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La povertà e il reddito, la longevità e l'istruzione ...

Questo volume spiega


come lo studio della società nelle sue varie dimensioni abbia dato impulso alla
costruzione dei tanti indicatori e indici usati - spesso impropriamente - per
stabilire il livello di progresso di una data società.
Si ripercorreranno le fasi attraverso le quali si è passati dall'aritmetica politi­
ca alla moderna reportistica sociale, analizzando i fattori che hanno favorito -
o ostacolato - la diffusione dei numerosi studi sulla qualità della vita e sul be­
nessere. Dei principali indicatori di riferimento - tra gli altri, il pil e l'indice di
sviluppo umano - si presenteranno i punti di forza e le debolezze dal punto di
vista della validità e si avanzeranno alcune proposte per un loro uso più cor­
retto.
Di fronte all'assenza di un quadro concettuale di riferimento (cos'è il benes­
sere?) , alla scarsa competenza statistica di operatori dell'informazione e di de­
cisori politici, alla tentazione di "truccare le carte", questo volume dà la possi­
bilità di aprire la scatola nera dei dati così spesso citati: rendere palesi gli as­
sunti che ne stanno alla base è l'unico modo per poter studiare la loro affidabi­
lità e usarli in modo appropriato.

Paolo Parra Saiani, dottore di ricerca in Sociologia, insegna metodologia e


sociologia presso l'Università del Piemonte Orientale e l'Università Cattolica
di Milano; Construcci6n y andlisis de indicadores sociales nel Master in Me­
todologia de la investigaci6n social a Buenos Aires e nel dottorato presso la
Facoltà di Scienze umane dell'Universidad Nacional de La Plata, Argentina.
Fra le sue pubblicazioni: "Il delitto e il castigo. Considerazioni metodologiche
sulle rappresentazioni della devianza e delle sanzioni nei processi di socializ­
zazione normativa degli adolescenti" in A.R. Favretto, Il delitto e il castigo.
Trasgressione e pena nell'immaginario degli adolescenti, Roma 2006; L'uni­
versità nel contesto italiano. Linee per la valutazione in <<Quaderni di socio­
logia>> , XLVIII, 35, 59-80, 2004; Triangolazione e privato sociale. Strategie per
la ricerca valutativa, Acireale-Roma 2004.
Per conto della Sezione hanno seguito
la redazione di questo volume:

Alberto Baldissera
Matteo Colleoni
Alberto Marradi
Paolo Parra Saiani

Gli indicatori
sociali

Metodologia delle scienze umane l 18

FrancoAngeli
Copyright © 2009 by Franco An geli s.r.l., Milano, ltaly

Ristampa Anno
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Indice

Introduzione p ag. 9

l. Verso gli indicatori » 11


l . L' eredità delle scienze fisiche e della medicina » 12
2. La misurazione tramite indici » 14
3 . La stipulatività » 16
4. L'indicatore oggi » 17

2. Natura e ruolo degli indicatori » 19


l. Dalla proprietà alla variabile » 19
2. Necessità degli indicatori » 21
3. Indicatore o indice? » 24
4. La natura dell' indicatore » 26
5. Indicatori e modelli: l'ancoraggio alla teoria » 30
6. Unità di raccolta e unità di analisi » 31
7. Unità amministrative o unità sociali? » 33
8. Dagli indicatori collettivi a quelli individuali » 35
9. 'Indicatore sociale': un errore categoriale » 38

3. Nascita ed evoluzione degli indicatori sociali » 41


l . La raccolta di informazioni come attività burocra­
tica >> 41
2. L'attività di raccolta di informazioni come stmmen­
to di controllo politico o di promozione delle lifor­
me sociali » 43
3. Il movimento degli indicatori sociali » 49

7
4. n culto del numero pag. 55
l . Quantofrenia e statistiche sociali » 55
2. Dietro il numero » 62
3. Enumerazione e controllo sociale » 66

s. n prodotto interno lordo (pii) » 71


l . Validità del pil » 72

6. Oltre il pii: l'indice di sviluppo umano » 77


l . Validità dell'iso » 84

7. Indicatori di povertà » 95
l . Distribuzione e povettà » 98
2. L'incidenza della povertà » 101
3. Lo scarto relativo medio dalla linea di povertà » 102
4. Lo scarto relativo medio ponderato » 104
5. L'indice di povertà di Sen » 105
6. La linea di povertà nelle comparazioni diacroniche » 106
7. L'indice di povertà umana » 107

8. Il benessere soggettivamente considerato » 109


l . Validità » 117

9. Data management: come rendere significativi i dati » 125


l. La normalizzazione » 126
2. La standardizzazione » 127
3. La deflazione » 133

Conclusioni )) 139

Riferimenti bibliografici » 145

8
Introduzione

In Europa - diversamente dagli Stati Uniti - lo studio degli indi­


catori sociali fu promosso dal mondo accademico, forse a causa di
una diversa cultura operativa, di una pratica di ricerca attenta alle
esigenze della governabilità (Bmschi 1999, 104). Già ai tempi di
Conring e dell ' università di Gottingen (fondata nel 1737) si voleva­
no sistematizzare le inf01mazioni disponibili sui vari Paesi in modo
da renderle più semplici da ricordare, più semplici da insegnare e
più semplici da usare da prute degli uomini politici (Lazarsfeld
1961/1967, 27-28). Da queste esigenze nacque uno schema che pre­
vedeva di collocare lungo la dimensione orizzontale i Paesi e lungo
quella verticale le proprietà da confrontare. All' inizio le celle conte­
nevano descrizioni verbali o riferimenti alle fonti, ma ben presto si
passò all' uso di dati numerici, "non foss' altro perché richiedevano
meno spazio" (ivi, 32).
La nuova statistica - additata in modo sprezzante "statistica da ta­
belle" - era accusata di aver ridotto la statistica ad un "lavorio ace­
falico":

"Questi sciocchi individui vanno predicando che per valutare la potenza di un


Paese basta conoscerne le dimensioni, la numerosità della popolazione, il red­
dito nazionale e il numero delle bestie che vi pascolano" (John 1884, 129)1.

Anche Quetelet 1ivendicava l' importanza di poter dispone di dati


comparabili tra Paesi:

l. Riportato in Lazarsfeld ( 1 96 1/1967, 33).

9
"Il est à regretter que l' on ne possède point encore, pour les différents
pays, de relevés exacts sur le prix de la main-d' ceuvre, des terres, des
loyers, des subsistances nécessaires à la vie d'un individu, sur le mouve­
ment des postes aux letu·es et sur l es· moyens de communication pour les
voyageurs et les marchandises; ces relevés offriraient des termes de compa­
raison pour I'activité des habitants et pour le prix que l'on attache au
temps, élément précieux dont quelques peuples paraissent encore mécon­
naitre l'importance" (Quetelet 1835, II, 143-144).

La sempre più diffusa formalizzazione numerica delle informazio­


ni agevolò la scelta di argomenti che più di altri si prestavano alla
quantificazione (Lazarsfeld 1961/1967, 33) e- insieme all'aumento
degli uffici governativi dediti al censimento - la conoscenza della
propria città, del proprio Stato, del proprio impero.
Come si vedrà nei capitoli successivi, la necessità degli Stati di
controllare il proplio territorio e la propria popolazione si è saldata
alla volontà di conoscenza delle nascenti scienze sociali. Mi occu­
però quindi di illustrare come lo studio della società nelle sue varie
dimensioni (economica, sociale, ecc.) abbia dato impulso alla co­
stmzione dei tanti indicatori e indici usati - spesso impropriamente
- per stabilire il livello di progresso di una data società.
Proprio perché ampiamente diffusi anche al di fuori del mondo
accademico, sarà importante riuscire ad aprire la scatola nera dei da­
ti: rendere palesi gli assunti che ne stanno alla base è l' unico modo
per paterne studiare validità e affidabilità. Per questo motivo, pur
cercando di usare il linguaggio più semplice possibile, ho trattato
anche i dettagli statistico-matematici: la loro assenza sarebbe stata
un' agevolazione solo apparente.

Desidero ringraziare Alberto Baldissera, Matteo Colleoni e Albe1to


Marradi, che con i loro suggerimenti hanno permesso di migliorare la
prima versione del lavoro. Devo però rivolgere un ringraziamento parti­
colare ad Albetto Marr adi: non solo per avermi suggerito di approfon­
dire in modo sistematico un tema a me caro, ma per la paziente rilettura
delle diverse stesure. Senza il suo continuo sprone probabilmente starei
ancora redigendo la milionesirna versione del primo capitolo.

A vvettenza. Nei riferimenti bibliografici si fornisce sempre l'anno di prima


edizione eli un ' opera. Nel caso si cili ùa una Lraùuzionè o ùa un'èùizionè suc­
cessiva, si aggiunge anche l'anno della sua pubblicazione. Ad esempio, la pa­
rentesi (1288/1997, 34) indica che si sta citando da p. 34 di una traduzione o
riedizione comparsa nel 1997 di un'opera originruiantente sctitta nel 1288.

10
l. Verso gli indicatori

I primi positivisti che hanno provato ad applicare alla società il


metodo delle scienze fisiche e naturali hanno spesso trattato fenome­
ni che non potevano rilevare direttamente. Celebre un passaggio di
Durkheirn:

"Mais la solidarité sociale est un phénomène tout moral qui, par lui-méme,
ne se prete pas à l' observation exacte ni surtout à la mesure. Pour procéder
tant à cette classification qu'à cette comparaison, il faut donc substituer au
fait interne qui nous échappe unfait extérieur qui le symbolise et étudier le
prernier à travers le second" (1893, 28; corsivo rnio)I.

Una pratica che - come si può immaginare - era già in uso da


tempo: Bonvesin da la Riva ( 1 288/1997, 87) si basa sulla quantità
media di grano consumato quotidianamente a Milano - quale risulta
dalle dichiarazioni degli esattori delle imposte sul macinato - per
stimame la popolazione2; Petty affermava che la popolazione di Du­
blino era superiore a quella di Bristol basandosi sul maggior numero

l. Probabilmente Durkheim usa l'espressione 'faits extérieurs' per differenziare


la sociologia dalla psicologia, dalla quale voleva rendersi autonomo nello spiegare i
"fatti sociali".
2. Niceforo (1919, 12-13) cita altri precedenti illustri: Villani, stotico fiorentino
del XIV secolo. stima il numero degli ahitanti della città di Firenze attraverso quel·
lo del pane consumato; Voltaire calcola il numero degli abitanti di Tebe basandosi
sul numero di c!tariots e di soldati che si diceva potessero passare da ciascuna delle
cento pot1e; Lavoisier, nel 1790, pensa di poter stimare il numero di cavalli e di
buoi impiegati in agricolnu·a basandosi sul numero di c!tarrues in attività.

li
di canne fumruie (1686, 2)3 o che il commercio era aumentato per­
ché le lettere spedite erano aumentate di venti volte4 (1690, H2
back).

l. L'eredità delle scienze fisiche e della medicina

A proposito dei segni capaci di cru·atterizzare in modo netto le


epoche di grande prosperità, Boisguillebert affermava che tutte le
condizioni hanno dei barometri della loro agiatezza o della loro sco­
modità (1707, 364). I tentativi di imitare le discipline già affermate
si manifestano nelle analogie con le scienze fisiche e nell'uso sem­
pre più frequente di termini quali termometro, barometro, sintomo.

"Generalmente parlando, chi si fa servire da altri è più ricco di chi si serve


da se stesso. Ma se per indicare la ricchezza de' diversi Stati prendiamo
come norma assoluta il numero de' servi, cadremo in errori enormissimi.
Dove le ricchezze sono accumulate in poche famiglie, il numero de' servi è
massimo. Quando la servitù oltrepassa 1120 della popolazione, è più sinto­
mo d'ineguale riparto della ricchezza che della ricchezza reale [ . . . ] Pria
dell'invenzione de' doppieri (XVII secolo), i servi distribuiti per le sale te­
nevano in mano le torce, mentre i loro padroni cenavano o trastullavano.
Dopo l'invenzione de' doppieri, una parte della servitù si è occupata a fab­
bricarli: i signori pagano all' artista quel denaro che pagavano al servo. II
numero dei servi è scemato, benché sia cresciuta la ricchezza della nazione.
È dunque evidente che il numero de' servi è sintomo di ricchezza sino a
certo punto, diviene sintomo fallace al di là [ . . . ] Accennerò qui un sintomo
che non trovo ricordato da nissun autore di teorie statistiche, e che potreb­
be misurare, se non la corruzione, almeno la libertà del costume in diversi
tempi e Stati, ed è il seguente: avvicinate le epoche dei matrimoni alle epo­
che delle prime nascite, e troverete che 114, 115, 116, etc. de ' primogeniti è
nato pria del contratto maritale. Queste frazioni rappresentano la maggiore
o minore trascuratezza de' parenti. Ecco una tra le risposte alla dimanda: a

3. "The City of Bristol in England appears to be by good estimate of its Trade


and Customes as great as Rouen in France, and the City of Dublin in lreland ap­
pears to have more Chimnies than Bristol, and consequently more People" (1686,
2; corsivo dell'A.).
4. "Lastly, I leave it to the consideration of ali Observers, whether the number,
and splendor of Coaches, Equipage, and Household Fumiture, hath not increased,
since that time; to say nothing of the Postage of Letters, which have increased from
one to twenty, which argues the increase of Business, and Negotiation" (Petty
1690, H2 back; corsivo dell'A.).

12
che servano le quantità nella statistica? ed ecco come le quantità fisiche
rappresentano le qualità morali" (Gioja 1 826/ 1 838, 278 e 294).

"Nous devons procéder comme le physicien qui, pour les phénomènes


é1ectliques, ne peut donner également que des valeurs relatives, et se
trouve réduit à juger des causes par leurs effets. Nous n'apercevons pas
plus ce qui donne naissance au phénomène mora! que ce qui produit le
phénomène élecuique. Nous ne voyons que l' effet en lui-meme, et c' est cet
effet que nous cherchons à apprécier" (Quetelet 1848, 74-75).

"Era naturale quindi il sorgere di una scuola scientifica, che, seguendo il


metodo sperimentale, si proponesse, collo studio della patologia sociale nei
suoi sintomi criminosi, di togliere quel cont.J.·asto fra la teoria dei delitti e
delle pene e la realtà dei fatti quotidiani [ . . ] Le nude cifre della delinquen­
.

za non sono affatto una diretta misura dell'immoralità del popolo, per quan­
to rimangano sempre un grave sintomo dello stato morboso di una società"
(Ferri 1884/ 1 892, 4 e 206).

"Aussi est-il de règle dans les sciences naturelles d'écarter !es données
sensibles qui risquent d'etre trop personnelles à l'observateur, pour retenir
exclusivement celles qui présentent un suffisant degré d' objectivité. C' est
ainsi que le physicien substitue aux vague impressions que produisent la
température ou l' électricité la représentation visuelle des oscillations du
therrnomètre ou de l' électromètre. Le sociologue est tenu aux memes
précautions" (Durkheim 1895, 55).

Durkheim lichiama la necessità di prestare attenzione ai sintomi


che potrebbero rivelare una malattia sociale:

"Quel statisticien d' ailleurs hésiterait à voir dans les progrès de la mortalité
générale au sein d' une société déterminée un sympt6me certain de
I' affaiblissement de la santé publique?" (Durkheim 1 893, 230).

Anche Niceforo è alla ricerca dei sintomi, e non a caso parla di


una categoria di studi che si potrebbe chiamare symptomatologie so­
ciale:

"Un'ultima parte della presente opera era stata scritta, consacrata alla sinto­
matologia; a quel procedere, cioè, che può farsi quando, scelti alcuni ele­
menti, traducibili in cifre, di un complesso fenomeno che è di per se stesso,
e in toto, difficilmente misurabile, vengono, tali elementi, considerati quali
"sintomi" del modo di comportarsi dell'intero fenomeno" (Niceforo 1 9 1 9,
5 12-5 13).

13
"Le problème, en meme temps que d' autres étroitement unis à lui, pourrait
parlaitement rentrer dans cette catégorie d'études qu'on appelle 'sympto­
matologie sociale' . Supposons d' avoir à 'mesurer' un fait social déterminé,
ou bien un ensemble de faits sociaux qui se tiennent et forment un bloc à
considérer dans son ensemble et à traiter d' après la méthode statistique;
mais supposons aussi que les faits en question ne soient pas susceptibles
d'etre mesurés directement, étant donné le caractère spécial de ces faits qui
ne sont indiqués habituellement que par des expressions qualitatives. Par
exemple, supposons d' etre amenés à parler, comme cela arrive souvent, du
degré de moralité (et meme de religiosite) d'une population, du niveau
intellectuel d'un groupement, de son standard of life, c'est-à-dire de son
degré de bien-etre matériel, et que nous voulions juger quantitativement tel
phénomène dans l'espace ou dans le temps. Ainsi, est-il vrai, dira-t-on, que
la moralité soit plus développée ici que là? que le niveau intellectuel soit
plus élevé aujourd'hui qu'hier? que le bien-etre soit plus haut de nos jours;
que l' activité économique soit plus florissante, etc. ? Camme il n ' est
évidemment pas possible d' obtenir une mesure directe, on pourra tenter
néanmoins de tourner la difficulté. On verra d'abord s'il existe des faits
qui, susceptibles d'etre mesurés, peuvent se considérer, pour ainsi dire,
camme les sympt8mes du phénomène lui-meme, ces faits se trouvant en
étroit rapport avec toutes les variations du phénomène en question. Puis, on
procédera à la mesure de ces symptomes, et enfin, quand on jugera utile de
le faire, on verra s'il n'y a pas moyen de réduire à une seule mesure
globale, ou synthétique, toutes les mesures obtenues" (Niceforo 1 92 1 , 7-8).

"Il est sans doute impossible de 'mesurer' directement ce qu'on appelle le


degré de prospérité économique d'un pays dans l' espace et dans le temps,
ou, pour mieux dire, de traduire en évaluations quantitatives les évaluations
génériques et qualitatives habituelles: situation florissante, mauvaise, très
mauvaise, etc. On cherchera da ne à o btenir une mesure indirecte, et
cependant réelle, en exarninant des 'symptomes' qui soient susceptibles
d'etre mesurés et qui, par ces mesures, expriment quantitativement le degré
d' élévation ou de dépression économique" (ivi, 1 1).

2. La misurazione tramite indici

Per una disciplina che ai suoi esordi segue gli sviluppi delle scien­
ze naturali e ne adotta i termini, dopo 'sintomo' e 'termometro'5, è la
volta di indice:

5. L'uso del termometro stesso è stato accettato negli ospedali solo alla metà del
diciannovesimo secolo, e diventa di uso comune solo alla fine del secolo (Hess

14
"il n'y a plus à se demander si le bonheur s'accroit avec la civilisation. Il
est l'indice de l'état de sapté" (Durkheim 1893, 223).

"Vulgairement, la souffrance est regardée comme l'indice de la maladie et


il est certain que, en général, il existe entre ces deux faits un rapport, mais
qui manque de constance et de précision" (Durkheim 1895, 62).

"Le nombre des individus sachant lire et écrire; le nombre des écoles
primaires et des élèves inscrits, la quantité d'inscriptions aux oeuvres post­
scolaire, les dépenses pour l' instruction publique, les inscriptions aux
écoles secondaires et supérieures de toute sorte, le nombre des biblio­
thèques et la quantité des livres donnés en lecture, la quantité des publica­
tions périodiques, soit scientifiques, soit littéraires, soit politiques, la
production éditoriale, la quantité d'individus adonnés aux travaux intellec­
tuels, etc., toutes ces données, quoique d'une valeur et d'une précision
statistique inégales, constituent, lorsqu'on les étudie proportionnellement à
la population, autant d'indications pour établir le degré de diffusion de la
culture intellectuelle et par conséquent le degré de la civilisation"
(Niceforo 1905, 1 19; corsivo mio)6.

Niceforo (1905, 1 1 6- 1 31) propone di "misurare" il livello di civi­


lizzazione di un gruppo sociale attraverso quattro indicatori?: la dif­
fusione della cultura individuale; il tasso di natalità; il tasso di mor­
talità; il tasso di criminalità. Se Dellepiane ( 1 9 12, 2 1 -22) tenta di
"misurare" in modo obiettivo il progresso basandosi su quanti più
dettagli possibile, Willcox (1913, 296) propone degli indices of pro­
gress:
a) aumento della popolazione;
b) durata della vita;
c) uniformità nella popolazione;
d) omogeneità razziale;
e) grado di istruzione;

2005, 109). Sembra già presente la confusione tra indicatore (il sintomo) e la sua defi­
nizione operativa (lo strumento che verrà usato per rilevare gli stati sulla proprietà).
6. Altri esempi potrebbero seguire: "Ce qui nous intéresse ici, c'est l'indication
que la mortalité peut fournir sur l'état de civilisation d'un groupe social, étant
donné que la diffusion de la civilisation moderne amène généralement avec elle une
diminution de la monali té.. (Ni<.:eforo 1905, 127); "Une forme spécial de mort::ùité,
le suicide, indique, de nos jours, avec quelque certitude, le degré de civilisation
d'un groupe" (ivi, 128).
7. Da Niceforo chiamati indici.

15
f) diminuzione del tasso di divorzi.
Secondo Kelsey (1928; 453), invece, il benessere di una società
può essere accertato solo basandosi sui suoi risultati, quali:
a) aumento della conoscenza;
b) aumento della salute;
c) aumento della comprensione dell'uomo stesso;
d) ampliamento e estensione dei programmi umani;
e) raffmamento dei processi sociali;
f) importanza attribuita alle vhtù personali e sociali.
Sebbene le voci elencate da Kelsey si possano considerare più co­
me dimensioni rilevanti che come indicatoris, la sua proposta è im­
portante perché anticipa una critica che sarà rilanciata solo alcuni
decenni dopo dal movimento che cercherà di integrare o superare il
pii, richiamando al contempo l'attenzione sulla necessità di concen­
trarsi sugli outcome e non solo sugli output9.

3. La stipulatività

Particolmmente interessante il passo seguente, ancora di Niceforo,


che sottolinea la stipulatività - spesso taciuta - del legame tra l' og­
getto cognitivo e il fenomeno osservato:

"Quanto al movimento ascensionale dei suicidi, si ponga anche qui mente


che, soltanto deformata, o meglio, raccorciata immagine della realtà del fe­
nomeno danno quelle cifre: qui si danno, come del resto in tutte le statisti­
che adoperate per studiare l'intensità e le caratteristiche del suicidio, le ci­
fre indicanti i nw11i per suicidio; sfuggono, quindi, i tentativi di suicidio e i
suicidi mancati. Lo studioso, di solito, nel trattare tale materia, passa tacita­
mente da un concetto all' altro, dimenticando il ptimo; passa cioè alla ten­
denza al suicidio in genere, dimenticando che trattano i suoi dati sol di
morti per suicidio, e così fa per molti fenomeni in cui tale trapasso si pre­
senta quasi automaticamente (dal numero dei passaporti alla statistica
sull'emigrazione etc.). Vero è che non sempre tali trapassi sono da condan-

8. Delle voci proposte da Kelsey non è infatti possibile dare una soddisfacente
definizione operativa diretta. Sul punto, si veda il capitolo 2.
9. A titolo esemplificativo si può pensare all' output come al tasso di popolazio­
ne in possesso di un dato titolo di studio, all'autcome come al tasso di popolazione
in grado di risolvere un detenninato compito/problema. Sul punto si veda Parra
Saiani (2004, 52-58).

16
nare, ·e ciò quando si pensi, in specie, che tutte le indagini quantitative di
tal genere, se pur presentate sotto la precisione delle cifre, hanno da inten­
dersi come approssimazioni, e come visioni di immagini deformate più o
meno vivacemente. In modo, tuttavia, che ci rendiamo conto, con percezio­
ne più o meno esatta, del grado di deformazione" (1919, 186; corsivo
dell ' A ).
.

Già nel 1 925 Merriam distingueva tra le dimensioni di un con­


cetto e ciò che avrebbero potuto essere gli indicatori. Commen­
tando il tentativo di Bryce di comparare le democrazie stabilendo
determinati standards attraverso i quali misurarli e valutarli, elen­
ca i canoni (canons) proposti dallo stesso Bryce: la sicurezza da
attacchi esterni, mantenimento dell' ordine, giustizia, un' efficiente
amministrazione, aiuto ai cittadini nelle loro occupazioni (Mer­
riam 1 925, 1 20).

"The development of politica} reporting is a fertile field for the student of


politics. The reports of cities, counties, and states are lacking in uniformity,
accuracy, and comprehensiveness, in some instances to the point of the
ridiculous [ ...] Reports of many branches of govemment are unintelligible,
and in generai they fail to give either the generai picture desired by the
citizen for the purpose of supervision and control or by the scientist for
comparison and deduction" (ivi, 1 1 3).

4. L'indicatore oggi

Nel linguaggio tecnico attuale delle scienze sociali si è imposto


un altro termine importato dalle scienze naturali: indicatore, usato
con riferimento agli strumenti rivelatori dello stato di certi referenti
su certe proprietà (indicatori di livello, di pressione). Come i tenni­
ni sintomo, termometro, barometro, etc., con indicatore si designa­
no eventi o stati su proprietà considerati interessanti perché riman­
dano ad altri eventi o stati su proprietà meno visibili ma più inte­
ressanti; il suo uso, però - ed è questo a differenziare l'uso attuale
del termine 'indicatore' nelle scienze sociali rispetto a quanto visto
finora - è strettamente legato all'esplicitazione di una definizione
operativa, cioè all'insieme di regole e convenzioni che guidano la
rilevazione degli stati e la loro trasformazione per il successivo in­
serimento in una matrice dei dati. Il primo sociologo ad usare - e a

17
definire - il te1mine 'indicatore' in questo senso è stato Stuart Car­
ter Doddi O :

"In the case of the multiform component of societal situations which has
been defined as ali the characteristics of people of their environment other
than time, space, and the number of persons, it is convenient to term any
item, any unitary characteristic, as observed and recorded, an indicator,
with l for its symbol. A societal characteristic such as 'community' s
health' is observed and recorded by such indicators as a morbidity rate or a
mortality rate. [ . . . ] An indicator is the objectively observed sign,
qualitative or quantitative, of some characteristic which often is highly
intangible. An indicator, since its limits, reliability, and validity should be
detemJinable, is substituted in our theory presented here for its character­
istic, for which very often no adequate operational definition can be given
as yet" (1939, 623 ; corsivo mio) .
.

In questo passaggio Dodd collega esplicitamente la necessità di


costruire un indicatore all' assenza di un' adeguata definizione opera­
tiva del concetto oggetto di studio - collegamento che sarà illustrato
nel capitolo successivo.

10. Anche Marradi (1994, 184; 2007, 168) e Bruschi (1999, 75, in nota 35) indi­
viduano in Dodd il primo autore che usa il termine 'indicatore' nel senso che attual­
mente ha nelle scienze sociali, ma si Iiferiscono alla sua opera del 1942.

18
2. Natura e ruolo degli indicatori

l. Dalla proprietà alla variabile

Nei manuali di metodologia delle scienze sociali è ormai usuale


porre al centro del disegno di ricerca di tipo standardi il paradigma
lazarsfeldiano, secondo il quale il processo di costruzione delle va­
riabili consta di quattro fasi:
i) l'individuazione del concetto di partenza, considerato una rap­
presentazione mentale imagery nel linguaggio di Lazarsfeld2;
-

ii) l'individuazione delle dimensioni del concetto (talvolta denomi­


nate componenti);
iii) la costruzione degli indicatori (specificazione del significato);
iv) la ricomposizione delle informazioni così ottenute in un indice
(Lazarsfeld 1 955, 1 5 ; 1 958a/1967, 1 9 1 ; 1958b/1969, 42).
Il processo di riduzione della complessità si è imposto nella tradi­
zione sociologica - secondo Cannavò ( 1984) e Lombardo ( 1994, 20)
- grazie alla schematicità dei suoi passaggi e alla nebulosità di alcu­
ni suoi postulati fondamentali3. Si dà per scontato che il processo di
ricerca si realizzi per gradi: dall'individuazione della proprietà alla

l . Sul significato di questa espressione si veda Ricolfi (1995), Marr adi ( 1 996),
Bichi (2002), Nigris (2003), Marradi (2007).
2. Secondo Cannavò ( 1 999, 49) il termine image1y è stato mal tradotto in italia­
no con 'immagine' : imagery, a differenza di image, è l'immagine mentale evocata
dal linguaggio; alla concettualizzazione di Lazarsfeld sarebbe quindi sotteso un ap­
proccio psico-semantico al problema.
3. Per ulteriori critiche al "procedimento scompositivo/riduttivo" di Lazarsfeld,
si veda Cannavò ( 1 999, 52 e ss.).

19
scelta degli indicatori, alla costruzione dell'indice. Tuttavia, come
osserva Cardano ( 1 99 1 , 198), nella pratica della ricerca le "fasi di
l.magery e specificazione concettuale sono spesso saltate a piè pari,
per procedere direttamente alla scelta degli indicatori che sembrano
in qualche modo 1ilevanti per il problema della ricerca. Scelta che,
per le survey, non di rado è condotta saccheggiando questionari già
confezionati, dai quali vengono copiate pari prui le domande che
sembrano più interessanti". La stessa espressione 'scelta degli indi­
catori' - di uso comune in letteratura - sembra suggerire, se non
adeguatamente circostanziata, che il ricercatore sociale debba sem­
plicemente gettru·e la lenza nello stagno. Concordo quindi con Can­
navò quando afferma di preferire, al posto di 'individuazione' ( 1 999,
53)4, l'espressione 'costruzione degli indicatori' .
Saltare l a fase della specificazione e giustificazione concettUale
degli indicatori adottati "rende il ricorso agli stessi, almeno in appa­
renza, quasi casuale, e comunque dettato esclusivamente dalla dispo­
nibilità dei dati (da cui ce1to non si può prescindere), ma senza l'as­
sunzione di uno schema interpretativo della realtà" (Zajczyk 1 997,
38-39). Scarso è lo sforzo - come vedremo nei capitoli successivi -
per collegare singole statistiche sociali a un sistema globale di indi­
catori (ivi, 25). Ci si lascia, inconsapevolmente o meno, guidare da
scelte fatte da altri:

"In order to do this we sball start witb one very simple premise: tbe point
of departure will not be existing social, economie amllor political
indicators - we sball not permit tbern to prefigure our thinking about
development. lndicators are tools, but tbey are not innocuous tools. They
bave built into tbem assumptions about bow development is to be
conceived, and tbe rnoment one lands on one indicator a number of
questions bas already been implicitly answered - very often witbout tbe
knowledge of those who engage in tbe exercise. [ . . . ]
Second, [ . . . ] most of our present thinking on development is mmred by
one particular intellectual fallacy tbat is cornmitted over and over again.
Tbe fallacy is tbe following: instead of conceiving of development as
development of man and wornan everywbere, development bas been
conceived of as tbe development of things, systems and stmctures. Tbe
view tbat will be taken bere is tbat tbese are ali means; tbat tbe very
purpose of the process of developrnent must be somebow concemed with

4. Per lo stesso motivo Cannavò afferma che un concetto non ha dimensioni:


queste gli vengono atiiibuite dal ricercatore (1995, 15).

20
human beings, not to improve the quantity anc!_ qua lity of things. [ . . ] The
acid test of whether development has taken place or not iS not located in
.

the development of things, systems and structures, but in what it does to


human beings" (Galtung e Wirak 1977, 8).

2. Necessità degli indicatori

Spesso il ricercatore non è in grado di fomire una definizione


operativa diretta dei concetti e delle proprietà che sta studiando -
basta pensare a concetti fondamentali per le scienze umane: anomia,
intelligenza, egoismo. Oppure la conoscenza del contesto e le prece­
denti esperienze di ricerca suggeriscono di considerare inadeguata la
definizione operativa, anche se possibile. In generale,_ come ricorda
-
Marradi (2007, 1 66- 1 67), non si può irriinaginare una definizione
operativa diretta ogni volta che l'accesso diretto all'informazione
non ci è consentito, cioè quando:
a) l'unità d' analisi non può essere interrogata (un'istituzione, un ag­
gregato territoriale, etc.);
b) gli stati sulla proplietà investigata non si possono osservare diret­
tamente (come la superficie, il numero di abitanti) o trarre da do­
cumenti ufficiali (come il tipo di sistema elettorale, il numero di
voti ad un partito, etc.).
In altri casi - aggiunge Marradi (ivi, 167) anche se possiamo
-

immaginare una definizione operativa diretta, i dati ottenuti non sa­


rebbero affidabili; ciò accade ogni volta che l'unità d'analisi è un es­
sere umano e la proprietà investigata:
a) ha stati socialmente desiderabili (nessuno liconoscerebbe d'esser
autoritario, ossessivo, violento) o è relativo a ciò che la morale
dominante considera liprovevole (tendenze omosessuali, evasione
fiscale);
b) è qualcosa di familiare al ricercatore ma non all'uomo della stra­
da (anomia, pmticolarismo, introversione, etc.).
Per questi motivi non è coiTetto legare la necessità di licoiTere a indi­
catori al livello di generalità e/o alla rilevanza temica della proprietà5.

5. Come hanno fatto fra gli altri Merton (1948, 5 14), Lazarsfe1d e Barton (195 1 ,
1 8 1 ), Galtung ( 1967, 1 2 2 e 292), Przeworski e Teune ( 1970, 102), McKennell
( 1973, 2 1 8), Nowak ( 1976, 52), Cam:tines e Zeller ( 1979, 10), Cartocci (1984).

21
Fig. 2.1 - Quando ricorrere a indicatori

gli stati su Ila proprietà .si possono ottenere:


-direttamente dali 'intenristato, inteJTogandolo?
- ossenrando direttamente?
-da documenti ufficiali?

le infonnazioni
cosi ottenute li correre
sono affidabili? a indicatori

Fonte: mia elaborazione da Marradi (2007, 166-167).

Alcune variabili possono essere facilmente collegate ad operazioni


al fine di misurarle: l' età, il sesso, la confessione religiosa. Altre
proprietà che hanno alti livelli di generalità e che possono avere rile­
vanza teorica possono essere definite operativamente senza (o con
scarse) difficoltà, e quindi non hanno bisogno di indicatori (Marradi
2007, 167). Se l'unità di analisi è l'individuo, per rilevare naziona­
lità, titolo di studio, stato civile, età - proprietà di sicuro rilievo teo­
rico - non abbiamo bisogno di ricoiTere agli indicatori. �arà suffi­
ciente chiedergli qual è il suo ultimo titolo di studio, il suo stato ci­
vile, etc.6 Se l'unità di analisi è un aggregato territoriale, per cono­
scere superficie, popolazione, quote di popolazione nelle varie fasce
di età, quote di elettorato delle diverse aree politiche sarà sufficiente

6. È bene sottolineare che la necessità di ricorrere a indicatori per rilevare gli


stati su una data proprietà è strettamente legata all'ambito disciplinare. L'età è una
proprietà direttamente operativizzabile nelle scienze sociali (si chiede all'individuo
il suo anno di nascita), ma non lo è, ad esempio, in antropologia fisica (stimo l'età
biologica ricorrendo ad analisi morfometriche dei reperti osteologici).

22
rivolgerei ai locali uffici preposti alla raccolta ed p.ll' archiviazione di
tali informazioni.
La condizione necessaria e sufficiente per il ricorso a indicatori è
quindi l'impossibilità (o la grave difficoltà) di dare una soddisfacen­
te e accettabile definizione operativa di una proprietà, indipendente­
mente dal suo livello di generalità, rilevanza teorica, o altra qualità.
L'indisponibilità di una definizione operativa diretta non compmta la
necessità di rinunciare a raccogliere informazioni su quella pro­
prietà, ma solo quella di cercare una o più altre proprietà che am­
mettano definizioni operative dirette ritenute accettabili, e alle quali
attribuiamo una forte relazione semantica con la prop1ietà che inte­
ressa.
Nella ricerca standard7 l'uso di indicatori richiede di rilevare gli
stati su una serie di proprietà "di una pluralità di oggetti dello stesso
genere (individui umani o altro) esistente entro un dato ambito spa­
zio-temporale, e trasformarli in modo che possano essere registrati
(di solito come cifre, sulla base di un codice) in una matrice" (Mar­
radi 1 994, 1 84). Se la definizione operativa è lo strumento che ci
permette di trasformare una proprietà del mondo reale in una vaiia­
bile della matrice dei dati - cioè per codificare le informazioni in un
vettore di quella matrice - l'indicatore sarà strettamente legato alla
natura vettmiale della variabile, cioè: l ) dev'essere una proprietà 2)
che presenta stati su (almeno potenzialmente) tutti i casi rappresen­
tati nelle righe della matrice dei dati (ivi, 1 85).
Ovviamente potranno essere scelti come indicatori (di un altro
concetto) solo quei concetti di proprietà per i quali il ricercatore può
dare una definizione operativa diretta: l'indicatore deve concemere
qualcosa di direttamente operativizzabile.
Se stiamo studiando la perdita del senso di comunità probabil­
mente raccoglieremo informazioni sul tasso di suicidi, sulla frequèn­
za con cui le persone cambiano casa, sulla misura in cui le persone
che vivono nella stessa area influenzano reciprocamente il compor-

7. La necessità di dare una definizione operativa di un concetto per poterlo inse­


rire come vettore in una matrice è costi tuti v a del concetto di indicatore come viene
usato nelle scienze umane. Come ricordano Landucci e Marradi, se non si ricorres­
se a matrici, e quindi a defmizioni operative, "basterebbe il concetto di indicatore
come lo usiamo nella vita quotidiana: il rossore è un indicatore di imbarazzo"
(1999, 153).

23
tamento elettorale, etc. Questi sono tutti aspetti 1ilevabili, che sugge­
riscono una definizione operativa diretta. La perdita del senso di co­
munità non è direttamente rilevabile e quindi necessita di indicatmi
(Anderson 1 99 1 , 50).

3. Indicatore o indice?

Si deve a Lazarsfeld ( 1 958a; 1958b) la distinzione fmora preva­


lente tra i sociologi fra 'indicatore' e 'indice', quest'ultimo inteso
come combinazione di indicatori. Peraltro, lo stesso Lazarsfeld usò
spesso in modo intercambiabile 'indice' e 'indicatore' :

"Per tutta la durata dello studio raccogliemmo indicatori atti a valutare l'in­
teresse degli intervistati. Si studiarono attentamente tutte le interrelazioni
pertinenti, allo scopo di stabilire quale tipo di misurazione fosse meglio
usare. A conclusione di quest'analisi si decise che il miglior indice dell'in­
teresse dell'intervistato era la valutazione che egli stesso ne dava" (Lazar­
sfeld, Berelson e Gaudet 1 9441 1967, 7 13 ; corsivo mio)B. "Bisogna prendere
con qualche riserva le cifre nude e crude, perché sono basate solo su que­
st'unico indicatore qualitativo; ma il confronto tra i gmppi è talmente si­
gnificativo da rendere superfluo, a questo fme, qualunque altro indice" (La­
zarsfeld e Barton 195 11 1 967, 257)9.

Altre volte Lazarsfeld preferì sostituire indicator con cueiO:

"Here are some of the cues Eckstein used to establish the preference for
non-economie social relations: medicai doctors do not fight public medicai
care and like salaried jobs; having spent some time in public service is
almost a prerequisite for politica! success". [ . ] To fili out this notion of
. .

'sense of community' Eckstein draws on a number of other cues among

8. Nell'edizione originale si legge: "All through the study we collected a variety


of indicators by which our respondents' interest could be gauged. A carefu1 study of
ali pe1tinent interre1ationships was made to decide which was the best measure to
use. The conclusion reached by this analysis was that the respondent's se1f-rating
was the best index we had of h.is interest" (Lazarsfe1d, Bere1son e Gaudet 1 9 44, 40).
9. Analogamente nell'edizione originale: "The abso1ute figures are to be used
with caution, since they are based on1y on this single qualitative indicator; the
group comparison, however, is so highly significant that for this purpose no other
index seems necessary'' (Lazarsfeld e Barton 1 5 1 , 1 68).
IO. Nell'edizione italiana cue è tradotto con indizio (Lazarsfeld 1970b/1973, 4 1
e 44), in quella francese con indicateur ( 1 970, ad esempio a p . 90).

24
which material on suicide is the most interesting. Compared to other
Scandinavian countries, the Norwegian suicide rate is especially low;
psychiatric case studies seem to show that it is guilt feelings rather than
fmstrated success which account for suicidai tendencies" (1 970b, 78).

Le tradu z ioni italiane non hanno certamente aiutato. Basta con­


frontare un passaggio tratto da Notes on the History of Quantifica­
tion in Sociology - Trends, Sources and Problems con la sua tradu­
zione nella raccolta italiana del 1967 curata da Capecchi, nella quale
il termine 'indicatore' viene spesso tradotto con 'indice' :

"Or qne rnight be interested in the "Se intende rilevare le tendenze ca­
charitable tendencies of people; ritatevoli della gente, allora la som­
then the amount of money they give ma di denaro donata alle organizza­
to organized charity is an indicator, zioni caritative costituisce solo un
perhaps only one of several that indice, probabilmente solo uno fra i
rnight be used" (304, corsivo moltissimi che potrebbero venire
dell'A.). usati" (55).

E ancoral l :

"But in the social sciences, indicators "Ma nel campo delle scienze socia­
or symptoms have a probabilistic li, gli indici o sintomi si trovano in
relation to the underlying propensity" relazione probabilistica con le pro­
(306, corsivo dell'A.). pensioni sottostanti" (58).

"A measurement has to be "È possibile costruire una tecnica di


constructed either by a misurazione facendo uso di modelli
mathematical model or by some matematici o tramite qualche altro
cruder kind of reasoning; but there tipo di ragionamento meno com­
is no outside criterion by which it plesso; ma non esiste alcun criterio
could be validated. No single one of che la possa convalidare. Non vi è
the eligible indicators is a priori nessun singolo indice, fra tutti quel­
more relevant than any of the li possibili, che sia a priori più rile­
others. The same idea would have vante degli altri. La medesima idea
to be accepted for the measurement avrebbe dovuto [sic] venire applica­
of crirninal tendencies. Starting out ta alla misurazione delle tendenze
with a conceptual analysis, one criminali. Partendo da un' analisi
would have to look for indicators of concettuale, sarebbe necessario
aggression, contempt for law, and creare degli indici di aggressione,

Il . Altri esempi alle pp. 3 10 e 328 dell'ed. or. e 67 e 98 della trad. it.

25
so on. One might include the actual disprezzo per la legge, etc. Fra gli
performance of a criminal act as indici, potrebbe anche venire inclu­
one of the indicators" (1961, 307-. sa l' effettiva consumazione dell' atto
308, corsivo dell' A.). . · criminale" ( 196 111967, 6 1 ).

4. La natura dell'indicatore

La natura del legame esistente tra concetto e indicatore è stata


spesso al centro del dibattitol 2. Due sono le accezioni principali del
tennine 'indicatore' , conispondenti a due modalità di costmzione.
Per la prima gli indicatori sono specificazioni e articolazioni di un
concetto in dimensioni rilevabili, e si privilegia il processo di chiari­
mento concettuale e la condivisione di significato tra concetto e in­
dicatori. Nella seconda accezione l'indicatore è considerato un sim­
bolo numerico a sfondo operativo che apporta "1:1n autonomo, poten­
te, connettivo e controllabile incremento conoscitivo" (Cipolla
19884, 363, corsivo dell'A.). In questo caso si parte dalle infmma­
zioni disponibili per definire solo in seconda battuta quali loro ela­
borazioni possano essere considerate validi indicatori del concetto
da studiareD .
·

Secondo Galtung (1967, 77) l' operativizzazione di un concetto può


seguire un approccio intensive, basato sul significato, o extensive, in
base alla distribuzione di frequenza delle proprietà e alle correlazio­
ni tra le variabili. Nell' approccio extensive però non si accetta qual­
siasi correlazione: deve esserci omogeneità semantica, e quindi l'ap­
proccio extensive è applicato solo dopo una pre-selezione di tipo
intensive (ivi, 78). Per sottolineare l ' impmtanza della distinzione,
Galtung propone l'uso di due termini distinti: item se il criterio di
scelta è intensionale (basato sul significato); indicator se il criterio
di scelta è estensionalel4. I due criteri sono indipendenti e
potenzialmente in conflitto (Ricolfi 1 992, 60): un item può non es­
sere un indicator e un indicator può non essere un item.

12. Per una sua esawiente ricostruzione si veda Manadi (1994).


13. Secondo Palumbo ( 1 995; 2001 , 10) le due strategie possono essere ricondot­
te a un approccio deduttivo e ad uno induttivo.
14. "The item is included because of its meaning, and the indicator because of
its correlations" (Galtung 1967, 78).

26
La proposta di Galtung di adottare due termini distinti non ha
avuto fortuna. Tuttavia Ricolfi (1 992, 60-61) riprende la distinzione
fra interpretazione sintattica e semantica sottolineando la differenza
non nella natura della relazione di indicazione, ma in quella dei con­
cetti messi in relazionei s. Nell'interpretazione sintattica concetti e
indicatori sono pensabili come vmiabili, e di conseguenza è possibi­
le instaurm·e relazioni di natura statistica e controllare empiricamen­
te le relazioni di indicazione. Per Lazarsfeld, ad esempio, "concetti e
indicatori sono entrambi pensabili anche come variabili. La differen­
za tra una variabile-concetto e una variabile-indicatore è essenzial­
mente una differenza di accessibilità ali' osservatore, ma entrambe
sono fatte 'della stessa stoffa"'. Ciò comporta che la relazione tra
concetto e indicatore potrà essere considerata in termini sintattici -
esattamente come avviene per qualsiasi coppia di variabili manifeste
- e quindi controllata empiiicamente (Ricolti 1 992, 59-60). Fra i
molti modi di caratterizzare le relazioni fra le variabili a livello sin­
tattico, Lazarsfeld ha privilegiato quelli di tipo probabilistico.
Nell'interpretazione semantica della relazione di indicazione - in­
terpretazione . adottata in questo lavoro seguendo Marradi ( 1 984;
1 990; 1,994; 2007) - concetti e indicatori sono entità mentali, e il lo­
ro legame non pu Ò: che risiedere nei significati condivisi. Considerati
nella loro acce�ione etimologica di "segni che stanno per qualcosa",
gli indicat01i sono associati a concetti generali in base alla loro in­
terpretazione quando il concetto che interessa non suggerisce una
definizione operativa diretta (Dodd 1 939). Occorre quindi pensare a
uno o più concetti - giudicati semanticamente collegati al concetto
generale - i cui stati siano rilevabili con una plausibile definizione
operativa. "L' indicatore è quindi una proprietà che il Iicercatore con­
cettualizza sia come tale sia come (parziale e imperfetto) surrogato
di un' altra che gli interessa di più" (Marradi 1 994, 1 84). La relazio­
ne di indicazione è pertanto il legame "che il ricercatore stabilisce
fra (il suo concetto della) propiietà A e (il suo concetto della) pro-

1 5 . Secondo Lombardo ( 1 994, 8) l'antinomia semantica/sintassi non coglie la


complessità del fenomeno e confonde due livelli d'analisi: il perché della congiun­
zione concetto-indicatori, da una parte; le modalità di controllo, via indicatori, di
una proprietà immaginata latente, e altrin1enti inaccessibile, dal!' altra. Già Ricolfi
affermava che "la scelta fra interpretazione semantica e interpretazione sintattica
11011 è una scelta secca, e che molto dipende dal tipo di concetti che si vogliono tra­

sformare in indici, e dal tipo di teorie in cui i concetti sono immersi" ( 1 992, 75).

27
pdetà B nel momento in cui considera la seconda un indicatore della
·

pdma" (ivi, 1 85).


Non sembra condivisibile la posizione di Lombardo (1 994, 35)
quando afferma che "nella fase in cui si valuta il livello della parzia­
lità della conispondenza semìmtica fra un concetto ed il suo indica­
tore e si mette in rapporto la parte indicante e la parte estranea, altro
non si compie, logicamente, che un' operazione di probabilità ragio­
nata". Secondo tale posizione, anche l' approccio semantico sarebbe
fondato sul principio probabilistico, in quanto la scelta di un indica­
tore in luogo di un altro avverrebbe sulla base della stima che il rap­
porto fra aspetti indicanti e aspetti estranei sia comunque positivo
(ivi, 34 ). Ma una semplice stima non può essere definita una proba­
bilità: la probabilità non è un rapporto fra due concetti, ma fra due
classi di eventi. Near1che nell'ambito dell'approccio bayesianol6 - in
cui le probabilità non sono frequenze o proporzioni ma livelli di fi­
ducia nel verificarsi di un dato evento - la probabilità è un rappmto
fra due concetti. Il teorema di Bayes, ad esempio, descrive come si
modifica la probabilità dell' evento B (probabilità a priori) nell'ipote­
si che A si sia manifestato (probabilità a posteriori); ma stimare la
correttezza del rapporto di indicazione non equivale a introdurre un
elemento probabilistico. L' indicatore è quindi manifesto (o registra­
bile), e fornisce infmmazioni su qualcosa che manifesto non è. Il fe­
nomeno manifesto (la proprietà registrabile) può essere interessante
in sé o come indicatore di altro, come fornitore di infmmazioni su
un altro referente.
L' aggressività verbale può interessare in sé o come indicatore di
complessi di inferiorità; il tasso di divorzi può interessare in sé o co­
me indicatore di secolarizzazione; la percentuale di voti a un pattito

16. Thomas B ayes (c. 1702-176 1), matematico inglese e ministro presbiteriano,
noto per la formulazione del teorema che prende il suo nome. Dagli anni cinquanta
il termine 'bayesiano' è usato per indicare un approccio - minoritario ma in fase di
espansione nella statistica inferenziale - tramite il quale si usa una stima del grado
di fiducia in una data ipotesi prima dell'osservazione dei dati, al fine di associare
un valore numerico al grado di fiducia in quella stessa ipotesi dopo l'osservazione
dci dati. Nell' approccio b ayesiano le probabilità si considerano una misura del gra­
do soggettivo di fiducia da parte del ricercatore, e si restringe l' arco delle potenziali
ipotesi ad un insieme limitato, inquadrato in un modello di riferimento. Sull'ap­
proccio bayesiano alla statistica si vedano - tra gli altri - De Finetti (1930; 193 1 ;
1937), Ben-y (1996), D i B acco, D'Amore e S calfari (2003).

28
d' opposizione può interessare in sé o come indicatore di insoddisfa­
zione per la politica del governo in carica (Marradi 2007, 1 68).
Affenhare che l' indicatore è una proprietà che il ricercatore im­
magina legata semanticamente alla proprietà che sta tentando di stu­
diare non significa però che la scelta sia arbitraria. La libertà della
scelta è limitata dalla necessità di scegliere indicatori validi, che per­
mettano di cogliere fedelmente almeno alcuni aspetti dell'intensione
del concetto indicaton. Le sue scelte dovranno quindi tener conto
della popolazione oggetto di studio e della letteratura sul tema, pur
non essendo strettamente vincolato a scelte precedenti altmi. A
maggior ragione se si sta conducendo un' analisi comparata lB.
La natura stipulativa del raccordo concetto/indicatore è una con­
seguenza dello stato della disciplina nel nostro contesto storico-tem­
porale. Già Lazarsfeld affermava che "la chiruificazione dei termini
è probabilmente il più vecchio dovere del metodologo ed è, sfortu­
natamente, un compito che non termina mai" (Lazarsfeld 1958a/
1967, 1 8 1 ) Per quanto si tenti di definire un concetto di proprietà,
.

"le nostre parole rimangono necessariamente imprecise in quanto


non sono in grado di trasmettere con pienezza le nostre intenzioni
concettuali" né forniscono "uno strumento inequivoco che consenta
di decidere quando una certa persona o collettività possiede questa
proprietà, nonché il grado in cui lo possiede" (ibidem).
La traduzione di un concetto in una vruiabile è quindi sempre più
o meno parziale. Riconoscere il ruolo fondamentale del ricercatore
prima, e della comunità scientifica di riferimento poi, nell' accetta­
zione dell'indicatore come valido significa assegnare allo stesso ri­
cercatore il ruolo di costruttore e di interprete del significato e ripor­
tare "l' attenzione sulla conoscenza scientifico-sociale come proget­
tualità situata, coscientemente testuale e relativa all' attore cosciente"
(Cannavò 1995, 21).

1 7 . Con il tennine 'intensione' d i u n concetto m i riferisco al complesso degli


aspetti che chi pensa attribuisce a un concetto. Vedi Sartori ( 1984, 24).
1 8. Il tasso di partecipazione elettorale può essere considerato un indicatore di
vivacità democratica in paesi con libere elezioni e un indicatore di controllo politi­
co in paesi a partito unico senza libere elezioni (Marradi 2007, 1 7 1 ).

29
S. Indicatori e modelli: l'ancoraggio alla teoria

In letteratura si trova spesso enunciato il ruolo centrale della teo­


ria nella costruzion.e degli indicatori. Marradi ( 1 994, 1 66- 17 5) iden­
tifica quattro significati in cui una teoria può fornire un contributo
alla scelta degli indicatori:
l . conoscenza tacita dell' oggetto della ricerca e del relativo ambito
spazio-temporale;
2. quadro o rete concettuale;
3. complesso di attività riflessive, astraenti, non empiriche di una di­
sciplina globalmente considerata;
4. asserto o sistema di asserti concepito per essere sottoposto an­ -

che attraverso la scelta di indicatori - a controllo empirico.


Se 'teoria' è intesa nell' accezione che le è propria - quella al
punto 4) -, si rischia di innestare un circolo vizioso, nel quale la teo­
ria influenza la scelta degli indicatmi usati per controllarla, agevo­
lando - quasi incoraggiando - scelte opportunistiche da parte dei ri­
cercatori, che punterebbero sugli indicatori che offrono le migliori
prospettive di corroborazione alle teorie che stanno controllando em­
piricamente.
Se per 'teoria' si intende uno tra i primi tre significati, non si può
che essere d' accordo con Marradi sul fatto che questa dia - debba
dare - un contributo determinante alla scelta degli indicatori 19. A
proposito della seconda accezione, si può citare un esempio propo­
sto da Cronbach e Meehl ( 1 955, 29 1 ) :

"Se il ricercatore A usa 'aggressività' nel senso di attacchi aperti agli altri,
e il ricercatore B usa lo stesso termine nel senso di reazioni ostili represse,
la stessa evidence che convince A che un test misura l' aggressività convin­
ce anche B che quel test non la misura. Il ricercatore che si propone di ac-

19. "Anche nell' accezione classica di 'complesso delle attività riflessive,


astraenti, non empiriche di una disciplina' la teoria è rilevante per la scelta degli in­
dicatori. Pur se non deve restare confinato ai sacri testi e non deve trascurare di
guardarsi attorno, il ricercatore fa molto bene a cercare ispirazione anche nei classi­
ci e nelle elaborazioni teoriche recenti per condurre meglio ogni fase della sua ri­
cerca, quindi anche la scelta degli indicatori. Spesso riflettendo su un classico potrà
anche capire perché un certo indicatore è risultato meno valido di quanto egli si at­
tendesse" (Marradi 1994, 190).

30
ereditare un test come misura di un concetto deve specificare la sua rete o
teoria abbastanza chiaramente da consentire agli altri di accettarla o riget­
tarla".

Come ricorda Cardano, la centralità della teoria nella definizione


del disegno di ricerca standard è l'eccezione e non la regola: al con­
trollo "di ipotesi tratte da un qualche modello teorico più spesso si
sostituisce una generica curiosità circa la relazione tra alcuni concet­
ti" ( 1991, 1 98).

6. Unità di raccolta e unità di analisi

Seguendo in parte Lazarsfeld e Menzel (1969) e Marradi (2007,


1 05), distinguo tra proprietà individuali - riferite all'unità individuo
- e collettive riferite all' unità collettivo2o. Queste ultime possono
-

essere distinte in:


a) aggregate (analytical): esse de1ivano dall' aggregazione di pro­
prietà individuali, attraverso operazioni matematiche sugli stati su
proprietà di ciascun singolo individuo (Lazarsfeld e Menzel 1 969,
503). Le informazioni sono riferite a un'unità di raccolta di livello
inferiore rispetto all' unità di analisi. Sono proprietà aggregate il
numero di abitanti, il totale dei posti letto negli alberghi, il reddito
medio degli abitanti, l' indice di Gini21 ;
b) struttw-ali (structural): proprietà ottenute dalla manipolazione dei
dati sulle relazioni che ciascun individuo intrattiene con altri indi­
vidui o con la loro totalità. Ad esempio si può chiedere di indica­
re il miglior compagno di classe ad ogni studente di un dato nu­
mero di classi di una scuola; le classi possono poi essere ordinate

20. Un primo tentativo di classificazione è stato proposto da Kendall e Lazar­


sfeld (1950), successivamente ripubblicato nella raccolta curata da Lazarsfeld e Ro­
senberg (1955). Seguo solo in parte la proposta di Lazarsfeld e Menzel (1961): i
due autori propongono infatti di distinguere tra member e individua[ (ivi, 50 l). Si
parlerà di collettivi se ciascuno di essi è scomponibile in parti più piccole chiamate
membri. Questi ultimi potrebbero anche non essere individui: una circoscrizione
elettorale può essere trattata come un collettivo e i suoi abitanti come membri; allo
stesso tempo le circoscrizioni possono essere i membri della città concepita come
collettivo. Per maggior semplicità nel prosieguo del testo tralascerò tale distinzione.
2 1 . Sull'indice di Gini si veda il cap. 7.

31
in base a quanto le scelte sono concentrate su alcuni poli. La
"concentrazione di scelte" sarà una proprietà strutturale della clas­
se (ivi, 505);
c) globali (global): l' unità di raccolta coincide con l'unità di analisi
e la proprietà non dipende da quelle dei membri individuali (ibi�
dem). Sono proprietà globali il tipo di sistema elettorale vigente,
il numero di partiti presenti, il fatto che il tenitorio includa o me­
no un aeroporto, la lingua ufficiale, la moneta corrente. Ancora, si
può immaginare come proprietà globale la condizione di margina­
lità o centralità territoriale di una provincia (misurata in distanza
dalla capitale), il partito di appa1tenenza del sindaco di una città,
il prodotto interno lordo di uno stato. Si tratta cioè di proprietà af­
ferenti al collettivo (ad esempio il territorio) nel suo insieme, che
non derivano da rilevazioni condotte sugli individui. Emergent,
integrai, syntalic sono alcuni dei termini usati con significati ana­
loghi.
Le proprietà individuali22 sono distinguibili in:
a) assolute (absolute): gli individui sono caratterizzati da stati su
proprietà rilevati senza alcun riferimento ad informazioni su altri
individui o collettivi. Includono la maggior parte delle caratteristi­
che comunemente usate per descrivere gli individui: il reddito
percepito, il genere sono proprietà assolute;
b) relazionali (relational): proprietà che fanno riferimento alle rela­
zioni tra un membro e gli altri. Il punteggio totale ottenuto di Gi­
getto su una scala di gradimento somministrata a ciascun membro
del gruppo cui appartiene è una proprietà relazionale. Le proprietà
relazionali sono quindi diverse da quelle strutturali: pur simili
concettualmente, le prime sono attribuibili agli individui, le se­
conde ai collettivi;
c) relative (comparative): si compara lo stato su una proprietà di un
individuo con la distribuzione dell' intero collettivo di cui l' indivi­
duo stesso fa parte (Lazarsfeld e Menzel 1 969, 508). L'essere pri­
mo o secondogenito, ad esempio, è uno stato su una proprietà re­
lativa, così come la condizione di povertà quando questa è stabili­
ta in base al reddito medio della popolazione.

22. 'Proprietà collettive' e 'proprietà individuali' sono espressioni che sostitui­


scono le più precise ma meno sintetiche 'proprietà di collettivi' e 'proprietà di indi­
vidui' (Lazarsfeld e Menzel l 969, 382).

32
d) contestuali (contextua[): l' individuo è caratterizzato dagli stati
sulle proprietà riferiti al suo collettivo. Le proprietà si riferiscono
a un'unità di raccolta di livello superiore - ad esempio il tipo di
quartiere in cui risiede.
Come ricorda Marradi (2007, 105), gli stessi Lazarsfeld e Men­
zel, "che per primi hanno proposto una sistemazione della termino­
logia del settore, ignorano il caso, pur frequente, in cui si attribui­
scono a un individuo proplietà relative non a lui, ma a un altro in­
dividuo [ . ] È facilmente comprensibile la rilevanza di questo ge­
. .

nere di proprietà; tuttavia questo tipo - a differenza degli altri ap­


pena visti - non ha un nome accettato nella comunità delle scienze
sociali".

7. Unità amministrative o unità sociali?

Una difficoltà particolarmente importante ai fini del nostro lavoro


è collegata alla prassi di trattare unità amministrative (Stati, distretti
censuali o classi scolastiche) come categorie significative anche a li­
vello teorico (Etzioni e Lehman 1967, 1 2).

"The second probiem arises from formalistic aggregative measurement of


collective attributes. In characterizing sociai systems, there is a tendency to
confuse real social units with formai social units and to focus on system
qualities which stem from the members' qualities at the expense of system
attributes not deriving from the characteristics of individuai members.
These probiems are theoretically subsumabie under the generai rubric of
fractional measurement" (ivi, 4).

Le suddivisioni amministrative delle aree non corrispondono ne­


cessru.iamente a divisioni significative sul piano sociologico o eco­
nomico (Bowley 1 9 1 5, 23). La scelta del livello tenitoriale di riferi­
mento dovrebbe garantire - rispetto ai caratteri che formano oggetto
di rilevazione - almeno l' omogeneità interna di ciascuna unità spa­
ziale23.

"The lines of division most naturally followed by officials who organize a


census are administrative. The kingdom or country is divided into states or

23. Su tali aspetti, cfr. Pintaldi (2003, 7 1 ) .

33
provinces, the states into counties, districts, cornrnunes; and towns and
cities either form one of these divisions or are cut arbitrarily out of them.
Such adrninistrative divisions are to a great extent accidental. Sometimes
the states or provinces are areas f01merly independent and bounded by
some natura} river or mountain frontier, but more often the boundaries
have no natura} geographical significance. There is nothing to show when
one crosses from England into W ales, from Berkhsire into Wiltshire, or ·

from Birmingham into Warwickshire, except artificial boundary marks"


(Bowley 1 9 15, 22).

I dati sulle unità amministrative vengono raccolti dallo Stato o da


istituzioni che definiscono i confini territoriali ai quali i dati vanno
riferiti. Le stesse unità sono poi considerate come unità sociologi­
che. Come già affermato da Cicourel, la legittimità della sovrapposi­
zione tra le due categorie dovrebbe essere argofil.entata volta per vol­
ta anziché esser data per scontata:

"Definitions, counts, measurements of the number of births, deaths,


marriages, divorces, crimes of a particular type ali presuppose the three
logica! assumptions necessary for equivalence classes, and these logica!
relations are presupposed in the official recording of a set of social actions
subsumed under a sociolegal category. The sociological relevance of these
categories should be decided on theoretical and methodological grounds;
their status as data is not automatic [ . . . ] The discussions by demographers
of an entire economy or society, of metropolitan areas, geographic regions,
rural-urban populations, and so on, imply that such gross characterizations
not only are the most 'important' ones but are somehow independent of the
social processes which may have contribute to their production. The
tendency is to reify social structure. The irnplication is that vital statistics,
census materia!, and data on rnigration are or can be treated as independent
of basic social processes [ . . . ] My point is that measures of such character­
istics [age, sex] for sociological purposes may not take the foon supplied
by vital statistics information or census bureau materia!. The quantitative
representations supplied by the agencies who produce such distributions do
not correspond necessarily to the sociologist' s criteria for achieving literal
measurement" (ivi, 27; 139; 1 40).

Per tale motivo Hannan sosteneva che i raggruppamenti delle


unità di raccolta su base spaziale o temporale sono altamente arbi­
trari ( 1 970, 42). La distinzione tra unità territoriale e unità sociale
"costituisce uno dei nodi teorici cruciali dell' analisi della morfolo­
gia sociale, e in particolare dell' analisi della distribuzione dei feno-

34
meni sociali che va sotto il nome di 'analisi ecologica' (Zajczyk
1994, 19). Questa distorsione è spesso associata alla fallacia ecolo­
gica24, ina le due fattispecie non cmTispondono (Etzioni e Lehman
1967, 12).

8. Dagli Indicatori collettivi a quelli individuali

Nelle scienze umane il termine 'oggettivo' è usato almeno con tre


significati differenti (Marradi 2007, 79):
a) 1ffiO riferito all' atteggiamento dello scienziato, che vuole descrive­
re la realtà senza alterarla;
b) uno all'esito della sua attività: riesce a descrivere la realtà senza
alterarla;
c) uno alla possibilità di conseguire questo scopo: può descrivere la
realtà senza alterarla.
Nella letteratura sugli indicatori sociali il termine 'oggettivo' è
spesso usato per richiamare il conteggio delle occmTenze di un certo
oggetto, evento o attività - ad esempio posti letto, arresti, nascite,
piccole imprese. Con 'soggettivo', invece, ci si riferisce a quanto di­
chiarato dagli individui - l'opinione di un campione di intervistati
sulla sicurezza del proprio qurutiere, sulla congruenza del proprio
reddito con i propri bisogni, sul livello di inquinamento dell' aria. Si

24. Cp me ricordano Schadee e Corbetta ( 1984), l'uso dei dati aggregati nella
ricerca sociologica è stato frenato da un articolo pubblicato da Robinson nel 1950
nel quale affermava che i coefficienti di correlazione fra dati aggregati di per sé
non dicevano nulla sui valori dei coefficienti di correlazione esistenti a livello in­
dividuale. L'articolo "ebbe un notevole impatto sulla comunità scientifica socio­
logica statunitense ed internazionale, ed ottenne il risultato di bloccare, per lungo
tempo, lo sviluppo delle analisi sociologiche basate su dati aggregati. Di fatto, la
critica di Robinson (o comunque, se non la critica in se stessa, l'interpretazione
estensiva che se ne fece), è in gran parte infondata. Se essa viene letta come pura
critica all'uso dei coefficienti di correlazione basati su dati aggregati, può
senz' altro venire accettata. Ma se invece da essa si conclude, come d' altra parte
lo stesso Robinson fece, che è impossibile utilizzare dati aggregati per risalire ad
informazioni sul comportamento degli individui, allora si è in errore. Di fatto. la
critica di Robinson non si applica ai coefficienti non standardizzati, come ai
coefficienti di regressione b, che si possono ricavare da dati aggregati senza i
problemi che Robinson solleva" (ivi, 8). Sul punto si veda, tra gli altri, Pintaldi
(2003).

35
considerano quindi "soggettivi" gli indicatmi definiti operativamente
con le domande di un questionario, "oggettivi" quelli · che derivano
da dati statistici. Sembra quasi che si voglia sottolineare il fatto che
mentre gli indicatori "oggettivi" sono già disponibili, pronti per
l'uso, quelli "soggettivi" sarebbero ancora da costruire, e pertanto
implicitamente "meno scientifici"25.
Come già ricordava Blumer, la distinzione oggettivo/soggettivo è
però estremamente ambigua:

"I know of few terms within the field of science used more lazily and
emotionally than these. In almost every paper or discussion on method one
will find them employed with abandon, and used, ultimately, as terms of
reproach or approbation. It seems to me that these concepts in typical
common-sense usage are taking on the form of stereotypes. I do not
believe that their use in this fashion is of much aid to the logica!
discemment needed in scientific discourse" ( 1 93 1 , 533).

Dopotutto, anche gli indicatori oggettivi non sono esenti da ele­


menti soggettivi26: basta pensare che a costituire i dati sulla disoccu­
pazione conco nono aspetti tanto oggettivi - l' assenza di lavoro -
quanto soggettivi - il desiderio di lavorare.
Alcuni autori suggeriscono di sostituire il termine 'soggettivi' con
'percettivi' (Andrews 1980), 'di soddisfazione' (Carley 198 1 ; Land
1983), 'naturalistic' (Berman e Phillips 2000, 329-330); altri (Parsons
e Platt 1 970; Connor 1 970) preferiscono 'qualitativo' , da contrappor­
re a 'quantitativo' . Vergati (1989; 1995, 83) e Cannavò ( 1999, 1 83)
suggeliscono di distinguere tra ' soggettivi' e 'individuali' :

"è necessario evitare ogni possibile confusione e riduzione semantica, che


eguagli individuale a soggettivo ed ecologico a strutturale. La distinzione
fra indicatori individuali e collettivi o ecologici è evidente: da un canto le
informazioni relative ai singoli casi, dall' altro le aggregazioni in classi di
tali informazioni (età individuale; età media o distribuzione per classi di età
della popolazione provinciale). Collettivo o ecologico, sia ben chiaro, non

25. Come inoltre ricorda Montuschi, "l'oggettivismo (la versione ideologizzata


del criterio di oggettività) fallisce nel suo tentativo di massimizzare l'oggettività"
(2006, 63).
26. Anche se in Ca.rley (198 1 , 3 1 ) leggiamo che "la gran parte degli indicatori e
statistiche sociali sono dati oggettivi, per definizione" (mia traduzione).

36
equivale ad ambientale o territoriale: significa semplicemente aggregato, ad
esempio su base familiare, scolastica, aziendale, territoriale, e così via"
(Cannavò 1999, 1 83).

Il criterio classificatorio non è riconducibile solo a caratteristiche


delle informazioni raccolte o delle proprietà studiate, ma anche
all'unità alla quale vanno ricondotte. Piuttosto che attribuire etichet­
te ambigue o limitative del campo di rilevazione, nel corso del testo
userò le espressioni 'indicatore individuale' o ' indicatore collettivo'
a seconda che l' unità di analisi (qualunque sia l'unità di raccolta
delle informazioni) sia o meno l' individuo27. L' espressione 'indica­
tore soggettivo' sarà usata quando l' obiettivo sarà rilevare atteggia­
menti e opinioni28 - e quindi l' unità di raccolta sarà necessariamente
l' individuo. Con 'indicatori strutturali' mi riferirò invece alla rileva­
zione di informazioni che trascendono dalle opinioni individuali29 -
e l'unità di raccolta pou·à essere indistintamente il collettivo o l' indi­
viduo (fig. 2.2).

27. Alcuni autori (Erikson 1993, 77) propongono di classificare a loro volta gli
indicatori individuali in descriptive e evaluative; nel primo caso si chiede all' indivi­
duo di descrivere le sue risorse e condizioni: "quanto ricevi come salruio mensile?";
"che temperatura hai in casa abitualmente d'inverno?"; con gli indicatori evaluative
si chiede all' individuo di valutare le proprie condizioni: "è soddisfatto del salario?",
"com'è il riscaldamento in casa d' inverno?".
28. Analogamente Cannavò: l' espressione 'indicatori soggettivi' "sarebbe riser­
vata agli "indicatori volti a rilevare atteggiamenti, motivazioni ed opinioni [ . . . ], co­
munque relativi al soggetto [ . . . ] ai quali si contrappongono quelli strutturali (quelli
extra-attitudinali) [ . . . ] fra i quali rientrano sia tratti ascrittivi, sia tratti perfmmativi,
[. . . ] indipendentemente da opinioni, atteggiamenti e motivazioni più o meno
espressi dall' attore sociale" ( 1 999. 1 83).
29. Sotto quest'ultima etichetta rientrano quindi tanto indicatori collettivi - ad
esempio "numero di incidenti registrati sul territorio nazionale nell'ultimo anno" -
quanto indicatori individuali - "numero di stanze dell' appartamento di residenza
deli 'intervistato".

37
Fig. 2.2 Indicatori individuali e collettivi, soggettivi e strutturali
-

le infonnazioni
riguardano sue opinioni
o atteggiam enti?

indicatori
indicatori
stru tturali
soggettivi

9. 'Indicatore sociale' : un errore categoriale

"Questo pensiero è solubile". "Questo tavolo è intelligente". Le


due frasi sono conette dal punto di vista grammaticale, ma prive di
senso perché congiungono termini appartenenti a categmie inconci­
liabili. L' attribuzione a una qualsiasi entità di una proprietà che non
può competerle è chiamata da Gilbert Ryle - il primo30 a defmire ta­
le genere di errmi - 'errore categoriale' ( 1 938).

30. Sebbene Ryle abbia reso famosa l'espressione, probabilmente ha derivato


l'idea da Husserl (1901) (cfr. Ryle 1970, 8 e 1938/1971b, 363; Simons 1995, 120;
Thomasson 2002, 124-8; 2004). Ma mentre Husserl usava il nonsense sintattico (syn­
tactic nonsense) come un modo per individuare differenze nelle categorie di significa­
to (producendo differenti categorie grammaticali), Ryle ampliò l'idea, considerando le
assurdità come sintomi di differenze in categorie logiche o concettuali ( 1 938/197 1,
1 80). Ad esempio, la frase "tornò a casa in un fiume di lacrime e in una portantina"
(Ryle 1949/2007, 17) è perfetta dal punto di vista sintattico, ma Ryle la classifica co­
me un'assurdità, dove l' assurdità è derivata dal fatto che nella frase sono congiunti
termini appartenenti a differenti categorie. Sul punto si veda anche Thomasson (2004).

38
"A uno straniero che visiti per la prima volta Oxford o Cambridge viene
mostrato un dato numero di colleges, biblioteche, campi da gioco, musei,
dipartimenti scientifici e uffici amministrativi. A quel punto egli domanda:
'Ma dov ' è l'università? Ho visto dove vivono i membri dei colleges, dove
lavora il segretario, dove gli scienziati conducono gli esperimenti, e tutto il
resto. Ma non ho ancora visto l'università, cioè dove risiedono e lavorano i
membri dell'università' . Gli si dovrà allora spiegare che l'università non è
[ . . . ] un ulteriore istituto simile ai colleges, ai laboratori e agli uffici che ha
visto. L' università non è altro che il modo in cui tutto quello che ha già vi­
sto viene organizzato. [ . . ] Lo straniero dell'esempio commetteva l' errore
.

di assegnare l'università alla medesima categoria a cui appartengono le al­


tre istituzioni"31 (Ryle 1 949/2007, 1 1).

Si commette allora un etTore categoriale "quando si predica di un


oggetto (cognitivo) un (qualsiasi) stato su una proprietà che non può
avere (esempi: variabile autocritica, scala deduttiva, scienza ordina­
le)" (Landucci e Marradi 1 999, 153)32. Lo stesso vale per l' espres­
sione 'indicatori sociali' che letteralmente designerebbe degli "indi­
catori della società": ma come dovrebbe sapere lo studente di meto­
dologia del primo anno, si costmiscono indicatori di proprietà, non
di oggetti. Detto in altri termini, della società (un oggetto) si vorrà
studiare la prospedtà economica, la longevità dei suoi cittadini, etc.
(cioè delle proprietà attribuibili a quel dato oggetto), e si costmiran­
no indicatod di queste ultime - e non della società in generale.
L'uso dell' espressione 'indicatore sociale' probabilmente nasconde
la difficoltà nel definire lo stesso "sociale". Non a caso quest' ultimo
è ormai un termine "ombrello": sotto ci può stare di tutto, ma difficil­
mente si riesce a vedere cosa. Si dà per scontata la specificazione

3 1 . "Lo stesso errore verrebbe commesso da un bambino che, assistendo alla sfi­
lata di una divisione militare, una volta indicatigli i battaglioni, le batterie, gli squa­
droni etc., chiedesse quando farà la sua comparsa la divisione [ . . . ] un altro esem­
pio. Uno straniero che per la prima volta osservi una partita di cricket apprende
quali sono i ruoli di lanciatori, battitori, ricevitori, arbitri e segnapunti. A quel pun­
to afferma: 'Ma in campo non c'è nessuno che apporti quel famoso elemento che è
lo spilito di squadra. Vedo chi lancia, chi batte e chi fa il portiere; ma non vedo chi
svolge il ruolo di esercitare lo spirito di squadra (esprit de cotps)"' (Ryle 1 949/
2007. 1 2).
32. Si cade in una contradictio in adiectu quando si predica di un oggetto (co­
gnitivo) uno stato che non può avere su una (qualsiasi) proprietà che può avere
(esempi: variabile continua, variabile latente, scala nominale, scienza esatta) (Mar­
radi 1999, 1 53).

39
concettuale, dimenticando così che un indicatore è pur sempre un
concetto surrogato di un altro del quale il ricercatore non può fornire
un' adeguata e soddisfacente defitlizione operativa (Marradi 2007,
166- 167). Detto in altri tennini, non si può nemmeno parlare di indi-
catore se non si esplicita il concetto più generale cui è riferito33.
Peraltro, l'espressione 'indicatore sociale' è ormai comunemente
usata sia nel linguaggio comune sia dagli addetti ai lavori: proposte
alternative non avrebbero sicuramente alcun seguito. Manterrò quin­
di l'espressione 'indicatori sociali' , con ciò intendendo - analoga­
mente a Bruschi ( 1999, 1 04) - l'insieme delle informazioni sulle
condizioni di vita in un Paese, raccolte per valutame lo stato di salu­
te e monitorarlo nella sua evoluzione.

33. Analogamente Fazzi (2005, 78, n. 67) quando contesta l'espressione 'indica­
tore dello status gerarchico delle discipline scientifiche' proposta da Smith et al.
(2000) perché le 2 1 variabili individuate "non hanno alcun rapporto semantico con
il concetto più generale".

40
3. Nascita ed evoluzione degli indicatori sociali

l. La raccolta di informazioni come attività burocratica

L'attività di raccolta di informazioni su argomenti di rilevanza so­


ciale non è certamente iniziata ieri. Inventari a fini fiscali ed ammi­
nistrativi erano pratica comune nell'Egitto dei faraoni così come
nell'impero romano; nell'Inghilterra del 1 086 appare - promosso da
Guglielmo il Conquistatore - il Domesday Book, assai simile a un
moderno censimento. Bonvesin da la Riva nel 1 28 8 pubblica
un'opera dedicata alla città di Milano; un' opera che si differenzia
dal genere letterario allora diffuso delle cronache cittadine: "al u·adi­
zionale encomio retorico si affiancava una più concreta dimost:razio­
ne argomentativa, basata su un elenco di dati materiali ricavati
dall' osservazione e dall' indagine sul campo" (Chiesa 1997, 1 2). Nel
De magnalibus, "l'esposizione non procede per tipi, non traccia qua­
dri emblematici, ma più semplicemente elenca, enumera, descrive
persone, case, fatti, merci, risorse" (ivi, 14). Nel sedicesimo secolo
si studiava l' andamento demografico, in particolare le tavole di mor­
talità: celebri sono le tavole demografiche di John Graunt, che nel
1 622 pubblica Natura! and Politica! Observations Made upon the
London Bills of Mortafityl.

l . Come ricorda Piovani (2006, 17), nell'ambiente accademico inglese s i è di­


scusso molto se attribuire la titolarità dell'opera a Graunt o a Petty. Molti studiosi
credono che Graunt sia l'ideatore delle Obsen,ations, mentre Petty sarebbe l'autore
delle conclusioni e l'ideatore dell'inquadratura generale. D'altra parte - come so­
stiene il curatore della raccolta degli scritti economici di Petty pubblicata nel 1 899
- non vi sarebbero elementi a favore di tale tesi: la copertina riporta il nome di

41
Non sempre però i sovrani avevano a disposizione informazioni
valide: a seconda delle fonti, la pop olazione francese del XIV e XV
secolo era stimata tra i 1 12 milioni e i 120 miliardi2. Siamo cioè di
fronte a un re che sa di esser re, ma non sa di chi (Reynié 1 992, 43).
Il dato della popolazione è importante non solo in sé - la forza delle
nazioni era infatti valutata in base al numero di sudditi - ma anche
ai fini fiscali. Non tanto perché il sovrano si preoccupasse di non far
pagare troppo alcuni, quanto perché avrebbe rischiato di non poter
riscuotere quanto avrebbe potuto !
È del 1539 l'ordinanza reale francese che assegna alle parrocchie
il compito di registrare battesimi e decessi, ma bisognerà aspettare la
riforma del sistema amministrativo avviata da Luigi XIV, che tentò
di rafforzare il controllo reale a scapito del clero e della nobiltà. Ri­
sale al 1 69 1 la vendita dei primi incarichi relativi alla tenuta e con­
servazione dei registri (Cabourdin e Dupàquier 1 988, 15- 16; Ru­
snock 1995, 20; Doyle 1 996). Tuttavia, i tentativi di Luigi XIV era­
no destinati a fallire. Non solo per l'opposizione di nobiltà e clero -
da sempre contrari alle nuove cariche e che ne ottennero la soppres­
sione ne1 1 7 1 6 - ma soprattutto perché una volta comprato l'incari­
co si avevano pochi obblighi nei confronti della monarchia (Bosher
1965, 566; Rusnock 1 995, 23).
Solo un'organizzazione burocratica - intesa nell' accezione del ti­
po ideale3 - avrebbe consentito di raccogliere sistematicamente, per
argomenti e continuità temporale, informazioni sui propri sudditi e
possedimenti. Tale necessità fu ravvisata da Jacques Necker, fautore
di un nuovo processo di riforma teso a cancellare la presenza dei
privilegi privati nell'amministrazione pubblica delle fmanze (Bosher
1 970, 161). Impiegati e cassiers avrebbero agito come impiegati del-

Graunt, la prefazione illustra in modo plausibile le idee che l'hanno condotto a scri­
vere l' opera, al tempo della pubblicazione Graunt era indicato come il solo autore e
grazie a questa fu chiamato a far parte della Royal Society (Hull 1 899, xxxix). Cio­
nonostante, lo stesso Hull ripercorre il dibattito, presentando gli elementi che più
hanno fatto discutere. Per un resoconto dettagliato si veda Hull ( 1 896; 1 899) e Cul­
len ( 1 975).
2. Su tali aspetti, cfr. Hecth ( 1977, I, 34-35) e Reynié (1 992, 45).
3. Il tipo ideale weberiano di burocrazia prevede funzionari assunti e promossi
sulla base del merito, ruoli prefissati e una gerarchia fondata su regole scritte; gli
stessi funzionari non sono proprietari della carica e ricevono un cmrispettivo mone­
tario.

42
la nuova organizzazione burocratica, e non più in vece del singolo
individuo in carica (ivi, 1 62). È del 1788 l'editto reale che sopprime
"tous les . offices de gardes du trésor royal", attraverso il quale
Loménie de Brienne cerca di continuare il lavoro di Necker. Ciò
porterà alla stesura e pubblicazione del Compte rendu au Roi au
mais de Mars 1 788, considerato il primo bilancio statale francese
(ivi, 209). Poco meno di un un secolo successivo a Scheme of the In­
come and Expence of the Severa! Families of England Calculated
Jor the Year 1688, lavoro di Gregory King pubblicato nel 1 696: co­
me ricorda Laslett, il primo tentativo di acceltare il prodotto nazio­
nale lordo e di classificarlo per classi, famiglie e individui ( 1 973, 3).
Lo· sviluppo delle comunicazioni, dei sistemi di traspolto, la diffu­
sione delle tecniche contabili e la concomitante affermazione del ca­
pitalismo mercantile hanno reso possibili la rilevazione sistematica e
l' organizzazione di informazioni su popolazione, risorse disponibili
e flussi commerciali (Braudel 1 972, 369; Pinkney 1 986, 50-5 1 ; Bru­
schi 1 999, 234; Kiser e Kane 2001 , 202; 205). Tali tentativi ebbero
successo grazie alla contemporanea ascesa e consolidamento degli
Stati moderni europei, la cui pubblica amministrazione lentamente
divenne agente regolatore dell'attività economica.

2. L'attività di raccolta di informazioni come strumento di con­


trollo politico o di promozione delle riforme sociali

Quanto visto per Francia ed Inghilterra vale - pur con i dovuti


adattamenti - anche per gran parte degli altri Paesi europei. I sempre
più pressanti fabbisogni finanziari dovevano essere affrontati in mo­
do efficiente e razionale. L'espressione 'aritmetica politica' , coniata
da William Petty, esplicitava la congiunzione tra due sfere sino . ad
allora considerate distanti: da un lato la ragione di Stato, appannag­
gio pressoché esclusivo di una ristretta élite di aristocratici; dall' al­
tro l'aritmetica, disciplina considerata volgare a causa dei suoi stretti
legami col commercio. Secondo Petty, pesi e misure implicano cer­
tezza; grazie alla loro trasfonnazione in numeri l'esito delle osserva­
zioni non è più soggetto ad opinioni personali.

"The Method I take to do this, is not yet very usual; for instead of using
only comparative and superlative Words, and intellectual Arguments, I

43
have taken the course (as a Specirnen of the Politica} Arithrnetick I have
long airned at) to express rnyself in terrns of Number, Weight, or Measure;
to use only Argurnents of Sense, and to consider only such Causes, as have
visible Foundations in Nature; leaving those that depend upon the mutable
Minds, Opinions, Appetites and Passions of particular Men, to the
Consideration of others" (Petty 1 690, vi-vii; corsivo dell'A.; mia
numerazione delle pagine).

L' oggettività dei numeri consentirebbe alla politica di decidere in


modo razionale su questioni economiche e sociali; tanto razionale
che se i "fatti" fossero conosciuti, il disaccordo sulle questioni so­
ciali cesserebbe. In realtà molti di quei numeri erano stime approssi­
mative o rozzi arrotondamenti (Cohen 1982, 32); alcune voci criti­
che si levarono, tra cui quella di Adam Smith, che affermò di non ri­
porre molta fiducia nell' aritmetica politica (1 77611973, 526).
Quando si cominciò ad avvertire la necessità di condurre dei cen­
simenti, pochi Stati erano dotati di una struttura adeguata. Fu così
che durante il diciottesimo secolo i governi francesi stimarono la po­
polazione affidandosi ad una forma di campionamento e di calcolo
probabilistico; i primi quattro censimenti condotti in Inghilterra, dal
1 801 al 1 83 1 , furono condotti dalla Chiesa anglicana. Solo con la
nascita degli apparati amministravi e burocratici si poté affrontare
l ' enorme mole di lavoro richiesta a migliaia di impiegati mobilitati
dallo Stato senza ulteriori aggravi finanziari.
Tali iniziative erano motivate da ragioni economiche, fiscali e po­
litiche piuttosto che scientifiche. La tradizione statistica dell' ancien
régime francese era improntata alla reticenza: la conoscenza dei dati
sulla popolazione era considerata fondamentale per il controllo e
l' esercizio del potere; la monarchia era interessata a conoscerli, ma
non intendeva divulgarli. Il Bureau de S tatistique, nato nel 1 80 1 , era
invece guidato da uomini di idee liberali il cui obiettivo era racco­
gliere e pubblicare informazioni per promuovere una cittadinanza
infonnata, sperando che ciò avrebbe promosso l'unità nazionale e
plasmato lo spirito dei cittadi.ni4.

4. Anche nell'antica Roma i numeri erano considerati pubblici: non per un pre­
sunto spirito liberale, ma usati come strumento simbolico per rendere evidente la
potenza dell'Impero. "A Rome, au seuil de l'ère chrétienne, l'empereur donnait à
connaitre aux citoyens authentiques l'étendue de l'Empire. L'ostentation du nombre
des hommes, manifestation supposée de la puissance collective, trouvait son sens

44
Anche al di fuori della Francia un atteggiamento più aperto co­
minciava ad affermarsi fra i cultmi della statistica: Melchiorre Gioj a
la definiva "quella somma di cognizioni relative ad un paese, che nel
corso giornaliero degli affari possono essere utili a ciascuno o alla
maggior parte de' suoi membri, od al govemo, che ne è l' agente, il
procuratore o il rappresentante" ( 1 826/1 837, 4). Il lavoro degli uffici
produttori delle statistiche ufficiali non era più considerato al servi­
zio esclusivo dei governi, ma anche al servizio della società (Biggeri
1 989).
A metà dell' 800 si comincia a tracciare la via verso quelli che
successivamente saranno noti come indicatori sociali. Per individua­
re le condizioni favorevoli alla diffusione delle epidemie nelle città
industriali si raccolsero informazioni sulla povertà e le altre condi­
zioni sociali in generale. n ruolo attivo svolto dagli Stati non impedì
lo svolgimento di ricerche su singole città avviate da singoli studio­
si: celeberrime quelle di Charles Booth (1 889- 1 89 1 ) sulle condizioni
di vita a Londra, di Seebohm Rowntree ( 190 1 ; 1917 ; 1 94 1 ) sulle
condizioni di vita e sulla pove1tà a York e di Arthur B owley (1 9 1 5)
a N orthampton, Reading, Stanley e Warringtons.
Tali studi furono importanti da più punti di vista: da un lato rilan­
ciru·ono gli studi sulle condizioni di vita nelle città tanto da essere
presi a modello da quelli successivi condotti negli Stati Uniti ;
dall' altro, soprattutto quello di B owley, introdussero un' importante
innovazione metodologica: il campionamento delle unità di analisi.
Se in Europa i tentativi per definire, analizzare e studiare in modo
razionale i fenomeni sociali furono intrapresi in stretta collaborazio­
ne con gli Stati, negli Stati Uniti ciò avvenne per iniziativa di orga­
nizzazioni di assistenza nonprofit, sindacati, gruppi religiosi (Tobin
1 995, 538).

dans le jeu d'une structure sociale précise. Le mandataire rendait compte à ses
commettants de leur puissance commune. Il consacrait par ce geste à la fois son au­
torité sur eux et leur domination sur les autres sujets" (Brian 1994, 154). Opposto
lo spirito con il quale si tenevano segrete le cifre dello stato assolutista francese, il
cui potere poggia sul diritto divino; come si legge nel Discours historique à Mon­
seigneur le Dauphin sur le Gouvemement intérieur du Royaume del 1736, "Le se­
cret qui est l' ame des grandes affaires, est surtout nécessaire dans les finances. Plus
les forces de l'Etat sont ignorées, plus elles sont respectables" (ivi, 1 55).
5. Si veda anche infra, cap. 7.

45
Le leghe per la proibizione degli alcolici contribuirono a loro mo­
do: per evidenziare la gravità dei problemi causati dal bere e per di�
mostrare che era causa di crimine, depravazione morale, povertà e
rovina economica, Samuel Chapman raccolse ed organizzò informa­
zioni provenienti da poorh.ouses e carceri di quattro stati (Cohen
1982, 212). Altri affermarono che dedicare un così alto numero di
ettari alla produzione di grano e quindi di alcol era uno spreco dal
punto di vista economico; ma propti.o l'argomento economico fu
usato a sostegno della tesi contraria dalla Brewers' Association: le
tasse sui liquori sarebbero state sufficienti a pagare gran parte delle
cure per i poveli e dalla loro legalizzazione sarebbero derivati effetti
socialmente benefici (Cohen 1 982, 220; Cobb e Rixford 1998, 5-6).
I conflitti sui salari e sulle condizioni di vita della classe operaia
nella seconda metà dell'Ottocento in Europa e Stati Uniti favorirono
l' istituzione di uffici statistici creati appositamente per raccogliere
informazioni sul mercato del l avoro: il Massachusetts Bureau of Sta­
tistics of Labor - il primo di questo tipo negli Stati Uniti - fu istitui­
to nel 1 869 (Leiby 1 960, 54, 69). Anche in questo caso gli inizi fu­
rono segnati dallo spirito riformatore dei primi dirigenti che voleva­
no non solo mostrare le pessime condizioni di vita dei lavoratori, ma
evidenziare gli intrecci di interessi che le avrebbero perpetuate. Do­
po molte polemiche sull'uso strumentale del Bureau, nel 1 873 Car­
roll W1ight fu designato alla sua direzione. Contrario ad un'agenzia
statistica promotrice del cambiamento sociale, si considerò un neu­
tra/ fact-finder: evitando le teorizzazioni e richiamandosi "ai fatti",
avrebbe potuto raccogliere ed elaborare informazioni in modo obiet­
tivo (ivi, 68). Sebbene tale imparzialità fosse più apparente che rea­
le, questa linea fu più volte richiamata anche da esponenti del futuro
"movimento degli indicatori sociali".
Nei primi anni del ventesimo secolo Niceforo pubblica diverse
opere ( 1 905; 1 92 1 ) in cui cerca di sviluppare degli indicatori chiave
per varie dimensioni del concetto di civilizzazione e di progresso so­
ciale; secondo alcuni (Lazarsfeld 1 9 6 1 , 3 1 0-3 1 1 ; Noli 2004, 152) un
precursore dei recenti studi sul benessere e la qualità della vita. Co­
me 1icorda Noll (2004, 152), quando Niceforo tratta il tema della fe­
licità nell'ultimo capitolo del suo volume ( 1 92 1 ) e quello della per­
cezione soggettiva dei miglioramenti delle condizi01ù di vita e del
progresso sociale, sottolinea un aspetto fondamentale della ricerca
contemporanea in tema di indicatori sociali e di qualità della vita,

46
cioè la (eventuale) coincidenza tra condizioni oggettive e percezioni
soggettive6.
Nel 1 9 1 0 la Russell Sage Foundation diede impulso ad un' attività
di raccolta di informazioni limitato a singole comunità - quelle che
ora si designano community indicators con modalità simili a quel­
-

le seguite successivamente, soprattutto negli anni Novanta. Nel 1 9 1 4


furono pubblicati i risultati d i un'indagine promossa dalla Charity
Organization Society di New York sulle condizioni industriali di
Pittsburgh (Smith 1 99 1 , 40-41 ) ; subito dopo piovvero le richieste
per replicare lo studio in altre città, ma a causa della scarsità di ri­
sorse la Fondazione si limitò a prestare consulenza tecnica. In parte
come risultato di tale iniziativa, furono condotte circa 2.000 indagini
su argomenti quali educazione, tempo libero, salute pubblica, crimi­
ni, e più in generale condizioni sociali (Cobb e Rixford 1998, 7).
Negli anni Venti e Trenta si compie un altro passo impmtante ver­
so il futuro movimento degli indicatmi sociali. Herbert Hoover -
all'epoca ministro del commercio degli Stati Uniti - volle migliorare
le statistiche nazionali su commercio ed economia, e a tal fine èom­
missionò un rapporto intitolato Recent Economie Changes in the
United States. Nell'inverno del 1 929 - divenuto Presidente - istituì
il Research Comrnittee on Social Trends; convinto della necessità di
riorganizzare gli interventi di politica sociale, chiese un quadro com­
pleto delle condizioni di vita nella società americana: previdenza,
sanità, abitazioni (Hoover 1 952, 3 1 2). Il Comitato fu incru.icato di
svolgere un'indagine secondo criteri "scientifici", in modo da pro­
durre un volume simile al precedente rapporto Recent Economie
Changes in the United States (Bulmer 1983, 1 1 1 ).
Con sorpresa, Hoover apprese che occorreva studiare la società
prima di migliorarla; i componenti del comitato affermarono che
l' assenza di una "solida base per la conoscenza sociale" avrebbe re­
so impossibile identificru.·e i problemi sociali e suggerire i rimedi
(Tobin 1 995, 543) e che pertanto avrebbero dovuto raccogliere le
informazioni necessarie in modo autonomo. Entro poche settimane
furono sollecitati ed ottenuti finanziamenti dalla Rockefeller Foun­
dation per oltre mezzo milione di dollru.i (ivi, 544 e 562).
Uno dei risultati del lavoro del Comitato fu Recent Social Trends,
repertorio di statistiche aggiornate su ogni aspetto della vita statuni-

6. Cfr. infra, cap. 8.

47
tense pubblicato in due volumi nel 1933. Nonostante le sue 1 .500
pagine, contribuì scarsamente alla comprensione o alla soluzione dei
problemi della Grande Depressione (Cobb e Rixford 1 998, 8).
Marcò tuttavia un momento impmtante nella concettualizzazione
della società americana, contribuendo a diffondere la metafora - già
ampiamente affermata nelle scienze sociali - della società come si­
stema composto da settori interdipendenti; l' obiettivo era

"to look at recent trends in the United States as interrelated, to scrutinize


the functioning of the social organization as a joint activity ( . . ) to unite
.

such problems as those of economics, govemment, religion, education, in a


comprehensive study of social movements and tendencies, to direct
attention to the importance of balance among the factors of change. A
nation advances not only by dynamic power, but by and through the
maintenance of some degree of equilibrium among the moving forces"
(President's Research Committee on Social Trends 1933, xiii).

Il contributo del gruppo di ricercatod andò oltre: i criteri metodo­


logici furono ampiamente discussi e le scelte adottate allora diven­
nero un riferimento costante negli anni a seguire. Personaggio chia­
ve fu Ogbum, secondo il quale il criterio della scientificità richiesta
da Hoover risiedeva nella risposta alla domanda come lo sai?:

"How do you know it? Checking each statement written, by the ability to
answer that question will be a very good safeguard against prejudice, bias,
values, and opinion, the great dangers this report must avoid" (1930b).

Ogburn e collaboratori richiamavano l' attenzione sulla scarsità di


rilevazioni affidabili dei cambiamenti intercorsi, sull' assenza di serie
temporali, o per lo meno di descrizioni sostenute dall' accordo di
molti osservatori (Duncan 1 969, xvii; 7). Il valore principale del la­
voro prodotto, secondo l' introduzione all'opera, risiederebbe nello
sforzo di collegare gli elementi disgiunti della vita sociale americana
per analizzarla come un tutto anziché un raggruppamento di parti,
usando uno standard comune di rilevazione (Tobin 1 995 , 552).
Con la Grande Depressione e la Seconda Guena Mondiale, l'inte­
resse per le questioni sociali si ridusse e l' attenzione tomò agli indi­
catori economici, e alla capacità di prevedere le crisi economiche
(Cobb e Rixford 1998, 8).
Gli anni dal 1 936 al 1 939 sono stati definiti da Shackle (1 967) gli
mmi ruggenti per la scienza economica: Keynes (1936) attribuisce

48
un'importanza centrale ai concetti di reddito nazionale e di occupa­
zione; Leontief ( 1 936) pubblica i bilanci input-output per l'econo­
mia statunitense in un dato anno; Kuznets (1937) sviluppa serie tem­
porali sul reddito nazionale statunitense e le sue componenti e Tin­
bergen (1939) incorpora stime ed altre serie temporali in un modello
econometrico. Reddito e contabilità nazionale statunitensi ricevono
la forma definitiva nel 1942, risultando utili nel guidare l'economia
di guerra; dal 1 939 al 1 941 Stone e Meade sviluppano bilanci simili
per il Regno Unito. Il prestigio del sistema di valutazione del reddito
nazionale e la logica della politica fiscale contro-ciclica basati sul
modello keynesiano portano all'Employment Act del 1946 e alla
creazione del Council of Economie Advisors (Fox 1 986, 1 1 14).

3. n movimento degli indicatori sociali

A partire dal 1 960 l ' influenza degli economisti sulle scelte


dell' amministrazione pubblica statunitense divenne dominante. Si
apprezzò in particolare l' accuratezza dei modelli con cui gli econo­
misti furono in grado di prevedere gli effetti del taglio delle tasse
promosso da Robert Kennedy nel 1 964. Ma insieme ai successi co­
minciarono le prime difficoltà; proprio allo stesso Kennedy si deve
una pungente critica della pratica di valutare il benessere di un paese
esclusivamente attraverso parameui economici:

"Sembra si sia rinunciato all'eccellenza e ai valori comunitari a scapito del­


la mera accumulazione di beni materiali [ . . . ] Il pii include la contaminazio­
ne dell'aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze che ripuliscono le
nostre strade dalle carneficine. Considera le serrature speciali alle nostre
porte, così come le carceri per chi le forza. Considera la distruzione della
sequoia e la perdita delle nostre meraviglie naturali in modo incontrolla:to.
Considera la produzione di napalm e di missili a testata nucleare e di mezzi
corazzati per la polizia per sedare le sommosse nelle nostre città. Considera
le armi degli assassini e i programmi televisivi che glorificano la violenza
per vendere giocattoli ai nostri bambini. Però il pii non considera la salute
dei nosui bambini, la qualità della loro educazione o la felicità dei loro
giochi. Non include la bellezza della nostra poesia o l' unione delle coppie,
l'intelligenza nei dibattiti pubblici o l'integrità delle nostre autorità pubbli­
che. Il pii non misura il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra
saggezza o apprendimento. Tanto meno misura la nostra compassione o la
nostra devozione al paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò per cui

49
vale la pena di vivere. E può dirci tutto sull' America, eccetto perché ci sen­
tiamo orgogliosi di essere americani" ( 1 968; mia traduzione).

È difficile obiettare a queste osservazioni; tuttavia, la sola via se­


guita in pratica per combattere disuguaglianze, povertà ed in genera­
le i problemi sociali contemporanei - sia quando l'unità d' analisi è
l' individuo sia quando è io Stato-nazione - per anni è parsa quella
economico-finanziaria. Pure le critiche avanzate da Kennedy non
erano nuove: già Bliss scriveva:

"The land is the endowment of the Creator and its increase in valued does
not represent an increase of wealth - on the contrary, with forest and mines
and the fertility of the soil to a large extent exhausted, there is a decrease
instead of an increase of wealth of this character. Could the few be enabled
to pre-empt the air as they bave the land and compel us to pay for the
privilege of breathing it, we should bave an increase of property values"
( 1 897, 99).

E in The Economics of Welfare del 1 920 Pigou scriveva che l'eco­


nomia neoclassica non poteva più ignorare i costi sociali che avreb­
bero reso differente il benessere pubblico da quello privato a causa
del funzionamento imperfetto dell'economia di mercato.
Le stesse critiche sono state riprese e circostanziate - tra gli altri
- da Gross ( 1966) e Land ( 1 983):
a) le differenze nelle distribuzioni scompaiono quando si licorda so­
lo il pil pro-capite;
b) le attività non di mercato sono escluse;
c) l'impatto delle attività di mercato è escluso; gli effetti secondari
della prosperità economica - quale l'inquinamento, ad esempio -
non sono lilevati; .
d) la valutazione di mercato di beni e servizi non è affatto legata al
loro conuibuto al benessere sociale;
e) i criteli abitualmente in uso non tilevano la soddisfazione psicolo­
gica, la felicità o la realizzazione personale; più in generale la
qualità della vita.
Ciascuna critica ha dato corso a una specifica branca di studi, con
radici nella stessa economia: Nordhaus e Tobin ( 1 973), ad esempio,
hanno incluso nei loro modelli sia alcuni effetti secondati - i costi
dell'inquinamento - sia le attività extra-mercato - i benefici del tem­
po libero.

50
Nonostante le molte critiche, il lavoro degli economisti consulenti
del governo e di istituti quali il Brookings divenne un modello per
quanti volevano applicare la scienza sociale all' azione di governo,
favorendo la domanda di criteri analoghi per orientare la progetta­
zione delle politiche sociali (Carley 1 98 1 , 17; Land 1 983, 3). Quan­
do l' American Academy of Arts and Sciences avviò un progetto -
sponsorizzato dalla Nasa - per studiare gli effetti non previsti o le
conseguenze indirette dei programmi spaziali sulla società statuni­
tense, Bauer, Biderman e Gross - tre degli autori incaricati di redi­
gere il rapporto fmale - individuarono le principali difficoltà nella
carenza di dati e di uno schema interpretativo, proponendo di creare
un sistema di valutazione per assistere le decisioni di politica pub­
blica. Il volume fu presentato da Gross come il primo segnale di d­
bellione contro l'economicismo dell'establishment statistico che in­
fluenzava il governo statunitense (Gross 1966, ix). Uno dei risultati
ottenuti dal volume fu l'avvio nel 1 967 dei lavori di una commissio­
ne - composta, tra gli altri, dall'allora senatore Walter Mondale -
che propose di istituire il Council of Social Advisers, simile nella
struttura e nel funzionamento al Council of Economie Advisers. Or­
mai il "movimento degli indicatori sociali" - così battezzato da Otis
Dudley Duncan (1969, l ) - era nato.
Spesso si parla di indicatori sociali a proposito delle raccolte di
"misure sociali" (national social reports), pubblicate annualmente
da molti stati: Social Trends in Gran Bretagna e Social Indicators
negli Stati Uniti sono serie di tabelle e grafici che illustrano lo stato
di quelle società su alcune proprietà rilevanti. Tuttavia, da più parti
quelle sono considerate mere raccolte di cifre e non di indicatori, in
quanto l'informazione fornita è priva di qualsiasi riferimento a spe­
cifici concetti di proprietà di cui quelle variabili sarebbero indicatori
(Carley 1 9 8 1 , 3 ; Cobb e Rixford 1998; Perret 2002, 3).
Una seconda pubblicazione che influenzò il dibattito fu Toward a
Social Report, promossa dal Department of Health Education and
Welfare alla fme della presidenza Johnson per sottolineare la neces­
sità di approntare annualmente una relazione sullo stato della so­
cietà. Nel contributo di Mancur Olson si ribadisce l'importanza del­
lo sviluppo degli indicatori per stabilire gli obiettivi sociali, studi are
il benessere e la valutazione dei programmi, e si definisce 'indicato­
re sociale'

51
"una statistica di diretto interesse normativa che facilita un giudizio conci­
so, globale e bilanciato sulla condizione dei principali aspetti di una so�
cietà. È una misura diretta di benessere ed è soggetta all'interpretazione se­
condo la quale se cambia nella 'giusta' direzione, mentre le altre cose ri­
mangono uguali, le cose sono andate meglio, o le persone stanno meglio.
In tal senso, le statistiche sul nùmero dei dottori o dei poliziotti non posso­
no essere indicatori sociali, mentre le cifre sulla salute e sui tassi di crimi­
nalità sì" (1 969, 97; mia traduzione).

Come Olson, Delors sottolinea l' importanza di esprimere "attra­


verso un insieme di dati quantificati lo stato di una nazione in diffe­
renti ambiti dell' attività economica e sociale per misurare" le conse­
guenze delle decisioni prese e chiarire le scelte politiche (1971, 8).
Un indicatore sociale avrebbe quindi un interesse "normativa"; sa­
rebbe un obiettivo da raggiungere, un traguardo verso il quale una
politica pubblica deve convergere. Immediata la clitica: una simile
accezione dell'espressione 'indicatore sociale' richiederebbe l'accor­
do su quale sia la "giusta direzione", e non considererebbe adeguata­
mente il contesto spazio-temporale - ciò che può essere d'interesse
normativa oggi può non esserlo altrove o in seguito (Sheldon e Free­
man 1970, 98).
Le raccolte alle quali si accennava sopra, così come molte altre
pubblicazioni, nascono per analizzare aspetti fino ad allora non tenu­
ti in debito conto dagli uffici statistici nazionali. Il consenso sull' uso
degli indicatori sociali nelle scelte di governo non fu però unanime;
la Russell Sage Foundation pubblicò nel 1968 Indicators of Social
Change, un volume curato da Wilbert Moore e Eleanor Bemert
Sheldon, che si opponeva in modo deciso alla proposta di Mondale
sul Council of Social Advisors e ad ogni altra applicazione degli in­
dicatori sociali nella politica (ivi compresa la pubblicazione di un
social report annuale). Priorità andava assegnata alla ricerca e al mi­
glioramento della raccolta di informazioni (Sheldon et al. 1983, 79).
Allieva di Ogbum, Sheldon sosteneva che lo sviluppo di un quadro
teorico di riferimento per gli indicatori fosse prematuro, in quanto i)
gli obiettivi sociali erano più controversi di quelli economici, ii) i
problemi sociali erano meno compresi di quelli economici; iii) i fon­
damenti teorici dell' economia erano più chimi di quelli sottostanti
l' analisi dei problemi sociali. A queste discutibili obiezioni - basate
sull'idealizzazione della scienza economica e sulla sottovalutazione
della complessità dei temi da essa affrontati - ne aggiungeva un' al-

52
tra, fondata sulla necessità di essere autonomi rispetto all'azione po­
litica:

"This is no justification for our letting the agenda of work on social


indicators govemed by the perceived inforrnation requirements imposed by
a social engineering approach or letting it be limited to 'policy-manipu­
lable' variables - that is, those subject to the contro! of the agencies
responsible" (Sheldon e Parke 1975, 695).

Lo studio degli indicatori sociali ha infatti sempre sofferto della


loro residualità, cioè del fatto che sono stati pensati come integranti
il sistema degli indicatori economico-fmanziari in uso nelle ammini­
strazioni pubbliche. ll movimento degli indicatori sociali è cresciuto
per rispondere a specifiche domande poste dalle istanze decisionali
pubbliche, senza legami con le elaborazioni teoriche. Questa parti­
colare genesi si rispecchia nella confusione sia sul piano defmitorio
- cosa s'intende per indicatore sociale - sia sul piano operativo, de­
gli interventi pubblici.
Una delle più diffuse definizioni dell'espressione 'indicatore so­
ciale', ad esempio, non è esente da critiche. Per Carlisle ( 1 972, 25),
un indicatore sociale è la definizione operativa o prute della defmi­
zione operativa di ciascuno dei concetti fondamentali per generare
un sistema informativo descrittivo del sistema sociale. Chiaramente
si confonde 'defmizione operativa' e 'indicatore' : come si è detto
sopra (cap. 2), gli indicatori - e quindi anche gli indicatori sociali ­
sono concetti per i quali è possibile fornire una defmizione operativa
soddisfacente, concetti ritenuti dal ricercatore semanticamente colle­
gati con quelli che vorrebbe studiare.
Le prime raccolte di questo tipo furono inoltre accusate di errori
ed ingenuità tali da gettare discredito sull' intero campo disciplinare
concernente le "grandi imprese di raccolta di dati internazionali, im­
parentate con il lavoro scientifico più o meno come un kolossal su
schermo panoramico" (Marradi 1976, 4 15). E ciò a causa della scar­
sa considerazione per alcuni problemi metodologici fondamentali: la
dubbia attendibilità delle fonti, la variabilità dei criteri di rilevazione
e classificazione delle informazioni e - non ultimi - i criteri di scel­
ta degli indicatmi stessi.

53
4. Il culto del numero

l. Quantofrenia e statistiche sociali

Le origini e gli sviluppi del movimento degli indicatori sociali fu­


rono contrassegnati dalla corsa verso la quantificazione, dal tentativo
di esprimere ogni aspetto della vita sociale attraverso numeri. Idea
cardine è che la traduzione dei fenomeni sociali in numeri garanti­
rebbe l'oggettività della conoscenza, e così la statistica è ritenuta ­
come si legge nello statuto della Società statistica di Parigi - una
"scienza indispensabile per uno stato liberale", per "provvedere le
basi sulle quali governare la società". Nel discorso di inaugurazione
tenuto nel 1 860, Miche! Chevalier affermava che "una statistica ben
fatta è un testimone imperturbabile, al di sopra delle intimidazioni e
alieno alla seduzione" ( 1 860, 2).
La ricerca dell' oggettività e la volontà - o l'ambizione - di tratta­
re solo "fatti" erano esplicitamente affermati anche nel programma
della Statistica! Society del 1 834:

"The Statistica! Society will consider it to be the first and most essential
rule of its conduct to exclude ali opinions from its transactions and publica­
tions - to confine its attention rigorously to facts - and as far as may be
found possible, to facts which can be stated numerically and arranged in
tables" (British Association for the Advancement of Science 1 833, 492).

Negli Stati Uniti videro la luce riviste come The Ca;:.etteer o Sta­
tistica! View che affetmavano orgogliosamente di presentare solo
"fatti sicuri, attendibili", depurati da opinioni personali (Cohen
1 982, 152). Per raggiungere l' oggettività si arrivò ad eliminare ogni

55
commento: i fatti dovevano parlare da soli, senza alcuna interpreta­
zione. Nei primi anni del 1 800, a Philadelphia, in sostegno alla
Iiforma carceraria, si volle mostrare l'iniquità del sistema giudiziario
mediante la Iilevazione del numero di persone in cella in attesa di
processo. Le tabelle non erano accompagnate da commenti o argo­
mentazioni; i dati sui tipi di crimine commessi erano suddivisi per
etnia e genere dei pligionieri e nulla più: anche in questo caso i nu­
meli dovevano parlare da soli (Cohen 1 982, 170; Cobb e Rixford
1998, 5).
Attorno al 1 820 il movimento evangelico Second Great Awake­
ning decise di documentare con dati statistici le piaghe che voleva
sradicare (Cohen 1 982, 1 69). Senza timore del ridicolo, nel 1 8 17 la
Boston Society for the Mora[ and Religious Instruction of the Poor
riportò orgogliosamente il numero dei nuovi allievi, la frequenza al­
le scuole della domenica, i versi delle sacre scritture, inni e catechi­
smi imparati a memoria dai bambini poveli dal febbraio precedente:
54.029 versi, 1 .899 inni e 17.779 risposte. Forse Mark Twain pensa­
va a questo quando scrisse un passaggio del suo Le avventure di
Tom Sawyer:

"Quanti dei miei lettori avrebbero la forza e la costanza di mandare a me­


moria duemila versetti, anche per ricevere una Bibbia illustrata dal Doré?
( . . . ) Un ragazzo di origine tedesca ne aveva vinte quattro o cinque. Una
volta era riuscito a recitare tremila versetti senza mai fermarsi, ma aveva
forzato a tal punto le sue facoltà mentali che, da quel giorno in poi, si era
dimostrato poco più di un idiota" (Twain 1 876/1994, 30).

Mark Twain non è però il solo a contestare il ricorso inappropria­


to al numero; che la statistica fosse superficiale, quando non ridico­
la, nel diciannovesimo secolo era luogo comune. Foville ( 1 885, 448)
riferì che "in teatro, appena uno statistico saliva sul palco, tutti si
preparavano a ridere"l . Un aspirante prefetto di una commedia di
Edmond Gondinet ( 1 876, 1 12) proponeva di riportare in parità i ses­
si facendo sposare immediatamente un uomo e mezzo con tre donne
meno un quarto per chilometro quadrato. In una commedia di Labi­
che ( 1 86 1 , 1 8, 2 1 ) l' eroina scampa per poco al matrimonio con Cé­
lestin Magis, segretario della società statistica di Vierzon, che non

l . Riportato da Porter ( 1995, 83-84).

56
poteva comprendere come il suo rivale, il capitano Tic, non contasse
i proiettili sparati da entrambi i lati nella battaglia di Sebastopoli.

"La statistica, madame, è una scienza positiva, moderna. Getta luce sui fatti
più oscuri; così, grazie a laboriose ricerche, abbiamo recentemente scoperto
l' esatto numero di vedove che hanno attraversato il Pont Neuf durante il
1860: 3.498, più una dubbia".

Al di là dei commenti sarcastici, Frédéric Le Play riteneva inutile


la statistica laddove fosse presente un' aristocrazia ereditaria, i cui
membri potevano governare per istinto, essendo stati cresciuti con
quell' obiettivo. Con l' avvento di nuove forme di governo, persone
senza espe1ienza di affa1i pubblici possono assumere alte emiche; la
statistica può aiutru·e a colmarne le lacune, e su queste basi la cono­
scenza statistica dovrebbe essere richiesta a chi governa ( 1 885, 10).
Analogamente Jules Sirnon affermò nel 1 894 che "quando c'era
un'aristocrazia, una classe diligente, si poteva dare per scontato che
i futuri amministratori e legislatori avrebbero ricevuto dalle loro fa­
miglie le tradizioni della loro professione. In una repubblica, nella
quale chiunque può essere tutto, al più ignorante possono essere af­
fidate le funzioni più difficili"2.
Archibald Russell (1 839), in un volume sui principi della ricerca
statistica, riconobbe che i numeri, nonostante la loro parvenza di
chiarezza e precisione, non sono sempre affidabili, non sempre sono
"fatti". Rimproverò i "devoti di questa scienza" di presentare nurned
in tabelle formato bilancio economico per dissuadere i lettori dal
rnetterli in dubbio (Cohen 1982, 8 1): uno dei tanti modi di erigere
una cintura protettiva. Una delle giustificazioni addotte in difesa,
proposta da Calhoun, è addidttura esilarante: gli errori sono talmen­
te tanti che gli uni bilanciano gli alni, pmtando alle stesse conclu­
sioni che si avrebbero se tutti i dati fossero corretti (Cohen 1982,
198). Ciò che potrebbe sembrare una boutade di qualche studioso
particolru·rnente spidtoso è pmtroppo un assunto spesso sottoscritto
dalla letteratura - anche recente.
Come molti suoi predecessori, Ogburn sosteneva che i social re­
ports dovessero contenere "fatti", non opinioni; che si dovessero
presentare dati e tendenze astenendosi dall' interpretarli e ancor più

2. Si veda Charle (1 987, 27) e Porter ( 1 995, 241 ) .

57
dall' offrire indicazioni politiche. Secondo Ogburn, la conoscenza del
mondo sociale può derivare solo dai �·fatti", dall'enumerazione e mi-.
surazione dei fenomeni · sociali. Se lo studio della società e delle ten­
denze sociali consiste nella registrazione di fatti, la statistica è l'uni­
ca disciplina affidabile; per questo motivo - prevedeva - "all socio­
logists will be statisticians" (Ogburn 1 930a, 4-6). Il suo approccio ­
descrittivo, induttivo, pseudo-oggettivo - dominò i lavori sugli indi­
catori sociali degli anni successivi.
Pur accolto da molte recensioni positive, quando non entusiaste,
Recent Social Trends di cui Ogburn era tra i principali ispiratori -
-

fu oggetto di un' aspra critica da parte di Sorokin, secondo il quale


gli autori avevano mostrato la mania di voler misurare tutto. La de­
scrizione non-quantitativa, estranea al regno della "scienza oggetti­
va", era bandita come un'entità straniera, al più tollerata come un
inevitabile fastidio ( 1 933, 1 95). Anziché affrontare gli aspetti più
importanti e segreti della cultura e della società, si presentavano ci­
fre riguardanti al più il "guscio", la "scatola" o "l'ombra dell' om­
bra" di questi fenomeni. Per meglio esemplificare i suoi dubbi, So­
rokin riprende il capitolo XIX (The Arts in Social Life) nel quale ­
afferma - si trovano interminabili file di cifre relative al valore in
dollari degli oggetti d' arte negli Stati Uniti, al numero di orchestre
sinfoniche, esibizioni, musei, scuole nelle quali si insegna l' arte ed il
numero di corsi d' arte insegnati in esse, il numero di romanzi ven­
duti, etc. Ancora:

"One month after issue, 1 80,000 copies of a govemment pamphlet on


fumiture, its selection and use, were distributed (1931) [ . . . ] Six hÙndred
thousand objects are lent annually by the St. Louis Educational Museum
alone [ . . . ] The sale of Navajo blankets is reported as above $1 ,500,000 in
1 930 [ ] The town of Ottawa, Kansas, with a high school p!)pulation of
. . .

43 1 has an orchestra of 90 that has four times won the state contest" (cit. in
Sorokin 1 933, 1 97).

Volendo però avere un'idea della natura profonda delle arti negli
Stati Uniti di quel periodo, dallo studio non si ricaverebbe nulla (So­
rokin 1 933, 1 97). Sebbene molto impegno fosse stato profuso per
studiare i cambiamenti nella pratica religiosa, la passione quantitati­
va portò al solo conteggio del numero delle voci (articoli, titoli) rife­
riti a tale attitudine in un insieme di periodici e giornali; rappmtan­
dole al numero totale di voci per un numero di anni, il "tasso di at-

58
tenzione" dato all' argomento da anno in anno è considerato un indi­
catore "oggettivo" del cambiamento negli interessi dell' opinione
pubblica (ivi, 199).
Dallo studio emergono però poche novità, prosegue Sorokin: si ri­
scontra un minore interesse per la religione, l'indebolimento del tra­
dizionale orientamento sessuale, un favore per un divorzio facile,
etc. Ma, si domanda polemicamente, non era tutto già ampiamente
noto? C'era bisogno di questa accurata elaborazione dell' ovvio? (ivi,
199-200).
L'infatuazione per i numeri ha oscurato l'importanza del raffina­
me�to concettuale e della fase creativa, relegando in secondo piano
l' approfondimento semantico, le caratteristiche intensionali dei con­
cetti. Già Diderot si lamentava dell'alienazione dalla natura provoca­
ta da un uso improprio della matematica. D' altronde, anche oggi
l' ambizione di presentare "fatti", liberi dalla soggettività del ricerca­
tore è dura a morire; in un rapporto dal titolo piuttosto ambizioso
(Misurare la libertà economica nel mondo, in Europa, in Italia), si
legge che

"Prima di lasciare che si addentri nelle pagine che seguono, è impmtante


anticipare al lettore che i risultati ottenuti possono dare adito a numerose
riflessioni sul piano sia economico sia sociopolitico. Le interpretazioni pos­
sono essere tante e spesso assolutamente non univoche. Si è dunque scelto
deliberatamente di non accompagnare più del necessario con commenti e
qualificazioni le risultanze delle analisi qui presentate, lasciando al lettare
la libera e soggettiva interpretazione delle elaborazioni proposte, con la
seguente raccomandazione: gli Indici di Libertà Economica analizzano sol­
tanto alcuni aspetti del 'vivere economico' dei paesi considerati e, dunque,
se ne suggerisce un utilizzo accorto, senza eccedere in forzature interpre­
tative e usi strumentali"'' (Ronca e Guggiola 2004, 13-14; corsivo mio).

"Fatti, fatti, fatti!" . . . questo deve aver pensato la maggioranza dei


componenti. della Cmte Suprema statunitense nel 1980 quando si
pronunciò contro la proposta, avanzata dalla Occupational Safety
and Health Administration (Osha), per ridurre i livelli di esposizione
al benzene nei luoghi di lavoro. La motivazione? Aver stabilito i li­
velli di rischio basandosi sui giudizi degli espe11i anziché su modelli
matematici che avrebbero garantito contro la discrezionalità; a giu­
dizio della Corte Suprema mancava il suppmto di "prove evidenti"
(Jasanoff 1 985; 1 990, 58; 1995, 82-83).

59
L'impressione di accuratezza può esser prodotta ad arte citando
·
dati con un livello di dettaglio maggiore rispetto a quello permesso.
dalle tecniche usate per produrli e dalla natura delle proprietà studia­
te. Il grado di precisione è ovviamente variabile: solo a titolo di
esempio, in fisica il rappmto giromagnetica dell'elettrone è misurato
fino all'undicesirna cifra significativa (Gauch 2006, 1 34). Ma la stes­
sa precisione non è giustificabile in ambiti disciplinari nei quali né le
proprietà studiate né gli strumenti di raccolta delle informazioni of­
frono la possibilità di raggiungere la precisione propria delle scienze
naturali. La ricerca del decimale a tutti i costi spesso nasconde la vo­
lontà di conferire "un' aura di precisione e di rigore anche alla tabella
più banale" (Marradi 1 993, 53). In molte ricerche si usano indicatori
assai discutibili, definizioni operative sommarie e si producono dati
infedeli: in tal caso esibire coefficienti con cinque decimali è un mo­
do per pretendere una credibilità del tutto fittizia (Horn 1993, 1 8)3.
Come ricorda ancora Marradi ( 1 993, 52), la tendenza "a ripmtare
percentuali e coefficienti con un numero eccessivo di decimali è en­
demica nell'analisi dei dati, al punto da avere un nome": 'errore del­
la precisione fuori posto' (jallacy of the misplaced precision). In ef­
fetti, di nomi ne ha anche altri: 'errore della concretezza fuori posto'
(jallacy of misplaced concreteness: Horn 1 993, 1 8), 'accuratezza fit­
tizia' (specious accuracy: Morgenstern 1 950, § 3).

"Changes in consumers total spending power are reported, and taken


seriously, down to the last billion (i.e., about one-half percent !), price
indexes for wholesale prices are shown to second decimals, when there
have been so many computing steps that the rounding off errors alone may
obliterate such a degree of precision. Unemployment figures of several
millions are given down to the last 1 ,000's (i.e., one-tenth of one percent
accuracy !), when even the 1 00,000' s or the millions are in doubt"
(Morgenstern 1 950, 6).

"La Fao afferma che tra il 1 977 ed il 1 980 la disponibilità di generi alimen­
tari pro capite è aumentata esattamente dello 0,3% (cioè di sei calorie al
giorno), e che nel 1 980 tra Afghanistan e Chad vi era una differenza pari
allo 0,4% (sette calorie al giorno). Oltre alla pretesa di voler rilevare le dif­
ferenze fino all'ultima caloria, occorre poi considerare che per i pedodi in

3. Nelle parole di Morgenstern, "the classica! case is, of course, that of the story
in which a man, asked about the age of a river, states that it is 3.000.021 years o1d;
because 21 years ago its age was given as 3 million years" ( 1 950, 25).

60
questione si stima che la popolazione analfabeta in entrambi i paesi fosse
.
oltre il 90%, e che circa la metà della produzione di beni e-servizi non fos­
se pagata in moneta. Ma anche queste non sono che speculazioni: alla data
delle stime Fao riportate, in nessuno dei due paesi era stata nemmeno ten­
tata un'indagine sullo stato dell' economia, né erano stati condotti censi­
menti della popolazione.
Ancora la Fao pubblica la stima della produzione mondiale annuale di gra­
no assumeildo un' accuratezza dello 0,000 1 per cento. La pretesa precisione
di tali stime è in contrasto con la differenza di 15 milioni di tonnellate tra
le stime della Fao e quelle del Dipartimento per l' agricoltura degli Stati
Uniti (Usda) sul volume di grano alimentare esportato dagli stati sviluppati
negli anni Settanta. E questo malgrado il fatto che il sistema di esportazioni
alimentari dei paesi sviluppati sia forse uno degli aspetti più semplici da
osservare e studiare dell' economia alimentare globale" (Eberstadt 1 995,
1 7 1 ; mia traduzione).

Thomas e Thomas ( 1 928, 570-571) ravvisano l' origine della gran­


de sfiducia nella statistica proprio nel voler presentare risultati appa­
rentemente precisi, ottenuti in seguito a sofisticate elaborazioni stati­
stiche di dati per loro natura approssimativi.
Morse (2004, 179) elenca alcuni motivi della -scarsa attenzione ri­
volta alla fedeltà dei dati: i processi di raccolta delle informazioni
frumo meno notizia di cifre che puntualmente catturano le prime pagi­
ne dei giomali; raccogliere informazioni è più complesso, richiede
più tempo, risorse e impegno rispetto al sedersi davanti a un computer
per creare un indice o scrivere un libro; a causa dei costi, nella raccol­
ta di informazioni si investono spesso tempi e somme inadeguate.
Quanto affermato da Morse a proposito delle proprietà aggregate
e globali vale sicuramente anche per le proprietà indiyiduali e conte­
stuali: si trascurano gli aspetti che potrebbero migliorru·e la fedeltà
dei dati per risparmiare tempo, pazienza e denaro. Come già affer­
mava Blalock, "il lavoro di raccolta [delle informazioni] richiede in­
vestimenti di tempo e di denaro, e quindi i 1icercatori tendono a
semplificarlo" ( 1 974, 2) e così quella fase, "in cui si gioca in realtà
il destino metodologico di una ricerca, viene ampiamente sottovalu­
tata" (Cannavò 1989, 43). A ciò Ma1Tadi aggiunge l'oggettivismo ­
consapevole o meno - del ricercatore e il "fattismo"4 del pubblico

4. Cioè l' attenzione per i soli risultati accompagnata dal disinteresse per il modo
in cui sono stati raggiunti. Il pubblico si comporta come se leggesse un romanzo

61
(2007, 20). Tutti questi elementi portano a privilegiare una progres­
siva specializzazione nel campo delle elaborazioni statistico-mate­
matiche, a scapito della fedeltà dei dati analizzati.

2. Dietro il numero

"È noto che le constatazioni ufficiali sono troppo spesso lacunose, anche
quando vertono sui fatti materiali ed evidenti che ogni osservatore coscien­
zioso potrebbe afferrare, e che non lasciano posto ad apprezzamenti"
(Durkheim 1 897/1969, 1 87).

Quindi già Durkheirn aveva espresso dubbi sulla fedeltà dei dati
contenuti nelle statistiche ufficiali: i responsabili della compilazione
dei verbali, rapporti, etc. - gli ufficiali, la polizia, i magistrati - devo­
no decidere come classificare il fenomeno che si trovano a trattare
spesso basandosi su criteri divergenti a seconda delle rispettive neces­
sità, su "ipotesi basate sul buon senso che li mette in grado di capire e
oggettivare i fenomeni che si trovano ad affrontare" (Atkinson 1 978,
45). I cosiddetti "fatti oggettivi" riportati sono in larga misura frutto
delle interpretazioni che gli individui elaborano - consapevolmente o
meno - per identificare e att:J.ibuire senso agli eventi coi quali vengo­
no in contatto. ll dato è allora "il prodotto delle pratiche e negoziazio­
ni tra i pubblici ufficiali coinvolti, anche se non è né può essere in
grado di catturare, registrare o riflettere il processo che lo ha prodot­
to" (Hughes e Sharrock 1 990/2005, 1 66)5. Come ricordavano Gross e
Sptinger (1967, 15), "official data will always be too 'official"'.
L' importanza di esplicitare la definizione operativa usata nella
raccolta delle informazioni diventa quindi chiara se si pensa alle de-

giallo: vuoi sapere chi è l'assassino e non si interessa ai dettagli del processo inve­
stigativo (Cohen e Nagel 1 934, 399-400; Marradi 2007, 20).
5. Analogamente Box ( 197 1). Anche Howard Becker affem1a che nello studio
della devianza "i gruppi professionali che gestiscono questo settore - i poliziotti, gli
avvocati, i politici, gli psichiatri - creano le interpretazioni di senso comune che
l' analisi sociologica prende come oggetto di studio [ . . . ] Non è possibile creare clas­
si omogenee di attività per le quali trovare processi causali plausibili se ci si basa
sulle defmizioni convenzionali disponibili nei mondi che si studiano. Tali defmizio­
ni sono prodotte per scopi diversi da quelli della ricerca sociale e riflettono una
grande quantità di compromessi ed espedienti che possono solo intralciare i nostri
sforzi di fare una qualche scienza sociale" (2003, 489; 492).

62
cisioni di poliziotti e magistrati nel proprio lavoro quotidiano, sulla
cui base saranno prodotte le statistiche di polizia e giudiziarie sulle
rapine; di chi lavora negli istituti di statistica al momento di classifi­
care le informazioni relative ai reati di rapina e produrre i dati per
l'analisi della criminalità; del dcercatore quando vorrà descrivere,
analizzare e spiegare questa fattispecie criminale6. Occorre non dare
per scontato che gli scherni classificatori degli attmi istituzionali
coinvolti nella produzione dei dati - poliziotti, giudici, agenzie di
raccolta e diffusione dei dati ufficiali, etc. - siano coerenti rispetto a
quelli del sociologo (Kitsuse e Cicourel 1963; Atkinson 1 978).
Anche Morgenstem - un economista al di sopra di ogni sospetto di
"costruttivismo sociologico" - ricorda che le statistiche economiche
sono meri sotto-prodotti o risultati delle attività commerciali o ammi­
nistrative. Spesso misurano, descdvono, o semplicemente registrano
qualcosa che non è esattamente il fenomeno che interessa l'economi­
sta. Spesso inoltre dipendono dalle definizioni legali piuttosto che
economiche dei processi (1950, 9). Prosegue Morgenstern affermando
che chiunque abbia usato delle statistiche economiche, anche se pre­
parate dalle migliori istituzioni economico-statistiche, sa quanto sia
difficile ristabilire le condizioni nelle quali le infonnazioni sono state
raccolte, il loro ambito, la precisa attività definita, etc. Nel caso poi di
serie storiche è ancor più difficile risalire a come quell'informazione è
stata ottenuta nel passato e quindi decidere quanto sia garantita la
comparabilità diacronica? (1980, 14). Dall'altro lato, la grande quan­
tità di decisioni coinvolte nella raccolta della maggioranza delle infor­
mazioni rende pressoché impossibile - anche fisicamente - riprodurre
tutti i dettagli di ciascuna tabella o di ciascun grafico.

6. La dipendenza della categorizzazione da particolari circostanze comporta


un'elevata flessibilità ed elasticità delle categorie, altamente contingenti. Desrosiè­
res e Thévenot, dell'Insee (Institut National de la Statistique et des Etudes &ono­
miques) affermano che anche nella loro prestigiosa agenzia statistica un'intervista
ripetuta assegnerà un impiegato ad una categoria professionale diversa da quanto ri­
portato inizialmente nel 20% dei casi ( 1988).
7. Per valutare la fedeltà delle serie storiche, poi, occorre considerare l' evoluzio­
ne delle discipline che le hanno elaborate e prodotte. La diffusione di alcune pato­
logie, ad esempio, può essere ricondotta semplicemente alla loro migliore identifi­
cazione. Morgenstern ricorda il caso emblematico del forte divario dei tassi di ma­
lattie mentali (per 100.000 abitanti) in Svezia e in Jugoslavia, dovuto al fatto che in
Svezia il paziente viene curato in ospedale, e quindi registrato come tale, mentre in
Jugoslavia vegeta come l'idiota del villaggio - e quindi non compare nelle statisti­
che ufficiali ( 1980, 21-22).

63
Non solo: le statistiche economiche e sociali patiscono delle stes­
se debolezze ben conosciute. da parte di chi si occupa di somrnini­
strazione di questionari: le risposte possono essere evasive quando
non deliberatamente false, a causa di fraintendimenti, di paura delle
autorità fiscali, di contrarietà all'inte1ferenza di autorità governative,
etc. Un esempio lampante ci è offerto dallo stesso Morgenstern:

"When the Marshall Plan was being introduced, one of the cruef European
figures in its administration (who shall remain nameless) told me: 'We
shall produce any statistic that we think will help us to get as much money
out of the United States as we possibly can. Statistics which we do not
have, but which we need to justify our demands, we will simply fabricate'"
(Morgenstem 1980, 1 9).

I dati così prodotti per certificare il bisogno di aiuto diverranno


descrizioni - dotate di tutti i crismi dell'ufficialità, e pertanto ritenu­
te ipso facto fedeli - delle reali condizioni di quei tempi (ibidem).
Anche Parsons aveva avanzato critiche alle statistiche esistenti e al
fatto che erano disponibili "a un livello da cui non si può passare di­
rettamente alle categorie della teoria analitica" ( 193711970, 4 1 0-41 1 ;
1938, 1 9). Informazioni raccolte per fini diversi da quelli della ricer­
ca sociale costringevano il sociologo "a lavorare su dati di fortuna,
che rispetto ai suoi problemi avevano solo un'importanza tangenzia­
le", ma soprattutto "la teoria doveva aspettare che incidentalmente, e
talvolta quasi accidentalmente, si rendessero disponibili dati rilevan­
ti" (Merton 1 949/1992, 27 1). L'enorme "accumulazione di materiali
sociologici" avrebbe fatto sì che l'interesse teorico si spostasse "ver­
so quei settori nei quali c'è abbondanza di dati statistici pertinenti"
(ibidem). È in effetti giustificato il sospetto che molte ricostruzioni
teoriche partano dai dati disponibili anziché da quelli necessari. La
disponibilità di informazioni già codificate in matrice può portare ad
invertire l' ordine temporale tra la progettazione del disegno di ricer­
ca e la raccolta delle informazioni: il ricercatore si accontenta di
quelle disponibili adattando ad esse il disegno di ricerca, "senza ac­
certarsi dell' esistenza di fonti altemative con informazioni più utili
anche se meno facilmente accessibili"& (Pintaldi 2003, 19).

8. "Ad esempio, quando si tratta d i scegliere tra un fùe excel già pronto per es­
in più archivi amministrativi, biblioteche, fondazioni etc.
sere elaborato e la ricerca

64
Il pil, gli indici dei prezzi, l' indice di sviluppo umano, etc. sono
spesso usati senza alcuno spirito critico o con scarsa conoscenza dei
meccanismi sottostanti la loro produzione. Le formule sono presen­
tate come delle black boxes, delle scatole nere9 che oscurano le mol­
te discussioni che hanno accompagnato - e che tuttora accompagna­
g
no - il ra giungimento dell' accordo su come costruirle (Desrosières
1 99 1 ; Porter 1995; Yonay 1998, 237-238, n. 4). Keynes, ad esempio,
avanzava forti obiezioni all'uso degli indici dei prezzi e delle cifre
della contabilità nazionale:

"An attempt is made to erect a quantita tive science. But it is a grave


objection to this definition for such a purpose that the community's output
of goods and services is a non-homogeneous complex which cannot be
measured, strictly speaking, except in certain special cases, as for example
when ali the items of one output are included in the same proportions in
another output" (1936, 38) 10.

e la successiva immissione delle informazioni in matrice, la tentazione di seguire la


prima strada a prescindere da altre valutazioni può essere forte" (Pintaldi 2003, 1 9).
Analogamente, già Cicourel così commentava il lavoro dei demografi: "Demo­
graphers prefer to work with data they often know have drawbacks but with which
they fee1 'at home'. Tiùs is often the result of having easy access to information as­
sembled by local, state, national, and international agencies which is already
'packaged' in quantitative or quantifiable form. The data come from sources over
which the demographers seldom have any control aud their packaged character pre­
cludes breakdowns and assimilation of new infonnation which could permit more
theoretical alternatives" ( 1964, 138).
9. Naturalmente la tendenza a rendere il frutto di costruzioni e interpretazioni
una scatola nera non è un'esclusiva degli studi sulla qualità della vita. Nell'afferma­
zione "il quoziente di intelligenza è distribuito normalmente" i punteggi sul test per
accertare il quoziente di intelligenza sono trasformati in quozienti di intelligenza
tout court, con l'evidente conseguenza della loro reificazione (Andersen 1 994,
1 3 1). Inoltre, l' affermazione sùggerisce che la distribuzione (normale) sia dovuta a
processi naturali, ma gli items del test sono stati il frutto di un lungo lavoro intra­
preso proprio perché i punteggi si distribuissero nomralmente. "lq test scores do
exist, but not iq. lq is found in that land populated by Easter bunnies, unicoms,
tooth fairies, and other mythical creatures" (ivi, 1 32).
10. Come ricorda Yonay (1 998, 19 1 ), l'obiezione di Keynes è un capovolgimen­
to della sua posizione espressa nel 1930 in Treatise on Money. È però pur vero che
si era agli inizi degli studi sulla contabilità nazionale, e che lo stesso Keynes
nell'opera del l 9:16 apprezzerà il lavoro di Kuznets. pur sottolineandone la preca­
rietà: "it should not be difficult to compile a chart of the marginai propensity to
consume at each stage of a trade cycle from the statistics (if they were available) of
aggregate income and aggregate investrnent at successive dates. At present, howe­
ver, our statistics are not accurate enough (or compiled sufficiently with this speci-

65
3. Enumerazione e controllo sociale

Per comprendere pien amente r importanza degli indicatori sociali


e il ruolo che hanno avuto nel dibattito politico occorre risalire ai
processi che ne condizionano la costruzione ed alle modalità d'uso.
Per Weber l' amministrazione burocratica fonda il proprio dominio
sulla conoscenza, caratteristica che la renderebbe razionale ( 1 922a/
1 995, vol. I, cap. 3). Seguendo Weber ( 1922/1995, II, 48), Habermas
( 1962) considera calculability e impersonalità nell'amministrazione
statale come conseguenze dei bisogni del capitalismo borghese.
La relazione potere-conoscenza è analizzata dalla scuola di Fran­
coforte secondo l' ottica della divisione sociale del lavoro: compito
della scienza è "accumulare fatti e nessi funzionali di fatti nella
massima quantità possibile. L' ordinamento deve essere chiaro e per­
spicuo, dovendo consentire alle singole industrie di trovare subito la
merce intellettuale richiesta nell' allestimento voluto [ . . . ] Anche le
opere storiche devono fornire materiale. La possibilità di utilizzarlo
e valorizzarlo non va cercata direttamente nell'industria, ma - indi­
rettamente - nell' amministrazione" (Horkheimer e Adorno 1 966,
259). Si tratterebbe quindi - come sostiene Honneth ( 1 986, 1 1 8) a
proposito delle tesi dei due autori - di un sapere teso al controllo, un
"processo col quale la società impara a mantenersi in vita" attraver­
so il controllo strumentale della sua natura esterna e il controllo so­
ciale del suo mondo interno; "proprio perché razionalizzano il sape­
re di tale controllo accumulato socialmente sottraendolo alla sua
contingenza situazionale, le scienze partecipano al ciclo di civiltà,
del dominio umano sulla natura e della reificazione sociale". D' al­
tronde, l' adattamento delle tecniche di indagine della ricerca sociale
a scopi commerciali e amministrativi "quanto meno all'origine e co­
munque in larga misura, non fu qualcosa di estrinseco a una scienza
che [ . . . ] offre un sapere di dominio e non un sapere di cultura"
(Horkheimer e Adorno 1956, 142).
Analogamente Foucault fa rientrare l'attività di produzione delle
infmmazioni sulle condizioni di vita nella bio-politica, espressione

fie object in view) to allow us to infer more than higlùy approximate estimates . The
best for the purpose, of which I am aware, are Mr. Kuznets' figures for the United
States, though they are, nevertheless, very precarious"( 1 936, 127).

66
con la quale definisce la base istituzionale del sistema di potere for­
matosi in Europa, verso la metà del XVIII secolo (1978, 123). Nei
suoi studi il concetto di popolazione assume una rilevanza centrale: è
sulla popolazione, non sui soggetti, che si esercita il potere. Non su
un semplice gruppo numeroso, ma "esseri viventi retti da leggi e
processi biologici". Popolazione da studiare con cura per poterla
"usare" nella produzione di ricchezze, beni o altri individui. Proprio
perché "una popolazione può estinguersi o, al contrario, svilupparsi"
(ibidem), emerge in questo periodo il problema dell'habitat, delle
condizioni di vita urbane, dell'igiene pubblica, del modificarsi del
rappmto di natalità e mortalità: di come regolarne il tasso di crescita.
ta nascita di una o più scienze dedite alla produzione di informa­
zioni sulla popolazione è una conseguenza naturale dei nuovi assetti
di potere:

"Il potere produce sapere (e non semplicemente favorendolo perché lo ser­


ve, o applicandolo perché è utile); [ . . ] potere e sapere si implicano diretta­
.

mente l'un l' altro; [ . ] non esiste relazione di potere senza correlativa co­
. .

stituzione di un campo di sapere, né di sapere che non supponga e non co­


stituisca nello stesso tempo relazioni di potere. [ . ] Prestato al termine un
. .

senso diverso da quello che gli davano nel secolo XVTI Petty ed i suoi con­
temporanei, potremmo sognare una 'anatomia' politica. Non sarebbe lo stu­
dio di uno Stato inteso come un 'corpo' (coi suoi elementi, le sue risorse,
le sue forze), ma non sarebbe neppure lo studio del corpo e dei suoi contor­
ni presi come un piccolo Stato. Vi si tratterebbe del 'corpo politico' come
insieme di elementi materiali e di tecniche che servono da armi, collega­
menti, vie di comunicazione e punti d' appoggio alle relazioni di potere e di
sapere che investono i corpi umani e li assoggettano facendone oggetti di
sapere" (Foucault 1 975, 3 1 -32; corsivo mio).

L'analisi foucaultiana dell'enumerazione come mezzo di governo


è stata ripresa da quanti (Cohn 1 987, 224; Anderson B . 1 99 1 , 1 63;
Appadurai 1 996) hanno voluto sottolineare il potere esercitato dal
numero sugli individui per convertirli in oggetti da manipolarell.
Laddove il potere non è esercitato con ostentazione, agisce segreta­
mente, in modo insidioso: così come il censimento si è rivelato spes-

I l . D' altronde, tale impostazione era ravvisabile già nelle opere dello stesso
Petty: "And finally when wee have a cleere view of ali persons and things, with their
powers & familyes, wee shall bee able to Methodize and regulate them to the best
advantage of the publiq and of perticular persons" (1 660-61/1927, I, IV, 25: 90).

67
so uno strumento non solo di controllo sociale, ma di istituzionaliz­
zazione delle differenze.
. Non c'è accordo unanime nel considerare la normalizzazione e il
controllo dell'individuo come esito scontato della quantificazione.
Al contrario, secondo alcuni autori il passaggio al numero ha com­
portato una maggiore libertà per l' individuo: Sherman (200 1) affer­
ma che la quantificazione ha restituito all ' individuo la propria re­
sponsabilità, mostrandogli come la sua povertà non sia frutto di
aspetti da lui non controllabili. Porter ( 1 995; 2005) e Hess (2000;
2005) attirano l' attenzione sull'introduzione del termometro per rile­
vare la temperatura corporea: divenne uno strumento a disposizione
del singolo paziente che ne poteva usufruire senza dover necessruia­
mente ricon-ere a un intermediario (il medico e il suo giudizio).

"No doubt the quantification of body temperature is only one exarnple of a


new social technology. But the standardizations that prepared the way for
quantification in the hospital and in daily life did not sirnply serve to
docurnent, rneasure, contro! and regulate the individuai. They also
sornehow allowed the individuai to regulate and contro! this social
technology" (Hess 2005, 122).

Quanti hanno presentato le statistiche come una costruzione so­


ciale (Kitsuse e Cicourel 1 963; Hacking 1990; Rose 1 990; Poovey
1998) hanno colto l'autorità di norme statistiche e di comportamento
attraverso le quali si crea un linguaggio oppressivo di normalità ed
anormalità. Se la produzione di conoscenza è strettamente legata alle
relazioni di potere, anche la quantificazione è tecnologia soçiale: nu­
meri e statistiche sono le linee che connettono il mondo a quanto
Latour chiama centri di calcolo ( 1 987/1998, 3 13). Uno degli ele­
menti che rende modemo uno Stato è l'uso dei numeri come base
per la propria azione; ma una volta investite del potere politico, le
statistiche possono condizionare gli esseri umani (Eberstadt 1995,
1). Diventando ufficiali le statistiche concouono a plasmare la realtà
stessa, come ben ricorda Desrosières ( 1989, 232 e ss.).
Anche l' individuazione di qualcosa come un problema sociale è
frutto di negoziazione (Spector e Kitsuse 1 987). "È solo quando una
situazione ha significato per uno specifico gruppo di persone, e que­
sto significato è negativo, che essa può essere definita come un pro­
blema sociale" (Griswold 1994/2005, 142). Il problema sociale è un
oggetto culturale prodotto da quelli che Loseke chiama "autori di

68
pretese" (claims-makers), attori significativi legittimati socialmente
a sollevare problemi che saranno poi ritenuti rilevantil2. Il problema
così fabbricato diventa pienamente sociale "quando un pubblico giu­
dica che la questione sollevata è credibile" (Loseke 1 999, 37).
Non è però sufficiente che una situazione sia considerata non de­
siderabile, ma che se ne individui una soluzione: i bassi tassi di cre­
scita economica nelle società preindustriali non erano considerati un
problema. Né gli scienziati sociali sono partecipanti meramente pas­
sivi: la disoccupazione divenne un problema sociale quando - anche
per influsso di Keynes - si avvertì la possibilità di poterla ridurre, e
cessò di esserlo quando altri economisti sostennero l' inutilità di
qmilsiasi azione volta a combatterla (Yonay 1998, 207). L'esistenza
di un problema implica l'esistenza di una soluzione: "non conside­
riamo la morte un problema, perché essa non ha alcuna soluzione"
(Griswold 1994/2005, 1 5 1 ) .
Oltre a concolTere alla creazione d i nuove categorie sociali, la
raccolta sistematica di infmmazioni sugli aspetti più diversi delle so­
cietà ha facilitato apporti innovativi anche sul piano teorico, modifi­
cando l'unità di analisi. Le ricerche di Booth, · Rowntree, Bowley,
etc. hanno reso obsoleta la visione ideologica della pove1tà come
falla, patologia, da attribuire esclusivamente al singolol3. Analoga­
mente, la diffusione delle espressioni 'tasso di criminalità' attorno al
1 830 e 'tasso di disoccupazione' nei primi del 1 900 misero l' accen­
to sulla responsabilità collettiva piuttosto che su una sfortunata o ri­
provevole condizione di un singolo individuo (Himmelfarb 1 99 1 ,
4 1 ; Porter 1 995, 37). Le cause dei crimini e suicidi non sono più at­
tribuite esclusivamente alle patologie dei singoli, e le loro regolarità
diventano proprietà riferibili alla società nel suo complesso.

12. Best ( 1994) cita i casi dei dati sui bambini scomparsi e delle proiezioni sulla
forza-lavoro ad esempio di come l'accettazione acritica di statistiche inaccurate
possa influenzare il dibattito politico. Orcutt e Tumer (1993) esaminano poi come
giornalisti e disegnatori della carta stampata statunitense hanno usato i dati delle ri­
cerche sul consumo di droga da parte degli studenti per costruire un problema so­
ciale, trasformando lievi variazioni delle serie temporali in grafici allarmanti.
1 3 . "La sofferenza e il male sono amm onizioni della Natura; non possono essere
eliminati; e gli impazienti tentativi caritatevoli di cacciarli dal mondo tramite la leg­
ge, prima di averne conosciuto i fini, hanno sempre prodotto più male che bene":
cosi l' Economist commentava la Public Health Bill nel 1 848 (Abrams 195 1 , 25;
mia traduzione). Le masse di poveri erano Wla volontà divina e nulla doveva esser
fatto per contrastarla.

69
Un' ipotetica sociologia degli indicatori sociali dovrebbe indivi­
duare gli elementi che pmtano a considerare un indicatore come un
fatto sociale, tendenza che si manifesta nell'uso immutato anche do­
po molti anni la sua creazione, senza più interrogarsi sulle caratteri­
stiche che lo rendono valido, Alcuni autori (Block e Bums 1986,
768) usano in proposito il tennine frozen: "congelato" perché usato
sempre nello stesso modo, senza curarsi del contesto e dell' ambito
spazio-temporale, e perché - proprio perché congelato - diventa in­
sensibile ai cambiamenti delle proprietà per rilevare i cui stati era
stato ideato.
Nei paragrafi successivi esaminerò le modalità di costruzione di
alcuni degli indicatori e indici più diffusi nello studio delle condizio­
ni di vita. Mi concentrerò su quelli più diffusi nelle ricerche compa­
rate che hanno come unità di analisi lo Stato (capp. 5, 6 e 7), per poi
trattare - in modo necessariamente sintetico - alcuni problemi legati
alle rilevazioni basate sulle dichiarazioni degli individui (cap. 8).
Di ciascuno analizzerò i passaggi cruciali della trasformazione da
proprietà a variabile14, con particolare riferimento alle scelte com­
piute in tema di:
a) dimensioni ritenute fondamentali del concetto in esame;
b) indicatori;
c) eventuale sintesi degli indicatori in un indice.
Ogni passaggio è fondamentale per valutare la fedeltà dei dati e la
validità degli indicatori - sebbene la loro importanza sia abitualmen­
te misconosciuta, relegandone la trattazione a delle brevi "note me­
todologiche" che pochi leggono.

14. Gli aspetti più tecnici - standardizzazione e deflazione delle variabili - sa­
ranno trattati nel cap. 9; per facilitarne la lettura anche ai non addetti ai lavori farò
largo uso di esempi.

70
5. Il prodotto interno lordo (p il)

Ai primi del S ettecento - grazie a William Petty e Gregory King


in Inghilterra e a Pierre de B oisguillebert in Francia - si cominciò a
usare il concetto di reddito nazionale per studiare il benessere di un
Paese; ma solo nella seconda metà del secolo scorso - grazie agli
studi di John Maynard Keynes - esso è diventato centrale nel dibat­
tito e nelle analisi temiche (Castellino 1987, 5).
L'indice che prima degli altri si è affermato è s tato il prodotto in­
terno lordo (pil), cioè il valore di tutti i beni e servizi finali1 prodotti
in un paese2 in un dato periodo. La somma di tutte le voci, valutate
al prezzo di mercato, è pari al pil.

Il pii si calcola con la formula


Pii = C + I + G + (E - lm)
dove
Pii prodotto interno lordo,
=

C =spesa per consumo di beni e servizi,

l. Si escludono duplicazioni avvalendosi del concetto di valore aggiunto : a ogni


stadio della produzione di un bene viene contabilizzato, come parte del pil, solo il
valore aggiunto al bene in quello stadio della produzione e non il valore dei beni in­
termedi. Ad esempio, nel pil si include il prezzo di un' automobile ma non quello
dei pneumatici venduti al produttore dell' automobile.
2. A differenza del prodotto nazionale lordo (pnl), che può essere prodotto
all'estero. Ad esempio, il reddito dei cittadini italiani che lavorano in Svizzera fa
parte del pnl dell' Italia, ma non del suo pil perché non è prodotto all' interno dei
confini. I profitti percepiti dai proprietari stranieri di imprese che operano in Italia
fanno parte del pnl dei loro paesi e non del pnl italiano, ma allo stesso tempo fanno
parte del pil italiano perché prodotti in Italia (Dombusch e Fischer 1992, 5 1 ) .

71
I =investimenti;
G =spesa pubblica in beni e servizi; ·

E =valore delle esportazioni;


Im = valore delle importazioni.

Il pii è stato spesso usato come indicatore di benessere tout court,


implicitamente accettando l'assunto che a maggiore produzione cor­
risponde un maggior benessere. Nella concezione che Scidà defini­
sce meccanicista, lo sviluppo corrisponde alla "sommatoria dei valo­
ri di mercato creati dalla produzione" con finalità "di ordine mate­
riale e quantitativo" (1994-95, 1 3 1). E ciò a prescindere dall'utilità
della produzione stessa: mentre qualsiasi produzione è computata
nel pil come voce attiva, le perdite dovute a tali produzioni - basti
pensare ai costi ambientali - non sono inserite con segno negativo.
Anche se considerato più limitatamente come indicatore del be­
nessere economico, il pil presenta comunque diversi problemi, alcu­
ni facilmente risolvibili - su un piano tecnico - altri meno, perché di
natura semantica in quanto concementi la validità del rapporto di in­
dicazione.

l. Validità del pii

i) Il pil è funzione delle dimensioni della popolazione dello Stato


in cui si Iileva: maggiore la popolazione, maggiore il pil. Il numero
dei cittadini a parità di altri fattori non ha però alcuna relazione con
il concetto di benessere: in quanto aspetto estraneo al rapporto di in­
dicazione, occmTerà neutralizzame l' influenza. Prima di comparare
Paesi diversi, se ne nonnalizza il pil per il rispettivo numero di abi­
tanti; il prodotto intemo lordo pro capite (pii-pc) è pertanto una sti­
ma dei redditi dei suoi cittadini, nell' assunto che il valore della pro­
duzione si distribuisca in modo uniforme fra loro.
ii) Con il pil si rileva il valore della produzione a prezzi correnti,
cioè ai prezzi in vigore nel periodo di riferimento; si tratta quindi di un
pil - detto nominale - il cui valore è influenzato sia da vmiazioni della
produzione fisica sia da variazioni del livello generale dei prezzi3.

3. Il pil nominale può quindi aumentare da un anno all' altro anche in presenza di
un volume di produzione costante.

72
Per ovviare a tale difetto si usa il pii reale, nel quale i prodotti di
ogni anno sono valutati a prezzi costanti.
iii) Le comparazioni internazionali basate sul semplice pii-pc ri­
sentono del potere di acquisto della moneta, che varia da paese a
paese, o delle frizioni sui mercati che potrebbero imporre prezzi di­
versi (ad esempio difficoltà nel trasp01to della merce, dazi, etc.).
Una possibile risposta4 è l'uso della purchasing power parity (ppp):
la pmità del potere di acquisto è stimata comparando i prezzi di pa­
nieri di beni ritenuti rappresentativi della spesa dei residenti in cia­
scun Paese; ciò comporta la necessità di scegliere anche punti di ri­
levazione nei quali i prodotti abbiano un prezzo 1itenuto "tipico".
Per capire i problemi che possono sorgere basta pensare alle ricor­
renti polemiche sulla scelta dei beni da inserire nel paniere per la ri­
levazione dei prezzi al consumo e la stima dell'inflaziones.
iv) Una critica frequentemente rivolta al pii - ma non solo al pil6
- concerne le frequenti modifiche della definizione operativa: poiché
le modalità di rilevazione dei dati della contabilità nazionale sono
soggette a frequenti e spesso sostanziali revisioni, gli indici che si
avvalgono di tali informazioni non sono comparabili nel tempo.
v) Pur costantemente aggiornati, i dati della contabilità nazionale
non possono riflettere i miglioramenti intervenuti nella qualità dei

4. L' altra è data dal mer, market exclumge rate; per un confronto tra ppp e mer,
vedi Nordhaus (2005).
5. Particolarmente critico è l'Eurispes: nel comunicato stampa del 2 1 agosto
2003, ad esempio, si legge che "l'Istat sbaglia perché dispone di pochi punti di rile­
vazione diretta sul territorio, non esegue rilevazioni con personale proprio, si basa
su un paniere che è molto distante da quelle che sono le spese effettive della fami­
glia media italiana". Le polemiche, riprese con grande enfasi da parte dei media,
hanno portato alla costituzione di un Gruppo di lavoro da parte della Commissione
per la garanzia dell'informazione statistica (provvedimento del 4 maggio 2004),
"allo scopo di ricercare e possibilmente spiegare le ragioni che hanno fmito per
esporre le statistiche dei prezzi al consumo dell'Istat, da tempo ormai non più tra­
scurabile, ad una rilevante serie di critiche, talvolta anche particolarmente pesanti"
(Mattioli et al. 2005, 8). Pur respingendo le critiche - apparse, "nel loro complesso,
più rispondenti ad una precostituita logica d' attacco che finalizzati a porre sul tap­
peto utili elementi ad uno sviluppo corretto del dibattito" - il Gruppo di lavoro ri­
tiene "che, con la stessa cadenza con la quale vengono diffusi i valori medi dell'in­
flazione, siano calcolati e pubblicati gli opportuni indici di vruiabilità, ciò al fine di
consentire una corretta lettura ed interpretazione della misura media dell'inflazio­
1 45-146).
ne" (ivi,
6. Vedi il paragrafo seguente.

73
beni; a distanza di anni, a parità di prezzi (o talvolta a prezzi inferio­
ri) è possibile trovare sul mercato b eni di qualità superiore, come nel
caso di computers, telefoni, etc.; tuttavia il divario tecnologico non è
considerato nel computo del pil.
vi) n pii è calcolato a prezzi di mercato7, ma alcuni beni e molti
servizi sono di difficile o impossibile valutazione: il lavoro domesti­
co, i servizi della pubblica amministrazione, le attività di volontaria­
lo, etc. Non esistendo in tali settori un vero e proprio mercato, come
assegnare loro un prezzo? A questo interrogativo finora non è stata
data una risposta univoca: il lavoro domestico, così come le attività
di volontariato, non rientrano nel calcolo del pil; i servizi pubblici
sono valutati in base agli stipendi degli occupati nella pubblica am­
ministrazione. L'esclusione delle attività non di mercato rende per­
tanto inopportuno usare il pii per valutare le economie di Paesi nei
quali gran parte della produzione è agricola e viene consumata diret­
tamente dal produttores. Da qui gli effetti perversi di politiche che -
pensate e promosse per aumentare il pil - possono minare l' econo­
mia locale disLnJggendo le reti informali presenti sul territorio. "Die­
ci ore giornaliere di lavoro agricolo nella comunità di villaggio, de­
stinate all' autoconsumo della famiglia o agli scambi locali non mo­
netizzati, non rientrano nel conto del pil, anche quando producono
risorse alimentmi sufficienti a mantenere tre o quattro persone, oltre
a quelle consumate dall' unità lavorativa considerata. Ma se la stessa
unità lavorativa si trasferisce in città e viene assunta come operaio,
con un orario di dieci ore al giorno, il reddito monetm·io che ne trae
viene contabilizzato come un aumento del pil, pur nel caso in cui
detto reddito sia appena sufficiente a mantenere la persona stessa,
consegnando alla povettà i familiari rimasti al villaggio" (Gallino
2000, 121).
vii) Non tutti i beni e servizi prodotti valutabili in linea d i ptinci­
pio a prezzi di mercato sono effettivamente computati nel pii: servizi
lavorativi non regolarmente registrati, gioco illegale, spaccio di stu-

7. Il prezzo di mercato di molti beni include imposte indirette - imposte sul va­
lore aggiunto o di fabbricazione. n prezzo di mercato dei beni, pertanto, non è pari
a quello che il venditore percepisce (Dombusch e Fischer 1992, 5 1 ).
8. Per sopperire a tali carenze è stato proposto, tra gli altri, il mew (measure of
economie welfare) da Nordhaus e Tobin ( 1972), successivamente rinominato new
(net economie welfare) da Samuelson e Nordhaus ( 198511992).

74
pefacenti, etc. Ciò ha conseguenze più o meno gravi a seconda del
p eso dell' economia sommersa9: Dombusch e Fischer ( 1 992, 54) sti­
mano che negli Stati Uniti l'incidenza dell' economia sommersa sia
tra il 3 e il 33% del pii; in Canada tra il 4% e il 22%. Secondo le sti­
me dell' Istat (2008, 4) in Italia il valore aggiunto dell'economia
sommersa per il 2006 è compreso tra un minimo del 15,3% e un
massimo del 1 6,9% del pil.
viii) Esistono ancora molte lacune nelle procedure di rilevazione
delle informazioni, persino in ambiti particolarmente rilevanti. Come
ricorda Scidà ( 1994-95, 136), "dati di base fondamentali, come l' en­
tità della popolazione di uno Stato, sono spesso assolutamente incer­
ti specie se riferiti a paesi che, di solito per carenza di fondi pubblici
adeguati, non sono ogni decennio sottoposti ad un censimento di ti­
po standard ma a semplici proiezioni basate su indagini campiona­
rie". Srinivasan afferma poi che i dati relativi al pii di molti stati
presentano problemi di copertura incompleta, eiTori di misurazione e
distorsioni ( 1994a, 240-241) e che la gravità e la significatività di ta­
li problemi variano presumibilmente nello spazio e nel tempo, ren­
dendo vane le comparazioni (1994b).
ix) n pil-pc rileva i redditi che gli individui percepirebbero se il
pil fosse equamente distribuito, ma la distribuzione è ovviamente di­
seguale, e l'entità di tali disuguaglianze varia molto da Paese a Pae­
se. Non è pertanto in grado di rispecchiare l' effettiva fruizione della
produzione e della ricchezza all'interno del singolo Paese. Su questo
si tomerà nei capitoli 7 e successivi.
Un famoso economista ha affermato che il pii e le altre voci della
contabilità nazionale sono da annoverare tra le grandi invenzioni del
ventesimo secolo (Nordhaus 2002, 4). Dagli stessi economisti, però,
giunsero le prime critiche all'uso spregiudicato e fuori luogo del pii
come indicatore di benessere sociale; lo stesso Kuznetslo ricordò
l'importanza di distinguere tra quantità e qualità della crescita, tra i

9. Come ricordano Dombusch e Fischer (1992, 54), le stime differiscono anche


in relazione alle istituzioni che le compiono: negli Stati Uniti il National Bureau of
Economie Research attesta l'incidenza dell'economia sommersa al 3% o meno del
pii, l'Internai Revenue Service all ' 8%.
1 0. Premio Nobel per l'Economia nel 197 1 , cui molti attribuiscono il merito del­
la creazione del sistema di contabilità nazionale (Sna, System of National Ac­
counts) negli anni trenta.

75
suoi costi e i suoi benefici e tra il breve e il lungo periodo (19 62,
29). Nordhaus e Tobin, in un ormai celebre saggio, scrivevano:

"Gross national product statistics cannot give the answers, for GNP is not a
measure of economie welfare [ . . ]. Economists ali know that, and yet their
.

everyday use of GNP as the standard measure of economie performance


apparently conveys the impression that they are evangelistic workshipers of
GNP" (1972/1973, 51 2).

Sin dall'inizio si lichiamava l' attenzione sulle conseguenze del­


l' incompletezza della contabilità nazionale a causa della presenza di
attività economiche non lilevate e non rilevabili. La supremazia del­
la concezione meccanicista era palese soprattutto "sul piano pratico,
cioè nel momento in cui i diversi esperti, specialisti di scienze socia­
li, erano chiamati dai governi a fornire indicazioni da tradurre in
scelte operative per la predisposizione di semplici progetti o più
complessi programmi di sviluppo" (Scidà 1994-95, 133).
Per rispondere a tali critiche si è tentato di includere stime di
aspetti abitualmente trascurati, come quelli relativi all' ambiente, ai
trasporti, al tempo libero e al lavoro non rellibuitol l . Più recente­
mente, Nordhaus (2004, 4) ha richiamato l' attenzione sul fatto che
la contabilità nazionale non liflette adeguatamente il benessere eco­
nomico perché troppo concentrata su misure concernenti il prodotto
lordo piuttosto che su quello netto o sui redditi.
D' altronde, la contabilità nazionale è "l' insieme dei principi e dei
metodi con cui si rappresentano, per mezzo di conti sistematicamen­
te collegati fra loro e con riguardo all' intera nazione, i dati relativi
alla produzione, al consumo, all'investimento e così via" (Castellino
1987), e non è lecito attendersi qualcosa di diverso. Molte delle ac­
cuse rivolte alla letteratura di area economica sullo sviluppo sono
inoltre frutto di "una cruicatura costruita a posteriori semplicemente
perché faceva comodo ai loro critici" (Scidà 1994-95, 1 33); altre so­
no state accolte "con quella benevola negligenza che consente poi di
ignorarle del tutto senza disdicevoli polemiche" (ibidem). Piuttosto,
le critiche andrebbero rivolte a chi - per mancanza di consapevolez­
za metodologica o per inerzia - continua a usru·e il pil come indica­
tore di benessere sociale, istituendo un discutibile rappmto di rap­
presentanza semantica.

l l . Sul punto si veda Eisner ( 1989), Nordhaus e Kokkelenberg (a cura di, 1999).

76
6. Oltre il pil: l 'indice di sviluppo umano

All' identità fra produzione e benessere implicita nel concetto di


pil si è contrapposta la concezione di sviluppo che Scidà (1994-95,
1 3 1) definisce organica, secondo la quale "lo sviluppo è dato dal
complesso di elementi derivanti dalla promozione della popolazione
considerata (cultura, salute, convivenza civile, etc.)". D ' altronde, il
reddito non è mai stato l'unico parametro dello sviluppo nemmeno
per gli economisti; già Lewis ( 1 955, 420-42 1 ) concepiva la crescita
in funzione dello sviluppo umano: il vantaggio della crescita econo­
mica non era per lui l'aumento della ricchezza ma l'aumento delle
possibilità di scelta per l'individuo. La crescita economica consente
all'uomo un maggiore controllo sul suo ambiente, e quindi aumenta
la sua libertà1•
Ne1 1969 l'Intemational Labour Office lancia il World Employment
Programme, nel quale sottolinea la necessità di affiancare ai parame­
tri della crescita economica lo studio delle condizioni di vita, in par­
ticolare di quanti - pur lavorando al massimo delle loro possibilità -
sono comunque in condizioni di povertà. Nel 1976 organizza la Tri­
partite World Conference on Employment, Incarne Distribution and
Social Progress, and the Intemational Division of Labour2, centrata
- così come il rapporto che ne consegue - su un approccio allo svi­
luppo che sarà definito dei basic human needs. L'espressione basic
human needs tiene presente risorse come acqua, educazione e sanità,
cibo e vestiario, andando oltre la mera povettà in termini monetari:

l . Così anche Buchanan e Ellis ( 1 955).


2. Nota come World Ernployrnent Conference.

77
sono infatti considerati aspetti come la partecipazione sociale, il di­
ritto al lavoro, l'autonomia e il potere di intervenire nei processi de­
cisionali. L' approccio non è certamente nuovo, ma è la prima volta
che un'organizzazione intemazionale lo pone al centro di una sua
pubblicazione ufficiale (Cobbe 1 976, 7 14).
Già attiva negli anni Sessanta e Settanta, nel 1982 l'Oecd lancia il
Programme for Work on Social Indicators (Oecd 1982) che - insieme
al System of Social and Demographic Statistics (United Nations 1975)
- influenzerà pesantemente i modemi sistemi di reportistica (Noll
2004, 166). Tuttavia l'Oecd non riesce a convertire la sua ambiziosa
iniziativa in un'attività regolare e continua nel tempo e il programma
sugli indicatori sociali è annullato nella metà degli anni Ottanta dopo
la prima (e unica) pubblicazione - Living Conditions in Oecd Coun­
tries salvo poi riprenderlo nel 200 l con Society at a G/ance - Oecd
-

Social lndicators (Oecd 2001). Ne1 2005 è inoltre pubblicata la prima


edizione di Oecd Factbook, pubblicazione on line basata su indicatmi
chiave per gli aspetti economici, ambientali e sociali.
Nel 1990 l'Undp3 comincia a pubblicare - a quasi trent' anni dalla
sua istituzione, avvenuta nel gennaio del 1966 - una serie di rapporti
sullo sviluppo umano4, il cui esplicito obiettivo è spostare il centro
delle politiche per lo sviluppo dalla contabilità nazionale alla perso­
na. Mahbub ul Haq ( 1 995, 23) - uno dei promotori del nuovo ap­
proccio dell'Undp - sottolinea che il reddito è solo uno degli ele­
menti che defmiscono la qualità della vita umana, e che salute, edu­
cazione, ambiente fisico e libertà - per citarne solo alcuni - possono
essere importanti quanto il reddito. La crescita del pil, pur essendo
un elemento necessario per lo sviluppo umano, non è sufficiente:
"income is a means, not an end" (Undp 1990, 1 0). Le scelte
dell'Undp sono influenzate in particolare dalle idee di uno dei colla­
boratori di ul Haq, Amru.tya K. Sen5, sostenitore della· necessità di

3. United Nations Development Programme.


4. Il tema centrale del Rapporto cambia ogni anno: dai problemi defrnitmi dello
sviluppo umano a quelli relativi alla sua operativizzazione; dalla relazione tra cre­
scita economica e sviluppo umano al finanziamento dello sviluppo, ai diritti umani.
L'elenco di questi rapporti è disponibile all'indirizzo http://hdr.widp.org/reports, dal
quale è possibile sc:uicarli gratuitamente, in inglese, in formato elettronico (in Italia
sono pubblicati da Rosenberg & Sellier).
5. Vincitore nel 1 998 del Premio Nobel per l'economia. Secondo Fakuda-Parr
(2003, 301) i rapporti annuali dell'Undp stanno usando l'approccio delle capabili­
ties di Sen come quadro concettuale nelle loro analisi.

78
ampliare il concetto di libertà, comprendendo sia la "libertà da" sia
la "libertà di": "human development is a process of enlarging peo­
ple's choice"6 (Undp 1 990, 10). Secondo Sen (198411992, 327) il
processo di sviluppo econonùco "deve occuparsi di ciò che le perso­
ne possono o non possono fare: ad esempio se possono vivere a lun­
go, evitare le malattie curabili, essere ben nutrite, saper leggere, scri­
vere e comunicare, prender parte agli studi letterari e scientifici e
così via". Riprendendo un passo di Marx e Engels nell' Ideologia te­
desca, Sen afferma che compito dello sviluppo econonùco è consen­
tire di sostituire il dominio delle circostanze e del caso sugli indivi­
dui con il dominio degli individui sul caso e circostanze (ibidem).
Secondo questa prospettiva, occorre distinguere tra attribuzione7 -
i panieri di merci a disposizione di un individuo in una data società
- e capacità che possono essere acquisite sulla base di tali attribu­
zioni; lo sviluppo econonùco può essere visto come un processo di
ampliamento delle capacità delle persone (ibidem) .
Ul Haq era convinto che non si sarebbe mai riusciti a sostituire il
pil con un insieme di tabelle su questi argomenti: sarebbero magari
state guardate con rispetto, ma si sarebbe continuato ad usare il pi18.
Per spezzarne il dominio e rendere competitivo l' approccio basato
sullo sviluppo umano riteneva necessaria una misura semplice e
"volgare" come il pii, ma non così cieca nei confronti della vita
umana: ciò sarebbe servito non solo a integrare il pil, ma a richia­
mare interesse sulle altre variabili comprese nei rappm1i sullo svi­
luppo umano. Ul Haq ha puntato sul fascino delle cifre, di cui si di­
ceva al capitolo 4: a giudicare dal risalto attribuito alla pubblicazio­
ne dei rappmti annuali è stata una mossa vincente - pur se qualche
ombra ne offusca il successo (vedi infra).
Fin dal primo rapporto dell'Undp ( 1990) i Paesi sono ordinati sul­
la base di un indice di sviluppo umano9 (isu), composto da indicato­
ri concernenti tre dimensioni: longevità, conoscenze e standard di

6. Il termine capabilities - centrale nell ' approccio di Sen - è stato sostituito fm


dal primo rapporto dell'Undp del 1990 da choices, termine più ambiguo e povero
dal punto di vista teorico; le ragioni non sono chiare nemmeno a Sakiko Fakuda­
Parr. direttrice dell équip e che ha redatto alcuni rapporti a partire dal 1 995.
'

7 . Il concetto di attribuzione è analizzato in Sen ( 198 1 ).


8. Sen ( 1 999, 23) riporta un verso di T.S. Eliot: "Human kind cannot bear very
much reality".
9. Dall'inglese human development index, hdi.

79
vita. La scelta degli indicatori ha subito modifiche nel tempo, così
come mostrato nella tab. 6. 1 ; gli indicatod attualmente in uso sono: ·

l . speranza di vita alla nascita per la dimensione longevità;


2. tasso di alfabetizzazione degli adultiIO (con un peso pari ai due
terzi) e tasso di iscdzione ai diversi gradi di istruzione primario,
secondruio e terziario (con un peso prui a un terzo) per la dimen­
sione conoscenza;
3. pil pro-capite (in $ usa ppp) per la dimensione standard di vita.
A ogni dimensione è stato assegnato lo stesso peso: l' isu riassume
le infmmazioni raccolte sulle tre dimensioni attraverso la media de­
gli indici di longevità, conoscenza e standard di vital i come dalla
formula [6. 1 ] :

(lsv + le + Ipil)
isu = [6. 1 ]
3

Il valore dell'iso, compreso tra O e l , indica quanto ciascun Paese


è prossimo all' obiettivo di consentire ai propri cittadini una speranza
di vita pari a 85 anni, l' accesso alla conoscenza e un livello decente
di reddito. Il massimo teorico dell' indice (isu = l ) significa che quel
dato Paese ha conseguito tutti questi obiettivil2.
Per poter costruire l'indice occorre ricondurre i dati di ogni varia­
bile a un'unica scala, normalizzandoliB secondo la formula [6.2]:

X; - xmin
[6.2]
xm - x .
----

ax. m1n

10. Percentuale della popolazione al di sopra di 15 anni in grado di leggere, scri­


vere e comprendere un breve testo sulla vita quotidiana.
1 1. Per un esempio di costruzione dell'isu, vedi infra. Nei rapporti dal 1990 al
1993 anche la procedura di costruzione dell'indice è diversa: per ciascuna dimen­
sione si definisce un indice di depiivazione; la media dei tre indici viene sottratta
da l , ottenendo cosl l'isu.
12. È ormai abituale confrontare le posizioni occupate da un Paese nelle gradua­
torie costruite a partire dall'isu e dal pil; se la differenza è negativa (isui<pil;) signi­
fica che buona parte della capacità produttiva del Paese non è usata per migliorare
il benessere dei suoi cittadini.
13. Cfr. capitolo 9.

80
Nei quattro rapporti pubblicati dal 1 990 al 1 993 gli estremi
dell'intervallo di variazione (xmax e xmin) erano i rispettivi valori em­
pirici, cioè il valore più basso e più alto della distribuzione di cia­
scuna variabile. Ciò ha sollevato molte perplessità: comparare l'isu
dello stesso paese di anni diversi comportava complicate rielabora­
zioni dei dati; l 'isu di un Paese, infatti, poteva cambiare anche solo a
causa della variazione dei valori del Paese posto ad uno degli estre­
mi della classifica.

Supponiamo che l' aspettativa di vita in Ruritania nell' anno l sia di 40 anni
e che l'intervallo di variazione per l'insieme dei Paesi sia [20, 60] . All' an­
no 10, la situazione in Ruritania è migliorata: l'aspettativa di vita è pari a
50, ma anche la situazione internazionale è cambiata e il nuovo intervallo
di variazione è [30, 80]. L'indice di longevità per la Ruritania diminuisce
da 0,5 [=(40-20)/(60-20)] a 0,4 [=(50-30)/(80-30)], nonostante il consi­
stente miglioramento nell' aspettativa di vita (Undp 1991, 96).

Tale limite è stato inizialmente ignorato: si è anzi rivendicata


l' opportunità di costmire un indice per valutare la posizione relativa
di un paese in un dato punto nel tempo. Secondo Anand e Sen
( 1994, 8-9), l'analisi doveva essere condotta considerando l' ordine
dell'insieme dei Paesi, senza dare significato al valore assoluto di
quell'indice. Le ctitiche però hanno convinto a rendere l'isu compa­
rabile tra gli anni, e nel 1 994 si sono fissati a primi gli intervalli di
variazione delle quattro variabili come da tab. 6. 1 .
Gli estremi infeliori dell' intervallo di variazione sono stati deter­
minati considerando i valori osservati nei trent'anni precedenti: per
gli estremi superimi si sono usati i valori previsti per i trent'anni
successivi, stabilendo che erano obiettivi da raggiungere (Undp
1 994, 92); da quell' anno rimangono - o avrebbero dovuto rimanere
- costanti nel tempol4. Così, 85 anni è la speranza di vita alla nasci­
ta prevista dagli studi demografici e medici; 40.000 $ (in $ usa ppp
1 990) il reddito massimo degli Stati più ricchi stimato in base ai tas­
si di crescita economica (ibidem). Il cambiamento degli estremi

14. Tuttavia il valore mirtimo del pii pro-capite viene aggiornato nel 1 995 da
200 a 100 dollari usa ppp. Altro cambiamento concerne l'indice del pii: fino al
Rapporto del l 993 le principali fonti di informazione per le tavole del ppp sono sta­
te le Penn World Tables; dal 1994 sono state sostituite con le stime della Banca
Mondiale (Undp 1 994, 92).

81
Tab. 6.1 - Cambiamenti nel tempo degli indicatori e degli estremi dell 'intervallo usato per normalizzare le variabili

longevità conoscenza livello di vita

(a) (b) (c) (d) (e) (f) fonte: Undp

min max min max min max min max min max max
- - - -
isu 1 990 4 1 ,8 78,4 12,3 100 220 4.861 1 990, 109
- -
isu 1991 42,0 78,6 1 3,3 100 0,1 12,2 350 1 9 .850 1 99 1 , 9 1 ; 1993, 108, tab. 2.1
- -
isu 1992 42,0 78,6 1 8,2 100 0,1 1 2,3 367 20.998 1993, 1 0 1 ; 108, tab. 2. 1 ·
isu 1993 42,0 78,6 367 2 1.449 1993, 1 0 1 ; 108, tab. 2. 1
- -
isu 1994 25 85 o 100 o 15 200 40.000 1994, 108
- -
isu 1995- 25 85 o 100 o 100 100 40.000 1 995-2008, nota tecnica
Co
N 2008

(a) speranza di vita alla nascita (anni); (b) tasso di alfabetizzazione degli adulti (%); (c) media degli anni di scolarizzazione; (d) tasso lordo di iscri­
zioni; (e) pii reale pro-capite in $ usa ppp; (f) linea di povertà - media dei dati ufficiali di nove Paesi industrializzati, $ usa ppp.
dell'intervallo ha avuto ripercussioni su tutti i punteggi dell' isu: 62
Paesi erano classificati come "a basso sviluppo umano" nel 1 993;
solo 55 nel 1 99415 (ivi, 93).
Del reddito - surrogato di tutte le dimensioni dello sviluppo
umano che non sono riflesse in una vita lunga e sana e nella cono­
scenza (Undp 2004, 259) - si considera il logaritmo in base 1 0
perché l a sua utilità, oltre una certa soglia, è ritenuta decrescente16.
Per determinare l' indice pil di ciascun Paese si usa pertanto la for­
mula [6.3] :

log(x) - log(xmin)
[6.3]
lpil = log(x ) - log(xrni )
max n

dove xi è il pii pro-capite del Paese in questione.

Procediamo a calcolare l' isu per l'Italia.


L' aspettativa di vita in Italia nel 2004 è pari a 80,2; il relativo indice è pari
a 0,92.

80 2 - 25
Indice di aspettativa di vita = I
sv =
• = O' 92
85 - 25
L'indice di educazione è dato dalla somma ponderata dell'indice di alfabe­
tizzazione degli adulti e dall'indice delle iscrizimù ai diversi gradi di istru­
zione. Si ha quindi:

98,4 - 0
Indice di alfabetizzazione degli adulti (iad) = = 0,98
100 - 0

89 - 0
Indice di iscrizione alle diverse classi (ii) = = 0,89
100 - 0

15. Sui problemi posti dalle procedure di normalizzazione, si veda anche Anand
e Sen ( 1994, 7- l O).
1 6. Nel primo Rapporto del 1990 il reddito è stato trasformato nel suo logaritmo
in base 1 0. I logaritmi in base IO comprin1ono la scala: basta pensare che lO, 100,
1 .000 e 1 0.000 diventano I. 2. 3 e 4. Tra il 1991 e il 1 998 la tecnica di trasfonna­
zione cambia e impiega la formula più complessa di Atkinson (Undp 1991) che pe­
nalizza il pii-pc reale al di sopra di una certa soglia. Dal 1999 si ritorna ai logaritmi
in base 1 0, che riproducono un incremento graduale senza mai annullarlo completa­
mente (Undp 1999).

83
L'indice di educazione sarà quindi

I = I_ iad + _..!_ ii = I_ 0,984 + __!_ 0,89 = 0,95 17


e 3 3 3 3
Il pii-pc per l' Italia del 2004 è pari a 28. 1 80 dollari ppp, per cui l'indice
sarà pari a:

log(28. 1 80) - log(IOO)


Indice pii = = 0,94
Ipit = log(40.000) - log( l OO)

L'isu sarà quindi

isu = _!_ lsv + _!_ le + _!_ Ipil = _!_ 0,92 + ..!._ 0,95 + _!_ 0,94 = 0,94
3 3 3 3 3 3

l. Validità dell'iso

i) All'iso è attribuito innanzitutto il difetto che ogni indice - per


definizione, sintesi di indicatori - non può evitare: quello di celare
informazioni che potrebbero rivelarsi preziose. Ma oltre a questa ov­
via critica, se ne può rivolgere un'altra, che viene raramente espres­
sa: due dimensioni su tre sono operativizzate con un solo indicatore,
incorrendo in quella distorsione che Coombs ( 1 953, 476) ha definito
"operazionismo al contrario", in quanto gonfia "indebitamente
l'estensione semantica degli indicatori" (Marradi 1984, 39). Distor­
sione in larga misura evitabile solo ricoiTendo a molti indicatori per
ciascuna dimensione del concetto.
ii) Così come il pii, l' isu non contempla alcuna informazione sul­
le distribuzioni degli indicatori entro ciascun Paese. Se questo può
essere comprensibile per il pii (ideato per stimare il valore della
produzione di un Paese e nulla più), lo è molto meno per l' isu, che
è inteso come una stima del benessere. A tal fine riportare un coef­
ficiente di dispersione - quale il coefficiente di variazioneiS - per

17. Il valore riportato in Undp (2006, 283, tab. l ) è 0,96: la differenza può esse­
re imputata a arrotondamenti.
1 8. È infatti opportuno basare il confronto sui coefficienti di variazione piuttosto
che sugli altri valori sintetici della dispersione (devianza, varianza, scarto-tipo) ogni
volta che si vogliono confrontare le dispersioni di due variabili aventi medie non
trascurabilmente diverse (Marradi 1993, 1 30).

84
ciascuna componente dell' indice potrebbe già dare indicazioni pre­
ziose19.
iii) L'isu è stato proposto per far risaltare la multidimensionalità del
concetto di benessere e per spezzare il nesso biunivoco reddito-benes­
sere; ciononostante il valore del pil-pc continua a pesare per 1/3 sul to­
tale dell' indice. La scelta di assegnare un peso uguale alle tre dimen­
sioni dell' isù è stata spesso al eentro di critiche contrapposte: da un la­
to chi ritiene eccessiva l 'importanza riconosciuta al pil, dall' altro chi
litiene che al pil andrebbe assegnata un' importartZa maggiore. Tra
questi ultimi Kelley ( 1991 , 3 19) sostiene che il reddito può essere im­
piegato per modificare lo stato sulle altre due propdetà, comprando
servizi che possono migliorare salute o istruzione. Inoltre (ancora se­
condo Kelley) assegnare un peso maggiore al pil sarebbe appropriato
perché in alcuni Paesi gli individui potrebbero usare il loro reddito per
espandere le proprie scelte (capabilities) in ambiti diversi da salute o
educazione20. C'è poi chi sostiene che - a causa della soggettività insi­
ta nel processo di ponderazione - il dcorso a pesi uguali dovrebbe es­
sere la regola e l'uso di pesi diversi sarebbe legittimo solo se adeguata­
mente circostanziato (Babbie 1995, 161-175). Come se una pondera­
zione con pesi pru.i a l fosse una scelta meno arbitraria delle altre21.

1 9. Il tema della distribuzione degli indicatori entro ciascun Paese era già pre­
sente nel rapporto del 199 1 : "lt is a national average that conceals important diffe­
rences in the regional, local, ethnic and personal distributions of human develop­
ment indicators" (Undp 1 99 1 , 1 6). Nella stessa pagina sono riportati i dati per l' ac­
cesso all' acqua potabile (nell'Africa sub-sahariana, 26% delle aree rurali contro il
74% delle aree urbane), per l' aspettativa di vita alla nascita (in Messico, 53% per la
popolazione a basso reddito contro il 73% per la popolazione ad alto reddito); per il
tasso di alfabetizzazione (in Pakistan, l' alfabetizzazione femminile è pari a meno
della metà di quella maschile) e per i tassi di mortalità infantile (nel nord-est del
Brasile circa il doppio di quella del resto del Paese).
20. La scelta di assegnare pari peso alle tre din1ensioni dell'isu viene difesa dal­
lo stesso Undp citando lo studio di Tatlidil ( 1 992), che sarebbe giunto a coefficienti
di ponderazione simili attraverso l'analisi in componenti principali (Undp 1 993,
1 1 0). Con l' analisi in componenti principali i pesi sono attribuiti in base alla quota
di varianza dell'insieme di variabili di partenza riprodotta dalla prima principale
componente di quella particolare dimensione. Sul punto si vedano Ram ( 1 982, 230-
232), Slottje ( 1 99 1 , 686-688), Di Franco e Marradi (2003, cap. 6). Alternativamente
si possono ponderare i coefficienti delle dimensioni per i coefficienti di correlazio­
ne o regressione con variabili non incluse nell'indice, procedura che Slottje ( 1 99 1 ,
686-688) definisce hedonic weighting.
2 1 . Sulla fittizia oggettività dell'equiponderazione vedi Tufte ( 1 970), Marradi
( 1984, 69 e ss.).

85
iv) Voler considerare lo sviluppo un fenomeno multidimensionale
dovrebbe avere un prezzo, che l' attuale isu non paga. Sommare gli.
indici delle tre dimensioni e calcolarne la media implica fungibilità,
sostituibilità: cioè assumere che lo squilibdo fra i vati aspetti non
abbia Iisvolti negativi sullo sviluppo complessivozz. Ma l' assunto . di
completa sostituibilità contraddice lo spmto con cui si è giunti alla
costruzione dell' isu: se longevità o conoscenza sono entrambi indi­
spensabili per definire il livello di sviluppo di un paese, è contrad­
dittorio considerarli sostituibili con un più alto livello di reddito pro­
capite e non prevedere meccanismi di penalizzazione per quei Paesi
che si allontanano dal punto di equilibrià23. L' isu della Sierra Leone,
ad esempio, ha lo stesso valore nel 2000 e nel 200 1 . I dati relativi
alle tre componenti erano, per l' anno 2000, longevità = 0,23, cono­
scenza = 0,33 e standard di vita = 0,27; nell' anno 200 1 i valori era­
no rispettivamente 0, 16, 0,41 e 0,26. Il valore dell'isu, cioè della
media aritmetica dei tre indicatori, è lo stesso nei due anni (0,276):
la diminuzione di 0,07 punti nell' indice di longevità e di 0,01 punti
nel reddito è stata compensata dall' aumento di 0,08 punti dell' indice
della conoscenza (Palazzi 2004, 293 e ss.).

Sono state proposte varie formule per calcolare l'indice in modo da tener
conto dello squilibrio (Noorbakbsh 1 998; Chakravarty 2003). Casadio Ta­
rabusi e Palazzi (2004) propongono un algoritmo detto della "media conca­
va" per comprimere il valore dell'indice in modo proporzionale al livello di
squilibrio tra le variabili che lo definiscono:

N
wi (yi - ai e-b,y,)
L
i=l
ime = .;_;;____
N ___ [6.4]
L
i=l
w.
l

22. Su tali aspetti, si vedano Sagar e Najam (1998), Palazzi e Lauri (1998), Mor­
se (2004), Casadio Tarabusi e Palazzi (2004a e 2004b) e Palazzi (2004). Palazzi e
Lauri (1998), Casadio Tarabusi e Palazzi (2004) e Palazzi (2004) usano l'espressio­
ne 'grado di sviluppo sostenibile' - invece di 'grado di sviluppo equilibrato' - per­
ché la sostenibilità è un concetto dinamico, mentre l'equilibrio richiama una conce­
zione slalica che poco si adatta alle caratteristiche dello sviluppo (Palazzi 2004,
281).
23. Si vedano Desai ( 1991); Sagar e Najam (1998, 25 1 e ss.); Chakravarty
(2003, 99); Palazzi (2004, 282).

86
dove
y :::;; variabili normalizzate24 lispetto all' intervallo di variazione [0, 1],
w :::;; rispettivi pesi,
a, b :::;; parametri delle penalizzazioni.
Nel caso dei tre indici che confluiscono nell'isu (N=3), l' espressione
dell' indice sarà data dalla fommla [6.5]:
w I- (y l - a l e-b,y,) + w2 (y2 - a2e-b,y,) + w3 (y3 - a3 e-h,y,)
isumc = ------ [6.5]
w l + w2 + w3
Nel caso in cui i pesi attribuiti siano uguali (w1=w2=w3= 1 ) così come i
parametri della correzione (al=a2=a3=b 1=b2=b3=1), l'espressione dell' in­
dice sarà data dalla formula [6.6]:

YI -
e-y, + y2 - e-y, + y3 - e-y,
isumc = ----------- [6.6]
3
In conseguenza della nuova formula di ponderazione dell'isu, fra il 17 e il
22% dei paesi analizzati migliorano o peggiorano la loro posizione in gra­
duatoria di almeno due gradini (Palazzi 2004, 293 e ss.).

v) Affermare che ciascuna dimensione ha uguale peso sull 'isu è in'


parte fuorviante: ciascuna variabile ha infatti un proprio intervallo di
variazione, diverso dalle altre, e ciò fa sì che il cambiamento di
un'unità avrà conseguenze differenti.

Supponiamo che gli intervalli di variazione siano 60 (25-85) per la speranza


di vita, 100 (0-100) per la conoscenza, 100 (0-100) per il tasso di iscritti a
scuole di valio ordine e grado. L'aumento di un anno nell' aspettativa di vita
corrisponde a 1/60 (pari alla sua incidenza sull'intervallo di variazione), il
che però non costituisce ancora il suo peso sull'isu, poiché ogni dimensione
pesa per 113. n peso sull'isu sarà quindi dato da 11180 (=1160* 113).

Almeno questo difetto sarebbe facilmente rimediabile: sarebbe


sufficiente applicare la standardizzazione anziché la modalità di nor­
malizzazione basata sull'intervallo di variazione25. La standardizza-

24. In questo caso gli estremi sono i valori massimo e minimo, rispettivamente,
della funzione a linea retta che meglio si adatta alla funzione quantile della varia­
bile; si escludono i minimi e massimi empirici per eliminare l 'effetto di possibili
('flrliers. Si veda Casadio Tarabusi e Palazzi (2004, sez. 2).
25. Lo scarto tipo è la radice quadrata della varianza. Adotto l'espressione propo­
sta da Mami.di ( 1993, 127) invece di quelle più diffuse in letteratura perché più fedele
alla fom1ula (rispetto a 'scarto quadratico medio') e più breve di 'deviazione stan­
dard'. L'etichetta 'scarto quadratico medio' spetta infatti di diritto alla varianza - che

87
zione - che include lo scarto-tipo nel suo algoritmo - genera valori
che non risentono delle unità di misura adottate. A tale proposito,
tuttavia, nessuna argomentazione a suppm1o della scelta operata è
rintracciabile nelle varie pubblicazioni dell' Undp.
vi) Mentre il pil-pc è sensibile alle variazioni congiunturali (è pur
sempre uno strumento costruito sui prezzi), i mutamenti degli indica­
tori relativi alle dimensioni conoscenza e longevità sono percepibili
solo nel lungo periodo. L'isu non riesce quindi a cogliere i bmschi
cambiamenti dovuti a improvvise crisi congiunturali (Horn 1993, 95).
vii) Le molte revisioni delle defmizioni Op\!rative e del paniere di
indicatori che compongono l' isu rendono difficilmente comparabili
dati riferiti ad anni diversi. B ooysen (2002) peraltro sostiene che
malgrado i cambiamenti nelle tecniche di rilevazione gli aspetti
strutturali rimangono invariati.
viii) Lai (2000) richiama l' attenzione sul numero di Paesi inclusi,
diverso ogni anno, che causa un continuo cambiamento delle posi­
zioni nell' ordine. Lo stesso Undp sconsiglia di analizzare le tenden­
ze "basandosi sui dati forniti di volta in volta dalle varie edizioni del
rapporto", così come allo stesso modo "non è possibile confrontare i
valori e le posizioni del rapporto"26 (Undp 2004, 257).
ix) Sebbene le critiche alla qualità dei dati non siano assenti in
letteratura (Murray 199 1 ; Loup et al. 2000; Morse 2004, 107), il
problema non ha ancora ricevuto la dovuta attenzione. Così come
per il pii, anche per l'isu molte sono le lacune nella fase di rilevazio­
ne delle infmmazioni: non solo 1 6 paesi membri dell' Onu sono
esclusi dall' isu a causa della mancanza di dati affidabili, ma i dati di
numerosi paesi non sono aggiornati né affidabili e in qualche caso è
stato necessario stimarli (Undp 2004, 255). Lacune ritenute talmente
gravi da far passare in secondo piano le critiche alla struttura con­
cettuale e alle caratteristiche tecniche dell' isu27.

è la media dei quadrati degli scarti, cioè lo scarto quadratico (=elevato al quadrato)
medio. 'Deviazione standard' è la traduzione letterale ma ingombrante dell'espressio­
ne inglese standard deviation. L'espressione 'scarto tipo' ha un suo equivalente spa­
gnolo: desv[o tfpico o desviaci6n tfpica sono infatti comunemente usate nei paesi di
lingua spagnola, insieme all a traduzione letterale dall'inglese (desviaci6n esllindar).
26. Per un'analisi della tendenza basata sui dati e su approcci coerenti l'Undp
(2004, 257) consiglia di fare riferimento alla tabella 2 dei Rapporti (trend deli' indi­
ce di sviluppo umano).
27. Vedi ad esempio Baldi (1998, par. 4).

88
Tab. 6.2 - Carenza di infonnazioni per numero di Paesi - 1990-2003

paesi senza paesi senza


alcun dato dati di tendenza

o/o di donne di età 15-24 incinte con hiv 139 1 62


nelle principali aree urbane
o/o della popolazione che vive con meno 67 93
di un dollaro al giorno
numero di bambini che raggiungono ·
53 1 14
la quinta classe
numero di bambini sotto i 5 anni sotto peso 35 1 15
tasso di alfabetizzazione giovanile 29 57
o/o dell'occupazione femminile nei settori 15 68
non agricoli
o/o della popolazione con accesso a sorgenti 15 59
d'acqua in aree rurali
tasso netto di iscrizioni alle scuole primarie 9 40
numero di parti assistiti da personale 9 162
sanitario specializzato

Un Paese è definito come "avente dati di tendenza" se sono disponibili almeno due data
points - uno nel 1 990-96 e uno nel 1 997-2003 - e se tra i due corre una distanza di almeno tre
.

anni.
Follte: Undp (2005, 338, tab. 1).

L'Undp non è un produttore di dati, ma un utente che sostiene il


miglioramento dei dati sullo sviluppo umano e che non raccoglie i
dati direttamente dai paesi; per l'isu si sforza di includere quanti più
membri dell' Onu possibile (Undp 2004, 25 1 ) . Le fonti cui l' Undp
attinge per la stesura dei rapporti e per il calcolo dell'isu dei vari
Paesi sono svariate, e controllare l' omogeneità delle definizioni ope­
rative che i Paesi adottano diventa sempre più difficile.

La nona revisione (Icd-9) dell'Intemational Classification of Diseases pro­


posta dall' Oms indica le linee guida ai fini del calcolo della mortalità in­
fantile: deve essere incluso ogni nato che presenti qualunque segno di vita,
a prescindere dalla durata della gravidanza o della taglia del neonato. Nel
1988 negli Stati Uniti si sono registrati almeno 24.000 neonati dal peso in­
feriore a l kg; i tassi di sopravvivenza per questa categoria sono estrema­
mente bassi. In Svizzera, invece, un neonato deve essere lungo almeno 30
cm per essere considerato in vita: la restrizione esclude molti neonati che
pesano meno di l kg, il che incide sui tassi di mortalità infantile.

89
Come riporta uno studio del 1 983 condotto su 23 Paesi europei, "there are
many indications of differences in recording and reporting live birth, fetal
death, and infant death within the European region of the Who. Even whe- .
re Icd-9 recommeridations are adopted as the legai definition, some coun­
tries have incomplete registration or reporting of events" (Mugford 1983,
205; Eberstadt 1995, 50).

x) L' isu è contestato perché non contempla la sfera ambientale


(Hamilton 1 993), i diritti umani (Dasgupta 1990), il rafforzamento
della comunità di appartenenza e l' autonomia (Murray 1991). E tut­
to ciò nonostante l'isu fosse nato per rispondere alle critiche di
quanti accusavano il pil e gli indici nati successivamente di aver tra­
scurato i bisogni non materiali. Come già ricordato, ul Haq afferma­
va che salute, educazione, ambiente fisico e libertà erano importanti
quanto il reddito: ma nel calcolo dell'isu non c'è traccia né di am­
biente fisico né di libertà. Se da un lato la semplicità della costruzio­
ne dell'isu - agevole comprensione degli indicatori, facile loro ag­
gregazione - ha contribuito al suo successozs, dall'altro esso sugge­
risce una visione dello sviluppo umano limitato alle sole tre dimen­
sioni comprese nell'indice. L' assenza di indicatori di libertà politica
nell'isu e nelle tavole dei rapporti contribuisce a diffondere e a
rafforzare l' interpretazione secondo la quale lo sviluppo umano altro
non sarebbe che sviluppo sociale combinato con una crescita econo­
mica equa (sul punto si veda Fakuda-Parr 2003, 307). Dal canto suo,
l' Undp ha ripetutamente affermato che aggiungere più elementi
all'isu non farebbe che renderlo più complesso, e non è andata oltre
alle modifiche concernenti la trasformazione dei dati del pii, gli in­
dicatori di conoscenza e gli estremi dei campi di variazione.

"The ideai would be to reflect ali aspects of human experience. The lack of
data imposes some limits on this, and more indicators couid· perhaps be
added as the information becomes available. But more indicators would not
necessarily be better. Some might overlap with existing indicators: infant
mortality, for example, is already reflected in life expectancy. And adding
more variables could confuse the picture and detraet from the main trends"
(Undp 1 994, 9 1 , corsivo mio).
"A second difficulty [oltre alla mancanza di dati] is politica! volatility. The
human development index is based on relatively stable indicators, which

28. Sul punto si vedano Todaro ( 1 989, 109- 1 1 2), Streeten (1995), Raworth e
Stewart (2003), Morse (2004, 1 14), Caselli (2006, 1 9).

90
don' t change dramatically from year to year. Politica! freedom, by contrast,
can appear or vanish abruptly. A military coup, for example, would cause a
sudden drop in the index, even though many aspects of life might remain
unchanged" (Undp 199 1 ; 2 1 , corsivo mio)29.

Mentre la mancanza di dati disponibili, il timore di rendere l' indi­


ce troppo complesso o la possibile ridondanza degli indicatori sono
motivazioni comprensibili - anche se non da tutti condivise - esclu­
dere di proposito un colpo di stato militare dai fattori che possono
influenzare la qualità della vita in un Paese - come se ciò fosse inin­
fluente sulla libertà degli individui tanto reclamata da Sen - sembra
quanto meno contraddittorio rispetto allo spirito che permea tutti i
rapporti sullo sviluppo umano. Senza contare il fatto che la reattività
nei confronti dei cambiamenti negli stati sulle proprietà che stiamo
studiando è uno dei requisiti di un buon indicatore e di un buon in­
dice.
xi) Sebbene si sia più volte ribadita la necessità di distinguere tra
mezzi e fmi - o, detto altrimenti, tra output e outcome30 - l'isu com­
prende ancora degli indicatori "tradizionali", dei mezzi. La dimen­
sione 'conoscenza' - considerata giustamente un fine dagli autoli ­
viene tradotta in due indicatori che certamente non possono essere
definiti dei fini. Non solo perché i tassi di alfabetizzazione degli
adulti o il numero medio di anni di istruzione non sono validi indi­
catmi del grado di istruzione conseguito, ma perché se anche lo fos­
sero non sarebbero che dei mezzi: nulla potremmo dire sull' effettivo
livello della conoscenza degli abitanti di un PaeseJl .
xii) L' alfabetizzazione è ritenuta l a "base del progresso sociale,
economico e ambientale nei paesi in via di sviluppo"32 (Undp 2004,
256); ciononostante è stata operativizzata con scarsa attenzione, tra­
scurando i fattori che contribuiscono all'evoluzione delle capacità di
lettura, scrittura e calcolo. Le linee guida intemazionali prevedono
l' inserimento in un censimento o sondaggio di una domanda che
chleda all' intervistato se sia in grado di leggere e scrivere (Unesco ­
Istituto di Statistica 2004); tuttavia, l'autodichiarazione presenta al-

29. Analogamente in Undp (1 993, 1 05).


30. Per un approfondimento sulla distinzione outcome/output e la letteratura re­
lativa si veda Pana Saiani (2004).
3 1 . Sul punto si veda Comali (2005).
32. Viene da chiedersi: negli altri no?

91
meno due fondamentali limiti: produce una variabile crudamente di­
cotomica (chi sa leggere e chi no) e sottovaluta il numero degli anal­
fabeti - i soggetti sono solitamente restii ad ammettere il proprio
analfabetismo (Undp 2004, 255).
xiii) Secondo Pyatt ( 1 992) la speranza di vita è un indicatore ri­
dondante, in quanto collineareJJ rispetto a reddito e tasso di morta­
lità infantile. Mintcheva-Ivanova ( 1994) sostiene che l'isu non forni­
sce più informazioni sul rango dei Paesi di quante non ne dia ciascu­
no dei suoi componenti: si raggiungono classificazioni simili ordi­
nando i Paesi sulla base della sola speranza di vita, o combinando
grado di istruzione e pil indipendentemente dal peso assegnato ai di­
versi indicatori.
xiv) Non si deve poi dimenticare la c.d. "legge di Goodhart"34, se­
condo la quale when a measure becomes a target, it ceases to be a
good measure: i repentini e consistenti "miglioramenti" riscontrati
nei dati relativi ad alcuni Paesi spesso nascondono manipolazioni a
fmi politici (cfr. capitolo 4).

Nonostante le critiche e gli ovvi limiti dovuti all'uso di un indice


per catturare le diverse dimensioni del benessere e i suoi mutamenti
nel tempo, l'isu ha contribuito al miglioramento degli studi in tema

33. Per collinearità in senso stretto s'intende la presenza di una relazione linea­
re perfetta tra due o più variabili; se le variabili considerate contengono informa­
zioni simili sarà difficile distinguere gli effetti dovuti ad ognuna di esse prese sin­
golarmente. In senso lato, se due o più variabili sono collineari significa che pre­
sentano un'ampia area di sovrapposizione semantica: molti degli aspetti registrati
della dimensione studiata sono gli stessi. Ciò comporta problemi anche nella fase
di cosnuzione degli indici attraverso l' analisi in componenti principali: può darsi
che i coefficienti componenziali di una o più di esse scendano ad un livello molto
basso, o addirittura diventino negativi. Conviene allora scartare alcune di queste
variabili per ridurre drasticamente i problemi di collinearità (Di Franco e Marradi
2003, 1 12).
34. Charles Goodhart, già Chief Adviser della B ank Eng1and, è stato membro
del Monetary Policy Committee della stessa banca dal giugno 1 997 al maggio
2000. La formulazione originale di quella che sarà nota come legge di Goodhart è
contenuta in un paper presentato nel 1975 a una conferenza tenutasi presso la Re­
serve Bank of Australia (Goodhart 1 975b), successivamente riproposta in Goodhart
l 1984, 96 ) : ··any observed statistica! regularity will tend to colla pse once pressure is
placed upon it for contro! purposes". La formulazione ha subìto varie modifiche; la
versione più generale ("when a measure becomes a target, it ceases to be a good
measure") è attribuibile a Strathem ( 1 997).

92
di sviluppo umanoJs e alla riflessione metodologica sul tema del be­
nessere. Ha riportato al centro del dibattito internazionale la com­
plessità del concetto di benessere, i limiti degli indicatori tradiziona­
li e la necessità di strategie e tecniche alternative di rilevazione cen­
trate sulla capacità delle persone di vivere una vita migliore. È tutta­
via ancora deficitario se raffrontato alle ambizioni che hanno portato
alla sua nascita e che l' ham10 accompagnato negli anni: un gran par­
lare di "libertà di/libertà da" per poi ricorrere a indicatori già diffusi
in letteratura - e ampiamente .criticati.
È sufficiente presentare il caso dell' Argentina per averne chiari i
limiti: nel 1 995 il suo isu36 è 0,833 e nel 2000 aumenta a 0,856. Nel
2001-2002 il Paese vive una delle crisi peggiori della sua storia: la
produzione crolla del l 8% annuo, il settore edile del 36%, le impor­
tazioni diminuiscono di oltre il 50% (Intemational Monetary Fund
2003, 61-63). A ciò si accompagna l'imposizione del tetto di 250
pesos ai prelievi bancari, la proibizione della concessione di prestiti
in moneta locale, i manifestanti che prendono d' assalto le banche,
almeno venti morti. TI 3 gennaio 2002 il presidente Duhalde - quin­
to presidente in tre settimane - conferma il default annunciato
dall'ex presidente Saa, cioè il fatto che il Paese non è più in grado di
rimborsare il debito estero in scadenza.
Nel 2003 erano visibili - così come lo sono tuttora - i segni della
crisi che ha colpito il Paese: risparmi andati in fumo, fabbriche e
banche chiuse, donne e bambini che di sera rovistano nella spazzatu­
ra per trovare cartone da riciclare e altri scarti riutilizzabili. L' isu ar­
gentino, però, continua a crescere, e nel 2003 raggiunge quota
0,86337.

35. Non tutti condividono tale posizione: ad esempio Kelley ( 1 99 1 , 323-4) affer­
ma che l'isu contribuisce ben poco alla valutazione dello sviluppo umano e può al­
tresì distogliere l'attenzione dai ben più meritevoli rapporti annuali.
36. Secondo dati Undp (2005, 223, tab. 2).
37. E i dati del Rapporto 2006 confermano la tendenza, seppure presentandola
per anni diversi: 0,835, 0,860 e 0,863 rispettivamente per il 1 995, 2000 e 2004.

93
7. Indicatori di povertà

La pove1tà è stato uno dei fenomeni che più ha dato impulso alla ri­
cerca sociale e uno dei pdrni dei quali si sia cercato di costruire indi­
catori per studiame l' evoluzione nel tempo e l' incidenza su segmenti
specifici della popolazione. Charles Booth ( 1 889- 1 89 1 ) condusse una
monumentale ricerca sulle condizioni di vita delle famiglie opèraie a
Londra pubblicata in diciassette voìurni ira il ì 889 e il 1903 e defmita
da Bulmer, Bales e Sklar "the fust great empuical study in the social
survey tradition" ( 1991 , 19)1 . Altrettanto fecero Seebohm Rowntree
(190 1 ; 1917; 1941) a York e Althur Bowley (1915) u1 quattro cittadi­
ne inglesi: Northampton, Reading, Stanley e Warrington.
Fu subito chiaro che occoneva un criterio in base al quale classi­
ficare poveri e non poved: il livello del reddito o l' ammontare della
spesa furono i primi considerati. La povertà può però essere associa­
ta anche alla mancanza di educazione, alle cattive condizioni delle
abitazioni, al mancato accesso all' acqua potabile e ai servizi medici,
alla mancanza di reti fognarie e di altri servizi essenziali. Ancora
più lontano dall' accezione unidimensionale, che lega la pove1tà al
reddito, si può concettualizzare la pove1tà anche come mancanza di
relazioni sociali, etc.2

l. Seguendo Simey ( 1979) , gli stessi autori includono Booth tra i padri fondatori
delle scienze sociali (Bulmer, B ales e Sklar 199 1 , 20). Tra i suoi quindici collabo­
ratori : Beatrice Potter (poi Webb) e Hubert Llewellyn Smith.
2. E nonostante ciò "i discorsi pubblici sulla povertà tendono a restare concen­
trati sul problema della mancanza di reddito in quanto tale e della sua misurazione,
tralasciando o semplificando drasticamente [ . . . ] il problema dell 'analisi delle con­
dizioni di accesso ad esso" (Bosco e Negri 2003, 1 1 1 , in nota).

95
Uno dei criteri proposti per lo studio della pove1tà è la 'linea della
povertà' : la stima del valore monetario di un paniere di beni e servi­
zi ritenuto sufficiente a soddisfare le necessità basiche di una fami­
glia mediaJ. La paternità dell' espressione "linea di povertà" è di so­
lito attribuita a Booth4, sebbene non espliciti mai come sia arrivato a
stabilire quella determinata soglia:

"By the word 'poor' I rnean to describe those who bave a fairly regular
though bare incorne, such as 1 8s. [shillings] to 2 1 s . per week for a
moderate farnily, and by 'vety poor' those who fall below this standard,
whether frorn chronic irregularity of work, sickness, or a large nurnber of
young children. [ . . . ] The proportion of the population shown to be above
the line of poverty, I rnake to be 65 per cent, that on the line 22 per cent,
while those falling chronically below it into the region of distress are 13
per cent" (1 887, 328 e 375).

Rowntree articolò in modo più complesso la sua proposta:

"Expenditure needful for the developrnent of the rnental, rnoral, and social
sides of hurnan nature will not be taken into account at this stage of the
inquiry. Nor in thus estirnating the poverty line will any account be taken
of expenditure for sick clubs or insurance. We confine our attention at
present sirnply to an estimate of rninirnurn necessary expenditure for the
rnaintenance of rnerely physical health. This rnay be discussed under three
heads: food, house rent (including rates), household sundries (such as
clothing, light, fuel, etc.)" (190 1 , 87-88).

La composizione del paniere dipende dalle caratteristiche di cia­


scun paese e da quali necessità sono considerate fondamentali dato
il livello di sviluppo delle società, variabile nel tempo. La determi-

3 . Già Rowntree affrontava il tema noto nella letteratura di oggi come quello dei
working poors: "three-quarters of the poverty is due to three causes: 28,6% is due
to unemployment, 32,8 % to the fact that workers in regular work are not receiving
wages sufficiently high to enable them to live above the poverty line, and 14,7%
are in poverty on account of old age" ( 1 94 1 , 457).
4. Così - tra gli altri - Simey e Simey ( 1 960, 88, 1 84 e 1 36), Rose (1972, 28) e
Cullen ( 1 979, 1 61). In modo non del tutto corretto, però: Gillie ( 1 996, 7 15) osserva
che nelle opere di Booth non si trova traccia dell'espressione 'poverty line' - è in­
vece presente 'line of poverty' - e che il criterio era già menzionato dall'Elemen­
tary Education Act ed usato da McDougall ( 1 8 85 , 3-4). Se Gillie si limita a negare
l'uso da parte di Booth dell'espressione 'poverty line', Vaughan (2007, 242) affer­
ma addi.tittura che nelle sue opere non c'è traccia nemmeno del concetto.

96
nazione della linea della pove1tà, pertanto, è di natura stipulativa:
quali sono le necessità minime degli esseri umani, e come soddisfar­
le? A pa1tire da che punto si può parlare di povertà? Dove tracciare
la linea divisoria tra i poveri e gli altri? Il problema era già stato po­
sto da Adam Smith:

"Per cose necessarie, io intendo non solo quelle indispensabili per mantener­
si in vita, ma anche tutto ciò di cui, secondo gli usi del paese, è considerato
indegno che la gente rispettabile, anche dell' ordine più basso, sia priva. Per
esempio, una camicia di tela, a rigor di termini, non è una necessità vitale. Io
ritengo che i Greci e i Romani vivessero in modo molto confortevole anche
se non avevano biancheria. Ma attualmente, nella maggior parte dell'Europa,
un lavorante giornaliero che si rispetti si vergognerebbe di apparire in pub­
blico senza camicia di tela, dato che la sua mancanza verrebbe ritenuta il se­
gno di un grado di povertà tanto ignominioso, da presumere che nessuno ci
possa cadere se non per una pessima condotta" (1776/1973, 862).

Nella maggior prute degli sfu:di sulla povertà si usano due linee:
una relativa e una assoluta. La soglia è assoluta se si intende "una li­
nea fissa nel tempo in temuni di potere d' acquisto, fissato a un livel­
lo tale da consentire l'acquisto di uno specifico paniere di beni rite­
nuti come il minimo necessruio per la soddisfazione dei bisogni fon­
damentali" (Atkinson 1 998/2000, 33). La soglia è invece relativa
quando si assume che la povertà dipende dallo standard di vita di un
certo luogo in un certo momento, legandola così alla possibilità di
accedere a beni e servizi considerati normali in una data comunità.
Altro punto da affrontare sarà l'unità di analisi su cui fondare le
rilevazioni. Nel Regno Unito l'unità di analisi è passata da family5
(nucleo familiare ristretto) a householcl6 (fanliglia in senso ampio,
intesa come individui che abitano presso lo stesso indirizzo, consu­
mano pasti preparati insieme e prutecipano in comune alla cura della
casa: Atkinson 1 998/2000, 52). Il cambiamento di unità di analisi ha
comportato per il 1 983 un abbassamento della percentuale della po­
polazione al di sotto della linea di povertà: dall' l l , l sulla base dei
nuclei fanliliari (jamilies) all ' 8 , 1 sulla base delle famiglie (hou­
seholds: Johnson e Webb 1989; Atkinson 1998/2000, 52).
Come ricorda lo stesso Atkinson, però, esistono "ottime ragioni
anche per considerare gli standard di vita a un livello individuale.

5. Low Income Families.


6. Households Below Average Incarne.

97
[ . . . ] È solo guardando all'interno della famiglia che è possibile di­
battere di questioni come la povertà femminile" (ivi, 54). La po­
vertà è sì un fenomeno relativo, rimltidimensionale e dinamico, ma
anche di genere (Ruspini 2000a, l 07) e la famiglia - così come
può funzionare da rete di protezione - può nasconderla (ivi, 1 1 4;
2000b).
In queste poche pagine non posso trattare tutti i problemi - con­
cettuali e operativi - posti dalla rilevazione della povertà nelle sue
tante sfaccettature e dimensioni. Mi limiterò pertanto a presentare la
curva di Lorenz e il coefficiente di Gini, per poi analizzare alcuni
indici (nel senso attribuito a questo termine dagli statistici, sinonimo
di 'coefficiente' o di 'tasso') basati sulla linea di povertà (l'inciden­
za della povertà; scarto relativo medio dalla linea di povertà; scarto
relativo ponderato; indice di pove!là di Sen).

l. Distribuzione e povertà

Né il pil-pc né l'isu tengono conto delle differenze interne a un


Paese. Un modo per rilevare una di tali differenze - noto come tasso

Graf 7. 1 - Curva di Lorenz


1 00
,.,.
,.,.
/
/
/
- 75 .. ---·-···--···-------·-·-·--····--·---·------··· ·--·-·----·-·- ... ""'!_
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� 25 . -- - - --T--
/
/
/
/
/

o 25 50 75 1 00

% cumulata della popolazione

-- curva di Lorenz - -- - - retta di equidistribuzione

98
di Kuznets - è confrontare i redditi del primo e dell'ultimo decile
della popolazione: più alto in valore assoluto il rapporto, più gravi le
sperequazioni di reddito. Poiché nel calcolo si include solo quanto
succede agli estremi della distribuzione, nulla può essere detto
sull' andamento dei redditi nei decili intermedi.
S i tenta di sopperire a questa lacuna attraverso la curva di Lorenz
e l' indice di Gini. La curva di Lorenz è la rappresentazione grafica
della distribuzione dei redditi in una società; posta in ascissa la per­
centuale cumulata - in base al reddito - della popolazione, e in ordi­
nata la percentuale cumulata del reddito, la curva di Lorenz si ottie­
ne associando ad ogni segmento di popolazione la couispondente
quota di reddito.
Se in un Paese la distribuzione dei redditi è petfettamente eguali­
taria - il l 0% detiene il 10% del reddito nazionale, il 20% il 20%
del reddito, etc. - la curva di Lorenz sarà la bisettrice; ma abitual­
mente il l 0% più povero della società detiene meno del l 0% del
reddito nazionale e il 1 0% più ricco assai più del 1 0% : quindi la
curva di Lorenz è sempre molto lontana dalla bisettlice.

Graf 7.2 - Curva di Lorenz - dati normalizzati, N=174

:9
..
N
� 0.75
E
o
.:.
.2
3 0.5
E
:l
u
.l!!
·a.
9 0.25
e
o.

ii:

o 0.25 0.5 0.75


Numero cum ulato di Paesi (norm alizzato)

curva di lorenz - 2005 (N=1 7 4) - retta di equ idistribuzione

99
La curva di Lorenz può . essere usata anche per studi sovra-nazio­
nali, come nel grafico 7.2 che riporta i dati del pil-pc per 174 Paesi7:
in ascissa si riporta il numero cumulato dei Paesi e in ordinata il pii­
pc.
La curva può essere usata anche per conduiTe analisi diacroniche
o presentare contemporaneamente i dati ottenuti da insiemi diversi
di Paesi - come nel grafico 7.3, nel quale si confrontano il l995 e il
2006 per 30 Paesi Ocse e il 2005 per l' insieme dei Paesi contemplati
dall'Unpd nell'ultimo rapporto 2007.
L'indice di Gini considera l'area situata tra la curva di Lorenz e la
linea di equiconcentrazione (la bisettrice). In caso di distribuzione

Graf 7.3 - Curva di Lorenz - dati nonnalizzati, vari anni

o 0.75
'la
N
.!::!
ca
eo
.5.
.2
0.5
..!!!
::l
E
::l
u
u

f
ii:
0.25

o 0.25 0.5 0.75

Nu m e ro cum ulato di Pae s i (norm alizzato)

! --- retta di equidistribuzione - *- c u rv a di lorenz 1 995 (N=30)


; --fr-- curva di lorenz 2006 (N=30) g g g � curva di lorenz 2005 (N=174) :
Ì.-·--·-·--·------···------·······-···----·-·-------·---·-·--------------···---·--- ...... ------------------·---------------------------·-········----· ··-········-·-···· ··---·---�

7 . Più precisamente, i dati del pil-pc (ppp $ Usa) riportati in http://hdrstats.


undp.org; sito consultato il 21 marzo 2008.

1 00
egualitaria, l' area è pari a zero: le due linee coincidono. Più la curva
di Lorenz si allontana dalla bisettlice, maggiore sarà la disugua­
glianza, e più alto l' indice di Gini.
L'indice è comunemente usato per sintetizzare le informazioni
sulla concentrazione di una disttibuzione. È però spesso usato - im­
propriamente - come indice di disuguaglianza o addirittura di po­
veltà; perché sia improp1io è facilmente comprensibile con un esem­
pio. Se parte dei redditi del decimo decile viene trasferita al nono, il
valore del coefficiente diminuisce, ma difficilmente si potrà sostene­
re che la disuguaglianza sia diminuita. Inoltre - come è ovvio - bas­
si valori del coefficiente non implicano necessaliamente alti livelli di
benessere: gli individui potrebbero essere tutti ugualmente poveri8•

2. L'incidenza della povertà

Uno degli indici più usati, per la facilità di calcolo e di interpreta­


zione, è l' incidenza della povertà:

ip = � [7 . 1 ] ,
n

dove
q = numero di famiglie (o individui) al di sotto della linea di po­
vertà,
n = popolazione totale.
L'incidenza della povertà varia tra O (nessuno è povero) e l (tutti
sono poveri). La semplicità e la versatilità .dell' indice (è sufficiente
cambiare numeratore e denominatore per calcolare l 'incidenza della
povertà per aree geografiche, per gruppi di popolazione, etc.) hanno
facilitato la sua diffu sione. Tuttavia, dato che considera solo il nu­
mero9 di persone o di famiglie al di sotto della soglia, non dà alcuna
informazione sulla gravità della loro situazione.

8. Sul punto si vedano Atkinson ( 1 970) e Morse (2004, 72).


9. Non a caso è noto in letteratura come headcowzt (conto delle teste) ratio.

101
3. Lo scarto relativo medio dalla linea di povertà I O

Corrisponde alla media degli scarti relativi dalla linea di povertà:


si ottiene calcolando la differenza esistente tra i redditi di ciascun
povero e la linea di pove1tà:

( )
·

q
z - yi
l
srm
=n tt z
[7.2],

dove
z = linea di povertà,
yi = reddito della persona i (poiché si considerano solo i poveri,
y <z, per definizione).
i
Come tutti gli indici basati sulle medie, può dare Iisultati distorti,
poiché risente della presenza di valori estremi nella dist1ibuzione
che ne possono alterare il Iisultatol l .
I l valore d i srm riportato in tabella 7. l è 0,34 per entrambe l e po­
polazioni, nonostante si possa constatare una diversa distanza dalla
linea di povertà per ciascun gruppo: per la popolazioneA l ' interval­
lo di variazione è [0,2 - 0,5], mentre per la popolazione B [0, 1 -
0,7].
Poiché srm è una media, i l calcolo può dare risultati distorti anche
in un' altra occasione. Supponiamo di confrontare la stessa popola­
zione in due differenti momenti (cfr. tabella 7.2). A parità delle altre
condizioni, il miglioramento del reddito del soggetto 6 da 0,8 a
1 , 1 euro al giorno - provoca addirittura un peggioramento dello srm:
-
da 0,34 a 0,38.
L' aver tolto il reddito del sesto soggetto dal calcolo di srm ha au­
mentato la gravità media della povertà; ciò non dovrebbe stupire se
si pensa che il suo reddito era di poco inferiore alla linea di pove1tà,
e che quindi la sua presenza teneva basso il valore di srm.

10. In letteratura è noto come income gap ratio.


1 1. Gli esempi riportati nelle prossime tabelle sono ripresi da Morse (2004, 62 e
ss.).

102
Tab. 7.1 - Esempio di calcolo dello scarto relativo medio dalla linea di povertà (N
==10; z = l € al giorno)

soggetto reddito (z - Y;.A) reddito (z - Y;.8)


giornaliero
z
giornaliero z
del soggetto i, del soggetto i,
popolazione A popolazione B

l 2,0 4,0
2 1 ,9 3,8
3 1 ,9 2,5
4 1 ,8 2,5
5 1 ,2 1,5
6 0,8 0,2 0,9 0, 1
7 0,7 0,3 0,9 0, 1
8 0,7 0,3 0,8 0-?
·-

9 0,6 0,4 0,4 0,6


10 0,5 0,5 0,3 0,7
totale 1 ,7 1 ,7
ip 0,5 0,5
persone sotto la linea di povertà 5 5
srm 0,34 0,34

Tab. 7.2 - Esempio di calcolo dello scarto relativo medio dalla linea di povertà (N
= 10; z == l € al giorno)

soggetto reddito (z - Y;) reddito (z - Y;.A)


giornaliero z giornaliero z
del soggetto i, del soggetto i,
popolazione A, t0 popolazione A, t1

l 2,0 2,0
2 1 ,9 1 ,9
3 1 ,9 1 ,9
4 1 ,8 1 ,8
5 1 ,2 1 ,2
6 0,8 0,2 1,1
7 0,7 0,3 0,7 0,3
8 0,7 0,3 0,7 0,3
9 0,6 0,4 0,6 0,4
10 0,5 0, 5 0, 5 0,5

totale 1 ,7 l ,7
ip 0,5 0,5
persone sotto la linea di povertà 5 4
srm 0,34 0,38

103
4. Lo scarto relativo medio ponderato

Lo scarto relativo medio ponderato con·egge il precedente indice


ponderandolo per l' incidenza relativa della povertà:

srm = ip * snn [7 .3]


Nell' esempio di p1ima io srmp passerebbe da 0, 17 a 0, 15. Sebbe­
ne corregga il problema del numero di persone povere, non tiene an­
cora conto della dispersione del reddito tra i poveri: ip ci dice solo
quanti sono poveri, srm solo la gravità media della povertà. Gli ef­
fetti sono visibili nella tabella 7 .3, che 1iporta - di due popolazioni
di 20 unità - solo le l O al di sotto della linea di povertà.

Tab. 73 Esempio di calcolo dello scarto relativo medio ponderato (N


- = 20; z = I
€ al giorno)

reddito giornaliero dei soggetti i al di soetto


della linea di povertà
soggetto i popolazione A popolazione B

l 0,90 0,49
2 0,80 0,48
3 0,70 0,46
4 0,50 0,44
5 0,40 0,43
6 0,30 0,42
7 0,25 0,41
8 0,20 0,40
9 0,15 0,39
10 0,10 0,38

totale 4,30 4,30


reddito medio 0,43 0,43
intervallo di variazione 0, 1 -0,9 0,38-0,49
ip 0,50 0,50
scarto relativo medio dalla 0,57 0,57
linea di povertà
srmp 0,295 0,295

Srmp dà lo stesso valore (0,295), ma le due distribuzioni sono


nettamente diverse: nella prima l' intervallo di variazione è [0, 1 0-

1 04
0,90], nella seconda è [0,38-0,49] . La distribuzione del reddito della
seconda popolazione è uniforme, mentre nella prima le differenze
sono molto più accentuatel2.

5. L'indice di povertà di Sen

L'indice proposto da Sen ( 1 976) tenta di combinare l'incidenza


della povertà con la sua gravità e la sua dispersione attraverso la for­
mula [7.4] :
ips = ip[srm + (l - srm) Gp] [7.4]
dove
Gp= coefficiente di Gini per la popolazione al di sotto della linea di
povertà.
Il valore di ips varia tra O (nessuno è al di sotto della linea di po­
vertà) e l (nessuno ha redditi).
Per quanto sia il più completo fra quelli visti finora, anche l'indi­
ce di Sen è stato criticato (Shorrocks 1995; Morse 2004, 8 1). La dif­
ficoltà maggiore - nota come replication invariance - è dovuta al
fatto che il valore di ips calcolato sulla somma di due popolazioni
uguali non sarà mai uguale al valore ips delle due distribuzioni ori­
ginarie. Ma c'è anche un'altra falla nell'indice proposto da Sen. La
tabella 7.4 presenta i valori degli indici di srm, ip e gp di tre Paesi
diversi.

Tab. 7.4 - Tre Paesi a confronto

srm ip gp ips

A l 0,5 l 0,5
B l 0,5 o 0,5
c 0,5 l o 0,5

12. Anche gli altri coefficienti danno valori uguali tra loro.

1 05
Ai tre Paesi, pur caratterizzati da tre valori diversi per srm, ip e
gp, viene attribuito lo stesso valore sull'indice di povertà di Sen
(0,5). L'indice, cioè, non riflette le diverse situazioni in cui sono i
tre Paesi considerati. Questo peraltro è un problema comune a tutti
questi indici.

6. La linea di povertà nelle comparazioni diacroniche

L'incidenza della povertà non è mai stimata in base al tenore di


vita disponibile nei decenni o secoli precedenti, e pertanto, qualun­
que sia la definizione di povertà adottata (assoluta, relativa), il riferi­
mento non può che essere alla società e al momento attuali. La so­
glia è relativa in quanto è legata all'ambito spazio-temporale in cui è
collocata l'unità di analisi.
Stando alle sole cifre, ad esempio, il tasso di povertà negli Stati
Uniti dal 1 973 al 2003 è pressoché immutato: dall' 1 1 , 1 all' 1 1 ,7
(Eberstadt 2005a, 4). Se però integ1iamo questi dati con quelli relati­
vi ad altre possibili dimensioni del concetto di 'povertà' (cfr. tabella
7 .5), le conclusioni sono diverse.

Tab. 7.5 Tasso di povertà ed altri possibili indicatori - Usa, vari anni a confronto
-

1970 1973 2001

tasso di povertà 1 1, 1 1 1 ,7
% di famiglie povere in case affollate 26 6
(più di una persona per stanza)
reddito pro-capite ($ 2002) 14.291 22.970
% di persone oltre i 25 anni con un diploma 59,8 84, 1
di scuola secondaria

Fonte: Eberstadt (2005a, 5; 2005b, 1).

Se contestualizzare l' indicatore è un modo per rispecchiare le dif­


ferenze esistenti tra i tanti e diversi paesi, p uù però rivelarsi un pun­
to debole se usato - come spesso succede - a fmi comparativi. A un
ipotetico declino generalizzato del tenore di vita seguirebbe la con­
trazione del volume di spesa e - paradossalmente - l' abbassamento

106
della linea di povertà; ma di certo ciò non significherebbe che la po­
vertà è diminuita.

7. L'indice di povertà umana

Diversamente dagli indicatori costruiti da quanti identificano po­


vertà e insufficienza di redditi, l'indice di povertà umanal3 proposto
dal Rapporto sullo sviluppo umano del l 997 14 tenta di rilevare la po­
vertà considerando altri elementi: una vita breve, la mancanza di
istruzione di base e la mancanza di accesso alle risorse pubbliche e
private sono considerate condizioni all'origine della privazione e
dell' esclusione sociale. L'ipu è quindi "l'altra faccia della medaglia"
dell' isu: si concentra sulla privazione nei tre elementi essenziali di
ogni vita umana: longevità, conoscenza e standa.rd di vita.
Per i paesi in via di sviluppo l'ipu considera i) la mmte prematu­
ra, cioè la percentuale di persone con aspettative di vita di 40 anni
al massimo; ii) la mancanza di conoscenza, stimata con il tasso di
analfabetismo tra gli adulti e iii) la presenza di condizioni di vita
estreme, indice che combina la percentuale di persone senza acces­
so all' acqua potabile e servizi di salute con la percentuale di bambi­
ni al di sotto di 5 anni che non raggiungono il peso corrispondente
all'età.
Per i paesi più sviluppati, il calcolo dell'indice di pove1tà umana
è diverso per riflettere le differenti condizioni di vita. In questo caso,
l' ipu prevede: i) percentuale della popolazione con speranza di vita
inferiore ai 60 anni ; ii) tasso di analfabetismo funzionale15; iii) per­
centuale della popolazione che vive al di sotto della linea di povertà;
iv) tasso di disoccupazione di lungo periodo (senza lavoro per più di
12 mesi).

13. Dall'inglese Hurnan Poverty Index.


14. Il rapporto sullo sviluppo umano del 1996 aveva già tentato qualcosa di si­
mile attraverso una particolare versione della capability poverty measure.
15. Il tasso di analfabetismo funzionale è basato sui punteggi del primo livello
sulla scala Ials (lntemational Adult Literacy Survey). L'indagine Ials rileva compe­
tenze come la capacità di districarsi nei problemi della vita quotidiana.

107
8. Il benessere soggettivamente considerato

L'attenzione per l'individuo - inteso come unità di raccolta delle


informazioni e unità di analisi, in alternativa alla tradizionale unità
territoriale (gli Stati) - passa attraverso due fasi. Nella p1ima l'inte­
resse è ancora orientato agli aspetti strutturali, ma anziché raccoglie­
re informazioni sulla produzione o sul raccolto, si studiano le condi­
zioni delle abitazioni, la disponibilità di servizi - più in generale le
condizioni materiali di vita. Nella seconda fase gli studi cominciano
ad approfondire la qualità della vita così come viene percepita
dall'individuo: felicità, benessere soggettivo, etc.
La prima fase ha inizio ai primi del Novecento. Pur potendo indi­
viduare molti antecedenti in Europa - basta pensare alle indagini di
Villermél e di Marx e Engels sulle condizioni degli operai o alle in­
chieste sulle classi popolari londinesi patrocinate da Charles Booth
tra il 1 889 e il 1891 - è soltanto negli Stati Uniti che questo genere
di ricerche comincia ad avere visibilità. Nascono riviste come Survey
che riservano molto spazio alla pubblicazione dei risultati2; la Rus-

l . L'opera di Villermé è interessante anche per il suo essere un antesignano


dell'osservazione partecipante: "Et tel est le soin que je désirais mettre à cette en­
quete, que j'ai suivi l 'ouvrier depuis son atelier jusqu' à sa demeure. J'y suis entré
avec lui, je l'ai étudié au sein de sa famille; j 'ai assisté à ses repas. J' ai fait plus; je
l'ai vu dans ses travaux et dans so n ménage, j' ai voulu le voir dans ses plaisirs,
l'observer dans !es lieux de ses réunions. Là, écoutant ses conversations, m ' y me­
lant parfois, j'ai été, à son insu, le confident de ses joies et de ses plaintes, de ses
regrets et de ses espérances, le témoin de ses vices et de ses vertus" ( 1 840, 25).
2. Anche "The American Joumal of Sociology" pubblica spesso lavori di espo­
nenti del "movimento d'inchiesta" (Chapoulie 2001 , 53).

109
sell Sage Foundation istituisce nel 1 9 1 2 un suo ufficio incaricato di
fmanziare sondaggi.
Già Thomas e Znaniecki dvendicavano la necessità di andare ol­
tre le condizioni · matedali e di prestare attenzione "alla psicologia
della gente che vive in queste condizioni" ( 1 9 1 8- 1920/1968, 21).
Certo, aggiungono, "in mancanza di una scienza [del comportamen­
to] il riformatore non ha pdncipi oggettivi su cui fondarsi, e incon­
sapevolmente tende a attribuire un'importanza preponderante al lato
matedale della vita sociale" (ibidem). Ma ciò non può essere suffi­
ciente:· "se la teoda sociale deve diventare la base della tecnica so­
ciale e dsolvere realmente questi problemi, è evidente che essa deve
comprendere entrambi i tipi di dati inerenti ad essi, cioè gli elementi
culturali oggettivi della vita sociale e le carattetistiche soggettive dei
membri del gruppo sociale, e che i due tipi di dati devono venire
considerati nella loro con-elazione"3 (ivi, 25). "Il fatto semplice e
ben noto è che i dsultati sociali dell' attività individuale dipendono
non soltanto dall' azione in sé, ma anche dalle condizioni sociali in
cui essa si svolge; e di conseguenza la causa di un mutamento socia­
le deve comprendere sia elementi individuali sia elementi sociali"
(ivi, 42).
"If men define situations as real, they are real in their consequen­
ces": riprendendo il celebre teorema di Thomas4 (Thomas e Thomas

3. "Per questi dati useremo ora e in futuro le designazioni di 'valori sociali' (o


semplicemente 'valori' e di 'atteggiamenti' [ . . . ] Per valore sociale intendiamo ogni
dato che abbia un contenuto empirico accessibile ai membri di un gruppo sociale e
un significato in riferimento al quale esso è o può essere oggetto di attività [ . . . ] Per
atteggiamento intendiamo un processo della coscienza individuale che determina
l'attività reale o possibile dell'individuo nel mondo sociale" (Thomas e Znaniecki
1 9 1 8-1920/1968, 26). Jean-Michel Chapoulie, autore di una pregevole opera sulla
tradizione sociologica di Chicago, sceglie di tradurre social value con objet social,
scelta suggeritagli dall'espressione usata da Blumer ( 1 969, 10- 1 1). Cbapoulie ag­
giunge che secondo Thomas la scelta dell'espressione social value sarebbe dovuta a
Znaniecki, il che sarebbe confermato dal carattere maldestro delle formulazioni in
inglese (2001 , 74, in nota 55).
4. 11 passaggio - citato nell'opera The Chi/d in America fumato da William I.
Thomas e Dorothy Swaine Thomas nel 1928 è da attribuire al solo William I.
Thomas: Dorothy S waine Thomas, in una lettera riprodotta in Merton (1995, 40 1)
-

afferma di esser stata impiegata solo come assistente per le parti statistiche. È poi
cmioso il destino del "teorema" di Thomas: neanche notato dalle recensioni del li­
bro apparse nelle principali riviste socio logiche del tempo (American Joumal of So­
ciology, Social Forces e Sociology and Social Research), viene poi da Howard P.

110
1 928, 572), Merton ricorda che gli uomini non rispondono solo agli
elementi oggettivi di una situazione, ma anche - talvolta soprattutto
- al significato che questa situazione ha per loro ( 1 94911992, 766).

"La situazione è l'insieme di valori e di atteggiamenti con cui l'individuo o


il gruppo ha rapporti in un processo di attività, e rispetto ai quali è proget­
tata quest' attività e vengono valutati i suoi risultati. Ogni attività concreta è
la soluzione di una situazione. La situazione comprende tre tipi di dati: l)
le condizioni oggettive entro le quali devono agire l'individuo o la società,
cioè la totalità di valori - economici, sociali, religiosi, intellettuali etc. -
che al momento dato influenzano direttamente o indirettamente lo stato co­
sciente dell'individuo o del gruppo; 2) gli atteggiamenti preesistenti
dell'individuo o del gruppo che al momento dato esercitano un'influenza
reale sul suo comportamento; 3) la definizione della situazione, cioè la
concezione più o meno chiara delle condizioni e la consapevolezza degli
atteggiamenti" (Thomas e Znaniecki 1 9 1 8-1920/1968, 61).

"Conforrnity, moral code, approved behaviour, rnean that there have been
established generai and usual behaviour reactions through definitions of
situations. The 'don't' of the farnily and the 'shalt not' of the command­
rnents, and the legai code represent such definitions. The family, the
school, the church, the court, are representatives of these definitions, of the
social, rnoral, and legai codes. But the codes and definitions are thernselves
at present evolving, vague and unstable. There are rival definitions of
situations. Literature and the moving pictures and the show girls rnay
define the situation quite differently frorn the parent, rninister or teacher.
The difference in ideals and ways of life between the generations is
consequently now very striking" (Thornas e Thomas 1928, 90).

Una volta attribuito significato ad una situazione, questo è la cau­


sa determinante del comportamento e di alcune sue conseguenze5.

Becker erroneamente collocato ne Il contadino polacco di Thomas e Znaniecki, ed


attribuito - ancora una volta erroneamente - solo al secondo. L'espressione 'teore­
ma di Thomas' - per la precisione l'espressione 'W.I. Thomas's sociological theo­
rem' - appare per la prima volta in Merton ( 1 938, 3 3 1 ). Su tali aspetti, si veda
Merton ( 1 995).
5. Osserva Gallino che "quando i due autori si pongono a dare definizioni espli­
cite la distinzione [tra la situazione oggettiva entro cui il soggetto deve agire, e l'at­
teggiamento come manifestazione di precedenti esperienze sociali e culturali del
soggetto stesso] non appare invero nettissima [ ] e com inc i amo a pensare ai guasti
. . .

che il tempo reca pure ai classici" ( 1 968, xxii). Anche Blumer ha messo in dubbio
I' appropriatezza dei concetti attitude e value, pur riconoscendo comunque valido il
principio generale secondo il quale la vita sociale comporta l'interazione di fattori
oggettivi ed esperienze soggettive ( 193911969, 1 1 8).

111
Tuttavia, non è stato necessario aspettare i sociologi per ricono­
scere l' importanza della componente soggettiva. Già Seneca affer�
mava che "non c'è da meravigliarsi che dalla stessa materia ciascu­
no tragga ciò che è conforme alle sue inclinazioni: nello stesso prato
il bue cerca l' erba, il cane la lepre, la cicogna le lucertole" (Lettera
108, §28). Epitteto - nell'Enchiridion - ricordava che "gli uomini
sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni ch'eglino
hanno delle cose" (Il, § 5)6.
E Nietzsche:

"Per quanto possa essere importante sapere i motivi secondo cui l'umanità
ha fino ad oggi realmente agito, la fede in questo o quel motivo, dunque
ciò che l'umanità ha fino ad oggi falsamente supposto e immaginato come
la vera leva del proprio agire, è forse qualcosa di ancor più essenziale per
colui che conosce. L'intima felicità e miseria degli uomini è infatti toccata
ad essi a seconda della loro fede in questo o quel motivo - non già attra­
verso ciò che era realmente un motivo ! Quest'ultimo ha sempre un interes­
se di secondo piano" ( 1 882/1 985, 79, § 44).

Alcuni studiosi hanno affermato che - pur non potendo trascurare


le condizioni "oggettive" - non si può prescindere dalla natura e
dalle determinanti delle strutture di valore. Come ricorda Friedrich
von Hayek,

"Nello studio della società non è rilevante sapere se queste leggi di natura
sono vere in senso oggettivo. ma solo se sono credute tali dalle persone e
se gli uomini agiscono in base a queste leggi. Se la conoscenza ' scientifica'
corrente della società che studiamo includesse la credenza che la teiTa non
produrrà alcun frutto finché non veuanno compiuti certi riti magici, questo
fatto sarebbe altrettanto importante per noi quanto ogni legge di natura che
noi riteniamo corretta. E tutte le 'leggi fisiche di produzione' che incontria­
mo, per esempio, in economia non sono leggi fisiche nel senso in cui le in­
tendono le scienze fisiche, ma sono opinioni degli uomini su quello che es­
si possono fare" ( 1942-44/1988, 1 1 9).

Anche Blumer affermava che

"One prima.t)' condition is that action takes piace in and with regard to a
situation. Whatever be the acting unit - an individuai, a family, a school, a

6. Dalla traduzione di G. Leopardi.

112
church, a business firm, a Iabor union, a legislature, and so on - any
particular action is formed in the light of the situation in which it takes
piace. This leads to the recognition of a second major condition; namely,
that the action is formed or constructed by interpreting the situation"
(1955, 85).

"There are severa] important points in this analysis of objects. First, the
nature of a11 object is constituted by the meaning it has for the person or
persons for whom it is an object. Second, this meaning is not intrinsic to
the object but arises from how the person is initially prepared to act toward
it. Readiness to use a chair as something in which to sit gives it the
meaning of a chair: to one with no experience with the use of chairs the
object would appear with a different meaning, such as a strange weapon. It
follows that objects vary in their meaning. A tree is not the same object to
a lumberman, a botanist, or a poet; a star is a different object to a modem
astronomer than it was to a sheepherder of antiquity; communism is a
different object to a Soviet patriot than it is to a Waii Street broker" (1966,
539).

"Individuals, also groups, occupying or living in the same spatial location


may bave, accordingly, very different environments; as we say, people may
be living side by side yet be living in different words" (Blumer 1 969, 1 1 ;
corsivo mio).

Soltanto a prutire dagli anni Sessanta si cominciano a rilevare in­


dicatori "soggettivi" con appositi sondaggi. Si cominciano a porre
agli intervistati domande sulla soddisfazione della vita in progetti di
ampio respiro sia per l' ampiezza dei campioni sia per il numero di
Paesi coinvolti; tra gli studi che più di altri hanno contribuito allo
sviluppo di questo settore sono da segnalare quelli di Hadley Cantril
e di Andrews e Withey7.
Cantril e collaboratori ( 1965) intervistarono un campione di circa
20.000 persone in tredici PaesiS per individuare gli aspetti della qua­
lità della vita 1itenuti importanti, e le loro aspettative per il futuro. A
tal fine Cantril usò la Self-Anchming Striving Scale9, con la quale

7. Per una rassegna più approfondita, cfr. Di Franco ( 1989, 67 e ss.); Nuvolati e
Zajczyck ( 1 997).
8. Brasile, Cuba, Egitto, Filippine, India, Israele, Jugoslavia. Nigeria, Panama,
Polonia, Repubblica Dominicana; Repubblica Federale Tedesca e Stati Uniti.
9. Sebbene la Self-Anchoring Striving Scale sia nota come "scala Cantril", è le­
gittimo avanzare qualche dubbio sulla paternità del solo Cantril. In Kilpatrick e
Cantril (1 960, 158) si legge che "the basic notion of self-anchoring scaling was

1 13
chiesero all' intervistato di definire, sulla base delle sue percezioni,
dei suoi obiettivi e dei suoi valori, i due estremi o anchoring points
- ad esempio, il massimo e il minimo, il buono e il cattivo, il meglio
e il peggio, etc.; questo intervallo "personale" è poi usato come
unità di misura (Cantril 1 965, 22). In quella ricerca si chiese all'in­
tervistato di considerare come àncora superiore speranze e desideri
che - se realizzati - gli avrebbero permesso di condurre la miglior
vita possibile; all' altro estremo le preoccupazioni, le paure e le fru­
strazioni che avrebbero determinato la peggior vita possibile. Suc­
cessivamente, usando un supporto cartaceo, gli si è chiesto di collo­
carsi (nel momento attuale, nel passato e nel futuro) su una scala da
zero a dieci, con gli estremi inferiori e superiori determinati da
quanto era stato definito dallo stesso intervistato come la peggiore e
la migliore vita possibile. Domande simili sono poi state rivolte in
merito alla situazione del suo Paese (ibidem) IO.
Era convinzione di Cantril che solo conoscendo i criteri soggettivi
che orientano il comportamento e defmiscono la situazione nei ter­
mini dei soggetti stessi fosse possibile effettuare comparazioni tra
individui, gruppi e società differenti. La sua ambizione era infatti
approntare uno strumento che gli permettesse di avere "an overall
picture of the reality worlds in which people lived, a picture expres­
sed by individuals in their own terms" (ivi, 21).
Un altro contributo alla costruzione delle scale ci viene da Brad­
burn (1 969), che elaborò e testò la act-balance scale. L'intervistato
enumera gli avvenimenti negativi e positivi della sua esistenza re­
cente, in modo da giungere alla identificazione di due stati: positive
affect e negative affectll .

worked out conceptually by F.P. Kilpatrick and further developed methodologically


by Jane M. O'Donnell in connection with special problems in buying-behavior re­
search at National Analysts, Inc., Philadelphia, Pa.".
10. Per un approfondimento sulle tecniche per studiare opinioni e atteggiamenti,
cfr. Pavsic e Pitrone (2003).
1 1 . Il risultato viene successivan1ente rapportato alle opinioni generali espresse
dall'intervistato circa il suo benessere. Nella maggior parte dei casi non si riscon­
tra alcuna relazione rilevante tra le condizioni strutturali e le opinioni espresse, il
che confermerebbe il presupposto di partenza di Bradbum, e cioè che il concetto
di benessere di ciascun individuo non è in relazione con le sue condizioni mate­
riali di vita. Sul punto si vedano anche Graziosi ( 1 979, 9 1 ) e Di Franco ( 1 989,
73).

114
Andrews e Withey ( 1 976)12 affermano che è necessario studiare il
benessere nei suoi diversi livelli di specificitàB. Se il più generale è re­
lativo all a vita come un tuttoi4, quello successivo riguarda la valutazio­
ne dei singoli aspetti ritenuti significativi dai soggetti - i concemsi5:
abitazione, matrimonio, leaders politici, etc. - da valutare alla luce dei
propri valmi o criteri (successo, bellezza, comodità, etc.: ivi, 1 1).
Gli studi sulla soddisfazione della vita, sulla felicità e le connesse
dimensioni del benessere - e, più in generale, la sola idea di consi­
derare aspetti soggettivi - hanno spesso incontrato forti resistenze,
specie da parte di alcuni economistii6. Spesso si è preferito ampliare
la gamma degli indicatori collettivi (cercando informazioni su inqui­
namento, delitti, etc.) piuttosto che integrare le informazioni a dispo­
sizione cambiando unità di analisi. Tra le agenzie internazionali,
l' Oecd ( 1999) esclude esplicitamente gli indicatori individuali, men­
tre l' isu della Undp li ignorai7.

12. Anche lo studio di Andrews e Withey (1976) è ricordato per l' alto numero di
interviste effettuate (5.422), sebbene non sia esente da perplessità il modo in cui i
due autori giustificano la pretesa rappresentatività del loro campione. Non tanto per
la pretesa in sé - che non è loro esclusiva - ma per le argomentazioni apportate:
contro ogni buon senso metodologico, si legge che "In these surveys we completed
interviews in about three-quarters (75 percent) of the selected dwellings. It would
be better if we had a higher completion rate, but persons not interviewed are no t all
alike or even sirnilar to each other, so the final restùts are not seriously biased by
their loss. These people, in other words, tend to be somewhat similar to the people
that we did interview, and if they had been interviewed, the eventual results would
in almost all cases not be different enough to fall outside the sampling error range
that must always be tolerated" (1976, 22).
13. Anziché parlare di indicatori sociali soggettivi, i due autori preferirono par­
lare di percezione del benessere (indicators ofperceived we/1-being).
14. Si richiedevano valutazioni sul benessere (well-being) in modo globale:
"How do you feel about your life as a whole?", "How happy are you these days?",
"Is your life better, worse or about the same as other people?" (Andrews e Whithey
1976, 1 1).
15. Nello scegliere il termine concem Andrews e Whithey ( 1 976, 1 1 ) seguono
Cantril ( 1 965). Esempi di domande del questionario: "How do you feel about your
house or apartrnent?", "How do you feel about our politica! leaders?", "How do
you feel about your marriage?", "How do you feel about what you are accompli­
shing in your life?" e "How do you feel about the amount of beauty and attractive­
ness in your world?".
16. Una delle prime eccezioni è il lavoro di Easterlin (1 974): esamina - in quel­
lo che può essere considerato un classico - la relazione tra crescita economica e fe­
licità.
17. Le pratiche nazionali tendono ad adattarsi, come nel caso dell' approccio sve­
dese, uno dei primi e più affem1ati sistemi nazionali di reportistica sociale (Vogel

1 15
Ciononostante negli ultimi anni gli studi basati - in pmte o del
tutto - sugli indicatori individuali hanno costituito una considerevole
tradizione di ricercals. Come licordano Kahneman e Krueger (2006,
3), in EconLitl9 sono apparsi tra il 2001 e il 2005 oltre cento articoli
nei quali si analizzavano dati sulla soddisfazione dichiarata (self-re­
ported satisfaction) o sulla felicità, contro i quattro pubblicati tra il
1991 e i1 1 99520. Oltre ad attrarre sempre più studiosi, ha cominciato
ad avere un impatto anche in alcuni sistemi di reportistica naziona­
le21, senza però riuscire a superare completamente lo scetticismo e
l' accusa di essere inaffidabili perché meri "inauthentic self-reports"
(Hage1ty et al. 200 1 , 8) o perché riflessi delle aspirazioni individuali
piuttosto che delle reali circostanze di vita (Vogel 2002; Fahey e
Smyth 2004, 6).
Di seguito riporto - senza necessariamente condividerle - le prin­
cipali critiche rivolte non tanto al singolo indice o indicatore - dato

2002; Fahey e Smyth 2004, 5-6). Più in generale, l'approccio scandinavo (Erikson
1993; Uusitalo 1994) si caratterizza per concentrarsi pressoché esclusivamente sulle
risorse e sulle condizioni di vita strutturali, seguendo gli studi avviati da Jan Drew­
nowski e Richard Titrnuss. Il welfare è concettualizzato come "the individual's
command over [ . . . ] mobilisable resources, with whose help he/she can contro! and
consciously direct his!her living condiùons" (Erikson 1974, 275; 1993, 72 e ss.). Le
risorse sono definibili in termini di denaro, proprietà, conoscenza, energia psichica
e fisica, relazioni sociali, sicurezza, etc. (Erikson e Uusitalo 1987, 1 89). Come ri­
corda Noll (2004, 157), un chiaro antecedente dell'approccio delle capabilities di
Sen.
1 8. Tra gli altri si vedano Campbell et al. (1976), Allardt ( 1993), Diener et al.
( 1999), Frey e Stutzer (2000), Hagerty et al. (2001), Sirgy (2002), Veenhoven
(2002), Noll (2004). Le principali riviste di riferimento di questo approccio sono
"Social Indicators Research" (curato da Alex Michalos), 'The Journal of Happiness
Studies" (curato da Robert Cumrnins). Cfr. anche la bibliografia e la banca-daù del
World Database of Happiness all'indirizzo http://www.eur.nl/fsw!researchlhappi­
ness.
19. Database elettronico dell'American Economie Associaùon; contiene riferi­
menti bibliografici e abstracts relativi alla letteratura internazionale di scienza eco­
nomica a partire dal 1 969.
20. Tra gli altri si vedano Di Tella, MacCulloch e Oswald (200 1 ; 2003), Blanch­
flower e Oswald (2004), Helliwell e Putnam (2004), Frijters, Haisken-DeNew e
Shields (2004a, 2004b), Di Tella e MacCulloch (2005), Easterlin (1995), Clark e
Oswald ( 1 994), Oswald ( 1 997), Ng ( 1 996, 1997), Kahneman, Wakker e Sarin
( 1 997), Winkelmann e Winkelmann ( 1998), Frey e Stutzer (2000).
2 1 . Per esempio l'approccio tedesco alla qualità della vita: Zapf ( 1984) e Noll
(2002). Ma già il Generai Household Survey del Regno Unito aveva cominciato a
fare uso di quesiti rivolti a individui, così come l' Isee francese (Curatolo 1 979, 57).

116
il loro altissimo numero in questa sede è impossibile analizzarli uno
ad uno - quanto in generale all'approccio basato sull'individuo co­
me unità di raccolta delle informazioni. Come è naturale attendersi,
molte delle accuse riprendono quelle più generalmente indirizzate
alla stessa possibilità di fare ricerca intenogando individui attraverso
questionari. Altre sono specifiche al campo di studi analizzato: non
si mette in dubbio la scelta dell'individuo come unità di analisi ma il
voler condensare tutte le dimensioni del benessere soggettivo in un
solo indice.

l. Vaiidità

i) Il concetto di qualità della vita non è abbastanza condiviso da


permettere la costruzione di indicatori. La critica trae origine dalle
argomentazioni espresse in Land (197 1 ), Wilcox e Brooks ( 1 97 1 ) e
Anderson ( 1 973), secondo i quali gli indicatori devono essere inseri­
ti in un quadro teorico di riferimento. Land affe1ma che l'espressio­
ne 'indicatori sociali' rimanda a statistiche riferite a parti di un mo­
dello di sistema sociale ( 1971 , 323)22. Bunge affe1ma che è necessa­
ria una scienza del benessere - o almeno un suo modello "ragione­
vole" - grazie alla quale istituire una relazione causale tra l'indica­
tore scelto e il benessere. Poiché tutto ciò non esiste, siamo costretti
a ricorrere al senso comune, cosa estranea alla scienza23 ( 1 975, 75).
"Lamentablemente, la gran mayoria de los indicadores sociales son
empfricos; es decir, no estan respaldados por ninguna teorfa social"
(Bunge 1996, 247)24.
Vale la pena notare che tale critica può essere estesa agli indicato­
ri collettivi e ad ogni 1icerca nelle scienze umane. In queste scienze
- in assenza o quasi di teorie in senso stretto - "abbiamo insiemi

22. "The term social indicators refers to social statistics that are components in a
social system mode! (including sociopsychological, economie, demographic and
ecological)" (Land 197 1 , 323).
23. La posizione di Bunge appare quanto meno ingenua. Sulla relazione esisten­
te tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita. e in particolare sulla capacità di
esplicitare le conoscenze, si vedano Marradi e Fobert Veutro (2001); sull'uso - ri­
conosciuto o meno - del senso comune nella scienza, si veda Pazzi (2005).
24. "Purtroppo la maggior parte degli indicatori sociali sono empirici, cioè non
sono spalleggiati da alcuna teoria sociale" (mia traduzione).

117
enunciativi, i cui asserti sono in relazione con una stessa problemati­
ca, e non sistemi enunciativi, logicamente organizzati" (Bruschi
1999, 8-9).
ii) Le risposte ottenute attàwerso la somministrazione delle più
.
svariate scale pongono i problemi - ben noti - di una situazione . di
intervista: in particolare, le risposte possono variare a causa della
tendenza di un soggetto a usare solo una parte della scala propostazs
o perché il modo di interpretare e usare le categorie di risposta è di­
verso da soggetto a soggetto26.
Schwarz e Hippler ( 1987) affermano che gli intervistati conside­
rano la lista delle risposte proposte dal ricercatore come un riflesso
della sua conoscenza del fenomeno. Ritenendo che il comportamen­
to medio o normale sia rappresentato dai valori posti al centro della
scala, usano l' intervallo delle risposte come un quadro di riferimento
per dare la loro risposta. Schwarz et al. ( 1985) hanno chiesto agli in­
tervistati di riportare i loro consumi televisivi giomalieri su due di­
verse scale, entrambe con sei categorie di risposta. La modalità ini­
ziale era "meno di mezz' ora" per la prima scala, "meno di due ore e
mezza" per la seconda; l' ultima modalità era "più di due ore e mez­
za" e "più di quattro ore e mezza" rispettivamente per la prima e se­
conda scala. La modalità "più di due ore e mezza" non è mai stata
scelta da chi ha usato la prima scala, mentre è stata indicata dal 30%
di quanti hanno usato la seconda27.
iii) Una delle critiche più frequenti è rivolta alla incongruenza fra
condizioni oggettive e valutazioni soggettivezs: a supporto di tali
considerazioni si ricorda spesso che il tasso di aggressioni ha scarsa
relazione con la sicurezza percepita o che il reddito è poco correlato
con la soddisfazione dichiarata. Nei Paesi che dispongono di serie
diacroniche la percezione del benessere è costante nel tempo nono-

25. Distorsione a cui, in determinate condizioni, si può ovviare ricorrendo alla


deflazione (Marradi 1984, 58;.2007, 160-1 62). Sul punto, si veda il cap. 9.
26. Si vedano ad esempio le antologie di Marradi (1988), Marradi e Gasperoni
(1992; 2002), ma anche Kahneman e Krueger (2006, 1 8).
27. Bisogna però notare che il numero degli intervistati (27) è tanto basso che
sarebbe scorretto parlare di percentuali; lo studio è stato poi replicato più volte: si
veda ad esempio Todd, Sangster e Dillman ( 1 997) con risultati analoghi. D' altronde
già Payne affermava che, data una serie di numeri, gli intervistati erano propensi a
sceglieme uno vicino alla posizione centrale ( 1 95 1 , 80).
28. Sull' argomento si veda anche il punto iv).

118
stante sensibili aumenti nei redditi medi: si vedano i casi di Francia,
Giappone e Stati Uniti tra il 1946 e il 1 990 (Diener e Suh 1 997), gli
studi di Easterlin ( 1 995) per il Giappone tra il 1958 e il 1987; quelli
di Oswald ( 1997) per nove Paesi europei29. Analoghi i risultati di un
sondaggio Gallup svolto in Cina con un campione di 1 5.000 indivi­
dui: tra i1 1 994 e il 2005 il reddito reale pro-capite è aumentato a un
tasso del 2,5% annuo, con evidenti e tangibili ripercussioni sul be­
nessere materiale: i proprietari di televisori a colori sono passati dal
40 all ' 82%, le famiglie con un telefono dal 1 0 al 63%. Ma, nello
stesso periodo, le percentuali di quanti si dichiarano insoddisfatti è
aumentata (Kahneman e Kmeger 2006, 1 5).
Questi elementi deporrebbero a favore di quanti sostengono che i
livelli individuali di soddisfazione della vita sono solo debolmente
connessi a variazioni nelle condizioni strutturali, e che la personalità
ed i fattori genetici sono più importanti delle circostanze sociali
nell'influenzare il benessere individuale (Lykken e Tellegen 1996).
Analogamente, come ricorda Veenhoven (2004) analizzando dati
del World Happiness Database relativi agli studi sulla felicità, Au­
stria, Francia e Giappone hanno punteggi di 6, 1 , 6,4 e 6,3 (su un to­
tale di 1 0), punteggi molto vicini a quello della Nigeria (6,3). Tali
anomalie dovrebbero sconsigliare l'uso dei punteggi sulla felicità
per comparare il benessere tra Stati in un determinato momento, e
suggerire di ricorrervi solo per controllare il cambiamento nel tempo
(McGillivray 2007, 1 2).
Molto meno convincenti sono altre critiche rivolte agli indicatori
individuali: Strauss e Thomas richiamano l' attenzione - nell' ambito
di indagini sul livello nutrizionale e sulla salute in genere - sulle
differenze tra le altezze misurate e quelle dichiarate: lo scarto-tipo30

29. Tali riswtati non sono unanimemente accettati. Tra quanti si esprimono a fa­
vore della relazione positiva tra reddito o sviluppo economico e benessere soggetti­
vo - comunque siano operativizzati i concetti studiati - Cantril ( 1965), Ouweneel e
Veenhoven ( 1 99 1), Diener et. al. (1995), Schyns (1998), Inglehart e K.lingemann
(2000) e Hagerty e Veenhoven (2003). Questi ultimi analizzano i dati di 21 Paesi e
concludono che aumenti nel reddito nazionale si accompagnano a una maggiore fe­
licità. Easterlin (2005) contesta tali conclusioni: tra gli altri argomenti, le fonti non
U\Tebbero consentito la comparazione dei dati .
30. Lo scarto tipo è la radice quadrata della varianza. Adotto l'espressione propo­
sta da Marradi (1993, 127) invece di quelle più diffuse in letteratura perché più fedele
alla fonnula (rispetto a 'scarto quadratico medio') e più breve di 'deviazione stan­
dard'. L'etichetta 'scarto quadratico medio' spetta infatti di diritto alla varianza - che

J l9
delle seconde è più del doppio rispetto a quello delle altezze misurate
(1996, 3 1 ). In generale, tuttavia, non si tratta di comparare definizio­
ni operative diverse per rilevare lo stato sulla stessa proprietà, ma di
trovare il miglior modo possibile per rilevare stati su proprietà non
operativizzabili attraverso la misurazione. Non è con critiche del ge­
nere che si può attaccare la legittimità degli indicatori individuali.
In linea generale, inoltre, chi sostiene l' argomento dell' incon­
gruenza - gli indicatori individuali non sono validi perché le opinio­
ni dei soggetti possono non collimare con la situazione "oggettiva" -
sembra quasi dimenticare che quel tipo di indagini è nato proprio
per far risaltare eventuali differenze3 1 . B isognerebbe piuttosto chie­
dersi quali sono le cause dello scarto: proprio questo tipo di analisi
potrà fornire informazioni utili (Allardt 1 993, 93).
iv) Lo studio della felicità o dell' appagamento dei desideri è con­
siderato fuorviante perché il giudizio è influenzato dalle aspirazioni
e dalle condizioni iniziali: chi ha vissuto a lungo in condizioni mise­
re potrebbe essere soddisfatto in seguito a un miglioramento anche
lieve, così come una persona abituata a standard di vita elevati po­
u·ebbe essere insoddisfatta in seguito a un piccolo peggioramento32.

"Le reazioni mentali, spesso, riflettono forme frustranti di compromesso


con una realtà particolarmente dura, dettate dalla mancanza di speranza. Il
mezzadro insicuro, il bracciante agricolo sfruttato, il lavoratore domestico
soverclùato di lavoro, la c asalinga sottomessa, tutti questi soggetti possono
venire a patti con le loro rispettive condizioni, in modo tale che torti subiti
e malcontento siano come sommersi da una resistenza gioiosa indotta dalla
necessità di sopravvivenza. La persona socialmente sottomessa e priva di
ogni speranza perde il coraggio di desiderare un patto sociale migliore e
impara a trarre piacere da un'esistenza fatta di piccole misericordie. Le pri-

è la media dei quadrati degli scarti, cioè lo scarto quadratico (=elevato al quadrato)
medio. 'Deviazione standard' è la traduzione letterale ma ingombrante dell'espressio­
ne inglese standard deviati011. L'espressione 'scarto tipo' ha un suo equivalente spa­
gnolo: desvfo tfpico o desviaci6n t{pica sono infatti comunemente usate nei paesi di
lingua spagnola, insieme alla traduzione letterale dall'inglese (desviaci6n estlindar).
3 1 . Schneider (1974, 508) ad esempio contestava l'uso esclusivo di indicatori
collettivi per indagare la qualità della vita data la scarsa relazione tra gli oltre trenta
indicatori "oggettivi" usati nelle aree urbane degli Stati Uniti e la soddisfazione ri­
levata a livello individuale.
32. Su tali posizioni si veda, ad esempio, Erikson ( 1 993, 77): "people's own as­
sessment of their degree of satisfaction [ . . . ] is partly detemlined by their level of
aspiration".

120
vazioni paiono soffocate e amm utolite se misurate attraverso l'utilità" (Sen
1 984/1992, 344).

Il fenomeno non è certo nuovo; Alexis de Tocqueville, commen­


tando la situazione francese nella seconda metà del Settecento, affer­
mava che

"à mesure que se développe en France la prospérité [ . . . ] , les esprits


paraissent cependant plus mal assis et plus inquiets; le mécontentement
public s' aigrit; la haine contre toutes les institutions anciennes va croissant.
Bien plus, les parties de la France qui devaient etre le principal foyer de
cette révolution sont précisément celles où le progrès se font le rnieux voir.
[ . . . ] ' On dirait que les Français ont trouvé leur position d' autant plus
insupportable qu'elle devenait meilleure" ( 1856/1952, 222-223).

Durkheim affronta il problema sia ne Le regole del metodo socio­


logico sia ne Il suicidio:

"Etant donné un meme milieu, chaque individu, suivant son humeur, s'y
adapte à sa manière qu'il préfère à toute autre. L'un cherchera à le changer
pour le mettre en harmonie avec ses besoins; l' autre aimera mieux se
changer soi-meme et modérer ses désirs, et, pour arriver à un meme but, que
de voies différentes peuvent etre et son effectivement suivies!" (1 895, 1 1 6).

"Sous cette pression, chacun dans sa sphère, se rend vaguement compte du


point extreme jusqu'où peuvent allers ses ambitions et n' aspire à rien au­
delà si, du moins, il est respectueux de la règle et docile à l' autorité
collective, c'est-à-dire s'il a une saine constitution morale, il sent qu' il
n'est pas bien d'exiger davantage. Un but et un terme sont ainsi marqués
aux passions. [ . . . ] L' idéal économique assigné à chaque catégorie de
citoyens est compris lui-meme entre certaines limites à l ' intérieur
desquelles les désirs peuvent se mouvoir avec liberté. Mais il n'est pas
illimité. C' est cette limitation relative et la modération qui en résulte qui
font les hommes contents de leur sort tout en les stimulant avec mesure à le
rendre meilleur; et c'est ce contentement moyen qui donne naissance à ce
sentiment de joie calme et active; à ce plaisir d'etre et de vivre qui, pour
les sociétés comme pour les individus, est la caractéristique de la santé''
( 1 8 97, 277).

Il concetto di privazione relativa - centrale per l ' interpretazione


dei risultati di The American Soldier - era usato "per contribuire a
spiegare la ragione di certi sentimenti di insoddisfazione, soprattutto
nei casi in cui la situazione oggettiva non sembrava, a prima vista,

121
giustificare la loro insorgenza" (Merton 1 949/1992, 466). Gli autori
stessi riconobbero l' affinità del concetto di privazione relativa con
.
altri concetti sociologici, quali "il quadro sociale di riferimento [so­
cialframe of referenee], i modelii di aspettativa o le definizioni della
situazione" (Stouffer et al. 1 949, I, 1 25). Anche studi recenti confer:­
mano che la posizione relativa nella distribuzione del reddito o in un
gruppo di pari sia più importante del livello assoluto di reddito
(Clark e Oswald 1996; Ferrer-i-Carbonell 2005; Luttmer 2005).
CantJ.il sottolineava il ruolo dell' esperienza e dei contesti socio­
culturali nella formazione delle aspettative:

"There are wide variations in the total volume and range of the hopes and
fears people in different countries express both for themselves and for their
nations and, of course, great differences in the range of hopes mentioned by
educated people and people living in cities as compared with the range of
hopes of less educated people and those in rural m·eas. lt is clear that people
must leam what to want the way they leam anything else; they must learn
the range and quality of experience that should be theirs if things are to be
different. Among the people of India, for example, less than 10 per cent are
worried about their health while in health-conscious America and West
Germany this figure rises to 40 per cent" (Cantril l 967, 146; corsivo mio).

Anche per Campbell e Converse era necessario comprendere co­


me sono percepite e valutate le condizioni sociali:

"Discontentment with objective conditions has appeared to be increasing


over exactly the same period that those conditions have at most points and
by almost all criteria been improving, a discrepancy with portentous social
and political implications" (1972, 9).

v) Campbell et al. ( 1 976) e Allardt ( 1 977) hanno riscontrato una


"barriera della felicità", cioè la tendenza a rispondere in modo estre­
mamente positivo sul piano generale, mentre su argomenti più speci­
fici le persone tenderebbero ad essere critiche nei confronti della lo­
ro situazione e a esprimere una fmie insoddisfazione. Le valutazioni
del benessere globale33 sono instabili, dipendenti dallo stato d' animo

33. Nella World Values Survey agli intervistati di 8 1 Paesi viene clùesto "All
tlùngs considered, how satisfied are you with your life as a whole these days?". La
Generai Social Survey clùede agli statunitensi: "Taken all together, how would you
say tlùngs are these days? Would you sa.y tha.t you are very ha.ppy, pretty ha.ppy or
not too happy?".

122
del momento, dal tono delle conversazioni, dalle domande preceden­
ti34. Norbe1t Schwarz e Franz Strack affermano che "there is little to
be leamed from self-repmts of global well-being" ( 1 999, 80). Vari
sono i lavori a sostegno dell'ipotesi che l' umore del momento in­
fluenzi le valutazioni sulla soddisfazione della propria vita intesa co­
me un tutto: stato d'animo che può migliorare per aver trovato un
saldino (Schwarz 1 983), ricevuto una stecca di cioccolata (Miinkel,
Strack e Schwarz 1 987), aver passato del tempo in modo piacevole o
aver visto vincere la nazionale di calcio (Schwarz et al. 1987).
Per questo vari psicologi ed economisti propongono di non rileva­
re la soddisfazione della vita in generale ma solo la soddisfazione
nei · vari momenti della giornata, durante lo svolgimento delle tante
attività quotidiane35.

34. Per questi motive s i ritiene che gli indicatori individuali non possano essere
la bussola delle politiche sociali perché ciò esporrebbe i decisori ai capricci quoti­
diani: l' atteggiamento nei confronti della sicurezza potrebbe ad esempio dipendere
più da messaggi sensazionalisti che dall'incidenza di furti e rapine. Cobb afferma
che trattare le risposte dei soggetti come rappresentazioni adeguate della qualità
della vita presuppone che tali soggetti sano consapevoli e capaci di articolare le sfu­
mature di sentimenti, che sentimenti transitori rappresentino condizioni stabili, che i
sentimenti siano equivalenti ai valori, e che i sentimenti siano quantificati attraverso
una scala assoluta (2000, 5).
35. Si vedano Diener, Sandvik e Pavot ( 1 99 1 ), Kahneman et al. (2004), Kahne­
man e Kmeger (2006).

123
9. Data management:
co1ne rendere significativi i dati

La quarta fase del processo di costruzione della variabile secondo


Lazarsfeld è la ricomposizione delle infmmazioni in un indice!: dato
che gli indicatori sono specifici se rapportati alla generalità e ric­
chezza semantica del concetto da cui era prutito, il ricercatore dovrà
procedere a una loro sintesi. Prima di procedere, tuttavia, occmre
rendere comparabili i dati della matrice2, e ciò a prescindere
dall'unità di analisi considerata: nel caso dell'unità individuo po­
tremmo dover costruire un indice partendo da una scala Likert e da
un termometro dei sentimenti. Nel caso di unità te1ritoriali potrem­
mo dover costruire un indice che tenga conto del livello di inquina­
mento (tasso di anidride carbonica nell'atmosfera), del costo degli
affitti delle abitazioni (media del numero di euro per metro quadro),
della speranza di vita alla nascita (anni). Si dovrà pe1tanto neutraliz­
zare la distorsione arrecata dalla presenza di unità di misura e/o di
intervalli di vruiazione differenti.

l . Si può pensare alla costruzione di un indice additivo - la forma più semplice


di indice - come la valutazione della preparazione di un alunno in occasione di un
esame. Le trenta domande del test possono essere immaginate come indicatori della
preparazione dello studente, e l'indice potrebbe essere calcolato come sonuna dei
punteggi ottenuti da uno studente su ciascuna JomanJa.
2. Le operazioni presentate in questo paragrafo possono essere applicate esclusi­
vamente a variabili cardinali (naturali o metriche) o quasi-cardinali (derivate me­
diante alcune delle tecniche di scaling da proprietà considerate continue per le quali
non esiste unità di misura).

125
l. La normalizzazione

L' operazione di dividere una cifra per una base rilevante al fine di
neutralizzare aspetti di un fenomeno che non interessano si chiama
normalizzazione (Marradi 2007, 1 8 1). La normalizzazione trasforma
la natura e il campo di variazione di una variabile. La percentualiz­
zazione, ad esempio, trasforina le frequenze assolute in frequenze
che variano tra O e l 00; analogamente, la trasformazione di una fre­
quenza assoluta in una proporzione la colloca in un intervallo i cui
valori variano fra O e l .
Un' altra semplice forma di normalizzazione consiste nel mettere
in relazione i valori di una variabile con l'intervallo di variazione.
Un qualsiasi dato può essere trasformato secondo la formula [9. 1 ] :

---- [9. 1 ]
xm - x .
ax mm

dove n.1 è il dato normalizzato, x.1 quello da normalizzare, xmm . è


l' estremo inferiore dell'intervallo di variazione e xmax quello supe-
riore.
La [9. 1 ] può essere considerata come la semplificazione della for­
mula più generale [9.2] :

n.l = M * [9.2]
x -x .
----

max mm

dove M (per M=f:: O) è il valore massimo che si desidera assegnare al­


la distribuzione della nuova variabile: posto M pari a l 00, il nuovo
intervallo di variazione sarà [0, 100].
Il motivo che induce a trasformare i dati in questo modo è analo­
go a quello addotto per giustificare il calcolo di percentuali e pro­
porzioni: l' intervallo di variazione 0- 1 00 (ma lo stesso vale per gli
intervalli 0-1 , 0- 10, 0-1 .000) è di facile comprensione e agevola l'in­
terpretazione dei dati.
Nel sistema universitario italiano le votazioni dell' esame di lau­
rea variano fra 66 e 1 1 O. Applicando la formula [9. 1], un voto di 99
diventa 0,75 ; 104 diventa 0,86; naturalmente, 66 diventa O e 1 10 di­
venta l . Un voto pari a 88 è collocato a metà della scala dei voti
possibili, ma ciò non è chiaro a prima vista; il corrispondente valo-

126
re 50, posto su una scala 0-100, lo rende immediatamente compren­
sibile.
La trasformazione dell'intervallo di variazione è poi necessaria
per confrontare la distribuzione di due (o più) variabili con intervalli
di variazione diversi. È sufficiente applicare la funzione di trasfor­
mazione a tutte le variabili per ricondurle a uno stesso sistema di ri­
ferimento.
Gli estremi dell'intervallo di variazione della nuova variabile pos­
sono non essere presenti nella distribuzione delle frequenze osserva­
te. Questa modalità di normalizzazione - che definisco teorica - non
tiene conto dell'effettiva distribuzione di frequenza da trasformare:
l'intervallo di variazione è determinato dal valore minimo e massi­
mo teoricamente possibili, non da quelli empiricamente rilevati, per
cui l'intervallo di variazione potrà essere anche sensibilmente più ri­
stretto di 0-M. Diversamente si può3 Iicorrere a una normalizzazione
empirica: la formula è ancora la [9.2], dove xmin e xmax sono i valori
più bassi e più alti empiricamente rilevati. In questo modo si ha la
certezza che almeno un caso assumerà il valore O e almeno un caso
il valore massimo (M).
Qualunque tipo di normalizzazione si adotti, le distanze relative
che separano i casi non cambiano. Un caso che assume un valore
centrale nella distribuzione 01iginaria sarà collocato in posizione
centrale anche dopo la normalizzazione. La forma della curva di fre­
quenza della distribuzione rimane la stessa: viene compressa o dila­
tata a seconda delle costanti inserite nella formula di normalizzazio­
ne. Lo stesso vale per una forma particolare di normalizzazione: la
standardizzazione.

2. La standardizzazione

Supponiamo4 di voler confrontare i voti Iiportati in un compito di


matematica svolto in tre classi diverse. Andrea, Anna e Laura, di
classi diverse, hanno ottenuto il voto 7. La normalizzazione teorica

3. È necessario ricorrere a tale modalità di normalizzazione quando nùnimo e


massimo teorici non sono noti.
4. Riprendo l'esempio proposto da Corbetta, Gasperoni e Pisati (2001 , 83-84).

127
non permette di distinguere fra questi tre voti, in apparenza identici,
poiché i tre intervalli di variazione teorici sono uguali.

Tab. 9.1 - Confronto fra tre distribuzioni di frequenza relative al voto di matemati­
ca riportato in pagella

classe A classe B classe C


voto freq. freq. freq.

3 o o 1
4 o o 12
5 5 3 IO
6 9 7 5
7 7 14 3
8 5 7 1
9 4 o 1
10 o o 1

totale 30 31 34
media 6,8 6,8 5,3
scarto-tipo 1,28 0,9 1 ,6

Andrea 7 Anna 7 Laura 7


N(0-10) 5,0 N(0-10) 6,7 N(0-10) 5,7
z 0, 1 6 z 0,22 z 1,11

L a normalizzazione empirica restituisce dei valori come d a tabella


9 . l , nella quale si riportano le distribuzioni dei voti in matematica:
nella classe A i voti variano da 5 a 9; nella classe B da 5 a 8; nella
classe C da 3 a 10. Se normalizziamo il voto dei tre studenti in mo­
do da ottenere una scala O- l O, Andrea riceve 5 (= [7-5]/[9-5] * 1 0),
Anna 6,7 (= [7-5]/[8-5 ] * 1 0) e Laura 5,7 (= [7-3]/[10-3] * 1 0).
Ma anche questa soluzione non è soddisfacente. Il voto di Anna,
confrontato con i voti dei suoi compagni di classe, non ha nulla di
eccezionale e non merita una così elevata valorizzazione rispetto ad
Andrea e Laura. Il 7 di Laura, invece, sembra un voto relativamente
alto: due terzi dei suoi compagni non hanno nemmeno raggiunto la
sufficienza, e solo sei (lei compresa) hanno ottenuto voti pari o su­
periori a 7: sembra quindi meritare un voto normalizzato più elevato.

128
L'ancoraggio della normalizzazione relativa alla distribuzione em­
pirica è piuttosto debole, o meglio parziale: si basa sui soli valori
estremi, senza considerare come gli altli valori si distribuiscono en­
tro quell' intervallo.
Le tre distribuzioni raffigurate nella tabella l sono molto diverse
da questo punto di vista: la classe A, entro il suo intervallo di varia­
zione, presenta una distribuzione equilibrata; i voti della classe B
sono concentrati; i valori della classe C esprimono una tendenza
centrale bassa e una dispersione elevata. Differenze rispecchiate,
nella tabella 9. 1 , dalla media e dallo scarto-tipo. Una normalizza­
zione J?iù soddisfacente dei voti dovrebbe tenere conto di queste
differenze.
Potremmo poi voler rendere comparabili dati provenienti da
proprietà operativizzate in modo differente - due unità di misura
o due scale autoancoranti5 diverse - ad esempio per costruire un
indice additivo. S e volessimo confrontare le graduatorie di alcuni
Paesi in base al reddito pro-capite e alla speranza di vita alla na­
scita dovremmo tener conto non solo della diversa media e disper­
sione di ciascuna variabile, ma anche della diversa unità di misu­
ra: da un lato un' unità monetaria (il dollaro usa a parità di potere
d' acquisto, ppp), dall' altro un'unità temporale (gli anni). La tab.
9.2 riporta i dati di ventisei Paesi: i primi venti in base al pil-pc e
i primi venti in base alla speranza di vita alla nascita6. Come tra­
sformare le due variabili in modo da poterne combinare i valori in
un solo indice?

5. Le scale auto-ancoranti approssimano la cardinalità riducendo al minimo


l' autonomia semantica (cioè la possibilità di interpretarla senza fare riferimento al
significato dell'intera proprietà o di altre categorie) delle categorie intermedie fra i
due estremi. Devono il loro nome al fatto che l' intervistato "ancora" il continuum
ai due estremi interpretandone le etichette verbali; tutte le altre categorie sono co­
stituite da cifre o da caselle lungo un segmenlo. Si veda Mrundi ( 1 993; 1 998;

2007, 1 30 e ss.).
6. Poiché i primi venti Paesi non sono necessariamente gli stessi, quelli presenti
in tab. 9.2 sono 26.

129
Tab. 9.2 - Pii pro-capite e speranza di vita � 2004

pil-pc ($ Usa ppp) speranza di vita


alla nascita (anni)

Australia 30.33 1 80,5


Austria 32.276 79,2
Belgio 3 1 .096 79, 1
Canada 3 1 .263 80,2
Cipro 22.805 78,7
Danimarca 3 1 .914 77,3
Firùandia 29.95 1 78,7
Francia 29.300 79,6
Germania 28.303 78,9
Giappone 29.25 1 82,2
Hong Kong, Cina (Ras) 30.822 8 1 ,8
Irlanda 38.827 77,9
Islanda 33.05 1 80,9
Israele 24.382 80,0
Italia 28. 180 80,2
Lussemburgo 69.961 78,6
Malta 1 8.879 78,6
Norvegia 38.454 79,6
Nuova Zelanda 23.413 79,3
Olanda 3 1 .789 78,5
Regno Unito 30.821 78,5
Singapore 28.077 78,9
Spagna 25.047 79,7
Stati Uniti 39.676 77,5
Svezia 29.541 80,3
Svizzera 33.040 80,7

media 3 1 .556 79,4


scarto-tipo 9. 1 60,55 1 ,20

Fonte: nostra elaborazione dati Undp (2006, 283, tab. l).

La standardizzazione trasforma i dati ongmari in punti - detti


standard - che non risentono dell'unità di misura della variabile, né
della tendenza centrale della distribuzione, né della sua dispersione,
poiché media e scarto-tipo di una variabile standardizzata sono sem­
pre zero e uno. La standardizzazione consiste in una doppia norma­
lizzazione: prima dei dati tispetto alla loro media e poi degli scruti
rispetto allo scruto-tipo, secondo la formula [9.3] :
X; - Jl
Z; = [9.3]
a
--­

130
dove xi indica un generico punteggio. Maggiore il valore z ottenuto
(in valore assoluto), maggiore sarà la distanza che separa quel dato
dalla media della distribuzione.

Tab. 9.3 Pii pro-capite e aspettativa di vita alla nascita (avn): valori grezzi, pro-
cedure di calcolo e valori standardizzati 2004
-

pii-pc Zpil-pc avn zAvn

Australia 30.33 1 -0, 13 80,5 0,88


Austria 32.276 0,08 79,2 -0,20
Belgio 3 1 .096 -0,05 79, 1 -0,28
Canada 3 1 .263 -0,03 80,2 0,63
Cipro 22.805 -0,96 78,7 -0,61
Danimarca 3 1 .9 14 0,04 77,3 -1,78
Finlandia 29.95 1 -0, 1 8 78,7 -0,61
Francia 29.300 -0,25 79,6 0,1 3
Germania 28.303 -0,36 78,9 -0,45
Giappone 29.25 1 -0,25 82,2 2,30
Hong Kong, Cina (Ras) 30.822 -0,08 8 1 ,8 1,96
Irlanda 38.827 0,79 77,9 -1,28
Islanda 33.05 1 0,1 6 80,9 1,22
Israele 24.382 -0,78 80,0 0,47
Italia 28. 1 80 -0,37 80,2 0,63
Lussemburgo 69.961 4, 19 78,6 -0,70
Malta 1 8.879 -1,38 78,6 -0,70
Norvegia 38.454 0,75 79,6 0,13
Nuova Zelanda 23.413 -0,89 79,3 -0,1 2
Olanda 3 1 .789 0,03 78,5 -0,78
Regno Uruto 30.821 -0,08 78,5 -0,78
Singapore 28.077 -0,38 78,9 -0,45
Spagna 25.047 -0,71 79,7 0,22
Stati Uruti 39.676 0,89 77,5 -1,61
Svezia 29.541 -0,22 80,3 0,72
Svizzera 33.040 0, 1 6 80,7 1,05

media 3 1 .556 0,0 79,4 0,0


scarto-tipo 9.160,55 1,00 1 ,20 1 ,00

Fonte: nostra elaborazione dati Undp (2006, 283, tab. 1).

La prima normalizzazione consiste nella trasformazione di ogni va-


lore nel suo scarto dalla media. D reddito dell'Australia diventa -1225
(3033 1-3 1556), la sua speranza di vita alla nascita 1 ,06 (80,5-79,4).

131
Questo passaggio - ripetuto per ogni Paese considerato - non fornisce
ancora dei risultati? utili per costruire un indice, in quanto risente an­
cora della differente unità di misura. A questo serve la seconda nor­
malizzazione, che consiste nella compressione o nella dilatazione del­
la disuibuzione dei punteggi, · a seconda della loro dispersione. In par­
ticolare, ogni scruto ottenuto con la prima normalizzazione viene divi­
so per lo scruto-tipo. Lo scarto del pii-pc dell'Australia (-1 225) viene
diviso per 9 1 60,55 e diventa -0, 1 3 . Quello della speranza di vita
( 1 ,06) viene diviso per 1 ,20, diventando così 0,88. Avendo eliminato
la distorsione arrecata dall'uso di due diverse unità di misura, i valori
per il pil-pc e per la speranza di vita alla nascita sono ora compru·abili.
Tutti i dati appartenenti a distribuzioni standardizzate hanno la
stessa unità (il punto standard), la stessa media (O) e la stessa disper­
sione (scruto-tipo e varianza pari a l ). Standardizzare una vruiabile
significa quindi trasformarla in modo da consentire il confronto fra
dati appartenti a variabili diverse o a dishibuzioni diverse della stes­
sa variabile (relative, ad esempio, a popolazioni diverse).
Nella colonna dei valori standardizzati zpil-pc è immediatamente
evidente non solo la posizione di ciascun Paese nei confronti della
media - il valore standardizzato negativo del pil-pc per il Regno
Unito (-0,08) indica che si trova al di sotto della media - ma anche
di quanto se ne allontana - di poco, vista la vicinanza allo zero. Op­
pure che la distanza negativa dalla media della Nuova Zelanda (z =
-0,89) è pari a quella positiva degli Stati Uniti (z = +0,89). La stan­
dardizzazione consente inoltre di confrontare il dato di ciascun pae­
se su entrambe le variabili: l'Italia, ad esempio, per il 2004 ha un
pii-pc inferiore alla media dei ventisei paesi considerati (-0,37),
mentre il dato relativo alla speranza di vita alla nascita va nella dire­
zione conu·aria (+0,63), con una distanza quasi doppia.
Non si può quindi condividere la tesi di quanti affermano che la
standardizzazione presenta degli svantaggis. Nella letteratura psicome­
trica la critica si concenu·a sul fatto che la media di tutte le vruiabili
standardizzate è uguale a zero, che i punteggi grezzi inferiori alla me­
dia hanno punti standardizzati di segno negativo e che si fa largo uso

7. Uso distinguere tra informazione, dato e risultato: il dato è l'infom1azione codifi­


cata nella matrice dei dati, mentre risultato è l'esito delle procedure di elaborazione dei
dati contenuti nella matrice (ad esempio, una media o lo scarto-tipo sono dei risultati).
8. Si veda tra gli altri Ercolani, Areni e Leone (2001 , 98).

132
di decimali9. Per quanto abbiamo visto non si può parlare di svantag­
gi, ma di aspetti positivi che il ricercatore coscientemente persegue.

3. La deflazione

La costruzione di scale (Pavsic e Pitrone 2003) è una tecnica di


raccolta di infmmazioni per rilevare stati su proprietà prive di unità
di misura, come la maggior parte delle proprietà oggetto di studio da
parte dei ricercatori (sociologia, psicologia, scienza politica) ; è però
soggetta a diversi enori e distorsioni, tra le quali la possibile alte­
razione sistematica dei valori assegnati ai diversi oggetti cognitivi.
Non solo l' intervento del ricercatore è determinante nella costru­
zione della tecnica di s omrninistrazione, ma lo è anche quello
dell'intervistato, che può nella pratica usare un diverso strumento
di rilevazione rispetto a quello immaginato e proposto dal ricerca­
toreiO. Non è raro infatti incontrare persone che - indipendente­
mente da quanto viene loro chiesto - scelgono punteggi sempre
bassi, altre che si orientano verso punteggi sempre alti, altre che si
tengono sempre al centro, altre ancora che usano tutte le possibi­
lità loro offerte. La scelta dei punteggi sarebbe cioè legata alla per­
sonale tendenza, indipendente dall' oggetto cognitivo, a "tenersi
basso" o "alto" nelle valutazioni espresse, a usare un proprio stru­
mento di rilevazione. Anche in questo caso, quindi, due sono le di­
storsioni di cui tener conto: la diversa tendenza centrale e la di­
spersione attorno ad essa.
La deflazionel l è la tecnica proposta da MaJ.Tadi ( 1 979; 1 984;
1 998) per normalizzare i dati di variabili quasi-cardinali frutto di sca­
le auto-ancoranti. Ogni punteggio assegnato con una scala autoanco­
rante può essere idealmente scomposto secondo la formula [9 .4] :

9. Per ovviare a tali inconvenienti sono state proposte varie ulteriori trasforma­
zioni, basate su relazioni lineari con la scala z, ad esempio Y a + bz, dove Y è il
=

nuovo punteggio standardizzato, a e b sono costanti corrispondenti rispettivamente


alla media ed allo scarto-tipo della nuova scala e z è il vecchio punteggio standard.
10. Si vedano ad esempio le antologie curate da Marradi (1 988), Marradi e Ga­
speroni ( 1992; 2002).
I l . La procedura è stata chiamata deflazione in analogia "con la neutralizzazione
del livello generale dei prezzi che gli economisti operano sulle variabili monetarie"
(Mamdi 1984, 58).

133
dove:
Pxi = punteggio assegnato dal soggetto i sulla vmiabile X,
sxi = stato sulla proprietàl2 X del soggetto i,
ti• = tendenza del soggetto i ad assegnare punteggi prevalentemente
bassi o prevalentemente alti a qualunque oggetto sottoposto al­
la sua valutazioneD .
Perché la trasformazione sia legittima - evitando così di manipo­
lare arbitrariamente le risposte scelte dagli intenristati è necessario -

che il ricercatore sottoponga sempre un' ampia rosa di oggetti


( 15/20) contrapposti su più dimensioni (destra/sinistra, centro/perife­
ria, vecchio/nuovo, etc.: Marradi 199 1 , 97; Di Franco 2001 , 82; Pav­
sic e Pitrone 2003, 147). Solo a questa condizione si possono legitti­
mamente trasformare i dati senza rischiare di considerare un punteg­
gio ben ponderato in un riflesso dello stile di risposta. Così facendo
si rende infatti improbabile l'eventualità che un intervistato dia pun­
teggi prevalentemente bassi solo perché la gran parte degli oggetti
sottoposti al suo giudizio gli sono effettivamente sgraditi, oppure
prevalentemente alti perché la gran pmte degli oggetti gli sono effet­
tivamente graditi (Marradi 1 993, 1 10).
Se la batteria prevede oggetti da valutare riconducibili a una sola
dimensione (es. il gradimento di esponenti della sola opposizione) e
l' intenristato risponde scegliendo punteggi che variano tra O e 2, non
possiamo solo per questo assumere che l' intenristato si tenga basso
comunque, e non si tratti invece della sua effettiva opinione. La so­
luzione non consiste nemmeno nel porre domande anche su perso­
naggi della maggioranza: l'intervistato potrebbe essere scettico nei
confronti dei politici di qualsiasi appmtenenza. Se però ·si presenta­
no oggetti relativi ad ambiti differenti (la guerra, la solidarietà, la
propensione al consumo, etc.) e le risposte continuano a variare tra O

1 2. Distinguo tra Px; - il pwlteggio espresso dai soggetti, quindi un dato, una
modalità della variabile della nostra matrice - e sxi' uno stato su una proprietà ester­
no alla mau·ice dei dati.
1 3 . Rispetto alla formula presentata da Marradi ( 1984) ometto per comodità
espositiva un terzo addendo: exi - stati momentanei e aleatori del soggetto i nei con­
fronti dell' oggetto da valutare x - che non influirebbero comunque sullo sviluppo
della formula.

134
e 2, allora i dubbi di essere in presenza di un certo stile di risposta
aumentano e rendono opportuno l'intervento.
La tendenza (ignota) di ogni soggetto ad assegnare punteggi solo
alti o solo bassi - indipendentemente dalla natura degli oggetti che
sono sottoposti alla sua valutazione - può essere stimata grazie alla
media (nota) dei punteggi scelti dal soggetto. Non resta allora che
una semplice operazione algebrica: a ciascun punteggio si sottrae la
media dei punteggi, secondo la fonnula [9.5]:

dove
sxi = stima dello stato sulla proprietà X del soggetto i.
Se poi si vuole eliminare la tendenza ad assegnare solo punteggi
centrali o solo estremi - cioè la differente dispersione dei punteggi
attorno alla media - si dividerà ogni scarto dalla media per lo scar­
to-tipo della distribuzione dei punteggi espressi dal soggetto i:

pXl. ± tl.•
sXl. = [9.31
a

A questo punto tutti i dati - espressi con un'unica unità di misu­


ra e una stessa media - sono comparabilil4. Ovviamente la media e
lo scarto-tipo previsti dall' algoritmo della deflazione sono riferiti
ai dati di un caso su un insieme di variabili: diversamente da quan­
to accadeva con la standardizzazione - che opera sulle variabili (le
colonne della nostra matrice-dati) - la deflazione opera sui casi (le
righe).
La tab. 9.4 riporta la sezione della matrice dei dati contenente i
punteggi scelti da alcuni soggetti ai quali è stato somministrato mi
questionario contenente dieci termometri dei sentimenti.

1 4. Col ternine 'deflazione' Marradi indica sia la nonnalizzazione dei punteggi


rispetto alla media sia quella degli scarti così ottenuti rispetto alla dispersione. Non
sempre è necessario ricorrere ad entrambe: se la dispersione delle due (o più) varia­
bili sono simili non sarà necessario neutralizzarne l' effetto.

135
Tab. 9.4 Stili di risposta di 4 intervistati - punteggi scelti dall 'intervistato (tecn i­
ca: tennometro dei sentimenti, possibili risposte da O a 100)
-

t1 t2 t3 !4 !5 t6 t7 !8 t9 !lO Media cr

Giulia 90 95 90 90 95 96 90 95 90 90 92,1 2,7


Alberto 20 23 25 20 15 25 18 22 70 20 25,8 15,8
Fabrizio 50 60 53 50 45 55 70 50 90 60 58,3 13,2
Gabriella 10 15 25 65 86 1 00 40 o 90 90 52,1 38,3

Alla proprietà rilevata dal nono termometro Giulia, Fabrizio e Ga­


briella hanno assegnato un punteggio pari a 90; ciò farebbe pensare
che abbiano lo stesso stato sulla proprietà. Ma è davvero così? E
davvero Alberto - con un punteggio assegnato di 70 - è il più "fred­
do" di tutti?
Il 90 di Giulia è uno dei suoi punteggi più bassi, e dalle sue altre
risposte si nota che tende ad assegnare punteggi alti; il 70 di Alberto
e i 90 di Fabrizio e Gabriella sono invece collocati tra i loro punteg­
gi più alti: tenendo conto del relativo intervallo di variazione il 90 di
Giulia sembra diverso dai 90 degli altri due intervistati. Giulia infatti
usa punteggi prevalentemente alti, Alberto bassi, Fabrizio punteggi
centrali e solo Gabriella tende a usare tutto l' arco dei punteggi pos­
sibili: i primi tre soggetti usano una scala differente da quella propo­
sta dal ricercatore.
Un primo modo di eliminare la distorsione è presentare i dati co­
me scarti dalle rispettive medie, in modo da poter avanzare valuta­
zioni che tengano conto delle diverse tendenze centrali (cfr. tab. 9.5).

Tab. 9.5 Stili di risposta di 4 intervistati - scarti dalla media (tecnica: tem1ometro
dei sentimenti, possibili risposte da O a l 00)
-

t1 t2 t3 t4 t5 t6 t7 t8 t9 t10 Media cr

Giulia -2, 1 2,9 -2, 1 -2,1 2,9 3,9 -2,1 2,9 -2,1 -2, 1 0,0 2,7
Alberto -5,8 -2,8 -{),8 -5,8 -10,8 -{),8 -7,8 -3,8 44,2 -5,8 0,0 15,8
Fabrizio -8,3 1 ,7 -5,3 -8,3 - 1 3 ,3 -3,3 1 1 .7 -8,3 31,7 1,7 0,0 13,2
Gabriella -42, 1 -37,1 -27, 1 12,9 33,9 47,9 -12,1 -52, 1 37,9 37,9 0,0 38,3

Considerando i punteggi espressi come scarti dalle rispettive me­


die dei soggetti, il quadro è completamente diverso: -2, l di Giulia

136
rispetto ai valori nettamente più alti di Albe1to (44,2), Fabrizio
(3 1 ,7) e Gabriella (37,9). Dobbiamo però ancora tener conto dell' al­
tro elemento di disturbo: Gabriella è l'unica ad usare tutti i punteggi
previsti dalle possibilità di risposta, e pe1tanto i suoi punteggi hanno
uno scarto-tipo a (3 8,3) più alto di quello degli altri tre (rispettiva­
mente 2,7, 15,8 e 1 3 ,2) . La seconda normalizzazione, quella che di­
vide gli scarti dalla media per i rispettivi scarti-tipo, ci fornisce un
risultato ancora diverso (cfr. tab. 9 .6) .

Tab. 9.6 Stili di risposta di 4 inten,istati - dati deflazionati (tecnica: tennometro


dei sentimenti, possibili risposte da O a 100)
-

ti t2 t3 t4 t5 t6 t7 t8 19 tl O Media cr

Giulia -{),8 1,1 -{),8 -D,8 1,1 1,4 -{),8 1,1 -0,8 -{),8 0,0 1,0
Alberto -D,4 -D,2 -D, 1 -{),4 -D,7 -D,1 -{),5 -D,2 2,8 -D,4 0,0 1 ,0
Fabrizio -{),6 0,1 -{),4 -D,6 - 1 ,0 -D,2 0,9 -D,6 2,4 0, 1 0,0 1 ,0
Gabriella -1,1 - 1 ,0 -D,7 0,3 0,9 1 ,2 -{),3 -1,4 1.0 1 ,0 0,0 1 ,0

Dai punteggi deflazionati presentati in tab. 9.6 si può notare che


Alberto, che fra i quattro sembrava la persona meno favorevole nei
confronti dell'oggetto proposto alla valutazione, si rivela quella che
più l' apprezza (2,8), seguito da Fabrizio (2,4), Gabriella ( 1 ,0) e infi­
ne Giulia: -0,8.
La trasformazione subita dalle variabili quasi-cardinali per opera
della deflazione evidenzia la loro lontananza dalla cardinalità, il che
implica che se anche due soggetti valutano lo stesso oggetto con lo
stesso punteggio non siamo autorizzati a considerarli equivalenti se
non dopo gli opportuni controlli dei relativi profilii5. «Con le varia­
bili propriamente cardinali, il confronto tra dati diversi, quando
l'unità di misura o di conto è la stessa, è invece irnrnediato»I6 (Di
Franco 200 1 , 86).

15. Per 'profilo ' si intende il vettore riga che presenta tutti i valori relativi alln
stesso caso.
1 6. Di Franco (2001 , 77-86) mostra graficamente il diverso impatto di standar­
dizzazione e deflazione sulle distribuzioni: nel secondo caso la procedura adottata
approssima i dati empirici alla forma della distribuzione nom1ale.

137
Conclusioni

"Qui qualcuno dirà: 'Non farlo ! Quanti guai tengon dietro alle buone inten­
zioni! Questo opuscolo capiterà in mano a qualche tiranno straniero; e lui,
intendendo le meraviglie di Milano, si invaghirà della città al punto che
studierà un modo, con l' astuzia e con l'inganno, per poterla sottomettere al
proprio dominio"' (da la Riva 1 288, 55).

Così scriveva Bonvesin da la Riva nel 1288 nel suo trattato sulle
meraviglie di Milano: una posizione che ben rispecchia l'intenzione
di non render pubbliche le informazioni anche quando queste sono
disponibili. La raccolta e la diffusione sistematica e organizzata dei
dati si consolidò solo alcuni secoli dopo grazie a un insieme di ele­
menti: "lo spirito razionale dell'emergente capitalismo; il clima in­
tellettuale dell'era baconiana; il desiderio di imitare il primo grande
successo delle scienze naturali; le crescenti dimensioni dei vari paesi
che necessitavano di una base più impersonale ed astratta per la pub­
blica amministrazione. Più specificamente, si possono segnalare al­
cuni problemi concreti: il sorgere di sistemi di assicurazione che ri­
chiedevano delle basi numeriche meno azzardate, e l'opinione, pre­
valente fra i mercantilisti, che l'ampiezza della popolazione costi­
tuisse un fattore cruciale per la potenza e il benessere dello Stato"
(Lazarsfeld 196 111 967, 7).
I processi di internazionalizzazione dell'economia hanno portato a
tanti nuovi indici e indicatori, uno dei quali, il pii, ha avuto pm1ico­
lare fortuna. I tentativi per modificarlo o per sostituirlo sono stati
molti, ma nonostante tutto esso continua ad essere usato come il
ptincipale indicatore di benessere. Si potrebbe rispondere con la bat-

139
tuta: it's the economy, stupidfl Cos' altro ci si può aspettare in una
società regolata da meccanismi improntati alla ricerca della massi­
mizzazione del profitto? Ma si potrebbe anche richiamare la scarsa
competenza statistica di operatori dell'informazione e di decismi po­
litici che da un lato pmta a "distorsioni esterne" - scarsa sensibilità
dimostrata dagli utenti nel conoscere il modo in cui le statistiche so­
no prodotte (Del Colle 2006, 5 ; Marradi 2007, 20) - e dall' altro a
en-ori di attribuzione: se le statistiche non sono adeguate può acca­
dere che l'informazione sia cercata nelle statistiche esistenti, che
però non sono state prodotte per rispondere a quell'esigenza infor­
mativa (Del Colle 2006, 1 9). S arebbe cettamente di aiuto se le argo­
mentazioni che hanno pmtato a considerare un concetto come indi­
catore della proprietà studiata fossero ripmtate più spesso di quanto
non avvenga, rendendo espliciti i criteri seguiti dai licercatori nella
loro scelta di questo o quell' indicatore2.
Inoltre sia gli indicatori individuali sia quelli collettivi sono pro­
gettati per tener conto degli outputs (tassi di povertà, di disoccupa­
zione, di frequenza scolastica ecc.) a scapito degli outcomes3 (Pan-a
Saiani 2004, 52-55). I dati PISA4 "sono un'eccezione piuttosto che
la regola e non è un caso che in Italia, dove l ' attenzione per i risulta­
ti è ancora più bassa che altrove, essi vengano sistematicamente
ignorati anche dai ministri" (Saraceno 2006, 5).

l . Slogan coniato da James Carville, consulente di Bill Clinton, in occasione


delle presidenziali del 1992, con il quale si voleva richiamare costantemente l' atten­
zione sugli effetti della recessione. La frase è ormai usata per ricordare la vittoria di
Bill Clinton contro il presidente uscente George Bush, che pareva destinato alla n­
conferma grazie ai successi rivendicati in politica estera.
2. Sul punto si veda Cartocci ( 1 984).
3. Un outcome è qualcosa che un soggetto è, ha, o fa in risposta al servizio; è di­
verso dall ' output, in quanto la sola partecipazione a un programma non costituisce
un outcome. La rilevazione degli outputs (ad es. il conteggio dei prodotti e servizi
destinati ai clienti o ai partecipanti) non dà infom1azioni sul modo in cui i parteci­
panti hanno beneficiato del programma. Outcome è il termine riservato per tale ri­
sultato: cambiamenti nella conoscenza, attitudini, capacità, comportamenti, condi­
zioni o status dei partecipanti. In altri termini, gli outputs concernono il program­
ma, gli outcomes riguardano i partecipanti. Su tali aspetti, si vedano United Way of
America ( 1 996), Newcomer ( 1 997, 6); Palumbo ( 1 998), Pana Saiani (2004).
4. Programme for lnternational Student Assessment: l'indagine internazionale
promossa dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico per
accertare le competenze dei quindicenni scolarizzati in fatto di comprensione di ciò
che leggono, di matematica e di scienze.

140
Essere centrati sugli outputs agevola poi la manipolazione a fini
politici degli stessi indicatori. L'accusa più forte è di Bjorkman che
in un paper del 1 984, rivisto nel 2003, scriveva:

"Even in statistics reported to and published by agencies of the United


Nations, the 'trend-line' of growth in certain indicators is so smooth and
perfect that it could only be derived by a careful, systematic annual multi­
plication of the (putative) base-line by some constant (and politically palat­
able) increment. At times, too, one finds more vaccinations reported for a
specific disease than the number of denizens of a district would merit; and
one concludes either that some people have received multiple vaccinations
or that the reported data are fictitious. Needless to say, a few repetitions of
such questionable data rapidly erode one's confidence in ali govemrnent
documents and data of a particular country" (2003, 5).

Ma ancor più insidiose sono le conseguenze della c.d. legge di


Goodhmt relativa alla trasposizione delle mete, "per cui un valore
strumentale diventa valore finale" (Merton 194911992, 4 1 0): si perde
di vista l' obiettivo a vantaggio di quelli che erano stati predisposti e
immaginati solo come dei mezzi. Una struttura sanitaria valutata sul­
la base dei tassi di mortalità potrebbe reagire accettando solo i casi
meno gravi; un'università che accede a finanziamenti pubblici sulla
base del tasso di studenti laureati mai andati fuori corso sarà indotta
a far pressione sui docenti e aumentare il tasso di promossis.
Inoltre, come ricordava Ferrarotti, "è noto il punto debole delle
organizzazioni internazionali [ . ] : dovendo trattare di problemi co­
. .

muni a più nazioni e in modo tale da non dispiacere ad alcuna, fini­


scono per occuparsi di problemi diluiti, se non liquefatti, con la sup­
plementare aggravante di un' ottica piuttosto rarefatta che sfuma i
contorni e in nome della fratellanza universale scade regolarmente
nel generico" ( 1973, vii). Tra gli altri, anche Caselli solleva il pro­
blema della necessità che gli indicatori siano accettati e riconosciuti
validi: "potrebbero, ad esempio, gli Stati Uniti d' America accettare
uno strumento volto a quantificare il rispetto dei diritti umani che

S. Ancora: nel Regno Unito. parte dei finanziamenti alle strutture ospedaliere è
erogata sulla base di indicatori riguardanti i tempi di attesa. Poiché questi tengono
conto solo del tempo trascorso dentro l' ospedale, alcuni ospedali hanno fatto co­
struire un padiglione esterno dove i pazienti sono invitati ad attendere la prima visi­
ta (Giovannini 2008, 198 in nota).

1 41
inserisse tra gli elementi da biasimate l'esistenza della pena di mor­
te?" (200 1 , 125).
La maggior parte degli indicatori progettati dagli organismi inter­
nazionali per andare al di là del pil soffrono di diversi difetti: dispo­
nibilità e affidabilità delle informazioni sono problemi ancora oggi
attuali. Ma il difetto principale è a monte: non esiste tuttora accordo
su cosa sia il benessere e su come rilevarlo in modo uniforme nel
tempo e nello spazio. Ciò che manca non è un altro indicatore per
sostituire il pil o affiancarlo integrando informazioni su altre dimen­
sioni (la sostenibilità ambientale, i costi sociali, ecc.): seppur in or­
dine sparso questo è già stato fatto, anche se il continuo proliferare
di nuove proposte dà la misura di quanto resti ancora da fare. Manca
infatti un quadro concettuale di riferimento che possa essere adottato
per interpretare il mutarhento6.
Tutto ciò avendo ben presente la necessità di non imporre alcun
punto di vista preconfezionato: troppo spesso nel passato il ruolo
dominante esercitato dagli Stati Uniti sul piano economico e cultura­
le ha fatto sì che gli indicatori scelti fossero quelli in cui gli stessi
Stati Uniti avrebbero prevalso (Galtung e Wirak 1 977, 1 2). Ignoran­
do, tra l' altro, quanto scriveva Merton già negli anni Trenta:

'"Need' is an elliptic term which in the contexts considered always implies


'realization or consciousness of need' . In other words, where an observer
from a culture which has a long tradition of attempts to improve materia!
welfare and to contro} nature may often detect a 'need' in another society,
that need may not exist in terms of the values current in the culture which
be is observing" (1937, 1 66).

La griglia di lettura predefmita di un ricercatore che studiasse la


qualità della vita assumendo come dimensioni fondamentali la salu­
te, l'educazione, la giustizia sociale, il tempo libero, ecc. - indipen­
dentemente dalla popolazione o gruppo studiato - potrebbe nascon­
dere il fatto che alcune culture non assegnano affatto valore all'edu-

6. Tra i molti tentativi, il più famoso è probabilmente quello della Banca Mon­
diale che fa leva sul concetto di sviluppo sostenibile (World Bank 1997). Il più re­
cente - e forse più promettente - è però quello dell'Oecd, "Measuring the Progress
of Societies", lanciato per promuovere un uso più consapevole delle statistiche uffi­
ciali e diventare il punto di riferimento di quanti vogliano avviare un dibattito su
cosa si possa intendere per 'progresso' nei diversi Paesi (Giovannini 2007; 2008).

142
cazione o al tempo libero e ostacolerebbe così la possibilità di sco­
prire scale di priorità diverse. Per questo motivo l'uso integrato di
informazioni derivanti da indicatoli collettivi e indicatoli individuali,
così come da indicatori strutturali e indicatori soggettivi, può facili­
tare l' analisi della situazione e della sua definizione da pru.te degli
attori sociali.

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