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ANNUARIO

DEL CENTRO STUDI GIOVANNI VAILATI

- 2005/2006 -

1
NOTIZIE UTILI SUL CENTRO STUDI GIOVANNI VAILATI

Il Centro ha un sito internet -www.giovanni-vailati.net


www.giovanni-vailati.net - che viene costantemente
aggiornato e da cui è possibile scaricare diverso materiale su Vailati, suoi scritti o studi a
lui dedicati. Sempre dal sito è possibile scaricare la scheda per aderire al Centro. La quota
sociale annuale è di € 50 (socio sostenitore) e di € 25 (socio ordinario). L’adesione al
Centro permette, oltre alla diretta partecipazione alla vita sociale del Centro e alle iniziative
da esso organizzate, di essere costantemente informati su tutte le iniziative che interessano
l’Annuario
Vailati di cui siamo a conoscenza, di avere gratuitamente il bollettino e le pubblicazioni
curate o promosse dal Centro.
La sede legale del Centro Studi è presso il Liceo Classico “A. Racchetti” di Crema, via
Palmieri 4, 26013 Crema (CR). Per una più celere comunicazione inviare un e-mail a
mdezan@libero.it
mdezan@libero.it

Questo volume è pubblicato col patrocinio

del Comune di Crema e della Provincia di Cremona

e il contributo

del Rotary Club Crema

©2006 “Centro Studi Giovanni Vailati”

2
______________________________________________
INDICE

Le attività del
Le attività delCentro
CentroStudi
StudiGiovanni
Vailati Vailati 55
P. Cantù: Ragionando con t(h)e. Alla ricerca di buoni e cattivi
ragionamenti 7
P. Cantù: Ragionando con t(h)e. Alla ricerca di buoni e cattivi
I.ragionamenti
Franzosi: La fondazione della psicologia come scienza: temi e 7
problemi nel pensiero filosofico di Roberto Ardigò 47

I. Franzosi:
I. Pozzoni: Archè, kÓsmos, della
La fondazione éris. La teoria del
psicologia diritto
come cometemi
scienza: modello
e
cosmico all’interno della micro-tradizione di ricerca milesia 59
problemi nel pensiero filosofico di Roberto Ardigò 47
R. Pettoello: Il Carteggio Pikler-Vailati (1892-1908) 83
I. Pozzoni: Archè, kósmos, éris. La teoria del diritto come modello
M. De Zan: Il Carteggio Vailati-Schiaparelli (1897-1900) 107
cosmico all’interno della micro-tradizione di ricerca milesia 59
Recensioni 119
R. Pettoello: Il carteggio Pikler-Vailati (1892-1908) 85
Libri ricevuti 135

M. De Zan: Il carteggio Vailati-Schiaparelli (1897-1900) 109

Recensioni 121

Libri ricevuti 137

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4
LE ATTIVITÀ DEL CENTRO STUDI GIOVANNI VAILATI

A causa delle crescenti difficoltà incontrate nel reperire fondi per la


pubblicazione dell’Annuario siamo stati costretti ad uscire con un ritardo
tale, rispetto ai tempi tradizionali, che abbiamo creduto opportuno
presentare in un unico volume le attività e gli studi realizzati dal Centro nel
corso del 2005 e del 2006. Per questo l’Annuario si presenta come
insolitamente biennale. Ci scusiamo con i lettori e ci auguriamo ovviamente
di poter tornare alla consueta scansione annuale fin dal prossimo anno. Il
Rotary Club di Crema ha generosamente offerto al Centro Studi Giovanni
Vailati un contributo che,
finanziario che ha ad
aggiungendosi permesso infine di del
un finanziamento mandare
Comunein
di Crema, ha permesso di mandare
stampa questo numero dell’Annuario. in stampa questo numero dell’Annuario.
________

Nella primavera del 2005 il Centro Studi Giovanni Vailati ha organizzato


un ciclo di incontri dedicato alle teorie dell’argomentazione e all’analisi
delle diverse forme di argomentazione. Poichè il corso si teneva in un noto
caffè cittadino con inizio alle 17 e ai partecipanti era offerto un buon tea con
biscotti, si è pensato di intitolarlo “ragionando con t(h)e”. Nonostante il
carattere conviviale, la relatrice, Paola Cantù, ha sempre mantenuto alto il
livello del corso che è stato seguito con interesse da un buon numero di
partecipanti. Ringraziamo Paola Cantù per aver permesso la pubblicazione
delle sue lezioni che presentiamo volentieri in questo numero dell’Annuario.
Ricordiamo, infine, che Paola Cantù ha recentemente pubblicato, insieme a
Italo Testa, il volume Teorie dell’argomentazione. Un’introduzione alle
logiche del dialogo, nella collana “Testi e pretesti” della Bruno Mondadori,
dove questi studi sulle teorie dell’argomentazione sorte nel corso degli
ultimi decenni sono presentati in modo ancora più ampio e analitico.
Come è ormai una tradizione consolidata, anche nel corso dell’anno
scolastico 2005-2006 il Centro Studi ha organizzato delle conferenze, in

5
6

collaborazione col Liceo Classico Racchetti di Crema, rivolte agli studenti


cremaschi degli ultimi anni delle superiori. Tema scelto è stato “Il dubbio e
la scienza” presentato attraverso tre incontri: il primo con il prof. Bruno
Cordani, docente all’Università degli Studi di Milano, che ha trattato del
“valore” dubbio nella storia della matematica e nella ricerca attuale,; il
secondo con il prof. Carlo Alberto Redi, docente dell’Università degli Studi
di Pavia, che ha parlato dei dubbi che continuamente sorgono nell’attività di
ricerca degli scienziati che si occupano di biologia molecolare, in particolare
nella situazione italiana,; e infine il dott. Giuseppe Rivolta, direttore del
reparto di rianimazione dell’Ospedale di Lodi, ha cercato di spiegare come
la professione del medico, sospesa tra scienza e arte, sia continuamente e
necessariamente attraversata dal dubbio e dall’incertezza.
Nella primavera del 2006, infine, è stato organizzato un breve ciclo di
“letture filosofiche”. Nella prima Mauro De Zan ha parlato di Giacomo
Leopardi e il senso della scienza commentando le pagine del Dialogo di
Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez; nella seconda Silvano Allasia ha
trattato di Verità, realtà, bene: la filosofia e i superconcetti, con la lettura di
alcune pagine del recente volume Nel chiuso di una stanza con la testa in
vacanza di Franca D’Agostini e infine Paola Cantù ha presentato un
relazione su Jaakko Hintikka: Logica interrogativa e teoria dei giochi
accompagnata da letture tratte dal saggio del filosofo finlandese Is Logic the
Key to all good Reasoning?
_______

Prosegue l’impegno del Centro per la pubblicazione dei carteggi di Vailati.


In questo numero dell’Annuario vengono presentati due carteggi inediti:
quello intercorso tra Vailati e il filosofo ungherese Julius Pikler, curato dal
prof. Renato Pettoello a cui si deve anche la traduzione in italiano delle
lettere presentate, e quello con l’astronomo Giacomo Virgilio Schiaparelli.
Vogliamo infine ricordare che recentemente è stato pubblicato il volume
Giovanni Vailati intellettuale europeo, curato da Fabio Minazzi, che
raccoglie gli atti del convegno svoltosi nel 2003 a Spongano, in provincia di
Lecce, e che viene recensito in questo Annuario da Patrizia de Capua. Il
Centro ha contribuito alla pubblicazione di questo volume con un proprio
contributo finanziario e ricercando il patrocinio del Comune di Crema e
della Provincia di Cremona.
Crema, Novembre 2006.

6
RAGIONANDO CON T(H)E. ALLA RICERCA DI BUONI E
CATTIVI ARGOMENTI*

di Paola Cantù

Che cosa significa argomentare? Perché certe forme di ragionamento


sono più efficaci di altre nel difendere o confutare una certa tesi? Ci sono
regole da seguire per costruire un buon argomento? Seguire le regole è
razionale? Il corso introduce il concetto teorico di argomento e analizza
alcuni tipi di ragionamento accettabile (deduttivo, induttivo, ecc.) e alcuni
tipi di ragionamento “fallace”. Obiettivi del corso sono la riflessione sulle
modalità di ricostruzione e valutazione degli argomenti, lo smascheramento
di alcune strategie persuasive e la riflessione sulla natura “razionale” degli
argomenti costruiti “secondo le regole”. Il testo offre una breve introduzione
agli obiettivi, al contenuto e al metodo della teoria dell’argomentazione,
accennando alle origini nella tradizione filosofica e ad alcuni filoni di
ricerca recenti. Ampio spazio è dedicato all’introduzione della terminologia
tecnica: argomento, argomentazione, premesse, conclusione, conseguenza,
validità, correttezza, efficacia, bontà, fallacia, regole, razionalità.

1. L’ARGOMENTAZIONE

1.1. Che cosa significa argomentare?


Varie sono le definizioni di argomentazione che possiamo trovare nella
discussione contemporanea e in particolare nelle diverse tradizioni
filosofiche: per individuare alcuni caratteri generali dell’argomentare
prenderemo le mosse da una definizione condivisa, almeno a grandi linee,

*
Il presente testo è una versione rivista e abbreviata delle dispense preparate per il Corso di
Teoria dell’argomentazione organizzato dal Centro Vailati e che ho tenuto tra aprile e
maggio 2005 al Caffé Vienna di Crema. Ringrazio tutti i partecipanti al corso per le
domande di chiarimento, i suggerimenti critici, gli scambi di opinione, di cui ho cercato di
tenere conto nell’elaborazione definitiva del testo.

7
8 PAOLA CANTÙ

da filoni di ricerca tra loro diversi. La definizione proviene da un manuale di


teoria dell’argomentazione scritto a più mani da studiosi di logica informale,
pragma-dialettica, logica dialogica.1
Definizione. L’argomentazione è un’attività razionale verbale e sociale
finalizzata ad accrescere (o decrescere) l’accettabilità di un punto di
partenza controverso per l’ascoltatore o per il lettore; in tale attività i
parlanti avanzano una costellazione di proposizioni con lo scopo di
giustificare (o refutare) tale punto di vista di fronte ad un giudice razionale.
– Argomentare è un’attività verbale: benché sia possibile ricorrere a
gesti, a espressioni del viso e ad altri strumenti di comunicazione non
verbale, l’argomentazione è essenzialmente un’attività verbale, condotta
per lo più nel linguaggio ordinario. Si potrebbe obiettare che alcune forme
di argomentazione sono basate su un intervento cospicuo della
comunicazione non verbale, oppure non sono espresse linguisticamente
(come nel caso di una persona che ragiona tra sé e sé). A tale obiezione si
potrebbe rispondere che se si accetta che l’argomentazione sia innanzitutto
un’attività sociale, si attribuisce un ruolo fondamentale alla comunicazione
degli argomenti; d’altra parte la grande maggioranza degli uomini si affida
al linguaggio (orale o scritto) per l’esposizione e la costruzione delle ragioni
argomentative.
– Argomentare è un’attività sociale, che presuppone la presenza reale o
immaginata di due o più interlocutori: l’argomentazione è dialogica e
dialettica, basata sull’alternanza di asserzioni pro e contro concepite
rispettivamente come ragioni addotte da un parlante a favore di una tesi e
come possibili contromosse dell’interlocutore. Ci si potrebbe domandare se
l’argomentare più autentico non sia piuttosto la deliberazione intima di un
singolo individuo che ragiona tra sé e sé, soppesando diverse ragioni per
trovare la migliore. Diversi filosofi hanno considerato corretta solo
l’argomentazione propriamente logica, basata su un insieme di regole che
permettono di dirigere i nostri pensieri e di giungere ad una conoscenza
sicura ed evidente della verità. Tra i tanti ricordiamo Arthur Schopenhauer,2

1
F.H. VAN EEMEREN, R. GROOTENDORST, F. SNOECK HENKENMANS (a cura di),
Fundamentals of Argumentation Theory. A Handbook of Historical Backgrounds and
Contemporary Developments, Lawrence Erlbaum Associates, Mahwah (New Jersey), 1996.
2
Nel Mondo come volontà e rappresentazione (I, §9, trad. it. p. 83) SCHOPENHAUER
definisce la logica come “la scienza generale dei processi razionali, riconosciuti per
introspezione della ragione in se stessa ed espressi nella forma di regole in seguito
all’astrazione da ogni loro contenuto.” Secondo Schopenhauer la ragione, lasciata libera,
non si allontana da tali regole; non avrebbe perciò alcun senso studiare la logica con finalità
pratiche (per imparare il corretto ragionare): sarebbe come insegnare a qualcuno la
meccanica o la fisiologia per fargli imparare a digerire. La logica avrebbe invece un
interesse filosofico come conoscenza speciale dell’organizzazione e dell’attività della
ragione. Nella Introduzione e nelle aggiunte alla Dialektik, un manoscritto inedito del
1830-31, tradotto in italiano con il titolo L’arte di ottenere ragione esposta in 38

8
RAGIONANDO CON T(H)E 9

che distinse la dialettica intesa come eristica dalla logica intesa come ricerca
della verità, e John Stuart Mill,3 che ebbe una concezione non dialogica
della logica. Al contrario la rinascita degli studi intorno alla teoria
dell’argomentazione è legata proprio alla ripresa della concezione dialogica
e sociale dell’argomentazione, da cui trae origine la rinnovata attenzione per
la retorica concepita come attività persuasiva rivolta ad un uditorio, per la
logica informale intesa come analisi e valutazione degli argomenti del
discorso ordinario, per il dibattimento giuridico considerato come strumento
dialettico di deliberazione. In quest’ottica perfino la deliberazione tra sé e sé
è considerata un’attività sociale: soppesare gli argomenti a favore o contro
una certa tesi equivarrebbe infatti ad anticipare le possibili contromosse di
un interlocutore. Si tratta in parte di un ritorno all’antico. La deliberazione
intima era considerata come un’attività sociale già da Isocrate, che
identificava gli argomenti dell’oratore rivolto alla folla con gli argomenti

stratagemmi, Schopenhauer afferma che la logica naturale ha a che vedere con la verità
oggettiva e si distingue pertanto dalla dialettica (eristica) intesa come l’arte di disputare al
fine di ottenere ragione con mezzi leciti o illeciti (trad. it. p. 15 e ss.). A differenza della
logica, che mira alla verità della conclusione, la dialettica è rivolta all’approvazione della
conclusione da parte dei contendenti e dell’uditorio: ha la finalità pratica di insegnare come
difendersi dagli attacchi altrui e come attaccare a propria volta senza essere confutati e
senza cadere in contraddizione. La dialettica deve quindi attingere all’esperienza e
proporre stratagemmi generali ottenuti a partire dall’osservazione del loro uso in casi
particolari. La logica ha a che vedere con la forma, mentre la dialettica con il contenuto,
con la materia: secondo la logica due individui non possono che concordare; secondo la
dialettica invece possono avere opinioni divergenti, che scaturiscono dalla diversità della
loro individualità. La dialettica è “la dottrina del modo di procedere della naturale
prepotenza umana”, giacché la natura umana comporta che quando un uomo si accorge che
i pensieri di un altro divergono dai propri, non riesamina il proprio pensiero per trovarvi un
errore, ma presuppone che l’errore si trovi nel pensiero dell’altro: “l’uomo è per natura
prepotente, vuole avere ragione” (trad. it. p. 71).
3
Nell’Introduzione al Sistema di logica JOHN STUART MILL adotta una definizione di logica
alquanto ampia, come scienza e arte del ragionamento: la logica non si limita all’analisi dei
processi mentali ma si occupa anche di derivare regole per il corretto svolgimento del
processo di ragionamento. Con questo termine, però, non si devono intendere soltanto il
sillogismo o le inferenze dall’universale al particolare, ma ogni tipo di inferenza che derivi
un’asserzione da altre asserzioni accettate in precedenza. La logica riguarda le operazioni
della mente di un singolo individuo nel raggiungimento della verità, mentre la
comunicazione di tali pensieri è compito della retorica o più in generale dell’educazione. La
logica riguarda soltanto le inferenze da verità precedentemente note: non è la scienza della
credenza ma della dimostrazione o evidenza; la logica deve indicare quali relazioni devono
sussistere tra i dati e cosa si può concludere da essi. Ma allora la logica è utile? Certo è
possibile ragionare in maniera corretta anche senza conoscere la logica, tuttavia vi sono dei
limiti a ciò che si può fare senza la logica; come l’anatomia non serve ad imparare ad usare
i muscoli ma è utile per curarne i difetti di funzionamento, così la logica non è necessaria
per imparare a ragionare ma è utile per curare i difetti di ragionamento. La logica di Mill,
infatti, non vuole essere una scienza delle leggi formali del pensiero – una logica della
coerenza – bensì una logica della verità.

9
10 PAOLA CANTÙ

del saggio che prende buone decisioni nella deliberazione intima.4 Accanto
alla retorica antica le teorie dell’argomentazione si richiamano spesso alla
dialettica aristotelica.
Aristotele aveva osservato che il fine dell’argomentazione può essere
talvolta la conoscenza della verità e talvolta la persuasione, aveva analizzato
forme di argomentazione rivolte alla determinazione non solo di conclusioni
vere ma anche di conclusioni probabili o addirittura false e aveva isolato
forme di argomentazione che appaiono valide ma non lo sono. Mentre gli
Analitici Secondi sono dedicati allo studio del sillogismo dimostrativo, in
cui entrambe le premesse sono vere e dunque anche la conclusione è vera,
nel secondo libro degli Analitici Primi Aristotele considera anche i
sillogismi con una o con entrambe le premesse false: in tali casi la
conclusione può essere vera o falsa. Nei Topici inoltre Aristotele considera
altre forme di argomentazione, quali i sillogismi dialettici (che muovono da
premesse fondate sull’opinione: endoxa), i sillogismi eristici (che muovono
da premesse che sembrano fondate sull’opinione ma non lo sono),
argomenti eristici che non sono neppure sillogismi (poiché il nesso è solo
apparente), i paralogismi (in cui non si conclude né da premesse vere né da
premesse fondate sull’opinione, come ad esempio quando si fa uso di una
errata costruzione geometrica, cioè di una premessa propria di una scienza
particolare, ma falsa). Un’analisi degli argomenti eristici (siano essi
sillogismi oppure argomenti non validi) si trova nelle Confutazioni
sofistiche.5 Il richiamo alla dialettica e alla componente sociale
dell’argomentazione non si esaurisce però in un recupero della retorica
antica e della filosofia aristotelica; nuove significative discipline concorrono
allo studio degli argomenti: dalla pragmatica linguistica alla teoria della
comunicazione, dalla sociologia al diritto.
– Argomentare è un’attività che ha origine da un punto di partenza
controverso, vale a dire dalla presenza di un’asserzione, di un punto di vista,
di una tesi intorno alla quale non vi è accordo. L’argomentazione, come
osserva Aristotele nei Topici (I, 104a), non nasce da qualcosa che è già
evidente a tutti ma da un contrasto di opinioni, da una divergenza di idee, da
un dubbio sull’accettabilità di un punto di vista. Scopi dell’attività
argomentativa possono essere l’eliminazione o l’attenuazione del dubbio, il
raggiungimento di un accordo6 o di un’intesa tra gli interlocutori, la
4
Scrive ISOCRATE nell’Orazione a Nicocle (§ 8): “Gli argomenti di cui ci serviamo quando
vogliamo persuadere gli altri con le nostre parole, sono gli stessi di cui ci serviamo quando
dobbiamo prendere una decisione, e chiamiamo oratori quelli che sanno parlare alla folla, e
consideriamo assennati quelli che prendono le migliori decisioni nella deliberazione
intima.”
5
Cfr. ARISTOTELE, Organon, Einaudi, Torino, 1955.
6
Non tutti i teorici sarebbero d’accordo nell’affermare che lo scopo dell’argomentazione è
il raggiungimento di un accordo. Tuttavia la maggior parte accetterebbe l’idea che ogni
comunicazione abbia uno sfondo cooperativo regolato dalla massima di Grice, che impone

10
RAGIONANDO CON T(H)E 11

giustificazione (o la refutazione) di un punto di vista, una deliberazione. Lo


scopo è raggiunto attraverso la presentazione di una costellazione di
proposizioni, vale a dire di uno o più argomenti, che servono ad accrescere
(o a decrescere) l’accettabilità del punto di vista in questione convincendo o
persuadendo l’interlocutore. Vi è chi osserva che l’argomentazione può
avere luogo piuttosto solo tra due o più interlocutori che siano già in
accordo, ad esempio su alcune premesse condivise oppure sugli standard di
accettabilità di un argomento oppure ancora sull’obiettivo di arrivare alla
soluzione discorsiva della divergenza di opinione.7
– L’argomentazione serve ad accrescere l’accettabilità di un punto di
vista controverso:8 accrescere l’accettabilità può significare determinare la
verità o la falsità del punto di vista (come nella logica tradizionale o nel
sillogismo dimostrativo aristotelico o ancora nell’accezione platonica della
dialettica come scienza) ma anche persuadere l’uditorio o l’interlocutore
(come nella dialettica aristotelica) o ancora prevalere nella discussione
(come nell’eristica aristotelica o nella dialettica di Schopenhauer). Qui il
termine accettabilità non indica l’accettazione effettiva da parte dell’uditorio
reale, ma l’accettazione da parte di un uditorio ideale. Nella maggior parte
delle teorie contemporanee dell’argomentazione si ritiene infatti che sia
possibile fornire un’adeguata caratterizzazione dell’accettabilità di un
argomento o per mezzo di particolari regole cui attenersi o per mezzo di
schemi o modelli di ragionamento cui conformarsi o per mezzo di schemi o
modelli di ragionamento da cui distaccarsi. L’uditorio ideale è spesso inteso
ad ogni parlante di “conformare il proprio contributo conversazionale a quanto è richiesto”.
Per Grice una comunicazione verbale è razionale solo se i parlanti usano il linguaggio per
contribuire al raggiungimento del dialogo. Il principio di cooperazione di Grice si precisa
poi secondo le massime seguenti: Quantità (dare la giusta quantità di informazione), qualità
(dare un contributo veritiero al dialogo), relazione (essere pertinenti), modalità (essere
chiari e non ambigui). Cfr. P. GRICE, Logic and Conversation. in Id., Studies in the Way of
Words, Harvard Univ. Press, Cambridge (Mass.) 1989, trad. it. in Logica e conversazione.
Su intenzione, significato e comunicazione, il Mulino, Bologna 1993, p. 62 e ss. Accettare
che una forma minimale di cooperazione sia necessaria per uno scambio linguistico efficace
non implica affatto che lo scopo di ogni comunicazione (e in particolare di ogni
argomentazione) sia il raggiungimento di un accordo tra i parlanti.
7
Scrivono ad esempio Perelman e Olbrechts-Tyteca nel Traité de l’argumentation. La
nouvelle rhétorique: “Ogni argomentazione mira infatti all’adesione delle menti e
presuppone perciò l’esistenza di un contatto intellettuale. Perché esista argomentazione,
occorre che a un dato momento si realizzi un’effettiva comunanza spirituale. Occorre essere
d’accordo previamente e in via di principio sulla formazione di questa comunità
intellettuale, e in seguito sul fatto di discutere insieme una questione determinata: ciò non
avviene affatto spontaneamente.” Cfr. C. PERELMAN, L. OLBRECHTS-TYTECA, Traité de
l’argumentation. La nouvelle rhétorique, PUF, Paris 1958, trad. it. Trattato
dell’argomentazione. La nuova retorica, Torino, Einaudi, 1966, p. 16. Schopenhauer
osserva che i disputanti devono stare allo stesso livello, soprattutto devono avere la stessa
erudizione, la stessa intelligenza e la stessa abilità argomentativa.
8
Aristotele osservava nei Topici (I, 104b) che il fine della dialettica è ottenere preferenza o
rifiuto, determinazione della verità o della falsità di una tesi.

11
12 PAOLA CANTÙ

come l’insieme di tutti gli eventuali interlocutori che condividano la fiducia


in tali regole.
– Argomentare è un’attività razionale.9 L’uso dell’aggettivo razionale è
generalmente connesso al concetto di uditorio ideale sopra introdotto, ma
può anche servire ad escludere la componente emozionale delle attività
comunicative: 1) chi argomenta svolge un’attività conforme a regole del
pensiero (in senso lato logiche) in cui le emozioni, pur presenti, non
costituiscono la parte predominante. Più in generale, razionale è chi
argomenta presentando ragioni, vale a dire cercando di giustificare o di
refutare un punto di e facendo appello ad un procedimento e a dei contenuti
valutabili da un uditorio ideale o da interlocutori che dispongano delle
conoscenze opportune e che siano in grado di valutare l’accettabilità delle
ragioni addotte. Alcuni autori contemporanei che si richiamano alle ricerche
di Damasio10 obiettano che le emozioni non devono essere considerate un
semplice fattore di disturbo nell’attività argomentativa. Michael Gilbert, ad
esempio, amplia il concetto di razionalità in modo da escludere
un’accezione esclusivamente verbale e logica dell’argomentazione: gli
argomenti, oltre alle componenti logiche, possono avere come componenti
essenziali sentimenti, situazioni corporee, intuizioni del soggetto. Ne segue
che non ha senso identificare dei criteri di valutazione standard
universalmente validi: la valutazione di un argomento non può avvenire
altro che contestualmente e ad opera degli interlocutori coinvolti.11
In risposta si osserva che tener conto delle emozioni e delle inclinazioni
degli interlocutori è un’attività troppo complessa perfino per gli interlocutori
stessi: includere tale attività tra i compiti di chi ricostruisce e valuta un
argomento vanificherebbe ogni possibilità di riuscita o almeno ogni verifica
intersoggettiva del risultato. Per non perdere capacità normativa una teoria
dell’argomentazione dovrebbe allora prescindere almeno dalle componenti
emozionali non generalizzabili. La teoria dell’argomentazione è rinata nel
Novecento12 a partire da una serie di critiche all’idea che un argomento

9
Si tratta di una connotazione ambigua, il cui significato preciso può essere inteso solo
all’interno di ciascun filone di ricerca, ma che esprime chiaramente l’aspirazione normativa
della maggioranza delle teorie dell’argomentazione contemporanee: non si tratta soltanto o
tanto di descrivere il reale svolgimento dell’attività argomentativa in un dato contesto
quanto di determinare un insieme di modelli e di regole sufficientemente generali da poter
essere usati per analizzare, ricostruire o valutare ogni possibile argomento.
10
Cfr. A. DAMASIO, Descartes’ Error. Emotion, Reason and the Human Brain, Avon
Books, New York; trad. it. L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, 1995.
11
M. A. GILBERT, Coalescent Argumentation, New Jersey, Lawrence Erlbaum Associates,
1997.
12
La teoria dell’argomentazione, dal punto di vista del contenuto e dei problemi che
affronta, non è una disciplina nuova: essa ha avuto origine nella pratica sofistica, nella
dialettica socratico-platonica, nella logica aristotelica (non solo nella sillogistica, ma anche
e soprattutto nella topica e nella retorica) e ha conosciuto uno sviluppo sistematico nella
retorica romano-ellenistica. Tuttavia in senso tecnico il termine “teoria

12
RAGIONANDO CON T(H)E 13

debba essere razionale in senso cartesiano, caratterizzato cioè da evidenza


assoluta, necessità, validità logica. Anziché abbandonare il concetto di
razionalità, diversi filoni di ricerca hanno preferito adottarne una versione
indebolita, generalmente ottenuta attraverso un ampliamento dell’ambito di
applicazione e un indebolimento dei requisiti. Perelman distingue
l’argomentazione persuasiva, che ha l’obiettivo di essere accettabile per un
uditorio particolare, dall’argomentazione convincente che ha la pretesa di
ottenere l’adesione di qualunque essere ragionevole. Nella teoria pragma-
dialettica di van Eemeren un argomento è razionale quando ha come
obiettivo il raggiungimento di un accordo tra i partecipanti e a tal fine
rispetta alcune regole ispirate alla metodologia falsificazionista popperiana e
finalizzate a mettere in evidenza i punti deboli di una tesi per favorirne la
confutazione e il miglioramento. Nella logica informale la razionalità è
intesa come bontà, vale a dire accettabilità, di un argomento: la razionalità
può comprendere elementi logici (validità del nesso e correttezza del
contenuto) ma anche solo elementi pragmatici (forza persuasiva, rilevanza
delle premesse per la conclusione, conformità a standard normativi validi
per un certo contesto o per un certo uditorio).

1.2. Che cos’è un argomento?


Un argomento è, come si è detto in prima approssimazione, una
costellazione di proposizioni usata da un interlocutore con un obiettivo
preciso: la giustificazione o la refutazione di un punto di vista. Diverso può
essere il fine ultimo dell’argomento, ad esempio la persuasione
dell’uditorio, la ricerca della verità, la difesa da un attacco
dell’interlocutore, la soluzione di un disaccordo; comune è tuttavia il fine
immediato: difendere o confutare con “buone ragioni” un punto di vista.

dell’argomentazione” denota un filone di ricerche ben più recente, nato negli anni
Cinquanta dalla nuova retorica di Chaïm Perelman e dai lavori di Stephen Toulmin. Tra le
ricerche novecentesche che hanno fornito contributi rilevanti alla teoria
dell’argomentazione ricordiamo 1) la logica dialogica della scuola di Erlangen diretta da
Paul Lorenzen, 2) la dialettica formale di Else Barth e di Erik Krabbe, 3) i sistemi dialettici
di Charles Hamblin, 4) la logica conversazionale di Grice e la teoria degli atti linguistici di
Austin e di Searle, 5) il movimento sviluppatosi negli Stati Uniti con il nome di Critical
Thinking e impegnato in una ristrutturazione dell’insegnamento nelle università americane
negli Anni Settanta, 6) la tradizione anglosassone dell’Informal Logic, alla quale
appartengono tra gli altri Copi e Cohen, Johnson e Blair, Johnstone, Rescher, Fogelin,
Pinto, Finocchiaro, Woods, 7) i giochi dialogici di Jaakko Hintikka, 8) la teoria dell’agire
comunicativo di Jürgen Habermas e quella dell’argomentazione interculturale di Wohlrapp,
9) la Pragma-Dialectics della scuola olandese di Frans van Eemeren e Rob Grootendorst,
ispirata al razionalismo critico di Popper e finalizzata allo studio dell’argomentazione per
risolvere le divergenze di opinione, 10) la New Dialectic di Walton e la teoria del
ragionamento interpersonale di Walton e Krabbe. Per un’introduzione alle teorie
dell’argomentazione del secondo Novecento si veda P. CANTÙ - I. TESTA, Teorie
dell’argomentazione. Un’introduzione alle logiche del dialogo, Bruno Mondadori, Milano,
2006.

13
14 PAOLA CANTÙ

Perché una costellazione qualunque di proposizioni costituisca un


argomento occorre che sussista un particolare tipo di collegamento tra le
proposizioni: alcune proposizioni fungono da ragioni a sostegno di una
proposizione che esprime il punto di vista che si vuole difendere.
Un tipo di argomento familiare è il sillogismo aristotelico: “se ogni
uomo è animale e se ogni animale è mortale, allora ogni uomo è mortale”.
L’argomento non è una semplice lista di proposizioni o affermazioni: ogni
uomo è animale; ogni animale è mortale; ogni uomo è mortale. Perché
questa lista di proposizioni diventi un argomento occorre aggiungere le
parole: ‘se’, ‘ne segue necessariamente che’, cioè occorre stabilire un nesso,
un collegamento tra le proposizioni. Nel caso citato il nesso esprime il fatto
che quando sono vere le proposizioni “ogni uomo è animale” e “ogni
animale è mortale”, è sempre vera anche la proposizione “ogni uomo è
mortale”. In altre parole, non si dà mai il caso che siano vere le prime due
proposizioni e che sia invece falsa la terza. Ciò è dovuto alla presenza del
termine medio Animale che compare come predicato nella premessa
maggiore e come soggetto nella premessa minore.
Conseguenza logica. Diremo che l’ultima proposizione segue
necessariamente dalle prime due. Le prime due proposizioni vengono anche
dette premesse e l’ultima proposizione viene detta conclusione
dell’argomento. Diremo dunque che nel sillogismo la conclusione segue
necessariamente dalle premesse. Le premesse di un argomento hanno la
funzione di fornire ragioni, prove, dati, fatti a difesa della conclusione; la
conclusione è la tesi o affermazione che vogliamo difendere. Diremo in
generale che una costellazione di proposizioni costituisce un argomento
quando è possibile individuare in essa una o più premesse ed una
conclusione che segue dalle premesse, intendendo con ciò che le premesse
sono ragioni a sostegno della conclusione. Non sempre in un argomento il
nesso è strettamente necessario come nel caso del sillogismo in questione e
non sempre le premesse sono due.
Ad esempio è un argomento il seguente: “Luca è un cittadino italiano;
infatti è nato a Milano da genitori italiani.” Poiché generalmente tutti sanno
che Milano è in Italia e poiché gli uomini nati da genitori italiani sul suolo
italiano generalmente sono cittadini italiani, la premessa fornisce un buon
supporto alla conclusione, anche se il nesso tra di esse non è necessario.
Infatti Luca potrebbe aver cambiato cittadinanza ed essere divenuto
cittadino americano. Per conseguenza intendiamo dunque qui in generale il
legame tra la ragione che si avanza a sostegno di qualcosa e il qualcosa che
così si intende giustificare.

1.3. Che forma può avere un argomento?


La forma sillogistica. Nel caso del sillogismo aristotelico introdotto in
precedenza, abbiamo evidenziato alcune parole che servono a trasformare
una lista di proposizioni in un argomento: se, ne segue necessariamente che.

14
RAGIONANDO CON T(H)E 15

Se ricordiamo che le premesse servono a fornire ragioni per la conclusione,


possiamo riconoscere le premesse di un argomento per mezzo di ogni
espressione linguistica che indichi la ragione: poiché, giacché, dato che,
infatti, perché, ecc. Chiameremo queste parole marcatori delle premesse.
Analogamente, ricordando che nel sillogismo la conclusione è ciò che segue
necessariamente dalle premesse, possiamo riconoscere la conclusione di un
argomento per mezzo di ogni espressione linguistica che indichi una
conseguenza: dunque, quindi, di conseguenza, perciò, allora, ecc.
Chiameremo queste parole marcatori della conclusione.13
Gli argomenti possono essere espressi da molte notazioni linguistiche
diverse; è utile pertanto introdurre una forma standard in cui presentare gli
argomenti, in modo da riconoscere più facilmente gli argomenti che hanno
la stessa forma. Per convenzione stabiliamo di adottare la seguente forma:
ogni uomo è animale
ogni animale è mortale
_________________
ogni uomo è mortale
Le premesse o ragioni dell'argomento sono elencate al di sopra della
linea, mentre la conclusione è posta al di sotto della linea, che si legge
‘dunque’ e indica il nesso tra le premesse e la conclusione. La forma
standard sopra indicata è mutuata dalle convenzioni grafiche utilizzate
generalmente per indicare la conseguenza logica: proprio per questo tale
forma è prevalente nelle tradizioni di teoria dell’argomentazione che
prendono il nome di logica informale e che consistono, per dirla in maniera

13
Il sillogismo aristotelico “se ogni uomo è animale e se ogni animale è mortale, segue
necessariamente che ogni uomo sia mortale” può essere espresso nei seguenti modi, tutti
equivalenti: a) poiché ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, ogni uomo è mortale;
b) giacché ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, ogni uomo è mortale; c) dato che
ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, ogni uomo è mortale; d) ogni uomo è
mortale, infatti ogni uomo è animale e ogni animale è mortale; e) ogni uomo è mortale,
perché ogni uomo è animale e ogni animale è mortale; f) ogni uomo è animale e ogni
animale è mortale, dunque ogni uomo è mortale; g) ogni uomo è animale e ogni animale è
mortale, quindi ogni uomo è mortale; h) ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, di
conseguenza ogni uomo è mortale; i) ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, perciò
ogni uomo è mortale; l) ogni uomo è animale e ogni animale è mortale, allora ogni uomo è
mortale. Si noti però che non sempre le espressioni linguistiche evidenziate in corsivo sono
marcatori degli elementi di un argomento! Talvolta nella lingua italiana le stesse
espressioni sono usate per indicare rapporti di successione temporale o causale piuttosto
che per esprimere una conseguenza logico-argomentativa. Ad esempio, “Dato che si fa sera
e ho fame, preparami la cena” oppure “ Il pesce uscì dall’acqua e nuotò un istante a
mezz’aria, quindi si tuffò in mare” o ancora “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (DANTE,
Inf. 34, 139).

15
16 PAOLA CANTÙ

molto approssimativa, in un’estensione della logica all’analisi e alla


valutazione degli argomenti presenti nel discorso ordinario.14
La forma procedurale. Altre forme di argomentazione sono proposte da
correnti teoriche distinte: non potendo analizzare qui le diverse alternative,
ci limitiamo ad introdurre la forma procedurale di Toulmin, desunta dal
contesto giuridico piuttosto che da quello scientifico-dimostrativo tipico del
sillogismo. Sulla base dell’analogia con i processi giudiziari Toulmin
individua in The Uses of Argument alcune fasi di sviluppo comuni a tutti gli
argomenti: la presentazione del problema, la considerazione di possibili
soluzioni, l’analisi del rapporto tra queste soluzioni e le informazioni in
nostro possesso, la determinazione di una soluzione considerata necessaria
oppure almeno preferibile rispetto alle altre per mezzo dell’esclusione delle
soluzioni ritenute impossibili o improbabili.15 L’individuazione di queste
fasi non varia, secondo Toulmin, sia che l’argomento appartenga all’etica,
alla fisica o alla filosofia. A differenza dei criteri di valutazione, che
possono variare a seconda del campo di applicazione, l’individuazione delle
fasi citate è secondo Toulmin invariante rispetto al campo considerato
(field-independent).
Per Toulmin analizzare la forma di un argomento significa
caratterizzare le proposizioni che lo compongono in base alla funzione che
svolgono: una conclusione (claim), dei dati che danno il diritto di trarre
quella conclusione (data), una garanzia ossia una regola che autorizza il
passaggio da quei dati alla conclusione (warrant), un sostegno per tale
garanzia, ovvero dei dati che la supportano (backing), un qualificatore che
esprime il grado di forza che i dati conferiscono alla conclusione in virtù
della garanzia (qualifier), particolari condizioni nelle quali l’inferenza dai
dati alla conclusione non è valida (rebuttal).

14
Alla fine degli anni Settanta il termine ‘logica informale’ era usato in netta
contrapposizione alla logica formale, per ricordare che la nuova logica si occupava del
linguaggio naturale anziché dei linguaggi artificiali e perché l’argomento era inteso non
come catena inferenziale bensì come attività sociale dialettica. Molti teorici recenti hanno
però abbandonato questa contrapposizione e ritengono, come ad esempio Trudy Govier,
che logica formale e informale siano in un certo senso complementari, perché la prima si
occupa di argomenti formali e la seconda di argomenti naturali. Cfr. T. GOVIER, A Practical
Study of Argument, Wadsworth, Belmont (Calif.), 1985. Per altri autori, quali Jaakko
Hintikka, l’espressione stessa ‘logica informale’ è un ossimoro: la ‘dialettificazione’ e la
‘pragmatizzazione’ della logica deduttiva classica possono essere attuate sempre e soltanto
mediante una adeguata formalizzazione, seppur diversa da quella usuale. Cfr. J. HINTIKKA,
“The Role of Logic in Argumentation”, The Monist, 1989, LXXII, n. 1, p. 4.
15
Cfr. S. TOULMIN, The Uses of Argument, Cambridge, England, 1958, trad. it. Gli usi
dell’argomentazione, Rosenberg & Sellier, Torino, 1975

16
RAGIONANDO CON T(H)E 17

D ------------------------------------------- Dunque, Q, C
| |
Poiché W A meno che R
|
Sulla base di B
Si consideri il seguente esempio di argomento esposto in forma
procedurale:
Harry è un uomo nato alle Bermuda (D)
dunque, presumibilmente (Q)
Harry è cittadino britannico (C)
poiché un uomo nato nelle Bermuda è generalmente un cittadino britannico
(W)
sulla base dell’Atto XY del Parlamento e di altri provvedimenti legali che
stabiliscono la nazionalità di chi nasce nelle colonie britanniche (B)
a meno che sia naturalizzato americano (R)
Questi brevi cenni sulla forma di un argomento mostrano come la
ricostruzione di un argomento possa essere diversa a seconda della forma
argomentativa adottata come modello: ne consegue che anche la bontà degli
argomenti è fortemente condizionata dal modello strutturale adottato.
Consideriamo il seguente esempio: “Se il cittadino italiano X è condannato
ad una pena carceraria di 3 anni, allora il cittadino X resta in carcere almeno
un anno.” Se assumiamo come modello strutturale il sillogismo, allora
l’argomento può essere considerato valido per la maggioranza dei casi ma
non per tutti. Supponiamo che il cittadino X abbia invece ottenuto su
richiesta del proprio avvocato gli arresti domiciliari: dalla premessa (la
condanna al carcere per 3 anni) non segue la conclusione (la permanenza in
carcere per almeno un anno). In questo caso – giuridico, appunto – il ricorso
al modello strutturale di Toulmin permette di generalizzare la validità
dell’argomento anche ai casi che fanno eccezione per mezzo dell’aggiunta
di una o più clausole di rebuttal: ad esempio “a meno che il cittadino abbia
ottenuto gli arresti domiciliari”.
Anche ammesso che vi sia accordo sul modello procedurale più idoneo,
il procedimento stesso con cui ‘si mette in forma’ un argomento non è
innocuo: si tratta della questione dell’interpretazione e della ricostruzione
dell’argomento. Spesso nel linguaggio naturale alcune premesse o alcune
proposizioni che sono ragioni per la conclusione sono lasciate implicite:
quali regole occorre allora adottare per esplicitare ciò che non viene detto?
Si deve ricorrere al contesto, alle intenzioni inespresse dei parlanti, alle

17
18 PAOLA CANTÙ

implicature conversazionali dei loro discorsi?16 Si tratta di un problema


centrale in teoria dell’argomentazione, che qui non possiamo analizzare in
dettaglio: tale problema spiega però in maniera significativa il ruolo della
componente teorica nell’operazione di analisi, ricostruzione e valutazione
degli argomenti naturali. Poiché tale procedura non è unica ma varia da
teoria a teoria, diversi possono essere anche gli standard valutativi adottati.

1.4. Come distinguere tra buoni e cattivi argomenti?


Si è accennato che in logica formale la distinzione tra argomenti buoni
e argomenti cattivi concerne il nesso tra premesse e conclusione: se tale
nesso è necessario, l’argomento è valido. In particolare esso è anche corretto
se, come nel sillogismo scientifico aristotelico, le premesse sono vere.
Numerosi argomenti che non sono validi appaiono tuttavia accettabili a chi
argomenta. La validità logica è allora solo uno dei possibili criteri di
valutazione dell’accettabilità di un argomento. Un buon prospetto sintetico
dei diversi criteri di valutazione è suggerito da Charles Hamblin.17
Un primo gruppo di criteri, detti aletici, concerne la veridicità
dell’argomento. Un argomento è buono se: 1) le premesse sono vere; 2) la
conclusione è implicata dalle premesse; 3) la conclusione segue
ragionevolmente e immediatamente dalle premesse; 4) le premesse non
enunciate esplicitamente sono di uno specifico tipo che si può omettere.
Un secondo gruppo di criteri, detti epistemici, concerne l’atteggiamento
epistemico degli interlocutori nei confronti dell’argomento; perché un
argomento sia considerato buono occorre che 1) le premesse siano note ai
parlanti come vere; 2-3) la conclusione segua in maniera chiara dalle
premesse; 4) se alcune premesse non sono enunciate esplicitamente, esse
siano di uno specifico tipo che può essere dato per scontato dai parlanti; 5)
la conclusione sia tale da venir messa in discussione se priva dell’argomento
a sostegno.

16
Un’implicatura conversazionale si ha ogniqualvolta un parlante trasmette alcune
informazioni senza però comunicarle esplicitamente: la trasmissione dell’informazione
avviene perché i parlanti condividono le quattro regole conversazionali (cfr. sopra nota 5).
Per esempio, se a qualcuno che mi chiede dove abita una certa persona, rispondo che abita
da qualche parte in Toscana, io sto comunicando implicitamente che non so esattamente
dove quella persona abiti, perché altrimenti avrei violato nella mia risposta la regola della
quantità (avrei fornito meno informazione di quella richiesta). Se invece a una persona
ferma accanto a un’automobile in sosta senza benzina rispondo che dietro l’angolo c’è un
garage, è probabile che io voglia comunicare implicitamente che io suppongo che il garage
venda benzina e sia aperto, altrimenti violerei la norma della pertinenza. Un’implicatura
conversazionale dunque si ha quando l’affermazione p del parlante A implica che A sappia
o creda o sia disposto ad affermare anche q, quando cioè l’affermazione di p implica la
trasmissione dell’informazione aggiuntiva contenuta in q. Cfr. P. GRICE, op. cit. p. 65 e ss.
17
Cfr. Ch. L. HAMBLIN, Fallacies, Meuthen & Co., London, 1970.

18
RAGIONANDO CON T(H)E 19

Un terzo gruppo di criteri, detti probabilistici, concerne la probabilità


delle premesse e della conclusione che da esse viene tratta. Tali criteri sono
analoghi ai criteri epistemici, tranne che per i punti 1 e 5, così riformulabili:
occorre che 1) le premesse siano ragionevolmente probabili; 5) la
conclusione sia tale da essere, a priori, meno probabile delle premesse.
Un ultimo gruppo di criteri, detti dialettici, concerne l’accettabilità
dell’argomento da parte dei parlanti. Perché un argomento sia considerato
buono occorre che: 1) le premesse siano accettate dai parlanti; 2-3) il
passaggio dalle premesse alla conclusione sia di un tipo accettato dai
parlanti; 4) se alcune premesse non sono enunciate esplicitamente, esse
siano di uno specifico tipo che è accettato dai parlanti; 5) la conclusione sia
tale da non venire accettata, se priva dell’argomento a sostegno.
Se si adottano, come avviene nella quasi maggioranza delle teorie più
recenti dell’argomentazione, l’ultimo gruppo di criteri, cioè i criteri
dialettici, come è possibile valutare effettivamente la bontà di un
argomento? È possibile procedere in due modi: fornendo una teoria in
positivo degli argomenti buoni, per esempio indicando alcuni schemi di
argomento accettabili, oppure fornendo ex negativo una teoria degli
argomenti fallaci, per esempio indicando alcuni schemi di argomento non
accettabili. Nel seguito vedremo alcuni schemi accettabili e alcuni schemi
non accettabili, in modo da comprendere entrambi i procedimenti. Il
concetto di accettabilità (non accettabilità) deve essere distinto dal concetto
di efficacia (inefficacia): un argomento può avere efficacia persuasiva e
tuttavia non essere accettabile. L’accettabilità deve essere valutata alla luce
dei criteri di valutazione adottati, mentre l’efficacia può essere valutata
pragmaticamente in relazione all’effetto persuasivo sull’uditorio. Si pensi ad
esempio ad un argomento basato su una minaccia: esso è persuasivo nella
misura in cui induce qualcuno a fare qualcosa ma non è accettabile perché
l’interlocutore non è stato convinto da ragioni ma spinto ad una determinata
azione dalla paura.18

1.5. Che cos’è una teoria dell’argomentazione?


Una teoria dell’argomentazione è una disciplina che si occupa dello
studio dell’argomentazione, intesa come attività sociale dialettica in cui
sono prodotti e avanzati nel dialogo argomenti, cioè costellazioni di
proposizioni collegate tra loro da particolari nessi di conseguenza,
finalizzati a portare ragioni a sostegno di un punto di vista controverso. Il

18
Si noti che per chi include le componenti emozionali tra le parti essenziali di un’attività
argomentativa, un argomento basato sulla violenza può essere al limite anche accettabile (si
pensi all’argomento di un adulto che minaccia il figlio per dissuaderlo da un
comportamento pericoloso), mentre per chi rifiuta che le emozioni possano contribuire al
corretto ragionare gli argomenti basati sulla paura non possono nemmeno essere definiti
‘argomenti’.

19
20 PAOLA CANTÙ

punto di partenza è la ricostruzione degli argomenti stessi, che devono


essere messi in forma per poter essere valutati: la prima fase di una teoria
dell’argomentazione concerne quindi la ricostruzione degli argomenti,
eventualmente mediante l’esplicitazione di elementi impliciti o inespressi, e
l’analisi della loro struttura (per esempio premesse-conclusione nella forma
sillogistica o data-claim-warrant-qualifier-backing-rebuttal nella forma
procedurale di Toulmin). Quando l’argomento è stato ricostruito (messo in
forma) e la sua struttura è stata analizzata, una teoria dell’argomentazione
deve procedere alla valutazione dell’argomento stesso secondo determinati
criteri di valutazione, ricorrendo o ad un confronto con gli schemi
argomentativi accettabili o ad un confronto con gli schemi argomentativi
non accettabili, cioè con le fallacie.
Qual è la differenza rispetto alla logica tradizionale? A differenza
della logica tradizionale, lo studio dell’argomentazione è uno studio
intrinsecamente interdisciplinare. Nella fase di ricostruzione e di analisi
della struttura di un argomento sono necessarie competenze di pragmatica
(per esempio l’applicazione della teoria delle implicature conversazionali o
della teoria degli atti linguistici), di linguistica (la conoscenza delle regole
grammaticali e sintattiche di una lingua naturale), di teoria della
comunicazione (ad esempio la conoscenza delle regole di alternanza dei
turni nel dialogo), di sociologia ed etnometodologia (conoscenze relative
alla struttura di determinati contesti linguistici, delle relative regole e dei
rispettivi scopi). Nella fase di valutazione di un argomento, oltre alle citate
competenze, sono necessarie anche conoscenze di psicologia (per esempio
la conoscenza dei biases o errori di ragionamento), di retorica (la
conoscenza delle tecniche di persuasione o di alcuni schemi argomentativi
fallaci), di logica (la conoscenza di alcuni schemi argomentativi validi), ecc.
Qual è il ruolo della filosofia in una teoria dell’argomentazione? Da
quanto si è detto fin qui si evince che la teoria dell’argomentazione
comprende due aspetti tra loro intrecciati e fondati l’uno sull’altro: una
componente descrittiva e una componente normativa. Ogni teoria
dell’argomentazione si propone infatti da un lato di descrivere l’attività
argomentativa propria del linguaggio naturale, dall’altro di fornire una
valutazione alla luce di opportuni standard normativi. Neppure è possibile
separare una fase esclusivamente descrittiva da una fase esclusivamente
normativa della teoria: infatti la fase dell’analisi e della ricostruzione degli
argomenti, benché apparentemente descrittiva, è in realtà ancorata
all’individuazione preliminare di opportune forme e strutture degli
argomenti; viceversa la fase della valutazione degli argomenti è fondata sul
confronto con schemi argomentativi ottenuti per astrazione da casi di
argomentazione naturale effettivamente osservati e dunque è strettamente
intrecciata ad un’attività descrittiva dell’argomentazione. La componente
normativa della teoria dell’argomentazione acquista significato soltanto

20
RAGIONANDO CON T(H)E 21

all’interno di un quadro teorico di riferimento, che varia da autore ad autore


e che si innesta in un preciso orientamento filosofico. Con ciò intendo dire
due cose: da un lato il quadro normativo adottato dallo studioso
dell’argomentazione è una conseguenza della sua visione filosofica generale
del mondo; dall’altro un orientamento filosofico di fondo è condiviso dai
parlanti stessi quando argomentano tra loro. Non potendo qui entrare in
dettaglio, mi limito a fornire un paio di esempi dai quali spero risultino
chiare entrambe le asserzioni.
a) Negli anni Cinquanta Chaim Perelman19 ha ridato vigore agli studi di
teoria dell’argomentazione proponendo di analizzare, descrivere e
classificare gli argomenti del linguaggio naturale e adottando come criterio
di valutazione l’efficacia persuasiva degli argomenti rispetto all’uditorio al
quale sono rivolti. Il quadro normativo proposto da Perelman può essere
compreso solo all’interno di una prospettiva filosofica più ampia incentrata
sulla “rottura rispetto a una concezione della ragione e del ragionamento,
nata con Descartes, che ha improntato di sé la filosofia occidentale degli
ultimi tre secoli” e che Perelman giudica come “una limitazione indebita e
del tutto ingiustificata del campo in cui interviene la nostra facoltà di
ragionare e di provare”. Una concezione filosofica di che cosa si debba
intendere per ragione e per ragionamento umano è dunque essenziale nella
teoria di Perelman sia in quanto è all’origine del criterio di valutazione
adottato sia in quanto ne è la chiave interpretativa fondamentale.
b) In anni più recenti si è sviluppata la teoria pragmatico-dialettica, che
propone una ricostruzione dialogica degli argomenti in accordo con le teorie
pragmatico-linguistiche e una valutazione degli argomenti alla luce di un
modello normativo di impronta dialettico-popperiana.20 Un argomento è
buono secondo la pragma-dialettica se è conforme a un insieme di regole
(dette ‘i 10 comandamenti’) che disciplinano diritti e doveri dei parlanti
nell’avanzare e nel difendere il proprio punto di vista e nell’attaccare il
punto di vista dell’interlocutore. Le regole sono formulate al fine di
garantire la realizzazione di un ideale teorico di argomentazione intesa come
discussione critica che permetta di prendere decisioni fondate attraverso
un’analisi intersoggettiva di punti di vista contrastanti. Il quadro normativo
è costruito in modo da garantire la realizzazione di un ideale teorico ispirato
alla filosofia popperiana: un argomento è tanto migliore quanto più è
formulato in maniera attaccabile (falsificabile), cioè quanto più esibisce
anziché nascondere i punti deboli della tesi e quanto più si fa carico di
produrre ragioni a sostegno di essa anziché limitarsi a scaricare
sull’interlocutore l’onere della prova. L’ideale di stampo popperiano di

19
Cfr. C. PERELMAN, L. OLBRECHTS-TYTECA, op. cit.
20
Cfr. F. H. VAN EEMEREN, R. GROOTENDORST, Argumentation, Communication, and
fallacies. A Pragma-Dialectical Perspective, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale
(N.J.), 1992.

21
22 PAOLA CANTÙ

un’argomentazione che serva a verificare intersoggettivamente la validità di


una certa tesi è all’origine della formulazione dei dieci comandamenti e
nello stesso tempo ne fornisce la chiave interpretativa: solo gli interlocutori
che riconoscano di comune accordo che il fine della discussione non è la
difesa della propria tesi, ma il miglioramento della conoscenza attraverso
una verifica comune della validità di una data tesi partecipano a pieno titolo
alla discussione critica. Per questa ragione l’orientamento filosofico
generale fonda il quadro normativo sia nella prospettiva del teorico che
analizza, ricostruisce e valuta gli argomenti, sia nella prospettiva del
partecipante al dialogo, che eventualmente può coincidere con il teorico
stesso.
Chi deve giudicare della correttezza di un argomento? Un altro
problema spinoso di ogni teoria dell’argomentazione riguarda il ruolo del
giudice, di chi cioè è deputato a valutare gli argomenti. Chi incarna tale
ruolo? Colui che argomenta? L’interlocutore? L’uditorio reale? Un uditorio
ideale? Ad esempio, nella nuova retorica di Perelman il compito del
giudizio è affidato all’uditorio reale nel caso di argomentazioni persuasive e
ad un uditorio ideale nel caso di argomentazioni convincenti, mentre per
Toulmin il giudizio è compito del logico esperto nel campo in questione:
Toulmin infatti propone delle regole di accettabilità di un argomento che
variano da un campo disciplinare all’altro (diverse sono per esempio le
regole in un dibattito giuridico e in una discussione filosofica). Secondo
molti autori di logica informale sono invece i parlanti stessi a giudicare
l’accettabilità di un argomento.

2. SCHEMI DI ARGOMENTO

2.1 Gli argomenti deduttivi


Le diverse tipologie di argomento sono state spesso classificate in
logica informale per mezzo del rispettivo grado di accettabilità. Gli
argomenti deduttivi o logici sono caratterizzati dalla validità logica e
dunque dalla necessità del nesso che lega le premesse alla conclusione: in
una deduzione o dimostrazione non è mai possibile che la conclusione sia
vera e che le premesse siano false. Spesso le deduzioni hanno un’ulteriore
caratteristica: servono a derivare conclusioni generali da premesse generali.
Ad esempio dalle proprietà del triangolo rettangolo (cioè di tutti i triangoli
rettangoli) si deriva la proprietà espressa dal teorema di Pitagora e cioè che
la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito
sull’ipotenusa.
Siano A, B, C lettere che denotano proposizioni. Il ragionamento
deduttivo si basa su alcune regole per connettere premesse e conclusioni.
Tali regole costituiscono schemi di ragionamento valido. Tra le regole ci
limitiamo qui a considerare l’introduzione della congiunzione, la

22
RAGIONANDO CON T(H)E 23

transitività, la regola sillogistica, il Modus Ponendo Ponens, il Modus


Tollendo Tollens, la riduzione all’assurdo.
N Introduzione della congiunzione
A
B
____
AeB
N Transitività
Se A allora B
Se B allora C
________________
Se A allora C

N Regola sillogistica.
Assumendo che PaS si legga “Tutti gli S sono P”, PeS si legga “Nessun
S è P”, PiS si legga “Qualche S è P”, PoS si legga “Qualche S non è P”, si
hanno le seguenti regole:
PaM PeM PeM PaM
MaS MiS MaS MiS
_____ _____ _____ _____
PaS PoS PeS PiS
Secondo il primo schema possiamo argomentare che gli artropodi21
sono organismi pluricellulari.
Tutti gli invertebrati (M) sono organismi pluricellulari(P) PaM
Tutti gli artropodi (S) sono invertebrati (M) MaS
_______________________________________________________
Tutti gli artropodi (S) sono organismi pluricellulari (P) PaS
Analogamente, seguendo il secondo schema potremmo argomentare
che qualche cittadino non è onesto perché qualche cittadino fa il politico e
nessun politico è onesto. Secondo il terzo schema argomenta chi dice che se
i mammiferi non depongono le uova allora nemmeno i cavalli lo fanno, dato
che i cavalli sono mammiferi. Secondo il quarto schema, infine,
argomentiamo se asseriamo che alcuni pazienti psichiatrici non sono
condannabili per certi reati perché alcuni di essi sono incapaci di intendere e
di volere e chi è incapace di intendere e di volere non è condannabile.

21
Gli artropodi comprendono tra gli altri il centopiedi, il granchio, l’aragosta.

23
24 PAOLA CANTÙ

x Il Modus Ponendo Ponens


se A allora BSe il papa muore, il conclave dei cardinali si riunisce per
nominare il successore
A Il papa è morto
_________________________________________________________
B Il conclave dei cardinali si riunisce per nominare il
successore
x Il Modus Tollendo Tollens
se A allora B Se nessuno dei candidati vince al primo turno, si va
al ballottaggio
non B Non si va al ballottaggio
_______________________________________________________
non A Uno dei candidati ha vinto al primo turno

x La riduzione all’assurdo
A
se non B allora C e non C
_____________________
B
Nonostante il nome reductio ad absurdum, la riduzione all’assurdo non
è uno strumento per confutare una tesi ma un metodo logico-deduttivo per
portare ragioni a favore di una tesi. Supponiamo di voler dimostrare la tesi
B e di non disporre di un argomento a sostegno di B. Assumiamo una
qualche premessa A (o più di una) che riteniamo vera, quindi neghiamo B
cercando di mostrare che da ciò deriva una contraddizione (C e non C):
avremo così mostrato che la tesi B non può essere negata e dunque, per il
principio del terzo escluso (o è vera X o è vera non X), che poiché B non
può essere falsa allora B è vera. Due sono i principi fondamentali in una
riduzione all’assurdo: a) una proposizione che implica contraddizione è
falsa; b) se la negazione di una proposizione è falsa, la proposizione in
questione è vera. Si noti che qualora non fosse garantita la verità di A, la
riduzione all’assurdo sarebbe soltanto relativa, cioè si limiterebbe a
mostrare che non posso mai assumere insieme A e non B, pena
contraddizione, ma non escluderebbe in assoluto la verità di non B e dunque
non potrebbe dimostrare in assoluto la verità di B.
Una forma più generale della reductio ad absurdum potrebbe essere:
Se A e non B allora C e non C
__________________________
se A allora B

24
RAGIONANDO CON T(H)E 25

Supponiamo ad esempio di voler dimostrare per assurdo che


“l’intervento dei soldati americani in Iraq è un’azione di guerra, dato che i
soldati hanno effettuato bombardamenti aerei”: useremo anche le regole
Modus Ponendo Ponens e Introduzione della congiunzione.
(A) I soldati americani in Iraq hanno effettuato
bombardamenti aerei
(Se A allora C) Se i soldati americani in Iraq hanno effettuato
bombardamenti aerei, allora i soldati americani in
Iraq hanno un ingaggio che permette l’attacco
anche in casi in cui non è dimostrata la necessità di
autodifesa
[Modus Ponens tra (A) e (Se A allora C)]
_________________________________________________________
(C) I soldati americani in Iraq hanno un ingaggio che
permette l’attacco anche in casi in cui non è
dimostrata la necessità di autodifesa
(non B) I soldati in Iraq non sono impegnati in un’azione di
guerra
(Se non B allora non C) Se i soldati in Iraq non sono impegnati in
un’azione di guerra allora i soldati americani in
Iraq non hanno un ingaggio che permette l’attacco
anche in casi in cui non è dimostrata la necessità di
autodifesa
[Modus Ponens tra (non B) e (Se non B allora non C)]
_________________________________________________________
(non C) I soldati americani in Iraq non hanno un ingaggio
che permette l’attacco anche in casi in cui non è
dimostrata la necessità di autodifesa
[Introduzione congiunzione tra (C) e (non C)]
_________________________________________________________
(C e non C) I soldati americani in Iraq hanno e non hanno un
ingaggio che permette l’attacco anche in casi in cui
non è dimostrata la necessità di autodifesa
[Riduzione all’assurdo]
_________________________________________________________
(B) I soldati in Iraq sono impegnati in un’azione di
guerra.
Si è così dimostrato che la proposizione (B) non può essere negata
qualora si accettino contemporaneamente come vere le premesse (A), (Se A
allora C) e (Se non B allora non C). Mentre (A) è una premessa che riguarda

25
26 PAOLA CANTÙ

un fatto, le altre due premesse stabiliscono cosa si debba intendere


rispettivamente per bombardamento aereo e per azione militare di guerra.
Gli entimemi. Molti argomenti del linguaggio ordinario non si
presentano in una veste deduttiva esplicita: spesso una sola premessa è
formulata esplicitamente. Alcuni teorici dell’argomentazione ritengono che
sia possibile e opportuno esplicitare le premesse mancanti che in certi casi
rimangono implicite nell’argomentazione, ad esempio perché si ritiene che
esse siano banalmente condivise da tutti i parlanti. Con l’integrazione di
opportune premesse, la maggior parte degli argomenti può essere così
trasformata in forma deduttiva. Ecco due esempi tratti dal manuale di Copi e
Cohen:22
a) “Una promessa fatta mentre qualcuno vi punta una pistola alla tempia
non ha valore legale perché nessuno è vincolato da un impegno assunto in
condizioni di violenza”. Aggiungendo la premessa implicita P2: “Una
promessa fatta mentre qualcuno vi punta una pistola alla tempia è un
impegno assunto in condizioni di violenza”, l’argomento assume la forma
sillogistica:
(P1) un impegno assunto in condizioni di violenza non ha valore legale
(P2) una promessa fatta sotto la minaccia di una pistola è un impegno
assunto in condizioni di violenza
_________________________________________________________
(C) una promessa fatta sotto la minaccia di una pistola non ha valore
legale
b) “Se questo è un capolavoro, io sono un mandarino cinese”. In questo
caso è implicita anche la conclusione C “Questo non è un capolavoro”. Per
trasformare l’argomento in un Modus Tollendo Tollens è sufficiente
aggiungere la premessa P2 “Io non sono un mandarino cinese”.
(P1) se questo è un capolavoro, io sono un mandarino cinese
(P2) io non sono un mandarino cinese
____________________________________________________
(C) questo non è un capolavoro

2.2 Gli argomenti induttivi


L’induzione, a differenza della deduzione non trasmette integralmente
la verità dalle premesse alle conclusione, ma costituisce una forma di
inferenza probabile: nel caso dell’induzione non è sempre necessario che da
due premesse vere discenda una conclusione vera, ma ciò è probabile.
Distinguiamo due casi dell’induzione: l’induzione osservativo-scientifica,

22
Cfr. I. M. COPI, C. COHEN, Introduction to Logic, New York, McMillan, 1990, tr. it.
Introduzione alla logica, Bologna, Il Mulino, 1999.

26
RAGIONANDO CON T(H)E 27

che procede dall’osservazione di numerosi casi ad una conclusione più


generale, e l’esempio, che procede da un solo caso per asserire una
conclusione più generale. In verità, l’induzione può condurre anche a
conclusioni particolari.
x Induzione per enumerazione semplice (epagoghé)
Se una proprietà vale per un certo numero determinato di casi, allora
probabilmente vale per qualche altro caso dello stesso tipo (in forma
generalizzante: per tutti i casi dello stesso tipo). Essere dello stesso tipo
significa appartenere ad una stessa classe o categoria, avere alcune proprietà
in comune, essere simili.
A1 ha la proprietà p
A2 ha la proprietà p
A3 ha la proprietà p
________________________________________
probabilmente A4 ha la proprietà p
(generalizzante: probabilmente ogni A ha la proprietà p)
[ove A4 e A sono considerati essere dello stesso tipo di A1, A2, A3]
Vediamo un esempio tratto dagli Analitici Primi di Aristotele (II, 68b).
“Se l’uomo, il cavallo e il mulo sono longevi e l’uomo, il cavallo e il mulo
sono animali senza bile, allora gli animali senza bile sono longevi.” Si
osservi che uomo, cavallo e mulo sono dello stesso tipo perché sono tutti
animali senza bile. L’argomento procede così:
l’uomo ha la proprietà di essere longevo
il cavallo ha la proprietà di essere longevo
il mulo ha la proprietà di essere longevo
______________________________________
tutti gli animali senza bile sono longevi
Nell’argomento per induzione, un solo controesempio è sufficiente a
invalidare l’argomento, come sanno bene il Tacchino induttivista di Popper
e il Pollo di Russell: “Gli animali domestici si aspettano di ricevere il cibo
quando vedono la persona che di solito gliene porge. Sappiamo che questa
fiducia piuttosto sprovveduta nell’uniformità può indurre in errore. L’uomo
da cui il pollo ha ricevuto il cibo per ogni giorno della propria vita gli tirerà
alla fine il collo, dimostrando che un’idea meno primitiva dell’uniformità
della natura sarebbe stata utile all’animale.”23 Ben più accorto è il
carabiniere anti-induttivista, la cui storia rielaboro qui traendo liberamente
spunto da un esempio che ho sentito citare da Giulio Giorello: “Un giorno

23
B. RUSSELL, The Problems of Philosophy, Oxford University Press, Oxford, 1959, trad.
it. I problemi della filosofia, Feltrinelli, Milano, 1988, pp. 74-75.

27
28 PAOLA CANTÙ

un carabiniere va a vedere Assassinio sul Nilo al cinema. Il giorno seguente


torna ancora nello stesso cinema a vedere lo stesso film. Il giorno successivo
la scena si ripete. Il quarto giorno, quando il carabiniere si avvicina alla
cassa per comprare il biglietto, la cassiera, incuriosita, gli chiede: «Mi tolga
una curiosità: perché continua a venire a vedere sempre lo stesso film? E un
film giallo poi! Che gusto c’è, se sa già come andrà a finire?». Risponde il
carabiniere: «Voglio proprio vedere se anche questa volta il commissario
Poirot catturerà l’assassino!».
x Induzione da un solo caso: esempio (paràdeigma)
Se una proprietà vale per un caso rilevante o emblematico di una certa
classe di casi, allora probabilmente vale per tutti i casi dello stesso tipo.
A1 ha la proprietà p
_________________________________________________
probabilmente A2 ha la proprietà p
(generalizzante: probabilmente tutti gli A hanno la proprietà p)
[ove A2 e A sono considerati essere dello stesso tipo di A1 e inoltre A1
è considerato emblematico]
Consideriamo un altro esempio aristotelico (Analitici Primi, II, 68b-
69a): “Poiché per i Tebani fu un male fare la guerra contro i Focesi, che
erano loro confinanti, così per gli Ateniesi sarebbe un male fare la guerra
contro i Tebani, che sono ugualmente loro confinanti.” Gli Ateniesi hanno
una proprietà comune con i Tebani che li rende in qualche modo dello stesso
tipo: intendono fare guerra a un popolo confinante (i Tebani ai Focesi, gli
Ateniesi ai Tebani). Una proprietà valida per i Tebani (aver avuto
conseguenze negative dalla guerra) può essere considerata probabile anche
per gli Ateniesi.
I Tebani hanno subito conseguenze negative dalla guerra a un popolo
confinante
________________________________________________________
Probabilmente anche gli Ateniesi subiranno conseguenze negative dalla
guerra a un popolo confinante

2.3 Gli argomenti causali


Tra gli argomenti causali mi limito a ricordarne uno che trova numerose
applicazioni nella ricerca scientifica: l’inferenza alla miglior spiegazione,
che ha la seguente forma:

28
RAGIONANDO CON T(H)E 29

il fatto sorprendente C viene osservato


se A fosse vero allora il fatto C avrebbe una spiegazione plausibile
____________________________________________________
c’è una ragione per sostenere A
Vediamo il seguente esempio: “Tornando a casa, scopro che il
catenaccio della porta d’ingresso è rotto e che in casa mancano numerosi
oggetti di valore; concludo che c’è stata una rapina, perché è l’unica
spiegazione plausibile di ciò che vedo.” La conclusione dipende dalla mia
convinzione che se ci fosse stata una rapina, ciò che ho osservato avrebbe
una spiegazione plausibile. Tuttavia la spiegazione del fenomeno potrebbe
essere diversa: potrebbe trattarsi dello scherzo o del dispetto di un vicino,
ma potrebbe anche trattarsi di un’irruzione della polizia alla ricerca delle
tracce di un pericoloso criminale che si supponeva fosse entrato in casa
mia…
la serratura della porta è rotta e in casa mancano numerosi oggetti di
valore
se ci fosse stata una rapina tutto ciò avrebbe una spiegazione plausibile
____________________________________________________
c’è una ragione per sostenere che c’è stata una rapina

2.4 Gli argomenti strutturali


Gli argomenti strutturali si basano su alcune proprietà delle cose di cui
si parla. Il più noto e abusato argomento è l’analogia, che si basa sulla
somiglianza tra certe proprietà degli oggetti per inferire ulteriori proprietà
comuni:
l’oggetto A ha le proprietà p, q, r
anche gli oggetti B,C e D hanno le proprietà p, q, r
gli oggetti B, C e D hanno anche la proprietà x
________________________________________________________
probabilmente anche l’oggetto A ha la proprietà x
Vediamo un esempio tratto dal Cratilo di Platone (387d-388a.): “SOCR.
Su, allora: ciò che bisogna tagliare, va tagliato, diciamo, con qualcosa?
ERM. Sì. SOCR. E ciò che bisogna tessere, va tessuto con qualcosa? E ciò
che bisogna perforare, va perforato con qualcosa? ERM. Certamente.
SOCR. E finalmente ciò che bisogna nominare, va nominato con qualcosa?
ERM. È così. SOCR. Ma che cos’è ciò con cui si deve perforare? ERM. Il
trapano. SOCR. E ciò con cui tessere? ERM. La spola. SOCR. E ciò con cui
nominare? ERM. Il nome. SOCR. Dici bene. Quindi anche il nome è uno
strumento. ERM. Certamente.”

29
30 PAOLA CANTÙ

Il nome ha la proprietà di essere ciò con cui si deve nominare


anche il trapano è ciò con cui si deve perforare e la spola ciò con cui si
deve tessere
il trapano e la spola sono degli strumenti
___________________________________
anche il nome è uno strumento

2.5 La ricostruzione degli argomenti. Osservazioni conclusive


Questa breve presentazione di alcuni schemi di ragionamento che
ricorrono frequentemente nel discorso quotidiano e in quello scientifico
rivela quanto sia delicato e difficile il compito di ricostruzione degli
argomenti. È davvero possibile ricondurre tutti gli argomenti ad una forma
deduttiva? In che misura possono essere utili o necessarie ulteriori
informazioni relative al contesto dell’enunciazione o alla natura dei
parlanti? Pur non affrontando in questa sede il problema, mi limito a
ricordare che nelle elaborazioni teoriche recenti emergono posizioni
divergenti a questo proposito, posizioni che oscillano da un monismo
assoluto (esiste un’unica forma argomentativa: la forma deduttiva) ad un
pluralismo più o meno ampio (oltre alla deduzione vi sono altre forme
argomentative).
Monismo. Secondo la concezione monistica, ogni argomento del
linguaggio naturale può essere ridotto ad un argomento deduttivo formale
con l’aggiunta di opportune premesse, la cui scelta può essere per esempio
orientata ai criteri di un minimo logico e di un ottimo pragmatico.24
Consideriamo l’argomento: “Poiché Berlusconi è un politico, non ci si può
fidare di lui”. Per trasformare questo entimema in un argomento posso
aggiungere una premessa sufficiente da un punto di vista logico per
argomentare secondo il Modus Ponens (seguendo il criterio del minimo
logico). Per esempio potrei aggiungere la premessa “Se Berlusconi è un
politico, allora non ci si può fidare di Berlusconi”. Tenendo invece conto del
presunto contesto di enunciazione, potrei ritenere che il parlante abbia
lasciato implicita una premessa condivisa dai suoi interlocutori, e cioè il
luogo comune “Non ci si può fidare dei politici”. Aggiungendo questa
premessa seguo piuttosto il criterio dell’ottimo pragmatico.
Pluralismo. La maggior parte dei logici informali predilige però forme
di pluralismo, nella convinzione che diverse forme di argomento siano
accettabili: deduttive, induttive, abduttive, conduttive, per analogia, a priori,
illative, ecc. Trudy Govier introduce per esempio l’argomento conduttivo e
l’analogia a priori come allargamenti o liberalizzazioni del concetto di

24
Cfr. L. GROARKE, “Deductivism within Pragma-dialectics”, Argumentation, 13, n.1, pp.
1-16.

30
RAGIONANDO CON T(H)E 31

argomento deduttivo. Un argomento conduttivo si distingue da uno


deduttivo perché: a) parecchi argomenti distinti possono apparire come
premesse; b) il gruppo delle premesse è aperto, cioè può essere esteso
quando appare un nuovo argomento ed essere ridotto quando un argomento
viene lasciato cadere; c) nell’argomento possono apparire non solo
asserzioni a sostegno della conclusione ma anche obiezioni; d) la
conclusione non è una conseguenza logica delle premesse, ma è raggiunta
osservando che i pro pesano più dei contro.25
Pragmatizzazione. Pur non intendendo trattare qui questo tema, ricordo
che ci sono altre posizioni che indeboliscono ulteriormente la componente
logica degli argomenti a favore della componente pragmatica contestuale,
emotiva, ecc… Per Michael Gilbert ad esempio gli argomenti possono
essere lineari e caotici, clinici o emozionali a seconda del grado di
identificabilità del rapporto tra premesse e conclusioni e del grado di
coinvolgimento emotivo dei parlanti.26 Per H. Wohlrapp l’esplicitazione di
una premessa mancante deve tener conto delle caratteristiche del contesto
(frame) di enunciazione dell’argomento.27 Per esempio un argomento che si
conclude con “devi restituire il libro in biblioteca” può essere ricostruito in
uno dei tre modi seguenti: 1) se il frame è legale, aggiungo la premessa “hai
preso accordi di restituirlo”, 2) se il frame è sociale, aggiungo la premessa
“altri utenti potrebbero richiederlo”, 3) se il frame è economico, aggiungo la
premessa “eviterai di pagare la multa per la mancata restituzione”. Sia la
ricostruzione sia la validità dell’argomento dipendono dal contesto.
Considerando la problematicità del compito di ricostruzione degli argomenti
altri autori, per esempio D.S. Levi, ritengono che ogni ricostruzione sia in
verità la produzione di un nuovo argomento.28

3. LA VALUTAZIONE DEGLI ARGOMENTI


Come valutare se un argomento è buono? In logica la bontà di un
argomento deduttivo dipende dalla validità (se la conclusione è conseguenza
logica delle premesse) e dalla correttezza (la verità delle premesse). La
valutazione dell’argomentazione ordinaria è però orientata a criteri più
deboli, che variano molto da autore ad autore: si va dall’accettabilità da
parte di un uditorio ideale a criteri di eleganza formale, dalla conformità a
standard contestuali alla forza ed efficacia persuasiva, dal rispetto di precisi

25
Cfr. T. GOVIER, Problems in Argument Analysis and Evaluation, Foris Publications,
Dordrecht, 1987.
26
Cfr. M. GILBERT, op. cit.
27
Cfr. H. WOHLRAPP, “A New Light on Non-deductive Argumentation Schemes”, Argumentation,
1988, n. 12, pp. 341-350.
28
Cfr. S.D. LEVI, In Defense of Informal Logic, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht-
Boston-London, 2000.

31
32 PAOLA CANTÙ

criteri formali ad una generica rilevanza delle ragioni per la conclusione. Più
spesso si ricorre a criteri formulati negativamente: anziché fornire un
metodo per stabilire quando un argomento è buono, si elencano alcuni casi
di schemi argomentativi non buoni: se l’argomento ricalca uno di questi
schemi è ritenuto inaccettabile, altrimenti è accettabile. Come in
giurisprudenza l’onere della prova è a carico dell’accusa, così qui l’onere
della prova è a carico di chi vuole mostrare la fallacia di un argomento; alla
presunzione di innocenza corrisponde la presunzione di bontà: ove
manchino prove di fallacia, l’argomento è da considerarsi buono.
La determinazione di criteri ex negativo, ovvero l’elencazione e la
classificazione degli argomenti fallaci può essere sviluppata in più direzioni:
è possibile indicare un insieme di forme scorrette o un insieme di usi
scorretti o entrambi. Una fallacia è un ragionamento che sembra buono ma
non lo è: può essere buono in un contesto e cattivo in un altro, può essere
fallace per la forma ma anche per l’uso che l’interlocutore ne fa. Con la
metafora di Adelino Cattani, un vizio di forma assomiglia ad una scala con
deficit strutturali, ad esempio una scala alla quale manchino dei pioli o che
abbia dei pioli deteriorati, mentre un vizio d’uso possiamo raffigurarlo come
una scala appoggiata alla parete sbagliata o su un fondo cedevole.29

3.1 Una classificazione delle fallacie


Tra le tante classificazioni che sono state proposte ne riporto una di A.
Cattani, che ha il pregio di essere intuitiva e semplice e dunque
didatticamente efficace.30 In base a tale classificazione è possibile
distinguere tra vizi di forma (errori legati alla forma logica), fondamenta
cedevoli (errori dovuti all’insufficienza delle premesse come ragioni per la
conclusione), omissione di dati rilevanti e intrusione di dati irrilevanti,
fallacie linguistiche.
1) Fallacie di forma
· Affermazione del conseguente o Modus Ponendo Ponens errato: “se A
allora B, B, dunque A”
· Negazione dell’antecedente o Modus Tollendo Tollens errato: “se A
allora B, non A, dunque non B”
· Errata conversione: “AaB, dunque BaA”, anziché “AaB, dunque Bia”
· Fallacia esistenziale: “AaB, dunque esiste x tale che A(x)”
· Termine medio non distribuito: “AaC, BaC, dunque AaB”

29
Cfr. A. CATTANI, Discorsi ingannevoli. Argomenti per difendersi, attaccare, divertirsi,
Edizioni GB, Padova, 1995.
30
Cfr. A. CATTANI, op. cit.

32
RAGIONANDO CON T(H)E 33

2) Fondamenta cedevoli
· Accidente: considerare essenziali qualità non essenziali
· Ad antiquitatem: considerare valido ciò che è antico e tradizionale
· Analogia falsa: applicare incondizionatamente e in forma assoluta
un’analogia senza tenere conto della sua visione prospettica e dei suoi
limiti
· Apriorismo: rifiuto a priori dei fatti che non concordano con le proprie
idee o con la propria teoria
· Autorità: fare appello all’autorevolezza di una fonte o di un esperto
facendola valere come autorità ultima e definitiva
· Domande complesse: la domanda è composta in realtà da più domande e
introduce surrettiziamente presupposizioni controverse in modo da
ottenere una ammissione implicita di una di esse nella risposta
dell’interlocutore
· Occhio per occhio: rispondere a una mossa ‘ingiusta’ con una mossa
uguale e contraria (dunque generalmente altrettanto ‘ingiusta’)
· Generalizzazione indebita: applicazione di un ragionamento induttivo ad
un campione che può essere riconosciuto come non rappresentativo
· Fallacia probabilistica: tendenza ad argomentare sulla base di una
illusione probabilistica tipica del senso comune e basata sulla credenza
che si verifichi una distribuzione statistica equilibrata
· Petitio principii: a) impiego di espressioni equivalenti; b) argomentare
ciò che si deve provare derivandolo da una proposizione che equivale a
ciò che si deve dimostrare
· Post hoc ergo propter hoc: ritenere un evento antecedente causa del
successivo (non una delle possibili cause ma la causa unica e definitiva)
· Secundum quid (accidente inverso): far valere sempre un principio che
vale invece solo a certe condizioni
3) Omissione di dati rilevanti:
· Ad ignorantiam: considerare vera una tesi perché non è stata dimostrato
che è falsa o considerarla falsa perché non è stata dimostrato che è vera
· Ad lapidem: modo di argomentare pittoresco e plateale, come ad
esempio dare un calcio o battere i pugni (ma è “argomentare”?)
· Brutta china (ad consequentiam): modo per confutare una tesi sulla base
della previsione di un evento negativo che la tesi potrebbe innescare
· Classificazione erronea: si esclude come non rilevante un dato sulla
base di una classificazione o non esclusiva (una parte ne include
un’altra) o non esaustiva (le parti non esauriscono il tutto) o non stabile
(il criterio classificatorio varia di continuo)

33
34 PAOLA CANTÙ

· Falso dilemma: formulare un problema in termini dicotomici


restringendo la scelta a due sole alternative e trascurando tutte le altre
possibilità intermedie
· Eccezione: usare un’eccezione alla tesi come conferma alla tesi stessa
(l’eccezione conferma la regola)
· Inversione dell’onere della prova: anziché provare una tesi si chiede
all’avversario di confutarla
· Privilegio ecclesiastico o immunità parlamentare: rifiutare il giudizio
ordinario e chiedere per sé un trattamento a parte.
4) Intrusione di dati irrilevanti
· Ad baculum: imporre una tesi minacciando di ricorrere alla forza o
esercitando una qualche forma di pressione
· Ad crumenam / Ad Lazarum: attribuire la ragione al proponente anziché
alla tesi quando il proponente è ricco / povero
· Ad hominem: attaccare l’avversario anziché confutare la sua tesi. Si può
a sua volta distinguere in: a) diretto: attacco alla personalità; b)
indiretto: attacco ai moventi della persona; c) tu quoque: attacco ad una
incoerenza teorica o fattuale della persona
· Ad metum: esporre rischi ed eventuali conseguenze della tesi che
incutono timore e spavento per il futuro
· Ad misericordiam: fare appello alla pietà e alla compassione
· Ad populum: argomentare a favore o contro una tesi facendo appello al
fatto che la maggioranza è favorevole o contraria
· Ad verecundiam: si adduce a favore di una tesi l’argomento per cui chi
non l’accetta rischia il ridicolo, si espone al biasimo o alla riprovazione
· Diversione spiritosa: ricorrere a motti di spirito compiendo una mossa
diversiva per distrarre l’interlocutore
· Ignoratio elenchi: si trascura di fornire la prova richiesta discutendo o
dimostrando qualcos’altro o demolendo un argomento fantoccio
(fabbricato ad hoc e messo in bocca all’avversario)
· Desiderio: accettare una tesi perché la si desidera o rifiutarla perché non
la si desidera
5) Fallacie linguistiche
· Accento: rilievo sintattico ad alcune parti della frase, creazione di zone
di luce e di zone d’ombra (modifica del senso), connotazione non
neutrale di singoli termini
· Ambiguità: cambiamento di significato di un termine chiave nel corso
del ragionamento

34
RAGIONANDO CON T(H)E 35

· Anfibolia: costruzione sintattica suscettibile di interpretazioni diverse


· Composizione e divisione: attribuzione al tutto delle proprietà delle parti
o alle parti delle proprietà del tutto in casi in cui il tutto è diverso dalla
somma delle parti
· Etimologia: precisare il senso dei termini impiegati con argomenti di
natura etimologica (l’etimologia dimostrerebbe che...)

3.2. L’analisi di alcune fallacie classiche


Tra tutte le fallacie che abbiamo ricordato, alcune sono divenute
‘classiche’ perché ricorrenti sia nell’argomentazione ordinaria sia nelle
riflessioni dei teorici dell’argomentazione. Mi limito perciò a fornire una
breve illustrazione ed un’esemplificazione di alcune di esse.31
3.2.1 Le fallacie di omissione di dati irrilevanti
Ad ignorantiam. Tale argomento scarica sull’interlocutore l’onere della
prova ed è volto ad ingannare l’uditorio in rapporto al valore di verità della
tesi avanzata. Si suppone che una cosa sia vera (falsa) fintanto che non si sia
dimostrato che è falsa (vera). L’argomento è fallace da un punto di vista
logico-formale perché il fatto che non si trovi un enunciato B che
contraddice ad un enunciato A non prova la verità di A. Vediamo due
esempi: a) “In mancanza di dati sulla pericolosità degli Ogm, essi sono
innocui per la salute dell’uomo.” b) “In mancanza di dati sull’efficacia della
cura Di Bella, essa è da considerarsi inutile se non addirittura nociva alla
salute.”
Brutta china (ad consequentiam): modo per confutare una tesi sulla
base della previsione di un evento negativo che la tesi potrebbe innescare.
L’argomento è fallace ogniqualvolta non sia dimostrato il nesso tra la tesi e
l’evento previsto. Alcuni esempi: a) “Se rendiamo legale la ricerca sugli
embrioni umani, presto si avrà una selezione eugenetica dei nuovi nati o
addirittura la clonazione umana a scopi terapeutici.”32 b) “Se la sinistra
andrà al governo nella prossima legislatura, in Italia si instaurerà un
regime.”
Falso dilemma: formulare un problema in termini dicotomici
restringendo la scelta a due sole alternative e trascurando tutte le altre
possibilità intermedie. Qualche esempio: a) «O lei o io!» dice l’amante
all’amato, esortandolo a lasciare la moglie. b) «O lei o io!» dice la moglie al
marito, esortandolo a far uscire di casa la suocera... c) Dilemma maritale di

31
Alcuni esempi saranno tratti dal più volte citato volume di A. Cattani.
32
Si noti per inciso che tale argomento è alla base del recente volume di J. HABERMAS, Die
Zukunft der menschlichen Natur. Auf dem Weg zu einer liberalen Eugenik?, Suhrkamp,
Frankfurt am Main, 2001, trad. it. Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica
liberale, Einaudi, Torino 2002.

35
36 PAOLA CANTÙ

Antistene: “Se la donna che sposi è bella, è causa di gelosia. Se è brutta,


sarai infelice. Quindi, non sposarti.” Versione attualizzata (da un comico di
cabaret) del dilemma maritale di Antistene: “Se l’uomo che vuoi sposare
non è bello, né sensibile, né intelligente, sarai infelice. Se l’uomo che vuoi
sposare è bello, sensibile e intelligente, se lo sarà già sposato un’altra.
Quindi non ti sposare.”
Eccezione: usare un’eccezione alla tesi come conferma alla tesi stessa
(l’eccezione conferma la regola). Si vedano i seguenti esempi: a) «Tutti gli
scozzesi sono tirchi.». «Ma Mr. Mac Coll, che è scozzese, è molto
generoso!». «Beh, sarà l’eccezione che conferma la regola». b) «Io sono
sempre tranquilla, pacata e gentile». «Ma se ieri hai avuto uno scatto
violento d’ira e hai insultato il tuo collega!». «Non c’entra, è lui che mi ha
fatto davvero arrabbiare. Tranne in questi casi eccezionali, sono sempre
tranquilla!». c) «Nei libri gialli il commissario che indaga sul delitto scopre
alla fine chi è il colpevole.» «Non è così nella Promessa di F. Dürrenmatt.»
«Ovvio, è l’eccezione che conferma la regola!»
3.2.2. Le fallacie dovute all’intrusione di dati irrilevanti
Ad baculum: imporre una tesi minacciando di ricorrere alla forza o
esercitando una qualche forma di pressione. L’argomento fa appello alla
forza e consiste spesso in una velata minaccia: mira a persuadere facendo
leva non su elementi razionali ma sulle emozioni, in particolare sulla paura,
poiché si evocano conseguenze spiacevoli che potrebbero far seguito al
rifiuto della tesi proposta. Qualche esempio: a) “Se lei rifiuta il
trasferimento nella filiale di provincia, sarò costretto a prendere
provvedimenti.” b) “È opportuno che lei sostenga il candidato XY, se vuole
rimanere a capo dell’associazione Z.” c) “Questa è la mia decisione. E se
qualcuno avesse opinioni o intenzioni diverse, sarà meglio che me ne parli
subito.”
Ad hominem: attaccare l’avversario anziché confutare la sua tesi.
L’argomento solleva questioni sul carattere o sulla situazione personale
dell’interlocutore. Anziché valutare la tesi, si critica la persona che sostiene
tale tesi in uno dei tre modi seguenti: 1) con un attacco diretto; 2)
insinuando che sussiste uno stretto rapporto tra chi sostiene la tesi e il
contenuto della tesi stessa; 3) rilevando una contraddizione tra il
comportamento di chi sostiene la tesi e la tesi. Vediamo dapprima qualche
esempio di ad hominem diretto (attacco alla personalità): a) “Come
possiamo credere al teste? Conosciamo il suo curriculum giudiziario: due
denunce per truffa, un arresto, un’iscrizione nel registro degli indagati.” b)
“Come è possibile votare un ex-magistrato comunista che si è dato alla
politica?” Vediamo ora alcuni esempi di ad hominem indiretto (attacco ai
moventi della persona): a) “Non mi stupisce che abbia votato contro ogni
legge che restringa la vendita di armi ai privati: ha una compartecipazione in

36
RAGIONANDO CON T(H)E 37

una delle più importanti aziende di produzione di armi.” b) “Il politico XY


sostiene che il nuovo provvedimento in materia fiscale si tradurrà in un
grande vantaggio per tutti i cittadini, ma il vantaggio, se c’è, sarà soprattutto
per le sue finanze.” Ecco infine alcuni esempi di tu quoque (attacco ad una
incoerenza teorica o fattuale della persona che fa leva su comportamenti o
idee in contraddizione con la tesi): a) “Dici che per il mio bene dovrei
smettere di fumare, proprio tu che fumi un pacchetto di sigarette al giorno!”
b) “Perché dovremmo andare a elezioni anticipate quando gli stessi che ora
le vogliono le rifiutavano fino a qualche mese fa?” c) Il cacciatore
all’ecologista: «E allora tu perché mangi carne?» (Si noti l’inversione
dell’onere della prova).
Ad populum: argomentare a favore o contro una tesi facendo appello al
fatto che la maggioranza è favorevole o contraria. L’argomento fa appello al
sentimento dell’uditorio anziché argomentare razionalmente la tesi. Qualche
esempio: a) “Sappi che la maggioranza del partito è contro l’accordo.” b)
“La cucina più amata dagli italiani.” c) “Il pannolino più usato nei reparti di
maternità.”
Ad verecundiam: si adduce a favore di una tesi l’argomento per cui chi
non l’accetta rischia il ridicolo, si espone al biasimo o alla riprovazione.
Vediamo alcuni esempi: a) “Eminenti scienziati contestano la scelta.” b)
“Solo uno sciocco potrebbe credere a una tale tesi!” c) “Rifiutare questa
offerta sarebbe semplicemente ridicolo!” Questo argomento è spesso
classificato in maniera del tutto simile all’argomento basato sull’autorità
(ipse dixit) e definito come un argomento che fa appello all’opinione
autorevole di uno più esperti. In molti casi l’appello all’autorità è
appropriato per sostenere la propria posizione. Tale appello all’autorità può
diventare fallace quando la persona chiamata in causa come testimone
autorevole a favore di una certa tesi non è autorevole in relazione al tema in
discussione oppure quando, pur essendovi un’evidente divergenza di
opinione tra gli esperti, si cita un solo esperto come autorità.
Ignoratio elenchi (fingere di non capire): si trascura di fornire la prova
richiesta discutendo o dimostrando qualcos’altro o demolendo un argomento
fantoccio (fabbricato ad hoc e messo in bocca all’avversario). Ecco alcuni
esempi: a) “Signori della corte, se dimentichiamo per un momento il
movente dell’omicidio, le circostanze in cui è stato compiuto e anche la
vittima, ebbene, che cosa può essere imputato al mio assistito?” b) «Ma tu
hai copiato il compito!» dice il docente allo studente, che risponde: «Io? Ma
professore, tutti hanno copiato!» Una variante molto usata consiste nel
cosiddetto uomo di paglia, basato sulla costruzione e sull’attribuzione
all’interlocutore di un argomento fantoccio da demolire oppure sull’attacco
ad un sostenitore particolarmente debole della tesi. Un esempio: “Le teorie
evoluzionistiche contemporanee sono errate: basta considerare gli errori di
Darwin!”

37
38 PAOLA CANTÙ

3.3. Per una teoria unitaria delle fallacie


A questo punto può essere interessante confrontare due fra le teorie più
recenti e più accreditate: la teoria proposta da Franz van Eemeren e la teoria
di Douglas Walton. Sarà così possibile comprendere in che modo una
diversa definizione di fallacia e una diversa concezione della natura e dello
scopo ultimo dell’argomentazione possano influenzare la valutazione degli
argomenti e la demarcazione tra argomenti buoni e fallaci.

3.3.1 Pragma-dialectics
La teoria formulata da F. van Eeemeren e R. Grootendorst33 è
pragmatica perché concepisce il discorso essenzialmente come una pratica
in cui avviene uno scambio di atti discorsivi: in particolare ricorre alla
‘pragmatica linguistica’ ovvero alla teoria del discorso e degli atti linguistici
per l’analisi degli argomenti. La teoria è però anche dialettica perché ricerca
il proprio ideale normativo nella dialettica socratica e vede nello scambio tra
i parlanti un tentativo metodico di risolvere una differenza d’opinione: gli
strumenti teorici sono tratti dal razionalismo critico popperiano, gli
strumenti normativi dalla logica dialogica.34 Ogni argomentazione è
ricostruita sulla base di un unico modello ideale di discussione critica,
intesa come una discussione che permette di prendere decisioni fondate sul
test critico di punti di vista contrastanti. Lo scopo di ogni argomentazione è
la composizione di una differenza d’opinione e il raggiungimento di un
accordo; i criteri di valutazione per essere appropriati allo scopo devono
poter valutare l’efficacia dell’argomentazione nel risolvere il disaccordo.
Per comprendere il significato delle fallacie nella teoria pragma-dialettica
occorre innanzitutto introdurre il decalogo, vale a dire le dieci regole che
codificano lo scopo di una discussione critica e permettono di valutarne
l’accettabilità. In versione non tecnica, i dieci comandamenti della
discussione critica potrebbero essere formulati nel modo seguente:
1) Le parti non devono impedirsi reciprocamente di avanzare i propri punti
di vista e i propri dubbi sui punti di vista dell’altro
2) La parte che avanza un punto di vista è obbligata a difenderlo se l’altra
parte ne fa richiesta
3) L’attacco di una parte ad un punto di vista deve riferirsi al punto di
vista che è stato avanzato dall’altra parte
4) Una parte deve difendere un punto di vista solo avanzando
un’argomentazione relativa a quel punto di vista

33
Cfr. F. H. VAN EEMEREN, R. GROOTENDORST, op. cit.
34
Cfr. P. CANTÙ- I. TESTA, op. cit., p. 83 e ss.

38
RAGIONANDO CON T(H)E 39

5) Una parte non può rinnegare una premessa che ha assunto


implicitamente né può presentare come premessa un’assunzione che
l’altra parte ha lasciato inespressa
6) Una parte non può presentare ingannevolmente una premessa come un
punto di partenza accettato, né può negare una premessa che
rappresenta un punto di vista accettato
7) Una parte non può considerare un punto di vista come difeso in maniera
conclusiva, se la difesa non ha luogo per mezzo di uno schema
argomentativo appropriato e correttamente applicato
8) Una parte può usare nella sua argomentazione soltanto argomenti
logicamente validi o argomenti che possono essere resi validi
esplicitando una o più premesse inespresse
9) La difesa di un punto di vista fallisce quando la parte che ha avanzato il
punto di vista lo ritrae; la difesa è invece conclusiva quando l’altra parte
ritrae i suoi dubbi sul punto di vista
10) Una parte non può usare formulazioni non sufficientemente chiare,
confuse o ambigue. Una parte deve sempre interpretare le formulazioni
dell’altra parte quanto più attentamente e accuratamente possibile.
Ogni volta che i parlanti infrangono uno dei dieci comandamenti
commettono una fallacia perché pregiudicano o frustrano lo scopo
dell’argomentazione (che le dieci regole codificano), cioè la risoluzione di
una differenza d’opinione e il raggiungimento di un accordo tra i parlanti.
Ad esempio è scorretto esonerarsi dall’onere della prova appellandosi ad un
principio di autorità oppure ad una presunta evidenza, è scorretto distorcere
le asserzioni dell’altro per avere miglior gioco nell’attaccarle, è scorretto
trarre vantaggio da formulazioni ambigue o poco chiare delle proprie tesi, e
così via. Per stabilire quali mosse sono fallaci occorrono competenze
logiche (van Eemeren non precisa però nella regola 8 quale nozione di
validità logica si debba assumere), conoscenze degli schemi argomentativi
buoni (regola 7), competenze relative alla teoria degli atti linguistici, ma
prima ancora occorre che la discussione argomentativa che si sta valutando
sia ricostruibile secondo il modello normativo proposto da van Eemeren,
ossia sia ricostruibile come una discussione critica. Se si ammette tale
modello, le fallacie possono essere classificate in base alle regole che esse
infrangono. Accanto a ciascuna regola indichiamo alcune fallacie che la
violano:
1) ad misericordiam, ad baculum, ad hominem
2) ad ignorantiam, ad verecundiam
3) ignoratio elenchi: fantoccio (uomo di paglia)
4) ignoratio elenchi, ad populum, ad misericordiam, ad verecundiam
5) ignoratio elenchi: fantoccio (uomo di paglia)

39
40 PAOLA CANTÙ

6) domande complesse, petitio principii


7) ad consequentiam, ad verecundiam, autorità, ad populum, post hoc
ergo propter hoc, generalizzazione, secundum quid, brutta china, falsa
analogia
8) negazione dell’antecedente, affermazione del conseguente, fallacia di
divisione, fallacia di composizione
9) assolutizzazione della difesa vincente o perdente
10) ambiguità
Questa classificazione, lungi dall’essere più completa o più precisa, ha
però il pregio di rendere più comprensibile perché alcuni argomenti efficaci
siano tuttavia considerati inaccettabili.
3.3.2. New Dialectic
Fino ad ora abbiamo presentato le fallacie come errori di ragionamento,
o perlomeno come ragionamenti insufficienti, che potrebbero metterci in
serio imbarazzo o in seria difficoltà qualora il nostro interlocutore ci mostri
l’inadeguatezza delle nostre ragioni. Questa impostazione può essere
soddisfacente per i logici informali che ritengono inadeguato tutto ciò che
non corrisponde agli schemi corretti deduttivi e induttivi. Essa può essere
soddisfacente anche per i teorici della pragmatica dialettica, che sono
interessati soprattutto alla descrizione e alla valutazione degli argomenti
presenti in una discussione critica. Non è però soddisfacente quando si
voglia fornire una descrizione e una valutazione di tutti i tipi di argomento
che compaiono nel discorso ordinario. Questo è l’obiettivo dichiarato della
New Dialectic di Douglas Walton, una teoria dell’argomentazione che
valuta un argomento come corretto o scorretto a seconda che esso sia stato
usato in modo adeguato o non adeguato in uno scambio dialogico
determinato in vista del raggiungimento degli obiettivi (goals) appropriati
per quel caso. Walton intende fornire un metodo pratico per
l’identificazione, l’analisi e la valutazione dell’argomentazione ordinaria,
ricostruendo gli argomenti non solo in base agli schemi induttivi e deduttivi
ma anche agli schemi di ragionamento presuntivo (presumptive reasoning),
che contegono molte premesse implicite. In un libro scritto a quattro mani
con Erik Krabbe, Walton distingue sei contesti diversi di dialogo e per
ciascuno fissa un insieme di regole più o meno rigide che i parlanti
condividono. Egli fornisce così una tassonomia dei sistemi dialettici sulla
base di sei tipi principali di contesti dialogici: persuasione, negoziazione,
indagine, deliberazione, ricerca d’informazioni, dialogo eristico.35

35
Il dialogo persuasivo di Walton e Krabbe corrisponde a ciò che van Eemeren e
Grootendorst classificano come ‘discussione critica’; Walton e Krabbe però affiancano alla
discussione critica altri contesti normativi di dialogo: un risultato non secondario della loro
tassonomia consiste proprio nel mostrare che non tutti i contesti argomentativi razionali

40
RAGIONANDO CON T(H)E 41

La classificazione tiene conto, come tratti identificanti dei tipi di


dialoghi, della situazione iniziale, del goal principale e del goal specifico
dei partecipanti: a ciascun contesto dialogico corrisponde un set di regole
che consentono il perseguimento del goal. A differenza della concezione di
Toulmin, che individua criteri di valutazione diversi per ciascun campo
disciplinare, Walton e Krabbe individuano criteri di valutazione diversi per
ciascun contesto dialogico. Mentre per Toulmin solo l’esperto di una
particolare disciplina, tenendo conto delle caratteristiche del sapere di quel
campo, può valutare la validità di un argomento (qualora questo abbia una
forma procedurale corretta), per Walton e Krabbe c’è almeno un gruppo
minimale di standard valutativi per ciascun contesto rispetto ai quali
chiunque è competente.

Tipo di dialogo Situazione iniziale Goal Principale Goal dei partecipanti


Persuasione Conflitto d’opinioni Risoluzione del conflitto Persuadere gli altri del
(discussione proprio punto di vista
critica)
Negoziazione Conflitto di interessi e Venire ad un accordo pratico Ottenere per sé il
bisogno di cooperazione massimo
Indagine Ignoranza generale Crescita della conoscenza e Provare e smentire
(bisogno di prove) consenso ipotesi
Deliberazione Dilemma o scelta pratica Prendere una decisione e Influenzare l’esito
(bisogno d’azione) scegliere la migliore linea
d’azione disponibile
Ricerca di Ignoranza personale e Scambiare e diffondere Acquisire, dare o
bisogno d’informazioni informazioni nascondere informazioni
informazioni
Eristico Conflitto personale e Raggiungere un (provvisorio) Battere l’avversario e
antagonismo accomodamento e sostituire vincere agli occhi degli
uno scambio fisico con uno spettatori
scambio verbale

Che cosa sono le fallacie? Sono mosse argomentative compiute in un


certo contesto dialogico in maniera scorretta per ostacolare anziché favorire
il goal del dialogo. Le fallacie occorrono per lo più quando il discorso
scivola da un contesto dialogico ad un altro contesto dialogico: Walton usa
il termine ‘shift’ per indicare questo slittamento da un insieme di regole ad
un altro insieme di regole. Non tutti gli slittamenti sono illeciti, perché in
alcuni casi possono non ostacolare il raggiungimento del goal condiviso.
Ad esempio due persone discutono durante una gita in bicicletta sui pro
e sui contro della vita in città; ad un certo punto uno dei due interrompe

partono da una situazione iniziale di conflitto d’opinioni e mirano alla risoluzione di tale
conflitto, come presupposto invece dalla Pragma-Dialectics. Cfr. P. CANTÙ E I. TESTA, op.
cit., p. 100 e ss.

41
42 PAOLA CANTÙ

bruscamente la conversazione per chiedere all’altro in che direzione occorre


svoltare. Poiché l’interruzione è chiaramente finalizzata ad una decisione
pratica non prorogabile, lo slittamento ad un altro contesto dialogico (la
deliberazione) non ostacola il goal del primo (la persuasione) e la
discussione può essere subito ripresa dopo l’interruzione.
Lo stesso schema argomentativo può essere fallace in un caso e non
fallace in un altro, perché uno slittamento può essere illecito in un caso e
lecito in un altro. Ad esempio, l’argumentum ad hominem (o attacco
personale contro l’interlocutore) è uno shift ad un dialogo eristico, che ha
come obiettivo battere l’avversario e vincere agli occhi dello spettatore.
Talvolta lo shift è fallace, talvolta non lo è. Supponiamo che lo shift avvenga
da un dialogo persuasivo, che ha l’obiettivo di risolvere un conflitto di
opinioni: ad esempio quando si critica un argomento scientifico per mezzo
di un attacco personale contro la moralità privata dello scienziato che lo ha
proposto. In questo caso lo shift è illecito e l’argomento ad hominem fallace,
perché impedisce la persuasione dell’avversario e la prova della bontà di
una delle due tesi in conflitto. Tuttavia vi possono essere casi in cui
l’argomento è accettabile: supponiamo che in una deliberazione politica si
ascolti l’opinione di un esperto che dovrebbe fornire informazioni sul
problema dello smaltimento dei rifiuti; supponiamo anche che tale esperto si
presenti come super partes e taccia il fatto di essere azionista di una ditta
per il recupero dei rifiuti; un attacco personale contro tale esperto per
rivelare la sua relazione con quella certa ditta potrebbe contribuire agli
obiettivi del dialogo, che consistono nel prendere una decisione e scegliere
la migliore linea d’azione disponibile.
Questo ultimo esempio permette di comprendere perché perfino il
contesto del litigio, le cui mosse dialogiche nulla sembrano avere a che fare
con la logica, può essere preso in considerazione nell’individuazione,
classificazione e valutazione delle fallacie. Il litigio d’altra parte ha una sua
funzione specifica: esso permette l’espressione di sentimenti, sofferenze,
rivendicazioni, accuse, asserzioni che in contesti pacifici e cortesi non
troverebbero luogo e che possono essere utili non solo per evitare uno
scontro fisico ma anche per favorire una reciproca comprensione tra gli
interlocutori e per eliminare alcuni malintesi.

4. CONCLUSIONI
Questa breve introduzione ai concetti di argomento e di fallacia e i
cenni alle diverse prospettive a partire dalle quali è possibile riconoscere,
ricostruire, analizzare e valutare gli argomenti nel linguaggio ordinario
suggeriscono alcune domande conclusive. Si è visto che si possono indicare
regole da seguire per costruire un buon argomento e che è possibile valutare
come fallaci gli argomenti che infrangono tali regole. Ora resta da riflettere

42
RAGIONANDO CON T(H)E 43

sul modo in cui sono state determinate le regole, su chi abbia il compito di
valutare le infrazioni e se e in che misura la conformità alle regole possa
esprimere il senso della razionalità argomentativa umana. Si tratta di tre
problemi fondamentali di ogni teoria dell’argomentazione: qual è il
fondamento della normatività, chi svolge il ruolo di giudice, quale forma di
razionalità si esprime nell’argomentare.
Normatività e razionalità. La normatività della teoria, vale a dire la
determinazione di un insieme di regole da cui ottenere criteri di valutazione
della bontà di un argomento, può avere il suo fondamento 1) nel principio di
cooperazione di Grice 2) nei giochi linguistici stessi, 3) in entrambi. Nel
primo caso avremo una forma unitaria di razionalità, che si esprime in
generale nella partecipazione cooperativa ad un’interazione comunicativa:
tale idea unitaria di razionalità si può poi declinare in vari modi.
I teorici della teoria pragmatico-dialettica trovano il fondamento della
normatività nella razionalità espressa dai dieci comandamenti, che a loro
volta esprimono una particolare forma del principio griceano applicata ad un
ideale filosofico popperiano: seguire i dieci comandamenti è razionale
perché permette un’analisi intersoggettiva della bontà di una certa tesi –
difesa e attaccata in modo pubblico e democratico – senza mai scaricare
l’onere della prova sulla parte avversaria, ma cercando di rendere quanto più
esplicito, chiaro, attaccabile il proprio punto di vista in modo da favorire il
processo di analisi critica e la deliberazione razionale.
Habermas individua forme di razionalità meramente comunicativa ed
altre in funzione strategica e articola poi la razionalità comunicativa
specificandola in relazione ai diversi atti linguistici dei parlanti.
Riprendendo la teoria degli atti linguistici di Searle, Habermas fa
corrispondere ad ogni tipo di atto un tipo di pretesa di validità: la verità per
le espressioni descrittive, la giustezza per le espressioni normative,
l’adeguatezza per le espressioni valutative; la comprensibilità per le
espressioni esplicative.36
Walton da un lato mantiene un’idea di razionalità fondamentale
espressa nelle regole del ragionamento persuasivo, d’altro lato fonda la
normatività di ciascun contesto argomentativo nel gioco dialogico tra gli
interlocutori e dunque cerca di fondare o almeno legittimare la normatività
anche attraverso le regole che sorreggono i giochi linguistici che si svolgono
effettivamente tra i parlanti. L’ideale normativo è pluralistico ed ha le sue
radici in un approccio descrittivo. Anche Toulmin ha un ideale pluralistico
di normatività, però mentre in Toulmin tale ideale si declina diversamente a

36
Cfr. J. HABERMAS, Theorie des kommunikativen Handelns, Bd. I. Handlungsrationalität
und gesellschaftliche Rationalisierung, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1981, trad. it.
Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna, 1986.

43
44 PAOLA CANTÙ

seconda dei campi disciplinari in cui trova applicazione, per Walton esso
varia al variare dei goals dei partecipanti al dialogo.
Modelli normativi pluralistici ancora più fini e con maggiore forza
descrittiva potrebbero essere ottenuti differenziando i contesti dialogici
individuati da Walton anche in senso culturale o storico, secondo le linee
guida dell’etnografia della comunicazione: ciò comporterebbe tuttavia un
frazionamento ulteriore della razionalità, con una conseguente tendenza
relativistica che pochi teorici dell’argomentazione sarebbero disposti ad
assecondare.
Il giudice razionale. Chi può giudicare e valutare la bontà o la fallacia
degli argomenti? Perelman, Habermas37 e anche Toulmin ricorrono al
concetto di giudice razionale: l’uditorio universale per i primi, gli esperti del
campo disciplinare per il secondo. L’uditorio universale è il modello al
quale gli interlocutori si ispirano nella formulazione dei propri argomenti e
al quale fare riferimento (ad esempio attraverso le regole che da tale
modello derivano) per valutare gli argomenti. L’uditorio universale è
sostituito nella teoria pragmatico-dialettica dal modello filosofico
popperiano della discussione critica (che si articola in alcune regole
metacontestuali, che individuano nella discussione critica la forma di
razionalità par excellence): giudice razionale è chiunque condivide tale
modello e accetta di seguirne le regole.
Tutti questi giudici hanno la prerogativa di incarnare criteri di validità
universalistici o punti di vista imparziali. All’interno della prospettiva
dialogica di Walton, il giudice non può essere ipotizzato se non come un
partecipante diretto al dialogo, in grado di tener conto di tutti gli impegni
contratti dai partecipanti quando asseriscono o negano una tesi. In verità
però, la complessità della ricostruzione effettiva degli argomenti secondo il
modello di Walton sembra escludere che il ruolo di giudici razionali possa
essere assunto direttamente dai partecipanti al dialogo e sembra riservato,
come avviene nella logica informale (con qualche eccezione), ai soli teorici
dell’argomentazione.

37
Per Habermas gli argomentanti razionali sono coloro che, orientandosi ad un consenso
motivato razionalmente, avanzano con i loro atti linguistici pretese di validità universali che
devono poter essere soddisfatte o rifiutate mediante argomenti e che mirano al consenso di
un uditorio universale. Per Perelman l’uditorio universale è un ideale insieme di uomini
reputati ragionevoli dall’oratore e ai quali egli si rivolge quando vuole avanzare un
argomento che non sia soltanto persuasivo ma anche convincente, cioè in grado di essere
efficace non solo nei confronti dell’uditorio particolare presente ma di ogni uditorio
considerato razionale dall’oratore. Mentre l’uditorio universale di Habermas è determinato
in maniera univoca, come modello universale e unitario, l’uditorio universale di Perelman è
un’ideale che sta nella testa dell’oratore e può variare da oratore a oratore.

44
RAGIONANDO CON T(H)E 45

Bibliografia

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46
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA COME SCIENZA:
TEMI E PROBLEMI NEL PENSIERO FILOSOFICO DI ROBERTO
ARDIGÒ

di Irene Franzosi

La ricerca scientifica impegnata nello studio della mente è costantemente


posta di fronte ad alcuni problemi filosofici fondamentali, primo fra tutti il
problema ontologico: i concetti mentali possono, almeno in linea teorica,
essere espressi in termini fisico-biologici, oppure esiste un’autonomia di
principio dei concetti mentali che impedisce possano essere sottoposti ad
una simile riduzione? Sullo sfondo di questo problema, dell’enigmatico
scarto tra il cervello e la mente, psichiatri e psicologi impostano i loro
programmi che si diversificano anche considerevolmente a seconda che
propendano per il cervello o per la mente. Appare incontestabile che gli
studi condotti in Italia nella seconda metà dell’ottocento privilegino l’analisi
delle funzioni del cervello e si inseriscano a pieno in un paradigma medico-
biologico o medico-neurologico che radica la psichiatria alla medicina, i
disordini della mente alle malattie del corpo.1 Gli studi di psichiatria
positiva, che trovano nell‘Istituto Psichiatrico di Reggio nell’Emilia, dove
era pubblicata la «Rivista sperimentale di Freniatria»,2 uno dei più

1
Cfr. VALERIA P. BABINI, La questione dei frenastenici. Alle origini della psicologia
scientifica in Italia (1870-1910), Franco Angeli, 1996 e AA.VV. L’età del positivismo, a
cura di Paolo Rossi, Il Mulino, Bologna, 1986.
2
Il nome per esteso della rivista fondata da Carlo Livi a Reggio Emilia nel 1875 è:
«Rivista sperimentale di freniatria e di medicina legale in relazione con l’antropologia e le
scienze giuridiche e sociali».

47
48 IRENE FRANZOSI

importanti centri di ricerca e indagine, sono compatti nel sostenere posizioni


organicistiche. Per quanto in taluni casi si assista allo sviluppo di modelli
che portano alla diversificazione nelle concezioni attinenti alla malattia
mentale e al rapporto della psichiatria con le altre scienze, domina una
impostazione essenzialmente medica che si sviluppa ai danni di un
approccio di tipo psicologico-sperimentale. Le difficoltà di crescita
autonoma da parte della psicologia sono probabilmente da far risalire alla
presenza di filosofie di impostazione spiritualistica e alla mancanza di un
confronto con una solida psicologia empirica od anche introspettiva. Di fatto
il prevalere di un paradigma medico-biologico orienta il problema filosofico
del rapporto corpo-mente verso soluzioni monistiche, talvolta protese al
panpsichismo, o riduzionistiche di stampo materialistico.
In questo contesto risulta interessante la riflessione condotta da Roberto
Ardigò, uno dei maggiori filosofi del positivismo italiano, che lavorando
sulle problematiche della gnoseologia tenta di fondare su basi scientifiche la
psicologia assicurandole lo statuto di scienza autonoma. Pensare nel 1870,
data di pubblicazione della Psicologia come scienza positiva,3 alla
psicologia come scienza significa anzitutto sostenere, in opposizione ad
ogni psicologia razionale, la fondamentale omogeneità dei fenomeni
psichici e fisici e fondare su di essa la possibilità di estendere il metodo
positivo dalle scienze naturali alla psicologia. La continuità tra fisico e
psichico risulta del resto puntualmente confermata dalle ricerche
scientifiche condotte in più campi:

Non solo le induzioni fisico-matematiche, le quali mostrano al di là del concetto


ordinario dell’oggetto, ossia della materia un quid inesteso, ma anche, e soprattutto,
le psico-fisiologiche, le quali nello spirito, ossia nel soggetto rilevano, allato ad una
distinzione puramente mentale dei fenomeni psichici dai fisici, la effettiva loro
inscindibilità, ci portano ad un’idea superiore alle volgari, del corpo e dell’anima; e
che le riassume entrambe in uno schema solo assai più grandioso e vasto; l’idea
della realtà psicofisica. Questo schema è una induzione al tutto scientifica, e, come
4
tale, positiva e nuova .

Rilevata la corrispondenza tra il pensiero e l’organismo Ardigò procede


nella elaborazione di una organica teoria in grado di spiegarla. Il dualismo
cartesiano risulta in tal senso palesemente inadeguato, così come la teoria
delle cause occasionali di Geulinx o l’armonia prestabilita di Leibniz. La
questione non si spiega neppure attribuendo la realtà ad un termine e
negandola all’altro. Concedendola al termine psichico si cade nell’idealismo
berkeleyano o nel fenomenismo kantiano che, prendendo il “me” come un
dato intuitivo ed immediato, non ne coglie l’essenziale dinamica interna per
la quale esso non è che «una formazione empirica e tardiva della
3
ROBERTO ARDIGÒ, La psicologia come scienza positiva, Guastalla, Mantova, 1870.
4
R. ARDIGÒ, La psicologia ..., op. cit., p. 282.

48
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA IN ARDIGÒ 49

coscienza».5 Concedendola invece al termine fisico si cade nel materialismo


che pretende di spiegare il pensiero negandone la specificità. Ardigò cita,
prendendone le distanze, la sentenza di Vogt secondo cui il pensiero è un
prodotto del cervello esattamente come la bile è un prodotto del fegato.
Anche il parallelismo psicofisico teorizzato da Fechner è insufficiente a
spiegare la piena corrispondenza tra pensiero ed organismo, che può essere
correttamente intesa solo considerando i processi fisici e psichici
organicamente connessi in quanto derivanti da una matrice comune. Tale è
la sostanza psicofisica o, per utilizzare un linguaggio più appropriato, il
concetto di sintesi psicofisica, inteso come un’astrazione superiore che
sintetizza e supera i concetti di materia e di spirito. La sintesi psicofisica si
configura come uno schema interpretativo il cui valore scientifico è
garantito dall’induzione positiva. In questo senso Ardigò precisa come tale
schema non abbia nulla in comune con il concetto spinoziano di sostanza.
Spinoza, nella sua Ethica, concepisce la natura-dio composta di un’unica
sostanza dotata dei due attributi cartesiani del pensiero e dell’estensione,
ma tale concezione si basa su una intuizione metafisica immaginaria che
pretende di risolvere preventivamente ogni problema. La sostanza unica di
Spinoza è cioè un principio assoluto e necessario dal quale far discendere
l’intera realtà. La sostanza psicofisica di Ardigò si configura al contrario
come un principio ricavato per via induttiva che, come ogni altro principio
assunto dalla scienza positiva, può essere riconsiderato in qualsiasi
momento qualora gli ulteriori sviluppi della ricerca lo richiedessero.
Se diventa possibile pensare ad una fondamentale continuità tra fisico e
mentale, diventa contestualmente possibile estendere il proficuo metodo di
indagine sperimentale proprio delle scienze naturali allo studio del
fenomeno psichico che può così essere indagato attraverso l’induzione
positiva. Quando parla di induzione positiva Ardigò ha in mente il metodo
galileiano delle sensate esperienze, della sperimentazione capace di mettere
alla prova dei fatti le ipotesi che guidano l’esperienza. Ha inoltre assorbito
l’insegnamento humeano sulla relatività delle idee che lo induce a definire
le teorie scientifiche, anche le più accreditate, semplici «spedienti logici
affatto provvisori».6 Il sapere scientifico si presenta quindi come un insieme
di quadri teorici costruiti per via induttiva, internamente coerenti, dotati di
un certo potere esplicativo ma non capaci di risalire oltre il fenomeno, di
cogliere la realtà nella sua più profonda natura. Si potrebbe tentare, come
suggeriscono alcuni studi7, una interpretazione in chiave fenomenistica del
pensiero di Ardigò che perverrebbe alla elaborazione di una teoria
semiscettica della conoscenza accostabile all’empiriocriticismo machiano.
5
R. ARDIGO, La psicologia..., op. cit., p. 261.
6
R. ARDIGÒ, La psicologia..., op. cit., p. 139.
7
Mi riferisco in particolare agli studi condotti da WILHELM BÜTTEMEYER, Roberto Ardigò
e la psicologia moderna, La Nuova Italia, Firenze, 1969 e IDEM, Ardigò e Mach, «Rivista
di storia della filosofia», XLVI, 1991, pp. 109-126.

49
50 IRENE FRANZOSI

Di fatto Ardigò, pur ammettendo la possibilità teorica di organizzare i


fenomeni in infiniti modi, mantiene fermo il criterio della verificazione
empirica delle teorie, criterio su cui si fonda l’oggettività del sapere
scientifico. Sapere che viene comunque costantemente collocato entro i
parametri del relativismo: relatività del conoscere, della logica, delle stesse
teorie scientifiche positive. Una relatività che è però posta a riparo da ogni
forma di scetticismo nella misura in cui le verità della scienza sono
relative non perché prive della possibilità di far presa sulla realtà, ma perché
esposte a continue revisioni od integrazioni in sistemi più ampi. Non a caso
pur ripetendo l’elogio di Hume che aveva bandito le essenze e le cause dalla
ricerca, Ardigò sottolinea l’esigenza di aggiungere alla sentenza negativa
dello scozzese quella positiva degli italiani: ossia la regola secondo cui,
provando e riprovando, si acquisisce progressiva certezza dei fatti e delle
loro leggi. Hume aveva arrecato un colpo mortale alle false dottrine del
passato, ma si era poi arrestato all’elaborazione di una teoria semiscettica
della conoscenza secondo cui la corrispondenza tra le nostre
rappresentazioni e l’oggetto rimane indimostrata ed indimostrabile; è cioè
soltanto un atto di fede. Ardigò è invece convinto che applicando il metodo
positivo inaugurato dagli italiani con Galileo, si possano raggiungere
conoscenze scientifiche ammesse non per fede ma perché fornite della più
certa razionalità. Leggi e teorie sono il risultato di un processo di astrazione,
riconosciute come pure entità mentali, principi interpretativi, strumenti di
orientamento, ma non per questo sono ritenute incapaci di rispecchiare, se
pur in forme infinitamente perfettibili, il mondo reale. Si tratta di una
concezione che presuppone l’assunzione del criterio forte della verità come
corrispondenza ai fatti, anche se in una forma che potremmo definire
“regolativa”. Si assume cioè a modello il criterio della verità oggettiva, che
implica la convinzione che compito della scienza sia quello di elaborare
teorie corrispondenti alla realtà rappresentata, ma si riconosce
contestualmente la difficoltà di uguagliare un simile modello, il che fa della
scienza un sapere dinamico, rivisitabile ma progressivo. L’essenziale
precarietà delle costruzioni scientifiche implica la rivedibilità e storicità
della scienza, ma nello stesso tempo anche il suo continuo progresso che
consiste nel sostituire, ogniqualvolta l’osservazione ed il confronto con i
fatti lo permettano, a teorie rivelatesi inadeguate teorie capaci di render
conto dei nuovi fatti emersi. Questi possono smentire una ipotesi, imporne
una sostanziale modificazione o suggerirne una nuova, in ogni caso si ha un
progresso della scienza da intendersi rispettivamente come eliminazione di
una falsità, miglioramento di aspetti teorici, allargamento della conoscenza.
L’applicazione del metodo positivo alla ricerca scientifica ne ridimensiona
le pretese conoscitive, ma nel contempo consente alla scienza moderna di
imboccare la via del progresso. La positivistica fiducia nella “oggettività”
del sapere scientifico che progredendo elabora teorie capaci di rispecchiare
in modo sempre più adeguato la realtà e finisce per vanificare ogni

50
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA IN ARDIGÒ 51

originaria assunzione fenomenistica, trasformandola in una qualche forma di


realismo. Non a caso Ardigò precisa il disaccordo con la dottrina
spenceriana dell’Inconoscibile indebitamente accostata dai critici alla
propria: l’Inconoscibile implica l’esistenza di una dimensione metafisica
che come tale è inaccessibile alla conoscenza umana. Il positivista, al
contrario, non istituisce separazioni a priori, si muove lungo la linea delle
questioni empiriche assoggettabili al giudizio della scienza sperimentale e
considera teoricamente accessibile ciò che ancora non conosce, definendolo
ignoto e non inconoscibile:

Il positivista non divide la sfera delle sostanze e dello spazio, non la linea delle
efficienze e del tempo, in due parti, delle quali l’una sia la natura e l’altra il
soprannaturale, come fa il teista. Tutta la sfera e tutta la linea sono pel positivista la
identica natura. Se non che, nella parte distinta, è la natura già sperimentata; e,
8
nella indistinta, la natura non ancora sperimentata .

Ardigò in definitiva affronta le questioni epistemologiche da buon


positivista: afferma, trascurando l’originario assunto fenomenistico, la realtà
e conoscibilità del mondo facendo riferimento, se pur in chiave regolativa,
alla concezione forte di verità come corrispondenza ai fatti.
La psicologia, com’è concepita dal filosofo mantovano, è una scienza a
tutti gli effetti positiva. Essa ha per materia i fenomeni psichici e non parte
da principi presupposti quali l’anima e le sue facoltà; adopera il metodo
positivo; mira a stabilire le leggi che regolano il pensiero per poter
classificare i fenomeni psichici; indaga, dal punto di vista dinamico, gli stadi
consecutivi della psicogenesi. Ardigò è stato tra i primi in Italia ad utilizzare
i metodi e i risultati delle ricerche condotte dalla psicologia empiristica
inglese (J. S. Mill, Bain, Darwin) e dalla psicologia fisiologica tedesca (von
Helmholtz). La ricerca psicologica non può anzitutto prescindere dal
riferimento ad una buona teoria della percezione, poiché è attraverso il
lavoro percettivo che l’individuo assimila dall’ambiente esterno quegli
elementi costitutivi che, opportunamente rielaborati, daranno vita alle forme
più raffinate di pensiero. Ardigò elabora la propria teoria della percezione in
riferimento agli studi condotti in area germanica sulla fisiologia dei sensi:
analogamente a von Helmholtz distingue tra sensazione pura e percezione
descrivendo quest’ultima come il risultato di processi prevalentemente
inconsci di integrazione della sensazione pura. Tali processi integrativi di
fatto anticipano, come evidenziato da Büttemeyer,9 istanze globaliste che
solo successivamente verranno messe a fuoco dai teorici della Gestalt.
L’analisi dei processi di sostituzione o di integrazione per inquadramento
richiamano la tesi gestaltica secondo cui un campo percettivo è un sistema
8
R. ARDIGÒ, L’inconoscibile di H. Spencer e il positivismo,in Opere Filosofiche, vol. II,
Padova, Draghi, 1898, p. 341.
9
W. BÜTTEMEYER , Roberto Ardigò e la psicologia moderna, op. cit., p.52-53.

51
52 IRENE FRANZOSI

dinamico in cui le condizioni e disposizioni delle parti sono determinate


dalle caratteristiche del campo stesso. Il tutto precede le parti e ne
condiziona il modo di apparire.
Del resto Ardigò analizza la dinamica complessiva del pensiero
applicandovi il ‘processo di distinzione’ e rovesciando di fatto la tesi
dell’associazionismo classico secondo cui un’idea si articola nel passaggio
dal particolare al generale. La distinzione implica al contrario l’assunzione
di un punto di partenza che si configura come una totalità indistinta da cui
emergono, mediante il processo distinguente, i particolari distinti. Il
principio della distinzione è presente nella filosofia di Ardigò fin dalla
Psicologia come scienza positiva dove si dice che la distinzione è «una
abitudine mentale, che si andò formando a poco a poco»10, abitudine che
viene utilizzata per spiegare l’emergere dei concetti di “Me” e “Non me” a
partire dal sottostante indistinto psicofisico. Il medesimo principio viene poi
ripreso, ampiamente esemplificato e presentato come legge induttiva
nell’opera del 1877 La formazione naturale nel fatto del Sistema Solare.11 Il
processo di distinzione, presentato come principio esplicativo della
dinamica evolutiva, viene ad avere il proprio fondamento nelle induzioni
delle scienze naturali. Queste, abbandonate le teorie del discontinuo, sono
per via induttiva pervenute alla concezione della fondamentale unità e
continuità tra i fenomeni naturali, i quali evolvono verso forme distinte e
specializzate attraverso il processo di distinzione. Ardigò salda il proprio
principio al concetto di evoluzione naturale e poiché ritiene che
quest’ultimo abbia precisi fondamenti induttivi considera anche il proprio
principio una «induzione positiva»12. Quindi, facendo leva sulla continuità
tra natura e pensiero, sostiene la necessità di indagare il secondo in
riferimento alla legge di distinzione, che estende il proprio dominio a tutti i
fenomeni naturali divenendo onnicomprensiva. La formazione del pensiero
si configura così come un processo che a partire dalla massa indistinta delle
sensazioni le organizza, distingue e conosce utilizzando gli strumenti
esplicativi acquisiti mediante le pregresse esperienze. Gli stessi concetti di
“Me” e “Non me” non sono dati a priori ma emergono per distinzione
dall’indistinto sottostante che si compone di un crogiolo di sensazioni che
possono indifferentemente entrare a far parte del gruppo associativo del
“Me” oppure di quello del “Non me”. Il processo di associazione delle
sensazioni da cui si origina la rappresentazione del “Me” prende il nome di
“autosintesi”, quello da cui si origina la rappresentazione del “Non me” il
nome di “eterosintesi”:

10
R. ARDIGÒ, La psicologia come scienza positiva, op. cit., p. 177.
11
R. ARDIGÒ, La formazione naturale nel fatto del Sistema solare, in Opere Filosofiche,
vol. II, cit.
12
R. ARDIGÒ La formazione..., op. cit, p. 71.

52
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA IN ARDIGÒ 53

Le sensazioni di un individuo sono la nebulosa, onde si forma e si organizza la


psiche: sono l’indistinto, che sottostà ai distinti, che vi si costituiscono,
collegandosi insieme in un organismo logico unico. Nella psiche umana i distinti
principali sono le due formazioni del Me, o dell’Autosintesi, e del Non me, o
dell’Eterosintesi. […] Così nel Cosmo mentale gli elementi delle sensazioni sono
di per sé comuni, e diventano, o il Me, o il Non me, per gli aggruppamenti
formativi, che li fissano, o nell’Autosintesi, o nell’Eterosintesi.13

I processi di ‘autosintesi’ ed ‘eterosintesi’ interessano tutti gli organismi


dotati di funzionalità cerebrale, anche se naturalmente la capacità di
distinzione è proporzionale alla fisiologia del cervello; dunque minima nella
«animalità infima», massima «nell’uomo adulto, civile, colto, abituato alle
riflessioni psicologiche».14 Nell’uomo stesso inoltre tale capacità di
distinzione evolve nel corso della vita individuale determinando
modificazioni anche importanti nella concettualizzazione del sé e del mondo
esterno. L’elaborazione delle esperienze accumulate nel tempo e
l’acquisizione di nuovi elementi rendono possibile il costituirsi di
formazioni mentali più articolate e complesse, in cui le rispettive
rappresentazioni del “Me” e del “Non me” sono sempre meglio specificate.
E’ interessante osservare come la diretta conseguenza di questa teoria sia
«che il Me non è il sentimento diretto di una sostanza semplice identica in
tutti, e che si apprenda tutta quanta sempre la medesima per tutto il tempo
della esistenza».15
La cognizione che si ha del “Me” è al contrario plastica ed evolve
in stretta connessione con la storia individuale: è diversa nel bambino,
nell’adulto e nell’anziano come è diversa in funzione di molteplici fattori
ambientali, sociali, culturali. Di qui l’importanza attribuita a quella
psicologia dei popoli che Ardigò definisce, in un implicito richiamo alla
filosofia di Carlo Cattaneo, “psicologia delle menti associate”.16 L’Io si
configura dunque come il dinamico prodotto, sempre in fieri, della
interazione di svariati elementi esperienziali; da buon empirista Ardigò
prende le distanze da posizioni metafisiche o trascendentali che immaginano
l’Io come una entità a sé stante dotata di universali strutture a priori. Nulla
preesiste all’esperienza, e anche le nozioni universali, comprese le intuizioni
dello spazio e del tempo e le categorie, suppongono necessariamente le
sensazioni, ossia quel primordiale indistinto da cui per differenziazione
progressiva emerge il pensiero. Non esistono strutture a priori che si
configurino come condizioni anteriori necessarie per rendere possibile

13
R. ARDIGÒ, Il Vero, in Opere Filosofiche, vol. V, Padova, Draghi, 1891, pp. 483-4.
14
R ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., p. 486.
15
R. ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., p. 423.
16
R. ARDIGÒ, La formazione naturale e la dinamica della Psiche. Saggio di una
ricostruzione scientifica della psicologia, in Opere Filosofiche, vol. IX, Padova, Draghi,
1903 p.235.

53
54 IRENE FRANZOSI

l’esperienza, ma al contrario è l’esperienza stessa che dà forma al nostro


pensiero:
Tutte quante le nozioni universali, e quindi anche quelle più fondamentali delle
categorie, suppongono necessariamente le sensazioni, come la vita suppone gli
organi, dei quali è solamente la funzione fisiologica: poiché poi la nozione
universale non è altro che la funzione logica delle sensazioni; e la specialità della
nozione universale non è altro che la specialità di tale funzione logica17.

L’impostazione rigorosamente empiristica ed ostile ad ogni forma di


innatismo pone Ardigò di fronte al problema di conciliare l’esigenza
dell’esperienza individuale con la necessità di garantire il progresso per
l’uomo in generale e per la scienza in particolare. Risulta in merito
interessante seguire l’analisi condotta dal filosofo mantovano sulle
fondamentali operazioni mentali rese possibili “dall’idea”, con riferimento
particolare al passo in cui si dice che «l’idea è un segno di operazioni già
eseguite e di formazioni già ottenute, e quindi è il mezzo del lavoro mentale
abbreviato; onde gli abiti mentali in genere e in ispecie la scienza
propriamente detta.»18 Prende qui forma l’originale tentativo di spiegare in
modo del tutto empirico, attraverso il lavoro mentale abbreviato, come sia
possibile garantire il progresso della conoscenza umana senza ricorrere
all’innatismo. Si tratta di una dottrina volta a confutare non solo l’a priori
degli idealisti e dei neokantiani, ma anche l’opinione di Spencer secondo cui
le esperienze fatte dagli individui di una determinata generazione possono
essere ereditate biologicamente dalle generazioni successive, in modo tale
che ciò che era filogeneticamente a posteriori diventi a priori dal punto di
vista ontogenetico19. Rifiutata ogni forma di innatismo Ardigò presenta la
propria dottrina del lavoro abbreviato: nel corso della storia l’uomo
accumula esperienze che si imprimono nelle macchine, nelle costruzioni,
negli strumenti, nelle opere d’arte ecc., oppure che vengono riassunte e
fissate per mezzo del linguaggio. Questo consente all’individuo di
appropriarsi rapidamente di tali esperienze, risparmiando il tempo del lungo
lavoro richiesto originariamente per la loro acquisizione e compiuto dalle
generazioni precedenti. Ciò che garantisce all’uomo di progredire è la sua
appartenenza ad una tradizione di modi, di pratiche, di tecniche, di pensiero
che può essere tramandata di generazione in generazione. Il progresso stesso
della conoscenza scientifica è possibile solo all’interno di una tradizione:

17
R. ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., p. 226. Cfr. R. ARDIGÒ, Relatività della logica umana, in
Opere Filosofiche, vol. III, Padova, Draghi, 1885, pp. 439-47.
18
R. ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., pp.218-19.
19
HERBERT SPENCER, L’evoluzione del pensiero, (trad. da Principles of Psychology),
Torino, Bocca, 1909, pp. 161 e sgg.; ma vedi anche H. SPENCER, I primi principi, trad.
Torino, Bocca, 1901, p. 133, opera sicuramente letta da Ardigò.

54
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA IN ARDIGÒ 55

La storia della scienza dimostra, che il suo progresso non ha potuto avverarsi, se
non perché il risultato del lavoro di una età, lasciato in eredità alla successiva, ha
dato a questa il mezzo di salire un altro gradino, che fu poi il punto di partenza per
un’altra, e così via senza fine anche per l’avvenire. Dimostra inoltre, che alcune
scienze non poterono nascere, se non dopo che quelle, che ne sono supposte,
arrivarono a una certa maturazione, potendo così prestare a loro i risultati ai quali si
20
appoggiano .

Alla base della trasmissione del sapere c’è il linguaggio senza il quale,
come non si stanca di ripetere Ardigò, la scienza non sarebbe possibile. Il
linguaggio si configura quale privilegiato strumento del lavoro abbreviato,
grazie ad esso la comunicazione delle esperienze e delle conoscenze risulta
ampiamente semplificata. Non solo, la parola non è il semplice segno
riassuntivo di un concetto che una volta espresso si garantisce la
conoscibilità e trasmissibilità, ma è anche strumento del pensiero nella
misura in cui contribuisce a distinguere e fissare più nitidamente le idee:

E la parola, oltre essere uno strumento, che facilita immensamente il richiamo


della idea, in qualunque momento ci occorre di farcela sovvenire, serve poi anche a
fissarla più distintamente, rivestendola quasi di un contrassegno, che la differenzia
vivamente e la isola spiccatamente dalle altre formazioni somiglianti, e serve,
espressa con la voce a ridestare l’idea analoga anche negli altri e anche a
fossilizzarla, per mezzo della scrittura, che la rivela ai lontani per qualunque
21
estensione di spazio e per qualunque lunghezza di tempo .

Senza il linguaggio la scienza non sarebbe possibile sia perché


mancherebbe una tradizione di pensiero in grado di assicurarne la crescita,
sia perché la capacità dell’uomo di distinguere e concettualizzare, quindi di
fissare i problemi, è strettamente connessa all’acquisizione del linguaggio.
Chiarita la centralità di quest’ultimo per il processo conoscitivo, Ardigò
illustra le implicazioni della teoria del lavoro abbreviato per la ricerca
scientifica: anzitutto una scienza viene appresa allo stato di perfezione
lasciato in eredità dalla generazione precedente, senza bisogno di
ripercorrerne la storia; lo scienziato può avvalersi di metodi, tecniche,
apparecchi scientifici che sono il risultato di altre ricerche senza bisogno di
ripetere le indagini; può inoltre collaborare con studiosi della medesima o
di altre discipline per approfondire i dettagli della ricerca. In questo modo
lo scienziato, dispensato dal ripetere faticosamente le esperienze precedenti
che acquisisce nella loro sintesi mediante il linguaggio, può usare il tempo
guadagnato per dedicarsi a nuove ricerche.

20
R. ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., p. 339-340. Cfr. R. ARDIGÒ, Il compito della filosofia e la
sua perennità, in Opere Filosofiche, vol. IV, Padova, Draghi, 1897, p. 274-296.
21
R. ARDIGÒ, Il Vero, op. cit., p. 333.

55
56 IRENE FRANZOSI

La teoria del lavoro abbreviato è stata da Ardigò stesso accostata alla


teoria machiana dell’economia del pensiero. Nel testo Il quadruplice
problema della gnostica22 egli ne fa anzi una questione di priorità
sostenendo di avere esposto la propria teoria prima che Mach illustrasse la
sua legge sull’economia del pensiero. A prescindere dalla querelle sulla
priorità, è possibile affermare che in realtà la dottrina del lavoro abbreviato
non coincide propriamente con quella machiana. Mach parte dal
presupposto fenomenistico secondo cui nessuna legge o nozione scientifica
è in grado di cogliere una realtà più profonda di quella fenomenica. Ciò
implica che le leggi altro non siano che nessi funzionali; diviene pertanto
necessario stabilire criteri in base a cui lo scienziato possa attribuire
maggior credito ad alcune connessioni piuttosto che ad altre. Tale criterio è
appunto l’economia del pensiero. Dopo aver constatato che gli animali
tendono a comportarsi in modo economico, Mach ritiene che gli scienziati
debbano fare altrettanto: partendo dai fenomeni osservabili e dalle loro
relazioni dovrebbero sistematizzarli con uno sforzo minimo, osservando il
criterio della semplicità e del risparmio, rinunciando quindi a tutti gli
elementi ipotetici o metafisici. Il criterio di scelta tra teorie in competizione
non potrà consistere in altro che nella maggiore o minore semplicità con cui
sono connessi i fenomeni, nell’ampiezza dell’applicazione, nel tipo di
ordine più o meno rigoroso che ci fanno scoprire. E’ evidente che il
principio elaborato dal fisico austriaco riguardi l’economia della teoria
scientifica ed abbia quindi una precisa valenza epistemologica. Indica, con
la richiesta di scegliere i mezzi più semplici, economici ed efficaci, quali
debbano essere le caratteristiche di scientificità di una teoria, che in base a
tali caratteristiche viene valutata dalla comunità scientifica. La dottrina del
lavoro abbreviato di Ardigò riguarda invece l’economia della ricerca
scientifica. Non entra nel merito della modalità di articolazione e
sistemazione dei dati in una teoria scientifica, ma studia come la pratica
della ricerca possa evolvere grazie al costituirsi, mediante il linguaggio, di
tradizioni di pensiero che conservano le conoscenze acquisite e ne
garantiscono la rapida assimilazione alle generazioni successive. Lo stesso
Büttemeyer, incline su altre questioni a rilevare le affinità di pensiero tra
Ardigò e Mach, in merito al confronto tra l’economia del pensiero ed il
lavoro abbreviato scrive:

I tre aspetti ora ricordati [i concetti chiave del lavoro abbreviato] non mancano
nel concetto machiano dell’economia del pensiero: anch’egli riconosce l’utilità
dell’esperienza umana accumulata e della sua trasformazione in forme concettuali,
e sottolinea la meravigliosa economia della comunicazione, dovuta al linguaggio.
Ma la sua idea centrale è di carattere epistemologico; si tratta cioè non tanto di una
legge empirica, quanto di un principio metateorico che può servire a regolare il
22
R. ARDIGÒ, Il quadruplice problema della gnostica, in Opere Filosofiche, vol. X,
Padova, Draghi, 1907.

56
LA FONDAZIONE DELLA PSICOLOGIA IN ARDIGÒ 57

lavoro di sistemazione delle teorie scientifiche; o meglio, si tratta di una legge


23
empirica, trasformata in un principio epistemologico .

L’idea centrale della dottrina ardigoiana del lavoro abbreviato è invece di


carattere più propriamente euristico. I progressi della scienza e dell’uomo in
generale trovano spiegazione e vengono in qualche modo garantiti dalle
opportunità offerte dal linguaggio alla nostra specie. E’ interessante
sottolineare come Ardigò insista sul nesso conoscenza-linguaggio
sostenendo che i progressi dell’uomo debbano essere cercati non in qualche
forma di “trinceramento genetico” delle abilità e conoscenze acquisite nel
tempo, ma piuttosto nell’articolarsi del linguaggio che ha reso possibile
tramandare il sapere mediante un codice alternativo a quello dei geni, ha
reso cioè possibile il più duttile “trinceramento nella tradizione”24.
La riflessione sul linguaggio conduce Ardigò ad interrogarsi sui
molteplici modi che esso offre di strutturare la realtà. Nell’articolo
Relatività della logica umana25 egli sostiene che sia profondamente errato
pensare che l’uomo modelli la realtà col «suo stampo logico sempre uguale
a se stesso» poiché «lo stampo unico è una chimera».26 La critica serrata ad
ogni forma di a priori, siano essi intuizioni, categorie o strutture logiche
esperite dalle generazioni precedenti ed ereditate geneticamente, induce
Ardigò a considerare il pensiero, nelle sue molteplici manifestazioni, come
emergente dall’esperienza individuale. Esso è quindi il risultato della
interazione del soggetto, inteso come organismo dotato di una funzionalità
cerebrale, con il suo ambiente. L’individuo struttura il mondo in funzione
delle esperienze vissute, così che non è l’uomo che domina col proprio
pensiero la realtà, ma questa che si insinua in lui dominandolo27. La logica
umana si diversifica in funzione dei contesti di apprendimento in cui vive il
soggetto e le modalità con cui si struttura la realtà possono essere
revisionate e riarticolate qualora si presentino «formazioni nuove
progressive»28. Queste ultime vengono garantite all’umano sapere per via
ereditaria. Coerentemente con la dottrina del lavoro abbreviato e con il ruolo
attribuito al linguaggio nella trasmissione delle conoscenze, si tratta non di
una qualche forma di eredità biologica, che fisserebbe geneticamente le
strutture logiche rendendole a priori, ma di una eredità culturale che forgia
dall’esterno la mente umana orientando il modo stesso di articolare il
pensiero:

23
W. BÜTTEMEYER, Ardigò e Mach, art. cit., p. 125.
24
Cfr. KARL. R. POPPER, La conoscenza e il problema corpo-mente, Bologna, Il Mulino,
2000, pp. 107-139.
25
R. ARDIGÒ, Relatività della logica umana, in Opere Filosofiche, vol. III, Padova, Draghi,
1885.
26
R . ARDIGÒ, Relatività della logica umana, op. cit., p. 442.
27
Cfr. R. ARDIGÒ, Relatività della logica umana, op. cit., p. 444.
28
R. ARDIGÒ, Relatività della logica umana, op. cit., p. 445.

57
58 IRENE FRANZOSI

Il lavoro logico solo in piccolissima parte è un prodotto individuale: e, nella


parte immensamente maggiore, è un prodotto collettivo; e quindi nell’individuo è,
per questa parte maggiore, importazione dal di fuori. La logica comune di un
europeo del secolo decimonono è l’accumulamento dei lavori logici di tutti i
precedenti fissati nel patrimonio cogitativo generale e imposto ad esso
indeclinabilmente dalla educazione, dalla lingua, dalle istituzioni, dall’arte, dalla
29
convivenza.

Sicuramente manca in Ardigò la trattazione dei criteri in base ai quali


valutare il rigore logico e la correttezza formale dei vari modi in cui l’uomo
può strutturare il mondo; manca cioè l’approfondimento di tematiche che
saranno al centro dell’empirismo logico del Novecento. Del resto Ardigò
appartiene alla tradizione empiristica e positivistica che fonda la
conoscenza sull’induzione e la prova dei fatti. Le astrazioni, i principi, le
leggi di cui si serve la scienza sono il risultato di un processo induttivo, sono
il prodotto dell’esperienza e la loro relatività consiste nel valere
provvisoriamente finché non vengano modificate o smentite da nuove
osservazioni. In questa prospettiva la validità delle astrazioni si misura
esclusivamente attraverso la ripetizione degli esperimenti poiché «la loro
probabilità cresce col crescere dei casi positivi simili ai già acquisiti».30
E’ evidente come il tentativo di pervenire ad una fondazione scientifica
della psicologia abbia condotto Ardigò a confrontarsi con le questioni di
metodo ed inevitabilmente con le fondamentali problematiche
epistemologiche. Per quanto opinabile possa essere l’approccio positivistico
adottato dal filosofo mantovano nell’affrontare tali questioni, va ricordato
che Ardigò è stato tra i primi in Italia a rendere noti i più recenti metodi e
nozioni della psicologia ottocentesca e a contrapporli alla psicologia
razionale della tradizione, sgomberando il terreno psicologico dalla
speculazione metafisica e dalle implicazioni spiritualistiche del concetto di
fenomeno psichico. Ciò gli ha assicurato la stima dei maggiori
rappresentanti della psicologia italiana del suo tempo, Giuseppe Sergi,
Enrico Morselli e Giulio Cesare Ferrari. Proprio Sergi ricorda nelle sue
osservazioni sul contributo dato dagli italiani alla nuova psicologia, che
Ardigò è stato colui «che scrisse primo in Italia, or son più di trentacinque
anni, una Psicologia positiva, nella quale, malgrado l’assenza di
osservazioni sperimentali, si trova il nuovo indirizzo della scienza
psicologica».31

29
R. ARDIGÒ, Relatività della logica umana, op. cit., p. 446.
30
R. ARDIGÒ, Il positivismo nelle scienze esatte e nelle sperimentali, in Opere Filosofiche,
vol. XI, Padova, Draghi, 1918, p. 123.
31
GIUSEPPE SERGI, Il prossimo Congresso internazionale di psicologia, «Nuova
Antologia», vol. CXVI, marzo 1905, pp. 228-230.

58
ARCHÈ, KÓSMOS, ÉRIS. LA TEORIA DEL DIRITTO COME
MODELLO COSMICO ALL’INTERNO DELLA MICRO-

TRADIZIONE DI RICERCA MILESIA

di Ivan Pozzoni

1.
1. IINTRODUZIONE
NTRODUZIONE

Questo articolo ha come intento e desiderio di ricostruire etica e teoria


del diritto introdotte all’interno della cultura occidentale da un rilevante
settore della tradizione di ricerca Pre-socratica;1 vedrò di considerare infatti

1
Oltre la reale consistenza storica della tradizione di ricerca, lo stesso termine “Pre-
socratici” non è universalmente condiviso dalla dottrina moderna. Per una visione dottrinale
divenuta tradizionale il termine “Pre-socratici” è ritenuto esaustivo. Si consultino in tale
senso classici della storia della filosofia antica come C.A. BRANDIS, Handbuch der
Geschichte der griechisch-romischen Philosophie, Berlin, G.Reimer, 1866 o E. ZELLER,
Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung, trad. it. La filosofia dei
Greci nel suo sviluppo storico, Firenze, La Nuova Italia, 1932. Per altri studiosi invece
resterebbero meno onerosi in chiave ricostruttiva termini come “Pre-attici” o “Pre-sofisti”
(F.UEBERWEG, Grundriss der Geschichte der Philosophie des Altertums, Berlin,
E.S.Mittler, 1920). Per rifiutare l’uso tradizionale del termine non mi sembra sussistano
motivi considerevoli. La dottrina moderna è invece indirizzata sulla strada della cautela:
«… evitiamo di trattare i primi pensatori della Grecia come “precursori” […] i “precursori”
non sono in ultima analisi altro che oggetti artificiali ottenuti mediante una lettura
all’indietro della storia» (J. BERNHARDT, I Presocratici: da Talete ai Sofisti, in F.Châtelet
(a cura di), Storia della filosofia pagana, Milano, Rizzoli, 1976, p. 13).

59
60 IVAN POZZONI

morale e teoria del diritto dei Milesii (Talete, Anassimandro, Anassimene).


La moderna critica sulla scuola milesia non si è ancora mostrata realmente
interessata nei confronti di tali tematiche; pochi ricercatori hanno
considerato con interesse concetti e nozioni della teoria della società e della
teoria del diritto dei Pre-socratici.2
In realtà la dimensione etico-sociale – insieme alla teoria dell’essere e della
natura – può essere considerata una sorta di teoria del cosmo e non è
corretto prescinderne o disconoscerne la rilevanza. Politica, etica, diritto e
società - secondo la nostra tesi- non devono essere trascurati o dimenticati
all’interno della discussione culturale di tale tradizione di ricerca. Pur
trovando scarse conferme dirette nella dottrina antica tale tesi è assai amata
da diversi autori moderni che ne indicano come antecedenti etici i racconti
“omerici”, la trattazione esiodea e i versi dei lirici.3
Dove si collocano etica e teoria del diritto all’interno della teoretica
dei Milesii? Per la dottrina del ‘900 teoria del diritto, etica e teoria della
società non rivestivano un ruolo rilevante nei discorsi della Pre-
socratica;4 unicamente alla fine del secolo scorso è iniziato un cammino
di rivalutazione del ruolo della Praktischen Philosophie nella loro
meditazione culturale. E’affascinante la tesi di uno dei massimi storici
della filosofia del secolo scorso,5 Rodolfo Mondolfo, il quale sostiene
che nei presocratici la conoscenza sociale sarebbe antecedente alla

2
Il riconoscimento della rilevanza di teoria sociale e teoria del diritto nella riflessione
letteraria dei Pre-socratici è merito del monumentale scritto W.J. JAEGER, Paideia: die
Formung der griechischen Menschen, trad.it. Paideia: la formazione dell'uomo greco,
Firenze, La Nuova Italia, 1946. Gli studi di Vernant e Mondolfo si inseriscono nella
traiettoria dell’autore tedesco. Della medesima idea è l’innovativa – benché non recente-
Storia della filosofia del diritto di Fassò (G. FASSÒ, Storia della filosofia del diritto, Roma-
Bari, Laterza, 2001, 11).
3
Per una esaustiva ricostruzione della teoria morale dei momenti storico-culturali
antecedenti alla Pre-socratica si veda G. REALE, Storia della filosofia greca e romana,
Milano, Bompiani, 2004, vol.II, pp. 13-26. Trabattoni sulla scia di Reale scrive «La
riflessione sull’uomo, sul suo comportamento privato e pubblico, sia in relazione agli altri
uomini, sia in relazione alle divinità, nella Grecia arcaica è contenuta soprattutto nei
componimenti poetici (a partire da Omero ed Esiodo fino ai poeti lirici, tragici e comici)»
(F. TRABATTONI, La filosofia antica, Roma, Carocci, 2003, p. 44).
4
Parte della dottrina moderna sottolinea come la letteratura meno recente sottovaluti la
centralità di morale e teoria del diritto dei Presocratici. Essa sottolineatura è sostenuta da
autori come Fassò (G. FASSÒ, Storia della filosofia del diritto, cit., p. 12) e Trabattoni (F.
TRABATTONI, La filosofia antica, cit., p. 44). Parte della dottrina moderna invece – con
Abbagnano, Severino, Reale, Barnes e Châtelet – nei testi di massima diffusione sembra
disinteressarsi della situazione, evitando di accennare alla teoria del diritto dei nostri autori.
5
Cfr. R. MONDOLFO, Natura e cultura alle origini della filosofia, in W.Leszl (a cura di), I
Presocratici, Bologna, Il Mulino, 1982, 223-255. Per un ulteriore esame meno circoscritto
si veda l’intero scritto R. MONDOLFO, Alle origini della filosofia della cultura, Bologna, Il
Mulino, 1956, pp. 3-86; la medesima tesi è sostenuta recentemente in E.Paresce, La
Giustizia nei Presocratici, Cosenza, Rubbettino Editore, 1986.

60
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 61

coscienza.66. A parere di Mondolfo sin dalla weltanschauung del mito i


contesti umani sono simbolo dell’universo cosmico. Premessa
dell’umanizzare è aver coscienza dell’umano; umanizzando il divino il
mito dimostra di avere dominio su tutto ciò che è umano. L’individuo
antico matura il desiderio di avvicinarsi ai misteri dell’universo, dinnanzi
a cui nascono timore e ansia. Per rimuovere tali stati d’animo ciascuno
ricorre ad un’attività di interpretazione e inizia a tradurre l’insondabile
secondo schemi mentali umani, sia utilizzando come modelli attributi e
caratteristiche umani individuali sia servendosi dei concetti della società
e del diritto. Concretezza sociale e certezza del diritto sono rimedi contro
la natura inquietante dei misteri del cosmo. Carenti di uno specifico
vocabolario le teorie del cosmo dei Pre-socratici si servono dei modelli
concettuali di etica, società e diritto. Oltre a caratterizzarsi come
traduzione la teoria del cosmo dei Pre-socratici è ottimamente descritta
dalla metafora della maschera.77. La teoria del cosmo dei nostri autori è
racconto del contesto civile dell’ellenicità arcaica attraverso schemi
concettuali di etica, teoria sociale e teoria del diritto mascherati sotto
sembianza di termini eminentemente naturalistici. Perché una maschera?
Potrebbe essere stato il timore di subire danni nelle abbondanti discordie
civili che caratterizzarono l’esordio dell’età classica ellenica,8 o il timore

6
Cfr. R. MONDOLFO, Natura e cultura…, cit., 226-228. Per l’antecedente immediato di tale
intuizione oltre ai meno immediati Feuerbach e Marx si consideri la riflessione scientifica
della teoria storico-culturale sovietica. Per Vygotskij «Potremmo formulare come segue la
legge genetica generale dello sviluppo culturale: ogni funzione nel corso dello sviluppo
culturale del bambino fa la sua apparizione due volte, su due piani diversi, prima su quello
sociale, poi su quello psicologico […] Dietro a tutte le funzioni superiori e ai loro rapporti
stanno geneticamente delle relazioni sociali, relazioni reali tra gli uomini» (L.S.Vygotskij,
Istorija razvitija vyssich psichiceskich funkcij, trad.it. Storia dello sviluppo delle funzioni
psichiche superiori e altri scritti, Firenze, Giunti Barbèra, 1974, 201-202). Per Leont’ev
invece successivamente: «La coscienza dell’uomo, come la sua stessa attività non sono
additive. Non è una superficie, né un contenitore riempito di immagini e di processi. Non è
neppure un nesso tra le sue singole “unità”, ma il movimento interno dei suoi costituenti,
incluso nel generale movimento dell’attività, che costituisce la vita reale dell’individuo
nella società. L’attività umana costituisce la sostanza stessa della sua coscienza» (A.N.
LEONT’EV, Dejatel’nost’, soznanie, liƙnost’, trad.it. it. Attività, coscienza, personalità,
Firenze, Giunti Barbèra, 1977, p. 138). L’avvento della modernità ha condotto a ricusare
senza distinzione tutti i dualismi scaturenti dall’alternativa ereditarietà/ cultura; di tale
tendenza è sintomatico il volume collettaneo J. KLAMA, L’aggressività, realtà e mito,
Torino, Bollati Boringhieri, 1991.
7
La natura eminentemente metaforica della narrazione milesia è sottolineata sin dall’inizio
dall’articolo W. KRANZ, Gleichnis und Vergleich in der Frühgriechischen Philosophie, in
«Hermes», 73, 1938, pp. 99-122 recentemente utilizzato a mo’ di introduzione nello scritto
A.Lami, I Presocratici: testimonianze e frammenti, Milano, Rizzoli, 1991, pp. 7-47.
8
Per Musti il momento storico successivo alla colonizzazione è caratterizzato in tutto il
mondo ellenico da trasformazioni di ordinamento estremamente violente che conducono
dall’aristocrazia alla tirannide. Già tale situazione è chiara a storici e studiosi classici;
scrive infatti Musti «L’idea di un peggioramento progressivo del regime quanto a rapporti

61
62 IVAN POZZONI

che una umanizzazione eccessiva del mistero conducesse ad accuse di


ateismo,9 o addirittura l’interesse a mantenersi senza macchia in ambito
istituzionale.10 La mancanza di documentazione rende estremamente
ardua una corretta ricostruzione storica.

2. LA DIMENSIONE
2. LA DIMENSIONE ETICO-SOCIALE
ETICO-SOCIALE DELLA DELLA
NARRAZIONE MILESIA
NARRAZIONE MILESIA

La dimensione etico-sociale – a detta di molti autori moderni – non


avrebbe ruolo assai rilevante all’interno della narrazione della scuola
milesia, come accade anche all’interno dell’intera Pre-socratica;
dimensione naturale e teoria dell’essere sembrano dominare la teoria del
cosmo di tutti i Pre-socratici. Queste tesi – assai diffuse nella
manualistica moderna- non sembrano essere tuttavia attendibili. Perché
tale diffusione? Essa deriva dall’esame della letteratura dossografica;
all’interno delle testimonianze dirette e indirette dei/sui nostri autori sono
estremamente ricorrenti termini e concetti connessi a contesto naturale e
universo dell’essere. Pochissimi invece sono i riferimenti alla dimensione
etico-sociale. Come motivare tale sbilanciamento? Molto rilevante è
l’esistenza di contaminazioni successive. Per la dottrina moderna è ormai
chiara l’incidenza che Platone e tradizione aristotelica (Aristotele e
dottrina teofrastea) esercitarono sui testi dei nostri autori. Queste
incidenze indirizzano i contenuti della scuola milesia ora verso un
naturalismo induttivistico (Aristotele e tradizione aristotelica), ora verso
un razionalismo idealistico (Platone). I testi milesii subiscono enormi
contaminazioni; Platone e Aristotele tendono ad attualizzare autori e

con l’aristocrazia, verso una forma più chiaramente tirannica, è così comune a tutta la
tradizione» (D. MUSTI, Introduzione alla storia greca, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 58).
A medesime conclusioni è condotto l’autore dello studio A. Mele, Legislatori e tiranni, in
AA.VV., Manuale di Storia Greca, Bologna, Monduzzi, 2003, pp. 78-111.
9
Nel 430 a.c. – a detta di Plutarco – è varato ad Atene un decreto atto ad incriminare chi
introducesse dottrine ateistiche e naturalistiche; si desume che in tutto il mondo ellenico si
diffondessero norme simili, indirizzate a vincolare riflessioni culturali eccessivamente
ardite. Presto sulla scena ellenica suonerà contro Socrate l’accusa di Meleto conservata nel
Metroon di Atene: «Socrate è reo sia di corruzione nei confronti dei fanciulli sia di non
riconoscere le divinità che la città onora, ma altre nuove divinità» [APOL.24.c] (Platone,
APOLOGIA SWCRATOUSKRITWN Milano, Rizzoli, 1994). Il testo usato in tale
edizione è mutuato da J. Burnet (a cura di), Platonis Opera, Oxford, Clarendon Press, 1900.
10
Politici e filosofi – come vedremo- sono in tale momento storico e in tutto il mondo
ellenico i medesimi individui. Gli esordi della cultura ellenica sono caratterizzati da una
commistione indissolubile tra filosofia e amministrazione cittadina. Tra i due settori è trait
d’union la scrittura (D.MUSTI, Introduzione alla storia greca, cit., p. 43). Per una visione di
insieme si consulti G. CAMASSA, Leggi orali e leggi scritte. I legislatori, in S. SETTIS, I
Greci, Torino, Einaudi, 1996, II, 1, pp. 561-576.

62
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 63

dottrine antecedenti.11 Questo dualismo contaminativo Platone/Aristotele


si concretizza in vari settori della narrazione milesia; consideriamone due
casi concreti. C’è il caso della descrizione dell’orientamento taletiano nei
confronti della filosofia. Dal Teeteto di Platone deriva l’aneddoto della
servetta tracia

Come successe a Talete, oh Teodoro, che mentre osservava in alto le stelle


cadde in una buca, e si racconta che una servetta tracia, acuta e ironica,
l’abbia schernito dicendo lui che si curava di conoscere cose celesti e
12
dimenticava ciò che aveva davanti;

il nostro autore è descritto come cultore disinteressato di una ricerca


astratta e universale, molto vicina al modo di intendere la filosofia
esaltato da Platone. Per Platone caratteristica essenziale della meta-
filosofia taletiana sarebbe l’interesse verso il «cielo» dei concetti, contro
una concretezza tutta terrena. Dalla Poetica aristotelica di contro deriva
l’aneddoto dei frantoi:
[…] Poiché, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia,
dicono che, avendo stabilito in base a calcoli astronomici un abbondante
raccolto di olive, ancora nel cuore dell’inverno, avendo una minima somma
di denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio, dando una cifra
irrisoria dato che non ce n’era richiesta alcuna. Quando arrivò il momento
della raccolta, siccome molti cercavano i frantoi, tutti insieme e con urgenza,
li diede a nolo al costo che volle e, raccolte molte ricchezze, dimostrò che ai

11
Cfr. H. CHERNISS, Aristotle's criticism of presocratic philosophy, Baltimore, J.Hopkins
Press, 1935, pp. 50-51 e pp. 106-107 e in relazione alla tradizione teofrastea J.B.
MCDIARMID, Theofrastus on the Presocratic Causes, «Harvard Studies in the Classical
Philology», 61, 1953, pp. 85-156. Da sottolineare tuttavia l’asserzione contraria del Leszl
«La documentazione che Cherniss mette insieme delle distorsioni e altre inadeguatezze
presentate dalle esposizioni aristoteliche è abbastanza impressionante, ma c’è il motivo per
pensare che siano frequenti, da parte sua, le incomprensioni e i casi di partito preso[…]»
(W.LESZL, Introduzione, in W.Leszl (a cura di), I Presocratici, cit., p. 35) con il richiamo al
Guthrie di Aristotle as Historian. Altrettanto recente ma vicina a riconoscere esistenza e
rilevanza delle contaminazioni aristotelico/ teofrastea sulla narrazione milesia è una visione
del Barnes, che scrive: «Moreover, the stream is contaminated. First, many of the later
doxographers were not scholars but silly hacks who, by accident or design, regularly
mutilated or distorted the Theophrastan material; and in any case they had at their disposal
not Theophrastus’original work but some poor epitome and refashioning of it. Second,
Theophrastus himself was not a historical purist: imitating his master, Aristotle […]» (J.
BARNES, The Presocratic Philosophers, London, Routledge & Kegan Paul, 1979, p. 14).
12
Cfr. PLATONE, QEAITHTOS, Roma-Bari, Laterza, 1999, 174 a. Il testo usato in tale
edizione è mutuato dall’edizione di J. Burnet, Platonis Opera, Oxford, Clarendon Press,
1900. Mondolfo attribuisce tale nozione di “neutralità” all’astrattismo idealistico di
Platone; Paresce alla deriva semiotica della teoria dell’essere trasmessa all’ateniese da
Parmenide e dai rimanenti eleati.

63
64 IVAN POZZONI

filosofi è davvero facile arricchirsi, se lo desiderino; e invece non è di ciò


che si curano.13

Qui invece il nostro autore è descritto come cultore interessato a una


ricerca finalizzata al risultato concreto, molto vicina al modo aristotelico
di intendere scienza e filosofia. Per Aristotele caratteristica essenziale
della meta-filosofia taletiana è l’interesse verso la strumentalità della
conoscenza. Nei due aneddoti, che mostrano soluzione di continuità,
Platone e Aristotele delineano due situazioni diverse, ciascuna vicina alla
loro weltanschauung. La scuola milesia è scacchiera su cui i classici
successivi si misureranno con l’arma dell’attualizzazione.
Il medesimo dualismo contaminativo si concretizza altrove. È il caso
della definizione milesia della natura del cosmo, secondo alcuni14
incentrata animisticamente sulla nozione di «motore» e secondo altri15
materialisticamente sulla nozione di «struttura»; tale dualismo è
caratteristico dell’intera letteratura intorno alla tradizione milesia.
Prevale tra l’altro in termini numerici l’incidenza della contaminazione
aristotelica; da ciò deriva l’assunto moderno della intrinseca
naturalisticità della scuola milesia. Questa ad una visione scarsamente
attenta e adulterata dalle contaminazioni aristoteliche sembra essere in
via esclusiva una filosofia della natura orientata a trascurare la
dimensione etico-sociale. Ma Aristotele – come sostiene correttamente
Cherniss16– manca di metodo storico nella sua rivisitazione della Pre-
socratica, tendendo ad aristotelizzare tutta l’attività culturale antecedente;
dona al suo naturalismo validità retroattiva, attribuendo alle dissertazioni
della scuola milesia una caratteristica esclusiva che esse in realtà hanno
in via accessoria e traducendo in essenziale un attributo che in realtà è
unicamente uno tra i vari attributi di tale tradizione di ricerca. La
dissertazione milesia non conduce esclusivamente alla costituzione di
una teoria della natura. Essa introduce – come vedremo- una articolata
teoria del cosmo. Qualora si trascuri la dimensione etico-sociale il
tentativo ricorrente di ricondurre la scuola milesia all’ottica naturalistica
si mostra riduttivo; oltre alla necessità di de-aristotelizzare l’esordiente
Pre-socratica, a rifiutare tale riduzionismo naturalistico concorre un
ulteriore motivo. Pur non trascurando un contesto assai esteso di carenza
13
Cfr. ARISTOTLE, Politics, London, Harvard University Press, vol. XXI, 1944, 1.1259a. La
traduzione è a cura di H.Rackham.
14
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, Die fragmente der Vorsokratiker, trad. it. I Presocratici.
Testimonianze e frammenti, Roma-Bari, Laterza, 2004, [11, A, 3]. Per citare ciascun
frammento dei Pre-socratici ci serviremo delle indicazioni critiche – divenute oramai
classiche – del Diels. Gli Scholia Platonis di Esichio sottolineano come all’interno della
scuola milesia la motricità dell’essere cosmico sia nozione centrale.
15
Cfr. ivi, cit., [11, A, 12] [11, A, 13] e [11, A, 14]. Questa situazione si rinnova con
Anassimandro e Anassimene.
16
Cfr. H.CHERNISS, Aristotle's criticism of presocratic philosophy, cit., 13-15.

64
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 65

documentaria, si riesce a dimostrare con una certa sicurezza come tutti i


nostri autori siano uomini di amministrazione e di diritto. Talete è tenuto
in enorme conto dall’amministrazione cittadina di Mileto tanto da
riuscire ad introdurre una consulenza di diritto internazionale17;
Anassimandro è ricordato come deduttore di colonie.18 Tra i Milesii
alcuni sono nomoteti, altri condottieri coloniali.19 Come sostenere senza
dubbio d’errore che uomini così vicini ad amministrazione civile e diritto
abbiano trascurato totalmente di considerarne valore e rilevanza?
E’sintomatica l’asserzione su Talete contenuta nelle Vite dei filosofi:
«[…] successivamente all’amministrazione cittadina si diede all’analisi
dei fenomeni naturali […]».20
Questo «successivamente» che ad un’occhiata disattenta rischia di
mostrarsi scarsamente significativo, è in realtà indice di una intensa
rilevanza, conscia o inconscia, della dimensione etico-sociale nella teoria
milesia del cosmo. Per avvalorare tale tesi devono bastare rari riferimenti
documentali, non essendo alcuna ricerca sulle fonti filosofiche
antecedenti a Platone caratterizzata da una situazione di abbondanza
testuale; se si trascura la dimensione etico-sociale ciascun accostamento
ermeneutico alla sotto-tradizione milesia, come all’intera tradizione Pre-
socratica, risulterà fuorviante. Per una corretta ricostruzione di tale scuola
anzitutto occorrerà un abile intervento di de-aristotelizzazione; e in
seconda battuta converrà sottolineare termini e concetti occulti o
manifesti di etica e teoria del diritto.

3. CAUSA,
3. CAUSA ORDINAMENTO
, ORDINAMENTO E NARRAZIONE
E SANZIONE NELLA SANZIONE MILESIA
NELLA
NARRAZIONE MILESIA

Giustificata la rilevanza della dimensione etico-sociale all’interno


della narrazione milesia, è conveniente circoscrivere tematicamente tale
dimensione; strumenti idonei ad introdurre una esaustiva analisi etico-
sociale sono etica e teoria del diritto. Un attento esame dei testi milesii in
relazione all’etica conferma la tesi – introdotta da autori come Barnes e
17
Cfr. ERODOTO, ISTORIAI, Milano, Mondadori, 1956, I-170. Il testo usato in tale
edizione è mutuato da P.E.Legrand, Hérodote. Histoires, Paris, Société d’Edition “Les
Belles Lettres”, 1932-1954.
18
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, Die fragmente der Vorsokratiker, trad. it. I Presocratici.
Testimonianze e frammenti, cit., [12, A, 3].
19
Guida costituzionale e conduzione di colonizzazioni sono caratteristiche oramai
costantemente attribuite a tutti i milesii dalla moderna storia dell’antichità; la letteratura
storica recente sottolinea senza esitazioni tale dato, estendendolo ai membri di altre sotto-
tradizioni di ricerca. Sintomatici sono i casi del Murray (O. MURRAY, Early Greece, trad.it.
La Grecia delle origini, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 209-303) e del Davies (J.K. DAVIES,
Democracy and Classical Greece, trad.it. La Grecia Classica, Bologna, Il Mulino, 1996,
pp. 218-220).
20
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [11, A, 1].

65
66 IVAN POZZONI

Reale21– secondo cui sia l’assenza del meta-discorsivo ad ostacolare


l’introduzione di una coerente scienza etica. Non ci sono indizi di
sostenere l’esistenza di un’etica milesia; né documenti che mostrino
esistenza di discorsi morali. Le morali “omerica”, esiodea e liriche non
sembrano trovare continuazione nella scuola milesia. La narrazione
milesia allo stato delle cose non ci sembra comunicare né discorsi morali
né discorsi etici.
Pur in assenza di considerazioni morali o etiche i filosofi di Mileto
sembrano accostarsi in via indiretta e con un certo interesse ai discorsi su
diritto e istituzioni. Non ci sono – ad eccezione di determinate citazioni
anassimandree- riferimenti diretti a contesto e vocabolario del diritto;
tuttavia benché dissimulati ad arte si riconoscono interessanti richiami ai
tre nuclei ius-filosofici centrali della Pre-socratica (norma; ordinamento;
sanzione). È possibile tratteggiare la teoria del diritto milesia attraverso
la realizzazione di un’attenta ricostruzione de-aristotelizzante, idonea a
svincolare i discorsi etici e sociali milesii da schemi naturalistici e onto-
teorici successivi. Prenderò innanzitutto in considerazione la nozione di
causa normativa, interessante ai fini della definizione del concetto di
norma; successivamente delineerò l’evoluzione del termine “cosmo”,
strumentale alla descrizione della nozione di “ordinamento”; infine mi
accosterò brevemente alle celebri enunciazioni anassimandree relative
alla rilevanza di sanzione e contenzioso arbitrale sulla nascita del cosmo.
Procedura e diritto sanzionatorio incidono massimamente coi loro
vocabolari e coi loro meccanismi sui tentativi milesii di decifrare i
misteri cosmici. Norma, ordinamento e sanzione trovano nella scuola
milesia i tre antecedenti culturali di causa (¢rc»), cosmo (kÒsmoj) e
contesa (œrij).

3.1 La nozione di ¢rc» tra divinità e causa normativa


Nella concezione milesia del mondo le nozioni di norma e di causa si
intersecano in maniera costante. L’idea strettamente metafisica di un
essere “accomunante” e quella naturalistica di una materia innata unite
all’intuizione etico-sociale di una entità normativa universale concorrono
21
Cfr. G. REALE, Storia della filosofia greca e romana, cit., vol. II, p. 36 dove si asserisce
che «[…] tutti i filosofi presocratici come moralisti non andarono oltre il piano della
“sentenza” intuitivamente colta […] E quei filosofi che, come i Pitagorici, Eraclito ed
Empedocle, andarono, in certa misura, oltre questo tipo di saggezza morale, lo poterono
fare sulle basi della visione dell’uomo e della vita che essi attinsero dalla fede orfica […]».
La tesi sostenuta dal Barnes secondo cui «If Aristotle’s predecessors did not study the art of
ratiocination, they were expert in its practice; if they were not logicians, they were thinkers
of depth and power» (J. BARNES, The Presocratic Philosophers, cit., p. 3) e accolta in
maniera assoluta da certa moderna manualistica non è accettabile in toto. Pur se non
riuscirono a costruire esaustive etica e meta-etica i milesii cercarono di arrivare – attraverso
armi e strumenti della metafora e in molti casi inonsciamente – ad una coerente meta-
cosmica (meta-teoria del diritto mascherata).

66
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 67

– all’esordio della cultura ellenica- ad introdurre e costruire la nozione di


¢rc».22 È caratteristica di tutta la scuola di Mileto riconoscere l’esistenza
di una matrice ancestrale idonea a sostanziare e ad accomunare l’intera
moltitudine dei fenomeni reali (realtà). Questa intuizione verte su
condizioni normative che spesso sono state trascurate dalla critica
moderna. Con la scuola milesia nasce e si evolve la nozione sottile di
causa normativa. Per dimostrare la tesi secondo cui la narrazione dei Pre-
socratici verrebbe intensamente contaminata o – in maniera assai meno
realistica- deriverebbe in toto da tracce etico-sociali, è ottima mossa
ricostruttiva sottolineare la normatività di un concetto tanto centrale nello
strumentario filosofico milesio come la nozione di ¢rc». E’chiaro un
frammento anassimeneo
Come l’anima, ch’è aria, tutto accomuna,
così essa amministra il mondo intero23,

coadiuvato da una testimonianza indiretta aristotelica su Anassimandro:


Perciò – come diciamo – esso [l’infinito anassimandreo] non ha inizio
materiale ma sembra essere inizio di tutto, e abbracciare e amministrare tutto
ciò che rimane […].24

Oltre a caratterizzarsi come matrice naturale25 o sostanza accomunante26


la causa milesia «domina», «amministra», è norma dell’intero mondo;
l’idea di causa non si distacca – come detto- dall’idea di norma. L’¢rc» è
causa normativa dell’universo, della realtà e delle istituzioni. Da una
nozione anzitutto umana – sociale – si individua l’ordine cosmico;
22
Come il termine kÒsmoj, il termine ¢rc» sottende tre versioni semantiche. Cosa si
nasconde sotto tale maschera sintattica? Per il riduzionismo naturalistico esso è materia
innata dell’universo; secondo rilettura metafisica e onto-teorica è sostanza accomunante di
tutti i fenomeni; in base ad una visione etico-sociale è entità normativa dell’intero cosmo
(autorità). Se desiderassimo non cedere dinnanzi ad alcun riduzionismo, dovremmo
considerare l’¢rc» milesio come materia idonea ad accomunare e ad amministrare tutti i
contesti.
23
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [13, B, 2].
Primo termine di metafora è il verbo sugkratšw, che senz’ombra di dubbio nell’uso di base
richiama all’ambito dell’autorità e della sovranità; secondo termine di metafora è il verbo
perišcw, con caratteristiche semantiche molto simili. L’intera struttura sintattico/ semantica
del brano richiama all’ambito del diritto costituzionale.
24
Cfr. ivi, cit., [12, A, 15]. Un’asserzione simile è contenuta nella refutatio contra omnes
haereses di Hippolytus, dove è scritto «Costui dice che natura delle cose è una certa natura
dell’infinito, da cui nascono cieli e ordinamento che v’è in essi. Essa è eterna e
insenescente, e amministra tutti i mondi» [12, A, 11]. Quest’ultima testimonianza non deve
essere riletta alla luce di coloro che introducano una teoria sincronica dell’infinità dei
mondi; in Anassimandro c’è traccia scarsamente criticabile di diacronicità.
25
Cfr. ivi, cit., [11, A, 12] e [13, B, 1].
26
Cfr. ivi, cit., [11, A, 13b], [11, B, 3] e [12, A, 9].

67
68 IVAN POZZONI

normalità naturale nasce come normazione. Quale è allora la natura di


tale causa normativa? Plutarco – su indicazione aristotelica – riferisce in
merito a Talete contaminazioni orientali ed “omeriche”:27
Pensano [i sacerdoti egizi] che anche Omero, come Talete, considerò l’acqua
come inizio e matrice di tutto, avendolo sentito dagli Egizi: infatti Oceano è
Osiride, Tetide è Iside che tutte le cose alleva e nutre.28

Qualora si desideri includere Talete – sulla scia anassimandrea e


anassimenea e sebbene non esistano conferme documentali – nell’ambito
della teoria della causa normativa, è necessario sottolineare la
discontinuità della sua teoria del cosmo rispetto a quelle anelleniche
antecedenti e ammetterne una certa continuità con la tradizione
“omerica”. Per Talete il fatto che «tutto sia ricco di divinità»29 e che
l’universo intero nasca da essa e sia amministrato da essa (condizione di
normatività) conducono ad introdurre una sorta di teoria della divinità
normativa, comune in alcuni tratti alle narrazioni “omerica” e esiodea.
L’intuizione di una divinità come norma d’una materia caotica è
caratteristica delle teorie del cosmo elleniche30; con la rimanente scuola

27
Cfr. U.HÖLSCHER, Anassimandro e l’inizio della filosofia, in W. Leszl (a cura di), I
Presocratici, cit., pp. 259-274. Qui – come è accaduto con la dottrina della reincarnazione
sostenuta dalla Schola Pythagorica- nasce la tentazione di attribuire alla filosofia ellenica
derivazione orientale. Hölscher in momenti diversi scrive: «L’idea che si presenta a Talete
è quella del mare originario, che regge la terra ed è il fondamento di ogni forma di vita;
un’idea nuovissima per dei Greci, per i quali il mare era “ciò che non porta frutto”» (p. 265)
e « la sua dottrina che la terra galleggi sull’acqua è troppo singolare e troppo simile alla
rappresentazione dominante in Oriente per poter prescindere, nella spiegazione, dal
confronto con quei miti» (p. 262). Questo articolo è tradotto dal classico U.HÖLSCHER,
Anaximander und die Anfänge der Philosophie, «Hermes», 81, 1953, 255-277. Di contro in
maniera convincente Nicola Abbagnano scrive: «L’osservazione decisiva che bisogna fare
a proposito di questa tesi (derivazione orientale della filosofia ellenica) è che, se anche si
presume […] la derivazione orientale di alcune dottrine della Grecia antica, ciò non implica
anche l’origine orientale della filosofia greca […] La filosofia greca è ricerca» (N.
ABBAGNANO, Storia della filosofia, Torino, UTET, 2003, vol.I, p. 4).
28
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [11, A, 11]; la
medesima indicazione è contenuta in ARISTOTLE, Metaphysics, London, Harvard
University Press, voll.XVII-XVIII, 1933, 1.983 b (traduzione a cura di H.Tredennick). Più
che i culti di Iside/ Osiride, estesisi all’interno del mondo ellenico anzitutto durante l’età
ellenistica – come sostenuto in F.W. WALBANK, The Ellenistic World, trad.it. Il mondo
ellenistico, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 230- riferimenti taletiani dovrebbero essere i culti
arcaici oceanici babilonese (Thiamat) o nilotico (Nun/ Naunet).
29
Cfr. ivi, cit., [11, A, 1 (27)]. La medesima tesi è sostenuta in [11, A, 3], dove Esichio
definisce “cosmo” come œmyucon e daimÒnwn pl»rh. Panteismo orfico o banale
contaminazione successiva?
30
Cfr. O. MURRAY, La Grecia delle origini, cit., pp. 113-188. Chiarito antecedentemente
come ciascuna teoria del cosmo ellenica arcaica debba essere considerata stilisticamente e
contenutisticamente – come il mito babilonese- «mito di successione», tale autore individua
in esse teorie soltanto, e non nei miti babilonesi e nilotici, la connotazione di mito di

68
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 69

milesia si assiste ad un coerente cammino sulla strada della


«secolarizzazione31» di tale norma cosmica, cammino che arriverà a
risolversi nelle conclusioni eraclitee sulla natura necessitante e oltre-
divina (mo‹ra) della norma. All’interno della tradizione milesia è vivo un
dibattito indiretto (inconsapevole?) tra teoria della divinità normativa e
teoria della causa normativa. In Talete – come sostiene Plutarco – v’è un
interessante riferimento alla divinità normativa “omerica”. L’Ûdwr
taletiana è simbolo di divinità (marina) normativa: come il mare domina
(abbraccia e sostiene) tutto, così la divinità domina (amministra e norma)
il cosmo. Per Talete sostenere che l’acqua è causa del cosmo – attraverso
la mediazione dell’enunciazione «tutto è divinità» –equivale ad asserire
che la natura del cosmo è divina. Nel contesto taletiano divinità è causa
normativa del cosmo; non c’è distacco dalla teoria del diritto “omerica”,
dove norma è comando divino e ordine è derivazione divina.
L’innovazione è interamente anassimandrea; la causa normativa con
costui ci rimette in divinità, avanzando in indeterminatezza.
E’indicativa una testimonianza indiretta:
Tra chi asserisce che vi sia un unico inizio, in movimento e infinito,
Anassimandro [...] ha detto che inizio e sostanza di tutto è l’indefinito […] E
dice che esso non sia né acqua né altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra
natura infinita […].32

Sebbene resti immateriale, la matrice/sostanza taletiana in Anassimandro


si discosta dall’ambito del divino. Questo allontanamento tuttavia non
avviene in maniera drastica; l’¥peiron anassimandreo sembra mantenere
attributi e caratteristiche divini come immortalità e indistruttibilità.33
Esiste una causa normativa non divina del cosmo; con Anassimandro è
imboccata la strada verso la teoria della causa normativa, su cui
continuerà a camminare Anassimene. C’è sistematica trasformazione di
contesti divini in contesto umano, mediante ricorso allo strumento
dell’indeterminatezza semantica.
La narrazione milesia sulla causa cosmica si chiude con Anassimene. La
causa anassimenea – come si è detto- è immediatamente normativa, e

creazione o di costituzione dell’universo. Per Paresce tale continuità normativa tra mito
antecedente e teoria del cosmo milesia non sussisterebbe (E. PARESCE, La Giustizia nei
Presocratici, cit., p. 109).
31
È sintomatico il sottotitolo dello scritto F. CAVALLA, La verità dimenticata. Attualità dei
Presocratici dopo la secolarizzazione, Padova, CEDAM, 1996. La secolarizzazione verso
cui costoro si sono incamminati oltre duemila anni or sono rimane interessante chiave di
lettura nei confronti del cammino verso la secolarizzazione iniziato (e in molti casi
concluso) dalle moderne società occidentali.
32
Cfr. H.DIELS- W.KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [12, A, 9].
33
Cfr. ivi, cit., [12, B, 3]. Oltre alla testimonianza aristotelica, molte altre fonti raccolte da
Diels si riferiscono all’¥peiron utilizzando vocabolario divino.

69
70 IVAN POZZONI

consiste nel meno materiale tra i costituenti materiali: l’aria.


Dall’asserzione taletiana «tutto è ricco di divinità» si arriva
all’enunciazione anassimenea «tutto è aria»34. Poiché – come in
Anassimandro- tale costituente cosmico (aria) mantiene titolatura e
attribuzioni divine e siccome una certa indeterminatezza non è
abbandonata35, la rottura con la riflessione culturale taletiana non si
mostra critica; ma in Anassimene la causa normativa si svincola con
decisione dall’ambito del divino. Mentre Cicerone confonde la rinunzia
anassimandrea e anassimenea a distaccarsi in toto dalla divinità con una
dichiarazione di teo-normativismo36, il volontarismo medioevale e la
agostiniana Refutatio contra omnes haereses sembrano assicurare
massima efficacia descrittiva. Per Agostino infatti

[…] Anassimene [..] non rifiuta o tace la divinità; tuttavia credeva non che
l’aria fosse stata creata dal divino, ma che il divino fosse stato creato
dall’aria.37

Nella Refutatio contra omnes haereses è sostenuta la medesima


concezione:
Anassimene di Euristato, anch’esso di Mileto, disse che matrice è aria
infinita e che da essa derivano tutte le cose che si costituiscono, che si sono
costituite e che si costituiranno, divinità e cose divine, mentre tutto ciò che
rimane viene da ciò di cui essa è causa.38

Questa sorta di “Eutifrone cosmico” anassimeneo conduce alla tesi –


contraria alla tradizione “omerica”- della derivazione del divino dalla
matrice/ sostanza ancestrale; la norma non deriva dal divino, ma Dio
dalla norma. Anassimene – come citato- scrive con estrema chiarezza:
Come l’anima, ch’è aria, tutto accomuna,
così essa amministra il mondo intero.

L’innovativa visione anassimenea della “causa” (¢rc») anzitutto indica in


maniera embrionale una valida alternativa al teo-ius-normativismo
“omerico”; successivamente si candida ad introdurre un serio tentativo di
34
Cfr. ivi, cit., [13, A, 8] e [13, A, 23].
35
Cfr. ivi, cit., [13, A, 1].
36
Cfr. ivi, cit., [13, A, 10]. Cicerone nel De natura deorum scrive: «Poi Anassimene
decretò che l’aria è divinità, che è causata, immensa, infinita e costantemente in movimento
[…]», e continua con una dura critica nei confronti di tale identificazione tra causa e divino
ritenuta – a torto- di matrice anassimenea.
37
Cfr. ivi, cit., [13, A, 10]. Più valida sembra essere la tesi dell’autore africano. Non è
l’unico contrasto tra costui e Cicerone in merito alla dottrina della divinità nella scuola
milesia [12, A, 17].
38
Cfr. ivi, cit., [13, A, 7].

70
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 71

costruire una teoria del cosmo materialistica, moderato dal ricorso


insistente all’indeterminatezza semantica. E’un materialismo
normativistico a condurre i milesii ai confini del territorio della
tradizione culturale antecedente.
Per riassumere. La scuola milesia insiste su un cammino di
«secolarizzazione» dell’¢rc»; esso è considerato come causa normativa.
Pur non dimenticando l’esistenza di una serie di carenze documentali
attinenti all’intera Pre-socratica, se Talete non si distacca dalla tradizione
“omerica” e esiodea mantenendo la teoria della divinità normativa,
Anassimandro e Anassimene si indirizzano verso un ius-normativismo
meno teista (teoria della causa normativa). Talete mostra con la
tradizione culturale antecedente una certa continuità, caratterizzata da un
mutamento di vocabolario e di metodo di ricerca39; Anassimandro mostra
una moderata discontinuità, ricorrendo allo strumento
dell’indeterminatezza semantica (¥peiron); Anassimene mostra invece
una marcata discontinuità, incamminandosi con decisione sulla strada del
materialismo cosmico e normativo. Non v’è totale rottura tra sotto-
tradizione milesia e tradizione culturale ellenica antecedente; sebbene
mostri in embrione determinati contenuti innovativi, il normativismo
milesio non si introduce come elemento di rottura nei confronti della
tradizione culturale antecedente.

3.2 Cosmo come ordinamento: una concezione nascente


La narrazione culturale dei Pre-socratici è innanzitutto teoria del cosmo;
tale assunto sottende un interessante accostamento tra nozione antica di
cosmo e nozione moderna di ordine/ ordinamento. La nozione di kÒsmoj –
come il termine ¢rc»- è semanticamente rilevante all’interno della sotto-
tradizione milesia; e sembra essere dotata di attributi simili alle
caratteristiche riconosciute ad ordinamenti istituzionali nella storia della
teoria del diritto.
Nella narrazione taletiana è contenuta un’idea di cosmo strutturata sulla
distinzione tra sostanza e movimento. Così si intuisce dalla testimonianza
indiretta delle Vite dei filosofi, dove è scritto che Talete «Considerava
l’acqua sostanza di tutto, e che il mondo è animato e ricco di divinità»;40e in
Scholia Platonis: «Disse che sostanza costitutiva è l’acqua, e che il cosmo è
animato e ricco di divinità.»41

39
Cfr. E.Paresce, La Giustizia nei Presocratici, cit., 103-104.
40
Cfr. H. DIELS- W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [11, A, 1 (27)].
41
Cfr. ivi, cit., [11, A, 3]. La concezione barnesiana della causa taletiana come «animator»
dell’universo nasce dall’attenta considerazione dei vocaboli ˜myuc…a ed œmyucon usati nei
due frammenti antecedenti (J. BARNES, The Presocratic Philosophers, cit., pp. 6-7);
l’attributo di essere «sostanza» dell’universo comunicato con il termine stoice‹on non
riesce a nascondere chiare contaminazioni filosofiche successive. Probabilmente tra

71
72 IVAN POZZONI

Le due ricostruzioni storiche tradizionali della scuola milesia – quelle di


Aristotele e Platone – sembrano convenire; in Talete cosmo è sostanza
“divina” e movimento “divino”. All’enunciazione «tutto è ricco di divinità»
si affianca l’enunciazione «tutto è anima», dove il termine “anima” è
sinonimo abbastanza recente del termine “moto” (tradizione cristiana). È il
caso classico – ricordato da Aristotele – della calamita.42 L’estrazione divina
del movimento è ben presente nella seguente testimonianza:

Talete sostenne […] che tutto è animato […] e infatti la volontà divina si
43
trasmette all’umido elementare mettendolo in movimento.

Movimento e sostanza cosmici derivano dalla divinità. Non c’è – come


sostenuto dalla manualistica moderna – rilevante rottura nei confronti della
tradizione ellenica antecedente.
Oltre ad essere sostanziato e mosso dalla divinità/simbolo, il cosmo – a detta
di Talete – è caratterizzato da unità; come un ordinamento sembra vivere
sull’attributo della coerenza, l’ordine verte sulla nozione di unità. L’unità
taletiana – attraverso mediazione successiva della nozione di armonia
introdotta dalla Schola Pythagorica e dalla narrazione democritea – è radice
antichissima del concetto moderno di coerenza44. Benché estremamente
sintetica e ridotta ai minimi termini, la testimonianza di Aezio è chiara: «Per
Talete e i suoi alunni uno è il cosmo».45
Cosmo è allora struttura coerente di costitutivi mossi dall’incidenza
divina. E se riconoscessimo valida una testimonianza di Galeno
riusciremmo a retrodatare l’intuizione non di molto successiva (Ferecide

sostanziazione e animazione, unicamente la seconda è riconducibile con minor difficoltà


all’autonoma narrazione milesia.
42
Cfr. H. DIELS- W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [11, A, 22].
Questo frammento del De Anima aristotelico recita «Pare anche che Talete – a che si
ricordi- abbia considerato l’anima come cosa atta a muovere, se disse che una calamita è
dotata d’anima muovendo il ferro». Dove Platone tende a sottolineare una visione statica
del cosmo, la tradizione aristotelica ne introduce una dinamica. Per ulteriori riferimenti si
vedano Diels/ Kranz [11, A, 22] e [11, A, 1 (27)] e [11, A, 3].
43
Cfr. ivi, cit., [11, A, 23]. Per il nostro autore struttura cosmica (sostanza e movimento) è
subordinata all’incidenza divina. L’umido ancestrale taletiano (causa normativa) si mostra
di derivazione divina.
44
La nozione antica di “armonia” è semanticamente molto vicina alla nozione moderna di
“coerenza”. Nella discussione iusfilosofica di Bobbio coerenza è “assenza di antinomie”:
«Perché si possa parlare di un ordine, bisogna che gli enti costitutivi non siano soltanto in
rapporto col tutto, ma siano anche in rapporto di compatibilità tra loro» (N. BOBBIO, Teoria
Generale del diritto, Torino, Giappichelli, 1993, 201). Per una visione innovativa e
analitica di coerenza come “chiusura” si consulti l’articolo A.G. CONTE, Completezza e
chiusura, in Scritti in memoria di Widar Cesarini Sforza, Milano, Giuffrè, 1968, 157-169 e
riedito in A.G.Conte, Filosofia del linguaggio normativo I, Torino, Giappichelli, 1989, 31-
53.
45
Cfr. H. DIELS- W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [11, A, 13b].

72
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 73

di Siro)46 della relazionalità tra costituenti cosmici, antecedente culturale


di una visione sistemica del cosmo. Per Galeno Talete ritiene che
I tanto decantati quattro elementi, di cui diciamo che l’acqua è il primo e lo
poniamo quasi unico elemento, si mescolano tra loro ai fini di
un’aggregazione e coagulazione e unione delle cose terrestri.47

Pur se l’ Ûdwr ne è costituente dominante, vivrebbe in Talete – su


testimonianza di Galeno- l’intuizione dell’esistenza di una serie di
relazioni tra costituenti cosmici; cosmo sarebbe allora serie di relazioni
tra costituenti cosmici. L’accettazione della testimonianza di Galeno
rimane tuttavia azzardo ricostruttivo.
Con Anassimandro è mantenuta la distinzione taletiana tra sostanza e
movimento cosmici. Pure in costui – come in Talete- “causa” è sostanza e
insieme movimento. È riconosciuta come sostanza in una testimonianza
ciceroniana: «[Anassimandro] disse che infinita era la sostanza di cui tutto è
costituito»;48 è invece considerata movimento in una ulteriore testimonianza
indiretta: «Anassimandro – concittadino di Talete – dice che eterno
movimento è matrice […]».49
Per Anassimandro l’¥peiron (indefinito) è ciò di cui tutto si sostanzia e
ciò che tutto muove; è misura idonea a sostanziare e muovere la realtà.
Venendo meno la teoria della divinità normativa, cade la derivazione
divina di movimento e sostanza sottolineata all’interno della riflessione
taletiana. Anassimandro sulla scia del concittadino asserisce in maniera
meno riduttiva l’idea della relazionalità cosmica. Oltre a sostenere la tesi
secondo cui esisterebbe una stretta relazione tra costituenti cosmici,
afferma la tesi secondo cui esisterebbe una relazione (normativa) tra
costituenti cosmici e cosmo. Nelle Vite dei filosofi è riferita una breve
asserzione anassimandrea:«[…] i costituenti mutano, ma il tutto è
immutevole […]».50
Parti cosmiche – se non risulta essere azzardata la traduzione in
“costituenti” – e cosmo intero sono subordinati a norme di divenire
46
Cfr. ivi, cit., [7, A, 9]. Dalle testimonianze risulta che «Ferecide è d’accordo, ma vi
introduce costituenti diversi. Parla di Zas, Ctonia e Crono […] e sostiene che Zas è ciò che
amministra, Ctonia è ciò che è amministrato e Crono ciò in cui tutto è amministrato»; Probo
testimonia la teoria del diritto ferecidea nei termini del diritto costituzionale. Preferibile è
tale lettura alla testimonianza successiva di Ermia, subordinata ad intense contaminazioni
aristoteliche.
47
Cfr. ivi, cit., [11, B, 3]. Sono estremamente rari i riferimenti a tale commento di Galeno
all’interno della letteratura critica moderna. Può essere conveniente invitare la dottrina
moderna ad accostarvisi.
48
Cfr. ivi, cit., [12, A, 13].
49
Cfr. ivi, cit., [12, A, 12]. Si consideri anche la testimonianza «Pose come causa una
natura infinita, e considerava come matrice dei cieli l’eterno movimento d’essa» [12, A,
10].
50
Cfr. ivi, cit., [12, A, 1 (1)].

73
74 IVAN POZZONI

diverse; sostenere che «i costituenti cosmici mutino» e che «l’intero


invece sia immodificabile» vuole dire riconoscere l’esistenza di due
diversi status ontici all’interno dell’universo cosmico. L’intero cosmo
differisce dalla somma dei suoi costituenti; medesima idea è sostenuta in
una ulteriore testimonianza, dove si asserisce che tra “causa” indefinita e
cosmo esista una relazione (normativa)51. L’ordine cosmico –
riassumendo – non si limita ad essere relazione normativa tra costituenti,
ma è serie di relazioni tra costitutivi cosmici e tra cosmo e costitutivi
stessi. C’è in Anassimandro - allo stato embrionale – una concezione
molto moderna di sistema52.
Da Anassimene non nascono idee innovative in materia; è ribadita –
come nei due milesii antecedenti- la tesi della strutturazione duale del
cosmo, secondo cui aria sarebbe sostanza e movimento della realtà53.
Niente altro.
La teoria del cosmo milesia nasconde due orientamenti; oltre ad
essere teoria descrittiva – e in alcuni casi normativa- si mostra meta-
cosmica (nello stesso senso in cui è usato il termine “meta-etica”), e trae
vocabolario da una teoria dell’ordinamento. Pur desiderando descrivere
essenza/ natura e modi di costituzione dell’universo la narrazione milesia
è descrizione del cosmo e meta-discorso sul cosmo comunicati attraverso
vocabolario e schemi mentali del diritto. Il riconoscimento del dualismo
tra sostanza e movimento cosmici è una costante all’interno della scuola
milesia. Può non essere scorretto identificare nel dualismo sostanza/
animazione una radice del successivo dualismo cose/ idee, matrice del
nocivissimo dualismo moderno esistenza/essenza. C’è una ulteriore
costante teorica, cioè una visione idonea a considerare cosmo o come
ordine armonioso (Talete) o come sistema (Anassimandro). Per Talete
cosmo è struttura coerente di costituenti mossa dall’incidenza divina;
con Anassimandro tale nozione rimane orfana della divinità e si
individua in una serie di relazioni (normative) tra costituenti cosmici e tra
cosmo e costituenti medesimi.

51
Cfr. ivi, cit., [12, A, 11]. E’all’interno della enunciazione ™x Âj g…nesqai toÝj oÙranoÝj
kaˆ tÕn ™n aÙto‹j kÒsmouj che il termine kÒsmoj assume in tutta la sua rilevanza un senso
molto vicino alla nozione di “ordinamento” (contro la traduzione eccessivamente
naturalistica di A. LAMI, I Presocratici: testimonianze e frammenti, cit., p. 133).
52
Questa visione di sistema è raccolta nella modernità da autori come Bertalanffy (L.
BERTALANFFY, General System theory, trad.it. Teoria Generale dei sistemi, Milano,
Mondadori, 2004), Watzlawick (P. WATZLAWICK, Pragmatics of human communication: a
study of interactional patterns pathologies, and paradoxes, trad. it. Pragmatica della
comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1997) e Bateson (G. BATESON, Steps to an
ecology of mind, trad.it. Verso un'ecologia della mente, Milano, Adelphi, 2004).
53
Cfr. H. DIELS- W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [13, A, 5] e
[13, A, 6].

74
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 75

3.3 Diritto Penale e Procedure tra restaurazione e contesa


Come abbiamo rilevato altrove, l’interesse verso la nozione di
sanzione è assai ridotto all’interno della tradizione di ricerca dei Pre-
socratici; vi sono rare eccezioni, e all’interno della scuola milesia
Anassimandro è una di esse. Primo tra tutti è Acusilao ad interessarsi di
Diritto Penale54. Per i primi filosofi sanzione è reazione ad una
antecedente violazione dell’ordine divino, indirizzata ad una retribuzione.
Successivamente per Democrito sanzione extra-morale è coazione
esterna, caratterizzata dall’inflizione di una sofferenza e di rinforzi fisici
e introdotta dalla reazione sociale alla violazione di una norma scaturente
dall’ordinamento. C’è in Democrito – unico tra i filosofi presocratici –
una teoria del diritto articolata; egli umanizza diritto e sanzione, aprendo
così la strada della teoria del diritto antica verso l’umanizzazione. Gli
interessi del secondo milesio si indirizzano verso concetti che –
all’interno di una coerente moderna teoria del diritto – non devono essere
trascurati: sanzione e conflitto. Mentre Talete e Anassimene non si
curano del Diritto Penale, Anassimandro in un suo celebre frammento
descrive il funzionamento del cosmo mediante un vocabolario incentrato
sulla nozione di sanzione. Il nostro autore scrive:

Costituente di ciò che esiste è l’indefinito da dove tutto deriva e ottiene


distruzione secondo necessità. Gli esseri costituiti scontano a vicenda
sanzione al loro crimine secondo ordine del divenire.55

Questo brano è ricco di varianti semantiche e suscettibile di innumerevoli


conversioni ermeneutiche; molti autori moderni vi si sono cimentati56 ,56,
senza riuscire ad ottenere conclusioni concordi. Per Anassimandro causa
normativa è matrice di creazione e distruzione. Ciascun «essere» nasce

54
Cfr. ivi, cit., [9, B, 9a]. [9, B, 14] e [9, B, 40]. Tre sono i cardini della narrazione
iusfilosofica di Acusilao: sanzione è reazione ad una antecedente violazione; sanzione è
interamente immersa in un contesto di sacralità; funzione della sanzione è retribuzione.
Non è molta la distanza dalla teoria “omerica” della sanzione.
55
Cfr. ivi, cit., [12, B, 1]. Nella celebre asserzione anassimandrea – la cui autenticità mai è
stata seriamente messa in dubbio- assumono estrema rilevanza semantica i termini d…kh e
t…sij. L’inserimento del termine ¢ll»loij (Hermann Usener) conduce ad escludere liceità e
convenienza di versioni mistiche o onto-teoriche dell’enunciazione.
56
Cfr. E. PARESCE, La Giustizia nei Presocratici, cit., pp. 120-124. Paresce introduce un
breve resoconto delle riletture novecentesche di tale celebre frammento (Heidel; Jaeger;
Mondolfo; Maddalena; Paci; Guerin). E’interessante l’idea jaegeriana della tribunalizietà
dei contrasti tra costituenti cosmici (W.J. JAEGER, Die Theologie der fruhen griechischen
Denker, trad. it., La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1962, p.
182). Più accettabile – sebbene assai datata- è tuttavia la visione moderata del Guerin (P.
GUERIN, L' idee de justice dans la conception de l'univers chez les premiers philosophes
grecs, Paris, F.Alcan, 1934, p. 38), indirizzata indirettamente a conciliare rilettura
iusfilosofica jaegeriana e visione sociologica mondolfiana sui contrasti anassimandrei come
rimozione delle lotte civili milesie.

75
76 IVAN POZZONI

ed è distrutto da tale causa universale; la nascita di un «essere» sembra


essere motivo della distruzione di un altro. C’è una concezione
diacronicamente ciclica della esistenza, dove tra i due estremi della
creazione e della distruzione sembra valere una relazione di necessità. E’
l’¢n£gkh (nel caso concreto creè) a caratterizzare una certa idea di
retributività, intercorrente tra «esseri» cosmici. Se nascita di ciascun
«essere» è sanzione della distruzione dell’altro, la nascita dell’uno
retribuisce la distruzione dell’altro; ciascuna nascita rimedia
inesorabilmente ad una distruzione. E la retribuzione avviene «secondo
necessità», e «secondo ordine del divenire». Non v’è tuttavia una
concezione meramente retributivistica delle relazioni tra «esseri»
cosmici, dato che le idee di necessità e ordine razionale sembrano
definire tale concetto anassimandreo come restaurativo. Le relazioni tra
costituenti cosmici si caratterizzano come restaurative, e la sottostante
nozione di sanzione è indicata come restaurazione di un ordine violato.
L’idea di una retribuzione volta a restaurare un ordine violato si traduce
dal contesto del diritto all’ambito della teoria del cosmo. Ancora una
volta i discorsi di morale e diritto contribuiscono a dare voce ad una
teoria senza vocabolario.
Questo è l’unico riferimento diretto o indiretto della scuola milesia
all’ambito del Diritto Penale. Oltre ai riferimenti alla sanzione, ritorna in
Anassimandro la metafora della contesa, suscettibile di richiamare
l’ambito moderno delle procedure. Processo e cosmo sembrano essere
strettamente connessi nella narrazione anassimandrea. Come non vedere
nei due metaforici «esseri» anassimandrei – essere in nascita e essere in
distruzione, attore e convenuto – il contendere dinnanzi ad una
istituzione tribunalizia arcaica (arbitrato; assemblea cittadina; sovrano)?
Dove c’è contrasto tra interessi o richieste diversi, l’accettazione
dell’interesse/richiesta
dell’interesse/ richiesta di un individuo sanziona l’inesistenza
dell’interesse/richiesta di un altro; la nascita del diritto di uno è sanzione
(rimedio) necessaria e secondo ordinamento della distruzione del diritto
altrui. La richiesta interesse tradotta in diritto cadrà necessariamente
vittima di una successiva richiesta/interesse; e così via. La ciclicità
dell’ordinamento deriva dall’alternarsi di richieste/interessi individuali
(Jaeger) o sociali (Mondolfo) indirizzata alla costituzione del diritto. La
dialettica tra interessi/richieste contrastanti è madre dell’ordinamento. E’
assecondata una nozione di vendetta assai lontana dall’idea introdotta e
concretizzata dal diritto tribale, dove disconoscere una richiesta/diritto
non conduce alla cancellazione dei diritti del reo e del suo clan,
scatenando all’infinito antinomie tra diritti e retribuzioni (vendette).
Questa visione è confortata dalla testimonianza della tradizione

76
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 77

teofrastea:«La nascita delle cose avviene mediante distacco dei contrari a


causa di incessante movimento.»57
Come il conflitto giuridico (nella forma azione/eccezione caratteristica
della tradizione ellenica dall’istituto “omerico” dell’‡stwr ai sistemi
cittadini delle d‹kai58 e della litis contestatio romana59) è condizione di
individuazione dell’interesse o del diritto astratti, così il conflitto cosmico
anassimadreo è condizione di individuazione delle cose. E’ l’¥peiron in
movimento ad amministrare tale conflitto, “svelando” l’individuazione
delle cose dalla sostanza cosmica.60 L’ordinamento cosmico – nei termini
dell’ordinamento di diritto- considera come suoi motori contesa e
conflitto. Aristotele introduce una lettura simile delle tesi anassimandree
dove scrive: «Gli altri credono che dall’uno si dividano i contrari in esso
contenuti, come Anassimandro.»61
All’interno della narrazione anassimandrea v’è intensa continuità tra
dimensione etico-sociale e cosmo; sembra che le tesi di Mondolfo
trovino massima conferma. Benché la tradizione milesia viva in una
situazione di carenza documentale e di scarso interesse nei confronti
delle tematiche del Diritto Penale, l’intervento anassimandreo sulle
nozioni di sanzione e contesa mostra i limiti di una visione riduttiva della
teoria milesia del cosmo. Anassimandro si distacca dal retributivismo
morale (vendetta) delle tradizioni tribali e nel caso concreto da quello
“omerico”, e in un breve frammento introduce un retributivismo
57
Cfr. H. DIELS-W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [12, A, 9].
Numerosissimi nella letteratura ellenica (Omero; Eschilo; Sofocle; Senofonte; Erodoto;
Tucidide) sono i casi in cui il termine tÒ ™nant…oj indica contrarietà civile (convenuto;
avversario; fazione civile).
58
Per una breve visione d’insieme del diritto ellenico si consultino E. CANTARELLA, Diritto
Greco, Milano, CUEM, 1994 e IDEM, Profilo di Diritto Greco antico, Milano, CUEM,
2004; il diritto “omerico” è esaustivamente trattato in IDEM, Norma e sanzione in Omero,
Milano, Giuffrè, 1979. Per una visione d’insieme delle istituzioni elleniche si vedano il
classico V. EHRENBERG, Der Staat der Griechen trad.it Lo stato dei Greci, Firenze, La
Nuova Italia, 1980 e il recente G.Poma, Le istituzioni politiche della Grecia in età classica,
Bologna, Il Mulino, 2003.
59
Per una esaustiva trattazione della storia del diritto romano si consulti l’oramai classico
G. SCHERILLO- A. DELL’ORO, Manuale di storia del diritto romano, Bologna, Cisalpino,
1997. Per una esaustiva trattazione delle istituzioni iusromanistiche si considerino il mai
datato F. PASTORI, Gli istituti romanistici come storia e vita del diritto, Bologna, Cisalpino,
1993 e il recente G. SCHERILLO- F. GNOLI, Diritto romano, Milano, Led, 2005. La
trattazione dei fondamenti dell’ordinamento di diritto romano è riservata all’intramontabile
F. SCHULZ, Prinzipien des römischen Rechts, trad.it. I principi del diritto romano, Firenze,
Le Lettere, 1995.
60
Potremmo sostenere nei termini del diritto moderno come causa normativa (Grundnorm
kelseniana) dell’ordinamento sia condizione d’individuazione (in senso statico) e
costituzione (in senso dinamico) di interessi e diritti astratti (H. KELSEN, Reine Rechtslehre.
Einleitung in die rechtswissenschaftliche Problematik, trad. it. Lineamenti di dottrina pura
del diritto, Torino, Einaudi, 1952, 98-99).
61
Cfr. H. DIELS-W. KRANZ, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., [12, A, 16].

77
78 IVAN POZZONI

moderato incamminato sulla strada della restaurazione. Per costui


sanzione è restaurazione dell’ordine violato; e contesa è condizione di
individuazione anzitutto di diritti o interessi, e di crimini in seconda
battuta.

4. CONCLUSIONI
CONCLUSIONI

Per una corretta analisi della scuola milesia è necessario introdurre


avvertenze di metodo comuni a quello relative all’intera Pre-socratica.
Della carenza documentaria caratteristica della Pre-socratica sono vittime
anzitutto i Milesii; nessuna sotto-tradizione di ricerca – ad eccezione
della Schola Phytagorica – mostra così tanta mancanza di testi e
documenti diretti o indiretti. Per Talete, Anassimandro e Anassimene
esistono rare testimonianze dirette, e assai scarsi sono i riferimenti
(indiretti) della dottrina antica. Molte testimonianze indirette restano
vittima di contaminazioni introdotte dalle successive tradizioni di ricerca
(Platone e Aristotele). Mancanza e contaminazioni rendono oltremodo
onerosa l’attività ricostruttiva dello studioso moderno. Come contrastare
vittoriosamente tali ostacoli? Dove l’ermeneutica testuale (analisi
filologica; esame dossografico) non riesca ad arrivare, rimarrà
conveniente accostarsi allo strumento coadiuvante dell’ermeneutica
contestuale basato sullo strumentario delle scienze umane e della ricerca
storica62. Nel caso concreto della scuola milesia tali due strumenti
ermeneutici non dovranno essere indirizzati verso teoria della natura –
come asseriscono alcuni – o teoria dell’essere – come dicono altri – o
dimensione etico-sociale, ma dovranno essere usati nei confronti di una
teoria che includa non riduttivamente le tre anime e i tre sensi del termine
kÒsmoj (natura; essere; diritto). I filosofi di Mileto sono iniziatori di una
teoria del cosmo. Prima di tutto e di tutti sono filosofi, e filosofi del
cosmo.
L’analisi delle «adiacenze esistenziali63» dei nostri tre autori verte su
esame del contesto individuale (scienze della mente) ed esame del
contesto storico-sociale (storia e scienze sociali).
62
Mentre recentemente si assiste ad una dannosissima settorializzazione di studi e ricerche
su autori antichi, tale metodo multi-culturale si è evoluto in maniera estesa nel secolo
scorso in autori oramai divenuti classici come Mondolfo (R. MONDOLFO, Alle origini della
filosofia della cultura, cit.), Farrington (B. FARRINGTON, Science in antiquity, trad.it. La
scienza dell’antichità, Milano, Longanesi, 1978), o Klemm (F. KLEMM, Technik: eine
Geschichte ihrer Probleme, trad.it. Storia della tecnica, Milano, Feltrinelli, 1966) e in
attività meno datate e meno classiche come la ricerca del Paresce e l’attuale attività
dell’equipe di Trabattoni all’Università degli Studi di Milano.
63
Per “adiacenza esistenziale” di un individuo si intende ciò che Kurt Lewin definisce in
maniera costante come «ambiente» all’interno di tutta la sua attività di scienziato della
mente e scienziato sociale. Per Alfred J. Marrow – massimo studioso di Lewin- l’ambiente
lewiniano «[…]include tutti i fatti che esistono per la persona ed esclude quelli che per essa

78
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 79

In diversi momenti della storia e della vita alcuni uomini maturano il


desiderio di accostarsi all’ “insondabile”; tuttavia davanti al mistero
nascono frustrazione ed ansia64. Questi uomini, al fine di rimuovere tali
stati d’animo, si servono di una attività di ridimensionamento (ri-
contestualizzazione); essi iniziano a tradurre l’“insondabile” secondo
schemi mentali familiari all’umanità, e usano come modelli attributi
individuali e concetti sociali. Così è accaduto all’esordio della cultura
occidentale. L’uomo antico matura il desiderio di accostarsi alla divinità
e all’universo. Per rimuovere ansia e frustrazione nei confronti del
mistero riconduce divinità e universo ai casi della vita individuale e
sociale; motore della razionalità occidentale è riduzione della natura
inquietante del mistero. Prima nel tracciato delle divinità
antropomorfiche aediche; e successivamente sulla via della laicizzazione
attraverso la socio-morfizzazione della tradizione di ricerca milesia.
D’altro canto con il crollo dei macro-stati micenei i territori ellenici si
incamminano in maniera decisa verso decentramento urbano e
istituzionale. La caduta dei centri sovrani (Micene; Tirinto; Pilo; Gia;
etc…) conduce i rari insediamenti suburbani (¥sth) della Grecia centrale
e meridionale a situazioni di autonomia; durante il medioevo ellenico
nasce in forma embrionale la struttura della pÒlij, e al wanax miceneo si
sostituiscono basile‹j “omerici” sostenuti da strutture consultive
aristocratiche (gerous…a). Pluralismo urbano, decentramento e stabilità
aristocratica caratterizzano l’orizzonte ellenico sino al termine dell’VIII
secolo. È la stessa conformazione territoriale ellenica a mettere in crisi
tale sistema. Come l’Italia, la Grecia è contraddistinta da un territorio
montuoso intercalato da rare ed eccezionali distese coltivabili; autarchia
economica derivata dalla scomodità delle comunicazioni viarie e carenza
di terra sono attributi comuni a tutte le realtà urbane del mondo ellenico
antico. Questa carenza di terra, acuita dalla concentrazione delle colture
nelle mani delle aristocrazie, è causa storica di due fenomeni straordinari:
colonizzazione e tirannidi. La mancanza di terra, connessa all’incremento

non esistono. Esso abbraccia bisogni, scopi, influenze inconsce, convinzioni, fatti di natura
politica, economica e sociale e tutto ciò che potrebbe avere un effetto diretto sul
comportamento» (A.J. Marrow, The practical theorist: the life and work of Kurt Lewin,
trad.it. Kurt Lewin fra teoria e pratica, Firenze, La Nuova Italia, 1977, 46). In L. Mecacci,
Storia della psicologia del novecento, Roma-Bari, Laterza, 1998, 75, Mecacci ribadisce:
«L’ambiente psicologico non è il mondo fisico, geografico o socio-economico. Quando si
parla di spazio di vita si deve intendere non lo spazio fisico entro il quale si muove un
individuo, ma uno spazio di vita psicologico», di cui un individuo ha un’esperienza
soggettiva più o meno cosciente».
64
Può essere conveniente accostarsi alla nozione concreta di “dubbio reale e vivente”
introdotta dalla narrazione culturale di Peirce, James e Dewey (Pragmatism/Pragmaticism)
contro la tendenza cartesiana astratta ad intuire un “dubbio universale”. Per i tre americani
unicamente “dubbio reale e vivente” è motore di conoscenza, essendo idoneo a contrastare
l’insoddisfazione (stress) dell’incoscienza.

79
80 IVAN POZZONI

delle nascite successiva all’VIII secolo, conduce alla necessità storica di


contrastare l’eccessivo aumento della cittadinanza attraverso
l’introduzione di colonie (e di nuovi modelli amministrativi e
costituzionali); la mancanza di terra, connessa alla concentrazione
fondiaria, conduce a dure richieste di distribuzione delle terre (lotte
sociali e aumento delle controversie relative ai diritti reali)65. La
narrazione milesia sembra riferirsi con una certa ricorrenza a tale
contesto sociale: interesse verso nuovi modelli amministrativi;
riconoscimento della ineluttabilità della contesa sociale; sostituzione del
diritto civile alla vendetta rituale come metodo di risoluzione delle
controversie. La razionalità occidentale nasce dal tentativo dell’uomo
ellenico di vincere la natura stressante del mistero subordinandola alle
certezze della tecnica; e anzitutto alla certezza della massima tecnica di
costruzione sociale: la tecnica del diritto.
È stato utile narrare tale cammino di mito e razionalità verso
l’umanizzazione servendosi di alcuni interessanti concetti della moderna
teoria del diritto come riferimento ricostruttivo (norma;
ordine/ordinamento; sanzione; contesa). L’usare concetti moderni su
materiali antichi “carenti” e “contaminati” può condurre ad introdurre nei
confronti di essi una reale ri-costruzione, idonea, mediante debita
attualizzazione, a non condannarli a restar lettera morta e a riportare
l’assonnato uomo moderno sulla strada del dibattito e della discussione
razionale.
Proverò ora a riassumere i tratti salienti del mio articolo. Le tradizioni
antecedenti alla Pre-socratica (“omerica”; esiodea; lirica) hanno in
comune tre modi di intendere la dimensione etico-sociale. Norma e bene
sono comandi divini volontari, arbitrari e limitati solamente dalla
necessità naturale. Diritto è qšmij (decreto divino) idonea a convalidare
diritti umani. La sanzione è reazione divina ad una azione umana
deviante. Volontarismo, naturalismo e retributivismo sacralizzati sono i
cardini della teoria ellenica arcaica del diritto.
La scuola milesia insiste su un cammino di «secolarizzazione».
L’¢rc» è considerato come causa normativa. Mentre Talete non si
distacca dalla tradizione “omerica” e esiodea mantenendo una teoria della
divinità normativa, Anassimandro e Anassimene si indirizzano verso un
ius-normativismo meno teista (teoria della causa normativa). Talete
mostra una marcata continuità con la tradizione culturale antecedente;
Anassimandro mostra una moderata discontinuità, ricorrendo allo
strumento dell’indeterminatezza semantica (¥peiron); Anassimene

65
Oltre alla letteratura storica moderna citata anteriormente si consulti C. ORRIEUX- P.
SCHMITT PANTEL, Histoire grecque, trad. it. Storia Greca, Bologna, Il Mulino, 2003, pp.
59-145. Nei confronti del mito della colonizzazione ellenica antica si veda l’ottima ricerca
L. BRACCESI, I Greci delle periferie, Bari-Roma, Laterza, 2003.

80
LA TEORIA DEL DIRITTO NEI MILESI 81

mostra invece una marcata discontinuità, incamminandosi con decisione


sulla strada del materialismo cosmico e normativo. Non v’è totale rottura
tra sotto-tradizione milesia e tradizione culturale ellenica antecedente.66
Dinnanzi ad un cambiamento che avrebbe corso il rischio di risultare
dissacrante in relazione ai loro contesti esistenziali, Anassimandro e
Anassimene usano come antidoti indeterminatezza semantica e
attribuzione alla “causa” di titolature divine. Nei confronti della restante
Pre-socratica la scuola milesia si situa all’interno della corrente
tradizionalista secondo cui norma sia o comando divino o necessità
naturale (Esiodo; Eraclito; Schola Pythagorica), e non mera convenzione
o artefatto umani (Archelao; Democrito; Anassarco). Per Anassimandro
ed Anassimene infatti norma – se si accetta di considerare
simbolicamente sostanza e motore taletiani- è struttura materiale e
naturale, caratterizzata dall’attributo della necessità. C’è distacco dal teo-
normativismo della tradizione “omerica” senza tuttavia arrivare ad
umanizzare in toto norme e diritto obiettivo. Nei confronti della teoria
dell’ordinamento v’è una costante teorica idonea a considerare cosmo o
come ordine armonioso (Talete) o come sistema (Anassimandro). Per
Talete cosmo è struttura coerente di costituenti mossa dall’incidenza
divina; con Anassimandro tale nozione rimane orfana della divinità e si
individua in una serie di relazioni (normative) tra costituenti cosmici e tra
cosmo e costituenti medesimi. L’esordio milesio contiene in nuce tutte le
attribuzioni che caratterizzeranno la successiva teoria dei sistemi e
dell’ordinamento nella modernità. Pur se tale sotto-tradizione di ricerca si
trova in una situazione di carenza documentaria e di scarso interesse nei
confronti del Diritto Penale, v’è un intervento anassimandreo sui concetti
di sanzione e contesa atto a mostrare i limiti di una visione riduzionistica
(natura; essere) della narrazione milesia. Il retributivismo morale
(vendetta) delle tradizioni tribali e quello “omerico” sono abbandonati,
ai fini di introdurre un retributivismo moderato indirizzato alla
restaurazione. Per Anassimandro sanzione è restaurazione dell’ordine
violato; e contesa è condizione di individuazione di diritti, interessi e
crimini. Padre di un modello autonomo e innovativo di “finalità della
sanzione”, Anassimandro contenderà ad autori come Archelao
(retributivismo morale) e Democrito (intimidazione mediante minaccia
normativa) la corona di massimo teorico della sanzione all’interno

66
Nella introduzione (Dal mito al pensiero razionale) alla sua Storia della filosofia
Châtelet ricorda: «È pertanto opportuno non soltanto rifiutare l’immagine di un’evoluzione
lineare, ma anche sfumare gli schemi di continuità o di discontinuità. Indubbiamente
l’analisi dei testi consente di portare in luce “inizi” o “rotture”. Ma ciò che ha inizio
conserva, in parte, ciò contro cui si inizia; e ciò che rompe integra anche elementi di ciò nei
cui confronti bada a distinguersi» (F. CHÂTELET (a cura di), Storia della filosofia pagana,
cit., 11). È viva l’intuizione del pragmatismo moderno: scienza e conoscenza devono
considerarsi come attività collettive.

81
82 IVAN POZZONI

dell’ellenicità arcaica. Grazie all’intervento anassimandreo la scuola


milesia riuscirà a riservarsi un ruolo totalmente innovativo all’interno
della narrazione ius-filosofica della Pre-socratica tutta.
La scuola milesia mostra d’essere una vera micro-tradizione di
ricerca.67 Non sono sufficienti modalità diverse di ricorso alla divinità
come causa universale, una diversa visione della norma e antitetici
contesti di studio a recidere la robusta serie di relazioni che connette i tre
studiosi milesii. Il comune contesto sociale, una vicina forma mentis,
un’evidente affinità di obiettivi e desideri conoscitivi, l’uso della tecnica
e del diritto come modelli utili a narrare contesti sconosciuti come
l’universo, l’esercizio della metafora, teorie del cosmo molto simili
caratterizzano continuità e discontinuità tra Talete, Anassimandro e
Anassimene determinando una indiscutibile tradizione di ricerca. Per
concludere, sosteniamoci di nuovo su una acuta osservazione del Barnes
in merito alla difficoltà e convenienza insieme di accostarci come
moderni alla narrazione milesia:
We know remarkably little about the Presocratics. Their texts are frequently
obscure in content; and they are usually pigmy in extent. A historian of
philosophy who has studied the seventeenth century has difficulties enough;
but he possesses a vast mass of moderately intellegible material, and we
need not despair of costructing a detailed and well-rounded account of the
thought of that period. With the Presocratics nothing like that is true. There
are bright patches of detail, and a few dim suggestions of a more general
pattern of development; more than that we can never expect.68

67
E’ netta una considerazione metaforica del Barnes: «Thales, we may imagine, first
indicated that vast field of intellectual endeavour. Anaximander was the first to map it out;
and his cart, with a few additions and modifications, determined the range and aspirations
of almost all subsequent thought» (J. BARNES, The Presocratic Philosophers, cit., 20).
68
Cfr. ivi, cit., 16.

82
IL CARTEGGIO PIKLER-VAILATI (1892-1908)1

di Renato Pettoello

La prima impressione che si ha, leggendo questo breve carteggio tra


Gyula Pikler2 e Giovanni Vailati è la grande vivacità intellettuale, la
curiosità e l’attenzione per quanto si stava facendo fuori dai confini
nazionali, l’informazione precisa, relativamente al dibattito contemporaneo,
nonostante le difficoltà di comunicazione. Purtroppo possediamo soltanto le
lettere di Pikler. Di Vailati resta l’abbozzo di una cartolina postale, che
segnò l’inizio della relazione con il filosofo, psicologo e sociologo
ungherese, che divenne ben presto un caldo rapporto d’amicizia, alimentato
da una sostanziale affinità intellettuale.

1
La trascrizione delle lettere è in tutto fedele agli originali manoscritti, conservati presso la
Biblioteca del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano (Cfr.
L’Archivio Giovanni Vailati, a cura di L. Ronchetti, Cisalpino, Roma 1998, p. 86). Ogni
intervento dell’autore (sottolineature, cancellature, ecc.) è stato segnalato, sia graficamente,
sia in nota. Le sottolineature sono state rese in carattere corsivo; le doppie sottolineature in
carattere corsivo e grassetto. Le note esplicative sono ridotte all’essenziale. Nel limite del
possibile, si è cercato di ricostruire i riferimenti bibliografici cui si fa riferimento nelle
lettere.
2
Gyula, o Julius, come si firmava quando scriveva in una lingua diversa dall’ungherese,
Pikler (Temesvár 1864-Budapest 1937), professore di filosofia del diritto e di filosofia
politica all’Università di Budapest, dal 1891 al 1819, quando fu costretto a ritirarsi, a causa
delle sue idee politiche. Non è impossibile, come suggerisce Luigi Errera, in una lettera a
Vailati del 28.9.1902, che Pikler sia stato osteggiato anche in quanto ebreo, nonostante la
sua conversione al cristianesimo.

83
84 RENATO PETTOELLO

Quando Vailati, nel marzo del 1892, scrisse a Pikler, questi aveva già
raggiunto una certa notorietà internazionale, con le sue teorie
psicofisiologiche, grazie soprattutto alla pubblicazione di The Psychology of
the Belief in Objective Existence, del 1890. Mentre in Ungheria egli era noto
soprattutto come pensatore politico, sociologo e teorico del diritto,
esponente di spicco del radicalismo progressista, di ispirazione positivista e
scientista – e , proprio per questo, non marxista – che gli costò addirittura
l’allontanamento dall’università; fuori dalla patria era conosciuto soprattutto
come psicologo ed epistemologo.
Nonostante la sua brevità, il carteggio Pikler-Vailati tocca molti temi
di grande interesse, almeno per il dibattito filosofico a cavallo tra l’ottocento
e il novecento, e non è naturalmente possibile darne conto in modo
esauriente qui. Credo però valga la pena di soffermarsi brevemente almeno
su due punti che, per motivi diversi, potrebbero risultare poco chiari al
lettore odierno: il primo riguarda un accenno critico di Pikler nei confronti
di Vailati e il secondo uno scambio epistolare tra Pikler ed Ernst Mach.

Il disaccordo tra Pikler e Vailati, riguarda la natura degli atomi e


l’opportunità, per la scienza, di farvi ricorso. Per capire appieno i termini
della questione è però opportuno riferire preliminarmente, sia pure per
sommi capi, la posizione di Mach sul problema; non foss’altro che perché
Vailati vi si identifica completamente.
Mach si pone in una posizione estremamente critica nei confronti della
teoria atomica e questo, com’è noto, porterà ad un’aspra polemica con
Boltzmann e con Plank. Ad un primo sguardo la posizione di Mach può
sembrare caratterizzata da un atteggiamento di incomprensibile chiusura nei
confronti della nuova scienza e, per così dire, di “retroguardia”. E Mach ha
certamente “torto”, almeno se lo giudichiamo col “senno di poi”; ma la sua
opposizione all’atomismo è tutt’altro che ottusa ed anzi è
epistemologicamente molto interessante.
L’analisi delle sensazioni, osserva Mach, ci dimostra come il dato altro
non sia che un complesso di relazioni e come sia necessario, in ogni caso,
tenere ben distinto il dato dalla misura del dato, l’ente di fatto dall’ente di
ragione. La misura infatti è una semplice determinazione quantitativa di
relazioni: «il concetto di misura è un concetto di relazione, che non dice
nulla di più sulla misura stessa»3. Solo così si può sgomberare il campo da
problemi privi di significato.
Questa impostazione del problema non può che portare ad una
profonda revisione del concetto di materia, concetto che, come del resto

3
E. MACH, Erkenntnis und Irrtum. Reprografischer Nachdruck der Auflage, Leipzig 19265.
Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1991, p. 419; E. MACH, Conoscenza ed
errore, tr. it. di S. Barbera, introd. di A. Gargani, Einaudi, Torino 1982, p. 413 (traduzione
leggermente modificata).

84
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 85

quello di sostanza, è profondamente cambiato di epoca in epoca. Così,


davanti all’estrema varietà dei fenomeni, di cui ormai la fisica si occupa, il
concetto di materia non può essere irrigidito in un unico significato. Ma è
ben questo che fanno i meccanicisti. Ancora una volta, il concetto di materia
è un concetto di relazione, di relazione quantitativa. La materia dunque non
è affatto un dato immediato dei sensi e della percezione, ma il risultato di un
lungo processo di indagine, che vuole definire in termini rigorosi, cioè
puramente quantitativi, le relazioni reali. La materia è un concetto, risultato
e non premessa della ricerca. Si tratta insomma di un concetto ben più
astratto di quello utilizzato dai meccanicisti, in quanto è libero da ogni
rappresentazione intuitiva e proprio per questo più aderente ai fatti.
Analogamente le categorie di sostanza e di causa, così come vengono
utilizzate dai meccanicist, i non sono sufficienti per la nuova scienza. Così
intesi questi concetti non riescono in alcun modo a dare conto dei complessi
nessi che legano i diversi aspetti della realtà, che è il compito proprio della
scienza. Inoltre soltanto prendendo le distanze dal meccanicismo ed
assumendo questa posizione relazionale sarà possibile, agli occhi di Mach,
portare lo studio della psiche umana a livello di autentica scientificità: la
possibilità di concepire anche lo spirito umano come parte della natura
materiale dipende dalle note che si attribuiscono al concetto di materia.
Il principio secondo il quale tutti gli eventi fisici vanno ricondotti a
movimenti di atomi è motivato, a parere di Mach, da una parte dall’esigenza
di pervenire ad una unità della natura e dall’altra dalla convinzione che la
realtà, nel suo fondamento ultimo, non possa essere che una realtà
sostanziale, cioè sempre identica a se stessa. Il movimento è infatti
concepito dai meccanicisti come l’unico processo nel quale l’oggetto
conserva la sua identità. L’atomo ha quindi come sua essenziale proprietà
quella di essere una sostanza invariabile. «L’atomismo moderno – egli
osserva – è un tentativo di mettere a fondamento della fisica la
rappresentazione della sostanza nella sua forma più ingenua e grossolana,
come fa colui che pensa che il corpo sia assolutamente costante»4. Se
l’atomo fosse assolutamente invariabile, la possibilità stessa del moto
sarebbe messa in discussione. Torneremmo cioè alle posizioni eleatiche.
Inoltre se gli atomi fossero assolutamente invariabili ed identici a se stessi,
non si capisce come potrebbero verificarsi le relazioni con gli altri atomi.
Gli atomisti si sono fermati ad uno stadio molto arretrato del processo
scientifico e non tengono conto delle molteplici relazioni che legano le cose
tra di loro e s’immaginano un corpo che non varia se non di posizione. Ma
questo stadio è stato ormai superato, grazie allo studio dei fluidi, del calore,
dell’elettricità, fenomeni che, comunque, l’atomista pretende di poter
ricondurre all’invarianza sostanziale di questo corpo microscopico. Il

4
E. MACH, Die Prinzipien der Wärmelehre. Historisch-kritisch entwickelt, Barth, Leipzig
19002, p. 269.

85
86 RENATO PETTOELLO

meccanicista insomma non fa altro che applicare una concezione della


materia sorta nell’ambito della sensazione immediata, del macroscopico, al
mondo della realtà ultima, del microscopico. Senza contare che neppure
nell’ambito del macroscopico è osservabile una simile invarianza. Non si
tratta però per Mach di negare l’esistenza degli atomi tout court, ma di
negare gli atomi degli atomisti. Il concetto di atomo va liberato da ogni
caratterizzazione intuitiva, da ogni rappresentazione, da ogni immagine, cui
va sostituita la concettualizzazione e la misura. L’atomo è un ente di
ragione. Noi, coi nostri strumenti, non controlliamo atomi, ma fatti atomici.
Il vero oggetto d’indagine non deve essere la “cosa”, ma le relazioni, i
rapporti misurati matematicamente. Insomma «la teoria atomica ha nella
scienza fisica una funzione analoga a quella di certe rappresentazioni
matematiche ausiliari: è un modello matematico per la riproduzione dei
fatti»5.
Gli sviluppi della scienza, di quella stessa scienza che aveva
fattivamente contribuito a costruire, si premureranno di dare torto a Mach.
Proprio la teoria atomica, com’è noto, sarà al centro di una profonda
rivoluzione scientifica. Mach ha dunque il torto di non aver colto i germi di
novità, presenti nelle discussioni sull’atomo; non dobbiamo dimenticarci
però che quando egli scriveva si era ancora lontani dalla teoria del moto
browniano sviluppata da Einstein, e dalla sua conferma sperimentale ad
opera di Perrin, così come dagli sviluppi dell’ipotesi atomica, generati dalle
ricerche di Rutherford e Bohr. Inoltre l’atteggiamento di Mach nei confronti
delle teorie atomiche va inserito nella sua battaglia contro il meccanicismo.
Solo così può essere adeguatamente compresa. Dal punto di vista
metodologico, la sua cautela, addirittura la sua ostilità non pare del tutto
ingiustificata. Così, come talvolta avviene nella storia della scienza, si
potrebbe dire che Mach aveva torto, proprio perché, in un certo senso, aveva
ragione.
Vailati, recensendo le Populär-Wissenschaftliche Vorlesungen (1896)
di Mach, si dichiara sostanzialmente d’accordo con l’Autore, sia nella
critica all’uso inconsapevole di concetti carichi di ambiguità, sia nella critica
al meccanicismo. Concetti centrali nel lavoro dello scienziato, come quelli
di forza, causa, agente, materia, ecc. cambiano profondamente nel corso del
tempo e, nonostante ogni cautela, restano, per così dire, impigliati nel loro
significato meramente intuitivo. «Sarebbe assai strano», osserva Vailati,
«che un’attitudine della mente che ha lasciato una traccia così profonda
nella struttura del nostro linguaggio non ne avesse lasciata alcuna nella
struttura delle nostre concezioni e nelle tendenze della nostra

5
E. MACH, Die Mechanik in ihrer Entwicklung historisch-kritisch dargestellt.
Reprografischer Nachdruck der Auflage, Leipzig 19339. Wissenschaftliche
Buchgesellschaft, Darmstadt 1982, p. 467; E. MACH, La meccanica nel suo sviluppo
storico-critico, a cura di A. D’Elia, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 478.

86
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 87

immaginazione»6. Nonostante ogni nostro sforzo di intendere quei concetti


soltanto come utili simboli, il rischio di sostanzializzarli, di continuare a
farne un uso non scientifico e di dare vita così a problemi illusori resta vivo.
Quanto al meccanicismo, alla pretesa cioè che di spiegare ogni cosa in base
alle leggi meccaniche, non si tratta altro che di indebite estensioni di
analogie, il cui valore non è superiore a quello di mere teorie metafisiche.
La concezione meccanicistica, anziché contribuire a spiegare meglio i
fenomeni naturali, con la sua pretesa assolutistica, non fa altro che bloccare
la ricerca, costringendo la natura ad «entrare nel letto di Procuste dei
preconcetti tradizionali». È innegabile che il meccanicismo ha svolto in
passato un ruolo positivo nello sviluppo della scienza; ma ora è
inesorabilmente superato e va quindi abbandonato: «le teorie e le ipotesi
scientifiche – conclude Vailati – non sono come delle persone a cui siamo in
obbligo di serbar gratitudine pei servigi che ci possono aver resi in passato;
esse debbono essere abbandonate senza pietà e senza rimorso non appena
vengono riconosciute inadeguate all’ufficio per quale sono state foggiate»7.
Le osservazioni di Pikler al testo di Vailati e, indirettamente, a Mach,
nella lettera del 15 febbraio 1897, sono molto interessanti. Se da un lato
dimostrano forse una certa incomprensione della critica machiana al
meccanicismo, dall’altro però sollevano alcuni problemi ontologici di cui
Mach e Vailati con lui non sembravano del tutto consapevoli. Pikler si
dichiara convinto che, nonostante la natura ideale e relativa di ogni ente,
atomi compresi, la scienza non possa fare a meno di ricondurre tutti i
fenomeni ai movimenti e agli urti tra particelle elementari. Inoltre la scienza
non può rinunciare a trovare i principi unificatori di tutti i fenomeni.
L’attuale teoria atomica, osserva Pikler, non è certamente la spiegazione
definitiva dei fenomeni naturali; ma fintanto che non si trova una teoria
unitaria della natura, migliore di questa, non possiamo che muoverci in
questa direzione. Tuttavia, aggiunge Pikler, se è vero che gli atomi non
sono più reali della materia percepita, questo non vuole dire affatto che lo
siano di meno: «gli atomi debbono essere intesi come altrettanto reali di (ma
non più reali di) tutti gli altri fenomeni» (cfr. infra, p. 94
96). Mentre Mach e
Vailati sembrano assegnare uno statuto ontologico superiore al dato, rispetto
agli atomi, intesi come enti ideali, Pikler, proprio in nome del fenomenismo
e della concezione relazionale della scienza, non può accettare che si
riconosca maggiore realtà ai dati che agli atomi. Non vi è nessuna differenza
ontologica; semmai soltanto una differenza di grado, a livello gnoseologico.

6
G. VAILATI, Recensione a E. MACH, Populär-Wissenschaftliche Vorlesungen, Barth,
Leipzig 1896, in G. VAILATI, Scritti, a cura di M. Calderoni, U. Ricci e G. Vacca, Barth-
Seeber, Leipzig-Firenze 1911, p. 61.
7
Ivi, p. 63.

87
88 RENATO PETTOELLO

Il secondo punto sul quale vorrei soffermarmi brevemente riguarda


una discussione tra Pikler ed il suo amico Oszkar Jaszi, che si faceva
promotore delle idee di Durkheim in Ungheria. Durkheim, com’è noto, si
proponeva di analizzare con rigore scientifico i fatti sociali, intesi come
“cose”, del tutto indipendenti dagli individui. I fatti individuali sono
riconducibili a fatti sociali e non viceversa. Questa impostazione spingeva
Durkheim a togliere ogni spazio all’individuale ed a polemizzare con chi
pretendeva di ricorrere a metodi psicologici in sociologa. Sociologia e
psicologia sono del tutto estranee l’una all’altra: «poiché la nota essenziale
dei fenomeni sociologici consiste nella possibilità che essi hanno di
esercitare dal di fuori una pressione sulle coscienze individuali, e non ne
dipendono, ne segue che la sociologia non è affatto un corollario della
psicologia»8. Fedele a questa impostazione Jaszi, contro Pikler, negava
qualsiasi valore scientifico all’introspezione, sostenendo che nessuno
scienziato avrebbe mai potuto accettarla. Di qui l’idea di scrivere a Mach,
per avere il suo parere.
Per spiegare la sua posizione, Pikler prende ad esempio il grigio, come
elemento intermedio tra il bianco e il nero. La sua convinzione è che l’uomo
possegga la «coscienza e la conoscenza»» del fatto che il grigio è un
elemento intermedio tra bianco e nero. E questa è una conoscenza generale,
che vale anche per il futuro, per tutti i casi di sensazione del grigio. Non si
tratta però affatto di una conoscenza empirica, ottenuta per induzione dalla
reiterata osservazione di fatti simili. Al contrario, anche un solo caso di
sensazione del grigio è sufficiente a corroborare questa evidenza. Quella
conoscenza però non ci riferisce il contenuto di una semplice percezione,
perché questa darebbe luogo sempre soltanto ad una esperienza isolata e non
ad una conoscenza generale. Essa può semmai essere definita intuizione,
una intuizione d’essenza. Ma questo tipo di conoscenza si estende anche alle
relazioni tra elementi. Si può dire dunque che «nell’inventario intellettuale»
dell’uomo, oltre alle percezioni, al ricordo, alle rappresentazioni, che danno
conto delle relazioni spaziali e temporali, vi sono anche intuizioni
dell’uguaglianza, della somiglianza, ecc., una sorta di intuizioni delle
relazioni d’essenza. L’uomo dunque sa già che vi saranno queste relazioni e,
davanti ad un evento si attenderà che le cose vadano in un certo modo. Vi
sarebbe dunque nell’uomo una disposizione ad aspettarsi certi accadimenti.
Pikler ritiene infatti che vi siano molte forze e tendenze nei fenomeni
naturali e la mente, altro non è che la funzione di una di esse. Non vi è
dunque differenza alcuna tra mente e materia per Pikler. Tutto va spiegato
sulla base dei principi della psico-fisiologia. Così l’intelletto, che egli
chiama anche “volere” o “volizione”, è lo strumento grazie al quale
diveniamo coscienti del mondo esterno. L’intelletto, egli sostiene, si fonda

8
É. DURKHEIM, Les Règles de la méthode sociologique, Germer Baillière, Paris 1895, p.
125.

88
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 89

essenzialmente su due attese: un’attesa infinita della cosa che per prima
percepiamo e un’attesa infinita per l’opposto della cosa; aspettative che si
restringono soltanto se abbiamo un’esperienza concreta. «Non possediamo
soltanto aspettative che si basano sull’esperienza del contenuto secondo il
quale da certi fatti ne devono conseguite altri, bensì anche disposizioni
all’aspettativa di tale contenuto, derivanti dalla nostra intuizione delle
relazioni d’essenza di certi fatti»9. Questa intuizione si completa
naturalmente con le percezioni e le rappresentazioni. Ma quello che conta è
che l’introspezione si dimostra essere una importante fonte di conoscenza,
non soltanto della psicologia, ma anche della fisiologia e della scienza in
generale. Va da sé che l’introspezione da sola, senza esperimento fisico, può
condurre in errore. Esperimento e introspezione si debbono completare a
vicenda.
Mach dichiara di essere «completamente e senza riserve d’accordo»
con quanto Pikler dice a proposito della scuola francese, che rigetta
senz’altro le ricerche introspettive in psicologia. Senza introspezione, egli
osserva, non si può ottenere alcun risultato, non si può interpretare nulla. La
pretesa dei francesi di ridurre tutto a fisica è inaccettabile. Non tutti i fattori
storici e sociologici possono essere ricondotti a leggi fisiche, se questo
significa delegittimare completamente la psicologia. «Fisico e psichico sono
diversi in generale, soltanto per il modo dell’osservazione, ma
essenzialmente sono la stessa cosa»10. Se si rigetta una delle due modalità
d’osservazione, si elimina un’importante fonte di conoscenza, che non può
essere sostituita da nient’altro. «Non si può constatare tutto fisicalmente»11.
Ancora una volta è evidente come lo “scientismo” ed il fenomenismo di
Mach non comporti affatto un esito fisicalista. Su questo punto Mach è
chiarissimo: la fisica non può essere considerata il passe par tout di ogni
indagine che voglia essere scientifica. Solo più tardi, anche in nome di
Mach, verrà fatta una scelta nettamente fisicalista.
Mi fermo qui, lasciando al lettore il piacere di cogliere spunti e stimoli
dalla lettura diretta dell’epistolario.

9
G. PIKLER, A menopszichológikus szocziológiai irányról, in “Huszadik” VI (1905) 7, p.
74.
10
Ivi, p. 76
11
Ivi, p. 77.

89
90 RENATO PETTOELLO

IL CARTEGGIO VAILATI-PIKLER
I.
G. Vailati a J. Pikler
24. 3. 189212

Crema 24 March [18]92

Hon. Professor

Hon. Professor
I will be obliged to you if you would inform me of the probable date of
publication of the 2th volume of your very interesting work on the
Psychology of Objective Existence13, whose 1th volume I have lately perused
with greatest pleasure. The analysis there masterly p[…]d14 seems to me to
mark a very substantial improvement on that of Mill an improvement which
this illustrious thinker has, more than once in his utterances on the subject,
lean [showed to be very]15 on the verge of introducing (vgl. especially his
Essay on the life and writings of Berkeley in Vol. IV of Essays and
Dissertations16).

[traduzione: Egr. Professore, Le sarei molto obbligato se potesse informarmi


sulla probabile data di pubblicazione del secondo volume della sua
interessantissima opera Psychology of Objective Existence il cui primo volume ho
ampiamente ed attentamente studiato col più grande piacere. L’analisi, lì

12
Cartolina postale non spedita, indirizzata a: “Doctr Julius Pickler [sic] Prof. in konig.
Universität Buda-Pest”. Il testo mostra segni evidenti di ripensamenti ed incertezze. Vailati
deve avere comunque spedito una cartolina postale di analogo contenuto, come si evince
dalla seguente lettera di Pikler del 15 febbraio 1897, cfr. infra.
13
G. PIKLER, The Psychology of the Belief in Objective Existence, Williams & Norgate,
London 1890.
14
Parola illeggibile.
15
Cancellato.
16
J. S. MILL, Berkeley’s Life and Writings, in Dissertations and Discussions, vol. IV,
Longmans-Green-Reader-Dyer, London 1875, pp. 154-187, ora in Collected Works, vol.
XI: Essays on Philosophy and the Classics, ed. by M. Robson, intr. by F. E. Sparshott,
Routledge & Kegan Paul, Toronto-Buffalo-London 1978, pp. 449-471.

90
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 91

magistralmente [svolta] mi sembra segnare un progresso veramente sostanziale


rispetto a Mill, progresso che questo illustre pensatore ha, più di una volta nelle sue
dichiarazioni sull’argomento, è incline a [mostrò di essere assai vicino] al punto di
introdurre (cfr. specialmente il suo Essay on the Life and Writings of Berkeley, in
Vol. IV degli Essays and Dissertations).

________

II
J. Pikler a G. Vailati
15.4.1892 17

Dear Sir,

I am much obliged to you for your sympathetic letter and especially for the
interest you kindly take in the continuance of my work. A continuous struggle with
my health and other adverse circumstances, however, since long time prevent me
from any harder work and so I am unable to fix a definite term to the appearance
of my second volume18. You will easily conceive the greatness of my sorrow
caused by this fact. You would very much oblige me by bringing to my
knowledge any notice on my book which may be known to you, in Italian books
or reviews. Truly yours
J. Pikler.

VIII Sándorutca
képviselökár

Budapest, 15. 4. 1892

17
Cartolina postale indirizzata a: “S.gre Giovanni Vailati, Crema (Lombardia) Italia.”
18
Il secondo volume di The Psychology of the Belief in Objective Existence non venne mai
pubblicato.

91
92 RENATO PETTOELLO

[Traduzione: Egregio Signore,/Le sono molto obbligato per la sua benevola


lettera e soprattutto per l’interesse che lei così gentilmente mostra per il prosieguo
del mio lavoro. Una continua lotta con la mia salute e con altre circostanze avverse,
tuttavia, da lungo tempo mi distoglie da ogni più intenso lavoro; quindi non sono
in grado di fissare un termine definitivo per la comparsa del secondo volume.
Capirà facilmente la profondità del mio dolore in conseguenza di ciò. Le sarei
molto obbligato se volesse portare alla mia conoscenza qualsiasi notizia relativa al
mio libro che possa esserle nota, in libri o riviste italiane. Devotamente Suo/ J.
Pikler]

__________

III
J. Pikler a G. Vailati
15. 2. 1897

VIII. Szentkirályi – utca 22 Budapest


15.II.1897

Sehr geehrter Herr,

Ich danke Ihnen bestens für die mich ehrende Übersendung Ihrer
Arbeiten. Da ich leider nur so wenig Italienisch weiß, wie viel ich auf
Reisen in Ihrem von mir angebeteten Vaterlande aufgepickt habe, ohne je
die Sprache systematisch gelernt oder italienisch gelesen zu haben, kann ich
Ihren Aufsatz über die Wichtigkeit des Studiums der Geschichte der
Wissenschaften19 jetzt nicht lesen. Von der sehr großen Wichtigkeit dieses
Studiums bin auch ich überzeugt und durchdrungen.
Ihre kurze Recension über Mach’s Buch20 war ich aber doch im
Stande durchzulesen und ziemlich zu verstehen. Ich weiche aber
einigermaßen von Ihrer Absicht ab. Ich bin der Meinung, daß trotz der
Subjektivität (Idealität, Relativität) alles Seienden und auch der von uns
19
G. VAILATI, Sull’importanza delle ricerche relative alla storia delle scienze, Roux e
Fossati, Torino 1897, ora in G. VAILATI, Scritti, a cura di M. Calderoni, U. Ricci e G.
Vacca, Barth-Seeber, Leipzig-Firenze 1911, pp. 64-78.
20
G. VAILATI, recensione a E. Mach, Populär-wissenschaftliche Vorlesungen, Barth,
Leipzig 1896, in “Rivista di studi psichici” (1896), ora in Scritti, cit., pp. 60-63. Vailati
aveva già recensito queste lezioni di Mach sulla “Rivista sperimentale di Freniatria”, XXII
(1896), 3, ora in Scritti, cit., pp. 43-45.

92
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 93

angenommenen Atome, unsere heutige Wissenschaft sich doch bestreben


muß alle Erscheinungen auf Bewegungen und Stöße der kleinsten Teile
zurückzuführen und daß es ein großer Fehler wäre, sich statt der
Vereinheitlichung aller Erscheinungen mit bloß empirischer Gesetzen der
Coexistenz und Aufeinander folge zu begnügen; daß daher die Klage Lord
Kelvin’s, in diesem Sinne aufgefaßt, ganz gerechtfertigt und
wissenschaftlich zulässig ist Die Atome sind gewiß nicht realer als die
empfundene Materie (darin haben Sie Recht wie auch in der Beschuldigung
vieler Naturforscher einer entgegengesetzten Auffassung), aber sie können
ebenso real sein und sind es nach unseren heutigen Zeugnissen für die
Sache; ihre Bewegungsgesetze zu finden ist daher von größter Wichtigkeit
und die Kenntnis derselben bedeutet einen Fortschritt in unserer Erklärung
der Natur. Die heutige Atomtheorie ist gewiß nicht die endgültige Erklärung
der Natur; es ließe sich aber beweisen, daß jede mögliche zukünftige
Erklärung derselben in einem wesentlichen Punkte der Atomtheorie ähnlich
sein muß, doch diesen Punkt zu entwickeln läßt die Enge des Rahmens eines
Briefes nicht zu. Solange also keine andere bessere (der Atomtheorie
unbedingt sehr ähnliche) Vereinheitlichung der Natur gefunden ist, sollen
die Atome, als ebenso real wie (aber nicht realer als) alle anderen
Erscheinungen aufgefaßt werden.
Ihr gütiges Interesse für meine Person ermutigt mich einige Zeilen
über mich zu schreiben. Obwohl nie vollkommen frisch und arbeitsfähig,
habe ich seit meinem englischen Aufsatze eine kleine ziemlich ablehnende
Abhandlung über die sogenannte österreichische Schule der
Nationalökonomie und ein einleitendes Buch über Rechtsphilosophie und
Jurisprudenz in ungarischer Sprache veröffentlicht21. In den letzten drei
Jahren war ich mit sehr eingehenden Gedanken über Rechtsphilosophie,
Soziologie beschäftigt Als Frucht derselben sollen im Laufe der nächsten
Jahre 3 Bücher von mir erscheinen mir dem Titel: 1) „Über Entsehung und
Entwicklung des Rechts“. 2) „Das Gesetz der Staatenbildung“. 3) „Die
Principien der Gerechtigkeit im Allgemeinen, in Vermögensrecht, in
Strafrecht und in Völkerrecht“22. Von diesen ist das erste in ungarischer
Sprachen jetzt im Drucke. Sie sollen alle drei auch deutsch erscheinen. Sie
sollen einesteils theoretisch, die Gesetze der Entwickelung des Rechts und
der Gesellschaft darstellend, anderesteils (sic) praktisch die Organisation der
Zukunft bestimmend sein. In letzterem Hinsicht sind sie kosmopolitisch und
kommunistisch (socialistisch). Mit den Fragen meines „Objective existence“
habe ich mich seit der Veröffentlichung derselben nicht befaßt. Ich will aber
in einem Nachwort zu dem ersten von mir zu erscheinenden deutschen
Buche kurz zusammenfassen was ich in dem 2.ten Teile meines Obj.[ective]
ex.[istence] sagen wollte.

21
G. Pikler, Bevezetõ a jogbölcseletbe, Budapest 1892.
22
G. Pikler, Gyula Pikler, Bevezetõ a jogbölcseletbe, Budapest 1892.

93
94 RENATO PETTOELLO

Noch eines! Sie fragten mich seinerzeit in einer an mich gerichteten


Postkarte, ob ich eine Abhandlung J. S. Mill’s über die Frage der
Obj.[ective] existence23 gekannt habe. Ich vergaß Ihnen damals zu
antworten. Ich kannte jene Abhandlung nicht und kenne sie auch bis heute
nicht.
Nochmals meinen besten Dank!
Ich wünsche Ihnen die beste Arbeitslust und Arbeitskraft. Es wird
mich sehr freuen über Ihre späteren Arbeiten wie auch etwa über
socialpolitische Bestrebungen und Arbeiten an der Universität Turin zu
hören.
Mit wärmstem Grusse und aufrichtiger Hochachtung
Ihr ergebenster
Julius Pikler

[ Traduzione: Egregio Signore,/ La ringrazio moltissimo dell’invio dei Suoi


lavori che mi onorano. Giacché però conosco quel poco di italiano che ho afferrato
nei miei viaggi nella sua Patria da me adorata, senza aver mai studiato
sistematicamente la lingua o letto in italiano, non posso per ora leggere il suo
saggio sull’importanza dello studio della storia delle scienze. Anch’io sono
convinto e profondamente persuaso della grandissima importanza di questo studio./
La Sua breve recensione del libro di Mach sono però stato in grado di leggerla e di
capirla abbastanza. Io tuttavia dissento in qualche misura dalla sua opinione. Io
sono dell’avviso che, a dispetto della soggettività (idealità, relatività) di ogni ente
ed anche degli atomi da noi assunti, la nostra scienza attuale deve tuttavia sforzarsi
di ricondurre tutti i fenomeni a movimenti ed urti delle parti piccolissime e che
sarebbe un grave errore accontentarsi di leggi meramente empiriche della
coesistenza e della successione, invece della unificazione di tutti i fenomeni; che
perciò il lamento di Lord Kelvin, inteso in questo senso, è del tutto legittimo e
scientificamente ammissibile. Gli atomi non sono certamente più reali della
materia percepita (in questo Lei ha ragione, così come nell’accusare molti
scienziati di sostenere una concezione opposta), ma essi possono essere altrettanto
reali e lo sono sulla base delle nostre attuali testimonianze della cosa; trovare le
loro leggi del moto è perciò della massima importanza e la conoscenza di queste
comporta un progresso nella nostra spiegazione della natura. L’attuale teoria
atomica non è certamente la spiegazione definitiva della natura; si potrebbe tuttavia
dimostrare che ogni possibile futura spiegazione di essa dovrà essere simile alla
teoria atomica in un punto essenziale; tuttavia non è possibile sviluppare questo
punto nello spazio ristretto di una lettera. Fintantoché dunque non viene trovata una
migliore (inevitabilmente molto simile alla teoria atomica) unificazione della
natura, gli atomi debbono essere intesi come altrettanto reali di (ma non più reali

23
Non risulta esserci alcun saggio di J. S. Mill esplicitamente dedicato all’esistenza
oggettiva.

94
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 95

di) tutti gli altri fenomeni./ Il suo cortese interesse per la mia persona mi incoraggia
a scrivere alcune righe su di me. Benché non sempre in forma ed in grado di
lavorare, dopo il mio saggio in inglese, ho pubblicato un breve saggio, piuttosto
critico, sulla cosiddetta scuola austriaca di economia politica ed un libro
introduttivo sulla filosofia del diritto e la giurisprudenza, in lingua ungherese.
Negli ultimi tre anni mi sono occupato molto approfonditamente di filosofia del
diritto e sociologia. Come frutto di queste riflessioni, nel corso del prossimo anno,
dovrebbero uscire tre miei libri dal titolo: 1) “Sul sorgere e lo sviluppo del diritto”.
2) ”La legge della formazione dello Stato”. 3) “I principi dell’equità in generale,
nel diritto patrimoniale, nel diritto penale e nel diritto internazionale”. Di questi il
primo, in lingua ungherese, è in corso di stampa. Tutti e tre dovrebbero uscire
anche in tedesco. Essi in parte dovrebbero presentare teoreticamente le leggi di
sviluppo del diritto e della società, in parte determinare praticamente
l’organizzazione del futuro. Da quest’ultimo punto di vista sono cosmopolitici e
comunisti (socialisti). Delle questioni trattate nel mio “Objective existence”, dopo
la sua pubblicazione, non mi sono più occupato. In una postfazione alla prossima
edizione tedesca del mio primo libro voglio riassumere brevemente cosa intendevo
dire nella seconda parte del mio Obj.[ective] ex.[istence]./ Ancora una cosa! Mi ha
chiesto a suo tempo, in una cartolina postale a me indirizzata, se ero a conoscenza
di un saggio di Mill sulla questione della Obj.[ective] existence. Mi sono
dimenticato allora di risponderLe. Non conoscevo quel saggio e non lo conosco
neppure oggi./ Ancora una volta mille grazie!/Le auguro di tutto cuore voglia e
forza di lavorare. Mi farà molto piacere avere notizie dei Suoi prossimi lavori, così
come ad esempio delle tendenze politicosociali e dei lavori all’Università di
Torino./Con i più calorosi saluti e la più sincera stima/ il Suo devotissimo/ Julius
Pikler]

_________

IV.
J. Picker a G. Vailati
28. 7. 1905

Budapest, 1905.VII.28.
VII. Vásosligeti fasor 9.

Lieber Freund,

ich liege seit 3 Wochen in einem chirurgischen Sanatorium, wo ich


noch eine Woche bleiben werde. Ich war nämlich gezwungen, mich gegen
Appendicitis operieren zu lassen.

95
96 RENATO PETTOELLO

Sie haben mir durch die Zusendung des Leonardo eine große Freude
bereitet. Das rege philosophische Leben, welche aus demselben
hervorscheint, bestimmt mich unwiderruflich in nächster Zeit so weit
italienisch zu lernen, daß ich die philosophischen Schriften in Ihrer Sprache
vollkommen verstehen kann; ich kann es länger nicht leiden, daß ich
dieselben nur halbwegs, nicht genau zu verfolgen im Stande bin.
Ich habe die 3 Artikel Credenze e Volontà24 durchgelesen (wegen
meiner mangelnden Sprachkenntnis mit Mühe) u.[nd] im großen u.[nd]
ganzen verstanden.
Am wenigsten habe ich Papini’s Artikel verstanden; ich erwarte aber
in einigen Tagen den Besuch von Jászi, der gut italienisch kennt u.[nd] der
mir ihn übersetzen wird. Über Papini’s Aufsatz habe ich daher noch kein
Urteil; nur 2 Punkte will ich erwähnen. 1) Mein Prinzip ist nicht richtig
angeführt. Es lautet: la credenza, daß wie eine Praesentation hervorrufen
können, [bedeutet]25 ist gleichbedeutend alla nostra credenza della existenza
d’un fatto oggettivo. Noch wichtiger: la credenza, daß wir certi generi di
presentazioni hervorrufen können, [è la cosa bedeutet]26 ist gleichbedeutend
alla nostra credenza della oggettiva existenza di [tali]27 corrispondenti
generi di fatti. – 2) Der Satz “La sociologia del materialismo storico si
occupa dei fatti economici, perché” [la via]28 sollte folgendermaßen
weitergehen: perché die einzig [sichere]29 mögliche oder doch wenigstens in
den meisten Fällen wirksame Weise die Handlungen der Menschen zu
ändern besteht in cambiando la [distribuzione della]30 [maniera della
produzione e la]31 distribuzione delle ricchezze, denn [che]32 il cambiare
degli ideali (welches sonst eine andere Weise wäre, da auch die Ideale für
sich die Handlungen bestimmen) ist oder doch in den meisten Fällen nur
durch jene ökonomischen Änderungen möglich.
In großem Masse stimme ich mit Calderoni überein, wie auch mit
Ihnen; besonders gefallen mir die 2 letzten Absätze Ihres Artikels.
Ich arbeite noch immer an dem Aufsatz: Die zweckbewußte Wahl im
Lichte des Energieprinzips. (Sie sehen: ”zweckbewußt“ statt ”willkürlich“;

24
G. VAILATI, Credenze e Volontà. La distinzione tra Conoscere e Volere, in “Leonardo”
III (1905) 3, pp. 128-129, ora in Scritti, cit., pp. 626-629; G. PAPINI, Credenze e Volontà.
Influenza della Volontà sulla conoscenza, ivi, pp. 127-128; M. Calderoni, Credenze e
volontà. Intorno alla distinzione fra atti volontari ed involontari, ivi, pp. 125-127, ora in M.
CALDERONI, Scritti, a cura di O. Campa, prefazione di G. Papini, La Voce, Firenze 1924,
vol. I, pp. 267-273.
25
Cancellato.
26
Cancellato.
27
Cancellato.
28
Cancellato.
29
Cancellato.
30
Cancellato.
31
Parentesi quadre di Pikler.
32
Cancellato.

96
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 97

zweckbewußte Handlungen werden im Aufsatz als Handlungen definiert,


welche durch Erwartungen bestimmt werden. Calderoni wird damit
zufrieden sein u.[nd] diese Definition ist höchstwichtig in bezug auf das
physische Korrelat der Wahl unter solchen Handlungen, welches ich suche).
Die psychophysiologische Absicht dieser Arbeit wird Ihnen und Ihren
Freunden vielleicht zu gewagt erscheinen u.[nd] nicht sympathisch sein;
doch es ist auch viel, sehr viel psychologische Analyse darin, die Ihnen
u.[nd] Ihren Freunden vielleicht besser gefallen wird. Ich arbeite an dieser
Analyse mit der größten Geduld; sie soll an Sauberkeit nicht viel zu
wünschen übrig lassen; sie ist viel subtiler als die in meiner Psychology of
the Belilef in Obj.[ective] Existence. Als ich die Arbeit anfing, glaubte ich in
2 Monaten damit fertig zu werden, u.[nd] nun sind schon 3½ Jahre seitdem
verflossen. Wie oft dachte ich schon mit der Arbeit fertig zu sein, und fing
dann vom Neuen an. Bevor ich mir jetzt operieren ließ, machte ich den
Aufsatz druckfertig u.[nd] als ich einige Tage nach der Operation im Bette
wieder nachzudenken anfing, war mein erster Gedanke die Einsicht, daß ein
großer Teil des Aufsatzes umgearbeitet werden muß. Mit einem Wort, ich
mühe mich sehr mit der Arbeit ab, u.[und] ich schweige still, während
Andere publizieren.
Unter diesen Umständen tut es mir wohl, ich leugne es nicht, daß im
Leonardo ein Aufsatz angekündigt wird, da G. Occam, ecc.33, in welchem
Sie meine ältere Arbeit würdigen wollen. Freilich tut es mir leid, daß meine
neuere Fortschritte in der psychologischen Analyse Ihnen noch unbekannt
sind; ich wiederhole, mein englisches Buch ist eine ganz grobe Arbeit im
Vergleich zu meinen neueren Analysen.
Umsomehr bedrückt mich die Verzögerung meiner erwähnten Arbeit,
als ich nach Beendigung derselben, jene Gedanken, die ich Ihnen mündlich
über das Wesen der Wissenschaft mitteilte, ausarbeiten möchte. Aus Ihrem
Artikel über Poincaré’s Werk34 glaube ich ersehen zu können, daß jetzt
Andere im selben Fahrwasser sich bewegen, z.[um] B.[eispiel] Le Roy.
Meine Ansichten über diesen Gegenstand sind, glaube ich, guter
Pragmatismus. Infolge meiner jetzigen Arbeit, lese ich nichts, auch
Zeitschriften nicht, u.[nd] kenne die pragmatistische Richtung nur sehr
wenig. Jene Ansicht derselben, als hinge es [von unserer Tätigkeit]35 von
unseren Zwecken ab, was wir als wahr, was wir als falsch betrachten, halte
ich nur in beschränktem Masse, für richtig, mir scheint es im Gegenteil, daß
dies in großem Masse von unseren Zwecken unabhängig ist; hingegen ist
jene Ansicht des Pragmatismus richtig, daß unsere Zwecke es bestimmen,
welche der Sätze, die uns als wahr erscheinen können, wir uns zu
33
Sul «Leonardo», III (1905), p. 142 venne annunciato un saggio di Vailati dal titolo, Da
G.Occam a G. Pikler, che però non fu mai pubblicato.
34
G. VAILATI, recensione a H. Poincaré, La valeur de la Science, Flammarion, Paris 1905,
in « Leonardo », III (1905), pp. 134-135, ora in Scritti, cit., pp. 630-633.
35
Cancellato.

97
98 RENATO PETTOELLO

Bewußtsein führen. In diesem Sinne halte ich den Satz für richtig: Le fait
scientifique est créé par le savant. Vielleicht erinnern Sie sich noch, daß ich
in Budapest Ihnen denselben Satz ausführte; eben wie den Satz: La Science
n’est qu’une règle d’action. Ich kenne das Werk Le Roy’s36 nicht, nur
Ihrem Referat über Poincaré entnehme ich diese Sätze; sie mache jedoch auf
mich den Eindruck, daß mir infolge meines langen Schweigens, Vieles vor
der Nase wegschreibt.
Es würde mich sehr freuen einen ausführlichen Brief von Ihnen zu
erhalten, über Ihre Gesundheit, über Ihr Leben, wenn auch über beides das
mir zugesandte Heft des Leonardo so ziemlich das Hauptsächlichste sagt.
Bitte Sie auch, im Falle daß Sie mir schreiben mitzuteilen, ob Calderoni und
Papini in den Naturwissenschaften bewandert sind. Bitte, adressieren Sie
Ihren etwaigen Brief: VIII: Jávorutca 3.

__________

Nachträglich fällt mir noch ein Punkt ein, über den ich Ihnen zu
schreiben habe. Ich hatte vor 5 Wochen einen Briefwechsel mit Mach.
Ich sende Ihnen gleichzeitig unter Kreuzband ein Heft einer ungarischen
Zeitschrift ein37; auf den Seiten 73-77 finden Sie Druckstücke aus
meinen u.[nd] Mach’s Briefen (mit seiner Genehmigung veröffentlicht).
Der Briefwechsel entstand dadurch, daß Jászi, indem er sich gegen die
introspektive Methode in der Soziologie aussprach, behauptete, kein
Naturforscher würde solchen introspektiven Problemen, wie ich sie auch
in meinem Briefe aufwerfe, irgend eine wissenschaftliche Bedeutung
beilegen.
Ich frug (sic) nun Mach um seine Ansicht u.[nd] er war gefällig mir
dieselbe mitzuteilen.
Gleichzeitig sandte ich ihm mein englisches Buch zu. Es würde mich
sehr freuen, wenn er es einmal lesen u.[nd] ich seine Ansicht erfahren
würde.
Nun nehmen Sie meinen besten Dank für den Leonardo u.[nd] seien Sie
von mir u.[nd] meiner Frau bestens gegrüßt. Wie schön wäre es bald
wieder einmal uns mündlich aussprechen zu können.
Ihr Sie hochschätzender
Julius Pikler

36
É. LE ROY, Sur la logique de l’invention, in «Revue de métaphysique et de morale» XIII
(1905), pp. 193-223.
37
G. PIKLER, A menopszichológikus szocziológiai irányról, in «Huszadik», VI (1905) 7, pp.
62-77.

98
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 99

P. S. Sie würden mich sehr verbinden, wenn Sie mir die Titel etwaiger
Ihnen bekannter Bücher u.[nd] Aufsätze über das Gefühl mitteilen
würden.

[Traduzione: Caro amico,/ da 3 settimane giaccio in una clinica chirurgica dove


dovrò restare ancora una settimana. Sono stato infatti costretto a farmi operare di
appendicite./ Mi ha procurato una grande gioia con l’invio del Leonardo. La vivace
vita filosofica che da esso traspare, mi spinge a studiare irrevocabilmente quanto
prima quel tanto di italiano che mi permetta di capire pienamente gli scritti
filosofici nella Sua lingua; non posso più a lungo sopportare di essere in grado di
seguirli soltanto a metà, e non con precisione./ Ho letto i 3 articoli Credenze e
Volontà (con fatica, a causa delle mie modeste conoscenze linguistiche) e nel
complesso li ho capiti. Quello che ho capito meno è l’articolo di Papini; ma tra
pochi giorni aspetto la visita di Jászi che conosce bene l’italiano e che me lo
tradurrà. Del saggio di Papini non mi sono dunque fatto un giudizio; soltanto 2
punti voglio toccare. 1) Il mio principio non è riportato correttamente. Esso suona:
la credenza, come che possa scaturirne una presentazione [significa] è equivalente
alla nostra credenza della existenza d’un fatto oggettivo. Ancor più importante: la
credenza che noi possiamo fare sorgere certi generi di presentazioni,[è la cosa
significa] è equivalente alla nostra credenza della oggettiva existenza di [tali]
corrispondenti generi di fatti. – 2) Il principio “La sociologia del materialismo
storico si occupa dei fatti economici, perché” [la via] dovrebbe proseguire più o
meno così: perché l’unico modo [sicuro] possibile per, o quantomeno il modo nella
maggior parte dei casi capace di cambiare le azioni degli uomini, consiste in
cambiando la [distribuzione della] [maniera della produzione e la] distribuzione
delle ricchezze, perché [che] il cambiare degli ideali (che altrimenti sarebbe un
altro modo, perché anche gli ideali per sé determinano le azioni) è possibile
soltanto o quantomeno nella maggior parte dei casi grazie a quei cambiamenti
economici./ Concordo sostanzialmente con Calderoni, così come con Lei; in
particolare mi sono piaciuti i due paragrafi finali del Suo articolo./ Io sto ancora
lavorando al saggio: La scelta consapevole alla luce del principio di energia. (Badi
bene: “consapevole dei fini” non “arbitrario”; azioni consapevoli dei fini vengono
definite nel saggio quelle che sono determinate da aspettative. Calderoni ne sarà
contento e questa definizione è della massima importanza in relazione al correlato
fisico della scelta tra queste azioni, che io cerco). L’intento psicofisiologico di
questo lavoro sembrerà forse troppo audace a Lei e ai Suoi amici e non risulterà
simpatico; tuttavia vi sono anche molte, moltissime analisi psicologiche che forse
piaceranno di più a Lei e ai Suoi amici. Lavoro a questa analisi con la massima
pazienza; essa non deve lasciare a desiderare molto in pulizia; essa è molto più
sottile della mia Psychology of the Belilef in Obj.[ective] Existence. Quando
cominciai il lavoro, credevo di poterlo terminare in 2 settimane e sono già trascorsi
3 anni da allora. Ogni volta che pensavo di avere concluso il lavoro, ricominciavo
di nuovo. Ora, prima che mi facessi operare, avevo preparato il lavoro per la
stampa e allorché, qualche giorno dopo l’operazione, nel letto, ricominciai a
riflettere, il mio primo pensiero fu la convinzione che gran parte del saggio dovesse

99
100 RENATO PETTOELLO

essere rielaborata. In una parola mi affatico grandemente col lavoro e me ne sto


zitto, mentre altri pubblicano./ In queste circostanze mi fa molto piacere, non lo
nego, che nel Leonardo sia annunciato un saggio, da G. Occam, ecc, nel quale Lei
intende esprimere apprezzamento per il mio primo lavoro. Certo mi dispiace che
non Le siano ancora noti i miei recenti progressi nell’analisi psicologica; lo ripeto,
il mio libro inglese è un lavoro molto grossolano a paragone delle mie più recenti
analisi./ Il continuo rinvio del lavoro cui ho fatto riferimento mi affligge tanto più
in quanto, una volta che l’abbia concluso, intendo sviluppare quei pensieri su
l’essenza della scienza di cui Le ho riferito a voce. Dal Suo articolo sull’opera di
Poincaré credo di poter desumere che ora anche altri si muovono sullo stesso
terreno, come ad es. Le Roy./ Le mie opinioni su questo oggetto sono, io credo,
buon pragmatismo. A causa del mio lavoro presente, non leggo nulla, neppure
riviste, e conosco molto poco la tendenza pragmaticista. La concezione secondo la
quale dipenderebbe dai nostri fini ciò che consideriamo vero e ciò che
consideriamo falso, la ritengo giusta soltanto in misura limitata, mi pare al
contrario che questo sia in gran parte indipendente dai nostri fini; invece è giusta la
concezione del pragmatismo secondo la quale i nostri fini determinano quali tra i
principi che ci possono apparire come veri giungeranno a consapevolezza. In
questo senso ritengo giusto il principio: Le fait scientifique est créé par le savant.
Si ricorderà forse che io, a Budapest, le manifestai lo stesso principio; così come il
principio: La Science n’est qu’une règle d’action. Non conosco l’opera di Le Roy e
traggo questi principi semplicemente dalla Sua relazione su Poincaré; tuttavia mi
generano l’impressione che, a causa del mio lungo silenzio molti scritti mi
sfuggano sotto il naso./ Mi farebbe molto piacere ricevere una lettera
particolareggiata sulla Sua salute, sulla Sua vita, anche se a proposito di entrambe
il fascicolo del Leonardo che mi ha mandato mi dice l’essenziale. La prego anche,
nel caso mi scriva, di comunicarmi se Calderoni e Papini hanno confidenza con le
scienze naturali. La prego, indirizzi la Sua eventuale lettera: VIII: Jávorutca 3.// Mi
viene in mente un punto ulteriore a proposito del quale Le debbo scrivere. 5
settimane fa ho avuto uno scambio epistolare con Mach. Sotto fascetta le mando
contemporaneamente un fascicolo di una rivista ungherese; alle pagine 73-77
troverà estratti di lettere mie e di Mach (pubblicate col suo consenso). Lo scambio
epistolare si avviò perché Jászi, dichiarandosi contrario al metodo introspettivo,
riteneva che nessuno scienziato avrebbe attribuito alcun significato scientifico a tali
problemi introspettivi, così come li avevo sollevati anche nella mia lettera./ Io
chiesi allora a Mach la sua opinione ed egli fu così gentile da comunicarmela./
Nello stesso tempo gli inviai anche il mio libro inglese. Mi farebbe molto piacere,
se egli prima o poi lo leggesse ed io venissi a conoscenza della sua opinione./ La
ringrazio ancora molto del Leonardo e Le porgo i saluti miei e di mia moglie.
Sarebbe davvero bello poter di nuovo presto esprimersi a voce./ Con la massima
stima il Suo/ Julius Pikler/ P. S. Le sarei molto obbligato, se volesse comunicarmi i
titoli di libri e saggi eventualmente a Lei noti sul sentimento.

__________

100
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 101

V.
J. Pikler a G. Vailati
29. 8. 1907

Celerina (Schweiz, Engadin) 29.VII.1907

Lieber Freund,

ich erhielt das Heft Rivista di psicologia, welche Sie mir zu senden
gütig waren, hier, wo ich bis Ende August bleibe (die obige Adresse genügt;
in Budapest ist nun meine Wohnung: II. Nyúlutca 4.)
Ich bin tief gerührt davon, daß Sie gegenüber der Vernachlässigung
seitens James’, dem ich derzeit meine Psychology of Objective Existence
zusandte, eine Lanze für mich einlegten. Ich fühle den größten Dank für
Ihren unermüdlichen Eifer meinem Buche Leser zu verschaffen. Die kleine
Ausgabe (250 oder 300 Exemplare) sind (sic) infolge des vielen Lobes, daß
das Buch im Mind erhielt, vergriffen. Ob auch gelesen, das ist natürlich eine
andere Frage.
Ich schrieb das Buch im schönen Alter von 21 Jahren. Seither habe ich
in ungarischer Sprache, ohne von Peirce, James etc. überhaupt von der
pragmatistischen Strömung etwas zu wissen, in ungarischer Sprache38
manches Pragmatistische veröffentlicht, worin ich u.[nter] A.[nderem]
[Poincaré zusammengekommen bin]39 vorweggenommen habe, was ich
später in Poincaré las.
Auch Ihr Dal Monismo al Pragmatismo40 habe ich mit großem Genuß
gelesen. Die Aufsätze von Calderoni verblüffen mich immer dadurch, daß
wir über seine Gegenstände ganz dieselben Gedanken haben.
Im nächsten Heft der Vierteljahrschrift für wissenschaftliche
Philosophie (ed. Paul Barth) wird unter dem Titel ”Beschreibung u.[nd]
Einschränkung“41 ein Artikel von mir erscheinen. Ich werde Ihnen, Papini
und Calderoni je einen Abdruck senden. Ich mache Sie vom
pragmatistischen Gesichtspunkt aus besonders auf den letzten Teil des
38
Ripetizione di Pikler.
39
Cancellato.
40
G. VAILATI, Dal monismo al pragmatismo, in «Rivista di psicologia applicata alla
pedagogia», III (1907), 4, ora in Scritti, cit., pp. 787-790.
41
G. PIKLER, Beschreibung und Einschränkung, in «Vierteljahrschrift für wissenschaftliche
Philosophie und Sociologie», XXXI. N. F. VI (1907), 3, pp. 313-335.

101
102 RENATO PETTOELLO

Aufsatzes aufmerksam: ”Praktische Wissenschaft“. Ich fühlte den lebhaften


Wunsch – nach eingeholter Erlaubnis von Ihnen – über den Artikel eine
Zeile zu setzen: ”Giovanni Vailati gewidmet“, doch war ich zuletzt froh,
daß die Zeitschrift den Aufsatz bringt, und wollte keine ungewohnte Dinge
riskieren. Vielleicht erlauben Sie mir dasselbe ein andermal42.
Ich erlaube mir Sie vom pragmatistischen Gesichtspunkt aus nochmals
auf den „Zweiten Zusatz“ in meinem „Das Grundgesetz u.[nd] s.[o]
w.[eiter]43 aufmerksam zu machen. Ich glaube, Sie billigen jenen Aufsatz
nicht. Und hoffe ich, daß Sie einmal seine Bedeutung zugeben werden. Daß
darin manche Leichtsinnigkeiten, Unklarheiten und Widersprüche in der
angestrebten Physiologie sind, weiß ich nur zu gut. Ich wünsche sehr, daß
Calderoni den Aufsatz liest. (Ich meine den genannten Teil des Buches
”Das Grundgesetz“. Er betitelt sich: ”Die Gleichgültigkeit alles
Substantielles u.[nd] s.[o] w.[eiter]“)
Ich erlebe von der in Ungarn herrschenden klerikal-nationaler
Mehrheit fortwährend die größten Chikanen (sic). Vielleicht werde ich
meinen Lehrstuhl nicht behalten können. In einer Regierungszeitung wurden
meine Schriften „ehrlos und wertlos“ genannt. Die Universität ist im
höchsten Masse klerikal. Bei der Dekanwahl, welche stets nach dem Senium
erfolgt, wurde ich präteriert. Mein Gegenstand wurde vom Examen
gestrichen. Ich doziere fast vor leeren Bänken. Meine besten Schüler wagen
nicht mich zu zitieren, um ihre Carriere nicht zu verderben. Ich fühle das
lebhafte Bedürfnis einige Tage mit Ihnen, Calderoni u.[nd] Papini zu
verbringen. Ich möchte Sie Drei gerne in Firenze besuchen.
Ich beende ein einigen Wochen eine Arbeit: „Beharrung und
Gegenseitigkeit im psychischen Leben“44. Dieselbe ist tief-idealistisch. Ich
möchte sie gerne in Ihrer Biblioteca Pragmatistica in Firenze vorlesen.
Mehrere philosophische Freunde würden mich begleiten. Würde ich in
deutscher Sprache Zuhörer finden? Oder soll ich die Arbeit ins Italienische
übersetzen und vorlesen lassen? Der 1. oder 2. November wäre, was mich
betrifft, für den Ausflug die beste Zeit. Was sagen Sie dazu? Um mir Ihre
Antwort zu sichern, schicke ich diesen Brief rekommandiert.
Sie datieren jetzt Ihre Aufsätze von Rom. Leben Sie jetzt in Rom? An
was für eine Schule sind Sie angestellt? Ich käme nur unter der Bedingung

42
Pikler dedicherà a Vailati lo scritto Über Theodor Lipp’s Versuch einer Teorie des
Willens. Eine kritische Untersuchung, zugleich in Beitrag zu einer dynamischen
Psychologie, Barth, Leipzig 1908, p. IV, con le parole “Giovanni Vailati in Freundschaft
und Hochachtung zugeeignet [Dedicato a Giovanni Vailati con amicizia e stima]”.
43
J. PIKLER, Das Grundgesetz alles neuro-psychischen Lebens: zugleich eine
physiologisch-psychologische Grundlage für den richtigen Teil der sogenannten
materialistischen Geschichtsauffassung, Barth, Leipzig 1900.
44
G. PIKLER, Das Beharren und die Gegensätzlichkeit des Erlebens, Frankh, Stuttgart
1908.

102
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 103

nach Firenze, daß Sie auch hinkommen, wenn Sie nicht mehr wohnen. Oder
treffen wir, Sie, Papini u.[nd] Calderoni uns in Rom. Lieber wäre mir in der
Biblioteca in Firenze vorzulesen.
Schreiben Sie mir ausführlich, wie es Ihnen geht. Meine Nerven sind
sehr schlecht, wie gewöhnlich; auch die Verfolgungen tragen viel dazu bei.
Mit den herzlichsten Grüssen von mir u.[nd] meiner Frau
Ihr aufrichtiger Freund
Julius Pikler

[Traduzione: Caro amico,/ ho ricevuto il fascicolo della Rivista di Psicologia


che ha avuto la bontà di mandarmi, qui, dove sarò fino alla fine di agosto
(l’indirizzo in calce è sufficiente; in Budapest il mio domicilio ora è: II. Nyúlutca
4.)/ Mi ha profondamente commosso che Lei abbia spezzato una lancia in mio
favore contro il silenzio da parte di James nei confronti della mia Psychology of
Objective Existence al quale a suo tempo l’avevo mandata. Le sono estremamente
grato dei suoi continui sforzi di trovare lettori al mio libro. La piccola edizione
(250 o 300 esemplari), grazie alle molte lodi che il libro ha ricevuto su Mind è
ormai esaurita. Se viene anche letto, è naturalmente tutt’altra questione./ Io scrissi
il libro alla bella età di 21 anni. Da allora, in lingua ungherese, senza sapere
alcunché di Peirce, di James ecc. e in generale della corrente pragmatistica, in
lingua ungherese ho pubblicato parecchie cose pragmatistiche, ove, tra l’altro, [ho
sostenuto le stesse cose di Poincaré] ho anticipato ciò che poi avrei letto in
Poincaré./ Anche il Suo Dal Monismo al Pragmatismo l’ho letto con molto piacere.
I saggi di Calderoni mi stupiscono sempre, perché sulle questioni che tratta le
nostre posizioni coincidono pienamente./ Nel prossimo fascicolo della
Vierteljahrschrift für wissenschaftliche Philosophie (ed. Paul Barth) uscirà un mio
articolo dal titolo „Beschreibung und Einschränkung“. Manderò un estratto a Lei, a
Calderoni e a Papini. Da un punto di vista pragmatistico, richiamo la Sua
attenzione soprattutto sull’ultima parte del saggio: “Praktische Wissenschaft”.
Avrei desiderato moltissimo – avendone ricevuto il Suo permesso – porre in testa
all’articolo un paio di righe: “dedicato a Giovanni Vailati”, tuttavia fui alla fine
tanto felice che la rivista avesse accolto il saggio e non volli rischiare con cose
inconsuete. Magari mi permetterà di farlo in un’altra occasione./ Mi permetto, da
un punto di vista pragmatistico, di attirare la Sua attenzione sul “secondo
supplemento” del mio “Das Grundgesetz, ecc.”. Credo che non approverà quel
saggio. E tuttavia spero che prima o poi riconoscerà ad esso il suo valore. So fin
troppo bene che vi sono parecchie leggerezze, oscurità e contraddizioni.
Desidererei molto che Calderoni leggesse il saggio. (Intendo la parte che ho citato
del libro “Das Grundgesetz”. Si intitola: “Die Gleichgültigkeit alles Substantielles,
ecc.”)./ Sono costantemente soggetto a grandissime angherie da parte della
maggioranza clerical-nazionale. Forse non potrò conservare la mia cattedra. In un
giornale governativo i miei scritti sono stati definiti “indegni e senza alcun valore”.
L’università è nella stragrande maggioranza clericale. Nelle elezioni del Decano,
che hanno sempre avuto luogo in base al Senium, sono stato messo da parte. La
mia materia è stata cancellata dagli esami. Io faccio lezione davanti ai banchi quasi

103
104 RENATO PETTOELLO

vuoti. I miei allievi migliori non osano citarmi, per paura di rovinarsi la carriera.
Sento l’esigenza vivissima di trascorrere alcuni giorni con Lei, Calderoni e Papini.
Farei volentieri visita a tutti e tre a Firenze./ Tra alcune settimane finirò un lavoro:
“Beharrung und Gegenseitigkeit im psychischen Leben”. È un lavoro
profondamente idealista. Lo leggerei volentieri a Firenze nella Sua Biblioteca
Pragmatistica. Parecchi amici filosofi mi accompagnerebbero. Troverei ascoltatori
parlando in tedesco? Oppure debbo far tradurre e leggere il lavoro in italiano? L’1
o il 2 di novembre, per quanto mi riguarda, sarebbe il periodo migliore per il
viaggio. Che ne dice? Per assicurarmi la Sua risposta, le invio questa lettera per
raccomandata./ Lei data ora i Suoi saggi sempre da Roma. Vive a Roma ora? In
quale scuola è impiegato? Io verrei a Firenze alla sola condizione che anche Lei
venga, se non abita più lì. Oppure ci troviamo, Lei, Papini e Calderoni a Roma. Io
preferirei però leggere nella Biblioteca a Firenze./ Mi scriva diffusamente della Sua
salute. I miei nervi sono a pezzi, come di consueto; anche le persecuzioni vi
mettono del loro./ Con i saluti più affettuosi da parte mia e di mia moglie,/ il suo
amico sincero/ Julius Pikler]

__________

VI.
J. Pikler a G. Vailati
21. 6. 190845

Budapest 21.VI.1908

Sehr geehrter Freund,

Ich danke Ihnen sehr für die Zusendung Ihrer Abhandlung über die
materiellen Bilder der Deduktion46, welche ich mit Interesse gelesen habe.
Ich komme ganz gewiß zum Philosophischen Kongreß in Heidelberg47;
45
Cartolina postale indirizzata “All’illustre Sig. Professore Dott. Giovanni Vailati, via
Gregoriana 48, ROMA
46
G. VAILATI, On Material Representations of Deductive Process, in «Journal of
Philosophy, Psychology and Scientific Methods», V (1908), n° 12, pp. 309-316, traduzione
inglese dello scritto I tropi della logica, in «Leonardo» ,III (1905), pp., 3-7, ora in Scritti,
cit., pp. 546-571.
47
Al congresso di Heidelberg, Pikler presenterà due memorie: Das
Gegensätzlichkeitsprinzip, e Die Funktion des Interesses beim Streben und die

104
IL CARTEGGIO PIKLER - VAILATI 105

werden Sie da sein? Es wäre schön, sich zu treffen. Meine Adresse ist bishin
(sic) Celerina (Schweiz, Engadin). – Mit besten Grüssen von meiner Frau
und Ihrem Sie hochschätzenden
Julius Pikler

[Den Artikel Calderonis48 konnte ich noch nicht zu Ende lesen, weil
mir das Italienisch schwer geht]49

[Traduzione: Illustrissimo amico,/ La ringrazio molto dell’invio del Suo


saggio sulle rappresentazioni materiali della deduzione, che ho letto con interesse.
Verrò sicuramente al Congresso Filosofico a Heidelberg; ci sarà anche Lei?
Sarebbe bello incontrarsi. Il mio indirizzo fino ad allora è Celerina (Svizzera,
Engadina). – Con i migliori saluti da pare di mia moglie e con altissima stima dal
suo /Julius Pikler /[L’Articolo di Calderoni non l’ho ancora potuto leggere fino in
fondo, perché l’italiano mi riesce difficile]

__________

VII.
J. Pikler a G. Vailati
[senza data]50

Lieber Freund,

Hier verlebe ich meine Osterferien, die übermorgen enden. Ich danke
Ihnen vielmal für Ihre Sendung. Sie freut mich auch als Zeichen Ihrer
Besserung.
Beste Grüße von mir u.[nd] meiner Frau
Pikler

pragmatische Streitfrage, pubblicate poi col titolo complessivo di Zwei Vorräge über
dynamische Psychologie, Barth, Leipzig 1908.
48
Si tratta verosimilmente di M. CALDERONI, La volontarietà degli atti e la sua importanza
sociale, in «Rivista di psicologia applicata», III (1907) 4, pp. 253-274, o di IDEM, Forme e
criteri di responsabilità in «Rivista di psicologia applicata», IV (1908) 3, pp. 233-261, ora
in Scritti, cit., vol. II, pp. 57-97.
49
Aggiunta a margine.
50
Cartolina postale illustrata da Abbazia, cittadina istriana vicino a Fiume, indirizzata a:
“M. le Docteur Giovanni Vailati Professeur à l’Istituto Tecnico COMO Italien.”

105
106 RENATO PETTOELLO

[Traduzione: Caro amico,/ io trascorro qui le mie vacanze pasquali, che


termineranno dopodomani. La ringrazio moltissimo del Suo invio. Esso mi fa
piacere anche come segno del Suo miglioramento./Con i migliori saluti da parte
mia e di mia moglie / Pikler]

106
IL CARTEGGIO VAILATI – SCHIAPARELLI (1897-1900)

di Mauro De Zan

Il carteggio intercorso tra Vailati e l’astronomo Giovanni Virgilio


Schiaparelli è costituito da sole
sole sette missive – quattro di Vailati e due di
sei missive
Schiaparelli – e copre un intervallo di tempo breve: il primo documento, un
biglietto da visita di Vailati fittamente scritto, è del 26 giugno 1897 e
l’ultimo, una cartolina postale illustrata di Vailati da Siracusa, è datata 15
marzo 1900. Dunque neppure tre anni, anche se in realtà lo scambio
epistolare tra i due iniziò sicuramente prima, come è evidente da alcuni
accenni presenti nel biblietto del giugno 1897, dove Vailati fa riferimento ad
un opuscolo che in precedenza Schiaparelli gli aveva inviato e alla sua
prolusione Sull’importanza delle ricerche relative alla storia delle scienze
di cui dice di aver inviato all’astronomo una copia nel febbraio del 1897.
Ugualmente è probabile che lo scambio epistolare continuasse anche dopo il
marzo del 1900, anche se non abbiamo alcun elemento a sostegno di questa
ipotesi che comunque risulta meno fondata dal momento che, dopo la
dipartita da Torino, Vailati si occupò in modo meno continuo di storia della
meccanica, che è il principale argomento di questo epistolario. In effetti il
periodo coperto da questo epistolario concide quasi perfettamente con
quello durante il quale Vailati tenne all’Università di Torino, grazie
all’appoggio di Vito Volterra, un corso di Storia della Meccanica. Insieme
agli storici della scienza e filologi di area tedesca, come Wohlwill, Heiberg
e Eneström, dei quali abbiamo pubblicato i carteggi con Vailati nel numero

107
108 MAURO DE ZAN

precedente dell’ “Annuario”, Schiaparelli – per le sue ampie e profonde


conoscenze relative alla storia dell’astronomia e della meccanica – è un
riferimento importante per il giovane storico della meccanica che, nel
panorama italiano, sta cercando di inoltrarsi in un campo, quello delle
ricerche sulla meccanica antica e pre-galileiana, assai poco esplorato ed ha
la necessità di confrontarsi con studiosi di sicura competenza scientifica.
L’anziano astronomo e direttore dell’osservatorio di Brera mostrò di
apprezzare il metodo seguito nella ricerca e gli sforzi di Vailati, oltreché
condividere le sue idee in merito alla natura e al ruolo della storia della
scienza che emergono dalla prolusione Sull’importanza delle ricerche
relative alla storia delle scienze. In più occasioni, come mostrano le lettere
qui pubblicate, lo aiutò concretamente suggerendogli preziose indicazioni
erudite, che di fatto saranno utilizzate da Vailati nelle sue ricerche storiche
In particolare in quella dedicata alle Speculazioni di Giovanni Benedetti sul
moto dei gravi, dove ricorda esplicitamente le indicazioni avute da
Schiaparelli.
Preziosi suggerimenti verranno forniti da Schiaparelli allo studioso
cremasco anche in merito ad un altro campo d’indagine seguito in quegli
anni da Vailati. Mi riferisco agli studi sui vari modi di classificare le scienze
condotti da Vailati e concretizzatisi in una recensione, apparsa nel numero
di luglio del 1899 «Rivista italiana di sociologia», ad un libro di Camillo
Trivero dedicato a questo argomento – libro suggerito da Schiaparelli a
Vailati –, in una seconda recensione dedicata allo scritto del matematico
francese Joseph Pierre Durand Aperçus de taxinomie générale, pubblicata
nella «Rivista di scienze biologiche» all’inizio del 1900, e, infine, nella
interessante memoria letta da Vailati al congresso internazionale di filosofia
svoltosi a Parigi nell’estate del 1900. Questa memoria, che può essere
considerata come uno dei primi scritti pragmatisti di Vailati, avrebbe dovuto
costituire, come si ricava dalla lettera del 4 agosto 1899 di Vailati a
Schiaparelli, la quarta delle sue prolusioni al corso di storia della meccanica.
Corso che tuttavia non si terrà nell’anno accademico 1899-1900 perché
Vailati deciderà di accettare il ruolo di docente di matematica al liceo di
Siracusa, terminando così, abbastanza bruscamente e in modo forse non
previsto dallo stesso Vailati, il suo quasi ventennale rapporto – prima come
studente, poi come assitente – con l’università di Torino.
Sempre in riferimento ai comuni interessi dei due corrispondenti per
la storia delle scienze merita infine di essere ricordato l’invito di
Schiaparelli a Vailati di partecipare alla vita dell’Associazione Italiana di
Cultura Classica che aveva iniziato a pubblicare la rivista «Atene e Roma».
Vailati accoglierà l’invito augurandosi che, attraverso questa nuova
associazione, si possa creare uno scambio profittevole, anche in Italia, tra i
filologi e gli storici della scienze: «Mi sembra di buon auspicio – scrive –
per lo sviluppo della cultura italiana, il sorgere di questa Società nella quale
quelli tra gli studiosi di Scienze fisiche e matematiche che sono compresi

108
IL CARTEGGIO VAILATI - SCHIAPPARELLI 109

dell’importanza delle ricerche storiche, danno la mano a quelli tra i filologi


e gli eruditi che concepiscono lo studio delle parole, non come uno scopo a
se stesso, ma come una preparazione indispensabile per lo studio dello
sviluppo delle idee. La cooperazione tra gli uni e gli altri sarà tanto
vantaggiosa come quella di cui parla la favola del cieco che prende in spalla
uno zoppo».

________

Le missive qui pubblicate sono tutte conservate nell’Archivio


Storico dell’Osservatorio di Brera di Milano. Di queste, due, la lettera di
Vailati a Schiaparelli del 4 agosto 1899 e la minuta della risposta di
Schiaparelli, datata 11 agosto 1899, sono già state edite, a cura di Maria
Paola Negri, in appendice allo studio della stessa La storia delle scienze
nelle ricerche di Giovanni Vailati, in M. DE ZAN (a cura di), I Mondi di
carta di Giovanni Vailati Angeli, Milano 2000, pp. 221-222. Il confronto
con gli originali ci ha permesso di correggere alcune imprecisioni presenti in
quell’edizione. Nella trascrizione si è cercato di rimanere fedeli ai testi
originali. Gli unici interventi di un qualche rilievo, segnalati con parentesi
quadre, si riferiscono alle due minute di lettere dello Schiaparelli dove
spesso vi sono abbreviazioni non segnate, ma che si è reso necessario
sciogliere per rendere comprensibile il al testo
lettore il testo. A questo proposito
al lettore.
devo ringraziare la responsabile dell’Archivio, la dottoressa Agnese
Mandrino per il prezioso aiuto prestato nella interpretazione di passaggi di
difficile comprensione in queste due minute. Le parole e le espressioni
sottolineate nei testi sono rese in carattere corsivo. Si ringrazia l’Archivio
Storico dell’Osservatorio di Brera per aver permesso l’edizione di questi
documenti.

109
110 MAURO DE ZAN

IL CARTEGGIO VAILATI- SCHIAPARELLI

I
G. Vailati a V. G. Schiaparelli
26. 6. 18971

Crema 26 Giu. 97
On.le Professore
Sono in dovere di ringraziarla per l’invio del Suo opuscolo sul
Pianeta Marte2 e colgo volentieri l’occasione così offertami di esternare la
mia sincera stima e ammirazione.
Come avrà visto dalla breve memoria che le spedii “Sul concetto di centro
di gravità in Archimede”3 e dalla prolusione che le inviai lo scorso Febbraio,
io mi occupo di studi sulla storia della meccanica. Fra qualche settimana mi
permetterò pure di inviarle un mio secondo lavoro sulla Statica dei Greci (Il
principio dei lavori virtuali da Aristotele ad Erone d’Alessandria)4 che è ora
in corso di stampa, pu-//re negli atti dell’Accademia di Torino. In essa ho
avuto occasione di alludere al di lei splendido lavoro sulle sfere
omocentriche di Eudosso.5 Quest’anno nel mio corso non ho potuto
occuparmi che dei Greci. L’anno venturo conterei cominciare con Leonardo
da Vinci.
Rimandandole i miei più sentiti ringraziamenti ho l’onore di dirmi

1
Biglietto da visita intestato: “Ing. Dott. Giovanni Vailati – Docente di Storia della
Meccanica presso l’Università – Torino”, autografo conservato in Archivio Storico
dell’Osservatorio di Brera, d’ora innanzi ASOB, - Corrispondenza Scientifica, cart. 169.
2
Probabilmente si riferisce all’articolo di G. SCHIAPARELLI, Il pianeta Marte, «Natura ed
Arte», febbraio 1893, di cui si conserva copia con dedica dell’autore nell’Archivio Vailati.
3
La memoria Del concetto di centro di gravità nella statica di Archimede fu letta durante
l’adunanza del 9 maggio 1897 e pubblicata negli «Atti della Regia Accademia delle
Scienze di Torino», vol. XXXII e quindi in G. VAILATI, Scritti, J.A. Barth-B. Seeber,
Leipzig-Firenze 1911, pp. 79-90.
4
Si riferisce alla memoria Il principio dei lavori virtuali da Aritotele a Erone
d’Alessandria, letta nell’adunanza del 13 giungo 1897 e pubblicata in «Atti della Reale
Accademia delle Scienze di Torino», vol. XXXII, e quindi in G. VAILATI, Scritti, cit., pp.
91-106.
5
G. V. SCHIAPARELLI, Le sfere omocentriche di Eudosso, di Callippo e di Aristotele,
Milano, Hoepli 1875.
Hoepli Milano 1875.

110
IL CARTEGGIO VAILATI - SCHIAPPARELLI 111

Suo Dev.mo
G. Vailati

II
V. G. Schiaparelli a G. Vailati
14. 2. 18986

Prof. Gio. Vailati Crema


Milano 14 Feb. 1898

La ringrazio vivamente dei suoi due opuscoli ch’Ella mi ha favorito e di


altri che in passato ebbi in dono. Mi fa grandissimo piacere il vedere ch’Ella
è dei pochi nostri, i quali si curino alquanto della Storia delle matematiche.
Quanto alla Storia della meccanica, essa è ancora molto oscura, e
certamente dalle sue ricerche potrà guadagnar molta luce.
Mi sono imbattuto ultimamente in due passi concernenti Ipparco, che 7 non
so se siano mai stati studiati8 come meritano; sui quali pertanto vorrei
[ri]chiam[are] la Sua attenzione9. Il primo si riferisce appunto all’algoritmo
della Logica: e trovasi ripetuto due volte negli opuscoli di Plutarco, cioè
nelle Quaestiones conviviales Libro VIII quest. 9; e De Stoicorum
repugnantiis cap. 29. Crisippo aveva detto che con dieci elementi logici si
può fare più di un milione di combinazioni: Ipparco ha fatto il calcolo
rigoroso e ne trova 103049 positive e 310952 negative (i numeri non sono
sicuri e differiscono nei due luoghi).10 Ecco un caso che mi pare degno di
essere studiato e forse Ella s[arà] in grado di farlo; io no certamente.
L’altro fatto riguardante Ipparco è che quest’uomo straordinario aveva già
fatto un buon principio nell’analisi del moto dei gravi cadenti per la linea
verticale: e si trova presso Simplicio11 al libro I de Coelo, Commentario 85

6
Minuta di lettera su un unico foglio conservata in ASOB- Corrispondenza Scientifica,
Cart. 171.
7
Seguono cancellature.
8
Tra mai stati e studiati si legge la parola indagati cancellata.
9
La frase sui quali ecc. sostituisce in interlinea alcune parole cancellate.
10
Si veda in CHRYSIPPE, Oeuvre Philosophique, tome I, textes traduits et commentés par
Richard Dufour, Les Belles Lettres, Paris 2004, p. 270, il frammento 203, dove è riportato
un passo tratto dalle Contraddizioni degli Stoicidi Plutarco (cap. 29, 1047 C10-E2). Di
questo astruso calcolo logico Plutarco tratta anche nel cap. VIII, 9, 732 delle Quaestiones
Conviviales. Non pare che Vailati abbia accolto il suggerimento di Schiaparelli di
occuparsi di questo complicato calcolo di logica proposizionale.
11
Cancellato: de Coelo.

111
112 MAURO DE ZAN

(cito la vecchia edizione latina del 1544,12 avendo il mio esemplare presso
il legatore):13 mi sembra che questo passo e la confutazione che vi fa
Alessandro [nome incomprensibile] meriterebbero di essere studiati, e
nessuno lo può fare meglio di lei.
Il prof. Vitelli di Firenze ha fondato un Società per14 classi[co] e mi ha
nomi[nato] suo apostolo. In tale qualità mi fece credito di inviarle il 1°
fasci[colo] della rivista Atene e Roma15

______

III
G. Vailati a V. G. Schiaparelli
19. 2. 189816

Crema 19 Febbr. 98

Chiarissimo Professore,

Ho ricevuta a Torino, proprio alla vigilia di assentarmi di là,


la lettera di cui Ella mi ha voluto benevolmente onorare, e la ringrazio di
cuore, oltreché dei cortesi incoraggiamenti che essa mi da, anche delle due
notizie relative a Ipparco ambedue sommamente interessanti e riferentesi a
questioni che rientrano nel campo dei miei studi più favoriti. Mi sono
affrettato a riscontrare i due passi di Plutarco e sebbene non sia ancora
riuscito a veder bene e con precisione quali siano le “combinazioni di dieci
proposizioni” alle quali in essi si allude non dispero di arrivare, con ulteriori
ricerche in proposito, a qualche conclusione storicamente importante.

12
SIMPLICIUS, Commentaria in quatuor libros De Coelo Aristotelis. Nouiter fere de integro
interpretatat, ac cum fidissimis codicibus Graecis recens collata, Venetiis, apud
Hieronymum Scotium, 1544. Ipparco viene citato da Simplicio nel Commentarius 86 e non
85 come indicato da Schiaparelli. Cfr. ed. cit. a p. 57. Vailati darà rilievo alle riflessioni di
Ipparco sulla caduta dei gravi nella memoria Le speculazioni di Giovanni Benedetti sul
moto dei gravi, ricordando in nota che l’importanza di questi passi di Ipparco riportati da
Simplicio gli fu segnalata da Schiaparelli: Vedi G. VAILATI, Scritti, cit., pp. 175 e 176.
13
Segue intera riga cancellata e non comprensibile.
14
Seguono due parole incomprensibili.
15
La parte conclusiva del periodo non è comprensibile.
16
Lettera autografa su 5 facciate conservata in ASOB- Fondo Corrispondenza Scientifica,
Cart. 171.

112
IL CARTEGGIO VAILATI - SCHIAPPARELLI 113

Dell’altro passo, di Simplicio, relativo a un opera perduta di Ipparco “Sui


gravi cadenti” avevo// già avuto notizia da una citazione del Wohlwill (Die
Entdeckung des Beharrungs-Gesetzes nelle Zeitschrift für
Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft 1884 pg. 384) al quale esso fu
segnalato dal Dr. Gustav Heylbut. Esso era noto a Galileo il quale però, a
quanto riporta il Wohlwill, dice di aver avuto la stessa idea che si trova ivi
enunciata (cioè che l’accrescimento di velocità dei gravi cadenti derivi dal
graduale esaurirsi della spinta in su, corrispondente alla reazione
dell’appoggio) due mesi prima di aver cognizione del passo di Simplicio. É
da notare che quest’idea non è stata abbandonata da Galileo che assai tardi e
con gran pena, e che egli mantenne la plausibilità di questa spiegazione del
moto accelerato dei gravi anche dopo la sua scoperta della legge della loro
caduta, legge che egli considerava non tanto come atta a spiegare quanto
piuttosto come atta a descrivere// il modo di comportarsi dei gravi cadenti.
Ciò è tanto più strano in quantoché un tentativo di spiegazione basato invece
sul concetto d’inerzia e di successive accumulazioni di velocità dovute al
continuo agire del peso, si trova già negli scritti di Giovanni Benedetti
(Diversarum speculationum mathem. et physic. Liber [1585 Taurini]17. Ivi
dice fra le altre cose: motus dictus naturalis suam semper velocitatem
adauget ob continuam18 impressionem quam recipit a causa conjucta cum
ipso corpore. pg. 9519)
Degli scritti di Benedetti ( e di Tartaglia) che si riferiscono al moto dei gravi
cadenti o lanciati, sto ora appunto occupandomi, e spero potere fra un paio
di mesi presentare un breve lavoro in proposito all’Accademia di Scienze di
Torino.20//
Ho ricevuto il Numero della Rivista Atene e Roma che Ella ha avuto la
cortesia di inviarmi, e mi terrò onorato se Ella mi vorrà proporre come
Socio aggregato.21 Mi sembra di buon augurio, per lo sviluppo della cultura
italiana, il sorgere di questa Società nella quale quelli tra gli studiosi di
Scienze fisiche e matematiche che sono compresi dell’importanza delle
ricerche storiche, danno la mano a quelli tra i filologi e gli eruditi che

17
G. BENEDETTI, Diversarum speculationum mathematicarum et physicarum liber, Apud
Haeredem Nicolai Bevilaquae, Taurini 1585. Le parentesi quadre sono nel testo.
18
La parola continuam è sottolineata due volte.
19
Questa la citazione corretta del passo tratto da p. 195 – non 95 come erroneamente
indicato nella lettera – dell'opera di Benedetti: motus rectus dictus naturalis suam semper
velocitatem adauget ob continuam impressionem quam recipit a causa perpetuo conjucta
cum ipso corpore…
20
La memoria su Le speculazioni di Giovanni Benedetti sul moto dei gravi sarà letta
durante l'adunanza del 27 marzo 1898 dell'Accademia delle Scienze di Torino e pubblicata
nel vol. XXXIII degli atti accademici e quindi in G. VAILATI, Scritti, cit. , pp. 161-178.
21
La rivista «Atene e Roma», diretta dal latinista Girolamo Vitelli, aveva appena iniziato
ad essere pubblicata a Firenze per conto dell'Associazione Italiana di Cultura Classica. Il
nome di Vailati risulta nell’elenco dei “soci ordinari” pubblicato nel secondo fascicolo del
1898, a p. 110

113
114 MAURO DE ZAN

concepiscono lo studio delle parole, non come uno scopo a se stesso, ma


come una preparazione indispensabile per lo studio dello sviluppo delle
idee. La cooperazione tra gli uni e gli altri sarà tanto vantaggiosa come
quella di cui parla la favola del cieco che prende in spalla uno zoppo.
Mi permetto di spedirle una copia del mio opuscolo, Sul metodo deduttivo,
della quale, se Ella lo crede conveniente, potrà fare dono a mio nome
all’Istituto Lombardo.
Colla più profonda stima e ossequio
Suo devotissimo
G. Vailati

_______

IV
G. Vailati a V. G. Schiaparelli.
4. 8. 189922

Crema, 4 Agosto 1899

Chiarissimo professore,
ho tardato a ringraziarla del cortese invio della sua recensione
del libro del dott. Cerulli,23 poiché speravo di avere occasione di farlo a viva
voce passando da Milano nel mio ritorno da Pinerolo24 a Crema. Non
essendomi stato possibile devo rimettere ad altra volta l’ambito piacere di
un breve colloquio con Lei.
Quest’anno i miei studi sulla storia della meccanica hanno subito qualche
ristagno a causa delle molte ore occupate nell’insegnamento onde non ho
prodotto altro,// su questo soggetto, che quell’opuscoletto sulle “Questioni

22
Lettera autografa su 4 facciate, conservata in ASOB - Corrispondenza Scientifica, cart.
174.
23
Vincenzo Cerulli (1859-1927), astronomo, fondò l'Osservatorio privato di Collurania, a
Teramo, dove condusse osservazioni su Marte ed elaborò la teoria ottica dei cnali di Marte.
Della recensione di Schiaparelli – pubblicata nel periodico tedesco «Vierteljahrsschift der
Astronomischen Gesellschaft» 34. Jahrgang (1899) – a V. CERULLI, Marte nel 1896-97.
Pubblicazioni dell'Osservatorio privato di Collurania. N. I. Collurania 1898, è conservato
un estratto con dedica autografa dell'autore a Vailati nell'Archivio Giovanni Vailati.
24
Vailati insegnò matematica nel liceo di Pinerolo durante l'anno scolastico 1898-99
sostituendo l'amico Alessandro Padoa.

114
IL CARTEGGIO VAILATI - SCHIAPPARELLI 115

di parole nella storia delle scienze e della cultura” che le spedii lo scorso
febbraio.
In questi mesi di vacanza conterei occuparmi a studiare le teorie idrostatiche
e pneumatiche di Erone approfittando del fatto25 che ultimamente, come
Ella sa, è uscito il primo volume d’una edizione critica delle sue opere,
comprendente appunto gli studi su quell’argomento.26
Attendo anche ad un breve lavoro, che// probabilmente uscirà in Dicembre
sotto forma di “prolusione”, sulla classificazione delle scienze e sui vantaggi
e gli inconvenienti della divisione del lavoro nel campo degli studi.27 E’ un
soggetto che mi sembra interessante ed opportuno (anche in vista dei recenti
studi nella Bibliografia internaz[ionale])28 e che mi darà anche occasione di
svolgere alcune considerazioni, d’indole logica, sulle classificazioni in
genere e la loro funzione nella ricerca e nella conservazione e trasmissione
delle conoscenze. Ho letto recentemente una bellissima monografia del
Durand ( de Gros): Aper-// çus de taxinomie générale (Alcon, ‘99).29 Più
che farne una storia delle classificazioni ideali delle scienze30, escogitate
dai filosofi (da Platone nel Sophista e nel Politicus fino a Comte e Spencer)
vorrei occuparmi delle classificazioni reali che trovarono concreta
attuazione nella distribuzione effettiva, professionale o didattica, delle
conoscenze e delle ricerche dai Greci a noi.
Mi premerebbe consultare il noto lavoro dell’Ampère,31 che spero di
rintracciare in qualche biblioteca di Milano. Qualunque sua indicazione,
anche solo bibliografica, riguardante i suddetti argomenti mi sarebbe
preziosa.
25
Segue cancellatura.
26
Vailati si riferisce al primo volume dell'edizione critica delle opere di Erone uscito
quell'anno a cura di Wilhelm Schmidt: HERO ALEXANDRINUS, Pneumatica et automata :
accedunt Heronis Fragmentum De horoscopiis aquariis, Philonis De ingeniis spiritualibus,
Vitruvii Capita quaedam ad pneumatica pertinentia, Druck und Verlag von B. G. Teubner,
Leipzig 1899.
27
Si riferisce allo scritto Des difficultés qui s'opposent à une Classification Rationelle des
Sciences che fu la relazione letta da Vailati al congresso internazionale di filosfia svoltosi
nell'estate del 1900 a Parigie pubblicata nella Bibliothèque du Congrés international de
philosophie, vol. III, «Logique et histoire des scieces», Colin, Paris 1901 e quindi in G.
VAILATI, Scritti, Barth-Seeber, Leipzig-Firenze 1911, pp. 324-335. Il riferimento a questo
scritto come ad una prolusione è interessante e conferma l'ipotesi avanzata da Mario
Quaranta che Vailati aveva intenzione di proseguire anche nell'anno accademico 1899-1900
l'esperienza del corso di storia della meccanica all'Università di Torino. Cfr. M. QUARANTA,
Introduzione a G. VAILATI, Gli strumenti della ragione, a cura di M. Quaranta, Il Poligrafo,
Padova 2003, p. 33.
28
La frase tra parentesi è inserita in interlinea tra le parole opportuno e e che.
29
J.P. DURAND, Aperçus de taxinomie générale, Alcan, Paris 1899. Nel testo Vailati scrive:
Aperçu de taxinomie generale. Vailati recensì quest’opera nel fascicolo di gennaio-febbraio
1900 della «Rivista di Scienze Biologiche», quindi in G. VAILATI, Scritti,cit., pp. 287-291.
30
l’espressione delle scienze è inserita in interlinea tra le parole contigue.
31
A.M. AMPERE, Essai sur la philosophie des sciences, ou Exposition analytique d'une
classification naturelle de toutes les connaissances humaines, Bachelier, Paris, 1834.

115
116 MAURO DE ZAN

Mi creda sempre con la più profonda stima,


suo dev.mo
G. Vailati.

________________

V
V. G. Schiaparelli a G. Vailati.
11.8.189932

Milano, 11 Agosto 1899

Chiarissimo Sig. Prof.,


Mille grazie della Sua cortese lettera e delle notizie
che Ella mi dà dei suoi studi sulla storia della scienza e sulla filosofia
scientifica. Ella, così giovane, ha già stampate orme non facilmente
cancellabili in questo campo, e coll’autorità che mi danno i miei capelli
canuti, Le dirò, che aspettiamo ancora molto da Lei.
L’argomento della classificazione delle scienze non mi è molto familiare. Su
di essa non conosco che33 qualche generalità relativa alla classificazione di
Ampère (nelle Prefazioni della Fisica dei corpi ponderabili di Avogadro),34
di egli e delle altre si espone in un testo del Professor Camillo Trivero,
intitolato appunto Classificazione delle Scienze e stampato questo stesso
anno 1899 per i manuali Hoepli.35 Alle pagine 28-29 vi è una piccola
bibliografia sull’argomento. Se non ha questo libro, me ne [scriva] che
posso mandarle di [sic] un esemplare.
Con la più viva stima, il suo

32
Minuta di lettera su un unico foglio, conservata in ASOB - Corrispondenza Scientifica,
cart. 174.
33
Seguono diverse parole cancellate e non comprensibili.
34
Si riferisce a AMEDEO AVOGADRO, Fisica de' corpi ponderabili, ossia Trattato della
costituzione generale de' corpi, Stamperia Reale, Torino, 1837-1841, in 4 voll.
35
C. TRIVERO, Classificazione delle scienze, Hoepli, Milano 1899. Vailati terrà conto del
suggerimento di Schiaparelli: si procurerà il volume di cui si conserva copia, con dedica
autografa dell’autore a Vailati, nella biblioteca dell' Archivio Giovanni Vailati e lo
recensirà nella «Rivista Italiana di Sociologia», III, luglio 1899, quindi in G. VAILATI,
Scritti, cit., pp. 149-150.

116
IL CARTEGGIO VAILATI - SCHIAPPARELLI 117

devotissimo

VI
G. Vailati a V. G. Schiaparelli
15.3.190036

Siracusa 15 III ‘00


Illustre Professore,
Le sono doppiamente grato dello splendido dono della Sua nuova
Memoria su Marte,37 il quale, oltre al pregio che ha per se stesso, ha anche
l’altro, per me non minore, di rammentarmi la sua benevolenza della quale
ho ben ragione di tenermi sommamente onorato.
Fui spiacentissimo lo scorso settembre38 di non averla potuta trovare a
Milano dove fui ripetutamente a cercarla prima e dopo del mio viaggio a
Berlino. Spero che sarò più fortunato al mio ritorno [parola incomprensibile]
tra tre o quattro mesi. Sto leggendo l’”Archimedes in modern notation”
dell’Heath.39
Mi creda con profonda stima, suo dev.mo
G. Vailati

36
Cartolina postale illustrata con fotografia del porto di Siracusa indirizzata a “Chiar.mo
Professor Giovanni V. Schiaparelli dell’Osservatorio Astronomico di Brera, Milano” ;
originale conservato in ASOB, Corrispondenza Scientifica, cart. 175.
37
Con ogni probabilità si riferisce alla memoria Osservazioni astronomiche e fisiche sulla
topografia e costituzione del pianeta Marte fatte nella Specola Reale di Brera in Milano
coll'equatoriale di Merz-Repsold (18 pollici) durante l'opposizione del 1888, pubblicata in
«Memorie della Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali della Reale Accademia
dei Lincei», 1899, vol. III, pp.
pp*******
187-298.
38
Scritto in sostituzione di ottobre, cancellato.
39
Works of Archimedes, edited in modern notation, with introductory chapters, by T.L.
Heath, Cambridge, University Press, 1897. Una copia di quest’opera è conservata nalla
biblioteca dell’Archivio Vailati in Biblioteca del Dipartimento di Filosofia dell’Università
degli Studi di Milano.

117
118
RECENSIONI

AA. VV. GIOVANNI VAILATI INTELLETTUALE EUROPEO, A CURA DI


FABIO MINAZZI, THÈLEMA EDIZIONI, MILANO 2006, PP. 191, €
20,00

“Giovanni Vailati intellettuale europeo” è il titolo degli Atti del


Convegno di Spongano (Lecce, 12 aprile 2003), pubblicati nella Collana I
poliedri della ragione per le Edizioni Thélema, 2006. Curato da Fabio
Minazzi, ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di
Lecce e direttore della Collana stessa, il testo è diviso in quattro sezioni
dedicate rispettivamente a “Vailati epistemologo e storico delle scienze”,
“Vailati e la cultura italiana”, “Vailati e la psicologia” e “Vailati e il
problema della scuola”. In Appendice un Carteggio inedito di Giovanni
Vailati con Vito Volterra, frutto dell’indagine appassionata dello studioso
Mario Quaranta. Gli autori, oltre ai due già citati, sono Dario Antiseri,
Franco Baldini, Luigino Binanti, Mario Castellana, Salvo D’Agostino,
Mauro De Zan, Ivan Ottolini, Arcangelo Rossi, Antonio Quarta e Gabriella
Sava.

La ricchezza dei contributi raccolti nell’opera rende problematico in


questa sede un esame analitico di ciascuno scritto. Mi soffermerò dunque su
alcuni aspetti a mio parere emblematici che si possono riassumere nei
seguenti punti:
- lo strano caso dell’anomalia della cultura italiana;
- cultura scientifica e cultura umanistica;
- insegnare Vailati e insegnare secondo Vailati.

Lo strano caso dell’anomalia della cultura italiana.


Poche espressioni, con riferimento a Vailati, hanno avuto fortuna più di
quella utilizzata da Eugenio Garin: lo “strano caso” di Giovanni Vailati
nella storia della cultura filosofica italiana. Evidentemente l’assonanza con

119
120

espressioni note conferisce a quelle nuove una familiarità che le imprime


nella memoria in modo persistente. Ma Vailati non è Jekyll: se mai è la
cultura italiana del primo Novecento ad essere anomala, come già notava
nel 1960 Giulio Preti, in uno scritto pubblicato per la prima volta da
Minazzi nel 1994. Vi si legge che l’Italia è “un paese ignorante,
economicamente arretrato, moralmente e culturalmente vecchio,
topograficamente (e spiritualmente) marginale, provinciale”. E’ in questo
contesto che va letta la singolarità della figura e dell’opera di Vailati, ossia
di un intellettuale che, recuperando una forte tradizione settecentesca, sia
pure minoritaria, si fa espressione di un’Italia europea moderna e
progressista e ricomincia a discorrere con un’intelligenza straniera di
scienziati e filosofi delle più disparate correnti di pensiero. Solo un dubbio:
Preti ascrive al Sud l’Italia fascista, “legata alle ideologie reazionarie
dell’idealismo e del cattolicesimo” e al Nord quella europea di ispirazione
illuministico-settecentesca. Verrebbe da chiedersi quanto oggi ci sia ancora
di vero in questa semplificazione, del cui carattere approssimativo e
ingiusto, peraltro, mostra di essere consapevole lo stesso Preti.
Nell’ottica di questo ribaltamento che colloca l’anomalia nel
provincialismo della cultura italiana, anziché nella presunta stranezza di
Vailati, viene rimesso a fuoco il punto di vista ermeneutico del testo,
secondo cui non è privo di significato il fatto che nel 1929 il nome del
filosofo e matematico cremasco compaia nel manifesto del neopositivismo
viennese di Hahn, Neurath e Carnap come uno dei “maggiori”, in
compagnia, tra gli altri, di autori del calibro di Mach, Poincaré, Einstein,
Russell, Peano, Wittgenstein o Whitehead.
Il più grave limite individuato nella cultura italiana è di concepire la
formazione filosofica come sostanzialmente o esclusivamente umanistica,
facendone per ciò stesso una formazione “assai claudicante e decisamente
dimidiata” (Minazzi). Al contrario, filosofia e scienze non possono che
collaborare con reciproco vantaggio, sia sul piano metodologico che
concettuale. Ma purtroppo l’Italia, al tempo dell’egemonia positivistica,
soffre di quella condizione paradossale già evidenziata da Garin, ossia
scienziati indifferenti alla riflessione filosofica e filosofi che esaltano
scienze di cui ignorano pressoché tutto. Il fatto che l’attenzione di Vailati
per Mach, Duhem, Poincaré sia spesso selettivamente orientata a
individuare ciò che in ciascuno di quegli autori può renderli interessanti “a
quelli che si occupano degli sviluppi delle teorie pragmatiste” non
sminuisce la portata di quell’interesse. Certo può comportare qualche
forzatura, come osserva Minazzi: ad esempio la polemica contro la
distinzione di Poincaré fra procedimenti intuitivi e procedimenti logici
impedisce a Vailati di “intendere pienamente la novità epistemologica di
Poincaré”. Oppure la valorizzazione dell’olismo duhemiano (“occorre […]
ammettere – argomenta Vailati con riferimento a Duhem – che una teoria, o
insieme di ipotesi, possa avere un significato anche quando non se ne possa

120
121

propriamente attribuire alcuno alle singole parti, o affermazioni, che


concorrono alla sua costituzione”) lo induce ad operare una riduzione
acritica del filosofo parigino all’orizzonte del pragmatismo, o ad avvicinarlo
indebitamente a Mach, anch’egli “iscritto d’ufficio nelle file dei
pragmatisti”(ancora Minazzi), dal momento che la sua concezione
economica delle teorie scientifiche viene da Vailati assimilata a una lettura
strumentalista. E tuttavia tali limiti, ancor più palesi nella percezione della
filosofia kantiana e neokantiana di cui egli mette alla berlina l’influenza
deprimente sulla cultura europea del primo Novecento, non impediscono a
Vailati di svolgere un’indagine della ricerca scientifica paradossalmente
affine a quella del criticismo, nella direzione di una “trasformazione del
kantismo in una sorta di più elastico e duttile funzionalismo” (Dal Pra,
1984). Ma soprattutto non gli impediscono (anzi, staremmo per dire sono
ciò che consente) a Vailati di sviluppare un pensiero capace di confrontarsi
con il sapere scientifico moderno, laddove l’incipiente egemonia
neoidealistica della cultura italiana non fa che rafforzare le già possenti
barriere fra discipline umanistiche e discipline scientifiche.
Rispetto ai neoidealisti, Vailati sarebbe secondo Minazzi impacciato dal
moderatismo aristocratico che lo induce a non optare, come alcuni suoi
contemporanei, ad esempio Vacca, per una polemica frontale, ma piuttosto
per una mediazione fra i differenti programmi, in grado di coinvolgere
anche i più distanti avversari teorici. Tentativo puntualmente fallito, sia nei
confronti di Gentile, che liquidò sprezzantemente il valore euristico delle
ricerche vailatiane (“tutte le sue osservazioni […] son vuote d’ogni
significato dal punto di vista delle moderne teorie del linguaggio”), sia nei
confronti di Croce, che decretò la “nullità filosofica” della logica
matematica. Peraltro la stessa strategia di mediazione viene abitualmente
elogiata quando Vailati la esercita nei confronti di quei “ragazzacci” di
Papini e Prezzolini. Sostanzialmente su questa linea anche il contributo di
Luigino Binanti dedicato allo “strano rapporto” fra Vailati e Prezzolini.
Forse la filosofia neoidealista era destinata ad avere più presa di quella
vailatiana perché meglio radicata proprio nell’anomalia della cultura italiana
con il suo provincialismo e il suo vuoto accademismo. E non importa quanto
poi lo stesso Croce avesse nei propri intenti programmatici
un’emancipazione da quel provincialismo. Si tratterebbe di indagare a
questo proposito quale sia stato lo “strano caso” di Benedetto Croce, che
malgrado le intenzioni finì con l’essere rappresentativo di una cultura
antiquata e italica nell’accezione peggiore.
Piuttosto, se Vailati avesse avuto la possibilità di continuare a sviluppare
quel tentativo di mediazione, chissà che non potessero emergere alcuni punti
d’incontro con lo storicismo crociano, sul piano metodologico, e con il
liberalismo laico e antifascista, sul piano etico-politico, contraddicendo ogni
polemica profezia sul presunto carattere fascista dell’appello all’azione del
pragmatismo vailatiano. Chissà che lo stesso Croce non potesse assaporare

121
122

il gusto della distinzione fra il compito euristico degli scienziati


relativamente ai mezzi per raggiungere fini che gli uomini si propongono, e
i fini “in vista dei quali essi debbano agire e al cui conseguimento debbano
dirigere i loro sforzi e i loro sacrifici”(Vailati). E magari sul terreno
dell’impegno etico gli italici neoidealisti non avrebbero disdegnato di
trovarsi a combattere fianco a fianco con gli ammiratori di Locke e
dell’empirismo inglese nella comune lotta per la libertà.
Una cosa è certa: il coro di reciproche accuse sia fra gli ex amici
neoidealisti Croce e Gentile, sia fra questi e critici caustici come Vacca non
giovò alla cultura italiana. L’aristocratica moderazione di Vailati era invece
destinata a produrre frutti più tardi, quando le discipline scientifiche si
presero la rivincita sull’ubriacatura umanistica e sulla vaneggiante pretesa di
ogni specie di verità assoluta.

Cultura scientifica e cultura umanistica.


Dopo che lo stesso Croce fu scomparso dalla scena, toccò a pensatori
come Abbagnano, Geymonat, Bobbio, Preti riprendere la vailatiana fatica di
Sisifo di far uscire la cultura italiana dall’isolamento, ristabilendo il dialogo
fra filosofia e scienze momentaneamente compromesso dal neoidealismo.
Abbagnano, in particolare, in un convegno del 1953 auspicava “una
connessione articolata” fra filosofia e scienze “capace di sgombrare la
filosofia da problemi e concezioni derivanti da fasi arretrate della ricerca
scientifica, e capace di dare un contributo positivo alla critica e al
rinnovamento delle strutture di fondo delle scienze” (A. Quarta). Quanto poi
in quel programma ci fosse di liberatorio nei confronti di una sorta di esilio
troppo a lungo subito, è lo stesso Abbagnano a spiegarlo in Ricordi di un
filosofo, là dove racconta come, camminando per le strade della sua Salerno
o di Napoli, non ci si imbattesse mai “nello Spirito Assoluto che avanza
nella Storia attraverso la sua dialettica fatta di tesi, antitesi, sintesi”, ma
piuttosto in uomini concreti impegnati in un rapporto con la natura e altri
uomini a lavorare, amare, lottare per l’esistenza.
Anche Remo Cantoni consentiva: “il divorzio della filosofia dalla
scienza è la morte della filosofia e forse anche della stessa scienza”. Troppo
nota la vicenda intellettuale di Ludovico Geymonat per soffermarvisi. Dal
Pra, Garin, Rossi-Landi riconoscevano che la via imboccata da Vailati era
stata tra le più fruttuose, contribuendo alla formazione di un’attitudine
analitica e positiva, sobria ed efficace, contro ogni tendenza ontologizzante
delle teorie e delle scoperte scientifiche.
Un esempio in questa direzione viene offerto dall’intervento di Gabriella
Sava: l’attenzione di Vailati per la psicologia del primo Novecento assume
un valore emblematico dell’atteggiamento di cauta apertura verso discipline
che stanno affermandosi come scienze autonome, emancipandosi da una
bimillenaria dipendenza dalla matrice filosofica e metafisica. Le due
tendenze fondamentali che si fronteggiavano erano quella fisiologica e

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parapositivistica dei “fanatici degli esperimenti, disprezzatori di ogni fatto


che non si possa descrivere in termini di peso, numero e misura”, e quella
dei “filosofi idealisti”, interessati alle grandi questioni su soggetto e oggetto,
immanenza e trascendenza, enigmi dell’universo e via dicendo. A queste
scuole contrapposte, che con una terminologia più recente potremmo grosso
modo ricondurre rispettivamente alla psicometria e alla psicologia
umanistica, Vailati preferisce una ricerca capace di avvalersi di più metodi,
secondo un’istanza di pluralismo sempre affermata e sempre ottemperata.
Una psicologia naturalmente di ispirazione pragmatistica – questa volta non
alla Peirce, bensì alla James – in cui viene integrata la classificazione
brentaniana degli stati di coscienza nelle tre categorie di rappresentazioni,
aspettazioni o previsioni e volizioni. In particolare, a Brentano Vailati
attribuisce il merito di “aver insistito sull’assoluta diversità ed eterogeneità
degli atti con i quali si accetta o si rifiuta una data opinione o credenza e di
quelli con i quali si dichiara il modo di valutare determinati fini e la loro
diversa importanza o desiderabilità” (Sava): il solito canone metodologico
vailatiano costantemente applicato negli studi sul linguaggio e qui utilizzato
per esaltare il concetto di previsione, poiché “l’accertamento della verità
delle affermazioni avviene sul piano della previsione, cioè sul piano della
possibilità logica e non su quello dell’esperienza diretta, come sostenevano
gli empiristi e i positivisti” (Sava).
Grazie a questa impostazione Vailati si colloca su di un terreno ben
lontano dal disprezzo dei neoidealisti verso le scienze umane (psicologia e
sociologia in primis), ma più maturo dell’indecisione comtiana, riduzionista
e oscillante fra il ricondurre la psicologia alla fisiologia o alla sociologia,
che valse alla psicologia l’esclusione dall’enciclopedia delle scienze. Al
contrario, Vailati attribuisce alla psicologia un ruolo autonomo fra le scienze
umane, e precisamente “in vista di una concezione unitaria del conoscere
che metta in stretta relazione sapere scientifico e sapere filosofico” (ancora
Sava). E’ pur vero che l’indirizzo da lui promosso non diede luogo ad una
psicologia pragmatista, che del resto, malgrado James, non si affermò
neppure negli Stati Uniti, ma ciò che più conta è in questo caso il discorso
metodologico specifico di cui si è detto e anche quello generale. Intendo
riferirmi al criterio di prudente epoché nei confronti di esperienze
parapsicologiche come la telepatia, verso cui Vailati non chiude
aprioristicamente, ma lascia aperta una possibilità di spiegazione futura
sulla base di nuove indagini ed eventuali scoperte. Sarebbe grave, invero,
precludere per principio la possibilità di estendere verso ambiti impensati la
nozione di esperienza, solo a causa della nostra attuale incapacità di
spiegazione di determinate categorie di fatti.
Un discorso simile si potrebbe sviluppare rispetto alla sociologia, se
consideriamo il previsionismo sociologico di Limentani. Con l’abituale
eleganza, Quaranta illustra analogie e differenze fra previsione sociologica e
previsione fisica, motivando nel contempo il rilievo particolare attribuito da

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Vailati al pensiero di Limentani. Ovvio che in questo caso non si tratta di


mediare fra Comte e Croce, bensì di individuare una posizione in un certo
senso in continuità con quella comtiana, che sappia porsi fra due estremi
“rappresentati, rispettivamente, da Benedetto Croce, integralmente anti-
previsionista, e dai pragmatisti, che identificano la conoscenza con la
previsione” (Quaranta). Anche in questo contesto viene confermata una
sostanziale unità metodologica fra scienze naturali e scienze umane.
L’aspetto più noto della lotta vailatiana intesa a riportare le due culture
ad unità resta comunque quello dell’approccio storico alle conoscenze
scientifiche. Si vedano le considerazioni che lo stesso Quaranta svolge in un
altro testo dedicato a Giovanni Vailati, Gli strumenti della ragione (2003),
in particolare “La storia della scienza come scienza” (pagg. 19 – 26). Né
mancano gli approfondimenti su questo tema negli Atti del Convegno di
Spongano: segnaliamo i contributi di Arcangelo Rossi “Giovanni Vailati
storico e filosofo delle scienze”, Mario Castellana “Epistemologia e storia in
Giovanni Vailati e Gaston Milhaud”, e Salvo D’Agostino “Giovanni Vailati
storico della scienza”.
Decisamente nuovo è il taglio del saggio di Franco Baldini e Ivan
Ottolini, che si cimentano con successo nell’applicare alla psicanalisi la
regola della Consequentia Mirabilis enunciata nell’ambito logico-
matematico da Saccheri (“la caratteristica primaria di ogni verità
fondamentale [è] che partendo dalla sua negazione assunta come vera,
mediante una forma di splendida redarguizione, essa possa essere alla fine
ricondotta a se stessa”) e riscoperta da Vailati, il quale la accosta
all’argumentum ad hominem della retorica (“non è un’opinione qualunque
dell’avversario quella che si assume per dimostrare la propria, ma
precisamente quella che si vuole combattere e che è il contrario della
propria”). La fecondità di tale modulo procedurale nella cura analitica
consiste nel valore aggiunto della forza argomentativa da esso fornita alla
usuale e disarmata scoperta dei pensieri rimossi che procurano al paziente il
malessere nevrotico. In altri termini, la suggestione aggiunta alla verità
contribuisce al consolidamento del miglioramento delle condizioni
sintomatiche. Conclusione forse intuitivamente prevedibile, ma che ricava
una più vigorosa consistenza probatoria dai rigorosi ragionamenti
inferenziali svolti dagli autori avvalendosi della consequentia mirabilis.
Il metodo utilizzato nel saggio di Baldini e Ottolini ci pare possa essere
proficuamente esteso allo studio dei più svariati contesti disciplinari, ad
esempio quello giuridico. E’ ancora tutto da indagare il vantaggio che
potrebbe derivare a queste indagini dalle delucidazioni vailatiane. Ci
permettiamo di suggerire questo possibile percorso al team di studiosi che
da anni pubblicano i risultati delle proprie ricerche nella collana di
Epistemologia giudiziaria diretta da Giulio Ubertis. Alcuni titoli valgano
come esempio del taglio euristico prediletto da quel team: “Introduzione alla
filosofia dell’induzione e della probabilità” (L.J. Cohen, 1998), “L’inferenza

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probabilistica nel diritto delle prove. Usi e limiti del bayesanesimo” (a cura
di P. Tillers e E.D. Green, 2003) e “Il concetto di prova alla luce
dell’intelligenza artificiale” (a cura di J. Sallantin e J.-J. Szczeciniarz, 2005).
Se il percorso si rivelasse praticabile, l’opera di Giovanni Vailati avrebbe
offerto l’ennesimo contributo al progressivo ricongiungimento delle due
culture umanistica e scientifica, in un campo, come quello del diritto,
tradizionalmente considerato più vicino alla prima che alla seconda.

Insegnare Vailati e insegnare secondo Vailati.


Un’altra espressione che incontra spesso il favore degli studiosi di
Vailati è l’attualità del suo pensiero, che si precisa in attualità inattuale
quando il discorso si concentra su problematiche pedagogico-scolastiche:
un’espressione pronunciata con un tono a metà strada fra lo stupore per
l’acume rivelato dal filosofo cremasco e la delusione di chi vede la scuola
italiana procedere oggi in tutt’altra direzione.
In estrema sintesi, le idee di Vailati sull’argomento si possono
riassumere nei seguenti punti:
1. riorganizzazione dei programmi di insegnamento scientifico, con
adozione di un metodo storico-euristico e genetico che integri la
funzione pedagogica dell’errore, specie in matematica e fisica;
2. solidarietà fra i due rami dell’insegnamento letterario e scientifico;
3. l’istruzione come piccola parte dell’educazione, ossia educazione
dell’intelletto, a cui fa riscontro l’educazione della volontà e dei
sentimenti. Dunque, no al nozionismo e sì allo sviluppo armonico
delle facoltà intellettuali;
4. valorizzazione dell’interesse degli alunni come prerequisito
imprescindibile della buona riuscita dell’insegnamento;
5. no alla scuola dell’indottrinamento verbale (oggi si direbbe la
“scuola auditorium”), sì alla scuola dell’allenamento (la “scuola
laboratorium”), dove all’allievo è dato il mezzo per addestrarsi sotto
la guida e il consiglio dell’insegnante e dove egli può sperimentare e
risolvere questioni, misurare, misurarsi e “mettersi alla prova di fronte
ad ostacoli e difficoltà atte a provocare la sua sagacia e a coltivare la
sua iniziativa” (Vailati);
6. studio di più lingue straniere e abbandono dello studio meramente
filologico del latino, a favore dello storia della lingua e del latino come
strumento per la comprensione dei classici;
7. lo studio della filosofia potrebbe limitarsi all’ultimo anno dei licei
(rispetto a quest’ultimo punto, Vailati pensa forse di disgiungere la
filosofia dalla storia della filosofia e di tradurne l’insegnamento in
teoria dell’argomentazione e correttivo dello specialismo scientifico).
Come si può notare, le indicazioni vailatiane, formulate in pieno clima
attivistico, non si riducono a un’assunzione acritica dei principi
fondamentali delle scuole nuove, come l’accento posto sull’interesse

125
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dell’alunno e sull’opportunità di introdurre metodi attivi e laboratoriali,


ma anzi anticipano per più aspetti alcune tesi postattiviste, ad esempio del
cognitivismo e dello strutturalismo bruneriano. Quanto mai pertinente è
infatti il richiamo a Bruner di Salvo D’Agostino a proposito del metodo di
insegnamento delle scienze proposto da Vailati, secondo cui è
controproducente iniziare le lezioni con formule e formalismi o con la
fissità di leggi presentate come immutabili. Anche le considerazioni sulla
connessione, nell’insegnamento, fra aritmetica e geometria, o
l’antinozionismo a favore di un metodo che insegni a distinguere i fatti e
applicare i concetti, o ancora l’insegnare per problemi e lo sviluppo della
capacità di raziocinio e invenzione, non possono non far pensare ad alcuni
temi della pedagogia bruneriana: ad esempio il rispetto per la fase di
sviluppo della mente infantile, che esige di rivolgersi agli alunni con un
linguaggio adeguato all’età, oppure il metodo del problem solving, o
l’invito rivolto ai docenti a coltivare il pensiero intuitivo, accanto a quello
analitico, dei propri studenti. Per non dire della stessa esigenza di
ammodernamento dei programmi scolastici, specialmente quelli delle
discipline scientifiche, così da favorire, grazie allo studio della struttura
delle materie, il duplice transfert “dell’addestramento” e “dei principi e
delle attitudini”.
Dario Antiseri in “Motivi di attualità delle concezioni pedagogico-
didattiche di Giovanni Vailati” analizza ciascuna di tali concezioni,
soffermandosi in particolare sulla recensione vailatiana a La
Mathématique: philosophie, enseignement di C. Laisant. Ne emerge il
progetto di una scuola “come centro di ricerca”, che “cattura i problemi
degli allievi” e mette a loro disposizione i mezzi per imparare da sé.
Ancor più esplicito è l’invito rivolto da Mauro De Zan a prendere
coscienza del vero problema della scuola odierna, che è quello di
trasformare lo studente da “spettatore passivo che assiste con noia
crescente giorno dopo giorno a letture-conferenze” a “protagonista che si
pone domande e a scuola trova l’ambiente, le persone e gli strumenti con
cui può con passione proseguire la sua ricerca”. Fra i testi che possono
contribuire alla realizzazione di questa benefica metamorfosi vanno
annoverati, ovviamente, anche quelli di Giovanni Vailati. E qui De Zan
smentisce l’affermazione di Quaranta secondo cui, per lo meno su alcuni
scritti di Vailati, “si è già detto quasi tutto”. Sulla scorta delle Lezioni
americane di Calvino, De Zan indica infatti “qualche valida ragione per
leggere Vailati a scuola”. Si tratta di un’impostazione originale, capace di
far emergere nuovi pregi dello stile vailatiano: brevità, chiarezza
espositiva, uso frequente di efficaci esempi esplicativi, rispetto della
complessità e problematicità. Quali contenuti privilegiare fra gli
innumerevoli affrontati dal filosofo cremasco diventa un problema in
qualche modo secondario, ma De Zan non si astiene dall’ipotizzare una
scelta ragionata: gli scritti dedicati alle riflessioni sul linguaggio e ai modi

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della conoscenza, con le precise indicazioni “su come si deve ben


argomentare e su come, anche e forse soprattutto, si può evitare di male
argomentare”. Opzione, quest’ultima, che ricorda il metodo seguito da
Umberto Eco nel corso di Comunicazione dell’Università di Bologna:
“alcuni esercizi consistevano anche nel provarsi a scrivere male, e cioè
come non si deve – perché per capire come si deve occorre anche capire
come non si deve”.
De Zan ha in mente un profilo alto di insegnante, capace di avviare in
classe una discussione interdisciplinare, di stimolare la curiosità degli
alunni, di fornire “qualche idea ‘preziosa’ per chi, tra gli alunni, abbia
interesse ad approfondire temi particolari”. Ha in mente anche un profilo
alto di studente, capace di recepire tutti quegli stimoli e rielaborarli
autonomamente e criticamente. Ed è giusto che sia così, qualunque sia poi
la dura lezione dei fatti di chi vive la scuola italiana del 2006. Per essere
bravi insegnanti non bisogna mai rinunciare a credere nella possibilità di
un dialogo proficuo, di un incontro culturale con chi non la pensa come
noi: ed è questo precisamente che Vailati ha sempre fatto.

(Patrizia de Capua)

MARIO CALDERONI, SCRITTI SUL PRAGMATISMO, A CURA DI


ANTONINO DI GIOVANNI, CENTRO STAMPA COMUNE DI FERRARA,
FERRARA 2005, PP. 170
Gli scritti calderoniani hanno scarsa diffusione. Oltre alla datata raccolta
fiorentina del 1924, non è stata di recente avviata una minuziosa cernita che
riunisca l’intero materiale calderoniano; attualmente vi è la tendenza ad
introdurre i testi dell’autore ferrarese suddividendoli in aree tematiche
determinate. Questa tendenza – certamente non deleteria!- è attuata in
maniera eccellente in un interessante volume di Antonio Di Giovanni.
Giovane studioso dell’Università di Catania, Di Giovanni indirizza la sua
ricerca a soddisfare una domanda indilazionabile sulla riflessione culturale
dell’autore ferrarese: “Quale il Pragmatismo di Mario Calderoni?”. Il
curatore considera nove scritti idonei a raccontare l’intera concezione meta-
filosofica dell’autore ferrarese; i brani raccolti sono di sicuro interesse.
Prenderemo ora in considerazione struttura e contenuti della raccolta, ai fini
di mettere in chiaro riferimenti culturali e documentali di tale concezione
meta-filosofica. Va detto che all’inizio manca l’inserimento della tesi di
laurea I Postulati della Scienza Positiva ed il Diritto Penale (1901). E’ vero
che tale scritto non è marcatamente meta-filosofico o ricostruttivo; tuttavia
rimane interessante documento d’esordio della narrazione culturale
calderoniana tra teoria del diritto e inattese ascendenze bergsoniane.

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L’articolo Le varietà del Pragmatismo (1904) dischiude Calderoni alla


riflessione sulle ascendenze americane del Pragmatismo italiano di Vailati;
con questo articolo – come sottolinea il curatore- ha inizio un’estesa serie di
errori ricostruttivi che condurrà l’autore ferrarese a “sassonizzare” Peirce,
identificandolo come continuatore della tradizione sassone-scozzese di
Berkeley, Locke e Hume. Con Le varietà del Pragmatismo Calderoni
riferisce a Peirce – tra l’altro conosciuto nei limiti dei due articoli How to
make Our Ideas Clear del 1878 e (successivamente) What Pragmatism is
del 1905- l’intero metodo di ricerca suo e di Vailati. Secondo articolo
leonardiano introdotto è il centrale Variazioni sul Pragmatismo (1905). Con
esso Calderoni introduce indirettamente due vitali distinzioni ricostruttive:
quella tra redattori/collaboratori del Leonardo (e membri del Florence
Pragmatist Club) in analitici e metafisici e quella tra modi d’essere del
Pragmatismo in Pragmaticism di Peirce, Pragmatism del will to believe
jamesiano e strumentalismo della teoria della scienza continentale (Mach e
convenzionalismo francese). Queste due distinzioni sono riferimenti
irrinunciabili ad una corretta ricostruzione delle influenze culturali relative
alla tradizione di ricerca vailatiana e calderoniana; benché resti
incontrovertibile l’esistenza di una stretta relazione feedback – che
sottoscrivo totalmente- con rimanenti leonardiani (Gian Falco e Giuliano) e
Positivismi [pp. 35 e ss.], l’accostamento ad una linea ricostruttiva che –
basandosi unicamente sull’oramai obsoleta dicotomia Peirce/James –
trascuri ascendenze e incidenze decisive di Mach e del convenzionalismo
francese (Poincaré; Boutroux; Duhem) sulla tradizione vailatiana e
calderoniana rischia di mostrarsi estremamente riduttivo. Non è il caso delle
ricerche del Di Giovanni che, nella Prefazione (scritta da Antonino
Crimaldi) e nell’Introduzione, delineano con massima cura l’orizzonte
filosofico italiano e mondiale di fine ottocento; sono tuttavia rinviati
all’avvenire i necessari accenni alle intense e biunivoche relazioni della
tradizione di ricerca vailatiana e calderoniana con neo-idealismo crociano ed
attualista. Nel terzo articolo raccolto (Il senso dei non sensi del 1905) è ben
visibile la rilevanza nella narrazione culturale calderoniana della nozione di
analisi, che rende Calderoni e Vailati – insieme a Bolzano e Brentano –
indiscussi antecedenti culturali dell’analitica novecentesca. E’necessario
sottolineare come l’intuizione del curatore sulla indiscussa analiticità dei
nostri due autori sia viva in rarissimi altri brani della dottrina italiana
moderna, ma che oltre «[…]a Wittgenstein, a Moore, all’empirismo logico,
all’operazionismo, agli analisti di Oxford, alle scuole di Berlino e di
Leopoli-Varsavia […]» [p. 29] devono essere accostati indirettamente alla
tradizione di ricerca vailatiana e calderoniana altri eminenti analitici come
Russell, Quine, Davidson e Rorty e addirittura alcuni autori
dell’ermeneutica (nozioni di Geworfenheit e Vorverstandnis) e della teoria
critica (nozione di comunità di comunicanti) moderne come Heidegger,
Gadamer, Habermas e Apel. Probabilmente l’introduzione nella raccolta

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dell’articolo Credenza e volontà. Intorno alla distinzione fra atti volontari


ed involontari del 1905 sottende un lieve misunderstanding ricostruttivo;
anziché nella serie di articoli meta-filosofici tale scritto dovrebbe essere
incluso – insieme a La volontarietà degli atti e la sua importanza sociale e
Definizione degli atti volontari- in una serie diversa (teoria del diritto?).
E’ottima invece la decisione di inserire nella raccolta l’articolo La
Previsione nella teoria della conoscenza [1907], indirizzato ad analizzare
risvolti ed esiti scientifici della “norma” di Peirce. Questo articolo mette in
chiaro senza eventualità d’errore l’ascendenza berkeleyana sul metodo
analitico calderoniano; Peirce – conosciuto limitatamente – è riletto alla luce
della tradizione sassone-scozzese, a cui invece si richiama direttamente
James. Di nuovo affiora una realtà in cui Vailati e Calderoni si riferiscono
ad un Peirce… jamesiano! Gli articoli Le origini e l’idea fondamentale del
Pragmatismo e Il Pragmatismo e i vari modi di non dir niente sono
riassunti, scritti in collaborazione col maestro Vailati, dell’intera meta-
filosofia vailatiana e calderoniana. Con il breve Una difficoltà del metodo
pragmatistico [1909] Calderoni si limita ad introdurre una serie di correttivi
alla formulazione della “norma” di Peirce; infine è ancora ottima intuizione
del curatore avere introdotto l’articolo Intorno al Pragmatismo di G. Vailati.
La parte finale del volume ospita una minuziosa indicazione di testi
calderoniani e la recente e – ahimè!- scarsa letteratura secondaria sull’autore
ferrarese.
Le tematiche filosofiche toccate dalla raccolta sono molto varie.
Filosofia – in Vailati e Calderoni- è connettivo tra scienze e senso comune
sotto sembianza di meta-discorso analitico. L’analisi calderoniana, via di
mezzo tra dis-velamento di Strawson/Grice e ricerca semantica austiniana, è
indirizzata a smascherare i rècits culturali dai «falsi dilemmi» scaturenti
dalla naturale indeterminatezza dei discorsi umani, e a combattere ciò che di
meta-fisico è in essi introdotto; ciò che Preti ci conduce a chiamare “norma
di Peirce” – rimodellato in termini berkeleyani e moderato dalle conclusioni
del convenzionalismo duhemiano- rimane massimo strumento d’azione
analitica del Pragmatismo logico italiano, come criterio di verificazione
(Schlick) e come criterio di senso (Quine). Può dirsi interamente centrato
l’obiettivo del volume manifestato nella Prefazione

Vengono qui riproposti all’attenzione dei potenziali lettori un grappolo di


scritti metodologici di Mario Calderoni, che figurano nell’edizione
completa delle sue opere del 1924 o in altre rare edizioni ormai lontane
negli anni, e sono, proprio per questo, di difficile reperibilità, nella
certezza che chiunque si accingerà a leggerli avrà largamente agevolata
la sua fatica dalla limpidezza dello stile e sarà sicuramente coinvolto in
una sorta di complicità con l’autore per il fascino delle questioni
accostate e discusse [p. 5];

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tale raccolta – illuminando sulle relazioni tra Calderoni e leonardiani, sulle


tortuose ascendenze culturali e le caratteristiche essenziali del metodo
calderoniano in filosofia- risulta affatto idonea a stimolare lettori e studiosi
ad un’attenta considerazione della tradizione di ricerca vailatiana e
calderoniana.
Il volume è distribuito da Romeo Prampolini Editore, tel/fax 095321099; e-
prampolinilibreria@tiscali.it
mail: prampolinilibreria@tiscali.it

(Ivan Pozzoni)

MASSIMO FERRARI, NON SOLO IDEALISMO. FILOSOFI E FILOSOFIE IN ITALIA TRA


OTTOCENTO E NOVECENTO, LE LETTERE, FIRENZE 2006, pp.365, ? 28.
GIUSEPPE PEANO- LOUIS COUTURAT, CARTEGGIO (1896-1914) A
CURA DI E
Leggendo questo LUCIANO
RIKA denso E Cche
volume LARA SILVIAuna
raccoglie ROERO
decina, L
diEO S. pubblicati
saggi
OLSCHKI
nel , Funa
corso di , 2005,
ventina
IRENZE PP–. LXIX-
d’anni 254,
tranne uno € 29,00
dedicato ai dibattiti seguiti alla
pubblicazione dei Problemi della filosofia di Enriques, edito qui per la prima
Con la– pubblicazione
volta non si può non di essere
questod’accordo
volume lacon prestigiosa collana dell’«Archivio
quanto afferma l’Autore nella
della corrispondenza degli scienziati italiani» dell’Istituto
Premessa: questa edizione non è affatto “un’operazione di ‘riciclaggio’”, e Museo della una
Scienza di Firenze, è giunta, a vent’anni dalla pubblicazione
semplice ripubblicazione di studi nati in sedi e contesti diversi e “costretti” ora del primo
acarteggio
vivere una di seconda
scienziativita italiani,
insieme.al sedicesimo
Ferrari non volume e sembra
si è, infatti, confermare
limitato a risiste-
l’attuale tendenza di dare particolare rilievo ai carteggi
mare stilisticamente questi studi e ad aggiornare la bibliografia – che va tra matematici
dell’Ottocento
comunque e Novecento.
segnalata Il quindicesimo
per la ricchezza e puntualità volume
–, madella collana, infatti,
è intervenuto spesso
accoglie la corrispondenza tra Angelo Genocchi, che fu maestro di Peano, e
modificando significativamente il contenuto dei testi e anche alcune ipotesi
Luigi Cremona, mentre il diciasettesimo, la cui uscita è imminente,
interpretative in relazione allo sviluppo avuto dalle indagini storiografiche
presenterà carteggi di diversi matematici, tra cui Segre, Castelnuovo,
condotte
D’Ovidioinequesti
ancoraultimi
Peano, anni.su diversi temi dibattuti nei cruciali decenni a
Il volume ha una sua forte
cavallo dei due secoli per gli e chiara
sviluppiidentità: si tratta di un’indagine
della matematica italiana. condotta
con grande serietà
Il Carteggio e accortezza
Peano-Couturat, sulle da
aperto filosofie e sui filosofiche
una Introduzione che, nell’arco di
ricostruisce in
tempo
modo estremamente accurato l’ambiente scientifico e le vicendeNovecento,
compreso tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del che fanno
percorsero
da sfondo al sentieri diversi,
carteggio e spesso
stesso, antagonisti,
raccoglie a quelli tracciati
la corrispondenza finora dall’ideali-
inedita tra
smo che dominerà la scena culturale italiana nella prima
uno dei principali protagonisti della logica matematica del Novecento, il parte del Novecento.
Il comun Giuseppe
torinese denominatore Peano,negativo di questefrancese
e il filosofo esperienze culturali
Louis non deve
Couturat, chetrar-
del
re in inganno:peaniano
simbolismo nonostanteful’indubbia
il maggior eterogeneità
divulgatoredelleinposizioni
Francia; non-idealiste
le lettere
–originali
siano esse
sono di conservate
matrice tardo-positivista,
nell’Archivio neokantiane o ancora non
Peano della Biblioteca facilmente
Comunale di
Cuneo; in appendice
riconducibili a tradizioni inoltre sono di
anteriori pubblicate
pensiero,alcune
come lettere,
nel caso scambiate
di Vailati traed
Peano e –illamatematico
Enriques lettura di questifrancese
saggiCharles
fornisceMéray, tra Peano
un prezioso aiuto aecomprende-
il filosofo
francese
re quanto Pierre
solidi eBoutroux,
ramificati efosseroinfinei legami
tra Couturat e alcuni
della cultura membriitaliana
filosofica della
“scuola di Peano”. La corrispondenza tra Peano e Couturat
con la complessa e articolata realtà filosofica e scientifica europea. L’aver copre un arco di
messo insieme studi dedicati ad illustrare non tanto il pensiero di singoli filo-è
tempo abbastanza ristretto, dall’ottobre 1896 al febbraio 1910, ed
purtroppo
sofi “sbilanciata”
o di scuole di pensiero, nelmasenso
momenti che specifici,
a fronteproblematiche
di novantasette lettere
particolari,
che coinvolsero singoli studiosi, o ristretti cenacoli o ancora riviste filosofi-a
ritrovate del francese a Peano, si hanno solo quattro minute del torinese
Couturat.

130
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che, permetteciò,
Nonostante al lettore
questodicarteggio
cogliere èappunto
preziosonella per loro
diversipiena vivacità
motivi. culturale
Innanzitutto
questi nessi interessanti
ci fornisce profondi conelementi la realtà pereuropea. Ferrari infine
comprendere comenon si limita
furono a que-
accolti in
Francia,
sto attraverso
complesso l’opera dilavoro
e affascinante divulgazione condottadi da
di ricostruzione Couturat,
dibattiti la logica
e ricerche, ma
algoritmica
si impegna anche sviluppata
in unadacomplessa
Peano e dai suoi allievi
indagine sul modo e il progetto enciclopedico
in cui questi personag-
deleFormulario
gi momenti della di Matematica.
cultura italiana Dallesonolettere
stati di Couturat dedicate
diversamente studiatialla nellogica
corso
di Peano
del emergono
Novecento. alcuni limiti
In particolare e perplessità
il secondo capitolo iniziali
dedicatonellaaglicomprensione
esiti storiogra- del
senso delle ricerche logiche condotte dalla scuola torinese
fici del positivismo italiano è un saggio di storia della storiografia filosofica di e degli scopi che
Peano e valore
indubbio i suoi eallievi
utilità.si erano prefissati. Couturat, interessato allo status
filosofico
Vailati dellaunlogica
occupa posto matematica,
di rilievo in questotorna più volte alla
volume: a chiedere
figura del nelle prime
pensatore
lettere a Peano se questa nuova logica formale debba
cremasco sono dedicati due dei dieci capitoli, il quinto e il sesto. La posizione intendersi come una
specie di tachigrafia o se invece sia un algoritmo
centrale riservata a Vailati ha una giustificazione di natura “cronologica”: la di matrice algebrica e solo
nel 1899 comprende chiaramente che l’obiettivo del Formulario è l’analisi
sua produzione filosofica si colloca proprio nella parte centrale del periodo
rigorosa e la verifica delle dimostrazioni matematiche attraverso lo
indagato,
strumentotra delil linguaggio
1896 e il 1909. Ma siMa
formale. spiega
sonoanche con la sua
soprattutto posizione
le lettere “idea-
scambiate
le” all’interno dello svolgimento del pensiero filosofico
dopo la pubblicazione dell’aspro e radicale attacco di Poincaré alla logica italiano di quei decen-
ni. Nella prima
formale che ciparte del volume
permettono di infatti Ferrari indaga
comprendere uomini e situazione
la particolare idee del tardo di
positivismo e della corrente neokantiana e quindi,
resistenza alla “logistica” diffusa in Francia. Il celebre matematico prima di narrare delle vicen-
pubblicò
de
tra della
il 1905«Rivista
e il 1906di Filosofia»
una serieedidiarticoli
personaggi estranei
col titolo Lesall’idealismo
Mathématiques imperan-
et la
te negli anni tra le due guerre, come De Sarlo e Martinetti,
Logique nei quali criticava con durezza le tesi logiche divulgate da Couturat pone al centro della
sua
e diindagine
conseguenzale figure di Vailati ed Enriques,
il simbolismo di Peano,che ben rappresentarono
l’assiomatica di Hilbertil e, tenta-
sia
tivo
purediinaprire
modo anchemeno in Italia un serio
diretto, diversie proficuo
aspetti dialogodella logicatra le scienze
di Russell.e la filo-
In
sofia.
particolare Poincaré sottolinea come l’uso del simbolismo non preserva
dall’errore,
Dei due capitolicome è dimostrato
dedicati a Vailati,dalla
il primo scoperta di paradossi
tratta delle comeinquello
sue riflessioni meri-
segnalato da Burali-Forti, e come non si possa
to alle discussioni epistemologiche che si andarono diffondendo in Europa nei accettare la pretesa che la
logica formale
primissimi anni del permetta
XX secolo, di prescindere
il secondo della totalmente
lettura che dail qualsiasi
filosofo diricorso
Crema
all’intuizione sia nelle definizioni che nelle dimostrazioni.
fece, nel corso degli anni, dell’opera di Leibniz, anche in relazione al vasto Couturat, oltre a
rispondere direttamente a Poincaré, si sforzò di
movimento di “riscoperta” che si ebbe in quegli anni del pensiero del filosofo stimolare anche gli altri
logici a reagire
tedesco. e cercò di coordinare
Pur sottolineando che l’attenzione tali risposte
di Vailaticome dimostrano
per Leibniz rimase le molte
per lo
epiùinteressanti lettere a Peano di quel periodo e le
limitata alla logica e non coinvolse altri campi fondamentali dell’indagine lettere a Cesare Burali-
Forte, qui pubblicate;
leibniziana, oltre ovviamente
come la metafisica, Ferrari al già noto
ritiene, in ciò carteggio
riprendendotra Russell
una tesi e
Couturat. Sia Russell che Peano intervennero nel dibattito con
svolta da Gabriele Lolli, che la pubblicazione della Logique de Leibniz di
puntualizzazioni importanti in merito alla “teoria dei tipi”, ai rapporti tra
Couturat ebbe una notevole influenza sullo sviluppo del pensiero di Vailati,
intuizione e logistica, alla natura dei paradossi, alla valenza cognitiva della
che
logicafino ad allora si era
formale. Come espresso con un’“intonazione
è giustamente positivistica,
sottolineato dalleseppure fil-
curatrici
trata e affinata sul piano
nell’Introduzione, il duro metodico dalle appassionate
e autorevole attacco di Poincaré letture di “haMill e di se
avuto Mach”
non
(p.
altro il merito aver attirato l’attenzione dei matematici e dei filosofilogi-
177). Anche se in modo complesso e indiretto le riflessioni sugli scritti su
ci di Leibniz in relazione agli sviluppi della “nuova
problemi di grande rilevanza e interesse che hanno contribuito ad isolare logica” – insieme alla let-
tura
alcuni deinodi
Nouveaux
essenziali Essaisdel–dibattito
finiranno col favorire l’incontro
fondazionale” (p. LVII) di Vailati col prag-
matismo:
In molte ildellefilosofo di Hannover,
lettere di questo insieme a Locke,
carteggio si indicherà
sviluppa infattiun tema “la strada
oggi
[...]
scarsamente seguito, ma che negli anni a cavallo dei due secoli suscitò dei
di una critica di ogni uso ipostatizzato del linguaggio e in particolare un
concetti
diffuso astratti,
interessei quali
tra gli devono
uomini piuttosto essere etradotti
di scienza nei loro corrisponden-
in particolare tra i logici,
tiaffascinati da un antico
termini concreti” (p. 202).“progetto” leibniziano: la possibilità di realizzare
una lingua
Come si diceva, scientifica internazionale
Ferrari talvolta apporta delle chemodifiche
permettesse ai “dotti”
di rilievo negli studi di
comunicare
qui presentatisuperando
rispetto alle la precedenti
frammentazione edizioni.delle lingue sui
Il capitolo nazionali.
rapporti Sia tra

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Vailati e l’epistemologia
Couturat europea – chemolto
che Peano si impegnarono riprende l’intervento
attivamente in presentato
tal senso, alma con-
le
vegno Iseguite
strade Mondi furono
di cartasempre
di Giovanni Vailati, svoltosi
più divergenti al puntoa Crema nel 1999
che, proprio a –causa
evi-
delle
denziasempre più contrastanti
come l’Autore opinioni
abbia ritenuto su quale
opportuno dovesse
precisare essere
il suo puntoladilingua
vista,
internazionale e quale itinerario
apportando interessanti integrazionisi dovesse intraprendere
e aprendosi per raggiungere
anche a nuove un
possibili lettu-
tale obiettivo, giunsero a interrrompere il loro carteggio.
re del rapporto di Vailati con i maggiori epistemologi del suo tempo. La tesi Peano scelse di
sviluppare una forma
di fondo sostenuta semplificata
da Ferrari di latino,
è piuttosto il Latino
articolata: sine
Vailati flexione,
fu un che di
protagonista,
fatto utilizzò in un’edizione del Formulario e in numerosi
non un semplice spettatore, di quel vasto moto intellettuale europeo che ebbe articoli scientifici.
Couturat si sforzò la
il fine di sollevare di scienza
imporre ad allauna
comunità
concezionedeglipiù
scienziati
elevata interessati
e filosoficaallo
(p.
sviluppo della lingua internazionale l’idioma Ido,
144), ma nel suo confrontarsi con le opere e il pensiero di Mach, Duhem eche nasceva da una
fusione
Poincaré,trapur l’Esperanto
mostrandoe l’Idiom Neutral.e Senza
una sensibilità addentrarci
un’acutezza nelle convulse
di giudizio davvero
vicende che si svilupparono in seno alle diverse associazioni
notevoli, spesso volutamente sorvola su alcuni aspetti essenziali delle loro pro-lingua
internazionale, sono da segnalare come in sé rilevanti alcune delle critiche
riflessioni, per poter fornire così un’interpretazione del loro pensiero maggior-
che Couturat mosse al latino sine flexione: innanzitutto questo idioma
mente consona
derivando alle proprie
dal latino non può concezioni pragmatiste.
correttamente definirsiInlingua
altre parole il limite die
internazionale
inoltre la sua grammatica eccessivamente semplificata costringe ile lettore
Vailati è quello di un’interpretazione oggettivamente non corretta parzialea
del pensiero
ricavare dei principali
il significato di unepistemologi
termine daleuropei.
contesto generale della frase. Ma
Mach certamente rivestì un
soprattutto ciò che preoccupa Couturat ruolo di grande importanza
è che, nella formazione
se il latino sine flexione di
Vailati siaavere
dovesse come storico
successo della scienza
nella che come
comunità deiindagatore
matematici,dei complessi
ciò di fattorap-
porti tra fisico e psichico e dei meccanismi della facoltà mentali.
ostacolerebbe la diffusione dell’Esperanto o di analoghe lingue artificiali. Il Inoltre Vailati
condivisesiglichiude
volume attacchi condi ilMach agli pseudo
necrologio problemi morto
di Couturat, della filosofia tradizio-
in un incidente
nale e lanel
stradale critica
1914,al mito
scrittomeccanicista. Pur tuttaviain non
da Peano, ovviamente si sine
latino impegnò in un “ten-
flexione.
tativo di ricostruzione organico dell’epistemologia machiana” ed evitò di
affrontare quegli aspetti “dell’opera di Mach che hanno potentemente (Mauro Decontri-Zan)
buito alla sua incidenza nelle vicende della filosofia scientifica” di quel perio-
do come la celebre critica dello spazio e del tempo assoluti o la polemica sul-
l’atomismo (p. 148). Su quest’ultimo punto, le lettere di Pikler a Vailati, pub-
blicate in questo numero dell’Annuario, portano un nuovo elemento di rifles-
sione giacchè, attraverso quanto scrive Pikler, pare che Vailati fosse assai inte-
ressato alle dispute sull’atomismo condividendo le critiche machiane all’ato-
mismo; tuttavia è vero che questo interesse non si manifesta nelle sue pubbli-
cazioni. Ma è nella recensione a Erkenntnis und Irrtum che Vailati tende a leg-
gere Mach con le lenti della sua concezione pragmatista della scienza. Egli
infatti afferma che in quest’opera Mach abbandona la tesi evoluzionistica,
secondo cui la ricerca scientifica è un processo di adattamento tra le rappre-
sentazioni mentali e tra le rappresentazioni mentali e i fatti, per approdare ad
una concezione pragmatista della legge naturale come limitazione delle nostre
aspettative e delle nostre previsioni. Mach supera la posizione positivista
della scienza come registrazione dei fatti osservati e condivide, con James,
una concezione della scienza come prodotto di costruzioni ideali, di ipotesi e
deduzioni apparentemente lontane dai dati empirici. In tal modo diverrà pos-
sibile a Vailati presentare la concezione economica della scienza di Mach
come espressione di una concezione strumentalista della scienza. In realtà,
nota Ferrari, Mach è ben lungi dall’abbandonare le sue tesi biologico-evolu-

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zionistiche e il mascheramento di tale dimensione permette a Vailati di presen-


tare Mach come un suo alleato nella battaglia pragmatista.
Nel confronto col pensiero di Duhem a Vailati va riconosciuto certamente il
merito, a parere di Ferrari, di essere stato “tra i primi a cogliere la novità – sia
sul piano epistemologico, sia sul piano semantico – dell’olismo duhemiano”
(p. 153). Ma, anche nel caso di Duhem, Vailati tende a ridurne forzatamente il
pensiero all’interno del pragmatismo, misconoscendo lo spessore ontologico
della filosofia della scienza duhemiana. Ferrari ritiene – e in ciò vi è un inte-
ressante approfondimento rispetto alla precedente versione del suo studio che
meriterebbe di essere ulteriormente indagato – che nel giudizio di Vailati su
Duhem forse trapela il filtro sia di Mach, che in quegli stessi anni cercò di
darne una lettura vicina alla sua tesi dell’economia di pensiero, sia di James
“nel quale si potrebbe individuare una ‘via all’olismo’ e al fallibilismo che fa
da ponte tra Duhem e Quine” (155).
Nei confronti di Poincaré la posizione di Vailati è particolarmente complessa.
Da un lato infatti giudica molto negativamente sia l’attacco mosso dal mate-
matico francese alla logica matematica ritenuta euristicamente infeconda, sia
la rivalutazione dell’intuizione a cui Poincaré riconosceva per converso una
feconda capacità inventiva. In ciò Vailati, oltre a fare fronte comune con
Couturat, Peano e Russell nel respingere un attacco diretto al lavoro dei logici
matematici, scorgeva il riemergere di posizioni kantiane che non condivideva
affatto. Al contrario Vailati concorda con il matematico francese sulla necessi-
tà di affermare il valore del convenzionalismo, pur nel comune rifiuto delle
posizioni più radicali espresse da Le Roy tendenti a negare valore conoscitivo
alla scienza. Dichiarare arbitrari o convenzionali i significati delle parole da
cui dipende la verità o meno di una frase non implica, come scrive Vailati nel
1905, che “una volta fissate tali convenzioni [...] la questione della sua verità
o falsità è, nel caso più ordinario, affatto indipendente dal nostro arbitrio e
dalle nostre preferenze”( p.157). Di conseguenza in quegli anni Vailati non
sembra porre riserva al convenzionalismo geometrico di Poincaré, giudicando
persino banale la celebre affermazione del francese che “una geometria non
può essere più vera di un altra; può solamente essere più comoda” (ibidem).
Ma nel saggio L’«arbitrario» nella vita psichica, scritto insieme all’allievo
Calderoni e pubblicato nel 1910, quindi dopo la morte di Vailati, la posizione
in merito al convenzionalismo di Poincaré si chiarisce e definisce meglio. In
una lunga nota gli autori specificano che la scelta di una geometria al posto di
un’altra non è un’operazione indifferente quanto la scelta di un sistema di
misura in sostituzione di un altro, come affermato da Poincaré. Chiedersi se
una geometria sia più vera di un’altra non è una domanda priva di senso, in
quanto sono chiamati in causa le proprietà reali dello spazio e il confronto coi
dati dell’esperienza. Anche se ovviamente questo richiamo all’esperienza va
inteso non come conferma diretta dei fatti conosciuti con la teoria, quanto

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come possibilità di confrontare anche le conseguenze più remote e indirette


che derivano dall’ipotesi accettata. Con ciò Vailati e Calderoni toccavano
punti che diverranno assai sensibili nel dibattito novecentesco sul convenzio-
nalismo mostrando di avere ben compreso «la distinzione tra una convenzio-
ne linguistica e una postulazione teorica, e la natura estremamente complessa
e non banalmente ‘riduzionista’ del controllo empirico» (159). Queste ultime
interessanti considerazioni in merito allo scritto del 1910 sono state suggerite
a Ferrari, come specifica in nota, dalla lettura di alcune riflessioni presenti nel
saggio di Paolo Parrini Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento (Guerini,
Milano 2004, alle pp. 39-42) dove si evidenzia la ricchezza epistemologica
dello scritto sull’Arbitrario nella vita psichica. Può essere interessante nota-
re come questo stesso scritto sarà molto presente a Bruno de Finetti che nel
suo carteggio con Carnap giungerà persino a tradurne alcuni brani per rende-
re accessibili al suo corrispondente le riflessioni dei nostri due pragmatisti
logici sul criterio da loro adottato per stabilire la validità dei modi attraverso
cui esprimiamo i nostri ragionamenti.
Anche la parte dedicata al confronto tra Vailati ed Enriques appare notevol-
mente modificata. Mentre nell’intervento del 2001 Ferrari aveva rilevato il
contrasto insorto tra i due epistemologi italiani sul valore degli sviluppi del
kantismo, liquidati da Vailati come un morbo corrosivo per la filosofia della
scienza e al contrario considerati da Enriques utili per una miglior compren-
sione di quegli elementi di struttura dei processi cognitivi che l’empirismo
aveva trascurato, in questa riscrizione pone in maggior evidenza le divergen-
ze sul pragmatismo, che per Enriques non aggiungeva nulla di nuovo sul piano
teoretico al vecchio positivismo: riprendendo un’espressione di James, ma
dando ad essa una valenza diversa, riteneva che fosse solo “un nome nuovo
per vecchie maniere di pensare”. Partendo da questo accenno a James, Ferrari
analizza la posizione di Vailati nei confronti dello pscicologo americano per
evidenziare come, a differenza di quanto spesso viene ripetuto, non è affatto
vero che il pragmatismo di Vailati si venne costruendo solo in riferimento a
Peirce e quasi in opposizione a James. Quest’ultimo rimase, anche dopo la rot-
tura avvenuta all’interno del gruppo del «Leonardo», un interlocutore privile-
giato, al pari di Peirce, di Vailati nelle sue riflessioni epistemologiche.
Un’ultima breve annotazione: Ferrari cita in un paio di occasioni le missive
inviate da Vailati a Duhem e Russell pubblicate nello scorso numero
dell’Annuario: ciò dimostra che la classe dei lettori dell’Annuario non è vuota
e che il lavoro intrapreso dal Centro Studi Giovanni Vailati per giungere ad
un’edizione la più completa possibile del vasto carteggio vailatiano incomin-
cia a dare i suoi primi frutti.

(Mauro De Zan)

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Libri ricevuti

D. MENICANTI, Canzoniere per Giulio, a cura di Fabio Minazzi, Piero


Manni, San Cesario di Lecce 2004.

M. DE PAOLI, Theoria Motus. Studi di epistemologia e storia della scienza,


Franco Angeli, Milano 2004.

M. DE PAOLI, La relatività e la falsa cosmologia, Piero Manni, San Cesario


di Lecce 2004.

G. PEANO – L. COUTURAT, Carteggio (1896-1914), a cura di Erika Luciano


e Clara Silvia Roero, Leo S. Olschki, Firenze 2005.

M. CALDERONI, Scritti sul pragmatismo, a cura di Antonino Di Giovanni,


Centro Stampa del Comune di Ferrara, Ferrara 2005.

KalÕj k¢gaqÒj. Sei lezioni di Gastrosofia, a cura di Patrizia de Capua,


Caffè filosofico, Crema 2005.

D. RIA, L’unità fisico-matematica nel pensiero epistemologico di Hermann


Weyl, Galatina 2005.

Fondo Mario Dal Pra, a cura di Giuseppe Barreca e Piero Giordanetti,


Cisalpino, Milano 2005.

G. DEIANA, Bioetica e educazione. Manuale per l’insegnamento della


bioetica, Ibis, Como – Pavia 2005.

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AA. VV., Felicità e libertà. Economia e benessere in prospettiva


relazionale, a cura di Luigino Bruni e Pier Luigi Porta, Guerini e associati,
Milano 2006.

A. VALLISNERI, Epistolario. 1714-1729, a cura di Dario Generali, Leo S.


Olschki, Firenze 2006.

P. CANTÙ, I. TESTA, Teorie dell’argomentazione. Un’introduzione alle


logiche del dialogo, Milano, Bruno Mondatori, 2006.

M. FERRARI, Non solo idealismo. Filosofi e filosofie in Italia tra Ottocento e


Novecento, Firenze, Le Lettere, 2006.

F. CIRACÌ, Verso l’assoluto nulla. La Filosofia della redenzione di Philipp


Mainländer, Lecce, Pensa Multimedia, 2006.

AA. VV. Edizioni e traduzioni di testi filosofici. Esperienze di lavoro e


riflessioni, a cura di M. Baldi e B. Fais de Mottoni, Franco Angeli, Milano
2006.

F. MINAZZI, Filosofia della Shoa. Pensare Auschwitz: per un’analitica


dell’annientamento nazista, La giuntina, Firenze 2006.

BRUNO DE FINETTI, L’invenzione della verità, Cortina, Milano 2006.

A. VALLISNERI, Consulti medici, a cura di Benedino Gemelli, Olschki,


Firenze 2006.

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