Sei sulla pagina 1di 47

INTRODUZIONE

Come ogni altro mercato, anche quello del fitness europeo ed


italiano si è fortemente evoluto nel corso degli ultimi 30 anni.
Dalle piccole palestre della fine degli anni ’60 si è passati ai
centri per bodybuilding degli anni ’80 fino all’affermarsi dei
centri fitness negli anni ’90 e del concetto di wellness nel primo
decennio di questo secolo.

Parallelamente, anche le dimensioni e le ambientazioni dei centri


hanno subito una rivoluzione.

Per il primo punto, alla tradizionale sala pesi si sono aggiunte


anche innumerevoli sale per le attività di gruppo, la reception è
più ampia e illuminata, spesso sono presenti piccoli centri
benessere completi di thermarium, sauna, bagno turco, a volte si
può trovare anche una piscina più o meno grande dove seguire
corsi di nuoto o svolgere attività di nuoto libero, c’è quasi
sempre una zona ristoro in cui poter bere qualcosa o anche
mangiare, gli spogliatoi sono più grandi e con armadietti meno
spartani.

Il secondo punto invece riguarda lo sviluppo architettonico, che


in questi ultimi 30 anni è stato notevolissimo: si è partiti da un
passato in cui la sostanza era la virtù principale, e
l’ambientazione spartana non era un problema sentito dagli
utenti, per giungere a un presente in cui la forma, se non è
preponderante, è quantomeno vista come un elemento
fondamentale per il proprio benessere. Luci soffuse, arredi
eleganti e hi-tech, televisioni al plasma, computer ovunque, uffici
luminosi, uso di colorazioni cromoterapiche e in casi più estremi
di arredamenti feng shui: la rivoluzione è evidente.
A fronte di queste trasformazioni, il modo di gestire le palestre
deve mutare radicalmente. E allo stesso modo, le modalità di
vendita degli abbonamenti.

Se prima si trattava di proporre l’acquisto di un pacchetto a


persone appartenenti quasi ad una stessa “casta”, più o meno
ampia, che parlavano tutti la medesima lingua e si intendevano
perfettamente, ora la platea di possibili fruitori della palestra si
è allargata a dismisura, comprendendo persone diversissime per
provenienza, ceto sociale, esperienza e motivazioni.

Vendere abbonamenti non può più essere un fatto casuale, ma il


risultato di un metodo.

Creato a partire dagli studi sulla psicologia del consumatore


degli ultimi 50 anni, modellato man mano in base all’esperienza di
migliaia di figure commerciali che ci hanno preceduto, plasmato
infine sulle particolari esigenze del mercato del fitness

Aprirsi nell’impararlo è indice di voglia di crescere.

Studiarlo continuamente è indice di volontà di formazione


costante

Applicarlo costantemente significa raggiungere il successo e, in


qualche caso, l’eccellenza.

Nelle pagine che seguono sono racchiusi i vari passi necessari


per una corretta metodologia di vendita di abbonamenti in un
centro fitness. Usa questo piccolo libro come vademecum di
consigli quando avrai bisogno di conferme, o se ti starai
chiedendo perché un tour spontaneo ha scelto di non iscriversi
nonostante la fantastica promozione che gli hai proposto:
potresti trovarvi qualcosa di utile. Se ciò avverrà, avrà raggiunto
il suo scopo, che è quello di aiutarti nel migliorare il tuo lavoro.

UN PO’ DI NOMENCLATURA

Per iniziare, è il caso di ricordare alcuni termini in uso nel nostro


settore, che lo differenziano rispetto ad altri:

Consulente: sei tu, che leggi queste pagine. Il termine stesso


indica il fatto che non sei un semplice venditore, ma qualcuno
che aiuta gli altri a organizzarsi per raggiungere i suoi obiettivi;
ricordarlo sempre, sembra un banale formalismo, ma come vedrai
non lo è affatto!

Cluber: è sinonimo di cliente, ma è qualcosa di più: indica


l’appartenenza a un club, a un “circolo” in cui i partecipanti
abbiano tutti lo stesso desiderio, ovvero quello di star bene
attraverso il movimento

Prospect: è il cliente potenziale, che giunge al centro in cerca di


informazioni, o che semplicemente abita nel bacino d’utenza del
centro. In questo senso, i prospect per ogni centro fitness sono
migliaia, spesso decine di migliaia

Tour: è un sinonimo di “trattativa”. In questo senso, quindi, può


trattarsi di “tour spontaneo” o di “tour da appuntamento”: nel
primo caso, la trattativa avverrà senza prima un consenso delle
parti (è il caso del potenziale cliente che entra casualmente a
chiedere informazioni), nel secondo caso avviene previo
appuntamento, che è il frutto di un’attività, spesso telefonica,
svolta in precedenza dal consulente.

Miss: è un tour che si conclude senza iscrizione.


Come back: un mio collega consulente lo chiama scherzosamente
“tour da miss”; cioè, è un secondo tour svolto nel centro fitness
da una persona che ne ha già svolto uno in precedenza, non si è
iscritto in prima battuta (generando quindi un miss), magari
perché non aveva i soldi, o perché ci voleva riflettere un po’, e
che ritorna dopo qualche giorno per iscriversi. Anche il come
back, come il tour, può essere spontaneo o su appuntamento. Nel
secondo caso, avviene tramite una telefonata del consulente che
ha fatto miss, che sollecita il prospect a tornare al centro per
usufruire della proposta rivoltagli.

LE TRE DOMANDE FONDAMENTALI

Quando ci troviamo di fronte a un potenziale cliente, occorre


prepararsi a rispondere a tre interrogativi chiave:

1) Perché questo cliente dovrebbe iscriversi?


2) Perché dovrebbe iscriversi da me e non in qualche altro
centro fitness?
3) Perché dovrebbe iscriversi oggi?

Una risposta positiva a tutte queste domande fa concludere la


trattativa in maniera efficace. Una zona d’ombra lasciata a
metà, invece, fa propendere per un miss dopo un “ci penso” detto
a denti stretti, se non addirittura un secco rifiuto.

Tutte queste domande, fra l’altro, riguardano sia la sfera della


razionalità che quella dell’emozione.

Indaghiamole una per una.

PERCHE’ IL CLIENTE DOVREBBE ISCRIVERSI?


Fermati un istante a riflettere: perché una persona dovrebbe
iscriversi in palestra? Che vantaggi ne può trarre? Quali utilità
ne ricava? Quali difficoltà può risolvergli o quali opportunità può
offrirgli?

Saper rispondere con efficacia e profondità a queste domande è


la base per preparare una buona trattativa. Mettersi nei panni
del cliente (empatia): ecco il segreto. Ed ecco perché la risposta
alla domanda iniziale è sì razionale, ma riguarda anche la sfera
emotiva: se infatti sono evidenti, e noti a tutti, i vantaggi
dell’attività fisica in luoghi attrezzati come le palestre, le
motivazioni all’inizio di un percorso di allenamento sono del tutto
sfaccettate e personali. Il bravo consulente non si limita quindi a
descrivere le gioie del fitness (magari insistendo in
argomentazioni troppo tecniche, che fanno perdere l’attenzione
al cliente), ma guida il cliente nel prendere una decisione,
influenzando con bonarietà la sua scelta.

Quando stiamo conducendo una trattativa, siamo sicuri di non


fermarci alle caratteristiche generali del fitness e ai vantaggi
generici che da un’attività fisica costante si possono ottenere,
piuttosto che focalizzarci sui vantaggi specifici, cioè i benefici,
che quel cliente vuole ottenere iscrivendosi in palestra?

Per fare un esempio: a meno di non trovarsi di fronte a un


esperto, pochi acquirenti di hi-fi conoscono le differenze
tecniche fra amplificatori, o se le casse sono bass-reflex o
hanno i tweeter a tromba. Tutti invece apprezzano
un’apparecchiatura che riproduce un suono chiaro, limpido, vicino
alla realtà. In altre parole: i clienti non sono lì per
l’amplificatore, ma per la musica!
Dunque, devi scoprire quali siano i benefici specifici che il tuo
cliente sta cercando; se sarai in grado di determinarli, tutta la
trattativa si semplifica notevolmente.

Come fare? Acquisendo il maggior numero di informazioni su di


lui, sulla sua storia, sul suo grado di conoscenza e soddisfazione
relativo all’allenamento che poi gli andremo a proporre. E per far
questo, dovrai fargli le domande opportune e lo dovrai ascoltare
con grande attenzione.

Facile, no? Eppure su questo aspetto crollano la maggior parte


dei consulenti. Anche al di fuori della realtà fitness, è qui che si
misura la differenza fra un venditore dilettante e un
professionista.

Il primo è concentrato su se stesso, su quello che deve dire e


fare, sullo schema che ha imparato, il secondo invece è del tutto
focalizzato sul cliente e sul feedback verbale e non verbale che
riceve da lui.

Il primo parla molto, il secondo fa soprattutto domande e


ascolta.

Il primo è tendenzialmente monotematico, ha una sua


argomentazione tipo e va avanti a esporla. Il secondo è molto più
flessibile, pronto a cambiare la presentazione e la tempistica in
ogni momento.

Tu, che tipo di consulente vuoi essere?

Ricordati che un bravo consulente non dice al cliente tutto ciò


che sa, ma solo tutto ciò che serve.

Cosa motiva all’acquisto?


Ogni azione compiuta da un essere umano deriva dal tentativo di
raggiungere un obiettivo e di trarne gioia, soddisfazione e
vantaggi concreti e pratici (piacere), oppure nell’evitare o
nell’uscire da una situazione spiacevole (dolore).

Per le decisioni d’acquisto il concetto non cambia: quando un


cliente sceglie di comprare un prodotto o un servizio, lo fa
perché da esso si aspetta di ottenere conseguenze per lui
positive oppure per eliminare alcuni aspetti spiacevoli
riguardanti la propria situazione e legati al mancato possesso del
nuovo bene o servizio.

Se sei d’accordo con quanto sopra detto, capirai come parti


avvantaggiato lavorando nel mercato del fitness; infatti, in
questo caso non sei tu a dover “andare a cercare” il cliente, ma
spesso ti basta aspettarlo sulla porta: è lui stesso che viene da
te!

Non sempre è possibile concludere un contratto, questo lo


sappiamo bene. Ma concludere un tour spontaneo con un miss
perché ci siamo “dimenticati” di conoscere le motivazioni
all’acquisto del cliente e di effettuare le domande più opportune,
è davvero frustrante, non credi?

Solo un inciso, poi, per ricordare che la mentalità con cui va


affrontata ogni trattativa è di tipo win-win (vincere-vincere): il
risultato deve essere una vittoria per il consulente, che ha
stipulato un altro contratto e ha fatto guadagnare la propria
azienda, ma anche per il cliente, che ha trovato il giusto
rapporto qualità/prezzo e una proposta che si confà alle sue
aspettative.
Può sembrare paradossale, ma nel caso in cui, dopo un’adeguata e
approfondita trattativa in cui abbiamo compreso i benefici che il
cliente vuole ottenere dallo svolgere attività fisica, nel ventaglio
di proposte non vi sia quella che fa al caso suo, potrebbe esser
meglio suggerirgli di non iscriversi da noi, magari perfino di
lasciar perdere o, al limite, di andare da un’altra parte. Essere
venditori d’assalto, che con aggressività strappano un contratto
annuale a persone indecise e senza un vero obiettivo, magari
promettendo mari e monti e puntando su un prezzo, guarda caso,
in quel momento promozionale, alla lunga non paga. I risultati non
arriveranno, l’insoddisfazione sarà crescente, si scoprirà che
quel prezzo così allettante è in realtà quello applicato
normalmente a tutti gli iscritti, e prima o poi quel cliente
penserà di essere stato preso in giro, di aver sbagliato a fidarsi
di voi: smetterà di frequentare, magari parlerà pure male del
vostro centro, non rinnoverà il contratto e farà in modo che i
suoi amici non si allenino con lui. Bel risultato, vero?

E’ giusto essere tenaci e superare le obiezioni o andare oltre alle


apparenze (se ti dicono che vogliono fare nuoto e tu non hai la
piscina, sarebbe assurdo dire arrivederci al cliente senza prima
tentare di offrirgli un’alternativa), ma è profondamente errato
manipolare le persone: lasciar perdere una trattativa che
potrebbe essere chiusa positivamente può essere, a volte, un
grande investimento!

PERCHE’ DOVREBBE ISCRIVERSI DA ME?

Lavori in un mercato ampio, aperto e stracolmo di offerte


differenti; e non solo per quel che riguarda i centri fitness:
forse per disinformazione, forse per motivi personali, spesso un
cliente tende a equiparare, nella scelta, forme di attività diverse
fra loro, quali piscine, centri danza o yoga, centri sportivi di
vario tipo, palestre da body-building, centri fitness veri e propri,
centri benessere.

E’ importante, se non fondamentale, conoscere i propri


concorrenti. Chi sono? Dove sono? Quanti sono quelli realmente
significativi? Quali sono i loro punti di forza e di debolezza? In
che cosa sono più competitivi di noi e in cosa lo sono di meno?
Cosa stanno proponendo attualmente? Quali caratteristiche e
vantaggi offrono ai loro clienti? Quali sono i prezzi dei loro
abbonamenti? Quali politiche commerciali e quali campagne
promozionali stanno svolgendo?

Perché non provi a scriverti su appositi fogli, ognuno intestato a


un concorrente, le risposte a queste domande? E ad aggiornarlo
mese per mese, mandando una “spia” a controllare i cambiamenti
di prezzi e di offerta?

Conoscere i concorrenti è un’attività non solo fondamentale, ma


portatrice di miglioramenti al mercato. L’obiettivo non è infatti
quello di farsi la guerra, ma di fornire le giuste risposte ai
clienti.

Molti titolari di centri fitness si incontrano periodicamente con i


loro concorrenti, e si scambiano i rispettivi listini prezzi. In
questa situazione, ne beneficia di sicuro l’azienda, che evita
battaglie al ribasso, pur rimanendo autonoma nel gestire le
offerte promozionali; ma vi sono vantaggi a lungo termine anche
per il cliente: acquistare a poco prezzo un servizio che ne vale
molto di più può essere gradevole quando si compra, ma, se non è
supportato da una struttura di costi solida (e spesso, purtroppo,
è così), alla lunga l’azienda che svende i propri servizi precipita
in una spirale negativa, per cui il rischio è la minimizzazione del
servizio offerto per ridurre i costi (nessun istruttore in sala,
riscaldamento chiuso in certe ore del giorno, chiusura della
struttura fra le 14 e le 17, etc.), se non il fallimento improvviso.
Conosci situazioni di questo tipo?

La conoscenza delle offerte della concorrenza non è però un


aspetto sufficiente a far propendere il cliente per un’iscrizione
presso la mia struttura.

Il rischio è che si magnifichi la competitività del proprio centro


fitness a scapito del resto. Quante volte hai effettuato un tour
spiegando che i macchinari che hai in sala attrezzi sono di ultima
generazione? Oppure raccontando i gradi centigradi a cui è
tenuta l’acqua della tua piscina? O spiegando il funzionamento
dei nuovissimi attrezzi per il pilates o per lo striding,
sottolineando il fatto che sei l’unico in zona ad averceli?

Pensi davvero che i clienti siano così razionali e informati da


scegliere secondo argomentazioni di questo tipo?

Tu, quando sei un cliente, scegli in questo modo? Sì? E allora


perché, quel giorno particolare, sei entrato in un negozio
pensando “oggi non compro niente” e ne sei uscito con 2 borsoni
pieni di roba?

Sei stato ipnotizzato? Oppure ti hanno preso in giro? O sei


impazzito di colpo?

A parte gli scherzi, siamo convinti assertori del fatto che le


scelte di un cliente avvengono in maniera fortemente emozionale.

Se svolgi un buon lavoro nell’entusiasmare il cliente, nello


scoprire il suo motivo d’acquisto, nel presentargli in maniera
rapida ed efficace i benefici della tua proposta, poco importa se
sul mercato ci siano altre strutture che offrono una proposta
simile o addirittura migliore: il cliente sarà comunque pronto a
decidere in maniera affermativa senza sentire la necessità di
ulteriori confronti o verifiche.

Il processo di acquisto, infatti, è molto meno razionale e


meccanicistico di quanto spesso si pensi: noi compriamo ciò che
ci entusiasma nel momento esatto in cui proviamo quell’emozione.

PERCHE’ DOVREBBE ISCRIVERSI PROPRIO OGGI?

La fine del paragrafo precedente porta naturalmente a


riflettere sulla risposta a quest’ultima domanda.

Parleremo più avanti del momento in cui bisogna fare la proposta,


e delle modalità con cui arrivarci.

Ricordati però che, al di là della sequenza di fasi di cui è


composta una buona trattativa, il cliente decide di iscriversi
quanto più è vicino temporalmente al suo momento di massimo
entusiasmo rispetto alla proposta di vendita.

Quindi, l’obiettivo è far coincidere tale momento di entusiasmo


con l’istante in cui fai la proposta.

E chi porta il cliente a entusiasmarsi? Tu!

Se procrastini la proposta, non accorgendoti dei suoi segnali di


acquisto. Se non “ascolti” la persona che hai di fronte. In altre
parole, se non cogli l’attimo, l’entusiasmo del cliente andrà via via
scemando.

D’altronde, durante una trattativa, il cliente è concentrato su


una sola cosa: quello che gli stai proponendo. E si sta
confrontando con un’unica persona: con te. E riceve indicazioni e
stimoli in un’unica direzione, generalmente favorevole al suo
acquisto.

Quanti fattori possono entrare in gioco, invece, nei giorni


successivi? Terze persone che, a ragione o a sproposito,
potrebbero disincentivarlo. Il riemergere della routine e delle
sue priorità di vita che lo porterebbero a distrarsi e a far
passare in secondo piano la necessità di iniziare un’attività
fisica. Forse, nuove spese che potrebbero indurlo a rinviare o
addirittura ad annullare la spesa già mentalmente stanziata per
l’iscrizione in palestra.

Per cui ricordati: il tempo NON è un alleato dei consulenti!

Evitare di fare una proposta chiara o di spingere, nei limiti del


possibile, per una chiusura immediata fa di te un informatore, un
promotore, un amico, ma non un consulente.

Eppure, ci possono essere molte ragioni perché il tuo cliente


decida oggi:

a) Uno sconto se la decisione è immediata


b) La possibilità di partecipare a una promozione a numero
chiuso
c) L’interesse nel cominciare immediatamente a impegnarsi
per raggiungere i suoi obiettivi, anziché procrastinare
ulteriormente la decisione
d) Se si è stabilito un ottimo rapporto immediato, l’aiuto che vi
può dare nel raggiungere il tuo obiettivo di vendita (non
aver paura di essere sfacciato: cerca solo di capire se te
lo puoi permettere!)

Non nego che vi sia la possibilità che un cliente ritorni a


iscriversi nei giorni successivi: si chiama “come back” e l’abbiamo
strutturata nella nomenclatura poc’anzi. Non affermo neppure
che si debba iscrivere sempre tutti subito: avere una chiusura al
100% è solo un obiettivo ambizioso, non deve essere una spada di
Damocle che pende sulla tua testa e ti rende frustrato se non la
raggiungi.

Dico solo che deve esserti chiaro che un cliente che esce dal tuo
centro con in mano solo un preventivo è una mina vagante: può
ritornare perché hai fatto un buon lavoro, ma può anche andare
in un altro centro a sbandierarlo chiedendo uno sconto in base
ad esso, o può non tornare mai più.

Per concludere, quindi:

1) non c’è nessun motivo per cui un cliente entrato


spontaneamente nel tuo centro fitness non si debba
iscrivere
2) non c’è nessun motivo per cui questi non si debba iscrivere
proprio da te
3) non c’è nessun motivo per cui questi non si debba iscrivere
proprio in quel momento.

IL MODELLO DI TRATTATIVA

Eccoci arrivati alla spiegazione di un modello ottimale che ti


esorto a seguire per raggiungere i tuoi scopi di consulente.

Questo non significa, naturalmente, che automaticamente tutti i


clienti che verranno sottoposti a questo modello si iscriveranno
seduta stante: magari! Di certo, peraltro, sarà molto complicato
riuscire a iscrivere potenziali clienti senza seguire questo
modello (a meno che non si tratti di una persona che entra
spontaneamente con l’animo di stipulare un contratto annuale: ma
a questo punto, la tua presenza è ininfluente, non ti pare?).
La flessibilità è una virtù, l’improvvisazione un vizio. Conoscere le
buone regole e farle proprie è la base per poterle poi scavalcare
e aggirare. Non seguirle mai o rifiutarle è l’anticamera del
fallimento.

Il modello di trattativa comprende i seguenti punti:

1) Conquista
2) Tour del centro
3) Analisi dei bisogni
4) Anticipo obiezioni
5) Proposta
6) Gestione ulteriori obiezioni
7) Chiusura
8) Richiesta di referral

Vediamo uno per uno i vari punti della trattativa.

LA CONQUISTA

E’ la prima fase, e forse la più importante, se è vero che ci


facciamo un’idea abbastanza precisa di chi ci sta davanti in meno
di un minuto, e che quest’idea è difficilmente scalfibile in
seguito.

Si è in fase di conquista non appena vediamo il nostro cliente, sia


che siamo dietro la reception ad aspettarlo, sia che giungiamo
alla reception chiamate dalla nostra collega che ha appena
accolto il cliente che ci sta attendendo.

L’obiettivo della conquista è quello di stabilire una dimensione di


cordialità, simpatia e affettività tra te e il cliente.

Nel momento iniziale il cliente vive una situazione di distrazione,


preso com’è dalle sue questioni personali, se non di timidezza o
ostilità, derivanti dal fatto che si trova in un ambiente che non
conosce dove, tra l’altro, non è libero di muoversi a suo
piacimento. Bene: il tuo obiettivo, in questa fase, è proprio quello
di abbattere tutte queste barriere, di agganciare la sua mente e
stabilire con lui una relazione positiva sul piano umano e
personale.

Non recepire un atteggiamento iniziale di chiusura o diffidenza


come un fatto personale nei riguardi tuoi o del tuo centro
fitness: relazionatici semplicemente come un fatto. Come un
ingorgo la mattina. Come il brutto tempo. Una difficoltà, certo,
ma anche una delle tante sfide del tuo mestiere. Qualcosa di cui
prendere atto e con cui rapportarsi, ma che non ha niente a
vedere con te.

La conquista, al di fuori del mondo lavorativo, si attua attraverso


sorrisi e ammiccamenti e, se si entra in contatto con la nostra
“preda”, facendola sentire importante, chiedendogli come si
chiama, presentandosi, chiedendo qualcosa di lui, trovando
similitudini fra la sua e la nostra vita.

Ti conquisterebbe mai un logorroico che parla solo di sé e di


quanto la sua vita sia bella e affascinante? Credo proprio di no!

Bene, trasportato in palestra il concetto non cambia: per


conquistare il prospect bisogna sorridere, metterlo a suo agio,
parlare di interessi comuni, gratificarlo facendolo parlare di sé,
ricordarsi il suo nome e i dettagli personali che vi racconta.

Per questo, la trattativa è una conquista continua: basta un


attimo di distrazione, e rischiamo di vanificare tutto quello che
di buono avevamo costruito.
Nella fase iniziale della trattativa, ci si può limitare a
presentarsi, dare la mano al cliente che abbiamo di fronte, e a
fargli qualche domanda, normalmente standard:

“Buongiorno, io sono ….. E lei?”

“Bene, signor XXXX (ripetere spesso il nome del prospect, crea


comunanza) Benvenuto nel nostro club!”

“Come è venuto a conoscenza del nostro club?”

(Obiettivo: capire l’efficacia delle nostre campagne


promozionali, e vedere se conosce qualcuno fra i nostri soci,
possibile appiglio per noi nel corso della trattativa)

“E’ stato facile trovarci? Abita qui vicino? Oppure è venuto da


noi perché lavora in zona?”

(Obiettivo: avere un’idea di massima sui suoi possibili orari di


libertà; capire se viene in palestra a piedi o in macchina; capire,
inoltre, se ha un lavoro ed eventualmente di che tipo)

“E’ venuto per se stesso o per qualcun altro?”

(Obiettivo: verificare se ha una famiglia; capire se si può


instaurare una trattativa oppure se è solo un messaggero che
deve comunicare prezzi e orari)

“Ha già fatto attività fisica in passato? Di che tipo?” [questa è


una domanda fondamentale, che spesso molti consulenti fanno
ma i cui risultati vengono facilmente dimenticati o messi in
secondo piano, e non utilizzati poi nelle fasi successive della
trattativa!]
(Obiettivo: avere informazioni sul suo grado di conoscenza del
“prodotto” che gli proporrai; verificare le tipologie di attività
svolte in passato; cominciare a introdurre elementi emotivi
legati al suo rapporto con il fitness; capire se ci si trova dinanzi
a una persona mediamente preparata, a un totale dilettante o a
un presunto esperto)

Naturalmente (e questo vale per ogni trattativa) le domande non


vanno fatte come se fossero parte di un interrogatorio: a ogni
risposta del prospect si può controbattere, per poi aprire un
dialogo che può durare anche qualche minuto. Il tutto, in piedi
davanti alla reception, con la massima naturalezza e disinvoltura,
con l’obiettivo di sciogliere il ghiaccio e, soprattutto, di avere
informazioni da usare poi per orientare al meglio il prosieguo
della trattativa e definire bene la proposta finale.

Dopodichè, si può passare alla fase successiva con una semplice


domanda:

“Bene, ……, ora se lei è d’accordo le mostrerei il nostro centro;


dopodiché, ci siederemo in ufficio per definire meglio le sue
esigenze e creare una proposta conseguente. Va bene?”

Questa domanda, all’apparenza banale, è la chiave per avere il


permesso da parte del cliente a effettuare la trattativa
esattamente come tu l’hai in mente. Fare domande di conferma
nel corso della trattativa è fondamentale per poter cambiare
argomento, per accordarsi su punti importanti (o anche solo per
assicurarsi che il cliente ci stia seguendo…). Locuzioni come
“Tutto ok?”, “Va bene?”, “E’ d’accordo?”, “E’ tutto chiaro?”, e
così via, ci fanno capire se siamo o meno sulla strada giusta,
oltre a prevenire future obiezioni. Usale più spesso che puoi, non
te ne pentirai.
IL TOUR DEL CENTRO

La seconda fase della trattativa ha lo scopo di rafforzare la


conquista appena iniziata, di renderla completa e di fornirti
ulteriori informazioni che potrai usare poi nelle fasi successive,
per meglio orientare la proposta che andrai a fare.

Far visitare il tuo centro fitness è un modo quindi per continuare


a scambiarsi impressioni con il prospect, facendogli nel contempo
visualizzare gli ambienti dove si allenerà in futuro.

A costo di sembrare paradossali, ricordiamo che il tour del


centro non è fondamentale, e potrebbe perfino non essere
svolto (se il prospect, per esempio, dichiara di non avere molto
tempo a disposizione, oppure se la palestra sta chiudendo).
D’altronde, hai mai pensato a chi vende abbonamenti per centri
fitness che verranno aperti solo dopo qualche mese? In quel
caso, il tour del centro è naturalmente escluso! Tutto si basa su
un rendering grafico e su qualche piantina, o, nei casi migliori, su
qualche video visto su un pc portatile… Eppure, quei tuoi colleghi
vendono ugualmente: ti sei mai chiesto come fanno? Semplice:
sanno già a priori che una parte della trattativa viene a mancare,
e che di questo il cliente è consapevole, e quindi sopperiscono in
altro modo; per esempio, enfatizzando le sue motivazioni, oppure
presentando l’offerta commerciale come altamente
promozionale.

E questi non sono forse aspetti che anche tu puoi utilizzare?

Pensaci bene: il tour del centro dà più soddisfazione a te che al


cliente. E sai perché? Perché ti permette di essere
completamente nella tua cosiddetta “zona di comfort”, cioè quel
perimetro all’interno del quale tutto ti è noto e può essere sotto
il tuo controllo.

In questo modo, puoi illustrare con calma le bellezze del tuo


centro, magari facendo il “simpatico” con i tuoi colleghi
istruttori o salutando altri clienti per far vedere che bella
atmosfera di amicizia c’è in palestra….

Sono situazioni che ho visto spesso in palestra. E forse sono


capitate anche a te. Bè, dal mio punto di vista non c’è niente di
più sbagliato!

E’ chiaro che se incontri un cliente che ti saluta mentre sei in


tour, lo saluti a tua volta, e lo stesso fai con l’istruttore (il quale,
però, non dovrebbe disturbarti a meno che non lo chiami tu per
farti dare una mano…). Ma ricordati che sei lì con una persona,
che la stai accompagnando a visitare un luogo a lui sconosciuto
soprattutto per i “percorsi obbligati” (il bagno in fondo a destra,
gli spogliatoi qui a fianco, la sala corsi oltre quella porta, etc.). E
che quel tour non è una gita turistica, ma un modo per cominciare
a parlare di qualcosa di concreto dopo aver rotto il ghiaccio, in
piedi, davanti alla reception.

Pertanto, il tour del centro, se viene effettuato, ha sempre


come sottofondo la prosecuzione dei discorsi iniziati in
precedenza. Si può parlare di fitness, ma non è obbligatorio: se il
cliente ha cominciato ad aprirsi parlando di sé, sarebbe un
delitto castrare questa opportunità e cominciare a discorrere di
allenamento.

Altro mito da sfatare: il tour NON è uno sfoggio delle novità o


delle avanguardie del nostro centro. Parlare per 10 minuti dei
nomi o dei funzionamenti dei macchinari, sottolineandone
l’unicità o l’esclusività, è solo uno sfoggio di cultura tecnica che,
forse, inorgoglisce te, ma spesso confonde il cliente, che si
perde facilmente dentro spiegazioni a lui semi-incomprensibili.

Ricordati un assioma fondamentale: tu non stai vendendo un


insieme di macchinari o di sale; tu stai vendendo benessere, e la
possibilità di raggiungere un risultato importante. I macchinari,
le sale, gli spogliatoi, etc. sono solo il mezzo per raggiungere il
fine. Ed è sul fine che devi concentrarti, soprattutto nei
confronti del prospect che hai di fronte.

Certamente, se il cliente fa domande è obbligatorio rispondergli


(registrando anche l’informazione che ti sta dando: abbiamo di
fronte una persona che sembra competente; e allora dobbiamo
capire se lo è davvero oppure se si è limitato a leggere un
articolo sul fitness visto su una rivista in qualche sala
d’aspetto….).

Se sai la risposta, dalla tu tranquillamente.

Se non la sai, non ti arrampicare sui vetri: farai una figura


migliore dicendo semplicemente: “Guardi, le potrei rispondere io
direttamente, ma è meglio che chiami il nostro responsabile
tecnico che, essendo un professionista, avrà un ventaglio di
risposte più ampio del mio”. In questo modo, non sminuisci il tuo
ruolo, presenti un istruttore al cliente e gratifichi quest’ultimo
con un customer service di prim’ordine.

L’ANALISI DEI BISOGNI

Ecco la fase cruciale, in cui si orientano le idee del prospect


usando le informazioni in nostro possesso, con lo scopo di
comprendere se vi sono le possibilità di fare una proposta
accettabile.
Innanzitutto, una considerazione essenziale: l’analisi dei bisogni
va fatta seduti uno di fronte all’altro, possibilmente in un luogo
abbastanza appartato (basta anche una scrivania con un separè,
come in molti filiali bancarie); certamente, non in piedi alla
reception, o peggio davanti alla macchinetta del caffè. Ciò che
andremo a chiedere e a proporre è infatti qualcosa di personale
(ed ecco il motivo dell’appartarsi) e serio e professionale (ed
ecco il motivo del cambiare ambiente). E’ un’occasione che non va
gettata via: se si sta in piedi come in un Bar Sport, anche il
livello della conversazione sarà di quel tono, e sarà difficile per
te interagire con il prospect in maniera profonda e non
superficiale.

D’altronde, pensaci bene: quando devi parlare con qualcuno di


cose serie, non gli chiedi forse di vederti a quattr’occhi, o di
uscire da una sala troppo rumorosa per stare da solo con lui? E
non è forse importante quello che stai proponendo al tuo
cliente? Stiamo parlando del suo benessere! Cosa c’è di più
importante?

Una volta seduti uno di fronte all’altro, ecco che siamo pronti a
conoscere gli obiettivi, i bisogni, le motivazioni del prospect.

Ricordati che:

1) Il tuo obiettivo più grande è iscrivere quel cliente in


quell’esatto momento con un abbonamento open almeno
annuale
2) La proposta che gli andrai a fare dovrà essere,
possibilmente, di quel tipo
3) Perché lui ti dica di sì, dovrai fare in modo che la tua
proposta sia del tutto confacente alle sue motivazioni e
ai suoi bisogni. In caso contrario, avrai un
giustificatissimo miss.

Sembrano banalità, ma non sono così. Pensa a questa situazione:


tu entri in un’agenzia di viaggi, la ragazza dietro il bancone ti
chiede cosa desideri e tu rispondi che vorresti fare una vacanza
estiva all’estero; senza fare molte altre domande, se non un paio
per specificare in che tipo di continente e se preferisci il mare o
la montagna o le città d’arte, la ragazza ti propone un tour
completo della Francia della durata di 1 mese con pensione
completa a 2000 € a testa (magari perché il suo capo le ha detto
che quella è “l’offerta del mese”): tu cosa risponderesti, e
soprattutto come ti sentiresti? La ragazza ha fatto un buon
lavoro, secondo te? Perché? Prova a rispondere a queste semplici
domande, magari in forma scritta, e troverai quali possono
essere gli errori tipici di molte trattative, non solo nelle
palestre ma anche nei negozi o in altre aziende di servizi.

Ora prova a pensare: come faccio a sapere i bisogni di un’altra


persona? Le motivazioni che lo hanno spinto nel mio centro
fitness proprio in quel giorno e a quell’ora? I suoi obiettivi di
benessere? Non so tu, ma io conosco un modo solo: porre
domande!

Come faccio a guidare la conversazione? Come posso acquisire il


controllo della comunicazione con il cliente? Come posso far sì
che la trattativa vada nella direzione da me desiderata? Nello
stesso modo: facendo domande!

L’abilità nel porre domande è ciò che contraddistingue il livello


di capacità di un consulente. E questo per almeno 4 motivi:
a) Ci si assicura che l’attenzione dell’interlocutore sia sempre
desta
b) Otteniamo ulteriori informazioni utili a far capire i suoi
bisogni
c) Gratifichiamo l’ego del cliente lasciandolo parlare molto e
dirigendone la comunicazione
d) Suggeriamo al cliente le nostre argomentazioni, dandogli
l’impressione che siano le sue

Lo stile di trattativa è assai simile a quello di certe arti marziali


quali l’aikido o il kendo; come in questi sport, infatti, invece di
tentare di penetrare con forza e aggressività nella mente e nella
sensibilità del cliente, si esaminano la sua struttura caratteriale,
i suoi bisogni e le sue convinzioni per ridirezionarne l’energia
verso il nostro obiettivo di vendita.

Per raggiungere questi scopi, è fondamentale non solo fare


domande, come abbiamo appena visto, ma anche saper ascoltare.

Le risposte dei clienti, infatti, sono colme di sfumature, e


aprono mille mondi con altrettante sfaccettature. Bisogna avere
la forza, la curiosità e il coraggio di inserirci in esse, facendo
ulteriori domande di approfondimento, capendo cosa ci può
essere dietro a un’affermazione apparentemente banale (una
frase come “Eh, una volta sì che mi sentivo bene quando mi
svegliavo la mattina!”, quante implicazioni può avere?), evitando
che la conversazione diventi un interrogatorio con
domanda/risposta, ma piuttosto cercando di farla diventare un
vero dialogo fra 2 parti che si stanno conoscendo in quel
momento.

Prima di entrare nello specifico, un po’ di teoria.


Le domande non sono tutte uguali. Si distinguono in 2 macro-tipi:

I) Domande aperte
II) Domande chiuse

Le domande aperte implicano risposte ampie e articolate.

Vengono poste per ottenere informazioni, il più possibile


circostanziate, per identificare motivi d’acquisto o punti di
aggancio alle nostre argomentazioni o anche solo per rompere il
ghiaccio (vedi le domande fatte nella parte della “conquista”).

Comportano il rischio di perdere tempo e di perdere il controllo


della comunicazione lasciando troppo il pallino in mano al cliente.
Inoltre, possono non far ottenere una risposta chiara,
soprattutto se la conquista non è stata efficace e il cliente è
diffidente: in questo caso, bisogna insistere con garbo con
ulteriori domande, finchè il cliente non comincia a esprimersi in
maniera più articolata. Per esempio: se alla domanda “Cosa ne
pensa dei corsi fitness svolti in acqua ?”, il cliente risponde
“Interessanti”, è chiaro che non ci ha dato un’informazione
soddisfacente, per cui si potrebbe provare a chiedergli “Cosa di
preciso trova di interessante in questo tipo di corsi?”

Le domande aperte vengono poste in apertura e nella fase


centrale della trattativa, evitandone l’uso man mano che ci si
avvicina alla chiusura.

Le domande chiuse comportano una risposta univoca: sì o no, mi


piace o non mi piace, etc.

Hanno lo scopo di controllare la comunicazione e di ottenere


conferme o informazioni minimali.
A differenza di quelle parte, si possono usare in ogni momento
della trattativa. Con il suo prosieguo, e avvicinandoci alla
chiarificazione dei suoi bisogni, si usano quasi esclusivamente
domande chiuse.

Un esempio di domanda chiusa può essere “Conosce il pilates?”:


la risposta può essere inevitabilmente un sì o un no.

Inoltre, ogni domanda, sia essa chiusa o aperta, può essere una
domanda neutra o una domanda influenzata.

Nel primo caso, permette al cliente di esprimere liberamente la


sua opinione senza alcun condizionamento. L’esempio della
domanda aperta visto prima è di questo tipo. Un altro esempio
può essere, per stare sempre nell’ambito delle domande aperte,
“Cosa conosce del pilates?”

Nel secondo caso, si orienta il pensiero del cliente più che


ricevere semplicemente informazioni. E’ uno strumento
sottilmente manipolatorio, non a caso spesso usato da
sondaggisti, giornalisti e avvocati, e per questo motivo va usato
con cautela. Può però essere importante, se si vuole focalizzare
la percezione del cliente su un aspetto su cui vogliamo farlo
concentrare perché è un nostro punto di forza, oppure se
vogliamo creare una “catena di domande” per creare presupposti
da cui il cliente si districherà a fatica. Sono esempi di domande
influenzate, rimanendo in un ambito precedente, richieste quali
“Cosa ne pensa degli effetti quasi miracolosi del pilates?” [se
non lo conoscessi, ti interesserebbe saperne qualcosa, vero? E
guarda caso noi siamo il centro n. 1 della città in questo campo!]
o “E’ favorevole a frequentare centri fitness per avere vantaggi
misurabili e miglioramenti continui?” [se fosse davvero così per
tutti, chi potrebbe dire di no, anche se è un impegno gravoso? E
da qui parte una serie di domande conseguenti che non
prescindono da questa affermazione, che è certamente retorica,
ma anche fondativa]

Prova tu, ora, a scrivere almeno 6 domande aperte (3 neutre e 3


influenzate) e 6 domande chiuse (3 neutre e 3 influenzate) che
siano inerenti il mondo del fitness e il centro in cui lavori.

Un aspetto da non sottovalutare è che il “rapport” iniziato con la


conquista deve continuare e svilupparsi in questa fase.

In questo, è fondamentale una parte della comunicazione che


prescinde dalle parole usate, e che per questo motivo è chiamata
comunicazione non verbale.

Senza annoiarti con annotazioni accademiche, ti basti sapere che


vi sono particolari che colpiscono la gente assai più che le parole
ascoltate. Spesso agiscono a livello subliminale, senza che quindi
ne siamo coscienti, ma comportano un ancoraggio potentissimo,
fino a indurci a comportamenti che non sappiamo spiegare ma di
cui siamo del tutto convinti.

E’ una situazione molto simile alla magia del “fascino” che una
persona esercita su di noi a differenza di un’altra, magari molto
più bella o ricca o interessante della prima. Sappiamo
spiegarcelo? Quasi sempre no, ma lo prendiamo come un dato di
fatto e non possiamo che agire di conseguenza.

Capirai quindi che, nel corso del’analisi dei bisogni, è il caso, per
quanto possibile, di far ricorso a piccoli stratagemmi
comunicativi che inducano il cliente a “interessarsi” a noi.

Fanno parte della comunicazione non verbale:

1) il linguaggio del corpo (postura, espressione, gestualità)


2) il tono e il volume della voce
3) la prossemica (vicinanza o lontananza) all’interlocutore
4) il contatto visivo
5) il contatto tattile

Saper padroneggiare questi aspetti ci rende maggiormente


possibile condurre la comunicazione, anziché “essere condotti”
dal cliente.

In qualche caso, attraverso particolari processi chiamati


“mirroring”, possiamo riprodurre alcuni elementi della
comunicazione non verbale del cliente (soprattutto tono e volume
della voce e postura corporea) in modo da indurre in lui una quasi
inspiegabile (ma realmente emozionante!) comunanza nei nostri
confronti. Sono tecniche che si insegnano nei corsi di PNL
(Programmazione Neuro-Linguistica), vanno ben padroneggiate e
inoltre, come sempre, vanno vissute con naturalezza: non c’è
nulla di peggio che vedere pseudo-venditori attenti a
scimmiottare freddamente le mosse dei clienti e incapaci di
ascoltare invece i segnali di acquisto (o di rifiuto…) a loro inviati
dai malcapitati prospect!

Bene, ora sappiamo quali sono i presupposti dell’analisi dei


bisogni, gli obiettivi che ci dobbiamo porre con essa, l’uso della
comunicazione non verbale e il fatto che dobbiamo fare tante
domande.

Il passo successivo dovrebbe essere una bella lista di domande


da porre al cliente per essere certi di aver compiuto un’adeguata
analisi.

Purtroppo, questa lista non esiste. E non può esistere, se ci pensi


bene.
Molto dipende infatti dalle informazioni che già abbiamo (ricordi
la conquista e il tour del centro?) e da fattori contingenti (ogni
persona è diversa dall’altra, e io diffido da elenchi di domande
predeterminate, valide per tutti senza distinzioni).

Sarebbe impossibile riprodurre meccanicamente tutte le infinite


variazioni del caso, non credi?

Di certo, le domande devono partire dalla comprensione dei


bisogni espliciti per giungere all’esplicitazione dei bisogni
impliciti e dei bisogni inconsci, cioè le reali motivazioni che
stanno alla base della scelta che il prospect sta per prendere.

Un esempio di bisogno esplicito può essere “Voglio dimagrire”.


Un bisogno implicito ad esso collegato può essere “I jeans non mi
entrano più, devo cambiare il guardaroba e non ho i soldi per
farlo, quindi è meglio che mi impegno a perdere peso”. Un
bisogno inconscio conseguente potrebbe essere “Mio padre ha
iniziato a ingrassare alla mia età, prima non aveva un filo di
pancia; e ora è un ciccione e non si cura, e io lo rimprovero per
questo. Io non voglio diventare come lui”.

Non bisogna aver paura di giungere alla determinazione di un


bisogno inconscio così ingombrante. D’altronde, se è inconscio, è
ingombrante anche per il cliente oltre che per voi.

Non bisogna aver paura che sopraggiunga perfino l’emozione,


quando bisogni di questo tipo vengono chiariti: se tu ti
commuovessi, preferiresti avere al tuo fianco qualcuno che resta
impassibile, leggermente imbarazzato o infastidito, oppure
qualcuno che, letteralmente, si commuove per la tua commozione
e ti dimostra vicinanza e comunanza?
Non bisogna nemmeno aver paura di porre domande in
profondità: l’unico discrimine è il fatto di essere sicuri di
averne, per così dire, “avuto il permesso” dal cliente. In questo
senso, la conquista precedente e l’ascolto attivo durante la
trattativa sono fondamentali. Stai concentrato, e capirai!

Per pura praticità, ecco di seguito alcune formulazioni di


domande a mio parere corrette, che possono aiutarti nel capire i
bisogni del prospect.

“Sig. xxxx, cosa spera di ottenere qui nel nostro centro fitness
?”

Meglio una domanda così, per iniziare l’analisi, che la brutale


“Quali sono i suoi obiettivi?” o la banale “Che cosa vuole fare qui
da noi?”

“C’è un motivo particolare per cui desidera ricominciare ad


allenarsi?”

“Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita soddisfatta della


tua forma fisica?”

“…cosa è cambiato da allora?”

“Che cosa ti manca di più e vorresti riottenere?”

Questa domanda fa ritornare alla mente la forma fisica ideale


del passato, e agisce su uno strumento potentissimo che è la
capacità di visualizzazione.

“Cosa è scattato oggi che ti ha fatto decidere di voler ottenere


i vantaggi dell’allenamento?
Isola il bisogno, lo rende concreto, e fa entrare il cliente
nell’area della necessità, oltre a influenzarlo su una decisione
che va presa “oggi”, non in altro momento.

Al termine dell’analisi dei bisogni, si avrà un obiettivo


abbastanza chiaro, e sufficientemente profondo da non potere
essere confuso con le banali diciture iniziali “voglio stare in
forma”; tale obiettivo sarà esplicitato chiaramente, magari
perfino scritto su un foglio di appunti che ti terrai davanti, in
ogni caso mai dimenticato: è su quello, e sull’importanza che esso
riveste per il cliente, che faremo leva d’ora in poi nel prosieguo
della trattativa.

Questo non è sufficiente però per pensare di arrivare subito alla


proposta: prima è il caso di avere ulteriori informazioni pratiche
che ci aiutino a formularla a ragion veduta.

L’ANTICIPO DELLE OBIEZIONI

L’obiezione, incubo di ogni venditore, è in realtà da valutare


come un prezioso aiuto, perché è una richiesta di chiarimento e,
a volte, ha al suo interno un segnale positivo.

D’altronde, un’obiezione posta in un momento sbagliato può


creare difficoltà al buon fine della trattativa. E quale momento
peggiore ci può essere, se non quello in cui la proposta è stata
fatta e le carte sono quindi sul tavolo? Non possiamo più tornare
indietro e rimangiarci quanto detto, se avviene un’obiezione che
tarpa le ali alla nostra proposta!

Per questo motivo, può essere molto utile pre-condizionare le


obiezioni positivamente, per tentare di superarle ancor prima
che l’ospite abbia la possibilità di sollevarle.
Anche in questo caso, l’attività di anticipo di obiezioni è svolta
attraverso l’uso di domande specifiche.

Le tipologie di obiezioni che possono scaturire sono


potenzialmente infinite.

Qui di seguito ne illustreremo 5: sono le più usuali, e molte altre


sono ad esse riconducibili.

SOLDI

E’ l’obiezione per antonomasia. Chiunque, dinanzi a qualsiasi


offerta o proposta, mercanteggerebbe un po’ per abbassare il
prezzo, oppure dovrebbe opporre un rifiuto perché la richiesta
di denaro è troppo elevata.

Ma pensaci: perché la richiesta di denaro può essere percepita


come esagerata? Perché nessuno ha chiesto al cliente quanto
vuole spendere!

Ed ecco che la domanda per anticipare questa possibile obiezione


è: “Sig. XXXX, per raggiungere l’obiettivo XY quanto è disposto
a investire ogni mese?”

E’ importante avere una risposta quanto più chiara è possibile su


questo punto, perché la proposta si baserà su di essa. Pertanto,
se il prospect (come a volte accade) rimane un po’ basito senza
sapere cosa dire, è il caso di sollecitarlo, magari dicendo “Più o
meno di zzzz euro al mese?”, dove il valore che gli dite è
leggermente superiore alla quota mensile di un annuale open
(abbonamento di riferimento).

Per esempio: se l’open annuale vale 480 euro e la rata mensile è


quindi di 40 euro (tralasciando quote di iscrizione o interessi
della finanziaria, per il momento), gli si può chiedere “Più o meno
di 50 euro?”, e se il cliente dice che 50 euro gli sembrano
troppe, si può ulteriormente aiutarlo dicendo “Bene. Diciamo che
è disposto a spendere fra i 40 e i 45 euro al mese?”:
probabilmente otterremo un assenso su queste cifre.

TEMPO

Altra obiezione importantissima.

Quante volte ti sei sentito dire: “Non so se avrò voglia di


impegnarmi per un tempo lungo” oppure “Preferisco provare per
un paio di mesi, per vedere come mi trovo”. Tutte queste frasi
cozzano contro il nostro obiettivo di vendere abbonamenti a
lungo termine!

Anche in questo caso: perché il cliente fa affermazioni di questo


tipo, che spesso diventano granitiche e quindi difficili da
scalfire? Perché nessuno gli ha collegato la durata
dell’abbonamento con il raggiungimento dell’obiettivo!

Se non c’è a monte la determinazione di un obiettivo importante


per il completamento personale ma nel contempo difficile da
raggiungere, difficilmente potremo sperare di vendere annuali.
D’altronde, pensaci bene: se un obiettivo è a portata di mano, tu
stesso avresti voglia di faticare per tanto tempo per
raggiungerlo? Non credo proprio!

La profondità dell’obiettivo implica una difficoltà nell’ottenerlo,


e ciò significa tempo da dedicare ad esso. E il fatto che si voglia
comunque provare significa che, per chi ci prova, raggiungere
quella meta è importante.

Per esempio, laurearsi è un obiettivo difficile da ottenere;


significa anni di studio, frequenze all’università, prove d’esame
con annessi patemi d’animo, rinunce, sacrifici: non tutti hanno
voglia di impegnarvisi; ma chi lo fa, e continua nonostante gli
ostacoli, sa bene a cosa va incontro e ha una forte motivazione,
sa che c’è bisogno di tempo per prepararsi all’esame e per
giungere alla tesi, diffida di scorciatoie o stratagemmi vari e se
anche li usa sa che sono tali (e se quindi non funzionano darà
colpa a se stesso, non a qualcun altro).

Allo stesso modo, raggiungere un obiettivo personale con la


frequenza in un centro fitness richiede costanza e impegno, e
non qualche ora qua e là nei prossimi 2 mesi. Ma se non c’è a
priori un obiettivo predeterminato di alto livello, come potremo
mai ancorarlo alla durata dell’abbonamento? Come potremo
“condizionare” il cliente a un impegno a lungo termine?

Dopo tutte queste premesse, la domanda da porre al cliente per


anticipare l’obiezione sulla durata dell’allenamento è “Signor
xxxx, secondo lei quanto tempo ci vorrà per raggiungere e
mantenere costante l’obiettivo xy?”.

Anche in questo caso, di fronte a un cliente che non sa cosa


rispondere, si può fare un’ulteriore domanda “Secondo lei, più o
meno di 2 anni?”.

Visto che noi intendiamo vendere un abbonamento annuale,


portarlo a considerare il biennale come eccessivo potrebbe
fargli pensare che un annuale, tutto sommato, è accettabile. E’
un banale stratagemma retorico: spesso, se la nostra mente
rifiuta la proposta appena fatta, la considera come l’unica
possibilità offerta, e prende in considerazione qualsiasi altra
proposta che abbia caratteristiche anche di poco migliori; ecco
quindi perché, in una trattativa, se il tuo prezzo-limite è 100 non
ti conviene mai partire da 100, ma da 120, per poi scendere a un
compromesso onorevole e accettabile per l’ego, oltre che per il
portafoglio, del contraente

L’obiettivo è far dire apertamente al cliente che 1 anno è una


tempistica corretta per ottenere ciò che desidera

LUOGO

Ti è mai capitato un cliente che ti dicesse “Bè, sì, l’offerta è


buona, però mi aspettavo una sala più grande” oppure “Mi
avevano detto che avevate anche la piscina” o infine “Il
parcheggio però è troppo piccolo, e io verrei sempre qui in
macchina”?

Di fronte ad affermazioni simili, c’è poco da fare: si accettano le


decisioni del cliente, consapevoli che il coltello nettamente dalla
parte del manico ce l’ha lui.

Anticipare un’obiezione di questo tipo, quindi, in questa fase


della trattativa significa capire se avremo difficoltà di tipo
logistico in sede di chiusura della vendita. Si può domandare
allora: “Signor xxxxx, secondo lei il nostro centro è adatto a
farle raggiungere il suo obiettivo?”.

Sottolineare l’emozione del soddisfacimento di un bisogno è


importante per evitare, appunto, una sequenza di lamentele o di
problematiche che non ci porta da nessuna parte (se non
abbiamo la piscina, non possiamo certo inventarcela lì per lì!).

E’ fondamentale capire se ciò che ha appena visitato gli sembra


coerente con i suoi intenti di allenamento: e lì ci fermiamo, senza
andare oltre.

La presenza di optional all’interno del nostro centro è condizione


non necessaria per il raggiungimento di obiettivi di benessere:
certamente, lavorare in un mega-centro con piscine, campi da
tennis, beauty farm, thermarium, 500 posti auto, e chi più ne ha
più ne metta, ti fornisce una carta in più niente affatto
disprezzabile, ma la decisione del cliente non dipende da questi
aspetti. Se così fosse, le palestre medio-piccole chiuderebbero
una dopo l’altra, a vantaggio di centri fitness più simili a
ipermercati; la fotografia del mercato italiano, però, mostra
(come specificato in apertura) un affinamento e un’evoluzione
delle strutture medio-piccole, ma non la loro scomparsa.

Se la trattativa è stata portata avanti con entusiasmo e


gentilezza, se il cliente ha conosciuto i nostri trainer mentre
lavoravano in sala e questi gli hanno trasmesso competenza e
serietà, se i locali si presentano in condizioni perfette di igiene
e pulizia (solo per fare qualche piccolo esempio), non vi è motivo
per cui il prospect debba ritenere che il luogo che ha appena
visto non sia idoneo per lui.

Certo, potrà non essere perfetto. Ma le scelte d’acquisto della


maggior parte della gente non si basano sulla perfezione:
piuttosto, sull’idoneità dell’oggetto o del servizio al
soddisfacimento del bisogno che è la molla dell’acquisto.

Contrariamente a quanto si possa pensare, ogni cliente si


accontenta facilmente, a patto che il bene o servizio acquistato
si dimostri coerente con le intenzioni d’acquisto.

Prova a pensarci: quando hai comprato la tua ultima automobile,


hai scelto il modello migliore in assoluto presente sul mercato?
Non credo! Forse, hai deciso di scegliere quel modello che era
corrispondente alla tue esigenze d’uso, oltre che….al tuo
portafoglio!
DECISIONE

Spesso, il cliente non vuole o non può decidere autonomamente


l’iscrizione in palestra.

La situazione tipica riguarda ragazzi giovani, minorenni o


universitari, che dipendono economicamente dai genitori. Ugual
situazione abbiamo se ci troviamo davanti a una casalinga, che
riceve i soldi dal marito per fare spese.

Sempre più spesso, però, una decisione d’acquisto di non poco


conto viene presa in ambito familiare in ogni caso, oppure
chiedendo ad amici di frequentare insieme la palestra così da
vincere la pigrizia.

Tutte queste situazioni comportano un rinvio della decisione


d’acquisto, con le inevitabili possibilità che, rientrato nella
“normalità”, il prospect accantoni, per i più svariati motivi, l’idea
di cominciare ad allenarsi.

Ecco perché il caso di fargli una semplice domanda: “Signor


xxxx, la decisione di cominciare a frequentare il nostro centro
per raggiungere l’obiettivo XY la prende lei da solo, o si deve
consigliare prima con amici o parenti?”.

L’effetto di una tale domanda non è per niente scontato,


nonostante le apparenze. Potremmo infatti, con questa richiesta,
ottenere un sussulto di orgoglio nel prospect, che potrebbe
quindi rispondere positivamente anche solo per rimarcare la
propria autonomia verso la famiglia o la sua cerchia di
conoscenze e affetti.

In questo caso, è forse meglio aggiungere un “Bene, signor XXX.


Quindi potrà fare la sua scelta anche oggi, quando le farò la mia
proposta?”. Così, capiremo meglio se ci sta dicendo la verità
oppure se si sta trincerando dietro il suo amor proprio.

BISOGNO

Infine, è il caso di capire quanto è alto il bisogno di cominciare.

Potremo quindi domandargli: “Signor xxxx, in una scala da 1 a 10,


quanto è importante per lei raggiungere l’obiettivo XY?”

Se l’obiettivo è ben determinato ed è di alto livello, e se è


scaturito da un andamento della trattativa che si è basato
sull’emotività piuttosto che sulla razionalità, ci dovremmo
attenderci un numero molto alto, nettamente più vicino al 10 che
all’1!

In questo caso, dovremo far passare il cliente dallo stato di


“bisogno” a quello di “necessità”

Perché da un semplice “bisogno” si giunga a una reale “necessità”,


cioè all’esigenza imprescindibile di cominciare subito a
impegnarsi per ottenere ciò che si vuole, occorre un piccolo
salto, a questo punto non complicato vista la presumibile
vicinanza emotiva che avrai con il prospect.

Per effettuare tale salto è fondamentale il concetto, già


osservato, di visualizzazione.

Cosa differenzia un bisogno da une necessità, infatti? Solo


l’urgenza: se una cosa è necessaria, la dobbiamo avere subito a
tutti i costi perché…poi staremo meglio!

Dunque, prova a domandare al cliente di immaginare se stesso in


una situazione in cui l’obiettivo è pienamente raggiunto. Chiedigli
anche di chiudere gli occhi, se lo credi e se è il caso. Chiedigli
come si sente: scommetto che sul suo volto apparirà un sorriso
soddisfatto. Bene, ora fagli riaprire gli occhi: chiedigli “signor
xxxx, se romperà ogni indugio e da domani comincerà ad
allenarsi per raggiungere l’obiettivo XY, secondo lei fra 1 anno
dove sarà arrivato?”, e dopo la sua risposta “e se invece
aspetterà nuovamente come ha fatto finora, fra 1 anno dove
sarà arrivato?”

La differenza fra le due situazioni, unitamente alla


visualizzazione dell’obiettivo raggiunto, può avere un potente
effetto sulla scelta del cliente.

Una volta terminata l’esposizione delle modalità di anticipo delle


obiezioni, scommetto che una domanda ti sorgerà spontanea:

“E se il cliente alle mie domande risponde in maniera negativa?”

E’ molto semplice: si mantiene la calma, non si va mai contro le


obiezioni del cliente, e si cerca di precisare meglio il concetto da
lui espresso. Come? Naturalmente, attraverso ulteriori domande!

E se, anche attraverso le altre domande, non si raggiunge uno


stato in cui l’obiezione è superata, si può anche scegliere di
fermarsi lì e di non fare nemmeno la proposta. Alcuni clienti
vorranno comunque un preventivo scritto, o comunque un’idea di
prezzo: se proprio ritieni di doverlo fare, asseconda pure il
desiderio del cliente. Ma aggiungi che gli telefonerai entro 3
giorni per sapere cosa ha deciso, visto che puoi mantenergli
quella offerta per un tempo minimo.

Se per esempio il cliente dice che più di 10 euro al mese non è


disposto a spendere (nessuna palestra al mondo costa così poco,
nemmeno quelle low cost!!!), si può chiedergli “Mi scusi signor
XXX, lei pensa che sia davvero importante un obiettivo per cui si
debba spendere non più di 10 euro al mese?” e se il cliente dice
“Forse lei ha ragione, ma non ho più di 10 euro al mese a
disposizione” si può tranquillamente affermare “Mi perdoni
signor XXXX, ma temo di non avere offerte disponibili per una
somma simile”, aggiungendo magari “D’altronde, noi le garantiamo
il raggiungimento dell’obiettivo XY attraverso questa struttura,
che lei ha visto, e l’impegno giornaliero, per tutti i mesi
necessari, mio e dei miei colleghi; ho il massimo rispetto della
sua situazione economica, ma credo che la possibilità, per lei, di
ottenere l’obiettivo XY valga uno sforzo ulteriore da parte sua” .
Se il prospect capitola e accetta l’impegno economico (magari
anche solo chiedendo un preventivo, che poi confronterà con le
sue spese previste per valutarne la fattibilità in un secondo
momento), andiamo avanti. Se no, ci fermiamo in quel punto
senza nemmeno fargli la proposta. Che senso avrebbe, infatti,
fare un’offerta a qualcuno che ci ha già detto che non la
accetterebbe?

Vediamo cosa si può rispondere a un “no” alle altre obiezioni,


ricordando che le frasi riportare sono solo esempi, e che molto
altro si può dire a seconda delle situazioni e di chi ti trovi di
fronte:

TEMPO

(il cliente non accetta un impegno a lungo termine): “Signor


XXXX, in tutta sincerità lei ritiene di poter raggiungere e
mantenere l’obiettivo XY in un arco di tempo così breve?”

(il cliente è spaventato da un impegno a lungo termine): “Signor


XXXX, fa parte delle mansioni mie e dei miei colleghi far sì che
la sua frequenza sia costante; anche, magari, sollecitandola
garbatamente se la sua assenza fosse superiore ai 20 giorni
consecutivi. Pensa che un aiuto simile potrebbe tranquillizzarla?”

LUOGO

(il cliente si dimostra poco felice per l’assenza di servizi


aggiuntivi): “Signor XXXX, mi spiega per quale motivo avrebbe
desiderato la presenza del servizio YYY? Come avrebbe potuto
aiutarla a raggiungere l’obiettivo XY?”

DECISIONE

(il cliente deve chiedere in famiglia): “Bene, signor XXXX, sono


contento che lei mi dica questo perché mi fa capire quanto è
importante per lei questa decisione. E proprio per questo motivo
le chiedo: perché non fissiamo un appuntamento qui in palestra
con sua moglie/marito/zio/etc.?”

BISOGNO

(il cliente dà un voto molto basso alla sua esigenza): “Signor


XXXX, mi era sembrato che raggiungere l’obiettivo XY fosse
molto importante per lei. Che cosa le ha fatto cambiare idea nel
frattempo?”

PROPOSTA

Eccoci finalmente al momento tanto atteso della proposta.

Qui si va subito al sodo, senza tanti preamboli.

Quel che è fatto è fatto, e non si può più tornare indietro: la


proposta equivale al momento delicato in cui, in una partita di
poker, si scoprono le carte sul tavolo: se tu hai un punto minore
di quello di un altro, ci puoi fare poco, e non puoi certo tornare al
momento in cui si cambiano le carte!

Il valore della proposta è definitivo: non ha alcun senso fare


un’offerta, e poi davanti ai tentennamenti del cliente fargliene
un’altra migliorativa. Il cliente si sentirebbe preso in giro, e tu
perderesti ogni credibilità!

Il modo migliore per formulare la proposta è quello di


ripercorrere il suo obiettivo e le obiezioni in precedenza
anticipate.

Una proposta fatta bene è:

1) Illustrata in modo chiaro e senza interruzioni


2) Fatta a memoria
3) Fatta guardando sempre il cliente negli occhi
4) Formulata parlando né troppo veloce né troppo lentamente
5) Inclusiva di tutti i punti d’interesse del prospect
6) Fatta senza nervosismo, con calma e competenza
7) Illustrata di tariffe formulate in modo chiaro e deciso

Infine, come è ovvio, termina con una domanda chiusa: SI’ o NO!

Ecco un esempio:

“Bene signor XXXX, lei mi ha detto che vuole raggiungere


l’obiettivo XY, e che è disposto a investire X euro al mese per il
suo ottenimento, per un periodo di tempo di almeno X mesi, e
che infine lei è in grado di prendere la decisione in maniera
autonoma e oggi stesso, se l’offerta sarà di suo gradimento.
Giusto?” (attendi un “ok” da parte del cliente, poi continua)

“Bene, la mia proposta quindi è quella di un abbonamento annuale


del valore di x euro al mese. Con questo soluzione, lei potrà
frequentare il centro quando lo vorrà, senza limiti di orario; sono
compresi nella quota inoltre il servizio Y e il servizio Z, così
come l’assistenza continua in sala attrezzi da parte dei nostri
trainer; se invece vorrà usufruire del servizio di personal
trainer, oppure del servizio A o del servizio B, dovrà effettuare
un pagamento a parte a ogni utilizzo. Come giudica la mia
proposta?”

Se la risposta è positiva, immediatamente si fa la chiusura.

Alcuni esempi:

“Bene, signor XXXX, allora passiamo alle formalità burocratiche:


ho bisogno di un suo documento e di un suo codice fiscale….” e si
comincia a compilare il modulo della società finanziaria.

“Bene signor XXXX, l’unica cosa che ci rimane da fare è


compilare l’iscrizione al club.”

“Bene signor XXXX, per prima cosa completerò la scheda di


iscrizione con lei e poi prenoteremo la sessione con l’istruttore.”

“Bene signor XXXX, allora iniziamo !!!”

“Allora signor XXXX, le consiglio di bloccare subito il suo


abbonamento in modo da non perdere l’offerta che le ho
presentato”

GESTIONE DI ULTERIORI OBIEZIONI

E se la risposta è negativa?

Riecco sorgere le obiezioni.

Ma come, dirai tu, non le avevamo già anticipate tutte?


Hai ragione. D’altro canto, ci sono molti casi in cui il prospect,
anche solo per pigrizia o per quieto vivere, sembra accodarsi alle
tue considerazioni, per poi tirar fuori un’incertezza al momento
della verità. Oppure, ha semplicemente cambiato idea, o si è
spaventato per qualsiasi motivo.

Aver anticipato con successo le obiezioni principali ci dà la


certezza, infine, di trovarci dinanzi, in questo frangente, più a
pretesti che a reali obiezioni.

A livello comportamentale, il suggerimento è quello di rimanere


calmo e rilassato, di essere sicuro di te stesso, di ascoltare le
impressioni del cliente, di sottolineare il tuo apprezzamento per
l’obiezione.

Ma soprattutto, di non essere aggressivo verso il cliente e di non


andare al “muro contro muro”: è un atteggiamento
controproducente sempre e a maggior ragione in questa
situazione.

Anche in questo caso, il modo migliore per gestire un’obiezione è


quello di isolarla e precisarla con una domanda

Le due obiezioni più comuni, se sono state già anticipate le altre,


sono il “Ci penso” e “Voglio fare un giro delle altre palestre per
confrontare i prezzi”.

Notare che entrambe non hanno alcuna connotazione negativa


nei confronti della proposta che gli hai appena fatto:
semplicemente, la accantonano momentaneamente.

Quanto al “Ci penso”, questa è un’affermazione vuota, che non


dice niente del prospect se non che non abbiamo dato il giusto
valore al costo dell’abbonamento e in questo momento si sentono
pressati e quindi in una situazione scomoda.

La domanda possibile è quindi: “Posso chiederle se c’è qualcosa in


particolare a cui dovrà pensare ?”

Se il cliente vi dice la sua perplessità, si può proseguire con:


”Possiamo pensarci insieme, se vuole: sono qui apposta per lei, le
eviterò di dover ritornare”

Se il cliente glissa (perché non c’è nulla su cui deve pensare, in


effetti: è già tutto così chiaro!), si può provare a ripercorrere le
obiezioni già analizzate:

“Scusi se glielo chiedo, il problema è il prezzo?”

“Mi sembrava particolarmente interessato a raggiungere il suo


obiettivo, teme di non avere tempo per l’allenamento?”

“Sta cercando un club con caratteristiche differenti dal


nostro?”

Sulla base delle risposte, si può proseguire con l’analisi. A volte è


il cliente stesso che si rende conto che il suo tentennamento ha
poco senso; a volte, il prospect si radicalizza nel non voler
esprimersi in quel momento: a quel punto, lo si congeda
ricordandogli che lo chiameremo noi entro 3 giorni per conoscere
la sua decisione

La seconda possibile obiezione (“Voglio fare un giro nelle altre


palestre”) è in realtà un “ci penso” mascherato di concretezza.

Se ci pensi bene, l’idea di collezionare preventivi per prendere


una decisione è non solo comune, ma anche sensata. Pertanto, non
potremo banalizzare una simile domanda. Dovremo piuttosto
cercare di scardinare l’incertezza con domande quali:

“Posso chiederti su cosa baserai la tua decisione ?”

“Quali tipi di club stai pensando di valutare ?”

“Hai già visto altri club prima del nostro? E come ti sono
sembrati?”

Successivamente, si può innalzare il livello del discorso


chiedendo:

“Cosa pensi di trovare in altri centri che da noi non hai trovato?”

“Ritieni poco soddisfacente l’offerta che ti ho appena fatto? In


che misura? In quale ambito?”

Di sicuro, non è il caso di gettare fango verso i concorrenti o di


glorificarsi troppo; dire frasi come “tu hai detto che vuoi fare
pilates e noi siamo gli unici nella provincia ad avere i macchinari
certificati”, o cose simili, ci squalifica immediatamente agli occhi
di chiunque.

La tua forza sta nell’offerta globale che gli hai fatto, nei tuoi
colleghi trainer, nella sicurezza di poter soddisfare tutti al
massimo. Lì risiede la tua tranquillità, e una persona sicura di se
stessa viene percepita come tale da un prospect

Anche in questo caso, comunque, se il cliente non vuole aderire


prontamente, lo si congeda ricordandogli che lo chiameremo noi
entro 3 giorni per conoscere la sua decisione

RICHIESTA REFERRAL

I referrals sono contatti generati dai nostri clienti


La richiesta di nominativi da contattare è l’arma più potente che
un centro fitness ha a disposizione per creare contatti, che
hanno il vantaggio di essere qualificati, avere un costo pari a
zero e allargare notevolmente la base dei nostri iscritti.

Non aver paura a chiedere contatti a un cliente dopo che questi


ha appena pagato una quota: è un momento emotivamente
importante, e in quel frangente potrà darti nominativi e
addirittura ringraziarti della richiesta: in futuro, potrebbe
sentire questa tua richiesta come invasiva e troppo
“commerciale”.

Molti centri fitness basano la loro fortuna sui referral. In


momenti di caduta dei tour spontanei, inoltre, sono un serbatoio
fantastico per ottenere obiettivi di vendita di alto livello.

Dopo la firma del contratto e il pagamento, si può chiedere al


nuovo iscritto: “Bene, signor XXXX, vorrebbe condividere la sua
esperienza di allenamento con qualche suo amico o parente?” e
se la risposta è positiva “Può farmi il suo nome e darmi un suo
recapito, così lo invito io a suo nome?”; se il cliente, com’è
legittimo, preferisce non rilasciare contatti o recapiti, non c’è
alcun problema: si tira fuori dal cassetto 2 guest pass e si
consegnano al cliente: “La capisco, signor XXXX; le consegno
allora questi inviti personalizzati, che lei potrà consegnare a 2
suoi amici; questi potranno trascorrere una giornata intera
presso il nostro centro, grazie a lei”.

Ricordati sempre di dare un valore al pass che consegni: meglio


parlare di “invito” che di “regalo”, meglio sottolineare l’unicità
della promozione che far immaginare che il pass viene dato a
chiunque.

Potrebbero piacerti anche