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Nascita e fine dei Cavalieri Templari

Raccolta di notizie e ricerche storiche

a cura di

Sergio Bertoni

Revisionata e ampliata da

Isabel Giustiniani

Foto e immagini di pubblico dominio ricavate da Pixabay e da internet.


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SOMMARIO

Parte prima

STRUTTURA ECONOMICO-MILITARE

TEMPLARI E TERRASANTA

Parte seconda

PARIGI: DOMUS TEMPLI 1297 d.C.

PARIGI, MAGGIO 1307 d.C.

SI AVVICINA LA FINE

Parte terza

L’ARRESTO

LE ACCUSE

LE REAZIONI IN EUROPA

IL PROCESSO

Parte quarta

IL PROCESSO (segue)

LA CONDANNA

CONSEGUENZE
CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA

Parte prima

I cavalieri Templari furono un ordine religioso-militare creato all’inizio del secolo


XII°. Nel 1118, Hugues de Payns costituisce una milizia assolutamente inedita per quei
tempi: l’ Ordine dei poveri cavalieri del Cristo allo scopo di proteggere coloro che si
recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme. Secondo la tradizione il nucleo originario
era formato da nove cavalieri: oltre a Hugues de Payns vi erano Bysol de Saint Omer,
Andrè de Montbard zio di San Bernardo di Chiaravalle, Archambaud de Saint Aignan,
Gondemar, Rossal, Jacques de Montignac, Philippe de Bordeaux e Nivar de
Montdidier.

Secondo la leggenda (ma è sempre stata solo una leggenda che ha fatto versare a
fantasiosi romanzieri fiumi d’inchiostro,) questi nove Cavalieri avevano anche uno
“scopo segreto”, e cioè trovare antiche reliquie dai poteri immensi: l’ Arca
dell’Alleanza ed il Santo Graal che si supponevano nascosti in sotterranei segreti tra i
ruderi del tempio di Salomone.
Re Baldovino II di Gerusalemme consegna il Tempio a Hugues de Payens e Godfrey de
Saint-Omer.

Il nuovo ordine conciliava i principi basilari del monachesimo con l’uso delle armi.
Venivano reclutati soprattutto tra i giovani della nobiltà, desiderosi di impegnarsi nella
difesa della cristianità in Medio Oriente. L’ordine militare così formato aveva una
gerarchia assai rigida. I suoi membri facevano voto di castità, obbedienza e povertà,
lasciando all’ordine tutte le loro proprietà ed eredità.

Fu scelta inizialmente la regola di S. Agostino, in parte trasformata per adattarla agli


scopi militari dei componenti. Il Re di Gerusalemme, Baldovino II, accolse i primi
cavalieri nel suo palazzo, presso la moschea di Al-Aqsa, dove in passato sorgeva il
Tempio di Salomone, questi ebbero dapprima il nome di Cristi militia (guerrieri di
Cristo), e poi di militia templi (guerrieri del tempio). Da questo momento la nuova
milizia prenderà il nome di Ordine del Tempio ed i suoi membri saranno definiti
Templari.

Al momento della loro nascita non c’era stata l’esigenza di creare una gerarchia ben
definita. Hugues de Payns è il maestro, gli altri
primi cavalieri semplici monaci. Solo dopo la redazione della ‘regola’

e degli statuti gerarchici, prende forma un organigramma preciso ed efficiente. L’ordine


era composto dai cavalieri che costituivano la maggioranza, e portavano un mantello
bianco con croce rossa, e dagli scudieri (sergenti) che vestivano invece di bruno.
Potevano essere indifferentemente laici o sacerdoti, ma dovevano giurare i voti
dell’ordine monastico.

A capo di tutti vi era il Magister militiae templi che aveva intorno a sé, per il disbrigo
delle

S. Agostino consegna la Regola.

varie incombenze, il siniscalco, il maresciallo, il gonfaloniere e l’elemosiniere. Il


Maestro è il vero e proprio governatore della milizia.

Pur occupandosi di tutte le questioni riguardanti l’ordine, il suo potere non è “assoluto”
ma molto spesso vincolato al consenso del capitolo

dei monaci.
Nei primi tempi, lo sviluppo del nuovo ordine appare alquanto modesto, e anche per
questo Hugues de Payns , nel 1127, ritorna in Europa alla ricerca di rinforzi e di
sostegni sia morali che economici.

L’Ordine, in ogni caso, assunse reale importanza solo a partire dal 1126, quando, con
l‘ingresso anche del conte di Troyes, Hugues de Champagne, iniziarono a pervenire
donazioni e lasciti.

Hugues de Payns arriva a Troyes nel 1128, dopo aver incontrato a Roma il Papa Onorio
II. La creazione della nuovo milizia non aveva precedenti nella storia cristiana, e, anche
il Papa stesso mostrava evidenti segni di imbarazzo. Era quindi necessario trovare una
posizione chiara e precisa, ed una regola che si adattasse perfettamente alla situazione.
Da questo momento entra nelle vicende dei Templari, uno dei personaggi più
carismatici ed autorevoli del tempo: Bernardo di Chiaravalle.

Monaco cistercense, fondatore della abbazia di Chiaravalle (1115), scrittore e


successivamente Dottore della Chiesa, sarà proprio per merito suo che nel Concilio di
Troyes (1128), la nuova milizia viene ufficialmente riconosciuta grazie al “De laude
novae militiae” (elogio della nuova milizia), vero e proprio proclama di esaltazione
dell’Ordine Templare.

Quindi viene redatta la prima regola di base denominata ‘latina’, punto di partenza per
lo sviluppo dell’ordine.

In pochi anni i cavalieri Templari assunsero un ruolo sempre più incisivo dal punto di
vista militare, sia in Terrasanta che nella penisola iberica, ancora occupata dai mori
invasori.
Bernardo di Chiaravalle

A partire dal 1128 i cavalieri Templari conobbero un sorprendente e rapido sviluppo in


tutta Europa, e specialmente in Francia, Inghilterra, Aragona, e Portogallo, e
costruirono dappertutto chiese, a somiglianza di quella di Gerusalemme, che ebbero
sempre il nome di Tempio.

STRUTTURA ECONOMICO-MILITARE

Le conseguenze del Concilio di Troyes furono inattese e sorprendenti al tempo stesso.

Un gran numero di persone si arruolarono nella nuova milizia, ma fu soprattutto grazie a


donazioni e lasciti che i Templari riuscirono a creare una vera e propria struttura
economico-finanziaria, adatta a sostenere la costosa permanenza in Terrasanta.

I Templari entrarono quindi nelle attività bancarie quasi per caso.

Quando dei nuovi membri si univano all’ordine, generalmente donavano ad esso ingenti
somme di denaro o proprietà, poiché tutti dovevano prendere il voto di povertà. Grazie
anche ai vari privilegi papali, la potenza finanziaria dei Cavalieri fu assicurata
dall’inizio.

Poiché i Templari mantenevano denaro contante in tutte le loro case e templi, fu nel
1135 che l’ordine cominciò a prestare soldi ai pellegrini spagnoli che desideravano
viaggiare fino alla Terra Santa.

Con l’ulteriore aiuto di permute, acquisti e vendite i Cavalieri del Tempio dettero
omogeneità ed organicità all’organizzazione dei loro possedimenti. Donazioni, lasciti e
reclutamento di nuove forze rappresentarono il passo decisivo per una trasformazione
graduale dell’ordine in un esercito “parallelo” a quello degli altri Re europei.

Già nel 1129,per la prima volta, i Templari combattono come veri soldati, pur subendo
una sconfitta e molte perdite umane.

Successivamente si distinsero sui campi di battaglia a Tiberiade nel 1187, a Gaza


1244, e ad Al-Mansurà 1250.

La battaglia di Hattin, (della quale si tratterà più diffusamente in seguito) ebbe luogo il
4 luglio 1187 tra le forze crociate e quelle comandate del Saladino, e fu un disastro. La
sconfitta riportata dai crociati decretò l'inizio della fine del Regno crociato. Migliaia di
prigionieri furono venduti come schiavi, tutti i Templari e gli Ospedalieri catturati
furono decapitati, mentre solo alcuni nobili furono invece riscattati.
Il Saladino e la resa di_Guy de Lusignan dopo la battaglia di Hattin Tuttavia, con
l’andare del tempo, i Templari crebbero di numero e di potenza, ebbero molti beni, che
andarono sempre più ingrandendosi, facendosi persino prestatori di denaro ai principi e
ai privati.

Da pochi anni Ugo di Payns è ritornato dopo la lunga permanenza in Europa. È vero,
adesso l’ordine ha più omogeneità, c’è una regola, ha ottenuto stima e rispetto, ma
questo ha portato anche l’inizio di una evoluzione. Qui a Baghras, fortezza situata a
nord di Antiochia, i Templari non svolgono più solo la difesa dei pellegrini ma anche la
protezione dei confini dei fragili stati latini. Quindi da missionari

diventano un vero e proprio esercito privato, di supporto agli eserciti franchi.

Anche se poco numerosi, i cavalieri del Tempio si distinguono sempre per


l’addestramento e la disciplina che ne fanno la colonna portante dell’esercito crociato,
che è invece approssimativo e disorganizzato. Le loro strategie, abbinate ad un coraggio
che desta ammirazione e paura al tempo stesso tra le file del nemico, sono cosa
risaputa. Malumori però serpeggiano tra le loro file. Pur essendo stati creati per la
permanenza in Terrasanta, notevoli forze umane ed economiche vengono destinate nella
Penisola Iberica dove si lotta per la riconquista di quei territori ancora in mano al
nemico.
La regola definisce in modo chiaro e preciso anche il comportamento da tenere nei casi
di scontri militari. Sotto il controllo del Maestro o del Maresciallo ai cavalieri non è
possibile usare singole iniziative. Severe punizioni sono previste per chi non rispetta le
consegne, per chi esce dai ranghi, per chi abbandona il campo senza permesso.

Per la prima volta gli europei si trovano a combattere un nemico che attua una tattica
fatta di trappole, di imboscate, sfruttando le strette gole e vallate del territorio, o di
finte ritirate. È necessario quindi avere, come proprie risorse, anche quelle della
mobilità e della rapidità, e in questo i Templari erano veri maestri. In caso di
impedimenti o assenze il Maestro veniva sostituito dal Siniscalco, ma di fatto è il
Maresciallo il vero responsabile del convento, oltre che il comandante delle operazioni
militari.

Gerusalemme

Accanto a queste figure troviamo il Commendatore del Regno di Gerusalemme, che si


occupava anche delle funzioni di tesoreria, amministrazione e mantenimento delle
relazioni verso le altre case Templari d’Occidente, Il Commendatore della Città di
Gerusalemme, che assolveva il primario compito di proteggere i pellegrini nei luoghi
santi, Il Commendatore di Tripoli ed Antiochia, che governava queste terre. I
Commendatori delle varie Case Templari e il Commendatore dei Cavalieri, veri
dignitari dell’Ordine, tutti disciplinati dallo statuto che ne regolava funzioni e poteri.

I Templari di ceto inferiore si suddividevano in Fratelli Cavalieri, e Fratelli Sergenti,


che ricoprivano le funzioni assegnate in base ai loro compiti di combattimento o di
preghiera. Oltre a queste distinzioni l’ordine poteva contare su un elevato numero di
Fratelli Servitori, vere e proprie maestranze per le mansioni quotidiane all’interno
delle loro dimore, diventate sempre più centri di attività economica

,spirituale e militare.

Accanto alla sede centrale di Gerusalemme troviamo le province d’oltremare di


Antiochia e Tripoli. La principale risorsa economica e logistica per il buon
funzionamento dell’ordine restò comunque l’Occidente, dalla penisola Iberica
all’Ungheria. I conflitti tra cristiani e mori infedeli nel sud dell’Europa elevarono i
Cavalieri Templari ad un ruolo decisivo per la ‘riconquista’, ripagata, oltre che
dall’onore, da ingenti proprietà fondiarie sia nell’attuale Portogallo sia in Spagna, e
precisamente in Aragona.

Lo sviluppo trovò terreno fertile in Francia, specialmente in Provenza e nel Poitou, e


successivamente in tutte le regioni del paese. Si crearono dimore e magioni anche in
Inghilterra, Ungheria e nel resto del continente.

L’espansione Templare in Italia non fu fulminea come altrove, e anche nei decenni
successivi il nostro paese non diventerà mai fondamentale per le sorti dell’ordine.

Come era nella logica Templare i possedimenti erano dislocati prevalentemente lungo
le vie di comunicazione terrestre (per esempio la via Emilia, la via Francigena e la via
di Postumia), nelle sedi di fiere e attività commerciali, ed in prossimità dei porti
d’imbarco per l’oriente, specialmente in Puglia.
Guido di Lusignano

Questa fu la regione italiana che prima fra le altre accolse le domus gerosolimitane
rosso-crociate grazie all’importanza strategica e commerciale dei suoi porti e delle sue
città.

Tutto il Meridione d’Italia venne compreso inizialmente nella provincia templare


d’Apulia. Tra le prime fondazioni dell’ordine, oltre quella di Trani va ricordata la casa
di Molfetta (documentata nel 1148), Barletta (1169), Matera (1170), Brindisi (1169).
Con possedimenti nel leccese, Bari, Andria, Foggia (nel periodo di transizione
normanno-svevo), Troia (anteriore al 1190) e Salpi.
Tra le sedi più importanti, va menzionata la Casa Templare di Barletta, che ricoprì il
ruolo di Casa Provinciale sino al processo del 1312. Questa, quindi, era la situazione
delle Province Templari, non restava che collegarle per sfruttare al meglio le loro
risorse e, come vedremo, in questo i Templari non furono inferiori a nessuno.

TEMPLARI E TERRASANTA

La crisi politica del regno di Gerusalemme e il crearsi di fazioni contribuisce ad


indebolire il potere negli stati latini d’oltremare.

Siamo in Galilea, in piena estate del 1187. L’esercito cristiano con a capo il Re di
Gerusalemme, Guido di Lusingano, (Guy de Lusignan) supportato nelle retroguardie
anche dai Templari, si accampa nelle vicinanze di Seforia, non lontano da Nazareth.

La sosta giunge a proposito. Gli uomini e i cavalli hanno bisogno di riposo e di acqua
per riprendere la marcia sulle tracce dell’armata araba. Il re, ascoltato il maestro
dell’ordine dei Templari, tale Gerardo di Ridefort, decide di lanciarsi all’inseguimento
del nemico.

Dopo un giorno di dura marcia, con l’esercito ormai stremato, decide di accamparsi
presso l ‘altopiano di Hattin, ma i pozzi di acqua purtroppo sono a secco e nella
rigogliosa pianura sottostante è sistemato il grosso del nemico con a capo il temibile
Saladino.

Complice l’oscurità ed una maggior freschezza fisica gli arabi risalgono l’altopiano e,
usando tecniche da guerriglia, gettano scompiglio tra gli europei.

Stanco, assetato e circondato dal nemico: per l’esercito cristiano è la fine.

Errori militari da parte del Re e di Gerardo di Ridefort contribuiscono alla disfatta


completa delle forze latine. I Templari combattono valorosamente ma vengono tutti
catturati e trucidati senza pietà dal nemico. Tra i pochi scampati al massacro i veri
responsabili della sconfitta: il Re e il maestro dell’ordine stesso.

I “diavoli rossi”, così chiamati dai musulmani, erano talmente temuti che venivano
uccisi non appena fatti prigionieri. Ecco come lo stesso Saladino parla dei Templari
fatti prigionieri: ”Voglio purgare la Terra da questi guerrieri immondi che non
rinunciano mai alla loro ostilità, non rinnegano mai la loro fede e non saranno mai
utili come schiavi”.
Saladino (dipinto del 1568)

Lo storico arabo Imad ad-Din, testimone oculare, racconta:

“Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un


ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece
decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato
da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone
consacrate alla castità e all’ascetismo.

Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì


l’avambraccio. Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei
miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file.

Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di


altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti. Io ero
presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l’uomo di
parola e d’azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò!

Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! …”.

Saladino sembrava dimenticare la sua proverbiale magnanimità di fronte ai monaci-


guerrieri.

Con questa vittoria Saladino si impadronisce di tutto il regno ed entra in Gerusalemme


da trionfatore.

La recente caduta della città di Tripoli è stata un duro presagio per gli abitanti di San
Giovanni d’Acri. Fino ad allora il sultano non pareva intenzionato ad attaccare le città
cristiane sulla costa, in fondo facevano comodo anche per motivazioni commerciali e
finanziarie. San Giovanni in particolare veniva considerata come un centro
fondamentale e nel suo porto troviamo mercanti genovesi, pisani e veneziani, il
commercio procurava da sempre notevoli guadagni e anche il sultano ed i Templari lo
sapevano bene.

Non è un caso se qui a San Giovanni d’Acri troviamo notevoli fortificazioni a


protezione del centro. La città è divisa per quartieri ognuno dei quali viene
‘controllato’ da forze militari ben precise. Il quartiere del Tempio, a picco sul mare e
nelle vicinanze del porto, è uno dei più importanti per il controllo delle posizioni.
Anche in fatto di strategie e di astuzie i cavalieri Templari non devono imparare da
nessuno.

I preparativi per l’assedio alla città iniziarono diversi mesi prima e inutili furono le
richieste di aiuto verso l’Europa ormai rassegnata alla perdita degli stati latini. Il 6
aprile inizia il vero assedio sotto le mura cittadine. La differenza tra le forze in campo,
sia numerica che di

armamenti, risulta davvero notevole a vantaggio degli arabi. Inutili sono le incursioni
negli accampamenti del nemico eseguite nel cuore della notte da valorosi Templari.

Accanto alle poderose catapulte che per oltre un mese devastano i quartieri cristiani, gli
arabi fanno largo uso di mine per demolire le mura della città. In poco tempo la prima
cerchia inizia a cedere dando origine a varchi d’ingresso per le truppe del nemico,
ormai vicinissimo alle postazioni di controllo. La lotta è durissima. Furiosi
combattimenti sono segnalati in ogni zona, i quartieri cadono uno dopo l’altro nelle
mani del nemico, i Templari rispondono con coraggio anche se il Maestro cade sul
campo, ferito a morte. Il 28

maggio capitola l’ultimo baluardo della città: la torre dei Templari: il sultano diventa
padrone di San Giovanni d’Acri.

Tutti i dignitari dell’ordine periscono tra le mura della città, “

versando il proprio sangue nel nome di Cristo e in difesa della fede cristiana….”
Assedio di San Giovanni d’Acri.

Di Dominique Papety - Chateau de Versailles, reproduced in "Brieve histoire des


Ordres Religieux", Editions Fragile., Pubblico dominio, È la fine degli stati latini e la
conclusione dell’epoca delle crociate.

la sconfitta di San Giovanni d’Acri aveva chiuso definitivamente ogni speranza di


permanenza europea in Terrasanta. I pochi Templari che

riuscirono a scampare ai massacri dei trionfatori musulmani, si rifugiarono nell’isola di


Cipro e precisamente a Limassol, dove venne spostata la sede dell’ordine. Pur se in
modesto numero, i cavalieri del tempio riuscirono a salvare dalla sede di San Giovanni
il tesoro dell’ordine e le preziose reliquie tra le quali probabilmente un “sacro
lenzuolo” (la Sindone?).

Nel 1301 Papa Bonifacio VIII dona all’ordine un isolotto, situato a due miglia al largo
di Tortosa.

Ruad è un isolotto inospitale, arido, privo di acqua potabile ma strategicamente


importante. Grazie all’arrivo di nuove forze da Cipro e dall’Europa i Templari
riescono a fortificarlo e a creare una nuova guarnigione pronta a sfidare il vicino
nemico arabo con rapide e fastidiose incursioni navali.

Il sultano d’Egitto, preoccupato dalla tenacia dei Templari, e da un eventuale ritorno


degli eserciti europei, assale l’isola-fortezza, ma solo nel 1303 riesce ad ottenerne il
pieno possesso. È l’ultima battaglia: quasi tutti i Templari cadono a protezione
dell’isolotto, come a voler difendere le ultime speranze della loro stessa esistenza.

I pochi prigionieri catturati sono lasciati morire di fame nelle buie carceri egiziane. Il
bilancio finale della missione in Terrasanta, anche per l’ordine dei Templari, si può
quindi definire disastroso. Enorme fu il sacrificio in vite umane, ripagato solo in
piccola parte dal coraggio e dalla tenacia che anche il nemico riconobbe ai membri
dell’ordine.

Quasi tutti i massimi dignitari perirono sul campo di battaglia, o in seguito per le ferite
che riportarono, sotto il vessillo bianco-nero chiamato ‘bauceant’ al grido di : NON
NOBIS, DOMINE, NON

NOBIS SED NOMINI TUO DA GLORIAM (NON A NOI, SIGNORE, NON A NOI,
MA AL TUO NOME DONA LA GLORIA).
L’Ordine dopo la definitiva perdita di Acri e degli Stati Latini in Terra Santa nel 1291
si avviava al tramonto: la ragione per la quale era nato, due secoli prima, era ormai
venuta meno.

Parte seconda

PARIGI: DOMUS TEMPLI 1297 d.C.

Dopo la fine dell’esperienza in Terrasanta con la caduta di San Giovanni d’Acri, Parigi
diventa il centro principale e la sede del Maestro dell’Ordine del Tempio. L’attività
finanziaria continua. La sua gestione non è esclusiva dei Templari ma anche di altri
ordini monastici che amministrano più o meno saggiamente cospicue fortune
patrimoniali. Il monastero o l’abbazia sono luoghi consacrati a Dio e per questo ritenuti
inviolabili e temuti da tutti, i monaci-cavalieri contribuiscono però a un forte sviluppo e
a grosse novità in merito.

Ci troviamo in uno dei luoghi più sicuri dell’attuale periodo storico: la sede primaria
del Banco del Tempio. Entriamo nei locali ordinati e rigorosi dei monaci,
mescolandoci tra persone di ogni categoria e ceto sociale; i Templari non facevano
troppe distinzioni: chiaramente, da saggi mercanti, valutavano rischi e servizi ad essi
rapportati. In fondo alla stanza troviamo diversi sportelli gestiti da Templari-cassieri,
ognuno dei quali con un registro di cassa è pronto a trascrivere ogni movimento di
denaro. Raccolta di fondi da gestire, ma anche erogazioni di prestiti con garanzie date
in pegno che potevano essere anche bestiame, prodotti agricoli, schiavi. Tutto poteva
essere utile in caso di insolvenza da parte del debitore.

Per le persone importanti i Templari hanno un prodotto finanziario su misura: il conto


corrente. In qualsiasi momento il cliente può disporre dei propri averi con semplici
lettere inviate al tesoriere del tempio. Il banco invia tre volte l’anno un estratto conto di
riepilogo dei movimenti. Non è necessario recarsi nella sede principale, ma si può
usufruire di questo servizio anche presso altre sedi Templari sparse in giro per
l’Europa, inoltre esistono vari finanziamenti specializzati per le categorie di artigiani e
contadini che possono avere bisogno di anticipi.

Adesso veniamo ai costi di questi servizi. La Chiesa ha sempre considerato l’interesse


come grave peccato (non è possibile arricchirsi speculando sul tempo che ci viene
donato da Dio!) per questo gli ebrei sono visti come usurai e peccatori. Per le
operazioni in questione l’interesse viene quindi “trasformato”, con un’operazione di
cambio da una moneta all’altra, infatti il problema di questo periodo è la diversità delle
valute. Il Templare-cassiere nel rendiconto di fine giornata provvede alla conversione
di tutte le differenti monete entrate con quella locale: la lira parisis.

Veduta della Gran Torre templare a Parigi, verso il 1795

L’attività finanziaria dei Templari non si limita qui, infatti vengono svolte anche
mansioni di esattoria, di deposito del tesoro reale, di gestione dei fondi e di patrimoni
in genere, di riscossioni di contratti privati, di mediazioni di qualsiasi genere e natura,
di finanziamenti di nuove idee ed attività. La contabilità viene tenuta in maniera
puntigliosa e rigorosa perché a fine anno i conti devono tornare, sempre, e
possibilmente anche dare elevati risultati economici.
Sotto l’aspetto economico-finanziario, i Templari rivestirono un ruolo così importante
da arrivare a prestare agli stati occidentali ingenti somme di danaro e gestire perfino
“le casse” di stati come la Francia. Con l’affluire di tanta ricchezza l’Ordine finì col
costituire una potenza economico-politica, a volte contrastante con le direttive e
l’interesse dei Sovrani. I Templari furono così cacciati da Federico II° prima, e da
Urbano IV° poi, dalla Sicilia.

PARIGI, MAGGIO 1307 d.C.

La definitiva conclusione della crociata e la fine degli stati latini d’Oriente crea enormi
problemi per gli ordini militari che tanto hanno dato alla causa. I Templari hanno
acquistato, nonostante tutto, prestigio politico e diplomatico riconosciuto da tutti, le
ricchezze che avevano permesso la lunga permanenza in Terrasanta ora sono a loro
completa disposizione in Europa. Lo stesso maestro, Jacques de Molay, ha lasciato la
sede di Cipro per recarsi a Parigi, nel nuovo quartiere generale e decidere il da farsi,
ma il ritorno definitivo dei monaci-cavalieri in Europa crea anche parecchi malumori.

Quasi tutti i Re europei hanno fatto spesso ricorso alle finanze Templari per le
insaziabili esigenze di bilancio, la Chiesa di Roma, anche se da poco trasferita in
Francia, ha timore per la sua potenza politica, il popolo li guarda sempre più con
diffidenza: i Templari incominciano a fare paura a tanti.

Nel corso degli anni si sono venute a creare moltissime leggende intorno ai Templari e
quindi dire qual è la linea di confine tra verità e leggenda risulta un compito
difficilissimo.
Interno cattedrale gotica di Chartres

Iniziamo con alcuni accenni alle cattedrali gotiche alcune delle quali sorsero in Europa
mentre era giunto all’apice il potere economico dell’Ordine templare. Le cattedrali
gotiche sorsero in tutta la Francia in brevissimo tempo (tra il 1200 e il 1250). Erano
chiese particolari, in uno stile che fino ad allora era sconosciuto.

Una dopo l’altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di


Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. Uno stile
incredibile, quello gotico, tutto proteso verso l’alto, con un sistema di spinte e
controspinte straordinario, una tecnica costruttiva che a quel tempo era veramente
rivoluzionaria.

Come avranno fatto i Templari a progettare e costruire queste cattedrali che, nonostante
le loro migliaia di tonnellate di peso, sembrano leggerissime e tali da sfidare la legge
di gravità?

I piani di costruzione e tutti i progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non


sono mai stati trovati. Le opere murarie erano

fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio,
possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali
della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto
verso l’alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo.
Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est
(cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e, se
unite insieme, formano esattamente la costellazione della Vergine.

Nella parte nord delle cattedrali ci sono molto spesso immagini di demoni, e nella
cattedrale di Amiens c’è addirittura un Pentalfa, cioè una stella a cinque punte rivolta
verso il basso.

Le cattedrali poi sono piene di segni e di messaggi che sono stati lasciati dagli architetti
magari su suggerimento di alcuni precettori Templari. Questo è dovuto in parte al fatto
che i templari erano di vocazione giovannita, cioè cultori e interpreti del più ermetico
dei quattro Vangeli, propensi a una lettura più simbolica che letteraria delle verità della
fede. Quello che avevano da dire lo mettevano negli affreschi, nelle statue, nei
bassorilievi e nelle stesse cattedrali, ci hanno lasciato un’infinità di segni che
dobbiamo decifrare, anche se sembra molto improbabile, visto che oggi l’uomo guarda
le cose con l’occhio della scienza, mentre prima si guardava con l’occhio della fede.
Un’interpretazione dei segni lasciati dai Templari è possibile solo con una visione non
scientifica, ma religiosa anzi sarebbe meglio dire simbolica. Le Cattedrali sono libri di
pietra nei quali sono nascosti dei segreti di sapienza e conoscenza che gli antichi
Templari hanno voluto tramandare ai posteri.
Il rosone con il Pentalfa nella cattedrale di Amiens In questi anni la situazione
economica della Francia è molto delicata, il Re Filippo IV, dopo aver tentato
inutilmente di entrare nell’ordine dei Templari, non appare in grado di risollevare le
ormai vuote casse dello Stato. Il popolo francese, stanco dei continui aumenti di tasse,
incomincia a dare segnali di turbolenza assai pericolosi. Voci di un prestito fatto del
tesoriere del Tempio, senza autorizzazione di Jacques de Molay, contribuiscono a
creare una situazione di tensione tra il Re francese e il maestro dell’ordine.

Veniamo ora ad un altro argomento: il tesoro dei Templari e cominciamo dall’inizio:


dall’origine del supposto fantastico tesoro dei

Templari. Certo, era formato anche da oro, monete e oggetti d’arte, ma forse c’era
anche qualcos’altro, qualcosa di mistico e di antico.
Bisogna premettere che il fantastico tesoro, fu spostato dal Tempio di Gerusalemme in
Francia nel 1160, in quanto si riteneva che la Terra Santa non fosse più sicura.

A spostare il tesoro fu il Gran Maestro Bertrand de Blanchefort che era originario ed


aveva possedimenti vicino a Rennes-le-Chateau, dove si dice che fu spostato tutto il
tesoro Templare, ma ipotesi più accreditate lo posizionano a Parigi, nelle stanze segrete
dell’imponente fortezza dei Templari, che svettava sulla città con le sue sette torri. Di
questa fortezza oggi non rimane quasi niente, solo una stazione del metrò ricorda questa
antica costruzione che fu adibita a carcere durante la rivoluzione francese e nei primi
anni del 1800 fu completamente distrutta. Comunque la maggior parte del tesoro si
trovava a Parigi.

SI AVVICINA LA FINE

Tutta la vicenda ha inizio nel 1305, quando un tale Esquiu De Floryan, (forse un ex-
Templare della Francia del sud, già espulso con ignominia dall’Ordine) si presentò al
sovrano di Spagna Giacomo II°

di Aragona con una storia stupefacente: diceva di essere stato nelle carceri di Béziers
in compagnia di un altro cavaliere templare, scacciato dall’Ordine, che gli aveva
raccontato le inaudite atrocità che venivano compiute: si rinnegava Cristo all’atto di
essere accettati nell’Ordine, si sputava sulla Croce, si praticava la sodomia e si
adorava un idolo.

De Floryan raccontò questa storia a Giacomo II° perché sapeva che il Re aveva buoni
motivi per avercela con i Templari, non gli andava troppo a genio avere all’interno dei
suoi confini un secondo potere, oltre lo Stato, con una tale influenza, inoltre avevano le
più possenti fortezze del Regno e facevano i migliori affari. Giacomo II però ritenne
opportuno non intraprendere azioni contro gli onnipotenti Templari, anche perché la pia
popolazione spagnola non avrebbe mai perdonato al suo Sovrano una simile azione
contro i migliori Cristiani dell’epoca e la Chiesa! Il Re consigliò però a De Floryan di
rivolgersi a Filippo IV di Francia che aveva una certa esperienza in fatto di lotte contro
la Chiesa.
Filippo IV di Francia

Filippo IV, detto anche il Re falsario per aver battuto monete di pessima lega, nel 1296
si era già impegnato in una prova di forza con il Papa Bonifacio VIII, e imponendo un
contributo alla Chiesa francese, aveva provocata una prima rottura, aggravatasi nel
1301

dalla sua pretesa di giudicare un vescovo.

Bonifacio VIII convocò un concilio per condannare e scomunicare il sovrano. Questi


rispose con un’assemblea che vietò al clero francese di parteciparvi.

Filippo venne scomunicato, e allora inviò a Roma Guglielmo di Nogaret, che si alleò
con il principe Giacomo Colonna il quale era partito con 300 cavalieri verso Roma. Il
papa, nel frattempo, si era ritirato nei suoi possedimenti di Anagni e si fece trovare dai
suoi nemici con le insegne papali sul trono papale. I suoi nemici lo
schernirono e lo derisero. I Colonna erano nemici dei Caetani, di cui faceva parte Papa
Bonifacio VIII. Acerrimi nemici del Papa (nato Benedetto Caetani) insieme a
Guglielmo di Nogaret lo rapirono e lo tennero prigioniero presso Anagni. Durante
questo periodo il Colonna detto Sciarra (cioè il litigioso) avrebbe addirittura
schiaffeggiato il pontefice: tale evento è famoso con il nome “Oltraggio di Anagni”. Il
papa, che era anziano e molto sofferente anche di calcoli renali morì poco dopo (1303).

Bonifacio VIII, non trovò pace neanche nella morte: lo spregiudicato Nogaret ne fece
riesumare il cadavere e lo processò per eresia, accusandolo di una serie di crimini che
solo la fantasia di un visionario poteva immaginare: simonia, raggiri, assassinio del suo
predecessore, magia e ateismo professo.
Lo schiaffo a Papa Bonifacio VIII

Filippo IV impose quindi il proprio controllo sul papato: fu eletto Papa l’arcivescovo
di Bordeaux, Bertrand de Goth, col nome di

Clemente V, e la Santa Sede fu trasferita in Francia (1309) cosa che poneva di fatto
Clemente V sotto l’influenza della Corona.

Il Papa fu strumento di Filippo IV il Bello che se ne servì nella lotta contro i Cavalieri
Templari grazie anche al suo scaltro e infame consigliere: Guglielmo di Nogaret, che
aveva già arrecato gran danno alla Chiesa con lo “schiaffo di Anagni”. L’ex galeotto De
Floryan alla fine riuscì ad incontrarsi con Nogaret che intuì immediatamente quanto
quelle informazioni che gli venivano date fossero ad alto potenziale esplosivo.

Ormai Nogaret era specializzato nel saccheggiare beni ecclesiastici e annientare un


Ordine per il vile denaro non lo preoccupava minimamente. Inoltre aveva forse un
motivo in più per agire contro i Templari: i Cavalieri avevano denunciato
all’Inquisizione come Cataro suo nonno che era stato così bruciato sul rogo all’epoca
del massacro dei Catari.

Per il momento però aveva in mano ben poco per accusare un intero Ordine, aveva
soltanto le affermazioni di un pregiudicato, un testimone quindi abbastanza
inattendibile, per giunta anche espulso dall’Ordine. Si potevano andare a ricercare i
Cavalieri cacciati dall’Ordine che sarebbero stai più che contenti di sottoscrivere
qualsiasi cosa in cambio della libertà e di un po’ di denaro, ma Nogaret era troppo
scaltro, sapeva che simili testimonianze sarebbero state troppo inverosimili per
giustificare l’arresto di migliaia di cavalieri.

C’era soltanto una soluzione per ottenere prove sicure ed innegabili della colpevolezza
dell’Ordine: tutti i Templari dovevano essere sottoposti a tortura e dovevano essere
costretti a firmare le deposizioni con il riconoscimento della loro colpevolezza.

L’Ordine Templare, in quell’epoca, godeva del massimo rispetto delle popolazioni dei
vari Stati, in più all’interno dell’Ordine c’erano molti figli di nobili: un’azione contro i
Templari, senza i dovuti motivi si sarebbe trasformata per chiunque in una disfatta
completa, avrebbe attirato contro di se l’odio delle masse, l’odio dei nobili, degli altri

sovrani Europei e della Chiesa, che sarebbe potuta arrivare anche ad indire una
Crociata contro l’accusatore dei Templari, con conseguenze più che ovvie:
l’annientamento. Quindi se il Re di Francia si fosse azzardato ad incolpare ed arrestare
i Templari per futili ragioni molto probabilmente avrebbe fatto una gran brutta fine!

Filippo IV molto probabilmente aveva già visto il tesoro dei Templari e quindi
conosceva le grandi quantità di ricchezze da loro possedute: a centinaia di migliaia si
ammucchiavano monete di Tours, di Firenze, di Venezia, delle più importanti banche,
nonché monete provenienti da tutto l’oriente e l’occidente. A questo vanno aggiunte le
donazioni ricevute, gli oggetti d’arte migliori e un imprecisato numero di oggetti
orientali. La domanda è: in quale occasione il Re di Francia poté vedere tutto questo?

Le tasse e le gabelle erano state aumentate, la moneta francese (talleri e bourgeoises)


era stata già svalutata due volte in un anno e le stesse monete erano fatte con una lega
squallidissima, non a caso quindi Filippo il Bello era stato chiamato “Il Re Falsario”
dal Papa Bonifacio VIII e si diffuse un detto: Il Re di Francia è falso come le sue
monete.

I lavori per la costruzione di Notre Dame e del Palazzo Reale di Parigi erano fermi da
mesi: il Re non aveva più soldi. Intanto la Fortezza Templare dominava su Parigi con le
sue sette Torri.

Durante la sollevazione popolare del 1306 che ci fu per via dell’inflazione, delle tasse,
e delle continue svalutazioni, i Templari (ironia del destino) accolsero il Re nel loro
castello-fortezza, salvandolo così da morte certa ma consentendogli di rendersi ancor
più conto dei loro immensi tesori.

L’arresto di Jacques de Molay

Nel 1307 però era già quasi tutto pronto, il piano era quasi completo. il Re riuscì a
convincere tutti i membri del consiglio di Stato sulla bontà e necessità di quest’azione, i
quali apposero i loro sigilli sui documenti da inviare a tutti i procuratori di Francia con
l’ordine di catturare i Templari.

Uno solo rifiutò di mettere il suo sigillo al servizio di un’ingiustizia: l’arcivescovo


Aycelin di Narbona, gran guardasigilli e cancelliere del Regno.

Naturalmente Filippo ignorò quella singola opposizione.

Una cosa però c’è da dire: se Aycelin di Narbona credeva che quell’azione fosse
un’ingiustizia, perché rimase muto? Perché non avvertì né il Papa, né i Templari delle
intenzioni del Re? Avrebbe potuto evitare il più grande assassinio giudiziario del
Medioevo, ma non lo fece. Col suo silenzio si rese comunque complice.

Così il 14 settembre 1307 venne deliberato l’arresto dei Templari.

Nello stesso giorno il Re inviò messaggi sigillati a tutti i balivi, siniscalchi e soldati
del Regno ordinando l’arresto dei Templari e la

confisca dei loro beni, e già il 22 dello stesso mese giungevano a tutti i procuratori del
Regno i decreti che ordinavano di tenersi pronti con tutti gli uomini in armi per l’alba
del 13 Ottobre.

Le disposizioni reali vennero prontamente eseguite venerdì 13

ottobre 1307 e la mossa riuscì in quanto venne astutamente avviata in contemporanea


contro tutte le sedi Templari; i cavalieri, convocati con la scusa di accertamenti fiscali,
furono arrestati.

Parte terza
L’ARRESTO

I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto da agnello
e sotto l’abito dell’ordine, insultando in modo sciagurato la religione della nostra
fede, sono accusati di rinnegare il Cristo, di sputare sulla croce, di lasciarsi andare
ad atti osceni al momento dell’ammissione all’ordine: essi si impegnano con il voto
che proferiscono, e senza timore di contravvenire alla legge umana, a darsi l’uno
all’altro, senza rifiutarsi, se vengono richiesti…

Con queste parole il Re Filippo IV giustificò l’arresto in massa dei Templari avvenuto
all’alba, forse all’insaputa del papa. Quasi tutti i monaci vennero imprigionati,
compreso il maestro Jacques de Molay che si trovava nella commenda di Parigi. Tutti i
beni dell’ordine confiscati, compreso il tesoro e tutti i documenti. Le accuse mosse
contro di loro erano pesanti ma su tutto aleggiava il sospetto che dietro questa manovra
del Re si nascondesse il desiderio di sopprimere l’ordine del Tempio.
Filippo IV, Re di Francia

Incatenati, isolati dalla vita conventuale, torturati: ecco quello che accadde ai poveri
monaci-cavalieri rinchiusi. Qui, nel castello di Chinon, erano stati rinchiusi i dignitari
dell’ordine, compreso Jacques de Molay, e le loro condizioni fisiche erano così
precarie da impedirne il trasferimento al fine di essere interrogati da Papa Clemente V,
sempre più sottomesso alle strategie politiche del Re di Francia.

Ben presto le torture cominciarono a produrre gli effetti desiderati da Filippo IV il cui
decreto stabiliva che fosse promessa la piena assoluzione a quanti avessero rilasciato a
verbale confessioni di

colpevolezza, mentre sarebbero stati minacciati di morte sul rogo quanti si ostinavano a
professarsi innocenti.

Nel frattempo il papa, apparentemente ignaro di quanto stava accadendo, si trovava alle
terme. Alcuni studiosi sostengono invece che il Papa fosse già a conoscenza della
situazione e che volesse iniziare una propria inchiesta sui Templari, ma che fosse stato
anticipato da Filippo il Bello.

Il 13 Ottobre, comunque, l’azione fu portata a termine imprigionando nello stesso


momento tutti i Templari di Francia, compresi i rappresentanti del Tempio presso la
Curia pontificia.

Furono catturati di sorpresa all’alba, accusati di azioni abiette tanto impossibili quanto
inaspettate. Anche per questa ragione i Templari non reagirono: si sentivano la
coscienza pulita ed erano sicuri che tutto si sarebbe risolto chiarendo l’equivoco. La
fede dei Templari era indistruttibile, ma non sapevano che quella stessa Chiesa che loro
tanto adoravano e di cui si fidavano li avrebbe lasciati in pasto ad un Re bramoso di
denaro.

I Templari furono imprigionati nelle loro stesse fortezze e interrogati dai carnefici di
Filippo IV. La cattura era stata ordinata dal Grande Inquisitore di Francia, Guglielmo
d’Imbert, il quale avrebbe dovuto presiedere anche agli interrogatori, ma gli aguzzini
iniziarono subito a torturare i malcapitati per far sottoscrivere quante più possibili
dichiarazioni di colpevolezza.

Resta tuttora misteriosa la sorte della flotta Templare che si trovava ancorata al porto
Francese de La Rochelle al momento degli arresti di massa e che non fu mai trovata.
Alcune ipotesi la vedono riparata in Portogallo oppure in Scozia.
LE ACCUSE

Supplizio della ruota

I Templari furono accusati di una lunga lista di misfatti. A quanti confessavano veniva
promessa la libertà, il perdono e una pensione ordinaria attinta dai beni dell’Ordine.
Tutto ciò che veniva richiesto era di sottoscrivere le proprie affermazioni di
colpevolezza sotto giuramento. Chi si intestardiva col negare le accuse veniva invece
messo alla ruota, una, due, tre volte al giorno, finché non confessava o moriva. Non tutti
ce la fecero a sopportare le torture e molti firmarono i documenti con le mani
insanguinate e le ossa spezzate.

I capi d’accusa più importanti furono: aver rinnegato Cristo, aver sputato sulla Croce,
aver praticato la sodomia e l’adorazione di un idolo. La storia ci conferma quanto
quelle accuse fossero insostenibili. Lo stesso comportamento dei Templari durante le
Crociate testimoniava il contrario (coloro che erano stati fatti prigionieri dai musulmani
spesso si rifiutavano di rinnegare il Redentore nemmeno in cambio della vita) e solo
qualche anno prima, a San Giovanni d’Acri, 500 cavalieri dell’Ordine si erano
sacrificati nella retroguardia per salvare la vita al resto dei Crociati.

Per anni avevano combattuto in Terrasanta insieme a loro, lasciando sul campo migliaia
di uomini, per difendere il nome di Dio.

Nogaret non presentò alcuna prova al processo, neppure per quanto concerne l’accusa
di idolatria. Perché? Come poteva farsi sfuggire un elemento tanto schiacciante? Le
accuse facevano molta leva sul fatto che il rito d’ingresso nell’Ordine fosse segreto,
quindi le fantasie degli accusatori si scatenarono e inserirono in quel rito tutte le eresie
e i reati possibili di quel tempo.
Nogaret

Il Papa forse apprese tardi la notizia dell’arresto o forse fu semplicemente succube di


Filippo IV. Fatto sta che Clemente V fece una protesta scritta al Re di Francia soltanto
il 27 Ottobre, criticandolo aspramente. Ci vollero due mesi prima che ottenesse
risposta in quanto il Re si rifiutava di ricevere i messi papali.

Filippo aveva nel frattempo vinto la partita: disponeva già di una buona quantità di
confessioni firmate sotto giuramento e la massiccia opera di propaganda contro
l’Ordine, dipinto con le tinte più fosche, era riuscita nell’intento di “lavaggio del
cervello” del popolo. Il 22 Novembre il Papa emanò quindi il fatale decreto in cui
sollecitava tutti i principi Cristiani ad arrestare i Templari.

LE REAZIONI IN EUROPA

Nei vari Stati d’Europa vi furono reazioni diverse.

In Inghilterra il Re Edoardo II inizialmente accusò il suo omologo di Francia di


perseguitare i Templari a causa della sua avidità, ma ben presto ritirò le accuse: non
solo non poteva definirsi una grande figura morale, ma aveva anche preso in sposa
Elisabetta, figlia di Filippo IV. Edoardo II ordinò l’arresto dei Templari, ma la polizia
inglese non fu né pronta né organizzata come quella francese, per cui in tutto furono
arrestati solo duecentottanta Templari (un numero molto inferiore all’effettivo del
Tempio presente in Inghilterra) e comunque in carcere vennero trattati con clemenza.

In Germania i Templari non erano molto importanti: Teutonici e Ospitalieri la facevano


da padroni. Furono comunque invitati a comparire a Magonza di fronte al tribunale
Arcivescovile: arrivarono non da fuggiaschi o da criminali bensì fieri, in uniforme, e
armati di tutto punto, presentandosi da uomini liberi. Li si prosciolse da ogni accusa.
Don Diniz, Re del Portogallo

In Portogallo il Re Diniz eseguì l’ordine del Papa a modo suo: ospitò i Templari nel
suo Castello di Castro Morim come amici, e fece amministrare i loro beni in modo
esemplare. A Santarem furono poi dichiarati innocenti, anche se per effetto della bolla
del Papa dovette comunque sopprimere l’Ordine Templare. Subito dopo, però, venne
creato l’Ordine del Cavalieri di Cristo che altri non erano che i Templari sotto un’altra
nomenclatura. A questo nuovo Ordine il Re, molto onestamente, fece donare tutti i beni
Templari sequestrati.

L’aver difeso i Templari fu un atto che ripagò il Portogallo nei secoli successivi: le
scoperte nel Nuovo Mondo vennero finanziate anche con il denaro dei Cavalieri di
Cristo, dei quali anche Enrico il Navigatore faceva parte. Non dimentichiamo che sulle
vele delle tre caravelle di Colombo svettava la croce templare. Tutti i commerci con le
Indie passavano per Lisbona, che in tal modo si arricchì molto in breve tempo.

In Aragona i Templari vennero dichiarati innocenti ma il Re Jaime II, volendo


impossessarsi del loro patrimonio, avviò contro di loro una guerra in piena regola,
conquistando un castello dopo l’altro. In Italia la persecuzione infuriò in maniera
analoga a quella francese, con prigionie durissime e torture. Questo si deve anche al
fatto che l’Italia era sotto il forte influsso francese e quindi appoggiò la tesi di Filippo
IV. Soltanto l’Arcivescovo di Ravenna, poi diventato Santo, ebbe il coraggio di
schierarsi in difesa dei Templari.

IL PROCESSO

Nel frattempo in Francia gli interrogatori e le torture proseguivano mentre, per contro,
l’accertamento da parte del Papa sulla colpevolezza dell’Ordine andava a rilento.
Clemente V non fece nulla fino al 12 Agosto 1308, quando emise la bolla “Faciens
Misericordiam” che destituiva i tribunali civili e li sostituiva con dei tribunali
ecclesiastici, formati da Vescovi, stabilendo che solo la Chiesa potesse pronunciarsi
sulla colpevolezza dei Templari.

Purtroppo per questi ultimi, le speranze di giustizia furono spazzate via nel momento in
cui scoprirono che il Tribunale di Francia era stato collocato a Parigi dove il Re
esercitava la sua massima influenza e dove “les Gens du Roi“, il corpo di polizia del
re, poteva facilmente rintracciare e minacciare chiunque avesse voluto testimoniare in
loro favore. La corte, inoltre, era composta di vescovi, che erano sotto il totale
controllo del re, (uno era anche un suo parente).

Nogaret assistette a tutti gli interrogatori e anche a tutte le udienze, benché, secondo la
legge, l’intero processo avrebbe dovuto svolgersi con la presenza in aula solo dei
Templari e della giuria.
Papa Clemente V

Con queste scelte (luogo e giuria) Clemente V aveva definitivamente consegnato i


Templari nelle mani del loro nemico,

Filippo il Bello.

Le confessioni dei Templari sono delle più commoventi. Le loro dichiarazioni in aula
furono messe agli atti, registrate e conservate, consentendoci di avere ai giorni nostri i
testi originali.

Per primo fu interrogato il Gran Maestro, Jacques de Molay che, alle accuse di
sodomia, rispose che persino i pagani saraceni avrebbero punito quella colpa con la
decapitazione del reo, tanto più, dunque, un simile comportamento era proibito
all’interno dell’Ordine.

Jacques de Molay cercò di difendersi come meglio poteva, sebbene sapesse di non
poter competere in preparazione con i dottori della legge. Sentiva che quei giuristi non
potevano capire i sentimenti e l’animo di un cavaliere, e rendersi conto del fatto che un
uomo d’onore mai avrebbe potuto compiere tutti gli atti di eresia di cui l’Ordine veniva
accusato. È emblematica una sua frase registrata: “Saprei bene come trattar Voi, se
non foste ciò che siete” .

Templare con l’abito dell’Ordine


Il giorno successivo fu interrogato Ponsard de Gisy, (cui era affidata la casa madre
dell’Ordine, Payens) che disse, con enfasi,: “Abbiamo confessato sotto tortura!”.
Riferì inoltre che a Parigi trentasei Templari erano morti sotto tortura e molti in altri
modi. Proseguì dicendo: “Mi hanno legato le mani dietro la schiena in un modo tale
che il sangue mi sprizzava fuori dalle unghie Poi così legato mi hanno gettato in un
pozzo per circa un’ora. ” Ammise che avrebbe preferito la morte piuttosto che
continuare a sopportare quei supplizi.

Lo stesso giorno fu interrogato Aymon de Porbone che descrisse anche lui le torture alle
quali fu sottoposto dagli aguzzini del Re per

farlo confessare: gli versavano, a forza, acqua in bocca con un imbuto. Per intere
settimane era stato lasciato a pane e acqua, dichiarò: “Non dirò nulla fintanto che mi si
tiene in carcere”.

Il 28 Novembre la commissione pontificia interrogò per la seconda volta Jacques de


Molay il quale si appellò di nuovo al papa. Difese l’Ordine richiamando l’attenzione
sulle elemosine elargite, sulle Chiese costruite e sulle cerimonie celebrate. Questo
diede luogo a uno scambio di battute:

Commissario: “Ma tutto ciò è vano per la salvezza dell’anima se manca la fede”

Jacques de Molay rispose in maniera eccelsa: “Io credo fermamente in un Dio in tre
Persone e a tutti gli altri articoli della nostra fede. Credo che quando l’anima sarà
separata dal corpo si vedrà chi fu un giusto e chi fu un malvagio. Tutti i presenti
allora conosceranno la verità sulle domande che oggi ci vengono poste“
J. de Molay

Il Gran Maestro, in catene al cospetto dei propri giudici, ne divenne con poche parole
l’accusatore, e non in nome di un Re terreno o di un Papa debole, ma in nome di Dio.
Ricordò ai Vescovi del tribunale pontificio l’esistenza di un altro tribunale al quale tutti
loro non sarebbero sfuggiti. Chiese infine di poter assistere alla Santa Messa e di
ricevere la comunione, dopo aver ricordato l’alto tributo di sangue pagato dai Templari
in Terrasanta (lui disse 20.000 uomini) per

difendere il nome di Dio e di Cristo, quel Cristo che ora li si accusava di rinnegare.

Alcuni storici hanno valutato le deposizioni di Jacques de Molay mediocri e non


all’altezza della situazione, ma ricordiamo che il Gran Maestro era un militare. Capace
nella strategia, nella tattica e nel combattimento, ma non in possesso di una laurea in
legge nè della dialettica di giuristi del calibro di Nogaret.

Tra febbraio e maggio del 1310 ci fu la seconda parte del Processo ai Templari e
furono invitati a Parigi tutti i Templari per difendere l’Ordine.

Più della metà dei Templari di Francia (560) scelse di fare il viaggio per raggiungere il
luogo del processo. Perché non tutti? Molti erano morti, altri non avevano le forze e
altri ancora non ebbero il coraggio.

Erano ormai due anni che venivano tenuti in carcere, avevano subito ogni genere di
tortura, avevano patito la fame, avevano visto morire i loro compagni. Bisogna
ricordare, infine, che, per il diritto feudale, chi ritrattava una confessione veniva messo
sul rogo.

I Templari, ancora in catene, furono riuniti e vennero lette loro le accuse infamanti.
Vernon de Santoni, alla domanda se intendesse difendere l’Ordine, replicò: “In
quest’Ordine non ho visto che del bene, non capisco cosa si voglia intendere per
difendere.”

Bernard du Gué fu illuminante per smascherare le terribili torture alle quali furono
sottoposti: il poveretto mostrò le ossa dei piedi, perduti nel corso dell’interrogatorio. I
suoi aguzzini lo avevano arrostito a fuoco lento tanto a lungo che la carne s’era staccata
dall’osso.

Come curatore dei Templari fu designato Pietro da Bologna (francesizzato è Pièrre de


Bologne) che era stato il procuratore generale dell’Ordine presso la Santa Sede.
Redasse uno scritto che consegnò poi ai Commissari in nome di tutti i convenuti: “È
difficile per noi, per i nostri fratelli, essere privati dei sacramenti. A molti di noi è
stato sottratto l’abito, a tutti, i beni dell’Ordine. Tutti siamo stati gettati
in carcere con infamia, messi in catene e in carcere siamo tuttora. La maggior parte
dei confratelli che sono morti nelle carceri fuori Parigi non sono stati sepolti in
terra Consacrata. Al momento della morte sono stati negati loro i sacramenti della
Chiesa. “

Templari al rogo.

Ad Aprile fu presentato un altro scritto al Tribunale: “Gli articoli del questionario


della Bolla pontificia sono privi di senso, infami, disonorevoli, inauditi. Si tratta di
menzogne, enormi menzogne,

menzogne assurde, pronunciate dai nemici dell’Ordine e da calunniatori, in base a


delle maldicenze. L’Ordine Templare è puro, senza macchia, e tale è sempre stato,
checché se ne dica. Coloro che affermano il contrario parlano da miscredenti e da
eretici, seminano nella fede l’eresia e la zizzania. Siamo qui pronti a difendere
l’Ordine con tutto il cuore, con parole ed opere, nella maniera migliore possibile.
Domandiamo però di poter disporre liberamente di noi stessi, e di essere presenti al
Concilio. Coloro che non vi possono prendere parte devono avere la possibilità di
farsi rappresentare. In breve, chiediamo di essere liberati dalle carceri in cui ci
detengono.

Tutti i confratelli che hanno confessato, del tutto o in parte menzogne simili, non
dicono il vero. Hanno confessato nel timore di essere uccisi. Alcuni hanno confessato
sotto tortura, altri per aver visto a quali supplizi venivano sottoposti i loro
confratelli.

Di conseguenza hanno verbalizzato ciò che volevano i loro persecutori. Non li si può
biasimare, giacché i supplizi a cui alcuni sono stati sottoposti hanno suscitato il
terrore in molti. Hanno visto che era possibile scampare alle sofferenze ed alla
morte mentendo.

Altri forse sono stati corrotti col danaro, o sedotti da promesse e lusinghe, o piegati
da minacce. Tutto questo è noto e non si può far finta di ignorarlo, od occultarlo.
Imploriamo la misericordia Divina, che ci faccia giustizia, giacché troppo a lungo
abbiamo patito una persecuzione ingiusta. Da Cristiani pii e fedeli, chiediamo di
ricevere i sacramenti della Chiesa“.

Parte quarta

IL PROCESSO (segue)

La commissione che indagava sui Cavalieri del Tempio decise di fare chiarezza una
volta per tutte sul presunto idolo “Bafomet.”

Le Commende Templari furono passate a pettine, ma l’unica statuetta non tipicamente


cristiana che fu trovata fu un volto di donna in argento custodente delle ossa, senza
dubbio un reliquario.
Dov’era il tanto chiacchierato idolo barbuto? Di certo gli incaricati dalla commissione
non trovarono alcuna statuetta né affreschi eretici, altrimenti Nogaret il cui scopo era
quello di incastrare l’Ordine non si sarebbe fatto sfuggire una simile prova di
colpevolezza.

Il fatto che al processo sia stata presentata soltanto la suddetta testa di donna in argento
la dice lunga sulle basi sulle quali si fondava l’accusa.

Alcuni studiosi posteri identificano questo famoso capo barbuto con il volto dell’Uomo
della Sindone, ora conservata a Torino, che i Templari possono aver portato
dall’Oriente e custodito in Occidente: prima in Inghilterra e successivamente in
Francia.
I’immaginario Baphomet

Data l’esiguità e inconsistenza delle prove a sostegno dell’accusa, il processo


sembrava volgere a favore dei Templari. Purtroppo il destino avverso si manifestò
nella morte di uno dei Vescovi della Corte. Filippo il Bello volle che il fratello di uno
dei suoi Ministri, tale Enguerrand de Marigny, Vescovo della vicina Cambrai,
prendesse il posto del defunto. Il Papa, nonostante sapesse che quell’uomo non poteva
assumersi il peso di una circoscrizione ecclesiastica, lo nominò ugualmente, sempre
perché sotto l’influsso del Re di Francia. Anche i professori della Sorbona si
espressero contrari: diciannove su ventidue la ritenevano infatti una scelta sbagliata.
Con la nomina in commissione di quest’uomo, fedele agli interessi del sovrano, i
Templari non ebbero più scampo.

LA CONDANNA

Il primo provvedimento di de Marigny fu la condanna al rogo di cinquantaquattro


Templari per aver ritrattato le loro precedenti dichiarazioni.

Con questo segnale, gli altri Templari furono intimoriti per evitare eventuali future
ritrattazioni. I Cavalieri del Tempio vennero così colpiti duramente nello spirito da una
nuova tortura psicologica: sapevano che chi avesse ancora difeso l’Ordine sarebbero
finito bruciato vivo.

Il Re assiste al rogo dei Templari

Alcuni Templari, tuttavia, ebbero ancora la forza di reagire. Lo testimonia questa


dichiarazione di Aymeri de Villiers-le-Duc, del 13

Maggio: “Possa venir subito inghiottito anima e corpo dall’inferno se mento! Certo,
sottoposto ai supplizi della tortura ho ammesso alcune accuse, quando sono stato
interrogato alla presenza degli uomini del Re. Ieri ho visto bruciare vivi
cinquantaquattro miei confratelli. Ho troppa paura di venir condannato al rogo. Non
reggerei la minaccia, cederei di nuovo, dinanzi a Voi o ad altri. Vi supplico, non
rivelate alla gens du Roi quello che ora vi rivelo, ché non mi si condanni al rogo”.

Mentre diceva ciò, s’inginocchiò davanti all’altare, spalancò le braccia e si percosse il


petto. Questa deposizione quasi non ha bisogno di commenti e fa capire molto bene
quello che provavano i Cavalieri in quel momento.

Il 18 Maggio ci fu la clamorosa fuga dell’avvocato Pietro di Bologna, che aveva


rinunciato alla difesa. L’astuto italiano, dopo il rogo dei cinquantaquattro Templari,
aveva capito che ormai era tutto inutile e che il complotto era ormai irreversibile.

L’accusa continuò ad accumulare una serie di prove sulla colpevolezza dell’Ordine da


presentare al Concilio di Vienne. Il Papa ebbe allora l’idea, forse sotto consiglio di
Nogaret, di sospendere l’Ordine per via amministrativa: Clemente, in quanto Papa, ne
aveva l’autorità. Una sua affermazione scritta ci dà le indicazioni importanti per capire
questa sua decisione: “Se non si può abolire l’Ordine con una condanna, bisognerà
allora sopprimerlo per via amministrativa, ché il nostro amato figlio, il Re di
Francia, non ne abbia scandalo (ne scandalizatur carus filius noster rex Franciae)” .

La prima seduta del Concilio si tenne il 16 Ottobre 1311. A paragone di altri Concili
del Medioevo, l’affluenza fu molto scarsa tanto che l’unico Re presente era Filippo.
Vennero nominate due commissioni, invece della solita Assemblea Plenaria, alle quali
fu sottoposto tutto il materiale del processo, con la richiesta di esprimere un giudizio
chiaro (e rapido). La Bolla del Papa invitava a

presentarsi al Concilio anche tutti i Templari. Si presentarono a Vienne sette Cavalieri


per difendere l’Ordine, dichiarandosi rappresentanti di altri duemila (a loro detta) che
si nascondevano nei boschi vicini. Accusarono Filippo il Bello e dichiararono che era
la sua avidità a spingerlo in una tale azione. Il Papa li fece imprigionare e i poveretti
finirono i loro giorni in carcere.

Clemente assunse una chiara posizione contro l’Ordine e chiamò i vari Commissari ad
esprimere un parere, ma non in assemblea plenaria, bensì singolarmente nella propria
residenza privata.

L’intento era forse quello di piegarli al suo volere ma non ci riuscì: i Commissari
chiesero di nominare altri difensori per gli imputati e tempo per fare maggior chiarezza.
Il Papa, però, desiderava che la questione si chiudesse a più presto e decise quindi di
sopprimere l’Ordine amministrativamente ( ex autoritate apostolica). In tal modo non
sarebbe stata necessaria alcuna difesa.
Papa Clemente V

Il 3 Aprile 1312 fu resa pubblica la Bolla “Vox in excelso“ e il Papa pronunciò le


cruciali parole: “In considerazione della cattiva reputazione che grava sui Templari,
del sospetto e delle accuse che sussistono a loro carico; in considerazione della
cerimonia segreta di ammissione in quest’Ordine, della condotta perversa e
irreligiosa di molti suoi membri; in considerazione del giuramento di non rivelare
nulla a proposito della cerimonia d’ammissione, e di non uscire dall’Ordine; in
considerazione dello scandalo, ormai non più sanabile; in considerazione dell’eresia
a cui sono esposte la Fede e le anime, dei terribili misfatti commessi da un gran
numero di membri dell’Ordine; in considerazione del fatto che Santa Romana Chiesa
soppresse in passato, per motivi ben più lievi altri celebrati Ordini, Noi, non
contravvenendo alle regole della Cavalleria e non senza intima sofferenza, non in
virtù d’una sentenza giudiziaria ma ex autoritate apostolica, sopprimiamo l’Ordine
suddetto con tutte le sue istituzioni”.

A questa Bolla ne fece subito seguito un’altra: “Ad providam Christi Vicarii” che
concerneva la destinazione dei beni. Clemente assegnò ai Gerosolimitani le proprietà
dell’Ordine dei Templari.

L’unico che amministrò in modo degno le proprietà dei Templari fu il Re Diniz del
Portogallo. Il 5 maggio 1319 egli fondò l’Ordine di Cristo, cui assegnò intatte tutte le
proprietà dei Templari che fino ad allora aveva amministrato oculatamente.

Clemente V non avrebbe potuto fondare un nuovo Ordine dal momento che Filippo,
avido di potere e di denaro, non avrebbe esitato a chiedere di ricoprirne la carica di
Gran Maestro (già si faceva chiamare Vescovo di Francia). Le decisioni finali del Papa
in merito ai Templari furono:

coloro che erano stati giudicati innocenti sarebbero stati mantenuti con i beni del
’Ordine e avrebbero potuto vivere nel e proprie case o in monasteri, purché non troppi
nel medesimo luogo;

coloro che non si erano pentiti e i recidivi andavano severamente puniti;

coloro che, nonostante le torture, continuavano a non confessare dovevano essere


giudicati secondo il diritto canonico;

i fuggiaschi dovevano presentarsi al e autorità entro un anno.


L’Ordine fu soppresso, e non restava che terminare il processo per eresia ai singoli
imputati e ai massimi esponenti dell’Ordine che continuavano a languire in prigione. Il
Papa lasciò emettere la sentenza a una commissione che avrebbe dovuto fare le sue
veci.

Questa si riunì di nuovo a Parigi. La Commissione (presieduta da Marigny) rilesse


ancora i capi d’accusa ai Cavalieri presenti che, erano quelli che coraggiosamente si
erano presentati a Parigi per difendere l’Ordine. Questa volta non ci fu difesa e i
Cavalieri vennero condannati al carcere a vita.

In questo frangente, Jacques de Molay disse una frase storica: “Alla soglia della morte,
dove anche la minima delle menzogne è fatale, confesso chiamando il cielo e la terra
a testimoni, che ho commesso peccato gravissimo a danno mio e dei miei, e che mi
sono reso colpevole della terribile morte, perché per salvarmi la vita e sfuggire ai
troppi tormenti, e soprattutto allettato dalle parole lusinghiere del Re e del Papa, ho
testimoniato contro me stesso e contro il mio Ordine. Ora invece, sebbene sappia
quale destino mi attende, non voglio aggiungere altre menzogne a quelle già dette e,
nel dichiarare che l’Ordine fu sempre ortodosso e mondo d’ogni macchia, rinuncio
di buon grado alla vita”.

Con affermazione il Gran Maestro andrà a pagare a caro prezzo la

“colpa” di aver riconosciuto inizialmente i capi d’accusa contro l’Ordine. Fu quindi un


martire della verità. Geoffroy de Charnay ebbe il coraggio di seguire l’esempio di
Jacques de Molay e ritrattò insieme a lui. Filippo colse al volo l’occasione e il 18
Maggio pronunciò la sentenza di morte: nello stesso giorno gli alti dignitari

dell’Ordine furono bruciati vivi sull’isolotto di Pont Neuf, nella Senna, alle spalle di
Notre Dame.

Per lo spettacolo si radunò una folla sterminata. Dai documenti, che registrano le ultime
parole del Gran Maestro, si legge che l’ultima sua frase fu la richiesta al boia di
allentare le catene per consentirgli di congiungere le mani in preghiera. Non
corrisponde a verità la presunta maledizione lanciata contro Filippo il Bello e Papa
Clemente V. La maledizione è una delle tante leggende nate dopo la soppressione
dell’Ordine. Jacques de Molay, da fervente cristiano quale era, non pronunciò parole di
odio e vendetta nei suoi ultimi istanti ma si preoccupò delle sue colpe, chiedendo solo
che gli fossero allentate le catene per poter giungere la mani in preghiera.
Enguerrand de Marigny

Dopo la morte di Jacques de Molay nacquero molte leggende. Si dice, ad esempio, che
il mantello del Gran Maestro non venne consumato dalle fiamme durante il rogo.
Sebbene non vi fosse stata alcuna maledizione contro il Re e il Papa affinché fossero
convocati dinanzi al tribunale di Dio, sta di fatto che Papa Clemente morì quattro
settimane dopo e Filippo lo seguì lo stesso autunno. Lo stesso Marigny finì ucciso per
impiccagione il 30 aprile 1315. Il

popolo vide in quegli accadimenti la mano vendicatrice di Dio anche perché era sempre
stato chiaro a tutti quanto il Processo che aveva portato alla soppressione dell’Ordine
fosse stato una farsa, dovuta soltanto all’avidità del Re.
Ma come mai nessun Ordine Cavalleresco levò la propria voce a favore dei Templari?
Perché i Gerosolimitani e i Cavalieri Teutonici restarono in silenzio? Proprio questi
ultimi avrebbero potuto esercitare un notevole influsso, al riparo della loro sede
centrale in Germania, sotto la protezione del Re tedesco e soprattutto lontano da
Filippo. Purtroppo, però, Templari e Teutonici non avevano mai avuto relazioni
amichevoli. I primi rimproveravano i secondi di aver copiato loro sia lo stemma che la
divisa (bianca per entrambi).

Persino la Regola era molto simile. I due Ordini furono in opposizione anche per motivi
politici in quanto nella guerra tra impero e papato i Teutonici appoggiarono gli
“Hohenstaufen”, mentre i Templari parteggiarono per i guelfi. Il Gran Maestro dei
Teutonici fu inoltre un grande consigliere di Federico II che invece non era visto di
buon occhio dai Templari in quanto scomunicato dal Papa. Queste tensioni sfociarono
in una vera e propria guerra nel 1241 che vide i Templari vincitori mentre i Teutonici
persero quasi tutti i loro possedimenti in Terra Santa.

Anche gli Ospitalieri non erano mai stati in buoni rapporti con i Templari e anche in
questo caso ci furono vere e proprie guerre.

Stemma dei Gerosolimitani

I Gerosolimitani si mostrarono invece in qualche modo cavallereschi: si dice che


avessero preso contatto nelle prigioni con Jacques de Molay per cercare di aiutare i
Templari, ma il Gran Maestro li avrebbe sconsigliati di osare qualche azione, in quanto
era ormai tutto perduto. I Gerosolimitani erano a conoscenza di quale fosse la dedizione
dei Templari verso il Signore, avevano anche combattuto fianco a fianco in Terra Santa
e sapevano con quale coraggio e determinazione questi si opponevano all’eresia.

CONSEGUENZE

Con la soppressione dell’Ordine fu la Chiesa, e soprattutto il papato, a subire un


grandissimo danno. Un Papa aveva sacrificato un Ordine all’avidità di un Re. Si era
quindi ben lontani dalla grandezza che il papato aveva avuto nell’alto Medioevo,
quando Roma aveva ancora il ruolo di arbitro assoluto tra i sovrani cristiani.

La Curia di Avignone era caduta ai piedi di Filippo il Bello diventando un suo


strumento. Il grande Innocenzo III e i suoi successori avevano sempre considerato
l’Ordine Templare come una sorta di esercito permanente della Chiesa che poteva
essere impiegato ovunque a favore della Santa Sede, e di esempi ce ne furono molti:
dalla Crociata contro gli albigesi, dove i Templari si mostrarono fedeli servitori della
Chiesa, fino allo scontro con Federico II che venne combattuto dai Templari in Italia,
accorsi tra le fila dell’esercito pontificio.

È difficile calcolare l’entità dei danni religiosi e culturali causati dalla soppressione
dell’Ordine; lo scandalo del processo, le confessioni dei Cavalieri, la debolezza del
Papa, lo schieramento di un subdolo Re contro un Ordine secolare, minarono le basi
della società stessa, gli alti ideali Medioevali come la cavalleria, il senso dell’onore,
la disciplina, il valore, la cortesia, la religiosità vennero messi in discussione.
Filippo IV, Il Bello

Anche la Francia avrebbe tratto più vantaggi dalla sopravvivenza dell’Ordine che dalla
sua soppressione. L’esempio è il Portogallo: i Cavalieri di Cristo che avevano ricevuto
tutto il patrimonio dei Templari portoghesi, contribuirono non poco allo sviluppo del
Paese, e alla nascita di una potenza marinara mondiale. Eppure la Francia aveva nei
suoi confini molte province assai più potenti di quelle del Portogallo. Avrebbero
potuto, ad esempio, servirsi dei Templari per contrastare le scorribande dei Saraceni
che rovinavano i traffici francesi con l’Oriente. Lo stesso Re di Francia avrebbe fatto
bene a ricordare che i suoi antenati dovevano la vita ai Templari: San Luigi, caduto in
mano ai musulmani, fu liberato, insieme ai superstiti al massacro, grazie al riscatto
pagato dall’Ordine templare, non dalla Corona di Francia. Anche Luigi VII e il suo
esercito furono aiutati dai Templari, che li guidarono nelle zone impervie, inospitali, e
misero a disposizione la loro esperienza in fatto di guerriglia contro i musulmani.
L’amore dei Templari per la patria d’origine si riconosceva in ogni loro azione. La
Francia avrebbe potuto trarre grande vantaggio dai Templari, come fecero i Re tedeschi
con i Cavalieri Teutonici.

Alla luce di tutto questo si può ragionevolmente pensare che la Chiesa avrebbe avuto, e
abbia, il dovere morale di rivedere il processo e di riabilitare l’Ordine. Il processo si
svolse contro, numerose norme di diritto canonico e civile e i Templari vennero trattati
in modo disumano, le loro confessioni estorte con la tortura.

Una revisione è tutt’altro che impossibile.

L’incontro con Nogaret segna irrimediabilmente il destino del glorioso Ordine del
Tempio. È probabile che il consigliere del Re abbia maturato, insieme al Re stesso, la
consapevolezza di poter saccheggiare impunemente l’Ordine. Se poi il saccheggio,
quindi l’arricchimento, fosse stato accompagnato dall’annientamento dell’Ordine, il
risultato sarebbe stato migliore.

Non si deve dimenticare, infatti, che l’Ordine costituiva da tempo una forma di potere
socio-economico rilevante, la prima multinazionale della storia. Inoltre l’oblio
dell’ideale crociato insieme al ritiro dei Templari dalla Terrasanta, destava
preoccupazione nei principi Europei. Se lo sviluppo dell’Ordine era stato così
efficiente quando doveva occuparsi della gestione militare dei suoi Cavalieri in
Terrasanta, ossia dovendo destinare una quantità notevole di risorse
all’approvvigionamento e mantenimento dei Cavalieri, dei loro scudieri e dei cavalli
stessi, nonché nella costruzione di castelli e roccaforti in una regione lontana ed ostile,
cosa sarebbe stato in grado di fare quando tutte queste risorse economiche e
organizzative, non fossero più state spese? Chi detiene il potere non vede di buon
occhio le novità. In particolare in un periodo storico come quello medievale.

La realtà dell’Ordine monastico-militare era fuori da ogni schema, era stata “inventata”
dal grande Bernardo da Chiaravalle, e si mostrava fedele solo alla Chiesa. La stessa
Chiesa che non è stata in grado di difenderlo. Dopo l’arresto fu presentata ai Templari
una lunga lista di misfatti che da tempo sarebbero stati abituali nell’Ordine. L’imputato
doveva sottoscrivere il documento di colpevolezza, in questo caso sarebbe stato
perdonato e avrebbe potuto godere di una rendita a vita. Chi invece avesse negato le
accuse sarebbe stato torturato fino alla confessione o alla morte.

Molti cedettero alle torture sottoscrivendo l’atto di accusa e altri non ressero
all’infamia, suicidandosi (lo fecero almeno in dodici). Le condizioni in cui vennero a
trovarsi gli accusati furono terribili e la tortura a cui furono sottoposti fu di una crudeltà
che parve spaventosa anche agli stessi uomini del Medioevo. La ferocia fu tale che
molti morirono prima di poter confessare.

Un trattamento atroce documentato da una vittima sopravvissuta fu quello di sfregare i


piedi dell’imputato con del grasso e porlo davanti al fuoco: l’accusato perse molte ossa
dei piedi, che poté esibire poi come prova in una successiva fase del processo. Ma non
furono solo le torture fisiche che permisero agli aguzzini di estorcere

le confessioni: ciò che contribuì al cedimento dei cavalieri fu il completo


rovesciamento del loro sistema spirituale e sociale, perpetuato attraverso il completo
isolamento fisico ed informativo.
CONCLUSIONI

I Templari restarono fedeli persino a una Chiesa che li perseguitava, difesero il loro
nome malgrado le torture e i roghi, e si rivelarono i cristiani migliori, più santi dei
Cardinali e del Papa che invece si piegarono vilmente a un’autorità statale iniqua.

Cavaliere Templare

Le eresie e i peccati che ci vengono attribuiti non sono veri. La regola del tempio è
santa, giusta e cattolica. Sono degno della morte e mi offro di sopportarla, perché
prima ho confessato, per la paura delle torture, per le moine del Papa e del Re di
Francia…
Con queste parole di ribellione l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, ritrattò la
confessione, spinto da un’ultima fiammata di orgoglio e dignità.

La ritrattazione finale di Jacques de Molay e il suo sacrificio assieme a Geoffrey de


Charnay il 18 marzo 1314 di fronte alla cattedrale di Notre Dame, sono la conclusione
di una vicenda che lascia un alone di mistero, di un segreto che forse non verrà mai
svelato. Il crepitio della catasta di legna ormai bruciata non spegne il ricordo della fine
tragica e ingiusta di Jacques de Molay, mentre testimoni affermano che “la morte lo ha
preso così dolcemente che tutto il popolo ne è rimasto meravigliato“.

Il tramonto dei cavalieri dal bianco mantello è arrivato ma l’eco delle loro spade, del
loro coraggio e anche dell’infinita tragedia finale rimarrà vivo per secoli e secoli. La
studiosa italiana Barbara Frale ha recentemente rinvenuto negli Archivi vaticani un
documento che dimostra come Papa Clemente V perdonò segretamente i Templari nel
1314, assolvendo il loro Gran Maestro dall’accusa di eresia.

BIBLIOGRAFIA

“Dizionario Enciclopedico Italiano” della Treccani

“I Templari ” di Enzo Valentini

“I Templari “di Peter Partner ed. Einaudi Tascabili

“Processo ai Templari – Una questione politica” di Malcom Barber , Editore: ECIG

Siti riguardanti i Templari dai quali sono state estratte, e in parte copiate, molte notizie:

http://www.exultet.it/templari.html

http://www.templaricavalieri.it/

http://cronologia.leonardo.it/mondo27.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari

http://www.medievale.it/new_site/p03_001.asp

http://www.maat.it/livello2/templari.htm

copyright©SergioBertoni-IsabelGiustiniani 2019
Document Outline
Parte prima
STRUTTURA ECONOMICO-MILITARE
TEMPLARI E TERRASANTA
Parte seconda
PARIGI: DOMUS TEMPLI 1297 d.C.
PARIGI, MAGGIO 1307 d.C.
SI AVVICINA LA FINE
Parte terza
L’ARRESTO
LE ACCUSE
LE REAZIONI IN EUROPA
IL PROCESSO
Parte quarta
IL PROCESSO (segue)
LA CONDANNA
CONSEGUENZE
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA