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BIOGRAFIA E PENSIERO: GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938 )

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863 da famiglia agiata. Precocissimo, esordì nel mondo
letterario sotto il segno di Carducci e Verga, dai quali ricavò, rispettivamente, il motivo delle cose forti e
sane ed alcuni spunti “sociali” d’ispirazione veristica. Tuttavia D’Annunzio mostrò fin da subito un
atteggiamento diverso dagli autori a cui s’ispirava e in alcuni casi addirittura opposto.

Come narratore verista (Terra vergine, Novelle della Pescara), D’Annunzio non ebbe di Verga la pietà
umana e l'impegno di comprensione storica. Rispetto a Carducci, invece, egli fu poeta di acceso
sensualismo, celebrò il godimento e il sentimento panico della natura (Canto novo, Primo vere).

Negli anni Ottanta la poetica di D’Annunzio si definì nella tipica matrice irrazionalistica del Decadentismo,
che contraddistinse la copiosa produzione letteraria dell’autore. Ebbe inizio il “periodo dell’estetismo
dannunziano”, espresso nella formula del “Vero è tutto” per cui l’arte è il valore supremo che subordina
ogni altro valore e la vita si sottrae alle leggi del bene e del male per contemplare la sola legge del bello.
Perciò la produzione letteraria di D’Annunzio si orientò verso il culto dell’estetica e la ricerca dell’eleganza
estrema. Nei suoi versi corsero echi di letteratura classica e dei contemporanei autori inglesi e francesi.
Nella vita come nel lavoro D’Annunzio indossò la maschera dell’esteta. Solo ed isolato dalla realtà priva di
bellezza, l’autore abruzzese, migrato dalla provincia alla grande città (Roma e poi Firenze), visse i processi
sociali che afflissero il ruolo dell’artista con l’Unità d’Italia. Egli, però, non fu tra quelli che si rassegnarono:
cercò conforto nella letteratura e votò la vita a riscattare la sua figura, sfruttando i meccanismi della
produzione capitalistica.

Ben presto, tuttavia, D’Annunzio si ricredette della figura dell’esteta, il cui isolamento era ben lungi
dall’essere un privilegio sociale o un’arma contro la borghesia in crescita. Così nacque Il piacere, un
romanzo sulla crisi di un esteta devoto all’arte e rimasto solo con il suo vuoto e la sua sconfitta. D’Annunzio
fu fortemente critico nei confronti del suo “doppio” letterario, al quale rivolse duri giudizi pur
contemplandone il sottile e ambiguo fascino.

In effetti Il Piacere non segnò il termine dell’estetismo dannunziano, che riprese forma nelle opere più tarde
del poeta. Seguì un periodo di sperimentazione, nel quale D’Annunzio, da vorace assimilatore di tendenze
culturali, s’ispirò a Dostoevskij e a Tolstoj e costruì un mondo letterario fatto di malinconici
vagheggiamenti di bontà, di ritorno a una vita incorrotta, all'innocenza e all'infanzia, in una sorta di
convalescenza dopo la realizzazione del Piacere e la sazietà della carne (i romanzi
Giovanni Episcopo, L'innocente e il Poema paradisiaco ispirato a Verlaine). Già in questa fase si delineò la
propensione nuova dell’autore a trarre gli aspetti psicologici dei personaggi. Questa inclinazione si
concretizzò nella vera, nuova fase letteraria di D’Annunzio, innescata dalla lettura e dall’interpretazione del
filosofo tedesco Nietzsche. Per la verità D’Annunzio banalizzò il pensiero di Nietzsche entro una concezione
tutta sua dell’avversione al conformismo borghese. Egli si scagliò contro l’Italia unitaria in cui il trionfo dei
principi democratici e egualitari aveva contaminato il senso stesso della bellezza. Esaltando il gusto
dell’azione eroica e del dominio, D’Annunzio vagheggiò l’affermazione di un’aristocrazia nuova, facendo
suo il motivo nietzschiano del superuomo, che interpretò come il diritto di pochi esseri eccezionali a
proclamare sé stessi sopra le leggi comuni del bene e del male. È la stessa chiave di lettura che avrebbe in
seguito ispirato il nazismo, e che più tardi avvicinò D’Annunzio all’ideologia fascista. Nella concezione
superomistica il poeta collocò il culto dell’estetica, cui attribuì la nuova funzione di strumento per il dominio
della realtà da parte dell’élite di uomini superiori. Il ruolo dell’estate, dunque, non fu più confinato nella
realtà avversa, ma divenne di guida, di “vate”. Così D’Annunzio restituì all’artista un compito intellettuale
nella società, in risposta alla realtà politica che l’aveva, invece, emarginato.

Le opere che meglio espressero il pensiero di D’Annunzio in questa fase letteraria sono Il Trionfo della
morte, storia di un esteta in cerca del senso della vita, La vergine delle rocce, romanzo proiettato al
superomismo (definito da alcuni il “manifesto politico del superuomo”) e Il fuoco, tutti volti a diffondere il
verbo del “vate”, come fece, in seguito, la composizione lirica delle Laudi del cielo del mare della terra e
degli eroi, rimasta incompiuta.

D’Annunzio si accostò anche al teatro, e in special modo alla drammaturgia, ma la sua rappresentazione
rifiutò le forme tipiche del tempo. L’autore ambiva ad un teatro “di poesia” nel quale rivivesse lo spirito
delle antiche tragedie e che rappresentasse personaggi d’eccezione, passioni e conflitti psicologici. Da ciò
dipese una ricerca verbale estremamente preziosa ed aulica, e climi poetici lontani dalla prosaicità
borghese. Nelle opere teatrali di D’Annunzio ricorse spesso il tema del superuomo, che il poeta volle
diffondere attraverso lo strumento senza dubbio più popolare.

L’ultima fase letteraria dell’autore fu il periodo “notturno” (dal titolo dell’opera più rilevante), nel quale egli
interruppe l’opera di romanziere per dedicarsi a una nuova forma di prosa letteraria. D’Annunzio scrisse
opere dal taglio autobiografico e memoriale in uno stile nuovo, genuino e sincero. Questi scritti mostrano
un D’Annunzio introspettivo, in viaggio tra inquietudini e ricordi d’infanzia e più che mai vicino al pensiero
della morte, affrontato direttamente. La struttura narrativa muta da costruzioni complesse a un procedere
frammentario e nervoso, per libere associazioni.

Negli ultimi decenni di vita D’Annunzio, rientrato da un esilio volontario a Parigi, visse la su avventura
politica. Reso celebre dalle sue opere e dalla relazione con l’attrice Eleonora Duse, il poeta si fece portavoce
degli interventisti allo scoppio della Prima guerra mondiale. Si rese artefice di imprese ardimentose: la beffa
di Buccari (un’azione navale contro l’Austria), il volo su Vienna e l'occupazione di Fiume. In seguito si ritirò a
Gardone, nella villa di Cargnacco, che trasformò nel museo della sua attività e delle sue gesta: il "Vittoriale
degli Italiani". Ebbe contatti con Mussolini e celebrò la conquista dell’Etiopia. Morì nel 1938.

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