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La triade isterica
GASPARE VELLA (1), DANILO SOLFAROLI CAMILLOCCI (2)
(1) I Clinica Psichiatrica, Università La Sapienza, Roma
(2) Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale, Roma

RIASSUNTO
La concezione relazionale coglie, come principale oggetto di studio, non l’individuo in
quanto tale, ma le sue relazioni con gli altri, in particolare all’interno della famiglia,
unità emotiva fondamentale per lo sviluppo e il comportamento dell’individuo. Da que-
sto punto di vista, diviene di grande importanza riuscire a descrivere le caratteristiche

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delle relazioni familiari che risultano correlate alla comparsa di specifici disagi: il sinto-

L’ISTERIA
mo è visto, così, come una risposta connessa a struture familiari disfunzionali, la cui
conoscenza si rivela altamente utile alla condotta della psicoterapia. Giungere ad una
tipologia di famiglie fornirebbe ai terapeuti una mappa, utile nel difficile cammino della

NÓOς
ristrutturazione delle relazioni familiari. Elemento focale sono le triadi, sottounità fami-
liari che si costituiscono tipicamente in maniera transgenerazionale: un soggetto della
generazione successiva viene invischiato in una problematica affettiva e relazionale di
pertinenza della generazione precedente. Normalmente le triadi includono un figlio
all’interno di un conflitto coniugale, spesso coperto: la solitudine e la sofferenza che cia-
scun genitore sperimenta rispetto all’altro, inespresse, ma evidenti, intrappolano il figlio
in una relazione disfunzionale patogena. In questo articolo proponiamo una descrizione
delle triadi che abbiamo tipicamente osservato nel trattamento di famiglie con manife-
stazioni isteriche in uno dei figli. La caratteristica più tipica è un’apparente squalifica
reciproca dell’identità sessuata dei coniugi/genitori, con conseguenti ripercussioni sul
figlio/a intrappolato nella triade, per il quale la capacità di eccitare diviene l’unica consi-
stente fonte della sua identità sessuata. Di questo fenomeno viene proposta un’ipotesi
esplicativa su base trigenerazionale.

Parole chiave: Isteria, relazioni familiari, relazioni transgenerazionali, triadi familiari,


triade isterica, idealizzazione, narcisimo.

SUMMARY
The relational approach focuses mainly not on the individual but on his/her relations with
others, particularly inside his/her family, regarded as a fundamental emotional unit for per-
sonal development and behaviour. From such a point of view, it becomes really important
to describe the peculiarity of family relations, related to specific diseases: in this way the
symptom is considered an answer to specific disfunctional family structures, whose know-
ledge would be highly helpful in psychotherapy. Actually, a family typology would provi-
de therapists with a sort of map, a guide for restructuring family relations. The focus is on
triads, family transgenerational underunits, where a subject is included in an emotional
and affective problem, pertaining to the previous generation. Generally, triads include a
child into a covered marital conflict: the unexpressed, but evident loneliness and pain that
parents suffer in respect of each other, trap the child into a disfunctional pathogenic rela-
tion. We present a description of triads, typically observed during the treatment of fami-
lies, where a child developed hysterical symptoms. The most typical issue is an apparent
reciprocal disqualifying behaviour, that both parents maintain towards the sexual identity
of the other. Consequently, the child is trapped into a triad where his/her exciting capabi-
lity becomes the only source of his/her own sexual identity. We propose a tentative expli-
cation of such a phenomena on a trigenerational basis.

Key words: Hysteria, family relation, transgenerational relation, family triad, hysteric
triad, idealisation, narcissism.

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Indirizzo per la corrispondenza: Prof. Gaspare Vella, viale Liegi 32, 00198 Roma, tel. e fax 06/8558321.
NÓOς
IL “NON RELAZIONABILE” E LA TRIADE POTENZIALMENTE
PATOLOGICA
La capacità di relazione intersoggettiva consiste nella possibilità di attuare
un’elaborazione comune, dinamica, costruttiva e perfettibile del significato
delle differenze individuali che entrano a far parte dello scambio interperso-
nale in quel particolare contesto. Perché questa capacità di elaborazione
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comune possa emergere ed evolvere dinamicamente, nessuno dei soggetti


coinvolti nella relazione può porsi per sé e per gli altri come assoluto, come
misura unica dei significati di quella parte del mondo che è in comune. Vi
sono bisogni individuali che, per loro natura, implicano una relazione con
LA TRIADE ISTERICA

l’altro: nella relazione coniugale sono di questo tipo, ad esempio, il bisogno


sessuale, il bisogno di essere capito, ecc. Pur individuali, essi sono bisogni
CAMILLOCCI

di entrambi, che, per una loro coerente soddisfazione, richiedono un accordo


sui significati tra le menti delle persone che entrano in relazione. Solo que-
sto accordo può portare al consenso, su cui si fonda e di cui si nutre l’allean-
za coniugale.
Nel periodo dell’innamoramento e nei primi anni di matrimonio, ciascun
partner tende a cogliere nell’altro ciò che risponde alle sue aspettative e a
tagliare via quel che non si accorda con esse. Ma la realtà dell’altro è lì:
poco alla volta ci si rende conto che in lui/lei c’è qualcosa di estraneo, diffi-
cilissimo da accettare, che si frappone malignamente alla piena realizzazio-
ne delle aspettative. C’è una sorta di “alieno” nell’altro, con cui bisogna fare
i conti, secondo l’efficace metafora del marito di una coppia che abbiamo
avuto in terapia. Questo alieno, questa parte dell’altro che impatta con la
relazione, ma non può essere messa in relazione, è il «non relazionabile»,
una pietra d’inciampo, un ostacolo privo di senso, che l’altro difenderebbe
irragionevolmente, con un comportamento che può assumere i contorni di
un’inattesa e ostile capricciosità, o di un’ottusità insospettata. Ne consegue
un tentativo reciproco e inesausto di omologare l’altro con la forza, affib-
biandogli etichette come «ingenuo», «stupido», «incapace», «succube della
sua famiglia» e così via, a giustifica del dominio che si cerca di esercitare su
di lui «anche per il suo bene». Il tasso di insoddisfazione coniugale, che ne
deriva, trova varie vie per esprimersi: occhi levati al cielo, gesti di stizza,
espressioni di tristezza, sospiri di rassegnazione, ecc.
Tutti messaggi ambigui e senza destinatario, che sembrano ai figli mute
richieste d’aiuto. L’idea di intervenire per attenuare la sofferenza dei genito-
ri, rappresenta, per i figli, al contempo, una lusinga e un impegno morale e
affettivo. Privi di strumenti efficaci per la comprensione di una relazione
così diversa da quelle che essi vivono*, tendono a valutarla in termini di
gerarchia, a prendere le parti, individuando un presunto vincente e un pre-
sunto sconfitto. Nella nostra esperienza, la determinante primaria di questa
valutazione è il sesso: le figlie femmine tendono a identificare come perden-
te il padre, i figli maschi la madre.
In base a questa valutazione, il figlio/a si sente spinto ad una prima, timida
messa in atto di comportamenti riparativi, in genere non premeditata: questa

* Nota: I ragazzi vivono immersi in relazioni gerarchicamente impostate: con i genitori, con
gli insegnanti, con i fratelli e sorelle minori o maggiori, con gli istruttori sportivi, ecc. Solo
con il sopraggiungere dell’adolescenza si pongono il problema delle relazioni tendenzialmen-
te paritarie, l’amicizia e l’amore, e sperimentano con sofferenza la necessità di elaborare
nuovi strumenti di relazione.

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mossa determina nel genitore una palpabile reazione di piacere, per l’inatte-
sa comprensione nei suoi confronti, mostrata dal figlio/a. Questa reazione
costituisce, per quest’ultimo/a, un incoraggiamento a insistere nel suo com-
portamento e una lusinghiera risposta al suo desiderio di valorizzazione. Si
attua, così, in un progressivo incontrarsi di attese, un’intesa segreta transge-
nerazionale, che viola i confini e non rispetta i diritti-doveri propri di cia-
scuna generazione. Il figlio/a è agganciato in una triade potenzialmente
patologica, situazione relazionale nella quale uno dei due genitori ottiene da
lui/lei una gratificazione vicaria di ciò che ha atteso inutilmente dal coniu-
ge. La soddisfazione non deriva solo dal piacere per il gesto ricevuto, ma
anche dal fatto che esso costituisce un’arma potente per tentare di subordi-
nare il coniuge: «Vedi? C’è chi può e sa darmi ciò che tu non vuoi darmi!».
Questa situazione è molto frequente: tutti i genitori ricercano e ottengono
soddisfazioni vicarie di questo tipo. Ciò che è potenzialmente patologico è

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la rigidità della triade, il fatto, cioè, che un solo figlio si trovi sistematica-

L’ISTERIA
mente incluso nel confronto coniugale, dal quale dovrebbe essere escluso: la
relazione apparentemente privilegiata che lo lega al genitore dell’altro sesso
è di fatto strumentale al tentativo di quest’ultimo di subordinare il coniuge,

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per omologarne le differenze. Gli altri figli, se ci sono, si mostrano meno
coinvolti nelle vicende coniugali dei genitori e capaci di progettualità e di
movimenti di emancipazione.

LA TRIADE DELL’ISTERICA
La figlia appare, generalmente, oggetto di una modalità di comportamento
paterno che potremmo denominare “usa e getta” e che trova una descrizio-
ne efficace nelle parole di Angela, una paziente di 25 anni:
«C’erano dei momenti in cui papà si avvicinava a me e parlavamo insieme. Mi ascoltava con
interesse e io bevevo quello che lui diceva. Ma in altri momenti, senza una motivazione appa-
rente, era come se io non esistessi. Se provavo ad avvicinarmi, venivo semplicemente ignora-
ta, se tentavo di parlare, venivo gelata con uno sguardo. Io non capivo come, da un momento
all’altro, potesse essere così diverso».

Questo stile può iniziare fin dall’infanzia, ma si intensifica e assume colori-


ture larvatamente sessuali, quando la fanciulla si trasforma in una giovane
donna. La stessa Angela ricorda, con imbarazzo, che, quando aveva 14-15
anni, il padre aveva insistito e ottenuto che si lasciasse fotografare a seno
nudo, fiero dello sbocciare della giovane figlia.
L’esperire la capacità di eccitare piacevolmente un uomo così importante
come il padre accende l’animo della figlia. Ogni capacità prevede però che
chi la detiene sia in grado di regolarne adeguatamente l’uso e gli effetti.
Invece, quanto più la triade è patologica, tanto meno la figlia ha strumenti
validi per regolare l’affascinamento paterno, che è del tutto strumentale:
tempi e modi sono scanditi, infatti, dalle emozioni del padre nei confronti
della moglie/madre e non della figlia. Questi trae dalla figlia un piacere
sostanzialmente autoerotico, che non la valorizza come persona. La ragazza
non è in grado di cogliere la natura strumentale del comportamento paterno,
non si rende conto che la mamma resta la fonte vera del piacere che papà
cerca. Questo fraintendimento la spinge a portare avanti e a intensificare i
tentativi di accendere l’eccitamento paterno, per sottoporre a verifica quello
che le appare un comportamento incomprensibile e incoerente.
Secondo quanto abbiamo potuto osservare, il piacere che lega padre e figlia
si manifesta secondo una modalità prevalente che può variare da triade a
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NÓOς
triade. In alcuni casi, il fascino viene esercitato prevalentemente attraverso
l’esibizione da parte del padre di capacità intellettuali e culturali, cui la figlia
corrisponde di volta in volta o con un ascolto adorante o con un vivace con-
fronto culturale: la madre resta sullo sfondo, apparentemente incapace di
seguirli su quel terreno. In altri casi, lo stile paterno ricorda quello dei ricchi
seduttori, che spendono somme rilevanti per il piacere di soddisfare i capric-
ci dell’amata: i due mettono in scena un duetto, nel quale il padre concede
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alla figlia ciò che desidera, solo dopo che lui ha goduto di tutta una serie di
azioni seduttive da parte di lei. Anche in questo caso la madre appare passi-
va e squalificante sullo sfondo della scena.
Ma l’atmosfera tra padre e figlia non è sempre così eccitata e divertita: in
altri casi, infatti, essa è più drammatica, ma non meno intensa, e si manifesta
LA TRIADE ISTERICA

con scontri appassionati e furibondi. La ragazza avverte oscuramente la stru-


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mentalizzazione di cui è oggetto e, mentre lotta col padre, sogna una rappa-
cificazione liberatoria, che le consenta di recuperare un rapporto personale
con lui. Anche in questi casi, la madre sembra mantenersi defilata, quasi
sullo sfondo, e limita i suoi interventi a occasionali tentativi di mediazione
tra i due. Come si è visto, se le modalità dell’eccitazione padre-figlia muta-
no, il comportamento della madre mostra costantemente una sorta di ritiro,
che si configura come un rifiuto implicito e inconsapevole a dare il proprio
contributo alla formazione del mondo dei significati della figlia. Allorché il
fascino paterno viene esercitato, la madre resta sullo sfondo, apparentemente
incapace di seguire marito e figlia sul loro terreno. Già questo atteggiamen-
to, sempre accompagnato da una squalifica più o meno sottile, denuncia un
comportamento di non collaborazione. Ma c’è un altro atteggiamento che
corrisponde a un più vistoso ritiro e che cercheremo di descrivere a partire
da questo breve brano di seduta:

Figlia - Mamma ha sempre avuto una faccia... sembra che sia sempre molto arrabbiata, ner-
vosa. La faccia della persona scontenta, che ha qualcosa che non va. Una volta che parlavamo
e quasi litigavamo mi ha detto una cosa... io ci penso e ci ripenso... dice: «Tu, ogni volta che
entri qua dentro, mi crei una situazione di disagio». Io allora me ne sono andata... cioè, quan-
do sto vicino a lei non dò una situazione piacevole, ecco
Terapeuta - Hai domandato perché?
Figlia - Non lo so, lei risponde: «Ah, ma io sono fatta così». Allora uno non dice più niente.
Vorrei capire per quale motivo fa così. Uno si sente pure in colpa...
Terapeuta - Ma quando tua madre non ti vede, ha la faccia allegra?
Figlia - Lei ha la faccia così a prescindere da me. È come se io aggiungessi un peso a un
peso. Se avesse una faccia allegra, non ci crederei nemmeno, sarebbe quasi un’ipocrisia.
Terapeuta - Ma da quanto tempo dura?
Figlia - Da sempre. L’unica cosa che io posso fare è dire: «Va bene, ormai le cose stanno così
e che faccio?». La mia vita deve prescindere da lei e dalle sue facce, perché altrimenti andia-
mo avanti all’infinito.

In tutti questi quadri familiari l’atteggiamento della madre ricorda da vicino


quello di una donna “offesa nell’onore”. In un certo senso ed entro certi
limiti, è un atteggiamento coerente, perché quello che si delinea sotto i suoi
occhi ha le sembianze di un tradimento, una relazione «adulterina» che non
può neanche contestare: può rimproverare a suo marito di essere un padre
sollecito e interessato alla figlia? In alcuni casi, dove la relazione del padre
con la figlia assume coloriture più scopertamente sessuali, abbiamo osserva-
to che la madre nutre ed esprime fantasie di incesto tra i due. Tuttavia, anche

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nel caso in cui questi aspetti non sembrano così presenti, l’immagine resta
quella di un adulterio. La reazione della madre è quella dell’onore offeso:
non si indigna, non grida, ma si chiude in un silenzio doloroso, carico di
significati, il cui primo destinatario, il marito, non può essere esplicitato. È
una reazione che si esprime sostanzialmente nel rifiuto “dell’altra” e che ori-
gina con tutta probabilità da quando la bimba si è mutata in fanciulla, capace
di competere con la madre nel soddisfare alcune aspettative paterne. Questo
atteggiamento materno si traduce, per la figlia, in una sorta di drastica esclu-
sione dal mondo dei significati della madre: la distanza che le divide lascia
la ragazza priva di un valido riferimento femminile nella costruzione del
proprio mondo interiore. Accusa la madre di «non farsi capire» o di «averla
rifiutata» o di «evitarla», frase che la dice lunga sull’atteggiamento di rifiuto
che ella avverte; si scontra con lei nel tentativo di provocarla ad esprimere
quella femminilità che, a parere della ragazza, entrambi, padre e figlia,

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vanno cercando sia pure con modalità e in virtù di bisogni diversi. In questo

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scontro madre-figlia, il padre, a sua volta, si defila, sembra dare un colpo al
cerchio e uno alla botte, provocando reazioni irritate nelle due donne, cia-
scuna delle quali tende a percepirlo schierato con l’altra e in definitiva inau-

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tentico con entrambe. L’immagine genitoriale conferma la divaricazione
coniugale e l’incapacità di comportamenti alleati da parte dei due coniugi-
genitori.

LA TRIADE DELL’ISTERICO
Anche nel caso del figlio maschio si assiste a un duetto amoroso, questa
volta con la madre. Un esempio efficace ci è stato fornito dalla famiglia di
Carlo, 19 anni, che in un crescendo cominciato nel primo anno della scuola
superiore, attua atteggiamenti tirannici nei confronti dei genitori e, in parti-
colare, della madre, che sono, in realtà, vere e proprie esibizioni di “forza
virile”, sia sul piano fisico che intellettivo. Dopo aver studiato fino a sera,
costringendo i genitori a un silenzio di tomba, Carlo esce di casa e dedica un
paio d’ore ad esercizi ginnici; torna a casa a sera tardi e costringe la madre a
pulire il bagno dove si fa la doccia, a preparargli la cena e a riordinare la
cucina. Lei parla di atteggiamento ricattatorio del figlio che minaccerebbe di
urlare se si rifiutasse di accudirlo, ma poi si scopre che i due si siedono a
tavola, dove il figlio si impegna in lunghissime conversazioni con la madre,
nelle quali fa sfoggio, ammiratissimo, della sua cultura. Vanno avanti così
per ore, a volte fino alle tre del mattino. Lo stile del padre è molto diverso e
si esplica in comportamenti che, pur larvatamente aggressivi e sostanzial-
mente squalificanti, non si esprimono mai in una presa di posizione capace
di suscitare un confronto tra uomini. In sostanza siamo in presenza di una
sorta di ritiro della forza, di impedimento al figlio di mettersi alla prova
come uomo nel confronto col padre, anche di fronte a provocazioni gravi.
Quando i terapeuti gli chiedono come mai permetta che la moglie sia messa
sotto ricatto in questo modo dal figlio, risponde che lui litigherebbe pure con
Carlo, ma ne viene impedito dalla moglie che teme che si metta a urlare e
venga sentito dai vicini. Perciò afferma:

«Di solito, dopo che ho cenato con lei, verso le otto, che faccio? La televisione non posso
accenderla perché se lui studia gli dò fastidio... mi metto sul letto e mi metto a dormire; a
volte dormo, a volte non dormo. Poi sento questa che si alza perché: «Mamma, si cena.
Adesso faccio la doccia, poi si cena». E io sto a letto perché ormai sto a letto».

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NÓOς
In realtà il tema della cultura e della forza è proprio il terreno su cui si attua
il confronto coniugale: lei è maestra elementare, mentre lui è quasi analfabe-
ta e, a dire della moglie, non ha saputo difendere la famiglia in varie occa-
sioni, costringendola a far da sola. La capacità di Carlo di dare piacere alla
madre è strumentalizzata da lei contro il padre, mentre, agli occhi di que-
st’ultimo, i due si godono delle cenette intime in una sorta di “relazione
adulterina”, cui egli reagisce sdegnosamente tagliando i rapporti con il
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“rivale”. Anche con i figli maschi il duetto amoroso con la madre può espri-
mersi in vari modi, che non siano il confronto intellettuale, e assumere, ad
esempio, le caratteristiche di uno scontro appassionato; ma, mentre i conno-
tati del duetto amoroso possono cambiare, l’atteggiamento del padre resta
quello del marito tradito che ritira la sua forza, privando il figlio di un riferi-
LA TRIADE ISTERICA

mento maschile essenziale alla costruzione del proprio mondo interiore e


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della sua identità. Questi accusa spesso il padre di «non far mai capire cosa
pensa», frase che la dice lunga sull’atteggiamento di rifiuto che avverte in
lui: il ragazzo non ha altra scelta che provocarlo, con atteggiamenti tirannici
e con comportamenti inaccettabili, ad esprimere quella forza che, a suo pare-
re, non solo lui, ma anche la madre, vanno cercando anche se con modalità e
in virtù di bisogni diversi. Lo scontro, tuttavia, non avviene, se non occasio-
nalmente: nei rari casi in cui si verifica, il padre si ritira subito, provocando
le reazioni irritate sia della moglie che del figlio, che lo sentono inautentico
e sfuggente.

I PROBLEMI CHE NE DERIVANO


La caratteristica che accomuna queste triadi è l’apparente squalifica dell’i-
dentità sessuata attuata reciprocamente dai coniugi/genitori. Il genitore di
sesso opposto a quello del figlio si comporta come se dovesse trarre il suo
piacere soltanto, o in larga misura, da quest’ultimo, come se il proprio
coniuge non esistesse da quel punto di vista. Agli occhi del figlio, questa
immagine sembra vistosamente confermata dall’atteggiamento del genitore
del suo stesso sesso, che lo priva dei riferimenti a lui/lei essenziali, ritiran-
dosi apparentemente senza opporsi al coniuge, salvo mandargli ambigui
messaggi squalificanti del tipo «ti accontenti di poco». È comprensibile che
le conseguenze sui figli abbiano a che fare con l’identità sessuata. Il com-
portamento di questi ragazzi sembra una caricatura dello stereotipo secondo
il quale «dovrebbe» comportarsi un vero uomo o una vera donna: la capacità
di eccitare diviene l’unica consistente fonte della loro identità sessuata.
Il figlio maschio si sente costretto a esibire la forza virile, a cominciare da
quella sessuale, che interpreta in termini sostanzialmente erettivi. È vittima
di tutto ciò che promette di donare virilità, più muscoli, più durata dell’ere-
zione, più forza intellettiva. Sfoggia ciò che ha, per stare al centro dell’atten-
zione, ma l’unico teatro che conta veramente è quello familiare: dubita
profondamente della sua forza e cerca conferme sistematicamente disattese,
attraverso continue provocazioni a chi più di ogni altro, in questo momento
della sua vita, potrebbe sciogliere i suoi dubbi: suo padre. Nel contatto con
gli amici non riesce a stabilire relazioni significative, perché, dubitando
profondamente delle sue qualità virili, ne teme il confronto, cercando di
eccellere nelle cose in cui essi sono meno capaci e temendo spesso di essere
accusato di omosessualità o di impotenza. Per l’altro sesso nutre desideri
fortemente inibiti e resi incerti dai dubbi profondi che nutre sulla sua iden-
tità sessuata. Può far ricorso saltuario all’alcol e/o sostanze stupefacenti che
gli consentono di superare le sue insicurezze e di temere meno il confronto

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con i coetanei del proprio e dell’altro sesso. Analogamente, la ragazza
mostra emozioni forti quanto improbabili e le esprime in maniera sistemati-
camente esagerata, impersonando un’immagine stereotipa e caricaturale
della femminilità così come pensa che la intendano gli uomini: seduttività,
esagerata disponibilità sessuale, cambi rapidi d’umore, accessi di malumore
o di euforia immotivati e spropositati. In realtà, dubita profondamente della
sua femminilità e cerca conferme sistematicamente disattese, attraverso con-
tinue provocazioni a chi più di ogni altro, in questo momento della sua vita,
potrebbe sciogliere i suoi dubbi: sua madre. Nei confronti delle amiche, non
riesce a stabilire relazioni significative, in quanto perennemente impegnata
in atteggiamenti competitivi, che tradiscono il suo timore di inadeguatezza.
Con l’altro sesso manifesta una seduttività esagerata, gonfiando il narcisi-
smo dei suoi partner con adulazioni spropositate, salvo poi squalificarne
sistematicamente le manifestazioni di forza virile. A volte attua un compor-

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tamento sessuale disordinato, incapace di quella vera intimità che ella, pur

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desiderandola, teme, forse sulle tracce dell’inibizione delle fantasie ince-
stuose suscitate dal duetto col padre. Le resta perciò solo un simulacro, che
assomiglia moltissimo a quanto attuato, sul piano non sessuale, con il padre:

NÓOς
mostrarsi come oggetto del desiderio per mettere continuamente alla prova
la sua capacità di suscitare desiderio.
Può far ricorso saltuario all’alcol e/o sostanze stupefacenti che le consento-
no di superare le sue insicurezze e di temere meno il confronto con le perso-
ne del proprio e dell’altro sesso.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
È ora necessario cercare di risalire dalle caratteristiche che abbiamo descrit-
to ai meccanismi che le determinano. Padre e madre mostrano verso il
figlio/a incluso/a nella triade comportamenti simili, accomunati dall’idealiz-
zazione e dal narcisismo.
Come rivela la storia personale di questi genitori, il meccanismo difensivo
dell’idealizzazione fu, a suo tempo, rivolto, nella propria famiglia d’origine,
verso il genitore dell’altro sesso, avvertito come esigente e punitivo. Conse-
guentemente, si è strutturato un Io ideale concepito come un ideale narcisi-
stico di onnipotenza. Ciò ha portato a una scelta di innamoramento tanto più
tenacemente narcisistica**, quanto più intensa è stata l’idealizzazione per il
proprio genitore. Il gap tra attese dell’innamoramento e risposte concrete,
riscontrato nel corso della storia comune, assesta un duro colpo all’atteggia-
mento narcisistico, nello stesso modo in cui, a suo tempo, le istanze genito-
riali avevano portato all’uscita dal narcisismo primario. La relazione coniu-
gale, tendenzialmente paritaria, vede così nascere, come abbiamo accennato,
la lotta per l’omologazione, perché l’oggetto amato sia costretto a unifor-
marsi all’Io ideale. L’inclusione di un/una figlio/a nella triade potenzialmen-
te patologica porta a un salto di qualità: entrambi i genitori, insoddisfatti nel
loro narcisismo, cercano l’occasione di ricevere soddisfazione da lui/lei.
L’aggancio del/della figlio/a nella relazione dei genitori avviene secondo
una duplice modalità: da un lato, il/la figlio/a dell’altro sesso è visto come

** Nota: «Si ama l’oggetto per la perfezione che si vorrebbe per il proprio Io e con questo
stratagemma si cerca di soddisfare il proprio narcisismo» (Freud S. (1921). Psicologia delle
masse e analisi dell’Io. Opere vol. 9. Torino: Boringhieri; 1977).

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un completamento e un coronamento dell’Io ideale, che il coniuge non
incarna nella misura in cui dovrebbe. Ne deriva, da parte del genitore, un
intenso investimento del figlio/a, collegato a un meccanismo di idealizzazio-
ne come difesa dalle pulsioni incestuose. Dall’altro lato, il/la figlio/a del
proprio sesso è visto/a come il riscatto narcisistico dalla propria mancata
realizzazione dell’Io ideale. Per quanto riguarda il meccanismo di idealizza-
zione, bisogna sottolineare che esso può mantenersi nella misura in cui non
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è costretta a misurarsi col reale. Come abbiamo visto, il meccanismo opera


in maniera trigenerazionale verso:
a. il genitore dell’altro sesso
b. il proprio coniuge
LA TRIADE ISTERICA

c. il/la figlio/a dell’altro sesso.


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ma può permanere intensa e inattaccabile solo su base transgenerazionale


perché si collega ad una astensione dall’azione. Il genitore, quando era a sua
volta figlio/a, reagì alle attese e pretese del proprio genitore dell’altro sesso,
bloccando la propria espressione personale autonoma, nella rinuncia al pro-
prio Io che l’idealizzazione comporta***; da coniuge l’idealizzazione si riduce
gradatamente sotto la spinta delle reali gratificazioni sessuali**** e dell’opera-
re concreto; da genitore, infine, l’idealizzazione nei confronti del/della fi-
glio/a dell’altro sesso riguarda solo gli aspetti dell’Io ideale che il proprio
coniuge non incarna e può sopravvivere proprio perché si mantiene in una
specie di limbo: non può ridursi, perché non scende né sul terreno delle grati-
ficazioni incestuose, né sul terreno della concreta operatività genitoriale.
Il/la figlio/a dal canto suo vive una realtà assai difficile: la sofferenza del
genitore dell’altro sesso e la pressione di quello dello stesso sesso determina-
no in lui/lei una spinta a corrispondere. Il narcisismo di entrambi sollecita
quello del/della figlio/a, dando luogo a nuovi processi di idealizzazione. Con
la pubertà, la capacità di pensarsi come giovane essere umano sessuato com-
porta un intensificarsi degli aspetti sessuali delle relazioni genitofiliali, che,
mentre aumenta il tasso di idealizzazione del genitore dell’altro sesso, dà
luogo a un confronto/scontro sulle cose concrete con il genitore del proprio
sesso, fatto che consente all’idealizzazione di quest’ultimo di diminuire rapi-
damente. Se il figlio è incluso in una triade potenzialmente patologica, si tro-
verà sempre più portato a parteggiare per il genitore dell’altro sesso, nei con-
fronti del quale permane un atteggiamento improntato ad un’elevata idealiz-
zazione. Questa lo spinge ad accettare una progressiva diminuzione dell’Io,
che può giungere anche al sacrificio. Ciò alimenta il narcisismo del genitore:
«Davvero potrà essere il mio piacere quando voglio e come voglio». Verso
il/la figlio/a dello stesso sesso, invece, il genitore, prova un sottile disprezzo:
egli/ella appare ingenuo, stolto, incapace di incarnare quell’Io ideale di
riscatto che egli sognava, visto che attribuisce qualità spropositate all’altro
genitore. Questo disprezzo si rivela nel ritiro che attua e che lascia il/la
figlio/a privo di un valido riferimento del proprio sesso nella costruzione
della propria identità.

*** Nota: «L’Io diventa sempre meno esigente, sempre più modesto, mentre l’oggetto diven-
ta sempre più magnifico e prezioso, attira su di sé tutto l’amore che l’Io poteva provare per se
stesso, il che può portare al suo completo sacrificio» (Freud S. (1921). Psicologia delle masse
e analisi dell’Io. Opere vol. 9. Torino: Boringhieri; 1977).
**** Nota: «Ciò si nota soprattutto nell’amore infelice, non ricambiato, perché nell’amore

condiviso ogni soddisfacimento sessuale è seguito da una diminuzione del grado di idealizza-
zione che si accorda all’oggetto» (Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io.
Opere vol. 9. Torino: Boringhieri; 1977).

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