gli mancava la precisa conoscenza di
quelle altre situazioni, – la Francia e la Magna in modo particolare, delle
quali aveva avuto un’esperienza diretta e approfondita 2, – da cui,
essenzialmente per contrasto, aveva ricavato elementi atti a meglio
valutare la propria. Ma il suo campo di sperimentazione e d’invenzione
piú alto e piú impegnativo, quello che per l’appunto lo spinse a formulare
gli elementi base della scienza politica moderna, resta senza dubbio
l’Italia. E dunque?
Le risposte, al solo scopo di cominciare, possono essere due,
ovviamente intrecciate fra loro.
La prima è di ordine squisitamente culturale. Machiavelli ha alle spalle
e si nutre, piú che averne una semplice conoscenza, della grande cultura
italiana dei due secoli precedenti, che comprende anche un afflato politico
e civile molto forte. Il primo dato che possiamo acquisire, con irrevocabile
certezza, è dunque questo: la scienza politica moderna nasce, con
Machiavelli, da un humus culturale, il quale pose le basi per una
conoscenza estesa, anzi illimitata, al di là di ogni superstite confine, non
solo del politico, ma dell’umano. Potremmo aggiungere che è sempre stato
cosí: se non ci sono queste premesse, la scienza politica non nasce, o nasce
monca. Oppure, rovesciando l’ordine dei fattori: la scienza politica, se è di
qualità superiore, fornisce incessantemente nuove cognizioni per la
conoscenza. Questa è la strada maestra: l’Umanesimo italiano, appunto, –
poiché com’è ovvio di questo si tratta 3, – rivissuto però come in un
laboratorio perennemente attivo e cioè, in sostanza, operante, ossia la sua
pratica politica pressoché quotidiana, che gli consentí di affiancare, nei
suoi strumenti di osservazione, all’Italia e all’Europa contemporanea,
anche la Roma antica, fucina inarrivabile a livello mondiale di esperienze
teoriche, giuridico-istituzionali e militari, in questo caso, dunque, dal suo
punto di vista, soprattutto positive. Ma il quadro, a me pare, è persino piú
ampio di questo.
In fondo, anche Dante, – il da lui conosciutissimo e amatissimo Dante,
– aveva posto, – anche lui pressoché totalmente inascoltato ai suoi tempi,
– un problema di molto simile a quello che Niccolò affronterà due secoli
piú tardi: e cioè chi invocare e come fare per dare all’Italia un «principe
nuovo», – e solo, – in grado di porre fine al disastroso particolarismo
italiano e di contrapporsi come una forza autonoma allo strapotere
illimitatamente egemonico della Chiesa di Roma (che viene fin da allora
individuato, – ai primi del Trecento, – sia pure embrionalmente e
potenzialmente, come il grande, irrisolto problema dell’unità politica
italiana).
Com’è esperienza comune, e assolutamente generalizzata, nessuno
potrebbe staccare lo sguardo, prima di averne concluso la lettura, da una
qualsiasi delle pagine del Principe o dei Discorsi, – ma anche quelle delle
Legazioni e delle Commissarie, o, come vedremo piú avanti, delle lettere,
non sono da meno, – perché il flusso che vi scorre dentro non è mai né
pura politica né pura scienza, e di conseguenza non è neanche la
conoscenza di una pura dinamica del potere (secondo l’accezione piú
vulgata e diffusa del pensiero machiavelliano); è invece una ricostruzione
vivente di ciò che di volta in volta siamo, di fronte alle occasioni fortunate
o, piú sovente, di fronte alle avversità e alle sciagure, e, in certi casi, di ciò
che potremmo o addirittura vorremmo essere. La grande scienza politica
moderna, di cui Machiavelli è l’iniziatore, non è mai solo sapere ma è
anche volere: è anche, e forse soprattutto, conoscere per volere. Cercherò
di mostrare che nessuno piú di Machiavelli ne fu, –e resta, – maestro.

Quello che Machiavelli intende elaborare e proporre è, insomma, al di


là del puro politico, un «homo novus», dotato di caratteristiche
inequivocabilmente differenziate rispetto a qualsiasi altra forma
apparentemente consimile del passato. Affinché questo si realizzasse
sarebbe stato necessario che la pura prassi fosse illuminata da un nuovo
sguardo sul mondo. Non si tratta esclusivamente, beninteso, del cumulo di
letture messe in gioco: ma dell’ineguagliabile, gigantesca presa sul mondo
che un’intera civiltà culturale ormai consentiva (questa, in fondo, non è
neanche una novità: l’Occidente tutto si è fatto di volta in volta cosí, a
strati e scoperte successivi, resi consapevoli e a un certo punto sanciti, se
non determinati, dall’accumulo progressivo delle riflessioni culturali,
almeno fino ai giorni nostri).
Piú avanti, e arrivando in prossimità dei tempi che qui c’interessano di
piú, non basterà piú ipotizzare la crescita di ideali indeterminati e piú
mentali che reali (per quanto anche Dante poggiasse la sua utopia su di
una presenza reale, corposa come quella dell’Impero di Arrigo VII: non
abbastanza reale e corposa, però, da sopravvivere ai colpi della
«fortuna»… come del resto accadrà a molte delle, per quanto piú concrete,
ipotesi e pratiche di lavoro politico formulate dallo stesso Machiavelli).
Man mano che le conoscenze crescono e l’humus culturale si allarga e si
irrobustisce, bisogna sempre di piú calare l’occhio sul reale e meditare
sulle possibilità concrete, non ideali, di modificarlo. Ma in cosa ci
s’imbatte in questo caso, nello spazioel tempo in cui Machiavelli si trovò
a operare, quando lo sguardo invece di restare recluso nel regno delle idee
generali, fu orientato a calare sul reale?
Prima tappa, dunque, del nostro discorso. La situazione italiana
rappresenta il mobile ordito sul quale Machiavelli costruisce la sua trama.
Innumerevoli altri elementi, del passato e del presente, non solo italiani
ma dell’intero mondo storico e contemporaneo, contribuiscono a formare
il suo sistema. Ma tutto precipita, e si condensa, appunto, in un
circostanziato apparato di idee e di proposte, solo quando l’eccezionalità
della situazione italiana, – eccezionale al di là di qualsiasi altra situazione
in quel momento reale o anche possibile o immaginabile, – gl’impone che
questo accada.
Non sarebbe perciò azzardato sostenere che sia lo «stato d’eccezione»
in cui versa l’Italia del suo tempo a sollecitare il suo straordinario bisogno
di conoscenze e di azione: per salvare l’Italia, come lui avrebbe voluto
(vedremo che questo è un punto decisivo del discorso), non bastavano gli
strumenti consegnatigli dalla tradizione. Bisognava spaziare oltre i confini
segnati dalla tradizione: e, ciò facendo, poiché in un certo senso sarebbe
stato impossibile fare altrimenti, dal caso singolo si passava alle regole
generali. Anche da questo punto di vista, il modello machiavelliano
potrebbe valere per molti altri esemplari rappresentativi del pensiero
politico moderno.

1. La bibliografia machiavelliana è ovviamente sterminata: non avrebbe senso qui riproporne una
versione anche ridotta. Per quanto mi riguarda, il punto di riferimento piú preciso e vincolante
è il lavoro che nel corso degli ultimi tre decenni ha dedicato a Machiavelli e al Principe G.

INGLESE , e in modo particolare: l’edizione critica del Principe, nella sua piú recente versione,
Einaudi, Torino 2013, con un saggio di F. Chabod (si tratta dell’introduzione al Principe del
1924, già ripubblicata da Einaudi nel 1961); l’edizione dei Discorsi sopra la prima Deca di
Tito Livio, con una introduzione di G. Sasso, Rizzoli, Milano 1984; le Lettere di. M ACHIAVELLI
a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini, Rizzoli, Milano 1989; inoltre i saggi
contenuti nel volume Per Machiavelli. L’arte dello stato, la cognizione delle storie, Carocci,
Roma 2006. Imprescindibili per un approccio storico-critico al problema sono stati per me: R.

RIDOLFI , Vita di Niccolò Machiavelli, Angelo Belardetti Editore, Roma 1954; F. CHABOD ,

Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964; R. VON ALBERTINI , Firenze dalla repubblica al
principato. Storia e coscienza politica, Einaudi, Torino 1970; F. GILBERT , Niccolò Machiavelli
e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento, Einaudi, Torino
1970; C. DIONISOTTI , Chierici e laici, in ID. , Geografia e storia della letteratura italiana,
Einaudi, Torino 1967, pp. 47-73; ID. , Machiavellerie. Storia e fortuna di Machiavelli, Einaudi,
Torino 1980; G. SASSO , Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, il Mulino,
3
Bologna 1993 . Molto importante, anche ai fini dell’unificazione dei criteri di curatela, è
l’edizione delle Opere di. M ACHIAVELLI , a cura di C. Vivanti, in tre volumi, Einaudi-
Gallimard, Torino 1927. Di VIVANTI è da consultare anche Niccolò Machiavelli. I tempi della
politica, Donzelli, Roma 2008. Fra i contributi piú recenti segnalerei i due volumi di atti: Le
problème Machiavel. Science de l’homme, conscience de l’Europe, Actes du colloque (Paris,
les 4 et 5 octobre 2013), Cahiers de l’Hôtel de Galliffet, Paris 2014; G. M . ANSELM I, R.

CAPORALI e C. GALLI (a cura di), Machiavelli Cinquecento. Mezzo millennio del «Principe»,
Mimesis, Milano-Udine 2015; e l’importante M . VIROLI , La redenzione dell’Italia. Saggio sul
«Principe» di Machiavelli, Laterza, Roma-Bari 2013, con cui si entra nello specifico.
Recentemente è apparsa una Enciclopedia machiavelliana, diretta da G. Sasso e G. Inglese,
Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 2014, in tre volumi (il terzo raccoglie i testi di
Machiavelli), prezioso strumento di documentazione e d’informazione. Fra i contributi spicca
quello sul Principe di G. M. Anselmi (vol. II, pp. 362-78). Recentissima è la ripubblicazione in
due volumi degli Studi machiavelliani di J.-J. M ARCHAND (Polistampa, Firenze 2018), una
vera miniera di riflessioni e scoperte critiche. Altri testi citerò nei luoghi che lo renderanno piú
utile. Tutte le citazioni mie da Machiavelli sono tratte dalle Opere a cura di C. Vivanti (da qui
in poi VIVANTI ), salvo che per l’ed. critica del Principe a cura di G. Inglese (INGLESE ). Ho
tratto le notizie storiche principalmente dall’antiquato ma per me sempre valido F. GAETA , Il
rinascimento e la riforma (1378-1598), I. Il nuovo assetto dell’Europa, Utet, Torino 1976.
2. De natura Gallorum (1503); Ritracto di cose di Francia (1510); Rapporto di cose della
Magna (1508); Discorso sopra le cose della Magna e sopra l’Imperatore (1509); Ritracto
delle cose della Magna (1512) (in VIVANTI , I, rispettivamente pp. 51, 56, 69, 78, 79). Ma
l’incessante lavorio diplomatico, svolto soprattutto prima del ’92, ma anche dopo, fuori dei
confini italiani, ma anche in Italia (a Siena, Urbino, le Romagne, Piombino, Faenza, Modena
eccetera eccetera), sta a testimoniare la straordinaria ricchezza delle sue esperienze,
l’approfondimento scrupoloso di situazioni in gran parte diverse fra loro e, quel che piú
importa, tutte diverse da Firenze, e l’acquisizione di un incredibile patrimonio comparatistico
(lí si fa e si può fare, qui non si fa, e soprattutto non si può fare, perché radici, costumi e
comportamenti volgono in tutt’altra direzione) (Legazioni e Commissarie, VIVANTI , II, pp.
469-1449).
3. Preziosa ai nostri fini è la ricostruzione storico-filosofica della cultura umanistica, che troviamo
nel ricco volume antologico Umanisti italiani. Pensiero e destino, a cura di R. Ebgi, con il
saggio di M . CACCIARI , Ripensare l’Umanesimo, Einaudi, Torino 2016. Non a caso fra i testi
raccolti troviamo il significativo (da piú punti di vista, in questo senso) Ghiribizi al Soderini di
Machiavelli ( pp. 76-79), sul quale noi torneremo piú avanti. Molto puntuale risulta anche, nel
contesto del nostro ragionamento, la collocazione che Cacciari fa di Machiavelli sulla linea di
un pessimismo umanistico profondo, che dall’Alberti arriva fino al Valla: «Il motto
machiavellico: farci guidare dalla storia, se mai una guida ci è data per orientarci
nell’universale vicissitudine, si connette inscindibilmente al senso che la filologia assume con
Valla», p. XLII .
Capitolo secondo
L’Italia: il luogo del riconoscimento del conflitto e delle sue coordinate
politiche e culturali

Abbassando lo sguardo sul mondo circostante, con l’ambizione di


trovare la chiave, – anzi, le molteplici chiavi, – per cambiarlo, – cambiarlo
in meglio ai fini ideali che cercheremo via via di individuare e di
precisare, – i pensatori, i poeti, i politici, i pensatori politici s’imbattono
in una visione della realtà, che, almeno apparentemente, sembra
comprendere tutte le altre. La seconda risposta è dunque questa: esiste,
nella sensibilitàella cultura del tempo (è ovvio, naturalmente, che si sta
parlando di classi colte ed elevate, del popolo di quel tempo, – forse anche
di quello di oggi, – almeno noi non sapremmo cosa dire), un ambito
storico-politico, e piú latamente culturale, che coincide con la nozione di
«Italia», da cui scaturiscono quelle, perfettamente conseguenti, di
«italicità» e di «italiani» 1. Poste cosí le cose, il campo di indagini
s’allargherebbe all’infinito (i testi critico-storiografici sopra citati
ampiamente lo dimostrano). Noi ci limiteremo a quel che serve a
focalizzare, su questo come in altri punti, la posizione di Machiavelli e
degli altri suoi piú diretti concorrenti o sodali.
«Italia» e «italiani» sono denominazioni continuamente ricorrenti in
tutte le piú importanti fonti culturali e in tutti i principali autori del
periodo. L’origine è classica. Bastino per tutti i possibili altri esempi i
primi tre versi, straordinari, dell’Eneide di Virgilio: «Arma virumque
cano, Troiae qui primus ab oris | Italiam, fato profugus, Laviniaque venit |
litora […]» (Armi e l’uomo io canto che primo dai lidi di Troia, | per fato
profugo, giunse in Italia e alle spiagge lavínie) 2. Ma il termine ricorre
spessissimo anche in Cesare e in Plinio il Giovane 3. L’ambivalenza
«Italia» = «Latium», «itali» = «latini», dura poi a lungo, anche presso gli
autori lato sensu «moderni». E infatti, per un sorprendente ed
estremamente significativo processo di identificazione o addirittura di
volontaria omonimia, spesso negli autori volgari si sostituiscono ai primi
due termini «Lazio» e «latini» (per esempio, in Dante, Commedia: «quella
dolce terra | latina» 4; poco piú sotto Virgilio invita Dante a parlare, perché
l’anima dannata di Guido da Montefeltro usa la sua stessa lingua: «Parla
tu; questi è latino» 5; oppure: «Io fui latinoato di un gran tosco» 6, dove,
com’era giusto che fosse, la specificazione presuntivamente nazionale
s’accoppia a quella regionale e cittadina). È persino ovvio, del resto, che la
Commedia costituisca un serbatoio ineguagliabile di riferimenti italici,
anche con considerazioni e accenti, che anticipano visibilmente quelli
successivi, coevi agli autori di cui qui ci stiamo piú particolarmente
occupando: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, | nave sanza nocchiere in
gran tempesta, | non donna [signora] di province, ma bordello» 7; «Rodolfo
imperador fu, che potea | sanar le piaghe c’hanno Italia morta […]» 8; «In
quella parte della terra prava | italica che siede tra Rialto | e le fontane di
Brenta e di Piava […]» 9. Oppure con un’attitudine dichiaratamente
geografico-descrittiva oltre tutto di una precisione sorprendente: «Sí come
ad Arli, ove Rodano stagna, | sí come a Pola, presso del Carnaro | ch’Italia
chiude e i suoi termini [confini] bagna […]» 10. Oppure mescolando
intenzionalmente vituperio e condanna con una predisposizione
sentimentale e affettuosa: «Ahi Pisa, vituperio dele genti | del bel paese là
dove ’l “sí” suona […]» 11. È chiaro che «Italia» è per Dante il territorio
geografico-spirituale all’interno del quale il suo discorso sulle sorti
dell’umanità presente e futura può prender corpo (se dicesse «Firenze», il
calcolo palingenetico non tornerebbe: come quello politico dei suoi, allora
lontani, continuatori).
Fra Dante e Machiavelli s’interpone significativamente Francesco
Petrarca (sul quale torneremo ovviamente piú avanti), a segnare in
maniera estremamente marcata un’altra tappa, anch’essa diversa, ma
omologa, di tale straordinario percorso.
Questo per dire molto semplicemente quello che qui c’interessa di piú,
e cioè che ci troviamo di fronte a un concetto e a una pratica di lunga
durata e di grande spessore.

Quando la situazione si fa piú tesa e drammatica, il concetto tende a


presentarsi in forma ancor piú definita. Anzi, si potrebbe dire che in poche
altre occasioni l’impatto tra la vicenda storica, sempre piú drammatica e
conflittuale, e le scelte di natura culturale e letteraria sia stato cosí
intensamente avvertito e cosí lacerante. Persino la poesia cavalleresca,
questa aerea creatura della pura fantasia (secondo qualche interprete
incline ad arrestarsi alla superficie), ne viene duramente e
consapevolmente investita. Matteo Maria Boiardo (1441-1494), nobile
legato alla dinastia estense di Ferrara, fa diversi riferimenti nel suo
Orlando innamorato alle guerre che in quel periodo sconvolgevano
l’Italia, ma soprattutto dichiara nell’ultima ottava del suo poema di non
sentirsi piú in grado di continuare l’opera in conseguenza della rovinosa
discesa in Italia delle truppe francesi di Carlo VIII:

Mentre che io canto, o Dio redentore,


vedo la Italia tutta a fiama e a foco
per questi Galli, che con gran valore
vengon per disertar non so che loco:
però vi lascio in questo vano amore
di Fiordespina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso,
raconterovi el tutto per espresso 12.

Quale che sia il peso da attribuire a queste parole (si potrebbe supporre
anche un disagio e una fatica di altra natura (il Boiardo sarebbe morto di lí
a poco), non è sottovalutabile il peso di tale denuncia, tutta imperniata
sulla deprecazione dell’Italia vittima dei «barbari» stranieri (che Boiardo
definisce galli al modo antico, non diversamente da quanto faranno appena
qualche anno dopo Machiavelli e Guicciardini). Ma il discorso
ulteriormente si precisa e si approfondisce nell’immediato prosecutore del
Boiardo, Ludovico Ariosto (1474-1533), del resto pressoché coetaneo di
Machiavelli, il quale nell’Orlando furioso entra ancor di piú nel merito,
con versi, oltre tutto, di grande pregnanza espressiva, nei quali risuonano
inequivocabilmente accenti del tutto vicini a quelli degli scienziati-politici
del suo tempo:

Oh famelice, inique e fiere arpie


ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fôra.

Troppo fallò chi le spelonche aperse,


che già molt’anni erano state chiuse;
onde il fetore e l’ingordigia emerse,
ch’ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quïete in tal modo s’escluse,
ch’in guerre, in povertà sempre e in affanni
è dopo stata, ed è per star molt’anni:

finch’ella un giorno ai neghitosi figli


scuota la chioma, e cacci fuor di Lete,
gridando lor: – Non fia chi rassimigli
alla virtú di Calai e di Zete? 13.

Le «arpie» sono chiaramente gli stranieri che scorrono l’Italia e la


depredano. «Troppo fallò chi le spelonche aperse» sono i principi italiani
che richiesero, ai loro fini, l’aiuto degli stranieri (per cominciare,
Ludovico il Moro, signore di Milano). Le analogie sono impressionanti:
l’Italia «accecata e d’error piena», l’Italia «ammorbata» dal «fetore e
dall’ingordigia», emersa dopo l’arrivo delle truppe straniere, è
assolutamente la stessa che Machiavelli e Guicciardini ricostruiscono
nelle loro pagine documentarieelle loro analisi storico-politiche (forse lo
è, all’origine, anche quella di Dante e di Petrarca). Impressionante anche
l’individuazione del punto di inizio della decadenza e della crisi: «Il bel
vivere allora si summerse; | e la quïete in tal modo s’escluse | ch’in guerre,
in povertà sempre e in affanni | è dopo stata, ed è per star molt’anni». E
cioè, scrive Ariosto, con somma precisione: «allora»; vale a dire quando i
confini italiani, – le petrarchesche «Alpi», – furono aperti alle distruttive
invasioni straniere; ma non basta: poiché il poeta malinconicamente
prevede che tale situazione catastrofica sia destinata a durare ancora molto
a lungo, ipotesi tutt’altro che infondata, come noi a posteriori ben
sappiamo.
Impressionante è anche l’analogia dell’auspicio: questa Italia non
uscirà dalle sue pene, fin quando non chiamerà alla riscossa i suoi
«neghitosi [bellissimo!] figli» e, risollevandoli dal loro oblio mortale
(Lete, il fiume della dimenticanza e dell’abbandono), non li spinga a
comportarsi come Calai e Zete, figli di Borea che, per l’appunto, lottando,
liberarono Fineo dalle Arpie 14.
Se si pensa poi che il brano citato, proemiale nel canto XXXIV
dell’edizione dell’Orlando del 1532, svolge tale e quale la stessa funzione
nel canto XXXI dell’edizione del 1516 15, lo stupore conoscitivo è
destinato ad aumentare ancora. Si direbbe che Ariosto abbia scritto i suoi
versi nei medesimi anni, addirittura nei medesimi giorni, e meditando sul
medesimo scenario, in cui Machiavelli pensava e scriveva il suo Principe
(1512-13, forse 1514).
Ma neanche questo sembrerebbe bastare dal punto di vista della
descrizione e della denuncia. Il tema della deprecazione delle miserie
dell’Italia contemporanea ritorna altre volte nel grande poema
cavalleresco, con accenti che non dispiacerebbero ai pensatori politici
contemporanei, i nostri Niccolò e Francesco: «O d’ogni vizio fetida
sentina, | dormi, Italia imbrïaca,on ti pesa | ch’ora di questa gente, ora di
quella | che già serva ti fu, sei fatta ancella?» 16. Ancor piú significativo
che la deprecazione, invece che restare pura lamentazione, si concluda con
un appello al pontefice (in quel momento Leone X), perché prenda nelle
sue mani la situazione e intervenga a favore del suo popolo: «Tu sei
Pastore; e Dio t’ha quella verga | data a portare, e scelto il fiero nome
[Leone, appunto], | perché tu ruggi, e che le braccia stenda, | sí che dai lupi
il grege tuo difenda» 17 (impressionante anche in questo caso la relazione
con Il Principe, XI ). Ma al tema è dedicata tutta questa lunga digressione
(ottave LXXIV-LXXIX ) del canto XVII.

Quello che voglio dire è che le tematiche, tipicamente machiavelliane e


guicciardiniane, della dura condanna dei principi italiani per aver attirato
nella ricca e pacifica penisola le armi straniere, si rivelano diffuse, a
un’osservazione appena piú attenta, in un universo ideale e culturale
enormemente piú vasto. Questo significa che «Italia», se non è una precisa
nozione politico-istituzionale, è però un «valore», un’«idea»,
estremamente diffusi, e operanti sia intellettualmente sia poeticamente.
La cosa, per giunta, non s’arresta qui, anzi procede. La nozione di
Italia, come finora abbiamo cercato di definirla, arriva di sicuro, sia pure
in un contesto storico che va sempre piú rapidamente e radicalmente
mutando, almeno fino a Tasso. Anche per Tasso, con un «topos» che, come
abbiamo visto risale fino a Dante, l’«Italia» è «serva» 18. Nell’elenco dei
principi Estensi, i quali, secondo il poeta, hanno preceduto l’arrivo sulla
terra di Rinaldo, il vero e proprio fondatore della dinastia, «Italia» e
«italico» ricorrono spesso sotto forma di attributi positivi: «il buon
Foresto» [uno di loro] «de l’Italia Ettorre» 19; «Ecco l’erede | del padre
grande il gran figlio Acarino, | ch’a l’italico onor campion succede» 20. Ma
non mi sembra azzardato cogliere nei versi tasseschi una maggiore
freddezza e convenzionalità rispetto a quelli ariosteschi (per non parlare
delle proposizioni nel merito di Machiavelli e Guicciardini): preludio a
una lunga estenuazione del termine e del concetto, che terminerà solo
molto molto piú avanti (senza però, – e anche questo, ovviamente, è un
tratto molto significativo, – interrompersi mai) 21.
In ognuno di questi casi, e in decine di altri, ricorre dunque il topos:
Italia sventurata, serva, straziata dagli eserciti stranieri, vittima inerme
dell’incapacità e degli errori dei suoi governanti. Ci potrebbe essere, da
questo punto di vista, qualcosa di piú significativo della deplorazione di
Francesco Petrarca nella leggendaria canzone Italia mia?:

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno


de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, e parvi veder molto,
ché ’n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi? 22

Nei confini della deplorazione letteraria, tutti i punti fondamentali del


discorso sono qui già toccati: la deprecazione nei confronti dei principi
italiani, perché, al fine di combattersi fra loro, portano in Italia le esiziali
milizie mercenarie straniere; la dolcezza e la bellezza, la naturale
pacificità, in sé considerato, del suolo italiano; l’ammonimento a recedere
da tali disastrosi comportamenti.

La conclusione alla quale potrebbe arrivare, e fermarsi, questa prima


parte del discorso, è dunque che, prima nei decenni precedenti, e poi
pressoché nel medesimo spazio fisico-temporale in cui si svolgono le
attività scientifico-politiche di Machiavelli e Guicciardini, – cioè grosso
modo negli anni che vanno dal 1494 al 1530, – dopo l’esplosione italiana,
ma in qualche modo sopra-nazionale, dell’Umanesimo, fiorisce fino in
fondo la nozione, prima culturale e poi politica, di «Italia» e,
conseguentemente, di «italicità». Qualsiasi discorso in questo senso
sarebbe comunque parziale, se non ricordassimo che alle medesime
esigenze (sostanzialmente) rispondono anche due opere come le Prose
della volgar lingua (1525) di Pietro Bembo 23 e Il libro del Cortegiano
(1528) di Baldassar Castiglione 24. Bembo è veneziano, Castiglione
mantovano (Ariosto del resto era ferrarese): la polarità fiorentina, senza la
quale peraltro parlare di «Italia» e di «italicità» in termini culturali e
politici sarebbe vano, tende a stemperarsi, ma anche a precisarsi e
radicarsi in un abbraccio nazionale molto piú vasto. Le Prose ipotizzano
che, a partire dalle esperienze letterarie e linguistiche di grandi autori
come Petrarca e Boccaccio, si possa arrivare fino a possedere e praticare
una lingua letteraria nazionale unica, certo piú artificiosa di quella parlata
e scritta a Firenze (molti fiorentini, e fra questi, a quanto s’ipotizza,
Machiavelli, tentarono di resistere alla proposta, come vedremo piú
avanti), ma con doti di uniformità e leggibilità (sempre letteraria,
s’intende) molto piú elevate dell’altra.
Nel Cortegiano Castiglione teorizza, con ampiezza eccezionale di
testimonianze e di documenti, le idee basilari di un nuovo comportamento
mondano, che inequivocabilmente trova nelle corti italiane il
fondamentale punto di esperienza e di elaborazione (tant’è vero che, anche
recentemente se ne è ragionato come di una proposta destinata a restare
dopo la «grande catastrofe italiana» sospesa nel vuoto dell’impossibile) 25.
Forse non è indifferente al nostro discorso rilevare che il Castiglione, dopo
una lunga esperienza nelle corti, divenuto vedovo, prese le vesti
ecclesiastiche e fu dal papa Clemente VII inviato in Spagna a ricoprire
l’importante carica di Nunzio apostolico presso il potentissimo imperatore
Carlo V: da dove poté seguire, sia pure da lontano, con animo dolente ed
esacerbato le vicende della «crisi italiana» nella sua fase conclusiva
(ricordiamo che se la pubblicazione, molto sofferta e desiderata, del
Cortegiano è del 1528, il sacco di Roma è appena dell’anno prima, il
1527). In questa veste, e da lontano, Castiglione si esprime con accenti e
con parole non dissimili da quelli usati dagli altri grandi italiani del tempo
(soprattutto, forse per la maggiore confidenza fra i due, nelle sue lettere
alla madre Aloisia Gonzaga Castiglione). Ad esempio: «Qui siamo essenti
dalle calamità della guerra, se non quanto ne sentimo la fama della
miserabile Italia; piaccia a Dio di usar la misericordia, doppo il iusto
flagello della iustitia, che hormai, alla nostra sensualità il castigo par un
poco aspero» 26. La «miserabile Italia»! Difficile resistere alla tentazione
di affiancare questa definizione all’Italia «accecata» e «ammorbata» di
Ludovico Ariosto. Ma forse anche piú significativa è un’altra delle molte
citazioni possibili: «Delle cose d’Italia ancorch’io non le veda
presentialmente con gli occhi, vedole con l’animo in absentia, e tanto me
ne dole quanto deve doler a un buon christiano e bon italiano» 27. Quando
Castiglione scrive queste parole il sacco di Roma è già avvenuto (ne aveva
già parlato a lungo, ed eloquentemente, in una dignitosa, e indignata!,
lettera di poco piú di un anno prima al papa Clemente VII, che lo aveva
accusato ingiustamente di non aver saputo porre riparo al tragico
avvenimento nella sua veste d’inviato pontificio presso l’imperatore Carlo
V) 28. Che nel momento piú acuto della crisi il Castiglione, Nunzio
apostolico in Spagna, insista a definirsi, oltre che «buon christiano», anche
«bon italiano», mi sembra la prova inconfutabile di una diffusa e molto
resistente autocoscienza identitaria anche nella fase della «grande crisi».

Appendice.

Tracciare una mappa anche sommaria delle infinite testimonianze nel


merito sarebbe qui impossibile, e oltre tutto superfluo ai fini del nostro
discorso; ma qualche nome e testo, fra quelli non citati, o citati poco, nelle
indagini di Bruni e Tommasini, non sembra inutile al fine di cogliere lo
spessore e la lunga durata del tema.
La prima osservazione, non priva d’interesse, è che fra i letterati
prosecutori del tema non ne troviamo nessuno tra gli esponenti della
corrente detta barocca o «manieristica» o concettosa. Mancanza di «spirito
patriottico»? Insorgenza di altri valori, direi, che spingono l’Italia in
secondo piano. Anzi, può accadere che in uno di loro,on dei meno
rappresentativi, Claudio Achillini (1574-1642), l’indifferenza si spinga
fino a rovesciare le parti: suo, infatti, è un sonetto, non a caso famoso (o
famigerato), tutto rivolto a esaltare le grandi vittorie di un re francese, – in
questo caso Luigi XIII, – il quale termina con un’inequivocabile
ammissione d’inferiorità: «Ceda le palme pur Roma a Parigi: | ché se
Cesare venne e vide e vinse, | venne, vinseon vide il gran Luigi» (C.
Achillini, «Sudate fochi a preparar metalli», in Opere scelte di G. B.
Marino e dei marinisti, II. I marinisti, a cura di G. Getto, Utet, Torino
1954, pp. 167-68) (Si tratta di una curiosità, ma in grado di dar conto del
molteplice tessuto di cui si compone la creazione letteraria, anche in un
campo come quello che ora stiamo trattando, rammentare qui che tale
sonetto fu citato nei Promessi sposi, accompagnato da un commento di
pura ironia manzoniana: «Fu in questa occasione che l’Achillini scrisse al
re Luigi quel suo famoso sonetto […] e un altro, con cui l’esortava a
portarsi subito alla liberazione di Terra santa. Ma è un destino che i pareri
de’ poeti non siano ascoltati; e se nella storia trovate de’ fatti conformi a
qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute
prima»; A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di E. Raimondi e L. Bottoni,
Principato, Milano 1987, p. 564).
Costante è invece la prosecuzione del tema nell’area della poesia
classicista: frutto, probabilmente, di un piú stretto rapporto con la
tradizione e di un maggiore attaccamento ai valori «nazionali»:
intrecciandosi però sovente con motivi encomiastici e cortigiani, oppure,
in taluni casi, con quelli controriformistici, ispirati alla difesa della Chiesa
di Roma dall’espansione protestante in Europa.
Tra i molti possibili esempi: il grande lirico ligure Gabriello Chiabrera
(1552-1638), il quale, nei suoi versi di esaltazione delle imprese e delle
vittorie di Emanuele Filiberto duca di Savoia (peraltro anche lui al
servizio dell’Impero e degli spagnoli), – aveva infatti, per conto loro,
vinto i francesi a San Quintino, – usò un’espressione elogiativa come
questa: «Sul Xanto dei Normandi | folgoreggiò l’italiano Achille» (vv. 69-
70); per arrivare alla conclusione che, in conseguenza di queste vittorie,
«non già cosí sen duole | Italia mia, ch’indi rivide il Sole» (vv. 77-78) (G.
Chiabrera, Per Emmanuel Filiberto di Savoia, in I lirici del Seicento e
dell’Arcadia, a cura di C. Calcaterra, Rizzoli, Milano 1936, pp. 255-57).
(Su Emanuele Filiberto di Savoia tornerò anch’io piú avanti).
Oppure, l’emiliano Fulvio Testi (1593-1646), il quale, nei versi
indirizzati al Conte G. B. Ronchi, lamenta, con i piú puri accenti della
tradizione, la decadenza italiana:

Italia, i tuoi sí generosi spirti


con dolce inganno ozio e lascivia han spenti:
e non t’avvedi, misera,on senti
che i lauri tuoi degeneraro in mirti? (vv. 17-20)

per cui:

Or di tante grandezze appena resta


viva la rimembranza; e mentre insulta
al valor morto, alla virtú sepulta
te barbaro rigor preme e calpesta.
Ronchi, se dal letargo in cui si giace
non si scuote l’Italia, aspetti un giorno
(cosí menta mia lingua) al Tebro intorno
accampato veder il perso o ’l trace. (vv. 49-56)
Impressionanti le analogie con le «lamentazioni» di, diciamo, un secolo
prima: anche il «barbaro rigor», riferito alle invasioni straniere, è
perfettamente in linea con le affermazioni dei primi cinquecentisti, come
vedremo meglio piú avanti (F. Testi, Al Conte G. B. Ronchi, che l’età
presente è corrotta dall’ozio, in I lirici del Seicento cit., pp. 310-11). Ma
per comprendere a fondo la posizione del Testi bisognerebbe leggere anche
l’Ode «All’eminentissimo Cardinale Bighi». Per la pace d’Italia, in Poesia
del Seicento, a cura di C. Muscetta e P. P. Ferrante, Einaudi, Torino 1964, I,
pp. 958-60.
Oppure, eminente fra tutti, lo straordinario veneto Ciro di Pers (1599-
1663), autore di una circostanziata Italia calamitosa. Lamentazione, in cui
elenca, con spirito addolorato e confuso, tutti i mali di cui «la patria»
soffre, per arrivare all’inequivocabile conclusione:

O già sí bella Italia e sí felice,


ah quanto, oimè, da quella
diversa sei! da quella che solea
con dilettosa invidia
vagheggiarsi [essere ammirata] dai popoli stranieri!
D’ogni miseria colma,
spettacolo doglioso a l’altrui vista
t’offri, a mostrar ch’in terra
ogni felicità passa fugace. (Ibid., pp. 935-50)

E come resistere alla tentazione di chiamare in causa, a questo punto


della storia, l’empito affettuosoostalgico di Vincenzo Monti, che rientra in
patria dopo un breve esilio a Parigi?

Bella Italia, amate sponde,


pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
l’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
fonte amara ognor ti fu,
di stranieri e crudi amanti
t’avea posto in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
la speranza fia de’ re.
Il giardino di natura [l’Italia, appunto]
no, pei barbari non è.

(V. Monti, Opere, a cura di M. Valgimigli e C. Muscetta; ID. , Versi, a


cura di C. Muscetta, Ricciardi, Milano-Napoli 1953, p. 791).
Tornano motivi classici (è il caso di dirlo, nel caso del Monti!), come
quelli relativi al fatto che la bellezza straordinaria dell’Italia ne ha sempre
costituito un’attrazione irresistibile per i potentati stranieri, e quelli
connessi con l’identificazione degli stranieri nei «barbari» (come si può
vedere, categoria di durata plurisecolare). Poco importa al fragile e
ondivago Monti che a por fine al dominio dei «barbari», impersonati in
questo caso dagli eserciti austriaci (per il quale il poeta, appunto, si era
rifugiato a Parigi), sia un altro esercito non meno «barbarico» come quello
napoleonico francese, che li aveva sgominati in un’altra leggendaria
battaglia, quella di Marengo del 14 giugno 1800: la ricostruzione
dell’identità italiana è passata frequentemente attraverso prove e
compromessi di questa natura.
Se si tiene inoltre presente che la canzonetta di Vincenzo Monti,
d’inconfondibile impronta metastasiana (e anche questo è importante ai
fini di questo discorso), è del 1801, e precede dunque di pochissimo la
comparsa dei Sepolcri del Foscolo, che è del 1807, si capisce meglio come
e dove volga, ostinatamente, l’antico percorso.

Insomma: si direbbe che una linea rossa percorra quasi tutta la cultura
letteraria e politica italiana da Dante in poi. L’Italia, in questo ambito, è
sempre vituperata, sconfitta, serva, ariostescamente «ubriaca» e «ancella»
di coloro di cui fu padrona: e solo guardando al passato si coglie qualche
barlume di grandezza e di forza. Sarà un caso che Ugo Foscolo intitoli ai
«sepolcri», cioè al culto della rimembranza e del passato, il suo
incitamento agli italiani a uscire dalla morta gora e a riprendere il
cammino perduto? Sarà un caso che Giacomo Leopardi apra la sua
raccolta dei Canti con una canzone All’Italia, della piú pura tradizione
classicista? Ricordiamo i primi versi della canzone:
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronteudo il petto mostri.

(G. Leopardi, Poesie e prose, I. Poesie, a cura di M. A. Rigoni, con un


saggio di C. Galimberti, Mondadori, Milano 1987, pp. 5-9). Ripresa quasi
testuale dell’ode di Fulvio Testi al Conte Ronchi; ma con suggestioni non
piccole anche dalla collana di sonetti All’Italia e dalla canzone All’Italia
di Vincenzo da Filicaia (1642-1709), altro grande prosecutore del tema, in
area ormai pressoché settecentesca (in Poesia del Seicento cit., pp. 961-68;
969-75).
L’Italia grande, in questi testi, è sempre al passato. Per tornar grandi,
bisogna superare e cancellare l’umiliante presente: il futuro è la
riconquista di una memoria, che si fa fatica a mantenere anch’essa ancora
viva.
Non è dunque azzardato sostenere che il nome e i valori di «Italia» e
«italiani» siano patrimonio nel corso dei secoli dell’attenzione e degli
scritti di intellettuali, scrittori, uomini di cultura, persino, in certe
situazioni, dei pensatori politici, ma soprattutto, incontestabilmente, dei
poeti: mentre non compaiono mai, o quasi mai, nel pensieroell’azione dei
politici e dei potentati di ogni tempo. Se cosí fosse, come noi pensiamo,
non sarebbe difficile capire quale sia l’angolatura, difficile e tormentata,
da cui il problema fu di volta in volta affrontato: a partire da quel primo
Cinquecento, in cui operarono gli eroici avversari della decadenza italiana,
Machiavelli e, per certi versi, anche Guicciardini.

1. Esiste ora un libro, di notevole valore, in cui il tema è estesamente e approfonditamente


affrontato, da un punto di vista fondamentalmente linguistico, ma non senza ricadute anche
sul piano storico-culturale e storico-politico: F. BRUNI , Italia. Vita e avventura di un’idea, il
Mulino, Bologna 2010. Da vedere anche L. TOM ASIN , Italiano. Storia di una parola, Carocci,
Roma 2011. Noi, però, diversamente da loro, abbiamo tenuto conto anche di testi, che, sotto il
profilo della storia politica e ideale, appaiono decisivi, e cioè: G. BOLLATI, L’italiano. Il
carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, Torino 1983 (ma il saggio
fondativo, L’italiano, è del 1972); M . S. SAPEGNO , «Italia», «Italiani», in Letteratura italiana.
V. Le Questioni, diretta da A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1986, pp. 169-221; R. ROM ANO ,

Paese Italia. Venti secoli di identità, Donzelli, Roma 1994. Sono apparsi piú recentemente: A.

SCHIAVONE , Italiani senza Italia. Storia e identità, Einaudi, Torino 1998 (importante per me
soprattutto il cap. III : Come si forma un carattereon si forma una nazione); e una
conversazione fra E. GALLI DELLA LOGGIA e A. SCHIAVONE , Pensare l’Italia, Einaudi, Torino
2011 (ne tengo conto nei capitoli finali della mia ricerca).
2. PUBLIO VIRGILIO M ARONE , Eneide, trad. e cura di A. Fo, note di F. Giannotti, Einaudi, Torino
2012, I, vv. 1-3.
3. Basta consultare gli Indici di GAIO GIULIO CESARE , Opere, a cura di R. Ciaffi e L. Griffa, Utet,
Torino 2008 4 e PLINIO IL GIOVANE , Lettere familiari. Carteggio con Traiano. Panegirico a
Traiano, introduzione e commento di L. Lenaz, trad. di L. Rusca e E. Faelli, Bur, Milano
2015 6, per rendersene conto.
4. DANTE , Commedia, revisione del testo e commento di G. Inglese, Carocci, Roma 2016; Inf.,
XXVII, vv. 26-27 (da questo momento in poi: DANTE , Commedia).
5. Ibid., v. 33.
6. Ibid., Purg., XI, v. 58.
7. Ibid., VI, vv. 76-78.
8. Ibid., VII, vv. 94-95.
9. Ibid., Par., IX, vv. 25-27.
10. Ibid., Inf., IX, vv. 112-14.
11. Ibid., XXXIII, vv. 79-80.
12. M . M . BOIARDO , Opere, I. L’innamoramento di Orlando, ed. critica a cura di A. Tissoni
Benvenuti e C. Montagnani, introduzione e commento di A. Tissoni Benvenuti, Ricciardi,
Milano-Napoli 1999, libro III, IX , 26, p. 1795.
13. L. ARIOSTO , Orlando furioso, a cura di L. Caretti, Einaudi, Torino 1992, vol. II, canto
XXXIV, I-III , p. 1022. «Calai e… Zete», erano figli di Borea. Liberarono Fineo dalle Arpie.
14. Si veda la nota precedente.
15. L. ARIOSTO , Orlando furioso, secondo la princeps del 1516, ed. critica a cura di M. Dorigatti,
Leo S. Olschki, Firenze 2006.
16. ARIOSTO , Orlando furioso cit., vol. I, canto XVII, LXXVI , vv. 5-8, p. 461.
17. Ibid., LXXIX , vv. 5-8, p. 462.
18. T. TASSO , Gerusalemme liberata, a cura di L. Caretti, Einaudi, Torino 2014 3, V, 19, v. 8, p.
137.
19. Ibid., XVII, 69, v. 8, p. 523.
20. Ibid., XVII, 70, vv. 2-4, pp. 523-24.
21. Si veda l’Appendice in coda a questo capitolo.
22. F. PETRARCA , Canzoniere, testo critico e introduzione di G. Contini, annotazioni di D.
Ponchiroli, Einaudi, Torino 1968, CXXVIII, vv. 17-32, pp. 174-175. È evidente che, se il
discorso su Petrarca fosse approfondito, non si potrebbe non chiamare in causa il suo
leggendario libello, Invectiva contra eum qui maledixit Italiae (a cura di M. Berté, Le Lettere,
Firenze 2005), nel quale si scaglia con toni violentissimi contro l’intellettuale francese Jean de
Hesdin, reo di aver parlato male dell’Italia. Fra gli argomenti principalmente utilizzati dal
nostro grande poeta c’è l’accusa, a lui e ai suoi connazionali, – galli o francesi che siano, non
importa, – di essere «barbari»: «Ceterum, opinentur ut libet, tamen barbari sunt neque de hoc
inter doctos dubitatio unquam fuit» (Del resto, pensino quel che a loro piace, sono comunque
barbari e su questo tra i dotti non c’è mai stato dubbio) ( pp. 24-25). (Su questo si veda anche
BRUNI , Italia cit., pp. 130 sgg.)
23. P. BEM BO , Delle prose della volgar lingua, in ID. , Opere in volgare, introduzione di M. Marti,
Sansoni, Firenze 1961, pp. 263-447.
24. B. CASTIGLIONE , Il libro del Cortegiano, Einaudi, Torino 2017 2 (a cura di e con l’importante
introduzione di W. Barberis: Baldassar Castiglione. Gli ultimi bagliori dell’Umanesimo).
25. Mi riferisco all’introduzione di Barberis al Cortegiano cit., nella nota precedente. Anticipando
un poco sugli sviluppi del nostro discorso: «La bella e astratta esemplarità del Cortegiano,
tuttavia, portava Castiglione nel pantheon dei grandi sconfitti dei primi del secolo, accanto a
Machiavelli e a Guicciardini: ciascuno a simboleggiare per le generazioni future i nuovi
principi della politica, la moderna storiografia e un’intramontabile ethos aristocratico» ( p.
LXVII ).

26. Lettera ad Aloisia Gonzaga Castiglione del 15 settembre 1527, in B. CASTIGLIONE , Lettere
famigliari e diplomatiche, a cura di G. La Rocca, A. Stella e U. Morando, Einaudi, Torino
2016, vol. III, p. 358.
27. Lettera ad Aloisia Gonzaga Castiglione del 27 dicembre 1528, in Ibid., p. 376.
28. Lettera a Clemente VII del 9 novembre 1527, in Ibid., pp. 360-67.
Capitolo terzo
Identità italiana, ferinità straniera

Quando un sentimento identitario è cosí forte, c’è sempre un’alterità


che gli si contrappone, e che di conseguenza va abbassata e svilita. Da
questo punto di vista, non si trova, o quasi, un esempio come quello
italiano che stiamo cercando di descrivere. Bisognerebbe risalire, non a
caso, fino ai caratteri della romanità e dell’Impero per incontrarne uno
analogo, che ne è al tempo stesso una radice e una fonte. Ma è tutto il
mondo classico, greco-latino, che si costruisce intorno a questo
pregiudizio, che è anche un’esclusione. Formidabile, a pensarci bene, che
anche in questo consista da parte dei pensatori e intellettuali italiani del
tempo una manifestazione molto sentita e vivente del rapporto che i
moderni, – questi moderni, – intrattengono con la grande eredità del
passato (complici e artefici, anche in questo caso, la cultura e la mentalità
umanistiche). E cioè: in quanto la consapevolezza dell’«identità italica» è
cosí forte, ne scaturisce il senso, anch’esso profondamente operante, di
una differenza radicale rispetto a tutti gli altri popoli del mondo, anche
quelli presenti e attivi in quel medesimo tempo (quando se mai sarebbe
sembrato piú logico che i confronti e le situazioni volgessero in direzione
esattamente contraria). Naturalmente non è sottovalutabile neanche il fatto
che presso gli antichi, – greci e latini, – «barbari» potevano esser
considerati e definiti anche semplicemente tutti quelli che non erano né
greci né latini, l’equivalente cioè del moderno «stranieri». Questo però
non basta a cogliere il senso profondo di estraneità e d’inferiorità che
l’uso di tale termine, soprattutto nelle sue riprese italiane moderne,
comportava. C’era qualcosa di piú rispetto al semplice «diverso».
Questa differenza, in realtà, è la ferma, e diffusa, consapevolezza della
superiorità italiana in tutti i campi, culturali e intellettuali, eccettuati,
ahimè, quelli della statualità e delle armi. Superiorità, in che senso? Nel
senso che la civiltà italiana, – cultura, letteratura (opere e lingua), costumi
(il «cortegiano», appunto), arti, vivere civile, e persino, sí, riflessione
politica, – vola a un’altezza che fino a quel momento nessuno fra gli altri
popoli europei era stato capace di raggiungere. Si ri-affaccia, e anzi viene
ampiamente praticata, per definire quei popoli e la loro natura, la
categoria perfettamente classica di «barbarie» («barbaria») e di «barbari».
Persino nei comportamenti di guerra la loro superiorità, che di certo era
risultata recentemente incontestabile, consisteva nel praticare condotte e
perseguire risultati di distruzione e di morte che non avevano avuto eguali,
fino a qualche anno prima, nella storia bellica, tutto sommato meno
sanguinaria e tutto sommato piú accomodante e compromissoria, – in
sostanza piú civile e piú «umana» (appunto), – dell’Italia contemporanea.
Inequivocabile in questo senso, e al tempo stesso di grande efficacia
rappresentativa, questo brano di Guicciardini, che descrive un episodio, ai
confini del Mezzogiorno, della discesa di Carlo VIII in Italia:

Ma i franzesi avendolo battuto con l’artiglierie poche ore [il forte di Monte San
Giovanni], gli dettono, presente il re che vi era venuto da Veroli, con tanta ferocia la
battaglia che, superate tutte le difficoltà, l’espugnorono per forza il dí medesimo:
dove, per il furore loro naturale [il «furore […] naturale»: siamo, come vedremo
meglio piú avanti, nel pieno della caratterizzazione barbarica!] e per indurre con
questo esempio gli altri a non ardire di resistere, commessono grandissima uccisione;
e dopo avervi esercitato ogni altra specie di barbara ferità [di nuovo, per non lasciar
spazio a equivoci] incrudelirono contro agli edifici col fuoco.

Segue la considerazione finale, con la quale l’episodio descritto viene


introdotto, come elemento di drammatica e lacerante novità, nel contesto
storico dell’Italia contemporanea:

Il quale modo di guerreggiare, non usato molti secoli in Italia, empié tutto il regno
di grandissimo terrore, perché nelle vittorie, in qualunque modo acquistate, l’ultimo
[il comportamento estremo] dove soleva procedere la crudeltà de’ vincitori era
spogliare e poi liberare i soldati vinti, saccheggiare le terre prese per forza e fare
prigioni gli abitatori perché pagassino le taglie, perdonando [risparmiando] sempre
alla vita degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardore del
combattere 1.
Il fatto che l’episodio richiamato e descritto da Guicciardini si collochi,
non intenzionalmente ma storicamente (ma i due piani sono di certo fra
loro intrecciati), all’inizio della sua Storia, e della nostra storia,
costituisce un chiaro messaggio per leggere nel modo giusto anche tutto il
resto: i «barbari» cosí si comportano; e l’Italia ne avrebbe fatto le spese
(come tutto il resto della narrazione dimostrerà). Si potrebbe commentare:
al massimo della civiltà dei comportamenti, corrispose evidentemente il
massimo della debolezza (ma anche su questo, ovviamente, torneremo).

Qui c’è un punto da meditare attentamente ai nostri fini. Se quelli che


in qualsiasi caso (senza eccezione alcuna, voglio dire: francesi, tedeschi,
svizzeri o spagnoli), nonostante la loro superiore organizzazione e potenza
istituzionale e militare, agli occhi dei vigili ma anche molto gelosi
interpreti della situazione italiana contemporanea, sono e restano
«barbari», questo significa che gli «italici», nonostante le loro vistose
difettività istituzionali e militari, continuano a sentirsi «superiori» a loro,
in quanto portatori, appunto, di un livello di civiltà che si muove ancora, a
onta di debolezze e di sconfitte, a un livello molto piú alto di quanto gli
altri non fossero mai stati capaci di raggiungere fin allora.

La storia del termine e del concetto è lunga, e costituisce una costante


dell’atteggiamento culturale italiano di tutti i tempi, almeno dal momento
in cui quella che io intendo e chiamo la Rinascita si manifesta (inizi del
XIV secolo). Tuttavia, come ormai spesso ci è capitato di osservare,
compare già in Dante, in un’accezione che conferma eloquentemente
(penso) quanto abbiamo finora sostenuto (e cioè l’inferiorità barbarica di
fronte allo spettacolo delle grandi conquiste e bellezze conseguite già
allora dal genio italiano): «Se i barberi, venendo da tal plaga, | che ciascun
giorno d’Elice si cuopra | rotante col suo figlio ond’ella è vaga [cioè, le
terre piú settentrionali d’Europa: con il che Dante, in base alle sue
cognizioni, dà persino un assetto geografico preciso alla nozione di
“barbarico”], | veggendo Roma e l’ardüa sua opra [cioè, la bellezza della
città eterna], | stupefacensi, quando Laterano | ale cose mortali andò di
sopra [cioè, manifestarono la loro stupefazione, contemplando il palazzo
prima imperiale e poi papale, noto come Laterano] […]» 2. Ma,
naturalmente, l’uso del termine si sistematizza e diventa imprescindibile
quando la cultura umanistica riallaccia i rapporti con il grande passato
greco-latinoe fa propri i suoi fondamentali intendimenti e concetti.

In questo campo non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta, data la


mole senza fine dei luoghi citabili; ma, per restar piú vicini all’ambito del
nostro discorso, ecco alcuni esempi.
Machiavelli, ovviamente: «Tanto che quella virtú che per una lunga
pace si soleva nelle altre provincie spegnere, fu dalla viltà di quelle
[guerre condotte senza energia e senza discernimento] in Italia spenta,
come chiaramente si potrà cognoscere per quello che da noi sarà da il 1434
al 1494 discritto; dove si vedrà come alla fine si aperse di nuovo la via a’
barbari e riposesi la Italia nella servitú di quegli» 3: mirabile ripresa, in
chiave fortemente deprecatoria, degli argomenti finali del Principe. Di
nuovo Guicciardini: «[…] il che potevano essere certi che egli, quanto
potesse, procurerebbe con l’autorità e con la industria, se non per altro
perché in Italia non si augumentasse piú la potenza de’ barbari,
pericolosissima non meno alla sedia apostolica [allo Stato della Chiesa]
che agli altri» 4 (a proposito del tentativo del pontefice Giulio II di non
entrare in guerra con i veneziani, – «potevano essere certi […]», – sulla
base del trattato di Cambrai, stipulato il 10 dicembre 1508: i «barbari», in
questo caso, sono i francesi del re Luigi XII). Ancora Guicciardini, a
proposito dell’incoronazione in Vaticano (appunto) del nuovo pontefice
Leone X: «Fu la prima azione del nuovo pontificato la incoronazione sua,
fatta secondo l’uso degli antecessori nella chiesa di San Giovanni
Laterano, con tanta pompa, cosí dalla famiglia e corte sua come da tutti i
prelati e da molti signori che vi erano concorsi e dal popolo romano, che
ciascuno confessò di non avere mai veduto a Roma, dopo le inondazioni
de’ barbari, dí piú magnifico e piú superbo che questo» 5. Persino
Girolamo Savonarola, nella forma profetica che gli è propria: «Cosí non
saranno ancora e’ Franciosi né gli altri barberi che hanno ad venire, e’
quali non ti voglio nominare al presente, che metteranno sottosopra la
Italia, ma Dio solo sarà quello che farà ogni cosa, e darà e torrà la gloria a
chi parrà a lui […]» (Prediche quadrigesimali dell’anno 1495, ed. 1496-
97). «E’ Franciosi» e «gli altri barberi […]», «metteranno sottosopra la
Italia»! Non c’è che dire: anche il troppo biasimato profeta vedeva, dal suo
punto di vista, lontano 6.

Questa identificazione tra lo straniero e il «barbaro» raggiunge il suo


culmine in Machiavelli, quando chiama i «barbari» antichi, – quelli in un
certo senso piú autentici, – con lo stesso nome con cui definisce di volta in
volta i «barbari» moderni: sicché può accadere che per lui i galli, grandi
avversari di Roma, siano denominabili «francesi» alla pari delle truppe
contemporanee di Luigi XII o Francesco I: «I romani ebbero tre di queste
guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa [nel
391-389 a.C.], la quale fu occupata da quei franciosi che avevano tolto
[…] la Lombardia a’ toscani [anche qui una modernizzazione] e fattone
loro sedia […]» 7. E ancora: «quel regno francioso […]»; «duoi re de’
franciosi»; «la guerra che prima i franciosi fecero a Roma» 8. Ma anche
altrove: per esempio, nel capitolo XXXVI del libro III, che è tutto dedicato
all’argomento: «[…] i franciosi sono nel principio della zuffa piú che
uomini,el successo del combattere riescono poi meno che femine» 9. Si
tratterebbe di una citazione da Tito Livio; la spiegazione è che i
«franciosi» mancavano di «ordine», di cui godevano in misura massima
gli eserciti romani.

Esiste poi un terzo caso, quello degli eserciti italiani contemporanei, i


quali non hanno né «furore» né «ordine». Il giudizio di Machiavelli è
implacabile, e va collocato al centro di tutto il suo discorso: «La terza
qualità di eserciti è dove non è furore naturale né ordine accidentale: come
sono gli eserciti italiani de’ nostri tempi, i quali sono al tutto inutili, e se
non si abbattono a uno esercito che per qualche accidente [evento, caso] si
fugga, mai non vinceranno» 10 (si tratta di una riflessione su quanto era
avvenuto fino a quel momento in Italia, e al tempo stesso quasi di una
premonizione di quel che seguirà negli anni immediatamente successivi).
Insomma: il «furore», questa caratteristica originaria perennemente
ricorrente nell’esercizio delle armi, resta in ogni caso una caratteristica
positiva della buona milizia, ma diventa cattiva se scompagnata
dall’«ordine». Quando questo accade, riemerge e prevale l’elemento
barbarico, come anche Guicciardini, qualche anno piú tardi, osserverà
puntualmente al proposito.

Non appartiene agli obiettivi della nostra ricerca, né cronologicamente


né tematicamente, segnalare quanto questa divisione del mondo in due, da
preservare e difendere, continui a permanere nell’ambito della cultura e,
per certi versi, della politica italiana. La durata è però un segno anche
della sua originaria consistenza e profondità, e perciò non possiamo fare a
meno di segnalarla. Gli esempi, soprattutto letterari, sarebbero infiniti. Ma
forse vale la pena di rilevare che l’apoteosi italiana sopravvive anche alla
catastrofe, e arriva, assumendo forme diverse, fino a giorni molto vicini a
noi. Penso ad esempio al Primato morale e civile degli italiani 11, che è del
1843, di Vincenzo Gioberti, manifestazione estrema di questo senso della
superiorità italiana in tutti i campi e di tutti i tempi. Estremamente
significativo è tuttavia il fatto che Gioberti, avendo abbracciato il dogma
della radice cattolico-romana di tale superiorità 12 (Machiavelli ne sarebbe
stato inorridito), sottopone a critica feroce le posizioni di Arnaldo da
Brescia, di Machiavelli (appunto) e di Paolo Sarpi 13 (lampante conferma
questa, io penso, dell’orientamento che sto cercando d’imprimere a questa
ricerca), diversi fra loro, ma tutti e tre colpevoli (se Gioberti avesse
conosciuto bene Guicciardini lo avrebbe aggiunto a buon diritto alla lista)
di aver ritenuto e sostenuto che la presenza del Papato in Italia sia stata
una delle cause principali della sua decadenza politica e morale.
Ma, tornando a noi, il dato dunque che va colto è che, senza combattere
quella «barbarie», o «ferinità», che dir si voglia, non c’è spazio per la
sopravvivenza degli italiani e per il loro benessere, civile e politico. Il
resto della storia si sviluppa lungo queste coordinate. Si vedrà quanto
questo sia stato possibile.

3.1. Anche la lingua costituisce un problema di civiltà o di barbarie, di


nazionalismo o di localismo.

Non è del tutto certo che il Dialogo [anche Discorso] intorno alla
nostra lingua 14 sia di Machiavelli. Ma la cosa, ai nostri fini, può esser
considerata irrilevante. In via d’ipotesi, se si trattasse di un’opera uscita
dal côté culturale fiorentino del tempoon dalla penna di Niccolò, si
potrebbe anche pensare che tematiche e atteggiamenti machiavelliani
fossero piú diffusi di quanto per altri versi si è inclini a pensare.
Infatti: nell’operetta si possono trovare interessanti riscontri alla
concezione del mondo che abbiamo cercato finora di descrivere, trasferiti
tuttavia al piano linguistico, ovvero, piú esattamente, al tentativo della
costruzione di una comune lingua italiana (che coincide, appunto, – e
questo è un altro tratto significativo del Dialogo, – con la «nostra lingua»).
In questo caso, com’è ovvio, virtú ed eccellenza sono collocate
inequivocabilmente nell’ambito del fiorentino, ossia, per essere piú
precisi, nell’ambito di quella straordinaria esperienza letteraria e
linguistica che era stata di Dante, Petrarca e Boccaccio (ma forse
segnatamente, almeno in questo caso, soprattutto di Petrarca e Boccaccio).
Da una parte, dunque, c’è inequivocabilmente Firenze, e con Firenze la
sua tradizione letteraria; dall’altra c’è l’Italia, ovvero la moltitudine di
«città» e «castella» che si trovano in essa (il luogo, – «città» e «castella»,
– mi pare dantesco, anche se ricorre altre volte in Machiavelli). Quello che
è puramente e semplicemente questa Italia, se assunto nella sua
indeterminatezza linguistica, può essere considerato «barbaro»; allo stesso
modo in cui, su di un piano piú vasto, potevano essere considerati
«barbari» dagli italiani i popoli provenienti dall’al di là delle Alpi. E cioè:
come esiste una «barbaria» straniera, certo piú tangibile e pericolosa, cosí
esiste una «barbarie» interna ai confini nazionali, fatta fondamentalmente
di atteggiamenti linguistici e letterari. Nei confronti della seconda non
bisogna esser meno fermi e rigorosi che nei confronti della prima.
È quello che Dante, da protagonista del «Dialogo», presunto
machiavelliano, dice di alcuni luoghi della sua Commedia, dove ha usato
parole non fiorentine: «Non dissi zanze 15 per non usare un vocabolo
barbaro come quello, ma dissi co 16 e vosco 17, sí perché non sono vocaboli
sí barbari, sí perché in un’opera grande è lecito usare qualche vocabolo
esterno […]» 18.
Compiuta questa distinzione, tuttavia, l’autore del Dialogo non esclude
che si possa parlare di una «lingua comune italiana» (straordinario!), la
quale spiega per quale ragione «in tanta diversità di lingue, noi ci
intendiamo» 19. Purché, come già s’è detto, gli altri parlari italiani si
adattino progressivamente sempre di piú al fiorentino,on viceversa: cosa
che può avvenire soltanto, o piú facilmente, solo se viene riconosciuto
ovunque, e soprattutto all’interno delle corti nobiliari, il primato del
volgare letterario fiorentino.
Conclusione inequivocabile dal nostro punto di vista. Affinché nelle
varie regioni e città d’Italia fosse possibile liberarsi («dimenticare») da
«quella lor naturale barbaria nella quale la patria lingua li sommergeva»,
era necessario prendere atto che:

... non c’è lingua che si possa chiamare o comune d’Italia o curiale [altra puntata
polemica contro il Dante del De vulgari], perché tutte quelle che si potessino
chiamare cosí, hanno il fondamento loro da gli scrittori fiorentini et da la lingua
fiorentina; alla quale in ogni defetto [mancanza o imperfezione], come a vero fonte
et fondamento loro, è necessario che ricorrino; et non volendo essere veri pertinaci
[ostinati nell’errore], hanno a confessarla [riconoscerla] fiorentina 20.

Esiste uno iato incolmabile fra queste tesi e quelle prevalenti


nell’ambito di quel nazionalismo linguistico, – Bembo e altri, – che
pressoché negli stessi anni privilegiava senza nessuna esitazione
l’imitazione e la rigorosa continuazione della grande tradizione letteraria
fiorentina? Sí, non c’è dubbio, se i fiorentineggianti avessero continuato a
sostenere che la viva fonte della lingua restava il parlato, nel senso stretto
del termine. Su questo punto le Prose della volgar lingua non lasciano il
minimo dubbio. Carlo, uno dei protagonisti, fratello di Pietro Bembo, lo
spiega con ammirevole precisione. Certo, esser nato fiorentino porta a
conoscere molto da vicino quella lingua e i suoi vari modi: ma questo non
significa che sia un vantaggio. Anzi: esserlo significa stare a piú diretto
contatto con il parlare popolare, e tale contiguità potrebbe costituire un
limite e una deviazione rispetto «agli altri, che toscani non sono», i quali,
«dai buoni libri la lingua apprendendo, l’apprendono vaga e gentile» 21.
Cioè, in sostanza: i fiorentini conoscono meglio di chiunque altro la loro
lingua genuinamente fiorentina-italiana, ma corrono il rischio,
adoperandola spontaneamente e direttamente, di parlarla piú rozzamente
di coloro che, non fiorentini, l’apprendono dalla lingua letteraria del
passato, enormemente piú elegante e ben formata di quella parlata ancora
ai loro tempi. Insomma: se il problema era quello di sottrarsi alla
«barbarie» linguistica, i secondi avevano piú chances dei primi (senza
tener conto del fatto che i secondi, non fiorentini, o, piú esattamente, piú
italiani che fiorentini, avevano bisogno di un codice già assolutamente ed
elegantemente formato, per sottrarsi piú facilmente a quella che anche lo
pseudo Machiavelli chiama efficacemente la «barbarie» della lingua
patria).
Non c’è dubbio che in questo modo si proceda, come nella realtà è
accaduto, a un’alta letterarizzazione della lingua italiana comune. Però,
sulle grandi questioni,el lungo periodo, non emergono altrettanti, e forse
piú significativi, fattori di convergenza? Ad esempio, lo sforzo, –
gigantesco, a pensarci bene, soprattutto in quelle condizioni, anche dal
punto di vista delle definizioni, – a realizzare una «lingua comune
italiana» (per dirla con il presunto Machiavelli): cosa particolarmente
notevole, se si pensa che, come gli ultimi esempi dimostrano, a tentarlo
furono da un certo momento in poi autori non fiorentini ma piú
genericamente italiani. L’impressione non certo di una coincidenza ma di
una contiguità aumenta se si esamina con attenzione la descrizione del
processo in base al quale la «lingua italica» faticosamente si sarebbe
formata, secondo uno dei principali studiosi, e insieme apologeti, di tale
processo. Sull’originario latino si sarebbero sovrapposti, a ondate
successive, i linguaggi dei «barbari» invasori (testuale), modificandolo e
corrompendolo, sicché «la nostra bella e misera Italia [sempre lei!]»
«cangiò, insieme con la reale maestà dell’aspetto, eziandio la gravità delle
parole, et a favellare cominciò con servile [appunto] voce […]» 22. Su
questo processo storico s’inserisce a un certo punto l’opera straordinaria
dei poeti e degli scrittori delle origini, che, pervenuti a un certo culmine
(Cino, Dante, il Petrarca e il Boccaccio) riuscirono a ottenere che ella «di
servaggio» si liberasse, e tornasse perciò «a intendere e a ragionare
donnescamente [cioè, con la gentilezza e l’eleganza proprie delle
donne]» 23.

Quale altro nome, e quale piú circostanziata definizione, si potrebbero


attribuire a questo processo secolare, se non quelli, appunto, di «lingua
comune italiana»? Non retroflessa sull’originaria e pur sempre persistente
eredità del fiorentino parlato, ma neanche dispersa nell’infinità delle
soluzioni cortigiane possibili (di cui quella romana rappresentava forse la
piú incerta e ambigua): bensí fondata su di una solidissima e straordinaria
esperienza letteraria. Non è irrilevante, ai fini del nostro discorso,
segnalare che i protagonisti di tale processo, – in questo senso,
inequivocabilmente, dallo pseudo Machiavelli al Bembo, – avevano, come
abbiamo già accennato, una precisa e ben motivata consapevolezza che
tale esperienza letteraria e linguistica nel suo complesso, – una vera e
propria tradizione, insomma, – era senza ombra di dubbio la piú alta e
prestigiosa che fosse mai apparsa fin allora in tutte quelle terre che noi
siamo abituati da tempo a chiamare Europa. Le motivazioni a difendere
quella indiscutibile primazia di fronte alla «barbarie» incombente, sia del
passato, come abbiamo visto, sia del presente, non ancora ben definito ma
minaccioso, traevano da ciò un’incredibile forza di diffusione e insieme di
resistenza.
La lotta per liberarsi dalla «barbarie» e dare una voce sua propria, e il
piú possibile unitaria, all’Italia rappresenta dunque una costante
inequivocabile anche della riflessione linguistica, sia sul versante del
fiorentinismo presunto machiavelliano sia, – al di là delle stesse
molteplici differenze, – sul versante del primo nazionalismo letterario
d’impronta bembesca. Si potrebbe anche dire, anticipando, che questa
operazione linguistico-letteraria sarebbe stata l’unica (o quasi)
sopravvissuta alla «grande catastrofe» che in quegli stessi anni andava
maturando: il che la dice lunga sulle caratteristiche della cultura (e della
politica) italiana di tutti i tempi.

1. F. GUICCIARDINI , Storia d’Italia, 3 voll., a cura di S. Seidel Menchi, con il saggio introduttivo
di F. Gilbert, Einaudi, Torino 1971, I, 18; in SEIDEL M ENCHI , I, pp. 122-23 (noi citiamo sempre
dall’ed. della Seidel Menchi: da questo momento SEIDEL M ENCHI ; ma per le altre edizioni
della Storia e per la bibliografia guicciardiniana si veda qui, par. 11.1).
2. DANTE , Commedia, Par., XXXI, vv. 31-36.
3. M ACHIAVELLI , Istorie fiorentine, V, 1; VIVANTI , III, p. 520.
4. GUICCIARDINI , Storia d’Italia, VIII, 1; SEIDEL M ENCHI , II, p. 727.
5. Ibid., XI, 8; SEIDEL M ENCHI , II, p. 1117.
6. Ma naturalmente, anche in questo caso, all’origine di tutto sta la straordinaria canzone all’Italia
di Francesco Petrarca: «[…] che fan qui tante pellegrine spade? | perché ’l verde terreno | del
barbarico sangue si depinga?» (Italia mia, vv. 20-22, c..)
7. M ACHIAVELLI , Discorsi cit., II, 8; VIVANTI , I, pp. 346-47.
8. Ibid., p. 347.
9. Ibid., III, 36; VIVANTI , I, p. 506.
10. Ibid., p. 507.
11. V. GIOBERTI , Del primato morale e civile degli italiani, 3 voll., introduzioneote di G. Balsamo
Crivelli, Utet, Torino 1920.
12. Alcuni esempi, fra i tanti che costellano l’opera: i paragrafi «La religione è il principale
fondamento del primato italiano»; «Il principio cattolico è inseparabile dal genio nazionale
d’Italia»; «La civiltà degli altri popoli deriva dal cattolicismo e dall’Italia» (Ibid., I, pp. 48-50;
50-57; 58-61).
13. Piú in generale, Gioberti si scaglia contro la tradizione ghibellina e quella che lui chiama la
versione filosofica «nominalistica» della cultura italiana di tutti i tempi: «Opinione dei
Ghibellini e dei filosofi «nominali» a questo proposito [che “il principio cattolico è
inseparabile dal genio nazionale d’Italia”] e sua falsità. Del Machiavelli, del Sarpi, di Arnaldo
da Brescia» (Ibid., pp. 51-54). Trovo di enorme interesse, che, agli albori del Risorgimento,
due personaggi come Machiavelli e Sarpi siano inseriti nell’elenco vituperevole dei nemici del
riscatto nazionale. Proiettato sulla storia dell’Umanesimo e del primo Cinquecento, questo
significherebbe rovesciare totalmente i parametri di giudizio che abbiamo adottato.
14. VIVANTI , III, pp. 259-73.
15. DANTE , Commedia, Inf., XIX, v. 45.
16. Ibid., XXI, v. 64.
17. Ibid., Purg., XI, v. 60.
18. VIVANTI , III, p. 268, c..
19. Ibid., p. 262.
20. Ibid., p. 273.
21. BEM BO , Delle prose della volgar lingua, in Opere in volgare cit., p. 297.
22. Ibid., p. 298.
23. Ibid., p. 279.
Capitolo quarto
Il (presunto) miracolo «laurenziano» e la sua (inevitabile) fine

Questa nebulosa di motivi culturali e di fattori etico-politici precipita e


si condensa quando sulla scena irrompe la storia, con la inequivocabile
forza delle sue affermazioni, refrattarie, il piú delle volte, a possibili
smentite. E mai, forse, come nel nostro caso, la vicenda assunse da subito
caratteri inconfondibili e precisione di contorni, anche cronologici. Sto
parlando del periodo che va dalla morte di Lorenzo il Magnifico (8 aprile
1492), o forse, piú esattamente, dalla discesa di Carlo VIII, re di Francia,
in Italia (settembre 1494 - luglio 1495) alla duplice incoronazione di Carlo
V (re d’Italia e imperatore) da parte del pontefice Clemente VII (febbraio
1530). Sono gli anni in cui il Rinascimento raggiunge il suo vertice e
contemporaneamente prende forma e alla fine precipita catastroficamente
la grande crisi italiana. Difficile non ipotizzare, a onta delle apparenze,
che fra i due fenomeni qualche rapporto esista.
Sulla data e le modalità d’inizio di questo colossale processo i due
grandi pensatori politici del tempo, Machiavelli e Guicciardini, – ma forse
anche Ariosto, come abbiamo visto, potrebbe essere chiamato in causa, –
sono di un’identità di vedute impressionante (la differenza fra i due, non
irrilevante, è che Machiavelli chiude la sua opera con tale valutazione, e
Guicciardicini la apre) 1. Essa coinciderebbe, infatti, secondo loro, con la
morte del Magnifico (persino la discesa di Carlo VIII in Italia potrebbe
infatti, in questa luce, esserne considerata solo la prima, nefasta
conseguenza). Machiavelli la descrive con accenti quasi epici di afflizione
e di timore, nella pagina, non a caso conclusiva, delle sue Istorie
fiorentine (l’autore, considerando le date di elaborazione e stesura
dell’opera, sarebbe potuto andare avanti ancora per un paio di decenni:
non è un caso, a mio avviso, che finisca lí, quando finisce la storia, anzi, la
Storia):
Visse [Lorenzo] negli ultimi tempi pieno di affanni causati dalla malattia che lo
teneva maravigliosamente afflitto, perché era da intollerabili doglie di stomaco
oppresso: le quali tanto lo strinsono che di aprile nel 1492 morí, l’anno
quarantaquattro della sua età. Né morí mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in
Italia, con tanta fama di prudenza, né che tanto alla sua patria dolesse. E come dalla
sua morte ne dovesse nascere grandissime rovine ne mostrò il cielo molti
evidentissimi segni, intra i quali, l’altissima sommità del tempio di Santa Reparata fu
da uno fulmine con tanta furia percossa che gran parte di quel pinnacolo rovinò, con
stupore e maraviglia di ciascuno. Dolsonsi adunque della sua morte tutti i suoi
cittadini e tutti i principi di Italia: di che ne ferono manifesti segni, perché non ne
rimase alcuno che a Firenze per suoi oratori il dolore preso di tanto caso non
significasse. Ma se quelli avessero cagione giusta di dolersi, lo dimostrò poco di poi
lo effetto: perché, restata la Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo per
quegli che rimasono né di empiere, né di frenare l’ambizione di Lodovico Sforza,
governatore del duca di Milano. Per la quale, subito morto Lorenzo, cominciorono a
nascere quegli cattivi semi i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi gli
sapesse spegnere, rovinorono e ancora rovinono la Italia 2.

La Storia d’Italia di Francesco Guicciardini, scritta interamente post


res perditas (1536-40), ripete, con accenti ancora piú tragici, esattamente
quello che aveva già scritto Machiavelli (Guicciardini poteva aver letto le
Istorie fiorentine, o da prima, ancora manoscritte, o anche pubblicate in
due diverse edizioni nel 1532):

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e
insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto
maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali
erano allora piú liete e piú felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio
romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò,
già sono piú di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con
meravigliosa virtú e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta
prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale
sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli
anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace
e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi piú montuosi e piú sterili che nelle
pianure e regioni sue piú fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi,
non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata
sommamente dalla magnificenza di molti príncipi, dallo splendore di molte
nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini
prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in
tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di
quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le
nazioni nome e fama chiarissima riteneva 3.

(Si noti, sia pure en passant, che Guicciardini usa, per giustificare la
grandezza del periodo laurenziano, le due categorie piú tipicamente
machiavelliane: «virtú» [«maravigliosa»] e «fortuna»).
Guicciardini, come si vede, accenna con precisione ancora maggiore di
Machiavelli (questo, del resto, è un suo tipico valore), alla «politica
dell’equilibrio», che sarebbe stata il frutto invidiabile e insostituibile di
quella straordinaria avvedutezza e autorevolezza, personale e politica, di
cui il Magnifico era stato e universalmente riconosciuto portatore. Non è
superfluo, nell’ambito del nostro ragionamento, che i due apprezzino in
maniera cosí approfondita e consapevole, – pur facendo la tara alle loro
possibili indulgenze e debolezze di natura filomedicea, – quella che
potrebbe esser considerata, in termini quasi classici, una soluzione che
riduce al massimo i rischi del conflitto e dà spazio soprattutto alle
modalità della ragionevolezza, del confronto e dunque della pace.

Ma ora vorrei attirare l’attenzione su di un punto comune ad ambedue,


e che è assolutamente decisivo per l’impostazione di un discorso
complessivo su questo periodo (e per le conseguenze che se ne possono
ricavare). E cioè la descrizione, anzi, la quasi apologetica sottolineatura
del periodo precedente la scomparsa di Lorenzo come di una mitica «età
dell’oro», pressoché priva d’infelicità e di contraddizioni, non solo a
Firenze, ma in tutta Italia. Machiavelli, inizio del capitolo XXXVI , ultimo
delle Istorie: «Ma i fiorentini, finita la guerra di Serezana, vissono infino
al 1492, che Lorenzo de’ Medici morí, in una felicità grandissima […]» 4;
«Questo suo [di Lorenzo] modo di vivere, questa sua prudenza e fortuna fu
dai principi non solo di Italia, ma longinqui da quella con ammirazione
cognosciuta e stimata […]» 5 (con il che l’ammirazione provata per
Lorenzo veniva attribuita anche ad alcuni dei sovrani europei).
E Guicciardini, con magniloquenza anche maggiore, come abbiamo già
notato, sviluppando il luogo già citato:

Nella quale felicità, acquistata con varie occasioni, la conservavano molte


cagioni: ma trall’altre, di consentimento comune, si attribuiva laude non piccola alla
industria e virtú di Lorenzo de’ Medici, cittadino tanto eminente sopra ’l grado
privato nella città di Firenze, che per consiglio suo si reggevano le cose di quella
republica, potente piú per l’opportunità del sito, per gli ingegni degli uomini e per la
prontezza de’ danari, che per grandezza di dominio. E avendosi egli nuovamente
congiunto con parentado, e ridotto a prestare fede non mediocre a’ consigli suoi
Innocenzo ottavo pontefice romano, era per tutta Italia grande il suo nome, grande
nelle deliberazioni delle cose comuni l’autorità. E conoscendo che alla republica
fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de’ maggiori potentati
ampliasse piú la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d’Italia in modo
bilanciate si mantenessino che piú in una che in un’altra parte non pendessino: il
che, senza la conservazione della pace e senza vegghiare con somma diligenza ogni
accidente benché minimo, succedere non poteva 6.

(Bisogna ammettere che la categoria di «bilanciamento», usata per


descrivere la situazione risultante dall’avvedutissima azione politica di
Lorenzo, appare di una modernità impressionante).
Faccio notare che sia Machiavelli sia Guicciardini pongono
continuamente l’Italia a fungere da soggetto storico del processo che
vanno descrivendo. Rileggiamo con attenzione i brani citati. Machiavelli:
«Né morí mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia, con tanta
fama di prudenza, né che tanto alla sua patria dolesse […]»; «Dolsonsi
adunque della sua morte tutti i suoi cittadini e tutti i principi di Italia
[…]»; Guicciardini: «Le calamità di Italia […]»; «non aveva giammai
sentito Italia tanta prosperità […]»; «era per tutta Italia grande il suo
nome»; ma anche altrove, a proposito di Ferdinando d’Aragona, re di
Napoli, grande «socio» dell’impresa di Lorenzo per l’equilibrio e la pace:
«Desiderava che Italia non si alterasse» 7. A conferma che il punto di
riferimento e di comparazione, sia nel bene sia nel male, resta questa
categoria, difficilmente definibile in termini, diciamo cosí, scientifici, e
pure chiara e precisa, e ben presente, al loro pensiero, alle loro analisi e,
quel che conta di piú, alla loro prospettiva politica e ideale (non a caso,
appunto, la scomparsa di Lorenzo rappresentava ai loro occhi una calamità
non solo per Firenze, ma per tutta Italia).

Se le cose stanno come i due grandi pensatori le descrivono, non si può


non ricavarne un’osservazione di fondo. Si direbbe che essi mitizzano
(non saprei quale altra espressione usare) la storia che sta alle loro spalle
(che in questo caso è il loro piú immediato passato), allo scopo di
descrivere con piú evidenza, e soprattutto con piú pathos, il loro
drammatico presente. Diamo per scontato, come abbiamo già detto, che
nell’apprezzamento totale del modo di agire e, si direbbe, della cultura
politica di Lorenzo il Magnifico, – dalla cui grandezza discende un alone
di rispettabilità e di potenza sull’intero casato dei Medici, – sia possibile
cogliere nei due un omaggio di tipo cortigiano. Questo però non sembra
mettere in discussione la serietà e la fondatezza del loro discorso: la loro
ammirazione si nutre di una base reale, probabilmente molto diffusa
nell’Italia del tempo, anche fuori dei confini fiorentini. Sembra perciò
legittima una domanda: i due grandi pensano davvero che l’Italia
laurenziana sia stata quel modello di pace, benessere, tranquillità e
sicurezza, che balena nelle parole che abbiamo appena letto? A
un’osservazione storica meno coinvolta della loro non potrebbe infatti
sfuggire che la straordinaria Italia laurenziana, con i suoi innegabilmente
strepitosi aspetti positivi, conseguenza naturale del «bilanciamento»
segnalato con grande precisione da Guicciardini, sembrerebbe al tempo
stesso costituire il luogo in cui esattamente si verifica a poco a poco
l’incubazione della grande crisi successiva.
Essa, infatti, contribuisce con il suo modo d’essere a rinsaldare lo
status quo, anzi ne costituisce una rappresentazione operativa perfino
esaltante: i cinque grandi Stati (secondo Machiavelli), che in sostanza la
costituiscono e la rappresentano, – ducato di Milano, Repubblica di
Venezia, Signoria medicea a Firenze, Stato della Chiesa, regno di Napoli,
da sempre consolidati nelle loro reciproche autonomie e conflittualità, – al
tempo stesso circondati e accompagnati di una miriade di piccoli
principati e di minori Signorie (le «castella» machiavelliane), in perpetuo
e rissoso conflitto fra loro, che però non mette in forse, sul momento e
almeno apparentemente, l’«equilibrio» generale. Non è difficile perciò
capire perché e come tutto questo andò cosí rapidamente incontro alla sua
fine. Che a chiamare Carlo VIII in Italia sia stato uno di quei signori che
avrebbero dovuto tutelarne l’ormai oscillante sopravvivenza, e cioè
Ludovico il Moro di Milano, è una riprova della sua strutturale fragilità 8.
Del resto, quando Carlo VIII, accondiscendendo a quella richiesta o
semplicemente approfittandone, scende in Italia nel settembre 1494,
infrangendo il presunto «ordine costituito», trova l’Italia laurenziana
deprivata di Lorenzo, ma con tutte le sue caratteristiche ancora
perfettamente operanti, tutt’al piú esasperate e accentuate da quelle
scomparsa,on incontra nessuna difficoltà a farne un solo boccone 9.
Naturalmente ha poco o nessun senso mettere in luce (ammesso che sia
come noi osserviamo e scriviamo) le eventuali discrepanze che sul piano
storico si potrebbero registrare tra le valutazioni dei due grandi e la realtà
del conflitto storico in quei decenni decisivi. Serve, invece, a cogliere le
enormi difficoltà con cui si misurano anche due pensatori di livello
eccezionale come Machiavelli e Guicciardini quando decidono di non
limitarsi ad analizzare quella realtà ma di tentare di morderla per
cambiarla. Non sono difficoltà con cui hanno fatto i conti soltanto i nostri
due. Si potrebbe in sostanza concludere che, tutte le volte in cui il
pensiero, anche il grande pensiero, «si sbilancia» ad agganciarsi a qualche
aspetto del reale, con l’intento di modificarne il complesso, affronta il
rischio di una spedizione nell’ignoto (il reale è sempre piú complicato del
pensiero). Vedremo piú avanti come in questi frangenti i due grandi
gestiranno analisi, previsioni e forme concrete della lotta.

Per entrare di piú, e subito, nel merito, diciamo che del periodo 1494-
1530, cui abbiamo accennato, teniamo presente per ora il primo
significativo segmento: 1494-1512, che coincide d’altra parte con l’intera
esperienza politico-pratica di Niccolò Machiavelli come funzionario
dell’effimera Repubblica soderiniana (non ce ne sarà un’altra piú tardi, se
non in termini piú episodici e subalterni). Riassumiamone i principali
accadimenti. Come s’è già detto, Carlo VIII giunge senza grandi difficoltà
fino a Napoli e se ne impadronisce. È il primo grande mutamento della
scena politica italiana. A Roma il pontefice Alessandro VI (1492-1503), –
agli inizi del secolo, – è impegnato soprattutto a creare per il figlio Cesare
Borgia, detto il Valentino, un potente dominio nel Centro Italia, – oggetto,
come sappiamo, di un interesse particolare da parte di Machiavelli, – ma
quando viene eletto il suo successore Giulio II (1503-13), dopo un
effimero Pio III, questo tentativo viene totalmente liquidato; mentre
Giulio II, con le sue mire di espansionismo pontificio e le misure anti-
veneziane, allarga ancora di piú le dimensioni e l’irrimediabilità dei
conflitti divisivi e laceranti in Italia.
In questi frangenti i piú possenti fra gli stati stranieri, – in quel
momento, Francia e Spagna, – e le loro armi sempre piú organizzate ed
efficaci, corrono l’Italia alla ricerca di una sempre piú conseguibile, anche
se fra loro sempre piú antagonistica, superiorità. Difficile sintetizzare, ma
si potrebbe dire che la Francia consolida progressivamente sempre di piú,
in questa prima fase, il dominio sul ducato di Milano, la Spagna sul regno
di Napoli (ma non senza alternanze improvvise). Gli svizzeri, comprimari
di eccellenza delle guerre italiane, svolgono la loro possente funzione
militare a sostegno ora dell’uno ora dell’altro dei contendenti. L’effimera
vittoria del grande condottiero francese Gaston de Foix sugli ispano-
pontifici a Ravenna l’11 aprile del 1512 non cambia radicalmente le cose.
Anzi, la pace che ne segue anche in questo caso, sotto gli auspici
prepotenti del papa Giulio II, ridistribuisce i poteri e le Signorie in
maniera da contribuire ancor di piú alla futura instabilità italiana.
A Firenze l’ingresso di Carlo VIII (novembre 1494) aveva provocato,
sia pure indirettamente, la cacciata dei Medici e la restaurazione
dell’antica Repubblica gentilizia e popolare. Machiavelli ne diventò
funzionario il 19 giugno 1498 (prima a capo della seconda cancelleria, poi
anche segretario dei Dieci), e lo restò fino al 7 novembre 1512, quando i
Medici rientrarono in Firenze e si liberarono piuttosto violentemente
(carcere e tortura) di lui.

Due osservazioni, parzialmente fuori contesto. La prima riguarda


Girolamo Savonarola 10. Il prete ribelle, che aveva violentemente attaccato
e condannato i Medici e la Chiesa per le loro immoralità e il temporalismo
dominante nelle gerarchie ecclesiastiche, fu consegnato dalla Repubblica
popolare alla giustizia ecclesiastica, e perí sul rogo in piazza della
Signoria il 23 maggio 1498: appena qualche giorno prima
dell’insediamento di Machiavelli come segretario della seconda
cancelleria. Machiavelli ebbe sempre nei suoi confronti un atteggiamento
di distacco e di critica: sia perché figura esemplare di «profeta
disarmato» 11, sia forse soprattutto perché del tutto estraneo e insensibile al
profetismo apocalittico di quello. Sul Savonarola hanno sempre gravato il
suo oggettivo,aturale, isolamento dalle vicende storico-politiche del suo
tempo e il suo accanito, quasi sovraumano rifiuto di ogni compromesso.
Visto però nel quadro della grande crisi italiana, come sarebbe giusto che
fosse, la sua deprecazione del presente corrotto e decadente, – insomma, la
sua agitata e intensissima condanna dell’Italia laurenziana, soprattutto là
dove essa aveva trovato la sua radice, cioè Firenze e i suoi governanti, –
forse acquisterebbe un maggior peso. La minaccia incombente della
catastrofe accende le sue argomentazioni e le porta al punto limite del non
ritorno (come Machiavelli, forse ingenerosamente, gli obietta). Ovvero:
Savonarola, dal suo punto di vista sommamente non politico, vide prima, e
forse meglio, ciò che gli altri, nonostante la loro immensamente superiore
acribia teoretica e analitica, non videro, o videro solo piú tardi.
Difficile resistere alla tentazione di apologizzare lo spirito profetico del
povero frate, quando si leggono frammenti come questo, tratto da una
delle sue prediche:

Vox dicentis clama. Una voce che dice chiama: O Italia, propter peccata tua
venient tibvi adversa [a causa dei tuoi peccati, sopravverranno per te sciagure]. O
tutte le città d’Italia, egli è venuto il tempo di punire e’ vostri peccati. O Italia, per la
tua lussuria, per la tua avarizia, per la tua superbia, per le tue rapine ed estorsioni
verranno a te di molte avversità, verranno a te di molti flagelli. Vox dicentis clama,
una voce che dice, chiama: O Florentia, propter peccata tua venient tibi adversa. O
Firenze, o Firenze, o Firenze, per li tuoi peccati, per la tua sevizia [crudeltà,
spietatezza], per la tua avarizia [avidità], per la tua lussuria, per la tua ambizione
verranno ancora a te di molte traverse e di molti affanni. Vox dicentis clama. E che
chiama? O chierica, o chierica, chierica [gente di chiesa], propter te orta est haec
tempestas: o chierica, che sei la principale cagione di questi mali, per il tuo mal fare
viene questa tempesta; per li tuoi peccati sono apparecchiate di molte tribulazioni:
guai, guai, dico a chi arà chierica in capo! 12.
«La principale cagione di questi mali»! L’eloquio serrato e
appassionato del frate scava nella bolgia italiana fino a scoprire le
responsabilità maggiori e piú tremende; quelle della Chiesa. Ma l’elenco è
completo, e in testa c’è l’Italia, come, verrebbe la voglia di dire, avrebbero
detto e scritto anche i grandi pensatori politici suoi contemporanei, da lui
tuttavia cosí fortemente dissenzienti.
Seconda osservazione: i Medici. I grandi signori di Firenze, –
identificabili un tempo soprattutto nelle figure di Cosimo e Lorenzo, –
dopo la loro espulsione nel 1494, dovuta anche ai limiti dei loro degeneri
discendenti, continuano a rivestire tuttavia un posto di assoluto rilievo in
questo non lungo segmento della storia d’Italia, occupando il ruolo piú
rilevante nel governo della Chiesa, oltre che quello di signori
incontestabilmente dominanti a Firenze. Infatti, il cardinale Giovanni de’
Medici, figlio di Lorenzo, diventa pontefice nel marzo 1513 (dopo la
morte di Giulio II) con il nome di Leone X (1513-21); mentre il cardinale
Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano fratello di Lorenzo, ucciso durante la
congiura dei Pazzi, diventa pontefice nel 1523 con il nome di Clemente
VII (1523-34). Le vicende di Firenze s’intrecciano dunque sempre di piú
con le vicende dello Stato della Chiesa, cosí come quelle personali dei
grandi fiorentini dell’epoca: Guicciardini fu altissimo funzionario del
governo di Clemente VII; e Machiavelli, dopo la sua originaria disgrazia,
non avrebbe disdegnato di diventarlo, accettando magari ben volentieri di
occupare una posizione molto piú subalterna, purché in qualche modo
attiva e operante. Questo introduce nelle vicende italiane del tempo un
ulteriore elemento di ambiguità: vedremo che anche il Machiavelli è
costretto a volgersi da quella parte, se vuole che il suo progetto, o almeno
quel che ne resta, abbia un minimo di gambe sulle quali camminare.

1. Su questo parallelo, e su questa coincidenza, insiste molto J.-J. Marchand, Lorenzo da


Machiavelli a Guicciardini: la saldatura/frattura tra «Istorie fiorentine» e «Storia d’Italia», in
Studi machiavelliani cit., pp. 397-413.
2. M ACHIAVELLI , Istorie fiorentine, VIII, 36; VIVANTI , III, p. 732. Le Istorie furono scritte da
Machiavelli fra il 1520 e il 1525, quindi in un periodo molto avanzato della sua e della nostra
storia; e dedicate al papa Clemente VII, ragguardevolissimo esponente della casata dei Medici,
il che spiega alcune tonalità dominanti soprattutto nell’ultima parte dell’opera.
3. GUICCIARDINI , Storia d’Italia, I, 1; SEIDEL M ENCHI , I, pp. 5-6.
4. M ACHIAVELLI , Istorie fiorentine, VIII, 36; VIVANTI , III, p. 730.
5. Ibid., p. 731.
6. GUICCIARDINI , Storia d’Italia, I, 1; SEIDEL M ENCHI , I, pp. 6-7.
7. Ibid., p. 7.
8. Si narra che Ludovico il Moro, appena due anni dopo la malaugurata scelta, ammettesse la
gravità dell’errore commesso, parlandone con l’oratore veneto Francesco Foscari: «Confesso,
ho fatto gran male all’Italia, ma l’ho fatto per conservarmi il loco [il posto, il ruolo] in cui mi
trovo. L’ho fatto malvolentieri […]». Aggiungeva però, a discolpa dell’accaduto: «Voi mi
parlate di questa Italia e io non la vidi mai in viso». Straordinaria affermazione! Di quanti
potentati e principi (di tutti i tempi) si potrebbe dire che si sono comportati come si sono
comportati, per non «aver mai visto in viso l’Italia»? (ricavo queste notizie da G. SOLDI

RONDININI , Ludovico il Moro nella storiografia coeva, in Milano nell’età di Ludovico il


Moro. Atti del Convegno Internazionale, 28 febbraio - 4 marzo 1983, Archivio Storico
Civico e Biblioteca Trivulziana, Comune di Milano 1983).
9. Scrive Machiavelli, con un’espressione destinata a diventare leggendaria, che «a Carlo re di
Francia fu lecito pigliare l’Italia col gesso» (il gesso, di cui si servivano gli incaricati degli
eserciti occupanti per segnare gli alloggiamenti destinati a ospitare le truppe) (Il Principe, XII ;

INGLESE , p. 86).
10. Sui lineamenti generali e sulla documentazione biografica resta sostanzialmente valido R.

RIDOLFI , Vita di Girolamo Savonarola, 2 voll., Angelo Belardetti editore, Roma 1952.
11. M ACHIAVELLI , Il Principe, VI : «[…] di qui nacque che tutti e’ profeti armati vinsono e e’
disarmati ruinorno»; «come ne’ nostri tempi intervenne a fra Ieronimo Savonerola, il quale
ruinò ne’ sua ordini nuovi come [non appena] la moltitudine cominciò a non credergli […]»
(INGLESE , pp. 38-39).
12. Dalle Prediche sopra Aggeo (Aggeo fu profeta di minore importanza, e assolutamente poco
noto: Savonarola scelse lui come occasione della sua violenta rampogna al mondo
contemporaneo, probabilmente perché la sua predica aveva di mira il comportamento
insensato e colpevole del suo popolo: «Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete
mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a imbriarvi; vi siete vestiti,
ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato»)
(La sacra Bibbia, Conferenza episcopale italiana, 1989, pp. 952-53). Cfr. RIDOLFI , Vita di
Girolamo Savonarola cit., I, pp. 121-22.
Capitolo quinto
Genesi del progetto. L’uomo, il politico, il teorico. La sconfitta e il
problematico riscatto

Quando Machiavelli elabora il progetto del Principe, e comincia ad


attendere alla sua stesura, ha quarantatre anni, contro la sua volontà (piú o
meno) si ritrova recluso nell’esilio campestre dell’Albergaccio (una sua
modesta proprietà agricola, di origine famigliare) in Sant’Andrea in
Percussina, vicino a San Casciano in Val di Pesa, a sua volta non lontano
da Firenze; e attinge riflessioni ed emozioni (non potrebbe fare altrimenti)
dal fondo della sua esistenza e del suo pensiero, per tentare di dare un
senso alla sua traumatizzante vicenda 1. Dal posto di rilevante
responsabilità occupato nel governo della Repubblica fiorentina all’esilio
e all’umiliazione, da ogni punto di vista, di una totale decadenza pubblica
e civile.
Insomma, non è possibile non vedere,on sentire, che in questo momento
Niccolò è uno sconfitto. Non esiste un nesso fra questa sciagurata
condizione e la specifica qualità delle sue analisi storiche e delle sue alte,
anzi altissime, teorizzazioni politiche? Io penso esattamente il contrario.
Solo dal fondo dell’abisso il cosiddetto «Segretario» è spinto, per un
umanissimo bisogno di sopravvivenza, a rialzare la testa, a riemergere e a
guardare dall’alto il mondo circostante. Solo gli sconfitti possono vedere
piú chiaramente come sono andate le cose, e di conseguenza come
sarebbero potute andare… e ancora di conseguenza come potrebbero, –
ancora!, – andare.
È come quando lui scrive (lo vedremo piú avanti) che per capire e
valutare le azioni dei grandi bisogna stare in basso, e da lí guardare verso
l’alto. La ingiusta «mediocrità» personale, – in senso ovviamente sociale e
civile, – e la pulsione della sconfitta si alleano in lui per consentirgli di
vedere là dove i potenti e i vincitori non sarebbero mai arrivati da soli (è
sempre cosí che accade? La domanda non è priva di senso, ma è meglio
lasciarla qui inascoltata).
Se l’ipotesi da noi formulata non sembrasse corrispondere a progetto e
tonalità dichiarati del Principe, direi che è Machiavelli stesso a metterci
con chiarezza su questa strada. Gli elementi basilari di questa
predisposizione e del processo che ne consegue sono infatti quasi tutti
presenti nella lettera all’amico Francesco Vettori del 10 dicembre 1513,
uno dei documenti letterari (letterari, ripeto, oltre che ovviamente politici)
piú alti della nostra storia 2. Non è indifferente, ai fini del nostro discorso,
la drammatizzazione che della sua stessa situazione Machiavelli ci
rappresenta, con sobrietà e al tempo stesso intensità senza pari. C’è da una
parte l’universo della reclusione, che Machiavelli descrive con tratti fermi
e senza indulgenza: «Io mi sto in villa, e poi che seguirno quelli miei
ultimi casi, non sono stato, ad accozarli tutti, 20 dí a Firenze. Ho infine qui
uccellato a’ tordi di mia mano […]» («Quelli miei ultimi casi»! Non
potrebbe dire con discrezione maggiore, e al tempo stesso con piú forza,
l’ingiusta sventura che gli è piombata addosso e da cui subisce
emarginazione e inattività). «Transferiscomi poi in su la strada
nell’osteria, parlo con quelli che passano, dimando delle nuove de’ paesi
loro, intendo varie cose,oto varii gusti e diverse fantasie d’uomini […]»;
«Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: quivi è l’oste, per l’ordinario, un
beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io mi ingaglioffo per tutto
dí giuocando a cricca, a triche-tach, e poi dove nascono mille contese e
infiniti dispetti di parole iniuriose […]». Poi, confondendo mirabilmente
le sue passioni intellettuali di una volta con le occupazioni alienanti ma
indispensabili del presente: «Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte,
e di quivi in un mio uccellare [postazione per catturare gli uccelli]. Ho un
libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo,
Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori,
ricordomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero».
E, dall’altra, c’è l’universo della solitudine, della concentrazione
intellettuale e, – non penso che il termine sia esagerato, – dell’esaltazione
cerebrale e fisica e partecipativa di tutte le fibre piú profonde e vibranti
del suo essere: «Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio
scrittoio; et in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango
e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente
entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto
amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui
per lui […]».

Per quanto l’abisso esistenziale fra i due universi sia apparentemente


profondissimo, la mia tesi è che fra il Machiavelli giocatore di triche-tach,
capace di scambiarsi «parole iniuriose» con l’oste, il beccaio, il mugnaio
eccetera, e il Machiavelli che si riveste di «panni reali e curiali», entra
nelle «antique corti» e ragiona «condecentemente» con gli «antiqui
uomini», esista un rapporto altrettanto profondo. «La cognizione delle
azioni delli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle
cose moderne e una continua lezione delle antiche», che sta alla base
dell’invenzione e della scrittura del Principe 3, trova il suo fondamento in
una frequentazione allargata, anzi illimitata, del pianeta umano, la quale,
in altri casi tutt’altro che irrilevanti, si era manifestata e si manifesterà in
lui anche sotto forma di prepotente pulsione amorosa, anzi sessuale 4.
Quando Machiavelli descrive i suoi incontri con gli sconosciuti che
passano sulla soglia dell’osteria, dai quali si fa raccontare le «nuove de’
paesi loro»; oppure quando, dopo essersi sommariamente rifocillato, gioca
con i suoi umili e popolarissimi compagni di scena, scambiandosi «mille
contese» e tante «parole iniuriose», non avvertiamo forse la medesima
energia, profonda, organica, strutturale, che, salendo per li rami, attraverso
dispute e riflessioni di ogni tipo, arriva fino alle sue teorizzazioni piú alte
intorno ai diversi modi d’essere e di comportarsi dell’umano? Se i due
livelli fossero scissi o troppo lontani fra loro, non registreremmo in quello
che ci appare piú alto la persistenza di quella poderosa vitalità che tutto lo
pervade, fin dalle sue fasi originarie, piú basse ed elementari. Ci
troveremmo invece di fronte a una figura pallida ed esangue, – un puro
pensatore, come ce ne sono stati tanti nella storia, – la piú lontana da
quella piú autentica di Machiavelli, il quale sprizza energia da tutti i pori,
e a tutti i livelli. È anche questo un segno della profonda vitalità di quella
fenomenologia del pensiero, che siamo soliti denominare Umanesimo-
Rinascimento italiano? Sí, lo è: concepire questa fase della italica
supremazia artistico-intellettuale in Europa come il frutto di una mera
operazione culturale, significherebbe non capirne le dinamiche piú
profonde (dal Principe di Machiavelli alla cupola del Brunelleschi a
Firenze, dalla trionfale energia di Michelangelo all’Orlando furioso di
Ludovico Ariosto), e ridurre tutto a una pura dimensione mentale. La
cultura, la teoria politica, l’arte sono diverse, perché è diverso l’Uomo che
le produce.

Questa impressione di una totalità che si dispiega senza limiti può esser
colta, nella vitael pensiero di Machiavelli, anche in base ad altri elementi.
Ad esempio. Se le date non c’ingannano, Machiavelli ha «pensato» e
scritto Il Principe nel tempo prodigiosamente breve di poco meno di un
anno: tra la defenestrazione dagli incarichi pubblici del novembre 1512 e
il dicembre del 1513, quando ne parla come di un impegno già molto
avanzato nella famosa lettera a Vettori. Secondo alcuni, in un periodo di
tempo ancora piú ristretto 5. Certo, nulla impedisce di pensare che i nuclei
fondamentali di elaborazione dell’operetta fossero stati pensati, e magari
affrontati, anche prima, tanto piú che, come è stato giustamente notato,
esiste un nesso inscindibile fra Il Principe e i Discorsi sopra la prima
Deca di Tito Livio, la cui composizione va anch’essa collocata piú o meno
in quegli anni, a partire dal 1513 e, con intensità maggiore, fra il 1516 e il
1517 6. In una lettera di Vettori a Machiavelli di qualche settimana piú
tardi di quella già citata (18 gennaio 1514) 7, c’è la testimonianza molto
precisa dello stato di avanzamento dei lavori, quando Il Principe
sembrerebbe non ancora concluso: «Ho visto e capitoli dell’opera vostra, e
mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto, non voglio fare judicio
resoluto» 8. Ma tutto lascia pensare che l’impresa di lí a poco sarebbe stata
compiuta se già non lo era; sí che risulta insostenibile qualsiasi ipotesi di
slittamento piú in avanti della continuazione e conclusione dell’opera.

Ne risultano confermate, penso, anche alcune delle nostre ipotesi di


fondo. Il 1512 segna in maniera decisiva la conclusione della prima fase
della nostra storia: quella in cui il recupero della libertà repubblicana a
Firenze aveva consentito che si pensasse a un ruolo piú attivo e piú
positivo della grande città comunale nel contesto italiano complessivo, e
qualcosa del genere pure in pratica era stato tentato, non senza la
partecipazione attiva del fedelissimo, anzi instancabile Niccolò.
Contemporaneamente esso rappresenta per Machiavelli la conclusione,
pressoché definitiva, nonostante tutti gli sforzi, della fase di vita politica
attiva, compiutamente «segretariale». Se si mettono insieme queste due
cose, si capisce meglio la scelta che Machiavelli compie in quegli anni,
anzi in quei mesi decisivi. Poiché non ce ne sono piú di strumenti politico-
pratici, si tratta d’intervenire con altri mezzi nella sempre piú periclitante
situazione italiana. Poiché l’azione non è piú possibile, Machiavelli passa
alla parola (è una strada che molti altri illustri italiani hanno imboccato
nel tempo in condizioni non dissimili). Anche questo fine è pratico,
immediato, se guardato da breve distanza; ma per definirlo e raggiungerlo
come si deve, occorre nutrirlo di un ragionamento superiore. La seconda
parte storica del nostro tentativo di ricostruzione, – 1513-30, – si apre nel
segno di un rinnovato ma profondamente diverso impegno machiavelliano.

5.1. La dedica. Obiettivi (espliciti e/o mascherati) dell’opera.

Secondo una consuetudine pressoché universale, Machiavelli dedica la


sua operetta a un potente del tempo, nel suo caso, ovviamente, un
esponente di altissimo livello della casa dei Medici: Lorenzo, figlio di
Piero, figlio di Lorenzo il Magnifico, divenuto capitano generale della
città dopo la caduta della Repubblica soderiniana, poi dall’ottobre 1516
duca d’Urbino (poiché «l’indirizzo della Dedica […] ignora questo
titolo» 9, questa dovrebbe essere un’altra prova che l’intera opera sia
anteriore a tale data): NICOLAUS MACLAVELLUS MAGNIFICO LAURENTIO
MEDICI SALUTEM 10. Ovviamente, attribuire a Lorenzo di Piero (allora
appena ventenne, era nato nel 1492) lo stesso mirabolante appellativo di
suo nonno, – il grande e autentico Lorenzo, – doveva apparire da parte di
Machiavelli un atto di omaggio fuori del comune (quello che lui, ai propri
fini, desiderava in quel momento che apparisse per i motivi già piú volte
richiamati). In precedenza, come abbiamo osservato, l’operetta nelle
intenzioni di Machiavelli avrebbe dovuto esser dedicata a Giuliano,
fratello di quel Giovanni, il vero capo della fazione Medici a Firenze, il
quale sarebbe diventato subito dopo (1513) papa col nome di Leone X: ma
evidentemente Lorenzo fu considerato un destinatario piú importante e
affidabile di Giuliano.
La dedica non presenta se non accenni molto indiretti ai temi
dell’opera. Machiavelli dichiara di aver voluto presentare «alla vostra
Magnificenzia» quel che di piú di suo e di piú pregevole aveva concepito
ed elaborato negli anni precedenti. E cioè, come abbiamo già ricordato, «la
cognizione delle azioni delli uomini grandi […]»; rilievo non da poco,
perché significa che, se si vuole imparare qualcosa dalla storia, bisogna
guardare dal basso verso l’alto (concetto che, come abbiamo già detto,
ricorre continuamente), là dove agiscono i protagonisti piú eccelsi, quelli
dalle cui azioni e dai cui pensieri ricade sui contemporanei e sui posteri,
nei casi piú notevoli e apprezzabili, un patrimonio di esempi positivi e
imitabili…
«Cognizione» a sua volta «imparata da me con una lunga esperienza
delle cose moderne e una continua lezione delle antiche […]»: che sono,
da sempre e per sempre, le due irrinunciabili scaturigini del grande
pensiero e della grande teoria politica moderna, l’esperienza diretta, anche
pratica, anche fattuale, del mondo contemporaneo e la conoscenza di
quello antico, piú esattamente, come dice Machiavelli, la «lezione» che ci
discende dall’operato e dalla riflessione degli antichi (non c’è alcun
dubbio: Il Principe e i Discorsi si presentano nell’esperienza di
Machiavelli a riscontro, come le due facce della stessa medaglia; e, al
tempo stesso, nella «lezione» machiavelliana è presentissima la grande
esperienza dell’Umanesimo, che si traduce in lui in una considerazione
vivente e persino partecipe dell’intera storia umana).
Dopo aver sobriamente accennato alle spoglie ed essenziali
caratteristiche dell’opera («la quale opera io non ho ornata né ripiena di
clausule ample o di parole ampulluse e magnifiche o di qualunque altro
lenocinio e ornamento estrinseco»), allo scopo di restare a quanto nella
sostanza «materia» e «gravità del subietto» la rendono semplicemente
considerabile e stimabile. Machiavelli in questo modo enuncia il principio
generale, anch’esso di carattere fondativo, secondo cui la teoria politica
non può essere patrimonio esclusivo dei principi, ai quali spetta il compito
di governare e, se necessario, combattere, ma anche dei «popolari», quelli
che, in assenza di potere personale, possono meglio giudicare quello
altrui:
Né voglio sia imputata prosunzione se uno uomo di basso e infimo stato ardisce
discorrere e regolare e’ governi de’ principi; perché cosí come coloro che disegnano
e’ paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi
alti, e per considerare quella de’ luoghi bassi, si pongono alto sopr’a’ monti,
similmente a conoscere bene la natura de’ populi bisogna essere principe e a
conoscere bene quella de’ principi conviene essere populare 11.

Affermazione anch’essa divenuta giustamente leggendaria, che fonda


un’altra delle regole irrinunciabili, basilari, della teoria politica moderna.
La teoria politica moderna è sempre frutto di uno sguardo che dal basso si
volge verso l’alto. La pratica politica, invece, checché se ne pensi, scende
sempre, quando è autentica, dall’alto verso il basso: non esiste un solo
caso che testimoni la via opposta. Ma l’affermazione potrebbe esser
considerata anche un’orgogliosa confessione autobiografica (perfino nel
momento in cui Niccolò si rivolge a un vero Principe).

L’ultimo capoverso della dedica assume un andamento piú


esplicitamente cortigiano. Machiavelli esprime l’auspicio che Lorenzo
pervenga a quel livello di grandezza «che la fortuna e l’altre sua qualità le
promettono». Affermazione anche questa, nonostante le apparenze,
importante. Vuol dire, evidentemente, che Lorenzo non è giunto ancora
all’apice della sua grandezza. Per arrivarci, deve fare in modo che le
qualità che in quel momento lo caratterizzano, la «fortuna» e la «virtú»
(«l’altre sua qualità»), – in sostanza: i termini imprescindibili del successo
politico con i quali si misura ogni governante, come Machiavelli stesso
tornerà a teorizzare con maggiore ampiezza e chiarezza nel capitolo XXV
dell’opera, – si esprimano al massimo, traducano in atto quello che in quel
momento è ancora in potenza (questo non sarebbe poi mai avvenuto, ma
Machiavelli in quel momento non poteva saperlo: poteva solo sperare che
avvenisse il contrario).
L’ultimissima frase della dedica applica al suo proprio caso personale
(al tempo stesso rovesciandola) la prospettiva del potere che solo poche
righe prima lo stesso Machiavelli aveva tracciato. Se per disegnare «e’
paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’
luoghi alti», solo chi sta in alto può sostenereel caso risollevare chi sta
miserabilmente, molto miserabilmente in basso: «E se vostra
Magnificenzia da lo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi
in questi luoghi bassi […]». Se farà questo, come l’invio dell’operetta
dovrebbe suggerire e favorire, allora si renderà conto di quanto ingiusta e
avvilente sia l’attuale condizione del suo umile corrispondente, di quanto
sia insopportabile la «grande e continua malignità di fortuna» di cui,
incolpevolmente, soffre (di nuovo, anche nei casi personali dell’autore, la
pulsione di questa possente e ineliminabile forza della storia umana), e di
come sarebbe giusto e onorevole restituirlo a una qualsiasi delle funzioni
pratiche, da cui è stato spietatamente divelto. Niente di piúiente di meno
di quanto ha già dichiarato all’amico Vettori nella lettera del 10 dicembre
1513:

El darlo [il libretto] mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e


lungo tempo non posso star cosí che io non diventi per povertà contennendo,
appresso al desiderio arei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se
dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso 12.

Piuttosto che marcire nell’inattività, il «repubblicano», il «popolare»


Machiavelli non può fare a meno di aspirare a servire i Medici, vecchiuovi
signori, nelle loro diverse vesti politiche e istituzionali, padroni di
Firenze, cardinali e pontefici. È l’aspetto di Niccolò che ha provocato (e
provoca) in molti maggiore distacco. Ma, collocato in quell’orbita storica,
rappresenta per lui l’unica prospettiva che gli consenta fino all’ultimo di
perseguire i suoi obiettivi di sempre (il fatto che questo, in sostanza, non
avrebbe cambiato nulla, non mette in discussione, io credo, la genuinità
del tentativo che lui compie per «risalire» a ogni costo).
Non a caso (per allargare a questo punto l’orizzonte) l’unico
riferimento esplicitamente cortigiano che è dato ritrovare nel testo del
Principe (se si esclude il capitolo XXVI , che richiede un discorso a parte)
riguarda, esattamente come nella Dedica, un esponente, un grande
esponente, della Casa Medici, e cioè Leone X, divenuto pontefice (11
marzo 1513) solo pochissimo tempo prima dell’inizio della stesura del
Principe (il che accentua ancora di piú, mi pare, la tonalità d’intervento
immediato e urgente che Machiavelli attribuisce alla propria operetta).
Commenta Inglese: «In tale forma, di mera aspettazione, l’encomio non
può essere stato né scritto né mandato in giro troppo tempo dopo
l’elezione di Leone X» 13. Ma, io penso, non prima dell’inizio del 1514.
La cosa è tanto piú significativa in quanto conclude, in maniera piú
propositiva che logica, il capitolo XI del Principe, De principatibus
ecclesiasticis 14, dedicato sostanzialmente, dopo una breve introduzione sui
caratteri in generale di quel tipo di principato, al comportamento degli
ultimi pontefici (in ordine di tempo), nel loro stretto e quasi esclusivo
rapporto con la situazione italiana del tempo, e cioè Alessandro VI Borgia
(1492-1503) e Giulio II della Rovere (1503-13) (Machiavelli non fa alcun
cenno del breve e insignificante pontificato di Pio III, ed evidentemente
non può parlare ancora di quello di Leone X). Alessandro e Giulio
consegnano al loro successore Leone un dominio della Chiesa
sostanzialmente rafforzato. Per cui (conclusione del capitolo): «Ha trovato
adunque la santità di papa Leone questo pontificato potentissimo: il quale
si spera, se quegli [Alessandro e Giulio] lo feciono grande con le arme,
questo con la bontà e infinite altre sua virtú lo farà grandissimo e
venerando». Non si capisce veramente come il rafforzamento dei pontefici
potesse giovare all’instaurazione del «principe nuovo», cui l’operetta tutta
è, come abbiamo detto piú volte, dedicata. A meno che Machiavelli, come
forse si può dedurre dalle sue affermazioni se le prendiamo alla lettera,
non suggerisca al nuovo pontefice di abbandonare la strada
indiscutibilmente guerriera dei suoi predecessori per abbracciarne una piú
confacente a natura e finalità dell’alta carica recentemente occupata: «Con
la bontà e infinite altre sua virtú lo farà [il pontificato] grandissimo e
venerando»: «grandissimo e venerando», non piú guerriero e temibile. Si
direbbe quasi un augurio che il pontefice, quel pontefice, faccia finalmente
il mestiere che gli compete. Cosa anche questa, però, altamente
improbabile, dati i precedenti dinasticiobiliari del personaggio in
questione.

1. Per quanto riguarda i dati biografici e storico-politici del periodo sono ancora utili (con
qualche prudenza) due ricchissime opere d’impronta marcatamente positivistica: P. VILLARI ,
Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, illustrati con nuovi documenti, 3 voll., Hoepli, Milano
1895 2; e O. TOM M ASINI , La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col
machiavellismo. Storia ed esame critico, 2 voll., Loescher, Roma 1911 2 (recentemente
ristampata dall’Istituto italiano per gli Studi Storici di Napoli, il Mulino, Bologna 1994-2003).
2. VIVANTI , II, pp. 294-97.
3. Si veda piú avanti, particolarmente alle pp. 51-54.
4. Si veda piú avanti, particolarmente alle pp. 134-36.
5. «In questi mesi, dal luglio al dicembre, vien fuori il trattato De principatibus, il nostro
Principe» (F. CHABOD , introduzione al Principe: è del 1924; ripubblicata nel 1961 da Einaudi,
insieme con il testo machiavelliano; si può leggere ora in INGLESE , pp. 195-221; citato in Ibid.
a p. 205). La tesi secondo cui De principatibus sarebbe stato scritto in momenti diversi e in
tempi piú lunghi è stata sostenuta piú volte da M . M ARTELLI : ad esempio, nel corposo e
peraltro molto interessante saggio Firenze, in Letteratura italiana. Storia e geografia, II. L’età
moderna, diretta da A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1988, I, particolarmente alle pp. 132-33
(con bibliografia relativa). L’ipotesi opposta mi sembra molto piú documentata e, a rileggere il
testo di Machiavelli, molto piú persuasiva.
6. «[…] lo sviluppo meno intelligente, tutto sommato, della riflessione su Machiavelli è stato
quello che ha voluto salvare il gran libro repubblicano [i Discorsi] contrapponendolo al
Principe, laddove l’opuscolo è, a ben guardare, un “capitolo” esaltato e drammatico del gran
libro […]. Certamente diversa, nell’unaell’altra opera, è l’intonazione al momento operativo,
nel senso stretto del termine: Il Principe è un breviario per l’azione, hic et nunc; i Discorsi
sono il patrimonio di una vita (“quanto io so e quanto io ho imparato”), lasciato in eredità ai
“giovani che questi […] scritti leggeranno”» (INGLESE , introduzione, p. VIII ).
7. VIVANTI , II, pp. 305-8.
8. Ibid., p. 308. Vettori ne parla anche altrove: «Voi mi scrivete, et ancora Filippo [Casavecchia]
me l’ha detto, che avete composta certa opera di stati. Se voi me la manderete, l’arò cara; e
ancora che non sia drento [non ne sappia molto], iudico che sia conveniente iudichi la cosa
vostra; non di meno, in quello mancarà la sufficienza et il iudicio, suplirrà l’amore e la fede: e
quando l’arò vista dirò mia oppenione del presentarla al magnifico Juliano, o no, secondo mi
parrà» (da Roma, 24 dicembre 1513; Ibid., pp. 300-3). Colpisce nelle parole del Vettori, amico
di Machiavelli, ma anche fedelissimo servitore di Casa Medici, un certo qual tono di prudente
paternalismo. Il «magnifico Juliano» è Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico,
duca di Nemours, primo ipotetico destinatario dell’operetta. Lo stesso Niccolò vi faceva
riferimento nella sua lettera del 10 dicembre: «El non lo dare mi faceva dubitare che da
Giuliano e’ non fussi, non ch’altro, letto […]» (Ibid., p. 296).
9. INGLESE , p. 3, nota 1.
10. INGLESE , pp. 3-6.
11. «Populare: “uomo del popolo” (non, qui, nel senso tecnico che oppone popolo a grandi)»
(INGLESE , p. 6, nota 35).
12. VIVANTI , II, p. 297.
13. INGLESE , XI (De principatibus ecclesiasticis), p. 83, nota 51.
14. Ibid., pp. 78-83.
Capitolo sesto
Il testo. Molteplicità degli obiettivi. Pluralità delle forme

Anche il testo dell’operetta è preceduto da una dedica, piú


circostanziata e meno formale di quella precedente: NICOLAI MACLAVELLI
DE PRINCIPATIBUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM MEDICEM. Ci serve
soprattutto a far emergere il vero titolo dell’opera: De principatibus;
ossia, intorno alle varie forme, storie, esperienze, modalità, di quella
struttura statuale, che, in ogni tempo e paese, ubbidisce al comando di uno
solo. Il fatto che nella tradizione testuale la figura di questo uomo solo al
comando, – il «principe», – abbia prevalso su quella piú fedele e
complessa testimoniata dal titolo originario, non dovrebbe farcene
dimenticare mai il piú autentico significato e richiamo.

Il libro è ispirato a un tema, anzi a un bisogno fondamentale: come si


può, come e perché si deve fondare il «nuovo Stato». Questo tema lega
tutto: dalla dedica (persino) alle singole analisi, dagli eroi prescelti a
rappresentare come campioni il fine da raggiungere ai diversi casi
considerati, fino alla inevitabile, logica conclusione del capitolo XXVI ,
tutt’altro che staccato da tutto il resto, anzi chiave di volta dell’intero
sistema. Anche in questo senso Il Principe e i Discorsi perfettamente si
corrispondono: anche i Discorsi, infatti, prendono spunto, sul piano
storico, dallo stesso tema, quello della fondazione di uno Stato, sia pure di
un singolo caso, che però lí è quello, eccezionalissimo e fuori del comune,
di Roma.
In ambedue i casi risulta evidente anche l’altro dato fondamentale del
sistema: a fondare il «nuovo Stato» necessita sempre, – almeno a
giudicare dalle esemplificazioni presentate, – il Genio individuale di uno
solo, il «principe nuovo», soprattutto quando le condizioni particolarmente
catastrofiche della situazione politica circostante non lasciano altra scelta.
Ma, d’altra parte, se non ci fosse intorno una situazione particolarmente
catastrofica, che bisogno ci sarebbe di un «principe nuovo» in grado di
fondare un «nuovo Stato»? Ricordiamolo: non a caso, il problema si pone
in Italia in maniera urgente, anzi drammatica, dopo la rottura violenta, e
apparentemente imprevedibile e forse irrimediabile (irrimediabile nelle
condizioni date) della «magnifica» Italia laurenziana (per non parlare
della machiavelliana crisi politico-personale del 1512, la quale entra
anch’essa, a mio giudizio, nel gioco delle motivazioni e dei bisogni, che
spiegano la scelta di scrivere, e di scrivere proprio in questo momento, di
questo argomento).
Si capisce bene, del resto, la natura lucidamente ricorrente, quasi
ossessiva, di questa tematica. Il problema ineliminabile è fondare Stati:
poiché dove non ce n’è, dove non ce n’è mai stato uno, questo è il compito
fondamentale del «principe nuovo». Il «caso Italia» è sempre presente
dunque nel retropensiero di Machiavelli: in Francia, in Spagna, in
Inghilterra, persino nella Germania absburgica e imperiale, non c’è nessun
bisogno di fondare Stati: ce n’è già uno, e per giunta da tempo, e talmente
solido da minacciare chi non ne ha di espandersi con la violenza a sue
spese (il che perciò aumenta e accelera da parte dell’Italia la necessità di
dotarsene di uno). Però, affinché il «principe nuovo» sorga e si affermi, è
necessario che la situazione politica fattuale circostante e al tempo stesso
le regole generali dell’agire politico gli siano chiare, e lui sia in grado di
applicarle: altrimenti fallirà inevitabilmente l’impresa. Il libro, perciò, è
intenzionalmente pensato e scritto per mettergli a disposizione un intero
sistema di esperienze, di codici e di regole, di cui potrà servirsi per
raggiungere i suoi scopi, se ne sarà capace, naturalmente, e soprattutto se
lo vorrà. E però, al tempo stesso, anche se le regole fossero chiare,
complete e bene organizzate, bisognerebbe che ci fosse un individuo
dotato di capacità eccezionali, – il «principe nuovo», appunto, – in grado
di trasmetterle all’azione, di renderle operanti e di fondare su di esse un
vero e proprio, – «nuovo», – sistema politico. Altrimenti, il sapere, l’alta
teoria politica resterebbero sentenze vane. In questo modo il nesso fra
pratica e scienza, fra scienza e pratica, è strutturalmente presente, ovunque
e sempre, nel pensiero machiavelliano, ma soprattutto quando, come in
questo caso, si tratta fondamentalmente di elaborare un pensiero che sia in
grado di passare meglio, piú efficacemente e piú risolutivamente,
all’azione.

Libro dunque di alta teoria politica e al tempo stesso proposta di un


intervento volto al mutamento, strumento di adulazione cortigiana a fini
personali e manuale di analisi politica sul campo, la molteplicità delle
destinazioni moltiplica caratteri e modalità dell’opera. Ci sono capitoli
definitorii/classificatorii: per esempio, il I (Quot sint genera principatuum
et quibus modis acquirantur), il II (De principatibus hereditariis), il III
(De principatibus mixtis). Ci sono capitoli di analisi politica
contemporanea circostanziata: per esempio, il XXIV (Cur Italiae principes
regnum amiserunt), il quale non a caso precede gli ultimi due, fornendo
loro la base di fatto, documentaria, necessaria per arrivare a una
determinata, fortemente voluta conclusione (ma fondamentali elementi di
analisi politica contemporanea si trovano anche nel III , in ragione del fatto
che i primi sovrani stranieri scesi in Italia avevano di fatto creato dei
«principati misti», – titolo, appunto, del capitolo, – che avevano a
fondamento i loro personali e preesistenti «principati ereditari»). Ci sono
capitoli di studio e definizione dei comportamenti auspicabili da parte di
un Principe, per meglio ottenere quel che un Principe sempre deve
proporsi di mantenere o di ottenere, e cioè il rafforzamento e l’espansione
del proprio potere: ad esempio tutti quelli dal XIV : Quod principem deceat
circa militiam al XXIII : Quomodo adulatores sint fugiendi. Ci sono capitoli
che definiscono la pluralità dei casi, delle possibilità e delle occasioni, in
base alle quali è stato possibile in passato, e dunque sarebbe possibile
anche oggi, fondare nuovi Stati (il VI : De principatibus novis qui armis
propriis et virtute acquiruntur, e il VII : De principatibus novis qui alienis
armis et fortuna acquiruntur). C’è sul finire, – e del tutto ovviamente dal
punto di vista della logica machiavelliana, – un capitolo di natura
assolutamente generale, senza affrontare la quale tutto il resto, com’è stato
fino a quel momento affrontato e teorizzato, potrebbe essere messo o
rimesso in discussione (il XXV : Quantum Fortuna in rebus humanis possit
et quomodo illi sit occurrendum). E infine c’è l’ultimo capitolo, il XXVI ,
che in realtà cambia radicalmente la tematica del discorso, perché non è
un capitolo vero e proprio, teoretico o analitico che sia, come tutti quelli
precedenti, ma un’«Exhortatio», cioè un «genere» profondamente e
volutamente diverso da tutti gli altri; e infatti è scritto, semanticamente e
stilisticamente, in maniera profondamente e volutamente diversa.

A questa distribuzione delle parti corrispondono anche visibili


differenze stilistiche: piú secchi ed essenziali, talvolta puramente
elencatori, i capitoli definitorii/classificatorii; piú discorsivi gli altri;
raziocinante fino a un livello di alta espressività filosofica il XXV ;
magniloquente e retoricamente atteggiata la grande e vera e propria
orazione del XXVI .
Naturalmente, la distribuzione delle materie non è cosí meccanica e
rigida come potrebbe apparire da questa classificazione: ci possono essere
prospettive e interessi diversi in ognuno dei capitoli considerati. Però, un
certo valore la classificazione ce l’ha: serve ad avere davanti agli occhi le
molteplici facce dell’impegno teoretico e analitico machiavelliano, e ad
assicurare un volto piú tangibile e preciso allo svolgimento dell’opera.
Ai nostri fini i capitoli che c’interessano di piú sono il XXIV (ma anche
il III e l’XI , nella misura in cui ne costituiscono in qualche modo la
premessa); il VI e il VII ; ovviamente il XXV ; e, ancor piú ovviamente, il
XXVI . Ma prima di entrare nel merito, resta da dire una cosa molto
importante di ordine piú generale.

6.1. Logica machiavelliana: la (reciproca) cancellazione degli opposti.

Per capire, spiegare, illustrare e orientare (soprattutto orientare) uno


specifico fenomeno umano, bisogna ovviamente, – quali che siano le
condizioni dell’impresa, – disporre di un sistema mentale che consenta
ognuno di questi passaggi e al tempo stesso la messa in relazione costante
di tutti fra loro. Come avrebbe potuto Machiavelli sottrarsi a una legge
generale del pensiero come quella che abbiamo appena enunciato? Infatti,
non solo non vi si sottrae ma ne fornisce una delle applicazioni piú chiare
e persuasive che nel merito siano mai state formulate.
Tale approccio al problema è tutt’altro che indifferente rispetto ai
risultati che di volta in volta ne possono scaturire. Il medesimo fenomeno
può essere affrontato, – capito, spiegato, illustrato e di conseguenza
orientato, – secondo logiche diverse: ognuna di queste porterà a risultati
diversi, il fenomeno sarà capito, spiegato, illustrato e orientato in modi
diversi: quel fenomeno sarà, per chiunque voglia capire e agire, diverso.
Soprattutto se comprendere significherà, com’è accaduto potentemente per
Machiavelli, agire in un modo o nell’altro: comprendere per agire non è la
stessa cosa che comprendere, e basta. Nel primo caso non basta essere
sapienti e filosofi: bisogna essere sapienti, filosofi e politici pratici, e al
tempo stesso anche uomini di guerra. Machiavelli ci fornisce un esempio
lampante del funzionamento pressoché perfetto di questo sistema di
relazioni mentali. Capire la logica dell’autore è perciò indispensabile per
capire in quali termini, e anche entro quali limiti, un dato fenomeno è
stato da lui capito e orientato. Un errore madornale, peraltro estremamente
diffuso, è che qualcuno legga e interpreti un autore, sovrapponendo alla
sua logica la propria. È accaduto molte volte anche con Machiavelli.

L’impresa di capire e interpretare la logica machiavelliana è del resto


abbastanza semplice. Niccolò ce ne mette di fronte agli occhi un esempio
lampante ad apertura di libro. Mi riferisco al capitolo I : Quot sint genera
principatuum et quibus modis acquirantur («Quanti siano i tipi dei
principati e in quali modi si possano acquistare, conquistare»), il piú
definitorio e classificatorio di tutti, perché tutti li elenca e comprende,
anticipando al tempo stesso gli svolgimenti e l’organizzazione successiva
del libretto. Lo riportiamo per intero:

Tutti gli stati, tutti e’ dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli uomini,
sono stati e sono o republiche o principati. E’ principati sono o ereditari, de’ quali el
sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o sono nuovi. E’ nuovi, o
e’ sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri
aggiunti allo stato ereditario del principe che gli acquista, come è el regno di Napoli
al re di Spagna. Sono questi dominii cosí acquistati o consueti a vivere sotto uno
principe o usi a essere liberi; e acquistonsi o con le arme d’altri o con le proprie, o
per fortuna o per virtú 1.
Non è difficile accorgersi che Machiavelli ci mette di fronte a un
quadro di alternative logico-pratiche difficile da scalfire: «Tutti gli stati,
tutti e’ dominii […] sono stati e sono o republiche o principati […]»; «E’
principati sono o ereditari […] o sono nuovi […]» (e cosí via). Non ci
sono soluzioni intermedie. Anche nei Discorsi, aprendoli pressoché a caso:
«[…] o tu ragioni d’una republica che voglia fare uno imperio, come
Roma, o d’una che le basti mantenersi» 2; «Ma, per tornare a discorrere
quali uomini siano in una republica piú nocivi o quelli che desiderano
d’acquistare, o quelli che temono di non perdere l’acquistato […]» 3; «[…]
perché il numero de’ gentiluomini o egli è equale al loro o egli è
superiore» 4; «Perché qualche volta è necessario che giudichino la verità;
perché, essendo le cose umane sempre in moto, o le salgano o le
scendano» 5.
Io chiamo la logica machiavelliana «dilemmatica», nel senso piú
classico del termine: «o… o…»; o è questo o è quest’altro. Non c’è via di
mezzo fra le antitetiche soluzioni. Siamo, nel senso piú rigoroso del
termine, nell’ambito di un pensiero antico-umanistico (in Valla e Alberti
se ne troverebbero esempi fondativi) 6. La «logica dilemmatica»
costituisce uno strumento teorico-pratico di inestimabile chiarezza e
praticità. Se pensi in quel modo, sai che, quando agisci, non hai molte
scelte di fronte agli occhi: non puoi che fare, sostenere, governare o l’una
scelta o l’altra: «È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa
parte, essaminare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se
dependano da altri: cioè se per condurre l’opera loro bisogna che preghino,
o vero possono forzare […]» 7; «Questi sono quando o per qualche via
scelerataefaria [nefanda, criminale] si ascende al principato, o quando uno
privato cittadino con el favore degli altri sua cittadini diventa principe
della sua patria […]» 8.

Alle considerazioni già fatte bisogna aggiungere che la «logica


dilemmatica», espressione di una concezione autenticamente
materialistica del mondo, trova un’ulteriore motivazione e un
rafforzamento nel porre le questioni in atto sull’orlo di una crisi, –
drammatica, profonda, forse irrimediabile. In una situazione del genere,
appunto, le chances si riducono anche materialmente oltre che
mentalmente. I chiaroscuri si attenuano, il bianco e il nero delle situazioni
emergono con forza irresistibile. Bisogna fare senza esitazioni la scelta
giusta, l’unica possibile in quel quadro: potrebbe essere l’ultima volta che
se ne presenta l’occasione. Vedremo che tale logica sarà da Machiavelli
indefettibilmente applicata, fino alla conclusione della vicenda (sua,
s’intende… come degli altri «italiani»), quando sciogliere il nodo che essa
contiene e su cui si fonda significherà semplicemente lottare per
sopravvivere.
Non dovrebbe essercene alcun bisogno, – però, forse, per la chiarezza
del discorso, è opportuno aggiungere un’ultima osservazione. La «logica
dilemmatica» machiavelliana non ha neanche un punto di contatto con la
«dialettica come sintesi degli opposti» di matrice hegeliana. A
Machiavelli non interessa per nulla che, una volta posta la «triade» di tesi,
antitesi e sintesi, al culmine di un faticoso processo, la «sintesi costituisca
l’unitàello stesso tempo l’inveramento dell’una e dell’altra» (secondo il
dettato ortodosso dell’idealismo moderno). Nel suo sistema non c’è un
momento che comprenda e realizzi gli altri due: o è l’uno o è l’altro. Non
a caso la «dialettica» hegeliana ubbidisce a regole e a un sistema
profondamente idealistici; la «logica dilemmatica» di Machiavelli, invece,
a una dinamica della conoscenza e dell’azione compiutamente e
indefettibilmente materialistica. Non bisognerebbe mai dimenticarlo,
leggendolo e interpretandolo.

1. INGLESE , p. 7.
2. VIVANTI , I, pp. 211-12.
3. Ibid., p. 212.
4. Ibid., p. 214. Anche Vettori, del resto, ragiona spesso con «logica dilemmatica»: «Se la triegua
è semplice, quando e franzesi verranno, gli spagnuoli vorranno difendere Milano e si
opporranno. Nell’opporsi, o perderanno o vinceranno; se vincano» eccetera (a Niccolò
Machiavelli, 12 luglio 1513; Ibid., II, p. 268).
5. Ibid., I, p. 325.
6. Io trovo, ad esempio, che nel libro III delle Dialecticae disputationes Lorenzo Valla,
ragionando in maniera prodigiosa sul funzionamento del sillogismo, spinga esattamente nella
stessa direzione: anche il sillogismo, infatti, non lascia alternative al discorrere; alla fine, o è
questo o è quello (L. VALLA , Dialecticae Disputationes, trad. e a cura di B. P. Copenhaver e L.
Nauta, Harvard University press, London 2012, con testo a fronte). Naturalmente non ci sono
le prove che Machiavelli abbia letto questo Valla: si tratta piuttosto di un clima che impronta
tutta l’alta cultura del periodo.
7. INGLESE , VI (De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur), p. 38.
8. INGLESE , VIII (De his qui per scelera ad principatum pervenere), p. 58.
Capitolo settimo
L’Italia: la situazione data, le (infinite) difficoltà di ripartenza

Per affrontare la questione, e fornire stimoli e motivazioni possibili alla


straordinaria esortazione finale, Machiavelli deve presentare qui, come del
resto altrove (anche se in maniera piú sfumata: penso ai Discorsi), un
quadro della situazione italiana ai suoi tempi. Molti sono gli elementi e i
fattori che egli mette sotto gli occhi del suo eventuale (ancora ipotetico,
molto ipotetico!) interlocutore. Ma anche il sommerso non è irrilevante.
La situazione di Firenze, ad esempio, resta sostanzialmente fuori campo,
se non per accenni indiretti, e si capisce perché: come avrebbe potuto
rivolgersi, speranzoso, a una personalità come Lorenzo de’ Medici,
entrando al tempo stesso nel merito della catastrofe fiorentina, di cui lui,
oltre tutto, era stato vittima? Del resto, anche le Istorie fiorentine,
dedicate a Clemente VII, che gliele aveva commissionate, s’arrestano,
come abbiamo già detto, alle soglie della crisi contemporanea, e cioè con
la morte di Lorenzo il Magnifico senior, cosa che gli consentiva di non
entrare con l’analisi nella difficile e purulenta materia contemporanea.
Nel Principe, invece, in cui entra e ha bisogno di entrare in medias res,
avviene esattamente il contrario, e cioè che la descrizione delle vicende
storiche contemporanee comincia sostanzialmente addirittura qualche
anno dopo la discesa di Carlo VIII, ovvero quando gli effetti negativi di
quella vicenda, che avrebbe potuto rimanere episodica, si sono solidificati
e corrono il rischio di diventare permanenti: «Ma torniamo a Francia e
essaminiamo se delle cose dette ne ha fatte alcuna: e parlerò di Luigi
[XII],on di Carlo, come di colui che, per aver tenuta piú lunga possessione
in Italia, si sono meglio visti e’ sua progressi […]» 1. Siamo a metà del
capitolo III , che, come abbiamo già ricordato, è De principatibus mixtis
(«De’ principati misti», ossia aggiunti, per via di conquiste, ai precedenti,
– talvolta presunti, – principati ereditari).
Siamo di fronte, se si esclude un breve e quasi di sfuggita accenno nel
capitolo II (in questo caso a proposito delle vicende degli Estensi a
Ferrara), alla prima volta in cui compare significativamente il vocabolo
«Italia» nel testo machiavelliano: ed è significativo che questo accada nel
momento in cui, anche in questo caso per la prima volta, compare nel libro
il tema cruciale della presenza straniera, – «barbarica», si sarebbe detto
allora, come abbiamo già visto, – nella penisola. È evidente che fra le due
cose esiste una connessione talmente profonda, che rischia, già all’inizio
del secolo, di diventare decisiva. Si potrebbe dire, a partire da questo, che
gli elementi fondamentali dell’analisi della situazione italiana sono per
Machiavelli, in quel momento, soprattutto tre: la sempre piú dilagante
presenza delle armi straniere; la crisi verticale della politica
dell’«equilibrio», da cui era stato principalmente connotato il sistema
italiano fino alla discesa di Carlo VIII; la crescente potenza, politica e
militare, della Chiesa di Roma.
La situazione di partenza è descritta, meglio che altrove, a metà del
capitolo XI , De principatibus ecclesiasticis («Dei principati di natura
religiosa»: ma l’unico esempio storico addotto, – lo abbiamo già
osservato, – e anche questo mi sembra significativo, è quello della Chiesa
di Roma, e soprattutto nella sua contemporaneità). Scrive Machiavelli:
«Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa provincia
sotto lo imperio del papa, viniziani, re di Napoli, duca di Milano e
fiorentini» 2.
Dunque (come abbiamo già scritto in precedenza): Papato, Repubblica
di Venezia, reame di Napoli (in possesso in quel momento di un ramo
degli Aragonesi), ducato di Milano (in mano agli Sforza), Repubblica di
Firenze (in mano ai Medici). Anche qui ci sono delle omissioni, alcune
delle quali importanti: i Gonzaga a Mantova, gli Estensi a Ferrara, i
Montefeltro a Urbino, il ducato di Savoia, la Repubblica di Siena… Il
quadro storico è dunque ancora piú frammentato di come lo descrive
Machiavelli, il particolarismo italiano appare senza limiti. Ma
evidentemente Machiavelli decide di chiamare in causa i soggetti piú in
grado secondo lui in quel momento di praticare una politica, diplomatica e
militare, a livelli di autosufficienza e significatività. Sono i cinque Stati
sopra indicati.
Prosegue Machiavelli: «Questi potentati avevano a avere dua cure
principali: l’una, che uno forestieri non entrassi in Italia con le arme;
l’altra, che veruno di loro occupassi piú stato [ovvero, si allargasse al di là
dei suoi confini originari]» 3. Non potrebbe esserci una definizione piú
esatta della politica di equilibrio: si direbbe che in questo passaggio
Machiavelli descriva, esattamente, la situazione dell’Italia laurenziana, al
tempo stesso anticipando le pagine conclusive delle Istorie fiorentine. Ma
essa serve soprattutto, in questo passaggio del Principe, per mostrare
come, nel giro di pochi anni, quella situazione apparentemente ideale
fosse destinata a entrare in crisi. Della decisione di Ludovico il Moro,
duca di Milano, di chiamare in Italia il re di Francia, Carlo VIII, per
consolidare il suo traballante potere, abbiamo già detto. Ma da quel
momento in poi la scelta dei principi italiani di chiamare in Italia armi e
potenze straniere a sostegno dei loro conflittuali interessi, diventerà
sistematica. Del resto, Luigi XII, del ramo di Orléans, era discendente di
Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo: poteva, in un certo senso,
vantare diritti ereditari sul ducato di Milano (appunto: De principatibus
mixtis). Quando scende in Italia alla fine dell’estate del 1499 lo fa con il
pieno accordo del papa Alessandro VI, al cui figlio, Cesare Borgia, aveva
concesso non a caso il titolo di duca di Valentinois, e dopo aver stretto
un’alleanza con i veneziani. Poi la cosa tende a diventare sistematica: oltre
ai francesi coinvolge anche gli spagnoli di Ferdinando il Cattolico, mentre
sempre piú frequentemente e significativamente gli armati svizzeri
diventano protagonisti delle contese italiane. Tali vicende sono talmente
note da non richiedere ulteriori specificazioni. Un solo episodio forse ne
racchiude tutti i molteplici sensi. Alla fine del 1508 il papa Giulio II della
Rovere, succeduto nel 1503 a Pio III, papa per pochi mesi, succeduto a sua
volta ad Alessandro VI, decide di promuovere una grande alleanza, – la
quale prenderà il nome di Lega di Cambrai (località nelle Fiandre), – allo
scopo di porre un limite alla debordante potenza veneziana, sempre piú
tentata di allargare i suoi domini sulla terraferma. Vi presero parte, oltre al
papa, il re di Francia Luigi XII, l’imperatore Massimiliano I, poi il re di
Spagna Ferdinando il Cattolico, persino il duca di Ferrara, eccetera
eccetera. Il 14 maggio 1509 i collegati inflissero una terribile sconfitta ai
veneziani nella battaglia di Agnadello. Venezia, pur sopravvivendo in virtú
delle sue eccezionali capacità di resistenza, ne uscí ridimensionata per
sempre.
Si potrebbe dire: una grande potenza italiana umiliata; un accordo fra
Stati stranieri e alcuni potentati italiani ai danni di un terzo; la violazione,
in sostanza, di ogni regola ed etica (se si può dir cosí) dell’equilibrio.
L’unica potenza italiana a trarne giovamento in quell’occasione fu il
Papato. Machiavelli ne dà una descrizione sintetica ma essenzialmente
precisa ed efficace. Nella tradizione storica del Papato di Roma, se non si
considerano alcune isolate eccezioni (per esempio, Sisto IV della Rovere,
papa dal 1471 al 1484, il quale sviluppò una politica nepotistica di largo
respiro, che provocò diverse guerre fra i potentati italiani), la consistenza
politica e militare dell’istituzione non si consolidò mai in termini di
egemonia (anche per la disturbante e conflittuale presenza delle grandi
famiglie nobili romane, in particolare i Colonna e gli Orsini, molto spesso
antagonisti dei pontefici). Invece, fra Quattrocento e Cinquecento,
Alessandro VI Borgia, sebbene allo scopo fondamentalmente di agevolare
le fortune politiche e militari del figlio Cesare, diede un impulso
formidabile in questo senso alla Chiesa: «E benché la ’ntenzione sua non
fussi fare grande la Chiesa ma il duca [Valentino], nondimeno ciò che fece
tornò a grandezza della Chiesa: la quale dopo la sua morte, spento il duca,
fu erede delle sue fatiche» 4.
Spento Alessandro nel 1503, dopo il breve pontificato di Pio III, il loro
successore, Giulio II, proseguí con ambizioni ancora maggiori quella
politica: «Le quali cose Iulio non solum seguitò ma accrebbe […] e tutte
queste imprese gli riuscirno, e con tanta piú sua laude quanto lui fece ogni
cosa per accrescere la Chiesaon alcuno privato [diversamente da
Alessandro, che aveva fatto il possibile per favorire il figlio Cesare, e le
cui ricadute positive sul prestigio e la forza della Chiesa, se c’erano state,
erano state involontarie]» 5.
Di Giulio II abbiamo già ricordato la grande impresa e al tempo stesso
gli effetti letali della Lega di Cambrai. Ma, nel quadro rapidamente
delineato, occupa un ruolo importante anche la sua impresa successiva, la
formazione della Lega significativamente definita «Santa», nata questa
volta per ridurre il potere francese in Italia, divenuto troppo minaccioso, e
la guerra molto violenta che ne scaturí, conclusasi con la battaglia di
Ravenna dell’11 aprile 1512, in cui il condottiero francese Gaston de Foix
prevalse sugli spagnoli e sugli svizzeri. Ma, in conseguenza della sua
morte in combattimento, Luigi XII non poté trarre frutti da quella vittoria,
e fu costretto ad accettare gli accordi del Congresso di Mantova (giugno
1512), che miravano a una nuova, equilibrata (e ovviamente temporanea,
molto temporanea) ridistribuzione del potere in Italia. Uno degli effetti
piú significativi di tali accordi fu, ai fini del nostro discorso, il ritorno dei
Medici a Firenze, conseguito in seguito all’intervento, particolarmente
violento, delle armi spagnole ai danni della Repubblica soderiniana (sacco
di Prato). Come abbiamo già osservato, l’intreccio della storia di Firenze
con la storia dei Medici diventa in questo modo e da questo momento in
poi sempre piú stretto. Ad assumere il potere in Firenze, per conto della
famiglia, è infatti un cardinale, Giovanni, figlio di Lorenzo, il quale di lí a
poco (11 marzo 1513), diventerà papa col nome di Leone X.
Ma: potrà mai Leone X, con tutte le sue qualità e la sua potenza,
ereditata dalla sua casata e dai rafforzamenti politici e militari dei suoi
predecessori Alessandro VI e Giulio II, diventare il «principe nuovo», che
redimerà l’Italia da tutti i suoi mali? No, di sicuro non potrà esserlo: lo
abbiamo già detto. Per spiegare il riferimento, bisogna dunque tornare alla
machiavelliana collusione con le politiche e gli interessi della Casa
Medici in quel preciso momento storico, – cioè nel momento della
verticale caduta della Repubblica soderiniana di Firenze, da cui il solente e
fedele Segretario era stato drammaticamente travolto. È, insomma, un
elemento del quadro, con cui è impossibile non fare i conti, data la
distanza estremamente ravvicinata, in questo caso, tra il pensatore
Machiavelli e i potentissimi interlocutori di casa sua, i Medici, con in piú i
loro straordinari addentellati romani.
Se poi, a completare il quadro, si tiene presente che, se le date anche
questa volta non c’ingannano, l’elezione di Giovanni de’ Medici a
pontefice sarebbe avvenuta addirittura all’inizio della fase elaborativa del
Principe (marzo… maggio 1513), – saremmo tentati di dire: solo qualche
giorno prima oppure qualche giorno dopo, – ci si rende meglio conto del
fatto che l’inserimento di tale elezione nel contesto argomentativo del
Principe deve essere stato condizionato dalla necessità di non avanzare
intorno a tali considerazioni ipotesi troppo azzardate e vincolanti,
Machiavelli se la cava con il ricorso, peraltro obbligato, all’elogio della
figura sommamente apprezzabile (ovviamente piú dei suoi due
predecessori) del nuovo pontefice, e l’augurio (forse!) che egli sia
intenzionato a fare meglio e piú convenientemente il suo mestiere.

Se questo è, sommariamente riassunto, il quadro politico-istituzionale


della situazione italiana, il dramma che ne scaturisce, – disunioni e
conflitti interni, presenza crescente delle armi straniere, eccessivo potere
dello Stato della Chiesa, – assume le tonalità piú violente quando
Machiavelli arriva a trattare delle varie forme di milizia che in quei
decenni hanno operato in Italia (capitolo XII : Quot sunt genera militiae et
de mercenariis militibus: «Quanti siano i tipi di armi e di armati, e come
siano i soldati mercenarii»). Se ai principi italiani si possono rimproverare
forme innumerevoli e diverse di debolezza e d’incapacità, quella
riguardante la milizia rischia di trasformarsi in una minaccia mortale per
la loro stessa esistenza: «[…] ora la ruina di Italia non è causata da altro
che per essersi per spazio di molti anni riposata tutta in su le arme
mercennarie» 6. Ciò si deve al fatto che i mercenari sono disposti a servirti
per un poco di soldi, ma non a morire per questo. E se un comandante di
milizie mercenarie è incapace, ti trascinerà di peso nelle sue sconfitte; se è
capace, diventerà un pericolo per chi lo assolda, perché vorrà occupare lo
stato al posto tuo. Modelli in senso contrario furono non a caso Sparta e
Roma, per «molti seculi armate e libere» 7. Un esempio notabile ai tempi
nostri di tali regole generali è quello di Francesco Sforza, abile
condottiero mercenario che, assunto al servizio della Repubblica di
Milano, tosto se ne impadroní, «per li debiti mezzi e con una sua gran
virtú» 8, subentrando nel ducato alla famiglia dei Visconti.
Questi ragionamenti sono del resto piú che noti, non ha molto senso qui
soffermarcisi troppo. Dopo aver fornito una spiegazione storica
dell’assoluta prevalenza delle armi mercenarie in Italia (né i cittadini delle
Repubbliche rimaste libere né i cittadini di privati divenuti principi né
tanto meno il Papato avevano la minima consuetudine con le milizie
proprie e furono perciò costretti a ricorrere ai poco affidabili
professionisti delle armi), Machiavelli conclude, con un’espressione
destinata a diventare centrale nell’argomentazione del Principe, che, in
seguito alle deprecabili caratteristiche sopra segnalate, le armi mercenarie
«gli hanno condotta la Italia stiava [schiava] e vituperata
[disonorevole]» 9.

1. INGLESE , III (De principatibus mixtis), p. 20.


2. INGLESE , XI , p. 80.
3. Ibid.
4. Ibid., p. 82.
5. Ibid.
6. INGLESE , XII (Quot sunt genera militiae et de mercenariis militibus), p. 86.
7. Ibid., p. 88.
8. INGLESE , VII (De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur), p. 42.
9. INGLESE , XII , p. 95.
Capitolo ottavo
Una (fondamentale) chance di mutamento: il «principato nuovo». Dal
mito alla storia

Se le cose stanno cosí, –on c’è dubbio che stiano cosí, Machiavelli ha
impegnato tutta la sua energia conoscitiva e interpretativa a dimostrarlo, –
ha senso per l’Italia e, ovviamente, per i principi italiani proporsi
d’invertire il corso della storia e ipotizzarne diversi orientamenti e
soluzioni? Per Machiavelli ha un senso, anzi, Il Principe è stato scritto per
questo. Si pone per noi un problema di conoscenza e di valutazione: la
scienza politica alta, quella che non si limita a descrivere ma propone, può
ipotizzare soluzioni a problemi che sfuggano tuttavia a una loro verifica
immediata? Machiavelli risponde che non solo è possibile, ma che questo
azzardo mentale fa parte della teoria politica, anzi, non solo della teoria
politica, ma della politica tout court, come azione, prassi, fattore continuo
e irrinunciabile di mutamento. Se non fosse cosí, Machiavelli non sarebbe
un Machiavelli ma un Bodin.
È per questo che Machiavelli, nella serie stringente delle sue
classificazioni, inserisce in un luogo centrale del discorso i due capitoli
che ragionano della fondazione del «principato nuovo»; il VI , De
principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur («Dei
principati nuovi che s’acquistano con armi proprie e con la virtú [del
principe]»), e il VII , De principatibus novis qui alienis armis et fortuna
acquiruntur («Dei principati nuovi che s’acquistano con le armi degli altri
e con la fortuna») 1. Per arrivare logicamente e coerentemente fino al
fondo della sua argomentazione (il capitolo XXVI , intendo), Machiavelli
non può fare a meno di ragionare, sul piano storico e su quello
contemporaneo, delle varie possibilità e opportunità che la fondazione del
«principato nuovo» potrebbe rappresentare per l’Italia «stiava e
vituperata», divisa e lacerata, dei suoi tempi.
È del tutto evidente che l’accoppiamento dei due capitoli risponde in
pieno alla «logica dilemmatica» di cui abbiamo parlato: a fondare il
«principato nuovo» o sono la virtú e le armi proprie; o sono la fortuna e le
armi degli altri. Non ci sono altre possibilità al di fuori di queste due.
Difficile non vedere nella prima coppia di fattori (capitolo VI ) il non plus
ultra del ragionamento machiavelliano. Ma anche la seconda (capitolo VII )
offre a Machiavelli l’opportunità per tentare di dimostrare che anche a
quelle condizioni difficili e problematiche, un «principato nuovo» è
possibile, può, potrebbe nascere. La dimostrazione, portata fino in fondo,
non è esente, come vedremo, da contraddizioni e incertezze. Ma quel che
conta, – sempre ai fini del nostro discorso, – è che Machiavelli non
escluda una possibilità positiva neanche nelle condizioni date peggiori:
quelle, ad esempio, che la situazione italiana contemporanea
spettacolarmente mostrava e simboleggiava.

Ma non c’è ombra di dubbio che il capitolo VI sia quello in cui


Machiavelli riversa la foga piú impetuosa del suo impegno intellettuale.
«Virtú» e «virtuoso» sono i grandi protagonisti dell’agire pre-principesco,
quello che farà di un privato, o comunque di una figura storicamente
marginale, un «principe nuovo», un fondatore di Stati (i due termini sono
citati ben dodici volte nel corso del capitolo). Questo spiega anche perché
gli esempi addotti siano sempre quelli di uomini «grandi», anzi
«eccellentissimi».
Per rendere il suo ragionamento piú chiaro e piú facilmente
trasmissibile, Machiavelli usa un esempio plastico, un’immagine in
azione. Il politico che si trova di fronte a difficoltà di queste
dimensioniatura deve:

... fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el luogo dove desegnano ferire
troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virtú [anche qui, termine
universale di un esercizio ben motivato, in questo caso di un oggetto inanimato, ma
patrimonio anch’esso dell’abile attività umana] del loro arco, pongono la mira assai
piú alta che il luogo destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza
ma per potere con lo aiuto di sí alta mira pervenire al disegno loro 2.
L’elenco, non molto esteso, dei grandi «principi nuovi» imitabili, e la
valutazione delle situazioni altrettanto eccezionali, in cui si trovarono a
operare, atte tuttavia, proprio per questo, a rendere possibili le loro
imprese e a farli grandi, si presta a molte considerazioni: «Ma, per venire
a quegli che per propria virtúon per fortuna sono diventati principi, dico
che e’ piú eccellenti sono Moisè, Ciro, Romulo, Teseo e simili» 3 (non mi
risulta che Machiavelli abbia qui, in questo capitolo o altrove, specificato
che cosa intenda per «simili»: forse avrà inteso quelli che eventualmente
si mostrassero capaci di muoversi all’altezza di quegli esempi). Aggiunge
subito dopo che di Mosè non si deve «ragionare», perché ispirato e tutelato
dalla superiore volontà divina. Ma aggiunge pure che, se si esaminassero
le azioni degli altri, le si dovrebbe considerare improntate, per quanto
mosse da forze e principî perfettamente umani, a una capacità di azione e
a una fede nei risultati da ricercare e ottenere non dissimili da quelli di
Mosè, che pure era, senza ombra di dubbio, ispirato da Dio. Il condottiero
vincitore, il fondatore di stati, che risponda a tali caratteristiche, ha piú del
divino che dell’umano, ovvero, piú esattamente, è in grado di forzare
l’umano oltre i limiti che normalmente gli sono consentiti.
Esaminando le loro azioni e scelte, Machiavelli nota che essi non hanno
avuto dalla «fortuna» nient’altro che una grande «occasione», e hanno
saputo coglierla e utilizzarla fino in fondo: «Sanza quella occasione la
virtú dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtú la occasione
sarebbe venuta invano» 4. Si potrebbe osservare, dunque, che anche per
questi grandissimi ed eccellentissimi un certo quoziente di fortuna («la
occasione») è intervenuto a consentir loro di dispiegare le energie
straordinarie di cui erano portatori. Si direbbe che «occasione» sia il
termine-concetto che sta per «fortuna», quando la «fortuna» viene nelle
mani ed è trattata a opera dei «grandi». Ma su questo torneremo piú
avanti.
La lista dei grandi presenta anch’essa uno straordinario interesse. Se si
esclude Moisè, segnato, come Machiavelli stesso osserva, dalla superiore
grazia divina, che lo mette in un certo senso a priori fuori della norma,
restano Ciro, Romulo e Teseo: Ciro, fondatore dell’Impero dei persi, ai
danni dei medi; Romolo, fondatore di Roma; Teseo, fondatore di Atene 5.
L’unico personaggio storico sarebbe dunque Ciro (re dal 558 al 529 a.C.):
ma anche lui trattato, mi pare, in veste piú mitica che storica. Dunque,
nell’elenco dei grandi fondatori di Stati formulato da Machiavelli non ci
sono personaggi storici nel senso pieno del termine, e soprattutto e ancor
piú chiaramente, non ce ne sono che appartengano alla sfera storica delle
sue esperienze e del suo pensiero. Questo vuol dire che Machiavelli, nel
corso della storia italiana ed europea degli ultimi due millenni (ai tempi
suoi!) non ne ha trovato alcuno che facesse al caso suo per argomentare
come lui voleva (come lui voleva, s’intende) le possibilità,
apparentemente concrete, di fondare un nuovo Stato? Non avrebbe potuto,
ad esempio, indicare Carlo Magno, fondatore di un grande Impero come
quello dei franchi, un esempio, in un certo senso, piú a portata di mano di
quelli indicati? No, non avrebbe potuto. Come giustificare altrimenti il
prendere a modello il grande rappresentante di un dominio barbarico,
interposto non a caso tra i «franciosi» di un tempo (i galli) e i «francesi»
di oggi (quelli di Carlo VIII e Luigi XII), e per giunta responsabile
dell’abbattimento del regno longobardo in Italia, unica speranza possibile
secondo Niccolò di unità e compattezza per questo sventurato paese (ma
questo lo vedremo meglio piú avanti)? Chi altri, dunque?
Se fosse cosí, questo vorrebbe dire che Machiavelli, per rendere piú
significativo ed esemplare il suo discorso (esordio del capitolo: «Non si
maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi, e
di principe e di stato, io addurrò grandissimi essempli» 6), si sente
costretto a spingersi sul terreno del mito, non piú o non ancora quello della
storia. Siamo cioè di fronte, in un certo senso, a una vera e propria
«mitologia del potere». È una caratteristica importante (un limite?) della
sua proposta. Per essere all’altezza del compito che Machiavelli suppone
che vada proposto ai mediocri protagonisti del proprio tempo, «l’arciere»
dovrebbe alzare a tal punto la mira del proprio arco da rendere
praticamente imprendibile la preda da lui cacciata.

Questa impressione si accentua se, continuando a leggere, ci s’imbatte


nella concreta descrizione dell’«occasione» con la quale quei grandi
ebbero a che fare, e senza la quale la loro virtú non avrebbe avuto modo di
dispiegarsi. Qui non possiamo non citare per intero:

Era adunque necessario a Moisè trovare el populo d’Israel in Egitto stiavo e


oppresso da li egizi, acciò che quegli per uscire di servitú si disponessino a seguirlo.
Conveniva che Romulo non capessi in Alba, fussi stato esposto al nascere, a volere
che diventassi re di Roma e fondatore di quella patria. Bisognava che Ciro trovassi e’
persi malcontenti dello imperio de’ medi e e’ medi molli e effeminati per la lunga
pace. Non poteva Teseo dimostrare la sua virtú se non trovava gli ateniesi dispersi.
Queste occasioni per tanto feciono questi uomini felici [fortunati] e la eccellente virtú
loro fé quella occasione essere conosciuta: donde la loro patria ne fu nobilitata e
diventò felicissima 7.

Il tono del discorso si eleva sopra la media, non è piú né interpretativo


né semplicemente orientativo. L’epica del grande condottiero si collega
necessariamente alle dimensioni fuori misura delle «occasioni», che
diedero loro modo di dispiegare le loro immense virtú. A circostanze
eccezionali, protagonisti eccezionali; a protagonisti eccezionali,
circostanze eccezionali. Come potrebbe, del resto, essere diversamente?
Ciò di cui qui si parla non è un qualsiasi avvenimento storico, una
battaglia ben condotta, un nemico potente sconfitto e messo alle corde.
No, qui si parla di eventi assolutamente fuori del comune, la fondazione
dal nulla, se si vuole, di imperi e di Stati che hanno poi indelebilmente
segnato la storia del mondo. Persino la presenza, apparentemente
incongrua, come lo stesso Machiavelli sembra disposto ad ammettere, di
un Mosè accanto a Ciro, Romolo e Teseo, si giustifica alla luce di questa
ispirazione di fondo: è un’impresa quasi divina anche quella che consiste
nell’inaugurare dal nulla la grande storia di Atene, il pluricentenario
dominio persiano sul Medio Oriente, il leggendario, onnipresente e sempre
svettante Impero romano, alla pari, sostanzialmente, della restituzione agli
ebrei della patria perduta. Siamo già nel pieno del clima del XXVI , con il
quale le relazioni, come vedremo, sono profonde, anzi fondative.

Ma, rispetto al già detto, c’è ancora un qualcosa di piú, che mette
l’interprete, nel momento stesso in cui lo rileva, in una condizione di
difficoltà, per la sua estrema, quasi impensabile significatività, se fosse
fondato. Tenendo conto della dimensione eccezionale attribuita senza
risparmio ai suoi grandi, grandissimi e da tutti i punti di vista esemplari
«principi nuovi», non si può non prender atto del fatto che i quattro esempi
addotti coincidono né piú né meno con le grandi civiltà del mondo antico,
le uniche che Machiavelli poteva elencare e descrivere sulla base delle
conoscenze sue e del suo tempo: Atene e la grande Grecia, Roma e
l’Impero, Moisè e il riscatto del popolo ebraico, l’Oriente cosí come
poteva essere conosciuto e anch’esso esaltato nell’ambito della cultura
umanistica e rinascimentale (non c’erano in questo ambito altri esempi e
modelli cui fare riferimento). Intenzionale o preterintenzionale? Non
importa. Quel che importa è che il discorso ne venga ulteriormente
ingigantito. Nella modellistica machiavelliana la fondazione di «principati
nuovi» non ha significato semplicemente, – come i quattro casi elencati
dimostrano, – l’instaurazione di una nuova, piú efficiente e solida, e in
quel contesto libera, organizzazione statuale: ha significato l’instaurazione
di un «ordine nuovo», che ha lasciato il suo segno nella storiael dominio
dell’umano. Se Machiavelli avesse voluto indicare dei compiti e dei
modelli di altezza e solitudine assolutamente eccezionali, non avrebbe
potuto, come abbiamo già detto, non indurre il suo arciere ad alzare la
mira al di sopra di ogni misura. Anche di questo bisognerà tener conto,
proseguendo il discorso.

Nel resto del capitolo il tono si abbassa e si fa piú normale; e


Machiavelli affronta una serie di casi che concernono possibilità e modi
diversi per il «principe nuovo» di affrontare la fondazione del nuovo Stato
e di rafforzarlo, estenderlo, perpetuarlo. Centrale, com’è ovvio, è il
richiamo all’uso di armi proprie: «Quando dependono da loro propri
[armati, sudditi fedeli] e possono forzare, allora è che rade volte
periclitano [oscillano, si trovano a mal partito] […]» 8. Ne segue una delle
massime machiavelliane che esprime al piú alto livello il suo pensiero e la
sua ontologia. L’abbiamo già citata e meditata, ma non si può non
richiamarla in questo punto del discorso, poiché costituisce l’esatto
pendant negativo del discorso fatto finora: «[…] di qui nacque che tutti e’
profeti armati vinsono e e’ disarmati ruinorno» 9. La staffilata polemica
inferta al povero frate Girolamo Savonarola, bruciato sul rogo, anche o
soprattutto perché «disarmato», è lancinante, e diventa ancora piú esplicita
qualche riga piú sotto, quasi Machiavelli desiderasse non lasciare equivoci
al proposito. La grande virtú, la buona occasione, le armi proprie, la
fondamentale disposizione a volere e sapere usare la forza quando sia
necessario, sono le condizioni irrinunciabili perché il «principe nuovo»
possa imporre al mondo la propria linea di condotta.

Nell’ultimo paragrafo del capitolo Machiavelli chiama in causa l’unico


esempio fondatamente e dichiaratamente storico che egli metta qui a
disposizione del futuro «principe nuovo». È quello di Ierone [Gerone II],
divenuto tiranno di Siracusa nel III secolo a.C., usando nel modo giusto
intelligenza e forza 10. Ma, come spiega Machiavelli in esordio, «a sí alti
essempli io voglio aggiugnere uno essemplo minore», non comparabile
dunque con quelli precedenti, utile tuttavia per entrare di piú nella grande
casistica di come conquistare e conservare il potere. Si potrebbe tuttavia
osservare che non appena Machiavelli passa dal piano del mito a quello
della storia, gli esempi diventano meno alti, piú fattuali, e il tono si
abbassa, torna a essere descrittivo e interpretativo. Ma questo non
aggiungerebbe gran senso al nostro discorso, se non che il passaggio dal
mito alla storia serve indubbiamente anche a favorire l’accesso al clima
ben diverso del capitolo successivo, il VII , dominato totalmente dalla
storia, per giunta contraddistinta, diversamente dall’esempio anch’esso
comunque lontanissimo di Ierone, dalla sua assoluta contemporaneità.
Dunque, quando si parla di fondare il «principato nuovo» con le armi
proprie e con la virtú, il pensiero, e l’esemplificazione che ne scaturisce,
corrono al piú lontano passato o, piú esattamente alla dimensione del mito,
o di una storia difficilmente verificabile. Quando invece si getta lo
sguardo sulla disastrosa Italia contemporanea gli unici esempi che
vengano in mente al grande autore sono tutti legati alla pratica di fondare
(tentare di fondare) il «principato nuovo» con la fortuna e le armi altrui. È
una differenza, analitica e propositiva, molto importante, di cui tener
conto.

8.1. Calarsi nella realtà, fare i conti con le contraddizioni, le debolezze,


le ipocrisie del presente. A quali condizioni e con quali mezzi
salvare l’Italia?
Cosa accade quando dall’iperuranio del sapere e della dottrina ci si cala
nell’incomoda, bruciante e spesso avvilente realtà contemporanea?
Cambiano le analisi, le prospettive, le proposte: cambia, sostanzialmente,
lo spirito del grande autore. E, conformemente a quanto siamo andati
finora sostenendo, cambiano le modalità della scrittura. Non è difficile
accorgersi, infatti, che il tono e il clima del VII sono profondamente
diversi.
Sí, certo, è diverso innanzi tutto l’argomento: qui Machiavelli, come
s’è detto, affronta l’altro modo possibile di conquistare o realizzare dal
nulla il «principato nuovo»: con la fortuna e le armi altrui. Ma al
ragionamento generale sono dedicati appena i primi due paragrafi. Come
c’era da aspettarsi, in base alla «logica dilemmatica» che governa tutta
l’opera, il caso generale qui esaminato presenta le caratteristiche
esattamente contrarie a quello esaminato in precedenza: chi ottiene il
principato con la fortuna e le armi altrui, può darsi che l’ottenga «con poca
fatica» ma lo mantiene «con assai» 11. Segue l’elenco, in un certo senso
scontato, delle difficoltà con cui ha a che fare chiunque si trovi in una
situazione siffatta. Ma Machiavelli ha fretta, questa volta, di arrivare al
dunque.
Il dunque è l’Italia contemporanea. Le distanze si ravvicinano in misura
incommensurabile. L’esempio storico (se si può dir cosí) piú vicino del
capitolo precedente, e cioè Ierone siracusano, è distante da Machiavelli
circa millesettecento anni; gli altri si perdono nella notte dei tempi, fino a
sfumare nell’indeterminato fantastico-religioso dell’impresa di Mosè. Qui
il dato storico piú lontano, la conquista di Milano da parte di Francesco
Sforza, risale a sessant’anni prima; il piú vicino, la caduta del Valentino,
in seguito all’elezione di Giulio II, ad appena dieci. Cambiano di necessità
tutti i registri con i quali il tema viene affrontato. Alla intensità e persino
brevità rapsodica del capitolo VI , succede la lenta, circostanziata,
riflessiva analisi e descrizione delle infinite vicende e dei molteplici
particolari, con i quali si presenta agli occhi dell’osservatore la situazione
italiana contemporanea. Ha un senso preciso, anche, che il capitolo VII sia,
dopo il XIX 12, il piú lungo dell’opera (piú del doppio del VI , ad esempio).
Questo vuol dire che Machiavelli, per argomentare il suo discorso sul caso
in questione, – e cioè: coloro che di privati diventarono (o avrebbero
dovuto diventare) principi con la fortuna e con le armi altrui, e per farlo
nella concreta, vivente situazione italiana contemporanea, – ha bisogno di
piú spazio, e dunque di una piú circostanziata e analitica descrizione di
quanto era venuto accadendo sotto i suoi occhi, ovvero sotto gli occhi
della maggior parte dei suoi coetanei, amici, lettori, e soprattutto
potenziali interlocutori.

Questa impressione di un’estrema contiguità rispetto alle vicende


narrate si accentua ancora di piú se si prendono in esame i non molti
esempi portati da Machiavelli a sostegno delle sue tesi. I non molti
esempi? In realtà, soltanto due: Francesco Sforza e Cesare Borgia,
«chiamato dal vulgo duca Valentino» 13: sono, diversamente da quelli
portati nel capitolo VI «dua essempli stati ne’ dí della memoria nostra» 14:
«memoria nostra», non mito, leggenda, o lontana conoscenza nostra.
D’altra parte, Francesco Sforza, richiamato già nel capitolo I a interpretare
questo ruolo, compare qui, per contrasto alla vicenda del Valentino, in
quanto «per li debiti mezzi e con una sua gran virtú, di privato diventò
duca di Milano» 15. Sarebbe dunque niente di meno che l’unico «principe
nuovo», nell’Italia contemporanea, in grado di rappresentare
compiutamente il ruolo interpretato a un livello incommensurabilmente
piú alto dai grandi protagonisti mitici del capitolo precedente. Ma chi
potrebbe ragionevolmente sostenere che lo Sforza sia assunto da
Machiavelli come il suo vero, autentico rappresentante di una possibile
azione di mutamento? Sembra al contrario che il Machiavelli non lo
giudichi degno di un’analisi piú circostanziata, la quale lo proietti come
un esempio ancora operante nell’immediato presente o ancor piú in un
ipotetico futuro. Lo cita, come ho detto, in funzione oppositiva al
Valentino, ma poi lo lascia lí, e lo fa uscire di scena rapidamente (ritorna
alcune volte piú avanti sempre nella veste di chi, mercenario o duca, ha
saputo usare le proprie armi a proprio favore, ma ogni volta
fuggevolmente).
La conseguenza di questo modo d’impostare le cose è che l’unico,
grande protagonista del capitolo VII è il duca Valentino. Questo significa
due cose: innanzi tutto, che nell’Italia a lui contemporanea Machiavelli
coglie l’unica, concreta possibilità di fondare un «principato nuovo» solo
o prevalentemente con la fortuna e con le armi altrui (Francesco Sforza è,
ripeto, un caso isolato, e che comunque Machiavelli sceglie di non
prendere direttamente in considerazione a mo’ d’esempio); in secondo
luogo, che nell’Italia contemporanea la personalità emersa con le maggiori
possibilità e probabilità di fondare un «principato nuovo» sia stato il duca
Valentino. Se si mettono insieme queste due cose, si ha una visione piú
circostanziata delle enormi difficoltà che la situazione italiana presentava,
all’altezza dal 1513-14, per chiunque volesse muoversi in direzione
contraria all’apparentemente inesorabile sormontare degli avvenimenti.

Non mette qui conto ripercorrere la vicenda del Valentino passo per
passo, avvenimento per avvenimento, cosí come molto minuziosamente
Machiavelli la descrive. Basti ricordare che secondo Machiavelli, dopo
l’avvio iniziale, dovuto alle spinte e alle forze del padre Alessandro VI e
dei francesi, Valentino «deliberò di non dependere piú da le arme e fortuna
d’altri» 16: esce cioè presto, per volontà e merito suoi, dalla condizione di
subalternità e debolezza che l’esercizio delle armi altrui sempre comporta.
In questo modo si potrebbe dire che per lui inizia una nuova storia. Infatti,
usando ogni mezzo, compresi quelli piú nefandi, cominciò a costituirsi un
notevole e unitario dominio territoriale, – la Romagna, Urbino, le Marche,
parte dell’Umbria, – che gli consentí di governare come un nuovo sovrano,
esercitando per giunta il proprio potere, – dopo i primi eccessi dovuti alle
esigenze della conquista, – con magnanimità e giustizia. Passa dunque
rapidamente, per cosí dire, dalla condizione di condottiero avventuriero
favorito dalla fortuna e dalle armi altrui a quella di principe
contraddistinto dalla virtú e dalle armi proprie. Perché questo avvenisse,
considerate le sfavorevoli condizioni di partenza, c’era voluta senza ombra
di dubbio da parte sua molta virtú. L’«occasione», dunque, fu nel caso suo
il favore illimitato concessogli dal padre Alessandro VI e, all’inizio, dalle
armi francesi e orsine. Ma la virtú, un’enorme virtú, consistette nel
liberarsene prestoel creare per questo una milizia propria. In un certo
senso si potrebbe arrivare a dire che il Valentino ebbe e mostrò piú virtú di
un principe che fosse stato baciato dalla sorte fin dall’inizio, e magari
dalla nascita. Questo consente a Machiavelli di farne un esempio
imitabile, anzi, il piú imitabile fra quanti casi di principi italiani gli fosse
dato registrare ai suoi tempi.
Il progetto a cui il Valentino stava lavorando è dunque per Machiavelli
quanto di piú simile a quel «principato nuovo», cui mira con tutte le sue
analisi e le sue proposte. Non un regno italico, nazionale, beninteso,
almeno in quelle condizioni impensabile. Ma un principato territoriale
abbastanza esteso, coeso e forte, con un principe solo, rispettato e
autorevole, l’unico in grado di porsi come alternativa possibile ed
efficiente allo strapotere delle armi straniere, «barbariche», in quella fase:
l’unico garante, quindi, di quello stato politico, civile e culturale, che
Machiavelli e tanti altri, come abbiamo visto e vedremo, chiamano Italia.
È fuori discussione che Machiavelli oltre al ragionamento politico-
teorico, provi una forte simpatia, anche personale, per il Valentino, che si
concretizza nella descrizione che lui ne fa, persino quando il Valentino,
com’è noto, alla morte di suo padre Alessandro VI e con l’elezione di
Giulio II, viene travolto dagli avvenimenti ed esce drammaticamente di
scena 17. La conclusione della vicenda viene sintetizzata in due momenti,
altamente contraddittori fra loro.
Innanzi tutto, nonostante la sua catastrofica rovina, Machiavelli non
può fare a meno d’indicare nel Valentino il personaggio esemplare della
sua pretesa di definire e indicare il «principe nuovo» italiano. Anche qui
bisogna citare per intero, perché non sarebbe possibile, riassumendo e
banalizzando, cogliere e intendere l’appassionata retorica con la quale
l’autore si sforza di dimostrare che quella figura resta esemplare,
nonostante sia stata travolta dalla piú inesorabile delle sconfitte:

Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei riprenderlo


[rimproverarlo]: anzi mi pare, come io ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro
che per fortuna e con le arme di altri sono ascesi allo imperio; perché lui, avendo
l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti, e solo si
oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la sua malattia 18.

Segue, a sostegno di quella tesi, l’elenco insolitamente ricco e


circostanziato delle modalità per le quali il Valentino merita ancora di
essere additato come esempio a tutti:
Chi adunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi delli inimici,
guadagnarsi delli amici; vincere o per forza o per fraude; farsi amare e temere da’
populi, seguire e reverire da’ soldati; spegnere quelli che ti possono o debbono
offendere; innovare con nuovi modi gli ordini antiqui; essere severo e grato,
magnanimo e liberale; spegnere la milizia infedele, creare della nuova; mantenere
l’amicizie de’ re e de’ principi in modo ch’e’ ti abbino a beneficare con grazia o
offendere con respetto 19.

Sicché, in conclusione, risulta logico, e ampiamente sostenibile e


condivisibile agli occhi di Machiavelli che chiunque, in quei tempi, aspiri
a ricoprire il ruolo del «principe nuovo», «non può trovare e’ piú freschi
essempli che le azioni di costui».

A questo punto, che sembrerebbe conclusivo (e per certi versi lo è, se


teniamo conto della logica politica in base alla quale Machiavelli pensa e
scrive Il Principe), cogliamo nell’autore un momento di sospensione e di
ripensamento. Possibile che la rovina del duca sia dovuta soltanto a
un’estrema e del tutto imprevedibile malignità della fortuna? No, non è
possibile, alla luce, del resto, degli stessi principî generali che Machiavelli
ha sempre sostenuto. Un errore anche il Valentino lo ha commesso, ed è
esattamente quello che lo ha portato alla rovina. Ha acconsentito alla
elezione di Giulio II, e, nonostante le sue difficoltà e la sua malattia,
avrebbe potuto impedirla. Questa conclusiva e amarissima constatazione
impedisce che il capitolo VII si concluda, come tutte le premesse
lasciavano pensare, non con la perdurante, e già detta, apologetica
esaltazione della figura del Valentino, – «[…] non può trovare e’ piú
freschi essempli che le azioni di costui», – bensí con la presa d’atto che
anche l’eccezionalissimo Valentino era esposto, come chiunque altro, alle
sconfitte provocate dall’errore: «Errò adunque el duca in questa elezione,
e fu cagione dell’ultima ruina sua» 20.
Non è irrilevante osservare che questa è la conclusione del lungo
capitolo e dell’intero ragionamento sul Valentino.
Questo vuol dire che nessuno, operando nella storia, è esente dal rischio
dell’errore. Machiavelli, volgendosi intorno a osservare personaggi e
avvenimenti del suo tempo, ne aveva raccolto un campionario tanto esteso
quanto drammatico. Ma non v’è dubbio che il caso del Valentino lo
colpisca piú di ogni altro, persino emotivamente.
Per avere una qualche piú precisa risposta a questo fondamentale,
decisivo dilemma, – il massimo della «virtú» sgominato dal massimo
della «fortuna», – bisognerà aspettare di leggere il XXV .

1. INGLESE , VI , rispettivamente a pp. 34-40 e 41-57. Faccio notare una differenza sintattica e
semantica nell’uso del termine adquirere, «acquistare». Nel titolo del cap. I : Quot sint genera
principatuum et quibus modis acquirantur, è usato al congiuntivo; si tratta di una molteplice
possibilità, che non è detto si realizzi. Qui, invece (capp. VI e VII ), è un dato di fatto: per dirla
con Machiavelli, o si fa o non si fa, e però, nei casi considerati, è piú probabile che si faccia; e
perciò viene usato il modo della certezza, e cioè l’indicativo.
2. Ibid., p. 34.
3. Ibid., p. 35.
4. Ibid.
5. «Sulla scorta delle fonti – Erodoto, Livio, Plutarco – M. presenta, accanto a una figura storica
come quella di Ciro… due personaggi del mito e della leggenda: Teseo, figlio di Egeo
(avrebbe realizzato il “sinecismo”, ossia l’unificazione dei borghi attici), e Romolo, fondatore
dell’Urbe nel 753 a.C. Sta a parte Mosè, che nel racconto della Bibbia guidò l’esodo ebraico
dall’Egitto: né qui né nei Disc., M. mostra di nutrire alcun dubbio sulla sua storicità»
(INGLESE , VI , p. 35, nota 14). Nella sua ed. del Principe (a cura di L. Firpo, Einaudi, Torino
1962, p. 26), F. Chabod richiama a questo proposito il giudizio di Manzoni, il quale, nel
trattato Del romanzo storico, p. II , osserva che «il Machiavelli, osservatore cosí vigilante e
profondo […] tra tante e cosí varie osservazioni, non ne fa […] una sola di critica storica […]
è appunto questa indifferenza per la realtà positiva di fatti storici, questo correre con la mente
a ciò che possano aver di notabile come meramente verosimili, e fermarsi lí; è questo che
abbiamo voluto notare in un uomo tale […]». Noi aggiungiamo da parte nostra una domanda
e un’osservazione: non ha rilevanza il fatto che piú o meno in quei medesimi anni il nome di
Ciro sia evocato dal Savonarola per definire il sovrano venuto dall’al di là delle Alpi, Carlo
VIII, a portare morte e distruzione in Italia? Il frate lo definisce infatti immaginosamente come
«il nuovo Ciro» (cfr. RIDOLFI , Vita di Girolamo Savonarola cit., I, pp. 109 e 117).
6. Ibid., p. 35.
7. Ibid., p. 36.
8. Ibid., p. 38.
9. Ibid.
10. Ibid., pp. 39-40.
11. Ibid., VII , p. 41.
12. Ibid., XIX (De contemptu et odio fugiendo), pp. 129-48. In questo caso la lunghezza
dell’esposizione dipende, io penso, dall’estrema importanza che Machiavelli attribuisce
nell’esercizio del potere all’argomento trattato in questo capitolo, e dalla necessità di motivarlo
con la forza argomentativa dei molti esempi, antichi e moderni.
13. Ibid., VII , p. 42.
14. Ibid.
15. Ibid.
16. Ibid., pp. 45-46.
17. È appena il caso di citare la famosa operetta di N. Machiavelli: Il modo che tenne il Duca
Valentino per ammazar Vitellozo, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo et il Duca di Gravina
Orsini in Senigaglia (VIVANTI , I, pp. 16-22), dove, nonostante l’atrocità dei fatti narrati, non è
impossibile cogliere l’ammirazione dell’autore per l’astuzia e la determinazione feroce del suo
protagonista ( per i vari aspetti della tradizione dello scritto, e anche per il suo rapporto con Il
Principe, si veda la nota al testo, Ibid., p. 766).
18. INGLESE , VII , p. 55.
19. Ibid.
20. Ibid., p. 57.
Capitolo nono
Verso la conclusione: ultime analisi; poi il «messaggio»

Gli ultimi tre capitoli, – il XXIV , il XXV e il XXVI, – vanno letti uno
dopo l’altro in rapida sequenza; fanno parte infatti di un unico discorso.
Stiamo uscendo dalla modalità analitico-descrittiva, dominante, anche se
non in maniera esclusiva (come ho già piú volte sottolineato), nelle
sezioni precedenti del Principe. E, infatti, ognuno dei tre capitoli parla un
linguaggio diverso, – diverso fra loro, ma diverso anche rispetto ai capitoli
precedenti, – ma finalizzato in tutti e tre i diversi casi a portare un nuovo
elemento al completamento logico (logico secondo Machiavelli,
s’intende) dell’opera. Machiavelli corre verso la conclusione: ha bisogno
di precisare ancora due fondamentali argomenti, strettamente connessi con
quello dell’ultimo capitolo (come potrebbe ragionevolmente arrivarci, se
lui non spiegasse fino in fondo se sia possibile e come?), poi «esplode»
nell’«esortazione» finale, che dà una destinazione e un senso a tutta
l’opera. Certo, si può anche prescindere, come molti hanno fatto, dal
prendere in considerazione questa implacabile consequenzialità: la
ricchezza del pensiero machiavelliano è tale da consentire a chiunque di
goderne anche se consumata e digerita in frammenti. Se però, – in
considerazione, per giunta, del dramma umano, da cui Machiavelli trasse
genialmente la forza per spaziare sul mondo, su quello a lui circostante e
su quello futuro, – intendiamo coglierne la logica profonda, il processo
conoscitivo compiuto e, come dire?, piú compiutamente
autogiustificativo, il percorso è questo .
1

9.1. Un (vituperevole) elenco dei responsabili e delle responsabilità.


Esiste un (possibile) rimedio? Sí, esiste.
Il breve e intenso capitolo XXIV , Cur Italiae principes regnum
amiserunt («Perché i principi di Italia persero il loro Regno») 2, segue
immediatamente (com’è ovvio) le considerazioni del XXIII , Quomodo
adulatores sint fugiendi («In qual modo ci si debba guardare dagli
adulatori»). Il XXIII è, dunque, almeno da questo punto di vista, l’ultimo di
una lunga serie di capitoli analitico-descrittivi. Infatti, dalle analisi e dalle
descrizioni, che naturalmente perdurano, Machiavelli passa ora alle
valutazioni e alle indicazioni. Di conseguenza, il discorso, che finora era
rimasto molto sulle generali, e avrebbe potuto essere utilizzato (e fu
utilizzato) in tutta una serie di condizioni diverse (motivo indubbio, anche
se non esclusivo, della grande fortuna mondiale dell’opera), si focalizza
sul soggetto per cui fondamentalmente l’opera è stata scritta
(fondamentalmente, almeno nelle intenzioni di Machiavelli: che poi lui
stesso sia andato molto molto piú in là di questo assunto iniziale e persino
di questo approdo finale del suo discorso, è un’altra cosa), e cioè l’Italia.
L’Italia compare qui per la prima volta nell’elenco dei titoli dell’opera: è
un segnale non trascurabile, mi pare (tornerà, ovviamente, nel titolo del
XXVI , che si presenta, plasticamente, come una risposta e un’alternativa a
quello del XXIV ).
Del resto, il rapporto del XXIV con la lunga serie analitico-descrittiva
precedente, è del tutto esplicito, anzi, addirittura consequenziale. Infatti, il
capitolo inizia con queste parole: «Le cose soprascritte, osservate
prudentemente, fanno parere uno principe nuovo antico, e lo rendono
subito piú sicuro e piú fermo nello stato che s’e’ vi fussi antiquato dentro
[…]» 3. E cioè: se è capace di seguire e praticare il «catalogo»
machiavelliano, fino a quel momento puntualmente esposto e ragionato, il
«principe nuovo» (sempre lui al centro dell’attenzione e dell’azione)
metterà «le barbe e corrispondenzie sua» nel proprio stato, perfino meglio
di quelli che sono nati e sono stati a lungo principi nel loro, ma con cattive
e inappropriate attitudini. Il fatto è che in Italia questo non è accaduto, –
non è affatto accaduto: e cioè i principi, sia vecchi sia nuovi, non hanno
osservato e praticato in nessun modo le leggi e le categorie del catalogo
machiavelliano; e di conseguenza, al primo stormire di fronda, sono stati
sbalzati dai loro domini senza neanche grande fatica da parte dei loro
avversari (come dimostrano i casi eloquenti, qui riportati, di Federico I
d’Aragona, re di Napoli, caduto nel 1501 per la semplice pressione politica
e militare dei francesi, e di Ludovico il Moro, duca di Milano, rovesciato
facilmente nel 1499 dalle armi di Luigi XII); e, una volta sbalzati, non
sono stati capaci di riprenderseli o, se se li sono ripresi, ne sono stati
presto di nuovo sbalzati. Il difetto, in tutti questi casi, è stato piú o meno
comune, e cioè: «[…] si troverrà in loro, prima, uno comune difetto
quanto alle arme, per le cagioni che di sopra a lungo si sono discorse
[ovviamente]; di poi si vedrà alcuni di loro o che arà avuto inimici e’
populi, o, se arà avuto il populo amico, non si sarà saputo assicurare de’
grandi» 4.
Cioè (secondo uno schema logico che ormai abbiamo incontrato e
interpretato piú volte): un tale principe si sarà servito come al solito delle
disastrose armi mercenarie; e, per quel che riguarda la cosiddetta «politica
interna», non avrà saputo guadagnarsi il favore popolare; e, ammesso che
ci sia riuscito, non sarà riuscito contemporaneamente a contenere nei
giusti limiti il potere dei «grandi», degli ottimati, degli aristocratici, dei
cittadini per un qualche motivo influenti. Ossia: non avrà realizzato quella
coesione interna, che rende piú solido un trono e meno esposto agli
attacchi esterni (cosa che era accaduta, e continuava ad accadere,
nonostante tutte le difficoltà, in un reame come la Francia).

Machiavelli, poste queste premesse, arriva perciò rapidamente alla


considerazione che piú lo interessa, e che costituisce la summa,
estremamente sintetica, ma proprio perciò efficacissima, del suo pensiero
sull’Italia a lui contemporanea: «Pertanto questi nostri principi, e’ quali
erano stati molti anni nel loro principato, per averlo di poi perso non
accusino la fortuna ma la ignavia loro» 5. Non predisposero infatti quando
potevano le difese che li avrebbero tutelati nei momenti di maggior
pericolo.
«La fortuna […] la ignavia loro […]»: definizioni anche queste
giustamente leggendarie. La coppia dilemmatica, e sempre fondativa, si
ripresenta dunque qui, sebbene sotto altre spoglie. La «ignavia», infatti,
non è altro che l’assenza di «vitalità» e di «capacità decisionale», anzi, piú
esattamente, la rinuncia a pensare e agire. Cioè non è nient’altro, né piú né
meno, che una consolidata, quasi consustanziale, mancanza di «virtú»,
anzi, forse ancor di piú, uno dei meccanismi piú profondi che ne
provocano la scomparsa, dove ci sia stata, ovvero ne impediscano la
nascita, là dove non ci sia mai stata.
Nel capitolo XXIV , dunque, ma anche nel XXV , dedicato, come vedremo,
al tema della «fortuna», Machiavelli, contrariamente alle apparenze e ad
alcune superficiali conseguenze interpretative, continua dunque a
ragionare sui modi, le avvertenze, le occasioni, in cui la «virtú» si misura
con il mondo dell’imprevedibile e del contrario, – com’era avvenuto, ma
fino a quel momento catastroficamente, nell’Italia del suo tempo, – e di
conseguenza dispiega, se ne ha, tutte le sue capacità, – il contrario
dell’«ignavia», insomma, – allo scopo di tenerle testa; e questo soprattutto
quando le circostanze esterne sono avverse, anzi, terribilmente avverse.
Per arrivare logicamente all’«esortazione» finale, che sposterà ancora una
volta, – l’ultima volta, – l’asse del discorso, bisogna che sia chiaro,
innanzi tutto e una volta per sempre, che la forza dominante nella storia,ei
comportamenti dei principi e dei condottieri, quando ne siano capaci, è la
«virtú» (come aveva già argomentato nel capitolo VI el VII , ma era
necessario che avvenisse di nuovo anche a conclusione del discorso).
Cosí il XXIV , che s’era aperto con la sconsolata riflessione
sull’«ignavia» italica che non aveva saputo tener testa, pressoché
sistematicamente, alla cattiva «fortuna», si chiude con un rinnovato
ammonimento, che nonostante tutto consente al discorso di riprendere e
andare avanti: «[…] quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono
durabili, che dependono da te proprio e da la virtú tua» 6. La chiarezza del
dettato machiavelliano non ha eguali, forse, nel corso della nostra storia
letteraria e culturale. Ma ci sono momenti, – e sono in genere momenti di
svolta, e questo di sicuro lo è, – in cui la frase assume in lui la tonalità di
una sentenza antica, biblica o greco-romana.
Su questa inconfondibile certezza, Machiavelli passa la parola al
capitolo successivo, che solo in apparenza, – ma solo in apparenza, come
vedremo, – sembrerebbe dire cose diverse, anzi contrarie.

9.2. L’eterno, irrimediabile alternarsi e confliggere delle sorti umane.


Possibilità e limiti (invalicabili) dell’azione.
Per arrivare a sostenere persuasivamente il suo appello conclusivo,
Machiavelli deve affrontare e rimuovere l’ultimo ostacolo logico che si
frappone fra l’intenzione e l’azione. Infatti, capitolo XXV : Quantum
fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum («Quanto
la fortuna possa nelle cose umane e in qual modo le si debba far fronte») 7.
È un problema continuamente ricorrente in Machiavelli, nel Principe e
altrove, ma qui trova una sistemazione che appare definitiva.
Nell’esordio del capitolo, la cultura classico-pagana che ispira gran
parte delle posizioni teoriche di Machiavellie permea il sentire profondo,
lo spinge alla tentazione di abbracciare e far propria la posizione di coloro
i quali pensano che «le cose del mondo sieno in modo governate, da la
fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenza loro non possino
correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno»; e che di conseguenza «e’
non fussi da insudare [affaticarsi] molto nelle cose ma lasciarsi governare
alla sorte». La prova piú lampante starebbe proprio nell’Italia
contemporanea, la quale, «per l[e] variazione grande delle cose che si sono
viste e veggonsi ogni dí, fuora di ogni umana coniettura», dimostrerebbe
la vanità di ogni sforzo umano d’intervento e di mutamento 8. In tal modo
la questione sarebbe bellamente chiusa: altro che virtú, altro che impegno
intellettuale e morale; non ci sarebbe che da aspettare l’automatico, fatale
responso della sorte.
Osservo tuttavia che qui compare nel Principe per la prima volta (salvo
che due volte nel capitolo VI , dove peraltro faceva da logico e
consuetudinario campionario dell’azione di Moisè) 9 niente di meno che
«Dio». Il fatto che si manifesti fin dall’inizio in coppia con la «fortuna»
rende impossibile, penso, un’automatica identificazione fra i due termini e
concetti (come se, appunto, «Dio» fosse semplicemente corrispettivo
equivalente di «fortuna») 10. Dunque, bisogna pensare a una presenza
divina, che serve a giustificare un orientamento diverso del discorso. In
quali termini e in quale misura è difficile dire, ma ciò non toglie che
l’improvvisa comparsa di questa potenza sovraumana cambi, e complichi,
i termini del discorso.
Se cosí non fosse, non sarebbe possibile che, qualche riga piú sotto,
Machiavelli chiami in causa l’unico valore-concetto perfettamente
cristiano, che gli si possa riconoscere nel corso di tutta la sua storia: il
«libero arbitrio». Infatti: per pensare, com’è giusto, che ci si sia un
qualche rimedio possibile all’azione rovinosa della fortuna, come
Machiavelli si sforza di dimostrare fin dall’inizio del capitolo,
contrapponendosi perfino alle suggestioni che su di lui esercitano le
opinioni correnti ai tempi suoi, è necessario che, ancora una volta, virtú e
fortuna, libertàecessità, siano ricalibrate in questa forma nuova:
«Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere
essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che
etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi» 11. Se non ci fosse
l’inserimento di questo altro concetto cardinale, il capitolo XXV non
sarebbe altro che la ripetizione pura e semplice dei concetti sulla funzione
e sull’operato della fortuna già presenti nei Ghiribizzi al Soderino, di
qualche anno prima 12. Ma il «libero arbitrio» arricchisce il quadro e lo
complica. Si tratta del puro equivalente filosofico-religioso del laico
«virtú»? Io non credo, se anche in tal caso si dovesse procedere
affrettatamente a un’identificazione pura e semplice. Si tratta
dell’inevitabile omaggio alla Casa Medici, il cui piú autorevole
rappresentante è in quel momento il vicario di Dio sulla terra? Potrebbe
darsi. Io preferisco pensare che Machiavelli adotti qui il «libero arbitrio»,
–e faccia addirittura una bandiera nel capitolo successivo, come vedremo,
– perché è valore-concetto che i suoi contemporanei sarebbero stati meglio
in grado di capire-accettare, e che meglio consente a lui (sí, proprio a lui!)
di rimettere in discussione tutto, in ogni momento e in ogni senso: quello
che gli serve per concludere il libro con l’ammonimento del XXVI . Il fatto
è che «libero arbitrio» è concetto capitale nella storia del pensiero e della
cultura occidentale. Si tratta di vederne le connessioni, senza scadere in
cervellotiche subalternità. Si arriverà a verificare che il quadro in questo
modo non si contraddice, ma si allarga. Escluderei che Machiavelli attinga
nel merito direttamente alle fonti del pensiero cristiano, Agostino e
Tommaso, in primis 13. Difficile però pensare che non abbia avuto notizia,
magari indirettamente, del dialogo De libero arbitrio di Lorenzo Valla,
scritto intorno al 1440, ma pubblicato per la prima volta a Lovanio nel
1483, circolato sicuramente negli ambienti umanistici fiorentini di tardo
Quattrocento, quando si compiva la formazione pre-segretariale di
Niccolò 14. Anche Valla dialoga molto robustamente, e in taluni punti
persino aggressivamente (quando Glarea, gli oppone gli argomenti
«filosofici» della tradizione classico-umanistica), sulla non-
contraddizione che si può, anzi si deve registrare fra «prescienza» divina e
«libero arbitrio» umano.
Qualsiasi altro riferimento testuale e concettuale cede tuttavia il passo,
nel merito, a un’inoppugnabile lettura che Niccolò non può non aver
tenuto presente nell’inserire (inaspettatamente o, secondo altri, del tutto
improbabilmente) questo concetto e questa tematica nel suo ragionamento,
e cioè Dante. Vale a dire: è ovvio che Machiavelli non può non aver letto,
– e ammirato, – Dante. Ebbene, è ben noto che nel canto XVI del
Purgatorio 15 Dante affida a un cortigiano onesto, valoroso e per giunta
povero, di nome Marco Lombardo (non casualmente: si tratta di un
personaggio che ha avuto dimestichezza con i meccanismi di potere del
suo tempo, e li ha fronteggiati con dignità e sapienza: una controfigura del
Machiavelli?), il compito di descrivere come «virtú» e «ignavia»,
«prudenza» e «fortuna» anche ai suoi tempi si siano, spesso
catastroficamente, fronteggiate. Bisognerebbe leggere il canto per intero
(non è secondario, ad esempio, che Dante individui il massimo della
corruzione e della decadenza contemporanee nel fatto che, in conseguenza
di scelte depravate, «è giunta la spada | col pasturale» 16, e cioè la Chiesa di
Roma, figlia di Cristo, è diventata una potenza mondana e guerriera come
tutte le altre; cosa che, ai tempi di Machiavelli, come abbiamo ripetuto piú
volte, aveva raggiunto forme ancora piú estreme). Basti a noi citare il
brano che, da molti punti di vista, sembrerebbe addirittura la principale
fonte del pensiero machiavelliano nel XXV el XXVI :

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi»,


mis’e’ fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al ciel, cosí come s’e’ tutto
movesse seco di necessitate.
Se cosí fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrioon fora giustizia
per ben letizia e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia:
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
e libero voler, che, se fatica
nele prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, s’e’ ben si notrica.
A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
Però, se ’l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia [...]» 17.

Alcune analogie sono impressionanti. Sbagliato dunque, secondo Marco


Lombardo, sarebbe riportare la ragione di tutte le cose al cielo, cioè, per
usare la qui presente terminologia machiavelliana, alla «fortuna» e a
«Dio»: il «libero arbitrio» consente a chiunque, che decida di usarlo, di
modificare le situazioni e orientare diversamente le cose. Gli uomini sono
in grado di capirle da soli («lume v’è dato a bene e a malizia»: anche per
Dante la coppia «logica dilemmatica» riveste un’importanza centrale);
godono del «libero voler» (anticipazione cristiana della «virtú»
machiavelliana, figura fondamentalmente classica, s’intende, ma non
conflittuale, a quanto sembra, con il frutto di quest’altra diversa
tradizione); per cui, «se ’l mondo presente disvia [esce dalla retta via]»,
vano è cercarne i motivi altrove, «in voi [uomini] è la cagione, in voi si
cheggia [si cerchi]».
Non sarebbe possibile concludere questo richiamo al testo dantesco
senza segnalarne l’estrema importanza, innanzi tutto, nello svolgimento
del tessuto logico-argomentativo della Commedia. Il canto XVI del
Purgatorio è, nell’ordine, il cinquantesimo della Commedia. Ne seguono
altri cinquanta, per culminare nel XXXIII del Paradiso. Il canto, dunque,
cade esattamente a metà dell’opera. Siccome nulla che pertiene alla
creazione dantesca, in modo particolare per quel che riguarda la struttura
della Commedia, può ritenersi frutto del caso, siamo autorizzati a pensare
che il fatto che Dante collochi proprio nel XVI del Purgatorio il discorso
sul «libero arbitrio» significa che per lui il «libero arbitrio» costituisce il
punto cardinale dell’intera struttura logico-religiosa della Commedia. Del
resto, se ci si pensa un istante, si capisce che non può essere altrimenti che
cosí: senza «libero arbitrio», e il conseguente sistema di colpe e di
benemerenze, di punizioni e di gratificazioni, e persino la variante, fino a
un certo punto insolita, ma non a caso tipicamente dantesca, del mondo
purgatoriale (dove il «libero arbitrio» è stato esercitato addirittura due
volte, la prima quando si è peccato, la seconda quando ci si è pentiti),
l’intero sistema non potrebbe reggersi. Senza «libero arbitrio», niente
Inferno, niente Purgatorioiente Paradiso: e quindi niente Commedia 18.

Il frutto conoscitivo di questa nostra lunga digressione dantesca (solo


apparentemente, digressione) sarebbe che Machiavelli, lungi dal
rinchiudersi in un unico e astratto schema concettuale, attinge a tutte le
possibili fonti per rendere piú persuasiva la sua tesi di fondo: e cioè che
l’impresa massima e inconfondibile del principe, e ancor di piú del
«principe nuovo», – anzi, di chiunque, a dir la verità, si trovi ad affrontare
una possibile impresa, – è scegliere consapevolmente, cioè secondo
ragione, – e, può farlo, solo perché ha la libertà di farlo, – di combattere e
vincere l’onda dilagante e distruttiva della «fortuna».
Questo non significa che ci sia da parte sua, necessariamente,
un’adesione ideologica a quei valori, – «Dio», «libero arbitrio», – di cui
pure a quanto pare si serve. Significa che per tener ferma la sua ipotesi di
fondo, – quel che conta, insomma, – Niccolò si serve di tutti gli strumenti
che la storia e il pensiero umano gli mettono a disposizione: e questo
soprattutto quando, come in questo caso, si va verso le conclusioni, il tono
del discorso s’innalza, tutto può essere accettato, purché serva meglio e di
piú, e possa persuadere anche chi altrimenti resterebbe sordo all’appello 19.
Del resto, se allargassimo (e non poco) il discorso, potremmo dire che
il problema con il quale tutti questi grandi pensatori si misurano, –
credention credenti che siano, – è quello del rapporto fra libertàecessità
nell’agire umano. È il carattere inconfondibile e permanente (finora?)
della cosiddetta civiltà occidentale: estraneo inequivocabilmente, almeno
in questa forma decisa e dirimente, a tutte le altre forme di civiltà umane.
L’aspetto straordinario del discorso machiavelliano, con il quale qui ci
stiamo misurando, è che Niccolò pone questo atteggiamento a fondamento
del pensiero politico moderno. Se non c’è questo, senza il suo inevitabile
corredo di difficoltà, scelte, lotte, vittorie e sconfitte, non c’è pensiero
politico moderno. Ma non basta: teorizzando, per la prima volta in modo
cosí inequivocabile, modi e contenuti del pensiero politico moderno, – ma
particolarmente quel nucleo centrale dell’intero sistema, che è il rapporto
conflittuale perenne tra libertàecessità, – Machiavelli entra a buon diritto
nel novero dei fondatori del «moderno», anzi, ne è uno dei piú indiscutibili
precursori 20.

Non si direbbe che il proseguimento del discorso contraddica l’angolo


visuale dal quale finora abbiamo esaminato la cosa. Infatti, riprendendo la
lettura del testo esattamente là dove l’avevamo lasciata: proprio perché
(solo perché) il «libero arbitrio» ci consente innegabilmente un margine di
libertà, e dunque di scelta e di azione, anche nelle condizioni piú difficili,
«iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni
nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi» 21.
È stato osservato a questo proposito:

[ciò] non significa che alcune azioni dell’uomo sono governate dalla fortuna e
altre, per esempio, dalla libera volontà […]; ma che tutte le azioni umane dipendono
«per metà», o quasi, dalla fortuna, ossia che dipendono simultaneamente dalla
fortuna e dalla virtú, non piú dall’una che dall’altra 22.

Giustissimo. Ma non potrebbe essere giusta, non contraddittoriamente,


anche l’altra ipotesi, che vede la «virtú» contrapporsi alla «fortuna» come
a una potenza diversa e ostile, da circoscrivere e limitare come e quanto si
può? Il fulminante esempio che segue sembrerebbe andare piuttosto in
questa seconda direzione. Quando Machiavelli desidera farsi capire
meglio e fino in fondo, ricorre a immagini plastiche di eccezionale
potenza. Era già accaduto all’inizio del capitolo VI con l’esempio degli
«arcieri prudenti». Qui ricorre all’immagine dei «fiumi rovinosi», che,
«quando si adirano, allagano e’ piani, ruinano li arbori e li edifizi»; sicché
«ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in
alcuna parte ostare [opporre]». Se però, nei «tempi queti», gli uomini
intervenissero prudentemente, erigendo argini e scavando canali liberatori,
quella furia non si potrebbe comunque evitare (la fortuna non conosce
ostacoli che le impediscano in ogni caso di agire), ma se ne potrebbe
limitare e ridurre l’impeto rovinoso: «Similmente interviene della fortuna,
la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtú a resisterle
[…]» 23. Siamo nell’ambito di un ragionamento che pervade tutto il libro, e
connota profondamente la posizione di Machiavelli. Con argomenti
sostanzialmente non dissimili, nel capitolo XXIV , i principi italiani erano
stati rampognati per non aver pensato al peggio quando avrebbero potuto:

… Non avendo mai ne’ tempi quieti pensato ch’e’ possino mutarsi – il che è
comune difetto degli uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta –, quando
poi vennono e’ tempi avversi [e cioè quando i fiumi si rovesciarono fuori dai loro
argini procurando danni rovinosi] pensorno a fuggirsi, non a defendersi 24.

L’argomentazione esce dal generico e si precisa: «La Italia» [sí, l’Italia,


proprio l’Italia] «è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro il
moto», è «una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo» 25:
diversamente da, – e l’esemplificazione contraria è straordinariamente
eloquente, – Magna, Spagna e Francia, governate da principi avveduti e
precorritori.

C’è dunque una logica anche nel quadro descritto da Machiavelli, il


quale per definizione sembrerebbe non averne alcuna. Per quanto la
«fortuna» sia spesso imprevedibile, e di sovente irrimediabile (il caso del
Valentino, dotato di ogni virtú, e tuttavia travolto egualmente dalla cattiva
sorte, lo dimostra), non si può lo stesso dire che la cieca dinamica delle
forze metta in discussione, e a rischio, senza riparo né rimedio alcuno,
l’azione dell’uomo, – e quindi anche del «principe», – che cerca in tutti i
modi di adempiere ai fini da lui desiderati e previsti (se ne ha, certo, se ne
ha: anche questa è una differenza dirimente) nella sua operetta. Trovo
altamente significativo che Machiavelli non usi mai il termine-concetto di
«caso». Il «caso» rappresenta l’autentica distonia mentale, e l’unica
irrimediabilità pratica, all’interno della storia. La «fortuna» è l’insieme
dei fattori che non sono convertibili immediatamente, e ipso facto, nella
gestione avveduta e prudente della storia umana. Ma è, in qualche modo,
contraddistinta anch’essa da una sua logica e da sue leggi: si tratta di
capirle e interpretarle, prevederle e anticiparle, se si vuole dominarla.

Nelle pagine successive Machiavelli, quasi a non voler lasciare nessuna


lacuna nel suo ragionamentoel suo tessuto logico, tende ad accentuare
notevolmente la tonalità negativa della sua descrizione delle forze
dominanti nella storia, affinché, – si direbbe, – il quadro privo del tutto di
sfumature renda le conclusioni operative (in ogni caso si può, e si deve,
fare) ancor piú convincenti. Se i fondamenti ideologici generali del
rapporto tra «virtú» e «fortuna» sono stati chiaramente e definitivamente
gettati, la circostanziata casistica che da questo momento in poi invade
letteralmente le pagine machiavelliane sembrerebbe comunque negare la
possibilità che ci sia un qualche ordine possibile nella previsione delle
scelte umane: «Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente
operando, sortiscono el medesimo effetto, e dua, equalmente operando,
l’uno si conduce al suo fine e l’altro no» 26. L’unica regola ancora
funzionante sarebbe dunque l’esser capaci di adattare i propri costumi e il
proprio temperamento, – ossia in sostanza quel che si è, – alle situazioni
che di volta in volta si presentano. Ma l’esito di tale confronto non è
neanch’esso mai prevedibile in partenza. Come mai questo improvviso (e
per giunta finale) riaffiorare delle incertezze precognitive che
caratterizzavano l’inizio del capitolo? Ogni risposta sarebbe azzardata.
Osserviamo per giunta che, durante questo lungo percorso che mette in
discussione qualsiasi regola, –ell’esempio opposto, molto eloquente, di
papa Giulio II, il quale ottenne risultati eccezionali, non avendo fatto
nessun calcolo di preparazione e di prudenza, anzi, essendosi piuttosto
azzardato a osare quel che era inverosimile sperare che raggiungesse, –
non compare mai la parola «virtú» (le ultime volte era accaduto, quando
era andato ragionando, appunto, della necessità di usare «ordinata» e
«conveniente» «virtú» per riparare ai danni degli imprevisti catastrofici).
Morale della favola: «Concludo adunque che, variando la fortuna e’ tempi
e stando li uomini nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano
insieme e, come e’ discordano, infelici» 27.
Si direbbe che Machiavelli sia intenzionato a chiudere il discorso,
passando dal dominio delle regole a quello dei comportamenti. E cioè: il
principe, per sopravvivere o primeggiare, deve «sovranamente» adattarsi,
capire innanzi tutto in quale situazione si trova, e solo su quella base
impostare le sue scelte e i suoi obiettivi. E però, detto tutto questo:
nell’impossibilità di disporre di previsioni precise, «meglio essere
impetuoso che respettivo [prudente, calcolatore]», come infatti era stato
Giulio II nel corso della sua «fortunata» azione; perché, – e qui
Machiavelli per spiegarsi esprime tutta la carica vitalistico-maschilista, di
cui per altri versi e testimonianze lo sappiamo capace, – «la fortuna è
donna, e è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla» 28 (del
resto, è ovvio che il potere secondo la tradizione, a cui Machiavelli toto
corde aderisce, – e, ovviamente, non avrebbe potuto farne a meno, – è
assolutamente maschile, e dunque è tale anche la sintomatologia stilistica
e retorica che ne scaturisce). Bisogna esser capaci di usare impeto e
violenza, se si vuole passare attraverso le circostanze avverse senza
riportarne danno; tanto meglio se si è giovani, perché la fortuna, «come
donna [riprende lo stereotipo precedente], è amica de’ giovani perché sono
meno respettivi, piú feroci e con piú audacia la comandano» 29.
Il messaggio, che sembrerebbe rappresentare un’intenzionale
anticipazione del capitolo successivo, il XXVI , è che nonostante tutto, non
bisogna temere di osare. Se in situazioni come quelle, infatti, non si
trovasse il coraggio di andare al di là dei limiti apparentemente
invalicabili posti dalla «fortuna», l’impresa risulterebbe in ogni caso vana
in partenza.

9.3. L’ultimo capitolo: un grido di dolore, un appello di altissima


intensità, un richiamo senza condizioni ai «valori italici».

Su questo sfondo mosso, convulso e anche contraddittorio, di alta teoria


e insieme di analisi politica concreta e circostanziata, e al tempo stesso di
dramma personale evidente, Machiavelli disegna il suo ultimo quadro,
cambiando ancora una volta registro: XXVI , Exhortatio ad capessendam
Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam (noi lo traduciamo cosí:
«Esortazione a prendere nelle proprie mani l’Italia e a restituirla in libertà
dall’oppressione dei barbari»). L’Italia, protagonista implicita o dichiarata
di tutta l’esposizione precedente, diventa qui il tema pressoché esclusivo
del discorso. Il teorema da sviluppare, considerato nel suo complesso,
implica che ci sia un soggetto avvilito e offeso da riscattare; un oppressore
reale e /o potenziale, contraddistinto da caratteristiche «barbariche», da
battere ed espellere; un individuo di capacità superiori, da trovare, e a cui
affidare tale compito; un obiettivo chiaro, anche se non compiutamente
definito, da raggiungere. La teoria politica mostra il suo lato positivo
finale: la missione e l’azione. I nessi con le dimostrazioni precedenti non
potrebbero tuttavia essere piú evidenti. Il capitolo ne è intessuto, a partire
dal suo esordio: «Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse
[…]» 30. Come dire: tutto quello che ho scritto finora, è un introibo alla
formulazione dell’esortazione finale (di certo non è cosí, tutti i
ragionamenti e le dimostrazioni, anche presi singolarmente, assumono nel
Principe una loro autonomia, ma Machiavelli senza ombra di dubbio lo
dice). Ma in cosa consiste il messaggio che Machiavelli lancia ai suoi
potenziali interlocutori?
Machiavelli lo spiega, con impressionante lucidità e fermezza,
nell’esordio del capitolo, il quale lega il tema fondamentale del Principe
(quale tema piú fondamentale nel Principe di quello rappresentato dalla
ricerca del «principe nuovo» e dei suoi accessori? Capitolo VI , e altro,
s’intende) all’esortazione che conclude l’analisi e le permette di svettare
sulle difficoltà immense della contingenza e della pratica:

Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo


se al presente in Italia [appunto] correvano tempi da onorare uno nuovo principe, e
se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso [ovviamente]
d’introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla università delli uomini di quella
[Italia], mi pare concorrino tante cose in benefizio di uno principe nuovo che io non
so qual mai tempo fussi piú atto a questo 31.

Esistono dunque le condizioni, proprio perché estreme, perché nasca in


Italia «uno nuovo principe», ovvero, lo ripete qualche riga piú sotto, «uno
principe nuovo», che prenda nelle proprie mani le sorti dell’Italia e la
riscatti dalla servitú barbarica.
Anticipiamo, individuando subito a chi sembra pensare Machiavelli,
quando auspica, anzi preconizza, l’avvento di questo straordinario
rovesciamento delle sorti italiche. Riemerge con forza, dopo un silenzio
durato tutta l’opera (se si eccettua la rapida conclusione dell’XI , omaggio a
Leone X, in quel momento di recente eletto papa), la figura del dedicatario
del Principe, il giovane Lorenzo de’ Medici, associato tuttavia, anche in
questo caso, quasi a legittimarne le reali potenzialità, alla situazione
attuale della Chiesa, in quel momento, appunto, nelle mani di Leone X, il
suo grande zio: «Né ci si vede al presente in quale lei [l’Italia] possa piú
sperare che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua fortuna e virtú –
favorita da Dio e da la Chiesa, della quale ora è principe – possa farsi capo
di questa redenzione» 32 (in questo caso, come si vede, – e questo
basterebbe a segnalare l’eccezionalità della scelta, – «fortuna» e «virtú»
non sono termini dilemmatici e divergenti fra loro come il piú delle volte
accade, ma compositivi e convergenti: il fatto è che, anche in questo caso,
si tratta piú di una constatazione che di un’ipotesi, e questo ben si vedrà
negli anni a venire. La stessa accoppiata «positiva» ritorna del resto piú
avanti: «[…] e per virtú e per fortuna, che li altri cedino» 33). Si direbbe
anzi, forse piú esattamente, che Machiavelli, piú che a un singolo
individuo, pensi fin dall’inizio alla Casa Medici nel suo complesso, con i
suoi molteplici rappresentanti e legami politici e religiosi.
Non c’interessa, né qui né altrove, mettere in discussione questa piú o
meno sostanziale identificazione del «principe nuovo» nella Casa Medici,
o in uno qualsiasi dei suoi possibili esponenti, presenti e futuri. Ci
limitiamo a constatare che essa appare una scelta per piú versi obbligata.
Quello che, agli occhi di Machiavelli, avrebbe potuto essere il vero
protagonista di un possibile riscatto, era infatti scomparso disastrosamente
pochi anni prima, e sostituirlo nel suo immaginario doveva essere
tutt’altro che facile. Nel momento in cui si arriva alla scadenza finale,
riemerge tuttavia questo retrospettivo appello positivo all’azione, l’unico
cui fare riferimento in tutto lo sviluppo precedente del Principe, se si
esclude la figura intenzionalmente (come ho già detto) un po’ defilata di
Francesco Sforza. Il riferimento nostalgico al suo vero, grande eroe, il
duca Valentino, si colloca qui, in maniera estremamente significativa, a
introdurre il ragionamento sulla fase conclusiva della sua ricerca: «E
benché insino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno da potere
iudicare ch’e’ fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto
come di poi nel piú alto corso delle azioni sua è stato da la fortuna
reprobato [riprovato, sconfitto]» 34. (Passa in secondo piano, anzi, viene
addirittura taciuto, l’«errore» che comunque, – come abbiamo a suo tempo
osservato, – il Valentino avrebbe commesso).
Non è possibile escludere, in ogni caso, che la componente cortigiana
filomedicea fatta propria da Machiavelli dopo la terribile sconfitta e
defenestrazione del 1512, e resa esplicita fin dalla lettera dedicatoria,
agisca fortemente a determinare tali scelte: oltre tutto, difficile pensare
che ce ne fossero altre piú credibili in quella situazione, e questo,
ovviamente, la dice lunga sullo stato reale dell’Italia «da restituire in
libertà». Lasciamo in sospeso per ora questo aspetto della lettura.

Se la definizione circostanziata della figura del «principe nuovo» resta


per ora necessariamente (necessariamente, ripeto) in termini assai
generali, tutta la verve creativa di Machiavelli, – grandiosa, anche
letterariamente, – si dispiega nella rappresentazione e descrizione della
«occasione» che renderebbe possibile, oltre che auspicabile, la nascita di
un «principe nuovo». Mancando, oppure restando molto sulle generali, e in
una sostanziale indeterminatezza, la figura di colui che dovrebbe
manifestarsi come il grande protagonista della vicenda storica
contemporanea, Machiavelli descrive dunque, con autentico talento
letterario, e straordinario empito fantastico-narrativo, le condizioni che
secondo lui farebbero dell’Italia la culla privilegiata per la genesi di un
«principe nuovo».
Tornano, e con entusiasmo ancora maggiore, i grandi esempi mitico-
leggendari del capitolo VI :

E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtú di Moisè, che il populo
d’Isdrael fussi stiavo in Egitto; e, a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, che
e’ persi fussino oppressati da’ medi; e la eccellenzia di Teseo, che li ateniesi fussino
dispersi; cosí al presente, volendo conoscere la virtú di uno spirito italiano, era
necessario che la Italia si riducessi ne’ termini presenti, e che la fussi piú stiava che li
ebrei, piú serva che e’ persi, piú dispersa che gli ateniesi: sanza capo, sanza ordine,
battuta, spogliata, lacera, corsa, e avessi sopportato d’ogni sorte ruina 35.

Il massimo della sventura renderebbe dunque possibile, anzi, piú


esattamente creerebbe le condizioni per generare il massimo delle
potenzialità rinnovatrici. Machiavelli chiama questa situazione in vari
modi: «disposizione grandissima», «grande disposizione», «occasione» 36.
È, – come abbiamo in precedenza piú volte ragionato, – la fortuna che si
presenta talvolta come possibilità, potenzialità, chance. Certo, affinché
questo suo volto positivo si riveli, bisogna saperla afferrare e dominare
(come nelle conclusioni del capitolo precedente, la cui presenza proprio lí,
cioè un momento prima che cominci il XXVI , ancor piú cammin facendo si
chiarisce e spiega). Ma, se questo dovesse avvenire, – ripeto, – il massimo
della sciagura potrebbe coincidere con il massimo delle possibilità. Si
comprendono meglio, a questo punto, anche argomenti e motivazioni delle
esemplificazioni presentate nel capitolo VI . Come avrebbe potuto
Machiavelli riservare tanto rilievo a personaggi mitico-leggendari della
portata di Mosè, Ciro, Romolo, Teseo, all’interno di un discorso che si
presenta fortemente fattuale e propositivo come questo, se non gli fosse
servito in quel punto per introdurre, in maniera creativa e persuasiva, il
ragionamento finale su quella che lui pensa, o, per meglio dire, immagina
come l’estrema eccezionalità del caso italiano? Con quei grandiosi
esempi-modelli alle spalle, e contemporaneamente di fronte agli occhi,
anche l’intricatissimo puzzle italiano sarebbe potuto apparire, a lui come
ai suoi lettori e destinatari, ancora nonostante tutto risolvibile.

Per dire tutto questo in maniera adeguata, ossia con il massimo della
forza di persuasione, non bastano piú gli strumenti stilistici e le categorie
di valori, ai quali fino a questo momento Machiavelli aveva ispirato la
composizione del Principe. Il tono si alza, da analitico-descrittivo si fa
persuasorio, intenso, commosso, persino oratorio. Penso soprattutto agli
ultimi paragrafi del capitolo, ma non solo:

Né posso esprimere con quale amore e’ [il candidato «principe nuovo»] fussi
ricevuto in tutte quelle province che hanno patito per queste illuvioni esterne, con
che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali
porte se li serrerebbono? Quali populi gli negherebbono la obbedienza? Quale
invidia se li opporrebbe? Quale italiano gli negherebbe lo ossequio? 37.

Mette conto notare che, trascinato dall’impeto del ragionamento,


Machiavelli non trova né esagerato né disdicevole individuare un soggetto
storico preciso dell’«ossequio» e al tempo stesso del rinnovamento e della
riscossa, che è l’«italiano»: un soggetto storico preciso, che per l’appunto
travalica al tempo stesso, nel suo dire appassionato, tutte le singole
identità regionali e statuali, «il veneziano», «il toscano», «il lombardo»,
eccetera eccetera, accettando persino di sfumare nell’indeterminatezza
dell’appello retorico, purché sia chiaro, chiarissimo, che il soggetto della
nuova azione non può essere che quello. Per sostenere, anche
teoricamente, un impianto del genere, Machiavelli chiama in causa anche
qui, come gli era già accaduto, ma piú fuggevolmente, nel XXV , forze e
categorie determinanti, che non appartengono di solito al suo «sistema».
«Fortuna» compare, ma in questo caso sempre in ordinata simbiosi con
«virtú»: «nella illustre Casa vostra, la quale con la sua fortuna e virtú [ed è
scontato che, a proposito della Casa Medici, come abbiamo già visto piú
volte, i due termini non possano che stare insieme, rivolti nella medesima
direzione] […] possa farsi capo di questa redenzione»; o altrettanto
ragionevolmente in questo contesto, a proposito del «principe nuovo», il
quale, se sorgesse e si affermasse, potrebbe ottenere che «per virtú e per
fortuna […] li altri cedino» 38.
Naturalmente, se «virtú» e «fortuna» giocano, come in questi casi, nella
stessa direzione, il ruolo decisivo, – e spesso esclusivo in precedenza, –
della «virtú» in un certo senso si attenua. Ma il punto qui è un altro:
concetto e pratica della «virtú», nel contesto cosí diverso del XXVI ,
vengono ovviamente ripresi, ma approfonditi e circostanziati in maniera
che siano anch’essi coerenti con l’impianto nuovo del discorso. Lo
vedremo meglio piú avanti.

L’insistente comparsa di Dio rappresenta, – come abbiamo già spiegato,


– una novità teorica dell’ultimo capitolo. È presente ben sei volte nel testo
(sette con la citazione del XXV ): «[…] da potere iudicare ch’e’ fussi
ordinato da Dio per sua redenzione»; «Vedesi come la priega Iddio che li
mandi qualcuno che la redima [l’Italia] da queste crudeltà e insolenzie
barbare»; «favorita da Dio e da la Chiesa»; «né fu Dio piú amico loro che
a voi»; «estraordinari sanza essemplo, condotti da Dio» 39; e, con piú
straordinaria evidenza, con un altro riferimento al meccanismo del «libero
arbitrio», di cui abbiamo già ragionato, ma che in questo caso viene
ulteriormente spiegato e motivato rispetto al nucleo piú ortodosso della
dottrina cristiano-cattolica: «Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tòrre
el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi» 40.Una presenza
cosí diffusa può essere spiegata in molti modi. Quel che non si può fare è
rinunciare a spiegarla, o ricorrere a spiegazioni marginali e comunque
elusive.
L’ipotesi piú probabile è che nel momento culminante del discorso
anche il Dio cristiano, – o forse, piú esattamente, il Dio consuetudinario,
quello a cui la grandissima maggioranza degli interlocutori di Machiavelli
prestava in quel momento devozione e rispetto, e forse, in un certo senso e
misura, lui stesso, – entri (rientri) in gioco. «Virtú» e «fortuna», qui, come
s’è detto, non contrastanti ma appaiate e convergenti fra loro,
l’«occasione», la «disposizione grandissima» e finalmente «Dio»,
uniscono le loro rispettive forze, competenze e benevolenze, per la grande
e difficilissima causa, che gli «italiani», e in loro nome il «principe
nuovo», sono chiamati ad affrontare.
Non potrebbe esserci prova migliore dell’importanza grandissima, anzi
fatale, che Machiavelli attribuisce a tale impresa. Se non fosse cosí, come
avrebbe potuto, lui tanto rigoroso, allargare a tal punto le maglie dei suoi
fondamentali assetti concettuali fino a comprendervi categorie etico-
spirituali come questa, pressoché assenti,on di certo casualmente, in tutto
il resto della sua opera? Di fronte alla portata dell’operazione, mi sentirei
di escludere in conclusione che essa possa essere ridotta all’omaggio
politico-cortigiano nei confronti di Casa Medici e di Leone X, di cui
altrove abbiamo già parlato, e che di certo gioca anch’esso un ruolo anche
in tale scelta. Ma Machiavelli mira piú in alto, e lo dà a vedere.

Se non bastasse la comparsa di Dio nell’orizzonte machiavelliano, altri


elementi premerebbero chiaramente in quella direzione. Per esempio, il
richiamo, leggendario ma anche quasi profetico, ai segni miracolosi con
cui Dio si manifestò a Israele durante l’esodo dall’Egitto: «Qui si veggono
estraordinari sanza essemplo, condotti da Dio: el mare si è aperto; una
nube vi ha scorto il cammino; la pietra ha versato acque; qui è piovuto la
manna» 41. Tutto ciò riversa, sulla già piú volte conclamata eccezionalità
italiana, un’aura prodigiosa, che non può non servire anch’essa al fine che
Machiavelli si propone di conseguire. Ma soprattutto, a mio giudizio, vale
la terminologia, del tutto inconsueta, con la quale Machiavelli definisce
diverse volte colui il quale prenderà su di sé l’impresa, e l’impresa stessa
in quanto effetto di colui il quale la prenderà su di sé. Questi termini sono
«redentore» e «redenzione»: «Non si debbe adunque lasciare passare
questa occasione, acciò che la Italia vegga dopo tanto tempo apparire uno
suo redentore» 42. Ancora: «E benché insino a qui si sia mostro qualche
spiraculo in qualcuno [il Valentino] da potere iudicare ch’e’ fussi ordinato
da Dio per sua redenzione […]» 43; «Vedesi come [la Italia] la priega Iddio
che li mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà e insolenzie
barbare […]» 44. In due casi su tre, come si vede, il concetto di
«redenzione» è associato alla presenza e alla volontà divine. E tutto ciò,
del resto, è molto naturale: «redentore» e «redenzione» non possono,
infatti, non essere riportati a una visione sia pure genericamente religiosa
della storia: non a caso il primo e piú importante «redentore» era stato
Cristo. Tutto ciò non serve, secondo me, a mettere in discussione il
fondamentale meccanismo mentale d’impronta nettamente materialistica
di Niccolò Machiavelli (se si esclude, probabilmente, una sua pallida, e
scontata, soggezione alle pratiche religiose correnti). Ma serve a ribadire
ancora una volta che, – nel momento culminante del suo discorso, – tutti i
mezzi, anche i piú fantastici, gli sembrano utili per raggiungere lo scopo
che, generosamente e impetuosamente, con tutta l’anima, si propone di
raggiungere e di far raggiungere.

Prova ne sia che l’alto entusiasmo apologetico e oratorio non


gl’impedisce di sviluppare fino in fondo, argomentandole punto per punto,
le sue tesi. Anzi. Ogni passaggio ha, nel contesto persuasorio generale, la
sua logica dimostrazione. Ad esempio. Il rapporto fra il discorso di
impianto generale, che ha riempito di sé le pagine precedenti del Principe,
e il messaggio politico circostanziato e concreto si fa a questo punto
sempre piú evidente e stringente. Nel momento in cui l’intera opera volge
alla sua conclusione, – e Machiavelli sceglie che sia una conclusione
operativa (bisogna far questo,on altro), invece di chiuderla in un qualsiasi
altro modo, come certamente avrebbe potuto, magari piú freddo e
distaccato, e magari piú coerente con le sue premesse sistematiche, – si
capisce come tra l’insieme del sistema e il messaggio, – l’«esortazione»!,
– Machiavelli vuol far vedere, con un’intensità che appare quasi nevrotica,
una consequenzialità rigorosaecessaria, soprattutto necessaria. Un grande
sistema è stato delineato. Si tratterà, probabilmente, di metterlo in opera e
in atto, in tutte le sue dimensioni, piú avanti, quando questo sarà anche qui
da noi possibile. Ma intanto si tratta di salvare l’Italia.
Se l’Italia non sarà salvata, a che pro appellarsi al sistema, se la prima
volta, quella decisiva, in cui si dovrebbero creare le condizioni perché il
sistema sia messo in grado di funzionare a livelli, diciamo cosí, di
normalità politica e istituzionale, il sistema dimostrerà di non essere in
grado di sapere-potere funzionare?
Tutto il discorso viene perciò ri-orientato e riqualificato in questa
funzione. Ripartiamo dalla lunga citazione, nella quale Machiavelli
descrive potenza e suggestione dell’«occasione» che l’Italia presenta in
quegli anni per il principe che vorrà e sarà capace di approfittarne: «[…]
cosí al presente, volendo conoscere la virtú di uno spirito italiano…» 45.
«La virtú di uno spirito italiano»? Appunto: è come dicevamo. Il
ragionamento, in generale, sul ruolo che la «virtú» sempre esercita nella
storia, – e ce ne sono innumerevoli testimonianze nel Principe, ma anche
in tutte le altre opere sue, – si deposita e si sostanzia qui nella concretezza
di un riferimento identitario (per Machiavelli) fuori discussione. Il
passaggio storico-critico (ed etico-politico?) non potrebbe essere piú
chiaro. La lunga linea identitaria, cui abbiamo piú volte fatto riferimento,
assume ora una veste precisa e inequivocabile: può esserci, – in potenza,
anzi, a guardar bene, già c’è, – una «virtú italiana» (affermazione quasi
sproporzionata a quei tempi: 1512-13!; per non parlare di possibili
riferimenti piú generali e piú scontati). Si tratta, – semplicemente!, – di
farla emergere, e questo sarà il compito massimo del «principe nuovo»:
deve, lui sí, innanzi tutto esprimere il massimo personale e
comportamentale di virtú possibile; ma anche perché questo, rispetto al
resto della sua storia, farà in modo, come conseguenza principale
dell’esempio, che una «virtú» emerga anche dal corpo per ora informe di
ciò che Machiavelli, senza dubbio con indeterminatezza, ma al tempo
stesso con assoluta, indiscutibile e inappellabile chiarezza e fermezza di
accenti, chiama «Italia».

L’espressione piú alta e innovativa di questo modo nuovo e diverso di


vedere le cose, si manifesta, – ovviamente, visto che si tratta di
Machiavelli, – quando si arriva a parlare delle armi. Risuonano gli echi del
capitolo XXIV : «venti anni» di sconfitte delle armate italiane, messe a
impari confronto con quelle straniere, furono determinati dall’assoluta
incapacità dei principi di dotarsi di «armi proprie». Questo andamento di
cose va ora semplicemente rovesciato: «È necessario pertanto prepararsi a
queste arme [proprie] per potersi con la virtú italica defendere da li
esterni» 46. Dunque, «la virtú di uno spirito italiano» può manifestarsi
come «virtú italica», soprattutto (soltanto) quando si passa a quell’aspetto
delle cose, – inevitabile, se si vuole rovesciare l’andamento dominante del
processo storico, – che riguarda l’esercizio della forza, ossia il comando
militare e la milizia. Ma com’è possibile che «la virtú italica» si
manifesti, se non ce n’è traccia alcuna nelle identitàei comportamenti dei
principi italiani di quel tempo? Per rispondere a questa domanda,
ovviamente decisiva, Machiavelli compie un salto logico-storico, che
sembrerebbe contraddire alle fondamenta il suo tanto conclamato
«realismo politico». Per dimostrare la possibilità che le armi vengano
efficacemente e vittoriosamente prese in mani italiane, e sottratte al
dominio mercenario, Machiavelli arriva a sostenere che la «virtú», la
quale manca nei principi, è presentissima nelle capacitàelle gesta dei
condottieri e degli armati italiani, quando loro sia concesso
autonomamente di manifestarla:

E in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma [di nuova milizia e di
nuove armi]: qui è virtú grande nelle membra, quando la non mancassi ne’ capi.
Specchiatevi ne’ duellie’ congressi de’ pochi, quanto gli italiani sieno superiori con
le forze, con la destrezza, con lo ingegno: ma, come e’ si viene alli eserciti, non
compariscono 47.
Insomma: anche nelle armielle guerre si tratta di far emergere la «virtú
italica», che c’è, indubitabilmente c’è, ma non trova il modo, per l’assenza
o l’incapacità dei «capi», di raggiungere il livello di disciplina e di
organizzazione, che l’«arte della guerra» sempre comporta.
Se un cammino nuovo fosse imboccato, Machiavelli ci tiene a precisare
che anche gli eserciti non italiani piú temibili e terribili, – le fanterie
svizzere e tedesche, quella spagnola, la cavalleria francese, –
presenterebbero inequivocabilmente i loro punti deboli, e potrebbero
perciò essere sconfitti (in via di ipotesi) da armate italiane ben organizzate
e ordinate (qui emerge, ovviamente, quello che qualche anno piú avanti,
sarà l’autore della prestigiosa Arte della guerra, testimonianza di
eccezionale rilevanza di un interesse dominante nel teorico, non
purissimo, a dir la verità, delle varie forme e modalità della politica) 48.

Il pathos fuori del comune, di cui il freddo, raziocinante, prudente


(secondo la vulgata) Machiavelli si dimostra capace, trova le sue
motivazioni piú profonde nella contemplazione dolorosa delle
innumerevoli «piaghe» della nazione italiana, «piú stiava che li ebrei, piú
serva che e’ persi, piú dispersa che gli ateniesi», «in modo che, rimasa
come sanza vita, aspetta quale possa essere quello che sani le sua ferite, e
ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie [saccheggi, depredazioni]
del Reame e di Toscana, e la guarisca da quelle sue piaghe già per lungo
tempo infistolite [croniche, inamovibili]» 49. «Stiava»; «serva»;
«dispersa»; «rimasa […] sanza vita »; «ferite»; «piaghe […] infistolite»: è
senza ombra di dubbio, un quadro di lacerante tragedia (degli importanti
corrispettivi letterari e trattatistici abbiamo già parlato). Il motivo? Il
motivo è chiaro, anzi, è stato già detto in partenza: incapacità e «ignavia»
dei principi hanno messo l’Italia nelle mani degli «esterni». Lo abbiamo
già citato, ma ci serve tornare a farlo: «È necessario pertanto prepararsi a
queste arme [proprie] per potersi con la virtú italica defendere da li
esterni». Ma chi sono questi «esterni»? Sono tutti, – praticamente tutti, se
si escludono i lontani inglesi, non nominati, mi pare, in questo elenco
negativo, – i popoli europei, tutti, anche in questo caso, anche se con
ordini e potenzialità diversi, ma soprattutto spagnoli, svizzeri, tedeschi, i
quali, in ragione della loro superiore organizzazione statuale e militare,
fanno dell’Italia ciò che di piú a ognuno di loro aggrada (nel XXV aveva
nominato con maggiore esattezza i piú importanti fra loro: «la Magna, la
Spagna e la Francia»). Ossia, in sostanza, Machiavelli denuncia con forza
straordinaria il ritardo storico spaventoso nel quale l’Italia si trova rispetto
a tutto il resto dell’Europa. Questo predominio degli «esterni» non sarebbe
forse tanto lamentevole e deprecabile, se Machiavelli, conformemente,
come abbiamo visto, alla lunga tradizione di pensiero e di cultura italiani,
non li avvertisse e definisse come «barbari». Dunque, la decadenza
italiana è della specie peggiore: non solo soggiace allo straniero; ma
questo straniero, secondo una vulgata che risale almeno a
millecinquecento anni prima, impone all’Italia e agli italiani un giogo che
offende non solo la loro libertà ma anche il loro altissimo stile di vita, la
loro civiltà, incomparabilmente superiore a quella di tutto il resto del
mondo.

Con questa coscienza profonda dietro le spalle, Machiavelli si avvia


alla conclusione, accentuando ancor di piú il battito martellante della sua
perorazione.
Le terribili «illuvioni esterne», – questa sorta di diluvio universale
destinato a cancellare ogni traccia di dignità e libertà italiane, – avrebbero
tuttavia per converso suscitato una reazione, che Machiavelli descrive
come universale, destinata a porre le basi di un processo di liberazione
altrettanto universale. Perché, – e Machiavelli avrebbe potuto dirlo in
cento altri modi diversi, certamente ne sarebbe stato capace, ma preferisce
dirlo in un modo che non sarebbe dispiaciuto al piú proletario dei suoi
interlocutori, un frequentatore dell’osteria dell’Albergaccio di San
Casciano, – «a ognuno puzza questo barbaro dominio» 50. Segue l’ultimo
appello alla Casa Medici, affinché prenda nelle sue mani il compito di
liberare e risanare l’Italia: per la quale qui Machiavelli usa per la prima
volta la definizione inequivocabile di «patria» («acciò che sotto la sua
insegna e questa patria ne sia nobilitata»). Chiude con la citazione dei vv.
93-96 della canzone Italia mia di Francesco Petrarca:

Virtú contro a furore


prenderà l’armi, e fia el combatter corto,
che l’antico valore
nelli italici cor non è ancor morto 51.

È una citazione meno ornamentale e piú decisiva di quanto solitamente


non si apprezzi. Innanzi tutto perché, come abbiamo già scritto, Italia mia,
– per l’occasione in cui fu scritta e le motivazioni che espone, –
costituisce a guardar bene un vero serbatoio dell’immaginario
machiavelliano, e piú in generale di tutta la tradizione politica e
intellettuale italiana, almeno fino a quel momento (ma la cosa, senza
ombra di dubbio, dura, come abbiamo visto, almeno altri due secoli): la
deprecazione delle lotte italiane fratricide; la condanna delle armi
mercenarie; l’appello a prendere le armi e a liberare l’Italia dai «barbari»,
in quel caso soprattutto germanici. Ma anche perché Machiavelli sceglie
nel testo petrarchesco il brano in cui si direbbe, – e Niccolò in questo
modo cosí vuole che risulti evidente, – che Francesco non faccia che
anticipare lessico e concetti dello stesso Machiavelli (e, naturalmente,
viceversa): «virtú» contrapposta a «furore»; armi ben predisposte dalla
«virtú» dei capi; «l’antico valore», che «nelli italici cor» non sarebbe
ancora morto. Altre corrispondenze, come abbiamo già detto, si
potrebbero facilmente trovare, scorrendo Italia mia e Il Principe a
confronto: ad esempio, il ruolo centrale che anche nel dettato petrarchesco
svolge il termine-concetto di «Fortuna»: «Voi [principi] cui Fortuna ha
posto in mano il freno | delle belle contrade […]» 52; oppure «pietà»: «di
che nulla pietà par che vi stringa» 53 e «pur che voi mostriate | segno alcun
di pietate» 54; oppure «barbarico»: «perché ’l verde terreno | del barbarico
sangue si depinga» 55; ma particolarmente impressionante l’uso di termini
come «piaghe» per definire la situazione italiana: «le piaghe mortali» 56; –
«le piaghe […] infistolite» 57; – oppure la stessa nozione di «patria»: «la
patria in ch’io mi fido» 58; «sotto la sua insegna e questa patria ne sia
nobilitata» 59; eccetera eccetera.

Ma soprattutto perché Machiavelli, chiudendo l’intera sua opera, ma in


modo particolare, ovviamente, il XXVI , con una citazione di Francesco
Petrarca… anzi, piú esattamente, con questa citazione di Francesco
Petrarca, dichiara ad altissima voce il suo rapporto con la tradizione
culturale identitaria italiana, nella quale anche lui a pieno titolo si colloca.
Neanche questo è indifferente ai fini del nostro discorso. Per avvalorare
il suo appello, Machiavelli usa i versi di un grande poeta, non le
affermazioni di un grande politico, un principe, un condottiere, magari un
capopolo. Come mai? Ma perché il grande poeta c’era a suggerirgli
tematiche, posizioni e persino, persino!, un linguaggio adeguato al suo
caso e alle sue intenzioni; il grande politico (che non fosse un individuo
superiore del piú antico passato, di cui ragionare, ma in forma
fondamentalmenteecessariamente teorica, come avviene soprattutto nei
Discorsi), no.
Dunque, si confermano clamorosamente in conclusione alcune delle
nostre ipotesi iniziali. Il filone identitario nazionale, che può definirsi
«italiano» o, forse a maggior ragione, «italico», è di natura culturale, non
politica. Questo, che, in diversi grandi rappresentanti di tale filone, –
Dante, Petrarca, alcuni dei maggiori umanisti, – avrebbe potuto essere
giudicato assolutamente coerente con le loro premesse di scrittura e di
genere, assume nel grande teorico politico Machiavelli un ruolo
eminentemente surrogatorio. Occupa un posto che né teoria né analisi
politica in quel momento, allo stato attuale delle cose, apparivano in grado
di definire esattamente con i loro strumenti. Non avendo argomenti e
prove piú convincenti e piú fondati, anche Machiavelli deve ricorrere agli
strumenti, e anche agli espedienti, del discorso culturale tradizionale.
L’«Italia» c’è, ci sono gli «italiani»: ma sono quelli che i letterati e gli
intellettuali hanno già allora, per oltre due secoli, – ossia, piú esattamente,
dall’inizio del cosiddetto periodo umanistico in poi, che io però faccio
risalire fino a Dante, – ragionato, difeso e, diciamo pure, propagandato.
Questo non significa, ovviamente, che nei comportamenti dei «principi»,
dei magistrati, dei «cives», del «popolo» e delle «democrazie» in quegli
aspri decenni, non si potessero ravvisare attitudini, scelte e dichiarazioni
di principio e di volontà, che un osservatore imparziale avrebbe potuto
definire, soprattutto in contrapposizione a quelli degli «esterni», come
«italiani», «italici». Significa però che anche in questi piú sostanziosi casi
l’«italianità», l’«italicità», conservavano un valore eminentemente
virtuale: si poteva sapere, anzi, meglio, ipotizzare che ci fossero: ma non
vederli come sostanziali, realizzata e definitivamente consacrata tendenza
a un’azione politica conseguente. In sostanza, nelle «democrazie
comunali»ei «principati» italici, spesso del resto in catastrofica
contrapposizione fra loro, quello che risultava preminente era un modello
culturale, – ossia un modo di sentire, di comportarsi, di presentarsi, di
«sembrare» italiani, – non politico.
La scommessa di Machiavelli, poggiata non a caso sull’inequivocabile
citazione petrarchesca, consiste dunque nel tentare di vedere se, nella
eccezionale situazione italiana presente (la «disposizione grandissima»),
ci siano le condizioni per realizzare la sutura, – che in precedenza non
c’era mai stata, – fra discorso culturale, perfettamente strutturato, coerente
e in sé altamente persuasivo, e azione politica, ancora incerta, dubbiosa,
subalterna e perennemente oscillante fra una direzione e l’altra, e dunque
ben lontana dal raggiungere la dimensione operativa, che ovviamente le
sarebbe stata propria, – e per cui, niente di meno, Il Principe era stato
fondamentalmente pensato e composto.

Ma questo si sarebbe visto, ovviamente, solo negli anni


immediatamente successivi.

1. Per quanto lontano nel tempo, io trovo che il saggio dedicato a Machiavelli da F. M EINECKE

nel suo L’idea della ragion di stato nella storia moderna (1924), Sansoni, Firenze 1970,
rappresenti un buon esempio di lettura tendenzialmente unitaria degli ultimi capitoli del
Principe. Naturalmente è da tener presente l’intero saggio di G. INGLESE , «Uno opuscolo de
principatibus», in ID ., Per Machiavelli. L’arte dello stato, la cognizione delle storie cit., pp.
45-91, il quale a sua volta si richiama, su questo come su altri temi, alle ricerche e ai saggi di
G. SASSO , in modo particolare Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico cit.; e
Niccolò Machiavelli, 2 voll., il Mulino, Bologna 1993, che riprende in parte l’opera
precedente.
2. INGLESE , XXIV (Cur Italiae principes regnum amiserunt), pp. 172-74.
3. Ibid., p. 172.
4. Ibid., p. 173.
5. Ibid., pp. 173-74.
6. Ibid., p. 174.
7. INGLESE , XXV (Quantum fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum),
pp. 175-82.
8. Ibid., p. 175.
9. INGLESE , VI , p. 35.
10. Sembrerebbe di parere diverso G. Inglese, ragionando anche della comparsa in questo
capitolo del concetto di «libero arbitrio»: «Né qui, né a XXVI 13, M. usa libero arbitrio nel
senso forte, propriamente teologico-filosofico, del termine (la libertà di non peccare): e tuttavia
la scelta concorre alla tonalità di questi paragrafi, caratterizzati dalla sostanziale identificazione
tra “Fortuna” e “Dio”» (INGLESE , XXV , p. 176, nota 11). Ma se «Fortuna» e «Dio» fossero
davvero la stessa cosa, perché Machiavelli sentirebbe il bisogno qui, – e altrove, si veda piú
avanti, – di affiancarli e al tempo stesso distinguerli? Lo stesso ragionamento si può fare, ad
esempio, per il concetto di «libero arbitrio», che Machiavelli appunto non a caso, secondo me,
colloca solo qualche riga piú avanti. Inglese aggiunge inoltre che «il documento piú forte di
una costruzione provvidenzialistica della fortuna, in M., Disc. II XXIX ». Anche in quest’ultimo
caso, tuttavia, le conclusioni coincidono pressoché esattamente con quelle che possiamo
ricavare dal cap. XXVI del Principe. Scrive infatti Machiavelli: «Vedesi ancora, per questo,
ogni dí, miracolose perdite e miracolosi acquisti. Perché, dove gli uomini hanno poca virtú, la
fortuna mostra assai la potenza sua, e perché la è varia, variano le republiche e gli stati
spesso, e varieranno sempre [Machiavelli sta in questo caso parlando della situazione a lui
presente], infino a che non surga qualcuno che sia della antichità tanto amatore che la regoli
in modo che la non abbia cagione di mostrare a ogni girare di sole quanto ella puote»
(VIVANTI , I, pp. 409-10, c..) Insomma, la lezione è sempre la stessa: dove non c’è «virtú», la
«fortuna» si disfrena; la «virtú» riesce a limitare, anche molto, i poteri della fortuna, e spesso
ad approfittarne («l’occasione», cap. VI ); nell’antichità ci sono piú esempi positivi che nel
presente: bisogna sforzarsi di imitarli.
11. INGLESE , XXV , p. 176.
12. Si tratta di una lettera, – molto probabilmente un abbozzo, – scritta in risposta a una di
Giovan Battista Soderini, nipote di Piero, probabilmente del settembre 1506 e vi si trovano
affermazioni di questo tenore: «A molti, misurando e ponderando ogni cosa, riescono e
disegni suoi […]. Ma donde nasca che le diverse operazioni qualche volta equalmente giovino
o equalmente nuochino, io non lo so, ma desiderrei bene saperlo […]» (VIVANTI , II, pp. 135-
38). Per il suo contenuto altamente ragionativo, suppongo, è stata inserita in Umanisti italiani.
Pensiero e destino cit., pp. 76-79. Naturalmente, per approfondire la questione, bisognerebbe
tener presente anche il machiavelliano Capitolo di Fortuna, anch’esso indirizzato al Soderini e
anch’esso presumibilmente del 1506 (VIVANTI , III, pp. 33-37). Testo e approfondito
commento filosofico e critico si possono trovare in. M ACHIAVELLI , Capitoli, introduzione,
testo critico e commentario di G. Inglese, Bulzoni, Roma 1981, pp. 113-24.
13. Qualche citazione non dovrebbe tuttavia guastare. Ad esempio: Agostino, La città di Dio,
trad. e cura di C. Carena, Einaudi-Gallimard, Torino 1992: «Noi contro questa sacrilega ed
empia impertinenza [Cicerone] affermiamo la conoscenza di Dio d’ogni cosa prima che
accada [prescienza] e la libera volontà nelle nostre azioni; di esse abbiamo coscienza e
consapevolezza che non accadrebbero senza la nostra volontà» (libro V, cap. IX , p. 200).
TOM M ASO , Summa theologiae (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1999 3.): «Respondeo
dicendum quod homo est liberi arbitrii: alioquin frustra essent consilia, exhortationes,
pracepta, prohibitiones, praemia et poenae […]» (Rispondo dicendo perché è proprio
dell’uomo il libero arbitrio: altrimenti sarebbero invano le decisioni, le esortazioni, i precetti, le
proibizioni, i premi e le pene). Segue una considerazione sugli oggetti inanimati e sugli
animali bruti: i quali anche loro scelgono le cose, ma non in base al giudizio, ma «ex naturali
instinctu» (spinti dall’istinto naturale). Per cui: «Sed homo agit iudicio: quia per vim
cognoscitivam iudicat aliquid esse fugiendum vel prosequendum […]» (L’uomo al contrario
agisce in base al giudizio: poiché per la facoltà conoscitiva giudica cosa debba esser fuggito o
perseguito) ( Prima pars, Quaestio LXXXIII, De libero arbitrio, pp. 396-99). Preoccupazione
dei due grandi Maestri è dunque dimostrare che la «prescienza» divina non impedisce né
attenua il «libero arbitrio» umano. Si potrebbe dire che questo è un dogma del pensiero
cristiano ortodosso, ma che ha conseguenze fondamentali su tutto il sistema di pensiero
occidentale.
14. L. VALLA , De libero arbitrio, in Prosatori latini del Quattrocento, a cura di E. Garin,
Ricciardi, Milano-Napoli 1952, pp. 521-65. Il dialogo si svolge fra lo stesso Valla e Antonio
Glarea, suo amico. Anche in questo caso devo osservare che non a caso, per tonalità e spirito
dell’opera, un brano consistente ne sia stato inserito nell’antologia Umanisti italiani. Pensiero
e destino cit., pp. 38-44.
15. DANTE , Commedia, Purg., XVI, pp. 199-211. Naturalmente, per la corretta lettura e
interpretazione del canto, è essenziale fare riferimento al commento di G. Inglese nel testo
citato.
16. Ibid., vv. 109-10.
17. Ibid., vv. 64-83.
18. Vasta è la bibliografia sul canto XVI del Purgatorio. Mi limito a citare le illuminanti pagine di
C. BOLOGNA , Canto XVI. Al centro del libro e del viaggio, in Lectura Dantis Romana. Cento
canti per cento anni, a cura di E. Malato e A. Mazzucchi, Purgatorio, 1. Canti I-XVII, 2. Canti
XVIII-XXXIII, Salerno, Roma 2014, vol. II, pp. 446-83. Ma anche P. PORRO , Canto XVIII.
Amore e libero arbitrio in Dante, in Lectura Dantis Romana cit., pp. 523-60 (nel canto XVIII,
infatti, Dante riprende la teorizzazione del «libero arbitrio», affidandola in questo caso alla
voce ancor piú autorevole di Virgilio).
19. Sui rapporti fra Machiavelli e la Chiesa di Roma e la religione, soprattutto in quest’ultima
fase, ma non solo, si veda il ricco e convincente E. CUTINELLI-RENDINA , Chiesa e religione in
Machiavelli, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 1998. Sui medesimi
argomenti, ma sostenendo la tesi di una piú forte partecipazione e condivisione da parte di
Machiavelli delle posizioni della Chiesa romana e della religione cristiana, cfr. G. LETTIERI ,

Nove tesi sull’ultimo Machiavelli, in Storia del cristianesimo e storia delle religioni. Omaggio
a Giovanni Filoramo, a cura di R. M. Parrinello, «Humanitas», LXXII, voll. 5-6, settembre-
dicembre 2017. Materia del contendere è soprattutto una Esortazione alla penitenza, che
Machiavelli scrisse a Roma per l’Arciconfraternita della carità, creatura prediletta di Giulio de’
Medici, dando prova di una conoscenza approfondita e consapevole delle fonti patristiche e
dottrinarie. Sull’argomento condividiamo le conclusioni finali di Cutinelli-Rendina:
«Machiavelli compose l’Esortazione perché richiestone […] e quindi, messosi all’opera
seriamente […], si sforzò come meglio poteva di rispondere ai propositi per i quali l’orazione
gli era stata commissionata». Questo tuttavia non significò che lui abbandonasse le sue
opinioni in merito alla religione e alla Chiesa di Roma: «Solo che ora la circostanza tutta
occasionale richiedeva che tali temi, miti e aspetti fossero non aspramente criticati bensí
esaltati» (E. CUTINELLI-RENDINA , Enciclopedia machiavelliana cit., I, pp. 500-2).
20. Anche R. ESPOSITO insiste molto sulla connessione tra il pensiero di Machiavelli e la genesi
del moderno: La politica e la storia. Machiavelli e Vico, Liguori, Napoli 1980 (
particolarmente alle pp. 98-100). Non a caso chiama in causa il ragionamento che ne fa M.

CACCIARI , Dialettica e critica del politico. Saggio su Hegel, Feltrinelli, Milano 1978.
21. INGLESE , XXV , p. 176.
22. Ibid.,p. 176, nota 12.
23. Ibid., p. 177.
24. Ibid., XXIV , p. 174.
25. Ibid., XXV , p. 177.
26. Ibid., p. 178.
27. Ibid., pp. 181-82.
28. Ibid., p. 182.
29. Ibid.
30. INGLESE , XXVI (Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris
vindicandam), p. 183. Inglese (nota 1) chiama in causa VIRGILIO , Eneide, IV, vv. 345-47, per
segnalare la presenza anche di Enea fra gli eroi richiamabili da Machiavelli a sostegno del suo
ragionamento. Siamo sempre, comunque, come nei casi precedenti, nell’ambito del mito e
dell’alta letteratura.
31. Ibid., c.n.
32. Ibid., pp. 184-85.
33. Ibid., p. 187.
34. Ibid., p. 184.
35. Ibid., pp. 183-84. Nell’elenco manca Romolo. Ne spiega il motivo Inglese a p. 183, nota 1.
36. Si direbbe che nel linguaggio machiavelliano «disposizione» rappresenti una forma ancora
piú avanzata di «occasione». «Occasione», è il dato fattuale nudo e crudo, su cui bisogna
lavorare per passare all’azione. «Disposizione» è quel medesimo dato fattuale, che contiene
però già in sé gli elementi atti a spingere nella direzione voluta. Nel cap. XXVI compare però
anche «materia», la quale, a quanto sembra, sarebbe costituita piú o meno dai dati oggettivi,
materiali, che a loro volta provocano e condizionano la genesi dell’«occasione»: «[…] e se ci
era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso» (Ibid., p. 183); o: «In Italia non
manca materia da introdurvi ogni forma» (Ibid., p. 187).
37. Ibid., pp. 190-91. Anticipando, ricordo che Guicciardini usa un’espressione pressoché
coincidente: «[…] dopo le inondazioni de’ barbari» (SEIDEL M ENCHI , II, p. 1119). «Illuvioni»,
«inondazioni»: i due termini stanno a indicare la violenza apparentemente inarrestabile della
calata degli eserciti stranieri («esterni», «barbari») in Italia. Non a caso, del resto, per indicare
la violenza della «fortuna» negativa, Machiavelli nel cap. XXV aveva utilizzato l’immagine
plastica dei «fiumi rovinosi», che, quando vanno in furia, si rovesciano fuori del loro corso e,
appunto, provocano inondazioni disastrose. Non è irrilevante, ai nostri fini, osservare che,
nell’immaginario dei due grandi, quel fatto, in fondo specifico e storicamente determinato, che
potevano essere i tentativi di conquista da parte di eserciti stranieri, assumesse questa
connotazione gigantesca, praticamente inarrestabile. Del resto, anche in questo caso, deve
aver svolto la sua funzione il grande esempio petrarchesco: «O diluvio raccolto | di che deserti
strani, | per inondar i nostri dolci campi!» (PETRARCA , Italia mia, vv. 28-30).
38. INGLESE , XXVI , p. 187.
39. Ibid., pp. 184, 185 e 186.
40. Ibid., p. 186.
41. Ibid. Nel suo commento G. Inglese spiega che «l’evento contemporaneo, cosí figurato, è
evidentemente l’elezione di Giovanni de’ Medici al soglio pontificio, che ben si poteva
presentare come “condotta da Dio”» (nota 34). Ma al tempo stesso la forma con cui ne
darebbe notizia Machiavelli assume come al solito connotati leggendari, misteriosi.
42. Ibid., p. 190, c.n.
43. Ibid., p. 184, c.n.
44. Ibid.
45. Ibid., pp. 183-84, c.n.
46. Ibid., p. 188.
47. Ibid., p. 187. È altamente probabile che Machiavelli, esprimendosi in questo modo,
intendesse fare riferimento alla cosiddetta disfida di Barletta, nel corso della quale (13 febbraio
1503) tredici cavalieri italiani, di varie regioni e località, sgominarono tredici cavalieri
francesi, dai quali erano stati sfidati (gli italiani combattevano peraltro per gli spagnoli). Non
diversamente, e in maniera molto piú circostanziata, descrive l’episodio Francesco
Guicciardini nella Storia d’Italia: a conclusione del quale i cavalieri italiani, «raccolti con
grandissima letizia da’ suoi, e rincontrando poi Consalvo [il comandante dell’armata spagnola]
che gli aspettava a mezzo il cammino, ricevuti con incredibile festa e onore, ringraziandogli
ciascuno come restitutori della gloria italiana, entrorono come trionfanti, conducendosi i
prigioni innanzi, in Barletta […] degni che ogni italiano procuri, quanto è in sé [nelle sue
possibilità], che i nomi loro trapassino alla posterità mediante lo instrumento delle lettere»
(SEIDEL M ENCHI , I, p. 525, c.n.): che è quanto lo stesso Guicciardini comincia a fare poche
righe piú sotto, elencando uno dopo l’altro «i restitutori della gloria italiana», a cominciare dal
loro condottiero, Ettore Fieramosca, capuano. Emerge qui, nelle parole di Machiavelli e di
Guicciardini, un «topos» destinato a durare a lungo, secondo il quale gli italiani, soprattutto,
ma non solo, se soldati, mostrano le loro straordinarie virtú in quanto singoli, ad esempio
anche come capi e condottieri, sebbene spesso al servizio di potentati stranieri. Non si può non
ricordare a questo punto la fama grande di personaggi come Emanuele Filiberto di Savoia
(1528-1580) ( per il quale si veda qui alle pp. 19 e 239-40) e, forse ancor di piú, come
Raimondo Montecuccoli (1609-1680). Anche in questi casi, come in molti altri analoghi, il
«topos» conobbe una vasta fortuna in epoca risorgimentale, quando era partita a opera di
scrittori e intellettuali la ricerca di precedenti nazionali-italiani confortanti. Si pensi, ad
esempio, all’Ettore Fieramosca o la Disfida di Barletta (1833) di Massimo d’Azeglio.
Naturalmente, è lecito dubitare del «topos», oggi ancora corrente, in quanto fortemente
autogratificatorio e autoconsolatorio.
48. Dell’arte della guerra, circostanziato trattato sull’organizzazione delle milizie proprie, fu
pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1521 dagli eredi di Filippo Giunta (VIVANTI , I, pp.
527-706). Suscitò discussioni, e anche qualche lazzo, per esempio quello relativo al fatto che,
invitato da Giovanni dalle Bande Nere a mettere le truppe di lui in ordinato schieramento,
Machiavelli avrebbe provocato un disastro.
49. INGLESE , XXVI , p. 184.
50. Ibid., p. 191.
51. Petrarca, Italia mia, vv. 93-96.
52. Ibid., vv. 17-18.
53. Ibid., v. 19.
54. Ibid., vv. 91-92.
55. Ibid., vv. 21-22.
56. Ibid., v. 2.
57. INGLESE , XXVI , p. 184.
58. PETRARCA , Italia mia, v. 84.
59. INGLESE , XXVI , p. 191.
Capitolo decimo
Vivere e sopravvivere: la lotta per esserci, e per durare

Quel che segue, nella vicenda umana e politica di Machiavelli, suona


come una lampante conferma di questo ragionamento.
Nel novembre 1512, rimosso da tutti i suoi incarichi, la restaurata
Signoria medicea lo condanna a essere confinato per un anno entro il
dominio e a dare in mallevadoria mille fiorini.
Lambito dai sospetti di partecipazione a una fallita congiura
antimedicea (quella promossa da Agostino Capponi e Pietro Paolo
Boscoli), Machiavelli è imprigionato e sottoposto a tortura (febbraio
1513). Liberato in seguito all’amnistia concessa poco dopo per l’elezione
a pontefice, nel marzo 1513, di Leone X, si ritira in esilio come prescritto
all’Albergaccio di San Casciano, a Sant’Andrea in Percussina (come del
resto abbiamo già visto). Siamo alle soglie della composizione del
Principe.
La primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno del 1513, e
(presumibilmente) l’inizio del ’14, sono consacrati pressoché
esclusivamente alla stesura dell’operetta (difficile non pensare, tuttavia,
che Niccolò ne avesse già immaginato in precedenza l’idea e le linee
fondamentali, e comunque è del tutto ovvio che egli vi riversi esperienze e
riflessioni degli anni 1498-1512). È la sua risposta piú convinta e
persuasiva ai morsi laceranti della sconfitta e della persecuzione (e questo
dovrebbe far cambiare opinione a quanti, nella storia, l’hanno letta e
apprezzata, o deprecata, come il freddo prodotto di un’esperienza
meramente cerebrale).

A sollevarlo in qualche misura dalle afflizioni dell’esilio e della


solitudine (pur sempre entro limiti ben circoscritti di prudenza e di
riservatezza), è in questo caso l’intensa corrispondenza con il vecchio
amico e collega Francesco Vettori, il suo interlocutore piú abituale in
questa fase, con il quale scambia ben quarantuno lettere in meno di due
anni. Vettori, il quale aveva condiviso con Machiavelli l’azione di governo
sotto il gonfalonierato di Pier Soderini (fra il 1507 e il 1508, ad esempio,
avevano fatto parte della medesima ambasceria fiorentina presso
l’imperatore Massimiliano d’Absburgo), era sopravvissuto tuttavia alla
crisi della gestione soderiniana del potere (forse in ragione di una
maggiore duttilità caratteriale, ovvero per i buoni rapporti della sua
famiglia con la cerchia ottimatizia fiorentina),ominato poco prima, nel
gennaio del 1513, ambasciatore di Firenze presso il pontefice a Roma
(sicché, a partire dal marzo dello stesso anno, si troverà nella singolare
situazione di svolgere il compito di ambasciatore dei Medici presso un
papa Medici, capo effettivo della fazione).
Forse proprio per la natura del suo corrispondente maggiore, amico, ma
anche enormemente piú «fortunato» di lui, e dotato di quei rapporti
convenienti che avrebbero potuto facilitare un suo reintegro in un punto
qualsiasi dell’amministrazione medicea, Machiavelli continuamente torna
e ritorna, nelle lettere a lui indirizzate, sulla sua infelicità di isolato e
inutilizzato, dalla quale vorrebbe a qualsiasi costo uscire. Abbiamo già
ricordato le parole con cui Machiavelli chiude la lettera a Vettori del 10
dicembre 1513: «El darlo [il libro, a uno dei potenti della Casa Medici] mi
faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non
posso star cosí che io non diventi per povertà contennendo [spregevole]» 1.
Ma il grido di dolore costituisce un leitmotiv continuamente ricorrente
nelle lettere che Machiavelli indirizza all’amico, a partire dalla prima
della serie (13 marzo 1513), in cui accenna, con toni dolenti e sconsolati,
alle traversie subite, e gli comunica di essere stato liberato di prigione:
«Tenetemi, se è possibile, in memoria di N. S. [Nostra Santità, il papa
Leone X], che, se possibile fosse, mi cominciasse a adoperare, o lui o suoi,
a qualche cosa, perché io crederrei fare onore a voi et utile a me» 2.
Ma ancora, con un’insistenza che rivela un livello alto di disperazione,
nella lettera del 16 aprile 1513, ad appena un mese di distanza dalla
precedente:

La Magnificenzia di Giuliano [dei Medici, colui che inizialmente avrebbe dovuto


essere il destinatario dell’operetta al posto di Lorenzo] verrà costí, e troverretela volta
naturalmente a farmi piacere; el cardinale di Volterra quello medesimo; di modo che
io non posso credere che essendo maneggiato il caso mio con qualche destrezza, che
non mi riesca essere adoperato a qualche cosa, se non per conto di Firenze, almeno
per conto di Roma e del pontificato; nel qual caso io doverrei essere meno sospetto 3.

E cioè: Machiavelli ipotizza che sia piú facile per lui, dopo gli
scandalosi trascorsi come segretario della Repubblica, essere utilizzato da
Roma che da Firenze e la cosa lo troverebbe consenziente, anzi, piú che
grato.
Quando Vettori gli risponde, il 21 aprile 1513, lodando fra l’altro molto
significativamente la sua rara capacità di analisi e di giudizio («e io
approverò il iudicio vostro, perché, a dirvi il vero sanza adulazione, l’ho
trovato in queste cose piú saldo che d’altro uomo con il quale abbi
parlato» 4), rispondendo a sua volta subito dopo (minuta della lunghissima
lettera del 29 aprile 1513), torna a insistere:

Pensate adunque, trovandomi ora discosto da ogn’altro bene, quanto mi sia suta
grata la lettera vostra, alla quale non manca altro che la vostra presenzia et il suono
della viva voce; e mentre la ho letta, che la ho letta piú volte, ho sempre sdimenticato
le infelici condizioni mia, e parmi essere ritornato in quelli maneggi, dove io ho
invano tante fatiche durate e speso tanto tempo 5.

«Tante fatiche durate e speso tanto tempo»! Come si potrebbe


esprimere piú intensamente ed efficacemente il senso di una sconfitta
vitale, ossia la perdita in un colpo solo di un patrimonio di esperienze e di
sapere, che non aveva eguali nel suo tempo? Accenti non dissimili, anche
se estremamente piú sorvegliati, si potrebbero del resto ritrovare, come
abbiamo visto, nella Dedicatoria del Principe a Lorenzo.
Ma il reiterarsi delle richieste, quasi suppliche e implorazioni, – nella
fase immediatamente successiva alla sua sconfitta e defenestrazione (in
tutti questi casi, come abbiamo visto, siamo nel 1513), – pone un’altra
questione, che vale la pena tentare di chiarire. Può apparire singolare ai
nostri occhi che un fedele funzionario della Repubblica di Firenze,
d’indiscutibile orientamento «popolare», non sdegnasse di sperare e di
chiedere, insistentemente, di essere «utilizzato» esattamente da quei
potentati che avevano rovesciato quella Repubblica e lo avevano umiliato
e offeso in molti modi. La possibilità, e la pretesa, di operare, – di tornare
a operare, – prevale tuttavia prepotentemente su qualsiasi, vera o presunta,
affiliazione politico-ideologica, anche prescindendo dalle non
sottovalutabili esigenze della sopravvivenza (Machiavelli, non ottimate e
di famiglia oscura, nella sua condizione di semplice funzionario pubblico
escluso dal servizio, rischiava la povertà, come lui stesso piú volte ripete).
S’impone in lui, in questa come in altre occasioni, un’etica della
responsabilità politico-civile, alla quale nonostante le difficoltà non
s’intende rinunciare: per «far bene», una forma qualsiasi di bene
collettivo, – la «politica», insomma, da chicchessia governata, – bisogna
«operare», altrimenti si diventa inutili a se stessi e alla storia.
Anche di questo bisogna tener conto, per capire fino in fondo come si
genera il percorso successivo, e finale, di Niccolò, e le motivazioni della
sua disponibilità e del suo impegno, sopravviventi anche alla dura
sconfitta.

Altrettanto e forse ancor piú significativo è che le sue offerte non


ricevano in quel momento nessuna accoglienza, – anzi, nessun ascolto. Né
Giuliano né Lorenzo lo degnano di una risposta. Anzi, quando una
possibilità sembra presentarsi, il segretario pontificio Pietro Ardinghelli,
nei confronti del quale, del resto, lo stesso Machiavelli aveva espresso
preoccupazione e diffidenza in una delle sue lettere precedenti, quella
famosa del 10 dicembre 1513 («e che questo Ardinghelli si facessi onore
di questa mia ultima faticha [Il Principe]»), si affretta a scrivere a
Giuliano per conto del cardinale Giulio, invitandolo «a non si impacciare
di Niccolò» 6.
Questa condizione estrema di disagio e di isolamento ha qualcosa a che
fare con le posizioni teoriche e politiche pubblicamente sostenute da
Machiavelli negli anni o addirittura nei mesi precedenti? Non v’è ombra
di dubbio. Il tramonto, in parte solo provvisorio, ma in realtà sostanziale,
di Niccolò investe non solo la sua vita privata e personale, ma l’intera sua
produzione di pensiero, comprese le sue manifestazioni piú alte. Trovo
assolutamente sorprendente, – un caso piú unico che raro fra le «grandi
opere della letteratura italiana» (e forse europea), – che l’oblio, voluto e
procurato, che investe la sua figura, riguardi anche il suo ineguagliabile
capolavoro, uscito del resto anch’esso, come abbiamo visto, da una
precedente condizione di sofferenza e di dolore. Osserva Inglese:
«L’epistolario [machiavelliano, ovviamente] non fornisce piú alcun
indizio [dopo le lettere a Vettori già note] circa la vicenda del de
principatibus […]. Del carteggio di quei mesi [18 gennaio - 10 giugno
1514] si conservano sette “pezzi” sui dieci, la cui esistenza è nota […]. Il
de principatibus sembra scomparso; e resta solo la possibilità [peraltro
altamente improbabile, come si può capire] che del libro si parlasse nel
segmento perduto [lettere 7* - 9*]» 7. Né altri, fra amici e interlocutori, ne
accenna mai, se non per i parchi e un po’ egoistici commenti che gli
dedica Francesco Vettori nelle sue lettere di risposta, quando Machiavelli
gliene invia parti, e poi forse l’opera per intero.
Il Principe, dunque, esce di scena prima ancora di esservi entrato.
Insomma, è come se una colossale censura si fosse coalizzata per
contrastare e alla fine impedire gli effetti cataclismatici che un’opera
come quella avrebbe potuto produrre sul fragile ambiente politico e
culturale del tempo, in primo luogo quello fiorentino-mediceo. Il
Machiavelli, che da qui continua a pensare e operare, è dunque come uno
che non abbia né scritto né proposto Il Principe, se non, – si può anche
supporre, – nella coscienza sotterranea, molto sotterranea, di qualche suo
segreto estimatore.
Quella che doveva essere comunque una lenta penetrazione dell’opera
negli ambienti ottimatizi del tempo (il napoletano plagio del Nifo è di
qualche anno piú avanti, il 1523) 8 è testimoniata fondamentalmente solo
dai richiami che ne fa lo stesso Machiavelli nei suoi Discorsi sopra la
prima Deca di Tito Livio (siamo dunque appena oltre la primissima fase
della rovina machiavelliana, verso il 1516-17); in un solo caso, però, si
tratta di una citazione esplicita e assolutamente inequivocabile. Avviene
nel capitolo XLII del libro III, Che le promesse fatte per forza non si
debbono osservare. Conclude il ragionamento Machiavelli: «Il che se è
cosa laudabile o no, o se da uno principe si debbono osservare simili modi
o no, largamente è disputato da noi nel nostro trattato De Principe: però al
presente lo taceremo» 9.
Insomma: fino alle stampe dei primi anni ’30, il messaggio del
Principe, e a maggior ragione la sua straordinaria «esortazione» finale,
vengono pressoché totalmente oscurati nella conoscenza e dunque, a
miglior ragione, nella coscienza dei contemporanei 10. È come se l’opera
apparisse gravata, agli occhi dei suoi potenziali lettori e interlocutori,
dall’imprudente audacia di cui Machiavelli l’aveva dal principio alla fine
tutta permeata, – dal principio alla fine, ma forse soprattutto alla fine,
l’esortazione ai principi italiani, tanto straordinaria da apparire
inverosimile, di «darsi da fare» prima che sia troppo tardi. Insomma: non
è dato di escludere che qualcuno in quei primi, decisivi anni la leggesse.
Quello che non si può assolutamente provare e affermare è che quel
qualcuno, avendola letta, trovasse utile e soprattutto opportuno trarne
degli insegnamenti, parlarne in pubblico e tentare di tradurla in azione.
Non è un dato da poco neanche questo per capire quello che poi sarebbe
accaduto, e soprattutto come sarebbe accaduto.
Insomma, anche da questo punto di vista non poteva esserci prova
migliore che un «principe nuovo» non esisteva, o, piú esattamente, che
non c’erano le condizioni per cui avrebbe potuto, sia pure a prezzo di
sforzi sovraumani, esistere. È questa forse la prova di un’impensabile
incapacità di valutazione e di giudizio da parte del, presunto acutissimo e
infallibile, Niccolò Machiavelli? È la prova, invece, anche in questo caso,
che la ricerca del «bene» e dell’«utile» lo spingeva irresistibilmente oltre i
limiti dell’analisi. Finché era possibile tentare, bisognava tentare.
Rinunciare a tentare avrebbe significato accettare a priori l’inevitabile. E
quale «virtú» ci sarebbe stata nell’adattarsi a questa miserabile
conclusione? Non è un caso che il XXV si concluda con l’appello a
scegliere a essere «impetuosi» piuttosto che «respettivi». Significava che
fin quando era possibile, – oltre le conclusioni della stessa analisi, – osare,
bisognava osare. I comportamenti machiavelliani anche degli anni
successivi sarebbero stati tutti ispirati a questa etica-pratica dell’agire
politico.

La pressione piú dura e spietata sul Segretario sconfitto a poco a poco


veniva tuttavia allentandosi. Fra il 1516 e il 1517 cominciò a essere
accolto benevolmente nella cerchia aristocratica e intellettualmente
prestigiosa degli Orti Oricellari, dove, sotto la protezione e l’ospitalità di
Cosimo Rucellai, si raccoglievano e discutevano personaggi del calibro di
Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla, Filippo de’ Nerli, con i quali
Niccolò ebbe confidenza e scambi epistolari (travolti anch’essi quasi tutti,
peraltro, dalla congiura da loro organizzata contro il cardinale Giulio nel
maggio - giugno 1522, dalla quale anche in questo caso Machiavelli fu
lambito). Niccolò vi lesse a quanto sembra e discusse alcuni passi dei
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.
Incapace di far tacere la sua irresistibile creatività, nell’impossibilità di
«operare», si dedica intensamente all’elaborazione e alla stesura di testi
sia storici sia letterari. In questa misura, – e in questa elevatezza su tutti i
fronti della sua creatività (piú di uno, ma anche, a guardar bene, piú di due
o di tre contemporaneamente), – si tratta di una plurivalenza pressoché
unica nella storia della cultura italiana, e forse europea, di tutti i tempi.
Nel 1517 attende alla composizione del poemetto in terza rima L’Asino.
Nel 1518 compare la novella in prosa Belfagor arcidiavolo. Nel 1519
inizia la stesura dell’Arte della guerra, pubblicata dai Giunta a Firenze
nell’agosto del 1521. Nel 1518 traduce l’Andria di Terenzio; nel febbraio
1520 c’è la prima rappresentazione della Mandragola; nel gennaio 1525 la
prima della Clizia.
Naturalmente, non è compito nostro seguire qui passo passo la
produzione di Machiavelli anche in questa fase. Ai nostri fini mi limiterei
a osservare che nella sua personalità l’impronta comica occupa un rilievo
eccezionale. Ossia: quando non discetta dei massimi sistemi del mondo (Il
Principe, i Discorsi, l’Arte della guerra), Niccolò scorge e coglie nei
comportamenti umani,ei riflessi che questi hanno sulle stesse cose del
mondo, un’irresistibile tendenza a rovesciarsi su se stessi, e a rivelare
paradossalmente l’essenza piú profonda (e forse anche piú vera) di cui
sono fatti. Ossia: l’approssimarsi della catastrofe si può fronteggiare con
le forze del pensiero e della ragione, se si assume volontariamente e
consapevolmente il compito di farlo (è la missione, ovviamente, della
teoria e dell’azione politica). Ma se questo compito viene dismesso, – o
per colpa o per disdegno, ma anche, certe volte, per caso ovvero per «s-
fortuna», – allora la costitutiva fragilità dei comportamenti umani, votati
per natura agli utilizzi meno apprezzabili e meno onesti, non può che far
ridere, – ma amaramente, molto amaramente. Cosí è, fondamentalmente,
nella Favola di Belfagor arcidiavolo. Ma cosí è, soprattutto, nella
Mandragola, la commedia piú possente che sia mai stata scritta in lingua
italiana, un vero, straordinario apologo sull’impossibilità di preservare la
purezza umana, – qualsiasi purezza umana, anche la piú resistente, – di
fronte al genio del desiderio, della perversione e della corruzione, e
persino della stupidità. La Mandragola andrebbe letta tutta a riscontro del
Principe: quello che qui è ragione, proposta, confronto razionale delle
soluzioni possibili, lí diventa contemplazione e ricostruzione di un male
che invade tutto, nell’acquisizione generalizzata e per giunta divertita di
tutti i protagonisti, cui vengono implicitamente associati anche gli
spettatori, piú complici di quanto solitamente non avvenga negli spettacoli
teatrali. Ma la visione di fondo resta la stessa.

Ma qualcosa di comico c’è anche, – lo dico con sofferenza, – nelle non


molte imprese pratiche, di cui Niccolò fu incaricato nel corso di questo
decennio finale della sua vita (e della nostra storia). Nell’aprile 1518 gli
viene richiesto dai mercanti fiorentini di compiere una missione a Genova,
per tener conto di un fallimento. Nell’estate 1520 viene inviato dalla
Signoria a Lucca per negoziati relativi al fallimento di un tale Michele
Guinigi, «dove alcuni mercanti fiorentini, fra cui i Salviati parenti del
papa, avevano lasciato le penne» 11. Nell’agosto 1525 i consoli dell’arte
della lana lo mandano a Venezia, per certe truffe fatte ai mercanti
fiorentini da un veneziano.
Ma soprattutto, – e questo è un incarico ufficiale, conferitogli dagli
Otto di Pratica della Signoria fiorentina, – va a Carpi, nei pressi di
Modena, nel maggio 1521, presso il capitolo generale dei frati minori, per
concertare l’invio a Firenze di una loro eminente personalità come
predicatore in occasione della successiva Quaresima.
Niccolò Machiavelli ambasciatore di Firenze presso l’adunanza
generale dei frati minori! Ne rideranno insieme Niccolò e Francesco
Guicciardini nelle lettere fra loro scambiatesi durante quel periodo (si
veda piú avanti). I nomi da loro attribuiti a quello stimabile consesso, –
Repubblica degli Zoccoli, Repubblica degli Zoccolanti, – ne costituiscono
la testimonianza piú piena. Noi osserviamo che uno fra i piú grandi
pensatori politici di tutti i tempi trovò qualcosa da fare (e per
sopravvivere) solo nel curare scambi commerciali, fallimenti, frateschi
incarichi quaresimali. Anche questo fa parte del senso della storia che
veniamo narrando.
Il periodo che stiamo cercando ora di caratterizzare si conclude per
Machiavelli grosso modo nel 1520-21. Nel marzo 1520 Machiavelli è
ricevuto dal cardinale Giulio de’ Medici, venuto a Firenze da Roma per
riorganizzare il governo della città dopo la morte di Lorenzo. È il segno di
una crescente accondiscendenza da parte della dinastia regnante, di cui
costituisce una manifestazione ancor piú consistente il fatto che nel
novembre del medesimo anno lo studio fiorentino, di cui è a capo il
medesimo cardinale de’ Medici, gli commissiona «le storie delle cose
fatte dallo stato e città di Firenze». Una volta completate, assumeranno la
forma delle Istorie fiorentine 12, ultima opera uscita dalla penna operosa
del Machiavelli, il quale andrà personalmente a presentarle al papa
Clemente VII nel maggio del 1523.

10.1. Per vivere e sopravvivere bisogna comunicare: le lettere,


l’epistolario.

Non sembri una mera divagazione rispetto al tema principale del nostro
discorso l’excursus che ora faremo sulle lettere e sull’epistolario
machiavelliano di quegli anni. Ci siamo infatti preoccupati, tutte le volte
in cui era necessario e possibile, di mettere in luce il nesso che in lui
sempre esiste (insisto: sempre) fra atteggiamenti e scelte intellettuali e
politiche e la sua disposizione umana, perfettamente umana, a collegare il
sopra e il sotto, il cerebrale e il fisico, il corpo e la mente. Se non
s’intende questo, del suo pensiero e della sua opera si ricaverebbe una
visione rarefatta e edulcorata, buona per qualche esposizione scolastica
anche se di grande prestigio. Invece Machiavelli è questo: l’una e l’altra
cosa insieme, la perfetta fusione di materialità e d’intellettualità, di
corporalità e di pensiero. È un tratto, del resto, che lui condivide
pienamente con le punte piú alte e significative dell’Umanesimo e del
Rinascimento italiano. Di questa duplicità, e insieme fusione, le sue
lettere, – o, piú in generale il suo epistolario, perché, come vedremo, vi
prendono parte con caratteristiche non dissimili anche molti dei suoi
corrispondenti, prova ulteriore della sua estrema significatività, –
rappresentano una testimonianza inconfutabile.
L’epistolario di Machiavelli si compone di trecentoventinove lettere,
sue e dei suoi corrispondenti a lui; la prima è il frammento di una minuta
sua da Firenze del 1 dicembre 1497; l’ultima una lettera a Francesco
Vettori del 18 aprile 1527. Centonovantotto, – vale a dire la frazione piú
consistente, – si collocano prima del marzo 1513, quando le disgraziate
vicende della sua sconfitta ed emarginazione lo fanno uscire di scena: ed è
naturale che sia cosí, perché in quegli anni, 1498-1512, si svolge la
maggior parte della sua attività al servizio della Repubblica, e perciò
dominanti sono le lettere d’informazione e di riflessione pratica. Suoi
corrispondenti in questa fase sono soprattutto i suoi colleghi e
interlocutori di lavoro. Spiccano i nomi di Pier Soderini, gonfaloniere a
vita di Firenze, di suo fratello il cardinale Francesco, di Bartolomeo e
Agostino Vespucci, di Jacopo e Alamanno Salviati, di Niccolò Valori, di
Luigi Guicciardini, fratello maggiore di Francesco, di Biagio Buonaccorsi,
suo collega in cancelleria (di quest’ultimo è il lascito piú consistente:
quarantadue lettere, tutte però di Buonaccorsi a Machiavelli; non sono
conservate le risposte).
Negli anni immediatamente successivi appaiono di gran risalto, come
abbiamo già detto, le lettere di e a Francesco Vettori, soprattutto nel
periodo che va dal marzo 1513 al gennaio 1515. Invece negli anni che
definirei di mezzo, diverse le lettere agli amici degli Orti Oricellari:
Filippo de’ Nerli, Zanobi Buondelmonti, e a suo nipote Giovanni Vernacci.
A partire dal 17 maggio 1521, Francesco Guicciardini. Le lettere di e a
Guicciardini s’infittiscono cammin facendo, e si concludono il 12
novembre 1526 (sono ventotto, e l’ultima è di Guicciardini per
Machiavelli).
Nell’ultimissima fase (1525-27) torna prepotentemente alla ribalta
Francesco Vettori: il quale conclude il lungo scambio, come già abbiamo
osservato, quale destinatario di una lettera del suo amico, il 18 aprile
1527.

La massa d’informazioni, discussioni, notizie e apprezzamenti di ogni


tipoatura, è impressionante. In alcune lettere il dialogo-conflitto con la
situazione italiana circostante continua e si amplia incessantemente, come
un fiume che nessun argine potrebbe circoscrivere e imbrigliare. Il fatto è
che Machiavelli, in qualsiasi stato o situazione si trovi, non sa, non può
rinunciare a elaborare, e talvolta sognare, quei tentativi d’interpretazione e
rappresentazione della realtà, che lui chiama, con espressività estrema,
«castellucci»:

Se vi è venuto a noia il discorrere le cose, per vedere molte volte succedere e casi
fuora de’ discorsi e concetti che si fanno, avete ragione, perché il simile è
intervenuto a me. Pure, se io vi potessi parlare, non potre’ fare che io non vi
empiessi il capo di castellucci, perché la Fortuna [ovviamente] ha fatto che, non
sapendo ragionare né dell’arte della seta e dell’arte della lana, né de’ guadagni né
delle perdite, e’ mi conviene ragionare dello stato, e mi bisogna o botarmi
[decidermi] di stare cheto, o ragionare di questo […] 13.

Il Machiavelli, che talvolta come in questo caso, si firma


malinconicamente, «quondam segretario» 14, resta dunque ancorato, e per
sempre, a questa vocazione irresistibile. Se poi si pensa che questi sono i
mesi in cui, con ogni evidenza, sta componendo Il Principe, i «castellucci»
assumono in pieno il loro significato serio-acidulo di fondo.
In certi momenti, addirittura, sembrerebbe che, ragionando in privato
con il caro collega e amico, gli vengano in mente pensieri che l’Exhortatio
conclusiva sembrerebbe poi (o contemporaneamente?) aver totalmente
metabolizzato in senso contrario, cioè in questo caso positivo, come in
quest’altra lettera da S. Andrea in Percussina a Vettori del 10 agosto 1513:

Quanto alla unione delli altri italiani, voi mi fate ridere: prima, perché non ci fia
mai unione veruna a fare ben veruno […]; secondo, per non essere le code unite co’
capi; né prima moverà cotesta generazione [nazione: la Francia] un passo per
qualche accidente che nasca, che si farà a gara a diventare loro [cioè, a sottomettersi
ai vincitori] 15.

«Castellucci […]»: «castellucci» e, naturalmente, «ghiribizi»… Nella


famosa lettera a Vettori del 10 dicembre 1513, piú volte qui da noi citata,
Machiavelli scrive: «E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizo, questo
[“uno opuscolo De principatibus“] non vi doverrebbe dispiacere […]» 16.
Questa tendenza costante a de-classificare qualsiasi tipo di lavoro e
d’intervento politico-intellettuale corrisponde a una forma mentis in cui il
copyright intellettuale non è ancora nato. Ciò che si dice o scrive vale per
quel che vale, e ovviamente per l’effetto che produce: ma la seriosità e la
distanza suprematistica del grande pensatore modernoostro
contemporaneo (ammesso che di quest’ultima specie ce ne siano) non
sono ancora apparseall’orizzonte di questa cosí intensa e robusta scena
testuale.
Del resto, anche Vettori si colloca sulla stessa lunghezza d’onda,
utilizzando addirittura, al posto del sostantivo, il verbo che ne deriva:
«Niccolò, compare caro. In otto giorni ho avuto dua vostre, e ancora che io
vi avessi detto non volere piú ghiribizare, né discorrere con ragione,
nondimeno questi nuovi accidenti mi avevono fatto mutare di proposito
[…]» 17.

Ora, «ghiribizare» e «discorrere con ragione», come scrive con grande


avvedutezza il «compare» Vettori, – vale a dire far funzionare
contemporaneamente, o quasi, i due volti dell’operare intellettuale, e cioè
la «fantasia» e la «ragione», l’«immaginazione» e l’«intelletto», –
costituiscono le chiavi per intendere l’impianto epistolare di Machiavelli e
di quasi tutti i suoi corrispondenti, ma soprattutto dei due maggiori fra
loro, Francesco Vettori e Francesco Guicciardini. Ben s’intende in questo
contesto che la fiorentinità, il «fiorentismo», rappresenta una delle
componenti e scaturigini fondamentali di questo atteggiamento. Nelle
corti centrali e settentrionali, – Urbino, Ferrara, Mantova, persino Venezia,
– tutto è piú composto, sorvegliato, trattenuto. Persino il comico, – di cui
Ariosto senza ombra di dubbio è maestro, – si muove a livelli piú alti,
dichiaratamente fantastici, non scende mai a compromessi con la realtà (e
quando lo fa, lo fa anche in quel caso con toni alti, sorvegliatissimi), non
le fa mai il verso con il ghigno e le boccacce, se mai la trascende e la
trasfigura. Persino Ruzzante, al cospetto dei fiorentini, sembra piú
rispettoso delle ragioni della modestia e del bel parlare (sia pure in
dialetto). E tutto ciò si capisce: riveste un qualche senso e funzione, per
questi straordinari scrittori di epistole, avere alle proprie spalle, oltre che
un Francesco Petrarca, anche un Giovanni Boccaccio, e magari, persino,
un Franco Sacchetti.
Ne scaturiscono due conseguenze fondamentali, da cui tutto
l’epistolario è permeato: e cioè che tra il basso e l’alto e tra il comico e il
tragico non c’è un’alternativa netta e insormontabile come in tanti altri
casi. Questo, appunto perché la natura mutabile delle cose e dei
comportamenti umani comporta sempre rapidi rivolgimenti e
sconvolgimenti (quel che accade nella storiaella politica, accade anche
nella semplice vita umana).
Il basso può arrivare ad assumere anche la forma del triviale: «Onde io,
nuovo cazo [con libero linguaggio moderno: «coglione»] […]» 18; «Io ero
in sul cesso quando arrivò il vostro messo» 19; «Cazzus! E’ bisogna andar
lesto con costui […]» 20. Ma del resto anche l’amico Vettori: «quel cazo di
Donato […]» 21.
Contigua alla trivialità, ma ovviamente molto piú intensamente e
autenticamente vissuta, è l’inclinazione travolgente all’amore cortigiano.
Sappiamo che si tratta probabilmente di uno scherzo, di un’invenzione
para-letteraria, ma come dimenticare la straordinaria espressività di quella
lettera da Verona all’amico Luigi Guicciardini, dell’8 dicembre 1509, in
cui Niccolò descrive comicamente la sua incresciosa e penosa avventura
con una vecchia prostituta, contrassegnata da ogni tipo di bruttezza e di
sozzeria, e tuttavia resa necessaria da un’eccessiva «carestia di
matrimonio» e da una «foia» irresistibile? 22.
Del resto, la pratica di tale consuetudine erotico-sessuale (esagerazioni
o meno) sembra essere stata abituale nel ceto professionistico medio-
borghese, cui Machiavelli e i suoi amici e colleghi in gran parte
appartenevano (infatti, l’ottimate Francesco Guicciardini, almeno a
giudicare dalle sue lettere, ne sembrerebbe meno toccato), sempre tuttavia
ai confini tra favola, vanteria e realtà.
Francesco Vettori, ad esempio, dalla sua prestigiosa sede diplomatica
presso il pontefice a Roma, il 18 gennaio 1514 23, poco piú di un mese
dopo aver ricevuto dall’amico Niccolò l’annuncio del concepimento e
della stesura del Principe, descrive minuziosamente, – e anche lui con
autentico talento letterario, – come, mentre era intento a scrivere una
lettera ufficiale ai Dieci di Firenze, «in su questo ghiribizo», era stato
sorpreso dall’arrivo di una vicina con la sua bellissima figlia, di nome
Costanzia, di cui subito s’invaghisce: il che non gli impedisce di terminare
la lettera, ma «in brieve conclusione» (cioè in fretta e furia), per tornare
subito dopo a occuparsi di lei. L’invaghimento non tarda a diventare
passione carnale travolgente:
Ma, Niccolò mio, non posso fare non mi dogga [dolga] con esso voi, che per
volere contentare li amici [i quali avevano insistito perché invitasse la signora e sua
figlia] sono diventato quasi prigione di questa Costanzia. Prima veniva quando una
femmina e quando un’altra, e io non ponevo loro affezione; nondimeno con esse
passavo fantasia. È venuta questa […] m’è tanto piaciuta che non posso pensare a
altri che a lei.

E Machiavelli, nella risposta di pochi giorni dopo (4 febbraio), a


proposito dell’amore sfrenato che l’amico gli ha confessato, lo incita a
non porre freni a quella passione, anzi, ad abbandonarvisi tutto:

Levate dunque i basti, cavategli il freno, chiudete gli occhi e dite: «Fa’ tu, o
Amore, guidami tu, conducimi tu: se io capiterò bene, fiano le laude tue; se male, fia
tuo il biasimo; io sono tuo servo: non puoi guadagnare piú nulla con straziarmi, anzi
perdi, straziando le cose tue». E con tali e simili parole, da fare trapanare un muro,
potrete farlo pietoso 24.

La successione degli eventi, e la stessa risposta di Machiavelli, non


avrebbero l’evidenza che meritano, se non si tenesse conto del fatto che
Vettori, dopo una descrizione seria e insieme ironica (e autosfottitoria) del
suo subitaneo innamoramento per la cortigiana apprendista, senza alcuna
soluzione di continuità concluda la medesima lettera con tre righe
frettolose riguardanti il «grande affare», il problema vitale, dell’amico
Machiavelli: «Ho visto e capitoli dell’opera vostra, e mi piacciono oltre a
modo; ma se non ho il tutto, non voglio fare judicio resoluto [persuaso,
definitivo]» 25. Anche Machiavelli, del resto, risponde, come abbiamo
visto, sullo stesso tono, raccontando di un suo amorazzo a Firenze con una
certa Riccia: «[…] e l’altra mi si lascia qualche volta baciare pure alla
sfuggiasca» 26. Anche per Machiavelli non restano che le ultime righe per
tornare a lamentare di nuovo la sua condizione: «Oratore magnifico,
vedete dove diavolo io mi truovo […]» 27.

Piú contenuto il tono della corrispondenza con Francesco Guicciardini,


ma orientato spesso nella medesima predisposizione allo scherzo
sorridente. Quando Machiavelli viene inviato in missione al capitolo dei
frati minori a Carpi, – la Repubblica degli Zoccolanti, – Guicciardini è
governatore pontificio a Modena, a due passi da Carpi, e cosí gli scrive:

Machiavello carissimo. Buon giudizio certo è stato quello de’ nostri reverendi
consoli dell’Arte della Lana avere commesso [affidato] a voi la cura di eleggere un
predicatore [per la successiva Quaresima], non altrimenti che se a Pacchierotto,
mentre viveva, fosse stato dato il carico o a ser Sano di trovare una bella e galante
moglie a uno amico 28.

La battuta di Guicciardini svela il suo senso riposto, se si pensa che


Pacchierotto e ser Sano erano ben conosciuti come sodomiti fiorentini di
quel tempo. Prosegue, sempre piú dileggiante, Guicciardini:

Credo gli servirete secondo la espettazione che si ha di voi, e secondo che ricerca
[richiede] lo onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all’anima
[perseguiste scopi spirituali], perché avendo sempre vivuto con contraria
professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono 29.

Risponde Niccolò istantaneamente, addirittura il giorno stesso,


volgendo il discorso dalla derisione a una tonalità ironica e scherzosa, ma
non priva di contenuti seri:

Vero è che io so che io sono contrario, come in molte altre cose, all’oppinione di
quelli cittadini [i consoli dell’Arte della Lana]: eglino vorrieno un predicatore che
insegnasse loro la via del paradiso, et io vorrei trovarne uno che insegnassi loro la
via di andare a casa il diavolo […]; perché io credo che questo sarebbe il vero modo
ad andare in paradiso: imparare la via dello inferno per fuggirla 30.

Straordinario: in una sola battuta di spirito è contenuto l’intera sistema


mentale machiavelliano!

Appartiene forse alla medesima attitudine machiavelliana a farsi carico


delle situazioni man mano che si presentano, – perché non se ne può fare a
meno, certo, ma anche per una disposizione pratica a dare il meglio di sé
in tutti gli incarichi, liberamente o forzosamente assunti, – quel gruppo di
lettere in cui Niccolò si occupa di visitare e valutare, per l’amico che non
l’ha visto, un podere acquistato recentemente dal potente e ricco
Guicciardini, oppure di affrontare per lui altre questioni pratiche di ordine
assolutamente quotidiano 31 (nell’ambito, si direbbe, e sia pure per motivi
amichevoli, di quella generale, e a un certo punto accettata e fatta propria,
declassificazione delle proprie funzioni, di cui Niccolò soffre in questa
seconda parte della sua vita).

Questo, che appare essere un vero sistema, trova una teorizzazione


quanto mai chiara ed esplicita, da parte di Machiavelli stesso, in una
lettera del 31 gennaio 1515 all’amico Vettori 32. Questi, pochi giorni prima
(16 gennaio), nel corso di una serie epistolare da Roma che abbiamo già
ricordato, lo aveva informato dei suoi affari di «amore», anzi, come lui
stesso opportunamente precisa, di «foia» (la «foia», la «disperata foia»,
come la chiama il Machiavelli stesso nella lettera dell’8 dicembre 1509 a
Luigi Guicciardini, si manifesta spesso come un impulso irresistibile nei
comportamenti umani maschili). Machiavelli risponde inviandogli in
omaggio un suo sonetto sull’amore e una citazione dalle Metamorfosi di
Ovidio (I, 504 sgg.), in cui Febo parla a Dafne. La seconda parte della
lettera, cambiando totalmente argomenti e tonalità, contiene tuttavia una
circostanziata analisi della situazione con cui si trova a che fare in Italia
Giuliano de’ Medici, il quale, qualche giorno prima (10 gennaio), aveva
assunto l’incarico di capitano generale della Chiesa, cosa che gli dava uno
spazio di azione e di manovra che in precedenza non aveva. Nel
ragionamento ritroviamo persino un preciso richiamo all’azione del duca
Valentino, «l’opere del quale io imiterei sempre quando io fussi principe
nuovo» 33. Sembra di essere ancora pienamente, a distanza di due-tre anni,
nello spirito del capitolo VII del Principe. Non potendo farlo
ragionevolmente con altri dei suoi contemporanei, Machiavelli immagina
di incarnarsi lui nella figura del «principe nuovo»! Ma, al di là della
sorpresa e dell’ammirazione, anche in questo caso colpiscono la
profondità e la persistenza delle «idee cardinali» in Machiavelli, anche in
un contesto apparentemente volubile, come questo.
A fare da trait d’union fra le due parti, e a spiegare come sia possibile
tenere insieme il discorso sulla «foia» di Francesco Vettori e un’ennesima,
approfondita analisi della situazione italiana di quei mesi, anzi di quei
giorni, e cioè esattamente a metà del discorso, Machiavelli colloca la sua
straordinaria, insuperabile spiegazione:

Chi vedesse le nostre lettere, onorando compare, e vedesse le diversità di quelle,


si maraviglierebbe assai, perché gli parrebbe ora che noi fussimo uomini gravi, tutti
vòlti a cose grandi, e che ne’ petti nostri non potesse cascare alcuno pensiere che
non avesse in sé onestà e grandezza. Però, dipoi, voltando carta, gli parrebbe quelli
noi medesimi essere leggieri, inconstanti, lascivi, vòlti a cose vane. Questo modo di
procedere, se a qualcuno pare sia vituperoso, a me pare laudabile, perché noi
imitiamo la natura, che è varia, e chi imita quella non può essere ripreso
[rimproverato]. E benché questa varietà noi la solessimo fare in piú lettere, io la
voglio fare questa volta in una, come vedrete, se leggerete l’altra faccia.
Spurgatevi 34.

Anche questo brano, del resto, si può intendere fino in fondo solo nel
complesso delle motivazioni piú profonde, che sostengono il modo di
pensare, e conseguentemente di agire, machiavelliano.
Ancora una volta ritorna, a giustificare le scelte umane, sue, degli altri,
dei principi come dei poveri uomini, la machiavelliana teoria, di origine
profondamente classica e umanistica, della perpetua mutevolezza e
dunque difficilissima prevedibilità di quanto accade nella storia, e, oltre
che nella storia, nella naturael mondo, nei casi individuali come in quelli
collettivi: una sorta di pessimismo cosmico, reagire al quale rappresenta il
massimo delle capacità umane, la «virtú», appunto. Ne aveva ragionato a
lungo anni prima nella lettera del 13-21 settembre 1506 a Giovan Battista
Soderini, nota come Ghiribizzi al Soderino 35. Al tempo stesso sembra
ripercorrere passo per passo, anche in questo caso, un brano del XXV del
Principe: il che conferma quanto siamo venuti via via dicendo, e cioè che
le idee fondamentali di Niccolò vengono da lontano, e hanno come mira
quella di arrivare lontano.

Vedremo che, quando sarà fin troppo evidente che non solo per qualche
singolo individuo, piú o meno provveduto o sprovveduto, ma per una
collettività intera, la «patria», le azioni promosse o anche soltanto pensate
o desiderate si diversificheranno drammaticamente «dal tempo et da
l’ordine delle cose», le tonalità dei discorsi dei protagonisti si faranno
anch’esse imploranti e disperate, lontane oltre modo dalla natura serena e
aperta delle disquisizioni personali e politiche (e dal riso che poteva
derivarne). Allora dell’alternativa di mezzo non resterà traccia.

1. VIVANTI , II, p. 297.


2. Ibid., p. 235.
3. Ibid., p. 243.
4. Ibid., p. 248.
5. Ibid., pp. 254-55.
6. RIDOLFI , Vita di Niccolò Machiavelli cit., p. 243.
7. N. M ACHIAVELLI , De principatibus, testo critico a cura di G. Inglese, Istituto storico per il
Medio Evo, Roma 1994, pp. 5-6.
8. Agostino Nifo, studioso e professore meridionale (1469/70-1538), riversò impudentemente
nell’operetta in latino De regnandi peritia il contenuto del Principe, naturalmente
fraintendendolo e abbassandone il livello; edita a Napoli nel 1523 (cfr. LARIVAILLE ,

Enciclopedia machiavelliana cit., II, ad vocem).


9. VIVANTI , I, p. 516.
10. Sulle vicende del testo di Machiavelli dalla stesura alla stampa, estremamente documentato e
attendibile è F. Bausi, «Il Principe» dallo scrittoio alla stampa, Edizioni della Normale, Pisa
2015. Non possiamo tuttavia essere d’accordo con il Bausi quando sottolinea «la natura
fondamentale “retorica” e “occasionale” dell’exhortatio [ossia, cap. XXVI ]»: noi abbiamo
cercato di dimostrare tutto il contrario.
11. RIDOLFI , Vita di Niccolò Machiavelli cit., p. 270.
12. M ACHIAVELLI , Istorie fiorentine; VIVANTI , III, pp. 303-732. È notabile che nella dedica
dell’opera a Clemente VII Machiavelli si preoccupi di dichiarare che è stata sua
preoccupazione massima evitare l’adulazione, quasi che il rischio presso i lettori fosse
presente: «Ma quanto io sia discosto dalle adulazioni si cognosce in tutte le parti della mia
istoria, e massimamente nelle concionie’ ragionamenti privati, cosí retti come obliqui [discorsi
diretti e indiretti], i quali, con le sentenze e con l’ordine, il decoro dell’umore [carattere] di
quella persona che parla, sanza alcuno riservo mantengono» (Ibid., p. 306).
13. N. Machiavelli a F. Vettori, 9 aprile 1513, VIVANTI , II, p. 241.
14. Ibid.
15. N. Machiavelli a F. Vettori, 10 agosto 1513, Ibid., p. 277.
16. Ibid., p. 296.
17. F. Vettori a N. Machiavelli, 19 aprile 1513, Ibid., p. 243.
18. N. Machiavelli a L. Guicciardini, 8 dicembre 1509, Ibid., p. 205.
19. N. Machiavelli a F. Guicciardini, 17 maggio 1521, Ibid., p. 372.
20. N. Machiavelli a F. Guicciardini, 19 maggio 1521, Ibid., p. 378.
21. F. Vettori a N. Machiavelli, 5 agosto 1526, Ibid., p. 436.
22. N. Machiavelli a L. Guicciardini, 8 dicembre 1509, Ibid., pp. 205-6.
23. F. Vettori a N. Machiavelli, 18 gennaio 1514, Ibid., pp. 305-8.
24. N. Machiavelli a F. Vettori, 4 febbraio 1514, Ibid., p. 310.
25. F. Vettori a N. Machiavelli, 18 gennaio 1514, Ibid., p. 308.
26. N. Machiavelli a F. Vettori, 4 febbraio 1514, Ibid., p. 310.
27. Ibid., p. 311.
28. F. Guicciardini a N. Machiavelli, 17 maggio 1521, Ibid., p. 371.
29. Ibid.
30. N. Machiavelli a F. Guicciardini, 17 maggio 1521, Ibid., p. 372.
31. N. Machiavelli a F. Guicciardini, 3 agosto 1525, Ibid., pp. 395-97; F. Guicciardini a N.
Machiavelli, 7 agosto 1525, pp. 398-400; N. Machiavelli a F. Guicciardini, 17 agosto 1525,
pp. 402-3.
32. VIVANTI , II, pp. 348-51.
33. Ibid., p. 350.
34. Ibid., p. 349.
35. Si veda qui, cap. 9, nota 12.
Capitolo undicesimo
L’inizio della fine

Nel dicembre 1521 muore Leone X. Dopo un conclave assai


complicato, ai primi dell’anno seguente gli succede, con il nome di
Adriano VI, il fiammingo Adriaan Florisz Boeyens, nato a Utrecht, ben
noto per la riservatezza e l’unzione sacerdotali (l’una e l’altra piuttosto
fuori del comune, come abbiamo detto piú volte, presso la corte pontificia
a Roma in quei tempi trionfanti e tempestosi). In ragione di questa fama,
l’imperatore Massimiliano I lo aveva designato precettore del nipote Carlo
d’Absburgo, allora adolescente, destinato a diventare imperatore col nome
di Carlo V. Venuto a Roma (l’elezione a pontefice si era svolta in sua
assenza), cercò di introdurre nella corte papale comportamenti piú
osservanti della dottrina e della religione cristiana (Leone X era famoso
per la sua propensione al lusso e al prestigio mondano, il che del resto
ebbe benefici effetti su alcune delle manifestazioni piú rilevanti del
Rinascimento italiano): anche perché si trattava ormai di porre un argine
al dilagare del protestantesimo, promosso solo pochi anni prima (1517)
dal monaco agostiniano tedesco Martin Lutero, mediante l’affissione sulla
porta del duomo di Wittenberg di novantacinque tesi sulla dottrina delle
indulgenze e della salvazione.
Gli sforzi di purificazione e di radicalizzazione in senso cristiano di
Adriano VI non sortirono tuttavia praticamente nessun effetto. Anzi: il
variegato mondo politico e intellettuale, di stampo fortemente umanistico,
che ruotava intorno alla cattedra di Pietro, gli si rivoltò contro. Ha
qualcosa a che fare questo con il discorso che andiamo facendo? Io penso
di sí. Il «blocco italico», politico e culturale, – se possiamo definirlo cosí,
– fa fronte compatto a qualsiasi trasformazione, politica e culturale,
soprattutto se proveniente dall’esterno. Un intellettuale e poeta di
purissima estrazione toscana, come Francesco Berni (1497/98-1535),
segretario e collaboratore di altissimi personaggi della corte pontificia,
prima e dopo il Papato di Adriano VI, nel Capitolo di papa Adriano
(ovvero Nel tempo che fu fatto papa Adriano) 1, si scaglia con inaudita
violenza contro il papa, che ha portato in Italia anche lui, quasi come gli
eserciti stranieri operanti in quegli stessi anni entro i confini delle Alpi,
una ventata barbarica: «O poveri, infelici cortigiani, | usciti dalle man’ dei
Fiorentini [Leone X e i suoi collaboratori] | e dati in preda a Tedeschi e
marrani [inequivocabile!] | che credete ch’importin quegli uncini [lo
stemma di Ariano VI] | che porta per insegna questo arlotto [ubriacone], |
figliuol d’un cimator di panni lini [un padre di umilissima condizione]?»
(vv. 1-6).
Ce n’è, tanto per sistemare da ogni punto di vista la cosa, anche per
quell’imbecille di papa Leone X, cui si deve se Adriano fu fatto cardinale:
«Onde diavol cavò questo animale [Adriano VI] | quella bestiaccia di Papa
Lione? | Che gli mancò da far un cardinale?» (vv. 10-12).
Se non bastasse la virulenta, illimitata denigrazione delle innumerevoli
mostruosità commesse dal nuovo papa, fiammingo in verità, ma per Berni
«tedesco», il poeta--cortigiano-comico-satirico introduce un altro
elemento, che non può non suscitare in noi, in questo contesto, una sorta di
stupore autoreferenziale. Anche Berni, infatti, difende, al cospetto del
papa «barbaro», il buon nome e la superiorità dell’Italia: «Italia poverella,
Italia mia, | che ti par di questi almi allievi tuoi [i cardinali italiani che
hanno eletto papa Adriano] | che t’han cacciato un porro dietro via [nel
sedere]?» (vv. 22-24). E poi, in forme ancor piú ideologicamente esplicite
e dichiarate: «Pur quand’io sento dire oltramontano [cioè, proveniente
dall’al di là delle Alpi] | vi fo sopra una chiosa col verzino [legno usato
per tingere in rosso] | idest nimico al sangue italiano. | O furfante,
ubbriaco, contadino [non è poco per un pontefice!], | nato alla stufa [uomo
da nulla], or ecco chi presume | signoreggiare il bel nome latino!» (vv.
175-80).
Che poi l’alto elogio del nome italiano, oltraggiato dal papa
«oltramontano», si chiuda con un chiaro riferimento petrarchesco non può
che far aumentare la nostra soddisfatta constatazione di un sistema che si
ripete con olimpica regolarità all’interno di una cultura da questo punto di
vista omogenea quant’altre mai. Infatti: qual è il valore che la
superstiziosa religiosità del nuovo papa oltraggia di piú (proseguendo
passo passo il discorso)? È, né piú né meno, che il «libero costume»,
d’indiscutibile origine umanistica:

E quando un segue il libero costume


Di sfogarsi scrivendo e di cantare,
lo minaccia di far buttare in fiume:
cosa d’andarsi proprio ad annegare,
poi che l’antica libertà natia
per piú dispetto non si puote usare. (vv. 181-86)

«Il libero costume»! «L’antica libertà natia»! Non si potrebbe definire


meglio il nocciolo del privilegio di cui l’intellettuale umanista italiano
pretenderebbe di continuare a usufruire e godere. C’è una spiegazione per
Berni a tutto questo? C’è, ma appartiene a quell’ordine di fenomeni di
natura strutturale, a cui, come abbiamo già visto altre volte, si può
ricorrere per capire, senza però pretendere di spiegare (o anche viceversa).
Siamo con Berni, molto probabilmente in maniera inconsapevole (ma
proprio perciò tanto piú significativa), nell’orbita di un sistema che
potremmo definire machiavelliano:

Or credevate voi, gente ignorante,


ch’altrimenti dovessi riuscire
un sciagurato ipocrito pedante?
Un nato [il papa] solamente per far dire
Quanto pazzescamente la fortuna
Abbia sopra di noi forza e ardire? (vv. 109-14)

Che «la fortuna» dispieghi un potere «pazzesco» su di noi, – «forza e


ardire»!, – forse neanche Niccolò avrebbe potuto dirlo con altrettanta
efficacia. Ma sul Berni, e sulla sua trasfigurazione degli avvenimenti
contemporanei, torneremo piú avanti.

Uscito di scena lo scomodo Adriano VI nel settembre 1523, viene


elevato al soglio pontificio il cardinale Giulio de’ Medici, figlio di
Giuliano, e dunque cugino di Leone X, che lo aveva gratificato di grandi
incarichi e di grandi onori. Assunse il nome di Clemente VII. In tal modo
il nesso fortissimo fra la Casa Medici, Firenze, il Papato e di conseguenza
le sorti dell’Italia contemporanea, riprese a manifestarsi con sommo
vigore. Il suo pontificato durò a lungo, fino al 1534, scavalcando
fortunosamente tutti i drammatici avvenimenti che segnarono gli anni
successivi.
Clemente VII viene descritto dai contemporanei come spesso titubante
e incerto, di gran lunga piú «respettivo» che «impetuoso»: e questo
avrebbe favorito alcuni degli smacchi assai pesanti da cui la sua iniziativa
politica fu contraddistinta.

Ma in quegli anni, – soprattutto dopo il 1515, – ben altro avveniva in


Italia. Quei «barbari», che erano comparsi sulla scena soltanto qualche
anno prima, – i re francesi Carlo VIII e Luigi XII; gli spagnoli insediati
piú o meno stabilmente nel regno di Napoli, – assumono una consistenza
sempre maggiore, un’entità reale sempre piú possente, in cui il vigore
crescente delle armi si accoppia (secondo i testimoni contemporanei) a
una «ferocia» senza limiti e a un’illimitata volontà di conquista. L’Italia
diventa il terreno di scontro e di affermazione (non l’unico, certo, ma di
sicuro il piú significativo) fra le due potenze europee in quel momento piú
significative e rilevanti (almeno sul continente, la vocazione marinara e
mondiale portava l’Inghilterra in quella fase prevalentemente verso altre
direzioni); e cioè la Francia, e quel complesso di realtà territoriali e di
titoli reali, che il giovane Carlo d’Absburgo, una volta divenuto
imperatore, avrebbe avuto la ventura d’incarnare.

Il 1° gennaio 1515 muore Luigi XII e gli succede il cugino Francesco


d’Angoulême, Francesco I, che resterà re di Francia fino al lontano 1547.
Estremamente «impetuoso», e per niente «respettivo», riprende
immediatamente il conflitto in Italia, dove, con la battaglia di Marignano
del 13-14 settembre 1515 (detta la «battaglia dei Giganti»), riesce a
riconquistare Milano e a imporre agli spagnoli un’intesa (accordo di
Noyon, dell’agosto 1516), per la divisione e la gestione (apparentemente
pacifica e concordata) della penisola.
Ma su l’altro fronte accadevano eventi ancor piú significativi. Carlo
d’Absburgo era nipote di Ferdinando il Cattolico, re di Spagna; e figlio di
Filippo il Bello, arciduca d’Austria, figlio a sua volta dell’imperatore
Massimiliano I. I domini di Carlo, dopo la morte di Ferdinando e di
Filippo, dei quali ereditò i possedimenti, spaziavano perciò sull’intera
Europa: Borgogna, Paesi Bassi, Spagna (con Sardegna, Sicilia, Napoli e i
domini americani, che cominciavano rapidamente a contare qualcosa).
Quando nel 1519 Carlo viene eletto anche imperatore, battendo anche in
questo caso il tentativo di Francesco I di insediarsi al suo posto, e
assumendo, come abbiamo già ricordato, il titolo di Carlo V, i suoi
possessi finirono per estendersi fino ai confini estremi dei domini
absburgici e dei loro vassalli centro-orientali. Una potenza cosí smisurata
non s’era mai vista in Europa.
La Francia non poteva tollerare, – o pensare di tollerare, – un potere di
tali dimensioniatura. Francesco I riprende la lotta per riconquistare la
propria egemonia sul ducato di Milano, con due spedizioni tra il 1522 e il
1524, ambedue destinate al fallimento. Quando Francesco ripete il
tentativo l’anno dopo, arriva a recuperare quasi tutto il ducato di Milano e
a stringere d’assedio le forze imperiali a Pavia. Ma, subito dopo, nel corso
di una straordinaria battaglia sotto le mura di quella città (24 febbraio
1525), viene di nuovo sconfitto e addirittura preso prigioniero. Nel trattato
di pace che ne seguí (Madrid, 14 gennaio 1526), Francesco, per ottenere la
libertà, fu costretto a dare in ostaggio i suoi due figli maggiori e a
sottoscrivere un atto di rinuncia al ducato di Borgogna, ai Paesi Bassi e, in
Italia, a Milano, Genova, Asti e Napoli.
Nel corso di queste sanguinose e straordinarie vicende apparve sempre
piú chiara l’estrema difficoltà da parte dei potentati italiani maggiori,
ancora in qualche misura autonomi e indipendenti, di contare qualcosa,
politicamente e militarmente, nel gioco smisurato delle due grandi
potenze.
Ma qualcosa di diverso, e di piú radicale, doveva ancora accadere.

11.1. Machiavelli e Guicciardini: una grande amicizia «in articulo


mortis». Di nuovo «ghiribizi» e «castellucci». Ma anche
«cantafavole».
Francesco Guicciardini è una delle figure piú eminenti della vita
politica e civile a Firenze nei primi decenni del Cinquecento. Era nato il 6
marzo 1483: piú o meno quattordici anni dopo Machiavelli. La sua
famiglia occupava un ruolo importante, piú per eccellenza che per
ricchezza, nel settore ottimatizioel governo della città. Il fratello Luigi,
amico di Machiavelli fin dai tempi della Repubblica soderiniana (abbiamo
già citato l’impudente lettera di Niccolò a lui dell’8 dicembre 1509, segno
indubitabile di una piena confidenza fra i due), fu sostenitore senza riserve
dei Medici. Francesco, a testimonianza della bivalenza frequente degli
incarichi ricoperti da questi personaggi nei diversi periodi della loro vita,
svolse la sua prima missione per conto della Repubblica soderiniana nel
gennaio del 1512 quale ambasciatore alla corte di Spagna (si noti che in
quel momento aveva appena ventinove anni). Vi restò fino al 1514: quando
ne tornò, aderí pienamente anche lui al restaurato governo mediceo e, piú
o meno di conseguenza, alle linee di governo e di egemonia promosse in
quegli anni dai due papi Medici. Da Leone X fu nominato nel 1516
governatore di Modena, prima, e poi anche di Reggio. Clemente VII, con
cui ebbe rapporti anche piú stretti, lo nominò presidente della Romagna
nell’aprile del 1524. Quale consigliere personale del pontefice, promosse
in prima persona la costituzione di una Lega filofrancese e antimperiale,
nota come Lega di Cognac (22 maggio 1526), o anche come la seconda
Lega Santa, dopo quella promossa da Giulio II nel 1511 (ma allora contro i
francesi). È la scelta da cui sarebbero derivati pressoché tutti i drammatici
avvenimenti dei tre anni successivi. Scoppiate le ostilità, fu nominato
luogotenente generale delle truppe pontificie, nella quale veste prese parte
in posizioni di alta responsabilità alla fase conclusiva della vicenda di cui
stiamo parlando. In quest’ultima fase la collaborazione con Machiavelli fu
strettissima.

Autore di molte opere, non curò in vita che ne fosse pubblicata neanche
una. Ai nostri fini ricordiamo un Dialogo del Reggimento di Firenze (piú o
meno, 1525) 2, in cui sostiene la tesi della superiorità di una costituzione
ottimatizia sul modello della Repubblica di Venezia (dunque, sí al governo
mediceo, ma temperato dalla presenza autorevole dell’aristocrazia); un
insieme molto complesso di pensieri e riflessioni (che gli editori moderni
hanno denominato Ricordi 3) in cui espone la sua concezione ricca ma
disillusa della storia e dell’esistenza umana, facendo ricorso alle fonti piú
diverse (ad esempio, un manipolo ben nutrito dei Ricordi attinge niente di
meno che agli Adagia di Erasmo da Rotterdam, apparsi a Venezia in una
splendida edizione aldina nel 1520) 4; e, naturalmente, la Storia d’Italia (di
cui parleremo piú avanti).
Fra questi due personaggi di cosí diverso peso, – l’uno, il reietto, di
condizione sociale medio-bassa, e l’altro, l’aristocratico, nella fase della
sua piú trionfante affermazione, – i rapporti non potevano essere alla pari,
a cominciare dagli appellativi con cui l’uno si rivolge all’altro negli
incipit delle lettere. Machiavelli in quelle a Guicciardini: «Magnifico et
onorando messer Francesco» (15 marzo 1526) 5; «Magnifico e maggior
mio onorando» (4 aprile 1526) 6; «Magnifico signor Presidente» (2 giugno
1526) 7; «Signor luogotenente» (5 novembre 1526) 8. Guicciardini a
Machiavelli: «Niccolò carissimo» (22 maggio 1526) 9; «Messer Niccolò
carissimo» (30 ottobre 1526) 10; «Machiavello carissimo» (12 novembre
1526 11: è l’ultima che possediamo di Guicciardini a Machiavelli).
Questo non impedisce, se non in qualche momento in cui si tratta di
prendere una decisione molto importante e quindi il discorso torna
necessariamente al Guicciardini e qui si conclude, che tra i due corra un
rapporto di crescente comprensione e persino di affetto. Non a caso si deve
al Guicciardini, e sia pure nel tono scherzoso di molte di queste lettere,
uno dei giudizi piú calzanti sulla personalità di Machiavelli, da lui definito
«ut plurimum [al massimo] estravagante di opinione dalle commune et
inventore di cose nuove et insolite» 12 (18 maggio 1521). Come si potrebbe
dir meglio della genialità creatrice e fuori di ogni schema del «carissimo
Niccolò»?

Poste cosí le cose, è inevitabile, e comprensibile, che anche nel gioco


epistolare fra Guicciardini e Machiavelli il comico si mescoli
continuamente al serio, e talvolta al tragico. Si comincia nel 1521:
Machiavelli, come si rammenterà, è a Carpi, presso la Repubblica degli
Zoccolanti. Bisognoso di aumentare il proprio prestigio, chiede al
governatore Guicciardini, che ben volentieri acconsente, che gli mandi il
piú spesso possibile un messo «balestriere», per impressionare l’autorità
che lo ospita. L’espediente riesce alla perfezione: «Io vi so dire che il
fumo ne è ito sino al cielo, perché tra la ambascia dello apportatore [il
messo] et il fascio grande delle lettere, e’ non è uomo in questa casa e in
questa vicinanza che non spiriti [che non rimanga sorpreso, stupefatto]
[…]» 13 (18 maggio 1521). Trascinato dalla foga del gioco, Niccolò non
riesce neanche a trattenere la sua componente triviale, ipotizzando nella
lettera successiva che l’eccessiva ripetizione dello scherzo del messo
metta in sospetto il suo ospite: «Cazzus! E’ bisogna andar lesto con costui
[l’ospitante], perché egli è trincato [astuto] come il Trentamila diavoli
[…]»; di modo che il grande Niccolò confessa che, per la paura d’essere
estromesso dalla casa dell’ospitante, «il culo mi fa lappe lappe […]» 14 (19
maggio 1521) (non sembrano necessarie spiegazioni).
L’intreccio tra vita e morte, tra successo e sconfitta, non potrebbe esser
meglio rappresentato dall’intenzione generosa di Francesco Guicciardini
di far mettere in scena, nell’ambito dei suoi domini, e in quegli anni
terribili, la Mandragola dell’amico Niccolò. Machiavelli ne prende atto
con enorme piacere (17 agosto 1525) 15e discorrerà a lungo. Guicciardini
gli espone la propria intenzione che si faccia «pochi dí avanti il carnovale»
e chiede che Niccolò sia presente (26 dicembre 1525) 16. Niccolò
garantisce che sarà infallibilmente presente: «[…] né mi può inpedire altro
che una malattia, che Iddio ne guardi» 17 (3 gennaio 1526), e informa che
ha composto e fatto musicare «cinque canzone nuove», «per cantarle tra
gli atti». Il piacere di Niccolò autore si mescola a quello del Machiavelli
uomo, molto ben predisposto per natura a prepotenti inclinazioni carnali.
Infatti, Niccolò confessa a Francesco di progettare che con lui venga a
Modena la Barbera, con la sua compagnia di cantanti, a eseguire le
canzoni suddette.
La Barbera compare diverse altre volte in questa fase dell’epistolario
con Guicciardini e con altri. Ma questo non impedisce che altre figure
femminili, piú o meno della stessa natura, intervengano a far da
condimento nei rapporti fra i due grandi rappresentanti del pensiero
politico italiano. Francesco a Niccolò: «Non voglio già tacere che io
comprendo che doppo la partita [partenza] vostra la Mariscotta ha parlato
di voi molto onorevolmente, e lodato assai le maniere et intrattenimenti
vostri […]» 18 (29 luglio 1525); Niccolò a Francesco, sovrapponendo anche
in questo caso il proprio personale piacere al piacere della
rappresentazione: «Raccomandatemi alla Maliscotta, et avvisate a che
porto è la commedia, e quando disegnate farla» 19 (post 21 ottobre 1525).
Non si hanno notizie precise su questa rappresentazione della commedia:
avvenne forse a Faenza, in assenza sia di Machiavelli sia di Guicciardini.

Ma i rapporti fra i due, man mano che la conoscenza si approfondisce e


la fiducia scambievole aumenta, assumono anche altre forme. Si direbbe
persino, – se l’espressione non risultasse oltraggiosa, – che l’intellettuale
emarginato e dalla provenienza sociale medio-bassa eserciti talvolta le
funzioni di faccendiere nei confronti dell’aristocratico di grande successo.
Come abbiamo già accennato, il Guicciardini aveva comprato, senza
vederle, due grandi proprietà terriere, quella di Finocchieto, presso
Arcetri, e quella di Colombaia. Durante il soggiorno faentino Guicciardini
doveva avergli chiesto di visitarle, di descrivergliele e di valutarle. Nella
lettera del 3 agosto 1525 20 Machiavelli rappresenta, con una puntigliosità
e una precisione degne dell’autore del Principe, le condizioni della
proprietà di Finocchieto, che in generale gli sembrano poco buone. Per
capire di quale pasta ironica e autoironica siano fatti questi passaggi nel
quotidiano e quasi nel servile del grande pensatore, si tenga presente la
rapida e pungente conclusione che segue alla lunga descrizione: «Delle
cose de’ re, delli imperadori e de’ papi, io non ho che scrivervi; forse che
per altra ne arò, e scriveròvvi» 21. Ma il Guicciardini non è davvero da
meno. Invece di rispondergli direttamente in prima persona, finge di
essere Madonna Possessione di Finocchieto, l’incarnazione vivente
femminile del podere da Machiavelli cosí duramente criticato (7 agosto
1525) 22. La lettera meriterebbe una ben piú circostanziata analisi e
descrizione. Basti qui ricordare che Madonna di Finocchieto attribuisce gli
errori di valutazione e di giudizio del Machiavelli alla sua eccessiva
frequentazione della Barbera: «Sei uso», infatti, scrive Madonna di
Finocchieto al povero Machiavelli, «con la tua Barbara, la quale, come
fanno le pari sue, si sforza piacere a tutti e cerca piuttosto di apparire che
di essere; però gli occhi tuoi avvezzi in questa conversazione meretricia
non si appagano tanto di quello che è, quanto di quello che pare […]» 23.
Lo scherzo non potrebbe essere piú acuto e pungente.
L’altro esercizio in cui il grande pensatore si affaticò molto in quei
mesi al servizio del grande politico e uomo delle istituzioni fu il cercare
un marito per una delle sue quattro figlie. Ne parla accuratamente, e con
grande dovizia di particolari, nelle lettere del 17 agosto 1525, post 21
ottobre 1525, 19 dicembre 1525, 3 gennaio 1526 (dove gli consiglia di
rivolgersi al papa per averne un aiuto), 2 giugno 1526 24. Per sostenere le
sue tesi chiama perfino in causa (19 dicembre 1525) 25 un passo della
Commedia di Dante: l’episodio di Romieu de Villeneuve che consiglia al
duca Raimondo Beringhieri il modo di maritare le sue quattro figlie
(esattamente come Francesco Guicciardini!) 26. Anche in questo caso la
risposta di Guicciardini è spiritosissima: «Voi mi avete fatto cercare di un
Dante per tutta Romagna, per trovare la favola o vero novella del Romeo,
et in fine ho trovato il testo, ma non vi era la chiosa [il commento]» (26
dicembre 1525) 27. Quindi, lui ha capito poco o nulla.
Infine, le pillole. Le pillole? Sí, le pillole. Niccolò procura a Francesco
le pillole per digerire e andare di corpo, gliene consiglia il dosaggio
quotidiano e gliene comunica con grande precisione la composizione (17
agosto 1525) 28. Se non è deferente sottomissione questa…
Questo insieme di relazioni e di nessi potrebbe avere dell’aneddotico, e
lí restare, se anche in questa occasione, come in altre, tutto non fosse
tenuto insieme da una superiore coscienza epistemologica e, sí, perfino
letteraria. Dieci anni prima, nella lettera a Vettori del 31 gennaio 1515, era
stato Machiavelli a teorizzare, con incomparabile eloquenza, la necessità,
e in un certo senso l’utilità, della duplicità delle azioni umane. Lo
abbiamo già notato, e citato 29: ma bisogna sempre tenerlo presente:
l’eterna duplicità, e alternanza, delle sorti umane regolano anche i
comportamenti quotidiani, e al tempo stesso il loro raffrontarsi, e
misurarsi, talvolta enigmatico, alla storia.

Sorprende un poco, ma fino a un certo punto, che il compito di tenere


insieme i due mondi se lo assuma ora l’aristocratico e sorvegliatissimo
Guicciardini, coniando persino allo scopo un altro termine, estremamente
fantasioso, da affiancare a «ghiribizzi» 30 e «castellucci»: «cantafavole».
La declinazione che lui fa delle varie forme dell’agire umano, in relazione
alla stranezza dei comportamenti (ad esempio: un tale il quale aveva
ospitato Machiavelli pretende da Francesco, che in quel momento è il
governatore, il pagamento delle spese), viene sistemata in un crescendo di
definizioni, che ci riportano alla mente l’intero catalogo delle principali
categorie letterarie rinascimentali: «Non voglio entrare nelli particolari,
perché non ho il capo a cantafavole […]» 31 (a Niccolò Machiavelli, 30
ottobre 1526: da Piacenza); «[…] in modo che, vedendomi nommato in
questa novella, e che queste mercatanzie non sono senza carico mio, mi
cominciai a risentirmene seco [con lui]; et perché lui negava
presuntuosamente, mi bisognò lavarli un bucato [dargli una lavata di capo]
[…] Vedete che bella novella è stata questa; voi la cominciasti in comedia,
et io l’ho quasi finita in tragedia […]» 32. L’importanza che questa
terminologia riveste nel sistema mentale di Guicciardini è testimoniata
anche dal fatto che in un’altra lettera a Machiavelli di pochi giorni dopo
(12 novembre 1526, sempre da Piacenza) 33, essa ritorna tale e quale a
comprovare ancora una volta la complessità contraddittoria della
situazione:

Machiavello carissimo. Ho la vostra de’ 5. La novella del Borgo a San Donnino


[lettera precedente] fu commedia schietta, quella di Modana tenne della tragedia, la
vostra di Roma ha tenuto di cantafavola [Machiavelli aveva probabilmente richiesto
di assumere le funzioni di commissario delle truppe di Vitello Vitelli, che
muovevano a punire i Colonnesi per il loro oltraggio al papa; ma di sicuro non
ottenne l’incarico].

Se si tiene presente che queste categorizzazioni, le quali sistemano il


mondo in una sorta di equilibrio, precario e instabile, ma comunque
conoscibile e provvisoriamente controllabile, vengono formulate sull’orlo
dell’abisso (siamo alla fine del 1526), si prende coscienza piú profonda
del sistema mentale con cui i due grandi pensatori e politici si
apprestavano ad affrontarlo.
Per questo complesso di motivi non stupisce che Niccolò concluda una
sua lettera a Francesco (post 21 ottobre 1525), piú volte da noi citata,
quasi completamente dedicata al problema del maritamento delle sue
figliole, firmandosi: «Niccolò Machiavelli, istorico, comico e tragico» 34.
Solo un genio poteva condensare in una sintesi epigrafica cosí concentrata
e veritiera, il senso di un’intera esistenza.

1. Poeti del Cinquecento, I. Poeti lirici, burleschi, satirici e didascalici, a cura di G. Gorni, M.
Danzi e S. Longhi, Ricciardi editore, Milano-Napoli 2001, pp. 707-16.
2. F. GUICCIARDINI , Dialogo del Reggimento di Firenze, in ID. , Opere, a cura di E. Lugnani
Scarano, Utet, Torino 1983 2, I, pp. 297-483.
3. I Ricordi apparvero in un’eccellente edizione critica a opera di R. Spongano nel 1951; si
possono oggi leggere piú agevolmente in Opere cit., I, pp. 723-848. Sui Ricordi rimando al
mio «Ricordi» di Francesco Guicciardini, in Letteratura italiana, II. Dal Cinquecento al
Settecento, in Le Opere cit., pp. 3-178.
4. Su questo rapporto insisto nel saggio sui Ricordi, particolarmente alle pp. 62-76. Colpisce il
fatto che la critica cosiddetta specialistica non abbia minimamente tenuto conto di questa
relazione, che, oltre a essere sorprendente, cambia le carte in tavola per ciò che riguarda scelte
e orientamenti della nostra cultura politica di primo Cinquecento. Per tener conto
dell’ampiezza possibile, e apparentemente contraddittoria, dei riferimenti, si veda anche G.

PONSIGLIONE , Scritture della crisi e crisi della scrittura. Echi savonaroliani in Francesco
Guicciardini, in «Bollettino di italianistica», III (2006),. s. 2, pp. 67-93.
5. VIVANTI , II, p. 418.
6. Ibid., p. 424.
7. Ibid., p. 428.
8. Ibid., p. 452.
9. Ibid., p. 427.
10. Ibid., p. 450.
11. Ibid., p. 454.
12. Ibid., p. 378.
13. Ibid., p. 375.
14. Ibid., p. 378.
15. Ibid., p. 402.
16. Ibid., p. 413.
17. Ibid., p. 415.
18. Ibid., p. 394.
19. Ibid., p. 411.
20. Ibid., pp. 395-97.
21. Ibid., p. 397.
22. Ibid., pp. 398-400.
23. Ibid., p. 398.
24. Ibid., pp. 402-3; 408-11; 411-13; 414-16; 429-30.
25. Ibid., pp. 411-13.
26. DANTE , Commedia, Par., VI, vv. 127-42.
27. VIVANTI , II, p. 414.
28. Ibid., p. 403.
29. Si veda qui, par. 10.1.
30. Su stilistica e semantica dei «ghiribizzi» guicciardiniani, sono fondamentali due saggi di C.

BOLOGNA , I ghiribizzi di Guicciardini, in Francesco Guicciardini, tra ragione e inquietudine,


in Atti del Convegno internazionale di Liège, 17-18 febbraio 2004, a cura di P. Moreno e G.
Palumbo («Bibliothèque de la Faculté de Philosophie et Lettres de l’Université de Liège» –
Fascicule CCLXXXIX), Faculté de Philosophie et Lettres de l’Université de Liège-Droz,
Liège-Genève 2005, pp. 75-107; e Ghiribizzi, ghirigori e altre forme del pensare e dello
scriver breve, in Testi brevi, «Atti del Convegno internazionale di studi (Università Roma Tre,
8-10 giugno 2006)», a cura di M. Dardano, G. Frenguelli ed E. De Roberto, Aracne, Roma
2008, pp. 189-204.
31. VIVANTI , II, p. 450.
32. Ibid., p. 451, c.n.
33. Ibid., pp. 454-55, c.n.
34. Ibid., p. 411.
Capitolo dodicesimo
Machiavelli in prima linea

Nel corso dell’ultimo anno della nostra storia, – che è anche l’ultimo
della sua vita, – Machiavelli fu chiamato a svolgere numerosi incarichi e
funzioni, mai di primissimo piano, s’intende, e tuttavia in certi momenti
di notevole importanza politica e militare. Evidentemente la iniziale
diffidenza dei Medici era ormai scemata del tutto; oppure, piú
probabilmente, la situazione di una gravità eccezionale imponeva
l’utilizzo di tutte le forze disponibili. Ma soprattutto contarono le opinioni
e le scelte di Guicciardini, che in numerose occasioni lo volle accanto a sé
e, mediante l’utilizzo molteplice dello strumento epistolare, ne fece un
intermediario di tutto rispetto delle sue, – delle loro idee, – in merito agli
svolgimenti e alle pratiche della guerra, presso i potenti di Firenze e
soprattutto di Roma.
Nell’aprile-maggio 1526 Machiavelli fu nominato provveditore e
cancelliere dei procuratori alle mura di Firenze: aveva il compito di
valutare e far eseguire, in fretta e furia, le nuove fortificazioni volute dai
Medici e dal governo della città, per impedire che quella che in pratica
poteva esser considerata la capitale della Lega si offrisse nuda e cruda
all’offensiva delle truppe imperiali. In questa veste Machiavelli si recò a
Roma per presentare le sue relazioni, e vi si trattenne fino al 25 aprile.
Niccolò ne parla a Francesco, con grande competenza e dovizia di
particolari, nelle lettere del 17 maggio 1526ella primaella terza delle tre
del 2 giugno 1526 1.
Nel giugno 1526 Guicciardini, luogotenente generale del papa, come
sappiamo, ne richiede la presenza al campo.
Comincia un periodo di faticoso e stralunato impegno 2. Seguendo i
movimenti, spesso scomposti, dell’esercito della Lega, e al tempo stesso
rispondendo all’esigenza di relazionare direttamente ai governanti di
Firenze e di Roma, Niccolò galoppò incessantemente (è il caso di dirlo) da
Firenze alla linea del fronte, fino alle soglie di Milano, a Marignano, a
Piacenza, a Cremona, di nuovo a Firenze, poi a Modena, poi a Firenze, poi,
in rapida, tragica successione, a Parma, Scandiano, Sassuolo, Bologna,
Imola, infine, per la definitiva conclusione della vicenda, di nuovo a
Firenze: con un enorme dispendio, come si può capire, di energie fisiche e
mentali.
Dal nostro punto di vista non possiamo non rilevare che, come in altre
occasioni, il grande (e cinico, e disincantato) pensatore della politica
compie i suoi doveri «patriottici» fino in fondo. E, a parte il giudizio etico
positivo che ne potrebbe scaturire (sappiamo che la quasi generalità dei
suoi parziali e tendenziosi estimatori rivelerebbe difficoltà ad abbracciare
questa visione piú completa ma anche piú spigolosa e contraddittoria del
personaggio), è di un enorme interesse osservare e capire i vari movimenti
mentali e concettuali, con cui, utilizzando la sua enorme sapienza teorica e
insieme le sue immense attitudini pratiche, egli affronta e analizza la
materia incandescente, che non gli sta piú come in passato dietro le spalle
(i Discorsi) o a una certa distanza dallo sguardo, tra il presente e un
ipotetico futuro (Il Principe), ma gli scorre impetuosamente dietro e
davanti, e sopra la testa e sotto di lui, e in cui anche lui rischia di
affondare, – anzi, alla fine tragicamente affonda.
In un certo senso, – ammesso che ce ne sia bisogno, – si ha qui la
risposta finale al perché, ai perché, una situazione estrema e un complesso
di difficoltà pratiche e politiche al di là di ogni immaginazione sforzino il
genio a operare oltre misura e lo costringano a raccogliere e seminare
giorno per giorno, quasi ora per ora, quel che di solito gli ignavi
immaginano che sia il prodotto di anni di calmi e pacati pensamenti e
ripensamenti 3.

1. VIVANTI , II, pp. 426-27, 428-29, 430-31.


2. A questa fase finale della storia di Machiavelli, – dalla Lega di Cognac, diciamo, fino alla
morte, – dedica molte pagine informate e acute U. DOTTI , Machiavelli rivoluzionario, Carocci,
Roma 2003.
3. Documenti preziosissimi di conoscenza di questi ultimi mesi di guerra (e di vita) sono le
lunghe relazioni, estremamente documentate e precise, che Niccolò invia dal campo agli Otto
di Pratica, in quel momento il massimo organo di governo a Firenze, al quale del resto doveva
l’incarico delle legazioni da svolgere presso il Guicciardini a Modena, Parma, Bologna, le
Romagne eccetera eccetera. Sono ventidue; del 2 e 3 dicembre 1526; del 7, 9, 11, 12, 14, 16,
18 febbraio; del 4, 12, 18, 23, 24, 27, 29, 30 marzo; del 2, 8, 10, 11, 13 aprile 1527 (VIVANTI ,
II, pp. 1412-49). Pur non essendo dotato di strumenti informatici, la mole delle informazioni e
delle considerazioni, e la loro essenziale rapidità, sono impressionanti. Come si può notare
dalla rapida scansione delle date, si trattava di rapporti quasi quotidiani, con i quali Niccolò
informava di tutti i movimenti della guerra, affinché il governo fiorentino ne tenesse contoei
limiti del possibile provvedesse. Anche questa ottimistica, fattiva interpretazione della
situazione e del proprio ruolo non trovò riscontro nella realtà.
Capitolo tredicesimo
La «guerra suprema»

Il fatto è che in quell’anno, dalla primavera del 1526 alla primavera del
1527, si combatté in Italia, e per l’Italia, la «guerra suprema». Francesco I,
liberato dalla prigionia imperiale nel marzo del 1526, non esitò un
momento a violare subito tutti i patti che aveva siglato per recuperare la
libertà e a promuovere, come abbiamo già ricordato, la Lega di Cognac,
che riuniva, oltre ai francesi, il papa, Firenze e i Veneziani. Qual è il
punto? Francesco I vuole assolutamente reagire alle conseguenze, –
europee, – della disastrosa sconfitta di Pavia dell’anno prima. Gli
«italiani», in modo particolare il papa e Firenze, cioè i Medici, oltre ad
acconsentire al riflesso condizionato che tradizionalmente li vedeva alleati
dei francesi in funzione prima antispagnola e poi antimperiale, sono
enormemente preoccupati che lo strapotere di Carlo V, soprattutto dopo la
battaglia di Pavia, li metta totalmente nelle mani del sovrano absburgico-
spagnolo. Accanto a loro, per motivi analoghi, i veneziani.
Per capire il punto di vista di Niccolò in questa occasione bisognerebbe
risalire molto indietro, al Principe, e al fondamentale gruppo di lettere
scambiate nel 1513 con Vettori, praticamente coeve a quella stesura.
Voglio dire che l’atteggiamento di Niccolò nei confronti della guerra
imminente rappresenta il logico precipitato di tutta la sua storia
precedente: il senso che ci si trovi di fronte a un’ultima «occasione»
pervade tutti i suoi pensieri e comportamenti in questa fase finale della
sua storia.
Non desta tuttavia sorpresa che, in questo momento decisivo, le
opinioni di Niccolò e di Francesco pienamente convergano. Su Francesco
il punto di vista dei Medici e di Firenze, sentita fortemente come una
«patria», spinge, e da tempo, nella medesima direzione. Non nascondo che
suscita ammirazione e persino, in qualche momento, stupore la spinta che
ambedue, consensualmente, si sforzano d’imprimere al processo già in
atto.
E cioè: essi pensano con forza e determinazione che non si può
impedire che l’Italia venga coinvolta nella guerra, anzi, che non esistano
giustificazioni per cui se ne possa fare a meno, anzi, di piú, che le
converrebbe molto parteciparvi, ovviamente a fianco dei francesi, forza
fondamentale dello schieramento. Da questo punto di vista, Niccolò è
persino piú deciso e oltranzista di Francesco. Se ne potrebbero portare
varie testimonianze, ma io preferisco concentrarmi su quella piú
significativa, la lunga lettera da Firenze di Niccolò a Francesco del 15
marzo 1526 1, tanto piú significativa in quanto scritta ancora all’inizio del
processo.
Machiavelli confessa di aver avuto in quei giorni «pieno il capo di
ghiribizzi», al punto da sentire il bisogno di parlarne a viva voce con
Filippo Strozzi, comune amico, prima di scriverne allo stesso Francesco. E
il succo di queste riflessioni è rappresentato da queste «tre conclusioni»:
«L’una, che, non ostante l’accordo, il re non sarebbe libero; l’altra, che se
il re fosse libero, osserverebbe lo accordo; la terza, che non lo
osserverebbe» 2. Per la comprensione del testo machiavelliano si tenga
presente che, siccome la lettera è del 15 marzo e la liberazione di
Francesco avvenne il 18, Machiavelli non poteva ancora sapere se
Francesco, secondo la lettera dell’accordo, sarebbe stato effettivamente
liberato oppure no; e, a miglior ragione, siccome la Lega di Cognac fu
stipulata piú o meno due mesi dopo, Machiavelli non poteva qui tenerne
conto dal punto di vista delle previsioni di guerra.
Sorprende quindi ancor di piú la straordinaria determinazione con la
quale Machiavelli fa seguire all’alternativa tripartita la sua inequivocabile
conclusione: «Non dissi [allo Strozzi] già quale di queste tre io mi
credessi, ma bene conclusi che in qualunque di esse la Italia aveva d’avere
guerra, et a questa guerra non detti rimedio alcuno» 3. Questo passaggio è
importantissimo, perché disegna l’origine del leitmotiv, da cui tutte le
relazioni fra Niccolò e Francesco in questi mesi saranno determinate. E
cioè: siccome la guerra è non solo necessaria ma utile, il punto
fondamentale è che essa sia preparata, piú esattamente: preparata in fretta,
e combattuta nel migliore dei modi possibili. La «logica dilemmatica» non
vale solo per il pensiero ma anche per l’azione. Infatti, strizzando fino in
fondo l’efficacia dimostrativa di questo suo ineguagliabile modo di
pensare:

Io stimo, che in qualunque modo le cose procedino, che gli abbia ad essere guerra
e presto, in Italia; perciò e’ bisogna alli italiani vedere di avere Francia con loro, e
quando non la possino avere, pensare come e’ si voglino governare [comportare]. A
me pare che in questo caso ci sieno un de’ duoi partiti: o lo starsi a discrezione di chi
viene, e farseli incontro con danari e ricomperarsi; o sí veramente armarsi, e con le
armi aiutarsi il meglio che si può. Io per me non credo che il ricomperarsi e ch’e
danari bastino, perché se bastassino, io direi: fermiamoci qui,on pensiamo ad altro;
ma e’ non basteranno, perché o io sono al tutto cieco, o vi torrà prima i danari e poi
la vita, in modo che sarà una spezie di vendetta fare che ci truovi poveri e
consumati, quando e’ non riuscisse ad altri il difenderci. Pertanto io giudico che non
sia da differire lo armarsi, né che sia da aspettare la resoluzione di Francia, perché lo
imperadore ha le sue teste delle sue genti, halle alle poste [pronte, a disposizione],
può muovere la guerra a posta sua quando egli vuole; a noi conviene fare una testa,
o colorata [nascosta] o aperta, altrimenti noi ci levereno una mattina tutti smarriti 4.

Si espone dunque, stando cosí le cose, a enunciare una proposta


concreta, nell’audacia consapevole del rischio voluto e sorvegliato, che fa
parte di tutto il suo modo di ragionare. Ma siccome sa da par suo che tale
proposta non potrà non apparire anche all’amico Francesco (figuriamoci
agli altri!) eccessivamente audace e rischiosa, le premette una di quelle
sue fulminanti prese di posizione, che, dall’alto del pensiero, gli
consentono al tempo stesso di misurare meglio le cose da fare e da dire
nella pratica conseguente:

Io dico una cosa che vi parà pazza; metterò un disegno innanzi che vi parrà o
temerario o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci,
inusitate e strane. Voi sapete, e sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo,
come i popoli sono varii e sciocchi; nondimeno, cosi fatti come sono, dicono molte
volte che si fa quello che si doverebbe fare 5.

«Questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane»!


Non si potrebbe essere piú Machiavelli di cosí.
La «deliberazione» «audace, inusitata e strana», che gli attraversa
fulmineamente il cervello, è armare e dare potere quanto piú si può a
Giovanni de’ Medici, il condottiero delle Bande Nere, e farne in qualche
modo il vero punto di riferimento dello schieramento antimperiale. Dietro
tale proposta, – e dietro la sua audacia e apparente stranezza, – risorge il
fantasma del Valentino: non ancora, certo, o non precisamente, come il
«principe nuovo», di cui ci sarebbe bisogno e che l’opuscolo aveva
teorizzato; ma come un condottiero capace di svolgere fino in fondo il
ruolo del capo (del resto, era fin troppo evidente che non ce n’era un
altro), favorito dal consenso popolare e dotato di quelle qualità per le
quali, – singolare accostamento!, – Guicciardini anni prima aveva detto di
lui Niccolò che, quasi al pari di Giovanni, poteva essere giudicato «ut
plurimum estravagante di opinione dalle commune et inventore di cose
nuove et insolite» (18 maggio 1521):

Pochi dí fa si diceva per Firenze che il signor Giovanni de’ Medici rizzava una
bandiera di ventura per far guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi destò
l’animo a pensare che il popolo dicesse quello che si doverrebbe fare. Ciascuno
credo che creda che fra gli italiani non ci sia capo, a chi li soldati vadino piú
volentieri dietro, né di chi spagnuoli piú dubitino [abbiano piú timore] e stimino piú:
ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti,
pigliatore di gran partiti; puossi adunque, ingrossandolo [fornendogli mezzi]
segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendoli sotto quanti cavalli e quanti
fanti si potesse piú 6.

Prosegue e conclude con la solita, pressoché infallibile acribia (almeno


sul piano teorico):

Potrebbe far mutare oppinione al re [Francesco I], e volgersi a lasciare lo accordo


e pigliare la guerra, veggendo di avere a convenire con genti vive, e che, oltre alle
persuasioni, gli mostrano i fatti. E se questo rimedio non ci è, avendo a far guerra,
non so qual ci sia; né a me occorre altro; e legatevi al dito questo: che il re se non è
mosso con forze, con autorità e con cose vive, osserverà lo accordo e lasceravvi
nelle peste, perché essendo venuto in Italia piú volte, e voi avendoli o fatto contro, o
stati a vedere, non vorrà che anco questa volta gli intervenga il medesimo 7.
Ossia: la guerra non si può vincere se Francesco I, il re di Francia, non
si schieraon vi partecipa, infrangendo l’accordo assunto con Carlo V
(sarebbe la terza delle «conclusioni» elencate all’inizio della lettera: e
cioè che il re non «osserverebbe lo accordo»); ma questo sarà possibile
solo se al tempo stesso gli italiani gli dimostreranno con le scelte e le
azioni di essere in grado di fare la loro parte, come non è mai accaduto in
passato. In caso contrario «il re se non è mosso con forze, con autorità e
con cose vive, osserverà lo accordo [cioè rispetterà l’impegno assunto con
Carlo V] e lasceravvi nelle peste [...]».
Questo è il punto da cui tutti gli altri dipendono. Colpisce che
Machiavelli, rivolgendosi all’amico Guicciardini, lo collochi dalla parte, –
pontefice, Medici, Firenze, Lega, – che ha la facoltà di decidere:
«lasceravvi nelle peste» (lui fa il consigliere, non può neanche
lontanamente decidere). Ma impressiona soprattutto l’uso dei termini e
delle immagini, con cui Machiavelli si sforza di rendere piú persuasive, –
direi piú palpabili, – le sue immagini. Usa due volte il termine «vivo»:
«veggendo di avere a convenire con genti vive […]»; «il re se non è mosso
con forze, con autorità e con cose vive […]». È come dire che, negli anni
precedenti, gli italiani non hanno dimostrato di essere «vivi», cioè
razionalmente e coraggiosamente operanti. Nessuno che non avesse scritto
prima di allora Il Principe, avrebbe potuto sanzionare meglio gli abituali
comportamenti italici con un giudizio siffatto.
[Ha un qualche rilievo, per l’impegnatissimo profilo intellettuale-
umano che andiamo disegnando, che questa lettera, un capolavoro di alta
analisi e proposta politica e militare, si concluda anch’essa con la
raccomandazione che Niccolò rivolge a Francesco a favore della sua
adorata Barbera, con una conclusione stupendamente autoironica (ma non
tanto): «La Barbera si truova costí [Modena]: dove voi gli possiate far
piacere, io ve la raccomando, perché la mi dà molto piú da pensare che lo
imperadore» 8 ].

Evidentemente Francesco I, se arrivò poco dopo a stilare, anzi a


promuovere la Lega di Cognac, doveva essersi persuaso che le condizioni
elencate da Machiavelli erano già state poste in essere (oppure, piú
semplicemente, piú «impetuoso» che «respettivo» qual era, si mosse con
un disdegno delle cose, che il piú prudente osservatore Machiavelli non si
era sognato di attribuirgli). Da quel momento in poi si trattò di vedere se il
variegato sistema di forze, che era la risultante pratica dell’accordo di
Cognac, sarebbe stato in grado di svolgere in Italia la funzione per cui era
nato.

Guicciardini risponde, osserva, discute, replica. Se è possibile stabilire


una differenza fra i due (quale risulta dallo scambio epistolare, certo), si
direbbe che Guicciardini sia piú prudente e disincantato di Machiavelli,
come se l’esperienza diretta del governo, e, forse, il fondo amaro del
pessimismo conoscitivo e operativo ben presente nello scrittore dei
Ricordi, gl’impedissero di aderire pienamente alla fiera progettualità
operativa del suo amico: «Di nuovo non intendo niente che abbia nervo
[importanza, consistenza], e credo che ambuliamo [procediamo] tutti in
tenebris, ma con le mani legate di dietro per non potere schifare [schivare]
le percosse» 9 (siccome la lettera da Faenza è del 7 agosto 1525, cioè molto
precoce rispetto al successivo drammatico svolgimento degli avvenimenti,
l’atteggiamento piuttosto scettico del Guicciardini è ancor piú
significativo). Ma in modo incredibilmente piú lucido, qualche mese piú
avanti (sempre da Faenza, 26 dicembre 1525), quando si tratta di decidere
se procedere oppure no sulla strada che nel maggio successivo porterà alla
stipula della Lega di Cognac:

De rebus pubblicis non so che dire, perché ho perduto la bussola; et anco


sentendo che ognuno grida contro quella oppinione, che non mi piace, ma mi pare
necessaria [la guerra], non audeo loqui. Se non mi inganno, conosceremo tutti
meglio e mali della pace, quando sarà passata la opportunità del fare la guerra. Non
veddi mai nessuno che, quando vede venire un mal tempo, non cercasse in qualche
modo di fare pruova di coprirsi, eccetto che noi, che vogliamo aspettarlo in mezzo la
strada scoperti. Però, si quid adversi acciderit [se qualcosa di contrario dovesse
accadere], non potreno dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che turpiter elapsa sit
de manibus [ci sia caduta vergognosamente dalle mani] 10.

Anche per Guicciardini, dunque, anche se la guerra non gli piace, è


necessario prepararsi a farla, perché se un pericolo di qualsiasi natura
dovesse presentarsi (ma soprattutto, s’intende, la minaccia che un nemico
potente e spietato prevalga), va affrontato con tutti i mezzi possibiliei
tempi giusti, per ridurne la portata ovvero per rovesciarne gli effetti su chi
l’ha provocato.
La guerra, di lí a poco iniziata, rischia, – lo si capisce poco dopo, – di
essere molto piú lunga del previsto, e Machiavelli stima che questo sia un
pericolo: «[…] giudicai questa guerra dovere essere lunga, e, per la
lunghezza sua, pericolosa» 11 (a Bartolomeo Cavalcanti, dal campo, 6
ottobre 1526). In questa medesima lettera l’elenco delle inadempienze e
dei ritardi militari è circostanziato e fittissimo. I collegati potevano
prendere Milano,on l’hanno fatto; hanno cinto d’assedio Cremona, ma
senza successo; sono avanzati e si sono ritirati, secondo i casi, senza
nessuna strategia; il comandante supremo dell’esercito dei collegati,
Francesco Maria Della Rovere, sembra piú intenzionato a scansare lo
scontro che ad affrontarlo (si veda per questo in modo particolare, ma non
solo, anche la lettera a Bartolomeo Cavalcanti del 13 luglio 1526, da
Marignano) 12. Il papa, il vero comandante supremo di tutto lo
schieramento dei collegati in Italia, si comporta per giunta come peggio
non si potrebbe immaginare: la sua congenita incertezza si trasforma, in
una situazione come questa, in un potente strumento di dissuasione
autolesionistica. Un solo esempio: Clemente VII fida in un «accordo di
carta» stretto con la fazione a lui da sempre ostile dei Colonnesi, e in quel
momento fautrice degli spagnoli, la quale invece lo sorprende il 20
settembre 1526, assaltando e devastando il Vaticano e San Pietro. Per
cavarsene fuori (si era ritirato precipitosamente in Castel Sant’Angelo),
deve stilare una tregua di quattro mesi, che fra l’altro comporta
l’abbandono della Lombardia da parte delle truppe guidate dal
Guicciardini. Commenta sferzante, ma anche amaro, Machiavelli,
attribuendo due errori fondamentali a Clemente VII: «[…] il primo è il
papa non avere fatti danari ne’ tempi che potea con riputazione fargli et in
quegli modi che hanno fatti gli altri papi. L’altro, stare in modo in Roma
che ne sia potuto ire preso come un bimbo, la quale cosa ha fatto in modo
aviluppare questa matassa che non la riducerebbe [scioglierebbe] Cristo»
(nella lettera già citata a Bartolomeo Cavalcanti, dal campo, circa il 6
ottobre 1526) 13. Il «papa-bimbo», e cioè incapace perfino di governarsi e
difendersi a casa propria! La stupidità pontificia non potrebbe esser
descritta piú energicamente e sarcasticamente.
Nel frattempo, la situazione sul campo tende a diventare pre-
catastrofica: «Sono rimasi piú condottieri, di piú opinioni, ma tutti
ambiziosi et insopportabili; e mancandovi chi sappia temperare i loro
umori e tenergli uniti, la fia una zolfa [mischia, zuffa] di cani». «Di che, –
prosegue, – ne nasce una straccurataggine di faccende grandissima, e già il
signore Giovanni non vi vuole stare; e credo che oggi si partirà [se ne
andrà] […]» 14. Cosí anche il nuovo idolo di Niccolò, Giovanni dalle Bande
Nere, nel cui senno e capacità aveva tanto fidato, si stacca dal resto
dell’esercito e va incontro al suo solitario e tragico destino.

Occorre tener presente, per valutare conseguenze e ricadute del


conflitto anche sulla psiche dei protagonisti, di cui ci sforziamo di seguire
le vicende attraverso questo scambio di lettere, che Machiavelli, di fronte
alla preparazione e allo svolgimento della guerra, oltre a occuparsi, come
gli viene di volta in volta comandato, di addestrare le truppe, curare la
corrispondenza, preparare gli alloggiamenti, formula tre proposte di natura
strategica, destinate, se accolte, a mutarne (forse, certo non sappiamo, ma
l’intenzione era quella) i connotati e gli esiti. La prima l’abbiamo già
vista: dare a Giovanni dalle Bande Nere il denaro e l’armamento necessari
a farne il perno decisivo dello schieramento dei collegati; poi, armare le
genti di Romagna, per avere, almeno in embrione, un esercito proprio;
infine, piú avanti, quando le cose in Lombardia e sulle rive del Po
cominciano ad andare veramente male, un’altra consistente nel proporre
che l’esercito pontificio venga spostato a sud, verso i confini del regno,
dove avrebbe potuto esercitare una potente funzione di pressione e
minaccia sulle truppe spagnole e imperiali là acquartierate.
Non è irrilevante, ai fini del nostro discorso, che tutte e tre le proposte
fossero rapidamente liquidate come inutili e dannose, e che a farlo siano
rappresentanti della piú qualificata élite fiorentina, portavoce, in questa
veste, delle opinioni stesse del pontefice, e cioè Filippo Strozzi e
l’intramontabile Francesco Vettori. Filippo Strozzi gli comunica, anche a
nome del papa, che non si può sostenere troppo apertamente Giovanni de’
Medici, perché, «porgendoli N. S. [Nostra Santità] danari, la impresa
diventa sua [cioè del papa]» 15, compromettendone gravemente l’immagine
(31 maggio 1526, da Roma). Francesco Vettori, facendo l’elenco di tutte le
imprese andate in malora fino a quel momento, conclude che «in su questa
disdetta [cattiva sorte] e cum tanta poca reputazione si potessi sforzare
uno forno [aprire un altro fronte]» 16 (5 agosto 1526, da Firenze) (vero è
che Vettori, per tagliar corto, aggiunge subito dopo: «[…] Io non mi voglio
stillare il cervello in questi ghiribizi che m’affliggano, e maxime che ho il
piato ordinario [la solita lite] con la cognata»: prova che anche il conflitto
piú duro e le sconfitte piú tremende non possono metter fine all’altrettanto
dura problematica della vita quotidiana…) La proposta di armare la gente
di Romagna si perde nei meandri della burocrazia pontificia.

Al grande Machiavelli, dunque, fu negato ogni ascolto, tutte le volte in


cui, uscendo dal suo umile e devoto servizio quotidiano, si azzardò a
formulare proposte, che ove adottate, – e soprattutto se adottate in tempo,
– avrebbero potuto cambiare o almeno avrebbero potuto tentare di
cambiare il corso della guerra. Certo, nessuno è in grado oggi di valutare
se questo sarebbe accaduto oppure no; ovvero, piú esattamente, nessuno è
in grado di valutare se tali proposte fossero piú o meno ragionevoli;
ovvero, se avesse piú ragione Machiavelli nel formularle o i suoi severi
interlocutori nel contestarleel respingerle. È un dato di fatto, però, che non
si può non rilevare con forza, che, di fronte alla condotta disastrosa della
guerra, e di fronte alla penosa assenza di prospettive nei comandielle
autorità politiche della Lega, Machiavelli tende a elaborare, anche in
quella penosa situazione, proposte di natura strategica, al di fuori della
comune ovvietà. Quando questo accade, la risposta è sempre la stessa:
negativa. Evidentemente Niccolò, quando passava (dai tempi del Principe
in poi, ovviamente) dalla mera analisi, per quanto acutissima, dei
fenomeni alle grandi proposte di orientamento e di mutamento, perdeva
credibilità presso i suoi interlocutori, oppure, piú probabilmente, li
spaventava con l’«audacia» («inusitata» e «strana») delle sue proposte. È
una sorte che Machiavelli ha condiviso con molti altri grandi pensatori
politici, ma, innegabilmente, di piú di molti altri.

13.1. Di nuovo Vettori.

Nell’ultimissimo periodo di questa storia che stiamo cercando di


narrare, riemerge dall’epistolario machiavelliano la figura amicale di
Francesco Vettori (tre lettere di Vettori a Machiavelli del 5, 7 e 24 agosto
1526; quattro lettere di Machiavelli a Vettori del 5, 14, 16 e 18 aprile
1527) 17. Vettori scrive da Firenze, lontano dal fronte di guerra;
Machiavelli, dal fronte di guerra (Forlí, Brisighella); in una rapida
successione, sia nel primo sia nel secondo caso, che denota l’urgenza
crescente degli avvenimenti.
Per quanto lontano dal campo di battaglia, Vettori è fin troppo prodigo
di valutazioni, apprezzamenti, suggerimenti, indicazioni. La cosa è tanto
smaccata da avvertire il bisogno da parte sua di scusarsene, concludendo
una delle sue lettere con una considerazione scherzosa-affettuosa in merito
ai suoi rapporti con Niccolò: «Conosco, compare, che posso essere
riputato presuntuoso a voler dare iudicio di cose tanto importanti e delle
quali non ho pratica né esperienzia, pure, quando scrivo a voi, mi pare
parlare meco medesimo; ché se avessi a scrivere o parlare con altri, lo
farei con piú rispetto» 18 (24 agosto 1526). Vuol dire che la confidenza
estrema che ha con Niccolò gli consente di essere piú libero e avventato di
quanto sarebbe con chiunque altro.
Il giudizio di Vettori sugli svolgimenti della guerra tende tuttavia a
coincidere nelle grandi linee con quelli di Machiavelli e Guicciardini.
Anche Vettori infatti, sia pure da lontano, è in grado di prendere atto, con
toni anche accesi, di quanti impedimenti, incertezze, sconfitte, si venga
costellando la guerra tra i collegati e le truppe dell’imperatore. E, forse
preso anche lui da una sorta di stupita incertezza, chiama spesso in causa,
per spiegare i suoi successi, la spropositata fortuna dell’imperatore:

… solo vi voglio dire che l’imperatore ha troppa gran fortuna; e lasciando da


parte la cosa de li altri anni, questa ha fatto che s’indugiò tanto a pigliare l’impresa,
che il popolo di Milano fu battuto [cioè, invece di utilizzare da parte dei collegati il
favore del popolo di Milano, fu consentito, per la solita lentezza delle scelte e dei
movimenti, che gli imperiali lo spazzassero via con grande facilità]; questa, che vi
conducesti tardi e con poco ordine alle mura di Milano, e vi ritraessi sanza vedere
chi vi cacciassi 19.
(5 agosto 1526)
Non mette conto proseguire l’elenco da parte sua delle disgrazie e degli
errori commessi: è sostanzialmente lo stesso che abbiamo già visto
argomentato e discusso tra Machiavelli e Guicciardini diverse volte.
Siamo a pochi giorni di distanza dalla lettera precedente; quindi non
stupisce che Vettori torni a insistere di nuovo sulla teoria della grande
fortuna dell’imperatore, la quale, ovviamente, fuori dell’armonico disegno
dei rapporti fra «virtú» e «fortuna», architettato da Niccolò Machiavelli
(ma è altamente significativo che Vettori, in casi di grandi difficoltà
interpretative, ricorra anche lui a questo tema), può servire a spiegare e a
giustificare tutto:

Approverei bene che queste armate venissino verso Genova [invece che verso
Alessandria o Cremona o Pavia], come mi pare disegnino [progettino], e che il
marchese di Saluzzo [alleato dei collegati] con li suoi fanti e gente d’arme andassi
per terra a quella volta, e penserei che se la fortuna non volessi aiutare Cesare
[l’imperatore] fuori dell’ordinario in questa impresa, come ha fatto quasi in tutte
l’altre insino qui, che dovessi riuscire il voltarli [farli rivoltare] 20.
(24 agosto 1526)

Naturalmente, sappiamo che anche in questo caso la cosiddetta


«fortuna» dell’imperatore ebbe la meglio.

Francesco Vettori viene chiamato in causa nel nostro discorso anche per
un altro motivo, che potrebbe apparire marginale, ma non lo è. L’unico
episodio di guerra di cui Vettori fu testimone oculare, sia pure da lontano
(ma comunque molto piú da vicino che in tutti gli altri casi), fu
rappresentato da uno sfortunato tentativo di aggressione, piú o meno
giustificata, che i governanti di Firenze, e in modo particolare per volontà
dello stesso pontefice, organizzarono ai danni della Repubblica di Siena,
di cui comunque veniva sospettata, per odio antifiorentino, la simpatia per
la causa degli imperiali. Vettori ne parla nella lettera del 5 agosto 1526,
ma ancor piú diffusamente in quella del 7 agosto 1526, perché qui dichiara
che il Machiavelli, gli ha chiesto di descrivere la cosa, e lui ha
acconsentito, «quamquam animus meminisse horret» (per quanto il mio
animo inorridisca a ricordare) 21.
La descrizione di Vettori è estremamente minuziosa: dispiegamento
delle forze, reparti impegnati, svolgimento degli scontri. Non mette conto
per noi ricostruire punto per punto la vicenda. È invece molto importante
cercare di cogliere un aspetto vivente del clima con cui i nostri
protagonisti ebbero a che fare in quei mesi, ed esaminarne le conclusioni.
L’esercito fiorentino, piuttosto possente, – cinquemila fantiumerose
artiglierie, – viene rapidamente sgominato da un contrattacco dei senesi:
usciti in circa 200 dalla porta di Fontebranda, e altri 200 per lo sportello
della medesima porta. L’enorme sproporzione delle forze non giustificava
affatto l’esito del conflitto. Eppure, quattrocento senesi (piú o meno)
misero inaspettatamente in fuga cinquemila fiorentini. La cosa, tuttavia,
non era inspiegabile. Anche questa volta all’origine del tracollo c’erano
stati gli insormontabili difetti degli eserciti italiani del tempo: i soldati a
mezza paga si ammutinano per averla intera; altri, invece di pensare alla
guerra, saccheggiano e devastano le campagne circostanti; non c’è un capo
unico in grado di razionalizzare l’attacco.
Quel che c’interessa di piú, però, è la dimensione dello smacco che i
fiorentini subiscono. Si direbbe che nel suo stupore Vettori registri
l’insorgenza di una specie di clima epocale, che passa incessantemente dal
piccolo al grande e dal grande al piccolo, e investe l’intero modo d’essere
di una «nazione» invasa. Persino gli auspici portentosi, chiamati in causa a
suo tempo da Machiavelli nel XXVI a sostegno della tesi di un possibile
riscatto: «Oltre a di questo, qui si veggono estraordinari sanza essemplo,
condotti da Dio: el mare si è aperto» 22, e cosí via dicendo, sembra si siano
rovesciati nel loro catastrofico contrario:

Voi sapete che io male volentier m’acordo a credere cosa alcuna sopranaturale,
ma questa volta mi pare stata tanto estraordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto
cosa che sia seguita in guerra dal ’94 in qua. E mi pare simile a certe istorie ho lette
nella Bibbia, quando entrava una paura nelli uomini, che fuggivonoon sapevono da
chi 23.
(5 agosto 1526)

Colpisce che Vettori, acutamente, periodizzi l’inizio delle sciagure in


quel momento operanti, compresa la guerricciuola di Siena, dal 1494, cioè
dalla discesa di Carlo VIII in Italia. È evidente che anche lui aderisce
all’idea sistematica di Machiavelli e di Guicciardini, secondo cui la
catastrofe sarebbe partita subito dopo, e in un certo senso in conseguenza,
della morte del Magnifico.
Nella lettera del 7 agosto torna a insistere sul tema:

E come per altra [lettera] vi dissi, credo che altre volte assai sia accaduto che uno
esercito fugga alle grida [cioè: spaventato da un assalto avversario, per quanto
irrilevante], ma che fugga 10 miglia, non essendo alcuno che lo seguiti [insegua],
questo non credo che si sia mai letto né veduto 24.

Un tentativo di spiegazione, invece di elaborarlo ed esporlo


direttamente, è da lui affidato anche questa volta alla sapienza
ineguagliabile dell’amico Niccolò: «Io ho udito piú volte dirvi che il
timore è il maggiore signore che si truovi, e in questo mi pare averne visto
la esperienzia certissima […]»; e poi, con un immediato aggancio
all’universo concettuale cui tutti i protagonisti qui esaminati (Machiavelli,
Guicciardini, lo stesso Vettori) si richiamano: «o pure questa fortuna dura
qualche volta in tempo e poi varia,oi non sappiamo quando ha a
cominciare a variare» 25 (5 agosto 1526). Cambierà, non cambierà? Questo
in quel momento nessuno poteva saperlo; ma, dati i precedenti, non era già
allora azzardato pensare che non sarebbe cambiata 26.

La pretesa nostra di scorgere in questa ricostruzione degli eventi,elle


considerazioni cataclismatiche che ne conseguono, il manifestarsi di un
clima autodistruttivo, che spinge anch’esso verso la catastrofe, potrebbe
apparire forzata, se non fosse lo stesso Machiavelli ad apportarvi un
contributo che a me pare decisivo. In una lettera a Guicciardini del 5
novembre 1526, Machiavelli gli racconta che a Filippo de’ Nerli,
governatore di Modena, il quale lamentava di essere stato trattato male dal
luogotenente generale, cioè lo stesso Guicciardini, lui avrebbe
ironicamente (ma non tanto) risposto: «Signor governatore, non ve ne
maravigliate, chè non è difetto vostro, ma di questo anno, che non ci è
persona che abbia fatto ben veruno, né cosa per il verso» 27.
Elenca poi tutte le cose che sono andate per il verso sbagliato (ad
esempio, con la solita tranchante precisione di giudizio: «Il papa ha
creduto piú ad un’impennata di inchiostro [l’accordo scritto con i
Colonnesi] che a mille fanti che gli bastavano a guardarlo» 28: allude
ovviamente all’incapacità di reagire all’offesa arrecatagli dai Colonnesi):
a guardar bene, è né piú né meno lo stesso elenco di sconfitte e di disastri
stilato da Vettori nella lettera a lui indirizzata del 5 agosto 1526.
E, – sempre rivolgendosi nella finzione epistolare a Filippo de’ Nerli, –
conclude nel modo in cui soltanto lui poteva concludere, con una punta in
piú di beffardo fiorentinismo:

Solo i sanesi si sono portati bene,on è maraviglia se in un tempo pazzo i pazzi


pruovon bene; di modo, signor governatore mio, che sarebbe piú cattivo segno
l’aver fatto qualche buona pruova, che avendola fatta cattiva 29.

Nello scherzo non è difficile cogliere questa volta l’amarezza delle


molte sconfitte subite. Se in quell’anno solo i pazzi si sono comportati
bene, vuol dire che ai savi (o presunti tali, s’intende) è riservato dalla sorte
un destino drammatico, – dalla sorte o, piú probabilmente, s’intende, dalle
loro innumerevoli colpe.

1. VIVANTI , II, pp. 418-22.


2. Ibid., p. 418.
3. Ibid.
4. Ibid., pp. 420-21.
5. Ibid., p. 421.
6. Ibid.
7. Ibid.
8. Ibid., pp. 421-22.
9. Ibid., p. 397.
10. Ibid., p. 414. L’incertezza valutativa e dimostrativa, di cui dà prova Guicciardini: «De rebus
pubblicis non so che dire […]», trova un riscontro puntuale, anzi, pressoché quasi testuale,
anche nella lettera di Machiavelli del 19 dicembre 1525: «Delle cose del mondo io non ho che
dirvi» ( p. 412), alla quale il governatore di lí a pochi giorni (26 dicembre) risponde ( pp.
413-14).
11. Ibid., p. 449. Ci torna su anche nelle conclusioni della lettera: «E se questo non si faceva,
vedevo perduto la guerra; perché la lunghezza era certa,ella lungheza e pericoli si potevano
dire certi, o per mancamenti di danari, o per altri accidenti come quelli che sono nati» (Ibid., p.
450).
12. Ibid., pp. 431-33.
13. Ibid., p. 449.
14. Ibid.
15. Ibid., p. 423.
16. Ibid., p. 437.
17. Ibid., pp. 435-37; 438-41; 443-45; 456-57; 458; 459 e 461-62.
18. Ibid., p. 445.
19. Ibid., p. 435.
20. Ibid., p. 443.
21. Ibid., p. 438.
22. INGLESE , p. 186.
23. VIVANTI , II, p. 436.
24. Ibid., pp. 440-41.
25. Ibid., p. 436.
26. Invece, altrove Vettori continua a manifestare la sua persuasione che le sorti della guerra si
sarebbero potute rovesciare e vincerla: «[…] [nonostante tutto] ho fede, e massime per il buon
ordine de’ capi che sono costí [non sembrava proprio, a sentire Machiavelli, che le cose
stessero cosí!], che le cose abbino a procedere bene» (7 agosto 1526; Ibid., p. 441). Ma si
direbbe una fiducia di tipo «istituzionale»: come smettere di credere nelle sorti della guerra
prima di averla persa?
27. Ibid., p. 453.
28. Ibid.
29. Ibid.
Capitolo quattordicesimo
La fine

La partecipazione di Machiavelli sia pratica sia di pensiero alla guerra,


non avrebbe potuto essere piú incondizionata e inequivocabile. O si fa la
guerra o si fa la pace (anche se non si capisce bene come si possa fare la
pace in quella situazione); o si tratta oppure non si tratta (anche se trattare
come extrema ratio in una situazione come quella, mette di fronte a un
rischio pressoché irrimediabile, come l’esperienza dei fatti dimostrerà
presto eloquentemente); o si attacca il nemico con le giuste forze e
l’opportuna strategia oppure ci si mette in una posizione di difesa
sorvegliata, ben munita e consapevole (anche se non si capisce come in
una guerra siffatta tentare di difendersi anche bene potesse costituire la
premessa del vincere).
Quel che risulta in ogni tratto del pensiero e dell’azione machiavelliani
è che, – anche se la cosa non viene mai detta, ovviamente, in maniera
chiara e circostanziata, – quella guerra presenta fin dall’inizio tutti i
caratteri di uno scontro decisivo. Per capire quel che avviene, e come
Machiavelli decide e si comporta, è assolutamente necessario tener
sempre conto di questo. Ossia: non è ipotizzabile che ve ne sia un altro
dopo, o per lo meno non nei tempi di una normale, razionale riflessione
storica e politica, quale Machiavelli sarebbe stato in grado, – ma quando
ce ne fosse stato almeno qualche elemento premonitore, – d’immaginare e
di prevedere. Il carattere pressoché conclusivo del conflitto comporta che
vengano rimesse in discussione alcune categorie fondative, piú che del
pensiero, della costruzione mentale e del sistema etico-politico del grande
protagonista.
La mia tesi è che in questa ultimissima fase riaffiori
inequivocabilmente lo spirito del XXVI . È come se l’eccezionalità dello
stato di guerra, costringendolo a uscire dal normale trantran delle
consuetudinarie attività di compromesso e di sopravvivenza, facesse
riemergere l’eccezionalità del pensiero, sulla cui base, – quasi ispirate da
una preveggenza assolutamente fuori del comune, – erano state pensate e
scritte le conclusioni del Principe. Ciò che là era ipotesi e proposta, e
avveniristica costruzione di uno stadio migliore e piú alto della storia,
viene qui intensamente vissuto come una forma possibile e al tempo stesso
necessaria dell’azione. Anche le armi, anche l’«arte della guerra», sono
costrette a uscire dalle astrattezze trattatistiche, per diventare dura materia
dell’esperienza quotidiana.
L’Italia torna a essere presente ovunque, come soggetto in armi dello
scontro, oppure, da un certo momento in poi, come vittima sacrificale
dell’aspro conflitto. Sulle riflessioni e scelte strategiche dell’imperatore:
«[…] e come egli [l’imperatore] vede che li italiani sono per unirsi con
Francia, e’ ristrigne con Francia i ragionamenti, tanto che Francia non
conclude, et egli guadagna, come si vede che egli ha con queste bagattelle
[nonnulla, cose di poco conto] già guadagnato Milano, e fu per guadagnare
Ferrara, che gli riusciva se gli andava là; il che se seguiva [se fosse
accaduto], del tutto era spacciata la Italia» 1 (a Francesco Guicciardini, 3
gennaio 1526; ricordo anche in questo caso che, mentre Niccolò scrive,
Francesco I non era stato ancora liberato); oppure in merito alle ipotesi e
previsioni sulle quali lavorare: «Non dissi già quale di queste tre
[conclusioni] io mi credessi, ma bene conclusi che in qualunque di esse la
Italia aveva d’avere guerra, et a questa guerra non detti rimedio alcuno» 2
(a Francesco Guicciardini, 15 marzo 1526; già citato); sulle colpevoli
confusioni e incertezze delle truppe dei collegati: «E veramente, seimici
avessino conosciuto il disordine della sera e quello della mattina, sanza
alcun dubio ci facevono dispiacere e si portava pericolo che non
diventassino in un punto [istantaneamente] signori di Italia» 3 (a
[Bartolomeo Cavalcanti], 13 luglio 1526).
Ma soprattutto… soprattutto, il messaggio è consegnato all’altissima
lettera programmatica (tanto piú efficace e persuasiva in quanto breve e
concisa) che Machiavelli, ancora a Firenze, invia a Guicciardini il 17
maggio 1526, quando la Lega di Cognac è sul punto di essere stipulata e la
guerra, che nella lettera del 15 marzo 1526 veniva considerata la
conseguenza pressoché inevitabile delle «tre conclusioni» lí formulate, è
diventata una realtà tangibile, ormai pressoché inevitabile:

Io ho inteso i romori di Lombardia, e conoscesi da ogni parte la facilità che


sarebbe trarre quelli ribaldi di quel paese. Questa occasione per l’amor di Iddio non
si perda, e ricordatevi che la fortuna, i cattivi nostri consigli, e peggiori ministri
arieno condotto non il re, ma il papa in prigione: hannonelo tratto i cattivi consigli di
altri e la medesima fortuna. Provvedete, per l’amor di Iddio, ora in modo che S. S. tà
[il pontefice] ne’ medesimi pericoli non ritorni, di che voi non sarete mai sicuri, sino
a tanto che gli spagnuoli non siano in modo tratti di Lombardia, che non vi possino
tornare. Mi pare vedere lo imperadore, veggendosi mancare sotto il re, fare gran
proferte al papa, le quali doverrieno trovare gli orecchi vostri turati, quando vi
ricordiate de’ mali sopportati, e delle minacce che per lo addietro vi sono state fatte,
e ricordatevi che il duca di Sessa [Luis de Córdoba, ambasciatore di Carlo V a
Roma] andava dicendo, quod pontifex sero Caesarem ceperat timere [e cioè che il
pontefice aveva cominciato tardi a temere l’imperatore]. Ora Iddio ha ricondotto le
cose in termine, che il papa è a tempo a tenerlo [frenarlo] quando questo tempo non
si lasci perdere. Voi sapete quante occasioni si sono perdute: non perdete questa, né
confidate piú nello starvi, rimettendovi alla Fortuna et al tempo, perché con il tempo
non vengono sempre quelle medesime cose, né la Fortuna è sempre quella
medesima. Io direi piú oltre, se io parlassi con uomo che non intendesse i segreti o
non conoscesse il mondo 4.

«La facilità che sarebbe trarre quelli ribaldi di quel paese […]»;
«Questa occasione per l’amor di Iddio non si perda […]» (quasi alla
lettera nel XXVI : «Non si debbe adunque lasciare passare questa
occasione» 5); «Provvedete, per l’amor di Iddio […]»; «Ora Iddio ha
ricondotto le cose in termine, che il papa è a tempo a tenerlo [frenarlo],
quando questo tempo non si lasci perdere […]»: un’unica, irrefrenabile
pulsione percorre queste raccomandazioni a far bene e a far presto ad
esserci. E ancora: «[…] né confidate piú nello starvi, rimettendovi alla
Fortuna et al tempo, perché con il tempo non vengono sempre quelle
medesime cose, né la Fortuna è sempre quella medesima»: disposizione
intellettuale fondamentale nel sistema machiavelliano.
Siamo inequivocabilmente nel campo teorico delle «disposizioni
grandissime», «grandi disposizioni», «occasioni» fuori del comune, che
tramano l’appello al Medici nel XXVI a prendere nelle proprie armi le sorti
dell’Italia e a liberarla dai «barbari» (anche se qui con un accento di
urgenza disperata in piú). Colpisce la ripetizione scandita del termine
«perdere»: siamo di fronte a una situazione che non lascia alternative
possibili, e che va afferrata via via che si manifesta: «non si perda […]»;
«questo tempo non si lasci perdere […]»; «quante occasioni si sono
perdute: non perdete questa». Anche l’appello al Dio cristiano, volto a
sottolineare la forza e la determinazione della propria richiesta di decidere
e di operare, trama qui il discorso, come nel XXVI . E, per contrasto, chi
sono gli avversari da fronteggiare e da battere? Non sono dei «normali»
eserciti stranieri, rispettabili, in un certo senso, nella loro aggressività:
sono dei «ribaldi» (in questo caso gli spagnoli, che avevano duramente
represso una rivolta popolare a Milano), ossia soldati di umile e
spregevole condizione, scellerati, furfanti, votati alla rapina e al
saccheggio.

Ma, se questi segnali, per quanto forti e incontrovertibili non


bastassero, la chiusa della lettera rende ancora piú esplicito e pressante
l’ammonimento. L’uso del latino, e la sua chiara impronta classica (siamo
di fronte a una citazione pressoché testuale di Livio, XXXIX, 51),
conferiscono solennità al discorso, senza togliergli nulla peraltro
dell’appassionata spontaneità con cui esso viene pronunciato, rivolgendosi
per giunta direttamente a Guicciardini, l’unico interlocutore in grado di
capirlo e condividerlo fino in fondo:

Liberate diuturna cura Italiam, extirpate has immanes belluas, quae hominis,
preter faciem et vocem, nichil habent 6.

Proviamo a tradurre: «Liberate l’Italia con un impegno costante,


infaticabile; estirpate [dal suo corpo] queste gigantesche fiere, le quali, al
di fuori del volto e della lingua, non hanno nulla di umano».
È o non è anche questa una «exhortatio», nella sua forma piú sintetica
ed efficace, e al tempo stesso piú solenne? Si compone di due
ammonimenti, legati fra loro da una connessione profonda: far libera
l’Italia, sottrarla al pericolo di un dominio sempre piú incombente di
sovrani e popoli stranieri; sradicare dal suolo della «patria» (per l’uso di
questo termine si veda meglio piú avanti) le «fiere», cioè i «barbari»
(inequivocabile coincidenza!), che ne minacciano l’esistenza, i modi
d’essere, qualsiasi forma di autonomia politico-statuale. Qui
indubbiamente non c’è il «principe nuovo», – e come potrebbe? Giovanni
dalle Bande Nere non è ancora morto, ma Machiavelli non vi fa, non può
farvi in questo contesto alcun riferimento. C’è invece un’alleanza di forze,
anche in questo caso a base mediceo-francese, di cui Guicciardini,
destinatario in questo caso dell’appello, dovrebbe rappresentare in quelle
circostanze (precisa Machiavelli), piú che la guida, il punto di riferimento
e il veicolo di opinioni e scelte necessarie e utili al riscatto: «Io direi piú
oltre, se io parlassi con uomo che non intendesse i segreti o non
conoscesse il mondo» 7. Complice e partecipe, dunque, della
consapevolezza, anzi certezza, di cui Machiavelli si sente
indubitabilmente depositario.

L’appello che nel 1513-14 non aveva trovato né riscontro né risposta


(«Pigli adunque la illustre Casa vostra [i Medici] questo assunto con
quello animo e con quella speranza che si pigliono le imprese iuste […]» 8)
viene dunque ripreso e rilanciato con maggiore e piú disperata energia piú
di dieci anni dopo, quando lo scontro si è fatto ancor piú decisivo, e
Machiavelli, diversamente dal passato, viene messo nelle condizioni di
parteciparvi in prima persona, e sia pure in una posizione subalterna.
Guicciardini gli risponde pressoché istantaneamente (22 maggio 1526),
consentendo praticamente su tutto, ma al tempo stesso, si direbbe, anche
in questo caso con un atteggiamento di maggiore prudenza rispetto
all’appassionata verve interventista di Machiavelli:

De rebus universalibus [cioè, delle questioni di carattere piú generale] dico quel
medesimo che dite voi: e del discorso vostro, oltre allo essere verissimo, è qui ben
conosciuto quanto ci è di male, e che le cose a che hanno a concorrere piú potenti
hanno sempre di necessità piú lunghezza che sarebbe il bisogno; pure spero non si
abbia a mancare del debito per ognuno, se non sí presto quanto bisognerebbe,
almanco non tanto tardi che abbia a essere al tutto fuori di tempo 9.

È una diversità di atteggiamento, che, come abbiamo già detto, percorre


da cima a fondo il loro scambio epistolare di questi tre anni. Non a caso
Guicciardini, nello scambio di lettere con Machiavelli, non parla mai
(penso) di Italia.

Non mette conto, almeno ai fini del nostro discorso, descrivere da


questo momento in poi, passo per passo, l’andamento delle operazioni
belliche. Distinguerei due fasi. Nella prima, fra la primavera e l’autunno
del 1526, le truppe della Lega, al comando di Francesco Maria Della
Rovere, duca di Urbino, sarebbero, sia pure teoricamente, molto
teoricamente, all’attacco delle posizioni spagnole in Lombardia (Milano,
Cremona, Lodi eccetera). Come abbiamo documentato cammin facendo,
attraverso gli scambi epistolari di cui Machiavelli è principale
protagonista, la cosa si risolve in un seguito di contraddizioni, insuccessi,
eccessi di prudenza, tentativi andati a vuoto.
La seconda fase è inaugurata, nell’autunno del 1526, dalla discesa in
Italia di una truppa di soldati luterani tedeschi (circa 10 000), denominati
Lanzichenecchi, e capitanati da un nobile tirolese, Giorgio Frundsberg
(che il Machiavelli chiama Fransisberg), anche lui luterano 10.
Questo avvenimento era destinato a cambiare definitivamente e
radicalmente le sorti della guerra. L’imperatore Carlo V, il maggior
difensore della religione e della Chiesa di Roma a livello mondiale, aveva
voluto personalmente che si organizzasse e compisse tale impresa come
risposta alle iniziative del papa Clemente VII, che lui riteneva colpevole
da ogni punto di vista, a favore della Francia e dei suoi alleati italiani,
nonostante già allora fosse costretto a fare i conti con gli effetti della
Riforma luterana nel cuore del suo Impero, la Germania. I Lanzichenecchi
erano mercenari, ubbidivano anche loro alle pulsioni caratteristiche del
loro corpo: durante un loro ammutinamento, Frundsberg fu colto da
apoplessia e dovette lasciare il comando. Commenta sull’istante
Machiavelli: «Della malattia di Giorgio Fransisberg non si è poi inteso
altro per le cagioni sopraddette: ma se la fortuna arà mutato opinione, egli
morrà in ogni modo, e sarebbe un gran principio della salute nostra e
rovina loro» 11. Frundsberg poco dopo morí, ma non successe nulla di
quello che Machiavelli (in mancanza di meglio) auspicava. Frundsberg fu
sostituito dal conestabile Charles de Bourbon (comunemente detto il
Borbone), un transfuga dell’alta aristocrazia francese, il quale aveva
lasciato il suo re, Francesco I, perché spogliato dei suoi beni dalla madre
di lui, Luisa di Savoia. E la marcia verso Sud riprese, nonostante le
difficoltà della stagione, neve e acqua.
Il 28 novembre i Lanzi passano il Po. Per farlo avevano affrontato e
sconfitto (il 25) presso Mantova la truppa di Giovanni dalle Bande Nere: il
quale viene colpito da una palla di falconetto in una gamba e il 30 muore.
Il Machiavelli viene inviato proprio il 30 dagli Otto di Pratica presso il
Guicciardini, in quel momento a Modena. Niccolò informa sobriamente e
malinconicamente i suoi superiori dell’avvenuta scomparsa, in calce a una
lettera del 2 dicembre: «Aranno vostre Signorie inteso la morte del signor
Giovanni, il quale è morto con dispiacere di ciascuno» 12. Anche il secondo
grande eroe di Machiavelli scompare, inghiottito anche lui dagli errori e
dalla cattiva fortuna.
Da quel momento in poi non c’è che l’affannosa previsione delle
possibili mosse dell’avversario, e un ancor piú affannoso tentativo di
contrastarle in qualche modo. Guicciardini mantiene le sue truppe in
Romagna, ma si predispone a spostarle in Toscana, se l’avanzata dei Lanzi
dovesse risultare orientata a minacciare Firenze. Il duca di Urbino
continua a mantenere il suo comportamento attendista e sfuggente. A
complicare le cose interviene ancora una volta il comportamento
oscillante e pusillanime del pontefice, il quale, per evitare secondo lui
pericoli maggiori, stipula con gli imperiali una tregua di otto mesi,
mediatore e auspice il viceré di Napoli Charles de Lannoy. Ma anche in
questo caso l’«accordo di carta» non frenò lo svolgimento fatale degli
avvenimenti bellici: e il Borbone, o consenziente o ostaggio delle sue
truppe, continuò la marcia verso Roma.

L’ultimissima fase della corrispondenza di Niccolò Machiavelli, – tutte


indirizzate a Vettori, come abbiamo già detto, le lettere del 5, 14, 16 e 18
aprile 1527, – è improntata a una prodigiosa mescolanza di analisi
razionale degli eventi e di disperazione crescente (i tratti comici, ironici e
autoironici sono tutti caduti, non resta che la dura, spietata percezione del
reale).
Machiavelli esordisce, insistendo: la ricerca della pace forse è
necessaria, ma anche molto pericolosa, se fatta a vanvera, senza protezioni
e alternative di sorta: «Ha questo dí messer Francesco [Guicciardini]
risposta da Roma, come il papa è volto a pigliare quel secondo partito, di
gittarsi tutto in grembo al viceré [di Napoli] et alla pace, il quale se
riuscirà sarà per ora la salute nostra; quando non riesca, ci farà in tutto
abbandonare da ognuno [«per ora», comunque: si noti l’importante
precisazione]» 13. Anche questa volta, come nella lettera a Guicciardini del
15 marzo 1526, le ipotesi («conclusioni») messe in campo sono tre (la
«logica dilemmatica» si amplia, ma resta basilare: «o… o… o…»): o il
papa decide di continuare, ma con maggiore energia, la guerra; o sceglie la
strada della pace (la terza non viene qui nominata: si tratta molto
probabilmente della fuga del papa da Roma). Da Guicciardini, come
abbiamo visto, Machiavelli ha l’informazione, che trasmette a Vettori,
secondo cui il papa sceglierà la seconda «occasione»: cioè la pace.
Commenta Machiavelli: meglio sarebbe insistere a difendersi, creando
rapporti di forza meno sbilanciati: «[…] e difendendo Pisa, Pistoia, Prato e
Firenze [si noti ormai che non si tratta piú dell’Italia ma della culla
estrema del potere fiorentino], arete con loro uno accordo, che se sarà
grave, non fia al tutto mortale» 14 (5 aprile 1527).
Ma neanche questo basta piú. Interviene l’ipotesi dell’accordo. Ma che
accordo è quello che si va frettolosamente preparando? Osserva
Machiavelli dopo appena nove giorni (da Forlí, 14 aprile 1527): «Dove si
pensava che uno accordo netto fosse salutifero, uno intrigato è al tutto
pernizioso, e la rovina nostra» 15. Ancor piú precisamente: «[…] Se si
mantiene uno accordo intrigato, che faccia si abbia [renda necessario]
provvedere allo accordo et alla guerra, e’ non si provvedrà né all’uno né
all’altro,e risulterà male a noi e bene a’ nimici nostri, i quali attendono,
caminando verso di noi, alla guerra, e lasciano voi [i governanti pontifici e
fiorentini] avvilupparvi fra la guerra e gli accordi» 16. Di una precisione
meravigliosa.
Ma neanche questo basta ancora. In limine, quando la catastrofe ormai
sovrasta, riemerge il vecchio Machiavelli: o la pace o la guerra, senza
concessioni, confusioni, incertezze. Qualche possibilità ai suoi occhi
resiste ancora (16 aprile 1527): «Costoro [gli imperiali, i Lanzi] vengono
costà senza artiglierie, in un paese difficile, in modo che se noi, quella
poca vita che ci resta [“quella poca vita che ci resta”!], racozziamo con le
forze della lega che sono in punto, o eglino si partiranno di cotesta
provincia con vergogna, o e’ si ridurranno a termini ragionevoli» 17
(notabile che in questa fase ultima e disperata Machiavelli arrivi a
considerare un accordo «ragionevole» e moderato un obiettivo da
perseguire con convinzione e volontà, a preferenza di una scelta guerriera
a qualsiasi costo).
Ma il ragionamento ormai non basta piú, e, come a Machiavelli capita
spesso in casi del genere, sopravviene l’onda del sentimento e della
passione. Continua Machiavelli, cambiando completamente registro: «Io
amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia [piú che l’anima]
[…]» 18. Nel momento supremo delle decisioni e del pericolo Machiavelli
sente il bisogno di dichiarare il proprio amore per il suo amico e
protettore, Francesco Guicciardini, con cui ha condiviso in maniera
felicemente (e insolitamente) consensuale tutte le fatiche della guerra, e
per qualcosa che lui chiama, qui e altrove («acciò che sotto la sua insegna
e questa patria ne sia nobilitata […]» 19, XXVI ), «patria»: Firenze? l’Italia?
le due cose insieme? Insomma, come abbiamo detto altre volte, qualcosa
comunque di fortemente identitario, nel quale riconoscere la causa per cui
giustamente si combatte. È a partire da queste premesse sentimentali e
ideali che si possono tirare le conclusioni:

… e vi dico questo per quella esperienza che mi hanno data sessanta anni, che io
non credo che mai si travagliassino i piú difficili articuli [faccende, impicci] che
questi, dove la pace è necessaria e la guerra non si puote abbandonare, et avere alle
mani un principe [il papa], che con fatica può supplire [provvedere] o alla pace sola
o alla guerra sola 20.

Sessant’anni! Veramente sarebbero cinquantotto, ma il discorso in


proposito non cambia. Che io sappia, Niccolò parla dei suoi anni, e li
adduce come un argomento importante a sostegno del proprio discorso
solo in un’altra occasione, e cioè nella famosa lettera di San Casciano al
medesimo Vettori (e anche questa coincidenza significa qualcosa:
evidentemente questo discorso lo poteva fare soltanto o piú facilmente in
una circostanza eccezionale e a un caro amico) del 10 dicembre 1513: «E
della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché avendo sempre
osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato
fedele e buono 43 anni, che io ho, non debbe potere mutare natura […]» 21.
Sono passati grosso modo quindici anni: la situazione è piú pesante di
allora, gli anni trascorsi ancor piú pesanti sulle spalle. Servono ormai non
piú a garantire la promessa di un servizio fidato e sicuro: ma solo a
contemplare dall’alto dell’esperienza lo sfacelo che circonda i protagonisti
soccombenti. L’impressione altre volte manifestata, – ancora
ironicamente, peraltro, al governatore Filippo de’ Nerli, nella lettera a
Guicciardini del 25 novembre 1526 («[…] non è difetto vostro, ma di
questo anno, che non ci è persona che abbia fatto ben veruno, né cosa per il
verso» 22), – assume ora la forma disperata di un groviglio, da cui non si sa
piú come uscire. Rileggiamo questo passo d’impressionante vivezza: «[…]
io non credo che mai si travagliassino i piú difficili articuli [faccende,
impicci] che questi, dove la pace è necessaria e la guerra non si puote
abbandonare, et avere alle mani un principe [il papa], che con fatica può
supplire [provvedere] o alla pace sola o alla guerra sola». Anche il grande
Machiavelli sembra aver perso il bandolo della matassa. Persino gli
ammonimenti convinti e tranchants solo di appena un anno prima, – a
Guicciardini, 17 maggio 1526: «Provvedete […]»; «Voi sapete […]»; «non
perdete […]», – sono inesorabilmente caduti. Anche dell’Italia non si
parla piú: la sopravvivenza è un’altra cosa.

Non resta dunque che la disperazione pura. L’ultima lettera, – a


Francesco Vettori, come abbiamo già ricordato, del 18 aprile 1527, dal
fronte, a Brisighella, nel cuore dello schieramento guicciardiniano ancora
in piedi, – ripete ormai i soliti argomenti: che se si può fare la tregua
subito si faccia, ma se non si può fare, e fare bene, bisogna «tagliare subito
la pratica», e via di seguito; ma il tono in generale è ormai dominato, se
non erro, dalla rabbia di chi si sente sconfitto e vede salire intorno a sé la
confusione e l’impotenza. Anche il ricorso alla trivialità, che qui riemerge,
non ha piú i toni dell’ironia, dell’autoironia o della buffoneria di una
volta: è anch’esso un grido di rabbia. Merita che leggiamo per intero
quest’ultima testimonianza del grande:
Onorando Francesco. E’ si sono condotte queste genti franzese qui a Berzighella
miracolosamente: e cosí sarà un miracolo se il duca di Urbino verrà a Pianoro
domani, come pare che il legato di Bologna scriva quivi e qui si aspetterà, come io
credo, di sapere quello che ha fatto lui. E, per lo amor di Iddio, poiché questo
accordo non si può avere, se non si può avere, tagliate subito la pratica, et in modo,
con lettere e con dimostrazioni, che questi collegati ci aiutino: perché, come
l’accordo, quando fosse osservato, sarebbe al tutto la certezza della salute nostra,
cosí, trattarlo senza farlo, sarebbe la certezza della rovina. E che lo accordo fosse
necessario, si vedrà se non si fa; e se il conte Guido [Guido Rangoni, comandante
delle truppe pontificie] dice altrimenti, egli è un cazzo. E solo voglio disputare con
lui questo: domandatelo, se si potevano tenere che non venissino in Toscana; vi dirà
di no, se dirà come egli ha sempre detto per lo addietro; e cosí il duca d’Urbino.
Quando e’ sia vero che non si potessino tenere, domandatelo come e’ se ne
potevono cavare senza fare giornata [senza combattere], e come cotesta città era atta
a reggere duoi eserciti addosso, di qualità che lo esercito amico sia piú
insopportabile che il nimico. Se vi risolve questo, dite che gli abbia ragione. Ma chi
gode nella guerra, come fanno questi soldati, sarebbono pazzi se lodassino la pace.
Ma Iddio farà che gli aranno a fare piú guerra che noi non vorremo 23.

Anche la conclusione è disperata. Non è privo di una suggestione


mortale che le ultime parole depositate dal grande pensatore su di un
foglio di carta siano il riconoscimento pressoché letterale dell’immane
disfatta in corso. La guerra eccita guerra, e la guerra eccita ancor di piú
coloro che la fanno per scelta o per mestiere: «Ma chi gode nella guerra,
come fanno questi soldati, sarebbero pazzi se lodassino la pace. Ma Iddio
[ancora Iddio!] farà che gli aranno a fare piú guerra che noi non vorremo».
Difficile avere a che fare con eserciti, – i «barbari», stranieri, appunto, –
che, invece di disperdersi e tramare contro i loro capi per il soldo, amano
combattere, e da lí trarre il proprio vantaggio con la vittoria, il saccheggio,
lo stupro.

Machiavelli non avrebbe potuto formulare previsione piú rispondente al


vero. I Lanzi continuano la loro marcia inesorabile verso il Sud. A un certo
punto appare evidente che non intendono dirigersi verso la Toscana e
Firenze: roccaforti forse troppo munite per le loro mire; o forse cercano
una preda piú ricca e piú ambita. Vanno a Roma. Il duca di Urbino, come
al solito, non li affronta ma li tallona: nelle sue intenzioni, a quanto si
dice, vorrebbe prenderli alle spalle quando fossero intenti ad assediare
Roma. Ma non ce n’è il tempo. I Lanzi arrivano rapidamente a Roma, mal
difesa, l’assaltano e il 6 maggio entrano nella capitale della Cristianità (…
della vecchia Cristianità, perché loro, paradossalmente, sono i
rappresentanti della nuova Cristianità), la devastano e la saccheggiano. Il
papa Clemente VII fa appena in tempo a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo;
poi fugge a Orvieto. La guerra è irrimediabilmente perduta.

Machiavelli era rientrato precipitosamente in Firenze il 22 aprile, –


quattro giorni dopo la sua ultima lettera da Brisighella, – il Guicciardini il
23. Il popolo fiorentino entra in agitazione. Dopo un primo assalto al
Palazzo della Signoria (il «tumulto del venerdí»), conclusosi con un
accordo, lo scontro si riapre e giunge rapidamente alle sue conclusioni: il
16 maggio i Medici vengono cacciati e viene ristabilito il governo
repubblicano.
Possiamo ipotizzare che Machiavelli si aspetti che gli venga restituito
il vecchio incarico di segretario. Invece, neanche questo accade. Gli viene
preferito un Francesco Tarugi. Evidentemente gli nocque la lunga
collaborazione prestata ai Medici. Andiamo per supposizioni: ma non è
illegittimo ipotizzare che sul grande autore pesassero anche i tre anni di
spostamenti, galoppate, decisioni preseon prese, il dolore e la stupefazione
della sconfitta, l’ultima e definitiva disillusione. Ma, in una versione piú
avventurosa di questa storia, si potrebbe anche dire che Machiavelli esce
di scena esattamente nel momento in cui diviene evidente che non c’è piú
nulla da fare per lui su questa terra. Niccolò si ammala. Il 20 giugno
prende le sue famose pillole. Muore il 21. Il 22 viene seppellito in Santa
Croce (riconoscimento non da poco, considerati i molti schiaffi ricevuti in
vita) 24. Scompare poco piú di un mese dopo il sacco di Roma, di cui molto
probabilmente aveva già avuto notizia in precedenza (forse a
Civitavecchia, dove era per un’ultima missione assegnatagli dal
Guicciardini). Dunque, neanche questa gli fu risparmiata.
Il figlio Piero, uno dei sette che aveva contribuito a mettere al mondo
con la moglie Marietta Corsini 25, ne ricorda cosí la fine, in una lettera del
22 giugno 1527 all’amico e parente Francesco Nelli, allora a Pisa:
Chiarissimo Francescho. Non posso far di meno di piangere in dovervi dire
chome è morto il dí 22 di questo mese Nicholò, nostro padre, di dolori di ventre,
cagionati da uno medicamento preso il dí 20. Lasciossi confessare le sue peccata da
frate Matteo, che gl’à tenuto compagnia fino a morte. Il padre nostro ci à lasciato in
somma povertà, come sapete.
Quando farete ritorno qua su, vi dirò molto a bocca. Ò fretta,on vi dirò altro, salvo
che a voi mi raccomando 26.

Notabile l’accenno alla povertà: non è insignificante, ai fini del nostro


discorso, che Niccolò Machiavelli viva e muoia da indigente, ai margini di
tanta bella e ricca aristocrazia (anche in questo caso, occorre richiamarsi
alla lettera a Vettori del 10 dicembre 1513: «E della fede e della bontà mia
ne è testimonio la povertà mia» 27). Si conferma un imprescindibile dato di
fatto: Niccolò è un funzionario, al servizio di un potere riconosciuto; ha
ambizioni in proprio solo in quanto vengono collocate e utilizzate
all’interno di quel sistema; è in grado di pensare al di là di ogni altro
possibile confine umano, ma questo non mette in forse la sua estrema
fedeltà al signore, che, di volta in volta, serve.
Notabile anche il richiamo alla confessione ed estrema unzione in
articulo mortis a opera di frate Matteo (personaggio anche lui, del resto,
non del tutto irrilevante, anche se caratterizzato secondo testimonianze
dell’epoca da alcune stranezze, perché cugino di due ben note personalità
fiorentine del tempo come Lodovico e Luigi Alamanni). Evidentemente,
come gli accade con le invocazioni pronunciate nei momenti di maggiore
passione e accensione, anche a lui il Dio consuetudinario continuava a
servire a qualcosa (o forse, piú probabilmente, non era piú in grado di
discutere o rifiutare un aiuto del genere).

1. VIVANTI , II, p. 415.


2. Ibid., p. 418.
3. Ibid., p. 432.
4. Ibid., pp. 426-27.
5. INGLESE , p. 190.
6. VIVANTI , II, p. 427.
7. Ibid.
8. INGLESE , p. 191.
9. VIVANTI , II, pp. 427-28.
10. R. BAUM ANN , I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei
Trent’anni, Einaudi, Torino 1996.
11. Machiavelli agli Otto di Pratica, Bologna, 18 marzo 1527, VIVANTI , II, p. 1433.
12. Ibid., p. 1415.
13. Ibid., p. 457.
14. Ibid.
15. Ibid., p. 458.
16. Ibid.
17. Ibid., p. 459.
18. Ibid. Nel manoscritto illeggibile gli interpreti hanno creduto di leggere cosí, facendo anche
riferimento a un luogo della Istorie fiorentine, III, 7.
19. INGLESE , p. 191.
20. VIVANTI , II, p. 459.
21. Ibid., p. 297.
22. Ibid., p. 453.
23. Ibid., pp. 461-62.
24. Secondo una testimonianza raccolta da Giovan Battista Busini, intellettuale e faccendiere
fiorentino (C. PINCIN , Enciclopedia machiavelliana cit., I, pp. 242-44), Machiavelli, nei giorni
della sua rapida malattia, raccontava agli amici di aver veduto in sogno «una rada turba di
poveri, cenciosi, macilenti, sparuti: domandato chi fossero, gli era stato risposto ch’erano i
beati del Paradiso, dei quali si legge nella Scrittura: “Beati pauperes quoniamo ipsorum est
regnum caelorum”. Spariti costoro, gli era apparsa una moltitudine di personaggi di nobile
aspetto, in vesti reali e curiali, che gravemente disputavano di stato; fra i quali riconobbe
Platone, Plutarco, Tacito e altri famosi uomini delle antiche età. Avendo richiesto chi fossero i
nuovi venuti, gli fu detto quelli essere dannati dell’Inferno; perché sta scritto: “Sapientia huius
saeculi inimica est Dei”. Spariti anche costoro, gli fu domandato con chi volesse stare. Rispose
che preferiva andarsene nell’Inferno coi nobili spiriti a ragionare di stato piuttosto che in
Paradiso con quei cenciosi di prima» (RIDOLFI , Vita di Niccolò Machiavelli cit., pp. 376-77). È
molto probabile che l’aneddoto sia inventato; ma di certo è ben trovato. Lo stesso Busini
descrive in questo modo la sfortuna e le disgrazie dell’ultimo Machiavelli: «L’universale per
conto [a causa] del Principe l’odiava; ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato un
documento da insegnare al Duca “tôr loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà”; ai Piagnoni
[seguaci di Savonarola] pareva che e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi piú tristo o piú
valente di loro: talché ognuno l’odiava» (Ibid., p. 374). Anche questa può darsi che sia stata
inventata dal Busini, testimone non sempre attendibile; ma di certo anche questa è ben trovata.
25. Se ne conserva una lettera molto affettuosa al marito del 24 novembre 1503 (VIVANTI , II, p.
93).
26. N. M ACHIAVELLI , Lettere, a cura di F. Gaeta, Feltrinelli, Milano 1961, p. 509.
27. VIVANTI , II, p. 297.
Capitolo quindicesimo
La «grande catastrofe italiana»

Negli anni di cui abbiamo finora parlato, – 1492/1494-1530, certo, ma


con esattezza ancora maggiore e una tonalità tragicamente conclusiva e
definitiva, 1525-30, – si verifica quella che io altrove ho già chiamato «la
grande catastrofe italiana» 1. Ossia, diversamente dalle attese di molti, –
Machiavelli e Guicciardini in prima linea, – il tentativo, piú o meno
consapevole, di dare stabilità e continuità al sistema politico-istituzionale
italiano, e, anzi, di migliorarlo e rafforzarlo mediante opportune misure
politiche e militari, cede disastrosamente all’urto di potenze esterne di
gran lunga piú organizzate e potenti e si rivela improponibile per una
distanza di tempo addirittura secolare.

Il sacco di Roma fu terribile 2. I Lanzi, appoggiati da un corpo di soldati


spagnoli di circa 5-6000 unità, piú formazioni italiane sparse, attaccarono
Roma con estrema violenza, contrapponendoglisi una difesa scompaginata
e inesperta. Entrati in Roma, pur dopo la morte, in seguito al colpo di un
archibugio, del conestabile di Borbone 3, costrinsero il papa Clemente VII
a fuggire precipitosamente dal Vaticano e a rifugiarsi in Castel
Sant’Angelo, dove rimase protetto, almeno provvisoriamente, dalle
imponenti fortificazioni del sito. E Roma fu sottoposta come non era mai
piú accaduto dal tempo della presa e del sacco da parte dei Goti nel 410
d.C. (riferimento anche questo significativo, quanto ai rapporti etnologici
e comportamentali fra invasori del passato e quelli presenti), a quella che
Guicciardini anche qui, – come tante volte era già accaduto da parte sua e
di Machiavelli, – chiama la «barbarie tedesca» 4.
Ma a che pro riassumere pedestremente quello che Guicciardini nella
sua Storia d’Italia rappresenta sulla base di testimonianze dirette e con
abilità stilistica e creativa senza pari? Ecco qui di seguito una sezione
importante della descrizione che egli in queste pagine dà di quell’episodio
agghiacciante della storia italiana:

Entrati dentro [la città di Roma], cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente


alla preda, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all’autorità e dignità
de’ prelati, ma eziandio a’ templi a’ monasteri alle reliquie onorate dal concorso di
tutto il mondo, e alle cose sagre. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi
immaginarsi le calamità di quella città, destinata per ordine de’ cieli a somma
grandezza ma eziandio a spesse direzioni [saccheggi]; perché era l’anno […] che era
stata saccheggiata da’ goti. Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi
accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti;
ma la fece ancora maggiore la qualità e il numero grande de’ prigioni che si ebbeno
a ricomperare [riscattare] con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la
infamia, che molti prelati presi da’ soldati, massime da’ fanti tedeschi, che per odio
del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con
gli abiti e con le insegne delle loro dignità, menati a torno con grandissimo
vilipendio per tutta Roma; molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne’
tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra pochi dí la
vita. Morirono, tra nella battagliaello impeto del sacco, circa quattromila uomini.
Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che
non era con l’esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi
erano rifuggiti con le robe loro e cosí le persone e le robe di molti altri, feciono
grossissima imposizione in denari: e alcuni di quegli che composeno con gli
spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro
[…]. I prelati e cortigiani spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalla ingiuria delle
loro nazioni, furono presi e trattati non manco acerbamente che gli altri. Sentivansi i
gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’
soldati per saziare la loro libidine: non potendo se non dirsi essere oscuri a’ mortali i
giudizi di Dio, che comportasse che la castità famosa delle donne romane cadesse
per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che
erano miserabilmente tormentati, parte per astrignergli a fare la taglia parte per
manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi,
delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per
terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla
preda de’ soldati (che furno le cose piú vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che
venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò
molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie,
fusse asceso il sacco a piú di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata
ancora quantità molto maggiore 5.

A parte la sconvolgente brutalità dell’episodio, compiuto a opera, – non


bisogna mai dimenticarlo, – di fanti luterani al servizio del grande
imperatore cattolico (la qui, non a caso, contestata «barbarie tedesca»), ne
risultò con tutta evidenza un’umiliazione del Papato e della Chiesa di
Roma, che non aveva eguali nel passato. Clemente VII, fuggito poi
fortunosamente da Roma a Orvieto, è costretto a tentare rapide trattative
di pace. Nel frattempo, a Firenze, culla del potere mediceo, viene
restaurata con una semiviolenza la Repubblica della grande tradizione
cittadina, appena dieci giorni dopo la caduta di Roma (16 maggio 1527),
sia pure, sul momento, con una forte impronta ottimatizia. Il potere del
papa ne viene ulteriormente indebolito. Veneziani ed Estensi ne
approfittano per riprendersi il maltolto. Il genovese Andrea Doria passa al
servizio degli imperiali. In Lombardiael napoletano le lotte residue si
concludono con la prevalenza degli imperiali.

La stanchezza del lungo e atroce conflitto e l’incombere della Riforma


luterana spingono i contendenti a stipulare trattati di pace. Il primo tra
l’imperatore e il papa, a Barcellona, 29 giugno 1529: l’imperatore
s’impegna a restituire allo Stato della Chiesa Ravenna, Modena e altre
terre emiliane e romagnole, e a reintegrare in Milano Francesco II Sforza e
a Firenze i Medici. Inoltre promette in sposa ad Alessandro de’ Medici,
cugino del papa, la propria figlia naturale Margherita.
Qualche mese piú tardi a Cambrai (5 agosto 1529), si stipula la pace
cosiddetta delle Due Dame, perché negoziata, per Carlo V, dalla zia
Margherita d’Austria e per la Francia dalla madre del re, Luisa di Savoia.
Viene definito un assetto piú stabile per l’Europa; e, per la somma
ingentissima di due milioni di scudi d’oro, vengono restituiti a Francesco I
i due figli, prigionieri di Carlo dall’inizio del 1526.
Quindi Carlo V passa a Bologna, dove con una serie di accordi e di
trattati particolari (Congresso di Bologna, novembre 1529 - marzo 1530),
provvede alla sistemazione della penisola. Per effetto di questi accordi, a
Milano ritorna (come già stabilito nella pace di Barcellona) Francesco II
Sforza; Venezia cede le terre occupate nello Stato della Chiesa e sulla
costa pugliese; a Genova è concessa l’indipendenza e ad Andrea Doria il
principato di Melfi; a Carlo III, duca di Savoia, in compenso della
neutralità osservata nel conflitto, vari benefici territoriali in Piemonte.

Ciò che si verifica con la stipula e la conseguente applicazione di questi


trattati è il riconoscimento esplicito, da parte di tutti i contraenti (nessuno
escluso, questo va sottolineato, almeno non in quel momento), del
definitivo asservimento della penisola al predominio absburgico-spagnolo.
C’è una potenza superiore, – voglio dire, – che decide per tutti, e la cui
autorità, discussa e contrastata (in vari modi, e con prospettive finali
decisamente poco ottimistiche, ma comunque discussa e contrastata), fino
ai tentativi e alle guerre del 1525-27, non trova da questo momento in poi,
e per un periodo assai lungo, né opposizioni né oppositori.
Il nuovo stato di cose, trascorsa la stagione rapida e impegnativa delle
paci e dei Congressi, trova subito dopo una consacrazione di altissimo
livello simbolico. Il 22 febbraio 1530, Clemente VII, restituito dopo tante
traversie alla sua dignità pontificale, nella cappella degli anziani nel
Palazzo Comunale di Bologna, impone a Carlo V la corona ferrea di re
d’Italia; il 24 febbraio, in San Petronio, la corona d’oro d’imperatore.
Poiché solo altre due volte nel corso della plurisecolare storia europea è
accaduto che un pontefice romano abbia imposto la corona imperiale a un
potente dell’epoca, – Leone III, nel giorno di Natale dell’Ottocento, a
Carlo Magno, in San Pietro a Roma; e Pio VII, il 2 dicembre 1804,
incorona imperatore Napoleone Bonaparte, il quale, tuttavia, pose mano da
par suo all’operazione (nel senso letterale del termine!), e, piú o meno
conformemente alle procedure seguite da Carlo V, fu anche lui incoronato
re d’Italia pochi mesi dopo, – sarebbe un errore eccessivo di
sottovalutazione non considerare tutta l’importanza dell’episodio qui
richiamato. Poiché in tutti e tre i casi considerati, il papa imponeva la
corona, ma era la potenza mondana smisurata dell’incoronato a prevalere,
– Carlo Magno, Carlo V, Napoleone Bonaparte, – non poteva essere che
popoli e potentati del tempo non cogliessero l’aspetto decisivo e definitivo
di cerimonie di tal fatta. È quel che accadde in Italia allo scoccare di quel
fatale 1530.
Ma, affinché questo colossale processo di normalizzazione trovasse il
suo compimento, era necessario estirpare dal suolo della penisola l’ultima
anomalia sopravvivente: e cioè l’appena risuscitata Repubblica di
Firenze 6. Come abbiamo già ricordato, nel momento in cui il rinnovato
distacco dal potere mediceo si verifica, la cosa pubblica va nelle mani del
partito ottimatizio, prudente e moderato. Garante se ne fece il gonfaloniere
di giustizia Niccolò Capponi, personaggio ben noto in città, di cui
Guicciardini, in questo caso osservatore non imparziale,
significativamente scrive che fu «cittadino di grande autorità e amatore
della libertà» 7. Sempre Guicciardini osserva che «aveva Niccolò avuto in
tutto il suo magistrato due obietti principali: difendere contro alla invidia
fresca [malanimo recente] quegli che erano stati onorati dai Medici
[…]elle cose che non erano di momento alla libertà non esacerbare
l’animo del pontefice [che, lo ricordiamo ancora una volta, era in quel
momento il Medici Clemente VII] […]» 8. Ma proprio queste attitudini
concilianti e pacificatrici gli attirarono l’ostilità dei repubblicani piú
radicali e intransigenti, mossi da un comune sentire decisamente popolare,
e perciò antimediceo.
Capponi perciò viene rovesciato, e sostituito da Francesco Carducci,
figlio di Niccolò, popolano, di cui Guicciardini, conformemente alla sua
visione conservatrice, afferma che era «indegno, se tu riguardi la vita
passata le condizioni sue e i fini pravi [obiettivi malvagi], di tanto
onore» 9. Forse ha un senso ulteriore, nel corso della nostra storia, che la
vicenda-principe di Firenze, – quasi una gigantesca parabola della storia
italiana di quegli anni, – si concluda con un tentativo di repubblicanesimo
estremo. L’ispirazione savonaroliana pervade questa ultima resistenza. I
reggitori della città proclamano «Christus rex florentinorum»; la maggior
parte dei cittadini partecipa animosamente alla difesa.
Non ha una rilevanza storica particolare, s’intende, ma non possiamo
fare a meno di osservare che, all’approssimarsi dell’assedio, il grande
Michelangelo, il quale lavorava da anni a Roma per conto di Clemente
VII, si precipita a Firenze nell’autunno 1528 offrendo i suoi servigi senza
compenso come architetto militare ed esperto di fortificazioni. Trascurato
dal Capponi, forse per il timore di un eccesso di spese, ebbe dal Carducci
la nomina prima a membro dei Nove della milizia, e poi a procuratore
generale delle fortificazioni. Non può non destare una straordinaria
ammirazione il fatto che, a distanza di poco piú di due anni, due fra i piú
grandi personaggi del Rinascimento italiano, Machiavelli e Michelangelo,
a partire da esperienze e competenze estremamente diverse, abbiano
esercitato piú o meno il medesimo incarico, il rafforzamento delle
fortificazioni fiorentine, in funzione della difesa della «patria» adorata.
Nonostante tutti gli sforzi, l’assedio cui è sottoposta Firenze
dall’esercito imperiale fin dall’ottobre 1529 (quando cioè, piú o meno, si
apre a Bologna il Congresso per la pace), non può non avere anche in
questo caso un esito prefissato in partenza. Nella storia tipicamente
italiana, che anche questo episodio contribuisce a creare, non manca
neanche il particolare della sotterranea intesa che avrebbe legato il
capitano generale dei fiorentini, Malatesta Baglioni, al pontefice e agli
imperiali (nell’intento di recuperare la Signoria di Perugia, che gli era
stata sottratta anni prima da Giulio II). Fatto sta che, dopo dieci mesi di
durissimo assedio, la città, devastata dalla fame e dalle malattie, stipula
(12 agosto 1530) una resa incondizionata. Alessandro de’ Medici, figlio di
quel Lorenzo che era stato duca di Urbino, secondo gli accordi stabiliti a
Barcellona e a Bologna, è nominato da Carlo V signore a vita con diritto
ereditario e il titolo di duca. A rafforzare, e legittimare, il suo dominio
intervenne poi il matrimonio con Margherita d’Austria, figlia
dell’imperatore.

Le lotte europee continuano almeno fino al trattato di Cateau-


Cambrésis del 3 aprile 1559; ma non si può dire che esse turbino ormai
sostanzialmente questa definitiva sistemazione della situazione italiana.
È assolutamente notabile ai nostri fini che, con il solido insediamento
degli ispano-absburgici in Lombardiael regno di Napoli, tutto il resto della
carta geografico-politica italiana coinciderà sostanzialmente con quella
del passato. È come se la splendida Italia di Lorenzo il Magnifico,
celebrata da Machiavelli e Guicciardini, risultasse cementificata in una
soluzione ormai inamovibile. Il mutamento, rispetto alle esperienze
precedenti, cui avevano preso parte con tanto acume e tanta passione,
anche se con vedute parzialmente differenti, Machiavelli e Guicciardini,
consistette esattamente nella mancanza di mutamento… piú esattamente,
ormai, nell’impossibilità, nel divieto del mutamento.
Qualche conferma a questa visione delle cose viene proprio là da dove
una sorta di mutamento parve verificarsi. Nel gennaio 1537 Lorenzo de’
Medici, detto Lorenzino (1513-1548), figlio di Pierfrancesco, del ramo dei
Popolani, uccide il duca Alessandro suo lontano consanguineo e compagno
di svaghi e di orge. Le giustificazioni del suo atto sono contenute in una
famosa Apologia 10, scritta da lui poco dopo l’evento, e sono della specie
piú classica, e cioè: Alessandro era e si comportava come un tiranno, e
come tale meritava d’essere soppresso, tolto dalla scena della storia: «E,
per cominciarmi dalle cose piú note, io dico che non è alcuno che dubiti
che il duca Alessandro, che si chiamava de’ Medici [ma secondo
Lorenzino non lo era, essendo un bastardo], non fusse tiranno della nostra
patria […]» 11; «Talché i sei anni che visse in principato [1530-37], e per
libidine e per avarizia e per estorsione e per crudeltà e per empietà, si
possono comparare con sei altri anni di Nerone, di Caligola e di Falari,
scegliendoli per tutta la vita loro i piú scelerati» 12. L’accesa difesa delle
proprie ragioni, che non evita accenti spesso retoricissimi, si apre talvolta
a una considerazione piú disincantata della realtà: come quando Lorenzino
contempla, come da lontano, l’effetto pressoché nullo della propria
azione:

Io confesso che e’ non mi venne mai in considerazione che Cosimo de’ Medici
dovesse succedere ad Alessandro; ma, quando io l’avessi pensato e creduto, io non
mi sarei governato [comportato] altrimenti, dopo la morte del tiranno, che come io
feci; perché io non mi sarei mai imaginato che gli uomini che noi riputiamo savii
dovessero preporre alla vera presente e certa gloria la futura incerta e trista
ambizione 13.

E cioè: Lorenzino non aveva potuto prevedere che, alla morte violenta
di Alessandro, seguisse pressoché immediatamente l’avvento di un nuovo
Medici, il giovanissimo Cosimo (allora appena diciottenne), figlio di
Giovanni dalle Bande Nere: prescelto dai senatori, mentre il popolo, ormai
stanco e remissivo, lasciava fare (gli uni e l’altro, per usare le parole di
Lorenzino, avevano preferito «alla vera presente e certa gloria», «la futura
incerta e trista ambizione»).
Il caso di Cosimo merita una certa considerazione nel quadro della
nostra esposizione. Duro, combattivo, abile diplomatico e stratega
militare, è forse l’unico personaggio italiano del tempo a meritare il titolo
machiavelliano di «principe nuovo». Batté senza riserva ulteriore alcuna i
fuoriusciti repubblicani (a Montemurlo, nel luglio del 1537), riaffermò il
potere di Firenze su quasi tutta la Toscana, con l’aiuto degli spagnoli
sconfisse e sottomise la centenaria Repubblica di Siena (1552) 14; in
Firenze governò sopprimendo tutte le tradizionali libertà di espressione e
di organizzazione popolare; in tutti i modi possibili, rafforzò
enormemente i suoi legami con la corona absburgico-spagnola. Quando
nel 1569 ricevette dal papa Pio V il titolo di granduca di Toscana, sembrò
che il percorso d’insediamento istituzionale di questo nuovo Stato italiano
fosse ormai pienamente compiuto (il titolo poi passò al suo successore, il
figlio Francesco).
Si direbbe, per continuare la metafora, che il «principe nuovo» Cosimo
de’ Medici, signore di Firenze e di tutta la Toscana, esibisca la sua scalata
al potere e il suo insediamento quale sovrano in quanto profondamente
partecipe e solidale con il «potere nuovo» che altri, – gli stranieri, i
«barbari», – hanno in quei decenni stabilito in Italia. Non ne sta fuori: ci
sta dentro fino al collo, ne rappresenta un’espressione. Cosimo fece della
Toscana uno «stato nuovo» che in precedenza non esisteva,e vide
riconosciuta interamente la dignità istituzionale. Ma dovette accettare, –
anzi, evidentemente non si pose neanche il problema, – che i confini del
granducato coincidessero con i confini massimi delle proprie ambizioni.
La novità «machiavelliana», trasferita sul terreno italiano, consistette
dunque, da questo momento in poi, nell’adattarsi il piú abilmente possibile
alle regole del sistema. Se dovessimo accettare, come molti hanno fatto
nel corso della storia, l’ipotesi emblematica che, con la caduta di Firenze
nell’agosto 1530, ha termine la cosiddetta «libertà italiana», – quella per
cui Niccolò Machiavelli si era tanto speso, – saremmo portati a concludere
che da quel momento in poi le regole del sistema si solidificano e
diventano sempre piú impenetrabili. Piú che cambiarle, occorre, per chi
opera, se vuole raggiungere un certo risultato, adattarvisi il piú abilmente
possibile. La «politica» diventa rapidamente e definitivamente l’arte di
sfruttare a proprio vantaggio tutte le occasioni possibili: non di
combatterle o mutarle in qualche modo. È un caso non raro nella storia
italiana di quei secoli bui (di quei secoli bui?)
Ora, il punto di vista cui ispiriamo il nostro ragionamento è che, dopo
quella data, il comune sentire italiano, – delle classi dirigenti e degli
intellettuali, s’intende, ma non è escluso che il cono d’ombra arrivasse a
ricoprire e sommergere anche i ceti popolari (Firenze e Milano, ad
esempio, dove erano stati particolarmente vivi in passato), – si adatta al
principio che non ci può piú essere «mutamento», ma solo una qualche
forma di «sopravvivenza».
La catastrofe, insomma, non fu solo politica e militare; ma toccò la
visione del mondo, la percezione degli eventi, il meccanismo delle ragioni
fondamentali. Il capitolo XXVI esce definitivamente di scena, e con lui le
molteplici pulsioni intellettuali, culturali e morali, che avevano spinto
Niccolò a scriverlo.

Sono perfettamente consapevole della pericolosità rappresentata da


accostamenti troppo drastici ed elementari tra sfere diverse della
creazione intellettuale e culturale. Difficile però resistere alla tentazione
di scoprire segni analoghi nell’evoluzione di quel grande, grandissimo
fenomeno artistico e letterario (artistico? letterario?, ma di piú: mentale,
ideale, comportamentale), che contraddistinse l’Italia del tempo. Non si
potrebbe dunque, di conseguenza, ipotizzare che anche il Rinascimento,
grandiosa espressione dell’humus e dello spirito italico, entri in crisi
insieme con i fenomeni finora descritti? Alcuni dati sono inconfutabili.
Alla conclusione della «guerra suprema», e alla stipula dei trattati di pace
che ne seguono, sono già scomparsi, allora o subito dopo, alcuni, –
parecchi, – dei piú grandi protagonisti di quel movimento: il Bibbiena nel
1520, Machiavelli nel 1527, Castiglione nel 1529, Ariosto nel 1533, Berni
nel 1536, Guicciardini nel 1540. Quelli che continuano la loro opera sono
ormai chiaramente superstiti del periodo precedente (Ruzzante, 1542;
Folengo, 1544; Vittoria Colonna e Bembo, 1547; Trissino, 1550; Aretino,
1556); oppure appartengono alle generazioni successive (Della Casa,
1503-1566; Giraldi Cinzio, 1504-1573; Gaspara Stampa, 1523-1554;
Cellini, 1500-1571; Veronica Franco, 1546-1591; per concludere con
Torquato Tasso, 1544-1595, il quale chiude anche simbolicamente l’intera
fase).
Considerazioni del tutto analoghe si potrebbero fare, del resto, per il
mondo dell’arte e dell’architettura, cui si deve tanta parte dell’impronta
plastica e assolutamente riconoscibile che quel momento storico del
pensiero umano ha espresso nel mondo: Bramante scompare nel 1514;
Leonardo nel 1519; Raffaello nel 1520. Per non parlare di quelli che
possono in un certo senso esser considerati della generazione precedente:
Mantegna nel 1506, Botticelli nel 1510, Signorelli e Perugino nel 1523.
Primeggiano, nella fase della restaurazione, i loro discendenti: Pontormo
(1494-1556), con la sua inenarrabile malinconia; Rosso Fiorentino (1494-
1540), incantato, anzi, abbacinato dal dramma della sconfitta e del
martirio; il Bronzino (1503-1572), con l’immobilità incomunicante dei
suoi personaggi 15. In termini storico-artistici questo viene definito
solitamente come il passaggio dal Rinascimento al Manierismo. Ma cos’è
la «maniera» se non l’impossibilità di andare oltre le categorie e le forme
dell’esperienza precedente, accettandone al tempo stesso
consapevolmente, e persino creativamente, le invalicabili conseguenze?

L’unico a sottrarsi a questo inesorabile mutamento (almeno in


apparenza) è Michelangelo Buonarroti, innanzi tutto per la lunga durata
della sua vita (1475-1564), in secondo luogo per la sua aspra, geniale
resistenza ai molteplici accomodamenti in atto: la profonda toscanità e il
fervente repubblicanesimo rappresentano componenti di primo piano di
tale atteggiamento.
Michelangelo sopravvive al sacco di Firenze (1530); graziato da
Clemente VII, riprende in città il suo lavoro alle sepolture di San Lorenzo
e al progetto della Biblioteca Laurenziana. Poco dopo, però, avendo
incontrato Clemente VII, in viaggio verso Nizza, a San Miniato al
Tedesco, riceve da lui la prima commissione del Giudizio universale per la
Cappella Sistina nel Vaticano, a Roma (1533). Comincia a lavorare
all’opera, e quando Clemente VII l’anno successivo muore, riceve da
Paolo III Farnese, suo successore, la conferma della commissione. «La
concezione prima dell’opera fu dunque elaborata fra il 1534 e il 1536. E
dalla fine del 1536 al 1541 il pittore è sui palchi dell’immensa parete ed
esegue il lavoro senza interruzioni apprezzabili» 16.
Mi chiedo: è mai possibile che sia privo di significato il fatto che il
grande Rinascimento italiano si concluda con un gigantesco,
impressionante «Giudizio universale», impresso per sempre nella grande
volta e sulle immense pareti di un palazzo vaticano, nel cuore stesso della
Cristianità, che aveva conosciuto appena qualche anno prima l’onta di una
violazione estrema, letteralmente impensabile in precedenza? La netta
suddivisione (tradizionale, certo, ma qui piú fortemente e
inequivocabilmente marcata) fra sommersi e salvati, presenti
nell’affresco, enfatizza una visione del mondo in cui non c’è piú via di
mezzo, e il gesto inconciliabile del giovane Dio (che qualcuno ha voluto
definire «apollineo»), il quale, da lí, da sopra e dal mezzo, divide senza
remissione gli uni dagli altri, accentua oltre ogni precedente misura la
condanna irrevocabile di coloro che hanno commesso l’errore 17. È come
se Michelangelo, dal profondo delle sue straordinarie inquietudini e
angosce, non esitasse a proclamare di fronte al mondo che non c’è piú
speranza sulla faccia della terra, che tutto sarà inesorabilmente sottoposto
a un giudizio senza remissione né appello.

15.1. Il «caso Venezia».

È chiaro che quanto siamo venuti finora argomentando non si adatta nel
senso letterale del termine a quello che potremmo definire il «caso
Venezia». Il problema «Italia», nel senso in cui abbiamo cercato di
descriverlo e definirlo, corre soprattutto lungo l’asse Milano-Firenze-
Roma-Napoli, e lí trova i suoi autorevoli esegeti e sostenitori (anche se
l’esercito veneziano prima della battaglia di Agnadello aveva adottato
come motto di combattimento «Italia e Libertà» 18). In secondo luogo, se si
guarda agli esiti del cruento processo, è impossibile non constatare che la
grande Repubblica marinara, anche dopo la data fatidica del 1530,
conserva un’autonomia e possibilità di manovra impensabili per tutti gli
altri stati italiani sopravvissuti alla grande disfatta o da essa in qualche
modo trasformati o generati. Recuperati molti domini sulla terraferma
dopo l’atroce sconfitta subita ad Agnadello, la Repubblica esercita ancora
con le sue flotte una presenza molto significativa soprattutto sui mari del
Mediterraneo orientale, l’Egeo e lo Ionio in modo particolare. Il
contributo decisivo dato all’armata cristiana con le sue galee nel corso
della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), volta a impedire la espansione
turca verso Occidente, ne rappresenta una lampante testimonianza.
L’assetto interno, – la forma democratico-ottimatizia, che aveva suscitato
l’entusiasmo di Francesco Guicciardini, – resta solido, e altamente
rappresentativo di spinte e pulsioni caratterizzanti il sistema delle classi
nella ricca città lagunare.
Anche la generosa resistenza opposta alle prepotenti intrusioni della
Chiesa di Roma nella vita religiosa e culturale della Repubblica
(soprattutto dopo la promulgazione nel 1596 da parte di papa Clemente
VIII del nuovo Indice, che metteva alla gogna i libri usciti dopo il 1564),
dimostra quanto fossero profonde le radici della libertà veneziana. Solo
qualche anno piú tardi una personalità, – ormai del tutto insolita nel
quadro complessivo italiano, – come quella di Paolo Sarpi, smentisce e al
tempo stesso illumina questa fase di decadenza italiana ormai in atto. La
sua Istoria del Concilio tridentino (1619) è l’unica opera del primo
Seicento (certo, con Galilei, ma in tutt’altro contesto di ricerca e
disciplinare) che ricorda l’esempio e la grandezza dei due pensatori
politici fiorentini, sulle cui vicende e posizioni abbiamo tentato di
costruire il nostro discorso:

Sarpi comincia esattamente dove Guicciardini finisce. I due hanno in comune


molte cose… ma principalmente l’aver concepito la narrazione storica come
resoconto di una sconfitta – piú in generale, di uno scacco umano nella storia. Ma la
Storia d’Italia aveva fermato la sua attenzione sulla dissoluzione di quel mondo
italico-rinascimentale, nel quale molti italiani –on solo loro – pensavano di ravvisare
un vero e proprio culmine della storia umana; la Istoria del Concilio tridentino
descrive invece come sulle macerie di quel mondo dissolto il pontefice e la Curia
riescano a sbarrare la strada anche a un possibile rinnovamento religioso 19.

Considerazioni analoghe si potrebbero fare per la vita culturale e


artistica. Dopo le grandi premesse affidate all’opera di due precursori
come Ermolao Barbaro e Pietro Bembo, a partire dai primi decenni del
Cinquecento,el corso dell’intero secolo, arte e cultura dispiegano una
vitalità di altissimo livello. La stessa città cambia volto in seguito alle
imprese architettoniche e urbanistiche di Jacopo Sansovino (1486-1570) 20.
Uscito di scena Giorgione (1477/78-1510), occupa a lungo la scena, con
trionfale successo in tutta Europa, Tiziano Vecellio (1488/90 - 1576). Del
quale, se fossimo in grado di farlo, credo che varrebbe la pena di segnalare
il rapporto profondo che, pur senza rinnegare la «libertà veneziana»,
stringe con la casata imperiale (ritratto equestre di Carlo V e ritratto del
figlio Filippo II; ambedue al Prado di Madrid) 21. A fare da connettivo fra
le varie culture italiane del tempo ci penserà il provocatorio e
cortigianesco Pietro Aretino (1492-1556), che approda a Venezia dopo la
morte sul campo di Giovanni dalle Bande Nere, di cui era stato un
protetto, e visse a Venezia gli ultimi trent’anni della sua vita. Jacopo
Tintoretto (1518-1594) interviene subito dopo a spingere ancora piú in
avanti lo splendido Rinascimento veneziano.
Questo trionfo lunghissimo, – politico, istituzionale, militare, civile,
intellettuale, artistico, – contiene però in sé alcuni elementi di debolezza
strutturale, che lo conducono lentamente al tramonto. Il predominio nel
Mediterraneo viene sempre piú messo in forse dall’espansione di due
flotte possenti come quella spagnola e quella turca. Le rotte oceaniche le
sono precluse. Sulla terraferma Venezia non riesce ad andare oltre la
conservazione dell’esistente. A poco a poco il confronto con le grandi
potenze europee si rivela schiacciante. Il primato artistico, pur restando
sempre straordinario, tende a provincializzarsi anch’esso sempre di piú.
C’è un passaggio che, secondo me, illumina in maniera straordinaria
questo lento ritrarsi in sé della civiltà veneziana. È testimoniato dalla
personalità e dall’opera del patrizio Paolo Paruta (1540-1598), che, nella
seconda metà del secolo, produce un trattato Della perfezione della vita
politica (in tre libri), apparso nel 1579, nel quale il nuovo comune sentire
di quella parte del mondo italiano viene lucidamente teorizzato 22. Scritto a
ridosso del Concilio di Trento, con la cui etica religiosa il libro si
confronta profondamente, il trattato Della perfezione opera una
declinazione straordinaria dei concetti-base del sistema politico e civile,
secondo le coordinate piú o meno secolari della tradizione, illuminate ora
dal buonsenso contemporaneo: dalla «virtú», – potremmo dire, – alla
«discrezione», fino ad arrivare alla «prudenza». L’attestarsi dell’autore su
quest’ultimo concetto-guida dimostra quale fosse l’ultima linea di
resistenza concessa anche alla straordinaria ma anch’essa pereunte
Repubblica di Venezia. E al tempo stesso conclude in maniera dimessa
l’instancabile ricerca intellettuale italiana del concetto «forte» intorno a
cui ispirare in maniera privilegiata l’azione politica e civile di un principe,
un gruppo dominante, un paese.
Di singolare interesse per il discorso che noi siamo andati finora
facendo, è il ruolo molto diverso che nella costruzione del discorso
parutiano esercitano i due grandi precedenti fiorentini, Machiavelli e
Guicciardini. È in un certo senso analogo, anche se rovesciato, rispetto a
quello che, al tempo loro, i due esercitarono nei loro giudizi verso
Venezia: come distratto e poco simpatizzante quello di Machiavelli; molto
partecipe e positivo quello di Guicciardini (Discorso di Logrogno e
Dialogo del Reggimento di Firenze 23). Ora Paruta, e in generale i pensatori
politici veneti, ricambiano il favore: l’«estremista», repubblicano o a
seconda delle occasioni filo-principesco, Machiavelli, grande ammiratore
della forza espansiva di Roma, viene pressoché emarginato; il
Guicciardini delle opere teoriche e della Storia d’Italia, assimilato al
modello di prudenza difensiva di cui Venezia si sente anche storicamente
portatrice 24. Vuol dire che Guicciardini, letto piú o meno giustamente in
questo modo, finisce per essere considerato un teorico e sostenitore dello
status quo (di un «buono» status quo naturalmente), mentre la pretesa di
Niccolò di cambiare le cose in Italia appare sempre piú imprudente e
rischiosa, e comunque estranea e inassimilabile dalla grande Repubblica
lagunare. Insomma, la continuità e la stabilità richiedono la quiete e la
rinuncia al mutamento 25.

Questa lunga vicenda di oculata difesa dei propri valori e confini non
poteva però non avere, come tutto il resto della vicenda italiana, una
conclusione altrettanto disastrosa (punto di partenza, tuttavia, della
comune rinascita, almeno allora cosí si sperava). Quando Napoleone
Bonaparte, ancora semplice generale dell’esercito francese, con
straordinaria genialità percorre e conquista fra il 1796 e il 1797 pressoché
tutta l’Italia settentrionale, Venezia assiste inerme e spaurita. Il 17 ottobre
1797, con la pace detta di Campoformio, Napoleone consegna Venezia agli
austriaci, rimettendo anche lei a viva forza nel cerchio bruciante della
«questione italiana». È evidente che da quel momento inizia anche per
Venezia una nuova storia.
1. A. ASOR ROSA , Il Rinascimento e la grande catastrofe italiana (1492-1530), in ID. , Storia
europea della letteratura italiana, I. Le origini e il Rinascimento, Einaudi, Torino 2009, pp.
419-596.
2. Cfr. A. CHASTEL , Il sacco di Roma. 1527, Einaudi, Torino 1983, bellissimo e pressoché
definitivo contributo alla conoscenza dell’evento. Chastel distingue «tre fasi dell’occupazione
e del saccheggio. Prima la grande settimana che esordí il 6 maggio e che, veduta
retrospettivamente, assume un carattere “strano”: case distrutte, chiese messe a sacco,
documenti ecclesiastici perduti per sempre. Poi il periodo dell’assedio, la resa, il bottino di
guerra, tutto riassunto nelle parole “piangevano molto; siamo tutti ricchi”. Quindi, dopo
l’ondata di epidemia che costringe a evacuare la città, il ritorno in settembre, che significò sei
mesi di saccheggio metodico, turbato soltanto da violente liti interne fra i corpi nazionali e i
capitani. Questo calendario spiega molte cose. In un clima di anarchia totale, l’occupazione fu
interminabile, con gli andirivieni di gruppi rivali, le diserzioni, i disordini, i traffici, fino alla
partenza delle truppe nel febbraio 1528» (Ibid., p. 68). Notizie e testi utili si possono ricavare
anche da M . BARDINI , Borbone occiso. Studi sulla tradizione storiografica del sacco di Roma
del 1527, Tipografia Editrice Pisana, Pisa 1991.
3. Com’è noto, Benvenuto Cellini, recluso in Castel Sant’Angelo, si arrogò il merito di averlo
ucciso lui con una archibugiata (B. CELLINI , La vita, a cura di G. Davico Bonino, Einaudi,
Torino 1973, p. 77).
4. Ritengo assolutamente rilevante, anche dal punto di vista della precisione del dettato, la
descrizione che del sacco di Roma diede anche l’Ariosto nel Furioso: «Vedete gli omicidii e le
rapine | in ogni parte far Roma dolente; | e con incendi e stupri le divine | e le profane cose ire
ugualmente. | Il campo de la lega le ruine | mira d’appresso, e ’l pianto e ’l grido sente; | e
dove ir dovria inanzi, torna indietro, | e prender lascia il successor di Pietro» (ARIOSTO ,
Orlando furioso cit., vol. II, canto XXXIII, LV , pp. 1000-1). I quattro versi finali alludono alle
incertezze dell’esercito della Lega, cui anche noi abbiamo accennato in precedenza. Si tratta di
un «topos» richiamato con eguale stupefazione e tristezza dall’intero mondo politico e
intellettuale italiano contemporaneo.
5. SEIDEL M ENCHI , III, pp. 1857-59.
6. Molti importanti testi e documenti, con relative riflessioni storico-critiche, in E. SCARANO, C.

CABANI e I. GRASSINI , Sette assedi di Firenze, Nistri-Lischi, Pisa 1982. È appena il caso di
ricordare che l’esito dell’assedio di Firenze provocò disastri ed esilio per numerosi esponenti
del ceto politico e intellettuale fiorentino: per esempio, D. GIANNOTTI , autore del trattato Della
Repubblica fiorentina, estrema manifestazione del repubblicanesimo d’impronta popolare; e B.
VARCHI , seguace della famiglia degli Strozzi, schierata contro il dominio mediceo, autore del
trattato linguistico Ercolano, d’impronta fortemente fiorentineggiante, ma poi rientrato sotto
l’ala protettiva dei Medici. Ma forse è piú interessante ancora ricordare che il tema dell’assedio
di Firenze, estrema testimonianza della difesa della libertà italiana, diventa a un certo punto
l’emblema di un possibile riscatto (secondo una logica piú o meno consapevole, cui abbiamo
già accennato). Prova ne sia che due autori sommamente tipici dell’intellettualità
risorgimentale, – molto diversi fra loro, s’intende, – gli dedicarono due romanzi di grande
effetto e successo: L’assedio di Firenze (1836), di F. D. GUERRAZZI , e Niccolò de’ Lapi,
ovvero I Palleschi e I Piagnoni (1841) di M . D’AZEGLIO . Prova ulteriore, se ce ne fosse
bisogno, di quel legame che stringe, nell’immaginario di molti intellettuali «moderni», la
sventurata vicenda italiana del periodo post-rinascimentale alla fase ottocentesca del riscatto.
Questo attingere a piene mani dall’armamentario storico italiano sta a significare che il
Risorgimento, – a un livello piú o meno alto, – cerca, nel passato della crisi italiana, motivi e
spunti per una resurrezione. Basti pensare, sul versante non piú laico ma cattolico liberale, a
due romanzi di. TOM M ASEO come Il duca di Atene (1837) e Il sacco di Lucca (1838).
Naturalmente, se si trattasse di allargare il discorso, non si potrebbe non prendere in
considerazione di N. Tommaseo anche il monumentale trattato Dell’Italia (2 voll.,
introduzioneote di G. Balsamo-Crivelli, Utet, Torino 1920), esposizione circostanziata e
precisa, argomento per argomento, della realtà italiana passata e presente. Guicciardini e
soprattutto Machiavelli vi sono citati spesso. Trovo estremamente interessante che, a sostegno
delle sue tesi sul cattolicesimo e la Chiesa di Roma a lui contemporanei, Tommaseo chiami in
causa il cap. XI del libro I dei Discorsi, totalmente condividendolo (sull’argomento si veda
qui, par. 16.1). È una curiosità marginale, ma non del tutto irrilevante dal nostro punto di vista,
che l’opera apparisse nel 1835 a Parigi col titolo Opuscoli inediti di fra Girolamo Savonarola,
per sfuggire ai rigori della censura. Evidentemente nella mente di questi nostri intellettuali del
Risorgimento personaggi e idee del passato s’intrecciavano e si confondevano, ma, come dire,
utilmente.
7. SEIDEL M ENCHI , III, p. 1869.
8. Ibid., p. 1993.
9. Ibid., p. 1994.
10. LORENZINO DE’ M EDICI , Aridosia-Apologia. Rime e lettere, introduzioneote di F. Ravello,
Utet, Torino 1921.
11. Ibid., pp. 205-6.
12. Ibid., p. 209.
13. Ibid., p. 226.
14. Su di una parete interna della poderosa cinta muraria della rocca di Montalcino, nell’estrema
area meridionale del dominio senese, una lapide a noi contemporanea (celebra infatti il quarto
centenario degli eventi qui ricordati) ricorda che lí si svolse per ben quattro anni (17 aprile
1555 - 4 agosto 1559) l’estrema difesa «di fronte allo straniero invasore della libertà d’Italia»
(non si fa alcun cenno al fatto che «lo straniero invasore» agisse in quel caso per conto dei
secolari nemici dei senesi, i fiorentini). È evidente che si tratta di reminiscenze e vanti conditi
spesso di suprematismo localistico: ma nella storia d’Italia anche queste riesumazioni della
presenza e del conflitto hanno, come sappiamo, contato moltissimo. Del resto, l’animus
pugnandi sul versante fiorentino non igorava anche manifestazioni piú vistose di oltranzismo
primitivo: sul basamento della statua a cavallo di Cosimo in piazza della Signoria a Firenze, un
bassorilievo bronzeo rappresenta gli esponenti della sconfitta Repubblica di Siena consegnare
in ginocchio al duca le chiavi della città. L’umiliazione inflitta dai senesi ai fiorentini
nell’agosto del 1526, secondo la descrizione del Vettori (qui, par. 13.1), poteva ben dirsi
duramente risarcita.
15. Questo percorso, che noi ipotizziamo, è stato ora reso visibile in maniera inequivocabile da
due stupende mostre tenutesi negli scorsi anni in Palazzo Strozzi a Firenze, e cioè: Pontormo e
Rosso Fiorentino. Divergenti vie della «maniera», a cura di C. Falciani e A. Natali,
Mandragora, Firenze 2014; e Il Cinquecento a Firenze. «Maniera moderna» e Controriforma,
a cura di C. Falciani e A. Natali, Mandragora, Firenze 2017-2018.
16. R. SALVINI , Michelangelo, Electa, Milano 2006, p. 43.
17. «Una forza davvero cosmica sembra cosí sprigionarsi dal gesto misurato e terribile del
Giudice e scardinare l’universo […]. In realtà, nella visione profondamente unitaria di
Michelangelo, il plastico isolarsi della forma sta in cosciente e dialettico rapporto con la
concezione dello spazio senza limiti» (Ibid., p. 238).
18. F. C. LANE , Storia di Venezia, Einaudi, Torino 1978, p. 286. Lane è piú attento agli aspetti
strutturali ed economici che a quelli culturali e civili; ma offre un quadro molto ricco e
complesso della situazione veneziana.
19. A. ASOR ROSA , Istoria del concilio tridentino di Paolo Sarpi, in Letteratura italiana, II. Dal
Cinquecento al Settecento, in Le Opere, diretta da A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1993, p. 862
(ora in ID. , Genus italicum, Saggi sulla identità letteraria italiana nel corso del tempo,
Einaudi, Torino 1997, pp. 343-407).
20. Faccio riferimento al formidabile volume di M . TAFURI , Venezia e il Rinascimento, Einaudi,
Torino 1985.
21. S. ZUFFI , Tiziano, Electa, Milano 2006.
22. P. PARUTA , Della perfezione della vita politica, in Storici, politici e moralisti del Seicento, II.
Storici e politici veneti del Cinquecento e del Seicento, a cura di G. Benzoni e T. Zanato,
Ricciardi, Milano-Napoli 1982 (ma soltanto il libro primo e parte del terzo). A parte le
introduzioni e i commenti molto ricchi di Benzoni e Zanato, si veda M . S. SAPEGNO , Il trattato
politico e utopico, in Letteratura italiana, III. Le forme del testo; II. La prosa, Einaudi, Torino
1984, pp. 949-1010.
23. Si veda qui, cap. 17.
24. Approfondimenti e specificazioni molto interessanti in P. PARUTA , Discorsi politici… divisi in
due libri, a cura di G. Candeloro, Zanichelli, Bologna 1943 ( particolarmente il discorso
primo: «Perché la Repubblica di Venezia non abbia acquistato tanto stato, come fece quella di
Roma», e il discorso terzo del secondo libro: «Che dagli infelici successi della guerra dopo la
rotta dell’esercito veneziano nel fatto d’arme di Giaradadda [Agnadello] non si possa
argomentare alcuna imperfezione nella Repubblica»).
25. Un’eccellente ricostruzione delle vicende e delle idee qui affrontate in F. GAETA , L’idea di
Venezia, in Storia della cultura veneta. Dal primo Quattrocento al Concilio di Trento, a cura di
G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi, Neri Pozza, Vicenza 1981, vol. III, cap. III , pp. 565-641.
Capitolo sedicesimo
La «Storia d’Italia» di Francesco Guicciardini: ovvero, «de profundis»

Ma nessuna banale ricostruzione storico-culturale o storico-politica


potrebbe competere con l’imponente, trascinante forza rappresentativa e
dimostrativa della Storia d’Italia di Francesco Guicciardini: un vero
«giudizio universale», trasferito e ricostruito sulle vicende italiane di quei
trenta-quarant’anni.
Non mette conto, dal nostro punto di vista, ripercorrere troppo
minuziosamente le vicissitudini dell’impegno guicciardiniano in
quest’ultima fase della sua vita: basterà accennarne alcuni tratti
fondamentali.
Perseguito dalla Repubblica popolare nel 1527, in quanto strenuo
seguace dei Medici, Guicciardini lascia Firenze e si rifugia prima in villa e
poi a Roma. Qui riprende in pieno tutte le sue attività al servizio di
Clemente VII e dei Medici. Quando la Repubblica capitola nell’agosto del
1530 e (fine ottobre di quell’anno) vengono condannati e giustiziati i piú
autorevoli rappresentanti del potere repubblicano popolare, Guicciardini
non arretra, anzi, se ne fa rappresentante in prima persona, ma in seguito,
conformemente alla sua linea di fondo, suggerisce a Clemente VII e poi al
novello duca Alessandro atteggiamenti piú moderati ed equilibrati.
Nel gennaio del 1531 assume per conto del pontefice il governo di
Bologna. Nel dicembre del 1532 Clemente VII e Carlo V s’incontrano di
nuovo a Bologna per rinsaldare l’accordo che li lega, e che dà vita, nel
gennaio-febbraio dell’anno successivo, a un nuovo patto fra il papa,
l’imperatore e gli altri Stati italiani, esclusa Venezia. Secondo alcune
testimonianze dell’epoca, quando Carlo V entra in Bologna, Guicciardini
avrebbe tenuto le briglie al suo cavallo.
Segue Alessandro nelle varie vicende del suo breve dominio. Quando
Clemente VII muore, il suo successore Paolo III lo destituisce dal governo
di Bologna; ma Guicciardini, anche dopo la morte di Alessandro, continua
a seguire le vicende del governo dei Medici a Firenze. Dopo l’elezione di
Cosimo a duca, i rapporti fra i due tendono però a complicarsi. I
sostenitori di Cosimo, di cui fa parte con grande autorevolezza Francesco,
pongono alcune condizioni alla sua elezione: si tratta né piú né meno che
della vecchia tendenza ottimatizia ad appoggiare il governo del signore,
temperandone però i poteri. Cosimo, invece, come abbiamo già visto,
tende a realizzare sempre di piú un potere assoluto, more europeo: piccolo,
beninteso, – la Toscana, e basta, rispetto alle grandi formazioni
transalpine, – ma con ambizioni di governo pari o simili alle maggiori
monarchie del tempo.
La parola del dominio passa anche in questo caso a Carlo V: tutte le
condizioni da lui poste all’elezione di Cosimo a duca vengono accettate.
Francesco scivola lentamente fuori dell’area del potere: questo non
gl’impedisce però di ricevere e di accettare o di rifiutare varie cariche
onorifiche. Nel 1539, per una malattia, interrompe la revisione della Storia
d’Italia. La riprende; ma il 22 maggio 1540 muore, ed è sepolto a Santa
Felicita. Come Niccolò visse cinquantasette-cinquantotto anni.
Nel 1535 inizia i Commentari della luogotenenza, primo nucleo della
Storia d’Italia. Attende alla composizione dell’opera negli ultimi cinque
anni della sua vita. Lascia l’opera pressoché compiuta, anche se priva
dell’ultima revisione (cosa che autorizzò gli editori del tempo a numerose
libertà). Difficile resistere alla tentazione di considerarla la summa,
intenzionale e voluta, volutissima, di tutte le sue esperienze storiche e
politiche, come la tragica metafora di quel gigantesco processo di
dissoluzione, cui aveva partecipato da spettatore e da protagonista. È un
dato di fatto inequivocabile, – ed estremamente significativo ed eloquente,
– che la prima Storia d’Italia che sia mai stata scritta, sia la ricostruzione
minuziosa, puntuale, precisa, di una colossale disfatta. Vuol dire,
evidentemente, che la «storia d’Italia» nasce da una disfatta.

Per capirne fino in fondo lo spirito, non si può fare a meno di ricorrere
alla lettura di quell’opera originalissima e inedita nella tradizione
letteraria italiana del tempo, che sono i Ricordi 1: sorta di raccolta di
aforismi e pensieri, in cui Guicciardini racchiude e sistema la sua visione
del mondo. Potremmo dire che il naturalismo e il pessimismo d’impronta
machiavelliana vi raggiungono il loro culmine. È come se, dalla specola
dell’osservazione del piú alto potere, il punto di vista del modesto
Segretario raggiungesse il suo acme: «Infelicità grande è essere in grado
di non potere avere el bene, se prima non s’ha el male» 2; «È certo gran
cosa che tutti sappiamo avere a morire, tutti viviamo come se fussimo
certi avere sempre a vivere […]. Credo proceda [sia la conseguenza di]
perché la natura ha voluto che noi viviamo secondo che ricerca el corso
overo ordine di questa machina mondana: la quale non volendo resti come
morta e sanza senso, ci ha dato propietà di non pensare alla morte, alla
quale se pensassimo, sarebbe pieno el mondo di ignavia e di torpore» 3;
«Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmità, di caso, di
violenza e in modi infiniti, è sottoposta la vita dell’uomo, quante cose
bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa
di che io mi maravigli piú che vedere uno uomo vecchio, uno anno
fertile» 4. O ancora, in maniera anche piú sistematica e coinvolgente, quasi
un’eco di polemica antimachiavelliana: «È grande errore parlare delle
cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire cosí, per
regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà
delle circunstanze, le quali non si possono fermare [fissare] con una
medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte
in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione» 5. La «discrezione», nel
linguaggio guicciardiniano, è come una forma piú limitata e prudente della
«virtú»; ossia, la capacità, l’attitudine di distinguere il bene dal male,
l’utile dal disutile e dal dannoso, e di regolarsi di conseguenza, piuttosto
che la dimensione altamente coraggiosa e operativa dell’uomo e del
principe «virtuoso» (questa differenza è intagliata profondamente
dall’inizio alla fine nella corteccia della Storia d’Italia).
Come nella tradizione, la «fortuna» riemerge dunque anche in
Guicciardini come forza qualificante e decisiva della storia:

Chi considera bene, non può negare che nelle cose umane la fortuna ha
grandissima potestà, perché si vede che a ognora [continuamente] ricevono
grandissimi moti da accidenti fortuiti, e che non è in potestà degli uomini né a
prevedergli né a schifargli [evitarli]: e benché lo accorgimento e sollicitudine degli
uomini possa moderare molte cose, nondimeno sola non basta, ma gli bisogna
ancora la buona fortuna 6.

Ma se uno rilegge questi «ricordi» dopo la Storia d’Italia, prova la


straordinaria impressione che quelle, che erano parse in origine massime
di ordine generale di estrazione classico-umanistica (e, derivatamente,
machiavelliana, o, talvolta, antimachiavelliana), potrebbero essere
considerate il frutto diretto dell’esperienza vissuta nel corso della terribile
vicenda italiana di quegli anni: quando il cumulo delle incapacità e degli
errori aveva di gran lunga superato il numero e il novero delle buone
esperienze compiute, e di conseguenza chi l’aveva vissuta da vicino
poteva averne ricavato la morale pessimistica, anzi disperata, di
un’invincibile supremazia dell’errore.

Il titolo Storia d’Italia è stato elaborato dagli editori successivi. Quello


che piú le si adatta, lo potremmo ricavare dalle prime due righe
dell’opera: «Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria
nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri principi
medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla
[…]» 7. In questo esordio ci sono due cose notabili. Per la prima volta nella
nostra tradizione lo storico parla, – e dichiara di parlare, – esclusivamente
degli avvenimenti che ha direttamente conosciuto e sperimentato: «alla
memoria nostra». La novità dell’impostazione storiografica
guicciardiniana non può però impedirci di rilevare, come un dato
altrettanto significativo, che la «memoria nostra» sia la medesima
espressione che Machiavelli aveva usato, piú o meno con i medesimi fini,
nel capitolo VII del Principe, introducendo l’osservazione piú diretta di
fatti e personaggi contemporanei (nel caso, Francesco Sforza e Cesare
Borgia): «dua essempli stati ne’ dí della memoria nostra» 8. Coincidenza
abbastanza impressionante: è evidente che Machiavelli e Guicciardini
staccano con decisione lo studio della contemporaneità da quello del
passato,e fanno oggetto di un’attenzione particolare. Guicciardini poi
sistematizza questa riflessione prodotta dalla «memoria nostra»: per lui la
storia è fondamentalmente questa, e la Storia d’Italia ne costituisce la
decisiva espressione (ma Machiavelli, evidentemente, non si sarebbe
rifiutato all’esperimento). Non mancano nella Storia, nonostante tutto,
riprese della vecchia annalistica, nell’organizzazione della materiaella
strutturazione degli eventi (per esempio, il procedere abbastanza
regolarmente di anno in anno); ma il nucleo fondamentale dell’accaduto è
il realmente conosciuto (piú o meno direttamente, ma conosciuto), e in
larga parte sperimentato. Sicché, se un tratto autobiografico non compare
quasi mai direttamente, non è difficile indovinare pagina per pagina
l’occhio che descrive, e i movimenti che su di lui produce l’avvenimento
narrato.
Il secondo punto di grande rilievo è la precisa localizzazione storico-
culturale: l’Italia. Come, e forse piú, che per Machiavelli, il connotato
storico-geografico non assume mai per Guicciardini un’esplicita valenza
politica (e tanto meno si potrebbe pensare che al magnate fiorentino possa
suggerire qualcosa il ricordo del XXVI ). E però è altrettanto innegabile che
il nome, e le sue numerose svariate accezioni («le calamità d’Italia» 9; «la
virtú degli italiani» 10, «l’esercito italiano» 11; il «campo italiano» 12; e,
ovviamente, «gli italiani» un po’ dappertutto, in quanto soggetti o vittime
dell’intera vicenda), occupino dall’inizio alla fine il campo della
narrazione. Come in un altro punto esattamente definisce anche in termini
geografici, per non lasciar spazio a equivoci, ciò di cui dunque si parla è
quel grande territorio che «dall’Alpi» corre «insino all’ultima punta
d’Italia» 13. Storicamente parlando, invece, è secondo lui, a partire dalle
prime pagine dell’opera, l’entità geografico-politica, che la saggia
conduzione degli eventi da parte di Lorenzo il Magnifico aveva
consegnato ai posteri, e che gli avvenimenti successivi al 1492 si
sarebbero incaricati prima di aggredire e poi definitivamente stravolgere.
Bisogna al tempo stesso tener presente che non c’è nella Storia nessun
ammonimento a reagire alla decadenza, ipotizzando e richiedendo con
forza l’entrata in scena del «principe nuovo» (del resto, ammesso che in
origine una tentazione del genere si fosse affacciata, le guerra e i
rivolgimenti del 1527-30 si sarebbero incaricati di cancellarla d’un colpo:
chissà cosa Machiavelli, se non fosse morto, avrebbe potuto scrivere di
quei medesimi avvenimenti, e cioè post res definitivamente perditas). Ma
l’idea che un ordine anteriormente alla catastrofe ci fosse, e andasse
difeso, nella Storia c’è, e perseguita Francesco nostalgicamente dall’inizio
alla fine. L’«ottimate», diversamente dal «popolare», non ha proposte
rivoluzionarie da fare, solo stupore e rammarico da esprimere (vero è che
il tempo passato, e i disastri che ha portato con sé, renderebbero pressoché
vana la ricerca di una proposta di natura positiva).

L’immensa storia (piú di duemila pagine a stampa, di oggi) è divisa in


venti libri (originariamente, nelle intenzioni dell’autore, erano diciannove,
ma il suo amico umanista Giovanni Corsi, cui aveva sottoposto cammin
facendo la Storia per una revisione linguistica e stilistica, lo aveva
persuaso ad adottare la misura dei venti, piú equilibrata e piú classica). I
libri sono stati poi divisi dagli editori in capitoli, probabilmente per
facilitarne la leggibilità (ma posso assicurare che, se uno li ignora, e si
assume il compito non indifferente di leggere un libro intero di seguito, ne
ricava un’impressione di ancor piú sconvolgente efficacia).
La narrazione fluisce in periodi lunghi, compositi e solenni, in cui si
avverte l’influenza delle nuove tendenze linguistiche italiane (Bembo
aveva pubblicato le sue Prose nel 1525): e tuttavia eleganti, avvolgenti,
espressivi e perfettamente leggibili. Guicciardini esprime raramente
giudizi positiviegativi sui suoi personaggi e sulle sue vicende (per cui
quando questo avviene, e di certo talvolta avviene, assume un’efficacia
superiore). Piuttosto, indulge a nutrire la narrazione di riflessioni generali,
in cui si trasfonde, si direbbe, la sapienza dei Ricordi e, piú in generale,
quella della cultura italo-umanistica, cui Guicciardini, non meno di
Machiavelli, deve tanto (e che gli editori moderni mettono talvolta fra
parentesi, cogliendone in questo modo il carattere meditativo, che si
sottrae alla normale scansione della narrazione): «Ma ecco che nel colmo
piú alto delle maggiori speranze (come sono vani e fallaci i pensieri degli
uomini) […]» 14 (a proposito della morte di Alessandro VI); «la quale
laude egli, sapendo che niuno piú facilmente inganna gli altri che chi è
solito e ha fama di mai non gli ingannare» 15 (a proposito dell’elezione di
Giulio II); «Tanto spesso poteva in lui piú la contenzione [il risentimento]
dell’animo che la ragione!» 16 (sempre a proposito di Giulio II); «(cosa
tanto piú loro molesta quanto piú per natura si arrogano e presumono di se
medesimi)» 17 (a proposito dello stato d’animo della nobiltà in Francia
dopo la sconfitta di Pavia); «Ma gli uomini si persuadono spesso che se si
fusse fatta o non fatta una cosa tale sarebbe succeduto certo effetto, che se
si potesse vederne la esperienza si troverebbeno molte volte fallaci simili
giudizi» 18 (a proposito della situazione del pontefice in Castel
Sant’Angelo assediato); «Nel quale disegno non fu maggiore la felicità del
successo che fusse grande la temerità della deliberazione, se temerari si
possono chiamare i consigli spinti dall’ultima necessità […]» 19 (a
proposito delle speranze dei fiorentini riposte nell’arrivo del Ferrucci). Di
esempi del genere se ne potrebbero citare a decine.

Estremamente vigile, dunque, ma non invasivo, Guicciardini colloca la


sua narrazione all’interno di una scenografia di stupefacente efficacia.
Essa inizia, come abbiamo già ricordato piú volte, nell’aprile 1492 con la
morte di Lorenzo il Magnifico e si conclude nel settembre 1534 con la
morte di Clemente VII, figlio di Giuliano, fratello di Lorenzo (sicché
l’opera, oltre a essere una «storia d’Italia», si configura anche come una
«storia dei Medici», anche nel caso loro dal trionfo alla catastrofe, se si
prescinde, come ricorderemo, dalle vicende «nuove» di Cosimo). Si
potrebbe dire che il periodo in questione viene prescelto perché è quello
che Guicciardini aveva conosciuto di persona («alla memoria nostra»),
come aristocratico, intellettuale e funzionario dei pontefici. Certo c’è
anche questo, lo abbiamo già detto. Ma io preferisco pensare che
Guicciardini lo prescelga soprattutto perché esso rappresenta la misura
ideale di un «ciclo»: il ciclo comincia quando la morte di Lorenzo mette in
crisi il tipico, inconfondibile «sistema italiano»; finisce quando la morte
di Clemente, il pontefice che s’era dato da fare, piú o meno
intelligentemente, per cambiare e al tempo stesso conservare lo stato di
cose esistente, e aveva dovuto poi accettare fino in fondo la dura legge
della potenza superiore, esce di scena. Quarant’anni in cui si decidono il
destino di un popolo e di una cultura.
Lo abbiamo già fatto altre volte, ma non possiamo non richiamarlo qui
all’inizio della narrazione, là dove, del resto, Guicciardini esattamente lo
colloca. Il punto di partenza della guicciardiniana ricostruzione storica è la
nozione di «equilibrio», che l’autore considera il valore piú alto che si
possa immaginare: l’Italia laurenziana è contraddistinta da questo
inconfondibile marchio. Guicciardini usa per definirla espressioni di rara
precisione ed efficacia: «E conoscendo [Lorenzo] che alla republica
fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de’ maggiori
potentati ampliasse piú la sua potenza, procurava con ogni studio che le
cose d’Italia in modo bilanciate si mantenessino che piú in una che in
un’altra parte non pendessino […]» 20; sicché, precisa Guicciardini piú
avanti, nell’esordio del capitolo II , «tale era lo stato delle cose, tali erano i
fondamenti della tranquillità d’Italia, disposti e contrapesati» 21.
«Bilanciate», le cose d’Italia; e «disposti e contrapesati», «i fondamenti
della tranquillità d’Italia»: non si potrebbe esser piú precisi di cosí.
Dunque, per rispondere a queste condizioni, sarebbe stato necessario che,
al «bilanciamento» e al «contrapesamento», facesse da garanzia la «pace»,
ovvero l’assenza di qualsiasi motivo di grave turbamento. Continua
Guicciardini: «[…] in modo che non solo di alterazione presente non si
temeva ma né si poteva facilmente congetturare da quali consigli o per
quali casi o con quali armi s’avesse a muovere [turbare] tanta quiete» 22.
Equilibrio, bilanciamento, contrappesamento; pace, quiete. Non è
indifferente osservare, per una valutazione complessiva della Storia
d’Italia, che sono questi i punti fermamente iniziali del discorso. A partire
da qui, Guicciardini registra punto per punto, passaggio per passaggio, la
fine di quello stato di cose, e l’inizio di un nuovo ciclo, che avrebbe
portato a un suo rovesciamento, peggiore, molto peggiore del punto di
partenza. Registriamo a questo punto, pressoché nell’esordio, una
coincidenza straordinaria, quasi incredibile. I prodigi, gli eventi
eccezionali, gli «estraordinari sanza essemplo» del capitolo XXVI del
Principe, ritornano anche qui, nell’esordio della Storia: ma volti tutti in
senso profondamente, catastroficamente negativo (si vede che nei
vent’anni che passano, piú o meno, fra le elaborazioni delle due opere,
l’inclinazione degli astri si era spostata tutta a sfavore dell’Italia…):

E già non solo le preparazioni fatte per terra e per mare ma il consentimento de’
cieli e degli uomini pronunziavano a Italia le future calamità. Perché quegli che
fanno professione d’avere, o per scienza o per afflatto divino, notizia delle cose
future, affermavano con una voce medesima apparecchiarsi maggiori e piú spesse
mutazioni, accidenti piú strani e piú orrendi che già per molti secoli si fussino veduti
in parte alcuna del mondo. Né con minore terrore degli uomini risonava per tutto la
fama essere apparite, in varie parti d’Italia, cose aliene dall’uso della natura e de’
cieli. In Puglia, di notte, tre soli in mezzo ’l cielo ma nubiloso all’intorno e con
orribili folgori e tuoni; nel territorio di Arezzo, passati visibilmente molti dí per l’aria
infiniti uomini armati in su grossissimi cavalli, e con terribile strepito di suoni di
trombe e di tamburi; avere in molti luoghi d’Italia sudato manifestamente le
immagini e le statue sacre; nati per tutto molti mostri d’uomini e d’altri animali;
molte altre cose sopra l’ordine della natura essere accadute in diverse parti: onde di
incredibile timore si riempievano i popoli, spaventati già prima per la fama della
potenza de’ franzesi, della ferocia di quella nazione, con la quale (come erano piene
l’istorie) aveva già corso e depredato quasi tutta Italia, saccheggiata e desolata con
ferro e con fuoco la città di Roma [al tempo dei galli], soggiogato nell’Asia molte
provincie; né essere quasi parte alcuna del mondo che in diversi tempi non fusse
stata percossa dall’armi loro. Dava solamente agli uomini ammirazione che in tanti
prodigi non si dimostrasse la stella cometa, la quale gli antichi reputavano certissimo
messaggiere della mutazione de’ regni e degli stati 23.

A me interessa osservare qui soprattutto una cosa. Alla creazione


fantastica della violenza astrale sono collegati subito dopo, quasi fossero
della stessa natura, i segni della violenza umana: sicché i francesi di Carlo
VIII, che scendono in Italia in quella stagione, sono riconducibili a una
vicenda di sopraffazione e di «ferocia», che affonda le sue radici in una
storia quasi millenaria. Se, come spesso gli autori italiani di quei decenni
ricordano, – e in primis Machiavelli e Guicciardini, – dire «francesi» o
«galli» è piú o meno la stessa cosa, prepararsi a descrivere gli effetti della
«ferocia» delle truppe di Carlo VIII richiama immediatamente alla
memoria il sacco di Roma a opera di Brenno nel 390 a.C. (Guicciardini
non ne fa cenno, ma non si può fare a meno di ricordare che al capo gallo
Livio attribuisce la famosa invettiva rivolta ai romani: «Vae victis!»: che
avrebbe potuto servire da epigrafe all’intera situazione italiana di lí a
qualche anno). Ci sono tutti i precedenti perché la storia che segue sia
improntata alla descrizione di violenze senza pari. All’inizio c’è «l’anno
mille quattrocento novantaquattro […] anno infelicissimo a Italia, e in
verità anno principio degli anni miserabili […]» 24. «Anno infelicissimo»!
«Anni miserabili»! Come scrive Felix Gilbert, «A considerarla come un
tutto coerente, la Storia d’Italia diventa una tragedia, che si svolge in un
certo numero di atti» 25.
Ma cos’è che secondo Guicciardini, principalmente, costituisce la
cagione dei mali italiani a partire dalla discesa di Carlo VIII in Italia, e poi
durante tutto il resto del periodo, fino alla conclusione definitiva della
catastrofe? Guicciardini, nel corso della narrazione, elenca mille motivi, –
l’insufficienza dei sovrani e dei papi, la debolezza delle istituzioni,
l’assenza di un rapporto di consenso o almeno di pacificata sopportazione
tra governanti e governati, – per giustificare lo svolgimento degli
avvenimenti, ma uno ricorre di continuo. È la desuetudine dell’Italia a
conoscere e praticare azioni di guerra: «[…] in Italia assuefatta per molti
anni piú alle immagini delle guerre che alle guerre vere, non era nervo
[forza, capacità] da sostenere il furore franzese» 26. C’è in qualche modo,
qui, un’eco della deprecazione machiavelliana dell’assenza di armi
proprie? Forse sí; ma, a mio giudizio, c’è molto, molto di piú. Il discorso,
proseguendo, s’allarga, investe nuove situazioniuovi valori. Questo è un
punto che vorrei sottolineare con forza. Non c’è soltanto, mi pare, da parte
del Guicciardini la constatazione di una singola sconfitta per quanto dura.
C’è la presa d’atto di una superiorità «barbarica», che è strutturale, non
episodica o parziale. L’attenzione si appunta sulla vera novità di quella
guerra, e che la rende in tutti i modi «moderna», e cioè l’uso delle armi da
fuoco (anche nell’Arte della guerra di Machiavelli il tema non è
preminente, rispetto ad altri, piú tradizionali modi di combattere e,
significativamente, è del tutto assente nel Principeei Discorsi). Ebbene,
tale novità, – ed è sorprendente, – suscita in Guicciardini soprattutto
orrore e riprovazione. Egli ricorda che, per rafforzare la propria capacità
offensiva, all’esercito di Carlo VIII fu apportata «per mare a Genova
quantità grande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagna
[…]»; e aggiunge subito dopo che «di tale sorte che giammai aveva veduto
Italia le somiglianti». È il solito refrain della lamentazione italica: il
«nuovo» che viene dall’«esterno» ha sempre finito per danneggiare questo
popolo e questo paese. Il giudizio di Guicciardini nel merito è
inequivocabile. Lui chiama «peste» questa innovazione, «trovata molti
anni innanzi in Germania»:e descrive con grandi requisiti tecnici
l’invenzione e i molti rapidi miglioramenti, di cui alla fine i «franzesi»
furono i massimi beneficiari. Sicché, in conclusione, «quello che prima in
Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva:
usando ancora questo piú tosto diabolico che umano instrumento non
meno alla campagna che a combattere le terre [le fortezze], e co’
medesimi cannoni e con altri pezzi minori, ma fabricati e condotti,
secondo la loro proporzione, con la medesima destrezza e celerità» 27.
Potrà sembrare anche questa una digressione, ma anche questa non lo è.
Ludovico Ariosto, – che rischia di passare, in conseguenza di questi nostri
richiami, per il terzo, grande pensatore politico del suo tempo, accanto a
Machiavelli e Guicciardini, – ne fa oggetto di un gruppo numeroso di
ottave (XXII-XXVIII ) nel canto XI del suo Orlando, in cui il tema della
deprecazione delle armi da fuoco riveste un ruolo centrale. Il riferimento
alle guerre italiane del tempo accomuna questi versi, – in maniera
involontaria, s’intende, ma in un certo senso tanto piú significativa, – alle
analisi pensose e inquiete del Guicciardini:

Come trovasti, o scelerata e brutta


invenzïon, mai loco in uman core?
Per te la militar gloria è distrutta,
per te il mestier de l’arme è senza onore;
per te il valore e la virtú ridutta,
che spesso par del buono il rio migliore:
non piú la gagliardia, non piú l’ardire
per te può in campo al paragon venire.
Per te son giti et anderan sotterra
tanti signori e cavallieri tanti,
prima che sia finita questa guerra,
che ’l mondo, ma piú Italia, ha messo in pianti;
che s’io v’ho detto, il detto mio non erra,
che ben fu il piú crudele e il piú di quanti
mai furo al mondo ingegni empii e maligni,
ch’imaginò sí abominosi ordigni 28.

Certo, per il cantore dei prodi «cavallieri», contraddistinti e sostenuti


dal loro personale valore, doveva essere piú semplice e piú spontaneo
deprecare uno strumento di guerra che cancellava ogni individuale
capacità al confronto e al conflitto. Ma anche «la peste» guicciardiniana,
«questo piú tosto diabolico che umano instrumento», sembrerebbe
inscriversi in un assetto culturale e comportamentale profondo, in una
diversità congenita, fondata sul primato dell’individualità, del gesto eroico
strettamente personale (come ancora s’era manifestato a Barletta nella
disfida che aveva visto, non a caso!, i cavalieri italiani prevalere su quelli
francesi). In un certo senso, la modernità, nel suo assetto tecnologico piú
avanzato, sembra venire incontro ai nostri piú grandi intellettuali del
tempo con il volto di un’invincibile «ferocia» 29.

Fatto sta, comunque, che, quali che siano state le motivazioni


intellettuali piú profonde nell’affrontare i fenomeni di sconvolgente novità
che andavano verificandosi in quei pochi, rapidissimi anni, è indubitabile
che i trentamila soldati francesi dell’armata di Carlo VIII sconvolsero, e
per sempre, abitudini e consistenza del modo di vivere italiano, non senza,
qui come altrove, evocare echi delle lontane, lontanissime imprese
barbariche ai danni dell’Italia:

… passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto piú agevole a passare


che quella del Monsanese [Moncenisio], e per la quale passò anticamente ma con
incredibile difficoltà Annibale cartaginese, [Carlo VIII] entrò in Asti il dí nono di
settembre dell’anno mille quattrocento novantaquattro, conducendo seco in Italia i
semi di innumerabili calamità, di orribilissimi accidenti, e variazione di quasi tutte le
cose: perché dalla passata sua non solo ebbono principio mutazioni di stati,
sovversioni di regni, desolazioni di paesi, eccidi di città, crudelissime uccisioni, ma
eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare,
infermità insino a quel dí non conosciute; e si disordinorono di maniera gli
instrumenti della quiete e concordia italiana che, non si essendo mai poi potuta
riordinare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere e eserciti barbari di conculcarla
miserabilmente e devastarla 30.

«Nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare


[…]»: i mutamenti, dunque, in questo caso ci sono stati, ma tutti verso la
catastrofe. Notabile, anzi notabilissimo: non si è trattato semplicemente
(diciamo) di pur gravi sconfitte politiche e militari: il rovesciamento ha
riguardato un’intera condizione del vivere civile, sicché, passato quel
primo dirompente bouleversement, niente è rimasto come prima, e si sono
aperti varchi immensi alla «barbaria» straniera irrompente: «[…] e si
disordinorono di maniera gli instrumenti della quiete e concordia italiana
che, non si essendo mai poi potuta riordinare, hanno avuto facoltà altre
nazioni straniere e eserciti barbari di conculcarla [opprimerla: ma è di piú]
miserabilmente e devastarla». «Non si essendo mai poi potuta riordinare»:
l’irrimediabilità della disfatta; «altre nazioni straniere»: non solo francesi,
ma spagnoli, svizzeri, tedeschi («straniere», appunto perché non
«italiane»); «miserabilmente»: sono o non sono questi gli «anni
miserabili», – degni di raccapriccio, disperazione, orrore, e perfino stupore
e meraviglia, – che Guicciardini si appresta a descrivere e raccontare?
Non ha a che fare, nel senso stretto del termine, la specificazione
narrativa che segue al brano precedentemente narrato; ma, nel contesto
complessivo del discorso, assume secondo me un rilievo eccezionale che
Guicciardini senta il bisogno di precisarearrare che l’autore di questo
inizio di catastrofe, – Carlo VIII, – fosse un individuo privo di ogni
attitudine positiva, e per giunta caratterizzato da un aspetto fisico che
aveva piú del mostruoso che dell’umano:

Certo è che Carlo, insino da puerizia, fu di complessione molto debole e di corpo


non sano, di statura piccolo, di aspetto, se tu gli levi il vigore e la degnità degli
occhi, bruttissimo, e l’altre membra proporzionate in modo che e’ pareva quasi piú
simile a mostro che a uomo: né solo senza alcuna notizia delle buone arti ma appena
gli furno cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido di imperare ma abile piú a
ogn’altra cosa, perché aggirato sempre da’ suoi non riteneva con loro né maestà né
autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende,e in quelle alle quali pure attendeva
povero di prudenza e di giudicio 31.

Ecco chi ha vinto l’Italia e ha aperto la strada alla catastrofe! Non un


Alessandro, non un Annibale (pur ripercorrendo la strada di quest’ultimo);
ma uno sgorbio di uomo, non dotato neanche delle caratteristiche
elementari del sovrano.
Prende inizio e spunto da qui la lunga, minuziosa, circostanziata
narrazione: le incomprensioni, le debolezze, le incertezze, le reciproche
rivalità dei sovrani e dei capi militari italiani, la violenza indiscriminata e
tuttavia strategicamente consapevole (almeno il piú delle volte,el quadro
di un esercizio del potere senza esclusione di colpi) da parte dei potentati e
dei capi militari stranieri. Non possiamo seguire passo passo lo
svolgimento degli avvenimenti, il cui senso complessivo del resto
pensiamo di aver già detto. Ci soffermiamo invece su due aspetti nodali
della narrazione.

Il primo riguarda le battaglie. Nel contesto di cui abbiamo


ripetutamente parlato, esse costituiscono snodi fondamentali della
narrazione. Se si prescinde dagli episodi minori, esse sono
fondamentalmente quattro: Fornovo sul Taro, 6 luglio 1495; Ravenna, 11
aprile 1512; Marignano, 13-14 settembre 1515; Pavia, 24 febbraio 1525.
A Fornovo sul Taro le truppe italiane guidate da Francesco Gonzaga,
tentarono d’impedire a Carlo VIII la via della ritirata verso la Francia.
Nonostante «nel principio» si dimostrasse «molto egregia la virtú degli
italiani» 32, le truppe francesi riuscirono a rompere l’accerchiamento, a
causa della migliore organizzazione, e a muovere verso la patria. È la
prima, cocente riprova dell’incapacità italiana di organizzare anche un
minimo di difesa.
Inaugurata negli anni immediatamente precedenti la gara tra francesi e
spagnoli per la supremazia in Italia, a Ravenna se ne vide una prima
strepitosa manifestazione, con fanti francesi, spagnoli, tedeschi e italiani
in campo. Osserva Guicciardini come tratto notabile di novità: «Qui,
mescolati tutti nella battaglia, che si faceva in campagna piana senza
impedimento di acque o ripari, combattevano due eserciti d’animo
ostinato alla vittoria o alla morte, infiammati non solo dal pericolo dalla
gloria e dalla speranza ma ancora da odio di nazione contro a nazione» 33.
Ecco l’altra vera grande novità, che irrompe sul suolo italiano, dove fino
quel momento non se n’era mai fatta esperienza! Ci si batte con le armi
non solo per conseguire o difendere un vantaggio presso l’avversario,
spesso provvisorio e cangiante: la «nazione» fa la comparsa nell’orizzonte
politico italiano ed europeo (certo, nella vecchia accezione, che tuttavia
prelude alla nuova), e costituisce un’aggravante, in precedenza
impensabile, dell’odio e della violenza militari. I francesi prevalgono; ma
essendosi il loro condottiero, il giovanissimo Gaston de Foix, lanciatosi
imprudentemente all’inseguimento degli spagnoli in ritirata, ne viene
circondato e ucciso: perdendosi cosí gran parte dei vantaggi conseguiti con
la vittoria. Guicciardini generosamente la giudicò «morte certo
felicissima», perché «morendo acquistata già sí gloriosa vittoria»! 34.
A Marignano (oggi Melegnano), nei pressi di Milano, si affrontano di
nuovo francesi, svizzeri e spagnoli, con una «ferocia» (il termine ricorre
piú volte nella narrazione) che supera ogni termine di confronto:
«Affermava il consentimento comune di tutti gli uomini non essere stata
per moltissimi anni in Italia battaglia piú feroce e di spavento maggiore»;
ovvero: «Di maniera che il Triulzo, capitano che avea vedute tante cose,
affermava questa essere stata battaglia non d’uomini ma di giganti» 35
(infatti, quella di Marignano fu denominata «la battaglia dei Giganti»).
Prevalgono i francesi, tuttavia senza effetti positivi duraturi.
Infine, Pavia. Anche qui, una violenza e una «ferocia» senza pari fra i
due eserciti in lotta. E però con una conclusione una volta tanto decisiva. E
cioè che, «essendo il re [Francesco I] con grande numero di gente d’arme
entrato nella battaglia, e sforzandosi fermare i suoi [ormai in fuga], dopo
avere combattuto alquanto, ferito il cavallo ed egli caduto in terra, fu
preso da cinque soldati che non lo conoscevano; ma sopravenendo il
viceré, dandosi a conoscere, venne in sua mano» 36. Caduto Francesco nelle
mani dell’armata di Carlo V, il conflitto, almeno provvisoriamente,
s’arresta: e intervengono in Italia tutte le conseguenze di cui abbiamo già
parlato. È estremamente significativo che della sconfitta di Francesco I
una grande parte di responsabilità venga addossata dal Guicciardini al
pontefice Clemente VII (lo diciamo come anticipazione delle nostre
conclusioni): «E fu di questo successo [degli imperiali] attribuita per tutto
colpa grande o alla avarizia o alla pusillanimità del pontefice», perché,
«rinvolto nelle sue irresoluzioniella cupidità di non spendere», aveva
differito «di dí in dí l’armarsi […]» 37.
Se si tiene presente che di lí a poco sarebbe sopravvenuto «l’anno mille
cinquecento ventisette pieno di atrocissimi e già per piú secoli non uditi
accidenti» 38, fra i quali il sacco di Roma occupa il posto principale, si avrà
di fronte agli occhi il quadro di una tragedia senza limiti.

L’altro nodo irrinunciabile per capire logica e svolgimento della Storia


è la successione dei pontefici, le loro caratteristiche e l’impronta da
ognuno di loro lasciata sulla storia d’Italia. Il fatto è che, nelle dinamiche
italiane descritte nella Storia, Roma, come è giusto che allora fosse,
occupa un posto decisivo. Dei sei pontefici che Guicciardini prende in
esame, – Alessandro VI (1492-1503), Pio III (1503), Giulio II (1503-13),
Leone X (1513-21), Adriano VI (1522-23), Clemente VII (1523-34), – uno,
Pio III, è irrilevante, perché siede sul soglio di Pietro solo pochi mesi, e un
altro, Adriano VI, come abbiamo ricordato già piú volte, è di un’altra
razzaon prende parte al gioco in cui gli altri sono maestri (o credono di
esserlo). Gli altri quattro, – Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Clemente
VII, – partecipano pienamente, e sia pure in modi diversi, della natura di
principi rinascimentali, e in quanto tali svolgono un ruolo, nelle vicende
italiane di questo tormentato periodo, che risulta in molte occasioni
decisivo. Anzi, si potrebbe dire che, nelle descrizioni guicciardiniane,
questa decisività risulta il piú delle volte dominante. E cioè: a determinare
scelte e destino dell’Italia sono in ultima analisi soprattutto i pontefici
romani.
I giudizi di Guicciardini, che tuttavia, come sappiamo, ne fu servitore
fedelissimo, sono come al solito puntuali, precisi, se necessario sferzanti.
In generale parlando, si potrebbe dire che, com’è sospettabile anche in
Machiavelli, l’errore da essi commesso consista in un eccesso di
temporalizzazione e di de-sacralizzazione. Appunto: il farsi principi fino
in fondo non ha giovato né a loro né all’Italia.
Nel caso di Alessandro VI la critica raggiunge livelli di accusa perfino
ingiuriosi, di cui colpisce che Guicciardini, di solito cosí prudente, abbia
pensato di affidarli a un’opera destinata presumibilmente a diventare
pubblica. Simoniaco, incestuoso, invasato sostenitore delle fortune terrene
del figlio maschio, il duca Valentino, quando muore per un sospetto di
veleno, lo stesso che, sia pure temporaneamente, avrebbe intossicato il
figlio, la cosa suscita l’esultanza incondizionata dei romani:

Concorse al corpo morto d’Alessandro in San Piero con incredibile allegrezza


tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che
con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di
orribile crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza
distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il mondo;ondimeno era
stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua prosperità, dalla prima gioventú insino
all’ultimo dí della vita sua, desiderando sempre cose grandissime e ottenendo piú di
quello desiderava. Esempio potente a confondere l’arroganza di coloro i quali,
presumendosi di scorgere con la debolezza degli occhi umani la profondità de’
giudíci divini, affermano ciò che di prospero o di avverso avviene agli uomini
procedere o da’ meriti o da’ demeriti loro: come se tutto dí non apparisse molti buoni
essere vessati ingiustamente e molti di pravo animo essere esaltati indebitamente 39.

Esempio notabile, oltre tutto, della connessione che Guicciardini, come


abbiamo già detto, stabilisce spesso fra l’episodio storico descritto e la
riflessione etico-politica, che pensa di poterne ricavare. In questo caso,
l’ammonimento a non far risalire sempre alla volontà e scelta divina la
motivazione delle azioni giuste o perverse che gli uomini compiono (in
altri termini, si potrebbe dire che la «fortuna» umana, anche quando è
grande, – o forse soprattutto quando lo è, – non va ricondotta a quelli che
Guicciardini appella «giudíci divini»: esempio di una morale laica,
fortemente improntata a valori umanistici).

Diverso, ovviamente, il giudizio su Giulio II, ma non meno severo. A


lui sono nella Storia dedicate pagine di grande espressività e significato,
nelle quali al tempo stesso emergono il modo di pensare e il sistema etico-
politico dell’autore con inconfondibile evidenza. Mi riferisco in modo
particolare all’episodio noto come costituzione e guerra della Lega Santa
(sul quale, del resto, ci siamo soffermati altre volte), quando Giulio II
promosse un’alleanza fra (principalmente) Roma, Spagna e Venezia (5
ottobre 1511), per scacciare dall’Italia i francesi, i quali, avendo occupato
Milano e altri possedimenti in Italia, minacciavano la sua prospettiva
egemonica. Guicciardini valuta in questo modo la scelta e l’impresa:

Destò questa confederazione, fatta dal pontefice sotto nome [con il pretesto] di
liberare Italia da’ barbari, diverse interpretazioni negli animi degli uomini, secondo
la diversità delle passioni e degli ingegni. Perché molti, presi dalla magnificenza e
giocondità del nome, esaltavano con somme laudi insino al cielo cosí alto proposito,
chiamandola professione [decisione] veramente degna della maestà pontificale; né
potere la grandezza dell’animo di Giulio avere assunto impresa piú generosa, né
meno piena di prudenza che di magnanimità, avendo con la industria sua commosso
[promosso] l’armi de’ barbari contro a’ barbari; onde spargendosi contro a’ franzesi
piú il sangue degli stranieri che degli italiani, non solamente si perdonerebbe al
sangue nostro, ma cacciata una delle parti sarebbe molto facile cacciare con l’armi
italiane l’altra già indebolita ed enervata. Altri, considerando forse piú
intrinsecamente la sostanza delle cose né si lasciando abbagliare gli occhi dallo
splendore del nome, temevano che le guerre che si cominciavano con intenzione di
liberare Italia da’ barbari nocerebbono molto piú agli spiriti vitali di questo corpo che
non aveano nociuto le cominciate con manifesta professione e certissima intenzione
di soggiogarla; ed essere cosa piú temeraria che prudente lo sperare che l’armi
italiane, prive di virtú, di disciplina, di riputazione, di capitani di autorità, né
conformi le volontà de’ príncipi suoi, fussino sufficienti a cacciare di Italia il
vincitore; al quale quando mancassino tutti gli altri rimedi non mancherebbe mai la
facoltà di riunirsi co’ vinti a ruina comune di tutti gli italiani: ed essere molto piú da
temere che questi nuovi movimenti dessino occasione di depredare Italia a nuove
nazioni che da sperare che, per l’unione del pontefice e de’ viniziani, s’avessino a
domare i franzesi e gli spagnuoli 40.

Com’è facile constatare, leggendo, l’impresa si ammantò di una


coloritura «antibarbarica» (Lega Santa, appunto); contraddetta però dalla
presenza nella stessa alleanza di un partner straniero pericoloso come, se
non piú, dell’altro, e cioè la Spagna. Guicciardini si sofferma perciò, con
grandissima intelligenza e acume pungente sugli inconvenienti e sui
pericoli, ancora maggiori di quelli per i quali la Lega era stata promossa e
formata, di fronte ai quali si sarebbero trovati l’Italia e gli italiani quando
il perverso meccanismo fosse stato messo in moto. Non è irrilevante
osservare al tempo stesso quanta parte abbia nel ragionamento il prudente
conservatorismo di Guicciardini: in certe situazioni, opporsi in maniera
sbagliata al male può essere peggiore che rinunciare a opporvisi (elemento
mentale di grande distinzione rispetto all’«avventurismo»
machiavelliano).
Ne scaturisce il giudizio finale su Giulio II, dettato da un’amplitudine
etico-semantica abbastanza inconsueta nell’Italia del tempo (qualche
accenno in Machiavelli, come vedemmo a suo tempo). Giulio II, infatti, da
stimare grande e glorioso: ma a condizione che fosse stato un principe
laico come tanti altri; come pontefice, ossia come vicario di Cristo sulla
terra, del tutto fuori posto:
Degno certamente di somma gloria se fusse stato principe secolare, o se quella
cura e intenzione che ebbe a esaltare con l’arti della guerra la Chiesa nella grandezza
temporale avesse avuta a esaltarla con l’arti della pace nelle cose
spirituali:ondimeno, sopra tutti i suoi antecessori, di chiarissima e onoratissima
memoria; massimamente appresso a coloro i quali, essendo perduti i veri vocaboli
delle cose, e confusa la distinzione del pesarle rettamente, giudicano che sia piú
officio de’ pontefici aggiungere, con l’armi e col sangue de’ cristiani, imperio alla
sedia apostolica che l’affaticarsi, con lo esempio buono della vita e col correggere e
medicare i costumi trascorsi, per la salute di quelle anime, per la quale si
magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicari 41.

Anche in questo caso si scopre, sotto l’analisi politica, un risvolto


segreto, che non cessa di stupire: l’indignazione guicciardiniana per la
degenerazione temporalistica dei papi (fattore non irrilevante, come
vedremo, della «grande catastrofe italiana»).

Meno articolato e piú semplice, in un certo senso, il giudizio su Leone


X, il grande papa Medici, la cui magnificenza e liberalità non potevano
passare senza un riconoscimento guicciardiniano. Ma anche lui inferiore
alle attese che la sua elezione aveva creato: «Principe nel quale erano
degne di laude e di vituperio molte cose, e che ingannò assai la
espettazione che quando fu assunto al pontificato si aveva di lui,
conciossiaché e’ riuscisse di maggiore prudenza ma di molto minore bontà
di quello che era giudicato da tutti» 42.
Segue il breve pontificato del fiammingo Adriano VI, su cui
Guicciardini formula lo stesso giudizio, usando press’a poco le stesse
parole, di tutti gli umanisti e collaboratori della corte pontificia del tempo:
«Non sapendo quegli medesimi che l’avevano eletto [i cardinali del
Concistoro] rendere ragione per che causa, in tanti travagli e pericoli dello
stato della Chiesa, avessino eletto uno pontefice barbaro e assente per sí
lungo spazio di paese, e al quale non conciliavano [non potevano essere
attribuiti] favore né meriti precedenti […]» 43. Estremamente interessante,
comunque, è anche in questo caso la motivazione con cui Guicciardini
respinge le eventuali scusanti dell’errore commesso. Siamo di fronte,
ancora una volta, non a un’inesplicabile distrazione del Signore; ma a un
complesso di motivi mondani, il piú delle volte della piú spregevole
natura:

Della quale estravaganza, non potendo con ragione alcuna escusarsi, trasferivano
la colpa nello Spirito Santo, solito, secondo dicevano, a ispirare nella elezione de’
pontefici i cuori de’ cardinali: come se lo Spirito Santo, amatore precipuamente de’
cuori e degli animi mondissimi [purissimi], non si sdegnasse di entrare negli animi
pieni di ambizione e di incredibile cupidità, e sottoposti quasi tutti a delicatissimi, per
non dire inonestissimi, piaceri 44.

Sembrerebbe di essere rientrati, in un certo senso, nel clima delle


discussioni sul «libero arbitrio» sfiorate da Machiavelli nel Principe.

Infine, Clemente VII: il papa della resa dei conti. La sua elezione è
salutata con generale favore, perché «grandissima certamente per tutto il
mondo era l’estimazione del nuovo Pontefice». In un articolato confronto
fra Clemente VII e Leone X, di cui Clemente, nelle vesti del cardinale
Giulio de’ Medici, suo cugino, era stato un indispensabile e potente
collaboratore, queste eccezionali qualità vengono diligentemente descritte:
Giulio era «di natura grave, diligente, assiduo alle faccende, alieno da’
piaceri, ordinato e assegnato [parsimonioso] in ogni cosa […]» 45.
Eletto sulla base di questa pressoché universale considerazione, non
tarda molto a rivelare i punti deboli del suo carattere e della sua condotta:
che sono l’estrema irrisolutezza e una grande avarizia, quella che
Guicciardini chiama con la consueta precisione la «timidità dell’animo,
che in lui non era piccola», e «la cupidità di non spendere» 46.

Da queste caratteristiche dominanti, e, piú in generale, da una certa


mediocrità d’animo, derivano i suoi errori piú grandi: la condotta esitante
tra Francia e Impero; le incertezze suicide nei confronti delle fazioni
nobiliari romane; le oscillazioni nelle scelte che avrebbero portato al
sacco di Roma; la sua supina (certo, da un dato momento in poi
inevitabile) soggezione alla volontà dell’imperatore dopo il disastro del
1527. Ancora piú tranchant il giudizio finale:
Pontefice, esaltato di grado basso con ammirabile felicità al pontificato, ma in
quello provata fortuna molto varia; ma se si pesa l’una e l’altra, molto maggiore la
sinistra che la prospera. Perché, quale felicità si può comparare alla infelicità della
sua incarcerazione? all’avere veduto con sí grave eccidio il sacco di Roma? allo
essere stato cagione di tanto esterminio della sua patria? Morí odioso alla corte,
sospetto a’ príncipi, e con fama piú presto grave e odiosa che piacevole; essendo
riputato avaro, di poca fede e alieno di natura da beneficare gli uomini 47.

Una rapida pagina – l’ultima – è dedicata all’elezione del suo


successore, Alessandro Farnese, col nome di Paolo III, del quale pure,
tuttavia, non rinuncia a ricordare le origini poco nobili (Alessandro VI gli
aveva concesso il cardinalato, non per i suoi meriti, ma per quelli di
Giulia, «sua sorella, giovane di forma eccellentissima») 48. Ma
Guicciardini rimanda il giudizio su di lui a «quegli che scriveranno le cose
succedute in Italia dopo la sua assunzione. Perché è verissimo e degno di
somma laude quel proverbio, che il magistrato [l’esercizio della carica] fa
manifesto il valore di chi lo esercita» 49.

Queste sono le ultime parole della Storia d’Italia. La storia, come


sempre, continua: ma la continuazione viene trasmessa a un altro esegeta,
come da tradizione. Un giudizio complessivo esplicito manca: anche in
questo caso la tradizione glielo avrebbe impedito. Ma il senso
complessivo dell’opera è chiaro, chiarissimo: una sequela infinita di errori
e di debolezze hanno strappato l’Italia al suo proprio vivere e l’hanno
consegnata alla potenza dello straniero. Ci si può adattare; e infatti
Francesco Guicciardini, come sappiamo, ci si adattò. Ma non si può fare o
dire che le cose non siano andate cosí.

16.1. Molti i responsabili; ma uno sopra tutti.

La ricerca dei responsabili costituisce la trama portante del ragionare,


ora appassionato ora distaccato e obiettivo, dei due pensatori, storici e
politici. Si pensi, ad esempio, a tutto il capitolo XXIV del Principe, Cur
Italiae principes regnum amiserunt; o agli snodi fondamentali della Storia
d’Italia di Guicciardini, testé richiamati. Ma sia l’uno che l’altro entrano
piú profondamente, – e anche piú pesantemente, – nel merito, e in un caso
come nell’altro lo fanno in opere loro non destinate alla pubblicazione,
riservate a una circolazione ristretta, o addirittura famigliare: la
delicatezza del tema li sconsigliò evidentemente dal farlo in scritti e opere
che arrivassero piú facilmente sotto gli occhi dei soggetti chiamati in
causa. È assolutamente degno di nota, – e soprattutto ai fini del discorso
che fin dall’inizio veniamo svolgendo, – che, mentre accade che Niccolò e
Francesco abbiano formulato talvolta ipotesi e pareri diversi o
contrastanti, su questo siano sostanzialmente e profondamente d’accordo:
sia pure sulla base, come abbiamo detto tante volte, di personalità ed
esperienze cosí diverse fra loro.

In Machiavelli il discorso è ampio e complesso come raramente capita


di leggere in altri pensatori politici di tutti i tempi (e, per certi versi, nel
Guicciardini medesimo). Siamo nel capitolo 11 , Della religione dei
romani, del libro I dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio 50.
Machiavelli sviluppa la tesi, che certo non gli è nuova, secondo cui la
religione, come dimostra la grande esperienza dei romani, svolge un ruolo
importante, pressoché decisivo, nel determinare la maturità di un popolo e
le sue capacità di governo e di espansione. Nel capitolo successivo, il 12, –
Di quanta importanza sia tenere conto della religione, e come la Italia,
per esserne mancata mediante la Chiesa romana, è rovinata 51, – riprende
analisi e affermazioni di carattere piú generale e le applica fino in fondo al
caso italiano. Alla base del ragionamento c’è una considerazione di ordine
generale, che conviene tener presente per comprendere tutto il resto: «La
quale religione [quella cristiana] se ne’ principi della republica cristiana si
fusse mantenuta secondo che dal datore d’essa [Cristo] ne fu ordinato,
sarebbero gli stati e le republiche cristiane piú unite, piú felici assai che le
non sono» 52. Quello che, come si vede, in generale riguarda tutta la
Cristianità, in Italia ha assunto una deriva catastrofica, in conseguenza del
fatto che, essendovi stanziata la sede di Cristo, – ovvero, piú esattamente,
dal punto di vista del discorso di Machiavelli, la Chiesa di Roma, – gli
effetti negativi della sua decadenza e della sua depravazione si sono fatti
sentire qui piú che altrove. Ma, piú che in altri casi, un riassunto
interpretativo non farebbe che attenuare la carica analitica e persuasoria
assolutamente eccezionale, e anche la violenza del testo machiavelliano,
che perciò, per quanto lungo, preferiamo dare per intero:

E perché molti sono d’opinione che il bene essere delle città d’Italia nasca dalla
Chiesa romana, voglio contro a essa discorrere quelle ragioni che mi occorrono:e
allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno repugnanzia
[contraddizione fra loro]. La prima è che, per gli esempli rei di quella corte, questa
provincia ha perduto ogni divozione e ogni religione: il che si tira dietro infiniti
inconvenienti e infiniti disordini: perché, cosí come dove è religione si presuppone
ogni bene, cosí, dove quella manca, si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque,
con la Chiesa e con i preti noi italiani questo primo obligo di essere diventati sanza
religione e cattivi; ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è la seconda
cagione della rovina nostra. Questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa
provincia divisa. E veramente alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non
viene tutta alla ubbidienza d’una republica o d’uno principe, come è avvenuto alla
Francia e alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, né
abbia anch’ella o una republica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa:
perché, avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sí potente né
di tanta virtú che l’abbia potuto occupare la tirannide d’Italia e farsene principe,on è
stata, dall’altra parte, sí debole che, per paura di non perdere il dominio delle sue
cose temporali, la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda contro a
quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per
assai esperienze, quando, mediante Carlo Magno, la ne cacciò i longobardi, ch’erano
già quasi re di tutta Italia; e quando ne’ tempi nostri ella tolse la potenza a’ viniziani
con l’aiuto di Francia; di poi ne cacciò i franciosi con l’aiuto de’ svizzeri. Non
essendo adunque stata la Chiesa potente da potere occupare la Italia, né avendo
permesso che un altro la occupi, è stata cagione che non è potuta venire sotto uno
capo, ma è stata sotto piú principi e signori, da’ quali è nata tanta disunione e tanta
debolezza che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de’ barbari
potenti, ma di qualunque l’assalta. Di che noi altri italiani abbiamo obbligo con la
Chiesa,on con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere piú pronta la verità,
bisognerebbe che fusse di tanta potenza che mandasse ad abitare la corte romana,
con l’autorità che l’ha in Italia, in le terre de’ svizzeri; i quali oggi sono solo popoli
che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi: e
vedrebbe che in poco tempo farebbero piú disordine in quella provincia i rei costumi
di quella corte che qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse
surgere 53.

Difficile disconoscere la grande potenza ermeneutica e al tempo stesso


persuasiva di questo brano di Machiavelli: il quale vi riassume tutte le
proprie principali tesi a proposito del disastro italiano. Due sono dunque
per Niccolò i motivi della grande debolezza e decadenza italiana: uno di
carattere spirituale e ideale; l’altro di carattere strutturale e istituzionale;
ambedue riconducibili alla condotta nefasta della Chiesa di Roma.
Il primo: con comportamenti di inenarrabile gravità (del resto, si può
ricorrere anche alla guicciardiniana Storia d’Italia per averne un’estesa
esemplificazione) «i preti» hanno estinto negli italiani «ogni divozione e
ogni religione». Quali conseguenze negative questo abbia prodotto, lo si
può capire, tenendo presente che il medesimo capitolo XII si inaugura con
l’affermazione: «Quelli principi o quelle republiche, le quali si vogliono
mantenere incorrotte [inalterate], hanno sopra ogni altra cosa [sopra a ogni
altra cosa!] a mantenere incorrotte [per chiarezza, è l’esatto corrispettivo
del concetto precedente] le cerimonie della loro religione, e tenerle
sempre nella loro venerazione» 54. L’affermazione va sottolineata perché è
di un’insolita rarità nel panorama intellettuale e culturale del tempo. Nella
decadenza italiana, infatti, introduce, con machiavelliana genialità, un
fattore allotrio rispetto a quelli piú comunemente richiamati per fornirne
una spiegazione. C’è negli italiani, oltre che un’incapacità di organizzarsi
e di guerreggiare, una debolezza dello spirito, che spiega molte cose che
altrimenti risulterebbero incomprensibili. Del resto, l’esempio opposto
finisce per chiarire il discorso: se la presenza della Chiesa di Roma fosse
trasferita istituzionalmente fra gli svizzeri e li influenzasse, questo
popolo, singolarmente compatto quanto a religione, spirito nazionale ed
esercizio delle armi, si ritroverebbe ben presto anch’esso a mal partito,
disunito e impotente.
Il secondo: con lucidità impressionante Machiavelli disegna il ruolo
nefasto esercitato dalla Chiesa nel mantenere disunita l’Italia. Se, come
Machiavelli crede fermamente, felicità e fortuna di una provincia
discendono dall’essere unita (XXVI !), com’è accaduto a Francia e Spagna,
la Chiesa, pur «avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale», non
ha avuto la forza di farsi «principe», unitario e solo, dell’Italia, ma ne ha
avuta abbastanza per impedire che qualcun altro lo diventasse, come è
accaduto ai tempi dei Longobardi (esempio sul quale noi abbiamo già
meditato), quando i papi chiamarono Carlo Magno in Italia, per impedire
che il nuovo popolo «barbaro» vi fondasse un regno unitario a detrimento
della loro autonomia e del patrimonio di San Pietro. Altro esempio, molto
piú recente, quello di papa Giulio II, che aveva promosso la Lega di
Cambrai contro Venezia, sottraendole per sempre, con la terribile sconfitta
di Agnadello, ogni possibilità di espandersi nella terraferma.
Motivo per cui, – conclusione che ci ricollega a tutto il nostro discorso
precedente, – tali sciagurati comportamenti, di cui «noi altri italiani
abbiamo obbligo con la chiesa», hanno prodotto «tanta disunione e tanta
debolezza», da fare dell’Italia la «preda, non solamente de’ barbari potenti
[appunto], ma di qualunque l’assalta». Se qualcuno dei nostri lettori si
fosse chiesto, cammin facendo, a quali ragioni di fondo si possa ricondurre
la terribile catastrofe italiana, Machiavelli in estrema conclusione ce ne
fornisce una, anzi due, di ineguagliabile persuasività.

Non esprime disagio Guicciardini, questa volta, a dichiararsi totalmente


d’accordo con Machiavelli, diversamente da come accade in altre
occasioni: tanto piú che la sua opinione è espressa nelle Considerazioni ai
Discorsi, esattamente al luogo che abbiamo sopra esaminato:

Non si può dire tanto male della corte romana che non meriti se ne dica piú,
perché è una infamia, uno esemplo di tutti e’ vitupéri e obbrobri del mondo. E anche
credo sia vero che la grandezza della Chiesa, cioè la autorità che gli ha data la
religione, sia stata causa che Italia non sia caduta in una monarchia; perché da uno
canto ha avuto tanto credito che ha potuto farsi capo, e convocare quando è
bisognato príncipi esterni contro a chi era per opprimere Italia, da altro essendo
spogliata di arme proprie, non ha avuto tante forze che abbia potuto stabilire
dominio temporale, altro che quello che volontariamente gli è stato dato da altri 55.

Vero è che, subito dopo, Guicciardini esprime dei dubbi sul fatto che
l’assenza in Italia di un potere unico ne abbia danneggiato il benessere e i
modi di vita: anzi, la libertà felice di molte repubbliche e stati, sebbene
disuniti, sembrerebbe esser stata garantita da questo. In questo senso, non
sarebbe corretto attribuire troppe responsabilità all’azione divisiva della
Chiesa di Roma: «Però se la Chiesa romana si è opposta alle monarchie, io
non concorro [concordo, con il Machiavelli] facilmente essere stata
infelicità di questa provincia, poi che l’ha conservata in quello modo di
vivere che è piú secondo la antiquissima consuetudine e inclinazione
sua» 56. Il prudente conservatorismo di Guicciardini in certi casi sovrasta
su tutto. Questo, però, non mette in discussione, mi pare, il giudizio di
merito piú generale espresso in precedenza.

È impossibile non chiedersi a questo punto (vedremo che alla fine


questa domanda coinciderà con un’altra domanda) se i due pensatori, nel
grande e ribollente mondo europeo a loro contemporaneo, non scorgessero
altri motivi di seduzione oltre quelli rappresentati dalla forza e dall’unità
dei grandi stati monarchici contemporanei e dalla loro possente
organizzazione militare. Per esempio: sono del 1517 le tesi di Lutero.
Reazioni e riflessi ne abbiamo visti apparire qua e là nella nostra
narrazione precedente (e anche le simpatie erasmiane di Guicciardini
fanno parte di questo quadro). E Machiavelli e Guicciardini?
Il nome di Lutero non compare mai negli scritti di Machiavelli, e di
conseguenza non ce n’è traccia nel suo pensiero, rigorosamente politico e
statalista. Una logica spiegazione può essere puramente biografica.
Quando l’astro del protestantesimo comincia a brillare, Machiavelli è
troppo in là con gli anni e con il pensiero per potersene accorgere.
Diverso, molto diverso, è il caso di Guicciardini. Nella Storia d’Italia,
ovviamente, il nome di Lutero compare piú volte, con un misto alternato
di riprovazione e di ammirazione. Molto severo è il giudizio sull’impianto
dottrinario del nuovo fenomeno scismatico: esso mise luogo a «pestifere e
diaboliche invenzioni sopra l’eucarestia» e su tutti gli altri sacramenti
della Chiesa: sicché (e la riserva appare brillantemente significativa da
parte dell’intelligente aristocratico e conservatore italiano) spinse i popoli
«a modo di vita quasi libero e arbitrario» 57.
Questo però, come al solito, non impedisce a Guicciardini di cogliere
con precisione infallibile tutti gli errori compiuti da Roma nel combattere
l’eresia luterana: nei quali, – anche qui molto significativamente, – si
riflette l’alto grado di malvagità e di corruzione manifestato dai pontefici
e dagli alti dignitari della loro corte, descritto e lamentato anche in molte
altre parti dell’opera. Per esempio, il traffico delle indulgenze: facoltà
«esercitate impudentemente da’ commissari deputati a questa esazione
[delle indulgenze], la piú parte de’ quali comperava dalla corte la facoltà
di esercitarle» 58 (per ovvi motivi, evidentemente); per non parlare del
pontefice (Leone X), «il quale per la facilità della natura sua esercitava in
molte cose con poca maestà l’officio pontificale», e perciò aveva donato
«a Maddalena sua sorella lo emolumento e l’esazione delle indulgenze di
molte parti di Germania» 59. Con queste premesse, anche la battaglia
condotta contro lo scisma luterano non poteva che rafforzarne la stima e la
credibilità presso i popoli: «Donde il procedergli contro con l’armi
ecclesiastiche non diminuí appresso a’ popoli, anzi augumentò, la
riputazione di Martino, come se le persecuzioni nascessino piú dalla
innocenza della sua vita e dalla sanità della dottrina che da altra
cagione» 60.

Ma, come succede anche in molti altri casi, bisogna cercare nell’opera
piú riservata e famigliare, – i Ricordi, – l’espressione piú diretta e sincera
del Guicciardini in merito alla questione della religione e della Chiesa di
Roma. Eccola:

Io non so a chi dispiaccia piú che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de’


preti: sí perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sí perché ciascuno e tutti insieme
si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché
sono vizi sí contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto
strano. Nondimeno el grado [le cariche, gli onori] che ho avuto con piú pontefici,
m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi
questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo: non per liberarmi
dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa
communemente, ma per vedere ridurre questa caterva [moltitudine] di scelerati a’
termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità 61.

Guicciardini ribadisce qui, e definitivamente chiarisce, il suo punto di


vista nel merito. Il giudizio sui preti e sulla Chiesa di Roma è netto e
implacabile: per la loro profonda corruttela; ma soprattutto per aver
mescolato senza misura il sacro con il profano. Per cui,
machiavellianamente, essi hanno insozzato la vita politica italiana,
portandola al disastro. La simpatia per Lutero e il protestantesimo non è
da parte sua di natura dottrinaria, ma pratica ed effettuale. Se gli
scismatici sconfiggessero i preti di Roma, si potrebbe tornare a separare le
due cose, e «questa caterva di scelerati» sarebbe costretta a tornare «a’
termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità».

La risposta alla prima domanda, come già accennavo, ne pone senza


ombra di dubbio una seconda: perché Guicciardini, se cosí pensava, non si
è schierato? Il «ricordo» qui sopra citato lo spiega anche in questo caso in
maniera inequivocabile: perché, – spiega Guicciardini, – nel servire vari
pontefici, lui ha scelto di «amare» la grandezza loro per tutelare,
difendere, accrescere «el particulare mio». È una risposta classica, ben
nota: ha dato luogo ad altrettanto note, e talvolta efficacissime, prese di
posizione critiche. È assimilabile anche Machiavelli a questa prospettiva,
con i suoi richiami alla potenza dei Medici e di Leone X nel Principe e la
sua inesausta ricerca e richiesta di servirli? Non c’è dubbio, anche se con
una gradazione diversa: la necessità è pur sempre diversa dalla scelta.
La scissione fra etica e politica e fra pensiero e azione, – e cioè la
conformazione culturale e ideale dell’intero ceto intellettuale italiano, – fa
parte anch’essa dunque della «grande catastrofe». La rivolta degli
intellettuali non ci fu per gli stessi motivi per cui non nacque il «principe
nuovo». Ma con questa ulteriore specificazione: essa fa parte di premesse
storicamente ineliminabili, e perciò non banalmente colpevolizzabili.
Interessa di piú, in conclusione, prendere atto oggi che, nonostante tutto, ci
furono cervelli in grado di dire e sostenere che cosa giustamente si sarebbe
dovuto fare, –on fu fatto.

1. F. GUICCIARDINI , Ricordi, ora in ID ., Opere cit., I, pp. 723-848. Importante l’introduzione


della curatrice E. Lugnani Scarano.
2. Ibid., p. 770, nota 146.
3. Ibid., p. 774, nota 160.
4. Ibid., p. 775, nota 161.
5. Ibid., p. 729, nota 6.
6. Ibid., p. 736, nota 30.
7. SEIDEL M ENCHI , I, p. 5.
8. Si veda qui, par. 8.1.
9. SEIDEL M ENCHI , I, p. 5.
10. Ibid., p. 191.
11. Ibid., p. 198.
12. Ibid., p. 195.
13. Ibid., p. 523.
14. Ibid., p. 554.
15. Ibid., p. 566.
16. Ibid., II, p. 660.
17. Ibid., III, p. 1630.
18. Ibid., p. 1860.
19. Ibid., p. 2045.
20. Ibid., I, p. 6, c.n.
21. Ibid., p. 10. Guicciardini affianca a Lorenzo, in questa ricerca di una pace equilibrata e
serena, anche Ferdinando d’Aragona, re di Napoli: «Concorreva nella medesima inclinazione
della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe certamente prudentissimo e
di grandissima estimazione […]» (Ibid., p. 7). Quasi a riscontro negativo di questa sua
modalità di comportamento, Ferdinando sarebbe risultato una delle principali vittime della
discesa di Carlo VIII in Italia.
22. Ibid., c.n.
23. Ibid., pp. 74-75.
24. Ibid., p. 50.
25. F. GILBERT , Guicciardini, introduzione a SEIDEL M ENCHI , p. LXVII .
26. SEIDEL M ENCHI , I, p. 77.
27. Ibid., pp. 83-85, c.n.
28. L. ARIOSTO , Orlando furioso cit., vol. I, canto XI, ottave XXVI-XXVII , pp. 267-68.
29. Potrà sembrare una forzatura, ma anche la vicenda tragica di Giovanni dalle Bande Nere, il
piú sperimentato e audace condottiero del campo italiano, fu determinata da un anonimo colpo
di arma da fuoco. Sempre Guicciardini: «Perché essendo il duca di Urbino [il comandante
della Lega], seguitandogli, entrato nel serraglio [fortificazioni] di Mantova nel quale erano
ancora loro, corse, nel’accostarsi a Borgoforte, alla coda loro, benché con poca speranza di
profitto, Giovanni de’ Medici co’ cavalli leggieri; e accostatosi piú arditamente perché non
sapeva che avessino avute artiglierie, avendo essi dato fuoco a uno de’ falconetti, il secondo
tiro roppe la gamba alquanto sopra al ginocchio a Giovanni de’ Medici; del quale colpo,
essendo stato portato a Mantova, morí pochi dí poi, con danno gravissimo della impresa, nella
quale non erano state mai dagli inimici temute altre armi che le sue» (SEIDEL M ENCHI , III, pp.
1801-802). Le armi di Giovanni de’ Medici, potremmo chiosare noi, «sarebbero state» le piú
temibili per i Lanzi in discesa verso Roma, solo se, per l’appunto, non fossero state inventate e
utilizzate, da poco tempo a quella parte, le armi da fuoco, che rendevano valore e bravura (alla
vecchia maniera, certo) praticamente superflui. Era un altro colpo (il caso di dirlo) al sistema
italico dei valori.
30. Ibid., I, p. 78, c.n.
31. Ibid., pp. 78-79.
32. Ibid., p. 191. BRUNI , Italia cit., p. 196 (nota a p. 213), ricorda che Francesco Gonzaga, dopo
la battaglia di Fornovo, scrisse comunque alla sorella Elisabetta che la sua vittoria aveva
prodotto «la liberazione e libertà di Italia […]».
33. SEIDEL M ENCHI , II, p. 1037.
34. Ibid., p. 1039.
35. Ibid., p. 1247.
36. Ibid., III, p. 1594.
37. Ibid., p. 1598.
38. Ibid., p. 1815.
39. Ibid., I, p. 555.
40. Ibid., II, pp. 971-72.
41. Ibid., p. 1115.
42. Ibid., III, p. 1444.
43. Ibid., p. 1460, c.n.
44. Ibid.
45. Ibid., p. 1667.
46. Ibid., p. 1668.
47. Ibid., pp. 2069-70.
48. Ibid., p. 2070.
49. Ibid.
50. VIVANTI , I, pp. 228-31.
51. Ibid., pp. 231-34.
52. Ibid., p. 233.
53. Ibid., pp. 233-34.
54. Ibid., pp. 231-32.
55. GUICCIARDINI , Opere cit., I, pp. 629-30.
56. Ibid., p. 630.
57. SEIDEL M ENCHI , II, p. 1373.
58. Ibid., p. 1372.
59. Ibid.
60. Ibid., p. 1374.
61. GUICCIARDINI , Opere cit., I, pp. 735-36, nota 28.
Capitolo diciassettesimo
Una «grande catastrofe» di lunga durata

La «grande catastrofe», oltre a essere stata profonda e devastante, ha


avuto (ha?) una lunga durata. La storia italiana ne è stata improntata: nel
senso che o vi ha reagito o vi ha soggiaciuto, il piú delle volte ovviamente
senza saperlo, e pure, piú o meno consapevolmente, tenendola sempre
presente. Allora, alle origini della vicenda, che abbiamo cercato finora di
descrivere, si trattava di difendere un modo di vita italico, – comprensivo
della libertà di scelta, – che i protagonisti hanno continuato a lungo a
considerare inequivocabilmente superiore a tutti gli altri. La sconfitta,
anzi la disfatta, in questo senso subita, lasciò immobili, anzi, per cosí dire,
pietrificati, tutti gli elementi e fattori che l’avevano resa possibile. L’Italia
non era riuscita nell’impresa, – peraltro fin dall’inizio altamente
improbabile, – di difendere e far accettare che i suoi modi e stili di vita
ricevessero a livello europeo un trattamento almeno analogo a quello che
riscuotevano, – e avrebbero riscosso nei secoli a venire, – popoliazioni
enormemente meno degni, secondo l’opinione degli italiani
contemporanei, che questo accadesse. Questo è il problema che da quel
momento domina la vita degli italiani (degli italiani consapevoli,
s’intende, o almeno di quelli che, per sé e per i propri affini, hanno a cuore
il proprio destino): essere se stessi, diversi dagli altri (anche avendo
rinunciato cammin facendo al mito gratificante della grande superiorità),
nutrendo e coltivando, e al tempo stesso chiedendo che fosse riconosciuta
loro una dignità pari a quella degli altri.
Da un certo momento in poi questo complesso di questioni è stato
identificato e vissuto come il problema della nascita, o meno, di una
Nazione, nell’accezione moderna del termine. Ma in realtà è stato, e per
molti versi è, qualcosa di piú profondo, che pertiene all’identità
complessiva di un popolo (nel senso machiavelliano di questi termini),
alla sua istintuale unità, alle forme della partecipazione collettiva e
dell’autoriconoscimento (in sé e per sé, ma anche rispetto a tutti gli altri),
superiore ed eventualmente conflittuale, consapevolmente o
inconsapevolmente (ma forse sarebbe il caso piuttosto di dire:
inconsciamente), rispetto a quello, presente senza ombra di dubbio,
sempre e ovunque, della disunione. Cominciamo da qui.

Le conseguenze nefaste della disfatta durano, nella sostanza,


esattamente trecentoquarant’anni, un tempo infinito: dal momento del
crollo, – 1529-30, – alla dissoluzione definitiva di quel sistema con la
presa di Roma da parte dei piemontesi nel 1870. La carta geografico-
politica italiana resta durante questo lungo periodo sostanzialmente
invariata: i domini spagnoli, che comprendevano il ducato di Milano, i
regni di Napoli, Sicilia e Sardegna e lo Stato dei Presidi sulla costa
toscana; il ducato di Savoia; la Repubblica di Venezia; la Repubblica di
Genova; il ducato di Parma-Piacenza, ancora nelle mani dei Farnese; il
ducato di Mantova, nelle mani dei Gonzaga; i ducati Estensi; il granducato
di Toscana; la Repubblica di Lucca; lo Stato pontificio (sul quale
torneremo).
Andando lentamente piú avanti nel tempo cambieranno alcune singole
situazioni: gli Absburgo di Austria e di Germania subentreranno agli
spagnoli in gran parte dei loro domini; a Napoli e in Sicilia arriveranno i
Borboni; il granducato di Toscana passerà dalle mani dei Medici a quelle
dei Lorena; nel corso del conflitto tra Napoleone e gli Absburgo la
millenaria Repubblica di Venezia verrà ceduta agli austriaci. Ma il quadro
dell’immobilità, e cioè della disunione, resterà sostanzialmente immutato.
Non è irrilevante ai fini del nostro discorso richiamare il fatto che la
figura del «principe nuovo», disegnata e agognata da Machiavelli, si
ripresenta qui (ma, certo, solo potenzialmente) nella persona di un duca di
Savoia, Emanuele Filiberto 1 (1528-1580), abile politico e diplomatico, e
grande guerriero, che però poté esplicare le sue «virtú» solo al servizio
dell’imperatore absburgico-spagnolo (battaglia di San Quintino, 10 agosto
1557). Il fatto che questa figura abbia suscitato l’interesse di Gramsci, –
nel quadro delle ricerche volte a stabilire anche da parte sua possibilità e
realtà di un «principe nuovo» di machiavelliana memoria, – non può
essere considerato di natura e valore puramente aneddotici. Infatti,
polemizzando con un articolo della «Civiltà Cattolica», il quale stabiliva
una netta contrapposizione tra il principe di Savoia e il Machiavelli,
Gramsci arriva a scrivere che «Emanuele Filiberto continua e realizza
Machiavelli piú di quanto non possa sembrare: per esempio,
nell’ordinamento delle milizie nazionali» 2; oppure (in un altro punto dei
Quaderni): «Emanuele Filiberto segna il passaggio dalla strategia degli
eserciti di ventura alla nuova strategia, che troverà i suoi rappresentanti in
Federico II e in Napoleone […]» 3. Non è poco, almeno sul piano delle
opinioni. Sono rilievi e giudizi che ci consentono di annoverare anche
Emanuele Filiberto in quella categoria di grandi italiani, cui però le
condizioni storiche determinate avevano impedito di esplicare le loro pur
eccezionali «virtú» in favore puramente e semplicemente della «causa
italiana» in sé e per sé considerata. In Italia, – come dimostra anche questo
illustre esempio, – la «virtú», quand’anche in questo o quello si presenti, è
costretta a restare un fatto eminentemente individuale, durante questo
lunghissimo periodo, al massimo proiettata a realizzare i propri interessi
personali e dinastici, mai nazionali.

Nella ricostruzione di un quadro storico-immaginativo, come quello


che stiamo tentando, non sarebbe possibile dimenticare, né per il passato
né per il presente, che ad esso è sostanzialmente dedicata l’ispirazione di
una delle opere piú rilevanti e significative della nostra letteratura, e cioè I
promessi sposi di Alessandro Manzoni. È irrilevante, ai fini del nostro
discorso sulla decadenza italiana, che Alessandro Manzoni, autore
cattolico-liberale del primo Ottocento, dovendo segnalare il punto di
partenza di una difficile e dolorosa rinascita, lo collochi esattamente negli
anni di cui stiamo ora parlando? Le affinità e le congruenze con quanto
finora abbiamo cercato di descrivere e dimostrare sono infatti
impressionanti. L’azione del romanzo inizia il 7 novembre 1628, quando
Don Abbondio, curato di una delle terre che stanno sul lago di Como,
viene fermato dagli sgherri di don Rodrigo, che gli intimano di non
celebrare il matrimonio fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. Poco
dopo, – nella storiael racconto, – scende in Italia una truppa mercenaria
tedesca, denominata, come quella di un secolo prima, i «Lanzi» allo scopo
di prender parte alla guerra di successione agli stati di Vincenzo Gonzaga,
duca di Mantova e del Monferrato. Il romanzo ne porta innumerevoli
tracce, ma i capitoli XXVII , XXVIII e XXIX 4 ne sono praticamente tutti
improntati. Il commento che Manzoni fa di caratteristicheefandezze di
quella truppa ci riporta tranquillamente a quelle di un secolo prima. Ad
esempio: «La milizia, a que’ tempi, era ancor composta in gran parte di
soldati di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di
questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto, e per
vendersi poi insieme con essi. Piú che dalle paghe, erano gli uomini
attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da tutti gli
allettamenti della licenza […]» 5. Resi esperti dalla lunga partecipazione
alla guerra dei Trent’anni in terra tedesca, questi soldati si comportavano
né piú né meno come i Lanzichenecchi di Frundsberg esattamente un
secolo prima: nella loro discesa in Italia, scavano un solco fatto di
violenze, saccheggi, stupri, assassini. Come se non bastasse, portano con
sé, come un secolo prima, la piaga terribile e incontrollabile della
pestilenza: senza la quale tuttavia l’azione del romanzo non avrebbe
potuto culminare né risolversi, alla fine, in un’insperata conclusione
positiva.
(Poiché siamo in argomento, sarebbe disdicevole non ricordare che da
queste parti, – precisamente nel mezzo del capitolo XXVII, – riemerge
inaspettatamente, ma secondo me non del tutto per caso, anche il nome del
nostro Machiavelli. Si tratta delle opinioni espresse da un don Ferrante,
secondo il ritratto-caricatura che ne dà Manzoni, tipicissimo intellettuale e
sapiente dell’epoca, in casa del quale, e di sua moglie donna Prassede,
trova ricovero provvisoriamente la sventurata Lucia. Secondo il grande
Alessandro, «due […] erano i libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e
di gran lunga, in questa materia […] l’uno, Il Principe e i Discorsi del
celebre segretario fiorentino; mariolo sí, diceva don Ferrante, ma
profondo: l’altro, la Ragion di Stato del non meno celebre Giovanni
Botero; galantuomo sí, diceva pure, ma acuto […]» 6. La testimonianza di
un interesse ricorrente, anzi superstite, all’infinita serie delle smentite e
delle sconfitte, e la contrapposizione a Machiavelli di Botero, confutatore
controriformista della distinzione tra politica e morale e critico della
ragion di stato, testimoniano in Manzoni un senso molto preciso, anche se
non del tutto condivisibile, dei valori che la «grande catastrofe italiana»
aveva messo in gioco).
L’immane pestilenza apre uno scenario imprevedibile nella vicenda e
pone le condizioni perché in una prospettiva religiosa le sofferenze dei due
«promessi» possano concludersi positivamente, cosí come i casi della
sorte e la malvagità degli uomini (e delle donne) avevano lasciato temere
che non potesse accadere. Non c’è dubbio, del resto, che lo scioglimento
della vicenda faccia riferimento,e tragga alimento, a una visione religiosa
del mondo. Nei capitoli XXI-XXIV 7, non a caso centrali nel romanzo, la
santa presenza del cardinale Federigo Borromeo e la vicenda, – peraltro di
grande efficacia narrativa, – della conversione dell’Innominato,
rappresentano il decisivo spartiacque tra le dolorose, criminali violenze
della prima parte e la sia pur difficile e contrastata soluzione della
vicenda. La parola di Manzoni in questo senso è chiarissima. La catastrofe
italiana si affronta innanzi tutto, – prima di passare ai fatti, – con la fede
in Dio, e veicolo e strumento della fede in Dio è, ovunque, ma soprattutto
in Italia, la religione cattolico-cristiana, la religione di Roma (sia pure,
come sappiamo, con numerosi e importanti «distinguo» da parte sua sul
piano storico e dell’impegno politico e civile).

Non è facile, ovviamente, contestare la legittimità di una posizione di


questa altezza. Tuttavia, sul piano storico - politico - istituzionale, le cose
andarono ben diversamente. Anche la Chiesa si trovò nella condizione di
dover affrontare le conseguenze della disfatta, cui le smanie aggressive di
Giulio II e l’inclinazione al fasto e alla magnificenza e le inabilità
politiche di papi come Leone X e Clemente VII, avevano apportato un
contributo decisivo. Già il successore di Clemente VII, Paolo III Farnese
(1534-49), nonostante le origini pontificie moralmente poco chiare e gli
intrighi da lui messi in piedi per assicurare al figlio Pier Luigi il ducato di
Parma, si volse con persuasione crescente a promuovere un’opera di
riforma e riorganizzazione della Chiesa. Questa linea culminò con la
convocazione di un Concilio generale, decisa da parte sua fin dal 1536. La
realizzazione del Concilio incontrò tuttavia difficoltà di ogni genere, che
ne ritardarono la definitiva apertura. Infine, per l’impulso vigoroso di papa
Pio IV (1559-65), il Concilio riaprí i suoi lavori a Trento il 18 gennaio
1562 e tenne la sua ultima sessione il 3 dicembre 1563.
Naturalmente effetti e conseguenze del Concilio ebbero una portata
epocale: non è possibile neanche accennarvi qui (abbiamo tentato di farlo
estesamente e motivatamente altrove) 8. Ci limitiamo invece a valutarne le
ricadute sulla situazione dell’Italia e degli italiani.
Il Concilio, provvedendo a moralizzare, almeno entro certi limiti, i
costumi del clero e della corte papale, – che, come abbiamo visto, avevano
raggiunto livelli inconcepibili di depravazione e immoralità, – riafferma al
tempo stesso con estrema forza il primato dottrinario e, sí, anche politico,
della Chiesa di Roma. La Chiesa di Roma si stacca decisamente da quel
(felice, ma rischioso) compromesso con le tendenze e forme della cultura
laica contemporanea, che era stato né piú né meno che uno dei fondamenti
del grande Rinascimento italiano: riscopre una propria autonoma dottrina
e cultura, distinta da tutto il resto, e, quel che piú conta, prevalente su tutto
il resto. A tal fine predispone vari strumenti di battaglia, di controllo e, se
necessario, di persecuzione e di punizione. Ad esempio, l’approvazione fin
dal 1540 della Compagnia di Gesú, e la riorganizzazione, operata nel 1542,
dell’Inquisizione.
Entrando ancor piú nel merito. Nel 1559, a opera di papa Paolo IV
(1555-59), viene redatto un primo Index librorum prohibitorum: cioè un
elenco di testi, letterari, filosofici e religiosi, di cui viene vietata la lettura,
pena la scomunica, perché sospetti di immoralità o di eresia (con
eventuali, pesanti sanzioni in caso di trasgressione). Ma il 24 maggio 1564
Pio IV, a logica conclusione del Concilio, promulgava in maniera ancor
piú sistematica e completa un «index sive catalogus librorum qui, vel
haeretici sint, vel de haeretica pravitate suspecti, vel certe moribus et
pietati noceant». Non si potrebbe essere piú chiari di cosí. Il suo
successore Pio V disponeva poi, nel 1571, che tale Index venisse tenuto
aggiornato da una commissione permanente, detta la «Congregazione
dell’Indice».
Nei primi elenchi dell’Index troviamo (naturalmente, mi verrebbe
voglia di dire) il De Monarchia di Dante, il Decameron di Boccaccio, il
Commentario del Concilio di Basilea di Enea Silvio Piccolomini (che era
stato papa con il nome di Pio II!), il De libero arbitrio e il De falso credita
et ementita Constantini donatione di Valla, il Berni, le lettere di Doni, il
Novellino di Masuccio Salernitano (!), le Facetiae di Poggio Bracciolini
(!), I capricci del bottaio di Gelli (!), Savonarola, tutto Machiavelli, tutto
Aretino… La rottura con la tradizione laica e rinascimentale italiana non
avrebbe potuto essere piú netta e bruciante. Alle censure italiche si
accompagnavano poi quelle europee, anche molto prestigiose: oltre ai
rappresentanti del luteranesimo (ancor piú ovviamente), personaggi del
calibro di Erasmo e Rabelais. Tale procedura fu applicata ed ebbe effetti, –
sempre minori, ovviamente, con il passar del tempo, – fino al Novecento.
Al tempo stesso, – e questo a me sembra particolarmente importante,
soprattutto per la storia nazionale italiana, di allora e dei secoli successivi,
– non rinuncia affatto allo Stato territoriale, che le aveva conferito nei
secoli un ruolo di rilievo nella vita politica e istituzionale della penisola.
Anzi: in un certo senso approfitta dell’una cosa per rafforzare l’altra.
Inoltre: non c’è quasi un solo papa, nel lungo periodo di cui stiamo
parlando, che non abbia origini nobiliari (come, piú o meno, in passato):
Carafa, Borghese, Aldobrandini, Rospigliosi, Barberini, Ludovisi, e altri
della stessa natura, sono i nomi continuamente ricorrenti. Questo significa
una stretta unione con il ceto che, almeno in qualche misura, determinava
ovunque le sorti dell’Italia in quel momento. Sicché si potrebbe dire che la
Controriforma mette contemporaneamente nelle mani della Chiesa di
Roma la conservazione, piú assistita e garantita che in passato, di un
consistente potere temporale (sia pure nel quadro, pacificamente accettato,
della disunione costituzionale, cui abbiamo piú volte accennato), e una
nuova, in precedenza insospettabile, capacità di controllo del potere
spirituale e intellettuale.
Ne nasce un secondo effetto di disunione. La disunione di cui avevamo
parlato finora era prevalentemente orizzontale, cioè territoriale, cioè
politico-istituzionale. La disfatta subita fra il 1527 e il 1530 consolida e
rende permanente tale disunione: piemontesi, genovesi, milanesi,
veneziani, parmensi, mantovani, ferraresi, toscani, pontifici, meridionali
(ossia spagnoli, poi borbonici), e altri minori, allora e per sempre,
nell’opinione comune, invece che italiani, dunque. Il nuovo ruolo assunto
dalla Chiesa introduce in Italia, – e sistematizza pesantemente rispetto al
passato, – anche una disunione verticale: quella tra chi crede e chi non
crede, ovvero crede poco, crede a modo suo, e cosí via. I trentatre anni di
carcere a Tommaso Campanella, il rogo a Giordano Bruno, la tortura a
Galileo Galilei, il carcere usque ad mortem a Pietro Giannone, sono solo le
punte emergenti di un fenomeno assai piú generale. E cioè la difficoltà
(per non dire impossibilità) per la cultura umanistico-scientifica, fondata
sugli incontrovertibili presupposti di una tradizione altissima, – anche
quando, o soprattutto quando continuava a essere in evoluzione, – di
essere, magari potenzialmente, l’espressione piú autentica e significativa
di un’intera classe dirigente, entro certi limiti unitaria, anche quando
divisa da orientamenti ideali e credenze filosofiche e intellettuali (come
accadeva invece negli altri paesi europei allora emergenti, anche quelli a
maggioranza cattolica, dove gli effetti della Controriforma arrivavano piú
blandamente).

Disunione orizzontale e disunione verticale producono una


cataclismatica assenza di coesione: sociale, culturale, ideale, intellettuale,
persino psicologica e «caratteriale» (parliamo in questo caso soprattutto di
soggetti collettivi, naturalmente; ma anche ai soggetti individuali la
caratterizzazione si adatterebbe benissimo). Le varie parti dell’organismo,
che fino a qualche anno prima veniva comunemente definito Italia, –
anche a onta di una situazione tutt’altro che armonica e tranquilla, – non si
corrispondono piú, oppure si corrispondono con crescente difficoltà, e
sempre piú raramente, e sempre piú retoricamente, continuano a essere
definite Italia (come abbiamo visto e motivato nell’Appendice al capitolo
II ). Tutto ciò era risultato evidente fin dagli anni bui della disfatta.
Tuttavia, le novità insorte in conseguenza di essa tendono ad aggravarla
ulteriormente e a renderla permanente. La distanza dalle idee e dalle prese
di posizione dei nostri due grandi, Niccolò e Francesco, si allarga
enormemente. Questo è un punto decisivo per il nostro discorso. Il loro
sogno (ipotesi, intenzione, strategia) era un potere dove le forze
potenzialmente contrastanti si equilibrassero (lo abbiamo notato piú
volte), sia in ragione della loro reciproca impossibilità di superarsi a
vicenda senza produrre disastri sia in ragione della forza delle leggi
appositamente elaborate e statuite a tal proposito. Il costante riferimento
da parte loro alle due grandi monarchie del tempo, Francia e Spagna, dove,
per motivi storici ben precisi, quell’equilibrio era stato raggiunto da
tempo e rappresentava il motivo principale della loro forza politica e
militare, costituisce nei due fiorentini un orientamento di ricerca, che,
esplicitamente o nel sottofondo, impronta tutta la loro opera.
In Machiavelli la supremazia del «principe nuovo» e l’esaltazione della
«virtú» del singolo grande individuo, particolarmente rilevanti in
circostanze eccezionali, non escludono, – anzi!, – che nel lungo periodo
storico il modello di governo sia diverso. Se accettiamo, com’è giusto,
l’impostazione che del problema ha dato Giorgio Inglese: «In una
direzione o nell’altra, il “piccolo volume” del Principe è sempre stato la
porta d’ingresso al capolavoro di pensiero storico e filosofia politica che
sono i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio», il che di conseguenza porta
a pensare che «l’opuscolo è, a ben guardare, un “capitolo” esaltato e
drammatico del gran libro» 9, allora risulterà piú chiaro che, in una visione
generale del problema, i due libri vanno letti insieme invece di
contrapporli, e questo ci consentirebbe di rientrare in maniera ancor piú
chiara ed esplicita nell’universo di idee che stiamo cercando di definire. I
Discorsi, infatti sono costruiti, ovviamente, sul modello politico-
istituzionale romano, la cui caratteristica fondamentale è che principi e
popolo, potere e autorità, forza e leggi, possono essere considerati, invece
che antagonistici, cooperanti fra loro in vista di un fine comune. Esempi se
ne potrebbero fare a decine, ma noi scegliamo il capitolo VI del libro I: Se
in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via le inimicizie intra il
popolo ed il senato 10, perché, oltre a sostenervi alcune delle consuete tesi
di fondo, Machiavelli le espone a un confronto fra tre modelli diversi, –
Roma, Sparta e, interessantissimo per noi, Venezia, – che rende tutto il
ragionamento piú comprensivo e storicamente piú leggibile (siamo già
stati in parte su questi argomenti ma riteniamo opportuno tornarvi).
Diversamente da Sparta e da Venezia, infatti, Roma volle creare un potere
al proprio interno forte e rispettato e contemporaneamente espandersi
all’esterno, abbracciando e comprendendo molti popoli diversi da quelli
originari: per cui il suo ordinamento consistette nel mettere insieme, e far
funzionare a proprio vantaggio finché fu possibile, l’autorevolezza del
«principe», – esemplata nel governo dei consoli, – e la libertà di
aggregazione e autodifesa del popolo, – esemplata nel governo dei tribuni
della plebe:

Se alcuno volesse per tanto ordinare una republica di nuovo, arebbe a esaminare
se volesse che ampliasse come Roma di dominio e di potenza, ovvero che la stesse
dentro a brevi termini. Nel primo caso è necessario ordinarla come Roma, e dare
luogo a’ tumulti e alle dissensioni universali, il meglio che si può [ossia,
organizzandoli in maniera opportuna con le leggi e le consuetudini]; perché, sanza
gran numero di uomini, e bene armati, mai una repubblica potrà crescere, o, se la
crescerà, mantenersi 11.

Difficilmente si potrebbe formulare un modello di coesione sociale e


politica piú efficace e persuasivo di questo.

Con Guicciardini facciamo in un certo senso un passo indietro. Molto


difficile sarebbe descrivere con minuzia e chiarezza, – come abbiamo
rilevato piú volte, – l’impianto costituzionale con cui Machiavelli
sistemerebbe il rapporto tra «principe» e «popolo», come lui lo espone,
per l’appunto, nel Principe. L’esempio storico del Valentino nelle
Romagne dovrebbe servire a capirne di piú: un «principe» forte e
autorevole, – all’occorrenza anche spietato, – serve… anzi, è la condizione
irrinunciabile per avere un «popolo» piú sicuro di sé e del proprio destino,
piú garantito, e dunque piú maturo e capace, e dunque, almeno
potenzialmente, piú libero. Il quadro costituzionale, però, inteso nel senso
stretto del termine, forse proprio in ragione del suo carattere piú avanzato
e perciò piú problematico, rimane appena abbozzato. Nei Discorsi la
situazione è diversa, non a caso traggono ispirazione dalla «prima deca di
Tito Livio»: di conseguenza, puramente e semplicemente, la fase
fondativa della Repubblica romana non contempla la figura e la presenza
del «principe», e quindi il discorso viene rimandato a un’altra situazione.
Guicciardini, invece, teorizza, a un altissimo livello di chiarezza
costituzionale, un modello che gli anni della disfatta spazzeranno via
inesorabilmente: quello della Repubblica comunale italiana, di lunga e
rispettabilissima memoria, di impianto fiorentino-veneziano. Un modello
senza futuro, ma con rilevanti agganci al nostro discorso, almeno per quel
che riguarda i valori civili messi in gioco.
Guicciardini ne parla in due scritti, destinati come tutto il resto a
restare a lungo ignorati: il Discorso di Logrogno, steso quando era
ambasciatore in Spagna nel 1512 12, e il Dialogo del Reggimento di
Firenze, del 1521-26 13, quando la fase del grande buio era già cominciata.
Le due opere sostengono sostanzialmente le stessi tesi: il Dialogo in
forma piú articolata e sfumata; il Discorso in forma piú concentrata e
assertoria. Citiamo da quest’ultimo. Notiamo subito che la premessa
coincide impressionantemente con il discorso machiavelliano, che il
Guicciardini in quel momento non poteva ancora conoscere. Che anche il
Guicciardini, dunque, sostenga che senza «armi proprie» un buono Stato
non può reggersi, è la testimonianza di una coscienza che doveva essere
diffusa, al di là delle opinioni dei singoli:

Non si può adunche disegnare [progettare, prevedere] che la città, come ha fatto
in molti altri tempi, possa sostenere lungamente uno campo [esercito] grosso di
soldati mercennari e conduttizi [pagati da un capitano]; e mostra la necessità che gli
è da pensare, non potendo valersi di forze esterne, di volersi reggere colle sue
proprie e civile [dei cittadini] […] 14.

E ciò, detto in premessa (l’affermazione è collocata nelle prime pagine


dell’operetta), e perciò tanto piú significativamente: senza «armi proprie»
un buono Stato non si regge, anzi non è buono.
Infatti, continuando il discorso: «Ordinato questo capo, piú importante
di tutti […]» 15. Non è poco che su questo punto decisivo Machiavelli e
Guicciardini siano totalmente d’accordo. Significa che le «armi proprie»
costituiscono una premessa insostituibile a qualunque ambizione di
costituire in quelle condizioni storiche uno «stato italiano», in grado cioè
di misurarsi con potenze e Stati di diversa origine istituzionale e politica.
Guicciardini prosegue la sua teorizzazione, disegnando un quadro di
antica democrazia, temperato dall’autorevolezza di un capo (il modello
veneziano è ovviamente importantissimo). Nella sua Repubblica ci sarà un
Consiglio Grande, molto molto largo; un consiglio intermedio, piú
ristretto, «el quale consiglio sia di uomini eletti e del fiore della città, con
chi si consultino e deliberino tutte le cose importanti della republica» 16; e
un gonfaloniere, gestore unitario del potere, meglio se a vita, che governi e
decida, ma senza assumere mai un’autorità illimitata e arbitraria.
Questo modello, molto astratto e volontaristico nel momento in cui fu
formulato, e che però poggiava su esperienze storiche molto concrete e
precise, – Firenze e Venezia, ancora una volta, – fu adattato dal
Guicciardini anche alle tempestose vicende nelle quali la storia del tempo
e quella sua personale sarebbero incorse. Ad esempio, quando Cosimo,
succedendo al defunto Alessandro, divenne duca per volontà
dell’imperatore e del pontefice, Francesco, insieme con altri ottimati,
dopo averne accettato e sostenuto l’elezione, cercò di cucirgli indosso un
vestito di questa natura: senza nessun risultato, ovviamente, come
abbiamo già ricordato.
Ma quel che a noi interessa osservare è che Guicciardini, sulla base di
una secolare esperienza costituzionale, mira anche lui a un modello di
consolidata coesione: sociale, culturale, ideale, intellettuale. L’impronta
aristocratica che indubbiamente lo contraddistingue non esclude però il
tentativo di tener conto di tutte le forze in campo, contemplando la
legittimità di ognuna di esse a occupare un posto di rilievo nella
spartizione e gestione del potere. E per lui, come per Machiavelli, non
agisce nessuna discriminante di carattere culturale o religioso: la gestione
del potere, il mondo della politica, cosí concepiti, non lo comportano, sono
un’altra cosa.
Ora, tutto ciò, – «armi proprie», «principe» e «popolo», democrazia
comunale, spartizione del potere fra i vari ceti, inattaccabile e
incommensurabile laicità del potere politico, – sparisce nel gorgo
profondo di quei trecento e piú anni che separano l’istituzionalizzazione e
la consacrazione permanente della disunione dal momento in cui l’Italia e
gli italiani tentarono di uscirne. Durante questo lunghissimo periodo esce
di scena, – se non in termini puramente retorici, – la terminologia e la
concettualizzazione che fino all’inizio di questo discorso avevano tenuto
in vita (o addirittura riscoperto) «Italia» e «italiani» e i loro derivati, lo
sguardo si abbassa, la pura sopravvivenza ha il sopravvento. Non ebbe, – e
forse non ha, – poca rilevanza, sul modo d’essere ipoteticamente e
presuntivamente «italiano», un fenomeno di questa durata e di questa
portata 17.

Nel corso di questa vicenda plurisecolare, l’Italia esce due volte dalla
morta gora della «grande catastrofe»: con il Risorgimento, prima, e con la
Resistenza, poi. Il Risorgimento è forse quello che ricalca piú da vicino lo
schema liberatorio e risarcitorio, di cui abbiamo parlato nelle pagine
precedenti: «principe nuovo» istituzionale e guerriero, Vittorio Emanuele
II di Savoia, dotato fin dall’inizio di «armi proprie»; un «principe nuovo»,
sapiente politico e diplomatico, Camillo Benso conte di Cavour; un
«principe nuovo» audace guerrigliero, Giuseppe Garibaldi, dotato anche
lui di autonome e rispettabili «armi proprie», decisamente non mercenarie
(anzi, il contrario). L’unità fra le tre componenti, – problematica all’inizio,
ma sempre piú definita e operante cammin facendo, in vista di un
prioritario, predominante fine comune, – consente di raggiungere alcuni
degli scopi piú o meno consapevolmente prefissati: l’abbattimento totale
della disunione orizzontale; un colpo durissimo, anche se non mortale, alla
disunione verticale. Roma strappata non casualmente al dominio dei papi,
– ci furono anche, fra i protagonisti del Risorgimento, voci contrarie
all’esito finale dell’operazione, – significò che non esistevano piú
posizioni privilegiate in partenza, che avrebbero potuto in qualsiasi
momento rimettere in discussione il processo in atto, ma solo espressioni
diverse di cittadinanza, che potevano liberamente esprimersi ma nel
rispetto reciproco di tutte le altre.
Naturalmente neanche questo sforzo politico-militare avrebbe
probabilmente conseguito i suoi effetti, se non fosse stato preceduto e poi
accompagnato da una spinta concorde del pensiero e della cultura
contemporanei. Esistette anche, com’è noto, una forte tendenza a
contemperare l’aspirazione unitaria italiana con il tradizionale «primato»
cattolico e papale. Come abbiamo già ricordato, Vincenzo Gioberti, nel
Primato morale e civile degli italiani, considera Machiavelli e Sarpi
responsabili di una falsa visione delle cose italiane, che li aveva spinti a
reputare il papa «per un fuordopera [un estraneo] della civiltà italiana,
anzi per un impedimento, per non dire un flagello» 18; sicché, quasi
rispondendo alla lettera alle fondamentali osservazioni di Machiavelli e
Guicciardini, – questa è l’impressione che si prova nel leggerlo, – arriva a
dedicare un intero capitolo del Primato a dimostrare che «i papi non
furono la causa della divisione d’Italia, anzi mostraronsi in ogni tempo
benemeriti dell’unità italiana ed europea» 19.
Ma queste espressioni di cultura e di pensiero, – che avevano comunque
la caratteristica e il proposito di tentare di portare, pur senza minimamente
riuscirci del tutto, anche la componente cattolica e romana dentro il moto
risorgimentale, – furono rapidamente superate dalla moltitudine di voci
che si espressero a favore, senza condizioni di sorta, all’unità nazionale,
da Mazzini a Cattaneo, da Foscolo a Nievo, da Pellico a Di Breme, da
Berchet a Pisacane; e anche il grande Manzoni, sconfiggendo con il
proprio autentico liberalismo un ossequio troppo devoto a Roma, non può
assolutamente esserne considerato estraneo. Quel che voglio dire è che,
come capita spesso in occasioni del genere, e come Machiavelli aveva con
chiarezza eccezionale precorso e teorizzato nel Principeei Discorsi, e
come aveva tentato disperatamente di dimostrare e applicare di persona
negli anni tempestosi del suo impegno politico e militare, non c’è
movimento storico degno di questo nome senza una spinta
sufficientemente concorde dei soggetti culturali e civili che ne siano
protagonisti. Quindi l’Illuminismo; e il Romanticismo, nella misura in cui
si fece banditore in tutta Europa dell’idea di Nazione, che sembrava
adattarsi alla perfezione a sostenere il principio politico-istituzionale
dell’unità italiana.

Ho sempre pensato (come già dicevo) che un fenomeno storico diventa


significativo se, invece di rimanere in superficie, penetra «per li rami» e
innerva una piú vasta coscienza collettiva. Per questo ho sempre
considerato testimonianze di prim’ordine della spinta unitaria e
comunitaria di cui stiamo parlando alcune voci apparentemente minori e
di sicuro molto molto periferiche, le quali tuttavia proprio perciò rivelano
l’ampiezza del fenomeno descritto.
Mi riferisco fra gli altri a due intellettuali di orientamento illuministico
legati all’ambiente del «Caffè», – il che dimostra fra l’altro la precocità
del fenomeno, – come Carlantonio Pilati (1733-1802), nativo di una
piccola località vicino a Trento (allora da secoli dominio degli Absburgo)
e Gianrinaldo Carli (1720-1795), nativo di Capodistria (allora dominio di
Venezia, oggi in Slovenia) 20.
Al primo si deve un ampio trattato dal sapore fortemente eterodosso: Di
una riforma d’Italia, ossia dei mezzi di riformare i piú cattivi costumi e le
piú perniciose leggi d’Italia (1767; una seconda edizione accresciuta,
1770), in cui aspramente si denunciano i mali piú gravi della situazione
italiana, da lui guardati con «animo patriottico»: la tirannia del clero;
l’«eccessivo culto dei santi»; la decadenza dell’agricoltura, del commercio
e delle arti; la inadeguatezza delle leggi civili; e si sostiene che quello in
cui l’autore scrive «è il tempo piú opportuno di liberare l’Italia dalla
tirannia dei pregiudizi e della superstizione».
Ancora piú esplicito e definitorio il secondo, Gianrinaldo Carli: il quale
pubblicò proprio nel «Caffè» (1765) un articolo dal titolo non equivoco:
Della patria degli italiani. L’autore v’immagina che un viandante venuto
da lontano – in cui non è difficile scorgere la matrice autobiografica –
entri in un caffè di Milano (anche in questo caso l’allusione è evidente) e
venga interpellato da un giovane avventore, il quale gli chiede «s’era egli
forestiero». «No, – risponde l’incognito signore». «Allora, – replica
l’interlocutore, – sarà “Milanese”». Per la seconda volta l’incognito
replica: «No». E allora? Chi diavolo sarà mai l’incognito, si chiede stupito
il giovane avventore? «Sono Italiano, risponde l’Incognito, “e un Italiano
in Italia non è mai forestiere come un Francese non è forestiere in Francia,
un Olandese in Olanda, e cosí via discorrendo”». L’incognito prosegue e
commenta, con parole che sembrano meravigliosamente tener conto di
quanto noi finora siamo andati scrivendo: «Questo può chiamarsi un genio
mistico [inclinazione irrazionale] degli Italiani, che gli rende inospitali e
inimici di lor medesimi, e d’onde per conseguenza ne derivano
l’arenamento delle arti, e delle scienze, e impedimenti fortissimi alla
gloria nazionale, la quale mal si dilata [si sviluppa e accresce] quando in
tante fazioni o scismi viene divisa la nazione».
La perifericità dei due autori, e il loro almeno apparente carattere
minore 21, ci permettono di segnalare senza imbarazzo che in loro già
compare, – in forme ovviamente embrionali, – un tema che poi, nella
costruzione di una prospettiva culturale italiana unitaria, avrà una grande
importanza. Come qui sia nell’uno sia nell’altro si vede bene, la
prospettiva unitaria italiana, e cioè la saldatura delle due disunioni
storiche, nel campo della politica come del pensiero, diventerà effettiva
soltanto se verrà accompagnata da una profonda revisione e
trasformazione di quelli che ne rappresentano, prima e poi, i fondamenti
strutturali. Il grande tema della «riforma intellettuale e morale», – De
Sanctis, Croce, Gentile, Gramsci, ma anche, a modo loro, Mosca, Pareto, i
sindacalisti rivoluzionari, – s’impone come un protagonista ineliminabile
della nuova identità italiana. I trecentoquaranta anni di divisione pesavano
troppo, perché si pensasse di poterli risolvere con un’operazione
meramente politico-istituzionale e militare. Sui limiti di questa
operazione, – destinata troppo spesso a retroflettersi in una rivendicazione
puramente ideologica, – ho già ragionato altre volte (anche piuttosto
lontane nel tempo). Questo non significa che non vada qui registrata, per
la sua ampiezza e profondità, nella delineazione di un qualsiasi progetto di
coesione unitaria al di là del baratro rappresentato dalla «grande
catastrofe».

Di tutt’altra natura e portata l’altro fenomeno liberatorio e risarcitorio,


cui abbiamo accennato: la Resistenza. Qui non si tratta di ricostruire ex
novo alcuni fondamenti dell’unità italiana, come ad esempio quelli di
carattere territoriale, che, almeno potenzialmente, sono dati in partenza. Si
tratta invece di rivendicare un modello di vita civile e associato, –
democratico nel senso pieno del termine, – che superi la disunione
verticale ancora una volta provocata nel paese dall’insorgenza e
dall’affermazione di un modello divisorio al massimo, nella sostanza se
non nella forma, come il fascismo. L’associazione strategica di
fascismoazismo introduce inoltre nella lottaelle posizioni della Resistenza
un elemento nuovo-antico di notevole spessore: come al tempo delle
origini, e poi in diverse altre occasioni, il tentativo di restituire all’Italia e
agli italiani il diritto-dovere di organizzarsi e decidere liberamente assume
la forma di una guerra senza condizioni contro la «ferinità» straniera,
manifestatasi in questo caso a livelli di violenza inimmaginabili in
passato, non meno che contro quella interna. Il fatto che la lotta contro la
«ferinità» straniera assuma le vesti piú specifiche della resistenza e
dell’espulsione, dal territorio nazionale, della «barbarie tedesca», come ai
vecchi, vecchissimi tempi, non è irrilevante ai fini di una caratterizzazione
storica complessiva del fenomeno. Il fascismo svela la sua vera natura
anti-nazionale battendosi in extremis, a sostegno dei propri fini, per la
ripresa e la continuazione di quello sciagurato modello nazionale italiano,
che consisteva, come nei secoli piú bui della disunione, nell’asservimento
allo straniero piú feroce e determinato.
La Resistenza è, in questo senso, anche un ritorno alle origini. Il nesso
fra lotta risorgimentale e lotta di resistenza è chiarissimo, e per molti lo fu
anche allora. Si tratta di riprendere oltre che di costruire ex novo; o
meglio: si tratta di costruire ex novo, ripartendo da quelle origini. In
questo senso si capisce perché nel corso di questo processo mutino natura
il «principe nuovo» e le «armi proprie». Il «principe nuovo» non ha piú
fattezze individuali, ma collettive. I grandi partiti politici di massa ne
rappresentano la nuova incarnazione. I loro dirigenti, ancorché talvolta di
alta statura, vivono in loro funzione, non viceversa (almeno fino a un certo
punto della storia). Le «armi proprie», che avevano conservato o ripreso in
stato di necessità la loro natura originaria, – strumenti efficaci per
difendersi e offendere anche con spargimento di sangue, – cambiano
totalmente natura: diventano metafora dell’insieme delle funzioni e
istituzioni, giuridiche e civili, con le quali la collettività si regge e si
governa, in base ai principi di cittadinanza e di eguaglianza. Se si misura
questo punto sulla base dell’effettiva storia italiana risorgimentale e post-
risorgimentale, resistenziale e post-resistenziale, si può meglio capire il
senso e la portata del processo che dallo Statuto albertino del 1848 porta
quasi esattamente un secolo dopo alla Costituzione repubblicana (1
gennaio 1948). Le vicende del potere e del contropotere, delle libertà,
delle loro difese e capisaldi, e delle loro fragilità e debolezze, del difficile
rapporto tra legge e volere, delle discriminanti fra legittimità e arbitrio, si
possono tutte misurare sulla base di questo doloroso e drammatico
passaggio.

Naturalmente, è piú difficile misurare, sulla base di questi elementi,


quanto in Italia, nello stesso lungo periodo (diverse decine di anni), il
paese sia arretrato o progredito, di volta in volta, o magari
contemporaneamente, sulla strada della coesione: sociale, culturale,
ideale, intellettuale, persino, come abbiamo già detto, psicologica e
«caratteriale». Ossia: è difficile misurare, e dire, quanto su questo lungo
periodo, e anche, come sarebbe stato giusto, in conseguenza di queste due
felici rinascite, di cui abbiamo testé parlato, sia cresciuto o diminuito, o
corroso, o retroverso, il senso di un’identità nazionale italiana (quella su
cui poi si basa, quando se ne ha consapevolezzaon sempre accade,
l’attività di chi governa, per decidere in che senso deve andare di volta in
volta la nazione intera e come impedire che faccia passi indietro). Noi
possiamo esibire soltanto una constatazione storica, di fatto. Ambedue le
rinascite di cui abbiamo parlato hanno avuto vita travagliata, e breve
(cinquant’anni sembrano il massimo di durata che esse sono state capaci
di dimostrare). Il Risorgimento piomba rapidamente nelle difficoltà
presentate da un ceto politico debole, impreparato e fortemente disunito
(fortemente disunito anche sulle questioni di fondo, unità e persistenza
della nazione, anche regionalmente, oltre che politicamente e
ideologicamente), incapace cioè di andare al di là di un’applicazione
puramente formale delle nuove regole di convivenza e solidarietà sociale e
civile. Il conflitto sociale, insorto in seguito allo sviluppo economico
provocato dal processo unitario, non fa che aumentare i fattori di crisi
(l’esperienza giolittiana viene seguita con ostilità e diffidenza dalla
maggior parte degli ambienti politici e culturali contemporanei). A
guardarla con occhio estremamente benevolo (e un po’ stupido), anche la
partecipazione italiana alla prima guerra mondiale potrebbe esser valutata
come il tentativo supremo di dare compimento al processo risorgimentale:
mettere fine per sempre alla disunione territoriale, anche nelle sue fasce
estreme; lottando per l’ultima volta contro i «barbari tedeschi»; al fine di
dare compimento a un livello esauriente e soddisfacente, attraverso la
terribile ma straordinaria attività coesiva della guerra, al lungo processo di
autoconsapevolezza e identità nazionali. Il suo esito, catastrofico
anch’esso oltre misura sotto tutti i punti di vista, apre le porte alla crisi
dello stato liberale e denega invece tutte le principali conquiste
risorgimentali. Il fascismo, che ne scaturisce, è espressione anch’esso di
una componente tipica della storia italiana, che abbiamo cercato finora di
narrare. Machiavelli e Guicciardini avrebbero detto o scritto: dove non c’è
il «principe nuovo», c’è il «tiranno»; dove non c’è coesione, s’impone con
la forza che ci sia; l’identità statuale-nazionale, che non c’è, è acquisita
per finta sulla base di un processo persecutorio senza limiti. La
«conciliazione» con il Papato, favorita e realizzata dal fascismo per
consolidare il proprio dominio, restituisce per giunta alla Chiesa di Roma
tutte le potenziali valenze e ingerenze politiche che aveva perso
cinquant’anni prima (appunto), con l’ingresso dei soldati italiani a Porta
Pia. Cambia totalmente il clima, l’apparato illusorio del regime subentra a
qualsiasi tentativo di governare civilmente ed esplicitamente il
mutamento. Inoltre: quel che il fascismo inaugura di comico e di grottesco
con forme e apparati del suo regime, è parte costitutiva anch’essa della
storia italiana: quando cercano disperatamente e a tutti i costi, senza
averne in quel momento né i mezzi né gli strumenti, di fingersi all’altezza
dei compiti che la storia gli pone, gli italiani fanno ridere (questo è
accaduto e accade anche altrove, ma qui da noi piú sistematicamente).

La Resistenza, quando viene meno ai suoi fini e ai suoi compiti, va


incontro anch’essa a un processo dissolutivo. Naturalmente,
un’affermazione di questa portata avrebbe bisogno di ben altre
dimostrazioni. A noi basta qui segnalare almeno un dato inconfutabile.
Quando i grandi partiti di massa (o, a ben guardare, anche i partiti minori,
quando di riconosciuta rappresentanza), e cioè gli indiscussi,otevoli,
«principi nuovi» della situazione, escono di scena, – e, certo, bisognerebbe
spiegare perché questo accade, ma è inconfutabile che accada, e anche se
se ne spiegassero tutte le ragioni, questo non impedirebbe di constatare
puramente e semplicemente che il fatto è accaduto, – la situazione italiana
torna a polverizzarsi, si ripresenta addirittura il rischio della disunione
orizzontale, oltre che verticale, le «armi proprie», create con saggia
opportunità nel periodo precedente allo scopo di soddisfare esigenze
comunitarie molteplici, cadono di mano un po’ a tutti (torna persino a
manifestarsi la sciagurata tentazione di tornare a servirsi delle «armi
proprie» nel senso letterale del termine), impera la disunione piú spinta
delle opinioni e delle prospettive, anche soltanto parlare di coesione, –
sociale, intellettuale, culturale, mentale, – apparirebbe ridicolo, l’identità
nazionale diventa sempre piú nebulosa e inafferrabile. I veri «barbari» non
vengono piú da fuori: sono dappertutto. L’onda lunga, anzi lunghissima
della storia, torna a farsi sentire, rischia di sommergere di nuovo tutto.

1. Considerazioni illuminanti sulla figura di Emanuele Filiberto, quale iniziatore della tradizione
militare sabauda, componente a sua volta non irrilevante del nostro Risorgimento, si trovano
nelle prime pagine di W. BARBERIS , Le armi del Principe. La tradizione militare sabauda,
Einaudi, Torino 2003.
2. A. GRAM SCI , Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, ed. critica dell’Istituto Gramsci,
Einaudi, Torino 1975, vol. I, p. 556. Il nome di Emanuele Filiberto ricorre numerose altre volte
nei Quaderni di Gramsci, e sempre con accenti molto positivi. Non v’è alcun motivo di
pensare, ovviamente, che Gramsci, nel suo apprezzamento, traesse ispirazione dai versi di
Gabriello Chiabrera da noi in precedenza richiamati (Appendice al cap. II ): ma l’accostamento
è senza dubbio significativo.
3. Ibid., p. 215.
4. M ANZONI , I promessi sposi cit., pp. 522-87. E. Raimondi commenta in questo modo le iniquità
e le nefandezze derivate anche in quel caso dai comportamenti delle truppe invasori: «È una
guerra che si aggiunge alla guerra, fatta di atroci e perfide astuzie contro gli abitanti inermi e i
loro inutili stratagemmi; una guerra condotta tra saccheggi, violenze, distruzioni, vandalismi
rabbiosi e gratuiti che si susseguono nell’implacabile paratassi della sceneggiatura narrativa»
(Ibid., p. 569, note 612-13). Il sacco di Roma non aveva conosciuto un descrittore all’altezza
di Manzoni (se si esclude Francesco Guicciardini); ma le modalità, come abbiamo già visto,
non dovettero essere di molto dissimili.
5. Ibid., p. 568.
6. Ibid., cap. XXVII , p. 541.
7. Ibid., pp. 384-480.
8. Cfr. A. ASOR ROSA , La cultura della Controriforma, Laterza, Bari 1974.
9.INGLESE , p. VIII .
10. VIVANTI , I, pp. 213-17.
11. Ibid., p. 215.
12. GUICCIARDINI , Opere cit., I, pp. 247-96.
13. Ibid., pp. 297-483.
14. Ibid., p. 252.
15. Ibid., p. 255.
16. Ibid., p. 260.
17. Ha esplorato, con grande ricchezza e profondità di argomenti, questa lunghissima stagione di
inesauste e inappagate tensioni, tipicamente italiane, W. BARBERIS , Il bisogno di patria,
Einaudi, Torino 2004.
18. GIOBERTI , Del primato morale e civile degli italiani cit., I, p. 52.
19. Ibid., pp. 67-69.
20. Cfr. ASOR ROSA , Storia europea della letteratura italiana cit., II. Dalla decadenza al
Risorgimento, pp. 228-30.
21. Ha un qualche rilievo secondo me, nell’ambito di questo discorso, che questi proto-italiani,
che riscoprono alle soglie del Risorgimento una tradizione millenaria, – quella dei valori
italici, conculcati e sviliti, – siano sovente italiani «periferici» (Trento, Capodistria, Sebenico
per Tommaseo) o addirittura «mezzosangue» come Foscolo. Vuol dire che «da lontano» quei
valori ispiravano ancora un fascino che nelle situazioni piú prossime stentava a riemergere
dall’oblio e dalla desuetudine quotidiana di secoli.
Capitolo diciottesimo
Machiavelli e la storia italiana

Nel lungo periodo che abbiamo cercato finora (sia pure


sommariamente) di ricostruire, Niccolò esce praticamente di scena.
Ovvero: non c’è nessuno che si preoccupi e sforzi di ri-definire,
positivamente o negativamente, la totalità della sua posizione. La sua
opera viene sistematicamente sottoposta a questa classica
contrapposizione degli opposti: o predomina la formula «il fine giustifica i
mezzi», che può essere a sua volta usata in senso positivo (bene, la politica
è questa, per raggiungere un determinato risultato non c’è vincolo morale
che tenga); oppure negativo (male, da una sentenza come questa scaturisce
soltanto una politica degenerata e malvagia); ovvero si rovescia la
formula, che peraltro viene lasciata di per sé indiscussa, per sostenere che
Machiavelli, svolgendo il suo classico ragionamento abbia voluto rivelare
al popolo, – o comunque a tutti i soggetti che non stiano al gioco, –
nequizieefandezze del potere. Contemporaneamente, – e certo di questo
non si può non tener conto, – s’allarga la fame mondiale di Machiavelli.
Prima, e anche contro, di ogni ragionamento interpretativo, è decisivo che
la sua visione dell’agire politico abbia innegabilmente aperto un nuovo
orizzonte a questa diversa visione dell’umano, che qualcuno ha definito
«autonomia del politico» 1 (con qualche approssimazione, se si dovesse
utilizzare nel caso di Machiavelli, se è vero quello che noi, carte alla
mano, abbiamo cercato di dimostrare, e cioè che in lui il fine, – per
esempio, la difesa della «patria», – fuoriesce spesso dagli schemi soliti
dell’agire politico puro).
Post res drammaticamente e definitivamente perditas, – quando cioè
non potevano piú esercitare nessuna azione pratica, – dei Discorsi vennero
pubblicati nel 1531 un’edizione romana da Antonio Blado e un’edizione
fiorentina da Bernardo Giunta; del Principe, un’edizione romana nel 1532
da Antonio Blado. Dal momento che gli autografi machiavelliani furono
presto perduti, «nacque cosí una vulgata che tenne il campo per quasi tre
secoli e mezzo […]» 2. L’ondata controriformista (Possevino, Paruta,
Botero) tende a escluderlo, – of course, – dal novero degli autori
apprezzabili e dunque imitabili. L’Index librorum prohibitorum agí poi
potentemente a toglierlo di mezzo un po’ del tutto (anche se nel suo caso,
come in altri di rilevante importanza, né sul piano italiano né soprattutto
europeo l’effetto della proibizione riuscí a essere totalizzante). Con
Traiano Boccalini (1556-1613), piú avveduto e competente, e meno
inquadrato nell’ideologia dominante, s’inaugura invece in qualche modo
la tesi interpretativa di orientamento, per dir cosí, «ghibellino», che vede
un Machiavelli double face, spregiudicato assertore del potere assoluto in
tutte le sue forme e al tempo stesso rivelatore e denunciatore delle
malefatte di quel potere. Nei suoi avvedutissimi Ragguagli di Parnaso
(1612-13), Boccalini infatti immagina che l’autore del Principe sarebbe
stato punito soprattutto perché sarebbe «di notte stato trovato in una
mandra di pecore, alle quali s’ingegnava di accomodare in bocca i denti
posticci di cane, con evidente pericolo che si disertasse [si mettesse in
pericolo] la razza de’ pecorai [i principi, ovviamente]» 3. Può essere una
curiosità ma altamente significativa del clima della stagione di cui stiamo
parlando, che il cardinale Sforza Pallavicino, tuonando contro la Istoria
del Concilio Tridentino di Paolo Sarpi, la definisca «un libro a cui la sola
grossezza toglie il nome di libretto famoso perpetuo contra la Chiesa; una
scuola d’aforismi in paragone de’ quali sembrano pie le dottrine del
Machiavello, et in breve una semenza fertile d’ateismo […]» 4.

Man mano che il tempo procede, – a livello europeo, prima che


italiano, – l’interesse per Machiavelli torna a farsi piú lucido e intenso. E
s’infittiscono le voci di coloro che, anche sulla scorta di suggestioni
precedenti, riprendono la tradizionale dicotomia interpretativa, ma per
abbracciarne sempre piú risolutamente il côté positivo. Sono voci del
massimo livello, che meritano d’esser richiamate all’interno di un quadro
per quanto rapido come questo. Trovo ad esempio che sia di grande
interesse che un pensatore come Baruch Spinoza gli dedichi due righe
d’illuminante condivisione: «Forse Machiavelli ha voluto mostrare quanto
una libera gente debba guardarsi dall’affidare completamente la propria
sicurezza a un solo uomo» 5.
Ma il fenomeno si fa assolutamente evidente, anzi, prevalente, con il
sormontare dell’Illuminismo, cui la limpida razionalità machiavelliana
non doveva dispiacere. Tuttavia, il dispiegamento di questa simpatia non è
generalizzabile: Voltaire, ad esempio, le resta chiaramente estraneo. Per
abbracciare toto corde Machiavelli, era necessario considerarne non
ostilmente, o magari addirittura con simpatia, la connessione non
episodica, non casuale, tra fini e mezzi, e lo scioglimento finale, che a un
certo punto ne sarebbe derivato. È ciò che accade a Jean-Jacques
Rousseau, degno d’esser chiamato in causa non solo per il pregio in sé del
suo discorso, ma perché è indubitabilmente all’origine dei successivi
passaggi anche in area italiana.
Il contratto sociale, del 1756-62, è un ragionamento, come tutti sanno,
sulle possibilità e opportunità di costruire una situazione politico-sociale-
istituzionale in grado di soddisfare i diritti-bisogni del maggior numero
possibile di individui. Ha un significato per noi non trascurabile che
Machiavelli sia uno dei non molti autori del passato chiamati in causa da
Rousseau in questo quadro. Per coglierne il senso bisogna citare un po’ piú
lungamente di quanto di solito non accada quando si va a pescare il nome
di Machiavelli nel suo testo. Rousseau sta parlando del rapporto che corre
tra i principi e i loro sudditi; e cosí conclude:

Il loro [dei principi] interesse personale è soprattutto che il popolo sia debole,
miserabile, e che non possa mai resister loro. Convengo che, supponendo i sudditi
sempre perfettamente sottomessi, l’interesse del principe sarebbe che il popolo fosse
potente, perché questa potenza, essendo la sua, lo rendesse temibile ai vicini; ma
trattandosi soltanto di un interesse secondario e subordinato, ed essendo le due
supposizioni incompatibili, è naturale che i principi accordino sempre la preferenza
alla massima che torna loro piú immediatamente utile. Samuele lo faceva osservare
con vigore agli Ebrei; Machiavelli lo ha fatto vedere con evidenza. Fingendo di dar
lezione ai re, ha dato di gran lezioni ai popoli. Il principe di Machiavelli è il libro
dei repubblicani [En feignant de donner des leçons aux Rois il en a donné de
grandes au peuples. Le Prince de Machiavel est le livre des républicains] 6.

Come si può vedere, Rousseau riprende ma anche estremizza la tesi


secondo cui il Machiavelli, «fingendo di dar lezioni ai re», ne ha date, e
anche di molto importanti, ai «popoli». Ma Rousseau, a guardar bene, si
spinge anche al di là di questa conclusione tradizionalmente dilemmatica,
pur abbracciandone senza piú riserve il lato positivo. E considera Il
Principe di Machiavelli il vero e proprio «manuale» del pensiero e
dell’azione politica di coloro che si battono contro lo strapotere dei
sovrani e dei tiranni (categorie che nel suo pensiero finiscono per
coincidere). Siamo ormai oltre le soglie dell’età moderna.

È attraverso questo varco, rapidamente imboccato e praticato, che la


cultura italiana, tra Classicismo e Illuminismo, recupera e valorizza il
pensiero e la posizione di Machiavelli a fini nazionali, che evidentemente
erano estranei o per lo meno indifferenti a J.-J. Rousseau. Il nome che
s’impone è, ovviamente, quello di Ugo Foscolo, il quale nei Sepolcri,
affiancando il Machiavelli alle altre glorie nazionali, riprende nel merito,
per quanto riguarda il richiamo a Machiavelli, quasi alla lettera, le
posizioni di Rousseau:

A egregie cose il forte animo accendono


l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a’ regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue… (vv. 151-
58)

«Te beata, gridai» (v. 165), continua Foscolo rivolgendosi a Firenze; per
le sue bellezze; e per aver dato vita al canto di Dante; e agli avi del
Petrarca;

ma piú beata che in un tempio accolte


serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto 7. (vv. 180-85)

È chiarissimo che questi versi, – «le mal vietate Alpi […]»; «l’alterna |
onnipotenza delle umane sorti»; «armi e sostanze t’invadeano»…, – non
sarebbero mai stati scritti senza l’influenza presentissima delle opinioni di
Niccolò Machiavelli 8.
Come se non bastasse, Foscolo ha dedicato due specifici scritti
saggistici alle posizioni di Machiavelli, rimasti poco noti, anche per le
circostanze della loro redazione e pubblicazione, ma di grande importanza
per il nostro discorso: le Considerazioni sui «pensieri intorno al Principe»
di Angelo Ridolfi; e un saggio, incompiuto, su Fama e vita di Niccolò
Machiavelli 9. Per brevità, e per riassumere nella maniera piú precisa il
pensiero di Foscolo in materia, cito pressoché per intero dal brano
conclusivo delle «Considerazioni». Scrive Foscolo: «Il tristo concetto del
Machiavelli derivò e si mantenne da’ partiti religiosi, benché gli uomini
grandi d’ogni età abbiano onorato l’ingegno e l’animo del Machiavelli; e
quindi il libro del Principe fu calunniato piú di quello che si meritava o
non inteso» 10. Rilevante che l’animoso poeta di Zante identifichi nelle
scelte religiose, – prevalentemente cattolico-romane, – il motivo
dell’incomprensione e dell’ostilità nei confronti di Machiavelli. Ma non
basta: Foscolo nota acutamente che, a giudicare dai suoi comportamenti
politici e umani, sarebbe impossibile considerare Machiavelli un uomo
asservito alla tirannia e al potere, e che perciò bisogna concludere che le
cose che ha scritto «egl’intendeva di scriverle obliquamente» (e cioè con
un’intenzione riposta, non rivelata). Dal modo con cui egli ha scritto tutte
le sue opere, non è d’altra parte difficile concludere che egli
massimamente «mirava a liberare le città d’Italia, e specialmente Firenze
sua patria, dal giogo de’ piccoli principi e dalla prepotenza della Chiesa
che li innalzava e li sosteneva»; per cui, – conclusione, – «il libro del
Principe fu dunque scritto per isvelare la debolezza de’ Principi
Italiani» 11.

Non mi sembra che si possa dire che nel corso, tumultuoso e attivo, del
Risorgimento, Niccolò sia molto piú presente di quanto non sia accaduto
al suo inizio con Alfieri e con Foscolo 12. Forse, giustamente, c’era piú da
fare che da pensare. Ippolito Nievo, all’inizio del Frammento sulla
rivoluzione nazionale, trova il modo di rendere un rapido omaggio anche
lui al pantheon delle (consuete) glorie nazionali: «Il senno latino [italiano,
s’intende, esattamente come alle origini] si è rinvigorito di nuova
originalità in questa famiglia di alto lignaggio che discende da Dante a
Machiavelli, a Galileo, a Vico […]» 13 (la novità è qui Vico, assimilato
senza difficoltà alla serie consueta dei grandi). Grande rilievo attribuisce
invece a Machiavelli Giuseppe Ferrari nella sua Storia delle rivoluzioni
d’Italia 14, ma senza apportare molti elementi di rilievo alla conoscenza e
all’apprezzamento del grande fiorentino, se si esclude forse la
sottolineatura del suo «anticesarismo».
Non v’è ombra di dubbio, mi pare, che per far rientrare pienamente
Niccolò nel circolo della cultura italiana piú avanzata sia necessario
aspettare il magistrale capitolo che Francesco De Sanctis gli dedica nella
sua Storia della letteratura italiana 15. Siamo con la Storia nel momento
culminante del processo risorgimentale (1870-73). Del 1869 era stato il
famoso saggio su L’uomo del Guicciardini, di cui abbiamo a suo tempo
parlato. È difficile resistere alla tentazione di stabilire un confronto fra i
due autori, cosí vicini fra loro, nel pensieroell’interpretazione del De
Sanctis. Il giudizio su Guicciardini, lo ricordiamo, è spietatamente
negativo, senza riserve. Nel capitolo machiavelliano della Storia della
letteratura il grande critico ci torna su, concedendo al Guicciardini di aver
visto piú a fondo nella marcia situazione italiana di quanto a Machiavelli
non fosse riuscito, ma proprio in ragione del degrado pessimistico del suo
punto di vista: «Se Francesco Guicciardini vide piú giusto e con piú esatto
sentimento delle condizioni d’Italia, è che la sua coscienza era già vuota e
pietrificata» 16. Tutt’altro è il discorso su Machiavelli, di cui De Sanctis
apprezza fortemente (e in qualche modo risorgimentalmente) la devozione
alla patria e, in qualche modo, alla sua libertà. Machiavelli, infatti, «pone
a fondamento della vita la patria» 17. Piú esattamente ancora: «L’Italia
nell’utopia dantesca è il giardino dell’Impero; nell’utopia del Machiavelli
è la patria, nazione autonoma e indipendente» 18. Ossia: «Togliendo le
esagerazioni, ciò che esce dalla lotta, è l’autonomia e l’indipendenza del
potere civile […]» 19.
Questo giudizio, sul quale torneremo piú avanti, è circostanziato da una
serie di ragionamenti e di valutazioni, che lo rendono anche piú definito e
persuasivo. Non si può però non osservare che De Sanctis sembra aggirare
(volontariamente, oppure no?) il nodo rappresentato dal vero e proprio
sistema politico del Machiavelli: principe-popolo, autorità-libertà, potere-
consenso. Quello che invece risulta evidente, e viene in primo piano, è la
machiavelliana scoperta della verità effettuale, che s’impone comunque,
qualunque sia la situazione in cui ci si trovi a misurarla, a ogni ideologia,
buona intenzione, astratto programma. In questa prospettiva Machiavelli
si colloca a pieno diritto nel grande solco della rivoluzione umanistico-
rinascimentale, con le sue straordinarie scoperte ma anche con i suoi
disvelamenti dolorosi: «Chi legge questo Principe del Machiavelli, vi
troverà un crudele mondo logico, fondato sullo studio dell’uomo e della
vita» 20. La conoscenza, però, anzi, il massimo della conoscenza, – qual era
garantito dal metodo machiavelliano, – poteva non portare a nessuna
conclusione positiva, perché «in Italia c’era l’intelligenzaon ci era la
forza». Sicché, per concludere:

Il machiavellismo [termine che De Sanctis usa in senso positivo, come insieme


organico della dottrina del pensatore fiorentino], in ciò che ha di assoluto o di
sostanziale, è l’uomo considerato come un essere autonomo e bastante a sé stesso,
che ha nella sua natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua
grandezza e della sua decadenza, come uomo e come società 21.

Inconfutabile. Ma l’organizzazione del potere? I meccanismi concreti


in base ai quali la volontà prende forma e si realizza? Il complicato
processo attraverso il quale la politica raggiunge i suoi scopi, una volta
che siano definiti? Già, la politica: il Risorgimento le aveva affidato un
compito periglioso e difficile. Quello di rifare l’Italia e con essa, se
possibile, anche gli italiani. Forse il Machiavelli non era riuscito a farle
volgere il capo da quella parte dove le loro sorti effettivamente si
decidevano 22.

Ai fini del nostro ragionamento sembra abbastanza vano ripercorrere


punto per punto le vicende della critica machiavelliana nel corso del
Novecento, cui del resto abbiamo attinto a piene mani approfondendo di
volta in volta i temi di questa ricerca, ivi compresi i due grandi mentori,
Benedetto Croce e Giovanni Gentile, i quali non si discostano molto
dall’archetipo desanctisiano, inserendovi un di piú di attitudine idealistica.
Possiamo invece facilmente constatare che, se a Machiavelli prestano una
costante attenzione storici e letterati, il grande teorico della politica e
grande politico-pratico, quale noi abbiamo cercato di dimostrare che fosse,
non riscuote praticamente nessun interesse e attenzione presso i politici
italiani del nostro tempo. Avrebbe dovuto? Torniamo alla lontana domanda
iniziale del nostro discorso, e cerchiamo di darle infine una risposta.
Quanto e come il «pensiero» può influenzare o addirittura determinare
l’«azione», quella che, s’intende, potrebbe e dovrebbe coerentemente
scaturirne? Siamo ora in grado di dire che nel corso del lungo transito
della disunione in Italia questa combinazione ha prodotto poco o niente
(ben altro discorso si dovrebbe fare per alcuni fra gli altri grandi stati
europei, arrivati enormemente prima allo stadio della maturità). Ma è
possibileecessario riconoscere un’analoga condizione per la fase finale di
questo lungo processo, cioè il Novecento e la fase iniziale del XXI secolo.
Si direbbe che la lezione machiavelliana non penetri mai, salvo che nella
ripresa di alcuni facili slogan, oltre la superficie dell’agire politico
nazionale.

Se le cose stanno cosí, è persino troppo ovvio dire che l’unica


eccezione a questa regola pressoché universale è rappresentata da Antonio
Gramsci: evidentemente non è privo oltre tutto di significato che ciò
avvenga dal fondo di una galera, e che questa sia una galera fascista.
Le principali proposizioni della teorizzazione gramsciana sono ben
note: esse si sforzano di dimostrare innanzi tutto che Machiavelli, e il suo
Principe, sono stati e sono ancora viventi, presentano il carattere di un
esperimento che coinvolge immediatamente gli italici astanti: «Il carattere
fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione
sistematica ma un libro “vivente”, in cui l’ideologia politica e la scienza
politica si fondono nella forma drammatica del “mito” […]» 23. Andando
rapidamente piú avanti: «Il Principe non è un libro di “scienza”,
accademicamente inteso, ma di “passione politica immediata”, un
“manifesto” di partito, che si fonda su una concezione “scientifica”
dell’arte politica» 24.
È perché viene anche lui da una terribile disfatta che Gramsci afferra, o
almeno tenta di afferrare, il nocciolo dell’insegnamento machiavelliano, e
cioè il nesso indissolubile fra pensiero e azione, fra teoria e prassi, che
poteva condurre il fiorentino del Cinquecento fino a sfiorare il braccio
sinistro del pensatore di Treviri? Fatto sta che Gramsci non smette di
cercare nei suoi pur non sistematici appunti di collegare l’insegnamento
del Maestro ai suoi propri programmi di studio e di lavoro: «Questi due
punti fondamentali – formazione di una volontà collettiva nazionale-
popolare di cui il moderno Principe è nello stesso tempo l’organizzatore e
l’espressione attiva e operante, e riforma intellettuale e morale –
dovrebbero costituire la struttura del lavoro [del suo lavoro di analisi e di
ricerca]» 25. Ho espresso piú volte in passato 26 le mie riserve su queste due
fondamentali espressioni del punto di vista gramsciano, e cioè «volontà
collettiva nazionale-popolare» e «riforma intellettuale e morale», che ci
portano in altro ambito ideologico e concettuale. Non si può però non
cogliere qui al tempo stesso lo sforzo che il pensatore-politico-carcerato
compie per collocare Machiavelli e il suo Principe all’interno del suo
proprio intero sistema. È come se Gramsci pensasse che senza questo
moderno «Principe», mutuato da Machiavelli ma transmutato di natura,
l’intero suo programma non potrebbe uscire dalle buone intenzioni e
diventare realtà.
Cosí Gramsci compie un ultimo passo. Se il «Principe» è questo, «il
Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo
categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa
laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume» 27. Ma affinché
questa fondazione di una nuova concezione e pratica del mondo riesca ad
affermarsi, bisogna che «il Principe», – «il Principe» dell’età moderna e
matura, – cambi anche lui natura:

Se si dovesse tradurre in linguaggio politico moderno la nozione di «Principe»,


cosí come essa serve nel libro del Machiavelli, si dovrebbe fare una serie di
distinzioni: «principe» potrebbe essere un capo di Stato, un capo di governo, ma
anche un capo politico che vuole conquistare uno Stato o fondare un nuovo tipo di
Stato; in questo senso «principe» potrebbe tradursi in lingua moderna «partito
politico» 28.
Di questa citazione rilevanti mi appaiono soprattutto le ultime due
righe: la proposta gramsciana di considerare, – e pensare, trattare,
organizzare, – il «partito politico» come «moderno Principe». In questo
modo Gramsci riporta la teorizzazione machiavelliana a una sua moderna
versione teorica e operativa. Ha avuto anch’essa questa cosí profonda
intuizione un qualche riversamento nella pratica della lotta politica post-
resistenziale?
Forse sí. In qualche aspetto dell’ideologia e della pratica comuniste,
almeno per due-tre decenni? Può darsi. Nel modo di ragionare e di
rapportarsi dei «grandi partiti» (compreso quello democristiano?) alla
società e al sistema politico-istituzionale, almeno fino a quando di «grandi
partiti», come abbiamo detto piú volte, si può in Italia parlare? Può darsi.
Quello che è inconfutabile è che anche il messaggio gramsciano, inteso a
riversare nel «partito politico» moderno l’autorevolezza di pensare e di
agire dell’antico «Principe», esce rapidamente di scena.

La conclusione potrebbe forse essere che, nonostante alcuni (pochi)


tentativi operati, la nazione italiana, la stirpe italiana, non si appropriano
di Machiavelli, non metabolizzano la lezione e il messaggio di
Machiavelli. Il frutto piú alto e piú prestigioso, sul piano politico-teorico e
sul piano politico-pratico, della provincia italiana piú creativa e piú alta
(allora) dell’operare artistico e culturale, le resta sostanzialmente
estraneo. Ciò è vero in generale, ma soprattutto su due punti.
Il primo riguarda il progetto di riforma politico-istituzionale teorizzato
da Machiavelli. Esso consisteva, nel suo versante piú decisivo (come
abbiamo visto piú volte), nel trasmettere all’Italia capacità e forze per
resistere alla potenza invasiva dei «barbari», che da un certo momento in
poi si trasforma da militare in politica, culturale, economica e civile. Non
so fino a che punto ne fosse consapevole. Il fatto è che, per adempiere a
tale compito, l’Italia avrebbe dovuto assumere alcuni tratti costitutivi
della «barbarie» e della «ferinità» straniere. Tali erano infatti i
fondamentali capi della riforma: il «principe nuovo» e «solo»; e le «armi
proprie»; che Machiavelli aveva dedotto dalle sue non poche ed
estremamente intelligenti incursioni in terra straniera. Per continuare a
difendere e conservare se stessa, l’Italia doveva accettare di essere un
poco piú «barbara»: cioè di assorbire e assimilare alcune delle
caratteristiche proprie dei suoi invasori e flagellatori. Si può definire
questo il primo passaggio a una visione nazionale del problema? Io penso
di sí. Si può pensare che questo contemporaneamente corrisponda a quella
che oggi, dal nostro punto di vista, potremmo definire un’apertura europea
del pensiero machiavelliano? Io penso di sí 29. Facendo l’Italia piú simile
ai piú potenti Stati del suo tempo, nell’adozione di certi caratteri e di un
certo livello della «ferinità», Machiavelli apriva a una possibile
collocazione europea, – non provinciale, non settoriale, e dunque non
costituzionalmente subalterna, – del caso italiano. La strutturale e dunque
permanente subalternità dell’Italia ai problemi e ai bisogni dell’Europa di
volta in volta contemporanea dipende essenzialmente dal suo non aver
mai, in maniera consapevole e sistematica, praticato questa strada.
In secondo luogo: non è mai stata realmente superata, nel nostro ambito
nazionale, la dicotomia-contrapposizione fra una visione del Machiavelli
«cattivo», – sostenitore del male per il male, o anche del male per il bene,
ma sempre in un ambito di assoluta e insuperabile distonia morale, – e una
visione del Machiavelli «buono», – sostenitore di cause giuste, da
promuovere o difendere incondizionatamente anche a rischio della
disfatta. Se ci fosse un lato positivo da attribuire a questa mia ricerca, io
oserei dire che è questo: il tentativo di dimostrare, con argomenti che io
ritengo inoppugnabili, che il Machiavelli è uno solo, tutto inteso dal
principio alla fine a realizzare lo scopo migliore (certo, lo scopo per lui
migliore, ma questo fa parte dei meccanismi umani di scelta e di
decisione), con i mezzi piú adeguati allo scopo. La superiorità, e insieme
la criticità (perenne criticità) della «politica buona», è questa. Se il
complesso del sistema non tiene conto di tutto questo, il (preteso) «fine
buono» si trasforma in un inequivocabile, reale e autentico «strumento
cattivo»; lo «strumento» diventa «buono» o «cattivo» solo se è realmente
in grado di perseguire e raggiungere il «fine prescelto». La dissociazione
fra i due termini provoca di continuo effetti negativi: la storia italiana
anche recente dimostra che questa probabilmente è stata (ed è?) la norma
piú diffusa. Machiavellici, anzi machiavellisti (inteso in questo caso, non
come il De Sanctis, ma in senso negativo),on machiavelliani, sono stati
prevalentemente gli operatori del settore nel corso degli ultimi decenni. Di
conseguenza: l’Italia e gli italiani aspettano ancora «il principe nuovo»…
e le «armi proprie», ambedue, s’intende, nel senso machiavelliano
(appunto) del termine. Ma forse è troppo tardi.

Ancora piú lontana nel tempo, – ma non tanto da non tentare di di


ricavare ancora e di nuovo motivo di ammirazione e di fiducia, – la sintesi
umana-intellettuale di cui Niccolò è stato espressione e, anche, per certi
versi, continuatore: l’intreccio di realismo e utopia; l’ammirazione per la
forza e la ricerca inesausta del fine utile, commisurato anche questo di
volta in volta alla natura del soggetto che lo promuove, «principe» o
«popolo» che sia; la resistenza contro tutte le sopraffazioni, interne ed
esterne, anche quando la causa appare fin dall’inizio disperata; il senso
vitale dell’esistenza, fatta di alto e di basso, di pensiero e di corpo, di
piacere e di dolore, di ascesa e di sconfitta; l’alternanza anch’essa
perfettamente umana di comico e di tragico, di serio e di ironico; la
persuasione che esista sempre e comunque un «bene» da raggiungere, che
nei casi supremi può anche essere quello che s’intende comunemente per
«patria»… Insomma, un complesso di motivi, esistenziali e intellettuali,
che converrebbe rimeditare, se un fine utile comune esiste ancora.
21 dicembre 2017

1. Cfr. M . TRONTI , Sull’autonomia del politico (1972), ora in ID. , Il demone della politica.
Antologia degli scritti 1958-2015, il Mulino, Bologna 2017, pp. 285-317.
2. INGLESE , p. XXXI .
3. BOCCALINI , Ragguagli di Parnaso e Pietra del paragone politico, a cura di G. Rua, Laterza,
Bari 1934, vol. I, ragguaglio LXXXIX, pp. 326-28. Cfr. ASOR ROSA , La cultura della
Controriforma cit., pp. 84-94.
4. P. SARPI , Opere, a cura di G. e L. Cozzi, Ricciardi, Milano-Napoli 1969, pp. 810-11, nota 3.
5. Dal Tractatus politicus, V, 3; io leggo la citazione in B. SPINOZA , Etica e Trattato teologico-
politico, a cura di R. Cantoni e F. Fergnani, Utet, Torino 2017, p. 653, nota 1 (in generale, è da
leggere tutto il commento di Cantoni e Fergnani al vol. per intendere e collocare bene
quest’affermazione spinoziana). Sull’argomento si veda anche F. DEL LUCCHESE , Tumulti e
«indignatio». Conflitto, diritto e moltitudine in Machiavelli e Spinoza, Edizioni Ghibli, Milano
2004.
6. J.-J. ROUSSEAU , Il contratto sociale, trad. di M. Garin, introduzione di T. Magri, Laterza,
Roma-Bari 1997, pp. 104-5, c.n.
7. U. FOSCOLO , Dei Sepolcri, in Opere, I. Poesie e tragedie, ed. diretta da F. Gavazzeni, con la
collaborazione di M. M. Lombardi e F. Longoni, Einaudi-Gallimard, Torino 1994, pp. 26-27,
vv. 151-58 e p. 27, 180-85.
8. Non è irrilevante ai fini del nostro discorso rammentare che fonte pressoché letterale del
discorso foscoliano nei Sepolcri è, peraltro, un sonetto di Vittorio Alfieri, di pochi anni
precedente, che sta a testimoniare l’ampiezza culturale e ideale delle posizioni che, con la
ripresa della grande tradizione ideale e intellettuale italiana, – all’interno della quale collocare
finalmente senza riserve Niccolò Machiavelli, – cominciano ad affermarsi o a riaffermarsi.
Cito per intero: «Qui Michelangel nacque? e qui il sublime | dolce testor degli amorosi detti? |
Qui il gran poeta, che in sí forti rime | scolpí d’inferno i pianti maladetti? | Qui il celeste
inventor, ch’ebbe dall’ime | valli nostre i pianeti a noi soggetti? | E qui il sovrano pensator,
ch’esprime | sí ben del prence i dolorosi effetti? | Qui nacquer, quando non venia proscritto | il
dir, leggere, udir, scriver, pensare; | cose, ch’or tutte appongonsi a delitto. | Non v’era scuola
allor del rio tremare; | né si vedeva a libro d’oro [il “libro della nobiltà”] inscritto | uom per
saper gli altrui pensier spiare». Michelangelo, Petrarca, Dante, Galilei, Machiavelli: siamo
all’elenco fondativo della nuova rigenerazione italiana (V. ALFIERI , Opere, a cura di V. Branca,
Mursia, Milano 1965, p. 1134). Del resto, a Del Principe e delle lettere dovremmo piú
ampiamente ricorrere se intendessimo descrivere fino in fondo l’atteggiamento compiutamente
libertario di Vittorio Alfieri. Machiavelli non è esplicitamente citato, ma come non pensare a
lui tutte le volte in cui Alfieri definisce tempestosamente caratteri e attitudini del principe –
tiranno? Ad esempio: «Colui, che può ciò che vuole, e vuole ciò che piú gli piace; né del suo
operare rende ragione a persona; né v’è chi dal suo volere si diparta; né chi al suo potere e
volere vaglia ad opporsi […]».
9.U. FOSCOLO , Prose politiche e letterarie dal 1811 al 1816, a cura di L. Fassò, in Edizione
nazionale delle opere di U. Foscolo, Le Monnier, Firenze 1933, pp. 3-18 e 19-63.
10. Ibid., p. 18. È interessante notare che, di lí a poco, Giacomo Leopardi, pur non sviluppando
un discorso intero su di lui, dedica a Machiavelli un giudizio importante, nel quadro della
ricostruzione del pensiero filosofico e politico europeo moderno: «Macchiavelli [sic] fu il
fondatore della politica moderna e profonda» (G . LEOPARDI , Zibaldone di pensieri, ed. critica
e annotata a cura di G. Pacella, Garzanti, Milano 1991, vol. I, p. 1065).
11. FOSCOLO , Prose politiche e letterarie cit., p. 18.
12. Non si può però non chiamare in causa, anche se fuggevolmente, il punto di vista, altamente
religioso e cristiano, di Alessandro Manzoni. Non l’appello al «principe nuovo»; non il
richiamo alle «armi proprie» liberatrici. Ma il dolore e il cordoglio per il popolo italico,
tormentato e oppresso da una miriade di popoli occupanti. Mi riferisco al primo Coro della
tragedia Adelchi (1822), «Dagli atrii muscosi, dai fòri cadenti» (A. M ANZONI , Tutte le opere, a
cura e con introduzione di M. Martelli, premessa di R. Bacchelli, Sansoni, Firenze 1973, vol. I,
pp. 203-4). Gli italiani, dominati dai Longobardi, sembrano sperare che i Franchi nuovi
invasori restituiscano loro libertà e giustizia. Ma questo naturalmente non accade. Sono i versi
conclusivi del Coro: «Il forte si mesce col vinto nemico, | col novo signore rimane l’antico; |
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. | Dividono i servi, dividon gli armenti; | si posano insieme
sui campi cruenti | d’un volgo disperso che nome non ha» (vv. 61-66). Il «volgo disperso che
nome non ha» è l’immagine plastica, fortemente seducente, di un popolo italiano rimasto
secolarmente senza identità sotto il giogo di popoli stranieri, id est barbari, sia pure in modi e
atteggiamenti diversi. Qui Machiavelli naturalmente non c’entra, anzi non è mai entrato. Il
forte afflato religioso, tuttavia, mette l’accento con forza sulla condizione sventurata degli
italiani, sommersi da tempo immemorabile sotto l’ondata «barbarica».
13. IPPOLITO NIEVO , Frammento sulla rivoluzione nazionale, in ID. , Opere cit., p. 1077.
14. G. FERRARI , Opere di Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, a cura
di E. Sestan, Ricciardi, Milano-Napoli 1957, pp. 1155-200 (i capitoli specificamente dedicati a
Machiavelli a pp. 1184-91).
15. F. DE SANCTIS , Machiavelli, in ID ., Storia della letteratura italiana, a cura di N. Gallo, con
introduzione di N. Sapegno, 2 voll., Einaudi, Torino 1958, II, pp. 555-609. Dalla p. 609 alla p.
619 torna a parlare anche di Guicciardini.
16. DE SANCTIS , Machiavelli, in ID ., Storia della letteratura italiana cit., II, p. 560.
17. Ibid., p. 566.
18. Ibid., p. 568.
19. Ibid., pp. 569-70.
20. Ibid., p. 584.
21. Ibid., p. 608.
22. De Sanctis, non a caso, torna a mo’ d’esempio a Machiavelli nell’ultimo capitolo della Storia,
«La nuova letteratura», dove proclama che «la sua vita [dell’Italia] è ancora esteriore e
superficiale. Dee cercare sé stessa, con vista chiara, sgombra da ogni velo e da ogni involucro,
guardando alla cosa effettuale, con lo spirito di Galileo, di Machiavelli» (Ibid., p. 974) (che è
un’accoppiata simbolicamente importante). Qualche riserva mentale non irrilevante doveva
tuttavia permanere nel grande critico e storico della nostra letteratura se, in un discorso
elettorale pronunziato di fronte alla cittadinanza di Chieti nel maggio 1880, quindi qualche
anno piú tardi della comparsa della Storia della letteratura, gli capitò di affermare: «Perché,
badate, amici miei, noi dobbiamo rifare la generazione italiana, noi siamo figli di tre secoli di
decadenza, noi abbiamo ancora nelle nostre vene Loyola e Machiavelli!» (DE SANCTIS , Il
discorso di Chieti, in I partiti e l’educazione della Nuova Italia, a cura di N. Cortese, Einaudi,
Torino 1970, p. 373). Loyola e Machiavelli! Straordinario accostamento: ossia l’uno e l’altro
lato della degenerazione italiana. Riemerge nonostante tutti i distinguo il grande fustigatore
dell’opportunismo guicciardiniano. Un discorso elettorale non è un saggio di storia della
letteratura: ma può essere il segno di una riserva profonda, non ancora metabolizzata.
23. Sono le prime righe delle Noterelle sulla politica del Machiavelli (1932-34) (GRAM SCI ,
Quaderni del carcere cit., vol. III, p. 1555).
24. Ibid., p. 1928. La considerazione è tanto piú significativa in quanto parte da una riflessione
su Del Principe e delle lettere di Alfieri, per cui si veda qui par. 18, nota 8.
25. GRAM SCI , Quaderni del carcere cit., vol. III, p. 1561.
26. Ad esempio, in Scrittori e popolo, Samonà e Savelli, Roma 1965 (ora Scrittori e popolo,
1965. Scrittori e massa, 2015, Einaudi, Torino 2015, pp. 170-76). Ambedue i concetti, infatti,
fanno riferimento a classici del pensiero risorgimentale italiano, – ad esempio Vincenzo
Gioberti, quasi alla lettera, – che avrebbero innestato sull’incontestabile materialismo e
vitalismo machiavelliano elementi idealistici molto forti.
27. GRAM SCI , Quaderni del carcere cit., vol. III, p. 1561.
28. Ibid., vol. I, pp. 661-62.
29. Osserva Gramsci: «Fortuna “pratica” di Machiavelli: Carlo V lo studiava. Enrico IV. Sisto V
ne fece un sunto. Caterina de’ Medici lo portò in Francia e se ne ispirò forse per la lotta contro
gli Ugonotti e la strage di S. Bartolomeo. Richelieu ecc. Cioè Machiavelli serví realmente gli
Stati assoluti nella loro formazione, perché era stato l’espressione della “filosofia dell’epoca”
europea piú che italiana» (Ibid., vol. II, p. 723). Sull’«europeismo» di Machiavelli si veda
anche Ibid., vol. I, pp. 8-9.
Indice dei nomi

La voce relativa a Niccolò Machiavelli non è indicizzata perché presente lungo tutto il testo.

Absburgo, famiglia.
Achillini, Claudio.
Adriano VI, nato Adriaan Florisz Boeyens, papa (1522-23).
Aggeo, profeta.
Agostino, Aurelio, noto come sant’Agostino.
Alamanni, Lodovico.
Alamanni, Luigi.
Alberti, Leon Battista,
Albertini, Rudolf von.
Aldobrandini, famiglia.
Alessandro VI, nato Roderic Llançol de Borja, papa (1492-1503).
Alfieri, Vittorio.
Anselmi, Gian Mario.
Ardinghelli, Pietro.
Aretino, Pietro.
Ariosto, Ludovico.
Arnaldi, Girolamo.
Arnaldo da Brescia.
Arrigo VII, o Enrico VII di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero (r. 1312-13).
Asor Rosa, Alberto.
Azeglio, Massimo d’.

Bacchelli, Riccardo.
Baglioni, Malatesta.
Balsamo-Crivelli, Gustavo.
Barbaro, Ermolao.
Barberini, famiglia.
Barberis, Walter.
Bardini, Marco.
Baumann, Reinhard.
Bausi, Francesco.
Bembo, Pietro.
Benzoni, Gino.
Berchet, Giovanni.
Beringhieri, Raimondo.
Berni, Francesco.
Berté, Monica.
Bibbiena, Bernardo Dovizi detto il, cardinale.
Blado, Antonio.
Boccaccio, Giovanni.
Boccalini, Traiano.
Bodin, Jean.
Boiardo, Matteo Maria.
Bollati, Giulio.
Bologna, Corrado.
Borbone, Carlo duca di, conestabile di Francia, o Charles de Bourbon.
Borboni, famiglia.
Borghese, famiglia.
Borgia, Cesare, detto il Valentino.
Borromeo, Federico.
Boscoli, Pietro Paolo.
Botero, Giovanni.
Botticelli, Sandro di Mariano Filipepi detto il.
Bottoni, Luciano.
Bracciolini, Poggio.
Bramante, Donato.
Branca, Vittore.
Breme, Ludovico Arborio Gattinara dei marchesi di.
Brenno.
Bronzino, Angiolo Tori detto il.
Brunelleschi, Filippo.
Bruni, Francesco.
Bruno, Giordano.
Buonaccorsi, Biagio.
Buondelmonti, Zanobi.
Busini, Giovan Battista.

Cabani, Cristina.
Cacciari, Massimo.
Calcaterra, Carlo.
Caligola, imperatore romano, (r. 37-41).
Campanella, Tommaso.
Candeloro, Giorgio.
Cantoni, Remo.
Caporali, Riccardo.
Capponi, Agostino.
Capponi, Niccolò.
Carafa, famiglia.
Carducci, Francesco.
Carducci, Niccolò.
Carena, Carlo.
Caretti, Lanfranco.
Carli, Gianrinaldo.
Carlo III, duca di Savoia, detto il Buono.
Carlo Magno, re dei franchi (r. 768-814), imperatore del Sacro Romano Impero (r. 800-814).
Carlo V d’Absburgo, imperatore del Sacro Romano Impero (r. 1519-56).
Carlo VIII di Valois, re di Francia (r. 1483-98).
Casavecchia, Filippo.
Castiglione, Baldassar.
Cattaneo, Carlo.
Cavalcanti, Bartolomeo.
Cavour, Camillo Benso conte di.
Cellini, Benvenuto.
Chabod, Federico.
Charles de Bourbon, vedi Borbone, Carlo duca di.
Chastel, André.
Chiabrera, Gabriello.
Ciaffi, Raffaele.
Cicerone.
Cino da Pistoia.
Ciro di Pers.
Ciro II di Persia, noto come Ciro il Grande (r. 558-529 a.C.).
Clemente VII, nato Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici, papa (1523-34).
Colonna, famiglia.
Colonna, Giovanni, cardinale.
Colonna, Vittoria.
Consalvo di Cordova.
Contini, Gianfranco.
Copenhaver, Brian P..
Corsi, Giovanni.
Corsini, Marietta.
Cortese, Nino.
Cozzi, Gaetano.
Cozzi, Luisa.
Croce, Benedetto.
Cutinelli-Rendina, Emanuele.

Dante Alighieri.
Danzi, Massimo.
Dardano, Maurizio.
Davico Bonino, Guido.
De Roberto, Elisa.
De Sanctis, Francesco.
Del Lucchese, Filippo.
Della Casa, Giovanni.
della Palla, Giovanni Battista.
Della Rovere, Francesco Maria.
Dionisotti, Carlo.
Doni, Anton Francesco.
Doria, Andrea.
Dorigatti, Marco.
Dotti, Ugo.
Ebgi, Raphael.
Emanuele Filiberto, duca di Savoia (r. 1553-1580).
Enrico IV di Borbone, detto Enrico il Grande, re di Francia (r. 1589-1610).
Erasmo da Rotterdam.
Erodoto.
Estensi, famiglia.

Faelli, Enrico.
Falari, tiranno di Agrigento.
Falciani, Carlo.
Farnese, famiglia.
Farnese, Pier Luigi.
Fassò, Luigi.
Federico I d’Aragona, re di Napoli (r. 1496-1501).
Federico II di Hohenstaufen, imperatore del Sacro Romano Impero (r. 1220-50).
Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico, re di Napoli (r. 1504-16).
Fergnani, Franco.
Ferrante, Pier Paolo.
Ferrari, Giuseppe.
Ferrucci, Francesco.
Fieramosca, Ettore.
Filippo II, re di Spagna (r. 1556-98).
Filippo IV, detto il Bello, re di Francia (r. 1285-1314).
Firpo, Luigi.
Fo, Alessandro.
Folengo, Teofilo.
Foscari, Francesco.
Foscolo, Ugo.
Francesco I, re di Francia (r. 1515-31).
Francesco II Sforza, duca di Milano.
Franco, Veronica.
Frenguelli, Gianluca.
Frundsberg, Georg von, o Giorgio Fransisberg.

Gaeta, Franco.
Galilei, Galileo.
Galimberti, Cesare.
Galli della Loggia, Ernesto.
Galli, Carlo.
Garibaldi, Giuseppe.
Garin, Eugenio.
Garin, Maria.
Gaston de Foix, duca di Nemours.
Gavazzeni, Franco.
Gelli, Giovan Battista.
Gentile, Giovanni.
Gerratana, Valentino.
Getto, Giovanni.
Giannone, Pietro.
Giannotti, Donato.
Giannotti, Filomena.
Gilbert, Felix.
Gioberti, Vincenzo.
Giorgione, Giorgio da Castelfranco detto il.
Giraldi Cinzio, Giambattista.
Giulio Cesare, Gaio, dittatore (r. 49-44 a.C.), pontefice massimo (63-44 a.C.).
Giulio II, nato Giuliano della Rovere, papa (1503-13).
Giunta, Bernardo.
Giunta, famiglia.
Giunta, Filippo.
Glarea, Antonio.
Gonzaga Castiglione, Aloisia.
Gonzaga, Elisabetta.
Gonzaga, famiglia.
Gonzaga, Francesco.
Gonzaga, Vincenzo.
Gorni, Guglielmo.
Gramsci, Antonio.
Grassini, Ileana.
Griffa, Lodovico.
Guerrazzi, Francesco Domenico.
Guicciardini, Francesco.
Guicciardini, Luigi.
Guido da Montefeltro.
Guinigi, Michele.

Hesdin, Jean de.

Ierone II, o Gerone II, tiranno di Siracusa (r. 270-215 a.C.).


Inglese, Giorgio.

La Rocca, Guido.
Lane, Frederic C..
Lannoy, Charles de, viceré di Napoli (r. 1522 -24 ).
Larivaille, Paul.
Lenaz, Luciano.
Leonardo da Vinci.
Leone III, papa (795-816).
Leone X, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, papa (1513-21).
Leopardi, Giacomo.
Lettieri, Gaetano.
Lombardi, Maria Maddalena.
Lombardo, Marco.
Longhi, Silvia.
Longoni, Franco.
Loyola, Ignazio di.
Ludovico Maria Sforza detto il Moro.
Ludovisi, famiglia.
Lugnani Scarano, Emanuella.
Luigi XII di Valois-Orléans, detto il Padre del Popolo, re di Francia (r. 1498-1515).
Luigi XIII di Borbone, detto il Giusto, re di Francia (r. 1610-43).
Luis Fernández de Córdoba, duca di Sessa.
Luisa di Savoia, contessa di Angoulême.
Lutero, Martin.

Machiavelli, Piero.
Magri, Tito.
Malato, Enrico.
Mantegna, Andrea.
Manzoni, Alessandro.
Marchand, Jean-Jacques.
Margherita d’Absburgo, nota come Margherita d’Austria, duchessa di Savoia, governatrice
dei Paesi Bassi.
Margherita d’Austria, duchessa di Firenze, poi duchessa di Parma e Piacenza.
Martelli, Mario.
Marti, Mario.
Massimiliano I d’Absburgo, imperatore del Sacro Romano Impero (r. 1508-19).
Masuccio Salernitano, nato Tommaso Guardati.
Mazzini, Giuseppe.
Mazzucchi, Andrea.
Medici, Pierfrancesco de’.
Medici, Alessandro de’, detto il Moro, duca di Urbino.
Medici, Caterina de’, regina di Francia (r. 1547-59).
Medici, Cosimo de’, detto il Vecchio Politico.
Medici, famiglia.
Medici, Giovanni de’, detto Giovanni dalle Bande Nere.
Medici, Giovanni di Lorenzo de’, vedi Leone X.
Medici, Giuliano de’.
Medici, Giulio Zanobi di Giuliano de’, vedi Clemente VII.
Medici, Lorenzino de’.
Medici, Lorenzo de’.
Medici, Lorenzo di Piero de’, detto il Magnifico.
Medici, Piero de’.
Meinecke, Federico.
Michelangelo Buonarroti.
Montagnani, Cristina.
Montecuccoli, Raimondo.
Montefeltro, famiglia.
Monti, Vincenzo.
Morando, Umberto.
Moreno, Paola.
Mosca, Gaetano.
Mosè o Moisè.
Muscetta, Carlo.

Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi (r. 1804-15).


Natali, Antonio.
Nauta, Lodi.
Nerli, Filippo de’.
Nerone, imperatore romano (r. 54-68).
Nievo, Ippolito,
Nifo, Agostino.

Orsini, famiglia.
Ovidio Nasone, Publio.

Pacella, Giuseppe.
Pallavicino, Pietro Sforza.
Palumbo, Giovanni.
Paolo III, nato Alessandro Farnese, papa (1534-49).
Paolo IV, nato Gian Pietro Carafa, papa (1555-59).
Pareto, Vilfredo.
Parrinello, Rosa Maria.
Paruta, Paolo.
Pastore Stocchi, Manlio.
Pellico, Silvio.
Perugino, Pietro Vannucci detto il.
Petrarca, Francesco.
Pilati, Carlantonio.
Pincin, Carlo.
Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini, papa (1458-64).
Pio III, nato Francesco Todeschini Piccolomini, papa (1503).
Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano, papa (1559-65).
Pio V, nato Antonio Ghislieri, papa (1566-1572).
Pio VII, nato Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, papa (1800-23).
Pisacane, Carlo.
Plinio il Giovane.
Plutarco.
Ponchiroli, Daniele.
Ponsiglione, Giulia.
Pontormo, Iacopo Carrucci detto il.
Porro, Pasquale.
Possevino, Antonio.

Rabelais, François.
Raffaello Sanzio.
Raimondi, Ezio.
Rangoni, Guido.
Ravello, Federico.
Richelieu, Armand-Jean Du Plessis de, cardinale.
Ridolfi, Roberto.
Rigoni, Mario Andrea.
Romano, Ruggiero.
Romieu de Villeneuve.
Ronchi, G. B., conte.
Rospigliosi, famiglia.
Rosso Fiorentino, Giovanni Battista di Iacopo de’ Rossi detto il.
Rua, Giuseppe.
Rucellai, Cosimo.
Rusca, Luigi.
Ruzzante, Angelo Beolco detto.

Sacchetti, Franco.
Salviati, Alamanno.
Salviati, famiglia.
Salviati, Jacopo.
Salvini, Roberto.
Sansovino, Jacopo Tatti detto il.
Sapegno, Maria Serena.
Sapegno, Natalino.
Sarpi, Paolo.
Sasso, Gennaro.
Savonarola, Girolamo.
Schiavone, Aldo.
Seidel Menchi, Silvana.
Sestan, Ernesto.
Sforza, famiglia.
Sforza, Francesco.
Signorelli, Luca.
Sisto IV, nato Francesco della Rovere, papa (1471-84).
Sisto V, nato Felice Piergentile, papa (1585-1590).
Soderini, Francesco.
Soderini, Giovan Battista.
Soderini, Pier.
Soldi Rondinini, Gigliola.
Spinoza, Baruch.
Spongano, Raffaele.
Stampa, Gaspara.
Stella, Angelo.
Strozzi, famiglia.
Strozzi, Filippo.

Tacito, Publio Cornelio.


Tafuri, Manfredo.
Tarugi, Francesco.
Tasso, Torquato.
Terenzio Afro, Publio.
Testi, Fulvio.
Tibullo, Albio.
Tintoretto, Jacopo Robusti detto il.
Tissoni Benvenuti, Antonia.
Tito Livio.
Tiziano, Vecellio.
Tommaseo, Niccolò.
Tommasini, Oreste.
Tommaso d’Aquino.
Trissino, Gian Giorgio.
Tronti, Mario.

Valentino, il, vedi Borgia, Cesare.


Valgimigli, Manava.
Valla, Lorenzo.
Valori, Niccolò.
Varchi, Benedetto.
Vernacci, Giovanni.
Vespucci, Agostino.
Vespucci, Bartolomeo.
Vettori, Francesco.
Vico, Giambattista.
Villari, Pasquale.
Vincenzo da Filicaia.
Virgilio Marone, Publio.
Viroli, Maurizio.
Visconti, famiglia.
Visconti, Gian Galeazzo.
Visconti, Valentina.
Vitelli, Vitello.
Vittorio Emanuele II di Savoia, re d’Italia (r. 1861-78).
Vivanti, Corrado.
Voltaire, François-Marie Arouet detto.

Zanato, Tiziano.
Zuffi, Stefano.
Il libro

L A LEGGENDARIA FIGURA DI NICCOLÒ MACHIAVELLI, – PENSATORE, TEORICO,

interprete profondo e appassionato degli avvenimenti politici e statuali del


suo tempo, – viene in questo libro ricollocata nella sua dimensione piú
umana e nel moltiplicarsi senza fine delle sue vocazioni. Ne esce un personaggio
a tutto tondo, in cui corpo e cervello, intelligenza e passioni, invece di muoversi
su binari paralleli e non comunicanti, convergono e continuamente si fondono fra
loro.
Il fascino di una ricostruzione condotta con questi criteri consente di cogliere
meglio, e con maggiore concretezza, anche lo svolgimento processuale di un
momento importante, anzi decisivo, della storia italiana, quello che Asor Rosa
definisce la «grande catastrofe»: quando, in un breve volgere di anni (1492-
1530), si sarebbero determinati e forgiati i destini della Nazione fino ai nostri
giorni.
Il talento narrativo dell’autore, ben noto per precedenti esperienze, fa di questo
ricchissimo e complicato intreccio di temi, problemi, personaggi, decisioni giuste
e decisioni avventate, lotte eroiche e imprese sciagurate, un racconto continuo e
appassionato, di cui non si perde mai il filo. Vi si legge la storia del passato come
se si trattasse della storia piú coinvolgente dei nostri tempi.

«Il pensiero non è spirito, è materia, al pari del corpo: ed esattamente come il
corpo funziona e agisce... Non esiste nella storia operazione piú esemplare di
quella che Niccolò Machiavelli ha perseguito e realizzato nel senso che ho
cercato testé di descrivere. Non esiste: per questo siamo cosí pieni di ammirazione
e d’invidia. Invece di separare e magari di contrapporre le due cose, le ha fuse. Di
conseguenza: quando si giudica il suo pensiero, si chiama in causa il suo corpo.
Quando si chiama in causa il suo corpo, la sua materialità, – anche quella
apparentemente piú episodica e transeunte, – se ne ricava l’impressione e la
persuasione di un poderoso organismo pensante, che abbraccia tutto senza sforzo
(senza sforzo? Sí, è questa l’impressione che se ne ricava) e diventa una cosa sola
con il testo o l’episodio storico che sta narrando e descrivendo. Frutto anche
questo, oltre che del genio machiavelliano, di quel complesso di ragioni e di
forze, che siamo soliti considerare tipiche del cosiddetto grande “Rinascimento
italiano”? Sí, non c’è dubbio: ma questo non fa che aumentare l’impressione di
globalità che l’esperimento machiavelliano esprime e contiene».
L’autore

ALBERTO ASOR ROSA (Roma, 1933) ha insegnato per molti anni Letteratura
italiana all’Università La Sapienza di Roma, di cui attualmente è professore
emerito. Ha diretto la Letteratura italiana Einaudi nelle sue varie forme ed
estensioni. Sempre con Einaudi ha pubblicato numerosi saggi di critica letteraria e
di intervento politico e cinque opere di narrativa.
Dello stesso autore

Scrittori e popolo
Fuori dall’Occidente
La sinistra alla prova
Genus italicum
La narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri (con Pierre de Meijer e Achille
Tartaro)
Stile Calvino
La guerra
L’alba di un mondo nuovo
Storie di animali e altri viventi
Storia europea della letteratura italiana
Assunta e Alessandro
Le armi della critica
Breve storia della letteratura italiana
Racconti dell’errore
Amori sospesi
© 2019 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
In copertina: Santi di Tito, Ritratto di Niccolò Machiavelli, olio su tela, seconda metà del XVI
secolo, particolare. Firenze, Palazzo Vecchio. (© 2019. Foto Scala, Firenze).

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Ebook ISBN 9788858430514