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Irène Némirovsky

Ida. La caduta di una vedette


Appare al culmine di una scala di trenta gradini d'oro insieme ad altre cinque o
sei donne, tutte le sere nei music-halls di Parigi; scende tra girl nude,
addobbate con cappucci di rose, ognuna con un parasole d'oro in mano.
Orecchini di vetro a goccia, pietre tagliate, lustrini le circondano il viso; la
copre un lungo mantello intessuto d'oro, di perle e piume. E' una donna non
più giovane da molto tempo; le sue gambe sono ancora belle, ma lei porta sui
seni un corsetto di gemme, infatti bisogna pure far di tutto …
“Perché, dicono le donne, Ida Sconin e non un'altra? … Perché questa fama,
questa gloria? E' vecchia. Non sa cantare. E' straniera. Perché, pensano, quelle
perle, quelle gemme, quelle pregiate pellicce? Perché non una ragazza di
vent'anni? … Perché non io? …”
Si sporgono per seguire con lo sguardo la lunga gamba, il piede dalle unghie
smaltate che sfiora il gradino d'oro. Il ventre è liscio e intatto. Da un palco
<loge> una trentenne la guarda avida e valuta il proprio corpo, i propri fianchi,
che dopo l'ultima maternità non hanno mai ritrovato la loro linea, lo slancio, le
curve. Appena un soffio le passa tra le labbra strette:
“Questa donna … Perdinci, non si trova una bella ragazza di vent'anni che
sappia scendere una scala?...”
Parigi la contempla con una sorta di sorda ostilità, l'ammira, però mai le ha
dato il cuore come ad altre. Lei non è amata. Non è mica di qui. Ne hanno fatto
la gloria gli stranieri all'indomani della guerra, ai tempi delle vacche grasse,
degli anni di abbondanza, quando la terra traboccava di pane, di lavoro e di
oro, quando era facile arricchirsi in tutti i Paesi del mondo (si prendeva
un'azione in Borsa, a caso, ed essa saliva come la febbre). Lei era la gioia e il
diletto degli americani, dei macellai, dei minatori arricchiti e dei bei gigolò
tanto felici, tanto appagati; aveva larga la vita e strette le spalle, era color del
sigaro, del pane integrale, del tabacco biondo. La preferivano alle attrici
francesi, troppo sottili e magre, che tolleravano quei tipi con il sorriso
distante, cortese e contratto, di una stanca ostilità.
Ida Sconin … Nessuno al mondo porta come lei il casco di piume, l'oro e le
perle. Gli stranieri se ne sono andati, ma Ida Sconin resta e regna.
Abbaglia, assilla Parigi e la provincia. In tranquille sottoprefetture,
addormentati, si sente dai dischi la sua voce cantare Mon bel amour. Sui muri
di Parigi la sua immagine appare a ogni svolta della via; in piedi, seminuda, su
una scala d'oro, la testa eretta sotto quel mucchio di piume di struzzo; il suo
nome sfavilla spasmodicamente acceso e spento nella dolce foschia luminosa
delle sere parigine.
“Sempre la stessa cosa, dicono le donne; non si rinnova nemmeno…” A che
pro? … Cantare Mon bel amour, portare sulla testa un casco di pennacchi rosa,
sorridere, volgere lentamente la testa, mostrare le gambe e il ventre, ascoltare
senza aggrottare nemmeno le sopracciglia le parole che lì davanti si scambiano
due vecchie americane sorde, imbellettate di rosso e di bianco:
“My dear! … She is too wonderfull! She doesnt look a day older than fifty! …”
Ripetere ogni sera lo stesso saluto, la stessa canzone, ridere esattamente nello
stesso modo con quel gonfiar dolce e voluttuoso della gola, ancora bella e pura
come una colonna, lei lo sa il segreto della fama, è quello di durare costi quel
che costi, di fissare nella memoria degli uomini un'immagine immutabile.
Tutto, anche il suo profumo, resta da anni lo stesso. E quando al momento di
cantare la sua bocca si arriccia leggermente e le labbra si socchiudono lente
come il bocciolo di una rosa, ci si dimentica che il suo viso è cambiato e
invecchiato. Lei è esattamente quella che ci si aspettava, senza sorprese; il
vecchio americano coi denti d'oro che l'applaude si ricorda della propria
giovinezza, delle sere durante la guerra, delle donnine di Maxim schiacciate
contro di lui a strofinare la testa all'altezza del suo cinturone di ufficiale;
dell'Armistizio, delle battaglie nei caffè a colpi di sifone e di canna, degli anni di
prosperità: non chiede di più. Lei ha portato a Parigi il gusto della rivista più
spettacolare, del fasto, dello scintillio delle pietre tagliate sulla gola nuda delle
donne.
Conosce il valore provocante del suo corpo, mal nascosto sotto stoffe pesanti e
contornato da donne nude. All'inizio cinque o sei, ma il pubblico è viziato e si è
ritenuto di trattenerlo aumentando di stagione in stagione il loro numero. Ora
non sono più cinque né dieci, ma quaranta, cento, un fiume, un mare mobile,
gambe, cosce, seni, schiene nude che il talco e il belletto ricoprono con la
stessa tinta uniformemente rosa che ha un porcellino appena ucciso. Tale
esposizione suscita voglie, e allora ecco Ida Sconin, la vita fasciata di satin
nero e oro. Porta le piume affastellate sulla testa mostrando la fatica solo con
una piega leggera, nello sforzo, all'angolo delle labbra, piega che oltre la terza
fila dopo l'orchestra può facilmente passare per un sorriso.
Le luci sulla scena si spengono e solo i fuochi incrociati dei riflettori la
rischiarano. Lei è grande, eretta, flessuosa, il mento è imperioso; il bel volto
pesto esprime l'orgoglio insolente, sfida; solo da qualche tempo il sorriso
forzato talvolta si cancella; la sicurezza trionfante del suo sguardo e quella
voglia di felicità a ogni costo impressa sui suoi tratti si addolciscono, si
stemperano nell'inquietudine. Ma solo le girl che la circondano se ne
accorgono, loro sole possono vedere, insieme al gran Défilé di Gemme e
Gioielli, entro le reti di perle che adornano il capo di Ida Sconin, i suoi capelli,
un tempo neri, tinti di un color oro esplosivo, ritinti di rosso scuro, poi di
leggero biondo argento e, di nuovo, rossi fiamma, che, torturati, hanno infine
perduto ogni apparenza umana e, diventati secchi, crepitano come fossero di
paglia, mentre un solo giorno di tregua basterebbe a far apparire la loro radice
nivea sotto la tintura.
Le girl alzano e abbassano alterni il braccio sinistro e il braccio destro; un'onda
ritmica agita questo mare di ragazze nude sotto i loro cappucci di rose. Ida
Sconin si pavoneggia in mezzo a loro; le sue gambe nude respingono con un
movimento pigro la massa di velluti, di paillette, di satin. Quando si ferma, le
girl contemplano maligne quel collo puro e forte agitato da un impercettibile
tremito che però sopporta perfettamente la bardatura di piume e di fiori.
Talvolta sotto la reticella d'oro le gocce di sudore imperlano la sua pelle.
Mormorano:
“Guarda là … mica è possibile, sta per crollare …”
“Ma buon Dio, che cosa ci trovano in quella lì?”
“E' tutta fortuna, cara mia. Mica come me e te.”
Considerano:
“Fortuna sfacciata, ecco! … Nient'altro … Carogna come nessun altra, del resto,
cuore di pietra. E niente cotte, niente capricci, a parte che tutti sanno che le
piacciono i ragazzi giovani e belli che fanno l'amore per una due settimane e
via. E da qualche tempo non si sa di nessuna sua relazione.”
“Per farne cosa degli uomini, del resto?” Valutano le girl con acredine. E'
pagata più di una star americana …”
In due file ora sollevano l'una dopo l'altra le gambe rischiarate dal fuoco dei
riflettori, si rovesciano indietro e gettano ancora nell'ombra i loro visi stanchi,
indifferenti.
Il direttore d'orchestra con la punta della bacchetta pare che raccolga delle
onde sparse, che le riconduca verso la vedette. Lei agita dolcemente con la
mano libera le piume rosa del ventaglio. Respira il calore, il dolce pulviscolo
radiante dei riflettori. Il teatro ronza appena in un mormorio sordo come quello
del mare. Lei canta, sorride, danza, ma solo un pensiero la abita, solo una
preoccupazione: l'incasso e la sua parte !
Valuta:
“Ieri sabato s'è fatto centomila, tra la matinée e la soirée. Oggi altrettanto.
Continuiamo a crescere …”
E s'immagina questa linea ascendente che a chi produce gli spettacoli fa dire:
“Ida Sconin incassa.”
Parola magica: lei lo sa. E' la sola che sbarri la strada a quelle giovani donne
brutali, tormentate, fameliche, che tutte quante le fanno la posta da anni e, un
giorno di malattia, di stanchezza, non aspettano altro che un suo passo falso,
un cedimento, l'attimo in cui sarà l'età, così a lungo sconfitta, ad atterrarla.
“Calma, considera lei. Ancora non ci siamo...”
Ancora per molti giorni Parigi vedrà sui suoi muri il nuovo manifesto di lei;
ognuna delle sue canzoni sarà canticchiata dagli operai, dai camionisti, dai
ragazzi di strada; ogni sera lettere di fuoco tracceranno in alto sui muri delle
case:

IDA SCONIN

IDA SCONIN

IDA SCONIN

Credono davvero, tutte queste ragazze, queste rivali, che lei si farà buttar giù
perché ha più di sessant'anni? Per tutta la sua giovinezza ha aspettato come
loro la gloria, il denaro, il mormorio delle adulazioni della folla al suo
passaggio:
“Ida Sconin … Ida Sconin … Visto? … Ida Sconin …”
La fama? Facile saziarsene a vent'anni, ma lei ne aveva più di quaranta,
quando l'ha ottenuta. La fama asseta come l'acqua di mare. Fino alla guerra,
malgrado i suoi smeraldi, gli amanti, il suo bluffare, lei aveva solo briciole di
gloria, echi nei giornaletti scandalistici <petits journaux de chantage>, una
frase udita per caso; “Ida Sconin? … Mica la conosco … ah sì, una ragazza
carina ...”
Solo dopo quindici anni raccoglie il frutto d'una lunga pazienza. Certo non si fa
illusioni. Non è gran cosa, una voce che si diffonde, uno scandalo, e per
arrivare dove? … A una donna nuda che scende i gradini d'una scala d'oro …
Ma se lei ha avuto altri sogni sa da molto tempo che bisogna accontentarsi, al
termine di una vita, di quella mezza sconfitta che si chiama successo,
appagamento delle speranze, coronamento di una carriera. Lo sanno queste
ragazze, forse? Lo hanno il sospetto di quanto lavoro e di quanto sforzo ha
dovuto fare lei per arrivare a quest'esito derisorio che dopo tutto per lei è una
vetta, un trionfo? … La lotta spossante contro il tempo, contro gli uomini …
Quegli uomini che tanto a caro prezzo hanno ognuno venduto il loro favore, il
sostegno, una parola di incoraggiamento, lei li rivede nella sua memoria.
Faccioni bitorzoluti, labbra nude, esauste, palpebre pesanti, vecchie guance
cadenti; e i ricordi di un passato di servitù, i rischi dell'avvenire contro cui
assicurarsi (quel vecchio finanziere e quell'ex presidente del Consiglio che si
alternavano nel suo giaciglio) … Le sembra che non ne avrà mai troppi di baci,
di bocche giovani, di carni fresche, per far fronte alla lordura di quelle mani
nodose, di quei corpi appassiti, di quei ventri gonfi su gambe corte, di quelle
bocche molli che soffiavano il loro piacere tra i suoi seni …
Che aspettino, queste belle ragazze, come ha fatto lei! … Che consumino la
loro giovinezza e la loro bellezza come ha fatto lei, con intelligenza, con
pazienza! … Non cederà il posto.
Ride, saluta, si erge nel mezzo della scena; le luci scorrono sul suo corpo.
Il sipario ricamato d'oro e di rosa, sono i colori di lei, cala lentamente.
L'uscita degli artisti. Ida Sconin attraversa il marciapiede che la pioggia leggera
ha appena inumidito, o meglio verniciato come fosse un quadro dipinto da
poco. Sono passati tre mesi. Sono le due di una notte di giugno; un breve
istante di oscurità e di silenzio tra due crepuscoli argentati. I primi gigli
infiorano i giardini dell'Eliseo. Le reclames luminose che pigramente girano
presto si fermeranno. Nel cielo dolce, trasparente, fiammelle gialle corte e
brillanti tracciano:

IDA SCONIN

Ha delle rose tra le braccia. Dice ad alta voce passando davanti alla folla
curiosa:
“Quattrocento bouquet e cestini, ieri … E' troppo. E queste felicitazioni, queste
lettere … Mi uccideranno.”
Respinge con dolcezza la mano dell'amico fedele che a voce bassa la incalza:
“No, no, sono a pezzi … La matinée di sabato, la soirée, la matinée, la soirée di
domenica … Caro, sono morta ...”
“Siete fresca come un bouquet di rose.”
“Adulatore!”
Il pubblico guarda, ascolta, tenta di capire quelle parole scambiate davanti alla
lunga vettura sfavillante.
Un ragazzo, a testa scoperta, il collo avviluppato in una sciarpa rossa, tiene
stretto al cuore un mazzo di rose. Impallidisce, esita.
Se Ida Sconin, in piedi davanti alla portiera semiaperta, inclina leggermente il
suo fine volto imbellettato, assassinato, se leva il collo dalla pelliccia preziosa e
indugia, non dubiti quel ragazzo: lo fa per lui, che è tanto umile. Per lasciargli il
tempo di farsi coraggio, di avvicinarsi perché lei accetti le rose, ne inspiri il
profumo, e con una voce dolce e roca intoni:
“Oh che bei fiori! … Sono per me? … Grazie signore …”
E ognuno penserà:
“E' ancora incredibile. Neanche da vicino pare vecchia … Quanti spasimanti
deve ancora avere! … Vedete bene che è una leggenda sia la sua età, sia che
paghi i giovanotti … E' ancora bellissima ...”
Alla fine il ragazzo si è avvicinato, ha teso timidamente i suoi fiori attraverso la
portiera; lei ha sorriso come conviene, ha abbassato su di lui quello sguardo
che non è più, ebbene, né voluttuoso né vizioso come lei vorrebbe ancora far
credere, ma saggio e profondo, infatti è più facile far fronte alle rughe, che
mascherare l'espressione lucida e stanca di uno sguardo di donna vecchia,
piena d'esperienza.
Ciò non toglie che lei inclini il capo, che mormori a voce bassa, un po' roca e a
cantilena:
“Per me? … Questi bei fiori? … Oh! … (una pausa, ancora un sorriso). Grazie
signore …”
Ecco l'ultima scena recitata, per oggi. L'auto può partire. Lei ama quel tragitto
attraverso il Bois addormentato e silenzioso e d'un colpo solo fragoroso e
illuminato. La Cascade è illuminata da un raggio elettrico verde chiaro. La sua
casa si trova sul bordo del Bois.
Lei lascia ricadere la testa, chiude gli occhi.
Si sente triste. Perché hai voglia a imbellettarti il viso, a rifarti seni e guance,
massaggiarti la fronte, far fronte ogni dì alle rughe che ogni notte senza tregua
si riformano; non puoi impedire che la tua anima, a momenti, si sfiati e si
stanchi più del tuo corpo.
Ora si abbandona. Le ricade il mento, che urta molle sul petto oscillante a
destra e a sinistra a ogni movimento dell'auto. Cerca di reagire, di guardare
fuori. Ma no! A Parigi il movimento, il rumore delle vie, le luci perenni,
ubriacano; là si sente più sveglia, lei, più combattiva, più viva. Questo silenzio
la intorpidisce, la ammoscia, la distende troppo .
“Dopo i quarant'anni, lei considera, bisognerebbe abitare solo e sempre nella
Butte Montmartre.
E' rientrata. Infine anche la toilette per la notte è terminata. E' distesa. Il suo
viso, la fronte, le mani, il collo, sono avvolti con bende spalmate di crema
spessa. Esalano un odore di erbe, un vago lezzo d'olio. La finestra è aperta e
lungo il prato l'aurora di giugno sta per far scivolare il suo primo raggio di
fuoco. La cameriera ha chiuso attenta le imposte, tirato le pesanti tende.
Lei dovrebbe dormire. In altri tempi era facile addormentarsi e svegliarsi all'ora
fissata. Aveva regolato il suo corpo come una macchina. Dal momento in cui
era a letto, dopo le cure estetiche, il lungo bagno tiepido, il sonno, senza sogni,
s'impadroniva di lei.
Il risveglio, sei ore dopo, la doccia, la ginnastica, il massaggio, altre cure
estetiche … Poi la replica dello spettacolo. Mai un giorno di malattia, di
pigrizia, di affaticamento. Ma da qualche mese il sonno le sfugge. Il cuore le
batte ora troppo veloce, ora troppo lento, e talvolta sembra fermarsi un
secondo, inciampare in un ostacolo invisibile e riprendere a tentoni,
penosamente, la sua strada; e la lascia ansimante, le membra gelate, le
ginocchia tremanti.
“Surmenage”, dice il medico.
Lei si accorge facilmente di ciò che valuta lui mentre le cerca il cuore e soppesa
leggermente, di passata, il suo seno tutto nuovo, rifatto, trasformato,
modellato per la seconda volta quest'inverno. (Sarà pronto ad essere esibito
trionfalmente in autunno per la nuova rivista; lei lo conserva, e lo nasconde.)
“A lungo andare tutto serve”, considera il medico, tuttavia mormora: “La
vostra salute è ammirevole, sfacciata ...”
Parole tanto spesso udite, tanto spesso ripetute …
“Però attenzione … non esagerate ...”
Sì, è invecchiata … E questo cuore ribelle, questa memoria rimbambita, ora che
è sola, sveglia; e i ricordi del tempo trascorso. Come un meccanismo mal
regolato, lei insiste a far passare e ripassare instancabile in fondo a sé stessa
vecchie immagini inutili … spiacevoli …
Chiude gli occhi, muove cauta la maschera di crema che le racchiude il volto, si
sforza di rivedere nella fantasia il manifesto che da settembre sboccerà sui
muri di Parigi:
“Il 15 Novembre la gran première di gala a biglietterie aperte per la nuova
rivista dell'Imperial. La celebre vedette Ida Sconin canterà e danzerà in
Femmes 100%, nuova produzione dei Signori Simon e Mossoul, realizzata dal
Signor Archibald d'Hupont, dal Signor Stanislas Goldfarb e dal Signor Malt-
Levy. Compagnia di ballo del Signor Jacques Josseline. L'orchestra di Mac-
Lloyd accompagnerà lo spettacolo, che dispone di un cast formidabile.”
Con l'immaginazione lei misura la grandezza delle lettere che comporranno il
suo nome, e le oppone a quelle che oggi formano i nomi delle sue rivali più
temibili.
Quando cominciano le stagioni teatrali è il segnale d'inizio per lei di una
battaglia che di anno in anno diventa più dura e più incerta. Questa lo sarà in
modo particolare...
Sospira. Le sembra di rivedere Simon, davanti a lei, e di udirne le parole:
“Attenzione … Il pubblico si stufa … Voi siete ammirevole, meravigliosa … ma,
ma …”
Come al solito quando lui le parla, e desidera ammansirla, trema per eccesso
di zelo, si strofina il testone pensoso, china il suo naso lungo, protende stretta
la bocca fremente e sinuosa, e le sue lunghe ciocche nere gli si spargono sulla
fronte. E' un uomo che per lei ha una ammirazione e un affetto sinceri, ma
sopra ogni cosa lui tiene a ciò che chiama la sua gloria; disperato, ma fermo,
lui la getterà a mare, alla bisogna, se in effetti il pubblico si stufa. La sua
espressione di furbizia, di cupidigia, di crudeltà e di sensibilità mescolate, lei la
vede dipinta sul viso di lui, fedele riflesso della sua anima.
Ma egli aggiunge, con voce trepida:
“Sapete di poter avere fiducia in me, che mai vi ho mentito … Mi conoscete!”
E l'argomento supremo:
“Che dice Dikran?...”
Dikran, amico del cuore di Simon, è un armeno grasso e untuoso; ha una gola
molle e tremula, occhi socchiusi da almea <tipo di cantante tradizionale
egiziana>, neri e lucenti come l'uva di Corinto, e una voce che esce da quella
gran massa di carne, dolce e musicale, da donna, nel pronunciare le parole più
sensate:
“Mia cara, non dimenticate che i vostri capitali sono impegnati in buona parte
nella Casa. Avete lo stesso nostro interesse al buon andamento degli affari ...”
Simon lo guarda amoroso:
“Ha ragione, sempre ragione … Dickie, fa' comprendere alla divina,
all'incomparabile, che quella ragazza, quella Cynthia, non può che farle da
contrasto, non può che far apprezzare di più la sua splendida bellezza … Perché
in fondo è proprio il principio che ci guida da tanto nei nostri spettacoli di
donne nude ...”
Lei infine ha acconsentito, ma ora il dubbio la tormenta.
Quella massa amorfa di nudità, quelle carni rosee su cui si staglia il suo corpo,
certo, non può affatto nuocerle, ma una donna nuda, una sola, un corpo solo di
donna che la precede dinnanzi al pubblico, stanco, ingrato, alla svelta
conquistato …
“Ho paura”, lei pensa.
Si è a lungo impuntata a non confessarselo.
Anche ora, nell'ombra e nella solitudine, lei sente di abbandonarsi, perdersi, se
permette alle parole di formarsi nella sua anima:
“Ho paura ...”
(Lei, il cui unico merito, l'unica virtù, sono coraggio e spavalderia!)
Ma dopo averle pronunciate lei prova un sentimento di consolazione, di
distensione, di triste felicità … da tanto tempo non ha potuto liberarsi,
confidarsi a nessuno … “Ma non così! No!...”
Si rimprovera severa. Non ci mancherebbe che questo! Lei, Ida Sconin,
intenerirsi! …
“Perché ho accettato? … Perché? Per quale orgoglio? … Perché il pubblico dica:
“Ma … è chic in fondo, è spavaldo, quel che lei fa … E' dunque davvero sicura di
sé? … Non teme i confronti “ … O è perché gli incassi da due mesi non salgono
più? Ancora non è grave, sono ancora molto alti, ma il massimo non è stato
raggiunto, e bisogna crescere senza tregua, senza respiro, per non calare, uno
di questi giorni.
In giardino gli uccelli cantano gioiosi. Un merlo fischia tra i rami carichi di lillà.
Ida sospira. Le dita contratte le si distendono, scivolano sul lenzuolo di seta.
Almeno è felice di esser distesa da sola in quel letto sotto il baldacchino rosa e
oro! … Non è tanto tempo che si può permettere il lusso di addormentarsi così,
sapendo che nessun viso di uomo al risveglio le si rivolgerà per avere un
bacio. L'amore è buono e riposante; infatti la sua dolce fatica fa dimenticare
tante di quelle cose … Così i ragazzi che lei paga sanno accarezzare e tacere,
né lei chiede loro altro. Ma gli ammiratori, lei valuta con tetra gaiezza, i vecchi
amici che lei coltiva e che vengono a parlare dei loro affari tra le lenzuola, delle
loro ambizioni, dei rimpianti del passato, dei lor vani desideri, che piaga! …
“E ciò nonostante, valuta lei, questa ginnastica senza piacere è sempre meglio
dell'amore vero ...”
Vede, volgendo la testa verso le tende tirate, un fuoco vermiglio brillare sul
prato. Ritarda il momento in cui dovrà, per addormentarsi, prendere il cachet
di veronal pronto sul tavolo.
“Siate cauta”, ha detto il medico. Un cuore di … mettiamo sessant'anni, cui
s'impone una notte dopo l'altra un tale sforzo, non lo si tratta a colpi di veronal
…” D'altra parte da un mese lei ha raddoppiato e poi triplicato la dose. Il fatto è
che senza sonno le rughe ritornano anche più veloci. Macchinalmente si tocca
le piccole bende di lana che le serrano la fronte, le liscia con mano leggera e
inquieta. L'amore … Nomi dimenticati le risuonano all'orecchio, volti risorgono
dall'ombra; il giorno li cancellerà …
Di lei si dice:
“E' una donna che non ha mai amato, che non ha fatto altro che servirsi degli
uomini ...”
Certo …
“No, non sono mica una 'brava ragazza', io, mormora repentina, con veemenza
selvaggia, e con un vecchio gesto dimenticato intende spingere indietro la
testa, ma pensa alla tintura: ('bisogna che agitiate il meno possibile i vostri
capelli, sono secchi e fragili …'). Si ricorda di quel ragazzo che si è ucciso per
lei (bella reclame gratuita!), che fu trovato disteso presso di lei, ad Antibes.
“Che messa in scena!... Quel sottile corpo bianco sulla terrazza, al chiaro di
luna, quel filo di sangue che colava sulle lastre di marmo … Che rentrèe, poi,
che trionfo!” … (Ma, per essere sinceri assolutamente, si era poi ucciso per
amore? … Era cocainomane, e quel giorno mezzo impazzito.)
Certo, è stata amata. Li sapeva tenere gli uomini (con Gabriel Clive, il primo,
aveva compreso il potere che ha sul desiderio di un uomo un'immagine incerta
e sfuggente …). Altri più numerosi le si erano attaccati perché lei lusingava la
loro vanità, né chiedevano altro … Dall'ombra emergono certi visi che lei
ricerca più compiaciuta, con una segreta dolcezza. Ma non si fa illusioni … Ciò
che in loro gusta è la sua giovinezza.
“Non ho dunque mai amato? Pensa una volta di più. No, decisamente no. Che
me ne faccio dell'amore? … Quel che mi serve, quello di cui godo, che mi piace,
è l'amore di una folla, la sua ombra, il desiderio, quel roco balbettio che monta
nella sala quando entro in scena, quella bramosia anonima … Quanto la amo …
Perderla? … No, preferirei morire … Ma per conservarla bisogna restare bella,
fresca, giovane … Non serve pensare più, né ricordarsi, né sperare nulla, né
rimpiangere nulla, né temere nulla …”
Chiude gli occhi, con tutte le forze trattiene la palpitazione nervosa dei muscoli
oculari. Ripete come una formula magica dieci volte, quindici volte, cento
volte:
“Sono calma. Sono giovane. Sono bella. Voglio dormire. Dormo.”
Alla fine si addormenta.

L'autunno.
Ultime repliche notturne.
La sala è immersa nell'oscurità. Solo l'orchestra è debolmente illuminata. Si
ode il preludio cristallino di leggiadri flauti:
Mani invisibili regolano le luci. I fasci d'oro, i raggi blu palpitano e si spengono.
Sulla scena vuota la danzatrice nuda, Cynthia, compie i suoi gesti.
“Davvero bene, la piccola”, dice Ida Sconin.
Poi:
“Ma da come il numero procede piano, valuto, la mia scena verrà domattina.”
Ha parlato a voce molto alta e tutti si immobilizzano, la interrogano con lo
sguardo deferenti. Lei agita la mano con un gesto stanco, affaticato, fa segno a
Cynthia, che si è fermata come gli altri:
“Continua. Calma, piccola mia …”
Cynthia è una ragazza bionda e bianca di Chicago, where beauty is cheap. Ha
lunghi occhi verdi, pomelli rossi sangue che spiccano sul resto del volto che è
d'un bianco duro e accecante come gesso, una mascella quadrata, denti
sfavillanti. Il corpo è magro, agile, le membra lunghe e sottili fanno pensare ai
pezzi di una macchina d'acciaio.
“Non è così bella”, valuta Ida. “Io, il mio lusso, la mia fama, i miei gioielli ...”
Si sente pesante e intorpidita. E' sola nel suo palco <loge>.
Ha rimandato indietro gli amici, i fedeli. Si tiene tutta su, rigida inarca la
schiena, conscia degli sguardi che nell'ombra la cercano e la riconoscono, lei e
il suo mantello di ermellino. (D'ermellino, affinché si dica: “Alla sua età non ha
timore del bianco, è stupefacente!”)
Di gente ce n'è tanta.
“Per essere solo una replica, lei valuta, ci sono tanti nuovi invitati e persone
quanti per una prova generale … Ma niente da fare, è la passione.”
E' molto stanca. Tra poco saranno le tre. Le hanno apparecchiato vicino un'ala
di pollo fredda e dello champagne. Lei beve a piccoli sorsi distratti. Fiuta
quell'odore caldo, familiare, polveroso di talco; se non ci fosse tutta quella
gente, si addormenterebbe, riposerebbe meglio che a casa. Lei s'infila nella
cavità che è il suo teatro come un animale nella tana.
Si addormenta, quasi.
Tuttavia tiene dritta la testa e vive in lei l'abitudine, automaticamente. A tratti
esce di colpo dal torpore, si riprende, tende la mano da baciare a un'ombra che
passa tra le poltrone, sorride, mormora:
“Buongiorno, buongiorno a voi! … Ma è gentile che siate venuto!”
“Come va, mia cara? Devo abbracciarvi … Che tesoro che siete ...”
Ma poco a poco lei tace e la lasciano, contemplano da lontano con sentimenti
diversi la guancia imbellettata di rosa, la lunga mano bianca adorna dei
celebrati anelli che negligente le pende dal bordo del palco.
Cynthia se n'è andata. Si montano delle decorazioni.
L'orchestra suona.
“Ma, considera Ida, hanno copiato semplicemente Tarara-boum-dié <canzone
da vaudeville e da music hall> . Dove l'ho sentita quest'aria? … Dove l'ho visto
quel grosso zigano rosso? “
Si ripropone inevitabile uno scenario introspettivo. Saletta privata, 1900, nera
e rossa, merletti, corsetto nero e un pot-pourri di di vecchi valzer.
“Mi ricordo”, pensa Ida.
Perché cercare tanto indietro nel tempo? Nella memoria certi visi, certi ricordi,
dovrebbero riposare, sepolti per sempre … Ma suo malgrado lei ne è assillata.
Si rende conto di sospirare involontariamente, a tratti. Come una vecchia
donna sola... Si riprende, fa cenno a un uomo che passa e che lei non
riconosce. L'illuminazione è regolata male. Il fondo tinta della cantante sembra
verde.
“1900 … A quei tempi … Sì sì, è inutile fare giochetti … Quel ricordo, insomma,
è il solo che conti … Gabriel e … poi ancora Gabriel ...”
Ode se stessa dire a voce alta:
“E' comica, questa mania retrospettiva, diventa una tradizione.”
Qualcuno ride. Qualcuno le chiede:
“Ma l'incomparabile non si sente troppo stanca?”
“Io? … Oh, mio caro, è la mia vita, quest'esistenza febbrile, lo sapete bene...”
“E' meravigliosa!”
Il Pré-Catelan <restaurant nel Boi de Boulogne> una sera di giugno dorata e
rosa come una pesca. Lei che sta solo iniziando ad essere conosciuta, notata,
guardata … Che ebbrezza! … sa bene che lo deve a Gabriel, al momento in cui
tra mille altre donne solo lei ha saputo catturare e trattenere lo sguardo di
Gabriel Clive. Lei, straniera, ignota...
“Ero bella, allora, e più che bella”, considera lei guardando con amara
irritazione Cynthia, seduta dov'è l'orchestra, le lunghe gambe nude appena
coperte da un'infame mantellina di pelliccia rossa.
Gabriel … Cerca di ricordarsi il suo viso e subito lo rivede come fosse ancora
seduto accanto a lei, chino verso di lei; il gran naso arcuato, quasi a uncino
come il becco d'un rapace; le guance ossute e dure, gli occhi chiari, le pupille
dilatate da drogato, il corpo lungo, magro, agile, le belle mani inquiete,
impercettibilmente tremanti, la bocca però fremente e sensuale, da vecchio
istrione. Il viso pallido e trasparente, del pallore di chi scrive tutto il giorno e la
sua carne sembra alla lunga riflettere il biancore della carta. Accentuava la
scioltezza silenziosa della sua andatura, e anche la curva satanica delle sue
belle sopracciglia, depilandole come quelle di una vecchia civetta … Gli occhi
color ghiaccio, la sua mania di non portare sotto l'abito che le camicie più fini
perché, circondando con un braccio, come faceva, le spalle di una donna, lei
sentisse la forma e il calore di quel bel corpo di cui lui si vantava tanto …
“E dal punto di vista morale?, pensa Ida una volta ancora: Oh, l'uomo fatale, il
“vamp” maschio … Tra le donne innumerevoli che lui prendeva e lasciava di
volta in volta io sola senza dubbio ho saputo dargli esattamente la qualità di
sofferenza che lui desiderava ...”
Le sue sofferenze, le delizie più care! … Ingannandolo, torturandolo, lei sentiva
sempre di fare in fondo il suo gioco, di giocare un ruolo destinato da lui agli
spettatori invisibili della sua commedia … Cercava sinceramente la morte in
mare, o al volante delle auto più veloci, e insieme amava la vita con ardore …
era vanitoso, puerile, facile da imbrogliare …
“Istrionico, pensa Ida. Il suo celebre charme era fatto di quello, di quella
commedia perpetua che rappresentava agli altri e a sé stesso. Era dominatore,
imperioso, talmente abituato alla fortuna che i suoi gesti e la sua voce avevano
acquisito una sorta di nonchalance arrogante, la benevolenza fiacca di un re.
Ho saputo servirmene, e lui di me, lei considera. La sua gelosia celebre …
Come ho saputo dargli esattamente le emozioni che lui desiderava! ... Quel
melange di orgoglio, sensualità, inquietudine, quale altra donna avrebbe
saputo dosarlo come gli conveniva? ...”
L'aveva lanciata nel music hall. Sopra tutto amava vederla danzare seminuda,
“in pasto alle belve”, come diceva con una smorfia delle sue lunghe labbra
secche, un lampo torpido nei suoi occhi tanto sbiaditi … Amava …
La vecchia alza le spalle a quei ricordi.
Solo di un essere al mondo era davvero geloso … davvero, senza bluff né
segreta gioia … Crudele e dissoluto, d'un solo essere al mondo, pur avendone
causato l'infelicità e la morte …
“Tre ore e mezzo”, valuta confusa Ida mentre sul bordo della scena le girl per
la decima volta ripetono i movimenti d'insieme e quaranta gambe scattano e
con lo stesso movimento fuoriescono da una gonna corta e vaporosa di satin
nero, “il cuore mi duole … Troppo veronal stanotte, di nuovo … Ed ora sono
mezzo addormentata ...”
Lenta è tornata in sé, sorride, tende la mano verso un viso d'uomo che emerge
dall'ombra, che si solleva e depone un bacio sulle sue dita :
“E il vostro nuovo spettacolo?”
“Il quindici, pare.”
L'amico si allontana. Lei sorride e dice allegra, in risposta al suo saluto: So
long …
Di nuovo, dopo che è sola nell'ombra del palco, si addormenta a metà e in
sogno si rammenta.
Avrebbe dovuto ricordarsene. Era geloso di un solo essere al mondo, di Marc …
Pronuncia il nome a mezza voce e con stupore se lo sente risuonare nelle
orecchie. Dopo tanto tempo lo ha dimenticato, Marc, suo marito … Anche
allora, quando Gabriel l'aveva conosciuta, di Marc non c'era che l'ombra al
margine della sua vita. Suo marito da quindici anni, comunque, ma poco a
poco lei lo aveva messo da parte, cancellato … “e ciò nonostante non ho mai
avuto altro amico al mondo ...” Povero Marc … I suoi occhiali, quella gran
fronte bianca e il sorriso paziente, tranquillo, che s'increspava leggermente nel
dolore senza scomparire del tutto dalle dolci pieghe delle labbra, dal disegno
delle guance piene quasi da bambino, di quel colore roseo che la irritava tanto
e che lei paragonava al pallore di Gabriel …
“Ah, che stupida ero. Ero giovane e innamorata. No, non innamorata, ma …
soggiogata, ammirata … Nessuno sapeva che ero sposata, come nessuno l'ha
saputo dopo, e tutto avrebbe potuto continuare. Io, l'ho detto a Gabriel ...”
Le pare di sentirne le parole:
“Ma è interessante davvero … Allora vi ama e sopporta tutto? … E' curioso,
sono mentalità straniere … Vorrei conoscerlo … Sarà molto dostoevskiano ...”
“Istrione”, lei considera di nuovo con odio.
“Il mio povero Marc … La sua voce dolce, affannosa, che diceva: 'Come ti agiti
… Perché, mia povera piccola? ...' L'unico al mondo che l'abbia detto ...”
Bastava che posasse con dolcezza una mani sul polso di lei, per calmarla, per
sedare il fuoco che le bruciava nel sangue. (“Il fatto è che ne hai bisogno, che
lui ti piace, non è solo il denaro, non sono solo i gioielli … è perché il tuo nome
venga ripetuto dappertutto e la gente si alzi al tuo passaggio, che il tuo
passaggio provochi agitazione … Non conta per quale tipo di gloria ...”)
Mormora, come altre volte, quasi che lui le fosse accanto nel palco caldo e
oscuro:
“Non sono felice ...”
Lui la conosceva bene. Per conservare tale “gloria” - ah, ingannevole, vana, ma
l'unica cosa al mondo che val la pena di essere vissuta – lei ha sacrificato
tutto, ha perduto l'allegria e l'anima.
“Povero Marc, ti ho perduto”, pensa.
Velocissimo, Gabriel aveva smesso di sopportare la presenza silenziosa di
Marc, nonostante che fosse tanto umile nella loro scia brillante. Sapeva che su
quel rivale non avrebbe mai potuto trionfare. E quella gelosia era senza gusto

“Quell'uomo! … Non sopporto più che ti veda, che ti parli! … Che se ne
vada!...”
Lei aveva ceduto. Per amore? … Ma no, perché non si dicesse: “Ecco, della
piccola Sconin, sapete, s'è già stancato, il nostro bel tombeur de femmes! Non
se l'è conservato mica tanto a lungo, lei!“

Forse anche perché scriveva per lei le sue famose melodie : Rythmes
sauvages, che avevano iniziato a farla conoscere.
“Cuore spregevole”, pensa la vecchia Ida Sconin.
Se lo era conservato, Gabriel Clive. Aveva cantato le sue melodie. Si era fatta
vedere al suo fianco, aveva esibito gli smeraldi e le perle di cui lui la copriva;
aveva obbedito, ascoltato la voce febbrile, minacciosa, supplicante, che giorno
e notte risuonava alle sue orecchie:
“Che se ne vada! … E' così facile! … E' russo, suddito russo … Una parola tua o
mia e lo espellono dalla Francia con un pretesto qualunque … E' così facile! … E
senza che lui lo sospetti! … Infine, soffre troppo di saperti mia amante! … Un
uomo normale non ama come amico una creatura bella come te! … Ma tu lo
ami molto più di quanto ami me! … Gli dai la tenerezza e la fiducia!... Io non
sono che un meccanismo fatto per darti del piacere! … Caccialo, mandalo via!
… O me ne vado io ...”
Com'era crudele; lui, che temeva la malattia ed era convinto di avere fragili i
polmoni (ma faceva parte del quadro!), eppure poteva restare tutta una notte
immobile in quella terrazza spazzata dal vento freddo di Nizza, alla fine
dell'inverno, per non disturbare un gatto malato assopito sulle sue ginocchia.
Lei aveva parlato a Marc. Lui aveva abbassato la testa e aveva mormorato:
“Sì, capisco... Ida, ti assicuro che capisco ...”
Per quindici anni non si erano lasciati … Mandarlo via senza dir niente come
proponeva Gabriel? Sarebbe tornato … D'altra parte stava diventando …
seccante. Quel Marc Sconin dopo tutto era rimasto il piccolo orologiaio timido
d'altri tempi … Non parlava neppure il francese … Rifiutava risolutamente i soldi
di lei e, inverno, estate, portava un vecchio impermeabile logoro e un cappello
di feltro scolorito …
Mormora:
“In fondo forse lui era meglio ...”

Simon grida:
“Giù la cupola!...”
Nella penombra una voce:
“Che cosa prendete?”
“Siete voi, Noel?”

Ida Sconin, a occhi chiusi, rivede nel passato la forma immobile di Marc,
appeso al soffitto rivestito d'oro della sua camera.
Freme. Quella cosa, quella cosa è incancellabile … L'altro, il giovane drogato,
steso, immobile sulle pietre di marmo nella notte profumata, faceva già parte
in qualche modo della vita pubblica, era ornamentale, tra bluff e reclame.
Invece quel povero cadavere, coi piedi nelle calze color malva che
penzolavano, bisognava nasconderlo, levarlo di lì a ogni costo, seppellirlo in
fretta, perché Gabriel non fosse offeso da quell'immagine priva di bellezza …
“Ma nessuno mai ne ha saputo qualcosa! … Mai ho chiesto nulla a nessuno, lei
considera con orgoglio, mai piagnucolato, mai implorato consolazione o
aiuto ...”
La sua relazione con Gabriel era durata quattro anni. Poi erano venuti altri
uomini, lusinghieri e sfruttabili … Si ricorda che dieci anni fa ha rivisto Gabriel,
vecchio, malato, quei capelli tinti, quel gran naso a punta sporgente tra le
guance gialle e incavate. Lui, che affettava di riservare alle donne una
riconoscenza lieve e sprezzante: (“Non smetto di voler bene a tutte quelle che
mi hanno amato ...”), aveva girato il viso, incollerito e sofferente.
Macchinalmente Ida Sconin canticchia: Mon bel amour …

“Signorina Sconin? … Siete lì, signorina Sconin? Ricominciamo alle tre. Non
siete troppo stanca?”
“Non sono mai stanca, mio caro, lo sapete bene.”
“E' stupefacente ...”
“Che giovinezza tenace!...”
“Che gambe!...”
“Ma sapete che età ha? Si dice...”
“Così tanti? … Non è possibile ...”
“Davvero, guardatela! E' formidabile! ...”
“Che gambe! … Che vitino!”
“Non deve mai aver conosciuto un istante d'infelicità!...”
“E' … trionfante ...”
“Davvero! … E' troppo carogna per aver sofferto.”
“Sapete la sua età?...” Eccetera eccetera, e la replica continua.

“Irrevocabilmente stasera avrà luogo la grande prima di gala, a biglietteria


aperta, della nuova rivista Femmes 100%. Ida Sconin canterà e danzerà.”
Le vie attorno al teatro sono bloccate dall'inizio della soirée. Risuonano colpi di
clacson. La folla di chi ha posti secondari, in galleria, scende verso l'avenue
degli Champs-Elysées. Il cielo sui tetti sembra infuocato dai riflettori e dalle
reclame luminose. La gente parla e ride. Si sente:
“Ida ...”
“Ida ...”
“La bella Ida ...”
“Dite almeno la sempre bella Ida ...”
“Lo sapete che quella Cynthia sarà il vero clou della soirée.”
“E' matta, quella donna, ha permesso a una bellezza ventenne di apparire al
suo fianco!...”
“Ne ha di fegato!”
“Credete forse che una donna lo veda, che invecchia?”
“Ammettetelo alla fine, che si viene per vedere il domatore mangiato!”
“Eh! In effetti ...”
Le vetture scorrono. Le donne ne escono. Piove. Grosse gocce argentee si
rompono e crepitano sui vetri.
La folla rimane ostinata in piedi sotto gli ombrelli aperti.
“Badami la vecchia, Gustave ...”
“Carino l'abito, blu e argento … e gli zibellini ...”
“Via, ce n'è ancora di soldi a Parigi <calembour sui due significati della parola
“argent”>...”
Giovani strilloni gridano:
“Non perdete L'intran<sigeant>, ultima edizione!” E si tuffano nelle vie vicine,
scure e nebbiose.
“Non perdete la composizione del nuovo governo!”
“Ida Sconin? Io me la pappo, quella gallina lì!”
La folla paziente e beffarda contempla con sguardi avidi i volti celebri, fa i nomi
delle persone conosciute, seguiti da un dolce e amoroso brontolio.
Ida Sconin cerca, più di tutta la popolarità volubile che il popolo di Parigi
dispensa, il pubblico più sensibile, quello dei posti meno buoni, in galleria.
Ascolta quel rumore sordo che sorge al suo passaggio, compagno fedele di
tanti anni, e su di esso misura la sua gloria, e il tempo trascorso … Mentre
lenta transita in auto, la notte delle prime, per dare ai ragazzi in strada il
tempo di incollare le loro labbra ai vetri, di mandarle un bacio, di gridare
quando si è allontanata una rapida sconcezza, lei chiude gli occhi, assapora
quel brusio, quei lazzi, talvolta abbassa il vetro per sentire meglio, e si ributta
sui cuscini col viso sorridente di trionfo – e valuta: “Sono quarant'anni ...”
“Ida Sconin!... Ida Sconin! … Brava!...”
Quant'è che, là dentro, Simon paga quaranta soldi l'ora a questo scopo? Lei
non vuole saperlo.
E c'è chi chiede:
“Ma perché ricca com'è non lascia la scena?... Alla fine arriva un età ...”
Non capiscono che quel dolce brontolio al suo passaggio copre un clamore che
lei talvolta ode ancora, nella memoria che sale dalla profondità del passato?:
“Il gancio, il gancio!” <v. oltre>. Quell'onda di risate che correva e scuoteva le
teste rovesciate, le gole gonfie, quel grido, quei fischi:
“Fuori, la straniera! … Che impari prima il francese, la tipa! … Dove ce l'hai le
curve? … Devi metter su ciccia! … Il gancio! … “
Sono quarant'anni che a Montmartre lei ha debuttato al caffè concerto …
Bella e giovane, la voce non educata, nonostante che fosse profonda e pura;
tuttavia era vestita male, con un abito nero le cui maniche quando era salita in
scena si erano strappate sui gomiti; ancora non sapeva darsi il belletto, né
pettinarsi quei capelli neri e folti che scappavano dalle forcine e le si rizzavano
sulla fronte. Non si era mai incipriata il viso; quel giorno si era spalmate le
guance di crema Simon e ci aveva sparso sopra una polvere bianca come
biacca. Il volto pallido, gli occhi incavati, l'accento straniero, le poche parole
imparate a memoria in francese, che lei ripeteva senza capirle, quell'aspetto
miserabile, tutto la soverchiava.
“E' una lupa secca”, aveva gridato qualcuno tra la folla, ridendo. Eppure quanto
lo aveva aspettato quel giorno, e che sogni assurdi prima di salire sul
palcoscenico per il famoso Colpo di Gancio, diletto feroce degli spettatori nel
1894 in quel pollaio di Montmartre! … Come aveva sperato nel suo destino di
fortuna, e quante volte aveva ripetuto a Marc durante le lunghe notti insonni:
“Non ho mica paura! … So che la mia voce è bella! … Sono magra e sparuta,
ma la mia voce è bella! ...”
La voce? Nessuno l'aveva ammirata né allora né dopo …
Del resto qualche anno le era bastato per perderla, qualche tour in piccole sale
affumicate, la miseria, le notti fredde sulle panchine di Parigi, alla fine del
mese, la bronchite curata male che aveva trascinato per un inverno intero.
Quando aveva cantato per la prima volta Rythmes sauvages e aveva sentito
quel timbro misero e roco che le usciva dal petto aveva pensato:
“Avevo la giovinezza, il talento, la bellezza, e nessuno li ha riconosciuti! Ora mi
corrono dietro come dei cani! ...”
Con che amaro orgoglio aveva esibito sul suo corpo gli smeraldi di Gabriel!...
Le gambe e i seni, tutto quel che lei riteneva inutile e indegno, ecco cosa le era
servito esibire dopo l'inizio! Ma lei era giovane e ignorante.
Si rammenta la sera del “Colpo di gancio”, la cortina mobile di fumo, le ragazze
che in un palco masticavano lente delle arance, quel macellaio coi capelli neri e
grassi che sulla fronte bassa formavano ali lucide di farfalla, con le mani rosse
e cariche di anelli che lavoravano il collo d'un marinaio, maglietta a strisce,
seduto accanto a lui, quel grido che scappava dalle loro bocche spalancate:
“Il gancio! … Il gancio!...”
E il gancio di ferro, in mano a una sorta di manichino avanzante sulla scena,
caracollante, l'afferra per il collo, la ributta nelle tenebre dietro le quinte …
Nella strada, che è nera e fredda, mille luci le tremano tra le lacrime. Marc …
No, non bisogna pensarci! Non c'è rimedio.
Sono passati quarant'anni e la folla si stringe attorno a lei (vecchia, appassita)
e acclama:
“Ida Sconin!...Ida Sconin!... Bravaaa! ...”
Eppure oggi sembrano meno docili e tonti del solito. La guardano, ma gridano
poco e non sorridono. Sono pensierosi; contemplano, sul muro del teatro, il
tabellone che reca le parole (oh! In piccolissime lettere nere, ben diverse da
quelle che compongono il nome di lei):

Cynthia, ballerina nuda

Lei sente:
“Una bella ragazza, pare, e giovane...”
Ida Sconin stringe le labbra, si raddrizza ancora. Ha avuto torto, stavolta, ad
abbandonarsi all'istinto, al coraggio che sempre le han fatto cercare la
battaglia ed il rischio? No, no, di nuovo si sente sveglia e agile, cuore duro,
spirito tranquillo. Il cuore? … Ah, se non battesse così nel petto, a colpi sordi e
precipitosi … Come il vecchio orologio giallo che stava in un angolo del
retrobottega, e Marc lavorava al banco, e lei cullava il bambino, che è morto …
Sì, i suoi fianchi lisci, la loro curva pura, hanno contenuto per nove mesi un
bambino malaticcio … Si tuffa in fondo al passato come nel profondo del mare.
Sempre più giù, sempre più lontano, verso zone d'ombra e di silenzio che
credeva abolite dalla memoria … La bottega di orologeria nella piccola città, in
oriente, dove sono nati Marc e lei, i quadranti al muro, i lenti movimenti dei
bilancieri, la soneria, ora dopo ora, lo stridere soffocato, penoso come un
sospiro umano, dell'orologio giallo, il suo timbro fesso, nella loro camera nel
retrobottega, e Marc … sempre lui … e nel silenzio i pianti del bambino …
Via, ora basta. Tutto ciò è passato. Lei è Ida Sconin, bella, adulata, celebre.
Stasera grande prima di gala a biglietteria aperta della nuova rivista Femmes
100%.
Il camerino della vedette. Pareti coperte tessuti rosa, grandi specchiere, mille
luci; dal suolo al soffitto salgono mucchi aerei di piume e perle. Le vestiariste
cuciono le ultime file di paillette alla base di un mantello intessuto d'oro.
Gli autori, i decoratori, il sarto e i suoi assistenti, la modista, il parrucchiere, il
gioielliere, il costumista, Simon, Dikran, entrano ed escono.
“Ora basta con queste sciocche fantasticherie, pensa Ida Sconin respirando
avida l'odore familiare del talco, dei profumi, dei corpi nudi, che entra nel
camerino dai corridoi: basta davvero!...
E' nuda dietro un paravento mentre le porte sbattono e lei viene assalita da
domande febbrili; ride, risponde, parla senza sosta. La truccatrice finisce di
imbellettarle le gambe e il ventre nudo.
Vengono portati fiori in ceste e fasci; nei petali aperti, per dare un aspetto più
voluminoso ai mazzi di rose, s'iniettano profumi.
La vestiarista conta a mezza voce:
“Uno, due, tre … Già più di cento, signorina ...”
“Che gentilezza esser venuto, signor ambasciatore!”
Tende la mano al bacio d'un vecchio babbuino che le prende tra le dita
tremanti, profumate alla violetta, il braccio nudo e vi strofina a lungo le labbra
secche sormontate da un ciuffo di peli radi e bianchi.
“Suvvia, cara amica … D'altronde sono riuscito con difficoltà a trovare un palco.
Sapete che hanno organizzato un aereo speciale Croydon-Le Bourget per lo
spettacolo? ...”
“Davvero?... Ma la cosa non mi stupisce. A Londra ho molti amici ...”
Il vecchio abbassa la voce:
“Questa piccola Cynthia di cui si parla ho chiesto di vederla. Insignificante!”
“Ha vent'anni, mio povero amico, è la sua gran forza, del resto l'unica, infatti
danza mediocremente, detto tra noi ...”
“Certo! … Ma tutti ammirano il vostro senso del fair play!...”
“Siete gentile!...”
Addolcisce la voce, sfiora delicata con la punta delle dita quella vecchia guancia
sciupata che si china verso di lei; e lui ne fiuta l'odore cercando i rari punti del
suo corpo che restano nascosti sotto una cinta di merletti e di perle; lei pensa:
“Vecchia immonda scimmia!...”
“Per cortesia! … Andatevene tutti!...Mi fate far tardi!”
Le girl corrono nei corridoi; i loro passi fanno vibrare il pavimento. Nel passare
davanti al camerino della temuta vedette le loro giovani voci acute tacciono, i
loro piedi agili cercano di camminare con più dolcezza.
Ida Sconin è seduta davanti allo specchio; il parrucchiere e la truccatrice le si
prodigano attorno. Si termina di rivestirle il viso con una pasta liscia e salda
come porcellana che, da lontano e sotto le luci, darà alla vecchia pelle stanca
l'apparenza fragile e delicata d'una guancia di ragazza, intatta e fresca come
un fiore. La si calza di coturni <calzature> d'oro da cui spunteranno, come
conchiglie, le unghie dipinte. Le s'impalca tra boccoli e tortiglioni la parrucca
rossa che sosterrà il diadema coronato di piume bianche e rosse fuoco.
Le girl passano come un gregge a ranghi stretti. Ida vede attraverso la porta
semi chiusa brillare corpi nudi e imbellettati, perizomi sfavillanti bordati
d'argento e di paillette.
Come nella casa dove lei è nata, la casa chiusa, al porto, di cui sua madre era

Stringe i denti, incollerita e disperata pensa:
“Cosa, ricominciamo?”
Sì, ci risiamo. Immagini che gli anni sono riusciti a coprire d'oblio come fosse
cenere nera e spessa, ma che non sono mai state affrontate del tutto, che
hanno dormito per oltre cinquant'anni in fondo al cuore di lei, al riparo, ben
tranquille, eccole risalire lente dal passato.
Sua madre. La casa. Le notti in cui la chiudevano in camera e il modo come lei
si sforzava di fare i compiti, e di non sapere nulla, nulla sentire. Mettendosi le
mani sulle orecchie e premendovele tanto da non percepire più altro che il
ronzio del suo sangue, lei riusciva a soffocare i rumori che salivano da sotto,
dalla sala comune. Gli uomini gridavano, le donne emettevano stridule strilla.
Lei si sedeva sul davanzale della finestra, guardava il porto, le viuzze deserte,
pensava:
“Crescerò. Lascerò questa maledetta città. Non udirò più dire quando passo:
“Ida... La piccola Ida … la figlia della tenutaria di case chiuse … La ragazza
della Casa in fondo al porto.”
Le parole, i sogghigni che erano risuonati alle sue orecchie da quando era al
mondo...
Infine si addormentava, le guance bagnate di lacrime, la fronte appoggiata al
vetro, freddo, mentre la voce di sua madre chiamava da sotto:
“Andiamo, signorine, i signori sono arrivati!...”
Allora dietro la porta chiusa lei sentiva, come ora, lo scalpiccio d'un branco di
donne, il balzare di piedi nudi sugli scalini di legno. Stesso odore, profumi a
buon mercato, talco e sudore di corpi nudi. Scendevano di corsa tenendosi con
una mano alla ringhiera, volando sui gradini quasi senza sfiorarli; le vestaglie
buttate in fretta sulle spalle coperte di talco si sollevavano al vento della corsa.
Lei, Ida, aveva quindici anni; portava un abitino marrone e il grembiule degli
scolari della città; le trecce erano arrotolate a conchiglia sulle sue orecchie. La
sua voce era pura e dolce.
“Avrebbe potuto diventare bella, pensa Ida Sconin. Avevo i più bei doni...”
Triste considera:
“I più bei doni, coraggio, fierezza indomabile, ma non quello senza il quale gli
altri sono niente, il genio...”
E' in piedi; la drappeggiano di stoffe di seta, di fusciacche. Contempla la sua
immagine nella specchiera; da sé nota una piega sgraziata che le cade su
un'anca; china un poco la testa perché sui capelli le installino le piume di
struzzo, tremule e monumentali, il fardello solito sotto il quale lei non si
piegherà, ma si drizzerà più forte e fiera; parla, sorride, ma la sua anima è
assente. Lei rivede in spirito il mercato nella piazza della piccola città, i
cocomeri rotti in due da cui cola un'acqua rosa, i mucchi di arance, di
peperoncini, i cetrioli verdi, i capi d'aglio, i carretti carichi di pomodori e di
melanzane, il cielo blu, il vento di mare, una ragazzina tremante che sente i
commercianti ridere e parlare.
“E' la figlia, lo sapete certo, la figlia della ...”
Sono gli stessi che più tardi diranno:
“Il giovane Sconin? … Il figlio dell'orologiaio, che va dietro a quest'immondizia,
la ragazza della Casa in fondo al porto, e la sposa!...”
“Signorina Sconin, a voi. Sfilata dei Frutti <v.oltre>, Cynthia e poi voi.”
Trasale, pare svegliarsi con fatica da un lungo sogno.
E' pronta; esce agganciandosi i braccialetti seguita da un corteggio rispettoso:
il gioielliere, la truccatrice, l'addetto alle calzature, l'addetto alla parrucca e due
attrezzisti.
Vuole guardare da presso la danza di Cynthia.
“In scena per i bei Frutti di Francia!... Scorge Cynthia, sta in piedi dietro una
colonna, già pronta per la parata, attenta, fa schioccare le sue magre dita
nude. Ancora non porta anelli... Nulla, se non una carne pallida e fresca che
abbaglia senza cedere.
Ida prova gioia, per un momento, contemplando il profilo di quella dura
mascella alle prese con il chewing-gum. Ma Simon le è vicino. Sembra
preoccupato e segretamente soddisfatto. Oh, come la conosce, Ida,
quell'espressione sul viso di lui... Gli legge i pensieri negli occhi. Da tanti anni
lei e lui lavorano insieme. Lei lo conosce bene. Ha scommesso su quella
ragazza; sente che suo sarà il successo della soirée. Si frega le mani appena
tremanti per l'eccitazione, la paura e la speranza. Gli si torce la larga bocca in
ogni senso e a tratti emette uno schiocco con la lingua, quasi che incoraggiasse
un cavallo da corsa. Dà buffetti su quelle sottili gambe nude e a voce bassa
dice:
“Good gal <girl>...”
“E io?”, pensa Ida. E tra i denti serrati mormora come un incantesimo:
“I miei soldi, i miei gioielli, i miei smeraldi … I miei titoli americani, le mie
terre, le mie case, e tutto guadagnato a forza di duro coraggio … Io sono Ida
Sconin, regina del music-hall … (Regina? … Ma sola e abbandonata ...).
Le batte forte il cuore, a momenti trema e pare colpire le pareti della sua carne
come se i bei seni tutti nuovi le avessero ristretto il petto. Che pena levare il
capo, portare sulla fronte sorridendo quell'ammasso di penne, tender la mano
al bacio, dire con indifferenza sulla punta della labbra tinte:
“Non è tanto male questa piccina... Quando l'ho vista danzare ho insistito con
Simon perché la ingaggiasse...”
Cynthia le è passata davanti. E' balzata sulla scena. Lo sbuffo di profumi
grossolani con cui s'inonda è salito alle narici di Ida che è trasalita e ha tirato
indietro la testa. Ma sotto la maschera di smalto nessuno la vede impallidire. Si
leva, avanza, guarda.
Niente collier né piumaggi, né perle, nessun deshabillage sapiente; una
ragazza magra, muscoli sodi, che scaturisce fuori tra due colonne. Come danza
… I piedi agili sfiorano appena il suolo. Ida Sconin si rammenta, con il cuore
gravato, di quei colpi di martello che da qualche anno seguono ognuno dei suoi
passi sulla scena. Eppure è magra. Lo sa; la bilancia ogni mattina, la rassicura.
I massaggi, le cure, servono, ciò nonostante gli anni le hanno colmato il corpo
di una sostanza invisibile e pesante che pare attirarla a terra, fissarla al suolo.
Divina leggerezza della gioventù...
Questa Cynthia pare che voli. Aerea e fragile. Ida non vede più quella mascella
quadrata, quegli occhi freddi. In breve arriva a guardarla secondo l'ottica
speciale d'una sala oscura che contempli da lontano una bella donna nuda
illuminata dai riflettori. I tratti del volto scompaiono, a distanza. Guance
imbellettate, bocca rossa, capelli rossi, corti e lisci, poco contano... La sala,
anelante, la guarda roteare e virare come una fiamma; gambe nude, lunga
schiena nuda, piccoli seni perfetti, non ispira desiderio, ma quel genere di
meraviglia amorosa che una bella macchina d'acciaio precisa e sfavillante
procura a un uomo.
Dietro Ida due ragazzi col maglione (elettricisti? Macchinisti?) dicono a mezza
voce:
“Ultimo modello, caro mio!...”
L'altro esita, cerca di esprimere la nostalgia, la bramosia, l'ammirazione, infine
fischia languido:
“Ah Dio d'un Dio, quella tipa …”
E che trionfo!... Che applausi salgono dalla sala che lei non vede, di cui ode
soltanto il suono sordo e profondo come quello del mare. Accanto, Simon si
deterge il sudore e, come fa nei momenti d'abbandono, si appoggia a Dikron,
si lascia teneramente andare sul grasso petto dell'armeno. Gli applausi
scemano, poi riprendono con forza: il sipario si è rialzato e Cynthia, radiosa,
anelante, ritorna in scena a salutare e a sorridere.
Nel passare vicino a Ida la sua grande bocca aperta in un riso di trionfo, i
lunghi denti lampeggianti, brillano come quelli di uno squalo.
“Due, tre chiamate del pubblico, conta Simon a voce bassa, e dietro di lui la
folla servile che riempie le quinte ripete:
“Due, tre, quattro chiamate, è straordinario...”
E quando Cynthia ritorna, si avviluppa nel suo accappatoio da bagno macchiato
di untume rosso e di vaselina, tutta la corte che circondava Ida, e di cui lei è
abituata a udire il rumore, i passi e le voci nascere sulla sua scia, rifluisce, la
abbandona e si addensa di nuovo attorno alla nuova etoile, come l'acqua del
mare fugge la riva e si riunisce nell'onda giovane e brillante.
Ma Simon agita le mani, grida:
“A voi, signorina Sconin.”
Difatti egli prevede il match che si prepara e deve, se Dio è giusto, attirare il
pubblico nel suo teatro come per un incontro di boxe, o di galli.
Valuta:
“E' giusto. Le teniamo troppo a lungo le nostre vecchie vedette. Hanno ragione
gli americani: trionfo, ponti d'oro, poi knock out, avanti un'altra! … Siamo
troppo buoni noi...”
Ida, eretta, avanza e nessuno capisce quanta forza e quanto coraggio le sia
servito per muovere quel corpo stanco.
Eccola. Sta in piedi al vertice di una scala di trenta gradini d'oro, un percorso
sfavillante che si srotola sotto i suoi passi. Sta per scendere. Aspetta il primo
suono squillante dell'orchestra; è un momento di silenzio previsto, preparato
da lungo tempo con lo scopo di mostrarla in tutta la sua gloria e di dare al
pubblico il tempo di applaudire, di acclamare come al solito:
“Ida Sconin!... Brava!...!
Quando lei ha ascoltato a sufficienza il rumore che suona nelle sue orecchie
come una deliziosa musica, leva appena una mano in un segnale percepibile
solo dall'attento direttore d'orchestra, e i musicisti iniziano a suonare.
Stasera però uno strano silenzio la accoglie. La claque applaude; qualche
mano, pigra, si leva per poi tacere. La sala guarda e considera:
“Sempre la stessa cosa...”
Ognuno degli spettatoriricorda la bella ragazza di vent'anni che balzava tanto
leggera sulla scena. I loro occhi, misteriosamente, si aprono. Certo questa
donna è stata bella, ma... Com'è invecchiata, come sembra vecchia stasera.
C'è chi dice:
“No, davvero, esagera...”
E Ida li guarda. Come ogni sera da tanti anni vede oltre la scala illuminata e
brillante e la voragine nera dell'orchestra, questa sala immersa in una
semioscurità, attraversata dai fasci di luce incrociati dei riflettori; una polvere
luminosa blu cade su un cranio nudo, lungo, ammaccato, polito, a forma di
pera, circondato da una corona di radi capelli bianchi. Gli sparati lucidi brillano
nell'ombra di un riflesso bluastro e scintillante come quello della neve.
Guarda le donne di cui indovina i volti placidi, soddisfatti; le lunghe collane
palpitano di mille fuochi nell'incavo delle nude gole.
“Che cos'aspetta? Pensa Simon, all'inizio sorpreso, poi inquieto, poi angosciato,
poi pallido e tremante in ogni suo membro. Tenta però di rassicurarsi:
“Non è la prima volta, macché!... Un attimo d'esitazione, di disagio, e si
riprende, tutto qui...”
No, invece...
“Non è la prima volta, ripete ostinato Simon, vacillante ma in piedi al suo
posto, talvolta è stata già accolta con freddezza, ma sempre con un
soprassalto di coraggio li ha fatti suoi! Ama la battaglia, lei... Ma come pare
stanca e molle, stasera... Il viso coperto di trucco come una maschera è
immobile, ma Simon vede distintamente le ginocchia appesantite tremare sotto
la trasparenza della veste.
S'incomincia a ghignare, a tossicchiare, a soffocare il riso; è come un fremito
sull'acqua, ciò che corre sulla superficie nera di questa massa indistinta.
Lui guarda Ida con inquietudine crescente. No, lo strascico d'oro è ben disteso
ai piedi della vedette. Non rischia di cadere. Ma com'è pallida e tremante …
“Ma cos'aspetta, per Dio! ...”, pensa Simon disperato.
Una risata. Una voce che cade dalla cupola:
“Ohi, ti s'è vista abbastanza così, allora bimba, che c'è?... Sennò te ne vai!…
Vuoi che si venga al posto tuo?...”
Ecco, ecco che cosa serve, pensa Simon: a quelli delle gallerie piace farla
irritare, come si incalzano i tori per farli balzare in avanti. E sempre lei ha
attinto una meravigliosa forza in quelle grida, in quei lazzi che esplodono a
volte da una sala. La cagnara la eccita. Simon tenta febbrile di ritrovare nella
memoria il ricordo di una soirée a Chicago dove la hanno coperta d'insulti e alla
fine portata in trionfo. Sono già passati quindici anni... Sì, quindici...
sfortunatamente.
Comunque lei ha avuto un soprassalto, ha sollevato una mano che era
incatenata da una incomprensibile debolezza. Esplode la musica. Lei si muove.
“Tutto a posto”, pensa Simon, che si sente sdilinquire.
Ma nel momento in cui lei sta per appoggiare sul secondo gradino il suo celebre
piede con le unghie dipinte in oro esplode un colpo di fischio non si sa da dove.
Lei seguita ad avanzare.
“Va bene, va bene”, bisbiglia Simon appoggiandosi a Dikran, immobile al suo
fianco, “non si deve indietreggiare, o tutto è perduto. Ma è il suo viso che mi
spaventa … Guarda, Dickie, non un sorriso, la fissità … Buon Dio, buon Dio, se
non ha tutto d'un colpo l'aria vecchia! … Pare che reciti la Fedra, non è
possibile! … E guardali, guarda queste carogne!...”
La sala ride. Si vede il biancore dei volti rovesciati indietro, le bocche aperte
come fossero buchi d'ombra. Il ridere cresce, gronda, li scuote come una
tempesta.
Lei avanza. Stringe i denti, se li pianta nel labbro che sanguina lento senza che
lei se ne accorga; un sottile filo di sangue scorre sulla sua guancia liscia di
porcellana e da lontano sembra fard sciolto. Le risate raddoppiano.
Si irrigidisce. Non è niente. La cagnara. Lei la conosce come tutti. Ripete
perfino, a mezza voce, tra le labbra secche:
“Cosa sarà mai, la cagnara? … Non se ne muore mica!...”
Mai però si è sentita tanto fiacca e malata. Mai nel farsi avanti in una simile
tempesta di grida e di sogghigni se ne è rammentata … della scala sul porto …
Pensa, e dopo che ha permesso al ricordo di formarsi come immagine nel
fondo della memoria, esso la sommerge come un'ondata. Nessuno lo sa. Ma lei
non è più Ida Sconin, vecchia donna ostinata, adorna e imbellettata, carica di
piume e perle, che conosce il tumulto e il pericolo, e li ama.
E' una ragazzina in abito marrone da scolara, due lunghe trecce nere fino ai
talloni, in piedi su una vecchia scala di pietra un mattino di marzo... Come ora
le grida, cattive e gioiose, esplodevano da ogni parte. Le scolare in fondo alla
scala, dei sassi in mano, gridano, e le loro risate si mescolano al rumore delle
onde, del vento:
“Avanti!... Aspetta un po'!... Da questa parte! … Qui, qui!... Ida, Ida, la figlia
della ...”
Sotto i suoi passi la scala scende tra le case alte del porto. Biancheria pende
alle finestre, schiocca al vento. Il sole si corica; gli stracci sono rossi. Un vaso
di fiori è caduto sul pavé, ai piedi di lei; il geranio è schiantato e lacero. Le
scolare corrono verso di lei, l'aspettano. Trascinano le cartelle nella polvere, le
chiome disfatte frustano le guance; si oppongono con i loro corpi alla violenza
del vento e ciascuna nel correre si abbassa per raccogliere una pietra. Primo
giorno di scuola di Ida. Prima volta che sente risuonare nelle orecchie la parola
“puttana … casa per marinai!...”
E quando lei ha gridato, come si fa: “vado a dirlo alla mamma ...”, loro hanno
urlato ballandole attorno: “la sua mamma!... La sua mamma!... Ma sentitela!
La tenutaria della Casa in fondo al porto! … La ...”
Il vento le attraversa la gonna e la gela. Le ondate, il rombo, la voce
minacciosa e profonda del mare, i fischi acuti, le grida stridule, si confondono
in un clamore che la colpisce in pieno viso come un pugno che non
dimenticherà mai.
“Hu, hu, hu!”...
Come ora...
Infatti la folla si diverte, le gallerie gridano, scandiscono: “Cynthia!...Cynthia!...
Bis! Bis!”
“Che stupidaggine”, dicono le donne dell'orchestra sulle loro sedie, “ma in
fondo hanno ragione! … Questa vecchia è ridicola... Ruba il posto alle giovani,
dài! Hu hu, Ida!”
Le calosce pesanti raspano i gradini di pietra. Volano i sassi. Affannata, con il
sangue che le pulsa alle tempie, una bambina disperata si nasconde il viso e
grida:
“Vigliacche...che vi ho fatto?...”
Ida cade. Ruzzola fino in fondo alla scala d'oro.
Prima di correre da lei, prima di sapere se è viva o morta, Simon, che nella sua
anima di piccolo ebreo umiliato ha capito molte cose e ha provato
compassione, ma che prima di tutto è producer di vedette, si rivolge rapido a
Diklan:
“Chiudi Cynthia nel suo camerino! … Quegli altri mascalzoni le saranno tutti
addosso! … Bisogna che firmi per tre anni almeno!... E per i soldi, attento, che
ha fame!”

Parigi, 1934

Traduzione di Nicola Spinosi, 2020


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