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All'inizio del nostro secolo un musicologo lettone, Abramo Z.

Idelsohn registrò e trascrisse


canti di alcune tribù ebraiche stanziate nello Yemen e nella Palestina, le quali attraverso i secoli
avevano conservato (presumibilmente immune da contaminazioni) il patrimonio di canti,
specialmente religiosi, ereditato dal passato.

Giustamente quindi si afferma che l'ebraismo giudaico fu la matrice del cristianesimo e quindi
della sua dottrina, ma anche della sua liturgia, delle sue preghiere, dei suoi canti.
La conquista e la distruzione di Gerusalemme effettuata nel 70 d.C. dalle truppe romane
dell'imperatore Tito cagionarono la cosiddetta diaspora (cioè la dispersione, l'esilio) di gran
parte degli abitanti di Israele, ebrei e cristiani.
Essi si sparsero in tutto il bacino mediterraneo, favorendo la costituzione delle prime comunità
cristiane fra le popolazioni dell'impero romano di lingua greca (soprattutto a Efeso, ad
Antiochia, ad Alessandria d'Egitto e a Costantinopoli, poi capitale dell'impero d'Oriente) e di
lingua latina (particolarmente nella capitale Roma, dove si insediarono l'apostolo Pietro, il
primo Papa, e S. Paolo, ma anche nell'Africa settentrionale e nella Spagna).
Si svilupparono così varie Chiese, prime quelle d'Oriente.
Fra esse venne assumendo maggiore importanza la Chiesa di Costantinopoli, poi ribattezzata
Bisanzio, centro di sviluppo del canto liturgico bizantino.
Da esso derivarono in seguito la musica del rito grecoortodosso e quella del rito russo.
Le persecuzioni dei cristiani volute dagli imperatori romani fino a Diocleziano ritardarono
l'espansione del cristianesimo in Occidente.
Solo dopo che l'imperatore Costantino, con l'Editto di Milano (313) ebbe riconosciuto
ufficialmente il cristianesimo, e dopo che l'imperatore Teodosio ebbe vietato i culti pagani
(391), il cristianesimo poté ampiamente espandersi a Roma, e il latino fu riconosciuto quale
lingua della liturgia in Occidente.
E' dimostrato che le manifestazioni del culto cristiano nei primi tempi derivarono da quelle
della tradizione giudaica, e che nessuna influenza esercitò su esse la musica greco romana.
I trapassi dall'ebraismo al cristianesimo riguardano sia i libri sacri dell'Antico Testamento, dai
quali vennero tratti i testi delle letture e delle preghiere, sia i modi e le forme primitive del
canto, ricalcati su quelli impiegati nelle cerimonie di culto giudaico: la cantillazione, uno stile di
recitazione intonata, regolata dal ritmo verbale dei testi sacri, la quale muove su poche note
contigue; il jubilus, vocalizzo, a volte molto esteso, svolto sulle sillabe di alcune parole rituali (per
esempio, l'invocazione alleluja) e l'esecuzione dei salmi, guidata da un cantore solista a
capo dell'assemblea dei fedeli, coinvolti in maniere diverse di partecipazione (ripetizione o
alternanza di versetti; risposta con formule fisse o variate).
Nella sua irradiazione tra le popolazioni mediterranee,il nuovo culto venne a contatto con le usanze
religiose e musicali delle varie regioni, e parzialmente ne fu influenzato e le assorbì. Si spiega in
questo modo la formazione di differenti repertori locali che caratterizzarono i primi secoli del canto
cristiano e che vennero poi unificati attraverso una lunga azione omogeneizzante, la cui paternità fu
attribuita al papa Gregorio I Magno.
I primi e principali repertori locali del canto cristiano occidentale furono il romano antico,
l'ambrosiano, l'aquileiese e il beneventano in Italia; il mozarabico nella Spagna e il gallicano
nella Gallia.
L'unico tra questi repertori che sia stato conservato attraverso i secoli fino ad oggi è il canto
milanese, più noto come canto ambrosiano dal nome di S. Ambrogio (339 ca.397), prima
governatore, poi vescovo di Milano, che ne fu l'iniziatore.
A S. Ambrogio risalgono varie iniziative riguardanti il canto liturgico latino, a cominciare dalla
diffusione degli inni, che erano cantati soprattutto durante le assemblee di fedeli al tempo delle
lotte contro i seguaci dell'eresia ariana.
Egli inoltre adottò il canto salmodico, l'esecuzione antifonica e il jubilus.
Sul jubilus lasciò scritte pagine mirabili S. Agostino (354430), che trascorse alcuni anni a
Milano, a contatto con S. Ambrogio.
Gli altri repertori locali hanno lasciato incerte e lacunose tracce, e tra essi solo due ebbero
rilevanza storica: il gallicano e il mozarabico.
Il canto gallicano rimase in uso in Gallia fino all'VIII se colo; conteneva elementi celtici e
bizantini e fu soppresso dagli imperatori carolingi.
Il canto ispanico, che fu chiamato canto mozarabico dopo la conquista araba di parte della
Spagna, aveva subito nel V secolo l'influenza dei Visigoti (già convertiti al cristianesimo), i
quali avevano in prece denza assimilato usi delle liturgie orientali.

Il rafforzamento del potere e dell'autorità richiedeva però che la Chiesa presentasse un volto
unico, non soltanto sotto l'aspetto dottrinale e teologico (e questo spiega le lotte accanite contro
le eresie), ma anche sotto quello liturgico.
Uguali e comuni a tutte le comunità cristiane dell'Occidente che riconoscevano il primato del
papa e della Chiesa romana avrebbero dovuto essere i riti, e quindi le preghiere e i canti.
Il passaggio dai repertori locali ad un repertorio unico, cioè alla unificazione liturgica del canto
sacro latino, richiesero diversi secoli.
Esso portò alla formazione di quello che, dal nome del grande papa S. Gregorio I Magno, fu
chiamato canto gregoriano.
Oggi si ritiene che, al di là di quelli che possono essere stati nella realtà i suoi meriti specifici e
la sua azione diretta nella sfera del canto sacro, "il nome di Gregorio Magno serva da
riferimento ideale, quasi a sacralizzare e a unificare una tradizione il cui sviluppo non fu
organico e lineare" (F. Rainoldi).
E' certo che il lavoro di sistemazione unitaria del canto cristiano in Occidente si sviluppò
attraverso più secoli e fu parallelo alla definizione della liturgia.
Esso era incominciato prima di San Gregorio e si protrasse diversi secoli dopo la sua morte.
Un momento importante del processo di unificazione si rico nosce nell'incontro tra il papato
romano e i re franchi av venuto nella seconda metà dell'VIII secolo.
Nonostante ciò, la locuzione «canto gregoriano» conserva il suo pieno valore.
Essa indica la monodia liturgica cristiana in lingua latina, che la Chiesa romana riconosce
ufficial mente.
Si usano tuttavia, alternativi a canto gregoriano, anche altri termini: romana cantilena, cantus
planus o canto piano (o fermo) contrapposto a canto mensurato; anche, e più semplicemente,
canto cristiano latino e canto ecclesiastico.
Un ruolo importante ebbe la schola cantorum, ma la sua funzione prioritaria non fu la
diffusione in Europa del canto gregoriano.
Essa fu dapprima la cantoria alla quale a Roma era affidata l'esecuzione dei canti durante le
cerimonie papali e nelle basiliche romane. Esisteva già prima di papa Gregorio.
L'assenza della notazione rendeva necessario ricordare a memoria tutti i canti, da quelli che
erano eseguiti frequentemente a quelli che erano cantati solo durante particolari festività e
ricorrenze; memorizzare il vasto repertorio richiedeva anni di studio: le testimonianze del
tempo parlano di una decina d'anni.
Avveniva anche che alcuni cantori venissero inviati Oltralpe, in importanti centri di vita
religiosa, per far conosce re il repertorio autentico dei canti liturgici.
E' il caso, per esempio, del monaco Agostino, che papa Gregorio inviò con alcuni compagni in
Inghilterra.
Ma, indipendentemente da questi interventi, che possono definirsi straordinari, la schola
cantorum romana servì da modello per analoghi organismi nelle principali sedi vescovili e nei
maggiori monasteri.
Centri importanti di vita religiosa, e quindi anche di conservazione e di diffusione della liturgia
e del canto romano furono, a partire dagli ultimi secoli del primo millennio, i monasteri di
Bobbio, Nonantola e Montecassino in Italia, di Metz e Tours in Francia, di San Gallo in
Svizzera e di Reichenau in Germania.

LA LITURGIA E IL CANTO CRISTIANO Il nome liturgia indica l'insieme dei riti e delle
cerimonie del culto cristiano nelle forme ufficiali stabilite dalla Chiesa.
Ne sono escluse quindi le manifestazioni spontanee e locali di culto, che perciò si
consideravano paraliturgiche (o extraliturgiche) anche quando furono ammesse, approvate e
accolte a fianco delle preghiere e delle funzioni "ufficia li".
La liturgia cristiana ebbe una formazione lenta e laboriosa a partire dai secoli III IV: per
affermare l'unità del culto, uguale per tutti i credenti (salvo non sostanziali differenze da luogo
a luogo), la Chiesa romana dovette superare tra l'altro i particolarismi locali.
Questo processo formativo fu condotto a completamento nell'età carolingia; i cambiamenti che
la Chiesa dispose in seguito e che riguardarono sia gli aspetti esteriori, visivi, delle cerimonie,
sia quelli dottrinali e pastorali espressi attraverso la parola, sia quelli della preghiera cantata non
modificarono so stanzialmente la liturgia quale fu definita in quel periodo.
Le cerimonie liturgiche, e quindi le preghiere e i canti, erano legate allo svolgimento delle
festività disposte dal calendario dell'anno liturgico, i cui momenti centrali sono la nascita di
Cristo (Natale) e la sua morte e risurrezione (Pasqua).
Alcune festività furono mutuate dalla tradizione giudaica.
L'anno liturgico inizia con l'Avvento (quattro domeniche prima di Natale) e prosegue con il
Natale e l'Epifania, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste e la Trinità .
Le principali cerimonie della liturgia romana sono due: la celebrazione eucaristica, che
comunemente si chiama messa, e gli uffici delle Ore.
La celebrazione eucaristica rievoca l'Ultima Cena di Gesù Cristo a Gerusalemme, prima della
sua condanna e crocifissione, ed è la principale manifestazione del culto e fonte spirituale della
vita cristiana.
Si articola in tre parti: riti di introduzione, liturgia della parola e liturgia sa crificale.
Ognuna delle tre parti contiene numerose preghiere e canti.
Alcuni di questi hanno testi variabili, che mutano cioè secondo il calendario liturgico
(Proprium Missae o parti mobili); altri invece hanno un testo immutabile e vengono canta ti
sempre, tutti o in parte (Ordinarium Missae o parti ordinarie o fisse).
I brani dell'Ordinarium Missae sono cinque: Kyrie eleison o Preghiera litanica, Gloria in
excelsis Deo o Inno angelico, Credo in unum Deum o Simbolo, Sanctus e Agnus Dei.
L'Ordinario della messa ha un'importanza particolare nella storia della musica perché i
compositori che, a partire dal XIV secolo ai giorni nostri Machaut, Palestrina, Bach, Mo zart,
Beethoven, Stravinski... scrissero delle messe, mettevano in musica i testi dell'Ordinario, ed
essi soli.
Sotto l'aspetto musicale, oltre che quello liturgico, i brani più importanti del Proprium Missae
sono: l'Introito, il Graduale, l'Alleluja (che nei tempi penitenziali è sostituito dal Tratto),
l'Offertorio, il Communio.
LE PARTI DELLA MESSA [= tavola con le parti del Proprio a sinistra e quelle dell'Ordinario
a destra] Proprio Ordinario Riti di introduzione: Introito Kyrie eleison Gloria in excelsis Deo
Colletta Liturgia della parola: Lettura (Epistola) Graduale Alleluja (opp.
Tratto) Vangelo Credo in unum Deum Liturgia sacrificale: Offertorio Prefazio Sanctus
Canone Pater noster Agnus Dei Communio Postcommunio Ite, missa est Gli uffici delle Ore
canoniche erano otto: Mattutino (prima dell'alba), Laudi (al levar del sole), Prima, Terza, Sesta,
Nona, Vespro (al tramonto), Compieta (dopo il calar del so le).
Nel pensiero liturgico essi erano memoria della presenza di Dio nel corso della giornata.
Erano celebrati entro le comunità monastiche, ma i Vespri anche nelle chiese parrocchia li.
Ogni Vespro comprendeva la lettura dei salmi (di solito cinque) intercalati da antifone, il
Magnificat, un inno e le litanie.
Numerosi e diversamente ordinati, secondo le necessità di impiego, erano i libri liturgici, nei
quali sono raccolti i testi che dovevano essere letti, recitati o cantati durante le cerimonie del
culto.
Il più antico e ampio fu il Sacramentario, più ridotti erano il Graduale (contenente i testi della
messa) e l'Antifonario (contenente i testi degli uffici).
Di contenuto più specifico erano il Salterio, l'Evangelario, l'Innario, il Processionale e altri.
La maggior parte dei testi delle preghiere e dei canti fu tratta dalla Bibbia: l'Antico Testamento,
scritto in ebraico, e il Nuovo Testamento, scritto in ebraico e in greco.
L'Antico e il Nuovo Testamento furono tradotti presto in la tino.
La traduzione ufficiale adottata dalla Chiesa d'Occidente a partire dal V secolo è la cosiddetta
Vulgata, effettuata da S. Girolamo (331-420).
I testi accolti dalla liturgia provengono soprattutto dai Salmi, dalle Profezie (Antico
Testamento), dai Vangeli, dal le Epistole e dagli Atti degli apostoli (Nuovo Testamento).
STILI, MODI DI ESECUZIONE E FORME MUSICALI DEL CANTO GREGO RIANO La
civiltà musicale dell'Occidente incomincia con il canto gregoriano.
Apparentemente le melodie che lo costituiscono sono molto semplici: in stile omofonico privo
di accompagna mento, un andamento rigorosamente diatonico, ambiti melodici che raramente
superano l'ottava.
Nonostante questa semplicità, esso è assai ricco e vario per gli stili di canto, per i modi di
esecuzione e per le forme musicali impiegate.
Tre sono gli stili del canto ecclesiastico.
Il tono di lezione (accentus), derivato dalla cantillazione ebraica, è una sorta di lettura sillabica
intonata, che si svolge su una sola nota (recto tono) con lievi inflessioni melodiche ascendenti e
discendenti.
Pure di derivazione ebraica sono i melismi e i vocalizzi, soprattutto quelli
che fioriscono le sillabe della parola alleluja, espressione della sacra letizia dell'anima.
Il canto spiegato, che era il più comune e frequentemente impiegato, fu designato con il termine
«concentus» e poteva essere sillabico o semisillabico.
In questo secondo caso ad ogni sillaba del testo corrispondevano, in varia mescolanza, una, due,
tre, quattro o più note.
Il canto era eseguito dal celebrante e dai fedeli; più tardi anche dalle scholae e dai loro solisti.
Nelle assemblee sacre dei primi secoli ebbe largo impiego la declamazione dei salmi; secondo
un uso derivato dalle tradizioni giudaiche, essi potevano essere espressi in tre modi diversi:
nella salmodia responsoriale ogni versetto era eseguito dal celebrante o dal solista e a lui
l'assemblea rispondeva con un versetto, sempre lo stesso; nella salmodia allelujatica, dopo ogni
versetto eseguito dal solista, l'assemblea cantava alleluja; nella salmodia antifonica i versetti
erano eseguiti alternamente dal solista o dal celebrante e dall'assemblea.
I modi di esecuzione antifonica e responsoriale non erano limitati ai salmi, ma erano estesi
anche ad altre forme del repertorio liturgico.
Nei canti della messa convergevano tutti gli stili di canto e i modi di esecuzione citati.
Alcune parti sono eseguite in stile salmodico (Epistola, Vangelo, Prefazio, Pater noster
eccetera), ma è prevalente il canto melodico libero.
Melodici sono i cinque canti dell'Ordinarium Missae, i quali presentano forme e stili diversi
l'uno dall'altro.
Di forma chiusa è il Kyrie, in stile melismatico, formato da tre ver setti ognuno dei quali è
ripetuto tre volte; forma aperta, con andamento più strettamente sillabico hanno il Gloria e il
Credo; moderatamente melismatico è il Sanctus, diviso in due parti ognuna delle quali è seguita
dal ritornello "Osanna"; semimelismatico è l'Agnus Dei, ripetuto tre volte, con una diversa
chiusa la terza volta.
Le 18 messe gregoriane conservate nel Graduale romano (I «Lux et origo», Il «Kyrie fons
bonitatis», ...IV «Cunctipotens genitor Deus», ...VIII «De angelis», IX «Cum jubilo», ...) furono
composte posteriormente al X secolo.
Le forme più importanti degli Uffici delle Ore sono i salmi e gli inni.
I 150 salmi ebraici, tradotti in latino da S. Girolamo, era no i testi più frequentemente impiegati
nella liturgia can tata.
Infatti non solo venivano eseguiti per intero, soprattutto ai vespri, ma versetti tratti da essi
erano anche impiegati in alcune parti del Proprio: introiti, graduali, tratti ecc.
Ogni salmo si compone di un numero variabile di versetti che si scompongono in due membri
("emistichi"), paralleli anche per i concetti che vi sono espressi.
Gli inni sono sillabici, melodici, strofici; essi rappresentano il genere di canto liturgico più
popolare e più orecchiabile.
Gli inni nacquero in lingua greca nella Chiesa d'Oriente (IIIII sec.) e si svilupparono con il
movimento ereticale degli gnostici, dai quali li apprese S. Efrem di Odessa.
Nella Chiesa latina furono introdotti da Sant'Ilario di Poitiers e poi diffusi da S. Ambrogio di
Milano, che ne compose anche alcuni (Aeterne rerum conditor, Deus creator omnium, Veni
redemptor gentium ecc.).
Gli inni sono le sole composizioni della liturgia gregoriana che hanno il testo in versi; sono
composti da più strofe che sono intonate sillabicamente su facili melodie.
La melodia della prima strofa viene poi ripetuta per tutte le altre strofe.
Tra il IX e il X secolo entrarono nell'uso chiesastico due nuove forme di canto sacro, la
sequenza e il tropo.
Originate dalla trasformazione di alcune delle forme sopra citate, esse ebbero presto
formazione e vita autonoma, testimoniando l'esigenza di rinnovamento e di innovazione
all'interno del le forme liturgiche di quell'epoca.
La sequenza nacque come accorgimento mnemonico costituito dall'aggiunta sillabica di un testo
in prosa ai vocalizzi allelujatici.
[...] Secondo la tradizione ne fu inventore Notker Balbulus, monaco del convento di San
Gallo.
In seguito nuovi testi furono applicati a melodie di varia provenienza o di nuova invenzione.
La sequenza era eseguita antifonicamente a coppie di versetti, il testo era in prosa e la melodia
veniva rinnovata di continuo (Wipone, Ermanno il Contratto ecc.).
Nel secolo XII la sequenza adottò il verso ritmato e la rima, assumendo una struttura in parte
simile a quella dell'inno (Adamo di San Vittore).
La diffusione delle sequenze fu favorita dall'im piego di melodie profane.
Nel XVI secolo il Concilio di Trento, volendo ricondurre al la purezza primitiva la musica sacra
[Vedi capitolo XI], abolì tutte le sequenze eccetto cinque: «Victimae paschali laudes» di
Wipone, «Veni, sancte Spiritus» attribuita all'inglese Stefano Langton, «Lauda Sion» di San
Tommaso, «Stabat Mater» di Jacopone da Todi, «Dies irae» di Tommaso da Celano.
I tropi invece nacquero dalla sostituzione con testi silla bici dei melismi di alcuni canti della
messa, in particolare del Kyrie e dell'Introito.
La leggenda ne attribuisce l'invenzione a Tutilone, monaco di San Gallo lui pure .
In seguito, elemento caratteristico del tropo fu la farcitura, cioè l'introduzione di nuovi brani
letterari e nuove me lodie, in un preesistente canto liturgico.
I tropi persero poi il carattere religioso e scomparvero dall'uso.
Dopo aver assorbito andamenti profani e popolari, furono utilizzati nelle parti musicali delle
sacre rappre sentazioni.
LA TEORIA: I MODI (O TONI) ECCLESIASTICI Il repertorio gregoriano si basa su scale
eptafoniche di genere diatonico
appartenenti a otto modi; a differenza però di quelle greche, le scale modali ecclesiastiche
hanno direzione ascendente.
I modi gregoriani, forse derivati dagli oktoechoi bizantini, raggiunsero forma e definizione
stabile intorno al X secolo, e si distinsero in autentici e plagali: le scale plagali si estendono una
quarta sotto al relativo modo autentico.
Ogni modo autentico ha in comune con il suo plagale la nota finalis (che è la nota su cui di
solito terminano i brani), perciò ci sono quattro finali: re, mi, fa, sol.
Oltre alla finale, un'altra nota caratteristica è la repercussio, o tono di recitazione, intorno alla
quale muove la melodia.
La repercussio si trova di solito una quinta sopra la finalis nei modi autentici, una terza sopra la
finalis nei modi pla gali.
Fanno eccezione i modi IlI, IV, VIII.
Ai modi ecclesiastici nel secolo X furono applicati in seguito ad una erronea trascrizione delle
scale modali greche i nomi usati per queste, ma con significato diverso.
[F = Finalis, R = Repercussio] Re protus: I Modo autentico (Dorico): RE(F) mi fa sol la(R) si
do re Il Modo plagale (Ipodorico): la si do RE(F) mi fa(R) sol la Mi deuterus: IlI Modo
autentico (Frigio): MI(F) fa sol la si do(R) re mi IV Modo plagale (Ipofrigio): si do re MI(F) fa
sol la(R) si Fa tritus: V Modo autentico (Lidio): FA(F) sol la si do(R) re mi fa VI Modo plagale
(Ipolidio): do re mi FA(F) sol la(R) si do Sol Tetrardus: VII Modo autentico (Misolidio):
SOL(F) la si do re(R) mi fa sol VIII Modo plagale (Ipomisolidio): re mi fa SOL(F) la si do(R)
re La restaurazione del canto gregoriano La nostra attuale conoscenza della notazione
neumatica, e quindi dei canti del repertorio liturgico gregoriano, è frutto dell'impegno di ricerca
e di analisi dei testi musi cali medioevali compiuta da alcuni benedettini che si raccolsero
nell'antico convento di S. Pietro di Solesmes (nella Francia centrooccidentale), con l'intenzione
di preparare la riforma del canto liturgico sulla base di una ricognizio ne e interpretazione delle
fonti (codici, trattati) dell'età postgregoriana.
Avviato da Dom Guéranger verso la metà del secolo XIX, questo movimento fu sviluppato da
molti studiosi benedettini, tra i quali Dom Pothier, Dom Moquereau, e poi Dom Gajard, Dom
Suñol, Dom Ferretti e altri.
Uno dei frutti più preziosi del lavoro compiuto a Solesmes fu la pubblicazione in facsimile delle
più antiche fonti del canto gregoriano, raccolte nei 19 volumi della monumentale edizione della
«Paléographie musicale» (18891974).
Il frutto pratico del lavoro dei benedettini di Solesmes fu il «Motu proprio» con il quale papa
Pio X riconosceva (1903) come canti privilegiati della liturgia cattolica il canto gregoriano e la
polifonia sacra cinquecentesca.
Fu prepara ta, con nuovi aggiornati criteri, l'«Editio vaticana» delle raccolte liturgiche.
I volumi principali sono il Kyriale, il Graduale e l'Antifonale.
Una raccolta pratica dei canti della messa e dei principali uffici dell'anno liturgico è il «Liber
usualis missae et of ficii».
La notazione è per la musica quello che la scrittura alfabetica è per le parole: un sistema coordinato
di segni con i quali si scrivono sulla carta da musica gli
elementi del discorso musicale, principalmente l'altezza e la durata dei suoni di cui una
composizione è formata.
Coloro che conoscono i segni della notazione sono in grado di eseguire le musiche scritte,
anche se non le hanno lette o ascoltate in precedenza.
La notazione si definì con notevole ritardo in confronto alla nascita delle musiche e dei canti.
Essa nacque quando i cantori si accorsero che la trasmissione orale era un modo di
comunicazione insufficiente e che per tramandare alle successive generazioni un repertorio
musicale occorreva inventare e utilizzare una "scrittura dei suoni".
La formazione della notazione avvenne nell'ambito della civiltà occidentale; la notazione che
usiamo da ormai quattro secoli è il risultato di un lungo processo di trasformazioni,
incominciate alla fine del primo millennio.
Il repertorio liturgico gregoriano fu tramandato oralmente fino alla metà del secolo VIII.
E' a quest'epoca che risalgono i più antichi esempi di notazione, per esempio un frammento
dell'Introito "Ad te levavi" conservato in un codice a Bruxelles.
E' ragionevole pensare che il bisogno di fissare sulla pergamena dei libri liturgici (sia pure con
segni ancora imperfetti) il disegno melodico di un canto si sia imposto inizialmente per brani di
rara esecuzione, e che solo in seguito e a poco a poco si sia esteso a tutto il repertorio dei canti
della Chiesa.
L'altezza precisa delle note fu sviluppata dalla notazione neumatica; diventò definitiva, nei
modi che adottiamo ancor oggi (il rigo musicale con le note sulle linee e negli spazi), all'epoca
di Guido d'Arezzo (sec. XI).
Un secolo più tardi si cominciò ad avvertire l'esigenza di una notazione che definisse, oltre
all'altezza, la durata dei suoni.
Nacque così la notazione modale che impiegò i segni della notazione neumatica quadrata; ad
essa seguì la notazione mensurale.
LA NOTAZIONE NEUMATICA I canti del repertorio gregoriano, le
melodie sacre para o extraliturgiche e le melodie profane ci sono stati
tramandati con un tipo di notazione che è chiamata neumatica.
Neuma è parola derivata dal greco: da neuma (= segno, cenno) o da pneuma (= fiato, soffio), ed
è il nome dei segni impiegati in tale notazione.
Essa acquistò valore pieno di mezzo di comunicazione scritta solo all'epoca di Guido d'Arezzo,
[Vedi capitolo VII] quando si impose l'uso del rigo composto da quattro linee.
La notazione guidoniana fu il punto conclusivo di un processo iniziato alcuni secoli prima,
quando i segni neumatici servivano solo come sussidio alla memoria dei cantori.
Possiamo indicare tre fasi successive della notazione neumatica: chironomica,
adiastematicadiastematica, quadrata.
La scrittura chironomica Affinché i cantori potessero ricordare meglio le melodie del
repertorio che dovevano eseguire durante i riti, si tracciarono sulla pergamena dei libri liturgici,
al di sopra delle sillabe da cantare, segni molto semplici.
Essi erano derivati probabilmente dagli accenti grammaticali, soprattutto l'accento acuto, e
l'accento grave.
Questi segni servivano al praecentor o a chi dirigeva i cantori per ricordare il movimento della
melodia, ascendente o discendente, in modo che egli potesse riesprimerla con il gesto della
mano a beneficio dei cantori posti di fronte a lui.
Questa scrittura stenografica e allusiva fu chiamata chironomica (dalla parola greca cheir =
mano); la sua utilità era limitata alla funzione di stimolo mnemonico.
Dagli accenti grammaticali si venne a poco a poco sviluppando un sistema di segni, i neumi,
che indicavano uno o più suoni, riferiti alla nota o alle note da cantare su una stessa sillaba.
Dai neumi "in campo aperto" alla notazione diastematica I neumi semplici sono 8: 2 di una
nota: virga e punctum; 2 di due note: pes (o podatus), ascendente; clivis, discendente; 4 di tre
suoni: scandicus, ascendente; .
.
.
climacus, discendente; .
.
.
torculus, ascendentediscendente; .
.
.
porrectus, discendenteascendente.
Nella tavola a fronte sono raffigurati i suddetti neumi come figurano nei codici provenienti da
San Gallo (ca. sec.
X) e nelle forme equivalenti usate nei libri liturgici moderni; a fianco sono posti gli equivalenti
segni nella nostra notazione.
A partire dai secoli IXX, nelle varie parti d'Europa nelle quali si diffuse il canto cristiano
d'Occidente, i neumi si vennero definendo in segni grafici differenziati.
In un fondamentale studio sulla paleografia musicale gregoriana (1929), il benedettino Dom
Gregoire Suñol individuò 15 diverse "famiglie" di notazioni neumatiche, distinte per specifiche
caratteristiche grafiche.
Esse si svilupparono in Italia (notazione antica dell'Italia settentrionale; di Nonantola; di
Novalesa; milanese; dell'Italia centrale; cassinobeneventana), in Inghilterra (notazione inglese o
anglosassone), in Svizzera (di San Gallo), in Germania (tedesca), in Francia (di Metz o
metense; della Francia settentrionale o normanna; di Chartres o carnutense; aquitana), in
Spagna (visigotica; catalana).
[Nella tavola a pag. 60 è riportato, in differenti scritture, l'inizio del Communio "Cum
invocarem te".] Inizialmente i neumi erano collocati sopra le parole del testo da cantare, senza
nessuna indicazione che precisasse la natura degli intervalli tra nota e nota (neumi "in campo
aperto" o notazione adiastematica).
Anche questa scrittura aveva un'utilità limitata alla funzione di ausilio mnemonico.
Un notevole passo avanti fu compiuto con l'introduzione, nello spazio disponibile sopra le
parole del testo, di una o più linee aventi un preciso valore tonale.
I neumi erano scritti sotto la linea, o sulla linea, o sopra la linea.
Dapprima si trattò di una linea tracciata a secco sulla pergamena, poi di linee colorate: in rosso
(per il fa) e in giallo (per il do).
Decisiva fu però l'introduzione delle chiavi, che erano collocate davanti a una delle linee e
stabilivano perciò l'altezza precisa della nota posta su quella linea e conseguentemente anche
delle altre note, sopra e sotto la linea.
Le chiavi erano costituite da lettere della notazione alfabetica (vedi più avanti): F (=fa) e C
(=do), le quali subirono varie trasformazioni attraverso i secoli prima di arrivare alla forma
attuale.
L'introduzione della lettera G per il sol avvenne più tardi.
[Tavola con i neumi corrispondenti secondo la notazione di S. Gallo (X secolo), quella quadrata
(XV secolo), e quella moderna] Virga Punctum Pes o Podatus Clivis Scandicus Climacus
Torculus Porrectus Le quindici famiglie della notazione neumatica (secondo Dom G.M.
Suñol): [con l'indicazione dei luoghi corrispondenti sulla cartina geografica] 1 Notazione
primitiva dell'Italia settentrionale 2 Notazione nonantoliana 3 Notazione di Novalesa 4
Notazione milanese 5 Notazione dell'Italia centrale 6 Notazione beneventana 7 Notazione
inglese 8 Notazione di S. Gallo 9 Notazione tedesca 10 Notazione metense 11 Notazione del
nord della Francia e notazione normanna 12 Notazione di Chartres 13 Notazione aquitana 14
Notazione visigotica 15 Notazione catalana La classificazione di Dom Suñol rimane
sostanzialmente valida anche dopo la pubblicazione della monografia di Bruno Stablein (Lipsia
1975), il quale vi ha introdotto alcune modifiche, frutti di più recenti ricerche paleografiche.
[Nello specchietto che segue si può osservare la trasformazione che hanno subito le tre
letterechiavi.] La notazione nella quale sono impiegate due o più linee è chiamata diastematica.
Nei secoli X e XI altri suggerimenti per indicare con maggior precisione l'altezza dei suoni
furono avanzati da Ermanno il Contratto, il quale sovrappose ai vari neumi alcune sigle che
indicavano la misura esatta degli intervalli: E (sta per equat) = unisono; S = semitono; T = tono;
TS = tono + semitono; TT = due toni ecc.
e da Ubaldo di Saint'Amand, il quale nel trattato "De harmonica institutione" inserì le sillabe
del testo da cantare in un tracciato di linee la cui intonazione era indicata all'inizio.
Entrambe le soluzioni erano alquanto macchinose e complicate, e di conseguenza non ebbero
pratica attuazione.
I neumi quadrati La diastemazia perfetta fu raggiunta quando si adottò il rigo di 4 linee nel
quale, come avviene per il nostro pentagramma, i neumi si scrivevano sulle linee ed entro gli
spazi.
Il rigo di 4 linee o tetragramma portò al rapido declino delle grafie caratteristiche delle varie
famiglie neumatiche e all'unificazione della scrittura.
Infatti, in tutti i libri corali posteriori all'XI secolo furono impiegati i neumi di forma quadrata.
Conosciamo già gli otto neumi semplici; la grammatica paleografica gregoriana ne contempla
anche altri: i neumi composti, gli ornamentali e i liquescenti.
I neumi composti sono formati dall'aggiunta ai neumi di 3 note di una nota ascendente (per
esempio torculus resupinus) o discendente (per esempio scandicus flexus), o di una o più note
(subpunctis, subbipunctis ecc.).
I neumi ornamentali prescrivono emissioni di voce particolari; si possono riferire, per analogia,
ai moderni segni di abbellimento, mentre le liquescenze sono note sfumate, o semimute, che si
applicano ad alcuni dittonghi e gruppi consonantici.
Nei libri del repertorio liturgico in uso dopo la restaurazione del canto gregoriano è stato
adottato un tipo di stampa musicale che impiega i segni dei neumi quadrati sul rigo di 4 linee
(vedi pp. 6465).
IL NOME DELLE NOTE E LA NOTAZIONE ALFABETICA Boezio fu probabilmente il
primo trattatista nel Medioevo che impiegò le lettere dell'alfabeto latino, da A a P, ma
esclusivamente per segnare i punti di suddivisione del monocordo.
I più antichi documenti medioevali in cui la successione dei suoni sia indicata con le lettere
dell'alfabeto latino risalgono al IX secolo e si trovano in un trattato di Notker Labeo e nel
Musica enchiriadis; in quest'ultimo A = do; B = re; ecc. fino a G = si.
Oddone di Cluny (sec.
X) applicò la notazione alfabetica al sistema perfetto dei greci; vi premise la nota r (gamma,
lettera dell'alfabeto greco; tale nome diventò poi sinonimo di scala); differenziò graficamente le
ottave, impiegando le lettere maiuscole per la prima ottava, le lettere minuscole per la seconda,
le doppie minuscole per la terza; distinse il suono B (= si) in rotondo o molle (segno grafico del
bemolle) e quadrato o duro (segno grafico del bequadro), creando così la successione di suoni
che Guido d'Arezzo pose poi a base della sua teoria.
Qualche volta si è impiegata la nomenclatura alfabetica delle note nella funzione di notazione di
una melodia.
LE NOTAZIONI POLIFONICHE NERA E BIANCA La definizione grafica dell'altezza delle
note era stata risolta, come abbiamo visto, con l'adozione della notazione sul rigo di quattro
linee e l'uso delle chiavi.
Rimaneva da risolvere il problema della durata, cioè dei valori di tempo e i rapporti ritmici.
Questo problema si presentò quando lo sviluppo del contrappunto richiese che si definisse un
sistema metrico valido per tutte le voci di una composizione.
La notazione della musica polifonica d'insieme evolvette insieme alle forme contrappuntistiche,
dall'organum primitivo a Palestrina, e queste mutazioni furono frequenti e incalzanti fino alla
fine del secolo XIV.
Lo sviluppo che, dagli organa interamente liberi e non mensurali del secolo XII, attraverso le
rigide uniformità della ritmica modale del secolo XIII, portò alle singolari complessità ritmiche
della fine del secolo XIV, fu accompagnato da una serie di nuovi problemi della notazione,
appena si faceva un passo avanti, nasceva un'altra situazione che apriva una nuova fase" (Willi
Apel).
Le fasi più importanti, tra la fine del secolo XII e la fine del XIV, corrispondono ad alcuni tipi
di notazione nera, così chiamata perché i segni delle note erano completamente anneriti, come
lo erano i neumi dai quali derivavano: la notazione modale e le notazioni mensurali.
La notazione nera fu in uso fin verso la metà del secolo XV, quando si diffuse con rapidità
l'impiego della carta che era meno spessa della pergamena, molto usata in precedenza.
Sulla carta si scrivevano meglio e più rapidamente le note bianche, limitate ai contorni.
Questo spiega il nome di notazione bianca che differisce dalla precedente per la sostituzione
delle note nere con note bianche.
Essa fu impiegata dalla metà del secolo XV fino alla fine del XVI.
LA NOTAZIONE MODALE (I modi ritmici) I segni della notazione quadrata gregoriana
furono impiegati, ma con funzioni metriche, nelle composizioni della scuola di NotreDame.
[Vedi capitolo V] I segni quadrati della virga e del punctum diventarono, con nomi desunti
dalla metrica classica grecolatina, longa e brevis; la prima aveva durata doppia della seconda.
Longae e breves si aggregavano insieme in varie combinazioni, che nei trattati di Johannes de
Garlandia e di Walter Odington furono chiamati modi (singolare modus).
C'erano sei diversi modi ritmici: 1° modo (trocaico)
2° modo (giambico) 3° modo (dattilico) 4° modo (anapestico) 5° modo (spondaico) 6° modo
(tribrachico) Dall'esame delle singole figurazioni si rileva che è genericamente osservato il
principio della metrica classica, in base al quale una longa dura quanto due breves, a condizione
che la loro combinazione formi raggruppamenti ternari.
Il principio ternario prevale, infatti, su ogni altro, come appare dalla trascrizione sopra riportata
in valori moderni dei modi 3° (dattilico), 4° (anapestico) e 5° (spondaico), certamente anomali
nei confronti della metrica greca e latina.
Ogni voce di un organum o di una clausula era scritta in un determinato modo, ma l'uso dei
modi in melodie di diversa lunghezza era regolato dagli ordines (singolare ordo).
Gli ordines infatti indicavano quante volte lo schema ritmico di un modo era ripetuto, nello
svolgimento di una melodia, prima di una pausa.
Per chiarire meglio il concetto, si riportano gli ordines primo, secondo e terzo dei modi primo,
secondo e quinto, che si usavano più degli altri: il primo e il secondo nelle voci superiori, il
quinto nel tenor.
.
.
Ordo 1°.
Ordo 2°.
Ordo 3° 1° modo 2° modo 5° modo
LE NOTAZIONI MENSURALI La notazione
franconiana L'atto di nascita della moderna notazione ritmica è costituito dal già citato trattato
Ars cantus mensurabilis (ca. 1260) di Francone di Colonia.
Esso sancisce il superamento della teoria modale; riconosce, accanto alla longa e alla brevis,
due nuovi valori: la duplex longa e la semibrevis; inoltre sottrae le relazioni fra i diversi segni
di durata al rigido schematismo dei modi ritmici.
L'importanza di questo trattato è data dalla chiarezza con la quale esso offre una sistematica
giustificazione, al tempo stesso logica e ideale, delle innovazioni che i compositori della
seconda metà del secolo XIII introducevano nelle loro opere.
I valori di durata impiegati nella notazione franconiana erano i seguenti: Maxima o Duplex
longa Longa Brevis Semibrevis La longa era di tre specie: perfecta, imperfecta e duplex longa.
La longa perfecta era misurata in 3 tempi e corrispondeva a 3 breves; la longa imperfecta era
misurata in 2 tempi e corrispondeva a 2 breves.
Analogamente la brevis poteva essere perfecta (e corrispondeva a 3 semibreves) o imperfecta (e
corrispondeva a 2 semibreves).
L'identificazione del numero tre con la perfezione era un principio ricorrente negli scrittori
medioevali, influenzati dal pensiero teologico.
Sulla loro scia Francone affermava che il numero 3 era perfetto "per il fatto che esso prende il
nome della Somma Trinità, che è la vera e pura perfezione".
Il principio della suddivisione ternaria dei valori prevalse fino all'inizio del secolo XIV; fu
parzialmente attenuato da Petrus de Cruce che nelle proprie composizioni, specialmente nel
triplum dei mottetti, introdusse rapporti variabili da 2 a 9 semibreves per una brevis.
La notazione dell'Ars nova francese All'inizio del secolo XIV in Francia venne introdotto un
nuovo valore, la semibrevis minima o, brevemente, minima, di cui si trova notizia per la prima
volta nello Speculum musicae di Jacobus di Liegi.
Nei trattati di questo secolo si diede largo spazio alla casistica concernente la suddivisione dei
valori, che prese il nome di modus, tempus e prolatio.
Modus (divisione della longa): può essere perfectus o imperfectus Tempus (divisione della
brevis): può essere perfectum o imperfectum Prolatio (divisione della semibrevis): può essere
maior o minor.
Questa notazione (i cui principi furono esposti da Philippe de Vitry nel suo celebre trattato)
asseconda andamenti più sciolti e flessibili della melodia.
In questa notazione furono scritte le composizioni di Guillaume de Machaut e dei suoi
contemporanei.
La notazione dell'Ars nova italiana La notazione italiana del Trecento, a differenza di quella
coeva francese che discendeva per linea diretta dalle notazioni modale, prefranconiana e
franconiana, sembra sorgere dal nulla.
Le regole definite nel "Pomerium in arte musicae mensuratae" di Marchetto da Padova (che fu
scritto negli stessi anni dei maggiori trattati francesi del Vitry e del Muris) non hanno
antecedenti teorici in Italia.
Un nostro contemporaneo, studioso delle notazioni, Willi Apel, ha avanzato l'ipotesi,
largamente condivisa, che la notazione italiana derivi da quella di Petrus de Cruce e dalle sue
successioni di semibreves.
Le figure della notazione italiana, come le illustrò Prosdocimo de Beldemandis nel suo
"Tractatus... ad modum Italicorum", sono sei: maxima, longa, brevis, semibrevis, minima,
semiminima.
Scarsamente impiegate la maxima e la longa, l'unità di base è costituita dalla brevis.
Essa è suddivisibile nei valori minori, in base a un sistema di tre divisiones che è illustrato dalla
seguente tabella.
Brevis Divisio prima:.
Binaria = 2 semibreves .
.
.
Ternaria = 3 semibreves Divisio secunda: .
Quaternaria = 4 minimae .
.
.
Senaria imperfecta = 6 minimae .
.
.
Senaria perfecta = 6 minimae .
.
.
Novenaria = 9 minimae Divisio tertia:.
Octonaria = 8 semiminimae .
.
.
Duodenaria = 12 semiminimae