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Albert Einstein il 25 novembre del 1915 compì uno dei passi più

importanti della fisica moderna presentando all’Accademia


prussiana delle Scienze l’equazione che oggi porta il suo nome,
quella che spiega la Teoria della Relatività Generale sulla cui
base oggi si poggiano tutte le più moderne teorie ed applicazioni
della fisica. L’approdo alla formulazione della teoria (“Die
Grundlage der allgemeinen Relativitastheorie“) che rivoluzionò il
mondo fu lungo e complesso. Ed in questa storia se ne
intrecciano molte altre: quelle degli altri scienziati coinvolti, quelli
sulle cui tesi si fondò il lavoro di Einstein, due guerre mondiali,
due bombe atomiche, un documento pacifista e molto altro
ancora.

A 100 anni dalla formulazione della Teoria della Relatività


Generale, Webnews intende celebrare l’innovazione partendo da
uno degli “Eureka” più importanti della storia. La teoria di Einstein
è in gran parte frutto delle capacità di un visionario che è saputo
andare oltre gli assiomi, ragionando con percorsi propri e spesso
paralleli agli ambienti della scienza istituzionale. La sua
creazione nasce in un ufficio brevetti a Berna, quasi una
anticipazione del mito del “garage” che nascerà molti anni più
tardi in Silicon Valley. L’innovazione trasuda dal modo, prima
ancora che dai risultati raccolti: un punto di vista diverso ha
portato ad una visione di insieme migliore, più precisa, più esatta.
Ma soprattutto nuova.
L’immaginazione è più importante della conoscenza
-Albert Einstein

Storia della teoria della


relatività
10 anni prima, il giovane Albert Einstein a soli 26 anni presentò la
teoria della relatività ristretta risolvendo le contraddizioni
presenti tra le equazioni di Maxwell dell’elettromagnetismo e
la relatività galileiana. In soli 7 mesi lo scienziato pubblica,
infatti, 6 studi fondamentali e per uno dei quali, effetto
fotoelettrico, nel 1921 riceverà anche il premio Nobel per la
fisica. In particolare, il quarto ed il quinto studio pongono le basi
per la teoria della relatività ristretta. Il quinto è quello forse più
famoso alle masse perché contiene la nota formula “E=mc²“, che
mette in relazione l’energia con la massa e la velocità della luce.
Da sottolineare un dato importante. In fisica, il termine “teoria” ha
un significato molto diverso da quello usato comunemente. Se
“teoria” è una parola normalmente utilizzata per esprimere una
congettura, in fisica, invece, indica un modello formato da un
insieme di equazioni che descrivono un fenomeno, basate su
esperimenti e dati da cui dedurre altri fenomeni non ancora
osservati o confermati per via sperimentale.
Grazie alla teoria della relatività ristretta, Albert Einstein riesce a
conciliare il principio di relatività galileiana e le equazioni di
Maxwell. Il primo asserisce che le leggi fisiche sono le stesse per
tutti i sistemi inerziali, mentre le seconde che la luce viaggi
sempre alla stessa velocità C, indipendentemente dal sistema di
riferimento scelto.

Per risolvere questa inconciliabilità Albert Einstein sostituisce le


trasformazioni galileiane con nuove trasformazioni, introdotte
poco prima da Hendrik Lorentz e perciò dette trasformazioni di
Lorentz. Lo scienziato tedesco riesce quindi a conciliare questi
due modelli, tuttavia il suo risultato porta ad una nuova
contraddizione e precisamente con la teoria della gravitazione
universale di Isaac Newton del 1687.

Negli anni a seguire, lo scienziato cerca di modificare la teoria


della gravitazione in modo da renderla compatibile con la
relatività ristretta. Un notevole impulso alla formulazione della
teoria della relatività generale è inoltre dato dal principio di
equivalenza, enunciato da Einstein già nel 1908.

Tuttavia, dopo 10 anni di studi, e precisamente il 25 novembre


del 1915, Albert Einstein inizia la relazione dell’equazione della
relatività generale che lo renderà tanto celebre in tutto il mondo.
Interessante è il fatto che fin dalla prima pagina della propria
relazione egli cita alcuni studiosi italiani, a cui deve credito per i
modelli matematici utilizzati:
I mezzi necessari per la teoria della relatività generale
erano già pronti nel “calcolo differenziale assoluto”, il
quale si basa sulle ricerche di Gauss, Riemann e
Christoffel sulle varietà non euclidee, ed è stato eretto a
sistema da Ricci e Levi-Civita e da essi applicato a
problemi della fisica teorica.

La citazione dei lavori da cui è partita l’intuizione fa parte di un


modello al quale Einstein credeva fortemente: la visione era
quella di una scienza senza confini, alla quale la guerra e le
opposizioni del vecchio continente stavano facendo una mortale
violenza. A queste dinamiche Einstein opponeva l’idea di una
scienza transnazionale che difendeva e rafforzava con i propri
studi.

Secondo alcune tesi non prive di un certo fascino, alla base della
Teoria della Relatività Generale vi sarebbero anche le intuizioni
del matematico italiano Olinto De Pretto, ma quest’ultima storia
è al momento archiviata tra le leggende e il collegamento con
Einstein non è comprovato. La formula E=mc² aveva sicuramente
vissuto una sua anticipazione in Italia sotto forma di E=mv² senza
arrivare però in seguito alle elaborazioni ed alla forza scientifica
che la Teoria della Relatività Generale ha invece trovato nel suo
autore. La teoria di De Pretto secondo alcuni ha somiglianze solo
casuali con quelle di Einstein, ma secondo altri sono state
illuminazioni anticipate che il mondo scientifico non ha
semplicemente saputo riconoscere. De Pretto è rimasto
comunque sconosciuto, la sua fine tragica per motivi di interesse
ne ha terminati anzitempo gli studi e l’onore di una prefazione
firmata dal celebre astronomo Giovanni Schiaparelli rappresenta
il vertice massimo della sua parabola da autodidatta nel mondo
della scienza.

Teoria della Relatività


Generale
La comprensione profonda della Teoria della Relatività Generale
non è possibile se non attraverso un profondo studio della Fisica
e delle sue leggi. Nella relazione, lo stesso Einstein spiega come
siano necessarie anche complesse nozioni matematiche, tanto
che egli stesso si avvale di conoscenti in grado di risparmiargli
lunghi studi per arrivare prima al risultato. Ma il suo scopo era
chiaro: egli voleva arrivare ad un “modello della realtà”, «una
teoria che presenti le cose stesse e non soltanto la
probabilità della loro apparizione». Una legge universale,
insomma, che potesse descrivere la fisica in modo più
complessivo.

In termini generali, l’intuizione di Einstein sta nel notare come


nella realtà non esistano forze in grado di attrarre, ma
soltanto forze in grado di spingere. La spinta è l’unica entità
da tenere in considerazione. Capire, teorizzare e misurare questa
“spinta” è stato il fondamentale allontanamento di Einstein dai
modelli di Newton, che avevano invece predetto una forza in
grado di attirare i corpi tra di essi. Secondo Einstein, invece, le
masse sono in grado di deformare il tessuto spazio
temporale attorno a sé, andando così a deformare le aree
attorno alle grandi masse. Questa deformazione comporta tutta
una serie di effetti: spiega quella che Newton aveva identificato
con la forza gravitazionale (secondo Einstein è la deformazione
dello spazio a comprimere l’uomo verso la Terra); spiega i buchi
neri; spiega le orbite dei pianeti; spiega in modo più chiaro la
natura della luce.

Con Einstein viene a decadere un modello che era dato per


assodato: crolla l’interpretazione dell’universo maturata fino a
quel punto e l’orizzonte si sposta tanto più avanti che ancor oggi
non è stato pienamente raggiunto dalla nuova ricerca scientifica.

E=mc²
La formula E=mc² è probabilmente l’elemento più conosciuto
dell’intera bibliografia di Einstein. La forza della formula sta oggi
nella sua iconicità e nella sua prepotente sovversione del mondo
conosciuto, ma la parte realmente importante è nella sua
essenza: per la prima volta energia e massa erano messe in
diretta relazione, unite all’interno di un medesimo sistema di
riferimento, considerate come due facce della stessa medaglia.

In questa formula:

● E indica l’energia relativa ad un corpo


● m è la massa relativa al corpo stesso
● c è la velocità della luce, ed è costante

In altri termini, come spiegato dallo stesso Einstein, «l’equazione


E uguale a m moltiplicato per c elevata al quadrato significa che
l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della
velocità della luce […]. Piccolissime quantità di massa possono
essere trasformate in una immensa quantità di energia e
viceversa». Se una massa viene spinta oltre la velocità della
luce, essendo questo un limite massimo teorico, la velocità non
aumenterà più: aumenterà la massa.

Massa ed energia entrano a far parte di una equivalenza dagli


effetti clamorosi che in qualche modo apriva la strada al nucleare.
Molti anni dopo Enrico Fermi conferì con Einstein per spiegargli
le sue deduzioni relative alla possibile disintegrazione dell’Uranio
e le conseguenti possibili ricadute belliche della cosa. A questo
incontro fece apparentemente seguito una missiva tra il convinto
pacifista Einstein e il presidente USA Franklin Delano Roosevelt.

Il resto è storia.
La precessione del perielio
di Mercurio
Questa formula, chiamata “equazione di campo di Einstein”
descrive la gravità come una curvatura dello spazio-tempo ed
è il cuore pulsante della relatività generale. Oltre a risolvere i
conflitti tra le due teorie (relatività galileiana e le equazioni di
Maxwell), la nuova teoria gravitazionale risulta anche essere più
accurata di quella newtoniana nel prevedere la precessione del
perielio di Mercurio (ossia la rotazione dell’orbita di Mercurio
attorno al Sole, che sposta in modo costante il punto di
avvicinamento massimo dell’orbita stessa).

Questo caso specifico è esemplare per la dimostrazione delle


teorie indicate poiché Mercurio è il pianeta più vicino al sole e
pertanto quello maggiormente soggetto alla forza di attrazione
esercitata sul pianeta stesso da una massa importante come
quella solare. Tuttavia vi sono differenze sostanziali di principio
tra i due modelli e le spiegazioni di Einstein si sono dimostrate
maggiormente precise.

Prima di Einstein furono molte le ipotesi atte a spiegare la


rotazione dell’orbita di Mercurio: si teorizzò l’esistenza di un
pianeta intermedio, oppure di un satellite, fino alla non-sfericità
del Sole. Soltanto a fine millennio tali ipotesi furono però scartate,
arrivando a misurazioni più precise dell’orbita, della sua rotazione
e della dimostrazione della bontà del modello legato alla Teoria
della Relatività Generale.

La dimostrazione
La prova sperimentale della teoria sullo spazio-tempo
curvato dalla presenza di una massa era molto complessa da
raggiungere per una serie di motivi. Il maltempo e l’incedere della
Prima Guerra Mondiale furono infatti di ostacolo ai tentativi messi
in atto in più parti del mondo, rinviando più volte il reperimento
della “pistola fumante” necessaria a comprovare le tesi di
Einstein. Per riuscire a dimostrare la teoria, infatti, si sarebbe
dovuto fotografare il Sole durante un’eclissi completa. Lo scopo
era quello di reperire una lastra fotografica sulla quale misurare
la posizione di specifici astri, la cui luce avrebbe dovuto essere
deviata dalla massa solare e quindi impressa sulla fotografia in
una posizione differente da quella corretta. Tale differenza era
prevista nell’ordine di un solo millimetro.

La dimostrazione avvenne nel 1919: Il fisico inglese Arthur


Eddington si recò nell’isola di Principe per approfittare di una
prevista eclissi totale. La doppia spedizione (in due punti distanti
del mondo per ridurre le possibilità di fallimento) era
commissionata dalla Royal Society e dalla Royal Astronomic
Society di Londra. Anche in questo caso il maltempo sembrava
togliere ancora una volta ogni speranza di buona riuscita della
missione, ma la fortuna volle in questo caso che si potesse
procedere: sgombrate le nubi poco prima dell’eclissi, le fotografie
furono effettuate e, pur se non di ottimale qualità, furono
sufficienti per consegnare la gloria ad Einstein.

La lastra fotografica risultante, nella fattispecie, dimostrò in modo


chiaro che la luce della stessa era deviata dalla massa solare
esattamente del quantitativo previsto da Einstein. La deflessione
dei raggi luminosi in un campo gravitazionale e la relativa
alterazione dello spazio-tempo erano definitivamente dimostrati.

Racconta A.N. Whitehead, presente alla seduta del 6 novembre


1919 nel quale vennero annunciati i risultati delle misurazioni:

Fu per me una fortuna essere presente alla seduta


della Royal Society a Londra quando l’Astronomer
Royal annunciò che le lastre fotografiche della famosa
eclisse, misurate dai suoi colleghi nell’osservatorio di
Greenwich, avevano confermato la predizione di
Einstein secondo la quale i raggi deviano passando
vicino al sole. Vi era un’atmosfera di dramma greco. Noi
eravamo il coro che commentava i decreti del destino,
rivelati dallo svolgersi di avvenimenti eccezionali… sullo
sfondo il ritratto di Newton a ricordarci che la più grande
generalizzazione scientifica stava ora, dopo più di due
secoli, per ricevere la prima modificazione… Una
grande avventura del pensiero era giusta salva alla
riva…

Durante la seduta stessa il presidente della Royal Society, il fisico


J.Thomson, definì quanto stava per accadere non come la
scoperta di un’isola fuori mano, ma come la scoperta «di un
intero continente di nuove idee scientifiche».

I buchi neri
Nel corso degli anni successivi, Albert Einstein si occupa delle
implicazioni cosmologiche della relatività generale. A questa
teoria si deve, per esempio, la scoperta dei buchi neri, regioni di
massa infinita dove lo spazio-tempo viene deformato fino a
formare una singolarità, luoghi dove nemmeno la luce riesce a
scappare.

La teoria di Einstein prevede in questi punti l’accumularsi di tali


quantità di massa da creare una forza gravitazionale di
grandissima potenza. La nascita di un buco nero coincide con
la morte di una stella: il collasso della stessa genera una massa
di tale densità da attrarre tutto quanto nelle zone circostanti. La
deformazione del reticolo spazio-tempo si fa così tanto ampia da
creare un “buco” nel quale tutto è riassorbito, anche la luce. La
forza in questi punti è tanto ampia da trasformare in “singularity”
ogni singola entità a seguito di una compressione senza pari.
L’assenza di luce e quindi di informazioni rende impossibile
l’osservazione diretta di un buco nero, la cui esistenza è pertanto
dimostrata in modo indiretto.I buchi neri diventano le nuove
colonne d’Ercole di oggi, punto estremo dell’universo conosciuto.

Tra gli esploratori più noti di questa regione dell’universo v’è


Stephen Hawking, i cui teoremi sui buchi neri stanno cercando
una nuova estensione della conoscenza per proseguire in modo
lineare le scoperte di Newton prima e di Einstein poi.

Ma non valse un Nobel


Einstein ha conquistato il premio Nobel nel 1921, ma non per la
Teoria della Relatività Generale. Il riconoscimento della
fondazione arrivò piuttosto per la scoperta dell’effetto
fotoelettrico, alla base dei moderni impianti fotovoltaici. Si tratta di
un riconoscimento molto controverso, però: secondo molte
interpretazioni si trattò del risultato di grandi mediazioni, una
sorta di compromesso inevitabile in virtù della riconosciuta
importanza delle scoperte testimoniate. Le ricerche di Einstein
non furono infatti accettate subito dalla comunità scientifica e la
loro natura rivoluzionaria necessitava di tempo prima di essere
metabolizzata e compresa appieno: ricevettero comunque il
plauso di alcuni importanti nomi e l’amicizia maturata con Max
Planck fu probabilmente il lasciapassare ultimo verso il
riconoscimento.

Non solo: il Nobel del 1921 fu assegnato soltanto nel 1922.


Ufficialmente nessuna candidatura del 1921 rispondeva ai
requisiti istituiti da Alfred Nobel, ma esiste la possibilità di
assegnare premi postumi e così fu per Einstein. Secondo alcune
teorie la sua origine ebrea non aiutò la propensione nei suoi
confronti, ma essendo soltanto i primi anni ’20 con ogni
probabilità le cause sono da ricercarsi più nelle resistenze della
comunità scientifica che non in pressioni di natura politica.

Il Nobel ad Einstein alla fine arrivò. Ufficialmente fu accreditato


alla teorizzazione dell’esistenza dei fotoni, ma col senno del poi
fu la prima vera celebrazione delle qualità di un visionario che
seppe guardare oltre le Colonne di Ercole della scienza di
Newton. Uno sguardo nell’infinitamente piccolo (i Quanti) e
nell’infinitamente grande (l’universo), per arrivare a stabilire leggi
che hanno cambiato la percezione della realtà.

Ulteriori implicazioni
Nonostante siano passati 100 anni, oggi la Teoria della Relatività
Generale (da interpretarsi mai come vetta di un processo di
studio più ampio e variegato) è la base della scienza moderna.
Onde gravitazionali e tunnel spazio-temporali, analisi dei fotoni e
teoria dei Quanti sono tutte implicazioni a cui gli scienziati
moderni stanno lavorando, tutte basate sugli studi del geniale
scienziato tedesco.

Ma il lascito di Einstein fu chiaro fin dal principio, inserendo i


propri studi all’interno di un movimento generale e internazionale
della scienza nel quale ogni generazione siede sulle spalle dei
giganti delle generazioni antecedenti. Einstein compreso:

Nessuno deve pensare che la grande creazione di


Newton possa realmente essere sostituita da questa
teoria o da una consimile. Le sue idee grandi e chiare
conserveranno sempre in avvenire la loro importanza
eminente, ed è su di esse che fondiamo ogni nostra
speculazione moderna sulla natura del mondo.