Sei sulla pagina 1di 205

Il libro

Tendete a preoccuparvi troppo? Vi chiedete in continuazione cosa gli


altri pensano di voi? Se dovete prendere una decisione vi fate mille
domande e l’incertezza vi blocca? La realtà è che la vostra mente non vi
lascia mai in pace, sforna dubbi e interrogativi, coglie ed esamina
dettagli che agli altri sfuggono, rimugina e analizza senza sosta. E
questo vi fa sentire fuori posto e spesso vi rende emotivi e ansiosi. Non
preoccupatevi, c’è una buona notizia: appartenete a una categoria molto
speciale di persone creative, intuitive e iperefficienti, che utilizzano in
prevalenza l’emisfero destro del cervello e che spesso sono più
intelligenti della media. Eppure esiste un modo per non soffrire ed
essere felici e sereni anche se i vostri pensieri sono iperattivi. In questo
libro, bestseller in Francia, l’autrice spiega come sfruttare al meglio le
qualità di analisi, sensibilità, empatia della vostra mente multitasking,
senza sentirvi tagliati fuori, imparando a gestire le critiche, a
incrementare l’autostima e a stabilire relazioni profonde e appaganti.
L’autrice

CHRISTEL PETITCOLLIN, esperta in psicologia e crescita personale, è


autrice di molti libri di successo, tradotti in diversi paesi.
www.christelpeticollin.com
Christel Petitcollin
IL POTERE NASCOSTO DEGLI
IPERSENSIBILI

Traduzione di Elena Riva


Introduzione

CAMILLE è una studentessa di circa vent’anni. Ha preso appuntamento da me


per una «mancanza di fiducia in se stessa». Non appena comincia a spiegarmi
il suo problema, ecco che le emozioni prendono il sopravvento: si morde le
labbra, preme il pugno sulla bocca, trattiene le lacrime e si scusa di continuo
per la sua ipersensibilità, mentre si sforza di contenersi e andare avanti con la
sua storia. A poco a poco, attraverso quanto mi racconta, si delinea il ritratto
di una ragazza brillante e creativa che non ha subito clamorosi fallimenti.
Anzi, con suo grande stupore supera un esame dopo l’altro. Tutto va
oggettivamente bene. Eppure, più passa il tempo, più lei dubita di sé. Gli altri
studenti sembrano acquisire sicurezza man mano che progrediscono negli
studi: si confrontano con la facoltà che hanno scelto e riescono a trovare il
loro posto nella società. Camille invece si sente sempre «fuori luogo» e si
domanda se ha scelto l’indirizzo giusto. Cresce in lei una sensazione di
straniamento.
Anche nella vita sociale si sente diversa dagli altri. I centri di interesse e le
conversazioni dei suoi compagni non coincidono mai con quello che a lei
sembra davvero importante e stimolante. Quando va alle feste, avverte una
strana sconnessione: tutt’a un tratto si chiede che cosa ci fa lì e come mai gli
altri si divertono in un contesto che lei percepisce vano e superficiale. Tutta
l’allegria che la circonda le appare artificiosa. E a quel punto non desidera
altro che tornarsene a casa al più presto.
È da tanto tempo che Camille cerca di capire che cosa non va in lei.
Assalita da dubbi, domande, idee strampalate, continua a rimuginare nella sua
testa e sente crescere dentro l’angoscia e lo scoramento. La depressione è
ormai dietro l’angolo.
Camille non è certo un caso isolato. Come lei, molte persone, di tutte le
età, vengono da me con la stessa sensazione di sfasamento tra loro stesse e
l’ambiente che le circonda, con lo svilimento di sé e il surriscaldamento
mentale che ne deriva.
Questo libro, come tutti quelli che ho scritto, nasce innanzitutto dalla mia
esperienza professionale. Le ore passate ad ascoltare le persone che mi
parlano di sé sono diventate ormai anni. Diciassette, per l’esattezza, trascorsi
a prestare attenzione, osservare e cercare di capire ognuna di loro. Ho
imparato a praticare quello che lo psicologo canadese Eric Berne, il padre
fondatore dell’analisi transazionale, chiamava «l’ascolto marziano». Come un
mangianastri difettoso, le orecchie registrano alcune parole o parti di frase più
nitidamente di altre, consentendomi di isolare le parole importanti, le frasi
chiave e le idee principali all’interno del discorso generale.
Alcune di queste tornavano con regolarità nel linguaggio di alcune persone
e hanno catturato il mio interesse.

«Penso troppo.»
«Chi mi sta attorno mi dice che sono complicato/a e che mi faccio
troppe domande.»
«La mia testa non si spegne mai. A volte vorrei staccare la spina al
cervello e non pensare più a niente.»

Poi si sono aggiunte altre frasi chiave a completare il profilo.

«Mi sembra di venire da un altro pianeta.»


«Non riesco a trovare il mio posto nel mondo.»
«Mi sento incompreso/a.»

Così si è delineato davanti ai miei occhi un identikit di queste persone che


pensano troppo. Pian piano sono riuscita a individuare le componenti della
loro sofferenza e ho cominciato a proporre alcune soluzioni. Da quando ho
deciso di scrivere questo libro mi sono avvalsa del loro aiuto per rendere più
complete le informazioni in mio possesso e capire meglio come funziona la
loro mente, per comprendere i loro valori e le motivazioni; e dato che una
delle loro caratteristiche principali è l’attitudine a condividere le
informazioni, incontro sempre molta disponibilità. Questo libro deve molto al
loro contributo, e perciò le ringrazio infinitamente.
Chi mai lo direbbe che essere intelligenti possa far soffrire e rendere
infelici? Eppure è proprio quello che accade. Innanzitutto, non si riconoscono
come intelligenti. E poi affermano che la loro mente non li lascia mai
tranquilli, nemmeno di notte. Non ne possono più di tutti questi dubbi e
domande, della loro acuta consapevolezza delle cose, dei sensi troppo
sviluppati a cui non sfugge alcun dettaglio. Vorrebbero spegnere il cervello.
Ma soffrono soprattutto perché si sentono diversi, incompresi e feriti dal
mondo d’oggi. Ecco perché spesso la conclusione a cui arrivano è: «Non
sono di questo pianeta!»
Un turbinio costante di pensieri li porta a interminabili associazioni di
idee, e ogni nuova idea ne fa scaturire altre. Nella loro testa va tutto troppo
veloce. Per seguirne il flusso finiscono per balbettare oppure tacciono,
scoraggiati dalla sovrabbondanza di informazioni. Le parole sono riduttive e
non possono rendere la finezza, la complessità del loro pensiero. Lamentano
più di tutto la mancanza di certezze su cui basarsi. L’incessante porsi
domande rende il loro sistema di valori instabile e angoscioso come sabbie
mobili. Ed è verso se stessi che sono più critici: «Perché gli altri non
percepiscono ciò che per me è evidente? E se fossi io ad analizzare tutto per il
verso sbagliato? E se fossi io a sbagliare?»
La sensibilità, l’emotività e l’affettività sono chiaramente proporzionali
all’intelligenza. Queste persone sono vere e proprie bottiglie di nitroglicerina:
al minimo urto esplodono di rabbia o frustrazione, ma soprattutto di
afflizione. Combattuti tra un idealismo assoluto e una lucidità estrema, gli
iperefficienti intellettivi si ritrovano a dover scegliere tra l’autismo e la
rivolta. È per questo che continuano a fare la spola tra voluttuosi sogni a
occhi aperti e desolanti constatazioni, tra l’ingenuità e la disperazione. Sono
pressoché certi di non poter trovare aiuto dall’esterno perché si rendono conto
che la buona volontà non basta, anzi i consigli dei loro cari li fanno stare
persino peggio.
Porsi meno domande? Non chiedono altro! Ma come fare? Accettare
l’imperfezione del mondo? Impossibile!
Consultare uno psicologo è altrettanto difficile. Temono di essere
considerati pazzi, ed è una paura – ahimè – fondata: come possono persone
che hanno processi mentali normali riuscire a definire questa profusione
intellettiva fuori dall’ordinario? Le griglie di analisi psicologica standard
frazionano il loro pensiero sottile e potente, lo rendono anormale, patologico.
Sin dalla scuola, il loro modo di essere viene classificato come
problematico. Gli iperefficienti mentali vengono definiti iperattivi e incapaci
di concentrarsi perché il loro cervello multitasking si annoia a fare una sola
cosa alla volta. Si ha la convinzione che «sfarfallino» e si tende a dare per
scontato che, data la velocità con cui interiorizzano e approfondiscono più
informazioni e argomenti simultaneamente, li abbiano invece trattati solo in
maniera superficiale. Molti di loro sono stati definiti con svariati aggettivi,
tutti inizianti per «dis-», che li hanno spinti a credere di avere una mente
contorta: dislessico, disortografico, discalculico, disgrafico… a In età adulta
rischiano di vedersi affibbiare le diagnosi di borderline, schizofrenico,
bipolare o maniaco-depressivo. Proprio là dove speravano di ricevere aiuto e
trovare finalmente delle soluzioni, gli iperefficienti mentali si ritrovano
ancora più incompresi ed etichettati come «disfunzionanti». Il che è l’esatto
contrario di ciò di cui avrebbero bisogno per potersi capire e accettare per
quello che sono: niente affatto disfunzionanti, ma semplicemente diversi.
D’altra parte, poiché l’iperefficienza mentale è un territorio poco esplorato
e dai confini ancora non ben definiti, non esiste un termine che possa
contenere questa realtà con esattezza. Potremmo considerare le definizioni di
«plusdotato» o «ad alto potenziale cognitivo», ma sono termini così abusati
da avere ormai una connotazione pretenziosa, oltre a essere poco graditi agli
iperefficienti mentali: l’accezione «più degli altri» suggerita da queste parole
li disturba profondamente. La definizione di «iperefficienza mentale» viene
accettata meglio: rappresenta bene ai loro occhi il turbinio intellettivo,
l’effervescenza mentale che li sovrasta. Anche il concetto di «cervello destro
dominante» riscuote consensi perché, pur rifiutando di riconoscersi
un’intelligenza superiore, ammettono comunque un’intelligenza singolare.
«Ah, questo è certo, non penso come tutti gli altri!» è un’altra delle frasi
chiave che sento spesso. Ma soprattutto, attraverso questa difficoltà a trovare,
e ad accettare, la parola che li definirebbe meglio, traspare il loro enorme
bisogno di precisione. Innanzitutto, una parola non può quasi mai essere
sinonimo di un’altra, perché ognuna ha la sua sfumatura particolare. E poi è
impossibile racchiudere in un solo termine ciò che sono. Allora come si fa?
Jeanne Siaud-Facchin, autrice di L’enfant surdoué, ha rinunciato a
chiamarli plusdotati, e ha scelto il termine «zebra». È una parola azzeccata: la
zebra è un animale atipico, indomabile e unico, capace anche di mimetizzarsi
con il paesaggio. Ma se proprio vogliamo fare paragoni con il mondo
animale, in questa definizione mancano il loro lato cane, per la fedeltà, la
lealtà, l’attaccamento e la devozione che mostrano, e anche il lato gatto, per
la loro delicatezza, l’acutezza dei sensi e la suscettibilità. E non trascuriamo il
lato cammello, per la loro incredibile resistenza, e soprattutto il lato criceto,
che gira in tondo a tutta velocità sulla sua ruota!
Il GAPPESM (Groupement Associatif Pour les Personnes Encombrées de
Surefficience Mentale, Associazione per le persone sovraccariche di
iperefficienza mentale) li chiama PESM, ovvero persone sovraccariche di
iperefficienza mentale. È una denominazione piuttosto calzante, che riassume
abbastanza bene la loro situazione, ma non tutte queste persone si sentono
«sovraccariche». Per quanto riconosca la pertinenza di un simile acronimo,
difficilmente potrei utilizzarlo, perché suona come una malattia: essere
iperefficienti non significa avere la PESM!
Io sarei del parere di chiamarli plusdotati, perché è il termine più vicino
alla realtà, ma se parlassi di «plusdotazione» alla maggior parte dei miei
lettori verrebbe un blocco mentale e si affretterebbero a chiudere il libro. I
restanti obietterebbero che se fossero così intelligenti saprebbero adattarsi
alla società. Nessuno si riconoscerebbe nel cliché veicolato ancor oggi dal
termine plusdotato: un bambino brillante, pretenzioso, primo della classe e
pronto a dar lezioni. È l’esatto contrario di quello che sono!
Nei primi tempi in cui ho iniziato a sondare il fenomeno
dell’iperefficienza mentale, ho adottato senza esitazione il termine
«plusdotato» appioppandolo ai miei pazienti iperefficienti senza andare
troppo per il sottile. Presa dall’entusiasmo, non ho tenuto conto della loro
enorme sensibilità. Ne ho tramortiti diversi, gettati nel panico altri e ne ho
fatti fuggire alcuni a gambe levate. Approfitto di questo libro per scusarmi
con loro. Oggi uso più tatto e parlo di cablaggio neurologico differente e di
emisfero destro dominante. L’informazione li sconvolge comunque:
nonostante sappiano intuitivamente di essere diversi, fanno fatica ad
affrontare in modo obiettivo la realtà.
Ho cercato a lungo un termine che potesse sintetizzare al meglio questo
profilo e mi sono confrontata con colleghi, parenti e amici. In prima battuta,
le definizioni di ADSL e «banda larga» ci sono piaciute e ci hanno divertito.
Avrei potuto optare per «spidermind», tanto per la loro rapidità mentale
quanto per indicare il loro pensiero a ragnatela. Ma alla fine il termine
«iperefficiente» resta il più sobrio e appropriato. Pur rimanendo parzialmente
insoddisfatta, mi sembra di avere ottenuto un buon compromesso, oltre a una
definizione che non crea grossi blocchi mentali. A ogni modo, questo libro
non vuole certo etichettarvi, ma aiutarvi a capirvi, ad accettarvi per quello che
siete e soprattutto a vivere con il vostro pensiero effervescente in tutta
serenità.
Poiché pensate troppo, è molto probabile che vi riconoscerete nel profilo
dell’iperefficiente mentale. Il vostro cervello è un vero gioiello: la sua
finezza, la sua complessità e la sua rapidità sono affascinanti. E ha la potenza
di un motore da Formula 1! Ma una vettura di Formula 1 non è
un’automobile comune. Affidata a un guidatore maldestro e usata su una
strada provinciale si rivelerà inaffidabile e pericolosa. Affinché esprima al
meglio il suo potenziale, ha bisogno di una grande padronanza di guida e di
un circuito adatto. Finora è stato il vostro cervello a farvi sbandare e a
precipitarvi in un incidente dopo l’altro. A partire da ora sta a voi assumere il
controllo.
Ho articolato questo libro in tre parti per valorizzare gli aspetti più
rilevanti dell’iperefficienza mentale:

l’ipersensibilità e la proliferazione mentale;


l’idealismo e il reale sfasamento rispetto alla maggior parte delle
persone;
le soluzione che propongo.

So per esperienza che gli iperefficienti mentali adorano piluccare i libri


qua e là. In generale, questa tecnica consente loro di cogliere lo spirito del
libro ed è alquanto frequente che non abbiano bisogno di finire di leggerlo,
perché le notizie racimolate in questo modo bastano a far capire loro
l’argomento. Ecco perché ci tengo ad avvertirvi: se andate direttamente
all’ultima parte vi mancheranno troppi elementi perché possiate giudicare con
obiettività la pertinenza delle soluzioni proposte. Perciò vi invito a seguire il
sentiero, pagina dopo pagina, senza bruciare le tappe, facendo questa
passeggiata così come l’ho ideata per voi. Concedetevi il tempo per scoprire
che la vostra ipersensibilità è del tutto neurologica, per guardare al vostro
pensiero che è in fermento continuo e capire in che cosa la vostra intelligenza
è davvero diversa. L’idealismo è uno degli aspetti rilevanti della vostra
personalità. Un altro aspetto importante (e non dei più trascurabili) è il vostro
falso sé, che può rivelarsi tanto impegnativo quanto invalidante a livello
relazionale. Lo sfasamento che avvertite nei confronti di chi vi sta attorno è
oggettivo: tanto vale capire una volta per tutte da quali differenze concrete è
costituito. Quando avrete esplorato tutti questi aspetti del problema, le
soluzioni proposte acquisiranno tutto il loro senso.
Avrò raggiunto il mio obiettivo se, dopo aver letto questo libro, vi sarete
riconciliati con ciò che siete e con quel magnifico cervello che avete. Per
trarne il meglio dovete imparare a pilotarlo. E in questo libro troverete dei
corsi di meccanica (neurologica), un codice della strada (emozionale e
relazionale) e delle lezioni di guida (mentale).
Se pensate troppo, troverete qui tutte le spiegazioni utili sul vostro modo
di funzionare. E anche un’infinità di soluzioni!
Nelle pagine che seguono faccio volentieri riferimento agli autori a cui mi
sono ispirata e ai testi su cui mi sono basata. Le opere e tutti gli autori che
menziono sono elencati nella bibliografia. Sono particolare grata a Jill Bolte
Taylor, Daniel Tammet, Tony Attwood e Béatrice Millêtre, che ringrazio per
i loro preziosi apporti alle mie conoscenze. Utilissime sono state per me
anche le opere di Arielle Adda e Jeanne Siaud-Facchin. Grazie mille a
entrambe.

a. Per saperne di più, si legga il libro di Marie Françoise Neveu, Enfants autistes,
hyperactifs, dyslexiques, dys… Et s’il s’agissait d’autre chose?, Éditions Exergues,
Parigi 2010.
Parte prima
Un’organizzazione mentale naturalmente sofisticata
Sensori ipersensibili

«QUESTO ragazzo è troppo… Troppo, troppo, troppo!» cantavano le Coco


Girls negli anni Ottanta. Un ritornello che riassume in sé la problematica
dell’iperefficienza mentale, dove ogni cosa è all’eccesso (troppi pensieri,
troppe domande, troppe emozioni) e a livelli superlativi, se non «iperlativi»
(iperreattivo, ipersensibile, iperaffettivo). Gli iperefficienti mentali vivono gli
avvenimenti della loro vita con un’intensità fuori del normale. Ciò che li
tocca, in positivo e in negativo, sembra farli risuonare come cristallo. Persino
gli incidenti più banali possono assumere proporzioni nuove, soprattutto se
riguardano il loro sistema di valori. Percezione, emozioni, sensibilità: tutto è
decuplicato. In realtà è l’intero sistema sensoriale ed emozionale a essere
ipersensibile. Questa finezza di percezione è neurologica, e comincia con la
percezione della realtà.
Noi captiamo le informazioni attraverso i cinque sensi. Sappiamo che
esistono persone un po’ sorde o un po’ orbe, eppure siamo convinti di avere
tutti quanti un’identica percezione della realtà. Ma non è affatto così. Il vostro
modo di vedere il mondo è unico e soggettivo. Provate a far visitare la stessa
casa a dieci persone, poi chiedete loro di descrivere nel dettaglio ciò che
hanno percepito del posto: avrete l’impressione che abbiano visitato dieci
appartamenti diversi. Ognuno ha il proprio canale sensoriale preferito.
La persona visiva si sarà focalizzata su quanto c’era da vedere: estetica,
colori, luminosità, panorama eccetera. Un’altra, che privilegia l’aspetto
uditivo, avrà giudicato il posto tranquillo o rumoroso. I cinestesici invece vi
parleranno di calore, spazio o comfort. Alcuni avranno persino fatto ricorso
all’odorato e magari menzioneranno la puzza di tabacco o l’aria viziata.
Ognuno avrà selezionato una parte della realtà come aspetto importante e
degno di interesse, trascurando tutto il resto.
Allo stesso modo, ogni singolo avrà attribuito un’intensità alle sensazioni
raccolte: magari il posto a qualcuno sarà sembrato «un po’ rumoroso», a
qualcun altro «molto rumoroso», mentre un terzo non avrà prestato la minima
attenzione al rumore.
Insomma, ciascuno avrà estrapolato un certo numero di informazioni come
necessarie e sufficienti a farsi un’idea dell’appartamento.
L’iperefficienza mentale invece fa captare più dati della media, e con
un’intensità più forte. Questo fenomeno è detto «iperestesia». Se un
iperefficiente mentale visitasse quella casa registrerebbe molti più dettagli
della maggior parte della gente e individuerebbe anche piccole particolarità
aneddotiche, minuzie a cui nessun altro dedicherebbe attenzione.
Allerta permanente
Riporto l’e-mail che mi ha scritto François dopo essere venuto per la prima
volta nel mio studio.

Vorrei spiegarle com’è la mia quotidianità raccontandole, per esempio, il


primo giorno in cui sono venuto da lei (senza offesa).
Parcheggio. Mi chiedo se lei parcheggia dentro o fuori. Supero il
cancello, cerco di capire quale potrebbe essere la sua auto. Le piacciono le
auto? Credo di sì. Eppure non riesco a trovarne nemmeno una interessante.
Mi dico che mi sono sbagliato. Arrivo davanti al citofono. Sulla cassetta
delle lettere o sul campanello, il suo nome è scritto in modo diverso
rispetto a quello degli osteopati. Quindi non siete venuti qui nello stesso
periodo. Come mai? Dove esercitava prima? Più lontano da casa? Al suo
domicilio? Non è una seccatura per i suoi pazienti questo cambio
d’indirizzo? Entro. Il secondo campanello non funziona. Bisognerebbe
ripararlo. Perché non lo riparano? Entro nella sala d’attesa. Nessuno. Gli
osteopati sono impegnati? Sembra che lei si sia organizzata piuttosto bene
per non far aspettare le persone. Le sue riviste sono un po’ datate. Molte
sono numeri di ***, una rivista un po’ troppo *** per i miei gusti. Non
sarà mica abbonata a quella rivista? Non avrà mica votato ***? Orrore!
Guardo fuori dalla finestra: niente di che. Mi sento oppresso. Quella siepe
troppo vicina alla finestra uccide ogni prospettiva. Sento la sua voce, cerco
di indovinare il suo fisico. La immagino alta, robusta. Sento i suoi tacchi
sul parquet melamminico (non mi piace il suono di questo parquet, è
freddo, manca di calore). Ma perché mettere i tacchi se è già alta? Ora la
vedo. Ci ho azzeccato: è esattamente come la immaginavo. Lei mi stringe
la mano. Mi sarei preso la libertà di abbracciarla per ottenere più
informazioni, ma è chiaro che non posso. Mi accontento della sua stretta di
mano. Mi piace: è salda ma non troppo. Non si è messa il profumo, o al
limite uno molto leggero. Meglio così: detesto i profumi troppo forti o
anche solo un eccesso di profumo. La seguo nel suo studio. Mi chiedo
dove siano gli osteopati, come lavorino. Prima stanza, il suo ufficio. È ben
ordinato, troppo a parer mio, così come quel mobile. Lo trovo asettico,
manca una bella pianta, il panorama è lo stesso, opprimente. Non c’è
granché sulla scrivania, ma molte penne, quasi tutte diverse, perché? La
seconda stanza va meglio. Mi piace quella poltrona rossa, sembra più
vecchia del resto della mobilia. Ce l’aveva già nell’altro studio? Senz’altro.
Ci sediamo. Comincio a studiarla. Analizzo il suo vestito (avevo iniziato
già nel corridoio), molto colorato, vistoso, attillato. Ha un buon rapporto
con il suo corpo, è evidente. E dev’essere una donna che piace, si capisce
anche questo. Esamino la pettinatura rispetto alle due foto sui libri che ho a
casa: bella. È abbronzata, immagino che le piaccia il mare. Indossa pochi
gioielli. È in linea con lei. Penso che preferisca un braccialetto un po’
stravagante a uno d’oro o a uno troppo appariscente. Le esamino le mani,
lo faccio con tutti. Le sue mi piacciono. È molto importante per me. Mi
rilasso un po’. Resto comunque diffidente. Mi dico che sarebbe facile per
lei manipolarmi. Tutto questo non lo faccio solo con lei: vivo
costantemente così. Prima del nostro appuntamento sono andato dal
giornalaio qui all’angolo. Sono rimasto lì tre minuti, e mi sono fatto venti
domande…

Ecco come un iperefficiente vive il suo quotidiano: è bombardato da


informazioni, memorizza una marea di dettagli, cerca di prevedere e
indovinare il resto attraverso questa raccolta di informazioni, si pone mille
domande e spesso in uno stato emozionale di diffidenza e tensione,
soprattutto durante un primo incontro.
Perciò, se pensate troppo, la prima caratteristica del vostro cervello è
quella di essere iperestesico. È il termine scientifico per indicare che i vostri
sensi sono eccezionalmente sviluppati. È anche una condizione di attenzione,
di vigilanza, se non di allerta permanente. Come François, avete una grande
capacità nel captare dettagli minimi o sfumature impercettibili per la maggior
parte della gente. Benché spesso disturbati dal rumore, dalla luce o dagli
odori, gli iperestesici non si rendono conto che le loro percezioni sensoriali
sono fuori del comune. Quando lo faccio notare ai miei pazienti mi ascoltano
dapprima con stupore, poi, a poco a poco, nel corso della nostra
conversazione, si accorgono che in effetti prestano molta attenzione ai
dettagli, che sono in grado di riconoscere un brano musicale sin dalle prime
note o di indovinare gli ingredienti di un piatto… Ma mai avrebbero
immaginato che gli altri non fossero come loro, anche se è una cosa che
sperimentano dieci volte al giorno. Chi conosce la propria iperestesia tende a
viverla solo in modo negativo e rimprovera la propria intolleranza quando
l’overdose di stimolazione sensoriale lo spinge al limite. «Non sopporto la
musica troppo alta in alcuni negozi, mi costringe a scappar via!» conferma
Nelly. Per Pierre il disagio è visivo: «In ufficio i neon sono troppo violenti,
aggrediscono gli occhi. Ma sono l’unico a lamentarmene. E passo per un
brontolone». Per altri ancora, il disagio interessa tutti i sensi.
Sguardo laser
La visione iperestesica, come descritta dalle parole di François, è innanzitutto
una visione di precisione in cui il dettaglio è spesso percepito prima della
globalità. Sarebbe interessante verificare cos’hanno visto altri pazienti
rispetto alla sua esperienza. François ha captato una marea di particolari: le
penne, l’usura della poltrona, il panorama dalla finestra, le riviste nella sala
d’attesa. Il suo sguardo è penetrante, un vero raggio laser che scannerizza di
continuo tutti i dati. Vengo analizzata dalla testa ai piedi: gioielli, vestito,
pettinatura, mani… Nella vita quotidiana, questo sguardo è spesso vissuto da
chi lo subisce come disturbante, scrutatore o persino inquisitore. Eppure lo
scopo non è giudicare, ma capire e, nel caso di François, rassicurarsi. La
memorizzazione riguarda talvolta dettagli insignificanti. Un altro aspetto
dell’iperestesia visiva può essere una grande sensibilità alla luce.
Ascolto tridimensionale
Un iperestesico è in grado di sentire diversi suoni simultaneamente. Può
ascoltare la radio e al contempo seguire una conversazione, nonché essere
disturbato da un rumore di stoviglie che proviene dalla stanza accanto e che, a
suo dire, copre il resto. È una delizia poter ascoltare la musica con una
finezza tale da cogliere la sfumatura musicale del sassofono in mezzo agli
altri strumenti. Lo è un po’ meno non poter evitare di avvertire il rumore di
un tosaerba, quando si è gli unici a sentirlo. Spesso gli iperestesici uditivi
sentono meglio i suoni gravi rispetto a quelli acuti. Lo stesso vale per i
rumori lontani, percepiti meglio dei suoni più vicini. Perciò mentre seguono
una conversazione saranno infastiditi da una musica di sottofondo. I titoli del
telegiornale o del giornale radio vengono quasi sempre annunciati sulla sigla
musicale, il che rende l’ascolto difficile per molti iperefficienti mentali, che
devono sforzarsi per sentire la voce del giornalista in mezzo a tutto quel
baccano. François aspetta di sentire la mia voce, ascolta i miei passi, trova il
suono del parquet freddo e nota che il campanello non funziona.
Scanner ambientale
L’atmosfera di un luogo, l’umidità o la secchezza dell’aria, il calore, la
rugosità o la morbidezza al tatto, il contatto con un indumento… tutte queste
informazioni vengono captate di continuo quando si è iperestesici cinestesici.
François dice che mi avrebbe abbracciata volentieri ma non ha osato. Era una
prima seduta, ma è abbastanza frequente che nel giro di poco gli iperestesici
mi domandino se possono salutarmi baciandomi sulla guancia. In alcune
circostanze emozionali forti, vorrebbero essere abbracciati o potermi
abbracciare. Non c’è niente di ambiguo nella loro richiesta: hanno bisogno di
una stretta calorosa che consenta loro di gestire l’eccesso emozionale ma
anche, come dice François, di «ottenere più informazioni». La regola della
psicoterapia tradizionale secondo cui non bisogna toccare i pazienti non può
funzionare con loro: sono troppo tattili.
Un mondo di profumi
Poco utilizzato dalla maggior parte della gente, l’olfatto è un senso molto
animalesco, primordiale, ed è in grado di fornire molte informazioni. Mi
piace punzecchiare gli iperestesici dicendo loro che non hanno un naso da
umani ma da cane o da gatto. Come François, entrano nel mio studio con le
narici in azione, fanno commenti sul mio profumo, arricciano il naso se
percepiscono odore di tabacco o di sudore lasciato dagli abiti della persona
che li ha preceduti. Florence mi chiede addirittura di aerare la stanza quando
trova che l’aria sia viziata. L’iperestesia olfattiva è una dote preziosa quando
si tratta di annusare un vino pregiato o un fiore. Ma può diventare un
supplizio se si è in presenza di odori nauseabondi o di profumi artificiali
come le essenze alla vaniglia o similari. François detesta i profumi troppo
inebrianti.
Il gusto della vita
Il gusto va di pari passo con l’olfatto. Gli iperestesici sono spesso grandi
buongustai.
Sono in grado di individuare fino al più trascurabile retrogusto di cannella
o di paprica, di indovinare l’origine geografica di un caffè o di un cioccolato.
In generale sono al riparo dalle intossicazioni alimentari perché riescono a
percepire il minimo retrogusto sospetto.
La maggior parte delle persone percepisce pochissime informazioni
rispetto a un iperefficiente mentale.
A volte gli iperefficienti sono costretti a rendersene conto: d’un tratto
hanno l’impressione di essere circondati da individui stupidi o intontiti. Ma è
un’idea che li disturba, perciò la scacciano in fretta. Si sforzano di non
giudicare gli altri e, soprattutto, di non confermare una differenza tanto
destabilizzante. Eppure questa differenza è neurologica e oggettiva; è stata
studiata e misurata scientificamente. Abbiate il coraggio di affrontare questa
realtà. È un primo passo per spiegare lo sfasamento costante che provate
rispetto a quasi tutti gli altri. Mettetevi a osservare chi vi circonda e verificate
da voi la qualità dell’attenzione che presta ciascuno al proprio ambiente. È
sorprendente.
François si rende conto tutto a un tratto: «Ecco perché ho spesso la strana
sensazione che la gente attorno a me sia come addormentata!»
Come un microscopio
Esistono, nell’iperestesia, due aspetti. Uno quantitativo: il numero di elementi
che sono stati percepiti e il livello di suddivisione in dettagli più o meno
piccoli. E uno qualitativo: la sottigliezza delle sfumature che si è in grado di
percepire tra due colori quasi uguali o la minuscola nota stonata avvertita
all’interno di un brano musicale. Anche l’intensità dell’attenzione e la
memorizzazione fanno parte di questo fenomeno, così come, anche se meno
conosciuto, l’aspetto «eidetico» della percezione sensoriale.
Avete mai osservato un bambino che esamina da vicino una coccinella? Il
suo sguardo è un vero e proprio microscopio. Vede tutto, si meraviglia di
tutto. La brillantezza della livrea, le sottili nervature, gli occhi sfaccettati, le
antenne vibranti, la straordinaria tecnologia delle elitre che si sollevano per
lasciar uscire le ali trasparenti. Si parla di eidetismo per descrivere questa
raffinatezza qualitativa della percezione. Che piacere percepire sulla lingua la
morbida consistenza di una marmellata, ammirare la lucentezza di una foglia,
il velluto di un petalo di rosa o la madreperla di una goccia di rugiada,
fremere di piacere nell’infilarsi un maglione di cachemire, andare in estasi
ascoltando una delicata armonia di suoni al pianoforte. L’iperestesia è anche
questa qualità, questa finezza d’attenzione che porta alla poesia, all’arte e allo
stupore. A parte i bambini molto piccoli, quante persone che conoscete
raggiungono questo livello di raffinatezza e voluttà nella loro percezione del
mondo?
Il colore dei giorni
Nella maggior parte dei casi di iperefficienza mentale, l’iperestesia si
combina con la sinestesia, ovvero un’attivazione incrociata dei sensi nel
cervello. I sinestesici vedono per esempio le parole a colori o le cifre in
rilievo. «Io ascolto con la pelle», mi dice Catherine. «Le parole giuste mi
danno i brividi prima ancora di averne capito il senso.» François sente che il
suono del parquet manca di calore (combinazione di suono e sensazione) e
vede la mia figura (mi immagina alta e robusta) al suono della mia voce. La
sinestesia favorisce la memorizzazione. È per questo che gli iperefficienti
mentali si ricordano di una marea di dettagli che sembrerebbero insignificanti
alla maggior parte delle persone.
La sinestesia è il più delle volte una capacità inconscia. Quando chiedo a
un iperefficiente mentale se è sinestesico, la risposta immancabilmente è:
«No. No di certo». Ma io non ci credo. Nel corso della mia esperienza
professionale ho potuto constatare che iperestesia e sinestesia vanno troppo
spesso di pari passo. Allora, nel bel mezzo della conversazione domando
all’improvviso: «Di che colore è il tuo martedì?» La risposta esce spontanea:
«Giallo!» (o verde, poco importa!) Stupito della propria risposta, il mio
paziente si difende: non ha riflettuto, l’ha detto così, che ne sa lui in realtà…
A quel punto mi resta solo una verifica da fare. E così, poco dopo, chiedo
ancora a bruciapelo: «E la parola ‘tavolo’ di che colore è?» La risposta
scaturisce con la stessa rapidità: «Verde». La persona ne resta confusa. Eh sì,
vede le parole a colori. È irrazionale, ma è così! Allora riaffiorano i ricordi
d’infanzia: la B che aveva una gran pancia, il 2 che assomigliava a un cigno
dorato, l’1 a un arpione nero. E poi il rumore della cascata che vibrava
nell’incavo dello stomaco e persino – va’ a sapere perché, è così stupido –
l’odore del pollo che era giallo… E allora forza, smettetela di censurarvi!
Andate a ripescare nella memoria tutte le vostre bizzarre idee dell’infanzia.
Erano probabilmente a base sinestesica.
Stravaganze sensoriali
A seconda del modo in cui si esprime la plusdotazione, l’iperestesia può
assumere una forma particolare. Per esempio a livello uditivo: la persona sarà
ipersensibile ad alcuni suoni e non ad altri. Stessa cosa con il tatto: certe
strutture o certi contatti provocano fenomeni di attrazione e piacere, o al
contrario generano repulsione ed elusione. Possono derivarne difficoltà
alimentari: per esempio, i cibi molli e cotti risultano nauseabondi o quelli
arancioni immangiabili.
William, affetto da sindrome di Asperger, sostiene che il canto delle cicale
è così assillante da dargli sui nervi, mentre altri rumori di fondo, anche più
sonori, lo lasciano indifferente. Stranamente insensibile al dolore e agli odori
sgradevoli, prova repulsione per alcuni indumenti sintetici, ma va in estasi al
contatto con la pelliccia e i peluche, che non può fare a meno di accarezzare.
Il sogno di spegnere il cervello
Entro certi limiti, l’iperestesia è una vera fortuna. È utile per avere molte
informazioni sul proprio ambiente; induce uno stato di vigilanza e una
curiosità attiva verso il mondo esterno. Questa multisensorialità esacerbata dà
accesso a un’eccezionale voluttà dei sensi. Ma l’iperestesia può diventare
spossante, perfino invalidante, se i recettori sono troppo sensibili e le
percezioni troppo amplificate. A volte, l’illuminazione abbaglia; gli ambienti
troppo colorati o pieni aggrediscono l’occhio; il suono è troppo forte o il
vocio insopportabile; un ambiente è troppo caldo, troppo umido; l’aria è
troppo secca o troppo elettrica; l’etichetta che sfrega sul collo è una
microaggressione costante; e la gente profumata o poco pulita dà la nausea.
Come se non bastasse, l’iperefficiente mentale non può fare astrazione da ciò
che percepisce e spegnere il sistema sensoriale. La spiegazione è ancora una
volta neurologica: si parla di un basso livello di inibizione latente.
Nella maggior parte delle persone si procede in maniera automatica a uno
smistamento delle informazioni sensoriali a disposizione: quelle inutili
vengono accantonate spontaneamente e il cervello a quel punto è pronto a
focalizzarsi sull’essenziale. Una tale gerarchizzazione automatica degli
stimoli permette di concentrarsi senza sforzo su ciò che è pertinente. Negli
iperefficienti mentali invece questa selezione non avviene in automatico, ma
soltanto in modalità manuale: sta alla persona decidere che cosa merita la sua
attenzione e compiere lo sforzo mentale di far passare il resto in secondo
piano. Questa gerarchizzazione manuale è difficile perché richiede un
impegno cosciente. In generale, nella loro vita quotidiana, gli iperefficienti
mentali fanno fatica a scegliere e a decidere che cosa è importante e che cosa
non lo è. Avviene già al livello della selezione sensoriale. In fin dei conti,
cercare di tagliar fuori gli stimoli non pertinenti è stancante quanto subirli.
Perciò, persino sommerso dalle informazioni sensoriali, l’iperestesico le
sopporta di continuo, giorno e notte. Ed è il motivo per cui sognano di poter
spegnere il cervello.
Davanti a quest’invasione che non capisce, un normopensante alza le
spalle e dice: «Be’, tu non farci caso!» come se fosse un’ovvietà, perché per
lui lo è: a lui basta davvero non prestarvi attenzione. Le persone normali non
si rendono conto di che cosa può vivere un iperefficiente mentale. Per
esempio, durante una passeggiata in città, la sua attenzione sarà
costantemente attirata dal rumore delle auto, dal viavai dei passanti, dal
contenuto delle vetrine. Ciò disperderà l’attenzione in mille direzioni, e lui
sarà costretto a cercare di continuo di ricentrarsi.
Sin dall’inizio della serata, Nelly trova che la musica di sottofondo del
ristorante sia troppo forte. Sente anche il vocio della sala, le conversazioni dei
tavoli vicini che non può non ascoltare, il rumore delle posate, l’andirivieni
dei camerieri che le fa girare la testa, gli odori di cibo, i movimenti dei clienti
che entrano ed escono, le luci troppo vive. Rimanere concentrata sulla
conversazione e interessarsi ai propri commensali richiede uno sforzo
notevole. Trascorrere una bella serata in queste condizioni è talvolta una vera
e propria impresa.
La vita entra in noi attraverso i cinque sensi. Essere iperestesico è quindi
come essere ipervivo. La gioia di vivere si sperimenta nell’attimo presente
saturando i sensi di informazioni piacevoli: immagini di bellezza, suoni
melodiosi, sensazioni voluttuose, profumi e sapori. Gli iperefficienti mentali
sono sempre pronti a rallegrarsi, a commuoversi davanti a un tramonto o al
canto di un uccello. È in quei momenti che possono rendersi conto al meglio
della loro differenza. Cercano di condividere la loro meraviglia con chi li
circonda e si scontrano con l’incomprensione. «Sì, è bello, ma è solo un
tramonto. Ne hai visti altri! Andiamo?» si sentono dire con un sospiro,
quando non vengono presi in giro: «Cip cip, gli uccellini! Ma quanti anni
hai?»
Ma questa iperestesia spiega anche perché, pur avendo spesso momenti
depressivi, gli iperefficienti mentali conservino tuttavia una gioia di vivere
sorda, latente e potente, pronta a rinascere al minimo raggio di sole.
Dall’ipersensibilità all’iperlucidità
L’ipersensibilità
L’iperestesia amplia la percezione del mondo e acuisce la sensibilità. Gli
iperestesici sono pertanto individui ipersensibili. Sensibili alla luce, al suono,
al caldo o al freddo e soprattutto all’overdose di stimolazioni. Di
conseguenza, spesso esplodono per ragioni che agli altri appaiono futili e
incomprensibili. Tutt’a un tratto sbottano: «Ma insomma, spegnete quella TV
che non guarda nessuno!» oppure «Qualcuno potrebbe degnarsi di chiudere
(o aprire) quella finestra?»
Grazie alla finezza dei loro sensi, in ogni situazione captano elementi che
a un normopensante sfuggono. Si commuovono con facilità, si
innervosiscono quando sono sotto stress e si indignano quando percepiscono
un’ingiustizia. Sono sensibili al tono usato, alle parole pronunciate, alle
espressioni del volto, alla gestualità delle persone con cui entrano in contatto.
Questa ipersensibilità li rende avidi di precisione. Per loro, un termine è di
rado sinonimo di un altro, perché ognuno esprime una sfumatura. Perciò sono
capaci di cavillare per un’inesattezza o un’approssimazione. Suscettibilissimi,
si sentono subito feriti dalle critiche, dai rimproveri, dalle prese in giro o dai
secondi fini dei loro interlocutori, che intuiscono istintivamente. È molto
frustrante percepire una marea di informazioni e scontrarsi col fatto che gli
altri non le hanno registrate e pertanto tendono a negarle. «Ma va’, sei tu che
te lo metti in testa!» è senza dubbio la frase più frequente che gli
iperefficienti mentali si sentono ripetere quando tentano di condividere le
proprie impressioni.
Il loro livello di interesse, la qualità della loro attenzione e la loro capacità
di sentirsi coinvolti dal mondo che li circonda sono proporzionali alla loro
iperestesia. In un’intervista, la scrittrice Amélie Nothomb spiegava a un
giornalista (divertito e al tempo stesso stupito) di sentirsi colpevole di ogni
catastrofe che avviene nel mondo. «Che ci sia un terremoto, una guerra o una
carestia, ho l’impressione che sia colpa mia e che io c’entri qualcosa.» Gli
iperefficienti mentali, come abbiamo detto, sono ipersensibili e si sentono
intimamente coinvolti da tutto ciò che succede intorno a loro. Come accade
ad Amélie Nothomb, è frequente che si sentano in colpa per i mali che
affliggono il pianeta e per la propria passività di fronte a essi.
Come vedremo più avanti, il loro ragionamento è regolato dall’emisfero
destro. E il cervello destro è essenzialmente governato dalle emozioni e
dall’affettività. Potremmo quindi dire che le informazioni passano dal cuore
prima di arrivare al cervello. In queste condizioni, rimanere freddi e razionali
è pressoché impossibile. Gli ipersensibili subiscono le proprie emozioni come
se si trovassero nel bel mezzo di tempeste incontrollabili. In balia dei
cambiamenti d’umore, vivono sulle montagne russe tra ansia, accessi d’ira o
di rabbia e momenti di depressione. Ma sono capaci anche di entusiasmarsi,
di cavalcare onde di euforia e di provare attimi di gioia pura.
Questa condizione crea molti problemi. Al disagio di non riuscire a
mantenere il controllo si aggiunge l’incomprensione dei propri meccanismi e
la disapprovazione dell’ambiente circostante. Perché, nella nostra società, le
persone sensibili ed emotive sono ancora troppo spesso considerate fragili,
immature e pulsionali, quindi per forza di cose ingenue, stupide e avventate.
La psicologia li etichetta addirittura come «borderline».
Se fate parte delle persone sensibili ed emotive lo sapete fin troppo bene!
Chi vi circonda vi fa costantemente la morale e vi sgrida come se foste
bambini: è stupido piangere o indignarsi per così poco; non bisogna prendere
così a cuore quello che accade; è necessario essere duri e temprati. In poche
parole, se si ascoltassero i commenti, le critiche e i consigli dati di continuo
agli ipersensibili, sarebbe meglio essere cinici, freddi e insensibili.
È davvero questa l’unica soluzione? Fino a non molto tempo fa la
convinzione più diffusa era che contassero solo la ragione, la logica e le
decisioni razionali; le emozioni erano nostre nemiche perché ci fuorviavano
nelle scelte e nelle deduzioni. Per fortuna da qualche anno a questa parte
qualcosa sta cambiando, e abbiamo cominciato ad accorgerci che le emozioni
giocano un ruolo significativo nel processo decisionale. Oggi si parla di QE
(quoziente emotivo) per indicare l’intelligenza emotiva.
Il QE misura le competenze dell’individuo nei settori del controllo delle
pulsioni, della motivazione personale, dell’empatia e della capacità di farsi
capire dagli altri. Gli iperefficienti mentali hanno un grande potenziale
emotivo che però, finché non imparano a domarlo, più che appagarli li
intralcia.
Giudicate e criticate, le persone ipersensibili si vergognano di ciò che sono
e hanno una misera immagine di sé. Ma proviamo a immaginare un mondo
senza l’espressione di questa sensibilità: non ci sarebbero creatività, empatia,
umorismo; la gente sarebbe razionale, priva di calore e regnerebbe
l’autocontrollo. Che cosa sarebbe l’umanità senza la capacità di indignarsi, di
ribellarsi e soprattutto senza quest’entusiasmo spesso completamente folle ma
così contagioso? L’ipersensibilità è una sorta di contropotere.
Essere ipersensibili ha i suoi pregi e i suoi difetti e, se lo siete, molto
probabilmente vi riconoscerete in questa descrizione: siete empatici, altruisti
e vi rapportate con calore con le altre persone; con voi stessi siete esigenti,
sempre pronti a mettervi in discussione e capaci di autoironia; la forza della
vostra intelligenza sta nell’apertura mentale, nella curiosità, nell’umorismo e
in un’innocenza frizzante e creativa; il vostro senso di giustizia, le vostre
rettitudine, integrità e autenticità sono senza pari. Più vi accetterete per quello
che siete, meglio riuscirete a trarre vantaggi da questa preziosa sensibilità.
Perché la chiave per gestire efficacemente il proprio QE è la conoscenza di
sé. Man mano che si avanza nella consapevolezza di sé, si riesce a dare un
nome alle proprie tempeste emozionali e ad accettarle. In questo modo le
emozioni diventeranno le vostre amiche e le vostre alleate. a
L’iperaffettività
Il cervello degli iperefficienti mentali è regolato dall’affettività, ed è così in
ogni situazione. Queste persone hanno bisogno di affetto, di incoraggiamenti
continui, di calore e di contatto umano e persino di coccole, di un clima
relazionale sereno e positivo. Avendo un ego molto debole, sono
morbosamente sensibili al giudizio altrui, che non sanno relativizzare, e
hanno bisogno di rassicurazioni costanti. Le persone normopensanti
considerano questo atteggiamento come una stranezza. Nel libro La scoperta
del giardino della mente, Jill Bolte Taylor racconta di come, dopo essere
stata colpita da un ictus, all’improvviso avvertì intensamente una mancanza
di fiducia in se stessa, un bisogno d’affetto, di dolcezza e di incoraggiamento.
Il suo emisfero sinistro era stato danneggiato e si era ritrovata a contare solo
su quello destro. Per la prima volta nella vita captava le intenzioni benevole o
lo stress dei suoi interlocutori, e vi era particolarmente sensibile. Per lei è
stata una scoperta. Per gli iperefficienti mentali è la quotidianità.
L’apprendimento, in particolare, è possibile solo se l’insegnante e la
materia implicano un coinvolgimento emotivo. Ecco perché è una
sciocchezza dire a un iperefficiente mentale che deve studiare per se stesso e
non per il suo professore.
Quando glielo spiego, Christine sorride e mi racconta:

Alle superiori ero innamorata del mio professore di fisica: per un anno ho
avuto una media molto alta. L’anno seguente l’insegnante è stato sostituito
da una donna anziana. Alla delusione di non avere più il mio professore
preferito si è aggiunto il fatto che la nuova arrivata era fredda e distaccata,
e per di più aveva l’alito cattivo. Perciò ho fatto di tutto per evitare di
doverle parlare da vicino. Ce l’ho avuta per due anni di fila, e la mia media
in fisica è precipitata. Il giorno dei risultati della maturità, la prof si è
presentata a vedere i cartelloni con i voti. È stata l’unica, tra tutti gli
insegnanti. Pur riservata come sempre, aveva gli occhi umidi e sul volto
radioso si leggeva chiaramente quanto fosse orgogliosa di noi. Se avessi
saputo che ci voleva bene a tal punto e che la sua freddezza era solo
apparente, credo che avrei continuato ad avere un’ottima media fino alla
maturità. Mi sono colpevolizzata a lungo per averla giudicata male.
Come potete immaginare, finito il racconto, Christine aveva gli occhi
gonfi di lacrime.
Per gli iperefficienti mentali è una vera tortura dover lavorare in un
ambiente cupo o negativo e dover obbedire agli ordini di un capo stupido o
pieno solo di sé ed ebbro del proprio potere. Le urla, i rimproveri e la
pressione non servono a niente, anzi si ottiene il risultato di bloccarli
definitivamente. L’approccio più corretto sarebbe quello di astenersi da ogni
critica, non lesinare lodi e rassicurazioni e mostrar loro fiducia: la voglia di
essere all’altezza delle nostre aspettative e di farci vedere di che cosa sono
capaci è il loro miglior motore. Ma sono rari i capi che privilegiano gli
incoraggiamenti rispetto alle rimostranze.
La gestione dello stress
Grazie al lavoro di Muriel Salmona, psicotraumatologa, oggi sappiamo
meglio come lo stress agisce sul piano cerebrale. Una ghiandola nel nostro
cervello, chiamata amigdala, funziona da sistema di allarme. È incaricata di
decodificare le informazioni provenienti dal mondo esterno e di valutare la
situazione. Nell’eventualità di aggressione fisica o psicologica, si attiva e dà
il via alla produzione degli ormoni dello stress – il cortisolo e l’adrenalina –
da parte delle ghiandole surrenali. Da quel momento tutto l’organismo si
mette in tensione per consentirci di fuggire o combattere. Gli ormoni dello
stress attingono dalle risorse dell’organismo aumentando la reattività dei
nostri sensi, la rapidità dei riflessi e la forza muscolare. Il flusso sanguigno, il
ritmo cardiaco e la respirazione accelerano e i muscoli si contraggono, pronti
a lottare o a darsela a gambe.
In molte situazioni di stress, tuttavia, queste due alternative sono
impossibili o inadatte. In tal caso, però, l’amigdala continua a inviare segnali.
I centri nervosi a livello della corteccia, che dovrebbero analizzare e
moderare le reazioni, sono sopraffatti dai campanelli d’allarme. Per evitare
che l’amigdala provochi la morte della persona per arresto cardiaco dovuto a
overdose d’adrenalina o causi un avvelenamento neuronale da cortisolo, il
cervello innesca una sorta di cortocircuito inviando nuove sostanze chimiche
– morfina e ketamina – che faranno saltare il sistema d’allarme. L’amigdala
viene così impostata su «off». Non appena la ghiandola è neutralizzata, la
persona si ritrova bruscamente tagliata fuori dal mondo, fluttua come
scollegata dalle emozioni. La situazione stressante non è scomparsa, eppure
l’individuo non sente più niente, e questo gli dà una sensazione di totale
estraneità dal presente. Tale fenomeno è chiamato «dissociazione» e il
soggetto diventa spettatore degli eventi in corso.
Il meccanismo permette di rimanere in vita, ma comporta seri
inconvenienti: lo stress è ancora presente ma non si cerca nemmeno di
superarlo. E per di più non può avere inizio il processo di guarigione. Isolata,
anestetizzata dalle continue scariche di morfina e ketamina, l’amigdala non
può spostare lo choc emozionale verso un’altra area del cervello:
l’ippocampo, che è l’equivalente di un software di elaborazione e
immagazzinamento dei ricordi e degli apprendimenti. Talvolta per anni, a
ogni flashback la persona rivivrà il ricordo intatto con la stessa intensità. Il
momento violento che ha portato l’amigdala a scollegarsi rimarrà
intrappolato e sarà rivissuto di continuo, come nel momento originale. È
questo il meccanismo che viene chiamato «disturbo post-traumatico da
stress».
Negli iperefficienti mentali è stata notata una ipersensibilità dell’amigdala
e una soglia di reattività particolarmente bassa. Forse è dovuto al fatto che la
ghiandola è sollecitata di continuo dall’iperestesia e dall’emotività, e quindi è
più o meno in costante stato di allerta. Di conseguenza, a ogni invasione
emozionale si produce una sconnessione mentale: la corteccia prefrontale,
sede del ragionamento e quindi della razionalità, è messa fuori gioco; la
riflessione è resa impossibile. In questi casi gli iperefficienti mentali possono
pronunciare parole assurde o porre domande senza senso. Saranno i primi a
rimanerne sconvolti quando la corteccia prefrontale ritornerà a funzionare in
modo normale. Sono reazioni come queste a farli dubitare della propria
intelligenza: sanno che a volte appaiono davvero molto stupidi!
Queste perdite di contatto con la realtà possono avvenire in qualsiasi posto
e in qualunque momento. Gli iperefficienti mentali le vivono come difficoltà
di concentrazione, fughe nel sogno e assenze penose. Sono pressoché
sistematiche quando si trovano in mezzo a tante persone, come per esempio
le feste a cui faceva cenno Camille. Tutt’a un tratto l’iperefficiente mentale si
sconnette: trova le conversazioni banali e noiose, le battute stupide. E poiché
si sente completamente avulso da quell’atmosfera conviviale, si chiede che
cosa ci faccia lì e non desidera altro che tornarsene a casa!
Il disturbo post-traumatico da stress deriva da situazioni intense
intrappolate nell’amigdala, che vengono rivissute con l’intensità della prima
volta. A ogni dissociazione c’è una nuova situazione che resta imprigionata
nell’amigdala e l’ippocampo non potrà né elaborarla né superarla. Gli
iperefficienti pertanto si ritrovano spesso in una condizione di stress post-
traumatico latente. Mediante un fenomeno di impilamento, queste
reminiscenze stressanti li rendono sempre più reattivi. Alcuni sceglieranno di
vivere in una dissociazione quasi permanente, di intellettualizzare tutte le
situazioni emozionalmente intense e non si riconosceranno più nel profilo
degli iperemotivi: avranno al contrario l’impressione che nulla li tocchi più,
che il presente non abbia consistenza, che stiano fluttuando accanto alla
propria vita. I meccanismi di difesa che adottano per prendere distanza dai
loro sentimenti possono farli sembrare freddi e insensibili, ma
quest’immagine è soltanto esteriore. Dentro di loro il tormento continuo li
dilania.
L’iperempatia
Per completare il quadro, gli iperefficienti mentali sono persone
iperempatiche. Captano, presagiscono e soprattutto avvertono
immediatamente lo stato emozionale di chi li circonda, anche nel caso di
sconosciuti. Sanno d’istinto quando le cose vanno o non vanno bene, e
assorbono le emozioni altrui come vere e proprie spugne. Ma non bisogna
fare confusione: la loro empatia non significa compassione, è piuttosto
sinonimo di invasione emozionale. Vorrebbero tanto rimanere indifferenti
alle sofferenze altrui perché spesso vengono sommersi dagli stati d’animo
delle persone che incrociano in modo repentino e involontario. Molti se ne
lamentano, perché l’impatto emotivo è violento. Ecco perché alcuni non
sopportano la folla e la rifuggono: oltre al rumore, al movimento e alle
stimolazioni sensoriali troppo numerose, questa invasione emozionale è
destabilizzante e spossante.
Véronique mi spiega:

Al supermercato sto male: avverto tutte le angosce della gente. Allora evito
gli ipermercati e faccio la spesa nei negozietti, nelle ore morte. Faccio più
in fretta che posso rimanendo concentrata solo sulla mia lista della spesa, e
scappo via il prima possibile da quei posti maledetti!

L’iperempatia fa tuttavia sviluppare una grande benevolenza. Da una


parte, permette di capire davvero le persone, e non appena le si capisce passa
la voglia di giudicarle. Dall’altra, quando si è empatici è impossibile essere
sereni accanto a una persona triste o rimanere calmi vicino a una persona
stressata. Poiché riesce a stare bene solo se anche gli altri stanno bene,
l’iperefficiente mentale deve occuparsi dei propri cari e far regnare l’armonia
per potersi rilassare anche lui. Inoltre, poiché sarebbe il primo a soffrire se
facesse del male a qualcuno, l’empatico è condannato alla gentilezza. Fare
deliberatamente del male al prossimo è un’assurdità per gli iperefficienti. Di
natura peraltro disinteressata, faticano a concepire che qualcuno possa essere
cinico, meschino e calcolatore. Dal momento che pensano che anche gli altri
si comportano seguendo il loro stesso codice di valori, ritengono che la
gentilezza possa essere solo un moto spontaneo, non il frutto di un calcolo. Di
conseguenza, per loro la malvagità e la cattiva disposizione d’animo sono
totalmente inconcepibili. Ciò li rende molto vulnerabili se si imbattono in
manipolatori e imbroglioni. Di tradimento in tradimento – l’uno più
incomprensibile dell’altro, dal momento che per loro la malevolenza non
esiste – alcuni iperefficienti diventano diffidenti, se non paranoici, e si
ripiegano su se stessi. L’isolamento può diventare l’unico modo per
proteggersi.
Gli iperefficienti mentali sono molto apprezzati per la loro capacità
d’ascolto e per il conforto che sanno offrire alle persone in difficoltà. Molti
sfruttano l’innata empatia per farne la base della propria professione.
La telepatia
Quando si ha un simile talento per raccogliere informazioni, interpretare il
linguaggio non verbale, individuare il mimino cambiamento di intonazione o
di espressione, quando si è in grado di condividere le emozioni altrui, si
arriva anche al punto di leggere nei pensieri degli altri. La maggior parte
degli iperefficienti mentali pratica la telepatia, senza nemmeno esserne
consapevole. Per loro è naturale indovinare lo stato emozionale delle persone,
conoscerne le aspettative e i pensieri. Ma questa attenzione che riservano
verso gli altri può destabilizzare chi la riceve se è una persona non autentica
ed equilibrata.
Christine mi racconta:

L’altro ieri sono passata da un’amica per lasciarle un libro. Non era in casa,
e mi ha aperto suo marito. La coppia è in pieno divorzio, e l’uomo crede
che la moglie si sia fatta mettere in testa strane idee dalle amiche, e in
particolare da me. Vedendolo, ho avvertito immediatamente tutta la rabbia
che prova nei miei confronti e ho sentito gli insulti che non osa gridarmi
contro. Lui si è sentito messo a nudo dal mio sguardo e questo non ha fatto
che accrescere la sua ira. Me ne sono andata via in fretta. Ma ci è voluto un
bel po’ per liberarmi dalla negatività che mi aveva trasmesso.

Dal momento che sanno capire così bene gli altri, gli iperefficienti sono
convinti di essere a loro volta compresi. L’indifferenza nei loro confronti
appare ancora più sconvolgente e dolorosa, perché la credono intenzionale. È
un sollievo per loro scoprire che non è così, che la maggior parte della gente
non è in grado di leggere le comunicazioni non verbali, non riesce a
condividere le emozioni e non indovina nulla di ciò che pensano gli altri. Ma
al tempo stesso sono costretti ad abbandonare la speranza di poter ricevere
anche loro un giorno la stessa qualità di attenzione che sanno offrire agli altri.
L’iperlucidità
Annie mi dice:

Vedo tutto, so tutto, non mi sfugge niente. So quando le persone si sono


lavate o no, se indossano i vestiti del giorno prima e se si lavano i denti.
Vedo le scarpe non lucidate, l’orlo scucito, il bottone mancante. Noto tutti i
dettagli, persino i più infimi, ma percepisco anche la persona nella sua
globalità. Dal modo in cui qualcuno si veste, si pone, parla, so subito con
chi ho a che fare. In realtà non è che io voglia sapere tutto, è che non posso
non vedere. È più forte di me. So che il mio sguardo acuto dà fastidio
perché, anche se non commento, gli altri percepiscono che so tutto di loro,
e sono molto a disagio in mia presenza. Vedo anche le persone mentire a se
stesse, impantanarsi nella loro mancanza di logica. Considerano sferzante
ogni mia minima osservazione, perché quello che metto in evidenza è
esattamente ciò che cercavano di rifuggire o la domanda che evitavano di
porsi. In tutte le situazioni vedo subito che cosa non quadra e che cosa
basterebbe fare perché tutto si risolva. So sempre in anticipo che cosa
accadrà. È spossante, destabilizzante. Mi sento molto sola.

La telepatia si distanzia dall’iperlucidità giusto di un passo, che la maggior


parte degli iperefficienti mentali in genere compiono. Iperlucido vuole dire
«molto lucido». Non c’è niente di magico: basta essere attenti a tutti i dettagli
e collegarli tra loro per sapere ciò che non necessariamente è detto o
mostrato.
«Quella coppia che sostiene di adorarsi… be’, io dico che non si amano
davvero. Perché? Non lo so. È un’intuizione. Non si sono rivolti un solo
sguardo complice o un gesto tenero in tutta la serata.» In genere, una simile
affermazione viene subito contrastata: «Ma va’, tu vedi il male ovunque! È
perché non erano soli!» Quando, qualche settimana dopo, la coppia in
questione si separa, tutti si stupiscono e l’iperefficiente mentale è frustrato:
lui l’aveva detto, certo, ma era stato preso per un uccello del malaugurio,
perciò adesso è meglio che si astenga dal far notare che lo sapeva. Gli
iperefficienti mentali, un po’ come Cassandra, vedono, sentono e avvertono
molte cose in anticipo, ma sono condannati al silenzio dal rifiuto degli altri di
ascoltare i loro avvertimenti.
La sindrome di Cassandra
Cassandra era una bella principessa troiana. Ebbe molti pretendenti che si
allearono con suo padre Priamo, re di Troia e marito di Ecuba, nella speranza
di sposarla. Persino il dio Apollo si innamorò di lei e la fanciulla si promise a
lui in cambio del dono della divinazione. Una volta imparata l’arte, però,
Cassandra cambiò idea e rifiutò di concedersi. Per vendicarsi, Apollo la
condannò a essere inascoltata. Così, malgrado l’esattezza delle sue predizioni,
nessuno le credeva. Cassandra predisse invano la sventura che avrebbe
provocato il viaggio di Paride a Sparta, la trappola del cavallo di Troia e la
distruzione totale della città.
È per analogia con questo personaggio della mitologia che definiamo
«sindrome di Cassandra» la posizione – che gli iperefficienti conoscono bene
– di qualcuno che sa che cosa accadrà, ma non può prevenire né impedire che
il futuro si compia. Possono esserci diverse interpretazioni della sindrome di
Cassandra.
La prima è la sofferenza e l’isolamento che vivono coloro che sanno.
Vorrebbero rendersi utili e impedire l’ineluttabile, ma vengono accusati dai
loro simili di essere dei guastafeste e dei menagramo. Quando la predizione
puntualmente si verifica, è impossibile ricordare agli altri che li avevano
avvisati. Se solo provassero a dire: «Ve l’avevo detto!» le reazioni sarebbero
davvero poco piacevoli.
La seconda lettura è l’incapacità di rinunciare ad avere ragione. «Il chiodo
che sporge chiama il martello», recita un proverbio giapponese: gli
iperefficienti difficilmente riescono a trattenersi dall’esprimere quello che
pensano e rivelare le loro predizioni. Per farsi benvolere è spesso preferibile
avere torto senza contraddire l’opinione comunemente accettata piuttosto che
avere ragione e inimicarsi gli altri. Eppure alcuni si ostinano a gridare la loro
verità, a costo di isolarsi e attirarsi critiche e scherno.
Un’altra lettura della sindrome di Cassandra è la necessità di venire
creduti. Apollo ha scelto bene la punizione da infliggerle: Cassandra ha
sperimentato dolorosamente fino a che punto il dono della divinazione sia
inutile senza la capacità di convincere il prossimo. È dunque necessario
godere di un forte carisma per poter rendere partecipi le persone della propria
visione del futuro. Quando una credenza è ampiamente diffusa, l’opinione
generale è così potente da screditare ogni voce discordante. Se tutti pensano
che le cose vanno di male in peggio, non riuscirete a riportarli all’obiettività
nemmeno con elementi concreti che provino il contrario. Allo stesso modo, in
un contesto di euforia i richiami alla prudenza non verranno mai ascoltati. Ma
qui la sindrome di Cassandra vira verso quella cosiddetta del Titanic…
Se siete affetti dalla sindrome di Cassandra, le vostre intenzioni sono di
mettere a beneficio degli altri la vostra esperienza. Ma ci sono lezioni che
bisogna imparare da sé, e sta a ciascuno esplorare le proprie false piste.
Sbagliando s’impara. Allora rassegnatevi a tenere per voi ciò che presentite e
lasciate che ognuno commetta i propri errori. Tutt’al più potete tentare con un
paio di avvertimenti molto misurati, ma sappiate tacere in fretta se il vostro
interlocutore non vuole ascoltarvi. Potete anche formulare al momento giusto
la domanda che la persona dimentica di porsi. Fatelo con candore, alla
maniera del tenente Colombo, e unicamente nella prospettiva di portare
l’altro a riflettere: «Vuoi mettere la lavatrice sul terrazzino per recuperare
spazio? È una buona idea! E per lo scarico dell’acqua come pensi di fare?»
Le esperienze mistiche
Quando si sentono capiti e a proprio agio, quando la qualità d’attenzione e di
ascolto è all’altezza delle loro aspettative – dopo aver prudentemente testato
la capacità dell’interlocutore di incassare l’informazione rimanendo pronti a
fare marcia indietro al minimo segno di incredulità, tanto hanno paura di
essere presi per pazzi – spesso gli iperefficienti confessano di vivere
esperienze paranormali, come telepatia, esperienze estatiche, chiaroveggenza,
sensazione di comunione con la natura, premonizioni e talvolta anche
capacità di percepire le aure, di avvertire presenze occulte, di ricordarsi di
vite precedenti…
Con molte esitazioni, Pierre mi confida che un giorno, mentre era seduto
in un campo di ginestre, davanti a un bel paesaggio che incoraggiava alla
meditazione, all’improvviso ha avuto l’impressione di essere una delle
ginestre che lo circondavano. Provava un senso di pace mai sperimentato
prima. È un’esperienza difficile da spiegare, e ancora meno da confessare.
Jill Bolte Taylor è una scienziata. Eppure, dopo l’ictus, ha vissuto stati di
espansione di coscienza quasi mistici. Tra le altre cose, descrive stati di
fusione con l’universo, l’impressione di essere un tutt’uno con la vita e anche
di essere immersa in un mare di amore universale.
Ancora una volta, non c’è niente di magico in tutto questo. Pierre e le sue
ginestre sono effettivamente fratelli, scientificamente parlando. Il codice
genetico umano è composto dagli stessi nucleotidi di tutti gli organismi
viventi. Basta esserne consapevoli per fondersi con la natura e sentirsi vicini
a ogni creatura, mosche e piante incluse. Grazie alla loro empatia, quasi tutti
gli iperefficienti sentono di appartenere all’universo e hanno grande rispetto
per la vita in ciascuna sua forma.
In effetti, in estrema sintesi, possiamo affermare che tutto, noi compresi, è
composto da atomi in movimento immersi in un unico flusso d’energia.
Perciò, alla fin fine, tra un tavolo di legno e l’essere umano c’è probabilmente
solo una differenza di qualche atomo e di frequenze di vibrazione.
Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, abbiamo la capacità,
nell’emisfero destro, di sperimentare tutti questi stati. Jill Bolte Taylor era
arrivata persino a vedere in pixel: la realtà non aveva più contorni definiti; la
realtà per lei era simile a un quadro impressionista ed era in grado di
percepire solo il movimento in un mare di puntini. Credo che sia questo a
spiegare l’incredibile umiltà della maggior parte degli iperefficienti e il loro
rifiuto di sentirsi superiori: hanno la chiara consapevolezza di essere solo una
goccia d’acqua nell’oceano dell’universo.
Capita che alcuni iperefficienti descrivano anche la sensazione (meno
piacevole da vivere) di essere invasi da sensazioni davvero negative. Talvolta
dicono di sentire presenze paranormali o di fare incubi talmente reali da
chiedersi se siano solo sogni molto vividi oppure siano entrati in un mondo
parallelo. Ho sentito molti racconti di doti paranormali, di esperienze
spirituali ed esoteriche. Credo alla sincerità degli iperefficienti che mi hanno
confidato il loro vissuto, tuttavia non desidero sviluppare nel libro questo
aspetto dell’iperefficienza.
Invito chi desiderasse approfondire l’argomento a leggere i libri di Marie-
Françoise Neveu. Anche la fisica quantistica può far luce in modo
interessante su alcuni di questi fenomeni. A ogni modo, incoraggio tutte le
persone che sperimentano simili fenomeni paranormali a portare avanti la
propria ricerca spirituale. Viviamo oggettivamente in un mondo troppo
razionale in cui il «dio bancomat» non basta ad appagare la nostra sete di
connessione. È tuttavia importante non smarrirsi in questa ricerca: non
dimenticate il buonsenso nel percorrere le strade della spiritualità, che
talvolta possono rivelarsi insidiose.
In questi primi capitoli abbiamo esplorato la vostra ipersensibilità, che
inizia con i cinque sensi ipersviluppati. Prendetevi del tempo, adesso, per
veder funzionare questi sensori così raffinati. Osservatevi risuonare come
cristallo. Finora, con ogni probabilità, vi hanno spesso rimproverato. È
arrivato il momento di accettarlo e di esserne fieri al punto tale da
rivendicarlo.
Divertitevi con la vostra iperestesia. Dandovi sempre più fiducia,
tradurrete in realtà tutte le vostre attitudini latenti. Siete capaci di identificare
una persona dal suo profumo, dal suo passo, di indovinare gli ingredienti di
un piatto, di isolare il sussurro di un flauto all’interno di una frase musicale.
Potete ricordarvi una marea di dettagli sensoriali, se accettate di dare fiducia
alla vostra memoria e di lasciarla lavorare come vuole. Osate fidarvi di ciò
che percepite e del vostro intuito. Adesso vi porto a esplorare la riva destra
del vostro cervello.
a. Christel Petitcollin, Émotions, mode d’emploi, Éditions Jouvence, Archamps 2003.
Un cablaggio neurologico differente
Le differenze tra cervello sinistro e cervello destro
Nei capitoli precedenti vi ho invitato a scoprire tutti gli aspetti della vostra
ipersensibilità e le sue conseguenze. Adesso invece vi propongo di esplorare
l’originalità e la potenza del vostro pensiero.
La maggior parte della gente ritiene che il cervello sia lo stesso in tutti gli
esseri umani e che esista pertanto un solo modo di pensare e riflettere. È una
teoria inesatta. Biologicamente, il nostro cervello è composto da due emisferi
separati che comunicano tra loro attraverso i corpi callosi.
Ogni volta che tengo un seminario per parlare del cervello destro e del
cervello sinistro, comincio la mia spiegazione tracciando sulla lavagna questo
disegno.

E chiedo ai partecipanti che cosa rappresenta. La risposta è unanime: «Un


viso che sorride».
Poi disegno accanto quest’altra immagine. Non mi sono ancora voltata che
tutti commentano: «Stavolta non è felice!»
Allora domando al gruppo che cosa li porta a dire che è un viso, e da che
cosa si vede che sorride o che è infelice. E a quel punto le cose si
complicano. «Be’, è un viso perché ci sono due occhi, un naso e una bocca!»
No, non ci sono né occhi, né naso né bocca: ci sono tre linee rette e due
curve. «Sì, però la bocca sorride!» La bocca? Quale bocca? È solo una
porzione di curva! Razionalmente, non c’è un viso in questo disegno, eppure
noi tutti lo vediamo. È così che possiamo scoprire l’esistenza dei nostri due
emisferi. Per il cervello sinistro, sul foglio ci sono solo linee rette e curve;
tutt’al più identificherà un 2, perché conosce i simboli. Il cervello destro
invece vede istantaneamente un viso e persino le emozioni che esprime, ma
senza poter spiegare perché, dato che non ha la padronanza del linguaggio.
Il cervello sinistro è lineare, metodico, verbale e numerico. Sa nominare,
descrivere, definire. Può utilizzare i numeri e l’aritmetica. Essendo analitico,
suddivide gli insiemi e li tratta fase per fase ed elemento per elemento. È
definito anche simbolico, astratto, razionale e logico. Esegue i compiti in
modo sequenziale e cronologico e stabilisce cause/effetto che portano a
conclusioni convergenti, e quindi a soluzioni uniche. Poiché è consapevole
dell’unicità della persona, il cervello sinistro incita all’autonomia e
all’individualismo.
Il cervello destro invece vive l’attimo presente. Privilegia l’informazione
sensoriale, l’intuito e anche l’istinto. Percepisce le cose in modo globale e
può ricostruire un insieme a partire da un unico elemento, anche minore.
Spesso sa, ma non può spiegare come fa a sapere. Il suo pensiero è ramificato
e giunge a una pluralità di soluzioni. Affettivo, emozionale, e quindi
irrazionale, sente di appartenere alla famiglia umana e più in generale al
mondo dei viventi, e ciò gli conferisce una visione altruistica e generosa.
Poiché ogni cervello ha la sua logica, ha anche il suo linguaggio. Quello
del cervello sinistro si chiama linguaggio digitale: è un linguaggio oggettivo,
logico, che spiega, interpreta, analizza. Si tratta chiaramente del linguaggio
più utilizzato nei campi della scienza, dell’insegnamento, dell’imprenditoria.
Per contro, non sarà in grado di inquadrare un problema nella sua totalità e si
rivela inefficace quando deve trattare gli stati d’animo.
Il linguaggio del cervello destro è detto analogico. Composto da figure,
simboli e metafore, è anche il linguaggio della sintesi, della totalità. Serve ad
avere una percezione globale delle cose. È anche il linguaggio
dell’umorismo, delle associazioni di suoni, delle ambiguità, dei giochi di
parole, delle sovrapposizioni tra significato letterale e metaforico. Può essere
molto disorientante per un cervello sinistro.
Potete constatarlo da voi: in base all’emisfero dominante, le persone
gestiscono le informazioni in modo diverso, si interessano a cose diverse,
pensano in modo diverso e quindi hanno personalità molto diverse. Il loro
funzionamento è talmente antitetico che possiamo addirittura affermare che
ogni emisfero ha la sua personalità. Tutto il sistema logico di una persona e
anche la sua mentalità dipendono da dove è posizionato il suo centro del
ragionamento. La maggior parte dei cervelli (70-85%) presenta una
dominanza dell’emisfero sinistro. I cervelli iperefficienti (15-30%) hanno
invece una preponderanza dell’emisfero destro. Le differenze tra i due sono
così evidenti che sembrano provenire da due pianeti diversi.
Se crediamo che l’altro funzioni come noi, ci aspetteremo che ci capisca al
volo e che abbia le nostre stesse reazioni in situazioni analoghe. Ogni società
sviluppa una serie di convenzioni sociali, ovvero codici di comportamento
che è inutile spiegare perché tutti li conoscono e riconoscono
spontaneamente. I codici in vigore nelle nostre società occidentali si adattano
perfettamente alle persone con l’emisfero sinistro dominante, dato che sono
la maggioranza. Gli iperefficienti mentali, al contrario, non ci capiscono
niente: non ne afferrano la logica. Sin dall’infanzia si scontrano con
situazioni imbarazzanti e incomprensibili in cui vengono rimproverati di
essere stupidi, insolenti o provocatori. A scuola si aggiungono nuovi
rimproveri: le loro composizioni sono sempre fuori tema e non sono in grado
di rispettare le regole. I tentativi di chiarire i malintesi peggiorano la loro
posizione. Gli adulti, esasperati, non offrono una spiegazione e li accusano di
fare apposta a non capire! Quest’incomprensione delle convenzioni sociali è
causa di grande insicurezza. Gli iperefficienti sono sempre sul punto di fare
una gaffe e provano grande imbarazzo nei rapporti sociali. Durante una
conversazione rilassata, tutt’a un tratto cala il gelo. È successo qualcosa, ma
che cosa? Impantanato nel suo malessere, l’iperefficiente non potrà trarre una
lezione da questa situazione perché non è in grado di comprendere quanto è
realmente successo. Questo sfasamento rende i contatti sociali complessi e
faticosi per i cervelli destri. Perché le cose sembrano così semplici per gli
altri?
È forse sul piano dell’umorismo che lo sfasamento si fa sentire di più.
Jérôme mi racconta:

La situazione che odio di più è quando qualcuno comincia a raccontare una


barzelletta. Sono teso fin da subito, all’idea di dover ridere, perché la
storiella con ogni probabilità non sarà divertente. In molti casi sarà
addirittura deprimente e dovrò riuscire a nascondere fino a che punto mi
rattrista.

Gli iperefficienti hanno uno sviluppato senso dell’umorismo, ma è un


umorismo così personale che è difficile da condividere, persino tra
iperefficienti mentali! È molto probabile che le barzellette che fanno ridere
Jérôme farebbero fiasco tra un pubblico di emisferi sinistri.
Il cervello sinistro consente la materializzazione dei sogni e la
concretizzazione dei progetti.
Per sviluppare il vostro, potete dedicarvi alle seguenti attività: leggere e
scrivere, riprendere gli studi, svolgere compiti che richiedono concentrazione
e precisione, come il bricolage o il cucito. Alcuni sport, in particolar modo le
arti marziali, possono aiutarvi a sviluppare la perseveranza e la resistenza, e
ad acquisire un migliore controllo dell’equilibrio.
Il cervello destro è la sede della creatività. Per allenarlo, dedicatevi a
un’attività artistica: pittura, disegno, collage, scultura, danza, musica e così
via. Tutte quante stimolano l’emisfero destro. Alcune inoltre consentono al
cervello destro di canalizzare l’emotività e placare il fermento cerebrale:
meditazione, rilassamento, Qi Gong, Tai Chi, yoga eccetera. Queste pratiche
vi faranno davvero bene.
Il cablaggio neurologico tuttavia è strutturale. Se in piccola parte è
possibile potenziare le competenze dell’altro emisfero, è però necessario
accettarsi per quello che si è e assaporare le enormi potenzialità del magnifico
cervello che ci è capitato in sorte.
L’iperefficienza mentale

Un pensiero ramificato
Manon deve scrivere una tesina sul Rinascimento italiano. Ci mette grande
impegno, ma più approfondisce l’argomento e più si perde. Ogni scoperta ne
porta con sé altre, che a loro volta conducono ad altre ancora. Ci sarebbe così
tanto da dire! Senza un inibitore di informazioni come si fa a distinguere in
tutta questa ricchezza ciò che merita di essere affrontato da ciò che è
secondario? Spinta dalla curiosità, Manon vaga nel grande mare di questo
affascinante argomento; rimane estasiata dai quadri di un pittore e compie
ricerche minuziose su di lui e le sue opere. Dal momento che è un pittore
minore, dovrebbe aprire la sua tesina parlando di lui, per spirito di giustizia,
come per riabilitarlo. Ma la pittura è solo un aspetto del Rinascimento.
Grandi filosofi hanno plasmato il pensiero del Quattrocento. Bisognerebbe
parlare di Pico della Mirandola, ma è impossibile senza aver letto nemmeno
uno dei suoi scritti. Allora si tuffa nelle opere filosofiche, che la allontanano
ancora dall’argomento principe…
Tutt’a un tratto, Manon si rende conto di aver deviato dal suo proposito, e
si ricentra. Non bisogna dimenticare di parlare dei Medici, mecenati, umanisti
e politici d’avanguardia. E Manon riparte nelle sue ricerche. Si immagina
nelle vesti di una dama raffinata della corte di Firenze, al braccio di un
gentiluomo, durante un ricevimento nella villa medicea di Careggi. Poi d’un
tratto è come se si risvegliasse dal torpore: il tempo passa e la tesina non
prende forma. È a quel punto che Manon si accorge che il Rinascimento
fiorentino è solo un aspetto del Rinascimento italiano. Bisognerebbe parlare
anche di quello che accade a Roma, a Venezia… Manon è scoraggiata: non ci
riuscirà mai!
La sua tesina probabilmente sarà sovrabbondante, disordinata,
frammentaria, sbilanciata, forse persino fuori tema dal momento che il
bisogno di riabilitare quel pittore minore prende il sopravvento su altre
considerazioni. Il suo insegnante non saprà mai quante ore ha passato a
lavorare sulla tesina, né quali scoperte culturali avrà fatto, perché questo
lavoro di approfondimento, per quanto minuzioso, non traspare.
Come Manon, gli iperefficienti mentali sono dotati del cosiddetto pensiero
ramificato, ossia un pensiero ne fa scaturire altri dieci, che a loro volta ne
producono altrettanti, per associazione di idee, in un turbinio continuo.
Questo spiega perché il cervello iperefficiente non si spegne mai: ci sono
sempre nuove porte che si aprono. Se come Manon sentite il bisogno di
esplorare a fondo tutti gli aspetti di ogni nuova idea ed essere sicuri di aver
completato il quadro prima di tornare al tema principale, la cosa può anche
diventare molto invalidante. Tutto dipende dal livello del vostro bisogno di
precisione.
Per contro, come potete constatare dalle peregrinazioni di Manon, è un
pensiero molto creativo. Manon probabilmente sarebbe stata al settimo cielo
se le avessero chiesto di ricostruire la giornata tipo di un contemporaneo del
Rinascimento italiano. Avrebbe fatto persino più ricerche: sul cibo,
l’abbigliamento, i divertimenti, i luoghi pubblici, ma tutte queste
informazioni si sarebbero organizzate da sé attorno al personaggio. Per gli
iperefficienti mentali spesso basta un elemento ben scelto perché tutti i dati
sparpagliati si riorganizzino da soli.
Così, quando cominciate a diventare dispersivi come Manon, cercate di
riacciuffare il bandolo della matassa: qual è il mio obiettivo principale?
Il pensiero ramificato è particolarmente efficace nella ricerca di soluzioni.
Là dove il pensiero sequenziale concatena un’idea con l’altra in modo lineare,
quest’altro tipo di pensiero esplora numerose piste di riflessione. È un
processo spontaneo, inconscio e molto rapido, al punto che la soluzione
sembra imporsi da sé. Questo probabilmente spiega i lampi di genio o le
decisione prese in modo repentino: gli iperefficienti mentali sanno, e il più
delle volte non riescono a spiegare perché.
Christine era convinta di aver sempre scelto dove abitare in base a un
colpo di fulmine, e si stupiva che quelle case corrispondessero così bene ai
suoi criteri. Non mancava mai niente: appartamento funzionale con il numero
ideale di stanze e di armadi a muro, un’esposizione al sole perfetta e tutte le
comodità (negozi, scuole e trasporti nelle vicinanze). Quando ha capito come
funziona il suo cervello si è resa conto che tutti quegli aspetti erano stati
esplorati mentalmente ogni volta. Ma dal momento che ciò avveniva in modo
rapido e istintivo, Christine era convinta di decidere con un colpo di testa, ma
in realtà ci aveva pensato e ripensato per bene! Così, nelle persone con una
preponderanza del cervello destro, la decisione è un’arte: sarà fulminea… o
impossibile!
La velocità dell’influsso nervoso è più rapida nelle persone dal
funzionamento globale, e l’organizzazione neuronale a rete consente loro di
trattare simultaneamente un maggior numero di informazioni. Il pensiero
ramificato dovrebbe essere quindi considerato più efficiente. Eppure, per
seguire un iter scolastico normale e trovare il proprio posto nella società
occidentale è la predominanza dell’emisfero sinistro a rivelarsi la più adatta.
Il bisogno di complessità
Quando non è sollecitato su un dato argomento e non è costretto a fare uno
sforzo di concentrazione, questo pensiero fluttua libero nelle sue
ramificazioni, salta di palo in frasca e si perde in fantasticherie infinite. Gli
iperefficienti sanno di essere sognatori, distratti, disorganizzati. È per questo
che fanno fatica a credersi plusdotati. Per esempio, tutt’a un tratto si ritrovano
in cucina con un cucchiaio in mano, a chiedersi che cosa erano andati lì a
fare. Gli ci vuole un po’ per ritrovare il filo della loro azione. «Ah, sì, stavo
cercando la marmellata!»
Laurent fa il cameriere in un bar. Mi racconta:

È pazzesco. Quando ai tavolini all’aperto non c’è quasi nessuno sono


costretto a scrivere le ordinazioni, altrimenti ora che arrivo al bancone me
le sono già scordate, e in più non riesco nemmeno a fare il conto: devo fare
il calcolo per iscritto. Ma appena il bar è strapieno metto giù il taccuino e
la penna e faccio tutto a mente: non dimentico una sola ordinazione, conto
velocissimo, porto il resto in pochi secondi e non mi sbaglio mai!

Potremmo paragonare il pensiero ramificato a un hovercraft: ha bisogno di


una certa soglia di stimolazione per prendere il via, ma non appena raggiunge
la piena potenza vola al di sopra dei dati con una rapidità inebriante. Sì,
inebriante! Il vostro cervello ha bisogno che le cose siano complicate per
essere efficiente. Quando il cervello è sovrasollecitato ed è portato al limite,
tanto sono numerosi i dati e complesso il problema, l’iperefficiente prova un
godimento intenso, che sfiora l’orgasmo mentale. In quel momento è
meraviglioso misurare la potenza del proprio cervello, un vero motore che
ruggisce! Ma ovviamente, al momento di giudicare le vostre capacità
intellettive, come Laurent, vi ricorderete solo dei momenti in cui siete
distratti e poco concentrati e vi dite: Io avrei un’intelligenza superiore? Ma
non scherziamo!…
Gli inconvenienti del pensiero ramificato
Questa libera navigazione tra le ramificazioni del pensiero presenta però
qualche inconveniente: provoca stati di euforia e momenti di depressione
tanto intensi quanto inaspettati. Dapprima pensate: Sarebbe fantastico se… e
il vostro umore decolla nell’allegria di immaginare il seguito. Poi tutt’a un
tratto, nel bel mezzo di queste fantasticherie positive, senza sapere né come
né perché, deviate verso un: «Però bisogna assolutamente evitare che…» e
pluf sprofondate nei pensieri più cupi. È per questo che gli iperefficienti
mentali vengono spesso confusi con i maniaco-depressivi o etichettati come
bipolari. I loro repentini cambiamenti d’umore possono essere rapidi ed
estremi! Oltretutto, i loro pensieri viaggiano così in fretta che il più delle
volte sono del tutto incapaci di spiegare che cosa li abbia fatti passare così
bruscamente dalle risate alle lacrime.
Dovete assolutamente prendere il controllo della vostra navigazione
mentale. Dovete in qualche modo «vedervi pensare», e quindi rallentare il
flusso delle idee per poter scegliere un percorso. Osservatevi mentre pensate:
saltate da un’idea all’altra. Poi rifate il percorso mentale al contrario: da dove
siete partiti per arrivare a quest’idea? Pian piano potrete guidare il corso dei
vostri pensieri. Solo voi potete sbarrare la strada ai pensieri negativi.
Per esempio: siete sulle strisce pedonali, state per attraversare. Un pirata
della strada passa come un razzo e vi sfiora. Vi prendete un bello spavento e
chiaramente vi viene da pensare che avrebbe potuto investirvi. Fin qui, niente
di anomalo: tutti avrebbero reagito così. Un bel respiro, e si riprende il corso
della vita. Ma se voi non lo bloccate, il vostro cervello non si fermerà lì. «E
se fossi morto? I miei documenti sono a posto?» Ed ecco che vi mettete a
esplorare mentalmente i vostri archivi (banca, assicurazione…) e poi a
organizzare il funerale. L’idea dei vostri cari in lacrime vi rattrista e vi riporta
alla realtà. «Be’, non esageriamo! Magari sarei rimasto solo ferito.» E via, si
riparte: l’ambulanza, l’ospedale, il doversi assentare dal lavoro per malattia.
Se poi il pirata ha anche strombazzato furiosamente, vi lascio immaginare
tutte le idee complementari su cui rimuginerete. Alcuni passeranno ore ad
analizzare tutte le opzioni nefaste che sarebbero potute derivare da questo
incidente. Molti scrittori vi invidierebbero per la capacità di dipingere
molteplici scenari a partire da un semplice aneddoto. Ma quelle ore passate a
ruminare è tempo trascorso inutilmente a mollo nello stress e nell’angoscia.
Solo voi potete dire: «Basta. Non è successo niente. Il pirata della strada
se n’è andato. Sono vivo e sto bene. Non continuerò a pensare a questo
incidente. Se proprio devo farmi dei film, allora userò la mia creatività per
pregustarmi la bella serata che mi aspetta». Domare la propria mente richiede
una certa energia e fermezza. Decidete con risolutezza di bloccare l’accesso
ai pensieri negativi sterili. In poche parole, disinserite il pilota automatico del
vostro cervello e passate alla guida manuale.
La forza della vostra immaginazione è tale da farvi vivere le situazioni
virtuali quasi con la stessa intensità di quelle reali. Poiché questo meccanismo
funziona sia in positivo sia in negativo, potete scegliere deliberatamente
alcuni pensieri-risorse per riorientare l’umore in caso di sbandate verso la
depressione o l’angoscia. Hassan mi sorride e dice: «È vero, basta che io
pensi a mio figlio e tutto si schiarisce nella mia testa. Ha quattro mesi. Il suo
sorriso mi fa dimenticare tutti i miei guai. Nessuna preoccupazione può
resistere all’ondata di felicità dovuta alla sua nascita». E invece qual è il
vostro pensiero che vi mette immancabilmente di buonumore?
Come abbiamo più volte ribadito, un cervello iperefficiente ha molte
qualità, ma ha anche qualche difetto. Come quello di analizzare ogni
esperienza futura in tutti i suoi dettagli gustando ogni istante prima ancora di
averlo vissuto davvero. Dopo aver pensato a lungo a un progetto
entusiasmante, rischiate di dirvi: «Sì, vabbè, ma a che scopo?» Corinne sta
organizzando le vacanze: visita i siti degli alberghi, degli uffici del turismo,
individua tutto ciò che c’è da vedere, si informa sui monumenti e la loro
storia. Dato che ha valutato ogni aspetto della vacanza, nessuna brutta
sorpresa rovinerà il suo soggiorno. Ma, una volta arrivata sul posto, non avrà
più niente da scoprire. Suo marito è sorpreso dallo scarso entusiasmo della
moglie: sembra che Corinne conosca già quei luoghi e non ne sia
minimamente incuriosita o attratta.
Per contenere questo turbinio di pensieri e non perdersi nei meandri della
propria mente, molti iperefficienti mentali prendono l’abitudine di pensare ad
alta voce. Così facendo rallentano il flusso delle idee. Se anche voi avete
questo sano riflesso di parlare da soli, tranquilli, non siete pazzi! Anzi, serve
a canalizzare e a placare il pensiero. Fate però attenzione a chi può sentirvi e
a che cosa potrà dedurre della vostra salute mentale! Potete anche prevenire
le reazioni di chi vi circonda dicendo: «Penso ad alta voce. Spero che la cosa
non vi disturbi».
Dubbi e domande a profusione
Vi ricordate di François che mi aveva confessato di essersi fatto venti
domande nei tre minuti che ha passato dal giornalaio all’angolo del mio
studio? Il cervello ramificato in effetti è una sorta di fabbrica di dubbi e
domande.
Capita spesso che, senza saperlo né volerlo, gli iperefficienti mi sfiniscano
con domande, dubbi, richieste di chiarimenti. Le loro domande sono precise e
mi costringono a inoltrarmi in spiegazioni molto approfondite. Il loro bisogno
di rassicurazioni è infinito, le loro obiezioni pertinenti. E io devo giustificare,
argomentare, ribadire, specificare, spiegare. Non appena un’idea rischia di
apparire credibile, l’iperefficiente mentale si ferma un secondo per decidere
da quale angolazione attaccare il concetto, e via, si riparte: «Sì, ma…» La
paura di sbagliare si combina con la paura di essere ingannati. Nella seduta
successiva torna la stessa domanda: «Come fa a essere davvero sicura che io
sia iperefficiente?» E bisogna ricominciare daccapo. A volte tutte le
costruzioni mentali sembrano essere fatte di sabbia davanti all’ondata della
loro incredulità.
Fino a un certo punto è positivo. In un mondo composto da atomi in
movimento, persino la densità di una sedia è relativa. Le grandi certezze
scientifiche sono regolarmente spazzate via da nuove scoperte. Perciò,
accettare di rimettere in discussione ciò che è considerato vero è una bella
prova di apertura mentale. Per fortuna ci sono queste menti diverse che
sollevano dubbi sulle certezze date per assodate! Tra l’altro, saper fare
autocritica è un segno di elasticità e modestia, lasciare all’altro il diritto di
pensarla diversamente indica tolleranza, e controllare le informazioni prima
di assimilarle è indice di prudenza e maturità. Ma quando è troppo è troppo.
Troppi dubbi, troppe domande impediscono di trovare un punto fermo.
Quando niente è reale e tutto può essere rimesso in discussione da un
pensiero contrario, si vive in un mondo instabile che ingenera insicurezza. Le
domande esistenziali, quelle che fanno lambiccare il cervello, sono
ovviamente le preferite degli iperefficienti mentali: perché viviamo? Perché
moriamo? Perché tutta questa sofferenza e assurdità?
Attraverso questa necessità di dubitare e interrogare ritroviamo il bisogno
di complessità del cervello iperefficiente, che non può vivere senza darsi del
filo da torcere. Ma alcune domande sono dolorose, angoscianti e soprattutto
rimangono senza risposta. Perciò, per chi di voi è roso da simili domande
esistenziali, ho trovato nel libro Analizza te stesso di Susanna Mac Mahon
tutta una serie di risposte semplici, concrete e rassicuranti a questi
interrogativi. Questo libro è una vera pioggerellina fresca e gradevole per le
menti surriscaldate.
Così, a essere troppo spesso inclini a rimettere in discussione tutto il
proprio sistema di valori, si vive in un mondo instabile, fluttuante, e quindi
molto angosciante. Allo stesso modo, la costante rimessa in discussione
personale corrode la stima di sé e alimenta un vuoto identitario che dà troppo
potere ai pareri esterni. E questo porta al pericolo di essere facilmente
destabilizzati nelle proprie convinzioni, e quindi facilmente influenzabili.
Un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro
Martin va a teatro. Si siede sulle gradinate di un anfiteatro all’aperto e si
ritrova a riflettere che è dalla notte dei tempi che gli uomini amano il teatro e
prova uno slancio di tenerezza per l’umanità. Si sente vicino agli antichi
Greci e Romani. Li immagina in toga, seduti sui gradoni di pietra, sotto la
stessa volta celeste, anche loro ad aspettare con impazienza l’inizio della
rappresentazione. Stasera mettono in scena una pièce di Molière, in un
allestimento molto moderno: il soggetto è sempre attualissimo! A ogni risata,
Martin si commuove all’idea che quelle battute hanno trecento anni e che di
sicuro fra trecento anni faranno ridere ancora i posteri, in altri anfiteatri.
Il cervello degli iperefficienti mentali, come quello di Martin, non si ferma
mai nel presente e fa la spola tra il passato e il futuro.
E così, un bimbo di sei anni in vacanza in colonia scrive ai genitori: «È
talmente bello qui che se un giorno me lo dimentico, spero che Dio mi aiuterà
a ricordarlo!» Questo bambino sa già che si sta creando dei ricordi e prevede
la possibilità di dimenticarli. Allo stesso modo, la piccola Vanessa, tre anni,
afferma tutta seria rivolgendosi alla sua vicina di casa, che ne ha sessanta:
«Quando sarò grande, la mamma avrà la tua età, e tu sarai morta!» «Hai
capito tutto della vita, tesoro!» risponde con intelligenza la vicina, che si
sarebbe potuta offendere per una simile riflessione. È quindi già in
tenerissima età che si manifesta la consapevolezza del trascorrere ineluttabile
del tempo e della fragilità dell’istante presente. «Mamma, ma tu morirai?»
domandano i bambini angosciati. «Solo quando sarò vecchia!» cercano di
rassicurarli le madri. Ma i bambini plusdotati sanno che la vita è effimera e
che tutti possono morire accidentalmente in qualsiasi momento e ciò provoca
in loro un’angoscia costante che non può essere placata dai soliti discorsi
lenitivi, poco convincenti alle loro orecchie.
Questo incessante andirivieni tra passato e futuro, combinato al pensiero
ramificato, permette a un iperefficiente mentale di valutare a fondo ogni
opzione e infine gli consente di prendere sagge e prudenti decisioni. Prima di
agire, esplorerà tutte le possibilità tenendo conto della storia passata e delle
potenziali conseguenze future. Poiché non è capace di pensare in solitario, dal
momento che sa di appartenere a un sistema più ampio, terrà conto anche dei
probabili effetti collaterali. Le decisioni prese saranno ecologiche, nel senso
che rispetteranno tutto il sistema personale, famigliare o relazionale, a breve,
medio e lungo termine. I rischi di combinare disastri, di fallire, di incorrere in
inconvenienti sono quasi nulli, quando la decisione è presa da un
iperefficiente mentale. E qui ritroviamo la nostra povera Cassandra e la sua
acuta consapevolezza delle ineluttabili conseguenze di scelte avventate. La
maggior parte della gente non sembra vedere più in là del proprio naso: si
lancia nell’azione senza fare un passo indietro né prevedere gli sviluppi. È un
atteggiamento che provoca stress in queste persone troppo prudenti: come
quando, in un film, il protagonista inconsapevole non vede sopraggiungere il
pericolo di cui invece lo spettatore è al corrente.
Al notiziario della sera, il giornalista riferisce il preoccupante dato
dell’aumento della sordità tra i ragazzi dovuto al volume eccessivo della
musica ascoltata nell’iPod. Una giovane passante con le cuffiette nelle
orecchie viene intervistata e risponde: «Sì, vabbè, ma se uno deve star lì a
riflettere ogni volta alle conseguenze delle sue azioni, allora non fa più
niente!» Davanti alla TV, alcuni adolescenti plusdotati esclamano: «Ma come
può dire una cosa del genere? Come si fa a non riflettere sulle proprie
azioni?»
La vita, tuttavia, si vive nel presente. Una volta terminate le esplorazioni
mentali, voi plusdotati dovete tornare a concentrarvi sull’attimo presente. Voi
che siete così bravi a vedere la bellezza, ad ascoltare le melodie, a sentire i
profumi e la mitezza dell’aria, assaporate questa vita attorno a voi di cui i
vostri cinque sensi vi rendono partecipi con tanta intensità. Fermatevi e
respirate a fondo. Siete vivi, qui e ora!
Un macinino che macina
Ve ne eravate già resi conto da tempo: il vostro cervello è un macinino che
gira in continuazione. La metafora del macinino suggerisce l’idea di una
mente impegnata a fare qualcosa di utile. La funzione primaria di un così bel
cervello è di macinare in modo proficuo e, infatti, quando ha grani buoni da
triturare il vostro cervello è felice. Dovreste alimentarlo sempre con cose da
imparare, progetti da realizzare, sfide da cogliere. Riconoscetelo: siete curiosi
di tutto e adorate imparare. Il vostro cervello va matto per nuove conoscenze
da immagazzinare. D’altra parte non siete mai felici come quando avete
quattro o cinque compiti da svolgere in contemporanea. Allora perché
privarvene?
Barbara si rende conto tutt’a un tratto dello stato di frustrazione in cui
sceglie di rimanere: «È da tanto che muoio dalla voglia di imparare l’inglese,
ma i miei famigliari mi ripetono che ormai alla mia età non mi servirà a
niente! Perciò non ho osato iscrivermi, anche se al centro culturale vicino a
casa mia tengono dei corsi». Al termine della nostra conversazione, Barbara
ha deciso di frequentare quel corso, indipendentemente dai commenti che
dovrà subire. E ha fatto bene, perché quando il macinino gira a vuoto
subentra la noia, seguita a breve dalla depressione. I bambini plusdotati si
lamentano: «A scuola mi annoio. Non imparo niente». Nelle classi ci sono
molti allievi plusdotati depressi da questa mancanza di stimoli.
Sono convinta che molti depressi cronici siano persone con il cervello
usurato a forza di girare a vuoto e di essere alimentato solo da un continuo e
sterile rimuginare. Si potrebbe quasi utilizzare il termine di «anoressia» o di
«malnutrizione intellettuale». È per questo che ritengo che trovare nuovi
modi di sentirsi utili e occupati e di usare le proprie capacità intellettive
restituisca al macinino buone sostanze da macinare e possa guarire un
iperefficiente mentale dalla depressione.
Infine, quando si ha uno strumento così potente è importante non lasciare
che qualcuno vi metta dentro dei granelli di sabbia, perché finirebbero per
mandarlo in tilt. Purtroppo accade quando la strada di un iperefficiente
mentale incrocia quella di un narcisista perverso. Gli iperefficienti sono
persone coraggiose e valide: sanno affrontare le situazioni difficili e
complesse, non esiste problema troppo grande per cui non trovino la
soluzione, finché i dati restano oggettivi e sani. Ma i manipolatori alterano e
truccano le carte; imbrogliano, mentono, si contraddicono e fanno apposta a
far impazzire gli altri. Come abbiamo già detto, gli iperefficienti mentali sono
inclini alla benevolenza e incapaci di concepire la menzogna, il cinismo, il
calcolo.
Una memoria capricciosa ma fantastica
Quanto alla loro memoria, gli iperefficienti sono combattuti. Ogni tanto
hanno l’impressione di avere una memoria incredibile: si ricordano di scene,
di dettagli di vestiti, di dialoghi insignificanti che risalgono a diversi anni
prima. Quando però avrebbero bisogno di tenere a mente dati importanti ma
noiosi, il loro cervello si impunta: impossibile far entrare un elenco di
informazioni tanto insipide in quella loro zucca ribelle! Ma come funziona la
loro memoria?
Se la situazione vissuta non ha una posta in gioco importante, la mente
capta, smista e memorizza naturalmente le informazioni. Tutti i dati
resteranno di facile accesso e riaffioreranno in modo spontaneo, senza sforzo,
in base alle associazioni di idee, a seconda di come vi muovete tra le varie
ramificazioni. Si parla della zia Sophie? Subito ritorna in mente l’archivio
con tutte le informazioni alla rinfusa che la riguardano: l’abito che indossava
al matrimonio della figlia o una frase che ha pronunciato in una situazione
insignificante, le ultime notizie sul suo conto… Tutto ciò avviene in modo
spontaneo, senza che ci dobbiate pensare. Ma se vi chiedono di ricordare
qualcosa di preciso, ecco che il meccanismo si blocca. Soprattutto se vi
mettono pressione per ottenere un’informazione.
Quando si tratta di imparare e tenere a mente, come sempre, è innanzitutto
il cuore a decidere. Se la materia è ludica, se vi piace quello che vi viene
proposto, le informazioni vi entreranno in testa da sole! Stessa cosa se
l’insegnante è simpatico e appassionato. Dovete solo lasciare che il vostro
cervello mostri naturalmente il suo interesse e si diverta a scoprire, e
l’informazione verrà memorizzata senza sforzo. Al contrario, se la materia
non vi piace, se l’argomento vi sembra inutile e noioso o se il professore è
freddo, indifferente o antipatico, l’apprendimento si arresterà
immancabilmente, anche se tentassero di farvi ragionare. L’unica soluzione
per superare questo blocco dell’apprendimento è ridare un senso, su un altro
livello, a quello che state facendo. La materia in questione deve per forza
apparirvi utile o interessante, in un modo o in un altro.
Molti liceali iperefficienti inciampano nel programma della maturità
perché trovano il suo contenuto assurdo e scollegato dalla vita reale, privo di
senso. A volte, per ridare slancio alle lezioni basterebbe collocare
l’argomento affrontato nel programma più ampio dell’anno scolastico, o
spiegare ai ragazzi iperefficienti come possono applicare concretamente nel
quotidiano quelle nozioni. Si può anche mostrare la maturità come uno di
quei videogiochi che tanto li appassiona: bisogna accumulare punti per
passare al livello successivo. Quindi, anche se non amano una materia, la
studiano con impegno per ottenere i punti necessari per fare qualcos’altro in
seguito. Oppure la maturità può essere presentata loro come un ponte che li
condurrà verso gli studi successivi che hanno una gran voglia di
intraprendere. Ogni materia è un’asse del ponte. Certo, quelle assi consumate
andrebbero rinnovate, ma nell’attesa il ponte va attraversato così com’è.
Infine, dato che i cervelli iperefficienti adorano le sfide, presentare la materia
noiosa come una sfida in sé può bastare a risvegliare il loro interesse.
Per memorizzare intenzionalmente dovrete crearvi le vostre associazioni,
le vostre immagini, i vostri adagi, le vostre connessioni personali con altre
informazioni. Può essere una figura, un aneddoto, una battuta, un ritornello…
Sono le cosiddette mnemotecniche (per esempio «Come quando fuori piove»
per ricordare quale seme vale di più in alcuni giochi di carte, nell’ordine
cuori, quadri, fiori, picche). Infine, spesso, perché il vostro cervello non
divaghi e rimanga concentrato, dovete occuparlo con un’altra azione
simultanea (non dimenticate che ha bisogno di complessità e che è
multitasking): per esempio, memorizzate camminando, o accendendo la radio
per rifocalizzare l’attenzione. I ragazzini plusdotati hanno spontaneamente
questo riflesso: con grande perplessità dei genitori, fanno i compiti guardando
la TV, chattando su internet o ascoltando la musica; mentre i più piccoli
imparano le lezioni facendo le capriole sul letto. E funziona.
Ritrovare l’informazione memorizzata può essere di una semplicità
disarmante e al tempo stesso molto complicato. Basta che vi convinciate di
sapere, e l’informazione riaffiorerà da sé. La difficoltà sta nel non lasciarvi
assalire dai dubbi e nel non autocensurarvi. Per avere un esempio di come
funziona questo meccanismo, prendiamo le domande di un quiz televisivo.
Spontaneamente voi sapete la risposta, spesso ancor prima che abbiano finito
di formulare la domanda. Poi però, mentre il concorrente riflette, cominciate
a dubitare, esitate, scacciate via quella risposta; ne cercate altre, ma non
trovandone di valide concludete che non lo sapete. E guarda caso la risposta
giusta è proprio quella che vi era venuta in mente da sé. Ok, lo so, forse non è
vero al 100%. Ma anche se funziona al 90% vuol dire che la vostra memoria
è eccezionale e che potete comunque fare affidamento sul vostro istinto.
Un cervello che funziona in modo così rapido e fluido avrà tuttavia delle
difficoltà a compiere un vero sforzo. La resistenza e la perseveranza non sono
sempre le qualità migliori di un iperefficiente. Ma nessuno è perfetto.
Un sonno agitato
Questo cervello che macina tutto il giorno… macina, ahimè, anche di notte.
Per molti iperefficienti mentali le notti sono agitate, intervallate da frequenti
risvegli, popolate da sogni complicati e incubi iperrealistici, e sono quindi
poco riposanti. Il loro cervello è come un televisore che invece di essere
spento rimane in standby e si riaccende alla minima sollecitazione. Salvo nei
casi di insonnia cronica, non è poi così grave. Il più delle volte gli
iperefficienti mentali hanno bisogno di poche ore di sonno e hanno
un’energia fuori del comune. D’altra parte molti di loro considerano il sonno
una perdita di tempo e sono restii ad andare a letto. Imparare a fare qualche
sonnellino durante la giornata spesso basta a riequilibrare l’inconveniente di
un sonno troppo leggero.
Jean-Marc è un giornalista. Mi racconta:

Ho sofferto di insonnia per anni. Rassegnato, occupavo le notti come


potevo: leggevo, scrivevo, mi documentavo nell’attesa che mi tornasse la
voglia di dormire o che la casa si risvegliasse. La sofrologia e l’ipnosi
ericksoniana mi hanno aiutato a ottenere una migliore qualità del sonno. E
inoltre ho elaborato un mio piccolo trucco: quando il cervello sembra
ancora funzionare a pieno regime mentre io cerco di addormentarmi, gli do
dei compiti da svolgere durante la notte, poi lo metto in modalità
automatica. «Vuoi lavorare? Perfetto! Allora trovami degli argomenti per i
prossimi articoli!» Mi addormento sentendo in lontananza il motore che
gira al minimo. E mi conviene tenere un block notes e una penna sul
comodino, perché quando mi sveglio sono pieno di idee!
La mancanza di serotonina
Tuttavia la carenza di sonno può avere un impatto negativo su molti altri
aspetti della vita quotidiana e portare alla depressione nervosa. Gli
iperefficienti mentali sono spesso soggetti a disfunzioni dell’umore,
dell’appetito e del sonno. Sembra che ciò dipenda in buona parte dalla
concentrazione di serotonina. La serotonina è un neurotrasmettitore presente
soprattutto nel sistema nervoso centrale e svolge un ruolo importante nella
regolazione dell’umore, dell’emotività, dei comportamenti alimentari e
sessuali e nella qualità del sonno. Pertanto la depressione, i disturbi
ossessivo-compulsivi, la bulimia e le insonnie possono derivare da una
cattiva regolazione del sistema serotoninergico.
Ecco alcuni suggerimenti per aumentare il vostro apporto di serotonina e
ritrovare un umore tranquillo, un sonno ristoratore e un buon appetito.

Proteine. Innanzitutto, un’alimentazione proteica è uno dei modi


principali per sintetizzare meglio la serotonina. Assicuratevi di mangiare
quantità sufficienti di questi alimenti: carne, pollame, pesce, latticini,
legumi, noci… Una dieta proteinata è d’altronde una delle prime misure
da adottare per combattere la bulimia. Oggi sappiamo che una
diminuzione del livello di serotonina può anche causare una dipendenza
da zucchero. Se ne siete dipendenti, riflettete e cercate di porvi rimedio.
Sport. La quantità di serotonina rilasciata nel sistema nervoso centrale
aumenta con l’attività fisica. Lo sport è perciò un ottimo alleato del
vostro buonumore. Del resto, molti iperefficienti mentali provano un
intenso bisogno di fare sport e soffrono se privati dell’attività fisica.
Progetti. Anche la dopamina, che potremmo definire «l’ormone
dell’eccitazione per le novità», favorisce la sintesi della serotonina.
Portando avanti sempre progetti nuovi e stimolanti combatterete
efficacemente la depressione e la noia. Al contrario, lo stress è il nemico
della serotonina.
Rilassamento. Come abbiamo già detto, la vostra amigdala è
ipersensibile. È pertanto fondamentale gestire lo stress e imparare a
rilassarsi. Sofrologia, ipnosi, yoga e meditazione sono tutte pratiche che
possono aiutare a migliorare il sonno.

Infine, una pianta africana, la griffonia, è nota per agire direttamente sul
livello di serotonina: assumere alimenti contenenti i semi di questa pianta
permette di riequilibrarlo e di migliorare la qualità del sonno e dell’umore
senza dover ricorrere a sonniferi o antidepressivi.
I suggerimenti che vi ho proposto, tuttavia, sono aiuti per vivere meglio e
non su tutti sono stati compiuti seri studi scientifici. Inoltre, alcuni deficit di
serotonina sono genetici, e in quei casi gli antidepressivi saranno
indispensabili a vita. Al basso livello di serotonina possono essere inoltre
associate altre carenze o patologie. È per questo che è importante, in tutti i
casi, richiedere un parere medico.
L’iperestesia, l’emotività, il fermento intellettivo, il continuo rimuginare
possono diventare davvero invalidanti nella vita quotidiana. L’omeopatia
offre una gamma di rimedi per ridurre le angosce, prevenire la depressione,
combattere l’affaticamento fisico o intellettuale e placare l’effervescenza
mentale. Poiché potreste trovarvi in difficoltà nello scegliere autonomamente,
è meglio che consultiate un omeopata, spiegandogli ciò che state imparando
su voi stessi.
Le varie forme di iperefficienza mentale

PESM
Creato nel 2003, il GAPPESM (Groupement Associatif Pour les Personnes
Encombrées de Surefficience Mentale, Associazione per le persone
sovraccariche di iperefficienza mentale) è un’associazione francese senza
scopo di lucro che ha l’obiettivo di aiutare le persone iperefficienti. Il
GAPPESM ha espresso la constatazione che l’iperefficienza mentale può
essere una sofferenza, se non un handicap. L’ignoranza del fenomeno ha
come risultato vite distrutte dai fallimenti, una mancanza di stima in sé, stati
depressivi, un malessere ancora più forte perché non se ne conosce la causa.
E suicidi. L’esperienza del GAPPESM dimostra che «la scoperta
dell’iperefficienza mentale in età adulta e poi la sua lenta e difficile
assimilazione, attraverso la necessaria riorganizzazione mentale integrale del
soggetto, bastano spesso a rendere l’esistenza sopportabile. Anche se i
fallimenti professionali e sociali appaiono spesso irreversibili, la patologia
depressiva e le sue conseguenze possono essere infine controllate, o
addirittura superate».
Quando un iperefficiente mentale sa finalmente di che cosa soffre, il
mondo diventa comprensibile. Parallelamente, quest’associazione lotta contro
l’immagine negativa dell’iperefficiente mentale. Non ama le definizioni di
«plusdotato» o «precoce» e si è data l’obiettivo di far conoscere la sofferenza
che una simile diversità può generare. Con molto umorismo,
quest’associazione si apre a tutti i «surriscaldati mentali», prevede anche una
carta anti-surriscaldamento e propone un benaccetto aiuto reciproco.
Il termine PESM si allontana dall’immagine che possiamo farci di un
plusdotato e include chiunque abbia il cervello in continuo fermento,
indipendentemente dalla modalità:

gli iperestesici, disturbati dall’iperstimolazione di un mondo troppo


illuminato, troppo rumoroso, che impone violenti profumi in ogni
momento della giornata;
le persone mentalmente sovraccariche che non riescono più a
selezionare i pensieri, che irrompono tutti contemporaneamente;
chi parla velocissimo per cercare di seguire il flusso dei propri pensieri e
anche chi incespica fino a balbettare correndo dietro al proprio
ragionamento;
gli iperemotivi, che arrossiscono, imprecano, piangono «per un
nonnulla»;
le persone dalla curiosità insaziabile e iperselettiva;
gli iperattivi, le persone multitasking o monomaniacali, gli autistici, gli
iperempatici che diventano spugne emozionali…
le persone affette dalla sindrome di Asperger.
La sindrome di Asperger: un’iperefficienza molto particolare
Kim Peek è morto il 19 dicembre 2009, all’età di cinquantotto anni, per una
crisi cardiaca. Era stato lui a ispirare il personaggio di Raymond Babbitt nel
film Rain Man. Questa pellicola ha avuto il merito di far conoscere al grande
pubblico il fenomeno dell’autismo, conosciuto anche con il nome di
«sindrome di Asperger». Ma non tutti i casi di sindrome di Asperger sono
così connotati, e il film può anche offrire una visione caricaturale e
spaventosa del fenomeno. È un peccato, perché le persone affette da questa
sindrome sono spesso di un’intelligenza e di una gentilezza eccezionali.

Caratteristiche tipiche
Nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger identificò in alcuni bambini
delle caratteristiche comuni. Innanzitutto questi bambini avevano «interessi
specifici», ovvero passioni insolite, quasi ossessive: i serbatoi d’acqua, le pile
elettriche, i tram e così via. Gli autistici possono diventare veri e propri
esperti nella loro materia d’elezione, anche in età precoce, snocciolando
aspetti tecnici e dati. La loro preparazione è alquanto strabiliante: David
voleva sapere tutto su Napoleone, battaglie comprese, sin dall’età di cinque
anni; Lea aveva una passione per il corpo umano: a quattro anni conosceva il
quadricipite e la cavità poplitea, poteva citare quasi tutte le ossa dello
scheletro e sapeva anche sentire il polso; la passione di Jacques invece erano
gli uccelli: una passione che poi, una volta adulto, è diventata la sua
professione. Parallelamente a queste strane passioni, il bambino presenta
capacità di linguaggio inconsuete, con un vocabolario e una sintassi
complessi e anche una certa tendenza alla pedanteria. In compenso, non sa
partecipare a una conversazione e ha grandi difficoltà relazionali con i suoi
coetanei. Il dottor Asperger notò anche in questi bambini una memoria e delle
capacità di apprendimento eccezionali, ma unite a difficoltà di
concentrazione, a molte angosce e a un bisogno di routine ripetitive che
possono diventare progressivamente disturbi ossessivo-compulsivi. Questi
bambini hanno un volto poco espressivo e uno sguardo ora sfuggente, ora di
una fissità inquietante. Hanno un’andatura e una coordinazione motoria
spesso goffa. Presentano una strana ipersensibilità (positiva o negativa) ad
alcun suoni, sapori, aromi o al contatto con alcune consistenze. Anche la loro
gestione delle emozioni è inconsueta.
Vivono in un perenne stato d’angoscia. All’improvviso possono insorgere
in loro tempeste emozionali sproporzionate rispetto agli incidenti che le
hanno scatenate. In altre situazioni in cui invece ci si aspetterebbe da loro una
reazione può manifestarsi una indifferenza altrettanto fuori luogo.
Sembra che la sindrome di Asperger colpisca più i maschi che le femmine
(8 a 1), ma è anche vero che le femmine sono più difficili da individuare, dal
momento che le loro passioni (i cavalli o le Barbie, per esempio) sono meno
insolite e le loro angosce meglio accettate. Alcuni psicologi avanzano
l’ipotesi di un’iper-mascolinizzazione del cervello, che amplifica l’attitudine
a «sistemizzare», mentre il cervello femminile sembra più incline a
«empatizzare».

Un tentativo di adattamento spossante


La persona autistica è spesso considerata all’origine delle proprie difficoltà di
comunicazione con l’esterno: è lei a non saper creare il contatto, è lei a non
capire niente della vita vera e delle altre persone, è lei a essere ritardata. Si va
a cercare nei geni, nell’ereditarietà, nel funzionamento del cervello la causa
di questa patologia.
La mia esperienza con gli iperefficienti mentali mi suggerisce un
differente approccio al problema. L’autismo potrebbe essere per esempio un
modo per proteggersi da un’iperestesia decuplicata e da un’empatia troppo
intensa, e quindi dall’invasione sensoriale o emozionale che ne consegue. I
sintomi riscontrati da Jill Bolte Taylor dopo l’ictus assomigliano molto alla
quotidianità degli autistici: la scienziata ammette di essersi dovuta chiudere in
se stessa in presenza di alcune persone, soprattutto persone stressate, che la
svuotavano della sua energia. La sindrome di Asperger non potrebbe
dipendere da una dominanza eccessiva del cervello destro? D’altro canto le
persone che soffrono di questa forma d’autismo sono profondamente rette,
oneste e rispettose delle regole. La loro sensibilità per i dettagli, la loro
memoria straordinaria e la loro innegabile logica si combinano con
un’obiettività e una sincerità spiazzanti e destabilizzanti. Sin dall’infanzia, la
pertinenza delle loro osservazioni è considerata impertinenza.
«Mamma, ma perché vuoi che sia gentile con la vicina quando tu ieri hai
detto a papà che è una vipera?» Si può capire che una considerazione candida
come questa non giovi ai rapporti di buon vicinato, ma gli adulti non si
rendono conto dello stress che può procurare a un bambino iperlogico il
severo rimprovero che farà seguito al suo commento. Accumulando stress su
stress, uno più incomprensibile dell’altro, il bambino si sfinisce nel cercare di
dare un senso a ciò che un senso non ha. Può essere tentato di rinunciare e di
rinchiudersi nel suo mondo interiore, così ricco e rassicurante. E se l’autismo
fosse dovuto allo scoraggiamento che si prova dopo ripetuti tentativi di
interazione?
Alle persone affette dalla sindrome di Asperger viene rimproverato di non
leggere le espressioni e le intonazioni, di non intuire i pensieri, le emozioni e
le intenzioni degli altri. La loro empatia è considerata immatura perché
confondono la gentilezza con un segno di interesse affettivo, non sanno
distinguere il casuale dal deliberato, né le intenzioni amichevoli da quelle
ostili. Come abbiamo visto, per molti iperefficienti mentali la malvagità è
effettivamente inconcepibile perché controproducente. Per gli autistici,
considerato il loro livello di rettitudine e intelligenza, è molto difficile
adattarsi al funzionamento relazionale insincero o persino disonesto, illogico
e contraddittorio della maggior parte della gente. Il tono sarcastico li ferisce
profondamente e li fa innervosire. Ma alla fin fine, chi è disfunzionante?
L’Asperger che, come il misantropo, non può mentire né confermare
un’illogicità, o la maggior parte della gente, dalla dubbia morale e dal
ragionamento del tutto confusionario?
Quando il bambino Asperger si rende conto della propria diversità
sviluppa un atteggiamento critico verso se stesso e si deprime. E fugge quindi
in un mondo immaginario. Di fronte alle prese in giro e alle angherie dei
compagni di scuola si chiude nel rifiuto e nell’arroganza. A volte cerca di
imitare gli altri e, grazie alla sua memoria e all’attenzione per i dettagli, può
persino diventare un imitatore di grande talento, guadagnando così la
simpatia degli altri bambini. Ma i rapporti sociali lo angosciano e lo
sfiniscono. È per questo che il bambino Asperger ha un enorme bisogno di
solitudine per ricaricarsi. Questa solitudine rimarrà il suo rifugio per tutta la
vita, ma di rado verrà capita da chi lo circonda.
Se avete l’impressione che questa descrizione vi calzi a pennello, sarebbe
bene verificare se siete effettivamente affetti dalla sindrome di Asperger.
Accettare di esserne affetti consente di prevenire e ridurre le proprie strategie
di adeguamento e dissipare la paura di essere pazzi. La diagnosi permette
inoltre alla persona di avere accesso al supporto terapeutico e pedagogico, fa
sì che le sue difficoltà vengano riconosciute come reali e soprattutto le
consente di essere accettata e sostenuta. È importante che le persone che
gravitano intorno a un autistico capiscano la confusione e lo sfinimento che le
interazioni sociali generano in lui e che sappiano rispettare il suo bisogno di
solitudine. La diagnosi crea anche un cambiamento positivo nelle aspettative
dei suoi famigliari (e in particolar modo dei coniugi): l’Asperger può
finalmente ricevere incoraggiamenti invece delle critiche per le sue difficoltà
relazionali. Infine, sapere di essere affetti da questa sindrome permette di
comprendersi meglio, di restaurare la propria identità e di potersi identificare
con i propri simili. In generale, gli autistici che capiscono il proprio
funzionamento vanno piuttosto d’accordo tra di loro, soprattutto se
condividono gli stessi interessi.
Ecco la dichiarazione di autoaffermazione proposta nel 2001 dalla
psicolinguista Liane Holliday Willey per incoraggiare gli Asperger ad
accettarsi e migliorare. A mio parere ben si adatta a tutte le forme di
iperefficienza. Perciò vi invito a impararla a memoria o ad appenderla sopra
la vostra scrivania per rileggerla spesso!

La dichiarazione di autoaffermazione

Non sono anormale, sono diverso/a.


Non sacrificherò la mia dignità per farmi accettare dai miei simili.
Sono una persona perbene e interessante.
Sono fiero/a di me.
Sono in grado di trovare il mio ruolo nella società.
Chiederò aiuto in caso di bisogno.
Sono degno/a di essere rispettato/a e accettato/a dagli altri.
Troverò una professione adatta alle mie capacità e ai miei interessi.
Sarò paziente con chi avrà bisogno di tempo per capirmi.
Non rinnegherò mai la mia identità.
Mi accetterò per quello/a che sono.
Bisogna fare un test del QI?
Prima o poi, tutti gli iperefficienti mentali se lo chiedono: se sono
iperefficiente significa che sono superdotato? Devo fare un test del QI per
saperlo? Personalmente ritengo di no, e vi sconsiglio anche di sottoporvi a
simili test. Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono
molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza
di fondatezza.
In origine erano stati ideati per aiutare i bambini con difficoltà scolastiche.
Si trattava perciò di individuare più gli ipointelligenti che gli iperintelligenti,
con il lodevole fine di offrire loro un sostegno adatto. Non erano state prese
in considerazione però tutte le derive razziali e settarie che potevano scaturire
da simili misurazioni. L’utilizzo dei risultati sollevò ben presto questioni
etiche. Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per
scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di
giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare
l’ereditarietà dell’idiozia. L’abiezione andò dal tentativo di produzione in
serie di geni mediante inseminazione artificiale di sperma «geniale» in donne
«intelligenti», alla sterilizzazione delle persone considerate «difettose».
Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in
realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età
mentale e quella biologica moltiplicato per 100. Si distingue il QI lessicale
dal QI di performance, ciascuno diviso in sette sottocategorie che prendono
in esame un ampio spettro di capacità cognitive, di memoria e di cultura
generale. Ma le domande sono banali e insignificanti, e spesso molto
ambigue. Le risposte previste sono uniche, non c’è quindi spazio per la
creatività. Secondo Michel Tort, a questi test sono solo «caricature di esercizi
scolastici».
Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né
la cultura dell’individuo. Però esiste un’innegabile correlazione tra il
punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può
essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare
alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle
classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il
QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico e competitivo del test si
addice meglio a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di
prestazione. Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-
professionalmente privilegiate nello svolgere alcuni compiti intellettivi
mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto
artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si
distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico
a forma di campana chiamato «curva di Gauss».

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 70 e 130.


Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 130 e 145.
Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 70.
Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di
idioti e di geni. Che straordinario equilibrio!
Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva
di Gauss è perché sono studiati per farlo: i test includono infatti un numero
limitato di domande molto difficili a cui pochissimi risponderanno e un
numero limitato di domande molto semplici a cui solo chi ha un ritardo
mentale significativo non risponderà, mentre le altre domande servono a
valutare le persone che sono nella media. Le domande sono pertanto adattate
in modo che i loro risultati producano questa famosa campana. La stragrande
maggioranza delle persone quindi risponderà ai ¾ delle domande, una
minoranza risponderà solo a ¼ e un’altra minoranza risponderà a quasi tutte.
Quando un test è appositamente pensato per far rientrare il 95% della
popolazione in uno spazio compreso tra 70 e 130, che posto lascia a una reale
misurazione dell’intelligenza?
E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per
qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene
valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa
dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E di una
madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?
In questi ultimi anni, la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire
meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 1980 Robert
Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico,
creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze
e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel
1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni dell’intelligenza:
linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale,
interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie
potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e
complesso.
È il cervello sinistro ad aver bisogno di classificare e di quantificare ciò
che lo circonda e persino ciò che dovrebbe rimanere un dato immisurabile.
Questo modo di stimare e valutare è contrario ai valori dei cervelli destri, che
si rifiutano di giudicare e di etichettare, preferendo il caos della diversità.
Molte persone famose, brillanti e creative hanno fallito nel percorso
scolastico e probabilmente otterrebbero punteggi mediocri ai test del QI,
perché queste valutazioni sono concepite da cervelli sinistri per cervelli
sinistri e non si addicono al funzionamento dell’emisfero destro. Ecco perché
sottoporsi ai test del QI è inutile e pericoloso per i cervelli destri: se
falliscono nel far valere la loro iperefficienza attraverso questi test, si rafforza
in loro la convinzione di essere stupidi e disturbati. Un simile fallimento
peggiora la loro già bassa stima di sé. Ciò riguarda in particolare gli individui
affetti dalla Asperger: i test del QI sono particolarmente inadatti a chi soffre
di questa sindrome e i loro risultati possono rivelarsi molto destabilizzanti.
Gli iperefficienti mentali che riescono a farsi riconoscere come plusdotati non
sono in una situazione migliore: sì, è stato dato un numero al loro malessere,
ma ciò rinsalda in loro la convinzione che, essendo fuori norma, sono
destinati a essere stigmatizzati, e li fa sentire ancora più soli e incompresi.
Infine, l’ultimo aspetto disturbante di questi test è che, nonostante il QI sia
comunemente riconosciuto come definitivo, è stata dimostrata molte volte
l’incostanza del risultato: si osservano ampie variazioni in periodi diversi in
uno stesso individuo. Questo significa che l’intelligenza non è un dato
assoluto e immutabile: una bellissima notizia! Il pensiero ramificato si
arricchisce di continuo, creando all’infinito nuove connessioni. Sì, siete
meravigliosamente intelligenti, e persino meglio che intelligenti, qualunque
cosa dica il QI. Perché sono d’accordo con Daniel Tammet quando afferma
che «non sono le dimensioni del vostro cervello che contano, ma la grandezza
della vostra anima».
Sì, siete diversi. Il vostro cervello è controllato dall’emisfero destro. Il
vostro pensiero è globale, affettivo, intuitivo e folgorante. Quello dei
normopensanti invece è sequenziale, razionale e circoscritto. Sono due
mondi, due modi di pensare, quindi due mentalità che convivono credendo di
essere simili e rimproverandosi a vicenda le relative disfunzioni. Sì, venite
davvero da un altro pianeta, e ora vi propongo di esplorarlo.

a. Il quoziente intellettuale, Bertani, Verona 1976.


Parte seconda
Una personalità originale
Il vuoto identitario

SENTENDOSI diversi e incompresi sin dall’infanzia, senza riuscire a dare un


senso al loro malessere, gli iperefficienti mentali soffrono di un vuoto
identitario. Come possono farsi un’idea precisa e positiva di ciò che sono e di
quanto valgono, se le persone che li circondano non li capiscono? I bambini
plusdotati si scontrano di continuo con i limiti altrui.
Ai giardini Lea, otto anni, gioca con una nuova amichetta. Le due bambine
corrono a perdifiato, finché Lea, ansimante, si ferma e si tasta il polso per
sentire il battito: «Caspita, come mi batte forte il cuore!» L’altra bambina
scoppia a ridere. «Ma che dici? Il cuore non è mica nel braccio! È qui!» dice
mostrando l’ombelico. Lea si rende conto di sembrare una stupida, ed è
profondamente umiliata, ma non può spiegare nulla di ciò che sa. Simili
disavventure accadono quasi ogni giorno a tutti gli iperefficienti mentali di
qualsiasi età. Come sviluppare la fiducia in se stessi quando ci si sente
sempre inadeguati?
Supponete di esprimervi con la luce e di disporre di una gamma espressiva
che comprende i raggi infrarossi e ultravioletti, mentre le persone nella norma
dispongono solo dello spettro della luce visibile. Quando comunicate con
loro, queste persone captano solo una parte del vostro discorso, ricavandone
una immagine distorta, priva della sua bellezza. Nessuno farà caso ai vostri
bei raggi infrarossi e ai vostri magnifici ultravioletti; le vostre argute
sottigliezze non esistono agli occhi degli altri. Questa è la realtà quotidiana
degli iperefficienti mentali, e in parte spiega il loro vuoto identitario: lo
specchio dei rapporti interpersonali non può rifletterli nella loro interezza;
l’immagine è frammentaria e deformata perché l’ambiente che li circonda
restituisce loro immancabilmente la stranezza e l’anormalità di ciò che sono.
Insomma, in parole povere, disponete di un pensiero a imbuto, mentre la
maggior parte delle persone possiede un pensiero a tubo. E non si può certo
far entrare un imbuto in un tubo. Ecco perché quasi tutti gli altri non riescono
ad abbracciare la grandezza del vostro pensiero. «Dipende dal diametro del
tubo!» mi ha però risposto con prontezza un iperefficiente mentale. Come
volevasi dimostrare.
La dominanza dell’emisfero destro è in parte responsabile di questo vuoto
identitario, in quanto il cervello destro non conosce ego né individualismo.
Per rendervene conto, cercate di completare, con sicurezza e senza esitazioni,
le seguenti affermazioni:

Mi chiamo: .....
Sono: ..... (professione)
Il mio indirizzo è: .....
Il mio numero di telefono è: .....
Le cose che mi piacciono e che non mi piacciono sono .....
I miei criteri per giudicare gli altri sono: .....


Jill Bolte Taylor racconta che, dopo essere stata colpita dall’ictus che le
danneggiò l’emisfero sinistro, questi dati – fondamentali per lei quando
quella parte funzionava – avevano perso di significato e gran parte della loro
importanza. Erano ben poco utili all’emisfero destro.
Gli iperefficienti mentali si rifiutano di sviluppare il proprio ego. Credono
che pensare troppo a se stessi renda egoisti e individualisti. Accade invece
l’opposto: l’ego diventa invadente solo quando è affamato. Un ego ben
nutrito è pacifico, disponibile e bendisposto verso gli altri. Ma l’ego può
essere sereno solo quando si ha una sana autostima, e non è certo il caso dei
plusdotati.
L’autostima
L’autostima è la misura che noi stessi attribuiamo al nostro valore. Una
buona autostima ci permette di sentirci bene con noi stessi, di trovare il
nostro posto nella società e di passare all’azione per realizzare i nostri
progetti. Ci dà accesso alla parte migliore di noi. L’autostima svolge inoltre
un ruolo importante nella nostra salute morale e fisica: quando è buona,
agisce come una difesa immunitaria morale che rende resistenti allo stress e
permette di cicatrizzare rapidamente le ferite che l’amor proprio subisce.
Quando invece è carente, predispone alla maggior parte dei problemi
psichici: depressione, ansia, alcolismo e altre dipendenze e comportamenti
compulsivi.
Una scarsa autostima crea un circolo vizioso di sofferenze che si
autoalimentano.
La persona diventa ossessionata da sé, non per egocentrismo, ma perché
rappresenta un vero problema. Il mettersi in discussione diventa un’abitudine
costante e assillante. Aumenta la paura del fallimento e del rifiuto, perché
un’autostima troppo bassa non permette più di gestire una nuova eventuale
offesa. Questa paura, a sua volta, genera un ipercontrollo estenuante. La
tensione è continua e le interazioni sociali diventano faticose. Si radica un
senso di solitudine, l’idea di essere diversi e inferiori agli altri. Il terrore e la
fatica esasperano le emozioni e creano comportamenti inopportuni: la
persona diventa aggressiva, cattiva, sprezzante o sbruffona; il minimo
incidente destabilizzante le fa perdere la testa, portandola a isolarsi e a cadere
sempre più in basso, incapace di chiedere aiuto o di riprendersi. Il tutto,
naturalmente, in una totale perdita di obiettività, molto simile alla sindrome
dell’impostore: i successi sono un mero frutto del caso e sono effimeri,
mentre i fallimenti sono definitivi e dimostrano la sua inettitudine. Il
desiderio di essere accettati e di vedersi riconoscere i propri successi
scompare, lasciando il posto solo a una crescente paura del fallimento e del
rifiuto.
L’autostima nasce e viene alimentata da due fonti:

i segni di riconoscimento ricevuti innanzitutto dai nostri genitori: affetto,


simpatia, amore, ammirazione, stima. Crescendo, si aggiungono via via
quelli provenienti dalla nostra cerchia sociale più ampia (compagni di
classe, amici, colleghi, vicini eccetera);
i nostri successi: quello che abbiamo fatto e che è stato riconosciuto da
noi e dagli altri come una prova ben riuscita.

L’autostima degli iperefficienti mentali si costruisce dunque fin da subito


su basi sbagliate. Anche se i genitori amano il proprio figlio, verranno
progressivamente sopraffatti dalla sua natura. I commenti saranno sempre
meno positivi: il loro bambino è «troppo». È troppo sensibile ed emotivo, e
verrà quindi coccolato e iperprotetto. Oppure ha i nervi fragili! È troppo
affettivo e appiccicoso, sta sempre attaccato alle sottane della madre! Fa
troppe domande. In seguito verrà accusato di essere insolente, di spingersi
oltre il limite, di esasperare gli adulti. Fin dalla scuola materna, l’opinione
dell’ambiente sociale che frequenta confermerà le considerazioni della
famiglia: non sta fermo un minuto, non riesce a concentrarsi, non capisce le
istruzioni. I compagni lo rifiutano e si prendono gioco di lui e delle sue idee
bizzarre. Come possono fonti così inquinate alimentare l’autostima del
bambino iperefficiente? E il cerchio si chiuderà quando oltretutto verrà
accusato di avere una scarsa autostima!
Anche per quanto riguarda il riconoscimento dei suoi successi, le cose non
sono semplici. Nella nostra società si tende più a evidenziare gli errori che a
lodare i progressi, si preferisce criticare piuttosto che incoraggiare. Il che è
l’esatto contrario di ciò che serve a un iperefficiente mentale per sentirsi
rassicurato. Al bambino vengono rinfacciate con stizza le gaffe, mentre la sua
incapacità di comprendere le istruzioni viene scambiata per mancanza di
volontà. A scuola, quando si impegna in un compito, finisce per uscire fuori
tema o lontano dalle aspettative dell’insegnante. Ma anche il suo
perfezionismo svolge un ruolo importante in quest’incapacità di riconoscere i
propri successi. Gli iperefficienti mentali sono dotati di una singolare
acutezza nell’individuare la perfezione insita in ogni cosa, in ogni situazione
e in ogni essere umano. I loro modelli di riferimento sono degli assoluti. Dal
momento che nulla è perfetto a questo mondo e che gli iperefficienti mentali
faticano ad accettarlo, sono loro stessi a non valorizzare i propri risultati
perché distanti da ciò che avevano in mente.
Yann (sette anni) ha deciso di disegnare un cavallo, e lo fa (è proprio il
caso di dirlo) mettendoci tutto se stesso. Concentrato, attento e motivato
all’inizio, a poco a poco si fa teso, stressato, contrariato. All’improvviso la
sua rabbia e il suo disappunto esplodono: ha sbagliato a disegnare la zampa
del cavallo. È un dramma. Yann strappa il foglio e piange disperato per due
ore. È inconsolabile. Inutile dirgli che il suo cavallo era bellissimo, sa fin
troppo bene che non è così. La sua memoria ha fotografato un nodello e una
pastoia che non è riuscito a riprodurre sulla zampa dell’animale. Il cavallo
mal riuscito è il primo di una lunga serie di insuccessi personali. I
riconoscimenti esterni non riescono a contrastare l’amarezza
dell’iperefficiente mentale per essere riuscito a riprodurre solo una minima
parte di ciò che la sua mente aveva elaborato. Sono quasi sicura che,
nonostante l’ammirazione di tutto il mondo, Michelangelo trovasse il suo
David imperfetto!
La paura del rifiuto
L’essere umano è un animale sociale che non può vivere ai margini della
società, poiché sa che da solo morirebbe. Essere integrati è quindi una priorità
vitale. Era vero nella preistoria: un uomo isolato era una facile preda per i
numerosi predatori. Ed è così ancora oggi: un uomo non può fare a meno dei
suoi simili. Prendiamo il caso limite dell’eremita che medita in solitudine
nella sua grotta lontano dal mondo: questi eremiti si contano sulle dita di una
mano, e ciò dimostra che è un’impresa molto difficile da realizzare, non
naturale, ed è necessaria una grande forza di volontà; inoltre, per meditare in
pace nella sua grotta, il nostro eremita avrà bisogno di un’anima pia che gli
porti da mangiare e da bere perché se dovesse provvedere al proprio
sostentamento, trascorrendo le giornate a cacciare, pescare o raccogliere il
cibo, non avrebbe più tempo per meditare. La paura del rifiuto non è la
conseguenza di una riflessione: l’uomo sa in modo istintivo, animale,
viscerale che il rifiuto sociale mette in pericolo la sua vita.
Gli iperefficienti mentali subiscono il rifiuto sin dall’infanzia. Solitamente,
un individuo rifiutato corregge subito i propri comportamenti e riconquista in
fretta l’approvazione dei suoi simili. Non è così per gli iperefficienti mentali,
che sono sì consapevoli di essere diversi dagli altri, ma non sono in grado di
capire dove sbagliano, poiché vengono rifiutati proprio per la loro natura. Ciò
li porta a sviluppare una tremenda paura del rifiuto e dell’abbandono. In
seguito, i loro rapporti, soprattutto d’amicizia e d’amore, continueranno a
essere pilotati da questo timore, che li getterà in situazioni complicate e
dolorose e conferirà all’altra persona un eccessivo potere su di loro.
Strategie di adattamento
Cercare di capire questa società assurda, queste persone illogiche, queste
situazioni indecifrabili, costringe gli iperefficienti mentali a uno sforzo
continuo e spossante. A poco a poco svilupperanno delle strategie di
adattamento, intese come tentativi, più o meno riusciti, di compensare la loro
diversità e confondersi con la massa. Tali strategie vengono descritte nel
dettaglio da Tony Attwood nell’ambito del suo studio sulla sindrome di
Asperger. Io ritengo tuttavia che questi meccanismi siano applicabili anche
alle altre forme di iperefficienza mentale: smettere di essere diversi è infatti
un sogno condiviso da tutti i plusdotati.
Autosvalutazione e depressione
Cigni in mezzo alle anatre, gli iperefficienti mentali vengono continuamente
accusati di avere il collo troppo lungo, di occupare troppo spazio, di fare
ombra con le loro ali e di cantare al posto di non starnazzare. Per soddisfare
le aspettative delle anatre, impareranno a incassare il collo nelle spalle, ad
accartocciare le ali, a rintanarsi in un angolo e soprattutto a far tacere il loro
canto. Che strane e brutte anatre diventeranno così, senza per questo
confondersi con le altre. Faranno allora tutto il possibile per zittire le critiche
e le prese in giro così offensive, fino a interiorizzarle nella speranza di
prevenirle. Nel corso dell’infanzia, quando si rendono conto di avere un
problema serio, gli iperefficienti mentali si creano un tiranno interiore che
non darà loro tregua.
Lo conoscete senz’altro, questo tiranno interiore. È con voi da mattina a
sera e commenta tutto ciò che vi accade durante la giornata. Vi ordina ciò che
dovete pensare di voi stessi, come vi dovete sentire, e vi impone le sue
interpretazioni spacciandole per considerazioni oggettive. È un’invasione
costante. Questo chiacchierone non vi dà pace, vi fa perdere tempo a
rimuginare sul passato, a preoccuparvi del futuro, a dissezionare ciascuna
parola pronunciata o ogni azione compiuta da voi e da chi vi circonda.
Riscrive cento volte la stessa storia, fornendo altrettante versioni per
dimostrarvi che non siete né una persona competente né piacevole.
L’autodenigrazione agisce senza sosta, aggravando la suscettibilità degli
iperefficienti mentali e facendoli sentire in colpa e sempre più scoraggiati di
fronte alla propria inadeguatezza al mondo in cui vivono. Molto spesso gli
iperefficienti alternano fasi di profonda stanchezza e depressione (quando
perdono la speranza di diventare un giorno anatre) a fasi di euforia ed
esaltazione (quando riprendono coraggio). Questi stati d’animo che fluttuano
da un estremo all’altro spiegano ancora una volta perché gli iperefficienti
mentali vengano così spesso etichettati come «bipolari». Tuttavia, la sfiducia
e il senso di colpa prevalgono e sfociano in uno stato depressivo latente:
l’impressione di essere diversi in un mondo che non comprendono e che non
li accetta è sconfortante. La depressione degli iperefficienti mentali non è
però una normale depressione poiché non è incompatibile con una gioia di
vivere e un’energia sempre pronta a rinascere. Il rischio di passare all’atto
suicida diventa reale solo se l’iperefficiente mentale subisce al contempo
un’intensa violenza psicologica. Per evitare di subire l’isolamento sociale e
per proteggersi dalle frecciate e dal rifiuto, gli iperefficienti mentali
organizzano la propria emarginazione; pur amando profondamente le
persone, spesso scelgono in modo deliberato l’isolamento sociale. I momenti
di solitudine sono necessari per riprendersi dallo stress e dalla tensione che
ogni contatto con l’esterno provoca loro, ma possono anche essere fonte di
grande angoscia.
Le fughe nel sogno
Antoine de Saint-Exupéry diceva: «Fai della tua vita un sogno, e di un sogno
una realtà». Ma gli iperefficienti mentali non la pensano così. I loro sogni
sono impossibili da vivere in questa realtà meschina. In compenso, sognare la
propria vita è un’opzione molto allettante quando tutto va storto. Fin dalle
scuole elementari, per sfuggire alla noia in classe e a una triste quotidianità, i
bambini iperefficienti organizzano la propria evasione mentale. Il potere della
loro immaginazione è tale da rendere i loro sogni a occhi aperti più reali e
certamente più piacevoli della realtà. Non appena il mondo reale li delude o li
aggredisce, imparano così a rintanarsi nel loro mondo parallelo. Questo
mondo virtuale può essere molto elaborato, pieno di dettagli piacevoli;
rispecchia inoltre il loro sistema di valori e consente loro di essere finalmente
se stessi e di esprimere il proprio potenziale in tutta sicurezza. I bambini
iperefficienti si vedono circondati di amici che li capiscono e li amano così
come sono. Che felicità! Il rischio però è che l’iperefficiente troppo sognatore
prenda l’abitudine di passare più tempo nel mondo virtuale che nella realtà, di
trovare il mondo concreto via via sempre più sgradevole rispetto al suo
paradiso privato, e che abbia quindi sempre meno voglia di fare lo sforzo di
interagire con l’esterno. Se cerca di condividere questo mondo parallelo, per
lui così tangibile, passerà per mitomane o schizofrenico.
Talvolta, l’iperefficiente mentale si rifugia in una passione, un centro di
interesse esclusivo: i cavalli, i dinosauri, il cosmo eccetera. Non conta più
nulla all’infuori di questa passione che gli occupa la mente, facendogli
dimenticare tutti i suoi problemi. Anche la lettura, il cinema e internet sono
strumenti di evasione molto apprezzati che possono soddisfare la sua sete di
altrove e di conoscenza.
L’arroganza
Quando le prese in giro e le denigrazioni da parte dei suoi simili mettono a
repentaglio quel poco di autostima e di integrità che gli resta, l’iperefficiente
mentale può decidere di salvaguardare la propria dignità e di indossare la
maschera dell’indifferenza e del disprezzo. L’arroganza serve a difendersi dal
dolore dell’umiliazione. Vergogna e fierezza sono i due aspetti, l’ombra e la
luce, della stessa problematica. «O non valgo niente o son troppo
intelligente», riassume Cristophe André in Imperfetti e felici. Rinunciando a
farsi capire e amare, l’iperefficiente mentale può spingersi a scegliere la
provocazione. Questa arroganza gli dà la tragica illusione che l’ammirazione
possa sostituire l’amore. La sua mente vivace e affilata gli consentirà di
replicare in modo tanto fulmineo quanto sferzante. Ma non lasciatevi
ingannare: sotto il suo apparente complesso di superiorità, nasconde i dubbi e
l’insicurezza. Il senso di protezione fornito dall’arroganza si paga con una
costante sensazione di essere un impostore e una crescente esigenza di
perfezione.
Me lo conferma Martin. Quando al lavoro deve discutere di un affare
importante e si sente molto intimidito dai suoi interlocutori, cura in modo
ossessivo il suo aspetto, nascondendosi così dietro la maschera dell’eleganza
e della bella presenza. E funziona. Il carisma e la sicurezza che trasmette
sortiscono l’effetto sperato, ma sa di avere bluffato. Il suo successo gli
conferma la sensazione di essere un impostore e non alimenta in alcun modo
la fiducia in sé.
L’imitazione
A tutti noi è capitato, per esempio durante una cena elegante: quando non
sappiamo come comportarci, imitiamo gli altri. Gli iperefficienti mentali,
incapaci come sono di comprendere le convenzioni sociali, cercano di copiare
i modi di fare di chi li circonda, il che può funzionare finché non interviene
una variante o una sottigliezza che non afferrano. La predominanza del
cervello destro permette loro infatti di cogliere la particolarità di ognuno, di
riprodurre un’intonazione o una mimica. Possono pertanto diventare imitatori
di grande talento, e la gente riderà di gusto e chiederà il bis. Il rischio però è
che indossino la maschera del buffone, che li perseguiterà a lungo e che può
diventare molto pesante da portare.
Frédéric era soprannominato Francky dai suoi amici. Alle feste, la sua
presenza li rallegrava, perché Francky era il tipo sempre pronto a far baldoria,
quello che sparava una battuta dietro l’altra e faceva morire dal ridere tutti
quanti. Più il tempo passava, però, più Frédéric temeva quelle feste a cui era
invitato sempre con tanta insistenza. Beveva più del dovuto, il giorno dopo si
sentiva triste e cominciava a vivere quelle serate in uno strano stato di
sdoppiamento. Frédéric osservava Francky fare il pagliaccio e aveva
l’impressione che i suoi amici, più che apprezzare davvero il suo umorismo,
si prendessero gioco di lui. Tutta quell’allegria sembrava falsa, ed era una
sensazione molto angosciante. Un giorno Frédéric ha appeso al chiodo il
costume di Francky, si è concesso di essere soltanto se stesso e ha cambiato
amici, traendone finalmente grande sollievo.
Al liceo, William fa ridere un sacco i compagni con le sue riuscitissime
imitazioni dei professori. Oggi però è calmo e pensieroso. Uno dei suoi
compagni si avvicina, lo scuote e gli chiede: «Be’? Lo sparacazzate si è
rotto?»
Il falso sé
Per colmare il vuoto identitario e ovviare al rischio del rifiuto, gli
iperefficienti mentali si costruiscono un «falso sé» in cemento armato. Questo
«falso me» è un’entità che ci permette di adattarci alla vita sociale. Abbiamo
tutti un falso sé, adeguato ai nostri bisogni e più o meno costrittivo.
Quando viene al mondo, il neonato non è consapevole della propria
individualità: crede di essere una parte della madre. Poi, a poco a poco, si
stacca da lei e prende coscienza di essere un’entità distinta. È la cosiddetta
«coscienza del sé». In seguito, assimilando i messaggi identitari che gli invia
l’ambiente circostante, il bambino sviluppa l’«immagine di sé». Se i
messaggi sono positivi, il bambino acquisisce una buona autostima; in caso
contrario, l’autostima sarà debole. Nel giro di qualche anno, attraverso questo
percorso dalla coscienza di sé alla stima di sé, il bambino costruisce la sua
identità. Ciò significa che percepisce se stesso come singolare e unico, ma al
contempo simile agli altri e integrato nel gruppo. Per gli iperefficienti mentali
invece avviene l’opposto: si scontrano con l’impossibilità di essere se stessi e
accettati per quello che sono; la loro integrazione è ostacolata
dall’impressione di essere diversi e di non riuscire a trovare il proprio posto
nel gruppo.
Il bambino piccolo ha bisogno di essere ascoltato, compreso e rispettato.
Se le figure genitoriali hanno saputo dimostrargli rispetto e tolleranza, se
attraverso le parole ha trovato una spiegazione alle sue sensazioni, alle sue
emozioni e ai suoi sentimenti, il bambino può restare molto vicino al suo vero
io. L’immagine che si costruisce di se stesso corrisponde a ciò che realmente
è, le sue reazioni sono adeguate e può avere la certezza che i sentimenti e i
desideri che prova gli appartengono. In questo caso, il suo «falso sé» non è
altro che una patina di educazione che rende possibile adattarsi alle
convenzioni sociali: un atteggiamento educato, un insieme di buone maniere,
un certo riserbo e la capacità di concedere agli altri il rispetto e la tolleranza
ricevuti nell’infanzia. Il bambino conserva tutta la sua personalità e
soprattutto il potere di ascoltarsi e di rispettarsi.
Ma poiché l’ambiente genitoriale ed educativo ha le sue pecche, spesso
non offre al bambino questo scenario ideale. L’iperefficienza mentale è un
fenomeno poco conosciuto e incompreso che va al di là delle capacità
intellettive di molti adulti.
L’ambiente famigliare si mostra ansioso e non disponibile. I genitori
fraintendono i bisogni del bambino, non sanno rispondere ai suoi interrogativi
e pretendono da lui un eccessivo adattamento a un mondo che non gli
corrisponde. Il bambino plusdotato soffoca allora progressivamente il suo
vero io e si impegna a soddisfare solo le aspettative esterne. Il falso sé che si
costruisce gli consente di adattarsi a questo ambiente costrittivo, ma reprime
la sua vera personalità.
Ecco un esempio che vi permetterà di capire meglio come funziona questo
falso sé. Immaginate che io vi abbia invitati a cena: abbiamo finito di
mangiare, è tardi e sono stanca.
Se il mio falso sé è solo una patina di educazione e io resto connessa al
mio vero io – ossia al bisogno di riposarmi – mi sentirò autorizzata a
congedarvi, con tutto il tatto necessario: «È stata una bellissima serata. Mi ha
fatto davvero piacere avervi a cena e sarò felicissima di rivedervi appena
possibile, ma purtroppo domani devo alzarmi presto per lavorare e, siccome
sono stanca, adesso vorrei andare a dormire». Voi capireste senza offendervi
e potremmo concludere piacevolmente la serata.
Se il mio falso sé è più costrittivo, invece, non oserò dire nulla, ma
sbadiglierò in maniera abbastanza eloquente affinché possiate cogliere voi
stessi il messaggio «sono stanca», nella speranza che abbiate la gentilezza di
tenerne conto!
Ma se il mio falso sé è quello di un iperefficiente mentale, considererò la
mia stanchezza sconveniente e la nasconderò. Siete miei ospiti, e per questo
ho il dovere di farvi passare una splendida serata, anche fino all’alba se lo
desiderate. Non mi ritirerò finché non sarete voi a farlo.
La sala VIP
Il falso sé degli iperefficienti mentali è come una sala VIP aperta a tutti. Il
suo compito è quello di tenere conto dei bisogni, dei desideri e delle opinioni
di ciascun interlocutore e di rendere la vostra compagnia discreta e piacevole
ai loro occhi. E il vostro vero io? È imbavagliato e segregato in un minuscolo
stanzino, in fondo a un lungo corridoio di angoscia. Tre porte blindate
impediscono l’accesso allo stanzino: la paura di essere rifiutati e abbandonati,
la tristezza di essere soli e incompresi, la rabbia di non poter essere se stessi.
Il falso sé spiega le famose sconnessioni durante le feste: l’iperefficiente
mentale non dimentica che da piccolo, quando cercava di essere se stesso,
suscitava reazioni di rifiuto. Ancora oggi, quando azzarda una battuta, può
succedere che il suo umorismo non venga colto e che provochi un momento
di imbarazzo. Il vero io deve allora restare sotto il controllo del falso sé. Nelle
serate tra amici va tutto bene finché non avviene questa sconnessione
interiore. Che cosa è successo? O il falso sé non è riuscito ad allentare la
vigilanza e ha finito anzi per rafforzarla, oppure dal fondo del suo stanzino
buio il vero io si annoia. Forse all’improvviso avverte il divario esistente tra
ciò che lui è – ciò a cui aspira – e i centri di interesse degli altri invitati.
Con il tempo, il falso sé dell’iperefficiente mentale occuperà tutto lo
spazio e potrà persino diventare brillante. Sarà lui a ricevere incoraggiamenti,
ammirazione e affetto. Allora il vero io, dal suo stanzino, si sentirà sempre
più solo, sempre più vuoto, sempre più infelice. Quando non ci concediamo
più il diritto di essere noi stessi, per paura di essere rifiutati, invidiati e
incompresi, indipendentemente dai nostri successi, avvertiamo una terribile
sensazione di vuoto e ci sentiamo degli impostori. Abbiamo l’impressione di
essere scambiati per quello che non siamo, ed è proprio ciò che accade!
Allora, pur temendo fortemente di perdere l’affetto degli altri, è impossibile
per noi riceverlo. E qual è il prezzo da pagare per questo falso sé in cemento
armato? Perfezionismo, negazione dei propri sentimenti, pulsioni aggressive
inopportune, rapporti umani intrisi di vergogna, senso di colpa e ansia, e forti
depressioni.
La sindrome del costume da bagno
Per completare la comprensione del funzionamento del falso sé, lasciate che
vi racconti la disavventura di Philippe. Al telefono con la sorella, le comunica
che quella sera andrà a cena dai suoi amici, Vincent e Flo. La sorella allora
gli dice: «Bene! Già che vai da Vincent, potresti fare un salto a casa di
mamma e papà a prendermi il costume da bagno? L’ho dimenticato lì, lo trovi
nel cassetto…» Il salto in questione è una deviazione di circa un’ora! Uscito
troppo tardi dal lavoro, Philippe va direttamente da Vincent e Flo, ma non
dimentica la richiesta della sorella. E all’una di notte, dopo aver lasciato gli
amici, fa la deviazione per recuperare il famoso costume da bagno. Ed è solo
quando il costume è nella sua macchina, ossia quando la sua missione è
compiuta, che Philippe dà sfogo alla rabbia. Sua sorella è una vera
rompiscatole! Aveva di sicuro altri costumi e anche altre occasioni per andare
a riprenderselo. Che bisogno ha di scocciarlo con le sue stupide richieste nei
momenti più inopportuni? È nel raccontarmi questo aneddoto che Philippe si
rende conto che avrebbe potuto dire di no alla sorella ma non gli è neanche
venuto in mente. Racconto questa storia a Nathalie, anche lei iperefficiente
mentale, che esclama: «Ma certo! Anch’io sarei andata a prendere il costume!
Quando mi chiedono di eseguire un compito, neanche mi chiedo se voglio
farlo o no. Il problema non si pone, visto che la risposta è sì. Passo
direttamente alla fase successiva: capire come incastrare questa nuova
incombenza tra gli impegni della giornata!» Quentin fa l’ingegnere. Gli
racconto la storia di Philippe e la reazione di Nathalie. Abbozza un debole
sorriso: «Io non faccio altro! Al lavoro passo le giornate ad andare in cerca di
costumi da bagno. Anzi, sono così stupido da chiedere ai miei colleghi se per
caso non hanno qualche altra cosa da farmi recuperare!» Ed è così che è nata
la «sindrome del costume da bagno», anticamera del burnout negli
iperefficienti mentali. Adesso, quando crollerete, almeno saprete perché: un
costume di troppo da recuperare!
Dalla sindrome del costume da bagno alla sindrome di
Stoccolma
La sindrome di Stoccolma è un meccanismo mentale riscontrato in alcune
persone prese in ostaggio in una banca di Stoccolma nel 1973: dopo sei giorni
di sequestro, gli ostaggi erano diventati fervidi sostenitori della causa dei loro
rapitori. La perdita del senso critico e il fatto di sposare in questo modo la
logica dei propri aggressori vengono attribuiti allo stress intenso. Ed è sempre
a causa dello stress che il meccanismo paradossale della sindrome di
Stoccolma può essere riscontrato anche in numerosi casi di maltrattamento.
Quanto all’iperefficienza mentale, la paura del rifiuto, le critiche degli
adulti e le prese in giro dei bambini possono essere paragonate a violenze
psicologiche. Anche se si tratta di microaggressioni, lo stress che ne deriva
può fare insorgere una sindrome di Stoccolma. Questa sindrome può spiegare
perché molti iperefficienti leggano nel pensiero dei propri interlocutori,
cercando sempre di soddisfarli, sposandone le cause dopo aver ascoltato solo
qualche frase, e siano quindi incapaci di opporsi a chicchessia. La paura
dell’abbandono e del rifiuto li rende molto influenzabili, e perciò
estremamente vulnerabili alla manipolazione mentale.
Limitare il proprio falso sé e ritrovare il proprio vero io dà un senso di
sicurezza, di pace e di pienezza. Ed è proprio quello che state facendo voi
attraverso questa lettura.
A poco a poco vi riconcilierete con la persona meravigliosa che siete in
realtà e le restituirete il diritto di esprimersi liberamente. Ecco una frase
chiave, semplicissima, che può ridare al vostro vero io uno spazio in cui
esistere. Invece di dire «Sì, d’accordo», dite: «Mi spiace, proprio non posso».
Provate a ripetere questa frase, è potente.
«Per favore, puoi andarmi a prendere il costume da bagno?» Coraggio,
rispondete ad alta voce: «Mi spiace, proprio non posso».
Il vostro vero io tornerà a essere sano quando avrete la certezza che i
sentimenti e i desideri che provate appartengono davvero a voi. Per guarire da
questa depressione latente occorre liberare i sentimenti proibiti e repressi e
ritrovare la spontaneità. È da questo ascolto di se stesso che l’essere umano
trae la forza interiore e il rispetto di sé. Avete il diritto di essere tristi,
disperati o di avere bisogno di aiuto senza temere di disturbare qualcuno. È
normale avere paura quando si è minacciati, arrabbiarsi di fronte a una
mancanza di rispetto, essere tristi quando si è incompresi. A poco a poco,
saprete di nuovo quello che non volete, e quello che desiderate; in seguito, vi
autorizzerete a esprimerlo senza timore di essere rifiutati. Solo il bambino ha
bisogno di un amore incondizionato per costruire se stesso. L’adulto può
farne a meno: non avete più bisogno di piacere a tutti per restare in vita.
Si sfugge alla depressione quando la consapevolezza del proprio valore si
radica nell’autenticità dei sentimenti che si provano e non nel possesso di una
particolare qualità. Non dovete dimostrare il vostro valore, siete perfetti nella
vostra imperfezione. Accontentatevi di essere voi stessi, e allora il vostro
vuoto identitario sarà colmato.
L’idealismo
Una sete di assoluto
Parallelamente al falso sé in cemento armato, gli iperefficienti mentali hanno
un sistema di valori in acciaio temperato. Se c’è un campo in cui non hanno
alcun dubbio è proprio questo!
Il loro sistema di valori è composto da assoluti ed è estremamente
ambizioso. Gli iperefficienti hanno un’idea molto precisa di che cosa siano la
giustizia, la franchezza, la lealtà, l’onestà, l’amicizia e l’amore, e ritengono
che i loro criteri estremi siano normali e ovvi. Puntualmente rimangono
frustrati dalla vita quotidiana, che delude il loro desiderio di una condivisione
totale di questo codice etico, e allora ci rimangono male e si ribellano nello
scoprire l’ingiustizia, la cattiveria o il tradimento. Ma rinunciare al loro ideale
appare inaccettabile, perché sono sicuri di avere ragione. «Non voglio sapere
che il mondo non è come io credo che sia!» ha esclamato un giorno uno di
questi utopisti nel mio studio.
La sete di assoluto spinge queste persone verso due estremi: o sviluppano
una sorta di amore universale che le porta a essere estremamente gentili,
empatiche, pazienti e comprensive, oppure diventano intransigenti e
moralizzatrici, esasperandosi di fronte a ogni trasgressione e scagliandosi di
continuo contro gli sfacciati, gli scrocconi e gli imbroglioni. Con l’età, a
questi cercatori di verità si presentano due scelte: il ruolo del saggio o quello
del brontolone inacidito. Alcuni rimbalzano senza sosta da una posizione
all’altra come palline da ping-pong.
È soprattutto a causa del loro inflessibile sistema di valori che questi
filantropi hanno la sensazione di venire da un altro pianeta e fanno fatica a
trovare il loro posto in società. I codici sociali in vigore sfuggono alla loro
comprensione oppure li disgustano: troppi non detti, troppo cinismo, viltà,
troppi rituali stupidi e ipocriti! La cosa che più li esaspera però è la mancanza
di semplicità e di franchezza!
È un po’ come se il loro ideale di perfezione si trovasse sul soffitto e la
realtà sul pavimento. Bloccati tra i due, si contorcono in mille modi per
appianare le divergenze e ristabilire la loro verità. Sul posto di lavoro e in
famiglia cercano all’infinito di sanare le ingiustizie e i conflitti. Ovvio che
questi equilibristi siano stremati, ma guai a suggerire loro di ammorbidire le
proprie posizioni o di mollare la presa.
Gli iperefficienti mentali si fanno puntualmente trattare da «handicappati
della sfumatura», cosa che trovano offensiva e assurda. Un sistema di valori
non è fatto per essere sfumato. La sfumatura smorza l’intento e diventa presto
un invito perverso a una deriva subdola. Pensate che esageri? Osservate
allora che cosa diventa il fondamentale divieto «Non uccidere» quando viene
sfumato: «Non uccidere. Be’, dipende dai casi!» È così che i principali divieti
si disgregano in una permissività diffusa e crescente. Per fortuna gli
iperefficienti mentali sono irremovibili. Per molti di loro, ne va a ogni modo
della propria integrità morale, poiché possono vivere solo in armonia con il
loro sistema di valori.
Maryse viene insultata e picchiata dal marito. Da poco la seguo per
aiutarla a trovare il coraggio di lasciarlo. Non è semplice. Nella sua etica c’è
il rispetto della parola data e dell’impegno preso, e il matrimonio racchiude
entrambi i valori. Mi racconta una scena penosa in cui il marito l’ha di nuovo
denigrata nel suo ruolo di casalinga, accusandola di non saper piegare
correttamente i tovaglioli come scusa per urlare e insultarla. Nonostante tutto,
Maryse continua a occuparsi di lui, della casa, del bucato e dei pasti. Sono
sorpresa da tanta abnegazione. Per quanto mi riguarda, quel despota può
benissimo piegarsi da solo il suo tovagliolo e già che è in cucina può pure
andare a farsi friggere! Maryse teme forse che un’eventuale ribellione possa
aggravare la violenza del coniuge? «Niente affatto», risponde. «Sono gentile,
tutto qui.» Mi permetto di farle notare che essere gentili fino a questo punto
non è più vera gentilezza. Lei esclama: «Oh, tranquilla, non lo faccio per lui!
È per me stessa che mi comporto così, per rispettare la visione che ho della
vita di coppia. Se entrassi nel suo mondo fatto di meschinità e di continue
rappresaglie non mi amerei più. Comportandomi con lui come penso sia
giusto comportarsi tra coniugi è me stessa che rispetto!»
Il sistema di valori degli iperefficienti mentali implica un’onestà e un
disinteresse fuori del comune. Mi diverto a sottoporre loro il seguente
dilemma.
«Sta passeggiando da solo nel bosco quando all’improvviso trova per terra
un portafoglio con dentro una mazzetta di banconote; niente nome o
indirizzo. Che cosa fa?»
«Cerco il proprietario.»
Insisto. «Non c’è nome. Un qualche furbetto potrebbe dire che è suo per
potersi intascare i soldi.»
Provo in tutti i modi a fare l’avvocato del diavolo per dimostrare loro che
potrebbero tenere il denaro, dal momento che le probabilità di ritrovare il
proprietario sono scarsissime, ma il più delle volte è inutile.
«Lo so, è sicuramente da stupidi, ma non potrei mai tenere quel
portafoglio!»
«Ok, ma adesso che ne abbiamo parlato, sarebbe ancora sconvolto se
qualcuno decidesse di tenerlo?»
«Mah… un po’ meno!»
Quasi tutti gli iperefficienti mentali sono profondamente disinteressati. A
loro non importa niente del denaro, il che è inconcepibile per i
normopensanti, e li rende facile bersaglio dei manipolatori. Devo insistere
molto per far ammettere agli iperefficienti che, da un punto di vista
economico, nei rapporti di coppia, di amicizia, in famiglia e spesso persino
sul luogo di lavoro subiscono qualcosa di paragonabile a una truffa, e che
anche se loro non attribuiscono alcun valore ai soldi, nessuno è abbastanza
ricco da lasciarsi derubare. Gli unici argomenti che sembrano riuscire a
spingerli a difendersi sono che il loro menefreghismo nei confronti del denaro
favorisce i truffatori e che a farne le spese saranno poi i loro figli.
Come si fa rinunciare a qualcosa in cui si crede senza essere infelici?
Basta non cercare di imporre la propria visione del mondo agli altri. È così
che gli idealisti possono rivendicare ciò che sono, non rinunciare in alcun
modo alla propria rettitudine, gentilezza e sete di assoluto, mantenendo però
il contatto con la realtà e accettando il fatto che altri – che hanno fatto scelte
di vita differenti o che sono meno esigenti con se stessi – si comportino in
modo diverso.
«È quello che faccio io», mi spiega Christine. «Non giudico gli altri, ma se
c’è un errore, anche a mio favore, sullo scontrino o nel conto al ristorante, lo
segnalo e lo faccio correggere. Mi considerano un’ingenua, sì, ma non potrei
agire altrimenti.»
Le pecche del sistema di valori
A dar retta a questi teneri orsacchiotti, il loro sistema di valori è l’unico che
valga. In senso assoluto, non è un concetto sbagliato: se tutta l’umanità lo
applicasse alla lettera, il mondo tornerebbe forse a essere un giardino
dell’Eden. Ma, poiché per il momento non è così, mi permetto di avanzare
qualche critica.
È un sistema concepito per gestire solo le persone che funzionano come
loro, mentre si rivela inadatto ai meschini e ai disonesti, e diventa addirittura
pericoloso con i predatori (un leone non può essere trattato come un gattino).
Insomma, a questo sistema manca il software «individuazione e gestione dei
disonesti e dei malvagi». Inoltre, non ha fissato dei limiti precisi alla
gentilezza. Eppure, sapete come si dice: «Buono sì, ma fesso no». La
domanda da porsi è: «Dov’è il confine?» Ma dopotutto è un sistema coerente
con il falso sé in modalità «accoglienza VIP incondizionata».
L’altro inconveniente di questo sistema di valori è che rischia di bastare a
se stesso e di prevalere sulle regole e le leggi in vigore. Se una regola o un
ordine gli sembrano ingiusti, illogici o arbitrari, l’iperefficiente mentale non
potrà piegarvisi, qualunque sia il prezzo da pagare. In compenso, accetterà la
sanzione per aver trasgredito alla regola, dato che nel suo sistema di valori è
previsto che ci si debba assumere la responsabilità delle proprie azioni. Con
la lungimiranza che li caratterizza, gli iperefficienti mentali percepiscono
l’assurdo, il pericolo, la mancanza di fraternità o l’ingiustizia là dove nessun
altro li coglie. La loro ribellione viene allora scambiata per una bizzaria o per
un capriccio. Frustrazione assicurata!
L’iperefficienza mentale è accompagnata in linea di massima da un’onestà
assoluta e da un rispetto scrupoloso delle regole. Tranne quando
l’iperefficiente ritiene che il regolamento in questione sia stupido o che una
particolare legge sia fatta male. È curioso osservare fino a che punto questi
indecisi che dubitano di tutto possano rimanere inflessibili riguardo al loro
idealismo. La loro etica personale vincerà sempre, tanto che potranno dover
pagare con un’ammenda o addirittura con la prigione il loro comportamento
deviante. E accetteranno la sanzione con coraggio, senza per questo mettersi
in discussione. Dopotutto è grazie a persone come queste che le dittature
incontrano delle resistenze. Il loro coraggio è all’altezza delle loro
convinzioni, ma in alcuni casi esagerano, dando l’impressione di voler a loro
volta imporre le proprie leggi.
François ricorda che a scuola, durante la ricreazione, prendeva sempre le
difese degli oppressi, dando personalmente una lezione agli aguzzini. Le
punizioni che collezionava non lo smuovevano: lui era assolutamente certo di
essere nel giusto e di fare solo il suo dovere. Ma il suo cuore puro non gli
permetteva di avere il distacco necessario per vedere che così facendo
partecipava al cosiddetto «triangolo drammatico». Per lui era normale essere
il carnefice del carnefice per poter essere il salvatore di una vittima
probabilmente neanche poi così innocente come credeva. a
Dopotutto, il rapporto con l’autorità è spesso delicato. Nel loro sistema di
valori in cui la gelosia, l’invidia e i giochi di potere non esistono, è normale
trattare con le persone da pari a pari, qualunque sia il loro grado o ruolo. Gli
iperefficienti si lasciano impressionare solo dalla rettitudine, dal coraggio o
da una competenza accertata, che ammirano e a cui plaudono sinceramente.
Per il resto, avranno il medesimo atteggiamento con la centralinista e con il
direttore generale. La loro tranquilla umiltà non è però percepita come tale
dalle persone abituate ai salamelecchi e alla deferenza. Per i plusdotati i guai
con l’autorità cominciano nell’infanzia, con i genitori e la scuola, e
proseguono in età adulta sul luogo di lavoro, con la gerarchia. Per gli
iperefficienti mentali non basta infatti che uno ricopra il ruolo del capo, deve
essere competente e dare ordini intelligenti, possibilmente con i dovuti modi.
D’altronde il rispetto della scala gerarchica non ha senso per loro.
Me lo conferma Philippe:

In mensa ho incrociato il capo del personale, e così gli ho parlato del


desiderio che ho di prendermi un congedo di formazione. Il mio diretto
superiore è andato su tutte le furie. È convinto che l’abbia fatto per
forzargli la mano, ma non è affatto così! Semplicemente se n’è presentata
l’occasione. A ogni modo, gliene avrei parlato appena possibile.

Per Philippe, lasciare che fosse il suo superiore a parlare per primo al capo
non ha senso. È puerile e una perdita di tempo.
Questa mania di trattare tutti da pari a pari può essere sconcertante e
destabilizzante per quanti fanno affidamento sulla gerarchia per legittimare il
proprio ruolo. Molti conflitti incomprensibili per gli iperefficienti mentali
potrebbero essere evitati se loro stessi si prendessero la briga di concedere ai
loro interlocutori la deferenza di cui hanno bisogno per sentirsi rassicurati.
Sul lavoro, i problemi cominciano non appena il livello di esigenza del
dipendente supera quello del titolare. È quasi sempre ciò che avviene in
azienda con gli iperefficienti mentali, dotati di un’intelligenza, di un
buonsenso, di una rapidità nell’eseguire i compiti e di un perfezionismo che
procurano loro molte noie sul lavoro.
L’ultimo problema che pone questo sistema di valori è che con la loro
innata lungimiranza e benevolenza, gli iperefficienti mentali hanno
immediatamente accesso al potenziale positivo dei loro interlocutori.
«È verissimo!» mi dice Véronique. «Appena vedo qualcuno, anche in
televisione, mi viene voglia di rifargli il look, di dargli lezioni di portamento,
di dizione, e di metterlo in contatto con tutto ciò che c’è di buono e di grande
in lui. Potrebbe essere infinitamente meglio di quello che è!» Gli
iperefficienti mentali ragionano come se il loro interlocutore avesse anche lui
accesso a quel potenziale e fosse cosciente delle proprie qualità latenti.
Questo atteggiamento mette spesso a disagio l’altra persona, che non riesce a
spiegarsi quell’accoglienza troppo calorosa che gli viene riservata, finendo
per scambiare l’iperefficiente per un adulatore mosso da secondi fini. Può
inoltre accadere che questo sguardo troppo limpido che lo scannerizza e lo
mette a nudo, costringa l’interlocutore a confrontarsi con il divario esistente
tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, cosa altrettanto scomoda e
potenzialmente perturbante. Solo i manipolatori saranno ben felici
dell’ingenuità dell’iperefficiente mentale e la sfrutteranno a fondo.

a. Le vittime sono in genere molto meno innocenti di quanto non lascino credere. Cfr.
Christel Petitcollin, Victime, bourreau, sauveur, comment sortir du piège, Éditions
Jouvence, Archamps 2011.
Una relazionalità difficile

LE CARATTERISTICHE affrontate finora, che siano neurologiche o etiche,


pongono delle difficoltà a livello relazionale. La maggior parte degli
iperefficienti mentali vive rapporti interpersonali problematici. Alcuni sono
circondati da un entourage positivo e comprensivo che attenua la sensazione
di fallimento interpersonale, ma l’intesa con la maggior parte degli individui
resta complicata. L’ostacolo principale è rappresentato dalle incapacità di
comprendere le convenzioni sociali che regolano i rapporti tra i
normopensanti. Le interazioni degli iperefficienti sono immancabilmente
inquinate da una sensazione di imbarazzo. Di gaffe in gaffe, gli iperefficienti
perdono la loro spontaneità e sviluppano un’ipervigilanza sulle loro azioni e
su quanto dicono per evitare nuovi disagi, ma tutto risulta vano perché i
codici sociali rimarranno per loro inaccessibili.
I problemi nascono anche dalle eccessive aspettative degli iperefficienti
mentali, convinti come sono che quando si ama, quando si è amici, compagni
o vicini si debba… L’elenco dei modi in cui ci si deve comportare in queste
situazioni è lungo e molto personale, perciò prima o poi l’iperefficiente
rimarrà deluso da qualche mancanza dell’amante, amico, compagno o vicino
in questione. È un elenco irrealistico perché composto di assoluti, quindi non
prevede eccezioni. Teniamo però presente che, soli e incompresi da tutti, gli
iperefficienti mentali non hanno avuto modo di perfezionare e adattare le loro
aspettative nei rapporti interpersonali. Così, anche tra iperefficienti mentali,
ci si può ferire a vicenda perché non si condividono gli stessi codici. Il
divario tra i loro valori e le priorità della maggior parte delle persone crea
inoltre un’incomprensione reciproca.
Capita spesso che gli iperefficienti vengano rifiutati o molestati. Nei casi
più gravi, ma purtroppo frequenti, cadono sotto l’influenza di un predatore
che sa usare abilmente le loro debolezze per manipolarli.
Dipendenza psicologica
In un mio precedente libro, Échapper aux manipulateurs, a ho affrontato il
tema della violenza psicologica, della manipolazione mentale e dei rapporti di
dipendenza psicologica. All’epoca mi ero soffermata soprattutto sui
manipolatori e sulle strategie che mettevano in atto, ma avevo anche
cominciato a interessarmi al profilo delle loro vittime. Già allora avevo
dedicato un capitolo alle vittime dell’influenza psicologica nel quale stilavo
un elenco dei tratti della personalità che più di altri rischiano di essere
manipolati. Con mia grande sorpresa, scoprii che questi tratti caratteriali sono
in linea di massima aspetti positivi della personalità: un dinamismo e
un’allegria fuori del comune, una benevolenza e una gentilezza innate, la
capacità di rimettersi in discussione, la volontà sincera di risolvere i conflitti
eccetera.
Dopo la pubblicazione del libro, mi sono concentrata sulle vittime. E ora
posso affermare che le prede preferite dei narcisisti perversi sono gli
iperefficienti mentali. Diversi autori che si sono occupati di bambini
plusdotati lo confermano: i piccoli plusdotati sono bambini pacifici, magari
solitari e sognatori, ma spesso abbastanza popolari tra i coetanei per via della
loro gentilezza. In compenso, la loro personalità disturba e attira i bambini
predatori. Attraverso le testimonianze che raccolgo nel mio studio, ritengo
che si sottovaluti il numero e la gravità dei casi di bullismo durante le
ricreazioni a scuola. Del resto, nel libro Guida alla sindrome di Asperger,
Tony Attwood dedica un intero capitolo alle inquietanti molestie a cui sono
sottoposti a scuola i bambini con la sindrome di Asperger.
Burattini e burattinai
Gli iperefficienti hanno una struttura mentale che li rende facilmente
influenzabili sul piano psicologico. Il loro vuoto identitario viene captato e
sfruttato dai manipolatori. Avidi come sono di relazioni intense, intime e
calorose, gli iperefficienti mentali non s’avvedono della strategia di
seduzione deliberata né dell’adulazione interessata del manipolatore, tecniche
mimetiche che il predatore utilizza con grande maestria. Incompresi da tutti,
alla ricerca della loro famiglia d’anime, gli iperefficienti pensano di aver
finalmente trovato un loro simile, capace di accettarli per ciò che sono, e non
vorranno più lasciarlo andare. A poco a poco, i rapporti si guastano, ma
l’iperefficiente mentale vuole solo capire l’altro e rimettersi in discussione. Il
pensiero ramificato può sballottarlo qua e là e farlo rimuginare all’infinito.
L’eccessivo bisogno di armonia inoltre lo fa cedere alle minacce, e la
propensione al senso di colpa lo porterà ad accusarsi di tutto ciò che non va.
Ed è così che le proiezioni del manipolatore potranno riempire il suo vuoto
identitario. Un giorno, l’iperefficiente mentale si convincerà di essere lui a
manipolare l’altro e di essere il solo problema della relazione. E sarà facile
farglielo credere, perché dopotutto è ciò che vive sin dall’infanzia.
Sorprendenti complementarità
Sono sicura che i narcisisti perversi provino un odio viscerale per gli
iperefficienti mentali perché sono il loro esatto contrario. I perversi sono
malevoli, astiosi, diffidenti, scontrosi, vili e vuoti. Come potrebbero
apprezzare qualcuno che è per natura benevolo, affettuoso, fiducioso, gioioso,
coraggioso e soprattutto intensamente vivo? I manipolatori sono dei ladri di
vita e dei profanatori che devono sporcare, annientare, massacrare tutto ciò
che è amore e gioia di vivere.
Ho scoperto che esiste una temibile complementarità tra i narcisisti
perversi e gli iperefficienti mentali. Sono come due tessere, una nera e una
bianca, di uno stesso puzzle. In pratica è l’incontro di un angelo e di un
demone. Ne consegue una lotta impari tra il Bene e il Male, tra la vita e la
morte, tra un calcolatore e un ingenuo.
Ecco un esempio di questa sorprendente complementarità: riguarda
l’iperestesia degli iperefficienti mentali, di cui abbiamo già visto le
caratteristiche. Nel mio precedente libro spiegavo come i manipolatori
saturino lo spazio sensoriale della loro vittima di rumori, odori e presenza,
fino a farli impazzire. È effettivamente più facile saturare lo spazio sensoriale
di un iperestesico che quello di un normopensante, poco sensibile ai rumori e
agli odori e capace di astrarsene.
Altro esempio: nelle pagine precedenti abbiamo parlato del sonno leggero
degli iperefficienti mentali. I manipolatori (come i leader carismatici di sette
religiose) cercano innanzitutto di privare la loro vittima del sonno. Sono
capaci di scatenare una lite appena prima di andare a dormire per attivare
nell’iperefficiente mentale le rimuginazioni ramificate e impedirgli di
addormentarsi. Sospirano e si rigirano nervosamente nel letto, russano,
accendono la luce con qualsiasi pretesto, sbattono le porte. Con la sua
amigdala troppo sensibile, l’iperefficiente si sveglia di soprassalto e fa fatica
a riaddormentarsi. Questa è di sicuro una delle principali cause di suicidio nei
casi di molestie, poiché la mancanza di sonno influisce moltissimo sul livello
di serotonina. Le complementarità sono innumerevoli: i manipolatori sono
subdoli, bugiardi e malevoli; gli iperefficienti sono schietti, sinceri fino alla
trasparenza e di una benevolenza morbosa. I manipolatori sono sicuri di sé,
perentori e accusatori; gli iperefficienti dubitano di se stessi, sono insicuri e
inclini a mettersi sistematicamente in discussione. L’elenco delle
complementarità sarebbe lungo da stilare. Proprio perché è sbalorditivo sono
arrivata alla conclusione che i perversi se la prendono solo con i plusdotati.
Ne ho la conferma ogni volta. Quando incontro nel mio studio una persona
vittima di molestie, che sia nell’ambito della vita privata o di quella
professionale, capisco subito di avere davanti a me un iperefficiente mentale
che si scontra con una cattiveria per lui ancora più inconcepibile, dato che la
malevolenza e il sabotaggio sono atteggiamenti ai suoi occhi del tutto
controproducenti.
Un falso sé in servizio continuo
In fondo, ciò che paralizza gli iperefficienti mentali in un rapporto di
dipendenza psicologica è il loro falso sé. Come abbiamo visto, questo falso
sé, programmato per soddisfare tutte le aspettative, si attiva in modo
automatico, ed è un meccanismo che conferisce ai narcisisti perversi un
potere inebriante. Potere che questi ultimi si divertono sadicamente a
esercitare, esasperando la vittima.
A ogni loro richiesta, anche non formulata in modo esplicito,
l’iperefficiente mentale si fa in quattro per soddisfarla. Per loro è un gioco
davvero divertente! Gli iperefficienti mentali si sfiniscono nel cercare di
rispondere a tutte le sollecitazioni, senza nemmeno rendersi conto che sono
contraddittorie. Le persone normali hanno dei limiti, i perversi no:
rispetteranno solo quelli imposti loro con vigorosa autorità, non di certo
quelli provenienti dalla vittima. Per fronteggiare un perverso occorre
disattivare il proprio falso sé e affrontarlo con consistenza e fermezza. Ciò
significa rinunciare all’educazione, alla cortesia, alla diplomazia e soprattutto
raggiungere un compromesso che soddisfi entrambe le parti. Bisogna osare
confrontarsi duramente, entrare in guerra e saper fare pressione sul predatore
per farlo indietreggiare. Rifiutarsi di discutere, essere intrattabili e quindi
ottusi e, in molti casi, dover diventare ruvidi e minacciosi è contrario ai valori
di pace e di armonia degli iperefficienti mentali. Insomma, per sfuggire alla
dipendenza, bisognerebbe parlare al perverso nella sua stessa lingua, il che è
agli antipodi della personalità di un iperefficiente mentale.
Per non essere più facili prede
Per smettere di essere facili prede dei narcisisti perversi, gli iperefficienti
mentali devono per prima cosa ammettere che la malevolenza esiste. E non è
impresa da poco! Per l’iperefficiente mentale tutti, in fondo, sono buoni. Non
si può essere cattivi gratuitamente. Nel loro mondo l’odio, la gelosia, il
rancore non esistono. Se si è cattivi, quindi, è solo ed esclusivamente perché
si è davvero molto infelici. Ma questo rapporto di causa-effetto è falso. Un
iperefficiente mentale sarebbe molto infelice di essere cattivo ma, anche se
molto infelice, non diventerebbe mai cattivo. I manipolatori sono molto
cattivi e persino crudeli, ma sono soprattutto contentissimi di esserlo e non
sono affatto infelici: la cattiveria e l’illusione di onnipotenza che ne deriva
procurano loro, al contrario, un godimento intenso e inebriante. Quando
mentono e quando feriscono si credono molto forti e intelligenti, e questo li
rende euforici. È ancora più difficile far capire a un iperefficiente mentale la
menzogna e la totale assenza di sentimenti nei perversi. Gli iperefficienti
faticano infatti ad accettare l’idea che tutto possa essere frutto di calcolo,
persino un’apparente crisi di disperazione o una dichiarazione d’amore.
Spesso sono io stessa la cattiva a insinuare che possano esistere persone
così cattive!
È terribile dover indurire il proprio cuore! Eppure, come ben sapete nel
profondo, prima o poi bisognerà fissare dei limiti alla vostra gentilezza. Non
esistono solo persone benigne e di buona volontà a questo mondo. Come ho
già detto, ciò che va bene per un gattino non funziona con un leone. Finora
non avete fatto altro che firmare assegni relazionali in bianco. La vostra
gentilezza funzionava in modalità automatica e veniva dispensata a tutti. È
ora di passare alla modalità manuale. Le persone intorno a voi devono
meritarsi la vostra gentilezza.
Ecco le domande che dovete porvi per contenervi.
È giunto il momento di chiedervi: «Fino a che punto sono gentile? Quando
la mia gentilezza diventa stupidità?»
Seconda domanda: «Fino a che punto sono gentile? Quando la mia
gentilezza diventa sottomissione?» Vale a dire: «Quando obbedisco all’altro a
causa del mio falso sé invece di rispettarmi?»
Poi interrogatevi sulla vostra paura dei conflitti: «Fino a che punto sono
gentile? Quando la mia gentilezza diventa viltà? La mia paura del confronto
sta forse prendendo il sopravvento?»
Infine, una domanda accessoria: «Questa persona merita la mia
gentilezza?»
E non dimenticate la piccola e semplice frase che lascerà al vostro vero io
lo spazio di esistere: «Mi spiace, proprio non posso». È l’inizio
dell’affermazione di sé.
Per concludere, devo togliervi un’ultima illusione: no, non tutti possono
cambiare. È addirittura pericoloso concedere una seconda possibilità a chi è
profondamente cattivo. Nonostante l’amore e la pazienza che possiamo
offrire loro, i manipolatori non cambiano. Innanzitutto perché nel profondo
sono fieri e contenti di ciò che sono (tutti stupidi tranne loro!). E poi perché il
loro sistema di pensiero non conosce autocritica: loro sono perfetti, i
problemi vengono sempre dagli altri. Quando promettono di cambiare, lo
fanno solo per mettervi a tacere. Finché gli iperefficienti mentali non lo
capiranno, si lasceranno sempre ingannare. È dura accettare di non poter
aiutare chi crediamo in difficoltà. È altrettanto dura ammettere che questa
persona si è presa gioco di noi sin dall’inizio. Eppure, credetemi: con i
manipolatori l’unica soluzione è la fuga!
Ma la principale trappola della dipendenza psicologica in cui cadono gli
iperefficienti è quella della sfida intellettuale, la necessità di macinare nuovi
grani. Me l’hanno confessato spesso: ad affascinarli nei perversi che li
torturano è la loro apparente complessità. Finalmente una sfida all’altezza del
loro cervello assetato di difficoltà! Ed è così che gli iperefficienti si ritrovano
abbindolati prima ancora di rendersi conto che non c’è alcuna complessità da
sviscerare in una persona che si limita a mentire, imbrogliare e contraddirsi. Il
principale rimedio al rischio di finire invischiato in una relazione di
dipendenza psicologica è quello di affrontare la vera grande intelligenza: la
vostra.
Un’intelligenza scomoda
Benché stentiate a comprenderlo, il vostro problema principale è proprio la
vostra intelligenza. Siete molto più intelligenti della media delle persone. È
un fatto oggettivo che un pensiero ramificato è più efficace di un pensiero
sequenziale, per svariate ragioni:

gestisce simultaneamente un maggior numero di dati;


il funzionamento per associazione di idee decuplica le possibilità di
memorizzazione e il ventaglio di risposte;
la capacità di stabilire associazioni di idee trasversali aumenta la sua
creatività;
usa queste associazioni come scorciatoie di pensiero che gli permettono
di andare veloce;
la capacità di considerare le cose in maniera globale consente di valutare
rapidamente e di circoscrivere i problemi nel loro insieme.

Misurando la velocità delle trasmissioni neurologiche si è scoperto che è


maggiore nell’emisfero destro.
Così, come un abile lemure, il pensiero ramificato salta da un ramo
all’altro sorvolando la giungla mentale con una visione panoramica, là dove
un pensiero sequenziale, simile a un animale terrestre, dovrà seguire un
percorso tortuoso tra la fitta vegetazione, senza poter godere di una visione
d’insieme.
Gli iperefficienti mentali rifiutano l’idea di avere un’intelligenza
superiore. Tutt’al più accettano quella di averne una diversa. Ma superiore,
proprio no! Ecco infatti il paradosso: più si è intelligenti, più si dubita di
esserlo e meno se ne è consapevoli. Gli iperefficienti mentali non si
riconoscono dotati di un’intelligenza eccezionale perché ne sono
profondamente sconvolti. Innanzitutto perché si scontra con i loro valori di
uguaglianza e fratellanza; inoltre, ammettere di essere intellettivamente più
dotati della media è un duro colpo alla loro modestia; infine, è più comodo
considerarsi giusto un po’ ipersensibili e dissonanti. Essere così intelligenti
sarebbe ancora più stigmatizzante: alcuni iperefficienti mi hanno confidato
che confermerebbe e renderebbe definitivo l’isolamento che tanto li fa
soffrire.
Eppure, accettare questo dato di fatto e confrontarsi finalmente con ciò che
sono li libererebbe dall’obbligo di nascondersi dietro il loro falso sé. Ma per
spalancare lo stanzino buio in cui il loro vero io è rinchiuso dall’infanzia
bisognerebbe percorrere il corridoio dell’angoscia, osare sfondare le sue porte
blindate. Ricordate? La paura di essere rifiutati e abbandonati, la tristezza di
essere soli e incompresi, la rabbia di non poter essere se stessi. Mettersi in
discussione in questo modo è un’impresa sovrumana poiché sovverte le loro
regole e riscrive tutto il loro percorso in una successione di disastri e di
sofferenze.
La riabilitazione narcisistica è troppo sconvolgente. Il corridoio di
angoscia è troppo spaventoso, la rabbia da affrontare troppo soverchiante.
Così, per evitare questa rabbia celata nel profondo, ecco che si mettono
subito in moto i meccanismi di rifiuto dell’idea. «E comunque si sbaglia:
sono stupido/a». E si affrettano a fare l’inventario e a far notare tutti i loro
difetti, confermandosi così nell’illusione di essere idioti.
Gli iperefficienti mentali sanno di essere distratti, talvolta impotenti di
fronte ai piccoli problemi della vita quotidiana e ignorano di essere invece
straordinariamente efficienti di fronte a quelli grandi. Ogni volta che riescono
a risolverne uno sono stupiti e ne deducono che in fondo non era poi così
difficile. Eppure, a qualsiasi cosa si accostino o qualsiasi cosa intraprendano,
gli iperefficienti hanno sempre successo. Sono veloci, fanno le cose in fretta e
bene, e lo sanno, ma non si rendono conto che per gli altri non è così, anche
se spesso hanno l’impressione che le persone che li circondano si perdano in
un bicchier d’acqua.
Martine fa la segretaria contabile. Quando è stata assunta nella piccola
azienda a gestione famigliare, il reparto amministrativo era disorganizzato,
oberato di lavoro e accusava un notevole ritardo nelle fatturazioni. In meno di
due anni, Martine ha recuperato il ritardo, riordinato gli archivi, organizzato il
reparto e creato un sistema di gestione dell’ordinaria amministrazione molto
efficiente. Così efficiente, sostiene, che ora si annoia e non ha quasi più nulla
da fare. Quello che non capisce è perché i suoi colleghi non siano organizzati
come lei: è così semplice! E quello che capisce ancora meno è la gelosia e il
rifiuto che sente crescere a poco a poco intorno a sé. Che cosa avrà mai fatto
per meritarsi questo? Ingenua Martine, che non vuole ammettere la propria
superiorità intellettiva, quando i suoi colleghi invece la percepiscono eccome!
Ingenua? Non poi così tanto. Come tutti gli iperefficienti mentali, Martine
si sforza continuamente di nascondere la sua diversità. Ma se si ascoltasse nel
profondo sentirebbe che almeno dieci volte al giorno si domanda che
cos’abbiano gli altri. Se si autorizzasse a pensarlo, li troverebbe imbranati,
testardi o limitati. La loro lentezza e la loro mancanza di buonsenso la
esasperano, ma Martine si trattiene. È sbalordita dalla banalità e dalla
superficialità delle loro conversazioni. Le loro osservazioni sono luoghi
comuni triti e ritriti, le loro opinioni sono prive di originalità. Avrebbe spesso
l’occasione di trovarli meschini, individualisti e, sì, addirittura stupidi. Ma lei
arretrerà e si asterrà dal dare questo giudizio di valore! È come se Martine si
fosse spinta fino all’ingresso del corridoio… e si affretta a tornare nella sala
VIP!
Tuttavia, rifiutandovi di ammettere la vostra superiorità intellettiva create
un vero e proprio pregiudizio ai normopensanti. Immaginate un campione
olimpionico che gareggia con alcuni sportivi dilettanti negando la sua diversa
condizione fisica. Le sue performance schiaccianti finirebbero per
ridicolizzare e scoraggiare quei poveri sportivi della domenica. E il falso
modesto sosterrebbe per di più di non aver fatto nulla di eccezionale! Gli
sportivi dilettanti sarebbero autorizzati a detestarlo e a escluderlo dalla loro
cerchia. Così, negando di avere un’intelligenza superiore e volendo giocare
ad armi pari con persone che non hanno le vostre capacità, vi comportate
proprio come il campione olimpionico. Secondo voi, che cosa può provare un
normopensante vedendovi risolvere in pochi secondi un problema sul quale
lui si arrovella da settimane? E quando poi sostenete che è stato facilissimo e
che non avete fatto niente di eccezionale? Una umiltà che non tiene conto
della propria superiorità può facilmente essere scambiata per falsa modestia o
addirittura per irrisione. Visto da questa prospettiva, non è poi così strano che
suscitiate astio e gelosie, non vi pare? A mio avviso, questo divario percepito
da chi è inferiore e negato da chi è superiore è all’origine di molte situazioni
di disagio.
Non bisogna confondere umiltà e falsa modestia. Non è certo negando ciò
che siete che potrete essere accettati dagli altri, ma al contrario accettandolo
con semplicità. Dovete solo ritrovare la vostra obiettività. Non c’è millanteria
nel constatare un dato di fatto. Così, il modo più onesto di gestire la vostra
diversità è innanzitutto riconoscerla una volta per tutte, per poi dividerla in
piccole capacità indipendenti le une dalle altre affinché diventi accessibile ai
normopensanti. Poche parole, scelte con cura, vi permetteranno di essere
compresi e accettati per ciò che siete. Dite con franchezza: «Sì, è vero, sono
veloce (organizzato, sensibile, appassionato di…)» oppure: «Sì, ho il senso
del dettaglio (o sono fisionomista)». Per non rischiare di passare per un
leccapiedi del capo, avvertite sempre i vostri colleghi: «Non sono capace di
starmene con le mani in mano. Ho sempre bisogno di fare qualcosa!»
È importante comprendere i normopensanti anche per offrire loro il
rispetto che meritano. Negando ciò che sono, li disturbate nel loro
funzionamento, li stressate inutilmente e rischiate di farli sbagliare. Non
riconoscendoli come sottodotati, fate subire loro una vera e propria violenza.
(So di scandalizzarvi dicendo questo!) Danielle passa il tempo a sottolineare
la mancanza di buonsenso delle persone e a esserne esasperata. Cerco di
spiegarle che non tutti hanno il dono della logica, e lei si indigna: «Ma
insomma, prendersi cinque minuti per riflettere prima di agire è alla portata di
tutti!» E invece no, non è alla portata di tutti. Danielle non riesce a capirlo. È
inutile come dire a un cretino che è un cretino, poiché, se lo è davvero, non
può rendersene conto.
Ascoltandomi, Martin si rende conto che da anni gli capita di perdere la
pazienza alla cassa del supermercato o al check-in in aeroporto; in molte
occasioni si ritrova a sbraitare contro impiegati che ritiene stupidi,
accusandoli di essere lenti apposta. Nel comprendere infine il divario che li
separa, diventa rosso per l’imbarazzo e si pente del suo atteggiamento. A
differenza di Martin e Danielle, Nelly l’ha capito da tempo. Con un sorriso
complice, mi confida la sua tecnica:

Ho trovato il trucco: mi assicuro che abbiano capito la mia richiesta e li


lascio fare secondo il loro ritmo e la loro idea. Bisogna essere pazienti e
soprattutto non intervenire per non farli andare in confusione. E le cose
finiscono per essere fatte, e anche bene, sebbene non a modo mio.

Nelly ha ragione: pazienza e benevolenza sono le principali qualità da


mettere in campo nell’interazione.
Peraltro, comprendere in che cosa sono diversi i normopensanti vi
permetterà di non farvi più ferire dai loro comportamenti e dai loro
commenti, e di capire anche la natura della loro incomprensione nei vostri
confronti. È venuto perciò il momento di affrontare queste differenze
oggettive.
Chi sono i normopensanti?
«Ma allora, in che cosa sono diversi da me questi normopensanti?» è la
domanda che mi rivolgono gli iperefficienti mentali in questa fase della loro
comprensione del problema. Abbiamo parlato a lungo del fatto che avete
l’emisfero destro più sviluppato di quello sinistro. Se gli iperefficienti mentali
rappresentano dal 15 al 30% della popolazione, ne consegue che dal 70
all’85% delle persone avrebbe il cablaggio opposto, ossia l’emisfero sinistro
dominante. Sono quindi loro a essere nella norma, da qui la mia definizione
di «normopensanti». Proprio come per voi, questa predominanza conferisce
loro delle caratteristiche neurologiche e una mentalità diversa. Nel libro La
scoperta del giardino della mente, Jill Bolte Taylor, raccontando dell’ictus
che l’ha colpita, svela lo stupore di fronte alle sue scoperte, fornendoci così
preziose indicazioni per capire che cosa cambia da un emisfero all’altro.
Certo, nel suo caso alla base c’era un grave problema medico, ma ciò che
racconta della sua vita senza cervello sinistro è incredibilmente vicino alla
descrizione della sindrome di Asperger. Lei stessa riconosce i suoi
cambiamenti nella personalità e nel sistema di valori. Ma in che cosa consiste
esattamente un pensiero dominato dall’emisfero sinistro?
La neurologia dei normopensanti
Rispetto a voi, i normopensanti sono ipoestesici. Hanno i cinque sensi e
soprattutto l’olfatto meno sviluppati, meno abili nel percepire i dettagli. Non
hanno l’occhio e l’orecchio teso, in allerta. Ecco perché ci sono molte cose
che non colgono o che non ricordano. Il loro livello di esigenza è pertanto
minore del vostro: hanno aspettative meno alte, quindi è più facile per loro
riconoscere i propri successi. L’inibizione latente funziona in modo
automatico: tutto ciò che è inutile o scomodo viene eliminato senza sforzo, e
questo permette di restare concentrati su ciò che è pertinente. I normopensanti
non si lasciano distrarre facilmente dall’ambiente che li circonda. Per
esempio, il loro cervello isola il suono della vostra voce, che riescono a
percepire molto bene nel brusio; vi ascoltano senza fatica, purché il vostro
discorso sia adatto alla loro struttura mentale lineare. La musica non è mai
troppo forte al punto da disturbarli. Al contrario, un mondo fatto di
stimolazioni sensoriali appare loro più allegro e li aiuta a sentirsi vivi. Amano
circondarsi di musica, luci, insegne, addobbi e profumi artificiali.
Sorprendente, vero?
Tutto il resto è una conseguenza. Meno attenti, non tengono conto delle
intonazioni né delle parole pronunciate, meno cariche di significato per loro
che per voi, e non leggono il linguaggio non verbale. Se vi aspettate che vi
capiscano al volo, vi sbagliate di grosso. Però sono meno suscettibili di voi:
per offenderli bisognerà andarci pesanti con le critiche o far leva sulla
vergogna, a cui sono sensibili.
Jill Bolte Taylor ricorda di essere stata meno emotiva ma più angosciata,
quando era sotto il dominio del cervello sinistro, e sottolinea quanto l’aspetto
affettivo abbia acquisito importanza dopo l’ictus. Finché era l’emisfero
sinistro a predominare, era poco sensibile agli incoraggiamenti e non aveva
bisogno di essere spronata per progredire; quando invece ha dovuto fare
affidamento sull’emisfero destro, questi dati sono diventati fondamentali.
Tutt’a un tratto è diventata consapevole di quanto le interazioni con le
persone la influenzassero: alcune la svuotavano delle sue energie
obbligandola a chiudersi di fronte a loro, altre invece la rinvigorivano con la
loro benevolenza. Si è resa conto che non sarebbe mai potuta guarire senza
l’affetto e il sostegno costante, caloroso e paziente dei suoi cari. Tutto questo
è ovvio per voi, vero? Riuscire all’improvviso a leggere i messaggi non
verbali della gente e a indovinarne i pensieri è stata una rivelazione per lei,
proprio come quegli stati di meditazione e fusione con l’universo. Potete
quindi dedurne che nuotare in un mare d’amore universale sentendosi
empatici rispetto alla natura e agli altri esseri umani non è la specialità dei
normopensanti.
Il loro modo di riflettere in maniera sequenziale può essere paragonato a
un pensiero che si sviluppa come una scala a pioli. I normopensanti avanzano
nel loro ragionamento con metodo, gradino dopo gradino. Il percorso è molto
più lento, quindi per voi probabilmente esasperante, soprattutto quando
intuite che la scala sarà lunga e piena di pioli. L’avrete forse notato: se
cercate di saltare delle tappe per andare direttamente alla fine della scala, o se
fate delle osservazioni a margine del discorso principale, il vostro
interlocutore aspetterà più o meno pazientemente che abbiate finito la vostra
digressione per ripartire con il suo ragionamento proprio là dove l’avevate
interrotto. È un punto importante, questo: non costringete i normopensanti a
lasciare la loro scala, li irritereste o li confondereste! Il pensiero sequenziale è
particolarmente adatto al sistema scolastico: non c’è rischio di dispersione, in
tutti i sensi. Questo tipo di pensiero consente di imparare «a memoria»,
soprattutto quando non c’è nulla da capire in ciò che si memorizza, e di
utilizzare gli schemi classici (A, B…, A.1, A.2…). Manon non avrebbe avuto
alcuna difficoltà a fare la sua tesina sul Rinascimento italiano con un pensiero
sequenziale: l’esposizione sarebbe stata molto strutturata, molto attinente al
tema e le sarebbe valsa dei complimenti. Il pensiero sequenziale permette di
avanzare su delle rotaie, cosa che dà una stabilità e una coerenza a lungo
termine. Nella mente di un normopensante ci sono meno idee, meno
domande, meno originalità, ma il tutto è più ordinato.
Il mondo affettivo dei normopensanti
I bisogni affettivi dei normopensanti sono molto meno intensi dei vostri. I
rapporti di facciata che voi considerate superficiali a loro bastano e vanno
bene così. Amano parlare di cose banali e insulse, scambiarsi luoghi comuni,
condividere idee scontate e ritrovarsi per il puro piacere di stare insieme. I
normopensanti amano il gruppo e persino la folla, amano divertirsi e distrarsi,
non sentono il bisogno di elevare il dibattito e di cambiare il mondo. Inutile
aprirsi ad altri modi di pensare quando quello convenzionale va già bene;
anzi, le idee troppo rivoluzionarie li turbano. Ai normopensanti non piace
parlare di sé in maniera troppo introspettiva, perché in questo modo vengono
inutilmente a galla le angosce. È solo quando stanno male che avvertono il
bisogno di aprirsi; allora apprezzano la grande capacità di ascolto e di
empatia degli iperefficienti mentali. Ma non appena si sentono meglio,
prendono di nuovo le distanze e ritornano alla comodità e al piacere di
confrontarsi sulle banalità. A quel punto i plusdotati, che avevano creduto di
essersi finalmente fatti un amico intimo grazie a quelle confidenze
sconsolate, ne restano molto delusi: constatano con amarezza che ci si serve
di loro quando le cose non vanno bene, per poi scaricarli quando
ricominciano a funzionare. Ma è un’interpretazione errata: per i
normopensanti le conversazioni profonde sono circoscritte ai momenti di
depressione.
I normopensanti criticano molto e soprattutto ciò che esula dalle
convenzioni. Per loro, criticare non significa rifiutare, ma spronare a
migliorarsi. Queste persone amano inoltre commentare tutto ciò che fanno e
dicono amici e conoscenti. Spesso gli iperefficienti mal sopportano quelli che
considerano discorsi da cortile e maldicenze. Nel libro Embracing the Wide
Sky, Daniel Tammet fa notare che il pettegolezzo negli uomini ha la stessa
funzione sociale che ha lo spidocchiamento nelle scimmie: quella di creare un
legame. La maldicenza ha un ruolo molto marginale in confronto al tempo
passato a commentare chi fa cosa. Questi comportamenti hanno quindi un
senso. Un senso che sfugge agli iperefficienti mentali, che si sentono
comunque sempre connessi agli altri, senza bisogno di spidocchiamenti.
La mentalità dell’emisfero sinistro
L’individualismo
La mentalità dei normopensanti sconvolge le persone con il cervello destro
dominante. In effetti, considerato l’alto valore che danno alla condivisione,
c’è da capirli. La predominanza del cervello sinistro induce infatti
all’individualismo, se non addirittura all’egocentrismo, mentre quello destro
offre un pensiero collettivo e altruista. Jill Bolte Taylor aveva il suo stesso
emisfero destro turbato dalla mentalità di quello sinistro, e confessa
sinceramente che durante la rieducazione di quest’ultimo le ripugnava l’idea
di ritrovare l’individualismo, la cupidigia e la meschinità di un tempo. Anche
il suo ego, sempre pronto a giudicare e ad accusare gli altri, non le mancava
affatto! L’individualismo è quindi più strutturale che volontario: durante uno
scambio con un interlocutore, i normopensanti sono concentrati su ciò che li
differenzia da lui, mentre gli iperefficienti cercano tutto ciò che li può
avvicinare.
Potersi distinguere dall’altro consente di avere un ego ben strutturato. Per
contro, gli iperefficienti mentali sono talmente privi di ego da non avere
un’identità personale. Sanno ragionare solo in senso collettivo. La solitudine
diventa insopportabile per loro e ancora di più le rotture. Florence mi spiega:
«Appena qualcuno entra nella mia esistenza, non posso più farlo uscire. La
vita è come una rappresentazione teatrale: ognuno recita la sua parte. Se
manca un attore, bisogna riscrivere l’intera storia cambiando la trama e i
dialoghi». A proposito di una relazione amorosa che la faceva molto soffrire,
aggiunge: «Rompere con quest’uomo sarebbe come tagliarmi un braccio».
Sentendo le parole di Florence mi si è accesa una lampadina: alcuni
iperefficienti mentali hanno un pensiero talmente globale, talmente collettivo,
che li fa vivere nell’indifferenziazione e considerano l’altro come una parte di
sé. Ecco perché l’individualismo dei normopensanti è così incomprensibile.
Ed ecco anche perché è così facile per un manipolatore convincervi a
occuparvi di lui! Non deve far altro che rafforzare in voi l’idea che lui è una
vostra gamba. Ma credetemi, con un tipo del genere, l’unica cosa sensata da
fare è… darsela a gambe!
Voi vedete la vita come un parco immenso e le persone come cespugli e
aiuole fiorite. Questo parco appartiene a tutti, e voi pensate: Per fortuna c’è
una grande varietà di vegetazione in questo parco, altrimenti sai che
monotonia! Ma come si può paragonare un’aiuola all’altra e stabilire quale
sia la migliore? Uscire dal parco è impossibile, ci si può giusto allontanare un
po’ gli uni dagli altri, ma si finirà comunque per incontrarsi di nuovo. Questo
spiega perché gli iperefficienti mentali hanno un alto livello di tolleranza,
perché accettano così bene le differenze e vivono molto male le rotture.
L’emisfero sinistro invece vede lo stesso paesaggio come tanti giardini
distinti, con recinti ben definiti. Potete così capire perché i normopensanti
sentano il bisogno di classificare le persone, di misurarle, di compararle tra
loro. Questo permette di individuare meglio i recinti e semplifica le
separazioni e le rotture: basta uscire dal giardino. Un giardino chiuso è
un’entità distinta che ha una superficie misurabile, raffrontabile e soprattutto
di cui ci si può appropriare. L’emisfero sinistro sa contare, può calcolare e ha
l’istinto di proprietà perché può delimitare il suo territorio.
Questo individualismo strutturale spiega la mancanza di empatia e il lato
«meschino» che sconvolge gli iperefficienti. Supponiamo che mi trovi a una
festa e che il buffet mi sembri un po’ sguarnito. Se pensassi con l’emisfero
destro, mi direi: Se tutti vogliono mangiare qualcosa, è meglio che mi serva
con moderazione. Se invece riflettessi con l’emisfero sinistro, penserei: Gli
altri non faranno complimenti a servirsi. Perché dovrei farli io? Se non mi
servo adesso, dopo non resterà più niente. Secondo voi qual è il ragionamento
corretto? Ora che sapete cosa pensa il 70-85% delle persone presenti e come
si comporteranno, è il caso di limitarsi? Già vi immagino protestare indignati:
«Certo, tutti dovrebbero limitarsi!» Ma non riuscirete di sicuro a rieducare
l’85% degli invitati!
È il paradosso degli iperefficienti mentali: sognano che gli uomini siano
tutti uguali e credono di voler essere come tutti gli altri, ma in realtà
desiderano che tutti gli altri siano come loro, poiché non vogliono rinunciare
a nulla di ciò che sono né di ciò che considerano giusto e vero. A quel buffet
nessuno si sarebbe dovuto rimpinzare! È vero, i normopensanti sono
«troppo» individualisti. E forse voi non lo siete abbastanza. Forse però è
arrivato il momento di imparare a prendervi più cura di voi stessi.
In realtà, questo desiderio di essere come tutti gli altri è falsato sin dal
principio. Siete come un musicista che vorrebbe suonare con tutti e che
protesta perché la gente non si interessa alla musica. Ma se vi dicono: «Trova
dei musicisti se vuoi mettere su un’orchestra!» vi offendete e ribattete: «È un
ragionamento elitario! Tutti hanno il diritto di fare musica!» Certo, e hanno
anche il diritto di non amare la musica e di preferire il calcio. Per potervi
confrontare con l’intensità di cui avete bisogno sui valori che vi stanno a
cuore dovrete trovare degli iperefficienti mentali che si accettano per quello
che sono. I normopensanti non vi seguiranno su questo terreno, ed è un loro
diritto.

Un sistema di valori meno estremista


Il sistema di valori che deriva da questo individualismo è molto più
approssimativo del vostro. Be’, dal vostro punto di vista. In realtà è molto più
flessibile, poiché di fatto non prevede i vostri assoluti. I normopensanti
amano le cose tranquille, sfumate, moderate… sì, forse un po’ tiepide. Sono
meno sensibili all’ingiustizia e non la percepiscono con la vostra acutezza.
Nel loro ragionamento c’è anche una forma di fatalismo: i normopensanti
accettano l’imperfezione del mondo. Talvolta gli iperefficienti mentali hanno
addirittura la sensazione che i valori siano capovolti. Véronique si
meraviglia: «Ho l’impressione che le convenzioni sociali dei normopensanti,
quando succede qualcosa di grave, impongano loro di non parlarne, di
relativizzare. E se qualcuno denuncia lo scandalo viene additato come un
fomentatore di disordini. Nel caso opposto scatenano invece una tempesta in
un bicchier d’acqua». Emisferi destri per creare scompiglio, emisferi sinistri
per mitigare. I normopensanti conferiscono stabilità alla società.
L’emisfero sinistro trova normale accusare altre persone o fattori esterni in
caso di problemi e non è molto portato all’autocritica e al mettersi in
discussione. È logico che un normopensante non senta il bisogno di
migliorarsi continuamente, dal momento che è ben integrato nella società.
Il motto morale dei normopensanti è spesso all’insegna del «Niente corpo,
niente reato!» Sono meno portati al senso di colpa e più sensibili alla
vergogna. Colti in flagrante quando colpevoli di errore, inciviltà o disonestà,
si giustificano ricorrendo anche alla falsità pur di salvarsi la faccia. Nella
stessa situazione, sempre che arrivi a compiere un comportamento deviante,
l’iperefficiente mentale invece ammetterà la colpa e cercherà di porvi
rimedio.
Una maggiore fiducia in se stessi
I normopensanti non hanno la vostra fabbrica mentale che produce in serie
dubbi e domande, e ciò permette loro di sedere su comode certezze. Non
hanno nemmeno quella mente ramificata sempre vigile che cerca in ogni
direzione eventuali motivi per cui i loro progetti potrebbero fallire. Possono
quindi impegnarsi nell’azione restando fiduciosi, con la certezza di essere le
persone giuste al posto giusto, sicuri delle proprie competenze, e provare un
entusiasmo non intaccato dal dubbio. Confortati dall’appoggio del 70-85%
dei loro simili, i normopensanti hanno potuto crearsi un’identità, trovare il
proprio posto nella società, sentirsi integrati e sviluppare la fiducia in se
stessi. Tutto conferma loro che sono nel giusto, ecco perché si sentono
autorizzati a giudicare con molta sicurezza.
Vivere sotto il giudizio dei normopensanti
Gli stati d’animo e gli sbalzi d’umore degli iperefficienti mentali lasciano i
normopensanti alquanto perplessi. Come abbiamo visto, l’empatia non è il
loro forte e il pensiero ramificato è inconcepibile per la loro struttura mentale.
Allora fanno ciò che sanno fare meglio: giudicano e criticano. Vi ricordo che
per loro la critica non è negativa, ma è uno sprone a migliorarsi. Sono quindi
animati da buona volontà e non sono consapevoli dell’impatto distruttivo del
loro atteggiamento. Nella griglia di valori di un normopensante tutto ciò che
costituisce la ricchezza della personalità degli iperefficienti mentali è
interpretato in negativo: gli iperefficienti sono immaturi, instabili, ingenui; si
fanno troppe domande, sono troppo emotivi e si complicano inutilmente la
vita; sono dei ficcanaso che non riescono a fare le cose per bene perché ne
fanno troppe.
Questa costante negazione di tutto ciò che costituisce il loro mondo è forse
l’aspetto più doloroso e più difficile da vivere per gli iperefficienti mentali.
C’è da diventare matti.
Negazione del pericolo: «Sei un visionario, le tue paure sono infondate».
Negazione delle emozioni: «Prendi le cose troppo a cuore».
Negazione della violenza delle parole usate: «Sei troppo suscettibile».
È questa costante negazione che aggrava i dubbi degli iperefficienti
mentali. Se l’85% delle persone vi dice che il cielo è rosso quando voi lo
vedete blu, quanto tempo potranno resistere le vostre convinzioni?
Forti delle loro certezze, i normopensanti spacciano le loro convinzioni
per verità immutabili: «Per avere successo nella vita bisogna lavorare sodo»,
o, peggio, annegano i problemi in frasi vuote che vorrebbero essere
consolatorie: «La vita continua», oppure «Chiusa una porta si apre un
portone». Fierissimi della loro saggezza, si permettono di dare consigli
sentenziosi che risultano tanto oscuri quanto inapplicabili a un iperefficiente
mentale. «Dai, non pensarci più. Volta pagina. Incontrerai qualcun altro e ti
rifarai una vita!»
Non pensarci più? Impossibile quando si ha un turboreattore mentale che
marcia a pieno regime giorno e notte e che non si sa come scollegare. Come è
possibile non pensare?
Voltare pagina? Come vive una rottura un normopensante? Come una
piccola ferita o un graffietto? Come si può continuare a vivere come prima
quando si è appena stati amputati?
Incontrare qualcuno? Così in fretta? Fare un trapianto in piena
convalescenza?
Rifarsi una vita? È assurdo: la vita non si può «rifare», si può solo
continuare a viverla cercando di integrare questa macchia.
Come vedete, i normopensanti sono effettivamente molto diversi da voi.
Venite proprio da un altro pianeta. Il divario che sentivate è oggettivo, inutile
sperare di essere come tutti gli altri. Ma c’è comunque un 15-30% di persone
che sono come voi, che si nascondono nel paesaggio e cercano di negare la
loro iperefficienza. Adesso sta a voi scovarle.
Trovate la vostra famiglia d’anime
Con tutti gli elementi che avete a disposizione, potete ormai riconoscere
molto facilmente chi tra i vostri interlocutori è un normopensante e chi è un
plusdotato. Ma bisognerà imparare a individuare anche i manipolatori.
Nonostante il vostro desiderio di rifiutarvi di fare differenze, è importante che
sappiate chi è chi. Mi rincresce insistere così tanto, ma credetemi: dai
perversi bisogna solo fuggire. Sono davvero pericolosi per voi. In compenso,
i normopensanti possono darvi molto se smettete di chiedere loro di essere
ciò che non sono. Spero che ora possiate relativizzare le loro opinioni e le
loro critiche e prendere il buono che hanno da offrirvi: il calore della loro
semplice presenza, momenti di convivialità senza discussioni, la loro
stabilità.
Parallelamente, per avere la vostra dose di sfide intellettuali, è innegabile
che per voi sarà più facile intendervi con degli iperefficienti mentali, perché
condividono i vostri stessi valori, l’umorismo, l’agilità di pensiero, gli stati
d’animo e le domande esistenziali. Che piacere frequentare persone che vi
capiscono al volo, che indovinano i vostri pensieri, che hanno idee brillanti!
Scegliete persone che hanno la vostra stessa voglia di un rapporto intimista,
di conversazioni intense e molto personali, e che hanno bisogno di
condividere le proprie posizioni. Potrete finalmente rodare e ammorbidire il
vostro sistema di valori. Ma attenzione, gli iperefficienti sono potenzialmente
delle bottiglie di nitroglicerina: non scontratevi tra di voi! Tra ipersensibili
bisogna essere iperdelicati.
Il GAPPESM ha creato a tal proposito una carta «anti-surriscaldamento»
che vi invito ad adottare nei vostri rapporti tra iperefficienti mentali. Eccone
un passo: «Ogni intervenuto dovrà tenere a mente che i ‘surriscaldati mentali’
sono spesso iperattivi, ipersensibili, suscettibili e inclini alla depressione, e
che una parola senza intento aggressivo, il più delle volte per semplice
mancanza di tatto e di cautela, può ferirli». b
L’amore con la A maiuscola
L’ultimo punto, certo non meno importante, che causa le difficoltà relazionali
degli iperefficienti mentali è l’amore. È piuttosto paradossale, ma anche in
questo ambito gli iperefficienti sono fuori misura, dal punto di vista dei
normopensanti: amano troppo, su un piano quantitativo ma anche qualitativo.
Il valore amore è sicuramente il principale assoluto degli iperefficienti
mentali e quello che più si scontra con la realtà attuale. Questo amore si
snoda su due grandi assi: il rispetto e il calore.
Il senso del sacro: una competenza innata
Come abbiamo visto fin dall’inizio del libro, gli iperefficienti mentali
pensano con il cuore. Più precisamente, non possono non pensare con il
cuore: tutto deve avere un risvolto affettivo, persino gli oggetti. Dato questo
pensiero globale, ramificato e associativo, ogni oggetto è connesso a un
vissuto.
«È vero, questo vecchio maglione infeltrito non posso più indossarlo, ma
non voglio buttarlo. È quello che portavo al concerto degli U2. Lo indossavo
anche il giorno in cui Julien mi ha baciata per la prima volta!» Queste parole
possono far sorridere, ma quell’indumento è diventato una sacra reliquia.
Dal punto di vista di un normopensante, questo sentimentalismo è senza
dubbio fuori luogo. Attribuire un’anima a dei luoghi o a degli oggetti può
persino essere equiparato a un animismo infantile. L’animismo è un sistema
di pensiero secondo il quale la natura è una cosa animata in cui tutto è
governato da un’entità spirituale o anima. Non c’è nulla di infantile, quindi, è
la forma primitiva di ogni religione. Si tratta pertanto dell’espressione di un
profondo senso del sacro. Per gli iperefficienti mentali, ogni cosa è
importante e merita rispetto e attenzione.
Questa rilevanza attribuita alle persone e alle azioni permea la mentalità di
alcuni Paesi orientali in cui l’emisfero destro è maggiormente dominante:
ogni azione della vita quotidiana può diventare un rituale. In Oriente, prima
dell’occidentalizzazione della civiltà, c’erano infiniti rituali sacri. Gli
occidentali, per esempio, giudicano in modo negativo i salamelecchi
considerandoli «convenevoli esagerati», mentre si tratta di reciproci segni di
rispetto e di attenzione che creano un clima propizio a scambi costruttivi. In
Giappone bere il tè implica una cerimonia molto elaborata. Gli iperefficienti
mentali, così ermetici alle convenzioni sociali occidentali, possono essere
parecchio ricettivi ai riti orientali; la logica soggiacente a questa ricerca della
raffinatezza e del rispetto risulta loro assai più comprensibile. È ovvio:
dedicare tempo e attenzione a ciò che si fa e metterci l’anima accresce
enormemente la sensazione di vivere con intensità. Il tè degustato secondo il
rituale giapponese ha un sapore incomparabile. Non vi è dunque alcuna
immaturità affettiva in questo bisogno di vivere nella pace, nell’armonia e nel
rispetto, ma al contrario una grande saggezza.
Bisogni affettivi: il grande malinteso
I bisogni affettivi degli iperefficienti mentali sembrano eccessivi e
sconvenienti per chi ha una predominanza dell’emisfero sinistro. I bambini
plusdotati sono spesso accusati di rimanere sempre attaccati alle sottane della
madre. Da ciò l’idea che siano affettivamente immaturi. I normopensanti
credono infatti che dietro queste manifestazioni d’affetto si celi un vuoto
affettivo e le scambiano per un bisogno di riempirsi d’amore. Poiché è questa
l’immagine che viene restituita agli iperefficienti mentali, finiscono anche
loro per crederci; sono condizionati a considerarsi dei dipendenti affettivi con
un’enorme mancanza. Tutto ciò è peraltro coerente con il falso sé, il vuoto
identitario e la sensazione di impostura.
Tuttavia, si tratta di un enorme e tragico errore di comprensione del
meccanismo d’amore degli iperefficienti mentali, poiché il loro bisogno è
esattamente l’opposto: traboccano d’amore e provano un irrefrenabile
impulso a donarlo.
Se fossero gli iperefficienti mentali ad avere una mancanza d’amore e
questa necessità di riempirsi che viene loro attribuita, non potrebbero vivere
(sopravvivere) con un narcisista perverso per più di mezza giornata! È
l’esatto contrario: hanno tantissimo amore da dare, e i perversi hanno un
grandissimo vuoto. Penso che inizialmente i narcisisti perversi aiutino
addirittura gli iperefficienti mentali a svuotarsi di tutto quell’amore. Me l’ha
confermato di recente una paziente, raccontandomi che all’inizio della loro
storia d’amore, il suo compagno, molto manipolatore ma in fondo molto
lucido, firmava le sue mail: «La tua spugna d’amore». Per l’iperefficiente
mentale è un dovere e un piacere riempire i serbatoi d’amore del
manipolatore. Poter dare tutto l’amore che ha bisogno di dare lo placa e gli dà
la sensazione di aver compiuto la sua missione. Ma poiché i narcisisti
perversi sono anaffettivi, non c’è alcun serbatoio da riempire: l’amore si
riversa nel vuoto. Gli iperefficienti mentali possono donare il loro amore a
senso unico talvolta anche per venti o trent’anni. Questo può darvi un’idea
della riserva d’amore che possiedono e della loro straordinaria capacità di
rigenerarsi con nulla o quasi. Dove trovano la forza di continuare a essere
ottimisti, affettuosi e dinamici in queste situazioni di deserto affettivo e di
maltrattamenti relazionali?
Spesso gli iperefficienti mentali mi parlano di un luogo di cui hanno
grande nostalgia, di un altrove di cui si ricordano, dove un amore puro
circolava libero e in abbondanza. Collocano questo luogo in una vita
anteriore o in quella astrale. L’evocazione di questo luogo è dolorosa per
loro, spingendoli fino alle lacrime: sanno che da qualche parte esiste un
amore ineffabile, potente, meraviglioso. Eppure, la loro straziante nostalgia di
questo altrove è vana, poiché il luogo esiste dentro di loro. Ricordate le
parole di Jill Bolte Taylor: nell’emisfero destro ha scoperto un mare d’amore
universale nel quale nuotava con voluttà. È proprio il luogo in cui gli
iperefficienti mentali possono ricaricarsi di un amore incondizionato. La
particolarità dell’amore degli iperefficienti mentali è infatti quella di essere
gigantesco, intenso e universale. La loro eccessiva gentilezza è solo la parte
emersa di un amore immenso. Capite adesso perché funziona in automatico: è
una fonte inesauribile. Ancora una volta, i normopensanti interpreteranno
questa particolarità in modo negativo. Una simile gentilezza è così
incomprensibile a chi non la prova, che le vengono attribuiti intenti
manipolatori: amore e gentilezza offerti gratuitamente, senza contropartita e a
volontà? Dev’esserci sotto qualcosa! Deve per forza servire a comprare
l’amore degli altri.
Il grande malinteso sui bisogni affettivi dei plusdotati può anche fornire un
altro punto di vista su ciò che scambiamo per freddezza autistica in chi è
affetto dalla sindrome di Asperger. È evidente che queste persone non hanno
una carenza d’affetto, poiché non hanno (o hanno poco) bisogno di riceverne
dall’esterno. Personalmente sono certa che abbiano tanto amore dentro di sé
quanto gli altri iperefficienti, ma che abbiano rinunciato a donarlo a chi non
sa accettarlo. Ne sono convinta perché questo spiega il loro fondo depressivo
e perché la loro compiacenza e gentilezza sono innegabili.
Non cercate più l’amore al di fuori di voi. Nutritevi della vostra stessa
energia e lasciate risplendere la vostra benevolenza. Più vi capirete e vi
accetterete, più attirerete persone che vivono delle stesse energie. E l’amore
che cercate potrà circolare libero.
Professione: diapason
Invito gli iperefficienti mentali ad accettare con rassegnazione e fatalismo la
loro missione sulla Terra: sono dei diapason. Con il loro sistema di valori
assoluto e il loro sguardo lungimirante, qualsiasi cosa facciano non possono
non dare il la, un la purissimo. Tutti quelli che si avvicinano a loro, come
strumenti musicali, hanno così la possibilità di verificare se emettono il suono
giusto e, al bisogno, di accordarsi. Vi sono allora diverse possibilità: se la
persona ha il suono giusto, è autentica, sincera, sana, allora stare vicino a un
iperefficiente mentale è motivo per lei di vera felicità; se la persona è
scordata, questo incontro rappresenta per lei una preziosa opportunità per
rendersene conto e una reale possibilità di evolversi. Tutti noi possiamo così
ritrovare il ricordo di incontri casuali o di parole pronunciate che hanno fatto
scattare qualcosa di positivo nelle nostre vite. Ma in questo caso bisogna
comunque essere pronti a cambiare! Così, talvolta, l’incontro ci scombussola
e allora fuggiamo da questo scomodo diapason e ci affrettiamo a dimenticare
la nostra falsità. E poi ci sono quelli che detestano la musica e che sono ben
felici di suonare male apposta per disturbare l’orchestra, pur fingendo di
emettere un bel suono. Queste persone chiaramente odiano i diapason, a cui
bisogna impedire in tutti i modi di risuonare!
C’è un divario costante tra la vostra personalità, con i suoi valori, e il
vostro ambiente quotidiano. Certo, lo sapevate già, ma forse non vi eravate
resi conto in cosa e fino a che punto fosse grande. Ciò che avete appena letto
dà probabilmente un senso a quell’impressione che spesso avevate di non
riuscire a cogliere alcuni dati. Capite anche perché vi confrontate in
continuazione con realtà tanto sconvolgenti quanto assurde. Vedrete che
riuscirete sempre più a vivere serenamente ciò che siete lasciando al mondo il
diritto di essere ciò che è. I contrasti si diraderanno, basta che vi apriate a
questo pianeta che non è il vostro per scoprirne il funzionamento. Vi
mancavano solo le istruzioni per l’uso!
Adesso avete gli elementi per capire voi stessi, per capire gli altri, per
capire anche perché finora tutto andava storto. È vero, il mondo dei
destrimani del cervello è assurdo e incomprensibile per i mancini
dell’encefalo e viceversa. E mi raccomando, non chiedete più ai
normopensanti di dirvi chi siete. Non ne sono capaci, perché il vostro
funzionamento è per loro inaccessibile.
E adesso basta con i problemi, andiamo a vedere le soluzioni!

a. Pubblicato dalla casa editrice Guy Trédaniel, Parigi 2007.


b. Si veda al sito http://gappesm.net/Association/Charte/
Parte terza
Vivere bene con la propria iperefficienza
Lo choc della rivelazione

AVETE sempre saputo che eravate diversi, che il vostro cervello macinava
intensamente, che c’era uno sfasamento tra voi e gli altri. Leggendo questo
libro avete potuto dare un senso a tutto ciò che finora avevate percepito in
maniera intuitiva. Tuttavia, come accade nella maggior parte dei casi,
scoprire di essere iperefficienti potrebbe rivelarsi un forte choc emozionale,
che si articolerà in varie fasi.
Il sollievo
La prima fase è un innegabile sollievo. Non siete pazzi! Finalmente avete
trovato una definizione che spiega il vostro malessere diffuso, costante,
inconscio eppure palpabile. «Che problema ho? Cos’è che non va in me?» si
chiedono gli iperefficienti mentali decine di volte al giorno. Quando li
informo dei loro meccanismi neurologici e delle conseguenze che
comportano, mi dicono che per la prima volta si vedono proporre una griglia
di lettura logica di ciò che sono, e tutto sommato anche positiva! Gli
iperefficienti sono abituati a essere visti in negativo: troppo sensibili, troppo
suscettibili, instabili, immaturi, complicati… Finalmente c’è qualcuno che
percepisce i loro raggi infrarossi e ultravioletti e restituisce loro un’immagine
coerente e valorizzata di sé. È davvero la storia del brutto anatroccolo. Ma
scoprire di essere un cigno è uno choc. Senza contare la mania dei plusdotati
di dubitare di tutto! A ogni nuova seduta mi chiedono se non mi sono
sbagliata e come posso esserne tanto sicura. Ho spiegato loro ogni cosa,
dall’iperestesia al falso sé, passando per l’idealismo. Gli iperefficienti hanno
annuito in continuazione, si sono riconosciuti in tutte le descrizioni del loro
funzionamento neuronale. Cos’altro posso aggiungere? Allora resto perplessa
e loro approfittano subito della mia esitazione: «Ah, vede! Non ne è sicura!»
È stato uno di loro, interpretando correttamente la mia esitazione, a darmi
l’unica risposta che alla fine accettano di sentire e che è diventata il mio asso
nella manica. «Ho capito!» mi ha detto. «È come se lei avesse in mano una
ghianda e io le chiedessi di dimostrarmi che è caduta da una quercia!» Ed è
esattamente questo: lo so, ne sono sicura, ma nessuna spiegazione razionale
potrà dimostrarlo a chi si ostina a dubitare.
Le montagne russe
Il sollievo è di breve durata: giusto il tempo di riscrivere tutta la loro storia
alla luce di questa nuova consapevolezza. Il loro vissuto acquista finalmente
un significato: la madre sfinita dalle loro incessanti domande che finiva per
sgridarli; i compagni di scuola così beffardi quando tentavano di condividere
le loro scoperte; i rapporti con gli insegnanti, a volte entusiasti, ma molto più
spesso contrariati; e quel malessere pressoché costante. Una volta ricodificato
il loro passato, gli iperefficienti si protendono verso il futuro e si rendono
conto che quel funzionamento invalidante li perseguiterà per tutta la vita.
Véronique, con le sue intense reazioni emozionali, esclama: «Lei mi sta
dicendo che ho la peste e che è incurabile! Non sarò mai come gli altri!»
Allora ricorro alla metafora del brutto anatroccolo e lei scoppia in singhiozzi:
«Ma viviamo in mezzo alle anatre: a che cosa serve essere un cigno?» La
metafora del brutto anatroccolo non consola gli iperefficienti. Anatre, cigni,
siamo tutti volatili. Per fortuna sono abituata alle loro tempeste emozionali! A
partire da quel momento si mette in moto, con le sue varie fasi, il processo di
elaborazione del lutto necessario per diventare un giorno una persona
normale.
La negazione
Come ho detto, la negazione si è attuata sin dall’inizio con il meccanismo del
dubbio sistematico. C’è chi alla seduta successiva ha dimenticato tutto e chi
mi intima ogni volta di argomentare la mia teoria. Alcuni hanno messo in
standby l’informazione e hanno sospeso per mesi le sedute con me, il tempo
di digerire l’idea. Altri ancora rifiutano di tenerne conto nel loro lavoro di
sviluppo personale, complicandomi non poco il compito. Ma la maggior
parte, a poco a poco, affronta questa notizia che rivoluziona tutto il loro
sistema di credenze.
La rabbia
A quel punto sopraggiunge la rabbia. Rabbia per il disastro a scuola o per
l’infanzia di sofferenze e incomprensioni. Rabbia contro la società e gli
esperti: che diavolo hanno combinato tutti gli psicologi a cui hanno tentato di
confidare il loro malessere? Perché gli insegnanti non hanno fatto fruttare la
loro intelligenza? Rabbia per il fatto che così poche persone sappiano,
capiscano e siano in grado di accettare ciò che sono. Rabbia per sapersi
diversi, menomati da quel cervello ultrapotente… Rabbia, soprattutto, per
non essere come tutti gli altri e per dover tenere conto di questa diversità,
proprio loro che sognano di fondersi in un’umanità fraterna e solidale.
La contrattazione
Alla fine vogliono provare a capire come funziona il mondo dei
normopensanti. Non chiedono altro che adeguarsi alla norma! Sì, ma questo
che cosa comporta? Rinunciare al loro idealismo? Accettare l’imperfezione
del mondo con fatalismo? Diventare individualisti? Appassionarsi ai
programmi televisivi idioti? Parlare solo del tempo? Divertirsi a fare il
trenino sbronzi alle feste? Impossibile! Trovare la propria «famiglia di
anime»? Cercare di andar d’accordo solo con chi funziona come loro e può
condividere la loro visione del mondo? È un elitarismo insopportabile! Per
non parlare poi della loro inconfessabile paura di sentirsi stupidi in mezzo a
persone intelligenti. Non è facile riconoscersi degni di essere un cigno. I
gruppi di parola per iperefficienti mentali sembrano far molta fatica a
funzionare. Se devono confrontarsi su qualche rompicapo intellettuale, gli
iperefficienti si divertono per un po’, ma poi l’elucubrazione fine a se stessa
diventa sterile. Se invece si tratta di una terapia di gruppo, l’autostima troppo
bassa non consente loro di trovare il proprio posto nel gruppo; non appena
uno apre bocca, gli altri si fanno dei complessi: «È così brillante! Quello che
dice è davvero interessante! Lui sì che è un vero cigno, non io!» Oltretutto, il
loro lato spugna emozionale fa sì che sentano non solo il loro malessere, ma
anche, amplificato, quello di tutto il gruppo.
La depressione
In generale, la scoperta di essere plusdotati affossa il morale già piuttosto
fragile degli iperefficienti mentali e a volte la depressione si protrae a lungo.
Pur sapendosi da sempre diversi, faticano a rassegnarsi e ad accettare tutte le
implicazioni del caso. Il mondo così com’è non sarà mai un posto adatto a
loro, dovranno vivere adeguandosi a una quotidianità estranea, provando la
nostalgia di un altrove, di un altro, di un meglio che sanno che potrebbe –
dovrebbe – esistere. Se solo le persone fossero logiche… Già, ma non lo
sono. In ogni caso, non come vorreste voi. Perciò bisognerà abituarsi.
L’accettazione
L’iperefficienza mentale è un dono avvelenato, certo, ma pur sempre un
dono. Si può essere plusdotati e vivere felici. L’accettazione è il primo passo
da compiere verso la felicità. Sì, avete un cervello frizzante, effervescente,
spumeggiante. E allora… champagne! Sì, be’, ammesso che reggiate l’alcol
malgrado la vostra iperestesia.
Ufficio reclami chiuso per sempre
Trovo che molti libri sull’iperefficienza mentale tendano un po’ a
drammatizzare e abbiano un tono deprimente. In effetti, finché non si impara
a conoscerlo, il dono dell’iperefficienza risulta una palla al piede. Ci sono
motivi molto oggettivi per soffrire. È tutto un disastro: anni passati a sentirsi
rifiutati, a chiedersi dov’è il problema; un assillante e incomprensibile senso
di sfasamento; un percorso scolastico devastato; una vita professionale
inferiore alle reali capacità, imbrigliata dalla sensazione di impostura,
ostacolata dalle gelosie altrui e disseminata di episodi di mobbing; una vita
affettiva caotica… «L’adulto plusdotato: un’indicibile desolazione», afferma
la psicologa Arielle Adda. Ed è verissimo, ma è una realtà che può cambiare,
perché essere depressi non è la vostra natura profonda. Con l’iperestesia che
vi ritrovate, siete neurologicamente attrezzati per sperimentare in modo
amplificato la gioia di vivere. La sentite, acquattata in fondo all’animo, sorda
e potente, pronta a sgorgare al primo canto di uccelli? A voi che avete
bisogno di sfide intellettuali ne propongo una allettante: imparare a vivere
felici illuminando le vostre ramificazioni con pensieri euforizzanti. Ma sì che
ne sarete capaci! Perché adesso che sapete dov’è il problema, potete applicare
le soluzioni. Avrete tuttavia due scogli da superare nel processo di
guarigione: le cattive abitudini e l’assuefazione alla tristezza. È il momento di
prendere il controllo dei vostri pensieri.
Le autostrade dell’umore
Abbiamo tutti le nostre piccole abitudini che danno il ritmo alla vita
quotidiana, i rituali personali che compiamo meccanicamente, senza pensarci.
Per esempio, l’ordine in cui prepariamo la colazione o il modo in cui ci
laviamo sotto la doccia: alcuni partono dall’ombelico per poi stendere il
docciaschiuma in cerchi concentrici, altri cominciano da una spalla e
massaggiano in verticale. È quando siamo ostacolati da una costrizione
imprevista – un braccio ingessato, per esempio – che ci accorgiamo fino a
che punto si era instaurato un automatismo. Questi riguardano anche le
emozioni, e più in particolare l’umore. Più si prova un’emozione, più diventa
facile sentirla. Più rimaniamo di un certo umore, più avremo il riflesso di
tornare in quella condizione. Potremmo parlare di autostrada dell’umore, visti
tutti gli automatismi che possono esistere anche a quel livello. Così, se ho
preso l’abitudine di essere triste alla mattina, sarò di quell’umore tutte le
mattine, e oltretutto mi piacerà anche! Prendete l’abitudine di controllare
varie volte al giorno il vostro stato d’animo e scuotetevi.
Rendete immediatamente disponibili i vostri «stati risorse»
L’ancoraggio è uno dei concetti principali della PNL (Programmazione
Neuro Linguistica). Si tratta di un fenomeno naturale che consiste
nell’associare uno stimolo esterno a uno stato interiore. La madeleine
proustiana è un famoso esempio di ancoraggio spontaneo: mangiando quel
dolce, Proust ricorda nei minimi particolari una scena della sua infanzia. In
questo caso l’elemento scatenante è un sapore (stimolo) che risveglia una
nostalgia (stato interiore). Ma esistono molte altre possibilità di ancoraggio:
possiamo aver associato le prime note di una canzone a una serata
particolarmente allegra o l’immagine di una spiaggia alla sensazione di relax.
La maggior parte delle ancore sono inconsce, ma possiamo crearne di
intenzionali. Così, invece di subire gli stati d’animo, possiamo sceglierli. Gli
ancoraggi sono uno dei mezzi più semplici per prendere il controllo dei
propri stati d’animo e avere così accesso a tutta una serie di «stati risorse».
Per «stati risorse» si intendono gli stati ottimali per vivere una situazione
(coraggio, rilassamento o concentrazione), mentre gli «stati limitanti» sono
quelli che ci ostacolano e danneggiano (stress, paura, demotivazione e così
via).
La gestione degli stati interiori consiste nello scegliere lo stato interiore
adeguato a una data situazione, nel poterlo delimitare e nel saper rimanere in
quella disposizione d’animo per tutto il tempo che la situazione richiede.
Parallelamente, si impara a non entrare più negli stati invalidanti e a
disattivarli. È possibile anche creare in anticipo ancore positive che basterà
attivare al momento del bisogno.
Per poter attingere alle proprie ricchezze, la domanda da porsi è: «Qual è
lo stato interiore più appropriato alla situazione che dovrò affrontare?»
Ritrovate una situazione precedente in cui avete vissuto questo stato
positivo. Rivivete mentalmente la scena attraverso i cinque sensi fino a
entrare in contatto con lo «stato risorsa», poi associatele un ancoraggio
sensoriale: una pressione sulla pelle o un «Sì!» di soddisfazione.
L’ancoraggio che io preferisco consiste nel chiudere il pugno come se si
tenesse nella mano il proprio stato interiore. Perché l’ancora funzioni è
necessario stabilirla nel momento in cui si entra appieno nello «stato risorsa».
In seguito, ripetendo lo stesso gesto, lo «stato risorsa» deve ritornare con la
stessa intensità. Non scegliete un gesto troppo banale: l’ancora verrebbe
presto rovinata da altre sollecitazioni. A differenza delle pratiche
comportamentiste, se l’ancora è ben fissata è inutile riprodurla diverse volte
per garantirne la durata.
Voi disponete di tutte le risorse necessarie alla vostra evoluzione. A questo
punto potete chiudere l’accesso alle vecchie autostrade della tristezza, dello
scoramento e del continuo rimuginare. Ancorate tutte le belle risorse che
avete in voi: la curiosità, la benevolenza, l’ottimismo…
Adesso, per esempio, di quale risorsa avete bisogno per integrare la vostra
iperefficienza? Personalmente, vi proporrei di ancorare una curiosità e uno
stupore freschi e puri come quelli di un bambino che scopre un parco giochi
con le altalene. Così vi osserverete pensando: Che bel cervello! È fantastico
saltare come un lemure sulle mie ramificazioni! Wow, come va veloce la mia
testa!
Riordinare e organizzare i pensieri

SENZA saperlo, quando riflettiamo prendiamo delle scorciatoie di pensiero,


mescoliamo i generi e facciamo delle approssimazioni. Il nostro pensiero è
confusionario. Questo aspetto è ancora più marcato quando si tratta di un
pensiero ramificato. Il cervello sinistro incita a catalogare, a etichettare, a
mettere in serie gli elementi, in modo da potercisi raccapezzare con maggiore
facilità. Il cervello destro invece produce idee in continuazione e attribuisce
la stessa importanza a tutti i dettagli, collegandoli per associazione di idee e
non per famiglia o per gruppo. Insomma, nella testa degli iperefficienti regna
spesso un gran disordine.
Pauline, otto anni, ha il cervello destro molto dominante. Mi dice che non
riesce a ritrovare le nozioni, nemmeno quando è certa di conoscerle. Durante
il nostro incontro si rende conto che la sua testa è come una soffitta in
disordine in cui non è in grado di trovare le sue cose. Sì, è vero che
immagazzina nuovi dati, ma li ammucchia alla rinfusa, in mezzo al resto. La
invito allora a fare ordine nella mente e, con sua grande soddisfazione, adesso
nella sua testa-soffitta ci sono volumi ben allineati in una libreria, ognuno con
la sua etichetta; tanto che ci siamo, aggiungiamo anche un po’ di DVD sui
ripiani. Come molti iperefficienti mentali, Pauline aveva un pensiero troppo
visivo e non abbastanza uditivo: non registrava il suono quando la maestra
parlava, il che inficiava il processo di memorizzazione. Un mese dopo, le
cose vanno di nuovo male; ritrovo Pauline con lo stesso caos mentale ed
esclamo: «Che cos’è questa soffitta in disordine?» Subito lei si batte la fronte:
«Mi sono scordata di fare ordine nella testa!» Allora ha messo in pratica un
rituale: adesso, tutte le sere prima di addormentarsi riordina con cura le idee!
Nessuno ci ha insegnato a organizzare il pensiero in modo da dargli una
coerenza, una precisione e una logica che pure eviterebbe molta confusione.
Rimettere ordine nella vostra testa vi consentirà di conoscervi meglio e
quindi di capirvi e di navigare efficacemente nelle ramificazioni del vostro
pensiero.
Mappe mentali per organizzare il pensiero
In questo mondo concepito da cervelli sinistri per cervelli sinistri, la maggior
parte delle informazioni è presentata nella forma dello schema tradizionale
(A, B, C… A.1, A.2, A.3…) I cervelli destri, però, fanno molta fatica a
memorizzare le informazioni presentate in questo modo: come Manon, hanno
grandi difficoltà nel redigere uno schema, che sia per una tesina o per
esigenze di organizzazione personale.
Lo schema euristico o «mappa mentale» è una rappresentazione ramificata
dei dati. Elaborato (o scoperto) da Aristotele, è stato riformulato e divulgato
da Tony Buzan. Questo concetto, ampiamente diffuso degli anni Settanta del
Novecento grazie all’entusiasmo del suo autore, è oggigiorno sul punto di
cadere di nuovo nel dimenticatoio. Forse è difficile rinunciare alle vecchie
cattive abitudini, ma soprattutto credo che, una volta passata la novità, i
normopensanti non abbiano sentito un particolare bisogno di cambiare delle
pratiche che per loro andavano bene. È un peccato, perché
quest’organizzazione dei dati sviluppa la creatività: nel corso del processo
euristico, il soggetto apre di continuo nuove piste di riflessione, che può
scegliere di esplorare o meno. Ma è un peccato soprattutto per gli
iperefficienti mentali, perché questo strumento risulta molto adatto al loro
modo di pensare; gli studenti, in particolare, ne ricavano un notevole aiuto.
Le mappe mentali sono una preziosa miniera: rendono più agevole
prendere appunti nonché riformulare e sintetizzare le informazioni;
consentono di esporre, chiarire, gerarchizzare e organizzare le idee per
preparare una relazione o un discorso. Il loro aspetto visivo, colorato e
immaginifico valorizza le idee chiave e facilita la memorizzazione. Le idee
più complesse possono essere chiarite e visualizzate in tutte le loro
interconnessioni.
Come si fa?
Per redigere una mappa mentale sono necessari un foglio e alcune matite o
pennarelli colorati. La parola-titolo figura al centro e le «idee-forza» si
organizzeranno e ramificheranno tutt’attorno. E soprattutto, niente sproloqui
inutili! Annotare solo le parole pertinenti consente di risparmiare tempo nella
scrittura e nella lettura, e permette di rimanere concentrati. I colori, i simboli
e i disegnini sono i benvenuti: più una carta mentale è visivamente
stimolante, più è facile da memorizzare. Oggigiorno esistono anche dei
software gratuiti che consentono di creare mappe mentali al computer.
L’informatica d’altronde ha proprio questa struttura: i menu sono ramificati,
abbondanti, interconnessibili all’infinito, come il vostro cervello; perciò
questo modo di organizzare il pensiero dovrebbe risultarvi semplice e
naturale. Le mappe mentali hanno numerose applicazioni potenziali in tutti i
settori (personale, educativo e professionale). Allora adottatele e vedrete più
chiaro nella vostra testa! Appena vi sentite confusi su un argomento,
mettetelo nero su bianco su un foglio e svisceratelo in questo modo. Potreste
anche tenere un diario, composto unicamente da mappe mentali.
I livelli logici
Le mappe mentali riguardano più che altro la forma dei pensieri, mentre i
livelli logici permettono un’organizzazione di fondo. Si tratta anche in questo
caso di uno strumento della PNL che consente di strutturare il pensiero
mantenendo una coerenza e una logica tra le idee, al tempo stesso rimettendo
ogni elemento al suo posto. Gli iperefficienti mentali dimenticano di stabilire
una gerarchia nell’importanza delle idee: per loro, tutto ha la stessa rilevanza.
La prima cosa da fare per capire il funzionamento dei livelli logici è ascoltare
una persona che parla e domandarsi di che cosa sta parlando.
Descrizione dei livelli logici
Nel discorso, ciò che viene espresso può essere collocato in cinque categorie:

1. L’ambiente. Questo livello riguarda il contesto, ossia tutti i dati esterni


a cui dobbiamo reagire e adattarci. Sono le risposte alle domande: dove?
Quando? Chi altri?
Per esempio, se vi dico: «Domenica vado in spiaggia con Paul», vi parlo
solo del mio ambiente. Le uniche informazioni che vi do sono: dove vado,
quando ci vado e con chi.
Dal momento che il livello dell’ambiente riguarda ciò che è esterno a voi,
quindi qualcosa su cui non potete agire in maniera diretta ma solo reagire,
segna il limite del vostro potere personale e vi invita a lasciare la presa. È
difficile per un iperefficiente mentale rinunciare alla propria onnipotenza e
riconoscersi disarmato di fronte a una situazione. Eppure, se in spiaggia c’è
vento o se Paul ha deciso di essere di malumore, che cosa posso farci io? Sarà
anche l’occasione per rinunciare ad alcuni atteggiamenti sterilmente
autolesionistici: non sprecate le vostre energie cercando di agire su quanto è
al di fuori del vostro potere.
2. Il comportamento. Si tratta delle azioni specifiche che mettiamo in
atto. La domanda che permette di definire questo livello logico è: che cosa
fai? «In spiaggia mi abbronzerò, nuoterò e mi riposerò. Con Paul andrò a
mangiare un gelato.» Ecco, vi ho parlato solo di azioni. D’altronde, è
probabile che l’abbiate già notato: la maggior parte della gente comunica solo
su questi primi due livelli (che cosa facciamo, quando, dove e con chi).
Questa modalità di conversazione è molto frustrante per gli iperefficienti
mentali, avidi come sono di continui scambi di idee. Il lavoro che potete fare
al livello dei vostri comportamenti è osservarli con oggettività e correggerli
quando non vanno bene per voi, concedendovi comunque il diritto ai
tentennamenti, all’imperfezione e all’errore. Le critiche che vi vengono
rivolte devono essere ricevute su questo livello: prendetele esclusivamente
come un’informazione sui vostri comportamenti. E anche se siete voi a dover
muovere un rimprovero, dovete limitarvi ai comportamenti, perché
attaccando qualcuno a livello dei suoi valori e della sua identità lo ferireste
profondamente.
3. Le capacità. Questo livello è senza dubbio il più misconosciuto e
trascurato della comunicazione. Riguarda i mezzi personali che abbiamo a
disposizione per agire, ossia le risorse, il know-how e le competenze. Spesso
sarebbe utile fare l’inventario delle risorse cui possiamo affidarci ed elencare
quelle che ci mancano, così da procurarcele. È una delle principali condizioni
del nostro sviluppo personale. Questa categoria include ovviamente le risorse
interne (le nostre competenze) e quelle esterne (documenti, siti, libri…) ma
anche tutte le persone che ci circondano, che hanno sviluppato abilità diverse
dalle nostre e che possono sostenerci, aiutarci, consigliarci o insegnarci cose
che non conosciamo.
La trasmissione e la condivisione delle informazioni è uno dei valori
chiave degli iperefficienti mentali: fa di loro persone cooperanti, leali,
trasparenti e anche ottimi pedagoghi. I giochi di potere che si sviluppano
attorno alla reticenza nel trasmettere le informazioni li scandalizzano, così
come l’incompetenza in materia di pedagogia. Uno dei grandi sogni degli
iperefficienti è di incontrare un giorno un mentore onnisciente in grado di
estinguere la loro immensa sete di sapere in tutti i campi. Ritroviamo questo
personaggio del saggio assoluto nei film di arti marziali: il maestro sulla
montagna che nutre il discepolo con la sua infinita saggezza. Attenti ai guru!
Perché questa ricerca del maestro fa di voi una facile preda. Nessuno può
avere la conoscenza universale che sognate, perché per essere preciso su un
argomento, un insegnante deve essere iperspecializzato. Questa resterà una
delle vostre più grandi frustrazioni: l’informazione approfondita implica la
compartimentazione dell’informazione. Inoltre, un allievo plusdotato ha
ottime probabilità di superare molto in fretta il maestro e di ritrovarsi da solo
al comando. Spesso capita anche che con pochi clic del mouse o qualche
lettura il livello di competenza degli iperefficienti mentali superi quello del
professionista che dovrebbe guidarli. Vi ricordate di Corinne che organizzava
le vacanze di famiglia? Avrebbe potuto fare a meno di tutti i tour operator! In
un contesto come quello può sembrare divertente, ma in altre situazioni può
essere molto disorientante e persino angosciante aver imparato tutto ciò che
c’era da sapere su un argomento e non trovare più alcun libro o professore
con cui continuare ad approfondire, consapevoli al tempo stesso di aver solo
sfiorato l’argomento. Nel campo della trasmissione delle informazioni, i
normopensanti possono rivelarsi molto deludenti quando non sanno
individuare i bisogni di un iperefficiente mentale e non centrano il punto o
rispondono al di sotto delle sue aspettative. E così capita spesso che gli
iperefficienti perdano il riflesso di chiedere aiuto o consigli.
Il livello delle capacità è fondamentale per continuare a imparare gli uni
dagli altri, tanto per sviluppare le proprie competenze quanto per trasmetterle
agli altri. E dal momento che adorate imparare, non privatevene. Ma non
chiedete neanche ai vostri modelli più di quanto possano darvi. La domanda
da approfondire a questo livello è: «Come fai?» Così, in funzione della
competenza che desiderate sviluppare, potete chiedermi: «Come fai a
riposarti in spiaggia? A nuotare con il mare mosso? A trovare parcheggio in
riva al mare di domenica? A sopportare Paul un intero pomeriggio?» E così
via. (Risposte: 1. Yoga. 2. Boccaglio. 3. Pensiero magico. 4. Ansiolitici. Ma
no, Paul, scherzavo!)
4. I valori e le credenze. Questo livello affronta la nostra motivazione, le
nostre priorità e ciò che crediamo giusto, vero e importante. Le domande che
definiscono i valori sono: «Perché? Con quale scopo? Cos’è importante per te
nel fatto di?…» Rispondendo a queste domande, una persona svela i suoi
valori, la sua filosofia di vita, la sua ideologia… insomma, tutto quello che le
affolla il cervello. Finalmente qualcosa con cui organizzare un bello scambio
di idee, comunicare senza peli sulla lingua e cercare di cambiare il mondo. È
il livello in cui ci si confida più intimamente gli uni con gli altri. Avevate già
cominciato a capirlo: i vostri guai iniziano quando cercate di trascinare su
questo terreno qualcuno che non è abituato o non ha voglia di andarci. A
livello delle credenze ci si avvicina al cuore di una personalità. Nei miei corsi
spiego che a questo livello bisogna muoversi con le pattine e avanzare in
punta di piedi. I nostri valori sono preziosi per noi, e solo noi abbiamo il
diritto di rimetterli in discussione. Ognuno ha il suo sistema di valori e le sue
priorità. I nostri non sono universali: bisogna lasciare all’altro il diritto di
averne diversi o addirittura agli antipodi rispetto ai nostri.
I valori sono ciò che riteniamo importante; le credenze, ciò che riteniamo
vero. La maggior parte della gente intende la parola «credenze» in senso
religioso. E tuttavia il campo delle nostre credenze è molto più vasto di
quanto non immaginiamo. Gli uomini hanno infatti credenze personali in tutti
gli aspetti della vita: riguardano i rapporti causa/effetto (è così perché…), il
significato delle cose (questo vuol dire che…), i limiti (è possibile o
impossibile), le capacità (posso o non ci riuscirò) e anche le identità (io
sono…, il mondo è…, la vita è…).
Quando una persona è equilibrata ha comportamenti coerenti con i propri
valori e comunica un’autenticità, un carisma e una forza interiore fuori del
comune. Questo livello di integrità è raro. All’opposto, c’è il caso estremo dei
manipolatori, che sono senza scrupoli e agiscono indipendentemente dai
valori che predicano; a volte si impiega anni a capire quanto siano indegni i
loro comportamenti, tanto il discorso di superficie è convincente. Tra questi
due estremi troviamo soprattutto persone di buona volontà, ma poco
consapevoli del loro sistema di valori e che non si preoccupano di sincerarsi
che le azioni commesse siano conformi alla loro morale.
E poi capita a tutti di avere dei conflitti di valori. Per esempio, il nostro
bisogno di sicurezza (valore 1) può entrare in conflitto con la volontà di
essere aperti verso gli sconosciuti (valore 2) o il bisogno di essere in armonia
(valore 1) può ostacolare l’esigenza di essere rispettati (valore 2). La
sicurezza e il rispetto devono tuttavia prevalere sempre sulla volontà
d’apertura e sul bisogno di armonia, perché senza rispetto e sicurezza non
possono esserci armonia e apertura. Conoscere i propri valori e i loro
eventuali ostacoli permette di ristabilire una gerarchia interna. Per riuscirci,
domandatevi che cosa conta davvero per voi. Poi, tra due valori, individuate
quello più importante. Quando è impossibile stabilire una gerarchia, trovate il
compromesso che consentirà di soddisfare entrambe le priorità.
5. L’identità. Infine, affrontiamo questo livello quando parliamo di noi, di
chi siamo, della nostra missione, della nostra visione globale della vita. La
domanda è semplicemente: «Chi sei?» Ma in pochi sanno rispondere.
Il livello spiritualità
Vi ho parlato di cinque livelli, ma ne esiste anche un sesto, a volte
controverso perché potrebbe benissimo rientrare in quello dei valori e delle
credenze. La spiritualità però può anche costituire una categoria a parte,
poiché vi si affrontano valori che vanno al di là di noi. Usata in questo
contesto, la parola spiritualità ingloba più di un’idea di religione. Oltre la
nostra identità, possiamo avere coscienza di far parte di sistemi più ampi
incastrati gli uni sugli altri, in un futuro che ci sopravvivrà: una famiglia, se
non una discendenza, una corporazione, una società, un’umanità e altro
ancora. Le domande spirituali sono: «Chi altri? Con quale scopo più ampio?
Verso quale futuro?» In questa classificazione, l’ecologia, ben lungi
dall’ambiente, diventa uno degli argomenti della spiritualità, al pari del futuro
dell’umanità.
Questo sesto livello interessa molto gli iperefficienti mentali, che si
sentono coinvolti dal mondo intero, dal passato e dal futuro ben oltre la
durata della loro vita. Tutto il sistema di pensiero di un iperefficiente è intriso
di spiritualità e collegato a quel senso del sacro di cui abbiamo già parlato in
precedenza. Ecco perché vi dicevo sin dalla prima parte del libro di non
trascurare quest’aspetto della vostra personalità. Createvi il vostro sistema di
riferimento spirituale tenendo conto innanzitutto di ciò che sentite dentro e
delle vostre esperienze mistiche o paranormali.
L’organizzazione a piramide
Un’identità ha alcuni valori chiave che portano a un sistema di credenze più
ampio. Queste credenze a loro volta stimolano a sviluppare capacità ancora
più numerose che si declineranno in svariati comportamenti in grado di
adattarsi a molteplici ambienti. Ecco perché si parla di piramide dei livelli
logici. Per semplificare riprendendo l’esempio della domenica in spiaggia,
c’è una sola Christel, ma ci sono molte spiagge.

La piramide dei livelli logici


Stop alle generalizzazioni e alle confusioni
Immaginate che un avvocato vi dica: «A casa ho molte piante (ambiente). Le
annaffio tutte le settimane (comportamento). Ho il pollice verde (capacità).
Amo le piante (valore), danno vita a una stanza (credenza). Mi sarebbe
piaciuto fare il giardiniere (identità)». Ora siete in grado di ricollocare ogni
frase nella sua categoria. Se poi aggiunge: «D’altronde sono impegnato nella
salvaguardia delle piante minacciate di estinzione», vi dà accesso alla sua
spiritualità e alla catena logica che ne consegue, fino al suo comportamento
da attivista.
Invece di ascoltare e organizzare l’informazione nella piramide logica,
molte persone si limiterebbero a tirare conclusioni affrettate sul fatto che è
avvocato, a partire dai loro pregiudizi riguardo la sua professione. Eppure una
professione è solo un insieme di competenze e comportamenti, non
un’identità. E neanche una data nazionalità va associata a una precisa
identità. Una delle principali confusioni nei livelli logici consiste nel
confondere identità e comportamenti.
Ecco alcuni esempi.

Mi sbaglio (comportamento), quindi non valgo niente (identità).


Lui non mi regala i fiori (comportamento), quindi non mi ama (valore).
Lei non mi ha telefonato, quindi…

Ne abbiamo parlato in un capitolo precedente: il vostro sistema di valori,


composto da assoluti, è collegato a un codice di condotta (comportamenti)
molto elaborato. Quando si è… (valore), si deve… (comportamento). Per
esempio, quando si è amici, ci si deve rendere disponibili non appena l’altro
ha bisogno. Per voi è impossibile agire senza riflettere. Ogni comportamento
è inevitabilmente collegato a un valore. Ma si tratta delle vostre catene
logiche personali, che non sono per forza quelle degli altri. Dal vostro punto
di vista, la persona che non vi ha telefonato vi sta lanciando un messaggio. Su
questo piano, siete imbattibili nel generalizzare, presupporre o addirittura
farvi un film mentale a partire da un semplice comportamento. Se proprio
dovete farvi dei film, allora allenatevi a creare delle catene logiche positive.
Lei non mi ha chiamato perché:

non ne ha avuto il tempo;


ha perso il caricabatteria;
ha cancellato per sbaglio la rubrica;
aspetta i risultati del colloquio di lavoro per darmi la buona notizia.

E perché non ipotizzare che per lei le telefonate non siano collegate ad
alcun obbligo relazionale?
È anche su questo rapporto di causa/effetto tra comportamenti e valori che
ritroviamo uno dei più grandi malintesi tra normopensanti e iperefficienti: la
questione di principio.
I normopensanti non sono sempre collegati alla catena logica che va dal
comportamento al valore: per loro, un comportamento è un dettaglio
aneddotico che non dimostra niente. Per voi che invece avete accesso a più
annessi e connessi, questo dettaglio diventa un simbolo, rappresentativo
dell’intero sistema. La difesa delle grandi cause ha spesso come punto di
partenza questa questione di principio.
L’ultimo aspetto che complica la vita degli iperefficienti è la mania di
collocare praticamente tutti i dati al livello dell’identità. Il vecchio maglione
indossato al concerto ha una vita, un’identità e persino un’anima; se è entrato
nella mia vita, diventa un pezzo di me. Come si fa a buttare un oggetto in
queste condizioni? Ecco perché gli iperefficienti mentali fanno così fatica a
smistare e mettere ordine nella loro esistenza. Dovete ricollocare gli oggetti al
livello dell’ambiente. Anche sul piano delle relazioni, delle amicizie e
dell’amore è necessario saper fare una selezione: se i valori del vostro
interlocutore sono agli antipodi rispetto ai vostri, perché insistere a
frequentarlo? Passerete il tempo a offendervi a vicenda.
I normopensanti tendono a relegarsi ai livelli ambiente e comportamento.
Sarebbe un bene per loro risalire le catene logiche per vivere più in coerenza
con i propri valori e capirli meglio. All’opposto, negli scambi di idee gli
iperefficienti sono inclini a rimanere negli stadi più alti e a dimenticare di
scendere verso la fase di concretizzazione. Molti iperefficienti si limitano a
sognare invece di agire perché hanno paura di fallire (Se sbaglio, non valgo
niente!). I livelli logici consentono di relativizzare il fallimento. Gli errori
sono solo preziose occasioni per imparare. Allora, osate agire.
Restaurare la propria integrità

ORMAI l’avete capito: la vostra integrità morale è stata strapazzata non poco
sin dall’infanzia. Quasi tutti gli iperefficienti mentali si sentono da sempre
non riconosciuti, imbrigliati, incompresi, canzonati, rifiutati, denigrati e via
dicendo. Difficile sapere chi siamo, quanto valiamo e che cosa abbiamo fatto
di buono se viviamo un costante sfasamento rispetto all’ambiente che ci
circonda. Abbiamo parlato del vuoto identitario creato dall’impossibilità di
ottenere un riconoscimento esterno affidabile, dell’alterazione dell’autostima
e delle sofferenze che ne derivano. Ora possiamo attuare le soluzioni. A
questo stadio della lettura avete infatti tutti gli elementi utili per poter
restaurare la vostra integrità. E il primo passo da fare è riconquistare la vostra
identità. Sì, siete diversi. In un certo senso venite da un altro pianeta. Siete
fuori del comune. Più vi conoscerete e vi comprenderete, meglio riuscirete ad
accettarvi. Una volta capito come funziona questo mondo che vi era
sconosciuto, vi ci potrete adattare. Il circolo virtuoso è avviato.
Il restauro della vostra integrità morale passa innanzitutto dal
rafforzamento dell’autostima.
Come si riacquista l’autostima?

Rinunciare alla perfezione


Andando oltre la sana e piacevole ricerca dell’eccellenza, gli iperefficienti
mentali si rinchiudono spesso nel costante e illusorio inseguimento di una
perfezione assoluta. Esigenti e critici, pretendono da se stessi un controllo
totale di tutti i parametri. Sono avidi di precisione ed esattezza, non vogliono
lasciare niente al caso; sono convinti che il più piccolo dettaglio possa avere
una notevole importanza. Dal momento che sono incapaci di percepire
quando il rendimento raggiunge il livello minimo, si sfiniscono e perdono
un’infinità di tempo a limare inutilmente. Allo stesso tempo sono incapaci
anche di individuare il momento in cui un compito deve considerarsi
terminato. È per questo che non riescono a riconoscere i loro successi e
dunque, nel migliore dei casi, provano una sensazione di incompiutezza a
ogni azione, il più delle volte il gusto amaro del fallimento per non aver
raggiunto l’irreale perfezione a cui miravano. Insomma, il perfezionismo è
una strategia di autosconfitta, e spero di avervene dissuasi. Per ottenere dei
progressi, paradossalmente, bisogna pretendere sempre meno da se stessi:
l’asticella deve essere abbassata affinché gli obiettivi tornino a essere
raggiungibili. Per restaurare la vostra autostima dovete rinunciare alla
perfezione e accettarvi così come siete. In questo modo riscoprirete la
confortevole modestia di essere banali e inizierete a riconoscere i vostri
successi.
Riconoscere i propri successi senza riserve
È un traguardo irrinunciabile per rafforzare e alimentare la fiducia in se
stessi, che non può mai considerarsi acquisita definitivamente e rimane
fragile persino nelle persone che hanno un forte amore per se stesse. Senza
apporti esterni regolari, finisce per indebolirsi ed esaurirsi. La stima di sé si
consolida e si mantiene riconoscendo ogni volta tutti i propri successi, piccoli
o grandi, senza riserve. Ossia, senza nessun «Sì, ma…» È un meccanismo
subdolo e nefasto: può dare l’impressione di moderare quanto diciamo per
non risultare troppo spavaldi. Che errore! In realtà, il «ma» serve solo ad
annullare quanto è appena stato affermato. Per esempio, se dico: «Lei è molto
simpatico, ma…» o «Mi piacerebbe restare, ma…» prima ancora che finisca
la frase presagite che la conclusione sarà il contrario dell’inizio.
Allo stesso modo se dite: «La cena mi è venuta bene, ma…» inibite la
possibilità di apprezzare il cibo che avete cucinato. Allora, dite
semplicemente: «La cena mi è venuta bene». Punto. Ho detto punto! Be’, ve
lo concedo, serve un po’ di allenamento. Il riconoscimento dei propri successi
sviluppa la capacità di agire, di accettare le sfide, di superare gli ostacoli e di
uscirne accresciuti e arricchiti di una nuova consapevolezza di essere riusciti.
Quando si è in grado di riconoscere i propri successi ci si può creare una base
incoraggiante da usare in seguito come riferimento: se mi ricordo di essere
già stato in grado di fare una cosa, posso affrontare e persino relativizzare il
fallimento. E soprattutto, imparate ad applaudirvi senza riserve!
Valorizzare l’immagine di sé
L’immagine di sé è il modo soggettivo in cui ci si vede e in cui si pensa che
gli altri ci percepiscano. Non ha niente a che vedere con la realtà. Possiamo
crederci belli, intelligenti e divertenti oppure brutti, stupidi e ridicoli, che sia
oggettivamente vero o no; dipenderà soltanto dall’immagine di noi che il
nostro ambiente ci restituisce sin dall’infanzia. E la vostra, cari iperefficienti,
risulta perennemente distorta. Vi siete sfiniti nel tentativo di dimostrare chi
siete a persone che non sono in grado di capirlo. Dover dare prova del proprio
valore è come incamminarsi in un vicolo cieco, perché più cerchiamo di
dimostrarlo, più finiamo per minimizzarlo. Immaginate che un chirurgo vi
dica: «Le dimostrerò che so operare!» Ve la dareste a gambe, non è così? Voi
siete persone perbene e capaci e non avete bisogno di affannarvi per farlo
capire agli altri: siate semplicemente voi stessi. Più sarete convinti del vostro
valore, più ne persuaderete chi vi sta accanto. Un’immagine di sé positiva
permette di credere nelle proprie qualità e di proiettarsi positivamente nel
futuro.
Coltivare l’amore di sé
Infine, al centro della stima di sé c’è l’amore incondizionato verso se stessi,
che è la base più profonda dell’autostima e permette di resistere a tutte le
tempeste della vita. Le persone che non si amano si trascurano spesso,
ignorano i propri bisogni, provvedono male al proprio sostentamento, si
mettono in pericolo e subiscono senza batter ciglio condizioni di vita o di
lavoro inaccettabili. Al contrario, più uno si vuol bene, più sarà capace di
prendersi cura di sé, della sua salute e del suo aspetto e di soddisfare i suoi
bisogni. Sarà anche motivato a offrirsi una vita confortevole e saprà
proteggersi e difendersi dalle aggressioni esterne, fisiche o morali che siano.
Le persone che si amano si rispettano e si fanno rispettare: non accetteranno
botte, né insulti né umiliazioni.
Ecco qui un programma completo per ritrovare l’amore per se stessi.

Consolate il vostro bambino interiore


Rilassatevi e visualizzate il bimbo che eravate un tempo. Visto che ormai
l’avete capito, ditegli che è un bambino plusdotato, spiegategli perché le cose
sono andate così e dategli finalmente tutta l’attenzione, il riconoscimento e
gli incoraggiamenti di cui ha bisogno. Prendetelo in braccio, ditegli che lo
amate tantissimo e che non lascerete più che qualcuno lo denigri.

Licenziate il vostro sabotatore interiore


Finora, senza nemmeno saperlo, avete vissuto sotto la dittatura del vostro
sabotatore interiore. Da mattina a sera ha chiacchierato nella vostra testa e vi
ha screditati in continuazione.
Le forme del suo sabotaggio erano:

ordini («Devi fare…» «È necessario che…»), che creano pesanti


costrizioni;
rimpianti («Se solo avessi fatto…»), che generano una costante
insoddisfazione;
divieti («Non dire…» «Non provare…»), per provocarvi blocchi
mentali;
una morale da quattro soldi per colpevolizzarvi;
la caricatura di allenatore sportivo per darvi il tormento.

E poi una specie di vocina che in sottofondo continuava a dirvi: «Sei


cattivo/a, egoista, immaturo/a, inetto/a, incompetente… Non meriti di essere
amato/a, non hai il diritto di star bene né di provare emozioni… Insomma,
non hai il diritto di essere felice!»
Questi meccanismi di autosabotaggio sono inconsci. Ecco perché è
importante individuare la radio costantemente accesa nella vostra testa e
soprattutto sapere che cosa trasmette. Dopo aver osservato questo
meccanismo, date un nome al vostro sabotatore: un nome qualsiasi, per dargli
un’identità. Questo escamotage vi renderà più facile metterlo a tacere e,
all’occorrenza, mandarlo al diavolo. Quando Corinne si è resa conto della
presenza del suo sabotatore ha esclamato: «Che idiota!» Ora ci scherza su:
«Stai zitto, Idiota!»
Un’alternativa potrebbe essere mettervi a cantare a squarciagola, in modo
che la vostra voce copra la sua!
Durante il rilassamento è possibile fare un esercizio di visualizzazione
molto divertente: potete immaginare di licenziare in tronco o mandare in
pensione il tiranno. Potete persino organizzargli una festicciola d’addio e poi
assumere un coach giovane, allegro e dinamico dai discorsi incoraggianti e
stimolanti, magari anche sexy: vedrete come migliorerà in fretta la qualità
della motivazione! Il vostro dialogo interiore deve diventare amichevole e
benevolo: «Coraggio, tesoro, ce la puoi fare. Andrà tutto bene!»

Sposate voi stessi


Sapevate di essere l’uomo (o la donna) della vostra vita? Dal momento che
dovrete vivere con voi stessi finché morte non vi separi, tanto vale essere un
partner amorevole. Decidete come vorreste essere trattati da una persona
profondamente innamorata di voi e mettetelo in pratica. Insomma,
coccolatevi. Meritate il meglio. Se non vi prendete cura di voi, chi lo farà?
Un restauro in tre tempi
Per ricostruire la vostra autostima dovete iniziare con il riconoscere tutti i
vostri successi, piccoli o grandi. Poi dovete reimparare a parlarvi
amichevolmente, invece di denigrarvi. Infine, dovete costringervi a trattare
voi stessi con lo stesso rispetto che sapete concedere alle altre persone:
l’equità e la giustizia non rientrano forse tra i vostri valori? Ogni strato di
fiducia in sé alimenta gli altri: più ci si ama, più si avrà un’immagine di sé
positiva e sarà più facile riconoscere i propri successi. Ma funziona anche al
contrario: più si impara a riconoscere i propri successi, più l’immagine di sé
diventerà positiva e più ci si amerà.
L’autostima tuttavia non è una panacea che mette al riparo da qualsiasi
passo falso e da tutti gli stati d’animo negativi, e non impedisce i momenti di
scoramento, di dubbio e di paura. Tutt’al più consente di gestirli meglio, ma
in nessun caso è una bacchetta magica che trasforma la vita in un lungo fiume
tranquillo!
Allora, alla fin fine, che cos’è la fiducia in sé? È semplicemente:

una disposizione interiore ad amarsi e accettarsi così come si è, con i


propri punti di forza e di debolezza;
la certezza di saper affrontare le situazioni e attingere alle proprie risorse
personali per trovare una soluzione alla maggior parte dei problemi;
e, al di là dei timori, la capacità di passare all’azione nonostante la paura
e lo stress.

La fiducia in sé non spiana le montagne, ma consente di scalarle.


Come fa una persona a sapere se ha un buon livello di
autostima?
Saprete di aver restaurato la vostra autostima una volta raggiunti questi
obiettivi:

riuscite a parlare positivamente di voi e ad accettare i complimenti senza


imbarazzo;
la vostra reattività agli eventi minori è notevolmente diminuita;
la vostra autostima non è più circoscritta in un unico campo ma avete
moltiplicato i centri di interesse (già che ci siete, controllate che
l’autostima si distribuisca armoniosamente tra la via professionale e
quella privata);
l’importanza che accordate alla vostra immagine e all’opinione degli
altri è diminuita, cioè non dipendete più soltanto dai riconoscimenti
esterni ma siete in grado di resistere alle pressioni sociali e di accettare
le traversate nel deserto senza crollare;
non avete più bisogno di sprecare energie per proteggere o promuovere
la vostra autostima;
le ferite del vostro amor proprio non infettano più i vostri pensieri, le
vostre attività e i vostri stati emozionali e non rimuginate più per ore
sulle umiliazioni subite;
e soprattutto, se vi siete sbarazzati del vostro perfezionismo, avete capito
che questo elenco è l’obiettivo a cui dovete mirare e non ciò che dovete
per forza raggiungere.
Ottimizzare il funzionamento del cervello

ADESSO che avete fatto ordine nella vostra mente e restaurato la vostra
integrità, vi resta da ottimizzare il funzionamento del vostro cervello. È
assolutamente possibile vivere felici con un cervello iperefficiente: basta
rispettare il suo ritmo e soddisfare i suoi cinque bisogni fondamentali.
Vivere in leggero surmenage
Per cominciare, parliamo del ritmo. A voi se ne addice uno sostenuto.
L’avete notato mille volte, avete un’energia fuori del comune: fate molto
più degli altri in una sola giornata e per di più avete l’impressione frustrante
di non aver fatto niente. Il quotidiano di un normopensante vi esaspera da
quanto è lento e privo di contenuto. Non date più retta a chi vi rimprovera di
fare troppo e di non riuscire a star fermi. Sì, siete iperattivi nel senso di
iperdinamici. Allora vivete al ritmo che meglio vi si addice e non
preoccupatevi delle critiche. Ma ovviamente non potete pretendere che gli
altri vi stiano dietro!
Gli iperefficienti sono talvolta soggetti al burnout, perché questo leggero
surmenage è difficile da dosare. Basta che qualche complicazione vada ad
aggiungersi al loro programma così fitto per creare un sovraccarico.
Potremmo dire che gli iperefficienti sono come i cammelli: con i loro cento
chili sulle spalle sono al meglio del loro rendimento e galoppano vigorosi, ma
appena gli si aggiunge anche solo un altro chilo, ecco che crollano.
Attenzione a quel chilo di troppo! Lasciate un po’ di spazio per gli imprevisti.
Se poi non ci saranno contrattempi, potrete approfittarne per un momento di
meditazione, un rilassamento sofrologico che vi farà decisamente bene.
Per sentire di esistere avete bisogno di intensificare il vostro quotidiano:
prefissatevi delle sfide, attuate sempre vari progetti motivanti in
contemporanea. Se i normopensanti vi accusano di essere dispersivi vuol dire
che avete trovato il giusto equilibrio.
I cinque bisogni fondamentali del cervello destro
Parliamo adesso dei bisogni del vostro cervello. Non si tratta di ghiribizzi, di
capricci o di piccoli lussi, ma di esigenze reali. Se uno di questi bisogni non
viene soddisfatto, il vostro cervello è in sofferenza. Man mano che li elenco,
gli iperefficienti mentali si rendono conto di conoscerli molto bene; provano
una mancanza e una sofferenza quando non li rispettano, ma finora non ne
avevano colto appieno l’importanza.
Nutrire il cervello di apprendimenti
Il vostro cervello adora imparare. Se non apprende, si deprime e rimugina;
poiché ha bisogno di complessità, darà eccessiva importanza ai più piccoli
elementi che saranno alla sua portata, senza per questo trovarvi il nutrimento
di cui ha bisogno. Date soddisfazione a voi stessi: cos’è che vi sarebbe
piaciuto imparare? In quale ambito la scuola vi ha frustrati, sfiorando soltanto
una materia che a vostro avviso meritava di essere approfondita? C’è
senz’altro qualche programma scolastico di cui non avete colto la sottigliezza
perché il contenuto era presentato male o il professore era antipatico; in un
angolino della vostra testa probabilmente ve ne pentite: mi sarei dovuto
interessare di più a… Le vostre capacità possono essere messe a frutto in
molteplici i settori: arredamento, giardinaggio, cucina, bricolage e via
dicendo.
Potete imparare qualsiasi cosa vogliate. Le regole di base sono due:

se non capite più è perché state complicando qualcosa che è più


semplice di quanto crediate;
imparare richiede perseveranza. Anche se diventa un po’ complesso e
noioso, è un ostacolo da superare.

E allora, tenete duro e spassatevela!


Fare sport
Lo sport vi aiuterà a canalizzare quest’incredibile energia. È una costante con
i miei pazienti: quando affrontiamo l’argomento, gli iperefficienti che hanno
smesso di praticare sport riconoscono che l’attività fisica faceva loro un gran
bene e capiscono fino a che punto sentono la mancanza di un po’ di moto. Lo
sport inoltre aiuta a colmare il deficit di serotonina e vi riempie di dopamina,
la vostra droga preferita. Insieme al rilassamento, inoltre, concorre a
migliorare la qualità del sonno. Fate un po’ di spazio tra i vostri impegni per
trovare il tempo necessario per sfogarvi.
Sfruttare la creatività
Un cervello iperefficiente è fatto per creare. Che si tratti di creazione
manuale, intellettuale o artistica, il vostro cervello deve poter immaginare,
inventare, ideare, fabbricare, produrre, costruire… Se non è sollecitato in un
progetto entusiasmante, vaga nelle sue ramificazioni, si annoia e si deprime.
E a quel punto si sconnette dalla realtà quotidiana.
Idealmente, questa creatività dovrebbe essere alla base della vostra attività
professionale. È un enorme spreco non sfruttare a fondo la forza creativa dei
cervelli iperefficienti. La condizione più desolante per un plusdotato è
lavorare in una posizione puramente esecutiva, molto al di sotto delle sue
capacità intellettive, senza autonomia, schiacciato dalla lentezza istituzionale.
Per gli iperefficienti, il percorso scolastico diventa in genere problematico a
partire dalle medie e spesso non compiono studi all’altezza del loro
potenziale. A prescindere dall’esperienza scolastica, però, possono trovare il
modo di esprimersi appieno in un’attività professionale creativa e autonoma:
l’artigianato e la libera professione sono gli indirizzi più adatti a loro, poiché
uniscono autonomia e creatività. Scegliete dunque il vostro lavoro tenendo
conto di questi criteri. In azienda, i capi dovrebbero imparare a individuare i
plusdotati mentali alle loro dipendenze, così da poter dar loro tutto ciò di cui
hanno bisogno per massimizzare la loro produttività: con un po’ di calore
umano, incoraggiamento, autonomia e una buona dose di sfide personali, un
iperefficiente è in grado di decuplicare la propria forza lavoro fino a diventare
un piccolo miracolo per l’azienda (fate leggere queste righe al vostro capo!).
Se il lavoro non vi offre la giusta dose di creatività, concedetevela nella vita
privata; le possibilità di essere creativi sono numerose: cucina, bricolage,
pittura, scultura, musica, danza…
Alcuni iperefficienti mi hanno confidato che hanno l’impressione di non
essere più capaci di sognare e creare: si sentono bloccati in una specie di
anoressia intellettuale, di ebetismo, di no man’s land mentale. È
indispensabile che restauriate la vostra creatività. Il sogno è essenziale al
vostro equilibrio, perché permette di evadere dalla realtà – non sempre
piacevole da sopportare –, mette una certa positività nei pensieri e soprattutto
è la torcia con cui potrete esplorare le possibilità della vostra vita. Per
assecondare il bisogno di vagheggiamento, molti di loro per esempio giocano
alla lotteria: acquistare un biglietto è per loro come comprare il diritto di
sognare.
Il primo passo è mettere a tacere il vostro sabotatore interiore e sviluppare
la capacità di esplorare in tranquillità i vostri sogni affinché possano
trasformarsi in progetti. Pensiamo a Walt Disney: la sua strategia creativa è
stata studiata e presa a modello come una delle più performanti del suo
genere. Secondo Disney, per essere efficace la creatività deve comprendere
tre stadi:

1. il sogno puro senza alcuna censura;


2. il progetto più concreto e realistico;
3. la critica «costruttiva». Vale a dire che le obiezioni non solo devono
arrivare il più tardi possibile, ma devono anche servire a perfezionare il
progetto e non a smontarlo.

Disney ci propone dunque di fare appello a tre personaggi che abbiamo in


noi:

Il sognatore. Se ne sta seduto comodo, con lo sguardo rivolto al soffitto.


In questa fase creativa postuliamo che ci sia accanto a lui una fatina buona
che appiana le eventuali difficoltà. Non esiste alcun problema di titoli
scolastici, denaro o fattibilità che lei non possa risolvere. Unica condizione:
che il sogno sia piacevole. Quando il sogno ha assunto contorni ben definiti
lo si trasmette al realista.
Il realista. Ha una posa più salda: piedi piantati a terra, seduto con la
schiena dritta e gli occhi che puntano in basso a destra. Il suo ruolo consiste
nel trasporre il sogno in un vissuto quotidiano e «cucirselo addosso». La
fatina è ancora lì a occuparsi di eventuali impedimenti. La sensazione deve
essere piacevole quanto il sogno, sebbene per forza di cose più stancante o
noiosa. Se risulta sgradevole bisogna ripassare la palla al sognatore tenendo
conto delle opinioni del realista per effettuare i dovuti aggiustamenti. Una
volta che il realista ha approvato il progetto, viene convocato il critico
interiore, che all’inizio avrà bisogno di essere rieducato.
Il critico costruttivo. In quest’ultima fase creativa la fatina è scomparsa
ed è ora di manifestare le obiezioni. Il nostro critico se ne sta seduto con il
mento nella mano e lo sguardo orientato in basso a sinistra. Le istruzioni sono
rigide: il suo apporto deve servire a rendere il progetto concretizzabile, non a
demolirlo. È la fase più delicata della creazione. La domanda di fondo è:
«Come è possibile realizzare questo progetto?» Le critiche costruttive
saranno poi trasmesse al sognatore, perché trovi soluzioni creative, se
necessario. E così via. È in questo modo che i sogni possono prendere forma
nella realtà. Grazie, Topolino!

Sì, l’avete notato: questo critico interiore era il cugino del vostro
sabotatore. Quando lo avrete rieducato, insegnandogli ad aspettare il suo
turno e a essere costruttivo nei confronti delle vostre idee, la partita sarà
vinta. Le vostre idee, i vostri progetti, la vostra capacità di risolvere i
problemi saranno decuplicati.
Lo scrittore e regista Marcel Pagnol diceva: «Tutti sapevano che era
impossibile. Un giorno è arrivato uno scemo che non lo sapeva e che l’ha
fatto». È diventato il mio motto personale e mi sforzo ogni giorno di essere
quello scemo.
Buona creatività a tutti!
Un po’ d’arte
Indipendentemente dal bisogno di creatività, il vostro cervello ha bisogno di
arte, ossia di «bellezza» nel senso più ampio del termine. Certo, a prima vista
l’arte non è utile alla sopravvivenza della specie umana. Eppure statue,
pitture, gioielli, cosmetici, musiche, danze, monumenti e quant’altro esistono
dalla notte dei tempi, a tutte le latitudini e in tutte le culture. Come spiegare
questo fenomeno? L’arte nutre la nostra sensorialità e ci fa fremere di
emozioni.
La gioia di vivere, quella più spontanea e pura (da non confondere con la
felicità), consiste semplicemente nel saturare i nostri sensi di informazioni
piacevoli. Anche solo guardare qualcosa di bello, ascoltare una melodia,
provare una sensazione voluttuosa, respirare profumi o gustare sapori può
metterci in un passeggero stato di beatitudine. Se la natura può infonderci
buona parte di questa gioia, l’arte è un complemento che viene ad appagare in
modo diverso, e intenso, i nostri sensi e ci procura un’ebbrezza euforizzante.
Prendetevi un momento per ripensare a che cosa provate appena usciti da una
mostra, da un museo o da un concerto. Quando il vostro sistema sensoriale
iperestesico ha fatto il pieno di «bello», avvertite una gioia profonda, una
pace profonda, una pienezza appagante.
Belle arti, arti minori, arti maggiori, arti primitive, estetismo, design,
architettura… Non esiste un’idea dell’arte che sia universalmente condivisa.
L’unica cosa al tempo stesso universale e personale è l’emozione che ci
suscita. Ed è per questo che l’arte supera i confini, le culture, il livello
socioculturale delle persone e rende tutti gli uomini potenzialmente uguali,
almeno quelli che sono ancora capaci di emozionarsi (certo, non riguarderà
mai chi la considera un’inutile e dispendiosa perdita di tempo). Gli
iperefficienti mentali sono bolle emotive: l’arte dà loro uno spazio per
esprimere e provare emozioni positive e intense.
L’arte inoltre ha la bellezza del gesto gratuito. Oltre a non avere un
utilizzo pratico, il più delle volte non è nemmeno redditizia. La paga
percepita per un concerto non potrà quasi mai corrispondere al numero di ore
che il musicista avrà passato a imparare a suonare lo strumento, a esercitarsi a
maneggiarlo con virtuosismo e a provare e riprovare i suoi brani. Eppure gli
artisti dedicano la loro vita a cose effimere come un dipinto, un’opera
teatrale, un brano musicale, e gli spettatori fanno la fila, a volta per ore, per
ammirare qualche tela, ascoltare qualche nota, per un momento unico e
irripetibile. Riconosciamo l’utilità dell’utile, ma sfortunatamente
dimentichiamo troppo spesso l’utilità dell’inutile, l’atto e soprattutto lo sforzo
gratuito, effimero e altruista che ha il solo scopo di creare incanto negli altri.
L’arte permette di essere in contatto con ciò che l’umanità ha di più nobile e
grandioso, quando dà il meglio di sé con una generosità eccezionale.
Consente di provare un amore profondo e potente per l’umanità e arriva dritta
al cuore.
Affettività: ossitocina e serotonina
Lo dico sin dalle prime pagine di questo libro: voi iperefficienti avete
bisogno che l’amore e la tenerezza circolino in abbondanza nella vostra vita.
Ne avete moltissimo da dare, ma sapete anche ricevere. Vi piace vivere
rispettando e collaborando con persone che abbiano i vostri stessi valori.
Allora diventate selettivi nella scelta degli amici intimi. Ci sono altri teneri
orsacchiotti al mondo: cercateli!
Se vi impegnerete a soddisfare tutti i bisogni del vostro cervello ne
ottimizzerete il funzionamento. A quel punto, essere iperefficiente non sarà
più una calamità ma una benedizione.
Vivere bene l’iperefficienza in società

PIÙ vi capirete e accetterete, più aumenterà la vostra autostima. E con una


migliore autostima sarete più forti e capaci di farvi rispettare. Finora i vostri
tentativi di adattarvi agli altri si sono rivelati sfibranti e deludenti. Ma adesso
avete le chiavi per capire la natura dei malintesi. I normopensanti sono
innegabilmente diversi e resteranno tali. Ma pian piano potrete assimilare le
loro convenzioni sociali, se riuscirete a coglierle e accetterete di ammorbidire
il vostro idealismo. Altrimenti, quantomeno saprete da che cosa dipendono
questi momenti di imbarazzo e di sgradevole titubanza.
Addomesticare la solitudine
«Meglio soli che male accompagnati», dice il proverbio. Chi è affetto dalla
sindrome di Asperger applica alla lettera questa massima: le persone, anche le
più vicine, sono considerate alla stregua di invasori, risultano incomprensibili
e stare a contatto con loro è spossante.
Al contrario, alcuni iperefficienti non sopportano la solitudine al punto da
preferire una cattiva compagnia – in casi estremi anche i maltrattamenti –
piuttosto che stare da soli. In alcuni casi si fanno soggiogare e le loro
relazioni virano verso l’incubo. Eppure la solitudine reale è diversa dal senso
di solitudine. Il sentirsi diversi e incompresi preclude le relazioni sociali e
rende molto soli, persino in mezzo agli altri. L’apparente masochismo degli
iperefficienti è soltanto una «mancanza di meglio» e la soluzione sbagliata a
un problema vero. Infatti, vivere con un manipolatore che ha fatto il vuoto
attorno a voi e che vi annienta con la sua sola presenza vi condanna alla
solitudine più gelida che possa esistere, tanto che essere realmente soli vi
darebbe più calore!
In realtà, il modo migliore di riformulare il detto sarebbe: «Per scegliere
bene la compagnia bisogna prima essere capaci di vivere da soli». Dovete
addomesticare il senso di solitudine e farne un alleato. La solitudine subita è
angosciante, mentre quella scelta – se circoscritta – è rigenerante. E poi
ricordate: avete sposato voi stessi, perciò non sarete mai più soli in vostra
piacevole compagnia.
Alcuni iperefficienti mentali soffrono di angoscia da abbandono, ossia
entrano in panico all’idea di venire abbandonati: ne hanno così paura che
tessono legami troppo stretti. La relazione non lascia più alcuna possibilità di
prendere un certo distacco né di mettere la giusta distanza. Soffocano
letteralmente il partner e gli amici. Il loro bisogno di riconoscimenti e
rassicurazioni sembra illimitato, ed esigono dall’altro un’esclusività assoluta
(e adesso sapete che cosa vuole dire «assoluto» per un iperefficiente
mentale). Se vi riconoscete in questo profilo, state tranquilli: in genere,
ricostruendo la vostra integrità e restaurando l’autostima acquisirete maggiore
consistenza e autonomia, e la solitudine non vi farà più paura. L’angoscia da
abbandono dovrebbe scomparire.
Gestire le critiche
Lo sapete, il mondo è pieno di criticoni. Se i normopensanti sono convinti
che sia un modo per migliorarsi, gli iperefficienti esprimono la frustrazione di
non veder rispettato il loro ideale. I manipolatori invece cercano di minare la
vostra autostima per sottomettervi. Finora la vostra suscettibilità è stata
esacerbata, le critiche vi scombussolavano a lungo. Ma le cose possono
cambiare.
Innanzitutto, smettete di prendere le critiche sul personale. Chi vi critica
rivela più di sé che di voi. La logica è questa: «Critico negli altri i
comportamenti che mi vieto» (e che quegli sfrontati invece si concedono!).
Così, se sparlo di una donna per il suo abbigliamento provocante, paleso il
mio tabù personale relativo alla sensualità. Più la mia requisitoria è virulenta,
più la mia autocensura è potente. Adesso che lo sapete, divertitevi a decifrare
i tabù di chi vi critica. L’esperimento funziona anche nell’altro senso:
ascoltatevi criticare e scoprire quale vostro tabù personale avete espresso.
Non dimenticate inoltre che ciò che siete è inaccessibile a un
normopensante. Come si può avere un feedback affidabile da un interlocutore
che non riesce a cogliere la vostra natura e non può inquadrarvi nella vostra
globalità? Tutto ciò che vi rimanderà indietro di voi sarà parziale e
deformato. Prendete allora la sua disapprovazione come un’indicazione sui
suoi valori e il suo modo di pensare. Per esempio, se critica la vostra
instabilità, capirete che odia i cambiamenti. Se vi giudica troppo emotivi,
ricordatevi che con l’amigdala mite che si ritrova – fortunato lui – è al riparo
dalle tempeste emozionali.
Alcune critiche, infine, come sostengono i normopensanti, possono essere
preziose indicazioni che vi consentono di migliorare. Ciò accade se investono
il livello dei comportamenti (o addirittura dell’ambiente, se vi dicono che
quel colore vi sta male) e non al livello dell’identità. Imparate ad accoglierle
come un feedback. Se le giudicate pertinenti, ringraziate il vostro
interlocutore per averle espresse. Se non siete d’accordo, rispondete
sobriamente: «È il tuo parere». Se invece ciò che l’altro vi presenta come un
difetto è in realtà una delle caratteristiche della vostra iperefficienza,
rallegratevene: vi ha colto per quello che siete. In quel caso, confermate con
un bel sorriso: «Sì, è vero, sono troppo…»
Curare la ferita del rifiuto
Al di là della paura della solitudine e della delusione dell’essere criticati, c’è
la violenza oggettiva del venire rifiutati. L’abbiamo già visto, siamo tutti
programmati per temere il rifiuto e viverlo come un pericolo mortale. Vedersi
respinti da un intero gruppo è un’aggressione che dà una terribile sensazione
di isolamento. È un’esperienza che tuttavia dovrebbe accadervi sempre meno
spesso, a mano a mano che imparerete a navigare tra la vostra plusdotazione e
la norma che vi circonda. Ma non potrete impedire a un narcisista perverso di
individuare la vostra particolarità: dal momento che detesta ciò che siete,
potrebbe aizzare un intero gruppo contro di voi. Se vi capita, dovete
sviluppare i giusti riflessi di sopravvivenza. Dovreste quindi cercare subito il
legame sociale, proprio come si rimonta a cavallo appena dopo una caduta
per non sviluppare una fobia. Andate a trovare un amico fidato, parlate con i
vicini o uscite a fare la spesa e intavolate una conversazione banale con un
altro cliente. Se non è vi possibile, svolgete qualche attività: sbrigate
incombenze quotidiane o approfittatene magari per fare le grandi pulizie a
lungo rimandate. Il rifiuto diventerà allora una fonte di soddisfazione. Potrete
dire: «Grazie a quella stronza di Susanna ho pulito a fondo la cucina!»
In generale, per evitare l’isolamento bisogna diversificare il proprio
tessuto sociale. Fate la distinzione tra amici intimi, amici e conoscenti e
coltivate tutte e tre le categorie, ben consapevoli di ciò che ognuna può darvi.
Malgrado la vostra sete di intensità, dovrete accettare i rapporti superficiali
senza cercare di mettere in gioco l’affettività e l’intimità in tutti i legami.
Riservate i rapporti profondi alla vostra cerchia intima.
Invece di rifuggirla, affrontate la paura del rifiuto. Andate verso gli altri.
L’umorismo e l’autoironia possono aiutarvi molto. Pensate: Okay, ho paura
che mi trovino mediocre, ma sempre meglio essere un mediocre sorridente e
simpatico che un mediocre complessato e scontroso!
Vivere in società comporta anche accettare di farsi aiutare. E questo
implica saper chiedere un aiuto che sia commisurato a ciò che l’altro può
darvi. Alcuni amici potranno ascoltarvi con attenzione, altri solo farvi uscire
per farvi prendere una boccata d’aria e schiarirvi le idee. Quando vi rivolgete
a un professionista, verificate innanzitutto che sia in grado di capirvi. Molti
psicologi non sono esperti di iperefficienza mentale: in quei casi vedranno
nella vostra condizione un che di patologico e invece di aiutarvi vi faranno
sprofondare ancora di più.
Conoscete la differenza tra il pazzo e il saggio? Il saggio sa a chi è meglio
non parlare. In tutte le occasioni di contatto sociale, in caso di
incomprensione, mi raccomando, non insistete: fate svelti marcia indietro e
cambiate argomento.
Inquadrare la propria benevolenza
I problemi cominciano quando il bisogno di essere amati è più forte di quello
di essere rispettati. In quel caso è ancora più inutile dare la priorità al bisogno
di essere amati, perché è impossibile amare qualcuno che non rispettiamo.
Perciò cominciate col farvi rispettare. Non vi ameranno, ma almeno la vostra
integrità rimarrà intatta. In età adulta non abbiamo più necessità di essere
approvati per esistere. Ecco perché adesso potete mettere un buttafuori
all’ingresso della vostra sala VIP per selezionare la clientela. In quella sala,
niente più falso sé: sarà il vostro vero io ad accogliere, birichino e festoso, le
persone che vi meritano.
Al bisogno, leggete il mio libro Affermare se stessi e osare dire no a o fate
un lavoro di sviluppo personale sull’affermazione di sé, per non lasciarvi più
soggiogare.
Vivere l’iperefficienza in coppia
Nella mia professione incontro spesso coppie composte da un narcisista
perverso e un iperefficiente mentale. Va da sé che è l’iperefficiente a cercare
il mio aiuto, credendosi matto. A volte mi sono persino chiesta se la funzione
dei plusdotati mentali non sia assorbire come cotone idrofilo tutto l’odio del
narcisista per neutralizzare il suo potere nocivo a livello della società. Credo
soprattutto che gli iperefficienti si facciano fagocitare da questi vampiri.
Non appena si liberano del loro persecutore tornano a vivere, e se hanno
compreso il meccanismo predatorio non ricadono più in una relazione di
dipendenza psicologica. Li vedo allora ritrovare la gioia di vivere, l’energia,
la loro effervescenza. In genere, poi, incontrano un altro iperefficiente. Se il
nuovo partner è anche lui/lei aperto/a al concetto di plusdotazione, i miei
iperefficienti hanno infine accesso a una vita di coppia felice. Quelle che
funzionano sono vivaci, curiose, piene di umorismo e gentilezza: due teneri
orsacchiotti che parlano, discutono, si scambiano idee e cercano di cambiare
il mondo per renderlo un luogo migliore.
Mi capita anche di vedere, in proporzione minore, coppie composte da un
iperefficiente e un normopensante. È in genere una coppia piuttosto stabile. Il
normopensante non comprende appieno il partner, ma accetta la sua
iperemotività con fatalismo. L’altro, dal canto suo, prova noia e frustrazione,
ma apprezza la stabilità e la calma che gli offre il normopensante. «Ti fai
troppe domande» o «Prendi troppo a cuore le cose» possono funzionare come
barriere di protezione e aiutarlo a stabilire dei limiti. Ma dal punto di vista
intellettuale, l’iperefficiente deperisce. Da quello energetico, se chiede
all’altro di seguire il suo ritmo frenetico, rischia di sfibrarlo. Per l’equilibrio
della coppia è necessario che l’iperefficiente trovi le sue sfide intellettive e lo
sfogo energetico nel lavoro o in un hobby.
Quando scopre la sua plusdotazione, l’iperefficiente cerca di affrontare
l’argomento con il partner e di condividere tutto ciò che impara su se stesso.
In genere, il compagno normopensante non è affatto recettivo al concetto e ha
un blocco mentale. È molto frustrante, ma logico: si è cercato di far passare
un cammello per la cruna di un ago. A partire da quel momento,
l’iperefficiente prende coscienza di tutto ciò che è impossibile condividere
nella coppia e dovrà mettere una croce sopra tante cose per tornare a vivere
felice con il suo normopensante.
È un’affermazione sessista ma oggettiva: gli uomini preferiscono avere
accanto una donna meno intelligente di loro. Statisticamente, un uomo
sposerà sempre una donna con un QI inferiore al suo, anche se lui stesso ha
un QI elevato. Il che dimostra che il QI non è certo una prova di intelligenza!
In fondo, le nonne che consigliavano alle ragazze di fingersi stupide per farsi
sposare avevano ragione: le donne belle e intelligenti rischiano di rimanere
sole. E anche qui le statistiche sono sconfortanti: più le donne hanno un
livello di studi elevato, più sono difficili da accasare.
Non disperatevi, signore: nella mia esperienza ho potuto osservare che non
appena una donna si accetta e risplende nella sua iperefficienza, piace agli
uomini veri e smette di attirare i manipolatori. Se sta attenta a scegliere un
altro iperefficiente mentale sarà felice. Per farlo dovrà modificare i propri
criteri di scelta e stare alla larga dai macho. Le istruzioni sono le stesse
(rovesciate) per gli uomini iperefficienti: evitate le donne troppo femminili e
troppo dolci, è un inganno.
Per potersi incontrare tra di loro, gli uomini e le donne plusdotati devono
rinunciare ai cliché dell’uomo virile e della donna iperfemminile.
Innegabilmente, gli iperefficienti hanno sviluppato sia le energie femminili
sia quelle maschili. Le donne sono molto mascoline (nel funzionamento
mentale!) e gli uomini piuttosto femminili. Uomini yin e donne yang: gli
iperefficienti possono riunire l’equilibro del femminile e del maschile in sé
come nella coppia.
Ci sono molti iperefficienti anche tra gli omosessuali e i bisessuali.
Perlomeno è ciò che ho potuto constatare nella mia esperienza.
Una coppia di plusdotati mentali è una coppia felice quando i due partner
vivono la loro iperefficienza con serenità. Ciò implica che ciascuno abbia
colmato il proprio vuoto identitario, restaurato l’autostima e accettato tutti gli
elementi del suo funzionamento. Se il vostro partner non è ancora arrivato a
questo punto, non appena avrete finito di leggere questo libro, prestateglielo!

a. Christel Petitcollin, Affermare se stessi e osare dire no: vincere dubbi, paure e sensi
di colpa, Il punto d’incontro, Vicenza 2007.
Conclusioni
Perché?

LO SAPEVO che mi avreste fatto questa domanda! Probabilmente vi brucia


sulle labbra da quando avete iniziato a leggere e scalpitate per conoscerne la
risposta. So anche che non sopporterete che vi risponda: «Perché è così!» o
«Non se ne conoscono i motivi», eppure sono le uniche risposte possibili.
Sono state avanzate diverse ipotesi. Posso proporvene alcune, perché so che
siete aperti alla pluralità delle spiegazioni.
Ci sono sempre state persone diverse – artisti, creativi, emotivi –
tormentate dai loro stati d’animo. La storia pullula di grandi menti e di geni.
Leonardo da Vinci era innegabilmente un iperefficiente mentale. Molti
ritengono che Michelangelo, Isaac Newton, Albert Einstein e Wolfgang
Amadeus Mozart fossero affetti dalla sindrome di Asperger. Aggiungerei
anche Luigi XVI, con la sua passione per le chiavi, così vicina all’«interesse
specifico» di cui parlava Hans Asperger.
Si tratta di plusdotazione? Sì. Ma l’abbiamo visto, i test del QI non sono
adatti al pensiero ramificato. Bisognerebbe creare test specifici, ossia ideati
da cervelli destri per cervelli destri. E per dimostrare che cosa?
È una questione di ereditarietà? Forse. È una delle tesi avanzate e soddisfa
i sostenitori della spiegazione genetica e dei motivi al cento per cento
meccanici. Sì, capita spesso di ritrovare nella propria stirpe degli antenati
dello stesso stampo. A volte sono tutti i figli di una coppia a essere
iperefficienti, ma non sempre. La sensazione di essere il brutto anatroccolo
della covata è intensa quando si è l’unico in famiglia! Ma qual è il gene del
cervello destro? Personalmente, le spiegazioni genetiche mi hanno sempre
lasciata dubbiosa. È nato prima l’uovo o la gallina? È qualcosa di innato o di
acquisito?
Si tratta di resilienza? In effetti, il pericolo, l’insicurezza, i maltrattamenti
costringono a essere creativi e ipervigili. Troviamo casi di iperefficienza nei
bambini maltrattati, che possiamo qualificare come resilienza. Quando però i
genitori normopensanti sono brave persone non maltrattano deliberatamente i
propri figli; possono tuttavia incontrare difficoltà nel contenere e inquadrare
il loro piccolo plusdotato. Per la sensibilità del figlio, la loro mancanza di
comprensione, i rimproveri e le critiche possono allora essere equiparati a una
violenza psicologica. Ma in quel caso la plusdotazione è la causa del
maltrattamento, e non il risultato. Inoltre, non tutti i bambini maltrattati
diventano iperefficienti. Ho incontrato iperefficienti mentali che venivano da
famiglie amorevoli e normali; in quei casi la teoria della resilienza non regge.
Ho una spiegazione intermedia da proporvi: i bambini plusdotati possono
provare grande insicurezza per il fatto di essere più lungimiranti, più
ragionevoli, più adulti dei loro stessi genitori. Poiché sentono d’istinto di
superarli intellettivamente e di non poter contare sulla loro comprensione,
sono costretti a mettere in atto la loro resilienza.
È colpa dei genitori? Perché no. Ma se proprio dobbiamo accusare loro,
che ne dite se smettessimo per una volta di fare il processo alle madri e ci
concentrassimo sui padri? Dopotutto molti geni, come Leonardo da Vinci,
avevano un problema con il papà.
La missione del padre è la triangolazione, spetta a lui staccare il bambino
dal seno materno per incitarlo a conquistare il mondo esterno. Quando il
padre è assente o non svolge il suo ruolo, i sintomi presentati dal figlio
possono essere equiparati a quelli della resilienza o dell’iperefficienza.
I principali aspetti della triangolazione sono:

La protezione. La protezione fisica della famiglia è una funzione da


sempre attribuita al padre. Meno conosciuta, ma altrettanto importante, è
quella di rassicurare dalle angosce interiori; la sua carenza fa crescere il
disagio emotivo del figlio.
L’educazione. Il padre dà i punti di riferimento. Deve trasmettere le leggi,
le regole, i limiti, i codici e i tabù. È così che avviene l’umanizzazione del
bambino. Gli iperefficienti mentali però hanno un problema con l’autorità, le
regole arbitrarie (dal loro punto di vista!) e con le convenzioni sociali che non
hanno assimilato.
L’iniziazione. Il padre insegna la privazione e l’assenza. Così il bambino
può rinunciare alla soddisfazione immediata e sopportare la frustrazione. È la
spiegazione dell’immaturità e dell’emotività degli iperefficienti?
La separazione. Il padre deve staccare il bambino dalla madre. Non
potendo più far ritorno nel grembo materno, il bambino si rivolgerà allora
verso il mondo esterno. È quando non è stato svolto questo ruolo che i
bambini rimangono iperattivi e fusionali?
La filiazione. Nel dargli il suo cognome, il padre fa entrare l’erede nella
sua discendenza, gli dà legittimità e un posto tra i suoi antenati. Conosciamo
bene la sofferenza lancinante dei figli di padre ignoto. Chi colmerà il vuoto
identitario dei bambini nati da uno sperma anonimo? È a causa
dell’inconsistenza paterna che i plusdotati sviluppano anche questo vuoto
ereditario?

Non è solo la reale assenza del padre a risultare problematica. Un padre


può essere presente ma deficitario nella sua funzione paterna, se fa troppo o
non abbastanza. Così, per inserire il bambino in questo triangolo è necessario
innanzitutto:

che il padre sia adulto lui stesso e abbia rinunciato all’onnipotenza;


che abbia accettato di passare dalla condizione di figlio a quella di
genitore, il che implica essere consapevole di invecchiare ed essere
superato;
che abbia ben assimilato il fatto che la funzione materna non è
intercambiabile e che non potrà mai sostituire la madre.

L’esigenza della perfezione nasce dalla presunta onnipotenza materna e


infantile. Più l’uomo è imperfetto, più costringe moglie e figli a connettersi
alla realtà del mondo. Gli iperefficienti invece restano in un’onnipotenza e in
un alone di perfezione molto scollegato dalla realtà.
Un altro aspetto che può concordare con questa teoria è il fatto che i
bambini piccoli hanno l’emisfero destro dominante, caratteristica che
perdono crescendo. Ciò deriva forse da un padre che inquadra e rassicura?
L’educazione occidentale formatta gli individui perché rispondano ai bisogni
della società. Oggettivamente, i cervelli sinistri sono più malleabili e
produttivi di quei sognatori ribelli dei cervelli destri.
Mi sono anche divertita a confrontare il funzionamento degli emisferi
cerebrali dell’uomo con l’organizzazione sociale delle nostre cugine scimmie.
Gli scimpanzé vivono in una gerarchia spesso molto codificata e persino
crudele: potrebbero essere una caricatura delle persone con il cervello sinistro
dominante. Al contrario, i bonobo hanno portato all’estremo l’amore e la
collaborazione: il loro atteggiamento potrebbe altresì rappresentare una
caricatura delle persone con il cervello destro dominante.
Insomma, allora perché? Perché è così e basta.
Poco importa perché siete fatti in questo modo.
Voi siete voi, unici al mondo e perfetti nella vostra imperfezione. Avete un
magnifico cervello fervido di idee, ricco di vita, effervescente di gioia e
spumeggiante d’amore.
Allora, non è forse bella la vita?
Bibliografia

ADDA, ARIELLE , Le livre de l’enfant doué, Éditions Solar, Parigi 1999.


ADDA, ARIELLE , CATROUX, HÉLÈNE , L’enfant doué. L’intelligence
réconciliée, Éditions Odile Jacob, Parigi 2003.
ANDRÉ, CHRISTOPHE , Imperfetti e felici, Corbaccio, Milano 2008.
ATTWOOD, TONY , Guida alla sindrome di Asperger. Diagnosi e
caratteristiche evolutive, Erickson, Gardolo 2006.
BOLTE TAYLOR , JILL , La scoperta del giardino della mente. Cosa ho
imparato dal mio ictus cerebrale, Mondadori, Milano 2009.
BUZAN, TONY, BUZAN, BARRY , Mappe mentali: come utilizzare il più potente
strumento di accesso alle straordinarie capacità del cervello per pensare,
creare, studiare, organizzare…, Alessio Roberti, Urgnano (BG) 2012.
CARROLL, LEE, TOBER, JAN , The Indigo Children Ten Years Later. What’s
Happening with the Indigo Teenagers!, Hay House, Carlsbad (California)
2009.
CYRULNIK, BORIS , Il dolore meraviglioso, Frassinelli, Milano 2000.
—, I brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere, Frassinelli,
Milano 2002.
FOUSSIER, VALÉRIE , Enfants précoces, enfants hors norme?, Éditions Josette
Lyon, Parigi 2008.
GIORDAN, ANDRÉ , SALTET, JÉRÔME , Apprendre à apprendre, Éditions Librio
831, Parigi 2009.
HEHENKAMP, CAROLINA , Bambini indaco: un dono sconosciuto: sembrano
«bambini difficili» ma hanno una marcia in più, Il punto d’incontro,
Vicenza 2006.
—, Manuale per Genitori dei Bambini Indaco. Consigli ed esercizi per
crescere al meglio i propri bambini speciali, Macro Edizioni, Diegaro di
Cesena 2005.
ISRAËL, LUCIEN , Cerveau droit cerveau gauche, Éditions Plon, Parigi 1995.
MAC MAHON, SUSANNA , Analizza te stesso, TEA, Milano 2005.
MILLER, ALICE , Il dramma del bambino dotato, Bollati Boringhieri, Torino
1990.
MILLÊTRE, BÉATRICE , Piccola guida per persone intelligenti che non sanno
di esserlo, Vallardi, Milano 2012.
NEVEU, MARIE- FRANÇOISE , Les enfants «actuels». Le grand défi «cerveau
droit» dans un univers «cerveau gauche», Éditions Exergues, Parigi 2006.
—, Enfants autistes, hyperactifs, dyslexiques, dys… Et s’il s’agissait d’autre
chose?, Éditions Exergues, Parigi 2010.
PAGE, MARTIN , Come sono diventato stupido, Garzanti, Milano 2005.
PETITCOLLIN, CHRISTEL , Émotions, mode d’emploi, Éditions Jouvence,
Archamps 2003.
—, Affermare se stessi e osare dire no: vincere dubbi, paure e sensi di colpa,
Il punto d’incontro, Vicenza 2007.
—, Échapper aux manipulateurs, Guy Trédaniel, Parigi 2007.
—, Victime, bourreau, sauveur, comment sortir du piège, Éditions Jouvence,
Archamps 2011.
SIAUD- FACCHIN, JEANNE , L’enfant surdoué. L’aider à grandir, l’aider à
réussir, Éditions Odile Jacob, Parigi 2002.
—, Trop intelligent pour être heureux? L’adulte surdoué, Éditions Odile
Jacob, Parigi 2002.
TAMMET, DANIEL , Nato in un giorno azzurro. Il mistero della mente di un
genio dei numeri, Rizzoli, Milano 2008.
—, Embracing the Wide Sky, Atria Books, New York 2009.
TORT, MICHEL , Il quoziente intellettuale, Bertani, Verona 1976.
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere
copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso
in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato
specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle
quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo
testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei
diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge
633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio,
commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il
preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non
potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e
le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore
successivo.
Le informazioni contenute in questo libro non intendono sostituirsi al parere
professionale di un medico. L’utilizzo di qualsiasi informazione qui
riportata è a discrezione del lettore. L’autrice e l’editore si sottraggono a
qualsiasi responsabilità diretta o indiretta derivante dall’uso o
dall’applicazione di qualsivoglia indicazione riportata in queste pagine. Per
ogni problema specifico si raccomanda di consultare uno specialista.

www.sperling.it
www.facebook.com/sperling.kupfer

Il potere nascosto degli ipersensibili


di Christel Petitcollin
Titolo originale Je pense trop
© Guy Trédaniel Editeur, 2010, 2012, 2014, 2015
© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Realizzazione editoriale a cura di Sara Grazioli.
Ebook ISBN 9788820094928

COPERTINA || FOTO © LYN RANDLE / TREVILLION IMAGES | ART


DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER:
SABRINA VENETO
Indice

Il libro
L’autore
Frontespizio
Introduzione
PARTE PRIMA. Un’organizzazione mentale naturalmente sofisticata
1. Sensori ipersensibili
Allerta permanente
Come un microscopio
Il colore dei giorni
Stravaganze sensoriali
Il sogno di spegnere il cervello
2. Dall’ipersensibilità all’iperlucidità
L’ipersensibilità
L’iperaffettività
L’iperempatia
L’iperlucidità
3. Un cablaggio neurologico differente
Le differenze tra cervello sinistro e cervello destro
L’iperefficienza mentale
Le varie forme di iperefficienza mentale
Bisogna fare un test del QI?
PARTE SECONDA. Una personalità originale
1. Il vuoto identitario
L’autostima
La paura del rifiuto
Strategie di adattamento
Il falso sé
2. L’idealismo
Una sete di assoluto
Le pecche del sistema di valori
3. Una relazionalità difficile
Dipendenza psicologica
Un’intelligenza scomoda
Chi sono i normopensanti?
Vivere sotto il giudizio dei normopensanti
Trovate la vostra famiglia d’anime
L’amore con la A maiuscola
Professione: diapason
PARTE TERZA. Vivere bene con la propria iperefficienza
1. Lo choc della rivelazione
Il sollievo
Le montagne russe
Ufficio reclami chiuso per sempre
2. Riordinare e organizzare i pensieri
Mappe mentali per organizzare il pensiero
I livelli logici
3. Restaurare la propria integrità
Come si riacquista l’autostima?
Come fa una persona a sapere se ha un buon livello di autostima?
4. Ottimizzare il funzionamento del cervello
Vivere in leggero surmenage
I cinque bisogni fondamentali del cervello destro
5. Vivere bene l’iperefficienza in società
Addomesticare la solitudine
Gestire le critiche
Curare la ferita del rifiuto
Inquadrare la propria benevolenza
Vivere l’iperefficienza in coppia
Conclusioni. Perché?
Bibliografia
Copyright

Potrebbero piacerti anche