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Franco De Felice

Rivoluzione passiva,
fascismo,
americanismo in
Gramsci

1. Per Gramsci

L'ampio dibattito apeno in Italia da alcuni anni,


con una brusca accclerazione dopo i risultati elettorái
del 20 giugno 1976, sul marxismo e lo Stato, su
democrazia e socialismo, sulla contraddizione tra la
teoría gramsciana dell'egemonia e la linea politica del
PCI che accet-ta il pluralismo come parte integrante
del modo di concepire e co-struire ii socialismo, 1
ceno solo parzialmente un dibattito teorico, essendo in
esso nettamente prevalenti gli elementi di intervento
poli-tico diretto sul come definire e come rapportarsi
alla « questione comunista » oggi. Sottolineare questa
componente politica immediata non significa
marginalizzare o svuotare le questioni teoriche che
tale dibat-tito solleva, ma al contrario esaltarne la
centralitá in rapporto allo scontro político in atto ed
alle possibilitá stesse di una sua soluzione. Ii dibattito
in corso é importante ed ha tanta risonanza, perché, al
di lá del merito delle singole posizioni, va ad investire
alcuni nodi centrali connessi allo sviluppo della
iniziativa del movimento operaio in Italia ed in
particolare del PCI, ai problemi di trasformazione po-
litica ed economica posti all'ordine del giorno come
superamento della crisi (seconda tappa della
rivoluzione democratica).
Se la radice del dibattito é qui, la riflessione sulla
16
1
propria tradizio-ne é qualcosa di piú di una discussione
con Bobbio, Colletti, Salvadori o di una restaurazione
filologica contro deformazioni: non pub risolversi se
non nella riproposizione del nodo teoria-movimento a
partire dalle questioni aperte oggi, prima fra tutte la
stretta tra movimento operaio e Stato. Senza voler
entrare nel merito del dibattito a me pare che
andrebbe messo al centro con maggior forza u
carattere di rivoluzione passiva del complesso delle
osservazioni critiche avanzate sul patrimonio teorico e
sulle scelte politiche strategiche compiute dal PCI
(com-
promesso storico, pluralismo, eurocomunismo, ecc.):
concepire i termini dello scontro in atto e del suo
scioglimento all'interno di uno svolgi-mento «a disegno
», i cui dati non sono messi in discussione (la so-luzione
liberal-democratica come l'unica possibile, incapacitá
del mo-vimento operaio di riuscire ad esprimere una
forma di Stato diversa, senza riprodurre le soluzioni giá
storicamente esistenti e da cui pure si differenzia). La
critica di questa impostazione non puó significare
elusíone della questione ad essa connessa, che 1 reale
ed essenziale nello sviluppo dell'egemonia: anzi l'unica
critica possibile non puó non avere come punto di
partenza la definizione di questa democra-zia italiana
postfascista e l'impossibilitá di comprendere il
funziona-mento e lo sviluppo di una democrazia di
massa — di quena democra-zia di massa — all'interno
delle categorie classiche della liberaldemo-crazia.
Indispensabile cioé diventa, per respingere le ideologie
della rivoluzione passiva che non a caso tendono a
riproporsi oggi, ma anche per garantire l'espansione e
il ruolo dirigente del movimento operaio, esplicitare
fino in fondo le implicazioni teoriche connesse alla
propria pratica politica, alle proprie scelte.
In questo quadro problematico il rapporto con la
tradizione, o
· particolarmente con Gramsci, non puó essere né la
ricerca in essa di una risposta diretta •ai problemi del
presente — che sarebbe giá una modificazione seria di
questa tradizione, la trasformazione cioé
della téoria da strumento di analisi in un modelo
conchiuso e defini-to — né la cemita crociana e
accademica tra « ció che é vivo » e
« ció che é morto ». Proprio la novitá dei compiti
del movimento
operaio oggi spinge ad esplicitare l'estrema ricchezza
culturale di un patrimonio analítico che ha come suo
dato centrale la riflessione su
di un'intera fase storica: le questioni connesse all'uscita
da un sistema di potere ed alla costruzione di un nuovo
blocco storico hanno in .quella riflessione, se non una
risposta — questa pub venire solo dalla specificitá
dell'analisi e dell'iniziativa política — certo un essenziale
punto di riferímento, di confronto ed anche di
differenziazione.
2. Su alcune categorie analitiche gramsciane

Credo sia necessario, per rendere piú chiaro il senso


delle brevi osservazioni precedenti, fissare e chiarire
alcune categorie d'analisi fon-damentali per poter
veclere il modo in cui opera e si specifica, in rapport° ad
esse, l'analisi sull'americanismo.
Anzitutto la rivoluzione passiva. Si tratta, come é
noto, di una
162
formula mutuata dal giudizio data,Cla Cuoco sugli
avvenimenti rivolu-zionari italiani del 1799 e degli anni
successivi e con la cui fondamen-tale esattezza
Gramsci concorda: « Vincenzo Cuoco ha chiamato rivo-
luzione passiva quella avutasi in Italia per
contraccolpo delle guerre napoleoniche. II concetto di
rivoluzione passiva mi pare esatto non solo per l'Italia
ma anche per gli altri paesi che ammodernarono lo
Stato attraverso una serie di riforme e di guerre
nazionali, senza passare per la rivoluzione política di
tipo radicale-giacobino » 1.
Tenendo fermo questo giudizio e questo primo
livello di definizio-ne dei fenomeni che identifica,
Gramsci sviluppa la sua riflessione in una molteplicitá
di direzioni che hanno in questa definizione loro centro
unificatore. Indubbiamente preminente é l'analisi di
quel complesso di fenomeni storíci riconducibili alta
cosiddetta etá della Restaurazione e tendente ad
individuare le forme di asoesa della bor-ghesia e di
costruzione di Stati borghesi dopo la Rivoluzione
francese: « La "Restaurazione" é il periodo piú
interessante da questo punto di vista: essa é la forma
politica in cui la lotta delle classi trova quadri elastici
che permettono ala borghesia di giungere al potere
senza rotture clamorose, senza l'apparato terroristico
francese. Le vec-chic classi sono degradate da
"dirigen& a "governative", ma non eliminate né tanto
meno fisicamente soppresse; le classi diventano "ca-
ste" con caratteri psicologici determinad, non piú con
funzioni econo-miche prevalenti » 2. In questa
prospettiva d'analisi la categoria di ri-voluzione
passiva si combina strettamente, fino a risolversi in
essa3, con la formula usata da! Quinet di « rivoluzione-
restaurazione ». Anche se, come dice Gramsci, nel
binomio « solo il secondo termine é valido, poiché si
tratta di rabberciare continuamente [dall'esterno] un
organismo che non possiede internamente la propria
ragion di salute » 4, per cui la dialettica é ridotta ad un
processo di evoluzione riformisticá; pure nel fenomeno
della restaurazione essenziale é l'elernento della
trasformazione. secondo nucleo tematico sviluppato
intorno alla ri
16
3
voluzione passiva, che qui posso solo accennare, in
quanto alcuni ele-
1
A. Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V.
Gerratana, Torino, 1975 (in seguito Q.), p. 504.
2
Q., p. 134.
3
Q., p. 957: « Sia la "rivoluzione-restaurazione" del Quinet
che la "rivo-luzione passiva" del Guoco esprimerebbero 11 fatto
stork() della assenza di inizia-tiva popolare nelio svolgimento
della storia italiana, ed ji fatto che il "progresso" si
verificherebbe come reazione delle classi dominanti al
sovversivismo sporadico e disorganico &He masse popolari con
"restaurazioni" che accolgono una qualche parte delle esigenze
popolari, quin& "restaurazioni progressive" o "rivoluzioni-
restaurazioni" o anche "rivoluzioni passive" ».
4
Q., p. 1328.
menti saranno tipresi successivamente, é ji rapporto tra
questa categoria ed una forma che ha caratterizzato
un'intera tradizione intellettuale italiana ed europea: «
ció che é «política" per la classe produttiva di-venta
"razionalitá" per la classe intellettuale » 5. La dialettica
conser-vazione-innovazione come aspetto dello sviluppo
storico, il cui equilibrio e le cui forme sono tutte
affidate alle forze in campo ed alla misura della
consapevolezza che hanno di sé, dei propri compiti
come di quelli dell'avversario, si risolve in un processo
a disegno, in cui elementi della tesi vanno comunque
conservati.
Esiste, infine, un terzo filone della riflessione
gramsciana che per-mette di ampliare ulteriormente la
ricchezza di implicazioni di questa categoria e
l'ampiezza dei fenomeni che tende a interpretare. Se
le osservazioni relative all'etá della Restaurazione
avevano come oggetto un processo non
qualitativamente diverso da quello proprio della Ri-
voluzione francese — formazione di uno Stato
borghese — la catego-
ria di rivoluzione passiva usata da Gramsci anche in
rapporto a
fenomeni diversi in cui il dato dominante é lo scontro
di dasse tra borghesia e proletariato. Nel primo nucleo
di osservazione la rivolu-zione passiva tendeva a
cogliere le forme del mutamento dei soggettí sociali
dominanti (e ji segno del proceso era dato da questo
mutamen-to), nel secondo caso il fenomeno é piú
complesso in quanto con quena categoria non si coglie
piú ji cambiamento dei soggetti sociall dominanti ma il
loro modo di essere dominanti. Lungo questa linea la
riflessione sulla rivoluzione passiva si combina
strettamente con la riflessione sull'egemonia e sulle
forme di essa. Si apre cioé ad ele-mead di un'analisi
differenziata.
Tra i fenomeni indotti dall'espansione francese in
Italia (rivolu-zione napoletana, esperienza murattiana),
lo scontro tra moderati e democratici nel
Risorgimento, ji trasformismo, ji rapporto borghesia-
socialismo e II fascismo esistono differenze sostanziali
per cui la loro riconduzione all'interno della categoria
16
4
della rivoluzione passiva é possi-bile solo portando il
grado di elaborazione di questa categoria ad una
generalizzazione moho maggiore di quella connessa
alla riproposizione della formula di Cuoco o alle
,
specificazioni storiche da cui puó essere
caratterizzata. Un primo elemento di generalizzazione
é offerto da Gramsci stesso nelle sue osservazioni sul
trasformismo 6, individuato come una ,delle forme
storiche della rivoluzione passiva, e coito nei suo
operare in rapporto a due esperienze di opposizione
nella storía d'Italia (Pd'A e PSI): al di a del modo
diverso di operare del tra-
5
Q., p. 134.
6
p.
•Q.,
962.
sformismo (molecolare dal 18160 - -tá+.'900, di interi
gruppi dal '900 in poi) — che é in stretto collegamento
con le modificazioni dello Stato contemporaneo e lo
sviluppo dell'organizzazione della societá ci-vile — gli
elementi comuni che individuano il processo di
rivoluzione passiva in rapporto a fenomeni storici
moho diversi sono sostanzial-mente due:
trasformazioni molecolari dele forze in campo;
assorbimen-to e decapitazione dell'antagonista da
parte dei gruppi dominanti che in tal modo sviluppano
un'iniziativa egemonica; scarsa e disorganica
consapevolezza storica di sé e dell'avversario della
forza antagonista (antitesi), e ció non le permette di
dispiegare fino in fondo le sue possibilitá. Su questi
due elementi é possibile registrare una comunan-za di
giudizi sul Pd'A e sul PSI. Il dato che accomuna nella
subalter-nitá questi due movimenti storici di
opposizione allo Stato borghese italiano era la
precarietá e l'empirismo del loro rapporto con la
realtá che intendevano modificare e con gli stessi
settori della societá che tendevano ad esprimere 7 .
Strettamente correlata a questa precarietá di rapporti
era la difficoltá per queste forze politiche di elaborare
una concezione dello Stato e di definire il proprio
rapporto con i processi e le esperienze internazionali
che non fosse confusa o verbale ed emotiva: « I
concetti di rivoluzionario e di internazionalista, nel
senso moderno della parola, sono correlativi al
concetto preciso di Stato e di classe: scarsa
comprensione dello Stato significa scarsa co-scienza
di classe (comprensione dello Stato esiste non solo
guando lo si difende, ma anche guando lo si attacca
per rovesciarlo), quindi scarsa efficienza dei partid,
ecc. » 8 .
Per quanto importante sia la specificazione fornita
in rapporto al diverso modo di atteggiarsi dello stesso
fenomeno, la generalizza-zione cosí raggiunta
(individuazione di elementi costanti) sarebbe
deguata e rimarrebbe fondamentalmente un canone
empirico. La irridu-, cibilitá della categoria gramsciana
della rivoluzione passiva a tale dimen,, sione é garantita
dal rapporto che Gramsci pone esplicitamente con,
165
la Prefazione marxiana del 1859: « u concetto di
rivoluzione passiva deve essere dedotto rigorosamente
dai due princípi di scienza politica:
1. che nessuna formazione sociale scompare fino a
guando le forze produttive che si sono sviluppate in essa
troyano ancora posto per
7
Sull'incomprensione da parte di Mazzini del passaggio
dalla guerra di mo-vimento a quella di posizione e sul modo in
cui concepiva l'intervento popolare v. le note in Q. pp.
17684769. Sul PSI si veda la celebre favola del castor° (Q.,
pp. 319 sggj.
8
Q., p. 326. La nota continua cosí: « Bande zingaresche,
nornadismo politico non sono fatti pericolosi e cosí non etano
pericolosi u sovversivismo e l'interna-zionalismo italiano ».
un loro ulteriore movimento progressivo; 2. che la
societá non si pone compiti per la cui soluzione non
siano state giá covate le condizioni necessarie, ecc.
» 9 . In •questo contesto estremamente piú ampio « é
evidente — aggiunge Gramsci nella stessa nota — che
l'espressione-di Cuoco a proposito della rivoluzione
napoletana del 1799 non é che uno spunto, poiché ji
concetto é completamente modificato •e arric-chito »
.11 collegamento tra rivoluzione passiva,
Prefazione del '59 e l'espli-cito rinvio che Gramsci fa
alla lettura che ne propone nelle note relati-ve ai
rapporti di forza, é essenziale per comprendere ji
cambiamento di significato rispetto alla sua origine e la
complessivitá dei fenomeni che con tale categoria
Gramsci tende a cogliere. Premesso che tale categoria
opera in rapporto ad una fase caratterizzata dall'«
assenza di altri elementi attivi in modo dominante » ",
cioé dall'assenza dell'ini-ziativa popolare, e individuata
la possibilitá di « morfinismo » politi-co e di fatalismo
nell'uso di tale 'eal'egória ", in Gramsci la rivoluzione
passiva tende ad identificare le 1 forme`Uel processo
rivoluzionario, cioé i modi in cui si sviluppa la
Contraddizione fondamentale e con essa la
rnodificazione a cui é sottoPosta l'intera formazione
economico-so-ciale. In una nota del quaderno 15 tale
definizione é posta in termini estremamente chiari: «
Sulla rivoluzione passiva. Protagonisti i "fatti" per cosí
dite e non gli "uomini indivicluali". Come sotto un
determinato involucro político necessariamente si
Modifican° i rapporti sociali fonda-mentali e nuove
forze effettiVe politiche sorgono e si sviluppano, che
influiscono indirettamente, con la presione lenta ma
incoercibile, sulle forze ufficiali che esse stesse si
modificano senza accorgersene o qua-si » 13. Non a caso
il richiamo a Marx compiuto da Gramsci — e si tratta di
un richiamo ricorrente — é relativo a quei due elementi
della Prefazione del '59 che hanno costituito ii
fondamento di ogni interpretazione economicistica ed
hanno fortemente segnato l'elabora-zione marxista
della II Internazionale. In quale misura la rivoluzione
passiva elaborata da Gramsci sia parte integrante di un
166
grande dibat-tito internazionale sul nodo teoria-
movimento e costituisca una precisa risposta alle
questioni connesse a quei grandi « materiali storíci »
co-stituiti dalla rivoluzione d'Ottobre, dalla sconfitta del
movimento rivo-

9
Q., p. 1774.
10 Q ., p.
1775 . 11
Q., P.
1827.
12
Ti rifiuto della teoria della rivoluzione passiva come
programma netto
in Gramsci ed ha referenti preoisi.
13
Q., p. 1181S.
luzionario nei paesi sviluppati dall'affermarsi di una
soluzione capitali-
stica della crin— tutto oggetto un importante e
decisivo
saggio di Leonardo Paggi con cui concordo ed a cui
rinvio ". Rilevanti ai fini di una piú puntuale
specificazione della categoria di rivoluzione passiva
come definizione di un nuovo campo teorico mi
sembrano le osservazioni di Mario Teló sul
sup eramento che con essa si operava di « categorie
l

rivelatisi sia compromissorie politicamente che teorica-


mente quasi inerti, come quella di "stabilizzazione
relativa" e tutto ció per comprendere e contrastare le
stesse tendenze involutive nella societá sovietica » 's.
Se, come accenneró piú avanti, sono concorde con
l'interpretazione fornita da Teló sul significato
dell'intervento gramsciano
sulle questioni russe, — tranne che su un elemento.
non secondario ,
pure credo che sia necessario sottolineare con piú
forza che l'adozion'e della categoria di rivoluzione
passiva significhi per Gramsci il supera-mento del
giudizio con cui tendeva ad interpretare la fase aperta
dalla sconfitta del movimento operaio in Occidente, che
ha la sua formula-zione piú compiuta ed esplicita sia
nel giudizio critico, del 1925, delle tesi trotskijste sul
supercapitalismo americano, richiamate dallo stesso
Teló 16 sia soprattutto in quello del '26 relativo alle
conseguenze da trarre, sulle « prospettive generali »,
dalla esperienza dello sciopero inglese: « É finito il
periodo della cosiddetta stabilizzazione? A che punto ci
troviamo per rispetto alle capacitá di resistenza del
regime borghese? ». É nota anche la risposta che
Gramsci dava a queste do-mande dopo una ricognizione
della situazione italiana ed internaziona-le: « La
conclusione di queste osservazioni... mi pare possa
essere que-sta: realmente noi entriamo in una fase
nuova dello sviluppo della crisi capitalistica » 17
L'adozione e l'elaborazione consapevole della rivo-
luzione passiva come forma dello svolgimento storico e
la sua stessa ampiezza epocale comportan° una

116

7
modificazione di questi giudizi: la sconfitta del
movimento rivoluzionario apre una fase di lunga durata
e caratterizzata da trasformazioni profonde, rispetto a
cui la « stabiliz-zazione » diversamente aggettivata
risultava del tuno inadeguata e mo-strava tuno il suo
limite di canone empirico.
14
Cfr. L. Paggi, La teoria generale del marxismo in
Gramsci, in Annali Feltrinelli 1973, a. XV, Milano, 1974; dello
stesso Paggi si veda la splendida intro-duzione a A.
Rosenberg, Origini della Repubblica di Weimar, Firenze,
1972.
15
Cfr. M. Teló, Note sul problema della democrazia
nella tradizione gram-sciana del leninismo, in Problemi
del socialismo, 1976, n. 3, p. 167.
16
Ibidem, p. 169. TI riferimento di Gramsci é in La costruzione
del Partito comunista (1923-1926), 'l'orino, 1971, p. 473.
17 Gr. ji testo di una relazione presentata da Gramsei al
Comitato direttivo del partito nell'agosto 1926, ora in La
costruzione del Partito comunista, cit., pp. 121 e 123.
Senza voler continuare ad approfondire questi aspetti
'della catego-ria gramsciana, nell'economia del discorso
che sto sviluppando a me preme sottolineare altro, e cioé
la funzione di cerniera che la categoria di rivoluzione
passiva assolve in Gramsci perlomeno rispetto ad altri
due aspetti importanti della sua riflessione: il molo e la
dimensione estremamente alivia che ha in Gramsci la
concezione politica e l'altra fondamentale categoria della
« guerra 1i posizione ».
Gli elementi essenziali della rivoluzione passiva
erano giá presentí nella elaborazione politica di
Gramsci prima dell'arresto, sin da guando cioé, come é
stato giustamente osservato ", il centro dell'analisi sí
sposta dal « perché siamo stati sconfitti » 19 all'analisi
delle forme di sviluppo del processo rivoluzionario in
una fase profondamente diversa da quella del biennio
postbellicp: intorno a questo spostamento di campo si
salda il processo di costruzione di un altro gruppo
dirigente, l'impostazione e soluzione del;apporto tra
collegamento internazionale e elaborazione di una
linea naiiónale, il problema della specificitá occi-
dentale e del modo in cui il processo aperto in Russía
puó generalizzar-
si. noto il molo determinante che, in un famoso testo del
1926,
Gramsci riconosce alla politica nel frenare e
stravolgere una contrad-dizione aperta sul terreno
economico 20 e questo é un tema — essenzia-le per la
comprensione della rivoluzione passiva — che ritorna
esplicita-mente nei Quaderni nella critica
all'economicismo largamente presente nella
interpretazione dell'attualitá della rivoluzione e della
crisi del capitalismo in termini catastrofici o nella
critica alla « teoria dell'intran-sigenza » nella sua
forma specifica di rifiuto dei compromessi 21, e so-
prattutto, in modo molto articolato, nelle note relative
ai rapporti

· 18
Cfr. l'importante contributo di C. Buoi-Glucksmann, Gramsci e
lo Stato, Roma, 1976, p. 17.
19
Un documento di questo orientamento puó ancora
rintracciarsi nella lettera del 1923 Che ¡are?, ora in A. Gramsci,
Per la venta, Roma, 1974, pp. 267 sgg.
168

« ...nei paesi a capitalismo avanzato la dlasse dominante
possiede dele riserve politiche e organizzative che non
possedeva per esempio in Russía. Ció si gnifica che anche le
crisi economiche gravissime non hanno immediate tipercus-
sioni nel campo politico. La politica é sempre in 'Sardo e in
grande Sardo sul-l'economia. L'apparato statale é moho piú
resistente di quanta spesso non si pub credere e riesce ad
organizzare nei rnomenti di crisi forze fedeli al regime piú di
guante la profonditá della crisi potrebbe lasciar supporre »
(cfr. La co, struzione del Partito comunista, cit. pp. 121-122).
21
Q., p. 1612: «In tau i modi di pensare... non si capisce
come i fatti ideolo-gici di massa sono sempre in arretrato sui
fenomeni economici di musa e come pertanto in certi
momenti la &pinta automatica dovuta al fattore economico ral-
lentata, impastoiata o anche spezzatá momentaneamente da
elementi ideologici
tradizionali. ...Una iniziativa politica approptiata sempre
•necessaria per liberare
la :spinta economica dalle pastoie della politica tradizionale, per
mutare cial la direzione politica di certe forze che'é necessario
assorbire... ».
·diforza: « Si verifica una crisist,cheh talvolta si
prolunga per decine d'anni. Questa durata
eccezionale significa che nella strúttura si sono

rivelate (sono venute a maturitá) contraddizioni
insanabili e che le forze politiche operanti
positivamente alla conservazione e difesa della
struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro
certi limiti e di superare. Questi sforzi incessanti e
perseveranti (poiché nessuna forma sociale vorrá mal
confessare di essere superata) forman() il terreno
dell'"occasionale" sul quale si organizzano le forze
antagonistiche che tendono a dimostrare... che
esistono giá le condizioni necessarie e suffi-cienti
perché determinad compiti possano e quindi debbano
essere risolti storicamente... » n. Sono osservazioni
molto importanti non solo perché ripropongono in
termini espliciti il collegamento rivoluzione passiva-
centralitá della politica, ma soprattutto perché
contribuiscorio a chiarire una questione non certo
secondaria. É indubbio infatti che la riflessione
gramsciana sul nesso politica-economia nasce
storicamente determinata (sconfitta del movimento
operaio in Occidente e approfon-dimento delle
particolaritá degli Siati capitalisticamente sviluppati ri-
spetto alla Russia zarista) ma tende ad affrancarsene
fino a giungere a fissare alcuni elementi di una scienza
della politica che ha nella teoria dello Stato ed in
quena dell'egemonia gli elementi portanti. Non é
compito di questa relazione sviluppare questi aspetti
della rifles-sione gramsciana, tuttavia per rendere piú
chiaro ancora il nesso stretto tra rivoluzione passiva-
primato della politica e la riproposizione che per tale
via Gramsci faceva del nodo crísi-rivoluzione in termini
accen-tuatamente antideterministici, basterá
richiamare un punto particolar-mente importante.
Nella Critica al Manuale di Bucharin, tra le questioni
generali che esso solleva Gramsci segnala la mancata
trattazione di un «punto fondamentale »: «come nasce
11 movimento storico sulla
base della struttura... Questo il punto cruciale di tinte le
quistiai
che sono nate intorno alla filosofía della praxis e senza
169
averlo risolto non si puó risolvere l'altro dei rapporti tra
la societá e la "natura" i>. Ancora una volta ripropone,
come punto di partenza per l'impostazione di questa
questione, i due temi centrali della Prefazione del '59 e
poi conclude: « Solo su questo terreno pub essere
eliminato ogni mec-canicismo e ogni traccia di
"miracolo" superstizioso, deve essere posto il problema
del formarsi dei gruppi politici attivi e, in ultima analisi,
anche il problema della funzione delle grandi
personalitá della sto-ria » ". Testo questo che va letto in
stretto rapporto con le osservazioni

22
Q., pp. 1579-1580.
23 Q., p. 1422.
gramsciane sulla interdipendenza e sul modo di
operare tra le condizioni oggettive e quelle soggettive,
sviluppate come approfonclitnento della categoria
della rivoluzione passiva: l'esistenza delle prime rende
possi-bili le seconde, ma il loro pieno svilupparsi (il «
movimento storico sulla base della struttura ») é tutto
consegnato all'organizzazione consa-pevole, politica,
delle forze sociali in contrasto 24 L'iniziativa politica
costituisce cosí ii « momento catartíco » e la
condizione stessa dello sviluppo 25.

Ti nesso rivoluzione passiva-egemonia é mediato


da quella che costituisce un'altra categoria chiave
della riflessione gramsciana, ciol la guerra di
posizione. Ti passaggio dalla guerra di movimento e
dall'as-salto frontale alla guerra di posizione — scrive
Gramsci in un pas-so celebre — « mi pare la questione
di teoria politica la piú importante, posta dal periodo
del dopoguerra e la piú difficile ad essere risolta
giustamente » 26. É finanche troppo trasparente il
criterio di analisi proprio per la riconsiderazione delle
scelte compiute dal movimento comunista
internazionale (la tattica del fronte unico) e delle
difficoltá e lacerazioni che questa riconversione ha
provocato. Ma l'aspetto piú rilevante di questa
osservazione gramsciana che qui a me preme sotto-
lineare 1 fi rapporto esplicito che con essa viene posto
tra guerra di posizione e rivoluzione passiva. Se per
quanto riguarda fi primo dopoguerra la inscindibilitá
del nesso é difficilmente contestabile 27, la questione
si ripropone qualora si analizzano i nessi generali tra
le due categorie, tanto piú se si riflette alla pluralitá
di significad che la guerra di posizione tende ad
assumere nell'uso che Gramsci ne fa. Con essa viene
definito lo scontro di classe dopo l'ottobre 1917 28; II
rapporto tra lotta di classe e ricchezza di articolazione
degli Stati industriali per cuí la resistenza
all'insurrezione dell'elemento catastro-fico immediato
(crisi, depressioni) é moho forte 29 — riproponendo
24
Q. p. 1781.
25
Sul complesso delle questioni qui salo rapidamente
170
richiamate vanno te-nute presenti le pagine fondamentali di
Paggi sul nesso scienza-previsicme, sulla critica grarmsciana al
concetto di ortodossia, sulla definizione della teoria (L. Paggi,
La teoria generale, cit.). In questa concezione « catartica »
della politica ha il suo fondamento la distinzione gramsciana tra
grande e piccola politica.
26
Q., p. 801.
e
Q., p. 1229: « nell'epoca attuale, la guerra di movimento si é
27

avuta
politicarnente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed é seguita una
guerra di posizione II cui rappresentante, oltre che pratico [per
l'Italia], ideologico, per l'Europa, é ji. fascismo».
28
Q., p. 860. La rivoluzione d'Ottobre come ultimo esempio della
guerra di movimento.
29
Ibidenz.
per la guerra di posizione un demento essenziale di
definizione della rivoluzione passiva —; o,
ancoá iiil t;recisamente, il rapporto da stabi-lirsi tra
A i

guerra di posizione e la trasformazione dello Stato


contempo-raneo nell'etá dell'imperialismo e della
socializzazione della produzione, che pone le
condizioni per il passaggio dalla teoría della
rivoluzione permanente a quella dell'« egemonia civik
» 30; infine, grazie ad una formalizzazione ancora piú
accentuata e quindi priva di quegli elementi di
determinazione storica presenti nelle definizioni
precedenti, la guerra di posizione individua la «
decisivitá » dello scontro: « Nella politica... sussiste la
guerra di movimento afino a guando si tratta di
conquistare posizioni non decisive e quindi non sono
mobilizzabili tutte le risorse dell'egemonia e dello
Stato, ma guando, per una ragione e per l'altra, queste
posizioni hanno perduto il loro valore e solo quelle
decisive hanno importanza, aliara si passa alla guerra
d'assedio, compressa, diffi-cile, in cui si domandano
qualitá eccezionali di pazienza e di spirito inventivo.
Nella politica l'assedio é reciproco, nonostante tutte le
appa-renze e il solo fatto che il dominante debba fare
sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo
esso faccia dell'avversario » ".
Anche se ciascuna delle specificazioni usate da
Gramsci per defi-nire la guerra di posizione andrebbe
analizzata articolatamente, pure penso che quelle
diverse accentuazioni possono essere ricomposte unita-
riamente, e non aprire la strada all'ipotesi di una
osCillazione di giudizio in Gramsci, se si coglie in
questa categoria un'ampiezza di respiro analoga a
quella individuata nella rivoluzione passiva: nel passo
prima
· citato la guerra di posizione ha, a mio avviso,
questa portata e questo
significato. Su questa base allora possibile cogliere i
termini del
rapport° tra le due categorie: se la rivoluzione passiva
individua in Gramsci le forme di un processo di
trasformazione, la guerra di posi-zione individua le
forme dello •scontro di classe in rapport° a questó
171
processo, e ció sia per la borghesia che per il
proletariato. Che questro sia il nesso fissato da Gramsci
tra queste due categorie confermat° non solo dalle
osservazioni sulla reciprocitá dell'assedio in politica, non
solo dal fatto che Gramsci si pone esplicitamente il
problema

30 Q., p. 1566-1567: «La formula [della rivoluzione permanente]


propria
di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi
partid politici di massa e i grandi sindacati economici e la
societá era ancora, per cosí dire, allo stato di fluiditá sotto
molti aspetti: maggiore arrertratezza della campagna e mono -
polio quasi completo dell'efficienza polittico-statale in poche
oittá o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato
statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonornia
dele econotnie nazionali ¿al rapporti econornici del mer-cato
mondiale ecc. ».
31
Q., p. 802.
e tende a risolverlo nel senso indícato ", ma
soprattutto dalla centra-lit á dell'egemonia sia per
definire e garantire il molo dirigente com-plessivo di
una classe sociale sia per la costruzione di un
processo rivoluzionario ". Se la politica •é essenziale
per impedire che una crisi oggettivamente aperta sul
piano dei rapporti di produzione si espanda fino a
coinvolgere l'intera societá, decisivo, per la
generalizzazione della contraddizione, é riuscire a
conquistare, rompere, le strutture politiche
organizzative ed ideologiche in cui sono scomposte le
•forze social Ji processo rivoluzíonario — che Gramsci
identifica con la costruzione di un nuovo blocco
storico — é sociale e político al tempo stesso e si
sostanzia nello scontro tra blocchi di egemonía. Tale
impianto era giá tutto definito nelle rsue linee
essenziali nell'esperienza di direzio-ne politica
precedente all'arresto: basta qui solo richiamare le
Tesi di Lione m. Non a caso nei Quaderni la riflessione
su rivoluzione passiva e guerra di posizione si
intreccia strettamente con la critica
· dell'economicismo e di Trotskij, assunto non solo
come teoríco della guerra di movimento in una fase
in cui gli « elementi attivi in modo dominante » erano
esauriti, ma anche come portatore di una linea che
metteva in discussione le forme della egemonia del
proletaria-to ". Le note relative ai rapporti di forza —
a parte ovviamente la
32
Q., p. 1766: «11 concetto di "rivoluzione passiva" riel
senso di Vincenzo Cuoco... puó essere rnesso in rapport° col
concetto di "guerra di posizione" in confronto alla guerra
manovrata? ...Cioé esiste una identitá assoluta tra guerra di
posizione e rivoluzione passiva? O ameno esiste o pub
concepinsi tutto un periodo storico in cui i due concetti si
debbano identificare, fino al punto in cuí la guerra di posizione
ridiventa guerra manovrata? ». un un'altra nota le due
oategorie sano usate congiuntamente (v. Q., p. 1772).
33
Su di_una « teoría generale dell'egemonia » in Gramsci
si vedan° le osser-vazioni puntuali di V. Gerratana, La nuova
strategia che si fa luce nei « Qua-derni », in Rinascita, 4
febbraio 1977, n. 5, p. 17 sgg.
34
Cfr. la tesi n. 20: « Gli ostacoll allo sviluppo della
rivoluzione, oltre che dati dalla pressione fascista, seno in
relazione con la varia dei gruppi in cui la borghesia si divide.
Ognuno di questi gruppi si sforza cli esercitarre una influenza
sopra una sezione della popolazione lavoratrice per impedire
172
che si estenda la influenza del proletariato, o sul proletariato
stesso per fargli perdere la sua figura e autonomia di classe
rivoluzionaria. Si costituisce dn questo modo una oatena di
forze reazionarie, la quale, partendo dal fascismo comprende i
gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di massa..., quelli
che hanno una base nei contadini e nella piccola horghesia... e
•in parte anche negli operai... e quelli che avendo una base
proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una
condizione di passi-vita e a far loro seguire la politica di altre
classi ... La modifícazione di questo stato di cose é soltanto
concepibile come conseguenza di una sistematica e ininterrotta
azione politica della avanguardia proletaria organizzata nel
partito comunista » (La costruzione del Partito comunista, cit.,
p. 499).
33
Q., p. 489: « La tendenza di Leone Davidovic era legata a
questo problema [l'americanismo]. 11 suo contenuto essenziale
era dato dalla "volontá" di date la supremazia alla industria e al
metodi industrian, di accelerare con mezzi coercitivi la
disciplina e l'ordine nella produzione, di adeguare i costumi alle
r_e-
riflessione specifica sull'egemonia — forniscono
elementi importanti per individuare nell'egemonia
ntóllagamento tra rivoluzione passiva e guerra di
posizione, u passaggio cioé « dalla struttura alla sfera
¿elle sovrastrutture complesse ». E questo avviene
guando « si •raggiunge la coscienza che i propri
interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e
avvenire, superan° la cerchia corporativa, di gruppo
meramente eco-nomico, e possono e debbono divenire
gli interessi di altri gruppi subordinati » 36. Su questo
passaggio si misura la capacita di una classe sociale •a
divenire dirigente affrancandosi dalla sua parzialitá
ma su questo passaggio si esercita anche l'intera
1
iniziativa dell'avversario per impedirlo, contenerlo e
rallentarlo: ancora una volta centralitá della politica
che perb non é separabile dalla riappropriazione
dell'estrema rícchezza della realtá sociale attraverso
cui passano le forme del dominio esistente.
Rivoluzione passiva-primato della politica, guerra di
posizione-egemonia, teoria dell'ampliamento dello
Stato costituiscono un nodo unitario.
Per terminare questa rapida sistemazione di alcune
categorie gram-sciane, mi sembra opportuno sollevare
un'altra questione non secondaria
· e che puó contribuire ad un'ulteriore piú puntuale
precisazione del significato delle stesse categorie
utilizzate. É noto che Gramsci svilup-pando la
riflessione sulla •guerra di posizione pone la
questione della analisi « in profonditá » degli elementi
della societá cívile che corrí-spondono al sistema di
difesa militare nella guerra di posizione, ciol la
necessitá di operare una ricognizione degli strumenti
di egemonia
· (le casematte) che rappresentano la forza e la
capacita di tenuta del blooco sociale da sconfiggere.
Qual il significato da attribuirsi all'insi-stenza di
Gramsci su questo punto, nell'ambito dei rapporti tra
guerra di posizione e rivoluzione passiva,
sottolineando in queseultima categoría l'elemento
dinamico di trasformazione? 11 richiamo alla necessi-
tá della ricognizione non significa solo analisi dei
caratteri •specifici di una formazione sociale, del modo
17
3
in cui si sono costruiti, siátema-tizzati i rapporti
sociali, fi peso della tradizione nel garantirne la
perma-nenza e nell'imbrigliare la possibilitá di
espressione di forze nuove: non pub essere solo
questo, anche se individua ovviamente aspetti
rilevanti, oggetto di analisi specifiche da parte di
Gramsci. Essenziale a me pare sottolineare anche in
rapport° alla guerra di posizione, l'elemento dinamréo
presente nella rivoluzione passiva, per cuí la rico-
gnizione ¿elle casematte si risolve nella
individuazione degli strumenti
cessitá del lavoro. Sarebbe sboccata necessariamente in una
forma di bonapartismo, perció fu necessanio spezrarla
inesorabilmente ».
36
Q., p. 1584.
nuovi di egemonia, o nella trasformazione di quelli giá
esístenti, costrui-ti dalle classi dominanti in rapporto a
problemi oggettivi aperti, da affrontare ed a cui dare una
soluzione. Sono queste casematte a definire il terreno ed
ji livello dello scontro.

Si é accennato in precedenza, sía pure


rapidamente, al significa-to che queste categorie
essenziali della riflessione gramsciana hanno nel
quadro del dibattito teorice internazionale,
fondamentalmente cen-trato sulla comprensione dei
processi mondiali. É giusto insistere su questi
riferimenti non solo perché• ció contribuisce a rendere
piú perspicua la riflessione gramsciana, a definirne
meglio i contorni e gli inter-locutori ma soprattutto
perché contribuisce a sottolineare con forza che le
categorie di scienza politica elaborate da Gramsci sono
strumenti-di analisi di processi reali, della forma
storicamente determinata che assume la
contraddizione. Se voglíamo individuare le questioni
aperte in rapporto alle qu'ah Gramsci interpreta tutta
una fase storica e che contribuiscono a dare alle isue
categorie una operativitá teorico-politica precisa, a me
pare che siano fondamentalmente due.
La prima é l'interpretazione in chiave di
rivoluzione passiva di tutta la fase successiva alla
guerra e alla rivoluzione d'Ottobre: « Studi rivolti a
cogliere le analogie tra il periodo successivo alla
caduta di Napoleone e quello successivo alla guerra
del '14-18. Le analogie sono viste solo sotto due punti
di vista: la divisione territoriale e quella, piú vistosa e
superficiale, del tentativo di dare una organizzazione
giuridica stabile ai rapporti internazionali (Santa
Alleanza e Societá delle Nazioni). Pare invece che il
tratto piú importante da studiare sia quello che si é
detto della "rivoluzione passiva", problema che non
appare vistosamente perché manca un parallelismo
esteriore alla Francia del 1789-1815. E tuttavia tutti
riconoscono che la guerra del 14-18 rappresenta una
frattura storica, nel senso Che tutta una serie di
quistioni che molecolarmente si aocumulavano prima
del 1914 hanno appunto fatto "mucchio", modificando
la struttura generale del proces-so precedente: basta
pensare all'importanza che hanno assunto il fe-nomeno
sindacale, termine generale in cui si assommano
diversi pro-blemi e processi di sviluppo di diversa
importanza e significato (parlamentarismo,
organizzazíone industriale, democrazia, liberalismo,
ecc.), ma che obiettivamente riflette il fatto che una
nuova forza sociale si é costituita, ha un peso non piú
trascurabile, ecc. » ". É molto di

37
Q., p, 1824.

174
'tqt"'".• •••

piú di una proposta analogica: é


il modo in cui tende a rendersi
operante, depurata da ogni
irnplicaziórié catastrofica ed
economicistica, Pattualia della
rivoluzione che in Gramsci,
come é noto, si propone nei
termini di crisi organica.
Interpretare questa fase come
rivoluzione passiva significa
riuscire a cogliere ji procedere
della crisi organica attraverso
l'analisi delle forme della •sua
gestione (le itrasformazioni e
l'«(occasionale » come scrive
nelle note sui rapporti di forza).
Ma v'é di piú: nella
interpretazione della fase post-
bellica c'é un elemento centrale
che va evidenziato con forza,
cioé lo sviluppo dell'organizza-
zione dele masse come
fondamento della crisi organica
(le questioni generali connesse
al cosiddetto « fenomeno
sindacale »), in quanto ri-mette
in discussione l'intero apparato
di egemonia delle classi domi-
nanti. Che questo costituisca un
tema costante ed originale della
intera riflessione gramsciana fin
dal periodo dell'Ordine nuovo é
un dato ormai acquisito e basta
appena accennarlo".
Nell'economia del discor-so che
sto sviluppando a me preme
sottolineare due elementi: il
primo é che fi governo delle
masse 1 un terreno decisivo per
la ricostituzione dell'apparato
egemonico delle classi
dominanti. « Il problema era di
ricostruire l'apparato egemonico 17
5
di questi elementi prima passivi
e apolitici, e questo non poteva
avvenire ,senza la forza: ma
questa forza non poteva essere
quella "legale" ecc. Poiché in
ogni Stato il complesso dei
rapporti sociali era diverso,
diversi dovevano essere i metodi
-
politici di impiego della forza e
la combinazione delle forze
legan e niegan. »39 In questo
senso sono orientate le note
sulla vita nazionale fran-cese,
per cogliere il modo in cui lo
stesso processo (crisi organica)
si manifesta in un contesto
nazionale diverso da quello
italiano e con

38
t un tema che ritorna
frequentemente nei Quaderni. In una
nota del 1930, rubricata Passato e
presente, Gramsci e/allega quella che
veniva chiainata « ondata di
materialismo» con la « crisi di
autoritá ». «Se la classe dominante
ha perduto fi consenso, cioé non 1
•piú «dirigente", ma unicamente
"dominanté", detentrice della pura
forza coercitiva, ció appunto significa
che le grandi masse si sano staccate
dalle ideologie tradizionali, non
credono piú a ció in cui prima
credevano, ecc. La crisi consiste
appunto nel fatto che il vecchio
muore e il nuovo non puó nascere: in
questa interregno si verificano i
fenameni morbosi piú svariati ». (Q.,
p. 311). Analoghe le osservazioni a
proposito della forza e del consenso
(Q., pp. 912-913).
39
L'apparato egemonico delle
classi dominanti si é disgregato « 1)
perché grandi masse,
precedentemente passive, sano
entrare in tnovimento, ma in un
movimento caotico e disordinato,
senza direzione, cio senza precisa
volontá po-litica collertiva; 2) perché
classi medie che nella guerra
avevano avuto funzioni di comando e
di re.sponsabilitá, ne sono state
privare con la pace, restando di-
soccupate, proprio dopo ayer Sto un
apprendissaggio di comando, ecc.; 3)
perché le forze antagonistiche sono
risultate incapaci a organizzare a
loro profitto questo dásordine di Sto
» (Q., p. 912). La citazione riportata
nal testo é .wrte di queste stesse
note ed é ibidem, p. 913.
forme politiche non apertamente autoritarie«), ma
Gramsci non tra-scura di osservare che la crisi dei
partiti francesi, « documenti storico-
politici diverse •fasi della storia passata francese », «
puó diventare
ancora piú catastrofica di quella dei partid tedeschi » ".
Ma il nesso crisi organica-sviluppo dell'organizzazione o
uscita dalla passivitá di grana masse ha anche un'altra
ímplicazione importante: riproporre ed individuare il
modo in cui continua ad operare fi significato univer-
sale della rivoluzione russa, ji suo essere momento di
modifica della struttura del mondo anche guando
l'intera fase dello scontro diretto con il dominio
borghese sembrava essersí chiusa, la differenziazione
nello sviluppo del processo rivoluzionario andava
accentuandosi, l'espe-rienza sovietica veniva sempre
piú isolata dal cordone politico degli Stati capitalistici e
da quello ideologico delle socialdemocrazie. L'Unio-ne
Sovietica ciol come fattore di organizzazione mondiale
delle masse, scomposte e disperse, ma tendenti
all'unitá: sono i temi dell'intervento del '26 sulle
questioni russe. L'individuazione nena possibilitá per il
proletariato ditcostruire fi socialismo dell'elemento che,
dopo 11 '17 5' 4
(conquista del potere), permette di continuare ad
Assegnare all'e'spe-rienza russa fi ruolo attivo di
organizzazione mondiale si combina stret-tamente con
la critica all'opposizione su di un punto essenziale: ji
modo e le forme con cui il proletariato realizzava il
suo ruolo di classe dirigente. Punto essenziale questo
non solo per l'unitá degli elementi .sociali su cui era
costruito lo Stato sovietico ma soprattutto perché
intorno tad esso poteva cogliersi l'identitá dei cornpiti
politici e dei problemi di fronte a cui era la classe
operaia — ad Est come ad Ovest: « Nella ideologia e
nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in
pleno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del
sinda-calismo che ha impedito finora al proletariato
occidentale di organiz-zarsi in classe dirigente »". In
questo contesto l'ammonimento di Gramsci a non «
dimenticare che i vostri doveri di militanti russi
possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro
176
degli interessi internazionali » acquista un significato
preciso: il venir meno della fiducia nella possibilitá di
costruzione del socialismo &venta parte integrante
della ricostruzione dell'apparato egemonico delle
classi dominanti sulle masse messe in movimento
dalla guerra e clall'esempio russo ".
Con l'elaborazione della categoria della rivoluzione
passiva — nel
40 Q . pp. 1635 sgg.
41 Q., pp. 1604-1605.
42
La costruzione del Partito comunista, cit., p. 130.
43
•G,iá nena relazione al Comitato centrale del febbraio
del 1925 Gramsci aveva posto la questione nei termini che poi
svilupperá nella lettera al partito russo: « L'atteggiamento di
Bordiga, come fu quello di Trotskij, ha delle riper -
· Ji
senso ampio in precedenza indicato, ricioé mutamento di
giudízio sulla fase " — il nodo centrale dell'ile"rvénio
gramsciano sulle questioni russe (Unione Sovietica,
proces:si mondiali, organizzazione !delle masse) viene
riproposto in una prospettiva ben piú ampia, e
penetrante. Non é in discussione la scelta del
socialismo in un solo paese: la critica insistente che
corre lungo tutti i Quaderni nei confronti di Trotskij
teorico dell'offensiva in una fase di guerra di posizione
non pub lasciare clübbi su questo punto: quella scelta é
la forma specifica che assume lo Sviluppo della guerra
di posizione su scala internazionale. Proprio perché la
riflessione gramsciana si muove all'intemo di questo
quadro di riferímento, le note critiche investono un
punto essenziale: la possibi-lita cioé che la rivoluzione
passiva come fase storica mondiale all'in-terno• della
quale avviene e procede la costruzione dello Stato
socialista, e caratterizzata dall'« assenza di elementi
attivi in modo dominante », condizioni i modi stessi
della costruzione del socialismo. Il complesso delle
note sul manuale di Bucharin, se colgono la
contraddizione tra l'impoverimento e la tendenziale
riduzione scolastica della teoria e la costituzione della
classe operaia in classe dirigente, processo che
richiede un'espansione ed arricchimento della teoria
senza precedenti ", vanno ad investire la dimensione
economico-corporativa entro cui tende a esprimersi la
costruzione dello Stato socialista. Se é yero, come
scrive Gramsci in una nota famosa, « che nessun tipo di
Stato •non pub non attraversare una fase di
primitivismo economico-corporativa », per cui «il
contenuto dell'egemonia politica del nuovo gruppo
sociale che
cussioni disastrose: guando un compagno che ha II valore di
Bardiga si apparta, nasce negli ope-rai una sfiducia sul
partito, e quindi si produce del disfattismo. Cosí come in
Russia, guando Trotskij assunse quel suo atteggiemento,
morid ope-rai pensaron° che nella Russia tuno fosse in
pericolo » (La costruzione del Partito comunista, cit., p. 474).
44
Su questo punto essenziale dissento dalle valutazioni
espresse da Mario Teló sulla differenziazáone Gramsci-
Togliatti nel 1926 (Note sed problema della democrazia, cit.,
pp. 163 sgg.) e non ritengo di dover modificare i giudizi
avanzan su questa questione nel mio sctitto su Togliatti e i
pro blemi del movimento comunista internazionale (Annali
177
Feltrinelli 1973, Cit.).
45
É necessario, scrive Gramsci, « determinare una ripresa
adeguata della filosofia della praxis, di sollevare questa
concezione che si é venuta, per la neces-sita della vita pratica
immediata, "volgarizzando", all'altezza che deve raggiungere
per la soluzione dei compiti piú cornplessi che lo svolgimento
attuale della lotta propone, cioé alla creazione di una nuova
cultura integrale, che abbia i caratteri di massa della Riforma
protestante e dell'illwninismo francest e abbia i caratteri
di classicitá della cultura greca e del Rinascimento (Q.' p. 1233).
Ancora piú Hm-pide e nene le osservazioni gramsciane
sull'importanza di ripensare Labriola: « dal momento che esiste
un num° tipo di Stato, nasce... li problema' di una nuova civiltá e
quindi la necessitá di elaborare le concezioni piú generali, le armi
piú raffinate e decisive. Ecco che Labriola deve espere rimesso in
ciroola-zione e la sin impostazione del problema filosofico deve
essere fatta predominare» (Q., p. 309).
ha fondato il nuovo tipo di Stato deve essere
prevalentemente di ordi-ne economico » 46, pure questo
difetto di egemonia non pub non incidere
negativamente sullo sviluppo della guerra di posizione
e sulla « reci: procitá dell'assedio ».

· C'é un secondo nucleo tematico, strettarnente


connesso a processá reali, che Gramsci interpreta
ancora come parte integrante e costitutiva della
rivoluzione passiva. Sono le questioni attorno le
quali .sono orga-nizzate le note su Americanismo e
fordismo, riconducibili sostanzial-mente
all'accentuazione dell'ineguaglianza di sviluppo del
capitalismo (rapporto Europa-America) e all'emergere
di forme di organizzazione del capitalismo: «Si puó
dite genericamente che l'americanismo e il forclismo
risultano dalla necessitá immanente di giungere
all'organizza-zione di un'economia programmatica .e
che i van i problemi esaminati dovrebbero essere gil
anelli della cateria che segnano ji passaggio appun 7 to
dal vecchio individualismo económico all'economia
programmatica: questi problemi nascono dalle varie
forme di resistenza che il processo di sviluppo trova al
suo svolgimento, resistenze che vengono dalle
difficoltá insite nella "societas rerunin e nena "societas
hominum” »". E una conferma della complessitá delle
questioni che Gramsci tende ad organizzare intorno
all'americafrismo é il rapporto che subito dopo viene
stabilito con la caduta tendenziale del saggio di
profitto. Sulla particolaritá dei problemi connessi a
queste note mi soffermerb piú ampiamente in seguito:
in questa sede, relativa ad una prima defini-zione di
alcurie categorie grarnsciane e del loro rapportarsi a
dei processi reali, a me preme mettere in evidenza i
rapporti esistenti tra questi due referenti e
determinazioni della rivoluzione passiva, che implicano
anche una forma diversa di approccio all'analisi della
crisi. Credo si possa dire che tra i due fenomeni storici
riconclotti all'interno della rivoluzione passiva non ci
sia una differenza qualitativa, ma solo di
· grado e di specificazione: sulla fase e sui caratteri
178
della trasformazáone. Non a caso, come accenner6 in
seguito, l'analisi di Gramsci sulla crisi economica del
'29 porta ad individuarne la genesi per lo meno nella
rottura opereta dalla prima guerra mondiale: le due
specificazioni della rivoluzione passiva cioé investono
l'analisi di uno stesso fenomeno storico — la fase
aperta con la guerra mondiale e la rivoluzione d'Ot-
tobre — cogliendone due aspetti che sono strettamente
intrecciati:

46
Q., p. 1053.
47
Q., p. 2139.
· .5--1•9tvlig+ii;ir

cioé II governo delle masse ed II governo dell'economia.


Sono queste le nuove casematte attraverso cifill5kát la
ricostituzione dell'apparato egemonico delle classi
dominanti.
Quanto stretto e reciprocamente interdipendente
sia il nesso tra questi due nodi é confermato sia dalla
riproposizione nei Quaderni della tematica
ordinovista relativa al rapport° tra produzione e
politica (analisi dello Stato sulla base della
produttivitá delle classi sociali) sia soprattutto — per
rimanere all'individuazione dei processi reali —
dall'identificazione nel fascismo di una risposta a
entrambe le grandi questioni: « Un nuovo
"liberalismo", nelle condizioni modeme, non sarebbe
poi propriamente il "fascismo"? Non sarebbe il
fascismo precisamente la forma di "rivoluzione
passiva" propria del secolo XX come il liberalismo lo I
stato del secolo XIX? » ". La risposta come é noto é
positiva e si accompagna ad una ulteriore
specificazione per cui la rivoluzione passiva
rappresentata dal fascismo viene individuata nena
esperienza e nell'ideologia corporativa, cioé nella
possibilitá di trasformare « riformisticamente » la
struttura economica da individualista ad organizzata
".

3. Rivoluzione passiva e fascismo: forme


politiche e governo delle masse

Ii giudizio sul fascismo come «forma » della


rivoluzione passiva del XX secolo pone una serie di
questioni di grande importanza che vanno dipanate
singolarmente per sviluppare tutte le implicazioni con-
nesse a quel giudizio.
Un primo aspetto rilevante di questa definizione é
l'attribuzione al fascismo della stessa dimensione
179
epocale della rivoluzione passiVa: ció non nel senso,
proprio dell'orientamento dell'Internazionale
nista di quegli anni, della fascistizzazione come
tendenza immanente della societá capitalistica, ma in
quello piú pregnante del fascisrrio come espressione
specifica, storicamente determinata, di un processo
mondiale. L'analisi del Risorgimento é cosí acuta ed
essenziale in quanto nasce dal presente, dalla
necessitá di comprendere le ragioni di un esito non
transitorio dello scontro di classe, diverso da quello
registra-bile in altri paesi, sia puse in rarpporto ad un
nodo di fondo comune come é la « crisi di autoritá »
delle classi dominanti. Le note storiche

48 a , p . 1089.
49
Q., p. 1228.
hanno quindi un duplice ruolo: di collaudo e verifica di
categorie generali elaborate per la comprensione del
presente (la rivoluzione passiva e la molteplicitá dei
suoi significati) e di individuazione delle particolaritá
nazionali. Ma questo non basta: v'é ancora un altro
aspetto, non meno rilevante, relativo al modo di
analizare i fenomeni storici che va richiamato, e le note
sul Risorgimento sono significative a questo proposito.
Lo stretto collegamento che Grarnsci tiene fermo tra fi
processo di formazione dello Stato borghese in Italia e
fi grande modelo francese non é poste certo per
commisurare e valutare in rapport° a questo la
soluzione borghese realizzatasi in Italia, ma come
verifica della categoria della rivoluzione passiva: non
serve solo a ribadi-re, centro gli orientamenti autoctoni
presenti nella storiografia italiana, l'inseparabilitá del
movimento rísorgimentale dall'ascesa internazio-nale
della borghesia, ma soprattutto a sottolineare con
grande forza la impossibilitá di analízzare fenomeni
.specifici e particolari se non nel quadro di tendenze
internazionali: basta solo richiamare, a titolo
eseinplificativo, le osservazioni gramsciane sul
passaggio della lotta po-litica da guerra di movimento a
guerra di posízione, avvenuta dopo il 1848, e
l'incomprensione di ció da parte delle forze
democratiches°.
La inscindibilitá del nesso particolaritá nazionali-
processi interna-zionali é un orientamento costante
della riflessione gramsciana ed ha nel l Quíderni una
formulazione preds4, proprio nel quadro della rifles-
sione sull'esperienza della Restaurazione é del
rapporto Francia-Europa nella formazione degli Stati
moderni: « Quistione piú vasta: se é possi-bile pensare
la storia come "storia nazionale" in qualunque
momento dello svolgímento storico, — se il modo di
scrivere la storia (e di pensare) norr sia sempre stato
"convenzionale". Ii concetto hegeliano dello "spirito del
mondo" che si impersona in questo o quel paese 1 un
modo "metaforico" o immaginoso di attirare
l'attenzione su que-sto problema metodologico, alla cui
compiuta spiegazione si oppongono limitazioni di
180
origine diversa: la "boria" delle nazioni, cioé limita-
zioni cli carattere politico-pratico nazionale (che non
sono sempre dete-riore limitazioni intellettuali (non
comprensione del problema storico nella suda totalitá)
e intellettuali-pratiche » ". Le osservazioni gram-sciane
sulla traducibilitá dei linguaggi, a cominciare
dall'esempio das-sico del rapport° tra giacobini
francesi e idealismo tedesco, hanno al centro lo stesso
problema ", e troyano la loro genesi nel dibattito

50
Q., pp. 1768-1769.
51
Q, p. 1359. Si vedan° anche le osservazioni in Q., p. 53.
Cfr. l'intervento di Leonardo Paggi al convegno di studi
52

gramsciani te-
· ampio e « decisivo » sulla universalitá della
rivoluzione d'Ottobre e sul ,suo modo di operare in
conteStiiiidiversi, sulla costituzione di un centro
internazionale e sulla su a effettiva capacitá di
articolarsi e quindi operare permanentemente: come
interviene nella definizione di una linea •nazionale
l'appropriazione dei processi internazionali e quindi
come l'internazionalismo si combina con la capacitá di
dominio di una realtá nazionale ". Su questa base
GramIci individua la differenza profonda tra Lenin e
Trotskij 54, e, in termini ancora piú chiari, il dissídio
tra Trotskij e Stalin: i« Il punto che mi pare sia da
svolgere é questo: come secondo la filosofía della
prassi... la situazione inter-nazionale debba essere
considerata nel suo aspetto nazionale. Realmente ji
rapporto "nazionale" Iil risultato di una combinazione
"originále" unica (in un certo senso) che in questa
originalitá e unicitá deve, essere compresa e concepita
se si vuole dominarla e dirigerla. Ceno lo sviluppo é
verso l'internazionalismo, ma A punto di partenza é
"nazionale" ed é da questo punto di partenza che
occorre prendere le mosse. Ma la prospettiva é
internazionale e non pub che essere tale. °peone
pertanto studiare esattamente la combinazione di
forze nazionali che la classe internazionale dovrá
dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le
direttive internazionali » 55.
La definizione del fascismo come « forma » e «
rappresentante » della rivoluzione passiva ha quindi,
nel contesto di questo impianto analítico generale un
significato preciso: la comprensione della specifici-tá
del fascismo (« soluzione » italiana alla crisi del
dopoguerra), della sua dinamica interna, della
trasformazione degli strumenti politici ed istituzionali
di direzione e di dominio, non pub essere separata
dalla appropriazione di un processo internazionale.
Tale intreccio era giá

nuto a Cagliari nel 1967 (Gramsci e la cultura


contemporanea, Roma, 1969, v. I, pp. 187 sgg.).
Centrale é la riflessione di Gramsci sulla sválta nella
18
1
tattica costituita .'dal « frente unico »: é noto che il
superamento &n'antinomia — contrasto grave con l'IC o
.perdita di una autonornia di elaborazione e quindi in definitiva
di una iden-titá politica — che scuote 31 partito ¿al 1921 al
1923-24, sta nella combinazione creativa tra « l'elemento
particolare » e l'« unitá e completez,za di visione ».
54
Q., pp. 865-866.
Q., p. 1729. Ancora piú esplicite le osservazioni sul
funzionamento di or-
ganismi internazionali (i riferimenti mi sembrano trasparenti), sul
pericolo
di formazione di situazioni di centralismo burocratico, anche
dovute al « primitivismo » delle forze politiche periferiche. Al
contrario, scrive Gramsci parlando
del centralismo democratico, « lavoro continuo per sceverare
l'elemento "inter-
nazionale" e "unitario" nena realtá nazionale e localistica a in
realtá l'operazione politica concreta, l'attivitá sola produttiva di
progresso storico. Essa richiede una organica unitá tra teoria e
pratica, tra strati intellettuali e massa, tra governand e goverhati »
(Q., p. 1140).
operante in Gramsci nel modo in cui tendeva ad
interpretare il fascismo prima dell'arresto e tale
orientamento era tanto piú significativo se
si pen.sa che il fascismo rimarrá ancora per molti anni
un fenomeno italiano, rimanendo condizionata la sua
valutazione da parte dell'IC alla marginalitá relativa
del posto occupato nel comunismo europeo dall'Italia
rispetto per eserrrpio alla centralita che continuavano
a conservare le vicende tedesche. Basterá, a conferma
di questo giudizio, fare solo due richiami che a me
sembrano moho significativi. Nel noto discorso svolto
da Gramsci alla Camera nel 1925 questo elemento
interpretativo é espresso con grande forza: « la
borghesia industriale non é stata capace di infrenare il
movimento operaio, non 1 stata capace di controllare
né ji movimento operaio, né quello rurale rivo-
luzionario. La prima istintiva e spontanea parola
d'ordine del fascismo, dopo l'occupazione delle
fabbriche é stata perció questa: "I rurali
controlleranno la borghesia urbana, che non sa essere
forte contro gli operar... Ma questo non é un fenomeno
puramente italiano, quan-tunque in Italia, per la piú
grande debolezza del capitalismo abbia avuto il
massimo di sviluppo; é un fenomeno europeo e
mondiale, di estrema importanza per comprendere la
crisi generale del dopoguer-ra, sia nel dominio
dell'attivitá pratica che nel dominio delle idee e della
cultura. L'elezione di Hindenburg in Germanía, la
vittoria dei conservatori in Inghilterra, con la
liquidazione dei rispettivi partid liberali democratici,
sono fi corrispettisvo del movimento fascista italiano
»56. Con ancora maggior chiarezza e completezza
questo elemento interpretativo 1 presente nella piú
volte richiamata relazione presentata da Gramsci al
Direttivo del partito nell'agosto del 1926. Non viene
solo sottolineato, come é nel discorso del 1925, il
carattere rnondiale del processo ma il collegamento
tra le forme che questo processo assume e le
articolazioni del capitalismo internazionale

La seconda questione connessa álla definizione del


fascismo come rivoluzione passiva relativa all'analisi
del fenomeno ed all'individua-zione dei termini in cui
la riflessione consegnata nei Quaderni va piú avanti
rispetto a quena raggiunta nel vivo dell'analisi politica.
Senza potere in questa sede ripercorrere tutti i
momenti dell'analisi gram-sciana del fascismo, basterá
richiamare fi contributo di eccezionale im-portanza
fornito da Gramsci nel periodo 1921-22 sulla
indissolubilitá

56
Cfr. La costruzione del Partito comunista, cit., p. 77.
57
Ibidem, pp. 1214'24.

‘,,182'
,
di due fenomeni, cioé la dissoluzione dello Stato liberale
e l'emergenza di nuove forme di aggregazione
Pdatlifiazione politica, che non pote-vano essere
ricondotte puramente e semplicemente a fenomeni di
reazio-ne capitalistica, ma di cui veniva colta la
dimensione sociale e di massa.
Tale contributo analitico, strettamente connesso
all'ottica particolare con cui Gramsci e il gruppo
dell'Ordine nuovo avevano interpretato il biennio rosso
— cioé il valore dirompente dello sviluppo dell'orga-
nizzazione delle masse lavoratrici —, porta Gramsoi ad
avere chiara, piú di tutti gli osservatori
conternporanei, la consapevolezza della irre-versibilitá
della crisi degli strumenti liberan di organizzazione
politica. Il fascismo é visto da Gramsci come un aspetto
ed un elemento della dissoluzione dello Stato liberale,
in quanto parte dello svolgimento della societá civile ed
espressione della insubordinazione della piccola
borghesia, ed al tempo stesso come strumento per
ricostituire su nuove basi la dominazione degli agrari e
degli industriali messa in discussione dalla offensiva
operaia. La consapevolezza lucida di questa
irreversibilitá della crisi aperta con la prima guerra
montdiale, riconducibile in definitiva ad una
modificazione del rapporto tra le masse e la politica,
caratterizza tutta l'elaborazione politica gramsciana
nel periodo 192426: cioé l'impossibilitá di una
iniziativa antifascista o di una soluzione democratica
duratura in termini di restaurazione della legalitá; una
soluzione ciol che non rimettesse al centro come
soggetto político decisivo la classe operaia: la durezza
critica contro le opposizioni aven-tiniane aveva qui la
propria radice.
Se mi sembrano dati acquisiti, nell'analisi
gramsciana, la irreversi-bilitá della crisi dello Stato
liberale e l'individuazione nena soluzione fascista di
una forma di organizzazione e direzione della
borghesia nueva rispetto alla storia precedente 58, il
problema é vedere iti quale misura questi elementi
contribuiscono a caratterizzare il fascismo come
rivoluzione passiva. Il primo nodo che si pone, ahora,
quello reláti-yo alla interpretazione del fascismo come
bonapartismo ed in quale misura tale interpretazione
sia identificabile o •risolvibile in quella di rivoluzione
passiva. Che Gramsci tenda ad applicare, nell'analisi
della esperienza italiana, le categorie marxiane del 18
brurnaio mi sembra
58
Si veda la tesi 15 approvata a Lione: « Nella sostanza il
fascismo modifica
programma di conservazione e di reazione che ha sempre
dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di
concepire il processo di unificazione dalle forze reazionarie.
Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sosti-tuisce
proposito di realizzare una unita organica di tutte le forze della
borghesia in un solo organismo politico sotto u controlo di una
unica contrate che dovrebbe dirigere insieme u partito, II
governo e lo Stato » (La costruzione del Partito comunista,
cit., p. 495).
183
difficilmente contestabile: ji rapporto del 1926 al
Direttivo, in prece-denza richiamato, esprime con
chiatezza questa forma di approccio, che viene
esplicitamente dichiarata in un articolo del settembre
dello stesso armo: « In Italia c'era un equilibrio
instabile tra le forze sociali in lotta. Ji proletariato era
troppo forte nel 1919-20 per assogget-tarsi piú oltre
passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue
forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli
interionriente, perché il partito socialista non era che
un amalgama di almeno tre partiti... Da questa
posizione di equilibrio instabile é nata la forza del
fascismol italiano, che éi é organizzato ed ha preso ii
potere con rnetodi e sistemi che, se avevano una loro
peculiaritá italiana ed erano legati a tutta la tradizione
italiana e alla immediata situazione del nos tro paese,
pur tuttavia avevano e hanno una certa rassomiglianza
coi metodi e i sistemi descritti da Carlo Marx nel 18
brumaio di Luigi Bonaparte, cioé con la tattica
generale della borghesia in pericolo, in tutti i paesi »
69
.

Al cesarismo, al rapporto cesarismo-fascismo


Gramsci dedica nei Quaderni alcune riflessioni moho
importanti che permettono al tempo stesso di
specificare l'uso di questa categoria e la sua
inadeguatezza nella comprensione del fenomeno
fascista. Le note sul cesarismo sono caratterizzate da
una progressiva articolazione dello schema base, indi-
viduato da Gramsci nel fano che il cesarismo « esprime
sempre la soluzione "arbitrale", affidata ad una grande
personalítá, di una situa-zione storica-politica
caratterizzata da un equilibrio di forze a prospet-tiva
catastrofica » 64). L'aspetto piú rilevante di questa
specificazione compiuta da Gramsci non riguarda tanto
la individuazione del caratte-re progressivo o
reazionario di tale soluzione arbítrale, che puó essere
coito solo nell'analisi della storia concreta; né, anche
se molto importante, l'analisi delle condizioni che
possono determinare una situazione catastrofica, come
nel caso di Napoleone III. Il punto centrale, che
contribuisce ad arricchire l'analisi su questa forma• di

184
organizzazione Politica ben al di lá del nesso grande
personalitá-soluzione arbitrale, é relativo alla novitá
del cesarismo moderno: « Nel mondo moderno,
l'equilibrio a prospettive catastrofiche non si verifica
tra forze che in ultima analisi potrebbero fondersi e
unificarsi, sía pure dopo un processo faticoso e
sanguinoso, ma tra forze il cui contrasto é insanabile
storicamente e anzi si approfondisce specialmente con
l'avvento di forme cesaree » 61. Nel contesto di questo
scontro di fondo tra borghesia e proletariato, gli stessi
caratteri del cesarismo tendono a modificarsi:
Ibidem, p. 343.
60 Q., p. 1619.
61 Q p 1622 .
., .

• I
'
Itgt

F• il dato prevalente della soluzione non é piú militare ma


poliziesco
e lo stesso carattere « arbítrale » considerarsi piú un
elemento
tipizzante del cesarismo — se non come registrazione di
un dato di fondo, cioé la « debolezza costruttiva » della
forza antagonista — e tende invece a individuare un
ambito definito entro cui questo fenome-no si realizza.
Il cesarismo moderno, •per Gramsci, esprime
riorganizza-zione e possibilitá di sviluppo di forze
marginali di una formazione sociale e quindi una
ridefinizione dei rapporti tra la forza fondamentale
e le forze ausiliarie: « una forma sociale ha "sempre"
possibilitá margi-nali di ulteriore sviluppo e
sistemazione organizzativa » . Analizzando la soluzione
62 ,

data allo scontro apertosi in Francia attorno al caso


Drey-fus viene ribadita in termini ancora piú espliciti la
forma del cesarismo moderno: « Del tipo Dreyfus
troviamo altri movimenti storico-politici moderni, che
non sono ceno rivoluzioni, ma non sono completamente
reazioni, nel senso almeno che anche nel campo
dominante spezza-no cristallizzazioni statali soffocanti, e
immettono nella vita dello Stato
e nelle attivitá sociali un personale diverso e piú
numeroso di quello precedente ». Nella vecchia
societá, cioé, erano latenti « forze operose non sapute
sfruttare dai vecchi dirigenti, sia pure "forze
marginali", ma non assolutamente progressive, in
quanto non possono "fare epoca". Sono rese
storicamente efficienti dalla debolezza costruttiva
dell'anta-gonista, non da una intima forza propria, e
quindi sono legate a una situazione determinata di
equilibrio delle forze in lotta, ambedue inca-paci nel
proprio campo a esprimere una volontá ricostruttiva in
proprio » ". Il cesarismo quindi definisce la
riorganizzazione all'interno di un blocco sociale dato:
per questo, dice Gramsci, le esperienze di cesarismo
sono piú simili a quella espressa da Napoleone III che
quella di Napoleone I, in quanto non si ha passaggio da
uno Stato ad un altro, ma una « evoluzione » dello
stesso Stato.
Una esemplificazione molto limpida del modo di operare di
ques9ta
soluzione cesarista fornita da Gramsci in rapporto
gramsciana sono fondamentalmente due: a) ruolo della
piccola e media borghesia rurale nel fornire, negli Stati
moderni, personale burocratico,
civile e militare, e suo orientamento ferocemente
anticontadino; b) nei
·periodi di crisi organica, cio1 di contraddizione
insolubile al livello
delle forze produttive fondamentali, fi processo duplice:
é questo
settore periferico e piú marginale rispetto al rapporto
fondamentale a reagire per primo, si acedera
l'unificazione organizzativa e politica di questo ceto
sociale, in quanto la « volontá specifica di questo
gruppo coincide con la volontá e gli interessi immediati
della classe alta » 64, e si manifesta la forza militare di
questo settore sooiale, sia diretta, come organizzazione
militare specifica, sia indiretta, come base sociale da
cui proviene l'elemento militare 65. In una situazione
caratterizzata da un equilibrio fondamentale tra le
forze urbane, che paralizza ii parlamentarismo, il ruolo
delle campagne diventa decisivo: facendo una analisi
comparata sul modo di operare delle campagne in una
serie di paesi (Spagna e Grecia) Gramsci fa un
riferimento fin troppo trasparente all'esperienza
italiana ed allo sviluppo del fascismo. « In altri paesi la
campagna non é passiva, ma il suo movimento non é
políticamente coordinato a quello urbano: l'esercito
deve rímanere neutrale poiché é possibile che
altrimenti esso si disAre:a,hi •orizzontalmentem ed
entra invece in azione la classe militare-burócratica che
con mezzi militan soffoca fi movimento in campagna
(immediatamente piú pericoloso), in questa lotta trova
una certa unificazione politica e ideologica, trova alleati
nelle classi medie urbane (medie in senso italiano)
rafforzate dagli studenti di origine rurale che stanno in
cittá, impone i suoi metodi politici alle classi alte, che
devono fiarle molte concessioni e permette-re una
determinata legislazione favorevole; insomma riesce a
permeare lo State dei suoi interessi fino ad un certo
punto e a sostituire una parte del personale dirigente,
continuando a mantenersi armata nel

186
·disarmo generale e prospettando il pericolo di una
guerra civile tra i propri armad e l'esercito di leva se
la classe alta mostra troppe velleitá di resistenza. » 66

" Q„ p. 1606.
65 « E da notare come questo carattere "militare" del gruppo
sociale in qui-stione, che era tradizionalmente un riflesso
spontaneo di certe condizioni di esi-stenza, viene ora
consapevolmente educato e predisposto organicamente... Si
pub dire che si verifica un movimento del tipo "cosacco", non in
formazioni scaglio-nate lungo i confini di nazionalita, come
avveniva per i cosacchi zaristi, rna lungo i "confini" di gruppo
sociale » (Q., pp. 1607-1608).
66 Q., pp . 1609-1610. Una forma specifica di cesarismo 1
-

individuata da Gramsci nel formarsi di governi di coalizione: u


riferirnento esplicito é ai governi Mac Donald e Mussolini (Q.,
p. 1195).
Sono ripropostí in queste note, gli ‘selementi
essenziali dell'analisi che Gramsci aveva giá sviluppato
in-precedenza, sin dal periodo 192122: la radice non
contingente del fenomeno, la sua irriducibilitá a
semplice braccio armato della reazione, — al contrario
si insiste molto sulla sua funzione direttiva, nel senso
che riesce ad imporre alle classi dominanti
fondamentali, la forma, se non fi contenuto, della
soluzione della crisi, — il modo di operare del rapport°
cittá-campagna nella nascita e nello sviluppo del
fascismo 67. V'é di piú: in quanto esempli-ficazione del
cesarismo moderno, relativo ciol alla riorganizzazione
tra forze fondamentali e forze ausiliarie, queste note
ribadiscono ii giudizio riduttivo sulla « conquista dello
Stato » da parte del fascismo e sul suo essere «
rivoluzione » 68. Un rapporto tra questa definizione di
cesarismo e la rivoluzione passiva puó essere coito
nella forte sottolineatura del processo di
trasformazione e riorganizzazione del blocco sociale
dominante per garantire la permanenza della debolezza
della forza antagonista. Mi sombra indubbio perb che
solo parzialmente fi cesarismo pub esprimere la
ricchezza di implicazioni connesse alla valutazione del
fascismo come rivoluzione passiva. Ma non é
secondaria anche un'altra osservazione: se, come si é
accennato sia pare rapidamente, con la categoria del
cesarismo Gramsci non va piú avanti rispetto ai risultati
del fascismo raggiunti prima dell'arresto, pure vi é un a
aspetto su cui é registrabile un mutamento d'accento
significativo. Infatti in tutto l'arco della riflessione
gramsciana compreso tra il 1923 e fi '26 l'ac-
centuazione della novitá del fascismo — la cui
formulazione piú compiu-ta a me pare sia individuabile
nel numero 7 bis delle Tesi di Lione 69
si combina strettamente con fi richiamo alla
tradizionale angustia di
67
Si vedano, a titolo d'esempio, I due fascismi, in L'Ordine
Nuovo, 25 agosto 1931, e La lotta agraria in Italia, in
L'Ordine Nuovo, 3.1 agosto 1921.
68
Gli seritti preeedenti l'arresto sono tutti forte-mente
caratterizzati da questo giudizio di fondo; si veda, par tutti, il
discorso alla Camera nel 1925 (La costru-zione del Partito
comunista, cit., pp. 75 sgg.).
69 « Un riflesso della debolezza della struttura sociale si ha, in
modo tipico, prima della guerra, nell'esercito. Una cerchia
ristretta di ufficiali sforniti di prestigio di capi (vecchie classi
dirigenti agraric, nuove classi industriali) ha sotto di sé una
casta di ufficiali subalterni burocratizzata (piccola borghesia) la
quale é incapace di servire come collegamento con la massa dei
saldad indisciplinata e abbandonata a se stessa. Nella guerra
tutto l'esercito é costretto a riorganizzarsi dal basso, dopo una
eliminazione dei gradi superiori e una trasformazione di struttura
organizzativa che corrisponde ail'avvento di una nuova categoría
di ufficiali subalterni. Questo fenorheno precorre l'analogo
rivolgimento che il fascismo compirá nei confronti con lo Stato su
seata piú vasta» (La costruztone del Partito comunista, cit., pp.
491-492). Il riferimento'e trasparente: u cambiamento nello stato
maggiore corri-sponde alle modificazioni di potere che vedono
una posizíone di predominio del capitalismo finanziario, fi
movimento fascista corrisponde ai quadri intermedi, su-balterni
(e non é un caso che sia sottolineato tale aggettivo) ma nuovi.

187
classe della borghesia italiana, al suo orientamento ferocemente antipo-
polare, alla sua concezione appunto delle masse come « bestiame ». Se
questo collegarnento signilicava ceno evidenziare la natura borghese e
di classe del fascismo contro le interpretazioni piccolo-borghesi (esem-
pi: la « conquista dello Stato » come trastullo per i balilla, assurdo
parlare di rivoluzione, ecc.) pure l'accento é messo essenzialmente sulle
contraddizioni provocate dalla politica fascista tra i suoi stessi orga-
nizzati, all'interno della borghesia e con le masse popolari nel loro
complesso. Basterá ricordare, a conferma di questa tendenza il rapporto
tenuto da Gramsci al CC nell'agosto del 1924 70 , la valutazione della
politica fascista nelle Tesi di Lionen, infine, come testo piú noto, Alcuni
temi della questione meridionale. Tutti questa orientamenti tro-vavano
la propria saldatura nella convinzione che il fascismo non pote-va essere
una risposta alla crisi della borghesia: l'unica risposta possibile
era quella operala.
41.
Ció comportava un mancato'approfondimento dele implicazioni
connesse agli strumenti riubvi di rdirezione e organizzazione politica
sorti con il fascismo e quindi una costante tendenza alla sopravvaluta-
zione delle rotture interne 'al fascismo, cioé, come é detto tela tesí .18
bis, dello « squilibrio tra 11 rapport° reale dele forze sociali e fi
rapport° dele forze organizzate, per cui ad un apparente ritorrio alla
normalitá e alla stabilitá corrisPende una acutizzazione di contrasti
pronti a prorompere ad ogni :istante per nuove vie ». La relazione
svolta da Grarn:sci al Direttivó del pa`rtito nell'agosto del 1926 é tuna
tesa a cogliere l'awumularsi degli elementi delle crisi e la sua non
superabilitá da parte fascista. L'analisi é volta a cogliere la possibilitá
di riprodursi di una nuova situazione del tipo di quena verificatasi dopo
fi delittó Matteotti, ma moho piú ampia e profonda, a cui occorre-va
prepararsi. « II nostro partito deve porsi il problema generale dele
prospettive della politica nazionale. Gli elernenti possono essere cosí
stabiliti: se pur é ver° che políticamente il fascismo puó avere come
successore una dittatura del proletariato — poiché nessun partito o
coalizione intermedia é in grado di dare sic pure una minima soddisfa -
zione ale esigenze economiche dele classi lavoratrici che irrompereb -
bero violentemente nella scena politica al momento della ranura dei
rapPorti esistenti — non 1 peró ceno e neanche probabile che il passag -
gio dal fascismo ella dittatura del proletariato sia immediato. » 72 Po -
71
Cfr. le tesi 15-18bis (La costruzione del Partito comunista, cit., pp. 495-498). 28
sgg.
7
° Cfr. La crisi italiana, in La costruzione del Partito comunista, cit., pp.
72
Ibidem; p. 119. Su questa base Gramsci fissava i compiti del partito ten -
188
. :0:171
MP
chi mesi dopo, come é noto ' verranno varate le leggi
eccezionali e quasi l'intero gruppo dirigente del partito
verrá arrestato. II problema allora é proprio qui:
l'analisi degli spostamenti sociali profondi, — quel-la
che Gramsci chiamava la radicalizzazione a sinistra
delle masse picco-lo-borghesi, — rindividuazione degli
elementi esplosivi e delle linee• di rottura, portava a
non valutare pienamente il modo di operare, in
relazione a situazioni simili, degli strurnenti di
direzione politica introdotti dal fascismo, appunto di
quello squilibrio prima ricordato tra le forze sociali e
quelle organizzate.
Tra ii giudizio consegnato in questi scritti e quello
presente nei
Quaderni ji mutamento é relativo alla possibilitá, sottolineata
con forza
da Gramsci, di sviluppo e sistemazione organizzativa di una
formazione
sociale, per quanto marginale ed incapace di « fare
epoca » sia questa possibilitá. Tale differenza trova fi suo
anello di passaggio nell'operare di quei due criteri di
scienza politica formulati da Marx nella Prefa•
-
zione del '59 — e che costituiscono ii fondamento
teorico della rivo-luzione passiva —, e nella
registrazione del dato storico del passaggio del
fascismo da un sistema reazionario ad uno totalitario.
La crisi degli anni venti, in quanto crisi generale e
organica, imponeva alla borghesia una risposta
generale, non rivolta al passato ma originale e
creativa: se la sconfitta operaia e della sua proposta
di organizzazio-ne della societá e della produzione
era una condizione preliminare, pure essa non
costituiva una garanzia di per sé sufficiente per dare
validitá ad una risposta di destra, capace di inglobare
gli elementi oggettivi della crisi. Tale risposta non
poteva essere che un processo, dove si intrecciavano
economia e politica, societá e Stato.

In questo impianto piú ampio si inserisee


un'ulteriore specifica-zione del cesarismo moderno e
l'adozione di strumenti analitici piú penetranti che
tendono a superare rinserimento del fenomeno
fascista: nello schema del cesarismo. Proprio le
kleISIECCISII.
osservazioni sul fascismo svilup-pate da Gramsci in
rapport° alle modificazioni dei partid nel corso di una
crisi organica sono strettamente connesse ad una
questione piú generale che ha nei Quaderni, come é
noto, un posto centrale: la modificazione dello ,Stato
nelretá dell'imperialismo e fi conseguente passaggio,
nella scienza politica, dalla categoria della tivoluzione
permanente a quena dell'egemonia civile. « La tecnica
politica moderna
denti a « restringere al minimo l'influenza e l'organizzazione dei
partiti che pos-sono costituire la coalizione di sinistra » e a «
rendere piú breve che sia possibile l'intermezzo democratico »
(ibidem, p. 120).

189
é completamente mutata dopo il '48, dopo l'espansione
del parlamentarismo, del regime associativo sindacale e
di partito, del formarsi di vaste burocrazie statali e
"private" (politico-private, di partito e sindacali) e le
trasformazioni avvenute nell'organizzazione della
polizia in senso largo, cioé non solo del servizio statale
destinato alla repres-sione della delinquenza, ma
dell'insieme delle forze organizzate dallo Stato e dai
privad per tutelare il dominio político ed econornico
della classi dirigenti. »" In rapporto alla estrema
articolazione dello Stato moderno, la meccanica della
soluzione cesarista si complica in quanto implica il
coinvolgimento di ampi strati sociali, di una
riclassificazione dei loro rapporti, di una «
esplicitazione » dei rapporti tra apparati dello Stato e
ceti sociali in cui affondano la loro radice
assolutamente sconosciuta nel passato (vanno in questa
direzione le osservazioni sul molo militare indiretto
della burocrazia in precedenza richiamato). II punto piú
significativo di questo collegamento tra cesarismo e
tra-sformazione dello Stato é ilindividuazione del
partito come canale fon-datnentale di questa
riorganizzazione del blocco dominante e strumento
della guerra di posizione.
La socializzazione della produzione e la
standardizzazione del mo-
do di pensare e di operare di grandi masse umane rende
sempre piú debole e « oceasionale » la soluzione
earismatica come strumento di organizzazione. La critica
di Gramsei alla casistica proposta dal Michels e piú
specificamente al molo carismatico di Mussolini é netta e
precisa, sia per la sottolineatura di alcuni dati storici (il
ruolo di Mussolini
come « capo »legato alla proibizione di altre organizzazioni
politi
che) sia soprattutto per il fatto che « il cosiddetto
"charisma"..., ne mondo moderno coincide sempre
con una fase primitiva dei partid
di massa »74. Ma di piú: l'analisi dei caratteri e del ruolo
di questo
strumento é strettamente connesso alle questioni poste
190
dalla crisi orga-nica e dalla divaricazione tra le masse e
gli apparati di egernonia entro
cuí in precedenza tendevano a riconoscersi; •« la base
storica dello
Stato si é spostata. Si ha una forma estrema di societá
politica: o per lottare contra il nuovo e conservare il
traballante rinsaldandolo
73
Q., p. 1620.
74
Q., p. 233. « ... tanto piú avviene questo fenomeno —
continua Gramsci — quanto piú fi partito nasce e si forma non
sulla base di una concezione del mondo unitaria e ricca di
sviluppi perché espressione di una classe storicamente
essenziale e progressiva, ma sulla base di ideologie incoerenti e
arruffate, che si nutrono di sentimenti ed emozioni che non
hanno raggiunto ancora il punto terminale di dissolvirnento,
perché le dassi [o la classe] di cui é espressione, quantunque in
dis, soluzione, storicamente, hanno ancora una cena base e si
attaccano alle glorie del passato per farsene seudo contro
l'avvenire ».
coercitivamente, o come espressionerdel,nuovo per
spezzare le resistenze
che incontra nello svilupparsi, ecc. »". É
l'individuazione di una situa•
-
zione totalitaria, caratterizzata da una ristrutturazione
profonda della organizzazione della societá nazionale: «
Una politica totalitaria tende appunto: 1. a ottenere che i
membri di un determinato partito trovino in questo solo
partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una
rnolteplicitá di organizzazioni, cioé a rompere tutti i ffii
che legano questi membri a organismi culturali estranei;
2. a distruggere tutte le altre organizzazioni e a
incorporarle in un sistema di cui ji partito sia fi solo
regolatore » 76.
Con l'introduzione della categoría del totalitarismo
si va ben oltre, nell'analisi dei fenomeni storici
contemporanei (fascismo ma anche esperienza
sovietica), il quadro ricavabile dallo schema del
cesarismo, soprattutto nella sottolineatura
dell'ampiezza e della profonditá nel coinvolgimento
delle rnasse che lo sviluppo di questa forma di organiz-
zazione politica comporta. Le osservazioni gramsciane
sulla funzione di polizia del partito 77 — che
costituiscono una specificazione del giudi-zio sul rucio
statale assolto dal partito nella societá civile — sono
una esplicitazione molto chiara di questa dimensione di
massa. 11 carat-tere di massa dei partid moderni, e il
loro ramificarsi nella societá civile e conseguentemente
la diffusione di una rete capillare in diversi strati della
societá di « agenti volontari dell'autoritá » " rende
possi-bile un controllo assolutamente sconosciuto nei
periodi precedenti. Se l'individuazione di questo nolo
del partito non é separabile dalla tra-sformazione ed
articolazione della societá civile nell'etá dell'imperia-
lismo, ed & quindi un fenomeno comune a tutti i paesí,
pure la tendenza a soluzioni totáitarie é strettamente
connessa all'ampiezza e profonditá fr del fenomeno
dell'uscita dalla passivitá di grandi masse e quindi dalla
crisi degli strumenti di direzione politica. Ma direi che
l'elemento piú significativo connesso all'analisi del
fenomeno totalitario é lo sposta-
191
mento di campo che ad essa I connesso: dai processi di
riorganizzazio-ne del blocco sociale dominante (che,
come ho cercato di dimostrare, é fi punto centrale del
cesarismo moderno) alle forme del dominio sul
complesso della societá, cioé ála ridefinizione dei
rapporti tra socie-tá civile e societá política. Come é
stato giustamente affermato, anche

75
Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato
moderno, Torino, 1953, p.• 161.
Q., p. 800.
76

Q., p. 1691.
77

A. Stawar, Liben i saggi marxisti, Firenze, 1973, p. 9.


78
in ricerche recenti ", la diversa regolamentazione del
rapporto cittadino-partito-Stato segna •una differenza
profonda tra una soluzione autorita-
ria, di polizia ed una totalitaria. Un elemento
caratterizzante del totalitarismo é l'intreocio stretto tra
partito e Stato, cioé lo svilruppo di elementi di regime,
su cui Gramsci dava un giudizio molto acuto: «
Mussolini si serve dello Stato per dominare fi partito e
del partito, solo in parte, nei momenti difficili, per
dominare lo Stato » ".
Ancora piú in generale le osservazioni che Gramsci
sviluppa sulla ridefinizione dei rapporti tra societá
civile e societá politica mi sem-brano di grande
importanza sia per la loro capacitá di penetrazione che
per la « modernitá » delle intuizioni in esse contenute.
Anzitutto la registrazione della modificazione dei
caratteri e del ruolo del partito in una situazione
totalitaria: le sue funzioni non sono piú quelle schiet-
tamente politiche ma « tecniche di propaganda, di
polizia, di influsso
morale »; conseguentemente tende ad accentuarsi suo
carattere di
organismo pretoriano, di •canale di organizzazione
militare e passiva del consenso. Nei partiti totalitari di I7 -

massa, le masse « non hanno altra funzione politica che


quena di una fedeltá generica, di tipo militare, ad un
centro político visibile o invisibile t(spesso il centro
visibile
meccanismo di comando di forze che non
desiderano mostrarsi
luin ce ma luce ma operare solo indirettaménte per
interposta persona
e per "interposta ideologia"). La massa •é
semplicernente di "manovra"
e viene "occupata" con prediche morali, con pungoli
sentimentali, con miti messianici di attesa di etá favolose
in cui tutte le contraddizioni
e miserie presenti saranno automaticamente risolte e
sanate »". Tale modificazione del partito in un regime
totalitario non é separabile dalla sua assunzione di
prerogative monarchiche, che diventano cosí lo
strumento fondamentáe di collegamento con i senza
192
partito o di attribuzione al partito totalitario, di un
ruolo di mediazione ed arbitrato nei •conflitti tra i ceti
dominanti 82 L'esplicito •richiamo che Gramsci fa
all'analisi del ruolo del Gran Consiglio del fascismo non
é certo ca-suale: si era giá avuta quena penetrante
mcxlificazione istituzionale

79
Cfr., fra gli altri, lo studio di A. Lyttelton, La
conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Bari,
1974, p. 242.
80 Q., p. 233.
81 Q., p. 1940.
82 Q., p. 922. Ancora piú chiaramente v. pp. 1601-1602: «
Col partito totalitario queste formule [ del re o del presidente
della repubblica che " regna ma non governa " ] perdono di
significato e sono quindi dimínuite le istituzioni che
funzionavano nel senso di tali formule; ma la funzione stessa é
incorporata nel partito, che esalter il concetto astratto di "
Stato " e cercherá con van i modi di dare l'impressione che la
funzione di "forza imparziale "é attiva ed efficace ».
qual é la attribuzione di funzioni Cáfuillkostituzionali
ad un organismo privato (cioé la costituzionalizzazione
del Gran Consiglio), ed era diven-tata operativa quena
riforma della rappresentanza politica che assegnava a
questo organismo •un molo di mediazione essenziale
nella compila-zione della lista unica ". Se nelranalisi
della forma di organizzazione totalitaria sostituita a
quena liberale (scomparsa dei partid e quindi
(svuotamento del Parlamento) Gramsci ribadisce con
forza la debolezza della soluzione burocratiea che non
elimina i contrasti sociali e politici, che tendono a
ripresentarsi in forme diverse da quelle garantite dai
tneccanismi dello Stato liberale", pure a me pare che fi
complesso di queste note acquisti tutta la sua rilevanza
!guando venga collegato strettamente al modo di
funzionare della categoria della rivoluzione( passiva,
come critica dell'economicismo. .11 discorso di
(Gramsci infatti si sviluppa attorno a due questioni che
hanno nell'individuazione del rapport° tra forma
politica e realtá economica la loro radice comune.
Contro l'ideología della « terza via », di matrice
piccolo-borghese e fatta proprio con forza dal fascismo,
Gramsei ribadisce che « non si pub abolire una "pura"
forma, come é il parlamentarismo; senza aboli-re
radicalmente il suo contenuto, l'individualismo, e
questo nel suo preciso significato di "appropriazione
individuale" del profitto e di iniziativa economica per il
profítto capitalistico individuale » ". Al tem-po stesso
perb rifiuta di considerare la soluzione burocratica
realizzata dal regime totalitario in termini di pura
coercizione, per cui una volta eliminata questa sarebbe
possibile un ritorno al passato: « Teoricamente
l'importante é di mostrare che tra fi vecchio
assolutismo rovesoiato dai regimi costituzionali e il
nuovo assolutismo c'é differenza essenzia-le, per cui
non si pub parlare di regresso; non solo, ma di
dimostrare che tale "parlamentarismo nero" é in
funzione di necessitá storiche attuali, é un "progresso"
nel suo genere... Teoricamente mi pare si possa
spiegare fi fenomeno nel concetto di "egemonia", con
un ritorno

7 193
83
Pa una caratterizzazione delle funzioni di questo organismo
cfr. A. Agua-rone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino,
1965, pp. 151 sgg. Un esem-pio di fondamentale incomprensione
dell'esperienza fascista e di interpretazione delle trasformazioni
da essa prodotte sul piano istituzionale in termini moralistici
(legalizzazione delPillegalitá) é dato dal saggio di P.
Calamandrei, La funzione parlamentare sotto il fascismo, in Il
regime fascista, a cura di A. Aquarone e M. Vernassa, Bologna,
1974, pp. 57 sgg.
84
Le contraddizioni ciol tendono a ripresentarsi, sia pure
in forme diverse, all'interno del nuovo sistema costituito o
all'interno del canale di espressione (partito unico); cfr. le
note sul parlamentarismo nero o tacita (Q., p. 1742), sulla
tostituzione di partiti della peggiore specie (Q., p. 1809);
sulla traduzione delle questioni politiche in forme culturali
con la conseguenza di renderle insolubili
p. 1939).
83
Q., p. 1742.
al "corporativismo"... nel senso moderno della parola,
guando la "cor-porazione" non pub avere limiti chiusi ed
esclusivisti; oggi é corporativismo di "funzione sociale",
senza restrizione ereditaria o d'altro » 86.
una applicazione molto límpida della categoría della
rivoluzione pas-siva: individuare attraverso le
modificazioni delle forme politiche (da una struttura
liberale ad una totalitaria) la registrazione di
fenomení irreversibili operanti nella societá civile
(l'impossibilitá di contenere in una dimensione «
privata » l'organizzazione delle forze produttive). In
questo senso fi ritorno al parlamentarismo liberale
sarebbe stato un « regresso antistorico ».

possibile a questo punto, in rapporto agli


elementi evidenziati nene osservazioní precedenti,
porre alome questioni generáli che per-mettono a mio
avviso di approfondire ulteriormente l'importanza e la
portata delle categorie analitiche usate da Gramsci.
Le note di Gramsci sul parlamentarismo in
precedenza richiamate sono cariche di elementi
significativi: consapevolezza della profonditá delle radicí
di queste istituzioni rappresentative, del resto ben
presente fin dal periodo idell'Ordine nuovo e dal rifiuto
dell'astensionismo bordi-ghiano; critica della soluzione
burOcratica come superamento fittizio ma al tempo
stesso riconoscirnento del suo fondamento in processí
reali e conseguentemente dell'impossibilitá & •un
ritorno al passato. Di fatto iquesto insieme di
osservazioni grarnsciane contribuiscono a parre il
probleina dell'organizzazione della democrazia dopo il
fascismo anChe se poi indicazioni specifiche su questo
problema non 'son° rileva-
bili (e ovviamente non poteva essere diversamente).
indubbio perá
che in rapporto a questo nodo problematico vada
impostata la tormen-tata questione della Costituente
sostenuta da Gramsci come obiettivo democratico
intermedio, in pokmica esplicita con la linea del partito e
dell'Internazionale comunista 87. Sul significato da
attribuire a questa posizione gramsciana si é sviluppato
recentemente un orientamento tendenzialmente
194
riduttivo della novitá di questa proposta, non nel senso
che essa non registrasse una differenziazione Lmarcata
dalle scelte politi-che del PCd'I — il « cazzotto
nell'occhio » coglieva felicemente la nettezza del
contrasto — ma nel senso che questa proposta non
segnava

86 Q., p. 1743.
87
Su questa questione v. da ultimo lo scritto di M.L.
Salvadori, Gramsci e ji PCI: dile concezioni dell'egemonia,
in Mondo peraio, novembre 1976; P. Spria-no, Gramsci in
carcere e il partito, in Rinascita, 1° aprlle 1977; giudizio
diverso ,
Buci-Glucksmann, op. cit., pp. 281 sgg., che mi sembra
forzato in senso
· opposto, di « anticipazione ».
*”.
una modifica di posizioni sostenute da Gramsci e dal
partito fino al 1926 e, ancora piú specificamente, che
individuava una differenza tattica e non strategica con
la linea ufficiale: la Costituente cioé rima-_neva nella
impostazione gramsciana, cosí come riferisce Athos
Lisa, una formula d'agitazione ". Se gil argomenti
addotti a sostegno di questo giudizio sono
indubbiamente fondati, — permanenza cioé della linea
della doppia prospettiva, — pure credo debbano essere
tenuti presenti anche altri elementi, che
contribuiscono a caratterizzare meglio la questione.
Il primo elemento •é ricavabile dalle lettere di
Terracini dal carcere, recentemente pubblicate: in una
lettera del luglio-agosto del 1930, criticando la linea
della svolta, ricorda come fin dal 1928 riteneva, insieme
a Gramsci e Scoccimarro, una fase democratica come la
piú probable e realistica forma politica di sostituzione
al fascismo ". Rispet-to a questo orientamento che
accentuava, nella linea elaborata precedentemente
all'arresto, solo un aspetto della doppia prospettiva, la
posl-zione formulata da Gramsci a Turi presenta un
dato nuovo, cioé l'obiet-tivo della Costituente, che non
era presente nelle parole d'ordine transi-torie lanciate
dal partito fino al X Plenum 9°: la Costituente era un
obiettivo delle forze democratiche ed alludeva alla
questione della rior-ganizzazione dello Stato.
C'é perb un secondo elemento che 1 ancora piú
significativo e rende pregnante l'obiettivo indicato da
Gramsci: la questione della Costituente, come é noto,
e soprattutto la definizione negativa rispetto ad essa
da parte del movimento operaio, costituisce uno dei
grossi nodi politici dell'esperienza storica del primo
dopoguerra. 11 rifiuto della Costituente e il « fare
come in 'Russia » definivano l'orizzonte rivoluzionario
del socialismo italiano ed i termini della• sua inaiativa
politica. La riproposizione da parte di Gramsci di
questo obiettivo non poteva non avere,
consapevolmente — all'interno del ribadiMento
88
«L'e prospettive rivoluzionarie in Italia devono essere
fissate in numero di due, cioé la prospettiva piú probabile, e
quella meno probabile. Ora, secondo me, la piú probabile é
quella del periodo di transizione. Perció a questo obiettivo
19
5
deve ímprontarsi la tattica del partito senza tema di apparire
poco rivoluzionario. Deve far sua prima degli altri partid in
lotta contro il fascismo la parola d'ordine della "Costituente"
non come fine a sé, ma come mezzo » (A. Lisa, Memorie. In
carcere con Gramsci, Milano, 1973, p. 88).
89
U. Terracini, Sulla svolta. Carteggio clandestino dal
carcere 1930-3132, Milano, 1975, pp. 15 sgg. ed ancora piú
nettamente e distesamente pp. 35 sgg.
" Cfr. l'orientamento espresso da Togliatti a ribadire u
signifi cato della parola d'ordine del partito (Assemblea
repubblicana sulla base di comitati operai e con-tadini):
Osservazioni sulla politica del nostro partito, in Opere, v. II
(1926-29), Roma, 1972, p. 4110 e Rap porto sulla questione
italiana al segretariato latino del VI con gresso dell'IC, ivi, p.
526.
della necessitá dell'iniziativa politica e della
individuazione di obiettivi intermedi come parti
integranti del processo rivoluzionario — ji signi-ficato
di anclare oltre parole d'ordine d'agitazione per
individuare stru-menti, cerro transitori, ma capad di
esprimere concretamente l'unifica-zione delle masse
nella volontá del oambiamento. In una nota del
1932 Gramsci riflette sulla esperienza delle elezioni del
1919 e fornisce
piú di una tracoia per rendere piú chiara la proposta
della Costítuente: «Si puó affermare che le elezioni del
1919 ebbero per il popal° un carattere di Costitueute...
sebbene non l'abbiano avuto per nessun parti-to del
tempo: in questa contraddizione e distacco tra II
popolo e 1 partiti é consistito ji dramma storico del
1919, che fu capito immedia-tamente solo da alcuni
gruppi dirigenti piú aocorti e intelligenti... 11 popolo, a
suo modo, guardava all'avvenire...; i partiti
guardavano al passato (solo al passato) concretamente
e all'avvenire "astrattamente",
generícamente"... e non come concezione storico-politica
costruttiva....
In realt i siolittiani furono i vincitori delle elezioni, nel
senso che essi impressero carattere di costituente senza
costituente alle elezioni stesse e riuscirono ad attrarre
l'attenzione dall'avvenire al passato »". t una nota
questa che non fornisce solo spunti di riflessione critica
su « momead di vita intensamente collettiva », ma
contribuisce a rende-re piú chiare le riflessioni
sull'esperienza totalitaria e particolarmente quelle sul «
parlamentarismo nero », sulla necessitá cioé, pur
escludenda « accuratamente ogni apparenza di
appoggio alle tendenze "assoluti-ste" » 92 di assumere
come punto di partenza il carattere non « regres-sivo »
della sostituzione del vecchio parlamentarismo.
Non é mia intenzione, con queste osservazioni, date una
risposta
compiuta alle questioni connesse agli orientamenti
politici di Gramsci negli anni trenta né tanto meno
suggerirne una interpretazione « to-gliattiana », che
non avrebbe sexis°. Piú semplicemente penso Che non
sia possibile analizzare questa questione senza porla in
rapporto con l'operare della categoría della rivoluzione
4
passiva: in quale misura l'indi-viduazione di un prócesso
di trasformazione gestito dall'alto, come risposta
capitalistica al problemi posti dalla crisi di egemonia, si
traduce nella definizione di una forma politica della
transizíone adeguata at nuovo livello dello scontro (la
forma politica della guerra di posizione)? Dagli elementi
fichiamati in prece4denza mi .sembra di poter dire che
a Gramsci é chiaro il problema: ed una conferma di ció
puó ricavarsi dall'approfondimento del giudizio con cui
Gramsci accompagna Panalis"

91 Q., p. 2005-2006. La prima stesura della nota é nel


quaderno 9, p. 1167.
92
Q., p. 1744.
196
una modifica di posizioni sosterkféda Gramsci e dal
partito fino al 1926 e, ancora piú specificamente, che
individuava una differenza tattica e non strategica
con la linea ufficiale: la Costituente cioé rima-neva
nella impostazione gramsciana, cosí come riferisce
Athos Lisa, una formula d'agitazione ". Se gli
argomenti addotti a sostegno di
·questo giudizio sono indubbiamente fondati, —
permanenza cioé della linea della doppia prospettiva, —
pure credo debbano essere tenuti presenti anche altri
elementi, che contribuiscono a caratterizzare meglio la
questione.
Il primo elemento é ricavabile dalle lettere di
Terracini dal carcere, recentemente pubblicate: in una
lettera del luglio-agosto del 1930, criticando la linea
della svolta, ricorda come fin dal 1928 riteneva,
insieme a Gramsci e Scoccimarro, una fase
democratica come la piú probabile e realistica forma
politica di sostituzione al fascismo ". Rispet-to a questo
orientamento che accentuava, nella linea elaborata
precedentemente all'arresto, solo un aspetto della
doppia prospettiva, la poli-zione formulata da Gramsci
a Turi presenta un dato nuovo, cioé l'obiet-tivo della
Costituente, che non era presente nelle parole d'ordine
transi-torie lanciate dal partito fino al X Plenum 9°: la
Costituente era un obiettivo delle forze democratiche
ed alludeva alla questione della rior-ganizzazione dello
Stato.
C'é per6 un secondo elemento che é ancora piú
significativo e rende pregnante l'obiettivo indicato da
Gratnsci: la questione della Costituente, come é noto,
e soprattutto la definizione negativa rispetto ad essa
da parte del movimento operaio, costituisce uno dei
grossi nodi politici dell'esperienza storica del primo
dopoguerra. 11 rifiuto della Costituente e il « fare
come in Russia » definivano l'orizzonte rivoluzionario
del socialismo italiano ed i termini della sua iniziativa
politica. La riproposizione da parte di Gramsci di
questo obiettivo non poteva non avere,
consapevolmente — all'interno del ribadimento
88
« De prospettive rivoluzionarie in Italia devano essere
19
5
fissate in numero di due, cio&la prospettiva piú probabile, e
quella meno probabile. Ora, secondo me, la piú probabile
quella del periodo di transizione. Perció a questo obiettivo
deve improntarsi la tattica del partito senza tema di apparire
poco rivoluzionario. Deve far sua prima degli altri partid in
lotta contro il fascismo la parola d'ordine della "Costituente"
non come fine a sé, ma come mezzo » (A. Lisa, Menzorie. In
carcere con Gramsci, Milano, 1973, p. 88).
89
U. Terracini, Sulla svolta. Carteggio clandestino dal
carcere 1930-3132, Milano, 1975, pp. 15 sgg. ed ancora piú
nettamente e distesamente pp. 35 sgg.

Cfr. l'orientamento espresso da Togliatti a ribadire ji
significato della parola d'ordine del partito (Assemblea
repubblicana sulla base di comitati operai e con-tadini):
Osservazioni sulla politica del nostro partito, in Opere, v. II
(1926-29), Roma, 1972, p. 410 e Rap porto sulla questione
italiana d segretariato latino del VI con gresso dell'IC, ivi, p.
526.
della necessitá dell'iniziativa politica e della
individuazione di obiettivi intermedi come parii
integranti del processo rivoluzionario — ji signi-ficato di
andare oltre parole d'ordine d'agitazione per individuare
stru-menti, cerro transitori, ma capad di esprimere
concretamente l'unifica•
-
zione dele masse nella volontá del cambiamento. In una
nota del 1932 Gramsci riflette sulla esperienza dele
elezioni del 1919 e fornisce piú di una nacela per
rendere piú chata la proposta della Costituente: «Si
puó affermare che le elezioni del 1919 ebbero per il
popolo un carattere di Costituente... sebbene non
l'abbiano avuto per nessun parti-to del tempo: in
questa contraddizione e distacco tra 11 popolo e i
partid é consistito 11 dramma storico del 1919, che fu
capito immedia-tamente solo da alcuni gruppi dirigenti
piú accorti e intelligenti... 11 popolo, a suo modo,
guardava all'avvenire...; i partiti guardavano al passato
(solo al passato) concretamente e all'avvenire
"astrattamente", "genericamente"... e non come
,concezione storico-politica costruttiva... In realtá i
giolittiani furono i vincitori delle elezioni, nel senso che
essi impressero 11 carattere di costituerite senza
costituente ale elezioni stesse e riuscirono ad attrarre
l'attenziOne dall'avvenire al passato »".
una nota questa che non forniScé ! solo spunti di
riflessione critica su « momenti di vita intensamente
c011ettiva », rna contribuisce a rende-re piú chiare le
riflessioni sull'esperienza totalitaria e particolarmente
quelle sul « parlamentarismo nero »; sulla necessitá
cioé, pur escludendo « accuratamente ogni apparenzá j
di- 'appoggio ale tendenze "assoluti-ste" »", di
assumere come puntI di ipartenza A carattere non «
regres-sivo » della sostituzione del vecchio apárlamentarismo.
Non é mia intenzione, con queste osservazioni,
dare una risposta compiuta alle questioni connesse agli
orientamenti politici di Gramsci negli anni trenta né
tanto meno suggerirne una interpretazione « to-
gliattiana », che non avrebbe senso. Piú semplicemente
penso che non sia possibile analizzare questa questione
senza porla in rapporto con l'operare della categoria
della rivoluzione passiva: in quale misura l'indi-
196
viduazione di un processo di trasformazione gestito
dall'alto, come risposta capitalistica al problemi posti
dalla crisi di egemonia, si traduce nella definizione di
una forma politica della transizione adeguata ai nuovo
livello dello scontro (la forma politica della guerra di
posizione)? Dagli elementi richiamati in precedenza mi
isembra di poter dire che a Gramsci chiaro il problema:
ed una conf erina di ció puó ricavarsi
dall'approfondimento del giudizio con cui Gramsci
accompagna l'analisi

Q., p. 2005-2006. La prima stesura della nota é nel


91

quaderno 9, p. 1167.
Q., p. 1744.
92
dei fenomeni connessi alla rivoluzione passiva, ciol
quelle delle loro « transitorietá »: cosí é nel caso del
cesarismo moderno (possibilítá mar ginali di sviluppo
di una formazíone economico-sociale), cosí é ancora
nelle osservazioni relative alle forme moderne di
assolutismo, cosí é, in termini piú generali, nelle note
sal rapporti di forza, il giudizio di « occasíonale » con
cui si individuano gli sforzi di conserva-zione di una
formazione sociale storicamente superata. La «
transitorie-tá » di questi fenomeni, dice Gramsci, sta
nel loro « non far epoca »:
« da notare come troppo spesso si confonda il "non
far epoca"
con la scarsa durata "ternporale"; si puó "durare" a
lungo, relativamente, e non "f are epoca"; le forze di
vischiositá di certi regimi sono spesso insospettate,
specialmente se essi sono "forti" dell'altrui debo-lezza,
anche procurata » 9. In che rapporto é la categoria
della rivolu-zione passiva, come strumento di ianalisi
dello sviluppo storico e delle trasformazioni (il modo di
operare della contraddizione nell'assenza di elementi
attivi in maniera dominante), con questo giudizio di
transi-torietá? La contraddizione é solo apparente e
tanto meno quel giudizio puó risolversi in una
valutazione riduttiva dei processi riconducibili alla
rivoluzione passiva: il non fare epoca serve ad
individuare i confini estremi entro mi quei processi, e
la stessa categoria di rivoluzione passiva, possono
svolgersi, cioé modificazione e trasformazione di una
formazione economico-sociale ma non suo superamento
e quindi defini-zione di rapporti sociali di produzione
nuovi, capaci di segnare un'intera epoca. All'interno di
questo quadro i fenomeni connessi alla rivolu-zione
passiva, anche se non fanno epoca, non seno per questo
meno reali: non é certo casuale che sul terreno dell'«
occasionale » avvenga l'organizzazione e la coscienza
dei propri contpiti da parte delle « forze antagoniste »,
oí& del movimento operaio.

4. Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo e


19
7
fordismo

L'analisi delle forme politiche che tendono a


sostituirsi a quelle liberali tutta dentro, come si é
cercato di chiarire nelle pagine prece-denti, la
categoria ,della rivoluzione passiva: il carattere
antioperaio del fascismo é fuori discussione, — la
debolezza del movimento socialista é la condizione
principáe della possíbilitá di una soluzione reaziona-
ria e la conservazione di tale debolezza é l'obiettivo di
tale soluzione, — pure l'accento nell'analisi
gramsciana e posto sugli elementi di muta-
93
Ibidem.
mento necessari perché possa ricostituirsi l'apparato
egemonico delle classi dominanti: nella restaurazione
centrale é l'aspetto dinamico-pro-cessuale, la
trasformazione. Se la radice delle « crisi di autoritá » nel
primo dopoguerra é l'uscita dalla passivitá di grandi
masse e lo sviluppo di una loro organizzazione autonoma
(la « quistione sindacale »), una risposta restauratrice
non puó aversi se non a partire dal livello rag-giunto
dallo scontro di classe e senza esprimere una forma di
organizza-zione delle forze produttive. Le note sul
cesarismo ed ancor piú quelle sul totalitarismo sono
esplicite nell'individuare questi mutamenti.
L'analísi delle forme politiche assunte dalla
restaurazione coglie pero solo un aspetto della
definizione del fascismo come rivoluzione passiva, e
piú specificamente quello connesso al governo delle
masse. Si tratta di un aspetto ceno importante ma
non separabile dall'analisi della risposta che si tende
a dare alla grande questione aperta almeno dalla
prima guerra mondiale, ciol la crisi del capitalismo.
Le forme politiche della restaurazione (governo delle
masse) sono strettamente intrecciate die forme
economiche, con mi si organizza la produzione e si
garantisce lo ,sviluppo (governo dell'economia). É
proprio nella partícolaritá delle forme di governo
dell'econornia realizzate dal fascismo che Gramscr
individua gli elementi essenziali della /rivoluzione
passiva, l'essere protagonisti i « fatti » e non gli «
uomini individuali »: « La rivoluzione passiva si
verificherebbe nel fatto di trasformare la struttura
economica "riformisticamente" da individualistica a
economia secondo un piano (economia diretta) e
l'avvento di una "economia media" tra quella
inclividualistica pura a quena secondo un piano in
senso integrale, permetterebbe il passaggio a forme
politiche e culturali piú progredite senza cataclismi
radicali e distruttivi in forma stermina-trice » ". Il
corporativismo sarebbe lo strumento attraverso cui
realiz-zare questa « economia media » e come tale la
sua valutazione non puó essere separata dalla analisi
dell'« americanismo » ( «L'americani-smo puó essere
una fase intermedia dell'attuale crisi storica? ») " che
198
é un nodo tematico complesso, i cui singoli aspetti
cercheró di isolare nelle pagine successive.
Le osservazioni sul corporativismo, sollecitate dalla
recenzione ad un volume di M. Fovel, sono tutte
problematiche, dubitative e in definitiva dissentono da
<pella che é l'ipotesi di fondo del volume in questione:
« la concezione della corporazione come di un blocco
industriale-produttivo autonomo, destinato a risolvere
in senso moderno

94 Q . , p . 1089 .
95
O., p. 70.
e accentuatamente capitalistico ibpproblema di un
ulteriore sviluppo dell'apparato economico italiano,
contro gli elementi semifeudali e pa-rassitari della
societá che prelevano una troppo grossa taglia sul
plusva-lore, contro i cosí detti "produttori di
risparmio" » ". Tuttavia, pur con tutte queste cautele,
le riflessioni di Gramsci pongono il problema: in quale
misura il fascismo oltre ad essere una forma di
reazione antioperaia é anche uno strumento attraverso
cui si opera un processo di ammodernamento
dell'apparato produttivo italiano senza che questo
provochi sconvolgimenti sociali di proporziorú
catastrofiche, e piú concretamente uno strumento a
due facce: di difesa dei ceti medi e di ristrutturazione
capitalistica e finanziaria; una forma ciol di organizza-
zione sociale e politica borghese che ripete dentro di
sé, tentando di mediarle, le contraddizioni generali del
capitalismo italiano. Vanno . in questa direzione sia i
giudizi di Gramsci sulla possibilita del corporativismo
di assolvere questo ruolo " e l'interrogativo su Fovel e
le forze eventuali che lo sostengono ", sia i giudizi sul
ruolo svolto dal
corporativismo fino a quel momento: « l'indirizzo
corporativo ha
funzionato per sostenere posizioni pericolanti di classi
medie, non per eliminare queste, e sta sempre piú
diventando, per gli interessi costi-tuiti che sorgono sulla
vecchia base, una macchina di conservazione
dell'esistente cosí com'é e non una molla di propulsione
» ".
Se tale questione, entro questi termini, rimane non
risolta ma solo proposta, pure Gramsci introduce un
altro elemento, moho importante, che serve a dipanare
alcune aporie prima presenti ed a individuare lo
sviluppo di un fenomeno che diventerá sempre piú
consistente e decisivo negli anni seguenti, cio il ruolo
dello Stato. Riflettendo sulla durata e gravitá della crisi
economica del 1929 e sui provvedimenti

96 Q., p. 2155. « Nel blocco industriale-produttivo l'elemento


tecnico_:— direzio-ne e operai — dovrebbe avere ji sopravvento
sull'elemento "capitalistico" nel senso piú meschino della
19
9
parola, ciol all'alleanza tra capitani d'industria e piccoli bor-
ghesí risparrniatori dovrebbe sostituirsi un blocco di tutti gli
elementi diretta-mente efficienti nella produzione, che sono i
soli capad... di costituire la Corpo-razione produttiva (donde la
conseguenza estrema, tratta dallo Spirito, della Cor-porazione
proprietaria) » (ibídem).
97
« movimento corporativo esiste e per alcuni aspetti le
realizzazioni
giuridiche giá avvenute hanno creato le condizioni formali in cui
ji rivolgimento tecnico-economico pub verificarsi su larga scala,
perché gli operaí né possono op-porsi ad esso né possono lottare
per diventarne essi stessi portabandiera » (ibídem, p. 2156).
98
Ibídem, p. 2153. In un'altra nota, parlando ironicamente
della « fanfa-ra fordista » registratasi •in Italia, sottolineava
come « anche se lo sviluppo é lento e pleno di comprensibili
cautele, non si pub dire che la parte conserva-trice, la parte
che rappresenta la vecchia cultura europea con tutti i suoi
strasci-chi parassitari, sia senza antagonisti » (Q., p. 2147).
99 Q., p. 2157.
1
91. Q.,.p. 2177-2178.•
fínanziari adottati dal governo fascista, Gramsci individua ii ruolo nuovo
che lo Stato pub assumere una volta potenziata e utilizzata consapevol-
mente la funzione economica svolta tradizionalmente dallo Stato italia no
con l'emissione di titoli di Stato per la « diffidenza dei risparmiatori
verso gli industrian ». Tale molo cioé da spia di una generale arretra-
tezza e di jassenzd di una matura base finanziaria per lo svíluppo della
industria pub diVentare il volano di una trasformazione complessiva,
assegnando quindi allo Stato quel ruolo di agente di trasformazione e
conservazione al tempo stesso che nessuna forza politica o parte per
quanto forte della classe dominante sarebbe capace di svolgere. Gramsci
vede chiaramente le conséguenze connesse al potenziamento della
funzione economica dello Stato: « Ma, una volta assunta questa
funzione, per necessitá economiche imprescindibili, puó lo Stato disinte-
ressarsi dell'organizzazione e dello &cambio? Lasciarla, come prima,
all'iniziativa della concorrenza e dell'iniziativa privata?... Lo Stato é...
condottó necessariamente a intervenire per controllare se gil investi-
menti avvenuti per suo 'tramite sono bene amministrati e cosí si com-
prende un aspetto almeno dele discussioni teoriche, sul regime carpo,
rativo. Ma il puro controllo non 1 sufficiente. Non si tratta infatti solo di
conservare l'apparato produttivo cosí come é in un momento dato; si
tratta di riorganizzarlo per svilupparlo parallelamente all'au-
mento della popolazione e dei bisogni collettivi » Ma ancora una
volta la tendenza individuata viene ricondotta ai concreti rapporti di forza
tra le classi e all'interno stesso della classe dominante per individuare qui
non solo la possibilitá ma anche le forme concrete che questa tendenza ha di
svilupparsi: una ristrutturazione radícale, Che evidentemente non era il caso
dell'Italia, o la realizzazione di un compromesso
il cui prezzo pagato in definitiva dalle masse popolari: « In altri
paesi... i risparmiatori sono staccati dal mondo della produzione e del
lavoro; II risparmio vi é "socialmente" troppo caro, parché ottenuto con un
livello di vita troppo basso dei lavoratori industrian e special-mente agricoli.
Se la nuova struttura del credito consolidasse questa situazione, in realtá si
avrebbe un peggioramento: se il risparmio paras-sitario, grazie alla garanzia
statale, non dovesse piú neanche correre le alee generali del mercato
normale, la proprietá ternera parassitaria si rafforzerebbe da una parte e
dall'altra le obbligazioni industriali, a dividendo legale, certo graverebbero
sul lavoro in modo ancora piú schiacciante » 101. Lo Stato ciol é individuato
come possibile sede istitu-
100 Q., p. 21i76.
fát''
„ t ,
41•11•1..70.,n
-
200
4
.14.
zionale di unificazione di rendita e profitto.
Tutte le osservazioni di Gramsci prima ricordate a
proposito del corporativismo vengono in questa
prospettiva recuperate con ben altro spessore,
concordemente con l'indicazione posta, tra le altre nella
prima pagina delle sue note: « questíone se lo
svolgimento debba avere punto di partenza nell'intimo
del mondo industriále e produttivo o possa avvenire
dall'esterno, per la costruzione cautelosa e• massiccia di
una armatura &Jurídica formale che guidi dall'esterno
gli svolgimenti necessari dell'apparato produttivo » 102
.
Senza volere neanche tentare di abbozzare, in
questa sede, un'anali-si comparata tra la riflessione
gramsciana e la contemporanea elaborazio-ne del
partito comunista, basterá solo richiamare alcuni
elementi come documentazione della difficoltá di
impostare il rapporto corporativismo-capitalismo di
Stato. Nei non numerosi scritti dedicati da Lo Stato
operaio a questo problema, il giudizio oscilla tra una
•definizione nomi-nalistica del fenomeno — il
corporativismo come la forma fascista della &natura del
capitale finanziario in Italia 1' — ed una sua forte
subordinazione alla politica di preparazione della
guerra ". Il fonda-mento di questa oscillazione stava
nella difficoltá di comprensione del fenomeno del
capitalismo di Stato: la tendenza era o a ricondurlo
nell'ambito dell'esperienza della guerra mondiale
(censimento, control-lo e decisione sulla destinazione
delle risorse) o in quello dell'espe-rienza sovietica (il
capitalismo di Stato presupponeva la conquista• del
potere politico da parte della classe operaia) ". Un uso
diverso di questa categoria avrebbe significato
accedere alla tesi della possibilitá del capitalismo di
risolvere le sue contraddizioni ed alla concezione dello
Stato come di una reáltá superiore alle classi. Non solo
la com-prensione dei processi in atto su scala
internazionale ma piú spedfica-mente di quelli italiani
(corporativismo) risultava fortemenie limitata. Solo le
grandi pagine dedícate da Togliatti al corporativismo
nelle sue Lezioni si possono accostare alla ricchezza
analitica della'riflessione gramsciana e soprattutto al
modo di analizzare i fenomeni (conferma
20
1
102 O., p. 2140.
103
M. Donad, Temi della demagogia fascista, in Lo Stato
operaio, gennaio febbraio 1933, p. 33.
104
Cfr. la risoluzione del Comitato centrale del 1934, La
lotta contro lo Stato corporativo e contro la guerra, in Lo
Stato operaio, marzo 1934, pp. 270
sgg. Si veda anche R. Grieco, Della giustizia sociale
corporativa, in Lo Stato operaio, novembre 1934, pp. 794
sgg.; Note sull'ordinamento corporativo, ivi, di-cembre
1934, pp. 876 sgg.; L'inganno corporativo e le posizioni del
fascismo di sinistra, ivi, gennaio 1935, pp. 7 sgg.
105
Donad, Temi cit., p. 31: « lii capitalismo di Stato presuppone,
in ogni caso, la classe operaia e i contadini lavoratori al potere ».
della comune impostazione del nodo teoria-
movimento): valutazione del corporativismo in una
dimensione piú ampiá della preparazione fascista alla
guerra e forte richiamo a spostare l'accento
dall'aspetto ideologico all'analisi dei processi reali.
Stupisce non poco quindi che nel saggio Importante,
anche se discutibile, dedicato da Sereni alle analisi
dei comunisti ítaliani sul capitalismo monopolistico di
Stato i" manchi qualsiasi riferimento alla riflessione
carceraria di •Gramsci su questi temi. La
sottovalutazione della portata del giudizio sul
fascismo come « forma » della rivoluzione passiva, giá
richiamata dalla Gluck-smann i 07 é parte di una
questione piú ampia, di cui il saggio di Sereni
espressione significativa, cioé dell'esistenza nel
gruppo dirigente del PCI giá negli anni trenta di linee
diverse di approccio e di valutazione del fascismo ma,
in termini piú generali, dello stesso imperialismo. Ció
spiega non solo la sottovalutazione di Gramsci ma la
singolaritá dei giudizi dati da ,Sereni sulle Lezioni
togliattiane e sul volume di Grifone: questo
rappresenterebbe un punto alto della riflessione sul
capitalismo monopolistico di Stato, mentre le prime,
anche se « acutis-sime » sono prive di ogni « esplicito
» riferimento a tale fenomeno, con la conseguenza di
smarrire o oscurare l'elemento caratterizzante
connesso da Lenin al capitalismo monopolístico di
Stato, cio il « mec-canismo unico » 1°8. Quena che 1
criticata ed in definitiva respinta da Sereni é la
possibilítá di giungere ad un'analisi e comprensione
del fenomeno assumendo come centrali le categorie
politiche.

Dagli elementi analitici rapidamente richiamati in


precedenza ri-sulta giá chiaro che la valutazione che
Gramsci tende a dare di questi fenomeni é molto
complessa, e sottolineandone la processualitá, distin-
guendo quanto é espressione di tendenze organiche e
quanto é l'occa-sionale, consapevole come é della
ampiezza di implicazioni connesse alle discussioni
sull'organizzazione del capitalismo (aperte nello stesso

202
movimento comunista internazionale ancora prima del
suo arresto) e soprattutto della decisivitá, per lo
scontro di classe, della esatta comprensione dei
processi aperti. Gramsci non ha dubbi infatti sul
contributo decisivo Che l'esperienza e l'ideologia
corporativa fornisce alla ricostituzione dell'apparato
egemonico delle classi dominanti, wnen-

106
Fascismo, capitale fi nanziario e capitalismo
monopolistico di Stato nelle analisi dei comunisti italiani,
in Critica marxista, 1972, n. 5.
10 7
C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, cit., p. 346.
10 8
Sereni, op. cit., p. 45. Per l'insieme di osservazioni
sviluppate nel testo dissento del saggio — ipur cosí ricco di
elementi di riflessione — di G. Santo-massimo, Ugo Spirito e
il corporativismo, in Studi storici, 1973, n. 1.
kliwt
do ad assolvere cosí un ruolo di cerniera tra governo -
delle masse e governo dell'economia. Dopo ayer
ribadito 11 carattere i strumento di rivoluzione passiva
che l'intervento legislativo dello Stato e l'organiz-
zazione corporativa pub assolvere, Gramsci osserva: «
Che tale schema possa tradursi in pratica e in quale
misura e in quali forme, ha un valore relativo, ció che
importa politicamente e ideologicamente é che esso
puó avere ed ha realmente la virtú di prestarsi a creare
un periodo di attesa e di speranze, specialmente in
certi gruppi sociali italiani, come la grande massa dei
piccoli borghesí urbani e rurali, e quindi a mantenere
11 sistema egemonico e le forze di coercizione militare
e civile a disposizione delle classi dirigenti tradizionali.
Questa ideologia servírebbe come elemento di una
"guerra di posizione" nel campo economico...
internazionale » 109.
L'egemonia ricostituita sulla base della
riorganizzazione della pro-duzione costituisce una di
quelle nuove casematte da analizzare ed espugnare e
quindi un tema auciale della guerra di posizione: per
questo la riflessione gramsciana si sviluppa su questo
punto secondo due linee strettamente intrecciate, cioé
la critica dell'Ideologia della rivoluzione passiva
connessa a queste nuove forme di governo della•
economia ed al tempo stesso il ribadimento forte della
realtá di questa ideologia, del suo riflettere processi
storici reali. Se oggetto specifico della critica
delPidedlogia della rivoluzione passiva seno le
elaborazioni di Ugo Spirito sulla corporazione
proprietaria 110 e sulla contusione
·tra Stato-dasse e societá regolata pare attomo alla
categoria ricar-
diana di « mercato determínate » che Gramsci sviluppa
le due linee della sua riflessione. Se il mercato
determinato si identifica con « "un determinato
rapporto di forze sociali in una determinata struttura
del-l'apparato di produzione", rapporto garantito (ciol
reso permanente) da una determinata superstruttura
politica, morale, giuridica » 112, una nuova scienza
economica diversa da quella consegnata nelle
elaborazioni dell'economia classica é possibile solo se
203
si é sviluppato un nuovo mercato determinato. La
radice della critica al carattere ideologico, di forzatura
oratoria e verbale, dalle teorizzazioni di Spirito ma pió
in generale di quelle connesse all'organizzazione del
capitalismo sta qui. Le osservazioni che Gramsci
sviluppa su quello che costituisce

109 Q., p. 1228.


no Q., p. 1791. É posto in termini netti anche il collegamento
con Croce.
tu Q., p. 693: «La confusione di Stato-classe e Societá
regolata é propria dele classi medie e dei piccoli intellettuali,
che sarebbero lieti di una qualsiasi regolarizzazione che
impedisse le lotte acute e le catastrofi: 1 concezione típica -
mente reazionaria e regressiva ».
112 Q., p. 1477.
uno dei punti critici nella costruzione dell'organizzazione corporativa
(ciol u rapporto tra sindacati é corporazioni) sono un'esplicitazione di
questa impostazione: l'ipotesi di Spirito di assorbire u sindacato nella
corporazione é giusta e fondata se la struttura capitalistica della
societá superata e quindi ji « fatto produttivo ha superato quello
della distribuzione del reddito industriale tra i van i elementi della pro-
duzione » 113. Nella realtá la siruazione é diversa: « la resistenza del
vecchio sindacalismo é una forma di critica ad affermazioni che si
possono fare solo sulla carta» e si comprende meglio la forza della
posizione di Bottai che ha piú consapevolezza delle forze e dei problemi
redí. Neanche la registrazione di elementi dí novitá, anche importanti,
possono portare secondo Gramsci a giustificare « l'impostazione di nuo-
vi problemi scientifici »: Pintervento dello Stato o ii ruolo dei mono-
poli, per quanto rilevante sia rispetto al passato, non hanno dato vita
nd un nuovo «automatismo ». Riproducono quello precedente « su
scale piú grandi di quelle di prima, per i grandi fenomeni economici,
mentre i fatti particolari sono "impazziti" 1 114 .

Ma l'ayer fissati questi punti di orientan:Lento, essenziali per defi 7 nire


il rapporto con i processi in atto o per cogliere il carattere politica-
immediato dell'ideologia del superamento del capitalismo, non vuol
dire che a fenomeni rivestiti da queste forme ideologiche siano ricondu-
cibili essi stessi a una apparenza. La durezza del giudizio espresso
da Grarnsci su Einaudi non lascia possibilitá di dubbio: « Einaudi
ristampa brani di economisti di un secolo fa e non si accorge che
II "mercato" é camiDiato, che i "supposto che" non sono piú quelli...
non tiene conto che sempre piú. la vita economica si 1 venuta incardi-
nando su una serie di produzioni di grande massa e queste sono in crisi:
controllare questa crisi é impossibile appunto per la sua ampiezza e
profonditá, giunte a tale misura che la quantitá diviene qualitá, cioé
crisi organica e non piú di congiuntura
fl passaggio in Gramsci dalla critica dell'ideologia alla individua-zipne
della « trealtá » dell'ideologia critica sta nella definizione del rap-
porto tra mercato determinato e crisi organica. Le note sulla organicitá della
crisi sono diverse ma tutte formulate a ridasso di una valutazione
critica delle analisi compiute dagli economisti liberali e dell'inácleguatez-za
degli strumenti scientifici da essi elaborad"; particolarmente signifi-cative mi
sombran° le osservazioni relative alla crisi del 1929, in quanto
113
Q.,
114 Q .,
p. 1796.
p 1478.
115 Q., p, 1077.
116 Q., pp. 1716-1717.

204

VA . a le:44:,

contribuiscono a definire alcuni,elementi di meted° dell'analisi: esclu-


sione di un approccio causalisti&maVisottolineatura del carattere pro-
cessuale e complicato del feriomeno, sua datazione per lo meno dalla
guerra mondiale, sua origine interna, nei rappórti e modi di produzione
e di scambio, dimensione in'ternaziónale, al di lá dei ritmi della sua
diffusione, della crisi non seParabile dall'ineguaglianza di sviluppo dei
processi produttivi 1 ". Nell'itisiefile di queste osservazioni, il punto fer-
mo che registra la linea di OpproCcio gramsciano alla comprensione
della crisi é l'individuazione della radice di questa nella caduta tenden-
ziale del saggio di profitto, e ció permette a Gramsci di individuare gil
elementi di modificazione verificatisi nel capitalismo del dopoguerra:
« avvenuto che nena distribuzione del reddito nazionale attraverso
speciahnente Ii commercio e la borsa, si sia introdotta, nel dopoguerra... una
categoria di "prelevatori" che non rappresenta nessuna funzione produttiva
necessaria e indispensabile, mentre assorbe una quota di reddito imponente...
Nel dopoguerra la categoria degli improduttivi parassitari in senso ussoluto e
relativo é cresciuta enormemente ed
essa che divora il risparmio. Nei paesi europei essa é ancora superiore
che in America. Le cause della crisi non sono quindi "moral?... ma
,economico-sociali...: la societá crea i Suoi propri veleni, deve far vivere
delle masse (non solo di salariad disoccupati) di popolazione che impe-
cliscono fi risparmio 9 tampono cosí l'equilibrio dinamico » 1". La quota
di capitale costante tencle ad accrescersi, su scala ed in forme ben
piú vaste che nel periodo precedente: questo elemento se non crea
un nuovo « mercato determinato » contribuisce a rendere meno gover-nabile
l'apparato economico-produttivo e accelera la crisi. In rapporto
a questa questione oggettiva la tendenza espressa da Spirito, se. va
1
117 Q., p 1756: «
. difficile nei fatti separare la crisi economice dalle
crisi politiche, ideologiche, ecc. ' sebbene ció sia possibile scientificamente, do é Con un
lavoro di astrazione ». Asncora: «Si potrebbe... dire, e questo sarebbé 11 piú esatto, che la
"crisi" non é altro che l'intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali,
ma specialtnénte l'intensificazione di certi feno-meni, m'entre altri che prima apparivano e
operaveno simultaneamente al prími, immunizzandoli, sono divenuti inoperosi o sono
scomparsi del tutto ».
118 a, p. 793. Lo sviluppo di questi elementi 1 •individuato da Gratnsci al-
l'interno stesso del processo produttivo moderno: « ...la "societá industriale"
:ñon é costituíta solo di "lavoratori" e di "imprenditori", ma di "azionisti"
vaganti... Tutte le imprese sono divenute malsane, e ció non si dice per preven-
2ione moralistica o polemice, ma oggettivamente. É la stessa "grandezza" del
mercato azionario che ha creato lá malsania: la massa dei portatori di azioni é
cosí grande che essa ormai obbedisce elle leggi di "folla" (pánico, ecc. che ha
.suoi termini tecnici speciali nel "boom", nel "run" ecc.) e la speculazione 1
diventaia una necessitá tecnica, piú importante del lavoro degli ingegneri e degli
cperai » (Q., p. 1348).

205
criticata per essere una ideologia della nivoluzione passiva, pure é un «
segno dei tempi »: « La rivendicazione di una "economia secondo un
piano" e non sólo nel terreno nazionale, ma su scala mondiale,
interessante di per sé, anche se la sua giustificazione sia puramente
verbale...; I l'espressione 'ancora "utopistica" di condizioni in via di
sviluppo che, esse, rivendicano "economia secondo un piano" » 1 1 9 . Nel
quadro di questa impostaflidpe, < l'americanismo diventa un punto centrale
in quanto pub essere,interbretato come lo sviluppo di una
controtendenza alla caduta del saggio profitto e ció non solo (in
rapport° alle modificazioni, che glii so'no proprie, del processo produt-tivo e
dell'organizzazione del lavoro ma soprattutto perché é insepara-
bile dallo sviluppo di elementi razionalizzazione economica, cioé
da un intervento relativo allacom-. riduzione dei « costi generali » del
plesso dell'apparato produttivo nazionale ed internazionale 120 . In rap-
porto a questa questione oggettiva Gramsci legge l'esperienza corpora-
tiva come possibilitá di sviluppare le 'forze produttive dell'cindustria
sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali m. Se dunque con le
nuove forme di governo dell'economia e con tutte le questioni connes-se
all'americanismd non si ha la costituzione di un nuovo mercato
determinato, ma un tentativo di risposta alla crisi del capitalismo, pure
questi stessi interventi contribuiscono a far emergere come centrale la
questione della produzione, del modo e dei rapporti entro cui si
sviluppa, creando cosí le condizioni per un'ulteriore e piú profonda
accelerazione della crisi: la rivoluzione passiva contribuisce a «determi-
nare una maturazione piú rapida delle forze interne tenute imbrigliate
dalla pratica riformistica » 121.
In conclusione mi sembra si possa dire che sulla questione connessa al
corporativismo ed al capitalismo organizzato Gran-isci sviluppi la stesso
orientamento espresso sulla questione del parlamentarismo nero

119 Q., p 1077.


120
Q., p. 882 e p. 70.
121
Q., p. 1228: «Si avrebbe una rivoluzione passiva riel fatto che per l'inter-
vento legislativo dello Stato e attraverso l'organizzaziont corporativa, nella strut-
tura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni piú o meno pro-fonde
per accentuare l'elemento "piano di produzione", verrebbe accentuata cioé la
socializzazione e cooperazione della produzione senza per cid toccare (o limitan-
dosi solo a regolare e controllare) l'appropriazione individuale e di gruppo del prof
itto. Nel quadro concreto dei rapporti sociali italiani questa potrebbe essere l'unica
soluzione per sviluppare le forze produttive dell'industria sotto la direzione delle
classi dirigenti traclizionali, in concorrenza con le piú avanzate formazioni
inclustriali di paesi che monopolizzano le materie prime e hanno accumulato ca -
pitali imponenti ».
122
Q., p. 1328.
· 1
-it , 9
1 *•"14 41 y". 1.1 T •• 4,1: tl 1-0,44-4 nirk+

e piú specificamente, in rapport° al nodo mercato


determinato-crisi organica, interpreti II processolii
chiáve di capitalismo di transizione. Quest° approccio
permette di recuperare il senso piú profondo della
·rivoluzione passiva, non solo come forma della
transizione, dello svilup-po storico e dei processi
rivoluzionari, ma come terreno che porta alla
trasformazione delle stesse forze sociali fondamentali,
costringen-clole — nella comprensione dei processi —
ad attrezzarsi ad un livello piú alto dello scontro: la
borghesia con il fascismo e la creazione di uno Stato
non « liberale », u proletariato con il progressivo
supera-mento della strumentazione teorico-
organizzativa di impianto ottocente-:sco creandosi gli
strumenti teorico-politici per muoversi a livello del-
l'imperialismo dispiegato.
Le importanti conclusioni a cui giunge Gramsci
con questa ulte-tiore specificazione della rivoluzione
ipassiva permettono di andare piú avanti
nell'approfondimento del significato e della portata di
quesTa categoria ed al tempo stesso di rendere piú
evidente un punto teorico di grande rilievo.
L'analisi della crisi come espressione della legge
marxiana della caduta del saggio di profitto e lo
sviluppo delPamericanismo (organizza-zione del
capitalismo, capitalismo di Stato) come
controtendenza; rapport° tra mercato determinato-crisi
organica contribuiscono certo a sottolineare con
grande forza Panticatastrofismo implicito nella cate-
goría della rivoluzione passiva e costituiscono quina il
fondamento non contingente del dissenso di Gramsci
con la linea dell'Internazionale comunista (sviluppo
della crisi significa acceleramento del processo e dello
sboccci rivoluzionario). Comunque questo 1 solo un
aspetto delle conclusioni a oui giunge Gramsci: molto
piú rilevante mi pare ji risvolto di tale
anticatastrofismo, cio il riconoscimento della possi-
bilitá di sviluppo della formazione sociale capitalistica
come risposta alla crisi. É in rapport° a questo nodo
centrale che la rivoluzione passiva pub essere
207
ulteriormente approfondita, identificando non solo
processo di trasformazione delle forme del dominio e
dell'organizza-zione della produzione ma anche, come
aspetto non separabile, la gestione politica di tale
processo: le osservazioni gramsciane sulla ridu-zione
della dialettica « a un processo di evoluzione
riformistica », proprio della rivoluzione passiva, mi
sembrano moho esplicite in questo senso. Ancora piú
limpide sono le osservazioni sul fatto che nella
rivoluzione passiva solo la tesi espancle le proprie
possibilitá e tende ad inglobare in sé Pantitesi. É
possibile cogliere ciol attraverso questa categoria lo
sviluppo del fenomeno delle moderne societá di massa
e la forma complessa della loro gestione (frantumazione e
integrazione della contraddizione fondamentale) 123.
Ma v'é di piú. Nel nesso mercato determinato-crisi
organica e nella critica dell'ideologia congiunta al
ribadimento della « realtá » di questa, affiora un nodo
teorico importante che permette di portare piú avanti
le osservazioni in precedenza fatte a proposito della «
transi-torietá » dei fenomeni connessi alla rivoluzione
passiva. Il loro « non far epoca » preClude, come si é
visto, la possibilitá della costituzione di una nuova
scienza: centrale continua ad essere una teoria critica
che « analizza realisticamente i rapporti delle forze
che determinan° il mercato, ne approfondisce le
contraddizioni, valuta le modificabilitá connesse
all'apparire di nuovi elementi e al loro rafforzarsi e
presenta la "caducitá" e la "sostituibfiitá" della scienza
criticata; la studia come vita ma anche come a-norte_
»124. La critica dell'assetto esistente e Panalisi dei modi
in cui procede la contraddizione della formazione
sociale cápitalistica continuano dunque a definire la
forma della teoria per fi movimento operaio. Se questo
costituisce un punto fermo nena elaborazione
gramsciana 125, le note sulla crisi e sul merca«)
determi-nato contribuiscono •a dare alla riaffermata
centralita della teorica critica una curvatura
particolare: l'iniziativa politica pub rompere l'asse-dio,
nella guerra di posizione, solo se é fondata sulla
appropriazione e comprensione delle trasformazioni
intervenute e sul senso dei processi in atto e puó
quindi fornire una risposta positiva. « L'errore in cui si
cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel
non saper trovare il giusto rapporto tra ció che é
organico e ció che é occasionale: si riesce cosí o ad
esporre come immediatamente operanti cause che
invece sono operanti mediatamente, o ad •affermare
che le cause immediate sano le sole cause efficienti;
nell'un caso si ha l'eccesso di "economismo"...,
dall'altro l'eccesso di "ideologismo"... » 126. Non c'é
solo, in queste note famose, la formulazione límpida
della centralitá del nesso teoria-movimento nella
costruzione e come condizione stessa
208
123
L'approfondimento nel senso indricato della categoria
della rivoluzione passiva permette, a mio avviso, di
approfondire un tema, proposto in termini critici, in un acuto
scritto di E. Galli Della Loggia (Le cenen i di Gramsci, itt
Mondoperaio, gennaio 1977), cioé l'inadeguatezza dell'analisi
gramsciana rispetto alle societá e democrazie di massa.
Andrebbe anche approfondito II rapporto tra la categoria
gramsciana e l'analisi del keynesismo, inteso come
inseritnento della classe operaia nel ciclo capitalistico (cioé
gestione politica della •contraddizione) (cfr. AA.VV., Operai e
Stato, Milano, 1972, e P. Mattick, Marx e Keynes, Bari, 1969).
124 Q., p. 1476.
125
Cfr. L. Paggi, La teoria generale del marxismo, cit.,
passim.
12 6
Q., p. 1580.
411%,» •.:4/
dello sviluppo di un processo rivoluzionario, ma anche Ja
necessitá di una specifica teoria della transizione.

Le •osservazioni in precedenza richiamate definiscono,


attraverso
la valutazione del corporativismo, l'orientamento di
Grarnsci sulle que-stioni connesse all'organizzazione del
capitalismo, ma non esauriscono gil elementi di questa
riflessione. La questione successiva 1 relativa infatti
all'analisi della possibilitá o piú precisamente delle
implicazioni
connesse alla modernizzazione di cui l'americanismo é
espressione. II nodo tematico attorno a cui questa
ríflessione si organizza é quello del rapporto e
condizionamento tra aree sviluppate e aree arretrate.
La crisi, come si é visto, spinge ad una risposta che
tende a ridurre i costi generali della ríproduzione, ma
per la sua stessa natura accelera ed approfondisce
l'ineguaglianza di sviluppo del capitalismo: l'analisi
dífferenziata proposta da Gramsci tra Inghilterra e •
Germania in rap-porto al modo diverso di operare
della crisi-ciclica e di •quena organica é moho límpido.
Ii « maggior coefficiente di "crisi organica" in In-
ghilterra anziché in Germania, dove é piú importante
la crisi ciclica, é ricondotto alTa maggiore incidenza,
nel primo paese, di "parassiti rituali" dol di elementi
sociali impiegati non nella produzione diretta, ma
nella distribuzione e nei servizi [personali] delle dassi
possiden-ti » in. Una ripresa economica tende ad
aumentare, cosí, le differenze tra l'uno e l'altro paese.
Tale divaricazione, giá sensibile tra i grandi paesi
industriali europei, diventa ancora piú marcata, e per
le sue dimensioni mondiali contribuisce a
caratterizzare una intera fase sto-rica, guando l'analisi
differenziata investa il rapporto tra l'America e
l'Europa, due realtá capitalistiche in cui fi peso e
l'incidenza del « pa-rassitismo rituale » é
profondamente diverso. Il modo in cui Gramsci
imposta la questione é noto 128, e forse non é
secondario sottolineare il rapporto stretto che viene
209
individuato tra l'accelerazione dell'inegua-glianza di
sviluppo, che é uno degli effetti della guerra, •e le
vicende

127 Q., p. 1132.


128 Q. pp. 2178-2179. «Ji problema 1 questo: se l'America,
col peso impla-cabile della sua produzione economica (e cioó
indirettamente) costringerá o sta costringendo l'Europa a un
rivolgimento della sua assise economico-sociak troppo
antiquata, che sarebbe avvenuto lo stesso, ma con ritmo lento e
che immediata-mente si presenta invece come un contraccolpo
della "prepotenza" americana, se cioó si sta verificando una
trasformazione delle basi materiali della civiltá europea, ció
che a lungo andare (e non moho lungo, perché nel periodo
attuale tutto piú rapido che nei periodi passati) portera a un
travolghnento della forma di ci-viltá esistente e alla forzata
nascita di una nuova civiltá.
europee: « la reazione europea iall'americanismo é da
esaminare con attenzione; dala sua analisi risulterá piú
di un elemento necessario per comprendere l'attuale
situazione di una serie di Stati del vecchio continente e
gil avvenimenti politici del dopoguerra »1219.
L'attenzione ínsistita che Gramsci dedica alla
composizione demo-grafica europea ed alla
individuazione degli elementi di parassitismo é tutta
dentro l'analisi del modo di procedere della crisi e
•soprattutto tende ad individuare il « giusto rapport°
tra ció che é organico e ció che é occasionale » '. Se é
indubbio, come ha scritto Paggi 131, che, per quanto
riguarda l'Italia, il complesso delle osservazioni sulle
passivitá e sulla composizione demografica sono parte
integrante dello sforzo di capire perché lo sbocco della
sconfitta della classe operaia sia stato diverso da quello
,degli altri paesi, e come tau i costituiscono un aspetto
della ricognizione nazionale operata da Gramsci e
vanno lette in stretto rapporto con le note sul
Risorgimento, pure aedo sia possibile attribuire ad esse
un significato ancora piú determinato, nel senso cioé di
sottolineare lo stretto rapport° esistente tra forme di
governo delle masse e forme di governo dell'economia.
Esiste, a mio avviso, un collegamento preciso tra le
osservazioni sulle passivitá,
· i « parassiti rituali » europei e quelle relative al «
puritanesimo » degli industriali americani:
collegamento tanto piú netto quanto piú polariz-zate
sope le sítuazioni a cui quelle osservazioni fanno
riferimento. 11 fondamento di questo collegamento é
nena riproposizione, esplicita nene note su
Americanismo e fordismo ma dato centrale di tutti i
· Quaderni, come si é •giá accennato, del classico
tema ordinovista rivolu-
zione-produzione. « In fondo ad ogni problema serio di
produzione — scriveva in un arded° lucido e
fonclamentale del 1920 — c'é il problema politico, ciol
quello dei rapporti sociali, del funzionamento organico
della societá. Per organizzare seriamente la produzione
bisogna prima, o meglio, contemporaneamente,
organizzare in rapport° ad essa e per essa tutta la
societá, che nella produzione ha la sua espressione piú
210
generica e diretta. La produzione é l'anima della
societá, il suo
"símbolo" piú comprensivo immediato. » La centralitá
della produzione si risolve in Gramsci nell'analisi dei
rapporti sociali, e delle loro forme

129 Q., p. 2141. Non é certo casuale che Gramsci individui


uno degli elementi che rendono piú difficile ji superamento della
crisi nell'adozione di una politica protezionistica, contraria
all'unitá del mercato mondiale e come tendenza ilusoria di
resistere ai processi di riorganizzazione (v. su questo punto
H211,7. Arndt, Gli insegnamenti economici del decennio, Torino,
1949').
130 Q., p. 1580.
131
L. Paggi, Dopo la sconfi tta della rivoluzione in Occidente, in
Rinascita, 4
febbraío 1977, n. 5, p. 16.
storicamente detenninate, attraverso cui ji processo
produttivo si realiz-
za: « Chi voglia studiare conarrréige"sdi tutti gil elementi
sociali e
il loro reciproco ingranarsi e determinarsi, bisogna u
colga nel momento vitale che li raccoglie e li esprime: la
produzione »1". Questo tema centrale viene riproposto
da Gramsci non tanto con il Hohiamo alla esperienza
ordinovista come una forma di americanismo accetta
alle masse operaie, quanto soprattutto con la
disoussione e approfondimento dei nodi che
l'ammodernamento produttivo e la razionalizzazione
eco-nomica — risposta capitalistica alla caduta del
saggio di profitto — sollevano. II dibattito sulla
modernizzazione del paese era giá aperto in Italia nel
corso della guerra mondiale che aveva documentato
concretamente la debolezza dell'apparato produttivo del
paese rispetto agli altri grandi paesi industriali; d'altra
parte lo sviluppo, connesso allo sforzo bellico, dei
settori industriali pesanti poneva sul tappeto il pro-
blema di una riorganizzazione consapevole dei rapporti
tra i van com-parti produttivi, e tra diversi settori al
loro interno, tra ceti produttivi e Stato. Contributi
recenti hanno fornito utili elementi di caratterizza-zione
del dibattito, delle implicazioni politiche complessive
connesse alla tematica dell'ammodernamento, e
soprattutto dei modi in cui tende-va ad essere tradotto
operativamente (razionalizzazione del lavoro anzi-ché
della produzione ed anche l'intervento sul lavoro vedeva
prevalen-te l'accentuazione dell'intensificazione) 133.
La riflessione di Gramsci su questo tema é tutta
centrata sulla inseparabilitá del fordismo — inteso
come forma particolarmente svi-luppata di
organizzazione del lavoro in fabbrica •(taylorisrno e
produ-zione di serie) — dall'americanismo, inteso
come forma di organizza-zione dei rapporti sociali ed
umani. La limitazione della razionalizza-zione al solo
aspetto di modificazione del processo produttivo
(inter-vento sull'organizzazione del lavoro in fabbrica,
introduzione di nuovi sistemi di cottimo come quello
Bédeaux) — come avveniva in
in quegli anni — era un'operazione parziale: non solo
21
1
perché la questio-ne era quella di abbassare i costi
generali e quindi aumentare la media della capacitá
produttiva dell'auparato economico nazionale, ma
perché la stessa introduzione di sistemi piú « razionali
» nell'organizzazione di fabbrica non avrebbe potuto
produrre gil effetti diffusivi ad essi
132
Produzione e politica, in L'Ordine nuovo, 24-31 gennaio
1920.
133
Cfr. P. Fiorentini, Ristrutturazione capitalistica e
sfruttamento operaio in Italia negli anni 20, in Rivista
storica del socialismo, n. 30; E. Santarelli, Il pro-cesso del
corporativismo: elementi di transizione storica, in Critica
marxista, 1972, n. 4; Dittatura fascista e razionalizzazione
capitalistica, in Problemi del socialismo, 1972, n. 11/12; D.
Preti, La politica agraria del fascismo: note introduttive,
in Studi storici, 1973, n.-3; A. Lyttelton, op. cit., pp. 539
sgg.
propri. Al contrario: una soluzione di questo tipo
avrebbe avuto l'effet-to di ribadire, ad un livello piú
alto, i rapporti esistenti tra i vani settori produttivi, tra
la struttura del mercato interno, inalterata, ed fi
mercato internazionale: « in certi paesi di capitalismo
arretrato e di composizione economica in cui si
equilibrano la grande industria moderna, l'artigianato,
la piccola e media coltura agricála e il latifondo, le
masse operaie e contadine non sono considerate come
un "mercato". Ti mercato per l'industria é pensato
all'estero... L'industria, col prote-zionismo interno e i
bassi salad, si procura mercad all'estero con Un yero e
proprio dumping permanente »134.
La razionalizzazione non puó che intervenire a
modificare il rap-porto esistente tra i van i ceti sociali
con il processo produttivo, a rendere piú sana la
composizione demografica, a ridefinire i nessi con la
divisione internazionale del layer° e a « selezionare
tra le possi-Hita che questa divisione offre, quella piú
redditizia » 135; si tratta in definitiva della formazione
di una nuova classe dirigente.
· Per ritornare brevemente alla valutazione sul
corporativismo e sial fascismo, si fa piú chiaro II senso
dell'ambivalenza del giudizio 4 gramsdiano ,.in
precedenza richiatnato e, piú specificamente la
definizione
· di « polizia reconomica » che dá del corporativismo.
L'acceziáne negativa - di questa definizione é
nettamente prevalente: funzione di sostegno delle classi
medie pericolanti, garanzia agli occupati di un mínimo
di vita, creazione di occupazioni di nuovo tipo,
organizzativo e non produttivo, ai disoccupati delle
classi medie 136; pure quella definizione non si esaurisce
tutta dentro questi elementi: essa individua la natura
compromissoria della soluzione corporativa i(tra
l'ipotesi radicale sinte-tizzata da Fovel e Spirito e il
peso dei ceti sociali parassitari) e il suo ruolo di
controlo e gestione del processo di ammodernamento. I
ceti produttori di risparmio possono continuare ad
esistere e continuare ad assolvere fi loro ruolo ma
all'interno di una modificazione sostan-ziale nel loro
212
rapporto con l'accumulazione ed fl processo produttivo,
che ora é mediata dallo Stato. « ... base sociale [e
politica] dello Stato [affermata e] cercata nella piccola
borghesia e negli intellettuali, ma
b, I
· Q., p. 799. Cfr. le osservazioni di Grarnsci su industrial'. e
134

agrari (Q., p. 774) e sulla questione dei costi comparad (Q., p.


1115).
135
· Q., pp. 1168-1169.
Q. , p p . 2 1 5 7 - 2 1 5 8 . Ta l e f u n z i o n e a g g i u n g e G r a m s c i ,
136

é strettamente con-nessa alla situazione storica: «


L'indiri;zo corporativo é anche in dipendenza della
disoccupaziont: difende agli occupati un certo minimo
di vita che, se fosse libera la concorrenza, crollerebbe
anch'esso, provocando gravi rivolgimenti so-ciali»
(ibidem).
in realtá struttura plutocratica e legami col capitale finanziario » 1 ".
Sta in questa modificazione 11 fondamento del giudizio di Gramsei
sulla possibilita del corporativismo di essere la forma di un rivolgi-
mento tecnico-economico, anche se nel complesso il giudizio, e non
solo in rapporto agli indirizzi di politica finanziaria, é negativo u'.

Gli elementi in precedenza richiamati non esauriscono riflessione


gramsciana sulla rivoluzione passiva e sull'americanismo. Al di lá del
punto teorico del modo in cui rapportarsi alle linee di organizzazione
del capitalismo e della valutazione dei modi concreti in cui si pone il
rapporto America-Europa, é posta con forza da iGramsci la questione
della valutazione dell'americanismo, come fenomeno specifico. L'atten-
zione e l'insistenza con cui Gramsci segue, seheda, registra ed analizzá
una serie di problemi particolari riconducibili all'interno di questa cate-
gorja generale non nasce solo dal giudizio noto sulla « razionalitá »
1
e generalizzabilitá del metodo Ford ", quanto, in termini piú comples-
sivi, dalla consapevolezza chiara dell'americanismo come la piú organica
e cosciente proposta capitalistica di soluzione della crisi economice, di
intervento sul processo produttivo, di sviluppo dell'egemonia a parti-re
direttamente dalla fabbrica N°. Oecorre capire, scrive Gramsci, « l'im-
portanza, fi significato e la portata obiettiva del fenomeno americano,
che 1 anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con
rapiditá inaudita e con •una coscienza del fine mai vista nella storia, un
tipo nuovo di lavoratore e di uomo » 141. L'esperienza americana
costituisce perció il punto piú alto della rivoluzione passiva con cui
confrontarsi e fissa il livello della risposta che fi movimento operaio deve
elaborare nella sua lotta per l'egemonia. « Un'altra questiorie [con-

137
Q., p. Bol. Una trasformazione radicale ed irreversibile 1 da Gral-1nd in-
dividuata nel corporativismo, con la moclificazione ad esso connessa della strut-
tura degli intellettuali: « nel Nord... ii collegamento tra massa operaia e Stato era
dato dagli organizzatori sindacali e dai partid. politici, 6)1 da un ceto intel-
lettuale completamente nuovo (l'attuale corporativismo, con la conseguenza della
diffusíone su scala nazionale di questo tipo sociale, in modo piú sistematico e
conseguente che non avesse potuto fare 11 vecchio sindacalismo, é in un certo
senso uno strumento di unitá mora1e e politica)» (Q., pp. 35-36).
138
Q., p. 2158.
139
Q., p. 2173.
tao Q., p. 2146: « L'egetnonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per eser-
citarsi che di una quantitá minima di intermediad professionali della política e
dell'ideologia. fenomeno delle "masse" che ha tanto colpito 11 Romier non é
che la forma di questo tipo di societá razionalizzata, in cui la "struttura" domina piú
immediatamente le soprastrutture e queste sono "razionalizzate" (semplificate
e diminuite di numero)».
141 Q., p. 2165.

213
nessa all'americanismo] é che non si tratta di una nuova civiltá, perChé
non muta il carattere delle classi fondamentali, ma di un prolungamento
e intensíficazione della civiltá europea, che ha peró assunto determi-nati
caratterí nell'ambiente americano. L'osservazione del Pirandello sulla
opposizione che l'americanismo trova a Parigi e sull'accoglienza
immediata che trova invece a Berlino, prova appunto la non differenza di
qualitá ma di grado. » 142
La dimensione storico-mondiale dei processi in atto, le forze stori-
che che di tale processo sono protagoniste e le forme particolari che
assumono sono colte da Gramsci con le sue riflessioni sulla cadúta
dell'Impero romano, significativamente sviluppate nel contesto delle
osservazioni sulla crisi del '29 e piú specificamente in rapporto al
cambiamento di gerarchia tra Stati come effetto del mutamento della
moneta internazionale (stetlina e dollaro). La caduta dell'Impero roma no
viene presentata come un enigma « perché non si vuole riconoscere che
le forze decisive della storia mor diale non erano abra nell'Impero
romano i(fossero pure forze priráitive) », perché l'analisi della vita
interna dell'Impero si risolve in una « storia negativa », nella registra-
zione della « mancanza » di cene forze: « ma... lo studio dele forze
negative é quello che soddisfa di meno e a ragione, perché di per sé
presuppone l'esistenza di forze positive e non si vuol mai confessare di
non conoscere queste » 1 ". La rappresentazione del rapporto Europa-
America in quello Impero romano-barbari ha certo una funzione espli-
citamente polemica contro quanti. contrapponevano l'Europa carica di
storia e depositaria di una grande tradizione culturale ad un'America
giovane e « barbara » fondando su questi elementi la permanenza di
un'egemonia europea, ma a mio avviso ha fi suo punto di forza nella
individuazione nell'Europa-Impero romano delle forze positive, concul-
cate o inespresse, cio i.l movimento operaio. « Ció che oggi viene
chiamato "americanismo" é in gran parte la critica preventiva di vecchi
strati che dal possibile nuovo ordine saranno appunto schiacciati e che
sono giá precia di un'ondata di panico sociale, di dissoluzione, di
disperazione, 1 un tentativo di reazione incosciente di chi é impo tente a
ricostruire e fa leva sugli aspetti negativi del rivolgimento. Non 1 dai
gruppi sociali "condannati" dal nuovo ordine Che si puó attendere la
ricostruzione, ma da quelli che stanno creando, per imposi-zione e con
la propria sofferenza, le basi materiali di questo nuovo ordine: essi
"devono" trovare Fi sistema di vita "originale" e non

142 a, p. 297.
143 p : 1/59 .

214
di marca americana, per far diventare "libertá" ció che
oggi é ne-cessitá » 144.
L'inclividuazione nell'esperienza americana
dell'interlocutore critico del movimento comunista 1 una
grande intuizione storica che pone Gramsci ben piú
avanti, nella comprensione dei processi reali, della
elaborazione contemporanea del comunismo
internazionale tranne poche eccezioni di rilievo,
peraltro molto isolate 145; l'importanza di questa
intuizione risulta ancora piú ampia se la •si collega,
come si é giá accennato in precedenza, alla possibilitá
di una fase di sviluppo delle forze produttive all'interno
dei rapporti sociali capitalistici (critica del catastrofismo
e rivoluzione passiva).
Americanismo e comunismo esprimono dunque le
due grandi forze storiche contemporanee, ed in
rapport° ad esse Gramsci formula un giudizio severo
sulla capacita di comprensione del revisionismo sociali-
sta "6: ma é proprio questa individuazione ad aprire
una grossa questio-ne, pur presente nei Quaderni, ciol
la definizione del rapporto tra classe operaia e sviluppo
delle forze produttive. Senza voler affrontare l'intero
ventaglio tematico connesso a tali questioni, alouni
elementi di chiarimento sono indispensabíli a
conclusione di queste pagine e come parte integrante
della riflessione gramsciana sull'americanismo.
Anni fa, in un suo saggio, Asor Rosa proponeva una
lettura delle note gramsciane sull'americanismo
strettamente combinata alla inter-pretazione del
progetto ordínovista coma costruzione di una « Civiltá
del lavoro », ciol « fi riassestarnento della produzione
in sé e per sé consideratam in un momento di isuo
oggettivo squilibrio, mettendo del tutto tra parentesi fi
segno di classe da cui quell'apparato produttivo
(compresa la sua strumentazione tecnologica) appariva
contrassegna-to » 147. n rapport° classe operaia-
produzione-sviluppo delle forze pro-duttive si risolve
nell'assegnare álla prima il compito di « perfezionare
144
Q., p. 2179.
145
Sull'analisi trotskista relativa al ruolo degli Stati Uniti si
sofferma a lungo I. Deutscher, Il profeta disarmato, Milano,
215
1959, pp. 273 sgg. Un momento importante d'analisi, su cui
verificare gli orientamenti del comunismo internazio-nale, é
rappresentato dal modo in cui si supera la crisi europea del
1923-24, e ten-dono a « normalizzarsi » i rapporti Germania-
Europa (Francia), attraverso la me-diazione americana. Tale
nodo, a mio avviso, rikvante anche ai fini della com-prensione
del giudizio di « stabilizzazione relativa» dato
dannternaziona1e comunista.
1 4 6 Q., p. 72: « 11 libro di De Man [Il superamento del
marxismo] é legato a questa questione. fl una reazione die
due forze storiche maggiori del mon do ». Nella
rielaborazione di questa nota u giudizio é ancora piú
pesante: « ... una espressione senza grandezza e senza
adesione a nessuna delle forze sto-riche maggiori che si
contendono il mondo.» (Q., p. 2147).
147
A. Asor Rosa, Intellettuali e classe operaia, Firenze,
1973, p. 584.
la linea di sviluppo del capitale stesso » 1". La simpatia
di Gramsci nei confronti dell'esperienza americana
esprimerebbe, anche nei Quader-ni, la permanenza di
tale orientamento di fondo. La progressivitá del
rnetodo Ford « é quakosa che non va rifiutata ma, piú
ancora che criticata, perfezionata, ossia sviluppata fino
in fondo, liberandola degli elementi negativi che sono
connaturati alla gestione capitalistica del processo di
produzione » 1". Tale orientamento sarebbe
riconducibile, oltre che alla concezione della
produzione ed ancor piú dell'industriali-smo come un
valore progressivo di per sé, alla tesi propria della III
Intemazionale di un capitalismo incapace di assicurare
lo sviluppo sia economico che tecnico: da quí la
tendenza a interpretare l'americani-smo come
espediente, congiunturale e dilatorio della crisi 150
.
Si tratta di una tesi ampiamente discutibile e
sostanzialmente ín-fondata nel suo nucleo centrale: la
concezione della produzione pon é assunta come un
dato estraneo ai rapporti sociali ed ai modi che lo
renciono possibile; la continuitá d'impianto tra
l'Ordine nuovo e le note su Americanismo e fordismo
é tutta da dirnostrare guando la si intenda, come mi
sembra Asor Rosa faccia, in termini diversi dalla
permanenza •del nodo produzione-politica 151; la «
simpatia » di Gramsci verso fi fordismo é relativa non
ai contenuti ma al processo oggettivo di cui é
espressione; é cioé la simpatia dello scienziato della
storia e della politica che individua i terreni roan
dello scontro; anche se 1 yero che Gramsci non
ritiene che l'americanismo possa essere una risposta
reale alla crisi capitalistica 152 , pure ció non significa
ridu-zione di questa esperienza ad « espediente »: al
contrario, proprio il collegamento con la rivoluzione
passiva porta a respingere ogni ipotesi riduttiva.
Tuttaviá, anche se questa lettura 1 da
respingere, contribuisce a porre un problema r'eale:
in quale misura cio il rapporto classico e positivo tra
socialismo e sviluppo delle forze produttive — ché in
Gramsci é netto — si accompagni ad elementi che
contribuiscano a chiarire come quel rapporto sia
inseparabile da una riqualificazione delle forze
216
produttive stesse. Ti nodo é moho complesso in
quanto

148
Ibidem, p. 585.
149
Ibidem, p. 580.
150
Ibidem, p. 587.
151
Cfr. su questo punto M. Tel.& Strategia consiliare e
sviluppo capitalistico in Gramsci, in Problemi del
socialismo, 1976, n. 2.
152
Cfr. le osservazioni sulla consapevolezza degli industrian
americani che « gorilla arnmaestrato » 1 una frase e che
l'operaio rimane « purtroppo » un uomo (Q., p. 2171),e sullo
svilupparsi anche negli Stati Unid di forme di paraslitismo
4
·„.4,*(Q.,npp. 2168-2169). „ , -. .• • •
investe la questione della costruzione - del socialismo e il
rapporto di Gramsci con l'esperienza sovietica, ed una
risposta richiede quindi una risistetnazione, attorno a
questo nodo, della riflessione gramsciana su di un arco
di temi specifici, anche se tutti connessi fra di loro
(amplia-mento dello Stato, egemonia, teoria del partito,
questione degli intellet-tuali, ridefinizione del marxismo).
Mi limiteró a fissare alcuni punti, che mi paiono non
secondari.
L'adesione alla scelta del socialismo in un solo
paese abbastanza china, come si té accennato nelle
pagine precedenti, e come 1 ribadita in una nota molto
límpida giá richiamata 153. Ma v'é di piú: l'adesione é
relativa anche ai madi attraverso cuí procede la
trasformazione della societá, che hanno nell'intervento
dello Stato il punto decisivo: « Tra la struttura
economica e lo Stato con la ,sua legislazione e la sua
coerci-zione sta la societá civile, e questa deve essere
radicalmente trasformata in concreto...; lo ,Stato é lo
strumento per adeguare la societá civile alla struttura
economica, ma occorre che lo Stato "voglia" far ció,
che ciol a guidare lo Stato siano i rappresentanti del
mutamento avve-nuto nella struttura economica » '.
Anche se si tratta di una nota polemica contro i teorici
della nuova economia (Spirito), il riferimento e
l'adesione all'esperienza sovietica é fin troppo
trasparente ed é ribadita con ancora maggior
chiarezza nelle note relative ialla « statólatria »,
ritenuta necessaria ed anzi opportuna come «
iniziazione alla vita statale autonoma » per gruppi
sociali subalterni 155. Gramsci cioé ha chiaro che la
stessa costruzione del socialismo nell'Unione Sovietica
non puó essere sottratta all'operare di akuni elementi
della rivoluzione passiva (ruolo della trasformazione
dall'alto) e, in quanto momento importante della
guerra di posízione su scala internazionale, non
•possono non operare anche in rapporto a questa
esperienza di costruzione di un nuovo Stato i dad
generali caratterizzanti la guerra di posizione: « enor-
mi sacrifici » per masse •sterminate, « concentrazione
inaudita della ege-monia », organizzazione
permanente per impedire la disgregazione interna 154.
217
Cosa significasse questa gigantesca tensione a cui
veniva sotto-posta la societ é formulato con chiarezza
da Gramsci in una sua lettera a Tatiana, nel contesto
di uno sforzo di comprensione delle crisi della moglie
157
. Ed una conferma dell'operare, anche in rapporto
153
Cfr. le osservazioni sullo scontro Stalin-Trotskij e il rifiuto
netto delle accuse di nazionalisino come « inette » (Q., p. 1729).
154
Q., p. 1254.
1 5 5 a , p. 1020.
1 5 6 Q . , p. 802.
157
« La situazione diventa drammatica in determinad
momenti storici in determinad ambienti, guando cioé
l'ambiente é surriscaldato fino a una tensione
all'Unione Sovietica, delle categorie della guerra di
posizione e della rivoluzione passiva, é data dal fatto che
una serie di fenomeni politici strettamente connessi,
come si é visto, all'operare di queste due catego-rie
(cesarismo, forme estreme di societá politica,
totalitarismo) presenta nell'analisi di Gramsci una
doppia faccia, regressiva e progressiva, a :seconda che
esprimano la difesa di un ordine storicamente superato o
l'organizzazione delle forze in sviluppo.
Nell'orizzonte di queste coordinate, proprie di
un'esperienza stori-
camente data, Gramsci sviluppa una serie di
osservazioni critiche di eccezionale importanza che, se
sono relative all'impossibilitá di una trasposizione di
esperienze di razionalizzazione da un contesto capitali-
stico ad •un altro segnato dalla direzione della •classe
operaia e se sono relative alla politica trotskijsta di
applicare metodi militad per « ade-guare i costurni alle
necessitá •di lavoro » 1", pure hanno una portata piú
generale in quanto individuano la possibilitá di
trasformazione degli elementi di rivoluzione passiva da
registrazione del modo di operare, anche in rapporto
all'Unione Sovietica, di un'intera fase storica,
in un programma positivo: « Nel caso... in cui non esiste
pressione coercitiva di una classe superiore, la "virtú"
viene affermata generica-mente, ma non osservata né
per convinzione né per coercizione e pertan-to non ci
sará l'acquisizione delle attitudini psicofisiche
necessarie per i nuovi metodi di lavoro. •La crisi pub
diventare "permanente", cioé a prospettiva catastrofica,
poiché solo la coercizione potra definirla, una
coercizione di tipo nuovo, in quanto esercitata dall'élite
di una classe sulla propria classe, non puó essere che
un'autocoercizione, cioé un'autodisciplina » 159. Anche
se non é secondario osservare che nella Prima stesura
di queste osservazioni fi bonapartismo é indivictuato
come una possibile soluzione complessiva a questa crisi
e non come orienta-mento proprio di una parte del
gruppo dirigente del partito russo (Trotskij) 1(1°, é
chiaro che nella nota riportata Gramsci individua nel

218
estrema, guando vengono scatenate forze collettive
gigantesche che premono sui singoli individui fino alio spasimo
per ottenerne ji massimo rendimento di impulso volitivo per la
creazione. Queste situazioni diventano disastrose per i tem-
peramenti molto sensibili e affinati, mentre sono necessarie e
indispensabili per gil elementi sociali arretrati, per esempio i
contadini, i cui nervi robusti possono tendersi e vibrare a un
piú alto diapason senza logbrarsi » (Lettere dal carcere, a cura
di S. Caprioglio e E. Fubini, Torino, 1965, p. 573. La lettera a
Tatiana 1 del 15 febbraio 1932). t un tema questo che ritorna
nei Quaderni, v. p. 1566.
158 Q., p. 2164.
159
Q., p. 2163.
160 Q., p. 139: « E se non si crea l'autodisciplina, nascerá
qualche forma di bonapartismo, o ci sará un'invasione
straniera, ciol si creerá la condizione di una coazione esterna
che faccia cessare d'autoritá la crisi ».
partito lo strumento di mediazione di, questa
autodisciplina: ma ció puó avvenire solo se fi nesso
partito-societá-Stato funziona corretta-mente e se
l'origine della disciplina é democratica 161 . Le
osservazioni famose sui rapporti tra governanti e
governati, sul centralismo demo-cratico e burocratico 1 "
•son° molto limpide nel sottolineare nel ruolo di
mediazione del partito un compito di attivizzazione,
educazione svi-luppo dell'iniziativa dele masse e non
quello di strumento del loro controllo.
Ii richiamo esplicito che Gramsci fa dell'esperienza
dell'Ordine nuovo come la migliore soluzione fino a quel
momento trovata, anche in rapporto ad una situazione
in cui dominante sia la produzione (Unio-ne Sovietica),
per garantire un rapporto positivo tra classe operaia,
progresso tecnico e modificazione delle qualifiche 163, é
estremamente significativa come esemplificazione
dell'autodisciplina, come critica di un'acquisizione
meccanica dell'americanismo e soprattutto come impe
stazione in termini qualitativamente nuovi del nesso
egemonia-produzio-ne: « Nella esposizione critica degli
avvenimenti successivi alla guerra
e dei tentativi costituzionali (organici) per uscire idaho
stato di disordi-ne e di dispersione delle forze, mostrare
come il movimento per valoriz-zare la fabbrica in
contrasto.., con la organizzazione professionale cor-
rispondesse perfettamente all'analisi che dello sviluppo
del sistema di fabbrica é fatta nel primo volume della
Critica dell'economia
· » . La « scissione » tra esigenza tecnica e suo
16 4

segno di classe --che ha fi fondamento nel mutamento


del rapporto tra classe operaia,
e con es sa di tutti gli altri settori sociali, e ji processo
r

di produzione
e riproduzione — e la successiva ricomposizione tra
classe operaia
e progresso tecnico ha in Gramsci un posto centrale e
giustamente: non si tratta della coniugazione di due
realtá che non subiscono muta-menti ma—al contrario
essa pub avvenire « realmente », cioé esprimere un
•mutamento profondo (« la fabbrica come produttrice di
oggetti reali e non di profitto » 165) e gettare le basi di
una civiltá nuova solo creando un nuovo ceto
intellettuale. Ció •avviene « elaborando críticamente
l'attivitá intellettuale che in ognuno esiste in un certo
grado di sviluppo, modificando il suo rapporto con lo
sforzo muscolare-nervoso verso un nuovo equilibrio e
ottenendo che lo stesso sforzo inuscolare-nervoso, in
quanto elemento di un'attivitá pratica generale,

161 Q., p. 11707.


16 2 Q . , p . 1634.
163 Q . , p 1797 .
.

164
Q., p. •11138.
165
Ibídem.

219
che innova perpetuamente il mondo físico e sociale, diventi il fonda-
mento di una nuova e integrale concezione del mondo... Il modo di essere
del nuovo intellettuale non pub piú consistere nell'eloquenza... ma nel
mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, orga-nizzatore,
"persuasore permanentemente" perché non puro oratore — e tuttavia
superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla
tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si
rimane "specialista" e non si diventa "dirigente" (speciali-sta+politico) »
166
. Nella scissione e ricomposizione tra esigenza tecnica e classe operaia
c'é la registrazione della crisi del nesso scienza-dominio-capitale come
punto piú alto e decisivo nella lotta per l'egemonia e per la costruzione di
un nuovo Stato, e come crítica dell'americanismo.
In quale misura la ricchezza di questi elementi, qui rapidamente
richiamati, sia contenibile nelle forme storicamente date di costruzione
del socialismo (in cui pure Gramsci si riconosceva) o tenda invece a
rimandare a nuove e Originan formé politiche della transizione rimane ,
un nodo problematico di difficile soluzione: su questo punto specifico,
ceno fondamentale, non poteva non íncidere sulla stessa possibilita di
sviluppo teorico ii livello di esperienza storico-polítíca raggiunto dal
movimento operaio internazionale.

166 a, p. 1 5 5 1 .

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