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LINGUAGGIO E PENSIERO

Il PENSIERO può essere definito come l attività mentale in grado di elaborare e di svi
luppare le relazioni fra le informazioni codificate in precedenza nella memoria.
Se è pur vero che ci è possibile pensare in termini non verbali (cioè per immagini), s
embra esserci una relazione essenziale tra linguaggio e pensiero. Ciò significa c
he quello che una persona pensa e il modo in cui lo pensa dipendono dalla lingua
che quella persona parla? Questa ipotesi (relatività linguistica, Sapir 1912) fu
lungamente sottoposta a verifica, ma non sembra che le differenze tra le lingue
possano produrre importanti differenze nel modo in cui le persone percepiscono,
comprendono e descrivono il mondo; invece le differenze influirebbero sul pian
o della interpretazione dei significati delle cose.Esistono dunque degli univers
ali linguistici, ovvero delle strutture comuni e profonde che precedono la differe
nziazione delle lingue e che sono all orgine del modo in cui esse si generano e si
trasformano; anche più superficialmente, però, le lingue presentano delle caratteri
stiche comuni (vedi).
Pensiamo solo in parole o anche in immagini?
Le RAPPRESENTAZIONI MENTALI possono
avere forma linguistica (nel qual caso pensare può somigliare a parlare) oppure
essere costituite da immagini (ferme o in moto; vedere, udire, svolgere un azione
o un movimento).
Spesso si pensa parlando a se stessi. I bambini, in particolare, tendono a pensa
re a voce alta, specialmente quando devono decidere che cosa fare. Quando pensia
mo in termini lessicali, siamo portati a pensare sequenzialmente, un termine dop
o l'altro, in sintonia con la natura sequenziale del linguaggio. Per contro, i c
ompiti di pensiero che richiedono immagini possono prendere in considerazione più
elementi iconici contemporaneamente, come se l'occhio della mente fosse in grado d
i rappresentarsi visivamente la realtà.
Sappiamo che l'immagine di uno stimolo visivo persiste per pochi istanti nella
MS (memoria o registro sensoriale), dopo di che sembra che l'informazione veng
a ricodificata in forma verbale. È pertanto probabile che le immagini svolgano una
funzione correlata con la MBT (memoria a breve termine), operante; tuttavia è orm
ai certo che nella MLT vengono codificate anche immagini e non solo parole (ipot
esi duale di Allan Pavio, 1975)
Quindi, benché la gran massa del materiale depositato nella MLT sia di natura less
icale-semantica, le immagini mentali non si sono allontanate dalla coscienza, se
bbene la psicologia avesse cessato di studiarle con il declino dell'introspezion
ismo. Infatti mentre cerchiamo di rispondere alle domande che talvolta capita di
porsi allontanandosi da casa e, cioè, per esempio Ho lasciato le luci accese? , alla
stragrande maggioranza di noi si forma all'improvviso nella mente l'immagine de
l nostro appartamento o della nostra casa. Insomma, molti dei pensieri e dei ri
cordi relativi all'ambiente sono di tipo visivo. È più facile disegnare la pianta d
ella nostra camera da letto che descriverne verbalmente la disposizione dei mobi
li. Le immagini mentali che conserviamo del nostro ambiente sono state definite
mappe mentali [Hirtle e Junides, 1985]. La mappa mentale di una città che si è cost
ruita una persona è diversa da quella elaborata da un'altra, soprattutto se le due
persone vivono in quartieri diversi.
Da questi esempi si comprende perché attualmente la psicologia cognitivista studi
le immagini mentali. Come già risultava dai resoconti dei soggetti forniti dagli
introspezionisti, esistono notevoli differenze individuali nella vivacità e intens
ità della visualizzazione; inoltre, non tutti sono in grado di manipolare con la m
edesima facilità le immagini mentali [Shepard e Cooper 1982].
I concetti
Il concetto è la rappresentazione mentale di un oggetto (o di un evento).
Se abbiamo (ci viene dato) il concetto di tavolo (per es. oggetto costituito da una
superficie piana rigida poggiante su due, tre o quattro cilindri di lunghezza v
ariabile purché pari o su uno solo purché di superficie sufficiente a mantenerlo in
equilibrio ) possiamo riconoscere un tavolo anche se non l abbiamo mai visto prima
. Quindi il concetto ci permette di formarci una immagine del tavolo benché mai
visto e anche se non sappiamo dargli un nome (del resto il nome è del tutto conve
nzionale es. tavolo , table Tisch etc.).
Il semplice concetto di tavolo ci permette di distinguerlo da tutti gli altri o
ggetti che non hanno le medesime caratteristiche e di accorpare in unico insie
me tutti gli oggetti che le hanno (formare l insieme di tutti i tavoli e distinguerlo
dall insieme dei non-tavoli ). Le persone imparano più facilmente le regole di categor
izzazione (le regole che definiscono il concetto) che hanno a che fare con qualc
osa di concreto piuttosto che con proprietà astratte (per esempio: è più facile ide
ntificare come volto diverse facce indipendentemente dall età dal sesso e dalla razza
che capire che tre tavoli, tre pinguini, tre matite, tre gemelli e tre città hanno
in comune la proprietà di essere tre, il che potrebbe consentirci di racchiudere
tutte queste cose disparate nell insieme delle- cose- che- sono- tre). Bisogna an
che dire che, per esempio, nel concetto di uccello entrano più facilmente i passer
i e le rondini mentre polli, struzzi e pinguini sono un po meno tipici. Per ques
ta ragione Wittgenstein (1953) parla di somiglianze di famiglia per indicare l
e relazione esistenti tra gli oggetti e (o gli eventi) che rientrano nel medesi
mo concetto (es. provate un po a definire il concetto di gioco ...). Bisogna quindi
tenere presente che la maggior parte dei concetti naturali non presenta dei co
nfini precisi e definiti, ma sfuocati (Lakoff, 1987).
La formazione dei concetti
Nel parco c'è un oggetto che si muove, che si può guidare, che ha le ruote ed è di met
allo. Questo oggetto rientra nel concetto di animale o di veicolo meccanico? Si
capisce immediatamente che con ogni probabilità ci si sta riferendo a un veicolo m
eccanico (ad esempio a una bicicletta) e non a un animale. I concetti ci aiutano
a semplificare e a organizzare le nostre parole. Con uno sforzo relativamente p
iccolo, ci consentono di ordinare gli eventi e gli oggetti in categorie i cui co
mponenti hanno qualcosa in comune. Noi sappiamo, senza neppure pensarci, che una
bicicletta ha più caratteristiche in comune con un'automobile, un triciclo o un a
utobus che non con una marmotta, un orso polare o un pollo. Come facciamo a sape
rlo? Quali attributi valutiamo per ordinare i modelli di un concetto? Come abbia
mo imparato a compiere queste operazioni?
I concetti sono immagazzinati nella memoria a lungo termine, nella memoria seman
tica. [ ] La formazione dei concetti, il modo in cui noi acquisiamo concetti nuovi
, è un argomento che ha sempre interessato gli psicologi.
(da G.Lindzey R.F. Thompson B.Spring, Psicologia, Zanichelli, Bologna 1991, § 336)
La teoria della continuità Nell'era del comportamentismo, i concetti erano paragon
ati alla capacità di classificare gli oggetti. Se un animale rispondeva nello stes
so modo a un certo gruppo di oggetti, questi oggetti dovevano avere sufficienti
elementi in comune da costituire un concetto. Hull e Edward Thorndike ritenevano
che i concetti venissero acquisiti gradualmente, man mano che gli organismi imp
aravano le associazioni fra gli stimoli e le risposte. Questa teoria della forma
zione dei concetti era definita posizione della continuità, poiché ipotizzava che gl
i organismi costruissero lentamente e continuamente delle connessioni fra stimol
i e risposte. All'inizio l'animale risponde a caso. Per prove ed errori, alla fi
ne si imbatte in una risposta che riceve un rinforzo. Per mezzo della generalizz
azione dello stimolo, l'organismo arriva a emettere la stessa risposta in presen
za di un insieme di stimoli che hanno caratteristiche percettive comuni. Supponi
amo che, girando a destra in un braccio del labirinto contrassegnato da un cerch
io, si trovi sempre il cibo. L'animale impara a girare a destra in quel punto e
forse anche in presenza di segni ovali, ma non di triangoli. Gli ovali, ma non i
triangoli, fanno quindi parte del concetto "per il cibo, gira a destra".
(da G.Lindzey R.F. Thompson B.Spring, Psicologia, Zanichelli, Bologna 1991, § 337)
La teoria della continuità non è sufficiente
Ora sappiamo che né gli animali né gli uomini si formano i concetti esclusivamente i
n questo modo, graduale e continuo, ma anche attraverso improvvise ristrutturazi
oni (insight) di quanto appreso precedentemente con procedimenti di tipo casuale
, come quelli per prove ed errori. Il primo a rendersene conto fu lo psicologo
della Gestalt Wolfgang Köhler. Köhler osservò che gli animali venivano inconsapevolme
nte posti in condizione di svantaggio nella maggior parte degli esperimenti sull
'apprendimento, essendo questi congeniati in modo tale da non consentire altro c
he risposte causali (secondo lo schema S-R) e non libere.
Köhler, nel 1926, sottopose a uno scimpanzé un problema che richiedeva di usare due
aste per raggiungere una banana che si trovava fuori dalla gabbia. Dopo aver gio
cato per un po' di tempo con le due aste, scoprì per caso che si potevano inserire
l'una nell'altra formando un bastone abbastanza lungo da raggiungere la banana.
La scimmia aveva avuto un insight. L apprendimento per insight - che produce come
risultato un improvviso miglioramento delle prestazioni - esiste, ma richiede u
na lunga preparazione costituita da apprendimenti precedenti e dall'imparare ad
apprendere. Anche nel bambino lo sviluppo delle capacità di apprendimento e lo svi
luppo delle capacità intellettuali passano attraverso diversi stadi, e tutti quest
i stadi richiedono un apprendimento precedente.