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5.

1
1) La glottodidattica viene definita
una disciplina teorico-pratica
perché opera tanto a livello di
teorie quanto a livello di metodi e
tecniche per l’insegnamento e
apprendimento delle lingue. Non si
limita, infatti, soltanto a volere
conoscere attraverso la
formulazione di teoria, ma anche a
voler risolvere attraverso
l’applicazione pratica e concreta di
tali teorie, distinguendosi, dunque,
dalle didattiche tradizionali.
2) È, inoltre, una disciplina
peculiare giacché, come mette in
luce Balboni, presenta una
profonda interdisciplinarità,
abbracciando e integrando quattro
diverse aree scientifiche.
le scienze del linguaggio, che
studiano la facoltà di linguaggio e il
suo prodotto, vale a dire il “che
cosa”;
le scienze della cultura e della
società che studiano l’uso della
lingua nel contesto socioculturale,
vale a dire il “che cosa”;
le scienze psicologiche che
studiano il cervello e la mente, vale
a dire “chi”;
le scienze dell’educazione e
dell’insegnamento, vale a dire il
“come”.
3) L’approccio deduttivo è il
tradizionale metodo utilizzato da
sempre nell’ambito della scuola
italiana. Da “deducere”, “trarre
da”, è un approccio che prevede il
partire dalla regola generale fornita
dalla grammatica per analizzare
poi il particolare attraverso gli
esercizi. L’approccio induttivo è
invece un approccio che parte dal
basso per giungere all’alto; in
questo caso è lo studente che
attraverso l’analisi del materiale
fornito deve riuscire a individuare
la regola. Se nel primo caso il
docente rappresenta l’autorità che
illumina il discente sull’uso della
lingua, nel secondo caso è il
discente a diventare centro del
proprio apprendimento, aiutato dal
docente in veste di facilitatore
dell’apprendimento.
4) La lingua nasce come strumento
della comunicazione e, sempre
sulla base del comunicare, si
modifica e sviluppa. Essa non è e
non può essere solo un insieme di
regole fisse e stereotipate. La
glottodidattica non può, quindi, che
insegnare la lingua viva e vivente,
abitualmente parlata dai parlanti
nativi, e, pertanto, non la lingua
cristallizzata nelle norme codificate
negli anni ‘50, bensì, addirittura di
quello che Berruto chiama l’italiano
neo-standard, l’italiano
“imperfetto” parlato da parlanti
nativi mediamente colti.
5) Insegnare una lingua vuol dire
far comprendere anche
quell’insieme di usi e costumi,
abitudini ed idee che quella lingua
l’hanno prodotta. Una lingua non è,
infatti, solo un insieme di regole e
applicazioni. Una lingua vive
all’interno di una cultura, di cui
rappresenta il principale sistema
comunicativo. Lingua e cultura
rappresentano un binomio
inscindibile. Insegnare e/o
apprendere l’una vuol dire
inevitabilmente insegnare e
apprendere l’altra.

5.2 Non c’è che dire, siamo, di


fatto, scesi dal piedistallo su cui ci
aveva posto la nostra antica
predeterminata autorità, e ci siamo
mischiati con i nostri ragazzi, che,
spesso, ci considerano non solo alla
loro stregua ma anche, ahimè, al di
sotto. In una società che valuta più
l’utile economico che non la
cultura, ciò non stupisce neppure
più di tanto; in più di una occasione
mi sono sentita chiedere dai miei
alunni perché avessi scelto di
insegnare, dopo aver tanto
studiato, dato che loro, senza
neppure un diploma,
guadagnavano quasi il doppio.
Anche la loro professione
presupponeva, certo, conoscenza
e preparazione, ma il pensiero che
avessi “perso” tra laurea,
specializzazione e concorso, circa
dieci anni della mia vita per una,
per loro, esigua somma stipendiale,
li lasciava più che esterrefatti. E, a
conti fatti, non solo loro.
Come recuperare, dunque, il nostro
ruolo di guida, o di facilitatore,
come si costuma dir oggi? A mio
avviso mostrandosi autorevoli ma
non autoritari. Rivelandosi se non i
migliori, nel nostro miglior modo
possibile. Preparati, aggiornati,
disponibili al dialogo e al confronto,
pretenziosi, talvolta. Credo, infatti,
che occorra insegnare ai nostri
alunni a pretendere di più,
partendo da se stessi, innanzitutto,
fino a giungere agli altri. Anche da
me, nella mia qualità di
insegnante e di persona.
Comoglio, nella sua acuta analisi,
cita Green per mettere in luce
come occorra aiutare i ragazzi a
prepararsi al l’incertezza di un
futuro in cui appreso un lavoro
occorra reinventarsi subito per gli
altri otto che gli adulti di domani
dovranno saper svolgere per stare
sul mercato. A me piace, invece,
ricordare Baumann, quando
afferma che l’unica certezza è
l’incertezza. In una società liquida
non si può che navigare a vista, e,
a mio avviso, i nove lavori sono già
l’attualità non il domani. I nostri
ragazzi lo sanno, e vivono
l’insicurezza come pane quotidiano.
E qui mi ricollego con quanto detto
sopra. Occorre insegnare a
pretendere. Pretendere di
migliorare se stessi. In un mondo
che svilisce le persone e le loro
professionalità, in cui nulla sembra
essere mai abbastanza, dare
sempre il massimo, pur sapendo
che a volte non basterà neppure
quello, è uno dei pochi mezzi per
salire su una barca e cercare di
affrontare la tempesta.
A menti atrofizzate da smartphone
sempre accesi, pronti a fornire una
falsa risposta o una inefficiente
àncora, occorre insegnare a
discernere e scegliere. La capacità
critica è ciò che sembra
maggiormente latitare, che poi, in
buona sostanza, a me pare potersi
restringere al dubbio. E se è il
dubbio a farci essere ciò che siamo,
l’incapacità di dubitare cosa ci
rende se non automi e schiavi?
Spesso coi miei alunni faccio un
giochino “trova l’errore” e l’errore
non consiste in un elemento
grammaticalmente errato, bensì in
una informazione sbagliata data
durante la lezione. Smartphone alla
mano il loro compito è trovare la
versione giusta. Il senso è far
capire che occorre sempre
dubitare; la verità, o meglio una
sua parte, non viene mai offerta
gratuitamente, bisogna scendere
per strada e scovarla. E spesso
anche quando si ritiene di averla
svelata, si scopre che essa non e
che una parte, ed allora si deve
ridiscendere e ripartire alla caccia.
Credo che anche questo sia il mio
compito di insegnante, stimolare
dubbi e scoperte. Partendo da ciò
che insegno per arrivare a quella
compiuta formazione della
persona, che è poi la nostra stella
cometa.

5.3
1) La L1 o mother tongue viene
identificata con la lingua materna,
vale a dire la lingua trasmessa dal
gruppo di origine. Questa
definizione, tuttavia, non risulta
sufficiente ad identificare la Lingua
1: si possono avere più lingue
materne, o, comunque, si può
cambiare la lingua materna nel
corso del tempo, se con essa si
intende quella che si identifica
come la propria originaria. Secondo
la linguista Skutnabb-Kangas sono
quattro ,e caratteristiche che una
L1 deve possedere per essere
considerata tale: deve essere la
prima imparata, in essa il parlante
deve avere un livello di
competenza elevato, deve essere
la più utilizzata a livello e deve
essere fonte di identificazione, per
cui è ciò con cui il parlante si
identifica e con cui gli altri o
identificano.
2) Per L2 si intende una lingua
diversa dalla lingua madre che
viene appresa nel luogo in cui
rappresenta la lingua della
comunicazione. Questo la
differenzia dalla LS e determina
alcune dei suoi caratteristi
principali: la motivazione risulta
reale, essendo l’apprendimento
della L2 fondamentale per poter
comunicare; apprendimento che
sarà, per lo più, di tipo spontaneo
essendo l’apprendente immerso in
un contesto in cui la lingua parlata
è la L2, di cui l’input sarà
abbondante, non mediato è
riscontrabile in situazioni
autentiche.
3) Per community language, o
lingua etnica, si intende quella
lingua della comunità di origine di
una persona per la quale essa non
risulta lingua materna e viene
parlata parlata nell’ambito del
proprio nucleo familiare o sociale
spesso proprio per mantenere il
legame con il paese di origine da
cui la comunità è emigrata. Può
essere, ad esempio, l’italiano
parlato da oriundi italiani e le loro
famiglia nelle Americhe o in
Australia in cui insistono forti
comunità di italiani.
4) La pidoginization hypothesis è
una teoria formulata da Schumann
per spiegare la fossilizzazione, cioè
la mancanza di progresso
nell’apprendimento di una L2 tali
da impedirne l’acquisizione come
un parlante nativo, come effetto di
fattori sociali e psicologici che
pongono in netta distanza il gruppo
di origine parlante L1 e il gruppo
dei parlanti L2. La distanza sociale
può derivare dal rapporto di
dominio di un gruppo sull’altro, il
modello di integrazione, il
maggiore o minore grado di
chiusura e di coesione del gruppo
di origine, la sua grandezza, la
vicinanza tra la cultura dei due
gruppi, l’atteggiamento verso il
gruppo L2 e l’ampiezza del
progetto migratorio. La distanza
psicologica può, invece, essere
provocata dallo shock linguistico
e/o culturale per la distanza fra le
due culture, la motivazione o la
permeabilità dell’ego. Questa
distanza impedisce il
raggiungimento di un livello
ottimale di conoscenza della L2,
che si attesta fossilizzandosi a un
livello che consenta comunque la
comunicazione e lo scambio
linguistico fra i due gruppi.
5) L’approccio ecologico è un
modello elaborato dallo psicologo
Bronfenbrenner per mostrare la
pluralità di interazioni intercorrenti
tra i diversi contesti che
influenzano lo sviluppo umano.
Questi sono raffigurati come
quattro cerchi concentrici l’uno
racchiuso nell’altro, le cui
interconnessioni risultano
fondamentali per lo sviluppo, anche
linguistico, del singolo anche
quando questi non è fisicamente
presente. Tale modello è stato
ripreso da Luise per spiegare come
siano essenziali tutti e quattro tali
contesti perché l’acquisizione della
lingua L2 non si fermi allo stato di
pidgin. Il primo contesto è
rappresentato dal microsistema
con cui il bambino si trova ad
interagire: la famiglia, la scuola, il
laboratorio di L2 in classe. Il
secondo è il mesosistema,
l’insieme di microsistemi in cui si
svolgono interrelazioni tra due o
più situazioni ambientali in cui
l’individuo partecipa attivamente: il
luogo di residenza, il quartiere, i
vicini, la famiglia in senso più
ampio, le amicizie. Il terzo é
l’esosistema, l’insieme di situazioni
a cui il bambino non partecipa
attivamente ma che influenzano
comunque il suo sviluppo perché
gli eventi che vi accadono si
riflettono sulle situazioni ambientali
in cui è attivo: la relazione dei
genitori con la scuola e con i
docenti, il loro lavoro, l’uso
dell’italiano in famiglia, il progetto
migratorio dei genitori. Infine, il
quarto cerchio è rappresentato dal
macrosistema, l’insieme di idee,
leggi, condizioni politiche
dell’intero sistema .