Sei sulla pagina 1di 3

5° DOMENICA DI PASQUA – ANNO B terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono

nella polvere. R.
Preghiera iniziale: Gesù, tu sei la Vite di cui noi
siamo i tralci! Ci hai voluti innestati in te per Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza.
riempirci della tua vita divina e partecipare alla tua Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
missione evangelica. È bello essere con te tralci annunceranno la sua giustizia; al popolo che
fecondi che producono il vino della gioia e nascerà diranno: «Ecco l'opera del Signore!». R.
comunicano la carità di Dio a ogni creatura. Il tuo
amore è la verità che vogliamo dire; la tua vita è la Seconda Lettura - 1Gv 3,18-24
forza che vogliamo donare; la tua gioia è il sostegno Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
che vogliamo offrire nelle nostre famiglie e a quanti
incontriamo. Tu, sorgente d’acqua viva e datore Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma
dello Spirito, continua a riempirci del tuo Spirito di con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che
fecondità, perché portiamo molto frutto, a gloria siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il
del Padre e a gioia dei fratelli. Amen. nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri.
Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni
Colletta (2): O Dio, che ci hai inseriti in Cristo cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera
come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, a, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa
perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i
diventiamo primizie di umanità nuova suoi comandamenti e facciamo quello che gli è
e portiamo frutti di santità e di pace. gradito. Questo è il suo comandamento: che
Per il nostro Signore Gesù Cristo... crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci
amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha
Prima lettura - At 9,26-31- Dagli Atti degli Apostoli dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli
cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato. Parola di
paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Dio
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli
apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, Alleluia.Rimanete in me e io in voi, dice il Signore,
aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in chi rimane in me porta molto frutto. Alleluia.
Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di
Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e Vangelo - Gv 15,1-8 Dal Vangelo secondo Giovanni
veniva in Gerusalemme, predicando apertamente In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1«Io
nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore.
di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo
Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota
Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era
perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a
dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la
causa della parola che vi ho annunciato.
Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non
Signore e, con il conforto dello Spirito Santo,
cresceva di numero. Parola di Dio può portare frutto da se stesso se non rimane
nella vite, così neanche voi se non rimanete in
Salmo responsoriale - Dal Sal 21 (22)- R. A te la mia me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in
lode, Signore, nella grande assemblea. me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza
di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. I poveri me viene gettato via come il tralcio e secca; poi
mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo
quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre!R. bruciano.7Se rimanete in me e le mie parole
rimangono in voi, chiedete quello che volete e
Ricorderanno e torneranno al Signore
vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre
tutti i confini della terra; davanti a te si
prostreranno tutte le famiglie dei popoli. R. mio: che portiate molto frutto e diventiate miei
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto discepoli». Parola del Signore
a) Agostino (354 – 430), Comment. in Ioan. 81, 3-4 (La vite e i tralci)

"Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui produce molto frutto: perché senza di me voi non
potete far nulla" (Gv 15,5).
Nessuno pensi che il tralcio possa da solo produrre almeno qualche frutto. Il Signore ha detto che chi è
in lui produce «molto frutto». E non ha detto: Senza di me potete fare poco ma: «Senza di me Voi non
potete fare nulla». Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si
può fare nulla. Perché anche se, quando il tralcio produce pochi frutti, l`agricoltore lo monda, affinché ne
produca di più: tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se
stesso portare nessun frutto...
"Chi poi non rimarrà in me sarà gettato via come il tralcio; e si dissecca; e poi sarà raccolto e gettato nel
fuoco dove brucerà" (Gv 15,6). Il tralcio è infatti tanto prezioso se resta unito alla vite, quanto, se ne è
reciso, è privo di valore. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele (cf. Ez 15,5), i rami di
vite recisi non possono né essere utili all`agricoltura, né usati dal falegname in alcuna opera. Il tralcio di
vite ha due sole alternative: o restare unito alla vite o essere gettato nel fuoco: se non è unito alla vite
sarà buttato nel fuoco. Quindi, per non finire nelle fiamme, deve restare unito alla vite.
"Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi domandate quanto volete e vi sarà fatto" (Gv
15,7).
Rimanendo in Cristo, che cosa possono chiedere i fedeli se non quanto a Cristo conviene? Che possono
volere, se restano uniti al Salvatore, se non ciò che non si oppone alla loro salvezza? Una cosa infatti
desideriamo, quando siamo in Cristo, e una cosa ben diversa quando siamo ancora uniti a questo mondo.
Ma qualche volta può accadere che il fatto di dimorare in questo mondo ci spinga a chiedere qualcosa che,
senza che noi ce ne rendiamo conto, non è utile alla nostra salvezza. Ma questo certamente non ci avviene
se siamo in Cristo, poiché egli esaudisce le nostre richieste solo quando giovano alla nostra salute eterna.
Rimanendo dunque noi in lui e in noi restando le sue parole, potremo chiedergli qualunque cosa, ed egli la
compirà in noi. Se gli chiediamo qualcosa ed egli non ci esaudisce, significa che quanto abbiamo chiesto non
favorisce il rimanere in lui e non è conforme alla sua parola che in noi dimora, ma riguarda invece desideri e
debolezze della carne, che non sono certo in lui, e nelle quali non è certo la sua parola. Quanto alla
preghiera che egli stesso ci ha insegnata e con la quale diciamo: "Padre nostro che sei nei cieli" (Mt 6,9),
essa fa parte sicuramente delle sue parole.
Non allontaniamoci, dunque, nelle nostre richieste al Signore, dalla lettera e dallo spirito di questa
preghiera: se così facciamo, ogni cosa che chiederemo egli ce la concederà. Le sue parole rimangono in noi,
quando facciamo quanto ci ha ordinato e desideriamo quanto ci ha promesso; ma quando invece le sue
parole restano, sì, nella nostra memoria, ma non se ne trova traccia nella nostra vita e nei nostri costumi,
allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non assorbe più la vita dalla sua radice. Questa distinzione
tra il conoscere la legge e metterla in pratica è efficacemente posta in rilievo dal profeta che dice: "Si
ricordano dei suoi comandamenti per metterli in pratica" (Sal 102,18) . Non sono pochi, infatti, coloro che si
ricordano dei suoi comandamenti solo per disprezzarli, per deriderli e fare il contrario di ciò che essi
ordinano. In costoro non hanno dimora le parole di Cristo; essi sono in qualche modo in contatto con esse,
ma non sono affatto ad esse uniti. E tali parole non solo non produrranno in costoro alcun beneficio, ma
renderanno invece testimonianza contro di essi. E poiché quelle parole sono in loro, ma essi non le
conservano, sono esse che posseggono loro, per condannarli.

b) Padre Raniero Cantalamessa

Meditare queste parole di Gesù sulla vite e i tralci, significa cogliere il rapporto che ci lega a lui nella sua
dimensione più profonda: Io sono la vite, voi i tralci. È un rapporto più profondo perfino di quello che
esiste fra il pastore e il suo gregge che abbiamo meditato domenica scorsa. Nel Vangelo di oggi, scopriamo
dove risiede «la forza interiore» della nostra religione (cf. 2 Tim. 3, 5).
Pensiamo alla realtà naturale da cui è tratta l'immagine. Cosa vi è di più intimamente unito tra loro che la
vite e il suo tralcio? Il tralcio è una propaggine e un prolungamento della vite. Da essa gli viene la linfa
che lo nutre, l'umidità del suolo e tutto ciò che esso trasforma poi in uva, sotto i raggi estivi del sole; se
non è alimentato dalla vite, esso non può produrre niente, ma niente sul serio: non un pampino, non un
acino d'uva, niente di niente. È la stessa verità che san Paolo inculca con l'immagine del corpo e delle
membra: Cristo è il Capo di un corpo che è la Chiesa, di cui ciascun cristiano è un membro (cf. Rom. 12,
4s.; i Cor. 12, l2ss.). Anche il membro, se è staccato dal resto del corpo, non può far nulla.
Dove riposa questo rapporto, applicato a noi uomini? Non contrasta esso con il nostro senso di autonomia e
di libertà, cioè con il nostro sentimento di essere un tutto e non una parte? Esso riposa su un evento ben
preciso che l'apostolo Paolo, con un'immagine tratta anch'essa dall'agricoltura, chiama un innesto. Nel
Battesimo noi, che eravamo olivastri di natura selvatica, siamo stati inseriti e innestati in Cristo (cf.
Rom. 11, l6ss.); siamo diventati tralci della vera vite e rami dell'ulivo buono. Tutto questo in forza dello
Spirito Santo che ci è stato dato (Rom. 5, 5). Tra la vite e il tralcio c'è in comune lo Spirito Santo!
Qual è dunque il nostro compito di tralci? Giovanni - abbiamo sentito - ha un verbo prediletto per espri-
merlo: «rimanere» (s'intende, uniti alla vite che è Cristo):
Rimanete in me ed io in voi; Se non rimanete in me...; Chi rimane in me... Rimanere attaccati alla vite e
rimanere in Cristo Gesù significa anzitutto non abbandonare gli impegni assunti con il Battesimo, non
andarsene in paese lontano, come il figliol prodigo, ben sapendo però che ci si può staccare da Cristo tutto
una volta, come d'un sol balzo, dandosi a una vita di peccato cosciente e voluto, ma anche a passettini, quasi
senza accorgersene, giorno per giorno, infedeltà per infedeltà, omissione per omissione, compromesso per
compromesso, lasciando prima di comunicarsi, poi di andare a Messa, poi di pregare, poi infine tutto.
Rimanere in Cristo Gesù significa anche qualcosa di positivo e cioè rimanere «nel suo amore» (Gv.
15, 9). Nell'amore, s'intende, che lui ha per noi, più che nell'amore che noi abbiamo per lui; significa perciò
permettergli di amarci, di farci passare la sua «linfa» che è il suo Spirito, evitando di porre tra lui e noi
l'insormontabile barriera dell'autosufficienza, dell'indifferenza e del peccato.
Gesù insiste sull'urgenza di rimanere in lui facendoci intravedere le conseguenze fatali del distacco da
lui. Il tralcio che non rimane unito alla vite si secca, non porta frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco; non
serve proprio a niente, perché il legno della vite - a differenza di altri legni che, tagliati, servono a tanti scopi
- è un legno inutile a qualsiasi altro scopo che non sia quello di produrre uva (cf. Ez. 15, lss.). Uno può avere
una vita rigogliosissima all'esterno, essere pieno di salute, di idee, produrre energia, affari, figli, ed essere,
agli occhi di Dio, legno arido, legno da buttare nel fuoco appena passata la stagione della vendemmia.
Rimanere in Cristo, dunque, significa rimanere nel suo amore, nella sua legge; talvolta significa rimanere
nella croce, «perseverare con lui nella prova» (cf. Le. 22, 28). Ma non rimanere soltanto, restando allo stato
infantile del Battesimo, quando il tralcio era appena sbocciato o innestato; piuttosto, crescere verso il Capo
(cf. Ef. 4, 15), diventare adulti e maturi nella fede, cioè portare frutto di buone opere.
Per una tale crescita, occorre essere potati e lasciarsi potare: Ogni tralcio che porta frutto (il Padre mio) lo
pota perché porti più frutto (Gv. 15, 2). Che significa lo pota? Significa che recide i germogli superflui e
parassitari (i desideri e gli attaccamenti disordinati), perché concentri tutta la sua energia in una sola
direzione e così cresca davvero. Il contadino è attentissimo, quando la vite si carica d'uva, a scoprire e
tagliare i rami secchi o superflui, perché non compromettano la maturazione di tutto il resto. È una grazia
grande saper riconoscere, nel tempo della potatura, la mano del Padre e non imprecare, né reagire
disordinatamente atteggiandoci a vittime perseguitate da chissà quale mala sorte.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato, diceva Gesù ai suoi discepoli (Gv. 15, 3). Il Van-
gelo, che è parola di Dio in Gesù Cristo, è dunque come una potatura e rappresenta l'ascesi fondamentale
del cristianesimo. Esso colpisce le cupidigie (Mammona con i suoi satelliti, la carne con le sue
concupiscenze), tutto ciò, insomma, che ci disperde in tanti vani progetti e desideri terreni; fortifica,
invece, le energie sane e spirituali; ci concentra su veri valori, mettendo in crisi i falsi. La Parola di Dio
si rivela davvero come una spada affilata e a doppio taglio, nelle mani del potatore (Ap. 1, 16).

La parola di Cristo sulla vite e i tralci acquista un significato nuovo, ora che passiamo alla parte eucaristica
e sacrificale della nostra Messa. Noi stiamo per consacrare il vino spremuto da quella «vite vera» nel torchio
della passione. Noi consacriamo il «frutto della vite», ma consacriamo anche il frutto «del lavoro
dell'uomo», cioè del tralcio. Dio ci restituisce come bevanda di salvezza ciò che gli abbiamo offerto sotto il
simbolo del vino.