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Vidas Balcius 172

Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

6 TEMA: LA MORTE E IL MORIRE UMANO


(Tanatologia. Eutanasia-Ortotanasia-Distanasia)

La domanda fondamentale: LA MORTE — CHE COS’È?

una realtà non-naturale accidentale in rapporto alla vita umana, una assurdità, in quanto
priva di qualsiasi possibilità della sensatezza, e perciò la realtà da respingere e da
allontanare a qualsiasi costo (distanasia oppure, paradossalmente, suicidio o eutanasia = in
ogni caso espressione di una paura esistenziale del morire),

oppure

una realtà naturale costitutiva della vita umana, la quale deve diventare UN ATTO DEL
VIVENTE.

RIFLETTEREMO sul come «non morire prima dell’evento della morte» immobilizzati dalla
paura della nostra finitezza.

RIFLETTEREMO dunque sulla morte e sul morire


- da accogliere come male fisico inevitabile (limite biologico, condizione umana
costitutiva) diventando il morire l’atto del vivente (atto di libera e consapevole
responsabilità)

- e non da respingere come il «male morale», cioè male da evitare a qualsiasi costo e
prezzo, consapevolmente e in libertà!

6.1. TANATOLOGIA

6.1.0. Introduzione

Il discorso etico sulla morte può essere diviso in DUE GRANDI PARTI, secondo la duplice
distinzione, pensando della morte

1) come del processo stesso di morire – cioè come avvenimento della vita che, come
tale, appartiene alla stessa vita umana. Da questo punto di vista il fenomeno può
essere interpretato in vari modi: come termine, come consumazione, come rottura,
come passaggio, come trasformazione, etc.
2) come della morte consumata, - cioè come realtà-rappresentazione del morire che si
offre per le persone viventi. Davanti a tale rappresentazione sorgono gli interrogativi:
perché si muore? Quale è il senso o lo scopo di morire? La domanda basilare sarebbe
seguente: quali sono le condizioni preferibili per l’avvenimento umano del morire,
percepito in quanto umano?

Tralasciando la considerazione sull’etica fondamentale della morte, noi entriamo nell’analisi


più specifica del morire in quanto azione umana,
- spostando così la nostra attenzione
*dalla morte come rappresentazione
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**alla MORTE COME CONTENUTO DI DECISIONE.

Per emettere un giudizio etico sulla decisione tratteremo le due dimensioni-diritti


inscindibili fra loro in quanto costitutivi dell’unico valore della vita umana:

IL DIRITTO INCONDIZIONATO ALLA VITA


[valore dell’essere/rimanere in vita]
e
IL DIRITTO ALLA MORTE DIGNITOSA
[valore del morire degnamente]

6. 1.1 Osservazioni preliminari: determinazione della morte clinica

Per poter integrare nel modo corretto i due valori evocati, si ricorre ai risultati forniti dalla
scienza sulla cosiddetta morte clinica.
La problematica della morte e del morire dipende tanto dal progresso scientifico il quale
rimette in questione non solamente il momento e i criteri della morte, ma anche le
attuali situazioni nelle quali la vita non appare chiaramente come vita autenticamente
umana.

1) Definizione della morte

Tradizionalmente, la morte è definita come la cessazione di tutte le funzioni del corpo,


compresa la respirazione e il battito cardiaco.

Tuttavia, con le moderne tecniche di rianimazione è possibile rianimare una persona, anche
se non respira e non ha battito cardiaco, e non dà altri segni di vita; inoltre sono disponibili
apparecchiature di supporto vitale in grado di mantenere artificialmente la respirazione e il
flusso sanguigno.

Perciò si è resa necessaria una definizione alternativa di morte, ed è stata trovata in anni
recenti nel concetto di "morte cerebrale"; una persona può essere così dichiarata morta,
anche se respira e il suo cuore continua a battere con l’ausilio di macchine.

2) Determinazione della morte

* La conferma della morte appartiene alla scienza medica.


Pio XII:
«È competenza del medico dare una determinazione chiara e precisa della “morte” e del
“momento della morte” di un paziente che muore senza ricuperare coscienza. In tal caso,
uno può ricorrere al concetto ordinario di separazione dell’anima e del corpo; tuttavia, a un
livello pratico, è necessario essere molto attenti al rapporto tra i termini “corpo” e
“separazione” […]. Quanto alla dichiarazione di morte, in certi casi, la risposta non può
essere determinata da principi religiosi e morali e, di conseguenza, è un aspetto che è fuori
della competenza della chiesa» (AAS 49 (1957) 1027-1033).
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* Fino a poco tempo fa, come terminale della vita umana era considerato l’ultimo battito del
cuore = il criterio della cessazione dei battiti cardiaci (in quanto in conseguenza si perde la
coscienza e la funzione degli altri sistemi organici).

Il trapianto del cuore (primo: nel 1967, a Città del Capo, Africa del Sud, da Christian
Barnard) porta con se una nuova forma di definire il momento della morte: il nuovo
parametro diventa il cervello:
una persona si considera clinicamente morta quando si è prodotta una
degenerazione irreversibile della massa cerebrale: si considera decisivo l’accertamento
della perdita irreversibile di tutte le funzioni cerebrali.

Attenzione:
- avvenuta la morte irreversibile del cervello, l’uomo è considerato clinicamente morto = la
rianimazione non potrà restituire il soggetto alla vita cerebrale!
- tuttavia, alcune funzioni dell’organismo possono essere riattivate, mediante il ripristino
della circolazione e della respirazione = in questo caso si può parlare di “vita biologica” di
un soggetto clinicamente morto.

Una ulteriore attenzione terminologica richiesta: nella pratica medica la morte clinica ha
anche un significato diverso ed è relativa alle situazioni di urgenza quando, per varie cause,
si compromette sia la funzione respiratoria (apnea), sia la funzione cardiaca (asistolia
oppure fibrillazione dei ventricoli). In questi casi una applicazione delle misure della
rianimazione può riportare alla funzione normale dei sistemi organici compromessi con un
esito positivo per la vita del paziente. Le situazioni descritte, se c’è la risposta positiva ai
mezzi della rianimazione, non portano al compromesso della funzione cerebrale. Dall’altra
parte, in caso dell’efficacia mancata della rianimazione, viene compromessa in modo
irreversibile anche la funzione cerebrale e il paziente entra nello stato della morte clinica
detta prima.

* Accettata la definizione della morte dell’uomo come morte cerebrale, si rende necessario
un insieme di criteri per provare la perdita irreversibile della totalità funzionale del
cervello.

1966 a Londra un gruppo dei chirurghi, giuristi ed ecclesiastici propone i seguenti criteri:
1) la dilatazione completa delle pupille senza nessuna risposta riflessa alla luce;
2) l’assenza totale della respirazione spontanea dopo il distacco del respiratore meccanico
per cinque minuti;
3) il continuo abbassamento della pressione sanguinea nonostante le dosi massicce dei
farmaci vasoattivi;
4) un tracciato EEG piatto per vari minuti.

L’assenza dei battiti cardiaci non fu considerata come evidenza della morte.

* La definizione legale della morte — tre tipi fondamentali:

- quello che insieme alla nozione classica è fondato sulla definizione di morte
cerebrale;
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- quello che pone la morte cerebrale come garanzia suppletiva;


- quello che definisce la morte esclusivamente come morte irreversibile del cervello.

Italia: Legge 29 dicembre 1993, n. 578: art.1 = la morte si identifica con la cessazione
irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.

3) SCHEMI DI POWERPOINT:

1) Il concetto di morte cerebrale è stato accettato legalmente per la prima volta dalla
Finlandia nel 1971.
E’ attualmente accettato da più di 30 nazioni il concetto che la morte del cervello
corrisponde alla morte dell’individuo.

2) La morte cerebrale:

diagnosi clinica
- stabilire l’eziologia
- escludere situazioni reversibili
- coma, assenza dei riflessi del tronco, apnea

conferma strumentale
- EEG, Potenziali evocati, angiografia,
scintigrafia, ecodoppler

3) Definizione di morte (Comitato Nazionale per la Bioetica)

Perdita totale ed irreversibile della capacità dell’organismo di mantenere


autonomamente la propria unità funzionale.

La morte può essere accertata con criteri anatomici, cardiaci o neurologici.

4) Modalità per l’accertamento e la certificazione di morte in Italia


(L. 578 \29\12\1993 e D.L. 22\8\1994):

* Accertamento della morte per arresto cardiaco:


Respirazione e circolo cessate per un intervallo di tempo tale da comportare la
perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo

** Accertamento della morte nei soggetti affetti da lesioni encefaliche e sottoposti a


misure rianimatorie:
Cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo

5) Accertamento della morte per arresto cardiaco:

Tanatogramma: Rilievo grafico continuo dell’ECG protratto per non meno di 20 minuti.
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6) Accertamento di morte nei pazienti con lesioni encefaliche e sottoposti a misure


rianimatorie:

In presenza di queste condizioni :


• stato di incoscienza
• assenza dei riflessi del tronco e di respiro spontaneo
• silenzio elettrico cerebrale

7) La conferma: collegio medico

• 1 medico legale ( o medico di direzione sanitaria o anatomo-patologo)


• 1 medico specialista in anestesia e rianimazione
• 1 medico neurofisiopatologo ( o neurologo o neurochirurgo esperti in
elettroencefalografia )

8) Criteri per l’accertamento di morte in pazienti con lesioni cerebrali e sottoposti a


misure rianimatorie:

Contemporanea presenza di :
• stato di incoscienza
• assenza dei riflessi corneale, fotomotore , oculocefalico, oculovestibolare, carenale
• assenza di reazione allo stimolo doloroso portato nel territorio di innervazione del
trigemino
• assenza di respirazione spontanea
• silenzio elettrico cerebrale
• in situazioni particolari : assenza di flusso cerebrale

9) Situazioni particolari

In caso di :
• bambini di età inferiore a 1 anno
• farmaci depressori del SNC
• ipotermia, alterazioni endocrino-metaboliche, ipotensione passata tali da interferire
significativamente col quadro clinico
• diagnosi od accertamenti incerti
studio del flusso ematico cerebrale

10) Silenzio elettrico cerebrale

• Assenza di attività elettrica di origine cerebrale spontanea o provocata di ampiezza


superiore a 2 microVolts su qualsiasi regione del capo per una durata continuativa di
30 minuti

11) Periodo di osservazione

• 6 ore per adulti e bambini > 5 anni


• 12 ore per i bambini tra 1 e 5 anni
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• 24 ore per i bambini < 1 anno


• La simultaneità delle condizioni previste deve essere rilevata per almeno 3 volte,
all’inizio , a metà e alla fine dell’osservazione
• In caso di danno cerebrale anossico (anossia cerebrale da arresto cardiaco ) il periodo
di osservazione non può iniziare prima di 24 ore dal momento dell’anossia

4) Riassunto

Concludendo si potrebbe dire:

Il criterio fondamentale della morte è l’attività elettrica del cervello che in pratica vuol
dire elettroencefalogramma piatto, però l’importante non è dire che una persona si trova
in uno stato in cui c’è una perdita di coscienza ma che questa perdita di coscienza è
irreversibile, cioè che non c’è nessuna speranza che la persona torni in vita.

Si può dire che in un certo senso non esiste in pratica l’accertamento della morte, se
non se uno si taglia la testa o distrugge con un trauma terribile il cervello, — si tratta quasi
sempre di una prognosi di morte, di una predizione dell’impossibilità del ritorno alla
vita, alla attività cosciente. In realtà, si sono visti casi eccezionali di ritorno alla attività
cerebrale anche quando l’elettroencefalogramma era piatto, e per questo si richiede che
questo succeda (l’elettroencefalogramma piatto) anche senza che siano stati presi barbiturici
ed in certe altre condizioni.

Questa diagnosi della morte è importante, perché ovviamente si può avere la certezza se si
aspetta qualche giorno, quando cominciano i processi di degrado del cadavere = qui la
diagnosi è sicurissima. Il problema si pone oggi nei nostri giorni perché noi abbiamo
bisogno di fare la diagnosi di morte anche quando non si è arrivati all’ultima parte di
questo processo; se noi consideriamo la morte come processo solo quando l’ultima cellula
dell’organismo è morta il cadavere è veramente completo, ma noi vogliamo determinare il
momento in cui la distruzione è arrivata al punto tale che non si può più tornare indietro.

Forse qui si situa la distinzione tra la MORTE CLINICA qui adoperata e la MORTE
BIOLOGICA.

5) Dottrina del Magistero

Carta degli operatori sanitari (1995), n. 128-129.


I1 momento della morte
128. L’impiego di tecnologie rianimative e il bisogno di organi vitali per la chirurgia
dei trapianti pongono in modo nuovo oggi il problema della diagnosi dello stato di morte.
La morte è vista e provata dall’uomo come una decomposizione, una dissoluzione,
una rottura. «Sopravviene quando il principio spirituale che presiede all’unità dell’individuo
non può più esercitare le sue funzioni sull’organismo e nell’organismo i cui elementi,
lasciati a se stessi, si dissociano. Certo, questa distruzione non colpisce l’essere umano
intero. La fede cristiana — e non solo essa — afferma la persistenza, oltre la morte, del
principio spirituale dell’uomo ». La fede alimenta nel cristiano la speranza di ritrovare la sua
integrità personale trasfigurata e definitivamente posseduta in Cristo (cf. I Cor 15, 22).
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Questa fede piena di speranza non esclude che la morte sia una rottura dolorosa .Ma
«il momento di questa rottura non è direttamente percettibile, ed il problema è quello di
identificarne i segni. La constatazione e interpretazione di questi segni non è di pertinenza
della fede e della morale ma della scienza medica: «spetta al medico ... dare una definizione
chiara e precisa della morte e del momento della morte». «Gli scienziati, gli analisti e gli
eruditi devono portare avanti le loro ricerche ed i loro studi per determinare nel modo più
esatto possibile il momento preciso e il segno irrecusabile della morte.
Una volta acquisita questa determinazione, alla sua luce si risolvono le questioni e i
conflitti morali suscitati dalle nuove tecnologie e dalle nuove possibilità terapeutiche. La
morale infatti non può non riconoscere la determinazione biomedica come criterio decisivo.

129. Entrando nel merito di questa determinazione, la Pontificia Accademia delle


Scienze ha dato un autorevole contributo. Anzitutto alla definizione biomedica della morte:
«Una persona è morta quando ha subito una perdita irreversibile di ogni capacità di
integrare e di coordinare le funzioni fisiche e mentali del corpo».
In secondo luogo, dà precisazione del momento della morte: «La morte sopravviene
quando: a) le funzioni spontanee del cuore e della respirazione sono definitivamente
cessate, oppure b) si è accertata la cessazione irreversibile di ogni funzione cerebrale». In
realtà «la morte cerebrale è il vero criterio della morte, poiché l’arresto definitivo delle
funzioni cardiorespiratorie conduce molto rapidamente alla morte cerebrale».
La fede e la morale fanno proprie queste conclusioni della scienza. Esigono però,
dagli operatori sanitari, l’impiego più accurato dei diversi metodi clinici e strumentali per
una diagnosi certa di morte, al fine di non dichiarare morta e trattare come tale una persona
che non lo sia.

6.1.2. Per una giusta impostazione metodologica del tema

Negli ultimi anni è avvenuta una importante variazione nella riflessione sul morire umano.
Questo richiede di ripensare e di abbandonare alcune impostazioni antiche per poter
optare per le nuove. Si riferisce così ad alcune impostazione in concreto:

- Già abbiamo notato in precedenza che le distinzioni diretto – indiretto, volontario –


involontario porta un marchio di una concezione troppo fisicista della morale (si
credeva che la moralità riguardi la struttura fisica dell’azione) e di un intenzionalismo
estrinsecista.
- L’esigenza di mantenere in vita il paziente era posta in rapporto al carattere ordinario
o straordinario dei mezzi alla disposizione. Questo criterio però non solo è molto
soggettivo ma anche discriminatorio perché ciò che per alcune persone risulteranno
mezzi ordinari, per le altre saranno straordinari.
- Altrettanto come una ingiusta discriminazione si presenta un appello alla diversità
delle persone implicate nelle situazioni di eutanasia o di distanasia: tutte le persone, a
prescindere dall’età e dal livello di istruzione, hanno lo stesso valore.
- Inoltre, i valori etici sono sopra qualsiasi distinzione tecnica, come quella tra
un’azione e un’omissione: ricorrere alla distinzione di tale tipo in quanto decisiva per
un giudizio morale significa cadere nella tentazione del fariseismo ipocrita.
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Per una impostazione corretta dei problemi etici del morire si propone, come base, il valore
della vita umana — valore che talvolta però si trova in conflitto con un altro valore,
quello del morire degnamente. Nelle situazioni ordinari (non conflittuali) non nasce
nessuna difficoltà etica per difendere e mantenere il valore della vita umana del paziente. I
problemi etici nascono, quando c’è un conflitto fra il valore della vita umana e altre realtà
giudicate come valori.

Il principio del conflitto dei valori (dei beni per l’uomo) diventa dunque la prospettiva
metodologica per risolvere i problemi etici. Fa parte di questa prospettiva una affermazione
del valore della vita umana – non solo in generale, ma anche nel paziente prossimo alla
morte (per qualsiasi ragione che sia); tuttavia si ritiene che di fronte a questo valore il valore
del morire con dignità può costituire un autentico conflitto dei valori.

A. da una parte = l’affermazione del valore della vita: una affermazione netta e
inequivocabile.
B. dall’altra parte = una affermazione del valore della morte dignitosa.

(A): in rapporto al valore della vita umana serve a ricordare


 la vita umana ha un valore per se stessa; a livello assiologico essa vincola in maniera
aprioristica;
 la vita umana non acquisisce né perde valore etico neanche quando è in condizione di
apparente discredito: vecchiaia, inutilità sociale, malattia, etc.
 la vita umana è il valore fondamentale - fondamento e segno privilegiato per tutti gli altri
valori etici e per tutti i diritti della persona;
 la vita umana, come anche la persona umana, non può essere mai strumentalizzata dagli
altri in rapporto a qualsiasi fine diverso dalla vita umana (per esempio, non può esistere un
autentico conflitto etico tra il valore della vita umana e qualsiasi altro valore sociale);
 la vita umana non può essere strumentalizzata neanche dallo stesso individuo – portatore
di questo valore (non può essere in conflitto il valore della vita del paziente con un altro
bene dello stesso paziente – il bene che non comprende la totalità della persona).

(B): qualche sottolineatura in rapporto al valore della morte dignitosa:


- si può parlare di un autentico conflitto dei valori soltanto in caso del reale conflitto tra il
valore della vita umana e il valore del morire degnamente (perché anche quest’ultimo valore
si radica nella totalità assiologica della persona).

Il valore della morte dignitosa si traduce nel diritto di morire degnamente. Questa
esigenza etica si indica anche con le altre espressioni: morte degna dell’uomo, morire
umanamente, diritto alla propria agonia, morte serena, morte ideale, morte “all’antica”, ecc.

La nozione formale dell’espressione “diritto a morire degnamente” però NON PUÒ


ESSERE INTESA come DIRITTO GIURIDICO = piuttosto ha un riferimento all’universo
etico, cioè esprime una esigenza etica.

Tale diritto però può essere inteso in modo incoerente = come diritto all’eutanasia;
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invece esso deve essere inteso in modo coerente diventando criterio morale decisivo
dell’etica del morire: tutti i problemi etici dell’eutanasia e dell’distanasia devono essere
illuminati da esso.

Analizzando il significato etico di ortotanasia sarà esplicitato il contenuto materiale


dell’esigenza etica del diritto a morire degnamente.

L’opzione metodologica formulata in termini di conflitto dei valori porta ad una


affermazione: l’orientamento etico nel trovare il modo giusto di integrare questi due
valori (vita umana + morte dignitosa) acquisisce l’atteggiamento ragionevole di
lasciarsi guidare dal cosiddetto motivo proporzionato.

In tale ottica anche l’uso dei principi, evocati prima, può essere assunto in una forma più
corretta:

 la distinzione fra mezzi ordinari/ straordinari oggi è sostituita dalla


distinzione fra mezzi proporzionati/ sproporzionati: non è decisivo il
carattere ordinario o straordinario in rapporto con la tecnica o con la
“qualificazione” delle persone; si valuta proporzione/ sproporzione in
relazione con la dignità della persona (evitando così l’accanimento
terapeutico) e con la qualità di vita che si intende conseguire.
 La distinzione tra azione (atto “terapeutico” destinato a togliere la
vita) e omissione (sospensione di una terapia) è meglio recepita e
interpretata se la prima si considera come azione contraria al valore
della vita (eutanasia attiva), e la seconda - come azione destinata a
favorire il valore della morte dignitosa. [Attenzione però per non fare
la confusione con la cosiddetta eutanasia passiva].

6.1.3. Superamento delle ambiguità terminologiche-concettuali

È stato ritenuto valido di distinguere tre situazioni etiche, con le loro corrispondenti
espressioni, ciascuna delle quali ha un significato proprio e si differisce dalle altre due.

Le tre situazioni etiche con una indicazione dei termini relativi, sono:

1. EUTANASIA: si riferisce alle situazioni nelle quali non si rispetta il valore della
vita umana e perciò viene imposta la morte (a se stesso o ad un altro) nella fase
finale della vita.

2. DISTANASIA: si riferisce alle situazioni, quando la vita nella sua ultima fase viene
prolungata in modo inumano e inadeguato, non favorendo la possibilità di avere
una morte degna.

[Alcuni testi (autori) introducono un altro termine relativo alla situazione contraria
alla distanasia — adistanasia, —la quale coincide con il promuovere il diritto di
morire degnamente e si attribuisce i certi significati collegati al termine di eutanasia
passiva. Noi però faremo una chiara distinzione tra eutanasia passiva e la situazione
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contraria al cosiddetto accanimento terapeutico oppure distanasia = il non rispettare


del diritto alla morte dignitosa. La situazione evocata sarebbe più giusto chiamare
con il termine ortotanasia].

3. ORTOTANASIA: si riferisce alla situazione ideale nella quale si rispettano e si


realizzano entrambi i valori indicati: il rispetto alla vita umana e il diritto a morire
degnamente. L’ortotanasia sarà la situazione che realizza la soluzione adeguata in
caso del conflitto dei due valori: essa esprimerà il valore prevalente secondo le leggi
dell’autentica ragione umana proporzionata.

6.2.EUTANASIA

6.2.0. Introduzione

Il progresso delle possibilità mediche, perché tocca sempre ed inevitabilmente la vita


umana, insieme col diverso modo di considerare la sofferenza e la morte, porta con sé le
nuove sfide e solleva i problemi morali, tra cui quello sul significato dell’estrema vecchiaia
e della fine di vita, e sull’eventuale diritto di procurare a se stessi o ai propri simili la ‘morte
dolce’, che porterebbe alla fine il dolore e sarebbe più conforme alla dignità umana 1. Ci
limitiamo alle riflessioni su una delle sfide - eutanasia, - la quale più spesso è concepita in
rapporto con la fine della vita2, e l’importanza della quale dipende da vari fattori della nostra
società odierna:
- i cambiamenti oggettivi della situazione demografica mondiale,
- il mutamento culturale,
- la cronicizzazione delle malattie e le nuove eventualità della medicina intensiva,
- la comprensione non-univoca della persona umana e dell’autodeterminazione di
fronte alla vita personale.

All’occasione serve ricordare che nel tempo attuale il termine dell’eutanasia,


originariamente riferito alla fine della vita, comincia ad essere esteso abbracciando anche
l’inizio della vita e creando le espressioni nuove, per esempio:
 eutanasia prenatale o precoce che presume il dato dell’aborto per lo scopo
eugenetico
 eutanasia postnatale nel caso di neonati gravemente handicappati.

Nello stesso tempo è opportuno ricordarsi, che il movimento a proposito di questo


tema si è iniziato come una protesta contro il potere della medicina, il quale cominciava ad
alienare gli individui dalla loro stessa morte e dal morire. Esso però ha reso evidente il
1
Cf. G. CAPRILE, «Orientamenti morali circa l’eutanasia», in La Civiltà Cattolica, 131/3 (1980)
305-306.
2
Nel tempo attuale il termine dell’eutanasia, originariamente riferito alla fine della vita,
comincia ad essere esteso abbracciando anche l’inizio della vita e creando le espressioni nuove, per
esempio eutanasia prenatale o precoce che presume il dato d’aborto per lo scopo eugenetico o
l’eugenetica postnatale nel caso di neonati gravemente handicappati. In questo studio non abbiamo
un’intenzione entrare in un discorso di tale genere. Cf. E. SCHOCKENHOFF, Etica della vita. Un
compendio teologico, Queriniana, Brescia 19972, 301-302.
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rispetto per l’autonomia dell’individuo come principio morale fondamentale in materia


di vita e di morte (= incluso il diritto alla morte degna) il quale, però, è diventato la
pietra angolare di un quadro ideologico per una giustificazione teorica alla pratica medica
dell’eutanasia attiva3 ed anche per il processo iniziato della legislazione con lo scopo di
depenalizzare la pratica dell’eutanasia4.

6.2.1. Breve evoluzione storica dell’idea di eutanasia

1) Qualsiasi ethos vissuto è possibile comprenderlo solo in contesto dei dati storici
preesistenti e nella totalità degli influssi culturali, la conoscenza di cui non è senza
importanza anche per il giudizio morale odierno sulla realtà presente.
Così,
anche il modo di comportarsi di fronte alla vita umana è in connessione con il grado
dello sviluppo storico della coscienza morale personale e sociale.

2) Inoltre,
l’idea dell’eutanasia in passato a lungo non era sentita come un problema morale
perché essa aveva un contenuto diverso da quello d’oggi.

I dibattiti morali intorno all’idea d’eutanasia iniziano soltanto alla fine del secolo XIX,
quando la morte comincia ad essere spostata dalla coscienza sociale.

3) Nel suo significato originario il termine greco eu-thanatos indica una morte buona
e bella. L’ideale della morte senza dolori indica però solo LO SPERATO MODO DI MORIRE, e
non la sua cosciente provocazione od accelerazione dalla parte dell’uomo.
Questo termine è riservato all’idea di una morte dolce, ma naturale, che il moribondo
accetta come un amico avvicinante quando il suo tempo è giunto5.

4) Dopo essere scomparso per secoli, il termine riappare col senso già diverso in Francis
Bacon, fondatore delle moderne scienze naturali: egli fa entrare questo termine nell’ambito
della medicina e propone una distinzione tra l’euthanasia exterior e la preparazione
interna dell’uomo alla propria morte, riassumendo sotto l’idea d’eutanasia tutti gli
interventi medici come un aiuto molto ampio a morire, operante sul corpo e
sull’anima6.
5) Nell’ottocento il significato del termine si sposta dall’evento della morte all’azione che
procura una morte facile e gentile.

6) All’inizio del secolo XIX un’idea sul dovere dell’arte medica di aiutare le persone anche
alla fine della vita si offre paragonandola con l’assistenza al momento della nascita, con
l’arte dell’ostetrica. Si pensa piuttosto all’assistenza infermieristica con lo scopo di alleviare
3
Cf. H. TEN HAVE, «L’eutanasia in Olanda: critiche e riserve», in Bioetica, 2 (1993) 326-328.
4
Il 28 novembre l’eutanasia è stata legalizzata dal parlamento olandese, il primo nel mondo
occidentale. Il progetto di legge passera all’esame di Senato: l’adozione definitiva è prevista per
l’estate dell’anno 2001. Cf. AGENZIA ANSA, Bollettino stampa Eutanasia: legislazione e pratiche
nel mondo, 28 novembre 2000, ore 20:10.
5
Cf. E. SCHOCKENHOFF, op.cit., 314.
6
Cf. M. LOMBARDI RICCI, «Eutanasia», in RTM, 99/3 (1993) 449.
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la sofferenza ed al modo veramente umano di accompagnare il moribondo. Rimane in ogni


caso il dovere perenne del medico di portare avanti il più a lungo possibile la vita del
malato.
Si può concludere che fino all’inizio del secolo XX l’eutanasia è un sinonimo
d’assistenza nel processo di morire, senza abbreviazione diretta od indiretta della vita;
la terapia medica rimane rigorosamente subordinata al principio generale della
conservazione e del prolungamento della vita.

7) Il secolo scorso è marcato dai cambiamenti importanti del significato: eutanasia indica
non soltanto l’azione che uccide, ma azione che uccide per pietà. Così, nel secolo XX il
termine arriva al contrario del suo senso originario.

La novità inquietante si manifesta nel 1985 con il pensiero dello scrittore tedesco Adolf
Jost7:
- Egli reclama per la prima volta il permesso di uccidere sulla richiesta in caso di una
malattia inguaribile e di grave perturbazione psichico.
- Il valore dell’uomo si misura dalla differenza tra la gioia e il dolore che la sua vita
rappresenta per lui stesso, e dalla valutazione comparata tra l’utilità e il danno che egli
apporta alla società.

Il collegamento tra un’etica della compassione, attenta al destino del singolo, e un


aperto darwinismo sociale conduce ai primi progetti di legge per una liberalizzazione
dell’eutanasia, però anche i suoi promotori sono obbligati a riconoscere una mancanza dei
mezzi efficaci, destinati ad escludere l’abuso d’uccisione sulla richiesta o d’eutanasia non
volontaria.

Dopo la seconda guerra con le sue esperienze del regime nazista e delle campagne di
sterminio, utilizzando anche la coperta dell’eutanasia, la questione del valore della vita
umana individuale ritorna al centro della discussione. I sostenitori dell’eutanasia attiva si
richiamano ad una distinzione secondo loro decisiva: la questione sulla dignità della
vita e la sua possibilità d’essere ancora vissuta è legittima solo dalla prospettiva
personale dell’individuo. Si fa presente una rinnovata estensione dell’idea d’eutanasia.

6.2.2. Eutanasia: precisazioni terminologiche

Per arrivare alla classificazione dell’eutanasia, sembrava conveniente di fare qualche


precisazione sulla comprensione presente di questo fenomeno secondo gli autori e gli studi
vari ed in seguito fare una presentazione delle forme d’eutanasia proposte. Lo scopo preciso
delle riflessioni sarebbe riuscire ad intuire il contenuto vero del termine che si utilizza, e con
questo creare il fondamento reale per un’interpretazione e valutazione morale.

1). Definizioni proposte

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella dichiarazione sull’eutanasia Iura et


bona del 1980 dà la definizione seguente:

7
Cf. E. SCHOCKENHOFF, op.cit., 315.
Vidas Balcius 184
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

«Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle


intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa,
dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati»8.

In pratica, la stessa definizione è ripresa nella lettera enciclica del Papa Giovanni Paolo II
Evangelium Vitae, però con un cambiamento che rileva in maniera ancore più forte la
necessità dell’intenzione presente nell’atto di procurare la morte (come soluzione del
problema dei dolori), perché quest’atto possa essere considerato eutanasia9:

«Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che
di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.
L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».

V. Marcozzi propone come definizione «la soppressione indolore o per pietà di chi soffre
o si ritiene possa soffrire nel futuro in modo insopportabile»10..

Secondo P. Verspieren, oggi l’opinione più diffusa sarebbe quella che come l’eutanasia
intende ogni comportamento seguito dall’effetto il cui obiettivo è provocare la morte di una
persona affinché siano evitate le sofferenze, e con la presenza evidente della decisione
deliberata personale11.

Alcuni autori propongono un ampliamento della definizione con un rapporto vita/bene


della persona (ogni atto che sceglie la morte per il bene della persona morente); gli altri
parlano di criptoeutanasia come l’interruzione dell’allungamento del processo di morte12.

Gli altri autori intendono com’eutanasia la pratica che procura una morte od abbrevia una
vita del paziente per evitare i dolori grandi e le sofferenze in seguito alla richiesta sia del
paziente stesso, sia della sua famiglia, sia di un’iniziativa della terza persona, che è presente,
conosce ed interviene nel caso concreto del moribondo13.

M.Vidal concepisce l’eutanasia come tutti gli interventi che, nella fase finale della vita
umana, non rispettano il valore della vita umana e per questo impongono la morte. L’autore
parla anche dell’ortotanasia, quale una situazione ideale, che rispetta e realizza due valori
principali – la vita umana ed il diritto di morire degnamente14.

8
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’eutanasia (Iura et bona),
5 maggio 1980, in AAS, 72/4 (1980) 546.
9
GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Il valore e l’inviolabilità della vita umana (Evangelium
vitae), 25 marzo 1995, in AAS, 87/1 (1995) 475, n°65: «Per eutanasia in senso vero e proprio si
deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo
scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi
usati».
10
V. Marcozzi, «Il cristiano di fronte all’eutanasia», in La Civiltà Cattolica, 126/4 (1975) 322.
11
Cf. P. VERSPIEREN, «L’euthanasie: une porte ouverte?», in Études, 376/1 (1992) 67.
12
Cf. M. LOMBARDI RICCI, op. cit.,447-448.
13
Cf. P.BARROSO ASENJO, «Etica de la eutanasia», in Studium (Madrid), 30/1 (1980) 320.
14
Cf. F. J. ELIZARI, «Eutanasia: lenguaje y concepto», in Moralia, 14 (1992) 154-155.
Vidas Balcius 185
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

2) Forme d’eutanasia

A. Di solito si fa una distinzione tra eutanasia attiva e passiva15:

- la prima consisterebbe nell’applicazione dei mezzi medici con l’intento di procurare la


morte del paziente;
- mentre la seconda consisterebbe nel non iniziare o nel sospendere un trattamento medico
proporzionato allo stato del malato, consentendo alla morte più rapida del paziente.

La differenza tra le due è fondata sulla distinzione tra commettere ed omettere, o in altre
parole, tra uccidere e lasciare morire.

Infatti, in caso dell’interruzione dei trattamenti medici ci sono due possibilità


eticamente differenti:
1 - una interruzione deliberata di terapie proporzionate con lo scopo di anticipare la morte
per non soffrire, e dunque la realtà qualificabile come l’eutanasia passiva;
2 -una rinuncia alle terapie diventate sproporzionate rispetto alla situazione oggettiva di
salute del paziente con la prognosi indubbiamente indirizzata verso la morte, e quindi la
realtà che si configura come una forma specifica di ortotanasia la quale rispetta il diritto
della morte dignitosa (contro la possibilità stessa di distanasia).

È importante fare la distinzione tra omissione terapeutica che causa la morte e


astensione terapeutica che lascia morire senza influire sul processo della morte. In
ogni caso non è da rifiutare la cura palliativa, anche se un trattamento adeguato per
controllare la sofferenza può anticipare la morte. Questo però sarebbe un effetto
collaterale, non voluto, diverso dall’intervento con l’intenzione di uccidere per porre
termine ai dolori.

B. Un moralista tedesco Paul Sporken, parlando dell’eutanasia attiva e passiva, ne


distingue tre forme16:
1) eutanasia passiva, quando nelle determinate situazioni irreversibili s’interrompe lo
sforzo medico per prolungare il processo di vita;
2) eutanasia attiva, quando è il paziente stesso che, nelle circostanze precise,
volontariamente e liberamente richiede un intervento attivo del medico per interrompere il
processo di vita;
3) eutanasia attiva, quando non è il paziente stesso, ma sono le altre persone, la famiglia,
gli amici, i medici, che prendono la decisione di interrompere drasticamente il processo di
sconfitta del malato per mezzo di un intervento medico attivo.

C. Per comprendere l’esatto significato dell’eutanasia passiva occorre anche tener conto
della distinzione tra mezzi proporzionati e sproporzionati da applicare:
- il voler applicare tutti i mezzi tecnici a disposizione nelle situazioni concrete potrebbe
risultare disumano rispetto al significato profondo della tutela sensata della vita.
- «Il contenuto concreto di questa terminologia dipende inoltre dal fatto che ci sia o meno
una speranza fondata di recupero della salute, dalla capacità di sopportazione e dalla
15
Cf. M. LOMBARDI RICCI, op. cit.,450-451.
16
Cf. P.BARROSO ASENJO, op. cit., 320-321.
Vidas Balcius 186
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

potenza comunicativa del morente ed infine dall’entità delle risorse economiche


disponibili»17.

D. Per facilitare la valutazione dei mezzi è proposto il principio di proporzionalità delle


cure18 (cfr. 5 tema: salute, malattia, intervento medico)

E. Per un accanimento terapeutico s’intende un’insistenza inadeguata nel ricorso agli


interventi medici, cercando di prolungare la vita in ogni costo, al di là d’ogni ragionevole
attesa di ricupero. In tale caso si parla anche dell’opposto all’eutanasia, - la distanasia19.

Serve un’attenzione di non entrare nella contrapposizione errata tra eutanasia ed


accanimento terapeutico, che impedisce la distinzione tra accanimento e lasciar morire,
quando il processo della morte è già iniziato: prolungare la vita soltanto per morire un po’
più tardi sarebbe l’accanimento; affrettare il processo già iniziato sarebbe eutanasia.

Il vero problema rimane riconoscere i limiti entro i quali sia lecito insistere nella terapia ed
oltre cui si dovrebbe accettare il processo irreversibile della morte. Il criterio di principio,
secondo il quale il paziente sempre va considerato soggetto e non oggetto dell’attività
medico terapeutica, rende evidente la logica della partecipazione del malato col proprio
consenso informato in ogni programma terapeutico - assistenziale20.

F. Secondo la partecipazione del malato stesso nella libera scelta di richiedere ad anticipare
la morte, si distingue l’eutanasia volontaria e involontaria. Nel primo caso la persona
stessa sollecita e richiede di porre fine alla vita; nel secondo caso la decisione si prende
dalla parte della famiglia o da una terza persona che non è un paziente stesso 21.

G. Al livello di una scelta del metodo per porre la fine alla vita, si parla anche
dell’eutanasia positiva e negativa22.

17
K. DEMMER, «Eutanasia», in NDTM, San Paulo, Cinisello Balsamo 19994, 395.
18
Si propongono i criteri seguenti d’applicazione del principio di proporzionalità delle cure: 1) in
mancanza d’altri remedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi della medicina
più avanzata, anche se ancora allo stadio sperimentale; 2) è lecito interrompere l’applicazione di tali
mezzi, quando i risultati deludono le speranze; nel prendere una tale decisione si deve tener conto
del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi famigliari, come anche del parere dei medici
competenti; 3) è sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina offre; non si può
imporre a nessuno la cura ancora nello stadio sperimentale e non esente da pericoli; 4)
nell’imminenza della morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la
decisione di rinunciare a trattamenti che prolungherebbero la durata precaria e penosa della vita;
non è tuttavia lecito d’interrompere le cure normali, adeguate alla situazione dell’ammalato. Cf.
A.G.SPAGNOLO, D. SACCHINI, M. PENNACCHINI, «Bioetica nella fase finale della vita», in Bioetica.
Manuali per i Diplomi Universitari della Sanità, ed. E. Sgreccia – A.G. Spagnolo – M.L. Di Pietro,
Vita e Pensiero, Milano 1999, 541.
19
Cf. M. LOMBARDI RICCI, op. cit., 451.
20
Cf. F. D’AGOSTINO, «Morte», in Etica della vita, ed. F. Compagnoni, San Paulo, Cinisello
Balsamo, 1996, 69-70.
21
Cf. P.BARROSO ASENJO, op. cit., 321.
22
Ibid., 320.
Vidas Balcius 187
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

- L’eutanasia positiva si riferisce ad un mezzo pianificato di cosiddetta ‘terapia’, indirizzata


a procurare la morte; a volte questa forma è chiamata ‘uccisione per la compassione’. -
L’eutanasia negativa si presenta come una scelta di un’omissione pianificata dei mezzi, i
quali probabilmente prolungherebbero la vita.

H. Alcune forme dell’eutanasia proposte s’incontrano tra loro e sono utilizzate come
sinonimi23:

- attiva (o diretta, o positiva);


- passiva (o indiretta, o negativa).

Un’intenzione della persona agente, però, sempre rimane la stessa, — procurare la


morte del malato (anche se quest’intenzione fosse nascosta dietro le parole di voler portare
alla fine le sofferenze e la vita senza senso).

3) Classificazione dell’eutanasia

Le riflessioni presentate sulle definizioni proposte e le forme esistenti dell’eutanasia ci


permettono di proporre una classificazione, ritenendo in generale com’eutanasia qualsiasi
intervento medico–tecnico intenzionale, ricercando procurare la fine alla vita della persona
malata con lo scopo di eliminare ogni dolore. Ci saranno menzionate anche le altre
situazioni importanti in rapporto con il tema dell’eutanasia e con la sua valutazione morale.

I. Secondo un intervento intenzionale scelto:

I.1. Eutanasia attiva (diretta, positiva);


I.2. Eutanasia passiva (indiretta, negativa).

II. Secondo la partecipazione volontaria e libera del paziente nella richiesta:

II.1. Eutanasia volontaria;


II.2. Eutanasia involontaria.

III. Altre situazioni importanti relativi alla fine della vita:

III.1. Distanasia (accanimento terapeutico);


III.2. Ortotanasia.

6.2.3. La valutazione morale dell’eutanasia: campi problematici e le risposte possibili

Per un’adeguata valutazione morale dell’eutanasia è necessario fare un riferimento


almeno ad alcuni campi problematici in rapporto con un problema rilevato.

1) Campi problematici

23
Cf. M. LOMBARDI RICCI, op. cit., 450.
Vidas Balcius 188
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

1. Già al livello antropologico si presenta come importante la risposta alla domanda a


proposito del carattere personale dell’uomo alla fine della sua vita. Inoltre, tutta la
problematica in questo livello dipende dalla comprensione del rapporto tra un essere umano
e la persona: questo rapporto sia intrinseco o estrinseco, separabile uno dall’altro?
- Se un essere umano si considera come persona dall’inizio della vita fino alla fine,
l’eutanasia cade sotto il divieto di uccidere; il rispetto dell’essere personale è doveroso
indipendentemente dalle manifestazioni delle caratteristiche empiriche della personalità
negli ultimi stadi della vita.
- Se invece la qualifica dell’essere persona si fa dipendente dalla presenza di ‘qualità
morali’ empiricamente dimostrabili, si dovrebbe tener conto che esiste un gruppo di esseri
umani, i quali erano persone ma hanno perso tali caratteristiche a causa dell’età, di un
trauma o di una malattia24. Anche se per motivi pragmatici e per una precauzione sociale si
volesse considerare tali individui “come se” fossero delle persone, questo non
significherebbe che l’essere umano intrinsecamente si riconosce com’essere personale.

2. Un altro problema attorno alla questione dell’eutanasia si pone richiamandosi al diritto


del moribondo di autodeterminarsi, il quale entra in collisione con un altro criterio –
diritto di vivere. L’idea dell’autodeterminazione individuale, concepita in maniera
abbastanza ampia, abbraccerebbe anche il momento e le circostanze della propria morte.

Il concetto della propria morte può essere inteso in due modi principali:

a) primariamente, la “propria” morte può intendere un concetto opposto alla morte


“anonima” nell’ambiente depersonalizzante degli ospedali ed esprimere un
atteggiamento negativo verso le esagerazioni della tecnica medica moderna; in questo caso
non si parla della provocazione artificiale della morte in un momento scelto, ma si
pone l’accento sulla morte personale del singolo nel suo ambiente individuale con
l’idea forte dell’assistenza umana completa ai moribondi, - assistenza come alternativa
umana alla rimozione della morte e alla richiesta di una liberazione dell’eutanasia attiva.
L’aiuto a morire in tale contesto implica l’assistenza medica di base e l’accompagnamento
umano per andare incontro alla propria morte, - aiuto, che permette di accettare
consapevolmente e di dare un carattere veramente personale all’ultima fase della vita 25.

b) in secondo luogo, oggi si parla della ‘propria’ morte collegandola con l’uccisione
consentita di moribondo o di persone sofferenti; secondo questa concezione,
l’autodeterminazione morale implica la capacità soggettiva di giudicare il valore della
propria esistenza26: la distinzione tra una vita degna ed una vita non degna d’essere vissuta,
non risulta più moralmente ripugnante. Al contrario, si sostiene che essa serve a tutelare la
dignità umana perché esclude con sicurezza la possibilità dell’utilità sociale o altri interessi
24
Si parla della possibilità di dimostrare le facoltà morali attuali della persona umana: essere
qualificato come persona si fa dipendente dal possesso dei segni moralmente rilevanti – l’uso
attuale della ragione (empiricamente dimostrabile), la facoltà d’autocoscienza, la capacità di
memoria e di prevedere il proprio futuro. La mancanza di questi distintivi empirici o di qualità
moralmente rilevanti dell’essere umano intende negare ad un determinato individuo lo status della
persona. Cf. E. SCHOCKENHOFF, op. cit., 98-102.
25
Cf. E. SCHOCKENHOFF, op. cit., 343-344.
26
Cf. F. D’AGOSTINO, op. cit., 71-72.
Vidas Balcius 189
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

esterni all’individuo. La vita umana in questo caso si presenta soltanto come valore
estrinseco e richiede la tutela solo nella misura, in cui essa è esperimentata
soggettivamente come preziosa e sensata dalla persona interessata (in base alle proprie
idee). Il divieto di uccidere acquista la sua importanza soltanto secondo il valore
soggettivistico: solo perché priva la persona della possibilità di dare una propria valutazione
alla sua esistenza. Il rispetto dell’autodeterminazione morale, compresa in questo modo,
rende doveroso soddisfare il desiderio di morire: costringere a vivere qualcuno che
vuole morire si mostra altrettanto riprovevole quanto condannare alla morte uno che
vuole vivere.

In altre parole questa giustificazione morale dell’eutanasia richiesta può essere riassunta
in modo seguente:

A) qui non si tratta di negare ad un essere umano il diritto di vivere; il divieto generale di
uccidere si sottomette di fronte all’autovalutazione libera della propria vita in quanto non
sensata; la morte in tale caso è considerata come una benedizione;
B) la morte richiesta, considerata come frutto d’autodeterminazione, rende evidente il
dovere di aiutare ad effettuarla, perché tale dovere in situazioni disperate prevale sulla
proibizione di uccidere; quest’aiuto si presenta come reale ed unico sostegno.

DOPO UN’ESPOSIZIONE DI ALCUNE PROPOSTE PROBLEMATICHE S’INTENDE A


PRESENTARE QUALCHE RIFLESSIONE VALUTATIVA.

2) L’eutanasia: tra la libertà dei moribondi e l’ultimo aiuto possibile

Due presupposti taciti sono alla base dell’argomentazione la quale promuove la liceità
morale dell’eutanasia:
1] la considerazione che il desiderio di morire sia l’ultima espressione
dell’autodeterminazione libera e personale;
2] il soddisfazione di tale desiderio si tratta come un aiuto reale ed unico nella situazione del
moribondo.

[1] L’autodeterminazione libera e personale di morire:

* L’autonomia della persona nella capacità di giudicare il valore della propria vita solo in
base all’interiorità (esperienza interiore) dell’esistenza individuale, mai esiste:

- L’immagine di se stesso e del senso della vita sempre si crea e dipende dagli altri,
perché la persona umana nel suo esistere è costituita come un essere culturale e
relazionale. La solidarietà e la vicinanza degli altri nell’ultima fase della vita sono
costitutive per trovare il significato alla propria esistenza.

- Al contrario, in una società in cui la morte sulla richiesta è considerata moralmente


lecita, la persona morente dalla parte di mentalità sociale è costretta a considerare
tale desiderio come l’effettuazione dell’ultimo dovere verso la società. Così, la
libertà dell’autodeterminazione diventa influenzata e limitata.
Vidas Balcius 190
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

- Il principio dell’autonomia, spesso evocato nella discussione sull’eutanasia, non si


fonda finalmente sull’atteggiamento di rispetto verso un altro, nei confronti
dell’alterità, ma piuttosto su un sentimento d’estraneità e di lontananza. Il vero
rispetto è basato sulla partecipazione, sulla condivisione dell’esistenza, in cui ognuno
si fa carico dell’altro come di se stesso. L’autonomia che ribadisce una pratica
dell’eutanasia nel nome della cosiddetta libertà dell’altro, in verità è basata
sull’indifferenza, sulla negazione tacita dell’altro, la cui vita s’ignora come qualcosa
senza nessun interesse, almeno fino a quando non entra in conflitto con lo spazio
della propria libertà27.

* La prassi clinica propone anche i fatti che in un avanzato stadio della malattia il
desiderio di morire rappresenta spesso una comunicazione velata di un significato
diverso: sia un sentimento instabile della fase depressiva (che cede il posto alla voglia di
vivere), sia un appello disperato di non rimanere nella solitudine. Dietro di una richiesta
della morte spesso si nasconde il desiderio di essere circondato ed accompagnato dalle
persone vicine28.

* Finalmente, l’eutanasia, quando è decisa dal malato, non può sfuggire dalla verità della
scelta di porre fine alla propria vita; vale a dire, questa decisione ha come contenuto la
stessa persona che decide. Si tratta di decidersi su se stesso, e in un atto come questo
nessuno può delegare ad altri la propria decisione. In tale senso si può parlare della
solitudine fondamentale della coscienza personale: la persona, anche nelle ultime fasi
della propria vita, di fronte alla decisione sua non può nascondersi dietro nessuna autorità od
opinione. Questa solitudine fondamentale della coscienza, talvolta, mette paura e
determina nella persona morente un atteggiamento di cercare la sicurezza, piuttosto
che la verità.
La responsabilità della coscienza personale, però, non si limita soltanto al momento di
decidersi per un atto particolare; essa richiede un’attenzione, una cura e una serietà
nell’informarsi per conoscere la verità. La responsabilità della coscienza attraverso tutto il
quadro della propria vita crea l’atteggiamento di ciascuno nei confronti della verità, che va
sempre servita e non asservita al proprio interesse29.

[2] L’eutanasia: l’unico ultimo aiuto possibile?

* Inizialmente presa in considerazione come ultimo rimedio possibile, l’eutanasia porta


sempre il pericolo che, una volta già accolta come moralmente lecita nella situazione della
persona sofferente e morente, possa:
1) paralizzare la ricerca effettiva delle alternative;
2) sostituire alcune misure assistenziali costose;
3) essere presto considerata come la via più sicura per liberare dalle sofferenze gravi e per
arrivare alla morte tranquilla, concentrando l’attenzione sulla ricerca dell’effettuazione
tecnica più perfetta della morte. Il pericolo diventa veramente reale perché corrisponde
al paradigma della medicina moderna.
27
Cf. C. ZUCCARO, «L’eutanasia», in RTM, 122/2 (1999) 240.
28
Cf. E. SCHOCKENHOFF, op. cit., 345-346.
29
Cf. C. ZUCCARO, op. cit., 238-240.
Vidas Balcius 191
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

* Si può affermare che la morte procurata nella situazione difficile porta piuttosto il gusto
della perdita e della rassegnazione; al contrario, l’accanimento terapeutico sarebbe
un’espressione dell’incapacità di accogliere cosiddetta ‘perdita’ come la parte costitutiva
dell’esistenza umana. Alla base di due realtà, — un prolungamento artificiale della vita
ad ogni costo (accanimento terapeutico) ed una provocazione intenzionale della morte,
— le quali ,sembra, che sorgano dalle intenzioni opposte, c’è un atteggiamento analogo
che impedisce di accettare la propria morte:

«Procurare o farsi dare la morte in situazione disperata o, all’opposto, volere spostare


sempre più in là le frontiere della morte non sono in realtà che due aspetti di un medesimo
sentire: la pretesa di dominare e controllare arbitrariamente la morte»30.

Un vero superamento dell’apparente alternativa è un aiuto umano a morire mediante


l’assistenza medica, una moderna terapia palliativa ed un accompagnamento personale, che
solo può rendere un malato capace ad accettare la propria morte. Tale progetto va
all’incontro alle persone sofferenti e gravemente malate, senza annullare i principi morali
della proibizione di uccidere e senza cancellare la distinzione tra uccidere e lasciare morire.

3) Il fenomeno della rottura della diga

Si può chiedere quali sarebbero i cambiamenti della coscienza sociale se l’eutanasia


fosse accettata come lecita?

La storia dell’umanità manifesta che una liberazione nei certi campi della vita umana,
con una certa intenzione di rispettare la libertà di tutti, ha creato una nuova realtà
dalla quale non si può ritornare in dietro.

Tale liberalizzazione non ha risolto alcuni problemi ma, al contrario, ha creato le condizioni
necessarie perché questi problemi progrediscano con la velocità più alta (per esempio,
legalizzazione della pornografia, dell’aborto; la politica del divorzio, etc.). Si parla del
fenomeno realmente presente nella società odierna - della rottura della diga.

Pure L’EUTANASIA, richiesta all’inizio soltanto per i moribondi, oggi si rivendica anche sia
per le altre persone in tutte le fasi delle malattie gravi, sia per i malati mentali, sia per i
neonati malformati ed i bambini handicappati. Una volta ammessa, l’eutanasia è
accompagnata dal processo d’allargamento:

all’inizio si parla dell’autodeterminazione libera, alla fine si accetta anche la morte


procurata senza la volontà consentita (eutanasia non-volontaria)31.
30
L. LORENZETTI, «Il diritto di morire con dignità: un triplice esito. La morale del legislatore», in
RTM, 85/1 (1990) 153-154.
31
In Olanda la mancata distinzione tra eutanasia attiva e passiva non soltanto in livello etico, ma
anche giuridico, ha portato alla conseguenza che il medico si considera responsabile della morte del
paziente non solo in caso di porre la fine alla vita attivamente, ma anche quando cambia o sospende
il trattamento. Se dopo aver sospeso il trattamento di sostegno vitale il paziente non muore, il
medico deve essere pronto a provocare la morte attivamente; perché in entrambi casi l’intenzione e
Vidas Balcius 192
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

Un altro segno caratteristico del fenomeno menzionato nella società sarebbe una
rimozione sociale della morte.

LA CRESCENTE INDIVIDUALIZZAZIONE delle società moderne si esprime con un


allontanamento della morte dal mondo dei vivi: questo si manifesta nella solitudine dei
moribondi, nella quale si rispecchia la solitudine dei vivi.

Il modo di morire dipende dal modo di vivere. «In un simile contesto sociale non si può
fare a meno di ritenere che la liberalizzazione morale e giuridica dell’eutanasia finirà per
rendere ancora più difficile al singolo l’incontro con la propria morte»32.

Una società, che osserva il divieto di uccidere, che ritiene l’eutanasia come una pratica non-
riconciliabile con le sue basi morali, deve dimostrare agli anziani, ai malati ed ai moribondi
la solidarietà necessaria, — solidarietà che rende più facile accettare il proprio destino.

6.2.4. L’atteggiamento religioso-cristiano verso la fine della vita

Le riflessioni proposte fino a questo momento sull’immoralità della morte procurata sono
fondate razionalmente, basandosi sulle contraddizioni intrinseche dell’eutanasia.

Una liberalizzazione dell’uccisione sulla richiesta e la sua giustificazione fallisce sotto un


duplice aspetto33:

1) la possibilità stessa dell’eutanasia (con un presupposto di sostenere la liberta del


moribondo) espone una persona morente alla violazione della sua libertà, alle costrizioni
sociali prendere la decisione per una scelta della morte artificialmente anticipata; vale a dire,
questa probabilità non rappresenta né un aiuto reale, né l’unico aiuto ad offrire nella
situazione dolorosa;

2) il pericolo di una regressione culturale in seguito ad un abuso possibile, anche la


tentazione dell’ambiente sociale d’intraprendere la via dell’autodispensa dai doveri faticosi
e dall’impegno per la ricerca delle alternative, sono veramente reali nella nostra società.

Il rifiuto dell’eutanasia attiva si considera come proprio di un ethos specificamente


religioso della tradizione ebraico-cristiana. Il riconoscimento delle esigenze morali però
non rappresenta soltanto un atto intellettuale, ma c’è una precomprensione dell’ordinamento
razionale della vita radicata nella coscienza umana; l’uomo religioso riesce più facilmente a
consentire a simili riflessioni razionali affidandosi mediante l’atto religioso fondamentale
della fiducia creaturale. Di fronte alla morte l’uomo sperimenta, nella maniera più forte,
i suoi limiti e l’imperfezione; invece l’uomo credente porta in sé la sicurezza creaturale
che lo preserva dalla tentazione di vedere in questi limiti un fatto disperato ed
insuperabile della vita. Un riconoscimento d’essere dipendente da Dio si presenta come
il risultato è che il paziente muoia, si crede che argomento sia moralmente coerente. Cf. H. TEN
HAVE, op. cit., 335-337.
32
E. SCHOCKENHOFF, op. cit., 353.
33
Ibid., 354-355.
Vidas Balcius 193
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

una verità consolante, che non permette rimanere nell’indignazione o nella disperazione in
ultima fase della vita.

Il capire di non essere nato in seguito ad una propria decisione dà libertà di


riconoscere che nessuno è costretto a morire per propria volontà: non siamo stati noi a
darci la vita, non siamo noi neanche a determinare la fine.

La preparazione alla morte in ogni caso non è un privilegio delle persone credenti, tuttavia
per il cristiano, che accoglie la propria vita come un dono e un compito dalle mani di Dio,
la fine della vita assume un altro senso.

Il punto cruciale per il cristiano è il fatto che, come scrive K. DEMMER, «la comunicazione
di un senso definitivo alla storia (offerto da Cristo) rende impensabile una situazione
storica che sia definitivamente priva di senso e quindi occasione di un atto disperato» 34.

La buona volontà del Creatore non emerge solo nelle fasi marginali della vita, però è
decisiva in esse. La coscienza: ‘io devo ad altri la propria vita’, - caratterizza tutta la
durata dell’esistenza terrena dell’uomo, dall’inizio fino alla fine. Quest’accettazione dei
limiti, posti dalla nascita e dalla morte, non porta in se stessa nessun’alienazione dell’uomo,
contro la quale egli dovrebbe ribellarsi in virtù della sua autodeterminazione morale: fa
parte della dignità umana di poter vivere e morire nei propri limiti, prestabiliti dalla natura
creaturale dell’uomo.

6.2.5. Sottolineature conclusive del tema

1. La diversità degli approcci nel capire il fenomeno dell’ EUTANASIA, tuttavia, non
impedisce a riconoscere un concetto comune e maggiormente valido: si tratta di un’azione
intenzionale, - porre la fine alla vita umana, con lo scopo preciso, – eliminare le
sofferenze della persona. Questi sono due condizioni necessarie per parlare dell’eutanasia
come realtà presente.
Soltanto in tale quadro si può distinguere le sue forme principali (eutanasia attiva e
passiva, volontaria e involontaria), anche comprendere la differenza importante tra
distanasia (con il caso d’accanimento terapeutico) e ortotanasia. Nessuna forma presentata
dell’eutanasia, come neanche la distanasia, sono moralmente lecite.

2. La considerazione di ogni essere umano come un essere intrinsecamente personale in


tutte le fasi della vita, indipendente dalle cosiddette ‘qualità morali’ attuali empiricamente
dimostrabili, non lascia nessuno spazio per la liceità della prassi d’eutanasia, mettendola
sotto il divieto di uccidere in rapporto con il valore inviolabile della vita personale.

3. Il concetto della propria morte, nella discussione sul diritto all’autodeterminazione,


può essere accettato come opposto alla morte anonima e depersonalizzante. L’accento
principale, come alternativa alla rimozione della morte dalla società, si dovrebbe porre
sull’assistenza e l’accompagnamento umano del moribondo nel suo ambiente famigliare.
Se la propria morte è capita come il diritto di reclamare la morte, richiamandosi

34
K. DEMMER, op. cit., 397.
Vidas Balcius 194
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

all’autodeterminazione morale che, secondo alcuni autori, implica la capacità soggettiva di


giudicare il valore della propria esistenza, la vita umana si presenterebbe soltanto come
valore estrinseco e soggettivamente esperimentabile. In tale caso sarebbe evidente il
dovere di aiutare ad effettuare la morte, richiesta in situazioni disperate sulla base del
giudizio soggettivistico della vita come non sensata.

4. In verità, l’autonomia nel giudizio sul valore della vita soltanto in base
all’interiorità personale non esiste: ogni persona è costituita come un essere relazionale e
culturale. La solidarietà e la vicinanza degli altri da un lato, e l’indifferenza e
l’alienazione dall’altro, - sono due realtà ambientali costitutive per trovare o non il
significato alla propria esistenza. I rapporti clinici chiariscono che il vero problema, cui
porta un moribondo ai pensieri sull’eutanasia, non sia tanto la sofferenza in se stessa, quanto
la solitudine e la mancanza della presenza dell’altro.

5. Una volta accolta come moralmente lecita, l’eutanasia porta con sé il pericolo di essere
considerata la via più sicura e meno costosa per eliminare le sofferenze della persona
morente, di paralizzare una ricerca delle possibilità alternative. Deviando un senso profondo
della vita umana, e non essendo una vera soluzione dell’ultima fase dell’esistenza umana,
essa apre la possibilità reale nella società odierna per il fenomeno della rottura della diga
con le conseguenze poco prevedibili.

6. Per una persona credente, per il cristiano, che riconosce nella propria vita un dono e
un compito, ricevuti gratuitamente dalle mani di Dio, la fine della vita assume un altro
senso e rende impensabile qualsiasi situazione che sia definitivamente priva di senso, e
quindi l’occasione di un atto disperato dell’eutanasia non dovrebbe presentarsi neanche
come possibilità.
La preparazione alla morte in ogni caso non è un privilegio del credente: è una
condizione umana. Per ogni persona la morte perciò deve diventare UN ATTO DEL
VIVENTE.
________________________________________________________________________

DOCUMENTI MAGISTERIALI

1) CDF, La dichiarazione sull’Eutanasia, Iura et bona, (1980)


2) PONTIFICIO CONSIGLIO "COR UNUM", Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti
(1981),
3) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae (1995), nn. 64-67.
4) PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PASTORALE DELLA SALUTE, Carta degli Operatori sanitari
(1995).
5) PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA, Il rispetto della dignità del morente.Considerazioni etiche
sull’eutanasia (2000).

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SUPPLEMENTO
Vidas Balcius 195
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

Come una applicazione-attuazione concreta del rispetto dei due valori – della vita
umana e del diritto al morire degnamente.

CURE PALLIATIVE: SEDAZIONE TERMINALE

“La sedazione terminale = la decisione, in situazioni molto specifiche, di indurre


deliberatamente e di mantenere un sonno profondo senza deliberatamente provocare
la morte”.

È uno strumento terapeutico per il sollievo dei sintomi, altrimenti incontrollabili,


nella fase terminale della malattia, con la possibile ma non ricercata conseguenza di
accelerare il processo del morire.
La giustificazione (perché l’effetto collaterale è molto significativo…):

il ricorso alla dottrina del PDF, — frutto della distinzione tra l’azione buona, rispetto al suo
oggetto e finalizzata ad un effetto buono, e il “danno incidentale ma inevitabile” ad essa
collegato, che non sia né il mezzo per raggiungere l’effetto buono né la finalità dell’azione.
Se dunque la cessazione della vita del paziente non è voluta, ma si realizza come effetto
secondario del trattamento non deliberamene perseguito, allora l’intervento terapeutico è
permesso.

Si distinguono due realtà eticamente diverse:

1) la sedazione nei confronti del malato in situazione di stretta prossimità alla morte
(sedation of the imminently dying)

Si riferisce all’ipotesi che:


- il paziente sia prossimo alla morte – in termini di ore, giorni, o al più alcune
settimane;
- il paziente presenti uno o più sintomi resistenti alle cure palliative;
- il medico tratti tali sintomi con una terapia di riconosciuta efficacia,
- l’applicazione di tale terapia (che può essere associata alla non effettuazione o alla
sospensione dei trattamenti di sostegno vitale che risultino inefficaci o sproporzionatamente
gravosi) comporti come effetto secondario la sedazione del paziente.

2) la sedazione orientata alla morte (sedation toward death):

L’oggettivo perseguitato è quello di indurre, nel paziente non immediatamente prossimo alla
morte, uno stato di incoscienza quale mezzo per ottenere il sollievo dei sintomi intrattabili
che egli presenta, ricorrendo inoltre alla sospensione dei trattamenti di sostegno vitale
allo scopo di abbreviare il processo del morire.
***

La (1) è moralmente ammissibile, la (2) invece – no (sarebbe una realtà dell’eutanasia


attiva).
Vidas Balcius 196
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

La distinzione fra le due pratiche non risiede quindi nel ricorso alla sedazione,
bensì nella contestuale sospensione dei trattamenti di sostegno vitale, allo scopo appunto di
accorciare i tempi del morire.

Pio XII – 1957 – la liceità della sospensione del dolore per mezzo di narcotici, pur
con le conseguenze di attenuare la coscienza e di abbreviare la vita. + EV 65:

Al livello terminologico si propone come migliore sedazione palliativa (perché


terminale può essere frainteso non come applicabile nella fase terminale, ma come
inducente alla morte).
Quando?

1. Situazioni cliniche specifiche:


- dolore (rarissima come causa),
- delirium (alterazione dello stato di coscienza per cause patologiche),
- mancanza di respiro (dispnea),
- vomito incoercibile (rarissima come causa),
- altri eventi terminali-drammatici (emorragie massive, gastrointestinali, orofacciali,
emottisi).

2. Si parla anche del “disaggio esistenziale” (existential suffering) = solo secondo i criteri
strettissimi:
- il paziente nello stato terminale;
- deve esserci un do-not-resuscitate-order
- tutti i trattamenti palliativi effettuati, comprese le cure per depressione, ansia e ogni
altra malattia concomitante,
- una valutazione psicologica (da parte di un medico specialista) e spirituale (da parte
di un medico specialista o di un ministro di culto) effettuata,.
- se si è in presenza di un sopporto nutrizionale o di idratazione endovenosa o
sottocutanea, la discussione dovrebbe muovere anzitutto da una valutazione dei
benefici e degli oneri di tale terapia in vista di un’imminente sedazione,
- il consenso informato del paziente o di colui che è autorizzato ad assumere la
decisioni che lo riguardino,
- presa in considerazione la possibilità di praticare la sedazione per un breve intervallo
(24-48h), e la sua sospensione se il paziente recupera la coscienza.

*** *** *** *** ***

7. RIFLESSIONE CONCLUSIVA: PER UNA CULTURA DELLA VITA

La riflessione proposta ha come finalità una comprensione autentica del valore della vita
umana, del rapporto responsabile e perciò autentico con esso ed invitare a un impegno
responsabile verso una maggiore umanizzazione dell’uomo stesso e del suo mondo in
quanto umano. Tale intento raggiunge la sua pienezza solo in Gesù Cristo, Vero Dio e Vero
Uomo, perché «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero
dell’uomo. […] Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima
Vidas Balcius 197
Teologia morale speciale: vita fisica e sessualità PUU 2012-2013

vocazione» (GS 22). Proclamare e vivere questa verità sull’uomo e sulla vita umana fa parte
della missione evangelizzatrice della Chiesa, e più precisamente della teologia morale
cattolica.
Il mondo contemporaneo tuttavia non vive esclusivamente nella luce dell’umano così
inteso. La situazione reale riguardo alla vita umana si presenta molto complessa, e le
principali ragioni di tale complessità si è cercato di esporre durante il percorso proposto,
adoperato «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana» (cfr. GS 46). L’uomo odierno
come pure la sua vita si trovano dunque inseriti nell’orizzonte di luci e ombre, e di tale
verità si deve essere coscienti. Solo in questo modo si può sperare di portare avanti e senza
sosta l’unico impegno eticamente accettabile – per la cultura della vita. Questa
responsabilità inevitabilmente mette in causa la dignità e l’onestà di ognuno, diventando in
ultima istanza la questione di salvezza. Nessuno dunque può sentirsi estraneo o di non
essere implicato nella vicenda evocata della quale, in una maniera eloquente e riassuntiva,
così si esprime Papa Giovanni Paolo II:
«Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci
troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la
vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma
necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con
l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita.
Anche per noi risuona chiaro e forte l’invito di Mosè: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la
vita e il bene, la morte e il male...; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e
la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt 30, 15.19). È
un invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover decidere tra la “cultura
della vita” e la “cultura della morte”. Ma l’appello del Deuteronomio è ancora più profondo,
perché ci sollecita ad una scelta propriamente religiosa e morale. Si tratta di dare alla
propria esistenza un orientamento fondamentale e di vivere in fedeltà e coerenza con la
legge del Signore: “Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue
vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme...; scegli dunque la vita, perché
viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e
tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (30, 16.19-20).
La scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato
religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo.
Nulla aiuta ad affrontare positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale siamo
immersi, come la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini
“perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10): è la fede nel Risorto, che
ha vinto la morte; è la fede nel sangue di Cristo «dalla voce più eloquente di quello di
Abele” (Eb 12, 24).
Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle sfide dell’attuale situazione, la
Chiesa prende più viva coscienza della grazia e della responsabilità che le vengono dal suo
Signore per annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita» (Lettera enciclica,
Evangelium vitae, 28).