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AA.W.

A CURA DI
PAOLO ALDO ROSSI - IDA LI VIGNI
Campo minato quello di leggere e interpretare un testo antico o classico
di astrologia ed alchimia senza cadere nella tentazione di lasciarsi
affascinare dai simboli e dalle allegorie che esso contiene. Se è vero che
molti di questi testi rispondono alla volontà degli autori di difendere la
loro disciplina dalla curiosità dei non-iniziati, è altrettanto innegabile
che certe immagini, allegorie e simboli sono l'espressione di unaforma
mentis a cui il lettore moderno deve accostarsi con un paziente lavoro
di riflessione e di rispetto a quel mondo. Gli Autori del presente libro
hanno appunto cercato di fare questo, ognuno nell'ambito delle proprie
competenze, senza avere la pretesa di fornire chiavi universali di
interpretazione, ma solo di suggerire approcci conoscitivi che il lettore
potrà approfondire.
Storia delle idee è una collana dedicata alla storia delle idee e del pensiero scientifico che le
muove. Raccoglie biografie, cataloghi, monografie e saggi.

COMITATO SCIENTIFICO
Direttore di collana: Paolo Aldo Rossi

Comitato scientifico
Paolo Aldo Rossi, Sonia Maura Barillari, Martina Di Febo, Oscar Meo, Davide Arecco, Da­
vide Susa netti, Luisella Battaglia, Dino Cofrancesco, Roberto De Poi, Ida Li Vigni, Massimo
Marra, Valeria Meattini.

Foto di copertina: Un maestro con i suoi scolari- Miniatura del XIV sec. - Biblioteca Muni­
cipale, Castres.

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AA.VV.
A CURA DI
PAOLO ALDO ROSSI- IDA LI VIGNI

COME SI LEGGE
UN TESTO ANTICO
DI ALCHIMIA E
ASTROLOGIA MEDICA
I curatori
Paolo Aldo Rossi
Professore Universitario Ordinario del settore scientifico disciplinare M
STO/os - Storia della scienza e delle tecniche. Titolare della Cattedra di
Storia del Pensiero Scientifico e di Storia del Pensiero Medico e Biologico
presso il DAFIST, Dipartimento di Filosofia, Settore Epistemologico,
Università degli Studi di Genova. Membro e coordinatore scientifico
del dottorato di ricerca internazionale multidisciplinare in Diritto,
Criminologia e Medicina Legale (WSGE "De Gasperi" Jozefow Varsavia).
Membro della sezione di Bioetica presso "Lubelska Szkola Wyzsza W
Rykach" (Polonia). Si occupa di epistemologia, di storia delle scienze
empiriche e medico-biologiche.

Ida Li Vigni,
Dottore di ricerca in Filosofia, collabora con l'Università di Genova come
Cultore della Materia con la Cattedra di Storia del pensiero scientifico e di
Storia del pensiero medico e biologico per la Facoltà di Lettere e Filosofia
e a Scienza della Formazione con la Cattedra di Bioetica e già Professore
a contratto e ha tenuto il no modulo del corso di Storia del pensiero
medico e biologico. Componente effettivo del Dipartimento di Bioetica
e Diritti umani presso LSW (Varsavia). I campi di interesse riguardano
principalmente la Storia delle idee e la Bioetica.
INTRODUZIONE

IL LINGUAGGIO DEGLI ALCHIMISTI

ADELE MA IELLO
Andrea De Pascalis, col quale concordo pienamente, nel Linguaggio
segreto degli alchimisti, scrive:
"Leggere per la prima volta un libro di alchimia e cercare di cogliervi
un senso preciso è un 'esperienza frustrante: enigmi, contraddizioni,·
allegorie, simboli, interruzioni e reticenze improvvise suscitano in chi
legge l'impressione di essere vittima di una beffa straordinaria. Ne
potrebbe essere altrimenti difronte ad una ricetta che inizia così: "Per
estrarre l'anima dell'asino in venti giorni: prendi un asino o un 'asina,
battili fortemente finche non venga più fuori alcuna feccia, poi prendi
la metà di un sapiente milite armato e mescola nella pila . " ..

Naturalmente tutto ciò risulta altamente incomprensibile per noi e


non perché viviamo oggi, vale a dire in un tempo diverso, ma piuttosto
perché coloro che scrivevano ieri cercavano di renderlo tale, e non solo
per occultarlo, ma anche per 'educare' il lettore. E vediamo perché e
come.
Gli alchimisti ci hanno lasciato molti libri, perché amavano avere tanti
lettori, i quali però non li dovevano capire, se non erano degli iniziati!
In questo modo quegli studiosi intendevano difendere la loro disciplina
dai curiosi, vale a dire i non-iniziati. Per lo scrittore di alchimia di tutti
i tempi l'impegno è esporre senza mai oltrepassare i limiti, infatti così
la spiegazione diventerebbe delazione. Fulcanelli - ed.è noto che, dietro
questo nome da antico alchimista, magari fiorentino, si nascondano più
di una persona, tutti però dei francesi contemporanei - ha confessato:

Talvolta davanti all 'impossibilità nella quale ci troviamo, di spingerei


più in là senza violare il nostro giuramento, abbiamo preferito
mantenere il silenzio.

Si faceva così riferimento a un giuramento, segnalato in un antico


manoscritto conservato a Venezia, secondo il quale l'alchimista si
impegnava, in nome della SS. Trinità, a non rivelare i principi essenziali
della sua dottrina, pena terribili castighi divini? Naturalmente la cosa
non viene chiarita. Solo chi ha letto questo documento lo sa. Vale a dire

5
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

gli iniziati. Comunque sia gli autori di testi di alchimia sono più o meno
aperti alle confidenze. È così che si meritano la definizione di avari o di
prodighi, anche se lo stesso autore può essere considerato 'avaro' in certi
passaggi e in altri 'prodigo'. Ciò vuol dire, comprensibilmente, "avaro di
informazioni" o "prodigo" delle stesse.
Infatti, si trovano spesso trattati di alchimia che iniziano promettendo
di voler fornire, con la massima sincerità e chiarezza, ogni informazione
necessaria alla comprensione del testo stesso, e niente è più ingannevole
di questa promessa. Questo tipo di affermazione non è, infatti, quasi mai
sincera: nessun libro di alchimia è stato costruito in modo da potersi
dire completo; il più spesso possibile interi passaggi vengono taciuti e
se ne cambiano del tutto i tempi, magari mescolandoli, ad es. mettendo
prima un elemento che va dopo. Se quanto si legge ha una sua logica
e una sua continuità, tali aspetti razionali sono solo apparenza. Tutto
accade secondo un'operazione che si chiama Smembramento e che
compie continui balzi temporali. Oltre a questo si utilizzano molti altri
sistemi per alterare la realtà e orientare il lettore in maniera sbagliata, la
Crittografia ad es., che peraltro è uno dei meno usati, la quale prevede
che si scrivano singole parole o intere frasi senza significato in tutt'altro
contesto. E ciò sempre per aumentare le difficoltà del lettore.
Oppure il Simbolismo che utilizza, a sua volte, le illustrazioni, affidando
loro dei compiti, sempre arcani, di rappresentazione del testo, risolti
attraverso dei segni convenzionali. L'Encyclopedie di Diderot e
d'Alembert ne comprendeva circa cinquecento di questi simboli.
Ed infine, uno dei metodi usati dagli alchimisti per sviare il lettore è
stato quello della Rivisitazione di taluni episodi della storia sacra e
della mitologia delle popolazioni coinvolte: romani e greci. Ciò significa
che l'autore alchimista ne ripercorreva taluni episodi, trovando in essi
interpretazioni e significati finora ignoti, almeno al pubblico dei 'non­
iniziati' che si fossero avvicinati incautamente a quei temi.
La moltiplicazione dei libri di alchimia andò di pari passo con la
moltiplicazione di quelle tecniche di occultamento del significato stesso
delle vicende o dei segreti dell'alchimia. Se questo è anche vero per tanti
testi letterari, è vero contemporaneamente che i loro autori desiderassero
che il lettore comune potesse godere del loro sapere. Non però nel
caso degli alchimisti che invece tesero a incrementare e moltiplicare
strumenti e tecniche di sviamento interpretativo. Il lettore frettoloso
e che ignorava tutto ciò a\Tebbe cosi solo intravisto le meraviglie del
'giardino dell'alchimista'. Ogni sapere sarebbe stato riservato al lettore
capace di meritarlo con un paziente e quotidiano lavoro di meditazione,

6
IL LIGUAGG/0 DEGLI A LCHIMISTI- INTRODUZIONE

ispirato a quel principio dell'alchimia che raccomandava di pregare


molto, di leggere e rileggere, perché solo cosi si sarebbero potute
superate innocenza ed ignoranza.
Già, perché in realtà la difficoltà di accesso non serviva soltanto a
tener lontano i curiosi e gli 'indegni' di un tale onore, o gli 'incapaci' a
capire, ma serviva anche a trasformare i meccanismi mentali del lettore
qualsiasi, a rompere il modo in cui gli era stato detto che il ragionamento
funzionava, cioè cartesianamente, e a risvegliare in lui, se possibile, oggi
si direbbe"parti del cervello trascurate o inutilizzate" per trasformarlo in
persona degna di comprendere le bellezze di quell'ordine.
Come scriveva un grande filosofo e romanziere contemporaneo francese
- recentemente scomparso - Miche] Butor, "Tutto svia e rivela in pari
tempo.".
Gli articoli qui raccolti ce ne parleranno, illustrandoci autori e problemi
forse diversi da quelli che mi hanno illuminato circa le difficoltà di leggere
un testo di alchimia del passato, ma se si vogliono fare delle polemiche,
già in queste mie affermazioni c'è molta materia e sono sicura che le
polemiche non tarderanno a venire a galla.

7
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIMIA E ASTROLOGIA ...

8
LA uSCIENZA DELLA
TRASFORMAZIONE":
CHOKHMAT HA-TZERUF
OPPURE PHYSIKÀ KAÌ
MYST IKÀ
PAOLO ALDO ROSSI

9
lA "sCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

Se non rendi incorporei i corpi e non rendi corporee


le cose prive di corpo, il risultato atteso non ci sarà.
Maria l'Ebrea (III secolo d.C.)

Lo chokhmat ha-tzeruJ, ossia "scienza della trasformazione" o "scienza


delle combinazione delle lettere" (permutazione della gematria o
gimatrlja), è il termine ebraico che potrebbe stare per "alchimia"
·
(Khemia, è la base semitica del verbo qummu "ardere" o "avvampare" e
può essere anche letta con KEMI, nome della terra in cui avrebbe avuto
i suoi inizi la pratica alchemica: l'Egitto in greco è kaio.
Tzeruf rappresenta uno spirito esterno che entra nel vivente
trasformandolo (per cui tale trasmutazione vale anche per un metallo).
Chokhmat sta per sapienza, ad es. "La Sapienza della Verità": Chokhmat
ha-Emet, oppure Chokhmat hanistar: "il mistero" o "la segreta saggezza.
Johannes Reuchlin (1455-1422), il primo grande ebraista
dell'Umanesimo, fa esporre a Simone Giudeo in apertura del De arte
cabalistica un'equivalenza tra cabala e alchimia :

Ciò che è più nobile s'innalza ribollendo in spirito se sublimato dalla


procedura alchemica, sì che appaiono più puri gli elementi che tendono
più in alto. Così, le cose più basse sono dette anche meschine e squallide
e le giudichiamo di infimo valore, mentre ammiriamo le cose sublimi
nel loro splendido candore ... Così sembra corretto porre Tiferet,
mikrokosmon, secondo l'opinione dei Cabbalisti, al centro dell'albero
delle dieci sefirot (numerationes). Quel grande Adamo è come l'albero
della vita in mezzo al paradiso ideale o, come usano dire, la linea retta
mediana. Infatti Dio fece l'uomo retto, secondo il regale Ecclesiaste
[Qsili. 7.29], in grado di piegarsi tanto verso le realtà superiori quanto
verso quelle inferiori.1

La parola nel latino medievale (XII secolo) trasponeva, lettera per


1 Johannes Reuchlin, De Arte cabalistica, a cura di Giulio Busi e Saverio Campanini,
Firenze, Opus Libri, 1995, pp.12-13.

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COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

lettera, il termine arabo (san 'a) al-kimiya da alcuni fatto derivare


',

da Al Kemi, "l'arte sacra egizia", trascrizione da km.t (copto KHMI),


designante il Paese Nero: nome proprio dell'Egitto (kmm, "essere nero",
o dal greco chemìa Kemmi, "la terra nera"2). Quando gli arabi nel VII
=

secolo entrarono in Egitto certamente non si meravigliarono di trovare


della gente di pelle scura che definiva il proprio paese come nero e che
abitava lungo un fiume che lasciava un limo bruno molto fertile e attorno
il deserto, ma indubbiamente si stupirono e rimasero impressionati che
nell'ambiente alessandrino, dal II secolo dell'Era Moderna in poi, fosse
stata coltivata cosi a fondo un'arte che si proponeva la manipolazione e la
trasformazione della materia portando avanti l'idea della trasmutazione
di un elemento in un altro3•
Nella cultura greca dell'età classica - si afferma da più parti - "non si era
dato alcuno spazio alla metallurgia", per quanto si indagassero i cieli
rotanti fino ai corpi misti e a quelli formati da particelle infinitamente
piccole (atomi, "senza parte" e "che non si può ulteriormente dividere",
oppure omeomeri [homoio, omeo e méros, parte]4). Non sono
assolutamente d'accordo con ciò, dato che nei filosofi della Ionia e della
Magna Grecia vi erano stati spesso e frequentemente riferimenti ad arti
meccaniche come quella del fabbro che lavora con le vampate e con i
mantici di un altofornos e la tecnica del vasaio che opera con il tornio o
del tintore con le varie gradazioni e sfumature colori6•
La "massa originaria", secondo i filosofi di Mileto, si separa per rotazione
(una ruota che gira sul proprio asse, ma non muta posizione, chiaramente
è il tornio) e dà origine al fuoco, il quale divide il vapore d'acqua dalla
terra; e questa aria infuocata da un lato fa separare la terra dalle acque
2 Plutarco, Moralia, 364.
3 Fonti indispensabili sono: Marcelin Berthelot, Collections des anciens alchimistes
grecs (con Ch. E. Ruelle), Paris, G. Stenheil, 1888 (ristampa Osnabriick, Zellee, 1967, 3
voli.); Introduction à I'etude de la chimie des Anciens et du Moyen Age, Paris 1889; Les
origines de l'Alchimie, Paris, G. Stenheil, 1885 (opere di fine '8oo che dimostrano la loro
età, ma anche la loro insostituibilità); Robert Halleux, Les textes alchimiques, Brepols,
Turnhout 1979; Les alchimistes greques, Paris, Les Belle Lettres, 1981-2000, 10 voli.
4 Le particelle elementari infinitamente piccole che compongono gli enti materiali, dove
un corpo riceve la sua determinazione qualitativa dalla prevalenza di un tipo di quantità
infinitesimali rispetto ad altri tipi.
5 "Gli astri poi sorgono da un cerchio di fuoco, che si è separato dal fuoco diffuso nel
mondo ed è racchiuso dall'aria; e ci sono delle uscite per il soffio, certi luoghi fatti d'aria,
attraverso cui risplendono gli astri" (Anassimandro, B 22; lppolito, Confutazione, I, 6,
1-7).
6 "Ecco perché lavorò al tornio l'universo come una sfera, in forma circolare, ugualmente
distante, in ogni parte, dal centro alle estremità, che è fra tutte le figure la più perfetta e
la più simile a se medesima, ché il Demiurgo giudicò il simile infinitamente più bello del
dissimile" (Timeo, 33 b).

12
lA "sCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

e dall'altro fa scoppiare l'involucro incandescente dando avvio a cilindri


di nebbia racchiudenti cerchi di fuoco che ruotano intorno alla terra
e questi cerchi di fuoco girano sul piano dell'eclittica. La terra era un
cilindro poco profondo:

... l'altezza è uguale a 1/3 della sua larghezza ... una sfera difiamma
intorno all'aria che circonda la terra come una corteccia intorno
all'albero ... che frantumandosi, disperdendosi ed isolandosi in alcuni
cerchi che formarono il sole, la luna e gli astri7•

Vediamone alcuni esempi: Anassimandro (VI-VII secolo) afferma che


la luna è un cerchio, diciannove volte più grande della terra, simile ad
una ruota di carro che sia cerchiata da un anello cavo e pieno di fuoco;
questo cerchio è appunto come quello del sole, è posto obliquamente
come quello, e fa uscire il soffio per una sola via, quasi attraverso la
canna di un mantice8 e Anassimene (VI secolo),pensa ad un laboratorio
per sodare i tessuti:

... In realtà l'aria, nel condensarsi e nel rarefarsi, appare differente:


ogni volta, invero, che si diffonde in un tessuto più rilassato, essa
diventa fuoco; i venti, d'altro canto, sono aria che si condensa; la
nuvola poi si produce dall'aria, per una compressione come di un
feltro; quando la compressione è maggiore, siforma l'acqua, e quando
an cora più spinta è la condensazione dell'aria, si forma la terra; al
massimo grado di densità, si producono le pietre9.

E ancora: "Gli uni dicono che il mondo gira vorticosamente come una
macina da mulino, gli altri come una ruota"10, "La terra è piatta e
galleggia nell'aria come il sole, la luna e gli altri astri che sono tutti
ignei e galleggiano nell'aria per la loro piattezza"11• Eraclito (Efeso 535
- 475 a. C.) afferma: "Inversioni del fuoco: dapprima diventa il mare,
poi una metà del mare diventa terra e l'altra metà un soffio infuocato"12
(come il metallo fuso che viene lavorato e temprato), "Anche il ciceone si
disgrega se non è agitato"13, "Ciò che si concatena è il principio e la fine di
7 Anassimandro, B 20; Pseudo Plutarco, Stromata, 2.
8 Anassimandro, B 9 e Aezio, 2, 2S, 1.
9 Anassimene, B 13; Ippolito, Cmifutazione, I , 7, 4.
10 Anassimene, B 8; Aezio, 2, 2. 4.
n Anassimene, B 13; lppolito, Confutazione, I, 7, s.
12 Eraclito, A 31; Clemente Alessandrino, Stromata s. 104 3.
13 Eraclito, A s; Teofrasto, Sulla vertigine, g.

13
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

un cerchio"14; Empedocle (Agrigento 490-430 a. C.) dice: "Agglutinando


la farina con l'acqua ... Cosi allora la Cipride, dopo aver imbevuta la terra
di pioggia ed aver impresso le forme le consegnò al fuoco veloce perché
le consolidasse"15; e Anassagora (Clazomene 496-528 a. C.) (che pensava
al moto rotatorio di una fionda), " ... mentre queste [cose] ruotavano e si
separavano formandosi per l'azione della forza e della velocità. La forza,
in effetti, è la velocità a produrla"16 o al lavoro del tintore: "Se prendiamo
due colori, il nero e il bianco, e li mescoliamo l'un l'altro, a goccia a
goccia, la vista non potrà distinguere il mutamento impercettibile, anche
se esistente realmente in natura ... "17.
Quindi, come si vede da questi pochi esempi (ma ne potremmo riportare
molti altri), si era data una certa importanza ai diversi mestieri e ai
loro strumenti: dalla ruota del vasaio al forno di un panettiere, dalla
macina del mugnaio all'altoforno e ai mantici del fabbro, dalla macchina
per sodare tessuti alla fionda, tanto da usarli spessissimo nei loro
libri "intorno alla natura", ma - nonostante ciò - non esiste proprio il
concetto che i metalli si possano modificare (in officina o in laboratorio)
per portare quelli imperfetti o corruttibili alla completa perfezione e
compiutezza dell'oro.
Certamente si parla di fusione, pressione, riduzione, stemperamento,
compressione, solidificazione, coagulazione, condensazione,
liquefazione, fluidificazione, concentrazione, rarefazione, diluizione,
ecc., di terra, acqua, aria, fuoco, ma nulla è detto dei vincoli che tengono
assieme le quantità infinitesimali o i corpuscoli (ciò che sta ancor sotto
la sottilissima limatura di ferro o l'impalpabile calcite) e come - per di
più - cambiarli facendoli diventare altro.
Era questa l'idea che sta alla base dell'alchimia: la trasformazione
delle "catene" che legano le particelle che compongono un elemento in
un'altra.
Si parla spesso di stati fisici della materia, l'acqua può passare dallo
stato liquido al vapore o al ghiaccio (e anche altre "materie" alle diverse
temperature e pressioni), ma non si parla di "stato chimico" di un corpo o
di cambiamento di natura dei materiali. Ad esempio, esisteva una specie
insolita e singolare di argento, assimilabile al metallo prezioso soltanto
per il colore: l'hydràrgyros, chiamato argento liquido (da cui il nome
tradizionale di argento vivo), usato come amalgamante per i metalli

14 Eraclito, A 12; Porfirio, Questioni Omeriche, Iliade, 14, 200.


15 B 34 Aristotele, D 4 381 b 31 e Simplicio, De coelo, 52g- 530.
16 Anassagora, B g. Simplicio, phys. 35,13.
17 Anassagora, B 21. Sesto Empirico, Contro i matematici, VII go.

14
lA "SCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

ed estratto, ad es., dal cinabro (HgS - solfuro di mercurio). Oppure lo


Chalkos, nome che i Greci davano al rame, che ad es. veniva estratto dalla
malachite (un suo ossido minerale), senza mai confrontarli se non per
il colore verde; l'ematite (Fe 0 ), minerale del ferro, e il ferro meteorico
2
(il metallo celeste) erano coniiderati cose diverse: la polvere dell'uno
assomigliava al colore del sangue, l'altro era invece reputato pulviscolo
delle stelle. Si conosceva la pirite (FeS solfuro di ferro), che sprigiona
2
scintille come il ferro, ma scaldata alla fiamma ha l'odore di uova marce
(dal quale si può ottenere il ferro pur 'sapendo' di zolfo); lo stesso vale
per la galena (PbS solfuro di piombo), che contiene il piombo, ma anche
argento se è associata al solfuro d'argento. Cosi il processo di aggiungere
carbonio, ad esempio, all'ematite (uno dei vari ossidi e fondente tipico),
per cui il ferro veniva ottenuto in forma di spugna fatta di ferro e di scorie
di carbonio ed altri elementi impuri - solfo, silicio, arsenico ... ma anche
rame - (ghisa di prima fusione, di seconda fusione, acciaio, ferro battuto
a seconda del carbonio contenuto), è oggi cosa nota, ma nessuno allora
pensò al carbone come a un qualcosa di dissimile da un combustibile e
all'aria come un comburente. Però già c'erano gli altiforni a carbone e i
mantici ad aria, per cui il carbonio e l'ossigeno entrarono a far parte del
processo di fusione, anche se non si sapeva come.
Stesso discorso si può fare con alcuni elementi artificiali: la terracotta
e il gres, ottenuto prevalentemente dal silicio. Per la prima, ad es., il
corpo cristallino era ricavato da una fusione parziale a temperature da
8oo a 1000°C di un miscuglio in polvere composto di silicati (sabbie
quarzifere o quarzo triturato), fondenti alcalini (come il carbonato o il
bicarbonato di potassio o il natron) e stabilizzanti come la calce, con
un'invetriatura alcalina o di piombo colorata con pigmenti inorganici.
L'argilla o creta sono più che altro idrosilicati di alluminio impastati
con acqua e modellati, poi lasciati a seccare e quindi messi al forno a
temperatura elevata dove il tutto si modifica in modo non reversibile. Il
crogiolo d'argilla, con cui si fondeva il bronzo Oega rame - stagno), è uno
degli strumenti più importanti dello sviluppo della fusione di minerale e
amalgami di metalli. La lavorazione del minerale e quindi del metallo fu
indubbiamente presente fin da epoche antiche e in civiltà protostoriche,
ad es. Tubalcain, il prodigioso caposcuola ebraico della trasformazione
dei metalli18, il mitico dio egizio Thot o Ermete Trismegisto, il latino
Vulcano, i greci Efesto, il fabbro divino, Briareo e i Giganti Centimani,
18 Tubalcain, che secondo la Bibbia (Genesi, 4, 22) ... quifuit malleator etfaber in eu n eta
"

opera reris et ferri", ossia fu il primo uomo a lavorare il ferro e il bronzo, appartenente
alla settima generazione dopo Adamo.

15
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO D I ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

i Ciclopi o anche le miniere dei nani e i giganti del fuoco delle leggende
nordiche. In tutte le civiltà antiche i fabbri abbinavano alla capacità
manuale dei doni divini e questo è qualcosa che precede l'alchimia e,
anche se in relazione, è nettamente differente negli esiti storici, cosa che
avviene fino alla età allesandrina.
In Anatolia, nel VI millennio, già esisteva una metallurgia complessa
tale da ottenere dalla malachite e dall'azzurrite (e in generale da ossidi
e carbonati) del rame in lingotti con procedimenti che comportano
l'utilizzo di tem perature elevate (non necessariamente al punto di fusione
1084,6 C), il controllo del flusso e del circolo dell'aria e, ovviamente, il
carbone di legna, l'agente riducente. I minerali di rame ricchi di arsenico
furono fusi assieme ai carbonati e agli ossidi per ottenere un metallo
che fondeva a una temperatura più bassa ed era più resistente, come si
vede nell'uomo del Similaun o Otzi (IV millennio a.C.) che tra gli oggetti
personali ha un'ascia di rame ottenuta con il metodo sopra descritto
(è stato trovato arsenico sui capelli della mummia) e l'uomo aveva con
sé fogli di betulla e carboni d'acero per il fuoco. Ma una metallurgia
come "arte del fuoco" si sviluppò compiutamente in zone ricche di
materie prime e di carbone e legname: Anatolia, sud del Caucaso, Alta
Mesopotamia, Siria, Palestina ... o in tutto il Vicino Oriente.
In Grecia la conoscenza e l'arte dell'estrazione dei metalli dai minerali
che li contengono, della loro depurazione, trasformazione, raffinazione
ed elaborazione, cioè la metallurgia di processo e la metallurgia di
prodotto, erano certamente un lavoro banausico, un'arte puramente
meccanica, la cui attività non era però unicamente manuale, ma anche
tecnica. Bémausos, l'operaio meccanico che lavora con le mani, è
diverso da technikòs, colui che opera conformemente all'arte e dirige il
lavoro manuale (nella Grecia classica non era solo in contrapposizione
all'attività dei filosofi, ma addirittura dell'uomo libero)19•

I mestieri che vengono chiamati artigianali (banausici) - dice


Senofonte per bocca di Socrate nell'Economicon - sono screditati ed
è del tutto naturale che nelle città siano tenuti in grande disprezzo.

19 Il termine platonico è demiurgo (demos - il popolo ed ergon - opera= artigiano) e sta


letteralmente per "colui che lavora per efacendo parte della comunità dei cittadini liberi".
A differenza del poeta (da poiesis = generare), che esercita l'arte creativa del "mettere
al mondo", il demiurgo è l'artefice che sa connettere e accordare, secondo un disegno
coerente, le parti di un tutto. Il verbo che indica l'azione del demiurgo è armòzo, che
sta per "accordare, comporre, connettere ", da cui armonia (collegamento, giuntura,
...

connessione ... ). Mentre il primo è il musicista, che genera note e parole, il secondo è il
falegname che armonizza i pezzi.

16
lA "SCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

Rovinano il corpo degli operai che li esercitano e di quelli che li dirigono,


obbligandoli ad una vita sedentaria, seduti all'ombra dei laboratori,
talora persino a passare tutta la giornata difronte al fuoco. Poiché, in
tal modo, i corpi si fanno più molli e deboli, anche le anime diventano
più fiacche. Soprattutto, questi mestieri di artigiano non lasciano alcun
tempo libero per occuparsi degli amici e della città; e così costoro
paiono ben misere relazioni per gli amici e ben miseri difensori per
la patria. Pertanto in alcune città, soprattutto in quelle che passano
per guerriere, si arriva fino al punto di proibire a tutti i cittadini di
praticare i mestieri artigianali.

Si può comprendere il disprezzo per il lavoro manuale di una piccola


minoranza di "intellettuali", liberi e non indigenti, che oltretutto
lasciarono degli scritti denigratori e insolenti sull'argomento, ma il
prodotto artigianale era alla base del mercato e l'artigiano faceva parte
a pieno titolo della polis: "Non il lavoro in sé produce il sentimento di
disprezzo, ma il legame di dipendenza che si forma fra l'artigiano e
colui che usa il prodotto da luifabbricato">o.
C'era nella cultura della Grecia classica una [prato] fisica, cioè lo studio
dell'essere in movimento, ma non una [prato] chimica, le trasformazioni
di corpi o sostanze appunto perché la forma è sostanza delle cose che
hanno materia. La fisica di Aristotele è una filosofia seconda che si
occupa della teoria del moto: sostanziale (generazione e corruzione),
qualitativo (mutamento), quantitativo (aumento o diminuzione), locale
(la traslazione), ma il fondamentale è questo ultimo - cfr. Fisica, VIII,
7, 261 26 , è quello al quale tutti gli altri sono riconducibili. I quattro
-

elementi, fuoco ed aria che si muovono dal basso verso l'alto, acqua e
terra che si muovono dall'alto verso il basso, tendono tutti al loro luogo
naturale. I corpi celesti si muovono circolarmente intorno alla terra, al
centro dell'universo, nell'etere, su sfere concentriche. L'etere e gli astri
sono incorruttibili, mentre il mondo sublunare è alterabile. L'horror
vacui assegna allo spazio un'esistenza legata alla materia e sostiene
l'esistenza del vuoto; ciò vuole dire ammettere l'infinità dello spazio
e la non esistenza di un suo centro (tutti i punti sarebbero "centri",
perché tutti avrebbero la stessa distanza dagli estremi). Oltre il moto
naturale esiste anche il moto violento, indotto da cause esterne: le forze.
Una dottrina ammirevole per la sua eleganza e semplicità, non basata
su vana contemplazione filosofica o su infruttuose speculazioni, ma su

20 C. Mosse, Il lavoro in Grecia e a Roma, 1973.

17
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIMIA E ASTROLOGIA ...

poche comuni esperienze, che reggerà per due millenni.


È vero che la chimica si occupa dello studio, prima della costituzione della
materia e poi delle sue trasformazioni, ma il pensiero greco, a cominciare
dalla scuola ionica, era fondato sulla ricerca di un principio (archè)
unico e originario per tutti i fenomeni naturali e la fisica era detta quella
scienza che ha per oggetto "quella sostanza che ha in se stessa la causa
del suo movimento", cioè la natura ("sostanza delle cose che hanno in se
stesse il principio del movimento"21); quindi l'arte (technè) imita, copia
e simula l'opera della natura, ma non può assolutamente raggiungerla.
L'esatto contrario dell'alchimia, nella quale attraverso la manipolazione
si vuole ottenere la trasformazione della materia portando avanti l'idea
della trasmutazione di un elemento in un altro e, per converso, denota il
cammino interiore relativo allo sviluppo spirituale dell'uomo alla ricerca
e riconquista del primigenio paradiso, eden, eliso:

Come il metallo vile viene fatto morire nel crogiolo perché possa
rinascere purificato come metallo perfetto e immortale (l'oro), così
- su un diverso piano - l'alchimista persegue un processo di morte e
purificazione spirituali per riconquistare la perfezione dell'uomo
edenico22•

Il Frammento I di Anassimandro (VII-VI secolo a.C.) che, giustamente,


Heidegger definisce il più antico testo filosofico del pensiero occidentale
se non altro perché Teofrasto ci ha testimoniato che " ... egli fu il primo a
introdurre il tennine principio (archè)"23, ci dice:

Da dove (ex òn), infatti gli esseri hanno origine (génesis), ivi (eìs taùta)
hanno anche la loro dissoluzione secondo ciò che deve essere (katà to
chreòn): le cose che sono, difatti, pagano reciprocamente l'una all'altra
riparazione (dìken) ed espiazione (tìsin) per la loro ingiustizia (adikia)
secondo il decreto del Tempo. 24

Si noti che i termini usati provengono tutti dall'ambiente etico, giuridico,


politico e sociale ed è passato in filigrana sull'ordito del mondo fisico­
naturalistico, a giustificazione del fatto che è la polis a fungere da
modello del macrocosmo. Tre sono gli elementi fondamentali: il cosmo

21 Aristotele, Metaphysica, ed. Ross, Oxford, 1949, V, 4, 1015 a 13. ibidem IV, l, 1025 b 18.
22 Andrea De Pascalis, Il Parmigianino e l'alchimia.
23 Teofrasto, Opinioni deifisici, fr. 2.
24 Anassimandro, fr. I; 12 B1 D.

18
lA "sCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE#

(l'ordine), la dike (la giustizia) e l'aitia (la causa). La parola greca aitia
(causa) è, ad di là di ogni dubbio, un termine originatosi e appartenente
all'ambito giuridico: il suo significato fondamentale è quello di "colpa"25•
Dike didonai (rendere giustizia) è un'espressione che rimanda al
contraccambio tipico del giudizio arbitrale: si tratta di un quid che uno
dei due contendenti deve all'altro per ripristinare l'ordine (kosmos)
violato. L'archè tòn ònton (il principio degli esseri) è aghénaton
(ingenerato), anòlethron (indistruttibile) e fondamentalmente àpeiron
(indefinito); esso non soggiace alle leggi del divenire e, per quanto sia
'principium' e 'initium', non è causa. Causa è chréon (la necessità), la
quale non è una legge fatalistica, ma una legge di giustizia che interviene
a ripristinare l'ordine violato. L'avestico aeta (il greco è aisa, da cui
aitia) significa 'parte dovuta' nel senso di destino (quel che ti tocca).
Non cieca fatalità, ma rigida necessità: la colpa è causa della pena o,
per meglio dire, dall'effetto (pena) è possibile risalire alla causa (colpa).
Diaitao (condurre l'agire in un certo senso) comporta l'aitia (la parte
che ti è dovuta). Singolarmente, i due concetti di aitia (causa) e dike
(giustizia) convergono verso la coppia monosemica di "ciò che a ciascuno
spetta (dike) - la parte che da ciascuno si esige (aitia)". Il trasferimento
del concetto di causa-colpa dalla sfera della responsabilità giuri­
dica (cui è sottoposto ogni singolo abitante della polis) alla sfera della
causalità fisica (le rotture e le riparazioni dell'armonia dell'universo nel
processo del divenire) ha dovuto fare i conti con le nozioni di cosmos e
di dike (ordine e giustizia). Se dopo di ciò, il termine aitia come causa
[generazione di eventi] s'è trovato ad essere vincente o almeno quello
filosoficamente irreprensibile è palese, ma all'inizio della speculazione
greca le cose erano diverse. Quindi la ragione (intesa come principio
logico, causa fisica, motivo etico e radice antologica) viene sicuramente
dopo il movente di un'azione legale o il dissidio fra i querelanti. Dunque,
anche se si potevano prendere esempi dell'azione della materia dalle
macchine esistenti, la vera "causa" dapprima è in qualcosa che regge la
vita della città (microcosmo) e poi in qualcosa che guida l'esistenza del
25 Aitios (colpevole) e aitiaomai (accuso, incolpo) sono termini già presenti nei poemi
omerici, nel pensiero dei presocratici, nelle opere degli storici e nei medici del IV secolo
a.C. e, quindi, nella duplice radice di causa e colpa nei poeti e nei filosofi attici. Anche
il latino 'causa' ha la stessa matrice semantica. La differenza sta nel fatto che i Greci
intendevano l'azione giuridica nel senso dell'accusa, mentre i Romani in quello della
difesa (caveo mi difendo) [per gli uni il procedimento del 'dar ragione' è quello della
=

verifica delle ipotesi, per gli altri quello della falsificazione]. Lo stesso concetto di motivo
probante, o ragione, sta sotto sia al significato 'filosofico' di causa che a quello 'giuridico'
di imputazione e, sotto questa caratteristica di relazione fondante, moltiplicherà, in
seguito, la propria estensione semantica per quanti saranno le sfere di applicabilità.

19
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

macrocosmo (il periechon) verso l'ordine e contro il chaos.


Si vedano, a questo punto, le varie fasi di ordinamento dal disordine
al cosmos (all'universo) nel Timeo di Platone per opera del Demiurgo
che "geometrizza", ossia lavora dal punto di vista matematico nella
costituzione del mondo. A differenza di quel che sarà la fisica in
Aristotele, la teoria del moto, in Platone si ha una fisica matematica
dove le figure geometriche, che compongono il mondo, non sono visibili ·

empiricamente, ma solo pensabili matematicamente:

Diciamo dunque per qual cagione l'artefice fece la generazione e


questo universo [29 e] ... prese quanto v'era di visibile e senza quiete,
ma si agitava senza regola e disordinatamente e dal disordine le
ridusse all'ordine, avendo giudicato l'ordine di gran lunga migliore
del disordine (30 a) ... trovò che mai avrebbe potuto scaturire dalle
cose secondo natura visibili in tutto provvisto d'intelligenza, non solo,
ma che non era possibile che qualcosa avesse intelligenza se al tempo
stesso non possedeva anima. Grazie a questo ragionamento, unendo
l'intelligenza con l'anima, e l'anima con il corpo, costruì l'universo,
sì che l'opera da lui compiuta fosse, per natura, la più bella e la più
buona possibile. Questo mondo è un essere vivente, dotato di un'anima
e di un 'intelligenza, veramente generato dalla mano del Demiurgo
(30 b) ... Ecco perché lavorò al tornio l'universo come una sfera, in
forma circolare, ugualmente distante, in ogni parte, dal centro alle
estremità, che è fra tutte le figure la più perfetta e la più simile a se
medesima, ché il Demiurgo giudicò il simile infinitamente più bello
del dissimile (33 b) ... v'erano tre principi distinti, l'essere (einài), lo
spazio (chòran) e la generazione (gènesim) anche prima che nascesse
il cielo (oùranon). Ebbene, la nutrice della generazione, inumidita e
infuocata, assumendo leforme della terra e dell'aria, e subendo tutte le
altre modifìcazioni che seguono a quelle, appariva sotto svariatissimi
aspetti, ed essendo piena diforze non omogenee né equilibrate, ovunque
non erano in equilibrio, ma, ovunque sobbalzando inegualmente, era
scossa da queste stesse forze e, a sua volta, muovendosi, da v aforza alle
forze (52 d) ... Tutti questi elementi erano disposti dapprima senza
ragione e senza misura; ed anche quando il tutto cominciò ad essere
messo in ordine, da principio il fuoco, l'acqua, la terra, l'aria, che pur
avevano una qualche traccia della propria forma, erano tuttavia in
quello stato in cui è naturale sia ogni cosa quando il Dio non è presente.
Fu appunto allora, quando così stavano queste cose, che le adornò in
primo luogo diforme e di numeri. (53 b) ... Innanzi tutto, è chiaro ad

20
lA "sCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

ognuno, che fuoco, terra, acqua, aria sono corpi. D'altra parte, ogni
specie di ciascun corpo ha anche una sua profondità e lo spessore, a
sua volta, necessariamente implica che sia limitato da superfici piane e
la superficie piana e rettilinea si compone di triangoli. Thtti i triangoli
scaturiscono poi da due triangoli, ciascuno dei quali si compone di
un angolo retto e due acuti e di questi triangoli l'uno ha da ciascuna
parte una porzione uguale di angolo retto diviso da lati uguali, e l'altro
due parti diseguali d'angolo retto diviso da lati diseguali (53 d) ... Noi
dunque dei molti triangoli, trascurando gli altri, ne poniamo uno come
il più bello, quello che ripetutoforma un terzo triangolo, ch'è equilatero
(54b) ... Dunque i due triangoli scelti, dei quali sono stati fatti i corpi
delfuoco e degli altri elementi, siano l'isoscele e quello che ha sempre il
quadrato del lato maggiore triplo del quadrato del minore26
... Non possono dunque tutte, dissolvendosi le une nelle altre, da
molte piccole diventare poche grandi, e viceversa: ma quelle tre sì.
Perché, essendo tutte derivate da un solo triangolo, dissolvendosi le
più grandi, se ne formeranno molte piccole, che accolgono le forme ad
esse convenienti, e quando invece molte piccole si dividono in triangoli,
facendosi un solo numero di una sola massa, possono costituire un 'altra
specie grande (54 d).

Ordinato il tutto, secondo armonia, si deve istituire un rapporto fra la


materia che lo compone e l'anima che lo sorregge

E posta l'anima in mezzo a q uesto corpo, la diffuse per tutte le sue


parti, non solo, ma con questa stessa anima avvolse il corpo anche

26 Il Demiurgo lavora partendo dagli elementi della geometria: quello che ha zero
dimensioni è il punto, una dimensione è la linea, due il piano, tre il solido. Per avere
un corpo si deve partire dalla più piccola superficie piana, che è il triangolo, di cui il più
equilibrato ed armonico è il triangolo equilatero. Lo si ottiene dalla ripetizione di due
triangoli rettangoli scaleni che abbiano il cateto minore uguale alla metà dell'ipotenusa
(Per il teorema di Pitagora (AC)• (AB)• - (BC). ossia: dato che il lato BC AB/2, allora
(AC)• è il triplo di (BC)• cioè a b/2, quindi c" 3b• , o anche con angoli di 30° 60°,
= =

= =

e 90°). � chiaro che due di questi formano il triangolo equilatero. Prendiamo ora il
triangolo rettangolo scaleno di 30° 60°, e 90° e il triangolo rettangolo isoscele di 45°, 45°
e 90°. Con sei dei primi (scaleno) si costruisce il triangolo equilatero (si potrebbe farlo
con due, ma per ragioni di armonia numerologica con il cubo Platone ne usa sei), con
quattro di questi si costruisce il tetraedro (6 x 4), altro solido regolare che corrisponde al
fuoco. Con otto di queste facce costruisco (6 x 8) l'ottaedro (l'elemento aria) e con venti
facce triangolari (6 x 20) l'icosaedro (l'acqua). Con quattro triangoli isoscele si costruisce
un quadrato, con sei di questi (6 x 4) un cubo (la terra). Rimarrebbe il solido regolare a
12 facce pentagonali, ossia il dodecaedro: "la quinta combinazione servì al demiurgo per
decorare l'universo" (55 c). '

21
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

di fuori, e formò cosi un cielo circolare e che circolarmente si volge


unico, solitario per sua stessa virtù capace di bastare a se stesso senza
avere bisogno di nulla, sufficientemente atto a conoscere ed amare se
medesimo (Platone, Timeo 29-30).

Ma già prima di Platone, Anassagora (inizi del V secolo a.C.), sostenendo


che nulla nasce e nulla perisce e tutto è composto di semi27, ossia parti di
numero e quantità infinita, infinitamente divisibili e aggregabili le parti
costituenti dell'entità fisiche, affermava che il riunirsi e separarsi dei
semi, particelle invisibili di corpi, dà luogo alla materia di cui sono fatti
i corpi che si differenziano a seconda della quantità di semi presenti in
essa, ma il tu�o è governato da una forza divina, il Nous, che imprime a
questi l'energia necessaria e quindi li fa muovere e li governa in continua
trasformazione:

Insieme erano tutte le sostanze (chremàta =cose [neutro plurale]), - dice


nel frammento B 128 - senza limitazioni per quantità e per piccolezza,
perché anche il piccolo era senza limite. E stando tutte insieme, nessuna
era discernibile a causa della piccolezza: su tutte predominava l'aria e
l'etere, essendo entrambi illimiti: sono irifatti queste nella massa totale
le più grandi per quantità e per grandezza.

Ma la causa è sempre il Nous:

Dopoché l'intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso
cominciavano aformarsi [le cose] per separazione, e quel che l'intelletto
aveva messo in movimento, tutto si divise. E la rotazione di quanto era
mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione. 29

27 Aristotele li chiamerà anche omeomerie. Fr. A 46 (Aristotele, Della generazione e


corruzione, 314a, 18): "Anassagora pone come elementi gli omeomeri, ad esempio l'osso,
la carne, il midollo e delle altre cose quelle di ciascuna delle quali una parte è sinonima
[del tutto]. Aezio, I, 3, 5: "In quel cibo, quindi, ci sono particelle produttrici di sangue, di
ne�Vi, di ossa e di tutto l'altro: tali particelle si possono cogliere con la ragione. Non si
deve riportare tutto all'esperienza sensoriale, che cioè il pane e l'acqua producono tutto
questo, ma nel pane e nell'acqua ci sono particelle che si colgono con la ragione. E poiché
le parti esistenti nel cibo sono uguali [6moia] a ciò che si produce, le chiamò omeomerie e
disse che erano principi delle cose, e che le omeomerie erano materia e la causa efficiente
il Nous, il quale tutto dispone. Incomincia cosi: "Insieme erano tutte le cose e l'intelletto
le separò e le pose in ordine": "cose" disse ciò che ha una realtà. E va accettato perché alla
materia congiunse un artefice.
28 Simplicio, Physis, 155, 23.
29 Anassagora, B 13; Sirnplicio, Physis, 300. 27.

22
LA "SCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

Già Aristotele dice che Leucippo di Mileto (V secolo a. C), allievo dei
grandi maestri di Elea, morto ad Abdera dove - assieme a Democrito -
fondò la scuola atomistica [metà V secolo a. C]

... pensava di aver trovato una teoria, in accordo con la percezione


sensibile, che non negava né la nascita, né la morte, né il movimento,
né la pluralità delle cose. Mentre da un lato egli accorda le sue dottrine
con ifenomeni, dall'altro, a coloro (gli eleatici) che sostengono un 'unica
realtà, l'Uno, perché per loro non esiste il movimento senza il vuoto, egli
concede che il vuoto è non essere e che, dell 'essere, niente è non essere,
perché l'essere è l'assolutamente pieno. Ma questo assolutamente pieno
non è l'Uno ma è un numero infinito di corpi, indivisibili (atomoi) per la
piccolezza del loro volume. Questi corpi sono in movimento nel vuoto -
infatti esiste il vuoto - e unendosi producono la nascita e separandosi
producono la distruzione.3°

Questi corpi, gli atomi, Simplicio dice che sono

... indivisibili e inalterabili perché sono solidi e non contengono vuoto


... che nel vuoto infinito sono separati fra di loro e si dijferenziano
per forma, grandezza, ordine e disposizione, si muovono nel vuoto e,
scontrandosi, in parte rimbalzano e vengono spinti a caso, in parte si
collegano ... e restano uniti e così avviene la generazione.:!•

e Aezio:

... poiché gli atomi sono soggetti a un movimento casuale e non


preordinato e si muovono incessantemente e a grande velocità, molti
di essi, delle più varie forme e grandezze, si raccolsero in uno stesso
luogo ... una parte, quelli più grossi e pesanti, si collocarono ne/fondo,
gli altri, quelli piccoli, rotondi e lisci, più scorrevoli, espulsi dall'affluire
di altri atomi, andarono in alto ... in seguito, dagli atomi rimasti nel
fondo,fu prodotta la terra mentre da quelli in alto siformarono il cielo,
ilfuoco e l'aria. E poiché vi era ancora molta materia accumulata nella
terra che si condensava al vento e alfuoco, la parte minuta, compressa,
originò la materia liquida ... che scese nelle cavità.32

30 Aristotele, De generatione et corruptione, A 8, 325.


31 Simplicio, De coe/o, 36,1.
32 Aezio, 1, 4·

23
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DJ ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

Ma anche questi "atomi" sono modelli mentali, non sono visibili


empiricamente e, come le figure di Platone, non sono verificabili in
natura; ci sono come realizzazione concettuale, appartenenti al mondo
delle idee, o esistono solo nel pensiero, anche se rappresentati con
un modello o archetipo di origine intuitiva o creativa. Per Aristotele,
che ha della conoscenza una concezione empiristica, qualsiasi parte o
elemento della realtà può diventare oggetto della scienza solo se si riesce
a riportarlo a ciò che lo fa essere di necessità: la sua causa formale;
diversamente, queste parti o elementi, se vengono considerati scissi
dallo schema concettuale della teoria della sostanza, vanno pensati
come non esistenti:

Si deve tener presente però che chi discute di una qualsiasi parte o
elemento della realtà non considera il suo aspetto materiale, n.é ha
interesse per questo, bensì mira alla forma nella sua totalità. Quel che
importa è la casa non i mattoni, la calce e le travi; così nello studio della
natura quel che interessa è la sostanza totale di un essere determinato
e non le sue parti, le quali separate dalla sostanza neppure esistono33.

Come già ci diceva Sesto Empirico:

I seguaci di Platone e di Democrito riconobbero come vero soltanto


l'intelligibile, ma Democrito perché la natura per lui non ha alcun
sostrato sensibile, essendo gli atomi - che compongono ogni cosa -
privi di ogni qualità sensibile, Platone invece perché ritiene che le cose
sensibili sono quelle che sempre divengono e mai sono34,

Alla fine rimase solo la Fisica aristotelica, secondo alcuni piena di


errori, difetti, imprecisioni, a volte delle vere e proprie scorrettezze e
sbagli, ma rispondente alla esperienza sensibile35 e al senso comune

33 Aristotele, De partibus animalìum, ed. Bekker, l, 5, 645 a I segg.


34 Sesto Empirico, adv. math. VIII, 6.
35 L'esperienza, il saldo legame che tiene l'uomo entro i limiti della percezione sensoriale,
accerta l'accadere istituendo il primo e fondamentale contatto fra l'individuo e la realtà,
ma, non avendo in sé la propria giustificazione, esige di essere trascesa chiamando in
gioco la ragione. Fin dai primordi della speculazione ellenica, questa consapevolezza
fondamentale (ossia che il referto dei sensi non è l'originario), dalla quale nasce la stessa
razionalità filosofica, è generalmente da tutti condivisa. I sensi costituiscono il luogo del
contatto immediato, mentre la ragione è il momento elettivo della mediazione, vale a
dire la spiegazione intesa come sintesi fra il logico e l'empirico. Il fermarsi, infatti, al
semplice referto sensoriale non porta da nessuna parte, è una strada senza via d'uscita.
Riconoscere, dunque, che l'immediato non è l'originario, non comporta mai come

24
lA "sCIENZA DELLA TRASFORMAZIONE"

(koine aistesis)36. In realtà, la filosofia aristotelica risultò sempre la più


convincente fra le interpretazioni sistematiche del mondo e la forza di
questo grandioso sistema di filosofia naturale risultò, per due millenni,
anche dall'estrema debolezza dei sistemi concorrenti, i quali commisero
lo stesso errore di considerare la filosofia come unica forma di sapere
sulla natura, ma a differenza di Aristotele non seppero dare ragione
della Natura riportando i fenomeni a una teoria in cui avrebbero dovuto
essere ordinati secondo l'esigenza della universalità e necessità (che in
definitiva è ancora l'unico modo per risolvere l'aporia parmenidea e
"salvare" il mondo fenomenico). La classica filosofia della natura può
cadere solo quando la "scienza moderna" s'impone come forma di
sapere non filosofico e dimostra di essere più convincente della fisica
aristotelica, che è appunto una filosofia seconda o della natura e non la
scienza moderna che nasce con Galileo37•
"La natura - afferma Aristotele- è il principio e la causa del movimento
e della quiete delle cose, alla quale inerisce, in primis e per sé, non
accidentalmente"38. È chiaro quindi che tutta la fisica aristotelica, che
è teoria del movimento (o per meglio dire dell'essere in movimento),
rappresenta una colossale definizione del concetto di natura. Nel II
libro del De Anima, trattata come la Fisica, ossia da filosofia seconda o
naturale, Aristotele mostra l'operare della psyche e si concentra sulle sue
funzioni. L'anima è forma (entelechia) di un corpo fisico che ha la vita
in potenza e gli organi del corpo rappresentano gli strumenti dell'anima,

soluzione l'arresto all'immediato, quanto piuttosto l'identificazione dell'originario


36 Inteso dal punto di vista aristotelico come le due diverse funzioni metasensibili: a) la
consapevolezza della sensazione; b) la percezione delle determinazioni sensibili comuni ai
diversi sensi. È naturale pensare alla prima come ad una sunaistesis (ciò che accompagna
una percezione sensoriale), dove il "sentir di sentire" è sempre mediato in un linguaggio
che lo esprime, ossia "un dialogo interno dell'anima con se stessa" contrapposto al fluire
delle informazioni che l'anima subisce dai sensi. Ma non ancora come a una suneidesis,
ciò che accompagna l'eidos, la coscienza che attiene la sfera dell'interiorità, concetto
molto più tardo e di chiaro uso neoplatonico e cristiano.
37 A questo Gaiileo arri,·a non cambiando filosofia: "Vanissimo è il pensiero di chi
credesse introdur nuova filosofia col riprovar questo o quell'autore .. ." [Galilei G.,
Discorsi e dimostrazioni matematiche su due nuove scienze, in Le Opere di Galileo
Galilei, Firenze, 1890-1909, VII , I.], ma con un nuovo tipo di indagine, espressamente
dichiarata non filosofica (almeno secondo la semantizzazione che il termine filosofia
aveva ai tempi di Galileo): " ... o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l'essenza
vera ed intrinseca delle sustanze naturali o noi vogliamo contentarci di venire in notizia
d'alcune loro affezioni" Galilei G., Delle macchie del sole, 3a lettera a Marco Ve/seri,
loc. cit., V, 187.]. È il dilemma di fronte al quale ci si deve porre all'inizio della ricerca e a
seconda della scelta decidere anche le forme di indagine da applicare: la prima filosofica
e la seconda non filosofica (o "scientifica").
38 Aristotele, Physicorom libri VIII, ed. Ross, Oxford, 1950,11, 1,192 b, 20.

25
COME SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

che è causa e principio di vita; ora queste funzioni possono essere di tipo
vegetativo, sensitivo e intellettivo. Gli animali condividono con l'uomo
non solo la possibilità, ma la capacita di avere delle sensazioni. Poi passa
in rassegna i cinque sensi e i sensibili propri su cui non c'è possibilità
di errori: la sensazione è infallibile. Il senso comune, inoltre, non è
legato ad un unico senso e acconsente di percepire gli oggetti nel loro
complesso: il movimento, la quiete, il numero, la figura, la grandezza.
Fu quando, in età alessandrina, s'incontrarono, da una parte l'antica
disciplina magico-religiosa egizia e siriaca dedita a osservare (e forse
anche a operare) i processi di cambiamento di natura dei materiali, e
dall'altra la cultura greca, che si era trasformata da ellenica ad ellenistica
con Alessandro di Macedonia, l'allievo di Aristotele, che si crearono le
condizioni per delle "nuove scienze". In quell'epoca il pensiero dello
Stagirita aveva ormai persuaso che sul sensibile non c'è possibilità
di errore: chi sbaglia è la volontà, non i sensi39• Il processo iniziato
con Aristotele e poi continuato col Giardino (il kèpos di Epicureo),
affermando che la sensazione esclusivamente (a differenza da Platone
e dagli Eleati) coglie l'essere in modo infallibile, ossia è unico criterio
(canone) di verità, viene terminato con la protochimica e l'alchimia dello
Pseudo Democrito (scritti redatti da Bolo di Mende 150 a. C.), Maria di
Amman, Camario e Zosimo da Panopoli (300 d. C.).
La metallurgia, la lavorazione del vetro e la ceramica in Egitto, in
Anatolia e nella mezzaluna fertile avevano un carattere divino e il fabbro
che utilizza i minerali e il fuoco aveva un ruolo sacro. Nella Valle del Nilo,
povera di combustibile, ma ricca di sali, di ossidi e di composti chimici,
si osservarono le efflorescenze saline di natron lasciate dall'inondazione
(emanazioni di Osiride), le sorgenti salmastre nel deserto Oa schiuma di
Seth), gli edifici attaccati dal salnitro ... l'oro e il rame nativo, i giacimenti
di minerali di piombo, di stagno, di rame e d'argento e gli amalgami di
metalli sottoposti a coppellazione4° per separarne, ad esempio, l'argento
dal piombo voleva dire sfruttare le forze divine ed impossessarsi dei
fluidi appartenenti al dio. Quando si iniziò a rinunciare o a tralasciare
di usare la divinità per dare ragione degli eventi naturali e a dare alla
sensazione il valore epistemologico che le competeva, allora si iniziò a
vedere nelle arti del fuoco (metallurgia, lavorazione del vetro, fai'ence,
39 "Ma tu, da questa via di ricerca allontana la mente, né l'abitudine nata dalle molteplici
esperienze ti costringa lungo questa \ia a usar l'occhio che non vede e l'udito che rimbomba
di suoni illusori e la lingua, ma giudica col raziocinio ... " [Parmenide, framm. 8].
40 Un'amalgama di piombo e argento \Ìene fuso in un crogiolo di argilla (coppella), ad
alta temperatura, mentre viene soffiata l'aria che ossida il piombo trasformandolo in
litargirio (PbO) lasciando l'argento puro.

26
LA "SCIENZA DELIA TRASFORMAZIONE"

smaltatura, ceramica ... ) indefiniti elementi che trasmutano in altri e che


l'uomo può, dopo aver capito come funzionano, controllare e ripetere
agevolmente.
È qui che i cinque sensi vennero davvero utilizzati per "sentire" il mondo
esterno.
Il salnitro o nitrato di potassio, il natron o soda (carbonato di sodio
idrato), il realgar (AsS dall'arabo Rahj al ghar=polvere di caverna),
l'orpimento (As,S3, aurum oro e pigmen tu m pigmento), l'allume
= =

o il solfato di alluminio e allume potassico, il cloruro di sodio, o il


sale d'ammonio ... sono tutte composti o elementi chimici presenti
massicciamente in Egitto oltre ai metalli nativi e a quelli provenienti per
commercio dai luoghi vicini ricchi di combustibile.
Si capi che il colore impresso sulla materia grezza era un sensibile visivo
di grande interesse, al punto da diventate la caratteristica fondamentale
dei processi alchemici e con la vista si percepiscono non solo le forme, il
moto, il numero, la grandezza, ma gli elementi cromatici: nero, bianco,
iridescente, verde, blu, giallo, porpora, rosso ... Oro in pagliuzze, in pepite,
in lamine, rame in calcopirite, cuprite, malachite verde malva, azzurrite
o iaspide, l'eliodoro, la melanite, l'ossido di piombo o minio, ocra rossa
e gialla, la batrachite o pietra della rana, il carbonchio (rubino), perché
questa pietra luccica come un carbone acceso (vedi anche la lychnite o
licinium-lucignolo), la fluorite che dà una fluorescenza come l'arsenico
che, combinandosi con l'ossigeno, emette una tenue luminescenza,
l'ametista violacea (pietra dell'ubriacatura), la limonite, il litargirio di
colore rosso arancio, la melanite o andradite nera, il piombo, dal greco
pelios, ossia blu-nerastro, il verde oro della crisocolla (silicato di rame)
[da krysòn kollao = faccio nascere l'oro], il cristallo di rocca (krystallos
o ghiaccio), l'arsenico, dal persiano zarnik o lo spagnolo azarnefe, che
vuol dire "ornamento giallo" ... Ma anche il sapore e l'odore erano di
molto peso e fondamentali; per es, epsomite o sale amaro e mirabilite o
sale mirabile, la magnesite, il salnitro (nitrato di potassio), la soda o il
natron, la pirite, che se scaldata alla fiamma ha l'odore di uova marce,
il solfato e il carbonato di ammonio, l'acido acetico e quello citrico, il
nitrato d'ammonio ... e pure, per esempio, il ruvido e il lucente possono
essere tastati: solfuro di arsenico di color giallo oro con lucentezza
madreperlacea, la siderite, la leucite, l'amianto (pietra raggiata o asbesto
non spegnibile), un insieme di minerali del gruppo dei silicati fatto a
fibre sottilissime, ad es. il crisotilo o fibra d'oro, l'agata, la giada, la
grafite, i granati, pietra di luna ... E i metalli percossi danno un suono,
ad es. la selce, il ferro, le leghe, il vetro, la terracotta ... possono essere

27
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO D I ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

ascoltati, oltre che toccati, odorati, gustati e visti.

Così abbiamo scoperto, dice il Libro di Camario, filosofo e grande


-

sacerdote, che insegnò a Cleopatra la divina, sacra arte della pietra


filosofale dato che cerchiamo la bella filosofia, che è composta di
-

quattro parti e così abbiamo trovato un 'idea dell'essenza di ogni parte,


dove la prima ha il nero, la seconda il bianco, la terza il giallo, la quarta
il porpora o il raffinamento. D 'altra parte ognuna di queste essenze
esiste non [indipendente?] dalla sua completa natura, bensì . esse
dipendono in generale dagli elementi noi abbiamo un punto mediano,
dal quale possiamo agire sistematicamente. Cosi tra il nero e il bianco,
il giallo e il porpora o il raffinamento, esiste l'ammollo e il lavaggio
dei vari tipi. Tra il bianco e il giallo esiste la tecnica di fondere l 'oro e
tra il giallo e il bianco esiste il dualismo del collegamento. L 'opera si
completa con l'uso dell'apparecchiatura, che ha laforma di una pompa,
e il primo esperimento si effettua separando il liquido dagli ossidi e ci
vuole molto tempo. Poi viene l'ammollo, che consiste nella miscela di
acqua con ossido bagnato. Per terzo, la fusione dei tipi che vengono
bruciati sette volte nel «contenitore di ascalon». Cosi si completano
l'imbiancatura e l'annerimento dei tipi con l'effetto del fuoco. Per
quarto viene l'ingiallimento, dove si mescola [la sostanza?] con altri
liquidi gialli e si aggiunge cera per raggiungere lo scopo desiderato.
Per quinto viene la fusione che porta dall'ingiallimento alla doratura.
Per l'ingiallimento bisogna, come sopraddetto, dividere il tutto in due
metà. Non appena suddiviso, la prima metà viene mescolata con liquidi
gialli e bianchi e poi la si può mescolare per ogni scopo pensabile. Di
nuovo: quando la fermentazione di una raffinazione [dei tipi?] è cosi
evidente, raffinazione e fermentazione [rappresentano] la completa
trasformazione della composizione dell'ingiallimento41•

L'alchimia araba fu l'erede della "arte sacra" ellenistica, che nacque


nell'Egitto alessandrino e si attestò a nord della Siria e nell'Alta
Mesopotamia (in siriaco un dialetto aramaico molto simile a quello
della Palestina). L'attribuzione al mitico Ermete Tre Volte Grande della
scoperta dell'alchimia (negli stessi tempi e modi dell'invenzione della
scrittura) è una netta e precisa indicazione dell'origine non greca della
dottrina della trasmutazione metallica che divenne poi "un'intuizione
dei nessi più profondi esistenti fra l'ordine naturale e l'ordine psichico-

41 Estratto 2.278-287 da Berthelot.

28
LA "SCIENZA DELIA TRASFORMAZIONE"

spirituale"42•
Fu invece con l'ermetismo, un complesso di dottrine esoteriche Oe
conoscenze interne alla scuol.a) comprendenti la magia, l'alchimia, la
cabala, le religioni misteriche e le filosofie gnostiche (il vocabolo greco
gn6sis, "conoscenza", ma è una cognizione segreta, misteriosa e occulta
del divino), che si creò un fertile terreno di cultura per l'alchimia. Qui
confluirono le teorie astrologiche e cosmologiche di origine caldea
e greca, la cabala o Qabbalah ebraica (che escogiterà l'alchimia
cabalistica), la dottrina articolata dei metalli in associazione sistematica
con i pianeti, elementi della filosofia di orientamento neoplatonico e
neopitagorico, credenze gnostiche e sistemi e procedure magiche egizie
e, fondamentalmente, anche le arti metallurgiche: la lavorazione dei
metalli. Anche il termine "ermetismo", che designa questo coacervo di
idee, trae origine da Ermete Trismegisto, lui stesso nato dal connubio
sincretico del dio greco Hermes con il dio Thot della mitologia egizia43.
È nell'ambiente alessandrino-ellenistico che l'alchimia occidentale
è maturata e si è sviluppata. Le prime documentazioni propriamente
alchemiche dei secoli II-III d.C. sono dell'epoca in cui si origina la
disciplina che è la stessa a cui si rifanno le originarie realizzazioni
parziali di sistemazione. Quindi l'origine storica dell'alchimia va distinta
dalla narrazione fantastica per cui essa avrebbe avuto un momento
iniziale nella metallurgia praticata a fini cultuali nei templi dell'antico
Egitto. Purtroppo sono databili all'epoca di Costantino le testimonianze
più antiche di metallurgia alchemica, due ricettari (i papiri di Leida e
di Stoccolma) di procedimento operativi, ripartiti in quattro sezioni: la
produzione dell'oro, dell'argento, di pietre preziose, di coloranti.
Il Physikà kaì mystikà (III secolo d.C.), attribuito a Democrito ma di
epoca tardo ellenistica, e Operazioni manuali (III secolo d.C.) di Zosimo
di Panopoli collocano le operazioni metallurgiche in un contesto filosofico
impregnato dall'idea che il vero sapere si ottenga attraverso la rivelazione
dei 'segreti' della natura e che sia orientato ad un fine salvifico in cui la
perfezione dei metalli si riflette - dapprima forse solo metaforicamente
- sull'artefice stesso. L'antica protochimica ha un aspetto "mistico" e
l'alchimista è il sacerdote o l'adepto dalla religione "misterica". Per gli
antichi Greci il termine mysteria fa parte della famiglia del verbo mùo
= mi stringo o sto serrato, che indicava, inizialmente, il rimarginarsi

42 Titus Burcharddt, Alchemie, Walter-Verlag Olten, 1960.


43 "Gli Arabi lo chiamano Idris, dall'ebraico Hadores [ ... ], i fenici [ ... ] Tauto, gli Egizi [ .]
..

Thoth ma lo chiamano anche Ptha e i Greci Ermete Trismegisto" (Athanasius Kircher,


Obeliscus Pamphilius, 91).

29
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

(o il rinchiudersi) dei due lembi di una ferita. Questa immagine è


somigliante (come consimile è il verbo muèo introdurre ai misteri)
=

a una bocca che sta chiusa e finisce di serrarsi, nell'assoluto silenzio,


perché riaprila riaprirebbe di nuovo la ferita e, quindi, riattiverebbe non
solo la sofferenza fisica, ma fondamentalmente la voce; divenuta questa
parola e uscita dalla bocca, romperebbe il patto di segretezza che l'uomo
ha fatto con il sacro e ciò sarebbe un dolore autenticamente smisurato.
I sensi costituiscono il luogo del contatto immediato, mentre la ragione
è il momento elettivo della mediazione, vale a dire la spiegazione intesa
come sintesi fra il logico e l'empirico. Il fermarsi, infatti, al semplice
referto sensoriale non porta da nessuna parte, è una strada senza via
d'uscita. Riconoscere, dunque, che l'immediato non è l'originario,
non comporta mai come soluzione l'arresto all'immediato, quanto
piuttosto l'identificazione dell'originario. Questa strada non è stata
percorsa soltanto dalla razionalità filosofica (che ha teorizzato, quale
immediato, il dato d'esperienza), ma prima ancora di questa e, quindi,
parallelamente a questa, dalla mistica: il cammino (costruito, al contrario,
sull'intuizione estatica), che tende alla comunicazione diretta (senza
mediazioni) con il divino come alternativa escludente la via della ricerca
razionale. L'epifania del divino è una tipica informazione di presenza, è
un rivelarsi di una realtà altra la quale si manifesta sostanzialmente nel
superamento dell'esperienza sensoriale. Il termine estasi indica l'azione
del dislocare o meglio indica l'uscir fuori da ciò che sta saldo: l'episteme
(la conoscenza costituita sul fondamento).
Il viaggio che conduce dall'estetico all'estatico diventa il physikà kaì
mystikà, una vera e propria fusione (cheyma) fra i due cammini:
quello dell'essere dentro di sé e quello dell'essere fuori di sé tipico della
nuova scienza.
Il vocabolo greco-alessandrino khumeia (o khémeia) vuoi dire
"fondere", passando attraverso il siriaco ldmiyd, circa mezzo millennio
prima, nel luogo dove gli arabi lo trovarono sulla propria strada44. Che
le origini della parola siano quasi certamente semitiche, col significato
di "ardere", con l'accadico qamQ (qamQ, qmi: ardere, bruciare, detto
del salnitro) o qummu "ardere" o l'ebraico kdvd, "essere arso" è
irrimediabilmente vero per ragioni linguistiche, ma anche il greco kaiO
44 "La stessa parola scienza ('ilm) - chiarisce Giovanni Canova, l'islamista dell'Università
di Venezia - assume nell'Islam significati diversi, poiché �lm è sia l'indagine sulla natura e
sull'uomo, sia la ricerca della tradizione del Profeta o lo studio delle norme che regolano la
recitazione coranica". "La ricerca della conoscenza (e delle scienze) è imprescindibile per
ogni musulmano, uomo o donna che sia", recita una delle più conosciuta delle "hadith"
(tradizioni canoniche musulmane).

30
lA "sCIENZA DELIA TRASFORMAZIONE»

"ardo" e chèo, "fondere", "saldare" "allegare", ecc. (cfr. khumatos, "che


è stato colato", è altrettanto esatto per non pensare ad un prestito non
solo terminologico.
Zosimo da Panopoli, il più noto alchimista dell'antichità, scrive una
lettera a Teosebeia sulla "arte divina egizia" che non era mai stata
rivelata se non agli Ebrei:

Solo agli ebrei confidarono, in segreto, queste tecniche, le scrissero per


loro e gliele consegnarono. Così avviene che Teofilo, il.figlio di Teagene,
ha disegnato la posizione delle miniere d'oro, e che Maria, l'Ebrea, ha
descrittoforni, e altri ebrei hanno fatto lo stesso45•

O magari fu esattamente il contrario per un popolo semita che passò


buona parte della propria storia in diversi esodi.

45 Zosimo, Della perfezione, estratto 3.246.

31
TETRABIBLOS - LIBRO III, CAP. 13:
D E L L E I N F E RM I TÀ E D E LL E MALATT I E

LUCIA B EL L I Z I A

33
TETRABIBLOS - LIBRO Ill, CAP. 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MALATTIE

E quando miro in cielo arder le stelle;


Dico fra me pensando:
A che tantefacelle?
Chefa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren ? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Giacomo Leopardi
Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia (84-89)

Per il lungo periodo dello sviluppo scientifico che precede la divulgazione


da parte di Sir lsac Newton della legge universale di gravitazione,
fu generalmente riconosciuta ed accettata un'altra e differente legge
della natura, quella astrologica.' TI pregiudizio vuole che il termine
"astrologia" sia spesso considerato sinonimo di inutile superstizione e
ristretto inoltre a quell ars che prevede o tenta di prevedere l'intera vita
'

di un individuo basandosi sul momento della sua nascita; senza voler


scendere in polemica con i detrattori dell'ars stessa, occorre attribuire
al termine un significato più ampio: i giudizi sulle natività erano solo
una parte dell'astrologia in senso più lato. La loro validità dipendeva
dal retrostante assunto che l'intero mondo della natura è governato
e diretto dal movimento dei cieli e dei corpi celesti, e che l'uomo, in
quanto animale naturalmente generato e parte di tale mondo, soggiace
a sua volta a quelle stesse leggi. L'imago mundi imperante era quella
di un sistema astronomico a due sfere, nel quale sfere concentriche
contenenti la Luna, i pianeti ed il Sole ruotavano in senso anti-orario
attorno alla Terra ed erano contenute tutte da un'ulteriore sfera, quella
delle stelle fisse, che ruotava invece con moto orario (Fig. 1).

Si trattava cioè di quell'Universo sferico, finito, unico ed ingenerato,


1 L. Thorndike, The True Piace ofAstrology in the History of Science, Isis, Vol. 46, W 3,
The University of Chicago Press, 1955, p. 273.

35
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Fig. 1 - Il sistema astronomico a due sfere


T. Kuhn (tr. it.) La rivoluzione Copernicana, Einaudi 1972, p. 69.

articolato in due zone, quella celeste o sovralunare e quella terrestre


o sublunare, che Aristotele aveva teorizzato nel nspi oùpo.voù (Sul
cielo): nella prima, perfetta, incorruttibile e divina, costituita del quinto
elemento, l'etere, ruotano gli astri infissi ciascuno nella propria sfera;
al centro della seconda invece si situa immòbile la Terra, popolata da
esseri corruttibili, prodotto della combinazione dei quattro elementi e
soggetti ai mutamenti in essi determinati dal corso degli astri. Il moto
che le anima è quello secondo natura e dunque è circolare nella prima,
rettilineo (ascendente e discendente verso il centro) nella seconda;
esistono infatti solo due tipi di linee semplici, la circonferenza e la retta
ed è naturale attribuire al cielo, che è di per sé eccellente ed immune
dalle imperfezioni proprie degli esseri corruttibili, il moto circolare: la
circonferenza è infatti finita e perfetta, mentre la retta non lo è. Questa
stessa concezione geocentrica venne ripresa da Claudio Tolemeo
nella Mo.8l11JO."HKft cruvto.l;tç (meglio conosciuta come Almagesto) e
perfezionata nelle ' lnoBtonç -rlòv nÀaVWIJ.Évwv (Ipotesi Planetarie):
essa dominerà incontrastata fino al XVII secolo col nome di sistema
aristotelico-tolemaico e su di essa si appoggia dunque l'astrologia nel
senso più ampio del termine; i movimenti celesti producono infatti
un aumento o diminuzione della luce ed influenzano tutto il mondo
sublunare: inducono mutamenti nell'aria, ma anche diversità alla nascita
e nel prosieguo della vita dei singoli esseri umani. Gli astri hanno una
virtus che agisce attraverso l'atmosfera su tutto ciò che è nell'Universo

36
TETRABIBWS - LIBRO l/1, CAP. 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MALATTIE

e più in particolare sui quattro elementi (fuoco, acqua, aria e terra), che
Aristotele aveva detto esser presenti in ogni corpo composto;2 fino a tutto
il XVI secolo ed oltre, l'astrologo fu soprattutto un filosofo, interprete
dei moti del cielo e delle leggi della natura, ma anche astronomo e fisico,
non di rado meteorologo e medico, e si considerò discepolo di Tolemeo,
di Galeno, di Aristotele.

Claudio Tolemeo

n divino Claudio Tolemeo fu autore oltre che di numerose opere


astronomiche, anche di due opere astrologiche: un trattatello dal titolo
<llacrEtç <Ì7tÀ.aviòv àcrtÉprov KaÌ cruvayroyT) Èmcrru.mm&v Apparizioni
delle stelle inerranti3 e raccolta di pronostici, nel quale si serve
dell'osservazione di 30 stelle fisse per la previsione del tempo; e gli
ì\7totEÀ.E011UttKà (Le previsioni astrologiche), opera che è conosciuta
anche come TEtpaPtPÀ.oç o Opus quadripartitum (Opera in quattro
librl)4 e che costituisce il testo fondamentale dell'astrologia classica,
nonché la base dell'astrologia occidentale.
Questa seconda opera in particolare, scritta verso la metà del II secolo,
in stile stringato e disadorno, senza alcun esempio a corredo, godette
da subito di una grande autorità e fu oggetto di numerosi commentari:
Porfirio nel III secolo scrisse una sua Isagoge, che ci è pervenuta
in forma abbreviata e corrotta;5 Efestione Tebano la parafrasò
completamente nel 415;6 a Proclo (V secolo) sono stati attribuiti un

2 Aristotele, n�:pì y&vÉcr&wç Kuì <p8opàç (De generazione et corruptione), 335, 8.


3 Le stelle sono dette inerranti, aggettivo che traduce fedelmente il greco ùnì..uv&i:ç e cioè
prive (ù) di movimento (nì..avaro errare), in quanto sono o sembrano essere fisse nel
cielo. I pianeti sono detti tali, con analoga etimologia, perché al contrario si muovono,
sono stelle erranti.
4 Robbins nella sua edizione dell'opera fa notare che si dovrebbe dire con maggior
accuratezza Ma!lllllanK'l t&tpa�I�Àoç m)vta�lç e cioè Trattato matematico in
quattro libri, che è il titolo che si trova in alcuni dei manoscritti e che è quello che
probabilmente usò lo stesso Tolemeo; molti manoscritti tuttavia titolano Tù npòç �upov
ànot&À&cr�anKu Previsioni astrologiche indirizzate a Siro. Cf. F. E. Robbins, Ptolemy
Tetrabiblos, Cambridge, Harvard University Press, 1964, pp. VIII-IX.
5 CCAG, V, 4, p. 186 e ss.; In Claudii Ptolemaei Quadriprtitum enarrator ignoti nominis,
quem tamen Proclum fuisse quidam existimant, ed. H. Wolf, Basileae ex officina
Petriana, 1559, p. 181 ss.
6 Hephaestionis Thebani, Apotelesmaticorum libri tres. Ed. D. Pingree, l, Leipzig,
Teubner, 1973

37
COME SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

commento7 ed una parafrasi;8 e in Efestione troviamo la citazione delle


osservazioni fatte da Pancario9 al capitolo sulla durata della vita.10 Altro
commento celeberrimo, opera di un studioso esperto dell'arte, è quello
di 'Ali ibn Ridwii.n11 (XI secolo); di ampio respiro quelli del Cardano12 e
del Naboth, 13 stesi nel XVI secolo.14 A Bezza, J.S profondo conoscitore del
dettato tolemaico, si deve una traduzione ed un commento, a noi più
vicini, ai primi due libri dell'opera.'6

Appunto nella TE'tp<ij3tJ3À.oc; è possibile leggere l'interessante capitolo


sulle infermità e sulle malattie, che sarà oggetto di questo nostro saggio:

7 In Claudii Ptolemaei Quadriprtitum enarrator ignoti nominis, quem tamen Proclum


.fuisse quidam existimant, ed. H. Wolf, Basileae ex officina Petriana, 1559, p. 1 ss.
8 Procli paraphrasis in quatuor Ptolemaei libros de siderum effectionibus. Qlm
Prefatione Philippi Melantonis, Basileae, 1554. Questa parafrasi fu tradotta in latino da
Leone Allacci nel 1635; Boli, dopo aver esaminato i manoscritti, in cui essa era contenuta
mise in dubbio fosse stata scritta da Proclo e pensò invece ad un'origine di epoca
prato-bizantina (Antike Beobachtungen farbiger Sterne, in Abhandlungen der Kon.
Bayerischen Akademie der Wissenschaften Phil. - philolog. u. hist. Klasse XXX. Band, 1,
Mtinchen, 1916, p. 8).
9 Nulla è soprav\issuto dell'opera di Pancario astrologo se non queste citazioni di
Efestione, che commentò la Tetrabiblos di Tolemeo. La RE, alla voce Pancharios (36,
2 col. 495) riferisce che alcuni dei suoi trattati si sono conservati in compendi, ad es.
una �1tltof.1Tt 7tcpì KU'taKÀ[creroç; abbiamo notizia inoltre di un 1tf:pì q>Àe�o'tof.1[uç Kaì
Ka9Upcreroç. Della sua vita nulla sappiamo, dovrebbe aver vissuto nel III secolo.
10 Hephaestionis Thebani, Apotelesmaticorum libri tres. Ed. D. Pingree, Leipzig,
Teubner, 1973, Il, 11.
11 Liber quadripartiti Phtolemaei, idest quatuor tractatuum .... cum commento Haly
Heben Rodan, Venetiis per Benetum Locatellum, 1493.
12 Hieronymi Cardani Mediolanensis Medid & Philosophi praestantissimi, in Cl.
Ptolemaei Pelusiensis III/ de Astrorum Iudiciis, aut, ut uulgo uocant, Quadripartitae
Constructionis, libros commentaria ... nunc primum in lucem aedita (..), Basileae,
Heinrich Petri, 1554.
13 Valentini Naibodae mathematici praeclarissimi in Claudi Ptolemaei Quadripartitae
Constructionis Apotelesmata Commentarius nouus et Eiusdem Conuersio nova. Ms
British Museum Sloane A 216 XVI G fo. l' - 378'.
14 Girolamo Cardano e Valentin Naboth sono solo due tra gli autorevoli studiosi, che a
partire dal Cinquecento riformarono l'ars, ricominciando ad esporla secondo il dettato
del maestro alessandrino. Non vanno taciuti infatti i nomi di Johannes Schoner, Antonio
Magini, Francesco Giuntini, Johannes Stadius, Heinrik Rantzau, Conrad Rauchfuss,
Hyeronimus Wolff, Johannes Garcaeus, Andrea Argoli, Placido Titi e Gerolamo Vitali.
15 G. Bezza, Commento al primo libro della Tetrabiblos di Claudio Tolemeo, Milano,
Nuovi Orizzonti 1992; G. Bezza, Claudio Tolomeo Il secondo libro del Quadripartitum
con il commento di 'Ali ibn Ridwiin, Lugano, Agorà & Co, 2014.
16 L'edizione di riferimento è oggi quella di Boli e Boer (Claudii Ptolemaei opera quae
extant omnia III, 1, Apotelesmatica, Ed. F. Boli e A. Boer, Upsiae, Teubner, 1957):
quanto alle traduzioni in italiano, ricordiamo quella della Feraboli Claudio Tolomeo Le
previsioni astrologiche a cura di S. Feraboli, Fondazione Lorenzo Valla, 1985) e quella del
Bezza, inedita per quanto riguarda i libri terzo e quarto.

38
TETRABIBLOS - LIBRO l//. CAP. l]: DELLE INFERMITÀ E DELLE MAlATTIE

si tratta del 13° del III libro, che cosi inizia17:

Giacché l'argomento dei vizi e delle malattie corporee segue


immediatamente le trattazioni precedenti, noi lo connetteremo ad esse
nel prosieguo dell'esposizione seguendo l'ordine regolare e secondo il
metodo di indagine proposto. In questa trattazione, alfine di avere una
comprensione generale, è necessario volgere lo sguardo ai due angoli
dell'orizzonte, quello che si leva e l'altro che si corica, ma in particolare
all'angolo dell'occidente e al luogo che precede e che è disgiunto
all'angolo d'oriente; occorre quindi osservare in quale modo le stelle
nocive si configurano a questi luoghi. Se una od entrambe sono presenti
nei gradi che succedono ai luoghi predetti o per corpo o per quadra tura
o per diametro potremo congetturare che chi nasce sarà afflitto da
vizio o da malattia al corpo, soprattutto se uno od entrambi i luminari
sono angolari nel modo predetto, sia trovandosi insieme, sia essendo
opposti. In simile condizione, non solo se una delle malefiche stelle
ascende dopo i luminari, ma anche se le precede nel sorgere, essendo
angolare, ha forza bastante a produrre una delle menzionate offese,
vizio o malattia, la cui qualità viene rivelata dai luoghi dell'orizzonte
e dai segni e dalla natura degli astri, e dei maleficanti e dei maleficati
intendo, ed inoltre in virtù degli astri ad essi configurati. Le parti di ogni
segno che contengono la porzione afflitta dell'orizzonte indicheranno
la parte del corpo in cui vi è danno, se tale parte patirà malattia od
infermità od entrambe, mentre la natura delle stelle produce il genere
e la causa dei mali.

Tolemeo, seguendo il metodo che gli è consueto, dichiara subito quali


sono i signifìcatori18 della questione che si accinge a trattare: i due angoli
dell'orizzonte, quello che si leva e l'altro che si corica, ma in particolare
l'angolo dell'occidente e il luogo che precede e che è disgiunto all'angolo
d'oriente; occorre dunque guardare il primo luogo O' angolo che si leva) e
il settimo (quello che tramonta), ma in particolare quest'ultimo e il sesto,
che è quello che lo precede (nell'ordine delle case) ed è incongiunto al
primo, in quanto non intrattiene con lui alcuno dei rapporti angolari
consonanti.19 Se le stelle malefiche, Saturno ejo Marte sono presenti nei
17 La traduzione [inedita] di Giuseppe Bezza.
18 E cioè i luoghi della genitura o i pianeti cui bisogna prestare attenzione per giudicare
di un particolare argomento: ad esempio il Sole ejo Saturno per il padre; Venere e/o la
Luna per la madre; Mercurio e la Luna per l'animo e cosi via.
19 Sono "consonanti" quei rapporti che mettono in comunicazione due corpi celesti o due
punti dello Zodiaco si che le loro qualità luminose possano produrre u11a crasi, cosi come

39
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

luoghi predetti o li colpiscono con quadrato o diametro e soprattutto se


uno o entrambi i luminari sono angolari, trovandosi nel primo o settimo
luogo, chi nasce sarà afflitto da vizio o malattia del corpo.
Quanto al tipo di vizio o malattia, le parti del segno afflitte indicheranno
la parte del corpo malata, le stelle maleficanti e le maleficate il genere
e la causa dei mali. Abbiamo qui un richiamo alla �teÀ.o9ecria (termine
riconducibile a �tÉÀ.oç membro anatomico e 9Écrtç collocazione), e cioè alla
disposizione delle membra in relazione all'influsso astrale, che si definisce
zodiacale o planetaria a seconda che venga stabilita una corrispondenza
delle parti del corpo umano con un segno zodiacale o con un pianeta.
Tolemeo fa seguire nel capitolo la propria versione20 di quest'ultima:

Delle parti più importanti del corpo umano la stella di Satumo presiede
all'orecchio destro, alla milza, alla vescica, alflegma, alle ossa; la stella
di Giove al tatto, ai polmoni, alle arterie, al seme; la stella di Marte
all'orecchio sinistro, ai reni, alle vene e ai genitali. Il Sole alla vista, al
cervello, al cuore, ai nervi e in generale alla parte destra del corpo; la
stella di Venere all'olfatto, alfegato, alla came; la stella di Mercurio alla
parola, alla facoltà intellettiva, alla bile e alle natiche; la Luna al gusto,
all'esofago, allo stomaco, al ventre, all'utero e, in generale, alla parte
sinistra del corpo.

Quanto alla melotesia zodiacale (Fig. 2), essa si fonda sulla corrispondenza
tra macrocosmo e microcosmo: lo Zodiaco è visto come una creatura
animata,2 1 che ha il suo fondamento e principio nell'Ariete, che è capo e
culminazione del mondo, dal quale si dipartono le stagioni e che governa
quindi la testa: si prosegue con il Toro (cui viene attribuita la gola), i
Gemelli (braccia), il Cancro (petto), il Leone (cuore), la Vergine (organi
interni), la Bilancia (anche e bacino), lo Scorpione (organi genitali), il
Sagittario (cosce), il Capricorno (ginocchia), l'Acquario (gambe), per
finire con i Pesci (piedi).

Tolemeo chiarisce poi il significato di vizio e quello di malattia:

I vizi, di norma, sopraggiungono quando le stelle malefiche che ne

accade nei suoni: si tratta dei rapporti angolari che vanno sotto il nome di congiunzione,
esagono, quadrato, trigono e diametro.
20 Non vi è totale accordo tra gli autori antichi sugli organi da assegnare ai vari pianeti:
il fegato ad esempio viene attribuito da tal uni a Giove.
21 Claudio Tolemeo, Tetrabiblos, l, 10.

40
TETRABIBLOS - LIBRO 111. CA/� 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MAlATTIE

Fig. 2 - Homo signurum


Johannes Ketham, Fasciculo de medicina in vulgare
Venezia, Zuane & Gregorio di Gregorii, 1494

producono la causa sono orientali, le malattie quando si trovano


occidentali. Giacché vizio e malattia sono distinti: l'uno si imprime
una sola volta nel corpo e non arreca una sofferenza continua, l'altra
irrompe in modo costante o intermittente.

Il vizio è un'affezione congenita o che comunque, una volta contratta,


non è più possibile rimuovere; l'infermità invece ha carattere di
discontinuità: sopravviene, ma può anche essere sanata. Il primo è

41
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

causato dalle malefiche orientali, il secondo dalle occidentali.


Il capitolo prosegue con un lungo e dettagliato elenco di malattie,
associate alle configurazioni che le producono: cecità o patologie della
vista; sterilità; balbuzie e/ o sordità; gibbosità o claudicazioni; vitiligine,
lebbra; itterizia, affezioni intestinali; emorroidi, tumori, ulcerazioni;
scabbia; reumi; e molte altre. Unico soccorso può venire dalle benefiche:

Così stando le cose, se nessuna benefica stella si configura alle malefiche


che producono la causa o ai luminari posti in un cardine, le infermità
e le malattie divengono insanabili ed opprimenti; allo stesso modo se,
pur corifìgurandosi, sono sovrastate dalle malefiche nella loro forza.
Ma se le stelle benefiche, essendo nelle configurazioni che hanno forza,
sovrastano le malefiche che producono la causa, le infermità non
saranno deformanti o vergognose, le malattie modiche,Jacili ad essere
alleviate e talora anche rimosse, se le benefiche sono orientali. La
stella di Giove suole dissimulare le infermità e mitigare le malattie per
soccorsi umani e grazie a ricchezze e ad onori; unitamente alla stella di
Mercurio, grazie all'assistenza difarmaci e alle cure di buoni medici; la
stella di Venere, per il pronunciamento degli dei e degli oracoli, rende
in certo qual modo le infermità più aggraziate e piacevoli ed allo stesso
modo le malattie saranno più facilmente alleviabili per le cure divine.
Infine, se la stella di Saturno è presente, la guarigione avverrà dopo
esposizione e confessione e simili cose. Se lo è la stella di Mercurio,
mediante assistenza e non senza un certo proficuo che proviene dalle
stesse infermità o malattie.

Giove e Venere quindi, felicemente posti, possono alleviare o rimuovere


i morbi: l'uno grazie ai farmaci e all'incontro con buoni medici, l'altra
per intervento divino.

Un esempio

Tolemeo non pose esempi nella Te-rp<i�t�À.oc;: a questo provvidero per


fortuna dello studioso moderno i commentatori. Proprio dal già citato
Cardano - che pienamente fedele al maestro alessandrino22 fece sua
la convinzione che l'astrologia è ars congetturale, che non può andar
disgiunta dall'astronomia, e cioè dalla scienza dei moti, e che nulla ha a
che fare, in quanto parte della filosofia naturale, con la superstizione e
22 Si pensi all'appassionata e categorica dichiarazione del Textus 74 del De astrorum
iudiciis: <<Nulla est via praedicendi praeter ha ne, qua m tradìdit Ptolemaeus•• !

42
TETRABIBWS - LIBRO l/1. CAP. 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MALATTIE

Fig. 3 - Helisabetha Gata

con la magia - mutuiamo quindi un esempio di affezione visiva (Fig. 3):23

Prima di commentare questa genitura, rileggiamo il dettato di Tolemeo


sulla cecità e sulle patologie della vista:

Riguardo alle considerazioni specifiche, alcune figure indicanti vizi


e malattie sono state specialmente osservate in virtù dei sintomi che
generalmente si accompagnano alle corrispondenti disposizioni. Si
produce un danno alla vista, ad uno degli occhi, quando la Luna si
trova di per sè negli angoli predetti, o unita al Sole o piena, o quando si
trova, rispetto al Sole, in un'altra delle figure che hanno proporzione,
applicandosi inoltre ad una delle conformazioni nebulose che sono
nello zodiaco, quali la nebuloso del Granchio, le Pleiadi nel Toro, la
freccia nel Sagittario, il pungiglione dello Scorpione, le parti del Leone
presso la Chioma di Berenice o l'urna dell'Acquario. O ancora quando
le stelle di Marte e di Saturno, essendo orientali, postascendono al
luogo della Luna, essendo essa angolare ed occidentale; o ancora
quando, essendo il Sole angolare, le malefiche stelle sorgono prima di
lui. Se poi le malefiche si configurano ad entrambi i luminari, si ti, come
è stato detto, nei medesimi segni od opposti, essendo mattutini rispetto
al Sole, vespertini alla Luna, provocano lesione ad entrambi gli occhi.
La stella di Marte produce accecamenti per ferite, percosse, ferro,
23 Hieronymi Cardani Mediolanensis ... in Cl. Ptolemaei Pelusiensis III! de Astrorum
Iudiciis p. 262 (Cap. XVI, par. LV De vitijs et morbis corporis).
...

43
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

infiammazioni; configurata all'astro di Mercurio, ciò avverrà nelle


palestre, nei ginnasi, negli agguati dei briganti. La stella di Saturno
per cataratta, raffreddamento, glaucoma e simili.

I significatori della vista sono dunque il Sole (occhio sinistro) e la


Luna (occhio destro): si produce un danno ad uno degli occhi quando
quest'ultima si trova negli angoli predetti (primo, settimo, sesto),
forma figura con il Sole e si applica ad una nebulosa; se poi le malefiche
fanno corteo alla Luna essendo vespertine e al Sole essendo mattutine
e si configurano ad entrambi i luminari per congiunzione o diametro
entrambi gli occhi saranno colpiti. Marte sarà causa di cecità a causa
di ferite, infiammazioni, accecamenti; Satumo di cataratte, glaucomi e
simili: ciascuna delle malefiche colpirà cioè secondo la propria natura,
che è quella di riscaldare per la prima, di raffreddare per la seconda.
Cosa si intende per nebulose? il termine usato da Tolemeo è crucrtpocpfJ
VEq>EÀOEtùfJc; e cioè letteralmente condensazione simile a nuvola ed
indica qualsiasi oggetto celeste che appaia come una macchia lattiginosa
estesa e diffusa, difficile da mettere a fuoco, che impegna la vista e per
questo finisce col recarle danno.
Le nebulose richiamate da Tolemeo nel passo sono le seguenti:

la nebulosa del Granchio, nota anche come il Presepe o la Greppia


o con le sigle M44 o NGC 2632: un luminoso ammasso aperto
visibile nella Costellazione del Cancro, le cui componenti stellari più
brillanti hanno magnitudo 6 e 7;
le Pleiadi, chiamate dai Romani Vergiliae, conosciute anche come
M4s: un ammasso aperto visibile nella Costellazione del Toro, che si
compone di un migliaio di stelle delle quali solo quattordici possono
essere potenzialmente viste ad occhio nudo. Sin dall'antichità ed in
tutte le culture questo gruppo di stelle venne associato al numero
sette, anche se è difficile osservarne più di sei, se non si ha un'ottima
vista ed il cielo non è più che buio;
Al Nasi, y Sagittarii, la stella sulla punta della freccia, di colore giallo
arancio e magnitudo apparente 2,99, situata sotto la Nebulosa della
Laguna (MB o NGC 6523), in una zona del cielo che fa parte del
braccio di spirale del Sagittario ed è sede di ammassi aperti (ad es.
NGC 6530);

il pungiglione dello Scorpione (M7 o NGC 6475): un ammasso
aperto, situato a nord delle stelle che rappresentano la coda della
Costellazione. Appare ad occhio nudo come una massa ovaleggiante

44
TETAABIBWS - LiBRO III. CAR 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MALATTIE

e si compone di alcune centinaia di stelle, principalmente di colore


blu, delle quali un'ottantina circa di magnitudo inferiore alla
decima;
Coma Berenices, una piccola costellazione a nord della Vergine,
composta da una "chioma" di stelle di quarta e quinta magnitudo,
alcune delle quali fanno parte di un ammasso aperto conosciuto
come Mel 1n;
l'Urna dell'Acquario, un asterismo che rappresenta la brocca piena
d'acqua dell'Aquario ed è formato dalle stelle y, ç, T] e 1t Aquarii;
dalla brocca si diparte il flusso d'acqua, nel quale troviamo tre
piccole stelle 'JI 1 , 'JI 2 e 'V3 ritenute nocive.

Ogni nebulosa tuttavia o ogni piccolo asterismo, anche quelli non


elencati qui da Tolemeo, sono da ritenersi causa di danno: sono infatti
corpi celesti difficili da distinguere o perché indistinti o perché troppo
piccoli e finendo con l'impegnare troppo gli occhi nuocciono loro.

Analogo elenco è presente anche nel testo dell'Anonimo24 del 379; di


gradi di infermità e che corrispondono alle stelle sopra dette c'è già
menzione in Antioco di Atene'5; ritroveremo questi gradi in Retorio di
Egitto col nome di cnvrottKat !toipat 26 e negli astrologi medievali, cui
erano pervenuti attraverso la mediazione araba, e nei rinascimentali col
nome di gradus azemena, 27 ad indicare la malattia cronica ed insanabile.
Ve n'è ancora traccia nel Lexicon Mathematicum di Girolamo VitalU8

Possiamo ora tornare alla genitura proposta dal Cardano, qui in versione
"moderna" (Fig. 4):

24 Si tratta di un non identificato astrologo egiziano, che redasse nelranno 379 della
nostra era, un testo in greco che riporta la virtù di 27 stelle brillanti, raggruppate per
identità di natura, e che fu edito da F. cuMONT nel CCAG, V, 1, pp. 194-211. La traduzione
italiana è leggibile in G. Bezza, A1·cana Mundi - Antologia del pensiero astrologico
antico, Bur 1995, l, p. 453 e ss .
25 CCAG VII, p. 113.
26 Gradi che recano danno o irifermità cf CCAG VIII/4, p. 187.
27 P. Kunitzsch, Mittelalterliche astronomisch-astrologische Glossare mit arabischen
Fachausdriicken, Miinchen, 1977, p. 32.
28 Lexicon Mathematicum, astronomicum geometricum ... Auctore Hieron)'mo Vitali
Capuano Clerico Regulari vulgo Theatino. Parisiis, ex officina L. Billaine 1668. Ristampa
anastatica di Agorà, 2003 a cura di G. Bezza con una prefazione di O. Pompeo Faracovi,
pp. 79-80, s. v. azemena.

45
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

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Affezioni visive - Esempio Cardano (Helizabet.a Gata) ""'·<.L

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Fig. 4 - Helisabetha Gata, nata a Londra i/ 12/1/1546 T. U. 21:45:40
(Domificazione Regiomontanus)

ed aggiungere il suo commento:

Infatti essendomi stato detto ed avendo visto una fanciulla cieca


ad entrambi gli occhi predissi che era inevitabile che la Luna fosse
afflitta; essendomi stata mostrata lafigura la Luna apparve cadente
e combusta in un angolo con Giove cadente e combusto e nell'angolo e
con Mercurio e con una stella occulta extra-zodiacale. E Giove era nella
sua coda (U) e Venere anche impedita e Saturno all'Imo Cielo signore
del luogo dei luminari e di Giove e con tre stelle di natura Marte e
Luna, delle quali una è una nebulosa e tutti i pianeti nella Via Lattea e
sotto terra: perciò sarà incurabile la cecità, che incominciò nel quarto
anno di cecità da una paralisi ed avanzò a causa della dilatazione
della pupilla; perciò sarà anche di vita breve, o perlomeno ammalata
per tutto il tempo della sua vita. Sono infatti impedite le benefiche ed
entrambi i luminari e tutti negli angoli e sotto terra e Saturno signore

46
TETRABIBLOS - LIBRO 111, CAP. 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MALATTIE

di tutti all'Imo Cielo con il Nodo (Caput Draconis Q). Proviene inoltre
da unafamiglia illustre.

Null'altro ci dice di questa fanciulla, se non il nome ed i nobili natali.29

Cardano pone:


Ascendente a 21° Vergine
Medio Cielo a 18° Gemelli
Sole a 22° 33' Capricorno
Luna a 25° 20' Capricorno
Mercurio a 19° 20' Capricorno
Venere a 18° 38' Sagittario

Marte a 29° 20' Scorpione
Giove a 16° 30' Capricorno
Saturno a 19° 32' Sagittario

Caput Draconis a 25° 17' Capricorno

Questi valori differiscono di pochissimo da quelli delle moderne


effemeridi; la domificazione è la Regiomontanus. Dunque:

Il Sole è angolare.
La Luna, luminare condizionale, è nel domicilio (e nei confini egizi)
di Saturno e nell'esaltazione di Marte cui si applica con esagono
nello Zodiaco; in esilio, combusta (essendo il sinodo avvenuto sei
ore prima) e - aggiunge Cardano è cum stella occulta ex Zodiaco.
-

Occultae sono le stelle che formano un insieme, che appare come


una massa lattiginosa ed indistinta;30 né tra quelle recensite da
Tolemeo nella Tetrabiblos con il termine vEq>EAOEto�c; e sopra
ricordate né tra quelle recensite nell'Almagesto, troviamo alcuna
nebula o asterismo che faccia al caso nostro. Potrebbe però
trattarsi della nebula di Al-Sufi, così chiamata perché fu osservata
da questo grande astronomo persiano (903-986), che la incluse
nel suo trattato sulle stelle fisse (il f>uwar al-kawakib al-thabita),
basato sull'Almagesto di Tolomeo; egli ricalcolò le posizioni delle
stelle per l'anno 964 e aggiunse inoltre dei commenti ai loro nomi.

29 La genitura viene riproposta da Francesco Giuntini nello Speculum Astrologiae (Libro


III, cap. 2) senza ulteriori aggiunte.
30 Lattiginosità non risohibile nemmeno con l'aiuto di un cannocchiale.

47
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTJCO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

Questa nebula,31 che fu indipendentemente riscoperta anche


dall'astronomo italiano Giovanni Battista Hodierna32 nel XVII
secolo, è conosciuta anche come Collinder 399 ed è un asterismo
di magnitudo apparente 3,6 (un tempo ritenuto un ammasso
aperto), che si trova nella costellazione della Vulpecula. Ai tempi
del Cardano aveva longitudine 290,90 (20° 54' Capricorno). Poteva
quindi essere considerata congiunta a Mercurio e vicina alla Luna.
Giove non può soccorrere la Luna, in quanto è a sua volta in caduta e
sotto i raggi; è inoltre in sua cauda: ha cioè latitudine assai prossima
all'eclittica (0° u' u " S). L'essere un pianeta nel nodo indica sempre
che non potrà dare molto.
Nemmeno Venere può portare soccorso, essendo strettamente
congiunta a Saturno, che è visibile ed angolare. Poco distante il
Nodo Lunare Nord, la cui natura è sempre augmentativa (in questo
caso del danno). I due si trovano inoltre con tre stelle di natura
Marte e Luna, delle quali una è una nebulosa e tutti i pianeti
(sono) nella Via Lattea. Per l'identificazione dei tre astri ci soccorre
l'elenco del Cardano presente nel De Supplemento Almanach,33 nel
quale figurano sui gradi eclittici, che vanno da 14° 38' a 15° o8' del
Sagittario, tre stelle di natura Marte/Luna: una sequens tertia pedis
Ophiulci e due extraformam Scorpii. Una di esse è una nebulosa:34
non può trattarsi che dell'Aculeus M7, di cui abbiamo parlato prima
e che Tolemeo recensisce anche nell'Almagesto35 tra le stelle non
configurate dello Scorpione, col nome di b É7to!JEvoç tep Ksvtpq.>
vE<pEÀotòftç la nebulosa che segue il pungiglione.

31 La conosceva il Cardano? Certo è che anche prima della "conversione" al dettato


tolemaico [che avvenne nel periodo che va dal 1552, anno in cui si recò ad Edimburgo per
curare l'Arcivescovo John Hamilton, e i1 1554, anno in cui uscl il De iudiciis astrorum] il
medico pavese si era interessato all'ars astrologica, per averla appresa dal padre Fazio,
senza discostarsi nei suoi primi scritti dalle forme arabizzanti sancite dalla tradizione.
32 De Systemate Orbis C.ometici Deque Admirandis Coeli Characteribus, Opuscola
Duo, In Quorum Primo Cometw'Um Causae disquiruntur, & explicantur, necnon Viae
cometarum, per Orbem Cometicum multiplices Indicantur. In Secundo vero Quid,
qua/es, quotue sint Stellae Luminosae; Nebulosae; necnon, & Occultae, manifestantur.
& rerum Coelestium studiosis commendantur. Authore Don loanne Baptista Hodierna
Siculo Palmae Archipraesbytero. Panormi, Typis Nicolai Bua, 1654, p. 47
33 Hieronymi Cardani Medici Mediolanensis, Libelli duo. Unus, de Supplemento
Almanach. Alter, de Restitutione temporum & motuum coelestium. Item Geniturae
LXVII insignes casibus & fortuna, cum expositione. Norimbergae, apud Jo. Petreium,
Anno MDXLIII, cap. VII (De stellis Zodiaci).
34 Secondo Cardano inoltre tutte le nubilosae et maculosae hanno natura Luna & Marte
cf. Hieronymi Cardani Medici Mediolanensis, Libelli duo, De suplemento Almanach ... , .

Cap. XXI (Cognitio stellarum ad oculum).


35 Claudio Tolemeo, Almagesto, Libro VIII, cap. 1.

48
TETRABIBLOS - LIBRO Ili. CAP. 13: DELLE INFERMITÀ E DELLE MAlATTIE

Corretta è anche l'affermazione del Cardano che tutti i pianeti di


questa genitura sono nella Via Lattea, che - come noto è la galassia
-

della quale fanno parte il Sole e il nostro pianeta e che non è che una
delle tante che popolano l'Universo. Si tratta di giganteschi sistemi che
governano il moto di tutti corpi celesti: i pianeti ruotano attorno alle
stelle e quest'ultime, assieme agli ammassi globulari, a quelli aperti,
alle nebulose e alla polvere interstellare ruotano intorno al centro
della galassia cui appartengono. La Via Lattea appare a noi come una
fascia biancastra, che ha il colore del latte (da cui il nome che porta)
e che attraversa la volta celeste come una specie di semicerchio; le
costellazioni interessate dal suo passaggio sono numerose: tra le
zodiacali annoveriamo Toro, Gemelli, Scorpione e Sagittario. È noto
inoltre che non vi è più coincidenza tra segni e costellazioni, a causa
della precessione degli equinozi, e che i primi sono slittati di circa 30°
rispetto alle seconde: nel caso quindi che ci interessa i pianeti presenti in
Capricorno sono con stelle del Sagittario e quelli presenti nel Sagittario
sono con stelle dello Scorpione. Cardano ribadisce la pericolosità della
Via Lattea anche altrove:36

Qui habuerit Solem ve[ Lunam in lactea via, aut cum stella nubilosa,
non videbit mortem antequam vitium aliquod in oculis patiatur:
inseparabile, si in angulis.

Per concludere dunque l'esame di questa genitura possiamo dire che:

i luminari, in particolare la Luna, sono infortunati;


le benefiche sono impedite a portare soccorso;
sono presenti con i luminari e con il loro signore stelle nebulose;
la malattia è inseparabile, in quanto i luminari sono angolari e le
malefiche orientali.

È ragionevole pensare che l'affezione visiva sia insorta o comunque sia


divenuta incurabile nel quarto anno di età: all'inizio del novembre del
1549 abbiamo un doppio incontro per direzione del Sole con la Luna:
nello Zodiaco il Sole si porta a 25° 51' Capricorno e in mundo la Luna
giunge a DH 1,83 dall'Imo Cielo. Questo nuovo sinodo, secondo il moto
proprio e secondo il moto delle ore, produce senza fallo i suoi nefasti
36 Hieronymi Cardani Medici Mediolanensis, Libelli duo, De suplemento Almanach.... ,
Cap. XIX (De naturajìxarum ex experientia).

49
effetti.

Conclusioni

Possono ancora oggi, in questo mondo post-newtoniano, il pensiero


astrologico in senso lato e soprattutto l'ars astrologica conservare una
propria validità e fornire utili risposte? Ha senso studiare ancora dei
testi di astrologia antica? I detrattori risponderebbero senz'altro, senza
mai averne letto uno! che si tratta di ciarpame del passato, al quale non
ha senso dedicare tempo. Ci permettiamo di essere di parere del tutto
contrario. Questi testi conservano un loro innegabile fascino e si rivelano
spesso scrigni di pietre preziose: non sono certo di facile approccio, ma
se affrontati con infinito amore, e soprattutto con esame accurato delle
tecniche, possono riservare infiniti spunti di riflessione. Ci parlano
infatti di un passato tale è solo apparentemente.
LA ' BIBLIOTECA DI UNO
SPEZIALE:
L E GG E RE I L MS . AS H B U RN HAM
1 05 D E L LA B I B L IOTECA
LAU RE N Z IANA D I F I RE N Z E

MAU RA S O N I A BARI LLARI

51
LA 'BIBLIOTECA ' DI UNO SPEZJALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

1 . G L I ' STRUME NT I ' D E L LO S P E Z IALE

Il ms. Ashburnham 105, conservato presso la Biblioteca Medicea


Laurenziana di Firenze e composto di due volumi (105a e 105b), è
una miscellanea di testi in lingua provenzale1 databile al XIV secolo
esemplata per uso personale da un Peyre de Serras che, da quanto si
evince dal 'livre de raisons' da lui stilato alle cc. 1-9r di 105b, fu uno
speziale attivo con tutta probabilità ad Avignone2 attorno alla metà del
Trecento3•
Tale miscellanea può essere considerata a giusta ragione una vera e
propria 'biblioteca', una 'biblioteca' che l'estensore del codice si era
allestito trascrivendo con pazienza testi di natura, impianto, ispirazione
differenti. Di tale supponiamo lunga e faticosa operazione egli stesso
reca memoria in un latino stentato sul margine inferiore della c. 4V di
iosb, per il resto bianca, dove, in senso capovolto rispetto al verso di
scrittura delle altre pagine, abbozzando una sintetica presentazione di
sé, annota: «Domine ego sum bonus homo bonne homo sum ego fecat
istam». E alla successiva c. sr che, ancora capovolta, presenta una nota
in parte simile: «h bonum bonum b l f fìnito domine nomine bona vita
sit vobis amen))' mentre sul margine destro si legge «Anno domini
millesimo iij l die quarta mensis)) ,
Tale reiterata, ribadita rivendicazione della propria 'bontà' ben
si attaglia al carattere devoto della maggioranza delle opere che
compongono la raccolta e affiancano quelle espressamente riconducibili
all'attività esercitata da Peyre a cui risultano strumentali, ovvero le
tavole di concordanze e le liste di differenti tipi di torce o ceri di cui si
indicano peso e lunghezza (cc. 105a 48r-6sv), un receptari corredato
dall"indice' degli 83 articoli in esso contenuti (cc. 105b 3Bv-sov; 105a
93r-99v), una posologia in tutta apparenza tradotta dal latino (cc.
105b 25v-29r)4, un elenco di sinonimi dei termini botanici noto come
1 Fanno eccezione soltanto i brevissimi testi latini trascritti alla c. 47v.
2 È quanto deduce Pau! Meyer sulle basi dei luoghi citati nel testo e degli spostamenti
effettuati dal suo autore: P. Meyer, «Notice de quelques mss. de la collection Libri, à
Florence», Romania XIV (1885), pp. 485-548, alle pp. 536-541.
3 Nel livre de raisons si trovano infatti citati gli anni 1347, 1353, 1354, 1355.
4 In questo senso quello di Peyre può essere considerato uno dei primi tentathi di

53
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Alphita (cc. 105b 29v-32v), ricette di varia specie e impiego5 riguardanti


vuoi la preparazione d'inchiostro (comune o 'simpatico') vuoi quella di
bevande speziate o sciroppi, vuoi la confezione di unguenti lenitivi, di
colliri, di ossimeli diuretici, di pozioni lassative, vuoi la realizzazione di
creme di bellezza - «hoc est mirabilia)), chiosa Peyre6 - o di conserve
alimentari (cc. 105a 2r-3r, 100r; 105b 9V-20V, 24V-2Sr, 33r-38r), un
conte de l'especiàrie in cui riporta la tabella dei valori dei pesi utilizzati
nelle prescrizioni medicinali (cc. 105a srb), infine il suo Livre de raisons
dove con scrupolo metodico l'épicier registra data, entità e motivo delle
spese sostenute (cc. 105b 1r-9r).
Una tipologia di scritti che, conformemente agli interessi, e alle curiosità,
proprie a uno speziale, sembra aver esercitato una sorta di 'attrazione'
nei confronti di un breve, singolarissimo testo dai tratti fablioleschi,
Senher que prodon mi semblas (cc. wsa 2ov-23r)7, in cui una vecchia
strega, confessandosi a un bonario sacerdote, ripercorre le ·malaugurate
vicende della sua esistenza concedendo ampio spazio all'indicazione
degli ingredienti, delle dosi e delle modalità di confezione con cui
predisporre rimedi 'magici' che uniscono assunti ritenuti dotati di un
certo fondamento 'scientifico' e 'superstizioni' largamente diffuse.

approntare un Codex in volgare, owero un formulario delle preparazioni medicinali a


cui speziali e farmacisti dovevano attenersi. Cfr. C. Brunei, «Recettes phannaceutiques
d'Avignon en ancien provençal » , Romania 87 (1966), pp. 505-542, a p. S07 e J. Barbaud,
«Les formulaires médicaux du Moyen-àge: médicines savants et médicines populaires»,
Reuue d'histoire de la pharmacie 35 (n° 277: 1988), 138-153, a p. 149.
5 In merito si veda Brunei, « Recettes pharmaceutiques d'Avignon», pp. 506-509.
6 lvi, p. 524.
7 Se ne veda la trascrizione in Meyer, «Notice», pp. 521-524.

54
LA 'BIBLIOTECA' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

2. PARO LE C H E G UARI S CONO

M a gli 'strumenti' di Peyre paiono non limitarsi al sapiente utilizzo di


un antico sapere erboristico. Alla c. 47V di 105a, infatti, compaiono tre
brevi componimenti latini frettolosamente archiviati da Meyer come
«quelques morceaux latins sans importance»8 che qui riproduciamo:

Gaspart fer miram l thus Melchiont l Batazar aurum l hec tria qui
secom portabis nomina regum l non cades a morbor Christo medietate
caduco.

Deus qui beatam Margaritam l ornasti virginitate et corona<s>ti l


martirio presta quis ut qui quosme l memoracionis eius festa percoli l
mus eius apud te prezidiofulciamus.

sequentcia santi evangelij l secundum Lucam l In ilio tempore era[ta]


n t autem l juxta crucem domini Jesu Maria l mater eius, et soris matris
eiu.S l Maria Teofe e Maria Magdalene l Cum vidisses ergo Jesus Marie
l trem et disipulum sthantem l quem diligebas dicit matris sue l ecce
ma ftlius tuus. Deinde dicit l dissipullo ecce mater tua l ex illa hora
accepit eam disipleus in suam.

Il primo di essi è un'assai nota formula di guarigione, la cui forma


corretta è la seguente: «Gaspar fert mirram t thus Melchior t Balthazar
aurum t Hec tria qui secum portabit nomina regum, solvitur a morbo
Domini pietate caduco», dove implicitamente le croci prescrivono di
farne il gesto in loro corrispondenza mentre essa veniva pronunciata. La
leggenda voleva che fosse stata condotta da Costantinopoli dall'arcangelo
Gabriele e da questi affidata a Carlo Magno9• E che bastasse possedere

8 lvi, p. 525.
9 Cfr. E. H. Kantorowicz, Laudes regiae: a study in liturgica/ acclamations and
mediaeval ruler worship, Berkeley and Los Angeles, University of California Press,
1958, pp. 1-2. Ma si veda anche R. Favreau, <<"Mentem sanctam, spçntaneam, honorem
Deo et patriae liberationem". Epigraphie et mentalités», in Id., Études d'épigraphie
médiévale, Limoges, Presses Universitaires de Limoges, 1995, voi l, pp. 127-137, alle pp.
136-137. Per quanto concerne l'associazione con Carlo Magno si tenga presente la stretta

55
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIM IA E ASTROLOGIA ...

un breve in cui fosse contenuta per essere preservati da una morte


improvvisa o accidentale.
Se la sua pretesa efficacia ha senz'altro origine nella forza sacrale
emanantesi dai tre Re10, a un tempo sovrani e maghi'\ la 'specializzazione'
attribuitale dalla versione, molto diffusa, appuntata da Peyre, ossia di
garantire l'immunità dall'epilessia, le deriva forse dalla prerogativa
riconosciuta tanto all'incenso quanto alla Myrrhis odorata pianta che -

con la resina portata in dono a Gesù avrebbe in comune il profumo - di


curare il mal caduco. Nella fattispecie, i versetti dovevano essere ripetuti
più volte sussurrandoli all'orecchio dell'epilettico che ne avrebbe tratto
immediato giovamento'2•
Valenze apotropaiche affini erano - come si vedrà tra breve - peraltro
associate al culto di santa Margherita, invocata dalle partorienti per la
sanità propria e del nascituro, la colletta'3 in onore della quale è copiata
immediatamente a seguire e la cui forma corretta è: « Deus qui beatam
Margaritam ornasti virginitate et coronasti martyrio, presta quaesumus
ut qui commemoracionis eius festa percolimus, eius apud Te presidio
fulciamur. Per Dominum»'4.
Il terzo brano, checché rubricato come «sequentcia santi evangelij
secundum Lucam», è in realtà tratto dal Vangelo di Giovanni (19, 25-27)
che così recita: <<t Sequentia sancti Evangelii secundum Joannem. In
illo tempore stabant juxta crucem Jesu mater ejus, et soror matris ejus
Maria Cleophre, et Maria Magdalene. Cum vidisset ergo Jesus matrem,
et discipulum stantem, quem diligebat, dicit matri sure: "Mulier, ecce

concomitanza temporale della traslazione delle pretese reliquie dei Magi a Colonia (1164)
e la canonizzazione del sovrano franco da parte dell'antipapa Pasquale III (1165), l'una
e l'altra da considerarsi tappe cruciali nel disegno di sacralizzazione dell'impero: cfr. F.
Cardini, l Re Magi. Storia e leggende, Venezia, Marsilio, 2000, p. 121.
10 Si rammenti come la grande popolarità dei Re Magi, e del loro culto, nel Midi della
Francia si debba prevalentemente al casato di Baux che vantava di discendere da
Baldassarre - come la Maddalena e le tre Marie approdato in Provenza per sfuggire alle
persecuzioni - e fregiava il suo blasone di una stella d'argento in campo rosso. lvi, p. 102.
11 lvi, p. 72.
12 Cfr. N. Moore, The history of the study of medicine in the British Is/es, Oxford,
Clarendon Press, 1908, p. 40. In merito si veda anche C. De La Rosa, «Thérapie et croyance:
l'élément surnaturel dans la guérison de la maladie dans Ies textes médicaux du Moyen
age et de la Renaissance», Cahiers d'études du religieux. Recherches interdisciplinaires
(en ligne) 12 (2013), pp. 2-16, alle pp. s-6.
13 Ovverossia la prima orazione collettiva della messa recitata durante la celebrazione
liturgica in occasione della festa della santa.
14 Alla colletta seguiva l'offertorio: << OFFERTORIUM: In sanctae martyris tuae Margaritae
passione preciosa te Domine mirabilem predicante munera votiva deferimus, presta
quaesumus ut eius Tibi grata sint merita sic nostre senitutis accepta reddantur officia,
Per Dominum ... » .

56
LA 'BIBLIOTECA ' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHB URNHAM 1 05 ...

filius tuus". Deinde dicit discipulo: "Ecce mater tua". Et ex illa bora
accepit eam discipulus in sua)).
La sua presenza può essere legata sia al culto delle 'tre Marie' - a
prescindere dalla loro originaria identitàiS - assai vivo in Provenza
dove venivano invocate per la guarigione dalla rabbia, sia alla citazione
in esso di Maria Maddalena, patrona degli speziali in quanto santa
'mirofora' per eccellenza, avendo recato unguenti profumati per ungere
il corpo del Cristo morto - si spiegherebbe così la presenza della sua
Vida all'interno della collettanea (cc. 105a 48r-6sv) e fors'anche quella
di un sermone sulla Passione (cc. 105a 70r-81r) che in conclusione
tali unguenti menziona•6• Ma una parte considerevole dovettero pure
giocarla le valenze terapeutiche riconosciute al Vangelo di Giovanni, in
special modo al suo esordio, che troviamo vergato in maniera scorretta e
approssimativa, senz'altro in un momento successivo alla redazione degli
appunti ivi contenuti, all'interno del Liv re de raisons, in corrispondenza
della c. 3r:

in principio erat verbum et verbum erat apud Deum et Deus erat


verbum hoc era t in principio apud deum omnia per ipsum facta su m
et sine ipsofactum est nichil quodfactum est in ipso vita erat erat lux
hominum lux tenebris luce tenebre eam non coprenderum fuit homo
cui nomen erat Johes missus a Deo cui nomen erat Johannes hic venit
in testimonium ut testimonium peribere t de lumine ut omnes crederum
periberet de lumine (Gv 1, 1 -8).

Il portato insieme scaramantico, esorcistico e magico-rituale di tale


incipit, fosse esso pronunciato o copiato su filatteri da portare su di sé,
si ritiene provenire dal suo enfatizzare la potenzialità creatrice della
parola di Dio incarnatosi nel Figlio, dunque dalla funzione attanziale,
performativa che essa assume, concretamente in grado di cacciare i
demoni, i malanni e la sventura•7•
15 Il culto, fin dagli esordi, tende infatti a fondere e confondere le tre figlie - tutte
omonime - che l'apocrifa sant'Anna avrebbe avuto da tre successivi matrimoni con le
Marie presenti ai piedi della croce di cui riferisce il Vangelo di Giovanni. Sulla nascita
e diffusione del culto si veda C. Rabel, « Des histories de famille. La dévotion aux Trois
Maries en France du XIV' au XV' siècle», Reuista de Hist6ria da Arte 7 (2009), pp. 121-
136.
16 Meyer, «Notice de quelques mss. de la collection Libri», p. 532.
17 In proposito si vedano D. C. Skemer, Binding words. Textual amulets in the Middle
Ages, University Park, Pennsylvania, 2006, pp. 87-89 e 153; e l. Rosier-Catach, « Le
pouvoir cl es mots a u Moyen Age. Diversité cles pratiques et cles analyses>>, i n N. Bériou,
J.-P. Boudet, l. Rosier-Catach (études réunies par), Le pouuoir des mots au Moyen Age,

57
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Poteri sostanzialmente analoghi venivano del resto ascritti al Pater'8,


alla salutazione angelica'9, al Credo20, il che fornisce una spiegazione
suppletiva all'assiduo ricorrere, all'interno del codice, di parafrasi in
versi o in prosa di queste preghiere21 testimoniando la graduale - per
quanto, almeno in termini assoluti, tardiva - affermazione delle lingue
volgari nell'ambito della devozione individuale, 'privata'22•
Che il nostro speziale condividesse con i suoi contemporanei una certa
fiducia nell'efficacia pratica, fattuale, di tali orazioni in quanto rimedi di
per sé stesse23 o coadiuvanti dei 'principi attivi' di alcune piante è d'altra
parte dimostrato dal loro essere contemplate nelle ricette da lui tanto
scrupolosamente riprodotte, e sicuramente somministrate, al fianco di
altri enunciati di evidente matrice superstiziosa•4.
Una percezione sincretica del trascendente ben compendiata da un

Turnhout, Brepols, 2014, pp. 9-16, a p. 12.


18 Una precoce testimonianza delle valenze apotropaiche attribuite al Pater noster,
nonché del suo potenziale impiego amuletico, è offerta dal Solomon and Saturn, testo
poetico anglosassone datato fra X e XI secolo in cui viene affermato l'insuperabile potere
di questa preghiera quale protezione contro le aggressioni demoniache. Skemer, Binding
words, pp. 90-92.
19 Si credeva infatti che recitare l'Ave Maria conferisse una particolare protezione da
ogni male nonché fosse in grado di accordare il favore dhino. Si aggiunga l'apocrifa
attribuzione all'arcangelo Gabriele, in quando angelo-guardiano, del potere di tenere
lontani i demoni: Skemer, Binding words, p. 275 e G. Duchet-Suchaux, M. Pastoureau,
The Bible and the Saints, Paris, Flammarion, 1994 [ed. or.: Paris, Flammarion, 1990],
pp. 155-166.
20 Gli veniva comunemente attribuita la virtù di preservare chi la pronunciava
dall'assalto dei demoni, dalla morte improvvisa e dai terrori notturni: cfr. J.-CI. Schmitt,
«Du bon usage du Credo», in Faire croire. Modalités de la diffusion et de la réception des
messages religieux du XII' au XV" siècle. Actes de table ronde de Rome (22-23juin 1979),
Rome, École Française de Rome, 1981, pp. 337-361, alle pp. 352-353.
21 Esso, infatti, contiene tre parafrasi del Pater noster - due in versi (cc. 105a 4ra-4vb e
66r-66v) e una in prosa (cc. 105a 81r-93v; 105b 51r-54v) - una in versi dell'Ave Maria
(cc. 105a 4vb-5ra) e un'altra, sempre in versi, del Credo (cc. 105b 23r- 24r) .
22 Come nota .Jean-Ciaude Schmitt, infatti, in area oitanica e occitanica la maggioranza
di simili testi datano alla fine del Medioevo: Schmitt, « Du bon usage du Credo», pp.
349-350.
23 Recitare per tre volte il Pater noster e l'Ave Maria assieme alle parole «vermes en
calque partida que cien» è ad esempio rubricato da Peyre fra gli antidoti contro i vermi.
C. Brunei, « Recettes médicales d'A,ignon en ancien provençal», p. 168.
24 Contro la rabbia, fra l'altro, Peyre suggerisce di scrivere su una crosta di pane la
formula « B. R. reduccat caro monacus», indi di darla da mangiare all'uomo o al cane che
ne siano affetti. Avrebbero invece un sicuro effetto antiemorragico le parole «beronizius
beronizi» scritte sulla fronte del paziente con il suo stesso sangue, indi sussurrategli
tre volte alll'orecchio. hi, pp. 161 e 176. La formula «beronizius beronizi» costituisce
un'e\idente deformazione del nome Veronica o, nella forma greca, Beronica ( < Berenice,
Berenike), spesso ricorrente negli amuleti impiegati per scongiurare le emorragie post­
partum in relazione alla sua (apocrifa) identificazione con l'emorroissa evangelica:
Skemer, Binding words, p. 207.

58
LA 'BIBLIOTECA' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

comma del Receptari rubricato fra le 'terapie' «contra enemix»:

de centrum galli sobre se portada, ad quo val, mais que culhida am la


oratio dominica[ et lo Pater Nostre. E davan que lo solelh s'espanda,
seguon alcuns, culhes la. 2s

(giova a ciò portare su di sé della Sclarea, ma che sia raccolta


pronunciando il Pater noster26• E, secondo quanto dicono alcuni, va
colta prima del sorgere del sole).

E che trova pieno riscontro nell'amuleto testuale, sovente riportato su


brevi o filatteri, consistente in una lista, dalle componenti variabili e
fluttuanti, dei 72 nomi di Dio27 (cc. 105a 6sv-66r): lista di ascendenza
cabalistica - a partire da Esodo 14, 19-21211 - in cui erano accostati
appellativi ebraici, greci e latini della divinità ma che in questo caso
vede la predominanza di epiteti abbastanza usuali (principium, jìnis,
via, veritas . ), pur annoverandone alcuni di conio vagamente semitico
. .

(iaef, geronay, gey, ydonay ... ).


L'uso di questo amuleto in campo 'medico' è ampiamente documentato,
sulla scorta del nesso stabilito fra i suddetti nomi e le 72 vene, i 72
tendini, le 72 malattie del corpo umano2<l, ma i benefici influssi che da
esso si attendeva Peyre ne sono completamente svincolati, attingendo al
contrario agli usuali timori di sciagure improvvise e impreviste:

ayso son los .lxxij. noms de nostre senhor Dieus Jhesu Crist, trobat
escrig per salut de tostfizels crestians, car tost homs ho totafemna que
los porta sobre si escript, degun mal enemic non li pot dan tener, ni pot
perir en aygua ni enju.oc, ni em batalha per sos enemixs non pot esser
mort, nifouze ni tempesta non li pot dan tener. Et si dona prens trazia
mal de son enfantament, e s'om desobre lo li metie, tantost delieurarie
am la volontat de Dieu.3°
25 Brunei, <<Recettes médicales d'Avignon», p. 153.
26 L'Oratio dominica e il Pater noster sono in effetti la stessa cosa.
27 Sulla diffusione di tale amuleto nell'Occidente medievale si veda Skemer, Binding
words, pp. 107-115 e 206-207.
28 Scritti in forma bustrofedica, i tre versetti fornirebbero infatti i nomi di 72 intelligenze
angeliche, o i 72 nomi di Dio.
29 Cfr. W. F. Ryan, The bathhouse at midnight. An historical survey of magie and
divination in Russia, University Park (PA), Penn State University Press, 1999, p. 295.
30 Tale preambolo ricalca in parte una delle preghiere-amuleto sovente rinvenute da
Alphonse Aymar nei 'plichi di famiglia' gelosamente conservati in molte case d'Alvemia:
«tous ceux et celles qui la garderont dans leurs maisons, le malin esprit ne !es surprendra

59
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

(questi sono i 72 nomi di Dio nostro Signore Gesù Cristo trovati scritti
per la salvezza di tutti ifedeli cristiani, poiché tutti gli uomini e tutte le
donne che li portano scritti su di sé, nessun demonio può nuocere loro,
né possono morire in acqua o nel fuoco, né possono essere uccisi in
battaglia dai loro nemici, né può nuocere loro folgore o tempesta. E se
una donna incinta stesse male al momento del parto, e qualcuno glieli
mettesse sopra, sarebbe subito liberata per volontà di Dio).

Un approccio 'generalista' che al tempo doveva essere effettivamente


il più comune, il più consueto, e troviamo in estrema sintesi attestato
nel roman di F1amenca, dove il protagonista, Guillem de Nevers, cerca
conforto in chiesa alle sue pene d'amore pregando Dio, la Vergine e i
santi affinché si prodighino in suo soccorso:

dos Pater nosters diis o tres


et una orason perita,
que l'ensenet us sanz heremita,
qu'es dels lxxij noms Deu
. .

si con om los dis en ebreu


et en latin et en grezesc.
Cist orazon ten omenfresc
a Dieu amar e corajos,
consifassa totjorn que pros;
ab Domideu troba merce
totz horn que la dis e la ere,
eja nonfara malafi
nuls homs que de bon cor· s'ifi
o sobre si la port escricha.31

(recita duo o tre Pater noster l e una piccola orazione l che gli insegnò
un santo eremita l sui 72 nomi di Dio l come si dicono in ebraico l
in latino e in greco. l Questa orazione predispone e incoraggia l ad

point, ni le feu, ni la tempete ne le toucheront point, et lorsqu'une femme sera en mal


d'enfant mettez-lui cette lettre sur elle par dévotion, à l'instant elle sera délivrée».
Simile è del resto l'invocazione che accompagna la 'misura della croce' contenuta nel
«sachet accoucheur» descritto e analizzato dallo stesso dallo stesso studioso: A. Aymar,
<<Contribution à l'étude du folklore de la Haute-Auvergne. Le sachet accoucheur et ses
mystères», Anna/es du Midi: revue archéologique, historique et philologique de la
France méridionale 38 (no 149-150: 1926), pp. 273-347, alle pp. 281 e 287-289.
31 U. Gschwind (éd. par), Le roman de «F1amenca». Nouvelle occitane du X/Il'' siècle,
Berne, Francke, 1976, vv. 2277-2290.

60
LA 'BIBLIOTECA ' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

amare Dio l e ad agire sempre per il bene; l presso Dio trova grazia
l chi la pronuncia con fede, l e non farà mai una cattiva fine l chi le si
affidi con cuore sincero l o la porti scritta su di sé).

La tipologia alcuni dei testi qui menzionati, ma soprattutto il loro


indirizzo applicativo, rispecchia fedelmente - con coincidenze
significanti - quanto racchiuso nel «sachet accoucheur» descritto da
Alphonse Aymar nel 1926J2: un sacchetto di piccole dimensioni (mm.
125 x 95) conservato e tramandato per secoli da una famiglia di Aurillac
che con sollecitudine e discrezione lo concedeva in prestito alle donne
del vicinato in procinto di partorire, per affrancarle dal rischio di ogni
pericolo per sé e per la prole, o a chi doveva intraprendere un lungo
viaggio che ne poteva mettere a repentaglio la vita. Il suo contenuto
include, oltre a un'ampia gamma di talismani di pretta ispirazione
devozionaleJJ, quello che Aymar ha definito come «le plus bizarre
assemblage que l'on puisse rever»34: una preghiera per la benedizione
dell'acqua da offrire alle donne in travaglio al fine di scongiurarne i
pericoli, una stampa riproducente in scala la misura della croce di Cristo
accompagnata da un'invocazione che enumera i benefici che potrà trarne
chi la terrà con sé, fra cui scampare la morte di parto, una prescrizione
veterinaria, un manoscritto su pergamena formato da 30 medaglioni
dove sono trascritti i 72 nomi di Dio, estratti dai Vangeli di Giovanni,
Luca, Matteo e una Passione di santa Margherita.

32 Aymar, «Contribution à l'étude du folklore de la Haute-Auvergne», passim.


33 Un reliquiario ovale, un medaglione con effigi di santi, sette grani di rosario in legno,
un nastro che reca scritto, in italiano, <<Longhezza di Nostro Signore Giesu Christo», un
altro su cui si legge <<Caridad dy Ilescas>>, tre sacchetti contenenti rispettivamente una
minuscola statuetta, un frammento d'osso, due frammenti di una medaglia, ancora un
medaglione, pezzetti di cera vergine che inglobano cordoni, un pezzo di fil di ferro avvolto
di fili di lana, una catena di filo metallico arrotolata (ivi, pp. 275-279).
34 lvi, p. 275·

61
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

3 . D EVO Z I ON E E FARMACOPEA

Proprio di qui, dalla Passione di santa Margherita, possiamo partire


per meglio comprendere parte dei motivi che indussero Peyre ad
accludere nella sua silloge quelli che Paul Meyer definisce «écrits
pieux»:JS, e che in definitiva ne formano l'ossatura portante. Se a prima
vista essi possono apparire una congerie di componimenti giustapposti
in maniera disomogenea secondo criteri in prevalenza dominati dalla
pura casualità, a un esame più attento mostrano invero una certa qual
intrinseca coerenza in rapporto per l'appunto al profilo 'professionale'
del loro compilatore.
Se l'invocazione della santa taumaturga da parte di quante soffrano i
dolori del travaglio spiega, in virtù delle sue funzioni 'terapeutiche',
la presenza della colletta in suo onore nel libro di Peyre, il dettaglio
secondo cui scriverne la Vita avrebbe avuto effetti salvifici su chi se
ne fosse fatto carico ci addita una motivazione aggiuntiva a proposito
dell'inserimento, con tanto di illustrazione36, della Pacion de santa
Margarita fra le opere ivi riprodotte (105a, cc. 23r-47r), 'strumento'
giovevole tanto per lui quanto per le sue eventuali 'pazienti'.
La virtù 'profilattica' del suo intervento era in un certo qual modo
certificata dalla Vita latina della giovane martire di Antiochia dove,
verosimilmente per analogia con l'episodio che la vede uscire illesa dal
ventre del drago diabolico da cui era stata inghiottita, ella innalza a Dio
una preghiera affinché interceda a favore di quanti avrebbero venerato
la sua memoria, garantendo loro una prole sana:

et qui jecerit basilicam in nomine meo aut scripse1it passionis mee


libellum aut emerit de iusto labore repleatur Spiritu sancto tuo, et
spiritu veritatis, in dono eius non nascatur claudus injans, nec cecus,
nec mutus, neque temptetur a spiritu immundo, et quod petierit,

35 Meyer, «Notice de quelques mss. de la collection Libri», p. 491.


36 Alla c. 23r di 105a, in corrispondenza dell'incipit della Pacion, è infatti ritratta in
inchiostro nero una figura femminile di profilo, con un'ampia veste e coronata, colta
nell'atto di alzare la mano destra mostrando tre dita.

62
LA 'BIBLIOTECA ' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

indulge ei.37

(e chi avrà eretto una basilica in mio nome o avrà scritto un libro sulla
mia passione o l'avrà acquistato, frutto di un'onestafatica, sia pervaso
dal tuo santo Spirito, e in nome dello spirito della Verità nella sua casa
non venga alla luce un bimbo zoppo, né cieco, né muto, né sia tentato
dallo spirito immondo, e quanto avrà chiesto, concediglielo).

Così nella versione 'Mombritius'38, a differenza di quella denominata


'Caligula' che pone l'accento sulla salvaguardia della futura madre nel
momento del parto:

presta ut si quis supplicia que per tui nominis confessione viriliter


pertuli scripserit, aut legerit, vel mei memoriam fecerit, criminum
suorum promeretur veniam ... Iterum si in domo me invocans mulier
pregnans in partu laboraverit, ab imminente eripe eam periculo,
infansque quoque ex utero fusus lumine potiatur seculi huius, absque
suorum aliquo detrimento membrorum.J9

(fa ' iri modo che se qualcuno avrà scritto, o letto, i supplizi che ho
sopportato con coraggio per la professione del tuo nome o avrà narrato
la mia storia, gli sia concesso il perdono dei suoi peccati .. E ancora,
.

se in una casa una donna gravida che mi invoca sarà in difficoltà al


momento del parto, traila dall'imminente pericolo, e anche ilfrutto del
suo grembo venga alla luce di questo mondo, e senza alcun danno per
le sue membra).

Una particolare sensibilità verso le problematiche del femminile che


abbiamo già rilevato nella 'posologia' di cui sono corredati i 72 nomi di
Dio («et si dona prens trazia mal de son enfantament, e s'om desobre
lo li metie, tantost delieurarie am la volontat de Dieu») e si fa cogliere
anche al fondo di altre opere copiate da Peyre: la già citata Vida di Maria
Maddalena, che tanto spazio concede al concepimento della regina di

37 Boninus Mombrituis, Sanctuarium seu Vitae sanctorum, Novam hanc editionem


curaverunt duo monachi Solesmenses, Parisiis, Fontemoing, 1910, vol. V, pp. 190-196,
a p.192.
38 Così detta in quanto è riportata nel summenzionato Sanctuarium dato alle stampe
dall'umanista Bonino Mombrizio a Milano nel 1479 avvalendosi soprattutto del ms. lat.
17002 della Bibliothèque National de Paris.
39 E. A. Francis, «A Hitherto unprinted version of the Passio Sanctae Margaritae, with
some obser.,.ations on vernacular derivatives», PMLA 42 (1927), pp. 87-105, a p. 103.

63
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DJ ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Marsiglia per intercessione della Santa40, la sequenza Gaude virgo (cc.


wsa 16rb) dove si magnificano la concezione «per aurem» e il parto
«sine pena» della Vergine))4t, il mystère dell'Esposalizi de Nostra Dona
in cui gioca un ruolo non marginale Anastayzia, la figlia dell'oste di
Betlemme che accetta di accogliere Giuseppe e Maria presso di sé, la
quale, pur essendo priva delle mani, assolve al compito tradizionalmente
assegnato nei Vangeli dell'infanzia alle levatrici, trovandosi similmente
a queste ultime risanata della sua menomazione grazie all'intervento del
divin fanciullo42,
A una tipologia idealmente affine pertiene lo stesso Gardacors (cc. wsa
sra-ura), poemetto didattico-edificante rivolto alle fanciulle nell'intento
di preservarne corpo e anima43 dalle insidie del peccato: una funzione
protettiva che si condensa nella conclusiva trasposizione in termini
materiali del metaforico 'corsetto', quasi un e quivalente muliebre della
lorica44, «tagliato, cucito e rifinito))45 a costituire un virtuale scapolare,
!"abitino' che posto sotto le vesti ha il miracoloso potere di allontanare
ogni male, fisico o spirituale.
Influenzata dalla fiducia in effetti ancora apotropaici parrebbe invece
essere la trascrizione del tropo natalizio Congaudeat turbafidelium (cc.
wsa 16rb), dove fra l'altro troviamo nuovamente citati i Re Magi e i
loro doni ( «trini trino trina dant munera, l regi regum sugenti ubera
in Bethlehem)) ): tropo di cui è omessa la strofe finale, «collyridas simul
cum nectare l benedicat Christus rex gloriae, in Bethlehem)), la quale,
tuttavia, compare poco sopra nell'explicit de l'Esposalizi de Nostra
Dona (c. wsa 16ra: «qui scripsit hoc carmen sis benedictus. Amen l

40 Cfr. M. C. Marinoni, «Introduzione» a Ead. (ed. a c. di), Il poemetto occitanico sulla


vita di Maria Maddalena, Milano, CUEM, 2002, pp. 13-15.
41 Vv. 1-6 : «Gaude Virgo Mater Christi l quae per aurem concepisti l Gabriele nuntio. l l
Gaude quia Deo piena l peperisti sine poena l cum pudoris l ilio••.
42 Così nel Protovangelo di Giacomo, nel Vangelo dell'infanzia di Tommaso, nel Vangelo
dello pseudo-Matteo, nei Vangeli dell'irifanzia arabo e armeno.
43 È quanto si chiede a Dio nei versi conclushi: «gardar nostre cors, l que per dedins e
per defors». Meyer, «Notice de quelques mss. de la collection Libri», p. 496.
44 Nelle Loricae ad daemones expellendos, lunghe litanie caratteristiche del
monachesimo irlandese, il nome di Dio e dei santi venivano invocati a protezione delle
varie parti del corpo - da cui la denominazione di 'corazza'. Sulle /oriooe cfr. L. Gougaud,
«Etude sur les "loricae" celtiques et sur les prières qui s'en rapprochent », Bulletin
d'ancienne littérature et d'archéologie chrétiennes 1 (1911), pp. 265-281, e 2 (1912), pp.
33-41 e 101-127; A. Morganti - M. Polia - M. L. Tartaglia - F. Villa (a c. di), Dio e corazza
deiforti. Testi del cristianesimo celtico (VI- X sec.), Rimini, Il Cerchio, 1998; N. D'Anna,
Il cristianesimo celtico. l pellegrini della luce, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2010, in
particolare pp. 107-119.
45 Cosi, nei versi conclusivi: Meyer, «Notice de quelques mss. de la collection Libri», p.
496.

64
LA 'BIBLIOTECA ' DI UNO SPEZIALE: LEGGERE IL MS. ASHBURNHAM 105 ...

Jube Domine benediscere l collerrida simul cum nectare l bendiccas


Christus rex glorie in Bethleem l Deo gracias. Alleluya. Amen»).
Tale citazione deve aver fornito lo spunto per l'inclusione, all'interno del
florilegio, poco oltre, della Pistola di Matfre Errnengaud alla sorella (cc.
wsa 1Bv-2or ), conosciuta anche come Roman du capo n per un'infelice
similitudine dell'autore il quale, inviandole in dono per il Natale neulas,
vino speziato e un cappone, gliene illustra le valenze simboliche,
assimilando le prime alle ostie, corpo di Cristo, il secondo al suo sangue,
il terzo a Cristo stesso, arrostito sulla croce dal popolo giudeo46. In
esordio si rammenta che

en aqueljors de la Nativetat
de filh de Dieu es mot acostumat,
que ieu saupes, que homfasa presenz
als sieus amix de neulas am pimient (vv. 3-6)

(in quel giorno della Natività l del figlio di Dio è assai comune, l a
quanto ne so, reca1·e in dono l ai propri amici neulas con bevande
spezia te).

Il nesso fra le neulas47 - cialde dolci da intingere in un liquore48 - e


le collyridae è istituito dallo stesso Peyre nell'intitolazione del tropo
che ne fa cenno49: «ayso son lou sest que hom dis a Nadal al pimien
et a las neulas», lasciando intendere un suo impiego in qualità di
enunciato da pronunciarsi per la benedizione delle più caratteristiche
e comuni strenne che si offrivano in occasione delle festività di fine
anno, autentiche prelibatezze corollario irrinunciabile dei banchetti
più eleganti, e più sontuosi. Come quello allestito il 26 dicembre 1547
46 Cfr. P. Meyer, <<Matfré Errnengau de Béziers>>, in Histoire littéraire de la France,
Paris, Imprimerle Nationale, t. XXXII, 1898, pp. 16-56, a p. 55; e J. Anglade, Histoire
sommaire de la littérature méridionale au Moyen Age, Paris, E. De Boccard, 1921, p. 181.
4 7 Dal lat. NEBULA, per il suo essere assai sottile, il termine neula designa in prima istanza
l'ostia.
48 Cosi, sulle basi di C. de Villeneuve, sono infatti definite nel Tresor dou Félibrige, s.v.
nèulo: <<li nèulo soun de pastissarié que se dèvon trempa dins uno liquour».
49 L'identificazione delle neulas con le collyridae è peraltro sancita anche nel <<Glossaire»
che correda l'edizione del Floire et B/ancejlor di M. Édélestand du Méril sulle basi del
Floretus habundans in multis vocabulis & pulcris, glossario provenzale-latino conservato
in due manoscritti del XV secolo (Paris, B.N.F, 7657 e 7685): «Niules, n. subst. Nouilles.
On lit dans le Glossaire provençal, conservé à la B. I. sous le n" 7657: "Neu/a, nebula
ex flore farinae et aquae, Colerida». É. du Méril (éd. par), Fluire et Blanceflor, poèmes
du X/Il' siècle publiés d'après /es manuscrits avec une introduction, des notes et un
glossai re Paris, Jannet, 1856, pp. 290-291.

65
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO D I ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

dal vescovo di Carpentras, secondo quanto riportano i registri della


segreteria episcopale trascritti da Mare Venard che definisce in questi
termini le «colerida cum nectare » ivi menzionate: «sont des petits pains
frits à l'huile assortis d'une rasade de vin dowo�so .
Già citati nel Daurel e Beton (fine XII-inizi XIII sec.) fra le vettovaglie
che costituiranno l'approvvigionamento del castello di Mondar in vista
di un futuro assedio («pro lai metet sivada, segue} e formen l e carns
e vis e neulas e pimen»5': metteteci avena, segale e grano l e carne e
vino e neulas e vino speziato), neulas e pimen compaiono anche -
per restare nell'ambito della letteratura provenzale - nel Roman de
Flamenca sulla mensa offerta da Archimbaut alla corte di Borbon in
onore del re («tut von sopar e ben e gent; l assaz an neulas e pimen» s2 :
tutti si apprestano a una cena prelibata e raffinata; l hanno neulas e
vino speziato in abbondanza). E su quella apparecchiata per Assuero
nel Roman d'Esther ( «[manieron] piment e neulas ben calfadas l que
semblavan encanonadas»sJ: [mangiarono] vino speziato e neulas ben
calde l che sembravano arrotolate).
Anche in questo caso, a ogni buon conto, cogliamo sullo sfondo un
interessamento stimolato dall'attività di speziale di Peyre - cosi come
veniva intesa in questo scorcio tardivo di medioevo - che fra le sue
ricette ne prevede due (cc. cc. wsa 3r e wsb 19r)54 preposte proprio alla
preparazione del pimen.
Per concludere, un codice che assembla testi accomunati da un'organicità
solida seppur latente, 'specchio' fedele e nitido del suo estensore, della
sua arte, del suo tempo.

so M. Venard, «La fraternité des banquets», in J.-Cl. Margolin, R. Sauzet (éd. par),
Pratiques et discours a/imentaires à la Renaissance, Paris, Maisonneuve et Larose,
1982, pp. 137-145, a p. 142. In merito si veda anche .J.-Cl. Margolin, «Vagabondage
culinaire et métaphores gastronomiques à travers la France du XVI" siècle», in M.
Viallon-Schoneveld (éd. par), Le boire et le munger au XVI•' siècle, Saint-Étienne, Pubi.
de l'Université de Saint-Etienne, 2004, pp. 31-46, a p. 41. E S. Rapisarda, C. Spadaro Di
Passanitello, P. Musso, «<l "Ricettario di cucina" di San Martino delle Scale (Palermo,
Biblioteca Comunale, 3QqB151). Edizione e studio», Bollettino del Centro FYlologico e
Linguistico Siciliano, 21 (2007), pp. 243-321, pp. 251-252.
51 Ch. Lee (a c. di), Daurel e Beton, Panna, Pratiche, 1981, w. 1107-1108.
52 Gschwind (éd. par), Le roman de «F1amenca», w. 943-944.
53 A. Neubauer, P. Meyer (éd. par), «Le roman provençal d'Esther, par Crescas du Caylar,
médecin juif du XIV•'m•· siècle», Romania XXI (1892), pp. 194-227, w. 153-154.
54 Brunei, « Recettes pharmaceutiques d'Avignon», pp. 517 e 527.

66
TEORIE E CREDENZE
MEDICHE AL TEMPO DI
CECCO D'ASCOLI
I DA LI V I G N I

67
COME SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

68
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D 'ASCOLI

Quando, nel 1327, viene eseguita la condanna a morte di Cecco d'Ascoli, il


pensiero medico occidentale era appena uscito da circa un cinquantennio
di acceso dibattito, non privo di conseguenze dense di ombre e di ostacoli
per l'evoluzione della medicina, relativo alla fondazione filosofica della
disciplina e al suo riscatto dalla condizione di mera tecné. La posta in
gioco era stata alta, poiché si trattava da un lato di legittimare l'ingresso
della medicina in ambito universitario, sottraendola all'ambito delle
scuole "pratiche" ed elevandola al rango di scienza speculativa, dall'altro
di fissare le linee-guida della ricerca in modo da vincolare l'esperienza
al controllo della ragione o comunque ai principi fondanti della filosofia
naturale, a discapito purtroppo (ma è una constatazione a posteriori) di
quella ricerca sul campo, fondata sull'analisi dei casi concreti o tipici,
che assai più avrebbe potuto offrire soluzioni e modelli di spiegazione
degli eventi morbosi.
Non che nei secoli precedenti il problema non si fosse posto, ma aveva
prevalso tra gli operatori il rispetto per il fine della disciplina Oa cura e
la prevenzione) rispetto al problema della sua fondazione teorica, ferma
restando la necessità di pervenire a un riconoscimento giuridico della
figura del "vero" medico in modo da distinguerlo sia dagli operatori
spirituali (il che rispondeva all'esigenza di staccare l'azione terapeutica
dal campo teologico) che dai numerosi ciarlatani che a diverso titolo
screditavano l'arte. Prova incontestabile è data dalla scuola di Salerno,
uno dei momenti più significativi della storia della medicina occidentale.
Nel corso della sua lunga e feconda vita (almeno due secoli), la Scuola
passò progressivamente dalla fase della mera istruzione pratica, fondata
sulla pratica empirica dell'arte e sulla formulazione scritta (nella
forma di compendi diagnostico-terapeutici di agevole consultazione e
memorizzazione) delle conoscenze ricavate dall'esperienza, a quella
della formazione teorica, fondata sull'elaborazione degli apporti
dottrinari (per lo più traduzioni degli autori arabi e greco-bizantini) e
sulla problematizzazione dei dati acquisiti (nella forma di commenti
a scopo didattico in cui si ponevano a confronto le teorie esposte dai
diversi auctores). Tuttavia, nonostante questo progressivo avvicinarsi

69
all'aspetto teorico della disciplina, i maestri salernitani continuarono a
porsi come obiettivo primario la ricerca dei principi e dei metodi dell'arte
del curare, poco preoccupandosi di indagare sul problema delle cause
prime o sulle speculazioni filosofeggianti relative alla fisiologia e alla
patologia. Il loro era un sapere che doveva formarsi precipuamente sul
campo e attraverso il confronto delle esperienze vissute accanto ai malati,
ovvero un sapere "ospedaliero" (i futuri maestri dovevano dimostrare
di aver fatto pratica diretta sui pazienti e il corso di studi privilegiava
accanto ai tre pilastri della medicina classica - dietetica, farmaceutica,
chirurgia - la padronanza delle tecniche di diagnosi, ovvero l'uroscopia
e l'auscultazione del polso), sicché il bravo medico doveva affiancare allo
studio dei libri (compendi, commentari, testi delle auctoritas) lo studio
di quei "libri della natura" per eccellenza che sono i malati. Solo a partire
dalla seconda metà del XII sec., in seguito da un lato al diffondersi dei
commenti alla Ysagoge di Giovannizio e al Sull'arte medica di Galeno e
dall'altro all'imporsi della necessità sociale di distinguere il medico dal
practicus, all'interno della Scuola di Salerno incominciò a farsi strada
il bisogno di precisare una più definita visione dell'arte medica volta a
riconoscerle anche una natura speculativa. Così, grazie alle riflessioni di
Bartolomeo di Salerno e di Urso, l'ultimo grande maestro salernitano, la
medicina, pur continuando a oscillare da autore a autore tra lo statuto di
"vile" arte meccanica e quello di nobile scienza, incominciò a proporsi in
duplice veste: come scienza delle cause (parte teorica) e come scienza dei
segni (parte pratica), aprendosi la strada all'ingresso universitario. La
strada era però ancora lunga e irta di ostacoli, viste la generale diffidenza
dei "dotti" nei confronti dei practicos e la consolidata opinione che la
medicina richiedesse troppi elementi di improvvisazione e di abilità
pratica per poter assurgere al rango di disciplina fortemente correlata
alla filosofia naturale.
Non era quindi sufficiente che arrivasse il primo riconoscimento con
il conferimento, nel 1231, di statuto giuridico alla Scuola di Salerno
(per altro già in forte declino) da parte dell'imperatore Federico II
(''divieto dell'esercizio della medicina a chi non avesse conseguito con
pubblico esame l'approvazione dei maestri di Salerno", cfr. Costituzioni
Amalfitane, L III, titolo XLIV) o che a Bologna, Parma, Padova,
Montpellier e Parigi esistessero già degli Studi generali di medicina
all'interno delle Università prima del riconoscimento ufficiale (ad
esempio, la Bolla di papa Niccolò IV del 1291 che riconosceva valore
"universale" alla licenza universitaria): bisognava inglobare la medicina
nei curricula universitari, modellare i programmi e i contenuti secondo
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D'ASCOLI

i metodi di insegnamento propri alla filosofia e alle arti liberali, formare


i medici in luoghi di vera dottrina. Un proposito che si realizzò in pieno,
a discapito purtroppo (ma è sempre un giudizio valido a posteriori) dello
scopo fondante della disciplina - individuare le cause della malattia per
poter intervenire terapeuticamente -, tanto che nei secoli successivi si
rafforzò un imbarazzante paradosso: i medici chiusi nelle sterili aule
universitarie a dissertare sulla natura, la priorità e le funzioni degli
organi (per lo più mai visti da vicino) o sulla differenza tra cause prime
e cause prossime, lontani da quell'esperienza sul campo che era stato
il vanto della scuola salemitana, e i malati abbandonati negli ospedali
(l'unico vero campo di ricerca) disertati dai medici, ma fortunatamente
frequentati da chirurghi e anatomisti.
Ecco perché, se è vero che già a partire dalla prima metà del XIII
secolo, le scuole dei "magistri liberi" avevano dato vita a Studi generali
di medicina con un proprio autonomo statuto giuridico, gettando
finalmente le basi durature per la costruzione di una nuova figura del
medico, empirico e "filosofo" al tempo stesso, è del pari inequivocabile
che solo a partire dal 1270 questi Studi incominciarono ad imporre delle
coordinate metodologiche ed epistemologiche funzionali ad elevare
la medicina al rango di vera scienza, autonoma rispetto alle possibili
intrusioni teologiche (la spiegazione "divina" dell'evento morboso e
dell'eventuale guarigione costituisce un paradigma vincente presso tutte
le culture) e dotata di natura speculativo-sperimentale, con riferimento
vuoi al modello matematizzante (che ebbe però scarso successo anche
per le inevitabili, ma pericolose e paralizzanti, contaminazioni con
l'astrologia) vuoi a quello aristotelizzante (destinato a perdurare per
secoli perché in grado sia di inserire il funzionamento del corpo umano
in un'interpretazione globale dell'universo, sia di fornire soluzioni ai
problemi di metodo e di indagine scientifica).
La data del 1270 è importante perché, proprio in questi anni il dibattito
medico si inserì a pieno titolo nel contesto filosofico-culturale del
periodo, aprendosi agli influssi della filosofia scolastica da un lato e alle
suggestioni delle riscoperte opere mediche arabe dall'altra. Significativo
è sottolineare appunto come proprio a partire dalla seconda metà degli
anni Settanta del XIV secolo, in veloce progressione, gli statuti delle
principali sedi mediche universitarie accolsero, nel giro di un ventennio,
accanto ai testi canonici (Aristotele e lppocrate in primis) il Canone di
Avicenna, tradotto dall'arabo un secolo prima da Gherardo di Cremona,
il "nuovo" Galeno, nella traduzione di Burgundia da Pisa, il corpus
zoologico di Aristotele, nella traduzione dal greco di Guglielmo di

71
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Moerbeke (1260), nonché due opere di Averroé: il Commento al Poema


sulla Medicina di Avicenna, tradotto a Montpellier da Armengaud
Blaise nel 1284, e il Colliget, tradotto dall'ebreo Bonacosa nel 1285.
Si trattava di un'apertura straordinaria poiché consentiva non solo
si proporre un proficuo ripensamento sull'insegnamento di Galeno
alla luce del metodo scolastico-aristotelico, ma altresì di facilitare
l'ingresso ufficiale, istituzionalizzato, delle conoscenze mediche arabe
e dei relativi presupposti teorici nei curricula dei medici dell'Occidente
cristiano. Va detto, a onor del vero, che essendo la medicina una ars
practica, la lettura di Avicenna, di Averroé e di altri autori arabi non
poneva nelle facoltà delle arti quelle ragioni di conflitto che animavano,
anche drammaticamente, le facoltà di teologia: finché si rimaneva
nel solo campo della scienza e si perseguiva una libera indagine sulle
cause naturali dei fenomeni del mondo terrestre si avevano buone
possibilità di evitare o arginare le pericolose contestazioni e accuse
dei teologi. Resta comunque il fatto, assolutamente incontestabile,
che queste letture e in particolare quella di Averroé, riaffermando la
centralità di scienze come l'astrologia, la matematica, l'alchimia e la
magia naturale, consentirono di operare finalmente, in modo radicale
e duraturo, non solo la separazione della theologia, per la quale i
principi del sapere risiedono n ella parola rivelata, dalla philosophia,
che riconosce solo alla ragione il compito di individuare e fissare i criteri
e i metodi della scienza, ma altresì l'armonizzazione all'interno dell'ars
medica della parte teorica con quella pratica, in modo da limitare sia
il rischio di un'eccessiva propensione per la teorizzazione fine a se
stessa (presente in quanti - ed erano tanti - ambivano a imporsi come
chiusa élite intellettuale), sia il rifugiarsi, in mancanza di certi modelli
di riconoscimento e spiegazione della malattia, nell'applicazione
ripetitiva della practica tramandata dagli auctores, a discapito della
sperimentazione e della ricerca. Detto più sinteticamente: in parte
influenzati dalle critiche di Ruggero Bacone, che nel De erroribus
medicorum (1260-1270) cosi li aveva attaccati:

La massa dei medici si dedica a discussioni su questioni infinite e su


argomenti inutili; essi non ricorrono come dovrebbero all'esperienza.
Trent'anni fa ricorrevano all'esperienza come unico elemento di
prova, ma ormai moltiplicano all'infinito le questioni accidentali, gli
argomenti dialettici e sofistici ancora più infiniti fondandosi sull'arte
delle Topiche e degli Elenchi a tal punto che cercano costantemente la
verità senza trovarla mai. In realtà la scoperta (inventio), soprattutto

72
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DJ CECCO D 'ASCOLI

nelle scienze pratiche cui appartiene la medicina, si ottiene grazie


all'esperienza e alla memoria,

i medici filosofi che operarono nel cinquantennio sopra ricordato


si sforzarono di dare alla medicina le basi di una vera scientia
experimentalis, ovvero vincolata al principio che i dati dell'esperienza,
sottoponibili a sperimentazione, sono i soli in grado di costruire un
sapere certo nel campo delle scienze naturali, ma si trovarono costretti,
per la natura intrinseca del sapere medico che non consente la ripetizione
di una stessa azione in condizioni identiche (nel Quattrocento Ugo
Benzi ribadirà che, essendo il corpo umano costantemente soggetto a
variazione interne ed esterne, è impossibile costruire un sapere medico
fondato sulla ripetizione identica, in condizioni apparentemente
identiche, della catena causa-effetto), a convenire con Ippocrate e
Galeno che in medicina l'esperienza, presa isolatamente, è "pericolosa"
o "ingannatrice" e che dunque essa deve essere sempre sottoposta al
giudizio della ragione. Per dirlo con le parole di Gentile da Foligno, uno
dei principali animatori del dibattito sul grado di certezza che si poteva
raggiungere nel sapere medico:

... ogni scienza medica non dà i suoifrutti che dopo una grande abitudine
ed una lunga esperienza. Una buona pratica, sottomessa ai princìpi
dell'arte e alle vie della dimostrazione dipende da un approccio doppio:
un approccio scientifico, che si insegna, e un approccio sperimentale,
ovverosia l'acquisizione di un sapere attraverso l'esercizio su casi
particolari. Quest'ultimo approccio non si insegna, ma si acquisisce
per abitudine. ("Commenti sul Canone", l, 1, 1, 1).

Date queste premesse, risulta comprensibile come il dibattito finisse


con lo spostarsi in primo luogo sul piano del metodo e poi sul piano
della formulazione definitiva delle conoscenze mediche. Sul piano
metodologico fu la Scuola di Bologna a imporsi, grazie alla riforma
avviata dal medico fiorentino Taddeo degli Alderotti (1223-1295), attivo
nello Studio emiliano a partire dal 1260, e consolidata dai suoi allievi,
tra cui Dino del Garbo (nemico di Cecco d'Ascoli) e Pietro Torrigiano.
Secondo l'Alderotti, il sapere medico si doveva costruire sull'incontro tra
la ratio e la disputatio delle lezioni teoriche e l'experientia e la observatio
della pratica quotidiana, ovvero sull'incontro del metodo scolastico con
l'ars practica. Le lezioni dovevano quindi cosi strutturarsi: si iniziava
con la lectio o expositio di un passo tratto da un testo fondamentale (il

73
COME SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Canone di Avicenna, l'Articella galenica per gli studenti alle prime armi,
il corpus galenico, etc.). Seguiva il momento delle questiones, spesso
animato da digressioni extravagantes rispetto al tema principale e
occasione per impostare nuove problematiche oggetto di future lezioni.
Il tema principale veniva poi analizzato facendo riferimento sempre alle
quattro cause aristoteliche: causa materiale Oa materia trattata), causa
formale Oa forma espositiva), causa efficiente O'autore dell'opera),
causa finale (il fine del tema trattato). A questo punto il maestro
poteva finalmente passare a proporre una serie di dubia, in modo da
attivare il momento euristico della disputatio (di solito occasione per
il maestro per polemizzare con i colleghi rivali) e della solutio. Merita
di essere ricordata l'importanza delle questiones inserite nei commenti
di Taddeo, poiché esse compendiano alla perfezione il ventaglio delle
possibili occasioni di discussioni, dalla fisiologia alla patologia, dalla
problematica dell'individuazione e definizione delle "cause naturali",
"non naturali" e "contro natura" all'analisi degli effetti dei singoli farmaci,
mostrando tra l'altro come l'esperienza, che l'Alderotti imponeva agli
studenti facendosi accompagnare al capezzale dei suoi pazienti, venisse
a rientrare anche nel momento teorico in quanto elemento di supporto
della verifica logica delle argomentazioni.
L'adozione della metodologia scolastica dello Studio bolognese fu messa
in discussione sostanzialmente solo dallo Studio di Padova, nato per
opera di alcuni dissidenti bolognesi, e in particolare da Pietro d'Abano
e da quei pochi che, come lui, conquistati da Averroé e dagli scrittori
arabi, cercarono di fare della medicina una vera scienza della natura,
attenta a ricercare le cause dei fenomeni naturali e a ricavarne leggi
di "funzionamento", appoggiandosi quasi esclusivamente all'universo
epistemologico dell'astrologia. Questa scelta, va detto subito, gettò chi la
praticò in un pericoloso vicolo cieco, dal momento che li respinse in un
astrattismo metodologico (accusa che muovevano agli avversari) che finì
ben presto per escluderli dal campo dell'esperienza (paradossalmente
il medico astrologo può diagnosticare e curare senza neppur vedere il
paziente, essendogli sufficiente fare solo l'oroscopo), per cui, se è vero
che la tentazione astrologica accompagnò il sapere medico (e non solo)
fino alle soglie della rivoluzione scientifica, è altrettanto vero che il
pensiero e la pratica mediche seguirono la strada tracciata dai medici
filosofi e dai medici empirici, continuando a indagare sulle cause delle
malattie e a ricercare nuove soluzioni diagnostiche e terapeutiche.
Il ricorso all'astrologia in campo medico, comunque, non era, a dire
il vero, una novità né costituiva di per sé motivo di scandalo, visto

74
TEORIE E CREDENZE MEDICHE AL TEMPO DI CECCO D 'ASCOLI

che persino lo stesso Galeno, pur criticando il ricorso all'astrologia


giudiziaria Oa pratica dell'oroscopo) in nome dell'osservazione diretta,
nel suo Sui giorni critici aveva sostenuto l'influenza delle orbite lunari
sui cicli febbrili. Infatti, dato che la scienza astrologica si basava, come
anche la medicina, sulla interazione delle qualità prime, essa poteva
offrire le basi per l'elaborazione di una teoria e di una pratica in grado di
conciliare tanto la teoria delle complessioni quanto quella degli umori,
nel rispetto quindi sia della cosmologia aristotelica che della medicina
galenica. Il che, ovviamente, non significava far dipendere tutti gli aspetti
fisiopatologici dagli astri, né tantomeno ridurre i momenti di diagnosi­
prognosi-cura alla mera consultazione dell'oroscopQ del paziente.
Gli stessi autori arabi, ad esempio Ibn Ridwan, che pure fu medico e
astrologo, avevano sottolineato la necessità di evitare la totale sudditanza
della medicina all'astrologia giudiziaria, limitandosi ad accogliere
superficialmente la dottrina che collegava le varie parti del corpo ai
segni zodiacali e adottando, sulla scia di al-Biruni, la correlazione fra la
levata e il tramonto eliaco delle stelle fisse, il mutamento delle stagioni
e le relative malattie (tesi, per altro, già presente in lppocrate). Pochi
dunque, già nel mondo arabo, reputavano possibile far dipendere tutto il
sapere e la pratica medica dall'oroscopo e si trattava, significativamente,
di medici astrologi e maghi, sostenitori anche di una pratica medica
fondata sul principio dei mugarrabat, i "rimedi sperimentali", ovvero
quei rimedi che agirebbero non per proprietà logicamente determinabili
ma secondo il principio delle correlazioni simpatetiche presenti in
natura in talune sostanze. Si trattava, in sostanza, dei rimedi ricavabili
dai lapidari e dai testi di magia che attribuivano sia alle formule che a
tutte le sostanze presenti in natura, comprese quelle escrementizie, forti
poteri curativi o per meglio dire "correttivi".
Neppure Pietro d'Abano, a onor del vero, cadde nella trappola della
medicina dei mugarrabat. La sua visione del sapere medico era, infatti,
ben più complessa ruotando attorno al problema, decisamente spinoso
e pericoloso, di giungere a formulare una scienza delle cose naturali in
grado di indagare "in modo naturale", senza cadere nella tentazione del
soprannaturale. Pietro era convinto che il medico fosse il philosophus
naturalium rerum per eccellenza, colui che partendo dalla conoscenza
della matematica giunge a conoscere il moto degli astri e quindi approda
allo studio della natura e dell'uomo. L'astrologia doveva quindi essere
una guida per l'arte medica, in quanto attraverso di essa il medico poteva
individuare tante le cause prime e i momenti critici della malattia, quanto
il momento più propizio per intervenire. Grazie agli strumenti astrologici

75
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

si potevano ricavare informazioni preziose, ma Pietro non si spinse, come


certi suoi successori, a rifiutare l'esperienza e il contatto col paziente; il
suo avvertimento al medico affinché consideri "quelle cose che si possono
vedere e sentire" mostra chiaramente come egli fosse proteso a riformare
il sapere medico in base sia al rifiuto della sottomissione alle auctoritas
sia al principio dell'osservazione. Da qui la sua continua correzione alle
tesi ippocratiche e galeniche, ma soprattutto la sua grande autonomia
di ricerca che lo spinse a formulare acute osservazioni sull'anatomia e
fisiologia del cervello, sulla predisposizione individuale a determinate
malattie su base morfologica, sul quadro clinico della rabbia, tanto
per citare i punti più interessanti. Diversa strada presero, invece, altri
sostenitori dell'utilizzo dell'astrologia in campo medico, fra cui almeno
in parte lo stesso Cecco d'Ascoli. Per costoro non solo sapere astrologico
e sapere medico finirono col coincidere, imprigionando le conoscenze
e la ricerca delle cause naturali nelle maglie soffocanti delle supposte
influenze astrologiche, ma altresì l'ars medica si mescolò alla magia,
ricadendo in quella trappola dei mugarrabat che già i veri medici arabi
avevano accuratamente evitato. Resta comunque un fatto indiscutibile
anche se spesso negato dagli storici della medicina: a prescindere dalle
estremizzazioni, acuitesi dopo il trauma della Peste Nera (un evento che
mise in discussione la credibilità dell'arte stessa, favorendo il rifugiarsi
nelle spiegazioni fondate sugli influssi maligni delle stelle e dei pianeti)
per tutto il Medioevo e fino alle soglie della Rivoluzione scientifica tutti
i medici, anche quelli di .stretta osservanza galenico-aristotelica, non
disdegnarono il ricorso all'astrologia come strumento complementare
di indagine e di prognosi, tanto che la sfera armillare andò ad affiancarsi
al matraccio per l'analisi delle urine e all'auscultazione del polso. Ma
è il momento di prendere in considerazione almeno le principali basi
teoriche del sapere medico del tempo.
Date le premesse epistemologiche sopra esposte (sia pur in forma
necessariamente sintetica), due erano le possibilità che si offrivano:
l'adozione o della teoria umorale di Galeno, di volta in volta confrontata
con la fisiologia aristotelica e con gli apporti dei dati forniti dalla ripresa
pratica dissettoria, o della teoria astrologica.
La prima prendeva le mosse da un complesso schema tetraumorale,
elaborato in modo da integrare alla perfezione cosmologia e antropologia,
fisiologia e patologia, corpo e anima e in base al quale ai quattro umori
corporali costitutivi l'essere vivente e in particolare l'uomo (sangue,
flegma, bile gialle, bile nera) venivano a corrispondere organi (cuore,
cervello, fegato, milza), temperamenti (sanguigno, flemmatico, collerico,

76
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D 'ASCOLI

melanconico), qualità (caldo, freddo, umido secco), elementi (fuoco,


aria, acqua, terra), stagioni (primavera, inverno, estate, autunno) ed età
dell'uomo (infanzia, vecchiaia, giovinezza, maturità). In questo contesto
la malattia si configurava come discrasia o sconcerto umorale e la
salute come eucrasia o "consenso delle parti", ovvero armonia, mentre
l'intervento terapeutico poggiava sul principio del contraria contrariis
curantur. Il gioco quasi meccanico delle corrispondenze consentiva al
medico, una volta condotta l'indagine sui sintomi e sui segni, di formulare
non solo la diagnosi, ma altresì la prognosi e l'intervento terapeutico.
Un esempio per tutti: un uomo di temperamento melanconico, ovvero
caratterizzato da una predominanza della bile nera, sarà portato a
soffrire di patologie legate alla milza o alla stagione autunnale, mal
tollererà il clima e gli alimenti freddo-secchi e tenderà a peggiorare o a
cronicizzare certe malattie nell'età avanzata. Le cure, anche preventive,
dovranno tenere conto di questi dati e cercare di equilibrare le possibili
discrasie facendo ricorso a sostanze caldo-umide e consigliando
anche cambiamenti ambientali tali da contrastare l'eccesso di umor
melanconico. In questo quadro poteva anche rientrare il ricorso alla
fisiognomica, la scienza in grado di ricavare dai tratti caratteristici del
volto informazioni sulla complessione umorale del paziente, una sorta di
psicosomatica ante litteram. Di questo legame con la pratica medicina
troviamo indicazioni nell'Acerba, a ulteriore prova della totale adesione
di Cecco alle credenze mediche del suo tempo secondo le quali una certa
complessione era spia dei mali dell'anima oltre che dei mali del corpo

Mostra la vista qualità del core: l lacrime poche col tratto sispiro, l
collo piatoso sguardo, vien d'amore. l Cambiar figura con atti umili, l
poco parlare con dolce rimiro, l questi son segni d'amor non vili.
Crespi capelli coll'ampiatafronte, l con occhi piccolini posti in dietro, l
memoria e ragion co lor son gionte; lfanno disdegno a l'anima superba
l e d'ogni sottil cosa mira 'l centro, l ma pur d'umiltà si mostra acerba.
Non tifidar nelle ragiunte ciglia, l né delle folte, se guizza la luce: l chi
che la porti, guardi non ti piglia. l Impio, d'animo falso, ladro e fello,
l con bel parlare suo tempo conduce l rapace lupo con vista d'agnello.
Non fu mai guercio con alma perfetta l che non portasse di malizia
schermo, l sempre seguendo la superba setta. l Gli occhi eminetti en
figura grossa, l gli occhi veloci collo batter fermo, l matti e falsi, di
mercede scossa.
L'impiaforma dell'aquilin naso l viver disia dello ben altrui, l onde di
morte vien l'impio caso; l egli è magnanimo fuor di pietade, l sempre

77
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

diserve non guardando a cui, l vive co' bestia sanza umanitade.


El concavato, anch'il naso simo, l ciascuno a luxuria s'acosta: l più del
secondo, dico, che del primo. l Chi l'ha sottile e nello stremo aguzzo, l
over rotondo nell'otusa posta, l movesi ad ira 'l primo come 'l guzzo,
l'altro è magnanimo e di grave stile. l Superbo è chi possede l'ampie
nare, l e l'ampie orecchie di bestie è somile; l così le labbra grossa chi
demostra. l Chi l'ha sottile e di belleza care l serà magnanimo: è di
sentenza nostra.
Mostrasi audace chi ha denti rari; l concupiscenza tien carnosa faccia,
l e forte teme i piccolini affari. l Chi che possede la sua vista magra, l
colla sollicitudine s'abraccia, l no'll'abandona come cosa sagra.
Que' che l'ha grande, ben si mostra tardo l nelli suo' moti: di ciò ben
qui t'acorgi. l Picciolafaccia, ti poni a riguardo, l ché raro ne fu nullo
liberale, l e timido si fa, se tu li porgi: l mai non fu al mondo sì novo
animale.
Vista dolente e litiginosa, l che par traslata dal beato aspetto, l
dell'altrui male si fa graziosa. l Non fe' mai tanto 'l popolatto Gracco,
l che questi più non faccia dell'aspetto; l Juda tornasse, no'lli darie
scacco.
Le uomini c'hanno 'l corto collo, l dolonsi per natura come lupi, l non
basterebbe la virtù d'Apollo l a solver lor detti sanza norma l e sanza
modo di malizia cupi; l con lor g ridar la contrada storma.
Lo grosso collo diforteza è segno; l sottile e lungo fa timido l'orno l e
imbeccile come suttil legno; l el grande, qual non ten troppo del grosso,
l mostra magnanimo: tu m'intendi como; l ciò ch 'io sento qui dir non
ti posso.
L'uomo guardando in terra che va chino l elli è avaro e di sottile
ingegno. l (. . .)
(Acerba, l. II, cap. III, vv. 1-74)

La teoria astrologica partiva invece dall'attribuzione ai segni zodiacali di


una determinata zona del corpo umano. Così l'Ariete corrisponde al capo;
il Toro al collo; i Gemelli alle braccia, il Cancro al petto e allo stomaco;
il Leone al cuore; la Vergine all'addome; la Bilancia ai reni; lo Scorpione
agli organi genitali; il Sagittario alle cosce; il Capricorno alle ginocchia;
l'Acquario alle gambe; i Pesci ai piedL La descrizione fissata da Cecco
d'Ascoli nell'Acerba, pur nella sua stringatezza e oscurità di linguaggio,
è al proposito illuminante, presentando anche delle specificazioni che
mancano nelle tradizionali carte dell'uomo astrologico sempre presenti
negli studi medici del tempo:

78
TEORIE E CREDENZE MEDICHE AL TEMPO DI CECCO D'ASCOLI

L'Ariete la testa colla faccia, l en onni animal Tauro lo collo, l e Gemini


le spalle colle braccia, l del Gambero le stelle tutto 'l casso l e stomaco
al polmon e 'l cor non tollo, l en splene colle coste a lor più basso;
e fermano le stelle del Lione l lo stomaco, col cor e 'l dosso e lato; l
nel ventre tien la Vergine ragione; l porta la libra nelle sue bilance /
le membra genitali di ciascun nato l di fuor il ventre, queste non son
ciance;
e lo bellico, i lombi contien l'anche, l e le due parti sopra a qua' posa
l l'orno, sentendo le sue gambe stanche, l quest'è il seme e l'oqua te si
stilla, l e altro, qual tacere è bella cosa, l governa Scoripio, quando si
stilla.
Chi coll'arco in celo pur minaccia, l la femora conforma sua subietta;
l el Capruicorso le ginocchia alaccia; Aquario le gambe radiando; l el
Pesce, che è ultimo di setta, lfonna li piedi ognora guizzando.
(Cecco d'Ascoli, Acerba, 1. IV, cap. VI, vv 103-126).
.

Dodici parti dell'ottava sfera


sono cagione delle nostre membra:
ciascuna del creare ha forma vera,
in lorfa qualitate ed accidenti,
per la virtù divina si rimembra
della sua parte con atti lucenti. [. ]
..

La tarda stella la memoria pone


nel concetto; è Giove per qual cresce;
Mercurio muove l'atto di ragione;
Marte ne forma l'impeto con l'ira;
il terzo cielo l'appetito mesce;
lo primo spiritello il Sol vi spira;
la Luna muove natura[ virtute.
Ciascun pianeta con gli ottavi lumi
dispone il mondo con le lor vedute.
Ogni creato si corrompe in tempo.
Passano gli atti umani comefumi:
chi ne va tardo e chi ne va per tempo.
(Cecco d'Ascoli, Acerba Il, 2 vv 793-8, 871-82)
.

Questi versi sull'influenza planetaria nella nascita dell'uomo


bene esprimono alcuni principi alla base della possibilità stessa
dell'applicazione dell'astrologia alla medicina dall'antichità al
Rinascimento. Da un lato certificano lo stretto nesso tra il macrocosmo

79
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

dei cieli e l'uomo inteso come meraviglioso microcosmo, che non può
che soggiacere alle stesse leggi necessarie dettate dal movimento dei
corpi celesti che governano il mondo sublunare nel quale abita.
Dall'altro essi sottintendono un principio fondamentale, caro sia ai
medici che agli astrologi: la corruttibilità della materia nel tempo,
incluso l'uomo, che necessariamente muore, l'aria che respira ed i suoi
umori corporei, la cui corruzione è responsabile dell'insorgere delle
malattie, di contro alla perfezione incorruttibile ed eterna dei corpi
celesti. Poiché i corpi celesti sono perfetti, perfetta e necessaria sarà
la loro causazione sul mondo sublunare e sull'uomo; ma gli effetti dei
movimenti degli astri operano in un mondo materiale che si genera e
corrompe incessantemente: per questo la previsione astrologica non
potrà mai essere precisa nella pratica, bensì sarà influenzata da variabili
accidentali e ambientali che, quando applicata all'uomo ed al suo stato
di salute, è soprattutto compito del medico studiare e definire.
Stabilita la corrispondenza parti del corpo-segni zodiacali, la teoria
astrologica prendeva in considerazione il ruolo dei pianeti in quanto
indicatori della natura delle malattie (calda, fredda, umida, secca) e
del loro grado di benignità o di malignità. Così, ad esempio, Saturno,
indicante la natura fredda, in quanto divinità crudele che divora i figli,
era foriero di malignità, mentre il Sole, caldo e secco, era per natura
benigno. L'influsso della visione tetraumorale è evidente e costituisce
il punto d'incontro e di conciliazione con la posizione galenica,
mostrandoci a posteriori come in effetti l'astrologia non entrasse di per
se stessa in contraddizione con la pratica medica "tradizionale" derivata
dagli auctores se non quando scivolava verso le tentazioni della magia
naturale. Naturalmente la semplice natura dei pianeti non era di per
sé sufficiente a formulare una prognosi. Per stabilire il decorso fausto
o infausto di una malattia era indispensabile ricorrere all'oroscopo
del paziente, ovvero allo studio comparato della posizione dei pianeti
e in particolare delle coppie dei pianeti nell'oroscopo natale e nel
quadro astrologico presente al momento dell'insorgere della malattia.
La presenza di trigoni e sestili garantiva un esito positivo, quadrati e
opposizioni erano forieri di peggioramenti o di infausta conclusione.
A tutto questo si doveva poi aggiungere l'analisi della posizione dei
pianeti nelle Case del Cielo, soprattutto nella Casa della vita e in quella
della morte. Con tutti questi dati il medico-astrologo era in grado di
diagnosticare e intervenire terapeuticamente, dal momento che ogni
pianeta era correlato a elementi naturali, pietre, piante e animali, pregni
dei suoi influssi e delle sue qualità.

80
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEM PO DI CECCO D'ASCOLI

Era a questo punto che entrava in gioco la magia naturale e che si


profilava quella separazione tra il medico "filosofo della natura" secondo
i dettami galenico-aristotelici e il medico mago che Cecco adombra
quando, a conclusione del lungo capitolo dedicato ai poteri delle pietre,
dichiara:

Quifacciofine delle sacre pietre, l che qui tu truovi scritte le più degne:
l priego chi può che di queste impetre. l Se d'erbe più non tratto né di
piante, l io priego che chi legge non si sdegne, l eh 'al medico le lasso
che ne cante ...
(Cecco d'Ascoli, Acerba, l. III, cap. LVI).

Quel suo distaccarsi dal medico che conosce e usa le piante


terapeuticamente sottolinea molto bene un'orgogliosa differenziazione di
saperi e di ruoli: da un lato il medico tradizionale che, forte dell'esperienza
e della pratica, fa ricorso ai pharmaka, dall'altro il medico-mago che,
conoscendo i poteri occulti (ma, si noti bene, non soprannaturali) delle
pietre, se ne avvale per ristabilire l'armonia e riportare la salute. Leggere
le molte pagine che Cecco dedica a questo argomento è di estrema
importanza, dal momento che ci apre alla conoscenza di un universo di
credenze che si conservò solidamente dall'età dei lapidari ellenistici fino
a tutto il Cinquecento, tanto che la farmacopea "per ricchi" abbondava di
pietre preziose da portare addosso, sulla parte malata, o da polverizzare
e sciogliere in elisir di buona salute. Eccone alcuni stralci:

... Per foco né per ferro il diamante l se rompe per potenza del
Saturno: l resiste sua natura al negromante. l Gli spirti, tossico e
paura; l raccende a noi, se 'l disdegno è intorno: l è simil di cristallo
sua figura, l che, chi lo porta nel sinistro braccio, l val contra l'inimici
e li van sogni, l contra di briga, matteza e impaccio. ( .) ..

E lo zaJJi.ro, perforza del Jove, l conforta 'l core, dico orientale; l serva
le membra e lor virtudefove, l val contra afebbre, veneno e antrace, l
e subito s'apicca in su quel male, l confortas 'l vizio e conserva la pace.
l Tolle dal core l'invidia maligna, l fuga 'l temor e fa l'uomo audace;
l umilfa l'uomo e castità disdegna, ( .. .) l Mostra color simile del celo;
l posta nel tempro, il sangue del naso l ristringe, per virtù e non per
gelo. l Ogni tumore e postema sana, l se suo natura non perde per caso
l d'atto carnai, per cui sta lontana.
Mercurio li spira, per virtute l innel smiraglio, ch'è sopr'ogni verde;
l di molte infermitade fa salute. l Morbo caduco elli nutrica e cura, l

81
COME SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

conserva 'l viso che virtù non perde, l conforta la memoria e la natura,
l li spirtifugga e le lor false scorte: l chi nello 'ndivinar, seco la porte;
(Acerba, l. III, cap. XLVIII, vv. 13 - 21; 37 - 54; 55 - 62)

Lo grifone (. . .) Sempre nel nido lo smiriglio pone, l sicché non sieno


li suo nervi punti: l per questa pietra fa defensione. l Chi seco porta
questa bella pietra l giamai da sua salute non s'aretra.
(Acerba, l. III, cap. XX, vv. 1; 4 � 6; 13 - 14)

El terzo cielo col secondo agate l negra la forma colle bianche vene,
l e l'altre con sanguigne variate. l E1 fiume Agate, che Cicilia bagna,/
coll'altra la qual ha sanguigne macchie, / conforta li occhi e là la sete
presta.
Dico che con vita lo venen resiste, l e anche quella colle macchie citre,
l salvo piangente nell'umane viste. / A forza, facundia e parlare /
dispone l'uomo se non sono vitre l ben parte e del trito vertutare;
fa l'uorno vincitor nella battaglia, l discretto con dolcezza di parlare,
l e forte con lianza di battaglia; l tolle la sete chi La porta in bocca, l li
amici disdegnati suo[ chinare; l se non sta dentro, suo natura scocca.
È Jove che in testa forma e ventre l innel capone, che so ' lu ' è concetto,
l pur che suo raggio sotto Cancro c 'entre. l Aresta, che si ritien lo
sperma, l si como sire cristallo mostra aspetto: lfa l'uom costante e
grato onor conforma.
D'amor la stella, sua virtù, compone l le parti del berillio, e li altri
tutti l che son di cotal complexione; l palludo verde, simil di smiraglio,
l 'l li sospir tolle a li occhi nostri strutti, l resiste alli nemici et a lorfallo.
Dal fegato rimove infermitade, l sottiglia la virtù dell'intelletto, / da
stomaco la sua ventositade; l vale ad amor e sempre l'uomo asalta, l
el matrimonio tien con gran diletto, lfa verso li nemici la mente alta.
Encender fa la man, di ciò si' certo, l s'al Sol si pone, si come ci ha
sperto.
(Acerba, l. III, cap. XLIX)

Li graziosi iraggi dello Sole l nell'isola d'Arabbia splendendo, /


topazio se forma, il quale se cole. l El moto della Luna per sé sente, l la
vista s'areversa lui vedendo, l afredda l'acqua quando è ben fervente.
Resiste alla lunatica malia, l a passioni meridiana[ resiste, l a ira, a
tristizia, afervenzia; / el sangue strigne per la suafreddeza, / e credesi
che dignitade aquisti; l sopra ogni pietra mostra sua chiarezza.
Diaspro nasce, per virtù di Marte, / permisto di color vari e molti;

82
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D 'ASCOLI

l en dicessette spezie si parte. l Udropica mallia, e febbre calde, l e


fantasia delli moti stolti, l mitiga di virtù e falle salde.
Nelli granfattifa l'orno sicuro; l strigne la donna, sicché non conce ve, l
e ogni sangue, o corrotto o puro; l luxuria, sodomia costringe e serra;
l legato nell'argento portar deve l ciascun questa pietra, sifa guerra.
Al nostro vizio la virtù sottiglia, l che macula non prende mai né sorde;
l d'ogni fattura ciascun orno dispiglia. l La Luna forma per virtù
bagate: l di sua proprietà non ti discordi, l che tefa certo di virginitade.
Chi l'acqua beve, per virtù divina l di questa pietra, e orno non cono be,
l sanza lo suo voler subito urina; l s 'è corrotta, urina non distilla. l Or
questa pruova lo tuo cor disnobe l se di piacer certa manfavilla.
Li spirti fugga dalli corpi umani, l e con dolore fugga li serpenti. l
L 'i,tropici ritorna quasi sani, l giova alla donna nel gravoso parto; l
sub polvere inferma ben li denti: / el mio secreto con teco lo parto.
Subita morte lo topazio tolle, je in ciò non aver memoria molle."
(Acerba, l. III, cap. L)

Elitroppia, qual'è detta orfanella, / verde di corpo con sanguigne


gote, l Marte la forma colla trista stella. l Nell'acque fredde, ove '1 Sole
spira, l se questa mitte, par che già scote l L 'acquafervente per lo gran
bollire.
Anche se la mitti in acque chiare, / sicché Li raggi del Sol vi percuota, /
sangue nell'aire subito traspare, l sicché '1 Sole a noi si mostra obscuro
/ di fin che questa pietra sta remota; / e può con essa, chi vuole, esser
furo.
Giunta con questa latiopia pianta, / como dal calamita '1 ferro fugge,
l cosi fugando '1 nostro vizio amanta; l ristringe '1 sangue quando è
l'uomferito, l e l'aspro veneno da noi strugge: l chi seco l'ebbe non fu
mai fallito.
El panteron è detto di pantera, l nel qual tu vedrai sette colori: l in lui
puose virtù ciascuna spera. l Fa l'uomo audace e di virtù concinto; l el
Sol nascendo colli raggi puri, l chi che la sguarda non può esser vinto.
È nubiloso iacinto, rubino, l secondo che nell'are si dimostra: / quel
ch'è granato, dico, ch 'è piùfino. l En lui si truova gran perfezione; l
conforta in tutto la nostra natura, l da noi tollendo la sospezione.
Tolle dal core sempre La tristezza, l resiste a pestilenza dell'aire, l a
vermi et a le membra dàfermeza; lfuga '1 veneno e omor adacqua. l
Umor chefosse da natura vaire, l per sua virtude, lo distrugge e L'equa.
Da Sole in luifu pinta tal virtute, l che a nostra vita facesse salute.
(Acerba, l. III, cap. LI)

83
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Quacondio, se tocca '1 corpo morto, l perde la sua virtù e mai non
torna: l moltefiate di ciò mi sono accorto. l S'è messo in acqua, veg[n]
on per natura l li spirti tutti dalla setta borna; l è sim il di ber[il]lo sua
figura.
E se abastone in fuoco s'accende, l per questo, color non se li amorta, l
ma sempre como stella lì risplende; l è come in lista '1 ferro suo colore.
l Altre virtù in sé, dico, non porta, l ma alcun vuoi dir che vaglia ad
amore.
La calamitra per sé tira '1 ferro, l e questa nasce invidia maggiore;
l e l'altra de Etiopia non erro. l Da lei lo ferro fugga coll'aspetto; l
un 'altra calamitra è de dolore: l la carne umana tira al suo cospetto.
Refonna amore tra donna e marito, l dà grazia e bellezza nel parlare.
l S 'elli è sospetto, pon qui il tuo dito: l dormendo la tua donna, metti
questa l che sotto 'l capo si convien celare l sì pian, che in lei non sia
molesta.
Verso di te si volge, s'ell'è casta; l diletto fugge, quasi col temere, l se
giamai fu certa d'altra tasta; l el diamante similmente face: l per
cortesia ben dev'i' tacere, l ma dirti voglio ciò che dentro giace.
La calamitra, quanto puoi, la trita l e in quattro canti della casa poni l
carboni ardenti sanza fiamma ardita. l Se sparge questa polver sopra
questi, l parrà cader la casa sanza troni l e altre novità che non vedesti.
Queste tre pietre le conduce Marte, l e anche lo Satumo vi h'en parte.
(Acerba, l. III, cap. LII)

Lucce 'l carbonchio nella scuritade, l more nelfoco sì come carbone;


l bagnato in acqua, torna in chiaritade. l Dodici son le spezie di costui,
l ma cresopar suo luce dipone; l la notte infoco dimostra in noi.
Epistico che luce, infranca '1 core l e fugga onni tempesta dafrutti; l
al Sol oposto, manda '1focofore. l Lafervente acqua questa in la terra
fredda; l locusta et anzelli fugon tutti, l e nulla cosa vuoi che frutto
ledde.
Mostrasi violato l'amastico, l qual da noi tolle falso cogitare; l
sollicitofa l'uom, com 'ho giusto; l vale a l'intelletto et a l'ebriaco. l En
cinque modi si può dimostrare: l di quel ch'è violato più m 'apago.
Del sol siforma di questi ciascuna; l questo calore qui sotto, da la Luna.
(Acerba, l. III, cap. LIII)

Cettamo nasce pur dal grande tono. l Chi castamente questo seco
porta l mai non porrà morir da quel trasto(r)no. l En quella casa,
castello né villa l non può cader, che questo l 'amorta l con suo virtù,

84
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D'ASCOLI

secondo la Sibilla.
A vinciar onni briga e le battaglie l vale, a dolci son[n]i con quieti l
sicché dormendo, non sente travaglia. l È '1 calcedonio pallido,
incolore; l delle virtude conserva le mete, l e de vinciar anni briga dà
valore.
S'è perforato anche non resiste l a spirti maligni et a lor beffe, l
mostrando in sogno le diverse liste; l di dì e di notte fanno gran paure
l che, dubitando l'uom, par che ne cesse l vegendo l'ombre e subito
figure.
Nasce nell'alpe di settantrione l cristallo, fatto dell'antica neve, l
secondo la comune opinione. l Oposto al Sol, di fuor manda '1 fuoco;
l la sete, posto in bocca, cessar deve, l come se pruova qui in l'altro
luoco,
e forte vale al colico dollore, l ché fa cessare quel maligno amore.
(Acerba, l. III, cap. LIV)

L'altra che l'acqua per virtude tira l de l'aire, e sopra sé così condenza
l e par che dentro nasce chi la mira, l la rondine la porta nel suo
ventre, l ché nasce in lei allor quando cominzia; l chiunche la vale,
convien che la sventre.
Dico de l'alidonio, quel eh 'al dosso l vale alla lunatica malia l e a chi
fosse di matreza mosso; l grato, iocondofa l'uomo in piacere. l L 'altro,
eh 'è nero, tolle tutta dia l'ira, l le febbre, quanto al mio vedere.
Questo si mostra nuda di bellezza; l en lui è gran virtude sanza fallo, l
che d'ogni umor tolle la gravezza. l Nel Rosso Mar dell'acqua coperto,
l elangia per natura lo corallo; l nell'aire sifa petra, questo è certo;
a folgore resiste et a tempesta, l li spirti fuge con lo caduco morbo;
l fa la fortuna in noi veloce e presta, l multiplica li frutti e '1 sangue
stringe; l lo stomaco conforta, or non sia orbo l chi de portallo la
mente disdegna.
Rosso e bianco corallo si truova: l en tutti credo che sia una pruova.
(Acerba, l. III, cap. LV)

Nelle marine conche margarite l nascono certo, ma quelle del celo


l credo che sieno di virtù complite. l Delle celeste rosata si forma l
ciascuna margarita sanza velo: l la vita nel valor sempre reforma.
Perpetua iàcesse Gelosia, l de/fuoco giamai non prende colore: l così
natura vuoi chefredda sia. l La comino la più mitiga l'ira l di ciascun
membro che duce difuori: l el sangue stringe, ch 'è virtù che spira.
(Acerba, l. III, cap. LVI)

85
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

Come si può notare, ogni pietra possiede le qualità del pianeta cui è
legata e agisce simpateticamente, secondo il principio del "simile che
cura il simile". Un ruolo importante ha poi il suo colore, che stabilisce
un forte legame simbolico non solo con i corpi celesti ma altresi con
gli umori del corpo e le malattie: così il rosso del rubino, del corallo
e della corniola agisce sul sangue e sul cuore e ha il potere di fermare
le emorragie, il viola dell'ametista contrasta l'ubriachezza, il verde
pallido del berillo cura le malattie del fegato e dello stomaco, etc.
Naturalmente anche gli animali e le piante hanno analoghi poteri,
anche se al proposito Cecco d'Ascoli, a differenza di altri autori, non
sembra mostrare molto interesse medico, limitandosi a pochi accenni e
privilegia ndo le corrispondenze morali proprie dei bestiari del tempo.
Cosi, tre sole sono le piante che cita in quanto dotate di particolari
qualità, la salvia, la ruta e la celidonia, mentre per gli animali privilegia
l'avvoltoio, la vipera e il rospo. Ed è significativo notare come gli ultimi
due fossero onnipresenti tanto nella farmacopea tradizionale quanto
in quella negromantico-stregonesca:

La rondine due priete preziose l naturalmente porta nel suo ventre,


l che vallono ad amar e son famose. l Se suoi figliuoli sono cechi et
orbi, l brascia la celedonia sicché c'entre l el grano succo che sana
lor morbi.
(Acerba, l. III, cap. XV, vv. 1- 6);

Molte natu re truovo nel voltare; ... l Da velenosi animali fa l'uom


securo; l ardendo le sue penne, li serpenti l fugano tutti: questo ben
ti giuro. l Legando la sua penna nel pe' destro, l quando nel parto
son dolor pungenti, l - a'ciò ch'i dico non guardar· cilestro -, l la
creaturafuor tira alla luce, l e chi non leva subito la penna, l ciò che
è dentro difuor lo conduce . ... l El suo pié dexstro legat'al sinistro, l
e ciò converso, tolle gran dolore. l Anche d'un'altra cosa t'amaestro:
l la poluare dell'ossa moilto vale: l con celidonia resulta valore l che
priva li langor oni animale.
(Acerba, l. III, cap. XVIII, vv. 1; 7 - 15; 19 - 24);

Segnori il baualischio di serpenti; ... l Niun animai può scampar da


morte l che subita la vita non spira, l cotanto 'l suo veneno atrocio
è forte. l La donola, trovando della ruta, l combatte con costei, e si
l'abatte, l ché 'l tosco con costei si atuta.
(Acerba, l. III, cap. XXX, vv. 1; 4 - 9);

86
TEORIE E CREDENZE M EDICHE AL TEMPO DI CECCO D 'ASCOLI

È venenoso vipera serpente, ... l Collifinocchi cura 'l ceco aspetto.


(Acerba, l. III, cap. XXXIII, vv. 1; 13);

Aspro veneno dico eh 'è nel botro ... l se tu mai cerchi, nel suo lato
dexstro, l dell'osso che le genti non so' accorte, l ha gran virtude: di
ciò t'amestro. l La fervente acqua subito la fredda, l vale ad amor et
amolte altre cose, l e anche la quartana febrefredda; lfugge la ruta
e mangia le dolci erbe l e le radice lor fa venennose; l la salvia li par
che lui li conserve.
(Acerba, l. III, cap. XXXVI, vv. 1; 4 12).
-

Questa farmacopea "stregonesca", che non ripugnava in nome del


principio del "simile cura il simile" l'utilizzo anche di umori e derivati del
corpo umano (escrementi, polvere di ossa e simillima), non costituiva
motivo di scandalo neppure tra i medici "tradizionali" (per altro attenti
a non far dipendere la salute del paziente solo da questi rimedi),
trovando la sua legittimazione in una visione integrata di macrocosmo
e microcosmo per la quale ogni elemento terrestre possiede qualità
prime naturali, palesi o apparentemente occulte perché non conosciute
ancora, e quindi poteri in attesa di essere utilizzati. Né veniva messa in
dubbio la sua efficacia, purché il medico non sconfinasse apertamente
nel campo della magia. L'ostilità che suscitava scaturiva, come si è visto
sopra, dalle premesse epistemologiche su cui si impostava, sulla pretesa
del medico-mago di poter spiegare (e poi usare) il "soprannaturale"
come fenomeno naturale. Ma lo scontro/confronto tra i due modelli
di sapere medico, nonostante le bolle papali che condannavano
l'astrologia e insegnavano a riconoscere negromanti e streghe, era
destinato a durare ben oltre la condanna dei medici "eretici".
Fu un dibattito purtroppo sterile, irrigidendosi gli antagonisti sulle
proprie posizioni e lasciandosi così sfuggire un'opportunità che ormai
si stava autonomamente facendo strada: la costruzione di un sapere
medico fondato anche sulle conoscenze offerte dalla pratica dissettoria
e dalla chirurgia. I tempi non erano ancora maturi per accettare che
la scienza cognitiva procedesse di pari passo con quella operativa e
ne accettasse i suggerimenti, né le congiunture storiche favorirono la
collaborazione. Messi in crisi dal dramma della Peste Nera, diventati
oggetto di attacchi feroci per la loro palese incapacità a far fronte alla
morte collettiva che falcidiava interi quartieri e villaggi, i medici si
chiusero nei loro studi, chi cercando conforto negli amati auctores chi
scrutando le stelle.

87
DEALBATE LATONAM ET
RUMPITE LIBROS:
COME S I LEGG E UN LIBRO DI ALCHIMIA1
MASSI MO MARRA

Socrate. Guardati ben bene attorno, che non ci senta


qualcuno de' non iniziati. E questi sono coloro
i quali credono che non esista altro se non ciò che
possono afferrare e tenere stretto con le mani, e non
ammettono che sieno parte dell'essere né gli atti
dello spirito né le generazioni né, insomma,
tutto ciò che è invisibile.

(Platone, Teeteto, 156, da Tutte le Opere,


a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Sansoni 1988, p. 182)

1 Parte consistente delle note seguenti costituiscono una rielaborazione e riorganizzazione


di idee e materiali già riportati in altre mie pubblicazioni, e, in modo particolare, in due
esposizioni divulgative: l a prima, dal titolo Del corpofilosofale, incentrata sul simbolismo
del corpo mercuri ale: la seconda, La lingua oscura: brevi appunti sul linguaggio segreto
dell'alchimia, dedicata invece al senso del segreto sotteso al linguaggio criptico della
tradizione alchemica; entrambi lavori erano confluiti in AA W., Il Fuoco che non brucia:
studi sull'alchimia, atti del 1° Congresso n azion ale di studi sull'alchimia (h-rea, ottobre
2008), Mimesis 2009.

89
DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COM E SI L EGGE ...

F ES T I NA LE NTE: D E L LA L E NTE ZZA E


D E L S I LE N Z I O S U O AM I CO

Ora, Lege, Lege, Lege, Relege, labora et Invenies.


Isaac Baulot (Altus), Mutus liber, in quo tamen
tota philosophia hermetica,figuris hieroglyphicis
depingitur... authore cujus nomen est Altus,
Rupellae, apud Petrum Savouret
cum privilegio Regis, 1677. tav. 14

Anzitutto la lentezza.
La lentezza si pasce di passi malfermi o di soste proficue, di ripari e rifugi
a volte oscuri e malsani, ma non per questo infecondi. Chi è lento non
deve avere meta obbligata, non deve avere scopo pressante. Si girovaga
solo lentamente. Per strade in penombra. La direzione deve essere
chiara, ma l'obiettivo non pressante. Amica del silenzio e del buio, che
quasi sempre le si accompagnano piacevolmente, la lentezza è sorella
dello smarrimento felice, del piacere dell'erranza fine a se stessa, del
vagare senza scopo nelle pieghe dello sconosciuto o di ciò che non si è
conosciuto in passato se non per un fine, che non si è praticato che in
vista di un utile, e che dunque non si conosce affatto. La finalizzazione
utilitaristica distrugge la pluralità infinita e mutevole degli scopi, il
loro sovrapporsi e incrociarsi nelle zone d'ombra del mondo, nelle oasi
dell'indistinto, nell'indeterminatezza che eccede il limite della luce
accecante con cui inondiamo il mondo.
La lettura endofasica, in cui alla parola è negata l'approssimazione del
suono e a cui è donata una sospetta parentela con l'impalpabilità dell'idea,
ad essa antecedente, coniugandosi con la frettolosità dell'utilitarismo
illuminista, ha profondamente stregato la nostra capacità di leggere.
La lettura cui siamo adusi trasforma il lettore in predatore; affrettato
a cogliere un senso sintetico in una instancabile ottimizzazione del
risultato dell'atto, proteso all'isolamento di un'essenza, il lettore non
è più incline all'erranza, alle ricchezze dell'immersione puramente
contemplativa, non è più sensibile alle filigrane nascoste tra i grafemi,
alle entità invisibili e potenti che da sempre allignano nei deserti che si
estendono tra una riga e l'altra.

91
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

L'intelletto calcolante, il paradigma utilitaristico, il minimo comune


denominatore matematizzante del mondo, il denaro, hanno stregato
definitivamente la nostra capacità di dilatare il tempo, di distenderlo
nella ricchezza dell'erranza senza meta, nell'impredittibilità di un
nomadismo dell'ombra. n tempo è denaro, ma il denaro, trasmutando
tutto in se stesso e tutto legando all'utile, tutto comprando, ha sottratto
ogni cosa.
n diabolico assassino di Suskind, il profumiere perso nella ricerca
dell'essenza assoluta, sacrifica le sue vittime per estrarne l'essenza
odorosa speciale, unica•: la bellezza del tutto per lui deve ridursi al
suo profumo, all'espressione distillata ed essenziale cui l'intero, la sua
molteplicità irriducibile, deve soccombere. Così il lettore moderno
anatomizza il testo, lo seziona selezionandone e distillandone l'essenza
che gli serve, potando irrispettosamente e distrattamente ciò che supera
o semplicemente esula dal suo fine. Ma ciò che esula è spesso proprio
il tesoro cercato, ciò che si nasconde dietro l'orizzonte, l'ulteriore, il
differente, l'inaspettato, la ricchezza.
La distillazione dell'alchimista è esattamente agli antipodi; il suo
purificare la materia è volto a coglierne i cromatismi cangianti, gli
odori sottili, a spiarne e guidarne i delicati cambi di temperatura, dal
tenue calore della cova dell'uovo fino al rosso della materia arroventata
al calore di fiamma. Riconnessione a piaghe nascoste e dimenticate,
attenzione alle infinite gradazioni del tenue, sensibilità alla molteplicità
dei mondi invisibili.
All'estrema periferia dei paradigmi illuministi ed utilitaristici che
costituiscono il fondamento del nostro vissuto, la lentezza alligna come
residuo del buio, inattuale rimanenza del reale, con i suoi passi affaticati
e malfermi, cangianti per ritmo e direzione, i suoi frequenti ritorni su
orme antiche e recenti, i suoi ritmici ripensamenti, la sua antologica
apparente inefficienza e la sua vaghezza.
Il silenzio, amico e compagno fedele della lentezza, lo abbiamo già detto,
è il secondo ingrediente.
Esso si nutre di solitudine.
"La saggezza divina cerca l'isolamento, perché Dio, di cui essa è possesso,
è uno solo e ama la solitudine"J.
Appare certo e incontestabile che il dragone filosofale e la fenice che
frequentemente appaiono nelle pagine dei patres dell'arte, gradiscano
2 Ed. it. Patrick Suskind, ll profumo, TEA, 1998.
3 Filone d'Alessandria, Quis rerum divinarum heres sit, 127, edizione italiana L'erede
delle cose Divine, ed. by Roberto Radice, Rusconi, Milano 1981, pp. 161-162.

92
DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COME SI LEGGE ...

pudicamente apparire e rivelarsi solo al J.wvaxor;;, al solitario votato al


silenzio interiore. Bisogna rendersi disponibili anzitutto annichilendo
il rumore, riconquistando uno sguardo stupefatto e rispettoso,
intimamente meravigliato, un orecchio attento all'esile, alla vibrazione
d'amore di corde traslucide e nondimeno sonore e tenaci.
Il simbolo e il suo potere si trovano alla soglia di questa disponibilità
dell'anima. Lentezza, restituzione del senso del limite della percezione
e del tempo, silenzio. Per leggere un libro d'alchimia dobbiamo per
prima cosa recuperare queste dimensioni di disponibilità, attenzione e
nudezza.
Bisogna darsi tempo, tempo indefinito. Spazio interiore.

Quelli che hanno pubblici onori e occupano cariche, o cui continuamente


incombono occupazioni private e necessarie, non si si sforzino verso la
somma vetta di questa filosofia: essa desidera per sé tutto l'uomo e,
trovato/o, se ne impossessa: impossessatosene lo separa da ogni seria
e lunga occupazione, considerando estranea e nulla ogni altra cosa4•

Opera di trasmutazione, ricerca di ori sepolti nelle fecce, isolamento e


separazione di parti nobili e sottili, la ricerca alchemica non si addice
alla distrazione, al rumore, all'attenzione divisa. L'anonimo pseudo­
campanelliano che scrive sull'estasi filosofica descrive lo stato d'essere
necessario a essa:

Bisogna eleggere un luogo, nel quale non si senti strepito d'alcuna


maniera, all'oscuro, o al barlume d'un piccolo lume così dietro che non
percuota né gli occhi, o con occhi serrati.
In un tempo quieto et quando l'uomo si sente spogliato d'ogni passione
tanto del corpo quanto dell'animo.
In quanto al corpo non senta né freddo, né caldo, non senta in alcuna
parte dolore, la testa scarica del catarro et da fumi del cibo et da
qualsivoglia umore; il corpo non sia gravato di cibo, né abbia appetito
né di mangiare né di bere, né di purgarsi, né di qualsivoglia cosa; stia
in luogo posato a sedere agiatamente appoggiando la testa alla man
sinistra o in altra maniera più comoda ... l'animo sia spogliato d'ogni
4 Jean D'Espagnet, Enchiridion physicae restitutae in quo veMLs naturae concentus
exponitur, plurimique antiquae philosophiae errores per canones & certas
demonstrationes dilucide aperiuntur. Tractatu.� alter inscriptus Arcanum hermeticae
philosophiae opus: in quo occulta naturae &artis circa lapidis philosophoMLm materia m
& operandi modum canonicè & ordinatè fiunt manifesta. Utrumque opus ejusdem
authoris anonymi. Spes mea est in agno. Parisiis, apud Nicolaum Buon. 1623, p. 10.

93
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

minima passione o pensiero, non sia occupato né da mestizia, o dolore,


o allegrezza, o timore, o speranza, non pensieri amorosi o di cure
familiari o di cose proprie o d 'altri, non di memoria di cose passate,
o d'oggetti presenti; ma essendosi accomodato il corpo come sopra,
deve mettersi là, e scacciar dalla mente di mano in mano tutti i pensieri
che gli cominciano a girar per la testa et quando viene uno subito
scacciarlo, et quando ne viene un altro, subito anca lui scacciare insino
che non ne venendo più, non si pensi a niente al tutto, et che si resta
del tutto insensato interiormente et esterionnente, e diventi immobile
come se fu.ssi una pianta o una pietra naturale; et così l'anima, non
essendo occupata in alcuna azione è vegetabile né animale, si ritira
in se stessa, et servendosi solamente degli instrumenti intellettuali,
purgata da tutte le cose sensibili, non intende le cose più per discorso,
come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze: fatta Angelo,
vede intuitivamente l'essenzia delle cose nella lor semplice natura, et
però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si
propone speculare: perciocché avanti che si metta all'apra, bisogna
stabilire quello di che si vuole speculare o investigare et intendere,
et quando l'anima si trova depurata proporselo davanti, et allora gli
parrà d'avere un chiarissimo e risplendente lume, mediante il quale
non se gli nasconde verità nessunas.

Non dissimile lo stato di libertà interiore e concentrazione con cui i libri


dell'Arte domandano di essere esplorati e compulsati.
Così, conquistato questo stato, se non si sarà ancora appresa la lingua
degli uccelli, il codice criptico degli alchimisti, si sarà almeno conquistata
la condizione d'animo giusta per intraprenderne rispettosamente lo
studio e l'esplorazione. Si sarà almeno propiziata la disponibilità degli
spiriti dei dragoni, delle fenici, delle amorose salamandre e delle ninfe
generose a parlarci, ad invitarci al gioco immaginale di enigmi ed
indovinelli della lingua degli alchimisti.

5 Ps. Campanella, La pratica dell'estasi filosofica del B., in Archhio dell'Unicorno n°2,
autunno 1978, Arché, Milano, pp. 21-22.

94
DEA LBATE LATONAM E T R UMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

L' E N I G MA FATAL E

Chiudi gli occhi ad ogn'altra lettione,


Non perché altri di me meglio non scriva
Ma perché non ti aduca a confusione.
Poiché il vero saper a noi deriva,
Conforme penetrar/o siam capaci,
Quantunque altri ne dia l'imago viva.
Né basta che le menti sian sagaci,
Perché i termini proprij di quest'arte,
Son per natura sua sempre fallaci.
Teuchasio Iapav, L'arte del Fuoco. Ragionamenti dedicati
agli investigatori della pietra Filosofica,
Franchelli, Genova (s.d. ma anni 'So del XVII sec.), pp. 94 - 956•

Non è questa, ovviamente, per sin troppo ovvi limiti di spazio, la sede
per avventurarsi nell'ennesima disanima del simbolismo ermetico che
si irradia da una tradizione iconografica e testuale che nasce nei primi
secoli dopo Cristo, che conta decine di migliaia di opere manoscritte e
a stampa diffuse in tutte le biblioteche del mondo, e che non cessa di
permeare con la sua ricchezza la storia evolutiva della cultura occidentale.
Ci limiteremo in questa sede a riproporre il tema della lingua simbolica
degli alchimisti, accennando solo in termini generali al retroterra
ideologico che costituisce la scaturigine del linguaggio alchemico.
È scontato e ben noto che la ricchezza immaginifica dell'iconografia
alchemica, le creature mitiche che fanno capolino dai testi, le istruzioni
operative complesse ed incomprensibili, siano il seducente invito ad un
labirinto di enigmi, trappole ed indovinelli. La tradizione lo ammonisce
di continuo.

Dato che quest'arte è cabalistica e piena di arcani, come puoi


scioccamente credere che noi insegniamo apertamente l'arcano degli
6 L'Arte de/fuoco, interessante esempio di testo alchemico di area italiana della fine del
XVII secolo, sarà prossimamente oggetto di un'edizione a nostra cura presso le Edizioni
Mediterranee.

95
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

arcani e prendere le parole secondo il loro suono? Sappi in verità (non


sono assolutamente invidioso come gli altri) che chi prende le parole
dei filosofi secondo l'ampliamento e il significato volgare dei nomi, già
senza filo di Arianna, erra in molti modi nelle sinuosità del Labirinto e
ha destinato il suo denaro alla perdita...7•

Il codice criptico dell'alchimia presuppone una complicità creativa tra


autore e lettore, una comune frequentazione di luoghi dell'anima e del
corpo, una condivisa cittadinanza nell'invisibile e nelle sue realtà, un
radicamento nella medesima terra.
In assenza di questa comunanza, è difficile immaginare che possa
dischiudersi al lettore il senso del labirinto simbolico proposto
dall'Arte. Cosi, al di fuori della pratica filosofale, all'ermeneuta è
naturalmente offerto il piano della ricostruzione di un significato
a partire dall'acquisizione faticosa di un vocabolario tecnico, di un
bagaglio di rimandi simbolici utili solo a dischiudere in termini generali
e insufficienti il senso di istruzioni operative ed allusioni enigmatiche; su
questo piano, in epoca moderna, vari discepoli dell'arte hanno prodotto
utili dizionari che, tuttavia, ripropongono nelle proprie pagine lo stesso
linguaggio, la stessa comunicazione criptica, e non sono dunque utili che
a stabilire connessioni feconde, raffronti più o meno chiarificatori8•
Ciò che rimane ermeticamente chiuso, ben al di là della soglia di questa
pure possibile ricostruzione dialettica, è il senso vero della lingua
filosofale, l'intuizione sub specie interioritatis del significato operativo
proposto dall'enigma sul piano dell'esperienza sottile.
Cosi rimane in un certo senso imprescindibile l'ammonimento
tradizionale:

Dealbate latonem et rumpite libros, ne corda uestra disrumpantur9.


7 Da Artefio, Il libro segreto dell'arte occulta e della pietra filosofale. Cito la traduzione
contenuta in Il Filo di Arianna: 44 trattati di alchimia dall'antichità al XVIII secolo
scelti e tradotti da Sabina e Rosario Piccolini, vol. 3, Mimesis, Milano 2001, p. 33.
8 Come quelli, celeberrimi, del paracelsano Martin Ruland (Lexicon a/chemiue siue
Dictionarium alchemisticum, Francofurti 1612), del Salmon (Dictionnaire Hermétique
contena nt l'explication des termes, fab/es, Enigmes, Emblemes & manieres de parler
des urais Phi/osophes, Laurent d'Houry, Paris 1695) o del Pernety (Dictionnaire Mytho­
Hermétique, dans /eque/ on trouue Les Allégoriesfabuleuses dés Poetes, /es Métaphores,
/es Énigmes et /es Termes barbares des Philosophes Hérmetiques expliqués. 2 voli.,
Bauche, Paris 1757). Anche i dizionari, tutta\ia, ripropongono lo stesso gioco simbolico,
e non fanno altro, in ultima analisi, che proporre collegamenti, analogie illuminanti
ed allusioni ermeneutiche che non tradiscono, nell'essenza, l'enigmaticità del codice
tradizionale.
9 Ovvero Sbiancate i/ /attone e rompete i libri, affinché non si rompano i vostri cuori è

96
DEAL BATE LATONAM E T RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

La pratica filosofale, l'attenta sequela delle orme della natura, chiarisce


più d'ogni altro studio la disperante oscurità dei testi.
L'enigma alchemico, nella ricchezza debordante dei simbolismi
proposti, nel detournement costante ed infinitamente ripetuto e variato
proposto al lettore, � una trappola tesa sul filo della consapevolezza
dell'ingannevolezza ed illusorietà del reale, dell'enigma con cui si offre
all'uomo la natura. La tradizione filosofica greca ci ha trasmesso il
senso di questa illusorietà in uno dei passi platonici forse più famosi,
quello della caverna10, in cui si immaginano dei prigionieri costretti fin
dalla nascita ai ceppi in una profonda caverna, con il collo bloccato e
costretti a tenere lo sguardo fisso sul muro innanzi a loro. Platone
immagina che alle spalle dei prigionieri sia acceso un fuoco luminoso, e
che tra i prigionieri e il fuoco vi sia un muretto sulla sommità del quale
dei passanti lasciano stagliare le forme degli innumerevoli oggetti che
portano con sé. Allo sguardo fisso dei prigionieri, le ombre deformate
alla luce tremolante del fuoco appaiono l'unica realtà percepibile, e le
voci stesse dei passanti, riverberate dall'eco della caverna, sembrano
alle loro orecchie le voci delle ombre multiformi di cui è costituita la
loro realtà. Liberati e portati alla luce, posti innanzi alla contemplazione
delle forme reali di ciò che dalla nascita hanno pensato di vedere, essi
indubbiamente rifiuterebbero la nuova realtà, e si attaccherebbero a
ciò che considerano il vero aspetto delle cose. Tale, è, per Platone, la
condizione umana di fronte alla percezione del mondo sensibile ed alla
realtà dei mondi superiori. La luce del sole è per la condizione umana ciò
che il fuoco nella caverna è per i prigionieri; allo sguardo umano non è
offerta che l'ombra delle cose, mentre è precluso il mondo intellegibile.
Tuttavia Platone, nel denunciare l 'illusorietà della realtà sensibile,
riprende una tematica centrale nella tradizione presocratica, in
particolar modo eraclitea.
Perii filosofo efesino l'illusorietà della natura è, in essenza, rappresentata
dall'enigma che essa rappresenta ai nostri occhi. Physis kryptesthai
philei, la natura ama nascondersi, e, indagata, si mostra mortalmente
una citazione tratta dal medievale Liber Compositione alchimiae di Morieno, il primo
testo alchemico tradotto dall'arabo; questa citazione è stata per secoli ripresa e riproposta
fino a diventare una delle massime più famose della letteratura ermetica. Il Lattone,
nel linguaggio alchimistico, indica di volta in volta l'ottone (questo è il significato che
ancor oggi si attribuisce al lemma francese laiton), o uno dei nomi della materia prima
dell'opera, per assonanza associato, in autori più tardi, a Latona, madre di Apollo ed
Artemide, e quindi del Sole e della Luna. Il testo di Morieno ha avuto una traduzione
italiana a cura di Michela Pereira: Morieno Romano, Testamento Alchemico, Atanòr,
Roma 1996.
10 Platone, Repubblica, libro 7, 514-520.

97
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

reticente, arretra pudica frapponendo veli sempre nuovi allo sguardo


indiscreto del sapiente. L'essenza sovrasensibile, radice della realtà,
sfugge pertanto ad ogni capacità di sintesi, ad ogni univocità di
identificazione. Il vero non si lascia definire che per allusione, non si
lascia nominare che come assenza:
«Il signore cui appartiene quell'oracolo che sta a Delfi, non dice né
nasconde, ma accenna »11•
All'uomo non è riservata che l'illusione, la superfìce ingannevole e
mutevole, caduca ed impermanente della creazione:
«Morte è quanto vediamo da svegli; sogno quanto vediamo dormendo»12 •
Al di sotto di questa mutevolezza mendace la radice sovrasensibile
contiene un vero inafferrabile, e ciò nonostante non meno reale, non
meno urgente per il saggio:
«La trama nascosta è più forte di quella manifesta»13•
All'investigante, al sapiente sulle sue tracce, la natura propone un
indovinello continuo, dalle mille forme, infinitamente ripetuto, letale
nell'essenza: chi non lo risolve perde la vita. Al saggio che non penetra il
velo sfugge la realtà autentica nascosta dietro la simulazione, e, con essa,
sfugge dunque il senso più riposto ed occulto della vita, la sua stessa
radice. Lontano dal vero per il sapiente non vi è vita possibile, e la sfida
dell'enigma è dunque, per sua natura, sfida mortale. L'oggetto dell'enigma
è, da questo punto di vista, l'enigma stesso in quanto espressione della
simulazione insita nella percezione umana della realtà naturale. Pertanto
ogni enigma è, per sua stessa natura, indipendentemente dalla rilevanza
della soluzione richiesta, mortale. Omero, prototipo del sapiente per la
tradizione, deve necessariamente incontrare la morte quando perde la
sfida dell'enigma lanciatagli dai giovani pescatori.

Rispetto alla conoscenza delle cose manifeste gli uomini vengono


ingannati similmente a Omero, che fu. più sapiente di tutti quanti i
Greci. Lo ingannarono infatti quei giovani che avevano schiacciato
pidocchi, quando gli dissero: "quello che abbiamo visto e preso, lo
lasciamo; quello che non abbiamo visto né preso, lo portiamo "14.

La soluzione dell'indovinello sono i pidocchi, dal momento che i giovani


11 Tutte le citazioni di Eraclito che seguono sono tratte dall'ormai classica traduzione di
Giorgio Colli, in La sapienza greca voi III, Eraclito, Adelphi, Milano 1980 e successive
ristampe. Il passo appena citato è a pag. 21.
12 Giorgio Colli, Op. Cit., p. 47.
13 Giorgio Colli, Op. Cit, p. 35·
14 lvi, p. 39·

98
DEALBATE LATONAM ET RUMPITE L IBROS: COME SI LEGGE ...

erano, per l'appunto, intenti a spidocchiarsi. Nonostante l'irrilevanza


apparente di un enigma nella sua essenza scherzoso, ad Omero, per la
tradizione non rimane che morire di crepacuore.
Analogamente, la tradizione1s tramanda anche l'esito fatale di una
disfida tra due sapienti indovini devoti ad Apollo, Mopso, figlio dello
stesso Apollo e dell'indovina Manto, e Calcante, che da Apollo aveva
ricevuto il dono della profezia:

Un oracolo diceva infatti che Calcante sarebbe morto se avesse


incontrato un altro indovino più sapiente di lui; e gli accadde di essere
ospitato da Mopso,figlio di Apollo e di Manto il quale sfidò Calcante ad
una gara di arte mantica. Vi era nei pressi un fico selvatico e Calcante
domandò quanti fichi avesse. "Diecimila - rispose Mopso - ossia un
medimno con l'avanzo di un fico. Calcante li contò, ne trovò diecimila,
cioè l'equivalente di un medimno più un fico, secondo la previsione
di Mopso. Vi era una scrofa gravida e Mopso chiese a Calcante quanti
piccoli aveva nel ventre. "otto" rispose Calcante, e allora Mopso sorrise
e disse: "L'arte mantica di Calcante è ben lontana dalla precisione; io
invece, che sono figlio di Apollo e di Manto, possiedo la perfetta visione
che è data dall'esattezza della divinazione, e dico che la scrofa ha nel
suo ventre non otto porcellini, come afferma Calcante, bensì nove, e
tutti maschi, e che sicuramente partorirà domani, all'ora sesta". E così
avvenne e Calcante morì di dolore e fu sepolto a Notio.'6

All'opposto, il modello del sapiente vittorioso è incarnato da Edipo,


l'eroe ctonio, tellurico, dai piedi gonfi e dunque vicino alla terra, amante
della madre archetipica e dunque espressione di una mimesi profonda
con la natura. Edipo, portatore del segno materno, vincerà la gara con
la sfinge, serva di Era e dunque espressione del medesimo femminile,
indovinando l'enigma dell'uomo. Sarà il mostro alato ad uccidersi alla
fine, gettandosi dall'alto dell'acropoli, in nome della stessa letalità
dell'enigma che abbiamo visto portare alla morte Calcante ed Omero.
Ma se la vittoria arride alla più perfetta mimesi, se è solo l'amante
della madre colui che ne interpreta i letali enigmi, è perché l'eroe
edipico confonde la propria lingua con quella dell'enigma stesso. La ·
scelta letteraria e ideologica dei passi più ermetici di Eraclito, ovvero il
presentare sotto forma enigmatica l'enigmaticità stessa della sfida della
15 Strabone, Geografia, XVI, 1, 27; Pseudo-Apollodoro, Epitome, VI, 2-4.
16 Cito Apollodoro, I miti greci (Biblioteca), a cura di Paolo Scarpi, trad. di Maria Grazia
Ciani, ed. Valla/Mondadori, 1996, pp. 377.

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COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

L'emblema XLII della Atalanta Pu.giens di Michael Maier (Oppenheim 1617). Il filosofo
dalla vista acuta (simbolizzata dalle spesse lenti) segue, al lume della lettura e col
bastone dell'arte, le orme della natura.

natura al sapiente, è dunque un trasparente richiamo alla necessità


dell'aenigmata in quando codice privilegiato di mimesi tra sapiente e
natura. Se ogni cosa è apparenza, mutevole e letale inganno agli occhi
dell'amante del vero, allora anche la lingua prescelta dal sapiente dovrà
esserlo, poiché solo a chi porta in sé il segno del medesimo materno che
partorisce l'eterna sfida, può sperare di riportare la desiderata vittoria.
Così è, molti secoli dopo, per gli indagatori della scienza alchemica,
seguaci fedeli ed attenti delle orme della natura, e dunque figli ed
eredi di quella mimesi col femminile che la tradizione aveva incarnato
nel grande salutare di indovinelli. Nessuna incomprensibile o sciocca
volontà di segreto - un segreto che i milioni di testi alchemici non

1 00
DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COME SI L EGGE ...

L'eremita Morieno e re Khalid (i protagonisti di un celebre dialogo alchemico


medieveale), in una illustrazione tratta da Symbola Aurea mensae di Michael Maier
(Francoforte 1617). Morieno indica a Khalid di seguire con attenzione le orme della
natura. Sullo sfondo, lo stolto che cerca di violare le leggi della natura, non riesce a
penetrare nella casa della sapienza e viene precipitato.

cessano, del resto, di propagare ed esporre all'evidenza degli occhi di


sapienti ed insipienti - nella criptica simbologia degli studiosi delle
scienze ermetiche. Solo la eco di una antica scelta di complicità, di
mimesi, il riconoscimento di un'appartenenza materna e l'adozione
della lingua che a questa appartenenza si richiama.
Del resto, non è forse, già nell'alchimia greca, l'opus stesso opera di
natura?
«La natura gioisce della natura; la natura incanta la natura; la
natura trionfa della natura; la natura domina la natura; e ciò non per
l'opposizione di una natura con un'altra, ma per una sola medesima
natura, procedente da se stessa attraverso l'opera chimica, con pena e
gran sforzo»17.
17 Cit. tratta da Il serpente ouroboros in M. Berthelot, Collection des anciens alchimistes

1 01
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Come il sapiente presocratico, l'alchimista, attento alla trama sottile


e nascosta della natura, ne mutua il linguaggio allusivo e ingannevole
di indovinelli, simboli, rimandi, allegorie. Nel linguaggio criptato
dell'alchimia risorge l'aenigmata con tutta la sua carica di inevitabilità,
fatalità, con tutta la carica di minacciosa e letale pericolosità di ogni
labirinto, di ogni smarrimento.

Lo studioso lettore stia attento alle molteplici interpretazioni delle


parole, poiché i filosofi spiegano i loro misteri con ingannevoli
tortuosità e con parlare ambigue, ed il più delle volte perfino di senso
contrario, badando a confondere ed occultare la verità senza però
alterarla o distruggerla. Così i loro scritti abbondano di voci ambigue
ed omonime: a nulla tanto fortemente aspirano quanto nel celare il
loro ramo d'oro .'8•..

grecs , Steinheil, Paris 1887, p. 23 della terza parte del vol. l. Ma vedi anche una forma
molto simile dello stesso assioma in Sull'uovo filosofico , a p. 20 della stessa op. cit..
Ancora nel XVII secolo l'Atalanta Fugiens di Michael Maier ribadiva <<Naturam natura
docet, debellet ut ignem» (La natura insegna alla natura come combattere il fuoco) cfr.
Michael Maier, Atalanta Fugiens a cura di Bruno Cerchio, con trascrizione in notazione
moderna delle so fughe, Mediterranee, Roma 1999, p. 120.
18 Jean d'Espagnet, Arcanum Hermeticae Philosophiae opus. In quo occulta naturae
& Artis circa Lapidis philosophorum materia & operandi modum canonicè & ordinatè
su n t manifesta, Parisiis, apud Nicolaum Buon. 1623 pp. 17-18.

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DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

MEDIUM CON}UNGENDI TINCTURAS:


LE I MMAG I N I I N F I N IT E D I U N CORP O
I NVI S I B I L E

Io abito nelle montagne e nella pianura. Sono padre prima d'essere


figlio.
Ho generato mia madre e mia madre o mio padre
mi hanno portato nella loro matrice, generandomi senza
aver bisogno di nutrice. Sono ermafrodito e posseggo le due nature.
Sono vittorioso su tutti iforti e sono vinto dai deboli e piccoli.
Nulla si trova sotto il cielo di così bello né che abbia figura tanto
perfetta.

Venceslao Lavinio di Moravia, De Coelo Terrestris,


in Cheiragogia heliana de auro philosophico
necdum cognito (Marpurgi Cattorum:
ex officina Rudolphi Hutvvelckeri, 1612, p. 102)

La corporeità esplorata dall'alchimista è nella terra immaginale, sospesa


tra terra e cielo, tra concreto e traslucido, che contiene i semi delle cose,
che sorregge e nutre la realtà creata, dei soggetti individuati19•
Terra sottile, custode di meraviglie infinite, essa si separa dalle scorie
pesanti ed individuate già all'uscita dal caos, all'atto della creazione,
secondo una gerarchia di sottigliezza che informa l'intero creato,
una progressione di rarefazione che collega il visibile all'invisibile. Il
momento di questa rarefazione è descritto nel Discorso Sacro di Ermete,
uno dei trattati del Corpus Hermeticum:

.. . C'era una tenebra infinita nell'abisso, e acqua e un soffio sottile,


dotato di capacità intellettiva; questi elementi esistevano nel caos,
grazie alla potenza divina. Da qui una luce santa si staccò dalla natura
umida e si innalzò; gli elementi si condensarono e tutti gli dei divisero
gli esseri dalla natura germinale. Mentre tutte le cose erano indefinite
e non ancora formate, gli elementi leggieri si separarono e salirono

19 Assumiamo qui la definizione di mundus imaginalis secondo la nota formulazione di


Henri Corbin, cosi come essa è attingibile, ad esempio, nel suo Corps spirituel et Terre
céleste (ed it. Corpo spirituale e Terra C-eleste, Adelphi, Milano 1986).

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COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

verso l'alto, quelli pesanti si depositarono in basso sulla sabbia umida;


il tutto si era diviso in parti per azione del fuoco e, stando appeso al
soffio vitale, veniva trasportato da questo. E il cielo apparve in sette
cerchi, e gli dei si mostrarono alla nostra vista sottoforma di astri con
tutte le loro costellazioni... 20•

Terra seminale, dunque, nel quale l'occhio del seguace della natura deve
abituarsi a distinguere le impronte delle cose, le analogie che sottendono
a una fitta e tenace rete di corrispondenze sottile ma incoercibile
espressione di un principio di analogia che tutto lega ed apparenta. Una
legge unica che regola e governa ogni accadimento, ogni movimento,
ogni fenomeno naturale e spirituale.
Ogni pianta, animale, tipo umano, ogni profumo, ogni colore obbedisce a
questa legge universale e si riflette in rapporto reciproco con un analogo.
Ogni stella, ogni segno zodiacale, si riconnettono a ogni elemento della
realtà. A ogni pianta, a ogni animale, a ogni metallo, a ogni tipo umano
e psicologico.
A Saturno il graveolente, ad esempio, il pianeta del vorace Dio mangiato re
dei figli, appartiene la materialità, il corpo fisico. Il suo metallo è il
piombo, il suo colore una plumbea nerezza. L'elleboro gli appartiene,
così come l'acacia. Il suo umore è oscuro, meditabondo ed introverso.
Giove, il figlio che gli succede, e che quasi capovolge il suo segno
astrologico, governa lo stagno, il metallo leggero e morbido, che è
analogo all'anima che compenetra la natura. Il bianco è sacro a Giove,
cosi come l'azzurro, e tra i vegetali la quercia. È generoso ed allegro.
Marte il combattivo è il patrono del ferro, si compiace del rosso e del
profumo dello zenzero, ha sacro il cavallo, le fiere ed il selvaggio. È fiero,
rude, coraggioso e scontroso.
A Venere amorosa appartiene invece il rame lucente, il suo colore è il
verde, la sua emozione il desiderio, la rosa ed il fico le appartengono, e
suo è il profumo del muschio. La dea dell'Amore è in stretta relazione con
la Luna, e profonde nel cielo ermetico la sua luce vivida all'approssimarsi
dell'alba.
Mercurio governa il metallo omonimo, l'imprendibile e volatile,
multiforme carattere del Dio dei veloci e dei furbi, degli iniziati e dei
ladri. Profuma di storace, si compiace nel regno vegetale, del nocciolo,
del noce, ed è patrono dell'intelligenza, dell'intuito e del sogno. Dio
intermedio, messaggero tra i regni, come vedremo meglio tra poco a lui
20 Cito da Discorsi di Ermete Trismegisto: corpo ermetico e Asclepio a cura di Bianca
Maria Tordini Portogalli, Boringhieri, Torino 1965, p. 54.

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OEALBATE LATONAM E T RUMPITE LIBROS: COME SI LEGGE ...

Il vecchio re-mercurio in rottura. Dall'emblema XXVIII dell'Atalanta Fugiens di


Michael Maier (1618). L'epigramma associato recita: «Il Re Duenech (su cui brillano le
armi del Leone Verde), l Di rigidi costumi, era gonfio di bile. l Chiama il mediro Farut,
che gli promette salute l Somministrandogli acqua per via aerea l Egli si lava e rilava
sotto la vitrea volta l Finché il bagno di rugiada non caccia tutta la bile» (cito dalla
trad. dell'Atalanta Fugiens a cura di Bruno Cerchio, Mediterranee 1999, p.158). È la
fase di prima cottura del compostofilosofale, rolfuoco di lampada descritto da Artefio:
« ... Propriamente abbiamo trefuochi, senza i quali l'arte non è portata a compimento...
Il primo è di lampada ed è continuo, umido, vaporoso, aereo efatto ad arte per scoprire,
infatti la lampada deve essere proporzionata alla chiusura (clausuram) ed in essa
bisogna usare grande giudizio, cosa che non capita a un artefice di testa dura, perché
se il fuoco di lampada non è proporzionato geometricamente e nel modo dovuto o non
è di calore perfetto, non vedrai in tempo i segni designati .. » (Artefio, l/ libro segreto
.

dell'arte occulta e della pietra filosofale, dalla traduzione di Sabino e Rosaria in Ilfilo di
Arianna, 44 trattati di Alchimia dall'antichità al XVIII secolo, vol3, p.Js).

l'alchimista è particolarmente devoto.


La luna, regina del tempo e della dualità, madre feconda e inesausta
potenza generativa, si compiace invece del prezioso argento, delle perle,

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COM E 51 LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

del diamante, ha il profumo


del sandalo e dell'ambra, le
sono sacri i funghi, i gatti, i
cani, i pesci, i crostacei ed i
cervi. Le è propria la dolcezza
e la veggenza.
L'oro è figlio del sole. Al sole
appartiene l'unità principiale,
che compenetra della sua
essenza il comburente zolfo.
Gli appartengono l'incenso, la
mirra, il cinnamomo, l'alloro,
il rosmarino; la sua pietra
è il rubino, e tra gli animali
l'aquila, il gallo, il leone.
Bisogna conoscere queste
qualità, esplorare queste
corrispondenze tradizionali,
questi odori, colori e tempi,
per addentrarsi nella
compostz1one dei misti,
separarne e distillarne le
essenze. Ciò significa risalire
La cottura filosofale in una illustrazione tratta
i gradini della creazione,
da un'edizione del XVI secolo dello Splendor fino al limite estremo della
Solis attribuito a S. Trismosin. In questo caso sfera creata, in cui si può
l'incanutimento del re, è sostituito parzialmente
e simbolicamente rafforzato dalla colomba
incontrare la materia prima,
bianca che sovrasta la testa del re in cottura, l'elemento germinale e
simbolo dell'albedo. Il corpo mercuriale si potenziale da cui tutto si
è condensato sul corpo sottoposto a cottura
alchemica.
differenzia e si specifica.
Questo penetrare nei segreti
della creazione attraverso il lavoro del laboratorium, còstituisce la
base della via proposta dall'alchimia e ne incarna il senso ultimo. Solo
a partire dalla conquista di questa materia vergine, di questo mercurio
filosofale, I'opus può incontrare il suo compimento, la sua perfezione.
All'apice del suo cammino negli universi del sottile, il lavoro si rivela
essere opera di rarefazione e condensazione, volatilizzazione e
corporificazione, un viaggio da una corporeità individuata e visibile,
pesante e densa, a una corporeità aerea ed invisibile.
Il tracciare la storia della presenza del corpo sottile nella tradizione

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Il corpo sottile (femminile) si isola mediante la cottura e si separa dal compostofilosofale


(maschile). Dall'Atalanta Fitgiens di Michael Maier (Oppenheim 1618).

filosofica occidentale esula dai confini di questo lavoro, che si limita


all'espressione specificamente alchemica di questo concetto, che
attraversa l'intera filosofia occidentale'1•
L'idea di un corpo pneumatico, sottile, appare nella tradizione occidentale
a partire già dal VI sec. A. C., nel medico Alcmeone di Crotone, vicino
alle teorie pitagoriche, che ipotizzava la presenza di un elemento
pneumatico circolante nel sangue arterioso. Questo concetto diviene
patrimonio della scuola medica sicula, che attribuisce a questo pneuma
portato dal sangue arterioso una qualità esplicitamente spirituale e
vitale, riservando all'apparato venosa la circolazione del sangue vero e
proprio. Sede elettiva di questa facoltà vitale pneumatica era identificata
nel cuore, cui spettava dunque un posto preminente nel mantenimento
21 Una efficace e rapida sintesi della nascita e prima diffusione del concetto è esposta da
loan Petru Culianu nel primo cap. del suo Eros e magia nel Rinascimento, Boringhieri,
Torino 2006, pp. 15-25.

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COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DJ ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

delle funzioni fisiologiche.


Per la scuola ippocratica di Cos, invece lo pneuma che circolava nel
sangue arterioso era solo prodotto dell'aria inspirata, e la sua sede era
il cervello. Alla rielaborazione del concetto degli ippocratici si deve in
parte la posizione di Erasistrato (III sec. A. C.), che identificava nel
ventricolo sinistro del cuore la presenza dello pneuma vitale (zotikon)
mentre attribuiva al cervello la presenza di uno pneuma psichico.
Probabilmente mutuata dalla scuola medica sicula è invece l'idea di
pneuma che ritroviamo in Aristotele, con il quale si restituisce alla
corporeità pneumatica una centralità nella macchina umana che ne
fa il perno dell'intera vita fisica e percettiva dell'uomo. Per lo sta'girita
lo pneuma, composto della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle,
è il proton organon, il primo strumento, l'elemento di mediazione
tra la natura immateriale dell'anima e quella sensibile del mondo
creato. Lo pneuma astrale, dunque, sottilissimo e pervasivo, media al
corpo le qualità e le attività vitali originate dall'anima, ne è il veicolo
privilegiato; la sede di questo corpo sottile, in accordo con la tradizione
sicula, è nel cuore. Il proton organon è anche responsabile di tradurre
le impressioni sensibili accolte dai sensi in phantasmata, di una natura
vicina all'immaterialità dell'anima e dunque da essa percepibili. Senza
questa "traduzione" l'anima, nella sua pura immaterialità incapace di
comunicare col piano sensibile, nulla di esso potrebbe apprendere.
La dottrina dello pneuma si arricchisce poi ulteriormente
nell'elaborazione dello stoicismo, in cui, dalla concezione aristotelica
di involucro dell'anima e delle sue attività, lo pneuma diviene associato
all'anima stessa; esso presiede a tutta la vita, alla mobilità del corpo,
ai sensi, alla secrezione ed escrezione dello sperma; il cuore, sua sede,
diviene il luogo dell'egemonikon, della macchina principale che riceve
le impressioni pneumatiche del mondo esterno trasmesse dai sensi e le
traduce per l'anima.
Tralasciamo la storia del corpo sottile, il suo intrecciarsi con le concezioni
metafisiche dei vari monoteismi, il suo tracimare nelle diverse espressioni
della filosofia occidentale. Ci basti aver rintracciato l'origine ed il primo
sviluppo di un concetto che, !ungi dall'essere espressione specifica della
dottrina alchemica, è un topos fondante di larga parte dell'espressione
metafisica e filosofica in una pluralità di tradizioni>>.

22 L'evoluzione del concetto di pneuma a partire dalle concezioni stoiche è magistralmente


indagato nell'ormai classico lavoro di G. Verbeke, L'évolution de la doctrine du pneuma
du Stoicisme a S.Augustin, Paris Louvain 1945. Per uno cono d'indagine più largo e
complessivo, si veda, in proposito, l'interessante recente studio di Tonino Griffero, Il

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DEAL BATE LATONAM E T RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

Il vecchio-materia prima alato (albedo), che accudisce i l maschile ed i l femminile


separati dalfuocofilosofiro (da Mylius, Philosophia reformata, Francoforte 1622).

L'indagine magico-alchemica per il corpo glorioso, il mercurio di filosofi,


la pietra trasmutante, l'elixir della lunga vita, si inserisce in un'ontologia
sottile che vede il microcosmo umano suddiviso in quattro espressioni
corporee.
Al corpo più denso materiale, quello espresso dalla nuda materialità delle
ossa, della carne, il corpo più sottoposto alle mutazioni del tempo, alla
crescita e alla vecchiezza, è associato Saturno, il dio divoratore dei figli; è
un corpo fisso, dalla materia pesante, di natura maschile, e rappresenta
la sede della vita, il suo supporto terreo; è, per l'appunto, associato
all'elemento terra, e, tra i metalli, al grigio e opaco piombo. Attraverso
questo corpo i sensi trasmettono le proprie impressioni ad un altro
rorpo spirituale. Ontologie "sottili" da Paolo di Tarso a Friederich Cristoph Oetinger,
Mimesis, Milano 2006.

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COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

corpo, di natura più immateriale ma al corpo saturnino te,nacemente


avvinto; è il corpo lunare, associato all'elemento acqua, sede della vita
psichica, delle facoltà mentali, del raziocinio e delle emozioni. Il suo
metallo è il lucido e splendente argento, di natura femminile e mutevole.
Sepolto nelle profondità dell'essere vi è la scintilla divina, l'elemento
formale di natura assolutamente increata e immateriale. Associato al
fuoco, al sole e all'oro purissimo, questo elemento metafisica è posto
antologicamente al di là di ogni possibilità di contemplazione da parte
dell'umano. Pura presenza metafisica della forma ab origine impressa dal
creatore, questo corpo solare può irradiare la sua perfezione pervadendo
e trasmutando l'essere solo a partire dalla presenza di un quarto corpo di
natura intermedia, un medium conjungendi tincturas, un elemento di
congiunzione degli opposti, che apra la via tra piano formale e materia
creata, tra potenziale ed attuale, tra umano ed eterno. Questo corpo da
portare dalla potenza all'atto, questo messaggero luminoso ed alato,
questo anghelos, è appunto il corpo mercuriale, il mercurio dei Filosofi,
l'oggetto principe della ricerca alchemica. Privo di limite formale, e
dunque, come il rosso mercurio, fluido e mutevole, inafferrabile servus
.fugitivus, di natura androgina, esso è associato all'aria.
Espressioni di un'unica natura originaria e radicale, i quattro corpi sono
l'uno collegato all'altro, l'uno avvinto all'altro in un reciproco scambio
di influenze ed impressioni. Si agisca su di uno, e si otterranno risultati
anche sugli altri. Si lavori la materia su di un piano, ed essa muterà il suo
stato su tutti gli altri.
È la base dell'analogia ermetica, del lavoro del laboratorio. Analogamente
si cuocia la materia nel vaso, ed essa dovrà purificarsi nel microcosmo
dell'operatore.
Questa materia alata ha mille sinonimi. Gli scrittori di alchimia,
innamorati del suo splendore, l'hanno rivestita di mille abiti. Così essa,
tra le altre cose, è chiamata pure fattone sbiancato, materia al bianco,
pietra al bianco2·1, acqua deifilosofi, mestruo deifilosofi, legno di vita24,
rebis, vergine alata, aria2s etc. Ma il sinonimo del mercurio filosofale
23 . A colui che vincerà, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca; e
• ..

sulla pietra scriverò un nome nuovo, che nessuno conosce se non colui che lo riceve"
(Apocalisse 2, 17) ed ancora " ... Colui che vincerà sarà vestito cosi di bianco, ed io non
cancellerò mai più il suo nome dal libro della vita . ." (Apocalisse 3, 5)
24 Cesare Della Rhiera, nel suo Il mondo magico degli Heroi (1605) enumera nella
.

seconda parte del suo trattato tutti i miracoli e le potestà tradizionalmente attribuite a
questo secondo albero della vita, e, tra queste: la rigenerazione e l'incorruttibilità del
corpo, la Ionge\ità, la capacità di curare le infermità, la liberazione dal bisogno della
nutrizione, la potestà sul mondo vegetale, la trasmutazione degli elementi e dei metalli.
25 Tra i vari sinonimi del mercurio vi è l'antimonio, celebrato ad esempio negli scritti di

11o
DEA LBATE LATONAM E T RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

Auicenna mostra la catena che lega i l fisso a l uolatile (da Michael Maier, Symbola
aureae mensae duodecim nationum, Francojorte,1617). Il corpo sottile (uolatile) è
ormai condensato e fissato sopra la materia fissa; la cottura filosofale è riuscita,
l'albedo raggiunta.

nella sua forma di mercurio composto, materia volatile condensata


e fissa, che maggiormente è usato a partire dal XVI secolo, forse è il
sale, nella triade paracelsiana di mercurio (volgare, inanimato) zolfo
(principio del fuoco) e sale che costituisce la base, il tripode dell'intera
opera. Ma, nei suoi diversi aspetti e fasi, questa stessa materia è anche
drago, leone alato, aquila, fenice.

Basilio Valentino. A questo proposito si è fatto notare come il simbolo dell'antimonio,


costituito da un globo sormontato da una croce, possa essere accostato all'immagine
classica dell'iconografia cristiana del cuore del Cristo radiante e sormontato dalla croce.
Non è questa la sede per addentrarsi nell'analisi simbolica della notazione alchemico­
astrologica, ma basti semplicemente rilevare come essa sia ricca di motivi e contenuti
simbolici estremamente precisi, connessi alla posizione degli elementi costitutivi (punto,
cerchio, croce) in relazione alle fasi dell'opera ed al ruolo svolto dai vari metalli nell'opera
stessa.

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COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

L'emblema 19 dell'Atalanta fugiens di Maier (Oppenheim 1618), il cui titolo recita Se


dei quattro ne uccidi uno, subito muoiono tutti. L'epigramma associato alla relativa
fuga, nella traduzione di Bruno Cerchio (Cfr. l'edizione dell'Atalanta Fugiens delle Ed.
Mediterranee, Roma 1984, pp. 114-115) dice: « Quattro fratelli stanno in lunga fila: l
Uno tien con la destra la terra, l'altro l'acqua, l Agli altri restano l'aria e ilfuoco. Se vuoi
l Che muoiano, uccidi ne uno solo, e tutti, l Saran condotti in unfraternofunerale, l Ché
mutui vincoli naturali li legano.».

Il caritatevole Morieno, nella ridda infinita dei simbolismi, mette in


guardia in lettore poco accorto dal fraintendere la natura di questa
materia misteriosa e dal mutevole nome, spesso associata a minerali
tanto diversi:

... E sappi che non devi mai avere in mente che in quest'opera abbiano
parte le pietre. Piuttosto guarda se puoi purificare la cosa senza
allontanare la mano da ciò che i sapienti hanno spiegato e detto. Se ciò
che cerchi si trova nel letamaio, prendi/o. Ma se non lo trovi, togli la
mano dalla borsa, perché ogni cosa che si compra a gran prezzo risulta
menzognera in quest'opera . . . 26•
26 Morieno Romano, Testamento alchemico cit., p. 54·

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DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

La quadripartizione del microcosmo umano è continuamente allusa dalla


tradizione. I maghi la sintetizzano nel sigillo di Salomone, composto dai
'
due triangoli equilateri opposti, .quello del fuoco O, col vertice in alto,
e quello dell'acqua N, col vertice in basso, che, compenetrandosi nel
cerchio della fissazione contengono in sé gli elementi intermedi della
terra L e dell'aria M.
Simbolismo analogo è dato dalla croce ermetica, in cui al braccio
superiore si associa il fuoco, al sinistro l'aria, al destro la terra e a quello
inferiore l'acqua. In questo simbolismo, è proprio al centro della croce,
nel luogo del sacrificio eristico, che si pone la Quintessenza, la realtà
principiale di quella materia prima in cui tutto si origina e si risolve, il
cui stato cosciente si attua nel corpo mercuriale realizzato dalla potenza
all'atto e fissato.
La quadripartizione tradizionale viene probabilmente per la prima volta
espressa in maniera palese nell'ambito dell'alchimia alessandrina da un
trattato denominato Il serpente Ouroboros:

...Il suo ventre e la sua schiena sono color zafferano; la sua testa è di un
verde carico; i suoi quattro piedi costituiscono la tetrasomia; le sue tre
orecchie sono i tre vapori sublimati.
L'Uno fornisce il suo sangue all'Altro; e l'uno genera l'Altro. La natura
gioisce della natura; la natura incanta la natura; la natura trionfa
della natura; la natura domina la natura; e ciò non per l'opposizione di
una natura con un 'altra, ma per una sola medesima natura, procedente
da sé stessa attraverso l'opera chimica, con pena e gran sforzo!?.

Simbolismo analogo, in un altro scritto greco, appare quello che si


accompagna all'uovo, elemento di evidente derivazione orfica, in un
trattato appunto intitolato Nomenclatura dell'uovo:

... Si è detto che l'uovo"8 è composto di quattro elementi, perché esso


è ad immagine del mondo e racchiude in sé i quattro elementi. Lo si
27 Berthelot, Collection des andens alchimistes grecs, Steinheil, Paris 1888, vol. l, pag. 23
28 Nella cosmogonia orfica Nyx dalle ali nere, la notte, partorisce un uovo sollevato dal
vento da cui nasce Eros "con il dorso rifulgente per due ali d'oro simili a rapidi turbini di
vento". Dalla sua unione notturna col caos sarebbe avvenuta la generazione della stirpe
degli immortali. (cfr. Aristofane, Uccelli, 693-702, in G. Colli, La sapienza Greca, Adelphi,
Milano 1977, vol. I pag. 141.). In altre tracce ortiche l'uovo, di proporzioni immense, nasce
da un serpente "con l'aggiunta della testa di un leone, con il volto di un dio nel mezzo, e
chiamato Eracle e Tempo" il quale, spezzatosi in due, dà origine con la metà superiore al
cielo e con quella inferiore alla terra (Atenagora, In difesa dei cristiani 18, 3-6, in G. Colli
op .dt., vol. I pag. 239).

113
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

è chiamato pure Pietra


che . fa girare la luna,
Pietra che non è pietra,
pietra d'aquila e cervello
d'alabastro.
Il guscio dell'uovo è un
elemento simile alla terra,
freddo e secco; lo si è
chiamato rame, ferro,
stagno, piombo.
Il bianco d'uovo è l'acqua
divina: il giallo d'uovo è
la copparosa;29 La parte
oleosa è ilfuoco.
Si è chiamato l'uovo la
semenza, ed il suo guscio
la pelle; il suo bianco ed il
suo giallo la carne; la sua
Un esempio di «forno tripartito» tratto dal Dc parte oleosa, l'anima; la
alchimia del Geber Latino (1529). L'elemento parte acquosa il soffio o
centrale, il uaso, poggia su un tripode, altro l'anima . 30• ..

simbolo della tripartizione delle componenti sottili.

Altre volte il mutevole simbolismo ci parla di un vaso triplo entro il


quale si custodisce l'uovo filosofico, in cui si svolgono le evoluzioni della
materia, nasce il fanciullo filosofale, viene alla luce il reuccio alato.
A secoli di distanza dagli alchimisti greci, il misterioso alchimista che
firma Il libro delle figure geroglifiche, attribuito poi al pio scrivano
parigino Nicolas Flamel, si riferisce ad un vaso simile.

Questo vaso di terra diforma siffatta è denominato dai Filosofi "il triplo
vaso". Nel suo interno vi è infatti un vaso, su cui si trova una scodella
colma di Ceneri Tiepide, sulle quali è posato l'Uovo Filosofico, che è un
matraccio di vetro dipinto - come vedi - informa di calamaio. Esso è
pieno di Prodotti dell'Arte, vale a dire della Schiuma del Mar Rosso e del
Grasso del Vento Mercuriale. Questo vaso di terra si apre dal di sopra,
29 la Copparosa è la Materia solfata, il uetriolo ossia, in questo caso, il mercurio
trasformato mediante l'azione del principio Zolfo in Materia Filosofica. Il Dizionario di
Alchimia e Chimica Antiquaria di G. Testi riporta tre tipi di copparosa: la Copparosa
azzurra, la Copparosa bianca e la GJpparosa uerde, assimilabili rispettivamente al
solfato o vetriolo di rame, al solfato o vetriolo di zinco ed al solfato o vetriolo di ferro.
30 Berthelot, Collection cit, voi l, pag. 21.

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DEALBATE LATONAM ET RUMPITE LJBROS: COM E SI LEGGE ...

per mettervi dentro la Scodella e il Matraccio, sotto i quali, attraverso


quella apertura, si accende il fuoco filosofico, come sai. Avrai così tre
vasi, a formare il vaso triplo. Esso è stato chiamato Athanor, Crivello,
Letamaio, Bagnomaria, Fornace, Sfera, Prigione, Sepolcro, Orinale,
Piol, Cucurbita. 31• ..

Il pio benedettino Pernety, nel suo Dictionnaire Mytho-Hermétique,


cosi si esprime a proposito di questo vaso:

È il fornello secreto dei Filosofi. Alcuni lo hanno interpretato come


il fornello che contiene il vaso, del quale, prendendo alla lettera il
Flamel, come pure il Trevisano, essi dicono che è triplo. Il Trevisano,
parlando della fontana dove il Re va a bagnarsi, attirato dall'acqua,
dice che essa è chiusa e circondata da tre cinte, affinché gli anima]i non
possano avvicinarsi. Ma tutto questo è allegorico, ed il triplo vaso non
deve intendersi come ilfornello para-freddo del Trevisano, poiché tutti
dicono che non serve altro che una materia, un vaso ed un regime di
fuoco32•

Di questa struttura quadripartita narrano innumerevoli tradizioni:


essa è presente nella tradizione sciita33; ma indubbiamente essa
doveva attirare l'attenzione dell'alchimista cristiano anche nelle Sacre
Scritture, nelle quali essa doveva apparirgli chiara in vari passi.
Applicando il simbolismo astrologico all'interpretazione dei passi
apocalittici, egli poteva infatti scorgerla, ad esempio, nel tetramorfo.
Maforse il passo che più sembrava adombrare il mistero della nascita
dell'anghelos alato era quello del libro di Daniele in cui si narra della
vicenda dei tre ebrei Sidrac, Misac e Abdenego:

31 Cito dall'ed. it. N. Flamel, Il libro del/efigure Geroglifiche - Il Sommario -Filosofico - Il


Desiderio Desiderato, commentati da R. Alleau, E. Canseliet, S. Andreani, Mediterranee,
Roma 1986, pag. 82.
32 Cito dalla classica traduzione italiana di Giacomo Catinella, (Dom. A. G. Pemety,
Dizionario Mito-ermetico, Phoenix, Genova 1985, vol. Il, alla voce vaso triplo, pag. 221.
33 Questa distingue infatti due Jasad (corpo di carne), e due Jism (corpo in senso
generico, espressione volumetrica): dei due jasad il primo è materiale, sottoposto
alla corruzione, il secondo è spirituale (caro spiritualis), costituito con gli elementi di
Hiirqalyii, la terra celeste. Il primojism è invece un corpo astrale, costituito dalla materia
dei cieli di Hiirqalyii, ed è acquisito dall'anima nel momento in cui essa discende verso il
mondo elementare, la accompagna all'atto della morte ed entra con essa in paradiso, per
· scomparire poi nell'istante della Grande Resurrezione, quando il secondojasad si riunirà
col secondojism. Quest'ultimo è il corpo archetipo spirituale, incorruttibile e interamente
celeste, che, riunito al secondojasad formerà l'integralità del corpo di resurrezione.

115
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Un banditore gridò
ad alta uoce: "Popoli,
nazioni e lingue, a
voi è rivolto questo
proclama:

Quando uoi udirete


il suono del como,
del flauto, della
cetra, dell'arpicordo,
del salterio, della
zampogna, e
d'ogni specie di
strumenti musicali,
ui prostrerete e
adorerete la statua
d'oro, che il re
Nabucodònosor ha
fatto innalzare.
Chiunque non si
Il triplice vaso dell'arte contenente il fanciullo alato, il prostr·erà alla statua,
mercurio sublimato dall'arte. Dagli Elementa Chemiae
del Barchusen (1718) in quel medesimo
istante sarà gettato
in mezzo ad una fornace difuoco ardente".
Perciò tutti i popoli, nazioni e lingue, in quell'istante che ebbero udito il
suono del corno, de/flauto, dell'arpicordo, del salterio e di ogni specie
di strumenti musicali, si prostrarono e adorarono la statua d'oro, che
il re Nabucodònosor auevafatto innalzare.
(Daniele 3, 4-7).

Sidrac, Misac e Abdenego però si rifiutano di obbedire e ribadiscono


con fermezza la loro fedeltà al vero Dio. Nabucodònosor, incollerito li
condanna ad essere gettati in una fornace ardente.

Ma Sadràch, Mesàch e Abdènego risposero ai re Nabucodònosor: «Re,


noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi
però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con
il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse,
sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la
statua d'oro che tu hai eretto». Allora Nabucodònosor, acceso d'ira e

1 16
DEAL BATE LATONA M E T RUMPITE LIBROS: COME SI LEGGE ...

con aspetto minaccioso contro Sadràch, Mesàch e Abdènego, ordinò


che si aumentasse ilfuoco dellafornace sette volte più del solito. Poi, ad
alcuni uominifra i piùforti del suo esercito, comandò di legare Sadràch,
Mesàch e Abdènego e gettarli nella fornace con il fuoco acceso.
Furono infatti legati, vestiti come erano, con i mantelli, calzari,
turbanti e tutti i loro abiti e gettati in mezzo alla fornace con il fuoco
acceso.
Ma quegli uomini, che dietro il severo comando del re avevano acceso
al massimo la fornace per gettarvi Sadràch, Mesàch e Abdènego,
rimasero uccisi dalle fiamme, nel momento stesso che i tre giovani
Sadràch, Mesàch e Abdènego cadevano legati nellafornace con ilfuoco
acceso.
(Daniele, 3, 16-23)

La subitanea pumz10ne dei carcerieri, periti tra le fiamme che


dovevano consumare i condannati non è l'unico prodigio che avviene
sotto lo sguardo dell'incollerito re Nabucodònosor. I tre giovani ebrei
passeggiano indenni tra le fiamme altissime della fornace, lodando Dio

117
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

e levando inni al cielo. Un angelo del Signore appare tra loro, devia le
fiamme e rende anzi la fornace abitata da una fresca brezza:

Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in.fretta si rivolse


ai suoi ministri: <<Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo
al.fuoco?». «Certo, o re», risposero.
Egli soggiunse: "Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano
in mezzo al .fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile
nell'aspetto a unfiglio di dèi".
Allora Nabucodònosor si accostò alla bocca della fornace con il fuoco
acceso e prese a dire: «Sadràch, Mesàch, Abdènego, servi del Dio
altissimo, uscite, venite fuori». Allora Sadràch, Mesàch e Abdènego
uscirono dal fuoco ...
(Daniele, 3, 91-93).

Questo anghelos sorto dalle fiamme della fornace ardente, questo


quarto corpo, alato e d'essenza divina, nato dalle fiamme e latore di
prodigi, è forse l'immagine più potente che l'alchimista possa trovare
nelle Scritture a conferma della propria arte.
Nel mistero sotteso alle operazioni alchemiche, un simbolismo
celebrativo particolare richiama il distacco, l'isolamento del mercurio
finalmente purificato, il momento del sorgere, dalla materia martoriata
e indagata dal fuoco, del reuccio (il regulus, che non a caso è anche il
nome che nell'arte si attribuisce alla forma dell'antimonio lucente
purificato dalla oscura stibina).
Non è qui possibile, naturalmente, esplorare l'universo di istruzioni
operative, allusioni e suggerimenti che scandiscono due millenni
di letteratura ed iconografia alchemica. Non potremmo, neanche
dedicandovi uno spazio ben maggiore di quello qui consentitoci,
trovare approssimazioni che possano sfuggire alla banalità delle griglie
ermeneutiche proposte per l'altrove assoluto rappresentato dalle scienze
ermetiche34•
34 Materia in sé sospesa tra indagine della materia e tecnica di rigenerazione mistica,
tra téchne manipolatoria e realizzazione metafisica, l'alchimia sembra perpetuare
nella propria immagine storica tutta la complessità di una condizione indeterminata,
androgina, di una confusa ed ambivalente identità, all i n terfacie tra \isibile e imisibile,
'

tra immanente e trascendenza; territorio del rimosso, memoria imbarazzante, essa


ha posto con insistenza all'attenzione della modernità tutta la sua impenetrabile ed
oscura complessità ermeneutica. Delle diverse griglie interpretative epistemologiche e
psicoanalitiche che, in epoca contemporanea hanno provato da diverse angolazioni, e
con diversi limiti, ad inquadrare questo territorio riottoso ad ogni inquadramento, che
sembra compiacersi della stessa natura androgina dell'oggetto della sua ricerca, abbiamo

1 18
DEALBATE LATONA M ET R UMI'ITE LIBROS: COME SI LEGGE ...

Attraverso le fasi successive della nigredo (ala di corvo, nero più nero
del nero), dell'albedo, e della rubedo, l'isolamento e la fissazione del
fanciullo filosofale si compie, realizzandosi nel contempo l'agognata
rigenerazione microcosmica, la trasformazione del piombo dell'athanor
nel più puro e lucente oro filosofale.
Le aquile, il regale simbolo del volatile, per librarsi in volo debbono
divorare il fisso e denso leone; straziarne le carni, )asciarle putrefare
sotto le ali voraci dei corvi. Cosi descrive l'operazione il d'Espagnet:

Richiudi l'Aquila ed il Leone, entrambi ottimamente purgati, nel


loro diafana p rigione, e falli copulare; che il vestibolo sia custodito e
fortissimamente chiuso, affinché non esca il loro alito e non vi si insinui
l'aere estraneo.
Nell'incontro l'Aquila sbranerà e divorerà il leone; poi, sopraffatta
da un lungo sonno e fatta idropica dalla turgidità di stomaco, si
trasformerà, con mirabile metamorfosi, in nerissimo corvo35•

La durezza di questo lavoro, la prima estrazione, il regimen martis


in cui l'adepto, nell'iconografia talvolta rappresentato nelle vesti del
guerriero, combatte le impurità della materia confuoco contro natura,
è descritta in molte delle istruzioni simboliche della tradizione letteraria
ed iconografica. Ecco come ce ne parla l'Introitus del Filalete:

Comprendi dunque, fratello, quanto dicono i Saggi quando scrivono


che si debbono condurre le loro Aquile a divorare il Leone, e che minore
è il numero di esse tanto più difficile è la lotta e più lenta la vittoria: il
numero ottimo per compiere l'opera è di sette o di nove ... Laddove i
Magi parlano al plurale delle loro Aquile, ne prescrivono da tre fino
a dieci. Non che vogliano intendere che si mettano altrettante parti
di acqua con una di terra; piuttosto è opportuno interpretare il loro
numero in relazione al peso intrinseco o alla forza del fuoco, cioè si
deve prendere una acqua acuita tante volte quanto è il numero delle

sinteticamente trattato in Qualche parola sull'alchimia, tanto per cominciare, in AA.


VV., Alchimia a cura di Andrea De Pascalis e Massimo Marra, Mimesis, Milano 2007, pp.
9-32. Rimandiamo senz'altro il lettore desideroso di approfondimenti a questo scritto
ed alla relatiYa bibliografia. Sull'interpretazione degli storici posithisti e sull'alchimia
nell'occultismo.fin de sièc/e vedi anche la ns. introduzione alla ristampa di G. Carbonelli,
Sullefonti storiche della chimica e dell'alchimia in Italia, La Finestra, Trento 2003.
35 Jean d'Espagnet, Arcanum Henneticae Philosophiae opus. In quo occulta naturae
& Artis circa Lapidis philosophorum materia & operandi modum canonicè & ordina tè
sunt manifesta, Parisiis, apud Nicolaum Buon. 1623 pp. 42-43.

1 19
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

Aquile; tale Acuità si ottiene per sublimazione. Quindi, una sola aquila
sola sarà una singola sublimazione del Mercurio dei Filosofi, e sette
sublimazioni tanto esalteranno il tuo Mercurio che il bagno del tuo Re
sarà perfettissimo J6• ...

Dunque, più sarà rafforzato l'elemento sottile, più sarà sublimato il


mercurio volgare, più aerea e purificata sarà la materia, e più breve il
travaglio.
Ecco l'uccello dei filosofi prendere il volo nelle parole di Venceslao
Lavinio di Moravia:

Nasce da me un uccello mirabile, che dalle sue ossa, che sono le mie
ossa, sifa un piccolo nido, dove volando senz'ali, si rivivifìca morendo;
e sorpassando l'arte le leggi della natura, egli è infine cambiato in un
re che sorpassa irifìnitamente in virtù gli altri sei37.
La parole delaissé di Bernardo Trevisano cosi descrive, con toni di
appassionata meraviglia, il manifestarsi del mercurio alato, bianco e
finalmente fissato:

Ti dico dunque, chiamando Dio a testimone di questa verità, che questo


mercurio, una volta sublimato, appare rivestito di una gran bianchezza
come quella della neve delle alte montagne, sotto uno splendore
sottilissimo e cristallino, e da esso, all'apertura del Vaso, esce un sì
dolce odore che non se ne trovano di simili in questo mondo. Ed io che
ti parlo so che questa meravigliosa bianchezza è apparsa ai miei propri
occhi, che ho toccato con le mie mani questa sottile cristallinità, e col
mio odorato ho sentito questa meravigliosa dolcezza di cui ho pianto d
gioia, stupito di una cosa tanto ammirevole. E per questo sia benedetto
Dio eterno, alto e glorioso che ha messo tanti doni meravigliosi nei
segreti della Natura 38• ...

Non si confonda, ancora una volta sviati dall'immaginificità del


simbolismo, questa abbagliante bianchezza con un'idea, un sentire,

36 Filalete I reneo, lntroitus apertum ad occlusum regis pa/atium, Amstelodami apud


Joannem Janssoniurn 1667, pp. 11-12.
37 Op. cit. p. 637.
38 Il testo di Bernardo Trevisano è reperibile in Jean Mangi n de Richebourg, Bibliothèque
des phi/osophes chimiques, André Cailleau, 4 voli. Paris. 1740-54. Nella riedizione in due
volumi della Bibliothèque (Beya, 2003) il trattato occupa le pgg. 505-524 del primo vol.,
e la ns. citazione è alle pp. 509-510. Il testo francese è comunque, anche in questo caso,
reperibile in rete.

1 20
DEAL BATE LATONAM ET RUMPITE LIBROS: COM E SI LEGGE ...

un'esperienza dell'immaginazione o della psiche. n corpo filosofale è


corpo, ente sottile portato di potenza in atto, condensato e fissato. Il
paracelsiano Martin Ruland è, a questo proposito, assai chiaro:

... è l'anima, cosi chiamata perché occupa una posizione intermedia tra
il corpo visibile e lo spirito. Si definisce corpo perché esso partecipa
delle qualità di un corpo, ed è invisibile perché esso partecipa della
natura ·di uno spirito invisibile. Si tratta di una realtà fisica, non di
definizioni teologiche.39.

Definitiones fisicae, non Theologicae definizioni fisiche, non


-

teologiche, ci avverte Ruland. Sul mistero androgino ed alato di questo


corpo invisibile, di questo sale bianchissimo e sublimato, di un'essenza
alata e luminosa, interrompiamo questa trattazione, con le parole di un
artista del XVIII secolo la cui opera abbiamo in questo momento sotto
mano, che ci racconta a suo modo l'accecante luce della conoscenza e
parte delle meraviglie che sono naturale conseguenza del possesso e
dal corretto uso dell'olio incombustibile. Molti dei più degni seguaci
dell'Arte hanno amato indugiare nella descrizione delle meraviglie della
materia portata al più alto grado di perfezione:

Se si riempie una botte di acqua piovana che si lascia marcire, ed in


seguito si separano le acque chiare ed azzurre dalle loro impurità,
che si espongono al sole gettandovi dentro una goccia del nostro olio
incombustibile, si vedono subito le tenebre dissiparsi, come al tempo
della creazione dell'universo, il che ha giustamente fatto dire ad
Hermes, nella Tavola di Smeraldo: "cosi il mondo è stato creato". Se,
in seguito, se ne mettono due gocce, la luce si separa dalle tenebre;
ed infine, se se ne mettono consecutivamente tre, quattro, cinque e sei
gocce, vi si vede chiaramente tutto ciò che è accaduto nei sei giorni
della creazione che Mosé ci ha sapientemente descritto col permesso
di Dio.
Ciò sembra cosi ammirevole ed incomprensibile che è impossibile
potere, per iscritto, darne in dettaglio le circostanze; si avrebbe anche
difficoltà a credere, se io lo affermassi, che si vedono passare come in
processione tutti gli uomini rinomati che hanno posseduto il segreto
dai tempi di Adamofino all'ultimo oggi deceduto, e che li si discerne e li
si riconosce assai distintamente.
39 Lexicon alchemiae sive dictionarium alchemisticum, Zachariae Palthenii, Francoforte
1612, p. 175, voce corpus invisibile.

121
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

Si vede qual corpo Adamo ed Eva abbiano avuto prima della caduta,
quale sia stato il Serpente, l'albero ed ilfrutto proibito; cos'è il paradiso
terrestre, dove è situato; si vede in qual corpo i giusti risorgeranno,
e quello che abbiamo ricevuto da Adamo; quali siano questa carne e
questo sangue nati e generati in noi dall'acqua e dallo Spirito Santo,
poiché noi non resusciteremo nel corpo che Adamo ci ha lasciato in
eredità, ma in carne ed in sangue rigenerati dallo Spirito Santo e
dall'acqua; ed è in un corpo simile che Gesù Cristo nostro Salvatore è
salito al Cielo4°.

40 Sancelrien Tourangeau (Coullon Jacques-Jéròme), Clef du grand Oeuure, ou Lettre


du Sancelrien Tourangeau. Dans la première sera enseigné où trouuer la matière des
sages. Dans la seconde les vertus et merveilles de l'élixir blanc et rouge. Corinthe et
Paris, Callieau 1777, pp. 75-76. Un'edizione italiana corredata di introduzione è on-line,
nella sezione "VII-XVIII sec." di www.massimomarra.net

1 22
DEALBATE LATONAM E T RUMPITE LIBROS: COME SI LEGGE ...

BIBLIOGRAFIA ELEMENTARE

AA. VV., Il Filo di Arianna: 44 trattati di alchimia dall'antichità al


XVIII secolo scelti e tradotti da Sabina e Rosario Piccolini, vol. 3,
Mimesis, Milano 2001.
AA. VV., Il Fuoco che non brucia: studi sull'alchimia, atti del 1°
Congresso nazionale di studi sull'alchimia (Ivrea, ottobre 2008),
Mimesis, Milano 2009.
Apollodoro, I miti greci (Biblioteca), a cura di Paolo Scarpi, trad. di
Maria Grazia Ciani, ed. Valla/Mondadori, 1996.
Baulot, lsaac (Altus), Mutus liber, in quo tamen tota philosophia
hermetica, figuris hieroglyphicis depingitur... authore cujus
nomen est Altus, Rupellae, apud Petrum Savouret cum privilegio
Regis, 1677.
Berthelot, M., Collection des anciens alchimistes grecs, 3 voli., Steinheil,
Paris 1888.
Campanella (Ps.), La pratica dell'estasi filosofica del B., in Archivio
dell'Unicorno D02, autunno 1978, Arché, Milano, pp. 21-22.
Colli, G., La sapienza greca, 3 voli. Adelphi, Milano 1980.
Corbin, H., Corpo spirituale e Terra Celeste, Adelphi, Milano 1986.
Culianu Ioan Petru, Eros e magia nel Rinascimento, Boringhieri, Torino
2006.
d'Espagnet Jean, Enchiridion physicae restitutae in quo verus naturae
concentus exponitur, plurimique antiquae philosophiae errores per
canones & certas demonstrationes dilucide aperiuntur. Tractatus
alter inscriptus Arcanum hermeticae philosophiae opus: in quo
occulta naturae & artis circa lapidis philosophorum materiam &
opera ndi modum canonicè & ordinatè fiunt manifesta. Utrumque
opus ejusdem authoris anonymi. Spes mea est in agno. Parisiis,
apud Nicolaum Buon. 1623
Della Riviera, C.; Il Mondo Magico de gli Heroi. Edizione del 16os in
caratteri moderni. Mediterranee, Roma 1986.
Ermete Trismegisto, Discorsi di Ermete Trismegisto: corpo ermetico
e Asclepio a cura di Bianca Maria Tordini Portogalli, Boringhieri,
Torino 1965, p. 54·

1 23
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Filalete Ireneo, Introitus apertum ad occlusum regis palatium,


Amstelodami apud Joannem Janssonium 1667.
Flamel, N., Il libro delle figure Geroglifiche Il Sommario Filosofico
- -

Il Desiderio Desiderato, commentati da R. Alleau, E. Canseliet, S.


Andreani, Mediterranee, Roma 1986.
Griffero, T., Il corpo spirituale. Ontologie "sottili" da Paolo di Tarso a
Friederich Cristoph Oetinger, Mimesis, Milano 2006.
Maier, M., Atalanta Fugiens a cura di Bruno Cerchio, con trascrizione in
notazione moderna delle 50 fughe, Mediterranee, Roma 1999.
Mangin de Richebourg Jean, Bibliothèque des philosophes chimiques,
André Cailleau, 4 voll. Paris. 1740-54.
Morieno Romano, Testamento Alchemico, Atanòr, Roma 1996.
Pernety. J., Dizionario Mito-ermetico, 2 voll., Phoenix, Genova 1985.
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1988.
Ruland M., Lexicon alchemiae sive Dictionarium alchemisticum,
Francofurti 1612.
Sancelrien Tourangeau (Coullon Jacques-Jérome), Clef du grand
Oeuvre, ou Lettre du Sancelrien Tourangeau. Dans la premiè.re
sera enseigné où trouver la matière des sages. Dans la seconde
les vertus et merveilles de l'élixir blanc et rouge. Corinthe et Paris,
Callieau 1777.
Testi, G., Dizionario di alchimia e di chimica antiquaria, Mediterranee,
Roma 1950.
Teuchasio Iapav, L'arte del Fuoco. Ragionamenti dedicati agli
investigatori della pietra Filosofica, Franchelli, Genova (s.d. ma
anni 'So del XVII sec.),
Venceslao Lavinio di Moravia, De Coelo Terrestris, in. Cheiragogia
heliana de auro philosophico necdum cognito (Marpurgi Cattorum:
ex officina Rudolphi Hutvvelckeri, 1612,
Verbeke, G., L'évolution de la doctrine du pneuma du Stoicisme a
SAugustin, Paris Louvain 1945.

1 24
P RAXI S , 1 69 3
L1 A D DIO DI N EWTON
ALL1 ALC HIMIA
ALES S I O A. M I G L I ETTA

1 25
PRAXIS. 1693 - L'ADDIO DI NEWTON AL L'ALCHIM IA

Innumerevoli sono gli accidenti che possono sopravvenire ai


viaggiatori, soprattutto se decidono di camminare a piedi, la notte,
in luoghi sdrucciolevoli e perigliosi. Per tale impresa quattro son le
cose assolutamente indispensabili, senza dire del necessario danaro e
d'una robusta complessione.
(M. Maier, Atalantafugiens, xu1)

Una schiera ancora molto folta (sempre troppo) di biografi, divulgatori


e uomini di scienza, preferisce a tutt'oggi relegare a mera curiosità,
a bizzarria di un genio smisurato ma un po' folle, gli studi esoterici e
tradizionali, durati decenni e di un'intensità strabiliante, che il più illustre
tra gli interpreti della nuova scienza ha intrapreso nel suo percorso (dai
notevoli successi, com'è noto) verso una conoscenza vera e certa della
realtà fenomenica. Stiamo qui parlando di Isaac Newton, padre della
teoria della gravitazione universale e dell'ipotesi sulla luce e sui colori,
cioè di due dei punti fermi della fisica di fine Seicento che condizionarono
l'intero cammino delle discipline scientifiche, almeno nei due secoli
successivi. Due pilastri che sfidarono il meccanicismo puro coevo e che,
è evidente, finivano per rintracciare princìpi, idee e prassi di un mondo
che oggi si definisce pseudoscientifico o non scientifico, e che allora
si fondeva in un'universale, e per certi versi più libera, filosofia della
Natura. Ma questa schiera - popolata invero soprattutto da divulgatori
ossessionati dall'idolo positivista più che da storici della cultura meglio
avvezzi all'alterità del tempo passato - 1 ci appare combattere, in tutta
chiarezza, una battaglia senza speranze e già vinta dall'evidenza delle
innumerevoli testimonianze che giungono direttamente dalla mano del
genio inglese, la quale vergò migliaia e migliaia di pagine (edite e inedite)
nelle quali convivevano spontaneamente sia la terminologia allora in
pieno sviluppo e tipica dell'approccio quantitativo e sperimentale, sia un
lessico derivante dalla tradizione magica ed ermetica tipico delle filosofie
1 Citiamo qui, nel novero dei secondi, senza alcuna presunzione di completezza, i lavori di
Maurizio Mamiani, Betty Jo Teeter Dobbs, Richard Westfall e John E. McGuire.

1 27
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

più antiche e rinnovato a partire dal Quattrocento. 2 Del resto è noto che
tutti i filosofi della natura coevi a Newton, come i precedenti, posero
al centro dei propri interessi le discipline propriamente esoteriche, in
particolare l'alchimia.
Chi non s'arrende ancora all'importanza storica e conoscitiva di
un Newton attento studioso e convinto interprete della tradizione
ermetica e alchemica (seppur tramite una personale rielaborazione
razionalista, anti-allegorica e orientata all'esperimento), addita sovente
come prova a proprio favore l'assenza di una sua qualsivoglia opera a
stampa inerente tali discipline che abbia visto la luce negli anni della
sua vita; ciò confermerebbe - agli occhi di chi ancora si ostina a non
vedere - che l'interesse di Newton per l'Arte sia al più da ridursi a
uno strampalato passatempo, preso mai sul serio e i cui risultati non
lo indussero a pubblicare alcunché, incerto com'era sulla loro effettiva
validità. Un'altra tesi, assai più verosimile e sostenuta dalla gran parte
della letteratura (ma che noi non appoggiamo), indica nell'interruzione
degli esperimenti alchemici, risalente al 1696 e in concomitanza con la
partenza di Newton da Cambridge verso Londra, il segno di una forte
disillusione verso la disciplina e le sue potenzialità; si cita sovente a questo
riguardo il breve trattato teorico-pratico Praxis (1693-96),3 individuato
come l'ultimo e fallimentare tentativo newtoniano di ottenere valide
risposte alle questioni da lui aperte alla fine degli anni sessanta del XVII
secolo: primariamente la ricerca di spiriti attivi in grado di garantire
una materia coesa e vitale, anche tramite azioni a distanza agenti nel
vuoto, e secondariamente la decifrazione del linguaggio criptico e
metaforico degli antichi alchimisti, depositari, sempre secondo la visione
newtoniana (debitrice qui del neoplatonismo del cantabrigense Henry
More), di una prisca sapientia ricevuta direttamente da Dio all'inizio
dei tempi.
In opposizione a entrambe le tesi sopra citate, il seguente intervento si
propone di dimostrare, tramite l'analisi del testo e la sua comparazione
con alcuni lavori coevi, che la Praxis è in realtà il resoconto di un vero
e proprio successo, di una valida risposta alle domande care a Newton
che da buon filosofo esoterico, carpiti i segreti dell'opus, li conservava e
li faceva suoi, distillandoli, poi, nella scrittura mimetica delle sue opere
a stampa, comprese le loro tarde edizioni.

2 Quindi in parte in opposizione a quella diffidenza verso le più risalenti auctoritates che
caratterizzava ad esempio un Bacon o un Paracelso).
3 Cioè il Babson Ms. 420 del Catalogue of the Portsmouth Collection. Nelle prossime
note sarà indicato sinteticamente con il titolo "Praxis".

1 28
PRAXJS, 1693 - L'ADDIO DI NE WTON ALL'ALCHIM IA

Altri manoscritti newtoniani collocabili nello stesso periodo della


Praxis4, cioè dell'ultimo periodo di sperimentazione alchemica
risalente alla prima metà degli anni novanta del XVII secolo, sono
di grande aiuto per la nostra indagine e verranno pertanto tenuti
presenti per un 'analisi comparata: l'Experiments and Obseruations
(con varie ricette ed esperimenti risalenti all'annata 1692/93), l'Out
of La lumière sortant des tenebres (un commento a uno dei tesi più
noti della letteratura),s la lista di Authores optimì del Keynes Ms. 13
(contenente l'elenco delle fonti alchemiche ritenute le più attendibili)
e il De natura acìdorum (un breve saggio fondato su una concezione
gerarchica delle sostanze chimiche)6• Quest'ultimo, in realtà, non si può
definire un testo propriamente alchemico per almeno due ragioni: il
suo linguaggio privo di metafore e del lessico proprio della disciplina
(con significative eccezioni dovute però ad alcune precise reminiscenze),
e la preferenza per una spiegazione puramente meccanicistica dei
fenomeni chimici, alla quale si aggiunge solo un vago e indimostrato
riferimento a processi vitalistici. L'elemento dirimente tra arte "nobile"
e chimica meccanica "volgare" è la presenza o meno nelle operazioni,
del fenomeno vegetativo della materia, un processo che abbisogna
a sua volta di un principio attivo in grado di innescarla: ciò si verifica
costantemente, a parere di Newton, nel mondo animale e nel mondo
vegetale, con modalità però molto complesse da identificare. Nel mondo
minerale, generalmente privo di manifestazioni vitali, la sola vegetazione
riscontrabile avverrebbe nei metalli, a livello assai meno complesso di

4 Il testo della Praxis è stato lungamente analizzato, soprattutto nella grafia, ed è stato
definitivamente collocato nel periodo compreso tra i1 1693 e il 1696: è assai probabile che
esso sia stato per la gran parte redatto nel 1693, come testimonierebbe indirettamente
anche una lettera inviata a Nicolas Fatio de Dullier, e che vi siano stati apportati alcuni
ritocchi negli anni immediatamente successivi. Cfr., su tutti, R. Westfall, Never at Rest, A
biography of Isaac Newton, Cambridge, 1980, p. 530. L'Experiments and Observations
(Portsmouth Collection, Ms. Add. 3973.8) è datato all'interno del testo, quindi non può
costituire alcuna perplessità. L Ou t of La lumière sortant des tenebres è stato collocato
nel periodo tra i1 1687 e il 1692. La datazione della lista di Authores optimi (Keynes Ms.
'

13) apre problemi più rilevanti e ci sentiamo di restringere il lasso di tempo indhiduato
dal Newton Project diretto da Rob Iliffe (www.newtonro p ject.sussex.ac.uk), cioè dal t684
al 1696, almeno al periodo tra il 1689 e il 1696, in ragione delle due citazioni presenti
relative a un libro, il Le Triomphe hermétique di Limojon de Saint-Didier, pubblicato ad
Amsterdam nel 1689. Nessun problema di datazione, invece, per il De natura acidorum
che, anche se pubblicato nel 1710 a Londra, risale in realtà al 1692.
5 Si utilizzerà la traduzione italiana di Da,ide Arecco, presente in appendice a D. Arecco
e A.A. Miglietta, La mente nascosta dell'imperatore, Novi Ligure, 2016.
6 Qui si prenderà in considerazione la versione manoscritta del trattato, più estesa di
quella pubblicata nel 1710, e presente in I. Newton, H.V. Turnball, The OJrrespondence
ofIsaac Newton (1688-1694), Cambridge, 1961, vol. 111, pp. 205-214.

1 29
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

quanto può accadere negli altri due àmbiti: solo lì, quindi, l'alchimista
può operare con il necessario rigore e in relativa semplicità. Per questo
preciso motivo, Newton si convincerà a intraprendere una serie di
esperimenti di alchimia metallurgica (com'è noto la più frequentata dai
Maestri) che durerà quasi trent'anni, senza significative interruzioni
e con straordinaria assiduità. Solo sporadicamente e in situazioni
contingenti, come il decorso della malattia della madre, spinsero
Newton a occuparsi anche di pratica iatrochimica, i cui rudimenti
certamente aveva acquisito nella prima giovinezza presso l'apoteca di
suo zio. Gli era comunque estranea tutta quella scuola di alchimisti
praticanti, o praticoni, che perseguivano come unico loro obiettivo la
trasmutazione dei metalli volgari in oro: come accadeva anche nei suoi
studi sulle profezie, dove il suo vero obiettivo non fu la previsione del
futuro, bensì la decifrazione del linguaggio profetico, così la sua alchimia
sperimentale si concentrava tutta sulla ricerca della chiave di lettura dei
testi dell'antica saggezza ermetica, e mai per ottenere una superficiale
ed effimera ricchezza terrena. Un'antica saggezza che Newton vuole
sfruttare nella sua ricerca di una presenza universale, agente vicaria di
Dio nel mondo, che vivifichi e informi la materia altrimenti inerte, in
un processo vegetativo che poi altro non è che quella fermentazione a
cui egli stesso si riferisce, proprio in quegli anni, nelle lettere a Richard
Bentley e che ritorna anche nelle pagine del De natura acidorum. Dove
vi è fermentazione, agisce sempre uno spirito attivo: la Praxis contiene
quasi trenta nomi diversi per designarlo, derivati da altrettante metafore
e spesso legati a precisi oggetti della ricerca newtoniana, come il regolo
stellato dell'antimonio o la rete di Vulcano. L'idea newtoniana di uno
spirito attivo universale è protagonista non solo degli studi alchemici,
ma anche di quelli inerenti la filosofia naturale: sia le particelle di luce,
sia l'etere meccanicistico newtoniani, infatti, necessitano di un agente
vitale, lo stesso che è in grado di conservare accesa la fiamma e che è
responsabile di ogni vitalità dei corpi, in una concezione che abbraccia
elementi neoplatonici mediati da Henry More ed elementi neo-stoici
per lo più ripresi dall'alchimista cattolico Pierre-Jean Fabre,? e alla
quale devono aver contribuito fattivamente anche le teorie di John
Mayow. Ogni esperienza all'alambicco convoglierà gli sforzi di Newton
verso l'individuazione di questo spirito vegetativo il cui segreto si
tramandava da secoli attraverso la tradizione ermetica e alchemica,
7 Per un approfondimento sugli influssi del neo-stoicismo nella concezione newtoniana
della materia, rimando al mio Newton nell'orto degli Stoici. Gli alberi e i frotti, in
<<Anthropos & Iatria>>, XIX, 1, pp. 63-77.

1 30
PRAXIS. 1 6 93 - L'ADDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

e che gli avrebbe consentito di convalidare le proprie convinzioni


riguardo al suo sistema della natura. 8 Lo spirito attivo, così simile
allo pneuma stoico nella rielaborazione neoplatonizzante e cristiana,
agiva in sostituzione della divinità e obbediva alla sua volontà, essendo
impregnato delle cause formali, custodi del progetto divino: individuar!o
significava poter provare la presenza di Dio nella natura, il vero e ultimo
obiettivo di Newton, e quindi di venerarlo attraverso una sua rigorosa
rappresentazione; adorare Dio descrivendone la sua opera più sublime
è il precipuo scopo del natural philosopher come dell'alchimista, un
modo per divenire sapienti percorrendo un cammino di conoscenza,
guidati dalla Natura stessa, compagna di Ratio, Experientia & lectio.9
L'alchimia newtoniana si nutre evidentemente del filone cristiano della
sua tradizione, dapprima originato dai medievali Arnaldo da Villanova
e Pietro Bono che paragonarono l' elixir al Cristo, e che vide poi in
George Ripley e in Thomas Norton (tra i più citati nella Praxis) i suoi
maggiori interpreti nel secondo Quattrocento inglese; su quella stessa
scia si mossero poi anche Pierre-Jean Fabre e il Sendivogius del Grande
Disitllatore, altri due autori di riferimento dell'alchimia newtoniana.
E con esiti e metodo del tutto simili a quelli sviluppati in sede
d'interpretazione soteriologica dell'opus, lo spirito vegetale di Newton,
direttamente accostato al processo alchemico dell'illuminazione, assume
la stessa natura di quel Logos, e di quella Luce, che mediando tra Dio e
il mondo infuse vita all'universo all'inizio dei tempi (idea già presente,
peraltro, nei lavori di Robert Fludd e di Jean Baptiste van Helmont). Un
percorso di universalizzazione dell'azione mediatrice del principio attivo
che porterà Newton a considerare la stessa attrazione gravitazionale
(dopo aver abbandonato speculazioni meccanicistiche di un etere
materiale) un fenomeno a esso assimilabile per natura e funzione; anzi,
è probabile che proprio gli esperimenti alchemici a questo riguardo
abbiano suggerito a Newton una compiuta giustificazione in calce alle
sue dimostrazioni matematiche, '0 come d'altronde è stato ampiamente
dimostrato negli anni settanta del secolo scorso, da due tra i più grandi
biografi newtoniani, Betty Jo Teeter Dobbs e Richard Westfall. Questo,

8 Ermete scrive: "( ... ] Il soffio vitale [o principio attivo], che dona \ita e nutrimento a
tutte le cose che sono nel mondo, è come un organo o uno strumento soggetto alla volontà
del sommo Dio. [. . ]." E. Trismegisto, Asclepio, 16, tr. it. a cura di B. M. Tordini Portogalli,
.

Corpo ermetico e Asclepio, Milano 1997, p. 126.


9 Cfr. M. Maier, Atalanta.fugiens, xlii.
10 Se è vero che Newton dichiara di non fingere ipotesi in filosofia sperimentale, non è
raro incontrare suoi scritti, anche pubblicati, che al contrario tentano spiegazioni non
rigorosamente dimostrate tramite la matematica.

1 31
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

tra tutti, è il motivo fondamentale per cui lo studio diretto dei trattati
alchemici di Newton è di sostanziale importanza per la comprensione
anche del suo pensiero scientifico.
In Italia, la Praxis è stata pubblicata in due diverse traduzioni, entrambe
basate sulla trascrizione di Betty Jo Teeter Dobbs dalle pagine originali:
la prima risale al 2002 ed è opera dell'alchimista Paolo Lucarelli, la
seconda, successiva di quattro anni, è invece presente nella raccolta
a cura della studiosa Michela Pereira.11 Entrambe sostituiscono, per
facilità di lettura, la numerosa e varia grafia stenografica utilizzata da
Newton, dove la terminologia tecnica viene rappresentata tramite
simboli, alcuni comuni a tutta la letteratura, altri del tutto originali. Se
l'utilizzo dei simboli grafici nel dominio dei corpi celesti è senz'altro una
pratica già all'epoca consolidata e codificata, la designazione grafica dei
minerali relativi ai metalli si arricchisce nel vocabolario newtoniano con
i simboli composti dall'effige del metallo e della lettera "o" (che sta per
"ore", cioè "minerale"):

Ferro (Marte) cl
Minerale di ferro �

Altri simboli sono altrettanto inusuali, come l'asterisco che a fianco al


composto vuole significare che quest'ultimo è stato reso volatile tramite
sublimazione, o il simbolo del sale abbinato a un singolo minerale:

Sublimato di antimonio g
Sale di antimonio �

L'elenco di tutti i segni sarebbe lunghissimo e improponibile da riportare


in questa sede e, purtroppo, ancora non si è approntata la redazione
di un dizionario esaustivo a cui si possa rimandare. Newton, dal canto
suo, inaugurò i primi lavori alchemici preparando e completando un
breve glossario di simboli alchemici e delle rispettive spiegazioni, come
traccia per i suoi lavori d'indagine teorico-pratica12 che in parte ricorda
un simile apparato a firma Johann de Monte-Snyders, in uno dei rari
momenti essoterici della sua produzione.1J Almeno apparentemente,

n Cfr. B.J. Teeter Dobbs, Isaac Newton scienziato e alchimista. Il doppio volto del genio,
tr. it. di P. Lucarelli, Roma, 2002, pp. 224-233 e Pereira, Alchimia, Milano, 2006.
12 Keynes Ms. 31 f. 4v.
13 Cfr. J. de Monte-Snyder, Commentario de pharmaco catholico, Amsterdam, 1665,
xviii.

1 32
PRAX/5, 1 6 93 - L'ADDIO DI NEWTON A LL 'A LCHIM IA

l'alchimia della Praxis si muove nella cornice concettuale e stilistica


di Ireneo Filalete (il quale, a sua volta, deve molto in questo contesto
a George Ripley). L'utilizzo insistente di metafore e, più in generale,
di un lessico esoterico e volutamente occulto è comune sia ai testi del
Filalete sia a quelli di Newton; ma se per entrambi ciò rimane una mera
modalità della trasmissione del sapere, per il secondo vale nella cornice
di un approccio sperimentale assolutamente quantitativo, sulle orme
soprattutto del maestro Robert Boyle (a sua volta, tra l'altro, amico
del Filalete). Le metafore e gli "enigmi", per Newton e per l'alchimia
più tradizionale, sono soltanto uno speciale codice di comunicazione,
utilizzato fin dall'antichità per celare ai profani la vera sapienza, e non
assumono mai un ruolo di giustificazione dei fenomeni in "una curiosa
smania di astrattezza"'4, né tantomeno veicolano un vero e proprio nesso
causale tra favola e pratica: non vi è pertanto in essi un simbolo fermo
che unisce l'archetipo al fenomeno particolare, ma semmai un segno
cangiante che collega il fenomeno a una serie di elaborate suggestioni.
Insomma, Newton è, in questa come in altre occasioni, interprete insieme
tradizionale e innovatore di un'alchimia segretamente professata
sulla base dei testi più antichi, ma riletta secondo i nuovi parametri
della scienza. Il metodo di Newton, alla prova anche nelle discipline
alchemiche, dopo la sua applicazione nell'esegesi biblica e nella filosofia
sperimentale, si pone come primo obiettivo l'individuazione delle
metafore più oscure della letteratura ermetica: più il loro significato
nascosto appare imperscrutabile, più attira le sue attenzioni, fedele
al motto obscurum per obscurius ignotum per ignotius. Non stupirà,
quindi, se moltissimo del suo materiale manoscritto riguardi la
decifrazione delle opere di Monte-Snyders e di Ireneo Filalete, tra i più
esoterici del panorama filosofico-chimico.15 Dopo l'individuazione degli
enigmi più oscuri, segue un tentativo d'interpretazione, il quale potrà
essere confermato o meno dal passaggio ultimo dell'esperimento. È uno
straordinario sistema che, non violando affatto le regulae philosophandi
imposte dall'autore stesso secondo un più generale schema induttivo­
deduttivo, si affida a un'indagine ipotetico-deduttiva per eliminazione.
L'intero procedimento, è chiaro, presuppone la ferma persuasione
che nei testi alchemici sia racchiusa la vera conoscenza, la prisca
sapientia, la cui chiave d'interpretazione è l'oggetto ultimo degli sforzi
conoscitivi newtoniani. In questa selva di simboli e di metafore per soli
14 P. Lucarelli, «Abstracta », 15, maggio 1987, p. 21.
15 Si pensi, ad esempio, ai vari tentativi interpretathi del The Metamorphosis of the
Planet in Keynes Ms. 58.

1 33
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

eletti, Newton si addentra con lo spirito di un filosofo naturale prestato


all'alchimia e che aspira a diventare un adepto (secondo alcuni senza
riuscirvi, secondo lui stesso riuscendovi senz'altro), della quale elabora
una versione personale ma sovente in linea con i Maestri, e che porta con
sé, oltre a un metodo codificato di derivazione baconiana e galileiana,
una concezione della struttura della materia di tipo corpuscolare (in
linea con la "filosofia mosaica" antimaterialista e insieme ai vari Boyle,
van Helmont, Sennert, de Monte-Snyders e Lemery) e moderatamente
meccanicista. '6
Tutte queste premesse sono necessarie per affrontare la lettura della
Praxis, che a prima vista può sembrare il lavoro di un ·alchimista del
tutto tradizionale, cosa che non è affatto. Il trattato è diviso in due parti
distinte, nella prima (costituita da quattro capitoli) Newton percorre i
passaggi cruciali della teoria della trasmutazione (oggetto di studio tra i
più frequentati anche dagli alchimisti più scettici, come Bacone e Boyle)
mantenendo un approccio eminentemente teorico e i cui fondamenti
tradizionali sono facilmente ravvisabili dai frequentatori della
letteratura alchemica più conosciuta (in particolare dal Quattrocento
in poi), mentre nella seconda (composta dall'unico capitolo finale che
dà il titolo anche all'intero trattato) viene descritta la pratica, la prassi
alchemica, cioè il resoconto degli esperimenti, avvalorati da una precisa
teoria e da ulteriori riferimenti alla tradizione precedente, nelle due vie,
la "secca" e la "umida". In quest'ultima parte è presente la ricetta per la
produzione dell'alchaest, il dissolvente universale oggetto delle maggiori
attenzioni della spagirica, soprattutto da van Helmont in poU7
Nel primo capitolo, l'unico in latino, Newton affronta il tema delle
cosiddette "materie spermatiche", cioè gli agenti vitali e vicari di Dio
in grado di generare nuova materia dal caos, seguendo la via tracciata
oscuramente da Nicolas Flamel con il suo Livre desfigures hiéroglyphiques
(1612) un testo approfondito proprio in quegli anni, quando la stretta
-

collaborazione con Nicolas Fatio de Dullier gli consentì di avere accesso


a molta della letteratura di lingua francese in argomento -'8 e dal
commento del suo maestro Ireneo Filalete al Liber duodecim portarum
di George Ripley (un testo che Newton trascrisse di proprio pugno)'9: i
16 Non quindi meccanicista in senso stretto e cartesiano, una versione che Newton
giudica a rischio di ateismo.
17 Per una sintesi sulla storia dell'alchaest v. M. GHIONE, Alkahest. Vizi e virtù di un
dissolvente universale, in aispes.net, sez ione A rs Regia.
18 Soprattutto grazie alla Bìbliotheque de philosophes Paris, 1672-78. Cfr. anche Keynes
Ms. 13, f. 3r.
19 Cfr. Keynes Ms. 54.

1 34
PRAXIS, 1 6 93 - L'A DDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

princìpi maschile e femminile, in grado di generare nuove strutture


chimiche dalla materia putrefatta,20 rappresentano quella dualità, sempre
presente nelle interpretazioni newtoniane, che si risolve nell'unità in cui
sono racchiusi, nel loro principio sintetico (''una sola radice", l'anfisbena
a due teste uccisa da Bacco), ovvero nel sale dove si differenziano per
diversa digestione o maturità.21 Si pensi agli opposti superiore/inferiore,
fisso/volatile, femmina/maschio, passivo/attivo, umido/secco e, come
si vedrà più avanti, terra/acido ovvero mercurio/zolfo, i termini ultimi
della struttura della materia nella concezione newtoniana. Spicca poi il
riferimento, tratto anch'esso dal Filalete, alla simbologia astrologica per
la realizzazione dell' opus (in particolare, l'evocazione delle costellazioni
invernali, simbolo di morte e caducità, ma in una prospettiva di rinascita)
che è territorio assai frequentato dagli alchimisti moderni e che Newton
esplora in abbondanza (in questo capitolo anche con l'aiuto di autori
come il prediletto Michael Maier/2 o come Johann Grasshof e l'anonimo
del Clangor buccinae) ma, è necessario sottolinearlo, mantenendo
sempre ferma la convinzione di una corretta interpretazione limitata al
linguaggio esoterico e metaforico, lui che mai si fece sedurre dalle scienze
predittive basate sui segni celesti. Ed ecco che allo sposo e alla sposa delle
nozze chimiche si accostano le "due pietre principali" delle tradizionali
sette pietre dei metalli, che Jean d'Espagnet assicura possano tingere e
moltiplicare, 23 e che infondono una lo zolfo visibile che riscalda e asciuga,
l'altra il mercurio spirituale che raffredda e umidifica, cioè l'acciaio e il
magnete, il Sole e la luna: ancora gli opposti che, uniti, creano le condizioni
per la genesi di una nuova materia.
Non vi è trasmutazione senza il tramite di una materia informe e caotica,
ottenuta dalla putrefazione, da cui ricostituire una nuova struttura
materiale: così il ferro reso informe dalla decomposizione potrà rinascere
oro tramite gli agenti vitali infusi dall'alchimista. Si legge in altro
manoscritto di Newton dello stesso periodo:

Senza la putrefazione è impossibile conseguire il nostro scopo, ossia


la liberazione dello zolfo, o seme, chiuso nella prigione degli elementi
naturali. Ecco il solo mezzo [ . .)!4
.

20 Cfr. anche Out ofLa lumière sorta n t des tenebres, Babson Ms. 414A.
21 Cfr. anche Herme..�. Keynes Ms. 28, f. 6r.
22 Cfr. Ke)'nes M s. 13, f 3r.
23 Newton si appella all'edizione del 1638 dell'Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus,
p. 57. D'Espagnet compare nella lista degli autori prediletti da Newton. Cfr. Ke)'Ties Ms.
13, f. 3r.
24 Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A. Tr. it. di Davide Arecco, v.

135
COME SI LEGGE UN TES TO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

Il secondo capitolo è quindi dedicato alla descrizione della materia


prima dei metalli, che il filosofo può ricreare in laboratorio tramite
le reincrudazione25 e che ha la sua replica nella materia primigenia,
in quel caos primordiale su cui Dio operò, infondendovi forma e
vitalità e creando cosl. l'universo. Qui è fondamentale richiamare i
concetti presenti sia nel già citato De natura acidorum (che traduce,
in sostanza, i principi alchemici in termini di forze newtonianamente
intese), sia in altri lavori, anche successivi, che Newton dedica alla
meccanica e all'ottica in particolare (ci riferiamo soprattutto alle
edizioni dell'Opticks). 26 Dal combinato disposto degli esiti sperimentali
sulle proprietà della luce e sulle reazioni chimiche, Newton si convinse
della possibilità che la materia prima fosse costituita dalle particelle
più piccole esistenti in natura, le uniche composte da un plenum privo
di parti e pori: grazie alla loro semplicità strutturale (basata sugli
opposti terra/acido, ovvero mercurio/zolfo) esse rappresenterebbero il
primo mattone della realtà; tutte le altre sostanze chimiche sarebbero
invece costituite da particelle più complesse, di maggiori dimensioni
e divisibili. Quel composto informe e nero, 27 la dark matter della
putrefazione o il prodotto combusto dell'azione purificatrice del fuoco,
sarebbe quindi l'insieme di minuscoli e freddi corpuscoli primordiali;
la realtà variopinta dei corpi, invece, sarebbe la combinazione di
particelle più grandi, diretta responsabile dell'emissione dei colori:28
il sincretismo di Newton è ancora una volta ben evidente in questa
mirabile crasi tra fisica e alchimia, tra esperimenti sulla luce e sui colori
ed esperimenti sulla trasmutazione alchemica, tutti sullo sfondo di una
metodologia comune e di una ferma fiducia nella ragione umana, in
grado di ricavare una rappresentazione certa del fenomenico. Il caos
da cui il Tutto ebbe origine è per Newton una materia assolutamente
informe, assolutamente nera e assolutamente fredda: null'altro in
natura possiede tali caratteristiche; nell'universo creato da Dio e
da Dio costantemente guidato (come esigeva il filo-volontarismo

nota precedente.
25 Cfr. anche Out of La /umière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A
26 Per una sintesi su tutti B . J.T. Dobbs, The foundations of Newton 's a/chemy,
.

Cambridge, 1984, pp. 218-19.


27 Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A
28 "Le piccole particelle di materia possono avere coesione dalle attrazioni più forti e
comporre le particelle più grandi attraverso forze più deboli; e cosl per altre successioni,
finché la progressione si conclude con le particelle più grandi di tutte dalle quali dipendono
i processi chimici e i colori dei corpi naturali". l. NEwroN, Opticks, m ed., London, 1718,
Query 31. Poco a che vedere, quindi, con l'idea paracelsiana dell'emissione dei colori.

1 36
PRAXIS. 1693 - L'A DDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

newtoniano)/9 infatti, "nulla è assolutamente freddo a eccezione degli


atomi privi di vuoto".
La materia prima metallica, scrive Newton nella Praxis, è innanzitutto
una materia pura, una terra virginale, un composto di mercurio e
zolfo viscoso al tatto (non è acqua, ma scorre nel fuoco; non è pietra,
ma si spezza), pesante e grasso, di color sabbia (nella scala di colori
vicino al nero della materia primigenia) e freddo, come sa il lettore di
Opticks e De natura acidorum. Essa è una terra che l'alchimista, al
contrario del chimico volgare, saprà trovare nel suo luogo naturale:
non sotto ai suoi piedi ma appesa sulla testa degli uomini, in séguito
alla sua sublimazione. Ecco il processo necessario: come nei precetti
del Filalete, la materia prima (la pietra dei filosofi) va preparata e resa
volatile, dopo un doppio processo di trasformazione, prima in acqua
e poi in terra (così come prescritto da Basilio Valentino, tra gli autori
preferiti da Newton30) e poiché, come sentenzia lo stesso Maier nel
suo Symbola aureae mensae duodecim nationum (1617), nulla entra
nell' opus senza essere puro od omogeneo (in aderenza coi precetti della
spagirica paracelsiana), essa deve sublimare tutta, o tutta residuare al
fondo del crogiolo: il corpo nudo (cioè spogliato dall'impurità) della
regina (la materia prima), figlia del Sole e della luna (cioè del principio
maschile e femminile, dello zolfo e del mercurio) e in quanto femmina
preparata soltanto dai raggi lunari,:11 sfida il fuoco uscendone intatta.
Newton trascrive poi un intero passaggio dall'Instructio de arbore
solari (presente nel volume VI del Theatrum Chemicum del 1661) che
prima istruisce sulla modalità di realizzazione della materia prima e
poi conduce alla preparazione con questa del mercurio e dell'acqua
secca con i quali sarebbe infine possibile la duplicazione del mercurio.
La materia in sé è per Newton assolutamente inerte, è il principio
passivo che abbisogna di uno spirito agente che la informi e la vivifichi
(evidenti gli influssi della fisica stoica): a maggior ragione, la materia
prima è il prototipo di questo principio passivo, è quel deserto ove non
albergano spiriti che evocava lo pseudo-Lullo nei suoi scritti alchemici.
Newton prosegue la dissertazione citando la favola di Cadmo e dei
serpenti debellati da Forbante (così come riportata da Maier) e propone
una sua interpretazione come ricetta alchemica celata in enigma;
in altro luogo, di converso, Newton l'aveva reinterpretata in senso

29 Cfr. anche l' Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.
30 Cfr. Ke}Tles Ms. 13, f. 3r.
,

31 Qui Newton cita Sendivogius, uno degli "authores opti mi" della lista newtoniana. Cfr.
ibidem.

1 37
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

evemerista, più precisamente nei suoi studi storici e antiquari.32 Nella


Praxis, invece, l'autore richiama l'allegoresi mitologica e la interpreta
in chiave alchemica, operazione certo non rara né per lui né per lunga
tradizione della letteratura in argomento che, partendo dall'Augurello
e passando attraverso Giovanni Bracesco, giunge all'Atalanta fugiens
e alle opere di Basilio Valentino.
Dopo i due capitoli sui princìpi spermatici e sulla materia vergine,
Newton affronta nei due seguenti l'impalcatura stessa della materia
metallica ordinaria, per lui costituita da zolfo (�) e mercurio (�).33 Un
ritorno alla tradizione più antica che fa di Newton, in questo caso, un
critico della spagirica paracelsiana dei tria prima, in maniera assai
diversa da Boyle e con alcuni punti di contatto con la chimica del
medico francese François André.34
Lo zolfo dei filosofi, il principio maschile estratto dalla materia, è la
"vera chiave dell'opera" che, nella versione essoterica e meccanica del
De natura acidorum, si traduce nell'acido composto da particelle di
media grandezza in grado di interagire con i pori delle particelle di
materia ordinaria, in un'azione mediatrice e attrattiva. Anche qui gli
esperimenti dedicati allo zolfo partono dalla sublimazione, processo
indispensabile per la raffinare la materia e per renderla più volatile
possibile, cioè composta da particelle più semplici (quella semplicità
necessaria per la trasmutazione): lo zolfo viene così sublimato con
mercurio, poi con antimonio (o) o con metalli. Altrove Newton annota
quanto sia semplice estrarlo dal vitriolo (CB).JS Il risultato è un metallo
estremamente volatile, con il quale Newton vorrebbe procedere
alla trasmutazione. Ma lo zolfo ottenuto da Newton, che dovrebbe
assomigliare al dissolvente universale di memoria paracelsiana, appare
più una sostanza in grado dapprima di dividere le particelle più grandi
della materia ordinaria e poi, combinandola con materia putrefatta,
di originare una nuova mistura, senza però raggiungere la semplicità
delle particelle più piccole: così facendo egli non raggiunge il risultato
di una trasmutazione illimitata. Come di consueto, Newton rintraccia
nei simboli e nelle metafore della tradizione alchemica, presenti nelle
ricette della pratica di laboratorio come nelle speculazioni della teoria,
la via da seguire: lo zolfo è il drago infuocato del Filalete, senz'ali per
Flamel, che si nasconde nella casa d'Ariete (cioè della rinascita), è il

32 Cfr. l. Newton, Chronology ofAncient Kingdoms Amended, London, 1728, p. 180.


33 Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A
34 Cfr. F. ANDRÉ, Entretiens sur l'acide et l'alcali, Paris, 1672.
35 Cfr. Out ofLa lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414-A.

1 38
PRAXIS. 1 6 93 - L 'ADDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

figlio (maschio) della regina (l'opera), è il "re vestito di luce raggiante"


(è sempre il Filalete a parlare), è il rubino di Marte che insieme allo
smeraldo di Venere era infisso nella corona di Diana, così come voleva
l'analogia del Monte-Snyders (l'autore che più di ogni altro diede filo
da torcere all'esercizio newtoniano di "decodificazione" del linguaggio
metaforico); è, infine, il pesciolino Echidna di Sendivogius che giace
nel fondo del mare, piccolissimo ma in grado di trattenere gli spiriti
del mondo.
Il mercurio, invece, è il primo agente, la terra umida della materia
e il "sale dei sapienti" che trasforma la materia e che ferisce lo zolfo
liberandolo dalla prigione degli elementi naturali a cui è costretto, cioè
"da quell'involucro così resistente da non poter essere esposto all'aria,
se non con estrema laboriosità dell'arte", scrive Newton in altre
carte;36 la metafora di Sendivogius aderisce alla perfezione con l'idea
newtoniana di una materia composta da particelle di terra (mercurio)
in cui sono incastrate le particelle di acido (zolfo). Nella Praxis Newton
ne disegna il simbolo: il bastone alato, poiché il mercurio è volatile ed
è estraibile sublimando i metalli, che riconcilia i due serpenti unendoli
(Maier) è Venere che funge da legame (Filalete), è il tralcio che Bacco
utilizzò per uccidere l'anfisbena. Newton rimanda, in conclusione, alle
preparazioni ritrovate dal leggendario Abramo l'Ebreo e rappresentate
iconograficamente ne Les figures hiéroglyphiques de Nicolas Flamel
e dal Filalete nel Fons Chemicae Philosophiae (1668). Il mercurio è
l'oggetto più risalente nelle ricerche newtoniane: già alla fine degli
anni Sessanta, nel laboratorio di Cambridge si susseguono centinaia
di esperimenti e tentativi d'estrazione: le indicazioni bibliografiche
presenti nel quarto capitolo della Praxis sono, quindi, particolarmente
meditate. Uno dei manoscritti più importanti di questa sua produzione,
il Liber mercuriorum corporum37, contiene una raccolta delle
migliori ricette degli autori antichi e moderni, compresi i membri di
quell'Hartlib Circle di Londra intorno al quale orbitavano alchimisti
del calibro di Robert Boyle e Ireneo Filalete.38 Anche il regolo (e)
stellato, l'altro grande oggetto di studi ed esperimenti trentennali,39
è ben presente tra le ricette della Praxis. Consapevole della proprietà
magnetica del regolo stellato - magnificata da auctoritates come Basilio
Valentino, Sendivogius e d'Espagnet - e affascinato, sotto l'influsso

36 Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.


37 Cioè il Keynes Ms. 31.
38 Un circolo frequentato probabilmente anche dallo stesso Newton.
39 Resoconto di una serie di esperimenti e ricette in Ms Add. 3973.8, ff. 2r e ss.

1 39
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

della signatura paracelsiana, dalla sua morfologia che richiama da


vicino forme e simboli delle configurazioni celesti e macrocosmiche,
Newton raccoglie le ricette, tutte provate, su come prepararlo, e ne
studia soprattutto le implicazioni nelle sue idee di una sostanziale
identità tra fenomeni celesti e terrestri (ricomponendo così la frattura
aristotelica) e di una fermentazione universale (studi, quest'ultimi,
risalenti anch'essi all'attività intensissima del 1693). Da notare che i
regoli sono intesi in maniera assai particolare da Newton: quando egli
si riferisce, ad esempio, al Regolo di ferro (o c?) egli intende in realtà il
Regolo di antimonio ottenuto tramite il ferro. Il regolo per lui si ottiene
sempre e solo partendo dall'antimonio (la sostanza più attiva ai suoi
occhi), mai da un altro metallo. 4o
Più recenti, invece, gli esperimenti per la produzione dell'alchaest, uno
degli oggetti principali dell'ultimo capitolo, tutto dedicato alla pratica
di laboratorio. L'helmontiano alchaest, I'aqua ardens non coagulabile,
lo spirito ermafrodito "che si trova in tutte le cose" e che è accostato
alla funzione dello spirito attivo, era ritenuto dagli alchimisti (da
Webster a Fabre, da Ripley a de Monte-Snyders, fino a Ireneo Filalete
e Robert Boyle), in grado di purificare le sostanze e trasformarle nel
caos primordiale,4' di riportare, cioè, "ogni cosa alla materia prima"
e quindi di "aprire i metalli" (che per Newton significa innanzitutto
spezzare le grandi particelle e dividerle in strutture il più semplici
possibile, preferibilmente con metodi alternativi all'immissione di
calore).42 Esso, quindi, veniva identificato con lo spirito attivo, con
quell'agente alchemico di derivazione stoica che doveva impregnare
ogni corpo della natura e che era responsabile della loro dissoluzione
nella materia primigenia. Newton aveva già dedicato a questo
argomento un manoscritto di tremila parole.43 Ecco uno stralcio dalla
prima ricetta riportata nella Praxis (il corsivo è mio):

Se vuoi sbiancare Latona, allora non distillare il tuo spirito rosso ma


metti in incubazione lo spirito bianco sulla materia nera, digerendolo
di tanto in tanto, finché non porti alla superficie tutto lo spirito rosso

40 V., ad esempio, ibidem, f. 3v.


41 Si legge nell'Out of La lumière sortan t des tenebres, Babson Ms. 414A: "[ ...] l'artefice
deve soltanto separare, purificare e riunire i diversi principi tramite le leggi di natura sino
a generare il vero Caos, che è insieme un nuovo cielo e una nuova terra." Tr. it. Davide
Arecco, v. nota precedente.
42 Cfr. P.J. Fabre, Manuscriptum ad friederici, XXIX, trad. it. a cura di M. Pereira,
Alchimia, cit., p. 1139.
43 Ofthe Alcahest, Keynes M s. 41, ff. 5r-10v.

1 40
PRAXIS, 1693 - L 'A DDIO DI NEWTON ALL'A LCHIMIA

[...]. Quando [...] Latona sarà diventata bianca e fluida come cera e si
alzerà, sublimala, eliminandone i residui, e avrai il piombo bianco dei
sapienti, la bianca Diana ( J) ). Imbevi una parte di questo sublimato
con tre dello spirito digerito per 24 ore, distilla, imbevi il resto con
tre volte il suo peso di nuovo spirito, digerisci altre 24 ore e distilla.
Imbevi e digerisci ancora una terza e una quarta volta, e tutto si
alzerà. Fallo circolare per otto o nove settimane e avrai l'alchaest.44

Il linguaggio metaforico della tradizione, dapprima tratto dai testi


e poi smontato dallo stesso Newton nella sua decodifica, viene
nuovamente ricostruito nella stesura del trattato, in modo da parlare
lo stesso linguaggio ermetico dei Maestri (anzi, ancora più oscuro a
ben notare). Un velo esoterico che non deve far dimenticare quanto
l'alchimia newtoniana si basi su un approccio quantitativo, rigoroso,
anti-allegorico e dichiaratamente anti-mistico, che è tipico della
nuova scienza. Il testo riprende temi e concetti dei primi capitoli
teorici (con citazioni dirette da Basilio Valentino e Thomas Norton)
e riporta quelli che a tutti gli effetti sono i risultati ultimi della
trentennale attività sperimentale di Newton: lo stile delle ricette, il
piglio sicuro, le indicazioni precise, non lasciano adito a dubbi; egli
è convinto delle certezze raggiunte tramite la sua indagine che con
modalità tutte particolari, in bilico tra tradizione e innovazione, gli
ha consentito d'interpretare autenticamente l'antica arte di Ermete;
non sarebbero altrimenti giustificabili frasi come "avrai l'alchaest" o,
come si legge in altro passo, "potrai moltiplicare ogni pietra quattro
volte"4s. L'alchaest e la moltiplicazione sono per Newton dei dati di
fatto, provati sperimentalmente.
E se è vero che il testo di questo trattato non è concepito per essere
pubblicato, nemmeno in questa forma così esoterica, è altrettanto
certo che la sua versione manoscritta fosse destinata a un circolo
che, seppur ristretto, avrebbe diffuso i suoi contenuti a esperti del
settore, tutt'altro che sprovveduti. Non è un gioco, dunque, non è uno
strampalato passatempo: è la sapienza antica tramandata per enigma,
è la scienza che indaga l'azione divina del mondo, è il segreto della
vita e la chiave di decrittazione che rende intelligibile l'universo. Tutto
torna: filosofia meccanica e spagirica, forze attrattive macrocosmiche e
spiriti vitali microcosmici, il superiore e l'inferiore, gli opposti princìpi
nell'Uno; tutto si accorda: Ermete e Newton, alchimia e scienza, antichi
44 Praxis p. 18.
45 Ibidem, p. 17

141
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

e moderni, metafora ed esperimento; se il lettore seguirà le ricette


della Praxis, assicura Newton, farà Visita all'Interno della Terra,
Rettificando Incontrerà l'Occulto Lapis Vera Medicina46; la verità è
unica, molte le strade per raggiungerla, l'alchimia è una di queste, una
delle più antiche, quindi una delle più autorevoli. Ma perché, allora,
Newton non pubblicherà alcun suo testo di alchimia, Praxis compresa,
fino alla morte, pur ritenendo di aver ottenuto risultati tangibili dai
suoi esperimenti? La risposta è semplice e la si trova direttamente nei
carteggi newtoniani (mio il corsivo):

se nei testi ermetici dovesse esserci una qualsiasi verità, potrebbe


forse trattarsi di un modo per accedere a qualcosa di più nobile da
non comunicare al mondo se non con immenso danno; non chiedo
altro, quindi, se non che la grande saggezza del nobile autore lo
induca al silenzio.47

L'autore citato da Newton è Robert Boyle, propugnatore di un


moderato approccio essoterico delle discipline alchemiche, una
moderazione che agli occhi di Newton si deforma in una pericolosa
e indiscriminata apertura ai profani.48 Spesso Newton e i suoi
interlocutori preferiscono distruggere le lettere in cui si scambiano
preziose informazioni su esperimenti e interpretazioni alchemiche:49
il suo circolo si rivela in tutto e per tutto un sodalizio di iniziati, votato
all'assoluta segretezza, dove l'alchimia essoterica di Boyle (che muore
alla fine del 1691) non ha più quartiere. Un vero filosofo ermetico non
diffonde indiscriminatamente le proprie conoscenze, ma le condivide
esclusivamente con gli iniziati: da Pitagora in poi, gli autori del
pensiero antico, amati e studiati anche e soprattutto con senso critico
da Newton, tracciano una strada, quella dell'approccio esoterico alla
comunicazione del sapere, che egli percorrerà nella sua personale
ricerca del significato ultimo dell'Arte, facendosi accompagnare dalla
46 Parafrasi dell'acronimo latino "Visita Interiora Terrae Rectificando Inveniens
Occultum Lapidem Veram Medicinam".
47 A Henry Oldenburg. A. R. Hall, L. Tilling, The Correspondence oflsaac Newton (1676-
1687), Cambridge, 1976, vol. ii, 143.
48 Cfr. Newton rifiutò di comunicare con Boyle su questioni di alchimia (Boyle morirà
alla fine del 1691) poiché lo accusava di parlare con ogni sorta di persona e di essere
"troppo aperto e troppo desideroso di fama" (a Nicolas Fatio de Dullier. H.V. Tumball,
The Correspondence of lsaac Newton (1688-1694), cit., vol. iii, 346.
49 Fatio scrive a Newton su questioni di alchimia e lo prega di distruggere la lettera dopo
averla Ietta. Cfr. H .V. Turnball, The Correspondence of Jsaac Newton ( 1688-1694), cit.,
vol. iii, 414.

1 42
PRAXIS. 1 6 93 - L'A DDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

guida della Natura e dotandosi, per evitare gl'inciampi, del bastone


deila ragione, degli occhi dell'esperienza e dalla lanterna della
lettura.so Ed è del tutto evidente che questo approccio sia ravvisabile
anche in tante altre delle discipline studiate da Newton, perfino in
fisica e matematica.s' Mentre, di norma, gli alchimisti pubblicarono
migliaia di libri, seppur velati da oscure metafore, Newton ancora più
esotericamente non pubblica nulla, ma diffonde i manoscritti nella sua
cerchia ristretta. È un'abitudine, tra l'altro, che si riscontra anche nelle
altre discipline affrontate da Newton, comprese quelle non esoteriche:
egli, in definitiva, non nutre mai interesse a rendere pubbliche le sue
conoscenze; quando l'ha fatto, l'ha fatto per insistenza esterna (si pensi
al contributo di Halley per la pubblicazione dei Principia) o in séguito
a diatribe (qui basti l'esempio del testo della Chronology, approntato
per la stampa); mai di sua spante.
Va detto che all'epoca della stesura della Praxis, qualcosa di oscuro e
opprimente causò in Newton un repentino cambiamento nelle abitudini
quotidiane come nel modo di operare delle sue ricerche. Dal 1693
fino al 1696 si avvicendano infatti tre anni tormentati e difficilissimi
per Newton, i più critici della sua vitaY Una crisi che si risolverà
soltanto con la definitiva partenza da Cambridge a Londra, quasi una
fuga da se stesso, che costituirà una vera e propria rinascita e che
sfocerà in un nuovo atteggiamento, molto più aperto, verso l'alterità.
Londra per Newton rappresenterà la consacrazione, l'inserimento nel
tessuto istituzionale del regno, la celebrità. Con queste, una maggiore
disponibilità verso la comunicazione, anche se certi segreti del suo
sapere continueranno a essere da lui celati ai più (le sue convinzioni
teologiche eterodosse, alcune speculazioni sulla gravità, le stesse
convinzioni maturate con gli esperimenti d'alchimia).
Si torni, però, al periodo cruciale per i nostri scopi, quel triennio 1693-
96 che viene dai biografi indicato come il periodo della disillusione
di Newton verso le discipline ermetiche e l'alchimia, a séguito di un
periodo intensissimo di esperimenti la cui genesi risaliva all'anno stesso
della pubblicazione dei Principia (1687) e che giunse alla frenetica
primavera del '93, culmine da cui l'attività newtoniana scemerà fino ad

50 Cfr. M. Maier, Atalantafugiens, xlii.


51 Per un approfondimento sull'approccio esoterico della scienza newtoniana, rimando al
mio Lo sguardo e il silenzio. Le ragioni del Newton più occulto, in «Anthropos & Iatria»,
XVIII (1), 2014, pp. 42 -54 ..
52 Il primo a rendere conto della crisi del 1693 è Jean-Baptiste Biot nella sua Biographie
uni\'erselle del 1821.

1 43
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

arrestarsi ai primi mesi del 1696.5J


L'attività intellettuale di Newton, soprattutto dai primi anni Novanta,
non fu intensa soltanto in relazione all' ars regia, bensì anche nei temi
rimasti aperti o incerti dall'enunciazione delle sue leggi sul moto, che
gli suggerirono la possibilità di predisporre una nuova edizione dei
Principia .54 Non trascurò affatto i suoi lavori di ottica in vista della
pubblicazione della sua summa in argomento (I'Opticks del 1704),
né lesinò energie per il progetto di un'opera a stampa dei suoi lavori
di matematica. Il ritmo di lavoro, che Westfall definisce maniacale,55
è talmente forsennato da minare inevitabilmente la salute fisica
e mentale del Nostro, il quale cede a un periodo di frenesia che ha
del patologico. Non vi è disillusione verso l'alchimia, ma eccesso di
lavoro: troppi esperimenti che, di volta in volta confermando le ipotesi
del suo autore, lo inducono a nuove esperienze, che così lievitano
in modo esponenziale. Un lavoro che dà risultati, ma che non è più
possibile proseguire. Senza giungere a semplicistiche e vaghe analisi
psicologiche, è comunque possibile tracciare alcuni punti fermi sulla
personalità che trapela dalle lettere e dai manoscritti dell'epoca, riferiti
direttamente o indirettamente alla crisi di Newton.
Negli anni incerti immediatamente successlVl alla Gloriosa
Rivoluzione (che portarono, poi, a una stabilità politica e sociale i cui
frutti seppe cogliere anche il Newton presidente della Royal Society
e direttore della Zecca Reale), Newton, di per sé già poco avvezzo
alla cordialità nei rapporti personali e non affatto interessato ad
alimentare la propria cerchia di conoscenze, se da una parte intensifica
sensibilmente la propria corrispondenza, dall'altra si fa sempre più
diffidente e scontroso con i suoi interlocutori. Il rapporto con Nicolas
Fatio de Dullier, conosciuto nel 1689, vede un periodo di grande
affiatamento, di vera fusione intellettuale nei primi anni Novanta (nel
1691 sono entrambi a Londra per un breve periodo), una condivisione
che tra l'altro porterà Newton verso un rinnovato approfondimento
degli autori francesi della tradizione alchemica; è infatti dalle mani
di Fatio che Newton riceve testi fondamentali per la maturazione del
pensiero alchemico presente nella Praxis, testi come la Bibliothèque
53 Dal dicembre 1692 al giugno 1693 si assiste a un'intensificazione degli esperimenti
sulla fermentazione dei metalli; Newton è senz'altro in laboratorio nel dicembre del '92
e nei mesi di gennaio, aprile, giugno '93. Si hanno poi altre testimonianze di attività in
aprile '95 e febbraio '96.
54 Per un approfondimento R. Westfall, Never at Rest, A biography of Isaac Newton,
cit., pp. 504 e ss.
55 Cfr. ibidem, p. 524.

1 44
PRAXIS, 1693 - L 'A DDIO DI NEWTON ALL'ALCHIMIA

de philosophes (1672-78) e il Le Triomphe hermétique di Alexandre­


Toussaint de Limojon de Saint-Didier (1689).56 Ma nell'autunno del
'93 i due interrompono il loro sodalizio e, tranne rare eccezioni, non
si leggerà più alcun riferimento nelle carte di Newton a quel brillante
giovane filosofo di cui probabilmente in quegli anni egli s'invaghì.
Ancora il 1693. Il fatidico, terribile anno di crisi. S'incaponisce anche
la sfortuna: risale al mese di febbraio il piccolo incendio che mandò in
cenere numerosi manoscritti di ottica, pregni di resoconti di esperimenti
sulla luce: è un accumulo costante d'incidenti e frustrazioni. Gli amici
John Locke (con il quale spesso discuteva di alchimia) e Samuel
Pepys ne subirono le conseguenze: in una calligrafia visibilmente
alterata, Newton lanciò a loro strali velenosi, accuse di complotti nei
suoi confronti. Poi l'ammissione, un modo indiretto di porgere scusa,
in una lettera del 15 ottobre: l'insonnia lo ha divorato, la sua mente
non ricorda i fatti nel breve periodo, probabilmente ha dimenticato
anche gli insulti indirizzati agli amici.57 L'elenco dei sintomi si accorda
parzialmente a quello tipico di un'intossicazione da esalazioni di
mercurio, ma non ci si può sbilanciare con così pochi elementi. Quel
che è sicuro è che Newton ebbe un contatto diretto e continuativo
con il metallo intossicante.58 Comunque sia, da questa situazione
Newton sembra uscire faticosamente soltanto nei primi mesi del '94,
se si prendono per buone le parole vergate nel diario privato di uno
dei maggiori filosofi naturali di quei tempi, Christiaan Huygens.s9 La
ripresa di Newton, comunque, non è ancora completa, tanto che nel
1695 una voce insistente, ma infondata, lo dichiara morto.60
Newton supera la soglia dei cinquant'anni proprio quando mette mano
alla Praxis, proprio quando la crisi esistenziale e il crollo fisico si fanno
più acute. Ma se è vero che la constatazione di un declino creativo
nell'àmbito delle discipline matematiche, peraltro del tutto naturale,
deve aver afflitto non poco Newton (che non a caso si limita a raccogliere
i lavori del suo passato, riuscendo solo in minima parte a contribuire a
56 Tra l'altro, quest'ultimo autore è tra i preferiti da Newton in assoluto. Cfr. Keynes Ms.
13, f 3r.
57 Cfr. H .V. Turnball, The Correspondence of Isaac Newton (1688-1694), cit., vol. iii,
426.
58 Cfr. R. Seitz e J.Y. Lettvin, Mercury and Melancholy: The Dee/ine of Isaac Newton,
«Bulletin of the American Physical Society>>, ser. ii, 16 (1971), 1400 e R. Westfall, Never
at Rest, A biography ofIsaac Newton, cit., p. 537.
59 Huygens annota nel suo diario in data 29 maggio 1694: "(Newton] ha recuperato la
sua salute tanto da essere di nuovo in grado di comprendere i suoi Principia".
6o Cfr. J.F. Scotto, The Correspondence oflsaacNewton (1694-1709), vol. iv, Cambridge,
1967, 84.

1 45
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIMIA E ASTROLOGIA ...

un loro perfezionamento), è altrettanto certo che ciò non bastò da solo


a determinare quella profonda depressione che preoccupò non poco i
suoi amici e colleghi.61 La letteratura in merito è in gran parte concorde
nell'individuare una serie di concause che portarono Newton alla crisi
di quegli anni. Tra queste concause s'inserirebbe anche la delusione
verso l'alchimia sperimentale come disciplina in grado di dare una
conoscenza autentica. Ma questa non è, a nostro avviso, una delle
concause, ma al contrario una delle conseguenze: Newton, nonostante i
risultati certi ottenuti fino ad allora, interrompe gli esperimenti poiché
non è più in grado di sostenere i ritmi, l'intensità e le energie che gli
esperimenti richiedono; ed è per di più la stessa tradizione alchemica
che lo consiglia di smettere, tra le righe dei trattati più illustri; si
pensi a Michael Maier, studiato con rinnovata intensità da Newton
proprio nei primi anni Novanta: il passo indietro di Newton può avere
quindi una sua giustificazione nel precetto esplicito e fondante a cui
si deve assoggettare l'alchimista sperimentatore, cioè operare sempre
in ottima salute, fisica e psichica; senza di essa tutti gli sforzi per
raggiungere la Grande Opera saranno perfettamente inutili.
S'interrompono nel 1696, quindi, gli esperimenti di Newton, ma non
l'interesse e il profondo rispetto nutriti per l'Arte. La sua elaborazione
teorica, infatti, prosegui nel periodo londinese, cioè negli ultimi
trent'anni della sua vita (1696-1727): dalle carte private di Newton si
possono agevolmente estrapolare sia cospicui acquisti di nuovi libri
manoscritti di alchimia - in particolare di provenienza francese e di
William Y-Worth -62 , sia continuativi contatti con la sua cerchia occulta
di alchimisti, sia infine nuovi approfondimenti teorici e riflessioni sulle
fonti (come le Sententire luciferre et Conclusiones notabiles del 1698,6:J
alcune note aggiuntive all'Out of La lumière sortant des tenebres
risalenti allo stesso periodo, e altri appunti sparsi sulla fermentazione
e sulla trasmutazione nel Babson Ms. 421). Ma come abbiamo
anticipato, è tra le righe dei testi editi e inediti di fisica che il portato
delle esperienze newtoniane maturate in trent'anni di sperimentazione
alchemica si estrinseca compiutamente, seppur nei meandri di un
discorso che apparentemente riguarda soltanto la meccanica pura o
i processi non vegetativi. Erano già evidentissime le tracce di un forte

61 Cfr. F. Manuel, A Portrait of/saac Newton, Cambridge, 1968, pp. 218 e ss.
62 Tra le sue carte vi è un trattato anonimo dal titolo "Sendivogius explained" e tre
trascrizioni di un lavoro sconosciuto di William Y-Worth. Cfr. J. Harrison, The Library
of/saac Newton, Cambridge, 1978, p. g.
63 Cioè il Keynes Ms. 56.

1 46
PRAXIS, 1 6 93 - L 'ADDIO DI NE WTON ALL'ALCHIMIA

influsso dell'alchimia nell Hypothesis of Light (1675), ma ciò che più


'

può stupire è che questi non si affievoliscono affatto nelle opere più
mature, quando, come molti biografi sono pronti a giurare, la stima di
Newton verso l'alchimia sarebbe nettamente declinata.
Come spiegare, allora, la presenza di quello "spirito sottilissimo" che
pervade i corpi, quel principio attivo vitalistico che agisce nel mondo
e la cui prova di esistenza, lo scrive Newton a chiare lettere nello
Scolio generale alla seconda edizione dei Principia (1713), pur non
supportata da sufficienti esperimenti, sarebbe alla portata dei filosofi
della natura? No, non è la delusione a dettare le parole di Newton, ma
l'impossibilità di procedere ulteriormente nella sperimentazione (già
foriera di successi); un'attività che egli assegna idealmente ai posteri,
nel convincimento che la strada indicata sia proprio quella corretta.
Un concetto che si fa ancora più articolato e complesso nell'Opticks,
soprattutto nella sua terza edizione (1718): già la sua versione latina,
risalente al 1706, dove compaiono alcuni esperimenti sul mercurio
con aqua fortis e dove si trattano le affinità chimiche ("attrazioni
elettive"), 64 e dove il lessico si colora di termini evocativi quali
"sublimazione, "regolo", "trasmutazione", "fermentazione", . denuncia
il debito verso l'attività di laboratorio e la confidenza con la prassi
alchemica, nonché l'attribuzione implicita dell'autore di un valore di
certezza e di verità alle risposte che l'alchimia, teorica e pratica, gli ha
dato per una corretta descrizione della realtà naturale. E il messaggio
che Newton lancia al futuro della filosofia della natura, le questioni
ancora aperte che consegna alla posterità, non sono indirizzati
necessariamente e soltanto agli interpreti di quella che oggi si definisce
"scienza", ma anche ad alchimisti e filosofi ermetici, indagatori di
quell'aspetto incomparabile, di quella causa misteriosa e occulta, che
dona al mondo il suo vero motore, la sua linfa, la vita stessa, in una
continua trasmutazione delle forme e delle sostanze, guidata da un
pantocratore unico e universale, in grado di "modificare i corpi in luce
e la luce in corpi". Ciò grazie all'incessante attività di quei principi
attivi senza i quali

i corpi della Terra, dei pianeti, delle comete, del Sole, e tutte le cose
in essi, sarebbero fredde e congelate e diventerebbero masse inerti; e
putrefazione, generazione, vegetazione e vita cesserebbero, e i pianeti
e le comete non potrebbero permanere nelle loro orbite.65 [ ]Finché le •••

64 Cfr. I. Newton, Opticks, cit., Query 31.


65 Si legge nella quinta chiave di Basilio Valentino: "[ ] se la terra venisse privata del
...

1 47
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

particelle rimangono intere, esse possono costituire i corpi di un 'unica


natura e struttura in eterno, ma se possono essere erose o spezzate,
la loro natura può essere modificata. [. .] Queste particelle [ ] si
. ...

muovono tramite certi princìpi attivi, come la gravità, causando la


fermentazione e la coesione dei corpi.

suo spirito, sarebbe morta e non darebbe più nutrimento, perché al suo zolfo e alla sua
untuosità verrebbe a mancare lo spirito, che conserva la forza vi\ificatrice e dà a tutte le
cose la crescita mediante il nutrimento." B. Valentino, Le chiavi della sapienza segreta,
tr. it. in M. Pereira, Alchimia, I testi della tradizione occidentale, cit., p. 984.

1 48
NATO SOTTO SATURNO:
}OHA NNES DE MONT E­
S N Y DER E LA IATROCHIMICA
EUROPEA ( 1 665 )

DAV I D E ARECCO

1 49
NATO SOTTO SATURNO: }OHANNES DE MONTE-SNYDER E LA ...

ohannes De Monte-Snyder (1625-1670) fu medico e mago,

J astrologo e alchimista dallo stile simile a quello di Enrico Cornelio


Agrippa di Nettesheim. Scrisse una Commentario de Pharmaco
catholico (1665), che Newton stimò a tal punto da eseguire egli stesso
di suo pugno una traduzione inglese della dissertazione Métamorphose
des Planètes.I Tedesco di origini olandesi, Johannes De Monte-Snyder
visse tra il 1625 ed il 1670. Gran viaggiatore per tutta Europa - come
altri alchimisti, dal Cosmopolita a Filalete - stimato dal chimico Johann
Joachim Becher (che scrisse sul suo libro un Commentarius, nel 1726),
lo iatrochimico tedesco fu a Vienna, nel 1660, ospite dell'Imperatore
Leopoldo I (da parte sua interessatissimo ad alchimia e astrologia)2 e
a Aquisgrana nel 1667.J Mori a Magonza, tre anni dopo. Il testo della
Commentario rimane una delle maggiori opere alchemiche del Seicento
europeo con la Lux obnubilata e la Chymica Vannus, apparse entrambe
nel 1666.4
Con quest'ultima opera, la Commentario di Monte-Snyder fu riedita
nel 1666, ad Amsterdam, da Janssonius e da Weyerstraet. Il trattato
costituisce la parte teorica di un ben più ampio disegno dell'autore, il
quale - nél 1663, ad Amsterdam - ne aveva pubblicato un complemento
pratico in forma allegorica, con il titolo Metamorphosis planetarum.s
Nella prefazione all'edizione del 1663, de Monte-Snyder menziona
inoltre una dissertazione ancora precedente, il De elemenris magicis.
Il testo parla dei tre regni della natura, di come distinguere il mondo

1 A. Faivre-F. Tristan, Alchimia. Introduzione all'arte della rigenerazione, Genova, 1997,


p. 225.
2 La notizia è riportata da Johann Weichard von Valvasor, nella sua storia del principato
di Carinzia uscita a Leybach, nel 1689. Weichard attribuisce anche a de Monte-Snyder
poteri taumaturgici.
3 Ne parla Goosen van Vreeswyk in De Goude Leeuw (1675).
4 Il titolo completo della Chymica Vannus è Reconditorium ac reclusorium opulentiae
sapientiaeque Numinis Mundi Magni cui deditur in titulum Chymica Vannus, mentre
la seconda edizione di Leida (1696) reca il titolo di Chymiae Aurifodina Incomparabilis
quam recludit praeludium prosimetricum magica rum noctium sortes Sybillinae.
5 E.C. Flamand, Erotique de l'alchimie, Paris, 1970, p. 55. Successive edizioni tedesche
dell'opera, a Francoforte e a Lipsia, nel 1684, 1700 e 1774.

1 51
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

minerale dalla lunare e femminile Geburth, della natura universale e


doppia del microcosmo ermafroditico, di come la flora serva il monarca
di questo mondo e del mercurio dei filosofi Oa parte più interessante
per Newton, nonché per i paracelsiani inglesi del XVII secolo), nonché
di molte altre rappresentazioni (metaforiche) del processo alchemico.6
Una prima versione tedesca della Commentario uscì a Francoforte
sul Meno, nel 1662, mentre l'originale latino - stando, almeno, ai
cataloghi delle biblioteche europee - non venne mai stampato e circolò
solo manoscritto (con la datazione, posteriore, 1678). Sino al 1777 la
diffusione fu ampia e favorevole. Sempre nel 1678 la Commentario
fu inclusa nella silloge di testi alchemici - tra gli altri, di Arnaldo da
Villanova, Cosmopolita e Artefio - Ianua patefacta thesaurus, apparsa
in Amsterdam, per i tipi di Weyerstraet. Un'altra edizione tedesca uscì poi
a Dresda nel 1727.7 Newton, come detto, si basò sulla stampa londinese
del 1665, la stessa alla cui versione in italiano facciamo riferimento in
questa sede.8
La Commentario resta una delle non moltissime opere che racchiudono,
pur nella loro brevità, il nucleo centrale, se non la quintessenza dell'arte
ermetica. Da ciò derivano la sua notorietà e la sua valorizzazione da
parte degli studiosi. Al trattato non sono infatti mancati riconoscimenti
non certo trascurabili, anche da parte degli storici. Secondo alcuni,
olandese solo di origine, l'estensore della Commentario si sarebbe in
realtà chiamato Mondschneider e sarebbe nato nel Palatinato. A parere
di altri, suo nonno materno sarebbe stato Levinius Lemnius, alchimista
del secolo XVI molto versato in tecniche tintorie e trasmutazioni.
De Monte-Snyder fu ad ogni modo un 'missionario di Ermete' e un
testimone attendibile quanto interessante dello stato dell'alchimia nella
prima età moderna.
Per De Monte-Snyder, il farmaco universale è una pozione chimica,
che va cercata e ritrovata « nei tre regni della natura», una soluzione

6 Si vedano J. Ferguson, Bibliotheca chemica, Il, Glasgow, 1906, pp. 104-105; L.


Thorndyke, History of Magie and Experimental Science, VI II, New York, 1960, pp. 355-
356.
7 Con il diverso titolo Grundliche Einleitung zur Allgemeinen grossen Medicin e vi si
afferma che il testo fu tradotto, da un esemplare latino impresso a Londra, per via della
sua notevole importanza. Le traduzioni in tedesco, secondo l'uso sei e settecentesco,
portano il titolo misto Tractatus de medicina universali das ist von der Universal­
Medicin (il Duveen lo rammenta nella sua Bibliotheca alchemica et chemica, London,
1949. p. 411).
8 J. de Monte-Snyder, Commentario su/farmaco universale, Milano, 1974 (traduzione
in francese Milano, 1977, in 12°), indicata d'ora in poi come CF. Sull'erudizione dell'autore
s'è diffuso il Fictuld nel suo Probier-Stein (1753).

1 52
NATO SOTTO SATURNO: /OHANNES DE MONTE-SNYDER E LA ...

universale, «dotata della virtù di recludere o occludere e di riaddurre


ogni metallo alla sua prima materia». Lo scopo è quello dell'alchimia
classica: mediante la pietra filosofare trasmutare il piombo in oro,
«ad onore, anzitutto, di Dio glorioso ed eccelso».9 Il Dio di De Monte­
Snyder è «spirito di verità» e «onnipotente». Precisazioni necessarie,
che servono a confermare la fede cristiana dell'autore e, nel contempo,
a stornare eventuali (e possibili) accuse di eresia. L'oro ha naturalmente
una valenza simbolica e salvifica: precisa De Monte-Snyder che «chi
cerca di arricchire non sarà mai innocuo» . Occorre invece «approfondire
la conoscenza dei misteri più occulti, [ .. ] rinchiusi nell'Arte chimica»,
.

vista e concepita alla stregua di una «scienza».10 L'arte chimica è arte


regia: la stessa di re, alchimisti e massoni di tradizione operativa. Quello
di cui parla l'autore è «un arduo mistero» da penetrare per colui che
intenda «far strada in questa luce di natura» nella convinzione dettata
dal proverbio che «O l'alchimia trova il galantuomo, o galantuomo lo
fa», al fine di accostarsi «al creatore e alla di lui conoscenza». Tale
creatore «onnisciente e onnipotente è Dio, l'Alfa e l'Omega». A lui
deve guardare il «probo e sincero figlio dell'Arte ».11 Segue quindi una
affermazione vagamente baconiana, filtrata probabilmente attraverso
il medium rosacrociano anglo-tedesco: «quando ti manca il potere, è
degno di lode il volere». Anche per l'alchimista e per lo iatro-chimico,
faustianamente, il sapere è potere. Per conseguire la «eterna verità»
dell'Arte, va invocata «insistentemente la luce».12 Il tutto in un contesto
fortemente cristologico quanto a fraseologia.
Quello di De Monte-Snyder, che si autodefinisce un semplice
«interprete», è un libretto aureo di precetti alchemici che dà accesso al
«mondo dei filosofi» .13 Il capitolo primo della Commentario tratta del
solvente universale di minerali e metalli. È l'alkaest del paracelsiano
Van Helmont, molto popolare nell'Inghilterra puritana e presso alcuni
membri del londinese College of Physicians (che, si sa, fu una delle culle
intellettuali e scientifiche da cui sorse poi la Royal Society). I discorsi
di De Monte-Snyder su Mercurio e Zolfo tradiscono apertamente
la lettura attenta di Paracelso. Quanto al magnetismo terrestre, t4 la

9 CF, 1. Su ermetismo e metallurgia vedasi il classico M. Eliade, Alchimia e arti del


metallo, Torino, 1980.
10 CF, 3.
11 CF, s.
12 CF, 6.
13 CF, 10.
14 CF, 11.

1 53
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

fonte è il medico elisabettiano William Gilbert.15 n secondo capitolo è


poi dedicato agli «elementi magici)),'6 in generale e di carattere igneo,
nonché all'acqua mercuriale. « Le realtà sono tutte in tutte nell'universo
archetipo)) e nelle sfere planetarie, mentre la Terra è «materia nostra)) '
ossia spazio abitato dall'uomo e dall'adepto.'7 Il capitolo terzo viene
consacrato al «triplice fuoco degli antichi sapienth) . La concezione della
Grande Opera,'8 quale si trova esposta dall'autore, è molto pre-socratica
e segnatamente eraclitea e neo-stoica. La parte sul salnitro è quasi
scientifica, debitrice verso l'atomismo boehmiano di Daniel Sennert,
l'alchimista luterano di area germanica il quale ispirò anche l'opera di
Robert Boyle, a Oxford. I passi sul Sale sono invece nuovamente assai
paracelsiani. De Monte-Snyder scrive che ritroviamo la coagulazione
di Mercurio in Saturno. Qui si parla del Saturno dei rinascimentali, il
dio della melancolia, sotto il quale nascevano maghi naturali e poeti
divinamente ispirati. Ci torneremo sopra.
Se le argomentazioni su calorico e aria riguardano maggiormente
la storia - ancora ambigua - della chimica seicentesca e quelle circa
il regno vegetale attengono alla botanica, il richiamo fatto dall'autore
all'archeus ci riporta a Paracelso e al suo magistero, vivissimo in Europa
tra XVI e XVII secolo, in particolare grazie all'esoterismo di estrazione
protestante. Il discorso di De Monte-Snyder è congiuntamente alchemico
e astrologico, secondo la tradizione cinquecentesca: si pensi soltanto
al passo riguardo la «miniera di Saturno, ossia casa universale)).'9 n
linguaggio dell'alchimista appare ermetico ed occulto, in linea con
il vincolo della segretezza semantica richiesto all'eletto!0 Solo un
esempio: «quando Sole e Luna si oscurano, allora nasce il Magnipotens,
recante tra le mani il regno spirituale e mondano)) .21 Ecco quindi il
celebre VITRIOL: «visita le intimità della Terra; a forza di rettificare,
troverai l'occulta Pietra)) ossia la vera medicina.22 La Terra di cui parla
'
15 W. Gilbert, De magnete, London, 1600 (base poi per A. Kircher, Magneticum naturae
regnum, Roma, 1667).
16 CF, 12-13.
17 CF, 14. Si veda C.G. Jung, Psicologia e alchimia, Torino, 2006, pp. 285 e segg., 307 e
segg.
18 Su questa e le sue fasi rimando a F. Ferrara, L'arte muratoria e la Grande Opera,
Cosenza, 1999, pp. 41 e segg.
19 CF, 22.
20 Vedasi in merito D. Arecco-V. Borniotto, Segretezza esoterica e simbolismo animale tra
Medioevo e Rinascimento. Il basilisco nel Secretum secretorum, in Secretum secretorum.
Saperi e pratiche all'alba della scienza sperimentale, Genova, 2011, pp. 16-23.
21 CF, 23.
22 CF, 24 ( Visita Interiora Terrae; Rectijìcando Invenies Occu/tum Lapide m).

1 54
NATO SOTTO SATURNO: /OHANNES DE MONTE-SNYDER E LA ...

l'estensore della Commentano è «adamica» , originaria e primordiale al


pari della Tradizione esoterica cui fa capo.
Il capitolo quarto esamina la decomposizione dei metalli e la loro
riduzione a tre soli principi primi, tramite la medicina universale
dell'alchimista.23 De Monte-Snyder si appoggia, qui, a Basilio Valentino,
esplicitamente citato/4 sempre guidato dalla «divina provvidenza)) che
regge e governa il mondo (come sarà ancora per Newton).25 Il capitolo
quinto prende in esame natura e proprietà del principio primo, ovverosia
il Mercurio."6 Il sesto espone la natura generica dello zolfo ed il settimo
quella del sale. Il capitolo ottavo si domanda «se la medicina universale
sia da trovarsi nei sette altri cioè nei sette metalli o se anzi nell'oro e
nella materia prima ». Molti alchimisti che hanno preceduto De Monte­
Snyder, infatti, «celando la materia ne svelano soltanto l'effetto)). 27 La
cornice è, ancora una volta, squisitamente rinascimentale: si va dal
tema dell'anima mundi a quello dell'armonia delle sfere celesti e della
musica del cosmo.28 Il capitolo nono disserta a proposito di natura e
proprietà di Saturno e dell'Azoth filosofale. Un tema caro anche, di lì a
non molto, al Newton delle carte private e la cui fonte, quattrocentesca,
è l'opera dell'alchimista inglese George Ripley.29 A Giove, associato allo
stagno, «ferreus capitaneus)) della filosofia ermetica,3" è dedicato il
capitolo decimo del testo di De Monte-Snyder. Quest'ultimo, trattando
nell'undicesimo capitolo della natura e delle proprietà di Marte,
«il ferro>> , «duce belligero», dice in tennini lapidari che chi non lo
conosce «non ha imparato l'Arte».3' In questo capitolo, effettivamente
centrale nella Commentano, richiami alla mitologia e al paganesimo si
combinano ecletticamente - ma il sincretismo è caratteristico dei libri
alchimistici - col recupero della saggezza di Re Salomone, che da un lato
riprende le Scritture veterotestamentarie (e nascostamente la medievale
ed empia Clavicula Salomonis, il manoscritto maledetto caro all'alba
dei Lumi più radicali alla corte libertina e panteista di Eugenio di Savoia,
a Vienna) e dall'altro non fa che preludere alla centralità del testo biblico
23 CF, 25.
24 B. Valentino, Chymische Schriften, Amburgo, 1700.
25 CF, 28. Vedi B.J.T. Dobbs, /saac Newton scienziato e alchimista, a cura di P. Lucarelli,
Roma, 2002.
26 CF, 29-30.
27 CF, 35·
28 S.A.E. Leoni, Le armonie del mondo, Genova, 1988.
29 G. Ripley, Le Liure des douze portes, Paris, 1979 (traduzione condotta sull'edizione a
stampa del 1649).
30 CF, 43.
31 CF, 45·

1 55
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

in seno a quella che sarà la Massoneria moderna.


Sempre nel capitolo undicesimo, il sale di Paracelso si fa sale astrale.
Dio della guerra, «croce e flagello è [. . ] Marte nel mondo».32 De-Monte­
.

Snyder fa ritorno dunque al motivo guida della sua dissertazione: «il


cardine di tutto [ . ] è la riduzione e scomposizione in materia prima
..

ossia nei suoi tre principii ».33 Segue una massima sfingea, enigmatica:
«più che oro fare, difficile è oro disfare».34
Quest'ultima ha evidentemente la funzione di introdurre il lettore
all'argomento del successivo e dodicesimo capitolo, concernente « natura
e proprietà del Sole, cioè dell'oro».JS Molto importante e rappresentativa
dell'epoca è la associazione, voluta dall'autore, tra l'oro degli alchimisti
ed il Sole dell'eliocentrismo pitagorico, adottato e fatto proprio dalla
moderna scienza astronomica.36 L'oro di cui discorrono gli alchimisti
nel Seicento è, di fatti, analogo al Sole del macrocosmo ed a quello del
microcosmo (il cuore, secondo l'anatomia di William Harvey).37 La
materia prima è « magnete solare avendo essa attinto solare corpo dal Sole,
e avendo costantemente l'oro attratto a sé anima sulfurea da essa prima
materia» .38 Entro un impianto copernicano e misticheggiante insieme,
leggiamo che «al Sole rendon servigio i pianeti»,39 il maggiore dei quali
resta l'igneo Marte, la cui casa «è l'Ariete [.. ] principio dell'elemento
.

del fuoco » . Contesto e finalità di tale argomentare rimangono di segno


marcatamente religioso: obiettivo di De Monte-Snyder è « manifestare
la divina bontà» ,4° quale essa si esplica nell'universo e sulla Terra per
voluntatem Dei. Tale manifestazione, esotericamente, non è alla portata
di tutta l'umanità. Predomina un aristocraticismo spirituale già bruniano:
gli alchimisti devono conoscere se stessi; « molti sono i chiamati; pochi,
per altro, gli eletti)) che potranno cogliere i secreta naturae e scorgere
già in vita il volto del Signore, «l'architetto del polo e del suolo» in base
all'immagine (quasi pre-massonica) di De Monte-Snyder.4' Il solo mezzo
per penetrare l'architettura divina che si concreta nellà molteplice realtà

32 CF, 48.
33 CF, 49·
34 CF, 5o.
35 CF, 51.
36 J.L.E. Dreyer, Storia dell'astronomia da Ta/ete a Keplero, Milano, 1970, pp. 37 e
segg., 249 e segg.
37 W. Harvey, De motu cordis, Frankfurt, 1628.
38 CF, 52.
39 CF, 53·
40 CF, 54 ·
41 CF, 55· Il concetto di elezione dell'adepto pare coniugarsi, in De Monte-Snyder, a quello
di predestinazione. Chiara, ancora una volta, la matrice riformata di fondo (CF, 68).

1 56
NATO SOTTO SATURNO: jOHANNES DE M ONTE-SNYDER E LA ...

fenomenica è la corretta pratica alchemica. Questa, in De Monte-Snyder,


è qualitativa e quantitativa nel medesimo tempo, quasi sperimentalista.
Il capitolo tredicesimo della Commentario si rivolge a Venere, associata
al rame. Qui l'alkaest è definito «spirito ermafroditico», via d'accesso
ai segreti di un mondo dove il simile attrae il simile (un principio forse
desunto anche dall'epistemologia gesuitica kircheriana). A Mercurio -
il simbolo dell'esoterismo alchemico e, nel Settecento, dell'Illuminismo
libero-muratorio (accanto a Minerva) - viene consacrato il capitolo
quattordicesimo. «Gli antichi sapienti», leggiamo, «lo adornarono di
Sole e lo insignirono di Luna»Y De Monte-Snyder passa, pertanto, a
dissertare sull'antimonio della tradizione iatro-chimica; sono forse le
pagine meno originali del libro: nulla che non si trovi pure in Ripley,
Paracelso, Borri o più tardi Newton. Il capitolo quindicesimo tratta poi
della Luna, delle sue proprietà naturali. Essa è associata al flegma della
tradizione galenica. Scrive l'autore che «esercita la Luna, attraverso
al freddo Saturno, la sua astrale influenza su ogni filone argentifero,
il quale, come ricettacolo di lunari proprietà, comunica poi ai mortali
la sua propria virtù».43 Ancora: «come [ ... ] Saturno è il supremo, cosi
la Luna è l'estremo pianeta, entrambi come ugualmente distinti dal
Sole, che come cuore di tutti i pianeti, è situato in mezzo al cielo».44
L'assunzione è particolarmente rilevante per lo storico della scienza,
poiché siamo qui in un cosmo copernicano, che non ha paura a dirsi
tale. L'orizzonte permane dal canto suo teologico.
Il capitolo sedicesimo della Commentario tratta, poi, della natura e
proprietà delle gemme e di come ridurle, grazie al solvente filosofale,
a farmaco universale. Scrive in questa sede il De Monte-Snyder che
«dal primo Mobile astrale hanno origine e principio le gemme, come
pure ogni infimo e supremo metallo)),45 Troneggia la lezione medievale
del Picatrix: tutto è in tutto (omnia in omnibus) secondo il principio
di sympathia rerum. Le gemme prese in considerazione sono topazi,
smeraldi, rubini e zaffiri. L'autore torna altresi a parlare dello zolfo,
paragonandolo all'aquila.46 Il riferimento al simbolismo zoologico serve
anche a introdurre le tematiche del capitolo diciassettesimo, circa la
terapeutica di ascendenza animale e vegetale, vestigia a sua volta di
una medicina ancestrale, che gli uomini hanno con il trascorrere dei
42 CF, 62.
43 CF, 65.
44 CF, 66.
45 CF, 6g.
46 Sulla metafisica dell'aquila vedi J. EvoLA, Simboli della tradizione occidentale,
Carmagnola, 1988, pp. 63-71.

157
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

secoli smarrito e che l'alchimista - sorta di novello Ercole - può adesso


restaurare. Il capitolo si chiude con una lode, da parte di chi lavora tra le
fornaci, all'onore ed alla gloria del Monarca dei cieli, principio di ordine
e fine ultimo. Una conferma di come quella di De Monte-Snyder sia,
similmente all'opera di Becher,47 una fisica sacra.
ll capitolo diciottesimo della Commentario è un alfabeto chimico,
volto a spiegare come siano da intendersi e da interpretarsi caratteri,
simboli e terminologia degli antichi filosofi. A conti fatti, si tratta di una
razionalizzazione di ciò che sta dietro le procedure alchemiche. Una
volta tanto, colui che legge non ha a che fare con un periodare ellittico
ed astruso. Anzi. L'autore scrive, d'altra parte, per gli apprendisti
dell'arte regia. Non mancano piccoli rudimenti di una vulcanologia,
in realtà più simbolica che altro, storicamente ancora agli albori (di
fatto essa nasce con gli studi sull'Etna editi, nel 1669, dallo iatrofisico
galileiano Giovanni Alfonso Barelli). De Monte-Snyder ritorna a dirci di
Mercurio, in questo caso il «Mercurio metallico», che viene da lui fatto
corrispondere al «mattutino e vespertino Lucifero».-�8 Segue una breve
ma utile nomenclatura alchemica, con designazione di tipi di zolfo, sali,
metalli e «sillabe chimiche» .49 Quasi un glossario.
La Commentario termina con un riassunto che è una sintesi di tutto
quanto esposto, non senza oscurità lessicali e contenutistiche, nell'intero
liber. La destinazione di quest'ultimo è di nuovo netta ed esplicitamente
dichiarata: De Monte-Snyder ha scritto per coloro che adoperano il
magico fuoco filosofale dell'atanòr, che lavorano duramente con storte e
alambicchi, in cerca della chiave con cui accedere al mysterium magnum,
nascosto nel creato. È a questi candidi ed emuli amatori dell'Arte che
l'alchimista si è rivolto. Tali «tecnofì.li>>,so stando all'espressione con
la quale De Monte-Snyder intende i possessori della recondita tecnica
ermetica, sono fautori di una magia bianca, nemica della negromanzia.
Pregano Iddio, «che tien la chiave · dell'Olimpo e dell'Orco», affinché
la strada da loro arduamente percorsa sia illuminata e possa perciò
mantenersi rettaY

47 Di quest'ultimo ho trattato nel mio Dall'Inghilterra all'Europa. Scienza, esoterismo,


Lumi 1627-1780, Roma, 2014, pp. 115 e segg.
48 CF, 83. Si veda L. Picknett, La storia segreta di Lucifero, Roma, 2005, nonché T.
Karlsson, La Kabbala e la magia goetica, Roma, 2011, pp. 28 e segg., 139 e segg.
49 CF, 85.
so CF, 99.
51 CF, 98.

158
NATO SOTTO SATURNO: fOHANNES DE MONTE-SNYDER E LA ...

U:p.a lettura dell'arte regia

La Commentario - libro di gran rinomanza, ma non facile da discernere


per la stratificazione e sovrapposizione di linguaggi e significati - è opera
che necessita di chiarimenti ed inquadramento storico-concettuale
al fine di essere davvero correttamente compresa. Iniziamo da Marte,
chiamato a lungo in causa dal De Monte-Snyder. La sua figura ci rimanda
ai cicli eroico-uranici dell'antichità occidentale e nella fattispecie
romana, al tempo mitico e metastorico degli eroi di Roma, in generale
all'esoterismo ermetico-alchemico della via romana al sacro. Marte
è fondamento della via romana all'eroismo, eroismo che nel Seicento
italiano ed europeo - stante il precedente illustre di Giordano Bruno,
con i suoi (appunto) Eroici furori - giunge sino a De Monte-Snyder,
anche attraverso l'opera ermetica di Cesare della Riviera. s2 Marte è
astro e nume. Come vi sono un M arte volgare e un Marte eraclea, così vi
sono un uomo comune e un padrone dell'arte reale (che eroicamente ha
saputo entrar in possesso della sapienza dischiusagli dall'alchimia). Alla
stessa maniera, continuando nel gioco di corrispondenze, vi sono nelle
operazioni alchemiche (che sappiamo trigraduali) una materia bmta
e informe, inerte e passiva (che necessita e attende di venire vivificata
dall'intervento eroico del mago e alchimista) ed una trasformazione­
realizzazione compiuta (su) di essa (e a partire da essa). Marte, nella
tradizione ermetica, è altresì passaggio obbligato, per raggiungere
l'alta atmosfera e la celeste dimora della divinità (dove abita Giove). De
Monte-Snyder .pensa inoltre chiaramente a Marte come a un metallo,
cercando e individuando una corrispondenza magica tra l'astro, il dio
e il metallo degli alchimisti. Marte, naturalmente, è anche dio della
guerra, vista come mezzo supremo allo scopo di realizzare eroicamente
- anche tramite il furor in battaglia - il sacro. Si spiegano così miti,
simboli e riti presenti e rintracciabili tanto nella tradizione di Roma,5J
quanto nell'alchimia posteriore,54 della quale la Commentatio di De
Monte-Snyder è in tal senso una delle ultime ramificazioni.
Nel De pharmaco si trova, inoltre, il motto ambula ad intra. Questa via
interiore è una strada sacra che parte dalla pietra nera ieratica, da questa
pietra che non è (solo) pietra, bensì immagine del cosmo, dal «piombo
52 C. della Riviera, Il mondo magico de gli Heroi ( 1605), Roma, 1986.
53 J. Evola, La tradizione di Roma, Padova, 1977; G. de Giorgio, La tradizione romana,
Roma, 1989.
54 Vedi G. Casalino, Aeternitas Romae. La via eroica al sacro dell'Occidente secondo
la Tradizione ermetica, Genova, 1982; R. Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica,
Genova, 1987.

1 59
COM E 51 LEGGE UN TESTO ANTICO DJ ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

nero nostro» - un simbolo, da tale punto di vista, per il corpo umano


- e lungo la quale sono destinati a scaturire eroi (nel senso indicato da
Bruno e da della Riviera) e dèi, «cieli» e «pianeti», uomini elementari
(l'homunculus di Paracelso), metallici e siderei, ossia alchimisti, che si
elevano sino alla superiore sapienza trascendente rappresentata dalle
stelle.ss
Una veduta centrale dell'arte regale in De Monte-Snyder è che
l'ermetista compie determinate operazioni nel crogiolo alchemico,
operazioni attraverso le quali si traduce in atto e perfezione una materia
simbolica, che la Natura ha lasciato imperfetta ed aristotelicamente in
potenza. Senza qui il soccorso dell'Arte, tale processo di compimento
è impossibile. Tale idea va riferita a quanto l'uomo comune si trova ad
essere quaggiù - nel dominio dell'immanenza - ma va pure ricondotta a
quella dignità, «sconosciuta alle razze anteriori» e che contraddistingue
lo spiriti dei cicli eroici, a cui si è già fatto cenno poco fa.56
Nel De pharmaco, non senza colti riferimenti all'antica alchimia dello
pseudo-Democrito e di Zosimo, per ottenere un oro non «volgare»
bisogna procedere a distillazioni che posseggono precisa valenza di ordine
simbolico: si deve cioè passare attraverso il fuoco rigeneratore. Solo in
tale modo, il composto può risorgere dalle ceneri, come l'araba fenice
della tradizioneY Soltanto così, l'anima potrà finalmente abbandonare
la compagine terrena ed il carcere corporeo (secondo la tradizione di
marca platonica e ficiniana) per risolversi in altro elemento, uranico e
non più solo ctonio.sB Non di meno, il De pharmaco esorta a più riprese
l'alchimista a non volare troppo e subito in alto nei cieli, ma a ricercare
nell'humus della Terra. Pare una contraddizione, ma a ben guardare non
la è: è dalla Terra che si deve cominciare il cammino iniziatico per poi
elevarsi oltre, verso le sfere superiori del divino.59
Nell'alchimia di De Monte-Snyder troviamo pure una duplicazione:
Saturno è antico e divino (o sulfureo) e simultaneamente è «oro
inverso», ossia il piombo inteso quale corpo volgare (Demon est deus
inversus, dirà William Butler Yeats al tempo della sua militanza rosa­
crociana nella Golden Dawn). Saturno è il padre della pietra filosofale
degli ermetisti, nella quale secondo il De pharmaco si manifesta nelle
vesti di spirito cosmico, dotato di una natura corporale e spirituale
55 J. Evola, La tradizione ermetica (1931), Roma, 1996 (da qui in avanti ETR), p. 53.
56 ETR, 81.
57 ETR, 83. Si veda anche, al riguardo, G. Bachelard, L'intuizione dell'istante. La
psicoanalisi de/fuoco, Bari, 1973, pp. 117 e segg., 169 e segg., 209 e segg.
58 ETR, 85.
59 ETR, 91.

1 60
NATO SOTTO SATURNO: jOHANNES DE MONTE-SNYDER E LA . . .

insieme, natura paragonabile a quella dell'arsenico (il potere virile per


eccellenza). È una concezione alchemica che si ritrova, pari pari, nel De
signatura rerum di Jakob Boehme.6o Nel Saturno dei filosofi chimici,
per De Monte-Snyder, riposa l'autentica resurrezione e la vera vita
inscindibile.61 Siamo lontanissimi dal dualismo cartesiano. Intanto, in
De Monte-Snyder non vi è dualismo, ma semmai dualità: di principi ed
elementi, comunque destinati a ricomporsi misticamente in uno solo. In
secondo luogo, questa è una dualità - più apparente che reale, in verità,
dato che è destinata a dissolversi, ermeticamente ed alchemicamente
- la quale rinvia piuttosto al messaggio eterodosso dello gnosticismo.62
A proposito del VITRIOL. Nel De pharmaco (III, 17) una delle
conseguenze del «visita)) è la conoscenza della genesi dei metalli e «il
vedere, lo sperimentare, come sia da distinguersi il perituro e fuggevole
dall'imperituro e dal permanente)). Trattasi, appunto, della conoscenza
dei processi più profondi, che racchiudono come realtà ciò che poi
appare fenomenicamente, nella contingenza, alla coscienza esterna.63 Il
vero alchimista deve cercare l'essenziale e l'eterno, senza curarsi di ciò
che è transitorio e senza importanza.
Nel De pharmaco si parla parimenti dell'estrazione del caldo Mercurio
solare dalla miniera di Venere mediante Tartaro (che equivale al caos
primevo, al potere dissolvente di queste simboliche combustioni) e
sale ammoniaca, la cui virtù contrattiva, in contrasto con il primo, ha
un significato forse analogo al 'colpo di lancia' inferto dal guerriero
in battaglia.64 Nuovamente, il fantasma della cusaniana coincidentia
oppositorum torna ad aleggiare sullo scritto di De Monte-Snyder.
Un'ultima riflessione sul Magnipotens. È il Fanciullo divino generato
dall'arte regia. Egli reca nelle sue mani le insegne del regno spirituale
e di quello temporale, 65 ha espugnato la gloria mundi e simbolegga
l'unione classicamente ermetica di cielo e terra, divino e mondano. Detto
altrimenti: la corrispondenza, concretatasi per via alchemica, di macra
e microcosmo, di paradiso e inferno. Tema poi ripreso a fine Settecento
- via Swedenborg, Milton e Toland - dalla lirica e dall'arte di William
Blake, in un clima ormai pre-romantico.

6o ETR, 93·
61 ETR, 165.
62 Su quest'ultimo vedasi S. Hutin, Lo gnosticismo. Culti, riti, misteri, a cura di G. de
Turris, Roma, 2007.
63 ETR, 96.
64 ETR, 142. Vedasi anche J. Evola, Il mistero del Graal (1937), a cura di F. Cardini,
Roma, 1994, pp. 43 e segg., 101 e segg., 113 e segg., 193 e segg.
65 ETR, 179-180.

161
C.G. }UNG , L'A LCHIMIA
E LA CHIMICA INDUSTRIALE

WALTE R G SAN N ITA

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COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DJ ALCHIM IA E ASTROLOGIA ...

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C. G. }UNG, L 'ALCHIM IA E LA CHIMICA INDUSTRIALE

isciplina esoterica per eccellenza, l'alchimia ha utilizzato con


Dmotivazioni prettamente simboliche strumenti e prassi di
laboratorio che hanno, in parte e indirettamente, anticipato la chimica
scientifica. Di questa, l'alchimia è stata difatto un reale incubatore per
il concetto - ai tempi rivoluzionario - che la materia nonfosse omogenea
e potesse essere manipolata e modificata.

Prima riga, primo paragrafo del prologo alla ricostruzione della sua
lunga, intrigante e gratificante esistenza Cari Gustav Jung (1875-1961)
dichiara: "La mia vita è la storia di un 'autorealizzazione dell'inconscio".
L'intera autobiografia conferma in quasi ogni riga un confronto dialettico
tra coscienza e inconscio - continuo e serrato, sempre complesso, spesso
conflittuale, talvolta drammatico (Jung, 1961). Mediavano in questo
processo l'esperienza psicoterapeutical, una sterminata cultura e una
profonda capacità di analisi delle simbologie umane, dei sogni e dei miti.
E dell'alchimia.

La concezione di Jung di inconscio collettivo (definito in negativo come


la parte di inconscio non personale e slegato dall'esperienza individuale,
quindi comune agli uomini indipendentemente dalle contingenze
e peculiarità geografiche, temporali e storiche) e dei suoi archetipi
richiedeva una metodologia di analisi altrettanto trasversale2• In questo,
1 La psicologia analitica sviluppata da Jung, come la psicoanalisi, è stata un potente e
innovativo strumento di indagine. Il discorso si complica quando si parla di impatto
terapeutico. Nelle sue memorie, Jung racconta di aver compilato una statistica
retrospettiva dei risultati della sua intensa attività terapeutica, con un terzo dei pazienti
guarito, un terzo migliorato e un terzo rimasto invariato. Nota anche come sia difficile
definire l'esito terapeutico in mancanza di criteri indipendenti di valutazione e quando
il successo della terapia psicoanalitica dipende in parte dall'affrancamento del paziente
dal terapeuta (Jung, 1961). Non deve essere comunque sottovalutato un approccio
terapeutico che, per quanto gestibile solo da professionisti di grande capacità e fruibile
solo da pazienti slezionati, non ha avuto alternative efficienti fino allo sviluppo della
neurofarmacologia moderna degli anni 'so. Freud ha curato nove pazienti nel corso della
sua intera attività professionale.
2 Il costrutto concettuale di archetipi ed inconscio collettivo è troppo complesso per essere
riassunto propriamente. Le stesse descrizioni che ne da J ung sono chiaramente intuizioni

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COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

gli strumenti culturali di Jung si sono


dimostrati potenti ed efficaci, anche se
- come da lui stesso dichiarato - ancora
al tempo dei suoi ultimi anni di vita
rimanevano da inventare condizioni
accettabili di prova. Rimangono
da inventare ancora oggi. Se era
difficile Oui stesso lo ha dichiarato)
un approccio realmente scientifico al
problema dell'inconscio, è anche vero
che Jung sembra aver vissuto l'intera
vita in questo tentativo, in totale
distacco dagli eventi reali che lo hanno
accompagnato, con la sola eccezione
della famiglia. L'autobiografia è spesso
Cari Gusta v Jung sincera fino alla spudoratezza, quando
parla del confronto dialettico con
l'inconscio, ma scuola, università, carriera ospedaliera e universitaria, e
professione sono contestuali; due guerre e un drammatico dopoguerra
sono solo incidentalmente menzionati. Può sembrare strano che una
persona che ha dedicato la vita a cercare strumenti peculiari di indagine
scientifica abbia apparentemente ignorato quanto succedeva intorno a
lui in un periodo (quello a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ma il discorso
varrebbe per la sua intera vita) che ha visto le scienze esplodere nella

più che descrizioni: "Il concetto dell'archetipo ... è derivato dalla osservazione che ... miti e
fiabe della letteratura mondiale contengono motivi che ritornano sempre e dovunque....
Tali immagini e collegamenti tipici vengono denominati rappresentazioni archetipe.
Quanto più distinte sono, tanto più hanno la proprietà di essere accompagnate da toni
affettivi particolarmente intensi .... Provengono dall'archetipo, di per sé senza forma
immaginabile, una preformazione inconscia, che sembra appartenere alla struttura
ereditaria della psiche e che perciò può manifestarsi dovunque anche come fenomeno
spontaneo". "M'imbatto sempre nell'equivoco che gli archetipi siano determinati sa un
contenuto, siano cioè una specie di mppresen tazioni inconsce ... gli archetipi non sono
determinati dal contenuto ... un'immagine originaria è determinata da un contenuto
solo quando è conscia e perciò riempita da materiale dell'esperienza cosciente". "Al di
là del personale troviamo nell'inconscio, non solo le qualità acquisite individualmente,
ma anche quelle ereditate, dunque gli istinti, come impulsi a compiere azioni senza
una motivazione conscia [in questo strato più profondo della psiche troviamo anche
gli archetipi]. Istinti ed archetipi ... costituiscono l'inconscio collettivo. Lo chiamo
collettivo, perché ... non ha contenuti individuali, cioè più o meno unici, ma contenuti
diffusi universalmente .. .". "Gli strati più profondi della psiche, più sono profondi e
oscuri, più perdono della loro singolarità individuale ... più avvicinandosi ai sistemi
funzionali autonomi, essi assumono un carattere sempre più collettivo, fino al punto
che, nella materialità del corpo ... diventano universali e in pari tempo si estinguono".

1 66
C. C. fUNG, L 'A LCHIM IA E LA CHIMICA INDUSTRIALE

loro piena maturità e con un'impressionante sequenza di conquiste


tecniche e intellettuali.
Jung era coetaneo di Einstein, Rutherford e Niels Bohr. Max Planck,
Charles Scott Sherrington, Santiago Ramon y Cajal e i coniugi Curie
erano poco più anziani, Werner Heisenberg poco più giovane. Jung
era bambino alla morte di Darwin e la doppia elica del DNA è stata
ricostruita quando era ancora in vita. In quegli anni la fisica rivoltava
microcosmo e macrocosmo, si definivano i meccanismi biochimici
cellulari e si identificavano strutture e funzioni neuronali, fisica
nucleare, chimica e astrofisica trovavano risposte a quesiti che avevano
abbagliato gli scienziati per secoli e per millenni erano stati oggetto di
dispute filosofiche e teologiche e di sofismi. Si scopriva che nell'Universo
si espandeva a grande velocità ed esistevano altre galassie oltre alla Via
Lattea. La teoria della relatività e quella quantistica ricostruivano ex
novo il mondo fisico conosciuto. Si dimostrava che gli atomi realmente
esistono e non sono un'idea platonica. Solo in tarda età Jung si occupò
di fisica quantistica, in una collaborazione con Pauli soprattutto intesa
a concettualizzare con maggior completezza il suo modello di psiche.
Questo distacco (che certamente ha contribuito a un linguaggio che a
sua volta ha favorito un immeritato successo tra newagers e amanti
dell'esoterico di varia taglia e formato) non deve stupire più di tanto.
Jung era un medico e in quanto tale un umanista che si sforzava di
capire e curare le malattie umane - nel suo caso quelle mentali, le più
misteriose allora come forse ancora oggi. Era così nella sua epoca e lo
è stato per decenni a seguire; malgrado i progressi di biologia, chimica
organica, biochimica, fisiologia e medicina, era difficile abbandonare
l'idea di un dualismo tra materia e psiche e una separazione mind-body
che ancora sopravvive tra le righe (e scontenta quasi tutti); l'inevitabile
materialismo che la scienza reclamava metteva un certo disagio, non del
tutto sparito nemmeno oggi. Le Gifford Lectures tenute all'Università
di Edimburgo da Sherrington nel 1937-38 e successivamente redatte
e pubblicate (Sherrington, 1940) volano alto, ma su temi filosofici
e culturali classici molto di più di quanto trattino le sue scoperte
fondamentali sulle funzioni nervose semplici e complesse. È vero che
questa era la filosofia delle Gifford Lectures una visione vagamente
-

teologica della Natura - ma è improbabile che Sherrington (all'epoca


ottantenne, Nobel laureate e già una leggenda della scienza) abbia
accettato l'incarico, impegnativo, senza condividerne almeno in parte
ilframework culturale. Più banalmente, in Italia il liceo classico è stato
tradizionalmente prodromico alla facoltà di Medicina e Chirurgia fino a

1 67
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIMIA E ASTROLOGIA ...

tempi piuttosto recenti; la motivazione più comune era che la conoscenza


del greco sarebbe stata utile.
Per appartenenza culturale e contesto professionale, Jung era quindi in
grado di assimilare gli archetipi dell'inconscio collettivo ("elementi privi
di contenuto, formali, possibilità di rappresentazione date a priorf')
(Jung, 1972 si veda nota2) a caratterizzazioni antropologiche oppure
-

ai patterns of behaviour ricorrenti della psicologia descrittiva, oppure


ai motivi della ricerca mitologica, le raprésentations colletives di
Lévy-Bruhl della psicologia primitiva, le categorie dell'immaginazione
di Hubert e Mauss nel campo delle religioni comparate. Ma non a
meccanismi funzionali neurofìsiologici. Era già stato compreso da
Sherrington, che notava come i patterns motori siano programmati
in modalità riflessa o volontariamente, comunque decisi, nella quasi
totale inconsapevolezza della meccanica di attivazioni e inibizioni,
contrazioni e rilassamenti muscolari, approssimazioni temporo-spaziali
extrapiramidali e cerebellari, etc. Sono state le moderne tecniche di
analisi funzionale del SNC e la loro applicazione in contesti particolari
(ad esempio nel disturbo maggiore di coscienza) a completare la
dimostrazione di come il nostro cervello riceva informazioni sensoriali
e produca attività motorie mediante meccanismi che possiamo
coscientemente iniziare, terminare o modulare ma che funzionano
come subroutines indipendentemente dalla nostra coscienza (Friston
et al., 2004; Park e Friston, 2013; Sannita, 2015; Monti e Sannita,
2016; di Porzio, 2016; Friston e Buzsaki, 2016). Identificare processi
neurofisiologici equiparabili agli archetipi è verosimilmente difficile se
non impossibile, ma la moderna ricerca su sonno e sogni sembra dare
ragione a Jung (Sannita, 2009)3.

3 Elementi biografici personali sono identificabili nei sogni (Nielsen e Stenstrom, 2005;
Hobson e Kahn, 2007) e sono state osservate correlazioni tra i movimenti oculari peculiari
del sonno REM (in cui si sogna più frequentemente) e i contenuti del sogno (Dement
e Kleitman, 1958). Frammenti temporali e/o spaziali isolati sono comuni (28-65% nei
diversi studi) (Cavallero et al., 1990; Fosse et al., 2003), ma solo raramente (1.4%) i sogni
raffigurano memorie episodiche complete, ricordi di eventi circostanziati nel tempo e nello
spazio (Fosse et al., 2003); la variabilità entro soggetti dei contenuti dei sogni è analoga a
quella tra soggetti (Hobson e Kahn, 2007). Esistono indicazioni che i contenuti dei sogni
riflettano soprattutto elementi di memoria semantica, possibilmente resi attuali (io, qui,
adesso) dalla iperatti\"azione dell'ippocampo in parziale deconnessione con la corteccia.
I networks neuronali selettivamente deputati all'elaborazione sensoriale possano
attivarsi spontaneamente anche in assenza di input, conformando rappresentazioni
sensoriali comparabili a quelle fisiologiche (Kenet et al., 2003; Hobson, 2005). Il sonno
REM è compatibile con l'attivazione corticale prevalentemente visiva (in assenza di
input durante soppressione della corteccia frontale coinvolta nel richiamo di memorie
episodiche), l'iperattività dell'amigdala con una esagerata risonanza affettiva, la parziale

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C. G. jUNG, L 'A LCHIMIA E LA CHIMICA INDUSTRIAL E

Indipendentemente dalla congruità e pertinenza neurobiologica delle


intuizioni di Jung, era impensabile che la ricchezza e la organicità
della simbologia alchemica potessero essere indifferenti a uno come
lui (''L 'alchimia è, come il folclore, un grandioso affresco proiettivo
di processi di pensiero inconsci."). Negli ultimi trent'anni di vita, Jung
ha esplorato ad ogni livello di profondità la simbologia alchemica
(Jung, 1944), ma si è limitato agli aspetti, apparentemente paralleli
ma concettualmente convergenti, della grande opus di evoluzione e
perfezionamento dalla materia bruta a quella nobile (il metallo perfetto,
l'oro) e dall'uomo inconsapevole alla piena coscienza ed eventualmente
al Cristo, inteso prevalentemente nell'ambito della tradizione
gnosica (Puech, 1985,1995; Magris, 2012). Un ambito simbolico era
complementare all'altro e spesso si sovrapponevano. Le ambiguità e
l'oscurità di linguaggio avevano uno scopo strategico (comunicare solo
con gli eletti ammessi ai lavori ed evitare guai), servivano a rendere l'opus
arcana e importante, erano un processo simbolico e mitologico di presa
di coscienza individuale. A questo riguardo, si trattava di un itinerario
(quasi) religioso. Inaspettatamente, le analisi di Jung documentano
quanto la dottrina alchemica fosse omogenea e coerente: oltre a essere
antiche, le radici erano sistematizzate, c'era del metodo in quella pazzia.
In realtà, nei secoli spesso bui della gestazione e dell'infanzia
dell'era moderna stava (ri)nascendo la logica scientifica e cresceva
esponenzialmente l'interesse per l'osservazione a parziale scapito delle
dispute accademiche. Non era una novità assoluta; lo stesso Aristotele
aveva negato il presunto ermafroditismo delle iene maculate, accettato
fino a tempi relativamente recenti - immaginiamo per osservazione

deconnessione dell'ippocampo con i processi di elaborazione e consolidazione mnemonica


in cui questa struttura è coinvolta in veglia e nel sonno (Maquet, 2000; Fosse et al., 2003;
Nielsen e Stenstrom, 2005). L'ippocampo è verosimilmente alla base dell'apparenza di
racconto del sogno, con luoghi e fatti in sequenze temporali e partecipazione del sognatore
identificato, sia come personaggio che come spettatore. L'amnesia dei sogni è congrua
con questa interpretazione: dimentichiamo quanto sognato, ma l'amnesia è apparente.
In realtà la struttura encefalica si riorganizza al risveglio per adeguarsi alle funzioni della
veglia e non è in grado di mantenere memoria della organizzazione anatomo-funzionale
propria del sonno REM - che con lo stato di veglia è incompatibile. Quando ricostruiamo
visivamente il mondo esterno non possiamo e>itare di "vedere" il nostro stesso sistema
\isivo e siamo vittime di un'illusione ottica costruita dall'esperienza nella prima infanzia
e da allora inevitabile - quella della tridimensionalità dagli oggetti che il nostro cervello
analizza in due sole dimensioni (Mach, 1886; Husserl, 1889-1890/2005; Ullman, 1996;
Rodieck, 1998; Goldstein, 1999; Levine, 2ooo). Il mondo del sogno è simile a quello di
veglia dei bambini piccoli; quando sogniamo "vediamo" una parte dei meccanismi del
nostro cervello e solo in minima parte ciò che i processi di rimozione ha accatastato nei
sotterranei del nostro inconscio personale come immaginato da Freud.

1 69
COM E SI L EGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

diretta sua o altrui, difficile sia stata una deduzione filosofica (Lanza
e Vegetti, 1971). Ma ora le osservazioni degli scienziati mettevano in
crisi più di un sistema. E quanto succedeva intorno agli athanor degli
alchimisti, nelle stradine della vecchia Praga come nei laboratori
semiclandestini delle altre grandi città, era metodologicamente
innovativo quanto concettualmente devastante. Per cominciare, quella
sezione dell'alchimia che intendeva operare sui materiali doveva
sviluppare metodiche (riscaldamento, distillazione, sublimazione,
cristallizzazione, solubilizzazione, mescolamento e fusione, estrazione
e diluizione) e strumenti (athanor, caldaie e refrigeranti, alambicchi e
pipette, mortai e filtri) che, per quanto primitivi e basati prevalentemente
su concezioni simboliche, anticipavano di fatto quelli di un laboratorio
chimico più o meno "moderno".
La rivoluzione alchemica andava comunque ben oltre la metodologia.
Può essere più o meno rilevante che i rudimentali procedimenti
chimici corrispondessero alla simbologia degli stati di consapevolezza
o di evoluzione e perfezionamento dell'uomo. Nei fatti, l'ambizione e
il progetto stesso di operare sulla materia (non importa quanto bruta)
implicavano anche che questa non fosse omogenea (come allora creduto
dai più) e che potesse essere manipolata nella sua struttura intima.
Secondo l'alchimista Geber e il suo corpuscolarismo (XIII secolo), tutti
i corpi fisici posseggono uno strato interno e uno esterno di particelle
minuscole che, al contrario degli atomi di Democrito, possono essere
divisi; veniva per questo teorizzato che il mercurio potesse penetrare
nei metalli modificandone la struttura interna. Quest'ultima ipotesi era
sbagliata, e quei pochi cambiamenti realmente avvenuti negli athanor
erano probabilmente
casuali e in gran
parte indipendenti
dalle intenzioni degli
operatori e dalle
metodologie utilizzate;
non ne abbiamo
documentazione
perché la simbologia
alchemica che ci è
rimasta non permette
una ricostruzione
metodologica a
posteriori. Banali

1 70
C. G. }UNG. L 'A LCHIMIA E LA CHIMICA INDUSTRIA LE

criteri statistici suggeriscono comunque che gli alchimisti qualche


manipolazione della materia devono averla operata - almeno
qualche volta. Erano certamente operazioni meno standardizzate
di quelle che ogni giorno avvenivano nelle molte botteghe artigiane
dove si temprava il ferro o forgiava il vetro, si trasformava il latte, si
sbiancavano o tingevano tessuti. Tuttavia, questo antico e sistematico
lavorio artigianale era separato dalla dottrina e non aveva implicazioni
ideologiche, non disturbava l'ordine costituito. Nei laboratori alchemici,
invece, venivano prodotti dei cambiamenti della materia, o per lo meno
si tentava scientemente e sistematicamente di produrli seguendo una
dottrina e una filosofia che concepivano un Universo differente da quello
canonico - e questa era una rivoluzione di immane portata, cui forse non
è stato mai riconosciuto il credito dovuto. Non era ancora scienza, ma
come la scienza si occupava di quanto può essere fatto.
In epoche più o meno parallele si scopriva intanto che l'universo era
regolato da leggi generali e apparentemente immutabili. Kepler,
Copernico, Tycho Brahe e, sopra tutti, Isaac Newton cantavano le lodi
della perfezione matematica dell'armonia del Creato - come del resto
aveva fatto Tolomeo a modo suo: poco importava, dopo tutto, cosa
ruotasse intorno a cosa nel vasto cielo (Gingerich, 1973; Ongaro, 2007).
Ma, osservata al telescopio, la superficie solare mostrava macchie
scure, descritte da Thomas Harriot (1560-1621) e, in una successiva
pubblicazione, da Johann Fabricius (1611). Galileo non apprezzò le
fantasiose teorie con cui Christoph Scheiner cercava di salvaguardare
il dogma aristotelico dell'immutabilità dei corpi celesti. Incurante della
serie di guai in cui sarebbe comunque andato a cacciare nel corso della
vita, dimostrò che il fenomeno avveniva sulla superficie del Sole o nelle
sue immediate vicinanze.
Oggi sappiamo che le macchie solari sono l'effetto di intensi campi
magnetici che bloccano i moti convettivi degli strati sottostanti; le aree
coinvolte ricevono una minore quantità di energia, hanno una temperatura
inferiore e appaiono quindi più scure. Ai tempi di Galileo, e per non poco
tempo a venire, il concetto stesso che una macchia potesse esistere in un
astro implicava inevitabilmente che i Cieli fossero altrettanto corruttibili
della Terra e delle sue creature - una impensabile bestemmia. L'alchimia
non si dedicava all'osservazione della Natura e alle deduzioni del caso:
derivava da filosofie esoteriche e dalla gnosi e non ne aveva gli strumenti
tecnici. Inoltre, nessun alchimista aveva statura paragonabile a Galileo,
né possedeva o poteva permettersi una simile capacità di comunicazione.
In compenso, la prassi alchemica andava per certi versi molto oltre

1 71
COM E 51 LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

l'osservazione della
Natura: pretendeva di
modificare la Materia
stessa, corruttibile, ma
creata immutabile. Non
solo: a volte ci riusciva.
Poco importa che l'oro
non si materializzasse se
non nelle mani di qualche
lestofante: qualcosa -
a volte - si modificava
in qualcos'altro. Un
potere sulla materia
tanto forte da poterla
modificare e sovvertire
poteva derivare solo
da un'arte "realmente"
diabolica. Non stupisce
tanta segretezza
intorno gli athanor, la
dimensione dell'eresia
era inconcepibile e
intollerabile. Non
stupisce nemmeno
l'interesse dei potenti, che proteggevano e di fatto gestivano gli
alchimisti e il loro lavoro: a parte la (ovvia e comprensibile) sete di
oro che il loro ruolo e generalmente l'indole richiedevano, dovevano
vedere nell'op us alchemica possibili strumenti di un potere tanto
vasto da superare persino le aspettative o i desideri della più smodata
ambizione.
I tempi della nascita dell'età moderna sono stati spesso tenebrosi,
caratterizzati da terribili discrepanze. Un esempio spesso riportato e
sempre pertinente è la storia delle indemoniate di Loudun, tristissimo
episodio avvenuto sotto il regno di Richelieu e considerato da metà 'Bo o
ad oggi uno dei casi più sensazionali (certamente il più documentato
storicamente) di possessione di massa e isteria sessuale della storia
(Huxley, 1952). Era i1 1632: Kepler, Fran cis Bacon e Shakespeare (se mai
veramente esistito) erano morti da poco; Newton e Leibniz sarebbero
nati una manciata di anni più tardi. Ma Corneille, Moliere, Descartes,
e Pascal erano vivi e vegeti nella stessa Francia proprio in quegli anni;

1 72
C. C. jUNG. L 'A LCHIMIA E LA CHIMICA INDUSTRIAL E

l o erano altrove Galileo e William Harvey, tanto per ricordare nomi


importanti. Per secoli, superstizione e barbarie hanno accompagnato
l'Europa verso l'età moderna; in questo contesto, l'alchimia era il lato
oscuro della scienza nascente. Più o meno a partire dalla seconda
metà del Cinquecento e solo in parte grazie alla visione di Paracelso, il
termine alchimia cominciò ad indicare ogni trasformazione artificiale
delle · sostanze, marcando così la dicotomia tra alchimia esoterica
(vincolata a tradizione e finalità gnostiche e metafisiche) ed essoterica,
intesa a manipolazioni dei corpi naturali (De Meo, 1994). La chimica
moderna deve certamente molto all'alchimia. Tuttavia, la sua lenta
(molto più della fisica, che poteva già permettersi una teorizzazione
matematica) e spesso accidentale emancipazione dall'esoterismo
e la sua evoluzione come scienza naturale dovevano molto di più
all'altrettanto lento e ancora più accidentale disconoscimento di
vecchie credenze e luoghi comuni incompatibili con il metodo
sperimentale. Sulle ceneri feconde del Medioevo la scienza cresceva,
lentamente, ma metodologicamente sempre più vigorosa e (oggi può
sembrare curioso) uomini di immenso genio, profonda intuizione
e rigoroso metodo, cui siamo immensamente ed eternamente
debitori, condividevano (o lavoravano in contiguità con) ambizioni di
conoscenza che oggi - erroneamente - ci appaiono infantili o ridicole o
francamente deliranti. Classificarle come semplice interesse culturale
per il paranormale e il magico richiede molta tolleranza. In realtà,
testimonia una scarsa comprensione dei tempi. Pare che Newton abbia
dedicato gran parte della sua vita allo studio degli antichi testi esoterici
(soprattutto ebraici, lo affascinavano l'ordine e la ricchezza di simboli
del Tempio di Salomone); l'economista John M. Keynes scoprì la sua
passione per l'alchimia a proprie spese4• Sono stati anche raccontati i
tentativi di sir Isaac di assimilare (aggiustando un pochino le misure)
le dimensioni relative delle fasce di colore della luce bianca scomposta
agli intervalli musicali, così da completare l'armonia (alchemica) tra
colori, note (la, re, do, si bemolle, mi, sol, fa), i sette astri visibili a
occhio nudo (Sole, Luna, Venere, Giove, Mercurio, Marte e Terra) e

4 Letteramente: Nel 1936, Keines si aggiudicò a un'asta di Sotheby un baule di carte


appartenute a Nev.1:on. Immaginiamo con quali e quante aspettative lo abbia aperto
(presumiamo in presenza di testimoni o anche della stampa) e quale sia stata la sua
mera,iglia a trovarsi nella bizzarra posizione di dover documentare il soverchiante
interesse per l'esoterismo e l'alchimia di una delle più geniali menti scientifiche della
storia. A quanto è dato capire, la riservatezza di Nev.ton a riguardo era motivata da motivi
pratici (l'alchimia era considerata una truffa nell'Inghilterra dei suoi tempi), ma il suo
interesse culturale su questi argomenti non era tenuto segreto (Miller et al., 2010).

1 73
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

i sette metalli (oro, argento, rame, stagno, mercurio, ferro e piombo)


noti agli alchimisti; una vocazione dopo tutto comprensibile per chi
aveva individuato le leggi che governavano l'Universo. Dieci anni
dopo la pubblicazione di The skeptical chemist in cui Rober Boyle
metteva le prime basi di chimica sperimentale e quantitativa (ma
pare che nemmeno lui trascurasse la cultura alchemica), il tedesco
Hennig Brand ipotizzò - ingannato, forse da similitudini cromatiche
e certamente da echi alchemici - che l'urina umana contenesse oro e
cominciò a distillarne grandi quantità con metodiche rudimentali e
verosimilmente poco piacevoli. Invece di oro ne ricavò fosforo, che si
dimostrò ancora più remunerativo quando, quasi un secolo più tardi,
lo svedese Karl Scheele sviluppò un metodo più pratico per produrlo
in grandi quantità e diede il via all'industria dei fiammiferi, in cui la
Svezia è ancora leader. Nell'anno fatale 1789 veniva acceso l'ultimo
rogo per stregoneria in Germania, Cagliostro veniva condannato al
carcere perpetuo per "massoneria, eresia e magia" e a Firenze vedeva
la luce il Novissimo Ricetta rio Fiorentino, o sia la nuova Farmacopea
Toscana, inteso come " ...precisamente utile, astenendosi dall' antico
superfluo e dal moderno periglioso lusso medicale . " privo di ...
. "

medicamenti, se non quelli che alla pubblica utilità corrispondono".


Progetto lodevole. Peccato che solo pochi "rimedi medicamentosi" con
reale efficacia farmacologica (soprattutto l'oppio, forse il più antico
vero farmaco scoperto dall'uomo) e di qualche utilità terapeutica siano
riportati nel volume, sempre con dignità pari a quella di con molto più
numerose ricette più adatte ai secoli della superstizione che non ai fini
della medicina (Sannita, 2004). La farmacologia come la conosciamo
oggi era ancora lontana nel futuro. Lavoisier è stato ghigliottinato
cinque anni dopo.
Alcuni rimasugli della
VJ1�1tJu
mitologia alchemica
si dimostrarono duri
a morire. Tra i tanti, il
flogisto, che rimbomba
innominato nel
mitico Frankenstein
della giovane
signora Shelley e
può sembrare oggi
concettualmente poco
dissimile dall'élan

1 74
C. G. }UNG. L 'ALCHIM IA E LA CHIM ICA INDUSTRIALE

vita[ ereditato da Bergson da una lunga tradizione classica e orientale.


La sua esistenza era sostenuta anche da Johann Joachim Becher, che
pure ebbe un ruolo importante nello sviluppo della chimica. Altri miti
hanno derivazione dubbia. Il più tenace è stato probabilmente l'etere
luminifico: invisibile, privo di peso e di attrito, ubiquitario e stabile
quanto immaginario. Spiegava però molte cose. La fede nell'esistenza
di questo medium era condivisa, tra i tanti, anche da Descartes e
Newton ed è sopravvissuta al lavoro di Davy, Dalton, Berzelius, Lorenzo
Amadeo Carlo Avogadro conte di Quarequa e Cerreto, e Mendeleyev
per essere demolita solo a fine '8oo da Michelson e Morley in quello che
forse è stato il più importante esperimento a esito negativo della storia.
Il determinismo scientifico è sopravvissuto qua e la anche alla fisica
quantistica. La stessa teoria generale della relatività (''un procedimento
deduttivo che non trova eguali nella storia dell'umanità" secondo
Stephen Hawking che di queste cose se ne intende) implicava ancora
l'antico e indimostrato postulato di un Universo statico, quando già il
lavoro di Newton avrebbe dovuto indicare il contrario due secoli prima
se solo non fosse stato troppo solida l'idea di un Universo ordinato
e deterministico (Hawking, 2005). Si riconosce giustamente a merito
di Lavoisier la basilare legge di conservazione della massa che ha
tenuto a battesimo la chimica scientifica - proprio negli anni in cui a
Firenze si compilava una farmacopea di vana utilità. Non deve però
stupire che ancora gli venga riconosciuto il merito di aver dimostrato
ciò che oggi è una banalità (che un metallo non "si corrompe" quando
arrugginisce, bensì acquista peso), frantumando così un luogo comune
derivato dalla filosofia naturale. Poco importa che il lavoro di Boyle
avesse dato importanti frutti e la chimica stesse già crescendo come
scienza indipendente: vecchi concetti e vecchi miti sopravvivevano e
dovevano essere abbattuti.
Altri andavano preservati e sarebbero diventati fondamentali. Il
corpuscolarismo rimase la teoria dominante per secoli e sembra sia
servito a Isaac Newton e per sviluppare la teoria corpuscolare della
luce. Georg Ernst Stahl, ha definito la chimica come arte capace "di
produrre effetti nei corpi... che non si verificano spontaneamente,
perché il chimico può imitare tutti gli effetti prodotti dalla natura e
trovarne di nuovi" (1732). Per Antoine Francois Fourcroy la chimica
era la "scienza della sintesi" (1782) e rispettava le ambizioni degli
alchimisti - cioè la formazione/riformazione artificiale della materia.
La sintesi dell'urea (sostanza organica) eseguita accidentalmente
da Friedrich Wohler (1828) partendo da sostanze inorganiche

1 75
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIM IA E ASTROLOGIA ...

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H2N,..C'NH2

"Mi aspetta che un giorno si trovi una


spiegazione matematica e meccanicadi dò
che chiamiamo atomi... "

(Friedrich August Kekulé, 1867)

sarebbe stata la pietra miliare delle


potenzialità di questo concetto
(Levere, 2001).

Contemporaneamente, partendo
dalle umili botteghe artigianali,
la chimica industriale diventava
industria strategica alla rivoluzione
industriale, promossa e gestita non
dall'accademia ma dall'imprenditoria privata5 - e con contiguità non
prive di significato. �d esempio, la prima manifattura di porcellana
d'Europa, nata nel 1710 a M eissen, trattava il caolino dei giacimenti
vicini secondo un procedimento altamente innovativo scoperto da
Johann Friedrich Bottger (1682-1719), famoso alchimista al servizio
di Augusto II di Polonia, grande elettore di Sassonia (in collaborazione
5 Dopo tutto, gran parte delle più i mportanti scoperte dei secoli scorsi sono state il
risultato del lavoro appassionato di gentiluomini (più raramente, gentildonne) di grande
intelligenza, colti e curiosi, determinati fino alla testardaggine, capaci di confrontarsi
con problematiche eccedenti, allora come oggi, il comune sapere e sentire. Molto spesso
non appartenevano all'accademia; erano benestanti in grado di autofinanziare i propri
hobbies culturali, oppure erano commoners. Oggi li definiremo dilettanti. Halley fece di
tutto nella sua vita di scienziato (tranne scoprire la cometa che porta il suo nome) e fu solo
temporaneamente docente di fisica; Newton dh·enne professore urùversitario quando era
già universalmente famoso (e si dimise per diventare direttore della Zecca di stato, tanto
le sue lezioni erano sempre soliloqui); John Michell era parroco di campagna, Cavendish
nobile, Hubble un facoltoso gentlemanfarmer; Darwin, figlio di un medico di successo,
era laureato in teologia e destinato verosimilmente a una carriera ecclesiastica; .James
Croll era custode presso la Anderson's Universi!)· di Glasgow; Lavoisier era esattore dello
Stato; Dalton era un quacchero insegnante di aritmetica a Manchester; di Einstein è stato
detto. Tra i dilettanti di oggi vanno ricordati Alan Hale, disoccupato quando scoprì nel
1992 la cometa che porta i nomi suo e di Thomas Bopp, o il reverendo Robert Evans, che
nella notte australiana ha identificato da solo 36 supernove. A questo proposito occorre
ricordare che, in una singola galassia, esplode una supernova al secondo - in media. La
deviazione standard è ampia: fultima supernova della Via Lattea è stata osservata nel
1604. Lo spazio cosmico è grande, le distanze immense e al confronto persino la velocità
della luce può sembrare relativamente bassa. Ad esempio, non sappiamo se la Stella
Polare esiste ancora o se esisteva quando Colombo salpò da Palos.

1 76
C. G. jUNG, L 'A LCHIMIA E LA CHIMICA INDUSTRIALE

con il chimico EW von Tschimhausen. M a la domanda del mercato si


stava orientando verso beni di qualità inferiore, destinati ai commoners.
Soda, soda caustica, acido solforico e cloridrico (spirito del sale) erano
essenziali all'industria tessile, del sapone, del vetro e della carta, tutti
legati a consumi civili in grande crescita con il diffondersi di modesti livelli
di benessere. La soda (carbonato di sodio) era tradizionalmente ricavata
per lisciviazione delle ceneri di alcune alghe e di specie vegetali presenti
in paludi salmastre, mentre la potassa (carbonato di potassio) poteva essere
ottenuta ovunque vi fossero foreste da incenerire. Le quantità richieste dal
mercato erano imponenti e crescevano esponenzialmente per soddisfare
una crescente domanda di beni di ridotto costo; i costi di produzione
rimanevano elevati e andavano contenuti. Nicolas Leblanc modificò
alcuni procedimenti noti, realizzando un processo in due stadi, per i tempi
dawero vantaggioso malgrado lo spreco di alcuni prodotti collaterali
importanti (Taylor, 1972). Travolto dalla rivoluzione giacobina come il suo
contemporaneo Lavoisier, Leblanc si suicidò e il suo metodo fu rivalutato
solo anni più tardi, per essere presto soppiantato da quello inventato dal
belga Emest Solvay. Intanto, la chimica aveva ottenuto il suo posto tra le
scienze di prima classe. Nel 1845 fu fondato a Londra il Royal College of
Chemistry; quattro anni prima era stata fondata la Chemical Society of
London, decenni dopo la fondazione delle consorelle dedicate a geologia e
geografia. Era solo l'inizio: biochimica, polimeri, macromolecole, chimica
supramolecolare, combinatoria, computazionale, nucleare, caos chimico,
biologia molecolare, chimica quantistica, etc.
Mentre ruggiva la rivoluzione industriale, eventi fino allora inimmaginabili
awenivano su entrambe le rive dell'Atlantico. Ernest Rutheford a Montreal
e Bequerel e Pierre e Marie Curie a Parigi si accorgevano con meraviglia
che esistono fonti di energia fino ad allora ignote e inimmaginabili e le
loro esperienze mettevano in moto il mondo della ricerca e quanto da
allora chiamiamo fisica nucleare. Joseph John Thomson (1904), Emest
Rutherford (1911) e Niels Bohr (1912) modellavano l'atomo e davano
corpo ai sogni di Kekulè6; un'impressionante sequenza di scoperte epocali .
6 Non dimentichiamo, parlando di metodo, che nel passato il mito è stato un efficace
strumento scientifico di modellizzazione della realtà. Goethe (fulminato da questo
einfa/1 in un giardino siciliano) ha forse per primo immaginato che I'Odissea non fosse
solo fantasia poetica, bensì descrizione naturale di luoghi, ambienti, costumi e storia
- descrizione simbolica, ovdamente, ma non per questo meno sdentifica per i tempi
(Goethe, 1993). La prima Genesi biblica (cometuttiglialtri miti su cui si basano le tradizioni
civili e religiose dei popoli) aveva lo scopo di fornire modelli dell'origine dell'Universo,
della Terra e della vita congrui con le conoscenze e i linguaggi simbolici propri dell'epoca
e del contesto culturale; di più e meglio non si poteva fare (Sermonti, 2006). Il modello
scientifico è una fonnalizzazione teorica comprendente tutte le informazioni al momento

1 77
COME SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI ALCHIMIA E ASTROLOGIA ...

completavano il lavoro di John


Dalton a fondazione della teoria
atomica moderna e a spiegazione dei
fenomeni chimici. Oggi, tutto questo
è cultura abbastanza comune, spesso
banale, ma in quelli e negli anni
successivi, lo sviluppo della fisica
nucleare ha dato sostanza a un secolo e
mezzo di speculazioni scientifiche sulla
natura della materia e ha cancellato
almeno due millenni e mezzo di
dispute filosofiche o ideologiche. In
termini concettuali e metodologici la materia è diventata oggetto di studio
e - finalmente, anche se solo in condizioni peculiari - modificabile nella
sua struttura più intima, come sognava l'alchimia (Levere, 2001; Ihde,
2012).

Kekulè ha raccontato di aver intuito la struttura circolare del bènzene


dopo aver sognato un serpente (un drago) che si mordeva la coda. È
storia relativamente recente di un simbolo alchemico che ritornava - dal
remoto dominio degli archetipi e dell'inconscio collettivo. Questa figura
da bestiario medioevale (Ouroboros) compare in tutto il mondo dai tempi
protostorici fino alle sculture delle cattedrali medievali e alla tradizione
disponibili - uno strumento conoscitivo per la nostra ricostruzione (quasi sempre
matematica) del mondo, non un oggetto realmente esistente. Infatti, ne è prevista la
falsificazione neli 'evenienza che nuovi elementi verificati diventino disponibili. La struttura
subatomica, atomica e molecolare, gran parte del funzionamento del sistema nervoso
centrale, la meccanica quantistica, la teoria delle stringhe sono tutti modelli conoscitivo
del micro- e macra-Universo. Il bosone di Higgs è l'ultima tessera a completamento del
grandioso mosaico della fisica delle particelle, ma non è detto che qualche porzione del
disegno non debba prima o poi essere rivista e tutto debba essere ripensato. Il modello
attuale dell'Universo incorpora dati scientifici in quantità e con rigore inimmaginabili
in altri tempi, è altrettanto legittimo di quello di Newton e Galileo, ma non più di quello
. di Tolomeo oppure della mitica tartaruga che sostiene il mondo (piatto) secondo alcune
cosmogenesi tribali. Il modello tolemaico prediceva eventi, come ogni teoria scientifica
deve fare; si è scoperto molti secoli dopo che le orbite dei pianeti erano calcolabili con
maggior precisione se si abbandonava l'idea che circolare sia più perfetto che elissoidale
(preconcetto che turbava Kepler) e che il Sole ruoti introno alla Terra, il resto venh·a
da sé. La teoria generale della relatività di Einstein è stato un prodotto intellettuale
deduttivo, estremamente rigoroso e capace di prevedere eventi fisici e condizioni che a
loro volta ne hanno dimostrato la validità; tuttavia, il procedimento mentale non è stato
diverso da quello di Aristotele. Lo stesso Stephen Hawking ha notato come l'approccio
tipico della scienza - la costruzione di un modello matematico - non possa rispondere alla
domanda fondamentale, perché mai dovrebbe esistere un universo descrivibile da quel
modello (Hawking, 2005).

1 78
C. C. fUNG. L 'A LCHIMIA E LA CHIMICA INDUSTRIALE

alchemica. Opportunamente e accuratamente analizzato da Jung in


relazione ai suoi significati simbolici alchemici (Jung, 1944), l'ouroboros
è un mandala che rappresenta mediante il cerchio la metafora espressiva
di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del
mondo e la creazione, l'eternità. Un simbolo di ciclicità compiuta. Per noi
contemporanei, il ciclo storico dello sviluppo della chimica si chiude con
il sincretismo tra chimica e fisica nucleare e con quanto ne è derivato e
continuamente ne deriva. La ricerca ha spiegato molto e sempre di più,
anche se in termini sempre meno comprensibili per i non specialisti;
in parallelo, come è suo compito, ha aperto nuovi spazi ignoti. Oggi
comprendiamo abbastanza del micro- e macrocosmo da chiederci se mai
sarà possibile sviluppare una teoria unitaria che spieghi tutto e se una
teoria del genere possa sopravvivere a se stessa senza essere annullata
quando i suoi stessi elementi fondanti sono portati alle condizioni
estreme (Hawking, 2005). Cerchiamo di combinare relatività generale
e meccanica quantistica e venire matematicamente a capo di limiti ai
quali tempo, energia, spazio e massa non potrebbero avere dimensioni
fisiche ed esistere. Rispetto a Mendeleev conosciamo anche elementi
transuranici naturali osservabili solo in quantità e per tempi infinitesimali
nei recessi di qualche ciclotrone. Oppure possiamo produrne alcuni.
Nessuno ha ancora trasformato il piombo in oro (non ne vale la pena,
sappiamo estrarlo e il procedimento è relativamente economico), ma nei
laboratori di chimica e fisica si osservano fatti e avvengono trasformazioni
che continuano ad essere straordinari sia per gli addetti ai lavori che per il
per il comune sentire - e non sono del tutto privi di simboli, se ricordiamo
quanto evidenza sperimentale e modellizzazione siano basate sulla logica
matematica. È improprio considerare l'alchimia l'origine, la base della
chimica, ma sostenere il contrario sarebbe altrettanto inesatto perché ne
ignorerebbe la contiguità culturale e simbolica. La storia della scienza -
e non solo quella della chimica - suggerisce una peculiare sintonia con
l'alchimia, con cui ha sempre condiviso sia il presupposto che la Natura
possa essere osservata e le sue leggi comprese che il mito prometeico di
agire sulla materia - e modificarla. A dimostrazione che l'alchimia sarà
stata esoterica, velleitaria, fondamentalmente romantica e simbolico­
mistica (profondamente eretica per il suo tempo; forse la Chiesa non
sbagliava poi molto a perseguitarla se non pretendiamo di giudicare le sue
azioni di allora con il senno e i criteri di oggi). Certamente, non sarebbe
facile sostenere che la sua storia iniziatica sia stata priva di conseguenze
significative.

1 79
COM E SI LEGGE UN TESTO ANTICO DI A LCHIMIA E ASTROLOGIA ...

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181
I NDICE

Introduzione
Il linguaggio degli alchimisti Adele Maiella 5

La "scienza della trasformazione":


chokhmat ha-tzeruf
oppure physikà kai mystikà Paolo Aldo Rossi 9

Tetrabiblos - Libro III, cap. 13:


Delle infermità e delle malattie Lucia Bellizia 33

La 'biblioteca' di uno speziale:


leggere il ms. Ashburnham 105
della Biblioteca Laurenziana di Firenze
Maura Sonia Barillari 51

Teorie e credenze mediche


al tempo di Cecco d'Ascoli Ida Li Vigni 67

Dealbate Latonam et rumpite libros:


come si legge un libro di alchimia Massimo Marra 89

PRAXIS, 1693
L'addio di Newton all'alchimia Alessio A. Miglietta 125

Nato sotto Saturno:


J ohannes De Monte-Snyder
e la iatrochimica europea (1665) Davide Arecco 149

C.G. Jung, l'alchimia


e la chimica industriale Walter G Sannita 163
Finito di stampare
nel mese di marzo 201 7
presso Rotomail Italia S.p.A. - Vignate (MI)