Sei sulla pagina 1di 225

Italo Calvino

RACCONTI FANTASTICI
DELL’OTTOCENTO
volume primo
Il fantastico
visionario
© 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione Oscar classici ottobre 1983
NOTE DI COPERTINA
«Il racconto fantastico è una delle produzioni più caratteristiche della
narrativa dell’Ottocento, e una delle più significative per noi, nel senso che ci
dice più cose sull’interiorità dell’individuo e sulla simbologia collettiva. Alla
nostra sensibilità d’oggi l’elemento soprannaturale al centro di questi intrecci
appare sempre carico di senso, come l’insorgere dell’inconscio, del represso,
del dimenticato, dell’allontanato dalla nostra attenzione razionale. In ciò va
vista la modernità del fantastico, la ragione del suo ritorno di fortuna nella
nostra epoca. Sentiamo che il fantastico dice cose che ci riguardano
direttamente, anche se siamo meno disposti dei lettori ottocenteschi a
lasciarci sorprendere da apparizioni e fantasmagorie, o siamo pronti a
gustarle in un altro modo, come elementi del colore dell’epoca…
dalla introduzione di Italo Calvino
Sommario

IL FANTASTICO VISIONARIO

Introduzione di I. Calvino

J. Potocki - Storia del demoniaco Pacheco

J. von Eichendorff - Sortilegio d’autunno

E.T.A. Hoffmann - L’uomo della sabbia

W. Scott - La novella di Willie il Vagabondo

H. de Balzac - L’elisir di lunga vita

P. Chasles - L’occhio senza palpebra

G. de Nerval - La mano incantata

N. Hawthorne - Il giovane signor Brown

N.V. Gogol‘- Il naso

T. Gautier - La morta innamorata

P. Mérimée - La Venere d’Ille

J.S. Le Fanu - Lo spettro e il conciaossa


Introduzione
Il racconto fantastico è una delle produzioni più caratteristiche della narrativa
dell’Ottocento, e una delle più significative per noi, nel senso che ci dice più
cose sull’interiorità dell’individuo e sulla simbologia collettiva. Alla nostra
sensibilità d’oggi l’elemento soprannaturale al centro di questi intrecci appare
sempre carico di senso, come l’insorgere dell’inconscio, del represso, del
dimenticato, dell’allontanato dalla nostra attenzione razionale. In ciò va vista
la modernità del fantastico, la ragione del suo ritorno di fortuna nella nostra
epoca. Sentiamo che il fantastico dice cose che ci riguardano direttamente,
anche se siamo meno disposti dei lettori ottocenteschi a lasciarci sorprendere
da apparizioni e fantasmagorie, o siamo pronti a gustarle in un altro modo,
come elementi del colore dell’epoca.
È sullo stesso terreno della speculazione filosofica tra Settecento e Ottocento
che il racconto fantastico nasce: il suo tema è il rapporto tra la realtà del
mondo che abitiamo e conosciamo attraverso la percezione, e la realtà del
mondo del pensiero che abita in noi e ci comanda. Il problema della realtà di
ciò che si vede – cose straordinarie che forse sono allucinazioni proiettate
dalla nostra mente; cose usuali che forse nascondono sotto l’apparenza più
banale una seconda natura inquietante, misteriosa, terrificante – è l’essenza
della letteratura fantastica, i cui effetti migliori stanno nell’oscillazione di
livelli di realtà inconciliabili.
Tzvetan Todorov, nella sua Introduction à la littérature fantastique (1970),
sostiene che ciò che contraddistingue il “fantastico” narrativo è proprio una
perplessità di fronte a un fatto incredibile, un’esitazione tra una spiegazione
razionale e realistica e l’accettazione del soprannaturale. Il personaggio
dell’incredulo positivista che interviene spesso in questo tipo di racconto,
visto con compatimento e sarcasmo perché deve arrendersi di fronte a ciò che
non sa spiegare, non è però mai confutato fino in fondo. Il fatto incredibile
che il racconto fantastico narra deve, secondo Todorov, lasciare sempre una
possibilità di spiegazione razionale, non fosse che quella che si tratta d’una
allucinazione o d’un sogno (coperchio buono per tutte le pentole).
Mentre invece il “meraviglioso”, secondo Todorov, si distingue dal
“fantastico” in quanto presuppone l’accettazione dell’inverosimile e
dell’inspiegabile, come nelle fiabe o nelle Mille e una notte. (Distinzione che è
aderente alla terminologia letteraria francese, dove “fantastique” è riferito
quasi sempre a elementi macabri, come apparizioni di fantasmi
dell’oltretomba. L’uso italiano invece associa più liberamente “fantastico” a
“fantasia”; difatti noi parliamo di “fantastico ariostesco”, mentre secondo la
terminologia francese si dovrebbe dire “il meraviglioso ariostesco”.)
È col Romanticismo tedesco che il racconto fantastico nasce, all’inizio del
secolo XIX, ma già nella seconda metà del Settecento il romanzo “gotico”
inglese aveva esplorato un repertorio di motivi, d’ambienti e d’effetti
(soprattutto macabri, crudeli, paurosi) dal quale gli scrittori del
Romanticismo avrebbero attinto largamente. E dato che uno dei primi nomi
che fa spicco tra questi (per la riuscita perfetta del suo Peter Schlemihl)
appartiene a un autore tedesco che era nato francese, Chamisso, il quale porta
una leggerezza settecentesca tutta francese nella cristallina sua prosa tedesca,
ecco che anche la componente francese ci si presenta fin dagli inizi come
essenziale. L’eredità che il Settecento francese lascia al racconto fantastico del
Romanticismo è di due tipi: c’è lo sfarzo spettacolare del “racconto
meraviglioso” (dal féerique della corte di Luigi XIV alle fantasmagorie
orientali delle Mille e una notte scoperte e tradotte dal Galland) e c’è il disegno
lineare e rapido e tagliente del “racconto filosofico” voltairiano, dove nulla è
gratuito, tutto è teso a un fine.
Come il “racconto filosofico” settecentesco era stato l’espressione paradossale
della Ragione illuminista, così il “racconto fantastico” nasce in Germania
come sogno ad occhi aperti dell’idealismo filosofico, con la dichiarata
intenzione di rappresentare la realtà del mondo interiore, soggettivo, della
mente dell’immaginazione, dando ad essa una dignità pari o maggiore che a
quella del mondo dell’oggettività e dei sensi. Racconto filosofico anch’esso,
dunque, e qui un nome si stacca su tutti ed è quello di Hoffmann.
Ogni antologia deve porsi dei limiti e delle regole; la nostra si è imposta la
regola di dare un solo testo per ogni autore: regola particolarmente crudele
quando si tratta di scegliere un solo racconto per rappresentare tutto
Hoffmann. Ho scelto il più tipico e noto (perché è un testo, possiamo dire,
“obbligatorio”), L’uomo della sabbia (Der Sandmann), in cui personaggi e
immagini della tranquilla vita borghese si trasfigurano in apparizioni
grottesche, diaboliche, terrorizzanti, come nei brutti sogni. Ma avrei potuto
puntare anche su un Hoffmann in cui il grottesco è quasi assente, come Le
miniere di Falun, dove la poesia romantica della natura tocca il sublime
attraverso il fascino del mondo minerale.
Le miniere in cui il giovane Ellis s’immerge fino a preferirle alla luce del sole
e all’abbraccio della sposa sono uno dei grandi simboli dell’interiorità ideale.
E qui sta un altro punto essenziale che ogni discorso sul fantastico deve
tenere presente: ogni tentativo di definire il significato d’un simbolo (l’ombra
perduta da Peter Schlemihl in Chamisso, le miniere in cui si perde Ellis di
Hoffmann, il vicolo degli ebrei in Die Majoratsherren di Arnim) non fa che
impoverirne la ricchezza di suggestioni.
A parte Hoffmann, i capolavori del fantastico romantico tedesco sono troppo
lunghi per entrare in un’antologia che voglia dare un panorama il più esteso
possibile. La misura al di sotto delle cinquanta pagine è un altro limite che mi
sono posto e che mi ha costretto a rinunciare a alcuni testi tra i miei prediletti,
che hanno tutti le dimensioni del racconto lungo o romanzo breve: lo
Chamisso di cui ho già detto, Isabella d’Egitto e le altre cose più belle di Arnim
e Le memorie d’un perdigiorno di Eichendorff. Darne solo qualche pagina scelta
avrebbe voluto dire contravvenire alla terza regola che m’ero prefissato: dare
solo racconti completi. (Ho fatto un’unica eccezione, Potocki, ma il suo
romanzo Manoscritto trovato a Saragozza contiene racconti che hanno una certa
autonomia, sebbene fittamente intrecciati.)
Se consideriamo la diffusione dell’influenza dichiarata di Hoffmann nelle
varie letterature europee, possiamo dire che, almeno per la prima metà
dell’Ottocento, “racconto fantastico” è sinonimo di “racconto alla Hoffmann”.
Nella letteratura russa l’influsso di Hoffmann dà frutti miracolosi come i
Racconti di Pietroburgo di Gogol‘; ma occorre dire che già prima di ogni
ispirazione europea Gogol‘ era autore di straordinarie storie stregonesche nei
due libri di racconti campagnoli ucraini. La tradizione critica ha considerato
fin dagli inizi la narrativa russa ottocentesca nella prospettiva del realismo,
ma lo scorrere parallelo del filone fantastico – da Puškin a Dostoevskij - vi è
altrettanto evidente; ed è su questa linea che un autore di prima grandezza
come Leskov acquista la sua piena proporzione.
In Francia, Hoffmann ha una forte influenza su Charles Nodier, su Balzac (sul
Balzac dichiaratamente fantastico e sul Balzac realista con le sue suggestioni
grottesche e notturne) e su Théophile Gautier, dal quale possiamo far partire
una ramificazione del tronco romantico che conterà molto nello sviluppo del
racconto fantastico: quella dell’estetismo. Quanto a sfondo filosofico, in
Francia il fantastico si colora d’esoterismo iniziatico, da Nodier a Nerval, o di
teosofia swedenborghiana, in Balzac e in Gautier. E Gérard de Nerval crea un
nuovo genere fantastico: il racconto-sogno (Sylvie, Aurélia), sostenuto dalla
densità lirica più che dal disegno dell’intreccio. Quanto a Mérimée, con le sue
storie mediterranee (ma anche nordiche: la suggestiva Lituania di Lokis), con
la sua arte di fissare le luci e l’anima d’un paese in un’immagine che subito
diventa emblematica, apre al fantastico una nuova dimensione: l’esotismo.
L’Inghilterra mette uno speciale piacere intellettuale nel giocare col macabro
e col terrificante: l’esempio più famoso è il Frankestein di Mary Shelley. Il
patetismo e lo humour del romanzo vittoriano lasciano un margine per una
ripresa della immaginazione “nera”, “gotica”, con un nuovo spirito: nasce la
“ghost story” i cui autori magari ostentano un ammicco ironico, ma intanto
mettono in gioco qualcosa di se stessi, una verità interiore che non rientra nei
manierismi del genere. La propensione di Dickens per il grottesco e il
macabro non s’esprime soltanto nei grandi romanzi ma anche nella
produzione minore di fiabe natalizie e storie di fantasmi. Dico produzione
perché Dickens (come Balzac) programmava e propagandava il proprio
lavoro con la determinazione di chi opera in un mondo industriale e
commerciale (e così sono nati i suoi capolavori assoluti) ed editava periodici
di narrativa scritti prevalentemente da lui ma per i quali organizzava anche la
collaborazione degli amici. Tra questi scrittori della sua cerchia (che
comprendono il primo autore di romanzi polizieschi, Wilkie Collins), ce n’è
uno che ha un posto di rilievo nella storia del fantastico: Le Fanu, irlandese di
famiglia protestante, primo esempio di ”professionista” della “ghost story”, in
quanto non scrisse praticamente altro che storie di fantasmi e d’orrore. Si
afferma dunque allora una “specializzazione” del racconto fantastico che si
svilupperà ampiamente anche nel nostro secolo (a livello di letteratura
popolare come di letteratura di qualità, ma spesso a cavallo tra le due). Ciò
non implica che Le Fanu sia da considerarsi un mero mestierante (come sarà
più tardi Bram Stoker, il creatore di Dracula), al contrario: a dar vita ai suoi
racconti sono il dramma delle controversie religiose, l’immaginazione
popolare irlandese e una vena poetica grottesca e notturna (si veda Il giudice
Harbottle) in cui riconosciamo ancora una volta l’influenza di Hoffmann.
Il dato comune di tutti questi autori così diversi che ho nominato fin qui è di
mettere in primo piano una suggestione visiva. E non è un caso; come dicevo
all’inizio, il vero tema del racconto fantastico ottocentesco è la realtà di ciò
che si vede: credere o non credere ad apparizioni fantasmagoriche, scorgere
dietro l’apparenza quotidiana un altro mondo incantato o infernale. È come
se più di ogni altro genere narrativo il racconto fantastico fosse tenuto a “dar
da vedere”, a concretarsi in un seguito d’immagini, ad affidare la sua forza di
comunicazione al potere di suscitare “figure”. Non è tanto la maestria nella
manipolazione della parola o nell’inseguire i lampeggiamenti d’un pensiero
astratto che conta, quanto l’evidenza d’una scena complessa e insolita.
L’elemento “spettacolo” è essenziale alla narrazione fantastica: naturale
quindi che il cinema vi abbia trovato tanto nutrimento.
Ma non possiamo generalizzare. Se nella maggior parte dei casi
l’immaginazione romantica crea attorno a sé uno spazio popolato
d’apparizioni visionarie, vi è pure il racconto fantastico in cui il
soprannaturale resta invisibile, “si sente” più di quanto non “si veda”, entra a
far parte d’una dimensione interiore, come stato d’animo o come congettura.
Anche Hoffmann che tanto si compiace a evocare visioni angosciose e
demoniache, ha dei racconti giocati in una stretta economia dell’elemento
spettacolare, intessuti solo d’immagini della vita quotidiana. Per esempio
nella Casa disabitata bastano le finestre chiuse d’una casupola cadente in
mezzo ai ricchi palazzi dell’Unter den Linden, un braccio femminile e poi un
viso di fanciulla che s’affacciano, a creare un’attesa piena di mistero; tanto
più che questi movimenti sono osservati non direttamente ma riflessi in uno
specchietto qualsiasi che acquista la funzione di specchio magico.
L’esemplificazione più chiara di queste due direzioni possiamo trovarla in
Poe. I suoi racconti più tipici sono quelli in cui una morta biancovestita e
insanguinata esce dalla bara in una casa oscura dai cui fastosi arredi spira
un’aria di dissoluzione; Il crollo della casa degli Usher costituisce la più ricca
elaborazione di questo tipo. Ma prendiamo invece Il cuore rivelatore: le
suggestioni visuali sono ridotte al minimo, concentrate in un occhio sbarrato
nell’oscurità, e tutta la tensione si concentra nel monologo dell’assassino.
Per confrontare gli aspetti del fantastico “visionario” e quelli che potrei
chiamare del fantastico “mentale”, o “astratto”, o “psicologico”, o
“quotidiano”, in un primo momento avevo pensato di scegliere due racconti
rappresentativi delle due direzioni per ogni autore. Ma presto mi sono
accorto che all’inizio dell’Ottocento il fantastico “visionario” predominava
nettamente, così come il fantastico “quotidiano” predominava verso la fine
del secolo, per toccare il suo culmine d’inafferrabilità immateriale con Henry
James. Ho capito insomma che con un minimo di rinunce rispetto al progetto
primitivo, potevo unificare la successione cronologica e la classificazione
stilistica, mettendo sotto l’insegna del “fantastico visionario” il primo volume
comprendente testi dei primi tre decenni del secolo e sotto quella del
“fantastico quotidiano” il secondo, che arriva fino all’alba del Novecento. Un
po‘ di forzatura è inevitabile in operazioni come questa, basate su definizioni
contrapposte: in qualche caso le etichette sono intercambiabili e qualche
racconto d’una serie potrebbe pur essere assegnato all’altra; ma quel che
conta è che risulti chiaro l’indirizzo generale, che va verso l’interiorizzazione
del soprannaturale.
Poe è stato, dopo Hoffmann, l’autore che più ha avuto influenza sul fantastico
europeo: la traduzione di Baudelaire doveva funzionare come il manifesto
d’una nuova impostazione del gusto letterario; e nella sua fortuna gli effetti
macabri e “maledetti” furono recepiti più facilmente della lucidità
raziocinante che è il più importante tratto distintivo di questo autore. Ho
parlato per prima cosa della sua fortuna europea perché in patria la figura di
Poe non appariva altrettanto emblematica, tale da identificarsi con un genere
letterario a sé stante. Accanto a lui, anzi un po‘ precedente a lui, stava un
altro grande americano che aveva raggiunto nel racconto fantastico
un’intensità straordinaria: Nathaniel Hawthorne.
Hawthorne è certo tra gli autori rappresentati in questa antologia quello che
riesce ad andare più nel profondo d’una partecipazione morale e religiosa,
tanto nel dramma della coscienza individuale quanto nel rappresentare senza
edulcorarlo un mondo forgiato da una religiosità esasperata come quello
della società puritana. Molti dei suoi racconti sono capolavori (tanto del
fantastico visionario, come il sabba di Young Master Brown, quanto del
fantastico introspettivo, come Egotismo o il serpente in seno) ma non tutti:
quando si stacca dagli scenari americani (come nella troppo famosa Figlia di
Rapaccini) la sua invenzione può indulgere a effetti più prevedibili. Ma nelle
riuscite migliori le sue allegorie morali, sempre basate sulla presenza
indelebile del peccato nel cuore dell’uomo, hanno una forza nel visualizzare
il dramma interiore quale sarà raggiunta solo nel nostro secolo da Franz
Kafka. (C’è addirittura un’anticipazione del Castello kafkiano in uno dei
migliori e più angosciosi racconti di Hawthorne: My Kinsman Major
Molineux).
Occorre dire che già prima di Hawthorne e di Poe il fantastico nella
letteratura degli Stati Uniti aveva già una sua tradizione e un suo classico:
Washington Irving. E non va dimenticato un racconto emblematico come
Peter Rugg, the Missing Man di William Austin (1824). Una misteriosa
condanna divina costringe un uomo a correre in calesse insieme alla figlia
senza potersi mai fermare, inseguito dall’uragano attraverso l’immensa
geografia del continente; un racconto che esprime con elementare evidenza le
componenti del nascente mito americano: potenza della natura,
predestinazione individuale, tensione avventurosa.
È insomma una tradizione del fantastico già adulta quella che Poe eredita (a
differenza dei romantici del primo Ottocento) e che trasmette ai suoi seguaci,
che spesso non sono altro che epigoni e manieristi (sia pur ricchi di colore
dell’epoca, come Ambrose Bierce). Finché con Henry James non ci troveremo
di fronte a una nuova svolta.
In Francia, il Poe divenuto francese tramite Baudelaire non tarda a fare
scuola. E il più interessante di questi suoi continuatori nell’ambito specifico
del racconto è Villiers de l’Isle Adam, che in Véra ci dà un’efficace messa in
scena del tema dell’amore che continua oltre la tomba; e nella Tortura con la
speranza uno degli esempi più perfetti di fantastico puramente mentale. (Nelle
loro antologie del fantastico, Roger Callois sceglie Véra, Borges sceglie La
tortura con la speranza; ottime scelte l’una e soprattutto l’altra; se io propongo
un terzo racconto è soprattutto per non ripetere le scelte altrui.)
Alla fine del secolo è soprattutto in Inghilterra che si aprono le strade che
verranno percorse dal fantastico del Novecento. È in Inghilterra che si
caratterizza un tipo di scrittore raffinato che ama travestirsi da scrittore
popolare, e ci riesce perché non lo fa con condiscendenza ma con
divertimento e impegno professionale, e questo è possibile solo quando si sa
che senza la tecnica del mestiere non c’è sapienza artistica che valga. R.L.
Stevenson è il più felice esempio di questa disposizione d’animo; ma accanto
a lui dobbiamo considerare due casi straordinari di genialità inventiva e
insieme d’esattezza artigiana: Kipling e Wells.
Il fantastico dei racconti indiani di Kipling è esotico non nel senso
estetizzante e decadente, ma in quanto nasce dal contrasto tra il mondo
religioso, morale e sociale dell’India e il mondo inglese. Il soprannaturale
molto spesso è una presenza invisibile anche se terrorizzante come nel
Marchio della bestia; talora lo scenario del lavoro quotidiano come quello dei
Costruttori di ponti si squarcia e in un’apparizione visionaria si rivelano le
antiche divinità della mitologia indù. Kipling ha scritto anche molti racconti
fantastici d’ambiente inglese dove il soprannaturale è quasi sempre invisibile
(come in They) ed è dominante l’angoscia della morte.
Con Wells s’apre la fantascienza, un nuovo orizzonte dell’immaginazione che
conoscerà uno sviluppo impetuoso nella seconda metà del nostro secolo. Ma
il genio di Wells non è solo nell’ipotizzare meraviglie e terrori del futuro
spalancando visioni apocalittiche; i suoi racconti straordinari sono sempre
basati su una trovata dell’intelligenza che può essere semplicissima. Il caso del
fu Mr. Evelsham racconta d’un giovane che viene scelto come erede universale
da un vecchio sconosciuto a condizione che accetti di prendere il suo nome;
ed ecco che si sveglia a casa del vecchio; si guarda le mani: sono diventate
grinzose; si guarda allo specchio: è lui il vecchio; capisce che nello stesso
momento colui che era il vecchio ha preso la sua identità e la sua persona e
sta vivendo la sua giovinezza. Esteriormente tutto è identico alla normale
apparenza di prima; ma la realtà è d’uno spavento senza limiti.
Chi con più leggerezza coniuga la raffinatezza del letterato di qualità e lo
slancio del narratore popolare (tra i suoi autori preferiti citava sempre
Dumas) è Robert Louis Stevenson. Nella sua breve vita di malato riuscì a fare
tante cose perfette dai romanzi d’avventure al Dr. Jekyll e a molte narrazioni
fantastiche più brevi: Olalla, storia di vampiresse nella Spagna napoleonica
(lo stesso ambiente di Potocki, che non so se egli avesse mai letto); Thrown
Janet, storia d’ossessioni stregonesche scozzesi; gli Island’s Entertainements
dove con mano leggera coglie il magico dell’esotismo (ma anche esporta
motivi scozzesi adattandoli agli ambienti della Polinesia); Markheim che segue
la via del fantastico interiorizzato come nel Cuore rivelatore di Poe, con una
più marcata presenza della coscienza puritana.
Uno dei più calorosi estimatori e amici di Stevenson è uno scrittore che di
popolare non ha proprio nulla, Henry James; ed è con questo scrittore che
non sappiamo se chiamare americano o inglese o europeo che il fantastico
dell’Ottocento ha la sua ultima incarnazione – o per meglio dire
disincarnazione, in quanto diventa più che mai invisibile e impalpabile,
Un’emanazione o vibrazione psicologica. Bisogna qui mettere sullo sfondo
l’ambiente intellettuale da cui l’opera di Henry James nasce, e
particolarmente le teorie di suo fratello, il filosofo William James, sulla realtà
psichica dell’esperienza: potremmo dire dunque che alla fine del secolo il
racconto fantastico ridiventa racconto filosofico come al principio del secolo.
I fantasmi delle “ghost stories” di Henry James sono quanto mai elusivi:
possono essere incarnazioni del male senza volto e senza forma come i
diabolici servitori del Giro di vite, o apparizioni ben visibili che danno forma
sensibile a un pensiero dominante come Sir Edmund Orme, o mistificazioni
che scatenano la vera presenza del soprannaturale, come nell’Affitto del
fantasma. In uno dei racconti più suggestivi ed emozionanti, The Jolly Corner, il
fantasma appena intravisto dal protagonista è il se stesso che egli sarebbe
stato se la sua vita avesse avuto un altro corso; nella Vita privata c’è un uomo
che esiste solo quando gli altri lo guardano, altrimenti si dissolve, e un altro
che invece esiste due volte, perché ha un doppio che scrive i libri che lui non
saprebbe mai scrivere.
Con James, autore che appartiene al secolo XIX per la cronologia ma al nostro
secolo come gusto letterario, si chiude questa rassegna. Ho lasciato da parte
gli autori italiani perché non mi piaceva farli figurare solo per obbligo di
presenza: il fantastico resta nella letteratura italiana dell’Ottocento un campo
veramente “minore”. Raccolte speciali (Poesie e racconti di Arrigo Boito, e
Racconti neri della scapigliatura 1), così come alcuni testi di scrittori più noti per
altri aspetti della loro opera, da De Marchi a Capuana, possono offrire
scoperte preziose e un’interessante documentazione sul piano del gusto. Tra
le altre letterature che ho trascurato, quella spagnola ha un autore di racconti
fantastici molto noto, G.A. Becquer. Ma questa antologia non aspira alla
completezza. È un panorama centrato su alcuni esempi, quello che ho voluto
offrire, e soprattutto un libro interamente da leggere.
Italo Calvino

Il presente lavoro trae origine da una consulenza richiestami dalla RAI-TV


per una serie di telefilm tratti da racconti fantastici dell’Ottocento, serie che fu
trasmessa nel 1981 dal Secondo canale (I giochi del diavolo, a cura di Roberta
Carlotto).

1 A. Boito, Poesie e racconti, Oscar Mondadori, Milano (1981); G. Finzi, Racconti neri della scapigliatura, Oscar
Mondadori, Milano (1980)
IL FANTASTICO VISIONARIO
Jan Potocki
STORIA DEL DEMONIACO PACHECO
(Histoire du démoniaque Pascheco, 1805)

Il macabro, lo spettrale, lo stregonesco, il vampiresco, l’erotico, il perverso: tutti gli


ingredienti (palesi o nascosti) del romanticismo visionario sono sfoggiati da quel libro
straordinario che è il Manuscrit trouvé à Saragosse pubblicato in francese dal conte
polacco Jan Potocki (1761-1815). Misterioso nella sua origine e nella sua sorte come
nel suo contenuto, questo libro scomparve per più d’un secolo (era d’altronde troppo
scandaloso per poter circolare impunemente) e solo nel 1958 è stato ripubblicato come
nell’edizione originaria, per merito di Roger Callois, grande connaisseur del
fantastico d’ogni tempo e paese.
Ideale preludio al secolo di Hoffmann e di Poe, Potocki non poteva mancare in
apertura della nostra antologia; ma siccome si tratta d’un libro in cui i racconti sono
inseriti l’uno nell’altro, un po‘ come nelle Mille e una notte, formando un romanzo
plurimo e difficilmente districabile, siamo obbligati a fare proprio all’inizio
un’eccezione alla regola che il resto della nostra antologia intende rispettare. Cioè qui
diamo un capitolo del libro staccato dal resto, mentre la nostra regola sarà di dare
racconti completi e a sé stanti.
Siamo poco dopo l’inizio del romanzo (Seconda giornata). Alphonse van Worden,
ufficiale dell’armata napoleonica, si trova in Spagna; vede un patibolo con due
impiccati (i due fratelli di Zoto), poi incontra due bellissime sorelle arabe che gli
raccontano la loro storia, pervasa d’un conturbante erotismo. Alphonse amoreggia
con entrambe le sorelle, ma nella notte ha delle strane visioni, e all’alba si ritrova
abbracciato ai cadaveri dei due impiccati.
Questo tema dell’amplesso con due sorelle (e talora con la loro madre) si ripete nel
libro varie volte, nel racconto di vari personaggi, e ogni volta colui che si credeva un
amante troppo fortunato si ritrova al mattino sotto il patibolo, tra i cadaveri e gli
avvoltoi. Un incantesimo legato alla costellazione dei Gemelli è la chiave del romanzo.
Agli esordi del nuovo genere letterario, Potocki sa con esattezza dove andare: il
fantastico è esplorazione della zona oscura in cui si mescolano le pulsioni più sfrenate
del desiderio e i terrori della colpa; è evocazione di fantasmi che cambiano di forma
come nei sogni; ambiguità e perversione.

Finalmente mi svegliai per davvero; il sole mi bruciava le palpebre – le aprii


con fatica. Vidi il cielo. Vidi che mi trovavo all’aperto. Ma il sonno
appesantiva ancora i miei occhi. Non dormivo più, ma non ero ancora
sveglio. Visioni di supplizi si avvicendavano le une alle altre. Ne fui atterrito,
e mi levai a sedere di soprassalto.
Dove trovare le parole per esprimere l’orrore che s’impadronì di me? Ero
sdraiato sotto la forca di Los Hermanos.
I cadaveri dei due fratelli di Zoto non erano appesi, ma coricati accanto a me.
Si sarebbe detto che io avessi passato la notte con loro. Riposavo su pezzi di
corda, rottami di ruote, resti di carcasse umane, e gli orribili stracci che la
putrefazione aveva staccato dai corpi.
Pensai di non essere ancora ben sveglio e di fare un sogno penoso. Chiusi gli
occhi e cercai nella memoria dove fossi stato la sera prima… In quel momento
sentii degli artigli affondarsi nei miei fianchi. Vidi, appollaiato su di me, un
avvoltoio che stava divorando uno dei miei compagni di giaciglio. Il dolore
causatomi dalla morsa dei suoi artigli finì di svegliarmi del tutto. Vidi
accanto a me i miei abiti e mi affrettai a indossarli. Quando fui vestito, volli
uscire dal recinto della forca, ma trovai la porta inchiodata e invano provai a
sfondarla. Dovetti per forza scalare quella triste muraglia. Ci riuscii e,
appoggiandomi a una delle colonne della forca, mi misi a esaminare il
paesaggio circostante. Lo riconobbi facilmente. Ero proprio all’imbocco della
valle di Los Hermanos, e non lontano dalle rive del Guadalquivir.
Continuando a osservare, scorsi vicino al fiume due viaggiatori, l’uno dei
quali preparava uno spuntino mentre l’altro teneva due cavalli per la briglia.
Fui così felice di vedere degli uomini, che il mio primo impeto fu di gridar
loro: Agur, Agur! che vuol dire, in spagnolo, Buongiorno o Vi saluto.
I due viaggiatori videro gli atti di cortesia che venivan loro rivolti dall’alto
della forca e parvero un istante indecisi, ma, di colpo, montarono sui cavalli,
li misero al galoppo più veloce, e presero la via degli Alcornoques. Gridai
loro di fermarsi, ma invano; più io gridavo, e più loro davano colpi di
sperone ai cavalli. Quando li ebbi persi di vista, pensai a lasciare il mio posto.
Saltai a terra e mi feci un po‘ male.
Zoppicando leggermente, raggiunsi le rive del Guadalquivir e vi trovai la
colazione abbandonata dai due viaggiatori; niente poteva venirmi più a
proposito, perché mi sentivo spossato. C’era della cioccolata che bolliva
ancora, dello sponhao inzuppato nel vino di Alicante, pane e uova. Per prima
cosa ristorai le mie forze, poi mi misi a riflettere su quanto mi era accaduto
durante la notte. I ricordi erano molto confusi, ma ciò che mi rammentavo
benissimo era di aver dato la mia parola d’onore di custodirne il segreto, e io
ero ben risoluto a mantenerla. Una volta deciso questo, mi restava soltanto da
stabilire l’immediato da farsi, cioè la strada da prendere; e mi parve che le
leggi dell’onore mi obbligassero più che mai a passare per la Sierra Morena.
Il lettore forse si sorprenderà di vedermi così preoccupato della mia gloria, e
così poco degli avvenimenti del giorno precedente; ma questo modo di
pensare era ancora un effetto dell’educazione ricevuta, come si vedrà dal
seguito del racconto. Per il momento ritorno a quello del mio viaggio.
Ero molto curioso di sapere ciò che i diavoli avevano fatto del mio cavallo,
che avevo lasciato alla Venta Quemada; e poiché, d’altra parte, quella era la
mia strada, decisi di passarci. Dovetti fare a piedi tutta la vallata di Los
Hermanos e quella della venta, cosa che non mancò di stancarmi e di farmi
desiderare molto di ritrovare il mio cavallo. Lo ritrovai, in effetti; era nella
stessa scuderia dove l’avevo lasciato, e appariva vivace, ben curato e
strigliato di fresco. Non avevo idea di chi avesse potuto prendersi questa
cura, ma avevo visto tante cose straordinarie che su questa non mi soffermai
a lungo. Mi sarei senz’altro avviato, se non avessi avuto la curiosità di
percorrere ancora una volta l’interno della locanda. Ritrovai la stanza dove
avevo dormito, ma, nonostante le ricerche, mi fu impossibile trovare quella
dove avevo visto le belle Africane. Mi stanca di cercarla più a lungo, montai a
cavallo e continuai la mia strada.
Al mio risveglio sotto la forca di Los Hermanos, il sole era già a metà del suo
corso. Avevo impiegato più di due ore ad arrivare alla venta. Sicché, dopo un
altro paio di leghe, dovetti pensare a un rifugio, ma non vedendone alcuno,
continuai sempre a camminare. Finalmente scorsi da lontano una cappella
gotica e una capanna che pareva essere la dimora di un eremita. Erano
lontane dalla strada maestra, ma poiché cominciavo ad aver fame, non esitai
a fare questa deviazione per procurarmi del cibo. Arrivato lì, attaccai il
cavallo a un albero. Poi bussai alla porta dell’eremo e ne vidi uscire un
religioso dall’aspetto venerabile. Egli mi abbracciò con tenerezza paterna, poi
mi rivolse queste parole:
«Entrate, figlio mio; fate presto. Non passate la notte fuori, dovete temere il
tentatore. Il Signore ha ritirato la sua mano dal nostro capo.»
Ringraziai l’eremita della bontà che mi dimostrava, e gli dissi che avevo un
estremo bisogno di mangiare.
Mi rispose:
«Pensate alla vostra anima, figlio mio. Venite nella cappella. Prosternatevi
davanti alla croce. Io penserò ai bisogni del vostro corpo. Ma farete un pasto
frugale, come ci si può aspettare da un eremita.»
Passai nella cappella, e realmente pregai, perché non ero un miscredente, e
anzi ignoravo che ve ne fossero; questo era ancora un effetto della mia
educazione.
Passato un quarto d’ora, l’eremita venne a cercarmi e mi condusse nella sua
capanna, dove trovai uno spuntino preparato con una certa cura. C’erano
delle olive eccellenti, cardi conservati nell’aceto, cipolle dolci con salsa, e
biscotti al posto del pane. C’era anche una piccola bottiglia di vino. L’eremita
disse che non ne beveva mai, ma che lo teneva per il sacrificio della messa.
Allora mi astenni anch’io dal vino, ma gustai il resto del pasto con grande
piacere. Mentre gli stavo facendo onore, vidi entrare nella capanna una figura
più terrificante di tutto quanto avessi visto fino allora. Era un uomo
apparentemente giovane, ma orribilmente magro. Aveva i capelli irti e un
occhio accecato, da cui usciva del sangue. La lingua pendeva fuori dalla
bocca e lasciava colare una bava schiumosa. Indossava un abito nero
abbastanza decente, ma era il suo solo indumento, non aveva né calze né
camicia.
Questo orrendo personaggio non disse niente a nessuno e andò a
rannicchiarsi in un angolo, dove restò immobile come una statua, l’unico
occhio fissato su un crocifisso che teneva in mano.
Quando ebbi finito di mangiare, domandai all’eremita chi fosse quell’uomo.
Egli mi rispose:
«Figlio mio, quest’uomo è un indemoniato che io esorcizzo, e la sua terribile
storia mostra assai bene il fatale potere che l’angelo delle tenebre usurpa in
questa infelice contrada; il racconto potrebbe essere utile alla vostra salvezza,
e io gli ordinerò di farvelo.»
Allora, voltandosi verso l’indemoniato, gli disse:
«Pacheco, Pacheco! Nel nome del tuo redentore, ti ordino di raccontare la tua
storia.»
Pacheco lanciò un urlo terribile e cominciò in questo modo.

Storia del demoniaco Pacheco


«Sono nato a Cordova, dove mio padre viveva in uno stato di grande
agiatezza! Mia madre è morta tre anni fa. In un primo tempo mio padre parve
rimpiangerla molto, ma, dopo qualche mese, avendo avuto occasione di fare
un viaggio a Siviglia, s’innamorò di una giovane vedova, chiamata Camilla di
Tormes. Costei non godeva di una troppo buona reputazione, e molti amici di
mio padre cercarono di distoglierlo da questa relazione; ma, a dispetto di tutti
i loro sforzi, il matrimonio ebbe luogo due anni dopo la morte di mia madre.
Le nozze si fecero a Siviglia e, qualche giorno dopo, mio padre tornò a
Cordova con Camilla, la sua nuova sposa, e una sorella di Camilla che si
chiamava Inesilla.
«La mia nuova matrigna corrispose perfettamente alla cattiva opinione che la
gente aveva di lei, e in casa esordì col voler ispirarmi l’amore. Non ci riuscì.
Mi innamorai tuttavia, ma di sua sorella Inesilla. E la mia passione divenne
così prepotente che andai a gettarmi ai piedi di mio padre per chiedergli la
mano di sua cognata.
«Egli mi rialzò con gentilezza, poi mi disse: “Figlio mio, vi proibisco di
pensare a questo matrimonio, e ve lo proibisco per tre ragioni. Primo: sarebbe
molto sconveniente che voi diventaste in qualche modo cognato di vostro
padre. Secondo: i santi canoni della Chiesa non approvano affatto queste
specie di matrimoni. Terzo: non voglio che voi sposiate Inesilla”. E dopo
avermi messo al corrente di queste tre ragioni, mi voltò le spalle e se ne andò.
«Mi ritirai nella mia camera e mi abbandonai alla disperazione. La matrigna,
subito informata dal marito di ciò che era accaduto, venne a trovarmi e mi
disse che avevo torto ad affliggermi; che, se non potevo diventar lo sposo di
Inesilla, potevo esserne il cortehho, cioè l’amante, e che se ne sarebbe occupata
lei; ma, nello stesso tempo, dichiarò il suo amore per me e fece valere il
sacrificio che faceva cedendomi alla sorella. Prestai fin troppo ascolto a dei
discorsi che lusingavano la mia passione, ma Inesilla era così modesta da
sembrarmi impossibile che si potesse mai indurla a corrispondere al mio
amore.
«In questo periodo, mio padre decise di fare un viaggio a Madrid, con
l’intenzione di brigarvi per ottenere il posto di corregidor 2 di Cordova, e
condusse con sé la moglie e la cognata. La sua assenza doveva durare
soltanto due mesi, ma questo tempo mi parve interminabile, lontano com’ero
da Inesilla.
«Quando i due mesi furono all’incirca trascorsi, ricevetti una lettera di mio
padre, nella quale mi ordinava di andargli incontro e di aspettarlo alla Venta
Quemada, all’imbocco della Sierra Morena. Qualche settimana prima non mi
sarei deciso facilmente a passare per la Sierra Morena, ma avevano proprio
allora impiccato i due fratelli di Zoto. La loro banda era stata dispersa, e le
strade sembravano abbastanza sicure.
«Partii dunque da Cordova verso le dieci del mattino e andai a dormire a
Anduhhar, da un oste fra i più chiacchieroni che ci fossero in Andalusia. Gli
ordinai un pasto abbondante, ne mangiai una parte e serbai il resto per il
viaggio.
«Il giorno dopo pranzai a Los Alcornoques con gli avanzi del giorno prima, e
arrivai la sera stessa alla Venta Quemada. Non vi trovai mio padre, ma,
poiché nella lettera mi ordinava di aspettarlo, mi ci adattai tanto più
volentieri in quanto mi trovavo in una locanda spaziosa e comoda.
L’albergatore che la teneva era allora un certo Gonzalez di Murcia, un buon
uomo, benché un po‘ fanfarone, che non mancò di promettermi un pasto
degno di un grande di Spagna. Mentre si dava da fare a prepararlo, io andai a
passeggiare sulle rive del Guadalquivir, e quando tornai alla locanda, vi
trovai una cena che, in realtà, non era affatto cattiva.
«Finito di mangiare, dissi a Gonzalez di prepararmi il letto. Allora vidi che si
turbava, e mi tenne alcuni discorsi che non avevano molto senso. Alla fine mi
confessò che la locanda era posseduta dai fantasmi, che lui e la sua famiglia
passavano tutte le notti in una piccola fattoria sulle rive del fiume, e aggiunse
che, se anch’io avessi voluto dormire lì, mi avrebbe fatto preparare un letto
vicino al suo.
«Questa proposta mi parve molto inopportuna; gli dissi che poteva

2 Governatore di provincia (N.d.T.).


andarsene a dormire dove voleva e che mi mandasse i miei servi. Gonzalez
mi obbedì, poi si ritirò scotendo la testa e alzando le spalle.
«Un istante dopo arrivarono i miei domestici; anche loro avevano sentito
parlare dei fantasmi e vollero convincermi a passare la notte alla fattoria.
Accolsi i loro consigli un po‘ brutalmente e ordinai di farmi il letto nella
stessa stanza dove avevo mangiato. Mi obbedirono benché a malincuore e,
quando il letto fu pronto, mi scongiurarono ancora, le lacrime agli occhi, di
recarmi a dormire alla fattoria. Davvero spazientito dai loro ammonimenti,
mi lasciai andare a qualche manifestazione che valse a metterli in fuga, e,
poiché non avevo l’uso di farmi svestire dai miei servi, facilmente feci a meno
di loro per andarmi a coricare: tuttavia erano stati più attenti di quanto non lo
meritassero i miei modi nei loro riguardi. Avevano lasciato vicino al letto una
candela accesa, un’altra di ricambio, due pistole e qualche volume la cui
lettura poteva tenermi sveglio, ma la verità è che avevo perso il sonno.
«Trascorsi un paio d’ore un po‘ a leggere, un po‘ a rivoltarmi nel letto. Alla
fine sentii il suono di una campana o di un orologio che batté mezzanotte. Ne
fui sorpreso, non avendo sentito sonare le altre ore. Poco dopo la porta si
aprì, e vidi entrare la mia matrigna: era in camicia da notte e teneva in mano
un candeliere. Si avvicinò camminando sulla punta dei piedi, il dito sulla
bocca, come per impormi il silenzio. Poi posò il candeliere sul mio comodino,
si sedette sul letto, mi prese una mano, e mi parlò in questo modo: “Mio caro
Pacheco, ecco il momento in cui posso darvi i piaceri che vi avevo promesso.
Siamo arrivati in questa bettola da un’ora. Vostro padre è andato a dormire
alla fattoria, ma quando ho saputo che voi eravate qui ho ottenuto il
permesso di passarvi la notte con mia sorella Inesilla. Essa vi aspetta, ed è
pronta a non rifiutarvi niente; ma devo informarvi delle condizioni che ho
poste alla vostra felicità. Voi amate Inesilla, e io amo voi. Non bisogna che, di
noi tre, due siano felici a spese dell’altro. Esigo che un unico letto ci serva
questa notte. Venite”. La mia matrigna non mi lasciò il tempo di risponderle;
mi prese per la mano e mi condusse di corridoio in corridoio, finché non
fummo arrivati a una porta, dove si mise a guardare per il buco della
serratura.
«Quando ebbe guardato abbastanza, mi disse: “Va tutto bene, guardate voi
stesso”. Presi il suo posto, e vidi davvero l’incantevole Inesilla nel suo letto;
ma com’era lontana dalla modestia che le avevo sempre vista! L’espressione
degli occhi, il respiro turbato, il colorito vivace, l’atteggiamento, tutto in lei
provava che era in attesa di un amante.
«Camilla, dopo avermi lasciato guardare bene, mi disse: “Mio caro Pacheco,
rimanete a questa porta, e quando sarà tempo, verrò ad avvertirvi”.
«Dopo che fu entrata, mi rimisi al buco della serratura e vidi molte cose che
ho difficoltà a raccontare. Prima Camilla si svestì, direi meticolosamente, poi,
entrando in letto con sua sorella, le disse: “Mia povera Inesilla, è proprio vero
che vuoi un amante? Povera bambina, tu non sai il male che ti farà. Prima ti
butterà a terra, ti schiaccerà, e poi ti pesterà, ti squarcerà”. Quando Camilla
credette di aver istruito abbastanza la sua allieva, venne ad aprirmi la porta,
mi condusse al letto della sorella e si coricò con noi.
«Cosa posso dire di quella notte fatale? Diedi fondo a ogni delizia e a ogni
crimine. A lungo combattei contro il sonno e la natura per prolungare i miei
infernali piaceri. Finalmente mi addormentai, e mi svegliai il giorno dopo
sotto la forca dei fratelli di Zoto, coricato fra i loro infami cadaveri.»
L’eremita, a questo punto, interruppe l’indemoniato e mi disse:
«Ebbene, figlio mio, che ve ne sembra? Non sareste stato atterrito di trovarvi
coricato fra due cadaveri?»
Gli risposi:
«Padre mio, voi mi offendete. Un gentiluomo non deve mai avere paura, e
ancor meno quando ha l’onore di essere capitano delle Guardie valloni.»
«Ma, figlio mio» riprese l’eremita «avete mai sentito dire che una simile
avventura sia capitata a qualcuno?» Esitai un istante, poi dissi:
«Se questa avventura è capitata al signor Pacheco, può essere capitata anche
ad altri. Giudicherò ancora meglio se vorrete ordinargli di continuare la
storia.»
L’eremita si voltò dalla parte dell’indemoniato e gli disse: «Pacheco, Pacheco!
Nel nome del tuo redentore, ti ordino di continuare la tua storia.»
Pacheco lanciò un urlo terribile e continuò così:
«Ero mezzo morto quando lasciai la forca. Mi trascinai senza saper dove.
Finalmente, incontrai dei viaggiatori che ebbero pietà di me e che mi
riportarono alla Venta Quemada. Lì trovai il locandiere e i miei servi, molto
in pena per me. Domandai se mio padre avesse dormito alla fattoria. Mi
risposero che non era venuto nessuno.
«Non potei risolvermi di restare più a lungo alla venta, e ripresi il cammino di
Anduhhar. Non vi arrivai che dopo il tramonto. L’albergo era pieno, mi
fecero un letto nella cucina e mi ci coricai, ma non potei dormire, non
riuscendo a dimenticare gli orrori della notte precedente.
«Avevo lasciato una candela accesa sul camino della cucina. Tutt’a un tratto,
si spense, e sentii improvvisamente come un brivido mortale gelarmi il
sangue.
«Qualcuno mi tolse la coperta, poi sentii una vocina che diceva: “Sono
Camilla, la tua matrigna, ho freddo, mio piccolo cuore, fammi posto sotto la
tua coperta”. E un’altra voce: “Io sono Inesilla. Lasciami entrare nel tuo letto.
Ho freddo, ho freddo”. Poi sentii una mano gelata afferrarmi sotto il mento.
Radunai tutte le mie forze e dissi ad alta voce: “Vattene, Satana!”. Allora le
vocine mi dissero: “Perché ci scacci? Non sei tu il nostro piccolo marito?
Abbiamo freddo. Faremo un po‘ di fuoco”. E subito dopo vidi davvero la
fiamma nel focolare della cucina. Quando divenne più chiara, non scorsi
Inesilla e Camilla, ma i due fratelli di Zoto appesi nel camino.
«Quella visione mi mise fuori di me. Uscii dal letto. Saltai dalla finestra e
cominciai a correre per la campagna. Per un momento potei illudermi di
essere scampato a tanti orrori, ma, quando mi voltai, mi accorsi che ero
inseguito dai due impiccati. Ricominciai a correre, e vidi che gli impiccati
erano rimasti indietro. Ma la mia gioia non fu di lunga durata. Quegli esseri
detestabili si misero a roteare su se stessi e in un istante furono su di me.
Corsi ancora, finché le forze non mi abbandonarono.
«Allora sentii che uno degli impiccati mi afferrava per la caviglia del piede
sinistro. Volli svincolarmi, ma l’altro mi tagliò la strada. Mi si parò davanti
strabuzzando gli occhi e tirando fuori una lingua rossa come il ferro rovente.
Chiesi grazia. Fu invano. Con una mano mi prese alla gola e con l’altra mi
strappò l’occhio che mi manca. Poi entrò nell’orbita con la lingua rovente. Mi
lambì il cervello, facendomi ruggire dal dolore.
«Allora l’altro impiccato, che mi aveva afferrato la gamba sinistra, volle anche
lui giocar d’artigli. Prima cominciò a solleticarmi la pianta del piede che
teneva stretta. Poi, quel mostro, ne strappò la pelle, ne separò tutti i nervi, li
mise a nudo, e volle sonarvi come su uno strumento musicale; ma, poiché
non davo un suono che potesse fargli piacere, affondò il suo sperone nel mio
ginocchio, strinse i tendini e cominciò a torcerli, come si fa per accordare
un’arpa. Infine si mise a sonare sulla mia gamba, di cui aveva fatto un
salterio. Udii il suo riso diabolico. Agli spaventosi mugolìi che il dolore mi
strappava, fecero coro le urla infernali. Ma quando sentii lo stridore dei denti
dei dannati, mi sembrò che ciascuna delle mie fibre fosse stritolata tra le loro
mascelle. Finalmente persi conoscenza.
«Il giorno dopo, alcuni pastori mi trovarono nella campagna e mi portarono a
questo eremo. Ho confessato i miei peccati, e ai piedi della croce ho trovato
qualche sollievo ai miei mali.»
E qui Pacheco lanciò un terribile urlo e tacque.
Allora prese la parola l’eremita e mi disse:
«Caro giovane, vedete la potenza di Satana, pregate e piangete. Ma è tardi.
Bisogna separarci. Non vi propongo di dormire nella mia cella, perché
Pacheco, durante la notte, fa degli urli che potrebbero darvi fastidio. Andate a
dormire nella cappella. Sarete sotto la protezione della croce, che trionfa sui
demoni.»
Risposi all’eremita che avrei dormito dove voleva. Portammo nella cappella
un lettino di cinghie. Mi coricai, e l’eremita mi augurò la buona notte.
Quando fui solo, il racconto di Pacheco mi tornò alla mente. Vi trovai molte
affinità con le mie proprie avventure, e ci pensavo ancora quando sentii
sonare la mezzanotte. Non sapevo se fosse l’eremita che sonava, o se avessi
ancora a che fare con i fantasmi. Sentii raspare alla porta. Vi andai e chiesi:
«Chi va là?»
Una vocina mi rispose:
«Abbiamo freddo, apriteci, siamo le vostre mogliettine.» «Già, maledetti
impiccati» risposi loro «tornate alla vostra forca e lasciatemi dormire.»
Allora la vocina mi disse:
«Ti beffi di noi perché sei dentro una cappella, ma vieni un po‘ fuori.»
«Ci vengo subito» risposi loro.
Andai a cercare la mia spada per uscire, ma trovai la porta chiusa. Lo dissi ai
fantasmi, ma non risposero. Mi coricai e dormii fino al mattino.
Joseph von Eichendorff
SORTILEGIO D’AUTUNNO

(Die Zauberei im Herbst, 1808-09)

Eichendorff (1788-1857), poeta e narratore, è uno dei più felici e lievi autori del
romanticismo tedesco; il suo capolavoro è il breve romanzo Storia d’un fannullone
(1826). Nella novella che qui presento – la prima che egli scrisse, a vent’anni, ma che
fu pubblicata postuma – egli dà una versione romantica d’una famosa leggenda
medievale, quella di Tannhäuser che soggiorna nel paradiso pagano di Venere visto
come mondo della seduzione e del peccato. Questa leggenda – che in seguito Wagner
trasformò in opera lirica - ispirerà pure un altro racconto di Eichendorff, La statua
di marmo (1819), d’ambiente italiano. Ma qui il paese del peccato è una specie di
doppio del nostro mondo, un mondo parallelo, sensuale e angoscioso nello stesso
tempo. Passare da un mondo all’altro è facile, e anche il ritorno nel nostro mondo non
è impossibile: ma l’uomo che dopo aver subito l’incantesimo ed esserne sfuggito
voleva espiare le sue colpe facendo l’eremita, all’ultimo opta per il mondo incantato e
se ne lascia inghiottire.

Il cavaliere Ubaldo, un sereno pomeriggio d’autunno, si trovò, durante la


caccia, staccato dai suoi. Stava appunto cavalcando in mezzo a montagne
deserte, irte di boschi, allorché scorse un uomo, vestito in modo strano e
sgargiante, scendere da un pendio. Lo sconosciuto notò la presenza del
cavaliere solo quando si trovò a due passi da lui.
Ubaldo vide con stupore che indossava un farsetto di bellissima fattura,
pieno di guarnizioni, ma tutto stinto e di una foggia ormai passata da tempo.
Il suo volto era bello, sebbene pallido e coperto da una folta barba incolta.
I due si salutarono con stupore e Ubaldo raccontò di essersi disgraziatamente
smarrito. Il sole era già calato dietro i monti, il luogo lontano da ogni
abitazione. Lo sconosciuto offrì allora al cavaliere di trascorrere la notte da
lui. Domattina, aggiunse, gli avrebbe indicato la strada. Ubaldo accettò e lo
seguì attraverso gole desolate.
In breve raggiunsero una rupe altissima al cui piede si trovava un antro
spazioso, in mezzo al quale era una pietra e sopra la pietra un crocefisso. Un
giaciglio di foglie secche ne occupava il fondo. Ubaldo legò il suo cavallo
all’entrata, e intanto lo sconosciuto preparò in silenzio pane e vino. Dopo
essersi seduto, il cavaliere, cui pareva che l’abito dello sconosciuto mal si
adattasse a un eremita, non poté trattenersi dal chiedergli chi fosse e quali
fossero state le vicende della sua vita.
«Non indagare chi io sia» rispose l’eremita oscurandosi in volto con voce
severa.
Ma Ubaldo notò che l’eremita si mise ad ascoltarlo attentamente e cadde in
meditazione profonda allorché egli cominciò a parlare di alcuni suoi viaggi,
di certe gesta gloriose della sua giovinezza.
Finalmente Ubaldo, stanco, si stese sul giaciglio offertogli e si addormentò.
Intanto il suo ospite sedeva all’ingresso dell’antro.
Nel cuore della notte il cavaliere, turbato da sogni agitati, si svegliò di
soprassalto e si drizzò a sedere. Fuori, la luna baciava di chiara luce il placido
semicerchio dei monti. Sullo spiazzo dinanzi alla caverna lo sconosciuto
passeggiava concitato in su e in giù, sotto i grandi alberi svettanti. Cantava
con voce cupa una canzone, di cui Ubaldo riuscì solo ad afferrare le seguenti
parole:

Fuori dell’antro mi spinge il timore


Mi chiamano vecchie melodie.
Dolce peccato lasciami
O prostrami a terra,
Dinanzi all’incanto di queste canzoni,
Celandomi nel grembo della terra.
Dio! Vorrei supplicarti con fervore
Ma le immagini del mondo sempre
Si pongono fra me e te,
E lo stormire dei boschi tutt’intorno
Mi colma l’anima di terrore.
Dio severo, io ti temo.
Ahimè! Spezza le mie catene,
Per salvare tutti gli uomini
Hai patito quella morte amara.
Se indugio alle porte dell’inferno,
Ahimè! come son presto perduto.
Gesù, soccorrimi nella mia angoscia.

Il cantore tacque, sedette sopra una pietra, e parve biascicare alcune


incomprensibili preghiere, che suonavano come confuse formule magiche. Il
mormorio dei torrentelli, il leggero stormire degli abeti accompagnavano
stranamente le parole. Dopo un poco Ubaldo, vinto nuovamente dal sonno,
ricadde sul suo giaciglio.
I primi raggi del sole non penetravano ancora attraverso le fronde, che
l’eremita si trovava già dinanzi al cavaliere per indicargli la strada. Ubaldo
balzò di buon umore sul suo destriero e lo strano accompagnatore gli si mise
al fianco. Ben presto raggiunsero l’ultima vetta. Improvvisamente scorsero ai
loro piedi la pianura immersa nel fulgore del mattino, solcata da fiumi,
costellata di città e di castelli.
«Ah, com’è bello il mondo!» esclamò costernato l’eremita velandosi gli occhi
con le mani e si rifugiò correndo nel bosco. Ubaldo scosse il capo perplesso,
quindi mosse i passi verso la sua magione.
Pochi giorni dopo la curiosità lo spinse a rivedere quelle solitudini. Ritrovò
con qualche stento la caverna e l’eremita che l’accolse con minore ostilità.
Pareva anche meno tetro.
Fin dal loro primo incontro Ubaldo aveva intuito che l’eremita voleva espiare
gravi colpe; questa volta ebbe l’impressione che quell’anima combattesse
invano contro il nemico. Infatti non mostrava mai la lieta fiducia, propria alle
persone tutte dedite a Dio. Spesso mentre conversavano scintillava negli
occhi del poveretto con violenza inaudita una mal dominata nostalgia del
mondo. In quei momenti il suo volto si trasformava: diveniva selvaggio.
Il cavaliere pietoso ne fu tratto a ripetere con frequenza le sue visite: voleva
aiutare e sorreggere con la forza del suo spirito quell’essere vacillante.
L’eremita tuttavia continuava a tenere celato il suo nome e il suo passato.
Pareva anzi che le vicende di un tempo lo facessero inorridire. Ma a ogni
visita si faceva più tranquillo e fiducioso. Finalmente un giorno il buon
cavaliere lo convinse a seguirlo al suo castello.
Vi giunsero che era già notte. Il cavaliere ordinò di accendere un bel fuoco nel
caminetto e di portare il miglior vino della cantina. Pareva che per la prima
volta l’eremita si sentisse a suo agio. Dapprima osservò attentamente una
spada e altre armi che, appese alla parete, mandavano barbagli al riverbero
della fiamma, quindi posò di nuovo lo sguardo sul padrone di casa e ve lo
tenne a lungo. «Siete un essere felice» disse «e io guardo il vostro bel volto
forte e franco con rispetto e ammirazione. Vivete noncurante della gioia e del
dolore e dominate con serena tranquillità la vita. Si direbbe che vi concediate
tutto a lei, come quel nocchiero che sa con sicurezza dove condurre la nave e
non si lascia turbare dai canti meravigliosi delle sirene. Molte volte, vicino a
voi, mi sono apparso vile o pazzo. Vi sono persone ubriache di vita. E allora il
risveglio è terribile.»
Il cavaliere, non volendo lasciar passare inutilmente questa insolita
commozione del suo invitato, insistette con bonarietà affinché raccontasse la
storia della sua vita. L eremita si fece pensieroso.
«Se mi promettete» accondiscese infine «di mantenere in eterno il segreto e
mi concedete di non fare alcun nome, vi racconterò.»
Ubaldo gli porse la mano in segno di giuramento e mandò a chiamare sua
moglie, di cui si fece garante, perché anche lei potesse ascoltare.
Essa comparve con un bimbo in collo e uno per mano. Era alta e bella, la sua
gioventù era quasi sfiorita e dolce come il sole al tramonto. I suoi graziosi
figlioli rispecchiavano la sua passata bellezza. Scorgendola lo straniero si
confuse terribilmente. Andò alla finestra, la spalancò e per qualche istante
stette a fissare la foresta sommersa dalla notte, in raccoglimento. Calmatosi
tornò verso gli altri. Si strinsero tutti intorno al camino ed egli incominciò:
«Il sole d’autunno sorgeva al disopra della nebbia azzurrina, che velava le
valli circostanti e riscaldava coi suoi tepidi raggi il mio castello. La musica si
era finalmente taciuta, la festa era finita, gli ospiti stavano prendendo
commiato. Avevo raccolto parecchie persone intorno al mio più caro amico,
che quel giorno con il gruppetto dei suoi si armava della Santa Croce, per
aiutare la grande armata cristiana a conquistare la Terra Santa. Questa
spedizione era stata l’unico oggetto dei nostri desideri, delle nostre speranze,
dei nostri sogni fin dall’adolescenza. Ancora adesso ripenso con
indescrivibile nostalgia a quel tempo bello e sereno come il mattino. Allora
sedevamo insieme sotto gli altissimi tigli del mio castello, seguendo con il
pensiero le nubi naviganti verso quella terra benedetta, dove Goffredo e gli
altri eroi vivevano e combattevano nel chiaro splendore della gloria. Ma
ahimè! troppo presto il mio animo si trasformò.
«Una donzella, fiore d’ogni bellezza, che avevo visto poche volte e di cui mi
ero perdutamente invaghito, pur senza mai confessarglielo, mi tratteneva
nelle carceri silenziose di quelle montagne. Sì, ero abbastanza forte per
combattere, ma non avevo il coraggio di allontanarmi: lasciai partire solo
l’amico.
«Anche la donzella aveva partecipato alla festa e io mi beavo allo splendore
della sua venustà. All’alba, quando ella stava per accomiatarsi e io l’aiutavo a
montare in sella, ebbi il coraggio di confessarle che rinunciavo per lei alle mie
aspirazioni. Ella non rispose, mi fissò sbarrando gli occhi quasi con terrore e
spronò il destriero.»
Udendo queste parole il cavaliere e sua moglie si fissarono in volto con mal
celato stupore. Ma l’eremita non se ne accorse e proseguì nel suo racconto.
«Tutti se ne erano andati. Il sole filtrava attraverso le alte bifore nei saloni
vuoti, dove ora echeggiavano solo i miei passi. A lungo rimasi affacciato alla
finestra: dai boschi giungevano i colpi ritmici delle asce dei legnaioli. Tanta
era la solitudine che d’un tratto mi afferrò una indescrivibile e commossa
nostalgia. Non resistetti, balzai sul mio morello e corsi a caccia per recare
sollievo al mio cuore oppresso.
«Errai a lungo e finalmente stupito mi trovai in un sito fra le montagne,
rimastomi fino allora ignoto. Cavalcavo pensieroso con il falco sulla mano
attraverso una landa meravigliosa accarezzata dai raggi obliqui del sole al
tramonto, le ragnatele fluttuavano leggere come veli nell’aria azzurrina, sulle
montagne risuonavano i canti d’addio degli uccelli migratori.
«Improvvisamente giunse ai miei orecchi il suono di parecchi corni da caccia:
pareva giocassero a domanda e risposta da una cima all’altra. Alcune voci lo
accompagnavano con il canto. Mai, fino allora, la musica aveva colmato la
mia anima di tanto meraviglioso languore. Ancor oggi ricordo alcune strofe,
trasportate verso di me dalle ali del vento:

Sopra strisce gialle e rosse


Se ne vanno gli uccelli in alto volando.
I pensieri erano sconsolati.
Ahimè! Non trovano alcun rifugio.
E i cupi lamenti dei corni
Battono solinghi al cuore.
Vedi il semicerchio degli azzurri monti
Ergersi lontano sopra la foresta,
I ruscelli nel terreno silenzioso
Andar lontano scrosciando?
I miei riccioli d’oro ondeggiano,
Il mio giovane corpo fiorisce ancora con dolcezza.
Ben presto decade anche la bellezza,
Come si spegne lo splendor dell’estate.
La gioventù deve inclinare i fiori.
Intorno tacciono tutti i corni.
Snelle braccia per abbracciare
Rossa bocca per il dolce bacio,
Bianco seno per scaldarsi,
Ricco, colmo saluto d’amore
Ti offre il clangore dei corni.
Dolce amore, prima che si tacciano, vieni.

«Questa musica si impossessò del mio cuore e lo sconvolse. Il mio falco, che
fin dai primi accordi s’era fatto inquieto, si alzò stridendo e scomparve
nell’aria, per non tornare più. Io però, incapace di resistere, seguii quella
canzone allettatrice, che ora giungeva dalla lontananza, ora, portata dal
vento, pareva vicinissima.
«Così avvenne che finalmente uscissi dalla foresta e scorgessi sul vertice della
montagna, dinanzi a me, un castello splendente, circondato per gran tratto da
un meraviglioso giardino, pieno di colori smaglianti, che pareva formasse un
anello magico intorno all’edificio. Gli alberi e i cespugli, accesi dalle tinte
violente dell’autunno, ardevano purpurei, giallo-oro, rosso-fuoco. Astraceri
alti, ultime stelle dell’estate al declino, brillavano con alterno splendore. Il
sole calante gettava i suoi ultimi raggi su quell’altura deliziosa, e le finestre
del castello mandavano barbagli di fiamma.
«Mi accorsi che il suono dei corni, udito poc’anzi, proveniva da questo
giardino; spaurito nel mio intimo, scorsi in mezzo a tanta magnificenza, sotto
le arcate delle vigne, la donna di tutti i miei pensieri, passeggiare cantando.
Al vedermi tacque, ma i corni continuarono la melodia. Bellissimi fanciulli,
vestiti di seta, vennero verso di me e mi liberarono del mio cavallo.
«Volai attraverso l’arco lieve e dorato della cancellata, diretto alla spianata
del giardino, dove si trovava la mia bella Amalia e caddi ai suoi piedi, vinto
da tanta bellezza. Indossava un vestito rosso cupo, lunghi veli trasparenti
come le ragnatele d’autunno blandivano i riccioli biondi, che un fiore di
pietre preziose teneva riuniti sulla fronte.
«Mi aiutò a sollevarmi amorosamente e con voce commossa, come rotta dal
dolore e dall’amore, esclamò: “Quanto ti amo, o giovane infelice e bellissimo!
Da lungo tempo il mio cuore palpita per te e quando l’autunno inizia i suoi
festini misteriosi il mio desiderio si risveglia con nuovo invincibile ardore.
Infelice! Come sei giunto nella sfera delle mie musiche? Lasciami! Fuggi!”.
«A queste parole fui afferrato da grande tremore e la supplicai di parlare e
d’illuminarmi. Ma ella tacque, e percorremmo silenziosi, uno a fianco
all’altro, il giardino.
«Intanto era calata la notte e l’aspetto della donna era divenuto grave e
maestoso.
«“Sappi” disse infine “che il tuo amico d’infanzia, quello che oggi ha preso
congedo da te, è un traditore. Sono stata costretta a promettermi a lui in
sposa. Solo per selvaggia gelosia ti ha taciuto il suo amore. Non è affatto
partito per la Palestina. Domani verrà a prendermi e mi condurrà in un
castello lontano dove mi terrà segregata, eternamente nascosta agli occhi di
tutti. Ora debbo andare. Solo se egli muore potremo rivederci. ”
«Dette queste parole mi baciò sulle labbra e scomparve negli oscuri corridoi.
Una gemma del suo fiore scintillò nel movimento e al suo bacio mi serpeggiò
nelle vene un’atterrita voluttà.
«Ripensai con terrore alle spaventevoli parole che mi aveva sussurrato
andandosene. Errai a lungo nei viali solitari, immerso in pensieri. Finalmente,
stanco, mi gettai sui gradini di pietra dinanzi all’ingresso del castello. I corni
suonavano ancora e io mi addormentai, con la mente occupata da strani
pensieri.
«Quando apersi gli occhi era mattino. Le porte e le finestre del castello erano
sbarrate, il giardino avvolto di silenzio. In quella solitudine si risvegliarono
nel mio cuore l’immagine dell’amata e il sortilegio della sera precedente con
nuovi meravigliosi colori e fui felice sapendomi riamato. Qualche volta, se mi
risovvenivo di quelle terribili parole, avrei voluto fuggire da quei luoghi; ma
il bacio ardeva ancora sulle mie labbra ed ero incapace di allontanarmi.
«L’aria era calda, quasi greve, come se l’estate volesse tornare indietro.
Percorsi trasognato la foresta vicina, per distrarmi con la caccia.
Improvvisamente scorsi sulla cima di un albero un uccello dalle penne
incantevoli, quale mai avevo visto. Come io tesi l’arco e preparai la freccia,
egli volò sopra un altro albero. Lo seguii cupido, ma l’uccello continuava a
spostarsi di cima in cima, mentre le sue ali dorate rispecchiavano la luce del
sole.
«Mi trovai così in una valle stretta, fiancheggiata da rupi altissime. La brezza
non vi penetrava, tutto era ancor verde e rigoglioso come d’estate. Dal centro
della valle partiva un canto inebriante. Stupito scostai i rami dei folti cespugli
e i miei occhi si chinarono confusi e abbacinati dal sortilegio che scorgevo
dinanzi a me.
«In mezzo a quelle rocce dirute sboccava un laghetto circondato
sontuosamente di edera e di strani fiori di palude. Molte fanciulle bagnavano
le loro belle membra nei flutti tepidi. In mezzo a loro si ergeva la donzella
bellissima e senza veli. Fissava affascinata e smarrita in silenzio, mentre le
altre cantavano; le onde, che giocavano con voluttà intorno alle sue caviglie,
riflettevano la sua venustà. Ristetti a lungo, come abbarbicato al suolo,
percorso da brividi ardenti. D’un tratto la bella schiera si mosse, e io fuggii
per non venire scoperto.
«Mi rifugiai nel fitto della foresta, per calmare le fiamme che divampavano
nel mio cuore. Ma quanto più lontano fuggivo tanto più viva si agitava
dinanzi ai miei occhi la visione; tanto più divorante m’inseguiva lo splendore
di quelle membra giovanili.
«La notte mi raggiunse nella foresta. Il cielo si era coperto di nubi minacciose,
un tremendo uragano cavalcava sui monti. “Solo se egli muore, potremo
rivederci!” sentivo una voce gridare continuamente dentro di me, e io
fuggivo come inseguito da spettri.
«Qualche volta mi pareva di udire al mio fianco nella foresta lo scalpitare di
cavalli, ma la gente mi atterriva e io fuggivo dinanzi al rumore. Infine scorsi
da un’altura nella lontananza il castello della mia amata. I corni da caccia
suonavano come sempre, lo splendore delle luci si irradiava come tenue
chiarore lunare da tutte le finestre e illuminava magicamente la corona degli
alberi e dei fiori più vicini, mentre tutto il resto della contrada lottava nella
bufera e nelle tenebre.
«Finalmente, incapace quasi di dominare i miei sensi, mi arrampicai sopra
una rupe elevata, al cui piede gorgogliava petulante un torrentello. Giunto in
cima intravidi un’ombra oscura, seduta immobile sopra un masso, masso essa
stessa. Le nubi si rincorrevano in cielo. Il vento qua e là le strappava a
brandelli. Una luna sanguigna apparve per un attimo: riconobbi allora il mio
amico, il promesso sposo dell’amata.
«Non appena mi scorse si alzò in piedi frettolosamente. Tremai a verga a
verga in cuor mio; quindi lo vidi trarre la spada. Mi lanciai contro di lui e lo
afferrai. Lottammo un poco, poi d’un tratto lo feci rotolare dal precipizio.
«Improvvisamente il silenzio divenne terribile. Solo il torrente scrosciò più
forte, come per seppellire il mio passato in mezzo al fragore delle sue onde
turbinanti, come se tutto fosse finito per l’eternità.
«Mi allontanai a precipizio da quel luogo d’angoscia. D’un tratto mi parve
sentire alle spalle una risata acuta e malvagia, che veniva dalle cime degli
alberi. E insieme credetti, tanto ero confuso, di scorgere l’uccello inseguito
poco anzi. Mi precipitai, folle di paura, attraverso la foresta, superai le mura
del giardino, tentai con tutte le mie forze di smuovere i cardini della porta del
castello.
«“Apri” urlavo fuori di me “apri, ho ucciso il fratello del mio cuore. Ora sei
mia in terra e nell’inferno. ” L’uscio si spalancò e la donzella, bella come non
l’avevo mai veduta, si gettò contro il mio petto, sconvolto da tante bufere, e
mi coperse di baci di fuoco.
«Non vi parlerò della magnificenza delle sale, del profumo di meravigliosi
fiori esotici, tra cui occhieggiavano ogni tanto donne bellissime, intente a
cantare, dei torrenti di luce e di musica, del piacere selvaggio e indicibile che
gustai fra le braccia della donzella…»
A questo punto l’eremita sobbalzò improvvisamente. Uno strano canto sfiorò
passando le finestre del castello. Erano poche note: ora somigliavano a voce
umana, ora alla voce acuta del clarinetto.
«Tranquillizzatevi» disse Ubaldo. «noi ormai ci siamo abituati. Si dice che
nelle foreste vicine esista il sortilegio; molte volte, nelle notti d’autunno
questa musica giunge fino al nostro castello. Ma s’avvicina e s’allontana con
uguale velocità e noi non vi badiamo.»
Tuttavia era evidente che il cuore del cavaliere era oppresso da una
commozione a stento dominata. Non si udiva più suono di musica. Lo
straniero, seduto, taceva, sprofondato in meditazioni. Il suo spirito vagava
lontano. Dopo una lunga pausa riuscì a raccogliersi nuovamente e riprese il
suo racconto, sebbene non con la calma di prima.
«Mi ero accorto che qualche volta in mezzo a tutto quello splendore la
donzella veniva afferrata da una invincibile malinconia, quando dalle bifore
del castello si accorgeva che l’autunno stava per prendere congedo. Ma un
buon sonno profondo bastava a ristorarla e calmarla, e il suo volto
meraviglioso, il giardino, tutta la contrada mi fissavano il mattino di poi
riposati, freschi come appena creati.
«Una volta, mentre stavo con lei affacciato alla finestra, notai che la bella era
più triste e silenziosa del solito. Fuori, in giardino, la tramontana rincorreva
le foglie secche. Mi accorsi che mentre fissava la contrada impallidiva e
rabbrividiva tratto tratto segretamente. Tutte le sue donne se ne erano andate,
le canzoni dei corni da caccia giungevano quel giorno da una lontananza
infinita. D’improvviso tacquero. Gli occhi della mia amata avevano perduto il
loro splendore, quasi prossimi a spegnersi. Il sole tramontò dietro i monti e
illuminò con un ultimo sprazzo il giardino e le valli. Improvvisamente la
donzella mi strinse fra le sue braccia e incominciò una strana canzone, che
non avevo mai udito prima di allora e che echeggiava in tutta la casa con
malinconici accordi. Io ascoltavo rapito. Era come se quella melodia mi
trascinasse in giù insieme col tramonto. Gli occhi mi si chiusero
involontariamente. Caddi addormentato e sognai.
«Era notte fonda quando mi svegliai. Un gran silenzio regnava in tutto il
castello. La luna splendeva chiarissima. L’amata giaceva al mio fianco su
cuscini di seta. L’osservai con stupore: era pallida come un cadavere. I suoi
riccioli posavano disordinatamente, come scomposti dal vento, sul volto e sul
seno. Tutto il resto intorno a me era come quando mi ero addormentato.
Avevo l’impressione però che da allora fosse trascorso molto tempo. Mi
avvicinai alla finestra spalancata. La contrada mi parve mutata e del tutto
diversa da quella che avevo sempre veduta. Gli alberi stormivano in modo
strano. D’un tratto scorsi presso le mura del castello due uomini, che
mormoravano frasi oscure, si interrogavano e si agitavano curvandosi l’uno
verso l’altro come se stessero tessendo una trama. Non comprendevo ciò che
dicevano, solo ogni tanto mi giungeva il suono del mio nome. Mi volsi a
fissare la fanciulla che giaceva illuminata dai raggi della luna. Pareva una
statua di marmo bellissima, ma fredda come la morte e immobile. Sul suo
seno irrigidito scintillava una pietra simile all’occhio del basilisco, la sua
bocca era stranamente contratta.
«Fui preso allora all’improvviso da un terrore quale non avevo mai
conosciuto in vita mia. Abbandonai la stanza, mi precipitai attraverso i saloni
deserti, da cui era scomparsa ogni fastosità. Uscito dal castello vidi due
uomini sconosciuti irrigidirsi improvvisamente nella loro opera e stare fermi
come statue. C’era al piede di un monte un laghetto solitario, intorno al quale
alcune fanciulle, con abiti bianchi come neve, cantavano meravigliosamente e
parevano intente a stendere sul prato strane ragnatele ai raggi della luna.
Quella vista e quel canto accrebbero la mia ambascia. Scavalcai in fretta il
muro del giardino. Le nubi si inseguivano rapide nel cielo, le fronde degli
alberi frusciavano alle mie spalle.
«A poco a poco la notte si fece più calma e più tepida, gli usignoli
gorgheggiarono fra i cespugli. Giù, dal fondo della valle, mi giunsero voci
umane, e vecchi ricordi, ormai sopiti da tempo, tornarono albeggiando nel
mio cuore arido e spento. Dinanzi a me, sulle montagne, avanzò una
splendida alba di primavera.
«“Che cosa accade? Dove mi trovo?” esclamai stupito. “L’autunno e l’inverno
sono passati. La primavera ingemma nuovamente il mondo. Mio Dio, dove
sono rimasto così a lungo?”
«Finalmente raggiunsi il vertice dell’ultima montagna. Il sole stava per
sorgere. Un brivido di piacere percosse la terra, le acque dei fiumi, i castelli
scintillarono, gli uomini calmi e sereni si avviavano alle loro bisogne, le
allodole salutavano canore il mattino. Caddi in ginocchio e piansi
amaramente la mia vita perduta.
«Non compresi, né oggi lo comprendo, come tutto questo sia avvenuto. Mi
proposi di non scendere mai più nel mondo innocente e gaio. Il mio petto era
troppo riarso dai peccati e da voluttà sfrenate. Decisi di seppellirmi vivo in
un luogo desolato, di invocare il perdono del Cielo e di non rivedere le case
degli uomini prima d’aver lavato con lagrime di vero pentimento i miei
peccati, l’unica cosa del mio passato di cui avessi piena coscienza.
«Vivevo così da un anno quando voi mi avete incontrato. Ogni giorno
elevavo preghiere ardenti e qualche volta mi è parso di aver superato tutto e
trovato grazia presso Dio. Ma era illusione fallace. Allorché l’autunno
stendeva di nuovo la sua rete di meravigliosi colori sulle montagne e sulle
valli, giungevano dalla foresta canti ben noti. Penetravano nella mia
solitudine, strappavano le risposte a voci oscure nel mio petto. Il suono delle
campane mi incute sempre spavento quando, nelle chiare mattine
domenicali, vola al di sopra delle montagne e giunge fino a me, quasi a
cercare nel mio petto l’antico regno di Dio dell’infanzia, che non esiste più.
Sapete, nel cuore degli uomini c’è un regno incantevole e oscuro, nel quale
cristalli e rubini e tutti i fiori del mondo impietriti lampeggiano con sguardi
d’amore rabbrividenti. Ogni tanto vi penetrano magici suoni, né si sa di dove
vengano né dove siano diretti. La bellezza della vita terrena vi filtra
scintillando come al crepuscolo. Sorgenti invisibili mormorano malinconiche
e invitanti e tutto trascina giù, sempre più giù, eternamente.»
«Povero Raimondo» esclamò il cavaliere Ubaldo, che aveva ascoltato con
profonda commozione l’eremita, trasognato e immerso nel suo racconto.
«Chi siete voi, in nome del Cielo, che conoscete il mio nome?» domandò
l’altro balzando in piedi, quasi colpito dalla folgore.
«Mio Dio» rispose il cavaliere stringendo affettuosamente fra le braccia
l’uomo tremante «dunque non ci riconosci? Io sono il tuo vecchio fedele
fratello d’armi, Ubaldo, e questa è Berta, che tu amavi in segreto e che hai
aiutato a montare in sella dopo quella festa. Il tempo e una vita avventurosa
hanno fatto sfiorire il nostro aspetto di allora. Ti ho riconosciuto solo quando
hai cominciato a raccontare la tua storia. Non sono mai stato in quella
contrada che tu hai descritto, né mai mi sono battuto con te su una rupe.
Subito dopo quella festa sono partito per la Palestina. Ho combattuto
parecchi anni e al mio ritorno Berta è divenuta mia moglie. Anche lei non ti
ha mai più visto dopo di allora, e il tuo racconto è tutta una vana
fantasticheria. Un malvagio sortilegio, che risorge ogni autunno, ti ha tenuto
incatenato per molto tempo con giochi menzogneri, mio povero Raimondo.
Gli anni sono stati mesi per te. Quando sono tornato dalla Terra Santa
nessuno seppe dirmi dove eri andato, e noi ti credevamo scomparso.»
Ubaldo, per la gioia, non si accorse che il suo amico era stato preso da un
tremito che aumentava ad ogni sua parola. Raimondo fissava lui e sua moglie
a occhi sbarrati. D’un tratto riconobbe l’amico e l’amata della sua giovinezza,
illuminata dal riverbero guizzante del fuoco.
«Perduto, tutto perduto!» esclamò tragicamente. Si strappò dalle braccia di
Ubaldo e fuggì rapido nella notte, verso la foresta.
«Sì, tutto è perduto. Il mio amore e la mia vita non sono stati che una lunga
illusione» continuava a ripetersi. Corse fin che le luci del castello di Ubaldo
furono svanite alle sue spalle. Involontariamente si era diretto verso il suo
castello, che raggiunse all’alba.
Era sorta di nuovo una dolce e tenera mattina di autunno, come quella di
molti anni prima, al termine della festa.
Il ricordo di quel tempo e il dolore per i doni della giovinezza perduti si
impadronirono di tutta la sua anima. Gli altissimi tigli della corte stormivano
come un tempo, ma lo squallore regnava ovunque e il vento sibilava
attraverso le bifore in rovina.
Entrò nel giardino. Era desolato. Solo qualche fiore tardivo occhieggiava qua
e là sull’erba scialba. Sopra un ramo un uccello cinguettava una canzone
meravigliosa e nostalgica.
La stessa musica che aveva udito passare accanto alle finestre la sera nel
castello di Ubaldo lo sfiorò. Con terrore ravvisò il bell’uccello dorato della
foresta incantata. Affacciato a una finestra del castello c’era un uomo alto,
pallido, macchiato di sangue. Era l’immagine di Ubaldo.
Raimondo atterrito allontanò lo sguardo da quella visione spaventosamente
immota e fissò la limpidità mattutina. D’un tratto scorse in fondo alla valle
avanzare a cavallo di un destriero snello e focoso la bella donzella. Era nel
fiore della gioventù. I fili argentei dell’estate svolazzavano graziosi alle sue
spalle, il fiore di gemme sulla sua fronte gettava lampi d’oro verde sopra la
landa.
Raimondo, sconvolto, uscì dal giardino e inseguì la divina figura, preceduto
dallo strano canto dell’uccello.
Via via che avanzava la musica si trasformava nella vecchia canzone di
caccia, fata Morgana di quel tempo passato.

I miei riccioli d’oro ondeggiano


Il mio giovane corpo fiorisce ancora con dolcezza,

sentì echeggiare a pause nella lontananza…

I ruscelli nel terreno silenzioso


Andar lontano scrosciando?

Il suo castello, le montagne, tutto il mondo crollò alle sue spalle.

Ricco, colmo saluto d’amore


Ti offre il clangore dei corni.
Dolce amore, prima che si tacciano, vieni.

echeggiò ancora una volta.


Vinto dalla follia il povero Raimondo seguì il suono e s’immerse nella foresta.
Da allora nessuno l’ha mai più veduto.
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann
L’UOMO DELLA SABBIA

(Der Sandmann, 1817)

È il più celebre racconto di Hoffmann; è stata la fonte principale dell’opera di


Offenbach; ha dato lo spunto a un saggio di Freud sul “perturbante”. Scegliere un
racconto nella vasta opera di Hoffmann è difficile: se mi fermo su Der Sandmann
non è per confermare la scelta più ovvia, ma perché questo mi sembra veramente il
più rappresentativo racconto del massimo autore fantastico dell'Ottocento (1766-
1822), il più ricco di suggestione e il più forte come tenuta narrativa. La scoperta
dell’inconscio avviene qui, nella letteratura romantica fantastica, quasi cent’anni
prima che ne venga data una definizione teorica.
Gli incubi infantili di Nataniele – che identifica il babau evocato dalla madre per
mandarlo a dormire col sinistro personaggio dell’avvocato Coppelius, amico del
padre, e si persuade che questi sia l’orco che strappa gli occhi ai bambini – continuano
ad accompagnarlo da adulto. Mentre egli è studente in città, crede di riconoscere
Coppelius nel piemontese Coppola, venditore di barometri e di occhiali. L’amore per la
figlia del professor Spallanzani, Olimpia, che tutti credono una ragazza mentre
invece è un manichino (anche questo tema, l’automa, la bambola, diventerà ricorrente
nella narrativa fantastica), viene sconvolto da nuove apparizioni di Coppola-
Coppelius fino alla pazzia di Nataniele.

Nataniele a Lotario
Certo sarete tutti inquieti perché non scrivo, da tanto tanto tempo. La
mamma sarà indignata e Clara crederà forse che io faccia qui la vita di
michelaccio e abbia del tutto dimenticato il mio angiolo soave che mi è tanto
profondamente impresso nel cuore e nella mente. Ma non è così: non passa
giorno, non passa ora che io non pensi a voi tutti, e nei miei sogni mi appare
la gentile figura della mia dolce Claretta e mi sorride dagli occhi limpidi con
quella grazia che aveva quando entravo in casa vostra. Ahimè, come potevo
scrivervi, con l’animo straziato che mi sconvolgeva in questi tempi ogni
pensiero!
Nella mia vita si è insinuata una cosa spaventevole. Oscuri presentimenti di
un destino orribile che mi sovrasta si librano sulla mia testa come ombre nere
di nuvole impenetrabili a ogni raggio di sole. Ora devo dirti quel che mi è
capitato. Lo devo, lo capisco, ma al solo pensiero mi esce dal petto una risata
folle. O mio carissimo Lotario, non so come incominciare per farti sentire
almeno in parte come ciò che mi è toccato alcuni giorni or sono abbia potuto
veramente distruggere la mia vita. Se tu fossi qui, potresti vedere coi tuoi
occhi; così invece mi prenderai certamente per un visionario farneticante. Per
farla breve, la cosa orrenda che mi è capitata (e invano mi sforzo di
allontanarne l’impressione mortale) consiste in questo: che alcuni giorni fa, il
30 di ottobre, esattamente a mezzogiorno, un venditore di barometri entrò
nella mia stanza e mi offerse la sua merce. Io non comprai nulla e minacciai di
buttarlo giù dalle scale: dopo di che se ne andò da sé.
Tu intuisci che questo fatto può avere importanza soltanto per rapporti
particolari che incidono profondamente nella mia vita, e che quello
sciagurato venditore deve avere su di me influenze deleterie. Così è infatti.
Ora lasciami raccogliere tutte le mie forze per narrarti con calma e pazienza
quel tanto della mia giovinezza che possa presentarti le cose con chiarezza e
precisione in vivide imagini. Ma mentre sto per incominciare mi par di
sentirti ridere e di udire Clara che dice: “Che fanciullaggini!”.
Ridete, vi prego, ridete pure di me! Ma, santo Dio, i capelli mi si rizzano sulla
testa e mi sembra che questo mio invito a deridermi sia fatto nella follia della
disperazione, come quello di Francesco Moor a Daniele. Ma veniamo ai fatti!
Oltre che alla colazione di mezzogiorno io e mia sorella vedevamo molto
poco il babbo durante la giornata. Doveva aver molto da fare in ufficio. Dopo
la cena che, secondo una vecchia consuetudine, era messa in tavola già alle
sette, tutti noi con la mamma andavamo nello studio del babbo e sedevamo
intorno a una tavola rotonda. Il babbo fumava e si beveva un bicchierone di
birra. Molte volte ci raccontava storie meravigliose e vi s’infervorava
talmente che la pipa gli si spegneva e io dovevo riaccenderla accostando al
fuoco un pezzo di carta: che era per me un grande divertimento. Spesso
invece ci metteva davanti libri illustrati, se ne stava muto e pensieroso nel
seggiolone a braccioli e soffiava grandi nuvole di fumo, sicché ci pareva di
essere in mezzo alla nebbia. In quelle sere la mamma era molto triste e
appena suonavano le nove ci diceva: «Su, ragazzi, a letto! a letto! Viene
l’uomo della sabbia, mi par di vederlo».
E realmente ogni volta sentivo un passo lento e pesante che montava la scala:
doveva essere l’uomo della sabbia. Una volta quei passi cupi e rintronanti mi
misero i brividi; e alla mamma che mi conduceva via domandai: «Di‘,
mamma, chi è poi quel cattivo uomo della sabbia che ci allontana sempre dal
babbo? Come è fatto?».
«Caro figliolo, l’uomo della sabbia non esiste» mi rispose la mamma.
«Quando dico che viene l’uomo della sabbia, voglio dire soltanto che siete
assonnati e non potete più tenere gli occhi aperti come vi ci avessero buttato
una manciata di sabbia.»
La risposta della mamma non mi accontentò, anzi nella mia mente infantile
sorse chiaramente il pensiero che la mamma negasse l’esistenza dell’uomo
della sabbia soltanto perché non avessimo paura: tant’è vero che lo sentivo
sempre salire la scala. Incuriosito, e desiderando di sapere di più sul conto
dell’uomo della sabbia e dei suoi rapporti con noi ragazzi, domandai infine
alla vecchia cui era affidata la mia sorellina minore che uomo fosse mai quello
della sabbia.
«Oh, Niele» rispose costei «non lo sai ancora? È un uomo cattivo che viene
dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro manciate di
sabbia negli occhi fino a farglieli schizzare dalla testa: poi li prende così
sanguinanti, li mette in un sacco e li porta nella luna in pasto ai suoi
figlioletti; questi stanno lassù in un nido e hanno il becco curvo come le
civette e con questo beccano gli occhi dei bambini cattivi.»
Nella mia mente si disegnò l’orribile imagine di quell’uomo crudele; e
quando la sera lo udivo salire, tremavo dall’angoscia e dal terrore. Mia madre
non poteva cavarmi di bocca altro che queste parole balbettate fra le lacrime:
«L’uomo della sabbia! L’uomo della sabbia!».
E correvo nella stanza da letto e mi torturavo tutta la notte con la paurosa
visione dell’uomo della sabbia.
Quando fui abbastanza grande per capire che quella faccenda dell’uomo
della sabbia e della sua nidiata di figlioli nella luna, come aveva detto la
governante, non doveva essere una cosa vera, l’uomo della sabbia continuò
ad essere per me un orrido fantasma, e io continuai a provare spavento e
raccapriccio non solo quando lo udivo salire dalla scala, ma anche sentendo
che apriva la stanza di mio padre e vi entrava. Qualche volta rimaneva
assente a lungo, ma poi veniva più volte di seguito.
Così si andò avanti per parecchi anni e io non riuscivo ad assuefarmi, né a
vincere la paura di quello spettro la cui imagine non impallidiva nella mia
mente. I contatti del pauroso uomo della sabbia con mio padre agitavano
sempre più la mia fantasia; un ritegno invincibile mi impediva di chiedere
informazioni al babbo, ma con gli anni sorse sempre più viva in me la voglia
di indagare da me stesso il mistero e di vedere il favoloso uomo della sabbia.
Questi mi aveva messo sulla strada dell’avventura, delle cose meravigliose
che tanto facilmente si annidano nell’animo infantile. Nulla mi piaceva tanto
quanto ascoltare o leggere storie raccapriccianti di folletti, di streghe, di
pollicini ecc. Ma in cima a tutto stava l’uomo della sabbia che andavo
disegnando, negli atteggiamenti più strani e più ripugnanti, col gesso e col
carbone su tutte le tavole, sugli armadi, sulle pareti.
Quando ebbi compiuto i dieci anni, mia madre mi passò dalla stanza dei
bambini in una cameretta che si apriva sul corridoio vicino alla camera del
babbo. Come sempre quando suonavano le nove e quello sconosciuto si
faceva sentire in casa, dovevamo allontanarci senza indugio. Dalla mia
cameretta lo udivo entrare dal babbo e poco dopo mi sembrava che per la
casa si diffondesse un fumo sottile di odore strano. Con la curiosità andava
crescendo anche il mio coraggio di fare in qualche modo la conoscenza
dell’uomo della sabbia. Spesso sgusciavo dalla cameretta sul corridoio non
appena la mamma era passata oltre, ma non riuscivo a scoprire nulla perché,
quando arrivavo al punto da dove avrei dovuto vederlo, l’uomo della sabbia
si era già infilato nella stanza del babbo. Infine, spinto da una smania
irresistibile, decisi di nascondermi in quella stanza e di aspettarvi lo
sconosciuto.
Una sera capii dal silenzio di mio padre e dalla tristezza della mamma che
l’uomo della sabbia sarebbe arrivato; mi finsi molto stanco, lasciai la stanza
prima delle nove e mi acquattai in un angolino presso la porta. Il portone di
casa cigolò e passi lenti e pesanti rintronarono dal vestibolo verso la scala.
Mia madre mi passò davanti con mia sorella. Piano piano aprii la stanza del
babbo, il quale se ne stava seduto come al solito muto e rigido; volgeva le
spalle alla porta e non si accorse di me che entravo rapidamente e mi infilavo
dietro la tendina tirata davanti a un armadio aperto dove il babbo teneva gli
abiti. Sempre più vicino… sempre più vicino suonavano quei passi.. un
tossire di fuori, uno strisciar di piedi e uno strano borbottìo. Il cuore mi
tremava nell’attesa angosciosa. Ed ecco un passo proprio davanti la porta…
un colpo violento sulla maniglia… la porta si spalanca! Raccogliendo tutto il
mio coraggio sporgo la testa con cautela. L’uomo della sabbia è nel mezzo
della stanza davanti a mio padre, la luce delle candele gli illumina la faccia.
L’uomo della sabbia, il terribile uomo della sabbia è il vecchio avvocato
Coppelius che qualche volta viene da noi a colazione!
Ma la figura più mostruosa non avrebbe potuto spaventarmi come quel
Coppelius. Figurati un uomo alto dalle spalle larghe, con un testone informe,
la faccia terrea, le sopracciglia grigie e folte, di sotto le quali scintillano due
occhi da gatto verdastri e pungenti, il gran naso pendente sul labbro
superiore. La sua bocca torta si atteggia spesso a un riso beffardo; e allora gli
appaiono sulle guance alcune macchioline scarlatte, e un sibilo strano gli
passa tra i denti stretti. Coppelius compariva sempre con una giacca color
cenere di taglio antico, il panciotto e i calzoni dello stesso colore, ma portava
le calze nere e le scarpe con fibbie ornate di pietre. La piccola parrucca gli
copriva il cocuzzolo, i cernecchi gli stavano appiccicati sopra le grandi
orecchie rosse e una grossa reticella per i capelli gli sporgeva dalla nuca
lasciando scorgere il fermaglio d’argento che teneva fissa la cravatta
pieghettata. Tutta la sua persona era antipatica e odiosa; ma a noi ragazzi
davano disgusto specialmente le sue manacce nodose e pelose; al punto che
rifiutavamo tutto ciò che egli toccava. Se n’era accorto e si divertiva a toccare
con qualche pretesto o un pezzetto di torta o un frutto maturo che la nostra
buona mamma ci metteva nel piatto, sicché dallo schifo e dal ribrezzo, con le
lacrime agli occhi, rinunciavamo alle ghiottonerie che dovevano darci gioia. E
faceva lo stesso nei giorni di festa quando il babbo ci mesceva un bicchierino
di vin dolce: quello vi posava rapidamente la mano o si portava addirittura il
bicchierino alle labbra paonazze e livide e si faceva le sue risate diaboliche
quando noi non potevamo esprimere il nostro dispetto se non con singhiozzi
sommessi. Ci chiamava sempre “le bestiole”; quando c’era lui, non dovevamo
dire una parola e non potevamo che maledire quell’uomo brutto e cattivo che
ci guastava apposta anche il piacere più innocente. Mia madre pareva che
odiasse quanto noi quell’antipatico Coppelius; appena infatti egli si faceva
vedere, la serenità di lei, la sua natura gaia e ingenua si tramutava in tristezza
cupa e severa. Mio padre invece lo trattava come fosse un essere superiore,
del quale si debbano sopportare le sgarberie e cercar di tener alto il buon
umore. Bastava che quello facesse un’allusione e tosto si preparavano cibi
prelibati e si mescevano vini rari.
Appena dunque vidi Coppelius, provai orrore e raccapriccio, poiché l’uomo
della sabbia non poteva essere che lui; e non era più lo spauracchio della fiaba
della governante, quello che veniva a prendersi gli occhi dei bambini da dare
in pasto alle civette nella luna… tutt’altro… Era un mostro orribile e
fantastico, un orco che dovunque arrivava seminava dolori e miserie… rovine
temporanee e perpetue.
Rimasi affascinato. A rischio di essere scoperto e punito severamente rimasi
al mio posto sporgendo la testa dalla tendina, in ascolto. Mio padre accolse
Coppelius con fare cerimonioso. «Su, all’opera!» esclamò quest’ultimo con
voce roca e stridula, levandosi la giubba. Il babbo si tolse anche lui la veste da
notte in cupo silenzio, e tutti e due indossarono lunghe tuniche nere. Dove le
prendessero non potei vedere. Mio padre aprì i battenti d’un armadio a
muro; ma quello che per tanto tempo avevo ritenuto un armadio era invece
una caverna nera nella quale sorgeva un piccolo focolare. Coppelius si
avvicinò e suscitò una fiamma azzurra e scoppiettante. Intorno c’erano strani
oggetti. Dio mio, com’era trasfigurato mio padre mentre si chinava sul fuoco!
Si sarebbe detto che un dolore orribile e lancinante avesse stravolto i suoi
lineamenti dolci e onesti trasformandolo in un demonio brutto e ripugnante.
Assomigliava a Coppelius, il quale con le tenaglie incandescenti toglieva dal
fumo denso sostanze sfavillanti che poi martellava furiosamente. Mi pareva
di vedere intorno tanti volti umani, ma senza occhi: al posto degli occhi erano
cavità nere e profonde. «Qua gli occhi! qua gli occhi!» gridava Coppelius con
voce cupa e tonante.
Preso dallo spavento mandai un grido e balzai dal mio nascondiglio.
Coppelius mi acciuffò. «Ah, bestiola! bestiola!» belò digrignando i denti e,
sollevatomi, mi buttò sul focolare, dove la fiamma incominciò a bruciarmi i
capelli. «Qui ci sono occhi… occhi… un bel paio d’occhi di fanciullo.» Così
sussurrava Coppelius cavando dalla fiamma alcuni granelli incandescenti per
buttarmeli negli occhi.
Mio padre alzò le mani implorando ed esclamò: «Maestro, maestro, lascia gli
occhi al mio Nataniele… lasciali!».
Coppelius rise rumorosamente e disse: «Se li tenga, gli occhi, il ragazzo e
frigni la sua parte del mondo; ma vediamo un po‘ da vicino il meccanismo
delle mani e dei piedi!». Così dicendo mi strinse con forza le giunture
facendole crocchiare e mi svitò le mani e i piedi e andava rimettendo a posto
ora quelle, ora questi. «Non vanno bene tutti! Era meglio prima. Il vecchio se
ne intendeva!» Così sibilava e bisbigliava Coppelius; ma io vidi nero intorno
intorno, un’improvvisa convulsione mi scosse i nervi e le ossa… e perdetti i
sensi.
Un soffio dolce e tepido mi passò sul viso: mi svegliai come da un sonno
mortale: mia madre si era chinata sopra di me…
«C’è ancora l’uomo della sabbia?» balbettai.
«No, caro, è andato via da tanto tempo, non ti fa più del male!» rispose la
mamma baciando e accarezzando il beniamino ritrovato.
Perché annoiarti, mio carissimo Lotario? Perché raccontarti così ampiamente i
particolari, mentre mi rimane ancora tanto da dire? Basta. Fatto sta che fui
scoperto ad origliare e maltrattato da Coppelius. Lo spavento e l’angoscia mi
fecero venire un febbrone che durò alcune settimane.
«C’è ancora l’uomo della sabbia?» Queste furono le mie prime parole
ragionevoli, furono l’indizio della guarigione, della salvezza.
Ti racconterò ancora il momento più spaventevole della mia giovinezza; ti
convincerai allora che non è la debolezza degli occhi a farmi sembrare
incolore ogni cosa, ma che veramente un fato oscuro ha teso sulla mia vita un
velo opaco di nuvole che riuscirò a squarciare soltanto morendo.
Coppelius non si fece più vedere. Si diceva che avesse abbandonato la città.
Poteva essere passato un anno, allorché una sera, secondo l’antica usanza,
stavamo intorno alla tavola rotonda. Mio padre era molto sereno e raccontava
episodi divertenti dei viaggi che aveva fatto in gioventù. Ad un tratto, allo
scoccare delle nove udimmo il portone cigolare sui cardini e passi lenti e
pesanti rintronare nel vestibolo verso la scala.
«Questo è Coppelius» disse mia madre impallidendo.
«Sì, è Coppelius» ripeté il babbo con voce stanca e tremante.
Gli occhi di mia madre si empirono di lacrime. «Ma, babbo, babbo! 3» esclamò.
«Non si può proprio farne a meno?»
«È l’ultima volta» replicò il babbo. «Oggi viene per l’ultima volta, te lo
prometto. Va‘, va‘ con i ragazzi. Andate, andate a letto! Buona notte.»
Io ebbi l’impressione di essere premuto fra due pietre fredde… mi sentii
mancare il respiro. Vedendomi immobile mia madre mi prese per un braccio:

3 È uso dei paesi germanici che la moglie dia del “babbo” al marito, dopo la nascita dei primi figli.
«Vieni, Nataniele, vieni, caro!». Io mi lasciai condurre via e entrai nella mia
cameretta.
«Sta‘ tranquillo, sta‘ calmo, mettiti a letto! Dormi… dormi…» diceva mia
madre. Ma torturato da un’inquietudine indescrivibile non potei chiudere
occhio. L’odiato e rivoltante Coppelius mi stava davanti con gli occhi
sfavillanti e rideva di quel suo riso beffardo: invano cercavo di liberarmi da
quell’immagine. Poteva essere la mezzanotte allorché si udì un colpo
tremendo come uno sparo di artiglieria. Tutta la casa ne rimbombò, udii un
correre e frusciare davanti la mia porta, il portone di casa si chiuse con uno
schianto. «Questo è Coppelius!» gridai atterrito, e balzai dal letto.
In quella scoppiò un pianto disperato, io mi precipitai verso la stanza del
babbo, che trovai aperta, mi ingolfai in un vapore soffocante, mentre la
fantesca urlava: «Oh, il padrone!… il padrone».
Per terra davanti al focolare fumante mio padre giaceva esanime con la faccia
orribilmente stravolta, nera, bruciacchiata, mentre intorno a lui gemevano e
piangevano le mie sorelle… e la mamma era svenuta!
«Coppelius, satanasso infame, hai ucciso mio padre!» gridai e svenni.
Due giorni dopo, quando mio padre fu composto nella bara, i suoi lineamenti
erano di nuovo dolci e miti come da vivo. Mi confortai al pensiero che la sua
lega col diabolico Coppelius non poteva dunque averlo precipitato nella
dannazione eterna.
L’esplosione aveva svegliato i vicini, la notizia del fatto si propagò e giunse
alle orecchie delle autorità, che decisero di processare Coppelius. Ma questi
era scomparso senza lasciar traccia.
Se ti dirò ora, mio ottimo amico, che quel venditore di barometri era
precisamente il maledetto Coppelius, non ti stupirai, penso, che
quell’apparizione ostile mi sia presagio di gravi sciagure. Era vestito
diversamente, ma l’aspetto e i lineamenti di Coppelius mi stanno impressi
troppo profondamente nell’anima perché possa cadere in errore. Oltre ciò,
Coppelius non ha neanche cambiato nome. Mi dicono che qui si fa passare
per meccanico piemontese e si fa chiamare Giuseppe Coppola.
Sono risoluto di fare i conti con lui e di vendicare la morte di mio padre,
accada quel che vuole.
Non dir niente alla mamma della comparsa di quel mostro. Saluta la mia
dolce e cara Claretta; le scriverò in un momento più tranquillo. Addio.

Clara a Nataniele
È vero che non mi hai scritto da molto tempo, ma sono convinta che mi tieni
nel cuore e nel pensiero. A me infatti pensavi vivamente quando stavi per
spedire la tua ultima lettera a mio fratello Lotario e vi scrivesti invece il mio
indirizzo. Aprii la lettera con gioia e mi accorsi dell’errore soltanto alle parole
«O mio carissimo Lotario». Ora non avrei dovuto continuare a leggere, ma
consegnare la lettera a mio fratello. Benché però più volte, nelle nostre
burlette fanciullesche, tu mi abbia rimproverato di aver un’anima così
tranquilla e riflessiva che come quella tal donna, di fronte al crollo imminente
della casa, prima di fuggire liscerei rapidamente una piega alla tendina della
finestra, posso assicurarti che l’inizio della tua lettera mi commosse
profondamente. Rimasi senza fiato e vidi davanti gli occhi una danza di punti
luminosi.
O mio Nataniele adorato, come poté entrare nella tua vita un fatto così
orribile? Separarmi da te, non rivederti più: questo pensiero mi attraversò
l’anima come una pugnalata nel petto. E lessi, lessi tutto! La tua descrizione
dell’odioso Coppelius è spaventosa. Soltanto ora venni a sapere di qual morte
violenta e terribile è morto il tuo povero vecchio babbo. Mio fratello Lotario,
cui consegnai ciò che gli spettava, cercò di calmarmi, ma vi riuscì male.
Giuseppe Coppola, lo sciagurato venditore di barometri, mi seguiva a ogni
passo e quasi mi vergogno di confessare che poté persino distruggere con
strani sogni e fantasmi il mio sonno, di solito così sano e tranquillo. Ma assai
presto, già il giorno seguente, le cose avevano preso un aspetto diverso. Non
volermi male, mio adorato, se Lotario dovesse comunicarti che, nonostante il
tuo strano presentimento che Coppelius debba farti del male, sono come al
solito calma e serena.
Ti dirò subito che, secondo me, tutti cotesti fatti spaventosi sono avvenuti
soltanto dentro di te, mentre la realtà esterna vi aveva ben poca parte.
Ripugnante sarà stato certamente il vecchio Coppelius, ma il fatto che odiava
i bambini suscitò in voi un vero ribrezzo e la vostra antipatia.
Naturalmente il pauroso uomo della sabbia si fuse nel tuo spirito infantile col
vecchio Coppelius che, anche se non credevi all’uomo della sabbia, rimase
pur sempre per te il mostro fantastico e pericoloso specialmente ai bambini.
Quel lavorìo notturno insieme con tuo padre era dato semplicemente da
segreti esperimenti alchimistici che certo non potevano far piacere a tua
madre perché vi si sarà sprecato molto denaro, e per di più, come accade con
simili ricercatori, il cuore di tuo padre, tutto preso dal desiderio fallace di
raggiungere la sapienza suprema, si allontanava dalla famiglia. Certamente il
tuo babbo ha trovato la morte in seguito a una sua imprudenza e Coppelius
non ne ha colpa. Ti dirò che ieri ho chiesto al nostro bravo farmacista qui
vicino se, in esperimenti di chimica, sia possibile un’esplosione così
improvvisa e mortale. «E come!» mi rispose, e mi descrisse alla sua maniera
in lungo e in largo come possa avvenire, e pronunciò tante parole strane che
non ho potuto ritenere. Ora, immagino, terrai il broncio alla tua Clara e dirai:
“In quell’anima fredda non penetra raggio di quel mistero che stringe talvolta
gli uomini con braccia invisibili; ella vede soltanto la superficie multicolore
del mondo e se la gode come una bimba ingenua a vedere il frutto dorato e
scintillante che racchiude un veleno mortale”.
Ma, mio carissimo Nataniele, non credi forse che anche nelle anime serene,
ingenue e spensierate possa vivere il presentimento d’una potenza oscura e
ostile che cerca di schiantarci nel nostro stesso io? Perdonami ora se, da
quella ragazza semplice che sono, oso accingermi a spiegare in qualche modo
come mi si presenti una simile lotta interiore. Può darsi che non trovi le
parole giuste e che tu rida di me, non già perché il mio concetto sia sciocco,
ma perché sono così poco abile nell’esprimerlo.
Se esiste un potere oscuro e ostile che immette a tradimento un filo nel nostro
cuore col quale poi ci afferra e ci trascina su una via pericolosa e mortale che
altrimenti non avremmo battuto… se un potere siffatto esiste, deve prendere
dentro di noi la nostra stessa forma, deve anzi diventare il nostro io: soltanto
così infatti possiamo crederci e concedergli quello spazio di cui ha bisogno
per compiere quell’opera segreta. Se abbiamo la mente abbastanza salda,
rinvigorita dalla vita serena, per riconoscere un influsso ostile come tale e
camminare tranquillamente per la via, sulla quale ci hanno spinto
l’inclinazione e la vocazione, quel potere pauroso rimane sommerso nello
sforzo vano di assumere quella forma che dovrebbe essere la nostra
immagine rispecchiata. “È anche certo” soggiunge Lotario “che l’oscuro
potere fisico, quando noi stessi ci abbandoniamo ad esso, attira spesso nel
nostro animo forme estranee che il mondo esterno ci butta fra i piedi, di
modo che noi stessi non facciamo che eccitare lo spirito, il quale, come ci
sembra per una strana illusione, parla da quella forma. È il fantasma di quello
stesso nostro io la cui intima affinità e la cui profonda influenza sul nostro
spirito ci precipitano nell’inferno o ci esaltano al paradiso.”
Come vedi, mio carissimo Nataniele, Lotario e io abbiamo discusso a fondo la
materia dei poteri oscuri che ora, dopo averne scritto non senza fatica i
concetti principali, mi sembra molto ingegnosa e profonda. Le ultime parole
di Lotario non mi sono chiare del tutto, intuisco soltanto che cosa voglia dire,
eppure mi sembra che sia molto vero.
Ti prego, levati dalla mente quel brutto avvocato Coppelius e Giuseppe
Coppola, il venditore di barometri. Sta‘ sicuro che queste figure estranee non
possono nulla su di te; soltanto la fede nella loro potenza ostile te li può
rendere ostili effettivamente. Se in ogni riga della tua lettera non si leggesse la
profonda agitazione del tuo spirito, se il tuo stato non mi addolorasse
profondamente fin nell’intimo, davvero sarei capace di scherzare
sull’avvocato della sabbia e su Coppelius, l’uomo dei barometri.
Sii sereno… sereno! Mi sono proposta di comparirti come un angelo custode
e di scacciare con una risata il perfido Coppelius, qualora dovesse venirgli in
mente di turbare i tuoi sogni. Non ho nessuna paura di lui né delle sue
manacce brutte e non voglio che mi guasti né le ghiottonerie come avvocato
né gli occhi come uomo della sabbia.
Eternamente, mio amatissimo Nataniele, ecc. ecc.

Nataniele a Lotario
Mi dispiace molto che ultimamente Clara abbia aperto e letto per errore
(errore dovuto alla mia distrazione) la lettera che avevo diretta a te. Mi ha
risposto con una missiva filosofica molto profonda, dove dimostra
esattamente che Coppelius e Coppola esistono soltanto nella mia mente e
sono fantasmi del mio io che sfumerebbero immediatamente appena li
riconoscessi per tali. Non si crederebbe infatti che quello spirito che brilla
spesso come un sogno soave da quei dolci e chiari occhi di fanciulla
sorridente possa far distinzioni così intelligenti, così professorali. Ella si
richiama a te. Avete dunque parlato di me, e ritengo che tu le dia lezioni di
logica perché possa discernere e distinguere accuratamente ogni cosa. Vai,
lascia stare!
D’altro canto è ben certo che Giuseppe Coppola, il venditore di barometri,
non è punto il vecchio avvocato Coppelius. Ora frequento le lezioni del
professore di fisica arrivato di recente, che, come il famoso scienziato, si
chiama Spallanzani ed è di origine italiana. Questi conosce Coppola da molti
anni, e oltre ciò si capisce dalla pronuncia che è realmente piemontese.
Coppelius era un tedesco e, a quanto sembra, non onesto. Ora sono
tranquillo. Consideratemi pure, tu e Clara, un tetro sognatore, ma io vi dico
che non posso liberarmi dall’impressione che mi fa la faccia maledetta di
Coppelius. Sono ben lieto che abbia lasciato la città, come mi assicura
Spallanzani.
Questo professore è un bel tipo. Un omino tondo con gli zigomi sporgenti, il
naso fine, le labbra grosse, gli occhietti penetranti. Ma più di qualunque
descrizione può dirti il ritratto di Cagliostro che Chodowiecki ha inserito in
non so quale almanacco berlinese: Spallanzani è tale e quale.
Recentemente salgo le scale e mi accorgo che la tenda tirata di solito su una
porta a vetri lascia libera una piccola fessura. Non so come, mi vien la voglia
di guardarvi e di curiosare. Nella stanza c’era una donna alta, molto snella,
dalle forme perfette, vestita magnificamente, seduta a un tavolinetto sul
quale teneva le braccia con le mani giunte. Stava di fronte alla porta, di modo
che potei vederne il viso angelico. Pareva non si fosse accorta di me, e, in
genere, i suoi occhi avevano una fissità strana, direi quasi senza vista, e
pareva dormisse ad occhi aperti. Ebbi paura e mi ritirai subito nell’aula lì
vicino. In seguito venni a sapere che quella creatura era Olimpia, la figlia di
Spallanzani, che, con strana cattiveria, egli tiene rinchiusa, sicché nessuno le
si può avvicinare. Ci deve essere qualche mistero, può darsi che sia scema o
qualche cosa di simile.
Ma è inutile che ti scriva di queste cose, potrei riferirtele meglio e più
ampiamente a voce. Devi sapere infatti che tra quindici giorni sarò da voi.
Devo assolutamente rivedere la mia Clara, il mio angiolo così dolce e caro.
Sfumerà allora il malumore che, lo confesso, stava per prendermi dopo quella
tale lettera giudiziosa. Perciò oggi non le scrivo.
Tanti saluti ecc. ecc.
Non si potrebbe inventare niente di più strano e curioso di ciò che avvenne al
mio povero amico, il giovane studente Nataniele, e che io, benevolo lettore,
mi sono accinto a raccontarti. Ti è mai capitato qualche cosa che
s’impossessasse interamente del tuo cuore, della tua mente, dei tuoi pensieri,
scacciandone tutto il resto? C’era in te un fermento, un ribollìo, e il sangue
cocente ti scorreva nelle vene e ti faceva avvampare le guance. Il tuo sguardo
era strano come volesse afferrare nello spazio vuoto figure invisibili ad altri
occhi, e le tue parole si scioglievano in cupi sospiri. E gli amici ti chiedevano:
“Che cosa c’è, caro amico? Che cos’hai?”. E allora tu volevi esprimere
l’immagine interiore coi colori più vivi e con le ombre e le luci, e ti affannavi a
cercar le parole per poter incominciare. Ma avevi l’impressione di dover
raccogliere fin dalla prima parola tutte le cose meravigliose, stupende,
incredibili, allegre e raccapriccianti che erano accadute, in modo da colpire
tutti come una scossa elettrica. Se non che ogni parola, ogni espressione ti
pareva scialba e frigida e morta. E cercavi e cercavi e balbettavi, e le domande
fredde degli amici colpivano come soffi di vento gelato la tua fiamma interna
fin quasi a spegnerla. Ma, appena tracciati, come può fare un pittore ardito
con alcune linee temerarie, i contorni della tua immagine interiore, vi
stendevi i colori con poca fatica e con crescente ardore, e col tumulto vivo di
figure molteplici trascinavi gli amici, i quali come te si vedevano riflessi
nell’immagine emersa dal tuo spirito!
A dire il vero, nessuno, ti confesso, benevolo lettore, mi ha mai chiesto la
storia del giovane Nataniele; ma tu sai che faccio parte di quella strana razza
di autori che quando hanno nel cuore una cosa sul tipo di quella che ti ho
descritta, hanno l’impressione che chiunque si avvicini, e magari il mondo
intero, venga a domandare: “Ma che cos’è? Racconti, racconti, caro!”.
E così mi venne una gran voglia di raccontarti la vita sventurata di Nataniele.
Il lato meraviglioso di questa vita mi empiva l’anima, ma appunto per questo
e perché volevo rendere anche te, mio lettore, desideroso di sopportare il
peso delle meraviglie, che non è poco, mi sono affannato a incominciare la
storia di Nataniele in modo significativo, originale, attraente: “C’era una
volta…”. È il più bell’inizio di ogni racconto, ma troppo freddo!… “Nella
piccola città di S. viveva…” Sì, un po‘ meglio, per lo meno ci si avvia
all’acme. O addirittura medias in res: ‘“Vada all’inferno!‘ esclamò con gli occhi
ardenti di collera e di spavento lo studente Nataniele quando Giuseppe
Coppola, il mercante di barometri…”. Così avevo già scritto infatti, allorché
mi parve di notare nello sguardo inferocito dello studente Nataniele qualche
cosa di buffo; ma la storia non è affatto allegra. Non mi venne in mente
nessuna frase che potesse rispecchiare almeno una parte di quello splendore
di colori che aveva la mia visione. E decisi di non incominciare nemmeno.
Perciò, benevolo lettore, prendo quelle tre lettere che l’amico Lotario mi mise
gentilmente a disposizione, per i contorni del quadro che cercherò di colorire
via via col mio racconto. Potrà darsi che mi riesca di presentare, come farebbe
un buon ritrattista, qualche figura in maniera che tu la trovi somigliante
senza conoscere l’originale, anzi che ti sembri di averla conosciuta
personalmente e di averla vista coi tuoi occhi. Allora forse, caro lettore, ti
convincerai che non vi è nulla di più strano e di più folle che la vita reale e
che, in fondo, il poeta può afferrare la vita solo come pallido riflesso di uno
specchio opaco.
Perché si comprenda ciò che è necessario sapere fin da principio, bisogna
aggiungere al contenuto di quelle lettere che, poco dopo la morte del padre di
Nataniele, Clara e Lotario, figli di un lontano parente morto anche lui
lasciandoli orfani, erano stati accolti dalla madre di Nataniele. Clara e
Nataniele furono presi da simpatia reciproca, e nessuno al mondo poteva
trovar da ridire; perciò si erano fidanzati quando Nataniele lasciò la città per
continuare gli studi a G. Là lo troviamo dunque nella sua ultima lettera, e
frequenta le lezioni di Spallanzani, il celebre professore di fisica.
Ora potrei continuare tranquillamente il racconto, ma in questo momento
l’immagine di Clara mi sta così viva davanti agli occhi che non posso
distoglierli da lei, come facevo sempre quando mi guardava col suo dolce
sorriso. Bella non si poteva dire, Clara; lo dicevano tutti quelli che per
professione s’intendono di bellezza. Ma gli architetti elogiavano le belle
proporzioni della sua statura, i pittori trovavano quasi troppo caste le forme
del collo, delle spalle e del petto, mentre quasi tutti s’innamoravano degli
stupendi capelli da Maddalena e fantasticavano sul colorito, che dicevano
degno di Batoni. Uno di loro, uomo tutto fantasia, paragonava però
stranamente gli occhi di Clara con un lago di Ruisdael nel quale si specchia
l’azzurro limpido del cielo senza nubi, la ghirlanda dei fiori e dei boschi, la
vita serena e multicolore del paesaggio dovizioso. Ma poeti e scrittori
andavano più in là e dicevano: “Ma che lago! che specchio! Si può forse
guardare questa fanciulla senza che dal suo sguardo squillino meravigliosi
suoni e canti di paradiso che ci penetrano nel cuore agitando e suscitando
tutta una vita? E se a tal vista noi non scriviamo canti veramente belli, vuol
dire che contiamo poco, e infatti lo leggiamo chiaramente nel sottile sorriso
che aleggia sulle labbra di Clara quando osiamo cinguettarle qualche cosa che
vorrebbe essere un canto, mentre è soltanto un saltellare confuso di suoni”.
Proprio così. Clara possedeva la vivace fantasia della fanciulla serena e
ingenua, un animo profondo, delicatamente femminile, un’intelligenza
limpida e acuta. I chiacchieroni confusionari se la cavavano male: senza tanti
discorsi, infatti, che male si addicevano al carattere taciturno di Clara, il suo
sguardo chiaro e il sorriso sottile e ironico sembrava dicessero: “Cari amici!
Come potete pretendere che io prenda coteste immagini sfumate nell’ombra
per figure concrete dotate di vita e movimento?”. Perciò molti consideravano
Clara come un essere freddo, prosaico, insensibile; altri invece che avevano
sentito la vita in tutta la sua profondità veneravano quella fanciulla infantile,
intelligente, piena di spirito, ma nessuno così profondamente come Nataniele,
che viveva serenamente nella scienza e nell’arte. Clara gli era attaccata con
tutta l’anima; le prime nubi le attraversarono l’anima solo quando egli
dovette separarsi da lei. Con quanto entusiasmo però gli si buttò fra le braccia
quando, secondo la promessa nell’ultima lettera a Lotario, comparve
realmente nella città natale ed entrò nella stanza di sua madre. Fu infatti
come Nataniele aveva preveduto: nel momento in cui rivide Clara non pensò
né all’avvocato Coppelius né alla lettera sagace della fanciulla; ogni
malumore era scomparso.
Aveva ragione però Nataniele quando scriveva all’amico Lotario che la
persona odiosa del venditore di barometri era entrata nella sua vita come un
nemico. Tutti se ne accorsero, poiché fin dai primi giorni il carattere di
Nataniele apparve del tutto mutato. Egli si sprofondava in tetre fantasticherie
e apparve presto così strano come non lo si era mai visto. Ogni cosa, la vita
intera gli era diventata sogno e presentimento; e continuava a dire che ogni
uomo, pur credendosi libero, era asservito al gioco crudele di poteri oscuri
contro i quali era vano ribellarsi, mentre invece bisognava rassegnarsi
umilmente al proprio destino. Arrivava al punto di asserire che era stolto
credere di poter agire ad arbitrio nell’arte o nella scienza; l’ispirazione infatti,
nella quale soltanto si è capaci di creare, non proviene dal proprio io, ma
sarebbe l’influsso di qualche principio superiore al di fuori di noi.
Quell’esaltazione mistica ripugnava moltissimo all’intelligenza di Clara, ma
certo sarebbe stato vano mettersi a confutarla. Solo quando Nataniele affermò
che Coppelius era il principio del male che l’aveva afferrato nel momento in
cui stava spiando di dietro la tenda, e che quell’odioso demonio avrebbe
distrutto in qualche modo spaventevole la felicità del loro amore, Clara si fece
molto seria e disse: «Sì, Nataniele, hai ragione, Coppelius è un principio
maligno e ostile e può agire terribilmente come un potere diabolico tangibile,
ma solo nel caso che tu non lo scacci dalla mente e dal pensiero. Finché credi
in lui, egli esiste davvero e agisce: soltanto la tua fede è il suo potere».
Nataniele, adirato che Clara collocasse l’esistenza del demonio soltanto
dentro il suo io, incominciò ad esporre tutta la dottrina mistica dei diavoli e
delle forze occulte, ma Clara lo interruppe seccata incominciando a parlare di
cose indifferenti, con grande dispetto di Nataniele. Questi pensava che siffatti
misteri restano misteri per le anime fredde e inaccessibili, e non si rendeva
conto che poneva Clara appunto fra quelle nature inferiori, e seguitava
quindi a far tentativi di iniziarla a quei misteri stessi.
La mattina presto, quando Clara aiutava a preparare la colazione, egli stava
accanto a lei e le leggeva vari libri mistici, finché Clara lo pregò: «Ma, caro
Nataniele, se incominciassi a dire che sei tu il principio del male che agisce in
modo ostile sul mio caffè? Infatti, se, come tu vorresti, piantassi ogni cosa e ti
guardassi negli occhi mentre leggi, il caffè traboccherebbe e voi rimarreste
tutti senza colazione!».
Nataniele sbatté il libro e corse di furia a chiudersi nella sua stanza. Di solito
dimostrava una particolare energia nei racconti vivaci che scriveva e leggeva
a Clara, la quale ascoltava con molto piacere; ora invece i suoi scritti erano
tetri, incomprensibili, informi, e benché Clara non lo dicesse per riguardo,
egli sentiva quanto poco la toccassero. Per Clara non vi era nulla di più
mortale della noia: nello sguardo e nelle parole si esprimeva allora la sua
invincibile sonnolenza spirituale. Le opere di Nataniele erano difatti molto
noiose. Il suo dispetto per l’anima fredda e prosaica di Clara andò
aumentando, Clara a sua volta non riusciva a vincere il disappunto per la
mistica tenebrosa e noiosa di Nataniele, sicché tutt’e due si allontanarono
sempre più senza neanche accorgersi. Come Nataniele stesso doveva
ammettere, la figura del brutto Coppelius era impallidita nella sua fantasia,
ed egli durava spesso fatica a tingerla di colori vivaci nelle sue poesie dove
compariva come orrendo spauracchio del destino.
Infine gli venne l’idea di fare oggetto di un poema quell’oscuro
presentimento che Coppelius avrebbe distrutto la sua felicità. Rappresentò se
stesso e Clara uniti in fedeltà d’amore, mentre di quando in quando una
mano nera si inseriva nella loro vita e ne strappava l’una o l’altra gioia. Alla
fine, mentre i due sono già all’altare, l’orrido Coppelius si presenta e tocca i
dolci occhi di Clara; questi entrano d’un balzo nel petto di Nataniele ardendo
e bruciando come faville di sangue, Coppelius lo afferra e lo butta dentro un
cerchio di fuoco che gira con la rapidità della bufera e lo trascina frusciando e
sibilando. È un fragore come quando l’uragano flagella infuriato i marosi
spumeggianti che s’impennano in una lotta furibonda di giganti neri
incoronati di bianco. Ma in quel fragore selvaggio si ode la voce di Clara:
“Perché non mi guardi? Coppelius ti ha ingannato: non erano gli occhi miei
che ardevano dentro il tuo petto, erano gocciole roventi del tuo sangue: io ho
i miei occhi, guardami, guardami!”. Nataniele pensa: “Costei è Clara e io
sono suo in eterno”. In quella il pensiero s’insinua violento nel cerchio di
fuoco che si arresta, mentre tutto il fragore svanisce e si spegne sordo in una
nera voragine. Nataniele guarda gli occhi di Clara: ma quella che lo fissa
amorevolmente con gli occhi di Clara è la Morte.
Nataniele, mentre componeva questo poema, era molto tranquillo e riflessivo,
correggeva e limava ogni riga, e siccome si era assoggettato al freno metrico,
non si dava pace finché ogni verso non fosse levigato e armonioso. Ma
quando ebbe finito e si mise a leggere da solo a voce alta, si sentì invadere dal
terrore ed esclamò: “Di chi è questa voce spaventevole?”.
Poco dopo però il poema gli parve ben riuscito ed ebbe l’impressione che
l’anima fredda di Clara ne dovesse essere riscaldata, benché non sapesse
ancora chiaramente a che cosa la dovesse riscaldare e perché dovesse
angustiarla con l’orribile visione di quel destino sciagurato che avrebbe
distrutto il loro amore.
Tutti e due stavano seduti nel giardinetto della mamma, Clara molto serena
perché da tre giorni, durante i quali Nataniele componeva il poema, egli non
l’aveva torturata coi suoi sogni e presentimenti. Anche Nataniele era lieto e
parlava vivacemente di cose allegre come al solito, sicché Clara osservò:
«Finalmente ti ritrovo: vedi dunque che abbiamo cacciato via quel mostro di
Coppelius?».
Soltanto allora Nataniele si ricordò di avere in tasca il poema che voleva farle
sentire. Estrasse subito i fogli e si mise a leggere. Clara che, come al solito, si
aspettava rassegnata una cosa noiosa, prese la calza e incominciò a lavorare.
Ma a mano a mano che la cupa nuvolaglia montava sempre più nera, lasciò
cadere il lavoro e fissò gli occhi addosso a Nataniele. Questi era trascinato
irresistibilmente dal suo poema, le sue guance arrossate rivelavano la fiamma
interiore, le lacrime gli scorrevano dagli occhi… Quando ebbe finito, mandò
un gemito e tutto spossato prese la mano di Clara sospirando, quasi
sciogliendosi in un dolore disperato: «Ah, Clara… Clara!».
La fanciulla se lo strinse al seno dolcemente e disse con voce sommessa ma
severa: «Nataniele… mio adorato Nataniele… butta nel fuoco cotesta fiaba
folle, demente, insensata».
Ma egli balzò in piedi e respingendola gridò: «Va‘, automa dannato,
inanimato!» e scappò via, mentre Clara profondamente offesa versava
lacrime amare e singhiozzava: «Oh, non mi ha mai amato poiché non mi
comprende».
Lotario entrò nel capanno e Clara dovette raccontargli l’accaduto. Egli amava
la sorella con tutta l’anima, e quelle parole di accusa gli entravano nel cuore
come scintille, di modo che lo sdegno che da parecchio tempo covava contro
quel sognatore di Nataniele avvampò in un impeto di collera. Egli corse da
Nataniele, gli rinfacciò il contegno insensato verso la cara sorella con parole
aspre, alle quali Nataniele replicò infuriato.
Bellimbusto, matto e trasognato, disse l’uno; uomo da dozzina, volgare e
miserabile, disse l’altro. Il duello era inevitabile. Stabilirono di battersi la
mattina seguente dietro il giardino, secondo le consuetudini accademiche di
allora, con fioretti acuti e taglienti. Si aggiravano intorno muti e aggrondati;
Clara aveva udito il diverbio e aveva visto il mastro di scherma che al
crepuscolo recava i fioretti. Intuì quel che doveva succedere. Scesi sul terreno,
Lotario e Nataniele si erano tolti la giacca in cupo silenzio con gli occhi
ardenti dalla smania di combattere e di veder scorrere il sangue, e stavano
per lanciarsi l’uno contro l’altro, allorché Clara arrivò di corsa al giardino. E
si mise a implorare: «Oh, sciagurati, uccidetemi subito prima di iniziare
l’assalto! Come potrei vivere in questo mondo se lo sposo mi uccide il fratello
o il fratello lo sposo?».
Lotario abbassò l’arma e chinò lo sguardo a terra in silenzio, mentre nel cuore
di Nataniele rifioriva con malinconia straziante l’amore che aveva provato
per la dolce Clara nei più bei giorni della sua radiosa giovinezza. L’arma
micidiale gli cadde di mano ed egli si buttò ai piedi di Clara: «Potrai mai
perdonarmi, mia unica Clara, mia adorata? Potrai mai perdonarmi tu, fratello
mio, Lotario carissimo?».
Al dolore profondo dell’amico, Lotario si commosse, e fra le lacrime tutti e tre
si abbracciarono e giurarono di rimanere uniti in amore e fedeltà.
Nataniele aveva l’impressione di essersi liberato da un gran peso che lo
opprimeva, anzi di aver salvato tutta la sua vita minacciata di rovina
resistendo contro il potere oscuro che l’aveva avvinto. Passò ancora tre giorni
beati coi suoi cari, e ritornò poi a G. dove intendeva rimanere ancora un anno
e ritornare poi per sempre nella città natale.
Alla mamma non dissero nulla di ciò che riguardava Coppelius; sapevano
infatti che non poteva pensare a lui senza spavento, perché, al pari di
Nataniele, attribuiva a lui la morte del marito.
Quale fu lo stupore di Nataniele quando arrivò davanti alla sua abitazione e
trovò la casa bruciata, ridotta ad un mucchio di macerie dal quale
emergevano soltanto i muri maestri. Benché l’incendio fosse scoppiato nel
laboratorio del farmacista che abitava al piano di sotto e la casa si fosse
bruciata di sotto in su, gli amici forti e coraggiosi erano riusciti tuttavia a
penetrare a tempo nella stanza di Nataniele situata al piano di sopra e a
mettere in salvo libri, manoscritti, strumenti. Tutte queste cose le avevano
portate in un’altra casa prenotandovi una camera che Nataniele affittò
senz’altro. Non badò gran che al fatto che quella casa era dirimpetto a quella
del professor Spallanzani né gli parve strano di poter guardare dalla sua
finestra direttamente nella stanza dove Olimpia se ne stava solitaria; ne
distingueva esattamente la persona, ma non i lineamenti. Infine notò che
Olimpia rimaneva spesso per ore e ore nella posizione in cui l’aveva vista una
volta da quella fessura della vetrata, e stava là senza far nulla, seduta a un
tavolinetto, e guardava con gli occhi fissi verso di lui; e dovette ammettere
che non aveva mai visto una figura più bella, ma, avendo Clara nel cuore,
quella dura e rigida Olimpia gli rimase indifferente, e solo raramente
sollevava lo sguardo dalle dispense e lanciava un’occhiata a quella bella
statua: questo era tutto.
Stava scrivendo a Clara allorché udì bussare sommessamente: al suo invito la
porta si aprì e vi si affacciò il volto odioso di Coppola. Nataniele ebbe un
brivido; ma ricordando ciò che Spallanzani gli aveva detto sul conto del suo
conterraneo e ricordando le promesse solenni che aveva fatte alla fidanzata a
proposito di Coppelius, si vergognò del suo terrore infantile, si fece forza e
parlò con tutta la calma possibile in quel momento: «Non ho bisogno di
barometri, andate, andate pure, caro amico!».
Ma Coppola entrò nella stanza e torcendo la bocca larga in una risata
sgangherata disse con voce roca, mentre gli occhietti gli lampeggiavano sotto
le ciglia lunghe e grigie: «No, no, niente barometri! Ci sono anche begli
occhi… occhi belli!».
Nataniele esclamò atterrito: «Sei impazzito? Come mai occhi?… Occhi,
occhi?».
In quell’istante però Coppola aveva messo da parte i barometri e cavava dalle
ampie tasche del soprabito occhiali e occhialini che deponeva sulla tavola:
«Ecco, ecco… occhiali… occhiali da mettere sul naso… questi sono i miei
occhi… occhi belli!».
E così dicendo continuava a tirar fuori occhiali, sicché tutta la tavola
incominciò a sfavillare di strani lampeggiamenti. Mille occhi guardavano e
lampeggiavano convulsi e fissavano Nataniele, il quale non riusciva a
distogliere lo sguardo dalla tavola, mentre Coppola continuava ad
ammucchiarvi occhiali, e quello scintillìo di sguardi s’intrecciava sempre più
vivido mandando a Nataniele raggi sanguigni e infiammati. Sopraffatto dal
terrore egli gridò: «Basta, basta! Via di qua, sciagurato!». E afferrò Coppola
per un braccio, mentre quegli infilava le mani nelle tasche per trarne altri
occhiali nonostante che la tavola ne fosse già tutta coperta. Coppola si
divincolò dolcemente con una risata rauca e dicendo: «Ah, niente per voi?…
ma qui c’è un bel cannocchiale», aveva raccolto gli occhiali, e dopo averli
intascati cavava da una tasca interna una quantità di cannocchiali piccoli e
grandi.
Scomparsi gli occhiali, Nataniele ritrovò la sua calma e pensando a Clara capì
che tutto l’incantesimo era nato dalla sua mente e che Coppola era certamente
un onesto ottico e meccanico, non già il sosia maledetto di Coppelius. Oltre
ciò i cannocchiali che Coppola aveva messo sulla tavola non avevano niente
di straordinario o di incantato come gli occhiali; sicché per aggiustare le cose
Nataniele pensò di acquistare realmente un cannocchiale. Ne prese uno
piccolo, tascabile, molto elegante, e per provarlo guardò dalla finestra. Non
gli era mai capitato di avere un cannocchiale che avvicinasse gli oggetti con
tanta chiarezza e precisione. Involontariamente guardò nella stanza di
Spallanzani: come al solito Olimpia era seduta davanti al tavolino sul quale
appoggiava le braccia e le mani giunte. Soltanto ora Nataniele vide il viso
meraviglioso di Olimpia. Solamente gli occhi gli parvero stranamente fissi e
morti. Ma aguzzando lo sguardo attraverso il cannocchiale gli parve che
quegli occhi si illuminassero di umidi raggi di luna. Pareva che solo in quel
momento vi si accendesse la forza visiva; e gli sguardi fiammeggiavano
sempre più vivi.
Nataniele stava alla finestra come incantato a contemplare la celeste bellezza
di Olimpia. Un raschiare, uno strisciar di piedi lo destò come da un sogno
profondo. Coppola era alle sue spalle: «Tre zecchini… tre zecchini».
Nataniele aveva bell’e dimenticato l’ottico, ma ora pagò la somma richiesta.
«Bello, vero?… Un bel cannocchiale, no?» domandò Coppola con la solita
voce roca e antipatica e con un sorriso beffardo.
«Sì, sì» rispose Nataniele seccato. «Addio, caro amico!»
Coppola, non senza lanciare strane occhiate a Nataniele, uscì dalla stanza. E
Nataniele lo udì ridere forte sulla scala. “Capisco, ride di me, certamente
perché ho pagato troppo caro questo piccolo cannocchiale… troppo caro.”
Così dicendo ebbe l’impressione che nella stanza risuonasse un sospiro, un
rantolo mortale. Dallo spavento si sentì mozzare il respiro. Ma era stato lui a
sospirare: ora lo capiva. “Clara” disse fra sé “ha certamente ragione di
considerarmi un visionario di cattivo gusto; però è pur strano… anzi più che
strano che mi tormenti così lo sciocco pensiero di aver pagato troppo caro il
cannocchiale di Coppola: non riesco a vederne la ragione. ”
Poi si sedette per terminare la lettera a Clara, ma un’occhiata dalla finestra lo
convinse che Olimpia era ancora al suo posto e, spinto da una forza
irresistibile, balzò di nuovo in piedi, prese il cannocchiale e non sapeva più
staccarsi dalla vista seducente di Olimpia, finché Sigismondo, un suo amico
fraterno, lo venne a chiamare per andare alla lezione del professor
Spallanzani.
La tenda davanti a quella stanza fatale copriva tutta la porta sicché Nataniele
non poté vedere Olimpia né quel giorno né i due giorni successivi, benché
non abbandonasse quasi mai la finestra e guardasse continuamente col
cannocchiale di Coppola. Il quarto giorno si chiusero anche le finestre.
Disperato, e spinto dalla nostalgia e dal desiderio cocente, corse fuori di città.
La figura di Olimpia gli appariva dovunque nell’aria, sbucava dai cespugli, lo
guardava con gli occhi raggianti dall’acqua limpida del ruscello. L’immagine
di Clara gli era uscita di mente, ed egli non pensava ad altro che ad Olimpia e
andava piagnucolando e lamentando: “O mia stella stupenda, sei sorta forse
soltanto per eclissarti di nuovo e lasciarmi in questa notte buia e senza
speranze?”.
Mentre stava per rientrare in casa notò nell’abitazione di Spallanzani un
tramestìo affaccendato e rumoroso. Le porte erano spalancate, vi si portava
dentro ogni sorta di oggetti, i vetri del primo piano erano tolti, donne con
grandi scope stavano spazzando e spolverando tutte affannate, e nell’interno
si udivano battere e martellare falegnami e tappezzieri. Nataniele si fermò
stupefatto in mezzo alla strada. In quella arrivò Sigismondo, che disse
ridendo: «Eh, che cosa ne dici del nostro vecchio Spallanzani?».
Nataniele assicurò che non poteva dir nulla perché non sapeva niente del
professore e anzi notava con grande stupore tutto quel brusìo e quel lavorìo
che si era scatenato in quella casa così silenziosa e triste. Allora venne a
sapere da Sigismondo che il giorno seguente Spallanzani dava una gran festa
con ballo e concerto, e che mezza università vi era invitata. Era corsa la
notizia che Spallanzani avrebbe presentato per la prima volta la figlia
Olimpia che per tanto tempo aveva ostinatamente celato a tutti.
Nataniele trovò un biglietto di invito e con un gran batticuore andò dal
professore all’ora fissata, mentre già arrivavano le carrozze e le luci erano
accese nelle sale addobbate. La folla degli invitati era numerosa e brillante.
Olimpia comparve in un abito ricco e di buon gusto. Non si poteva non
ammirare il suo bel viso e la sua statura. La schiena stranamente incavata e la
vita di vespa erano probabilmente da attribuirsi al busto troppo stretto.
L’andatura, gli atteggiamenti avevano un che di rigido e misurato che a molti
dispiaceva; lo si ascriveva alla soggezione che le imponeva la società.
Il concerto incominciò. Olimpia suonò il pianoforte con molta abilità e cantò
anche un’aria di bravura con una voce limpida e tagliente da campana di
vetro. Nataniele era in estasi: si trovava nell’ultima fila, e alla luce abbagliante
delle candele non poteva distinguere bene i lineamenti di Olimpia. Estrasse
quindi di nascosto il cannocchiale di Coppola e guardò la bella fanciulla. Oh,
allora si accorse che lo guardava con passione e che ogni nota sbocciava da
quello sguardo amoroso che gli penetrava nel cuore come una fiamma. I
difficili gorgheggi gli parevano gridi di giubilo dell’anima trasfigurata
dall’amore, e quando, infine, dopo la cadenza, il lungo trillo squillò sonoro
nella sala, egli come stretto fra braccia ardenti non seppe più contenersi e
gridò con pena ed entusiasmo: «Olimpia!».
Tutti si volsero a guardarlo, parecchi risero. L’organista del duomo fece la
faccia scura e brontolò: «Via, via!».
Il concerto era terminato e s’iniziarono le danze. “Ballare con lei! con lei! ”
Questo era per Nataniele il più grande dei desideri; ma come trovare il
coraggio d’invitarla, lei, la regina della festa? Eppure! Egli stesso non sapeva
come, ma appena incominciato il ballo si trovò di fianco a Olimpia che non
era ancora stata invitata e balbettando a fatica qualche parola le strinse la
mano. La mano di Olimpia era fredda come ghiaccio: egli provò un brivido
mortale, fissò Olimpia negli occhi che lo guardarono raggianti d’amore e di
desiderio, e in quel momento gli parve che anche nella mano fredda
incominciassero a pulsare le vene e a scorrere il sangue vivo. Anche nel cuore
di Nataniele l’amore avvampò più forte, e stringendo la bella Olimpia egli si
lanciò nella danza.
Aveva sempre creduto di ballare a tempo ma, alla singolare precisione
ritmica con cui ballava Olimpia portandolo spesso fuori di tempo, egli
s’accorse che il ritmo non era stato il suo forte. Non voleva tuttavia ballare
con nessun’altra, e se qualcuno si fosse avvicinato ad Olimpia per invitarla,
sarebbe stato capace di ammazzarlo. Ma ci furono solo due inviti e, con suo
grande stupore, Olimpia rimase poi sempre senza cavaliere, di modo che egli
poté andar a prenderla ogni volta. Se oltre la bella Olimpia Nataniele avesse
potuto vedere anche dell’altro, non si sarebbe potuto evitare qualche litigio e
conflitto; evidentemente infatti le risate sommesse e faticosamente represse
che si udivano fra i giovanotti in varie parti della sala erano dirette alla bella
Olimpia che essi seguivano con strane occhiate, chi sa perché. Accaldato dalla
danza e dal vino abbondante, Nataniele aveva deposto la sua solita
timidezza. Sedeva accanto ad Olimpia, le teneva una mano e le faceva
estasiato dichiarazioni d’amore che nessuno capiva, né lui né Olimpia.
Quest’ultima sì, forse; lo guardava infatti negli occhi e andava sospirando
continuamente: «Ah… ah… ah!» dopo di che Nataniele esclamava: «O donna
sublime, creatura divina! Raggio della terra promessa dell’amore… anima
profonda nella quale si specchia tutta la mia vita» e altre frasi simili, mentre
Olimpia continuava a sospirare: «Ah… ah!…».
Il professor Spallanzani passò alcune volte davanti ai due fortunati e sorrise
loro con strana soddisfazione. Benché vivesse in un altro mondo, Nataniele
ebbe ad un tratto l’impressione che la casa di Spallanzani si andasse
abbuiando: si guardò in giro e si accorse con spavento che le due ultime
candele erano quasi consumate e stavano per spegnersi nella sala vuota.
«Ahimè! è l’ora di separarci!» gridò disperato, e dopo aver baciato la mano di
Olimpia accostò le labbra ardenti alla bocca di lei, ma la trovò gelida!
Come quando aveva toccato la mano fredda di Olimpia, provò un brivido di
terrore, e la leggenda della sposa morta gli attraversò la mente; ma Olimpia lo
aveva stretto al seno e nel bacio parve che le labbra si intepidissero e
prendessero vita e calore.
Spallanzani attraversò lentamente la sala vuota, nella quale i suoi passi
rimbombarono, mentre la sua persona nel gioco delle ombre e delle luci
lappolanti aveva un aspetto spettrale e pauroso.
«Mi ami?… Mi ami, Olimpia?… Questa sola parola!… Mi vuoi bene?»
sussurrava Nataniele, mentre Olimpia alzandosi sospirava soltanto: «Ah…
ah!».
«Sì, astro luminoso, mia stella soave» esclamò Nataniele «tu sei sorta e
m’illuminerai, trasfigurerai l’anima mia per sempre!»
«Ah… ah!» replicava Olimpia avviandosi. Nataniele la seguì finché furono
davanti al professore.
«Ho visto che si è intrattenuto molto vivamente con mia figlia» disse questi
sorridendo. «Bene, bene, caro signor Nataniele, se ci trova gusto a conversare
con questa stupida ragazza, venga pure a farci visita: sarà il benvenuto.»
Con un intero cielo luminoso nel petto Nataniele se ne andò. Nei giorni
seguenti, la festa di Spallanzani fu oggetto di tutti i discorsi. Benché il
professore avesse fatto di tutto per far buona figura, certi capi ameni
mettevano in rilievo ogni sorta di sconvenienze e di stranezze che vi avevano
notato e criticavano specialmente quella rigida e muta Olimpia, alla quale,
nonostante il bell’aspetto, si attribuiva la più completa stupidità, e si
affermava che per questo Spallanzani doveva averla tenuta nascosta per tanto
tempo. Nataniele ascoltava queste cose non senza crucciarsi, ma non
ribatteva e pensava: “Varrebbe forse la pena di dimostrare a questi giovani
che la loro propria stupidità impedisce loro di osservare l’anima profonda e
stupenda di Olimpia?”.
«Senti, fratello, fammi il piacere» disse un giorno Sigismondo «com’è
possibile che un ragazzo intelligente come te si sia innamorato di quella
faccia di cera, di quella pupattola di legno laggiù?»
Nataniele stava per scattare adirato, ma si contenne e rispose: «Dimmi tu,
invece, Sigismondo, come ha potuto sfuggire al tuo sguardo, che pure afferra
tutte le cose belle, alla tua mente così aperta, il fascino celeste di Olimpia? Ma
grazie al cielo, quando è così non ho in te un rivale: altrimenti uno di noi due
dovrebbe morire».
Sigismondo capì come stavano le cose, girò abilmente la posizione e dopo
aver osservato che in amore non si deve discutere soggiunse: «È strano però
che molti di noi abbiano sul conto di Olimpia press’a poco la stessa opinione.
A noi (non avertene a male, mio caro) è sembrata stranamente rigida e
senz’anima. Ha la statura regolare e anche il viso, siamo d’accordo. Potrebbe
passare per una bellezza se il suo sguardo non fosse così inanimato, direi
quasi senza capacità visiva. Ha il passo troppo misurato e ogni suo gesto
sembra regolato da una carica d’orologeria. Quando suona, quando canta,
segue un ritmo così sgradevolmente preciso e senza vita come fosse una
macchina cantante; e così è anche la sua danza. A noi Olimpia faceva paura,
non volevamo aver a che fare con lei, ci sembrava che facesse finta di essere
una creatura viva e che sotto ci fosse qualche mistero».
Nataniele non si abbandonò a quel senso di amarezza che stava per invaderlo
alle parole di Sigismondo, dominò il malumore e si limitò a dire con serietà:
«Può ben darsi che a voi, gente fredda e prosaica, Olimpia faccia paura.
Soltanto all’anima poetica si schiude l’anima gemella! Soltanto a me apparve
il suo sguardo amoroso che illuminò i miei pensieri, soltanto nell’amore di
Olimpia io ritrovo me stesso. A voi può dispiacere che non si effonda come le
altre anime superficiali in una conversazione scipita. Parla poco, questo è
vero; ma quelle poche parole sono il vero geroglifico del mondo interiore
pieno d’amore e di elevata comprensione della vita spirituale nell’intuizione
dell’eternità. Ma per queste cose a voi manca il senso, per voi sono parole
perdute».
«Dio ti protegga, amico e fratello» disse Sigismondo con dolcezza e quasi con
malinconia «ma a me sembra che tu sia sulla cattiva strada. Conta però su di
me nel caso che tutto… no, non voglio dir altro!…»
Nataniele ebbe l’impressione che il freddo e prosaico Sigismondo gli fosse
molto devoto, e perciò strinse calorosamente la mano che gli era offerta.
Nataniele aveva bell’e dimenticato che c’era al mondo una Clara che egli
aveva amato; la mamma, Lotario, tutti erano scomparsi dalla sua memoria,
ed egli viveva soltanto per Olimpia, presso la quale rimaneva ogni giorno per
ore e ore fantasticando del suo amore, della simpatia ardente e vitale, di una
psichica affinità elettiva, tutte cose che Olimpia ascoltava con molta
compunzione. Dal fondo della scrivania Nataniele tirò fuori tutto quanto
aveva scritto. Poesie, fantasie, visioni, romanzi, racconti, accresciuti dì giorno
in giorno con sonetti improvvisati, ottave, canzoni che egli recitava ad
Olimpia per ore e ore instancabilmente. E non aveva mai incontrato una
simile ascoltatrice. Essa non ricamava, non faceva la calza, non guardava
dalla finestra, non dava da mangiare agli uccelli, non giocava col cagnolino in
grembo, non aveva il gattino, non appallottolava pezzetti di carta o altro, non
doveva frenare lo sbadiglio con colpetti di tosse provocati ad arte… rimaneva
insomma con lo sguardo fisso negli occhi dell’uomo amato senza muoversi,
senza spostarsi, mentre quello sguardo diventava sempre più ardente,
sempre più vivo. Solo quando Nataniele si decideva ad alzarsi e le baciava la
mano o talvolta le labbra, ella faceva: «Ah, ah!» o anche diceva: «Buona notte,
caro!».
«O anima profonda, cuore luminoso» esclamava Nataniele quando era nella
sua stanza «tu sola, tu sola mi comprendi.»
Tremava dalla gioia quando pensava a quel meraviglioso accordo che ogni
giorno si manifestava più chiaramente fra l’anima sua e quella di Olimpia; gli
pareva infatti che Olimpia avesse parlato dal profondo del cuore di lui su
quelle opere, sulle sue facoltà poetiche, anzi che la voce stessa fosse uscita dal
proprio cuore. E doveva certo essere così: altre parole più di quelle riferite
Olimpia infatti non diceva mai. Ma quando Nataniele in certi momenti lucidi,
per esempio al mattino, appena svegliato, ricordava la passività di Olimpia e
la sua taciturnità, esclamava nonostante tutto: “Che cosa sono le parole?
Parole! Lo sguardo del suo occhio divino dice più che qualsiasi linguaggio.
Può forse una creatura celeste costringersi nella cerchia ristretta che i miseri
bisogni umani hanno tracciato?”.
Spallanzani pareva molto lieto della relazione di sua figlia con Nataniele; a
quest’ultimo manifestava chiaramente la propria benevolenza, e quando
finalmente Nataniele trovò il coraggio di fare lontane allusioni al matrimonio
con Olimpia, quegli s’illuminò di un sorriso e disse che avrebbe lasciato sua
figlia pienamente libera di scegliere.
Incoraggiato da queste parole, col cuore ardente di desiderio, Nataniele
decise d’implorare Olimpia già il giorno seguente affinché gli dicesse
francamente e senza ambagi ciò che il suo sguardo soave gli aveva già detto
da un pezzo: che desiderava essere sua per sempre. Cercò l’anello che sua
madre gli aveva regalato, per donarlo ad Olimpia come simbolo della sua
devozione, della propria vita risorta in lei. In quella gli capitarono fra le mani
le lettere di Clara e di Lotario; le buttò da una parte con indifferenza, trovò
l’anello, se lo mise in tasca e corse da Olimpia. Ma già dal vestibolo udì uno
strano rumore: pareva venisse dallo studio di Spallanzani. Un battere… un
urtare… un tintinnare… e colpi contro la porta e bestemmie e maledizioni.
«Lascia andare!»
«Molla!»
«Infame…»
«Maledetto…»
«Per questo avrò dato corpo e anima?»
«Ah ah ah!»
«Non abbiamo scommesso così…»
«Io ho fatto gli occhi, io…»
«Io l’orologeria…»
«Va‘ al diavolo con la tua orologeria!»
«Cane di un orologiaio imbecille…»
«Via di qua…»
«Satanasso…»
«Ferma!»
«Fabbricatore di pipe!»
«Bestione infernale!»
«Ferma!»
«Via!»
«Molla!»
Erano le voci di Spallanzani e di Coppelius che s’intrecciavano furibonde.
Nataniele entrò di corsa preso da un’angoscia indicibile. Il professore aveva
preso una donna per le spalle, Coppola per i piedi e tiravano e strappavano,
lottando furiosi per possederla. Atterrito, Nataniele balzò indietro appena vi
riconobbe Olimpia; avvampando di collera fece per strappare a quei
forsennati la donna amata, ma in quel momento Coppola facendo appello a
tutte le sue forze strappò la persona dalle mani del professore e gli appioppò
con questa un colpo tremendo facendolo barcollare e precipitare all’indietro
sulla tavola coperta di fiale e storte e bottiglie e tubi di vetro, che andarono in
mille pezzi. Coppola si buttò la figura su una spalla e corse via con una risata
orribile e infilò la scala di modo che i piedi penzolanti della figura
sbatacchiarono contro i gradini mandando un rumore di stecche.
Nataniele rimase di sasso: fin troppo chiaramente aveva visto che il volto
cereo di Olimpia era senza occhi; al posto degli occhi caverne buie; era una
bambola inanimata.
Spallanzani si torceva per terra, le schegge di vetro gli avevano tagliuzzato la
testa, il petto, le braccia, e il sangue ne usciva a fiotti. Ma raccolte le sue
energie incominciò a gridare: «Dalli!… corrigli dietro! che aspetti?…
Coppelius… mi ha rubato l’automa migliore… venti anni di lavoro… ci ho
messo corpo e anima… l’orologeria… la parola… i passi… tutto mio… gli
occhi… gli occhi rubati a te… dannato… maledetto… fermatelo… va‘ a
prendermi Olimpia… eccoti gli occhi!».
E Nataniele vide un paio di occhi sanguinanti che lo fissavano dal pavimento,
mentre Spallanzani con la mano illesa li prendeva e glieli scagliava contro
colpendolo al petto. La follia lo prese allora con gli artigli ardenti e gli entrò
nell’anima lacerando la mente e il pensiero.
«Uh… uh… uh! Cerchio di fuoco… cerchio di fuoco… gira gira… allegro…
allegro! Pupattola di legno, uh, bella pupattola, gira gira.» Così dicendo si
lanciò contro il professore e lo afferrò alla gola. E l’avrebbe strangolato se
quel fracasso non avesse fatto accorrere molte persone che strapparono dalle
mani di Nataniele impazzito il professore, che venne tosto medicato e
fasciato. Sigismondo, per quanto fosse robusto, non riusciva a tenere il
forsennato, che continuava a gridare con voce orribile:
«Gira gira, pupattola di legno!» e a roteare i pugni. Infine un gruppo dei
presenti unendo le loro forze poterono buttarlo a terra e legarlo. Le sue parole
si trasformarono in urli bestiali. E così infuriato lo portarono al manicomio.
Benevolo lettore, prima che io continui a narrarti che cosa avvenne in seguito
dell’infelice Nataniele, posso assicurarti che, se ti sta un poco a cuore l’abile
meccanico e fabbricatore di automi, Spallanzani guarì perfettamente delle sue
ferite. Ma dovette lasciare l’università perché la storia di Nataniele aveva
fatto scalpore e tutti consideravano una frode illecita quella di
contrabbandare una bambola di legno in circoli intelligenti (Olimpia li aveva
frequentati con molta fortuna) al posto di una persona viva. I giuristi vi
trovarono persino una truffa sottile e tanto più condannabile in quanto era
diretta contro il pubblico e organizzata con tanta astuzia, che nessuno (salvo
qualche studente molto intelligente) se ne era accorto benché ora tutti
facessero i saccenti e si richiamassero a un’infinità di particolari che erano
parsi sospetti. Ma questi particolari non rivelavano nulla di serio. Come
poteva infatti destar sospetto il fatto che, a sentire un elegante frequentatore
di quei tè, Olimpia aveva più spesso starnutito che sbadigliato? Lo starnuto,
opinava l’elegantone, era stato semplicemente la carica automatica del
congegno nascosto, la si era sentita stridere ecc. Il professore di poesia e di
eloquenza annusò una presa, chiuse la tabacchiera, si raschiò e parlò
solennemente: «Rispettabili signore e signori, non vi accorgete dove sta il
busillis? È un’allegoria… una metafora tirata in lungo! Voi mi capite. Sapienti
sat!».
Ma molti signori rispettabili non si fermarono lì; la storia dell’automa aveva
messo radici nel loro cuore, e una riprovevole diffidenza vi s’insinuò verso le
figure umane. Per essere persuasi di non amare una bambola di legno, molti
innamorati pretesero che la donna amata cantasse e danzasse un po‘ fuori di
tempo, che ascoltando una lettura ricamasse, facesse la calza, giocasse col
cagnolino ecc., ma soprattutto che non stesse soltanto a sentire ma qualche
volta parlasse anche, in modo che le parole facessero presupporre veramente
il pensiero e il sentimento. Per molti il legame amoroso divenne più stretto e
più bello, per altri invece si allentò e si sciolse. «Veramente non si può
garantire» diceva questo e quello. Ai tè si sbadigliava in modo incredibile e
non si starnutiva mai per non destar sospetto. Spallanzani, come abbiamo
detto, dovette andarsene, evitando così un processo per truffa, per aver
introdotto un automa nella società umana. Anche Coppola scomparve.
Nataniele si destò da un sonno grave e terribile, aprì gli occhi e si sentì
invadere da un senso indescrivibile di delizia e da un tepore dolce e
paradisiaco. Era in letto nella sua camera, nella casa paterna, e Clara si era
chinata su di lui, e vicino a lei c’erano la mamma e Lotario.
«Finalmente, finalmente, mio caro Nataniele… ora sei guarito da grave
malattia… ora sei nuovamente mio!» disse Clara dal profondo dell’anima
stringendo Nataniele fra le braccia. Ma gli occhi di lui si empirono di lacrime
ardenti di malinconia e di gioia, mentre sospirava: «Mia… mia Clara!».
Sigismondo, che aveva assistito fedelmente l’amico nella sventura, entrò e
porse la mano a Nataniele, il quale disse: «Tu, fratello mio, non mi hai
dunque abbandonato!».
La pazzia era scomparsa, non era rimasta traccia, e con le cure affettuose della
madre, della fidanzata e dell’amico, Nataniele riprese presto le forze. Intanto
era rientrata in casa la fortuna; un vecchio zio taccagno, dal quale non si era
mai sperato nulla, era morto e aveva lasciato alla mamma, insieme a un
patrimonio non indifferente, un poderetto in una regione amena presso la
città. Là intendevano trasferirsi la madre, Nataniele con la sua Clara che ora
avrebbe sposato, e Lotario. Nataniele si era fatto più dolce che mai, e ora
soltanto riconosceva appieno il cuore buono, puro, celestiale di Clara.
Nessuno gli rammentava il passato neanche col più lieve accenno. Solamente
quando Sigismondo prese commiato, Nataniele disse: «Davvero, fratello mio,
ero su una cattiva strada, ma un angelo mi condusse a tempo sul retto
sentiero. È stata la mia Clara!».
Sigismondo gl’impedì di continuare per timore che sorgessero in lui troppo
vivide le memorie che potevano fargli del male.
Venne il giorno in cui quei quattro esseri felici dovevano trasferirsi nel
podere. A mezzogiorno stavano attraversando la città. Avevano fatto vari
acquisti, la torre del municipio gettava la sua ombra enorme attraverso la
piazza.
«Oh» disse Clara «saliamo ancora una volta a vedere i monti lontani!» Detto,
fatto. Tutti e due, Nataniele e Clara, salirono sulla torre, la mamma andò a
casa con la domestica, e Lotario, che non aveva voglia di fare tutti quei
gradini, rimase giù ad aspettare. Ed ecco i due fidanzati a braccetto sul
ballatoio più alto della torre a guardare le foreste profumate dalle quali
sorgevano le montagne azzurre come una città di giganti.
«Guarda, guarda quel cespuglio grigio che pare venga verso di noi» disse
Clara.
Nataniele infilò una mano in tasca macchinalmente; vi trovò il cannocchiale
di Coppola e guardò: Clara era davanti all’obiettivo!
I suoi polsi, le sue vene ebbero un fremito convulso. Egli fissò Clara, pallido
come un morto, ma tosto i suoi occhi avvamparono in un torrente di fuoco, e
dalla gola gli si sprigionò un urlo orrendo come di una bestia inseguita. Poi si
mise a saltare, e fra risate orribili prese a gridare con voce aspra: «Gira,
pupattola di legno… gira gira, pupattola di legno» e afferrò Clara con forza
tremenda per buttarla di sotto, ma ella si aggrappò alla ringhiera con
disperazione mortale.
Lotario udì gli urli del pazzo, salì di corsa, trovò la porta del secondo piano
sprangata… mentre sempre più angoscioso squillava il grido di Clara. Folle
di rabbia e di terrore si lanciò contro la porta, che finalmente cedette. Le grida
di Clara si facevano sempre più fievoli: «Aiuto… salvatemi… aiuto, aiuto…»
e la sua voce moriva nell’aria.
«È perduta… assassinata da quel pazzo» gridò Lotario. Anche la porta del
ballatoio era chiusa. Con la forza della disperazione Lotario riuscì a
scardinarla. Dio del cielo! Clara, stretta dal folle Nataniele, era sospesa
nell’aria oltre la ringhiera… soltanto con una mano si teneva ancora alle
sbarre di ferro. Rapido come il baleno, Lotario afferrò la sorella, la tirò dentro
e batté nello stesso momento il pugno in faccia a quel furibondo, che cadde
all’indietro e lasciò andare la preda.
Lotario scese di corsa con la sorella svenuta sulle braccia. Era salva.
Nataniele si diede a correre e a dibattersi sul ballatoio, faceva dei gran salti e
urlava: «Cerchio di fuoco, gira… gira gira, cerchio di fuoco!».
A quelle grida selvagge la gente accorse: tra loro emergeva enorme l’avvocato
Coppelius, che era appena arrivato in città ed era venuto difilato nella piazza.
Alcuni dei presenti volevano salire per prendere quel pazzo furioso, ma
Coppelius disse ridendo: «Ah ah, aspettate pure, quello lì viene giù da sé» e
stava col naso all’aria come gli altri. Ad un tratto Nataniele rimase come
paralizzato, si sporse dalla ringhiera, vide Coppelius, e col grido: «Oh begli
occhi… occhi belli!» scavalcò il parapetto.
Quando fu sul lastrico con la testa fracassata, Coppelius era scomparso nella
confusione.
Si racconta che dopo parecchi anni Clara fu vista in una regione lontana,
seduta davanti alla porta d’una bella villa, con le mani tra quelle di un uomo
simpatico, mentre due vispi bambini giocavano davanti a lei. Si dovrebbe
supporre che Clara trovò, nonostante tutto, quella tranquilla felicità
domestica che si addiceva al suo animo sereno e vivace e che Nataniele,
straziato com’era, non le avrebbe potuto dare mai.
Walter Scott
LA NOVELLA DI WILLIE IL VAGABONDO
(Wandering Willie’s Tale, 1824)

In questo racconto storico di Walter Scott sulla Scozia del Seicento, l’aldilà somiglia
tal quale alla vita che le anime dannate facevano in vita: è un inferno feudale in cui si
mangia e si beve e si balla. Ma il vivente che per un’intercessione autorevole (il
diavolo sotto forma di gentiluomo a cavallo) vi potesse mettere piede, deve guardarsi
dagli inviti che gli vengon fatti. Guai se accostasse alle labbra la zampogna scozzese
che gli viene chiesto di suonare: è rovente del fuoco infernale! E se accettasse di
portare alle labbra cibo o bevanda, non potrebbe tornare più indietro. L’interdizione di
mangiare il cibo del paese dei morti è una vecchia credenza di cui troviamo tracce in
Omero (Ulisse e i Lotofagi) come nelle religioni orientali.
Le leggende e tradizioni locali sono una delle inesauribili fonti del fantastico
letterario. Qui il soprannaturale delle leggende religiose si mescola con l’arte del
romanzo storico di cui Walter Scott (1771-1832) può ben dirsi l’iniziatore; e vi si
aggiunge una spigliatezza da novella raccontata a viva voce e un preannuncio di
storia poliziesca. Altro elemento inatteso: vi ha un ruolo importante una scimmia,
apparizione che fin dal Rinascimento del Bandello serve gli effetti del fantastico.

Avrete forse sentito parlare di Sir Robert Redgauntlet, di quella razza che
viveva da queste parti prima dei nostri tempi. Il paese se lo ricorderà a lungo;
e i nostri padri trattenevano il respiro quando capitava loro di sentirlo
nominare. Andava in giro con gli uomini delle Highland ai tempi di
Montrose 4; era sulle colline con Glencairn5 nel milleseicento e cinquantadue;
e quando arrivò re Carlo secondo, chi è che godeva del suo favore come laird 6
di Redgauntlet? Lo fecero cavaliere alla corte di Londra, con la spada
personale del re; ed essendo un prelatista7 fanatico, arrivò qui smaniando
come un leone, con un incarico di luogotenente (e di fanatico, per quel che mi
par di poter dire) per soggiogare gli Whig e i Covenanter8 della zona. Feroce
fu il loro operare; perché gli Whig erano ostinati quanto i Cavalieri 9 erano

4 James Montrose (1612-1650) era un generale scozzese schieratosi dalla parte degli Stuart durante la guerra civile e
ancora nell’epoca del Commonwealth con un fallito tentativo di suscitare in Scozia una rivolta, che pagò con la vita
(N.d.T.).
5 Famiglia di conti scozzesi: il personaggio cui si allude è William, che nel 1653 promosse in Scozia una rivolta finita
male per ristabilire con qualche anno d’anticipo la monarchia degli Stuart (N.d.T.).
6 Laird (una variante di lord) è la denominazione dei proprietari terrieri scozzesi (N.d.T.).
7 Prelatisti (prelatists) venivano chiamati i fautori della Chiesa Alta (N.d.T.).
8 Covenanters erano gli aderenti al National Covenant scozzese del 1638, che difendeva i principi del
presbiterianesimo contro i tentativi della corona di imporre un episcopato, e per questo furono poi oggetto di
sanguinose persecuzioni (N.d.T.).
9 Cavalieri (Cavaliers) erano chiamati durante la guerra civile inglese i partigiani del re, contrapposti alle Teste Tonde
(Roundheads) di Cromwell (N.d.T.).
focosi, e facevano a gara a chi avrebbe stancato per primo l’altro. Redgauntlet
era decisamente per le maniere forti; e il suo nome è famoso nella regione
come quelli di Claverhouse o di Tom Dalyell. Non c’era né valle né valletta né
montagna né grotta che valesse a nascondere la povera gente delle colline,
quando Redgauntlet correva loro dietro con trombe e bracchi come se fossero
stati dei cervi. E quando li scovava faceva ancor meno cerimonie di quelle che
fa uno delle Highland con un daino – diceva solo: «Sei pronto a giurar
fedeltà?» – e se quello rispondeva di no: «Caricate, puntate, fuoco!» – e per il
dissenziente era la fine.
Ovunque Sir Robert era temuto e odiato. La gente pensava che avesse fatto
un patto con Satana – che fosse invulnerabile e che le pallottole schizzassero
dalla sua giubba scamosciata come chicchi di grandine da un caminetto - che
aveva un cavallo capace di rimanere impassibile sul bordo di Carrifra-
gawns 10 – e altre cose dello stesso genere di cui dirò tra poco. L’augurio più
gentile che gli rivolgevano era “Che il diavolo si pigli Redgauntlet!”. Ma per
la sua gente, non era un cattivo padrone, e i fittavoli gli volevano abbastanza
bene; e per quanto riguarda i servi e i soldati che partecipavano con lui alle
persecuzioni, come gli Whig chiamarono quel tempo di massacri, erano
pronti a sbronzarsi come spugne alla sua salute in qualunque momento.
Ora dovete sapere che mio nonno viveva nelle terre di Redgauntlet – in un
posto che chiamavano Primrose Knowe. Avevamo vissuto in quelle terre e
sotto i Redgauntlet dai tempi delle scorrerie e anche prima. Era un bel posto;
e credo che qui l’aria sia più fresca e tonificante che in qualunque altro luogo
della regione. Adesso è abbandonato; e tre giorni fa mi sono seduto sulla
soglia della porta sfondata, e meno male che non potei vedere in quali
condizioni era ridotta la casa; ma questo non c’entra. Ci abitava mio nonno,
Steenie Steenson, che da giovane era stato un tipo errabondo e chiacchierone
e che suonava benissimo la cornamusa; era famoso in “Hoopers and Girders” –
neanche uno del Cumberland poteva reggere al confronto con il suo ”Jockie
Lattin” – e per il back-lilt aveva il dito migliore che ci fosse tra Berwick e
Carlisle. Quelli come Steenie non erano della pasta con cui si facevano gli
Whig. Divenne quindi un Tory, come li chiamavano allora – mentre noi ora li
chiamiamo Giacobiti – perché in un certo senso uno era obbligato a schierarsi
da una parte o dall’altra. Non aveva niente contro gli Whig e gli garbava poco
veder scorrere il sangue ma, costretto a seguire Sir Robert nella caccia e nelle
guerre, guardando e osservando, vide molte malefatte, e forse ne commise
anche qualcuna quando non poteva evitarlo.
Ora, Steene era una specie di beniamino del suo padrone, e qualcosa di simile
per la gente del castello, e spesso lo mandavano a chiamare perché suonasse
la cornamusa quando avevano voglia di far festa. Il vecchio Dougal

10 Parete a precipizio di un monte nel Moffatdale (N.d.A.).


MacCallum, l’intendente, che aveva seguito Sir Robert nel bene e nel male,
nella buona e nella cattiva sorte, nelle pozze e nei ruscelli, aveva una
particolare passione per le cornamuse e metteva sempre una buona parola
per mio nonno con il padrone; perché Dougal se lo rigirava come voleva.
Poi scoppiò la rivoluzione, e mancò poco che spezzasse il cuore a Dougal e al
suo padrone. Ma il cambiamento non fu grande come loro temevano e altri
speravano. Gli Whig si riunirono per decidere cosa fare dei loro vecchi
nemici, e in particolare di Sir Robert Redgauntlet. Ma erano troppi i grandi
personaggi implicati in queste faccende perché fosse veramente possibile
creare un mondo nuovo di zecca. Così il Parlamento lasciò perdere; e Sir
Robert, pur dovendosi accontentare di dar la caccia alle volpi anziché ai
Covenanter, rimase lo stesso uomo di prima. 11 Le sue baldorie erano
altrettanto rumorose e il suo salone egualmente illuminato, anche se forse
sentiva la mancanza dei tributi dei nonconformisti che venivano a riempirgli
la dispensa e la cantina; fatto sta che cominciò a badare agli affitti assai più di
quanto avesse mai fatto prima, e i fittavoli dovevano essere pronti a pagare il
giorno della scadenza, altrimenti il laird non sarebbe stato contento. Ed era un
uomo così terribile che nessuno voleva farlo arrabbiare; perché le
imprecazioni che pronunciava, la collera in cui montava e l’aspetto che
veniva ad assumere erano tali che a volte la gente lo considerava un diavolo
incarnato.
Be‘, mio nonno non era uno che sapesse amministrarsi - non che fosse un
grande spendaccione, ma non aveva il dono del risparmio, e si trovò in
arretrato di due trimestri. Ebbe i primi problemi a Pentecoste, e se la cavò con
qualche bel discorso e suonando la cornamusa; ma quando venne il giorno di
San Martino, l’amministratore gli mandò a dire di presentarsi con l’affitto il
giorno fissato, altrimenti lo avrebbero invitato a sloggiare. Fu una gran fatica
trovare il denaro; ma Steenie aveva ottimi amici, e alla fine riuscì a raccogliere
la somma – un migliaio di marchi - grazie soprattutto a un vicino che
chiamavano Laurie Lapraik – un tipo astuto. Laurie era uno che sapeva come
muoversi – pronto a cacciare con i segugi o a correre con le lepri – e ad essere
Whig o Tory, santo o peccatore, a seconda di come soffiava il vento. Era un
esperto di questo mondo post-rivoluzionario, ma gli piaceva ogni tanto farsi
una cantatina e soffiare un poco nella cornamusa; e soprattutto pensava di
avere sufficienti garanzie per il denaro che aveva prestato a mio nonno nel
bestiame di Primrose Knowe.
Mio nonno dunque corse al castello di Redgauntlet con la borsa pesante e il

11 La prudenza e la moderazione di re Guglielmo III, unite ai suoi principi di tolleranza illimitata, privarono i
Covenanters dell’occasione ardentemente desiderata di ricambiare le offese ricevute nel regno dell’episcopato e di
purificare il paese, come dicevano loro, dalla contaminazione del sangue. Consideravano quindi la rivoluzione solo
una mezza misura, in quanto non implicava né il ristabilimento della Chiesa in tutto il suo splendore, né la vendetta
per la morte dei santi sui loro persecutori (N.d.A.).
cuore leggero, felice d’essere ormai fuori pericolo. Ma la prima cosa che
venne a sapere appena arrivato al castello fu che Sir Robert aveva avuto un
attacco di gotta; e di fatto si fece vivo solo a mezzogiorno. Non era tanto per i
soldi, secondo Dougal, ma perché non gli piaceva dover allontanare mio
nonno dalle sue terre: comunque fu contento di vedere Steenie, e lo condusse
nella grande sala di quercia, dove sedeva il laird, solo e simpaticamente
disposto, non fosse stato per il fatto che aveva accanto un grosso e brutto
scimmione, che era il suo animale preferito; una carogna di bestia, famosa per
i suoi scherzi di cattivo genere – difficile da accontentare e facile ad
arrabbiarsi - che girava per il castello squittendo e strillando, e pizzicando e
morsicando la gente, specie quando s’annunciava maltempo o disordini nello
stato. Sir Robert lo aveva chiamato maggiore Weir dopo la morte dello
stregone sul rogo;12 e pochi avevano simpatia per il nome o per l’aspetto della
creatura – pensavano tutti che avesse qualcosa di anormale – e mio nonno
non era per niente tranquillo quando si chiuse la porta alle sue spalle e si
trovò nella stanza con la sola compagnia del laird, di Dougal MacCallum e del
maggiore, cosa che prima non gli era mai capitata.
Sir Robert era seduto, o meglio sdraiato, su una grande poltrona, con la sua
vestaglia di velluto e i piedi su uno sgabello; aveva infatti sia la gotta sia i
calcoli; e la sua faccia era orrenda e tremenda come quella di Satana. Di fronte
a lui sedeva il maggiore Weir con una giubba rossa di trine e la parrucca del
laird sulla testa; e ogni volta che Sir Robert gemeva per il male, gemeva anche
la scimmia, e pareva una testa di pecora infilata in un forcone – proprio una
coppia antipatica e terrificante. La giubba di camoscio del laird era appesa a
un chiodo alle sue spalle, e lo spadone e le pistole erano a portata di mano;
perché era fedele alla vecchia usanza di tener sempre le armi a disposizione e
un cavallo sellato giorno e notte, proprio come quando era in grado di saltare
in sella e di correr dietro alla gente delle colline su cui aveva avuto
informazioni. Alcuni dicevano che temeva la vendetta degli Whig, ma
secondo me era soltanto una vecchia abitudine – non era certo uomo da aver
paura di qualcosa. Accanto a lui c’era il registro degli affitti con la sua
copertina nera e le sue borchie d’ottone; e tra un foglio e l’altro c’era un libro
di canzoni oscene per segnare la pagina in cui si affermava che il Goodman di
Primrose Knowe era rimasto in arretrato nei pagamenti e nelle corvée. Sir
Robert rivolse a mio nonno un’occhiata tale da incenerirgli il cuore in petto.
Dovete sapere che quando aggrottava la fronte vi si riconosceva ben visibile
l’impronta di un ferro di cavallo, profondamente incavata come se vi fosse
stata impressa.
«Sei venuto a mani vuote, figlio di un cane?» disse Sir Robert. «Perdinci, se
sei venuto qui…

12 Famoso mago, giustiziato a Edimburgo per stregoneria e altri crimini (N.d.A.).


Mio nonno, con l’espressione più sorridente di cui fosse capace, fece un passo
avanti e posò il sacchetto dei soldi sulla tavola con il gran gesto di chi sta
compiendo una bella impresa. Il laird s’affrettò a tirarlo verso di sé. «C’è tutto,
Steenie?»
«Sua eccellenza può vedere coi suoi occhi» disse mio nonno.
«Ehi, Dougal» disse il laird «porta Steenie da basso e offrigli una tazza di
brandy, mentre io conto i soldi e scrivo la ricevuta.»
Ma non erano ancora usciti del tutto dalla stanza, quando Sir Robert lanciò
un urlo che fece tremare il castello. Dougal tornò indietro di corsa – e
arrivarono volando servi in livrea, mentre il laird continuava a lanciare urli,
uno più terribile dell’altro. Mio nonno non sapeva se restare o scappare, ma
s’azzardò a tornare nella sala, dove regnava la più gran confusione – e non
c’era nessuno che dicesse “entra” o “vattene”. Terribili erano le grida del laird
che voleva acqua fredda sui piedi e vino per rinfrescarsi la gola; e inferno,
inferno, inferno con tutte le sue fiamme erano le parole che gli uscivano di
bocca. Gli portarono l’acqua, e quando gli immersero il piede gonfio nel
catino, gridò che bruciava; e si dice che davvero gorgogliava e faceva fumo
come una caldaia bollente. Scaraventò la coppa contro la testa di Dougal,
dicendogli che gli aveva dato del sangue invece del Borgogna; e di fatto
l’indomani la donna delle pulizie trovò sul tappeto macchie di sangue
rappreso. La scimmia che chiamavano maggiore Weir farfugliava e strillava
come se volesse prendere in giro il suo padrone – e a mio nonno cominciò a
girare la testa – si scordò sia del denaro sia della ricevuta e si precipitò da
basso. Mentre lui correva le urla diventavano sempre più deboli; dopo di che
ci fu un profondo, raccapricciante gemito, e nel castello si sparse la notizia
che il laird era morto.
Mio nonno comunque corse via senza perder tempo, sperando solo che
Dougal avesse visto il sacchetto dei soldi e udito il laird impegnarsi a scrivere
la ricevuta. Il giovane laird, divenuto ora Sir John, arrivò da Edimburgo per
prendere in mano le cose. Sir John e suo padre non erano mai andati molto
d’accordo. Sir John aveva studiato per diventare avvocato e aveva poi fatto
parte dell’ultimo Parlamento scozzese, dove aveva votato a favore
dell’unione con l’Inghilterra, ottenendone, si diceva, una lauta ricompensa - e
se suo padre fosse potuto uscire dalla tomba gli avrebbe spaccato la testa
sulla piastra del suo stesso focolare. Secondo alcuni era più facile trattare con
il vecchio e collerico cavaliere che con il suo giovane e cortese successore –
ma su questo tornerò tra poco.
Dougal MacCallum, poverino, non pianse e non si disperò, ma continuò a
girare per casa con l’aria di un cadavere, dirigendo però, come era suo
dovere, i preparativi del grande funerale. Ma Dougal pareva stare sempre
peggio man mano che s’avvicinava la notte, ed era sempre l’ultimo ad andare
a letto, e ora si trovava in una stanza rotonda esattamente di fronte alla
camera col baldacchino, dove dormiva il suo padrone quando era vivo e dove
era adesso esposto, come suol dirsi, da più di un giorno. La notte precedente
il funerale Dougal non riuscì più a controllarsi; rinunciò alla solita fierezza e
chiese cortesemente al vecchio Hutcheon di tenergli compagnia per un’ora
nella sua stanza. Appena entrato, Dougal si riempì una tazza di brandy e ne
diede un’altra a Hutcheon e brindò alla sua salute augurandogli lunga vita e
disse che personalmente non sarebbe rimasto a lungo in questo mondo;
perché ogni notte, da quando era morto Sir Robert, il suo corno d’argento
aveva continuato a suonare dalla camera ardente, come accadeva spesso
quando lui era in vita e chiamava Dougal perché lo aiutasse a voltarsi.
Dougal disse che trovandosi solo con il morto a quel piano della torre (perché
nessuno era disposto a vegliare Sir Robert Redgauntlet come un qualsiasi
altro cadavere), non aveva mai osato rispondere a quella chiamata, ma che
ora gli rimordeva la coscienza avendo egli trascurato di fare il suo dovere;
perché, «anche se la morte interrompe il servizio» disse MacCallum «non
interromperà mai il mio servizio a Sir Robert; risponderò quindi alla sua
prossima chiamata, ed è per questo che ti prego di starmi vicino, Hutcheon».
Hutcheon non aveva nessuna voglia di vegliare, ma era stato accanto a
Dougal in zuffe e battaglie, e non poteva certo abbandonarlo in questo
frangente, così si sedettero davanti a una caraffa di brandy, e Hutcheon, che
era una specie d’intellettuale, avrebbe volentieri letto un capitolo della Bibbia;
ma Dougal non voleva ascoltare niente se non un brano di Davie Lindsay che
parlava di preparativi di guerra.
Quando scoccò la mezzanotte e la casa era silenziosa come una tomba, il
corno d’argento emise un suono secco e acuto come se vi avesse soffiato
dentro Sir Robert, e i due vecchi servitori si alzarono ed entrarono
barcollando nella camera dove giaceva il cadavere. A Hutcheon bastò
un’occhiata per capire; perché c’erano torce nella stanza e gli mostrarono il
diavolo, nella sua forma, seduto sulla bara del laird. Perse allora il controllo di
sé come se fosse morto. Non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse
rimasto in trance sulla porta, ma quando si riprese, chiamò ad alta voce il suo
amico, e non ottenendo risposta svegliò tutta la casa, e Dougal fu trovato
morto a due passi dal letto su cui avevano sistemato la bara del suo padrone.
In quanto al corno, lo si sentì ancora molte volte in cima alla casa sulla
bertesca e tra i vecchi camini e le torrette dove i gufi fanno i loro nidi. Sir John
mise la cosa a tacere e il funerale si svolse senza altre apparizioni diaboliche.
Ma una volta sbrigate queste cose, il laird cominciò a occuparsi dei suoi affari
e convocò tutti i fittavoli per i loro arretrati, e mio nonno per l’intera somma
segnata a suo carico sul registro degli affitti. Lui naturalmente corre subito al
castello per raccontare la sua storia, e qui lo portano da Sir John, seduto sulla
poltrona di suo padre, in lutto strettissimo, con nastri neri e cravatta sciolta, e
con accanto un piccolo bastone da passeggio al posto del vecchio spadone
d’acciaio che pesava almeno un quintale tra lama, coccia e elsa. Il loro dialogo
l’ho sentito raccontare tante volte che mi sembra quasi di essere stato
presente, anche se allora non ero neanche nato, (In effetti Alan, il mio
compagno, imitò, con molto spirito, il tono adulatorio e conciliante del
fittavolo e l’ipocrita malinconia della risposta del laird. Suo nonno, disse,
mentre parlava, teneva gli occhi fissi sul registro degli affitti, come se fosse
stato un mastino capace di saltargli addosso e di morderlo.)
«Le auguro felicità, signore, e pane bianco e grande fortuna. Suo padre era un
uomo gentile con gli amici e i servitori; molte grazie a lei, Sir John, di essersi
messo nelle sue scarpe – o meglio dovrei dire nei suoi stivali, perché era raro
che portasse scarpe, a parte le pantofole quando aveva la gotta.»
«Sì, Steenie» disse il laira, con un profondo sospiro e accostandosi un
fazzoletto agli occhi «la sua è stata una morte improvvisa e nella regione si
sentirà la sua mancanza; non ha avuto il tempo di mettere ordine nella sua
casa – era certo preparato all’incontro con Dio, che è poi la cosa più
importante – ma ci ha lasciato un’aggrovigliata matassa da dipanare,
Steenie… Uhm! Passiamo agli affari, Steenie. C’è tanto da fare e così poco
tempo per farlo.»
Aprì allora il fatale volume. Ho sentito parlare di una cosa che chiamano il
Libro del catasto – e mi par di capire che dev’essere una specie di elenco degli
affitti arretrati dei fittavoli.
«Stephen» disse Sir John, nello stesso tono sommesso e mellifluo «Stephen
Stevenson o Steenson, tu sei segnato qui con un anno d’affitto in arretrato –
che scadeva lo scorso trimestre.»
Stephen: «Mi scusi, eccellenza, Sir John, l’ho pagato a suo padre».
Sir John: «Allora ti avrà sicuramente dato una ricevuta, Stephen; puoi
mostrarmela?».
Stephen: «A dire il vero non c’è stato il tempo, eccellenza; perché appena posai
il denaro e proprio quando sua eccellenza, voglio dire Sir Robert, lo avvicinò
a sé per contarlo e scrivere la ricevuta, cominciarono i dolori che lo avrebbero
portato alla tomba».
«Una vera sfortuna» disse Sir John, dopo una pausa. «Ma forse avrai pagato
alla presenza di qualcuno. Ho bisogno di un testimone oculare, Stephen. Non
voglio assolutamente far torto a un povero uomo.»
Stephen: «Ma, Sir John, non c’era nessuno nella camera, se non Dougal
MacCallum, il maggiordomo. Che, come Sua eccellenza sa benissimo, ha
seguito il suo padrone».
«Anche questa è una vera sfortuna, Stephen» disse Sir John senza alterare
minimamente la voce. «L’uomo al quale hai dato i soldi è morto – ed è morto
anche l’uomo che ha assistito al pagamento – e il denaro, che avrebbe dovuto
rimanere sul tavolo, è sparito senza che nessuno lo abbia visto o ne abbia
sentito parlare. Come posso credere a tutto questo?»
Stephen: «Non lo so, eccellenza; ma io ho qui un biglietto con l’elenco delle
monete; perché, Dio mi aiuti, avevo dovuto farmele prestare da venti borse; e
sono sicuro che tutti quelli che li hanno sborsati sono pronti a giurare per
quale scopo me li sono fatti prestare».
Sir John: «Io non dubito che ti sia fatto prestare dei soldi, Steenie. È del
pagamento fatto a mio padre che mi occorre qualche prova».
Stephen: «Il denaro deve essere in questa casa, Sir John. E poiché l’eccellenza
vostra non lo ha mai avuto e l’eccellenza che non c’è più non può esserselo
portato dietro, potrebbe averlo visto qualcun altro della famiglia».
Sir John: «Interrogheremo i servi, Stephen; è una proposta ragionevole».
Ma lacchè e cameriera, paggio e palafreniere negarono tutti recisamente di
aver visto un sacchetto di monete come quello descritto da mio nonno. Non
solo, ma sfortunatamente lui non aveva accennato a nessuno della sua
intenzione di pagare l’affitto. Una donna lo aveva visto con qualcosa sotto il
braccio, ma aveva pensato che fosse la sua cornamusa.
Sir John Redgauntlet ordinò ai servi di lasciare la stanza e disse poi a mio
nonno: «Come vedi, Steenie, sei stato trattato in modo corretto; e siccome
sono praticamente sicuro che tu saresti in grado di trovare quel denaro
meglio di chiunque altro, ti prego, in tutta onestà e per il tuo bene, di
smetterla con questi discorsi; il fatto è, Stephen, che o paghi o te ne vai».
«Che Dio perdoni la sua opinione» disse Stephen, ormai al limite delle
proprie risorse. «Io sono un uomo onesto.» «Anch’io, Stephen» disse sua
eccellenza «e anche la gente di questa casa, spero. Ma se tra noi c’è un
furfante, è sicuramente quello che racconta una storia che non può provare.»
Fece una pausa, poi aggiunse in tono più severo: «Se ho capito bene il suo
trucco, signore, lei vuole approfittare di certe voci maligne concernenti la mia
famiglia, e in particolare la morte improvvisa di mio padre, per defraudarmi
del mio denaro, e magari anche per danneggiare la mia reputazione
insinuando che ho già riscosso l’affitto che ora le chiedo. Dove crede che sia
finito quel denaro? Insisto per saperlo».
Mio nonno vedeva che tutto si stava mettendo contro di lui al punto da
ridurlo quasi alla disperazione – spostava il suo peso da un piede all’altro,
guardava verso ogni angolo della stanza e non sapeva cosa rispondere.
«Parli, messere» disse il laird, assumendo il particolarissimo aspetto che
aveva suo padre quando si arrabbiava - pareva persino che le grinze del suo
cipiglio formassero quello stesso terribile ferro di cavallo al centro della
fronte. «Parli, signore! Voglio conoscere i suoi pensieri – crede che quei soldi
li abbia io?»
«Mi guardo bene dal dire una cosa simile» disse Stephen. «Accusa qualcuno
dei miei servi di averli presi?»
«Non vorrei mai accusare persone che possono essere innocenti» disse mio
nonno «e se c’è qualcuno tra loro che è colpevole, io non ne ho le prove.»
«Ma da qualche parte il denaro deve pur essere, se c’è una briciola di verità
nel suo racconto» disse Sir John. «Le domando dove crede che sia – ed esigo
una risposta precisa.»
«All’inferno, se vuol sapere cosa ne penso io» disse mio nonno, messo alle
strette «all’inferno! con suo padre, la sua scimmia e il suo corno d’argento.»
E corse giù per le scale (non potendo più stare in salotto dopo una frase
simile) e udì il laird lanciargli dietro tuoni e fulmini e corrergli appresso
rapido come lo era Sir Robert e chiamare a gran voce il balivo e il barone.
Si precipitò mio nonno dal suo maggior creditore (quello che chiamavano
Laurie Lapraik) per vedere se poteva ricavarne qualcosa; ma quando gli
raccontò la sua storia, si sentì rovesciare addosso le parole più offensive –
ladro, pezzente e fallito erano i termini più gentili; e a questi insulti Laurie
aggiunse la vecchia storia che lui aveva le mani macchiate dal sangue dei
santi di Dio, come se un fittavolo avesse potuto esimersi dall’andare in guerra
con il suo laird, e con un laird come Sir Robert Redgauntlet. Mio nonno a
questo punto aveva perso da un pezzo tutta la sua pazienza, e mentre lui e
Laurie erano al punto da darsi reciprocamente del bugiardo, lui fu talmente
sventato da insultare la fede di Lapraik insieme all’uomo e da dire cose che
fecero aggricciare la pelle a quelli che li ascoltavano – non era più in sé e
aveva avuto una giornata terribile.
Alla fine si separarono e mio nonno per tornare a casa doveva percorrere a
cavallo il bosco di Pitmurkie che è un mucchio d’abeti neri, dicono – io lo
conosco quel bosco, ma per quel che ne so gli abeti potrebbero anche essere
bianchi. All’ingresso del bosco c’è un terreno demaniale selvatico e sul
limitare di questo terreno c’è una piccola e isolata stazione di posta, che era
allora gestita da una locandiera, una certa Tibbie Faw, e lì il povero Steenie
chiese a gran voce una pinta di brandy perché era tutto il giorno che non si
rinfrescava la gola. Tibbie insistette perché prendesse anche un po‘ di carne,
ma lui non ci pensava neanche e non volle togliere il piede dalla staffa e
tracannò tutto il brandy in due sorsate, facendo per ciascuna un brindisi - il
primo alla memoria di Sir Robert Redgauntlet, e potesse non riposare mai in
pace nella tomba finché non avesse reso giustizia al suo povero fittavolo; e il
secondo alla salute del Nemico dell’uomo, perché gli restituisse la borsa con il
denaro o gli dicesse cosa ne era stato, perché il mondo intero lo avrebbe
presto considerato un bugiardo e un imbroglione, e questo per lui era ancora
peggio della rovina della sua casa e della sua proprietà.
Riprese il cammino, poco importandogli di dove andasse.
Era una notte buia e gli alberi la rendevano ancora più buia e lui lasciò che la
bestia imboccasse un qualsiasi sentiero nel bosco; quand’ecco che
all’improvviso, da stanco e sfinito qual era poco prima, il cavallo cominciò a
scattare, a galoppare e a impennarsi, tanto che mio nonno faceva fatica a
restare in sella. Dopo un po‘ un cavaliere, comparsogli accanto
all’improvviso, disse: «È una bestia focosa la sua, amico; vuole vendermela?».
Dicendo questo, toccò il collo del cavallo col suo frustino, e l’animale riprese
il suo solito incespicante trotterellare. «Ma è una foga che sparisce in fretta,
vedo» disse lo sconosciuto «assomiglia tanto al coraggio di certi uomini,
convinti di poter fare grandi cose finché non vengono messi alla prova.»
Mio nonno lo ascoltava appena, ma spronò il cavallo dicendo: «Buona sera,
amico».
Ma a quanto pareva lo sconosciuto non era di quelli che s’arrendono così
facilmente; aveva un bel correre Steenie, quello gli rimaneva vicino
procedendo allo stesso passo. Dopo un po‘ mio nonno, Steenie Steenson,
cominciò ad arrabbiarsi e, a dir la verità, aveva anche un po‘ paura.
«Cosa vuole da me, amico?» disse. «Se è un brigante, io non ho denaro; se è
un uomo dabbene in cerca di compagnia non ho né lo stato d’animo né
l’allegria per chiacchierare; e se vuole informazioni sulla strada, io la conosco
appena.»
«Se vuol dirmi cosa l’affligge» disse lo sconosciuto «io sono uno che, pur
essendo stato molto calunniato nel mondo, sono sempre disposto a dare una
mano ai miei amici.» Allora mio nonno, più per sfogarsi che perché sperasse
in un aiuto, gli raccontò la sua storia dall’inizio alla fine.
«È una situazione difficile» disse lo sconosciuto «ma penso di poterla
aiutare.»
«Se potesse prestarmi il denaro, signore, senza troppa fretta per la
restituzione – io non ho nessun altro su questa terra che possa aiutarmi» disse
mio nonno.
«Potrebbe esserci qualcuno sotto terra» disse lo sconosciuto. «Voglio essere
franco con lei; potrei prestarle il denaro su garanzia, ma forse le mie
condizioni non le piacerebbero. Posso solo dirle che il suo vecchio laird è
disturbato nella tomba dalle sue maledizioni e dai gemiti dei suoi familiari e
se lei avrà il coraggio di venire a vederlo le darà la ricevuta.»
A questa proposta mio nonno si sentì rizzare i capelli in testa, ma pensò che il
suo compagno fosse un burlone che voleva spaventarlo e che alla fine gli
avrebbe magari prestato i soldi. Inoltre era imbaldanzito dal brandy e
disperato per la sua triste situazione; disse quindi che si sentiva abbastanza
coraggio per andare sino alle porte dell’inferno, e anche oltre, pur di
procurarsi quella ricevuta. Lo sconosciuto rise.
Continuarono a cavalcare nel folto del bosco, finché all’improvviso il cavallo
non si fermò davanti alla porta di una grande casa; e se non avesse saputo di
essere a dieci miglia di distanza mio nonno l’avrebbe creduta il castello di
Redgauntlet. Entrarono nel cortile esterno passando sulle assi del ponte
levatoio e sotto le antiche saracinesche; e tutta la facciata della casa era
illuminata e c’erano cornamuse e violini e balli e confusione come a casa di
Sir Robert a Pasqua, a Natale e nelle altre grandi feste. Scesero di sella, e mio
nonno ebbe l’impressione di legare il cavallo a quello stesso anello cui l’aveva
legato quel mattino quando era andato a trovare il giovane Sir John.
«Dio» disse mio nonno «se la morte di Sir Robert fosse stato solo un sogno!»
Bussò alla porta come faceva sempre, e venne ad aprirgli - altra cosa che
avveniva sempre – il suo vecchio conoscente Dougal MacCallum, il quale
disse: «Steenie, sei arrivato, figliolo. Sir Robert ti sta invocando!».
A mio nonno pareva di essere in un sogno – cercò lo sconosciuto, ma per il
momento era scomparso. Dopo un po‘ cercò di dire: «Ah, Dougal, sei ancora
vivo? Credevo fossi morto».
«Non preoccuparti per me» disse Dougal «ma bada a te stesso, e non
accettare niente da nessuno, né carne né brandy né soldi, se non la ricevuta
che è il tuo obiettivo.»
Così dicendo gli fece strada attraverso saloni e corridoi, che mio nonno
conosceva benissimo, sino al vecchio salotto di quercia; e lì c’erano canti di
canzoni profane e barili di vino rosso e discorsi blasfemi e osceni, come al
castello di Redgauntlet nei momenti di maggior gaiezza.
Ma che il cielo ci aiuti, quale congrega di orribili convitati era seduta intorno
al tavolo! Mio nonno ne conosceva molti che avevano raggiunto da tempo la
loro ultima destinazione, perché aveva spesso suonato la cornamusa per la
maggior parte di loro nel salone di Redgauntlet. C’era il feroce Middleton e il
dissoluto Rothes e l’astutissimo Lauderdale; e Dalyell con la testa calva e la
barba lunga sino alla cintola; e Earlshall, con il sangue di Cameron sulla
mano; e il crudele Bonshaw, che aveva legato gli arti del povero signor
Cargill finché non ne era sgorgato sangue; e Dunbarton Douglas, due volte
traditore del re e della patria. C’era il dannato avvocato MacKenye che, per il
suo spirito e la sua saggezza, aveva avuto i funerali di un dio. E c’era
Claverhouse, bello come quando era vivo, con i lunghi capelli scuri e ricciuti
che ondeggiavano sulla giubba di camoscio orlata di pizzi e la mano sinistra
sempre sulla scapola per nascondere la ferita infertagli dalla pallottola
d’argento. Sedeva lontano dagli altri, e li guardava con aria malinconica e
altera; mentre quelli urlavano e cantavano e ridevano, tanto che ne risonava
l’intera stanza. Ma i loro sorrisi erano spesso orribilmente contorti; e le loro
risate si dissolvevano in suoni talmente striduli che mio nonno si sentiva
diventare blu le unghie e gelare il midollo nelle ossa.
Quelli che servivano a tavola erano gli stessi malvagi, servi e soldati, che
avevano fatto sulla terra il loro lavoro e i loro atti di crudeltà. C’era il Lang
Lad del Nethertown, che aveva contribuito alla presa di Argyle; e l’usciere
del vescovo, quello che chiamavano il Serpente di Deil; e le perfide guardie
nelle loro giubbe merlettate; e i feroci Amorites delle Highland che
spargevano sangue come se fosse acqua; e molti fieri servitori, dal cuore
altero e dalle mani insanguinate, che stavano aggrappati ai ricchi rendendoli
più malvagi di quanto lo sarebbero stati senza di loro; e stritolavano i poveri
polverizzandoli dopo che i ricchi li avevano ridotti a pezzetti. E molti, molti
altri stavano arrivando e radunandosi, affaccendati nelle loro incombenze
come lo erano stati da vivi.
In mezzo a questa terribile confusione, Sir Robert Redgauntlet urlava, con
una voce simile a un tuono, a Steenie, il suonatore di cornamusa, di
avvicinarsi al posto di capotavola dove lui era seduto; con le gambe distese
davanti a sé e tutto fasciato di flanella, e le pistole accanto e lo spadone
appoggiato alla sedia, proprio come lo aveva visto mio nonno l’ultima volta
sulla terra – e c’era anche vicino a lui lo stesso cuscino per la scimmia, ma non
la creatura – probabilmente non era ancora scoccata la sua ora, perché,
venendo avanti, sentì qualcuno che diceva: «Non è ancora arrivato il
maggiore?». E un altro rispose: «La scimmia sarà qui prima che sia mattina».
E quando mio nonno si fece avanti, Sir Robert, o il suo fantasma, o il diavolo
nelle sue sembianze, disse: «Be‘, zampognaro, ti sei messo d’accordo con mio
figlio per il tuo anno d’affitto?».
Con la massima calma mio nonno riuscì a dire che Sir John non avrebbe
considerato chiusa la questione senza una ricevuta di sua eccellenza.
«Te la daremo se ci farai sentire qualcosa con la tua cornamusa, Steenie» disse
la parvenza di Sir Robert. «Suonaci “Well hoddled, Luckie”.»
Ora questa era un’aria che mio nonno aveva imparato da un mago, il quale
l’aveva udita mentre veneravano Satana a una delle loro riunioni, e mio
nonno l’aveva a volte suonata durante le baldorie al castello di Redgauntlet,
ma mai molto volentieri; e adesso gli venne freddo solo a sentirla nominare e
prese a pretesto il fatto di non avere con sé lo strumento.
«MacCallum, braccio di Belzebù» disse il terribile Sir Robert «porta a Steenie
al cornamusa che ho tenuto da parte di lui.»
MacCallum gli portò una cornamusa che sarebbe andata bene per lo
zampognaro di Donald delle Isole. Ma, porgendogliela, diede a mio nonno
una gomitata; e Steenie, guardandola bene e di nascosto, vide che il cannello
era d’acciaio, e riscaldato al calor bianco; era stato quindi messo in guardia
contro il rischio di accostare ad esso le dita. Perciò chiese ancora scusa e disse
che era troppo debole e spaventato e che non aveva fiato a sufficienza per
riempire l’otre.
«Allora puoi mangiare e bere, Steenie» disse la figura; «dato che qui non
facciamo praticamente altro; ed è una conversazione scomoda quella tra un
uomo con la pancia piena e uno che digiuna.»
Ora queste erano le stesse parole che il dannato conte di Douglas aveva detto
per distrarre il messaggero del re mentre lui faceva tagliar la testa a
MacLennan di Bombie al castello di Threave,13 per cui Steenie stava sempre
più in guardia. Prese dunque energicamente la parola e disse che non era
venuto né per bere, né per mangiare, né per fare il menestrello; ma per
ragioni sue – per sapere che fine avevano fatto i soldi che aveva versato e per
averne ricevuta; e a questo punto era talmente deciso che ordinò a Sir Robert,
in nome della sua coscienza (non era autorizzato a pronunciare il santo
nome) e della sua speranza d’aver pace e riposo, di non tendergli più tranelli,
ma di dargli solo quel che gli era dovuto.
La figura digrignò i denti e rise, ma poi estrasse da un grosso portafoglio la
ricevuta e la porse a Steenie. «Eccoti la tua ricevuta, villano; e per quanto
riguarda il denaro, quel moccioso di mio figlio può cercarlo nella Cesta del
Gatto.»
Mio nonno lo ringraziò moltissimo e stava già per andarsene quando Sir
Robert ruggì: «Fermati un momento, figlio di puttana d’uno zampognaro!
Non ho ancora finito. QUI noi non facciamo niente per niente. Devi quindi
tornare tra dodici mesi in questo stesso giorno per rendere al tuo padrone
l’omaggio che mi devi per la mia protezione».
Mio nonno, che ormai aveva la lingua sciolta, ribatté ad alta voce: «Io
obbedisco alla volontà di Dio, non alla tua».
Aveva appena pronunciato queste parole che tutto intorno a lui s’abbuiò; e
Steenie sprofondò sulla terra con uno choc talmente brusco da fargli perdere
il fiato e i sensi.
Quanto tempo fosse rimasto lì, non lo sapeva neanche lui; ma quando
rinvenne, si trovò sdraiato nel vecchio cimitero della parrocchia di
Redgauntlet proprio davanti alla tomba della famiglia e con lo stemma del
vecchio cavaliere, Sir Robert, che gli incombeva sopra la testa. C’era una fitta
nebbia sull’erba e sulle tombe, e il suo cavallo stava brucando tranquillo
accanto alle due vacche del parroco. Steenie avrebbe pensato che era stato
soltanto un sogno, se non avesse avuto in mano la ricevuta, scritta e firmata
dal vecchio laird; solo le ultime lettere del suo nome erano un po‘ in
disordine, come se scrivendole avesse sentito un dolore improvviso.
Profondamente turbato, lasciò quel luogo sinistro, cavalcò nella nebbia sino al
castello di Redgauntlet e facendo un gran baccano riuscì a parlare con il laird.
«E allora, povero fallito» furono le sue prime parole «mi hai portato i soldi
dell’affitto?»
«No» rispose mio nonno «quelli non ce li ho; ma ho portato all’eccellenza

13 Il lettore può consultare in particolare l'History of Scotland di Pitscottie (N.d.A.).


vostra la ricevuta di Sir Robert.»
«Cosa dici, marrano? La ricevuta di Sir Robert! Mi avevi detto che non te
l’aveva data.»
«Vuole per favore l’eccellenza vostra vedere se quello che c’è scritto qui va
bene?»
Sir John esaminò con attenzione ogni riga e ogni lettera; finendo con la data,
che mio nonno non aveva neanche notato. «Dal luogo dove sono stato trasferito»
lesse «il venticinque novembre.» – «Come? Ma è la data di ieri! Furfante, devi
essere andato all’inferno per procurartela!»
«L’ho avuto dal padre dell’eccellenza vostra – che poi sia stato in paradiso o
all’inferno, proprio non lo so» disse Steenie.
«Ti denuncerò come mago al Consiglio privato» disse Sir John. «Ti manderò
dal diavolo tuo padrone, con l’aiuto di un barile di pece e di una torcia.»
«È mia intenzione presentarmi personalmente al Presbiterio» disse Steenie «e
raccontare quello che ho visto la notte scorsa, che sono cose più adatte a
essere giudicate da loro che da uno zotico come me.»
Sir John fece una pausa, si calmò e volle ascoltare l’intera storia; e mio nonno
gliela raccontò punto per punto, come io l’ho raccontata a voi – parola per
parola, niente di più e niente di meno.
Sir John tacque di nuovo a lungo, e alla fine disse con voce molto pacata:
«Steenie, questa tua storia mette in gioco l’onore di molte famiglie oltre alla
mia; e se è una bugia che hai escogitato per sfuggire alle mie minacce, il meno
che puoi aspettarti è che ti si pianti nella lingua un ferro rovente, che è come
bruciarsi le dita su un cannello che scotta. Comunque potrebbe anche essere
vera, Steenie; e se salterà fuori il denaro, non saprò più cosa pensare. Ma
dove la troviamo la Cesta del Gatto? In questa vecchia casa di gatti ce n’è
un’infinità, ma ho l’impressione che figlino senza bisogno di letti o di ceste».
«Ci converrebbe chiederlo a Hutcheon» disse mio nonno; «lui conosce la casa
in tutti i suoi angoli quasi come… un altro servitore che adesso non c’è più e
di cui preferirei non fare il nome.»
In effetti Hutcheon, quando glielo chiesero, disse che una torretta in rovina,
da tempo non più utilizzata, vicina all’orologio e accessibile solo mediante
una scala a pioli, perché aveva l’apertura sull’esterno e parecchio sopra gli
spalti, veniva chiamata un tempo la Cesta del Gatto.
«Allora ci vado subito» disse Sir John; e prese (Dio sa perché) una delle
pistole di suo padre dal tavolo del salone, dove erano rimaste dalla notte
della sua morte, e s’affrettò a salire sugli spalti.
Era un posto pericoloso per arrampicarsi, perché la scala era vecchia e fragile,
e mancavano un paio di pioli. Comunque Sir John vi salì e entrò dalla porta
della torretta, dove il suo corpo bloccava quel poco di luce che c’era dentro.
Poi qualcosa si scaglia contro di lui con violenza e si sente un gran rumore –
bang, fece la pistola del cavaliere, e Hutcheon che teneva la scala e mio nonno
che gli stava accanto sentono questo sparo fragoroso. Un minuto dopo, Sir
John getta verso di loro il cadavere della scimmia, e grida che ha trovato il
denaro e che loro devono venire su ad aiutarlo. Ed effettivamente il sacchetto
dei soldi era lì, insieme a tante altre cose scomparse da parecchi giorni. E Sir
John, dopo aver svuotato la torretta, condusse mio nonno nel tinello e lo
prese per mano e gli parlò con gentilezza e disse che gli dispiaceva di aver
dubitato della sua parola e che d’ora innanzi sarebbe stato per lui un buon
padrone per farsi perdonare.
«E ora, Steenie» disse Sir John «anche se questa tua visione torna, tutto
sommato, a onore di mio padre, uomo talmente onesto che anche dopo morto
desidera che sia resa giustizia a un poveraccio come te, tu capisci bene che i
male intenzionati potrebbero trarne interpretazioni molto negative sulla
salute della sua anima. Penso dunque che sia meglio gettare tutta la colpa su
quella perfida creatura del maggiore Weir e non dire niente del tuo sogno
nella foresta di Pitmurkie. Tu avevi bevuto troppo brandy per poter essere
sicuro di qualsiasi cosa; e poi, Steenie, questa ricevuta» – e mentre gliela
mostrava gli tremava la mano – «è un documento molto strano, e penso che
faremmo meglio a buttarla tranquillamente nel fuoco.»
«Sì, ma per quanto strana, è la sola cosa che attesti che io ho pagato l’affitto»
disse mio nonno, che forse aveva paura di perdere i vantaggi della liberatoria
di Sir Robert.
«Segnerò a tuo credito il contenuto nel registro degli affitti e ti rilascerò una
ricevuta di mio pugno» disse Sir John «e lo farò subito. Inoltre, Steenie, se
saprai tenere la bocca chiusa su questa faccenda, da questo trimestre in avanti
potrai pagare un affitto più basso.»
«Tante grazie, eccellenza» disse Steenie, che aveva perfettamente capito da
che parte soffiava il vento; «mi conformerò sicuramente agli ordini di vostra
eccellenza. Solo che vorrei parlare della cosa con qualche autorevole
sacerdote perché non mi piace quella specie d’appuntamento che il padre di
vostra eccellenza…»
«Non parlare di quel fantasma come di mio padre!» lo interruppe Sir John.
«Be‘, diciamo allora, la cosa che gli assomigliava tanto» disse mio nonno «ha
detto che dovrò tornare da lui tra dodici mesi esatti, e questo è un peso per la
mia coscienza.» «E va bene» disse Sir John «se sei così turbato, puoi parlare al
nostro parroco; è un uomo gentile, rispetta l’onore della nostra famiglia e
tiene molto alla mia protezione.» A questo punto, mio nonno accettò
volentieri che si desse alle fiamme la ricevuta, e il laird la gettò nel fuoco di
sua mano. Tuttavia non bruciò; ma volò su per il camino, con una lunga scia
di scintille come strascico e un rumore sibilante che pareva un petardo.
Mio nonno andò alla casa parrocchiale e il parroco, udita la storia, disse che a
suo avviso, anche se mio nonno aveva un po‘ esagerato a immischiarsi in
faccende pericolose, aveva però respinto le lusinghe del diavolo (tale era
infatti l’offerta di cibi e bevande) e aveva rifiutato di rendergli omaggio
suonando la cornamusa, e sperava quindi che, se lui d’ora innanzi si fosse
comportato con circospezione, Satana avrebbe tratto ben poco profitto da
quanto era successo. In effetti mio nonno, di propria iniziativa, rinunciò per
molto tempo alle cornamuse e all’alcol – e fu solo quando trascorse l’anno e
passò il giorno fatale, che osò riprendere in mano lo strumento o bere whisky
o birra.
Sir John diffuse la storia della scimmia nei termini che meno potevano
nuocergli; e ancora oggi c’è chi crede che era stata tutta colpa della
cleptomania della bestia. In effetti non si può impedire a nessuno di sostenere
che non era il Nemico quello che Dougal e mio nonno videro nella camera del
laird, ma solo quella sciagurata creatura, il maggiore, che saltellava sulla bara;
e che, per quanto riguarda i suoni di corno del laird che si sentirono dopo la
sua morte, l’oscena bestia era in grado di produrli quanto il suo padrone, se
non addirittura meglio. Ma il Cielo conosce la verità, che si venne a sapere
per la prima volta dalla moglie del parroco, dopo che Sir John e il marito di
lei erano scesi nella tomba. E allora mio nonno, indebolito negli arti ma non
nel senno o nella memoria – almeno non in misura rilevante – fu costretto a
raccontare ai suoi amici la vera storia, per non perdere il suo buon nome.
Altrimenti avrebbero potuto accusarlo di stregoneria.
Honoré de Balzac
L’ELISIR DI LUNGA VITA
(L’élixir de longue vie, 1830)

Se la gloria di Balzac (1799-1850) è fondata sulla Commedia umana, cioè sul


grande affresco della società francese del suo tempo, non è men vero che le opere
fantastiche hanno un posto di rilievo nella sua produzione, specie nel primo periodo,
quando egli era più influenzato dall’occultismo di Svedenborg. Un romanzo
fantastico, La peau de chagrin (1831) resta tra i suoi capolavori. Ma anche nei suoi
romanzi più celebrati come “realistici”, c’è una forte parte di trasfigurazione
fantastica che è un elemento essenziale della sua arte.
Quando Balzac intraprese il progetto della Commedia umana, la sua narrativa
fantastica giovanile fu relegata al margine della sua opera; così il racconto L’élixir de
longue vie, già pubblicato in rivista nel 1830, fu ripubblicato tra gli Etudes
philosophiques, preceduto da un cappello che lo presentava come uno studio sociale
sugli eredi impazienti della morte dei genitori. Aggiunta artificiosa, di cui non ho
tenuto conto; è il testo della prima versione che qui presento.
Lo scienziato satanico è un vecchio tema medievale e rinascimentale (Faust, le
leggende degli alchimisti) che l’Ottocento prima romantico, poi simbolista saprà far
fruttare (basti ricordare il Frankestein di Mary Shelley, che solo perché troppo lungo
non figura nella nostra raccolta) e che sarà ereditato dalla fantascienza.
Qui siamo in un’approssimativa Ferrara cinquecentesca. Un vecchio ricchissimo s’è
procurato un unguento orientale che fa resuscitare i morti. Balzac ha molte idee, forse
troppe: l’Italia rinascimentale pagana e papale, la Spagna bigotta e penitenziale, la
sfida alchimistica alle leggi della natura, la dannazione di Don Giovanni (con una
curiosa variante: è lui che diventa convitato di pietra), e un finale spettacolare tutto
di gran pompe chiesastiche e sarcasmi blasfemi. Ma il racconto s’impone per gli effetti
macabri delle parti del corpo che vivono da sole: un occhio, un braccio, e anche una
testa che si stacca dal corpo morto e morde il cranio d’un vivo, come il conte Ugolino
nell’Inferno.

In un sontuoso palazzo di Ferrara, una sera d’inverno, Don Giovanni


Belvidero offriva una festa in onore di un principe d’Este. A quell’epoca una
festa era uno spettacolo meraviglioso quale solo regali ricchezze o la potenza
di un signore potevano offrire. Sedute a un tavolo illuminato da candele
profumate, sette cortigiane scambiavano dolci frasi, circondate da splendidi
capolavori i cui marmi bianchi spiccavano sulle pareti di stucco rosso e
contrastavano con i ricchi tappeti di Turchia. Vestite di raso, scintillanti d’oro
e cariche di pietre preziose meno lucenti dei loro occhi, tutte esprimevano
passioni forti, ma diverse come diversa era la loro bellezza. Non differivano
fra di loro né per le parole né per le idee; il portamento, uno sguardo, un
gesto o il tono di voce servivano alle loro parole da contrappunto libertino,
lascivo, malinconico o canzonatorio.
Una sembrava dire: “La mia bellezza sa riscaldare il cuore gelido dei vecchi”.
L’altra: “ È una gioia per me adagiarmi sui cuscini, e pensare con ebbrezza a
quelli che mi adorano”.
Una terza, nuova a tali feste, si studiava di arrossire. “In fondo al cuore provo
rimorso” diceva. “Sono cattolica, e ho paura dell’inferno. Ma vi amo tanto,
oh! tanto e tanto, che posso sacrificarvi l’eternità.”
La quarta, vuotando una coppa di vino di Chio, esclamava: “Viva la gaiezza!
Vivo un’esistenza nuova a ogni nuova aurora! Dimentica del passato, ancora
ebbra degli assalti della sera precedente, tutte le sere consumo una vita di
felicità, una vita piena d’amore!”.
La donna seduta accanto a Belvidero lo guardava con occhi fiammeggianti.
Era silenziosa. “Non mi rivolgerei a dei bravi per uccidere il mio amante se
mi abbandonasse.”
Poi aveva riso, ma la mano spezzava con gesto convulso una confettiera d’oro
prodigiosamente cesellata.
«Quando sarai granduca?» chiese la sesta al principe con un’espressione di
gioia omicida nei denti, e un delirio bacchico negli occhi.
«E tu? Quando morrà tuo padre?» esclamò la settima ridendo, e gettando il
suo mazzo di fiori a Don Giovanni in un gesto di inebriante provocazione.
Era una creatura innocente abituata a giocare con tutte le cose sacre.
«Ah! Non me ne parlate» ribatté il giovane e bel Don Giovanni Belvidero. «Vi
è solo un padre eterno nel mondo, e disgrazia vuole che lo abbia io!»
Le sette cortigiane di Ferrara, gli amici di Don Giovanni e lo stesso principe
diedero in un grido di orrore. Duecento anni dopo e sotto Luigi XV la gente
di buon gusto avrebbe riso di queste parole. Ma all’inizio di un’orgia le anime
erano forse ancora troppo lucide? A dispetto del fuoco delle candele, del
grido delle passioni, dei vasi d’oro e d’argento, dei fumi del vino, a dispetto
della contemplazione delle donne più incantevoli, vi era forse ancora, in
fondo ai cuori, quel rispetto per le cose umane e divine che lotta fino a che
l’orgia l’abbia annegato negli ultimi fiotti di un vino scintillante? Pure, i fiori
erano già stati sgualciti, gli occhi erano inebetiti, e l’ebbrezza arrivava,
secondo l’espressione di Rabelais, fino ai sandali. In quel momento di silenzio
si aprì una porta, e, come al banchetto di Baldassarre, Dio si fece riconoscere,
sotto la forma di un vecchio domestico dai capelli bianchi, il passo tremante,
le sopracciglia contratte; entrò con aria triste, fece sfiorire con uno sguardo le
corone, le coppe di vermeil, le piramidi di frutta, lo splendore della festa,
l’incarnato acceso dei volti stupiti e i colori dei cuscini sgualciti dalle bianche
braccia delle donne; in breve, gettò un velo di lutto su quella follia dicendo
con voce tetra: «Monsignore, vostro padre muore».
Don Giovanni si alzò, rivolgendo ai suoi ospiti un gesto che pareva dire:
“Scusatemi, è una cosa che non accade tutti i giorni”.
La morte di un padre non sorprende spesso i giovani tra gli splendori della
vita, tra le follie di un’orgia? La morte è improvvisa nei suoi capricci come
una cortigiana nei suoi disdegni; ma, più fedele, non ha mai ingannato
nessuno.
Quando richiuse la porta della sala e si avviò in una lunga galleria fredda e
oscura, Don Giovanni si studiò di assumere un contegno teatrale; poiché,
pensando al suo ruolo di figlio, aveva gettato via la gioia insieme al
tovagliolo. La notte era nera. Il silenzioso domestico che conduceva il giovane
verso una camera mortuaria faceva debolmente luce al suo padrone, così che
la Morte, aiutata dal freddo, dal silenzio, dall’oscurità, poté far scivolare –
forse soltanto per effetto del vino – pensieri gravi nell’anima di quel
dissipatore; si interrogò sulla sua vita e divenne pensoso come chi si
incammina verso il tribunale.
Bartolomeo Belvidero, padre di Don Giovanni, era un vecchio novantenne
che aveva dedicato gran parte della sua vita agli affari. Avendo percorso
spesso le fortunate contrade dell’Oriente, vi aveva acquistato numerose
ricchezze e conoscenze più preziose, diceva, dell’oro e dei diamanti, dei quali
allora non si dava più pensiero. «Preferisco un dente a un rubino, e il potere
al sapere» diceva spesso sorridendo. Quell’ottimo padre godeva nell’ascoltare
Don Giovanni narrargli una sventatezza giovanile, e diceva con aria beffarda,
regalandogli denaro a piene mani: «Mio caro ragazzo, fa‘ solo le sciocchezze
che ti divertono». Era l’unico vecchio per il quale vedere un giovane fosse
una gioia: l’amore paterno ingannava la sua caducità con la contemplazione
di una vita tanto brillante. A sessant’anni Belvidero si era innamorato di un
angelo di pace e di bellezza. Don Giovanni era stato l’unico frutto di
quell’amore tardivo e passeggero. Da quindici anni il vecchio rimpiangeva la
perdita della sua cara Giovanna.
La numerosa servitù e il figlio attribuivano al suo dolore di vecchio le
singolari abitudini che aveva assunto. Rifugiatosi nell’ala più disagevole del
palazzo, Bartolomeo ne usciva raramente, e lo stesso Don Giovanni non
poteva entrarvi senza il permesso del padre. Se poi quell’anacoreta andava e
veniva nel palazzo o nelle strade di Ferrara, sembrava cercare qualcosa che
gli mancava; passeggiava con aria sognante, indecisa, ansioso come un uomo
in guerra con un’idea o con un ricordo. Mentre il giovane Belvidero dava
feste sontuose e il palazzo risuonava degli echi della sua gioia, mentre i
cavalli scalpitavano nei cortili e i paggi litigavano giocando a dadi nei
giardini, Bartolomeo mangiava sette once di pane al giorno e beveva acqua.
Se chiedeva del pollo, era per darne le ossa allo spaniel nero, suo fedele
compagno. Non si lamentava mai del rumore. Nel corso della sua malattia, se
il suono del corno e l’abbaiare dei cani lo sorprendevano nel sonno, si
limitava a dire: «Ah! È Don Giovanni che ritorna». Non si era mai visto sulla
terra un padre tanto indulgente e tollerante; e il giovane Belvidero, abituato a
trattarlo senza cerimonie, aveva tutti i difetti dei ragazzi viziati; viveva con
Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un vecchio amante,
facendosi perdonare un’impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon
umore e lasciandosi amare. Ricostruendo nel pensiero i suoi anni giovanili,
Don Giovanni comprese ora che gli sarebbe stato difficile cogliere in fallo la
bontà di suo padre. Mentre percorreva la galleria, sentendo nascere in fondo
al cuore un rimorso, giunse quasi a perdonare Bartolomeo per aver vissuto
tanto a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un ladro si muta in
uomo onesto per il possibile godimento di un milione ben nascosto. Presto il
giovane percorse le alte e fredde sale che costituivano l’appartamento di suo
padre. Dopo aver conosciuto un’atmosfera umida, respirato l’aria pesante,
l’odore rancido che esalavano dalle vecchie tappezzerie e dagli armadi
coperti di polvere, si trovò nella camera antica di suo padre, dinanzi a un
letto nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada, posata su
un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli irregolari sprazzi di luce più o
meno forti sul letto, rivelando in modo ogni volta diverso il volto del vecchio.
Il freddo sibilava attraverso i vetri mal chiusi, e la neve batteva sulle vetrate
con un rumore sordo.
La scena era in violento contrasto con quella che Don Giovanni aveva appena
lasciato, al punto che egli non poté impedirsi di trasalire. Poi si sentì
raggelare, quando, avvicinandosi al letto, una violenta raffica di luce, spinta
da un colpo di vento, illuminò la testa di suo padre: i lineamenti erano
disfatti, la pelle, incollata alle ossa, aveva una tinta verdastra che il candore
del guanciale sul quale il vecchio riposava faceva risaltare orribilmente;
contratta dal dolore, la bocca semiaperta e priva di denti emetteva brevi
sospiri alla cui lugubre energia facevano da contrappunto gli urli della
tempesta. Pure, con tutti i segni della distruzione, splendeva su quel viso un
senso di straordinaria potenza. Uno spirito superiore vi combatteva la morte.
Gli occhi, infossati dalla malattia, conservavano una penetrazione singolare.
Sembrava che Bartolomeo cercasse di uccidere, col suo sguardo di
moribondo, un nemico seduto ai piedi del letto.
Quello sguardo fisso e freddo era tanto più spaventoso poiché la testa
rimaneva immobile, simile ai teschi che si vedono posati su un tavolo negli
studi medici. Il corpo, delineato dalle lenzuola, rivelava una identica
immobilità nelle membra. Tutto era morto, tranne gli occhi. Infine, i suoni che
uscivano dalla sua bocca avevano qualcosa di meccanico. Don Giovanni
provò una certa vergogna nel giungere al letto del padre morente con i fiori
di una cortigiana in seno, portandovi il profumo di una festa e l’odore del
vino.
«Ti diverti!» esclamò il vecchio scorgendo il figlio.
Nello stesso istante la voce pura e leggera di una donna che incantava gli
invitati, resa più forte dagli accordi della viola con la quale si accompagnava,
dominò il fragore dell’uragano e risuonò fino alla camera funebre. Don
Giovanni volle ignorare quella selvaggia conferma delle parole paterne.
Bartolomeo disse: «Non te ne voglio, ragazzo mio».
Quelle parole piene di dolcezza ferirono Don Giovanni, che non perdonò al
padre la sua straziante bontà.
«Quali rimorsi per me, padre mio!» rispose ipocritamente.
«Povero Giovannino» riprese il moribondo con voce sorda «sono sempre
stato tanto dolce con te che non sai dunque desiderare la mia morte?»
«Oh!» esclamò Don Giovanni «se fosse possibile ridarvi la vita, offrendo una
parte della mia!» Queste cose si possono sempre dire, pensava quel libertino,
è come se offrissi il mondo alla mia amante!
Aveva appena finito di pensare, che lo spaniel abbaiò. Quella voce
intelligente fece fremere Don Giovanni, che si sentì compreso dal cane.
«Sapevo bene, figlio mio, di poter contare su di te» esclamò il moribondo. «Io
vivrò; vedrai, sarai contento. Vivrò, ma senza toglierti uno solo dei giorni che
ti appartengono.»
“Delira” si disse Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: «Sì, padre caro, voi
vivrete quanto me, poiché la vostra immagine sarà sempre nel mio cuore».
«Non parlo di questo genere di vita» ribatté il vecchio radunando le forze per
sedersi sul letto, colpito da uno di quei sospetti che nascono soltanto nei
moribondi. «Ascolta, figlio mio» riprese con la voce indebolita da
quell’ultimo sforzo «non desidero morire come tu non desideri rinunciare alle
tue amanti, al vino, ai cavalli, ai falconi, ai cani e all’oro.»
“Lo credo bene” pensò ancora il figlio inginocchiandosi al capezzale del
padre e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. «Ma» riprese a
voce alta «mio caro padre, bisogna sottomettersi alla volontà di Dio.»
«Dio sono io» replicò il vecchio, borbottando.
«Non bestemmiate» esclamò il giovane vedendo l’aria minacciosa che
assumevano i lineamenti paterni. «Guardatevene bene; avete ricevuto
l’estrema unzione, e non mi consolerei mai di vedervi morire da peccatore.»
«Vuoi ascoltarmi?» disse il morente con una smorfia rabbiosa.
Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso il sibilo pesante
della neve giunsero nuovamente gli accordi della viola e quella voce
incantevole, lievi come un giorno nascente. Il moribondo sorrise.
«Ti ringrazio di avere invitato delle cantatrici, dei musicanti. Una festa, donne
giovani e belle, bianche, dai capelli neri! Tutti i piaceri della vita, falli restare;
rinascerò.»
«Il delirio è al massimo» disse Don Giovanni.
«Ho scoperto un modo per rinascere. Cerca nel cassetto del tavolo, si apre
schiacciando una molla nascosta dal grifone.»
«Ecco, padre mio.»
«Bene, prendi un piccolo flacone di cristallo di rocca.»
«Eccolo.»
«Ho impiegato vent’anni a…» In quel momento il vecchio sentì avvicinarsi la
fine e raccolse tutte le sue forze per dire: «Appena avrò esalato l’ultimo
respiro, mi strofinerai interamente con quell’acqua, e io rinascerò».
«Ve n’è ben poca» ribatté il giovane.
Se non poteva più parlare, Bartolomeo aveva ancora la facoltà di sentire e di
vedere; a quelle parole la sua testa si volse verso Don Giovanni in un gesto
orrendamente brusco, il collo rimase contorto come quello di una statua di
marmo che la volontà dello scultore ha condannato a guardare di lato, gli
occhi spalancati contrassero una spaventosa immobilità. Era morto, morto
perdendo la sua sola, ultima illusione. Cercando rifugio nel cuore del figlio,
vi aveva trovato una tomba più profonda di quella che gli uomini scavano
per i loro morti. E l’orrore gli scompose i capelli, e il suo sguardo parlava
ancora: era un padre che si sollevava con rabbia dal sepolcro per chiedere
vendetta a Dio.
«Guarda! il poveretto è finito» esclamò Don Giovanni.
Mosso dall’ansioso desiderio di vedere il misterioso cristallo alla luce della
lampada, come un bevitore guarda la bottiglia alla fine del pasto, Don
Giovanni non aveva visto sbiancare l’occhio di suo padre. Il cane, la bocca
spalancata, guardava il padrone morto e l’elisir, come Don Giovanni
guardava, di volta in volta, suo padre e il flacone. La lampada gettava luci
vacillanti. Il silenzio era profondo, la viola taceva. Belvidero trasalì credendo
di vedere suo padre muoversi. Intimidito dall’espressione rigida di quegli
occhi accusatori, li chiuse come avrebbe chiuso una persiana battuta dal
vento in una notte d’autunno. Rimase fermo, immobile, perduto in un mondo
di pensieri. A un tratto un rumore secco, simile a quello di una molla
arrugginita, ruppe il silenzio. Don Giovanni, sorpreso, rischiò di lasciar
cadere il flacone. Un sudore freddo, più freddo dell’acciaio di un pugnale, gli
uscì da tutti i pori. Un gallo di legno dipinto scaturì dall’alto di un orologio e
cantò tre volte; si trattava di una di quelle macchine ingegnose dalle quali i
sapienti dell’epoca si facevano svegliare a una determinata ora. L’alba
tingeva di rosa i vetri delle finestre. Don Giovanni aveva trascorso dieci ore
riflettendo. Il vecchio orologio era più fedele al suo compito di quanto non lo
fosse Belvidero nell’adempimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel
meccanismo era fatto di legno, pulegge, corde, ingranaggi, mentre Don
Giovanni aveva il meccanismo proprio dell’uomo, chiamato cuore. Per non
esporsi più al rischio di perdere il misterioso liquore, lo scettico Don
Giovanni lo ripose nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento
solenne udì venire dalle gallerie un rumore sordo: erano voci confuse, risa
soffocate, passi leggeri, fruscii di seta, gli echi di un’allegra brigata che cerca
di trovare il raccoglimento. La porta si aprì: il principe, gli amici di Don
Giovanni, le sette cortigiane, le cantatrici, apparvero nel bizzarro disordine in
cui si trovano le danzatrici sorprese dalla luce del mattino, quando il sole
lotta con la pallida luce delle candele. Venivano tutti per porgere al giovane
erede il conforto consueto.
«Oh! Oh! il povero Don Giovanni ha dunque preso sul serio questa morte?»
mormorò il principe all’orecchio della Brambilla.
«Suo padre era molto buono» rispose lei.
Tuttavia le meditazioni notturne avevano dato al volto di Don Giovanni
un’espressione così stupefacente, che impose silenzio al gruppo. Gli uomini
rimasero immobili. Le donne, le cui labbra erano aride per il vino, le guance
segnate dai baci, si inginocchiarono e incominciarono a pregare. Don
Giovanni trasalì vedendo gli splendori, le gioie, le risa, i canti, la giovinezza,
la bellezza, il potere, la vita stessa personificata, prosternarsi dinnanzi alla
morte. Ma in quella adorabile Italia la dissolutezza e la religione si univano
allora al punto che la religione era dissolutezza e la dissolutezza una
religione!
Il principe strinse affettuosamente la mano di Don Giovanni; poi, i volti
avendo assunto tutti simultaneamente un’espressione triste e indifferente a
un tempo, la fantasmagorica brigata scomparve, e la sala rimase vuota.
Autentica immagine della vita! Scendendo lo scalone il principe disse alla
Rivabarella: «Chi avrebbe creduto che Don Giovanni fosse falso nella sua
empietà? Ama suo padre!».
«Avete osservato il cane nero?» chiese la Brambilla.
«Ecco Don Giovanni immensamente ricco» ribatté sospirando Bianca
Cavatolino.
«Che importa!» esclamò la fiera Varonese, quella che aveva rotto la
confettiera.
«Come, che importa?» esclamò il duca. «Con tutti i suoi scudi è principe
quanto me.»
Dapprima Don Giovanni, in equilibrio tra mille pensieri, non seppe risolvere
quale decisione prendere. Dopo aver tratto ispirazione dal tesoro accumulato
da suo padre, tornò verso sera nella camera mortuaria, l’anima appesantita
da uno spaventoso egoismo. Trovò nell’appartamento la servitù impegnata a
raccogliere gli ornamenti con cui avrebbero parato il letto dove il defunto
sarebbe stato esposto l’indomani, al centro di una superba camera ardente,
curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva venire a ammirare. Don Giovanni
fece un cenno, e la servitù si fermò, tremante, perplessa.
«Lasciatemi solo» disse con voce mutata. «Tornerete solo nel momento in cui
io uscirò!»
Quando i passi del vecchio servitore che uscì per ultimo risuonarono sempre
più lontani, Don Giovanni chiuse precipitosamente la porta e, sicuro di essere
solo, esclamò: «Proviamo!».
Il corpo di Bartolomeo giaceva su una lunga tavola. Per sottrarre agli sguardi
l’orrendo spettacolo di un cadavere che l’estrema vecchiaia e la magrezza
rendevano simile a uno scheletro, gli imbalsamatori avevano avvolto il corpo
in un sudario che lasciava libera solo la testa. Quella sorta di mummia
giaceva al centro della stanza, e il sudario, di stoffa morbida, ne disegnava
vagamente le forme, ma aguzze, rigide, gracili. Il viso era già segnato da
larghe macchie violacee, che rivelavano la necessità di compiere
l’imbalsamazione. Sebbene protetto da una corazza di scetticismo, Don
Giovanni tremava, stappando la magica fiala di cristallo, e quando giunse
vicino alla testa fu costretto a fermarsi pochi istanti, tanto era il tremito che lo
scuoteva. Ma il giovane era stato molto presto sapientemente corrotto dai
costumi di una corte dissoluta: una riflessione degna del duca di Urbino gli
diede dunque il coraggio, reso affilato da un vivo senso di curiosità, e sembrò
che il demonio stesso gli suggerisse le parole che gli risuonarono in cuore:
“Bagnagli un occhio!”. Prese un panno di lino e, dopo averlo imbevuto con
parsimonia del prezioso liquore, lo passò leggermente sulla palpebra destra
del cadavere. L’occhio si aprì.
«Ah! Ah!» esclamò Don Giovanni stringendo il flacone in mano, come noi
stringiamo, in sogno, il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un
precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di bambino in un teschio, dove la
luce tremava in un fluido giovane; protetta dalle belle ciglia nere, scintillava
come quelle luci che il viaggiatore scorge per la campagna deserta, nelle sere
d’inverno. Quell’occhio fiammeggiante sembrava volesse lanciarsi su Don
Giovanni, e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava,
gridava, mordeva. Vi si agitavano tutte le passioni umane; le suppliche più
tenere, una collera regale, l’amore di una giovane donna che chiede grazia ai
suoi carnefici; lo sguardo profondo che un uomo getta agli altri uomini
mentre sale l’ultimo gradino del patibolo. Splendeva tanta vita in quel
frammento di vita, che Don Giovanni, spaventato, si ritrasse, passeggiò per la
stanza senza osare di guardare l’occhio che rivedeva sui pavimenti, sulle
tappezzerie. La stanza era disseminata di punte piene di fuoco, di vita,
d’intelligenza. Dappertutto brillavano occhi che gli abbaiavano contro!
«Avrebbe certo rivissuto cento anni» esclamò involontariamente, nell’istante
in cui, richiamato davanti al padre da una volontà diabolica, contemplava
quella scintilla luminosa.
A un tratto la palpebra viva si chiuse e si riaprì in un moto brusco, come
quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse gridato: “Sì!” Don
Giovanni non avrebbe provato terrore più grande.
“Che fare?” pensò. Trovò il coraggio di provare a chiudere la palpebra
bianca. I suoi sforzi furono inutili.
“Cavarlo? Sarà forse un parricidio?” si chiese.
“Sì” disse l’occhio con un battere di ciglia di stupefacente ironia.
«Ah» esclamò Don Giovanni «questo è effetto di stregoneria!» Si avvicinò
all’occhio per cavarlo. Una grossa lacrima rotolò sulla guancia incavata del
cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero.
«Brucia» esclamò lui sedendosi.
Quella lotta lo aveva affaticato come se avesse combattuto, sull’esempio di
Giacobbe, contro un angelo.
Infine si alzò dicendo a se stesso: “Purché non vi sia sangue”. Poi, facendo
appello a tutto il coraggio necessario per essere vile, cavò l’occhio
premendolo con un lino, ma senza guardarlo. Si sentì un gemito inatteso e
terribile. Il povero spaniel spirava urlando.
“Che sia anche lui partecipe del segreto?” si chiese Don Giovanni guardando
il fedele animale.
Don Giovanni Belvidero apparve agli occhi del mondo un figlio pietoso.
Innalzò un monumento di marmo bianco sulla tomba del padre e ordinò
l’esecuzione delle statue ai più celebri artisti del tempo. Si sentì perfettamente
tranquillo soltanto quando la statua del padre, inginocchiato ai piedi della
Religione, chiuse con tutto il suo peso la fossa, dove egli seppellì il solo
rimorso che mai abbia sfiorato il suo cuore nei momenti di stanchezza fisica.
Inventariando le immense ricchezze accumulate dal vecchio orientalista, Don
Giovanni diventò avaro: non aveva due vite umane alle quali provvedere? Il
suo sguardo profondamente scrutatore penetrò l’essenza della vita sociale, e
comprese meglio il mondo, poiché lo vedeva attraverso una tomba. Analizzò
gli uomini e le cose e in un colpo solo si liberò del passato, rappresentato
dalla Storia; del presente, configurato dalla Legge; dell’avvenire, svelato dalla
Religione. Prese l’anima e la materia, le gettò in un crogiolo, non vi trovò
nulla, e da allora divenne DON GIOVANNI!
Maestro delle illusioni della vita, si slanciò, giovane e bello, nella vita,
disprezzando il mondo, ma del mondo impadronendosi. La sua felicità non
poteva essere la felicità borghese che gode di un bollito a scadenze fisse, di
uno scaldaletto l’inverno, di una lampada per la notte e di un paio di
pantofole nuove ogni tre mesi. No, Don Giovanni afferrò l’esistenza come
una scimmia afferra una noce, e senza gingillarsi la privò sapientemente del
volgare involucro per affrontarne la polpa saporita. La poesia e i sublimi
entusiasmi della passione non gli andarono più alla caviglia. Non commise
l’errore di molti uomini potenti, quando, convinti a volte che le piccole anime
credono alle grandi, decidono di scambiare gli alti pensieri dell’avvenire
contro la moneta spicciola delle nostre idee quotidiane. Poteva benissimo,
come loro, camminare con i piedi per terra e la testa nelle nuvole; ma
preferiva sedersi, e inaridire con i suoi baci più di una bocca femminile,
tenera, fresca, profumata; poiché, simile alla morte, là dove passava divorava
tutto senza pudore, volendo un amore di semplice possesso, un amore
orientale, dai piaceri lunghi e facili. Amando solo la donna nelle donne, fece
dell’ironia un aspetto naturale della sua anima. Se le sue amanti si servivano
di un letto per perdersi nei fumi di un’estasi inebriante, Don Giovanni le
seguiva, grave, espansivo, sincero quanto sa esserlo uno studente tedesco. Ma
egli diceva io quando la sua amante, folle, perduta, diceva NOI. Era maestro
nell’arte di lasciarsi trasportare da una donna. Sapeva sempre essere tanto
forte da farle credere di tremare come un liceale quando dice alla sua prima
dama, in un ballo: «Amate la danza?». Tuttavia sapeva ruggire a proposito,
sfoderare la spada, e uccidere un Commendatore.
La sua semplicità aveva una nota canzonatoria, e una sfumatura di riso
vibrava nelle sue lacrime, poiché egli ha sempre saputo piangere come una
donna quando dice al marito: «Regalami una carrozza o morirò di tisi». Per i
negozianti il mondo è un pacco o un fascio di banconote; per molti giovani è
una donna; per qualche donna è un uomo; per alcune menti è un salotto, una
consorteria, un quartiere, una città; per Don Giovanni l’universo era lui!
Modello di grazia e di nobiltà, spirito seducente, ancorò la sua barca a tutte le
rive; ma, pur facendosi condurre, andava dove voleva essere condotto. Più
visse, più dubitò. Esaminando gli uomini, indovinò spesso che il coraggio era
temerarietà; la prudenza viltà; la generosità astuzia; la giustizia un crimine; la
delicatezza balordaggine; la probità organizzazione: e per una fatalità
singolare comprese che chi è autenticamente probo, delicato, giusto,
generoso, prudente e coraggioso non è tenuto in alcun conto dagli uomini.
“Che gelido scherzo” si disse. “Non viene certo da un Dio.” E, rinunciando a
un mondo migliore, non si tolse mai il cappello pronunciando un Nome, e
considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d’arte. Comprendendo poi
il meccanismo delle società umane, non urtava mai troppo i pregiudizi poiché
non era potente come il carnefice; ma aggirava le leggi sociali con la grazia e
lo spirito rappresentati da Monsieur Dimanche. Egli fu, in realtà, il prototipo
del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredi di Byron, e del
Melmoth di Maturin. Grandi immagini tracciate dai maggiori geni d’Europa,
alle quali non mancheranno forse né gli accordi di Mozart né la lira di
Rossini! Immagini terribili che il principio del male, presente in ogni uomo,
eternizza, e che si ripresentano da un secolo all’altro: entrando in trattative
con gli uomini come Mirabeau; scegliendo i fatti e non le parole come
Bonaparte; racchiudendo l’universo nell’ironia come il divino Rabelais; o
ridendo degli esseri umani, e non insultando le cose, come il maresciallo di
Richelieu; o, meglio ancora, prendendosi gioco allo stesso tempo degli
uomini e delle cose, come il più celebre dei nostri ambasciatori. Ma il genio
profondo di Don Giovanni Belvidero riassunse e anticipò tutti quei geni. Don
Giovanni si fece beffe di tutto. La sua vita era una canzonatura che
comprendeva uomini, cose, istituzioni, idee. Quanto all’eternità, aveva
parlato familiarmente per una mezz’ora con papa Giulio II, e alla fine della
conversazione gli disse ridendo: «Se devo assolutamente scegliere preferisco
credere in Dio piuttosto che nel diavolo; la potenza unita alla bontà offre
maggiori risorse di quante ne abbia il genio del male».
«Sì, ma Dio vuole che in questo mondo si faccia penitenza…»
«Pensate dunque sempre alle indulgenze? Ebbene! per pentirmi delle colpe
della mia vita ho tutta una esistenza di riserva.»
«Ah, se vedi così la vecchiaia!» esclamò il papa «rischi di essere canonizzato.»
«Dopo la vostra elezione al soglio pontificio si può credere a tutto.»
E andarono a vedere gli uomini che costruivano l’immensa basilica dedicata a
San Pietro.
«San Pietro è l’uomo di genio che ci ha investiti di un doppio potere» disse il
papa a Don Giovanni. «Merita questo monumento. Ma qualche volta, di
notte, penso che un diluvio vi passerà sopra la spugna, e che bisognerà
ricominciare…»
Don Giovanni e il papa risero insieme; si erano compresi. Uno sciocco
sarebbe andato l’indomani a divertirsi con Giulio II da Raffaello, o nella
deliziosa Villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo officiare la Messa
pontificale per rafforzarsi nei suoi dubbi. Nel corso di un’orgia Della Rovere
avrebbe potuto smentirsi e commentare l’Apocalisse.
Tuttavia questa leggenda non ha per scopo di fornire materiale a quanti
vorranno scrivere la vita di Don Giovanni; è destinata a provare alle persone
oneste che Don Giovanni non è morto in duello con una statua di pietra,
come vogliono far credere alcuni litografi. Quando Don Giovanni Belvidero
toccò i sessant’anni, si stabilì in Spagna. Là, alle soglie della vecchiaia, sposò
una giovane e bella andalusa. Ma, per calcolo, non fu né un padre né un buon
marito. Aveva osservato che non si è mai amati tanto teneramente come si è
amati dalle donne alle quali non si pensa mai. Donna Elvira, educata
santamente da una zia che viveva in un castello in fondo all’Andalusia, a
qualche lega da San Lucar, era tutta grazia e devozione. Don Giovanni intuì
che la giovane donna era in grado di combattere a lungo una passione prima
di cedervi, e sperò di poterla conservare virtuosa fino alla morte. Fu uno
scherzo serio, una partita a scacchi che volle riservarsi di giocare in tarda età.
Forte di tutti gli errori commessi da suo padre Bartolomeo, volle che ogni
azione della sua vecchiaia servisse alla riuscita del dramma che doveva aver
luogo al suo letto di morte. Gran parte delle sue ricchezze rimase dunque
nascosta nei sotterranei del palazzo di Ferrara, dove andava raramente. Quel
che restava della sua fortuna fu investito in una rendita vitalizia affinché la
moglie e i figli fossero interessati alla lunghezza della sua vita: astuzia della
quale avrebbe dovuto servirsi suo padre; ma tanta machiavellica perfezione
gli fu ben poco necessaria. Il giovane Filippo Belvidero, suo figlio, divenne
uno spagnolo tanto coscienziosamente religioso quanto suo padre era empio,
forse in virtù del proverbio: “A padre avaro, figlio prodigo”. Per guidare la
coscienza della duchessa di Belvidero e di Filippo, Don Giovanni scelse
l’abate di San Lucar. L’ecclesiastico era un sant’uomo, di bell’aspetto,
mirabilmente proporzionato, con begli occhi neri, una testa alla Tiberio
affaticata dai digiuni, pallida per i sacrifici; e era tentato ogni giorno come lo
sono tutti i solitari. Il vecchio gentiluomo sperava forse di poter rovinare un
monaco prima di concludere il suo primo periodo di vita. Ma forse perché
l’abate era forte quanto poteva esserlo lui, forse perché Donna Elvira aveva
più prudenza e virtù di quante la Spagna non ne conceda alle donne, Don
Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi giorni come un curato di
campagna, senza ombra di scandali in casa sua. A volte provava gusto a
cogliere in fallo Filippo e la duchessa nei loro doveri religiosi, e esigeva
imperiosamente che seguissero tutti gli obblighi imposti ai fedeli da Roma. In
breve, non era mai tanto felice come quando sentiva il galante abate di San
Lucar, Donna Elvira e Filippo intenti a discutere un caso di coscienza.
Frattanto, pur con le straordinarie cure che Don Giovanni Belvidero aveva
per la sua persona, vennero i giorni della decrepitezza e con quell’età di
sofferenze vennero le crisi di impotenza, crisi tanto più laceranti quanto più
ricchi erano i ricordi della sua ardente giovinezza e della voluttuosa maturità.
L’uomo che aveva toccato l’estremo grado dello scherno costringendo gli altri
a credere a leggi e principi dei quali egli si faceva beffe, si addormentava la
sera con un Forse! Il modello di buone maniere, il duca vigoroso in un’orgia,
superbo nelle corti, garbato con le donne il cui cuore aveva piegato come un
contadino piega un ramo di giunco, l’uomo di genio soffriva di vomito, di
una fastidiosa sciatica, di una gotta brutale. Vedeva i denti abbandonarlo
come, alla fine di una festa, le dame più bianche, le meglio vestite, se ne
vanno a una a una, lasciando il salone deserto e privo di ornamenti. Le sue
mani audaci tremarono, le gambe vacillarono, e una sera l’apoplessia lo
strinse alla gola con le dita uncinate e glaciali. Da quel giorno fatale Don
Giovanni divenne tetro e duro. Calunniava la devozione del figlio e della
moglie affermando che le loro cure commoventi e delicate gli venivano
prodigate soltanto perché aveva investito tutta la sua fortuna in rendite
vitalizie. Elvira e Filippo piangevano amare lacrime e raddoppiavano le
carezze a quel vecchio malizioso la cui voce spezzata si faceva affettuosa per
dire: «Miei cari, mia diletta moglie, mi perdonate, non è vero? So di
tormentarvi. Ahimè, Signore, come ti servi di me per tormentare queste due
celesti creature? Io, che dovrei essere la loro gioia, sono il loro flagello».
In tal modo li incatenò al suo capezzale, facendo dimenticare lunghi mesi di
impazienza e di crudeltà per un’ora nella quale dispensava sempre nuovi
tesori della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema paterno che a lui
riuscì infinitamente meglio di quanto, una volta, fosse riuscito quello di suo
padre verso di lui. Infine la malattia assunse un tale stato di gravità che, per
metterlo a letto, bisognava manovrarlo come un vascello che debba entrare in
un canale pericoloso. Poi venne il giorno della morte. Quell’uomo brillante e
scettico in cui solo la lucidità mentale sopravviveva alla più paurosa
distruzione si vide tra un medico e un confessore, le sue due inveterate
antipatie. Ma fu cordiale con loro. Forse che per lui il velo dell’avvenire non
celava una luce scintillante? Su quel sipario, di piombo per gli altri e diafano
per lui, le leggere, meravigliose delizie della giovinezza giocavano come
ombre.
In una bella sera d’estate Don Giovanni sentì avvicinarsi la morte. Il cielo di
Spagna era di una purezza mirabile, gli aranci profumavano l’aria, la luce
delle stelle era viva e fresca, la natura sembrava dargli promesse certe di una
sua resurrezione, un figlio devoto e obbediente lo contemplava con amore e
rispetto. Verso le undici volle rimanere solo con quel candido essere.
«Filippo» gli disse con voce così tenera e affettuosa che il giovane trasalì e
pianse di commozione. Mai quel padre inflessibile aveva pronunciato così:
“Filippo!”. «Ascoltami, figlio mio» riprese il moribondo. «Sono un grande
peccatore, e per tutta la vita ho pensato alla morte. Un tempo sono stato
amico del grande papa Giulio II. L’illustre pontefice, temendo che l’eccessiva
vivacità dei sensi mi facesse commettere qualche peccato mortale tra il
momento della mia morte e quello in cui avevo ricevuto l’Olio Santo, mi
regalò una fiala che contiene l’acqua santa scaturita un tempo dalle rocce nel
deserto. Ho tenuto segreta questa dilapidazione del tesoro della Chiesa, ma
sono autorizzato a rivelare il mistero a mio figlio in articulo mortis. Troverai la
fiala nel cassetto di quella tavola gotica che non ha mai abbandonato il mio
capezzale… Il prezioso cristallo potrà servirti ancora, mio amato Filippo.
Giurami sulla vita eterna di eseguire puntualmente i miei ordini.»
Filippo guardò il padre. Don Giovanni conosceva troppo bene le espressioni
umane per non morire in pace, confortato da quello sguardo, come il padre
era morto disperato vedendo il suo.
«Meriteresti un altro padre» riprese. «Oso confessarti, ragazzo mio, che nel
momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava il Viatico
io pensavo all’incompatibilità di due grandi potenze come quelle del diavolo
e di Dio…»
«Oh, padre mio!»
«E mi dicevo che quando Satana si metterà in pace dovrà, se non vuole essere
un gran miserabile, ottenere il perdono anche per i suoi adepti. Questo
pensiero non mi ha abbandonato; andrei dunque all’inferno, figlio mio, se tu
non compissi le mie volontà.»
«Oh, ditemele subito!»
«Appena avrò chiuso gli occhi per sempre, forse tra qualche minuto,
prenderai il mio corpo ancora caldo e lo adagerai su una tavola al centro di
questa camera. Poi spegnerai la lampada; deve bastarti la luce delle stelle. Mi
spoglierai delle vesti, e mentre reciterai dei Pater e delle Ave Maria, elevando
a Dio la tua anima, avrai cura di bagnarmi con quell’acqua santa gli occhi, le
labbra, tutta la testa; quindi le membra e il corpo; ma, figlio mio, la potenza di
Dio è così grande che non dovrai stupirti di nulla!»
A questo punto Don Giovanni sentì venire la morte, e aggiunse con voce
terribile: «Tieni bene il flacone». Poi spirò dolcemente tra le braccia del figlio
le cui lacrime gli caddero sul viso ironico e livido.
Era circa mezzanotte quando Don Filippo Belvidero mise il cadavere del
padre sulla tavola. Dopo aver baciato la fronte minacciosa e i capelli grigi,
spense la lampada. La dolcezza del chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri
illuminavano la campagna, permise al pietoso Filippo di intravedere il corpo
del padre come una forma bianca nell’ombra. Il giovane imbevve un lino nel
liquido, e, immerso nella preghiera, nel più profondo silenzio, bagnò
fedelmente quella testa per lui sacra. Sentì fremiti indescrivibili, ma li attribuì
ai giochi della brezza tra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio
destro si sentì stringere con forza il collo da un braccio giovane e vigoroso; il
braccio di suo padre! Gettò un grido lacerante, e lasciò cadere la fiala che si
ruppe. Il liquore evaporò. Accorse la servitù del castello munita di fiaccole. Il
grido li aveva spaventati e sorpresi, come se la tromba del giudizio finale
avesse fatto tremare l’universo. In un attimo la stanza si riempì di gente. La
folla tremante intravide Filippo svenuto, ma sorretto dal braccio forte del
padre, che lo stringeva al collo. Poi, prodigiosamente, i presenti videro la
testa di Don Giovanni giovane e bella come la testa di Antinoo; una testa dai
capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia, che si agitava
paurosamente senza poter muovere lo scheletro al quale apparteneva. Un
vecchio servitore gridò: «Miracolo!». E tutti gli spagnoli ripeterono:
«Miracolo!».
Troppo religiosa per ammettere i misteri della magia, Donna Elvira mandò a
cercare l’abate di San Lucar. Quando il priore vide il “miracolo” con i suoi
occhi, decise di profittarne, da uomo di spirito e da abate lieto di aumentare
le rendite. Dichiarando che Don Giovanni sarebbe stato senza dubbio
canonizzato, indicò come luogo dell’apoteosi il suo convento, che si sarebbe
chiamato ormai San Giovanni di Lucar. A queste parole la testa fece una
smorfia ironica.
L’amore degli spagnoli per tali solennità è così noto che non deve essere
difficile credere alle straordinarie feste religiose con le quali l’abbazia di San
Lucar celebrò la traslazione del “beato Don Giovanni Belvidero” nella sua
chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di quell’illustre gentiluomo, il miracolo
della sua imperfetta resurrezione si era tanto fittamente diffuso, di villaggio
in villaggio, per più di cinquanta leghe intorno a San Lucar, che fu già uno
spettacolo vedere i curiosi in cammino; vennero da ogni parte, attratti da un
Te Deum cantato alla luce delle fiaccole.
L’ex moschea del convento di San Lucar, edificio meraviglioso costruito dai
mori, sotto le cui volte risuonava da tre secoli il nome di Gesù Cristo in luogo
di quello di Allah, non poté contenere la folla accorsa per assistere alla
cerimonia. Stretti come formiche, hidalgo in mantelli di velluto e armati delle
loro spade rimanevano in piedi attorno ai pilastri senza trovare il posto per
piegare le ginocchia, che si piegavano solo in una chiesa. Splendide contadine
di cui le vesti disegnavano le forme amorose davano il braccio a vecchi dai
capelli bianchi. Giovani dagli occhi di fuoco erano a fianco di vecchie vestite a
festa. E ancora coppie frementi di gioia; fidanzate curiose accompagnate dai
loro amati, spose della vigilia, bambini spauriti che si tenevano per mano. Un
mondo ricco di colori, brillante di contrasti, carico di fiori, smagliante, che
faceva un dolce tumulto nel silenzio della notte.
I portali della chiesa vennero aperti. Quanti, giunti troppo tardi, rimasero
fuori, vedevano da lontano, attraverso i tre portali spalancati, una scena di
cui le vaporose decorazioni delle opere moderne non potrebbero dare
neppure una pallida idea. Devote e peccatori, desiderosi di guadagnarsi la
benevolenza di un nuovo santo, accesero migliaia di candele nella vasta
chiesa, luci interessate che diedero toni magici all’edificio. Le nere arcate, le
colonne e i capitelli, le profonde cappelle brillanti d’oro e d’argento, le
gallerie, i trafori saraceni, le linee più delicate di quella delicata architettura si
delineavano nella luce abbagliante come le figure capricciose che si formano
in un braciere acceso. Era un oceano di fuoco, dominato, in fondo alla chiesa,
dal coro dorato dove si innalzava l’altare maggiore, la cui gloria avrebbe
rivaleggiato con quella del sole.
In realtà, lo splendore delle lampade d’oro, dei candelabri d’argento, degli
stendardi, degli arredi, dei santi e degli ex-voto, impallidiva di fronte alla teca
in cui giaceva Don Giovanni. Il corpo dell’empio scintillava di gemme, di
fiori, di cristalli, di diamanti, d’oro, di piume bianche come le ali di un
serafino, e sostituiva sull’altare un quadro del Cristo. Intorno a lui brillavano
innumerevoli ceri che lanciavano in aria onde fiammeggianti. Il buon abate di
San Lucar, parato degli abiti pontificali, la mitria arricchita da pietre preziose,
il rocchetto, la croce d’oro, sedeva, re del coro, su una poltrona di un lusso
imperiale, attorniato dal suo clero composto da impassibili vecchi dai capelli
argentei che lo circondavano simili ai santi confessori che i pittori
raggruppano attorno all’Eterno. Il maestro cantore e i dignitari del capitolo,
decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica, andavano e
venivano tra nuvole d’incenso, come astri che girino nel firmamento. Venuta
l’ora del trionfo, le campane risvegliarono gli echi delle campagne, e tutta
l’immensa assemblea lanciò verso Dio il primo grido di gloria che inizia il Te
Deum. Grido sublime! Erano voci pure e leggere, voci di donne in estasi unite
alle voci gravi e forti degli uomini; migliaia di voci così potenti che l’organo
non riusciva a dominarle pur con il muggito delle sue canne. Solo le note
penetranti delle giovani voci dei chierichetti unite ai larghi accenti di qualche
basso suscitarono idee di grazia, raffigurarono l’infanzia e la forza in quel
meraviglioso concerto di voci umane confuse in un sentimento d’amore.
«Te Deum laudamus!»
Dalla cattedrale gremita di donne e di uomini inginocchiati, il canto scaturì
come una luce che scintilla di colpo nella notte, e il silenzio fu rotto come da
un colpo di tuono. Le voci salirono con le nuvole di incenso che gettavano
veli diafani e bluastri sulle fantastiche meraviglie dell’architettura. Tutto era
ricchezza, profumo, luce e melodia. Nel momento in cui quella musica di
riconoscenza e di amore salì verso l’altare, Don Giovanni, troppo educato per
non ringraziare, troppo spiritoso per non accettare lo scherno, rispose con
una risata spaventosa, e si distese nella teca. Ma il diavolo lo fece pensare alla
possibilità di essere preso per un uomo come un altro, per un santo, un
Bonifacio, un Pantaleone, e Don Giovanni turbò quella melodia d’amore con
un urlo al quale si aggiunsero le mille voci dell’inferno.
La terra benediceva, il cielo malediceva. La chiesa ne tremò fino alle più
antiche fondamenta.
«Te Deum laudamus!» pregava l’assemblea.
«Andate a tutti i diavoli, bruti che siete! Dio, Dio! Carajos demonios, animali,
siete degli stupidi con il vostro Dio in figura di vecchio.»
E un torrente di imprecazioni si scatenò come un ruscello di lava ardente per
un’eruzione del Vesuvio.
«Deus Sabaoth, Deus Sabaoth!» gridarono i cristiani.
«Insultate la maestà dell’inferno» rispose Don Giovanni digrignando i denti.
Quindi il braccio vivo poté passare sopra la teca, e minacciò l’assemblea con
gesti pieni di disperazione e di ironia.
«Il santo ci benedice» dissero le vecchie, i bambini e le fidanzate, le creature
più ingenue.
Ecco come siamo spesso ingannati nelle nostre adorazioni. L’uomo superiore
ride di coloro che lo complimentano e complimenta qualcuno del quale si
prende gioco in fondo al cuore.
Nel momento in cui l’abate, prosternato davanti all’altare, cantava: «Sancte
Johannes, ora pro nobis!», sentì molto chiaramente: «O coglione!». 14 «Che
succede lassù?» esclamò il vicepriore vedendo che la teca si muoveva.
«Il santo fa il diavolo» rispose l’abate.
Allora, la testa viva si staccò con violenza dal corpo che non viveva e cadde
sul cranio giallo dell’officiante.
«Ricordati di Donna Elvira!» gridò la testa divorando quella dell’abate.
Quest’ultimo gettò un grido spaventoso che turbò la cerimonia. Tutti i preti
accorsero e circondarono il loro sovrano.
«Imbecille, di‘ dunque che c’è un Dio!» gridò la voce nel momento in cui
l’abate, morso al cervello, esalava l’ultimo respiro.

Parigi, ottobre 1830

14 In italiano nel testo (N.d.T.).


Philarète Chasles
L’OCCHIO SENZA PALPEBRA

(L’oeil sans paupière, 1832)

Gli autori poco noti di racconti fantastici sono certo più numerosi dei nomi famosi. È
giusto che la nostra antologia trovi spazio per almeno qualcuno di loro. Philarète
Chasles (1799-1873), francese, figlio d’un membro della Convenzione che aveva
votato la condanna a morte di Luigi XVI, dovette scappare dalla Francia
giovanissimo al momento della Restaurazione. Visse in Inghilterra e in Germania,
prima di far ritorno in Francia nel 1823. Professore di letterature straniere al College
de France, conservatore della Bibliothèque Mazarine, appartiene alla famiglia degli
scrittori bibliotecari, come prima di lui Nodier e dopo di lui Schwob e Borges.
L’oeil sans paupière, pubblicato nella raccolta anonima dei Contes bruns (1832),
cui collaborò anche Balzac, è un racconto d’ambiente scozzese, sulle credenze popolari
dei folletti e delle fate, rappresentate con adesione al loro spirito panico e pagano, ma
anche con ossequio all’anatema cristiano che le assimila ai culti diabolici. È l’epoca
della scoperta romantica del folklore, e della moda scozzese dei romanzi di Walter
Scott. Ma non è solo per la documentazione folkloristica che questo racconto merita
d’essere ricordato oggi. L’immagine dominante è un conturbante incubo psicologico:
un occhio spalancato che sta sempre alle spalle d’un uomo, non perdendolo mai di
vista. Dato che quest’uomo con la sua gelosia aveva causato la morte della moglie,
l’occhio senza palpebra che lo segue costituisce una sorta di pena di contrappasso.
Il finale ci trasporta oltreoceano, tra i pionieri dell’Ohio e i pellerossa. Ma è chiaro che
le barriere geografiche non contano per i folletti scozzesi.

«Hallowe’en! Hallowe’en» tutti gridavano. «Questa è la notte santa, la bella


notte degli skelpies e delle fairies! Carrick, e tu Colean, venite? Ci sono tutti gli
uomini di Carrick-Border, e verranno le nostre Meg e le nostre Jeannie.
Porteremo del buon whisky nei boccali di stagno, birra schiumante, il buon
parritch saporito. Il tempo è bello, brillerà la luna; amici, le rovine di Cassilis-
Downans non avranno mai visto una riunione più lieta.»15
Così parlava Jock Muirland, fattore, vedovo ancora giovane. Come gran parte
dei contadini di Scozia era un po‘ teologo, un po‘ poeta, gran bevitore, e
tuttavia molto economo.
Murdock, Will Lapraik, Tom Duckat gli erano attorno. La conversazione si
svolgeva presso il villaggio di Cassilis.
Senza dubbio, voi non sapete che cos’è Hallowe’en: è la notte delle fate, e ha
luogo verso la metà di agosto. Si consulta in quella notte lo stregone del

15 Skelpies: demoni delle acque. Fairies: fate. Carrick-Border: nome di località. Parritch: pudding scozzese (N.d.A.).
villaggio, e tutti gli spiriti folletti danzano sulle brughiere, attraversano i
campi cavalcando pallidi raggi di luna. È il carnevale degli spiritelli e degli
gnomi. Non vi è grotta né roccia che non abbia il suo ballo e la sua festa, non
vi è fiore che non trasalisca al soffio di una silfide, non vi è massaia che non
chiuda la porta con cura, affinché lo spunkie 16 non sottragga la colazione
dell’indomani, non sacrifichi alle sue birichinate il pasto dei bambini che
dormono abbracciati nella stessa culla.
Tale era la notte solenne, intrecciata di capriccio fantastico e di segreto
terrore, che saliva sulle colline di Cassilis. Immaginate un terreno montuoso,
ondulato come il mare, e le numerose colline tappezzate di muschio verde e
brillante; lontano, su un picco dirupato, le mura merlate di un castello in
rovina, la cui cappella, senza più tetto, si è conservata tuttavia quasi intatta, e
lancia nell’aria pura gli agili pilastri, sottili come rami di alberi spogli nella
stagione invernale. Nella zona la terra è sterile. La dorata ginestra serve come
rifugio alla lepre; la roccia appare nuda a perdita d’occhio. L’uomo, che
riconosce un potere supremo solo nella desolazione e nel terrore, guarda
queste terre sterili come colpite dal sigillo della Divinità. La benevolenza
feconda e immensa dell’Altissimo ci ispira poca gratitudine: noi adoriamo la
sua severità e i suoi castighi.
Gli spunkies danzavano dunque sull’erba di Cassilis e la luna appariva grande
e rossa tra la vetrata infranta del portale della cappella.
Sembrava sospesa, come un rosone color amaranto su cui si disegnava un
piccolo trifoglio di pietra mutilata. Gli spunkies danzavano.
Lo spunkie! Una testa di donna bianca come la neve, con lunghi capelli
ardenti. Le belle ali, drappeggi sorretti da fibre sottili e elastiche, non sono
attaccate alle spalle, ma alle braccia bianche e sottili delle quali seguono il
profilo. Lo spunkie è ermafrodita; ha un viso femmineo, e l’eleganza agile e
tenera della prima adolescenza virile. Lo spunkie non ha che le ali come veste,
tessuto fine e agile, morbido e compatto, impenetrabile e lieve, come le ali del
pipistrello. Una sfumatura bruna, sfumata in un porpora azzurrino cangiante,
brilla su quella veste naturale che si ripiega attorno allo spunkie in riposo
come le pieghe dello stendardo attorno all’asta che lo porta. Lunghi filamenti
simili a acciaio brunito sostengono quei lunghi veli in cui lo spunkie si
avvolge; unghie d’acciaio ne armano l’estremità. Guai alla massaia che si
avventura, di sera, nei pressi della palude dove si nasconde lo spunkie, o nella
foresta che egli percorre!
La danza degli spunkies iniziava sulle rive del Doon quando la lieta assemblea
– donne, bambini, giovinette - vi si avvicinò. I folletti scomparvero
immediatamente. Quelle grandi ali che si spiegano nello stesso istante
oscurano l’aria, simili a un nugolo di uccelli levatisi di colpo in volo dal

16 Spunkie: folletto (N.d.A.).


centro di un canneto frusciante. Per un attimo il chiaro di luna fu velato;
Muirland e i suoi compagni si fermarono.
«Ho paura» gridò una ragazza.
«Sciocchezze» ribatté il fattore. «Sono anatre selvatiche che volano via.»
«Muirland» gli disse il giovane Colean con aria di rimprovero «tu finirai
male; non credi a nulla.»
«Bruciamo le noci, schiacciamo le nocciole» riprese Muirland, senza ascoltare
il rimprovero del compagno. «Sediamoci qui e vuotiamo i cestini. Ecco un bel
riparo: la roccia ci copre; il prato ci offre un morbido letto. Satana in persona
turberebbe le mie meditazioni che nasceranno dai boccali e dalle bottiglie.»
«Ma potrebbero trovarci i bogillies e i brownillies» osservò timidamente una
giovane donna.
«Se li porti il cranreuch!» la interruppe Muirland. «Presto, Lapraik, accendi
vicino alla roccia un fuoco di foglie secche e di rami; riscalderemo il whisky; e
se le ragazze vogliono sapere quale marito il buon Dio o il diavolo riservi
loro, abbiamo di che soddisfarle. Bome Lesley ci ha portato specchi, e
nocciole, semi di lino, piatti e burro. Lasses, non è tutto quanto occorre per le
vostre cerimonie?»17
«Sì, sì» risposero le ragazze.
«Ma prima beviamo» riprese il fattore, che per il carattere autoritario, il
patrimonio, la cantina ben fornita, il granaio pieno di grano e la sua abilità di
agricoltore, aveva acquistato una certa autorità nella zona.
Ora, amici miei, voi saprete che di tutti i paesi del mondo quello dove le classi
inferiori hanno a un tempo maggiore istruzione e il maggior numero di
superstizioni, è la Scozia. Domandatelo a Walter Scott, il sublime paesano
scozzese che deve la sua grandezza alla facoltà ricevuta da Dio di raffigurare
simbolicamente il genio nazionale. In Scozia si crede a tutti gli gnomi, e nelle
capanne si discute di filosofia.
La notte di Hallowe’en è consacrata soprattutto alla superstizione. Ci si
riunisce per penetrare il mistero dell’avvenire. I riti praticati a questo scopo
sono noti e inviolabili: non esiste culto più rigoroso nell’osservanza delle sue
pratiche. Era soprattutto questa cerimonia piena di interesse, dove ognuno è
al tempo stesso prete e stregone, che gli abitanti di Cassilis vedevano come
meta della loro escursione e svago della loro notte. Quella rustica magia ha
un incanto indescrivibile. Si sosta, per così dire, all’estremo confine tra poesia
e realtà; si comunica con le potenze infernali senza rinnegare interamente
Dio; si tramutano in oggetti sacri e magici gli oggetti di tutti i giorni; con una
spiga di grano e una foglia di salice si creano speranze e terrori.
La tradizione vuole che gli incantesimi di Hallowe’en comincino quando

17 Bogillies: spiriti dei boschi. Brownillies: spiriti della brughiera. Cran-reuch: vento del nord. Lasses: ragazze
(N.d.A.).
suona mezzanotte, l’ora in cui tutta l’atmosfera è invasa dagli esseri
sopraterrestri e in cui non solo gli spunkies, attori principali del dramma, ma
tutti i battaglioni della magia scozzese vengono a impadronirsi del loro
dominio.
I nostri contadini, riuniti alle nove, trascorsero il tempo a bere, a cantare le
vecchie, deliziose ballate in cui il linguaggio malinconico e ingenuo è in
perfetta armonia con il ritmo cadenzato, con una melodia che scende di
quarta in quarta, a intervalli bizzarri, con un singolare impiego del genere
cromatico. Le giovanette, nei plaids variopinti, nei lindi e impeccabili abiti di
lana, le donne sorridenti, i bambini, con il bel nastro rosso annodato sul
ginocchio che serve da giarrettiera e da ornamento; i giovani cui il cuore
batteva più in fretta all’avvicinarsi del misterioso momento in cui sarebbe
stato interrogato il destino; uno o due vecchi che la birra gustosa riportava
alla gioia degli anni giovanili: tutti insieme formavano un gruppo attraente
che Wilkie avrebbe ritratto con gioia e che avrebbe rallegrato in Europa le
anime ancora sensibili, fra tante emozioni febbrili, alla delizia di un
sentimento vero e profondo.
Muirland, più degli altri, si abbandonava completamente alla gaiezza
rumorosa che frizzava con la densa schiuma della birra e si comunicava a
tutti gli altri.
Era una di quelle creature che la vita non riesce a domare, uno di quegli
uomini di intelligenza vigorosa che lottano contro il vento e la tempesta. Una
giovanetta della contea, che aveva unito il suo destino a quello di Muirland,
era morta di parto dopo due anni di matrimonio; e Muirland aveva giurato di
non sposarsi più. Nessuno, nel vicinato, ignorava la causa della morte di
Tuilzie: la gelosia di Muirland. Fragile e ancora quasi bambina, Tuilzie aveva
appena sedici anni quando aveva sposato il fattore. Lo amava e non ne
conosceva il carattere appassionato, il furore che poteva animarlo, il
quotidiano tormento che poteva infliggere a se stesso e agli altri. Jock
Muirland era geloso, e l’ingenua tenerezza della sua compagna non lo
rassicurava. Un giorno, nel cuore dell’inverno, la mandò a Edimburgo per
strapparla alle pretese seduzioni di un signorotto di campagna che aveva
avuto il capriccio di passare l’inverno nelle sue terre.
Tutti gli amici del fattore, e lo stesso sacerdote, gli manifestavano il loro
malcontento e lo rimproveravano; lui rispondeva soltanto che amava
ardentemente Tuilzie e che era il solo a poter giudicare che cosa favorisse la
buona riuscita del suo matrimonio. Sotto il tetto rustico della casa di Jock si
sentivano spesso lamenti, grida, singhiozzi la cui eco arrivava all’esterno; il
fratello di Tuilzie era venuto dal cognato per dirgli che la sua condotta era
imperdonabile, ma una violenta lite era stata la conseguenza di
quell’iniziativa. La giovane donna deperiva ogni giorno di più. Infine, il
dolore che la consumava ebbe ragione della sua vita.
Muirland cadde in una disperazione profonda, che durò molti anni; ma
poiché tutto passa su questa terra, pur giurando di restare vedovo aveva
dimenticato a poco a poco il ricordo di colei della quale era stato
l’involontario carnefice. Le donne, che per molti anni l’avevano guardato con
orrore, gli avevano infine perdonato; e la notte di Hallowe’en lo ritrovava
quale era stato un tempo, allegro, caustico, spassoso, gran bevitore e
narratore di storie eccellenti e di scherzi alla buona, interprete di ritornelli
chiassosi che ridestavano e intrattenevano il buon umore della compagnia
notturna.
Avevano esaurito in gran parte le antiche romanze epiche quando scoccarono
i dodici colpi della mezzanotte, e l’eco di quel suono si propagò lontano. Tutti
avevano bevuto abbondantemente. Era giunto il momento dei consueti riti
superstiziosi. Tutti, salvo Muirland, si alzarono.
«Cerchiamo il kail» gridarono «cerchiamo il kail.»
Giovani e ragazze si sparsero nei campi e tornarono volta a volta portando
ciascuno una radice strappata alla terra: il kail. Dovete sradicare la prima
pianta che si presenta sotto i vostri passi; se la radice è diritta, vostra moglie o
vostro marito saranno ben fatti e amabili; se la radice è storta sposerete
qualcuno d’aspetto sgradevole.18 Se resta della terra attaccata ai filamenti,
avrete un matrimonio fecondo e felice; se la radice è levigata e sottile, il
matrimonio non durerà a lungo. Immaginate gli scoppi di risa, l’allegro
tumulto, gli scherzi campagnoli cui davano luogo queste ricerche coniugali;
ci si spingeva, ci si addossava uno all’altro, si paragonavano i risultati della
ricerca; anche i bambini più piccoli avevano la loro radice.
«Povero Will Haverel!» esclamò Muirland gettando lo sguardo sulla radice
che aveva in mano un giovane. «Tua moglie sarà malfatta; la radice che hai
trovato sembra la coda del mio maiale.»
Quindi sedettero tutti in tondo, e ciascuno sentì il sapore della radice: una
radice amara indica un cattivo marito, una dolce un marito imbecille; se la
radice è profumata, lo sposo sarà d’umore gradevole.
A questa grande cerimonia seguì quella del tappickle. Le ragazze, con gli occhi
bendati, vanno a cogliere tre spighe di grano. Se il chicco che corona la spiga
manca a una delle tre, nessuno dubita che il futuro marito della giovane
campagnola debba perdonarle una debolezza commessa prima delle nozze. O
Nelly! Nelly! Tutte e tre le tue spighe erano prive del loro tappickle, e non ti
vennero risparmiate le canzonature. È vero che proprio il giorno precedente
la fause-house, o granaio di riserva, era stata testimone di una lunga
chiacchierata fra te e Robert Luath.
Muirland guardava senza unirsi attivamente ai giochi.

18 Queste usanze sono ancora popolari in Scozia (N.d.A.).


«Le nocciole! Le nocciole!» gridarono tutti.
Si tolse dal cesto un sacco di nocciole, e tutti si avvicinarono al fuoco che era
sempre stato tenuto acceso. La luna brillava pura, quasi radiosa. Ognuno
prese la sua nocciola. Si tratta di un incantesimo celebre e venerato. Si
formano le coppie, e ogni nocciola porta il nome della persona che l’ha scelta;
si mettono sul fuoco nello stesso momento la nocciola a cui è stato dato il
nome della fidanzata e la propria. Se le due nocciole bruciano
tranquillamente l’una vicino all’altra, l’unione sarà lunga e serena; se
scoppiano e si separano bruciando, discordia e separazione nel matrimonio.
Spesso è la ragazza che dispone sul fuoco il simbolo al quale è legata la sua
anima; e qual è il suo dolore quando avviene la separazione e il suo futuro
marito si slancia scoppiettando lontano da lei!
Era già suonata l’una e i contadini non erano mai stanchi di consultare i
mistici oracoli. Il terrore e la fede che li accompagnavano rivestivano gli
incantesimi di un fascino nuovo. Gli spunkies ricominciavano a muoversi tra i
giunchi agitati. Le ragazze tremavano. La luna, ormai alta nel cielo, venne
nascosta da una nuvola. Si compì la cerimonia della ciotola, quella della
candela, quella della mela, grandi scongiuri che non svelerò. Willie Maillie,
una delle più belle ragazze, affondò tre volte il braccio nell’acqua del Doon
esclamando: «Mio sposo futuro, mio sconosciuto marito, dove sei? Ecco la
mia mano». Tre volte ripeté l’incantesimo, quando la sentirono lanciare un
grido.
«Ah, povera me! Lo spunkie mi ha preso la mano» gridò. Tutti le si
avvicinarono rabbrividendo. Non Muirland. Maillie mostrò la mano
insanguinata; i giudici dei due sessi che una lunga esperienza rendeva abili
nell’interpretare i segni magici dichiararono senza esitazione che i graffi non
erano causati, come sosteneva Muirland, dalle punte spinose di un giunco,
ma che il braccio della ragazza portava il marchio dell’artiglio aguzzo dello
spunkie. E tutti riconobbero che l’ombra di un marito geloso pesava per
questo sul futuro di Maillie. Il fattore vedovo aveva bevuto, forse, un
bicchiere di troppo.
«Geloso!» esclamò «geloso!»
Credeva di ravvisare nella dichiarazione dei suoi compagni una malevola
allusione alla propria vicenda.
«Io» continuò vuotando un boccale di stagno pieno di whisky fino all’orlo
«preferirei mille volte sposare lo spunkie piuttosto che sposarmi una seconda
volta. So che cosa significa vivere incatenato; tanto varrebbe rimanere
imprigionati in una bottiglia con una scimmia, un gatto o il carnefice per
compagni. Io ero geloso della mia povera Tuilzie; forse avevo torto; ma,
ditemi, come avrei potuto non esserlo? Quale donna non deve venir
continuamente sorvegliata? Non dormivo la notte; non l’abbandonavo mai
durante il giorno; non chiudevo un solo momento gli occhi. Gli affari dei
poderi andavano male; tutto deperiva. Tuilzie stessa languiva sotto i miei
occhi. A cinque milioni di diavoli il matrimonio!»
Alcuni ridevano; altri tacevano, scandalizzati. Rimaneva ancora l’ultimo e il
più temibile degli incantesimi: la cerimonia degli specchi.
Con una candela in mano, ci si colloca davanti a un piccolo specchio; si soffia
tre volte sul vetro e lo si asciuga tre volte ripetendo: “Appari marito mio” o
“Appari moglie mia”. Allora, sopra la spalla di chi interroga il destino,
appare una figura riflessa distintamente nello specchio: quella della moglie o
del marito che si invoca.
Nessuno, dopo l’esempio di Maillie, osava sfidare ancora le potenze
sopraterrestri. Lo specchio e la candela erano presenti, ma nessuno pensava a
usarli. Il Doon fremeva nel canneto; una lunga striscia d’argento che tremava
nelle acque lontane raffigurava, agli occhi dei paesani, la traccia scintillante
degli spunkies o spiriti delle acque; la giumenta di Muirland, la piccola
giumenta delle Highlands con la coda nera e il petto bianco, nitriva con tutta
la sua forza, indicando in tal modo la vicinanza di uno spirito maligno. Il
vento si faceva gelido e gli steli dei giunchi ondeggiavano con un triste e
lungo mormorio. Le donne cominciavano a parlare del ritorno; e non
mancavano di ragioni eccellenti, di rimproveri per i mariti e i fratelli, di
consigli per la salute dei padri, di quella eloquenza casalinga alla quale noi, re
della natura e del mondo, resistiamo difficilmente.
«Ebbene! Chi di voi andrà allo specchio?» esclamò Muirland.
Non vi fu risposta…
«Avete ben poco coraggio» prosegui il fattore. «Tremate al soffio del vento
come il salice. Io – lo sapete bene - non voglio più sposarmi, perché voglio
dormire e le palpebre si rifiutano di chiudersi quando sono marito: mi è
dunque impossibile cominciare l’incantesimo. Lo sapete non meno di me.»
Ma infine, poiché nessuno voleva prendere lo specchio, Jock Muirland se ne
impadronì. «Vi darò l’esempio» e senza esitare prese lo specchio fatale; venne
accesa la candela e Muirland ripeté coraggiosamente le parole
dell’incantesimo.
«Appari dunque, moglie mia.»
Subito una pallida immagine, i capelli biondo fulvo, si mostrò sulla sua
spalla. Lui trasalì, si volse per assicurarsi che nessuna ragazza gli fosse dietro
per fingere l’apparizione. Ma nessuna aveva simulato lo spettro; e per quanto
lo specchio sfuggitogli di mano si fosse rotto, sopra la sua spalla appariva
ancora il viso bianco, la capigliatura ardente: Muirland dà in un grido e cade
con la faccia a terra.
Avreste, allora, veduto gli abitanti del villaggio fuggire disordinatamente
come foglie sollevate dal vento; sul luogo dove, poco prima, tutti si erano
abbandonati ai loro rustici divertimenti, nulla rimase se non i resti della festa,
il fuoco quasi spento, le brocche e i boccali vuoti, e Muirland disteso sul
prato. Gli spunkies e i loro compagni tornavano a frotte, e il temporale che era
già nell’aria univa al loro canto misterioso il lungo fischio che gli scozzesi
chiamano pittorescamente Sugh. Muirland, risollevandosi, guardò ancora al
di sopra della sua spalla: sempre lo stesso volto. Sorrideva al fattore senza
una sola parola, e Muirland non poteva indovinare se quella testa
apparteneva a un corpo umano; poiché si mostrava soltanto quando lui si
volgeva. La lingua gelata di Muirland gli rimaneva attaccata al palato. Cercò
di iniziare una conversazione con quell’essere infernale, raccolse tutto il suo
coraggio; invano: quando scorgeva i lineamenti pallidi e i riccioli ardenti,
tremava in tutto il corpo. Tentò di fuggire nella speranza di liberarsi
dall’apparizione. Aveva slegato la piccola giumenta bianca e stava mettendo
il piede nella staffa quando tentò un’ultima volta, e il terrore lo vinse. La testa
era sempre presente, compagna inseparabile. Era attaccata alla sua spalla,
come quelle teste senza corpo di cui gli scultori gotici collocavano a volte il
profilo al sommo di un pilastro o all’angolo di un cornicione. La povera Meg,
la piccola giumenta, nitriva con forza terribile; e scalciando mostrava quanto
partecipasse al terrore del padrone. Lo spunkie (doveva essere uno di tali
frequentatori dei giunchi del Doon a perseguitare il fattore), quando
Muirland si volgeva fissava su di lui gli occhi fiammeggianti di un azzurro
profondo, non ombreggiati da ciglia, e privi di palpebre che ne velassero
l’insopportabile chiarore.
Muirland spronò la giumenta, tormentato sempre dalla curiosità di sapere se
la sua persecutrice fosse ancora presente; ma lei non lo abbandonava; invano
lanciava la giumenta al galoppo, invano le brughiere e le montagne
fuggivano sotto i passi dell’animale; Muirland non sapeva più né quale
strada percorresse, né dove stesse conducendo la povera Meg. Una sola idea
lo abitava: lo spunkie, il suo compagno, o meglio la sua compagna, di strada,
poiché la testa femminile aveva tutta la malizia e la delicatezza di una
giovane di diciotto anni.
La volta del cielo si copriva di spesse nubi che parevano divorarlo a grado a
grado. Mai un povero peccatore si trovò solo, in mezzo alla campagna, in
un’oscurità più infernale. Il vento soffiava come volesse ridestare i morti, la
pioggia cadeva diagonalmente per la violenza della tempesta. Le luci rapide
del lampo sparivano, divorate dalle nuvole nere dalle quali uscivano lunghi,
profondi, pesanti muggiti. Povero Muirland! Il tuo berretto scozzese, blu
variegato di rosso, cadde e tu non osasti tornare indietro a raccoglierlo. La
tempesta raddoppiò il suo furore; il Doon straripò; e Muirland, dopo aver
galoppato per un’ora, riconobbe dolorosamente di essere tornato sul luogo
dal quale era partito. La chiesa diroccata di Cassilis era sotto i suoi occhi, e
pareva che un incendio ardesse fra i resti dei vecchi pilastri; le fiamme
scaturivano dalle aperture ineguali, e le sculture si stagliavano in tutta la loro
eleganza sullo sfondo di un chiarore lugubre. Meg rifiutava di avanzare; ma
il fattore, che non era più guidato dalla ragione e a cui pareva di sentire la
terribile testa appoggiata sulla spalla, piantò con tanto vigore gli speroni nei
fianchi della povera bestia che questa cedette, suo malgrado, alla violenza che
le veniva imposta.
«Jock» disse una voce dolce «sposami e non avrai più paura.»
Immaginerete il profondo terrore dello sventurato Muirland.
«Sposami» ripeté lo spunkie.
Frattanto fuggivano verso la cattedrale in fiamme. Muirland, fermato nella
sua corsa dai pilastri mutilati e dalle statue riverse, scese da cavallo; aveva,
quella notte, bevuto tanto vino, tanta birra, tanta acquavite, aveva galoppato
in modo tanto singolare, aveva conosciuto tante sorprese, che finì per
abituarsi a quello stato di misteriosa eccitazione: il nostro fattore entrò con
passo fermo sotto la navata senza volta di dove scaturivano i fuochi infernali.
Lo spettacolo che lo colpì era nuovo per lui. Un personaggio accoccolato nel
mezzo della navata sosteneva sul dorso curvo un vaso ottagonale nel quale
bruciava una fiamma verde e rossa. L’altare maggiore era rivestito degli
antichi paramenti cattolici. Dèmoni con la capigliatura rosso fuoco irta sul
capo occupavano, in piedi sull’altare, il posto delle candele. Tutte le forme
grottesche e infernali che la fantasia del pittore e del poeta ha potuto sognare
si spingevano, correvano e si avvolgevano in strane e molteplici figurazioni.
Gli stalli dei canonici erano pieni di gravi personaggi che avevano conservato
l’abito del loro stato. Ma sulle mozzette si delineavano mani di scheletri, e
dagli occhi cavi non veniva alcuna luce.
Non dirò, poiché la lingua umana non può giungere a tanto, che incenso
bruciassero in quella chiesa, né quale abominevole parodia dei santi misteri
vi rappresentassero i dèmoni. Quaranta folletti, appollaiati sull’antica galleria
che un tempo aveva sorretto l’organo della cattedrale, avevano in mano
cornamuse scozzesi di varie dimensioni. Dodici di loro formavano un trono
per un enorme gatto nero che dava il tempo con un miagolio prolungato. La
sinfonia infernale faceva tremare le volte semidistrutte, dalle quali cadevano
di quando in quando frammenti di pietra. In mezzo al tumulto erano
inginocchiati alcuni graziosi skelpies, simili a incantevoli fanciulle se la coda
demoniaca non avesse sollevato un lembo del loro abito bianco; e più di
cinquanta skelpies con le ali distese o ripiegate danzavano o riposavano. Nelle
nicchie dei santi disposte simmetricamente intorno alla navata si aprivano
tombe scoperchiate, dove la morte appariva, sul bianco sudario, tenendo in
mano il cero funebre. Quanto alle reliquie appese alle pareti, non indugerò a
descriverle. Tutti i crimini commessi in Scozia da vent’anni a quella parte
avevano concorso a parare la chiesa abbandonata ai dèmoni.
Avreste visto la corda dell’impiccato, il coltello dell’assassino, i resti orribili
dell’aborto e la traccia dell’incesto. Avreste visto cuori di scellerati anneriti
dal vizio, e i bianchi capelli di una testa paterna ancora appesi alla lama del
patricida. Muirland si fermò, si volse; la testa, sua compagna di strada, non
aveva abbandonato il suo posto. Uno dei mostri incaricati del servizio
infernale lo prese per mano; Muirland non reagì. Lo condusse all’altare;
Muirland seguì la sua guida. Era vinto. Ogni sua forza scomparsa. Tutti si
inginocchiarono, Muirland si inginocchiò; cantarono inni bizzarri, Muirland
non ascoltò nulla; e rimase immobile, attonito, pietrificato, aspettando la sua
sorte. Frattanto gli inni infernali diventavano più rumorosi; gli spunkies
incaricati di costituire il corpo di ballo roteavano più rapidamente nel loro
infernale girotondo; le cornamuse gridavano, muggivano, urlavano e
fischiavano con maggiore veemenza. Muirland si volse per guardare la sua
spalla fatale che un incomodo ospite aveva eletto a domicilio.
«Ah!» gridò, con un lungo sospiro di soddisfazione.
La testa era scomparsa.
Ma quando il suo sguardo abbagliato e smarrito tornò sugli oggetti che lo
circondavano, vide con stupore accanto a sé, inginocchiata su una bara, una
giovanetta il cui viso era quello del fantasma che l’aveva perseguitato. Una
veste di lino grigio le scendeva appena fino a metà coscia. Si intravedevano la
scollatura incantevole, le spalle bianche ricoperte dai capelli biondi, il seno
verginale di cui la leggerezza della veste sottolineava la bellezza. Muirland fu
commosso; quelle forme fragili e delicate contrastavano con le orrende
apparizioni che egli si vedeva d’attorno. Lo scheletro che parodiava la messa
prese con le sue dita adunche la mano di Muirland e l’unì a quella della
giovanetta. Muirland ebbe allora l’impressione di sentire nella stretta della
sua bizzarra fidanzata il morso freddo che il popolo attribuisce alle grinfie
dello spunkie. Era troppo per lui; chiuse gli occhi e si sentì mancare. Vinto a
metà da uno svenimento che lottava per combattere, credette di indovinare
che mani infernali lo rimettevano sulla giumenta che l’aveva atteso alla porta
della chiesa; ma le sue percezioni erano oscure, indistinte le sue sensazioni.
Una simile notte, come ognuno può immaginare, lasciò le sue tracce in
Muirland; si risvegliò come ci si risveglia da un letargo, e si stupì
nell’apprendere che da qualche giorno era sposato: dopo la notte di
Hallowe’en aveva viaggiato nelle montagne e aveva riportato con sé una
giovane sposa, che ora era accanto a lui, nell’antico letto della sua fattoria.
Si strofinò gli occhi e gli parve di sognare; poi volle contemplare colei che
aveva scelto senza saperlo e che era diventata la signora Muirland. Era ormai
giorno. Com’era graziosa la sposa; che dolce luce abitava i suoi lunghi
sguardi, quale splendore in quegli occhi. Tuttavia Muirland era colpito dalla
luce bizzarra che emanava da quegli sguardi. Si avvicinò; stranamente sua
moglie – o così gli parve - non aveva palpebre; grandi pupille di un azzurro
profondo si disegnavano sotto l’arco nero delle sopracciglia la cui curva era
mirabilmente sottile. Muirland sospirò; il ricordo vago dello spunkie, della
corsa notturna, delle terribili nozze nella cattedrale, gli tornò di colpo alla
mente.
Osservando più da presso la sua nuova sposa, credette di vedere in lei tutti i
tratti caratteristici di quell’essere misterioso, modificati tuttavia, e come
addolciti. Le dita della giovane donna erano lunghe e sottili, le unghie
bianche e affilate; i capelli biondi cadevano fino a terra. Rimase come assorto
in una fantasticheria; pure, i vicini gli dissero che la famiglia della sua sposa
viveva nelle Highlands; che subito dopo le nozze era stato colto da una
febbre altissima; che non doveva stupirsi se il ricordo della cerimonia si era
cancellato dal suo spirito ammalato; ma che molto presto si sarebbe condotto
meglio con la giovane moglie, poiché era graziosa, dolce e ottima massaia.
«Ma non ha palpebre» esclamò Muirland.
I vicini gli ridevano in faccia, dicevano che la febbre non lo aveva ancora
lasciato; nessuno, se non il fattore, scorgeva quella strana caratteristica.
Venne la notte: era per Muirland la sua notte di nozze, poiché fino a quel
momento era sposato solo di nome. La bellezza della moglie l’aveva
commosso, sebbene egli la vedesse senza palpebre. Si riprometteva dunque
di sfidare il proprio terrore e di godere del singolare dono che il cielo o
l’inferno gli inviavano.
Chiediamo ora al lettore di concederci tutti i privilegi del romanzo e della
storia, e di sorvolare sui primi avvenimenti della notte; non diremo quanto la
bella Spellie (tale era il nome della sposa) apparisse ancora più bella nelle sue
vesti notturne.
Muirland si svegliò, sognando che una improvvisa luce di sole illuminasse di
colpo la stanza dove si trovava il letto nuziale. Abbagliato dai raggi ardenti, si
alza di soprassalto e vede gli occhi di sua moglie fissi teneramente su di lui.
«Diavolo!» esclamò «il mio sonno è una vera offesa alla sua bellezza!»
Scacciò dunque il sonno e mormorò a Spellie tenere frasi d’amore alle quali la
giovane montanara rispose come meglio poté.
Spellie non aveva dormito fino al mattino.
“E come potrebbe dormire” si chiedeva Muirland “se non ha palpebre?”
E la sua povera mente ricadeva in un abisso di meditazione, di timori.
Si levò il sole. Muirland era pallido e abbattuto. La signora Muirland aveva
gli occhi più scintillanti che mai. Trascorsero la mattinata a passeggiare lungo
le rive del Doon. La giovane sposa era tanto incantevole, che il marito, a
dispetto della sorpresa e della febbre della quale era preda, non poté
contemplarla senza ammirarla.
«Jock» lei gli disse «vi amo quanto voi amavate Tuilzie; tutte le giovani dei
dintorni mi invidiano: state dunque in guardia, amore mio, sarò gelosa e vi
sorveglierò da vicino.»
I baci di Muirland le chiusero la bocca; ma le notti seguivano alle notti, e nel
pieno di ogni notte gli occhi splendenti di Spellie strappavano il fattore al suo
sonno: la forza di Muirland cedeva.
«Ma, amore mio» chiese Jock a sua moglie «voi non dormite mai?»
«Dormire, io!»
«Sì, dormire. Da quando siamo sposati, credo non abbiate dormito un solo
istante.»
«Nella mia famiglia non si dorme mai.»
Le pupille azzurre sembravano splendere più ardenti.
«Non dorme!» esclamò disperato Muirland. «Non dorme!»
E ricadde esausto e atterrito sul cuscino.
«Non ha palpebre, non dorme mai!» ripeté.
«Non mi stanco di vederti» riprese Spellie «e ti sorveglierò più da vicino.»
Povero Muirland! I begli occhi di sua moglie non gli concedevano requie;
erano, come dicono i poeti, astri eternamente accesi per abbagliarlo. Più di
trenta ballate vennero composte nella contea all’indirizzo dei begli occhi di
Spellie. Quanto a Muirland, un giorno scomparve. Erano passati tre mesi; il
supplizio che aveva subito gli aveva distrutto la vita, divorato il sangue; gli
sembrava che quello sguardo di fuoco lo bruciasse. Se tornava dai campi, se
restava in casa, se andava in chiesa, sempre il terribile raggio splendente
penetrava fino in fondo al suo essere, e l’orrore si impossessava di lui. Finì
per detestare il sole, per fuggire il giorno.
Il supplizio che aveva distrutto la povera Tuilzie era divenuto il suo
supplizio; all’inquietudine morale, che aveva fatto di lui il carnefice della
prima giovane moglie e che gli uomini chiamano gelosia, si era sostituita
l’ineluttabile interrogazione fisica di un occhio che lo seguiva costantemente:
era sempre gelosia, ma trasformata in immagine palpabile, nel prototipo
dell’inquisizione. Muirland lasciò la fattoria, abbandonò le sue terre, varcò il
mare e si addentrò nelle foreste dell’America settentrionale, dove molta gente
del suo paese ha fondato villaggi e costruito una tranquilla capanna.
Si augurava che le savane dell’Ohio gli offrissero un asilo sicuro; preferiva la
povertà, la vita del colono, la serpe nascosta sotto i folti cespugli, un
nutrimento primitivo, semplice e incerto, al suo tetto scozzese, dove l’occhio
geloso e costantemente aperto splendeva per tormentarlo. Dopo aver passato
un anno in quella solitudine, finì per benedire la sua sorte: aveva quanto
meno trovato il riposo in seno a quella natura feconda. Non corrispondeva
con nessuno, in Gran Bretagna, nel timore di avere notizie di sua moglie;
qualche volta nei sogni rivedeva ancora quegli occhi aperti, gli occhi senza
palpebre, e si svegliava di soprassalto; si assicurava attentamente che le vigili
e terribili pupille non fossero più vicine a lui, non lo penetrassero, non lo
divorassero con la loro luce insopportabile, e si riaddormentava felice.
I Narraghansetts, tribù vicina alla sua casa, avevano scelto come sachem, o
capo, Massasoit, vecchio malaticcio, di carattere pacifico e del quale Jock
Muirland si accattivò facilmente la benevolenza, regalandogli l’acquavite di
grano che sapeva distillare. Massasoit si ammalò; e il suo amico Muirland
andò a visitarlo nella sua capanna.
Immaginate un wigwam indiano, sorta di capanna a punta, con un buco per
lasciar passare il fumo; al centro di questo povero palazzo, un fuoco acceso;
su pelli di bufalo, stese a terra, il vecchio capo ammalato; attorno a lui gli
uomini della tribù urlavano, gridavano, piangevano facendo un baccano tale
che non soltanto non avrebbe guarito un ammalato, ma avrebbe fatto
ammalare un uomo sano. Un powam, o medico indiano, guidava il lugubre
coro e la danza; gli echi vicini rimbombavano del frastuono di quella strana
cerimonia: erano le preghiere pubbliche offerte alle divinità del paese.
Sei giovanette massaggiavano le membra nude e fredde del vecchio: una di
loro, di appena sedici anni, piangeva. Il buon senso dello scozzese gli fece
comprendere che tutto quell’apparato medico avrebbe avuto come unico
risultato la morte di Massasoit; nella sua qualità di europeo e di uomo bianco,
passava per medico innato. Profittando dell’autorità che il titolo gli conferiva,
fece uscire tutti quegli uomini urlanti e si avvicinò al sachem.
«Chi viene da me?» chiese il vecchio.
«Jock, l’uomo bianco.»
«Oh!» riprese il sachem porgendogli la mano inaridita «non ci vedremo più,
Jock».
Jock, sebbene sapesse assai poco di medicina, vide senza difficoltà che il
nostro sachem aveva semplicemente una indigestione; si prese cura di lui,
ordinò che si facesse silenzio, lo mise a dieta, gli preparò un’eccellente
minestra scozzese che il vecchio ingoiò come una medicina. In tre giorni
Massasoit era tornato alla vita; le urla dei nostri indiani e le loro danze
ricominciarono, ma quegli inni selvaggi esprimevano ora solo gratitudine e
gioia. Massasoit fece sedere Jock, gli diede da fumare il suo calumet e gli
presentò la figlia, Anauket, la più giovane e più graziosa di quante Muirland
aveva visto nella capanna.
«Tu non hai una squaw» 19 gli disse il vecchio guerriero. «Prendi mia figlia e
onora la mia testa bianca.»
Jock trasalì, ricordò Tuilzie e Spellie: il matrimonio non era mai stato felice
per lui.
Tuttavia, la giovane squaw era dolce, ingenua, obbediente. Un matrimonio nel

19 Squaw: moglie (N.d.A.).


deserto si circonda di ben poche cerimonie: non ha grande importanza per un
europeo. Jock si rassegnò, e la bella Anauket non gli diede occasione alcuna
di pentirsi della sua scelta.
Un giorno, era l’ottavo della loro unione, in una bella mattina di autunno si
erano imbarcati sull’Ohio. Jock aveva portato il fucile da caccia. Anauket,
abituata a queste spedizioni che costituiscono la vita selvaggia, aiutava e
serviva suo marito. Il tempo era magnifico; le rive del fiume offrivano agli
amanti punti incantevoli. Jock aveva fatto buona caccia, quando una faraona
dalle ali splendenti colpì il suo sguardo; prese la mira, la ferì, e l’uccello,
colpito a morte, cadde, gemendo, in una folta boscaglia. Muirland non voleva
perdere una così bella preda; tirò a secco la sua imbarcazione e corse alla
ricerca dell’uccello ferito. Aveva battuto invano molti cespugli, e la sua
ostinazione di scozzese lo spingeva sempre più dentro la fitta boscaglia. Si
trovò presto circondato da alberi a alto fusto, al centro di una di quelle verdi
radure naturali che si trovano nelle foreste d’America, quando un chiarore
penetrò il fogliame e giunse fino a lui. Muirland trasalì: il raggio lo bruciava;
quella luce insopportabile lo costringeva a abbassare lo sguardo.
L’occhio senza palpebra era là, vigile e perenne.
Spellie aveva passato il mare, aveva trovato la traccia di suo marito, lo aveva
seguito da presso; aveva mantenuto la parola, e la sua terribile gelosia già
schiacciava Muirland di giusti rimproveri. L’uomo corse verso il fiume,
seguito dallo sguardo dell’occhio senza palpebra, vide l’onda chiara e pura
dell’Ohio e vi si precipitò, spinto dal terrore.
Tale fu la fine di Jock Muirland, come si trova in una leggenda scozzese che le
vecchie spiegano a modo loro. Si tratta di una allegoria, affermano, e l’occhio
senza palpebra è l’occhio sempre vigile della donna gelosa, il più terribile dei
supplizi.
Gérard de Nerval
LA MANO INCANTATA
(La main enchantée, 1832)

Gérard de Nerval (1808-1854) ha creato nella narrativa fantastica del romanticismo


francese un genere nuovo: l’evocazione lirico-amorosa sospesa tra sogno e memoria. I
testi più tipici di questa maniera come Aurélia e Sylvie sono difficilmente
antologizzabili; ma Nerval è anche autore d’un classico del fantastico più tipico: La
main enchantée, un racconto basato su un tema di grande fortuna e di sempre
sicuro effetto: la mano che vive di vita propria staccata dal corpo.
Oltre al simbolismo morale che la mano incantata assume con suggestiva evidenza –
la violenza aggressiva che ognuno di noi porta in sé — troviamo qui una minuziosa
ricostruzione della Parigi popolare del Seicento. Un negoziante di stoffe, dovendo
battersi a duello con un militare, ricorre alle stregonerie d’un alchimista zingaro, che
gli incanta la mano destra. Il bottegaio uccide in duello lo spadaccino. Perseguitato
dalla giustizia, va a cercare protezione da un magistrato; ma la mano incantata,
indipendentemente dalla sua volontà, aggredisce l’uomo di legge. Mentre il bottegaio
è in prigione, condannato all’impiccagione, viene a trovarlo lo zingaro: la mano d’un
impiccato è un talismano straordinario per i ladri, che con essa possono aprire
qualsiasi porta. Lo zingaro reclama la mano; e quando sul patibolo il boia taglia la
mano all’impiccato, la vediamo muoversi, scappare, aprirsi la strada tra la folla e
raggiungere lo stregone.

I. Piazza Dauphine
Niente mi sembra più bello di quelle case del diciassettesimo secolo, che la
piazza Reale raccoglie in un gruppo così maestoso. Quando le loro facciate di
mattoni, intramezzate e inquadrate da cordoni ed angoli in pietra, e quando
le alte finestre sono infiammate dai raggi splendidi del tramonto, provate, a
vederle, lo stesso sentimento di venerazione che provereste di fronte alla
Corte dei parlamenti in toga rossa e con le mostre di ermellino; e. se non fosse
un accostamento puerile, si potrebbe dire che la lunga tavola verde intorno
alla quale questi temibili magistrati sono disposti in quadrato assomiglia un
poco a quella fila di tigli che circonda i quattro lati della piazza Reale e ne
completa la grave armonia.
L’ordine e la regolarità di un’altra piazza, nella città di Parigi, accontentano
allo stesso modo il nostro occhio. Simile, sebbene triangolare, al quadrato
della piazza Reale, essa è stata costruita sotto il regno di Enrico il Grande, che
la chiamò piazza Dauphine; e destò grande ammirazione, a quell’epoca, la
rapidità con cui gli edifici coprirono tutto il terreno incolto dell’isola della
Gourdaine. L’usurpazione di questo terreno fu un terribile dispiacere per i
chierici che andavano là a schiamazzare, e per gli avvocati che vi si recavano
a meditare le loro arringhe; una passeggiata così verde e fiorita, uscendo
dall’infetta corte del Palazzo.
Non appena queste tre file di case furono erette sopra i loro portici pesanti,
carichi di sporgenze e solcati di fenditure; non appena vennero rivestite di
mattoni, vi aprirono le finestre con le loro balaustre, e le incappucciarono con
i tetti massicci, tutta la gente di toga invase gli edifici della piazza, ciascuno
conformandosi al proprio grado e ai propri mezzi, cioè in ragione inversa
dell’altezza dei piani. Piazza Dauphine divenne una specie di ricca corte dei
miracoli, un’accozzaglia di ladroni privilegiati, covo degli “azzeccagarbugli”,
come le altre piazze raccoglievano i pezzenti; questa in mattoni e pietre, le
altre in legno e fango.
In una casa della piazza Dauphine, negli ultimi anni del regno di Enrico il
Grande, abitava un personaggio singolarissimo, che si chiamava Godinot
Chevassut ed aveva il titolo di luogotenente civile del prevosto di Parigi;
carica molto lucrativa e penosa insieme, in quel secolo in cui i ladri erano
molto più numerosi di oggi, tanto l’onestà è diminuita in Francia dopo di
allora! e in cui il numero delle ragazze innamorate del proprio corpo era
molto più considerevole, tanto i nostri costumi si sono corrotti! – Siccome
l’umanità non cambia, si può dire, come un antico scrittore, che meno ladri ci
sono in galera, più ce ne sono fuori.
Bisogna anche dire che i ladri di allora erano meno ignobili di quelli di oggi, e
che questo miserabile mestiere era a quel tempo una specie di arte che alcuni
giovani di buona famiglia non disdegnavano di esercitare. Molte attitudini
risospinte al di fuori e ai piedi di una società costituita da barriere e privilegi
si sviluppavano in questo senso: nemici più pericolosi per i privati che per lo
Stato, la cui macchina si sarebbe forse schiantata senza questo sfogo. Così,
senza dubbio, la giustizia di allora usava delle attenzioni verso i ladri
ragguardevoli, e nessuno esercitava questa tolleranza più volentieri del
nostro luogotenente civile di piazza Dauphine, per delle ragioni che
conoscerete in seguito. In compenso, nessuno era più severo con gli incapaci:
costoro pagavano per gli altri e riempivano le forche che allora
ombreggiavano Parigi, come diceva d’Aubigné, con grande soddisfazione dei
borghesi, i quali venivano derubati ancor più facilmente, e con un maggior
perfezionamento dell’arte della truffa.
Godinot Chevassut era un ometto grasso che cominciava a incanutire, ma,
contro la consuetudine dei vecchi, ci provava piacere, perché i suoi capelli
diventando bianchi dovevano perdere necessariamente quel tono un po‘
caldo che avevano per natura, e che gli aveva procurato lo spiacevole nome
di “Rosso”, usato dai suoi conoscenti invece del suo proprio, siccome si
pronunciava e si ricordava più facilmente. Aveva poi degli occhi guerci
vivacissimi sebbene sempre socchiusi sotto le spesse sopracciglia, una bocca
molto larga, come chi ha l’abitudine di ridere. E, tuttavia, anche se i suoi
lineamenti avevano un’espressione quasi continua di malizia, non lo si
sentiva mai ridere rumorosamente; soltanto, ogni volta che gli sfuggiva
qualcosa di divertente, lo punteggiava alla fine con un “ah!” o un “oh!”
emesso dal fondo dei polmoni, ma unico e di un effetto singolare; e questo
accadeva di frequente, poiché il nostro magistrato amava condire la sua
conversazione di arguzie, di equivoci e di detti osceni, che non riusciva a
trattenere neanche in tribunale. Del resto, era un costume della gente di toga
di quel tempo, che oggi è passato quasi interamente ai magistrati di
provincia.
Per finire il suo ritratto, bisognerebbe piantargli un naso lungo e quadrato in
punta, e poi delle orecchie molto piccole e piatte, e sensibilissime nel
distinguere il suono di un quarto di scudo a un quarto di lega di distanza, e
quello di una pistola da molto più lontano. A questo proposito, un
querelante, il quale chiedeva se il signor luogotenente civile avesse degli
amici che potessero raccomandarlo, si sentì rispondere che in realtà c’erano
degli amici che il “Rosso” teneva in gran conto; fra questi, Monsignor
Doppione, Messer Ducato, ed anche il Signor Scudo; ma era necessario
metterne in azione parecchi insieme, allora si era sicuri d’esser serviti a
dovere.

II. Una mania


Ci sono delle persone che hanno più simpatia per questa o quella grande
qualità, per questa o quella virtù singolare. Uno ha maggior considerazione
per la magnanimità e il coraggio guerriero, e prova piacere soltanto al
racconto di fatti d’arme; un altro pone al di sopra d’ogni cosa il genio e le
invenzioni delle arti, delle lettere o della scienza; altri si commuovono
dinanzi alla generosità e alle azioni virtuose con cui soccorriamo i nostri
simili e ci dedichiamo alla loro salvezza, ognuno seguendo la propria
inclinazione naturale. Ma il sentimento particolare di Godinot Chevassut era
il medesimo del sapiente Carlo IX, vale a dire che nessuna qualità si può
porre al di sopra dell’intelligenza e dell’astuzia, e che le persone provviste di
queste doti sono le sole al mondo degne di essere ammirate e onorate; e in
nessun luogo egli trovava queste qualità più brillanti e sviluppate come nel
grande popolo dei ladri, dei furfanti, dei borsaiuoli, dei vagabondi, la cui
“vita generosa” e le singolari astuzie si svolgevano quotidianamente sotto i
suoi occhi con una varietà inesauribile.
Il suo eroe favorito era Francois Villon, parigino, celebre nell’arte poetica
come nell’arte del furto e della truffa: così l’Iliade e l’Eneide, e il romanzo non
meno stupendo di Huon de Bordeaux li avrebbe dati per il poema delle Repues
franches, ed anche per la Légende de maître Faifeu, che sono le epopee in versi
dei paltonieri! Le Illustrations del Du Bellay, Aristoteles Peripoliticon, e il
Cymbalum mundi gli parevano ben deboli accanto al Jargon, suivi des États
généraux du royaume de l’Argot, et des Dialogues du polisson et du melingreux, par
un courtaud de boutanche, qui maquille en mollanche en la vergne de Tours, et
imprimé avec autorisation du roi de Thunes, Fiacre l’emballeur; 20 Tours 1603. E
naturalmente, siccome quelli che stimano una certa virtù hanno il più gran
disprezzo per il difetto contrario, nessuno gli era più odioso delle persone
semplici, tarde di mente e dallo spirito poco complicato. Arrivava fino al
punto che avrebbe voluto cambiare completamente la distribuzione della
giustizia e, quando veniva scoperto qualche furto grave, non si impiccasse il
ladro ma il derubato. Era una mania: la sua mania. Egli vi scorgeva il solo
mezzo per affrettare l’emancipazione intellettuale del popolo, e per far
arrivare gli uomini del suo secolo a quel supremo sviluppo dell'intelligenza,
dell’accortezza e dell’inventiva, che erano per lui la vera corona dell’umanità
e la perfezione più gradita a Dio.
Questa era la sua morale. Quanto alla politica, gli pareva evidente che il furto
organizzato su vasta scala favorisse più di ogni altra cosa la divisione delle
grandi ricchezze e la circolazione di quelle minori, da cui soltanto poteva
risultare, per le classi inferiori, il benessere e l’affrancamento.
Avrete capito che a sedurlo era soltanto l’inganno fatto ad arte, le sottigliezze
e le lusinghe dei veri chierici di Saint-Nicolas, le vecchie astuzie di mastro
Gonin, conservate da duecento anni nel sale e nello spirito, e che il suo
compare era Villon, il truffatore, non dei ladri di strada come i Guilleris o il
capitano Carrefour. Certo, il malfattore che, appostato sulla strada, spoglia
brutalmente il viaggiatore disarmato, faceva orrore anche a lui, come quelli
che senza alcuno sforzo d’immaginazione penetrano scassinando in qualche
casa isolata, la saccheggiano e spesso scannano i padroni. Ma se avesse
conosciuto l’impresa di quel ladro di classe, il quale, forando un muro per
introdursi in un alloggio, si prese la pena di scavare l’apertura a forma di
trifoglio gotico, perché l’indomani, accorgendosi del furto, la gente capisse
che l’aveva eseguito un uomo di gusto, certamente Godinot Chevassut lo
avrebbe stimato molto più di Bertrand di Clasquin o dell’imperatore Cesare,
a dir poco.

III. Le brache del magistrato


Detto questo, credo che sia l’ora di alzare il sipario e, seguendo l’uso delle
nostre antiche commedie, dare un calcio nel didietro a messer Prologo, che
sta diventando oltraggiosamente prolisso, tanto che dal suo esordio le
20 “Gergo, seguito dagli Stati Generali del regno dell’Argot, e dai Dialoghi del ragazzaccio e dell’affamato, opera di un
garzone di bottega, che rubacchia in lana nella città di Tours, e stampato con l’autorizzazione del re di Thunes,
Fiacre il contafrottole” (N.d.T.).
candele sono già state smoccolate tre volte. Si affretti dunque a terminare,
come Bruscambille, scongiurando gli spettatori «di pulire le imperfezioni del
suo discorso con le spazzole delle loro umanità, e di ricevere un clistere di
scuse negli intestini della loro impazienza»; ecco è finito, l’azione sta per
cominciare.
L’azione si svolge in un grande salone oscuro e rivestito in legno. Il vecchio
magistrato, seduto in un’ampia poltrona scolpita, con le zampe ritorte, e la
spalliera coperta dalla sua foderina di damasco a frange, si prova un paio di
brache sbuffanti, nuovissime, che gli ha appena portato Eustachio Bouteroue,
apprendista di mastro Goubard, drappiere calzettaio. Allacciandosi i
cordoncini, messer Chevassut si alza e si siede successivamente, rivolgendo
di tanto in tanto la parola al giovanotto, che, rigido come la statua di un
santo, si è seduto sull’angolo di uno sgabello e lo guarda timido ed esitante.
«Uhm! quelle hanno fatto il loro tempo!» dice spingendo via col piede le
vecchie brache che si è appena tolte; «mostravano la corda come
un’ordinanza proibitiva della prevostura; e poi, tutti i pezzi si dicevano
addio… un addio straziante!»
Tuttavia il faceto magistrato raccolse ancora il vecchio “indumento
necessario” per prendervi la borsa, dalla quale trasse alcune monete.
«Certo» proseguì «noialtri gente di legge i nostri vestiti li portiamo a lungo,
per via della toga sotto la quale li indossiamo finché il tessuto resiste e le
cuciture si mantengono solide; per questo, siccome tutti devono vivere, anche
i ladri, e per conseguenza i drappieri calzettai, non toglierò niente dai sei
scudi che mastro Goubard mi domanda; ai quali aggiungo generosamente
uno scudo tosato per il garzone di bottega, a patto che non lo cambi a minor
prezzo, ma lo faccia passare per buono a qualche sciocco borghese,
adoperando, a questo scopo, tutte le risorse del suo cervello; altrimenti,
conservo il detto scudo per la questua di domani domenica, a Notre-Dame.»
Eustachio Bouteroue prese i sei scudi e lo scudo tosato, e fece una gran
riverenza.
«Su via ragazzo, si comincia a “mangiucchiare” alla drapperia? Sapete
guadagnare sulle misure, sul taglio, e “appioppare” agli avventori roba
vecchia per nuova, grigio per nero?… Sapete mantenere insomma la vecchia
reputazione dei venditori dei Mercati?»
Eustachio alzò gli occhi sul magistrato con un certo spavento; poi, pensando
che scherzasse, si mise a ridere; ma il magistrato non scherzava.
«Non mi piacciono» aggiunse «le ladronerie dei mercanti; il ladro ruba e non
inganna; il mercante ruba e inganna. Un uomo furbo, dalla lingua sciolta e
che sa di latino, compra un paio di brache, discute a lungo sul prezzo e finisce
per pagare sei scudi. Viene poi un onesto cristiano, di quelli che qualcuno
chiama “gonzi”, altri “buoni avventori”, se accade che compri un paio di
brache uguali a quelle dell’altro, e confidando nel calzettaio che giura sulla
propria onestà in nome della Vergine e dei Santi, le paghi otto scudi, non lo
compiangerò, perché è uno sciocco. Ma, mentre il mercante conta le somme
che ha ricevuto e fa risuonare con soddisfazione i due scudi, che sono la
differenza fra la prima e la seconda vendita, passa davanti alla bottega un
pover’uomo, che viene portato in galera per aver rubato da una tasca qualche
sporco fazzoletto bucato: “Ecco uno scellerato” grida il mercante; “se la
giustizia fosse giusta, quel furfante dovrebbe essere arrotato vivo, ed io
andrei a vederlo” continua a dire, tenendo sempre stretti nella mano i due
scudi. Eustachio, cosa pensi che accadrebbe se, secondo il desiderio del
mercante, la giustizia fosse giusta?»
Eustachio non rideva più; il paradosso era troppo inaudito perché lui
pensasse a rispondere, e la bocca da cui usciva lo rendeva quasi inquietante.
Godinot Chavessut, vedendo il giovanotto sbalordito come un lupo preso in
trappola, si mise a ridere con quel suo particolare riso, gli dette uno
schiaffetto sulla guancia e lo congedò. Eustachio discese tutto pensieroso la
scala con la balaustra di pietra, quantunque sentisse da lontano, nel cortile
del Palazzo, la trombetta di Galinette la Gaiine, il buffone del celebre
ciarlatano Geronimo, che chiamava i minchioni a sentir le sue facezie e a
comperare le droghe del suo padrone; questa volta non vi prestò ascolto, e
decise di traversare il Ponte Nuovo per raggiungere il quartiere dei Mercati.

IV. Il Ponte Nuovo


Finito di costruire sotto Enrico IV, il Ponte Nuovo è il più importante
monumento del suo regno. Nulla può paragonarsi all’entusiasmo che suscitò,
quando dopo immensi lavori attraversò la Senna con le sue dodici arcate, per
congiungere più strettamente le tre città della grande capitale.
Divenne presto il ritrovo dei numerosissimi fannulloni di Parigi, e per
conseguenza, di tutti i giocolieri, venditori d’unguenti e borsaioli, i cui
mestieri vengono messi in moto dalla folla, come un mulino dalla corrente di
un fiume.
Quando Eustachio Bouteroue uscì dal triangolo della piazza Dauphine, il sole
saettava i suoi raggi polverosi sul ponte allora affollatissimo, giacché i
parigini amavano passeggiare soltanto per le strade lastricate, fiorite di
mercanzie, ed ombreggiate dalle mura e dalle case.
Eustachio fendeva a gran fatica quel fiume di gente che incrociava l’altro
fiume e scorreva lentamente da un capo all’altro del ponte, arrestandosi al
minimo ostacolo, come pezzi di ghiaccio trasportati dall’acqua, e formando
mille ingorghi e mille risucchi intorno a qualche giocoliere, cantore o
mercante che vantava la propria merce. Molti si fermavano lungo il parapetto
per veder passare i battelli e le zattere sotto le arcate, oppure per contemplare
la magnifica vista che offriva la Senna a valle del ponte, la Senna che
costeggiava a destra la lunga fila degli edifici del Louvre, a sinistra il grande
Pré-aux-Clercs, solcato dai suoi bei viali di tigli, incorniciato dai salici grigi
arruffati e dai salici verdi piangenti sull’acqua; poi, sulle due rive, la torre di
Nesle e la torre di Bois, che sembravano fare da sentinella alle porte di Parigi,
come i giganti dei romanzi antichi.
Ad un tratto, un grande scoppio di petardi fece volgere gli occhi di tutti i
passanti verso un sol punto, annunciando uno spettacolo degno d’attenzione.
Al centro di una di quelle piccole piattaforme a mezzaluna, poco tempo
prima ancora sormontate di botteghe in pietra, e che lasciavano ora degli
spazi vuoti al di sopra di ogni pilastro del ponte e al di fuori della
carreggiata, stava un giocoliere. Aveva rizzato una tavola e, su questa tavola,
passeggiava una bellissima scimmia vestita da diavolo, rosso e nero, con la
coda naturale: senza la minima timidezza lanciava una quantità di petardi e
girandole d’artificio, con grave danno di tutte le barbe e i collarini che non si
scostavano abbastanza in fretta.
Il suo padrone era una figura di bohémien, comune cent’anni prima, già rara
allora, e oggi annegata e perduta nella bruttezza e nella banalità delle nostre
facce borghesi. Aveva un profilo tagliente come un’ascia, una fronte alta ma
dritta, un naso lunghissimo e gobbo, non tuttavia aquilino come il naso
romano, ma molto rincagnato e che con la punta sorpassava di poco la bocca
dalle labbra sottili e sporgenti e il mento rientrato; due occhi lunghi, tagliati
obliquamente sotto le sopracciglia disegnate a V, e lunghi capelli neri
completavano l’insieme; qualcosa di flessibile e di sciolto nei gesti e
nell’atteggiamento del corpo svelava, in lui, un mariuolo svelto e destro, rotto
per tempo a parecchi mestieri e a moltissime astuzie.
Indossava con dignità un vecchio costume da buffone; in testa aveva un gran
cappello di feltro a larghe tese, molto sgualcito e accartocciato; mastro Gonin
era il nome che tutti gli davano, sia per la sua abilità e i suoi giuochi di
destrezza, sia che egli discendesse effettivamente dal famoso giocoliere che
fondò, sotto Carlo VI, il teatro degli Enfants-sans-Souci e per primo portò il
titolo di Principe degli Sciocchi. Questo titolo, all’epoca della nostra storia,
era passato al signor d’Engoulevent, che ne sostenne le prerogative sovrane
anche dinanzi ai parlamenti.

V. La buona ventura
Vedendo radunato un buon numero di persone, il giocoliere cominciò a far
saltare dei bussolotti, suscitando una vivace ammirazione. Vero è che il
compare aveva scelto il suo posto sulla mezzaluna con un certo scopo, e non
soltanto, come pareva, per non intralciare la circolazione; in tal modo, aveva
gli spettatori davanti a sé e non dietro.
Il fatto è che allora quest’arte non era come oggi, quando il giocoliere lavora
circondato dal pubblico. Terminati i giuochi di bussolotti, la scimmia fece un
giro in mezzo alla folla raccogliendo un bel mucchio di quattrini, e
ringraziando galantemente accompagnava il suo saluto con un gridolino
molto simile a quello del grillo. Ma i giuochi dei bussolotti erano soltanto un
preludio; e, con un preambolo forbitissimo, il nuovo mastro Gonin annunciò
che sapeva anche predire l’avvenire con la cartomanzia, la chiromanzia, e i
numeri pitagorici; i suoi talenti non si potevano pagare, naturalmente, ma lui
lo avrebbe fatto per un soldo, per favorire il pubblico. Parlando mescolava un
gran mazzo di carte, che la scimmia, Pacolet, distribuiva con molta
intelligenza a tutti quelli che tendevano la mano.
Quando ebbe soddisfatto tutte le richieste, il suo padrone chiamò
successivamente gli spettatori nella piattaforma con il nome delle loro carte, e
predisse a ciascuno la buona o cattiva fortuna, mentre Pacolet, che aveva
ricevuto una cipolla a compenso del servizio, divertiva il pubblico con le sue
smorfie, insieme soddisfatta e infelice, ridendo con la bocca e lacrimando
dall’occhio, alternando ad ogni boccone un brontolio di gioia e una smorfia
pietosa.
Anche Eustachio Bouteroue aveva preso una carta, e fu chiamato per ultimo.
Mastro Gonin osservò attentamente la sua lunga e ingenua figura, e gli
rivolse la parola con tono enfatico:
«Ecco il passato: voi avete perduto padre e madre; da sei anni, siete
apprendista da un drappiere sotto i portici dei Mercati. Ecco il presente: il
vostro padrone vi ha promesso in sposa la sua unica figlia; conta di ritirarsi e
di lasciarvi il suo commercio. Quanto al futuro, datemi la mano.»
Eustachio, stupitissimo, gli tese la mano, e il giocoliere ne esaminò
curiosamente le linee, aggrottò le ciglia con aria di esitazione e chiamò la sua
scimmia come per consultarla. Questa prese la mano di Eustachio, la guardò,
poi saltando sulla spalla del suo padrone, sembrò parlargli all’orecchio; ma,
in realtà, essa muoveva soltanto le labbra, svelta svelta, come fanno gli
animali quando sono malcontenti.
«Che cosa strana!» esclamò infine mastro Gonin «un’esistenza così semplice
all’inizio, così borghese, tende verso una trasformazione tanto poco comune,
verso una meta tanto alta!… Ah! mio giovane galletto, romperete il vostro
guscio; andrete in alto, molto in alto… morrete più grande di quanto siete
ora.»
“Bene!” disse Eustachio fra sé “questa gente promette sempre le stesse cose.
Ma come può sapere le cose che mi ha detto prima? È meraviglioso!… A
meno che non mi conosca in qualche modo.”
Trasse dalla borsa lo scudo tosato del magistrato, pregando il giocoliere di
dargli il resto. Forse egli aveva parlato troppo piano, perché costui non sentì
affatto le sue parole e rigirando la moneta fra le dita, così riprese:
«Vedo che sapete vivere, e alla predizione veritiera ma un po‘ ambigua che vi
ho fatto aggiungerò, allora, qualche particolare. Sì, amico mio, avete fatto
bene a non saldarmi con un soldo come gli altri, anche se il vostro scudo ha
perso un buon quarto del suo valore; ma non importa, questa bianca moneta
sarà per voi uno specchio splendente in cui si rifletterà la pura verità.»
«Ma» osservò Eustachio «quello che avete detto sulle mie grandezze future,
non era dunque la verità?»
«Mi avete chiesto la buona ventura, e io ve l’ho detta, ma ci mancava la
chiosa… Orsù, come avete interpretato la meta elevata che, nella mia
predizione, ho attribuito alla vostra esistenza?»
«Ho capito che posso diventare sindaco dei drappieri-calzettai, fabbriciere,
scabino…»
«Parli a vanvera, cosa vai cercando senza candela?…
E perché non il gran sultano dei Turchi, l’Amorabaquin? 21…
Eh! no, no, amico mio, non è così che bisogna intenderla; e giacché desiderate
la spiegazione di questo oracolo sibillino, vi dirò che nel nostro stile “andare
in alto” si dice per quelli che si mandano a custodire i montoni nella luna,
mentre “andar lontano” per quelli che vengono spediti a scrivere la loro
storia nell’oceano, con penne lunghe quindici piedi…»
«Ah! bene, ma se mi spiegaste la vostra spiegazione, capirei certamente.»
«Sono due oneste frasi che sostituiscono due parole: “forca” e “galera”. Voi
andrete in alto e io lontano. Quanto a me, questo è perfettamente indicato
dalla linea mediana attraversata ad angolo retto da altre linee meno
pronunciate; per voi, da una linea che taglia quella del mezzo senza
continuare oltre, e da un’altra che le attraversa obliquamente tutte e due…»
«La forca!» esclamò Eustachio.
«Ma ci tenete proprio tanto ad una morte orizzontale?» osservò mastro
Gonin. «Sarebbe puerile; pensate che siete sicuro di sfuggire a tutte le sorti
che aspettano gli altri mortali. Inoltre è possibile che, quando Madama forca
vi solleverà per il collo a braccia tese, voi non siate più che un vecchio
disgustato della vita e di tutto… Ma suona mezzogiorno, è l’ora in cui, per
ordine del prevosto di Parigi, siamo scacciati dal Ponte Nuovo fino a sera.
Ora, se vi occorresse qualche consiglio, qualche sortilegio, incantesimo o
filtro, in caso di pericolo, per amore o per vendetta, io abito laggiù, alla fine
del ponte nel castello Gaillard. La vedete quella torretta a punta?…»
«Una parola ancora, per favore» disse Eustachio tremando «il mio
matrimonio sarà felice?»
«Portatemi vostra moglie, e ve lo dirò… Pacolet, una riverenza al signore, e
un baciamano.»

21 Nome popolare dato nel Medioevo a Bayazid, sultano dei Turchi (N.d.T.).
Il giocoliere ripiegò la sua tavola, se la mise sotto il braccio, prese la scimmia
sulla spalla, e si diresse verso il castello Gaillard, canticchiando fra i denti una
vecchissima canzone.

VI. Croci e miserie


Era proprio vero che Eustachio Bouteroue stava per sposarsi con la figlia del
drappiere-calzettaio. Era un ragazzo saggio, molto pratico nel commercio e,
quando era libero, non andava come tanti altri a giocare alle bocce o a palla-
corda, ma si metteva a fare i conti, a leggere il Bocage des six corporations, e ad
imparare un po‘ di spagnolo che, come oggi l’inglese, un mercante doveva
conoscere a quel tempo, a causa del gran numero di Spagnoli che abitavano a
Parigi. Mastro Goubard, essendosi dunque convinto in sei anni della perfetta
onestà e dell’eccellente carattere del suo commesso, e avendo per di più
sorpreso fra lui e sua figlia un amore virtuoso e severamente represso, aveva
deciso di unirli in matrimonio, durante l’estate, il giorno della festa di San
Giovanni, per ritirarsi poi a Laon, in Piccardia, dove aveva dei beni di
famiglia.
Eustachio tuttavia non possedeva niente; ma non si usava, a quel tempo,
sposare un sacco di scudi con un altro sacco di scudi; i genitori consideravano
talvolta i gusti e le simpatie dei futuri sposi, e si davano la briga di studiare a
lungo il carattere, la condotta e la capacità delle persone che sarebbero entrate
nella loro famiglia; ben diversamente dai padri d’oggi, i quali esigono
maggiori garanzie morali da un domestico che da un futuro genero.
Ora la predizione del giocoliere aveva talmente condensato le idee, così poco
fluide, dell’apprendista drappiere, ch’egli era rimasto tutto stordito al centro
della piattaforma e non udiva le voci argentine che chiacchieravano nei
campanili della Samaritaine, ripetendo “mezzodì! mezzodì!”… Ma, a Parigi,
il mezzogiorno suona per un’ora di seguito, e l’orologio del Louvre prese ben
presto la parola con più solennità. seguito da quello dei Grands-Augustins e
da quello dello Châtelet; tanto che Eustachio spaventato del suo ritardo prese
a correre con tutte le forze, lasciandosi dietro, in pochi minuti, la via della
Zecca, via del Borrel e via Tirechappe; soltanto allora rallentò il passo e, dopo
aver voltato nella via della Beccheria di Beauvais, si rischiarò in fronte
scorgendo gli ombrelloni rossi dei Mercati, i palchi degli Enfants-sans-Souci,
la scala e la croce, e la graziosa lanterna del palo della gogna, coperta dalla
tettoia a piombo. Era in questa piazza, sotto uno di quegli ombrelloni, che la
sua futura sposa, Javotte Goubard, lo attendeva. La maggior parte dei
mercanti dei portici avevano i loro banchi anche sulla piazza dei Mercati:
sorvegliati da una persona di famiglia, servivano di succursale alla loro
oscura bottega. Javotte si recava ogni mattina al banco di suo padre e, seduta
in mezzo alle mercanzie, talora lavorava con l’uncinetto, talora si alzava per
chiamare i passanti, li afferrava strettamente per le braccia e non li lasciava
fino a che non avessero comperato qualcosa; ciò che non le impediva d’essere
la ragazza più timida che avesse raggiunto i vent’anni senza sposarsi; piena
di grazia, delicata, bionda, Javotte era alta ma leggermente curva in avanti,
come la maggior parte delle venditrici che siano di figura slanciata e fragile;
arrossiva come una fragola appena doveva dire qualche parola che non
riguardasse il commercio mentre, a questo proposito, non la cedeva in
sfacciataggine e parlantina a nessuna venditrice dei Mercati.
A mezzogiorno, Eustachio veniva regolarmente a sostituire la fidanzata sotto
l’ombrellone rosso, e lei andava a mangiare alla bottega con suo padre. Era
per questo che egli si recava in quel momento da Javotte, temendo molto che
il suo ritardo le avesse fatto perdere la pazienza; ma non appena la vide da
lontano, gli sembrò calmissima; con il gomito appoggiato sopra un rotolo di
stoffa, seguiva molto attentamente la conversazione animata e rumorosa d’un
bel militare, il quale stava chino sul medesimo rotolo, e assomigliava
pochissimo ad un cliente.
«È il mio promesso!» disse Javotte sorridendo allo sconosciuto, che fece un
leggero movimento con la testa senza cambiar posizione; e squadrava il
commesso dal basso in alto, con il disprezzo che i militari dimostrano per i
borghesi che non hanno un aspetto troppo autorevole.
«Assomiglia un po‘ ad uno dei nostri trombettieri» osservò lui gravemente;
«soltanto che quell’altro è più grosso di gambe; ma sai, Javotte, il
trombettiere, in uno squadrone, è un po‘ meno d’un cavallo e un po‘ più d’un
cane…»
«Questo è mio nipote» disse Javotte a Eustachio, spalancandogli in faccia i
suoi grandi occhi azzurri con un sorriso di perfetta soddisfazione; «ha
ottenuto il congedo per venire alle nostre nozze. Come sta bene, eh? È
archibugiere a cavallo… Oh! che bello squadrone! Se foste diventato come lui,
Eustachio… ma non siete abbastanza alto, non siete abbastanza forte…»
«E per quanto tempo» disse timidamente il giovanotto «il signore ci farà il
piacere di stare a Parigi?»
«Dipende» disse il militare raddrizzandosi, dopo aver fatto attendere un poco
la risposta. «Ci hanno mandato nel Berry per sterminare i croquants 22 e, se
quelli se ne staranno tranquilli ancora per un po‘, vi regalerò un mese intero;
ma, in ogni caso, verremo a Parigi per San Martino, a sostituire il reggimento
del signor d’Humières, e allora potrò vedervi tutti i giorni e per sempre.»
Eustachio esaminava l’archibugiere a cavallo, cercando di non incontrare i
suoi sguardi, e trovava che le sue proporzioni fisiche eccedevano decisamente
quelle che si convengono ad un nipote.
«Dicendo tutti i giorni» riprese quest’ultimo «mi sbaglio; perché il giovedì, c’è

22 Contadini ribelli nel XVI e XVII secolo (N.d.T.).


la grande parata… Ma abbiamo la sera libera, e in realtà, potrò sempre cenare
con voi, in quei giorni.»
“Ma conta di mangiare con noi anche negli altri?” pensò Eustachio… «Non
mi avevate detto, signorina Goubard, che il signore vostro nipote era così…»
«Così bello? Oh! sì, come è diventato grande! Perbacco, erano sette anni che
non l’avevamo visto, il povero Giuseppe e, d’allora, n’è passata dell’acqua
sotto i ponti…»
“E a lui, glie n'è passato di vino sotto il naso” pensò il commesso,
meravigliato dalla faccia risplendente del suo futuro nipote; “non si diventa
rossi con l’acqua tinta, e le bottiglie di mastro Goubard balleranno il trescone
dei morti prima delle nozze, e forse anche dopo…”
«Andiamo a mangiare, papà deve essere impaziente!» disse Javotte alzandosi.
«Oh! ti voglio dare il braccio, Giuseppe!… E dire che una volta ero io la più
alta, quando avevo dodici anni e tu dieci; mi chiamavano la mamma… Come
sono orgogliosa di dare il braccio ad un archibugiere! Mi porterai a
passeggio, non è vero? Esco così poco;
non posso andare da sola e, la domenica sera, devo assistere alle funzioni,
perché faccio parte della confraternita della Vergine ai Santi-Innocenti, devo
tenere il nastro dello stendardo…»
Quel cicaleccio femminile, interrotto dal passo cadenzato e sonoro del
cavaliere, quella figura graziosa e leggera che saltellava allacciata all’altra
massiccia e rigida, si persero ben presto nell’ombra sorda dei portici che
costeggiano la via dei Bottai, e agli occhi di Eustachio rimase solo una nebbia
e ai suoi orecchi un borbottio confuso.

VII. Miserie e croci


Fin qui abbiamo seguito passo passo quest’azione borghese, senza mettere
più tempo a raccontarla di quanto essa ne abbia impiegato a svilupparsi; e
ora, nonostante il nostro rispetto, o piuttosto la nostra profonda venerazione
per le unità anche nel romanzo, ci vediamo costretti a far compiere, ad una
delle tre, un salto di alcuni giorni. Le tribolazioni di Eustachio riguardo al suo
futuro nipote sarebbero forse molto curiose, se le raccontassimo, ma furono
tuttavia meno amare di quanto avreste potuto giudicare. Eustachio si
rassicurò ben presto sui sentimenti della fidanzata: Javotte aveva soltanto
conservato un’impressione un po‘ troppo viva dei ricordi d’infanzia, che, in
una vita così poco movimentata come la sua, assumevano un’importanza
smisurata. Nell’archibugiere a cavallo, aveva veduto soltanto il ragazzo
allegro e rumoroso, il vecchio compagno di giuochi; ma non tardò ad
accorgersi che quel bambino era cresciuto, e si comportava diversamente, e
diventò più riservata con lui.
Quanto al militare, a parte qualche abituale familiarità, non dimostrava verso
la giovane zia intenzioni peccaminose; egli apparteneva a quella categoria di
persone a cui le donne oneste non ispirano desideri e, in quel momento,
diceva come Tabarin che “la sua amica era la bottiglia”. Durante i primi tre
giorni dopo il suo arrivo, non lasciò mai Javotte, e la sera la conduceva anche
al Corso della Regina, accompagnata soltanto dalla grossa serva di casa, con
gran dispiacere di Eustachio. Ma la cosa non durò molto; l’archibugiere non
tardò ad annoiarsi della compagnia di Javotte e prese l’abitudine di uscire da
solo tutto il giorno, conservando tuttavia l’attenzione di rientrare all’ora dei
pasti.
La sola cosa che inquietava Eustachio, era di vedere questo parente sistemato
così bene nella sua futura casa che sembrava difficile poterlo allontanare con
la dolcezza, tanto pareva insediarsi ogni giorno più solidamente. Nondimeno
era soltanto un nipote acquistato di Javotte, poiché era nato da una figlia che
la defunta sposa di mastro Goubard aveva avuto dal suo primo matrimonio.
Ma come fargli comprendere che tendeva ad esagerare l’importanza dei
legami di famiglia e che riguardo ai diritti e ai privilegi della parentela, aveva
delle idee troppo larghe, troppo decise, ed in qualche modo, troppo
patriarcali?
Era tuttavia probabile che lui stesso si sarebbe presto accorto della sua
indiscrezione, ed Eustachio decise di aver pazienza “come le dame di
Fontainebleau, quando la corte è a Parigi”, come dice il proverbio.
Ma, anche dopo le nozze, le abitudini dell’archibugiere a cavallo non
cambiarono affatto; egli fece anzi sperare che, grazie alla tranquillità dei
croquants, sarebbe potuto restare a Parigi fino all’arrivo del suo squadrone.
Eustachio tentò alcune allusioni epigrammatiche al fatto che certe persone
prendevano le botteghe per delle osterie, ed altre che non furono capite, o
sembrarono troppo deboli; del resto, non osava ancora parlarne apertamente
a sua moglie e a suo suocero, non volendo darsi l’aria, nei primi giorni del
matrimonio, di persona interessata, lui che doveva tutto a loro.
La compagnia del soldato non era poi troppo divertente: la sua bocca era la
perpetua campana della sua gloria, che per metà era fondata sui trionfi nei
duelli che facevano di lui il terrore dell’esercito, e per metà sulle sue prodezze
contro i “briganti”, gli infelici contadini francesi a cui i soldati del re Enrico
facevano guerra perché non avevano potuto pagare la tassa, e che non
parevano troppo vicini a godere la famosa “gallina in pentola”…
Questa eccessiva millanteria era allora molto comune, come nei tipi dei
Tagliabraccia e dei Capitan Matamoros, riprodotti incessantemente nelle
opere comiche dell’epoca, e deve essere attribuita, io penso, all’irruzione
vittoriosa della Guascogna a Parigi, al seguito del Navarrino. Questa
bizzarria, diffondendosi, si indebolì ben presto e, alcuni anni dopo, il barone
di Fœneste ne fu il ritratto già molto addolcito, ma di una comicità più
perfetta; infine la commedia del Menteur, nel 1662, lo mostrò ridotto a delle
proporzioni quasi comuni.
Ma quello che irritava di più il buon Eustachio, era la continua tendenza del
militare a trattarlo come un ragazzetto, a mettere in evidenza i lati più
sfavorevoli del suo aspetto ed infine a dargli in ogni occasione, davanti a
Javotte, un’aria ridicola, molto svantaggiosa per lui in quei primi giorni di
matrimonio, in cui un novello sposo ha bisogno di stabilirsi su un piede di
rispettabilità e di prendere posizione per l’avvenire; aggiungete poi che ci
voleva ben poco a ferire l’amor proprio così recente e così rigido ancora di un
uomo appena stabilito in bottega, patentato e giurato.
Un’ultima tribolazione non tardò a colmare la misura. Siccome Eustachio
doveva far parte della guardia del Corpo dei mestieri e non voleva, come il
buon mastro Goubard, prestare servizio in abito borghese e con una alabarda
presa in prestito dal capitano del quartiere, aveva comprato una spada a
coccia ma senza più coccia, una celata e un ghiazzerino in rame rosso già
minacciato dal martello del calderaio e, dopo essere stato tre giorni a pulirli e
a forbirli, riuscì a dar loro un certo lustro; ma quando li indossò e si mise a
passeggiare fieramente nella sua bottega chiedendo se stava bene con la sua
armatura, l’archibugiere cominciò a ridere come “un mucchio di mosche al
sole” e gli disse che pareva uno che avesse addosso la batteria di cucina.

VIII. Il buffetto
Le cose erano a questo punto quando una sera, il 12 o 13, un giovedì in ogni
modo, Eustachio chiuse di buon’ora la bottega; cosa che non si sarebbe
permessa senza l’assenza di mastro Goubard, il quale era partito l’antivigilia
per visitare le sue proprietà in Piccardia, dove egli contava di stabilirsi tre
mesi più tardi, quando il suo successore si fosse solidamente sistemato al suo
posto e avesse completamente acquistato la fiducia dei clienti e degli altri
mercanti.
L’archibugiere, rientrando quella sera come al solito, trovò la porta chiusa e le
luci spente. Egli ne fu molto stupito perché allo Chàtelet non era ancora
suonata la tromba di guardia e, siccome non tornava mai senza avere
assaggiato un po‘ di vino, la sua contrarietà si manifestò con una violenta
imprecazione che fece sussultare Eustachio, il quale era salito all’ammezzato
ma non era ancora a letto, e già si spaventava per l’audacia della sua
risoluzione.
«Olà! Ehi!» gridò l’altro dando un calcio alla porta «è festa stasera? Cos’è, San
Michele, la festa dei drappieri, dei ladri di notte, dei tagliaborse?…»
E si mise a dar pugni sulla porta, come se picchiasse su un tamburo; con il
medesimo effetto che se avesse pestato l’acqua in un mortaio.
«Ehi! zio, zia!… volete farmi dormire all’aria aperta, per terra? Volete farmi
morsicare dai cani e dalle bestie?… Olà! ehi! Al diavolo i parenti! Perbacco,
quelli ne sono capacissimi!… E il sangue non conta, zoticoni! Ohi ohi! scendi
borghese, ti porto quattrini!… Che ti venga un cancro, villano cialtrone.»
L’arringa del povero nipote non turbò minimamente il volto di legno del
portone; adoperava a vuoto le sue parole, come il venerabile Beda quando
predicava ad un mucchio di pietre.
Ma se le porte sono sorde, le finestre non sono cieche, e c’è un mezzo molto
semplice per rischiarare il loro sguardo: il soldato uscì dall’oscura galleria dei
portici, indietreggiò fino al centro della via dei Bottai e, raccolto un coccio, lo
lanciò con tale precisione che accecò una delle piccole finestre
dell’ammezzato. Era un accidente a cui Eustachio non aveva pensato, un
formidabile punto interrogativo alla domanda in cui si riassumeva tutto il
monologo del militare: perché mai non mi aprono la porta?…
Eustachio prese subito una risoluzione: un codardo che si è montato la testa
somiglia ad un avaro che si mette a spendere e spinge le cose all’estremo; e
per di più gli stava a cuore di far bella figura dinanzi alla novella sposa, che
poteva aver perduto un po‘ di rispetto per lui, vedendolo da parecchi giorni
servir da quintana al militare, con la differenza che la quintana talvolta
restituisce dei buoni colpi. Si tirò dunque il cappello di traverso e si precipitò
giù per la stretta scala dell’ammezzato, prima che Javotte pensasse a
fermarlo. Passando per il retrobottega staccò il suo spadone, e, soltanto
quando sentì nella mano ardente il freddo dell’impugnatura metallica, si
fermò un istante e, mentre i piedi gli si facevano di piombo, si diresse verso la
porta con la chiave in mano. Ma un secondo vetro che s’infranse con grande
rumore, e i passi della moglie dietro di lui, gli restituirono tutta la sua
energia; aprì precipitosamente la porta massiccia piantandosi sulla soglia con
la spada nuda, come l’arcangelo “all’uscita del paradiso terrestre”.
«Che vuole dunque questo nottolone, questo disgraziato ubriacone che beve
vino da un soldo, questo rompipiatti vecchi?…» gridò con una voce che
avrebbe tremato, se avesse preso appena due note più basse. «È questo il
modo di comportarsi con le persone per bene?… Su, voltate i tacchi senza
indugio ed andatevene a dormire al cimitero, insieme ai vostri simili,
altrimenti chiamo i vicini e gli sbirri e vi faccio portar via!»
«Oh! oh! ecco come canti ora, contafrottole! stasera t’hanno imbeccato con
una trombetta?… Bene, è diverso… mi piace vederti parlare tragicamente
come Spaccamontagna, gli uomini di fegato sono il mio debole… Vieni qua
che t’abbraccio, Picrochole!23…»
«Vattene, vagabondo! Non senti che questo fracasso sveglia i vicini? Ti
condurranno al primo corpo di guardia come un aggressore e un ladro.
Vattene, senza far schiamazzi e non tornare più!»

23 Personaggio di Rabelais, sempre pronto a iniziare guerre impossibili (N.d.T.).


Ma, al contrario, il soldato s’avanzava sotto il colonnato e questo smorzò un
poco la fine della risposta di Eustachio.
«Hai detto bene!» disse egli a quest’ultimo «il tuo avvertimento è onesto e
merita una ricompensa…»
Appena il tempo di contare fino a due, ed aveva scoccato sul naso del
giovane drappiere un buffetto tale che glielo fece diventar cremisi:
«Tientelo, se non hai spiccioli!» esclamò; «e non ti dico addio, zio caro!»
Eustachio non poté sopportare pazientemente l’affronto, più umiliante d’uno
schiaffo, davanti alla novella sposa e, nonostante gli sforzi che lei faceva per
trattenerlo, si slanciò verso l’avversario che se ne stava andando, e gli diede
un colpo di taglio che avrebbe fatto onore al braccio del prode Ruggero, se la
spada fosse stata una “balisarda”; ma la spada non tagliava più dal tempo
delle guerre di religione e non scalfì il giaco di bufalo del soldato; costui gli
afferrò subito tutte e due le mani e le strinse in maniera tale che prima cadde
a terra la spada, poi il paziente si mise ad urlare come un forsennato,
allungando furiosi calci agli stivali molli del suo aguzzino.
Fortunatamente s’interpose Javotte: i vicini se ne stavano a guardare la rissa
dalle finestre, ma non pensavano lontanamente a scendere per mettervi fine,
e Eustachio, traendo le sue dita bluastre dalla morsa naturale che le aveva
serrate, dovette fregarsele a lungo per far sì che perdessero la forma quadrata
che avevano assunto.
«Io non ti temo» esclamò «e ci rivedremo! Trovati, se hai solo il cuore d’un
cane, trovati domattina al Pré-aux-Clercs!… Alle sei, gaglioffo! e ci batteremo
a morte, tagliacantoni!»
«Il posto è scelto bene, mio eroe, e ci comporteremo da gentiluomini! A
domani dunque; per san Giorgio, la notte ti sembrerà breve!»
Il militare pronunciò queste parole con un rispetto che fino allora non aveva
mai mostrato. Eustachio si volse fieramente verso sua moglie; la sfida l’aveva
fatto crescere di sei spanne. Raccolse la spada e rientrò chiudendo la porta
con gran fracasso.

IX. Il castello Gaillard


Quando il giovane mercante drappiere si svegliò, l’ebbrezza della sera prima
l’aveva completamente abbandonato. Non gli fu difficile confessare che era
stato molto ridicolo a proporre un duello all’archibugiere, lui che non sapeva
maneggiare che il metro di legno, con il quale, al tempo del suo tirocinio, si
era spesso battuto con i compagni nell’orto dei Certosini. Perciò non esitò a
prendere la ferma risoluzione di restare a casa, lasciando l’avversario a
passeggiare la propria tracotanza al Pré-aux-Clercs, e a dondolarsi sui piedi
come un “papero al guinzaglio”.
Passata l’ora dell’appuntamento, si alzò, aprì la bottega senza dire neppure
una parola alla moglie sulla scena della vigilia; lei, da parte sua, evitò di fare
la minima allusione. Mangiarono silenziosamente, poi Javotte andò, come al
solito, a mettersi sotto l’ombrellone rosso, lasciando il marito, insieme alla
fantesca, ad esaminare i difetti di una pezza di stoffa. Bisogna dire che
Eustachio volgeva sovente gli occhi alla porta, temendo ad ogni momento che
il terribile parente venisse a rimproverargli la sua viltà e la sua mancanza di
parola. Ora, verso le otto e mezzo, scorse di lontano l’uniforme
dell’archibugiere spuntare sotto i portici, ancora bagnato dalle ombre come
un cavaliere tedesco di Rembrandt con la luce che brilla su tre lustrini, quello
del morione, quello del giaco e quello del naso; funesta apparizione che
s’ingrandiva e si illuminava rapidamente, ed il cui passo metallico sembrava
battesse ad ogni istante l’ultima ora del nostro drappiere.
Ma la stessa uniforme non rivestiva la stessa figura; e, per parlare più
semplicemente, colui che si fermò davanti alla bottega di Eustachio, rimesossi
con grande sforzo dallo spavento, era un militare amico dell’altro, il quale gli
rivolse la parola in modo molto calmo e civile.
Gli fece sapere, innanzitutto, che il suo avversario, dopo aver atteso per due
ore nel luogo dell’appuntamento senza vederlo arrivare, e pensando che un
accidente imprevisto gli avesse impedito di recarsi colà, sarebbe tornato
l’indomani, alla medesima ora, nel medesimo luogo, ed avrebbe atteso il
medesimo tempo e che, se avesse atteso ancora senza risultato, si sarebbe
recato alla sua bottega, gli avrebbe tagliato le orecchie e gliele avrebbe messe
in tasca, come aveva fatto, nel 1605, il celebre Brusquet ad uno scudiero del
duca di Chevreuse per lo stesso motivo, azione che ottenne il plauso della
corte, e fu generalmente trovata di buon gusto.
Eustachio rispose che l’avversario, con una simile minaccia, faceva torto al
suo coraggio e per questo avrebbe dovuto rendergli doppiamente ragione;
aggiunse che il suo ritardo veniva soltanto dal fatto che non aveva ancora
trovato i padrini.
L’altro parve soddisfatto da questa spiegazione e fece sapere al mercante che
avrebbe trovato eccellenti padrini sul Ponte Nuovo, dinanzi alla Samaritaine,
dove costoro passeggiavano abitualmente. Era gente che non esercitava altra
professione e, per uno scudo, abbracciavano la causa di chiunque, e gli
procuravano persino una spada. Dopo questo discorso, il militare fece un
profondo saluto e se ne andò.
Rimasto solo, Eustachio si mise a pensare e rimase a lungo perplesso: il suo
animo era diviso fra tre risoluzioni principali: ora voleva avvertire il
luogotenente civile delle molestie dell’archibugiere e chiedergli
l’autorizzazione a portare delle armi per difesa; ma anche in questo caso
sarebbero venuti ad un duello. Oppure poteva andare sul posto, dopo aver
avvertito gli sbirri, in modo che arrivassero nel momento in cui il duello
cominciava; ma se arrivavano quand’era già finito? Infine pensava di
interrogare il bohémien del Ponte Nuovo, e fu quest’ultima soluzione che,
alla fine, ebbe il sopravvento.
A mezzogiorno, la serva andò sotto l’ombrellone rosso a sostituire Javotte,
che venne a pranzare con suo marito; durante il pasto, Eustachio non le parlò
affatto della visita che aveva ricevuto, ma la pregò di sorvegliare la bottega
mentre lui sarebbe andato a offrire i suoi servigi ad un gentiluomo arrivato
da poco, che voleva farsi dei vestiti. Prese la borsa dei campioni e si diresse
verso il Ponte Nuovo.
Il castello Gaillard, situato sulla sponda del fiume, all’estremità meridionale
del ponte, era un piccolo edificio sormontato da una torre rotonda, che ai suoi
tempi aveva servito da prigione, ma ora cominciava ad andare in rovina e a
riempirsi di crepacci; lo abitavano solo coloro che non avevano altro asilo.
Dopo aver camminato per qualche tempo con passo malsicuro fra le pietre
che ricoprivano il suolo, Eustachio si trovò di fronte ad una porticina, al
centro della quale era inchiodato un pipistrello. Picchiò piano piano, e subito
la scimmia di mastro Gonin gli aprì alzando un saliscendi; come talvolta i
gatti domestici, era stata ammaestrata per questo servizio.
Il giocoliere se ne stava seduto dinanzi ad un tavolo, e leggeva. Si voltò
gravemente verso il giovanotto, e gli fece cenno di sedersi su uno sgabello.
Quando Eustachio gli ebbe narrato la sua avventura, lo rassicurò, dicendogli
che non era una cosa grave ma aveva fatto benissimo a rivolgersi a lui.
«Mi chiedete un incantesimo» aggiunse «un incantesimo per vincere il vostro
avversario a colpo sicuro; non è questo che vi occorre?»
«Proprio così, se è possibile.»
«Tutti pretendono di fare degli incantesimi, ma da nessuno ne troverete di
così sicuri come i miei; non provengono, come molti, da arti diaboliche;
derivano da uno studio approfondito della magia bianca, e non possono
compromettere, in nessun modo, la salute dell’anima.»
«Così va bene» disse Eustachio «altrimenti non ricorrerei a voi. Ma quanto
costa la vostra magia? Non so ancora se potrò pagarla.»
«Pensateci bene, vi comperate la vita, ed anche la gloria. Credete che per
queste due cose eccellentissime, si possa esigere meno di cento scudi?»
«Cento diavoli che ti portino!» brontolò Eustachio con la faccia scura; «è più
di quanto io possieda!… E che sarà, per me, la vita senza pane e la gloria
senza vestiti? E poi può essere una promessa da ciarlatano, per adescare i
creduloni.»
«Mi pagherete dopo.»
«È già qualcosa… Insomma, che pegno volete?»
«Soltanto la vostra mano.»
«Va bene… Ma io sono un gran balordo ad ascoltare le vostre ciance. Non mi
avete predetto che finirò sulla forca?»
«Senza dubbio, e non ritiro le mie parole.»
«Allora, se è così, che cosa devo temere da questo duello?»
«Solo qualche stoccata e qualche sfregio, che apriranno alla vostra anima le
grandi porte… Dopo sarete raccolto e nondimeno issato sulla forca, morto o
vivo, come prescrive l’editto; e così si compirà il vostro destino. Capite?»
Il drappiere comprese così bene, che si affrettò ad offrire la mano al
giocoliere, domandandogli dieci giorni di tempo per trovare la somma; l’altro
glieli concesse, dopo aver segnato sul muro il giorno della scadenza. Poi
prese il libro di Alberto Magno, commentato da Cornelio Agrippa e
dall’abate Tritemio, l’aprì al capitolo sui “Duelli”, e per rassicurare ancora
Eustachio che la sua operazione non avrebbe avuto niente di diabolico, gli
disse che nel frattempo poteva recitare le preghiere senza timore di
ostacolarlo. Sollevò il coperchio di un forziere, ne trasse fuori un vaso di terra
non verniciato, vi fece un miscuglio di diversi ingredienti come il libro pareva
indicargli, pronunciando a bassa voce una specie d’incantesimo. Quando
ebbe finito, prese la mano destra d’Eustachio, che si faceva il segno della
croce con l’altra, e l’unse fino al polso con la mistura che aveva preparato.
Poi trasse dal forziere una fiala vecchissima e bisunta, e lentamente sparse
alcune gocce sul dorso della mano, pronunciando delle parole latine simili a
quelle che i preti adoperano durante il battesimo.
Soltanto allora, Eustachio sentì in tutto il braccio una specie di scossa elettrica
che lo spaventò molto; gli sembrò che la sua mano fosse come intorpidita, e
tuttavia, cosa veramente singolare, essa si torse e si allungò parecchie volte,
facendo scricchiolare le articolazioni, come un animale che si sveglia; poi non
sentì più niente, la circolazione parve ristabilirsi, e mastro Gonin esclamò che
tutto era finito ed egli poteva sfidare a duello i più audaci bellimbusti della
corte e dell’esercito, e riempirli di occhielli per abbottonare tutti gli inutili
bottoni di cui allora la moda sovraccaricava i vestiti.

X. Il Pré-aux-Clercs
L’indomani mattina, quattro uomini attraversavano i verdi viali del Pré-aux-
Clercs alla ricerca di un luogo adatto e solitario. Arrivati ai piedi della
collinetta che costeggiava la parte meridionale, si fermarono infine in uno
spiazzo destinato al gioco di bocce, che sembrò loro un terreno adatto per
battersi. Allora Eustachio e il suo avversario deposero i loro farsetti, e i
testimoni li perquisirono, secondo l’uso, “sotto la camicia e sotto le brache”. Il
drappiere era emozionato, ma aveva tuttavia fede nell’incantesimo del
bohémien; poiché, come sappiamo, mai le arti magiche, gli incantesimi, i filtri
e i malefizi ebbero più credito che a quel tempo, in cui diedero luogo a tanti
processi che riempiono i registri dei parlamenti, e gli stessi giudici
condividevano la credulità generale.
Il testimonio che Eustachio aveva trovato sul Ponte Nuovo per uno scudo,
salutò l’amico dell’archibugiere e gli chiese se aveva intenzione di battersi
anche lui; siccome l’altro gli rispose di no, incrociò le braccia con indifferenza
e si tirò indietro per vedere i campioni.
Quando l’avversario gli fece il saluto delle armi, il drappiere non poté
reprimere un senso di nausea. Non restituì il saluto: rimase immobile, con la
spada davanti a sé, dritta come un cero, e così malfermo sulle gambe, che
l’archibugiere, il quale in fondo aveva buon cuore, si ripromise di fargli solo
una graffiatura. Ma non appena le draghinasse si toccarono, Eustachio
s’accorse che la mano gli trascinava il braccio in avanti agitandosi
violentemente. Per meglio dire, sentiva soltanto gli stiramenti potenti che
essa esercitava sui muscoli del braccio; i suoi movimenti avevano una forza
ed un’elasticità prodigiosa, simile a quella di una molla di acciaio; tanto che il
militare, per parare il colpo di terza, n’ebbe quasi il polso spezzato; ma il
colpo di quarta gli fece volare la spada a dieci passi di distanza, e nello stesso
tempo quella di Eustachio senza potersi trattenere, e seguendo il movimento
stesso con cui era stata lanciata, gli traversò il corpo con tale violenza che
l’elsa gli si impresse nel petto. Eustachio, che non si era chinato nell’affondo
ed era stato trascinato dalla mano con uno strattone imprevisto, si sarebbe
spaccato la testa cadendo lungo disteso, se non fosse piombato sul ventre
dell’avversario.
«Perdio, che polso!…» gridò il testimonio del soldato; «quel ragazzo ne
farebbe veder nere anche al cavaliere Tord-Chêne! Non ha né stile né il fisico
adatto; ma per la forza del braccio, è peggio d’un arco del Galles!»
Intanto Eustachio, che s’era rialzato con l’aiuto del suo padrino, restò per
qualche istante a riflettere su quello che gli era capitato; ma quando distinse
chiaramente l’archibugiere disteso ai suoi piedi, inchiodato in terra dalla
spada come un rospo in un cerchio magico, si mise a scappare con tale furia
che dimenticò sull’erba il suo farsetto della domenica, guarnito di passamani
di seta.
Ora, siccome il soldato era sicuramente morto, i due secondi non avevano
niente da guadagnare restando sul posto e si allontanarono rapidamente.
Avevano fatto appena un centinaio di passi, quando il testimonio di
Eustachio esclamò picchiandosi la fronte:
«La spada che gli avevo prestato, l’ho dimenticata!» Lasciò che l’altro
proseguisse il suo cammino e, tornato sul luogo del duello, si mise a
rovesciare accuratamente le tasche del morto, ma ci trovò soltanto dei dadi,
un pezzo di spago e un mazzo di tarocchi sporco e sciupato.
«Niente! e poi niente!» mormorò; «un altro vagabondo senza un quattrino, e
non ha nemmeno l’orologio! Il diavolo ti porti, soffiamiccia!»
L’educazione enciclopedica del nostro secolo ci dispensa dallo spiegare
questa frase; e ci accontentiamo di ricordare che l’ultima parola alludeva alla
condizione di archibugiere del defunto.
Il nostro uomo, non osando portar via l’uniforme, perché la vendita avrebbe
potuto comprometterlo, si limitò a prendere gli stivali del militare, se li
avvolse sotto la cappa insieme al farsetto di Eustachio e si allontanò
bestemmiando.

XI. Ossessione
Il drappiere rimase parecchi giorni chiuso in casa, con l’animo afflitto da
quella tragica morte, che egli aveva causato per delle offese così futili e con
mezzi condannabili e dannabili, in questo come nell’altro mondo. C’erano dei
momenti in cui gli pareva che tutto quello che era accaduto fosse soltanto un
sogno, e se non fosse stato per il farsetto dimenticato sull’erba, testimone
irrecusabile che “brillava per la sua assenza”, egli avrebbe smentito
l’esattezza della propria memoria.
Una sera, infine, volle bruciarsi gli occhi alla fiamma dell’evidenza e si recò al
Pré-aux-Clercs, come in una passeggiata. Il suo sguardo si turbò
riconoscendo il campo di bocce dove aveva avuto luogo il duello, e fu
costretto a sedersi. C’erano dei procuratori che, come al solito, giocavano
prima di cena; e Eustachio, non appena si fu dissipato il velo che gli offuscava
la vista, credette di scorgere, fra le gambe divaricate di uno di loro, una larga
macchia di sangue.
Si alzò in piedi con un movimento convulso e affrettò il passo per uscire dalla
passeggiata, ma aveva sempre dinanzi agli occhi la macchia di sangue, che
conservava la medesima forma, si posava su tutti gli oggetti che il suo
sguardo coglieva passando, come quelle macchie livide che ci volteggiano
intorno quando abbiamo fissato il sole.
Tornando a casa, credette d’essere stato seguito; solamente allora, pensò che
qualche persona del palazzo della regina Margherita, dinanzi al quale era
passato il mattino del duello ed anche quella sera, potesse averlo
riconosciuto; e, sebbene a quel tempo le leggi sul duello non fossero applicate
con rigore, rifletté che potevano benissimo impiccare un povero mercante per
ammonire i cortigiani, che nessuno allora osava affrontare, come accadde
invece più tardi.
Questi e molti altri pensieri gli fecero trascorrere una notte agitatissima: non
appena chiudeva gli occhi, mille forche gli mostravano il pugno, e da ognuna
di esse, attaccato ad una corda, penzolava un morto che si torceva con orribili
risa, oppure uno scheletro le cui ossa si disegnavano nettamente sulla larga
faccia della luna.
Ma una felice idea venne a spazzar via quelle visioni “forcute”: Eustachio si
ricordò del luogotenente civile, vecchio cliente di suo suocero, il quale lo
aveva già accolto molto benevolmente. Si ripromise di andarlo a trovare
l’indomani e di confidarsi apertamente con lui, persuaso che costui lo
avrebbe protetto almeno in considerazione di Javotte, che aveva conosciuta e
carezzata quand’era bambina, e di mastro Goubard di cui aveva grande
stima. Il povero mercante si addormentò finalmente e riposò sino al mattino
sul guanciale di questa buona risoluzione.
L’indomani, alle nove, il drappiere batteva alla porta del magistrato. Il
servitore, pensando che venisse a prendere le misure per dei vestiti, o a
proporre qualche acquisto, lo introdusse subito dal suo padrone, il quale,
sdraiato sopra una grande poltrona da riposo, stava leggendo un libro
divertente. Aveva in mano l’antico poema di Merlin Cocai e si dilettava
singolarmente al racconto delle prodezze di Baldo, il valoroso prototipo di
Pantagruele, e più ancora degli inganni e delle ladronerie ineguagliabili di
Cingar, quel grottesco esemplare che il nostro Panurgo prese così felicemente
a modello.
Messer Chevassut era arrivato alla storia delle pecore, dalle quali Cingar
libera la nave gettando in mare quella che ha comperato e tutte le altre la
seguono, quando si accorse del visitatore, e posando il libro sul tavolo, si
voltò pieno di buon umore verso il suo drappiere.
Gli chiese notizie di sua moglie e di suo suocero, e fece ogni sorta di banali
facezie sul nuovo stato di marito del giovane. Eustachio prese occasione da
quell’argomento per parlare della sua avventura e, dopo aver raccontato tutto
il litigio con l’archibugiere, incoraggiato dall’aria paterna del magistrato, gli
confessò la triste fine della storia.
L’altro lo guardò con grande stupore, come se invece di Eustachio Bouteroue
mercante dei portici fosse stato il buon gigante Fracassa del suo libro, o il
fedele Falchetto che aveva il didietro d’un levriero: poiché, sebbene avesse
già saputo che sospettavano il detto Eustachio, non aveva potuto prestar
minimamente fede a quel rapporto, a quella faccenda di una spada che
inchioda in terra un soldato del re, attribuita ad un “garzone” di bottega alto
come Gribouille o Triboulet.
Ma, quando non poté più dubitare, assicurò il povero drappiere che avrebbe
fatto tutto quello che gli era possibile per mettere a tacere la cosa e per sviare
la giustizia, promettendogli, a patto che i testimoni non l’accusassero, che ben
presto avrebbe potuto vivere tranquillo e “libero dalla forca”.
Messer Chevassut lo stava persino accompagnando alla porta ripetendogli le
sue assicurazioni, quando, al momento di prendere umilmente congedo,
Eustachio osò dargli uno schiaffo tale da sfigurargli il volto, un glorioso
schiaffo che fece diventare la faccia del magistrato mezza rossa e mezza blu
come lo stemma di Parigi, e di questo egli rimase più stupefatto di un
“fonditore di campane”, aprendo la bocca d’un piede o due, e tanto incapace
di parlare quanto lo sarebbe un pesce senza lingua.
Il povero Eustachio fu così spaventato da quel gesto che si precipitò ai piedi
di messer Chevassut, chiedendogli perdono della sua irriverenza con le
parole più supplichevoli e le proteste più pietose, giurando ch’era stato un
movimento convulso e imprevisto, indipendente dalla sua volontà, e di cui
sperava misericordia da lui come dal buon Dio. Il vecchio lo fece rialzare più
stupefatto che incollerito; ma non appena fu in piedi Eustachio, col rovescio
della mano, gli dette uno schiaffo sull’altra guancia, gemello dell’altro
schiaffo, tale che le cinque dita vi si impressero in modo che si poteva
ricavarne un calco.
Questa volta, la cosa diventava insopportabile e messer Chevassut corse a
suonare il campanello per chiamare i servitori; ma il drappiere lo inseguì,
continuando la danza; ed era una scena singolare, perché ad ogni magistrale
schiaffo con cui gratificava il suo protettore, il disgraziato si confondeva in
scuse lacrimose e in suppliche soffocate, il contrasto era tra i più ameni; ma
invano cercava di arrestare lo slancio con cui la mano lo trascinava, sembrava
un bambino che tiene un grande uccello con una zampa legata ad una corda.
L’uccello trascina da ogni parte della stanza il bambino spaventato, che non
osa lasciarlo scappar via e non ha la forza di fermarlo. Così lo sventurato
Eustachio veniva trascinato dalla sua mano all’inseguimento del
luogotenente civile, che correva intorno al tavolo e alle sedie, suonando e
gridando fuori di sé per la rabbia e la sofferenza. Finalmente arrivarono i
servitori, che si impadronirono di Eustachio e lo gettarono a terra svenuto e
mezzo soffocato. Messer Chevassut, che non credeva affatto alla magia
bianca, pensò che il giovanotto l’avesse preso in giro e maltrattato per
qualche ragione che egli non riusciva a spiegarsi; mandò a chiamare gli sbirri
e abbandonò loro il suo uomo, sotto la duplice accusa di omicidio in duello e
oltraggio ad un magistrato nella sua propria abitazione. Eustachio si riprese
dallo svenimento soltanto quando udì stridere i catenacci, che aprivano la sua
cella.
«Sono innocente!…» gridò al carceriere che lo spingeva dentro.
«Oh, diavolo!» replicò gravemente l’uomo «dove credete di essere? Qui
abbiamo solo degli innocenti!»

XII. Di Alberto Magno e della morte


Eustachio era stato calato in una celletta dello Châtelet, delle quali Cyrano
diceva che se qualcuno l’avesse visto lì dentro l’avrebbe preso per una
candela sotto uno sfiatatoio.
“Se mi dànno” aggiungeva dopo averne osservato tutti gli angoli con una
piroetta “se mi dànno questa veste di pietra come abito è troppo larga; se me
la dànno come tomba è troppo stretta. Qui i pidocchi hanno i denti più lunghi
del corpo: qui si soffre continuamente il mal della pietra che, anche se è
esterna, è ugualmente dolorosa.”
Là il nostro eroe poté riflettere in pace sulla sua sfortuna, e maledire il fatale
soccorso del giocoliere, il quale distraendo in quel modo una delle sue
membra dall’autorità naturale della testa, doveva per forza provocare ogni
specie di disordine. Così, grande fu la sua sorpresa nel vederlo un giorno
scendere nella sua cella e chiedergli con aria tranquilla come ci si trovava.
«Scellerato ciarlatano, stregone malefico» gli disse «che il diavolo t’impicchi
con le tue budella per tutti i tuoi dannati incantesimi!»
«Cosa c’è» rispose l’altro; «è forse colpa mia se non siete venuto, il decimo
giorno, a farvi levare l’incantesimo portandomi la somma stabilita?»
«Eh!… Che ne sapevo che quel danaro vi occorresse così presto» disse
Eustachio abbassando un po‘ la voce «a voi che fabbricate oro a volontà,
come lo scrivano Flamel?» «No, no!» fece l’altro «è proprio il contrario! Ci
arriverò senza dubbio a questa grande opera ermetica, sono ormai sulla
strada; ma per ora sono riuscito soltanto a tramutare l’oro fino in un ferro
buonissimo e purissimo; segreto che aveva scoperto il grande Raimondo
Lullo alla fine dei suoi giorni…»
«Che bella scienza!» disse il drappiere. «Su via! finalmente venite a levarmi di
qui; perbacco! è il vostro dovere! ma non ci contavo più…»
«Ecco la difficoltà, amico mio! Spero che fra poco potrò aprir le porte senza
chiavi; e vedrete con quale operazione ci riuscirò.»
Così dicendo, il bohémien si levò di tasca il libro di Alberto Magno e, alla luce
della lanterna che si era portato, lesse il paragrafo seguente:

Espediente eroico di cui si servono gli scellerati


per introdursi nelle case
Si prende la mano tagliata di un impiccato, che bisogna aver comperato da lui prima della
morte; avendo cura di tenerla quasi chiusa, si immerge in un vaso di rame contenente
zimac e salnitro con del grasso di spondillis. Si mette il vaso sopra un fuoco chiaro di felce e
verbena, in modo che la mano, dopo un quarto d’ora, sia perfettamente disseccata e si
possa conservare a lungo. Poi, dopo aver fatto una candela con del grasso di foca e sesamo
di Lapponia, si adopera la mano come se fosse un candeliere e ci si mette questa candela
accesa; dovunque si vada tenendosela davanti, le sbarre cadono, le serrature si aprono, e
tutte le persone che si incontrano restano immobili.
La mano così preparata si chiama mano di gloria.

«Che bella invenzione!» esclamò Eustachio Bouteroue. «Aspettate; anche se


non me l’avete venduta, la vostra mano mi appartiene, perché non l’avete
riscattata il giorno stabilito, tanto è vero che trascorsa la scadenza, si è
comportata come voleva lo spirito da cui è posseduta, in modo tale cioè che
io possa servirmene al più presto. Domani, la corte vi condannerà alla forca;
dopo domani la sentenza verrà eseguita e io coglierò il frutto tanto desiderato
e lo preparerò come si deve.»
«No, mai!» gridò Eustachio; «domani racconterò a quei signori tutto il
mistero.»
«Ah! bene, fatelo… sarete solamente bruciato vivo per aver praticato la
magia, e vi abituerete in anticipo allo spiedo del diavolo… Ma anche questo
non avverrà, perché il vostro oroscopo predice la forca, nessuno ve la potrà
togliere!»
Allora l’infelice Eustachio si mise a gridare così forte e a piangere così
dirottamente, che faceva una gran pietà.
«Eh, là là! mio caro amico» gli fece dolcemente mastro Gonin «perché
ribellarsi così al destino?»
«Madonna santa! è facile parlare» singhiozzò Eustachio; «ma quando la
morte è lì accanto a voi…»
«Ebbene! che cos’è dunque la morte, perché uno debba averne tanta paura?…
Per me, la morte non vale una rapa!» «“Nessuno muore prima della sua ora!”
dice Seneca il Tragico. Credete di essere l’unico vassallo di questa dama
camusa? Lo sono anch’io, come lo è un altro, un terzo, un quarto, Martino e
Filippo!… La morte non ha rispetto per nessuno. È così temeraria che
condanna, uccide, e prende indifferentemente papi, imperatori e re, ed anche
prevosti, sbirri ed altre simili canaglie. Dunque non affliggetevi perché fate
quello che tutti gli altri faranno; la loro condizione è più deplorevole della
vostra; se la morte è un male, è un male soltanto per quelli che devono
morire. Così, di questo male ne avrete per un giorno soltanto, mentre la
maggior parte degli uomini ne hanno per venti o trent’anni e forse più.
«Un antico diceva: “L’ora che vi ha dato la vita ve l’ha già diminuita”. Voi
siete nella morte mentre siete nella vita perché, quando non siete più in vita,
voi siete dopo la morte; o, per meglio dire e ben finire: la morte non vi
riguarda né morto né vivo, vivo, perché siete, morto, perché non siete più!
«Vi bastino questi ragionamenti, amico mio, per incoraggiarvi a bere
quest’assenzio senza smorfie, e meditate ancora, fino a quel momento, un bel
verso di Lucrezio:
«“Vivete tanto quanto potrete, non toglierete niente all’eternità della vostra
morte!”»
Dopo queste belle massime, quintessenza degli antichi e dei moderni,
sottilizzate e sofisticate nel gusto del secolo, mastro Gonin si prese la sua
lanterna, picchiò alla porta della cella che il carceriere venne ad aprire, e le
tenebre ricaddero sul prigioniero come una cappa di piombo.
XIII. Dove l’autore prende la parola
Le persone che desiderino conoscere tutti i particolari del processo di
Eustachio Bouteroue troveranno i documenti nelle Sentenze memorabili del
Parlamento di Parigi, che si trovano alla biblioteca dei manoscritti. Il signor
Paris faciliterà le loro ricerche con la sua abituale cortesia. Nell’ordine
alfabetico questo processo viene immediatamente prima di quello del barone
di Boutteville, curiosissimo anch’esso, per la singolarità del duello di
Boutteville con il marchese de Bussi; per meglio sfidare gli editti, il barone
venne apposta dalla Lorena a Parigi e si batté nella piazza Reale, alle tre del
pomeriggio e proprio nel giorno di Pasqua (1627). Ma questo a noi non
interessa. Nel processo di Eustachio Bouteroue, si parla soltanto del duello e
degli oltraggi al luogotenente civile, e non dell’incantesimo che provocò tutto
quel disordine. Ma una nota annessa agli atti rinvia alla Raccolta di storie
tragiche di Belleforest (edizione dell’Aja, quella di Rouen è incompleta); ed è
qui che si trovano i particolari, che dobbiamo ancora riferire, di questa
avventura che Belleforest molto felicemente intitola: La mano indemoniata.

XIV. Conclusione
Il mattino dell’esecuzione, Eustachio, che era stato messo in una cella un po‘
più illuminata dell’altra, ricevette la visita di un confessore, che gli borbottò
alcune consolazioni spirituali dello stesso buon gusto di quelle del bohémien,
le quali non produssero miglior effetto. Il prete apparteneva ad una di quelle
famiglie per bene, dove un figlio diventa sempre abate; aveva un collare
ricamato, una barbetta incerata e a punta, e un paio di mustacchi ritorti,
galantemente tirati all’insù; portava i capelli inanellati e biascicava con
affettazione, per ostentare un linguaggio leggiadro. Vedendolo così frivolo e
azzimato, Eustachio non ebbe il coraggio di confessargli la sua colpa, e, per
ottenere il perdono, confidò nelle proprie preghiere.
Il prete gli dette l’assoluzione e, per passare il tempo, siccome bisognava che
rimanesse fino alle due vicino al condannato, gli presentò un libro intitolato:
Preghiere dell’anima penitente, ovvero il Ritorno del peccatore al suo Dio. Eustachio
apri il volume alla pagina del privilegio reale, e si mise a leggere con molta
compunzione, cominciando da: “Enrico, re di Francia e di Navarra, ai nostri
amici e vassalli” ecc.; fino alla frase: “per queste cause volendo trattare
favorevolmente il suo fedele suddito”… A questo punto, non poté trattenere
le lacrime e restituì il libro dicendo ch’era molto commovente e temeva di
intenerirsi troppo, leggendo ancora. Allora il confessore trasse dalla tasca un
mazzo di carte, graziosamente dipinte, e propose al suo penitente di giocare
una partita in cui finì per guadagnargli quel po‘ di danaro che Javotte gli
aveva mandato perché potesse procurarsi qualche ristoro. Il povero uomo
non pensava affatto al giuoco, ma è anche vero che non gli importava molto
di perdere.
Alle due uscì dallo Chàtelet, battendo i denti mentre ripeteva
meccanicamente dei paternostri, e fu condotto sulla piazza degli Agostini, fra
le due arcate che formano l’entrata della via Dauphine e la testata del Ponte
Nuovo, dove ebbe l’onore di una forca di pietra. Quando si trovò sopra la
scala, dimostrò una grande fermezza, poiché molte persone lo guardavano:
era uno dei luoghi d’esecuzione più frequentati. Ma siccome per fare quel
gran “salto nel nulla”, si prende il maggior slancio possibile, nel momento in
cui l’esecutore s’apprestava a mettergli la corda al collo, con lo stesso
riguardo come se fosse stato il Toson d’oro (le persone di questa specie,
abituate ad esercitare la loro professione davanti al pubblico, si studiano di
fare le cose con molta abilità e addirittura con grazia), Eustachio lo pregò di
attendere un istante, che in fretta in fretta avrebbe detto ancora due orazioni a
sant’Ignazio e a san Luigi Gonzaga, che lui aveva lasciato per ultimi, poiché
erano stati santificati solo in quello stesso anno 1609. Ma il boia gli rispose
che il pubblico intorno a loro aveva i suoi affari ed era sconveniente farlo
aspettare tanto per un misero spettacolo come quello di una semplice
impiccagione; intanto stringeva con la mano la corda, la quale lanciò
Eustachio fuori dalla scala, spezzandogli in gola la risposta.
Si racconta che, quando tutto sembrava ormai finito e l’esecutore stava per
andarsene, mastro Gonin apparve ad una finestra del castello Gaillard, che
dava su un lato della piazza. Subito, nonostante che il corpo del drappiere
fosse completamente inanimato e afflosciato, un braccio si sollevò e la mano
si agitò gioiosamente, come la coda di un cane che rivede il padrone. Dalla
folla si levò un lungo grido di sorpresa e quelli che se ne stavano andando
tornarono indietro in gran fretta, come la gente che a teatro si alza credendo
che lo spettacolo sia finito mentre c’è ancora un atto.
L’esecutore ripiantò la scala e tastò le caviglie dell’impiccato: il polso non
batteva più; tagliò un’arteria, non ne sprizzò una goccia di sangue, ma il
braccio continuava ancora i suoi movimenti disordinati.
L’uomo rosso non si stupì per così poco; si sentì in dovere di risalire sulle
spalle dell’impiccato, fra lo schiamazzo della gente che assisteva allo
spettacolo; ma la mano trattò il suo viso bitorzoluto con la stessa irriverenza
che aveva mostrato verso messer Chevassut, tanto che l’uomo,
bestemmiando, tirò fuori un largo coltello che portava sempre sotto le vesti e,
con due colpi, abbatté la mano indemoniata.
Essa fece un balzo prodigioso e cadde sanguinante in mezzo alla folla che si
divise, presa dal terrore; poggiando sulle dita fece ancora parecchi balzi, e
poiché tutti si scansavano lasciandole un largo passaggio, si trovò ben presto
ai piedi della torretta del castello Gaillard; qui aggrappandosi con le dita,
come un granchio, alle sporgenze e alle fessure della muraglia, salì fino
all’apertura dove il giocoliere l’attendeva.
Belleforest si ferma a questa singolare conclusione e termina così:
«L’avventura, annotata, commentata e illustrata, fece per lungo tempo le
spese della conversazione nei salotti come fra il popolo, sempre avido di
racconti bizzarri e soprannaturali; ma potrebbe essere ancora una volta una
di quelle baie buone per divertire i bambini attorno al fuoco, e che non
devono venir prese in considerazione dalle persone serie e di buon senso».
Nathaniel Hawthorne
IL GIOVANE SIGNOR BROWN

(Young Master Brown, 1835)

Il fantastico puritano della Nuova Inghilterra nasce dall’ossessione della dannazione


universale, che trionfa nel terribile sabba di questo racconto. Tutti gli abitanti del
villaggio – compresi i più bigotti – sono streghe! Non per nulla Nathaniel Hawthorne
(1804-1864) era discendente da uno dei giudici che condannarono le streghe di
Salem. In questo racconto, certo il più rivelatore della sua religiosità disperata, il
sabba viene rappresentato secondo l’immagine che se ne facevano gli inquisitori (con
in più un interessante sincretismo con i riti magici degli Indiani), ma esso coinvolge
l’intera società puritana che gli inquisitori volevano salvare.
Prima di Poe e talvolta meglio di Poe, Hawthorne fu il grande narratore fantastico
degli Stati Uniti d’America.

Al tramonto, il giovane signor Brown uscì nella strada della cittadina di


Salem, ma, appena varcata la soglia, subito trasse indietro il capo per
scambiare un ultimo bacio con la sua giovane moglie. E Fede, come era
giustamente chiamata la moglie, sporse la graziosa testolina dalla porta,
lasciando che il vento scherzasse coi nastrini rosa della cuffia, mentre diceva a
Brown:
«Amore mio» gli diceva sottovoce, e con visibile tristezza, quando le labbra
furono accosto agli orecchi del marito «ti prego, rinvia questo tuo viaggio
all’alba, e passa la notte nel tuo letto. Una donna sola è tormentata da tali
sogni e siffatti pensieri, che qualche volta ha paura di se stessa. Ti prego, resta
con me questa notte, mio caro marito, questa notte più che ogni altra, in tutto
l’anno.»
«Mio amore e mia Fede» rispose il giovane Brown «di tutte le notti dell’anno,
è proprio in questa che devo lasciarti. Il mio viaggio, come lo chiami tu, deve
esser compiuto, andata e ritorno, tra questo momento e l’alba di domani. E
poi, mia gentile e graziosa moglie, forse che tu già dubiti di me, dopo appena
tre mesi che siamo sposati?» «E allora che Dio ti benedica!» esclamò Fede coi
suoi nastrini rosa «e possa trovar tutto in ordine al tuo ritorno.»
«Amen!» concluse Brown. «Recita le tue preghiere, cara Fede, e vattene a letto
appena scende la sera, e non correrai alcun pericolo.»
Così si separarono e il giovane proseguì il suo cammino; quando stava per
svoltare all’angolo della chiesa, si girò e scorse la testa di Fede, che
continuava a guardarlo con un’aria melanconica, malgrado i suoi graziosi
nastrini rosa.
“Povera, piccola Fede!” pensò, perché il suo cuore avvertì una punta di
rimorso. “Che sciagurato sono mai, a lasciarla, e per una gita come questa!
Inoltre, mi ha accennato a dei sogni. Mi è parso, quando parlava, che il suo
visino fosse sconvolto, come se un sogno l’avesse avvertita di ciò che ho
intenzione di fare stanotte. Ma no, no. È impossibile. Solo a sospettare una
cosa simile, ne morrebbe. Ebbene, lei è un angelo del Cielo, sceso su questa
terra, e dopo questa notte io mi terrò stretto alle sue sottane e la seguirò in
Paradiso.”
Dopo la quale eccellente risoluzione per il futuro, il giovane Brown si sentì
più che autorizzato a porre in atto il suo colpevole disegno. Aveva infilato un
sinistro viottolo, oscurato dai più cupi alberi della foresta, che a malapena si
aprivano per permettere allo smilzo sentiero di insinuarsi tra loro, e subito si
chiudevano alle spalle. Sarebbe stato difficile immaginare ambiente più
solitario, con questo per giunta, che in tale solitudine il viandante ignora chi
possa celarsi dietro gli innumeri tronchi d’albero e tra i folti rami che si
intrecciano sul suo capo, così che, per solitario che egli si trovi, potrebbe
benissimo attraversare un’invisibile moltitudine.
“Ci può essere un maledetto pellirossa dietro ognuno di questi alberi” si disse
il buon Brown, che si voltò a guardarsi timoroso alle spalle, soggiungendo: “E
se il diavolo in persona mi camminasse al fianco?”.
Con il capo ancora voltato all’indietro, percorse un gomito della strada e,
guardando dinanzi a sé, scorse la figura di un uomo, vestito con sobrio
decoro, che se ne stava seduto al piede di un vecchio albero. Come il giovane
Brown si avvicinò, questi si alzò e prese a camminare alla sua altezza.
«Siete un po‘ in ritardo, mio caro Brown» disse questi. «Il campanile di Old
South stava suonando, quando ho attraversato Boston, e sono ormai quindici
buoni minuti.»
«È stata Fede, che mi ha fatto perder tempo» rispose il giovane con voce
titubante, a causa dell’improvvisa, anche se non del tutto inaspettata,
comparsa del suo compagno.
Ormai per la foresta si era diffusa un’ombra cupa, anche più densa in quella
parte che i due percorrevano. Per quello che si poteva vedere, si sarebbe detto
che il secondo viandante fosse sui cinquanta: in apparenza apparteneva alla
stessa classe sociale di Brown, al quale rassomigliava abbastanza, anche se la
rassomiglianza si doveva rintracciare piuttosto nell’espressione che non nei
lineamenti. Comunque, si sarebbe potuto scambiarli per padre e figlio. E
tuttavia l’anziano, sebbene fosse vestito con la semplicità del suo compagno
più giovane, e rivelasse la stessa semplicità di maniere, aveva
un’indescrivibile aria di persona che conosce il mondo, e che non si sarebbe
trovato a disagio alla tavola del governatore o alla corte di re Guglielmo, nel
caso che i suoi affari avessero richiesto la sua presenza in uno di quei due
luoghi. Ma l’unica cosa che in lui si poteva riscontrare di indiscutibilmente
notevole e fuori del comune era il bastone, che raffigurava un grosso serpente
nero, scolpito con tanta arte che si aveva l’impressione di vederlo snodarsi e
guizzare come fosse vivo. Naturalmente doveva trattarsi di una semplice
illusione ottica, favorita dalla luce così fioca.
«Forza, mio caro Brown» esclamò il suo compagno di viaggio «è un passo
piuttosto stracco il vostro, per cominciare un viaggio. Prendete il mio
bastone, se vi sentite stanco così presto.»
«Amico» rispose l’altro, fermandosi di colpo «ho mantenuto la promessa
perché vi ho incontrato qui, ma adesso ho ferma intenzione di tornare donde
son partito. Mi son nati dei dubbi in merito a quanto voi ben sapete.»
«Ah, ti son nati dei dubbi, eh?» rispose l’individuo dal serpente, sorridendo
tra sé e sé. «Bene, continuiamo a camminare, e potremo discuterne durante il
viaggio, e se non riesco a convincerti, potrai tornare a casa. Siamo appena
entrati nella foresta.»
«Siam già andati fin troppo oltre!» esclamò Brown, riprendendo
inavvertitamente a camminare. «Mio padre non è mai entrato nel bosco con
delle intenzioni come le mie, né il padre suo prima di lui. Siamo sempre stati
una famiglia di uomini onesti, buoni cristiani dal tempo dei martiri, e credo
sarò io il primo, di nome Brown, che abbia mai preso questo cammino e
frequentato…»
«Simile compagnia, stavi per dire» osservò l’anziano, interpretando la sua
esitazione. «L’hai imbroccata, mio caro Brown! Io conosco la tua famiglia, così
come conosco ogni altra famiglia puritana, e non è dire cosa da poco. Sono
stato io che ho aiutato tuo nonno, il giudice, quando, a Salem, fece conciare
per le feste quella povera quacquera, e sono stato io che ho offerto a tuo
padre quel ramo di pino, acceso al mio stesso focolare, col quale appiccò il
fuoco a un villaggio di pellirosse, al tempo della guerra di re Filippo. Sia
l’uno che l’altro furono miei ottimi amici, e più di una bella passeggiata
abbiam fatto lungo questo sentiero, tornandone allegri dopo mezzanotte.
Non fosse che per il loro ricordo, sarei lieto di diventare tuo amico.»
«Se è veramente come voi dite» replicò il giovane Brown «mi stupisco che
non abbiano mai parlato di queste cose. O meglio, no, non me ne stupisco,
dato che la minima insinuazione del genere li avrebbe fatti espellere ambedue
dalla Nuova Inghilterra. Noi siamo gente devota, e per di più caritatevole, e
certe scelleraggini non le possiamo tollerare.»
«Scelleraggini o no» replicò il viandante dal bastone contorto «io ho molte
conoscenze nella Nuova Inghilterra. I diaconi di molte chiese hanno bevuto il
vino della comunione con me; gli assessori di parecchie città mi hanno eletto
presidente, e conto una maggioranza tanto alla Corte Suprema che nelle corti
generali. Anzi, il governatore e io…
Ma questi… sono segreti di Stato.»
«Ma è possibile?» esclamò il giovane Brown, contemplando con profondo
stupore il suo imperturbabile compagno. «È vero, d’altronde, che non ho
nulla a vedere col governatore e il Consiglio. Essi seguono il loro cammino, e
un semplice contadino come me non deve cacciarci il naso. Ma se dovessi
continuare per questa strada, come potrei sostenere lo sguardo di quel
sant’uomo del nostro pastore di Salem? Oh, la sua voce mi farebbe tremar
tutto, sia le feste che i giorni delle conferenze!»
Fino a questo punto il viandante più anziano aveva ascoltato con debita
gravità; a queste ultime frasi non poté frenare uno scoppio di risate, che lo
scosse così violentemente che il suo serpentino bastone parve guizzare tutto
in segno di simpatia.
«Ah, ah, ah» sghignazzava, e pareva non la smettesse più. Infine riuscì a
controllarsi un poco e aggiunse: «Be‘, di‘ ciò che vuoi, mio caro Brown, di‘
pure, ma, ti prego, non farmi morire dalle risa».
«Be‘, per finirla una volta per tutte» rispose Brown, notevolmente irritato «vi
è mia moglie Fede. Le spezzerei il suo cuoricino, venisse a saperlo, e io
preferirei spezzare il mio, prima!»
«Be‘, se parli così» ammise l’altro «va‘ per la tua strada, caro Brown. Manco
per venti vecchie, del tipo di quella che ci arranca davanti, vorrei che Fede
potesse correre qualche pericolo!»
Nel dir così, egli indicò col bastone una figura femminile che li precedeva per
il sentiero, e nella quale il povero Brown riconobbe una dama molto pia ed
esemplare, che gli aveva insegnato il catechismo quando era bambino e che,
unitamente con il pastore e il diacono Gookin, gli era tuttora guida morale e
spirituale.
«È veramente strano che la buona signora Cloyse si trovi così lontana nella
foresta, e al calar della notte» osservò. «Ma, col vostro permesso, caro amico,
preferirei prendere una scorciatoia per i boschi, in modo da lasciarmela alle
spalle, quella eccellente e pia cristiana. Non conoscendovi, potrebbe chiedere
con chi mi trovo e dove mai vado.» «Come vuoi» rispose il compagno «va‘
pure per la scorciatoia, io seguo il sentiero.»
E così il giovane piegò da una parte, ma volle tener d’occhio il suo compagno,
che avanzò tranquillo per il sentiero, finché non si trovò a distanza di un
bastone dalla vecchia signora. Quella, intanto, camminava quanto più in
fretta poteva, e procedeva con notevole velocità, considerati gli anni che
aveva. Intanto borbottava alcune parole confuse, senza dubbio una preghiera.
Il viandante sollevò il bastone, e toccò il collo vizzo e rugoso con ciò che
pareva la coda del serpente.
«Che diavolo…!» urlò la pia vecchia.
«Dunque, la mia buona Cloyse riconosce il suo vecchio amico, eh?» chiese il
viandante fermandosi dinanzi a lei, e poggiandosi sul guizzante bastone.
«Ma si tratta veramente di vostra signoria?» esclamò la buona signora. «Ma è
proprio lui, e con il preciso sembiante del mio antico compare, il buon Brown,
il nonno di quello sciocchino che vive oggi. Ma potrebbe vostra signoria
credermi, se gli dicessi che il mio manico di scopa è improvvisamente
scomparso, rubato, come ben sospetto, da quella strega, che meriterebbe di
venir impiccata, della signora Cory, e quando ero già tutta unta con succo
d’apio, tormentilla e lupata…»
«Mescolato con farina fina e grasso di neonato» completò l’individuo, che
aveva assunto il sembiante del vecchio Brown.
«Eh… lo conosce il recipe, vossignoria!» esclamò la vecchia signora,
ridacchiando. «E così, come vi dicevo, già tutta pronta per la riunione, ma
senza cavallo da saltarci in groppa, mi sono decisa a venirci a piedi, perché
m’hanno detto che questa sera verrà presentato alla comunità un grazioso
giovanotto. Ma ora, solo che vossignoria mi offra il braccio, e ci arriveremo in
un battibaleno.»
«Purtroppo non posso» rispose il suo amico. «Non posso offrirvi il braccio, o
mia gentile signora Cloyse, ma, se volete, eccovi il mio bastone.»
Così dicendo glielo buttò ai piedi, dove è probabile che si animasse, essendo
una delle verghe che il suo possessore aveva, tempo addietro, imprestato ai
maghi d’Egitto. Tuttavia questo fatto il nostro caro Brown non riuscì a
chiarirlo. Aveva sollevato gli occhi al cielo dallo stupore; quando li abbassò
non scorse più né la buona signora Cloyse, né l’anguiforme bastone, ma solo
il suo compagno di viaggio, che lo aspettava, tranquillo e sereno, come non
fosse capitato nulla.
«Quella vecchia m’aveva insegnato il catechismo!» dichiarò il giovane; e in
quella semplice esclamazione erano implicite mille amare considerazioni!
Così continuarono ad andare avanti. Il vecchio viandante esortava il
compagno ad affrettarsi e a perseverare nel cammino intrapreso, discorrendo
con tanta abilità che gli argomenti parevan nascere nella mente stessa del suo
interlocutore, anziché venir suggeriti da lui. Mentre procedevano, divelse un
ramo d’acero, che gli servisse da bastone, e cominciò a nettarlo dei rametti e
delle piccole fronde tuttora umide di vespertina rugiada. Nel preciso istante
in cui le sue dita toccavano le fronde, queste inaridivano misteriosamente e
diventavan secche, quasi fossero rimaste ai raggi del sole una buona
settimana. La coppia continuò di buon passo, finché improvvisamente, in
un’oscura depressione della strada, il nostro signor Brown sedette su un
ciocco d’albero, e rifiutò di proceder oltre.
«Amico» dichiarò ostinato «ormai sono deciso. Non faccio un altro passo. Se
una sciagurata vecchia preferisce finire in Inferno, invece di avviarsi verso il
Paradiso, come io pensavo, è forse questa una valida ragione perché io debba
abbandonare la mia diletta Fede, e seguir quella laggiù?»
«Attendi un poco e cambierai idea» gli replicò il suo compagno, tranquillo.
«Siedi pure e riposati, e quando ti sarai deciso a riprendere il cammino, ecco
questo mio bastone, che ti sarà d’aiuto.»
Senza pronunziare un’altra parola buttò al suo compagno il bastone d’acero,
e improvvisamente scomparve alla vista, come se fosse svanito nell’ombra,
che sempre più si addensava. Il giovane rimase alcuni momenti seduto sul
margine della strada, complimentandosi vivamente, e pensando alla limpida
e integra coscienza con la quale, il mattino dopo, avrebbe potuto incontrare il
suo pastore, guardar negli occhi il caro e buon vecchio diacono Gookin; e
pregustando la pace con cui avrebbe dormito quella notte, che doveva essere
trascorsa in modo così peccaminoso, e invece poteva passare in pura letizia
tra le braccia della sua Fede! Nel corso di queste piacevoli e virtuose
meditazioni, il nostro Brown udì il trotto di alcuni cavalli lungo la strada, e
ritenne opportuno celarsi al margine del sentiero, conscio del peccaminoso
scopo che l’aveva condotto fino a quel punto, sebbene ormai avesse così
felicemente superato ogni tentazione.
Il trotto dei cavalli si approssimava sempre più, e così le voci gravi dei
cavalieri, due vecchi, che conversavan tranquilli tra loro. Questi suoni
parvero passare lungo la strada, a poche spanne dal nascondiglio del
giovane, ma, senza dubbio per la profonda tenebra che regnava in
quell’angolo, egli non riuscì a scorgere né i viandanti né i loro cavalli.
Sebbene strusciassero contro le fronde degli alberi, non parve che
intercettassero, neppure per un momento, il fioco lucore che pioveva dalla
striscia di cielo, sotto il quale dovevan pure esser passati. Il nostro povero
Brown si accoccolò per terra, si rizzò in piedi, spostando con le braccia i rami
ne emerse col capo quanto osava, senza riuscire a discernere l’ombra più
tenue. La cosa lo irritò, tanto più che avrebbe potuto giurare, se una cosa
simile fosse stata umanamente concepibile, che aveva riconosciuto le voci del
pastore e del diacono Gookin. che discorrevano tranquilli tra loro, come eran
soliti fare quando si recavano a qualche ordinazione o concilio della chiesa.
Mentre erano ancora a portata d’orecchio, uno dei cavalieri si fermò, per
svellere un rametto.
«Posto al bivio, mio reverendo signore» dichiarò la voce che sembrava quella
del diacono «preferirei mancare un banchetto per un’ordinazione che la
riunione di stanotte. M’han detto che ci saranno dei confratelli venuti
nientemeno che da Falmouth e anche più lontano, e altri dal Connecticut e
Rhode Island, e inoltre parecchi stregoni dei pellirosse che, a modo loro, di
magia diabolica ne sanno quasi quanto i migliori tra noi. Senza contare che
c’è una pura e pia giovane, che deve essere presentata alla comunità.»
«Benissimo, diacono Gookin!» replicò in tono solenne la voce del pastore.
«Ma spronate, o giungeremo tardi. Lo sapete che non si può cominciare nulla,
finché non arrivo io sul posto.»
Gli zoccoli ripresero a scalpitare, e le voci, che così stranamente conversavano
per l’aria, attraversarono il bosco, dove non erano mai convenuti fedeli, né
solitario cristiano aveva ancora pregato. Dove potevan dunque recarsi quei
due santi uomini, nel cuore della pagana foresta?
Il nostro giovane amico si appoggiò al tronco di un albero, temendo di cader
per terra, sconvolto, gravato dalla profonda tristezza che gli premeva il cuore.
Alzò gli occhi al cielo, chiedendosi se veramente ci fosse ancora un cielo sul
suo capo. Sì, la volta celeste s’inarcava su di lui e le stelle palpitavano tutte.
«Col cielo lassù e Fede al mio fianco, mi sento di resistere anche al diavolo!»
esclamò il povero Brown.
Mentre ancora contemplava la volta del firmamento, e aveva già sollevato le
mani, come per pregare, una nube attraversò lo zenit, sebbene non
s’avvertisse il minimo soffio di vento, e gli nascose le lucenti stelle. L’azzurro
cielo era visibile ovunque, tranne che sul suo capo, dove questa nera massa
nubilosa volava rapida, in direzione del nord. Dall’alto, come dalle
profondità della nube, gli giunse un confuso e dubbio suono di voci. A volte
avrebbe giurato che poteva distinguere gli accenti dei suoi concittadini,
uomini e donne, credenti e miscredenti, molti dei quali aveva incontrato al
tavolo della comunione, altri visto gozzovigliare nella taverna. Il momento
dopo i suoni eran così indistinti, che si chiese se avesse effettivamente udito
alcunché, tranne il murmure della vecchia foresta, che sussurrava nell’aria
immota. Poi gli giunse un’ondata più forte di quelle note voci,
quotidianamente udite sotto i raggi del sole nella sua Salem, ma non mai,
prima d’allora, percepite come piovessero da una notturna nuvola. Vi era
soprattutto una voce, voce di giovane donna, che pareva esalar lamenti
d’ambigua pena e al tempo stesso chiedere un favore, che forse temeva
ottenere, mentre l’intera moltitudine invisibile, santi e peccatori, sembravano
esortarla a continuare.
«Fede!» urlò Brown, in tono d’angoscia e disperazione, e gli echi della foresta
lo beffarono, ripetendo: «Fede! Fede! Fede!» come se tanti altri, miserabili e
smarriti, la cercassero ovunque in quel deserto.
Il grido d’angoscia, rabbia e terrore stava ancora vibrando nella notte,
quando l’infelice marito trattenne il respiro, sperando di cogliere una
risposta. Udì un urlo, immediatamente soffocato da un più forte mormorio di
voci, che svanivano in lontane risate, mentre la nera nube si allontanava
rapida, lasciando il cielo limpido e muto sulla testa del povero giovane. Ma
qualcosa fluttuò leggero per l’aria e si impigliò nel ramo di un albero. Il
tapino l’afferrò: era un nastro rosa.
«La mia Fede è scomparsa!» esclamò, dopo un momento di pietrificato
stupore. «Non c’è più nulla di buono sulla terra, e il peccato non è che un
nome. Vieni, Satana, vieni, il mondo è tuo!»
Folle di disperazione, tanto che scoppiò in una lunga e sonora risata, il nostro
povero Brown afferrò il suo bastone e riprese il viaggio, a una tale andatura
che sembrava volar per il sentiero della foresta, più che non camminare o
correre. La strada diveniva sempre più selvaggia e sinistra, sempre più
debolmente tracciata, finché scomparve, lasciandolo nel cuore della nera
solitudine, senza che per ciò egli rallentasse la corsa, preda di quell’istinto che
guida i mortali al peccato. Tutta la foresta risuonava di gridi tremendi:
schianti d’alberi, ululato di belve, urli di pellirosse; mentre il vento a volte
rintoccava come la remota campana di una chiesa, a volte emetteva un
immenso ruggito che investiva il viandante; quasi l’intera natura lo deridesse
con un urlo di scherno. Ma era lui il principale orrore di tutta la scena, e non
paventava certo altri orrori.
«Ah! ah! ah!» sghignazzò il povero Brown, quando il vento parve deriderlo.
«Proviamo un po‘, a chi ride più forte. Non illudetevi di potermi atterrire con
le vostre diavolerie. Venite, streghe e maghi, incantatori pellirosse, vieni tu
stesso, Satana, in persona, ed ecco che qua arriva il signor Brown. Dovete
tanto voi temere lui, quanto lui voi!»
In verità, per tutta la foresta incantata, sarebbe stato impossibile scorgere
qualcosa più terrificante del volto di Brown. Volava tra i neri pini e brandiva
il suo bastone, gesticolando come un pazzo, e ora vomitava una serqua
d’orrende bestemmie, ora emetteva tali risate, che tutti gli echi del bosco gli
sghignazzavano intorno come demoni. Il Maligno, nel suo genuino aspetto, è
meno ripugnante di quando infuria nel petto di un uomo. E così continuò a
procedere l’indemoniato finché, rutilante tra gli alberi, non si vide innanzi
una rossa luce, che brillava e faceva pensare a quei falò di tronchi e frasche,
abbattuti per dissodare una foresta, che, quando vengono accesi, tingono il
cielo d’una sinistra vampa, nel cuore della tenebra. Egli si soffermò, in una
pausa della bufera che l’aveva travolto fin là, e udì il crescendo di ciò che
sembrava un inno intonato da numerose voci, diffondersi solenne da una
certa distanza. Conosceva l’aria: era una di quelle sovente cantate dalla
congregazione della sua chiesa. La strofa si spense greve e lenta, e venne
prolungata da un coro, non costituito da voci umane, ma da tutti i suoni della
foresta maledetta, che insieme scrosciavano in tremenda armonia. Brown
lanciò un urlo, che si perse alle sue stesse orecchie, sommerso dagli urli della
selva.
Nella pausa di silenzio si fece avanti furtivo, finché la luce non gli colpì
direttamente gli occhi. A un’estremità della radura, stretta dalla massa
compatta della foresta, sorgeva una roccia che poteva far vagamente pensare
a un rozzo altare o a un pulpito, ed era circondata da quattro pini in fiamme,
con la cima incendiata ma il tronco intatto, simili a candele accese per qualche
funzione vespertina. Anche i folti cespugli, cresciuti a sommo della roccia,
erano in fiamme e ardevan nella notte, illuminando a lampi tutta la radura.
Ogni ramoscello, ogni festone di foglie crepitava. A seconda che il fuoco
aumentava o diminuiva d’intensità, una folla numerosa appariva, spariva
nell’ombra, poi ne riappariva, emergendo, per così dire, dalla tenebra e
popolando il cuore di quella solitudine selvaggia.
“Compagnia ben grave, e cupamente vestita” si disse il nostro Brown.
In verità era così. Sotto quel gioco alterno di luce ed ombra, si scorgevano in
quella folla volti che, il giorno dopo, sarebbe stato possibile vedere nel
Consiglio della provincia, altri che, una domenica dopo l’altra, sui più sacri
pulpiti dell’intero paese, avrebbero levato occhi devoti al cielo, o inclinato
uno sguardo benigno sugli affollati banchi della chiesa. Alcuni affermano che
persino la moglie del governatore fosse presente. Certo v’eran dame d’alto
rango, che gli erano ben note, e mogli di onorevoli mariti, e vedove in gran
moltitudine, e vecchie zitelle, che godevan tutte un’eccellente reputazione, e
tenere fanciulle che tremavano, per timore che le loro madri potessero
scorgerle. Se l’improvviso divampare della luce, che brillò a un tratto nella
tenebra, non abbacinò la vista del nostro caro Brown, egli riconobbe una
ventina di fedeli della chiesa di Salem, specialmente noti per la santità della
loro vita. Il vecchio e buon diacono Gookin era arrivato, e restava alle costole
di quel venerabile santo che era il suo pastore. Ma, irriverentemente commisti
con questa gente grave, rispettata e pia, con questi anziani della chiesa,
queste caste dame e immacolate vergini, vi erano uomini di vita dissoluta,
donne di fama assai dubbia, sciagurati dediti ai più volgari e repugnanti vizi,
a volte addirittura sospetti di orrendi delitti. Ed era strano vedere che i buoni
non si ritraevano dai malvagi, e che i malvagi non avvertivano la minima
soggezione dei buoni. Sparsi qua e là tra i loro nemici dal volto pallido si
potevano notare preti e stregoni pellirosse, che avevano sovente atterrito le
native foreste con incantesimi, più tremendi di quanti abbia mai praticato la
magia inglese.
“Ma dove è Fede?” si chiese Brown, e a questo tenue barlume di speranza
subito si mise a tremare.
Venne intonata un’altra strofa dell’inno, una lenta aria melanconica, quale
amano le persone pie, ma che accompagnava parole che esprimevano quanto
di più peccaminoso la natura umana sa concepire e oscuramente
accennavano a peggio ancora. I semplici mortali non riusciranno mai a
sondare la scienza demoniaca. Le strofe si susseguivano; tra l’una e l’altra si
udiva sempre il coro selvaggio che muggiva, come le canne più basse di un
organo possente. Alla fine dell’inno si sentì un boato, come se il ruggito dei
venti e lo scroscio dei fiumi e l’ululato degli animali, e ogni altra voce della
discorde e selvaggia foresta si fossero fuse e accordate con le voci dei
colpevoli, per rendere omaggio al principe di tutto. I quattro pini ardenti
emisero una fiamma più alta, e oscuramente scoprirono forme e visi orribili
tra le volute di fumo che si arricciavano sull’empia assemblea. Nello stesso
momento il fuoco, che ardeva sulla roccia, divampò anche più rosso e formò
una specie di rutilante arco sulla sua base, ove era apparsa un’immagine. Sia
detto senza la minima intenzione di offesa, ma quella figura rassomigliava
non poco, nell’abito e nei modi, a qualche grave sacerdote della Nuova
Inghilterra.
«Fate avanzare i neofiti!» urlò una voce, che echeggiò per la radura e destò gli
echi della foresta.
A queste parole Brown avanzò dall’ombra degli alberi e si accostò alla
congregazione, cui si sentiva legato da una vergognosa fratellanza, per la
simpatia di quanto v’era di più malvagio nel fondo del suo cuore. Avrebbe
potuto giurare che la forma del suo defunto padre gli faceva segno di
avanzare, occhieggiando da una voluta di fumo, mentre una donna, i cui
tratti imprecisi parevan sconvolti dalla disperazione, alzava al cielo la mano
come per fermarlo. Era forse sua madre? Ma egli si sentiva impotente, non
riusciva a indietreggiare di un passo, non seppe resistere neppure nel
pensiero, quando il ministro e il buon diacono Gookin lo afferrarono per le
braccia e lo condussero presso la roccia ardente. Verso lo stesso luogo
avanzava pure la snella forma di una donna velata, condotta dalla santa
signora Cloyse, la pia insegnante di catechismo, e da Marta Carrier, cui il
diavolo aveva promesso di farla, un giorno, regina dell’inferno. Era
veramente un’abominevole strega. Come si trovarono sotto il baldacchino
ardente, i due proseliti si fermarono.
«Benvenuti, figli miei» disse la tenebrosa persona «benvenuti alla comunità
della vostra razza. Sebbene così giovani, già avete scoperto la vostra vera
natura, il vostro destino. Figli miei, guardatevi alle spalle.»
Quelli si voltarono: rutilanti in un velo di fiamma apparivano gli adoratori
del Maligno; un sorriso di benvenuto brillò sinistro su ciascun volto.
«Ecco» riprese la forma ammantata di scuro «ecco tutti quelli che voi avete
riverito sin dalla prima giovinezza. Li credevate più santi di voi e provaste
orrore dei vostri stessi peccati, paragonandovi alle vite che quelli
conducevano, vite fatte di santità, preghiera, aspirazioni celesti. Ed ecco che li
trovate tutti nell’assemblea che mi adora. Questa notte vi sarà concesso di
conoscere le loro segrete azioni: ecco anziani della chiesa che, malgrado la
loro barba bianca, hanno sussurrato lascive parole alle giovani fanti della loro
casa; ecco più di una donna che, bramando le gramaglie della vedovanza, ha
propinato una pozione al marito che stava andando a letto, e gli ha permesso
di dormire il suo ultimo sonno sopra il suo petto; ecco imberbi giovani che
hanno anticipato l’ora di ereditare la ricchezza dei loro padri; ecco tante
gentili fanciulle – no, non arrossite, mie colombe – che hanno scavato una
piccola fossa nel giardino quando, ai funerali di un neonato, non ero presente
che io, unico invitato. In virtù della simpatia, che i vostri cuori umani
avvertiranno per il peccato, riconoscerete tutti i posti – chiesa o camera da
letto, strada, campo, o foresta – dove sia stato commesso un delitto, ed
esulterete nell’accorgervi che la terra intera è tutta sozza di peccato, che è
un’immensa macchia di sangue. Anzi, ben più. Avrete la facoltà di penetrare
in ogni petto il profondo mistero del peccato, la fontana di tutte le arti
dannate, che, inesausta, fornisce più malvagi impulsi di quanto la forza
umana – di quanto la mia potenza al suo massimo – sappia tradurre in azioni.
E ora, figli miei, contemplatevi.»
Essi ubbidirono, e al bagliore delle torce accese in Inferno, lo sciagurato uomo
scorse la sua Fede, la moglie il suo marito, tremebondo davanti all’empio
altare.
«E dunque eccovi qui, o figli miei» disse la figura in tono profondo, solenne,
quasi triste nella disperata gravità, come se la sua natura, un tempo angelica,
avesse tuttora la facoltà di addolorarsi per la nostra miserabile razza.
«Fidando l’uno nel cuore dell’altra, vi eravate ostinati a sperare che la virtù
non fosse tutta un sogno. Ora siete disingannati. Il male è la natura stessa
dell’umanità, il male dev’essere la vostra unica felicità. Ancora una volta vi
do il benvenuto, figli miei, nella comunità della razza vostra.»
«Benvenuti» gridarono gli adoratori del Maligno, in un urlo di disperazione e
trionfo.
I due giovani restarono immobili, l’unica coppia, si sarebbe detto, che ancora
esitasse sull’orlo della malvagità, in questo mondo perduto. Nella roccia era
stato scavato da natura una specie di bacino. Conteneva acqua, arrossata da
quella luce sinistra? O era sangue? O forse liquido fuoco? Colà comunque lo
Spirito del Male tuffò la mano sua, preparandosi a imprimere il segno del
battesimo sulle due fronti, perché anche loro potessero partecipare al mistero
del peccato e divenire consci delle colpe segrete degli altri, sia in opere che in
pensieri, meglio di quanto non lo fossero adesso delle proprie. Il marito
rivolse uno sguardo alla sua pallida moglie, Fede guardò lui. Quali insozzati
e miserabili individui non sarebbero apparsi, al prossimo sguardo che si
fossero rivolti, rabbrividendo di ciò che avrebbero rivelato e, al tempo stesso,
scoperto!
«Fede! Fede!» urlò il marito. «Alza gli occhi al cielo e resisti al Maligno.»
Egli non seppe mai se Fede gli obbedisse. Non aveva finito di gridar quelle
parole che si ritrovò nel cuore di una calma e solitaria notte, e prestava
ascolto al muggito del vento, che si spegneva greve in lontananza.
Barcollando si appoggiò contro la roccia, ed era fredda, umida, mentre un
ramoscello, che poco prima era tutto fiamma, gli spruzzò la guancia della sua
più gelida rugiada.
Il mattino dopo il nostro giovane signor Brown percorreva lentamente le
strade di Salem, e si guardava in giro come trasognato. Il buon vecchio
pastore, che faceva quattro passi accanto al cimitero, per farsi venire appetito
per la colazione e preparare il sermone, impartì una benedizione a Brown,
che gli passava accanto. Ma questi si ritrasse da quel venerabile sant’uomo,
come per evitare un anatema. Il vecchio diacono Gookin stava pregando a
casa sua: dalla finestra aperta si udivano le sacre parole della preghiera.
“Quale Dio starà mai pregando, quel vecchio stregone?” si chiese il povero
Brown. Quella santa donna della signora Cloyse, quella eccellente cristiana,
ritta, ai primi raggi del sole, presso la finestra, catechizzava una bimbetta, che
le aveva portato una pinta di latte appena munto. Brown non seppe resistere
e strappò la bimba dalle grinfie di quel demonio. Svoltato l’angolo della
chiesa vide subito la testolina di Fede coi suoi nastrini rosa, che scrutava
ansiosa, e nel vederlo si abbandonò a tali eccessi di gioia, che gli corse
incontro saltellando, e per poco non lo baciava davanti all’intero villaggio.
Ma Brown le rivolse uno sguardo severo e triste, e continuò il suo cammino
senza neppur salutarla.
Non potrebbe darsi che il nostro povero amico si fosse addormentato nella
foresta, e avesse soltanto sognato quello strano e tremendo sogno del sabba?
Datene l’interpretazione che volete; certo fu un sogno ben sventurato per
l’infelice! Da quella notte si mostrò severo, triste, sempre immerso in cupe
meditazioni, senza più fiducia, per non dire addirittura disperato. Le
domeniche, quando la congregazione intonava un qualche sacro inno, egli
non poteva prestargli ascolto, perché i suoi orecchi percepivano quell’altro
inno del peccato sommergere le voci e disperdere il canto religioso. Quando il
pastore parlava dal pulpito con la forza di una fervida eloquenza e, la mano
posata sulla Bibbia aperta, trattava delle sacre verità della nostra religione, e
di vite santificate e di morti trionfanti, e della beatitudine o della
indescrivibile miseria che ci attendono in futuro, allora il nostro povero
Brown impallidiva, temendo che il tetto della chiesa dovesse crollar tra
fulmini su quel canuto bestemmiatore e sui fedeli. Sovente, svegliandosi
improvvisamente nel cuore della notte, egli si ritraeva dal seno di Fede, e sia
al mattino che alla sera, quando la famiglia si inginocchiava a pregare,
mormorava cupo, tra sé e sé, fissando uno sguardo severo sulla moglie, e poi
le volgeva le spalle. Quando, trascorsa una lunga vita, venne condotto al
cimitero, canuto cadavere seguito da Fede, ormai vecchia, e dai figli e dai
nipoti in pia processione, e da non pochi vicini, sulla sua pietra tombale non
venne inciso alcun versetto di speranza, perché la sua ora estrema era stata
cupa, velata di tenebra.
Nikolaj Vasil’evič Gogol‘
IL NASO

(Nos, 1835)

Finora la nostra scelta s’è imbattuta in temi sinistri, macabri, orripilanti. Per
cambiare atmosfera e rappresentare lo humour visionario, ecco di Gogol‘ questa
meravigliosa novella che sviluppa uno dei temi dominanti della letteratura fantastica:
una parte della persona che si stacca e agisce indipendentemente dal resto del corpo.
Ma non è la trovata che fa del Naso un capolavoro; è il brio e l’inventiva e
l’imprevedibilità che saltano fuori frase per frase. (Una traduzione straordinaria,
quella di Tommaso Landolfi, ci dà la rara fortuna di cogliere il sapore di questa che è
certo una delle scritture più divertite della storia della letteratura.) Il riso di Gogol‘,
si sa, è sempre sottilmente amaro: si vedano, ad esempio, i tentativi di riappiccicare
sul volto il naso ritrovato.
In una cosa questo testo si distacca dal “genere”: di solito il racconto fantastico ha
una logica interna inappuntabile: qui invece Gogol‘ s’infischia felicemente d’ogni
logica, più ancora di Hoffmann, che pure è il diretto ispiratore di questa sua vena. Se
poi tentiamo le chiavi simboliche, vediamo che questo naso – così come l’ombra in
Chamisso – non si lascia contenere da nessuna interpretazione esclusiva. La novella è
certo una satira del decoro funzionariale della burocrazia russa; ma detto questo non
si è detto proprio nulla.
La produzione fantastica di Gogol‘ (1809-1852) sarebbe tutta da antologizzare: dalle
prime storie contadine di paure (come Vij, il meraviglioso racconto del seminarista
sedotto dalla strega) a un esempio più conforme alla tipologia del fantastico romantico
come Il ritratto, notevole perché ne esistono due versioni (1835 e 1836) con diversa
intenzione morale.

I
Il giorno 25 di marzo seguì a Pietroburgo un fatto stranissimo. Il barbiere
Ivan Jakovlevic, domiciliato alla Prospettiva dell’Ascensione (il cognome è
andato perduto, e neppure la sua insegna, dov’è rappresentato un signore
colle guance insaponate e la scritta: “Si cava anche sangue”, ne dice di più), il
barbiere Ivan Jakovlevic si svegliò abbastanza per tempo e sentì un odore di
pane caldo. Sollevatosi un poco sul letto vide che la consorte, dama assai
rispettabile e amante del caffè, tirava fuori dal forno dei pani appena cotti.
«Oggi, Praskovja Osipovna, non voglio il caffè» disse Ivan Jakovlevic
«mangerò invece un pane caldo con cipolline.» (Ossia Ivan Jakovlevic
avrebbe voluto e l’una cosa e l’altra, ma sapeva che era del tutto impossibile
chiedere due cose insieme, giacché a Praskovja Osipovna non piacevano
affatto simili capricci.) “Mangi pure il pane, lo sciocco: per me è tanto di
guadagnato” pensò fra sé la consorte: “mi rimarrà una porzione in più di
caffè” e buttò un pane sulla tavola.
Ivan Jakovlevic per decenza infilò il frac sulla camicia e, sedutosi a tavola, si
versò del sale, mondò due teste di cipolla, diede di piglio al coltello, e,
facendo un viso compreso, cominciò a tagliare il pane. Divisolo in due parti,
vi guardò dentro e, con sua meraviglia, vide qualcosa di biancheggiante.
Toccò col coltello cautamente l’oggetto, lo palpò col dito: “È consistente!”
disse fra sé: “Che sarà mai?”.
Introdusse le dita e tirò fuori… un naso!… Ivan Jakovlevic restò di
princisbecco; si fregava gli occhi e di nuovo palpava l’oggetto: un naso, un
autentico naso! E per soprammercato si sarebbe detto un naso familiare. Il
terrore si dipinse sul volto di Ivan Jakovlevic. Ma questo terrore era un nulla
rispetto al malumore che invase la consorte:
«Dove diamine sei andato a staccare un naso, animale?» gridò essa con ira.
«Radica di furfante! Ubriacone!
Io stessa voglio denunziarti alla polizia! Guardate un po‘ che razza di
masnadiero! Già io avevo sentito da tre persone che quando fai la barba
strapazzi tanto i nasi della gente che a mala pena si reggono.»
Ma Ivan Jakovlevic era più morto che vivo: aveva riconosciuto come quel
naso d’altri non fosse che dell’assessore di collegio Kovalev, al quale faceva la
barba ogni mercoledì e domenica.
«Un momento, Praskovja Osipovna! L’avvoltolerò in un cencio e lo metterò in
un angolo; lasciamolo lì un pochettino; e poi lo porterò via.»
«Neanche parlarne: io permettere a un naso tagliato di restare nella mia
camera!… Vecchia brenna arrembata! Non sa far altro che strofinare il rasoio
sul corame, e presto non gli riuscirà più di fare il dover suo, il cialtrone, il
mascalzone! Io rispondere per te alla polizia?… Ah, tu, porcaccione, stupido
come un ciocco! Fuori di qua, il naso, fuori! Pòrtatelo dove ti pare! Che non
ne senta neanche il puzzo!»
Ivan Jakovlevic restava come fulminato. Egli pensava, pensava, e non sapeva
che pensare della faccenda. «Il diavolo sa come è successo» disse alla fine
grattandosi dietro l’orecchio «se son tornato briaco ieri sera o no, di certo non
saprei dirlo. Ma però da tutti gli indizi si tratta di un fatto inverosimile;
perché un pane è un affare da forno, e un naso è tutt’un’altra faccenda. Non ci
capisco un’acca!» Ivan Jakovlevic tacque. Il pensiero che i poliziotti avrebbero
potuto trovare il naso a casa sua e incolparlo, lo gettava in una completa
confusione. Già gli balenava alla mente un colletto rosso bellamente ricamato
d’argento, una sciabola… ed egli tremava per tutto il corpo. Infine afferrò le
mutande e gli stivali, infilò i suoi stracci e, accompagnato dalle violente
imprecazioni di Praskovja Osipovna, rinvoltò il naso in un cencio e uscì sulla
strada.
Voleva buttarlo da qualche parte: in un pilastrino24 sotto qualche portone, o
lasciarlo cadere così, come inavvertitamente, e scantonare poi per un vicolo.
Ma, neanche a farlo apposta, non faceva che incontrare conoscenti, i quali lo
apostrofavano: «Dove vai?» oppure: «A chi vai a fare la barba così presto?»
sicché non gli riusciva di trovare il momento favorevole.
Una volta nondimeno lasciò cadere il naso; ma un vigile glielo indicò da
lontano coll’alabarda, dicendo: «Bada che hai perduto qualcosa, raccattala!» e
a Ivan Jakovlevic gli toccò raccattare il naso e ficcarselo in tasca. La
disperazione lo prese, tanto più che la gente diventava ogni momento più
numerosa per le strade, a mano a mano che cominciavano ad aprirsi i
magazzini e le botteghe.
Decise d’andare al ponte Sant’Isacco, per vedere se in qualche maniera gli
riuscisse di buttarlo nella Neva… Ma ho un certo rimorso di non aver detto
nulla finora di Ivan Jakovlevic, personaggio degno per molti riguardi.
Ivan Jakovlevic, come ogni artigiano russo che si rispetti, era un terribile
ubriacone, e quantunque ogni giorno radesse gli altrui menti, il suo proprio
non era mai rasato.
Il frac di Ivan Jakovlevic (Ivan Jakovlevic non portava mai redingote) era
pomellato, ossia era nero, ma tutto pieno di pomellature giallo-brune e bige;
il collo lustrava; e al posto dei tre bottoni non eran rimasti che pezzi di filo.
Ivan Jakovlevic era un gran cinico, e quando l’assessore di collegio Kovalev
gli diceva, come appunto avveniva comunemente durante la barba: «Le tue
mani, Ivan Jakovlevic, puzzano eternamente!» allora Ivan Jakovlevic
rispondeva: «Perché poi dovrebbero puzzare?». «Non lo so, fratello, il fatto è
che puzzano» diceva l’assessore di collegio, e Ivan Jakovlevic, fiutava una
presa di tabacco, si metteva a insaponarlo, per rappresaglia, sulle guance,
sotto il naso, dietro l’orecchio, sotto la barba – insomma dovunque gliene
saltava l’uzzolo.
Questo degno cittadino aveva ormai raggiunto il ponte Sant’Isacco. Egli
prima di tutto si guardò attorno, quindi si sporse dal parapetto quasi a
guardare sotto il ponte, se ci fosse molto pesce, e piano piano lasciò cadere il
cencio col naso. Sentì d’essersi liberato come d’un gran peso e perfino sorrise.
Invece, poi, d’andarsene a sbarbare menti impiegatizi, si dirigeva a uno
spaccio colla scritta: “Tè e colazioni”, nell’intento di chiedere un bicchiere di
ponce, quando all’improvviso scorse in capo al ponte una guardia d’assai
nobile portamento, con larghi favoriti, tricorno e sciabola al fianco. Il cuore gli
cadde ai piedi; mentre la guardia, facendogli cenno col dito d’avvicinarsi,
l’apostrofava: «Vieni un po‘ qui, caro!».
Ivan Jakovlevic, rispettoso delle forme, si cavò fin da lontano la berretta e,

24 Di legno, cavo (N.d.T.).


accostatosi in fretta disse: «Auguro il buongiorno a Vostra Signoria!».
«No, no, fratello, lascia stare le signorie, di‘ piuttosto: che stavi facendo là sul
ponte, eh?»
«In fede mia, signore, andavo a far barbe, e mi son fermato soltanto a
guardare come l’acqua scorre svelta.»
«Menti, menti! Non te la caverai con questo. Su, rispondi, se ti piace!»
«Due volte la settimana, e perfino tre, son disposto a sbarbare Vostra Grazia
senza alcun’altra difficoltà» rispose Ivan Jakovlevic.
«No, amico, queste sono sciocchezze! Me, tre barbieri già mi sbarbano, e se ne
ritengono, per di più, onoratissimi. Ma ora raccontami piuttosto un pochino,
che facevi là?»
Ivan Jakovlevic impallidì… Ma qui la faccenda s’avvolge in una spessa
nebbia, e quello che avvenne dopo precisamente nessuno lo sa.

II
L’assessore di collegio Kovalev si svegliò abbastanza per tempo e fece colle
labbra “brr…!”, il che faceva sempre al suo risveglio, sebbene egli stesso non
avrebbe saputo spiegare perché. Si stiracchiò, chiese un piccolo specchio che
era sulla tavola. Voleva dare un’occhiata a un foruncolo che gli era spuntato
sul naso la sera innanzi; ma con sua somma meraviglia vide che, invece del
naso, ci aveva una superficie perfettamente liscia! Spaventato, Kovalev chiese
dell’acqua e si strofinò gli occhi con un asciugamano bagnato: non c’era che
dire, di naso neppur l’ombra! Si palpò ben bene per esser sicuro di non
dormire; non dormiva, no! L’assessore di collegio Kovalev saltò dal letto, si
riscosse, e sempre niente naso!… Egli chiese i suoi vestiti e si precipitò difilato
dal capo di polizia.
Ma è nel frattempo indispensabile dire qualche parola di questo Kovalev,
perché il lettore possa rendersi conto di che specie di assessore di collegio
fosse. Gli assessori di collegio il cui titolo sia comprovato da attestazioni
accademiche non saprebbero in nessun modo venir confusi con quegli
assessori di collegio che si trovano nel Caucaso. Si tratta anzi di due categorie
ben distinte. Gli assessori di collegio accademici… Ma la Russia è un tal paese
che a parlare d’un assessore di collegio, tutti gli assessori di collegio, da Riga
alla Kamciatka, immancabilmente se la pigliano per sé; il medesimo intendi
per tutti gli altri titoli e gradi. Kovalev era un assessore di collegio di quelli
caucasici. 25 Il titolo l’aveva ottenuto appena due anni prima, epperò non se ne
poteva scordare un minuto; per darsi poi più gravità e importanza, non
chiamava mai se medesimo assessore di collegio, sibbene sempre maggiore.
«Ascolta, colombella» diceva abitualmente incontrando per la strada una
donnetta venditrice di sparati «vieni a trovarmi a casa; il mio appartamento è

25 Espressione divenuta poi quasi proverbiale (N.d.T.).


sulla Sadovaja; chiedi soltanto: abita qui il maggiore Kovalev? Chiunque te lo
indicherà.» Se poi scontrava qualche bel visetto, aggiungeva istruzioni
segrete, concludendo: «Tu chiedi, cuoricino, dell’appartamento del maggiore
Kovalev». Per i quali medesimi motivi anche noi d’ora innanzi chiameremo
questo assessore di collegio, maggiore.
Il maggiore Kovalev aveva l’abitudine d’andarsene ogni giorno a passeggiare
sulla Prospettiva. Il colletto della sua camicia era sempre perfettamente
inamidato e lindo. I suoi scopettoni erano del genere di quelli che si possono
tuttora vedere sulle facce degli agrimensori regionali e distrettuali, degli
architetti, dei medici militari, nonché di persone esercitanti le più diverse
funzioni e, in generale, di tutta la gente che ha guance piene e rubeste e gioca
bene al boston: questi scopettoni attraversano le guance per il mezzo e
arrivano diritti al naso. Il maggiore Kovalev portava una quantità di ciondoli
di cornalina, vuoi con stemmi, vuoi di quelli che recano inciso: “mercoledì,
giovedì, lunedì”, ecc. Il maggiore Kovalev era venuto a Pietroburgo per affari,
e precisamente a cercare un posto che si confacesse al suo titolo: di
vicegovernatore possibilmente, o, se mai, d’ispettore in qualche dipartimento
un po‘ in vista. Il maggiore Kovalev non sarebbe stato alieno dall’accasarsi,
ma solo ove la sposa disponesse d’un duecentomila di capitale. Epperò il
lettore può giudicare da sé quale fosse lo stato d’animo di questo maggiore
allorquando si scoprì, in luogo d’un naso abbastanza piacevole e ammodo,
uno stupido, piatto e liscio spazio.
Manco a farlo apposta, non c’era per la strada barba di vetturino, ed egli dové
andare a piedi, avvolto nei mantello e col viso coperto dal fazzoletto, facendo
mostra d’avere il sangue al naso. “Ma certo è tutta una mia idea: non è
possibile che il naso sia sparito così di punto in bianco” pensava, ed entrò in
un caffè apposta per guardarsi in uno specchio. Fortunatamente nel caffè non
c’era nessuno: i garzoni scopavano le stanze e mettevano a posto le seggiole;
alcuni con occhi assonnati portavano guantiere di pasticcini caldi; sui tavolini
e sulle sedie si trascinavano le gazzette del giorno precedente imbrattate di
caffè. “Orsù, grazie al cielo non c’è nessuno” diss’egli “posso guardarmi.”
S’accostò timidamente a uno specchio e guardò: «Al diavolo, che porcheria!»
borbottò sputando: «se almeno ci fosse qualcos’altro al posto del naso, ma
così, proprio niente!…».
Pieno di dispetto, mordendosi le labbra, uscì dal caffè e risolse, contro ogni
sua abitudine, di non guardare nessuno e di non sorridere a nessuno. A un
tratto restò come inchiodato davanti alla porta d’una casa; sotto i suoi occhi
avveniva un fatto incomprensibile; presso l’ingresso s’era fermata una
vettura; lo sportello s’aprì; ne saltò giù, piegandosi, un signore in uniforme
che corse per la scala. Ora, quale non fu il terrore e insieme la meraviglia di
Kovalev quando riconobbe in colui… il suo proprio naso! A tale inaudita
vista gli parve che tutto prendesse a girare ai suoi occhi; sentiva che a
malapena poteva reggersi in piedi; ma decise d’attendere a qualunque costo il
ritorno del tipo alla vettura, tremando tutto come per febbre. In capo a due
minuti infatti il naso risorti. Era in uniforme trapunta d’oro, col grande collo
ritto; portava pantaloni di camoscio, e al fianco la spada. Dal cappello
piumato si poteva concludere che apparteneva al rango dei consiglieri di
Stato. Da tutto il suo contegno appariva che era in giro di visite. Esso guardò
a dritta e a manca, gridò al cocchiere: «Avanti!», sedette e partì.
Il povero Kovalev era sul punto di perder la ragione. Non sapeva che pensare
di questo strano fatto. E in verità, com’era possibile che un naso, il quale
ancora ieri stava in mezzo alla sua faccia e non poteva, lasciamo andare
scarrozzarsela, ma neppure girare a piedi, fosse ora là in uniforme! Il
maggiore si dette a correre dietro alla carrozza, che per fortuna non andò
lontano e si fermò davanti al Mercato Centrale. Anch’egli vi si precipitò,
facendosi strada tra le file di vecchie mendicanti dai volti imbacuccati, con
solo due fessure per gli occhi, le quali prima lo facevano tanto ridere. C’era
poca gente. Kovalev era così smarrito, che non sapeva intraprender nulla, e
cercava cogli occhi quel signore da tutte le parti, finché lo vide fermo davanti
a una bottega. Il naso teneva il volto completamente nascosto dal gran
colletto ritto ed esaminava non so che merce con grande attenzione.
“Come avvicinarlo?” pensava Kovalev. “Da tutto – dall’uniforme, dal
copricapo – si vede bene che è un consigliere di Stato. Lo sa il diavolo come si
fa!”
Prese a tossicchiare vicino a lui; ma il naso non si smosse per nulla.
«Illustre signore» disse allora Kovalev cercando di farsi coraggio «illustre
signore…»
«Desiderate?» rispose il naso voltandosi.
«È strano, illustre signore… mi pare… Voi dovreste sapere qual è il vostro
posto. Ed ecco invece che a un tratto vi trovo, e dove poi?… Convenitene…»
«Scusatemi, non capisco neppure di che andiate parlando… Spiegatevi.»
“E come spiegargli!” pensò Kovalev e, fattosi coraggio, cominciò:
«Certamente io… Comunque io sono maggiore. Andare in giro senza naso,
ne converrete, è contrario ad ogni buona regola. A una venditrice d’arance
mondate del ponte dell’Ascensione potrà magari starle bene; ma a me che
voglio ottenere… per di più, conoscendo in parecchie case delle dame, come
la Cehtyreva, consiglieressa di Stato, e altre… Giudicate voi stesso… io non
so, illustre signore, se…» (qui il maggiore Kovalev si strinse nelle spalle) «…
scusate… a considerare la faccenda giusta le regole del dovere e dell’onore…
Comprenderete voi stesso…».
«Non comprendo invece un bel nulla» rispose il naso. «Spiegatevi un po‘
meglio.»
«Illustre signore» disse Kovalev col senso della dignità offesa «non so come
debba prendere le vostre parole… Qui tutto l’affare è, mi pare, abbastanza
evidente… ovvero vorreste… È chiaro che voi siete il mio naso!»
Il naso guardò il maggiore aggrottando le ciglia.
«V’ingannate, egregio signore: io non appartengo che a me stesso. Inoltre, fra
noi non potrebbe correre alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni
della vostra uniforme, dovete prestar servizio in un’altra amministrazione.»
Ciò detto il naso si voltò dall’altra parte.
Kovalev si confuse completamente e non sapeva che fare o che pensare. In
quella s’udì il gradevole fruscio d’un abito femminile: giunse una dama
anziana, tutta parata di pizzi, e con lei una dama minuta, in un abito bianco
che assai leggiadramente disegnava la sua piacevole figura, con una cappello
di paglia leggero al pari d’un soufflé. Dietro di loro si fermò e aprì la propria
tabacchiera un imponente aiducco con grandi favoriti e un’intera dozzina di
pellegrine.
Kovalev si avvicinò, rialzò il colletto di batista della sua camicia inamidata, si
aggiustò i ciondoli che pendevano dalla sua catena d’oro e, sorridendo a
dritta e a manca, rivolse la propria attenzione alla dama leggera la quale,
come un fioretto di primavera, si chinò un poco e portò alla fronte la sua
manina bianca dalle dita trasparenti. Il sorriso s’allargò anche di più sul volto
di Kovalev quando egli vide sotto al cappellino il mento di lei rotondetto e
d’un brillante candore, nonché una parte di guancia, soffusa dell’incarnato
delle prime rose primaverili; ma d’un subito egli fece un salto indietro, quasi
si fosse scottato. Gli è che s’era rammentato come, al posto del naso, non ci
avesse un bel nulla, e gli vennero i lucciconi agli occhi. Si volse con
l’intenzione di dire senza ambagi al signore in uniforme che lui si spacciava
soltanto, per consigliere di Stato, ma era in realtà un furfante e un impostore,
anzi non era altro che il suo proprio naso… Ma il naso era ormai sparito:
dileguatosi nel frattempo, certo seguitava ora il giro delle sue visite.
Questo gettò Kovalev in preda alla disperazione. Egli tornò indietro e si
fermò un momento sotto il colonnato, guardando invano a dritta e a manca,
non gli capitasse per caso di vedere il naso da qualche parte. Rammentava
perfettamente che esso portava un cappello colle piume e un’uniforme
ricamata d’oro, ma non aveva fatto attenzione al mantello, né al colore della
vettura, né ai cavalli, e neppure se ci fosse dietro un lacchè seduto, e nel caso
in quale livrea. Oltre a ciò di vetture ne passavano tante in su e in giù e tanto
velocemente, che era difficile perfino distinguerle; e se, del resto, avesse
anche distinta quella che lo interessava, non avrebbe avuto alcun mezzo di
fermarla. Era una giornata incantevole e piena di sole. Sulla Prospettiva
s’addensava la folla; una vera cascata floreale di dame si rovesciava per tutta
la lunghezza del marciapiede, dal ponte della Polizia sino all’Anic’kin. Ecco
avanzarsi un consigliere di Corte, conoscente di Kovalev, cui questi dava del
tenente colonnello, specie se altri era presente. Ecco Jarygin, suo grande
amico, che al boston faceva la rimessa ogni volta che giocava l’otto. Ecco anche
un altro maggiore, di quelli caucasici, che agita la mano e gli fa segno
d’avvicinarsi…
«Ah! Al diavolo!» disse Kovalev. «Ehi, cocchiere, difilato dal Prefetto di
polizia!»
Sedette nella vettura e solo badava a gridare: «Avanti a tutta briglia!».
«C’è il Prefetto di polizia?» esclamò entrando nel vestibolo.
«No, non c’è» rispose l’usciere. «È andato via ora.» «Ecco qua, non ci
mancava altro!»
«Già» aggiunse l’usciere. «È andato via da poco; se foste venuto un minuto fa
forse l’avreste ancora trovato.» Kovalev, senza togliersi il fazzoletto dal viso,
ritornò alla carrozza e gridò con voce disperata: «Avanti!».
«Dove?» disse il cocchiere.
«Avanti sempre diritto!»
«Come diritto? C’è una svolta: a destra o a sinistra?» Questa domanda fermò
Kovalev e lo costrinse di nuovo a riflettere. Nelle sue condizioni gli
conveniva prima di tutto rivolgersi al tribunale di polizia, non perché la
faccenda fosse di sua diretta spettanza, ma perché i provvedimenti che la
polizia avrebbe potuto prendere sarebbero molto più rapidi che in qualunque
altra amministrazione; quanto al chiedere soddisfazione al capo
dell’amministrazione stessa in cui il naso pareva prestar servizio, sarebbe
stato senza senso, visto che dalle risposte di lui si poteva fin d’ora concludere
come per costui non esistesse nulla di sacro, sicché egli avrebbe
tranquillamente mentito anche in questo caso, come aveva mentito
affermando di non aver mai conosciuto Kovalev. Laonde questi era già sul
punto di dare al cocchiere l’indirizzo del tribunale di polizia, quando gli
venne l’altra idea che quel furfante e impostore, il quale già al loro primo
incontro s’era comportato con tanta impudenza, avrebbe anche potuto, se gli
si dava tempo, battersela in qualche modo dalla città, e allora ogni ricerca
sarebbe stata vana, o sarebbe durata, Dio ne guardi, interi mesi. Infine il cielo
stesso parve ispirarlo. Decise di rivolgersi direttamente all’ufficio di
pubblicità d’un giornale e d’inserire tempestivamente un annuncio con
opportuna descrizione di tutte le caratteristiche del naso, di maniera che
chiunque l’avesse scontrato potesse riportarglielo o perlomeno indicargli il
suo alloggio. E così, presa questa decisione, ordinò al cocchiere d’andare
all’ufficio di pubblicità di un giornale e per tutta la strada non fece che
appioppargli pugni sulla schiena aggiungendo: «Più in fretta, cialtrone!
Presto, furfante!». «Eh, signore!» diceva il cocchiere scuotendo la testa e
sferzando colle redini il suo cavallo, dal pelo lungo come quello dei cani
spagnoli. La vettura si fermò, e Kovalev irruppe ansante in una saletta di
ricevimento, dove un impiegato canuto, in un vecchio frac e cogli occhiali,
sedeva a un tavolo e, colla penna fra i denti, contava certe monete di rame che
gli avevano portato.
«Chi riceve gli annunci qui?» domandò Kovalev. «Ah, buongiorno!»
«I miei rispetti» disse l’impiegato canuto levando un istante gli occhi e
riabbassandoli tosto sui mucchi di denaro che aveva davanti.
«Desidero inserire…»
«Permettete, vi prego d’aspettare un momento» fece l’impiegato, inscrivendo
con una mano una cifra sulla carta e spostando con le dita della sinistra due
grani del pallottoliere. Un domestico gallonato e con un aspetto che
dimostrava la sua permanenza in una casa aristocratica, stava in piedi presso
il tavolo tenendo in mano uno scritto e stimò opportuno mostrare il suo
sapervivere:
«Mi crederete, signore, se vi dico che la cagnetta non vale ottanta copechi,
ossia io non ne darei neppure otto soldi, ma la contessa gli vuol bene,
perbacco, gli vuol bene, ed ecco qua, a chi la trova, cento rubli. A dirla in
coscienza, quant’è vero che noi due siamo qui ora insieme, i gusti della gente
non tornano mai gli uni cogli altri: ma se sei cacciatore hai da tenere un cane
da punta, o un barbone; costi cinquecento, mille magari, ma che sia un buon
cane.»
Il rispettabile impiegato ascoltava ciò con un viso compreso e nel medesimo
tempo andava conteggiando di quante lettere fosse l’annuncio. Di fianco
stava una quantità di vecchie, di commessi mercanti e di portieri con annunci
da inserire. In uno si cedeva a servizio un cocchiere astemio; in un altro un
calesse quasi nuovo portato da Parigi nel 1814; di qua si cedeva una
domestica di diciannove anni sperimentata in faccende di lavanderia, ma
buona a tutto fare; di là una solida vettura priva soltanto di una balestra; un
giovane cavallo ardente pezzato di bigio, diciassette anni d’età; semi di
navone e di ravanello appena ricevuti da Londra; una fattoria con tutti gli
accessori: ossia due scomparti per i cavalli e un sito dove educare un
magnifico giardino di betulle ovvero d’abeti; né mancava un invito a coloro
che desiderassero comprare vecchie suole, con preghiera di presentarsi al
secondo incanto ogni giorno dalle 8 alle 3 del pomeriggio. La stanza in cui era
raccolta tutta questa società era piccola, e l’aria perciò estremamente greve;
ma l’assessore di collegio Kovalev non poteva sentire il lezzo, perché si
tappava il naso col fazzoletto, e anzi perché il suo naso stesso Dio sa dov’era.
«Egregio signore, permettetemi di pregarvi… è cosa urgente» diss’egli alla
fine con impazienza.
«Subito, subito! Due rubli e quarantatré copechi!… Un minuto!… Un rublo e
sessantaquattro copechi!» diceva il tipo canuto, buttando in faccia alle vecchie
e ai portieri i loro annunci. «Che cosa desiderate?» chiese finalmente
rivolgendosi a Kovalev.
«Vi prego…» disse Kovalev. «È successa una bricconata, una furfanteria,
finora non mi riesce assolutamente di capire. Vi prego soltanto d’inserire che
colui il quale mi riporterà quel mascalzone, riceverà acconcia ricompensa.»
«Scusate un po‘, qual è il vostro nome?»
«Eh, no, che c’entra il nome? Non posso dirlo. Io ho molti conoscenti. La
Cehtyreva, consiglieressa di Stato, Pelagia Grigorjevna Podtocina, ufficialessa
superiore… Se, Dio guardi, lo risapessero! Potete mettere semplicemente: un
assessore di collegio o, meglio ancora: un avente grado di maggiore.»
«E chi vi è scappato, un domestico?»
«Macché domestico! Allora non sarebbe una bricconata tanto grande! M’è
scappato… il naso…»
«Hm, che nome strano! E v’ha sottratta una forte somma, questo signor
Nasi?»
«Naso, ossia… avete capito male! Naso, il mio proprio naso è sparito e non si
sa dove. Il diavolo stesso ha voluto farsi beffe di me!»
«Ma in che maniera è sparito? C’è qualcosa che non capisco bene!»
«E appunto non ve lo so dire, in che maniera; ma il fatto è che in questo
momento esso scarrozza per la città e si spaccia per consigliere di Stato.
Perciò vi prego d’inserire che chiunque potrà metterci la mano sopra, me lo
riporti senza indugio entro il più breve tempo possibile. Giudicate infatti voi
stesso, come potrei stare senza una parte del corpo così appariscente? Qui
non si tratta d’un qualunque dito mignolo del piede, che, infilata una scarpa,
nessuno s’accorge se c’è o non c’è. Io frequento il giovedì la casa della
Cehtyreva, consiglieressa di Stato; la Podtocina, Pelagia Grigorjevna, vedova
d’un ufficiale superiore, e questa ci ha una figlia molto graziosa, e inoltre
piacevoli conoscenze; fatevi ora un’idea di quale sia la mia posizione… Non
potrò più presentarmi da loro.»
L’impiegato rifletteva, come rivelavano le sue labbra fortemente serrate.
«No, io non posso inserire un tale annuncio sul giornale» disse finalmente
dopo lungo silenzio.
«Come? Perché?»
«Perché il giornale potrebbe perdere il suo buon nome.
Se ognuno cominciasse a inserire che gli è scappato il naso, capirete… Anche
senza di questo già vanno dicendo che si stampano tante assurdità e voci
false.»
«Ma in che cosa è assurda questa faccenda? Non c’è niente d’assurdo, qui.»
«Pare a voi che non ci sia niente. Ma, vedete, la settimana passata si dette un
caso simile. Venne un impiegato, così come siete venuto voi ora, portò un
annuncio, il cui costo ammontò a 2 rubli e 73, e tutta l’inserzione consisteva in
questo, che era scappato un barboncino di pelo nero. Be‘, che c’era in ciò di
speciale? Nondimeno risultò che era un libello: il barboncino designava il
cassiere di non so che amministrazione.»
«Ma io evidentemente nell’annuncio non parlo di cani barboni, ma del mio
proprio naso: ossia come dire di me stesso.»
«No, non posso assolutamente inserire un annuncio simile.»
«Ma il naso m’è sparito davvero!»
«Se è sparito, questa è una faccenda che riguarda il medico. Dicono ve ne sia
di tali capaci di rappiccare qualsivoglia naso. Mi avvedo comunque che siete
uomo d’umore allegro e che ama lo scherzo in società.»
«Vi giuro quant’è vero Dio! Ma, dal momento che siamo arrivati a questo
punto, prego, vi farò vedere.»
«Perché disturbarvi?» continuò l’impiegato fiutando del tabacco. «Del resto,
se non v’infastidisce troppo» aggiunse con un moto di curiosità «darei
volentieri un’occhiata.» L’assessore di collegio si tolse il fazzoletto dal viso.
«Veramente! È oltremodo strano!» disse l’impiegato. «Il sito è completamente
piatto, quasi si direbbe una galletta appena sfornata. Eh, sì, liscio fino
all’inverosimile!» «Orsù, continuerete ora a far difficoltà? Vedete voi stesso
che è impossibile rifiutarmi l’inserzione. Ve ne sarò molto grato e, per me, mi
dichiaro lietissimo che questo caso m’abbia procurato il piacere della vostra
conoscenza.» Come si vede, il maggiore s’era deciso, per una volta, a scadere
alquanto.
«L’inserzione, certo, è affare di nulla» disse l’impiegato «soltanto non ci
prevedo per voi alcun costrutto. Se proprio volete, fate che qualcuno di penna
esercitata descriva il caso come uno scherzo di natura, e pubblichi l’articoletto
sull‘“Ape del Nord”»26 (qui egli fiutò ancora il tabacco) «per utile della
gioventù» (qui si nettò il naso) «oppure solo così, per soddisfazione dei
curiosi.»
L’assessore di collegio perse ogni speranza. Gli occhi gli corsero in calce a una
gazzetta, dov’erano i programmi degli spettacoli; e già il suo volto si
preparava al sorriso, avendo egli scorto il nome d’una certa attrice, piacente
anzichenò, e la sua mano già correva alla tasca, in cerca d’una banconota
turchina, 27 giacché gli ufficiali superiori, secondo l’avviso di Kovalev, non
possono andare che in poltrona; ma il pensiero del naso guastò tutto!
L’impiegato stesso pareva tocco dalla difficoltosa posizione di Kovalev.
Desiderando alla meno peggio alleviare la sua pena, volle esprimere la
propria compartecipazione con qualche frase: «Mi rincresce davvero che vi
sia capitato un tale caso. Gradireste una presa di tabacco? Fuga i mali di capo
e l’umor malinconico; è utile persino nei confronti delle emorroidi». Ciò

26 Giornale dell’epoca assai diffuso. Diretto prima da Bulgarin, poi da Grec’; 1825-1864 (N.d.T.).
27 Da cinque rubli (N.d.T.).
dicendo l’impiegato presentò a Kovalev la sua tabacchiera, dopo averne fatto
saltare con notevole abilità il coperchio sul quale si vedeva il ritratto d’una
signora in cappello.
Questo atto inconsiderato mise Kovalev fuori di sé. «Non capisco come
soltanto vi dà l’animo di scherzare» disse egli con ira. «Non vedete forse che
mi manca appunto quello che serve per fiutare? Il diavolo si porti il vostro
tabacco! Adesso non lo posso neppure sentir rammentare, e non dico
solamente il vostro lurido tabacco di betulla, ma, per vostra norma, neppure
se m’aveste offerto dell’autentico râpè.» Ciò detto uscì, profondamente
indispettito, dall’ufficio di pubblicità e si diresse dal commissario di
quartiere.
Entrò nel punto che quegli si stiracchiava e borbottava: «Voglio fare un
magnifico pisolino d’un par d’ore!». Perciò si può immaginare quanto
inopportuno riuscisse l’arrivo dell’assessore di collegio. Il commissario era un
grande incoraggiatore d’ogni arte e mestiere: ma a tutto preferiva una
banconota governativa. «È una cosa» usava dire «che non ce n’è una meglio:
non è necessario darle da mangiare, prende poco posto, sta tutta in una tasca,
se cade non si rompe.» Egli accolse Kovalev piuttosto freddamente e disse
che dopo pranzo non era tempo da procedere a inchieste, che la natura stessa
decretò di riposarsi alquanto dopo mangiato (dal che l’assessore di collegio
poté rendersi conto come al commissario non fossero ignoti i dettati degli
antichi saggi), che infine un uomo ammodo non perde il naso.
Detto senza complimenti! E occorre notare che Kovalev era uomo
straordinariamente suscettibile. Poteva perdonare qualunque cosa dicessero
di lui medesimo, ma non tollerava le indelicatezze che si riferissero al suo
grado o titolo. Stimava anzi che nelle produzioni di teatro si potesse
permettere tutto quanto riguardava gli ufficiali subalterni, ma non si
dovessero assolutamente tollerare attacchi agli ufficiali superiori.
L’accoglienza del commissario lo sconcertò dunque al punto che scosse la
testa e, allargando un poco le braccia, proferì dignitosamente: «Confesso che
dopo siffatti offensivi rilievi da parte vostra, non mi rimane altro da
aggiungere…» e uscì.
Rientrò a casa sentendosi appena le gambe sotto. Era già il crepuscolo. Triste
e oltremodo sudicio gli apparve l’appartamento dopo tante infruttuose
ricerche. Entrando nell’anticamera scorse sullo sporco divano di pelle il
proprio domestico Ivan, il quale, giacendo sul dorso, sputava contro il soffitto
e riusciva a colpire con notevole successo sempre il medesimo punto. Una
simile indifferenza da parte di quel tipo lo indignò; gli dette col cappello una
botta sulla fronte aggiungendo: «Tu, porco, non fai che occuparti di
sciocchezze!».
Ivan balzò di colpo dal suo posto e si precipitò in gran fretta a sbarazzarlo del
cappotto.
Entrato in camera sua, il maggiore, stanco e triste, si buttò in una poltrona e
disse infine, dopo alquanti sospiri:
«Mio Dio! Mio Dio! Perché una tale disgrazia? Fossi io senza un braccio o
senza una gamba sarebbe, pure, meglio; ma, senza naso, un uomo lo sa il
diavolo che cosa rappresenta: non è né cristiano né animale, né carne né
pesce, prendilo, alle corte, e buttalo dalla finestra! E almeno l’avessi perduto
in guerra o in duello, o ne fossi io stesso causa; ma no, è sparito senza saper
né come né quando, è sparito così, in un soffio!… Però no, non può essere»
aggiunse dopo breve riflessione «è inverosimile che un naso sparisca, è
assolutamente inverosimile. O sogno, o son vittima d’un’allucinazione; forse
chi sa come, per errore, ho bevuto per acqua l’acquavite che mi passo in
faccia dopo la barba. Quella bestia d’Ivan certo non l’ha portata via e così l’ho
inghiottita.» Per convincersi di non essere effettivamente briaco, il maggiore
si pizzicò tanto forte che fu costretto a gridare dal dolore. Il quale dolore lo
convinse del tutto che era sveglio e desto. Egli s’accostò pian piano allo
specchio e dapprima socchiuse gli occhi colla segreta speranza che il naso, chi
sa, ricomparisse al posto suo: ma quasi nel medesimo punto dette un salto
indietro esclamando: «Obbrobrioso spettacolo!».
La faccenda era veramente incomprensibile. Si fosse perduto un bottone, un
cucchiaio d’argento, un orologio, o altro di simile, ma perdere… perdere che
cosa? E per di più nel proprio appartamento!… Il maggiore Kovalev, tutto
ben considerato, finì col supporre che la colpa del fatto doveva, secondo ogni
apparenza, essere attribuita a nessun altro che all’ufficialessa superiore
Podtocina, la quale desiderava fargli sposare la propria figliuola. Egli stesso
corteggiava volentieri la ragazza, ma evitava un impegno definitivo. Quando
poi l’ufficialessa gli aveva detto a chiare note che intendeva dargliela in
sposa, egli, lasciate da parte le finezze, aveva dichiarato che lui era tuttavia
giovane, che gli conveniva prestar servizio cinque anni ancora, e così ne
avrebbe avuti quarantadue giusti. Epperò l’ufficialessa, per vendetta, aveva
deciso la sua perdita e s’era assicurata a quest’uopo i servigi di qualche
fattucchiera, giacché non si poteva neppur lontanamente supporre che il naso
fosse stato tagliato: nessuno era entrato in camera sua; quanto al barbiere
Ivan Jakovlevic, questi l’aveva raso già il mercoledì, e nel prosieguo di tale
giorno, e del resto per tutta la durata del giovedì stesso, il naso era restato al
suo posto; ciò egli ricordava e sapeva con precisione: oltrediché avrebbe
dovuto sentir male, e certamente la ferita non si sarebbe chiusa tanto presto,
né sarebbe diventato, il posto, liscio come una galletta. Andava architettando
piani d’azione: chiamare in giudizio per via legale l’ufficialessa, ovvero
comparire egli stesso in casa di lei e costringerla a confessare. Le sue
riflessioni furono interrotte dalia luce filtrante attraverso le fessure degli usci,
il che indicava che Ivan nell’anticamera aveva già acceso il candeliere. Presto
infatti comparve Ivan in persona, recandolo davanti a sé e illuminando
vivamente tutta la stanza. Il primo moto di Kovalev fu dar di piglio al
fazzoletto e coprirsi il posto dove ieri ancora stava il suo naso, onde lo
stupido individuo non restasse a bocca aperta innanzi a una tale stranezza
del suo padrone.
Non era ancora rientrato Ivan nel suo covo, che s’udì nel vestibolo una voce
sconosciuta, la quale diceva: «Abita qui l’assessore di collegio Kovalev?».
«Entrate; il maggiore Kovalev è qui» disse Kovalev saltando subito in piedi e
aprendo la porta.
Entrò una guardia di bell’aspetto, con favoriti non troppo chiari né troppo
scuri, con guance abbastanza piene, quella medesima, infine, che sul
principio del presente racconto abbiamo trovata in capo al ponte Sant’Isacco.
«Voi avete perduto il vostro naso!»
«Appunto.»
«È stato ritrovato.»
«Che dite?» gridò il maggiore Kovalev. La gioia gli toglieva l’uso della parola.
Egli contemplava avidamente la guardia davanti a lui, colle sue guance e
labbra piene che la luce vacillante della candela illuminava di bagliori vivi.
«In che modo?»
«Per uno strano caso. È stato preso mentre si disponeva a fuggire. Era già
salito sulla diligenza di Riga. Da tempo s’era procurato un passaporto falso a
nome d’un funzionario. E il curioso è che io stesso l’ho creduto sulle prime un
signore. Ma per fortuna avevo con me gli occhiali e ho potuto subito
riconoscere che era un naso. Giacché io sono miope e, voi che mi state
davanti, vedo solamente che avete un viso, ma né naso né barba, non
distinguo nulla di più. Mia suocera, ossia la madre di mia moglie, neppure lei
vede nulla.»
Kovalev era fuori di sé. «Dov’è dunque? Dov’è? ci corro subito.»
«Non vi disturbate. Sapendo che ne avevate bisogno ve l’ho portato io stesso.
Il curioso è che il principale responsabile di quest’affare è quel birbante del
barbiere della via Voznesenskaja, che ora è sotto chiave. Da molto tempo lo
sospettavo di ubriachezza e di rapina e non più tardi di tre giorni fa ha
sottratto in una bottega una dozzina di bottoni. Quanto al vostro naso è
assolutamente intatto.» Ciò dicendo il vigile cacciò una mano in tasca e ne
trasse un naso avvolto in un pezzo di carta.
«È desso!» esclamò Kovalev. «È desso appunto! Restate a prendere una tazza
di tè con me.»
«Mi sarebbe oltremodo gradito, ma non posso assolutamente: devo passare
dalla casa di correzione… Il carovita aumenta per tutti i generi… Con me
vive anche mia suocera, ovverosia la madre di mia moglie, eppoi i ragazzi; il
maggiore in particolare dà grandi speranze per l’avvenire, è un ragazzo
molto sveglio; ma mezzi per la loro educazione non ce n’è…»
L’assessore di collegio, uscito che fu il vigile, restò in uno stato d’animo vago,
e solo dopo qualche minuto riacquistò la possibilità di vedere e di sentire: in
tale smemoratezza l’aveva gettato l’improvvisa gioia! Prese con cautela il
recuperato naso nelle due mani a ciotola e ancora una volta l’osservò
attentamente.
«È desso! Desso appunto!» disse. «Ecco anche sul lato sinistro il foruncolo
spuntato ieri.» Per poco il maggiore non scoppiò a ridere dalla gioia.
Ma di lunga durata non v’ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell’istante che
segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più
debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale,
così come sull’acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da
ultimo, colla liscia superficie. Kovalev prese a riflettere e si rese conto che la
faccenda non era ancora finita: il naso era stato, sì, ritrovato, ma occorreva
ancora applicarlo, rimetterlo al suo posto.
«E se non si regge?»
A una tale domanda, mossa a se medesimo, il maggiore impallidì.
Con un senso d’indicibile terrore si precipitò alla tavola, orientò lo specchio,
onde non correre il rischio d’applicare il naso in qualche maniera di traverso.
Le sue mani tremavano. Con estrema cautela lo mise al suo luogo naturale.
Orrore! Il naso non faceva presa!… L’accostò alla bocca, lo riscaldò
leggermente col fiato, e di nuovo lo ripose sullo spazio liscio fra le due
guance; ma il naso non si reggeva in nessuna maniera.
«Suvvia, andiamo dunque! Sta‘ a posto, stupido!» gli diceva; ma il naso
faceva orecchi da mercante e ricadeva sul tavolo con un certo strano suono,
come di turacciolo. Il viso del maggiore si contraeva spasmodicamente. «Non
s’attaccherà dunque mai?» si chiedeva egli con spavento. Ma per quante volte
lo riponesse al suo luogo naturale, altrettante il tentativo risultò infruttuoso.
Chiamò allora Ivan e lo mandò in cerca di un dottore che nel medesimo
stabile occupava il migliore appartamento al piano nobile. Questo dottore era
uomo aitante, portava magnifici favoriti d’un nero di pece, aveva una fresca e
florida moglie, mangiava tutte le mattine mele crude e teneva la bocca
straordinariamente pulita, sciacquandosela ogni giorno per tre quarti d’ora e
strofinandosi la dentatura con spazzolini di cinque specie differenti. Il dottore
comparve subito e chiese da quanto tempo era capitato l’infortunio, sollevò la
testa del maggiore e gli diede col pollice un buffetto nel luogo dove prima
stava il naso, sicché il maggiore dové buttare il capo indietro così vivamente
da picchiar di nuca nel muro. Il medico assicurò che questo non era nulla e,
consigliatogli di scostarsi alquanto dalla parete, gli ordinò di piegare
dapprima il capo verso destra, poscia, palpato il posto dove a suo tempo
stava il naso, fece: «hm!»; quindi ordinò di piegare il capo verso sinistra e
fece: «hm!» e, a mo‘ di conclusione, gli applicò col dito grosso un buffetto,
laonde il maggiore Kovalev scartò colla testa come un cavallo a cui si
guardino i denti. Condotto a termine un tale esame, il dottore scosse la testa e
pronunciò: «No, non si può. Il meglio per voi è restare come siete, per evitare
complicazioni. Senza dubbio si può rimettere a posto; io, diamine, ve lo
riattaccherei seduta stante: ma vi accerto che sarebbe peggio per voi».
«Questa sì che è bella! E come posso restare senza naso?» disse Kovalev.
«Tanto, peggio di così non potrebbe essere. Che diavolo rappresento conciato
in questo modo!
E dove potrò mostrarmi con una tale risibile deformità? Io ho ottime
conoscenze: per l’appunto oggi stesso ho due serate in due case diverse. Io ho
molte conoscenze: la consiglieressa di Stato Cehtyreva, l’ufficialessa superiore
Podtocina… quantunque, dopo una simile azione da parte sua, non abbia
alcunché da spartire con lei, se non per intermesso della polizia. Fatemi la
grazia» seguitò Kovalev con voce supplichevole. «Non c’è mezzo?
Riattaccatelo in una maniera qualunque; anche non perfettamente, purché si
regga; io stesso potrò sostenerlo un tantino colla mano in caso di pericolo.
Senza contare che io non ballo, da compromettere ogni cosa con un
movimento inconsulto. E per tutto quanto si riferisce al riconoscimento dei
vostri servigi, potete star tranquillo che, nella misura che me lo permettono i
miei mezzi…»
«Dovete sapere» disse il dottore con voce né forte né sommessa, ma
oltremodo esortativa e magnetica «che io non curo mai per interesse. Ciò è
contrario alle mie regole e alla mia arte. Prendo, è vero, qualcosa per le mie
visite, ma unicamente per non offendere con un rifiuto. Senza dubbio vi
riattaccherei il naso; ma vi assicuro sull’onore, giacché non credete alla mia
semplice parola, che per voi sarebbe di gran lunga peggio. Lasciate piuttosto
fare alla natura. Lavatevi più spesso con acqua fredda, e io vi assicuro che,
senza naso, starete bene come se ce l’aveste. E, per quanto riguarda il naso, vi
consiglio di metterlo in un boccale di spirito o, meglio ancora, d’aggiungere
due cucchiai da tavola di spirito di sale e aceto tiepido, e allora potreste
cavarne di bei quattrini. Io stesso prenderei il vostro naso, se però non ne
chiedeste troppo.»
«No, no! Non lo venderò per nessuna somma!» esclamò desolato il maggiore
Kovalev. «Piuttosto lascerò che vada in malora!»
«Come volete!» disse il dottore inchinandosi. «Volevo riuscirvi utile…
Pazienza! Almeno avete visto che ho fatto quanto era in me.» Ciò detto, il
dottore con grande mutria uscì dalla camera. Kovalev non fece neppure
attenzione a lui e notò appena, nel suo profondo smarrimento, i polsini della
sua camicia, candidi come neve, che sortivano dalle maniche del nero frac.
Il giorno dopo, prima di rivolgersi alla giustizia, il maggiore si decise a
scrivere all’ufficialessa, chi sa non acconsentisse a rendergli colle buone ciò
che gli spettava. La lettera era del seguente tenore:

Egregia Signora Alessandra 28 Grigorjevna!


Non posso capire il Vostro strano comportamento. Siate persuasa che, agendo in tal guisa,
non guadagnate nulla, né in alcuna maniera mi forzerete a sposare Vostra figlia. Sappiate
che la storia relativa al mio naso è ormai di ragion pubblica, come anche il fatto che Voi e
nessun altri ne siete il principale artefice. La sua inopinata sparizione dal suo proprio
luogo, la fuga e la mascherata, ora sotto le spoglie d’un funzionario, ora, infine, sotto le sue
medesime, altro non sono che la conseguenza dei sortilegi da Voi operati, o, quanto meno,
da coloro che attendono per Vostro conto a tali degne occupazioni. Io da mia parte stimo
doveroso prevenirvi che, ove detto naso non fosse oggi stesso reintegrato al suo proprio
luogo, mi vedrei costretto a ricorrere alla difesa e protezione delle leggi.
Frattanto, coi sensi della più perfetta stima, ho l’onore di dirmi
il Vostro umile servo
Platone Kovalev.

Egregio Signore Platone Kuzmic!


La Vostra lettera mi ha oltremodo meravigliata. Sinceramente vi confesserò
che non mi attendevo ciò da parte Vostra, né, tanto meno, i Vostri ingiusti
rimproveri. Debbo rendervi noto che non ho mai ricevuto in casa mia il
funzionario cui accennate, né mascherato, né tampoco nel suo vero aspetto. È
stato da me, è vero, Filippo Ivanovic Potancikov. Ma sebbene egli, non lo
nego, pretendesse alla mano di mia figlia, e seppure illibato, di condotta
irreprensibile e di chiaro sapere, io, tuttavia, non ebbi mai a dargli alcuna
speranza. Voi parlate anche di un certo naso. Ora, se con ciò intendete che io
abbia voluto lasciarvi con un palmo di naso, ossia rispondere alle Vostre
assiduità con un formale diniego, in tal caso sarei assai sorpresa che proprio
Voi poteste ciò credere, quando sapete benissimo che io sono anzi di parere al
tutto contrario, e disposta in questo medesimo istante, ove chiediate mia
figlia in sposa secondo le regole, a darvi piena soddisfazione, giacché tale fu
ognora l’oggetto dei miei più ardenti desideri; nella quale speranza, e sempre
pronta al Vostro servizio, mi dico
Alessandra Podtocina.

«No» disse Kovalev dopo aver letto questa lettera «essa non è certo colpevole.
È impossibile! La lettera non è scritta come avrebbe potuto scriverla un
colpevole di delitto.» L’assessore di collegio era, in questa partita, un
intenditore, perché già al Caucaso era stato designato per più d’un’inchiesta.
«In che modo allora e per qual caso è avvenuto ciò? Solo il diavolo ne

28 Fin qui Pelagia. Svista di Gogol’ (N.d.T.).


caverebbe le gambe!» diss’egli alla fine, lasciando cadere le braccia.
Frattanto la fama di questo straordinario avvenimento correva la capitale e,
come avviene, non senza opportune aggiunte. A quel tempo gli spiriti di tutti
erano particolarmente volti al soprannaturale: non era molto che esperimenti
di magnetismo avevano attratta l’attenzione del pubblico. Inoltre la storia
delle seggiole danzanti alla Konjuscennaja era ancora di fresca data, perciò
non v’è da meravigliarsi se presto cominciò a correr voce che il naso
dell’assessore di collegio Kovalev alle tre in punto passeggiava sulla
Prospettiva. I curiosi vi si riunivano ogni giorno in folla. Affermava uno che il
naso si trovava nel negozio di Junker, e subito davanti a Junker si formava
una tale moltitudine e ne nasceva un tal parapiglia, che doveva persino
intervenire la forza pubblica. Uno speculatore d’aspetto degno, con favoriti, il
quale prima vendeva pasticcini raffermi all’uscita dei teatri, costruì per
l’occorrenza degli ottimi e solidi sgabelli di legno, su cui invitava i curiosi a
prender posto, verso compenso di ottanta copechi ciascuno. Un colonnello a
riposo uscì di casa prima del tempo a bella posta, e a gran fatica s’aprì un
passaggio tra la folla; ma, con suo grave disappunto, scorse nella vetrina del
negozio, in luogo del naso, un comune panciotto di pelo e una litografia
rappresentante una fanciulla che si tirava su una calza, mentre, da dietro un
albero, un moscardino in gilè rovesciato e pizzo la spiava; composizione che
stava lì attaccata, sempre al medesimo posto, da più di dieci anni
Allontanandosi, il colonnello proferì con dispetto: «Ma come è lecito turbare
la popolazione con simili voci sciocche e inverosimili?». In seguito corse voce
che non sulla Prospettiva, sibbene al Giardino di Tauride passeggiava il naso
del maggiore Kovalev; che Hozrev-Mirza29 quando ci abitava s’era molto
meravigliato di questo scherzo di natura. Alcuni studenti dell’Accademia di
Chirurgia vi andarono. Una nota e rispettabile dama chiese con lettera scritta
di proprio pugno al guardiano del giardino di voler mostrare ai suoi figli il
raro fenomeno e, se possibile, di aggiungere spiegazioni profittevoli ed
edificanti per la gioventù.
Di tutti questi avvenimenti restarono oltremodo soddisfatti gli immancabili
frequentatori di serate mondane, che amano rallegrare le dame con aneddoti,
di cui allora appunto erano restati a corto. Un piccolo numero di persone
rispettabili e benintenzionate ne rimase, per contro, oltremodo scontento. Un
signore disse con malumore che lui non capiva come nel nostro secolo di
lumi potessero diffondersi simili assurde fantasie, e che si meravigliava
altamente come il Governo non vi ponesse rimedio. Questo signore era, come
si vede, del numero di quelli che vorrebbero vedere il Governo immischiato
in tutto, perfino nelle loro quotidiane baruffe colla metà. In conseguenza di
che… ma qui di nuovo tutta la faccenda si perde nella nebbia, e quanto

29 Grande personaggio dell’impero Ottomano sotto Mahmud, ossia all’epoca appunto del racconto (N.d.T.).
avvenne poi precisamente nessuno lo sa.
Fatti assurdi avvengono in questo mondo, da cui talvolta ogni
verosimiglianza è bandita. A un tratto quello stesso naso che scarrozzava col
grado di consigliere di Stato e aveva sollevato tanto rumore nella città,
ricomparve, come se niente fosse, al suo proprio posto, ossia appunto fra le
due guance del maggiore Kovalev. Ciò avvenne il 7 di aprile. Svegliatosi e
gettata per caso un’occhiata allo specchio, questi vede… il suo naso! Lo tocca
colla mano: il suo naso, non c’è che dire! «Oh!» disse Kovalev, e dalla gioia a
momenti s’abbandonava attraverso la stanza, e così a piedi nudi, a una danza
sfrenata; ma l’ingresso di Ivan glielo impedì. Il maggiore chiese subito da
lavarsi e, lavandosi, guardò ancora una volta allo specchio: il naso!
Asciugandosi colla salvietta guardò daccapo: naso!
«Di‘ un po‘, Ivan, mi pare di aver sul naso una specie di foruncolo» fece egli,
e pensava frattanto: “Ora sarebbe bella che Ivan dicesse: ‘Nonché foruncolo,
io non vedo neppure naso!‘”.
Invece Ivan disse: «Niente, nessun foruncolo: il naso sta benissimo!».
“Ottimamente, che il diavolo mi porti!” disse fra sé il maggiore e schioccò le
dita. In quella fece capolino alla porta il barbiere Ivan Jakovlevic, ma tanto
timidamente, quanto un gatto che avessero poco prima frustato per un furto
di lardo.
«Dillo da prima: hai le mani pulite?» gli gridò da lontano Kovalev.
«Pulite.»
«Non è vero!»
«Pulite in fede mia, signore.»
«Be‘, bada a te!»
Kovalev si sedette. Ivan Jakovlevic gli mise l’asciugamano e in un battibaleno,
coll’aiuto del pennello, gli mutò il mento e una parte delle guance in una
crema simile a quella che si serve ai genetliaci dei mercanti. “Eccoti!” disse fra
sé Ivan Jakovlevic guardando il naso, quindi chinò la testa dall’altra parte e lo
guardò di scancio: “Ci sei, birbante!” proseguì, e contemplò a lungo il naso.
Infine con grande leggerezza, colla più gran cautela che si possa immaginare,
levò due dita onde prenderlo per la punta. Giacché tale era il sistema di Ivan
Jakovlevic.
«Ohè, ohè, ohè, attento!» gridò Kovalev. Ivan Jakovlevic lasciò cadere anche
le braccia, s’impaurì e turbò come non si era mai turbato in vita sua.
Finalmente prese a grattare cauto col rasoio sotto il mento e, quantunque gli
riuscisse assai malagevole radere senza tenere per l’organo olfattivo del
corpo, nondimeno, appoggiando il suo pollice calloso contro la guancia e la
gengiva inferiore, gli riuscì infine di superare alla bell’e meglio tutte le
difficoltà e d’arrivare in porto.
Quando tutto fu fatto, Kovalev s’affrettò a vestirsi, prese una vettura e si recò
difilato al caffè. Entrando, gridò da lontano: «Ragazzo, una tazza di
cioccolata!» e giù in quel medesimo istante un’occhiata allo specchio: il naso
c’era! Allegramente egli si volse indietro e lanciò uno sguardo ironico,
socchiudendo un po‘ gli occhi, a due militari, uno dei quali il naso non ce
l’aveva più grosso d’un bottone da gilè. Dopo di che si recò alla cancelleria
del dipartimento in cui stava brigando per un posto di vicegovernatore o, in
caso d’insuccesso, d’ispettore. Attraversando l’anticamera, si guardò allo
specchio: il naso c’era! Poi si recò a far visita a un altro assessore di collegio, o
maggiore, uomo assai caustico, cui egli spesso diceva, in risposta a rilievi
pungenti: «Eh, ti conosco bene, linguaccia!». Per la strada pensava: “Se
neppure costui scoppia a ridere vedendomi, è certo segno che ho tutto a
posto”. Ma il collega, zitto. “Benone, benone, il diavolo mi porti!” pensò
Kovalev. Per la strada scontrò l’ufficialessa Podtocina con sua figlia, le
ossequiò e ne fu risalutato da allegre esclamazioni: vale a dire, tutto andava
bene, in lui non era visibile deformità alcuna. Restò a chiacchierare molto a
lungo con loro, e a bella posta, estratta la tabacchiera, si rimpinzò a sazietà, in
loro presenza, il naso da tutte e due le narici, dicendo fra sé e sé: “Ecco qua
per voi, femminucce mie! E colla figliola in tutte le maniere non mi sposerò.
Dovess’essere così, par amour, bene, allora sarebbe un altro affare!”.
E il maggiore Kovalev da allora andò a spasso, come se nulla fosse stato, vuoi
sulla Prospettiva, vuoi per i teatri, insomma dappertutto. E il naso del pari,
come se nulla fosse stato, se ne rimaneva in mezzo al suo viso, e non
mostrava neanche lontanamente d’aver prevaricato. E dopo ciò videro il
maggiore Kovalev sempre di buon umore, sorridente, inseguente tutte senza
eccezione le graziose signore, e persino lo videro una volta che si fermava
davanti a una bottega del Mercato Centrale e comprava un nastro da
decorazione, chi sa poi perché, visto che non era cavaliere di nessun ordine.
Ecco che storia è capitata nella capitale nordica del nostro vasto impero!
Soltanto, adesso, tutto ben considerato, ci avvediamo che c’è in essa molto di
inverosimile. Anche senza parlare che è davvero strana la soprannaturale
scomparsa del naso e la sua comparsa in diversi posti sotto le spoglie di
consigliere di Stato, come poi Kovalev non s’accorse che non si può inserire
un annuncio sui giornali quando si tratta d’un naso? Io qui non intendo già
dire che un annuncio costa troppo caro: questa è cosa trascurabile, né io sono
in alcun modo del numero della gente attaccata al denaro; ma dico che non
sta bene, che è una goffaggine, una cosa mal fatta! E ancora: come diamine il
naso si trovava nel pane sfornato, e come lo stesso Ivan Jakovlevic… No, non
ci capisco un’acca, proprio non ci capisco! Ma quello ch’è invero più strano e
più incomprensibile di tutto il resto, è come gli autori possano scegliersi
consimili soggetti. Confesso che ciò mi riesce del tutto incomprensibile, ciò
davvero… no, no, assolutamente non capisco! In primo luogo, ciò non può
essere d’alcun vantaggio al paese; in secondo luogo… ma, tanto, anche in
secondo luogo non vi può essere utilità alcuna. Veramente non so che cosa
ciò può rappresentare…
Ma, purtuttavia, e nonostante quanto detto, come, evidentemente, si può
ammettere una cosa, e un’altra, e una terza, si può anche… infine, dov’è che
non si danno assurdità? Epperò, giratela come vi pare, in tutta questa storia
mi pare in coscienza che ci sia qualcosa di vero. Checché se ne dica, simili
fatti capitano nel mondo; di rado, ma capitano.
Théophile Gautier
LA MORTA INNAMORATA

(La morte amoureuse, 1836)

Oltre che il celebrato maestro della piena stagione romantica e della prima stagione
parnassiana, Théophile Gautier (1811-1872) fu il principale seguace di Hoffmann in
Francia. Tra i suoi numerosi racconti fantastici, La morte amoureuse è il più
famoso e il più perfetto (forse troppo perfetto, come spesso in Gautier), eseguito e
rifinito con tutte le regole. Il tema dei morti-viventi e dei vampiri (nella fattispecie
una vampiressa) si presenta qui in uno specimen d’alta qualità, che meritò le lodi di
Baudelaire.
La tentazione di Romualdo, che appena ordinato sacerdote incontra la bella
Clarimonda, la visione della città dall’alto col palazzo delle cortigiane illuminato dal
sole, la vita di penitenza nella lontana parrocchia finché un servo a cavallo non viene
a chiamarlo per l’estrema unzione a Clarimonda, gli amori con la donna già morta,
l’incertezza se il sogno siano le sue giornate di povero prete o le notti d’orge
rinascimentali, la scoperta che Clarimonda è un vampiro e beve il sangue del suo
amante: tanti pezzi di bravura che faranno scuola. Faranno scuola anche nella
letteratura di second’ordine, così come nel cinema: fino all’esumazione del cadavere di
Clarimonda: intatta nella bara col sangue sulle labbra, poi subito trasformata in uno
scheletro.

Voi mi chiedete, fratello, se ho amato. Sì. È una storia singolare e terribile e,


sebbene io abbia sessantasei anni, oso appena smuovere le ceneri di questo
ricordo. A voi non voglio rifiutare nulla, ma non narrerei mai tale vicenda a
un’anima meno esperta. Sono avvenimenti tanto singolari che non posso
credere di averli realmente vissuti. Sono stato, per più di tre anni, la vittima
di una strana e diabolica illusione. Io, povero prete di campagna, ho condotto
in sogno, tutte le notti (Iddio voglia che sia stato un sogno), un’esistenza di
dannato, una vita da sardanapalo. Un solo sguardo troppo compiacente
gettato su una donna stava per dannarmi l’anima; ma con l’aiuto di Dio e del
mio santo patrono, sono riuscito a scacciare lo spirito maligno che si era
impadronito di me. La mia esistenza era complicata da un’esistenza notturna
completamente diversa. Durante il giorno ero un sacerdote, casto, dedito alle
preghiere e alle cose sante; la notte, non appena chiudevo gli occhi, divenivo
un giovane gentiluomo, fine conoscitore di donne, di cani, di cavalli, che
giocava a dadi, beveva e bestemmiava; e all’alba, quando mi svegliavo,
provavo al contrario la sensazione di addormentarmi e di sognare di essere
prete. Di questa vita sonnambulesca mi rimangono ricordi di oggetti e di
parole dai quali non posso difendermi e, sebbene non abbia mai varcato le
mura della canonica, la mia conversazione potrebbe far pensare a un uomo
che, dopo intense esperienze, stanco del mondo, ha abbracciato la vita
religiosa e vuole finire tra le braccia divine un’esistenza turbata ben più che a
un umile seminarista, invecchiato in una parrocchia ignorata, in fondo a un
bosco, senza alcun contatto con le cose del mondo.
Sì, ho amato come nessun altro sulla terra, di un amore insensato e furioso,
tanto violento che io stesso mi stupisco non mi abbia fatto scoppiare il cuore.
Quali notti ho conosciuto, quali notti!
Sin dalla prima infanzia avevo sentito in me la vocazione religiosa; tutti i miei
studi furono dunque indirizzati in tal senso, e la mia vita, fino a ventiquattro
anni, non fu che un lungo noviziato. Finito il corso di teologia, ricevetti gli
ordini minori, e i miei superiori mi giudicarono degno, pur con la mia
giovinezza, di salire l’ultimo, temibile gradino. Dovevo venir ordinato
durante la Settimana Santa.
Non ero mai stato nel mondo; ai miei occhi il mondo era costituito dal
collegio e dal seminario. Sapevo vagamente che esisteva un essere chiamato
donna, ma non vi fermavo mai il pensiero: ero di un’innocenza assoluta.
Vedevo mia madre, vecchia e inferma, soltanto due volte l’anno. Erano questi
i miei soli rapporti con l’esterno.
Non rimpiangevo nulla, non provavo alcuna esitazione di fronte a un
impegno tanto irrevocabile: ero pieno di gioia e di impazienza. Mai giovane
fidanzato ha contato le ore con ardore più febbrile. Non dormivo, sognavo di
dir messa. Essere prete: non vedevo nulla di più bello al mondo. Avrei
rifiutato di essere re o poeta. La mia ambizione non vedeva oltre.
Dico questo per dimostrarvi a qual punto quanto mi è accaduto non dovesse
accadermi, e di quale misterioso incantesimo sia stato vittima.
Venuto il gran giorno, andavo verso la chiesa con passo così leggero che mi
pareva di essere sorretto in aria, o di avere le ali. Mi credevo un angelo e mi
stupivo della fisionomia cupa e ansiosa dei miei compagni; poiché eravamo
in molti. Avevo passato la notte in preghiera e mi trovavo in uno stato
prossimo all’estasi. Il vescovo, un vecchio venerabile, mi sembrava Dio Padre
chino sulla sua eternità, e attraverso le volte del tempio vedevo il cielo.
Poiché voi conoscete i particolari della cerimonia: la benedizione, la
comunione sotto le due specie, l’unzione delle palme delle mani con l’olio dei
catecumeni, e infine il santo sacrificio offerto insieme al vescovo, non
indugerò a ripeterli. Quanto rispondono a verità le parole di Giobbe, e quanto
è imprudente chi non conclude un patto con i propri occhi! Per caso sollevai il
capo che avevo tenuto chino fino a quel momento, e scorsi innanzi a me,
tanto vicina che avrei potuto toccarla, sebbene fosse in realtà a grande
distanza e dall’altro lato della balaustra, una giovane donna di rara bellezza e
vestita con magnificenza regale. Fu come se di colpo potessi vedere. Provai la
sensazione di un cieco che recuperasse improvvisamente la vista. Il vescovo,
splendente sino ad allora ai miei occhi, si spense di colpo, le candele
impallidirono nei candelieri d’oro come le stelle al sorgere dell’alba, e tutta la
chiesa cadde improvvisamente in una completa oscurità. L’affascinante
creatura si stagliava in quella penombra come una rivelazione angelica;
sembrava brillare di luce propria.
Chinai le palpebre risoluto a non sollevarle più per sottrarmi all’influsso degli
oggetti esterni; poiché la distrazione si impadroniva sempre più di me e
sapevo appena quello che facevo.
Un istante dopo riaprii gli occhi: attraverso le ciglia la vedevo splendente dei
colori del prisma, e in un’ombra purpurea come quando si guarda il sole.
La sua bellezza era straordinaria. Quando i più grandi pittori, cercando nel
cielo la bellezza ideale, hanno portato sulla terra il ritratto della Madonna,
non si avvicinano in alcun modo a quella favolosa realtà. Né i versi del poeta,
né il pennello del pittore possono renderle giustizia. Era alta, con un
personale e un portamento da dea; i capelli, di un biondo dolce, erano divisi
al sommo del capo e le ricadevano sulle tempie come due fiumi d’oro,
facendo di lei una regina incoronata di un diadema; la fronte, di un
trasparente candore venato d’azzurro, si stendeva larga e serena sugli archi
delle ciglia scure, singolarità che sottolineava l’effetto delle iridi verde mare,
di una vivacità e di uno splendore insostenibili. Che occhi aveva! con uno
sguardo decidevano la sorte di un uomo; avevano una vita, una limpidezza,
un ardore, una liquidità brillante che non avevo mai visto in occhi umani; ne
sfuggivano raggi simili a frecce che vedevo distintamente giungermi al cuore.
Ignoro se la fiamma che li accendeva venisse dal cielo o dall’inferno, ma di
certo veniva dall’uno o dall’altro. Era un angelo e un demonio, forse tutti e
due. Non usciva certamente dal fianco di Eva, la madre comune. Denti
luminosissimi scintillavano fra il rosso delle labbra, e piccole fossette
apparivano a ogni movimento della bocca nelle guance rosate morbide come
il raso. Il naso, di una finezza e fierezza regali, ne dimostrava la nobile
origine. Splendori d’agata si accendevano sulla pelle compatta e morbida
delle spalle, a metà scoperte, e giri di grosse perle bionde, di un colore quasi
eguale al suo collo, le scendevano sul petto. A tratti alzava il capo con un
movimento sinuoso simile a quello di una biscia o di un pavone che fa la
ruota e faceva fremere lievemente l’alta gorgiera ricamata che la circondava
come una rete d’argento.
Indossava un abito di velluto color granata, e dalle lunghe maniche foderate
di ermellino uscivano mani aristocratiche, di straordinaria finezza, le dita
morbide e affusolate di trasparenza tale da lasciar passare la luce come quelle
dell’Aurora.
Questi particolari sono ancora a tal punto presenti alla mia memoria che
potrebbero essere di ieri, e sebbene fossi estremamente turbato non mi
sfuggiva nulla: la più impercettibile sfumatura, il piccolo neo al lato del
mento, la lieve peluria all’angolo delle labbra, la fronte vellutata, l’ombra
tremante delle ciglia sulle guance, coglievo ogni cosa con sorprendente
lucidità.
Come la guardavo, sentivo spalancarsi in me porte che erano state sino ad
allora chiuse; spiragli ostruiti si aprivano in tutti i sensi e lasciavano
intravedere ignote prospettive; la vita mi appariva sotto un aspetto diverso;
stavo nascendo a un nuovo ordine di idee. Una terribile angoscia mi
attanagliava il cuore; ogni minuto che passava mi sembrava un secondo e un
secolo.
La cerimonia proseguiva, e io venivo condotto molto lontano dal mondo di
cui i miei nascenti desideri furiosamente assediavano l’ingresso. Dissi sì,
quando volevo dire no, quando tutto in me si rivoltava e protestava contro la
violenza che la lingua faceva alla mia anima: una forza occulta mi strappava
mio malgrado le parole di bocca. Forse allo stesso modo tante giovanette
vanno all’altare nella ferma risoluzione di rifiutare clamorosamente il marito
che viene loro imposto, e nessuna di loro mette in atto il suo proposito. Allo
stesso modo, senza dubbio, tante povere novizie prendono il velo, seppure
decise a strapparlo al momento di pronunciare i voti. Non osano dare
scandalo davanti a tutti, né tradire l’attesa di tanti; le volontà estranee, gli
sguardi sembrano pesare come una cappa di piombo; e tutto è previsto,
regolato sin da prima, in modo tanto palesemente irrevocabile, che il pensiero
cede e si piega completamente.
Lo sguardo della bella sconosciuta cambiava espressione con il proseguire
della cerimonia. Da tenero e carezzevole, divenne sdegnoso e malcontento
come se non fosse stato compreso.
Feci uno sforzo tale da muovere una montagna, per gridare che non volevo
essere prete; non accadde nulla; la lingua mi rimase attaccata al palato, e mi
fu impossibile esprimere la mia volontà, fosse pure con il minimo cenno di
negazione. Ero sveglio, in uno stato di incubo, quando si vuole gridare
qualcosa da cui dipende la nostra vita, e non si riesce a dire nulla.
Lei parve avvertire il supplizio che provavo e, quasi per incoraggiarmi, mi
lanciò uno sguardo pieno di meravigliose promesse. I suoi occhi erano un
poema, e ogni sguardo rappresentava un canto.
Mi diceva:
“Se vuoi essere mio, ti farò più felice di quanto sia Dio nel suo paradiso; gli
angeli saranno gelosi. Strappa il lenzuolo funebre nel quale stai per
avvolgerti; io sono la bellezza, la giovinezza, la vita; vieni a me, e saremo
l’amore. Che potrebbe offrirti in cambio Geova? La nostra esistenza scorrerà
come un sogno e sarà un bacio perenne.
“Rovescia il vino del calice, e sei libero. Io ti condurrò verso luoghi
sconosciuti; dormirai sul mio seno, in un letto d’oro massiccio sotto un
padiglione d’argento; perché ti amo e voglio rapirti al tuo Dio, davanti al
quale tanti nobili cuori spargono fiumi d’amore che non giungono a lui.”
Mi pareva di udire queste parole, su un ritmo di infinita dolcezza, poiché il
suo sguardo era quasi sonoro, e le frasi che i suoi occhi mi mandavano
risuonavano in fondo al mio cuore come se una bocca invisibile le sussurrasse
alla mia anima. Ero pronto a rinunciare a Dio, e tuttavia il mio cuore seguiva
macchinalmente i momenti della cerimonia. La bella creatura mi gettò un
secondo sguardo così supplichevole, così disperato, che pugnali affilati mi
trapassarono il cuore e mi sentii più spade nel petto che la Madonna dei sette
dolori.
Ormai era finita; ero prete.
Mai su una fisionomia umana si dipinse angoscia tanto straziante;
l’innamorata che vede il fidanzato cadere morto al suo fianco, la madre
presso la culla vuota del suo bambino, Eva seduta sulla soglia della porta del
paradiso, l’avaro che trova, al posto del suo tesoro, una pietra, il poeta che ha
lasciato cadere nel fuoco il manoscritto della sua opera più bella, non hanno
uno sguardo più atterrito e inconsolabile. Il sangue abbandonò
completamente quel volto incantevole, e lei si fece bianca come il marmo; le
braccia ricaddero lungo il corpo, come se i muscoli ne fossero stati spezzati, e
lei si appoggiò a una colonna, poiché le gambe non la sorreggevano. Quanto
a me, livido, la fronte madida di un sudore più sanguinante di quello del
Calvario, mi dirigevo barcollando verso la porta della chiesa; soffocavo; le
volte sembravano appesantirmisi sulle spalle, e avevo l’impressione di
reggere con la testa l’intero peso della cupola.
Stavo varcando la soglia quando una mano si impadronì bruscamente della
mia; una mano di donna. Non ne avevo mai toccata una. Era fredda come la
pelle di un serpente, me ne rimase un segno bruciante come un marchio a
fuoco. Era lei. «Disgraziato! disgraziato!» mi disse a voce bassa «che hai
fatto?» poi scomparve tra la folla.
Passò il vecchio vescovo e mi guardò con aria severa. Mi conducevo in modo
davvero singolare; impallidivo, arrossivo, avevo le vertigini. Uno dei miei
compagni ebbe pietà di me, mi sostenne e mi accompagnò; non sarei stato in
grado, da solo, di ritrovare la strada del seminario. A una svolta, mentre il
giovane prete distoglieva il viso, un paggio negro, vestito bizzarramente, mi
si avvicinò, e senza fermarsi mi diede un piccolo portafogli con gli angoli
d’oro cesellati, facendomi segno di nasconderlo; lo feci scivolare nella manica
e ve lo tenni fino a quando non fui solo nella mia cella. Feci allora saltare la
chiusura: vi erano dentro due fogli con queste parole: «Clarimonda, al
palazzo Concini». Ero tanto all’oscuro delle cose della vita da non conoscere
Clarimonda, a dispetto della sua notorietà, e da ignorare dove fosse il palazzo
Concini. Feci mille ipotesi, una più bizzarra dell’altra; ma, in verità, purché
potessi rivederla, mi interessava ben poco chi fosse, gran dama o cortigiana.
Quell’amore appena nato si era radicato indistruttibilmente; non pensai
neppure a cercare di strapparlo, tanto mi sembrava impossibile. Quella
donna si era completamente impadronita di me; un solo sguardo era bastato
per cambiarmi, mi aveva ispirato la sua volontà; non vivevo più in me, ma in
lei e per lei. Mi conducevo in modo singolare, mi baciavo la mano nel punto
dove lei l’aveva toccata, ripetevo il suo nome per ore intere. Dovevo soltanto
chiudere gli occhi per vederla come fosse stata presente, e mi ripetevo le
parole che aveva pronunciato sul portale della chiesa: “Disgraziato!
disgraziato! che hai fatto?”. Comprendevo tutto l’orrore della mia situazione,
e i lati funebri e terribili del mio stato mi si rivelavano con chiarezza. Essere
prete! essere casto, non amare, non fare distinzioni né di sesso né di età,
sottrarsi a qualsiasi bellezza, accecarsi, strisciare all’ombra glaciale di un
chiostro o di una chiesa, non vedere che moribondi, vegliare cadaveri
sconosciuti, e portare il lutto di se stessi nella tonaca nera, così che si possa
fare del vostro abito un drappo per la vostra bara!
E io sentivo in me salire la vita come un lago sotterraneo che si gonfia e
straripa; il sangue batteva con forza nelle arterie; la mia giovinezza, così a
lungo repressa, scoppiava di colpo come l’aloe che fiorisce ogni cento anni e
esplode con un colpo di tuono.
Che fare per vedere Clarimonda? Non avevo alcun pretesto per uscire dal
seminario, non conoscendo nessuno in città; né sarei rimasto in quel
seminario: attendevo soltanto che mi comunicassero in quale parrocchia
dovevo recarmi. Cercai di svellere le inferriate della finestra, ma era a
un’altezza pericolosa, e non avendo una scala era inutile soltanto pensarci.
D’altronde potevo scendere solo di notte; come mi sarei districato nel dedalo
delle strade? Difficoltà, queste, che non sarebbero state tali per altri, ma erano
immense per me, povero seminarista, innamorato da poco tempo, senza
esperienza, senza danaro e senza abiti laici.
Se non fossi stato prete, avrei potuto vederla tutti i giorni; sarei stato il suo
amante, il suo sposo, mi dicevo nel mio cieco delirio; non più avvolto nel mio
triste sudario, avrei avuto abiti di seta e di velluto, catene d’oro, e una spada e
piume come i giovani e bei cavalieri. I miei capelli, non più disonorati da una
larga tonsura, mi sarebbero ricaduti sul collo in boccoli ondulati. Avrei avuto
baffi impomatati, sarei stato audace e coraggioso. Ma un’ora passata dinanzi
a un altare, poche parole mormorate appena mi toglievano per sempre dal
numero dei vivi, e io stesso avevo sigillato la mia pietra tombale, avevo
chiuso con le mie mani il chiavistello della prigione!
Andai alla finestra. Il cielo era di un azzurro mirabile, gli alberi avevano la
veste primaverile; la natura sembrava far sfoggio di una gioia ironica. La
piazza era affollata; i passanti andavano e venivano; i giovani bellimbusti e
giovani bellezze del luogo, a coppie, si dirigevano verso il giardino e i
pergolati. Alcuni buontemponi passavano cantando ritornelli allegri;
ovunque movimento, vita, allegria, gaiezza, che davano penoso risalto al mio
lutto e alla mia solitudine. Una giovane madre, sulla porta, giocava con il suo
bambino, baciava la sua boccuccia rosea, ancora imperlata di gocce di latte, e
gli faceva, stuzzicandolo, quelle incantevoli puerilità che solo le madri sanno
trovare. Il padre, in piedi, poco lontano, sorrideva dolcemente a quel gruppo,
e con le braccia incrociate stringeva la sua felicità sul cuore. Non potei
sopportare quello spettacolo; chiusi la finestra e mi gettai sul letto in preda
all’odio e alla gelosia, mordendo le mie dita e la coperta, come una tigre
digiuna da tre giorni.
Non so quanti giorni rimasi in quello stato; ma volgendomi in un moto di
spasimo furioso, vidi padre Serapione, ritto al centro della stanza, che mi
guardava attentamente. Ebbi vergogna di me stesso, e chinando la testa sul
petto mi coprii gli occhi con le mani.
«Romualdo, amico mio, vi accade qualcosa di straordinario» mi disse
Serapione dopo un breve silenzio. «La vostra condotta è davvero
inspiegabile. Voi, così pio, così calmo e dolce, vi agitate nella cella come una
belva. Siate vigile, fratello, e non ascoltate i suggerimenti del demonio;
lo spirito maligno, furioso sin dal momento in cui vi siete per sempre
consacrato al Signore, si aggira intorno a voi come un lupo, e fa l’ultimo
sforzo per attirarvi a sé. Non lasciatevi abbattere, ma fatevi una corazza di
preghiere, uno scudo di mortificazioni e combattete valorosamente il nemico:
lo vincerete. La prova è necessaria alla virtù, e l’oro esce più puro dal
crogiuolo. Non vi spaventate e non vi scoraggiate. Le anime meglio custodite
e più forti hanno attraversato momenti come il vostro. Pregate, digiunate,
meditate, e lo spirito maligno sarà sconfitto.»
Il discorso di padre Serapione mi fece rientrare in me, e mi sentii più calmo.
«Venivo a annunciarvi la vostra nomina alla parrocchia di C., il prete che ne
era parroco è morto, e monsignor vescovo mi ha incaricato di condurvi a
sostituirlo; siate pronto per domani.» Assentii con un cenno del capo, e padre
Serapione si congedò. Aprii il breviario e cominciai a leggere le mie
preghiere; ma le righe mi si confusero sotto gli occhi, il filo delle idee mi si
accavallò nel cervello, e il volume mi scivolò di mano senza che me ne
rendessi conto.
Partire l’indomani senza averla rivista! Aggiungere un nuovo ostacolo a
quelli che già ci separavano! Perdere per sempre la speranza di incontrarla,
senza un prodigio improvviso! Scriverle? Ma da chi le farei avere la lettera?
Nell’abito che indossavo, a chi confidarmi? Di chi fidarmi? Ero in preda a
un’ansia terribile. E ecco, mi tornò in mente quanto padre Serapione mi aveva
detto sugli artifici del diavolo, la stranezza dell’avventura, la bellezza
sovrumana di Clarimonda, lo splendore fosforescente dei suoi occhi, il tocco
bruciante della sua mano, l’improvviso mutamento avvenuto in me, la mia
fede svanita in un attimo: tutto provava chiaramente la presenza del
demonio, e quella mano vellutata era forse solo il guanto in cui aveva
nascosto gli artigli. A tali idee mi colse un vivo spavento; presi il breviario
che era scivolato a terra dalle mie ginocchia, e ricominciai a pregare.
L’indomani, Serapione venne a prendermi; due muli ci aspettavano alla
porta, carichi delle nostre magre valigie; come meglio potemmo, padre
Serapione ne montò uno, e io l’altro. Mentre percorrevamo le strade della
città io guardavo tutte le finestre, tutti i balconi nella speranza di vedere
Clarimonda; ma era troppo presto, e la città non aveva ancora aperto gli
occhi. Il mio sguardo cercò di penetrare di là dalle persiane, attraverso le
tende di tutti i palazzi davanti ai quali passammo. Serapione attribuiva senza
dubbio tanta curiosità all’ammirazione che suscitava in me la bellezza
dell’architettura, poiché rallentava il passo per darmi il tempo di vedere.
Arrivammo infine alla porta della città, e prendemmo a salire la collina.
Quando ne raggiunsi la sommità, mi volsi per guardare ancora una volta i
luoghi in cui viveva Clarimonda. L’ombra di una nuvola copriva interamente
la città: i tetti rossi e azzurri erano come sfumati in una tinta che uguagliava
tutto, dalla quale affioravano a tratti, come bianchi fiocchi di spuma, i vapori
del mattino. Per uno strano effetto ottico, biondo e dorato sotto un unico
raggio di luce si disegnava un edificio più alto degli edifici vicini,
completamente sommersi dal vapore; sebbene fosse lontano più di una lega,
sembrava vicinissimo: se ne distingueva ogni particolare, le torrette, i tetti a
terrazza, le finestre, fino alle banderuole a forma di rondine.
«Qual è quel palazzo che vedo laggiù illuminato dal sole?» chiesi a Serapione.
Egli si fece schermo agli occhi con la mano e dopo aver guardato rispose: «È
l’antico palazzo che il principe Concini ha regalato alla cortigiana
Clarimonda: vi accadono cose spaventose».
In quel momento, non so ancora se fosse realtà o illusione, mi parve di veder
scivolare sulla terrazza una forma lieve e bianca che splendette un istante e
subito si spense: Clarimonda.
Sapeva che a quell’ora, dall’alto dell’aspro cammino che mi portava lontano
da lei e che non avrei mai più ridisceso, ardente e inquieto, covavo con gli
occhi il palazzo in cui lei abitava e che un gioco irridente di luce sembrava
avvicinare a me, quasi a invitarmi a entrare da padrone? Senza alcun dubbio
lo sapeva, poiché la sua anima era troppo legata alla mia per non sentirne la
minima vibrazione, e questo l’aveva spinta, ancora avvolta nei veli notturni, a
salire sull’alto della terrazza nella glaciale rugiada del mattino.
L’ombra raggiunse il palazzo, e non vi fu più che un oceano immobile di tetti
e di cuspidi dove nulla si distingueva se non una ondulazione montuosa.
Serapione spronò la mula, la mia ne seguì subito il passo, e un gomito della
strada mi privò per sempre della città di S., che non dovevo più rivedere. In
capo a tre giorni di cammino lungo campagne malinconiche, vedemmo
spuntare tra gli alberi il gallo del campanile della chiesa in cui dovevo
officiare; dopo aver seguito alcune strade tortuose, fiancheggiate da capanne
e giardinetti, giungemmo alla facciata che non era di grande magnificenza.
Un portico ornato da costoloni di volta e due o tre rozzi pilastri di arenaria,
un tetto di tegole, contrafforti della stessa arenaria dei pilastri: era tutto; a
sinistra il cimitero pieno di alte erbe, con una gran croce di ferro nel mezzo; a
destra, all’ombra della chiesa, la canonica. La casa era di un’estrema
semplicità e di un’arida pulizia. Entrammo; alcune galline becchettavano gli
scarsi grani d’avena; apparentemente abituate all’abito nero degli
ecclesiastici, non si intimidirono per la nostra presenza e si allontanarono
appena per lasciarci passare. Sentimmo un abbaiare roco e vedemmo
accorrere un vecchio cane.
Era il cane del mio predecessore. Aveva gli occhi spenti, il pelo grigio e tutti i
segni della vecchiaia più estrema che un cane possa raggiungere. Lo
accarezzai dolcemente, e il cane si mise subito a camminarmi al fianco con
aria di inesprimibile soddisfazione. Una donna anziana, la governante del
parroco, ci venne subito incontro e, dopo avermi introdotto in una sala bassa,
mi chiese se intendevo tenerla. Le risposi di sì e aggiunsi che avrei tenuto
anche il cane e le galline, e tutti i mobili che il suo padrone le aveva lasciato
quando era morto; questo la rallegrò immensamente, poiché padre Serapione
le diede subito il prezzo che lei ne chiedeva.
Quando mi fui installato, padre Serapione tornò al seminario, lasciandomi
solo e senza altro appoggio che me stesso. Il pensiero di Clarimonda riprese a
ossessionarmi, e per quanto mi affannassi a scacciare il ricordo, non sempre
vi riuscivo. Una sera, mentre passeggiavo nei vialetti fiancheggiati da siepi di
bosso del giardino, mi sembrò di vedere di là dalla pergola una forma di
donna che seguiva tutti i miei movimenti, e tra le foglie brillare le due pupille
verdi come il mare; ma era soltanto un’illusione, e, passato dall’altra parte del
viale, non trovai che l’orma di un piede sulla sabbia, tanto piccolo da parere il
piede di un fanciullo. Il giardino era circondato da alte mura; guardai in tutti
gli angoli più nascosti e non vidi nessuno. Non ho mai saputo spiegare tale
circostanza, che era d’altronde poca cosa paragonata agli strani eventi che
dovevano accadere. Vivevo così da un anno, adempiendo con scrupolo a tutti
i doveri del mio stato, pregando, digiunando, confortando e soccorrendo gli
ammalati, facendo elemosine fino a privarmi dell’indispensabile. Ma sentivo
in me un’aridità estrema, e le sorgenti della grazia mi erano precluse. Non
conoscevo la gioia che dà il compimento di una santa missione; i miei
pensieri erano altrove, e le parole di Clarimonda mi venivano spesso alle
labbra come un involontario ritornello. Meditate bene questa circostanza,
fratello mio. Per aver alzato una sola volta lo sguardo su una donna, per una
colpa all’apparenza tanto leggera, ho sofferto molti anni le più miserevoli
angustie: la mia vita è stata turbata per sempre.
Non indugerò ancora sulle sconfitte e sulle vittorie interiori seguite sempre
da ricadute più profonde, e passerò subito a una circostanza decisiva. Una
notte qualcuno suonò violentemente alla porta. La vecchia governante andò
ad aprire, e un uomo dalla pelle abbronzata, riccamente vestito secondo una
moda straniera e con un lungo pugnale, apparve ai raggi della lanterna di
Barbara. Dapprima lei ebbe paura; ma l’uomo la rassicurò e le disse che
doveva vedermi immediatamente per qualcosa che riguardava il mio
ministero. Barbara lo fece salire. Io stavo andando a letto. L’uomo mi disse
che la sua padrona, una gran dama, era moribonda e chiedeva un prete.
Risposi che ero pronto a seguirlo; presi quanto mi era necessario per
amministrare l’estrema unzione, e discesi in fretta. Alla porta scalpitavano
due cavalli neri come la notte, che soffiavano lunghi fiotti di vapore. L’uomo
mi tenne la staffa e mi aiutò a montare in sella, quindi balzò sull’altro cavallo,
appoggiando appena una mano al pomolo della sella, strinse le ginocchia e
allentò le redini all’animale che partì come una freccia. Il mio cavallo, del
quale pure teneva la briglia, partì al galoppo, e entrambi mantennero la stessa
andatura. Divoravamo la strada; la terra grigia e solcata dagli zoccoli filava
sotto di noi, le nere sagome degli alberi fuggivano come un’armata in rotta.
Traversammo una foresta di una oscurità così opaca e glaciale, che sentii un
brivido di superstizioso terrore corrermi sulla pelle. Le sprizzanti scintille che
gli zoccoli dei cavalli traevano dai ciottoli lasciavano al nostro passaggio una
striscia di fuoco, e se qualcuno, a quell’ora di notte, avesse visto la mia guida
o me, ci avrebbe presi per due spettri a cavallo di un incubo. Fuochi fatui
traversavano di quando in quando la strada, e gli uccelli notturni pigolavano
in modo pietoso nel folto del bosco, dove brillavano a tratti gli occhi
fosforescenti di un gatto selvatico. Le criniere dei cavalli si scompigliavano
sempre più, il sudore scorreva sui loro fianchi, e il respiro usciva bruciante e
affannoso dalle narici. Ma quando li vedeva indebolirsi, lo scudiero emetteva
un grido gutturale che non aveva nulla di umano, e la corsa ricominciava con
furia. Infine il turbine si fermò. Una massa nera punteggiata da qualche luce
si erse improvvisamente davanti a noi; i passi ferrati dei cavalli risuonarono
più forte sull’impiantito, e entrammo sotto una volta che spalancava la sua
gola scura fra due enormi torri. Una grande agitazione regnava nel castello;
domestici percorrevano in tutte le direzioni i cortili reggendo una torcia, e i
lumi salivano e scendevano da un pianerottolo all’altro. Intravidi
confusamente immense architetture, colonne, arcate, portici e rampe, un lusso
architettonico regale e fiabesco. Un paggio negro, lo stesso che mi aveva dato
il messaggio di Clarimonda e che riconobbi immediatamente, venne per
aiutarmi a scendere, e un maggiordomo, vestito di velluto nero, con una
catena d’oro al collo e un bastone d’avorio in mano, avanzò verso di me.
Grosse lagrime gli scendevano dagli occhi e gli colavano lungo le guance
sulla barba bianca. «Troppo tardi!» disse scuotendo il capo «troppo tardi,
reverendo; ma se non avete potuto salvare l’anima, venite a vegliare il povero
corpo.» Mi prese per un braccio e mi condusse nella camera ardente; io
piangevo come lui, poiché avevo compreso che la morta altri non era se non
Clarimonda, tanto appassionatamente amata. Un inginocchiatoio era accanto
al letto; una fiamma bluastra fluttuava su una patèra di bronzo gettando in
tutta la stanza una luce debole e incerta, traendo a tratti dall’ombra lo spigolo
di un mobile o di una parete. Sulla tavola, in un’urna cesellata, appassiva una
rosa bianca, i cui petali, a eccezione di uno solo rimasto sul ramo, erano tutti
caduti ai piedi del vaso come lagrime profumate; una maschera nera
spezzata, un ventaglio, travestimenti di ogni genere sparsi sulle poltrone,
dimostravano che la morte era giunta in quella sontuosa dimora
all’improvviso, senza farsi annunciare. Mi inginocchiai non osando guardare
il letto, e cominciai a recitare i salmi con grande fervore, ringraziando Iddio
per aver messo la tomba tra il pensiero di quella donna e me, affinché potessi
aggiungere alle mie preghiere il suo nome ormai santificato. Ma a poco a
poco il mio slancio rallentò, e io caddi in una sorta di fantasticheria. La
camera non aveva nulla di una camera di morte. Non vi regnava Paria fetida
e cadaverica che ero abituato a respirare nelle veglie funebri, ma un languido
fumo di essenze orientali, non so quale amoroso profumo di donna
ondeggiava dolcemente nell’aria tiepida. La luce pallida sembrava una
penombra preparata per la voluttà, ben più che la luce dai riflessi giallastri
che tremola presso i cadaveri. Pensavo allo strano caso che mi aveva
ricongiunto a Clarimonda nel momento in cui la perdevo per sempre, e un
sospiro di rimpianto mi sfuggì dal petto. Mi sembrò che qualcuno avesse
sospirato alle mie spalle e mi volsi senza volerlo. Era l’eco. Ma in quel
movimento lo sguardo mi cadde sul letto che avevo, sino ad allora, evitato di
guardare. Le cortine di damasco rosso a grandi fiori, sollevate da cordoni
d’oro, lasciavano vedere la morta distesa, le mani giunte sul petto. Era
coperta da un velo di un candore abbagliante, che il cupo color porpora dei
tendaggi metteva in risalto, e di una finezza tale da non nascondere la forma
perfetta del suo corpo, permettendo di seguire le belle linee sinuose come il
collo di un cigno che la morte stessa non aveva potuto irrigidire. Era simile a
una statua di alabastro, scolpita da un abile scultore per collocarla sulla
tomba di una regina, o a una giovane donna addormentata sotto la neve.
Non resistevo più; quell’atmosfera di alcova mi sfiniva, quel profumo febbrile
di rosa appassita mi inebriava, e camminavo a grandi passi nella camera,
fermandomi ogni volta davanti alla pedana del letto per guardare la bella
morta sotto la trasparenza del sudario. Strani pensieri mi attraversavano lo
spirito; immaginavo che non fosse morta veramente, che fosse soltanto una
finzione per attirarmi nel suo castello e parlarmi d’amore. Per un istante
credetti di averle visto muovere un piede sotto il candore dei veli, e che le
pieghe immobili del sudario fossero mutate.
E mi domandavo: “È davvero Clarimonda? quali prove ne ho? Il paggio
negro non può essere passato al servizio di un’altra donna? Sono pazzo, a
disperarmi e a turbarmi in tal modo”. Ma il cuore mi rispose in un palpito: “È
lei, è proprio lei”. Mi avvicinai al letto e guardai più attentamente l’oggetto
della mia incertezza. Devo confessarvelo? Quella perfezione di forme, per
quanto purificata e santificata dall’ombra della morte, mi turbava ben più
voluttuosamente di quanto avrebbe dovuto, e il suo riposo assomigliava
tanto a un sonno, che tutti ne sarebbero stati ingannati. Dimenticavo che ero
giunto per un ufficio funebre, e immaginavo di essere un giovane sposo che
entra nella camera della fidanzata, e lei nasconde per pudore il viso, e non
vuol lasciarsi vedere.
Desolato dal dolore, esaltato dalla gioia, rabbrividendo di timore e di piacere,
mi chinai su di lei e presi un angolo del velo; lo sollevai lentamente,
trattenendo il respiro, nel timore di ridestarla. Le vene in me palpitavano così
forte che le sentivo battere alle tempie, e la fronte era bagnata di sudore come
avessi sollevato una lastra di marmo. Era in verità Clarimonda, quale l’avevo
veduta in chiesa durante la mia ordinazione, incantevole come allora: la
morte in lei sembrava una civetteria in più. Il pallore del viso, il rosa meno
vivo delle labbra, le lunghe ciglia abbassate che disegnavano la loro frangia
bruna su tanto candore le davano un’espressione di malinconica castità e di
pensosa sofferenza inesprimibilmente seducente; i lunghi capelli sciolti, che
trattenevano ancora piccoli fiori azzurri, le facevano da cuscino e
proteggevano con i loro boccoli le nudità delle spalle; le belle mani, più pure,
più diafane delle ostie, erano incrociate in atteggiamento di devoto riposo e
silenziosa preghiera, e attenuavano quel che avrebbe potuto esservi di troppo
seducente, fosse pure nella morte, nella squisita rotondità e nella levigatezza
d’avorio delle braccia nude dalle quali non avevano tolto i braccialetti di
perle. Rimasi a lungo assorto in muta contemplazione, e più la guardavo
meno potevo credere che la vita avesse abbandonato per sempre quel bel
corpo. Ignoro se fosse un’illusione o un riflesso della lampada, ma parve che
il sangue ricominciasse a circolare sotto quel pallore opaco, e tuttavia lei
giaceva sempre nella più completa immobilità. Le sfiorai il braccio; era
freddo, ma non più freddo della mano nel giorno in cui aveva toccato la mia
sotto il portale della chiesa. Mi risollevai, chinando il viso sul suo e lasciando
cadere sul suo volto la tiepida rugiada delle lagrime. Quale amaro senso di
disperazione e di impotenza, quale agonia fu quella veglia. Avrei voluto
raccogliere in un pugno la mia vita per donargliela e alitare sulla spoglia
gelida la fiamma che mi divorava. La notte avanzava, e sentendo avvicinarsi
il momento dell’eterna separazione non volli rifiutarmi la triste e suprema
dolcezza di deporre un bacio sulle labbra morte di colei che aveva avuto il
mio amore. Oh, prodigio! un leggero respiro si unì al mio e la bocca di
Clarimonda rispose alla pressione della mia; i suoi occhi si aprirono e
ripresero una pallida luce; diede in un sospiro e sciogliendo le braccia mi
circondò il collo con ineffabile rapimento. «Ah, sei tu, Romualdo» disse con
voce languida e dolce come le ultime vibrazioni di un’arpa. «Finalmente! Ho
atteso tanto a lungo da morire. Ma ora siamo fidanzati, potrò vederti e venire
con te! Addio, Romualdo, addio! ti amo; è tutto quanto volevo dirti, e ti rendo
la vita che tu hai ridestato in me per un istante con un bacio; a presto.»
La testa le ricadde sul cuscino, ma le sue braccia mi circondavano come a
trattenermi. Un turbine di vento furioso spalancò la finestra e entrò nella
camera; l’ultimo petalo della rosa bianca palpitò come un’ala sulla cima del
ramo, poi si staccò e volò via dalla finestra aperta portando con sé l’anima di
Clarimonda. La lampada si spense e io caddi svenuto sul seno della bella
morta.
Quando tornai in me, ero coricato nel mio letto, nella piccola camera della
canonica, e il vecchio cane mi leccava la mano abbandonata fuori dalla
coperta. Barbara si affannava nella stanza in preda a un tremito senile,
aprendo e chiudendo cassetti o mescolando polverine nei bicchieri.
Vedendomi aprire gli occhi, diede in un grido di gioia, il cane guaì e dimenò
la coda; ma io ero tanto debole da non poter pronunciare parola né fare un
cenno. Seppi, in seguito, che ero rimasto così per tre giorni, dando come
unico segno di vita un respiro quasi insensibile. Quei tre giorni non contano
nella mia esistenza, e ignoro dove fosse il mio spirito durante quel tempo;
non ne conservo alcun ricordo. Barbara mi ha narrato che lo stesso uomo
dalla pelle abbronzata venuto a cercarmi nella notte mi aveva riportato la
mattina seguente in una lettiga chiusa ed era subito ripartito. Quando fui in
grado di ricordare, mi riportai alla memoria tutti gli avvenimenti di quella
notte fatale. Dapprima pensai di essere stato lo zimbello di una magica
illusione; ma circostanze reali e palpabili distrussero presto le mie
supposizioni. Non potevo credere di aver sognato, perché Barbara aveva
visto come me l’uomo con i due cavalli neri, del quale descriveva
l’abbigliamento e l’aspetto con esattezza. Tuttavia nessuno conosceva nei
dintorni un castello corrispondente alla descrizione del castello nel quale
avevo ritrovato Clarimonda.
Una mattina vidi entrare padre Serapione. Barbara gli aveva fatto sapere che
ero ammalato, e lui era accorso in tutta fretta. Per quanto la premura
dimostrasse affetto e interesse per me, la sua visita non mi recò il piacere che
avrebbe dovuto. Padre Serapione aveva nello sguardo un che di penetrante e
di interrogativo che mi metteva a disagio. Mi sentivo imbarazzato e colpevole
di fronte a lui. Per primo aveva scoperto il mio turbamento interiore, e io non
gli perdonavo tanta chiaroveggenza.
Mentre mi chiedeva notizie della mia salute con ipocrita aria melliflua,
fissava su di me le sue fulve pupille leonine e affondava come una sonda il
suo sguardo nel mio animo. Poi mi fece qualche domanda sul modo in cui
conducevo la parrocchia: se mi piaceva starci, come passavo il tempo che il
mio ministero mi lasciava libero, se avevo fatto conoscenze tra gli abitanti del
luogo, quali fossero le mie letture preferite, e molti altri particolari. Io
rispondevo brevemente, e lui stesso, senza lasciarmi finire, passava a altro. La
conversazione non aveva palesemente alcun rapporto con quel che voleva
dirmi. Quindi, senza preamboli e come fosse una notizia che ricordava in
quel momento e temeva di dimenticare in seguito, mi disse con voce chiara e
vibrante che risuonò alle mie orecchie come la tromba del giudizio finale:
«La grande cortigiana Clarimonda è morta di recente, in seguito a un’orgia
durata otto giorni e otto notti. Un’orgia di infernale splendore. Si sono
rinnovati gli abominii dei festini di Baldassarre e di Cleopatra. In che secolo
viviamo mai! Schiavi dal colorito bruno servivano gli invitati parlando una
lingua sconosciuta, e erano ai miei occhi autentici demoni; la livrea del meno
importante avrebbe potuto essere l’abito di gala di un imperatore. Si sono
sempre dette cose molto strane sul conto di Clarimonda, e tutti i suoi amanti
sono finiti in modo miserevole o violento. Si è detto che era una vampira; ma
io credo fosse Belzebù in persona.»
Tacque e mi osservò più attentamente del consueto, per vedere quale effetto
avessero avuto su di me le sue parole. Non avevo saputo evitare un moto
improvviso al nome di Clarimonda, e la notizia della sua morte non soltanto
mi causava dolore per la strana coincidenza con la scena notturna della quale
ero stato testimone; mi gettò in un turbamento e in un terrore che apparvero
sul mio viso, a dispetto dei miei sforzi per dominarmi. Serapione mi guardò
con aria inquieta e severa; poi disse: «Figlio mio, devo avvertirvi: avete un
piede sull’abisso, badate di non cadervi. Satana ha lunghi artigli, e le tombe
non sono sempre fedeli. La pietra tombale di Clarimonda dovrebbe essere
sigillata tre volte; poiché, a quanto si dice, non è la prima volta che muore.
Iddio vegli su di voi, Romualdo».
Pronunciate queste parole, si avviò lentamente verso la porta e io non lo
rividi più, poiché partì per S. quasi subito.
Ero ormai pienamente ristabilito e avevo ripreso le mie funzioni abituali. Il
ricordo di Clarimonda e le parole del vecchio abate mi erano sempre presenti
allo spirito; tuttavia nessun avvenimento straordinario aveva confermato le
funebri previsioni di Serapione, e cominciavo a credere che i suoi timori e i
miei terrori fossero eccessivi; ma una notte feci un sogno.
Avevo appena assaporato le prime sorsate di sonno, quando sentii aprire le
tende del mio letto e scorrere gli anelli sui bastoni con un rumore stridente;
mi appoggiai bruscamente sul gomito e vidi l’ombra di una donna, in piedi
davanti a me. Riconobbi immediatamente Clarimonda. Aveva in mano una
piccola lampada simile a quelle che si mettono sulle tombe, la cui luce dava
alle sue dita affilate una rosea trasparenza che sfumava lievemente fino al
candore opaco e latteo del braccio nudo. Per tutto vestito aveva il sudario di
lino che la ricopriva sul letto di morte, e ne tratteneva le pieghe sul petto,
come vergognosa di un abito tanto succinto, ma la sua piccola mano non era
sufficiente; era così bianca che il colore del drappeggio si confondeva con
quello delle carni, sotto il pallido raggio della lampada. Avvolta in quel
sottile tessuto che tradiva tutti i contorni del corpo, sembrava la statua di
marmo di un’antica bagnante, più che una donna viva. Morta o viva, statua o
donna, ombra o corpo, la sua bellezza era tuttavia intatta; il solo splendore
verde degli occhi era un poco spento, e la bocca, un tempo vermiglia, non
aveva più che un colore rosato, lieve e tenero, simile quasi a quello delle
guance. I piccoli fiori azzurri che avevo veduto tra i suoi capelli erano secchi e
avevano perduto quasi tutte le foglie; non per questo era meno incantevole,
tanto incantevole che, pur con la singolarità dell’avventura e il modo
inspiegabile in cui era entrata nella mia stanza, non conobbi un solo istante di
spavento.
Lei posò la lampada sulla tavola e sedette ai piedi del letto, quindi disse
chinandosi verso di me, con quella voce argentina e vellutata a un tempo che
io ho sentito solo da lei:
«Mi sono fatta attendere, caro Romualdo, e avrai creduto che ti avessi
dimenticato. Ma vengo da molto lontano e da un luogo dal quale nessuno era
mai tornato: non vi è luna né sole nel paese da cui giungo; non vi è che spazio
e ombra; né cammino, né sentiero; non terra per i piedi, né aria per le ali; e
tuttavia eccomi qui, poiché l’amore è più forte della morte, e finirà per
vincerla. Quanti visi tetri e quante cose orribili ho veduto nel mio viaggio.
Quale affanno per la mia anima, rientrata nel mondo con la potenza della
volontà, ritrovare il mio corpo e riprenderne possesso. Quanti sforzi ho
dovuto compiere per sollevare la pietra con la quale mi avevano coperta.
Guarda: le palme delle mie povere mani sono tutte ferite. Baciale per guarirle,
amore mio!»
Mi mise le mani gelide, una dopo l’altra, sulla bocca; io le baciai più di una
volta, e lei mi guardava con ineffabile compiacimento.
Lo confesso a mia vergogna: avevo completamente dimenticato gli
avvertimenti di padre Serapione, e l’abito che rivestivo. Ero caduto senza
resistere, al primo assalto, senza soltanto tentare di respingere il tentatore; la
freschezza della pelle di Clarimonda penetrava nella mia, e il mio corpo era
percorso da brividi voluttuosi. Povera creatura, pur dopo tutto quello che ho
visto stento ancora a credere che fosse un demonio; certo non ne aveva l’aria,
e mai Satana ha nascosto meglio i suoi artigli e le sue corna. Aveva ripiegato
le gambe sotto di sé e rimaneva accovacciata ai bordi del letto in un
atteggiamento pieno di svagata civetteria. Di quando in quando mi passava
la piccola mano tra i capelli e li arricciava a boccoli come a provare nuove
acconciature. Io la lasciavo fare con colpevole compiacimento, e lei
accompagnava i suoi gesti con un delizioso cinguettio. È davvero singolare
che io non provassi alcuna meraviglia per un’avventura tanto straordinaria;
al contrario, con la facilità che si ha nel sogno di accettare come fossero
semplici gli eventi più bizzarri, io non vedevo in quanto avveniva nulla che
non fosse naturale.
«Ti amavo molto tempo prima di vederti, mio caro Romualdo; e ti cercavo
dappertutto. Eri il mio sogno; e ti scorsi in chiesa nel momento fatale; dissi
subito: “È lui!”. Ti gettai uno sguardo in cui misi tutto l’amore che avevo
avuto, che avevo e che dovevo avere per te; uno sguardo da dannare un
cardinale, da far inginocchiare un re ai miei piedi, davanti a tutta la corte. Tu
rimanesti impassibile e preferisti il tuo Dio.
«Ah, quanto sono gelosa di Dio, che hai amato e che ami ancora più di me!
«Infelice, infelice che io sono; non avrò mai il tuo cuore tutto per me, io che tu
hai restituito alla vita con un bacio, Clarimonda la morta, che forza per te le
porte della tomba e viene a consacrarti la vita che ha ripreso solo per renderti
felice!»
Le sue parole erano pronunciate fra deliranti carezze che mi stordirono i sensi
e la ragione, al punto che non temetti, per consolarla, di pronunciare una
terribile bestemmia e di dirle che l’amavo quanto amavo Dio.
Le sue pupille si ravvivarono e brillarono come crisopazi. «È vero, è proprio
vero: quanto ami Iddio!» disse stringendomi tra le belle braccia. «Verrai
dunque con me, mi seguirai dove vorrò. Lascerai queste povere vesti nere;
sarai il più fiero e il più invidiato dei cavalieri, sarai il mio amante. È bello
essere l’amante di Clarimonda, che ha rifiutato un papa. Ah, che bella vita
vivremo, che esistenza dorata. Quando partiamo, mio bel gentiluomo?»
«Domani! domani!» gridai nel mio delirio.
«E sia, domani! Avrò tempo di cambiare abito: questo è troppo succinto e non
è adatto a un viaggio. E dovrò avvertire la mia gente che mi crede morta
davvero e si dispera. Il denaro, gli abiti, le carrozze, tutto sarà pronto; verrò a
prenderti a quest’ora. A domani, caro amore.» E mi sfiorò la fronte con le
labbra. La lampada si spense, le tende ricaddero, e non vidi più nulla; un
sonno di piombo, un sonno senza sogni, pesò su di me e mi intorpidì fino
all’indomani. Mi risvegliai più tardi del consueto, e il ricordo della strana
visione mi turbò per tutto il giorno; infine mi convinsi si trattasse dei fumi
della mia immaginazione esaltata. Tuttavia si era trattato di sensazioni così
vive che era difficile non crederle reali, e mi coricai con una certa ansia per
quanto poteva accadermi, dopo aver pregato Iddio di allontanare da me i
cattivi pensieri e di proteggere la castità del mio sonno.
Mi addormentai subito profondamente, e il sogno continuò. Le tende si
aprirono e io vidi Clarimonda, non più come la prima volta, pallida nel suo
pallido sudario, le viole della morte sulle guance, ma gaia, svelta, attraente,
con un superbo abito da viaggio in velluto verde ornato di cordoncini dorati,
rialzato di lato a mostrare la gonna di raso. I capelli biondi sfuggivano in
grossi riccioli di sotto un largo cappello di feltro nero, capricciosamente
ornato di piume bianche arricciate; aveva in mano un frustino che terminava
con un fischietto d’oro. Mi sfiorò leggermente e mi disse: «Ebbene, mio bel
dormiente, così fate i vostri preparativi? Contavo di vedervi in piedi.
Alzatevi, presto, non abbiamo tempo da perdere». Balzai dal letto.
«Andiamo. Vestitevi e partiamo» mi disse mostrandomi un pacchetto che
aveva portato. «I cavalli si annoiano e mordono il freno alla porta.
Dovremmo già essere a dieci leghe da qui.»
Mi vestii in fretta mentre mi tendeva lei stessa gli indumenti, ridendo del mio
impaccio e indicandomi come dovevo usarli, quando sbagliavo. Mi pettinò i
capelli, e quando fui pronto mi tese un piccolo specchio da tasca, in cristallo
di Venezia bordato di filigrana d’argento, e mi disse: «Come ti trovi? Vuoi
prendermi al tuo servizio come valletto?».
Non ero più lo stesso, e non mi riconobbi. Non rassomigliavo a me stesso più
di quanto una statua finita assomigli a un blocco di pietra. Il mio antico
aspetto sembrava soltanto l’abbozzo di quel che ora lo specchio rifletteva. Ero
bello, e la mia vanità fu solleticata dalla metamorfosi. Gli abiti eleganti, la
bella giacca ricamata, mutavano completamente la mia persona, e io
ammiravo la potenza di qualche metro di stoffa tagliata in un certo modo. Lo
spirito dell’abito mi penetrava nella pelle e in capo a dieci minuti ero già
vanesio.
Girai intorno alla stanza per darmi un tono disinvolto. Clarimonda mi
guardava con compiacenza materna e sembrava soddisfatta della sua opera.
«Basta con queste sciocchezze ora; in viaggio, mio caro Romualdo. Andiamo
lontano e così non arriveremo mai.» Mi prese la mano e mi condusse. Tutte le
porte si aprivano davanti a lei appena le toccava, e passammo davanti al cane
senza svegliarlo.
Alla porta trovammo Margheritone; era lo scudiero che mi aveva già
accompagnato; teneva le briglie di tre cavalli neri come i primi, uno per me,
uno per lui, uno per Clarimonda. Dovevano essere cavalli di Spagna nati da
giumente fecondate dallo zèffiro; perché andavano veloci come il vento, e la
luna, sorta al momento della nostra partenza a rischiararci la strada, rotolava
nel cielo come una ruota che si sia distaccata dal carro; la vedevamo, alla
nostra destra, saltare da un albero all’altro correndo a perdifiato per tenere il
nostro passo. Arrivammo presto a una pianura, dove, presso un boschetto,
attendeva una carrozza tirata da quattro cavalli vigorosi; vi montammo e i
postiglioni li lanciarono a un galoppo sfrenato. Io avevo passato un braccio
intorno alla vita di Clarimonda, e una delle sue mani era abbandonata nella
mia; appoggiava la testa sulla mia spalla, e sentivo il suo seno sfiorarmi il
braccio. Non avevo mai provato tanta felicità. Avevo dimenticato tutto in
quel momento, e non ricordavo di essere prete come non ricordavo che cosa
avessi fatto nel seno di mia madre, tanto era grande il fascino che lo spirito
del male esercitava su di me. Da quella notte la mia natura si è in qualche
modo sdoppiata, e vi sono stati in me due uomini dei quali l’uno non
conosceva l’altro. A volte mi credevo un prete che sognava ogni sera di essere
un gentiluomo, altre, un gentiluomo che sognava di essere prete. Non
distinguevo più il sogno dalla veglia, né sapevo dove cominciava la realtà e
dove finiva l’illusione. Il gentiluomo vanesio e libertino si prendeva gioco del
prete, il prete detestava le dissolutezze del gentiluomo. Due spirali
aggrovigliate l’una all’altra, confuse senza toccarsi mai, sono un’immagine
espressiva di quella mia esistenza bicefala. Pure, a dispetto della stranezza di
un tale stato di cose, credo di non avere un solo istante sfiorato la follia. Ho
sempre avuto con chiarezza la percezione delle mie due esistenze. Vi era solo
un fatto assurdo che non potevo spiegarmi: il senso di uno stesso io esistente
in due uomini tanto diversi. Era quella una anomalia che non avvertivo, sia
che credessi di essere il parroco del piccolo villaggio di…, o il signor
Romualdo, 30 amante in carica di Clarimonda.
In ogni caso vivevo, o credevo di vivere, a Venezia; non ho ancora compreso
quanto fosse illusione e quanto realtà in quella bizzarra avventura.
Abitavamo in un grande palazzo sul Canale, adorno di affreschi e di statue,
con due Tiziano dell’epoca migliore nella camera da letto di Clarimonda: un
palazzo degno di un re. Avevamo ognuno la nostra gondola e i barcaioli in
livrea, la sala da musica e il poeta personale. Clarimonda amava vivere
grandiosamente, e aveva in sé parte della natura di Cleopatra. Quanto a me,
conducevo una vita da principe e mi sentivo importante come appartenessi
alla famiglia di uno dei dodici apostoli o dei quattro evangelisti della

30 In italiano nell’originale (N.d.T.).


Serenissima; non mi sarei fatto da parte per lasciar passare il doge; e non
credo che, dopo la caduta di Satana dal cielo, ci sia stato qualcuno più
orgoglioso e insolente di me. Andavo al Ridotto e giocavo per poste altissime.
Vedevo la migliore società del mondo: figli di famiglie cadute in rovina,
attrici, scrocconi, parassiti e spadaccini. Tuttavia, nonostante la vita dissipata
che conducevo, ero fedele a Clarimonda. L’amavo perdutamente. Avrebbe
saputo risvegliare la sazietà e rendere fedele l’incostanza. Avere Clarimonda
era come avere venti amanti, come avere tutte le donne; tanto era mobile,
mutevole, diversa da se stessa: un autentico camaleonte. Si commettevano
con lei le infedeltà che si sarebbero volute commettere con altre, poiché lei
assumeva il carattere, il portamento, la bellezza della donna che sembrava
piacervi. Mi rendeva centuplicato l’amore, e invano i giovani patrizi e i vecchi
del Consiglio dei Dieci le fecero meravigliose proposte. Un Foscari giunse a
proporle di sposarla; lei rifiutava tutto. Aveva quanto danaro voleva; non
desiderava altro che l’amore, un amore giovane, nuovo, risvegliato da lei, che
doveva essere il primo e l’ultimo. Sarei stato perfettamente felice senza un
incubo che tornava ogni notte, quando io credevo di essere un parroco di
campagna che si macerava e faceva penitenza per i miei eccessi del giorno.
Rassicurato dall’abitudine di stare con lei, non pensavo quasi più al modo
strano in cui avevo conosciuto Clarimonda. Tuttavia quello che mi aveva
detto padre Serapione mi ritornava a volte alla memoria, e mi turbava.
Da qualche tempo la salute di Clarimonda si indeboliva;
il suo colorito diventava di giorno in giorno più smorto. I medici che vennero
chiamati non comprendevano la sua malattia, e non sapevano che cosa fare. E
lei impallidiva a vista d’occhio e diventava sempre più fredda. Era quasi
bianca e morta come quella famosa notte, nel castello sconosciuto. Io mi
disperavo nel vederla lentamente deperire. Lei, commossa dal mio dolore, mi
sorrideva dolcemente e tristemente, con il fatale sorriso di chi si sa prossimo
alla morte.
Una mattina ero seduto vicino al suo letto e facevo colazione su un tavolino,
per non abbandonarla un solo minuto. Sbucciando un frutto, mi feci un
profondo taglio a un dito. Il sangue sgorgò subito rosso porpora, e qualche
goccia schizzò su Clarimonda. Le si illuminarono gli occhi, la sua fisionomia
prese un’espressione di gioia feroce e selvaggia che non le avevo mai veduto.
Balzò dal letto con l’agilità di un animale, un’agilità di scimmia o di gatto, e si
precipitò sulla mia ferita che incominciò a succhiare con voluttà indicibile.
Beveva il sangue a piccole gocce, lentamente e preziosamente, come un
buongustaio assapora un vino di Xères o di Siracusa; socchiudeva gli occhi e
le pupille verdi non erano più rotonde, ma oblunghe. Di tanto in tanto si
interrompeva per baciarmi la mano, poi ricominciava a premere le labbra
sulle labbra della ferita per farne uscire ancora qualche goccia. Quando vide
che il sangue si era fermato, sollevò gli occhi umidi e brillanti, più rosea di
un’aurora di maggio, il viso pieno, la mano tiepida e umida, più bella che mai
e in perfetta salute.
«Non morirò, non morirò!» disse pazza di gioia, abbracciandomi. «Potrò
amarti ancora per molto tempo. La mia vita è nella tua, e tutto quel che sono
io viene da te. Poche gocce del tuo ricco e nobile sangue, più prezioso e più
efficace di tutti gli elisir del mondo, mi hanno ridato la vita.»
Quella scena mi angosciò a lungo, fece sorgere in me strani dubbi, e la sera
stessa, quando il sonno mi riportò alla mia canonica, vidi padre Serapione più
grave e ansioso del consueto. Mi guardò attentamente e mi disse: «Non
contento di perdere l’anima, volete perdere anche il corpo. Sfortunato
ragazzo, in quale trappola siete caduto!». Il tono in cui pronunciava quelle
parole mi colpì vivamente; ma, a dispetto della sua vivezza,
quell’impressione non tardò a svanire, e altre preoccupazioni la cancellarono
dal mio spirito. Tuttavia una sera vidi nello specchio, del quale lei non aveva
calcolato la perfida posizione, Clarimonda versare una polvere nella coppa di
vino speziato che era solita preparare dopo i pasti. Presi la coppa, finsi di
portarla alle labbra, e la posai su un mobile come per riprenderla quando ne
avessi il desiderio, quindi, profittando di un attimo in cui la bella mi voltava
la schiena, ne gettai il contenuto sotto la tavola; allora mi ritirai nella mia
camera e mi coricai, risoluto a non addormentarmi e a vedere che cosa
sarebbe accaduto. Non dovetti attendere molto; Clarimonda entrò già vestita
per la notte, e dopo essersi sbarazzata dei veli si distese nel letto, accanto a
me. Quando fu certa che io dormissi, mi scoprì il braccio e si tolse uno
spillone d’oro dalla testa; poi cominciò a mormorare a bassa voce:
«Una goccia, solo una piccola goccia rossa sulla punta del mio spillo!…
Poiché tu mi ami ancora, io non devo morire… Ah, amore mio, il tuo bel
sangue color porpora, il tuo sangue brillante ora lo berrò. Dormi, mio unico
bene; dormi, mio dio, bambino mio; non ti farò male, prenderò dalla tua vita
non più di quanto è necessario per non lasciar spegnere la mia. Se non ti
amassi tanto, potrei indurmi a avere altri amanti ai quali inaridirei le vene;
ma da quando ti conosco tutti mi fanno orrore… Ah, che bel braccio rotondo,
bianco! Non oserò mai pungere questa graziosa vena blu.» E mentre parlava
piangeva, e io sentivo cadere le sue lagrime sul braccio che lei teneva tra le
mani. Infine si decise, mi punse appena con lo spillo e cominciò a succhiare il
sangue che usciva. Per quanto ne avesse bevuto appena qualche goccia, fu
presa dal timore di sfinirmi, e mi fasciò attentamente il braccio dopo aver
massaggiato la ferita con un unguento che la cicatrizzò immediatamente.
Non potevo più dubitare. Padre Serapione era nel giusto. E tuttavia, pur con
tale certezza, non sapevo impedirmi di amare Clarimonda, e le avrei
volentieri dato tutto il sangue che le era necessario per sostenere la sua
esistenza fittizia. D’altronde non avevo grandi timori. La donna rispondeva
innanzi a me del vampiro; e quanto avevo sentito e visto mi rassicurava
completamente; avevo allora vene ricche di sangue che non si sarebbero
esaurite presto, e non mercanteggiavo la mia vita goccia a goccia. Mi sarei
aperto il braccio io stesso e le avrei detto: “Bevi, e che il mio amore entri nel
tuo corpo con il mio sangue!”.
Non accennavo mai al narcotico che aveva versato nella mia coppa e alla
scena dello spillone, e vivevamo in un perfetto accordo. Tuttavia i miei
scrupoli di prete mi tormentavano, e non sapevo più quale penitenza
inventare per domare e mortificare la mia carne. Sebbene quelle visioni
fossero involontarie e io non vi avessi parte, non osavo toccare il Cristo con le
mie mani impure, lo spirito insozzato da tali dissolutezze reali o sognate. Per
non cadere più in quelle allucinazioni che mi sfinivano, cercai di non
dormire; mi tenevo le palpebre aperte con le dita e rimanevo in piedi lungo i
muri, lottando contro il sonno con tutte le mie forze; ma la nebbia
dell’assopimento mi velava presto gli occhi, e vedendo che ogni lotta era
inutile lasciavo cadere le braccia, stanco e scoraggiato, e la corrente mi
riportava verso le perfide rive. Serapione mi esortava con veemenza e
rimproverava duramente la mia debolezza e il mio scarso fervore. Un giorno,
in cui ero stato più turbato del consueto, mi disse: «Per liberarvi da questa
ossessione non c’è che un mezzo, e per quanto sia estremo, bisogna usarlo: a
estremi mali estremi rimedi. So dove Clarimonda è sepolta; dovremo
dissotterrarla e voi vedrete in quale stato pietoso è l’oggetto del vostro amore;
non sarete più tentato di perdere l’anima per un cadavere immondo divorato
dai vermi e prossimo a diventare polvere; quella vista vi farà rientrare in voi
stessi». La duplice vita che conducevo era per me così penosa, che accettai:
volevo sapere una volta per tutte chi dei due, il prete o il gentiluomo, era
vittima di un’illusione, risoluto a uccidere, a favore dell’uno o dell’altro, uno
dei due uomini che erano in me, o a ucciderli entrambi, poiché una vita simile
non poteva durare. Padre Serapione si munì di un piccone, di una leva e di
una lanterna, e a mezzanotte ci dirigemmo verso il cimitero di… del quale
egli conosceva il luogo e l’ubicazione delle tombe. Dopo aver proiettato la
luce della lanterna sulle iscrizioni di molte tombe, arrivammo infine a una
pietra per metà coperta da grandi erbe e divorata dal muschio e da piante
parassite e deciframmo l’inizio di un’iscrizione:

QUI GIACE CLARIMONDA


CHE LUNGO LA SUA VITA
FU LA PIÙ BELLA DEL MONDO.

«È proprio qui» disse Serapione, e posando a terra la lanterna fece scivolare la


leva nell’interstizio della pietra e cominciò a sollevarla. La pietra cedette e
Serapione si mise al lavoro con il piccone. Io lo guardavo agire, nero e
silenzioso più della notte; quanto a lui, curvo sulla sua opera funebre,
grondava sudore, ansimava, e il suo respiro assomigliava al rantolo di un
agonizzante. Era uno strano spettacolo e chi ci avesse visto ci avrebbe preso
per profanatori di tombe e ladri di sudari, ben più che ministri di Dio. Lo zelo
di Serapione aveva in sé qualcosa di duro, di selvaggio, che lo faceva
assomigliare a un dèmone più che a un apostolo o a un angelo; e il suo viso
dai grandi lineamenti austeri e profondamente scolpiti dai riflessi della
lanterna appariva minaccioso. Mi sentivo imperlato da un sudore glaciale e i
capelli mi si drizzavano sulla testa, dolorosamente; ai miei occhi l’azione del
severo Serapione appariva un abominevole sacrilegio, e avrei voluto che dalle
scure nuvole che scorrevano pesantemente sopra di noi scaturisse un
triangolo di fuoco a ridurlo in polvere. I gufi appollaiati sui cipressi,
spaventati dalla luce della lanterna, venivano a battere pesantemente contro il
vetro le loro ali polverose, gemendo lamentosamente; le volpi uggiolavano
lontano, e rumori sinistri uscivano dal silenzio. Infine il piccone urtò la bara
le cui assi vibrarono di un suono sordo e sonoro, il suono pauroso del nulla,
quando lo si sfiora. Serapione sollevò il coperchio e io vidi Clarimonda
pallida come il marmo, le mani giunte, il bianco sudario disteso dalla testa ai
piedi. Una piccola goccia rossa splendeva come una rosa all’angolo della
bocca esangue. Serapione alla sua vista si infuriò: «Eccoti demonio, cortigiana
impudica, che succhi il sangue e l’oro!», e asperse di acqua benedetta il corpo
e la bara sulla quale tracciò il segno della croce con l’aspersorio. La povera
Clarimonda era appena stata toccata dalla santa rugiada, che il suo corpo si
dissolse in polvere; non fu più che un insieme terribilmente informe di cenci e
di ossa a metà calcinate. «Ecco la vostra amante, signor Romualdo» disse
l’inesorabile prete indicando le tristi spoglie. «Sarete ancora tentato di
passeggiare al Lido e a Fusina in compagnia di tanta bellezza?» Chinai il
capo, un’enorme rovina si era scavata in me. Tornai alla canonica, e il signor
Romualdo, l’amante di Clarimonda, si separò dal povero prete, al quale
aveva tenuto per tanto tempo una compagnia così bizzarra. Ma la notte
seguente rividi Clarimonda; come la prima volta, sotto il portale della chiesa,
mi disse: «Disgraziato! disgraziato! Che hai fatto? Perché hai dato ascolto a
quel prete? Non eri felice? E che cosa ti avevo fatto per violare la mia povera
tomba e mettere a nudo le miserie del mio nulla? Ogni rapporto fra le nostre
anime e i nostri corpi è ormai finito. Addio, mi rimpiangerai». Si dissolse
nell’aria come fumo e non la rividi più.
Ahimè! non aveva mentito; l’ho rimpianta più di una volta, e la rimpiango
ancora. La pace dell’anima mi è costata molto cara; l’amore di Dio non era
troppo per sostituire il suo. Ecco, fratello, la storia della mia giovinezza. Non
guardate mai una donna; camminate sempre con gli occhi fissi a terra, poiché,
per quanto sereno e puro siate, basta un istante per farvi perdere l’eternità.
Prosper Mérimée
LA VENERE D’ILLE

(La Vénus d’Ille, 1837)

Ecco un altro grande tema del fantastico ottocentesco: la sopravvivenza dell’antichità


classica, annullamento di quella discontinuità storica che ci separa dal mondo greco-
romano, con tutto quello che esso significa in contrasto col nostro mondo.
Avrei potuto scegliere per rappresentare questo tema anche Arria Marcella di
Théophile Gautier (1852) che si svolge a Pompei e che ha uno spunto di sensuale
finezza: a far entrare nel mondo del passato è l’impronta d’un seno di fanciulla nella
lava. Oppure The Last of Valerii di Henry James (1874): il tema ha avuto molte
versioni. Ho preferito questo racconto perché è ben rappresentativo di Mérimée
(1803-1870) e della sua fedele attenzione nella resa del “color locale”, dei climi,
dell’atmosfera umana.
I racconti fantastici di Mérimée non sono molti ma sono essenziali per la sua arte
narrativa: ricorderò Lokis (1868), storia di superstizioni lituane, con
un’indimenticabile calata nel mondo animale delle foreste.
La Vénus d’Ille, statua in rame – romana o greca – è malvista dagli abitanti del
villaggio basco del Rossiglione dov’è stata di recente scoperta. La considerano un
“idolo”. Il promesso sposo della figlia dell’archeologo locale, per giocare alla
pallacorda, si toglie l’anello e lo mette al dito della statua. Non riuscirà più a
toglierlo. È sposato alla statua? La Venere gigantesca, sogno della serena bellezza
olimpica, si trasforma, nella prima notte di nozze, in un incubo di terrore.

31

Stavo discendendo l’ultimo pendio dei monti del Canigou e, per quanto il
sole fosse già scomparso, distinguevo nella pianura le case della cittadina
d’Ille, verso la quale ero diretto.
«Sapete» chiesi al catalano che dal giorno prima mi faceva da guida «sapete
certamente dove abita il signor di Peyrehorade?»
«Altro che!» esclamò l’uomo. «Conosco la sua casa come casa mia, e se non
fosse tanto buio ve la indicherei. È la più bella d’Ille. Già; non gli mancano i
quattrini al signor di Peyrehorade; e per giunta fa sposare al figlio una donna
anche più ricca.»
«E questo matrimonio si farà presto?» gli chiesi.

31 «Ci sia propizia e benigna questa statua tanto possente», Luciano, L’amante di bugie (trad. L. Settembrini) (N.d.T.).
«Prestissimo! Può darsi che i violini siano già stati chiamati per le nozze.
Stasera, forse; o domani, oppure – che so io? – posdomani. Lo sposalizio si
farà a Puygarrig, poiché il signor figlio sposa proprio la damigella di quel
nome. Certo, sarà un bel vedere!»
Avevo, per il signor di Peyrehorade, una commendatizia del mio amico, sig.
di P., dal quale mi era stato anche assicurato che avrei avuto a che fare con un
antiquario assai dotto e, oltre a ciò, di una inesauribile cortesia. Per costui,
non poteva essere che un piacere mostrarmi i ruderi esistenti nel raggio di
dieci leghe. E dunque, proprio su di lui contavo per visitare i dintorni d’Ille,
ricchi – come ben sapevo – di monumenti dell’antichità e del medioevo. Quel
matrimonio, del quale mi si parlava ora per la prima volta, sconcertava tutti i
miei piani.
Apparivo come un guastafeste, pensai. Ma mi attendevano; il sig. di P. aveva
annunziato il mio arrivo, e bisognava pure che mi presentassi.
Eravamo già in pianura, quando la guida mi disse:
«Scommettiamo, signore, scommettiamo un sigaro che io indovino ciò che
andate a fare dal signor di Peyrehorade?»
«Ma» risposi porgendogli il sigaro «non ci vuol mica tanto a indovinarlo. A
quest’ora, dopo sei leghe di strada nel Canigou, ciò che più preme è cenare.»
«Già. Ma domani?… Via, scommetterei che venite a Ille per vedere l’idolo.
L’ho indovinato, vedendovi ritrarre in disegno i santi di Serrabona.»
«L’idolo! che idolo?»
Quella parola aveva eccitato la mia curiosità.
«Come! non vi hanno detto, a Perpignano, che il signor di Peyrehorade ha
trovato un idolo in terra?»
«Volete dire una statua di terracotta, di creta?»
«No, no; di bel rame, da poterne far parecchie monete da due soldi. Toh, pesa
quanto una campana di chiesa. A piè di un olivo, e in luogo molto profondo,
l’abbiamo scovata.»
«C’eravate anche voi quando l’hanno scoperta?»
«Sissignore. Il signor di Peyrehorade ci disse, quindici giorni fa, a Giovanni
Coll e a me, di sradicare un vecchio olivo che era gelato fin dall’anno scorso,
poiché, come sapete, quello è stato proprio un anno cattivo. E nell’eseguire il
lavoro, ecco che il mio Giovanni Coll, il quale picchiava di buzzo buono, dà
un tale colpo di zappa, ed io sento bimm… come se avesse battuto su una
campana. Che è? dico io. Zappiamo ancora, zappiamo; ed eccoti che appare
una mano nera, come la mano di un morto che sbucasse di terra. Io, ho paura.
Vado subito dal padrone, e gli dico: “Ci sono dei morti, Signoria, sotto
quell’olivo! Bisogna chiamare il prete”. “Che morti?” mi fa lui. Corre, e non
appena scorge quella mano, grida: “Un’antichità! un’antichità!”. Si sarebbe
creduto che avesse trovato un tesoro. Ed eccolo a sfaccendare anche lui; con
la zappa, con le mani, fa quasi altrettanto lavoro quanto noi due.»
«E così, che trovaste?»
«Un gran pezzo di donna nera, nuda fino alla cintola, ed oltre, con licenza
parlando, tutta di rame. E il signor di Peyrehorade ci ha detto che era un
idolo del tempo dei pagani, come dire del tempo di Carlomagno!»
«Vedo di che si tratta… Una madonna di bronzo di qualche convento
distrutto.»
«Una madonna! proprio quella!… L’avrei riconosciuta anch’io se fosse stata
la santa Vergine. È un idolo, vi dico. Si vede bene dall’aria che ha. Ti guarda
fisso, con quegli occhioni bianchi… Sembra che ti squadri in viso. Toh, chi la
guarda è costretto ad abbassare gli occhi.»
«Ha gli occhi bianchi? Certamente, un lavoro d’incrostatura nel bronzo Sarà
qualche statua romana.»
«Ecco, romana! Il signor di Peyrehorade dice che è una romana. Ah! vedo
bene che siete una persona sapiente come lui!»
«È intera? ben conservata?»
«Altro che, signore! Non le manca niente. È un’opera ancora più bella e
meglio rifinita del busto di Luigi Filippo di gesso dipinto, che abbiamo al
municipio. Ma con tutto ciò, la faccia di quell’idolo non mi garba. È di aspetto
cattivo… ed è cattiva davvero.»
«Cattiva! Che cattiveria vi ha fatto?»
«Non proprio a me; ma ora sentirete. Ci eravamo messi in quattro per alzarla
in piedi, oltre al signor di Peyrehorade, che tirava la fune anche lui, il degno
uomo! sebbene non abbia più forza di un pulcino. A grande stento, la
poniamo ritta. Ed io stavo per rincalzarla con un coccio, quando, patatrac!
eccola che cade all’indietro, tutta d’un pezzo. Attenti, là sotto! gridai. Ma non
tuttavia così presto come sarebbe stato necessario, ché Giovanni Coll non fece
in tempo a ritirare la gamba…»
«Così, è rimasto ferito?»
«Rotta netta come un palo di vigna, la sua povera gamba! Pecàire! 32 Io,
quando ho visto così, ero furibondo. Volevo sfasciare l’idolo a colpi di zappa,
ma il signor di Peyrehorade mi ha trattenuto. Ha dato anche soldi a Giovanni
Coll, che però è ancora a letto, con tutto che il guaio gli sia successo già da
quindici giorni. E il medico dice che con quella gamba non camminerà mai
più come con l’altra. È un peccato. Era il nostro miglior corridore e, dopo il
signorino, il più abile giocatore di pallacorda. E bisogna dire che il signor
Alfonso di Peyrehorade ne ha provato proprio un dispiacere, poiché era Coll
che giocava con lui. Ecco, che cosa era bello vedere: come si rimandavano la
palla. Paf! paf! mai che una toccasse terra!»
Così discorrendo, facemmo il nostro ingresso a Ille, e presto mi trovai innanzi

32 Parola di commiserazione dei dialetti di linguadoca (N.d.T.).


al signor di Peyrehorade. Era un vecchietto vegeto e arzillo, incipriato, con il
naso rosso e l’aspetto gioviale e motteggevole. Prima ancora di aprire la
lettera del signor di P., mi aveva fatto sedere davanti ad una tavola ben
guarnita e presentato alla moglie e al figlio come un illustre archeologo, il
quale doveva trarre il Rossiglione dal dimenticatoio in cui lo aveva lasciato
finora l’indifferenza degli studiosi.
Mangiavo di buon appetito, poiché nulla dispone meglio lo stomaco dell’aria
viva dei monti, e al tempo stesso consideravo i miei ospiti. Ho già detto
qualcosa del signor di Peyrehorade. Debbo aggiungere che era la vivacità in
persona. Parlava, mangiava, si alzava, correva in biblioteca, mi portava libri,
mi mostrava stampe, mi versava da bere; non stava mai due minuti fermo.
La moglie, un po‘ troppo grassa, come la maggior parte delle catalane
quando hanno varcato la quarantina, mi parve una provincialona di tre cotte,
dedita esclusivamente alle cure domestiche. Sebbene la cena fosse tale da
bastare per lo meno a sei persone, corse in cucina, fece ammazzare due
piccioni, friggere migliacci, aprì non so quanti vasetti di marmellata. In un
attimo la tavola fu ingombra di piatti e di bottiglie, e sarei certamente morto
d’indigestione se avessi soltanto assaggiato tutto ciò che mi offrivano.
Nondimeno, ad ogni portata che rifiutavo, erano nuove scuse. Temevano che
non mi trovassi molto bene a Ille. Si hanno così poveri mezzi in provincia, e i
parigini sono tanto difficili!
Tra il viavai dei genitori, il signor Alfonso di Peyrehorade non si moveva più
di un dio termine. Era un giovanottone di ventisei anni, dalla fisionomia bella
e regolare, ma priva di espressione. La statura e le forme atletiche di lui
giustificavano appieno la fama d’instancabile giocatore di pallacorda che gli
veniva fatta nella regione. Quella sera, era vestito con eleganza, esattamente
come il figurino dell’ultimo numero del «Giornale della Moda». Ma mi
sembrava impacciato nei suoi panni; si teneva rigido come uno stollo, nel
colletto di velluto, e si voltava tutto di un pezzo. Le mani tozze e aduste, le
unghie corte, contrastavano in modo strano con l’abito che portava. Erano le
mani di un bifolco, uscenti dalle maniche di un damerino.
D’altronde, per quanto, nella mia qualità di parigino, mi considerasse dalla
testa ai piedi con molta curiosità, non mi rivolse che una sola volta la parola
in tutta la serata, per chiedermi dove avessi comprato la catena del mio
orologio.
«Ed ora, mio caro ospite» mi disse il signor di Peyrehorade mentre la cena
stava per finire «voi mi appartenete. Siete in casa mia, non vi mollo più finché
non avrete visto tutto ciò che è degno di osservazione nelle nostre montagne.
Bisogna che impariate a conoscere il nostro Rossiglione, e che gli rendiate
giustizia. Voi non avete idea di tutto ciò che stiamo per mostrarvi.
Monumenti fenici, celti, romani, arabi, bizantini, dovete vedere ogni cosa, dal
cedro fino all’issopo. Vi condurrò dovunque e non vi farò grazia di un
mattone.»
Un insulto di tosse lo costrinse a riprender fiato. Ne approfittai per dirgli che
mi sarebbe molto dispiaciuto di recargli disturbo in una circostanza di tanta
premura per la sua famiglia. Purché volesse darmi i suoi ottimi consigli sulle
escursioni da compiere, avrei potuto, senza che si desse il fastidio di
accompagnarmi…
«Ah! volete parlare del matrimonio di questo giovanotto» esclamò,
tagliandomi il discorso. «Sarà una cosa spicciativa; si farà dopodomani. Vi
assisterete con noi, in famiglia, poiché la sposa è in lutto per la morte di una
zia, che l’ha fatta erede. Così, niente festa, niente ballo… Peccato… Avreste
veduto danzare le nostre catalane… Sono graziose, e forse vi sarebbe venuta
la voglia d’imitare il nostro Alfonso. Si dice che i matrimoni siano come le
ciliegie… Sabato, sposati quei giovani, sarò libero, e ci metteremo in giro. Vi
chiedo scusa di procurarvi la noia di uno sposalizio di provincia. Per un
parigino, sazio di festeggiamenti… e per giunta, un matrimonio senza ballo!
Nondimeno, vedrete una sposa… una sposa… me ne darete le nuove… Ma
voi siete un uomo serio e non guardate più le donne. Ho molto di meglio da
mostrarvi. Vi farò vedere qualcosa!… Vi riservo per domani una sorpresa
fuori dell’ordinario.»
«Dio mio!» risposi. «È difficile avere un tesoro in casa senza che il pubblico ne
sia informato. Credo d’indovinare la sorpresa che mi state preparando. Ma se
si tratta della vostra statua, la descrizione fattami dalla guida non è valsa che
ad eccitare la mia curiosità e a dispormi all’ammirazione.»
«Ah! vi ha parlato dell’idolo, poiché così la chiamano, la mia bella Venere
Tur… ma non voglio dirvi nulla. Domani, quando sarà giorno chiaro, la
vedrete, e allora mi direte se ho ragione di ritenerla un capolavoro. Perdinci!
non potevate capitar meglio a proposito! Vi sono certe iscrizioni che io,
povero ignorante, spiego a modo mio… ma uno scienziato di Parigi!… Vi
burlerete forse della mia interpretazione… perché ho preparato una
relazione… io, qui presente… vecchio antiquario di provincia, mi sono
avventurato… Voglio far gemere i torchi… Purché voleste leggermi e
correggermi, potrei sperare… Ad esempio, sono molto curioso di sapere
come tradurreste questa iscrizione sul piedistallo: CAVE… Ma non voglio
ancora chiedervi nulla! A domani, a domani! Nemmeno parola della Venere,
oggi!»
«Hai ragione, Peyrehorade» interruppe la moglie «di smetterla col tuo idolo.
Ti dovresti accorgere che non lasci cenare il signore. Va‘ là, che a Parigi il
signore ha veduto statue molto più belle della tua. Alle Tuileries ve ne sono a
dozzine, e di bronzo anche quelle.»
«Eccoti l’ignoranza, la beata ignoranza della provincia!» interruppe il signor
di Peyrehorade. «Paragonare un ammirabile cimelio alle piatte figure di
Coustou!

Vedi con quale irriverenza


parla degli dei la massaia!

«Voi non sapete che mia moglie voleva che fondessi la mia statua e che ne
facessi una campana per la nostra chiesa. Eh già, ne sarebbe stata la madrina.
Un capolavoro di Mirone, signore!»
«Capolavoro! Capolavoro! Un bel capolavoro! Dopo che ha fatto romper la
gamba ad un uomo!»
«Vedi, moglie?» disse il signor di Peyrehorade in tono risoluto, allungando
verso di lei la gamba destra, nella calza di seta versicolore «se la mia Venere
mi avesse rotto questa gamba, non la rimpiangerei.»
«Dio mio! Peyrehorade, come puoi dire queste cose! Fortuna che l’uomo sta
migliorando… Con tutto ciò, non posso decidermi a guardare la statua che
provoca tali sciagure. Povero Giovanni Coll!»
«Ferito da Venere, signore» disse il signor di Peyrehorade con un riso
alquanto sguaiato «ferito da Venere, qual mariuolo si lamenta:

Veneris nec praemia noris.

«Chi non è stato ferito da Venere?»


Il signor Alfonso, che afferrava il francese meglio del latino, strizzò l’occhio
con l’aria di chi la sa lunga, e mi guardò come per chiedermi: “E voi,
Parigino, comprendete?”.
La cena ebbe fine. Da un’ora non mangiavo più. Ero stanco e non riuscivo a
dissimulare i frequenti sbadigli che mi sfuggivano. La prima ad accorgersene
fu la signora di Peyrehorade, la quale osservò che era ora di andare a
dormire. Allora cominciarono nuove scuse sul pessimo letto che mi
attendeva. Non mi sarei trovato come a Parigi. La vita in provincia è così
scomoda! Bisognava essere indulgenti con i rossiglionesi. Avevo un bel
protestare che dopo una scarpinata in montagna un fastello di paglia sarebbe
stato per me un giaciglio delizioso, mi pregavano ancora di scusare i poveri
campagnuoli che erano, se non mi trattavano tanto bene come avrebbero
desiderato. Salii finalmente nella camera che mi era destinata, con la guida
del signor di Peyrehorade. Le scale, i cui ultimi gradini erano in legno,
sboccavano in mezzo ad un corridoio, sul quale si aprivano un buon numero
di stanze.
«Quello di destra» mi disse il mio ospite «è l’appartamento che riservo alla
futura signora di Peyrehorade. La vostra camera è al capo opposto del
corridoio. Voi capite bene» aggiunse con l’aria di chi vuol far conoscere la
propria arguzia «voi capite bene che gli sposini debbono stare isolati. Voi
siete ad una estremità della casa, e loro a quell’altra.»
Entrammo in una camera ben arredata, nella quale la prima cosa che
trattenne il mio sguardo fu un letto, lungo sette piedi, largo sei, e così alto che
ci voleva uno sgabello per inerpicarvisi. Il mio ospite m’indicò il campanello,
si assicurò coi suoi occhi che fosse piena la zuccheriera e le boccette d’acqua
di Colonia a posto sulla mensolina del lavabo; dopo di che, chiestomi a più
riprese se mi mancasse nulla, mi diede la buona notte e mi lasciò solo.
Le finestre erano chiuse. Prima di spogliarmi, ne spalancai una per respirare
l’aria fresca della notte, deliziosa dopo una lunga cena. Di fronte si ergeva il
Canigou, ognora di aspetto mirabile, ma che mi parve quella sera la più bella
montagna del mondo, illuminato com’era da una luna splendida. Rimasi per
alcuni minuti a contemplarne il meraviglioso profilo, e stavo per chiudere la
finestra quando, nel calare lo sguardo, adocchiai la statua su di un piedistallo,
a una ventina di tese dalla casa. Era collocata all’angolo di una siepe viva, che
divideva un piccolo giardino da un ampio spiazzo quadrato, di livello
perfetto. Questo, come seppi in seguito, era il campo di pallacorda della città.
Il terreno, già di proprietà del signor di Peyrehorade, era stato da questi
ceduto al comune, per accondiscendere alle insistenti premure del figlio.
La distanza alla quale mi trovavo dalla statua non mi permetteva di
distinguerne l’atteggiamento. Potevo soltanto stimarne l’altezza, che mi parve
di circa sei piedi. In quel momento, s’imbatterono a passare sul campo,
abbastanza vicino alla siepe, due monelli del luogo. Fischiettavano il grazioso
motivo del Rossiglione: Montagne regalate. Si fermarono per guardare la
statua. Uno di essi l’apostrofò persino a voce alta. Parlava catalano; ma il
tempo ormai trascorso nel Rossiglione mi metteva in grado di capire presso a
poco ciò che diceva.
«Eccoti, dunque, malandrina!» (il termine catalano era più energico) «Eccoti
qui!» diceva. «Sei tu che hai rotto la gamba a Giovanni Coll! Se tu fossi mia, ti
romperei il collo.»
«Mah! e con che?» fece il compagno. «È di rame, e tanto dura che Stefano, per
intaccarla, vi ha spezzato la sua lima. È rame del tempo dei pagani, più duro
di non so che cosa.»
«Se avessi il mio tagliaferro» (il giovane, a quanto sembra, imparava da
magnano) «non ci metterei tanto a farle schizzare quegli occhioni bianchi;
sarebbe come togliere una mandorla dal guscio. C’è da cavarne argento per
più di uno scudo.»
Si erano allontanati di pochi passi, quando il maggiore dei due apprendisti si
fermò di colpo.
«Bisogna che dia la buonasera all’idolo» disse.
Si calò, e dovette raccogliere un sasso. Lo vidi poi distendere il braccio,
scagliare qualcosa; e subito un colpo sonoro rintronò sul bronzo.
Simultaneamente, il giovane lavorante si portò la mano alla testa, con un
grido di dolore.
«Me l’ha tirata indietro!» esclamò.
E subito i due monelli se la diedero a gambe. Era chiaro che il sasso era
rimbalzato contro il metallo e aveva punito il mariuolo dell’oltraggio fatto
alla dea.
Richiusi la finestra ridendo proprio di cuore.
“Un vandalo di più castigato da Venere. Possano tutti i demolitori dei nostri
vecchi monumenti avere la testa rotta allo stesso modo!”
Su questo caritatevole augurio, mi addormentai.
Era giorno alto quando mi svegliai. Vicino al mio letto stavano, da un lato il
signor di Peyrehorade, in veste da camera, dall’altro un domestico mandato
dalla signora, con una tazza di cioccolata in mano.
«Su, in piedi, parigino! Vedeteli qua, questi pigroni della capitale!» andava
dicendo il mio ospite mentre mi vestivo in fretta. «Sono le otto e ancora
dorme! Dalle sei sono alzato, io. Sono salito tre volte; mi sono avvicinato
all’uscio in punta di piedi: macché! nemmeno un segno di vita. Il troppo
dormire vi farà male, alla vostra età. E la mia Venere, che non avete visto
ancora. Su, presto, ingoiate quella tazza di cioccolata di Barcellona… Vero
contrabbando… Cioccolata come questa non ne hanno in Parigi. Mettetevi in
forze, poiché, quando sarete al cospetto della mia Venere, non riusciranno
più ad allontanarvene.»
In cinque minuti fui pronto, cioè sbarbato a metà, male abbottonato, scottato
dalla cioccolata inghiottita bollente. Scesi nel giardino, e mi trovai dinnanzi
ad una statua stupenda.
Era proprio una Venere, e per giunta di mirabile bellezza. Nuda la parte
superiore del corpo, come gli antichi solevano rappresentare le divinità
somme; la mano destra, alzata al livello del seno, era rivolta con la palma in
dentro, il pollice e le due prime dita distese, le altre due leggermente piegate.
La mano sinistra, poco discosta dal fianco, sosteneva il drappeggio che
copriva la parte inferiore. Ricordava, l’atteggiamento di quella statua, l’altro
del Giocatore di morra designato, non so bene per quale motivo, col nome di
Germanico. Forse l’artefice aveva voluto rappresentare la dea nell’atto di
giocare alla morra.
Comunque sia, non è possibile vedere cosa più perfetta del corpo di quella
Venere, nulla di più soave e più voluttuoso della sua figura, nulla di più
elegante e più nobile della sua veste. Mi ero disposto a vedere qualche opera
del Basso Impero; mi si parava dinnanzi un capolavoro della migliore età
della statuaria.
Ciò che soprattutto mi colpì, fu lo squisito realismo delle forme, tanto che si
sarebbero potute credere modellate sul vero, se la natura producesse così
perfetti modelli.
La capigliatura, rialzata sulla fronte, pareva essere stata a suo tempo dorata.
La testa, piccola come nella maggior parte delle statue greche, accennava un
lieve inchino. Del volto, poi, non riuscirò mai ad esprimere il carattere strano,
di un tipo non riscontrato mai in nessuna statua antica, per quanto io mi
ricordi. Non era la bellezza calma e severa degli scultori ellèni, i quali, per
sistema, imprimevano all’intero portamento delle loro opere una maestosa
immobilità. Qui, al contrario, notavo con sorpresa la chiara ‘intenzione
dell’artista di rappresentare la malizia spinta sino alla malvagità. Tutti i
lineamenti erano leggermente contratti: gli occhi un tantino obliqui, la bocca
rialzata agli angoli, le narici alquanto dilatate. Disdegno, ironia, crudeltà si
leggevano su quel volto, raggiante tuttavia d’incredibile bellezza. In verità,
più si guardava quella statua mirabile, e più si provava la molesta
impressione che una così meravigliosa beltà si accoppiasse ad una
insensibilità assoluta.
«Se il modello mai esisté» dissi al signor di Peyrehorade «ed io dubito che il
cielo abbia mai prodotto una donna siffatta, come compiango i suoi amanti!
Ha dovuto porre il suo diletto nel farli morire di disperazione. Vi è nella sua
espressione un che di feroce, eppure non ho mai visto nulla di pari bellezza.»
«Essa è propriamente
Venere tutta avvinghiata alla preda!» 33
esclamò il signor di Peyrehorade, contento del mio entusiasmo.
Quella espressione d’infernale ironia era forse accresciuta dal contrasto degli
occhi brillantissimi, incastonati d’argento, con la patina di un verde nerastro
di cui il tempo aveva coperto tutta la statua. Quegli occhi lucenti
producevano una certa illusione di viva realtà. Mi tornarono a mente le
parole della guida, secondo cui la statua costringeva coloro che la
guardavano a calare gli occhi. Era quasi vero, e non potei sottrarmi ad un
sentimento d’ira verso me stesso, nell’accorgermi del lieve disagio che
provavo davanti a quella figura di bronzo.
Ora che avete tutto minutamente ammirato, mio caro collega in anticaglie»
disse il mio ospite «iniziamo, vi prego, una conversazione scientifica. Che ve
ne sembra di questa iscrizione, alla quale non avete ancora badato?»
Mi mostrava lo zoccolo della statua, su cui lessi queste parole:

CAVE AMANTEM

33 «C’est Vénus tout entière à sa proie attachée». Racine, Phèdre, a. I, sc. III. Ma trovasi già in Orazio: «In me tota
ruens Venus». Od. I (N.d.T.).
«Quid dicis, doctissime?» mi chiese, stropicciandosi le mani. «Vediamo se ci
troviamo d’accordo sul significato di questo cave amantem!»
«Ma» risposi «ha due sensi. Può tradursi: “Guàrdati da colui che ti ama,
diffida degli amanti”. Ma, in questo senso, non so se cave amantem sarebbe un
latino aureo. Se considero l’espressione diabolica della signora, crederei
piuttosto che l’artefice abbia voluto mettere in guardia lo spettatore contro
questa terribile bellezza. Perciò tradurrei: “Bada bene a te, se ella ti ama”.
«Uhm!» fece il signor di Peyrehorade. «Sì, è una spiegazione plausibile; ma,
se non vi dispiace, preferisco la prima versione, che tuttavia svilupperò.
Sapete chi era l’amante di Venere?»
«Furono in molti.»
«Sì, ma il primo fu Vulcano. Non si è, dunque, voluto intendere: “Con tutta la
tua bellezza, e con quell’aria tua sdegnosa, avrai per amante un fabbro, goffo
e sciancato”? Una profonda lezione, signore, per le donne smorfiose.» Non
potei fare a meno di sorridere, tanto la spiegazione mi parve tirata per i
capelli.
«È una lingua tremenda, il latino, con quella sua concisione» osservai per non
contraddire formalmente il mio antiquario.
E arretrai di qualche passo per meglio contemplare la statua.
«Un momento, collega!» aggiunse il signor di Peyrehorade trattenendomi per
un braccio. «Non avete ancora visto tutto. C’è anche un’altra iscrizione.»
E, nel dir questo, mi aiutava ad arrampicarmi.
Mi aggrappai senza tanti complimenti al collo della Venere, con la quale
cominciavo a prendere confidenza. La guardai persino un momento sotto il
naso, e la trovai da vicino ancor più cattiva e più bella. Poi mi accorsi che vi
erano, incisi sul braccio, alcuni caratteri in scrittura corsiva antica, come
subito mi sembrò. Sforzando ben bene lo sguardo, con l’aiuto degli occhiali,
sillabai quanto segue, mentre il signor di Peyrehorade ripeteva ogni parola di
mano in mano che la pronunziavo, approvando col gesto e col tono della
voce.
Lessi dunque:

VENERI TURBUL…
EUTYCHES MYRO
IMPERIO FECIT.

Dopo la parola TURBUL della prima riga, mi parve che vi fossero alcune lettere
consumate; ma turbul era perfettamente leggibile.
«E significa?…» mi domandò quegli raggiante, con un sorriso malizioso,
poiché era certo che non sarei così agevolmente venuto a capo di quel turbul.
«Vi è una parola che ancora non mi spiego» gli dissi;
«tutto il resto è facile: “Eutichio Mirone fece questa offerta a Venere per suo
ordine”.»
«Magnificamente. Ma di turbul, che ne fate? Che vuol dire turbul?»
«turbul mi rende molto perplesso. Cerco invano qualche noto epiteto di
Venere che possa aiutarmi. Vediamo, che ne direste di turbulenta? Venere
che turba, che agita… Non vi sfugge che io continuo soprattutto a considerare
la sua espressione cattiva. TURBULENTA, non è poi un epiteto troppo
arrischiato per Venere» aggiunsi in tono modesto, anche perché non ero io
stesso molto soddisfatto della mia spiegazione.
«Venere turbolenta! Venere schiamazzatrice! Ah! credete dunque che la mia
Venere sia una Venere da taverna? Nientaffatto, signore; è una Venere di
buona compagnia. Ma vi voglio spiegare questo turbul… Voi però
promettetemi di non divulgare la mia scoperta finché non avrò stampato la
mia relazione. Che volete? ne vado orgoglioso di questo mio ritrovamento…
Bisogna pur che ci lasciate qualche mannellino da spigolare anche a noi,
poveri diavolacci di provincia. Siete tanto ricchi del vostro, signori sapienti di
Parigi!»
Dall’alto del piedistallo ove ero tuttora appollaiato, gli promisi solennemente
che mai avrei commesso l’azione indegna di rubargli la sua scoperta.
«Turbul… signore» disse avvicinandosi e abbassando la voce per tema che
altri lo potesse udire «leggete TURBULNERÆ.»
«Capisco quanto prima.»
«Ascoltatemi bene. A una lega di qui, ai piedi della montagna, c’è un paese
che si chiama Bulternera. Il nome deriva per corruzione dal latino turbulnera.
Nulla è più comune di queste inversioni. Bulternera, signore, fu una città
romana. Lo avevo sempre sospettato, ma non ne avevo mai avuto la prova.
La prova, eccola. Questa Venere era la divinità topica della città di Bulternera,
e questo nome, Bulternera, del quale ho dimostrato ora l’origine antica, prova
una cosa ancor più curiosa, e cioè che Bulternera, prima di essere una città
romana fu una città fenicia!»
Si fermò un attimo, per riprender fiato e godere della mia sorpresa. Io fui
tanto bravo da rattenere una voglia matta di ridere.
«Infatti» proseguì «TURBULNERA è puro fenicio, TUR che in francese si
pronunzia come se fosse scritto TOUR,… TUR e SUR, un’identica parola, vero?
SUR è il nome fenicio di Tiro; non occorre che ve ne ricordi il senso, BUL, non è
altro che Baal, Bâl, Bel, Bul, lievi differenze fonetiche. Per nera, trovo invece
qualche difficoltà. Sono tentato di credere, in mancanza di una parola fenicia,
che questa particella derivi dal greco neros, umido, acquitrinoso. Avremmo
dunque una parola ibrida. Per giustificare quel neros, vi mostrerò a Bulternera
gli acquitrini infetti in cui sfociano i fiumiciattoli della montagna. D’altra
parte, la desinenza nera potrebbe essere stata aggiunta molto più tardi in
onore di Nera Pivesuvia, moglie di Tetrico, la quale si sarebbe resa
benemerita della città di Turbul. Ma, in considerazione delle pozzanghere,
preferisco la derivazione etimologica da neros.»
Fiutò una presa di tabacco con aria soddisfatta.
«Ma lasciamo i Fenici, e torniamo all’iscrizione. Io dunque, traduco: A Venere
Bulternerense Mirone dedica per ordine di lei questa statua, sua opera.»
Mi guardai bene dal criticare quella etimologia, ma volli provare anch’io il
mio acume, e gli dissi:
«Un momento, signore. Mirone consacrò qualcosa, ma non vedo affatto che
fosse questa statua.»
«Come!» esclamò. «Non era forse Mirone un famoso scultore greco? L’arte
sua si sarà perpetuata nella sua stirpe: deve essere stato qualcuno dei suoi
discendenti a fare questa statua. Nulla è più sicuro.»
«Ma» replicai «vedo sul braccio un forellino. Penso che sia servito a fissare
qualcosa, un braccialetto, per esempio, che questo Mirone diede a Venere
come offerta espiatoria. Mirone era un amante infelice. Venere era irritata
contro di lui: la placò dedicandole un bracciale d’oro. Notate che fecit ha
spesso l’accezione di consecravit. I due termini sono sinonimi. Ve ne mostrerei
più di un esempio se avessi sottomano il Gruter o l’Orelli. È naturale che un
innamorato veda Venere in sogno e si figuri che la dea gli ordini di regalare
un braccialetto d’oro al suo simulacro. Mirone le consacrò dunque un
braccialetto… Poi i barbari, o qualche ladro sacrilego…»
«Ah, come si vede bene che avete scritto romanzi!» esclamò il mio ospite,
porgendomi la mano perché scendessi. «Nossignore, è un’opera della scuola
di Mirone. Basta che osserviate il lavoro, e lo dovrete ammettere.»
È un mio precetto non contraddire mai più di tanto gli antiquari ostinati.
Perciò, chinai la testa con l’aria della persona convinta dicendo:
«È un pezzo stupendo.»
«Oh, Dio!» gridò il signor di Peyrehorade «ancora un atto di vandalismo!
Avranno tirato un sasso alla mia statua!»
Aveva scorto un segno bianco un po‘ più sopra del seno della Venere. Una
traccia simile io notai sulle dita della mano destra, e subito congetturai, o che
fossero state tocche dal sasso nella sua traiettoria, o che un frammento si fosse
staccato dalla pietra per l’irruenza dell’urto, rimbalzando quindi sulla mano.
Narrai al mio ospite l’oltraggio di cui ero stato testimonio e il pronto castigo
che ne era stato la conseguenza. Ne rise molto e, paragonando il lavorante a
Diomede, gli augurò di vedere, al pari del greco eroe, tutti i suoi compagni
mutati in bianchi uccelli.
La campana della colazione interruppe il nostro classico dialogare e, come il
giorno prima, fui costretto a mangiar per quattro. Poi giunsero i fattori del
signor di Peyrehorade, e mentr’egli dava loro udienza, il figlio mi condusse a
vedere un calesse che aveva comprato a Tolosa per la fidanzata e che io, non
occorre dirlo, ammirai. Entrai poi con lui nella scuderia, dove mi tenne una
mezz’ora a vantarmi i suoi cavalli, a sciorinarmi la loro genealogia, ad
elencarmi i premi che avevano vinto nelle corse della provincia. Infine giunse
a parlarmi della sua futura moglie, a proposito di una giumenta grigia che le
destinava.
«Oggi la vedremo» disse. «Non so se la troverete graziosa. Siete difficili voi, a
Parigi. Ma sia qui, sia a Perpignano, tutti la trovano deliziosa. C’è di buono,
poi, che è molto ricca. La sua zia di Prades le ha lasciato il suo. Davvero che
sarò felice!»
Mi urtò profondamente vedere che un giovane si mostrasse più commosso
della dote che dei begli occhi della sua sposina.
«V’intendete di gioielli?» continuò il signorino. «Che ve ne pare di
quest’oggetto? Ecco l’anello che le darò domani.»
Nel dir questo, si sfilò dalla prima falange del dito mignolo un anellone
tempestato di diamanti. Il gioiello figurava due mani avvinte; allusione che
definii estremamente poetica. Era un lavoro antico; ma giudicai che lo
avessero ritoccato per incastonarvi i diamanti. Internamente si leggevano
queste parole in lettere gotiche: Sempr‘ ab ti, ossia sempre con te.
«È un bell’anello» riconobbi; «ma questi diamanti aggiunti gli hanno tolto un
po‘ del suo carattere originale.» «Oh, è assai più bello così» replicò
sorridendo. «Ci sono qui mille e duecento franchi di diamanti. Me l’ha dato
mia madre. È un anello di famiglia antichissime… del tempo della cavalleria.
Lo portò mia nonna, che lo ebbe dalla nonna sua. Dio sa quando è stato
fatto.»
«A Parigi» osservai «si usa offrire un anello semplicissimo, formato
generalmente di due metalli diversi, come oro e platino. Ecco, l’anello che
portate a quest’altro dito sarebbe assai acconcio. Questo, invece, coi suoi
diamanti e le sue mani in rilievo è tanto grosso che non si potrebbe far
passare il guanto sopra.»
«Mah! La mia signora moglie si adatterà come le parrà meglio. Io credo che
sarà quantunque assai contenta di possederlo. Mille e duecento franchi in
dito, sono una gradevole cosa. Quest’anellino qua» aggiunse guardando con
aria soddisfatta l’anello nudo e liscio che portava al dito «me lo regalò una
donna, in Parigi, un giorno di martedì grasso. Ah, come me la son goduta,
quando fui a Parigi, due anni fa! Quello è il luogo dove ci si diverte!…»
Ed ebbe un sospiro di rammarico.
Quel giorno dovevamo pranzare a Puygarrig, con i parenti della sposa.
Salimmo in carrozza e ci recammo al castello, distante all’incirca una lega e
mezzo da Ille. Fui presentato ed accolto come amico della famiglia.
Non parlerò del pranzo, né della conversazione che seguì, e alla quale io presi
poca parte. Il signor Alfonso, seduto accanto alla sposa, le diceva una parola
all’orecchio ogni quarto d’ora. Lei, dal canto suo, non alzava mai gli occhi, e
ogni volta che il suo promesso le parlava, arrossiva modestamente, ma gli
rispondeva senza impaccio.
La signorina di Puygarrig aveva diciotto anni. La sua persona, flessuosa e
delicata, contrastava con la forte ossatura del robusto fidanzato. Era non
soltanto bella, ma affascinante. Io ammiravo la perfetta naturalezza di tutte le
sue risposte; e la sua espressione di bontà, pur non esente da una leggiera
venatura di malizia, mi ricordò, mio malgrado, la Venere del mio ospite. In
questo paragone che feci entro di me, mi chiesi se la maggior bellezza che
bisognava pur riconoscere nella statua non dipendesse, in gran parte, dal suo
piglio tigresco. Infatti l’energia, anche nelle passioni malvagie, eccita sempre
in noi lo stupore e una specie di ammirazione involontaria.
“Che peccato” pensai allontanandomi da Puygarrig “che una fanciulla così
simpatica sia ricca, e ricercata per la sua dote da un uomo indegno di lei!”
Sulla via del ritorno a Ille, non sapendo troppo di che discorrere con la
signora di Peyrehorade, alla quale, per buona creanza, stimavo di dover pur
rivolgere qualche volta la parola, esclamai:
«Eccome, signora! Siete invero di mente spregiudicata in Rossiglione: fate un
matrimonio di venerdì! In Parigi saremmo più superstiziosi; nessuno
oserebbe ammogliarsi in quel giorno.»
«Oh Dio! non me ne parlate» rispose. «È certo che se non fosse dipeso che da
me, si sarebbe scelto un altro giorno. Ma così ha voluto Peyrehorade, e
abbiamo dovuto cedergli. Ne ho dispiacere, tuttavia. E se accadesse qualche
disgrazia? Bisogna pure che ci sia qualche motivo, se tutti, alla fin fine, hanno
paura del venerdì!»
«Venerdì!» esclamò il marito «è il giorno di Venere! Ottimo giorno per un
matrimonio! Voi vedete bene, mio caro collega, che io non penso che alla mia
Venere. Sull’onor mio! per riguardo a lei ho scelto il venerdì. Domani, se
vorrete, prima dello sposalizio, le offriremo un piccolo sacrificio;
immoleremo due colombe e, se io sapessi dove procurarmi un po‘
d’incenso…»
«Vergogna, Peyrehorade!» interruppe la moglie scandalizzata al massimo.
«Incensare un idolo! Sarebbe un abbominio! Che direbbero di noi nella
regione?»
«Almeno» fece il signor di Peyrehorade «mi permetterai di cingerle il capo
con una corona di rose e gigli:

Manibus date lilia plenis.

«Come vedete, signore, la Carta costituzionale è una parola vana. Non


abbiamo libertà di culto!»
Le disposizioni per il giorno dopo furono fissate nel modo seguente. Tutti
dovevano esser pronti e vestiti per le dieci in punto. Dopo la cioccolata, si
sarebbe andati in carrozza a Puygarrig. Il matrimonio civile si doveva fare nel
municipio del luogo, e la cerimonia religiosa nell’oratorio del castello. Poi vi
sarebbe stata una piccola colazione, e dopo quella si sarebbe passato il tempo
alla meno peggio fino alle sette. Quella, sarebbe stata l’ora del ritorno ad Ille,
in casa del signor di Peyrehorade, dove avrebbero cenato insieme le due
famiglie. Il resto s’intende agevolmente. Giacché non si poteva ballare, si era
stabilito di mangiare il più possibile.
Alle otto, ero già seduto davanti alla Venere, con una matita in mano, e per la
ventesima volta ricominciavo a disegnare il volto della statua senza poter
riuscire a coglierne l’espressione. Il signor di Peyrehorade andava e veniva
d’attorno, dandomi consigli e ripetendomi le sue etimologie fenicie; poi
disponeva rose di Bengala sul piedistallo e in tono tragicomico rivolgeva alla
statua voti per la coppia che si apprestava a vivere sotto il suo tetto. Verso le
nove, rientrò in casa per allindarsi, nel momento stesso in cui ne usciva il
signor Alfonso, attillato e stretto nell’abito nuovo, in guanti bianchi, scarpe di
copale, bottoni incisi, e con una rosa all’occhiello.
«Farete il ritratto a mia moglie?» mi domandò chinandosi sul mio disegno.
«Anche lei è graziosa.»
In quel momento, sul campo da giuoco di cui ho già parlato, cominciava una
partita che, subito, attrasse l’attenzione del signor Alfonso. E anch’io, stanco e
senza più fiducia di ritrarre come si deve quel diabolico viso, lasciai presto il
mio disegno, per osservare i giocatori. Vi erano, tra questi, alcuni mulattieri
spagnuoli arrivati il giorno prima. Erano aragonesi e navarresi, e quasi tutti
di una bravura portentosa. Perciò, nonostante l’incoraggiamento che
ricevevano dalla presenza e dai consigli del signor Alfonso, i giocatori d’Ille
furono abbastanza alla svelta battuti da quei nuovi campioni. Gli spettatori
nazionali erano costernati. Il signor Alfonso guardò l’orologio. Erano soltanto
le nove e mezzo. Sua madre non era ancora pettinata. Non esitò più: si tolse
l’abito a coda, chiese una giacca e sfidò gli spagnuoli. Io lo guardavo fare,
sorridendo un po‘ sorpreso.
«Bisogna sostenere l’onore del paese» disse.
Allora lo trovai veramente bello, nel trasporto della sua passione. La sua
acconciatura, che poc’anzi lo assorbiva tutto, ora non contava più nulla per
lui. Qualche minuto prima, non avrebbe osato volgere il capo, per il timore di
scompigliare la sua cravatta. Adesso, non pensava più né ai ricci dei suoi
capelli, né alla pieghettatura così precisa del suo sparato. E la sposa?… In
fede mia, se fosse stato necessario, credo che avrebbe fatto rinviare il
matrimonio. Lo vidi infilare in fretta un paio di sandali, rimboccarsi le
maniche e, con aria sicura di sé, mettersi alla testa della squadra perdente,
come Cesare quando raccolse i suoi legionari sbandati a Durazzo.
Scavalcai la siepe, scegliendomi un comodo posticino all’ombra di un olmo
bianco, in modo da veder bene i due campi avversi.
Contrariamente all’aspettativa generale, il signor Alfonso non colse la prima
palla. È vero che questa arrivò rasente terra, lanciata con forza sorprendente
da un aragonese che pareva il capo degli spagnuoli, un uomo sulla
quarantina, adusto e nervoso, alto sei piedi, dalla pelle olivastra e scura poco
meno del bronzo della statua.
Il signor Alfonso gettò la racchetta a terra con furore.
«È questo maledetto anello» imprecò «che mi stringe il dito e mi fa sbagliare
una palla sicura!»
Si tolse, non senza fatica, l’anello di diamanti. Mi feci avanti per tenerglielo;
ma egli non mi attese, corse alla Venere, le infilò l’anello al dito mignolo, e
riprese il suo posto alla testa dei giocatori d’Ille.
Era pallido, ma calmo e risoluto. Da quel momento, non commise più un solo
fallo e gli spagnuoli furono completamente battuti. L’entusiasmo degli
spettatori fu di per sé uno spettacolo inebriante: gli uni gettavano in aria i
berretti, con grida di gioia senza fine; gli altri, gli stringevano le mani,
chiamandolo l’onore del paese. Se avesse respinto un’invasione, io credo che
non avrebbe ricevuto congratulazioni più vive né più sincere. Il cruccio dei
vinti dava anch’esso maggior risalto alla sua vittoria.
«Faremo altre partite, amico» disse all’aragonese in tono di superiorità; «e
allora vi darò alcuni punti di vantaggio.»
Mi sarebbe piaciuto più modesto, e l’umiliazione del rivale quasi mi rattristò.
Il gigante spagnuolo sentì profondamente l’insulto. Non ostante
l’abbronzatura del suo volto, lo vidi impallidire sotto pelle. Guardò con aria
cupa la racchetta, stringendo i denti; poi con voce soffocata, mormorò: «Me lo
pagaràs».
La voce del signor di Peyrehorade turbò il trionfo del signor Alfonso. Il mio
ospite, assai maravigliato di non aver trovato il figlio a dirigere l’allestimento
della carrozza nuova trasecolò ancor più nel vederlo che grondava sudore,
con la racchetta in pugno. Il signor Alfonso corse in casa a lavarsi il viso e le
mani, infilò daccapo l’abito fiammante e le scarpe di copale, e cinque minuti
dopo percorrevamo di buon trotto la strada di Puygarrig. Tutti i giocatori di
pallacorda della città e un gran numero di spettatori ci seguirono con grida di
gioia. E i cavalli vigorosi che ci trascinavano a malapena riuscivano a
mantenersi in vantaggio su quegli intrepidi catalani.
Eravamo a Puygarrig, e il corteo stava per muoversi verso il municipio,
quando il signor Alfonso si batté la mano in fronte, dicendomi sottovoce:
«Che pasticcio! Mi sono scordato dell’anello! È rimasto al dito della Venere,
che il diavolo se la porti via! Almeno, non ditelo a mia madre. Forse non si
accorgerà di niente.» «Potreste mandare qualcuno» suggerii.
«Uhm! il mio domestico è rimasto ad Ille, e di questi non mi fido affatto. Mille
e duecento franchi di diamanti! Potrebbero indurre più di uno in tentazione.
Eppoi, che si penserebbe qui della mia sventataggine? Si burlerebbero troppo
di me. Mi chiamerebbero il marito della statua… Purché non me lo rubino!
Fortuna che l’idolo fa paura a quei birbanti. Non osano avvicinarglisi a
distanza di braccio. Mah! non fa nulla. Ho un altro anello.»
La cerimonia civile e quella religiosa si svolsero entrambe con la dovuta
pompa, e Madamigella di Puygarrig ricevette l’anello di una crestaia di Parigi
senza sospettare che il suo sposo le faceva il sacrificio di un pegno d’amore.
Poi si andò a tavola, ove si bevette, si mangiò, si cantò perfino, e il tutto molto
a lungo. Io soffrivo per la sposa della sguaiata allegria che prorompeva
intorno, ma lei era padrona di sé più di quanto avessi potuto sperare, e il suo
impaccio non era tardezza né posa.
Forse il coraggio ci viene nelle situazioni difficili. Quando, a Dio piacendo, il
pranzo fu terminato, erano le quattro del pomeriggio. Gli uomini andarono a
passeggio nel parco, che era magnifico, o si fermarono a guardare le forosette
di Puygarrig, ornate a festa, che danzavano sull’erbetta davanti al castello.
Trascorremmo così alcune ore. Intanto le donne si stringevano premurose
attorno alla sposa, che faceva loro ammirare i doni nuziali. Poi questa cambiò
abito, e notai che copriva i suoi bei capelli con una reticella e con un cappello
guarnito di piume, poiché di null’altro le donne son così sollecite, come di
correre, appena possibile, a provarsi le acconciature che l’uso non consente a
quelle che sono ancora signorine.
Erano quasi le otto quando ci si dispose a partire per Ille. Ma prima si svolse
una scena patetica. La zia di Madamigella di Puygarrig, che le faceva da
madre, donna molto anziana e molto divota, non doveva venire con noi in
città. Al momento della partenza, fece alla nipote un commovente fervorino
sui suoi doveri di sposa, dal quale fervorino derivarono un fiume di lacrime e
abbracci senza fine. Il signor di Peyrehorade paragonava quella separazione
al ratto delle Sabine. Nondimeno partimmo, e durante il viaggio tutti
s’ingegnarono di distrarre la sposa e di farla ridere, ma invano.
Ad Ille ci attendeva la cena, e che cena! Se la sguaiata allegria del mattino mi
aveva urtato, mi urtarono ancor più le allusioni equivoche e i motteggi di cui
furono oggetto lo sposo e soprattutto la sposa. Quegli, che si era allontanato
per un istante prima di mettersi a tavola, era pallido e di una serietà glaciale.
Ad ogni tratto beveva un certo vino vecchio delle vicine terre di Colliure,
forte quasi come l’acquavite. Gli ero seduto accanto e mi credetti in obbligo di
avvertirlo:
«State attento! mi dicono che il vino…»
Non so che sciocchezza gli dissi per non essere da meno degli altri convitati.
Egli mi spinse il ginocchio, e a voce bassissima mi disse:
«Quando ci alzeremo di tavola… fate che possa dirvi due parole.»
La sua espressione solenne mi sorprese. Lo guardai più attentamente e notai
la strana alterazione del suo volto.
«Vi sentite poco bene?» gli chiesi.
«No.»
E ricominciò a bere.
Intanto, tra le grida e i battimani, un ragazzino di undici anni, che si era
insinuato sotto la tavola, esibiva ai presenti un grazioso nastro bianco e rosa
che aveva slegato or ora dalla caviglia della sposa: la cosiddetta giarrettiera.
Questa fu subito tagliata a pezzettini e scompartita tra i giovani, che se ne
adornarono l’occhiello, secondo una antica usanza tuttora viva presso alcune
famiglie patriarcali. Fu per la sposa un’occasione di arrossire fino agli occhi…
Ma la sua confusione giunse al colmo, quando il signor di Peyrehorade, dopo
aver preteso il silenzio, le cantò alcuni versi catalani, a sentir lui improvvisati.
Eccone il senso, se lo afferrai bene:
«Amici, che mai mi capita? – mi fa veder doppio il vino, – o qui ci sono due
Veneri…»
Lo sposo volse bruscamente il capo, con un’aria di sgomento che fece ridere
tutti.
«Sì» continuò il signor di Peyrehorade «sì, che ne ho due vicino: – una sbucò
qual tartufo – scavando la terra scura; – l’altra dal cielo a dividere – venne, tra
noi, sua cintura.»
Voleva dire: la sua giarrettiera.
«Prendi, Figlio, a tuo talento, – la romana o la nostrana. – Il briccone ha scelto
il meglio, – voglio dir la catalana. – Una è nera e l’altra è bianca; – quella è
gelida e ti stanca; – questa è fiamma, e avvampa e strina – tutto ciò che
l’avvicina.»
Questa chiusa suscitò un tale evviva, applausi così strepitosi e risa così
sonore, da farmi temere che il soffitto stesse per crollarci addosso. Nella
cerchia dei commensali, non c’erano che tre facce serie: la faccia degli sposi e
la mia. Avevo un gran mal di testa. Eppoi, non so perché, un matrimonio mi
rattrista sempre. Quello, per giunta, mi disgustava anche un poco.
Dopo le ultime strofe, assai libere, debbo pur dirlo, cantate dal vicesindaco,
passammo nel salotto per goderci la vista del ritiro della sposa, la quale stava
per essere condotta nella sua camera. Infatti era quasi mezzanotte.
Il signor Alfonso mi trasse nel vano di una finestra e mi disse, distogliendo lo
sguardo:
«Vi farete burla di me… Ma non so ciò che mi succede… sono stregato, che il
diavolo mi si porti!»
La mia prima supposizione fu che paventasse qualche infortunio, sul genere
di quelli di cui fanno cenno Montaigne e la signora di Sévigné: “Tutto
l’impero amoroso è pieno di tragici casi…”, con quel che segue. E tra me
pensai: “Credevo che siffatti incidenti non capitassero che alle persone di un
certo intelletto”.
«Avete bevuto troppo vino di Colliure, caro signor Alfonso» gli dissi. «Vi
avevo messo in guardia.»
«Sì, può darsi. Ma si tratta di una cosa molto più terribile.»
Parlava con voce sconnessa. Lo credetti ubriaco fradicio. «Sapete, il mio
anello?» proseguì dopo un momento di silenzio.
«Ebbene? Lo hanno rubato?»
«No.»
«Allora, lo avete voi?»
«No… io… io non riesco a toglierlo dal dito di quella Venere d’inferno!»
«Via; non avrete tirato abbastanza forte.»
«Altro che… Ma la Venere… ha stretto il dito.»
Mi guardò fisso, con aria smarrita, appoggiandosi alla maniglia della finestra
per non cadere.
«Che favola!» osservai. «Avete troppo spinto l’anello. Domani lo riavrete con
le tenaglie. Attento, però, a non danneggiare la statua.»
«No, vi dico. Il dito della Venere è rattratto, piegato. Stringe la mano, capite?
Apparentemente, è mia moglie, poiché le ho dato il mio anello… Non lo vuol
più restituire.»
Provai un brivido improvviso, e mi venne, per un attimo, la pelle d’oca. Poi,
con un suo gran sospiro, mi giunse una vampata che appestava di vino, ed
ogni emozione scomparve. “Questo sciagurato” pensai “è completamente
ubriaco.”
«Siete un archeologo, signore» soggiunse lo sposo novello in tono
lamentevole. «Conoscete quella razza di statue… C’è forse qualche molla,
qualche diavoleria che io non conosco… Se andaste a vedere?»
«Volentieri» assentii. «Venite con me.»
«No, preferisco che andiate solo.»
Uscii dal salotto.
Il tempo era cambiato mentre cenavamo, e la pioggia cominciava a cadere
copiosa. Stavo per chiedere un ombrello, quando una considerazione mi
trattenne. Sarei stato un bel pazzo, andando ad accertarmi di ciò che mi aveva
detto un uomo sborniato! Chissà, d’altronde, che questi non volesse anche
giocarmi qualche brutto tiro, per dare motivo di spasso a quegli onesti
provinciali. II meno che mi potesse capitare, era d’inzupparmi sino alle
midolla e di buscarmi un buon raffreddore.
Dalla porta, diedi una sbirciata alla statua grondante acqua, e me ne salii
nella mia camera, senza più passare per il salotto. Mi coricai; ma il sonno fu
lungo a venire. Tutti gli episodi della giornata si riaffacciavano alla mia
mente. Pensavo a quella fanciulla, così bella e pura, data in pasto ad un beone
brutale. “Che affare odioso” pensai “un matrimonio di convenienza! Un
sindaco cinge la sciarpa tricolore, un prete la stola, ed ecco la più compita
giovinetta del mondo consegnata al Minotauro! In un momento simile, che
due amanti pagherebbero al prezzo della loro esistenza, che cosa mai possono
dirsi due persone che non si amano? Potrà mai una donna amare colui che
una volta le apparve volgare? Le prime impressioni non si cancellano e
questo signor Alfonso si meriterà bene di essere odiato, come sono convinto
che egli sarà…”
Durante il mio soliloquio, che abbrevio di molto, mi era giunto il rumore di
un vivo passeggiare su e giù per la casa, di usci che si aprivano e si
chiudevano, di veicoli che partivano. Quindi, mi era sembrato di udire i passi
leggieri di parecchie donne dirette verso l’estremità del corridoio opposta alla
mia camera: probabilmente il corteo della sposa, che veniva accompagnata a
letto. Poi quella gente era scesa di nuovo. La porta della giovine signora di
Peyrehorade si era chiusa. “Quale turbamento e quale disagio” pensai “deve
provare quella povera figliuola!” Mi rivoltai nel letto, di pessimo umore. È
sciocca la parte che tocca a uno scapolo, nella casa ove si stia compiendo un
matrimonio.
Regnava da un po‘ di tempo il silenzio, quando venne turbato da passi
pesanti che salivano le scale. I gradini di legno scricchiolarono forte.
«Che tanghero!» esclamai. «Scommetto che ruzzolerà per le scale.»
Tutto ritornò quieto. Presi un libro per cambiare il corso delle mie idee. Era
una statistica della provincia, arricchita di una relazione del signor di
Peyrehorade sui monumenti druidici del circondario di Prades. Alla terza
pagina mi assopii.
Ebbi un sonno cattivo e mi svegliai parecchie volte. Potevano essere le cinque
del mattino, ed ero già desto da oltre venti minuti, quando il gallo cantò.
Stava per farsi giorno. Udii allora distintamente gli stessi passi pesanti, lo
stesso scricchiolar delle scale che avevo inteso prima di addormentarmi.
Trovai il fatto singolare. Mi sforzai, sbadigliando, d’indovinare perché il
signor Alfonso si alzasse così presto; ma non riuscivo ad immaginare nessun
motivo plausibile. Stavo per richiudere gli occhi, allorché la mia attenzione fu
di nuovo sollecitata da uno scalpicciare strano, cui presto si unirono lo
squillar dei campanelli e il fracasso delle porte che si aprivano
precipitosamente. Poi avvertii un gridare confuso.
“Il mio sbornione avrà appiccato il fuoco in qualche parte” pensai saltando
giù dal letto.
Mi vestii in fretta e uscii nel corridoio. Dal capo opposto partivano urli e
lamenti, e una voce straziante dominava tutte le altre: «Figlio mio! Figlio
mio!». Era chiaro che una disgrazia era capitata al signor Alfonso.
Corsi alla camera nuziale. Era piena di gente. Il primo spettacolo che mi colpì
fu quello del giovane tuttora semivestito, disteso per traverso sul letto, la cui
sponda era spezzata. Era livido, esanime. La madre, vicino a lui, piangeva e
gridava. Il signor di Peyrehorade si affannava a strofinargli le tempie con
acqua di Colonia o gli metteva sali sotto il naso. Ahimè! da parecchio il figlio
era morto.
Sopra un divano, all’altro capo della stanza, stava la sposa, in preda a orribili
convulsioni. Urlava suoni inarticolati, e due robuste fantesche duravano gran
fatica a trattenerla.
«Mio Dio» esclamai «che è mai successo?»
Mi avvicinai al letto e sollevai il corpo dello sventurato giovine. Era già rigido
e freddo. I denti stretti e il volto cianotico esprimevano i più orrendi spasimi.
Era abbastanza chiaro che la morte era stata violenta, e l’agonia terribile. Sui
panni di lui non si vedeva tuttavia nessuna traccia di sangue. Tirai la camicia
e vidi sul petto un’impronta livida che si prolungava sulle costole e nella
schiena. Si sarebbe detto che fosse rimasto soffocato in un cerchio di ferro. Mi
venne sotto il piede qualcosa di duro, che giaceva sul tappeto. Mi chinai e
vidi l’anello di diamanti.
Trascinai nella loro camera il signor di Peyrehorade e la signora. Poi vi feci
portare la sposa.
«Avete ancora una figlia» dissi. «A lei debbono volgersi le vostre cure.»
Quindi, li lasciai soli.
Non mi pareva dubbio che il signor Alfonso fosse rimasto vittima di un
assassinio, i cui autori avevano trovato il modo d’introdursi quella notte nella
camera della sposa. Le lividure sul petto e la loro direzione circolare mi
rendevano tuttavia assai perplesso. Infatti, né un bastone, né una sbarra di
ferro sarebbero giovati a produrle. Ad un tratto, mi ricordai di aver sentito
dire che, a Valenza, certi sicari si servivano di lunghi sacchi di cuoio tubolari,
riempiti di sabbia fine, per accoppare le persone che erano incaricati di
sopprimere. Subito, mi tornarono a mente il mulattiere aragonese e la sua
minaccia, per quanto osassi appena concepire una vendetta così tremenda per
una piccola canzonatura.
Giravo per la casa, cercando dovunque segni di scasso, senza trovarne,
tuttavia, in nessun punto. Scesi in giardino, per vedere se gli assassini si
fossero potuti introdurre da quella parte; ma non trovai nessun indizio
sicuro. La pioggia del giorno prima aveva, d’altronde, talmente inzuppato il
terreno, che questo non avrebbe potuto conservare nessuna impronta
abbastanza nitida. Nondimeno osservai alcune tracce di passi profondamente
stampate in due opposte direzioni, ma su di una stessa linea, che partiva
dall’angolo della siepe attigua al campo da giuoco e giungeva sino alla porta
di casa. Potevano essere stati i passi del signor Alfonso, quando era andato a
cercare l’anello, rimasto al dito della statua. D’altro lato, la siepe in questo
punto era meno densa, e proprio qui dovevano averla scavalcata gli assassini.
Dopo essere passato e ripassato davanti alla dea, mi fermai per un attimo a
guardarla. Stavolta, lo confesserò, non potei contemplarne senza terrore
l’aspetto di malvagia ironia. Con il cervello ancora pieno delle scene orribili
di cui ero stato testimone, mi sembrò di vedere una divinità infernale
giubilante per la sventura che aveva colpito quella casa.
Mi ritirai nella mia camera e vi rimasi fino a mezzogiorno. Allora uscii e
chiesi notizia dei miei ospiti. Si erano un po‘ calmati. Madamigella di
Puygarrig, dovrei dire la vedova del signor Alfonso, aveva ripreso i sensi.
Aveva persino parlato al procuratore del re di Perpignano in visita di ufficio
ad Ille, e il magistrato aveva raccolto la sua deposizione. Questi mi chiese
anche la mia. Gli riferii ciò che sapevo, e non gli nascosi i miei sospetti sul
conto del mulattiere aragonese. Ordine fu dato di fermar costui
immediatamente.
«Avete saputo qualcosa dalla vedova del signor Alfonso?» domandai al
procuratore del re, dopo scritta e firmata la mia deposizione.
«Quella sventurata giovine è diventata pazza» mi disse sorridendo
tristemente. «Pazza! Interamente pazza! Sentite che cosa racconta:
«Era coricata» dice «da pochi minuti, con le tendine del letto abbassate e
chiuse, quando l’uscio della stanza si aprì e qualcuno entrò. In quel momento
la sposa era dalla parte del muro, voltata verso la parete. Non fece alcun
movimento, convinta che fosse il marito. Un istante dopo, il letto diede uno
schianto, come se lo avessero caricato di un peso enorme. Ebbe molta paura,
ma non osò rivoltar la testa. Cinque minuti, dieci minuti forse (non ha
un’esatta nozione del tempo) trascorsero a quel modo. Poi ebbe un
movimento involontario, oppure si mosse la persona che era nel letto; sentì il
contatto di una cosa fredda come il ghiaccio, son parole sue. Si nascose
addirittura nel corsello, tra letto e muro, con un tremore di tutte le membra.
Di lì a poco la porta si aprì una seconda volta, ed entrò qualcuno che disse:
“Buonasera, mogliettina!”. Subito dopo, furono tirate le tendine. Udì un grido
soffocato. La persona che stava accanto a lei, nel letto, si alzò a sedere e parve
allungare le braccia in avanti. Allora volse il capo… e vide, dice, il marito in
ginocchio vicino al letto, la testa all’altezza del guanciale, tra le braccia di una
specie di gigante verdastro, che lo stringeva con forza. Dice, e me lo ha
ripetuto venti volte, poveretta!… dice di aver riconosciuto… indovinatelo un
poco… la Venere di bronzo, la statua del signor di Peyrehorade… Da quando
è qui, tutti ne vanno fantasticando… Ma tomo al racconto della povera
demente. A quella vista, smarrì la conoscenza, e forse che da qualche
momento aveva anche smarrito la ragione. Non c’è modo che sappia dire
quanto sia durato il suo svenimento. Tornata in sé, vide ancora il fantasma, o
la statua, come si ostina a dire, ferma, con le gambe e la parte inferiore del
corpo nel letto, il busto e le braccia protesi, e tra le braccia il marito esanime.
Un gallo cantò. Allora la statua uscì dal letto, lasciò cadere il cadavere e
scomparve. Ella si attaccò al campanello, e il resto vi è noto.»
Venne introdotto lo spagnuolo. Era calmo e si difese con molta padronanza di
sé e con molta presenza di spirito. Invero, non negò di aver manifestato il
proponimento che avevo inteso, ma nella spiegazione che ne diede pretese di
non aver voluto dire altro, se non che, una volta riposato, il giorno dopo,
avrebbe vinto una partita di pallacorda contro il suo vincitore. Ricordo che
aggiunse:
«Un aragonese, quando ha ricevuto un oltraggio, non aspetta il giorno
seguente per vendicarsi. Se avessi creduto che il signor Alfonso mi volesse
offendere, lo avrei accoltellato lì per lì.»
Si confrontarono le sue scarpe con le impronte dei passi nel giardino, e
risultarono molto più grandi.
Infine, l’albergatore presso cui aveva preso alloggio assicurò che l’uomo
aveva passato la notte intera a strofinare e medicare un suo mulo malato.
L’aragonese, d’altronde, era uomo incensurato, conosciutissimo nella regione,
dove si recava tutti gli anni per il suo commercio. Perciò lo rilasciarono con le
debite scuse.
Stavo per dimenticare la deposizione di un domestico che aveva visto per
ultimo il signor Alfonso vivo, e più precisamente nel momento in cui si
approntava a salire dalla moglie. Il signor Alfonso aveva chiamato
quell’uomo e gli aveva chiesto con aria inquieta se sapeva dove fossi io. Il
domestico rispose di non avermi visto. Allora il signor Alfonso tirò un
sospiro e stette un minuto e più senza aprir bocca. Poi disse: “E va bene! il
diavolo se lo sarà portato anche lui!”.
Domandai a quell’uomo se il signor Alfonso, quando aveva parlato con lui,
avesse l’anello di diamanti. Il servo esitò a rispondere. Infine disse che
credeva di no, e che ad ogni modo non ci aveva fatto caso.
Ma poi si riprese, aggiungendo:
«Se avesse avuto quell’anello al dito, lo avrei indubbiamente notato, poiché
credevo che l’avesse dato alla signora.»
Anch’io, nell’interrogare quell’uomo, provavo la mia piccola parte del terrore
superstizioso che la deposizione della vedova del signor Alfonso aveva
diffuso per tutta la casa. Ma il procuratore del re mi guardò sorridendo, ed
ebbi l’accortezza di non insistere.
Poche ore dopo il funerale del signor Alfonso, mi apparecchiai a lasciare Ille.
La carrozza del signor di Peyrehorade doveva condurmi a Perpignano. Non
ostante la debolezza delle sue condizioni, il povero vecchio mi volle
accompagnare sino al cancello del giardino, che attraversammo il silenzio, lui
trascinandosi a stento, appoggiato al mio braccio. Al momento di separarci,
gettai un ultimo sguardo alla Venere. Benché il mio ospite non condividesse
le paure e gli odii che questa ispirava ad una parte della sua famiglia,
prevedevo che si sarebbe voluto disfare di un oggetto che, altrimenti, gli
avrebbe ricordato ognora quella orribile sciagura. La mia intenzione era di
indurlo a collocarla in un museo. Esitavo tuttavia ad entrare in discorso,
quando il signor di Peyrehorade volse inconsciamente la testa nella stessa
direzione in cui mi vedeva guardar fisso. Adocchiò la statua, e subito si
sciolse in lacrime. Io lo abbracciai, e non osai più dirgli una sola parola. Così,
salii in carrozza. Né ho più saputo, dopo la mia partenza, se qualche ulteriore
notizia sia intervenuta a chiarire il mistero di quella catastrofe.
Il signor di Peyrehorade morì pochi mesi dopo il figlio. Col suo testamento
lasciò a me i suoi manoscritti, che forse un giorno pubblicherò. Non vi ho
tuttavia trovato il rapporto sulle iscrizioni della Venere.
P. S. Il mio amico, sig. di P., mi scrive ora da Perpignano che la statua non
esiste più. Prima cura della signora di Peyrehorade, dopo la morte del marito,
fu di mandarla in fonderia, sicché oggi serve alla chiesa d’Ille sotto la nuova
forma di una campana. Ma, soggiunge nella sua lettera il sig. di P., sembra
che un maleficio persegua coloro che detengono questo bronzo. Da quando la
nuova campana risuona ad Ille, le vigne son gelate due volte.
John Sheridan Le Fanu
LO SPETTRO E IL CONCIAOSSA

(The Ghost and the Bonesetter, 1838)

Del più famoso autore di storie di fantasmi della letteratura inglese vittoriana, John
Sheridan Le Fanu (Dublino 1814-1873; era irlandese protestante, discendente da
ugonotti francesi), presentiamo un racconto giovanile, probabilmente il primo da lui
pubblicato. The Ghost and the Bonesetter è un caso intermedio tra il racconto
fantastico di scuola “gotica” e la trascrizione d’una leggenda del folklore locale.
L’uomo “senza paura” che passa la notte in un castello infestato da un fantasma è un
vecchio tema delle fiabe popolari d’ogni paese. Nella narrazione di Le Fanu, a questo
tema s’innesta una tradizione irlandese per cui l’ultimo sepolto in un cimitero deve
andare in giro a cercare acqua per i morti più anziani, assetati per via delle fiamme
del purgatorio. Come effetto di questa credenza, capita che se due funerali si svolgono
contemporaneamente, s’assista a una corsa tra loro per lasciare al morto ultimo
arrivato il penoso incarico. (Guido Almansi, segnalando questo episodio, ricorda il
funerale a corsa pazza in Entr’acte di René Clair.)
L’originale è scritto secondo la pronuncia anglo-irlandese; il suo spirito è tutto nel
tono di narrazione orale. È uno dei rari racconti di Le Fanu in cui l’ironia sia
dominante.

Nel rivedere le carte del mio defunto amico Francis Purcell, tanto stimato e
rispettato, che per quasi cinquant’anni svolse le difficili mansioni del parroco
in un paese dell’Irlanda meridionale, mi è capitato in mano questo
documento. È uno dei tanti dello stesso genere, essendo stato Purcell un
curioso e diligente raccoglitore di antiche tradizioni locali – una merce di cui
il luogo in cui risiedeva era ricchissimo. La raccolta e l’organizzazione di
queste leggende era, per quanto io ricordo, il suo hobby; ma non avevo mai
saputo che il suo amore per il meraviglioso e lo strano fosse arrivato al punto
da spingerlo a mettere per iscritto i risultati delle sue ricerche, finché, come
esecutore testamentario, non mi trovai in possesso di tutti i suoi manoscritti.
A quanti possono pensare che la stesura di questi racconti sia incompatibile
con il carattere e le abitudini di un parroco di campagna, è necessario
ricordare che esisteva un tempo un tipo di prete – quelli della vecchia scuola,
una razza ormai estinta – le cui abitudini erano per molte ragioni più
raffinate e i gusti più letterari di quanto lo siano quelli degli ex allievi dì
Maynooth.
È forse necessario aggiungere che la superstizione illustrata in questo
racconto, e cioè che l’ultimo cadavere a essere sepolto è obbligato,
immediatamente dopo la sua inumazione, a fornire agli altri inquilini del
cimitero in cui giace acqua fresca per alleviare la sete ardente del purgatorio,
è diffusa in tutta l’Irlanda del sud. Chi scrive può attestare il caso di un ricco
e rispettabile agricoltore, ai confini di Tipperary, che, in segno d’affetto per la
sua compianta consorte, mise nella sua bara due paia di scarpe, uno leggero e
uno pesante, uno per il tempo asciutto e l’altro per le giornate di pioggia;
voleva in tal modo alleviare le fatiche delle sue inevitabili camminate per
procurare l’acqua e somministrarla alle assetate anime del purgatorio. Si sono
anche avuti accesi e disperati conflitti nei casi di due cortei funebri che
s’avvicinavano insieme allo stesso cimitero; ognuno dei quali si sforzava di
assicurare al proprio caro una priorità di sepoltura, e quindi l’immunità dalla
tassa imposta alle capacità pedonali dell’ultimo arrivato. Non molto tempo
fa, avvenne che i membri di uno dei cortei, temendo di far perdere questo
vantaggio al loro defunto amico, raggiunsero il cimitero passando per una
scorciatoia e, violando uno dei pregiudizi più radicati, gettarono addirittura la
bara oltre il muro di cinta, per non perdere tempo con l’entrare dal cancello.
Si potrebbero citare innumerevoli esempi dello stesso genere, a dimostrare
quanto sia diffusa questa superstizione tra i contadini del sud. Ma non voglio
trattenere oltre il lettore con osservazioni introduttive, e passo subito a
presentargli il seguente:

Estratto dai manoscritti del defunto


Reverendo Francis Purcell di Drumcoolagh

Racconto i particolari che seguono, per come posso ricordarli, con le stesse
parole di chi me li ha raccontati. Può essere necessario notare che egli era
quello che si suol definire uno che parla bene, avendo per parecchio tempo
istruito i giovani d’ingegno della sua parrocchia natia in quelle arti liberali e
in quelle scienze che riteneva utile professare – circostanza questa che può
spiegare la presenza di certi paroloni nel corso del suo racconto, notevoli più
per il loro effetto eufonico che per essere correttamente applicati. Passo
quindi, senza altre introduzioni, a presentarvi le meravigliose avventure di
Terry Neil.
«Be‘, dunque, questa è una strana storia, e vera come è vero che lei sta seduto
lì; e oso anche dire che non c’è ragazzo nelle sette parrocchie che potrebbe
raccontarla meglio o più correttamente di me, perché è proprio a mio padre
che è successa, e tante volte l’ho sentita dalla sua stessa bocca; e posso dire
con fierezza che la parola di mio padre era incredibile come il giuramento di
un qualunque proprietario terriero del paese; al punto che se un poveruomo
si fosse cacciato in qualche sfortunato pasticcio, era lui che si presentava in
tribunale a difenderlo; ma questo non significa niente – era un uomo onesto e
sobrio, a parte un certo debole per il bicchiere, come lei può trovarne solo
andando in giro per tutta una giornata; e nei dintorni non c’era uno che lo
valesse per sgobbare nei campi e scavar fossi; ed era formidabile anche nei
lavori di carpenteria e nel sistemare vecchie sarchiatrici e cose del genere.
Dopo un po‘ si mise ad aggiustare ossa, ed era del tutto naturale, perché
nessuno valeva quanto lui nell’accomodare la gamba di uno sgabello di un
tavolo; e naturalmente non c’era conciaossa che avesse tanti clienti – uomini e
bambini, giovani e vecchi – e a memoria d’uomo non c’erano mai state tante
ossa rotte e rimesse a posto. Be‘, Terry Neil, così si chiamava mio padre,
cominciò a sentirsi il cuore leggero e la borsa pesante, e si comprò una piccola
fattoria nelle terre del signor Phalim, proprio sotto il vecchio castello, ed era
proprio un posticino simpatico; dalla mattina alla sera delle povere creature,
che non ce la facevano neanche più a mettere un piede per terra, arrivavano
continuamente da tutte le direzioni per farsi giuntare le ossa.
«Insomma, eccellenza, andava tutto a meraviglia; ma era uso che quando Sir
Phalim lasciava il paese, alcuni dei suoi fittavoli si stabilissero nel vecchio
castello per sorvegliarlo, per una specie di omaggio alla famiglia – ma era
anche un omaggio molto spiacevole per i fittavoli, poiché nessuno di loro
ignorava che nel vecchio castello succedevano cose strane. I vicini avevano
sentito raccontare che il vecchio nonno dello squire, un vero gentiluomo, che
Dio l’abbia in gloria, tra tutti quelli che hanno mai portato scarpe ai piedi,
aveva l’abitudine di andare in giro in piena notte, da quando gli era
scoppiato un vaso sanguigno mentre estraeva un tappo da una bottiglia,
come lei e io potremmo fare, e con l’aiuto di Dio sicuramente faremo; ma
questo non significa niente. Il fatto è che, come stavo dicendo, il vecchio squire
aveva l’abitudine di uscire dalla cornice, dove era appeso il suo ritratto, e di
rompere bottiglie e bicchieri, che Dio abbia pietà di noi, e di bere tutto quello
che gli capitava – e per questo non c’è poi tanto da rimproverarlo; dopo di
che se entrava qualcuno della famiglia, tornava al suo posto e assumeva
un’aria innocente come se non ne sapesse nulla – quel vecchio birichino.
«Be‘, eccellenza, come stavo dicendo, una volta la famiglia del castello
dovette andare a Dublino per una settimana o due; e così, come al solito, ad
alcuni fittavoli toccò di andare a stare lì e la terza notte toccò a mio padre.
“Oh, per tutti i diavoli” diceva a se stesso, “io devo starmene alzato tutta la
notte, e intanto quel vecchio spirito vagabondo, sia lodato Iddio” diceva, “se
ne andrà in giro per la casa a combinare guai di tutti i generi.” Comunque
non poteva assolutamente esimersi, e così fece buon viso a cattivo gioco e al
tramonto salì al castello con una bottiglia di whisky e una d’acqua santa.
«Pioveva piuttosto forte e la serata era buia e tetra, quando mio padre entrò, e
si spruzzò addosso l’acqua santa e non passò molto tempo che dovette
mandar giù una tazza di whisky per non sentir freddo al cuore. Fu il vecchio
maggiordomo, Lawrence O‘ Connor, che gli aprì la porta – lui e mio padre
erano sempre andati molto d’accordo. Così, quando vide chi era e mio padre
gli ebbe detto che toccava a lui montar la guardia al castello, si offrì di fargli
compagnia; e può star sicuro che questo a mio padre non dispiacque affatto.
Così Larry disse.
«“Abbiamo un po‘ di fuoco in salotto” disse.
«“E perché non nel salone?” disse mio padre, che sapeva che il quadro del
vecchio squire era appeso in salotto.
«“Non si può accendere un fuoco nel salone” disse Lawrence, “perché nel
camino c’è un nido di corvi.”
«“Oh, allora” disse mio padre, “stiamocene in cucina; è molto sconveniente
che uno come me se ne stia in salotto” disse.
«“Ma non è possibile, Terry” disse Lawrence, “se dobbiamo rispettare le
vecchie usanze, tanto vale farlo nel modo più corretto” disse.
«“Al diavolo le vecchie usanze” disse mio padre – ma a se stesso, capisce,
perché non voleva far sapere a Lawrence di aver paura.
«“Oh, benissimo” disse, “d’accordo, Lawrence”; e così andarono entrambi in
cucina, aspettando che venisse acceso il fuoco in salotto – il che non richiese
molto tempo.
«Be‘, eccellenza, poco dopo tornarono di sopra, e si sedettero comodamente
davanti al fuoco del salotto e si misero a parlare e a fumare e a bere; e per di
più c’era un bel fuoco scoppiettante di legna e di erba che scaldava loro la
pelle.
«Be‘, come dicevo, signore, continuarono a conversare e a fumare nel modo
più piacevole, finché a Lawrence non cominciò a venir sonno, e questo era
più che naturale, trattandosi di un vecchio servo, abituato a dormire molto.
«“Oh no” disse mio padre, “non ti starai addormentando?”
«“Ma neanche per idea” disse Larry. “Sto solo chiudendo gli occhi, per
impedire che il profumo del tabacco me li faccia lacrimare” disse. “Quindi,
non occuparti di quello che faccio io” disse già un po‘ brillo (perché aveva
uno stomaco forte, che Dio l’abbia in gloria), “e continua con la tua storia”
disse. “Io ti sto ascoltando” disse chiudendo gli occhi.
«Be‘, mio padre, vedendo che parlare non serviva a niente, continuò con la
sua storia. Era, a proposito, la storia di Jim Soolivan e della sua capra che
stava raccontando – ed è una storia divertente – e con tante sorprese da tener
sveglio tutto un dormitorio, e a maggior ragione da impedire a un cristiano
d’addormentarsi. E come la raccontò mio padre, credo che non si sia mai
sentito niente di simile né prima né dopo d’allora, perché ne urlò ogni parola,
come se fosse disposto a restar senza fiato pur di tenere sveglio il vecchio
Larry; ma fu tutto inutile, perché divenne rauco e prima che lui arrivasse alla
fine della storia, Larry O’Connor si era già messo a russare come una
cornamusa.
«“Oh, per tutti i diavoli” disse mio padre, “non è terribile” disse, “che questa
vecchia carogna, oltre che mio amico, si addormenti in questa maniera,
quando siamo tutti e due nella stessa stanza di uno spirito” disse. “Che la
croce di Cristo ci protegga” disse; e stava già per scuotere Lawrence sino a
svegliarlo, quando gli venne in mente che se fosse riuscito nel suo intento, lui
se ne sarebbe sicuramente andato a letto, lasciandolo completamente solo, e
sarebbe stato ancora peggio.
«“Oh, be‘” disse mio padre, “non voglio disturbare questo poveraccio. Non
sarebbe né gentile né amichevole” disse, “tormentarlo mentre sta dormendo;
vorrei solo essere anch’io nelle stesse condizioni” disse.
«Dopo di che cominciò a camminare avanti e indietro e a dire le sue
preghiere, finché non si trovò tutto coperto di sudore, mi scusi l’espressione.
Ma questo non gli servì a nulla; e allora per calmarsi si bevve un altro mezzo
litro di whisky.
«“Oh” disse, “volesse Iddio che io fossi così tranquillo come questo Larry.
Forse se ci provassi, riuscirei a dormire”; e detto questo trascinò una grossa
poltrona accanto a quella di Lawrence e ci si accomodò come meglio gli fu
possibile.
«Ma c’era una cosa strana che mi ero scordata di dirle. Suo malgrado, non
poteva fare a meno di dare ogni tanto una sbirciatina al quadro, e notò
immediatamente che i suoi occhi lo seguivano dappertutto e lo fissavano e
ammiccavano ovunque lui andasse. “Oh” disse quando se ne accorse, “non
ho più molte speranze ed è stata una grande sfortuna il giorno in cui ho
messo piede in questo posto sciagurato; ma adesso non serve a niente
spaventarsi, se devo morire, tanto vale che traspiri impavidamente.”
«Be‘, eccellenza, cercò di mettersi il più possibile a suo agio, e due o tre volte
fu anche lì lì per addormentarsi, se non fosse stato per la tempesta che fuori
gemeva e cigolava tra i grandi rami pesanti ed entrava fischiando nei vecchi
camini del castello. Poi, dopo una grande e ruggente folata di vento, si
sarebbe potuto credere che i muri del castello stessero per crollare visto come
tremavano. Ma all’improvviso la tempesta cessò, e tutto fu silenzio quasi
come in una sera di luglio. Ma, eccellenza, non aveva smesso di soffiare da
più di tre minuti, quando gli sembrò di udire una sorta di rumore da sopra il
caminetto; e allora mio padre aprì gli occhi quel tanto che bastava a farsi
un’idea di quel che gli succedeva attorno, e vide, parola, il vecchio squire
uscire dal quadro, come se si stesse togliendo la sua giubba da cavallerizzo,
sino a sbarazzarsene completamente e a saltare dal caminetto sul pavimento.
Be‘, quel vecchio mascalzone – e a mio padre questo parve il più sporco dei
suoi tiri – prima di mettersi a fare qualcosa di strano, si fermò un attimo a
sentire se i due uomini stavano dormendo; e appena pensò che fosse tutto
tranquillo, allungò una mano, prese la bottiglia del whisky e ne ingoiò
almeno mezzo litro. Dopo di che, eccellenza, ingurgitata la sua dose, chiuse
per bene la bottiglia e la rimise esattamente nel posto in cui era prima. E
cominciò a camminare avanti e indietro, con un’aria sobria e solida come se
non avesse mai fatto niente del genere. E ogni volta che gli passava davanti,
mio padre aveva l’impressione di sentire un grande odore di zolfo, cosa che
gli metteva addosso una grande paura; perché sapeva che era zolfo quello
che bruciava all’inferno, con tutto il rispetto per vostra eccellenza. E
comunque lo aveva sentito dire tante volte da Padre Murphy e lui sapeva per
forza che cosa doveva esserci – è morto poi, che Dio lo abbia in gloria.
Comunque, eccellenza, mio padre era abbastanza calmo prima che lo spettro
cominciasse a passargli davanti; e talmente vicino, Dio abbia pietà di noi, che
l’odore di zolfo gli toglieva addirittura il respiro; e poi gli venne un tale
accesso di tosse da cascare quasi dalla poltrona su cui si era seduto.
«“Ah ah!” disse lo squire, fermandosi a un paio di passi di distanza e
voltandosi verso mio padre, “sei tu, dunque? Come va, Terry Neil?”
«“Al servizio di vostra eccellenza” disse mio padre (per quanto glielo
permetteva la paura, perché ormai era più morto che vivo»; “e sono fiero di
vedere vostra eccellenza stasera” disse.
«“Terence” disse lo squire, “tu sei un uomo rispettabile” ed era la pura verità
“un uomo sobrio e laborioso, e un esempio d’ubriachezza per tutta la
parrocchia” disse.
«“Grazie eccellenza” disse mio padre facendosi coraggio, “lei è sempre stato
un uomo cortese, che Dio l’abbia in gloria.”
«“Che Dio m’abbia in gloria” disse lo spettro (e divenne tutto rosso in faccia
per la rabbia). “Che Dio m’abbia in gloria. Ma, brutto zoticone” disse, “lurido
ignorante, non ti hanno insegnato le buone maniere? Se sono morto, non è
colpa mia” disse, “e non ho bisogno di sentirmelo ripetere ogni momento da
gente della tua risma” disse pestando i piedi sul pavimento, tanto da far
temere che le assi si sarebbero fracassate sotto il suo peso.
«“Oh” disse mio padre, “io sono solo un povero stupido ignorante” disse.
«“Non sei assolutamente altro” disse lo squire, “ma non è per ascoltare le tue
ciance o per conversare con uno come te che sono venuto su – volevo dire
giù” e per quanto piccolo fosse stato il suo sbaglio, mio padre se ne accorse
benissimo. “E adesso ascoltami, Terence Neil” disse lui. “Io sono sempre stato
un buon padrone per Pathrick Neil, tuo nonno.”
«“È vero, eccellenza!” disse mio padre.
«“E credo inoltre di essere sempre stato un uomo sobrio e perbene” disse lo
squire.
«“È questa la sua fama” disse mio padre (era una grossa bugia, ma non
poteva fare a meno di dirla).
«“Be‘” disse lo spettro, “benché io fossi uno degli uomini più sobri in
circolazione – o almeno dei gentiluomini più sobri, e benché io sia stato in
molti periodi un cristiano estemporaneo, e un uomo estremamente
caritatevole e disumano con i poveri” disse; “nonostante tutto questo non sto
per niente comodo dove sono adesso come era mio diritto aspettarmi.”
«“Oh, è un vero peccato” disse mio padre; “forse vostra eccellenza vuole che
io ne parli con Padre Murphy?” «“Taci, miserabile vagabondo” disse lo
squire, “non è alla mia anima che sto pensando – e mi stupisce che tu abbia
l’empietà di parlare a un gentiluomo della sua anima – e quando vorrò
sistemare questa cosa” disse dandosi una pacca sulla coscia, “mi rivolgerò a
persone che sanno come vanno trattati gli uomini come me. Non è la mia
anima” disse, mettendosi a sedere di fronte a mio padre; “non è la mia anima
che mi dà veramente fastidio – ma la mia gamba destra” disse, “che mi sono
rotto a Glenvarloch il giorno in cui ho ucciso il nero Barney.”
«(Mio padre venne poi a sapere che era il nome di un cavallo, caduto sotto di
lui, dopo aver saltato la grande siepe che costeggia la valletta.)
«“Spero” disse mio padre, “che vostra eccellenza non si senta a disagio per
averlo ucciso.”
«“Sta‘ zitto, stupido” disse lo squire, “e ti spiegherò perché la gamba mi dà
fastidio. Nel luogo dove passo gran parte del mio tempo” disse, “a parte quel
poco che mi è concesso per guardarmi attorno qui dentro, devo camminare
molto più di quanto abbia mai fatto, e molto più di quanto vorrei, anche
perché devi sapere” disse, “che la gente in mezzo alla quale mi trovo ha una
smodata passione per l’acqua fredda, e non c’è niente di meglio per loro; e,
inoltre, là il tempo è più caldo che piacevole e io ho il compito” disse, “di
aiutare a portare l’acqua e personalmente ne ricevo una razione ben misera,
ed è un lavoro molto faticoso e stancante, te lo assicuro, perché hanno tutti
una sete incredibile e bevono tutto quello che le mie gambe possono
portargli” disse; “ma quello che proprio mi ammazza è la debolezza di questa
mia gamba e voglio che tu le dia uno strattone o due per rimetterla a posto”
disse, “tutto qui quello che voglio.”
«“Oh, ma eccellenza” disse mio padre (che non aveva nessuna voglia di
mettere le mani addosso allo spettro), “io non avrei mai la spietatezza di fare
una cosa simile a vostra eccellenza” disse; “lo faccio solo con le povere
creature come me.”
«“Basta con le chiacchiere” disse lo squire, “eccoti la mia gamba” disse
alzandola verso di lui, “tirala con tutte le tue forze e se non lo farai, per le
potenze immortali, non ci sarà osso della tua carcassa che non ridurrò in
polvere. ”
«Udendo questo, mio padre capì che non sarebbe servito a niente discutere, e
così prese la gamba e continuò a tirare e a tirare finché, Dio ci benedica, non
ebbe il viso madido di sudore.
«“Tira, maledetto” disse lo squire.
«“Ai suoi ordini, eccellenza” disse mio padre.
«“Tira più forte” disse lo squire.
«Mio padre tirò più forte che poteva.
«“Ho bisogno di un goccio” disse lo squire tendendo una mano verso la
bottiglia, “per farmi un po‘ di coraggio.” Ma, per quanto sveglio, si sbagliò, e
prese l’altra bottiglia. “Alla tua salute, Terence” disse, “e adesso tira con tutte
le tue forze” e dicendo questo sollevò la bottiglia d’acqua benedetta, ma fece
appena in tempo ad accostarsela alla bocca che emise un grido, da far credere
che l’intera stanza dovesse spaccarsi in due, e fece un balzo che lasciò nelle
mani di mio padre la gamba staccatasi dal corpo; lo squire crollò sul tavolo, e
mio padre piombò supino sul pavimento dall’altra parte della stanza.
Quando rinvenne il gaio sole del mattino stava splendendo attraverso le
imposte, e lui giaceva sulla schiena, con la gamba di una di quelle vecchie
poltrone staccata dal suo incastro e stretta nella sua mano e diretta verso il
soffitto, e il vecchio Larry dormiva profondamente e russava più forte che
mai. Quel mattino mio padre andò da Padre Murphy, e da quel giorno sino
alla morte non trascurò mai di confessarsi né di andare a messa, e quello che
raccontava era tanto più facilmente creduto per il fatto che ne parlava solo di
rado. In quanto allo squire, cioè allo spettro, non so se sia stato perché non gli
piaceva quel liquido o perché aveva perso la gamba, fatto sta che non risulta
sia più andato in giro.»