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4° domenica di Pasqua – anno B Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,

perché sei stato la mia salvezza.


Preghiera iniziale (di D.M. Turoldo): La pietra scartata dai costruttori
Dio, o pastore di costellazioni, è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
Spirito che apri il volo agli infiniti stormi di uccelli
una meraviglia ai nostri occhi. Rit.
verso i terminali delle loro migrazioni;
Spirito che conduci Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
i pellegrini dello spirito Vi benediciamo dalla casa del Signore.
negli incantati pascoli della santità, Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
e gli erranti riconduci da sperduti deserti sei il mio Dio e ti esalto.
sulle vie della vita, e mai desisti, Rendete grazie al Signore, perché è buono,
divino mendicante, perché il suo amore è per sempre. Rit.
di cercare la pecorella smarrita:
se il vederti con gli occhi del corpo Seconda Lettura - Dalla prima lettera di san
è di troppo in questa valle oscura, Giovanni Apostolo (1 Gv 3,1-2)
che almeno sempre oda i tuoi passi Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il
mentre mi cammini accanto, Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo
o compagno di traversata; realmente! Per questo il mondo non ci conosce:
e ciò sia a tua gloria più ancora perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin
che il prestarti a guidare le stelle nella notte. Amen d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è
stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli
si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo
Colletta - Dio onnipotente e misericordioso, guidaci
vedremo così come egli è.
al possesso della gioia eterna, perché l'umile gregge
dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te,
Canto al Vangelo (Gv 10,14) Alleluia, alleluia. Io
dove lo ha preceduto Cristo, suo pastore. Egli è sono il buon pastore, dice il Signore; conosco le mie
Dio... pecore e le mie pecore conoscono me. Alleluia

Prima Lettura Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)


Dagli Atti degli Apostoli (At 4, 8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse
In quel tempo, Gesù disse: 11«Io sono il
loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi buon pastore. Il buon pastore dà la propria
veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo vita per le pecore. 12Il mercenario - che non
infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato è pastore e al quale le pecore non
salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo appartengono - vede venire il lupo,
d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che abbandona le pecore e fugge, e il lupo le
voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai
morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è rapisce e le disperde; 13perché è un
la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che mercenario e non gli importa delle pecore.
14
è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è Io sono il buon pastore, conosco le mie
salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome pecore e le mie pecore conoscono me, 15così
dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo come il Padre conosce me e io conosco il
salvati».
Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho
Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 altre pecore che non provengono da questo
Rit. La pietra scartata dai costruttori è divenuta recinto: anche quelle io devo guidare.
la pietra d’angolo. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un
solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il
Rendete grazie al Signore perché è buono, Padre mi ama: perché io do la mia vita, per
perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore
poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la
che confidare nell’uomo. toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di
È meglio rifugiarsi nel Signore darla e il potere di riprenderla di nuovo.
che confidare nei potenti. Rit. Questo è il comando che ho ricevuto dal
Padre mio». Parola del Signore
a) Gregorio Magno ( 540 circa – 604), Hom. in Ev., 14, 1-4 (Il buon pastore e il
mercenario)

Avete udito, fratelli carissimi, dalla lettura evangelica odierna, un ammaestramento per voi e un
pericolo per me. Infatti colui che è buono non per un dono aggiuntivo, ma per sua stessa natura, dice:
"Io sono il buon pastore" (Gv 10,11). Poi, subito evidenzia l`elemento costitutivo della sua bontà, per
far sì che noi possiamo imitarlo, ed aggiunge: "Il buon pastore dà la vita per le sue pecore (ibid.)".
Inoltre, egli fece quel che insegnò, e mostrò con l`esempio quanto comandava. Il buon pastore dette la
sua vita per le pecore del suo gregge, cambiando il suo corpo e il suo sangue nel nostro Sacramento,
per sfamare con il cibo della sua carne coloro che aveva redento. In tal modo ci viene indicata la via del
disprezzo della morte, perché possiamo seguirla; ci viene proposto un modello da imitare. Anzitutto
noi pastori di anime dobbiamo dare i nostri beni per le pecore del Signore; poi, se si rende
necessario, per esse dobbiamo affrontare la morte. Dal dono delle cose esteriori che poi è il meno si
arriva al dono della vita, che è il massimo tra tutti i doni. E siccome l`anima che ci fa dei viventi è
incommensurabilmente più preziosa delle cose terrene in nostro possesso, chi non dà per le pecore del
Signore i beni esteriori, come farà a dare per loro la propria anima? Eppure quanti sono coloro che per
l`attaccamento ai beni del mondo si alienano il diritto di essere chiamati pastori! Di costoro, la divina
Parola dice: "Il mercenario, e chi non è pastore, a cui non appartengono le pecore, quando vede venire
il lupo abbandona le pecore e fugge " (Gv 10,12).
Non pastore, bensì mercenario è detto chi pasce le pecore del Signore animato non dall`amore
sincero, ma dalla bramosia della ricompensa materiale. Mercenario è chi esercita l`ufficio di pastore
ma, invece di cercare il bene delle anime, ricerca i propri agi, il guadagno terreno, gli onori delle
dignità ecclesiastiche e si pavoneggia alle riverenze degli uomini. Ecco i compensi del mercenario! Egli
trova quaggiù la ricompensa che va cercando per il suo lavoro di pastore di anime, ma alla fine sarà
escluso dalla eredità del gregge. Finché non si presenta un`occasione straordinaria, non è possibile
distinguere il buon pastore dal mercenario. In tempo ordinario, pastore e mercenario custodiscono il
gregge nell`identico modo. E` quando sopraggiunge il lupo che si svela la interiore disposizione con la
quale ciascuno dei due stava a guardia del gregge. Il lupo cala sul gregge ogni qualvolta un ingiusto o
un rapitore affligge gli umili e fedeli servi del Signore. Allora, colui che appariva pastore, senza esserlo,
lascia le pecore e fugge, per paura del pericolo che gli incombe e non si arrischia a resistere
all`ingiustizia. Dire che fugge non vuol dire che egli cambia dimora, bensì che non dà il proprio aiuto.
Fugge, perché pur vedendo l`ingiustizia, tace; fugge, perché si nasconde dietro il silenzio. Di tali
pseudo-pastori, il profeta Ezechiele dice: "Non siete saliti sulle brecce, e non avete costruito alcun
baluardo in difesa degli israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore"
(Ez 13,5).
Salire sulle brecce significa resistere con parola franca e coraggiosa a tutti i potenti che agiscono
male. In più, resistiamo al combattimento nel giorno del Signore e ricostruiamo le mura della casa
d`Israele, se difendiamo i fedeli innocenti, con l`autorità della giustizia, contro l`ingiustizia dei
malvagi. Per evitare di far questo, il mercenario scappa al sopraggiungere del lupo.
C`è però un altro lupo che, senza desistere, ogni giorno, dilania non i corpi, bensì le anime. E` lo
spirito maligno che si aggira attorno ai recinti in cui stanno le pecore e cerca di ucciderle. Di questo
lupo, il Signore, subito dopo, aggiunge: "Il lupo rapisce e disperde le pecore" (Gv 10,12). Viene il lupo e
il mercenario scappa. Come dire: Lo spirito maligno dilania le anime con le sue tentazioni, mentre colui
che riveste il ruolo di pastore non sente premura e sollecitudine. Le anime si perdono e il pastore si
gongola nei suoi guadagni terreni.
Il lupo rapisce e disperde il gregge, quando attrae qualcuno alla lussuria, accende un altro
d`avarizia, fa insuperbire un terzo, infiamma d`ira un quarto; pungola questo con l`invidia, inganna
quell`altro con la falsità. Il lupo, insomma, disperde le pecore, allorché il diavolo uccide con le
tentazioni il popolo fedele.
E tuttavia, contro tutte queste cose, il mercenario non s`accende minimamente di zelo, non si
risveglia in lui alcun fervore d`amore: mentre è alla ricerca soltanto dei propri vantaggi esteriori,
all`interno sopporta con negligenza tutti i danni spirituali del gregge. Per questo, il Maestro divino
aggiunge: "Il mercenario fugge proprio perché è mercenario e non gli importa nulla delle pecore" (Gv
10,13). L`unica causa della fuga del mercenario è che egli è appunto un mercenario. Come dire: Non
può stare al pericolo insieme alle pecore chi ricopre il suo ufficio non per amore alle pecore, ma per
desiderio di guadagni terreni. Il mercenario che accetta gli onori e si gongola nei propri lucri terreni,
paventa di esporsi al rischio e di sfidare il pericolo, perché teme di perdere ciò che più ama. Ma, dopo
aver denunciato le colpe del falso pastore, il Signore ci prospetta ancora il modello, quasi la forma in
cui dobbiamo calarci. Afferma difatti: "Io sono il buon pastore". Quindi, aggiunge: "Io conosco", ovvero
amo, "le mie pecore, e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14)...
Avendo udito, fratelli carissimi, il pericolo cui siamo esposti noi pastori di anime, sforzatevi di
scoprire nelle parole del Signore i pericoli che del pari correte voi. Interrogatevi se siete davvero le
sue pecore, chiedetevi se lo conoscete, se possedete la luce della verità. Dico possedere la luce della
verità, non soltanto per fede, ma per amore; non soltanto perciò credendo, ma anche operando.
Infatti, lo stesso evangelista Giovanni, autore del brano evangelico odierno, ci ammonisce che: "Colui
che dice di conoscere Dio, e poi non osserva i suoi comandamenti è un bugiardo" (1Gv 2,4). Ecco
perché, nel brano letto, il Signore aggiunge: "Come il Padre conosce me, così io conosco il Padre, e do la
mia vita per le mie pecore" (Gv 10,15). In altri termini: Da questo si dimostra chiaramente che io
conosco il Padre e da lui sono conosciuto: dal fatto che do la mia vita per le mie pecore. Cioè:
Dall`amore con cui mi voto alla morte per le mie pecore, si può intuire quanto grande sia l`amore
che ho per il Padre.
Siccome però il Signore era venuto per la redenzione di tutti, non solo degli Ebrei, ma anche dei
Gentili, la Scrittura prosegue: "Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle io devo
condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10,16).
Quando asseriva di voler condurre e chiamare anche altre pecore, il Signore prevedeva la nostra
redenzione. Noi, in effetti, veniamo dal paganesimo. Il che, fratelli potete vedere realizzato ogni
giorno; e questo potete verificare, dal momento che i pagani si sono riconciliati con Dio.
Egli fa di due greggi quasi un solo ovile, poiché unifica nella sua fede il popolo ebreo e quello
pagano. E quanto attesta Paolo, che afferma: "Egli è la nostra pace; è colui che ha unito i due in un sol
popolo" (Ef 2,14). Quando egli, da entrambe le nazioni, chiama i semplici alla vita eterna, conduce le
pecore al proprio ovile.

b) P. Raniero CANTALAMESSA

Per capire da chi vuole distinguersi Gesù quando dice polemicamente: Io sono il buon pastore; e: Tutti
coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti (Gv. 10, 8), bisogna partire da una pagina del
profeta Ezechiele sui pastori di Israele, alla quale Gesù stesso intese certamente richiamarsi. Il mondo
antico era pieno di pastori: pastori reali che rendevano questo mestiere tanto familiare e importante; pastori,
inoltre, erano detti i capi, i re, i sacerdoti. Ma che cosa corrispondeva a questo titolo? Lo dice, appunto, il
profeta Ezechiele in una dura requisitoria contro i capi politici e religiosi del popolo eletto (i pastori
d'Israele): Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?
Vi nutrite di latte, vi vestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete
reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete
riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza.
Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate (Ez. 34, 1-5).

Questo quadro ci mette davanti la figura eterna e universale del «capo» tra gli uomini. Quello che
abbiamo ascoltato, in altre parole, è il modo con cui i capi, i dominatori e i potenti hanno sempre concepito il
loro rapporto con gli uomini, loro sudditi. Un rapporto di dominazione e di sfruttamento: spremere dai
sudditi tutto il possibile, come si spreme dalle povere pecore latte, lana e carne, lasciandole il più possibile
«pecore», cioè deboli, malate, ferite, e soprattutto disperse, cioè divise tra loro in modo da poterle dominare
facilmente con crudeltà e violenza, come dice il profeta.
Gesù, al suo tempo, constatava amaramente questa realtà truce del dominio che si annida in ogni potere
umano. Diceva: I re dei popoli (cioè i pastori) comandano su di essi e quelli che esercitano autorità si fanno
chiamare per giunta anche benefattori (cf. Lc 22, 25). Nel lungo discorso sul buon pastore, Gesù parla di
questi falsi pastori umani, con molta lucidità: sono mercenari; ad essi non importa nulla delle pecore; davanti
al pericolo, fuggono e lasciano che le pecore siano sbranate (cf. Gv. 10, 12). Non occorre pensare che egli
alluda solo ai capi zeloti che al suo tempo aizzavano il lupo - cioè i romani - per poi fuggire e darsi alla
macchia al loro arrivo, lasciando il popolo a portare le conseguenze delle dure repressioni del dominatore
straniero. Il quadro è ben più universale; è il quadro amaro del dominio dell'uomo sull'uomo, dell'autorità
come asservimento e sfruttamento dei deboli. Esso è radicato nell'egoismo umano e perciò è eterno. Lungo i
secoli, si è dato talvolta un volto umano, talvolta si è rivestito di filantropia, ma se si scava un po', si vede
che, salvo pochissime eccezioni (ci sono stati anche dei re santi!), la situazione non è cambiata rispetto al
tempo di Cristo. Ci sono ancora zone sulla terra dove la situazione è peggiore che ai tempi di Gesù, dove
l'uomo domina sull'uomo, con crudeltà e violenza; l'umanità non stata mai, e non lo è nemmeno oggi, senza
tiranni.

Perché allora Gesù si è appropriato di un'immagine che risulta così compromessa nell'esperienza umana?
Perché si chiama «buon pastore» e continua a chiamare noi «suo gregge»? Non teme, chiamandoci «sue
pecore» di urtare la nostra sensibilità e di offendere la nostra dignità di uomini liberi? La risposta è che,
nonostante tutti gli abusi umani, Dio non ha mai rinunciato al suo titolo di pastore, come non ha rinunciato al
titolo non meno compromesso di «re». Parlando per bocca del profeta Ezechiele, dopo la requisitoria che
abbiamo ascoltato, egli aggiunge: Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura Come un pastore passa in
rassegna il suo gregge... così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano
disperse... Susciterò per loro un pastore che le pascerà (Ez. 34, 11-12.23).
Gesù, venendo nel mondo, si è presentato come quel pastore promesso da Dio con tutte le sue
caratteristiche Egli conosce e ama le sue pecore; le chiama per nome; per lui, esse non sono un numero, ma
persone amiche Egli le pascola, le difende, dà loro - non toglie - la vita; ricerca la smarrita e se la riconduce
in festa all'ovile; riunisce le disperse. In altre parole, è un pastore al servizio del gregge, fino a dare per esso
la vita: Il buon pastore offre la vita per le pecore (Gv. 10,11). Egli è l'antitesi perfetta del capo e del duce
umano: Non così tra voi: chi comanda sia il servitore di tutti (cf. Lc. 22, 26); voi mi chiamate Maestro -
diceva - e dite bene; eppure io, Maestro, vi ho lavato i piedi (cf. Gv. 13, 13s.); non sono venuto per essere
servito, ma per servire (Mt. 20, 28), cioè non sono venuto per farmi pascolare, ma per pascolare. Per questo,
la figura del buon pastore è completata, in Giovanni, da quella dell'Agnello che dà la vita per togliere il
peccato del mondo (cf. Gv. 1, 29). L'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle
fonti delle acque della vita (Ap. 7, 17). Cosa c'è di più alieno dal potere che un agnello?

Sotto un pastore cosi fatto, non è umiliante essere una pecorella, ma è salvezza. Egli è il primo dei martiri
della sopraffazione. Fu condotto anche lui come pecora al macello, ma col suo martirio ha avviato il
capovolgimento totale dei valori e ha creato una possibilità nuova nei rapporti umani. D'ora in poi, la gloria
vera non starà nell'essere serviti e pascolati dai sudditi, ma piuttosto nel servirli e nutrirli. Ecco perché noi
cristiani non avremo nessuna paura e nessun complesso a sentirci chiamare e ad accettare di essere «il gregge
che egli pasce».
L'uomo d'oggi rifiuta sdegnosamente il ruolo di «pecora». Eppure, egli vi è dentro in pieno; senza che ce
ne accorgiamo, noi ci lasciamo guidare supinamente da ogni sorta di manipolazione e di persuasione occulta.
Altri creano modelli di benessere e di comportamento, ideali e obbiettivi di progresso, e noi li seguiamo; noi
andiamo dietro, timorosi di perdere il passo, storditi dal clamore dei mass media; condizionati e plagiati dalla
pubblicità; noi mangiamo quello che ci dicono e vestiamo come ci insegnano altri. Osservate come si svolge
la vita delle folle in una grande città moderna: è l'immagine triste di un gregge che esce insieme, si agita e si
accalca, ad ore fisse, nelle vetture dei tram e della metropolitana, si nutre delle stesse cose ammannite da altri
- cibi o giornali che siano - e poi, alla sera, rientra insieme nell'ovile, vuoto di sé e di libertà: «Come le
pecorelle escon dal chiuso... e ciò che fa la prima e l'altre fanno..., semplici e quete, e lo 'mperché non sanno»
(Dante, Purg. III, 79ss.).