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■■noi

Scrittori del mondo: i Nobel


La UTET ringrazia il Club degli Editori che ha ideato que­
sta collana nonché le Case Editrici che ne hanno consentito la
realizzazione concedendo i diritti e le traduzioni delle opere
prescelte per la pubblicazione.
Par Fabian Lagerkvist 1951
\R LAGERKVIST

nione Tipografico-Editrice Toruuau.


Pär Fabian L.igerkvist 1951
PÄR LAGERKVIST

uTet
Unione Tipografico-Editrice Torinese
Edizione speciale della UTET
per concessione del Club degli Editori
su licenza della Gherardo Casini Editore,
della Giangiacomo Feltrinelli Editore
e della Arnoldo Mondadori Editore
© 1960-1962-1964, by Pär Lagerkvist
© 1967, by Giangiacomo Feltrinelli
© 1949-1951, by Albert Bonniers, Förlag AB
Prefazione © 1968 Club degli Editori - Milano
A cura di Carlo Picchio
Le opere

OSPITE DELLA REALTÀ


IL SORRISO ETERNO
IL NANO
LA SIBILLA
LA MORTE DI ASSUERO
PELLEGRINO SUL MARE
LA TERRA SANTA
Pär Lagerkvist

Strindberg, von Heidenstam e Lagerkvist sono i Ire


eminenti scrittori che hanno dato ciascuno carattere e
nome a uno dei tre successivi periodi della letteratura
svedese dall’ultimo trentennio del secolo scorso fino ad
oggi: periodi tutti notevoli per la qualità e, sebbene in
misura assai differente, per la quantità di opere di pregio
che assegnano un posto ragguardevole, nel campo della
narrativa della poesia e della saggistica, a questa nazione
scandinava che occupa sì un esteso territorio, ma, con
i suoi sette milioni e mezzo di abitanti, è in proporzio­
ne scarsamente popolata. In effetti, nelle lettere come
nelle arti, la Svezia moderna ha sempre saputo valida­
mente affermarsi raccogliendo con discernimento gl’im­
pulsi delle maggiori correnti spirituali dell’estero e sem­
pre opportunamente adattandoli al proprio genio nazio­
nale per dar vita ogni volta ad una poesia e ad una
prosa in gran parte originali. E appunto per questa ori­
ginalità i giudizi sul naturalismo di Strindberg o sul
neo-romanticismo di Heidenstam (termini necessari al
nostro ordine mentale, che ha bisogno di ben distin­
guere le varie forme dell’arte senza smarrirsi in una
ftta selva di specie e di sottospecie) devono essere ac­
cettati con qualche riserva.
Quanto poi al neo-naturalismo, all’espressionismo, al
simbolismo, e così via, di Lagerkvist le riserve devono
essere anche maggiori per le difficoltà che presenta il
X PAR LAGERKVIST

giudizio su questo poeta e scrittore, che è tuttora vi­


vente e operante, ma è insieme una personalità singola­
rissima, pure nella sua vita ed attività quotidiane. Par
Lagerkvist è infatti un artista solitario, la cui opera già
ha influito, soprattutto negli « anni quaranta », e an­
cora dovrà influire, sul contemporaneo mondo nordico
delle lettere, ma che, in esso, non si è mai affacciato
alla ribalta con atteggiamenti vistosi, non ha mai su­
scitato clamorosi contrasti, né comunque dato causa od
occasione a vivaci episodi od aneddoti più o meno pub­
blicitari. Ben diverso, dunque, dallo Strindberg al suo
tempo esaltato e vilipeso a gran voce e giudicato ora
geniale ed ora stravagante - ed era, in realtà, l’una e
l’altra cosa — e anche dallo Heidenstam il quale brillò
come l’astro maggiore in un cielo dove risplendevano
le luci poetiche di Oscar Levertin e di Gustavo Fröding,
e, accanto ad esse, la fortunata gloria di Selma Lager­
löf. Par Lagerkvist non è, invece, un caposcuola e nep­
pure un maestro, forse perché non potrebbe avere oggi
al suo fianco, o sulle sue orme, artisti come quelli che
accompagnarono Heidenstam, ma anche perché sembra
che ami star solo; perché rifugge per indole, pur nella
vita d’ogni giorno, non solo da qualunque posa o gesto
più o meno istrionico, ma anche da ogni appariscente
compagnia o contatto. «Non lo si vede mai», nota un
eminente critico svedese, il Book, « nelle colonne dei
giornali, tra le voci che si fanno sentire e tra i volti
che si fanno vedere. » Nel 1941 Par Lagerkvist fu elet­
to membro dell’Accademia di Svezia come successore di
Werner von Heidenstam. Dovette allora, obbedendo
alla tradizione, pronunciare l’orazione commemorativa
del suo predecessore. A molti dei presenti, che in gran
parte lo conoscevano soltanto per fama, fece l’impres­
sione di chi si presenta in pubblico per la prima volta.
Né sarebbe possibile ricostruire per testimonianze le vi-
PÄR LAGERKVIST XI

cende, esteriori ed intime, della sua vita, se con L’ospite


della realtà fGäst hos verkligheten, 1925) egli non ci
avesse presentata e descritta una parte interessante della
propria esistenza, e appunto di quella vita interiore del­
l’adolescenza che per qualunque artista ha capitale im­
portanza, ma più l’ha per uno scrittore e poeta come
lui, meditativo o, come oggi ci siamo abituati a dire,
introverso.

Par Lagerkvist nacque il 23 maggio 1891 nei pressi


di Växjö, nel Län di Kronoberg da genitori campa-
gnuoli che poco dopo la nascita di lui si trasferirono
in città dove il padre, Anders, che era impiegato alle
Ferrovie, attese con la moglie alla direzione del risto­
rante della stazione. Erano gente semplice, onesta, reli­
giosissima che leggeva ogni giorno la Bibbia e non si
avvedeva né poteva darsi pensiero dello spirito nuovo
che agitava la gente di campagna e soprattutto le masse
operaie della città. Era il tempo, in Svezia come altrove,
delle prime rivendicazioni sociali del proletariato che
portarono allora alla costituzione del partito socialde­
mocratico, divenuto poi l’arbitro dei destini del paese.
A questo fervore non poteva invece restare estraneo né
insensibile il giovane Par, non legato da molti né saldi
ricordi alla silenziosa vita della fattoria nativa e assai
più attento agli atti e ai discorsi della gente che in fac­
cende passava nella stazione di Växjö e, in genere, alla
vita più moderna e meccanizzata che si svolgeva fuori
di quel nido familiare dove ancora ardeva la fiamma
della più viva e pura fede evangelica.
Dai suoi pii antenati aveva ereditato un cuore dispe­
ratamente bisognoso di credere e quando la fede reli­
giosa lo abbandonò, scacciata dalle più moderne espe­
rienze, incominciò per lui l’intima crisi che doveva poi
accompagnarlo per tutta la vita. Una crisi, sotto l’aspet-
XII PÄR LAGERKVIST

to dell’arte, feconda, dalla quale sono derivate tutte le


opere di Lagerkvist, ma tormentosa anche e soprattutto
ineguale e non facile da seguire e da descrivere nei
suoi diversi momenti e nell’intensità delle sue varia­
zioni.
Da principio i termini, o i poli, di questa crisi erano
costituiti da un lato dal piccolo mondo tradizionalista
della famiglia semplice e pia, e dall’altro lato dall’am­
biente razionalista dei nuovi apostoli sociali. Di questi
Par Lagerkvist, già nella sua prima adolescenza, ascoltò
con molto interesse le voci; partecipò a varie manife­
stazioni socialiste e anche, pare, a qualche riunione di
giovani anarcoidi, ma non cessò mai di amare, con i
propri genitori, il tipo umano di questi e la loro reli­
giosa pace domestica che gli apparve poi, a volte, come
una specie di paradiso perduto. Certo egli amò anche
più tardi l’uomo semplice, schietto, senza ìntime tortuo­
sità e senza compromessi di coscienza.
Nacquero, da questi intimi contrasti, in lui, come già
in tanti altri, il bisogno di evadere e il desiderio, e il
gusto, del viaggiare. Così, intorno al 1910, troviamo il
giovane non ancora ventenne a Parigi, attratto certo dal
miraggio del nuovo, e verso questo inconsapevolmente
sospinto dalla necessità di riempire in qualche modo il
vuoto che il dileguarsi della fede religiosa aveva lasciato
in lui e che il socialismo, con tutti i suoi miraggi, non
aveva potuto colmare. Già egli aveva scoperto in sé
l’estro letterario e si era esercitato a comporre alcune,
per la verità immature, liriche modellate sugli schemi
e sui ritmi dì von Heidenstam e di altri poeti svedesi
degli anni novanta. A Parigi invece gli parve d’aver
trovato in un ideale estetico l’oggetto più vero del culto
al quale intimamente aspirava. Il bello nel quale il suo
spirito ultra-sensibile si sarebbe placato doveva essere
semplice, elementare e ben definito come, pur nella sua
PÄR LAGERKVIST XIII

trascendenza, era stato l’oggetto della serena pietà dei


suoi genitori. L’arte cubista, in voga in quegli anni, gli
parve consona a queste premesse. Così nel 1913, dopo
un romanzo d’esordio ancora poco concludente, il ripu­
diato Esseri umani fMänniskor, 1912), Lagerkvist rese
note con notevole efficacia le sue idee d’allora sull’arte
e sulla poesia in un saggio dal titolo piuttosto « impe­
gnativo », Arte della parola e Arte figurativa (Ordkonst
och bildkonstj nel quale si può ravvisare il vero inizio
della sua maturità letteraria in un giudizio che rivela
una ormai chiara coscienza d’artista. « Gli odierni scrit­
tóri » egli afferma, « nascondono la loro deficienza dì
vera ispirazione e dì capacità costruttiva dietro un cu­
mulo di accidenti e di particolari psicologici. Il risveglio
poetico che tutti si augurano deve prescindere da questo
spirito di sottile indagine di casi più o meno aberranti
e patologici della sensibilità e della volontà umana. » In
altri termini, la poesia non sarà compromessa, e potrà
invece guadagnare moltissimo, se diverrà meno « intel­
lettuale » e se, insieme, si allontanerà dalle grottesche
deformazioni del mito. Si deve farla finita con l’eroe
tipico della letteratura moderna, il quale è soltanto un
ipersensibile infermo in preda ad aberrazioni psiche e
psichiche, punto idoneo a rappresentare il genio dì un
tempo che non è affatto malato, ma è sano e virile. Per­
ciò gli scrittori moderni faranno bene a considerare at­
tentamente le più recenti forme dell’arte fgurativa. L’o­
pera d’arte deve riuscire ben costrutta, elementare e
matematica nelle sue proporzioni e tale da operare insie­
me sull’intelletto e sulle facoltà emotive. Così Lager­
kvist esorta, o esortava allora, gli scrittori suoi contem­
poranei ad un « cubismo letterario » e al metodo di
quei pittori moderni che nell’arte dei popoli primitivi
hanno trovato una copiosa fonte d’ispirazione, riportan­
dosi ad una efficace semplicità non soltanto stilistica,
XIV PAR LAGERKVIST

ma anche di contenuto. Una canzone questa che, dopo


allora, abbiamo inteso ripetere su tutti i toni e innume­
revoli volte.
Vi era, in questo cubismo letterario del 1913, senza
dubbio dell’originale e del nuovo, ma la visione, ormai
puramente estetica, dello scrittore peccava d’intima fred­
dezza e perciò, come dice uno dei suoi critici, gli pe­
sava addosso come una rigida corazza intorno all'anima,
che era invece delicata e sensibilissima. Di tale effettiva
costrizione programmatica fa prova il volume dei Moti­
vi pubblicato dal nostro nel 1914: una raccolta di schiz­
zi e di saggi poetici, alcuni dei quali - e sono i più
caratteristici — in forma di liriche in prosa. Vi si tro­
vano spunti patetici, non di rado psicologicamente aber­
ranti, ma sempre conchiusi nella loro estetica essenza.
Altri li ha giudicati come disegni ornamentali, senza al­
cuna finalità propriamente umana; decorazioni astraenti
da ogni valida rappresentazione di contenuto. Caratteri­
stiche, queste, le quali tuttavia non impediscono che a
volte la sensibile anima del poeta si manifesti, anche
attraverso la rigida corazza che egli le ha imposto, con
indubbi moti della sua intima devozione originaria e con
annunci di quel travaglio interiore che non tarderà a pa­
lesarsi in piena sincerità, senza veli e col giusto suo no­
me di « angoscia ».
Questo primo periodo dell’arte valida del Lagerkvist
fu anche detto — ma solo da alcuni - naturalistico, poi­
ché in esso lo scrittore che, dopo i primi tentativi lirici
giovanili, compiuti seguendo le orme del poeta allora
in voga, Werner von Heidenstam, si era proposto di
reagire ai modi romantici, o neo-romantici, di lui e del­
la sua scuola, si sarebbe conformato ai modi e ai pro­
positi realistici dello Strindberg.
Rinnoviamo, a questo riguardo, tutte le riserve già
PÄR LAGERKVIST XV

espresse subito all’inizio di questa introduzione. Se in


quella che abbiamo -fugacemente illustrata come fase
« cubista » dell’attività letteraria di Lagerkvist (e anche
questa indicazione non può essere intesa con rigore) qual­
che cosa, o molto, di strindberghiano si trova, è pur ve­
ro che, assai più che del naturalismo zoliano, del quale
lo Strindberg fu certo un eminente assertore, si può par­
lare qui di quel personalissimo trattamento sostanziale e
formale della materia per cui lo svedese introdusse sem­
pre, tra gli spazi della descrizione obiettiva, i soggettivi
impulsi del suo temperamento e delle sue ben note sin­
golarità o addirittura anomalie di visione e di giudizio.
In seguito l’influenza dello Strindberg su Lagerkvist sa­
rà, come anche vedremo, soprattutto quella della manie­
ra che fu detta « post-Inferno » del grande maestro, e
cioè simbolista e allegorica; la maniera del Dramma del
Sogno e non quella della Signorina Giulia.

In Europa, intanto, aveva inizio la tragedia enorme


della prima grande guerra. La Svezia non doveva es­
servi militarmente coinvolta, ma, come altri paesi neu­
trali, ne subì anch’essa fatalmente un contraccolpo che
alterò rapidamente le concezioni e i giudizi, soprattut­
to degli uomini di pensiero e degli artisti. Una visione
puramente estetica della vita non era ormai più ammis­
sibile mentre su tanta, e tanto importante e vitale, parte
del mondo imperversavano le furie della distruzione e
della morte. Le invocazioni alla gioia, alla serenità del vi­
vere diventavano atroci anacronismi; le immagini ango­
sciose, o addirittura apocalittiche, che fino a quel mo­
mento erano sembrate sogni o incubi di menti malate e
che Lagerkvist aveva condannato invocando un’arte che
cantasse la « sana e virile » vita del nostro tempo, erano
sopraffatte dalla tremenda realtà d’ogni giorno.
Di necessità anche Lagerkvist mutò adesso il proprio
XVI PAR LAGERKVIST

tono; ma il suo cambiamento fu meno radicale, forse, di


quello di altri poiché già in lui erano comparsi, in ger­
me o in boccio, quei motivi pessimistici e travagliosi
che nella rovente atmosfera della guerra dovevano or­
mai svilupparsi assai più rapidamente. Il freddo program­
ma artistico, la ben definita visione estetica che dove­
vano nell’animo dello scrittore compensare il perduto
retaggio della fede religiosa furono anche in lui messi
senz’altro nell’ombra dagli eventi della crudele storia
presente. Comparvero in questo clima le novelle, ap­
punto ispirate al dramma della guerra, della raccolta
Järn och människor cioè Ferro e Uomini (1915). In es­
se il ferro è l’arma, il metallo che ferisce e incide la vi­
ta, e l’umanità viva e palpitante è soggiogata e trasflgu-
rata dalla violenza inesorabile. La superiorità brutale del­
l’arma distrugge la vita organica e insieme annienta le
anime. Un soldato reduce appare in una di queste no­
velle carnalmente e spiritualmente deformato al punto
che non è più riconosciuto dai parenti e dalla stessa mo­
glie. Egli si domanda angosciato: « Chi sono io?» e la
voce della tempesta gli risponde: «Tu sei chiunque e
nessuno ».
L’indagine dello scrittore ha come oggetto, adesso,
l’uomo posto in condizioni anormali, estreme. La guerra
esaspera in lui i due impulsi umani fondamentali, l’amo­
re e l’odio, e li mette in conflitto dando origine a cri­
si violente. Ormai il « cubismo letterario », chiaro, e-
lementare, costruttivo del Lagerkvist è deflnìtivamente
superato. Questo è tempo dì angoscia. E /’Angoscia com­
pare ormai senza veli, col suo nome, che è Àngest
(1916) come titolo di una raccolta di liriche. Nel pri­
mo di questi canti, l’introduttivo, che intende esprìme­
re e riassumere lo stato d’animo da cui l’intera sequenza
dì poesìe è sgorgata, leggiamo: « Angoscia, angoscia, tu
PÄR LAGERKVIST XVII

sei il mio retaggio... sei il grido del mio cuore nel mon­
do! Il cielo greve s’irrigidisce... Oh, come tutto è duro,
nero ed immobile!... lo mi scortico a sangue le mani pro­
tese contro i lembi gelati delle nuvole... ».
Vi è qui, senza dubbio, la risposta di una sensibilissi­
ma anima al brutale stimolo della guerra che insanguina
il mondo, ma l’angoscia non è soltanto generata dall’e­
sterno, dal rombo della grande catastrofe in cammino;
essa già era nella coscienza del poeta; era in quel gran­
de vuoto che egli portava dentro di sé da quando an­
dava cercando una fede, e che invano egli aveva vo­
luto colmare anche con gli ideali di giustizia sociale e
poi col culto di una formale bellezza. Tutti questi sur­
rogati ora sono svaniti ed è tornato, in tutto il suo squal­
lore, il tragico intimo vuoto nel quale anche la speran­
za di una qualsiasi luce di fede si spegne, o sembra spe­
gnersi.
Tutto ciò è stato chiamalo espressionismo. E possia­
mo, pur con le riserve formulate in principio, anche ac­
cettare questa qualificazione. In senso molto lato si ha
Tespressionismo ogni volta che la creazione artistica è
appunto dominata dall’angoscia e dalle alterazioni di
visione e di giudizio che essa determina. Nell’espres­
sionismo originale tedesco si riscontrano tuttavìa pure
altri elementi: deformazioni radicali causate da una pro­
spettiva che sempre muove da un punto d’osservazione
interno e profondo, e un’atmosfera, sempre più cupa,
d’oppressione, di disagio e di disperazione collettiva.
Questo si riscontra solo in parte in Ferro e Uomini e in
Angoscia e non ne è la nota dominante. Sulla dispera­
zione collettiva e sull’affannosa ricerca dello Urschrei,
del grido primigenio delle cose, tipicamente tedesche,
prevale qui lo stato d’animo del sìngolo, l’intima deso­
lazione del poeta.
XVIII PAR LAGERKVIST

Cadono in questo tempo i primi tentativi drammati­


ci del Lagerkvist che con essi chiaramente si riannoda
a Strindberg, ma non — come già abbiamo osservato —
allo Strindberg naturalista, zoliano, della Stanza Rossa,
bensì al poeta fantasioso, profetico, a volte delirante e,
diciamo pure, espressionista, del Dramma del Sogno e
della Danza Macabra.
Tutte queste note si ritrovano, persino esaltate, in
L’ultimo uomo fSista människan 1917) che anche trop­
po - come osserva il Book - ricorda la letteratura dram­
matica « disumana » tedesca. Questo Ultimo uomo, in­
fatti, è riuscito un’allucinante fantasia sul tema della fi­
ne del mondo. Ed è spiaciuto allo stesso autore il quale
ha invece messo poi assai più impegno artistico in tre
atti unici comparsi in volume nel 1918 sotto il titolo
riassuntivo La difficile ora fDen svara stunden/ In tutti
e tre questi saggi drammatici è rappresentato il momen­
to della morte e l’azione in gran parte si risolve in una
proiezione scenica dei pensieri e delle fantasie del mori­
bondo. Anche qui appare più che evidente l’affinità con
lo strindberghiano Dramma del Sogno fEtt Drömspel,
1901) e col poetico vaneggiare, in esso, della Figlia
d’indra.

Il teatro interessò assai Lagerkvist in quegli anni nei


quali si conchiudeva il primo gigantesco conflitto e sul­
l’Europa sconvolta il dopoguerra incominciava a pesare
anch’esso come un incubo, tra uomini spiritualmente e
materialmente disfatti. Nello stesso volume che racco­
glieva i tre atti unici de La difficile ora egli incluse an­
che un meditato saggio sul teatro moderno, Moderna
Teater, col sottotitolo Punti di vista e attacchi, nel qua­
le espose e pensò di giustificare le proprie idee sui ca­
ratteri e sulle esigenze della scena, rinnovando, con dif­
PAR LAGERKVIST XIX

ferenti motivi, le accuse contro la drammatica contem­


poranea che già aveva mosso all’arte figurativa e all’arte
della parola nel suo lavoro giovanile di cinque anni pri­
ma. Come la letteratura e l’arte del 1915, il teatro del
1918 è, per Lagerkvist, impotente ad esprimere lo spi­
rito del tempo. Ma nel 1915 egli rimproverava agli scrit­
tori e ai pittori e scultori d’insistere sulla rappresentazio­
ne di condizioni aberranti e di casi patologici in un mon­
do che, invece, era usano e virile». Nel 1918 le pre­
messe di fatto erano alquanto cambiate. Il mondo stre­
mato dalla prima grande guerra era ormai tutt’altro che
sano e virile e l’incapacità del teatro era nelle limitate
possibilità del naturalismo, tuttora dominante sulle sce­
ne, d’interpretare una vita troppo agitata e complessa.
Squilibri, eterogeneità, violenti conflitti di forze — que­
sta era la critica - generano oggidì una somma di sen­
timenti ed immagini assai più fantasiosi di quanto il na­
turalismo non possa ritrarre. Pur nei più acuti momenti
drammatici le forme naturalistiche infondono sempre un
senso di sicurezza che non è più nostro. Noi proviamo
oggi un cocente bisogno di esprimere tutta l’angoscia di
cui ci empie la vita. Dobbiamo perciò guardare, per ispi­
rarci, a ben diversi « precedenti » letterari, ai « miracu-
la » medioevali, suggestivi spettacoli che meravigliosa­
mente rappresentavano le opere dei santi, all’eterno
Shakespeare, agli ultimi drammi di Strindberg, e non
invece al realistico Ibsen.
Queste affermazioni, caratteristiche del Lagerkvist di
quegli anni, rispondono allo stato d’animo pessimistico
da lui liricamente espresso nei versi di Angoscia e che
fu ancora portato sulla scena con un altro atto unico as­
sai meglio riuscito dei tre precedenti: Il Segreto del Cie­
lo fHimlens hemlighet, 1919). Tema di questo nuovo
breve dramma è la vacuità, la mancanza di significato
della vita umana e in esso i personaggi — come avver­
XX PÄR LAGERKVIST

rà poi così spesso nei lavori di Lagerkvist — sono sim­


boli piuttosto che individualità operanti. Vestito di ros­
so, un carnefice sta decapitando dei fantocci umani. Un
vecchio, nel fondo, sega della legna e sembra non oc­
cuparsi di ciò che succede in primo piano. Lì una fan­
ciulla demente suona una chitarra rotta, un omiciattolo
presuntuoso si aggira, impettito e ridicolo, all’intorno, un
cieco stende inutilmente la mano. Inutilmente un gio­
vane, che sopraggiunge, cerca di apprendere da essi il
significato della nostra esistenza. Nulla al riguardo gli
sanno dire la fanciulla che rappresenta l’amore, l’omi­
ciattolo che impersona l’umano sapere, il cieco che in­
carna il dolore, il boia che simboleggia il corso della vi­
ta, seminato di vittime, e nulla il vecchio indifferente,
che è Dio. Questa immagine, non nuova, di un princi­
pio ultimo, o di un dio assente insensibile, o addirittu­
ra spietato, tornerà spesso, e lo vedremo, o piuttosto
resterà nell’animo- dello scrittore come pensiero doloro­
so e assillante. Nel 1921 il dramma è rappresentato con
buon successo allo Intima Teater di Stoccolma, il teatro
di Strindberg. Pur inseguendo i suoi estatici fantasmi,
Lagerkvist non ignora i segreti della scena e sa tener de­
sto l’interesse del pubblico.

Ma proprio qui, a questo punto dove sembra ormai


toccato il fondo del più buio pessimismo, incominciano
a trapelare i barlumi delle speranze. Il Segreto del Cie­
lo è pubblicato nel 1920, sotto il titolo riassuntivo di
Caos, insieme con una nuova raccolta di liriche dal mot­
to significativo I stallet för tro <A1 posto della fede/ Il
poeta confessa così, senza veli, la natura del suo più
intimo tormento, dell’affanno che ormai lo accompagna
da quando in lui è svanita la fede che dava la pace alla
coscienza dei suoi genitori, e il bisogno che egli ha
sempre sentito di sostituire quel mirabile continuo so-
PÄR LAGERKVIST XXI

stegno della vita con un’altra ricchezza spirituale, con


qualche cosa in cui ancora egli possa credere. In queste
liriche l’ombra greve di Angoscia sembra a poco a poco
attenuarsi; al senso dell’incubo succede una rassegnazio­
ne, l’accettazione della vita. E il nuovo stato d’animo
ispira a Lagerkvist la luminosa fantasia dell’Eterno Sor­
riso /Det eviga leendet, 1920).
Siamo sempre nel più irreale dei mondi, anzi addi­
rittura nel regno della morte dove i defunti seggono in­
sieme raccontandosi, così per trascorrere il tempo, le vi­
cende della loro esistenza terrena della quale tuttavia
ancora non sono riusciti ad intendere il senso. E da ul­
timo, spronati dal bisogno di una spiegazione, risolvono
di andarla a chiedere a Dio. Si avviano e, dopo una lun­
ghissima marcia, arrivano finalmente al cospetto del Crea­
tore, il quale è ancora il vecchio semplice del Segreto
del Cielo e sta segando la sua legna come sulla scena
di quel dramma. Alle domande che gli sono rivolte il
vecchio non sa rispondere; ripete soltanto che ha sem­
pre cercato di fare del suo meglio, ma è evidente che
pure a lui sfugge il senso vero della vita a cui egli stesso
ha dato inizio. Ma quando gli viene domandato quale
scopo egli si sia proposto creando ì bambini, il vecchio si
commuove mentre accarezza il bimbo che, seduto sulle
sue ginocchia, gioca con la sua barba. Neppure a que­
st’ultima domanda Dio sa rispondere, ma afferma che so­
lo allora, creando il bambino, egli si è sentito veramente
felice. Svanisce a queste parole il malcontento degli uo­
mini morti. Le loro fronti si spianano. Mai essi sapran­
no ciò che, neppure Dio può sapere; tuttavia l’umanità
deve avere pazienza, non tormentarsi nel ricercare il
senso dell’esistenza; deve accettare la vita com’è e riem­
pirla con il più grande possibile amore. Questa con­
clusione patetica non scopre nulla di nuovo; /’Eterno
Sorriso non è, e neppure vuol essere, una profonda ope-
XXII PÄR LAGERKVIST

ra di pensiero. Là dove la meditazione non arriva può


giungere, o almeno supplire, il sentimento. E questo ap­
punto si effonde nella vera, calda poesia che trascorre
per tutto il racconto.

Par Lagerkvist è ormai pervenuto alla padronanza pie­


na dei propri mezzi d’espressione artistica. Il suo lin­
guaggio è puro, ordinato, vorremmo dire classico. La sua
prosa fluisce schietta in una tonalità quasi ingenua, af­
francata da qualsiasi lezio di maniera. Questa ascesa for­
male sembra accompagnarsi alla maggior compostezza
dei più ìntimi impulsi che anche si palesano con un cer­
to distacco dalla maniera precedente, quella di Ango­
scia, in una nuova raccolta di liriche, Il Cammino del­
l’Uomo Felice ¿Den lyckliges väg, 1921 ) dove allo sgo­
mento e al disagio succede una più armonica onda di
canto consacrata all’amore in ogni sua forma, dalla pas­
sione erotica all’affetto materno.
Non più ricuperabile all’autentica religione, e pur sem­
pre sospinto da un impulso ìntimamente mistico, Lagerk­
vist registra in un altro dramma simbolico, L’Invisibile
fDen osynlige, 1922), i suoi nuovi sforzi intesi a risol­
vere l’antico problema che più, forse, non lo angoscia,
ma ancora senza tregua lo preoccupa, e a ricercare un va­
lore spirituale da sostituire all’invidiabile ma, per lui,
irraggiungìbile fede in Dio. Nei tre atti di questo dram­
ma un Essere invisibile lamenta la miseria in cui vive
l’umanità schiava alla quale non sanno recare aiuto né
conforto il valore dell’Eroe né la grazia di Dio invocato
e venerato nel tempio. Alla speranza suggerita dalla fe­
de la realtà non risponde. Il tempio rovina, Dio è morto
e anche l’Eroe, sebbene confortato, o forse sviato, dal­
l’amore, scompare. Sulla scena deserta sopravvive il so­
lo Invisibile che si fa, da ultimo, conoscere. Esso è lo
Spirito dell’Uomo che non può soccombere ai tremendi
PÄR LAGERKVIST XXIII

colpi della vita, e saprà sempre risorgere, perché è im­


mortale.
In questo lavoro, nel quale l’influenza del Dramma
del Sogno dello Strindberg, ma più forse quella del ti­
pico spettacolo medioevale, è palese, e che per l’intensi­
tà (e, in alcuni punti, anche oscurità) del pensiero, è
più adatto alla lettura che non alla rappresentazione sce­
nica, vi è dunque una vera professione di fede, se pur
non religiosa: l’annuncio di un culto umano che potreb­
be colmare il vuoto di un’anima priva del sicuro appog­
gio dei valori trascendentali. La complessa coscienza di
Lagerkvist non sa tuttavia affidarsi interamente a questo
sostegno e un invincibile pessimismo lo induce ad imma­
ginare vicende e caratteri sui quali, più che il suo culto
dell’uomo, si esercita una critica nutrita di ironia e di
satira. E questa appunto è la nota dominante in un grup­
po di novelle pubblicate nel 1924 di cui già è più che elo­
quente il titolo, Onda sagor, cioè Racconti cattivi. In es­
si serpeggia ancora una ormai inattesa, dolorosa misantro­
pia; ma la storia migliore della raccolta è proprio quella
dove ancora vive e anche, diremo, risplende la virtù u-
mana che sa accettare, commossa, la propria sorte: la mo­
rale del Sorriso Eterno che placa le anime senza risol­
verne i dubbi, è la storia di un mutilato che vive misera­
mente in un oscuro « interrato » ed è pago e lieto del
troppo poco che la vita gli offre.
Un’altra novella « cattiva », almeno nel nome, Far
och jag fPapà ed ioj già prelude al libro seguente, a
quell’Ospite della realtà fGäst hos verkligheten) pubbli­
cato nel 1925, a cui già accennammo come ad opera di
ispirazione autobiografica. Ciò appare, del resto, anche
dal sottotitolo, In una stazione ferroviaria fVid en järn-
vägstation^ che palesemente allude alla stazione di
Växjö, dove lo scrittore ha trascorso la sua infanzia ed
adolescenza.
XXIV PAR LAGERKVIST

Questo libro è, tra tutti gli scritti di Par Lagerkvist,


il più realistico o, forse, il solo veramente realistico: uno
studio acuto e soprattutto fine, delicato nel tono e nel
tocco, della psiche d’un fanciullo, Anders, che porta il
nome del padre dello scrittore ed è, s’intende, /’« alter
ego » di quest’ultimo, un’anima tormentata dal deside­
rio di evadere dalla casa paterna e trattenuta in essa da
un profondo affetto filiale e familiare e disperatamente
bisognosa di trovare una fede. Tuttavia l’indagine è qui
condotta e sorretta da uno spirito che non può negare
il dolore, ma più non si dibatte sotto il morso dell’ango­
scia che anche aveva dato il nome alle desolate liriche dì
dieci anni prima. Questo nuovo, meno procelloso, sta­
to d’animo sì rispecchia appunto nella poesia del 1926,
nei Canti del Cuore fHjärtats sânger/ Si rispetchia in
essi anche la pace familiare che il poeta ha ritrovato nel
suo secondo, felice matrimonio (il primo era stato an­
nullato ) e vi campeggia una professione di fede nell’a­
more che redime dalla funesta solitudine nella quale l’uo­
mo rinnega non soltanto l’umanità, ma anche « ciò che
porta in se stesso ».

Tipico del cammino artistico del Lagerkvist è questo


costante accompagnamento lirico che conferma la pre­
valenza in lui del poeta sullo scrittore. Le successive rac­
colte di poesie segnano infatti, con vari atteggiamenti,
altrettante tappe della sua evoluzione o, più semplice-
mente e propriamente, altrettante stazioni della sua sto­
ria spirituale. Così si trova nei Canti del Cuore la distin­
zione, per luì essenziale, tra Uomo e Vita (« venero l’uo­
mo e disprezzo la vita », egli dice) che subito è ripre­
sa nell’operetta La Vita sconfitta fDet besegrade livet,
1927) dove si registra un completo voltafaccia dell’au­
tore di contro a ciò che egli aveva affermato, sei anni
avanti, nel Sorriso Eterno. Allora l’uomo era incapace
PÄR LAGERKVIST XXV

di afferrare e apprezzare le ricchezze della vita. Ora in­


vece l’uomo trionfa e la vita è troppo misera cosa per
comprendere l’uomo!
E più limpida appare adesso la fede tutta nuova, ma
che anche si può, paradossalmente, chiamar religiosa, di
Lagerkvist: « Dio non esiste », egli premette; « ma,
quando saremo in tutto degni di Dio, egli verrà, non da
fuori, ma dall’interno di noi!». Una proposizione, certo,
da poeta più che da filosofo, ma, come voce di un’ani­
ma anelante a trovare la pace con se stessa, senza dub­
bio eloquente.

Il dualismo «Uomo e Vita» si ripresenta invece in


termini assai meno ottimistici nel dramma L’Uomo che
poté rivivere la sua Vita fHan som fick leva om sitt liv,
1928) nel quale un omicida che ritorna al mondo e,
ammaestrato dagli errori della sua prima esistenza, si pro­
pone di trionfare sulla vita, finisce col sospingere alla
disperazione il proprio figlio causandone il suicidio. La
fede nella superiorità dell’uomo, o dello spirito umano,
l’anno avanti espressa nella Vita Sconfitta, già sembra
svanita e pure qui si ripete uno dei molti episodi di cui
è intessuta tutta la dialettica del cammino artistico del
Lagerkvist perpetuamente oscillante tra le luci e le om­
bre del suo travaglio spirituale.
Questa dialettica si ritrova del pari operante nelle no­
velle Spiriti in lotta fKämpande ande,) edite nel 1930,
dove, in tono più sereno, non di rado comico e senza
il pathos che domina nella Vita Sconfitta, torna ad es­
sere riaffermata la fede nell’Uomo.
Ma lo scrittore, che direttamente non partecipa alla
vita collettiva e direttamente ha invece ogni volta attin­
to alle sorgenti della propria intima commozione, non
può tuttavia ignorare i vari aspetti delle contemporanee
vicende politiche, né sottrarsi alla loro influenza. In mol-
XXVI PAR LAGERKVIST

ti paesi è mutato il sistema di governo dello Stato, sono


sorte le dittature; la Germania, eterno crogiuolo inquieto
dove si agitano, con le risorgenti ambizioni, immensi ri-
sentimenti e propositi di vendetta, è alla vigilia della sua
più -fatale rivoluzione. Par Lagerkvist si occupa finalmen­
te anche della situazione polìtica. Se ne occupa da prin­
cipio in una favola, Il Re f'Konungen, 1952) che nar­
ra di un re dì Babilonia il quale, obbedendo ad un’an­
tica tradizione, lascia per tre giorni il trono e lo scettro
ad un mendicante. Benché trasferiti in un passato miti­
co e lontano, i problemi che lo scrittore si propone sono
sostanzialmente quelli di oggi, ed egli lì risolve con una
visione ottimistica del mondo, traendo dai contrasti so­
ciali motivo di speranza nel futuro. Ma, come sempre
avviene in questi intervalli di luce, è anche vicina e pre­
sente nel cuore del poeta l’ombra del pessimismo, ed es­
sa pesa tosto sul suo canto. La raccolta di liriche Al Fuo­
co del Bivacco fVid lägerelden, 1952) è infatti nuova­
mente dominata dallo sconforto. Il pellegrino che at­
traversa il deserto bramoso di scoprire la verità della vi­
ta non raggiungerà mai il suo scopo. Un giorno gli
cadrà di mano il bordone, e nulla resterà della sua fa­
tica. Tale il motivo di questa poesia.

La realtà europea, intanto, giustifica il pessimismo. In


Germania Hitler si è impadronito del potere. La catena
delle dittature che qua e là ha fatto sorgere duci, con-
ducatori e caudilli, si completa con l’anello più greve
e tragico del Führer. E tempo di aberrazioni e dì prote­
ste e Lagerkvist, nel 1955, scrive un racconto, Il Boia
fBödeln) ridotto poi a dramma nello stesso anno, che
è l’anno dell’ascesa al potere di Hitler. Il carnefice è un
personaggio truce che trionfa nel Medio Evo, e pure nel
mondo di oggi. Ma nella taverna medioevale l’ostessa tre­
ma davanti a lui, inorridita. Nel moderno ristorante di
PAR LAGERKVIST XXVII

lusso il cameriere in marsina è invece onorato di servire


il signor Esecutore. Siamo nel tempo della violenza or­
ganizzata, in quella che sarà l’era paurosa delle uccisioni
di massa. Gli eroi ora sono assassini, la dignità umana
è sommersa. Queste cose scriveva con profetico intuito
Par Lagerkvist quando gli orrori della piti crudele dit­
tatura e la sua, e la generale, catastrofe erano ancora di
là da venire. Ma nel Boia noi ritroviamo pure altri ger­
mi. Il protagonista, il quale da ultimo racconta di es­
sere stato costretto, nel corso della sua carriera, a cro­
cifiggere un uomo innocente che dichiarava di essere fi­
glio di Dio, non è più soltanto un simbolo del male;
diventa uno strumento attivo del destino e incarna una
non piccola parte dell’umanità, con le sue pene e le sue
colpe. Assistiamo così al maturare di propositi artistici
dello scrittore, nei quali già possiamo discernere gli an­
nunci di quel ciclo di pensieri e d’intenzioni da cui usci­
ranno le ultime, per ora, e più significative opere di lui,
Barabba, La Sibilla, La Morte di Assuero, nelle quali il
tema mistico della Crocifissione è insieme base e sfondo.
E di ciò riparleremo.

Par Lagerkvist intanto, dopo la protesta lanciata nel


Boia, si fa difensore della minacciata cultura occidenta­
le; va in Grecia, visita la Terrasanta, a cui lo attrae il
suo segreto ereditario amore cristiano, negato e combat­
tuto e pur sempre in nuove forme risorgente, e scrive il
Pugno Chiuso fDen knutna näven, 1934), libro di viag­
gio, ma, insieme, espressione di un incessante anelito al
trionfo del bello e del giusto. E la passione estetica dei
primi suoi anni sembra risorgere nostalgicamente nel
narratore il quale ad Atene, nell’Acropoli, vede un pu­
gno serrato nel cielo dell’Ellade, come un proposito di
eterna strenua difesa dell’umanità contro tutto il male del
mondo.
XXVIII PÄR LAGERKVIST

// 1935 è un anno d’intermezzo nel quale compare un


gruppo di racconti, In quel Tempo fl den tiden) che
sembrano, nel loro tono, essere ispirati dall’ironia e dalla
satira di Swift. Ma ancora vi si trova la ribellione contro
lo Stato totalitario e contro l’esaltazione nazionalista ga­
bellata per patriottismo, insieme con la critica della mal-
governata democrazia.

Nell’anno seguente, 1936, Lagerkvist ritorna al teatro


con L’Uomo senz’Anima fMannen utan sjalj.
Il protagonista dì questo dramma è un giovane rivo­
luzionario che uccìde un membro del partito al governo.
Ma egli non è che il braccio e l’arma, il cieco esecutore
dei propositi e degli ordini del suo partito: un uomo
senz’anima. Salvato da una donna che lo ospita sottraen­
dolo alle ricerche della polizia, scopre che l’ucciso, la
sua vittima, era l’amante dì lei. Nel vuoto morale del
suo spirito irrompe allora improvvisa, col rimorso, la
visione dell’offesa enorme che il furore e la violenza di
parte arrecano all’umanità. La donna muore di dolore,
mentre lui, l’omicida, va esente da pene perché il suo par­
tito trionfa. Ma il rimorso non gli dà più pace. Egli de­
ve ormai obbedire ad un impulso che gli ordina di ten­
tare una, almeno simbolica, riparazione del suo delitto.
Per rendere omaggio alla tomba della donna che lo ha
salvato e a quella dell’uomo che egli ha ucciso, abban­
dona le pie dell’esercito vittorioso. Ma questo fallo, che
è offesa alla sua parte, non gli è perdonato. Condan­
nato a morte per diserzione, il giovane sale al patibolo
a fronte alta, in quell’ora suprema non più uomo sen­
z’anima!
Le torbide ore presenti e quelle più tragiche che già
si annunciano non possono lasciare indifferente il poeta.
Nel 1937 le liriche della sua nuova raccolta Genius an­
cora esprimono la sua intima pducia nel potere dello
PÄR LAGERKVIST XXIX

spirito umano. Put tra le rovine del mondo egli pro­


clama l’autorità del genio dell’uomo, vivo operante ed
eterno. Ma, pochi anni dopo, le due raccolte Sàng och
strid fCanto e lottai del 1940 e Hemmet och Stjärnen
fLa Casa e la StellaJ del 1942 parlano di patria e vo­
gliono riecheggiare il dramma della guerra. Vi sono
certo in queste liriche delle bellissime cose; eppure il
Lagerkvist di questi anni non è lo scrittore e il poeta
che già ha mostrato di essere e che ancora sarà. Tut­
tavia, proprio in questi anni, il suo nome si afferma con
una risonanza nazionale che mai aveva avuto pno allo­
ra. E nel 1940 egli viene solennemente accolto tra i com­
ponenti l'Accademia Svedese. Ma canta e scrive, ades­
so, con un accento forzato, quasi innaturale, assumendo
anche insoliti atteggiamenti didascalici. Influisce forse
su di lui, come su altri, la fortunata anomala condizio­
ne della Svezia neutrale che in casa propria non vede
gli orrori della guerra, né poi conoscerà con danno pro­
prio il dramma della dolorosa ripresa di pace. L’ambi­
gua atmosfera del paese dove giungono da fuori voci
di dolore e di sgomento, mentre all’interno l’industria
nazionale, con le miniere e la siderurgia in testa, con­
chiude ottimi affari, non è atta ad ispirare a fondo un
poeta.
L’intenzione didattica si riscontra già nel 1939 in un
dramma, Vittoria nell’Ombra fSeger i mörkerj, il quale
nettamente si stacca dai concetti che Lagerkvist aveva
esposto nel 1918, nel saggio sul Teatro Moderno. Dopo
oltre un ventennio di attività come autore drammatico
egli sembra voler ora aderire alle forme sceniche con­
venzionali, ripetendo gli errori da lui stesso già biasi­
mati, mentre chiama in soccorso la retorica là dove la
più vera vis dramática difetta.
Più fedele al suo antico credo teatrale egli appare in­
vece nel 1941 in un dramma che ha impostazione rea-
XXX PÄR LAGERKVIST

Ustica e insieme fantastica, il Sogno di mezza estate nel­


l'ospizio dei poveri fMidsommardröm i fattighuset^ che,
in tolleranza e bontà, vuol conciliare l’umanità con la
vita.

Ma anche per lo scrittore, come per il mondo, que­


sto è un tempo di transizione. Qualche cosa di nuovo
e valido si prepara nell’animo di un artista che finora
ha goduto della stima del pubblico più colto e sta per
conquistare un assai più esteso favore, non indulgendo
ad un gusto deteriore, ma creando caratteri ed imma­
gini più conformi a quella universalità che colpisce ed
attrae anche le masse. Quelle — s’intende — che leg­
gono!
Nasce così II Nano fDvärgen, 1944).
È il primo dì una serie di romanzi dei quali i tre
successivi, Barabba, La Sibilla e la Morte di Assuero,
comporranno una ideale trilogia. Con queste opere Par
Lagerkvist acquista grande popolarità in patria, ma an­
che defnitivamente si allinea tra i maggiori scrittori eu­
ropei del suo tempo. Dopo il secondo, il fortunato Ba­
rabba fBarabbas/ gli viene decretata la più cospicua
palma letteraria mondiale, il Premio Nobel (1952). Le
sue opere sono tradotte in più lingue e il nome di que­
sto solitario poeta, schivo di applausi, è ormai ripetuto
da miriadi di lettori d’ogni paese.
Par Lagerkvist, che non è più giovane, potrà tuttavia
ancora scrivere molto. Un nuovo periodo potrà forse
anche succedere alla felice attività dell’ultimo venten­
nio. Noi esamineremo qui, senza avventurarci in previ­
sioni od ipotesi, l’ultima rigogliosa foritura di questo
mirabile albero scandinavo.

II Nano si differenzia per la sua. composizione note­


volmente dalle precedenti opere di Lagerkvist il quale
PÄR LAGERKVIST XXXI

sembra non aver mat amato le trame molto complesse


e la cui narrazione si è svolta per lo più secondo vie
rettilinee e seguendo, senza veri e propri intrecci, or l’uno
or l’altro dei personaggi che l’autore ja volontieri par­
lare e raccontare piuttosto che agire. Nella Sibilla e nel­
la Morte di Assuero egli tornerà a questi suoi moduli
semplici e brevi, ma nel Nano il racconto è ricco di epi­
sodi e anche sembra volersi conformare ai concetti este­
tici esposti da Lagerkvist nel suo saggio giovanile del
1913 sull’arte parlante e figurante, mirando ad una co­
struzione governata da leggi matematiche. Comunque
quest'opera che anche seconda il gusto e l’intelletto di
un pubblico assai più vasto di quello chiamato a leg­
gere i precedenti scritti dell’autore, non cessa di essere
l’espressione di una continua intima ricerca, di una me­
ditazione sui problemi e sui contrasti della vita esposti
per allegorie e per simboli. Uno di questi, anzi il più
spiccato e complesso, è qui appunto il Nano che rappre­
senta úna categoria umana punto eccezionale, come l’ap­
parenza potrebbe invece far credere. Il Nano è, per de­
finizione, fisicamente deforme; ma di questa deformità
egli non solo non si avvede, ma la reputa un segno di
superiorità nei riguardi degli altri esseri umani. Immagi­
nario rampollo di una stirpe eletta, egli sostanzialmen­
te nutre disistima per tutti, tranne che per Maestro Ber­
nardo, di cui diremo subito, e per il Principe che gli
sembra grande solo perché detiene il potere e può eser­
citare il comando. L’azione del romanzo si svolge in
una corte italiana del Rinascimento e ben si possono
intendere le ragioni per cui anche il Nano ne fa parte.
Secondo il costume del tempo egli serve a distrarre il
signore, a recapitare per lui alcuni privati messaggi e,
a volte, a dare esecuzione a certi suoi, punto nobili, pro­
positi. Il Nano invece si crede chiamato a consigliare
il suo principe e la sua ristrettezza mentale aiuta la sua
XXXII PÄR LAGERKVIST

presunzione a toccare le vette dell’assurdo. Negato al­


l’amore, egli considera la sua fatale castità come un pri­
vilegio di virtù ed alla stessa stregua giudica ogni altra
cosa od evento con apprezzamenti di necessità deforma­
ti e, nelle loro conseguenze, funesti. Egli ammira Mae­
stro Bernardo, che è un genio multiforme, come ne ha
prodotti il Rinascimento italiano, una specie di Leo­
nardo da Vinci pittore e scienziato e costruttore di por­
tentose macchine da guerra. Lo ammira ma, naturalmen­
te, non lo comprende. Non sa così spiegarsi il suo con­
tegno, l’indugio che egli pone a terminare un grande
affresco, la solitudine pensosa in cui vive e logicamen­
te vi è nella constatazione di queste che al Nano paio­
no soltanto stranezze anche la punta di un grottesco mal
celato compatimento. Un giorno il Principe che, con in­
sipienza palese a tutti, tranne che al suo preteso e pre­
suntuoso consigliere, si è avventurato in una disgrazia­
ta impresa di guerra e non riesce a liberarsi dai propri
nemici, finge di trattare con essi, li invita ad un gran­
dioso banchetto e, nel perfetto stile del convenzionale
Rinascimento italiano, li avvelena tutti quanti. È il Na­
no che materialmente perpetra il delitto propinando il
veleno agli ospiti traditi. Ma non ne prova rimorso e
giustifica, anzi esalta, il truce proposito del suo signore.
E pur quando cade in disgrazia ed è rinchiuso in car­
cere, non si piega né dispera. È certo che, presto o tar­
di, il signore avrà di nuovo bisogno di lui!
Il Nano è, dunque, un’incarnazione del male, ma di
una forma di male assai diffusa e perciò quanto mai
pericolosa e funesta. Ë la mediocrità non sorretta da un
intimo imperativo morale che s’ispira alle cose di fuori
e ammira la potenza dei grandi e lo splendore della
corte, dove si ospitano con generosa degnazione artisti
e scienziati e ovviamente si pratica, con pompa e rigo­
re formale, anche il culto religioso. Questa elaborata
PÄR LAGERKVIST XXXIII

illustrazione dell’incapacità di giudizio del Nano impli­


ca una condanna del conformismo e significa esaltazio­
ne della libertà spirituale contro le tirannie operanti in
tutte le loro forme, sia come costrizioni materiali e do­
lente, sia come pressioni spirituali che deviano e travol­
gono le anime deboli e le menti anguste, cioè, purtrop­
po, una grande, o grandissima, parte dell’umanità.
Questa morale del Nano può forse non apparire così
limpida a primo aspetto a tutti i ceti del pubblico che
legge; ma tutti in qualche modo l’intuiscono, così come
negli altri personaggi del romanzo ben vedono incarna­
te, pur nella insolita veste imposta dalla scena del tem­
po, parecchi tra i più caratteristici tipi umani operanti
nei contrasti della vita di ieri e di oggi. E ciò spiega
lo straordinario favore con cui fu accolto il libro, che
ha pure qualche menda e ancora non fluisce armonico
e schietto, come sarà invece poi Barabba (1950) nel
quale l’arte dello scrittore-poeta Lagerkvist ha forse toc­
cato il suo culmine.
Di questo notissimo Barabba non è certo il caso di
esporre più o meno diffusamente la trama. Barabba, il
malfattore graziato, di cui Gesù prende il posto sulla
croce del supplizio, si redime quando ha notizia e co­
scienza del sacrificio del Galileo e muore, come lui, cro­
cifisso. Si possono anche ricordare qui le parole con cui
Giovanni Papini ci ha presentata l’edizione italiana del
racconto. « Par Lagerkvist, assai più che narratore, poe­
ta, ha saputo fare » egli dice « del torvo abietto brigan­
te giudeo una figura di significato universale riassumen­
do in lui l’intera umanità redenta, inconsapevole e tra­
sfigurata. » Vi è certo molto di vero in questo giudi­
zio, soprattutto quando esso colloca Barabba tra le alte
opere di poesìa, poiché senza dubbio è poetica tutta la
trattazione dell’argomento e la sua elevazione a visione
simbolica. M.a nel commento dello scrittore toscano pal-

2.
XXXIV PÄR LAGERKVIST

pita soprattutto il sentimento dell’uomo di jede, del con­


vertito entusiasta che volontieri attribuisce ad altri le
proprie idee ed immagini. Ora, la jede ha certo una
parte notevole nel romanzo o, come vuole il Papini, nel
poema di Barabba. Ma non è la jede dell’autore. La­
gerkvist non è il saldo credente che sembra emergere
dalla presentazione dell’edizione italiana del libro. La
jede che, a poco a poco, si ja strada nell’anima del mal-
jattore giudeo è descritta con evidente calore e passio­
ne. Ma il sentimento che anima il narratore è ancora,
in gran parte, nostalgia; è il melanconico e bramoso ri­
cordo della jede che fioriva nel cuore semplice dei suoi
genitori, laggiù nella casa della stazione di Växjö; il de­
siderio di suscitare nel proprio intimo una analoga fi­
ducia; l’invidia, o qualche cosa di simile, verso chi è
riuscito ad abbattere il muro dello scetticismo che da
cinquant’anni ha chiuso a lui, Par Lagerkvist, l’accesso
al giardino della serenità spirituale. Certo, scrivendo
questo racconto, l’autore ha ricordato il suo sconcertan­
te ajorisma della Vita Sconfitta; « Dio non esiste; ma
quando saremo tutti degni di lui, Egli verrà, non da
juori ma da dentro di noi ». È ciò che appunto si av­
vera in Barabba, il giudeo rimasto fino all’ultimo mo­
mento juori della comunità dei cristiani. 1 crocifissi a
Roma parlavano continuamente tra loro, pieni di fidu­
cia e di speranza. ’Con Barabba non parlava nessuno. Ma
egli « ... quando sentì appressarsi la morte, della quale
aveva sempre avuto tanta paura, disse nell’oscurità, co­
me se parlasse con essa: A te raccomando l’anima miai
Ed esalò lo spirito ».
Si compendia in questo finale il miracolo che lo scrit­
tore, o il poeta, ha sempre sperato per sé, certo in cir­
costanze meno tragiche, e che è stato il tormento e in­
sieme lo sprone di tutta la sua vita d’artista.
PÄR LAGERKVIST XXXV

11 motivo religioso ritorna in La Sibilla fSybillan,


1956), ma in forma diversa, anzi opposta, a quella con
cui si presenta in Barabba. E ancora riconosciamo qui,
attiva, la caratteristica dialettica che anima tutta l’opera
del Lagerkvist, il quale più volte, nel corso della sua
vita d’artista, parrebbe essersi dato cura di smentire in
un nuovo lavoro le idee e i sentimenti che hanno in­
formato il lavoro precedente. In realtà egli non fa che
rielaborare la stessa materia, dando espressione e for­
ma ai dubbi che gli sono nati nell’anima ripensando al­
le cose già scritte. Vi è qui, dunque, il riflesso di quel
travaglio o tormento che lo agita fin dalla prima gio­
vinezza, da quando, a Växjö, usciva dalla pia casa pa­
terna imbrancandosi con i ribelli sociali e con gli atei,
per sentirsi poi pieno di doloroso rimpianto per la se­
rena devozione da cui s’era staccato.
Il dio, o l’uomo deificato in Barabba, è tutto carità
e Barabba, il brigante, è il primo uomo al quale Gesù,
morendo in vece sua sulla croce, salva la vita. Nella
Sibilla questo stesso dio è spietato, vendicativo, crudele.
Gesù, che ha ridato la vista al cieco, mondato il leb­
broso e perdonato alla peccatrice, punisce invece con
inaudito rigore Assuero, l’uomo che durante l’ascesa al
Calvario non gli ha concesso di appoggiarsi per un istan­
te al muro della sua casa. Assuero vivrà in eterno; er­
rerà senza riposo per le vie del mondo, conoscerà nei
secoli le sofferenze di tutti gli uomini, anelerà dispera­
tamente alla sola, ultima pace della morte senza mai
poterla raggiungere. Presso Delfi questo eterno infelice
s’incontra con un’altra vittima della divinità: questa è la
Sibilla, una vecchia che fu già la più straordinaria Pizia,
o indovina, dell’oracolo famoso. Posseduta dal dio, es­
sa pronunciava allora nel suo delirio le formole dei me­
ravigliosi vaticinii. Il nume, che si serviva di lei per far
XXXVI PAR LAGERKVIST

conoscere i suoi decreti agli uomini, l’aveva sempre spie­


tatamente oppressa segregandola dal mondo, costringen­
dola ad un’esistenza innaturale ed assurda. Ma più dura
era stata la sorte di questa disgraziata « eletta del dio »
quando essa aveva incontrato e accettato, come credeva,
l’amore terreno. Incolpata allora di sacrilegio, vitupera­
ta dai superstiziosi panatici e miracolosamente sfuggita
alla furia omicida della folla, essa si era rifugiata in
una caverna della montagna che sovrasta l’oracolo in­
sieme con un figlio ebete, frutto di quell’amore. All’er­
rante Assuero essa racconta la sua incredibile storia, nel­
la quale il dio appare, in tutto il mistero della sua es­
senza, spietato e crudele. E da ultimo essa scoprirà an­
che che il figlio, il quale misteriosamente scompare, cer­
to per abbandonare la terrestre dimora degli nomini, è
stato da lei generato con lui, con quel dio. L’amore di
un essere soprannaturale non ha saputo dar vita che ad
un ebete. Il mistero della divinità appare dunque più
oscuro che mai. Dio è l’imperscrutabile; è il bene e il
male insieme; è un enigma che non può, ma neppure
deve, essere risolto. Esso deve esistere, sempre, incom­
bere su di noi, affliggerci senza fine. La conclusione del
racconto della 'Sibilla è questa. Assuero, giudeo erran­
te, l’ascolta pensoso. E riprende poi il suo cammino per
le sue strade senza fine, col presentimento, tuttavia, di
qualche cosa di nuovo, di qualche cosa a cui egli mai
aveva prima pensato, che più non è molto lontano e
che si prepara. Ben diversa, comunque, anche se non
più nettamente contraria, è questa scena finale dalla sce­
na che conchiude il romanzo-poema di Barabba. Tutta
la storia della Sibilla, d’altra parte, era stata l’opposto
dialettico della vicenda del ladrone giudeo. Al dio d’amo­
re, sempre in questa arcanamente presente, contrasta il
dio senza pietà, e generatore di mostri, dell’altra. Ep­
pure nelle ultime battute della Sibilla il conflitto ideale
PÄR LAGERKVIST XXXVII

si attenua: alla crudeltà succede la imperscrutabilità;


l’ostilità è esclusa dal mistero. Già si annuncia, assai
vagamente, qualche cosa di nuovo e di diverso dalla
disperazione onde è pervaso tutto il racconto. Par La­
gerkvist è ancora e sempre l’uomo dell’angoscia e della
speranza, il poeta che ha proclamato l’inesistenza di Dio
e poi, nella stessa frase, ne ha annunciato l’avvento.
Non è, d’altra parte, necessario rifarsi sempre alla
prima esplicita formulazione del doloroso scetticismo
del Lagerkvist, perché sul tema della « rad » inesisten­
za dì Dio egli è ritornato esplicitamente anche molto
più tardi. Tra Barabba e La Sibilla, l’uno del 1951 e
l’altra del 1956, s’inserisce la pubblicazione dell’ultima
raccolta di liriche, Il paese del Vespero (Aftonlandet^
uscita nel 1953, che può fornirci la chiave del trapasso
dialettico tra le due contrastanti concezioni, e posizioni
sentimentali, cui abbiamo accennato. Il tema generico
anche dì queste ultime poesie è sempre l'inanità dello
sforzo inteso a penetrare il segreto della vita. Nulla di
veramente nuovo, dunque; ma ciò che qui appunto in­
teressa non è il nuovo, bensì l’antico, e questo è rias­
sunto in pochi versi: « Il dìo, che non esiste / è colui
che fa divampare la mia anima in fiamme / che della
mia anima fa un’arsa landa deserta / dove cova, dopo
l’incendio, la brace / e ciò perché Egli non esistei»,
in termini diversi, dunque, ma neppure troppo, la stes­
sa negazione di poco meno che trent’anni avanti, ma ri­
badita con sarcasmo e insieme urlala, come di chi ab­
bia bisogno di farsi coraggio con la propria voce, come
di chi canti o gridi nella notte per dissimulare la pro­
pria paura del buio. Ancora la negazione, ma questa vol­
ta rabbiosa e senza il patetico annuncio del « surroga­
to » divino che dovrebbe emergere un giorno dalle no­
stre coscienze. Di qui il cupo pessimismo che sembra
regnare in tutte le pagine della Sibilla. In tutte, tranne
XXXVIII PAR LAGERKVIST

che nelle ultime, che ancora non ci lasciano intravedere


la luce, ma nelle quali si avverte la possibilità di un an­
nuncio -futuro. Non si chiude in esse pesantemente la
porta d’uscita. La tragica vicenda spirituale non è dun­
que finita per sempre. Il lettore sente che essa continua
e che la soluzione del divino enigma potrà essere cer­
cata, e forse trovata, altrove.
La troviamo, infatti, nella Morte di Assuero (Ahas­
vérus Död, I960).

Noi ci stiamo occupando di un illustre scrittore vi­


vente, la cui penna ci darà, crediamo, ancora altre ope­
re. La sua fantasia creatrice troverà, forse, anche nuove
vie. Ma la grande vicenda spirituale che è stata il dram­
ma di tutta la sua vita d’artista già si è, si può dire,
conchiusa nelle non molte pagine di questo suo, per
ora ultimo, racconto. Nella Morte di Assuero il simbo­
lismo (inteso nel suo significato etimologico più vasto,
e non come designazione di una corrente o di una scuo­
la) di Lagerkvist tocca il suo culmine. Assuero di Ge­
rusalemme, maledetto e condannato da Gesù ad errare
per l’eternità, rappresenta certo anche l’uomo scrittore
e poeta che ne immagina e canta la fine e, insieme con
lui, l’umanità che procede senza pace sulla intermina­
bile via del suo destino. Assuero, che capita in un al­
bergo di poveri pellegrini in viaggio per la Terrasanta
e vi conosce un antico soldato senza molta fede, già
predone di guerra e poi bandito, e una donna ubriaca
da lui trascinata nel disonore, e in seguito vede il sa­
crificio di questa che muore per salvare la vita del suo
non nobile drudo, e assiste anche alla redenzione di lui,
o all’inizio di questa, risolve finalmente l’enigma della
maledizione che lo insegue da secoli. Questa maledizio­
ne non gli è venuta da Cristo, ma da quel dio che il
crocifisso del Golgota aveva chiamato padre, un dio sen-
PÄR LAGERKVIST XXXIX

za pietà che neppure aveva mostrato di amare il pro­


prio figlio e non aveva raccolto il disperato appello che
questi gli aveva rivolto dalla croce: « Padre, padre, per­
ché mi hai abbandonato ? ». Di questo dio, « che ci al­
lontana dal divino », Gesù non ha fatto che eseguire il
duro comando. Assuero il giudeo, che ha assistito al
miracolo del sacrificio e della carità umana, più non
sa imprecare contro il Cristo. Questi, il figlio dell’uo­
mo, rappresenta ed incarna il dolore eterno dell’uma­
nità e per la prima volta Assuero sente di doverlo chia­
mare fratello. Nella piccola camera di un convento,
dove è ricoverato, l’ebreo vagabondo sente allora di ave­
re fatto, con questo, una prodigiosa scoperta e subito
vede risplendere intorno a sé una insolita luce. Non è
che un improvviso raggio di sole; così gli spiega, scru­
polosamente rispettoso della verità, il fratello infermie­
re il quale qui interviene a ribadire il concetto che il
divino e il soprannaturale non sono fuori, ma dentro
di noi. Dopo lunghe ore di grigia penombra il sole ha
finalmente superato la cortina delle nuvole. Nulla dì
straordinario. Ma nella felicità della sua nuova visione
dell’umano e del divino Assuero si sente finalmente li­
berato dalla condanna che gli pesa sul capo e sull’ani­
ma e può finalmente morire, appagando il suo dispera­
to millenario anelito alla pace eterna, opposta all’eter­
na angoscia della vita, in una luce che non è insolita
al mondo, ma che la sua intima traboccante gioia tra­
sfigura. Si avvera così la poetica profezia del dio che
non esìste, ma che, quando ne saremo degni, si annun-
cerà dentro l’anima nostra.
La trilogia del riscatto dall’angoscia iniziata con la
vicenda di Barabba si conchiude così con la fine di As­
suero, strappato da un impeto d’amore ad una eternità
senza pace. La serena morte risolve essa l'enigma. La
vita, dunque, non trionfa, è ancora, anzi defmitivamen-
XL PAR LAGERKVIST

te, sconfitta. La vittoria è della morte, ma in una luce


che può anche essere di speranza. Nello sfondo del rac­
conto è presente, in ogni momento, la scena immensa
del sacrificio del Golgota donde Gesù, fratello dell’uo­
mo, risponde con l’amore alla tormentosa invocazione
del narratore-poeta, il miscredente assetato di fede.
Fuori della trilogìa, ma spiritualmente legati alla stes­
sa, sono i due ultimi, per ora, brevi romanzi del La­
gerkvist: Pilgrim pâ havet e Det heliga landet. Il pri­
mo, Il pellegrino sul mare, del 1962; il secondo, La
Terra Santa, del 1964. Sostanzialmente sono due capi­
toli della stessa vicenda, in cui operano gli stessi per­
sonaggi: il peccatore Tobias che, per recarsi ad espiare
le proprie colpe in Terrasanta, s’imbarca su di una nave
dì pirati, e Tex-prete Giovanni che egli appunto incon­
tra su questa nave. E la fne di Giovanni, divenuto cie­
co, e poi quella di Tobias che nella terra dove sono sbar­
cati vedono rievocato il mistero della natività del Bam­
bino Salvatore, mentre Tobias da ultimo s’incontra con
l’incarnazione della Madre di Gesù. Da una penitente,
che peccò con Giovanni, a questo, e da Giovanni a To­
bias, e poi all’ultima mistica donna, passa un medaglio­
ne che dovrebbe contenere un’immagine ideale e, in
realtà, è vuoto. Ma lo spirito del peccatore vi sa collo­
care ogni volta la verità nella cui conoscenza conchiude
la vita.
Ricompare, dunque, sebbene artisticamente variato, il
motivo principe della ricerca di una fede intorno al qua­
le si svolge gran parte della nobilissima opera del no­
stro autore, scrittore solitario non insensibile, certo, ai
richiami della drammatica, e spesso tragica, realtà d’ogni
giorno, ma più attento ai moti del proprio spirito on­
deggiante sempre tra l’angoscia e la speranza nell’inter­
pretazione dell’eterno contrasto tra l’Uomo e la Vita.
Gli echi dei programmi e dei clamorosi manifesti delle
PÄR LAGERKVIST XLI

varie scuole letterarie ed artistiche e l’insegnamento di


altri scrittori e poeti hanno potuto, per successive influen­
ze, imprimere sulle diverse fasi di quest’opera differen­
ti suggelli, ma in essa è sempre riconoscibile una più
o meno mistica tendenza alla contemplazione, più che
alla vera analisi, dei grandi problemi o dei grandi dub­
bi che in ogni tempo hanno travagliato l’umanità nei
suoi più eletti e più sensibili rappresentanti.
Da questa tendenza deriva una pressoché costante tra­
sformazione dei tipi e caratteri in simboli e delle vi­
cende in allegorie. L’influenza del naturalismo, se pur
vi è stata, non ha perciò potuto mai essere, nella strut­
tura e nel colore delle narrazioni del Lagerkvist, vera­
mente notevole. Le preoccupazioni zollane del riprodur­
re, pur nei particolari meno importanti, la realtà, anzi,
di dare a ciascun personaggio uno stato civile, una ve­
ste e un contegno esteriori conformi all’ambiente, e di
creare per il lettore l’illusione di vivere la quotidiana
vita del tempo e del luogo rappresentati (come se ciò
fosse veramente possibile e, comunque, utile) sono ben
lontane dai propositi letterari del nostro scrittore la cut
narrazione non è mai diffusa né intessuta di molti par­
ticolari ed episodi. Perciò i libri del Lagerkvist non so­
no mai voluminosi. Solo eccezionalmente, come avviene
per II Nano, raggiungono, o superano, le duecento pa­
gine di comoda stampa. Certo egli non rifugge da de­
scrizioni, concise sempre, di cose e soprattutto di scene
della natura,} sempre suggestive e, a volte, bellissime;
ma ne ricava allora un quadro e la descrizione diventa
realtà risentita e presentata attraverso un temperamen­
to, cioè arte. Frequenti sono nella sua prosa - e, natu­
ralmente, assai più nella poesia - le meditazioni, le ri­
flessioni, i soliloqui. Più che i dialoghi vivaci, fatti di
molte battute che s’incrociano, lo scrittore ama le am­
pie narrazioni fatte dagli stessi personaggi. Il racconto
XLII PAR LAGERKVIST

della Sibilla occupa due terzi del romanzo e ne costi­


tuisce la parte essenziale.
Lo stile è piano, senza inversioni né tortuosità, ma
nella sua semplicità apparente, raccoglie sempre e trat­
tiene, anche con guizzi di luce, una notevole onda di
sentimento. Dagli scritti giovanili, a volte, nella prima
saggistica, quasi aridi, a quelli della maturità e pno ai
più recenti, questo calore si è venuto facendo più in­
timo e insieme, pur nella sua compostezza, più diffuso.

Ma qui, al termine di questa introduzione, dobbiamo


pure registrare l’evento che più sopra avevamo creduto
possibile e, in un certo senso, previsto. La vicenda spi­
rituale caratteristica dell’ultimo Lagerkvist si è arricchi­
ta di un nuovo documento. Ed è, questo, un romanzo:
Mariamne, testé comparso e che sarà certo presentato,
tra breve, anche al pubblico italiano. Mariamne è anco­
ra una mistica storia, nella quale risplende la meravi­
gliosa pgura di una donna spiritualmente superiore.

biella presente silloge si è avuto cura, come era ov­


vio che si facesse, di offrire al lettore un quadro pos­
sibilmente ricco, se non completo, dell’opera letteraria
di Par Lagerkvist con esempi non mai frammentari, trat­
ti dalla saggistica, dalla produzione drammatica e dalla
narrativa dello scrittore. Ai racconti, o romanzi, più ca­
ratteristici, dal Nano alla Morte di Assuero, è stato da­
to un buon posto e soltanto si è creduto di poter omet­
tere Barabba (troppo diffuso e noto perché lo si debba
ripresentare al nostro pubblico) che avrebbe imposto il
sacripcio di almeno un’altra opera, meno nota ma pur
giudicata indispensabile alla conoscenza dello scrittore.

Carlo Picchio
OSPITE DELLA REALTÀ
Titolo originale :
GAST HOS VERKLIGHETEN
Traduzione di Giacomo Prampolini
Prima edizione : Stoccolma 1929
Prima edizione italiana: Milano 1939
In una piccola città svedese c’era, come in tante al­
tre, un ristorante annesso alla stazione. Sorgeva così vi­
cino alle rotaie che il fumo delle locomotive scorreva
lungo la facciata e la anneriva. L’edificio altrimenti sa­
rebbe stato bianco, e quasi pareva l’avessero ideato come
una specie di castello dei sogni, un piccolo regno di fa­
te; era pieno di pinnacoli e torrette, di balconcini sui
quali non si poteva uscire, di ornamenti e fregi, di nic­
chie che avrebbero dovuto contenere urne con fiori; dal
tetto s’innalzava una serie di antenne prive di bandie­
ra. Perciò aveva soltanto l'aspetto di una grande casa
piuttosto squallida e annerita dal fumo. Tuttavia non
produceva un’impressione di malinconia, serbava ancora
qualcosa di festoso: i viaggiatori entravano a bere bir­
ra, a mangiare fra l’uno e l’altro treno; alla sera la mu­
sica suonava nel giardino retrostante. Era, insomma, un
castello adibito ad altri usi e diventato sciatto perché vi
si faceva festa di continuo, senza alcuna interruzione:
le stuoie di sughero nella sala da pranzo erano logore,
la felpa dei divani pestata e lustra per il gran numero
di persone che vi si erano sedute; nel caffè di terza clas­
se il pavimento era qua e là infossato, con assicelle che
sporgevano, le sedie — sbilenche — avevano il sedile pie­
no di buchi. Ma tutto ciò non importava tanto, non
forniva materia di preoccupazione; i clienti venivano
ugualmente, e in ogni caso sarebbero ripartiti subito do­
4 OSPITE DELLA REALTÀ

po. Non erano ospiti invitati in un castello : si sedeva­


no per pochi minuti, mangiavano, bevevano, mentre il
treno li aspettava manovrando avanti e indietro sui bi­
nari; poi, quando sulla banchina suonava la campanel­
la, riprendevano il loro viaggio. Non c’era mai quiete,
la gente aveva sempre fretta, doveva risalire in treno.
Soltanto il castello rimaneva là immobile, coi suoi pin­
nacoli e con le sue torrette, con le aste per le bandiere,
i balconcini, le nicchie vuote: un insieme bizzarro e fa­
voloso, che sempre attirava gente per fare festa.
Al piano superiore dell’edificio avevano ricavato un
appartamento ove dimorava una famiglia con molti bam­
bini. Forse in origine s’era pensato ad approntare colà
alcune camere per i viaggiatori che avessero voluto per­
nottare, né lo spazio mancava per parecchie, lungo il
buio corridoio; ma poi di quell’idea non s’era fatto
nulla, ed erano invece sorte due stanze con cucina, ove
la famiglia abitava da molti anni. Quando i due coniu­
gi s’erano stabiliti lì, appena sposati, l’alloggio era sta­
to troppo grande per loro; in seguito, erano nati parec­
chi figli, e ora era troppo piccolo. Ma a questo essi non
pensavano: là era la loro casa, e a loro avviso traslocare
non si poteva. Le stanze erano strette e non ricevevano
luce sufficiente, le tre finestrine di ognuna si aprivano
in alto, proprio sotto il tetto: così avevano fatto di pro­
posito i costruttori, perché l’esterno risultasse caratteri­
stico. I mobili erano vecchi e lavorati piuttosto rozza­
mente; si capiva che non erano stati comprati in città.
I segni della pialla si potevano sentire ancora sotto la
vernice bruna del grande letto e dei divani ove dormi­
vano i ragazzi e che alla sera venivano allungati, sì da
occupare gran parte dello spazio. Nella stanza migliore
c’era una grande tavola rotonda con una coperta rica­
mata; là mangiavano alla domenica, gli altri giorni in
cucina. A una parete era appeso un quadro che raffigu­
OSPITE DELLA REALTÀ 5

rava Lutero; a un’altra, un alfabeto ricamato su cano­


vaccio con molti nodi e svolazzi, in cornice e sotto ve­
tro. Sopra la scrivania uno scaffaletto conteneva una
vecchia e logora Bibbia, la Postilla di Arndt e due libri
nuovi che le ragazze più grandi avevano ricevuti in dono
il giorno della prima comunione, ricoperti con carta da
lettere incollata all’interno. Tale era all’incirca l’ambien­
te della casa. Tappeti di stracci tessuti in casa, a colori
vivaci, coprivano quasi tutto il pavimento, attutendo il
rumore d’ogni passo. Nella dimora regnava quasi sem­
pre il silenzio, benché fossero in molti.
Sotto la finestra il muro formava una sporgenza; quel
ripiano era il cantuccio dei più piccoli che di là guar­
davano fuori, accoccolati come uccellini nel nido. Ognu­
no aveva la sua panchetta, cioè non una fatta apposita­
mente per lui, ma ereditata - per così dire - dai fratel­
li maggiori, ai quali non serviva più. Tutti i bambini
hanno panchette, è nell’uso; ma quelli le avevano rice­
vute per potersi sedere vicino alla finestra e guardar
fuori. I treni andavano e venivano di continuo, cam­
biavano binario, la locomotiva fischiava, spingeva le vet­
ture in stazione, i manovali correvano dietro agitando
le braccia. C’era sempre una quantità di cose da vedere.
A tratti, quando il vento s’abbassava, il fumo veniva
contro le finestre, e, se erano aperte, bisognava affret­
tarsi a chiuderle. Allora si sentiva quale silenzio regnas­
se nella casa; il rumore esterno sembrava un brusio lon­
tano. Lo spettacolo tuttavia non cambiava: il treno, fer­
mo lungo la banchina, si metteva in moto e spariva con
la targa bianca dell’ultima vettura, la locomotiva mano­
vrava come sempre agli scambi. Sugli stipiti della fine­
stra era steso un sottile strato di fuliggine che la ma­
dre detergeva e che sempre si riformava.
Una quiete simile a quella che regnava nella mode­
sta dimora non era facile a trovarsi. Il padre rincasava
6 OSPITE DELLA REALTÀ

per i pasti, talvolta anche nelle ore intermedie; faceva il


manovale nella stazione, per questo abitavano là. Ma
la madre era sempre in casa, accudiva a tutte le faccen­
de, e queste bastavano perché uscisse di rado: c'era
sempre qualcosa da sbrigare. Era bionda, con occhi
chiari, grigiazzurri; portava i sottili capelli spartiti sul­
la fronte. Si può essere biondi in molti modi: in lei
il color biondo non era soltanto qualcosa d’esteriore, si
sentiva che grazie ad esso era nata e viveva la stessa
persona: niente altro avrebbe potuto aiutarla, fornirle
sufficiente sostegno. Creature simili producono spesso
un'impressione di fragilità, quasi che un nonnulla ba­
stasse a distruggerle. Se sul mondo passasse una mano
possente e troppo dura, esse sarebbero cancellate, non
esisterebbero più. E il mondo si desterebbe come da
un sogno bello e buono, vedrebbe che tutto era soltan­
to la più aspra realtà. Ma appunto tali creature pos­
seggono una singolare fiducia e sicurezza, s’aggirano
non già come pallide ombre, bensì come se esse fosse­
ro la realtà più piena, e insieme quasi non si fanno
scorgere. Sembrano sapere già con certezza che non sa­
ranno cancellate, che esisteranno per sempre, che non
accadrà loro alcunché di male. Si direbbe che apparten­
gano a un’antica stirpe la quale ha vissuto in ogni epo­
ca, sin dai primi tempi e, per quanto tutto si sia mu­
tato e abbia, subito guasti, è stata sempre protetta, ap­
punto perché più facile ad essere distrutta. Tali creatu­
re sono esistite ed esisteranno finché duri la vita. E il
mondo non si desterà mai dal suo sogno.
Una di loro era quella madre. Non aveva nulla di
irreale né di strano, girava per la cucina e per le stanze
sbrigando le sue faccenduole, rigovernava le stoviglie,
lavava, stirava: nella sua vita non v’era proprio nulla
di particolare. Quando non aveva altro da fare, ram­
mendava calze, rattoppava vestiti. Mentre accudiva alle
OSPITE DELLA REALTÀ 7

faccende, era per lo più lieta, volentieri lasciava che i


ragazzi più grandi scherzassero un poco, e intanto li
poteva ascoltare; ma, quando si sedeva per riposare,
congiungeva le mani in grembo, sospirava profonda­
mente, pareva lontana da tutti. Alla sera leggeva la
Bibbia o i Salmi, non a voce alta, bisbigliando fra sé.
Allora, presso la lampada, appariva pallida e quasi smar­
rita, le sue labbra sottili tremavano. Ma altro di spe­
ciale non aveva: ciò bastava per una creatura come lei.
Il padre, quando rincasava alla sera, si toglieva la
giacca della divisa, spegneva la lanterna per le segna­
lazioni, la puliva con uno straccio di lana e la metteva
fuori nel corridoio, perché andava a olio di pesce e
quindi mandava puzzo. Poi annotava numeri di carri
ferroviari, parlava di quelli che il giorno dopo biso­
gnava caricare o scaricare, forniva qualche notizia intor­
no ai treni dei quali si doveva occupare. Finito il pa­
sto, prendeva la Bibbia e leggeva in essa; l’aria pareva
farsi greve quando entrambi i genitori leggevano e nes­
suno diceva una parola. I bimbi stavano quieti: quel
silenzio li opprimeva. Sotto, nel caffè di terza classe,
la gente seduta a bere faceva rumore, gridava. Ma a
quei suoni, estranei, essi non badavano. Talvolta, se en­
trava nella stazione un treno in ritardo, il padre si di­
rigeva alla finestra con la Bibbia in mano e, allungan­
do il collo, guardava fuori. Poi tornava a sedersi e ri­
prendeva la lettura.
Prima di andare a letto, i bambini trovavano modo
di uscire per una mezz’ora; come una banda di topi
se la svignavano per il buio corridoio, alzando le voci
mentre scendevano a rompicollo per le scale. La sera
di primavera era chiara e odorosa come se avesse pio­
vuto. Passavano furtivi per la porticina che dalla parte
abitata conduceva nel parco. Là suonava la banda, con
tutti gli strumenti possibili: tamburi e tromboni rom-
8 OSPITE DELLA REALTÀ

banti, nacchere e flauti acuti. In fondo al parco bril­


lavano lumi; a quella volta essi si dirigevano, avanzan­
do fra gli alberi e avvicinandosi quanto più potevano.
Alquanto lontano si ergevano alcuni vecchi abeti, i cui
rami pendevano sino a terra; là c’era sempre buio, là
s’appiattavano i ragazzi, con cautela, per non insudi­
ciarsi con la resina gli abiti. La spianata davanti a loro
sfavillava di luce, era affollata di gente che, seduta ai
tavolini, ascoltava la musica. Le cameriere s’aggiravano
mescendo strane bibite; sopra i tavolini apparivano sol­
tanto le loro casacche bianche, mobili come colombe.
Nel padiglione, equivalente alla metà di una casa, suo­
nava la musica del reggimento in uniformi scintillanti.
Il soffitto s’incurvava sui musicanti come un cielo pie­
no di stelle d’oro. Gli strumenti luccicavano, le note
scorrevano nella quieta sera, stillavano dalle trombe di
basso alla fine d’un pezzo.
I ragazzi stavano a guardare trattenendo il respiro,
con gli occhi lucidi, senza osare muoversi. Benché fos­
sero avvezzi a quello spettacolo, esso era ogni volta
sorprendente e bello.
Poi, quando cadeva il crepuscolo, tornavano quieti
quieti in casa, andavano a letto e sognavano di cose biz­
zarre, incomprensibili.
Alla mattina, per la porta della cucina entrava in
casa un vecchio recipiente di latta, pieno di latte mun­
to da poco; arrivava col treno delle 7,15, e il macchi­
nista lo teneva accanto a sé. Il latte era ancora caldo,
odorava di mucca; i ragazzi ne bevevano a sazietà. Sot­
to il coperchio era fissato un pezzo di carta, sempre
bagnato dal latte che dentro s’era mosso. Là stava scrit­
to come andavano le semine di primavera e le mucche,
se era accaduto qualcosa o se non c’era nulla di parti­
colare : la salute era buona, e tutto procedeva a dovere.
Quel foglio giungeva dalla fattoria sperduta nei cam-
OSPITE DELLA REALTÀ 9

pi, che era propriamente la loro casa; da essa prove­


nivano i genitori.

I ragazzi giocavano e facevano chiasso nel giardino.


Questo era così grande che sembrava addirittura un bo­
sco: un bosco però tenuto in ordine e curato. Vi era
d’altra parte un angolo lasciato a se stesso, dove gli
alberi vegetavano a loro piacere e l’erba cresceva quan­
to voleva. Là s’indugiavano volentieri i ragazzi, sebbe­
ne scorrazzassero un po’ dappertutto: su, tra i sorbi che
sorgevano sulla collinetta verso la stazione; intorno al­
l’abbandonato capanno in rami d’abete, al cui centro
s’innalzava un mucchio di scatole di sardine e di cocci
di vetri; vicino al formicaio, che si trovava poco disco­
sto dal capanno, e dove l’erba cresceva alta sino al gi­
nocchio, come se le formiche l’avessero concimata per­
ché nascondesse la loro dimora al mondo. Inoltre, in
altri luoghi, dove i lillà fiorivano fiancheggiando il via­
le che da quella parte chiudeva il parco. I ragazzi gio­
cavano, passeggiavano, si rincorrevano, si cercavano tra
i cespugli, oppure in silenzio ascoltavano il cinguettio
degli uccelli.
Appunto in quel giardino si trovavano in una bella
e chiara giornata. Qualche nuvola a fiocco riposava tran­
quilla in cielo; i raggi del sole scendevano senza osta­
colo e promuovevano la vegetazione della terra. I ra­
gazzi gironzavano intorno, contenti di ogni cosa che
facevano: in quell’ora a metà del giorno il parco era
tutto per loro. Vi era sì un vecchio che rastrellava in
qualche punto i viali, ma lavorava così lontano che ne
udivano appena il rumore, e poi lo conoscevano molto
bene; perciò la sua presenza non aveva importanza.
A che cosa avrebbero giocato? A cercar «fortune»
sui lillà? Accettato. Una delle fanciulle ne trovava sem­
pre molte. Non appena curvava un ramo e si metteva
10 OSPITE DELLA REALTÀ

a cercare in una ciocca, ne trovava parecchie, persino


otto, dieci. Si chiamava Signe; di lei si parlerà in segui­
to. Trovò subito una « fortuna » proprio grossa, e si
turbò perché la sorte la favoriva così.
— Oh, ma... — esclamò; non sapeva se anche gli
altri erano stati fortunati. Poi giunse le mani, rise, e si
mangiò la « fortuna » : bisognava fare così se si voleva
esser sicuri dell’efficacia.
Poi cominciarono a giocare per davvero. Uno dei ma­
schi picchiò sulla schiena una delle femmine, fuggì via,
e si mise all’erta dietro un albero: ebbe inizio il gioco
a rimpiattino. Turbinarono all’intorno, fra i castagni e
gli aceri, in mezzo ai cespugli di sambuco dove la ter­
ra non era dissodata e quindi non importava la calpe­
stassero. Corsero per tutto il parco, sudando e ansan­
do, s’afferravano a un abete poi riprendevano la corsa;
le femmine dovevano « stare sotto » e poi lasciarsi pren­
dere; ma, quando avevano rifatto il respiro, scappava­
no di nuovo.
Così giocando, finirono per scendere verso la spia­
nata ove di sera erano servite le bibite. Sin là essi non
potevano spingersi; si fermarono alla fine del viale e
rimasero a guardare; il gioco s’interruppe. Alla luce del
giorno tutto appariva stranamente mutato e solitario.
I tavolini erano vuoti e sporchi, viscidi di birra e di
punch che, luccicando, asciugava al sole; sotto, il suolo
era cosparso di stuzzicadenti e di mozziconi di sigaro;
in un punto qualcuno aveva vomitato. Il padiglione del­
la musica si spalancava vuoto e abbandonato, coi leg­
gìi ammucchiati come scheletri in un angolo; dal sof­
fitto erano crollati pezzi di cielo stellato. Nulla più sug­
geriva un’idea di gioia e di festa; tali cose evidente­
mente non interessavano durante il giorno.
Ripresero il gioco là dove l’avevano interrotto; colui
che doveva prendere gli altri li incalzò davanti a sé co-
OSPITE DELLA REALTÀ 11

me un branco di pecore spaventate che si sparpagliava­


no tra i cespugli; dietro gli alberi il grido delle fanciul­
le invocante soccorso echeggiò come un segnale dispe­
rato: la banda folleggiò per tutto il parco, da un capo
all’altro, gridando nell’aria calda di sole.
Ma il più piccolo, a nome Anders, non partecipò al
gioco, il che d’altronde non aveva molta importanza,
perché egli non era capace di correre come gli altri. Era
rimasto a guardare, stupito, la desolazione di quello
spiazzo dove ogni sera tutto era così magnifico. Ora
non vi era altro che sporcizia e solitudine, ed egli non
riusciva a spiegarsi il perché. Il cielo e le stelle, le luci
radiose, i musicanti che parevano angeli, la musica dai
suoni così belli che a volte non si osava quasi ascol­
tarli : ricordava molto bene tutto ciò, e ora nulla più
esisteva, tutto era irriconoscibile. Come potevano tutte
quelle cose belle sparire, lasciando un vuoto così ma­
linconico?
Provò paura, come un’oppressione al petto che gli
impediva di respirare bene. E non sentiva anche fred­
do, benché fosse al sole?
Malinconico risalì per il viale, voltandosi a guardare
indietro. Udì le grida dei fratelli nel parco, ma non ave­
va voglia di raggiungerli; s’aggirò solitario, non sapen­
do che cosa fare. Poi si sedette in mezzo al grande via­
le che attraversava il giardino e che era il meglio rico­
perto di ghiaia: negli altri, subito sotto la ghiaia si sco­
priva il suolo, perché ne avevano sparsa troppo poca.
Dapprima accumulò su una scarpa ghiaia e sabbia, che
appiattì ben bene: ritraendo il piede, ottenne una pic­
cola caverna, adatta a riporvi patate o qualsiasi altra co­
sa che si dovesse conservare. Fece altri esperimenti del
genere, ma tutto crollava presto, per la sua scarsa abi­
lità. Allora tornò a sedersi e cominciò a scavare una
grande buca. Grattava via la terra con le dita, seen-
12 OSPITE DELLA REALTÀ

dendo sempre più, sino a trovare una sabbia fine e


umida; il buco da ultimo diventò cosi piccolo che la
mano ci entrava a stento. Era così assorto nel suo la­
voro che né udì né vide il padrone del ristorante, in gi­
ro da quelle parti. Se ne accorse soltanto quando quel­
lo gli si fermò vicino proiettando sulla buca l’ombra
della sua tonda pancia.
Il trattore era un buon vecchio, ma i ragazzi prova­
vano per lui un grande rispetto, perché lo ritenevano
il padrone di tutta quella parte di mondo ove essi vi­
vevano; invece egli era un semplice affittuario, per un
periodo di dieci anni che non era ancora scaduto. Il
vecchio crollò la testa, mentre la sua mano giocava con
la catena dell’orologio che formava sul panciotto un
ampio arco. — No, non va bene fare così — disse. E,
per essere veramente affabile, soggiunse: -—■ Quando i
bambini scavano fosse, vuol dire che in casa deve mo­
rire qualcuno.
Con gli altri ragazzi avrebbe espresso in modo più
esplicito la sua idea, ma quello era così piccolino che
gli parve opportuno ricorrere a cautele.
Anders balzò in piedi pallido per lo spavento. Ave­
va il viso contratto; guardò la buca, tremando si gettò
in ginocchio e la colmò in fretta.
Il trattore trovò curioso quel contegno, e trasse di
tasca un sacchetto di caramelle: gli piacevano i bam­
bini, perciò era per lo più fornito di qualche ghiotto­
neria, da donar loro. Una caramella è sempre una ca­
ramella, e Anders la prese con mano tremante dall’al­
tra, grossa e attaccaticcia, che gliela porgeva. Ma, non
appena ebbe ringraziato con un inchino, partì a corsa
pazza come un animale imbizzarrito, attraverso cespu­
gli e tappeti d’erba, senza guardare ove passava.
Chi sarebbe morto? La mamma? o forse lui stesso?
No, lui era troppo piccolo, non poteva ancora morire.
OSPITE DELLA REALTA 13

La mamma invece era così pallida, a volte diceva di


sentirsi stanca... Certo non poteva trattarsi delle came­
riere: avevano facce fresche, bianche e rosse. Che fos­
se proprio la mamma? Dio, se fosse stata lei!
Cadde nell’erba, si rialzò, riprese la corsa.
No, era il babbo ! Proprio lui ! Faceva la manovra
coi treni, e uno l’avrebbe investito. Sì, sarebbe stato
il papà! Ora capiva!
Continuò la corsa pazza verso i fratelli: non poteva
più stare solo, doveva sentirli vicini. Ma non li udiva
da nessuna parte: ah, ecco, erano lassù tra i sorbi. Si
inerpicò per la collinetta, piombò pallido e ansante in
mezzo a loro, e si gettò in grembo a Signe.
Gli altri avevano notato soltanto che egli arrivava a
tutta velocità, ma la sorella capì subito che c’era qual­
cosa d’insolito, e lo prese in braccio:
— Che cos’hai ? — gli domandò stupita.
A tale domanda egli non poteva rispondere. Di cer­
te cose, aveva notato, conveniva non parlare, non ne
valeva la pena; anzi - parlandone - sarebbero peg­
giorate; quella era una del genere: bisognava custo­
dirla dentro, meglio che si poteva. Ma si strinse tutto
alla sorella.
Gli altri ragazzi si erano arrampicati sulla stecconata
e di là guardavano la stazione sottostante. La parete
rocciosa scendeva a picco: con la dinamite avevano
fatto saltare una parte di monte per fare posto a nuovi
binari.
— Hoj ! — gridò Helge, il maggiore dei fratelli.
— Lì c’è papà ! — Tutti vollero vederlo : sicuro, era
proprio lui, sul predellino della locomotiva, aggrappa­
to con una mano e gesticolante con l’altra verso di lo­
ro. Signe sollevò Anders, il più piccolo, più in alto
che poté. In quel momento il babbo saltò a terra e si
cacciò tra i respingenti mentre i carri erano ancora in
14 OSPITE DELLA REALTA

moto. Anders fissò in quella direzione trattenendo il


respiro. Il babbo tardò a ricomparire. Signe sentì le
dita del piccolo stringerle il collo sino a graffiarlo. Fi­
nalmente il babbo riapparve di sotto ai carri, fece un
segnale al macchinista e il convoglio entrò sui binari
di sosta.
Signe depose Anders; il piccolo tremava in tutto il
corpo.
— Ecco fatto — disse il fratello maggiore, che spor­
geva di parecchio sopra la stecconata; — i carri devo­
no stare là. Ne ha bisogno Johansson per caricare assi
nel pomeriggio.
«Che cosa si fa ora?» proseguì calandosi a terra.
Dibatterono la questione per qualche po’.
■—■ Io vado in casa ad aiutare la mamma — dichiarò
Signe, e prese per mano Anders per condurlo con sé.
Così quei due si separarono dagli altri; scesero per
il declivio erboso, oltrepassarono il gioco dei birilli ove
rimbombavano colpi di tuono. Ne uscì un signore gras­
so in maniche di camicia; ansimava e teneva in mano
un bicchiere. — Tempo magnifico! — esclamò; ■—
buongiorno, ragazzi!
Fratello e sorella camminarono in silenzio, come se
non avessero alcun argomento di cui discorrere. Signe
sentiva che la mano di Anders tremava ancora, ma
non sapeva perché. Scesero tra gli alberi; quasi davanti
alla porta che metteva nel giardino, la fanciulla si
fermò.
— Anders, prendi questa « fortuna » — disse, e la
cercò nella tasca del grembiule. Era un po’ sudicia,
sparsa di briciole di pane; le soffiò via, e quella — pu­
lita _ si dischiuse.
— No, tienila tu, — rispose il fratellino.
— Oh, non fa nulla, prendila, su. Io ne trovo sem­
pre tante!
OSPITE DELLA REALTÀ 15

Anders se la ficcò in bocca e la masticò con impe­


gno, camminando silenzioso a fianco della sorella.

Signe e la madre avevano qualcosa di speciale : uno


se ne accorgeva subito, solo a guardarle mentre s’aggi­
ravano per casa, intente alle loro faccende quotidiane.
Avevano, per così dire, una vita in comune, diversa da
quella degli altri, in certo modo superiore. Erano come
il cuore che gli altri di casa ascoltavano per essere ve­
ramente sicuri di esistere. Lo ascoltavano quando le due
donne si trovavano in cucina o nella stanza, quando
sedevano in giardino a sgusciare piselli, oppure rigo­
vernavano le stoviglie, spolveravano i mobili o nei po­
meriggi del sabato lustravano i coltelli. Fra tutti in
famiglia esisteva un’intimità che li univa e li distingue­
va dal mondo esterno; ma essa era un nonnulla in con­
fronto al vincolo che legava le due creature. Formava­
no proprio un tutto unico, non v’era fra loro alcuna
differenza: soltanto, una era meno vecchia dell’altra. E
così sarebbe continuato, senza mai finire, perché una
non era che una piccola fanciulla, l’altra già madre di
molti figli, pallida, logora, con la parte maggiore della
sua vita alle spalle. Eppure, sotto un certo riguardo,
coesistevano simultanee; discorrevano di questo e di
quello, senza mai assumere un tono solenne, senza mai
toccare argomenti eccezionali.
Quel giorno, per esempio, stavano lavando in cuci­
na, e chiacchieravano come al solito, muovendosi l’una
intorno all’altra per ammucchiare la biancheria ritorta,
cambiare la risciacquatura, andare a prendere il sacchet­
to della lisciva, appendere le calze ad asciugare fuori
della finestra. A tratti dicevano qualche frase, uscivano
in una risata, poi serie — e nello stesso momento — si
curvavano sulle tavole per lavare. Signe era una bam-
binotta un po’ rotonda, dall’aria buffa e saputella, coi
16 OSPITE DELLA REALTA

capelli biondi e già ricci, con gli occhietti scintillanti.


Ora era tutta sudata : strizzò il vestito facendo gorgo­
gliare l’acqua insaponata e per fare più forza piegò la
testa da una parte; aveva il viso rosso per l’ardore, e i
capelli luccicanti di piccole perle.
— Mamma! — esclamò fermandosi di colpo. — Hai
veduto? Ha perduto il colore!
— Da che sono al mondo, non ho mai visto nulla
di simile! — rispose la madre. — Purché non abbia
sporcato gli altri...
— Purtroppo! Ha macchiato quello bianco. Ohimè,
e ora come si fa?
— Questo è proprio il peggio, mia cara Signe. Non
va via? No, lo vedo. Bene, non c’è altro rimedio che
provare con la bollitura. Faremo così.
— Eh, già. Lo dico anch’io...
Così chiacchieravano, congetturando i risultati; intan­
to, curve sui mastelli, risciacquavano e torcevano le cose
lavate.
Tutta la casa pareva vuota e solitaria; in pomeriggi
simili sembra che nulla più debba accadere. Soltanto
là nella cucina le due donne impiegavano tutte le loro
forze intorno al bucato; il sole andava e veniva, secon­
do il passare delle nuvolette in cielo. I ragazzi erano a
scuola o via, ognuno per suo conto. — Ma dove s’è
ficcato Anders? — domandò la madre. •— Sarà alla fi­
nestra — rispose Signe, — dal momento che non si
fa udire.
Era infatti là: accoccolato sul ripiano, a disegnare
nella fuliggine degli stipiti. Finito il lavoro su uno, pas­
sava al successivo: c’era un listello per ogni quadratino
di vetro, e la fuliggine si stendeva fine e sottile dap­
pertutto. Ai treni che, sotto, entravano in stazione, il
bimbo pareva non badare. Invece, egli sapeva che pas­
savano e passando si trasformavano; soltanto non ave­
OSPITE DELLA REALTÀ 17

va bisogno di vedere simile spettacolo. Solo quando


uno partì sul binario più vicino alla finestra, si sporse
a guardare; era un trenino corto corto, che quasi faceva
ridere. Fischiando si mise in moto e sparì nel folto
delle betulle a destra : la macchina sbuffando mandava
bianchi riccioli di fumo sopra le cime degli alberi. An­
ders lo considerava il suo treno, perciò gli mandò un
saluto con la mano. Poi si sedette e tornò alla fulig­
gine.
Provava un senso di strana solitudine. Il mondo pa­
reva dimenticarsi di se stesso, non sapere che cosa stava
a farci; producevano tale impressione la casa, la sta­
zione, ogni cosa. Qualcosa pareva essersi fermato, co­
sicché tutto risultava vuoto e spento aU’intorno. Tutta­
via egli continuò a disegnare.
Ma, a un certo punto, non ebbe più voglia di star
seduto. Perché non scendeva in giardino a cercare qual­
cosa con cui giocare? Era il meglio che poteva fare,
così le cose sarebbero un po' cambiate.
Si calò giù e attraversò la stanza. Fuori nel corri­
doio, si fermò davanti alla porta della cucina, applicò
l’orecchio, ascoltò. Dentro, la mamma e Signe discor­
revano; non si capiva bene che cosa dicessero, perché
strofinavano la biancheria tutte e due insieme e l’acqua
scrosciava nei mastelli. Si percepiva soltanto una specie
di tranquillo mormorio. No, non sarebbe entrato; pre­
ferì fermarsi un momento in ascolto. Diceva la mam­
ma: — Senti, Signe, non ti pare che tra poco potrem­
mo prendere una goccia di caffè? Ce lo siamo pur me­
ritato !
— Davvero, mamma, pare anche a me.
— Mettiti tu alla pompa, risciacquerò io gli asciu­
gamani.
— Bene, mamma! — approvò Signe. Non era sgra­
devole poter raddrizzare un po’ la schiena. Perciò ag­
18 OSPITE DELLA REALTÀ

giunse una risata. Poi cominciarono a tintinnare i cer­


chi della cucina economica.
Anders si allontanò piano piano, scese per le scale
buie, uscì nel cortile, rinserrato fra quattro file di edi­
fici. Il sole ora vi batteva in pieno, ma il piccolo parve
non badarvi. In uno scolatoio era rimasta l'acqua dei
piatti, perché turaccioli e bucce di limone si erano fer­
mati sopra la grata, ed egli si recò subito là a ispezio­
nare. Vicino, in un secchio, vi era un mazzo di garo­
fani appassiti, insieme con fondi di caffè e ceneri. An­
ders camminò seguendo la linea dei fabbricati; lungo
un fianco si aprivano quattro porte che conducevano
ai gabinetti. Nell’angolo vi era una grande catasta di
casse e bottiglie di birra vuote, che mandavano odore
per le gocce rimaste in fondo. Di là Anders passò al lato
opposto, ma facendo una deviazione per non avvicinar­
si troppo a una casetta non intonacata, che sorgeva in
mezzo al cortile. Non voleva lasciarsi tentare da essa:
priva di finestre, aveva soltanto un’apertura nera in
una delle pareti e, a mettervi una mano contro, si sen­
tiva un brivido per tutto il corpo; infatti, serviva da
deposito del ghiaccio. No, preferiva fare una capatina
nelle legnaie. Tutte e tre avevano la porta aperta per­
ché la legna asciugasse, onde esalavano un forte odore
di betulla, quale si sente penetrando in un bosco. Nel­
l’ultima c era un vecchietto intento a segare. Aveva una
gran barba bianca, ingiallita sotto il naso dalie prese
di tabacco, e due occhietti che ammiccavano benevoli.
Altro di lui non si distingueva nella penombra.
— Buongiorno, signor ometto — borbottò; — che
vai facendo?
— Non faccio niente — dichiarò il ragazzo.
— Eh, questo posso ben immaginarmelo. Invece, il
vecchio Jonsson è qui a segar la legna. Ha cominciato
che non era più alto di te. Da mattina a sera, di giorno
OSPITE DELLA REALTÀ 19

in giorno, finché eccolo qui vecchio. Guarda com’è vec­


chio. E tanta fatica, solo perché la gente non soffra il
freddo. Quanti, sapessi, sarebbero morti di freddo se
il vecchio Jonsson non fosse stato qui a segar legna
per tutta la sua vita! Sicuro, migliaia e migliaia. Tuo
padre, tua madre, Signe, il trattore e tutte le camerie­
re, da molti inverni sarebbero morti intirizziti. Ma a
questo nessuno pensa. Fosse venuto qualcuno a ringra­
ziarmi di non esser morto! Sinora non uno. Si direbbe
che non hanno un dovere di gratitudine. Ma un giorno
il vecchio Jonsson si stanca, è troppo logoro e vecchio,
diventa pigro, non ha più voglia di affaticarsi. Allora,
tutti muoiono di freddo... Non ti pare che se lo meri­
tino?
Anders rimase immobile a fissarlo.
—■ Sicuro; così capiterà loro in ogni caso. Perché,
se non si può accendere del fuoco, da queste parti fa
un freddo birbone, te lo dico io... Bene, ora non con­
tristarti per questo ■— riprese. — Va’ fuori al sole, ra­
gazzo, bada a scaldarti bene finché è estate; poi, quan­
do verrà l’inverno, vedremo di cavarcela. — E sorrise,
di un sorriso buono e un po’ strano.
Anders fece come gli era stato detto, tornò fuori e
guardò intorno. Il sole non mancava davvero; l’erba fra
i ciottoli luccicava come nuova; lungo gli scolatoi - là
dove le giunture erano più grasse — spuntavano tenere
malvarose. Il luogo spirava una pace domenicale: per­
ché mai egli doveva sentirsi così oppresso? Gli pareva
di avere un peso sul petto. Si domandò se non conve­
nisse risalire in casa e mettersi di nuovo in ascolto pres­
so la porta della cucina. No, faceva meglio a restare
giù; con un tempo così bello si stava bene fuori; sol­
tanto, bisognava trovare qualche modo per divertirsi.
Che fare? Si diresse verso il portone per i veicoli, spor­
se fuori la testa. Vide una piazza sabbiosa piena di sole,
20 OSPITE DELLA REALTÀ

in fondo una siepe di biancospino, in alto una nuvola


estiva che non si muoveva. D’altro, niente: soltanto aria,
e in essa tutto pareva vuoto, come accade talvolta. Ri­
tirò dentro la testa.
E se si fosse introdotto nella ghiacciaia? Forse era
il meglio che si poteva fare. Rifletté e si decise.
Cominciò ad arrampicarsi su per la trave, appoggiata
con una forte inclinazione all’apertura; si teneva con­
vulsamente stretto al legno per non cadere. Giunto vi­
cino alla nera feritoia, non osò guardar dentro, incassò
la testa fra le spalle e procedette come un granchio,
afferrandosi con le dita agli orli dell’asse. Cominciò a
sentire sul collo la gelida corrente che usciva dall’aper­
tura; poi arrivò in cima e saltò in avanti, più lontano
che poté, senza vedere.
Dentro, c’era buio pesto. Avanzò a tentoni, cammi­
nando sulla segatura umida, tremando di freddo in tut­
to il corpo. Le lastre di ghiaccio non erano disposte in
modo uniforme; in un punto, ne avevano tolte di più,
e là c’erano delle fosse, in un altro formavano catasta.
Sugli orli il ghiaccio sporgeva e intirizziva le dita.
Eccitato, si aggirò carponi, sentendo quanto fosse
freddo, buio, pericoloso quel luogo. Il cuore gli batteva
forte; no, non era gelato, il sangue pulsava alle tempie
come quando egli aveva la febbre. Era una sensazione
terribile. Là' dentro, uno era come sepolto, più non sa­
peva se vivo o morto. E la paura faceva tremare...
Chi era che attraversava il cortile? dal passo pareva
il babbo... Si avvicinò all’apertura, guardò giù cauta­
mente. Sì, era il babbo che rincasava. Gli venne voglia
di chiamarlo, di salire con lui in cucina, prendendogli la
mano su per le scale, non voleva più stare là... Invece
no, era molto meglio restar là; vide il babbo sparire nel
vestibolo, e rimase a guardare, con la bocca aperta, ma
senza gridare.
OSPITE DELLA REALTÀ 21

Che luogo freddo, sinistro, orribile! Un buio unifor­


me e gelido. Anders si addentrò nel locale, il freddo
aumentò. Le scarpe affondavano nella segatura umida,
lungo le pareti, giù dal soffitto stillava l’umidità. Il
bimbo si fermò, immaginò di essere paralizzato. Irri­
gidì le mani, non mosse più alcun dito. Fu come as­
sente.
Quanto a lungo era rimasto così? Non sentiva più il
proprio corpo. Era per caso assiderato? No; aveva un
gran caldo nella testa, in tutte le membra. Sentiva trop­
po caldo: doveva tornare presso l’apertura, respirare
l’aria di fuori, guardare giù in cortile. Si drizzò, an­
sante, e sporse fuori la testa, aggrappandosi con le di­
ta; aveva gli occhi dilatati e stravolti.
In quel mentre il padre tornò fuori con un paniere
in mano.
— Papà! — chiamò Anders, con voce forte a quanto
credeva, ma in realtà non fu che un soffio. Non lo udì.
— Papà ! — ripetè. Il babbo alzò gli occhi.
— Ma, ragazzo, che cosa fai lassù? Scendi, scendi
subito! che idea t’è venuta? Ti abbiamo cercato; vuoi
venire dalla nonna? ti porto là in draisina!
— Dalla nonna! — gridò il bimbo agitando le brac­
cia. — Aspetta, vengo, vengo subito ! — E, adoperan­
do mani e piedi, si calò giù per la tavola, più in fretta
che poté.
Si precipitò verso il padre e gli si aggrappò a un
braccio, quasi con violenza. — Con quale draisina an­
diamo? — domandò ansando; — con quella del capo-
stazione o con quella di Karlsson? Quando partiamo?
Subito, nevvero? Che cos’hai nel paniere? È per la non­
na? Allora, partiamo subito?... — incalzò senza prender
fiato.
— Ma che cos'hai ? — domandò il babbo, e lo guar­
dò. — E che cosa facevi lassù?
22 OSPITE DELLA REALTÀ

— Niente — rispose Anders e abbassò gli occhi. •—■


Ero entrato solo per un momento... Come sono con­
tento di venire col mio papà! Ma partiamo proprio su­
bito, nevvero?
— Sì, vieni con me! — rispose il padre e lo prese
per mano. Uscirono dal portone, furono nella piazza
sabbiosa, in pieno sole. Il respiro del bimbo, dapprima
rapido, si calmò a poco a poco. Egli si guardava intor­
no, alzava gli occhi al cielo, osservava la sabbia che si
scaldava al sole, gialla e rastrellata di recente, la siepe
di biancospino così fiorita che pareva quasi bianca. Do­
po aver camminato per un tratto, guardò il babbo scru­
tandolo, e lo tirò per il braccio. — È proprio magni­
fico partire per un viaggio — dichiarò, e rise, un po’
impacciato. —• Certo! — consentì il babbo. Fatti an­
cora alcuni passi, Anders spiccò un salto in aria, corse
avanti e aprì il cancello del recinto della stazione, scese
saltellando i gradini, li risalì per tornare a prendere il
babbo e così in compagnia camminare lungo i binari,
ma ora gli stava davanti, ora dietro, folleggiando irre­
quieto. — Mi pare che tu sia contento, — osservò il
babbo. — Come non dovrei esserlo, con un tempo così
bello? Non ti pare, papà? Guarda, ora salto la rotaia!
— Bada a non cadere! -— gli gridò dietro il padre.
Saltò, senza cadere, e fu subito di ritorno. — Dove an­
diamo a prendere la draisina?
— Ah, vediamo subito! Sta vicino alle merci.
Presto giunsero al magazzino. Là, rovesciato contro
il muro, c’era il veicolo, una specie di triciclo con una
lunga pertica da puntare al suolo per spingerlo avanti:
ecco tutto il macchinario, che non aveva nulla di parti­
colare. Dapprima si accontentarono di camminare spin­
gendolo: soltanto il paniere viaggiò per quel tratto. -—-
Non saliamo subito? — domandò Anders. — Saliremo
— rispose il babbo, — non appena saremo fuori degli
OSPITE DELLA REALTÀ 23

scambi. Anders corse avanti, a guardare se il veicolo


scorreva bene sui binari, affinché non si rovesciasse con
tutto ciò che portava: il caffè e lo zucchero per la non­
na, nonché un pezzo di lievito collocato in cima. Alzò
le ruote per vedere se erano fissate bene. Quando giu­
dicava di non aver nulla da fare, saltellava accanto al
veicolo.
A un certo punto, lungo il recinto della stazione, co­
minciò il cimitero le cui tombe arrivavano vicino alle
rotaie. Egli non se ne preoccupò; bastava guardare dalla
parte opposta. Non era un tratto lungo, il cimitero do­
po un po’ finiva. Sennonché Anders aveva da badare al
veicolo e al cesto; inoltre voleva vedere le cataste di
assi; d’altra parte aveva la risorsa di discorrere col bab­
bo. Il tratto finì presto; quando calcolò di avere oltre­
passato le ultime tombe e di trovarsi ormai davanti ad
alcuni giovani tigli piantati in un declivio erboso, al
bimbo parve di rivivere. Si avvicinò al babbo : — E ora
non possiamo salire? — mormorò. — Un momento;
abbi un po’ di pazienza, ragazzo.
Salirono sul veicolo poco dopo, non appena oltrepas­
sati i cancelli. Anders si sedette, divaricando le gambe,
contro la ruota piccola, tenendo ben saldo il paniere e
se stesso. Il padre si sedette sulla traversa fra le due
ruote grandi e manovrò con la pertica.
Acquistarono presto velocità. Dopo una piccola svol­
ta furono fuori dell’abitato. La pertica prendeva bene
nella ghiaia, sotto i colpi uguali; le ruote ronzavano più
che potevano, sulle giunture facevano un rumore sordo
come quel del treno. Benché l’aria fosse del tutto calma
il vento attorno a loro soffiava così forte che dovettero
tirarsi il berretto giù sulle orecchie.
— Ti tieni saldo? —- gridò il padre, accoccolandosi
per aumentare la velocità. — Sì! — gridò Anders di
rimando, e guardò su ridendo.

3.
24 OSPITE DELLA REALTA

Dapprima percorsero un rettilineo fra prati. I fiori


sfrecciavano via come tanti puntini, non si riusciva a
distinguerli; ma contro l’argine arrivava a soffi il loro
profumo complessivo. Poi entrarono nel bosco. Subito
percepirono un forte odore di abete, uno lieve di be­
tulla, ma ben distinto; indi una fragranza nella quale
si mescolavano odori di piante varie. Arrivò un tenue
profumo di fragole: eccole rosseggiane nei cespi in ci­
ma al muraglione; si scorgevano anche da lontano, ma
la draisina continuò la sua corsa veloce. Giù per il de­
clivio s’affollarono tutti i fiori possibili: margheritine,
ranuncoli, denti di leone, viole selvatiche, trifogli che
fremevano nella raffica, avene, cespugli di lamponi e
molte altre piante. Tutte odoravano, splendevano un
attimo, e già erano sparite: con loro sparivano gli abeti,
le betulle, i ginepri del bosco. I pali del telefono bal­
zavano indietro come tornando verso casa, rifiutandosi
di accompagnarli.
Anders sedeva con gli occhi sgranati, divorava avi­
damente i vari spettacoli; aveva le guance pallide sotto
la sferza dell’aria, ma dentro era acceso di tensione e
d’entusiasmo, il cuore gli martellava. Viveva come in
un’estasi. Il babbo portava il corpo ora avanti ora in­
dietro per conservare elasticità alla corsa. Stava attento
che la pertica non cadesse sulle traversine perché allora
sarebbe scivolata; ma così faceva per pura abitudine,
la velocità cresceva di continuo.
A un certo punto la linea descriveva una curva per
evitare una distesa di acque; là vi era acqua da ogni
parte: laghi e laghetti, fiumi e ruscelli. Spesso arriva­
vano a qualche ponte, gettato su un corso d’acqua; il
babbo si metteva bene a posto: un rombo, e il ponte
era passato. — Attento a non perdere il berretto! —
gridava dall alto al ragazzo. -— Noooh ! — rispondeva
OSPITE DELLA REALTÀ 25

Anders e teneva berretto, paniere, ogni cosa. Filavano


in un continuo sibilo.
Ora passarono davanti al casello della stazione di
Näs; i figli del guardiano, che stavano fra i lillà, alza­
rono lo sguardo stupiti e, mordendo un lembo del grem­
biule, salutarono. Subito dopo arrivarono al grande pon­
te sopra il fiume, e là dovettero procedere puntando
la pertica sulle traversine: sotto di loro muggiva l’am­
pia corrente. Così arrivarono alla stazione di Näs.
Là la corsa rallentò un poco, ma non a lungo, perché
la stazione era piccola, aveva soltanto uno scambio a
ognuna delle due estremità. Il capostazione passeggiava
davanti al fabbricato. Si mise sull’attenti come davanti
a un vero treno, uno di quelli che non si fermano alle
stazioncine.
Ripresero la velocità di prima, passando fra campi
coltivati e distese di trifoglio, una campagna aperta che
apparteneva a una grande fattoria e che non era molto
curata; poi entrarono di nuovo in un bosco. Questo
non era di piante sempreverdi, il suo fogliame luccicava
al sole dalle due parti, pieno di cinguettìi. Mossero in­
contro a una squadra di otto uomini che lavorava lun­
go la linea, a cambiare le traversine troppo vecchie. Gli
operai si riposarono un momento, mentre la draisina
passava come una freccia; bisognò salutarli, nonostante
la velocità, ma chi avrebbe osato togliersi il berretto?
Anders salutò militarmente come il padre, ma con la
testa inclinata da parte per tener saldo anche il paniere.
Poi si presentò una salita, appena sensibile data la
velocità che avevano. Superatala, la linea scendeva di­
ritta verso il piano; quel tratto è detto « Il viale » e il
veicolo lo percorse senza aiuto di pertica, ronzando co­
me una freccia. Sulla sommità v’è un altro casello; il
guardiano, seduto sul tetto vicino al comignolo, stava
26 OSPITE DELLA REALTÀ

incatramando le tegole. — Che treno extra c’è? — gri­


dò loro dall’alto. — Siamo noi ! — rispose il padre nel
vento, ma già avevano infilato la discesa vertiginosa.
Il padre ritirò la pertica, tenendola pronta per fre­
nare sulle ruote ove occorresse. L’aria fischiava intorno
alle orecchie. La ruota piccola, sporgente fra i piedi di
Anders, girava così rapida che non si vedevano i raggi,
a tratti rimbalzava, quasi turbinava per la gioia. Pareva
un puledro, quando alla mattina è lasciato libero. La
rotaia si proiettava come una retta: margheritine, denti
di leone, primule formavano parimenti una striscia; in
alto i fili telefonici scintillavano tesi al sole, e ne parti­
vano spaventati i passeri che si rifugiavano nel bosco
dove alberi e cespugli crescevano compatti come un
muro liscio.
A scendere il lungo declivio impiegarono pochi mi­
nuti. Poi si aprì da ogni parte la campagna, con acqui­
trini, laghetti, acque d’ogni specie, con campi arati, ar­
gini, orticelli, siepi, paludi, boschi e fattorie sparse al
sole fra l’avena e la segale. La prospettiva era così aper­
ta e cordiale che si scorgeva tutto: in lontananza, la
fattoria della nonna fra gli alberi. La corsa rallentò.
Con lento rotolio passarono sopra un fiume che presso
le rive aveva giunchi, nenufari e frotte di pesci che
guizzavano mandando riflessi. Arrivarono a un erto
viottolo che attraversava la ferrovia, là frenarono a sal­
tarono a terra: erano giunti.
— Si andava come il vento ! — esclamò il piccolo
con una risata e saltò all’intorno, agitando le braccia. Il
padre sorrise soddisfatto e ritirò la draisina sull’erba
del declivio. Poi attraversarono i cancelli e s'incammi­
narono per la campagna, col paniere in mezzo a loro.
Anders era così eccitato che quasi non si reggeva
sulle gambe. Anche il babbo era di buonumore e sa-
OSPITE DELLA REALTÀ 27

liva agile come un giovanotto di vent'anni. Per ralle­


grarlo ancor più, il bimbo diede un piccolo strappo al
paniere: risero entrambi, lieti di essere in campagna e
di camminare insieme per quella strada.
Nel carattere del padre vi era qualcosa di strano. Per
temperamento egli era un tipo destinato a essere sempre
lieto, ma ciò accadeva di rado, soltanto qualche volta
a lunghi intervalli, come se egli portasse in sé qualcosa
di troppo pesante, e mai non riuscisse a liberarsene;
per cui camminava quasi sempre serio e, a volte, op­
presso. Aveva sì molti crucci, ma non da essi dipen­
deva quel suo umore. Piuttosto, egli reprimeva ciò che
vi era di spensierato nel suo essere, come se fosse stato
qualcosa d’ingiusto. La letizia era in lui soggiogata, per
così dire, dalla serietà.
Ma ora erano lieti e giocondi entrambi. Ai due lati
del viottolo si stendevano i terreni a loro ben noti, con
la vegetazione nel pieno rigoglio dell’estate; la segale
fumigava, l’aria calda tremava sopra i grigi steccati. La
strada si staccava per un tratto dal fiume; passarono
davanti al mulino, e il mugnaio uscì, tarchiato e bianco
di farina, proprio in tempo per salutarli. Valicarono un
ruscello, salirono una bassa collina e subito ebbero ai
loro piedi la fattoria della nonna.
Era alta, con un piccolo frontone di un rosso stinto,
cosicché appariva il grigio rivestimento di assi. Gli
aceri si drizzavano alti sopra il tetto, che era ricoperto
da un bel muschio vecchio, pieno di tremula erba. Il
rustico si trovava dall’altro lato della strada çd era una
costruzione antica, salvo una parte aggiunta di recente.
Affrettarono il passo, e intanto guardavamo se qual­
cuno facesse cenno agitando le tendine. Non notarono
nulla, ma un vitello corse loro incontro spiccando salti
matti, allungò il collo rugoso al disopra del recinto, lec­
28 OSPITE DELLA REALTÀ

cò loro le dita e muggì. Allora anche le tendine comin­


ciarono a muoversi. Ma ormai erano già arrivati e at­
traversavano il giardino.
Esso era pieno di meli, peri, lillà, spiegava grandi
aiuole di fiori - peonie, dalie, calendule dai colori chia­
ri, alte alcee, gerani trasportati fuori perché era estate,
cheiranti, lavanda, reseda - e i loro profumi si diffon­
devano lontano. Lungo il viale correva una siepe bas­
sa; Anders si alzò sulla punta dei piedi per ispezionare,
al di là, i cespugli del ribes. Ma già la nonna era com­
parsa sulla scala del vestibolo, in mezzo a tutti i suoi
fiori: — Ragazzi cari, siete proprio voi! voi! Bravi! -—
Era così vecchia che ben poteva chiamarli ragazzi tutti
e due. Anders non conosceva nulla che avesse quella
strana vecchiaia. Il viso era scarno e logoro, non rugo­
so, tuttavia pieno di solchi; il corpo, corto e vigoroso;
le vesti, erano grigie e aride come la terra. Eppure so­
migliava tutta alla mamma: gli occhi erano gli stessi,
i capelli ugualmente sottili, sebbene bianchi; nonostan­
te l’aspetto severo, la persona irradiava la stessa soave
luminosità. La nonna li prese per mano, ringraziò per
il caffè e lo zucchero che il piccolo volle subito mo­
strarle, aprì loro la porta, li fece passare avanti, poi li
seguì camminando silenziosa sui suoi peduli.
Dentro, si sentiva un curioso odore di legno vecchio,
di terra, di letame disseccato: quello che rimaneva at­
taccato agli zoccoli deposti nel vestibolo. Da una stan­
za al piano superiore giungeva un violento odore di ci­
polle sparse lassù sopra una carta ingiallita.
Alzarono il saliscendi ed entrarono nell’ampio tinel­
lo. Là dentro pareva quasi buio per chi veniva dall’e­
sterno. La parte maggiore dell’arredo era formata da
due grandi letti ricoperti di pelli e da una larga tavola
al centro della stanza; vicino alla finestra vi era un te­
laio con biancheria da letto. Sopra il focolare era ap­
OSPITE DELLA REALTÀ 29

peso un enorme paiuolo di rame ove cuocevano le pa­


tate per maiali. Là sedeva il nonno, e badava al fuoco.
Era un uomo robusto, sebbene attempato, dal viso am­
pio e rasato, con una bocca dura e priva di denti. I ca­
pelli, bianchi e lunghi, gli scendevano sino alle spalle.
Portava calzoni di velluto di cotone e un panciotto di
pelle con bottoni di piombo. Non si mosse, perché era
infermo di gambe; lasciò che si avvicinassero loro.
— Come va il nonno? — domandò, a guisa di salu­
to, il padre.
— Grazie a Dio — rispose il vecchio con voce alta
perché ci sentiva poco — non ho malanni. Come stan­
no quelli della città?
— Bene, grazie, siamo tutti vegeti e in salute — re­
plicò il padre, pure con voce alta e chiara. — E tu,
piccolino, hai fatto compagnia al papà in un viaggio
così lungo! — Il vecchio si prese il bimbo sulle ginoc­
chia e lo carezzò con la grossa mano venosa. Anders
provava sempre una strana impressione sedendo in
grembo al nonno : guardava quel viso rude, si teneva
saldo al panciotto, dappertutto trovava qualcosa cui ag­
grapparsi.
Il padre e il vecchio, seduti accanto, conversarono a
lungo, parlando forte e lentamente, sì che le voci echeg­
giavano nella stanza. Il nonno voleva notizie su questa
e quella cosa; di ogni argomento discorrevano con
uguale gravità. Se anche menzionavano qualcosa di lie­
to, conservavano un tono serio come per cose tristi. Il
padre sembrava mutato. Sedeva con le mani allacciate,
un po’ curvo nelle spalle, e dimostrava più anni, pro­
prio come quando, la sera a casa, leggeva le Sacre Scrit­
ture. L’odore delle patate si sparse nella stanza, i vetri
della finestra si appannarono.
La nonna andava e veniva tra la cucina e la stanza.
Era incapace di riposare; doveva sempre fare qualcosa,
30 OSPITE DELLA REALTÀ

e in realtà il lavoro non le mancava mai. Ma cammi­


nava in peduli; perciò nessuno l’udiva.
Ora venne ad assaggiare le patate; non erano ancora
pronte. — Ma, bimbo, tu devi andare dal ribes ! —
disse a Anders. Questi si scosse, capì che non era giu­
sto star là fra quei vecchi, scivolò zitto zitto dalle gi­
nocchia del nonno e cautamente se la svignò.
I suoi occhi furono colpiti anzitutto dalla quantità
di fiori, e specialmente dalle peonie che splendevano
rosse come il fuoco. Il sole batteva sul muro, e i fiori
là si spalancavano a calabroni e api che visitavano i
calici, a magnifiche farfalle che soltanto li sfioravano,
come se per vivere bastasse loro il profumo. Il bimbo
si introdusse fra i cespugli del ribes. Sotto ad essi la
terra era calda e fine, le galline l'avevano raspata, sca­
vando fossette come per covare, e spollinandosi aveva­
no perduto piume. Anders rimosse le piccole e secche
reliquie lasciate dal pollame, si sedette in una buca
della grandezza giusta, allungò il braccio verso i cespu­
gli e mangiò. I piccoli grappoli pendevano tutto all’in­
torno. Alcuni erano più grossi e più aspri perché erano
rimasti all’ombra, altri - esposti al sole - piccoli e dol­
ci; in tal modo uno poteva cambiare i sapori, secondo
le preferenze del momento. Anders scelse con cura ri­
flessiva, perché aveva intenzione di mangiar molto
ribes.
Nessuno avrebbe potuto scorgerlo o udirlo, rannic­
chiato com’era là sotto. Ma neppure c’era anima viva,
né nel giardino, né per la strada; tutto era pace e si­
lenzio. Soltanto lontano, nei prati paludosi, a tratti mug­
giva una mucca, qualche moscerino ronzava sotto i ce­
spugli vicini. Non passava un alito di vento, gli aceri
dormivano alti nel sole; persino i tremoli, di solito
così irrequieti, si ergevano immobili alle spalle del bim­
bo, di fronte alla facciata meridionale. A tratti Anders
OSPITE DELLA REALTA 31

scostava un ramo del cespuglio e, per riposarsi, guar­


dava il lembo di cielo che appariva tra i grappoli, qual­
che nuvola ferma, che per quel giorno non avrebbe più
camminato.
Ma, proprio quando ebbe mangiato a sazietà, la non­
na comparve sulla scala del vestibolo: doveva portare
le patate ai maiali. Guardò, stette in ascolto, cercando
il nipotino: Anders la osservava, rilevando l’inutilità
delle ricerche. — Dove ti sei ficcato, ragazzo? Non vuoi
venir con me dai maiali ? — Allora il bimbo sgattaiolò
fra i cespugli in modo da sbucare incontro alla nonna
proprio vicino al cancello, e così la spaventò un poco.
Fosse stato buio, la vecchia avrebbe davvero preso pau­
ra; ma si era di pieno giorno. Insieme scesero verso il
rustico.
Nel porcile, la scrofa giaceva nel brago con maialetti
attaccati ad ogni mammella. Rimase immersa nella mel­
ma anche quando si sollevò, ma grugnì di gioia e tutto
il suo corpo tremolò. Vuotò il truogolo in una sola sor­
sata, anche i maialetti cercarono di concorrere, ma non
ci arrivarono. La nonna e il bimbo si recarono poi nel­
le stalle. Bisognava togliere il letame dei buoi e di una
mucca che doveva figliare. Aprirono la porta della con­
cimaia. Era difficile raccogliere letame in quella stagio­
ne, perché tutto andava perduto fuori nei pascoli, rara
era la pozzanghera in cui si riflettesse il sole. La mucca
pregna si voltò pesantemente nella greppia e muggen­
do guardò dall’apertura. Una gallina strillò a squarcia­
gola dall’alto del fienile. — Ha fatto l’uovo ! — disse
la vecchia. — Va’ a cercarlo, Anders! — Il bimbo
s’inerpicò subito per la scala a piuoli.
Lassù nel buio si trattenne un poco per tuffarsi nel
fieno che mandava, un buon odore. L’avevano riposto
di recente ed era tutto sciolto, ci si sprofondava dentro
da ogni parte. C’era buio, ma ciò non importava. La
32 OSPITE DELLA REALTÀ

luce penetrava da un’apertura, il bimbo andò a guar­


dar fuori, sospendendosi ad essa con le gambe ciondo­
loni. Trovò l’uovo, ne trovò un secondo in un altro
nido. — Li porterai alla mamma — disse la nonna.
Era piacevole andare intorno con lei, sbrigando tante
piccole faccende e chiacchierando un poco insieme. La
vecchia era savia e grave, ma così mite che somigliava
proprio alla mamma. E, quando si stava con lei, si
vedevano tutte le cose in modo così nitido da provarne
come un senso di tranquillità.
Quando ebbero finito, fu l’ora di andare nei pascoli
per la mungitura del latte. La sera si avvicinava, benché
il sole brillasse ancora caldo. I prati erano così umidi
che essi dovettero togliersi le scarpe; Anders posava i
piedi nelle grandi orme lasciate da quelli della nonna,
rugosi e con grossi calli prodotti dagli zoccoli. Le muc­
che vennero loro incontro e si lasciarono mungere do­
cilmente; Anders però le teneva per la coda perché non
la sbattessero: i tafani non cessavano di molestarle.
Il paesaggio era bello, sebbene povero; si scorgevano
le ampie campagne del comune, attraversate dal fiume.
La terra riposava, i poderi mandavano lunghe ombre
verso le rive. Mancavano alture, tuttavia la prospettiva
era variata da recinti, declivi boscosi, appezzamenti col­
tivati. NeH’avvallamento i campi sembravano superare
appena il livello della corrente; nei prati paludosi, le
nere pozzanghere brulicavano d’insetti sulla superficie
assolata. Era una vera giornata estiva, e se ne allieta­
vano le più piccole bestiole.
Mentre tornavano a casa col latte, si udì a ponente
un rombo di tuono e l’aria si fece un po’ greve. Lo zio
(era il fratello della madre e colui che mandava avanti
la fattoria) era tornato con legna dal bosco e attendeva
a mettere nella stalla i buoi. Fu piacevole incontrarlo.
Era un uomo di mezza età, biondo e con gli occhi az-
OSPITE DELLA REALTÀ 33

zurrí, tarchiato e un po’ tozzo; si capiva che aveva la­


vorato parecchio in vita sua. Le mani parevano di cor­
teccia dura quando le porgeva per salutare; gli man­
cava un dito, perduto in una sparatoria per nozze. Lo
aiutarono a togliere il giogo ai buoi e a guidarli nella
stalla. Alla sera la nonna diventava taciturna, forse era
stanca; lo si sentiva dal respiro, che era quello greve
delle persone che compiono lavori faticosi.
Tutti e tre si avviarono per il giardino. Tuonò di
nuovo, l’aria si fece opprimente. Perché fosse venuta
quell’afa non si capiva; durante tutta la giornata il tem­
po era stato magnifico. Il babbo e il nonno, rimasti
nella stanza, tacevano nella penombra. Ora tutti avreb­
bero cenato.
La vecchia soffiò sul fuoco per ravvivarlo, vi collocò
sopra la padella con carne di maiale. Andò a prendere
i piatti e tutto l’occorrente. Gli uomini discorrevano.
Fuori, negli aceri del giardino, passò una raffica di ven­
to, e insieme nella stanza si fece buio. La vecchia portò
la padella in tavola e la posò su due ceppi, friggeva e
mandava un buon odore di carne; allora il vecchio si
alzò e con voce alta e grave, come oppressa da ciò che
diceva, pronunciò la preghiera invocante la benedizione
sul pasto; poi si sedette, si servì e mangiò.
Mentre mangiavano, non parlarono. La nonna sedeva
un po’ in disparte, all’altra estremità della tavola; di
tratto in tratto si recava nella buia cucina e ne tornava
camminando senza far rumore. Un lampo illuminò la
stanza. Alzarono gli occhi e aspettarono: il tuono s’udì
dopo un lungo intervallo.
— Non si dovrebbe tenere il fuoco acceso — osservò
la nonna.
— È ancora lontano — disse lo zio, e si servì di
altra carne.
Fuori, gli alberi fremettero di nuovo: il silenzio era
34 OSPITE DELLA REALTÀ

così profondo che quasi si poteva udire ogni foglia. Le


alcee batterono alla finestra, poi nei vetri tornarono a
riflettersi fiamme. Il tuono echeggiò più forte. Subito
dopo cadde un fulmine.
— È meglio che io torni a casa — disse il babbo,
che doveva riprendere servizio alla sera.
— Purché non ti prenda il temporale — osservò la
vecchia.
— Nessuno può farci niente. E forse potrò anche
sfuggirgli.
— Anders, piuttosto, dovrebbe stare qui stanotte —
proseguì il babbo. — Verremo a prenderti domani.
Al bimbo parve strano separarsi dal babbo. Doveva
proprio restarsene là da solo? Preferiva tornare a casa
anche lui. No, decisero; non era proprio il caso.
Finirono di mangiare, e il babbo si congedò. Anders
10 vide andare dall’uno all’altro, lo seguì con lo sguar­
do; poi lo accompagnò nel vestibolo e assistette alla
partenza. Il giardino, nella penombra, aveva un aspetto
solitario. I grandi aceri erano grigi perché il vento ri­
voltava le foglie. Ed ecco, il babbo sparì di là della
cresta. Che strana sensazione!... Lo avrebbe riveduto
ancora ?
Un lampo violento illuminò tutto il paesaggio: prati
paludosi, declivi vestiti di erica, campi coltivati. La ter­
ra apparve come morta, il cielo fiammeggiava. Anders si
precipitò in casa; una raffica sbattè la porta alle sue
spalle; egli mise il catenaccio e tornò in fretta nella
stanza, stravolto e pallido per la paura. Sopraggiunse
11 tuono, che rimbombò da ogni parte; i vetri trema­
rono. Il vecchio, presso il camino, alzò la testa, guardò
intorno, poi fuori dalla finestra. — Fa bene udire il
tuono — disse; — allora si capisce che è Dio che go­
verna.
Subito si alzò e, camminando lento sulle gambe rigi­
OSPITE DELLA REALTÀ 35

de, andò a prendere la Bibbia. — Dov’è la mia spaz­


zola dei capelli, Stina? — domandò. La moglie andò a
prenderla : era una piccola spazzola di crine, rotonda,
fatta in casa, col manico di spago attorto. Il nonno si
ravviò i capelli, sino a farli scendere in belle onde
bianche sulle spalle. Poi slacciò i fermagli della grande
Bibbia, l’aprì e cominciò a leggere:
— « Ascoltate dunque, e ponete attenzione, e non
crescete in superbia: perché il Signore l'ha detto. Ren­
dete onore al Signore Iddio vostro, prima che annotti,
e prima che i vostri piedi urtino contro il buio monte;
cosicché voi aspettiate la luce, mentre egli avrà ridotto
tutto a tenebra e ombra. »
Via via che leggeva, alzava sempre più la voce; ogni
parola risuonava chiara e alta nella stanza. La vecchia
s’aggirava intorno ascoltando, curva e piccola; a tratti
si fermava e sospirava con pena. Lo zio guardava fuori,
seduto alla finestra. A un tratto tutta la stanza si ac­
cese al bagliore d’un lampo, gli alberi fuori apparvero
nitidi, poco dopo scoppiò il fulmine. Il vecchio non si
mosse; continuò a leggere.
La nonna, che aveva sparecchiato, si prese essa pure
una sedia, per ascoltare meglio la lettura. Nessuno più
si mosse. I lampi guizzarono tra le finestre, arrivò la
pioggia, scrosciò contro i vetri, il rombo dei tuoni si
fece continuo, il temporale era proprio sopra di loro.
Il bimbo cambiò posto, si accoccolò presso il telaio,
pian piano venne a sedersi alla tavola, poi si rifugiò
in un angolo presso un letto: pensava a dove poteva
cadere il fulmine. Gli altri sedevano quieti in ascolto.
Durante tutta la lettura Anders non distolse gli occhi
dal nonno. Il viso pieno di solchi non cambiava mai,
la fronte era quasi liscia, ma nelle guance e intorno
all’ampia bocca i solchi si approfondivano, come se
l’avesse devastato una lunga vita. Nell’età virile egli
36 OSPITE DELLA REALTÀ

aveva invero condotto una vita selvaggia e aspra, ma


di ciò non si doveva parlare, e Anders non ne sapeva
niente. D’altronde, per tutta la giovinezza e dopo l’ar­
rivo della vecchiaia egli aveva vissuto nel timor di Dio
e da questo s’era lasciato guidare nel suo cammino.
Possedeva una quiete che nulla poteva turbare.
L’uragano passò, si udì sempre più lontano. Il non­
no continuò a leggere; la moglie lo guardava, tenendo
le dita intrecciate, seguiva i movimenti della bocca.
La pioggia cessò, si udì soltanto lo stormire degli
alberi. L’orologio alla parete suonò le nove. Allora il
vecchio richiuse il libro e alzò gli occhi. — Amen, nel
nome di Dio onnipotente, amen.
Anders si fece avanti pian piano... Ora sarebbero
andati a letto. Lo zio, che dormiva nella stanzetta di
sopra, augurò la buona notte e si ritirò. Il piccolo ri­
mase solo coi nonni, che erano così vecchi ; avrebbe
dormito con loro. Era una sensazione strana. Si spo­
gliarono, e lui aiutò il vecchio a levare i calzoni dalle
gambe irrigidite. A fianco del letto, il nonno si ingi­
nocchiò per recitare con voce sonora la preghiera del­
la sera, la moglie lo aiutò a rialzarsi, poi entrambi si
coricarono; benché fosse estate, tenevano sopra le co­
perte una pelliccia per non sentir freddo.
Anders fu presto pronto, e si ficcò nel letto di fron­
te, così grande che gli pareva di non occupare spazio.
Le coperte arrivavano dure sino al mento; respirando,
le sentiva pesare.
Per addormentarsi, fissò il buio con gli occhi spa­
lancati. C’era buio dappertutto, fuori in giardino, giù
presso il fiume, lontano sui prati; ma il buio più fon­
do era là dentro, ove egli stava solo coi due vecchi.
Si mise in ascolto : non si udiva niente. Certo dormi­
vano. Neppure si udivano gli aceri o altri alberi. Ma
OSPITE DELLA REALTÀ 37

il silenzio più greve era nella stanza. Soltanto il suo


cuore batteva forte.
Pensò ai nonni, a com’erano vecchi: già tutti grin­
zosi, per la grande vecchiaia. E vecchio era anche il
loro odore, diverso dal suo... gli pareva di sentirlo ora.
Tutto in quella stanza aveva un odore: la paglia del
letto dove giaceva, il ruvido traliccio; la lana di pe­
cora, ammucchiata presso il telaio; le larghe e logore
assi del pavimento, con riempimenti neri negli inter­
stizi, la fuliggine del camino, il terriccio attaccato agli
zoccoli fuori nel vestibolo. Tutto aveva odore di vec­
chio; tutto era vecchio, vecchio.
Ma perché non dormiva? Il cuore gli batteva forte.
Gli pareva di non poter respirare, le coperte gli preme­
vano il petto. Sentiva un gran caldo...
Zitto!... No, non s’udiva niente.
Perché non udiva i vecchi, il loro respiro? Il suo si
udiva molto bene, era quasi un ansare...
Che proprio non riuscisse a udirli?... No; dalla loro
parte, silenzio completo!
Ma dunque non respiravano?
Che fossero morti? Erano forse morti? Così vecchi,
così prossimi alla fine, la cosa poteva accadere in qual­
siasi momento. Forse erano morti!
Dovette alzarsi. Saltò a terra nel buio. Erano proprio
morti! Avanzò a tentoni... sul pavimento... in direzione
del letto...
Tese la mano, sentì il nonno, il collo rugoso, la boc­
ca aperta... No, dormivano entrambi calmi e tranquilli.
Pian piano tornò indietro, si rannicchiò nel suo let­
to. La stanchezza lo vinse, e si addormentò. Ma, nel
sonno, si agitò, inquieto, sospirava profondamente. So­
gnò che c’era buio dappertutto: nel giardino, sui prati,
nel bosco, alla stazione, a casa dal babbo e dalla mam-
38 OSPITE DELLA REALTÀ

ma. E quel buio era una grande tomba nera ove giace­
vano tutti i morti e tutti coloro che erano ancora in
vita. In alto, nel cielo fiammeggiante, una voce pode­
rosa come il tuono recitava parole incomprensibili in­
torno ai vivi e ai morti.

Quando aveva dodici anni, Anders un giorno d’au­


tunno si trovò in cammino verso una certa pietra che
egli conosceva nel bosco fuori della città. Pioveva e
soffiava un vento non forte, come suol fare d’autunno.
Il ragazzo costeggiò la linea ferroviaria: era questa la
strada più diretta verso il bosco per coloro che dimo­
ravano da quelle parti. Il tempo era grigio e freddo.
Alla stazione scorse il babbo che camminava lungo i
carri merci scrivendo numeri su di essi, un po’ curvo
e con le spalle bagnate dalla pioggia. Si portò svelto
dall’altra parte della fila per non farsi vedere; il babbo
gli avrebbe domandato che cosa faceva là con quel tem­
po. Udì l’altro passo quando si trovarono alla stessa
altezza, e camminò senza far rumore per non essere
notato.
Anders non aveva propriamente progettato quella gi­
ta in quel giorno; la cosa era come venuta da sé. Per
tutta la giornata, che era stata in parte bella, aveva avu­
to altre idee; sul tardi, gli era venuta in mente la pietra,
e aveva capito che la visita era necessaria.
La pioggia cadeva sottile, tuttavia il ragazzo non cam­
minò in fretta. Procedeva serio, come preoccupato, con
le mani in fondo alle tasche; indossava una giacca cor­
ta e stretta, coi bottoni gialli. Si avvicinò una locomo­
tiva in manovra; passando, emanò un calore grade­
vole.
Sicuro, alla mattina il tempo era stato bello, sebbene
un po’ grigio. Anders si era alzato presto, alle sei, per­
ché col treno erano arrivati i marinai, cinquanta gio­
OSPITE DELLA REALTA 39

vanotti diretti al deposito costiero. Avevano preso il


caffè; sullo spiazzo davanti al ristorante erano state ap­
parecchiate lunghe tavole su cavalletti. Gridavano e fa­
cevano chiasso parlando con la bocca piena di pane, il
caffè fumava e odorava nell’aria frizzante della mattina.
Poi salutarono con cenni il ragazzo affacciato lassù alla
finestrina, si provvidero di tabacco da fiuto e ripartirono.
Avevano saputo del loro passaggio la sera prima; per­
ciò era riuscito a godersi il divertente spettacolo. Poi,
aveva dormito ancora un po’ e, alzatosi definitivamen­
te, era andato a scuola. Nell’intervallo per la colazione
aveva preparato le lezioni, era andato a comprare del
petrolio per la mamma. Non aveva mai pensato alla
pietra; era del resto un’idea che gli veniva sempre co­
me una necessità imperiosa. Il tempo s’era cambiato,
diventando piovoso. Dopo la scuola aveva aiutato Gu­
stavo il Piccolo a trasportare via dallo spiazzo i tavo­
lini che per quell’anno non avrebbero più servito, e ad
accatastarli nel locale per il gioco dei birilli, che ora
veniva chiuso; Gustavo il Piccolo aveva vinto l’ultima
partita. Poi era rientrato in casa, s’era fermato un mo­
mento fuori della porta della cucina ad ascoltare, per­
ché la mamma e Signe, sedute dentro, discorrevano a
voce bassa di qualcosa; gli parve dicessero che lui era
malato, che forse non avrebbe vissuto a lungo; sul suo
conto udiva parlare in quel modo ormai da un anno,
sebbene non riuscisse a scoprirsi alcuna malattia. Si era
recato alla finestra, e là era rimasto a guardare i treni
che manovravano avanti e indietro sotto la pioggia. Al­
lora aveva capito che doveva fare una visita alla sua
pietra: la giornata era troppo greve ed opprimente.
Ora si trovava vicino al deposito che sorgeva all’estre­
mità della stazione; là c’era una locomotiva che si rifor­
niva di carbone : mandò essa pure un po' di calore quan­
do egli l’oltrepassò. Poi camminò lungo la linea, che
40 OSPITE DELLA REALTÀ

aveva ai due lati la campagna aperta; là la pioggia ve­


niva a raffiche col vento, colpiva sibilando l’alto ster­
rato, la bufera pareva sfogarsi in quel tratto. Anders
abbassò la testa e proseguì sotto gli scrosci. Era un
brutto camminare, ma quella gita doveva essere fatico­
sa; egli compiva come una specie di sacrificio.
Ciò di cui discorrevano a voce bassa la mamma e la
sorella, non poteva anche riferirsi a qualcos’altro? Ma
a che cosa, allora? Talora s’era accorto di avere udito
male, aveva scoperto che esse non parlavano affatto, se­
devano in silenzio. Ma questa volta bisbigliavano con
intenzione. Di che cosa parlavano a voce così bassa, se
non della loro apprensione che egli morisse presto? Al­
trimenti, avrebbero parlato a voce alta.
La bufera inondava di grigiore i campi, il cielo gra­
vava basso. Quando egli arrivò al bosco, il vento si cal­
mò, continuò soltanto la pioggia. L’umidità stillava da­
gli alberi sul musco e sui cespugli di mirtillo, nell’aria
grigia gli abeti lasciavano pendere i rami, non avevano
la forza di raddrizzarli per il troppo peso dell’acqua.
Di là si dominava un poco il terrapieno della ferrovia.
Anders proseguì; ormai la meta non era lontana. Lungo
i fili del telefono correvano gocciole, in senso contra­
rio al suo cammino, verso la città. Salì sulle traversine;
erano incatramate, l’umidità non le penetrava, le im­
perlava soltanto.
Ora era quasi arrivato, scese per l’argine, scavalcò la
stecconata e s’addentrò nel bosco. Dagli alberi cadevano
rivoli di pioggia quando egli li toccava per aprirsi una
strada. Faceva quasi buio, ma per colpa del tempo brut­
to, non perché fosse tardi. Dopo un breve tratto giunse
a una pietra liscia che s’innalzava di alcuni pollici sopra
le zolle. Non aveva nulla di particolare; l’unica cosa
che avrebbe potuto parere strana, era la sua presenza
là, perché non ce n’erano altre; il terreno era acquitri­
OSPITE DELLA REALTÀ 41

noso, muscoso. Anders si guardò cautamente intorno,


soprattutto verso la linea ferroviaria, benché non fosse
probabile che venisse qualcuno. Poi si inginocchiò sul­
la pietra e pregò.
All’intorno era silenzio, tranne il gocciolio degli al­
beri. Anders non pregò a voce alta, ma aveva le guance
in fiamme. Proprio davanti a lui nel bosco vi era una
radura paludosa, al cui centro sorgeva un pino intri­
stito, alto non più d’un uomo, ineguale nei rami e mal
cresciuto. Anders continuava a guardarlo, non perché
la sua preghiera si rivolgesse al pino, ma perché egli
così soleva. Pregava lo stesso Dio che i suoi familiari,
in ciò non v’era alcuna differenza; soltanto, egli lo pre­
gava là fuori. Perché, non sapeva; la cosa era venuta
da sé. Non che volesse pregarlo in mezzo alla natura:
questa non significava nulla di solenne per lui, anzi !
Eppure... eppure non gli pareva meritorio pregare in
casa: là, uno non riusciva a diventare così pieno di ze­
lo, di ardore, di salda fede da poter essere esaudito.
Erano necessarie molte cose per essere ascoltato con cer­
tezza. Perciò non era altrettanto meritorio recarsi nel
bosco i giorni di bel tempo, unicamente per fare una
quieta passeggiata. Tanto sarebbe valso astenersi. Senza
averne una precisa coscienza, egli sentiva come un do­
vere strano e penoso il pellegrinaggio a quella pietra;
sovente l’idea di esso lo tormentava. Ma doveva es­
serci qualche sofferenza.
Egli aveva mete sue da perseguire. Aveva un mondo
proprio e in esso viveva, un mondo angusto con no­
zioni e precetti che non dovevano essere scossi o in­
franti; in pieno giorno, egli s’aggirava come in una ca­
verna, procedeva a tentoni. E nulla c’era da fare contro
una simile mentalità: le cose stavano così.
Le guance gli scottavano sempre più; s'indugiava in
ginocchio, con le mani strettamente congiunte; ma uni­
42 OSPITE DELLA REALTÀ

co era sempre l’oggetto della sua preghiera: che egli


non dovesse morire, che nessuno dei suoi dovesse mo­
rire ! Che tutti continuassero a vivere ! E li enumerava :
il padre, la madre, i fratelli e le sorelle, i due vecchi
della fattoria, tutti, tutti ! Che la morte non venisse mai
tra loro! Che tutto durasse com’era, che nulla si mo­
dificasse !
La sua passione per la vita si compendiava nel voto
che essa non cessasse; altri vantaggi egli non solleci­
tava per se stesso. Soltanto vivere; per il resto, le cose
andassero come volevano: ciò non aveva importanza, a
ciò nessuno poteva far nulla. E dava di proposito ri­
lievo a tale sua idea : tutto il resto andasse come vo­
leva, tanto contava zero. Così, era molto più sicuro di
ottenere ciò che egli invocava, e che significava tutto.
Socchiuse gli occhi, pensò intensamente a ciò che no­
minava, sino a vederlo nella realtà. Pregò e pregò che
le cose durassero com’erano, senza mai aver fine: che
ora venisse l'inverno, poi di nuovo l’estate, e che nel­
l’alterna vicenda il mondo continuasse, con lui e tutti i
suoi ad esserne parte.
Inginocchiato, si infiammò di ardore sino a raggiun­
gere un’estasi che gli gonfiò l’animo. Le sue parole
suonavano come un inno alla vita che egli portava in
lui, un inno singolare che non si esaltava a canto di
giubilo, che soltanto enumerava e a tutto s’aggrappava
con disperata tenacia. Ma pur sempre un inno.
Nella radura davanti a lui, la pioggia scendeva sot­
tile, penetrava nel musco giallastro e nell’erba che egli
guardava fissamente. Ma nell’interno del bosco era già
il silenzio e il buio della sera. Il luogo era in certo
modo solenne al pari di lui che, nel crepuscolo, pre­
gava sulla pietra. Immobile, senza muovere neppure la
bocca; con le guance in fiamme, con le dita intrecciate
più strettamente che poteva.
OSPITE DELLA REALTÀ 43

Finita la preghiera, si alzò svelto. Alleviato, quasi


lieto di aver compiuto quel rito, si asciugò le ginocchia
bagnate.
Scavalcò con un salto un monticello erboso, poi un
altro; conosceva bene il luogo, ma quel giorno vi era
una grande umidità; si poteva camminare solo saltando
da un monticello all’altro. I rami degli abeti pende­
vano grevi di pioggia, parevano imperlati fra gli aghi;
gli ontani ergevano rami sottili e luccicanti, le betulle,
nei punti riparati dal vento, serbavano ancora un po’
di foglie che le facevano sembrare grandi fuochi gialli;
anche nell’erica e nel musco erano sparsi colori vivi.
Come era bello vivere, esistere, per un po’ di tempo.
Egli non sarebbe morto subito, né quel giorno, né l’in­
domani. Non poteva morire subito dopo aver implo­
rato di vivere. Le betulle, le mortelle rosse, i piccoli
fiori dell’erica lo salutarono : « Buongiorno, ragazzo, che
t’aggiri qui intorno e vivi. Che cosa fai ? ».
Saltellò intorno per i monacelli, come un uccellino.
Alzò lo sguardo agli alberi, gli era parso di udire qual­
cosa: scoiattoli forse? Scosse un ramo d’abete e lo fece
spiovere sulla mortella rossa, donò un po' di pioggia
anche ad alcuni rovi, i cui frutti avrebbe colti un’altra
volta. Poi ridiscese sull’argine della ferrovia.
E ora camminò più in fretta. Le gocce lungo i fili
del telefono correvano nella sua stessa direzione, esse
pure verso casa. Girò lo sguardo sul paesaggio, lo alzò
alle vette degli alberi e alle nuvole sparse per il cielo.
Il tempo era migliorato in misura notevole, i piccioni
selvatici tubavano dentro il bosco, altri uccelli aggiun­
gevano i loro cinguettìi.
Tese una mano: pioveva ancora? No, la pioggia era
cessata. Il cielo si stendeva ineguale, sparso di schia­
rite, pareva volesse schiudersi per durare nel bello. Sui
44 OSPITE DELLA REALTÀ

fili si posavano i passeri, e si scuotevano la pioggia di


dosso.
Sicuro, il mondo andava a suo modo. Per un verso
o per l’altro, non era possibile mettersi d’accordo con
esso. Tutto avveniva a caso: non valeva proprio la pena
di avere desideri particolari riguardo alla vita: l’essen­
ziale era esistere, partecipare ad essa. E questo ormai
era a lui concesso.
Continuò a camminare. Arrivò al margine del bosco,
là vi erano due caverne dove i negozianti di ferramenta
della città tenevano un deposito di polveri e di dina­
mite; pensò al rimbombo che avrebbero prodotto se fos­
sero saltate in aria. Raggiunse la campagna aperta, ora
il vento non soffiava più, dal terrapieno si vedeva di­
stintamente in ogni direzione. Giunse al deposito delle
macchine, infine alla stazione. Là facevano manovra un
po’ dappertutto, le locomotive fischiavano e sbuffavano
fumo : quelle delle due linee a scartamento ridotto pi­
golavano come uccellini, sputavano, gocciolavano dai ci­
lindri lavorando a radunare le vetture per il treno della
sera; invece la grande locomotiva sul binario normale
mandava con dignità nembi di fumo al cielo. I mano­
vali, appesi ai bagagliai e ai carri merci in corsa, face­
vano segnali con le braccia. Una piccola locomotiva
trainava cinque carri aperti, carichi di mortella; un’al­
tra procedeva, soffiando, con una lunga fila di carri be­
stiame donde giungevano belati. Quanto fervore di vi­
ta! Anders s’avanzò cauto fra i treni, scavalcando le ro­
taie dopo che i convogli erano passati, salutò fuochisti
e macchinisti, manovali e frenatori, che con le loro lan­
terne percorrevano le file di vetture. Pensava un po’
a tutto, si sentiva realmente rianimato...
Dove aveva attinto tale vigore? Dalla considera­
zione della morte. Egli non sarebbe morto! Non prima
OSPITE DELLA REALTÀ 45

degli altri. E non tanto presto; poi sarebbero morti tutti


insieme.
La crisi era per questa volta superata, il cuore più
non pesava, egli era di nuovo nel mondo a lui noto.
Sulla banchina i viaggiatori passeggiavano con valigette
in mano, alcune vecchie arrivarono di corsa, temendo
di giungere troppo tardi. Olsson dal bagagliaio diede
il primo segnale, Karlsson trasportò via i colli gridan­
do a quelli che stavano sul suo cammino, il fuochista
accese i fanali anteriori della macchina: il treno ri­
prese il suo viaggio.
Salì la scala che conduceva al ristorante, dirigendosi
verso casa. Dal caffè di terza classe due voci gridarono
che il treno stava per partire; ma nel cortile già vi era
silenzio. Zitto zitto salì le scale, percorse il buio cor­
ridoio; davanti alla porta della cucina si fermò in ascol­
to un momento: dentro, nessuno bisbigliava. Appese la
giacca fuori, perché era tutta bagnata, ed entrò.
La mamma stava preparando la cena. Chiacchiera­
rono un poco. Da quanto poté capire, essa credeva che
si fosse trattenuto nel parco. Vivace d’umore e lieto,
Anders narrò dei marinai che aveva veduti alla matti­
na, e dell’ultima vittoria di Gustavo il Piccolo, prima
che il gioco dei birilli si chiudesse per quell’anno. La
mamma si affaccendava intorno, circondata da quella
luce che ella sempre irradiava, tranquilla e silenziosa.
Gli parve molto seria.
Poi vennero il babbo, i fratelli, e si mangiò. Nella
stanza fu accesa la lampada, babbo e mamma si sedet­
tero a leggere le parole di Dio, mentre le sorelle pre­
paravano i letti, bisbigliando così sommessamente che
appena si udivano. Anders sedeva raggomitolato presso
la finestra, la pioggia era ricominciata, giungeva dal
buio e batteva contro i vetri. L’ultimo treno fischiò e
46 OSPITE DELLA REALTÀ

partì, mandando contro il cielo un chiarore di fuoco.


Ma là dentro, tutto era già silenzioso e immobile. Sol­
tanto la mamma a tratti sospirava, e le labbra le tre­
mavano mentre leggeva. Faceva pena a guardarla : pa­
reva che avesse bisogno di aiuto, che si trovasse del
tutto sola.
Com’era pesante ogni cosa in quella casa!

Una mattina il recipiente del latte non arrivò da


solo. Dal treno scese, reggendolo, la nonna; era vestita
a festa, coi capelli coperti dallo scialletto. Attraversò le
rotaie, guardando prudentemente da ogni parte, e salì
al ristorante dove le cameriere stavano dietro le fine­
stre, in attesa di clienti. Passando vicino a loro, le sa­
lutò con un inchino; quasi pareva ancor più piccola là
nella città. Il suo vestito era nero, ma s’avvicinava al
grigio nelle pieghe: non perché fosse logoro, ma uni­
camente per l’età. La sottana scendeva sino ai piedi, che
non si vedevano, ed era così rigida che appena si muo­
veva, mentre la vecchia camminava. Lo scialletto di seta
nera era un dono di nozze; nella stoffa erano stampate
rose. Era così grande che la nonna quasi spariva in esso,
le frange cadevano giù per le spalle, sopra il nodo spor­
geva il suo mento saldo. Per mantello portava uno scial­
le bruno fermato alla vita e annodato dietro. Era una
tersa e gelida mattina d’inverno, si camminava male sul
ghiaccio; tuttavia la nonna si muoveva leggera per la
sua età, salvo la rigidità che le imponeva lo scialle. Al­
zò lo sguardo ai pinnacoli e alle torrette della casa, alle
nicchie e ai balconcini carichi di neve; alle due fine-
strine sopra la terza classe non si vedeva nessuno. In­
fatti, non l’aspettavano. Vicino alla porta vi era un
mucchio di neve, spinta là dal vento della notte; do­
vette scavalcarlo. Nel cortile, dove c’era odore di birra,
salutò il trattore e Gustavo il Piccolo che spalavano la
OSPITE DELLA REALTÀ 47

neve, entrò nell’andito, salì dai suoi. Quando bussò al­


la porta, venne ad aprire il nipotino più piccolo. Sta­
vano lavandosi, per andare a scuola; la mamma accu­
diva alla farinata che era sul fuoco a cuocere. Nessuno
si aspettava la sua visita. — Dio vi benedica, figliuoli
miei — disse, e si sedette un po’ stanca. — Ho portato
il latte. Arriva a proposito, vedo che avete la farinata.- ■—
La mamma l’aiutò a togliersi lo scialle, e la vecchia
sulla sedia parve più piccola, il corsetto di lana affon­
dava tutto gualcito nel petto. Si tolse anche lo sciallet­
to, e allora risplendettero i bianchi capelli sottili, gli
occhi dallo sguardo buono e infossati come in ogni viso
di vecchio. Sicuro, portava i saluti di quelli della fat­
toria; stavano bene, grazie al cielo. Lo zio Emilio ave­
va un gran lavoro col trasporto della legna per mezzo
dei buoi; doveva sgobbare, poveretto, le cose vanno len­
te quando non si ha un cavallo. Il nonno era vegeto e
arzillo. E le mucche facevano molto latte, la provvista
di foraggio durava ancora.
Sì, Dio era propizio con tutti. Fra una settimana
avrebbero ammazzato il maiale; è vero, già l’aveva scrit­
to mandando il latte.
Ma perché la nonna era venuta in città senza avvi­
sarli ?
Ah, glielo avevano detto quelli della fattoria. Lei si
era opposta, non riteneva necessario quel viaggio: da
qualche tempo non si sentiva tanto bene, niente di gra­
ve però; allora in casa avevano pensato che forse era
meglio andasse da un medico. Erano stati quelli là a
volerlo, non che fosse proprio necessario.
La madre le sedette vicino e le prese una mano; tutti
tacquero. La guardavano, e la trovavano come al so­
lito: no, forse un po’ più curva, quasi prostrata. E non
aveva anche il viso affilato? No, era sempre stata cosi.
Gli occhi poi erano molto infossati, ma ciò era fre­
48 OSPITE DELLA REALTÀ

quente nei vecchi. In conclusione, non rilevavano quasi


differenze.
La madre invece le carezzava una mano, le doman­
dava che cosa aveva, dove le faceva male... Sentiva sol­
tanto un po’ di malessere, si stancava per il lavoro, non
aveva più energia. Ma dolori non ne sentiva affatto, o
almeno solo qualche dolorino di cui non valeva la pena
di parlare. Insomma, non aveva nulla; erano stati quelli
di casa a volere così, e forse con una medicina avrebbe
ritrovato tutte le sue forze.
Congiunse le mani e li guardò, sorrise loro, benché
in modo diverso da un tempo. La mamma, seria in viso,
non le toglieva gli occhi di dosso. Erano come due so­
relle, tanto si somigliavano; e la somiglianza proveniva
dal pallore, dai capelli sottili, dai tratti parimenti deli­
cati e quieti. Erano anche uguali di statura, entrambe
di corporatura tozza e salda. La mamma continuava a
carezzarle la mano, sembrava contenersi nei segni d’af­
fetto perché c’erano i bambini. Bisognava pur pensare
che la nonna era vecchia, disse, fra poco avrebbe com­
piuto settantotto anni, non poteva più essere quella d’un
tempo. Sì, sarebbero andate dal medico, non appena
fosse giunta l’ora per le visite; e poi la nonna sarebbe
di nuovo stata bene. — Ciò è nelle mani di Dio —
dichiarò la vecchia.
I ragazzi le guardavano, in un silenzio attonito; non
avevano mai veduto la mamma così seria. Anders si
teneva in disparte, pallido in viso, e fissava la nonna
come se volesse attraversarla con lo sguardo. Non par­
larono più molto, le ragazze cercarono qualcosa da sbri­
gare là in cucina, prepararono i piatti e la farinata per
i due fratelli minori che dovevano andare a scuola. An­
ders dovette mettersi a tavola e mangiare, ma non riu­
scì a mandar giù niente. Si affrettò a salutare e ad usci­
OSPITE DELLA REALTA 49

re, gettando dalla porta ancora una lunga occhiata alla


nonna.
Con la sorella camminò nella neve dirigendosi verso
la scuola. L’aria era gelida, regnava un silenzio strano,
la città pareva deserta, sulle scale delle case non si ve­
devano orme, come se nessuno le abitasse. Cammina­
rono l’uno dietro l’altro senza scambiare parola.
Suonò l’ora dal campanile; Anders trasalì, pensò che
cominciassero a suonare le campane della chiesa; invece,
era soltanto la mezza.
Dalle altre vie giunsero lo strepito di ragazzi che
arrivavano a frotte, gridando e urtandosi. Nel parco
davanti alla chiesa ritrovavano sotto la neve le piste
per scivolare, prendevano la rincorsa e partivano in lun­
ghe file, ruzzolando e rialzandosi. Anche Anders e la
sorella si provarono, ma scivolarono per brevi tratti,
senza slancio; quella mattina era come se non avessero
compagni.
L’intervallo per la colazione era di due ore. Seduto
nel banco, Anders cercava di seguire le parole che leg­
gevano, di aggrapparsi ad esse per non sentirsi solo,
per restare con gli altri. Ma non vi riusciva. Mentre
ascoltava intento, e percepiva con esattezza ciò di cui
si parlava, pensava che ora lui si trovava là seduto a
lezione... e subito si allontanava da tutto.
Di che cosa mai cianciavano? Le parole urtavano con­
tro le pareti, traversavano l’aula, e non significavano
niente.
Discorrevano di Dio: anche là, come a casa, come
dappertutto! Ma che cosa importavano tutte quelle cian-
ce? Credevano forse che servissero a qualcosa?
Dio, a lui non importava più molto. Non era più
come prima. E in realtà, egli non ne aveva mai capito
gran che; ben altro era ciò che valeva.
50 OSPITE DELLA REALTÀ

Oh, se avesse potuto correre nel bosco, ottenere un'ora


per correre laggiù a precipizio, prima che fosse troppo
tardi, correre con tutte le forze, arrivare esausto, ansan­
te su quella pietra, e là gettarsi in ginocchio...
Se glielo avessero permesso ! Avrebbe detto che egli
doveva correre via, per una cosa che superava in im­
portanza tutte le altre...
No, nessuno l’avrebbe capito. Come esprimersi ? Dire
che doveva correre nel bosco? chi avrebbe compreso
una simile necessità? Dire che egli doveva pregare, im­
plorare in ginocchio sopra una pietra, pregare sentendo
un fuoco dentro, affinché tutti vivessero, affinché tutti
vivessero !...
Si eccitava, non sapeva che cosa accadeva intorno a
lui. Non si accorse dell’intervallo di riposo, non si ac­
corse di essere rientrato in aula e di avere ora un altro
insegnante che certo trattava di altri argomenti...
Sì, ma parlavano sempre troppo. Parevano non sa­
pere che una sola cosa importava, e sempre pensavano
ad altre. Mai non pensavano alla morte.
Squillò il campanello, e furono lasciati liberi; il cor­
ridoio echeggiò di colpi e di grida. Nel cortile si scam­
biarono palle di neve nella testa, le ultime prima della
colazione.
Anders e la sorella se la svignarono in silenzio verso
casa. Non sapevano se affrettarsi o camminare adagio;
fecero l’ultimo tratto di strada quasi di corsa.
Ma la nonna non era ancora tornata dalla visita del
medico. In casa c’erano soltanto le sorelle, sedute ad
aspettare. Anders si accoccolò vicino alla finestra, a
guardare, e pareva pronto per un balzo. Il cuore gli bat­
teva forte, aveva gli occhi accesi come per la febbre.
Finalmente vide giungere la mamma e la nonna, con
passo lento. Sembravano due vecchie, anche a causa del­
lo scialletto; ma la mamma indossava il mantello coi na­
OSPITE DELLA REALTÀ 51

stri. Salutarono un manovale, la cuoca che sporgeva la


testa dalla cucina del ristorante, poi sparirono nell’an­
dito.
Entrarono nella stanza accolte da tutti i ragazzi, si
sedettero e cominciarono a dare notizie.
Per la nonna non c’era più niente da fare; ormai,
era troppo tardi. Il medico l’aveva visitata con cura, era
stato molto cordiale e gentile. Ma purtroppo non c’era
rimedio. Si trattava di un cancro, e ormai vecchio. —
Sicuro — confermò la nonna; — sia fatta la volontà
di Dio.
Era la mamma che raccontava; la nonna interveniva
soltanto con qualche frase. — È strano — disse — co­
m’è stato gentile e buono con me. — Aveva infatti
sentito dire che di solito quel medico era duro con la
gente, tanto che molti si facevano scrupolo di andar da
lui. Invece con lei aveva parlato a lungo, affettuoso come
con un bambino. E non aveva voluto nulla per il suo
disturbo, aveva detto che la spesa sarebbe stata troppa
per lei. Pensare che dagli altri si faceva pagare molto!
E ne aveva il diritto, un professore così istruito. Si era
proprio comportato da persona di cuore.
I ragazzi, che facevano cerchio all’intorno, prorup­
pero in singhiozzi. Indietro, quasi in disparte, Anders
protendeva un viso livido e stravolto fissando la vec­
chia che, con la mamma, sedeva sotto la finestra striata
di ghiacciuoli. Le due donne sembravano non giudi­
care tremenda la cosa; anzi la mamma aveva parlato
come se la nonna non fosse stata presente. Però conti­
nuava a carezzarle la mano, a occuparsi di lei, le acco­
modava lo scialletto, le rassettava le pieghe della sotta­
na. Nei rapporti fra le due donne era sopraggiunto qual­
che mutamento; ora la nonna era come una bimba che
la buona mamma guidava e vezzeggiava. La vecchietta
pareva quasi confusa di ciò che le accadeva, a tratti
52 OSPITE DELLA REALTÀ

occupata piuttosto dall’esteriorità dell’avvenimento. Li­


sciava lo scialletto che le scendeva sulle ginocchia, il
fine scialletto nuziale con le rose stampate. Poi parve
pensare che forse i ragazzi volevano sapere quanto tem­
po ancora le restava da vivere. Disse che lo aveva do­
mandato al medico, perché voleva conoscere le proprie
condizioni, in modo da essere pronta per quando fosse
venuta l’ora. Ma il medico s’era voltato dall’altra par­
te e aveva risposto che non lo sapeva. Allora lei aveva
capito benissimo e s’era pentita della domanda. —- Eh,
già — dissi al medico, — queste son cose che non si
sanno.
Fuori, i treni arrivavano e partivano con segnali di
fischi, cominciava per la stazione il periodo di maggior
movimento. Nembi di fumo scorrevano contro i vetri
delle finestre assottigliando il ghiaccio. La mamma disse
che ora bisognava prendere una goccia di caffè. La non­
na approvò contenta, le ragazze andarono a preparare
la bevanda.
Sedettero a tavola e fecero colazione, senza parlare
molto. I ragazzi sospiravano, si curvavano sopra le taz­
ze, a tratti uno levava di tasca il fazzoletto e piangeva
di nascosto. Anders non volle prender niente, continuò
a passeggiare intorno a loro, tra la finestra e la porta,
bianco in viso. Aveva gli occhi asciutti, ma anche spen­
ti. Una volta la nonna incontrò il suo sguardo sconvolto
e gli fece un cenno, abbozzando un sorriso. Il viso del
ragazzo non cambiò, ma egli non fu capace di guardar­
la negli occhi.
Finito il caffè, la vecchia si alzò. — Ora, devo pro­
prio tornarmene a casa. Venite presto a trovarmi, fi­
gliuoli cari.
Allora la commozione proruppe, i ragazzi non pote­
rono più frenare il pianto. Anche la mamma aveva le
lacrime agli occhi, però non pianse. — Sì, mammina
OSPITE DELLA REALTÀ 53

— rispose; — ora verremo più spesso di prima.


— Farete proprio bene a non dimenticarci — repli­
cò la vecchia.
Era la prima volta che la morte si affacciava in quel­
la casa, perciò li turbava con tanta violenza. Sentivano
com’erano uniti fra loro, non potevano darsi pace che
uno se n’andasse, dovesse privarli della sua presenza.
Tutto il fervore che custodivano nei loro cuori irrom­
peva, facendo sentire ancora più la loro intima coe­
sione. Ma anche li fortificava e li soccorreva in mezzo
al dolore.
Soltanto Anders si sarebbe detto estraneo alla calda
corrente che li percorreva. Si ritirò nell’altra stanza, e
di là li guardava, senza una lacrima alle ciglia. Gli
altri si stringevano intorno alla nonna, le facevano ca­
rezze: lui no. Pareva che non l’amasse quanto gli altri.
— Ho da sbrigare qualche faccenduola in città —
riprese la vecchia, mentre l’aiutavano a ravvolgersi nel­
lo scialle e glielo annodavano dietro. Doveva andare in
un negozio di ferramenta a comprare alcune madreviti
per il trinciapaglia. Poi Emilio voleva un etto di ta­
bacco da fiuto, di quello che vendeva Lundgrens : lo zio
diceva che lo faceva starnutire molto meglio. Infine
doveva comprare mezzo chilo di caffè per la gente che
avrebbe macellato il maiale la settimana dopo.
La mamma le fece promettere che non avrebbe par­
tecipato alla macellazione: non avrebbe resistito, uno
prendeva troppo freddo. — Potete ben capire che se
ci vado è per forza — le scappò detto. — Hanno an­
cora bisogno di me.
—- Mi domando — proseguì, ed era già sulla porta
— come se la caveranno quando io non ci sarò più;
costa troppo ricorrere agli altri, e poi non arrivano mai
a tutto.
Si annodò lo scialletto, se lo accomodò sulla testa.
54 OSPITE DELLA REALTÀ

— E ora me ne vado proprio. Grazie per tutto.


Partì, reggendo con una mano il recipiente vuoto del
latte.

La nonna visse ancora un anno. Durante l’estate poté


prestare il suo aiuto nei lavori della falciatura del fie­
no, e fece qualcosa anche quando si trattò di riporre la
segale; poi dovette mettersi a letto. Dalla città venivano
spesso a farle visita fra un treno e l’altro, ad accertarsi
delle sue condizioni. Anders non voleva accompagnarli,
adduceva ora una scusa ora l’altra, e il più delle volte
10 lasciavano a casa. Tuttavia qualche volta dovette an­
dare egli pure. Quando s’avvicinavano alla fattoria, il
suo pallore aumentava. Quando entravano ed egli do­
veva stringere la mano alla malata, pareva farlo con­
trovoglia. Quasi non la guardava, certo non negli oc­
chi. Gli altri si comportavano come di consueto, face­
vano finta di niente, solo si mostravano più affettuosi
con la vecchia. Per lui invece, essa era come già tra­
sformata, già morta. A tratti la nonna lo guardava a
lungo; forse pensava che le era meno affezionato di
quanto ella credesse.
Non appena poteva, Anders usciva alla chetichella, a
passeggiare per i viali del giardino. I fiori non avevano
profumo, nessuno odorava fra quelli della nonna spar­
si dappertutto. Egli vagava lungo gli arbusti del ribes,
ricordando le ore passate vicino ai grappoletti, nell’aria
calda di sole: la nonna veniva, si fermava sulla scala.
Guardava nel fogliame il posto ove essa soleva sedere
a sgusciare piselli: ora là c’era come un gran buco. Tut­
to era cambiato, nulla più somigliava a prima. Eppure
11 sole continuava a splendere, come nei meriggi d’esta­
te. Sennonché tutto era ormai segnato, pareva non es­
sere più a posto.
Passava per un varco praticato nella siepe di bianco­
OSPITE DELLA REALTÀ 55

spino e si fermava a guardare la campagna. Essa pure


era del tutto vuota. C'erano sempre i campi coltivati,
i terreni pietrosi recinti da steccati, i poderi sparsi qua
e là... Tuttavia il paesaggio era vuoto. Sui prati sem­
brava fosse passata una mano che aveva cancellato tutto,
che non aveva lasciato più niente. Ogni cosa era se­
gnata, e non più al suo posto.
Qualcuno usciva e lo chiamava. Allora egli s’acquat­
tava dietro la siepe.
Poi, cautamente, scendeva al rustico, dall’apertura
guardava le stalle vuote dove aveva aiutato a mungere
le mucche. L’aria dentro era calda e odorava di latte,
soprattutto nelle sere d’inverno quando fuori il freddo
pùngeva. La nonna soleva appoggiare la fronte contro
la mucca della quale s’occupava; se entrava qualcuno,
non lo udiva perché il latte cantava sgorgando nel sec­
chio. Anders passava dietro il rustico, camminava lun­
go una siepe di sorbi e ginepri, faceva il giro della fat­
toria; a tratti guardava le finestre della stanza dove sa­
peva che stava la nonna con tutti intorno.
Linalmente giungeva l’ora di recarsi al treno. Allora
il ragazzo entrava e, come gli altri, salutava la malata;
questa lo guardava a lungo, come se capisse che egli
non si affliggeva troppo per lei. Sempre egli aveva tale
sensazione, e ne provava tormento.
Ricordava in particolare un giorno d’estate che era
venuto alla fattoria con la mamma. Salendo per il viale,
avevano veduto la vecchia intenta a raccogliere patate
nell’orto. Ne riempiva un catino per la colazione. Sta­
va inginocchiata sulla terra, perché il male le impediva
di curvarsi. Quando aveva finito, non era stata capace
di alzarsi; la mamma e lui avevano dovuto aiutarla. E
in principio la vecchia aveva stentato a tenersi in piedi,
aveva vacillato come per abbattersi al suolo; gli occhi
vitrei parevano non vedere niente. Anche Anders aveva

4.
56 OSPITE DELLA REALTÀ

tremato, quasi che egli pure non fosse più capace di


tenersi ritto e di sostenerla; la mamma intanto la pu­
liva del terriccio e l’aiutava a entrare in casa.
Quella volta egli aveva dovuto allontanarsi, si era
appartato e aveva pianto. Era stata l’unica volta che era
riuscito a piangere.
Nel suo terrore della morte vi era qualcosa d’inuma­
no. Egli pareva incapace della compassione vera e pro­
pria. Tutto era annientato dalla paura per ciò che ac­
cadeva alla nonna. La vedeva di continuo, ogni giorno,
da mattina a sera, davanti a sé. Ma, per così dire, non
pensava precisamente a lei, bensì al fatto che essa do­
veva morire, alla mostruosità che fra loro si aggirasse
una persona destinata a sparire presto. Quasi egli non
sapeva di che persona si trattava. Quando se ne sovve­
niva, si aggrappava al ricordo della nonna quale era
prima, quando viveva realmente, quando non doveva
ancora morire. Ora la nonna non esisteva più, si sen­
tiva che essa non era là, che non apparteneva a loro.
Bisognava ricordarla.
Vi era qualcosa di inumano in quel disperato aggrap­
parsi alla vita... qualcosa di ostile alla vita stessa.
Durante l’inverno, quando dovette restare a letto, la
vecchia si consumò lentamente. Li lasciò a poco a poco,
non li vedeva più distintamente e non sempre seguiva
con la mente ciò che le dicevano. Neppure poteva occu­
parsi delle faccende della fattoria, a tratti domandava
se avevano provveduto a questa o quella cosa, ma pa­
reva non udire la risposta. Una sera aveva domandato
dove si trovava. Quando le risposero che stava nella
stanzetta, si stupì, le era sembrato che la stanza fosse
molto più grande.
Di questi ed altri particolari dava notizia il foglio
che ogni mattina arrivava col latte della fattoria. Era un
inverno rigido, il foglio era sempre gelato, la mamma
OSPITE DELLA REALTÀ 57

doveva scaldarlo col respiro per poterlo svolgere senza


guastare lo scritto. Andò sempre più di frequente alla
fattoria, e verso la fine si fermò là, a vegliare, in com­
pagnia del padre, la moribonda. Il vecchio leggeva la
Bibbia, seduto presso la finestra. Lei assisteva la malata,
andava e veniva in silenzio, si curvava per udire i de­
sideri bisbigliati. Il marito non riusciva più a udire quel­
la voce; allora lei bisbigliava alla figlia per dirle che
udiva ancora le parole della Bibbia. Perciò il vecchio
leggeva sempre. Fuori, la neve formava alti cumuli con­
tro le finestre; in altri punti si scorgeva la terra nuda;
in quell’inverno molti alberi da frutta morirono per il
gelo.
Una sera tutti i ragazzi partirono per dire addio alla
nonna, ma essa già non li distingueva più bene. Al­
cuni giorni dopo, giunse col latte l’annuncio della morte
dato dalla mamma.
Anders lo ricevette quasi con sollievo. Le sorelle per
tutto il giorno non fecero che parlare della nonna, rie­
vocando questo e quel ricordo, spesso di anni lontani :
che cosa aveva detto una certa volta, come s’alzava pre­
sto ogni mattina, quali croccanti sapeva preparare, come
coltivava i suoi fiori, le sue peonie, come una volta da
ragazza s’era smarrita nel bosco. Anders partecipò con
ardore alle rievocazioni : egli pure ricordava molte cose.
E, discorrendo, altre gli venivano in mente; dovunque
si parlava della nonna, in cucina o nella stanza, egli in­
terveniva, acceso in viso, con occhi lucenti... Era come
se la nonna rivivesse !
La mamma tornò a casa, per preparare i vestiti a
lutto per i figli: le ragazze, i due maschi, tutti dove­
vano venire al funerale. Anders quell’anno doveva fa­
re la prima comunione; ebbe così il vestito nero prima
dei suoi compagni di scuola. Non aveva mai avuto un
abito nero, e ora provava un’impressione strana. La gen-
58 OSPITE DELLA REALTÀ

te guardava il crespo del lutto intorno al berretto. Spe­


cie quando i fratelli uscivano insieme, e c’era anche
la mamma - e tutti erano vestiti in nero - la gente li
guardava, cedeva il passo, salutava in un modo parti­
colare. Finiva per diventare opprimente il camminare
tutti insieme per le vie; si aveva la sensazione di essere
diversi dagli altri.
Una domenica mattina per tempo partirono per il
funerale. Davanti ai cancelli e per tutto il viale, la neve
era stata battuta. Il giardino appariva squallido nella
rigida giornata, ma dentro faceva caldo. C’erano già al­
cune persone, la più parte vecchie che si scaldavano le
dita vicino al focolare ove la legna di pino ardeva scop­
piettando e sprizzando scintille sul pavimento. Questo
era stato appena lavato e le vecchie camminavano sol­
tanto sulle stuoie, bisbigliando e salutandosi, col fazzo­
letto stretto in una mano. Quando entrarono i parenti
a lutto della città - mamma, babbo e tutti i ragazzi -
la stanza si fece ancor più silenziosa. Tutte le vecchie
si fecero avanti e strinsero a lungo la mano ai congiunti.
Poche parole furono dette. Soltanto in mezzo alla stan­
za c’era un uomo allampanato, dalla barba rossa, che
da pochi anni s’era stabilito da quelle parti e che par­
lava a voce alta.
Continuò ad arrivar gente. I veicoli si fermavano giù
presso il rustico, e ne scendevano vecchie ravvolte in
scialli; per il viale era una continua processione, e la
maggior parte erano persone anziane. Anche fuori, sulle
altre strade, si vedeva gente che a piedi, non posse­
dendo mezzi di trasporto, si dirigeva verso la fattoria.
Molti erano invitati; neppure quelli della fattoria ave­
vano cavalli, ma se li erano fatti prestare per il fune­
rale. Entrarono in lunga fila: contadine alte e magre,
sdentate, col petto infossato, in abiti neri che odoravano
di naftalina; uomini dei poderi vicini, insaccati in lar-
OSPITE DELLA REALTÀ 59

ghi vestiti. Riempirono tutta la casa, comprese le stanze


del piano di sopra, sgombrate delle cipolle e delle mele
sparse sul pavimento; anche lassù c’era gente, e sotto la
si udiva passeggiare.
Fu aperta la porta della stanzetta a pianterreno, e una
corrente d’aria gelida percorse tutta la casa. Solenne­
mente tutti si diressero verso quella porta. Un odor di
bagnato saliva dal pavimento che non aveva potuto
asciugare per causa del freddo; a quell’odore si mesco­
lava l’altro dei rametti d’abete sparsi per terra, coperti
di neve che appena cominciava a sciogliersi. Tutti si
affollarono avanti per vedere la morta per l’ultima vol­
ta, per dirle addio. Vecchie che la conoscevano sin da
bambina, che avevano la testa tremula per l’età; massaie
più giovani che non la ricordavano diversa da ora; vec­
chi che con lei avevano ballato in giovinezza alla Fiera
di Harakulla, giovani contadini di Bolsgaard e di Ju-
targaard ai quali Emilio aveva offerto caffè e acquavite.
Anders non si fece avanti; guardava fra quelli che erano
in prima fila, vedeva un po’ della fronte e dei sottili
capelli se qualcuno si spostava. Ad un tratto scorse la
bocca aperta, perché la mascella s’era allentata; allora
ebbe un guizzo e si ritrasse dietro agli altri, in modo
da non vedere più niente. Invece Helge, il fratello mag­
giore, rimase vicino alla morta per tutto il tempo. Fra
i ragazzi, era stato quello che più le aveva voluto bene,
che più era rimasto con lei; e non gli faceva paura che
ora fosse morta, quasi neppure se ne meravigliava. L’a­
veva aiutata a raccogliere il fieno, a sorvegliare le be­
stie al pascolo, aveva coltivato le rape e le vecce, pescato
i pesci persici nel fiume, innaffiato al mattino i vasi di
fiori, dato la caccia alle anguille. Quasi apparteneva più
alla fattoria che alla città, nessuno somigliava a quei
campagnuoli più di lui. Piangeva sommesso, perché le
aveva voluto bene.
60 OSPITE DELLA REALTÀ

Quando s’accinsero a mettere il coperchio alla bara,


Anders sentì come un impulso di precipitarsi avanti.
Bisognò aspettare un poco, perché prima il nonno volle
carezzarle una guancia. L'avvitatura del coperchio ri­
chiese molto tempo; soltanto quando fu finita, Anders
sentì come una cosa orribile che lui solo fra tutti non
avesse dato l’ultimo saluto alla nonna. Ma ormai era
troppo tardi, ed egli si tranquillizzò, riflettendo che po­
teva mettersi a piangere, come facevano gli altri.
Jakob di Skärvet, un vecchio venerando dai capelli
bianchissimi che gli scendevano lunghi per le spalle,
intonò un salmo. La voce era opaca, ma non tremava;
era stato fabbriciere per la più parte della sua vita, ave­
va cantato nei funerali a memoria d’uomo. Portarono
fuori la bara.
Davanti alle slitte i cavalli scalpitavano, impazienti
di muoversi. I conducenti, nei loro spelati cilindri, li
minacciavano con la frusta, li tenevano per il morso,
aspettando che le vecchie salissero. La bara fu collocata
sulla prima slitta, condotta dai giovanotti di Jutargaard,
perché il cavallo era il loro. Nel rustico le mucche mug­
givano, le galline andavano sotto le stanghe a beccar
l’avena. Ora tutti erano pronti e il corteo si mise in cam­
mino.
Vicino ai cancelli rimase il nonno, la cui salute era
troppo incerta perché egli potesse partecipare all’accom­
pagno; continuò a fare cenni di saluto finché non scom­
parvero alla sua vista. — Ti raggiungo presto, Stina —
aveva detto alla bara.
La strada alla chiesa seguiva il corso del fiume, gela­
to vicino a riva. E gelati erano anche i pascoli, tutti i
campi. Le fattorie avevano lo squallido aspetto inver­
nale, di quando gli alberi non le proteggono, come di
solito, col loro fogliame. Parevano abbandonate. In
effetti gran parte degli abitanti era nel corteo funebre,
OSPITE DELLA REALTÀ 61

sedevano nella lunga fila di slitte che avanzava lenta,


come un carreggio dal carico troppo pesante. I pattini
delle slitte s’incagliavano nei tratti senza neve; la gente
sobbalzava sui sedili, guardandosi intorno. In testa, sul­
la bara, sedeva un giovanotto, fra pochi fiori che veni­
vano dalla città.
Quando giunsero davanti alla chiesa, le campane co­
minciarono a suonare. Le finestrine del campanile erano
aperte; lo scampanio si diffuse per tutti i dintorni, per
le campagne deserte, sino ai villaggi sparsi, sino alle
fattorie sperdute nei monti boscosi. Dovunque l’udiva­
no, gli uomini si toglievano — com’è costume — il cap­
pello, le donne s’inginocchiavano. In una borgata al li­
mite estremo del comune, alla finestra aperta d’una casa
sedeva una vecchietta, ravvolta in uno scialle per resi­
stere al freddo. Era la più vecchia della parrocchia, era
tutta curva e rattrappita, da molti anni non usciva dalla
sua stanza; ma aveva ancora i capelli nerissimi, senza
un filo grigio, e i suoi occhi bruni scintillavano. Era la
madre del babbo. Forse nelle sue vene scorreva sangue
forestiero, certamente aveva qualcosa di insolito nella
persona, perché da quelle parti nessuno era così scuro
di capelli. E in certo modo pareva più fine delle conta­
dine, sebbene fosse più povera di loro; da fanciulla
aveva studiato insieme con signorine della nobiltà. Ora
sedeva là in ascolto, con la Bibbia sulle ginocchia, da­
vanti alla finestra aperta; ascoltava le campane che suo­
navano per la vecchia Stina, e quando echeggiarono i
primi rintocchi funebri, congiunse le mani, curvò in
avanti la piccola testa: i passeri si levarono a volo dalla
fascina fissata contro lo stipite della finestra, si sparsero
per l’aria.
La chiesa sorgeva sopra una collinetta, di poco rilievo
come tutte in quella regione. Tolsero la bara dalla slitta
e la portarono su per il declivio. Le campane rimbom-
62 OSPITE DELLA REALTA

bavano proprio sopra la testa; fuori, fra le tombe, vi


erano pallide catecumene, fanciulle che tenendosi per
mano guardavano immobili il corteo: era l’epoca della
preparazione alla prima comunione, sia in città che là,
nelle campagne.
La benedizione della salma ebbe luogo nella chiesa.
Anders sapeva che ora cominciava il peggio. L’organo
emise i primi accordi : poi sarebbero seguiti i salmi più
tremendi, le parole più orribili che egli conosceva. Si
rannicchiò nel banco, guardando fisso davanti a sé. Ma
i fedeli intonarono il canto come in un fervore estatico;
chiare voci di bimbi s’innalzarono dalla tribuna, tutta
l’adunanza fece coro con molte voci di vecchi, il fra­
stuono dell’organo rimbombò sotto la volta:
« Io vado verso la morte dovunque io vado... »
Era come se la vita non esistesse più, se non biso­
gnasse vivere - a che cosa servivano quelle ciance?
Tutti parevano intontiti, ansiosi di abbandonarsi a
qualcosa di vicino e di caro, più certo di ogni altra co­
sa. E il prete recitò:
— Dalla terra sei venuta. Alla terra ritornerai...
Se almeno avessero finito presto! Quella lunga ceri­
monia intorno alla morta era una cosa orribile.
E poi dovettero accompagnarla sino alla fossa!
Al corteo partecipò tutta la gente che c’era in chiesa,
i non invitati per ultimi. La fossa scavata da poco si
scorgeva da lontano perché le zolle formavano un alto
mucchio a fianco; avevano dovuto far forza con le leve
perché lo strato di ghiaccio aveva uno spessore di tre
piedi.
Tutti fecero cerchio all’intorno, si udì la bara scen­
dere al fondo.
La scena fu meno penosa di quanto Anders si aspet­
tasse. Tutto ciò che accade all’aperto è più lieve. Sof­
fiava un vento rigido che intirizziva; nelle soprascarpe
OSPITE DELLA REALTÀ 63

entrava la neve. I ragazzi coi quali aveva giocato erano


là intorno e lo guardavano. La solennità del momento
non era opprimente. Quando gettò nella fossa i suoi
fiori, poté piangere.
Poi assistettero alla messa grande, poi tornarono alla
fattoria, formando come prima una lunga fila di slitte.
Nel frattempo era caduta un po’ di neve, cosicché si
procedeva meglio anche sul terreno scoperto. I cavalli
corsero a loro piacimento, e il tragitto non fu lungo.
Sulla scala stava ad accoglierli il nonno; guardò la slit­
ta vuota che veniva per ultima. La mamma gli fece una
descrizione accurata di tutto il funerale, dal principio
alla fine. Egli s’informò anche dello stato della strada,
perché la mamma aveva omesso qualche notizia.
Ma la colazione aspettava, imbandita su due lunghe
tavole collocate in un angolo; vi era abbondanza di
cibi, e dalla cucina entrarono nembi di fumo quando
aprirono la porta. Le vecchie andarono a sbirciare il
pasto, gli uomini si fregavano le mani per scacciare il
freddo, e si preparavano all’acquavite.
Si sedettero a tavola, e là rimasero sino alla sera. I
singoli piatti erano portati intorno, uno dopo l’altro:
semplici, ma parecchi, e in quantità copiosa. Bisognava
servirsi di ognuno, almeno una volta, benché certi fos­
sero quasi uguali. Era un’opulenza che nutriva, non sol­
tanto piaceva al palato. Gli uomini bevevano acquavite.
Durante la prima ora sedettero composti e silenziosi,
poi diventarono loquaci, intrecciarono conversazioni da
un capo all’altro della tavola, si concessero sfogo. Sede­
vano così stretti che appena potevano muoversi. Le se­
die, prese a prestito in diverse case, erano allineate
l una contro l’altra; in fondo, verso la porta, vi era sol­
tanto una tavola che serviva da sedile, e la panca che
d’estate stava sotto la pergola. Quando qualcuno dei vec­
chi seduti contro il muro voleva uscire, tutti gli altri
64 OSPITE DELLA REALTÀ

dovevano spostarsi : l’incomodo non passava inosserva­


to, e le donne, che mai non si muovevano, protestavano
bonariamente. La vivacità dei commensali aumentò col
passar del tempo e via via che il calore riempiva loro
e la stanza. Nel camino ardeva un bel fuoco, favorito
dalla temperatura del locale. Molti sudavano.
Il benessere crebbe. Vecchi che godevano fama di
motteggiatori si animarono, cominciarono a tastare il
terreno con ampi sogghigni, a stuzzicarsi a vicenda. I
commensali intorno ascoltavano, le donne con la testa
di traverso. Altri invece parlavano di cose serie, delle
giovenche che dovevano partorire, dei preparati di cal­
cio, di superfosfati, di bonifiche e di coltivazioni. Ma
a voce alta, affinché tutti sapessero come la pensavano
loro intorno a certe cose e in quel preciso momento.
Oltre ai contadini c’era Massa-Janne, un ometto che
faceva il sarto, nativo della parrocchia; scherzava sem­
pre quando parlava, e aveva preparato gli abiti a tutti
quegli omaccioni. Quando prendeva loro le misure, do­
veva salire sopra uno sgabello, e si irritava di tale ne­
cessità; tuttavia sapeva tener testa ad ogni frizzo e ri­
cambiarlo a dovere. Il mugnaio, l’unica persona grassa
fra la gente dell’accompagno, aveva un posteriore che
traboccava dalla sedia e si incastrava fra le assicelle del­
la spalliera. Anders, che gli sedeva vicino, vide che il
cespuglio di peli dentro l’orecchio era bianco di farina.
In fondo, presso la porta, rannicchiato sulla panca del
giardino, stava Peter di Lyckan, un poveraccio sparuto
che non possedeva terra. Non diceva mai una parola,
non alzava mai gli occhi, teneva sempre la testa arruf­
fata china sul piatto. Dicevano che non mangiasse per
alcuni giorni quando supponeva che sarebbe stato invi­
tato. A volte sbagliava nei conti; allora mangiava una
seconda volta. A casa si preparava una zuppa di patate
e pane secco nel cassetto della tavola, pronto a chiù­
OSPITE DELLA REALTÀ 65

derlo se entrava qualcuno. Ma era realmente povero, ave­


va bisogno di cibo: e del suo e dell’altrui. E su ciò nes­
suno trovava a ridire, benché talvolta si prendessero un
po’ gioco di lui. Si era seduto lontano da tutti, vicino
alla porta, sia perché era il più modesto di tutti, sia
perché là c’era più buio, nessuno vedeva la quantità di
cibo che egli si metteva sul piatto.
Verso le cinque, dopo le numerose portate di carne,
vennero in tavola i dolci; era già scesa la notte. Tutti
avevano portato il loro contributo: torte al formaggio,
pasticcini con la crema, focacce d’ogni specie. Erano su
per giù uguali come sapore, ma ognuno riconosceva
sulla tovaglia i suoi, e ogni massaia stava attenta che
tutti assaggiassero le sue specialità. Niente sazia più di
un simile sistema. I commensali si drizzavano, gemeva­
no per il piacere, tutti riconoscevano di essere trattati
con larghezza, persino Peter di Lyckan si riscosse e timi­
damente spinse lo sguardo lungo la tavola.
Anders trovava piacevoli tutto quel brusio e quel ca­
lore, quella compagnia di vecchi e di vecchie che chiac­
chieravano e mangiavano, senza più un ricordo di ciò
ch’era accaduto prima. Ci si sentiva al sicuro in quella
stanza. Il fuoco scoppiettava, il caldo rendeva sonno­
lenti. Egli sedeva contro il muro; alle spalle degli altri,
i vetri delle finestre erano bui; ma, dentro, la luce non
mancava. Al centro della tavola lunga era collocata la
grande lampada a petrolio; ad un’estremità, l’altra pic­
cola; quelli vicino alla porta avevano candele: c’era luce
per tutti. Al posto d’onore, accanto al prete, sedeva la
mamma, pallida e silenziosa. Perché non parlava con
nessuno ?
Il pranzo volse alla fine. L’ultima portata, e la più
signorile, fu una torta che proveniva dalla città, guar­
nita in bianco e nero, con una gran croce nera al mezzo.
Fu molto ammirata, tutti dovettero assaggiarla. Anders
66 OSPITE DELLA REALTÀ

trasalì quando il vassoio si avvicinò a lui. Lo fece pas­


sare avanti senza servirsi, benché vedesse che egli non
aveva mai mangiato un dolce così squisito. Il mugnaio
si prese un grosso pezzo di croce e lo inghiottì in un
boccone.
Finalmente si alzarono; il prete recitò con voce solen­
ne la preghiera di ringraziamento per il pasto.
Furono aperte le porte, e gli invitati si sparsero per
le varie stanze. Il vestibolo era pieno di abiti, come se
nella casa dimorasse un’intera parrocchia; a stento si
passava, tra i mucchi di pastrani che odoravano di fieno
e di stalla. Ma al piano di sopra non era salito nessuno,
e là si respirava la frescura giusta dopo tutto il caldo
del pasto. Era rimasto un vago odore di mele e di ci­
polle; dietro lo specchio stava un mazzetto di lavanda,
dal quale la nonna soleva staccare qualche spiga quando
andava in chiesa. Là fu offerto il caffè; con paste secche
per le donne, cognac per gli uomini. Presto anche quel­
la stanza si riempì di gente e diventò calda; gli ospiti
discorrevano passeggiando.
Anders non sapeva proprio che cosa fare. Era il più
giovane di tutti, non aveva nessuno della sua età con
cui intrattenersi. Gironzolò un poco senza una meta, si
appoggiò a una parete, socchiuse la porta della cucina,
com’era solito fare: là c’erano donne che egli non co­
nosceva, lavavano le stoviglie, disponevano in alte pile
piatti e scodelle di porcellana, che non appartenevano
alla fattoria, che portavano una rosa al centro. Poi salì
al piano di sopra, guardò nelle camere, stette in ascol­
to. In una sedevano donne; nell'altra vecchi vocianti
sopra i bicchieri col grog: l’aria era densa di fumo,
parlavano tutti in una volta, nessuno riusciva a farsi
udire, vi era soltanto tumulto e rumore. Là si trattenne
compiaciuto; tuttavia dopo un po’ scese di nuovo al
piano terreno. Il cartone sulla parete della scala raffigu­
OSPITE DELLA REALTÀ 67

rava, con rozzo dipinto, la strada dalla fattoria alla


chiesa: la fattoria in basso, la chiesa in alto con intor­
no alcune croci e betulle, e la strada che serpeggiava
seguendo le curve della ringhiera. Ma quella sera Anders
non si fermò a guardarlo, scese in fretta. Socchiuse la
porta d’ingresso, e uscì sulla scala esterna.
C’era un buio fitto. L’aria era fredda, ma non passava
un soffio di vento. Vicino ai cespugli del ribes si erge­
vano, grandi e grosse, le figure di alcuni contadini; ori­
navano, facendo uno scroscio da cavalli. A oriente c’era
un debole chiarore di stelle, ma tutto il resto del cielo
era buio. Quando i contadini rientrarono, Anders rimase
solo, in mezzo al silenzio.
Giù nel rustico c’era un lume; lo si intravedeva dal­
l’apertura della stalla per le mucche, ma incerto, perché
il vetro era coperto di ragnatele. Dopo un po’ qualcuno
uscì dalla stalla, col secchio del latte in una mano, la
lanterna nell’altra, e salì per il viale; il chiarore si spo­
stava sul suolo, illuminò una sottana grigia che giungeva
sino ai piedi. La donna, quando si avvicinò alla casa
piena di luce, deviò e si diresse verso la porta della cu­
cina. Anders vide che era una donna forestiera, di mezza
età.
Dal fiume sottostante giunse lo scricchiolio dei ghiac­
ci, il gelo aumentava; allora gli venne in mente che fa­
ceva freddo e che egli era uscito con lo stesso proposito
dei contadini. Ma si recò presso il melo, perché quello
era il suo posto anche da prima.
In tutta la casa echeggiava uno strepito di voci. L’edi­
ficio era così pieno di gente che pareva scricchiolasse:
gente loquace, come tutti coloro che discorrono di rado.
Anders si fermò voltando le spalle al muro. Ed ecco,
in mezzo al brusio, percepì una voce che sembrava non
rivolgersi ad alcuno, una voce calma e chiara alla quale
nessuno rispondeva.
68 OSPITE DELLA REALTA

Il ragazzo si voltò. Da una finestra del pianterreno


non giungeva alcun rumore, come se quel locale fosse
deserto: era la stanzetta laterale.
Quando ebbe finito, Anders si avvicinò alla finestra,
e guardò dentro. Scorse il nonno, seduto sul letto nel
quale era morta la sua vecchia moglie; leggeva la Bibbia
aperta sulle pellicce davanti a lui. Indossava una camicia
pulita, del tutto nuova come si poteva vedere; anche le
lenzuola erano ancora gregge, la coperta - senza una
piega - non era mai stata adoperata prima d’allora. I
bianchi capelli scendevano sulle spalle ben pettinati, non
un filo era fuori di posto. Il vecchio sedeva con solen­
nità, come a una gran festa. Sul pavimento erano rimaste
le ramaglie d’abete, in un angolo si ergevano grandi
ginepri.
Anders, ansimando contro il vetro, lo appannò. Fece
per andarsene, ma poi pulì la finestra e rimase. La crosta
gelata del mucchio di neve sul quale era salito non lo
resse più, lo lasciò sprofondare; allora sotto la neve sentì
le piante dell’aiuola di fiori. Per vedere ancora, dovette
alzarsi sulle punte dei piedi, in basso il vetro era coperto
di ghiaccio.
Il vecchio sedeva immobile. Al piano di sopra chiac­
chieravano e gridavano; egli non faceva attenzione al
chiasso, forse neppure Io udiva. Leggeva con la voce so­
nora che aveva sempre avuta, muovendo la bocca sden
tata. Anders udiva benissimo ogni parola.
Da ultimo il nonno chiuse la Bibbia e congiunse le
mani
— Amen. Nel nome di Dio onnipotente. Amen.
Ma, quando ebbe deposto il libro sulla sedia a fianco,
girò lo sguardo per la stanza e parlò di nuovo.
— Iddio Signore tuo ti sveglierà nell’ultimo giorno.
Poi si coricò, spense la candela; il buio parve in­
goiarlo.
OSPITE DELLA REALTÀ 69

Anders entrò nella giovinezza. Cominciò a vagare per


la città e fuori, per le strade di campagna, con amici
o senza, come se a casa non si trovasse a suo agio. In
realtà provava, tra i suoi, una strana oppressione: vi era
qualcosa di soffocante, di greve in quel vivere tutti uniti,
in quel reciproco appartenersi delle persone e delle cose,
in quel formare un tutto unico. I vecchi mobili, l’aria
delle stanze, le stuoie tessute in campagna, gli esseri che
vi camminavano sopra, non esistevano più come parti
distinte. Salire, varcare la soglia, salutare coloro che si
trovavano nella stanza, significava soltanto rientrar nella
prigione. E quando, dopo cena, sedevano intorno alla
lampada, le sorelle intente a ricamare, e il chiarore arri­
vava sino a metà della parete, e fuori s’udivano i treni,
quella era l’invariabile sera in casa. Il padre e la madre
leggevano, come al solito, la Bibbia, seri, angustiati dalle
parole. Sul petto gravava un peso. Eppure tutto era pace.
Tutto era quiete e tranquillità. Ma, a che cosa servivano?
La loro famiglia era un’unità compatta. Avevano ogni
cosa in comune. Vivevano come chiusi in uno spazio loro
proprio, separati dal mondo. Vivevano tutti un’identica
vita, la loro, che pareva non cambiare mai...
Erano una gente, non persone singole; bisognava rom­
pere il cerchio, evadere, diventare un essere a sé!
E Anders cominciò a evadere.
La sua ribellione non fu notata. Nessuno poteva no­
tarla. Tutto in quella casa stentava a mostrarsi, a diven­
tare esterno. Tendeva invece a depositarsi nel profondo,
a sfuggire nascondendosi, cosicché neppure loro riusciva­
no ad averne una coscienza chiara. Lo sentivano soltanto.
Tutto fra loro era soltanto sentito. E ora Anders faceva
questa esperienza: procedendo a tentoni, come di nasco­
sto, come in una caverna.
Ciò che accadeva era un avvenimento crudele, simile
70 OSPITE DELLA REALTÀ

a un parto; lo accompagnavano sofferenza ed ansia, l’an­


goscia per una vita nuova e per una preesistente. E an­
che c’era come un senso di nausea, perché qualcosa tra­
sformandosi si dissolveva, si corrompeva. Quale muta­
mento !
La bestia, quando deve partorire, si trascina lontano,
nella sua tana, nel buio, grida là dove nessuno può
udirla, gemendo recide con un morso il cordone ombe­
licale. E il cucciolo cieco fiuta il sangue assorbito dalla
terra...
Anders era martoriato da ciò che accadeva in lui.
Tuttavia seguiva, con precisione, ogni piccolo mutamen­
to, per partecipare all’evoluzione di continuo. E in certo
modo ne godeva...
Per la prima volta sentì quanto sia incongrua e frau­
dolenta la vita. Come si possa viverla a metà, in modo
falso, e tuttavia tirare avanti. La vita può costringere
uno a ciò, e insieme fare in modo che egli si trovi a
suo agio. Sotto i suoi piedi frana il terreno ed egli non
se n’accorge. Per la prima volta Anders non visse più
all’interno di se stesso, come aveva sempre fatto sino
allora.
Era l’inizio dell’adolescenza, la più brutta fra le età
dell’uomo. E con ragione perché è la più falsa, la meno
attendibile, la meno degna. Coloro che non hanno sco­
perto tale sua natura, hanno finito per ingannare anche
se stessi. La fanciullezza, l’età matura, la vecchiaia, tutte
possono essere piene di significato e sincere. L’adolescen­
za è qualcosa di indegno per il vero uomo, è, per la
personalità, la perdita delle radici, la libertà irrespon­
sabile, la disgregazione fecondante, l’insincerità, la ma­
lafede verso la stessa vita; è l’età, alla quale si chiede
il minimo e si offre il massimo. Ma Anders si trovava
ancora al principio.
Si allontanò dal Dio dei familiari, si sottrasse a lui
OSPITE DELLA REALTÀ 71

senza che alcuno se ne accorgesse. Presto, si trovò fuori


in mezzo al buio; lo circondava soltanto uno spazio
vuoto. Rabbrividì, ma di piacere; sentiva che quella era
la realtà. Lo sapeva da tempo, l’aveva sempre saputo,
almeno sin dove giungeva il suo ricordo, ed era meglio
averne la percezione reale, trovarsi davvero in mezzo al
buio... La cosa diventava più lieve; era un gran destino
da sopportare.
Solo, doveva imparare a stare quieto e fermo in mezzo
a quel vuoto; era una sorte che non meritava compianto,
che bene si addiceva a lui. Nel buio: là si sarebbe tro­
vato a suo agio.
Sennonché, doveva morire. Presto. Lo sapevano tutti.
Ma proprio con certezza? Doveva morire della malattia
di petto che aveva contratta. La gente si teneva sempre
a qualche passo di distanza da lui per evitare il contagio.
Anche i fratelli facevano così, benché lo dissimulassero
un po’ più, perché non volevano che egli lo notasse
troppo chiaramente. Tutto ciò gli straziava il cuore...
peggiorava il male. Potevano pur risparmiarsi tanta pe­
na ! Gli veniva voglia di gridarlo loro sul viso.
Che sempre si tenessero a circa due passi da lui, non
era facile da accertare. Ma poteva dubitarne? Non ave­
va forse gli occhi? Non osservava forse ogni espressio­
ne dei visi, ogni accento delle voci, ogni piccola parola,
anche quelle bisbigliate nella cucina o nella stanzetta,
dove si chiudevano a chiave: chiudevano a chiave la
porta fra le due stanze; mai per il passato s’era fatta
una cosa simile! Non sentiva forse che già comincia­
vano a compiangerlo?... Non sentiva forse la loro op­
pressione, l’angoscia che regnava nella casa, per il fatto
sinistro che fra loro s’aggirava una persona destinata
a morire presto? Egli vedeva tutto, capiva tutto. Era
così facile...
Soltanto la madre non lasciava trapelare niente, gli
72 OSPITE DELLA REALTÀ

veniva vicino come di consueto. Ma lei stava al disopra


e al di là della malattia e della morte, al di là di tutto,
non si poteva annoverarla con gli altri. Era così buona!
Temendo che egli scoprisse il minimo indizio, ansiosa
che tutto apparisse normale, che egli non intuisse niente,
ma soltanto sentisse quanto era amato, soprattutto ora,
e come si pensava a lui... non faceva che stargli intorno,
sollecita, premurosa... E così si tradiva peggio di ogni
altro !
Ora che era venuta la primavera, a colazione - quan­
do tornava da scuola - egli trovava sempre un uovo o
qualcos’altro che gli altri non ricevevano; la mamma
diceva che ne aveva bisogno. Quel supplemento di cibo
lo aspettava ogni giorno come un monito... se mai si
fosse dimenticato di ciò che lo minacciava. E la mamma
si sedeva sulla sedia più vicina, a discorrere con lui :
c’erano tante altre sedie intorno alla tavola della cucina,
e nell’intervallo della scuola in casa non c’erano che
loro due; possibile che dovesse sedersi proprio là! E
parlava di tutto, tranne di ciò cui pensavano entrambi,
parlava come per distrarlo dal suo cruccio, e con una
soavità che straziava, senza mai un rimprovero, senza
mai una parola dura, sebbene egli non andasse più in
chiesa, non recitasse più le preghiere ai pasti: tutto gli
perdonava, tutto faceva finta di non vedere...
Anders non poteva sopportare tanta tenerezza! Oh,
se avesse potuto odiarla!
Tutta quella bontà, quel traboccare d’affetti nella casa
diventavano intollerabili. Mai una raffica di vento che
spazzasse l’atmosfera. Si viveva come reclusi, riparati,
imbottiti, in una pace che congiungeva, ma non libe­
rava, non forniva aiuto. In loro vi era un fuoco che
non esplodeva mai in incendio, continuava a diffondere
un calore di cui non andava perduta la minima quan­
tità, e le fiamme non si vedevano mai... Perciò uno si
OSPITE DELLA REALTÀ 73

sentiva così oppresso dall’angoscia: mai un divampare,


un fiammeggiare impetuoso! Tutto quel fervore serviva
soltanto a una specie di riscaldamento.
E il timor di Dio dei genitori, pesante e senile, la
pace patriarcale che essi cercavano, si manifestava sol­
tanto in lunghi sospiri. Pesava quel clima, pareva vo­
lesse soffocare la vita... Bisognava ribellarsi, evadere!
La nuova dottrina che uno accettava, quella che esclu­
deva Dio e ogni speranza, che presentava la vita cru­
dele, in tutta la sua nudità, in tutta la sua sistematica
incoerenza, giovava molto più, si proponeva realmente
un bene. Ed era anche vera. Non si risolveva in una
fede; offriva soltanto la realtà.
Vero che tutto era per lui uguale, dal momento che
doveva morire. Comunque, egli doveva liberarsi, eva­
dere! Fuggire là dove l’aria era più rigida e più fred­
da: almeno avrebbe respirato, in quel poco tempo che
gli restava da vivere.
Sì, era un bene sapere che c’era il vuoto. Così, uno
si preparava a ciò che sarebbe venuto poi. Forse poteva
anche abituarsi al vuoto, cosicché non gli sarebbe più
sembrato così terribile, non avrebbe più dovuto vivere in
una disperata angoscia le brevi ore residue.
No: egli non si sarebbe mai abituato! Tuttavia assor­
biva quella dottrina, con avidità, se ne inebriava: era
come fatta per lui. Lo aiutava, gli rendeva il cuore più
duro. E gli spiegava la sua fanciullezza, tutta la soli­
tudine e la paura che l’avevano circondata, in agguato
nel buio, nonostante la tranquillità della casa, nonostan­
te tutto ciò che egli là possedeva... Aveva sentito giu­
sto! Ora sentiva anche meglio, capiva di più.
Non per questo diventò calmo o felice: tutto era su
una china, tutto mancava di un fondo... a lui non re­
stava che seguire il corso del mondo. Nulla era certo,
nulla stava saldo... si poteva anche credere in qualsiasi
74 OSPITE DELLA REALTA

cosa. Soltanto il vuoto durava immutabile all’intorno.


Soltanto l’angoscia continuava a rodere, scavando il suo
buco giù nel petto... ed egli sentiva quel buco farsi sem­
pre più grande...
Nei momenti di stanchezza, all’idea che lo aspettava
soltanto la morte, gli veniva voglia di rinunciare a tutto
quel soffrire che lo logorava: tanto, a che serviva? Era
meglio scendere alla pace eterna nel sicuro grembo della
casa, ove tutto era così tranquillo, con la mamma, se­
duta a fianco, che gli avrebbe tenuto una mano, che gli
avrebbe letto i salmi: con tanto piacere, ne era sicuro.
Eppure no. Così non andava. Bisognava rispettare
il vero : le cose erano diverse. Se anche si doveva mo­
rire, bisognava vivere la vita quale è; là in quella casa
si soffocava dalla quiete e dalla tranquillità! Era neces­
sario spezzare le catene. Lo capiva. Non pensava ad
altro...
E si eccitava... Sovente sentiva tutto il corpo infuo­
cato, come se bruciasse... Certo dipendeva dalla malat­
tia, dalla febbre... O forse dagli istinti che si destavano,
che - latenti nel ragazzo - ora prorompevano, torbidi,
inconsci, sempre più imperiosi... Forse l’eccitazione era
prodotta da loro. Egli non sapeva. Nessuno sapeva. Era
come un andare alla deriva, senza conoscenza della me­
ta... E per debole protezione, soltanto l’incipiente ru­
dezza, un tentativo di capire il valore della vita, di na­
scondere tutta la propria incertezza, lo struggente de­
siderio di altri e di se stesso.
Ma doveva morire; allora tutto diventava per lui in­
differente. Andava intorno aspettando la morte, niente
altro. Era al di fuori, come un escluso, come uno che
origlia a una porta.
Così sentiva. Così all’incirca si rappresentava il suo
caso.
Sennonché la vita è un groviglio caritatevole, non
OSPITE DELLA REALTÀ 75

una unità implacabile. Almeno per lui che di continuo


rimbalzava da un estremo all’altro.
Nella realtà esteriore, era per lo più lieto e contento.
Nessuno si sarebbe accorto di nulla, e spesso non se
ne accorgeva neppure lui.
Per un nonnulla lo animava la gioia di vivere. Ba­
stavano alcune ore di sole. O un acquazzone dopo lun­
ghi giorni di sole. O anche nulla di nuovo: una lunga
continuità simile a se stessa, una sosta silenziosa. Non
appena egli risaliva dalla sua caverna, tutto il mondo si
apriva davanti a lui, in mirabile visione. E non v’erano
difetti, limpido era il paesaggio in ogni direzione. E
ciò che vi era di bello e di ordinato acquistava allora
una grande evidenza. Sì, se voleva, non aveva che da
sporgere la testa fuori del buco...
Le sue esperienze interiori si mescolavano poi a mol­
te altre di ogni specie. D’inverno, ad esempio, quasi
ogni giorno andavano a pattinare sui laghi che copri­
vano fittamente la regione. Dove terminava uno, comin­
ciava subito l’altro. Essi varcavano gli istmi in punta
e si trovavano sulla distesa gelata successiva. Se per il
maltempo le scuole erano chiuse, i ragazzi partivano di
buon’ora per le lunghe pattinate: i laghi erano ancora
coperti della brina mattutina, il ghiaccio cantava; lon­
tano, simili a puntini, si vedevano dei vecchi immobili,
intenti a pescare attraverso il ghiaccio. Se uno si spin­
geva sino là, non dicevano parola, lo guardavano con
occhi attoniti. Ai ragazzi piaceva descrivere intorno a
loro un silenzioso cerchio e poi ripartire come frecce.
Sino al casello ferroviario di Näs si poteva arrivare con
facilità, si girava il capo e si piombava sulle galline
spaventandole con grida selvagge; quelle, come impaz­
zite, si precipitavano verso la casa. Là, come in altri
punti, vi era deriva, perché dal lago usciva un corso
d’acqua: quel tratto era sorvegliato, a volte c'erano pali
76 OSPITE DELLA REALTÀ

indicatori, a volte no. Il lago poi era sparso di isolotti


grandi e piccoli, ai quali si poteva girare intorno. Sulla
spiaggia di nord-est sorgeva lo stabilimento dei bagni,
bizzarro d’aspetto in quella stagione; a stento i ragazzi
riconoscevano il cespuglio ove d’estate appendevano gli
abiti.
A sera tarda radunavano giunchi e accendevano un
fuoco, pattinando giungevano veloci dalle insenature
con grandi bracciate di sterpaglia e le gettavano sul fuo­
co proprio nel momento in cui viravano. Le fiamme
sprizzavano, salivano alte verso il cielo, le faville vola­
vano intorno. Il ghiaccio fondeva, scricchiolava sotto il
calore, si spaccava: il rombo echeggiava lontano nel
buio.
Tornavano a casa rossi e affamati, mettevano i pat­
tini ad asciugare presso la cucina. Trovavano cibo ri­
scaldato, l’ora dei due pasti era passata da un pezzo.
Le punte delle dita dolevano loro per il freddo.
Era una vita bella, senza un difetto. E diversa dalla
sua. Ma ne partecipava egli realmente?
Certo: era capace di vivere secondo modi diversi, al­
meno secondo due. E sentiva che essi, per così dire,
non avevano nulla in comune. Poteva staccarsi dal gioco
con un taglio brusco, intonarsi ad altri scopi... Però, co­
sì facendo, recideva anche la lieta freschezza.
Ad ogni modo, egli si trovava ottimamente a vivere
così, in modi diversi. Era un’esperienza ricca e intensa.
E poteva darsi ce ne fosse il bisogno quando si aveva
davanti a sé un tempo così breve.
Quella malattia, che cos’era propriamente? Quando
non pensava ad essa, non ne provava alcun male. Sì,
si aveva pure il diritto di essere un po’ spensierati, di
lasciare che le cose andassero come volevano. E così ap­
punto egli faceva.
Aveva degli amici, e andava con loro. Uno si chia­
OSPITE DELLA REALTÀ 77

mava Jonas, era un bravo ragazzo della campagna, che


a scuola frequentava qualche corso. D’inverno discute­
vano molti problemi profondi, d’estate andavano a pe­
scare i lucci. Jonas aveva il braccio destro di legno, per­
ché qualche anno prima una trebbiatrice glielo aveva
stritolato. Tuttavia non era meno abile degli altri, e
col solo braccio sinistro faceva di tutto, cavandosela
molto meglio che tanti. Era particolarmente bravo nel
catturare i lucci, un'occupazione che prendeva loro mol­
to tempo durante l’estate, quando Anders andava a sta­
re da quelle parti, a poche miglia dalla città. Anche là
c’erano parecchi laghi. Uno che aveva sponde erbose,
basse e melmose, era molto propizio; si poteva cauta­
mente giungere sin sopra i lucci, che dormivano nel­
l’acqua calda di sole. Bisognava levarsi le scarpe molto
prima, su, dove finiva il bosco; ora, camminare senza
far rumore non era facile, anzi diventava sempre più
difficile perché i piedi affondavano nel suolo fangoso.
Jonas era sempre in testa; ne aveva più che il diritto,
perché era lui che sapeva prendere i pesci. Anders lo
seguiva a grandi passi; se faceva troppo rumore, Jonas
lo minacciava con un gesto dell’unico braccio, allora
tutt’intorno ritornava il silenzio profondo. Il monco era
di una bravura incredibile. Carponi si portava sul ciglio
della riva, di là scorgeva i lucci che sonnecchiavano sotto
le foglie di nenufaro. Formava il cappio con la lenza,
agitandola sopra la testa la gettava addosso a loro e li
imprigionava. In poco tempo riempivano un intero pa­
niere. Bisognava anche tener d’occhio gli invidiosi che
s’aggiravano intorno, o sulla riva o in qualche burchiel-
lo. Jonas era lo sgomento di coloro che non prendeva­
no mai niente.
Con tutto ciò non era detto che tornasse a casa carico
di preda. Volentieri la distribuiva strada facendo. Ta­
lora non gli restava neanche una lisca, e sua madre bor­
78 OSPITE DELLA REALTÀ

bottava quando entravano mogi, ma poi preparava loro


la zuppa di pane e caffè.
Quel villaggio era stranamente deserto, o almeno tale
lo trovava Anders, ma forse dipendeva dal fatto che
egli là era un forestiero. Tutte le case erano prive d’in­
tonaco e non troppo ben tenute, in parecchie le tendine
coprivano appena i tre quarti delle finestre. Neppure
avevano coltivazioni all'intorno, non giardini, soltanto
declivi nudi con pozzi e qualche melo. Ad ogni modo,
qualunque ne fosse la causa, squallidi e inospitali appa­
rivano gli intervalli tra le fattorie, sebbene queste sor­
gessero abbastanza vicine. Pareva che la gente non si
trovasse mai insieme; forse, appena si conosceva. Jonas
però conosceva tutti, e salutava tutti lietamente: fan­
ciulle che pompavano l’acqua, giovanotti che passavano
guidando carri di letame o di fieno. E, si vedeva, erano
avvezzi a stringergli la mano, che non era facile trovar
subito, perché Jonas porgeva la sinistra.
Estesi boschi circondavano il villaggio, e là i due
amici andavano a caccia. Jonas era celebre come caccia­
tore : con un movimento rapido si toglieva il fucile dalla
spalla e subito trovava la mira; sparava a lepri, anitre,
beccacce. D’autunno dava la caccia con le torce al gallo
di brughiera; la legge lo vietava, ma era costume da
quelle parti. Era destro in tutto.
Se la passavano bene là in campagna; vita diversa
conducevano d’inverno in città. Allora curavano di più
le loro persone; tenevano discorsi più gravi e più ele­
vati, passeggiando per le vie più signorili. Ma a volte
si dimenticavano della compostezza, e allora cammina­
vano senza controllarsi come per una strada di campa­
gna, Jonas aveva naturale un’andatura molto disinvolta.
Sovente si afferrava il braccio di legno, su alla spalla,
come per sentire se c’era ancora. Allora sempre si illu­
minava di un risolino bonario.
OSPITE DELLA REALTÀ 79

In città era anche un po’ vanitoso. II guanto della


mano artificiale doveva sempre essere lindo; non appe­
na si logorava un po’ e spuntava il legno, ne comprava
un altro. Una certa primavera, molto bella, che aveva
incominciato ad andare con una ragazza, se ne procurò
uno grigio chiaro e diventò più elegante che mai.
Era però un uomo superiore. Aveva un sorriso lieve
ma significativo e sapeva prolungarlo all’occasione. Ave­
va già penetrato la sostanza del mondo, scoperto quale
esso fosse all’incirca, e presto se ne tornava al suo vil­
laggio, per vivere là con ugual piacere.
In seguito Anders ebbe un altro amico, un ragazzo
piccolino che si chiamava Murre. Si erano conosciuti
quando ancora frequentavano la scuola popolare; poi
Murre aveva finito, e s’era messo a fare il riparatore di
biciclette. Ora si trovavano soltanto alla domenica,
quando Murre era libero. Se s’incontravano per la via
in qualche giorno feriale, il meccanico aveva le mani
unte d olio e, per salutare, non porgeva più d’un dito.
Alla domenica invece portava il colletto alto e inami­
dato, come un signore; uscivano a passeggio insieme,
fumando sigari da cinque soldi che Murre si era gua­
dagnati col suo lavoro.
Di solito si avviavano lungo la linea ferroviaria verso
il bosco, poi giravano le strade da quelle parti. Là ave­
vano giocato da bambini, conoscevano ogni posto. Par­
lavano volentieri di quel tempo come di un passato
molto lontano, ridevano con indulgenza quando s’ac­
corgevano di ricordare ancora bene questo o quel parti­
colare. Ma, se passavano davanti alla pietra ove Anders
già soleva recarsi, questi guardava dall’altra parte e di­
scorreva con aumentato fervore. Murre non era al cor­
rente del segreto.
Questi ed altri amici egli aveva: uno che non diceva
mai una frase intelligente, eppure sapeva il fatto suo;
80 OSPITE DELLA REALTÀ

uno che « viveva in bellezza » e costituiva una specie


di mistero. Con tutti Anders discuteva a lungo, con vi­
vacità.
Ma esistevano anche molte cose delle quali non si
poteva discorrere con gli altri : tutte quelle sulle quali
appunto s’indugiava il pensiero o che gravavano il cuore.
Dopo essersi separato verso sera dal suo amico dome­
nicale, Anders sovente tornava indietro per recarsi pres­
so la pietra. Era stanco, anche per altre ragioni non gli
recava piacere il camminare; tuttavia compiva quella
visita.
Strada facendo, cercava di ricordare l’aspetto dell’ora
quando si era recato là l’ultima volta - era simile al­
l’attuale: non era ancora sceso il crepuscolo, quasi fa­
ceva ancora chiaro. Pensava anche alle molte altre cose
che l’occupavano di giorno in giorno e dalle quali trae­
va grande gioia, ciò che non era da disprezzare. Ad esse
era molto attaccato, formava proprio con loro un tutto
armonioso ! Sì, non ricavava egli forse da ogni cosa una
gioia molto più grande di quella che sapevano ricavare
la maggior parte degli altri? Era capace - almeno a
volte - di riempirsi di tutto ciò che lo circondava, di
provare una gioia calma che egli non sapeva donde pro­
venisse...
Finché era vivo, finché s’aggirava per il mondo e si
guardava intorno, come faceva ora camminando nella
sera lungo la linea ferroviaria, non era forse realmente
felice? Felice non meno di altri; di questo era sicuro.
Ciò che doveva sopportare come il suo destino perso­
nale, era soltanto un frutto dell’immaginazione; non si­
gnificava niente.
Come il compiere quella visita. Essa non aveva ormai
alcun rapporto con lui. Da ragazzo, lo spingeva là un
bisogno interiore, che sgorgava da una fede profonda,
che sboccava in un’estasi. Poi, egli aveva proseguito co­
OSPITE DELLA REALTÀ 81

me percorrendo stadi successivi. Alla fine quel rito era


diventato una vuota convenzione.
Ora non era nemmeno una convenzione. Non signi­
ficava niente. Si riduceva a una semplice gita.
Giungeva alla pietra, si fermava. Si collocava nel
solito punto, l’erba ne portava i segni. Ma non s’ingi­
nocchiava più; da molti anni aveva smesso di farlo. Con­
giungeva le mani più strettamente che poteva, faceva
forza con tutto il corpo, in modo che sentiva proprio di
congiungerle. Cosi facendo si procurava una specie di
intorpidimento. Allora pregava.
Ma chiedeva soltanto di rimanere in vita; altro non
invocava, come al solito. Poter vivere, tutto il resto an­
dasse come voleva, purché a lui non toccasse di morire.
Non pensava ad alcun dio. Non aveva alcuna fede.
E neppure l’idea che quella preghiera potesse comunque
aiutarlo, infondergli forza interiore, possedere qualche
significato.
A volte gli pareva che anche ciò che egli chiedeva,
non importasse gran che. Tuttavia continuava a chiedere.
Finché un giorno si rese conto che quell’usanza non
significava niente. Era soltanto una conseguenza dell'ec­
cessiva eccitazione.
Allora fu libero. Aveva rotto ogni ceppo.

Una sera d’autunno Anders camminava per la città,


dirigendosi verso il quartiere nord, quasi alla periferia.
L’aria era grigia e buia, un’ora prima aveva piovuto. Le
strade erano bagnate, luccicavano là dove c’era qualche
lampione; questi erano accesi uno sì, l’altro no. Vi era
una gran solitudine, non passava gente, soltanto sull’an­
golo presso il mercato stava un vigile. Là, dalle finestre
filtrava luce attraverso le tendine abbassate; in una casa
suonavano il piano. Anders proseguì per un tratto; cam­
minava col bavero rialzato.
82 OSPITE DELLA REALTÀ

Quando arrivò alla Norrgata si diresse verso una


porta, entrò in un cortile, dove c’era un buio pesto. A
stento si distinguevano alcuni carri, mucchi di ferrivec­
chi, ruote rotte, lastre di ferro arrugginite. In fondo
sorgeva una casetta bassa, illuminata all’interno, ma le
finestre non davano da quella parte. Ne usciva un canto,
così fievole che si pensava a muri molto spessi.
Lasciandosi guidare dal canto, Anders trovò l’ingres­
so; aprì ed entrò.
Era una stanza bianca d’intonaco, immersa nella pe­
nombra, con finestre piccole e il soffitto a volta. Nel
mezzo una rozza colonna che, ben si vedeva, non ser­
viva di sostegno, impediva la vista intera del locale. In
esso, dentro banchi non verniciati sedevano vecchie tut­
te curve, alcuni giovanotti col berretto sulle ginocchia;
non mancavano giovani donne, e, dietro il pilastro, dei
ragazzi. Il fondo era occupato da un rialzo del pavimen­
to, sul quale pendevano dal soffitto due lampade a pe­
trolio. Là, in piena luce, sedevano alcuni soldati dell’E­
sercito della Salvezza; verso la balaustra, due graduate
ritte in piedi cantavano con accompagnamento di chi­
tarra. Anders prese posto in uno dei banchi.
Il locale era riscaldato, ma non faceva caldo; tutti
s’erano tenuti il pastrano. Sedevano a gruppi, in quella
parte della sala dove c’era quasi buio; i banchi delle
prime file erano vuoti. Vicino alla porta stava il demen­
te Johan dell’asilo dei poveri, tutto solo; sporgeva la
testa in avanti, e i suoi occhi luccicavano nell’oscurità.
Le pareti stillavano umidità; dove era caduto l’intonaco,
erano nere di fuliggine.
Lo stanzone era una vecchia officina fuori uso, affit­
tata per quelle riunioni. Nel mezzo c’era stata la fucina,
ora di nuovo murata.
Cantavano: con voci chiare e un po’ stridule, tuttavia
fervide; gran parte erano donne. Le chitarre trillavano.
OSPITE DELLA REALTÀ 83

Il canto risuonava compresso, come sotto la volta duna


cantina. Su tutte le altre voci si innalzavano quelle delle
due graduate, più pure e più esercitate. Le due donne
si tenevano ritte là dove la luce era più viva, col viso
rivolto verso l’alto, e con occhi splendenti come in un’e­
stasi; non abbassavano mai lo sguardo sul libro, come
facevano gli altri, perché sapevano il canto a memoria.
Una era scura di carnagione e sanguigna, con una sen­
sualità repressa nello sguardo lucente e intorno alla boc­
ca, quando schiudeva le labbra grosse e calde. L’altra
era gracile, quasi una bimba. L’esile figura pareva non
avere alcuna forza in sé, esser là abbandonata come una
preda alla viva luce. Commoveva, per un misto di iner­
me e di coraggioso. Il viso era pallido; i lineamenti umi­
li, come di contadina; forse non era bella, tuttavia ave­
va una soavità delicata che le conferiva una bellezza
anche maggiore. Gli occhi non raggiavano, possedevano
una quieta luce interiore. Di sotto il berretto dell'uni-
forme spuntavano i capelli, cadevano chiari e sottili lun­
go le guance. La fanciulla pareva non aver colore. Ep­
pure ardeva come fuoco. Era una fiamma nutrita senza
cera.
Anders non staccò gli occhi da lei per tutto il tempo.
La conosceva.
I convenuti si eccitarono. Cantarono con foga cre­
scente, come per ottenere che il loro intimo ardore av­
vampasse. In principio si sentiva lo sforzo; poi il fervore
proruppe da sé, li travolse, quasi li stordì. Uno comin­
ciò a render testimonianza e gli altri fecero eco con
borbottìi. — Grazie, Gesù caro! Lode e gloria a te!
Alleluia! Lode e grazie! — Sospiravano, pregavano col
viso tra le mani. Una donna si dondolava da una parte
e dall’altra. Il soldato che testimoniava, eccitato dall’udi­
torio, parlava con maggior impeto, poi si fermava come
assopito, indi le parole riprendevano a scorrere dalla sua
84 OSPITE DELLA REALTÀ

bocca. Pareva in uno stato di letargo. Gli altri lo se­


guivano, come travolti da un risucchio; un’onda li sol­
levava, s’innalzava, ricadeva, e tutti le obbedivano. Qual­
cuno in fondo alla sala cominciò a gemere.
Nel buio, Johan il demente assisteva a bocca aperta,
con gli occhi lucidi.
Anders si sentì sempre più a disagio. Quasi provava
nausea. L’aria era greve, si respirava a fatica.
L’uditorio si sfogava in sproloqui. E neppure parla­
vano di Dio; non facevano che ripetere il nome di Gesù,
sospirando ed esultando; proprio quel nome che, con
l’abbandono della fede, gli era diventato più estraneo.
L’aria stagnava pesante, gravava sul petto; si boccheg­
giava, non si poteva tirare il respiro... Quell’eccitazione,
quel parossismo non erano cose per lui.
Ora avrebbe testimoniato la giovane graduata che egli
conosceva. Si avanzò alla balaustra e cominciò a parlare
senza alzare gli occhi. Si vedeva che era incerta, non
ancora avvezza al grado. Tuttavia irradiava luce. Nar­
rava la sua redenzione, come Gesù era venuto a lei:
— Grazie e lode! Gloria a te! — L’aveva sollevata dal
peccato e dalla miseria, le aveva dato una nuova vita.
Ora la sua condizione era molto migliore; ora non co­
nosceva più alcuna inquietudine, fra le tante che afflig­
gono le creature del mondo. In lui deponeva ogni cruc­
cio. Parlò con tale semplicità che nulla rimaneva di mi­
racoloso; tuttavia da lei pareva diffondersi luce.
Anders sedeva attento, immobile, e la guardava di
continuo. Qualche ragazzo dietro la colonna sogghignò.
Allora egli trasalì come destandosi da un sogno. Ma si
costrinse a non udire, a non notare altro che lei.
La fanciulla prese animo. A tratti alzava gli occhi,
guardava la sala. Ma il mormorio delle preghiere all’in­
torno non la eccitava; quando sospiravano e gemevano,
la sua voce diventava solamente più calda. Povera e pu-
OSPITE DELLA REALTÀ 85

ra era la sua persona ravvolta nel cappotto di lana tur­


china. Questo era logoro, già lucido in vari punti, so­
prattutto sul fianco sinistro, là dove soleva appoggiare
il pacco dei giornali, quando per le vie vendeva « Il
richiamo ». Ma anche ciò che era logoro pareva bello
sotto la luce di quelle lampade; si sarebbe detto che il
panno rilucesse. Le stava bene, o almeno così trovava
Anders. Non distoglieva mai gli occhi da lei, dal viso,
che - mentre ella parlava - diventava più nudo, sì che
gli sembrava di vederla soltanto ora.
La pallida bocca quasi sorrideva quando s’apriva. Ma
più che un sorriso era qualcosa di tenero e di buono che
apparteneva alle stesse labbra.
Quando ebbe finito, cominciarono le preghiere alle
quali si associarono i non convertiti che si trovavano
nella sala. In ginocchio nei banchi, le recitavano leggen­
do. I soldati sul palco cantavano a tratti per stimolare
il fervore. Le chitarre tintinnavano.
Si udirono di nuovo voci gemebonde. Nella semioscu­
rità non si vedeva gran che; però si distinguevano al­
cune figure che si protendevano dai banchi. Da quelle
partivano i gemiti.
Le preghiere diventarono più ardenti, e non cessava­
no mai; tutti i redenti pregavano con frenesia; accesi
di zelo, moltiplicavano le frasi appassionate: — Oh,
Gesù, nostro redentore! Guarda il peccatore, fa' che
egli venga a te! Fa’ che egli ti trovi ora, stasera! Salva
un’anima stasera ! Prima che noi ci separiamo, fa’ che
un’anima sia liberata; come ti canteremo e loderemo!
Gesù, fa’ che noi non abbiamo tenuto invano questa
riunione! Apri il cielo a un peccatore stasera!
Pregavano, pregavano. Il locale si scaldava; l’aria gre­
ve diventava intollerabile...
Anders sedeva pallido, eccitato, con occhi lucidi... an­
sava, il suo petto si sollevava con impeto... Gli pareva
86 OSPITE DELLA REALTÀ

di dover egli pure cominciare a gemere, a gridare; ne


sentiva la voglia...
Si afferrò con forza al banco...
Davanti a lui, a una certa distanza, sedeva la giovane
graduata dell’Esercito della Salvezza e pregava con la
moglie d’un operaio. Anders riuscì a guardare di sfug­
gita il viso della fanciulla e notò che essa era calmis­
sima, per nulla eccitata come lui. Possibile?
Bisbigliava quieta, con le mani giunte. Forse pregava,
forse parlava; egli non udiva che cosa diceva. La bocca
si muoveva, ma non certo per parole fervide, era evi­
dente. Il suo contegno era del tutto normale. Gli stiva­
letti sporgevano dal banco, la sottana era un po’ spie­
gazzata. Soltanto il nastro rosso intorno al cappello bril­
lava come una fiamma che la sormontasse.
Pregavano e imploravano. Cantavano e cantavano:
sempre lo stesso motivo. Le persone nei banchi geme­
vano, sospiravano, in preda a un’angoscia. Trasudavano
l’anima, tutto il locale pareva pieno, stipato... la volta
premeva sulle teste, i muri si stringevano addosso ai cor­
pi; si era come in una prigione, non si poteva più fug­
gire...
Alla fine un uomo, un giovane, si trascinò avanti,
barcollando come un sonnambulo, si diresse verso la
luce, si aggrappò alla balaustra e gridò che era liberato:
il suo viso era livido, vuoto d’espressione... Boccheg­
giò, poi diede sfogo a un profluvio di parole, e tutti
cantarono, esultanti, fra il ronzio delle chitarre: — Gra­
zie e lode! lode a te! A te grazie, Gesù! — Fecero la
colletta, ripresero il canto Grazie, Gesù! lode a te!
Meno male che avevano finito. Anders si precipitò
fuori, traversò il cortile, uscì nella via; era certamente
il primo.
Si rialzò il bavero, e prese a passeggiare avanti e in­
dietro. Voleva aspettare la ragazza.
OSPITE DELLA REALTÀ 87

Provava un senso di nausea, di totale disgusto. E un


freddo gelido nel suo intimo, un’ostilità irosa verso tut­
to ciò che avrebbe potuto sorgere in lui... L’uditorio
fece ressa uscendo: vecchie logore, donne giovani e brut­
te che strascicavano i piedi, alcuni ragazzi sogghignan­
ti, Johan il demente, il giovanotto che era stato libera­
to... Gli parve che quella gente lo soffocasse. Passò dal­
l’altra parte per non farsi vedere; si vergognava dell’at­
tesa.
Quando la via fu vuota, uscì la ragazza. Nella sua
uniforme... perché mai portarla anche a passeggio?
Uscirono dalla città, prendendo la strada di campa­
gna verso levante, come solevano. Il tempo era miglio­
rato. Il cielo era sereno e, quando furono tra i campi,
apparve la luna.
Anders non poté vedere la sua compagna, osservarne
attentamente il viso.
Le domandò come mai le fosse venuta l’idea di en­
trare nell’Esercito della Salvezza; e ottenne una minuzio­
sa risposta. A casa erano in molti: sei figli, e lei la
maggiore di tutti. I mezzi non bastavano, aveva dovu­
to andare a servizio. Ma non era robusta, come biso­
gna essere se si vuole servire gli altri. A volte cedeva
sotto il peso della stanchezza. Sennonché l’avevano li­
berata, e ormai più non conosceva simili mancamenti.
Certo che credeva ! Gesù l’aveva presa accanto a sé.
Una sera; una sera che essa non avrebbe mai dimen­
ticata. Era liberata, ne era certa, e nulla era così bello
come quella certezza. Ma vi era anche altro di buono:
che ora viveva tranquilla, curata, mangiava, riceveva per­
sino i vestiti dall’associazione. Se poi occorreva loro qual­
cosa di particolare, potevano esprimere il loro desiderio,
e il più delle volte erano esaudite. Sì, ora stava proprio
molto meglio che un tempo.
Aveva deposto la sua vita nelle mani di Dio. Ma

5.
88 OSPITE DELLA REALTÀ

volentieri sarebbe tornata a casa, presso la mamma e i


fratelli, solo che ne avesse avuto i mezzi, solo che là
avesse potuto guadagnarsi da vivere.
Anders ascoltava. Il cappello della ragazza faceva om­
bra avanti mentre camminavano a fianco e discorreva­
no. Ma anche nella sua voce c’era lei.
Il racconto era stato fatto con tono semplice, con vo­
ce tranquilla. Com’era possibile una cosa simile?
Scesero verso il lago. Oltrepassarono la ferrovia a scar­
tamento ridotto che ne costeggia la riva. A quell’ora tar­
da non passavano più treni; sentirono l’impressione di
vuoto che si ha quando si vedono soltanto i binari che
spariscono nelle due direzioni. Ma un casellante torna­
va a casa sulla sua draisina, e il rumore del veicolo s’al­
lontanava nel bosco.
La strada che scendeva al lago si fece fangosa; vi si
impigliavano le soprascarpe della fanciulla. Salirono sul
ciglio erboso, l’uno a fianco dell’altro. Egli sentiva il ca­
lore che emanava dal corpo della compagna, e il ritmo
del suo respiro; sentiva la mano docile, stretta nella sua.
Camminarono per un lungo tratto in silenzio... Anders si
domandò se per caso egli amasse quella fanciulla.
Incontro a loro vennero dei carri, tutta una fila. I ca­
valli stanchi procedevano con la testa curva, i conducen­
ti parevano dormire. Venivano dalla costa, trasportavano
aringhe; facevano un viaggio di undici miglia per essere
al mercato il giorno dopo. Con le provviste e la botti­
glia dell’acquavite a fianco, dormivano al disopra delle
aringhe che, al chiaro di luna, luccicavano alle loro
spalle.
Era tardi, dovevano tornare. Si fermarono un mo­
mento a guardare il lago. Era tutto chiaro di luce lu­
nare; i bianchi raggi della luna caddero anche sulla ra­
gazza, le illuminarono il viso, la figura. Di nuovo parve
circondarla un’aureola; il panno logoro del cappotto par­
OSPITE DELLA REALTÀ 89

ve splendere, come prima nello stanzone. Essa si rive­


lava dovunque ci fosse luce.
Anders ristette a guardarla, come se la amasse. La
fanciulla aveva nella sua persona una purezza totale. I
lineamenti impallidivano, come se non fossero terreni;
senza però spiritualizzarsi in un’estasi, in un rapimento
appassionato. Erano soltanto tranquilli.
Nulla vi era in lei di animale. Possibile?
Ad un tratto Anders sentì come un’oppressione in
quella stessa purezza, e bontà, e luce che da lei si dif­
fondeva. Gli parve di aver già provato tale sensazione.
La fanciulla somigliava certamente a qualcosa che egli
aveva incontrato...
Talune creature avevano qualcosa di tremendo che fa­
ceva pensare alla perfezione, che pareva voler significa­
re una certezza, una pace completa. Quando uno le in­
contrava, tutto appariva ancor più desolato. La loro vi­
cinanza infondeva nella vita un improvviso calore che
essa in sé non possedeva, e che soltanto la rendeva molto
più difficile, molto più greve.
Ma era tardi e dovevano tornare a casa!
Si affrettarono in direzione della città. Anders provò
quasi voglia di allontanarsi dalla fanciulla. O di metter­
si a ingiuriare la fede che essa nutriva, per demolire
qualcosa in lei. Invece camminarono in silenzio.
Le vie erano deserte. La accompagnò sino all’officina.
Dietro vi era una costruzione aggiunta, una stamberga
che le serviva di alloggio. Anders sentì ripugnanza ri­
trovandosi vicino al luogo dove prima aveva udito so­
spiri e piagnistei. Si separarono. La fanciulla entrò nel
tugurio come se esso fosse stato degno di albergare es­
seri umani.
Liberato da un peso, Anders prese la via di casa.
Così si chiuse la sua prima giovinezza : età del dis­
solvimento, deH’insincerità, degli smarrimenti.
Titolo originale:
DET EVIGA LEENDET
Traduzione di Giacomo Trampolini
Prima edizione: Stoccolma 1920
Prima edizione italiana: Milano 1939
C’erano una volta alcuni morti che sedevano insieme,
nell’oscurità; dove, non sapevano — forse, in nessun luo­
go. Ma, sedendo, discorrevano per far sì che l’eternità
trascorresse.
— No — disse uno del gruppo continuando una con­
versazione che durava da tempo immemorabile — i vi­
vi sono troppo presuntuosi. Si immaginano che tutto di­
penda da loro. Dirigono e dispongono laggiù le loro
inezie, perciò credono di vivere. Quando al mattino esco­
no di casa e, lieti per il nuovo giorno, si affrettano nel­
la fresca aria, a vicenda si rivolgono occhiate segrete, co­
me a dire: « Tu ed io siamo vivi, tu ed io viviamo ». E
svelti si avviano alle loro azioni buone e cattive, le ac­
cumulano alla rinfusa le une sulle altre, finché tutto
crolla, ed essi possono ricominciare da capo. Sono dei
piccoli insetti, fatui e facili a contentarsi, nulla di più.
Costruiscono e abbattono, costruiscono e abbattono; su­
dati per l’ardore, si ammiccano l’un l’altro con aria mi­
steriosa: «viviamo, viviamo». Non fanno che costrui­
re, e additano tutto ciò che hanno finito a metà o quasi:
tutto ciò che noi qui abbiamo ultimato. Non sono altro
che delle fatue bestiole.
Guardava fisso davanti a sé con aria triste. Era ma­
gro, irritato, logoro.
— La vita ha sino ad oggi alcuni miliardi di morti
— riprese. — Siamo noi che viviamo. Dimoriamo in
94 IL SORRISO ETERNO

quelli laggiù. Senza far rumore. Ci aggiriamo cammi­


nando con le sole calze, nessuno ci ode. Non siamo noi
a fare strepito, perché siamo modesti e silenziosi. Non
siamo noi a sorvegliare macchine, a mettere in moto tre­
ni, a far trillare telefoni. Ma siamo noi che viviamo. Non
siamo noi a edificare e demolire senza tregua, a senti­
re che è mattina, che è sera. Eppure siamo noi i vivi.
Sospirò profondamente.
— Siamo noi che pensiamo a tutto, che diamo ordi­
ne a tutto, che ci ricordiamo di tutto: noi non possia­
mo dimenticare niente. Siamo noi a nutrire tutti i de­
sideri nei giorni, negli anni, nei millenni.
« Non appena si fa un po’ di silenzio, eccoci presen­
ti. Se qualcuno piange, se qualcuno è felice, eccoci ac­
canto a lui. Se accade realmente qualcosa, è opera no­
stra.
« Vive soltanto ciò che è morto. »
Tacque di colpo e sputò davanti a sé. Mentre si asciu­
gava l’orlo della bocca, continuò a borbottare qualco­
sa che nessuno riuscì a udire.
— Io però mi domando se voi avete ragione — repli­
cò un altro, con tono sommesso e pensoso. — Chissà
se noi siamo proprio così straordinari.
« Mi domando se, a guardar più dentro, anche i vi­
vi non abbiano il loro significato. Ci adoperano, ci sfrut­
tano senza coscienza e vantandosi un po’ troppo di lo­
ro stessi. Ma è anche vero che aggiungono realmente
qualcosa per parte loro. E tale piccolo contributo ha per
il momento un grande valore, anche se poi si trova ad
averne uno minimo. Io non posso disconoscere che an­
che loro hanno un certo significato. Anzi, vado più in là,
oso asserire che sono loro i vivi, e noi i morti. »
Sedettero a lungo in silenzio, pensando ognuno a suo
modo.
Finalmente ricominciò il magro, appoggiando la testa
IL SORRISO ETERNO 95

contro la secca mano e fissando in quella che somiglia­


va ad un’oscurità.
— Io vissi molto tempo fa, ma ricordo che abitavo
vicino al mare. Nacqui, mi pare, in quel luogo, e là pas­
sai tutta la vita. Ma può anche darsi che io sia capitato
là una volta per caso e poi sia ripartito. Non ho più un
ricordo preciso; del resto la cosa non ha importanza. Ad
ogni modo, ricordo che abitavo presso il mare.
«Ricordo la ghiaia scricchiolante in riva all’acqua;
ma, soprattutto, la tempesta, che con la sua voce domi­
nava tutto, la tempesta rombante, con le grandi nuvo­
le sopra le acque. E ricordo la quiete, la quiete immo­
bile, il silenzio perfetto che mi circondava.
« Il mare è l’unica grandezza di laggiù. £, per lag­
giù, l’eternità. Io abitavo vicino al mare. Avevo una ca­
sa proprio sulla spiaggia, con vista sopra gli abissi im­
mensi. In una delle finestre c’era una piccola pianta in
vaso, intristita, perché mi dimenticavo sempre di innaf­
fiarla. Non so perché ora la ricordi: non occupava alcun
posto nella mia vita. Tuttavia ricordo che essa era an­
cora là quando io dovetti morire, e che in quella circo­
stanza pensai: “Se ora morissi, mi alzerei e andrei a dar­
le un po’ d’acqua”. Ricordo che, guardandola dal let­
to, pensavo che essa sarebbe sopravvissuta a me e tro­
vavo strana la cosa. Poveretta! Eppure, non aveva parte
alcuna nella mia vita.
« Abitavo presso il mare ed ero una persona molto
significativa. A quanto mi consta, nessuno nella mia epo­
ca mi somigliava o mi uguagliava in importanza. O al­
meno io non rilevai alcunché del genere. Del resto, non
frequentavo molto la gente. Vivevo solitario, con me
stesso. Ascoltavo la tempesta e il silenzio, ero già da vivo
un uomo che viveva realmente. Ero più grande di ogni
mio contemporaneo. Sì, a quanto mi risulta, nessuno mi
superava.
96 IL SORRISO ETERNO

« Io ero fatto per morire. Direte che tutti sono fatti


appunto per morire. Ma io avevo la dignità occorrente,
il peso giusto. Ero ciò che vive realmente. Potevo mo­
rire tranquillo. Avevo soltanto da morire. »
Tacque. Un sospiro profondo si fece strada fra le sue
labbra.
Poi riprese, col tono grave di prima :
— Credo che per essere morti, cioè per appartenere
all’eternità, bisogni essere qualcosa di veramente signi­
ficativo. Bisogna che l'uomo si tenga al di fuori e al di
sopra della vita intesa nei significato comune, che non
dipenda da essa. Per parte mia, come ho già detto, fui
una persona molto significativa.
A questo punto l’altro riprese a discorrere e disse :
— Pur non riferendomi a quanto è stato detto, voglio
dichiarare non senza piacere che io pure fui un perso­
naggio molto importante. Soltanto, mi ripugna dover di­
re una simile cosa io stesso. Fui, se non agli occhi miei
almeno agli occhi di tutti gli altri, la figura più signi­
ficativa che sino allora fosse esistita sulla Terra. Vissi
una vita ricca e radiosa, eseguii grandi imprese, l’una
dopo l’altra, compii gesta che gli uomini non potranno
mai dimenticare. Vero è che nel frattempo io stesso ho
dimenticato quali esse fossero. Ma certamente non sareb­
be altro che un tormento per me il ricordare ora, se­
dendo qui, tutto ciò che feci laggiù. Ora infatti non mi
sento più così straordinario. Mi sento molto semplice,
stranamente insignificante.
« Io ero fatto per vivere. Tutti, a mio parere, son ca­
paci di stare qui a fare i morti. Ma vivere, vivere real­
mente, e allietarsi di riuscirvi, ciò è privilegio esclusivo
degli uomini grandi e possenti. Io fui uno di tali uo­
mini. Secondo l’idea mia e di molti altri, non era nep-
pur destinato che io dovessi un giorno morire. La cosa
accadde per un incidente casuale. »
IL SORRISO ETERNO 97

Sospirò egli pure e rimase a lungo muto, immerso nei


suoi pensieri. Poi soggiunse:
— Come ho già detto, fui un uomo eccezionale, e ora
non sono più niente di notevole.
« Secondo me la vita è grande e ricca in modo im­
perscrutabile; la morte non è niente. Amo tutto ciò che
vive, disprezzo il mio proprio vuoto.
« Parimenti ritengo che pochissimi uomini hanno real­
mente vissuto.
« Benché mi ripugni parlar di me stesso, dirò che -
a quanto mi consta - io solo ho vissuto realmente.
« Sennonché ora non sono altro che un morto. »
Tacque. Parve che la conversazione fosse chiusa.
La riprese invece una terza persona: un signore gras­
so e tozzo, con gli occhi piccoli, con le mani congiun­
te sulla pancia prominente. Aveva l’aspetto di un gran­
de negoziante, viso onesto ma poco espressivo. Le sue
corte gambe pendevano e dondolavano in quella che so­
migliava a un’oscurità. Si capiva che, seduto su una pol­
trona, non avrebbe toccato coi piedi il pavimento. Disse:
— Benché non abbia capito nulla di ciò che hanno
detto i signori, sento però di esser d’accordo con loro su
ogni punto.
«Com’era bello vivere! Com’era grande e piacevole
la vita ! Quando stavo dietro il banco, con tutte le mie
merci intorno, in mezzo all’odore di formaggio e caffè,
di sapone e margarina, com’era bella ogni cosa!
« La mia azienda era la più avviata della città. A
quanto so, nessun’altra era così importante. Sorgeva nel
quartiere più distinto, tutti venivano da me. E trovavano
le merci migliori.
« Non dico questo per vanagloria; io fui in ogni caso
un uomo semplice. Fui il grande negoziante Petterson,
niente di più. Un uomo come tutti gli altri. Ma rin­
grazio Dio di avermi fatto vivere.
98 IL SORRISO ETERNO

« Il brutto venne quando dovetti morire. Mi voltai


dalla parte del muro e dissi a me stesso : “È finita, Pet­
terson”. Non potevo pensare altro se non che ormai ve­
niva la fine di tutto. Non avevo mai avuto tempo di pen­
sare a cose un po’ alte; il commercio mi aveva dato ab­
bastanza da fare. E neppure ero una persona straordina­
ria; ero il grande negoziante Petterson, un uomo come
gli altri. Quando, là sul letto, ripensai la mia vita, tut­
ti gli anni passati a pesare orzo e a incartare aringhe,
giudicai che sarebbe stato molto strano il continuare una
vita simile per tutta l’eternità. Dissi a me stesso: “Sa
il diavolo se, dopo la morte, c’è qualche vita; io non
ci credo”. Poi morii. E invece una vita c’era! Ad ogni
modo, ora mi trovo qui. Ed è come se nulla fosse ac­
caduto, come se io ancora pesassi orzo e incartassi arin­
ghe. Continuo ad essere il grande negoziante Petterson. »
Tacque, commosso. Poi soggiunse:
— Benché non capisca nulla, sono riconoscente per
ogni cosa. Ho vissuto. Ora sono qui morto, ma in certo
modo continuo a vivere. Sono pieno di riconoscenza per
tutto ciò che m’è toccato.
Tacque e si raccolse nei suoi pensieri.
Tutto il gruppo tacque.
La conversazione si propagò nel buio salendo verso
altri gruppi di morti, sempre più lontani; proseguì for­
mando un anello, che saliva sempre più alto. Poi sinuo­
samente ridiscese verso il basso. Dopo circa un secolo
raggiunse il gruppo dal quale era partita, e vi arrivò dal
lato opposto. Ma questa volta non fornì motivo a mol­
te parole.
Colui ch’era d’umore irritato disse:
— Come già dichiarai, io fui una persona di molta im­
portanza. Sono anche del parere ches per morire - cioè,
per appartenere all’eternità - bisogna essere qualcosa di
realmente significativo. Bisogna che l’uomo si tenga al
IL SORRISO ETERNO 99

di fuori e al di sopra della vita, intesa nel significato co­


mune, che l’uomo non dipenda da essa. Io fui un uomo
di tal genere.
L’altro dichiarò a sua volta:
— Io credo che la vita è tutto. Credo che essa è qual­
cosa di grande e di ricco in modo imperscrutabile, qual­
cosa che può essere compreso soltanto dagli uomini gran­
di e possenti. Io fui uno di tali uomini. Tuttavia ora non
sono altro che un morto.
Il grande negoziante, che sedeva un po’ in disparte,
come separato da loro, soggiunse a sua volta:
— Io continuo ad essere il grande negoziante Pet­
terson.
Ma mentre quei tre si raccoglievano nei loro pensie­
ri, la conversazione fu condotta dagli altri morti all’in­
torno; ognuno narrava la propria vita, e ad altro non
badava. Uno disse:
— Io racconto di me e della mia vita.
« L’officina dove lavoravo da mattina a sera, si tro­
vava nel sobborgo di una grande città; facevo il fab­
bro, di altro non m’occupavo, perciò parlerò di questo.
La modesta fucina dove ero sempre solo, perché non
volevo gente né aiuti intorno a me, sorgeva appartata
e nascosta in un giardino dove crescevano molti alberi,
con molti fiori e frutti; alberi piantati parecchi anni pri­
ma da qualcuno che io non conoscevo. Ma tutto vege­
tava incolto, inselvatichito; io avevo il mio lavoro, non
badavo ad altro. Nella fucina semibuia stavo dalla mat­
tina sino a notte tarda, fabbricavo serrature per tutte le
case ove abitava la gente della città. Le fabbricavo non
al modo solito, le facevo una diversa dall’altra. Così, ogni
serratura poteva essere aperta soltanto da colui che pos­
sedeva l’unica chiave e che sapeva come farla girare nel­
la toppa; infatti le congegnavo in modo che prima bi­
sognava girar la chiave in un senso, poi spingerla più
100 IL SORRISO ETERNO

avanti, indi girarla nell’altro senso; oppure ideavo altri


funzionamenti segreti, escogitavo espedienti ingegnosi,
che rivelavo soltanto a una persona, di volta in volta:
odiavo gli uomini, li isolavo ognuno nella propria casa.
Le mie serrature diventarono celebri, erano vendute in
una bottega che non so dove si trovasse; non conoscevo
la città, non uscivo mai dall’officina, badavo soltanto al
mio lavoro. Tutti volevano le mie serrature, perché nes­
suno potesse introdursi nelle loro case; io lavoravo gior­
no e notte, passai anni ed anni curvo sul lavoro, solita­
rio; il denaro si accumulò presso di me: le mie serratu­
re erano costose, tuttavia la gente le comprava. Ero ricco,
non sapevo quanto possedessi; ero povero. Invecchiai,
diventai grigio, le mie dita cominciarono a tremare du­
rante il lavoro; ero solo, nessuno s’accorse di ciò; rian­
dai col pensiero al passato, continuai a lavorare con mani
tremolanti. Racconto la mia vita.
« Una mattina, alzando la testa e guardando dalla pol­
verosa finestra dell’officina, mi capitò di scorgere, attra­
verso una radura del frutteto, una fanciulla che passava
per la strada. Poteva avere diciassette, diciotto anni, era
a testa scoperta; i suoi capelli chiari splendevano al so­
le, camminava felice guardandosi intorno. La intravidi
un attimo, poi sparì dietro un albero.
« Ristetti, colpito da qualcosa. Dimenticai il lavoro,
guardai e guardai, ma essa non c’era più. Rimaneva la
sua immagine, coi capelli chiari, col viso felice, così gio­
vane e sano. Mi pareva di conoscerla. Non l’avevo mai
veduta prima d’allora, non vedevo mai nessuno. La co­
noscevo come se fosse stata la mia bambina, non so per­
ché. Non avevo mai vissuto con alcuna donna. Io, po­
vero vecchio curvo e con le mani tremanti, conoscevo
quella creatura come se fosse stata una figlia mia. I suoi
capelli erano così chiari che il sole, quando veniva a ca­
rezzarli, si indugiava in essi. Non sapevo chi fosse. Sa-
IL SORRISO ETERNO 101

pevo soltanto che l’amavo. Rimasi là a guardar fuori,


ma lei non cera più.
« Lentamente ritornai al lavoro, ma le mani mi tre­
mavano più di prima. Non c’era nessuno a vederle. Fa­
cevo fatica a tenere in mano i pezzi; li afferravo con for­
za, e poi mi voltavo; mi colpii sulla bocca, mi piegai a
badare al lavoro. Dicevo a me stesso che al mondo non
c’è nulla da amare, nulla che sia degno del nostro amo­
re. Mi ripresi, mi dominai, mi concentrai. Ma i miei oc­
chi erano rimasti come offuscati; andai a togliere la pol­
vere dalla finestra, per poter vedere come lavoravo; in
realtà, aspettavo che la fanciulla tornasse indietro per
la stessa strada.
« Passò l’intera giornata. Io lavorai di lena, feci più
in quel giorno che in molti altri. La fanciulla tornò non
prima di sera, quando la luce cominciava a svanire.
« La rividi. Camminava ridendo, il sole che restava
splendeva soltanto nei suoi capelli. Rimasi muto pres­
so la finestra a guardarla.
« Quando essa scomparve, uscii furtivo. Traversai il
giardino, era d’estate, i fiori mandavano profumo; ma
le piante crescevano selvagge. Fui sulla strada, tutto mi
pareva così strano, di soppiatto seguii la fanciulla. En­
trai in città, camminai per un lungo tratto, le vie si apri­
vano l’una dopo l’altra, io vedevo soltanto lei. Entrò in
una casa. Io rimasi fuori, un po’ lontano. I ragazzi co­
minciarono a ridere di me, portavo il grembiule di cuoio.
Tornai lentamente all’officina.
« Non pensai più alla fanciulla. Continuai a lavorare
come un tempo. Mi accorsi di invecchiare rapidamente,
l’estate finiva, si passava nell’autunno. Nel giardino co­
minciavano a cadere le foglie. Una notte, mentre come al
solito stavo curvo sul mio lavoro, ad un tratto sentii vuo­
to e freddo intorno al cuore, mi raggelai, battei i denti,
tutto il mio corpo era diventato di ghiaccio. Lasciai ca-
102 IL SORRISO ETERNO

dere ciò che avevo nelle mani, rabbrividii. Le gambe non


volevano reggermi, mi parve che la vita mi lasciasse.
Allora mi assalì l’angoscia, eccitato guardai all’intorno
la stanza semibuia dove soltanto una lanterna spargeva
un chiarore vacillante; fuori soffiava vento e pioveva, gli
alberi inselvatichiti battevano coi rami nudi contro i ve­
tri; non volevo morire là, da solo, non volevo morire là
dove tutto era mio. Vacillando passai nel corridoio, aprii
con un colpo la porta, uscii. Il vento tentò di gettarmi
a terra, la pioggia mi batté sul viso. Radunai tutte le for­
ze che mi restavano, e barcollando raggiunsi la strada,
mi diressi verso la città.
« Nelle vie spazzate dal vento non c’era nessuno. Avan­
zai a tentoni nella pioggia e nel buio. La mia meta era
la casa della fanciulla, volevo morire vicino a lei, vicino
alla mia bambina. Dapprima sbagliai la via, mi smar­
rii. Alla fine trovai la casa, bussai alla porta, nessuno ri­
spose. Bussai ancora, di nuovo silenzio. Con le mie vec­
chie dita cercai a tastoni la serratura. Volevo morire pres­
so la mia bambina, presso colei che amavo. Nessuno
aprì.
« A precipizio tornai all’officina. Misi in azione il man­
tice, fusi e colai il metallo; mi misi a fabbricare chiavi,
tutte quelle che ricordavo, molte migliaia. Limai e limai,
avevo lavorato tutta la mia vita; erano molte migliaia, la
notte pareva non finire mai. Appesi le chiavi a un cor­
done, e, curvo sotto il carico, uscii. Allora mi venne in
mente che la fanciulla non poteva amarmi, non poteva
amare un povero vecchio al quale non restava altro che
morire; tomai indietro e presi i miei risparmi, più de­
naro di quanto credessi : se le donavo tutto ciò che pos­
sedevo, forse mi avrebbe lasciato morire in casa sua.
Curvo sotto i due carichi, mi rimisi in cammino vacil­
lando.
IL SORRISO ETERNO 103

« Il vento mi afferrava, procedetti con impeto. Arrivai


esausto alla casa di lei.
« Trovai a tastoni la serratura, provai le chiavi, l’una
dopo l’altra, e nessuna andava bene. Nessuna andò
bene. Si trattava soltanto di una piccola parte dell’inge­
gno; sapevo che sarebbe bastato poco. Mi parve che il
mio cuore si fermasse. Tremavo per la pioggia e per il
vento, stavo per crollare al suolo. La mia vita era finita.
Con la mente annebbiata mi aggirai per la via, vagai al­
l’intorno. In quello squallido vuoto c’ero io solo. Pro­
vai le chiavi in tutte le porte, ormai avevo un deside­
rio più modesto che quello di morire presso la mia bam­
bina; desideravo soltanto una creatura umana, qualcuno
che mi ospitasse per il momento della mia morte. Pro­
vai e provai, non una porta riuscii ad aprire. Sulla sala
di una casa sconosciuta stramazzai, e il mio cuore cessò
di lottare. Là mi trovarono alla mattina con tutte le chia­
vi in grembo. Il denaro era sparito; non ero riuscito a
darlo ad alcuna persona, me l’avevano tolto. Erano ri­
maste le chiavi, quelle nessuno le voleva. »
Finito il suo racconto, ammutolì.
Un altro disse:
— Sul pendio di un monte si stende un’antica città,
esposta al sole. Le vie s’arrampicano verso la cima, le
mura sono bianche d’intonaco, le case nude splendono.
Là vivevo coi miei fratelli. Essi erano felici e buoni; io,
cattivo e senza pace, la sorte non mi aveva dato abba­
stanza. Essi lavoravano fuori nei campi, tornavano a casa
la sera. Io sentivo una stretta nella fronte e non avevo
pace, giacevo silenzioso in un angolo, non parlavo. Loro
si sedevano a tavola e mangiavano, mentre io li guar­
davo con rancore, non so perché; poi uscivano nella via,
a chiacchierare e cantare. Uno suonava la cetra, ne traeva
suoni così belli, che ridevo e piangevo. Non era un uo-
104 IL SORRISO ETERNO

mo, era la cetra, che cantava in modo così mirabile. Non


mi rivolgevano una parola, mi evitavano; perché?
« Deperii. Per me non esisteva niente. Furtivamente
misi un po’ di veleno nel loro cibo, cosicché essi moriro­
no. Non potevo fare altro. Altro non possedevo nella vi­
ta. Non servì a nulla. Le case rimasero al sole come
prima, gli uomifii continuarono a ridere e ad essere fe­
lici. Io mi consumai.
«Narro tutto questo per domandare: perché?»
Allora un altro raccontò:
— Io feci raccolta di gioia. Per possederla la rubavo
agli altri, volevo diventare l’uomo più felice del mon­
do. Non ne ero mai sazio; avevo fortuna, continuavo a
raccogliere gioia, tuttavia ne ero avido, e mai non mi
bastava. Me ne appropriavo a tal segno che intorno a
me non restava più niente; ma abitavo in un grande
paese.
« Quando invecchiai, cominciai a dubitare di avere a-
gito bene, a dubitare se, con tutto ciò che possedevo, po­
tevo realmente chiamarmi felice. Mi rimproverai molte
cose della mia vita, perdetti la fiducia in me stesso. Ma
un giorno incontrai uno che avevo derubato, camminava
a stento, malato e misero a vedersi. Allora capii che
avevo ragione: io non ero come lui. Capii la mia feli­
cità, quella di cui mi ero appropriato. Io ero ricco. Lui
non aveva nulla.
« Pochi giorni dopo morì. Con le ultime parole, a
quanto si disse, aveva espresso la sua soddisfazione di
morire.
« Io pure morii, dopo non molto tempo. Nella regio­
ne dove abitavamo possedevo grandi foreste, e là cac­
ciavo d’autunno. Una mattina partii solo per la caccia,
benché già mi avvicinassi agli ottanta. Pioveva, il bosco
odorava come fa d’autunno. Accadde che inciampai e dal
fucile partì un colpo. Ricordo che passai il polso sopra
IL SORRISO ETERNO 105

la bocca per asciugarmi, e lo sentii bagnato; ricordo an­


che ora quell’odore di pioggia, e mi riempie tutta la fe­
licità di aver vissuto. »
Così discorrevano, seduti qua e là.
Parecchi non aprivano mai bocca, cosicché nessuno
rilevava la loro presenza. Fra essi c’era ¿in vecchietto
insignificante, che si limitava ad ascoltare gli altri. Ave­
va un cuore caldo, un interesse vivo per ciò che ognu­
no diceva. Ma, quando pensava alla propria vita, la
trovava così modesta e quasi ridicola che si vergognava
di tornare col ricordo ad essa. Ascoltava quando gli al­
tri narravano di loro e s’immedesimava nelle loro vite,
come se lui non ne avesse avuta una propria. Eppure
anche lui aveva qualcosa di proprio, qualcosa che era
soltanto suo e di nessun altro. Il più delle volte cercava
di persuadersi che, ciò che egli chiamava suo, era sol­
tanto quella capacità di vivere le vite altrui, quell’atti­
tudine a capire tutto: per se stesso, egli non era niente.
Ma a volte prorompeva nel suo essere qualcos’altro,
che egli sentiva bello e strano dentro di sé; soltanto,
non riusciva a donarlo ad altri. Eppure voleva donarsi.
Voleva sbocciare. Voleva parlare anche lui, della sua vi­
ta semplice, di come l’aveva sperimentata, di ciò che
aveva pensato e sentito vivendo. Ma all’ultimo momen­
to si spaventava considerando quanto futile la sua esi­
stenza doveva sembrare a tutti gli altri: l’avrebbero giu­
dicata compassionevole, avrebbero riso di lui... e questo
non lo voleva, perché per lui la vita non era una co­
sa miserevole o ridicola: neppure la sua propria. Per­
ciò si limitava ad ascoltare gli altri; per conto suo non
aveva nulla da dire.
Nell’esistenza degli altri la vita era stata un’entità di
gran lunga più grande che nella sua, perciò capiva che
non doveva farsi avanti con ciò che valeva molto meno;
in tal modo, tutto diventava più bello; grande e bello
106 IL SORRISO ETERNO

com’era realmente. Gli altri avevano avuto sensazioni


forti o ricche, avevano conosciuto fioriture e frutti. For­
se non sempre si rendevano conto della ricchezza delle
loro vite, ma lui la sentiva, sapeva che così era stato.
Perciò li ascoltava, ed era felice per merito loro. A
coloro che parlavano male della vita, non credeva. Ma es­
si pure rivelavano tale passione, tale profondità nel loro
dolore, che egli capiva i riposti significati e, seduto, gli
pareva di obbedire a un fiume possente che lo traspor­
tava lontano. Per parte sua, infatti, non aveva sperimen­
tato nulla di grande, non aveva sentito dentro di sé nul­
la di copioso e veemente; aveva vissuto soltanto con una
quieta gioia.
Seduto allo sportello di un gabinetto di decenza sot­
terraneo, aveva riscosso il prezzo del servizio, fornendo
per dieci centesimi un po’ di carta: ecco tutto. Per que­
sto non voleva parlare della sua vita: sarebbe sembrata
agli altri insignificante, forse ridicola. Tutta l’esistenza
aveva trascorsa laggiù. Aveva accettato quell’impiego da
giovane, non per rimanervi, soltanto per avere un la­
voro in attesa della vocazione giusta. Poi, a poco a po­
co, aveva capito che anche quella era una vocazione, che
anzi era la sua. Perché non avrebbe dovuto essere con­
tento? Occupava un posto che doveva pur essere occupa­
to; se non ci rimaneva lui, bisognava che ci andasse un
altro. Allora, tanto valeva restare. Era una mansione in­
significante, ma neppure lui era una persona di conto.
Era un uomo comune, e quello era un posto per uomini
comuni. Così aveva pensato; era rimasto, ed era diven­
tato felice.
Benché vivesse laggiù dalla mattina alla sera e di ra­
do vedesse la luce del giorno, era ugualmente giunto a
capire la vita e ad amarla in ogni sua manifestazione.
Capiva che in essa nulla era pieno, complesso, ma che
d’altra parte tutto era bello e buono. Una parte era più
IL SORRISO ETERNO 107

grande, l’altra minore; ma ogni cosa aveva il suo signi­


ficato, niente era indifferente o privo di valore, niente era
lecito rinnegare. Non tutto poteva ascendere alla gran­
dezza, qualcosa doveva rimanere singolarmente piccolo,
solo perché il resto potesse diventare tanto più cospi­
cuo, salire tanto più in alto; la vita infatti era ricca, ma
non nel modo che ognuno avrebbe voluto.
Così pensava, seduto laggiù, e nel corso degli anni ave­
va capito molto.
Aveva conosciuto gli uomini solo in quanto scende­
vano da lui, e nello stesso modo aveva imparato ad a-
marli e a capirli. Scendevano e cercavano di lui, non per
eseguire grandi imprese, per vivere intensamente, per
essere uomini nel significato più alto; venivano soltan­
to per compiere un atto umile, che era comune a tutti
gli esseri viventi. In esso però non vi era nulla di basso
né di degradante; perciò li amava. E in particolare ama­
va una specie di uomini: quella dei forti, dei risoluti,
che - si sentiva - la vita aveva presi e teneva ben saldi
per adoperarli, costringerli ai suoi scopi. Anche laggiù
serbavano una calma, una serenità talmente dignitosa,
che egli si empiva di fiducia e di pace. Seduto, udiva i
rumori che giungevano dai loro gabinetti; quando usci­
vano, dal loro contegno già era sparito ogni indizio del­
l’atto poco prima compiuto, sui volti vi era soltanto la
volontà appassionata di lotta, per raggiungere la meta più
alta. Dopo tali visite egli rimaneva lieto, ricordava i vi­
si, pensava che ormai, fuori alla luce del sole, coloro
compivano grandi gesta con una luminosa sicurezza. Que­
sti erano i suoi pensieri intorno agli uomini, così li
capiva.
Gli uomini invece non gli badavano, si accorgevano
appena di lui. Ritiravano dalle sue mani i foglietti di
carta; un minuto dopo, egli non aveva più alcun si­
gnificato per loro. Certuni, gli erano noti da molto tem-
108 IL SORRISO ETERNO

po; erano venuti per anni e anni, facendosi curvi e gri­


gi, invecchiando con lui. Ma nessuno di loro aveva mo­
strato di conoscerlo.
Ora che se ne stava seduto per l’eternità, ascoltava i
discorsi degli altri morti e credeva nelle loro parole. Essi
non sapevano che egli si trovasse là, né la sua assenza
avrebbe avuto importanza; tuttavia egli era in mezzo a
loro, e felice. Come più volte durante l'esistenza terre­
na, a tratti desiderava di effondersi, di schiudere il suo
cuore, di poter donare a qualcuno ciò che vi aveva ra­
dunato; ma, sentendo che quanto egli possedeva non era
suo, bensì apparteneva - più che nel caso degli altri -
alla vita stessa, si accontentava di ascoltare, di accumula­
re continuamente, come se sapesse che, tanto, un gior­
no avrebbe lasciato quel patrimonio ad altri, più quotati.
Parecchi erano meno felici di lui; li tormentava la
solitudine, il sentirsi diversi da tutti gli altri, la certezza
che nessuno era come loro e che perciò nessuno poteva
sentire ciò che essi sentivano nel profondo. Ad esem­
pio v’erano due, che sedevano un po’ in disparte, per
conto loro: essi non potevano né capire gli altri, né
esserne capiti. Neppure potevano capirsi a vicenda: riu­
scivano soltanto a discorrere insieme, ma ognuno parla­
va di sé. Uno era privo del pollice della mano destra;
non l’aveva mai avuto, e ciò l’aveva reso solitario per
tutta la vita. Si era persuaso di essere qualcosa a parte,
di diverso da tutti gli altri, e così sentiva ancora. Non si
era considerato un escluso, vittima di un destino infelice,
aveva vissuto in mezzo agli uomini, ne aveva incontrati
parecchi, si era avvicinato ad alcuni; tuttavia aveva sem­
pre sentito che qualcosa lo separava da loro, un muro
invisibile che nessuno poteva sfondare o abbattere. Essi
potevano bensì discorrere con lui come con altri, crede­
re di aver trovato la via del suo intimo; non per questo
IL SORRISO ETERNO 109

avevano la minima idea del suo vero essere, perché


egli era di una specie del tutto diversa dalla loro.
Ora che sedeva là per tutti i secoli, capiva quanto
fosse giusta la sua sensazione di essere qualcosa a sé, di
possedere una particolarità insita nel suo essere: conti­
nuava a non avere il pollice della mano destra. Perciò
ora sentiva ancor più quanto fosse completa la sua so­
litudine. Ascoltava ciò che dicevano gli altri, ma le pa­
role lo sfioravano e dileguavano, come se pronunciate
in un’altra lingua. Non li capiva, e quelli non capivano
lui, perché non erano, come lui, privi del pollice destro.
Così, si abbandonava tutto al tormento della sua solitu­
dine, si seppelliva sempre più in essa, ne faceva l’unico
motivo del proprio durare.
L’altro era in possesso di tutte le sue dita, ma sull’un­
ghia di un medio aveva un puntino nero. Gli era venuto
da ragazzo e non gli era più andato via. Aveva trascor­
so tutta la vita, era invecchiato, era morto con quel pun­
tino sull’unghia. Lo strano era che molti non supponeva­
no nemmeno la sua solitudine, non rilevavano nulla, lo
credevano simile a loro. Egli aveva un quieto sorriso
quando pensava alla cosa: era diverso da tutto il mon­
do, e il mondo non se ne accorgeva. D’altronde portava
quella particolarità come un peso che lo schiacciava si­
no a terra. Cercava, cercava tra gli uomini, ma nessu­
no era simile a lui; credeva che il puntino, causa della
sua estraneità alla vita, si sarebbe un giorno cancella­
to con la vita stessa che gliel’aveva dato; ma così non
accadde. La sua solitudine crebbe sempre più, se ne sen­
tiva circondato, come da uno squallido deserto, ovun­
que si recava. Non si lagnava, nessuno sapeva della sua
sofferenza, nessuno sapeva che egli cercava in tutto il
mondo l’unico essere che fosse come lui. Se ne andò
dalla vita senza che nessuno avesse intuito la sua lotta.
110 IL SORRISO ETERNO

Ora, seduto nell’oscurità, non riusciva a scorgere il


puntino nero sull’unghia. Ma sapeva che c’era, sentiva
più che mai la singolarità del suo destino. Lo circon­
dava un vuoto immenso come l’impenetrabile oscurità.
Una quieta gioia avevano provata entrambi, incon­
trandosi. Potevano discorrere insieme, e da ciò traevano
un po’ di calore. Ma non riuscivano a capirsi. Capivano
che erano entrambi solitari, ma uno non capiva la soli­
tudine dell’altro. Ognuno dei due ben sentiva la propria
sofferenza, ma non concepiva quella dell’altro, soltanto
la intuiva vagamente così come s’intravede un debole
chiarore nella lontananza della notte. Uno aveva un pun­
tino nero su un’unghia, ma non era privo del pollice
destro; l’altro era privo del pollice destro, ma non ave­
va alcun puntino nero sulle unghie. Così trascorrevano
le loro eternità.
Non lontano da loro, sedevano un uomo e una don­
na che discorrevano bisbigliando. Parlavano con voce
così bassa che nessuno udiva ciò che dicevano; si sentiva
però sotto le parole la passione. Si erano amati per tut­
ta una vita. Si cercavano ancora a vicenda. L’uomo disse:
— Quando ti amo, mi sembra di abitare come stra­
niero in un grande paese lontano, dove non sono na­
to. Vedo alberi e monti, vedo nuvole e uccelli librati a
volo, una terra meravigliosa. Odo il vento mormorare
nei chiari boschi, odo i fiumi rombare giù nelle valli.
E rimango a lungo fermo in ascolto. Non è la terra do­
ve sono nato. Quando ti amo, soffro la nostalgia della
mia terra natale, lontana lontana.
La donna rispose:
— Quando sono vicina a te, io sono felice.
Ma l’uomo replicò:
— Tu non mi hai mai capito, non mi hai mai tro­
vato; e io non ho mai trovato te.
La donna: — Io ti ho amato.
IL SORRISO ETERNO 111

L’uomo: — Ma non capisti mai gli scopi della mia vi­


ta. Ho lottato e sofferto, ho costruito e distrutto. Ho cer­
cato, ho dubitato: per lunghi anni. E tu?
La donna rispose : — Io ho creduto.
L’uomo sedeva assorto, pensava a se stesso, vedeva
tutto il suo passato, lo ricapitolava. Da ultimo disse: —
Io ho lottato per la vita.
La donna replicò: — Io ho vissuto.
Tacquero, ognuno solitario con se stesso.
Poi l’uomo riprese : — Ora siamo entrambi morti. Ep­
pure ti desidero ancora.
La donna gli rispose : — E io sono ancora con te,
mio diletto.
Ma un umile operaio, che sedeva nascosto in mezzo
al gruppo, cominciò a parlare e narrò con voce timida e
fervida :
— Io ho la nostalgia della mia casa.
« Abitavo in una casetta in uno dei sobborghi pove­
ri, ma non eravamo poveri, avevamo due stanze e cuci­
na, una riceveva il sole al mattino. Tutto era grazioso e
pulito, gli sporti delle finestre erano ricoperti da tova-
gliette bianche, sulla tavola della stanza di soggiorno era
stesa una grande tovaglia gialla, ricamata da mia mo­
glie. Eravamo felici, non ci mancava niente. Quando alla
sera rincasavo dall’officina, dove il lavoro era pesante e
di responsabilità, ero così nero di fuliggine che non po­
tevo toccar niente; mi lavavo, mi cambiavo, e poi pren­
devo in braccio il piccolo; lui voleva venirmi in braccio
non appena entravo, dovevo tenerlo lontano.
« Un tempo, quando non avevo ancora una casa, so­
levo andare a letto sudicio com’ero, tutto m’era uguale,
niente aveva significato per me. Ora invece tutto signi­
ficava qualcosa. Quando mi guardavo intorno, ogni pic­
colo oggetto mi testimoniava che ero felice. Cenavamo
insieme, poi si stava quieti per un po’, senza accendere la
112 IL SORRISO ETERNO

lampada. Il piccolo veniva e s’arrampicava sulle mie gi­


nocchia. Giocava: io ero il cavallo che lo conduceva in
un grande bosco lontano dove c’era buio, ma poi gli fa­
ceva di nuovo trovar la strada. Si addormentava sul mio
braccio, gli diventava rossa la guancia che riposava con­
tro di me. Per questo ho nostalgia della mia casa.
« Sedevamo accanto sino a tardi, e discorrevamo di lui :
era come parlar di noi stessi. Mia moglie aveva una voce
armoniosa che non potrò mai dimenticare. Si faceva buio.
Ricordo il disegno che c’era sui piatti, un quadro alla
parete, ricordo la dispensa e il piccolo divano bruno, e
la locomotiva del bambino sul pavimento : per questo
soffro di nostalgia. »
Tacque, e in sogno tornava a ciò che era stato suo.
Da un'altra parte, sedeva uno che narrava la sua vita
a un gruppo, e quelli si divertivano ad ascoltarlo. Era
giovane. Certo non aveva avuto bisogno di vivere a lun­
go. Parlava di ogni cosa molto diffusamente, dal prin­
cipio alla fine; il racconto pareva autentico, e insieme
ben congegnato. Narrava con pacata lentezza:
—- Una sera arrivo a un vecchio mulino nel bosco.
Non era ancora tardi, ogni cosa mi pareva fresca e nata
da poco. Il sole mandava i suoi raggi di traverso, gli
uccelli cantavano ancora; sembrava di mattina. La ru­
giada dell’erba bagnava gli zoccoli del mio cavallo. Era
primavera, l’aria odorava di campi e di grandi alberi.
« La strada che seguo pare attraversi la fattoria del
mugnaio. Perciò passo a cavallo sotto la porta, senza in­
tenzione di fermarmi. Dentro, il posto è così bello e
strano che tiro le briglie e sosto a guardarmi intorno. Ai
quattro lati sorgono bianche file di edifici; penso che li
abbia imbiancati così la farina levatasi a volo dalle ma­
cine e dai sacchi caricati sui carri. Anche il suolo del .cor­
tile è infarinato; il mio cavallo indietreggia e con uno
zoccolo gratta finché scopre la terra nera. In me l’insieme
IL SORRISO ETERNO 113

suscita l’impressione di un incantevole idillio. P. quieto


e ben cintato, insieme robusto, opulento in modo sugge­
stivo. Nel cortile c’è un vecchio veicolo, che ha le ruote
anteriori senza cerchi e i raggi quasi del tutto marciti,
cosicché sembra inginocchiato. Si trova proprio davanti
al mulino, che è un edificio massiccio, ampio, e al cen­
tro ha un grande abbaino nero con ripiano. Mentre a
cavallo sto guardando l’abbaino, che sporge sul cortile,
esso si apre, e dal buio interno si avanza il mugnaio,
seguito dalla moglie. Non possono essere che loro due.
Lui è un uomo gagliardo e bruno, con gli abiti bianchi di
farina, ma con mani da macchinista, sporche e unte
d’olio; ha un’aria schietta e grave. La moglie, che potrà
avere dai quaranta ai cinquant’anni, è grassa e affabile,
somiglia a una grossa bestia sazia, che aspetti di mangia­
re, se possibile, ancora qualcosa. Quando si volta verso
di me, i suoi seni si delineano sotto la veste come gran­
di pagnotte rotonde; fra loro e il ventre riposano due
braccia ben pasciute. Mi guarda con occhi tondi e bo­
nari, senza sopracciglia, mi saluta con un movimento del
grasso collo. Io rispondo col tono disinvolto di chi è a
cavallo e ha cavalcato tutto il giorno per i boschi. Il cor­
diale idillio mi ha messo di umore gaio. Dico loro la mia
lieta sorpresa nel trovare un cantuccio così riposto nei
recessi della foresta, esprimo tutto il mio entusiasmo. Il
mugnaio non risponde, guarda qualcosa in aria. Ma la
donna sorride gentile e insinuante : sì, il posto è dav­
vero carino. Io mi metto a lodare la bellezza della lo­
calità, la pulizia di ogni cosa, il biancore delle tendine
appese alle finestre, il suolo infarinato, il motivo pittore­
sco del vecchio veicolo. La donna non fa che approvare:
piantata a gambe larghe sul ripiano dell’abbaino, sorri­
de. Il marito aspetta, quasi ritto sull’attenti.
« Da ultimo essa mi domanda se non voglio entrare
a dare un’occhiata al mulino. “Ben volentieri”, rispon-
114 IL SORRISO ETERNO

do. Balzo di sella e con lo sguardo cerco lungo il muro


un anello di ferro cui legare per le briglie il cavallo.
Non ne vedo. Allora lo lego al vecchio veicolo messo
in pensione: è così semplice! Poi m’inerpico verso il
mugnaio e la moglie. Non senza difficoltà, perché il ri­
piano è piuttosto alto, non c’è scala, e i piedi scivolano
sul muro coperto di farina. Quando finalmente arrivo
su, ansimo per lo sforzo. La donna mi leva la farina
di dosso con un’amabilità che è quasi un po’ indiscreta,
e ride: scorgo allora due grosse zanne in fondo alla
bocca per il resto sdentata. Il mugnaio è grave come
una tomba. Entriamo nel mulino.
« Questo comincia a brontolare. Ma con voce bona­
ria: pastosa e confusa. Poi le macine non fanno più
rumore, benché siano grosse e pesanti. Girano con una
lentezza che fa bene all’animo, che lo assopisce. Si
sente che fra esse c’è molta farina, e la sensazione è
veramente piacevole. Sul pavimento la farina è alta un
pollice, i piedi vi lasciano orme profonde. Il mugnaio
guarda con gli occhi spalancati. Mi sembra che abbia
un aspetto ebete. Ma la donna sorride : ecco almeno
un’anima amica. S’aggira tronfia e chiacchiera di conti­
nuo; ora mi sembra anche più grassa che prima. Rilevo
che sul suo ampio dorso vi è al centro una stretta in-
fossatura, come se sotto la gonna non avesse niente.
Ma nella cosa non vedo nulla di comico, anzi la trovo
ripugnante. Tuttavia non riesco a liberarmi di quel pen­
siero. Continuo a seguire con lo sguardo quel posteriore
ballonzolante, meravigliandomi che una creatura umana
possa comportarsi in modo simile.
« Sennonché ora il mugnaio apre una porticina in
fondo al buio stanzone, e per l’apertura irrompe un fra­
stuono violento, mentre un’impetuosa corrente d’aria
ravvolge in un turbine di farina me e la donna. Capisco
che si tratta della ruota del mulino, azionata da grandi
IL SORRISO ETERNO 115

masse d’acqua, e incuriosito tengo dietro al mugnaio.


La donna diventa di malumore, domanda al marito che
cosa fa là fuori. Lui non la ode per colpa del frastuono;
10 le volto le spalle e a mia volta esco per la porticina.
Salgo sopra una stretta asse, che è bagnata e sdrucciole­
vole, per poco non scivolo, riprendo l’equilibrio e avan­
zo ancora di qualche passo.
« Mi trovo di fronte a uno spettacolo prodigioso: mi
fermo sbalordito, respiro profondamente per prender
fiato. La ruota possente produce con le sue pale vecchie
e vischiose una musica rombante e sinistra, come se an­
dasse a prenderla nelle cupe acque sottostanti. Il fra­
stuono è così forte che io ne sono semiassordato e devo
tenermi a una trave che sporge; la mia mano diventa
umida e fredda. Mi vengono i brividi a stare così sopra
le acque che scorrono in tumulto, nere e minacciose;
ma l’insieme è così grandioso e insolito che ne resto
affascinato. Respiro con felicità, mi empio della viva
frescura della sera, guardo la corrente che infuria fra
le strette e ripide sponde. Ora mi ricordo di aver udito
11 fiume per lungo tratto mentre cavalcavo per il bosco,
di essermi stupito perché non riuscivo a vederlo. Mi al­
lieto di poterlo vedere ora: si getta impetuoso contro le
sponde, rugge, tuona, ma non fa spume, si mantiene
sempre dello stesso colore cupo.
« Finalmente mi ricordo del mugnaio e lo cerco con
lo sguardo. È là accoccolato sull’estremità della tavola,
intento a ungere la ruota. La scena è bizzarra. La sua
testa che sporge col nero ciuffo giù sulla fronte e i baffi
pendenti, produce un effetto sommamente ridicolo pur
nella sua infinita malinconia. L’omaccione continua a
parlar da solo, non odo le parole, vedo soltanto la bocca
che si muove. Quella visione crea il ridicolo là dove
tutto il resto è maestoso. Mi volto, fisso lo sguardo giù
nel fiume che scorre tumultuoso sotto i miei piedi. Il
116 IL SORRISO ETERNO

crepuscolo si accentua. Le acque già diventano color


carbone.
« Alla fine, camminando sulla sdrucciolevole asse, ri­
torno nello stanzone, e allora mi viene in mente la vec­
chia. È sempre là che si pavoneggia intorno alle maci­
ne, grossa e tonda come prima. Quando mi scorge, si
ferma e sorride bonaria. Ma io capisco che è malcon­
tenta. Mi domanda che cosa abbiamo fatto tutto quel
tempo là fuori. “Lo spettacolo” rispondo, “era così
grandioso, che quasi non si riusciva a staccarsi da esso”;
a mia volta le domando perché non viene anche lei a
contemplarlo. “Sulle assi si scivola” mi dice; inoltre,
lei non può passare per la stretta porticina. La guardo
e scoppio in una risata; non riesco proprio a trattener­
mi. Ma lei non ne rimane sconcertata; si carezza lenta­
mente le grasse cosce e mi volge un’occhiata che io non
so come interpretare. Poi si stupisce che il marito non
torni : che cosa mai combina là fuori ? “Sta ungendo la
ruota” le dico disinvolto, come se si trattasse di una
cosa naturale. Allora, con un movimento impaziente del
collo, la donna si dirige alla porticina. Sporge la testa
nel buio e chiama il marito. Ma, a quanto sembra, lui
non ode. Lo chiama ancora, nessuno compare. La rag­
giungo per vedere se posso fare qualcosa. Guardando
sopra la testa di lei, lo vedo seduto laggiù che sta ancora
ungendo la ruota. Accoccolato a quel modo, ha un’aria
così idiota che devo ridere. Gridiamo tutti e due. Ma
lui né ode né vede. La ruota rimbomba nell’oscurità, in
modo quasi orribile, e l’omaccione continua a ungerla.
Gridiamo di nuovo, insieme. Lui non si muove. Allora
la donna richiude la porta, sbatacchiandola con tale vio­
lenza che ne trema tutto l'edificio, poi fa scorrere il pa­
letto dall’interno.
« Un attimo dopo, è di nuovo l’amabilità in persona,
come se nulla fosse accaduto. E fra me e lei in realtà
IL SORRISO ETERNO 117

non è successo nulla; soltanto del marito è malcontenta.


Cominciamo a discorrere di questo e di quello, di tutto
un po’, del tempo magnifico, della difficoltà di scuoiare
un elefante vivo... come si suole discorrere quando non
si sa che cosa dire. La donna mostra un vivo interesse
per ogni argomento. Da ultimo io dichiaro che devo
partire, che non mi resta più tempo, perché ho intenzio­
ne di proseguire. Lei mi guarda stupita, mi domanda
come posso avere una simile idea, che cosa intendo con
la parola “proseguire”. “Andare avanti” rispondo,
“fare ancora un buon tratto di strada prima che scenda
la notte.” “Andare avanti? Ma la strada termina qui!”
“Possibile?” esclamo sbalordito. “Sicuro!” e conferma
con cenni della testa. Poi incrocia le braccia sul ventre,
e tutto il suo viso s’illumina di un sorriso bonario. “Pro­
prio la strada termina qui”, ripete.
«La notizia m’infastidisce. Credevo che fosse la stra­
da giusta, che conducesse oltre. “Neanche per sogno!”
mi assicura la donna, e sorride: in fondo alla bocca riap­
paiono le due zanne. “Se il signore voleva proseguire,
doveva prendere a sinistra, quando si trovò alla piccola
biforcazione, cinquanta miglia indietro nel bosco. Poi
prendeva a destra, poi di nuovo a sinistra, indi a destra,
a destra ancora, da ultimo a sinistra.” Io esplodo: “Oh,
Signore Iddio!”. La donna soggiunge: “Quella è la
strada giusta. Ma invero non la trova nessuno”.
« Mi sento alquanto irritato. Ma la mugnaia mi con­
forta cordialmente: “Qui il posto è carino, perciò il dan­
no non è poi così grave. Il signore può pernottare al
mulino, e ripartire domattina per tempo. Cercheremo
di farlo stare comodamente, nei limiti di quanto offre
la casa. E sottotetto abbiamo una stanza dove si può
dormire come ghiri sino a ora tarda”.
« Io non posso fare a meno di sentirmi commosso dal­
la sua cordialità, sebbene mi indispettisca il ritardo cui
118 IL SORRISO ETERNO

devo adattarmi. Rifletto un momento, poi accetto con


riconoscenza l’invito. Può essere davvero un’esperienza
gradevole pernottare in un mulino così vecchio e pitto­
resco, sperduto in mezzo ai boschi; può diventar qual­
cosa di cui rimarrà a lungo il ricordo nella vita. Né
sarà spiacevole mangiare un boccone e poi stendersi in
un buon letto. Sono contento che le cose abbiano preso
questa piega.
« Per un buio corridoio la donna mi conduce nell’abi­
tazione, apre la porta, mi fa entrare in una stanza gran­
de. Accende una candela; una candela gialla e spessa
che mi sembra non debba mai spegnersi e che ad ogni
modo sparge su ogni cosa un chiarore caldo e conforte­
vole. Mi lascia solo per un poco, perché — mi dice -
deve preparar qualcosa da mangiare. A ogni finestra pen­
dono tendine pulite, il pavimento è lavato di fresco, sul­
l’ampia tavola è stesa una grande tovaglia dal biancore
abbagliante. Tutto dà un’impressione di salute e lindura.
Mi siedo, ad assaporare il mio benessere e la mia con­
tentezza. Ho anche fame, sarà un piacere mettere sotto
i denti qualcosa.
« La donna entra col cibo. Porta anzitutto un grande
truogolo pieno di farinata, e insieme fa rotolare avanti
col piede un bariletto di birra. È una farinata su cui è
disposto un alto strato di zucchero e cannella, al centro
si erge un enorme pezzo di burro che cola giù dagli orli.
Ci sediamo a tavola, ognuno da una parte, e mangiamo
sino a soffocare, irrorando il pasto con birra. Spazziamo
il contenuto del truogolo. Io ansimo per lo sforzo. Lei
si asciuga contenta gli angoli della bocca.
« Esce e torna con un largo vassoio ove nel proprio
unto galleggia un’anguilla arrosto. È così grassa che tre­
mola sul piatto e scivola sotto la forchetta. Mangiamo
con le dita. L’unto mi scorre giù per il collo. La cosa
non mi dà noia. La donna mangia prodigiosamente.
IL SORRISO ETERNO 119

Anch’io mangio molto. Mi pare strano di poter mangia­


re tanto, perché di solito non ho un grande bisogno di
cibo. È come se non avessi mai mangiato in tutta la mia
vita. In più, bevo birra sino a scoppiare. Quando final­
mente abbiamo vuotato il vassoio, la mia ospite va a
prendere la portata successiva. È un arrosto di manzo:
così grosso che mi nasconde lei quando entra portan­
dolo. Ho la sensazione di non poterne più; ma è roso­
lato in modo così appetitoso che devo pur assaggiarne
un po’. La donna mette sul mio piatto pezzi enormi;
serve a se stessa porzioni doppie. Mangiamo.
« Mangiamo in silenzio, senza dire una parola. Io
odo le sue zanne triturare il cibo in fondo alla bocca; è
l’unico rumore. E vedo i suoi occhi tondi senza soprac­
ciglia: sono limpidi e normali; sento invece i miei ve­
lati, quasi spenti. Divento sempre più ubriaco di cibo
e di birra; ma soprattutto per il cibo: mi pesa nel ven­
tre in modo tale che non riesco a muovermi. Sono già
ottenebrato. Tuttavia, mi servo di altro arrosto. Guar­
dando lei che mangia, non posso fare a meno di imi­
tarla. Mangio apatico, svogliato, ingollo l’uno dopo l’al­
tro grossi bocconi. Finalmente l'arrosto comincia a de­
clinare. La donna gli dà il colpo di grazia.
« Quando ha finito, si alza con un sorriso materno e
si reca di nuovo in cucina. Io mi sento in corpo un am­
masso di piombo. Mi puntello con le braccia alla tavola
e mi guardo intorno. Poi mi alzo ed emetto una serie
di ventosità che rendono la stanza calda come un forno.
Sono pieno. Ciò nonostante, trovo tutto bello. E mi sen­
to completamente felice. Tutto mi sembra semplice, na­
turale, molto diverso da quanto credevo. Seduto, penso
alla vita, capisco molte cose che prima m’erano incom­
prensibili. Tutto si raduna intorno a me, diventa quieto,
sicuro, sano. Sento che la vita è così. Sono felice.
« La donna entra con una nuova portata. E un pro-

6.
120 IL SORRISO ETERNO

sciutto lesso, un grasso e grosso culatello di maiale, che


sporge di parecchio dal piatto. Io lo guardo tranquillo.
Non trovo nulla di straordinario nel mangiare ancora
un poco. II cibo non mi ripugna più. Capisco il signifi­
cato di ogni cosa.
« Ci sediamo per il nuovo assalto. Io mangio in modo
diverso da prima: lentamente, con impegno; mangio per
saziarmi. Il cibo mi reca una gioia semplice e naturale.
Ogni ebbrezza è svanita.
« Non diciamo una parola. La donna mi sembra pia­
cente. Proprio una linda vecchietta di campagna, come
dovrebbero essere tutte. E un’ottima padrona di casa.
Mangiamo. Quando il prosciutto comincia a calare, sto
attento e mi servo della parte che rimane: ci trovo gusto
ormai. Asciugo l’unto con un pezzo di pane.
« A coronare il pasto, la donna porta da ultimo una
torta alle mandorle: non troppo grossa, mi pare. La ta­
glia in venti parti. Ci serviamo e mangiamo in silenzio.
Io penso a molte cose, gusto le mandorle dolci, e mi
sazio.
« Finito il pranzo, mi alzo da tavola, accosto la sedia,
faccio un inchino alla vecchia e la ringrazio: con parole
brevi, ma molto cortesi. “È stato un pasto buono e co­
pioso” dico. E mentre muovo qualche passo malcerto
per la stanza confortevole, soggiungo fregandomi le
mani sazio e contento : “Ora sarebbe proprio bello pian­
tarci una dormita”. “Certamente” risponde subito la
donna e mi lancia uno sguardo materno.
« Prende una candela, e mi invita a seguirla. Percor­
riamo uno stretto corridoio, poi saliamo per una scala
angusta. Io la seguo da vicino. Sulla scala vedo il suo
posteriore con l’infossatura al centro. Lo vedo soltanto,
non ci bado, non mi sembra che abbia un significato.
Raggiungiamo la stanza destinata a me. È lieta e comoda,
con le pareti chiare e tre grandi finestre che danno sul
IL SORRISO ETERNO 121

fiume: odo, in basso, il fragore delle acque. Contro una


delle pareti interne è collocato un ampio letto, con la
biancheria pulita, stirata di fresco. La vecchia depone
la candela su una sedia presso il letto, il chiarore tre­
mola sul pavimento. Guardandomi intorno, provo una
forte sensazione di benessere e di agio. Qui dormirò
magnificamente. La vecchia, notando il mio compiaci­
mento, spalanca un sorriso così ampio che in fondo alla
bocca spuntano le due zanne: nelle vuote mascelle si
ergono salde come le branche d’una tagliola. Eppure mi
pare una donna eccellente. Mette un po' in ordine il let­
to, lo liscia con mano affettuosa; indi, congiungendo le
mani sotto i seni in modo che questi si depongono come
sopra un vassoio, mi domanda se desidero qualcos'altro.
“No, grazie” rispondo, un po’ sconcertato. Si volta; poi,
con tono un po’ secco, a quanto mi sembra, di nuovo
mi chiede se proprio non m'occorre altro. “No, grazie”
torno a rispondere, piuttosto divertito. Mi augura gen­
tilmente la buona notte e se ne va.
« Rimasto solo, comincio lentamente a spogliarmi. Mi
sento un po’ pesante e gonfio. Me la prendo comoda
pregustando il piacere di poter fra poco sdraiarmi e dor­
mire. La luce della candela vacilla sulle ampie e oneste
assi del pavimento, mentre io m’aggiro per la stanza.
Poi mi ficco sotto le coperte.
« Il letto è caldo e comodo, al pari di ogni cosa al­
l’intorno. Quando stendo le gambe, le lenzuola, ruvide
a dovere, mi grattano un po’ le ginocchia. È una sen­
sazione piacevole. Con le mani in panciolle guardo il
soffitto. Tutto è lindo, bianco d’intonaco: soffitto e pa­
reti. La candela di sego diffonde per la stanza la sua
luce calda. Alle finestre sono appese tendine bianche.
E in basso il fiume strepita e romba: è un vero luogo
di delizie.
« Sdraiato in letto, penso alla vita, quanto essa è gra-
122 IL SORRISO ETERNO

devole. In una specie di vertigine mi allontano sempre


più e capisco ogni cosa. Penso alla vecchia, me la vedo
davanti : opulenta e sana, semplice e schietta. Così do­
vrebbero essere le creature umane, allora si potrebbe
amarle. Il cibo mi pesa benefico nel ventre, non posso
muovermi. Sento per tutto il corpo un lieto calore, che
aumenta. Non vi è più un principio o una fine. Tutto
gira nella testa. Mi sento un po’ intontito dalla quantità
di benessere, ma è bello così. Mi assopisco. Ora dormo
certamente.
« Molto tempo dopo - anni e anni, a quanto mi sem­
bra - ho la sensazione che qualcuno entri nella stanza.
Socchiudo gli occhi; non può essere che la vecchia. Non
ha indosso vestiti. Le sue grasse cosce urtano una contro
l’altra, mentre si avvicina al mio letto. Ma è grave in
viso, un po’ diversa da prima. “Si può spegnere la can­
dela” dice con voce risoluta, e siede sopra il lume, fa­
cendolo sfrigolare. “Certamente!” faccio io. Allora viene
sotto le coperte.
« Mi pare che così debba accadere. Sono felice. Le
cingo un braccio intorno al collo. La donna s’intenerisce.
Parliamo della vita. Andiamo d’accordo su ogni punto.
Lei parla molto di cibo, io pure. Le rivelo come sin dal
primo istante io abbia ammirato il suo seno opulento.
Essa mi avvicina le due grosse pagnotte. Poi passano
molti anni.
« Mi sento molto sonnolento e felice. Ad un tratto
domando che cosa sarà mai accaduto del mio cavallo.
“Ha mangiato se stesso, da molto tempo” mi risponde
la donna. “Già, già, ho capito” approvo, e penso alla
vita, penso quanto è grande e gradevole. Sento di amare
molto la donna, senza principio né fine. “E il mugnaio?”
domando. “Unge la ruota” è la risposta. “Eh, già” com­
mento io. Passano molti anni.
IL SORRISO ETERNO 123

« Finalmente mi sveglio, qualcosa romba lontano. Mi


rizzo a sedere nel buio, mi frego gli occhi, non vedo
nulla. Ma odo qualcosa che continua a rombare, mono­
tono e greve. È il fiume. Torno a sdraiarmi. La vecchia
russa. Odo tutto, ho la testa limpida. La donna dorme
voltandomi il dorso, ed emana calore. Ma il rombo si
fa sempre più forte e più veemente, supera ogni limite,
è così inaudito che mi vengono le vertigini. Non re­
sisto più.
« Balzo in piedi. Mi precipito a una finestra. La spa­
lanco. Il rombo penetra con violenza folle, mi colpisce
al petto, mi abbatte.
« L’acqua mi ghermisce, è gelida. Mi travolge con sé.
Nel continuo rombo, mi scaglia contro la ruota del mu­
lino, contro le grandi pale rivestite di ferro. Sono dila­
niato, stritolato, il mio sangue spumeggia.
« Ma nel buio vedo il mugnaio, illuminato dalle stel­
le, fare grandi gesti con le braccia e urlare con la bocca
spalancata, pazzo di giubilo e di gioia. È una sensazione
poderosa, immensa, io spiro in un’estasi... poi tutto si
annulla.
« Ora che sono morto, non so come stessero le cose.
Non so che cosa significassero o tuttora significhino. Mi
limito a narrarle come mi sembrò che fossero, ecco
tutto. »
Aveva finito il suo lungo racconto.
A quelli che l’avevano ascoltato, la storia parve un
po’ strana. La commentarono, ampliandola o facendo
riserve. Poi tacquero anche loro, ognuno tornò con se
stesso.
Lontano da quel gruppo, in un altro settore, sedeva
immobile e riservato un giovane che era morto da lungo
tempo. Il suo viso era tenero, e ancora gli rimaneva la
sua giovinezza; ogni sera parlava a se stesso e diceva:
124 IL SORRISO ETERNO

-— Essa cammina laggiù tra i fiori. Cammina nella


foresta, sotto i grandi alberi, e pensa a me. Siede da­
vanti alla casa paterna e mi ricorda.
« Ora che scende il crepuscolo, s'allontana furtiva per
il sentiero silenzioso, fra gli alberi della giungla. Si
siede in riva al fiume, sulla bassa spiaggia dove odorano
i fiori di loto. Là mi aspetta, mentre scende il crepusco­
lo. Aspetta la mia barca illuminata, intorno alla quale
l’onda canta sommessa; aspetta le piccole onde canore,
e le sue labbra sorridono nel crepuscolo. Sa che vengo,
i fiori di loto odorano ai suoi piedi. Sa che vengo, le
sue mani si scaldano per il rapido pulsare del cuore.
Ora, mentre l’aria s’oscura.
« Diletta, stasera io non vengo a te. Questa sera non
posso venire. Ma domani sarò al tuo fianco. Domani
sull’imbrunire, la mia barca risalirà il fiume, solcando
le onde canore. Domani ti sarò vicino. »
Tacque e, pieno di desiderio, fissava l’oscurità che
aveva davanti.
Allora — come ogni altra volta, come ogni sera — un
vecchio dai capelli bianchi e lunghi, che gli stava vi­
cino, rispose:
— La tua diletta è morta. Io tenni la sua vecchia ma­
no nella mia quando morì: era mia madre.
« Da allora sono passati più di mille anni, ma io ri­
cordo tutto, come se si trattasse di ieri. Cara e buona
mamma mia !
« Non parlò mai di te. Ma, dopo la sua morte, io
trovai un tuo ritratto, scolorito dal tempo. Grazie a quel
ritratto ti riconobbi, quando venni qui per sedere al tuo
fianco.
« Mia madre fu felice. Mio padre era un brav’uomo.
La sposò ancora giovane, e lei lo amò con tutto il cuore,
perché aveva capito che tu eri morto. Lo amò durante
IL SORRISO ETERNO 125

una vita lunga e felice. Ora è morta da lungo tempo.


Ora siamo tutti morti. »
Il giovane lo guardò con occhi ove brillava un quieto
ardore, e replicò :
— Dice che la mia diletta è morta. Non è vero.
« Ora che annotta, è là in riva al fiume, sulla bassa
spiaggia ove odorano i fiori di loto. Là mi aspetta, nel
crepuscolo che scende. Aspetta le onde canore, e le sue
labbra sorridono nella penombra. Sa che vengo, sa che
le sono del tutto vicino.
«Che cosa sai tu dell’amore?»
Il vecchio rispose:
— Io sono un vecchio. Vissi molto più a lungo di te,
che moristi nella prima giovinezza. So che l'amore non
è tutto. La vita è tutto.
« E ora siamo tutti morti. »
Il giovane replicò:
— Tutta la mia vita fu amore. Non feci altro che
amare. Non ebbi altre esperienze.
« Voglio cercare lei in riva al fiume. Voglio cercarla
nel crepuscolo là dove mi aspetta.
«Che cosa sai tu dell’amore?»
Il vecchio rispose:
— Invecchiai. E, quando essa morì, tenni nella mia
mano la sua, la piccola e vizza mano di mia madre.
« Che cos'è l’amore, che cos’è la vita, quando siamo
tutti morti ? »
Allora il giovane gli voltò le spalle, ma nell’oscurità
continuò a parlare con voce appassionata :
— Diletta, stasera io non vengo da te; questa sera
non posso venire. Ma domani sarò al tuo fianco. Doma
ni al crepuscolo la mia barca risalirà il fiume verso di
te che mi aspetti là dove odorano i fiori di loto.
« Diletta, domani ti sarò vicino. »
126 IL SORRISO ETERNO

Così parlava nell’oscurità.


Nessuno gli rispose più; il vecchio sedeva assorto nei
suoi pensieri; tutto era vuoto e deserto. Ma da molto
lontano nel buio giunse una specie di muggito strana­
mente prolungato, una voce di infinito lamento, come
quando piange una bestia. Tutti conoscevano quel suo­
no, ma non sapevano che fosse. Era qualcosa che non
apparteneva a loro.
Lo produceva un essere umano che aveva vissuto in
epoche troppo remote. Sedeva accoccolato, aveva il cor­
po velloso, il naso camuso, la bocca ampia e semi-aperta.
Nessuno sapeva chi fosse, e neppure lui si ricordava di
aver vissuto. Ricordava soltanto un odore: l’odore di un
grande bosco, di resina e di musco umido. E l’odore di
un altro essere, di qualcosa che era caldo come lui e
che gli somigliava. Non sapeva che quella fosse una
creatura umana; ne ricordava soltanto l’odore. Fiutava
intorno a sé nell’aria buia, con le nari dilatate, e mug­
giva come una bestia che piange. Quel suono echeggiava
sinistro; era un lamento così lacerante, significava un
desiderio così tormentoso che tutti rabbrividivano. Ma
quell’essere non era uno di loro. Essi, vivevano la loro
vita, cercavano di continuo, soffrivano e lottavano, cre­
devano e dubitavano; non muggivano.
Per parecchio tempo nessuno parlò. Subentrò un vuo­
to squallore, li circondarono la notte e il freddo.
Ma per due bambini, un ragazzo dodicenne e una
fanciulla che chiacchieravano senza interruzione, era
mattina. Per loro era sempre mattina. Avevano da par­
lare di tante cose che né udivano né vedevano altro, e
tutto era nuovo e sicuro per loro. Soprattutto il ragazzo
sapeva raccontare intorno ad ogni cosa esistente fra cielo
e terra, moltiplicava argomenti e soggetti, tanto ne ave­
va piena la mente. La fanciulla lo ammirava senza ri­
serve. Era incredibile quanto egli sapesse, a quante cose
IL SORRISO ETERNO 127

si era interessato, quante idee ingegnose aveva avute.


E aveva sempre vissuto in modo così avvincente! D’esta-
te pescava i lucci in un lago, in una cala folta di giun­
chi, il sole scottava, i grilli limavano con le loro cosce,
la pace era così profonda che quasi non si osava respi­
rare, ma il suolo tirava giù i piedi, perché era melmoso.
Il ragazzo prendeva una tale quantità di lucci che a sten­
to riusciva a portarli, poi li arrostiva per se stesso e per
altri che avevano fame; talvolta la sua pesca bastava per
tutti gli abitanti della casa dove dimorava.
Ma si era occupato anche di molte altre cose, benché
la più parte riguardassero il lago. Una domenica d’in­
verno aveva dovuto ripescare un compagno che era pre­
cipitato in una buca apertasi nel ghiaccio; era un bel
ragazzo, che meritava proprio di essere strappato al lago:
era il suo migliore amico, e col tempo sarebbe certo di­
ventato qualcosa di buono.
Così si era impratichito del mondo, finché da ultimo
aveva deciso di fare il marinaio, per conoscere molti luo­
ghi e provare un po’ di tutto. Un giorno di primavera
si era fabbricato una barca a vela, adoperando una ta­
vola e una camicia rubata al padre, perché la vela fosse
più larga. Si proponeva di raggiungere per acqua l’altra
terra. Il vento già soffiava come doveva, il lago era di
un grigio che metteva il formicolio in tutto il corpo.
Ma, quando si trovò in mezzo al lago, sopraggiunse un
vento del quale egli non aveva tenuto conto; gli capo­
volse la tavola e lo fece annegare. Ciò nonostante, la
navigazione era stata magnifica, e dell’incidente la colpa
risaliva a lui, maldestro con la vela. Sì, aveva proprio
fatto tutte le esperienze possibili.
La fanciulla lo ascoltava con occhi raggianti, fiera ed
entusiasta quanto lui. Lo stimolava con esclamazioni di
piacere, con piccole obiezioni di stupore. Non era mai
stanca di ascoltarlo. E lui aveva sempre nuovi episodi
128 IL SORRISO ETERNO

da narrare. Aveva posseduto dei conigli e un pezzo di


terra coltivato a patate, che bisognava rivoltare con la
vanga. Aveva viaggiato in treno da solo per tre miglia.
Sapeva distinguere le nuvole che portano la pioggia dalle
altre che vengono soltanto per farsi guardare. Sapeva
quando il sole sorgeva. Aveva anche avuto un fucile,
col quale in certi giorni sparava ai passeri. Ciò sembrava
alla fanciulla piuttosto crudele. Ma, apprendendo che
quella caccia non serviva a niente, perché ne rimane­
vano sempre altrettanti, si tranquillizzava e gli dava ra­
gione. Il ragazzo conosceva i nomi di tutte le bestie,
sapeva imitarne i suoni, e in genere tutti i rumori della
terra. Conosceva il mondo intero, sapeva un mucchio
di cose.
La fanciulla non disponeva di esperienze così varie.
Aveva soltanto saltato alla corda, colto fiori, altro non
conosceva. Ma poco importava, ora che da lui poteva
apprendere quanto fosse divertente il mondo laggiù.
Erano entrambi felici. Tutto per loro andava a do­
vere. E l’abbondanza di notizie era tale da escludere il
pericolo che un giorno il raccontare finisse. Capivano
che la provvista bastava. Così, l’oscurità intorno a loro
raggiava delle cose che avevano portato con sé. Erano
pienamente felici.
Un uomo disse:
— Una mattina per tempo uscii per preparare il chiu­
so al bestiame che il giorno dopo avremmo condotto al
pascolo. Attraversai i boschetti di betulle dove avevo
giocato da bimbo; l’aria odorava di fronde fresche e di
segreti cespugli di fragole, che io però sapevo dove si
trovavano. Camminavo, e non pensavo a niente. Cam­
minavo, e pensavo agli alberi, alle radure che via via
riconoscevo. Camminavo e pensavo alla mia donna cara,
seduta a casa in cortile, in attesa di me e del nostro
primo bimbo, che presto sarebbe nato. Gli uccelli canta­
IL SORRISO ETERNO 129

vano tutto intorno, il cuculo mandava il suo verso dalle


querce del monte. Io pensavo a cento cose; pensavo di
cogliere un po’ di fragole, da portare a lei, perché le
mangiasse alla sera. Procedendo, udii un bisbiglio, un
borbottio: era il ruscello. Lo conoscevo bene: là, da
bimbo, mi ero fatto un piccolo mulino. Deviai e per
un tratto lo costeggiai. Più a monte trovai le pietre fra
le quali solevo incastrare l’asse della ruota: erano allo
stesso posto. Quell’anno il ruscello era ricco d’acqua; ciò
avrebbe giovato alle sementi. Ripensai i giorni di pri­
mavera nei quali diguazzavo fra quelle pietre. Poi udii,
più giù presso la siepe, il chiasso di alcuni bambini, e
scesi verso di loro. S’affaccendavano intorno a un mu­
lino che aveva le pale rivestite di latta sugli orli; non era
ancora pronto: alzarono, a guardarmi, visi sudati. Dissi
che un tempo la corrente era migliore più a monte. Ri­
sposero che ora il punto peggiore era quello scelto da
loro. Rimasi a guardarli per un po’. Poi traversai l’ac­
quitrino e ripresi il sentiero.
« Il sole già scaldava. Tolsi a una betulla un tratto
di corteccia, ne feci un cestino e lo riempii di fragole;
conoscevo i posti. Poi non m’occupai più delle fragole,
destinate a chi m’aspettava a casa; proseguii il cammino
e giunsi al nostro campo, dove mi aspettava il lavoro.
« Deposi il cestino nell'erba. Andai a prendere i pa­
letti per il chiuso, che avevo trasportati là la settimana
prima, e adoperai per i legamenti rametti di betulla,
perché nel nostro campo non c’era gran che; il fogliame
spargeva un forte odore. Lavorai, mentre il sole saliva.
« Sono riconoscente per quella mattina di tanti anni
fa. »
Un altro uomo taceva immerso nei suoi pensieri: era
un assassino. Aveva ucciso un uomo; ma prima di arri­
vare a ciò aveva vissuto cinquant’anni, aveva dovuto im­
pratichirsi. E quel periodo era stato come una lunga,
130 IL SORRISO ETERNO

continua giornata, di luce senza fine. Egli lavorava alla


luce del sole, faceva il costruttore, i giorni non finivano
mai. Amava una donna, e ne era riamato; insieme ave­
vano avuto molti figli. Andava con loro nel bosco, inse­
gnava loro gli alberi, e il mare, e le nuvole e le pietre.
I figli crescevano. I maschi si fecero grandi, e la pen­
sarono come il padre. Le femmine avevano le stesse idee
della madre. A lui spuntò un’ampia barba. Anche i ma­
schi diventarono barbuti, e impararono il suo rozzo lin­
guaggio. Le figlie si sposarono ed ebbero bambini. I
maschi fecero altrettanto. E il sole continuava a splen­
dere, come se non potesse più tramontare. E a lui venne
voglia di uccidere uno: la luce era troppa. Continuò a
lavorare, era sempre felice, i giorni non finivano mai.
Diventò calvo, si comprò un berretto di pelo. Volle uc­
cidere una persona. Così cominciò, finalmente, il buio.
Uscì furtivo sulla strada. Le nuvole spinte dal vento
invasero il cielo. Svoltò e prese per i campi. L’altro
continuava a precederlo; a un certo punto si fermò in
ascolto, poi saltò un fossato e penetrò nel bosco. I rami
scricchiolavano sotto i suoi passi. Camminò in punta di
piedi, avanzò carponi, senza respirare: l’altro lo prece­
deva di pochi passi.
Il terreno scendeva ripido, la strada diventò angusta
e incassata. Il vento soffiava tra gli alberi, l’oscurità era
cupa. Il buio si sentiva come un peso: egli dovette slac­
ciarsi la giacca sul petto. La strada, sempre più stretta,
scendeva ripida, sparsa di pietre sdrucciolevoli e di fo­
glie bagnate. Si gettò per terra, avanzò strisciando per
non farsi udire: l’altro era ormai vicino, lo udì ansare.
Trattenne il respiro, spiccò un balzo, gli fu addosso...
e conficcò il coltello nel proprio corpo.
L’uomo sedeva immerso nei suoi pensieri; reclinò la
testa su una mano, poi l’alzò lentamente e si guardò in­
torno interrogando.
IL SORRISO ETERNO 131

In basso l’essere villoso muggiva, privo di ricordi.


— Io vissi in una terra strana, che aveva fuoco nelle
sue viscere — cominciò uno. — Abitavamo felici nei cam­
pi. Seminavamo e mietevamo, come avevano fatto i no­
stri antenati, i nostri padri in ogni epoca. Nelle grandi
valli raccoglievamo vino e grano, sui pendìi dei monti
piantavamo i grigi ulivi. Capivamo il senso della vita.
Ora vi racconterò.
« Vicino al monte sorgeva una casa dove abitava Giu­
ditta; a lei si riferirà quasi tutto il mio racconto. Non
era diversa dalle altre fanciulle del nostro paese, ma
più bella di tutte. Quando passava con la cesta in capo,
i campi raggiavano di gioia, le rondini salivano più alte,
librandosi nel volo.
« Da noi c’era sempre il sole. C’era sempre stato, a
memoria d’uomo. Il cielo s’incurvava alto e lontano; per
noi la terra era tutto. Ma Giuditta era più d’ogni altra
cosa. Quando attraversava il villaggio, procedendo sui
grandi piedi ignudi, cantava più lietamente che tutti.
Alla sera invece, quando le fanciulle sedevano intorno
alla fonte a chiacchierare e a ridere, essa appoggiava la
testa al ginocchio dell’amica e ascoltava in silenzio; il
suo seno era colmo e pesante, il suo sorriso pareva indi­
care che essa non era ancora felice.
« Finì per amare me. Ci amammo come due bimbi,
non sapevamo nulla dell’amore. Cantavamo e giocavamo
insieme; alla sera salivamo, per le vecchie e ripide stra­
de, verso il monte dove non abitava nessuno. Ci arram­
picavamo sin dove non c’erano più strade, e una volta
ci smarrimmo. Era scesa la notte. Da un crepaccio del
monte usciva una debole luce: là sorgeva una casetta di
pietra e terra, diversa dalle nostre. Ci dirigemmo verso
di essa, ci curvammo per entrare dalla porta. La casa
era stretta e bassa, ci si poteva appena muovere. Aveva
soltanto una finestra, un foro quadrato, aperto in un
132 IL SORRISO ETERNO

angolo del muro che dava sulla valle. Un vecchio fuoco


palpitava sul pavimento che era di terra battuta. Dap­
prima non distinguemmo niente, poi vedemmo una don­
na, vecchissima, sporca di fumo, magra, accoccolata al
suolo. Aveva un occhio solo, frugava nel fuoco. “Ci sia­
mo smarriti” dissi. “Sì” rispose la vecchia come se già
lo sapesse. Mi resi conto che non apparteneva alla nostra
gente, sentii uno strano odor di chiuso, e volli andar­
mene: provavo nostalgia della valle, del sole, degli al­
beri, delle case e della gente; sapevo che laggiù avrei
ritrovato tutte quelle cose non appena fosse tornato il
giorno. Ma Giuditta si sedette per terra e si mise a fis­
sare il fuoco, come faceva la vecchia. Le domandò chi
fosse. La vecchia rispose che lei era nessuno. “Allora
non sei una creatura umana?” “No” dichiarò la vecchia,
“io vigilo sugli uomini.”
«Giuditta riprese: “Predicimi il destino”, e protese
la mano. Sedeva molto vicino al fuoco, le sue gambe
erano rosse, il suo seno colmo e pesante. Sentii quanto
l’amassi, avrei voluto strapparla di là, precipitarmi con
lei nella notte verso la valle, verso le case e la gente,
verso il sole e gli alberi : sapevo che avrei ritrovato tutto
sebbene fosse buio; ma lei non mi udiva né mi vedeva.
La vecchia prese la mano e l’osservò a lungo, poi disse:
“Se avrai un figlio dovrai morire”.
« Giuditta ritirò lentamente la mano. Io impallidii,
m'accorsi di tremare. Con voce strana, rassegnata, Giu­
ditta domandò: “Perché dovrò morire?”. La vecchia ri­
spose: “Perché in te la vita è diventata troppa”.
« Ci dirigemmo entrambi verso la porta, senza guar­
darci. Ci fermammo a fissare il fuoco, poi chiedemmo
della strada per tornare. La vecchia ce la indicò, ren­
dendoci facile il trovarla, uscimmo nella notte.
« Camminammo a fianco in silenzio, senza tenerci per
mano come solevamo. Io non avevo mai pensato alla
IL SORRISO ETERNO 133

vita, avevo soltanto vissuto, non sapevo nulla dcll'amo-


re. Ascoltavo il passo di Giuditta nell’oscurità.
« La strada scendeva ripida. Giuditta inciampò in un
sasso, allora protesi la mano per sostenerla e le toccai
il braccio. Sentii di amarla, di volerla proteggere da
ogni male. Continuammo a scendere per il fianco del
monte, la ripidità diminuì, giungemmo a una strada che
io conoscevo. Spuntò il giorno. Tutta la valle si spiegò
ampia e ricca davanti a noi, il sole la inondò, e parve
immenso. Respirai alleviato. Mi fermai, colmo di feli­
cità. Vedevo la casa di mio padre, le altre del villaggio,
gli alberi e gli uccelli, tutta la vita. Allora mi parve di
capire il significato del mondo: tutto era grande e lu­
minoso.
« Giuditta, al mio fianco, guardava lei pure la valle,
ma il suo sguardo sfiorava le cose, smarrito e velato. Ad
un tratto si strinse a me, mi gettò le braccia al collo,
mi baciò con passione. Ne fui inebriato: era quello il
nostro primo bacio. Ma, quando abbassai lo sguardo sul
suo viso, mi sbigottii e la scostai da me. Sapevo quanto
l’amavo; volevo proteggerla, serbarla per me, volevo
vivere tutta la mia vita con lei. Sennonché Giuditta si
avviticchiò a me con tutto il corpo, si slacciò la veste
denudando i seni colmi — odoravano di latte, ansante si
fece il mio respiro -, mi piegò col suo peso a terra, mi
offrì il grembo — io volevo soltanto vivere, soltanto vi­
vere. Stesa al suolo, sorrise. I suoi occhi si fecero foschi
e gravi, in essi vita e morte composero uno sguardo che
più non vedeva.
« In silenzio riprendemmo il cammino verso casa. Né
scambiammo parola durante l’intero percorso.
« La casa di mio padre era singolarmente ampia e lu­
minosa. Io me ne costruii un’altra, un po' discosto, e
Giuditta prese dimora presso di me. Vivemmo insieme
felici. L’annata diede più vino e grano e ulive che di
134 IL SORRISO ETERNO

consueto. Io mondai i ceppi delle viti perché l’anno se­


guente fornissero un raccolto anche più copioso, arai i
neri campi intorno alla nostra casa: Giuditta diventò
incinta; camminava adagio per la campagna.
« Venne la primavera, s’avvicinò il parto. Esso avven­
ne a meta di una giornata calda. Giuditta non gridò,
lottò soltanto; quando ebbe partorito, morì. Il suo san­
gue era troppo ricco e impetuoso.
«Presi il bimbo tra le mie braccia: era piccino pic­
cino. Lo strinsi con forza al petto, mi guardai intorno:
ero solo. In tutta la casa, un silenzio profondo: rima­
nevo soltanto io. Mi colpì, mi annientò una pena atroce.
« Allora udii in lontananza un canto monotono e lie­
to, che riconobbi. Ristetti in ascolto. A testa china uscii
davanti alla porta, sempre col bimbo stretto al petto.
« Per la valle saliva un lento corteo. In testa cammi­
nava un uomo che portava in cima a un’asta un sim­
bolo virile, lo protendeva verso il sole, e a lui teneva
dietro una folla di gente che cantava. Era un’antica
usanza dei nostri padri celebrare così, in quel giorno di
primavera, le forze della fecondazione. Stringendo al
petto il mio bimbo, così piccino, rimasi a guardare la
processione che avanzava a lenti passi, e mi pareva stra­
na la ricorrenza della festa proprio in quel giorno.
« Il sole splendeva immenso, tutti cantavano lo stesso
canto monotono e felice; andai loro incontro, attraverso
i campi.
« Si fermarono a metà della valle. Io pure mi fermai,
a una certa distanza da loro: ero come uno straniero.
Guardai la grande folla. Vidi mio padre, vidi mia ma­
dre, vidi tutta la gente del villaggio. E vidi gli alberi,
le case che riposavano nelle borgate, la vita intera.
« Allora mi parve di capire il significato di tutto.
Capii che la vita vuole soltanto se stessa. Vuole gli al­
IL SORRISO ETERNO 135

beri, vuole gli uomini, vuole i fiori, là dove essi odo­


rano nei campi; ma insieme non vuole nessuna di que­
ste cose.
« La vita ha amore per te, albero; per te, uomo; per
te, fiore; per te, erba che ondeggi — soltanto quando la
sua intenzione si posa su ognuno di voi. Quando più
non le servite, essa più non vi ama : e vi cancella.
« Così capii il significato della vita.
« Il sole raggiava come non mai : infuocato e sazio
di luce, come non lo ricordavo. Sentii la testa farsi pe­
sante. Come intontito rimasi là, con in braccio il bimbo
ancora umido della vita materna, e unii la mia voce al
canto monotono e felice, intonato da mio padre, da mia
madre, dalla gente di tutta la contrada.
« Poi sotto i nostri piedi la campagna cominciò a tre­
mare. Il monte si aprì, ne proruppe terra incandescente,
che colando scese verso di noi, giù nella valle, inghiot­
tendo tutto: il cielo era scosso da rombi.
« Atterrito, strinsi ancor più il bimbo a me. Ma non
mi mossi, aspettai. E girando lo sguardo intorno, vidi
che tutti erano rimasti immobili, essi pure in attesa. Ca­
pivano di dover morire. Eppure cantavano il canto mo­
notono e felice, unico loro possesso. Ci distrusse la terra
infuocata.
« Ora laggiù si stende uno squallido deserto, con rupi
che si sgretolano, diventano sabbia. Sabbia che turbina
sotto il sole ustionante. »
Tacque. Poi riprese con voce sommessa:
— Io non credo che la vita voglia alberi e uomini,
voglia fiori ed erbe ondeggianti; li vuole soltanto quan­
do a loro si rivolge la sua intenzione. Altrimenti, la vita
vuole — con altrettanto desiderio — il nulla, il vuoto, la
sabbia che rotea nella solitudine.
E più non parlò.
136 IL SORRISO ETERNO

La fine del suo racconto lasciò gli ascoltatori in preda


all’angoscia. Molti combattevano anche con ciò che non
era loro. Ma nessuno ebbe nulla da dire.
Alla fine parlò uno che sedeva in mezzo agli altri,
ma non parve rivolgersi loro. Sedeva accoccolato, cin­
gendo con le braccia le ginocchia, immobile, fra le mani
teneva un bastone da pellegrino:
— Io ho nostalgia della mia terra. Del grande deserto
ove posso essere solo. Ho nostalgia della mia terra che
nessun piede ha calpestato, che nessun popolo ha pre­
muto con le sue strade. Ho nostalgia della mia terra,
che è sterminata; del sole abbacinante e senza ombre;
del cielo vuoto e deserto, che s’arrossa per la sabbia in­
fuocata.
« Ho nostalgia della mia terra, dove languii e do­
vetti morire; del gran deserto ove sono solo. »
Lo ascoltarono stupiti. Si domandarono chi fosse; nes­
suno lo sapeva.
Mentre invano lottavano per vincere l’impressione del­
le parole che avevano udite, un altro fra loro cominciò
a parlare; la sua voce era lenta e chiara, indicibilmente
soave :
— Io fui il salvatore dell’umanità, la mia vita fu
soffrire e morire. La mia vita annunciò agli uomini la
sofferenza e la morte, liberandoli dalla gioia della vita.
« Fui uno straniero sulla terra. Tutto mi era strana­
mente lontano. Gli alberi non si avvicinavano a me, i
monti si tenevano a distanza. Se mi fermavo presso il
mare, il suo odore era debole come quello d’un fiore;
se camminavo per i campi, essi non conoscevano il mio
passo. Il vento non mi toccava; le mie vesti erano im­
mobili, quiete.
« Tutto è apparenza, tutto è attesa di ciò che è. Tutto
è desiderio di ciò che è, dolore di vivere.
« Chiamai dio mio padre, sapevo che egli era mio
IL SORRISO ETERNO 137

padre e che il cielo era la mia dimora, dove egli mi


aspettava. Chiamai il dolore mio fratello, perché mi li­
berava dalla vita e da ciò che non è. Chiamai la morte
la mia migliore amica, perché mi avrebbe ricongiunto
a colui che mi lasciava vivere per alcuni anni della sua
eternità. Io portai la pena di tutto ciò che vive.
« E gli uomini mi inchiodarono sulla croce perché
soffrissi e morissi.
« Allora parlai a mio padre. Gli gridai tutta la mia
umile fede e il mio amore. Gli gridai l'angoscia che
vivendo prova ogni essere vivo, il suo desiderio di ciò
che è realmente. Ed egli mi ravvolse nelle tenebre, rav­
volse tutta la terra nelle tenebre, per nasconderla allo
sguardo del morente.
« Allora gli uomini s’inginocchiarono intorno alla mia
croce, s’inginocchiarono per tutta la terra, e mi saluta­
rono come il loro salvatore, come colui che li aveva libe­
rati dalla vita. In tutto il mondo si fece un vuoto squal­
lore, io esalai il respiro sull’albero della croce. »
Si fermò. Aspettarono commossi altre sue parole. Sog­
giunse con voce sommessa:
— Quando venni qui, non ebbi padre. Fui un uomo
come voi.
« E il cruccio della vita non era il mio cruccio. Il
cruccio della vita era un cruccio felice, non quello che
portavo io. »
Così terminò il suo discorso. Ma aveva appena taciu­
to, che un altro cominciò a parlare, con altra voce:
— Io fui il salvatore degli uomini. Tutta la mia vita
fu soltanto gioia, odorò di terra.
« Non venni allo scopo di liberarli, li liberai con la
mia venuta. Col solo vivere, annunciai loro tutta la ma­
gnificenza della vita.
« Nacqui per regnare su tutta la terra. Ancor giova­
ne, uscii a cavallo per il mio paese; era d’estate, e dia-
138 IL SORRISO ETERNO

fano il giorno. Tutto m'era vicino: gli uomini, gli al­


beri, i fiori, ogni cosa dei campi. Allora capii che la
vita è tutto, senza di essa non c’è nulla. Mi presi una
donna; essa mi diede un figlio che somigliava a me, che
avrebbe vissuto egli pure. Radunai il mio popolo, lo
condussi a combattere contro altri, a tutti insegnai a
vivere e morire. Tutti combattemmo sotto la luce del
sole, vincitori e vinti. Tutti vedemmo la bontà della vita,
vedemmo che essa aveva un principio e una fine. Gli
eroi morirono dissanguati, i morti furono dimenticati in
nome di tutti i vivi.
« Era una mattina, i corni squillarono per la batta­
glia. Sul mio cavallo galoppai molto avanti ai miei guer­
rieri, senza corazza, ma con armi lampeggianti. Un uo­
mo mi piantò la sua spada nel petto; la estrassi e capii
che dovevo morire. Sanguinando continuai a combatte­
re, per non perdere l’ultima ora bella della mia vita.
Combattei con più furore di ogni altro, sotto il sole che
raggiava. Mi venne contro un giovinetto, tracotante co­
me me; con un colpo di spada lo abbattei. Moribondo
sul campo, si voltò e mi cercò con uno sguardo lungo e
strano. I suoi occhi velati non esprimevano odio; soltan­
to guardavano con invidia colui che muoveva incontro
alla vita magnifica, mentre egli doveva lasciare tutto. Mi
denudai il petto e gli mostrai l’ampia ferita aperta. Al­
lora mi capì e morì con un sorriso.
« Ma, quando sentii avvicinarsi la morte, cavalcai so­
litario lontano dallo strepito della battaglia. Con la fe­
rita sanguinante attraversai le belle campagne. Vidi fiori
e alberi, monti e strade, vidi nelle valli i chiari villaggi,
gli uccelli che in alto descrivevano cerchi. Tutto mi era
vicino, tutto era mio. Capii che la vita era tutto, che
all’infuori di essa non c’era niente. Morii in piedi, guar­
dandomi intorno. »
Si interruppe; poi riprese:
IL SORRISO ETERNO 139

—■ Eppure, non era tutto. La gioia della vita non era


la mia. La gioia della vita era oscura, incomprensibile,
non come la mia. Io fui un uomo come tutti gli altri,
non avevo intuito niente.
Dopo che egli ebbe fatto questa dichiarazione, si udì
una giovane voce canora, debole e timida come quella
d’un bimbo:
— Io fui il salvatore degli uomini.
« Nacqui per dir loro tutto, per rivelare loro il più
riposto significato d’ogni cosa. Dentro di me portavo la
sostanza segreta della vita, così come altri portano il
dubbio o la fede. Quando pensavo a qualcosa che avevo
intorno, capivo non soltanto ciò che vedevo, ma anche
tutto ciò che non vedevo; entravo in un’ampia stanza
dove era radunata ogni cosa e dove sempre c’era luce e
silenzio. Là dentro mi fermavo qualche po’, soltanto
perché c’era chiaro. Infatti, non ero che un bimbo.
« Non pensavo molto a ciò che possedevo, lo portavo
in me, e mi bastava. Ma dentro sentivo crescere il mio
mistero, lo ritrovavo ogni mattina, e il sole copriva tutta
la terra quando uscivo a giocare sull’erba rugiadosa fra
gli alberi. E io sapevo che tutto era là, vivo, in attesa
di me; che mi aspettava ogni cosa fejice ed ogni cosa
oppressa, perché un giorno avrei potuto proferire ciò
che possedevo sorridendo.
« Arrivai soltanto ai quattordici anni, poi morii. Por­
tavo in me la segreta essenza della vita, perciò dovetti
morire. »
Ascoltarono col cuore stretto la voce infantile; sede­
vano silenziosi e smarriti nel buio. Ma uno dichiarò :
— Per quanto riguarda me, io fui primo cameriere in
uno dei più grandi ristoranti, noto e familiare a tutti.
E una carica ardua e importante, perché si tratta di in­
dovinare i desideri dei clienti, ciò che loro occorre per
trovarsi bene. Io ero una personalità simpatica, mi con-
140 IL SORRISO ETERNO

sideravano molto idoneo al mio posto. Sapevo disporre


il servizio in modo che tutti fossero soddisfatti. La cosa
pare facile, a guardare i risultati; invece richiede inven­
tiva. Un po’ di fiori in un vaso, piccole attenzioni piene
di gusto: tutto può dipendere da simili accorgimenti. E
un servizio inappuntabile: questo sì, che conta. E non
è facile. Bisogna imparare a capire le esigenze dei clienti,
a regolarsi in conformità. Io m’intendevo di ciò, per
questo riscuotevo la loro fiducia. Quando se n’andavano,
dichiaravano di essersi trovati magnificamente.
« Ero insostituibile. Eppure un giorno dovetti partire
di laggiù, al pari degli altri. Allora dovettero procurarsi
un nuovo maggiordomo, perché senza maggiordomo le
cose non procedono. Spero che abbiano trovato una per­
sona simpatica, affinché il servizio continui impeccabile. »
Lo ascoltarono sino alla fine, turbati nell’intimo loro.
Incertezza e dolore li soffocavano come mai per il pas­
sato, li eccitavano, toglievano loro ogni pace. Non sape­
vano su che strada avviare i loro pensieri ; con essi vaga­
vano senza trovare un punto stabile.
Ma ecco, in mezzo a loro si alzò un uomo.
Per tutta l’eternità anteriore non era mai accaduto che
qualcuno si alzasse, che qualcuno si modificasse, diven­
tasse diverso. Lo guardavano meravigliati. Il viso era
acceso di passione, come bruciato dal fuoco, gli occhi
fiammeggiavano nell’oscurità. E l’uomo non parlò come
gli altri, parlò con violenza; le parole si susseguirono
impetuose:
-—■ Che cos’è la verità? Diteci, che cos’è la verità?
« Questa vita che noi viviamo, è soltanto confusione,
soltanto ricchezza illimitata. È troppo. È un troppo, che
noi non possiamo capire. Riusciamo soltanto a vedere
la piccola parte nostra, che è minuscola. D’altro canto,
ciò che è grande è troppo grande. Lottiamo e lottiamo,
ognuno per conto suo, cerchiamo e cerchiamo, ma ognu-
IL SORRISO ETERNO 141

no non trova che se stesso. Sediamo solitari in uno spa­


zio senza fine, e la nostra solitudine grida nel buio. Non
possiamo essere salvati, siamo troppi. E non troviamo
una strada che tutti si possa seguire.
« La vita è dunque sempre uno solo di noi ? Non è
mai noi tutti, non è mai qualcosa di così certo da per­
metterci di appoggiare ad essa la testa ed essere felici?
Non è mai unica e identica? Non è mai semplice come
una vecchia madre che ogni giorno dice le stesse pa­
role al suo bimbo, sentendo di volta in volta sempre
più forte il suo amore? Non è mai una casa, dove noi
tutti ci si possa riunire formando un'unica famiglia? È
forse così grande che noi mai non riusciremo a conce­
pirla? Mai, mai in tutta l’eternità! Soltanto meditare,
meditare ognuno a suo modo, vedere che tutto è in­
ghiottito da un buio ove non intravediamo niente.
« Io non posso sopportare che la vita sia così gran­
de! Io non posso sopportare che sia sterminata. Non
posso sopportare la mia solitudine in uno spazio che
non ha fine.
« Voglio cercare dio, ciò che è sempre vero.
« Andiamo in cerca di dio, chiediamogli conto del
fatto che la vita è così disorientante. Raduniamoci tutti,
e partiamo: cerchiamo dio, per ottenere finalmente una
certezza. »
Lo ascoltarono intenti. Aveva parlato in modo da
affascinarli. Aveva toccato in loro qualcosa che ognu­
no sapeva di possedere, nascosto al fondo dell’essere, e
che doleva a un contatto. Prima, non avevano mai sen­
tito in modo così profondo l’infelicità della vita, al­
cuni non l’avevano sentita affatto. Ora finalmente si de­
stavano alla coscienza di tutto. Ora tutti capivano quale
disperato groviglio fosse la vita, e come essa fosse così
immensa da non concedere pace ad alcuno, non al più
felice, non al più ricco: la vita per l’uomo era senza
142 IL SORRISO ETERNO

basi, senza un terreno saldo, senza verità. Ora capivano


quanto fosse avvilente vivere come vivevano, senza sa­
pere, senza poter realmente credere. Capivano a quale
disperata solitudine fosse condannato ognuno, in mezzo
all’impenetrabile oscurità. E capivano che a ciò bisogna­
va metter fine, che dovevano partire in cerca di qual­
cos’altro, di qualcosa che valesse per tutti; dovevano
correre verso la luce, la certezza, la verità.
Sennonché alcuni pensavano: esiste dunque realmen­
te un dio? Uno disse: — Se anche esiste un dio, io
ho la sensazione che non ne esista uno per me. — Un
altro dichiarò: — Anch’io ho la sensazione che per me
non esista alcun dio. — Colui che aveva parlato con
fervore rispose: — Un unico uomo non può deside­
rare di avere un dio; ma per noi milioni bisogna che
un dio esista. — A queste sue parole tutti credettero e
si alzarono per seguirlo, per chiedere a dio conto del­
la vita incomprensibile.
Fecero fatica ad alzarsi, Per l’eternità erano rimasti
seduti nel modo che conveniva a ognuno; mai non ave­
vano pensato a cambiar posizione. Si alzarono con mol­
to sforzo e dapprima si aggirarono vacillando nell’oscu­
rità. Ma quando si riunirono intorno a colui che dove­
va guidarli, erano saldi sulle gambe e si avvicinarono
uno all’altro come formando una schiera nella quale ar­
desse un fuoco sacro. Sentivano che, in tutta la confu­
sione e la molteplicità della vita, qualcosa finalmente
li teneva uniti: la loro infelicità, la loro abissale mise­
ria. Sentivano la profondità della loro disperazione, e
sentivano che essa li univa, e se ne inebriavano. La per­
cepivano come una forza possente, la forza dell’essere
umano, che erompeva dalla loro anima in tumulto, e
quella sensazione li inebriava. I felici si domandavano
come avessero potuto essere felici. Gli infelici rimpian­
gevano di non essere stati ancor più infelici.
IL SORRISO ETERNO 143

Guidati dall'oratore appassionato, partirono per chie­


dere a dio conto di tutto.
In principio non erano poi molti, almeno giudican­
do secondo la misura dell’eternità. Ma lungo il cammi­
no a loro s’aggiunsero moltissimi altri, tutti gli innu­
merevoli che sedevano all’intorno nel buio. Il corteo
incontrava gruppi di gente che dibattevano ogni que­
stione e le loro esistenze; ne incontrava altri immersi
in un silenzio completo, tanto che la loro presenza ri­
sultava solo quando si era in mezzo ad essi. La schiera
incontrò anche dei solitari che sedevano in disparte; ma
tutti si unirono ad essa. Raccolse felici e infelici, ric­
chi e miseri, credenti e disperati, forti e deboli, rasse­
gnati e ribelli, tutte le specie di esseri che avevano vis­
suto. Quando apprendevano lo scopo della grande spe­
dizione, come essa mirasse a liberarli dall’orribile gro­
viglio della vita, dalla solitudine nello spazio immenso,
tutti si alzavano e in silenzio si aggiungevano al cor­
teo. Gli occhi di molti ardevano di eccitazione e di sof­
ferenza, i loro sguardi si univano in un’estasi con quel­
li degli altri. Alcuni si alzavano esitanti, sui loro visi
rimaneva ancora la parvenza di una gioia segreta; essi
si aggiungevano alle schiere fissando lo sguardo lontano.
In testa a tutti camminava l’oratore appassionato. Non
parlava più, era soltanto uno di loro, colui che li con­
duceva avanti. Ma ergeva la testa, possente pareva la
sua figura, i suoi lineamenti erano animati come da un
fuoco. In vita era stato calzolaio, aveva passato i suoi
giorni seduto quietamente; ora radunava tutti gli esseri
viventi per condurli verso dio. Aveva trascorso la sua
vita personale chiuso in una botteguccia che odorava
di pece e di cuoio; ora viveva la vita di tutti. Lo se­
guivano come se egli rappresentasse la loro miseria dal­
l’origine dei tempi. Vedevano in lui loro stessi, le loro
anime tormentate e prigioniere, che — uscite dalla pri-
144 IL SORRISO ETERNO

gione - trovavano tutto estraneo, vuoto, freddo, onde


soffrivano la nostalgia del passato, e non avevano più
casa o patria perché, libere, erano sperdute nel tutto.
E, quanto più si allungava l’interminabile corteo, quan­
to più ad esso affluivano torme di morti da ogni parte
dell’oscurità, tanto più essi pensavano alla mostruosa
grandezza della vita, grande più di quanto avessero mai
supposto. E pensavano a dio, a colui che li aveva gra­
vati di tanto peso e che ora li avrebbe liberati condu­
cendoli verso la certezza e la fede : egli era poderoso,
abbracciava e conteneva tutto; eppure al fondo della sua
grande anima affamata ardeva una fiammella che lo scal­
dava in quella ricchezza senza gioia, come un chiarore
tremulo scalda le mani del viandante quando ha termi­
nato il suo vagare nel deserto vuoto dove non esistono
più strade. Quella fiammella egli avrebbe donata loro.
Le schiere continuarono ad aumentare; il loro nume­
ro diventò inconcepibile. Ondeggiavano come un mare
la cui costa nessuno vede e neppure riesce a immagi­
nare. Da ultimo parvero fermarsi: grande mare ondoso
che soltanto sentiva l'affluire di ogni solitudine e lotta,
di ogni smarrimento e abbandono, di ogni lungo cerca­
re e ritrovamento. Si inebriavano sentendo come tutto
si radunasse presso di loro, tanto che al di fuori non
sarebbe più esistito nulla. Occorsero secoli e secoli, tale
era la mole del tutto.
L’ammasso brulicò come mai per il passato, fervette
e mormorò per tutto ciò che conteneva, greve, possente,
in movimenti che si frangevano l’uno contro l’altro;
fece cumulo, si distese fluendo; si elevò in altri punti,
e di nuovo ricadde; poi cominciò un graduale placarsi,
le zone estreme parvero coagularsi, diventare stabili, non
cambiarono più, resistettero come un recinto di ferro e
compatte non accolsero più nulla dall’esterno : al di là
non rimase che il vuoto.
IL SORRISO ETERNO 145

Ma quando finalmente si radunò tutto ciò che aveva


vita e si fu mescolato, come nel mare in tumulto le on­
de si mescolano ma poi tutto diventa quieto e immo­
bile, a poco a poco accadde qualcosa di cosi singolare,
che nessuno avrebbe mai potuto prevederlo. Quietatosi
ogni movimento, li colpì la sensazione di essere una
unica entità. Scoprirono la reciproca appartenenza, il
corrispondere di una parte all’altra: tutto quadrava, e
l’insieme formava una cosa sola. Tanta semplicità li
sorprese, li sconcertò: si guardarono intorno perplessi.
Formavano non un organismo, ma un aggregato, che
non si poteva neppure dire grande; era semplicemente
un molto.
Poi, ognuno trovò chi gli somigliava. Né fu difficile,
la cosa venne da sé. Dopo qualche ricerca ognuno tro­
vò il posto che gli conveniva, fra i suoi pari; e si ven­
ne presto a una sistemazione. La vita parve composta
soltanto di poche specie, ognuna con molte varietà; quan­
do quelle varietà si furono raggruppate ad una ad una,
formarono tutte insieme una specie sola, che aveva un’u­
nica intenzione. Quelli che erano stati molto infelici si
unirono agli altri della loro categoria, chi aveva goduto
ogni felicità trovò i suoi compagni; i credenti andarono
coi credenti, gli scettici con gli scettici, i guerrieri coi
guerrieri, i sognatori fecero gruppo coi sognatori, gli
amanti con tutti coloro che avevano amato; gli scher­
nitori amari si unirono a coloro che s’erano chiusi nel­
lo scherno e nel disprezzo, i rassegnati ai rassegnati, i
magnanimi ai magnanimi. Così pure i banditi si trova­
rono coi banditi, i martiri coi martiri, gli eroi con gli
eroi, i ciarlatani coi ciarlatani, né mancò la schiera di
coloro che non contavano niente.
Dalla massa di quei miliardi e miliardi di esseri si
levò dapprima un brusio straordinario: ognuno andava
al suo posto. Là brulicavano centinaia di migliaia di
146 IL SORRISO ETERNO

morti, tutti simili nell’aspetto; una voce gridava loro:


— Chi siete? — e quelli rispondevano in coro: — Noi
siamo il grande negoziante Petterson. —- Qui tumultua­
va una moltitudine ancor più numerosa, che, al grido:
— Chi siete? ■— rispondeva cupa: — Siarfio quelli che
hanno un puntino nero sull’unghia.
Ma, quando tutti ebbero trovato il loro posto nei ri­
spettivi gruppi, per la mancanza di confini fra l’uno e
l'altro gruppo diventarono un ammasso immenso, e al­
l’intorno si fece a poco a poco uno strano silenzio. La
vita parve non esser nulla di straordinario, parve una
cosa semplice e naturale, consistente nel fatto che tutti
erano là presenti e che una parte quadrava con le altre.
Di fronte a tale semplicità, non restava nulla da dire.
Non esisteva alcuna confusione. Tutto era distinto e
rassicurava pienamente, come doveva.
Non esisteva alcuna solitudine: nessuno era così com­
plicato o bizzarro che non esistessero almeno alcuni mi­
lioni di esseri simili a lui.
A nessun uso servivano lo sconforto, l’inquietudine,
la disperazione: tutto era in ordine, tutto era come do­
veva.
Rimasero sbalorditi. Poi li riempì una profonda sod­
disfazione, una gioia mista a riconoscenza. Si guarda­
vano intorno lentamente: tutto era quiete e pace, un’uni­
ca armonia. Pensarono quanto si erano angosciati, quan­
to avevano cercato brancolando, sofferto martoriandosi
col dubbio, scavato in se stessi senza mai trovare un
fondo; ricordarono il loro incerto cammino nell’oscu­
rità onde trovare un solo che fosse loro fratello; e tutto
era apparso immenso, vuoto, di una violenza inconcepi­
bile. Ora li riempì una gioia profonda e soddisfatta.
Ma, come colui che per tutta la notte ha lottato con
la tempesta, quando al giungere del mattino il mare ad
un tratto si calma, cade il vento, la luce del giorno si
IL SORRISO ETERNO 147

diffonde sull’immensa superficie, soltanto allora, in una


radiosa felicità capisce di aver salvato la propria vita e
che tutto è chiarità e luce; poi, percorrendo di nuovo
con lo sguardo la liquida immensità, è afferrato dalla
solitudine di ciò che lo circonda immobile e dalla so­
litudine del proprio cuore, perché al pericolo e al buio
sono subentrate la certezza e la sicurezza, così, a poco
a poco, essi sentirono la solitudine in ciò che vedevano,
in ciò che avevano trovato certo e vero. Tutto era sem­
plice e identico. Tutto era chiaro e pienamente spiega­
bile. Tutto somigliava troppo a ciò che essi avevano bra­
mato durante l’intera vita. Non avevano più un motivo
di lotta, di sofferenza, nulla.
Si sentirono oppressi. Ristettero, irresoluti, non sapen­
do che fare di loro stessi, quale cammino prendere. Era
sparito ciò che esisteva in loro. Non un’angoscia li pos­
sedeva, non un’inquietudine li spingeva avanti : tutto
era terminato, chiuso; tutto era come doveva essere. Non
avevano più una ragione per andare in cerca di dio.
Capivano tutto da soli, e ormai non c’era quasi nulla da
capire.
Li coprì un silenzio sordo, cupo e squallido.
Poi, in mezzo a loro si levò un uomo e parlò a tutti
con voce rauca ma penetrante; era piccolo e sbilenco,
ma parve farsi più grande quando si raddrizzò, i suoi
lineamenti delicati fremevano per la violenza della pas­
sione :
— Che cosa sono dunque io? Che cosa sono?
« Questa vita che noi combattiamo e subiamo, che ci
schiaccia come un buio ove non troviamo la strada, que­
sta vita nella quale andiamo cercando noi stessi coi no­
stri pensieri ansiosi, nella quale avanziamo a tentoni per
trovare finalmente ciò che è vero per tutti... questa vita
non è dunque altro che una monotona ripetizione attra­
verso i tempi. È sempre la medesima, identica cosa, ogni
148 IL SORRISO ETERNO

volta uguale a se stessa: semplice e povera di signifi­


cato, certezza che è zero. Noi lottiamo, lottiamo, e a
nulla si riesce. Ci dilaniamo il petto, e là troviamo sol­
tanto un cuore destinato a vivere e a morire, come mil­
le altri prima e dopo di lui. Sentiamo ardere in noi vee­
mente un sacro fuoco; ed è soltanto il fuoco necessario
al funzionamento della vita, il calore del nostro letto,
perché _ poverini! — non si debba gelare, e poi mo­
rire.
« Dunque tutto serve soltanto a impedire che noi si
finisca. Noi non dobbiamo finire mai, mai. E, quando
s’avvicina la nostra sera, vengono a prenderci come gras­
se mucche, le quali hanno mangiato la loro parte di
terra assolata, ci conducono al chiuso, ognuno nella sua
stalla; e tutto ciò che lasciamo di noi si riduce a con­
cime per l’erba dell’anno dopo.
« La vergogna mi curva sino al suolo. Con disgusto
e odio mi rialzo. Questa vita è soltanto un inganno, è
un continuo insulto a ciò che di più sacro porto in me.
Questa vita è così semplice e minuscola che diventa umi­
liante viverla!
« Non un groviglio, non un cruccio. Non una mi­
seria, non una ferita aperta. Non un cuore che tremi
di paura e mai non trovi pace. Nulla! Tutto ciò che
per noi significa la ricchezza e il dolore della vita, che
ci riempiva di ansia e di allarme, di un desiderio senza
limiti, non è più. L’unica cosa che sia qualcosa è ciò
che io sento non essere me.
« Io ero un solitario, un disperato che non trovava
mai requie. Ero un senza casa che cercava, cercava, sen­
za mai trovare. Che cosa sono ora? Nulla. Non sono
più un solitario, non sono niente. Nessuno è solitario
con se stesso, nessuno percorre da solo una strada che
prima di lui nessuno percorse, e che dopo di lui si
cancella. Nessuno è solitario col proprio cuore che san-
IL SORRISO ETERNO 149

guiña, che si riduce a tacere in un’oscurità dove nessu­


no ascolta.
« Io non sono solitario, non lo divento più. Tutto è
vuoto, tutto è invano.
« Se qualcuno protende la mano bruscamente a de­
stra, poi lentamente l’avvicina al petto, e là fa il segno
della croce, poi di traverso l’innalza in aria, il che non
significa nulla; indi si pone un dito sulla bocca, quasi
a significare un suggello, poi disegna sopra la propria
testa un cerchio invisibile e a quello fa segno col dito,
indicando una stella segreta e lontana negli spazi, che
egli non vede ma soltanto intuisce; quel tale stia pur
certo che gli stessi gesti furono fatti da decine di mi­
gliaia di esseri prima di lui, e che tutti — come me ora -
non riuscirono tuttavia a essere in qualche modo soli­
tari nel vuoto e nel nulla della vita. È atroce !
« È atroce, io mi ergo fiammeggiante d’odio. Io mi
ergo acceso d’odio contro chi insulta il mio più sacro
possesso.
« Io cerco dio ! Bisogna che noi troviamo dio, per
renderlo responsabile della povertà della vita. Lo cer­
cheremo e lo accuseremo dell’offesa che la vita reca al­
l'uomo, della povera verità di essa. Lo cercheremo, per
esigere da lui il groviglio e il dubbio, il desiderio strug­
gente che nulla può placare, per chiedergli la sua im­
mensità, la sua angoscia, il suo spazio senza confini. »
Lo ascoltarono con fervore crescente. Il suo odio si
comunicava loro, lo sentivano fermentare anche nei loro
esseri; si faceva sempre più forte, ondeggiava sulle schie­
re sterminate, ognuno vi contribuiva. Vedevano quel
viso delicato e fremente: era il loro, una preghiera in­
vocante il dolore, l’inquietudine, la solitudine inesora­
bile dell’anima; capivano la crudezza della vita, la sua
gioia brutale che voleva privarli di tutto. All'intorno si
cominciò a gridare: Vogliamo cercare dio. Lontano si
150 IL SORRISO ETERNO

levò lo stesso grido: volevano cercar dio per chiedergli


conto della certezza e della semplicità della vita, per
esigere da lui ogni angoscia, ogni buio, le profondità
degli abissi, tutto ciò che noi non possiamo concepire.
Come da un ampio mare in tumulto salì il brusio pos­
sente di decine di migliaia di voci: cerchiamo dio per
domandargli conto del suo agire.
Guidati dall’uomo tutto anima, si misero lentamente
in cammino.
Fu una strana spedizione. Le masse enormi rotola­
rono avanti con una stanchezza pari alla loro forza.
Avanzarono con lentezza così greve, che le loro anime
si gonfiarono di raccoglimento, di una mistica fede nel­
la grandezza di ciò che intraprendevano. Camminarono,
camminarono, per secoli, per millenni - e mai non ar­
rivavano. Pensavano alla grandiosità di ciò che face­
vano. Pensavano al loro numero incalcolabile, alla quan­
tità di miseria che li spingeva verso colui che possede­
va tutto. Pensavano a dio, all’avaro che covava i suoi
tesori, crudele, satanico, perché alla vita brulicante da
lui creata concedeva soltanto una piccola parte del suo
imperscrutabile essere, uno scarso boccone di pane, poca
gioia e quiete, un po’ di certezza e di sole caldo. Con
un misto di sgomento e di trionfante sete di vendetta
pensavano che fra poco si sarebbero trovati a faccia a
faccia con lui.
Non arrivavano mai. La strada verso dio pareva inter­
minabile. Neppure l’uomo tutto anima riuscì a racca­
pezzarsi. In testa alla colonna si portarono i migliori per
cercare insieme il cammino giusto. Erano uomini degni
e gravi, ma ora turbati nel profondo; camminavano avan­
ti, a grandi passi, non una parola usciva dalle loro lab­
bra strette, ma i visi erano accesi, eccitati. Continuavano
a scrutare all’intorno. Gli altri li seguivano, aspettando
pazienti; a tratti allungavano il collo per vedere avanti,
IL SORRISO ETERNO 151

poi riprendevano il rassegnato cammino. All'intorno vi


era uno squallido vuoto. E mai non arrivavano.
Alla fine scorsero molto lontano una debole luce. Bril­
lava quieta, ma così fievole che appena riuscirono a di­
stinguerla nel gran buio. Andarono verso di essa. Sup­
posero : — È un mare di luce, ma molto lontano da
noi. — Dopo molti anni, la luce cominciò ad avvici­
narsi.
La raggiunsero: era una piccola lanterna, coi vetri
offuscati, che mandava all’intorno un quieto chiarore.
Vicino ad essa stava un vecchio, intento a segare. Ca­
pirono che era dio.
Era curvo e basso, ma possente di corporatura. Ave­
va le mani ruvide di chi ha fatto per tutta la vita uno
stesso lavoro, senza mai riposare. Il suo viso rugoso
esprimeva la stanchezza e una malinconica gravità. Il
vecchio non si accorse di loro, e quelli ristettero, col­
piti da stupore alla sua vista.
Lo fissarono, senza capir niente. I più lontani si al­
zavano sulle punte dei piedi per poter vedere a loro
volta; un mormorio si propagò da uomo a uomo, un
mormorio sempre più sordo.
In testa a tutti stavano i più nobili: uomini dai li­
neamenti spirituali, con visi nei quali fremeva la vita
riposta dell’anima, con occhi accesi da una pena se­
greta.
—■ Sei tu dio? — cominciarono con voce treman­
te. — Dunque, saresti tu dio?
Il vecchio alzò verso di loro uno sguardo smarrito.
Non rispose, ma fece con la testa un cenno affermativo.
— E stai lì a segare! — esclamarono.
Il vecchio non rispose. Si asciugò l’orlo della bocca
col dorso della mano ruvida, si guardò intorno intimi­
dito.
— Noi siamo i vivi — cominciarono. — Siamo la

7.
152 IL SORRISO ETERNO

vita che tu hai prodotta. Siamo tutti i vivi; abbiamo lot­


tato e sofferto, dubitato e creduto; brancolando abbia­
mo camminato nel buio, dove manca ogni strada; ab­
biamo cercato e cercato, intuito e bramato; abbiamo cer­
cato noi stessi sino agli estremi confini del nostro es­
sere, ci siamo strappati il cuore dal petto e lo abbiamo
gettato al di là, perché sanguinasse nell'indicibile dolo­
re della solitudine. Che intendesti fare di noi?
Il vecchio li ascoltò smarrito e afflitto. Soltanto ora
pareva aver ben capito chi essi fossero e di che cosa si
trattava. Alzò uno sguardo sbigottito di solitario e lo
portò sull’ondeggiante marea umana che si era fermata
davanti a lui. La percorse: dovunque i suoi occhi guar­
davano, essa continuava, non c’era una fine. Miliardi
e miliardi di esseri, un numero incalcolabile.
Si ricordò di se stesso, abbassò gli occhi, timido e
goffo. Non aveva ancora deposto la sega. Le sue vesti,
vecchie e logore, sembravano ancor più tali. Si passò
una mano sui capelli a ciocche grigie, lasciò ricadere il
braccio. Ora che non lavorava, pareva non saper che
cosa fare delle proprie mani.
— Io sono un uomo semplice — cominciò alla fine
con voce sommessa.
-—■ Lo vediamo — risposero i più nobili della mol­
titudine. — E come! — fecero eco tutti gli altri miliar­
di di esseri, affollati a perdita d’occhio.
Lo smarrimento del vecchio aumentò; teneva fronte
a loro umile, gravato dal peso delle loro parole.
—■ Io non ho inteso la vita come qualcosa di note­
vole — proseguì col tono rassegnato di prima.
Tutti fremettero.
— Qualcosa di notevole ! Qualcosa di notevole ! —
proruppero con occhi fiammeggianti. — Ma questo è
ributtante !
— Qualcosa di notevole! — tuonò la moltitudine. -—
IL SORRISO ETERNO 153

Udite, udite! Qualcosa di notevole! Ma è orribile, or­


ribile !
Il vecchio si sentì sopraffatto. Non sapeva dove tene­
re le grandi mani. Curvò ancor più la testa grigia. Vi­
dero che soffriva e lottava. Da ultimo parve raccoglier­
si, chiudendosi tutto in se stesso.
—- Ho fatto meglio che ho potuto •— disse con voce
bassa.
Vi era qualcosa di commovente in quella risposta co­
sì semplice, in quell’incapacità a trarsi d’impiccio; i più
nobili ebbero tale sensazione, tuttavia proseguirono con
immutata durezza e severità:
— Tu ci hai precipitati nel dolore e nel tormento,
tu ci hai precipitati nell’angoscia e nell’inquietudine tor­
turante, in abissi senza nome; ci hai fatto soffrire, hai
lasciato che ci abbattessimo sotto il nostro carico, sotto
la nostra miseria, e così ci trascinassimo avanti. Lascia­
sti che intuissimo come nella sofferenza la nostra vita
diventava grande e preziosa, preziosa per l'eternità e
per dio. Hai lasciato che languissimo, disperassimo, ci
distruggessimo. Perché, perché ?
Il vecchio rispose con voce bassa:
— Ho fatto meglio che ho potuto.
Proseguirono :
— Ci hai dato il sole e la gioia, hai permesso che
ci inebriassimo della cara vita, della bellezza del mat­
tino quando la rugiada ci bagna i piedi, e tutti gli al­
beri, i fiori, i monti odorano; ci hai lasciato compren­
dere la felicità della terra, che la nostra casa era là, che
la nostra dimora era la terra fiorita; ci hai lasciato in­
tuire che la vita era soltanto gioia, soltanto luce radio­
sa, un mattino che sempre si rinnova. Perché, perché?
Rispose quieto:
— Ho fatto meglio che ho potuto.
Ripresero :
154 IL SORRISO ETERNO

— Non hai creduto né in una cosa né nell’altra. Hai


soltanto badato a che tutto quadrasse e così potesse fun­
zionare. Hai soltanto voluto che la vita potesse proce­
dere per conto suo, e che mai non fosse necessaria la
sua fine. Hai soltanto voluto la vita, niente altro, sol­
tanto la vita, continua, sempre rinnovata, senza alcuna
utilità. Perché, perché?
Rispose quieto:
—• Ho fatto meglio che ho potuto.
L’invariabile risposta li disorientò. Il tono rassegnato
e commovente della frase, ripetuta dal vecchio a quel
modo, li indusse a tacere per qualche tempo, a con­
centrarsi prima di proseguire.
Ma la passione non tardò a prorompere di nuovo,
forte, irresistibile:
— Ma che cosa ti proponevi agendo così? Nulla ti
proponevi. A quale scopo mai miravi, mettendo in mo­
vimento una quantità così enorme di vita? Noi dobbia­
mo ricevere piena spiegazione intorno a tutto, o intor­
no al groviglio di tutto. Vogliamo aver la certezza del­
la gioia radiosa, dei nostro diritto alla felicità e alla
luce; o altrimenti la certezza che la gioia non esiste.
Desideriamo gli abissi più profondi dell’angoscia, la
nostra inconcepibile sofferenza, il buio nel quale ci con­
sumiamo e periamo; o altrimenti, l’assicurazione che
non esiste alcun motivo d’angoscia. Vogliamo una coe­
renza fra le parti del tutto, la quiete per il pensiero, per
il cuore martoriato e in tumulto; o altrimenti la cer­
tezza che non esistono né coesione, né quiete, né pace.
Il vecchio li ascoltava più tranquillo di prima. Il suo
aspetto esterno non era mutato, eppure egli ora pareva
diverso, benché sempre umile.
— Io sono un uomo semplice — dichiarò guardan­
doli. — Ho lavorato senza cedere alla stanchezza; sono
stato sul mio lavoro da quando mi ricordo. Non ho vo­
IL SORRISO ETERNO 155

luto niente. Né la gioia né la pena, né la fede né il


dubbio.
«Mi sono soltanto proposto questo: che voi mai non
doveste sentirvi contenti di qualsiasi cosa. »
Tutti i più nobili sentirono una trafittura al cuore.
Affrontarono il suo sguardo calmo, così diverso dal lo­
ro ardore. Guardarono il vecchio, e lo videro crescere
sotto i loro occhi, farsi grande, così grande che appe­
na riuscirono a concepirlo, eppure vicino a loro. Tac­
quero; nel loro essere sgorgò qualcosa di caldo, di sco­
nosciuto e di nuovo; i loro occhi s’inumidirono, mancò
loro la favella.
Ma, fra i miliardi di esseri che, stando dietro, non
avevano potuto afferrare le parole del vecchio, fra quel­
li l’inquietudine continuava, anzi aumentava. Supposero
che il vecchio fosse riluttante, non volesse rivelare la
verità, e tutta la loro amarezza esplose. Già pensavano
di costringere con la violenza quel testardo, quando s’ac­
corsero che i nobili non parlavano più con lui. Aveva­
no rinunciato alla lotta, li avevano traditi. Non si cu­
ravano più della loro liberazione, del loro bisogno. Per­
tanto toccava a loro stessi combattere l’aspra battaglia,
sebbene come armi avessero soltanto il loro petto san­
guinante.
Fra quei miliardi vi erano innumerevoli schiere di
bambini, che avevano giocato, si erano divertiti meglio
che avevano potuto durante la lunga peregrinazione di
cui ignoravano lo scopo; gli adulti li scelsero per for­
mulare l’atto d’accusa contro la vita orribile. Li condus­
sero davanti a dio, e tutti gridarono con voce amara e
dura:
— E quanto a costoro, che intenzioni avevi? Che cosa
contavi fare di questi piccoli innocenti?
I bimbi dapprima ristettero confusi, si guardarono
intorno. Non sapevano che cosa fare, non capivano ciò
156 IL SORRISO ETERNO

che era stato detto. Irresoluti, si scambiavano occhiate


furtive. Poi fecero gruppo intorno al vecchio. Due dei
più piccoli si avanzarono verso di lui, gli tesero le brac­
ane; egli si sedette, e allora quelli s’arrampicarono sul­
le sue ginocchia. Guardavano incuriositi la grossa mano
callosa, gli frugavano con le piccole dita nella barba,
gli toccavano la vecchia bocca: lo ritenevano un buon
zio, e si appoggiarono a lui così fiduciosi che egli do­
vette cingerli con un braccio.
Grosse lacrime spuntarono negli occhi del vecchio.
Carezzò con cautela quelle testine; le dita gli trema­
vano.
— Su costoro non avevo alcun disegno — disse con
voce calma, ma tutti l’udirono. — Allora, ero soltanto
felice.
Gli occhi di tutti si riempirono di lacrime. Contem­
plarono dio circondato da tutti quei bimbi, e sentirono
in cuore calore e ricchezza. Gli uomini cercavano di fre­
nare la loro commozione, le donne singhiozzavano for­
te; ogni madre in quella moltitudine vedeva il proprio
bimbo seduto sulle ginocchia di dio, carezzato dalle ma­
ni divine, e piangeva — sommessamente — per la gioia.
Nel totale silenzio non si udiva che pianto. Tutti i pre­
senti sentivano con misteriosa profondità la loro intima
comunione con dio. Capivano che egli era come loro;
soltanto, più profondo e più grande. Anzi, non capi­
vano con esattezza, però intuivano ogni cosa. Era suc­
cesso loro un miracolo: tutti sentivano chi egli fosse;
gli eletti, dopo averlo udito parlare; i semplici di cuo­
re, che non avevano le doti per essere nobili, grazie al­
la scena coi bambini.
Nessuno parlava più. Non avevano nulla da dire;
tacevano, non perché oppressi, ma per la piena del
cuore. Tacevano per intendere tutto, perché vi fosse
IL SORRISO ETERNO 157

silenzio perfetto; abbandonavano se stessi per parteci­


pare a ciò che era accaduto.
A poco a poco il pianto cessò. Scesero su di loro una
dolcezza e una pace simili a quelle che seguono a una
pioggia d’estate, quando la terra riposa umida al sole,
più chiara e quasi più vicina di prima. Capirono che la
loro visita a dio era ormai compiuta.
Ancora qualche tempo stettero là, indugiandosi pres­
so ciò che era accaduto. Poi, in silenzio, iniziarono il
cammino del ritorno. Ancora una volta si rivolsero a
guardare il vecchio che rimaneva; indi puntarono gli
sguardi verso il buio che li aspettava.
I bambini non volevano separarsi da dio, volevano
stare con lui. Ma il vecchio li carezzò sulle guance, dis­
se loro che dovevano seguire con fiducia il padre e la
madre; allora fecero com’egli diceva. Rimase solo, ma
li seguiva con lo sguardo, e il suo volto era grave e fe­
lice. Poi sparì alla loro vista, la debole luce si cancel­
lò nell’oscurità.
Gli uomini ripresero il loro cammino; ma la possen­
te marea non ondeggiò inquieta come prima, ora ave­
va trovato pace. Le schiere procedevano lente nell’oscu­
rità, a testa alta, con gli occhi bene aperti; avanzavano
tacite e pensose. Ciò che avevano vissuto accanto a dio,
ora si riordinava nei loro animi. Mentre prima il mi­
stero si mescolava alla chiarezza, ora quello scendeva a
deporsi nel profondo, questa si stendeva diafana alla
superficie. Ognuno pensava a modo suo, per conto pro­
prio, ma insieme tutti sentivano la comunanza con gli
altri, l’appartenenza a un insieme. Durante il tragitto,
a poco a poco e in modo impercettibile, si formava in
ognuno di loro come un vaso, uguale per contenuto, di­
verso per forma. E lo portavano con fierezza od umil­
tà, fosse di una forma nobile che nobilitava anche i
158 IL SORRISO ETERNO

portatori, o simile a uno di quei rustici orci d’argilla


coi quali le contadine vanno ad attingere acqua sul mon­
te, quando d’estate le fontane dei villaggi sono asciut­
te; portavano la loro ricchezza, che era uguale per tutti.
E lentamente li possedeva una stessa certezza interiore,
mista di fiducia e di luce.
Poi cominciarono a discorrere, ognuno a suo modo,
ma rivolgendosi agli altri perché li udissero e credesse­
ro loro. Si parlavano come fratelli, in modo semplice e
piano, via via che qualcosa in loro maturava e diven­
tava certezza. Discorrevano come prima, ma con più
serenità, senza lunghe frasi né grandi parole: non sfo­
gavano più il loro io, effondevano soltanto la fede, ciò
che apparteneva a tutti. Se la porgevano l’uno all’altro
con mani liberali.
Un vecchio, bianco di capelli, ma intento nello sguar­
do come se avesse ancora molto cammino da percor­
rere, disse :
— Io ti riconosco, vita cara, come l’unica cosa pen­
sabile fra tutto ciò che non si può pensare.
E camminò fra gli altri, ascoltando in silenzio.
I secoli si aggiunsero ai secoli, i millenni ai millen­
ni, le stirpi alle stirpi; i morti nulla sapevano di ciò;
continuavano il loro cammino a fianco a fianco.
Disse un altro, lontano dal vecchio:
— Io faccio credito alla vita e del bene e del male,
io la ringrazio per ogni cosa. Per il buio e per la luce,
per il dubbio e per la fede, per la sera e per il mat­
tino. In me è una cosa, nei miei fratelli tutto il resto.
Un altro, che aveva vissuto chiuso in se stesso ma che
ora camminava liberato, dichiarò, e nelle proprie parole
trovava forza e pace:
— Ogni esistenza terrena è angusta perché dà sol­
tanto una cosa, perché la circondano saldi confini, e,
quanto più cerca d’espandersi, tanto più si fa un’idea
IL SORRISO ETERNO 159

dell’immensità che sta al di fuori. Tuttavia, ora che


ho raggiunto la pace, so che l'uomo soltanto dentro i
suoi angusti confini può sperimentare le cose più grandi.
Disse un altro :
— Io ringrazio la mia inquietudine, che mi ha pro­
curato la quiete. Ringrazio la mia angoscia che mi ha
rivelato come io non mi identifichi in lei. Il mare che
riposa non ha bisogno di udire la tempesta per sapersi
vasto e profondo.
Così parlavano tra loro.
Ma uno evocò:
— Il pastore vigilava il suo gregge sul declivio del
monte, mentre nell’interno di questo la lava cominciava
a ribollire e le forze distruggitrici volevano erompere.
Nulla egli sapeva di ciò che accadeva dentro, perciò
era tranquillo. Guidava il suo gregge sotto il sole, si
riposava appoggiato al bastone, guardandosi intorno.
« Poi, quando accadde la catastrofe, nonostante tutto
capì in certo modo anche quella. Spalancò le braccia,
gridò a squarciagola come un pazzo. Egli pure aveva
posseduto in lui quella violenza.
« Né l’uno né l’altro dei due esseri era il pastore per
intero. Ma quando in seguito sorvegliò altri greggi so­
pra un altro monte, intorno al quale egli sapeva altret­
tanto poco, con altra sicurezza si riposò puntando il
bastone contro il suolo, mentre si guardava intorno e
sorrideva. »
Lo ascoltarono, e furono d’accordo con lui; era un
bene che tutti possedevano in comune.
Dopo un momento, un altro fra loro prese a parlare,
con voce bella di umiltà:
— Forse esiste altro all’infuori di noi, esiste altro
che vivere. Ma io non ne so nulla. Io non sono tale
ignoto. Suppongo che tutto esista in ciò che siamo noi.
Un altro soggiunse:
160 IL SORRISO ETERNO

— Se la nostra esistenza non avesse fondamenti, do­


vremmo noi stessi fornirgliene qualcuno. Gli stolti e i
folli diranno che costruiamo sul vuoto, ma io penso che
noi uomini dobbiamo soltanto edificare e credere. E
saldo diventerà il terreno sul quale edifichiamo. Poiché
non è vero che esista il nulla.
Così discorrevano tra loro.
E pensavano a dio, rimasto laggiù presso l’eterna lu­
ce del suo piccolo fanale, e quel pensiero li riempiva
di una strana sicurezza. Intanto continuavano a cammi­
nare nel buio, seguiti dai bambini, che bisbigliavano,
ridevano, saltellavano all’intorno. I bambini avevano in­
ventato nuovi giochi perché il tempo fosse meno lun­
go, e ora si trastullavano, lasciando agli adulti i pen­
sieri.
Cominciò un altro:
— La ricchezza della vita è illimitata, così grande
che non riusciamo a concepirla. Possiamo desiderare di
più? Tuttavia, se desideriamo di più, ecco esistere an­
che tutto ciò che è inconcepibile. Pronto esso appare,
non appena tendiamo le mani verso qualcosa, non ap­
pena abbiamo la vaga idea dell’esistenza di qualcosa.
Possiamo dunque desiderare di più?
Quelle parole li riempirono di gioia. Camminarono
in silenzio, portando la loro grande ricchezza; proce­
dettero nel buio, liberi e forti.
Da ultimo uno di loro disse, con voce umile e quieta:
— È un dovere dell’uomo essere felice.
E queste parole parvero compendiare tutta la loro
fede; così semplici, li persuasero con forza; ora cammi­
narono, taciti e pensosi, con una misteriosa luce sui volti.
Ma uno disse:
— Noi non siamo felici in quel modo che bramano
i poveri e i miseri. Noi siamo felici come lo è un uo­
mo occupato a vivere la propria vita.
IL SORRISO ETERNO 161

Riprese un altro:
— L’uomo deve con impegno consacrarsi alla gioia.
Seppellisca il suo dolore in un mare di luce; ognuno
vedrà come tutta la luce scaturisca da quell’unico pic­
colo dolore, come da una pietra preziosa, strappata con
fatica alle buie viscere di un monte.
Allora pensarono profondamente alla loro felicità.
Uno narrò con voce più lieta:
— Un uomo, che portava una pena quasi schiaccian­
te e che lottava eroicamente con la vita ma era vicino a
soccombere, passando davanti a una casa sul margine
della strada vide un bimbo di due anni giocare nella
sabbia con un cane. Era questi un cucciolo, che goffa­
mente s’aggirava sulle grosse zampe. A tratti col suo
muso rugoso dava un colpo nella schiena al piccolo, e
ogni volta il bimbo gridava felice, battendo le manine
per la gioia. Aspettava il ritorno del cucciolo senza vol­
tarsi a guardare, e, quando il colpo arrivava, i suoi oc­
chi raggiavano al sole. Poco lontano, una giovane don­
na stava a guardare, felice come il bimbo.
« L’uomo dovette fermarsi, e sorrise a quella scena.
Ma sorrise anche per amore di loro, perché capissero
che egli li reputava felici. Poi proseguì per la sua strada.
L’accaduto non aveva alcun nesso con la sua lotta e
con la sua vita, onde presto lo dimenticò. Ma, senza che
egli lo sapesse, quel commovente episodio si indugiò
nella sua anima, e, quando egli si rituffò nella propria
pena, a quel pensiero sorrise. »
Un altro disse a sua volta:
— Dai calcoli risulta che ogni minuto viene al mon­
do un gobbo. Sembrerebbe dunque che il genere umano
provi il preciso bisogno di essere in parte formato di
gobbi. All’epoca in cui vissi io, ci furono alcuni che
scoprirono questa singolarità, e ne dedussero la spaven­
tosa ferocia e miseria della vita, predicarono agli uomi­
162 IL SORRISO ETERNO

ni la cupa disperazione come l’unica verità, l’unica sal­


vezza, l’unica teoria che potesse elevarli, nobilitarli, do­
nar loro una quiete amara. Sennonché, nonostante l'ar­
dore con cui essi propugnavano la loro dottrina, non
vennero al mondo più gobbi di quanti ne nascessero
prima; e, disperati anche per questo, essi dovettero alla
fine smetterla e cercare invece di essere felici.
Così discorrevano, e ognuno trovava nel fondo della
sua anima qualcosa di luminoso e di buono da mani­
festare. E si ascoltavano a vicenda, edificando in comu­
ne la loro fede.
I miliardi di esseri continuarono a camminare, schie­
ra possente, nel buio; ma per loro più non esisteva il
buio. Cominciarono ad avvicinarsi al luogo dove tutti
si erano adunati in principio e dove ora si sarebbero di
nuovo separati. Li raggiunse infine l’ora solenne del
distacco.
Allora, in un grande silenzio, il vecchio alzò di nuo­
vo la testa canuta e disse, guardando innanzi a sé, come
se avesse ancora un lungo cammino da percorrere:
— Io ti riconosco, vita cara, come l’unica cosa pen­
sabile in mezzo a tutto ciò che non si può pensare.
Poi nessuno proferì più una parola. Ciò che bisogna­
va dire pareva già detto. In loro restava soltanto una
ricchezza, che il pensiero non riusciva ad abbracciare,
e segretamente la custodirono. In silenzio si separaro­
no per cercare ognuno il suo posto e continuare a vi­
vere.
IL NANO
Titolo originale:
DVÄRGEN
Traduzione di Clemente Giannini
Prima edizione : Stoccolma 1944
Prima edizione italiana: Roma 1953
Sono alto ventisei pollici, ben fatto, il corpo tutto
proporzionato, il capo forse un po’ troppo grosso. I
capelli non sono neri come quelli degli altri, ma ros­
sastri, molto ruvidi e molto spessi, rigettati indietro
dalle tempie e dalla fronte piuttosto larga che eccessi­
vamente alta. Il mio volto è imberbe, ma nel resto pre­
cisamente identico a quello degli altri uomini. Le so­
pracciglia si congiungono. Considerevole la mia forza
fisica, specialmente quando sono adirato. Quando ven­
ne disposta la lotta tra me e Josafat, dopo venti minuti
di combattimento lo misi con le spalle a terra e lo
strangolai. Da allora sono il solo nano alla corte.

La maggior parte dei nani sono buffoni. Devono dire


facezie e far gesti che facciano ridere i padroni e gli
ospiti. Non mi sono mai abbassato a cose simili. Nes­
suno me lo ha mai proposto. Già, il mio aspetto non
permette che si faccia un tale uso di me. Il mio aspet­
to non si presta alle facezie che destano il riso. E io
non rido mai.
Non sono un buffone. Sono un nano e nient’altro
che un nano.
Inoltre ho una lingua pungente che forse potrà pia­
cere un po’ a certe persone di quelle che mi circondano.
E non è la stessa cosa come essere il loro buffone.
Ho detto che il mio volto è identico a quello di tutti
166 IL NANO

gli altri uomini. Non è completamente esatto, perché


è molto rugoso, tutto pieno di grinze. Non lo consi­
dero un difetto. Sono fatto in questa maniera e non ci
posso far niente se gli altri non sono così. Mi mostro
esattamente come sono, senza abbellirmi né truccarmi.
Forse non è naturale. Ma io voglio apparire proprio
così.
Le grinze mi fanno sembrare assai vecchio. Non lo
sono. Ma ho inteso dire che noi nani discendiamo da
una razza che è più vecchia di quella che oggi popola
il mondo e che perciò noi siamo vecchi già quando na­
sciamo. Non so se questo sia vero, ma in tal caso do­
vremmo essere creature primitive. Non mi dispiace di
appartenere a un’altra razza, diversa dall’attuale, e che
questo si noti in me.
Mi sembra che il volto degli altri sia del tutto in­
significante.

I padroni mi sono molto affezionati, specialmente il


principe, che è un signore grande e potente. Un uomo
dai grandi piani, e sa anche attuarli. È un uomo d’azio­
ne, sebbene sia nello stesso tempo un uomo colto, che
trova tempo per tutto, cui piace conversare di tante cose
tra il cielo e la terra. Egli nasconde le sue vere inten­
zioni parlando d’altro.
Potrà sembrare non necessario interessarsi di tutto -
se davvero egli lo fa; ma forse le cose devono stare
così, egli deve occuparsi di tutto appunto perché è un
principe. Egli dà l’impressione di comprendere e do­
minare qualsiasi argomento, o almeno di volerci riu­
scire. Nessuno può negare che egli non sia una impo­
nente personalità. Di quanti ho incontrati egli è l’unico
che io non disprezzi.
È molto falso.
IL NANO 167

Conosco bene il mio signore. Ma non potrei affer­


mare di conoscerlo a fondo. Ha un carattere complica­
to, non è tanto facile penetrarlo. Sarebbe un errore di­
re che nasconda in sé degli enigmi, non lo fa assoluta-
mente, ma in un certo senso è impenetrabile. Io stesso
infatti non arrivo a capirlo completamente e non riesco
proprio a capire perché io lo segua con tanta devozio­
ne, degna d’un cane. Neppure lui d’altra parte mi com­
prende.
Non mi lascio dominare da lui come tutti gli altri.
Mi piace però di essere al servizio d’un signore che è
imponente. Non negherò ch’egli non sia un grand’uo­
mo. Ma nessuno è grande di fronte al proprio nano.
Lo seguo costantemente, come un’ombra.

La principessa Teodora dipende molto da me. Porto


il suo segreto nel mio cuore. Mai, in nessuna occasio­
ne, ne ho fatto parola. Se mi martoriassero sul caval­
letto, nella camera di tortura con tutti i suoi orrori, nep­
pure allora rivelerei nulla. Perché? Non lo so. Io la
odio, vorrei vederla morta, vorrei vederla bruciare nel
fuoco dell’inferno con le gambe divaricate e le fiamme
lambenti il suo ventre nauseabondo. Odio i suoi costu­
mi dissoluti, le sue lascive lettere, che per mio mezzo
manda agli amanti, le sue parole d’amore che arroven­
tano il mio cuore. Ma non tradisco. Rischio continua-
mente la vita per lei.
Quando mi chiama a sé, nella sua camera, e sussur­
rando mi affida i suoi messaggi e mi nasconde nella
giacca una lettera d’amore, tutto il mio corpo trema e
il sangue mi sale alla testa. Ma essa non s’accorge di
nulla, non le viene neppure in mente che la mia vita
è in gioco. Non la sua, ma la mia! Sorride soltanto con
quel suo sorriso quasi impercettibile, un po’ assente, e
168 IL NANO

mi lascia andare per la mia strada, alla pericolosa mis­


sione. Essa non apprezza affatto la parte che io prendo
alla sua vita intima. Ma ha fiducia in me.
Odio tutti i suoi amanti. Sempre ho desiderato get­
tarmi su tutti costoro e trafiggerli col mio pugnale per
vedere il loro sangue. Odio in modo particolare don
Riccardo, che essa ha oramai da parecchi anni e del
quale non le sembra ancora di doversi liberare. Provo
ripugnanza per lui.
A volte mi lascia entrare in camera sua prima che
sia alzata e si mostra in tutta la sua impudicizia. Non
è più giovane, i seni pendono mentre è distesa sul let­
to e gioca con i suoi gioielli, li tira fuori da un cofa­
netto che un’ancella le presenta. Non capisco come qual­
cuno possa amarla. Non ha nulla che si possa trovare
desiderabile. Si nota soltanto che una volta tutto in
lei era bello.
Mi chiede quale gioiello mi sembri che lei debba
mettere quel giorno. Le piace farmi tali domande. Li
lascia scorrere tra le sue dita sottili e si distende pigra­
mente sotto la pesante coperta di seta. È una cortigia­
na. Una cortigiana nel grande e magnifico letto d’un
principe. L’amore è tutta la sua vita. Lascia scorrere i
gioielli tra le dita e rimane con un sorriso trasognato
mentre li vede scorrere.
In tali momenti si fa un po’ triste, oppure finge di
esserlo. Con un languido movimento della mano si po­
ne una collana d’oro attorno al collo e lascia ardere i
grossi rubini tra i suoi seni ancora molto belli, e mi
chiede se debba mettere quella collana. Attorno al let­
to si sente il suo odore, che mi fa venire la nausea. La
odio, vorrei vederla bruciare nel fuoco dell’inferno. Ma
rispondo che deve scegliere appunto quello, ed essa mi
getta un’occhiata di riconoscenza come se io, prendendo
IL NANO 169

parte al suo affanno, le avessi procurato una melanco­


nica consolazione.
Talvolta mi chiama il suo unico amico. Una volta
mi chiese se l’amassi.

Che cosa sospetta il principe? Sospetta qualche cosa?


Forse tutto?
Sembra che il problema della vita intima della prin­
cipessa quasi non esista per lui. Ma non si sa, di lui
non si sa mai nulla con certezza. La vita comune dei
due sposi sembra senz’ombra, tutto del resto nel prin­
cipe dà l’impressione di essere chiaro come la piena lu­
ce solare, è strano che un uomo simile mi riesca incom­
prensibile; proprio lui. Ma ciò capita forse perché sono
il suo nano. E, come ho detto, neppure lui mi compren­
de ! Comprendo la principessa meglio di lui. Non è
poi tanto strano, perché la odio. È difficile compren­
dere un uomo che non si odii, siamo disarmati, non
abbiamo nessun mezzo con cui penetrare in quell’essere
umano.
Quali sono i suoi rapporti con la principessa? È an­
cora il suo amante? Forse il suo unico vero amante?
Non è proprio per questo che egli sembra così indif­
ferente verso tutto quello che essa fa da un’altra par­
te? Io sono turbato; ma lui no?
Non lo capisco, quell’uomo impassibile. La sua su­
periorità è una cosa che continuamente mi irrita, mi ca­
giona un malessere di cui non riesco a liberarmi. Vorrei
che fosse come me.

Genti strane brulicano qui a corte. Saggi che stanno


seduti con il capo tra le mani per cercare il significato
della vita, dotti che credono di poter seguire il corso
delle stelle con i loro vecchi occhi lacrimosi, già, e ve-
170 IL NANO

dervi rispecchiato l’umano destino. Avanzi di galera e


avventurieri che leggono le loro languide poesie davan­
ti alle dame della corte e poi, al levar del sole, si ri­
trovano presso l’acquaio che vomitano: uno fu pugna­
lato una volta là dove si trovava e un altro, ricordo, ri­
cevette nerbate per avere scritto versi oltraggiosi sul ca­
valiere Moroscelli. Artisti che conducono vita dissoluta
e riempiono le chiese d'immagini di santi, scultori e di­
segnatori che devono innalzare il nuovo campanile del
duomo, sognatori e ciarlatani di tutte le specie. Vengo­
no e vanno, liberi come sono; alcuni però si trattengo­
no per molto tempo, come se facessero parte della cor­
te; tutti abusano della liberalità del principe.
È incredibile che egli desideri avere qui tanti intru­
si. E ancora più incredibile che possa stare ad ascol­
tarli, ascoltare le loro sciocche chiacchiere. Potrei anche
capire che per un momento stesse ad ascoltare i poeti,
che recitano i loro versi: non sono in fondo che buf­
foni; gente simile ha sempre bazzicato per le corti. Essi
celebrano la purezza e la nobiltà dell’anima umana, le
grandi azioni e le imprese eroiche; e su questo nulla
da dire, specialmente se nei loro canti adulano il prin­
cipe stesso. L'uomo ha bisogno di essere adulato, al­
trimenti non diventa ciò ch’è destinato a divenire, nep­
pure ai propri occhi. E tanto nel presente che nel pas­
sato troviamo cose nobili e belle che non sarebbero
state nobili e belle se non fossero state cantate dai poe­
ti. Essi celebrano soprattutto l’amore, ed è giusto, per­
ché nulla ha tanto bisogno quanto l’amore di essere
trasformato in ciò che non è. Le dame diventano me­
lanconiche e i loro petti si sollevano per i sospiri, gli
uomini prendono un’aria assente, trasognata, perché san­
no che cosa sia realmente l’amore e possono perciò ben
capire quanto deve essere bella una poesia. Capisco an­
che che vi debbano essere artisti che creano immagini
IL NANO 171

di santi per il popolo; così questo potrà adorare un es­


sere che non sia povero e sudicio com’è lui: belle, sovru­
mane immagini di martiri, che dopo il sacrificio ricevet­
tero tutti gli onori, ricevettero vesti preziose e un cer­
chio d’oro attorno al capo; e così anche a loro, poveri
diavoli, agli uomini sarà data piena soddisfazione quan­
do verranno fuori dalla loro miserabile vita. Immagini
che mostrano a quella gentaglia che il loro Dio è stato
crocifisso: gli capitò quando volle portare un po’ di
giustizia qui sulla terra; e allora gli uomini compren­
deranno che non è possibile avere alcuna speranza di
giustizia quaggiù in terra. Questi ingenui artigiani sono
necessari ad un principe; non capisco che cosa abbiano
da fare in questo palazzo. Essi aiutano gli uomini a vi­
vere, dando loro una chiesa, una camera di tortura bel­
lamente adorna, nella quale possono andare quando vo­
gliono per trovarvi la pace. Ed ivi il loro Dio instan­
cabilmente pende dalla sua croce. So tutto questo, per­
ché anch’io sono cristiano, sono stato battezzato alla
medesima loro fede. E il battesimo è valido, sebbene
non mi sia stato dato che per scherzo alle nozze del
duca Gonzaga con donna Elena, quando tra lo stupore
di tutti, venni portato al battesimo nella cappella del
castello come il loro primogenito, del quale la sposa si
era sgravata proprio nel giorno delle nozze. Molte volte
l’ho sentito raccontare come una cosa assai buffa e mi
ricordo che lo fu effettivamente, perché avevo allora
diciott’anni, quando il principe m’imprestò per quella
cerimonia.
Ma ciò che non riesco a capire è come si possa stare
ad ascoltare coloro che parlano del significato della vita.
I filosofi con i loro pensieri profondi sulla vita e sulla
morte e sugli eterni problemi, le sofistiche dissertazioni
sulla virtù e l’onore e il senso cavalleresco. Oppure co­
loro che s’immaginano di conoscere le stelle e credono
172 IL NANO

che esista un certo rapporto tra esse ed il destino uma­


no. Sono bestemmiatori, sebbene che cosa bestemmino
proprio non so, non m’interessa. Sono pazzi che non
sanno di esserlo, e neppure gli altri lo sospettano, nes­
suno ride di loro, nessuno prova il minimo piacere del­
le loro invenzioni. Perché siano stati chiamati qui a
corte, nessuno lo sa. Ma il principe li ascolta come se
le loro parole avessero una grande importanza e pen­
sieroso si carezza la barba mentre mi fa riempire le
loro tazze che sono di argento come la sua. L’unica
volta che il loro contegno provoca il riso, è quando
mi sollevano sulle loro ginocchia perché io più facil­
mente possa mescere loro il vino.
Chi sa qualche cosa delle stelle? Chi può interpretare
i loro segreti ? Lo possono, loro ! Credono di poter par­
lare con l’universo, e si rallegrano quando ne ricevono
risposte sensate. Spiegano le loro carte astrologiche e
leggono nel cielo come in un libro. Ma sono loro che
hanno scritto quel libro e le stelle errano per le loro
vie misteriose senza preoccuparsi di ciò ch’è scritto in
esso.
Anche io leggo nel libro della notte. Ma non so
interpretarlo. La mia saggezza sta nel vedere lo scritto,
ma altresì nel vedere che esso non può essere interpre­
tato.
Di notte stanno nella loro torre, nella torre a si­
nistra del castello, con i loro cannocchiali e quadranti,
e credono di entrare in comunicazione con l’universo.
Ed io sto nella torre opposta, dov’è situato il vecchio
appartamento dei nani e dove vivo solo, dacché stran­
golai Josafat, sotto il basso tetto che conviene alla no­
stra razza, davanti alle finestre piccole come feritoie.
Prima vi abitavano parecchi nani, racimolati da tutte le
parti, in terre lontane, persino dal regno dei Mori, doni
di principi e papi e cardinali oppure merce di baratto,
IL NANO 173

come si usa fare con loro. Noi nani non abbiamo patria
né padre né madre, consentiamo di nascere da stranieri,
chiunque essi siano, nascere in segreto dalla gente più
miserabile, purché la nostra razza non si estingua. E
quando questi genitori stranieri si accorgono di avere
avuto una creatura della nostra razza, ci vendono a prin­
cipi potenti che noi dovremmo divertire con la nostra
deformità, a cui serviremo da buffoni. Così anch’io fui
venduto da mia madre, che con raccapriccio si scostò
da me quando vide quale creatura aveva partorito; essa
non comprendeva che io ero di una stirpe assai antica.
Per me ricevette venti scudi e ci si comprò tre canne di
Stoffa e un cane da guardia per il suo gregge.
Sto presso la finestra e contemplo la notte, indagando
in essa come quei tali. Non ho bisogno di cannocchia­
le, di telescopio, perché il mio sguardo è abbastanza
profondo per se stesso. Anche io leggo nel libro della
notte.

Può darsi una spiegazione assai semplice all’interesse


che il principe mostra verso tutti questi dotti, artisti,
filosofi e contemplatori di stelle. Egli vuol dare alla sua
corte fama e celebrità, e vuol procurare a se stesso, per
quanto è possibile, onore e gloria. Vuole ottenere ciò
che tutti possono apprezzare e che, per quanto so,
tutti gli esseri umani si sforzano di ottenere.
Lo comprendo benissimo e lo approvo.

Il condottiero Boccarossa è arrivato in città e se in­


stallato con gran seguito nel palazzo Geraldi, disabitato
dopo l’esilio di questa famiglia. Ha fatto al principe
una visita, che è durata parecchie ore. Nessuno era pre­
sente.
È un grande e famoso condottiero.
174 IL NANO

Sono cominciati i lavori attorno al campanile e siamo


andati a vedere a che punto si trovavano. Esso si ele­
verà molto al disopra della cupola e, quando suoneran­
no, sembrerà quasi che le campane suonino in cielo, è
una bella idea, come dev’essere ogni idea che si rispetti.
Saranno le campane più alte di tutte quelle che sono
in Italia.
Il principe si occupa molto di questa costruzione, e
lo si può capire. Ha esaminato i nuovi disegni sul posto,
ed è rimasto entusiasta dei bassorilievi rappresentanti
immagini tratte dalla vita del Crocifisso, con cui hanno
l’intenzione di adornare la base del campanile. Non so­
no ancora molto avanti i lavori.
Forse il campanile non sarà mai finito. Molte delle
costruzioni progettate dal mio signore non saranno mai
finite. Eccole là che si elevano lasciate a metà, belle co­
me rovine di una grande concezione. Ma anche le ro­
vine sono i monumenti commemorativi di colui che le
ha edificate, ed io non ho mai negato che egli non sia
un gran principe. Quando egli cammina per le vie non
mi dispiace di andare al suo fianco. Tutti levano gli
occhi verso di lui, nessuno mi vede. Neanche per sogno.
Lo salutano rispettosamente, come fosse un essere su­
periore, ma lo fanno perché non sono altro che una gen­
taglia vile e adulatrice, non perché Io amino o perché
sentano un po’ di rispetto per lui, come egli crede. Se
vado solo per via, mi vedono subito e mi scagliano in­
giurie. Ecco là il suo nano! Se gli dai un calcio, dai un
calcio al suo padrone! Non ci si azzardano, ma mi get­
tano dietro topi morti e altre sudicerie prese dai cumuli
di immondizie. Quando, esasperato, sfodero la spada,
sghignazzano alle mie spalle. — Che potente signore
abbiamo ! — gridano. Non posso difendermi, perché
IL NANO 175

non combattiamo con le stesse armi. Devo cercare la


salvezza nella fuga, con gli abiti tutti insudiciati.
Un nano ne sa assai di più che il suo padrone.

In verità non mi dispiace di sopportare tutto ciò per


amore del mio principe. Questo vuol dire che io sono
una parte di lui e in ogni caso che rappresento la sua
augusta persona. Anche quella gentaglia ignorante com­
prende che il nano di un signore è di fatto il signore
stesso, come lo sono il castello con le sue torri e i suoi
merli, e come lo è la corte in tutto il suo splendore e
in tutta la sua magnificenza, e il carnefice che fa roto­
lare le teste là fuori sulla piazza, e il tesoriere con le
sue incalcolabili ricchezze e l’intendente del castello che
distribuisce il pane ai poveri in tempo di carestia: tutti
sono Lui. Essi sentono quale potenza io effettivamente
rappresenti. E mi riempie sempre una grande consola­
zione nel constatare che sono odiato.
Per quanto possibile, vesto come il principe, mede­
sime stoffe e medesimo taglio. Ciò è possibile impie­
gando per me i ritagli che avanzano quando si fa un
vestito per lui. Porto sempre una spada al fianco, come
lui, sebbene più corta. E il mio portamento è altrettanto
maestoso: proprio come il suo, nel caso che lo si vo­
lesse osservare.
Sono in tal modo interamente simile al principe, so­
no soltanto assai più piccolo.
Se mi vedessero attraverso i cristalli che quei pazzi
della torre occidentale drizzano contro le stelle, si po­
trebbe credere che io sia proprio lui.
V’è una grande differenza tra nani e bambini. Si
crede siano la stessa cosa, perché si somigliano per
statura, e dovrebbero quindi andare d'accordo; ma ciò
non vuol dir proprio nulla. Si fanno spesso giocare i
176 IL NANO

nani con i bambini, per amore o per forza, senza pen­


sare che un nano è il contrario d’un bambino, perché è
nato vecchio. I bimbi dei nani non giocano mai, ch’io
sappia - e perché dovrebbero giocare? — con quei loro
visini da vecchi tutti rugosi non farebbero che offrire
uno spettacolo ripugnante. Impiegare i nani in tal mo­
do vuol dire torturarli. Ma gli uomini non sanno nul­
la di noi.
I miei padroni non mi hanno mai costretto a giocare
con Angelica. Ma essa stessa mi ci ha costretto. Non
voglio dire che l’abbia fatto per cattiveria, ma quando
ripenso a quel tempo, specialmente agli anni in cui era
piccina piccina, mi sembra quasi di essere stato la vit­
tima d’una raffinata perfidia. Questa bambina con i suoi
occhi tondi, azzurri e la sua boccuccia appuntita, che
alcuni trovavano maravigliosa, mi ha fatto soffrire più
di ogni altra persona qui a corte. Ogni mattina si po­
teva essere sicuri che sarebbe venuta barcollando - quan­
do prese questa abitudine sapeva appena camminare -
all’appartamento dei nani con il suo gattino sotto il
braccio. — Piccolino, vuoi giocare con noi? — Ri­
spondo: — Non posso assolutamente, devo pensare a
cose più serie, non ho tempo per giocare.
— E allora che fai? — mi chiede curiosa. — Nul­
la che si possa spiegare a una bambina — rispondo.
— Ma verrai fuori ugualmente, non starai coricato a
far la ninna tutto il giorno! — Mi sono alzato da tan­
to, tanto, tanto tempo. E devo così uscire con lei, non
so negarglielo per amor dei padroni, sebbene in cuor
mio frema di rabbia. Mi prende per la mano come se
fossi un suo compagno, mi deve sempre tenere per la
mano, eppure nulla mi fa tanto ribrezzo quanto le dita
molli dei bambini. Stringo il pugno per la rabbia, e
allora si contenta di tenermi per il pugno serrato e mi
conduce in giro dappertutto tra interminabili chiacchie­
IL NANO 177

re. Dalle sue bambole che bisogna nutrire e vestire, dai


cuccioli della cagna che mezzo ciechi si arrampicano sul­
la loro cesta davanti al canile, al roseto dove dovremo
giocare col gattino. Essa prova un interesse morboso
per ogni specie di animali, e non per gli animali bell’e
cresciuti, ma per i loro piccini, per tutto ciò ch’è pic­
colo. Ed è capace di stare a giocare con il suo gat­
tino un’infinità di tempo, e si crede che io partecipi al
gioco. Pensa che anche io sia un bambino, che con
gioia infantile si diverte con tutto. Io! Io non provo
gioia per nulla.
Può però capitare talvolta che un’idea ragionevole si
desti nella sua testolina quando si accorge che sono stan­
co ed esacerbato; alza gli occhi pieni di stupore verso
di me, guarda il mio rugoso volto di vecchio. — Non
ti sembra che sia divertente giocare? — E siccome non
riceve risposta dalla mia bocca serrata né dai miei fred­
di occhi di nano che hanno in sé un’esperienza mille­
naria, i suoi occhi nuovi di bambina allora si coprono
d’un’ombra leggera e per un po’ rimane in silenzio.
Che cos’è il gioco? Una occupazione insensata con
nulla. Uno strano modo di « far finta » di occuparsi di
cose e di fatti. Non consideriamo le cose per quel che
sono, non le prendiamo affatto sul serio, ma « facciamo
finta » soltanto. Gli astrologi giocano con le stelle, il
principe gioca con le sue costruzioni, le sue chiese, le
scene della crocifissione e i campanili, Angelica con le
sue bambole; tutti giocano, tutti fingono di fare qual­
che cosa. Io soltanto sdegno questa finzione. Io solo.
Una volta m’introdussi piano piano in camera sua
mentre era coricata e dormiva con quel suo odioso gat­
tino presso di sé sul letto, e col mio pugnale tagliai la
testa all’animale. Poi lo scaraventai fuori sopra un cu­
mulo d’immondizie sotto la finestra del castello. Ero
così adirato che sapevo appena quel che facevo. Vuol
178 IL NANO

dire, lo sapevo assai bene, portavo a termine un piano


che da molto tempo covavo durante le insopportabili
ore di gioco nel roseto. Essa si disperò quando s’accorse
che il gatto non c’era più, e siccome tutti le dicevano
che naturalmente era morto, si ammalò di una febbre
sconosciuta che la tenne a letto per molto tempo, così
che - grazie a Dio - per un bel pezzo mi riuscì di non
vederla. Quando poi alla fine si alzò, si capisce che
dovetti stare ad ascoltare tutti i suoi tristi racconti sul
destino del suo diletto, sulla cosa incomprensibile ch'era
successa. Nessuno si preoccupava in qual modo il gatto
fosse scomparso, ma tutta la corte rimase in un certo
senso spaventata per alcune inesplicabili gocce di san­
gue sul collo della ragazzina, che venivano considerate
di cattivo augurio. Tutto ciò che può considerarsi come
una specie di presagio li interessa terribilmente.
Essa insomma non mi lasciò in pace durante tutta la
sua infanzia, in seguito i giochi cambiarono. Essa si at­
taccava a me e mi considerava come il suo confidente,
sebbene io non desiderassi affatto ricevere le sue con­
fidenze. Mi chiedo a volte se la sua importuna affezione
per me non potesse probabilmente dipendere dagli stes­
si motivi che determinavano la sua attrattiva per i gat­
tini, i cagnolini, le piccole anitre e altri simili animali.
Se non si trovava bene nel mondo dei grandi, aveva
forse paura di loro, in qualche modo ne era stata at­
territa. Ma ciò non mi riguardava! Se andava attorno
sempre sola, non ci potevo far niente. Ma sempre a me
si attaccava tenacemente, e anche quando fu grande e
non era più una bimbetta. Sua madre non si occupava
più di lei, se n’era occupata soltanto quando aveva
l’aspetto d’una bambola — essa anche « faceva finta »,
tutti gli esseri umani « fan finta » - e suo padre natu­
ralmente aveva da pensare alle sue cose. O forse anche
IL NANO 179

per un’altra ragione egli non si occupava di lei; è una


cosa su cui non mi voglio pronunciare.
Verso i dieci anni essa si fece taciturna e riservata;
così finalmente potei sottrarmi a lei. Da allora, grazie
a Dio, mi ha lasciato in pace e vive tutta chiusa in se
stessa. Ma il solo pensiero di tutto quello che ho do­
vuto sopportare per causa sua mi fa ribollire di rabbia.
Adesso comincia ad essere grande, ha compiuto i
quindici anni e ben presto verrà considerata una dama.
Ma è ancora molto puerile e non si comporta davvero
come una dama di rango. Chi sia suo padre non è pos­
sibile sapere, forse il principe; ma potrebbe essere be­
nissimo una bastarda, e in tal caso non conviene trat­
tarla come figlia di principe. Alcuni dicono che sia bel­
la. Io non riesco a trovar nulla di bello in quel viso in­
fantile con la bocca semiaperta e i grandi occhi che
sembrano non capir niente.
L’amore è una cosa che muore. E quando muore va
in putrefazione e può divenire terreno adatto per un
nuovo amore. Il morto amore allora vive la sua vita
segreta in quello nuovo e così in realtà l’amore non
muore.
Questa è, per quanto io possa rendermene conto,
l’esperienza che ha fatto la principessa e su cui ella fon­
da la sua felicità. Perché non v’è dubbio che sia felice.
E spande la felicità anche intorno a sé, a modo suo.
Per il momento don Riccardo è felice.
Lo è forse anche il principe. Perché quel sentimento,
ch’egli una volta destò in lei, vive ancora. Egli « fa
finta » che viva l’amore della moglie. Tutt’e due fanno
finta che viva il loro amore.
La principessa aveva una volta un amante che fece
torturare, perché l’aveva tradita. Essa indusse il princi­
pe, che non sapeva nulla, a condannarlo per un reato
180 IL NANO

che non aveva mai commesso. Io fui il solo a sapere


com’erano andate le cose. E dovetti assistere alle tor­
ture per poter poi raccontare a lei come quel giovane
l’aveva sopportate. Non le sopportò affatto come un
eroe, ma press’a poco come fanno tutti gli altri.
È forse lui il padre della ragazza. Chissà!
Ma potrebbe essere benissimo anche il principe. Poi­
ché la principessa lo seppe convincere con le più dolci
maniere e così il loro amore in quel periodo visse una
nuova primavera. Essa lo abbracciava ogni notte e gli
offriva il suo ventre ingannatore che aveva fame del­
l’amante perduto. Carezzava il suo principe come si ca­
rezza uno che si vuol torturare. E il principe alla sua
volta la carezzava come faceva nelle loro prime calde
notti di amore. L’amore morto viveva la sua intima
vita segreta in quello nuovo.
Il confessore della principessa viene ogni sabato mat­
tina all’ora stabilita. Essa già da parecchio s’è alzata e
vestita ed è stata un bel po’ in preghiera davanti al
crocifisso. Se ben preparata alla confessione.
Non ha nulla da confessare. E non è per ipocrisia
e finzione, al contrario essa parla con tutta franchezza,
a cuore aperto. Non ha la minima idea del peccato.
Non sa neppure di averne mai fatti. Tutt’al più po­
trebbe darsi che si sia un po’ adirata con la sua came­
riera, che si era imbrogliata mentre le acconciava i ca­
pelli. Essa è una pagina bianca, su cui sorridendo si
china il padre confessore, come sopra una vergine in­
tatta.
I suoi occhi sono limpidi e sereni dopo la preghiera,
dopo essersi sprofondata col pensiero nel mondo del
crocifisso. Quel piccolo uomo martirizzato sulla sua cro­
ce ha sofferto per lei ed ha cancellato dall'anima sua
ogni colpa, persino il ricordo di essa.
IL NANO 181

Si sente forte e quasi ringiovanita, ma nel medesimo


tempo in uno stato d’animo di trasognata intima devo­
zione che si addice al suo volto serio, non truccato e
al suo abito nero senza ornamenti. Si mette a sedere e
scrive una lettera al suo amante per dirgli ciò che pro­
va, una lettera calma, come se scritta da una sorella,
dove non si fa cenno d’amore né di convegni. In quel­
le condizioni di spirito essa non tollera il minimo ac­
cenno a parole frivole. Io devo andare con la lettera
dall’amante.
Non v’è dubbio che essa sia ardentemente religiosa.
Per lei la religione rappresenta qualche cosa di essen­
ziale, qualche cosa dì assolutamente reale. Ne ha biso­
gno e ne fa uso. La religione è una parte del suo cuore,
dell’anima sua.
Il principe anche è religioso? È più difficile dirlo.
Naturalmente lo è a suo modo, perché egli è tutto ciò
ch’è possibile essere, egli abbraccia tutto: ma si può
dire questo essere religiosi ? è contento che esista qual­
che cosa come la religione, gli piace sentirne parlare,
ascoltare belle e dotte discussioni sulle idee religiose;
come potrebbe essere indifferente a qualche cosa di uma­
no? Gli piacciono le pale di altare e le madonne di
maestri famosi, e le chiese belle e sontuose, specialmen­
te quelle che egli stesso ha costruito. Non so se tutto
ciò sia religione. Può darsi benissimo. E naturalmente
egli è religioso anche come principe, come tale egli lo
è esattamente quanto la principessa. Comprende i biso­
gni religiosi del popolo, che devono essere soddisfatti,
e la sua porta è sempre aperta a coloro che s’interes­
sano di soddisfarli. Prelati e religiosi di ogni sorta en­
trano ed escono dal palazzo come persone di casa. Ma
egli è davvero intimamente religioso, da parte sua, come
lo è lei? Questa è ben altra cosa, e su questo non vor­
rei pronunciarmi.
182 IL NANO

Ma che essa sia ardentemente religiosa, come s’è det­


to, non v’è almeno alcun dubbio.
Son forse religiosi tutt’e due, ciascuno a modo pro­
prio?

Che cos’è la religione? Ho meditato molto su que­


sto problema, ma invano.
Ci ho riflettuto soprattutto quella volta che venni co­
stretto ad officiare come vescovo, vestito in pompa ma­
gna, ad una festa di carnevale alcuni anni fa, e dovetti
distribuire la santa comunione ai nani della corte di
Mantova, che il loro principe aveva condotto qui in
occasione del carnevale. Fummo radunati presso un pic­
colo altare, che avevano regolarmente installato in una
delle sale del castello, e attorno a noi erano seduti tutti
gli ospiti sghignazzanti, cavalieri e nobili e giovani bel­
limbusti nei loro ridicoli costumi. Sollevai il crocifisso
e tutti i nani si gettarono in ginocchio. Ecco il vostro
salvatore, proclamai con voce potente e con gli occhi
infiammati di passione. Ecco il salvatore di tutti i nani,
egli stesso un nano, martirizzato sotto il grande princi­
pe Ponzio Pilato e appeso alla sua piccola croce-giocat­
tolo per la gioia e la consolazione di tutti gli uomini
sulla terra. Presi il calice e lo sollevai davanti a loro:
— Ecco il suo sangue di nano, che cancella tutti i
grandi peccati e le anime sporche rende bianche come
neve. — E sollevai l’ostia e la mostrai anche a loro e
mangiai e bevvi alla loro presenza sotto le due specie
secondo la consuetudine mentre spiegavo il significato
del sacro mistero: — Io mangio il suo corpo, che era
deforme come il vostro. È amaro come fiele, perché è
pieno di odio. Possiate voi mangiarne tutti ! Io bevo
il suo sangue, e brucia come un fuoco che nessuno sa
spegnere. E come se bevessi il mio sangue.
IL NANO 183

« Salvatore di tutti i nani, possa il tuo fuoco consu­


mare tutto il mondo ! »
E gettai il vino sopra coloro che erano seduti là e,
pieni di stupore e pallidi, guardavano con gli occhi spa­
lancati la nostra sinistra cerimonia.
Non sono un profanatore. Furono loro a commettere
sacrilegio, non io. Ma il principe mi fece mettere in ca­
tene per alcuni giorni, poiché era sua intenzione che
gli ospiti prendessero diletto da quello scherzo ed io
invece avevo guastato tutto ed essi erano rimasti molto
turbati, quasi spaventati. Non si trovavano catene così
piccine e bisognò farle apposta, al fabbro sembrava che
non ne valesse proprio la pena per una punizione di
così breve durata, ma il principe disse che forse era
bene averne sotto mano per un’altra occasione. Ben pre­
sto mi liberò, prima di quanto aveva stabilito; ho l’im­
pressione che egli mi abbia fatto punire soprattutto per
causa dei suoi ospiti. Non appena essi se ne furono an­
dati venni liberato. Ma nei primi tempi che seguirono
aveva quasi timore di guardarmi e non rimaneva vo­
lentieri solo con me, sembrava quasi che avesse un po’
paura di me.
I nani naturalmente non avevano compreso niente.
Si dispersero tutt’intorno come galline spaventate, pi­
golando con la loro piagnucolosa voce di castrati. Non
so da che cosa derivi questa loro voce ridicola, la mia
è profonda e cupa. Ma essi sono domati e castrati per­
sino nella loro anima e la maggior parte di essi sono
buffoni che attirano la vergogna sopra la propria razza
con gli scherzi grossolani che hanno per oggetto il loro
proprio corpo.
E una razza spregevole. Perciò qui a corte dio indot­
to il principe a venderli tutti, uno dopo l’altro, così mi
sarebbe stato risparmiato di vederli, finché rimasi solo.
Sono contento che siano lontani e che l’appartamento

8.
184 IL NANO

dei nani sia deserto e vuoto quando me ne sto qui di


notte con le mie meditazioni. Sono contento che Josa­
fat pure non sia qui, in tal modo evito di vedere quel
suo viso di vecchio raggrinzito e di udire quella sua
vocetta pigolante. Sono felice di essere solo.
È mio destino di odiare anche la mia gente. La mia
stirpe m’è odiosa.
Ma io odio anche me stesso. Mangio la mia propria
carne intrisa di fiele. Bevo il mio proprio sangue av­
velenato. Ogni giorno compio il mio rito solitario, si­
nistro sommo sacerdote del mio popolo.

La principessa si comportò in modo singolare dopo


quell’incidente che suscitò tanto scandalo. La stessa mat­
tina che fui liberato, essa mi fece chiamare e quando
entrai nella camera da letto mi guardò in silenzio con
uno sguardo pensieroso, scrutatore.
Mi aspettavo rimproveri e forse una nuova punizio­
ne, ma quando alla fine prese la parola confessò che la
mia messa aveva fatto grande impressione su lei, vi era
qualche cosa di tenebroso e di terribile che parlava a
certe parti del suo essere intimo. Come ero riuscito a
penetrare nel suo essere più intimo ed a parlargli?
Non ci capivo niente. Io sogghignavo dolcemente
mentre essa giaceva là nel letto e guardava davanti, ver­
so di me, con uno sguardo assente.
Mi chiese quale sensazione si dovesse provare a star
sospesi ad una croce. Ad esser fustigati, martirizzati e
morire. E disse che comprendeva che Cristo doveva
odiarla. Che doveva essere pieno d’odio mentre soffri­
va per causa di lei.
Non mi preoccupavo di rispondere ed essa non con­
tinuò la conversazione, ma rimase coricata per un bel
po’ e guardava fuori nell’aria con occhi trasognati.
Poi fece un leggero movimento con la sua bella ma-
IL NANO 185

no, ciò significava che non c’era altro; chiamò la sua


cameriera perché le portasse la veste rosso-cupo giac­
ché allora doveva alzarsi.
Neppure oggi riesco a capire che cosa le fosse preso.

Ho notato che qualche volta incuto spavento. Ma di


se stessi soprattutto gli uomini hanno paura. Essi cre­
dono che sia io la causa del loro turbamento, ma è il
nano nascosto nel loro intimo che fa questo, quell’esse­
re simile all’uomo con il suo volto di scimmia, che tira
fuori la testa dalle profondità della loro anima. Hanno
paura, perché non sanno che un altro essere è in loro.
Si spaventano generalmente quando qualche cosa affiora
alla superficie, qualche cosa che sale dal loro intimo,
da uno dei pantani che sono nell’animo loro, qualche
cosa che non riconoscono e che non ha nulla in comu­
ne con la loro vera vita. Quando nulla appare alla su­
perficie non hanno paura. Se ne vanno attorno a testa
alta e impassibili, con i loro volti lisci, che non hanno
espressione. Ma v’è sempre in loro qualche altra cosa
che fingono d’ignorare; essi possono vivere parecchie
vite contemporaneamente senza saperlo. Sono cosi stra­
namente distratti e incoerenti.
E sono deformi senza che se ne veda alcun segno.

Io vivo sempre e soltanto la mia vita di nano. Non


vado attorno con la testa alta e con i tratti del viso
ben spianati. Io sono sempre soltanto me stesso, sem­
pre lo stesso, non vivo che una sola vita. Non ho den­
tro di me nessun’altra creatura. E riconosco tutto ciò
che viene da me, nulla affiora mai dal mio intimo e nul­
la là è nascosto nell’ombra. Perciò non ho neppure mai
paura di quello che spaventa gli altri, di quella cosa
incoerente, sconosciuta e piena di mistero. Nulla di tut­
to ciò è in me. In me non si trova un « altro essere ».
186 IL NANO

Paura? Che cos’è? Sento un’impressione di paura


quando me ne sto solo di notte nell’appartamento dei
nani, e vedo il fantasma di Josafat avvicinarsi al mio
letto, quando egli viene verso di me pallido come la
morte con macchie azzurre attorno al collo e la bocca
aperta.
Non conosco né angoscia né rimorsi, nulla che possa
commuovermi in modo particolare. Quando vedo Josa­
fat penso soltanto che egli è morto e che da allora io
sono completamente solo.
Voglio star solo, non voglio che si possa trovare
un’altra cosa che non sia io. E vedo bene che egli è
morto. Non è che il suo fantasma, ed io sono comple­
tamente solo nel buio, come sono sempre stato dal gior­
no che lo strangolai.
Non v’è nulla di pauroso in ciò.

È venuto alla corte un uomo di alta statura che il


principe tratta con la più singolare considerazione, qua­
si con rispetto. È stato chiamato qui e il principe dice
di averlo aspettato da gran tempo e di sentirsi ora mol­
to felice per l’onore di questa visita. Egli lo tratta in
realtà come un suo pari.
Non tutti a corte trovano ciò ridicolo, alcuni dicono
che egli è davvero un grand’uomo e simile a un princi­
pe. Ma non veste come un principe, veste invece con
una certa semplicità. Non sono ancora riuscito a vedere
che cosa egli effettivamente sia e che cosa vi sia in lui
di tanto straordinario. Si vedrà in seguito. Dicono che
rimarrà qui un lungo periodo di tempo.
Non voglio negare che in lui si trovi qualche cosa
che incute rispetto; si comporta con una dignità più na­
turale in lui che nella maggior parte degli altri; ha la
fronte alta, di quelle che gli uomini sogliono chiamare
meditative e il suo volto, con la barba grigiastra, è no­
IL NANO 187

bile e veramente bello. Ha in sé qualche cosa di distin­


to e di armonico e il suo incedere è improntato a gran­
de calma e dominio di se stesso.
Mi domando in qual modo egli sarà deforme.

L’ospite di riguardo prende i suoi pasti alla tavola


del principe. Parlano tutto il tempo degli argomenti più
diversi e mentre io servo il mio signore, com’egli vuole
che sempre io debba fare, posso constatare che è un
uomo colto. La sua cultura sembra abbracciare tutti i
domini possibili e sembra che egli s’interessi a qualsia­
si problema. Cerca di spiegare tutto, ma, contrariamen­
te agli altri, non è sempre certo che le sue spiegazioni
siano giuste. Dopo aver fatto una lunga e minuziosa
esposizione del suo punto di vista riguardante qualche
problema, può capitargli di rimanere in silenzio come
trasognato e dire poi meditabondo : ma forse non è
così.
Non so come si debba considerare tutto ciò. Si può
chiamare una specie di saggezza, ma si può anche con­
cludere che egli in realtà non sa nulla con certezza e
che perciò le costruzioni del suo pensiero faticosamen­
te elaborate sono prive di significato. L’esperienza dei
pensieri degli uomini, che sinora ho fatta, mi farebbe
propendere per il secondo caso. Ma molti non capisco­
no che tale stato di fatto dovrebbe ispirare almeno una
certa modestia. È probabile che egli lo comprenda.
Il principe intanto non si pone tali problemi; ma lo
sta ad ascoltare come se stesse presso una limpida sor­
gente donde scaturiscono scienza e sapienza. Egli pende
dalle sue labbra come un povero scolaretto da quelle
del suo maestro, per quanto naturalmente nello stesso
tempo egli mantenga quel contegno dignitoso che si ad­
dice a un principe. Ogni tanto lo chiama « gran mae­
stro ». Allora mi chiedo quale possa essere la causa di
188 IL NANO

quel suo suggestivo ossequio. Il principe non fa nulla


senza una ragione. Quel saggio molto spesso finge di
non udire quell’appellativo adulatore. È possibile che
egli sia davvero senza ambizione. Ma d’altra parte tal­
volta si esprime con grande sicurezza, sostiene le sue
opinioni con chiarezza e convinzione e ne espone le ra­
gioni con un’intelligenza che si dimostra acuta e pene­
trante. Dunque, non dubita sempre.
Egli parla sempre con uniforme pacatezza, con una
voce bella e non comunemente chiara. Con me è gen­
tile e sembra che in un certo modo io lo interessi. Per­
ché non so. Talvolta mi sembra che egli ricordi un po­
chino il principe, ma non saprei spiegare come.
Egli non è falso.

Il notabile straniero ha cominciato a preparare un lavo­


ro nel chiostro francescano di Santa Croce, una pittura
su una parete laterale del refettorio. Dunque non è
altro che un fabbricante d’immagini di santi e roba si­
mile, come tanti altri qui. E così in questo consisteva
la sua « eccellenza ».
Mi guardo bene dal pretendere perciò che egli non
possa anche essere qualcos’altro e qualche cosa di più
e che debba essere messo alla pari dei suoi semplici fra­
telli di mestiere. Ispira senz’altro maggior rispetto, bi­
sogna ammetterlo, ed è comprensibile che il principe
lo stia ad ascoltare con interesse particolare. Ma che lo
ascolti sempre e costantemente come un oracolo e che
ogni giorno lo faccia mangiare al suo tavolo, questo
m’è inesplicabile. Il suo è comunque un mestiere ma­
nuale, ciò che fa lo esegue con le mani, anche se con
la sua cultura e col suo pensiero abbraccia tante cose;
tante che non riesce ad afferrarle tutte! Come lavorino
le sue mani non so, spero che sappiano il loro mestie­
re, poiché il principe l’ha impegnato, ma che il suo
IL NANO 189

pensiero si ponga problemi troppo vasti lo riconosce


lui stesso. Dev’essere un tipo stravagante. Con tutta la
lucidità e la ricchezza delle sue idee deve stare su un
terreno mal sicuro e il suo mondo che pretende di crea­
re non è di fatto che una pura chimera.
Ma è abbastanza strano che io non mi sia fatto an­
cora un’opinione precisa su di lui. Da che cosa dipende?
Sono solito peraltro ad avere sempre opinioni esatte
delle persone con cui ho da fare. È verosimile che la
sua personalità come la sua statura sorpassino la comu­
ne misura. Ma non so perché la pensi così, per quale
motivo io debba sentire così. Non so in che cosa ef­
fettivamente consista la sua superiorità e se davvero egli
sia tanto superiore agli altri. Deve rassomigliare agli
altri uomini che ho incontrato.
In ogni caso sono convinto che il principe ha un’idea
troppo alta del suo valore.
Si chiama Bernardo, un nome assai comune.

La principessa non si occupa di lui. Non è che un


vecchio. E le conversazioni tra uomini sembra siano una
cosa che la lascia completamente indifferente. Quand’el-
la assiste ai loro vasti scambi d’idee siede silenziosa e
sembra del tutto assente. Credo che non ascolti affatto
ciò che dice quell’uomo singolare.
Sembra però che egli si occupi molto di lei. La os­
serva di nascosto, quando nessuno se ne accorge, l’ho
veduto bene. Scruta il suo volto come se vi cercasse
qualche cosa, con uno sguardo preoccupato che diviene
poi sempre più meditativo. Che cosa vi sarà in lei che
lo attrae tanto?
Il suo viso non ha proprio alcun interesse. È facile
vedere che è una cortigiana, sebbene essa lo dissimuli
sotto un’apparenza di menzognera purezza. Non c'è bi­
sogno di una lunga contemplazione per capirlo. E che
190 IL NANO

c’è da osservare, da scrutare in quel suo viso lascivo?


Che cosa c’è di attraente?
Ma tutto lo attrae. Egli può raccogliere da terra un
sasso, l’ho visto io, e esaminarlo con straordinario inte­
resse, girarlo e rigirarlo e alla fine ficcarselo in tasca
come un oggetto prezioso. È un pazzo?
Un pazzo invidiabile! Chi dà tanto valore a un sas­
so sarà sempre circondato da tesori dovunque vada.

È incredibilmente curioso. Ficca il naso dappertutto,


di tutto vuol sapere, di tutto chiede. Interroga gli ope­
rai sui loro attrezzi e sui metodi di lavoro e ne prende
nota e li corregge. Torna a casa con fiori dalle sue pas­
seggiate fuori di città e si mette a sedere e li seziona
per vedere come son fatti dentro. Ed è capace di rima­
nere ore ed ore ad osservare il volo degli uccelli, come
se anche questa fosse una cosa straordinaria.
Rimane a lungo a guardare le teste di assassini e la­
dri impalate davanti alla porta del castello e tanto vec­
chie che nessuno ha più il coraggio di guardarle e sem­
bra che mediti su straordinari enigmi, poi le disegna
con una matita d’argento. E quando alcuni giorni fa
Francesco venne impiccato qua fuori sulla piazza, egli
era tra gli spettatori, in primissima fila insieme con i
ragazzi, per veder bene. Di notte sta a guardare le stel­
le. La sua curiosità abbraccia tutto.
Qualsiasi cosa è dunque interessante?

Non m’importa in che cosa ficchi il naso. Ma se


ancora una volta egli mi tocca, gli ficco il pugnale in
corpo ! Sono ben deciso, costi quel che costi.
Stasera mentre gli riempivo la tazza di vino mi ha
preso la mano per esaminarla; adirato l’ho ritirata. Ma
il principe ridendo m’ha detto che dovevo mostrarglie­
la. L’ha esaminata minutamente, l’ha studiata da vici-
IL NANO 191

no con un’impudenza senza pari, le articolazioni e le


pieghe del polso, e ha cercato di tirarmi su la manica
per vedere il braccio. L’ho tirata ancora indietro, tutto
corrucciato, lo sdegno bolliva in me. Essi ridevano, tut­
ti e due, mentre ero là con gli occhi accesi.
E se ancora una volta mi tocca, vedrò il suo sangue!
Non tollero che una persona mi tocchi, non tollero
la minima offesa contro il mio corpo.

Corre una voce strana: ch’egli abbia indotto il prin­


cipe a cedergli il cadavere di Francesco per sezionarlo
e vedere l’interno di un corpo umano. Non può essere
vero, è una cosa troppo incredibile. E non è possibile
che abbiano deposto quel corpo, che deve rimanere im­
piccato ed esposto quale ammonimento per il popolo e
ad onta e vergogna del malfattore: tale è la sentenza.
E poi, perché non dovrebbero i corvi beccare quel ma­
nigoldo come gli altri? Purtroppo l’ho conosciuto e so
altrettanto bene che meritava tutte le possibili pene,
tante volte per la strada m’ha lanciato insulti. Se viene
deposto dal patibolo, egli non avrà la stessa pena degli
altri impiccati.
L’ho sentito dire per la prima volta stasera. Ora è
notte, e non riesco a vedere se il cadavere sia ancora
esposto là fuori.
Non posso credere che sia vero, che il principe abbia
permesso una cosa simile.

Eppure è vero ! Quel miserabile non pende più dal­


la forca! E sono anche venuto a scoprire quale strada
abbia preso. Ho colto quel vecchio sapiente nel vivo
della sua vergognosa attività.
Avevo già notato che doveva succedere qualche cosa
giù nelle cantine, era aperta una porta che di solito non
lo è mai. Lo avevo notato già da ieri, ma poi non ci
192 IL NANO

pensai più. Ci sono ritornato oggi e ho esaminato più


da vicino come stessero le cose ed ho trovato la porta
sempre socchiusa. Sono entrato in un lungo buio cor­
ridoio e poi davanti ad un'altra porta, che neppure era
chiusa; mi sono introdotto per essa senza fare il mi­
nimo rumore, e là dentro, in una grande stanza, sotto
la luce che veniva dallo spiraglio del muro meridiona­
le, quel vecchio era chinato sopra il cadavere sventrato
di Francesco. Dapprima non credetti ai miei occhi, ma
il corpo era là, e spaccato, si vedevano le viscere, il cuo­
re e i polmoni, sembrava proprio un animale. Non ho
mai visto una cosa tanto ripugnante, no, non avrei mai
potuto immaginare nulla di tanto nauseante quanto l’in­
terno di un corpo umano. Ma lui era chinato su quel
corpo e lo studiava con ansioso interesse e si preparava
a tagliare con ogni cautela la carne attorno al cuore
con un coltellino piccino piccino. Era così preso da ciò
che stava per fare che non si accorse neppure che ero
entrato nella stanza. Sembrava che per lui non esistes­
se altro che quella sozzura con cui era occupato. Ma
alla fine sollevò la testa e guardò in alto con uno splen­
dore di gioia negli occhi. Il suo volto era estatico, come
se avesse compiuto un rito solenne. Potevo osservarlo a
mio agio, poiché egli era in luce mentre io, da parte
mia, mi trovavo in piena ombra. E poi egli era intera­
mente fuori di sé nella sua estasi, come un profeta che
parla con Dio. Era proprio una cosa ripugnante.
Simile a un principe! Un principe che cerca di spie­
gare gli enigmi che si trovano nelle viscere di un mal­
fattore. Che fruga nei cadaveri !

Questa notte hanno vegliato sin oltre la mezzanotte


e parlavano e parlavano come non hanno fatto mai pri­
ma. La loro conversazione li infiammava trascinandoli
in una estasi. Parlavano della natura, della sua gran­
IL NANO 193

dezza infinita e della sua ricchezza. Un unico grande


complesso, e un’unica meraviglia! Le vene, che fanno
circolare il sangue nel corpo, come le vene delle sor­
genti trasportano l’acqua sotto la terra, i polmoni che
respirano come respirano gli oceani con il flusso e il
riflusso, lo scheletro che sostiene il corpo come uno
strato di rocce sostiene la terra, e l’argilla ne è la car­
ne. Il fuoco nell’interno della terra che è simile al ca­
lore dell’anima e come essa proviene dal sole, il sacro
sole, il sole adorato dagli antichi, da cui emanano tutte
le anime e che è sorgente e principio di ogni vita e che
con la sua luce rischiara tutti i corpi celesti dell’univer­
so. E il nostro mondo non è che una delle infinite stel­
le dell’universo.
Erano quasi invasati. Ed io dovevo ascoltarli, accet­
tare quel che dicevano, senza poter ribattere nulla. Mi
convinco sempre di più che egli sia pazzo e che stia per
comunicare la sua pazzia anche al principe. È inconce­
pibile come il principe si mostri debole e malleabile
nelle sue mani.
Come si può sul serio prestar fede a simili frottole?
Come si può credere a questo tutto organico, a questa
divina armonia nel tutto, come egli anche la chiama?
Come si possono usare simili parole grandi, belle e pri­
ve di senso ? Le meraviglie della natura ! Ripensavo al­
le viscere di Francesco e stavo per vomitare.
Che gioia, esclamavano quei due entusiasti, esplorare
il regno meraviglioso della natura! Quale infinito cam­
po offre alle indagini ! E l’uomo diverrà potente e ric­
co se imparerà a conoscere tutte queste forze nascoste,
e piegarle al suo servizio. Gli elementi, domati, si pie­
gheranno di fronte alla sua volontà; il fuoco lo servirà
in umiltà, contenuto malgrado tutta la sua fierezza; la
terra porterà cento volte più di frutti, poiché egli avrà
scoperto le leggi della vegetazione; i fiumi diverranno
194 IL NANO

i suoi schiavi sottomessi, obbedienti e gli oceani por­


teranno le sue navi intorno a tutto il vasto mondo che
è sospeso nello spazio come una stella meravigliosa. Sì,
sottometterà persino l’aria, perché un giorno imparerà
ad imitare il volo degli uccelli e, liberatosi della sua
pesantezza, come essi si librerà, e come si librano le
stelle, verso una meta che il pensiero umano non può
ancora scorgere e neppure sospettare. Oh ! Che cosa gran­
de e magnifica è la vita! Che infinita grandezza ha la
vita umana!
Non v’erano limiti al loro giubilo. Erano come bam­
bini che sognano giocattoli, tanti giocattoli che non san­
no più che farne di tutti. Li osservavo col mio sguar­
do di nano senza che il mio vecchio viso rugoso cam­
biasse di espressione. I nani non sono come i bambini.
E non giocano mai. Mi levavo sulla punta dei piedi per
riempire le loro tazze quando le avevano vuotate du­
rante le loro grandi chiacchierate.
Che sanno essi della grandezza della vita? Come san­
no che è grande? Non è che un modo di dire, una fra­
se che piace dire. Si potrebbe piuttosto sostenere che
essa è piccola. Che è insignificante, assolutamente pri­
va di significato, un insetto che si può schiacciare con
un’unghia. E se lo si schiaccia con l’unghia, non ha nep­
pure nulla da protestare. Sarebbe rassegnata ad andare
in rovina, incontro a qualsiasi cosa. E perché non do­
vrebbe esserlo? Perché dovrebbe starle tanto a cuore la
sua esistenza? Perché desiderarlo? Perché infatti non
dovrebbe esserle tutto completamente indifferente ?
Esplorare le viscere della natura! Che piacere ci può
essere? Se davvero fosse possibile, gli uomini ne sareb­
bero atterriti, un tale spettacolo li riempirebbe di spa­
vento. Essi credono che la natura esista per loro, perché
essi credono che tutto esista per loro, per il loro be-
IL NANO 195

riessere e per la loro gioia, in modo che le loro vite sia­


no grandi e belle. Che ne sanno? Come sanno che essa
si preoccupa di loro e dei loro desideri, stravaganti ed
infantili ?
Si credono di leggere nel libro della natura, credono
di averlo aperto davanti ai loro occhi. Credono di po­
terlo sfogliare a loro agio, di poter leggere anche dove
non c’è ancora scritto niente, dove non ci sono che pa­
gine bianche. Pazzi insulsi, presuntuosi ! Non ci sono
limiti per la loro vergognosa presunzione!
Chi sa quali progetti cova la natura, che cosa nascon­
de in sé, il frutto dell’avvenire? Chi può indovinarlo?
Sa forse una madre ciò che porta in grembo? Come po­
trebbe saperne qualche cosa? Attende il tempo suo, e
allora si potrà vedere che sarà mai ciò ch’ella parto­
risce. Un nano potrebbe spiegare agli uomini questa
verità.

Lui modesto! Mi sono completamente sbagliato. È


invece l’uomo più superbo che io abbia mai incontrato.
Il suo essere stesso, il suo spirito sono orgogliosi. E
il suo pensiero è così temerario che vorrebbe dominare
come un principe sopra un mondo che non gli appar­
tiene.
Può sembrare modesto perché, quando attende alle
sue investigazioni in tutti i campi, dice di non saper
questo e di non saper quello, ma cerca però di spiegar­
ne le ragioni nel miglior modo possibile. Ma crede di
conoscere tutto l’insieme, anche il fine e il significato
dell’universo! La sua umiltà vale nelle piccole cose, ma
non nelle grandi. È una strana modestia.
Da un certo punto di vista tutto ha un significato,
tutto ciò che accade e tutto ciò che occupa gli uomini.
Ma la vita in se stessa non ha assolutamente alcun si-
196 IL NANO

gnificato e non può averne. Allora non dovrebbe es­


sere possibile trovarne uno.
Questa è la mia opinione.

Che vergogna ! Che disonore ! Non avevo mai subito


un’offesa simile a quella che m’è capitata quel giorno
tremendo. Cercherò di metter giù per iscritto ciò che
m’è successo, sebbene preferirei non ripensarci più.
Avevo ricevuto l’ordine dal principe di andare a tro­
vare maestro Bernardo sul lavoro, nel refettorio di San­
ta Croce, perché egli aveva bisogno di me. Mi ci recai,
per quanto seccato di essere considerato come un servo
di quell’uomo superbo, che non mi andava giù. Egli mi
accolse con la massima cortesia e raccontò che i nani lo
avevano sempre molto interessato. Pensavo che cosa mai
potesse non interessare un uomo che voleva aver noti­
zia e delle viscere di Francesco e delle stelle del cielo.
Ma di me, nano, egli non sa niente, pensai anche. Do­
po qualche altra parola, altrettanto amabile e vuota, dis­
se che voleva farmi un ritratto. Credetti in principio
che si trattasse del mio ritratto, che il principe forse gli
aveva ordinato, e non potei fare a meno di sentirmi lu­
singato; ma risposi che non volevo farmi ritrarre in un
quadro. — E perché no? — chiese. Com’è naturale, ri­
sposi : — Io voglio solo avere il mio volto —. Questa
risposta gli sembrò singolare, rise un po’, ma ammise
poi che innegabilmente un certo senso l’aveva. Il viso
di ciascuno di noi, anche se non viene ritratto, appar­
tiene a molti, appartiene infatti a tutti coloro che lo
guardano. E poi, non si trattava che d’un disegno per
mostrare com’ero fatto; mi dovevo perciò togliere gli
abiti in modo che lui potesse fare uno studio del mio
corpo. Sentii che impallidivo. Per l’ira e per lo spaven­
to, non saprei quale sentimento avesse il sopravvento,
IL NANO 197

tutt’e due m’invasero e tutto il mio essere cominciò a


tremare.
Egli notò la mia violenta reazione alla sua turpe pro­
posta. E si mise a dire che non era una vergogna esse­
re nano e mostrare di esserlo. Di fronte alla natura sen­
tiva egli sempre lo stesso profondo rispetto, anche quan­
do creava cose capricciose, cose fuori dell’ordinario. Non
era un disonore mostrarci davanti ad un altr’uomo tali
quali siamo, e nessuno di fatto ha la proprietà esclu­
siva di se stesso. — Io, sì ! — gridai pieno di rabbia.
—- Voi non siete padrone di voi stesso! Ma io si, io
sono padrone di me stesso!
Egli prese il mio violento trasporto con perfetta cal­
ma, già, lo osservava anzi con curioso interesse; e ciò
mi esasperava ancora di più. Poi disse che doveva co­
minciare, e mi si avvicinò. — Non tollero alcuna pre­
potenza contro il mio corpo! — gridai interamente fuo­
ri di me. Ma egli non se la prese affatto, quando capì
invece che io mai e poi mai mi sarei spontaneamente
spogliato si preparava a farlo lui in mia vece. Mi riuscì
di estrarre il pugnale dalla guaina ed egli prese un’aria
molto stupita a vederlo luccicare nella mia mano. Me
lo tolse e lo posò prudentemente a una certa distanza.
— Mi pare che tu sia pericoloso — disse e mi guardò
sorpreso. Sentii che a quell’espressione ridevo di scher­
no. Cominciò poi con la massima calma a svestirmi e
denudò il mio corpo nel modo più vergognoso. Opposi
tenace resistenza, lottai con lui come chi lotta per la
propria vita, ma tutto fu vano, perché egli era più for­
te di me. Quand’ebbe terminato la sua turpe operazio­
ne mi sollevò sopra un piedestallo che si trovava nel
mezzo della stanza.
Rimasi là, inerme, denudato, senza poter fare nulla
assolutamente, sebbene schiumassi di rabbia. E a qual­
198 IL NANO

che passo da me, del tutto impassibile, egli mi stava


studiando, considerava con freddezza e senza pietà la
mia ignominia. Ero completamente in balia del suo sguar­
do impudico, che mi esaminava, che si impadroniva di
me come se io fossi stato una cosa di sua proprietà.
Essere esposti in tal modo agli sguardi di un altro es­
sere umano era un’umiliazione così profonda che sento
ancora l’onta di averla dovuta soffrire. Ricordo ancora
il rumore della sua matita d’argento che scorreva sulla
carta, la stessa matita forse con cui egli aveva disegnato
le teste prosciugate dei criminali fuori la porta del ca­
stello e tante altre cose obbrobriose. Il suo sguardo s’era
trasformato, aguzzo come la punta d’un coltello; era
come se io fossi trafitto da lui. Non ho mai odiato tan­
to gli uomini quanto in quell’ora tremenda. Il mio odio
esercitò su me una tale azione, che credetti quasi di
perdere i sensi; talvolta tutto si faceva buio davanti ai
miei occhi. Si può trovare una cosa più ripugnante di
questi esseri, una cosa più degna di essere odiata?
Nel mezzo della parete di fronte a me si vedeva il
suo gran quadro, quello che si dice sarà un capolavoro.
Allora era appena abbozzato, ma mi sembrò che rap­
presentasse la Cena, Cristo con i suoi discepoli al loro
banchetto d’amore. Guardavo come un pazzo coloro che
erano là seduti con i loro volti puri, solenni e si senti­
vano esaltati, al disopra di tutto, raccolti attorno al
loro Signore celeste, colui che aveva una luce sopran­
naturale attorno al capo. Pensai con gioia che quest’ul­
timo ben presto sarebbe stato preso, che Giuda, tutto
rannicchiato laggiù nel suo angolino, ben presto lo
avrebbe tradito. Egli è ancora amato ed onorato, pen­
savo, egli siede ancora là alla sua tavola d’amore, men­
tre io sto qui nella mia vergogna! Ma anche la sua
onta verrà! Tra poco non sarà più seduto con i suoi,
ma solo sarà appeso ad una croce, tradito dai suoi. E
IL NANO 199

vi sarà appeso nudo, come sono io ora qui, vergogno­


samente umiliato. Esposto agli sguardi di tutti, ingiu­
riato e schernito. E perché non dovrebbe esserlo? Per­
ché non dovrebbe soffrire la stessa mia onta? Egli è
stato sempre circondato da amore, si è nutrito di amo­
re; mentre io mi sono nutrito di odio. Odio ho suc­
chiato sin dai miei primi istanti di vita, ne ho bevuto
l’amaro succo, mi sono posato sopra un seno materno
pieno di fiele, mentre egli suggeva la dolce e tenera
Maria, la più gentile e soave tra le donne, e bevve il
latte materno più delizioso che mai essere vivente abbia
bevuto. Innocente e buono siede là e crede che nessuno
possa odiarlo oppure volergli fare del male. E perché
no? Perché a lui no? Si crede amato da tutti gli uomini
sulla terra, perché è stato generato dal suo padre cele­
ste. Che ingenuità! Che infantile ignoranza degli uomi­
ni ! È appunto per questo che essi portano nei loro cuo­
ri un tale astio per lui. All’umanità non piace essere
violentata da Dio.
Lo guardavo ancora, quando, finalmente liberato dal­
la mia raccapricciante mortificazione, mi fermai presso
la porta di quella stanza infernale dove avevo sofferto
la mia più profonda umiliazione. Ben presto sarai ven­
duto per pochi scudi ai nobili, augusti esseri umani,
pensai, tu come me!
E furibondo sbattei la porta su lui e sul suo grande
maestro Bernardo, che s’era immerso nella contempla­
zione della sua magnifica opera e sembrava già aver di­
menticato la mia persona, che per colpa sua aveva sof­
ferto simili tormenti.

Non vorrei pensare più a questa mia visita a Santa


Croce, preferirei poterla dimenticare. Ma c’è una cosa
a cui non posso fare a meno di ripensare. Mentre mi
vestivo, involontariamente il mio sguardo cadde su al-
200 IL NANO

curii disegni sparpagliati qua e là, che rappresentavano


le creature più strane, mostri che nessuno ha mai visti
e che non esistono. Erano una cosa intermedia tra l’uo­
mo e la bestia: donne con ali di pipistrello tese tra le
loro dita lunghe e pelose; uomini dal volto di lucertola
e con le gambe e il corpo di rospo; altri con la testa
feroce di avvoltoio e artigli adunchi invece di mani,
che ruotavano in aria come diavoli; e creature che non
erano né uomo né donna ma somigliavano a mostri ma­
rini con tentacoli attorcigliati e occhi freddi e cattivi,
proprio come sono quelli dell’uomo. Mi sentivo at­
tratto da quegli aborti paurosi e non riesco ancora a
liberarmene, non mi riesce di non vedermeli davanti.
Come può la sua fantasia occuparsi di simili mostri?
Perché dà vita a queste forme ripugnanti e macabre?
Perché se le immagina? Deve esserci un motivo che lo
spinge a interessarsi di esse, che non esistono in natu­
ra. Deve sentirne un bisogno interiore, benché tali for­
me siano inesistenti. Oppure forse proprio per questo?
Questa cosa non la capisco.
Come dev’essere fatto colui che concepisce cose si­
mili? Che rabbrividisce tra questi orrori, e ci prova tan­
to gusto?
Quando si vede il suo volto altero, e bisogna dire
anche pieno di dignità e raffinato, non si crederebbe
mai che egli sia l’autore di quelle immagini raccapric­
cianti. Eppure è così. E tutto ciò fa pensare. Deve ave­
re dentro di sé questi esseri sinistri, come tutto quanto
egli crea.
Non posso fare a meno di pensare anche alla sua
espressione quando ritraeva la mia immagine, com’egli
si trasfigurava e diventava un altr’uomo, con uno sguar­
do sgradevole, penetrante, freddo e innaturale, e tutto
il suo volto cambiava, diveniva proprio crudele; egli as­
sumeva un aspetto davvero diabolico.
IL NANO 201

Non è dunque quello che vuol sembrare. Somiglia


agli altri uomini.
È quasi incredibile che la stessa persona abbia fatto
Cristo che è seduto là presso il suo desco d’amore, così
diafano e così puro.
Stasera Angelica attraversava il salone. E quando gli
passò davanti, il principe le disse di sedersi un mo­
mento col suo lavoro all’ago, che era andata a prende­
re. Essa non lo fece volentieri, ma non osò mostrare il
suo disappunto; evita sempre di stare in compagnia,
neppure è fatta per la vita di corte e per presentarsi
come una figlia di principe. Del resto, chi può sapere
se è figlia del principe? Potrebbe essere benissimo an­
che una bastarda. Messer Bernardo però non ne sa nul­
la. La guardava mentre era seduta con gli occhi bassi
e con la bocca da ebete semiaperta, la continuava a
guardare come se fosse stata una rarità: tutto a lui sem­
bra straordinario. Un prodigio di natura forse, come
me, oppure una di quelle pietre rare, tanto preziose,
che egli raccatta da terra per ammirarle? Egli rimaneva
in silenzio e pareva davvero commosso, sebbene essa
non facesse che star seduta senza dire una sola parola
e lavorare tutta sconcertata. Questo arrestarsi della con­
versazione diveniva penoso.
Non so che cosa potesse commuoverlo. Compiangeva
forse Angelica di non essere bella; egli conosce la bel­
lezza e ne conosce il valore. Ecco, forse per questo
c’era nel suo sguardo una certa espressione di melan­
conia e di compassione. Non so; non m’importa nep­
pure di saperlo.
La ragazza, si capisce, non desiderava altro che svi­
gnarsela appena possibile. E non rimase di più del ne­
cessario, ma chiese al principe se poteva andar via. E
le fu accordato. Si alzò in fretta e con timidezza, con i
suoi abituali movimenti angolosi. Si muove sempre co-
202 IL NANO

me una bambina. È strano come sia assolutamente priva


di grazia.
Era vestita con molta semplicità, si capisce, secondo
il solito, quasi poveramente. Non le importa; e neppure
agli altri.

Il grande maestro Bernardo non deve avere alcuna


tranquillità di spirito nel suo lavoro. Si mette a fare
una cosa dopo l’altra, ne comincia una ma non la fini­
sce. Da che cosa può dipendere? Dovrebbe darsi da
fare e dedicarsi interamente a quella Cena, per termi­
narla una buona volta. Ma non lo fa. Ne deve essere
stufo. Invece ha cominciato ora un ritratto della prin­
cipessa.
Essa forse non voleva posare. Ma il principe ha vo­
luto così. La capisco, non è difficile. Ci possiamo guar­
dare in uno specchio; ma quando ci allontaniamo dallo
specchio non desideriamo che la nostra immagine vi
rimanga fissata e che un’altra persona possa impadro­
nirsene. Capisco bene che lei, come me, non desideri
essere riprodotta in un quadro.
Nessuno è padrone di se stesso! Che pensiero ter­
ribile! Tutto appartiene anche agli altri. Non si è pa­
droni del proprio volto ! Appartiene ad uno qualunque
che lo guardi ! E il proprio corpo ! Possono gli altri
essere padroni del nostro corpo! Mi ripugna a pen­
sarci.
Io voglio essere l’unico padrone di tutto ciò ch’è
mio. Nessuno può appropriarsene, nessuno può metter­
ci su le mani. Appartiene a me e a nessun altro. Ed
io voglio essere padrone di me anche dopo la morte.
Nessuno ha il diritto di frugare nelle mie viscere. Non
voglio che siano esaminate da un estraneo, anche se
non sono tanto ripugnanti quanto quelle del manigoldo
Francesco.
IL NANO 203

Questo messer Bernardo che ficca il naso in tutto,


prova interesse e curiosità per tutto, mi è davvero odio­
so. A che serve ciò? Quale scopo ragionevole può ave­
re? E soprattutto mi ripugna pensare che egli conserva
un mio ritratto, che in qualche modo mi possiede. Si
direbbe che io non sia più solo a possedere me stesso,
e che io mi trovi anche presso di lui in Santa Croce,
tra quei suoi paurosi aborti.
Dunque anche lei deve farsi fare il ritratto! Perché
non dovrebbe subire la stessa mia onta? Mi rallegro
tutto difatti pensando che anche lei sarà esposta al suo
sguardo impudico, che anche lui la profanerà.
Ma quale attrattiva può avere, quella cortigiana?
Non ho mai trovato che essa presenti una qualche at­
trattiva, ed io la conosco meglio di tutti.
Si vedrà che cosa egli concluderà. Non mi riguarda.
Non credo che sia un profondo conoscitore degli
uomini.

Maestro Bernardo mi ha stupito davvero. Mi ha


riempito talmente di stupore che sono stato a pensarci
quasi tutta la notte.
Iersera, secondo il solito, erano seduti - lui e il
principe - e parlavano e si intrattenevano sui loro abi­
tuali elevati problemi. Ma egli era d’umore scuro, si
notava benissimo. Era seduto e teneva la mano sulla
grande barba, meditabondo e carico di pensieri che non
dovevano procurargli alcuna gioia. Ma era pieno di
fuoco, veramente pieno di passione quando parlava, per
quanto non fosse un fuoco appariscente ma sembrasse
piuttosto coperto di cenere. Non era più lui, si sarebbe
potuto credere che fosse un altr’uomo quello che si
stava ad ascoltare.
Il pensiero umano, diceva, in fondo domina un nu­
mero infinitamente piccolo di cose. Forti sono le sue
204 IL NANO

ali, ma il destino che ce le ha date è più forte di noi.


Esso non ci permette di sfuggirgli né di andare più in
là di quel che vuole. La nostra strada è delimitata, do­
po un balzo in avanti che ci riempie di speranza e di
gioia siamo trattenuti, come il falcone dalla corda che
è nella mano del falconiere. Quando otterremo la liber­
tà? Quando sarà recisa la corda e il falcone potrà solle­
varsi verso il libero spazio?
Quando? Accadrà mai? Non è invece il segreto del
nostro destino esser legati alla mano del falconiere; e
sarà sempre così? Se qualche cambiamento si verificasse,
allora non saremmo più uomini e il nostro destino non
sarebbe più l’umano destino.
Eppure, noi siamo fatti in modo che ci sentiamo sem­
pre attirati dallo spazio e crediamo di appartenergli. Ed
esso costantemente è al di sopra di noi, si stende da­
vanti a noi come una cosa concreta e reale. È una realtà
come è una realtà la nostra prigionia.
— Perché esiste questo spazio infinito che noi non
potremo mai raggiungere? — egli si chiese. -— Qual è
il significato di questa grandezza illimitata che è attor­
no a noi, attorno alla vita, se noi non siamo che esseri
incatenati senza speranza, e se la vita permane conforme
a questo nostro stato, quasi confinata in se stessa? A
che cosa effettivamente servono queste incommensura­
bili misure? Perché queste immensità devono circondare
il nostro piccolo destino, questa nostra angusta valle?
Siamo più felici per questo? Non sembra. Sembra piut­
tosto che siamo divenuti ancora più infelici — disse.
L’osservavo con attenzione, e l’espressione tetra del
suo volto e la strana stanchezza del suo vecchio sguardo.
— La ricerca della verità ci rende più felici? — con­
tinuò. — Non so. Io non faccio che cercarla. Tutta la
mia vita altro non è stata che un incessante ricercare la
verità; e talvolta ho creduto di intuirla, mi è sembrato
IL NANO 205

scorgere un po’ del suo cielo puro; ma il cielo non si


è mai realmente aperto davanti a me, mai i miei occhi
sono penetrati nel suo spazio infinito, senza la cono­
scenza del quale nulla quaggiù si potrà mai veramente
comprendere. Non ci è consentito. Per questo anche
tutti i miei sforzi in realtà sono riusciti vani. Per questo
tutto ciò cui ho posto mano non è compiuto che a me­
tà, è immaturo. Con dolore penso alle mie opere e con
dolore e tristezza tutti devono considerarle; come un
« torso ». Come immature, incompiute, ecco tutto quel­
lo che io ho creato. Dopo di me lascerò tutto incom­
piuto.
« Ma ci sorprende ?
« È il destino dell’umanità. L'inevitabile destino di
ogni umano sforzo, di ogni opera umana. Tutta la cul­
tura umana non è difatti altro che un tentativo verso
qualche cosa di inaccessibile, che di molto sorpassa le
nostre capacità di attuazione. Essa è là, mozzata, tragica
come un “torso”. E non è un “torso” lo stesso spirito
umano ?
« A che servono le ali se non potremo mai sollevar­
ci ? Sono una soma, invece di essere strumento di libe­
razione. Ci pesano. Ce le trasciniamo dietro. Alla fine
ci riescono odiose.
« E noi proviamo quasi un senso di sollievo quando
il falconiere, stanco del suo crudele gioco, ci abbassa
un cappuccio sul capo, e non riusciamo più a veder
niente. »
Egli sedeva là abbattuto e tetro, con un tratto d’ama­
rezza attorno alla bocca, e i suoi occhi ardevano d’un
fuoco pericoloso. Io ero in verità estremamente stupito.
Era lo stesso uomo che non molto prima si mostrava
entusiasta della illimitata grandezza dell’umanità, che
ne proclamava l’onnipotenza, quando essa come un re
onnipotente avrebbe dominato nel suo magnifico regno.
206 IL NANO

Che la rappresentava quasi come l’uguale degli Dei.


Io non lo capisco. Non ci capisco niente.
E il principe era seduto là e lo stava ad ascoltare,
tutto preso dalle parole del suo grande maestro, seb­
bene tanto differenti da quelle che prima erano uscite
dalla sua bocca. Egli ne condivideva le idee. Davvero
un docile allievo, si potrebbe dire.
Come fanno a conciliarsi le due cose? Come fanno
essi a mettere insieme cose contrastanti tra loro e star­
sene seduti a discorrere di tutto con la medesima pro­
fonda convinzione? Per me, che sono sempre uguale,
che non cambio mai, è incomprensibile.
Sono stato desto ed ho cercato di capire quegli uo­
mini, ma non ci sono riuscito. Non so tirare una con­
clusione da tutto questo.
Essere uomo è una cosa grande, magnifica, un’alle­
grezza suprema. Non è altro che sconforto, piena insen­
satezza, disperazione.
Ma che cos’è dunque?
Egli ha smesso di lavorare al ritratto della principes­
sa. Dice che non può finirlo, vi è in lei qualcosa che
non riesce a penetrare, che non vede chiaro. Anche que­
sto quadro rimarrà incompiuto. Come la Cena, come
tutto ciò che intraprende.
Ho avuto la fortuna di poterlo vedere una volta in
camera del principe, e non ci trovo il minimo difetto.
Mi sembra che sia bellissimo. L’ha dipinta proprio come
è, una cortigiana di età matura. È davvero somigliante,
diabolicamente somigliante. Il viso sensuale con le pal­
pebre pesanti e con quel sorriso lascivo, un po’ distrat­
to; tutto è somigliante. E tutta l'anima di lei ha rappre­
sentato nel ritratto, che la rivela in maniera impressio­
nante.
Maestro Bernardo è comunque un gran conoscitore
dell’essere umano.
IL NANO 207

Che ci manca a quel ritratto? A lui sembra che ci


manchi qualche cosa? Ma che dunque? Qualche cosa,
una cosa essenziale, che farebbe sì che il ritratto non
fosse più lei? E quale dovrebbe essere? Non ci capisco
niente.
Ma poiché egli dice che la sua opera non è compiu­
ta, dev’essere così. Tutto lascerà incompiuto dopo di
sé, ha già detto. Tutto non è che un tentativo verso
qualche cosa che non potrà mai compiersi. Tutta la cul­
tura umana non è che un tentativo; una cosa assoluta-
mente inattuabile. E perciò tutto è privo di senso.
Già, è così; naturalmente. Quale aspetto avrebbe la
vita se non fosse priva di senso? L’assurdità è la base
su cui essa riposa. Su quale altra base avrebbe potuto
essere posta, capace di sostenerla e che non vacilli mai?
Una grande idea può essere minata da un’altra grande
idea, e poi da essa fatta saltare, annientata. Ma l’assur­
dità è inaccessibile, indistruttibile, immutabile. È una
vera base, e per questo venne scelta.
Che debbano essere necessari tanti sottili ragionamenti
per capirlo !
Io lo so per mio conto. È il mio stesso essere che
lo sa.

Qui succede qualche cosa, non potrei dire quale. Sen­


to come un’inquietudine nell’aria; che cosa sia non so.
Non è come se effettivamente succedesse qualcosa. No,
non è così. Ma si sente che qualche cosa potrebbe suc­
cedere.
Tutto è calmo in apparenza. Al palazzo la vita segue
il suo corso normale. Vi è anche più calma del solito
perché vi sono pochi ospiti e niente ricevimenti, di nes­
suna specie, ché non hanno luogo in questo periodo
dell'anno. Non so, questo pure contribuisce a far sen­
tire che qualche cosa di particolare è in preparazione.
208 IL NANO

Sto sempre in guardia, faccio attenzione a tutto; ma


non c’è nulla che attiri l’attenzione. E in città neppure
si nota nulla di straordinario. Tutto è normale. Eppure
qualche cosa c’è. Ne sono sicuro.
Bisogna che mi armi di pazienza e attenda ciò che
porterà l’avvenire.

Il condottiero Boccarossa s’è messo in viaggio e pa­


lazzo Geraldi è di nuovo vuoto. Nessuno sa quale via
egli abbia preso, si direbbe sia stato inghiottito dalla
terra. Si potrebbe supporre che ci sia stato qualche at­
trito tra lui e il principe. Molti hanno trovato strano
che costui con la sua alta educazione abbia potuto cer­
care la compagnia, e tanto quanto ha fatto, di un indi­
viduo così brutale. Io non sono del loro parere. Indub­
biamente è vero che Boccarossa è una persona di ecce­
zionale rudezza e invece il principe un uomo dai sen­
timenti raffinati, colto. Ma in ogni caso anche lui di­
scende da stirpe di condottieri, per quanto sembri che
la maggior parte delle persone lo abbia dimenticato.
Non è molto che i suoi erano condottieri, soltanto al­
cune generazioni fa.
E che significano alcune generazioni ?
Non credo che questi due incontrino particolari diffi­
coltà per comprendersi.

Nulla succede, ma la tensione rimane nell’aria. Lo


sento, non mi sbaglio in certe cose. Qui accadrà qualche
cosa.
Il principe sembra quasi febbrilmente occupato. Ma da
che? Riceve una quantità di visite, si chiude dentro con
alcune persone in segreti conciliaboli. Nulla sfugge dal­
la bocca di costoro. Di che cosa si occuperanno ?
Giungono qui anche corrieri, circondati dalla massi­
ma segretezza, che ogni tanto di notte scivolano dentro
IL NANO 209

il palazzo. Una folla di gente poi che va e viene, di cui


ignoro la missione: governatori, consiglieri, comandan­
ti delle truppe, capi di antiche famiglie: le vecchie fa­
miglie guerriere che gli antenati del principe sottomisero.
Non si può più dire ormai che la calma regni a pa­
lazzo.
Sembra che maestro Bernardo non prenda alcuna
parte a quel che succede. Sono uomini di un’altra razza
quelli a cui il principe si rivolge e con cui s'intrattiene.
Sembra che quel vecchio sapiente soprattutto non abbia
più tanta importanza, non come prima almeno.
Non posso che approvare. Egli occupava un posto
troppo grande qui a corte.

Il mio presentimento che si preparasse qualche cosa


s’è rivelato giusto. Nessun dubbio su questo punto.
Una quantità di cose che non si possono ignorare lo
indicano. Gli astrologi sono stati chiamati dal principe
e si sono trattenuti molto da lui, tanto l’astrologo di
corte Nicodemo che gli altri dalla lunga barba, coloro
che vivono qui come parassiti. È questo un indizio che
non può ingannare. E il principe ha avuto parecchi im­
portanti colloqui già con l’inviato dei Medici e con i
delegati della repubblica veneziana dei mercanti e an­
che con l’arcivescovo, rappresentante della Santa Sede.
Tutto ciò e varie altre cose hanno attirato la mia atten­
zione in questi ultimi giorni; e tutto quanto non può
essere inteso che in un certo senso.
Si deve progettare una campagna di guerra. Gli astro­
logi devono essere stati convocati per sapere se le stelle
si mostrassero favorevoli all’impresa; nessun principe
saggio trascura questa elementare precauzione. Quei
poveri diavoli erano stati messi un po’ nell’ombra du­
rante il tempo che il principe non s’intratteneva che
con messer Bernardo, il quale certamente crede, anche
210 IL NANO

lui, al potere delle stelle ma sembra avere un’altra opi­


nione sull'argomento, idee eretiche che essi considera­
no come errori diabolici. Ma sembra che ora il principe
trovi più sicuro attenersi agli ortodossi. Cominciano di
nuovo ad andare attorno e si gonfiano per la loro im­
portanza. E i negoziati con gli ambasciatori hanno avu­
to lo scopo di indurre i loro stati ad appoggiare o al­
meno a non ostacolare i nostri progetti.
L’atteggiamento del Santo Padre verso i nostri piani
è sempre il più importante. Nessuna impresa umana può
riuscire senza la benedizione di Dio.
Spero che egli l’abbia data, perché con tutta l’anima
desidero che finalmente si faccia di nuovo la guerra !

Ë la guerra! Il mio naso, che se ne intende - e già


da parecchio — fiuta la guerra dappertutto, nella tensio­
ne degli animi, nella completa segretezza, nei volti del­
la gente - nell’aria stessa che si respira. Vi è qualcosa
d’eccitante che assai ben riconosco. Torna la vita dopo
quel soffocante periodo in cui non succedeva nulla, che
soltanto riempiva un interminabile ciarlare. È bene che
la gente faccia finalmentre altre cose; e non chiacchiere.
Tutti gli uomini in fondo desiderano la guerra. Essa
porta con sé una semplificazione di tutto, che gli uomi­
ni sentono come un sollievo. Tutti trovano che la vita
è troppo complicata. È così, è vero, quale essi la vivo­
no. In sé e per sé la vita non è affatto complicata, si
distingue invece per la sua grande semplicità. Ma non
10 vogliono comprendere. Non capiscono che sarebbe
meglio se la vita potesse essere come è. Non la lasciano
mai in pace, non tralasciano mai di impiegarla per stra­
ni scopi. Ma in ogni caso sentono che soltanto poter
vivere è una cosa meravigliosa!
Il principe si è finalmente svegliato dal suo torpore.
11 suo volto è pieno di forza di volontà: la barba corta
IL NANO 211

tagliata a sghembo, le guance magre e pallide, lo sguar­


do vivace che veglia, senza farsi notare, come quello
d’un uccello rapace sulla preda. Dovrebbe essere la sua
preda favorita, il vecchio nemico ereditato dalla sua
famiglia, quella che adocchia.
L’ho veduto oggi mentre si affrettava su per le scale
del palazzo, seguito da vicino dal capitano della guar­
dia, credo che siano stati ad ispezionare certi prepara­
tivi militari: entrato nel vestibolo, getta il mantello al
servo che si precipita verso di lui e rimane diritto là
nel suo abito rosso, elastico e flessibile come la lama
duna spada, con un sorriso altezzoso sulle labbra sot­
tili. Egli sta là come uno che abbia gettato via il suo
travestimento. Tutto in lui irradiava un’indomabile
energia. Tutto lo rivelava come un uomo d’azione.
L’ho sempre saputo che era così.

Gli astrologi hanno dichiarato che il momento è par­


ticolarmente adatto per la guerra, anzi che non poteva
essere scelto più opportuno. Hanno fatto l’oroscopo del
principe ed hanno trovato ch’egli è nato sotto il segno
del Leone. Non è una novità, si sapeva sin dalla sua
nascita, quando tale circostanza eccitò molto la fantasia
dei cortigiani — lo considerarono un ottimo pronostico
per un principe - e dette occasione a molto stupore ed
anche a una certa inquietudine tra il popolo.
Questo è anche il motivo per cui porta il nome di
Leone. Marte si trova attualmente nelle vicinanze della
sfera di questo animale e tra breve la rossa stella del
dio della guerra verrà a trovarsi proprio nella potente
costellazione del principe. Anche altri fenomeni celesti,
che esercitano un’influenza sul destino del principe, so­
no decisamente favorevoli. Con assoluta certezza perciò
gli astrologi possono garantire il felice esito della guer­
ra; già, sarebbe quasi imperdonabile non profittare di
212 IL NANO

questa occasione eccezionale. Non mi sorprendono le


loro predizioni, perché essi predicono sempre ciò che
desiderano i principi; soprattutto dal giorno che il pa­
dre del nostro principe fece fustigare un interprete di
stelle, perché aveva asserito che un maligno destino mi­
nacciava la dinastia, in quanto egli aveva notato che
una cattiva stella, trascinantesi dietro fuoco e fiamme,
era apparsa in cielo proprio al momento in cui il fon­
datore della dinastia era salito sul trono insanguinato;
un oroscopo che non si avverò, come non si avverò
neppure in nessun’altra dinastia di principi.
Tutto ciò non mi sorprende, come ho detto; e, una
volta tanto, sono proprio contento di loro. Essi sono
davvero forti nella loro scienza, e sono poi finalmente
serviti a qualche cosa. Perché è necessario che il prin­
cipe, i soldati e tutto il popolo credano che le stelle
sono simpaticamente disposte verso la loro impresa e
che se ne interessano. Ora le stelle hanno parlato e
tutti sono soddisfatti di ciò che hanno detto.
Io non converso mai con le stelle, ma gli uomini lo
fanno.

Sono di nuovo molto stupito nei riguardi di maestro


Bernardo. Ieri sera il principe e lui hanno ricominciato
a conversare in segreto e, come tante altre volte, hanno
prolungato sino a tarda notte il loro animato scambio
d’idee. Ciò m'ha provato che il vecchio sapiente non ha
perduto affatto la sua influenza, come credevo, e che le
sue meditazioni investigatrici non lo hanno sottratto al­
l’inquieto mondo dell’oggi e della realtà. Niente affatto.
Ho preso un bell’abbaglio.
M’irrita il fatto d’essermi sbagliato in tal modo, per­
ché nessuno come me penetra e scopre gli uomini.
Quando fui chiamato per servirli e portare, secondo
il solito, le loro tazze di vino erano tutt'e due chinati
IL NANO 213

sopra certi strani disegni, che in principio non riuscivo


a capire. Poi li osservai meglio e ne sentii anche la spie­
gazione nel corso del colloquio. Rappresentavano le più
crudeli macchine di guerra, destinate a spargere morte
e terrore fra i nemici; carri da combattimento che mie­
tevano uomini per mezzo di lunghe falci e sul suolo
dov’erano passati erano sparse membra umane; e altri
diabolici congegni, sempre su ruote, che cavalli al ga­
loppo trascinavano contro l'esercito nemico e nulla, nep­
pure il più strenuo valore, avrebbe potuto fermarli; carri
interamente coperti, pieni di tiratori inaccessibili, che,
a quanto egli diceva, erano capaci di rompere lo schie­
ramento più forte e permettevano così alle fanterie di
avanzare e compiere il proprio compito. Erano tanti e
sì raccapriccianti strumenti di morte, che non capisco
come si siano potuti immaginare e di cui io — non ho
purtroppo dedicato la mia vita all’arte della guerra —
non riuscivo a rendermi conto. E mortai, bombarde e
colubrine, vomitanti fuoco e pietre e palle di ferro e
dilanianti teste e braccia di soldati; tutto rappresentato
con molto realismo e precisione, tanto che il semplice
disegno era di per sé di grande interesse. Egli descrisse
anche minutamente i micidiali effetti che potevano pro­
durre quelle impareggiabili macchine di distruzione e
lo spavento che avrebbero potuto causare nel nemico;
e parlava di tutto ciò con la stessa calma, con la stessa
pacatezza con cui parlava di ogni altro argomento del
quale si occupava il suo pensiero. Si notava che avrebbe
veduto volentieri come le sue macchine avrebbero fun­
zionato nella realtà, e si capisce benissimo, meraviglio­
se come erano, e poi le aveva inventate lui.
A questo dunque aveva lavorato maestro Bernardo, e
contemporaneamente si era occupato di tante altre cose,
delie sue indagini sulla natura, di tutti i segreti di essa,
214 IL NANO

gliose e frugare nel corpo di Francesco, che - lo ri­


cordo bene - in una certa occasione descrisse al prin­
cipe come il grande, impenetrabile capolavoro della na­
tura; e della sua Cena in Santa Croce, con Cristo subli­
me, sovrumano tra i suoi discepoli, seduti al loro co­
mune desco d’amore, e Giuda, rannicchiato in un an­
golo, colui che doveva tradirlo.
E tutto l’ha certamente attirato e vincolato con ugua­
le potenza. E perché allora non dovrebbe entusiasmarsi
per queste sue meravigliose macchine, come per tutto
il resto? Il corpo umano sarà forse una costruzione mol­
to ingegnosa - sebbene io, da parte mia, non trovi che
sia così — ma lo è anche una macchina simile, e poi,
come s’è detto, l’ha inventata lui.
Il principe mostrava interesse — cosa strana - non
tanto per i più tremendi strumenti di morte, che, a pa­
rer mio, dovrebbero essere i più efficaci e la loro sem­
plice apparizione dovrebbe spaventare un intero eserci­
to e metterlo in fuga; si interessava invece di quelli che
non avevano un simile aspetto né attestavano una sì po­
tente e macabra fantasia ma che, secondo lui, erano an­
che i più efficienti. I più micidiali appartengono all’av­
venire, osservò. Bisognava impiegare tutti quelli che fa­
cilmente si potevano costruire. Apparecchi per attaccare
le fortificazioni, un importante sistema per fare gallerie
per mine sotto i bastioni e farli poi saltare in aria, in­
gegnose modificazioni da apportare alle catapulte e alle
artiglierie d’assedio, che il nemico ancora non conosce­
va; tutte cose di cui già avevano parlato parecchie volte
prima, e in parte erano state fatte costruire.
Tutto questo importante materiale, l’incredibile ric­
chezza di idee, la capacità inventiva, la fertile fantasia
che pareva non conoscere limiti, suscitavano in alto gra­
do l’ammirazione del principe; e con parole piene di
entusiasmo lodò il gran genio di quel saggio. Mai egli
IL NANO 215

in tal modo aveva mostrato la potenza del suo pensiero


è della sua fantasia! E per tutta la sera si sprofonda­
rono in quel mondo eccitante della fantasia, in uno
scambio infiammato d’idee, proprio come durante una
delle loro più fruttuose serate. Ed io li ascoltavo con
gioia, perché anche l'animo mio, una volta tanto, era
pieno di entusiasmo e di ammirazione.
Ora capisco bene perché il principe abbia chiamato
a corte messer Bernardo e perché si sia mostrato verso
di lui così come ha fatto durante il suo soggiorno al
palazzo; lo ha trattato come un suo pari, in ogni modo
gli ha mostrato la sua alta deferenza e la più lusinghie­
ra attenzione. Capisco anche il suo interessamento per
tutte le dotte fatiche di Bernardo, per le sue indagini
sulla natura, per il suo incredibile sapere, tanto di cose
utili come inutili, e il suo delicato esuberante giudizio
sull’arte del maestro, sul quadro della Cena in Santa
Croce e su tutte le altre cose di cui si occupa quest’uo­
mo onnisciente. Lo capisco benissimo.
È un gran principe!

Stanotte ho fatto un brutto sogno. Mi sembrava di


veder maestro Bernardo diritto in piedi sopra un alto
monte, egli era gigantesco e imponente, con i suoi ca­
pelli grigi e la possente fronte pensosa; ma attorno al
suo capo volteggiavano tanti mostri, svolazzando su ali
di pipistrello, tutte quelle creature deformi che avevo
veduto tra i suoi disegni a Santa Croce. Volavano in
giro attorno a lui come demoni, e sembrava quasi che
egli li comandasse. I loro visi orribili somigliavano a
lucertole e rospi, mentre quello del maestro era grave,
austero e nobile come sempre. Ma poi a poco a poco il
suo corpo si trasformò, si rattrappì e si deformò e spun­
tarono fuori ali piatte laddove al corpo s’innestavano
piccole gambe pelose, proprio come un pipistrello. Con
216 IL NANO

la medesima espressione altezzosa che rimaneva nel suo


viso, cominciò a battere le ali e, come poté, si sollevò
e volò via nel buio della notte, insieme con tutte quelle
altre orribili creature.
I sogni non mi preoccupano. Non significano niente
e mi lasciano completamente indifferente. La realtà è
l’unica cosa che abbia un significato.
È evidente che egli ha una deformità, da tanto tem­
po ne sono persuaso.

II condottiero Boccarossa ha passato i confini alla te­


sta di 4.000 uomini ! È già penetrato per due miglia nel
paese nemico senza che il Toro, colto alla sprovvista
dall’aggressione, abbia potuto prendere una qualsiasi
iniziativa.
Questa è l’inaudita notizia che oggi è piombata sulla
città come un baleno, l’inaudito avvenimento che occu­
pa lo spirito di tutti.
Nella più profonda segretezza il condottiero ha rac­
colto le sue truppe mercenarie in luoghi montani inac­
cessibili verso i confini sud-orientali e con diabolica
scaltrezza ha preparato il felice attacco. Nessuno sospet­
tava nulla, neppure noi. Soltanto il principe, il vero
ideatore del geniale piano d’attacco! È quasi incredi­
bile ! Si osa appena credere che sia vero !
Ora la casa dei Montaza avrà i giorni contati e l’o­
dioso Ludovico - ugualmente odiato e dal suo popolo
e da noi, a quel che si dice - finalmente avrà schiac­
ciata la sua nuca di toro e sarà l’ultimo della sua infa­
me dinastia.
Gliel’hanno proprio fatta, a lui, l’uomo dai molti ac­
corgimenti ! Senza dubbio egli doveva avere dei sospetti
che il principe ruminasse qualche attacco contro di lui,
ma sapeva anche che non s’era arruolato alcun esercito
IL NANO 217

qui in casa nostra e perciò si sentiva ancora sicuro. E


tanto meno si aspettava un attacco in questa parte del
paese, dove il terreno è inaccessibile, e dove neppure
egli aveva le frontiere fortificate. È finita per il Toro!
È arrivata l’ora della resa dei conti !
Domina nella città un indescrivibile stato d'animo.
La gente si raduna per le strade, gesticola e. parla, con
fervore e con eccitazione, oppure rimane in silenzio a
guardare i reparti di truppe che sfilano, le truppe spe­
ciali del principe che cominciano a raccogliersi; non si
sa da dove siano venute fuori, sembra che siano sbucate
su dalla terra. Si constata che tutto è stato molto ben
preparato segretamente. Tutte le campane suonano a di­
stesa e le chiese sono piene di gente, che si accalca per
entrarci. I preti innalzano ferventi preghiere per la guer­
ra; è evidente che questa impresa ha la benedizione
della Chiesa. Non potrebbe essere altrimenti. Sarà una
guerra che darà gloria!
Tutto il popolo è in festa. Qui alla corte specialmen­
te, l’entusiasmo e l’ammirazione per il principe non co­
noscono limiti.

Le truppe personali del principe verranno impiegate


in altri luoghi, varcheranno i confini orientali, lungo la
larga valle del fiume, la vecchia via classica delle inva­
sioni. Non c’è che un giorno di marcia; e laggiù nella
pianura, dove il terreno è adatto per una battaglia re­
golare e il suolo è saturo di sangue glorioso, laggiù si
congiungeranno con l’arma del condottiero. Questo il
piano della campagna! L’ho indovinato!
Non so precisamente se questo sia il piano. Ma rac­
cogliendo vari elementi, una parola qua e una parola
là, sono arrivato a questa conclusione. Sono impaziente
di spiegarmi tutto, di seguire tutto, origlio alle porte,
218 IL NANO

mi nascondo dietro gli armadi e le tappezzerie per


ascoltare tutte le possibili notizie sulle grandiose cose
che avvengono.
Che piano d’attacco! Assolutamente riuscirà. In que­
sta parte della frontiera vi saranno di certo fortificazio­
ni. Ma cadranno. Forse si arrenderanno subito, poiché
ogni resistenza è senza speranza. Forse bisognerà pren­
derle d’assalto. In ogni caso non riusciranno ad arre­
starci. Nulla potrà fermarci, perché l’offensiva è soprag­
giunta così inattesa, completamente improvvisa.
Che genio militare ha il principe! Che volpe sopraf­
fina. Che astuzia, che previdenza! E quale grandiosità
in tutto questo piano di guerra!
Sono pieno di orgoglio per essere il nano di un tale
principe.

Tutti i miei pensieri tornano sempre su un solo ar­


gomento: come potrei fare per andare in guerra? Devo
andarci. Ma cosa devo fare, come potrà avverarsi il mio
sogno? Non ho alcuna istruzione militare, intesa nel
senso comune della parola. Nulla di quanto si esige da
un ufficiale, e neanche da un soldato. Eppure so portare
le armi! E so maneggiare la spada come un uomo! La
mia vale quella d’un altro! Forse non è altrettanto lun­
ga. Ma le spade corte non sono le meno pericolose! Il
nemico ne farà la conoscenza!
Questi maceranti pensieri mi fanno star male, e an­
che il timore di esser lasciato a casa tra donne e bam­
bini, di non poter essere presente laddove finalmente si
fa qualche cosa. E forse devono essere già cominciati i
grandi massacri.
Brucio dal desiderio di sangue!

Ci andrò anch’io! Ci andrò anch’io!


Questa mattina mi son fatto coraggio e mi sono con­
IL NANO 219

fidato col principe, gli ho fatto conoscere il mio ardente


desiderio di partecipare alla campagna di guerra. Ho
esposto il mio desiderio con tanta passione che egli ne
è rimasto impressionato, l’ho visto bene. Ho avuto an­
che la fortuna di incontrarlo mentre si trovava in una
disposizione di spirito molto favorevole. Si è passato
la mano sopra la corta frangia di capelli, com’è solito
fare quand’è di buon umore; i suoi occhi neri sfavilla­
vano quando mi ha guardato.
Certamente, sarei andato in guerra con lui, ha detto.
Egli stesso vi avrebbe preso parte e, com’era naturale,
mi avrebbe condotto con sé. Può mai un principe fare
a meno del suo nano? E chi altrimenti gli avrebbe re­
cato la sua tazza di vino? aggiunse e mi osservò con
un sorriso ilare.
Ci andrò anch’io! Ci andrò anch’io!

Mi trovo sotto una tenda innalzata sopra una collina


con alcuni pini, da dove si vede magnificamente il ne­
mico giù in pianura. La tela della tenda che porta i
colori del principe, a larghe strisce oro e rosse, schioc­
ca al vento, eccitante come una fanfara. Ho indosso
un’armatura, esattamente uguale a quella del principe,,
corazza ed elmo e al fianco la mia spada con cinturone
d’argento. Siamo vicini al tramonto e per un momento
mi trovo solo qui dentro. Attraverso l’apertura della
tenda sento le voci dei comandanti, che spiegano l’at­
tacco di domani mattina, e, più lontano, il canto fiero
e melodioso dei soldati. La tenda del Toro, bianca e
nera, riesco a scorgerla laggiù nella pianura e attorno
ad essa si muovono uomini così piccini che sembrano
inoffensivi, e lontano lontano verso l'ovest scorgo i ca­
valieri senza armatura e nudi fino alla cintola che abbe­
verano i cavalli nel fiume.
Da oltre una settimana siamo in guerra, un periodo
220 IL NANO

di tempo pieno di grandi imprese. La campagna s’è


svolta esattamente come avevo previsto. Abbiamo preso
d’assalto le fortezze di frontiera dopo averle bombar­
date con le incomparabili colubrine di messer Bernar­
do, e nessuno ne aveva prima veduto gli effetti; gli as­
sediati si arresero, terrorizzati da questo pauroso can­
noneggiamento. Con le insufficienti truppe che il Toro
in fretta aveva gettato contro di noi e che dovette di­
staccare dalle forze con cui cercava di ostacolare l’avan­
zata di Boccarossa, abbiamo avuto parecchi duri scon­
tri, tutti però finiti con la nostra vittoria, perché il ne­
mico ci era di molto inferiore di numero. Intanto l’ar­
mata di Boccarossa, che incontrava sempre più debole
resistenza, devastando e saccheggiando avanzò fino alla
pianura e si spinse tra le rovine sempre più verso nord
per prendere contatto con noi. Tale collegamento, tanto
desiderato e così importante per lo svolgimento delle
operazioni successive, si effettuò ieri verso mezzogiorno.
Ora dunque noi ci troviamo riuniti sulle colline tra la
pianura e il monte e formiamo insieme un esercito di
oltre 15.000 uomini, di cui 2.000 cavalieri.
Fui presente all’incontro tra il principe e il suo con­
dottiero. Un momento storico, assolutamente indimen­
ticabile. Il principe, che è ringiovanito durante questo
periodo in un modo che desta la meraviglia di tutti,
indossava una magnifica armatura con corazza e brac­
ciali d'argento dorato e sull’elmo si agitavano due piu­
me, una gialla e una rossa, mentre egli, circondato dai
suoi notabili, salutava cortesemente il suo famoso com­
pagno di armi. II suo viso pallido e aristocratico una
volta tanto si colorò di un leggero rossore e sulla bocca
sottile si posò un sorriso franco e cordiale, ma anche,
come capita sempre a lui, in un certo senso riservato
e cauto. Di fronte stava Boccarossa, potente e massic­
cio, con un corpo che mi sembrava quasi di gigante.
IL NANO 221

Ebbi la strana impressione di non averlo mai veduto


prima. Veniva direttamente dal combattimento. Portava
una armatura di ferro che sembrava semplice in con­
fronto a quella del principe; unico ornamento la testa
d’una fiera in bronzo sul petto della corazza, un leone
furioso che allungava la lingua dalla gola spalancata.
L’elmo non aveva né cimiero né ornamenti di sorta,
era soltanto molto aderente al capo. Questa testa mi
parve la più terribile che io avessi mai visto. Il volto
grasso tutto cicatrizzato per il vaiolo aveva una mascella
che al solo vederla faceva spavento, le grosse labbra
rossonere erano schiacciate su una bocca che sembrava
non doversi mai aprire, e lo sguardo che covava in fon­
do agli occhi era capace di costringere un avversario
alla sottomissione, senza aver bisogno di manifestarsi
troppo. Faceva paura a guardarlo. Ma più di ogni altro
che ho conosciuto egli mi è sembrato in tutto e per
tutto un uomo. Devo confessare che mi fece una grande
impressione, di cui non riuscirò mai a liberarmi. Fu
la rivelazione di qualche cosa; non so di che. Forse
dell’umanità quando è veramente potente. Come incan­
tato, lo stavo a guardare col mio vecchio sguardo, che
ha già contemplato tutto, con i miei occhi di nano in
cui vivono i secoli.
Era di poche parole, non diceva quasi nulla. Gli altri
parlavano. Una volta - a un’osservazione del principe -
sorrise. Non so perché dico che sorrise, ma questo atto
negli altri uomini si chiama sorriso.
Mi meraviglio se lui, come me, non è capace di sor­
ridere ?
Non ha il viso liscio come gli altri. E non è un neo­
nato, ma di stirpe assai antica, sebbene non tanto antica
quanto la mia.
Trovo che il principe, in un certo senso, aveva un
aspetto insignificante di fronte a lui. Dico questo, seb­
222 IL NANO

bene grande sia la mia ammirazione per il mio signore,


come tante volte ho dichiarato in questi ultimi tempi.
Spero di poter vedere Boccarossa in combattimento.
Domani mattina dunque si combatterà la grande bat­
taglia. Si può ritenere che l'attacco abbia luogo non ap­
pena i due eserciti si troveranno di fronte, e prima che
Ludovico abbia modo di riprender fiato e raccogliere le
sue forze sparpagliate - come appunto ora sta facendo.
L’ho fatto presente al principe, ma ha risposto che le
truppe hanno bisogno d’un po’ di riposo. Bisogna inoltre
mostrarsi un po’ cavallereschi verso il proprio avversario
e lasciargli il tempo di schierarsi in regolare ordine di
battaglia prima che cominci un combattimento così im­
portante. Manifestai i miei forti dubbi circa la saggezza e
la opportunità di una simile strategia. — Saggio o no —
rispose — io sono un cavaliere. E come tale devo com­
portarmi. Per te non è necessario. — Scrollai il capo.
Non si riesce mai a comprendere a fondo quest’uomo
strano. Sarei curioso di sapere che cosa ne pensi Bocca­
rossa della questione.
Che il Toro abbia impiegato bene il suo tempo, è fuo­
ri dubbio. L’abbiamo potuto constatare da quassù, per
tutta la giornata. È riuscito anche a fare affluire rinforzi.
Finiremo comunque per vincere, questo è certo. E for­
se è un vantaggio per noi che egli porti sul campo quan­
ti più uomini può; ne potremo così abbattere parecchi.
Già, molti nemici, maggiore la vittoria. Dovrebbe per­
suadersi che in ogni caso sarà sconfitto e che sarebbe sta­
to meglio non avere tanti soldati. Ma è un uomo pieno
d’orgoglio e un gran testardo.
Sarebbe però un grave errore credere che egli non sia
pericoloso. È scaltro, senza scrupoli, avveduto, e poi è
un comandante di gran valore. Sarebbe stato un avver­
sario temibile se la guerra non gli fosse piombata ad­
dosso così inattesa. Quanto fosse necessario che il nostro
IL NANO 223

attacco riuscisse del tutto improvviso si capisce sempre


meglio; ce ne accorgeremo durante tutto il corso della
campagna di guerra.
Conosco nei particolari il piano di attacco di domani
mattina. Noi, cioè l’armata del principe, andremo ad at­
taccare il centro, Boccarossa l’ala sinistra. Non avanzere­
mo dunque su un solo fronte, ma su due. Ed è natura­
lissimo, dal momento che abbiamo due armate a nostra
disposizione. Il nemico, che non ne ha che una sola, sa­
rà costretto perciò a combattere su due fronti. È eviden­
te che tale fatto gli procurerà molte e grandi difficoltà;
mentre noi non ne incontreremo. Non è possibile dubi­
tare del risultato. Ma dobbiamo naturalmente anche es­
sere preparati a subire delle perdite. Sarà un’azione molto
cruenta, suppongo. Ma senza sacrificio non si ottiene nul­
la. E questa battaglia avrà una importanza enorme; pre­
sumibilmente il suo esito sarà decisivo per l’ulteriore cor­
so di tutta la guerra. In tali circostanze vale la pena di
fare dei sacrifici.
I segreti dell’arte militare, che sino ad ora mi erano
rimasti del tutto ignoti, mi interessano sempre di più.
E l’imprevisto e le fatiche della vita al campo hanno per
me una grandissima attrattiva. È una vita meravigliosa!
Che liberazione per l’anima e per il corpo poter prendere
parte ad una guerra. Si diventa un altr’uomo. Non mi
sono mai trovato così bene. Respiro a pieni polmoni. E
mi muovo con facilità. Sembra quasi che il mio corpo
abbia perduto il suo peso.
Non sono mai stato così felice nella mia vita. Già, ho
l’impressione di non essere stato mai felice prima d’ora.
A domani, dunque ! A domani !
Al pensiero di questa battaglia, godo come un fan­
ciullo.
224 IL NANO

Metto giù qualche riga in gran fretta.


Abbiamo conquistato la vittoria, una vittoria radiosa!
Il nemico si ritira in completo disordine, invano cerca
di raccogliere le sue schiere decimate. Noi le inseguia­
mo! La via di Montaza, città mai prima espugnata, è a-
perta davanti a noi.
Appena gli avvenimenti bellici me lo permetteranno,
farò un’ampia descrizione di questa importante battaglia.
I fatti stessi parlano; la parola ha perduto ogni si­
gnificato.
Io ho cambiato la penna con la spada.

Trovo finalmente un po’ di calma per scrivere. Nul-


l’altro che combattimenti e continui successi, sempre, per
parecchi giorni; impossibile pensare ad altro. Non aveva­
mo talvolta neppure il tempo di piantare la tenda per
la notte, ma ci accampavamo all’aria aperta, tra vigne ed
oliveti, avvolti nei nostri mantelli, appoggiando la testa
sopra una pietra. Una vita magnifica ! Ma ora, come ho
detto, c’è un po’ più di pace. Il principe dice che abbia­
mo bisogno di respirare un po’, forse ha ragione. Anche
i continui successi alla lunga logorano le forze.
Non distiamo che un miglio dalla città e la vediamo
davanti a noi con i suoi merli e le sue torri, le sue chiese
e i suoi campanili e il vecchio castello di Montaza ada­
giato sopra un colle in mezzo a una quantità di case pic­
cole e modeste, il tutto circondato da un’alta muraglia,
un vero nido di briganti. Sentiamo suonare le campa­
ne, pregano senza dubbio Dio di salvarli. Faremo in mo­
do che egli non abbia l’occasione di esaudire le loro pre­
ghiere. Il Toro ha raccolto i resti delle sue truppe di
fronte a noi, tra noi e la città. Ha arruolato quanti sol­
dati poteva. Ma non servirà a nulla, conciato male com’è.
IL NANO 225

Anche questa volta abbiamo avuto successo. Un gran


condottiero come lui dovrebbe comprendere quanto sia di­
sperata la sua situazione. Senza dubbio egli pensa di fa­
re tutto quanto gli è possibile, mettere in campo tutte le
sue ultime forze per sottrarsi al destino, è il suo ultimo
tentativo per salvare la città.
Tentativo del tutto insensato. Il destino di Montaza
è stato già deciso in uno storico mattino, una settimana
fa, ed ora non attende che l’estremo epilogo.
Mi sforzerò ora di dare una particolareggiata e veri­
tiera descrizione della grande incomparabile battaglia.
All’inizio i nostri due eserciti passarono contempora­
neamente all’attacco, proprio come avevo previsto. Vedu­
to dalle colline fu uno spettacolo magnifico, una festa
per gli occhi e per tutti i sensi. Suonavano le musiche
militari, si spiegavano gli stendardi, le bandiere ondeg­
giavano al disopra dei reparti multicolori, tutti bene ordi­
nati. Mentre risuonava il corno d’argento in mezzo a un
paesaggio su cui da poco s’era levato il sole, la fanteria
si rovesciò giù per i pendìi delle colline. Il nemico aspet­
tava minaccioso in ranghi serrati ; e non appena gli avver­
sari, armati fino ai denti, si scontrarono, cominciò la zuf­
fa. Sin dal primo momento corse il sangue. Si vedevano
cadere uomini dalle due parti, i feriti che cercavano di
allontanarsi strisciando sul terreno venivano uccisi a scia­
bolate oppure senz'altro calpestati e si cominciarono a
sentire grida di dolore, abituali in un combattimento.
La battaglia passava per diverse fasi, in certe posizioni
sembrava che prevalessero i nostri, in altre il nemico.
Boccarossa finse dapprima di combattere sullo stesso no­
stro fronte, ma poi piano piano le sue schiere fecero una
grande convergenza ad arco e cominciarono ad attaccare
il nemico sul fianco. Questo sembrò colto di sorpresa dal­
la minacciosa manovra e riusciva a stento a difendersi.
226 IL NANO

La vittoria sembrò prossima, io almeno ne ebbi l’impres­


sione. Erano passate parecchie ore e il sole era già alto
in cielo.
Improvvisamente accadde qualcosa di terribile. Le no­
stre truppe più vicine al fiume cominciarono a cedere. Ri­
piegavano per la pressione dell’ala destra del Toro e ve­
nivano spinte sempre più indietro senza poter far nulla
fuorché paralizzare reciprocamente i propri movimenti.
Sembrava avessero perduto completamente l’ardore com­
battivo. Indietreggiavano e indietreggiavano, così pavi­
di dinanzi alla morte che avrebbero affrontato qualsiasi
cosa pur di evitarla. Non credevo ai miei occhi. Non
potevo rendermi ragione di quello che accadeva laggiù,
tanto più che noi eravamo molto superiori, effettivamen­
te quasi il doppio degli altri. Sentivo il mio sangue ri­
bollire per la vergogna di fronte a quell’incredibile vil­
tà. Mi adiravo, urlavo e pestavo i piedi in terra, stringe­
vo i pugni contro di loro nella mia rabbia impotente,
scagliavo bestemmie, gridavo la mia collera e il mio di­
sprezzo. A che serviva? Naturalmente essi non mi udi­
vano, e continuavano a cedere. Credetti di perder la ra­
gione. E nessuno andava in loro aiuto! Sembrava che
nessuno si preoccupasse minimamente della loro difficile
situazione. Non lo meritavano neppure!
D’un tratto vidi il principe, che comandava il centro,
fare un cenno ad alcuni reparti di truppe che erano ri­
masti indietro. Essi subito avanzarono in direzione obli­
qua verso il fiume, e queste forze fresche cercarono di
rompere le linee nemiche. Irresistibili, combattevano a
passo a passo, sempre avvicinandosi al fiume; finché lo
raggiunsero elevando un selvaggio grido di giubilo. Ogni
ritirata era impossibile ! Da cinque a settecento uomini si
trovavano completamente accerchiati. Erano chiusi in una
sacca e non rimaneva loro altra prospettiva che l’imme­
diato sterminio.
IL NANO 227

Ero stupefatto. Non avevo avuto neppure il minimo


sospetto di questo stratagemma di guerra. L’avevo con­
siderato una viltà. Mi palpitava il cuore, il petto mi si
gonfiava di gioia. Dopo quella terribile tensione di spi­
rito provai un meraviglioso senso di liberazione.
Allora seguì uno straordinario spettacolo. Da tutte le
parti le nostre truppe premevano e respingevano indietro
il nemico accerchiato in uno spazio sempre più stretto,
tra la linea di combattimento e il fiume. Alla fine tale
spazio si ridusse così piccolo che gli uomini vi si pote­
vano appena muovere, e con la nostra superiorità nume­
rica cominciammo a farne strage. Fu un bagno di san­
gue, di cui non avevo visto l’uguale. E non fu soltanto
un bagno di sangue; perché i soldati furono ricacciati
giù nel fiume, gettati dentro in massa e annegati come
gatti. Tra i vortici della corrente lottavano per la vita,
agitavano le braccia, disperatamente invocavano aiuto e
si comportavano in modo assai poco marziale. Quasi nes­
suno sapeva nuotare, sembrava quasi che non avessero
mai visto l’acqua. Coloro che erano riusciti ad aggrap­
parsi di nuovo alla terra venivano senz’altro trucidati, e
coloro che cercavano di guadagnare l’altra riva del fiu­
me erano trascinati via dalla furiosa corrente. In breve,
a nessuno riuscì di uscirne vivo.
L’onta si trasformava in una radiosa vittoria!
Gli avvenimenti si svolsero allora con straordinaria ra­
pidità. Il centro si gettò con impeto sul nemico, e altret­
tanto fece l’ala sinistra, sulle alture di destra le truppe di
Boccarossa attaccarono con rinnovata ed accresciuta furia.
E dalle colline allora scese caricando la cavalleria, fresca
di forze, con le lance in resta, e prese parte al combatti­
mento con paurosa violenza, determinando un generale
scompiglio nell’esercito del Toro, già provato e vacillan­
te. Ben presto la disperata difesa si cambiò in una pazza
fuga. E con la cavalleria in testa inseguimmo il nemico
228 IL NANO

per sfruttare sino alle estreme conseguenze una vittoria


veramente unica. Il principe pensò di trarre vantaggio da
tutte le possibilità che gli si offrivano. Una parte dell’e­
sercito, fanteria e cavalleria, improvvisamente si allonta­
nò in un’altra direzione, s'incamminò per una valle la­
terale, evidentemente per tagliare la ritirata al nemico.
Ma non potemmo più vedere come si sviluppò la mano­
vra, perché i monti ci nascondevano i movimenti degli
eserciti. Ad un tratto tutto disparve per noi dietro le col­
line coperte di vigne, dalla parte opposta della pianura
dove s’era svolta la battaglia.
Vi fu allora vita e animazione lassù tra le tende. Si
attaccavano ai carri i cavalli e vi si caricava in fretta tut­
to, armi di riserva e equipaggiamenti di ogni sorta, si
correva da tutte le parti, bisognava avviare i carriaggi.
10 li seguivo, seduto nella parte posteriore della carret­
ta su cui era caricata la tenda del principe. Venne dato
11 segnale di marcia, e lungo il pendio della collina scen­
demmo al campo di battaglia. Tutto era allora laggiù vuo­
to e solitudine, non v’erano che caduti e feriti. Erano co­
sì fitti che non potevamo avanzare senza passare talvolta
sopra di loro. Per la maggior parte erano già morti, e gli
altri sospiravano e gemevano. I nostri propri soldati im­
ploravano perché li prendessimo con noi, ma non era
possibile, dovevamo far presto per raggiungere l’esercito.
In guerra ci s’indurisce, ci adattiamo a tutto. Ma una co­
sa simile a quella non l’avevo mai vista prima. Una bel­
la quantità di cavalli erano anche là tra gli altri cadaveri.
Passammo davanti ad uno che aveva il ventre tutto spac­
cato e le viscere s’erano sparse attorno sul suolo. Mi sen­
tii proprio male a quella vista, credetti quasi di vomitare.
Non so cosa mi prese. Gridai al conduttore di accelera­
re la marcia, egli fece schioccare la frusta e proseguimmo.
È strano. Ho spesso notato che io sono particolarmente
sensibile sotto certi riguardi. Alcune cose non son capace
IL NANO 229

di starle a guardare. Mi capita altrettanto ogni volta che


ripenso alle viscere di Francesco. Certe cose in sé e per
sé naturalissime sono profondamente ripugnanti.
Il giorno si avviava alla fine. Anche un giorno come
quello doveva avere una fine. Il sole, che era ancora un
po’ al disopra dei monti ad occidente, gettava i suoi ul­
timi raggi sul campo di battaglia, ch’era stato testimone
di tanti eroismi, di gloria e di sconfitte. Il crepuscolo si
diffondeva su di esso, mentre seduto nella mia carretta
vacillante gettavo un’occhiata indietro.

La scena fu immersa nel buio e quel sanguinoso dram­


ma che era stato là rappresentato apparteneva oramai al­
la storia.

Ho d’un tratto molto tempo per scrivere, perché pio­


ve. Piove a dirotto come se il cielo si fosse aperto. Non
fa che rovesciar giù acqua ininterrottamente, senza tre­
gua-
È naturalmente una cosa che dà fastidio. Il campo è
fangoso e sudicio. I passaggi tra le tende non sono che
una poltiglia di argilla dove s’affonda fino al ginocchio
e dove gli escrementi di cavallo e umani nuotano nel fan­
go. Tutto ciò che si tocca è bagnato e sudicio, è sgrade­
vole averne il contatto. E se si esce fuori un pochino,
siamo trafitti fino all’osso. L’acqua gocciola anche dal tetto
della tenda e qua dentro è un pantano. Una cosa noiosa,
che fa un certo effetto sull’umore di molti. Ogni sera
speriamo che sia bel tempo l’indomani, ma appena ci
svegliamo sentiamo di nuovo lo stesso crepitio sul tetto
della tenda.
Non capisco a che serva questa pioggia eterna. Essa
paralizza le operazioni, impedisce la continuazione della
guerra. E proprio ora che dovremmo raccogliere i frutti
di tutti i nostri grandi successi. Perché piove?

V
230 IL NANO

I soldati sono di cattivo umore. Stanno a dormire op­


pure giocano ai dadi. In tal modo naturalmente muore
lo spirito guerriero. E intanto il Toro rafforzerà le sue
truppe, se ne può essere senz’altro sicuri. Mentre noi in­
vece ci indeboliamo.
Questo fatto non mi turba, ma a pensarci m’irrita.
Nulla riesce tanto pernicioso per il morale d’un eser­
cito quanto la pioggia. La tensione del dramma cessa di
essere efficiente e ne scompare lo splendore, tutto ciò che
abbaglia ed eccita in un’impresa di guerra. Finito lo splen­
dore e finiti gli atti di valore. Ma bisogna reagire con­
tro questa idea che la guerra non sia che una festa.
La guerra non è un divertimento, è una cosa seria e
cruenta. È morte, sconfitta, distruzione. Non è una gio­
stra divertente contro un nemico sempre inferiore di
numero. Bisogna imparare a sopportare tutto. Disagi,
privazioni, sofferenze di ogni specie. È necessario.
Se questo cattivo umore si diffonde tra le truppe può
essere pericoloso. Abbiamo parecchio da fare prima di
conseguire la vittoria finale. Il nemico non è compieta-
mente battuto, anche se lo sarà tra poco. E bisogna ri­
conoscere che gli è riuscita un’abile ritirata dopo la tre­
menda sconfitta presso il fiume; e inoltre, non siamo an­
cora riusciti a catturarlo. Ed ora, come ho detto, racco­
glie nuove truppe. Abbiamo bisogno di tutto il nostro
spirito guerriero per poterlo finalmente annientare
II principe intanto non è affatto di cattivo umore. Egli
appartiene alla razza di coloro che amano veramente la
guerra, in tutti i suoi aspetti. Calmo, sicuro e pieno di
energia, sempre con lo stesso umore brillante. E sempre
pieno di coraggio e di una piena certezza di vittoria. Che
soldato magnifico! In guerra lui ed io ci rassomigliamo
moltissimo.
Per una sola cosa ce l'ho con lui, una cosa che non
gli perdonerò mai e che dà occasione a continui rimpro­
IL NANO 231

veri da parte mia; perché non mi vuole portare avanti


sulla linea di combattimento. Non capisco perché me lo
neghi! Perché me lo impedisca! Lo supplico e lo implo­
ro prima di ogni battaglia; già, una volta l'ho pregato in
ginocchio abbracciando le sue gambe tra impetuose lacri­
me. Ma finge di non udirmi oppure si contenta di ridere
guardandomi e dice qualche parola come che io son trop­
po prezioso per lui o che mi potrebbe capitare qualche
cosa. Capitare qualche cosa! Non desidero altro! Egli non
comprende ciò che questo significhi per me. Io desidero
il combattimento con tutta l’anima mia, come nessun
altro nel suo esercito, con un ardore più bruciante e più
profondo di quello di tutti gli altri. Per me la guerra
non è un gioco ma una realtà cruenta. Voglio combatte­
re, voglio uccidere! Non per procurarmi la gloria, ma
per il piacere dell’azione, della gesta in se stessa. Voglio
veder cadere uomini, vedere morte e distruzione attorno
a me, là dove sono. Egli non sa chi sono! E cosi mi fa
servire il suo vino e mi proibisce di allontanarmi dalla
tenda e di scendere nella mischia, mentre ne muoio dal­
la voglia. Devo sempre contentarmi di stare a guardare
mentre gli altri compiono gli atti attorno a cui sempre i
miei pensieri si aggirano, non posso mai partecipare io
stesso al combattimento. Provo un insopportabile senso
di umiliazione. Non ho difatti ancora ucciso un solo uo­
mo! Egli non sa quale sofferenza m’infligge.
Non sono perciò sincero interamente quando asserisco
che sono felice.
Anche altre persone, oltre al principe, hanno notato
il mio temperamento combattivo. Ma non sanno, come
non lo sa lui, quanto esso sia importante, come sia ra­
dicato in me. Vedono soltanto che vado in giro tutto ar­
mato da capo a piedi e questo fatto attira la loro atten­
zione. Mi è del tutto indifferente la loro opinione su me
e sul mio contributo alla campagna.
232 IL NANO

Vi sono naturalmente parecchi qui che io conosco


molto bene. Cortigiani e, come se ne vedono sempre a
corte, famosi guerrieri discendenti da antiche celebri fa­
miglie che attraverso i secoli si distinsero in guerra, gran­
di signori che grazie al loro rango occupano posti di co­
mando. Conosco molto bene tutti gli alti ufficiali e natu­
ralmente anch’essi conoscono me. Sono loro che insie­
me col principe dirigono le operazioni di guerra. Biso­
gna ammettere che il principe s’è saputo circondare da un
magnifico complesso di uomini appartenenti all'antica no­
biltà guerriera.

Che anche don Riccardo partecipi alla campagna, mi


dà fastidio. Millantatore e chiacchierone, dappertutto si
mette in mostra, più volentieri in presenza del principe,
e se ne viene con le sue sciocche facezie, che fanno fare
delle matte risate ai suoi compagni. Con la sua carnagione
sana di contadino, troppo colorita, e con i suoi grandi
denti bianchi che mostra sempre, perché ride di tutto, egli
è un singolare tipo di sciocco. Il suo vezzo di gettare in­
dietro la testa e di attorcigliarsi sempre la sua nera bar­
ba riccia è una cosa insopportabile. Non capisco come
il principe possa tollerare la sua presenza.
Ancora di meno naturalmente capisco come la princi­
pessa possa trovare qualche attrattiva in lui, uomo gros­
solano malgrado l’antica nobiltà. Ma ciò non mi riguar­
da e non rientra poi in questo argomento. Non me ne
importa proprio nulla.
Quando si pretende che sia valoroso, non si sa neppure
quel che si dice. Per me almeno è così. Egli si trovava co­
me tutti gli altri nella battaglia presso il fiume; ma che
si sia distinto in qualche modo non lo credo affatto. Al­
lora non l’ho veduto. Senza dubbio sarà stato lui a rac­
contare le sue bravure. E siccome tutti lo stanno a sen­
tire non appena apre la bocca, così gli riesce di essere
IL NANO 233

creduto. Da parte mia non credo neppure per un istante


ch’egli sia stato valoroso. Un insopportabile fanfarone,
ecco che cosa è.
Lui valoroso ! Fa ridere soltanto a pensarlo !
Il principe sì ch’è valoroso. Lo si vede dove la mi­
schia è più furiosa, il suo bianco destriero e il cimiero
facilmente riconoscibili appaiono sempre dove ferve il
combattimento, ed il nemico pure li deve vedere; se que­
sti desidera scontrarsi con lui, il principe si espone sem­
pre al pericolo. Gli piace il combattimento a corpo a cor­
po per se stesso, si nota benissimo, ci prende gusto. E
anche Boccarossa è naturalmente valoroso. Vuol dire, nei
suoi confronti non si sa se « valore » sia la parola giusta.
È una parola troppo piccola e non dà un’immagine esat­
ta di lui mentre combatte. Egli avanza, mi hanno raccon­
tato, con tale aspetto, che spaventa i guerrieri più pro­
vati. La cosa più tremenda è questa: egli non appare ec­
citato e inferocito dal combattimento; ma tenendo sol­
tanto le labbra serrate fa il suo mestiere, la più metodica
carneficina fatta a sangue freddo. Spesso combatte a pie­
di, come per essere più vicino alle sue vittime. Sembra
che gli piacciano il bagno di sangue e il massacro di uo­
mini. Il modo di combattere del principe e degli altri,
messi a confronto con questo, sembrano quasi un diverti­
mento da bambini. Lo so non per averlo veduto io stesso,
poiché mi son sempre trovato troppo lontano per poter­
lo vedere, ma per averlo sentito raccontare. Non posso
dire quanto intimamente mi rammarichi per non essere
mai stato testimone di un simile spettacolo.
Uomini simili, come il principe e lui, sono valorosi,
ciascuno a modo suo. Ma don Riccardo! È semplicemen­
te ridicolo nominarlo insieme con loro.
A Boccarossa e ai suoi soldati pure piace mettere a fer­
ro e fuoco il paese che traversano, devastarlo e saccheg­
giarlo sul serio, certamente più di quanto il principe non
234 IL NANO

ritenga necessario per la condotta di guerra. Sebbene an­


che lui sia del parere che bisogna saccheggiare. Dov’es-
si sono passati, non rimane più alcuna vita. Bisogna am­
mettere almeno che il principe e il suo condottiero hanno
opinioni diverse su questo argomento. Devo confessare
che io propendo per la teoria di Boccarossa. Il paese ne­
mico è un paese nemico e bisogna trattarlo come tale.
È la legge della guerra. Potrà sembrare crudele, ma guer­
ra e crudeltà vanno insieme, non ci si può far niente. Bi­
sognerebbe sterminare gli uomini con cui ci troviamo in
guerra e devastare il paese, in modo che essi non possano
più risollevarsi. E potrebbe essere molto pericoloso la­
sciarsi dietro degli avversari; bisogna sapere che allora
si hanno le spalle scoperte. Son sicuro che Boccarossa ha
ragione.
Sembra che il principe non si ricordi sempre di trovar­
si in mezzo ai nemici. Tratta qualche volta la popolazio­
ne in un modo che non è possibile approvare. Come per
esempio quando arrivò in quel villaggio sudicio lassù tra
i monti e vi si fermò per vedere una festa rustica e ascol­
tare i suonatori di flauto, come se avesse pensato che va­
lesse la pena di fermarsi per ascoltare quella musica. Non
capisco quale piacere potesse trovarci. E come potesse
mettersi a parlare con quei semplicioni. Tutto ciò mi rie­
sce assolutamente incomprensibile. Incomprensibile come
ciò che facevano i montanari, una specie di festa del rac­
colto, al loro dire. Una donna incinta gettò in terra vi­
no e olio d’oliva in un angolo del campo, e poi tutti vi
si sedettero intorno e fecero girare pane e vino e for­
maggio di latte di capra e tutti mangiarono e bevvero.
Anche il principe si mise a sedere con loro e mangiò
con loro, lodò le loro olive e il loro formaggio dall’a­
spetto terribilmente secco, e, quando la vecchia sudicia
brocca contenente vino giunse a lui, vi portò la bocca e
bevve come gli altri. Uno spettacolo di cattivo gusto. Non
IL NANO 235

l’ho veduto mai comportarsi in quel modo e non avrei


mai creduto che ne fosse capace. In un modo o nell’altro
egli finisce sempre col destare in me sorpresa e mera­
viglia.
Quando chiese perché la donna avesse compiuto quei
gesti, e quale ne fosse il significato, tutti presero un’a­
ria misteriosa e imbarazzata e non vollero rispondere,
contentandosi di ridere stupidamente con i loro volti scioc­
chi da contadini. Alla fine ci fecero capire che essa fa­
ceva così perché la terra portasse vino e olive nel pros­
simo anno. Come se la terra potesse sapere che essi le
versavano sopra vino ed olio ed il significato di questo
gesto. — Facciamo sempre così in questo periodo dell’an­
no — dissero. E un vecchione dalla lunga barba arruf­
fata, tutta inzuppata di vino, si avvicinò al principe col
capo chino e, guardandolo con fiducia negli occhi, disse:
— Così facevano i nostri padri, e così continuiamo a
fare noi.
Poi si alzarono e cominciarono a ballare. Un ballo
pesante, rustico; giovani e vecchi insieme, ed anche quel
povero vecchio che stava sull’orlo della tomba. E i suo­
natori di flauto suonavano i loro zufoli da pastori fatti
con le loro mani, con poche note, che si ripetevano sem­
pre. Non capisco come il principe desiderasse udire quel­
la musica, che non aveva il minimo senso d’arte. Ma tanto
lui quanto don Riccardo - naturalmente presente, e quan­
do non è presente? — stavano là avendo completamente
dimenticato che c’era la guerra e che si trovavano tra ne­
mici. E quando quella gente si mise a cantare le canzo­
ni melanconiche dalle parole biascicate, non fu più pos­
sibile strapparli di là. E vi rimasero fino al cader del cre­
puscolo, quando furono costretti a mettersi in cammino.
Avevano finalmente forse compreso che poteva esser pe­
ricoloso rimanere lassù nel buio che già cominciava.
— Che bella serata — si dicevano mentre ritornava-
236 IL NANO

no al campo. E don Riccardo, che diventa sempre iper­


sensibile non appena se ne presenti l’occasione, si diffuse
in discorsi retorici sulla bellezza del paesaggio, sebbene
non avesse in particolare nulla di bello, e ogni tanto si
fermava per stare ad ascoltare i flauti e i canti che ve­
nivano da quel villaggio arroccato sul monte con le sue
vecchie sudice case.
E fu in quella stessa sera che egli introdusse nella ten­
da del principe due cortigiane, ch’era riuscito ad ag­
guantare nel campo; esse vi si erano introdotte in modo
per me incomprensibile, attraversando le linee, senza dub­
bio perché speravano di ricevere buone mercedi in luo­
ghi dove la loro specie era rara. E poi è più convenien­
te per una donna coricarsi con un nemico, dicevano. Il
principe sembrò dapprima urtato ed io ero sicuro che si
sarebbe adirato e le avrebbe cacciate via e avrebbe puni­
to molto duramente don Riccardo per la sua incredibile
audacia; ma, con mio sommo stupore, si mise a ridere a
crepapelle, se ne prese una sulle ginocchia e comandò il
nostro vino più prezioso. Non mi sono ancora ripreso
dal mio stupore per tutte le cose a cui in quella notte
dovetti assistere. Darei molto per non esservi stato pre­
sente e potermi sottrarre così a questi ripugnanti ricordi.
Se potessi capire come sono giunte sin qui ! Ma le don­
ne, e in particolare le donne della loro specie, sono co­
me i ratti, non conoscono ostacoli, rodono qualsiasi co­
sa. Ero pronto per andare a coricarmi sotto la tenda
dei servi, ma dovetti rimanere per servire non solo il mio
signore e don Riccardo ma anche quelle sgualdrine tut­
te pitturate che odoravano di pomate veneziane e di car­
ne femminile troppo grassa e riscaldata. Quell’odore mi
riusciva straordinariamente ripugnante.
Don Riccardo celebrò a lungo la loro bellezza, parti­
colarmente quella di una di esse che non sapeva ammi­
rare mai abbastanza, i suoi occhi e i capelli e le gambe
IL NANO 237

ch’egli mostrava al principe, sebbene la ragazza cercasse


¿’impedirglielo; ma in seguito si rivolse all'altra e ne
cantò le lodi con frasi altrettanto lusinghiere, perché non
si sentisse troppo trascurata. — Tutte le donne son bel­
le — gridò. Ogni dolcezza di vivere viene da loro. Ma
la più amabile è la cortigiana, che consacra tutta la vita
all’amore e non l’inganna mai, neppure per un attimo.
Egli si comportò in modo così sciocco e insulso che, per
quanto lo avessi sempre considerato come il più volgare
e stupido degli uomini, mai e poi mai avrei creduto che
potesse essere così incredibilmente ridicolo e bizzarro.
Bevvero molto vino, che piano piano li eccitò, e don
Riccardo - si capisce - divenne sentimentale fino alla
nausea e cominciò a parlare dell’amore e a declamare una
quantità di insopportabili poesie, soprattutto certi sonetti
amorosi su una donna che chiamava Laura; e alle donne
vennero le lacrime agli occhi. Egli rideva tenendo il ca­
po sulle ginocchia di una, mentre il principe lo teneva
su quelle dell’altra e le cortigiane carezzavano con dol­
cezza i loro capelli e facevano sentire piccoli dolci sospi­
ri mentre stavano ad ascoltare le sue sciocchezze. Don Ric­
cardo si era appoggiato alla più bella e io non potei fare
a meno di notare, tanto allora che in seguito durante
la notte, il modo strano con cui lo guardava il principe,
poiché quelle sciocchine sembravano maggiormente pre­
se e ammaliate da lui e da tutto ciò che diceva e dal suo
contegno. Le donne preferiscono sempre gli uomini scioc­
chi e insignificanti, perché meglio gli ricordano se stesse.
Ma d’un tratto si alzò in piedi e dichiarò che dovevano
bastare per allora quei piagnucolìi amorosi, bisognava be­
re e divertirsi ! E con ciò cominciò una completa orgia di
vino e di scherzi e di risa e di indecenti approcci e di
storielle oscene di una tale crudezza che non mi sarebbe
possibile ripeterle. Nel momento culminante dell’orgia
il principe gridò improvvisamente, levando la coppa e
238 IL NANO

bevendo alla salute di don Riccardo: — Domani tu por­


terai il mio stendardo in battaglia! — Don Riccardo ri­
mase lusingatissimo di quest’onore inatteso, gli brillarono
gli occhi. — Mi auguro che vi sia del pericolo ! ■— escla­
mò e si pavoneggiò davanti alle donne, perché esse po­
tessero effettivamente notare il suo coraggio. — Non si
sa mai, ma può darsi benissimo, — rispose il principe.
E don Riccardo gli prese la mano e la baciò con umiltà
e riconoscenza come un cavaliere quella del suo feuda­
tario. — Mio caro principe, ricorda ciò che hai promes­
so in questa festosa ebbrezza.
— Ne puoi essere sicuro. Non lo dimenticherò.
Alle cortigiane sembrava evidentemente che questa sce­
na fosse magnifica e la seguivano con occhi attenti. Ma
guardavano particolarmente colui che avrebbe dovuto por­
tare lo stendardo nel combattimento.
Dopo questo intermezzo continuarono come prima la
loro orgia ripugnante che diventava sempre più scanda­
losa e oscena nel loro contegno, così che io, che dove­
vo esserne testimone, mi sentivo pieno di vergogna e di
disgusto. Si abbracciavano e si baciavano, tutti rossi in
viso, palesemente eccitati dai loro desideri, licenziosi e
bramosi. Una cosa ripugnante. Pur dopo una finta resi­
stenza, le donne si lasciarono trar giù le vesti e così i
loro petti rimasero nudi; e la più bella aveva capezzoli
molto chiari e su uno di essi una lentiggine, non tanto
grande, ma non era assolutamente possibile non notar­
la. L’odore che veniva dal suo corpo, quando mi avan­
zai per servirla, mi nauseò. Mandava lo stesso odore che
ha la principessa quando sta nel suo letto la mattina; ma
a lei non sono mai stato così vicino. Quando don Ric­
cardo le toccò il petto provai un tale disgusto e un tale
odio per quell’uomo vizioso che l’avrei voluto strozzare
con le mie nude mani oppure uccidere con il mio pu­
gnale per far scorrere il suo sangue libidinoso e impe­
IL NANO 239

dirgli di abbracciare mai più una donna. Pieno di di­


sgusto e di ripugnanza stavo là e pensavo che gli uomi­
ni sono creature ripugnanti. Possano tutti questi esseri
un giorno bruciare nel fuoco dell’inferno !
Don Riccardo, affascinato dalla più bella, che non vo­
leva lasciarlo in pace, ebbe alla fine una delle sue scioc­
che idee; propose cioè di giocare ai dadi chi dovesse pos­
sederla, o lui o il principe. Tutti approvarono, anche il
principe, e la donna di cui si trattava dette in una gran
risata e gettò all’indietro il suo torso nudo, lusingata di
essere l'oggetto di un simile duello. Io la trovai disgu­
stante e non riuscivo a capire come mai potessero con­
siderarla bella e desiderabile e come potessero conten­
dersi una vincita così ripugnante. Era una bionda dal co­
lorito chiaro e aveva grandi occhi azzurri e tanti peli
sotto le ascelle; mi sembrava disgustante. Non ho mai
capito perché gli esseri umani abbiano peli sotto le ascel­
le e provo un profondo malessere a vederli, specialmente
se sono bagnati di sudore. Noi nani non abbiamo nulla
di simile e ci sembra una cosa sudicia ed odiosa. Se io
avessi peli là o in altre parti del corpo - fuorché sul
capo, dove è giusto che l'uomo abbia capelli - proverei
un’inaudita vergogna.
Dovetti andare a prendere i dadi che il principe gettò
per primo e venne un sei e un uno. Chi avesse fatto pri­
ma cinquanta avrebbe avuto la ragazza. Continuarono
ciascuno alla sua volta e le donne si curvavano sopra di
loro, si interessavano molto dei risultati e commentavano
le vicende del gioco con osservazioni indecenti, con e-
sclamazioni e risate. Il principe vinse e tutti si alzarono,
gridando e scoppiando dal ridere.
Subito dopo quei due si gettarono sopra le donne, cia­
scuno sulla sua, strapparono loro i vestiti e cominciaro­
no a comportarsi verso di loro in un modo così incredi­
bilmente sconcio che io, fuori di me, dovetti precipitar­
240 IL NANO

mi fuori della tenda e, appena giunto sulla porta, vomitai


tutto ciò che avevo dentro. Il mio corpo rabbrividiva
e la mia pelle era tutta scabrosa come quella di una gal­
lina appena spennata. Rabbrividendo mi accoccolai nel
fieno tra il cuoco e l’orribile mozzo di stalla, che puzza
di cavallo e sempre mi dà calci il mattino quando si
alza per governare i cavalli, non so perché. Allora gli pia­
ce darmi calci, dice.
L’amore degli uomini è una cosa che proprio non ca­
pisco. Non m’ispira che ribrezzo. Tutto ciò che vidi du­
rante quella notte non m’ispirò che ribrezzo.
Dipende forse dal fatto che io sono un essere di un’al­
tra specie, più delicata, più sensibile e perciò reagisco a
molte cose che non sembrano turbare gli uomini. Non so.
Non ho mai provato ciò ch’essi chiamano amore e non
ne ho neppure alcuna voglia. Un giorno mi offrirono una
nana, una bella donna, dagli occhi piccoli e penetranti
come i miei e con un volto rugoso e un corpo simile a
una vecchia pergamena, esattamente come deve essere una
creatura umana. Ma essa non suscitò alcun sentimento in
me, sebbene vedessi che la sua bellezza non aveva nul­
la di ripugnante, che non era come quella delle altre.
Forse ciò dipese dal fatto che era stata la principessa a
offrirmela, la principessa che voleva la nostra unione,
perché sperava che le potessimo fare un bimbo nano,
di cui in quel tempo aveva tanta voglia. Accadde prima
della nascita di Angelica, ed essa voleva avere qualche
cosa con cui giocare. Le sembrava che un bimbo nano
dovesse essere tanto divertente, diceva. Ma non volli ren­
dere questo servizio né abbassare la mia razza assecon­
dando il suo vergognoso progetto.
Ella si sbagliava del resto credendo che le avremmo
potuto regalare un bimbo. Noi nani non generiamo bam­
bini, siamo sterili in virtù della nostra stessa natura. Non
ci preoccupiamo di perpetuare la vita e neppure lo de-
IL NANO 241

sideriamo. E non abbiamo bisogno della nostra fecondi­


tà, perché gli uomini stessi creano i loro nani; non biso­
gna darsi pensiero per questo. Ci lasciamo creare da quel­
le orgogliose creature dal medesimo alvo materno degli
altri. Per mezzo loro si tramanda sempre la nostra razza,
e così e in nessun altro modo noi possiamo nascere in
questo mondo. Questa è la profonda ragione della no­
stra sterilità. Apparteniamo a questa razza, e nello stesso
tempo non vi apparteniamo. Siamo ospiti in visita. Vec­
chi ospiti rugosi; e la nostra visita dura, ininterrotta, pa­
recchie migliaia di anni.
Ma i miei pensieri mi portano troppo lontano da ciò
che dovrei raccontare. Non è di questo che devo scrivere.
L’indomani don Riccardo portò davvero lo stendardo
del principe. Si sono sentite tante chiacchiere su incidenti
relativi a questo fatto e su certe circostanze inerenti alla
battaglia; ma naturalmente io ho le mie idee su tutto ciò
che ci si nasconde dietro. Si dice che il principe con uno
strano ordine espose inutilmente la vita di don Riccardo,
che la sua morte a un certo momento apparve inevitabile,
quando con la sua esigua schiera di cavalieri era stato co­
stretto ad avanzare su una posizione estremamente peri­
colosa. E affermano che si batté con eccezionale valore,
cosa a cui io non presto assolutamente alcuna fede. Aven­
do raccolto attorno allo stendardo i pochi uomini che gli
restavano, l’avrebbe difeso contro forze preponderanti.
Ma quando il combattimento si era sviluppato prendendo
una piega così pericolosa, il principe si sarebbe lanciato
là, sia perché la lotta era accanita ed egli non sapeva te­
nersi lontano da un gioco tanto pericoloso, sia pure per
qualche altro motivo. Seguito da qualche cavaliere si sa­
rebbe gettato sul nemico che circondava don Riccardo,
come per venire in suo aiuto. Ma il suo cavallo aveva
ricevuto ad un tratto un colpo di lancia nel ventre e si
era abbattuto a terra sotto di lui. Il principe sarebbe stato
242 IL NANO

gettato a terra, circondato dai nemici. Ciò avrebbe reso


don Riccardo così fiero e « coraggioso » che sarebbe riu­
scito con i suoi uomini a rompere l'accerchiamento e con
la forza della disperazione, insieme con i resti dei cava­
lieri del principe, avrebbe tenuto testa al nemico sino
all’arrivo dei rinforzi. Don Riccardo sarebbe stato co­
perto di ferite. Ciò voleva dire che egli aveva compreso
che il principe voleva la sua morte, ma invece aveva
agito come aveva agito e aveva salvato la vita del suo
signore.
Sono, queste, fantasie a cui io non credo. Per molti
aspetti mi sembrano assolutamente inverosimili. Le ri­
ferisco perché si sentono raccontare così i drammatici
avvenimenti di questa mattina. Se ho un punto di vista
interamente differente sulla cosa, è soprattutto a causa
della mia conoscenza intima del carattere di don Riccar­
do. Conosco don Riccardo meglio di tutti gli altri. Non
è così quell’uomo.
I fatti sono sempre troppo evidentemente colorati dal­
l’opinione che il pubblico ha di don Riccardo e da
quella ch’egli ha di se stesso. È diventata una specie di
leggenda, una leggenda che nessuno si preoccupa di esa­
minare a fondo; egli sarebbe il valore in persona, e tut­
to ciò che fa non può essere che nobile, grandioso, ma­
gnanimo. La causa di tutto questo sta nell’insuperabile
arte, ch’egli ha, di sapersi mettere in vista, di attirare
in ogni modo su di sé l’attenzione di tutti. La sua ridi­
cola vanità si manifesta nella sua condotta in guerra
come in tutto quel che fa. E la temerità che si ammira
in lui non deriva che dalla sua stupidità. Si confonde la
sua sfacciataggine con il valore.
Se egli è davvero così tremendamente valoroso, se si
espone sempre a tutti i pericoli possibili, come dice,
perché non è stato ucciso? È una domanda che possia-
IL NANO 243

mo rivolgerci. Nessuno sentirebbe la sua mancanza, non


io di certo.
Sembra che in questa occasione egli abbia ricevuto
una quantità di ferite. Non si saprà mai se è vero, per
parte mia mi permetto di avere i miei dubbi. E poi
niente di pericoloso. Saranno ferite a fior di pelle, cre­
do. Da allora comunque mi è stata risparmiata la sua
vista.
È vero invece che egli ha avuto la sfacciataggine di
portare in combattimento i colori della principessa, che,
come si dice, ella aveva scelto per lui prima della no­
stra partenza per il campo, che portava ondeggianti sul
cimiero quella mattina, mentre combatteva ostentata-
mente davanti agli occhi di tutti per la prima dama del
suo cuore. Quando combatteva con eroico coraggio pres­
so lo stendardo del principe, si batteva dunque per la
sua amante. E quando salvò la vita del principe anche
allora in verità combatteva per lei. E poco prima aveva
abbracciato un’altra donna. Era passato dalle braccia di
costei direttamente alla battaglia, adornandosi con i co­
lori del suo grande, ardente amore. Il suo vero amore
sbocciò come un bello e magnifico fiore al disopra della
sua visiera cavallerescamente sollevata, mentre il suo
corpo era ancora caldo di infedele lussuria. L’amore
umano è pur misterioso. Nulla di strano che non sia
tanto facile capirlo.
Misteriosi sono anche i rapporti tra quei due uomini,
legati ad una medesima donna. Esiste forse una specie
di segreta mutua intesa tra loro a tale riguardo? Tal­
volta sembra proprio di sì. Don Riccardo avrebbe sal­
vato davvero la vita del principe, come sostengono? Non
lo credo. Ma potrebbe darsi che l’abbia fatto, e in tal
caso per pura vanità, per rendere cavallerescamente la
pariglia al principe, che aveva voluto la sua morte, per
244 IL NANO

mostrare bene a tutti quale singolare nobiltà d’animo lo


distinguesse. Ed era intenzione del principe, come si
vuol far credere, di salvare don Riccardo quando si
slanciò per soccorrerlo nel pericolo, sebbene poco prima
ne avesse desiderato la morte? Non so. Non capisco
bene tutta questa faccenda. Non si può amare e odiare
uno stesso uomo?
Ricordo il suo sguardo di allora, in quella notte: si­
gnificava morte. Ma ricordo anche i suoi occhi traso­
gnati, umidi mentre stava ad ascoltare le declamazioni
di don Riccardo sull’amore, il grande sublime amore
che ci riempie talmente del suo fuoco che tutto il no­
stro essere ne è riarso e consumato. È l’amore forse
soltanto un bel poema, che non ha contenuto, nulla di
definito, almeno, ma che a tutti piace molto di stare a
sentire se recitato in bella maniera e con fervore? Non
so. Ma non è impossibile che sia così. Gli uomini sono
degli strani falsari.
Ciò che anche mi sorprende è il modo di compor­
tarsi del principe verso la cortigiana in quella notte.
Avevo sempre creduto che egli fosse al disopra di cer­
te cose. Ma ciò non mi riguarda. E che egli si riveli
improvvisamente del tutto diverso da quel che mi ero
immaginato, anche a questo sono abituato. Il giorno
dopo raccontavo con discrezione il fatto a un cameriere
e manifestavo la mia meraviglia per quanto era avve­
nuto. Ma costui non era affatto sorpreso. Il principe
aveva avuto sempre delle amanti, disse, dame a corte
oppure in città, qualche volta anche famose cortigiane;
per il momento aveva la damigella della principessa,
Fiammetta. Gli piace molto cambiare, mi spiegò e rise
di cuore perché non lo sapevo.
Mi sorprende che ciò sia potuto sfuggire al mio sguar­
do, sempre così acuto. La mia incondizionata ammira­
zione per il mio signore mi deve aver reso completa­
IL NANO 245

mente cieco. Non m’importa che inganni la principes­


sa. La odio e non desidero di meglio che essa sia in­
gannata. Del resto, essa ama don Riccardo. A lui scri­
ve le sue ardenti parole d’amore, quelle che io debbo
portare a malincuore. Mi auguro sinceramente che egli
cada in combattimento.

Finalmente ha smesso di piovere.


Quando oggi siamo usciti fuori dalla tenda, il sole
splendeva su tutto il paesaggio e i monti si levavano
netti e precisi intorno, sebbene ancora bagnati; dapper­
tutto si sentivano ruscellare i nuovi rigagnoli, che non
esistevano poco prima. Era un mattino vivificante. Il
cielo era puro e dinanzi a noi si levava sopra le sue al­
ture quella vecchia città di briganti che è Mòntaza; ne
avevamo quasi dimenticato l’aspetto ma ora si poteva
vedere ogni singola casa dentro le mura e ogni singola
feritoia nella vecchia torre della fortezza e persino le
piccole croci dorate sulle chiese e i campanili; tutto ap­
pariva ora più netto dopo la pioggia. Non passerà mol­
to tempo che questa città sarà presa e finalmente can­
cellata dalla faccia della terra.
Tutti son contenti di potere uscir fuori e passeggiare
all’aria fresca, rianimati dal bel tempo e di nuovo pie­
ni di ardor bellicoso. Lo scoraggiamento, il cattivo umo­
re sono scomparsi. Tutti non desiderano che di combat­
tere. Mi sono completamente sbagliato quando ho cre­
duto che la pioggia potesse guastare il morale d’un
esercito. Soltanto finché dura essa esercita un effetto de­
primente.
C’è vita e movimento attorno alle tende. I soldati pu­
liscono le armi tra scherzi e chiacchiere, gli scudieri dei
cavalieri stropicciano le loro corazze per renderle luc­
cicanti; strigliano i cavalli e li conducono ad abbeve­
rarsi negli ameni ruscelli che scorrono un po’ dapper-
246 IL NANO

tutto sui declivi coperti d’ulivi; in ogni luogo prepa­


rativi per la imminente battaglia. Il campo ha ripreso
il suo vecchio aspetto e la guerra ha ripreso lo splen­
dore e la festevolezza che innegabilmente le convengo­
no. I soldati nei loro abiti puliti, i cavalieri nelle loro
armature, i magnifici finimenti di argento scintillanti dei
cavalli, tutto luccica e brilla alla luce del sole.
Sono stato un bel po’ a studiare la città, meta della
nostra impresa bellica. Sembra forte; già, con le sue
mura e le sue fortificazioni può sembrare proprio ine­
spugnabile. Ma noi riusciremo ad espugnarla, grazie al­
l’aiuto prezioso di messer Bernardo. Ho visto le sue
nuove spingarde e le catapulte, i suoi apparecchi per
dar la scalata e le sue bombarde d’assedio, tremende,
insuperabili; nessuna fortezza al mondo potrà resistere
a queste macchine. Sapremo aprirci un varco in mezzo
a qualsiasi ostacolo, lo faremo saltare, lo ridurremo in
polvere; forse anche aprirci una breccia nel muro per
una segreta galleria di mine, come diceva una sera mes­
ser Bernardo; lotteremo con tutti i mezzi immaginabili,
tutto ciò che il suo gran genio ha inventato ed è riu­
scito a scoprire per noi, e entreremo impetuosamente
in città, passeremo per le strade seminando morte e di­
struzione attorno a noi. Essa sarà incendiata, devastata,
cancellata interamente dalla' faccia della terra. Non ne
resterà pietra su pietra. E la sua popolazione di briganti
e di banditi avrà finalmente la sua punizione, sarà ster­
minata oppure portata via prigioniera, così che, come
ricordo della passata grande potenza, di Mòntaza non
rimarranno che fumanti rovine. Son persuaso che il prin­
cipe tratterà con dura mano il suo nemico ereditario. E
come si verranno a comportare le truppe di Boccarossa
non oso neppure pensarlo. Sarà il nostro trionfo finale,
decisivo.
Ma dobbiamo anzitutto spazzar via l’esercito che si
IL NANO 247

trova fra la città e noi. È facile vedere che esso è no­


tevolmente cresciuto di forze, esattamente come io ave­
vo predetto. Qualcuno dice che è un forte esercito,
grande quasi come il nostro comprese le truppe di Boc­
carossa. Ciò è esagerato. Esso si spiega su uno spazio
ben più vasto di quello di prima, ma chiamarlo « for­
te » mi sembra sia volersi lasciare influenzare troppo dal
nemico, a parer mio. Il principe si rabbuiò un pochino
al primo vederlo, ma in seguito cambiò umore e si mo­
strò tutto eccitato nell’osservare le forze nemiche, ral­
legrandosi evidentemente al pensiero dell’imminente re­
sa dei conti ed anche della possibilità di un combatti­
mento davvero importante che a lui finalmente si of­
friva. È così un vero soldato! Non dubita un istante
della vittoria, e neppure nessuno degli altri comandan­
ti, per quanto io sappia.
Sarà divertente prendere parte all’assalto di una cit­
tà. Sino ad oggi non mi si era mai presentata l’occa­
sione.

Sono seduto al mio abituale scrittoio nell’appartamen­


to dei nani. Qui, davanti al leggio, che fa parte del­
l'arredamento, a me proporzionato e comodissimo per
scrivervi, continuo le mie note sugli straordinari fati­
dici avvenimenti cui ho partecipato. Potranno suscitare
forse stupore, ma un semplice chiarimento li spieghe­
rà subito.
Abbiamo vinto la battaglia. Lo sapevamo già da pri­
ma, come sapevamo pure che non si poteva vincere
senza sensibili perdite. Da ambedue le parti ci fu un
numero notevole di caduti, maggiore senza dubbio dal­
l’altra parte. Faranno molto male oramai ad offrirci una
vera resistenza. Ma anche per noi la battaglia significò
un vero salasso. Particolarmente il secondo giorno fu
molto sanguinosa. Ma a che scopo avere soldati se non

io.
248 IL NANO

si impiegano? Non fu poi così terribile come alcuni


dicono.
Ora siamo di nuovo al palazzo, perché il principe
doveva tornare qui per organizzare tutte le forze dispo­
nibili per la continuazione vittoriosa della guerra. E, se­
condo quel che ho sentito, anche per procurare i mezzi
finanziari indispensabili allo stesso scopo. Una simile
impresa inghiottisce somme considerevoli. Si dice che
il principe si dia da fare per procurarsele a mezzo di
trattative con la Signoria veneziana. Quei mercanti han­
no più denari del necessario e l’affare si potrà forse ben
presto concludere. Allora ritorneremo immediatamente
al campo.
Asseriscono che Boccarossa e le sue truppe esigono
un soldo più alto e che pretendono di non avere ancora
ricevuto regolarmente tutto quanto loro spettava secon­
do i precedenti patti. Ci potrebbero procurare per tale
motivo grandi difficoltà. Non avrei mai immaginato
ch’essi avrebbero dato tanta importanza a questo lato
della guerra, perché nessuno si lancia nella mischia con
tanto eroismo e tanto disprezzo della morte come loro.
Credevo che amassero il combattimento in se stesso,
come dovrei dire che faccio io. Ma non si può forse
pretendere tanto disinteresse. E può darsi che sia una
cosa normale che anche loro vogliano essere pagati. Eb­
bene, avranno il loro denàro.
Si parla pure di altre divergenze fra il principe e
loro; ma si dicono tante cose! Quando un esercito ha
sofferto perdite sanguinose e le cose non vanno proprio
come dovrebbero, allora un certo malcontento è inevi­
tabile. Nessuno è contento della piega che hanno preso
le cose e l’uno ne rende responsabile l’altro, tutti ne
sono stanchi e da ogni parte si calcolano le perdite del
vicino. I soldati di Boccarossa amano follemente il com-
IL NANO 249

battimento, ma forse non vogliono combattere per at­


tuare i vasti progetti del principe, i loro pensieri forse
non vanno così lontano. Ma queste non sono che cose
insignificanti e per nulla importanti.
Io del resto mi occupo molto poco di tutto ciò e tan­
to meno dei rapporti economici inerenti a una cosa co­
me la guerra per volermi intrattenere ancora su un tale
argomento. Tutto sarà poi ben presto messo a posto.
È terribilmente noioso stare a casa. La vita sembra
qui insignificante, completamente inattiva quando si ri­
torna dal campo di battaglia. Si trascina avanti il tem­
po e non si sa che còsa fare, ogni energia sembra qua­
si paralizzata. Ma non si tratta che di pochi giorni. Tra
poco ripartiremo.
La gente qui è davvero divertente, voglio dire i ser­
vitori e altri che non hanno preso parte alla guerra.
Non hanno la minirqa idea di che si tratta, si direbbe
che non sappiano neppure che il paese si trova in guer­
ra. Quando mi vedono andare attorno tutto armato si
meravigliano, come se non sapessero che si fa così al
fronte. Non si potrebbe andar vestiti diversamente, ciò
vorrebbe dire esporsi a sicura morte. Dicono che qui
non c’è pericolo alcuno. Ma c’è comunque la guerra.
Ed io tra poco ci ritornerò. Aspetto da un momento
all’altro l’ordine del principe per la partenza e devo per­
tanto essere sempre pronto. Ecco perché porto l’arma­
tura. Ma quelli non lo possono comprendere.
Non avendo preso parte direttamente alla campagna,
essi non possono rendersi conto di ciò che essa effet­
tivamente sia. E se cerchi di dar loro un’idea della vita
di guerra e dei suoi pericoli, ti fanno una faccia inge­
nuamente diffidente e non riescono intanto a nascon­
dere la loro segreta invidia. Cercano di dimostrare che
io non ho partecipato a tanti fatti d'arme come voglio
far credere e che non ho preso una vera parte attiva
250 IL NANO

ai combattimenti di cui parlo. È facile vedere l’invidia


dietro queste parole. Non vi ho preso parte! Non san­
no che la mia spada è ancora tutta insanguinata nella
sua guaina, sin dal tempo dell’ultima battaglia. Non la
faccio vedere, perché non posso sopportare la millan­
teria che a iosa fiorisce tra i soldati al campo e in cui
eccelle don Riccardo. Poso soltanto la mano sull’elsa e
continuo tranquillamente la mia via.
Avvenne che durante la grande battaglia di due giorni
noi fummo costretti ad occupare un’altura tra la nostra
ala destra e la città. Ci costò parecchie perdite. Ma la
nostra posizione strategica venne così notevolmente mi­
gliorata. Il principe subito dopo si recò sull’altura per
rendersi conto delle possibilità che la nuova conquista
gli offriva ed io naturalmente lo seguii. Sulla sommità
dell’altura si trovava una palazzina appartenente a Lu­
dovico, molto bella a causa della sua posizione e cir­
condata da cipressi e da peschi. Insieme con alcuni sol­
dati esplorai il castello per assicurarmi che non vi si
nascondessero soldati nemici che potessero prepararci
sgradevoli sorprese e minacciare la persona del princi­
pe. Ma non c’erano che un paio di servi, talmente im­
belli che erano stati lasciati indietro appunto per que­
sto, e il principe disse che non si facesse loro alcun
male. Io mi recai intanto giù nelle cantine, che nessu­
no aveva pensato di esplorare e potevano offrire un
ottimo nascondiglio. All’improvviso m’imbattei in un
nano, che evidentemente faceva parte della corte di Lu­
dovico - egli mantiene molti nani - e per qualche ra­
gione era stato anche lui lasciato indietro. Egli rimase
terrorizzato alla mia vista e fuggì in un corridoio se­
mioscuro. Gridai: «fermati!» ma egli non si fermò
al mio ordine, ciò mi fece supporre che non avesse in­
tenzioni troppo buone. Se fosse armato oppure no, io
non potevo sapere e l’inseguimento per i corridoi stret­
IL NANO 251

ti e sinuosi fu perciò davvero impressionante. Scivolò


infine in un locale dov’era un’uscita, di cui egli aveva
pensato evidentemente di valersi; ma prima che potes­
se raggiungere la porta gli fui sopra. Con un piagnu­
coloso gemito egli comprese che non poteva più schi­
varmi. Gli davo la caccia, come a un topo, lungo le
pareti ed allora sapevo che non poteva più sfuggirmi.
Alla fine lo inchiodai in un angolo e fu mio. Lo infil­
zai con la mia spada, che lo passò da parte a parte. Non
portava corazza né nulla di ciò che si porta al campo,
ma era vestito con una comica giacca di velluto blu con
pizzi e fronzoli attorno al collo, esattamente come un
bambino. Lo lasciai dove giaceva e ritornai alla luce del
giorno e al combattimento. Racconto questo non perché
io trovi che la mia azione sia stata un po’ singolare.
Un’inezia, un comunissimo incidente in tempo di guer­
ra. E non è un’azione per cui io vada attorno a menar­
ne vanto, non ho fatto che il mio elementare dovere di
soldato. Nessuno ne ha saputo nulla, né il principe né
alcun altro. Nessuno sospetta che la mia spada macchia­
ta di sangue sarà un ricordo della parte che ho presa a
questa campagna.
Mi rincresce in certo qual modo che sia stato un
nano colui che ho dovuto abbattere; avrei preferito che
fosse stato uno di quegli esseri umani che io odio. La
lotta allora sarebbe stata ancora più emozionante. Ma
io odio anche il mio popolo, la mia razza mi riesce an­
che odiosa. E durante la lotta, specialmente quando gli
detti il colpo fatale, provai una strana esaltazione, come
se compissi un rito di una religione a me completamen­
te sconosciuta. Provai la stessa sensazione che avevo
avuto quando strangolai Josafat, un desiderio irresisti­
bile di annientare la mia propria stirpe. Perché? Non
so. Non ci capisco niente. È mio destino sterminare la
mia razza?
252 IL NANO

Egli aveva quella voce pigolante di castrato che han­


no tutti i nani e ciò mi esasperò. La mia voce è grave
e profonda.
È una razza disprezzabile e disonorata.
Perché essi non sono come me?

La principessa questa mattina ha cercato di avviare


una conversazione con me sull’amore.
Era molto sentimentale e molto tenera, non so per­
ché; ne avrebbe avuto indubbiamente ragione, se sol­
tanto avesse saputo certe cose. Poi ad un tratto il suo
umore cambiò, secondo la sua abituale volubilità, e co­
minciò invece a scherzare sullo stesso argomento. Era
seduta davanti lo specchio e si faceva acconciare i ca­
pelli dalla cameriera mentre mescolava il tono scherzo­
so con quello serio in una conversazione con me, che
trovavo particolarmente sgradevole e inopportuna. Vo­
leva ad ogni costo farmi parlare. Io mi mantenevo mol­
to riservato. Ma essa insisteva. Non avevo avuto mai
qualche amoretto? Negai nel modo più categorico, con
fare sgarbato. Essa si meravigliò, non ci voleva credere.
Mi assalì di nuovo con domande, facendosi sempre più
indiscreta. Alla fine, tanto per sottrarmi ad ogni ulterio­
re discussione, dichiarai che se davvero avessi dovuto
amare qualcuno avrei amato un uomo.
Si voltò e mi guardò e scoppiò in una gran risata
di cuore ed anche la cameriera rise.
— Un uomo! — gridò con voce provocante, come
se vi fosse in ciò qualche cosa di comico. — Un uo­
mo? E chi? Boccarossa forse? — E allora tutt’e due
si fecero delle matte risate tanto che non riuscivano più
a respirare. Diventai rosso, perché appunto a lui avevo
pensato. E allora trovarono che il mio rossore rendeva
la cosa ancora più comica.
Non riuscivo a vedere nulla di comico in tutto ciò.
IL NANO 253

E le guardai con uno sguardo freddo e sprezzante. Il


ridere non è bello e sfigura. La vista d’una bocca uma­
na che d’un tratto si apre e delle gengive rosse che si
mostrano nude mi produce una sensazione sgradevole.
E che ci posso fare, se provo dentro di me una calda
ammirazione per Boccarossa, un sentimento che forse
ha un certo fuoco? Vedo in lui un vero uomo.
Ciò che soprattutto mi cruccia è il fatto che anche
quella cameriera si sia messa a ridere e in maniera as­
sai più volgare di « madama ». Posso forse anche tol­
lerare che la principessa si diverta un pochino alle mie
spalle, sebbene ad ogni istante avrei voglia di cambia­
re il tono scherzoso in altro sanguinosamente grave,
avrei voglia di rispondere alle sue domande sull’amore
nella maniera più tremenda, e farle sapere ciò che è in
realtà l’amore. Posso tollerare tutto ciò, dico, perché es­
sa è comunque la mia padrona e di sangue principesco.
Ma che una persona volgare come quella ragazza osi
prendersi gioco di me, questo mi rende furioso. Quel­
la pettegola si è sempre mostrata sguaiata con me, ha
cercato di fare la « spiritosa » in più di un’occasione,
mi ha stuzzicato perché non posso aprire certe porte
del palazzo. Che le importa, a lei? È una contadinaccia
sfacciata e scimunita che meriterebbe la frusta.
Per quanto riguarda Boccarossa, non vi è assoluta-
mente nulla di strano che io lo ammiri.
Anch’io ho un temperamento guerriero.

I giorni trascorrono in una fastidiosa attesa e non


sappiamo che fare.
Ieri mi mandarono per una commissione da maestro
Bernardo in Santa Croce. Egli è sempre là, secondo il
solito, e continua a lavorare alla sua Cena.
Mi sono spesso domandato perché non era venuto
alla guerra con noi per vedere funzionare le sue mera-
254 IL NANO

vigliose macchine, quelle ch’egli stesso aveva creato; sem­


bra che si contenti di crearle soltanto. Avevo pensato
che le avrebbe vedute volentieri in azione. E là fuori
avrebbe potuto studiare chissà quanti cadaveri e avrebbe
potuto far fare gran passi alla sua scienza.
Lo trovai completamente immerso nella contempla­
zione della sua opera insigne, così assente dalla realtà
che non si accorse neppure che io ero entrato. E quan­
do sollevò gli occhi, il suo sguardo era lontano, assor­
bito da altre cose. Sembrò che non facesse molta atten­
zione al fatto che indossavo l’armatura, sebbene non
me l’avesse mai veduta prima indosso. Dovette sicura­
mente notarla, ma non mostrò né meraviglia né parti­
colare interesse. — Che vuoi da me, caro nanerello? —
disse, e mi guardò con benevolenza. Condussi a termi­
ne la mia commissione, sebbene adirato per quello stra­
no modo di rivolgermi la parola. Poi me ne andai, non
avevo alcun motivo di restare. Non feci che gettare una
rapida occhiata al suo capolavoro e mi sembrò che il
quadro fosse al punto dell’ultima volta che l’avevo ve­
duto. Egli non finisce mai nulla. Ma su che cosa ri­
mane dunque a meditare per un tempo così terribilmen­
te lungo?
Non mi chiese neppure nulla della guerra, per quan­
to dovesse comprendere che ne venivo direttamente.
Ebbi l’impressione che la guerra lo lasciasse comple­
tamente indifferente.

La Signoria ci ha rifiutato un nuovo prestito ! Il suo


inviato ha dichiarato che non ci faranno assolutamente
prestiti. £ incredibile! Davvero incomprensibile. A loro
sembra che la guerra vada male. Male ! Che impuden­
za! Male! Non abbiamo fatto altro che vincere, sem­
pre ! Siamo penetrati in profondità nel paese nemico,
sino alla capitale, stiamo sul punto di prenderla, e rac-
IL NANO 255

cogliere così i frutti dei nostri straordinari successi. E


proprio ora dovremmo essere fermati! Ora che la città
sta là ad aspettare di essere espugnata, demolita, incen­
diata, cancellata dalla faccia della terra. Rivolta il san­
gue ! Non si può credere che sia vero. Quei sudici mer­
canti dovrebbero impedirci il conseguimento della vit­
toria finale! Soltanto perché non vogliono mollare quei
miserabili denari! Ma no! Non è possibile! Sarebbe il
colmo della vergogna!
Il principe deve trovare una via d’uscita. Ne troverà
naturalmente una. Una cosa volgare come il denaro non
può arrestare una guerra grande e gloriosa. È da esclu­
dersi.
Il palazzo brulica di scudieri, ambasciatori stranieri,
consiglieri e comandanti. Corrieri fanno la spola tra il
principe e il fronte.
Sono pazzo di eccitazione.

I mercenari di Boccarossa si rifiutano di combattere!


Vogliono la paga, anzitutto quella arretrata e d’ora in
poi il doppio. Altrimenti non si muoveranno. Il prin­
cipe, che non riesce a procurarsi denaro, cerca di allet­
tarli promettendo loro che non appena la città sarà
espugnata essi la potranno saccheggiare a loro piacere
e ciò costituirà un bottino particolarmente ricco. Rispon­
dono che non si può sapere se la città verrà presa; in
passato non è stata mai presa. E prima che questo av­
venga bisognerà vincere l’esercito del Toro, poi rasse­
gnarsi a un lungo assedio e a loro gli assedi non piac­
ciono; li trovano noiosi. E mentre si sta tranquillamen­
te ad assediare non capita la minima occasione di sac­
cheggio. Essi hanno avuto inoltre grosse perdite, più
grandi di quante ne avevano previste. E ciò li scorag­
gia. A loro piace uccidere, ma non piace morire, al­
meno non per un soldo così misero. Il loro modo di
256 IL NANO

esprimersi manca di cortesia e di finezze diplomatiche.


Come finirà? Dove andremo a finire?
Ma il principe troverà sicuramente una soluzione. Egli
è un diavolo per trovarne. Gli piacciono gli ostacoli, la
sua grandezza si rivela proprio allora. E il nostro eser­
cito, mai sinora vinto, continua a rimanere sempre sot­
to le mura della capitale dei Montaza. Non dobbiamo
dimenticarlo!

La guerra finirà! Le truppe si ritireranno oltre i con­


fini e torneranno a casa e tutto sarà finito. Finito!
Devo sognare! Dev’essere un sogno, un incubo. Non
può essere la realtà. Devo svegliarmi e constatare che
non è che un orribile sogno spaventoso.
Ma è vero. Vero! Una verità amara, incomprensibile.
Ci prendiamo la testa tra le mani e ci rifiutiamo con
tutto il nostro essere di crederlo.
L’avarizia, la disonestà, il tradimento, tutto un insie­
me di bassezze umane ha sopraffatto il nostro eroico
esercito e gli ha strappato le armi di mano. Le nostre
truppe invitte, che, copertesi di gloria, potenti e minac­
ciose stanno davanti alle porte del nemico, dovranno ri­
tirarsi senza colpo ferire, ingannate, tradite, abbando­
nate; dovranno ritornare in patria, in patria, mentre il
loro solo desiderio è di vincere o morire. £ una com­
movente, infame tragedia.
La nostra grande guerra, la più gloriosa nella storia
del paese, finire così !
Sono come paralizzato dal dolore e dall’ira. Mai in
vita mia sono stato tanto commosso, non ho mai pro­
vato tanta vergogna. Tutto il mio essere intimo è in
ebollizione, pieno di amarezza, di sdegno e di furore.
E nello stesso tempo mi sento quasi paralizzato, mi sen­
to completamente impotente. Come potrei inserirmi nel­
l’osceno corso degli avvenimenti e modificarli? Come
IL NANO 257

potrei fermare la marcia di questo dramma sinistro?


Non posso far niente. Niente assolutamente.
È finito. Tutto è finito. Finito.
Quando venni a sapere queste notizie, e quando do­
po uno sforzo compresi il significato di ciò che avevo
udito, mi allontanai piano piano dagli altri e me ne
andai su nell’appartamento dei nani per poter essere
solo con me stesso. Temevo di essere sopraffatto dai
miei sentimenti, di ncn sapermi più dominare, come con­
viene ad un uomo. E appena entrato nella mia camera
nuda mi sfogai con un pianto incontenibile. Lo ricono­
sco. Non riuscivo più a trattenere ciò che mi stava in
corpo. Nel mio impotente furore premevo i pugni con­
tro gli occhi e piangevo. Piangevo.

Il principe non abbandona la sua camera e non ri­


ceve visite. Vi prende anche i suoi pasti, solo solo. Io
10 servo e, insieme con il servitore che porta i cibi, sono
11 solo a vederlo. Appare calmissimo. Ma ciò che si na­
sconde sotto quella pallida maschera non è facile dire.
Il suo viso è bianco quasi come il gesso, circondato dal­
la nera barba, e lo sguardo inquieto sembra che non
veda nulla. Si accorge appena della mia presenza e mai
una parola viene sulle sue labbra sottili ed esangui.
Quel povero servo ha paura di lui. Ma è un poltrone.
Quando giunse la comunicazione del rifiuto di Ve­
nezia, che quella dannata repubblica di mercanti vole­
va impedirgli di continuare la guerra, ebbe una crisi di
rabbia. Non lo avevo veduto mai in quelle condizioni.
Faceva davvero bava dalla bocca per l’ira e metteva
paura a guardarlo. Fuori di sé sfoderò il pugnale e lo
ficcò nel tavolo sino quasi al manico. Se quei disgra­
ziati mercanti lo avessero veduto in quel momento, so­
no sicuro che i denari subito subito sarebbero venuti sul
tavolo.
258 IL NANO

Ciò che particolarmente lo cruccia è di non aver mai


potuto impiegare le geniali macchine di messer Bernar­
do. Proprio in questo momento avrebbe potuto impie­
garle. Egli è convinto che con esse avremmo espugnato
la città e che la vittoria sarebbe stata prossima.
Ma perché allora non aveva vinto?
Quella sua crisi di furore mi piacque. Ma in se­
guito ci ripensai, egli forse non è poi un uomo tanto
forte. Perché dipende tanto dagli altri? E persino da
una cosa meschina e sudicia come il denaro. Perché non
ha gettato il nostro invincibile esercito sulla città per
schiacciarla? Non ha quest’uomo truppe sufficienti?
Mi contento di fare domande. Non sono un capita­
no, non m’intendo poi neanche dell’arte della guerra.
Eppure l’anima mia è piena di dolore e di stupore per
il nostro mostruoso destino.
Mi sono tolto l’armatura. Con rammarico e tristezza
l’ho appesa nell’appartamento dei nani. È appesa là im­
potente come un povero fantoccio sul suo chiodo. Umi­
liata. Disonorata.

La pace regna oramai da circa quattro settimane. Un


umore tetro grava sul palazzo, sulla città, su tutto il
paese. È strano come lo scoraggiamento e il disagio si
diffondano durante un troppo lungo periodo di pace;
se ne avvertono già le conseguenze: l’atmosfera comin­
cia a diventar densa e soffocante, ne esalano vapori che
riempiono di nausea tutti i sensi. I reduci sono scon­
tenti, nulla a loro piace; i soldati rimasti nelle caserme
sono irritabili e pungenti contro di loro, forse perché
la guerra non ha dato il risultato desiderato. La vita
quotidiana scorre monotona e senza contenuto nel suo
vecchio solco, svogliata e senza alcuno scopo. Ma tutto
il vigore e la speranza che porta la guerra sono sva­
niti.
IL NANO 259

A corte è morta la vita. Quasi nessuno entra o esce


dalla grande porta principale, nessuno fuorché noi che
abitiamo nel palazzo e anche noi molto spesso ci ser­
viamo delle altre porte. Nessuno straniero viene in vi­
sita, nessuno è annunciato, nessuno è invitato come ospi­
te. I saloni sono deserti e i cortigiani stessi si tengono
in disparte, si mostrano appena. I corridoi sono vuoti,
non ci si incontra quasi mai un essere umano e le ram­
pe delle scale echeggiano soltanto di passi solitari. Ciò
produce un’impressione un po’ spettrale, sembra quasi
un castello abbandonato. E nell’interno della sua stanza
appartata il principe passeggia in lungo e in largo op­
pure siede pensoso presso il tavolo, dove il foro lascia­
to dal colpo del suo pugnale sbadiglia come una ferita
aperta, non rimarginata. Cupo e minaccioso egli guar­
da fisso davanti a sé, rimuginando chissà quali cose.
È un periodo triste, opprimente. Con fatica il giorno
si trascina avanti finché viene di nuovo la sera.
Ho tanto tempo insulso per scrivere, per stendere le
note delle mie esperienze di vita e dei miei pensieri, ma
non ne ho affatto voglia. Me ne sto seduto per lo più
vicino alla finestra e guardo scorrere il fiume lento e
giallogrigiastro davanti alle mura del castello, lamben­
dole verde come fiele.
Quel fiume che un giorno, nel paese del Toro, fu
testimone della nostra splendida vittoria.

No, questa è davvero una cosa inaudita! Sconvolge


più di tutto quanto è accaduto durante questo terribile
periodo! Mi sento mancare il terreno sotto i piedi, ho
perduto ogni fiducia in qualsiasi cosa!
Figurarsi, il principe è del parere che lui e la casa
Montaza debbano riconciliarsi e stringere un patto per
non farsi più la guerra! Devono smettere questo con­
tinuo guerreggiare e solennemente impegnarsi di met-
260 IL NANO

terci fine per sempre. Mai più prenderanno le armi


l’uno contro l’altro! Sembra che il Toro dapprima ab­
bia risposto rifiutando, furioso per la recente aggres­
sione. Ma il principe ha continuato con sempre mag­
giore fervore a presentare le sue proposte. Perché i no­
stri due popoli dovrebbero continuare a uccidersi, a che
dovrebbero servire tutte queste guerre insensate? Per
un paio di secoli hanno continuato a battersi senza che
l’uno sia riuscito a riportare una vittoria finale sull’al­
tro e le due parti hanno ugualmente perduto in questo
eterno guerreggiare. Tale guerra non ci ha portato al­
tro che carestia e miseria. Non sarebbe meglio vivere
in pace e in reciproca comprensione, affinché i nostri
paesi possano divenire fiorenti e felici, come avrebbero
dovuto essere da tanto tempo? Sembra che Ludovico
abbia finito per dare ascolto alle proposte del principe
ed abbia trovato in esse qualche cosa di giusto. Ed ora
ha risposto che egli accettava la sua offerta e che gra­
diva l’invito per trattare questa perpetua pace e per
sottoscrivere il solenne trattato.
Credo che il mondo sia diventato pazzo ! Pace eter­
na. Mai più guerre! Che corbellerie, che puerilità! Cre­
dono di poter cambiare una cosa simile, l’ordine del­
l’universo. Che presunzione! E che infedeltà verso il
passato, verso tutte le grandi tradizioni! Mai più guer­
ra! Il sangue non scorrerà più e l'onore militare e l’eroi­
smo non avranno più valore. Mai più squillerà il cor­
no d’argento e la cavalleria andrà all’attacco con le lan­
ce abbassate, le truppe mai più combatteranno né af­
fronteranno la morte sul campo di battaglia. E nulla
opporrà più dei limiti all’orgoglio infondato degli uo­
mini e alla loro presunzione. E nessun Boccarossa avan­
zerà con la sua larga spada, segnato dal vaiolo e con la
sua bocca dai denti serrati, per mostrare a questa razza
IL NANO 261

quale potenza. la deve dominare. Le fondamenta stesse


della vita crolleranno!
Riconciliazione! Ci si può immaginare una cosa più
ignominiosa? Riconciliazione con il proprio mortale ne­
mico! Che perversità, che cavilloso e ripugnante artifi­
cio. E quale umiliazione, avvilimento per noi ! Per il
nostro esercito, per i nostri caduti ! Che vergogna per
i nostri eroi caduti in guerra, che si sono sacrificati in­
vano. Un simile pensiero fa orrore.
Era dunque questo ciò che egli meditava. Mi sono
chiesto più volte che cosa poteva essere; era dunque
ciò. Ed ora è di migliore umore, ha cominciato di nuo­
vo a parlare secondo le sue abitudini, già, sembra an­
che pieno di vitalità e contento di sé. Senza dubbio si
crede di avere avuto una straordinaria geniale ispirazio­
ne, una luminosa « grande » idea.
Non ci sono parole per il mio sconfinato disprezzo.
La mia fiducia nel principe, nel mio signore, ha rice­
vuto un colpo tale che non si riprenderà più. Egli è ca­
duto cosi in basso quanto può cadere un principe. Pace
eterna ! Un eterno armistizio ! Mai più una guerra, per
l’eternità! Niente altro che pace, pace! In verità non è
facile essere il nano di un simile signore.

Tutto il palazzo è sossopra a causa di questo stupido


ricevimento. Si inciampa in cenci e strofinacci, dapper­
tutto cumoli d’immondizie e la polvere sale alla gola
quando la gettano via dalle finestre. Si vanno a pren­
dere nelle soffitte i vecchi tappeti, si svolgono sul pavi­
mento, e si cammina sulle loro sciocche scene d’amore;
poi verranno appesi alle pareti per abbellire questa ver­
gognosa « festa della pace e della riconciliazione ». Ap­
partamenti degli ospiti, disabitati da tanti anni, sono
rimessi in ordine; e tutti i servi corrono qua e là come
Ibi IL NANO

pazzi, le gambe quasi si staccano di dosso per provve­


dere a tutto. Tutti sono scontenti di questa stupida tro­
vata del principe ed anche perché essa esige molto la­
voro e molta fatica. Si mette in ordine anche palazzo
Geraldi, esso pure verrà utilizzato, vi alloggerà certa­
mente la scorta di Ludovico. Si dice che esso aveva
l’aspetto d’un porcile dopo che vi avevano dimorato
Boccarossa con il suo seguito. Si riempiono i fondachi
con grandi quantità di cibi, centinaia di buoi, di vitel­
li, di montoni, che il povero popolo è stato costretto a
consegnare all’intendente di corte, e poi cereali e una
gran quantità di frumento che serve a nutrire i cavalli :
è naturale che tutti siano scontenti, un generale malcon­
tento domina in tutto il paese. Io credo che, se potes­
sero, i sudditi si rivolterebbero contro il principe per la
sua stupida idea di questa « festa della pace ». Si ab­
battono cervi nelle riserve di caccia, si prendono con le
reti e si uccidono fagiani e lepri, su per i monti si dà
la caccia al cinghiale. I falconieri di corte vengono alle
cucine con quaglie, pernici e aironi, si sgozzano piccio­
ni, nel pollaio si cercano i capponi e se ne tastano le
carni, si scelgono pavoni per il grande banchetto di gala
che dovrà aver luogo uno di questi giorni. I sarti cu­
ciono abiti preziosi per il principe e la principessa, fat­
ti con stoffe costosissime di Venezia - per questo si fa
credito, ma non per continuare la guerra — ed anche
per tutti i patrizi della città; provano e riprovano, van­
no e vengono continuamente. Si innalzano archi di trion­
fo davanti al palazzo e giù lungo tutta la strada, dove
passeranno Ludovico e il suo seguito. Si rizza un bal­
dacchino davanti alla porta del castello e dentro nel­
l’atrio, si battono stuoie e drappi che saranno poi ap­
pesi alle finestre. I musici si esercitano nelle loro mu­
siche tutto il giorno tanto da fare impazzire la gente e
i poeti di corte scrivono qualche centone che verrà re­
IL NANO 263

citato nella grande sala del trono. Non si fanno che


preparativi per questa stupida festa! Non si parla d’al­
tro, non ci si occupa d’altro. Tutta la corte è in ebol­
lizione, e ogni ripostiglio del palazzo è in disordine,
non si può muovere un passo senza trovarsi sulla stra­
da d’un altro o senza inciampare in qualche cosa; tutto
è in movimento, è un indescrivibile guazzabuglio.
Ho una rabbia in corpo da scoppiare.

Il nemico ha fatto il suo ingresso solenne nella no­


stra capitale, decorata e addobbata in suo onore come
prima non era mai stata. Preceduti da trenta trombet­
tieri e flautisti a cavallo e circondati dalla guardia del
corpo montata, dalle uniformi verdi e nere e con le
partigiane levate, Ludovico Montaza e quel moccioso di
suo figlio, Giovanni Montaza, hanno cavalcato per le
vie della città, seguiti da uno scelto drappello di cava­
lieri e nobili e infine da duecento arcieri a cavallo. Egli
montava un purosangue nero con sella di velluto ver­
descuro ricamata con argento e bardatura d’argento ed
era salutato dalla «esultanza del popolo»; il popolo
esulta sempre quando si comanda di farlo, per quale
motivo poi a lui poco importa. Ora si sente ammaliato
dalla prospettiva d’una pace eterna. Tre araldi, che il
principe gli aveva mandati incontro, annunciarono il
suo arrivo e lo scopo della visita e allora tutte le cam­
pane delle chiese della città suonarono a distesa. La no­
stra umiliazione non poteva essere inaugurata in ma­
niera più brillante. Dai bastioni, di quando in quando,
salutavano gli ospiti colpi di bombarda, sparati in aria:
bisognava puntare le bombarde contro gli ospiti e sca­
ricarle su di loro, a parer mio. Il cavallo del figlio del
principe si spaventò per i colpi oppure per qualche al­
tro motivo e sembrò quasi che il cavaliere stesse per
essere sbalzato di sella, ma egli riprese subito il domi-
264 IL NANO

nio dell'animale e continuò a cavalcare, tutto rosso in


viso. Ha un aspetto infantile, non può avere più di
diciassett’anni. Per quanto l’incidente finisse bene, il
popolo si domandò se questo non poteva essere un cat­
tivo augurio. La gente è sempre alla caccia di presagi
nelle « solenni » occasioni e questo fu l’unico incidente
che dette loro modo di far uso della propria perspi­
cacia.
Davanti la porta del castello Ludovico scese da ca­
vallo e fu salutato dal principe con un discorso ampol­
loso e magniloquente. Egli apparve come un piccolo si­
gnore tarchiato dalle guance piene, lisce, così piene di
sangue da esser striate di rosso, e dal grosso collo tau­
rino. Ha la barba soltanto nella parte inferiore delle
guance e anche là rada; così essa non adorna il suo viso,
che altrimenti potrebbe essere abbastanza bello. I grigi
occhi penetranti si sforzano di prendere un’espressione
amabile, ma non c’è da fidarsi affatto, tutti sanno quale
briccone egli sia. Ha l’aspetto d’un collerico, pronto a
menar colpi quando vuole.
La giornata è trascorsa fra le cerimonie del ricevi­
mento, banchetti e trattative relative al trattato tra i due
stati, di cui si discussero le strane clausole e la reda­
zione definitiva. Questa sera ha avuto luogo una rappre­
sentazione teatrale in latino terribilmente noiosa, non
ci ho capito una parola e, per quanto so, neppure gli
altri. Ma dopo dettero nella lingua volgare una comme­
dia indecente, che tutti compresero molto meglio. Si
divertirono in modo incredibile a quelle brutalità e alle
tante sconcezze. A me sembrò ripugnante.
Ora per oggi è finito e io me ne sto quassù solo nel­
la mia camera e sono tanto contento della mia solitu­
dine. Nulla procura tanta soddisfazione quanto la so­
litudine. Meno male che il soffitto è così basso qui nel­
l’appartamento dei nani, altrimenti ci avrebbero forse
IL NANO 265

sistemato degli ospiti. Sarebbe stata una cosa tremenda.


Quel figlio del principe potrebbe sembrare bello, cre­
do; in tal caso non ha preso da suo padre. Quando ca­
valcava al fianco di suo padre sul suo cavallo con la
sella di velluto blu, tutto vestito dello stesso colore, la
gente affermava che era bello. È possibile. A me sem­
bra che sia troppo molle ed effeminato con i suoi occhi
di cervo, i suoi lunghi capelli neri e la sua pelle deli­
cata che arrossisce per un nonnulla. Forse avrò torto,
ma io non posso soffrire uomini che hanno un tale
aspetto. Mi piace che un uomo abbia l’aspetto d’un uo­
mo. Sembra che egli somigli a sua madre, la bella e
tanto celebrata Beatrice, che dev’essere stata molto bel­
la e che, dicono, è già in paradiso, sebbene non sia mor­
ta che da dieci anni.
Oggi nel pomeriggio l’ho veduto passeggiare nel ro­
seto insieme con Angelica. E un momento più tardi li
ho veduti camminare lungo il fiume e gettare ai cigni
molliche di pane. Tutt’e due le volte ho notato che par­
lavano insieme. Non riesco a capire di che cosa egli po­
tesse discorrere con quella bambocciona, che è tanto
sciocca. Egli non deve neppure vedere quant’è brutta,
altrimenti eviterebbe la sua compagnia. Forse anche lui
è un po’ sciocco.
Don Riccardo è naturalmente dappertutto, s’intrufo­
la in tutte le cerimonie, secondo il solito si mette in
vista in ogni occasione. Le sue ferite sono già rimar­
ginate. Che cosa dicevo io? Non se ne vede traccia,
salvo che ha un braccio un po’ rigido. Il suo eroismo
era tutto qui.

Sono oramai tredici giorni che abbiamo il nemico in


città. Le feste in suo onore continuano ininterrottamen­
te e non si ha mai un momento di libertà. Iersera ero
troppo stanco per metter giù qualche nota, scrivo in­
266 IL NANO

vece questa mattina in gran fretta alcune righe sui fatti


del giorno e le mie proprie impressioni. I due principi
già prima del levare del sole cavalcavano lontano dal
castello e hanno dedicato parecchie ore alla caccia col
falcone nei prati ad ovest della città. A Ludovico piace
molto tale specie di caccia; e il principe ha una bella
collezione di falconi, tra cui alcuni esemplari assai rari
offertigli in dono dal re di Francia, e di essi gli piace
mostrare la grande abilità. Poi si mangiò per ore ed
ore, quindi ci fu un concerto che si dovette ascoltare,
sebbene la musica sia per me la cosa più odiosa che
conosca. Seguì una danza moresca con musica, e poi
si presentarono alcuni giocolieri che suscitarono una gran­
de ammirazione, e costituirono l’unica parte dello spet­
tacolo degna di essere vista. Immediatamente dopo si
cominciò di nuovo a mangiare e si continuò sino a tar­
da ora della notte, allora si rappresentò una vergogno­
sa pantomima, in cui uomini e donne indossavano abiti
così attillati da sembrar nudi. La maggior parte a quel­
l’ora erano pieni come porci. E con questo il program­
ma di quel giorno era finalmente terminato e io potei
andarmene a letto, e mi addormentai subito perché ero
stanco morto.
Il principe è stato sempre del suo umore più giovia­
le, amabile, affascinante come non si era mai visto pri­
ma. Evidentemente non sa che fare per trattar bene i
suoi « ospiti »; li tratta in modo tale che disgusta. Solo
a vederlo mi viene la nausea. Lui e il Toro sembrano
essere i migliori amici di questo mondo, egli almeno
mostra di essere un sincerissimo amico. Ludovico era
dapprima un po’ riservato e forse anche un tantino dif­
fidente, ma ora la sua diffidenza è scomparsa. È venuto
qui con una forte guardia del corpo e con una scorta
di parecchie centinaia di uomini. Ci si può domandare
a che cosa servano tanti guerrieri per concludere un
IL NANO 267

patto di pace perpetua. Ma deve usarsi così in eve­


nienze del genere. E un principe non può presentarsi
senza un gran seguito quando è ospite di una corte
straniera. Già; so infatti molto bene che questo richie­
dono le usanze. Ma non posso stare a guardare tutti
questi nemici attorno a me senza poter muovere un dito.
Il contegno del mio signore è per me un vero enigma;
come fa a comportarsi in modo così vergognoso verso
il suo nemico ereditario? Non lo capisco. Ma non è
una cosa nuova, è mio destino di non poter mai cono­
scere a fondo quest’uomo. Non voglio intanto più con­
tinuare ad occuparmi di simili cose, ma desidero sol­
tanto ripetere ciò che ho già detto: che il mio disprez­
zo per lui non conosce limiti.
Anche ieri ho veduto insieme Giovanni e Angelica,
più d’una volta. Sembravano annoiarsi. Verso sera li
osservai mentre erano seduti laggiù presso il fiume, ma
allora non nutrivano più i cigni, non parlavano nep­
pure, si contentavano di sedere in silenzio l’uno vicino
all’altra e stare a guardare l’acqua che scorreva davanti
a loro. Non avranno avuto altro da dirsi.
Che cosa posso raccontare ancora? Non è successo
altro, sicuramente. Oggi verrà solennemente firmato il
trattato di pace perpetua e si terrà poi un gran ban­
chetto, che con i suoi molti e vari intermezzi si pro­
trarrà indefinitamente nella notte. Sono molto abbat­
tuto e non provo che un completo disgusto per tutto.

Il principe mi ha confidato una cosa talmente ono­


revole che a pensarci mi vengono quasi le vertigini!
Non posso dire che cosa sia, neppure una parola. È un
segreto tra noi due. Non avevo mai compreso prima
quanto noi due ci somigliamo.
Sono infinitamente felice. Ecco ciò che posso rivelare.
Questa sera alle sei comincerà il gran banchetto di
268 IL NANO

gala. Sarà il punto culminante dei festeggiamenti; e con


gli straordinari preparativi che si stanno facendo riu­
scirà senza dubbio magnifico. Ho la sensazione di do­
ver scoppiare.
È un gran principe!

Ora scriverò la relazione degli avvenimenti della gior­


nata di ieri e in particolare il grande solenne banchetto
che chiuse i festeggiamenti in occasione del trattato di
pace tra la nostra casa principesca e la casa di Mòntaza
insieme con i fatti che con essi si connettono.
Prima di tutto dunque ci riunirono nella sala del tro­
no per leggerci ad alta voce il trattato di pace perpetua
tra i nostri due Stati. Era redatto in termini davvero ele­
ganti e solenni e conteneva anche disposizioni per la sop­
pressione delle fortezze di frontiera e per il libero com­
mercio tra i nostri due popoli e alcuni regolamenti per
facilitare questi scambi commerciali. Quindi bisognava
firmare; i due principi, seguiti dai notabili, si avvicina­
rono al tavolo e posero i loro nomi sotto i due grandi
documenti che erano là spiegati. Fu davvero un momen­
to solenne. Subito dopo squillarono le fanfare di ses­
santa trombettieri allineati a tre passi di distanza lungo
le quattro pareti del salone, e vestiti alternativamente dei
colori del nostro principe e della casa di Mòntaza. Quin­
di tutti gli invitati, con il maestro di cerimonie in testa,
entrarono nella grande sala del banchetto al suono di
una musica composta appositamente per questa circostan­
za. L’imponente sala sfavillava nella luce di cinquanta
candelabri di argento e di duecento torce, sostenute da
paggetti in livree ricamate in oro ma anche da monelli
raccolti nella strada e con gli abiti tutti stracciati che con
i loro piedi nudi e sporchi premevano il pavimento di
marmo; essi mandavano un gran cattivo odore se ci si
avvicinava. Erano per tutta la lunghezza della sala cinque
IL NANO 269

tavole imbandite, sommerse sotto magnifiche stoviglie


d’argento e di maiolica e imponenti piatti con cibi freddi
e frutta di tutti i colori insieme con venti grandi gruppi
di figure di zucchero candito che, secondo quanto mi
dissero, rappresentavano scene della mitologia greca, una
religione pagana che non conosco troppo bene. Al cen­
tro della tavola centrale tutto era d’oro, candelabri, frut­
tiere, piatti, boccali da vino e coppe, e là presero posto
i due principi e tutte le persone di sangue principesco,
inoltre i nostri dignitari e quelli di Mòntaza. Il principe
era seduto al centro della tavola di fronte al Toro e ave­
va al suo fianco la principessa vestita con un abito rosso
cremisino dalle maniche di damasco bianche intagliate
e incrostate di pietre preziose; il suo petto opulento era
tutto ricoperto di monili d’oro. Essa aveva sul capo una
reticella di argento seminata di brillanti che abbelliscono
i suoi brutti capelli castano scuri; e siccome sicuramente
essa aveva impiegato parecchie ore per imbellettarsi si
poteva vedere, meglio che in altre occasioni, che il suo
viso, troppo floscio e troppo pieno, un giorno doveva
essere stato assai bello. Essa sorrideva col suo sorriso. Il
principe portava una giubba di velluto nero molto attil­
lata, molto semplice con tagli nelle maniche, guarniti di
seta gialla. Egli era snello e giovanile, elastico come la
lama d’una spada. Sembrava un po’ riservato ma doveva
essere di buon umore, perché ogni tanto si carezzava i
corti neri capelli, come ha l’abitudine di fare in questo
stato d'animo. Prosavo per lui un senso di completa de­
dizione.
Il Toro indossava una corta cappa verdescura dalle
ampie spalle, di tessuto fino e di prezioso zibellino e
disotto un abito rosso scarlatto; pesanti catene d’oro gli
pendevano dal collo. In questo costume sembrava an­
cora più largo e più tozzo che mai e il suo grosso collo
di toro rosso e testardo spiccava sulla bruna pelliccia di
270 IL NANO

zibellino. A giudicarlo dall’aspetto sembrava pieno di


cordiale e compita amabilità, ma non bisogna fidarsi del­
l’aspetto degli uomini. Dai loro corpi si vede che razza
di bestie essi sono.
Don Riccardo naturalmente anche lui aveva preso po­
sto in questa parte della tavola, già, uno dei posti mi­
gliori; avrebbe dovuto sedersi lontano di lì, a un’altra
tavola. Egli si mette sempre in vista, e il principe natu­
ralmente non può fare a meno di lui, e la principessa
neppure. Chiacchierò e si mise a posto i cibi sin dal prin­
cipio e, soddisfatto, si carezzava la nera barba ricciuta.
Lo guardavo con gelide occhiate, di cui nessuno all’in­
fuori di me poteva sospettare il significato. Ma basta.
Un po’ appartati - se posso dire così, dal momento
che essi sedevano naturalmente come tutti gli altri lungo
la tavola — Giovanni e Angelica occupavano posti vicini.
A causa della loro età, approssimativamente identica, era
naturalissimo che sedessero l’uno a fianco dell’altra. E
tutt'e due poi sono di sangue principesco, lui almeno.
Lei potrebbe anche essere una bastarda. Essi erano le
uniche persone giovani tra le tante centinaia di ospiti e
avevano effettivamente più l’aria di bambini che di adulti
e per questo, come ho detto, sembravano un po’ appar­
tati. Si sarebbe detto quasi che si trovassero là per sba­
glio. La povera Angelica faceva quella sera il suo in­
gresso nel gran mondo ed era vestita con un abito di seta
bianca con le maniche di broccato d’oro lunghe attillate
e portava sul capo, sui capelli biondi chiari, una cuffia
ricamata di perle e di sottile filigrana d’oro. Aveva na­
turalmente un orribile aspetto. Specialmente a chi era
abituato a vederla sempre nei suoi abiti semplici essa ap­
pariva ridicola e grottesca. La bocca sempre semiaperta,
secondo il solito, e le guance infantili si coloravano di
timidezza. I suoi grandi occhi azzurri brillavano come se
non avessero mai visto prima l’ombra di una candela.
IL NANO 271

Anche Giovanni sembrava del resto impacciato tra tut­


te quelle persone e ogni tanto gettava a loro timide oc­
chiate. Ma siccome egli doveva comunque avere una mag­
giore - per quanto minima - esperienza del mondo, sem­
bra che la timidezza sia una caratteristica della sua natu­
ra. Portava un abito di velluto blu dal colletto ricama­
to in oro; e a una catena sottile era attaccato un meda­
glione ovale, che si diceva contenesse un ritratto di sua
madre, colei che asseriscono essere in paradiso; ma chi
ne sa niente, potrebbe benissimo forse stare a soffrire le
pene del purgatorio.
Egli potrebbe anche sembrare bello, lo ammetto; ho
udito alcuni ospiti mormorare qualcosa di simile; ma
quando subito dopo li ho intesi parlare di « una bella
coppia » ho compreso che parecchi avevano un’idea mol­
to strana della bellezza. Egli comunque non è di mio gu­
sto. Mi sembra che un uomo debba avere l’aspetto di un
uomo. Non si crederebbe che egli sia un figlio di prin­
cipe e un Montaza. Come sarebbe egli capace di domi­
nare un popolo e sedere su un trono? Per parte mia, non
credo che egli ci riuscirà mai.
I due giovani non prendevano parte alla conversazio­
ne e sembravano soltanto impacciati e turbati se qualcu­
no li guardava. In verità non parlavano neppure molto
tra loro, ma notai che si guardavano sempre con strane
occhiate e sorridevano misteriosamente quando i loro oc­
chi s’incontravano. Mi stupii a veder sorridere la ragazza,
perché, per quanto mi ricordi, non l'ho mai veduta sor­
ridere prima, almeno sin dal tempo che era piccina. Sor­
rideva anche con molta cautela, come per tastare il ter­
reno. Sapeva forse che il suo sorriso non era bello. Io
poi trovo del resto che gli esseri umani non sono belli
quando sorridono.
Dopo avere osservato con attenzione il loro contegno
mi domandavo con una sempre maggiore curiosità che
272 IL NANO

cosa accadesse tra loro. Toccavano appena i cibi, non fa­


cevano che star seduti e tener gli occhi bassi sui piatti.
Potei notare che le loro mani si incontravano segreta-
mente sotto la tavola. Se qualcuno dei convitati circo­
stanti allora si chinava verso il suo vicino e li guardava,
essi si turbavano e cominciavano a parlare con molta
animazione tra loro, tutti rossi in viso. Piano piano com­
presi che vi era qualcosa di molto intimo tra loro: si
amavano. E tale scoperta produsse in me un effetto sin­
golare. Non so neppur io perché mi turbai tanto ed eb­
bi una emozione così disgustosa. L’amore è sempre una
cosa che ripugna. Ma l’amore tra quei due, una coppia
di bambini innocenti, mi parve ancora più disgustoso, in
una maniera che non avevo mai provato prima. Brucia­
vo tutto dall’ira e dall’indignazione per esserne testi­
mone.
Ma ne riparleremo più tardi. Mi sono trattenuto trop­
po con questi bamboccioni che non erano davvero più
importanti del banchetto. Ora continuo la descrizione del­
la festa.
Dopo che gli ospiti si furono ben riforniti di cibi
freddi che, come s’è detto, ricoprivano le tavole a pro­
fusione, nel vano della porta apparve il maresciallo di
corte a cavallo - una cavalla bianca con sella rosso por­
pora - e a gran voce annunciò le prime dodici pietanze
che subito dopo innumerevoli camerieri e scalchi porta­
rono, mentre due trombettieri, che tenevano per le bri­
glie la cavalla, suonavano una fanfara. I cibi fumanti
mandavano un odore di carne, di salse e di grasso che si
diffuse per tutta la sala: ed io, che a mala pena riesco a
sopportare il lezzo dei cibi, credetti quasi di sentirmi
male. Il siniscalco avanzò dandosi importanza, secondo
il solito, inarcando il dorso come un gallo, e si avvicinò
alla tavola del principe e cominciò a tagliare gli arro­
sti, le anitre e i capponi; il grasso gli colava dalle dita
IL NANO 273

della mano sinistra con cui teneva le vivande, mentre con


la destra, che teneva il lungo coltello da taglio, gestico­
lava quasi fosse stato uno schermitore famoso che voles­
se mostrare la sua arte pericolosa. Gli ospiti si gettaro­
no sui cibi e io cominciai a sentire un malessere, quel
vago senso di nausea che provo sempre quando vedo
gente mangiare, specialmente se molto ghiotta. Spalanca­
vano in modo disgustoso le bocche per ficcarvi dentro
i bocconi troppo grossi, i muscoli delle mascelle lavo­
ravano di mutuo accordo senza interruzione, e si vedeva
intanto come la lingua si muoveva nell’interno della
bocca in mezzo al cibo.
Il più ripugnante a vedere tra coloro che erano alla
tavola del principe era il Toro; mangiava come un vil-
lanaccio, inghiottiva ogni cosa con orribile appetito. Ed
aveva una brutta lingua, rossa rossa, larga come quella
d’un bue. Il principe invece non mangiava con voracità.
Consumò quella sera anche meno del solito e bevve ap­
pena. Lo vidi una volta alzare il bicchiere soltanto per
sé e, immerso nei suoi pensieri, contemplarne il colore
verdastro, come se vi avesse veduto il mondo intero. Gli
altri bevevano gagliardamente. I servi dovevano sempre
correre qua e là per riempire coppe e bicchieri.
Su grandi piatti di maiolica vennero portati storioni
dorati, carpioni e lucci, che suscitarono l’ammirazione
di tutti per la forma sotto la quale erano presentati; e
mastodontiche galantine rivestite di ornamenti di cera
tanto da non poter vedere che cosa effettivamente fosse­
ro, pasticci in forma di teste di cervo e di vitello, maia­
lini di latte arrostiti tutti interi, anch’essi dorati, e polli
zuccherati e conditi con spezie e altri piatti con quaglie,
fagiani ed aironi. E infine paggi vestiti da cacciatori por­
tarono un cinghiale tutto intero, completamente dorato,
che mandava fuori fuoco e fiamme dalla gola spalanca­
ta, riempita di sostanza incandescente: ne usciva cosi un
274 IL NANO

cattivo odore disgustante. Ragazze vestite da ninfe cac­


ciatoci - piuttosto nude che vestite — entrarono nel sa­
lone saltando e gettando polverine profumate sul pavi­
mento per mandar via quel cattivo odore; ma fu anche
peggio, si diffuse un denso fumo per l’aria, che dava pro­
prio fastidio. Io respiravo co’n difficoltà.
Il Toro si fece servire arrosto di cinghiale come se non
avesse mangiato nulla. E tutti gli altri si fecero fare
enormi porzioni di questa carne rossoscura, che, sebbe­
ne sanguinolenta, veniva considerata come una leccornia.
Era orribile vedere che si mettevano di nuovo a masticare
e il sugo gocciolava dalla bocca e sulla barba; era come
assistere a uno spettacolo obbrobrioso, ed io, che evito
sempre di mangiare insieme con gli altri, che non consu­
mo che il cibo strettamente necessario, mi sentivo sem­
pre più pieno di disgusto per quegli uomini troppo pe­
santi, rossi come il fuoco e gonfi, che sembravano essere
tutto ventre. Fu anche orribile vedere il siniscalco squar­
tare il cinghiale e tagliarne fuori dall’interno pezzi san­
guinolenti sinché non ne rimase che lo scheletro con qual­
che brandello di carne attaccato.
Don Riccardo, che mangiava con la sinistra e aveva
un servitore particolare per tagliargli a pezzi la carne, ne
ingurgitava in quantità e vi beveva sopra abbondante
vino. Il suo viso era un unico insulso sorriso; e non face­
va altro che portare il bicchiere alle labbra con il suo
braccio valido. Era vestito con un abito di velluto rosso­
scuro, che doveva simboleggiare una certa passione: egli
si veste sempre per la dama del suo cuore. I suoi sguar­
di erano più focosi, più brillanti del solito; e tutt’ad un
tratto fece un gesto con la mano e si mise a declamare
delle sciocchezze in poesia, rivolgendosi a chiunque vo­
leva ascoltarlo; fuorché alla principessa. Ampollose pa­
role sull’amore e sull’amore della vita scorrevano dalle
sue labbra come il vino scorreva nella sua gola. Gli oc­
IL NANO 275

chi della principessa sfavillavano quando egli ogni tan­


to la guardava, ed ella gli rivolgeva il suo misterioso sor­
riso; altrimenti rimaneva là a metà presente e a metà as­
sente com’era solita fare durante le feste.
Qualche volta si guardavano furtivamente quando cre­
devano che nessuno li vedesse e lo sguardo di lei aveva
allora un fulgore languido, quasi morboso. Io ero co­
lui che li osservava. Non li perdevo mai di vista, sebbe­
ne essi non sospettassero di nulla. Neppure sospettava­
mo ciò che si agitava nell’anima mia. Chi ne sa nulla?
Chi sa ciò che io, il nano, segretamente ordisco in cuor
mio, laddove nessuno può mai penetrare? Chi sa qualche
cosa dell’anima del nano, la più chiusa di tutte; ed ivi
si deciderà il loro destino? Chi indovina ciò che sono
in realtà? È bene per loro non sospettare nulla. Se lo sa­
pessero, sarebbero atterriti. Già, se lo sapessero il sorri­
so si scolorirebbe sulle loro bocche e le loro labbra di­
verrebbero vizze e aride per sempre. Tutto il vino del
mondo non potrebbe renderle di nuovo umide e rosse.
Potrà un vino del mondo renderle ancora umide? Po­
tranno sorridere ancora?
Guardai anche la damigella Fiammetta, che natural­
mente non sedeva alla tavola del principe, ma occupava
tuttavia un buon posto, superiore alla sua condizione. Es­
sa è venuta da poco alla corte ed io non mi sono mai par­
ticolarmente occupato di lei prima; cosa che ora trovo ab­
bastanza inesplicabile. Difatti essa è di una bellezza che
colpisce, alta e diritta, giovane eppure molto matura, fat­
ta per questo mondo. Ha un volto bruno, molto fiero e
duro dai lineamenti puri, regolarissimi ed occhi neri co­
me il carbone, e in fondo ad essi non brilla che una sola
scintilla. Notai che il principe ogni tanto gettava occhia­
te inquiete dalla parte di lei, come per indagare i suoi
pensieri sul suo viso impassibile o forse anche il suo sta­
to d’animo. Essa non guardava mai verso di lui.
276 IL NANO

Allora si spensero quasi tutte le luci nel salone men­


tre si suonava una musica eccitante; non si sapeva bene
da dove venisse. E nell’oscurità entrarono correndo do­
dici ballerini moreschi con torce accese tra i denti e co­
minciarono una danza sfrenata che tolse a tutti il respi­
ro. Ora giravano a mo’ di vortice con un cerchio di fuo­
co attorno alle teste nere, ora furiosi brandivano le fiac­
cole oppure le gettavano in aria per riprenderle poi con
i loro denti scintillanti di animali selvaggi. Essi giocava­
no col fuoco come con una cosa pericolosa e tutti gli spet­
tatori li guardavano sbalorditi a metà affascinati e a metà
spaventati anche dal loro aspetto strano e cattivo. Scia­
mavano in particolare attorno al luogo dov’erano seduti
i principi e, quando brandivano le torce, le faville cade­
vano sulla tavola. Con i loro neri volti, che si torcevano
in smorfie crudeli per addentare le fiaccole, somigliavano
a spiriti emersi dal mondo sotterraneo, dove sembrava
che fossero andati a prendere il loro fuoco. E perché
non avrebbero dovuto accenderlo laggiù? Perché non a-
vrebbero dovuto immergere le loro torce nel fuoco del­
l’inferno? Col mio vecchio viso di nano nascosto nel buio
stavo a guardare quegli spiriti e la loro strana, maligna
danza; sembrava l'avesse loro insegnata il diavolo in per­
sona.
E come per indicare la loro origine e ricordare il re­
gno della morte, a cui tutti gli uomini un giorno dovran­
no appartenere, alla fine essi rovesciarono le loro torce e
le spensero in fretta contro il pavimento e scomparvero
improvvisamente, quasi fossero stati inghiottiti dalla
terra.
Un lieve senso di raccapriccio dominò nella sala pri­
ma che fossero accese di nuovo le luci e con i miei occhi
di nano, che vedono nel buio meglio di quelli degli altri,
notai che alcuni convitati stavano con le mani sull'impu­
gnatura del pugnale, pronti a tutto.
IL NANO 277

Perché? Non si trattava che di qualche ballerino che


il principe aveva arruolato a Venezia per divertire i suoi
ospiti.
Non appena la sala di nuovo sfavillò di tutte le sue
luci, riapparve nel vano della porta il maresciallo di cor­
te sulla sua cavalla bianca e gridò a gran voce, accom­
pagnato da squillanti fanfare, «pavoni! »: il grande av­
venimento della serata, il piatto più meraviglioso, più
ricercato; e subito da ogni parte oltre cinquanta servi ac­
corsero, portando sulle teste enormi piatti d’argento in­
tarsiati di pietre preziose sui quali si ergevano altrettan­
ti pavoni, dorati e con le code spiegate in tutti i loro co­
lori. Essi suscitarono una stupida ammirazione, e il re­
cente malumore determinato dalle torce rovesciate, che
significavano la morte, scomparve del tutto immediata­
mente. Questi esseri sono come i bambini, dimenticano
un gioco per un altro. Soltanto il gioco che io gioco con
loro non dimenticheranno mai.
Dopo avere ammirato a bocca aperta quelle vivande
sontuose si misero a divorarle, come avevano divorato
tutto ciò che era stato messo loro davanti sulla tavola.
Il banchetto cominciò quasi daccapo con questi orgoglio­
si uccelli, che io aborrisco, che mi ricordano gli uomini:,
ed è appunto per questo che li ammirano e li conside­
rano come una leccornia. E quando furono inghiottiti,
vennero portati nuovi piatti, fagiani, capponi, quaglie e
anitre di nuovo, storioni, carpioni e selvaggina arrostita
gocciolante sangue, una quantità di cibo di cui si riem­
pirono, tanto che il mio disgusto diventò nausea com­
pleta. E poi montagne di torte, dolciumi e chicche mi­
schiate di ogni specie che essi ingoiavano come se du­
rante tutta la sera non avessero mangiato nulla. E alla
fine si gettarono su quei gruppi artisticamente confezio­
nati, e, secondo quel che essi stessi avevano dichiarato,
su quelle statue particolarmente belle ispirate alla mito­
278 IL NANO

logia greca; e le fecero a pezzi e le divorarono sino a


non lasciarne che minute briciole; e così le tavole insu­
diciate avevano l’aria di essere state saccheggiate da bar­
bari. Guardavo questa devastazione e quegli esseri accal­
dati e sudati con la più grande avversione.
Allora il maestro di cerimonie si fece avanti e reclamò
silenzio. Egli annunciò la rappresentazione di una alle­
goria quanto mai bella, alla graziosa richiesta del prin­
cipe composta dai poeti di corte per il divertimento e la
edificazione degli onorati ospiti. I magri pallidi imbrat­
tafogli che parlano col naso, seduti alle modeste tavole
in fondo alla sala aguzzarono allora le orecchie e pre­
sero un’aria ancora più sciocca, mentre solleciti e briosi
aspettavano la rappresentazione dei prodotti del loro ge­
nio, che, in virtù del loro contenuto profondo e simbo­
lico, dovevano costituire il punto culminante della festa.
Sopra un palco, situato lungo la parete principale, ap­
parve allora il dio Marte in luccicante armatura, e dichia­
rò che aveva deciso di indurre i due potenti guerrieri
Celefon e Calixtes ad un combattimento che sarebbe di­
ventato largamente famoso e avrebbe riversato eterna
gloria sui loro nomi, ma soprattutto avrebbe mostrato
all'umanità la potenza e la grandezza di lui, il dio del­
la guerra, poiché uomini nobili dietro suo ordine ver­
savano il loro sangue e in un eroico combattimento si
piegavano di fronte alla sua volontà. Sintanto che co­
raggio e cavalleria saranno sulla terra, queste prezio­
se virtù rimarranno al suo servizio, non a quello di un
altro, concluse egli e poi si ritirò.
Entrarono quindi in scena i due lottatori e, non appe­
na si videro, cominciarono subito a darsi dei gran colpi;
e così le spade mandavano lampi; e il lungo combatti­
mento di scherma venne molto ammirato da tutti coloro
che nella sala erano capaci di giudicarne ed apprezzarne
l’abilità. Anche io devo riconoscere che erano schermidori
IL NANO 279

provetti e che questa parte dello spettacolo mi divertì


moltissimo. Durante il combattimento essi finsero di in­
fliggersi reciprocamente le più tremende ferite e di abbat­
tersi sotto di esse, sinché, esausti per la perdita di sangue
e per le ferite, tutt'e due si accasciarono a terra.
Il dio della guerra allora si fece avanti di nuovo e
parlò in termini solenni del loro combattimento glorio­
so, che li aveva condotti ambedue ad una eroica morte,
del suo invincibile potere sull’animo degli uomini e di
se stesso, il più potente sulla terra di tutti gli dei dell’O­
limpo.
Quand’egli si fu allontanato una dolce e calma mu­
sica si fece sentire e dopo alcuni istanti entrò con passo
leggero la dea Venere, seguita dalle sue damigelle e
trovò i due lottatori caduti là dove giacevano, conciati
in modo orribile, e, come essa disse, bagnantisi nel pro­
prio sangue. Le damigelle si chinarono su di loro e de­
plorarono che due uomini così belli, splendidi, avessero
inutilmente perduto la loro forza virile e avessero quasi
cessato di respirare, e, mentre esse piangevano questo
tragico destino, la loro signora dichiarò che il dio Mar­
te indubbiamente li aveva incitati a quella insensata lotta.
Le damigelle convennero con lei, ma le ricordarono nel­
lo stesso tempo che il dio Marte era stato il suo aman­
te, che ella, malgrado la sua celestiale dolcezza, aveva
stretto tra le braccia. Ella dichiarò che questa era una ver­
gognosa calunnia: come mai la dea dell'amore poteva
amare quella selvaggia, barbara divinità, che era odiata
da tutti e in tutti destava raccapriccio, anche in suo pa­
dre, il grande Giove? Poi essa venne avanti e toccò i due
lottatori caduti con la sua bacchetta magica; allora co­
storo si alzarono in piedi sani e salvi e si tesero la mano
in segno di pace eterna e di amicizia, promettendo che
mai più si sarebbero lasciati adescare dal tremendo Marte
per qualche sanguinoso, mortale combattimento.

li.
280 IL NANO

La dea tenne poi un lungo, commovente discorso sul­


l’amore che esaltò come la più forte e la più dolce di
tutte le potenze, sorgente vivificante di tutte le cose; su
questo dolce potere che riempie di tenerezza la stessa for­
za, che scrive leggi celesti per le creature della terra e
induce tutto ciò che vive a sottomettersi ad esse, che
può cambiare e purificare la rozza e dura natura umana,
gli atti dei principi e i costumi dei popoli; sull’amo­
re del prossimo e sulla pietà, che, serviti dalla nobiltà
del sentire e dallo spirito cavalleresco, trionfano in un
mondo devastato e sanguinante e conferiscono alla razza
umana altre virtù, ben diverse dall’onore guerresco e dal
fragore delle armi. E sollevando la sua bacchetta magica
essa annunciò che la sua onnipotente divinità avrebbe
conquistato la terra e l’avrebbe trasformata nella dimo­
ra felice dell'amore e della perpetua pace.
Se avessi avuto un viso capace di sorridere, avrei sor­
riso durante questo ingegnoso epilogo di tutta la rap­
presentazione. Ma questa effusione sentimentale suscitò
una viva eco e molti spettatori si sentirono seriamente
commossi ed entusiasmati; già, le ultime belle parole del­
la dea furono seguite da un silenzio quasi religioso. Gli
scrittorelli che avevano ottenuto quel successo sembravano
molto rallegrati e si attribuirono tutto l’onore del riusci­
to trattenimento, sebbene nessuno pensasse a loro. Essi
consideravano senza dubbio questa allegoria così ricca di
allusioni e di frasi belle e sublimi come la sola cosa im­
portante fra tutti i festeggiamenti per celebrare il trat­
tato di eterna pace tra la nostra casa principesca e quel­
la di Montaza. Ma io mi domando se la cosa più impor­
tante non fu quella che successe dopo.
Secondo il solito, io avevo il mio posto dietro il mio
signore, il principe; conoscendo a fondo la sua natura,
potevo indovinare i suoi desideri prima che fossero stati
espressi, talvolta forse anche prima ch’egli ne avesse avu-
IL NANO 281

to coscienza, e in tal modo eseguire i suoi ordini come


una parte di lui stesso. Allora egli mi fece un cenno che
nessuno, me eccettuato, notò, significando che dovevo
servire al Toro, a suo figlio e ai suoi dignitari quel vino
prezioso che è in mia custodia e che io solo so ben pre­
parare. Andai a prendere il mio boccale d’oro e versai
quel vino prima nella coppa del Toro. Aveva gettato
via la sua cappa orlata di pelliccia perché aveva troppo
caldo per il gran bere e stava là seduto nel suo abito
rosso scarlatto, basso e carnoso e palesemente ubriaco con
il sangue alla testa, perché il suo volto era tutto rosso
come fuoco. Le catene d’oro s’erano attorcigliate attorno
al suo collo taurino ed aveva così l'aria d’un prigioniero
in catene. Gli riempii il bicchiere fino all’orlo. Attorno
al suo corpo satollo fluttuavano esalazioni di sudore, di
rutti, di vapor di vino e sentii un violento malore nel
trovarmi vicino a quell’essere bestiale, a me tanto ripu­
gnante. Non vi è cosa tanto ignobile quanto l’uomo, pen­
savo e lungo la tavola continuai a servire alcuni dei suoi
dignitari, generali e signorotti, coloro che erano alla ta­
vola del principe. Riempii quindi la coppa d’oro di Gio­
vanni, mentre osservavo che Angelica mi guardava con i
suoi stupidi occhi azzurro-chiari, ugualmente ingenui e
stupiti come quando da bambina dal mio volto accigliato
di vecchio capiva che non volevo giocare con lei. Lasciò
la mano di lui appena mi avvicinai, lo vidi bene, e vidi
anche che impallidiva, senza dubbio perché temeva che
io avessi scoperto il loro vergognoso segreto. E in questo
aveva anche ragione. Con disgusto avevo osservato il lo­
ro reciproco avvicinarsi, tanto più colpevole in quanto
essi appartenevano a due popoli nemici e non erano che
due giovani innocenti che si lasciavano trascinare giù
nelle paludi dell’amore. Avevo osservato il loro rossore,
quel colore che viene quando il sangue è eccitato da ver­
gognose brame, dall’istinto; e quando se ne vedono le
282 IL NANO

manifestazioni vien voglia di vomitare. Con ripugnanza


avevo notato quel misto di innocenza e di desiderio che
è una cosa particolarmente ripugnante e che rende l’a­
more tra persone della loro età più disgustoso e nausean­
te. Fu dunque con piacere che riempii la coppa di Gio­
vanni, vuota sino a metà, ma questo non importa quando
vi mesco il mio vino.
Da ultimo andai da don Riccardo e gli riempii il bic­
chiere fino all’orlo. Ciò non rientrava nei miei com­
piti. Ma io ho i miei compiti particolari. E mi assegno
anche dei compiti, da me stesso. E quando mi accorsi che
il principe mi guardava, con calma incontrai il suo sguar­
do. Quello sguardo era strano. Gli sguardi degli uomini
sono talvolta così. Mai quelli d’un nano. Era come se
tutto nella sua anima affiorasse alla superficie e osservava
con timore, con angoscia e con desiderio me e ciò che
avevo davanti. Era come se mostri marini, nemici della
luce, emergessero dalle profondità, scivolando gli uni
sugli altri con le loro spalle viscose. Un vecchio essere
come me non ha mai un tale sguardo. Lo guardavo fisso
negli occhi e spero che abbia notato che la mia mano non
tremava.
So ciò che vuole. Ma so anche che è un cavaliere. Io
non sono un cavaliere. Sono soltanto il nano d’un cava­
liere. Intuisco i suoi desideri prima che siano espressi,
forse anche prima che egli ne abbia coscienza, e in tal
modo, come se fossi una parte di lui stesso, eseguo i suoi
taciti ordini. È cosa eccellente avere un simile piccolo
« bravo » che può rendere tanti servigi.
Mentre riempivo la coppa, che naturalmente era vuota
secondo il solito, don Riccardo, scoppiando dal ridere, si
rovesciò indietro e così la barba rimase diritta e la boc­
ca con tutti quei denti larghi e bianchi si spalancò
come un gran buco. Potei vedere il fondo della sua go­
la. Ho già detto, mi sembra, quanto mi disgusti veder ri­
IL NANO 283

dere gli uomini. Ma vedere quello sciocco, che « ama la


vita » e la trova irresistibilmente divertente, farsi delle
volgarissime matte risate fu uno spettacolo particolar­
mente ripugnante. Le gengive e le labbra erano tutte ba­
gnate e le lacrime inondavano la piccola brutta ghian­
dola all’angolo dell’occhio, donde si irradiavano piccole
venature sanguigne al disopra degli occhi brunoscuri, che
brillavano in modo anormale. Il pomo d’Adamo bal­
lonzolava sulla gola sotto i peli corti e neri della barba.
Riconobbi alla sua mano sinistra un anello con rubini,
che la principessa una volta gli aveva regalato quand’era
malato, che io avevo portato contro voglia, avvolto in
una delle ripugnanti lettere d’amore. Tutto in lui m’ispi­
rava un profondo ribrezzo.
Per quale motivo ridesse non so; ciò non importa; io,
per parte mia, non vi avrei trovato davvero nulla di di­
vertente. Fu comunque l’ultima volta che rise.
La mia missione era pienamente compiuta. Allora at­
tesi, al fianco di quel gaio pazzo adultero, l’ulteriore svol­
gersi degli avvenimenti e sentivo l’odore che veniva da
lui e dal velluto del suo abito rossoscuro, quello che do­
veva significare la passione.
Allora il principe mio signore levò il suo bicchiere ver­
dastro e con un abile sorriso si rivolse ai suoi onore­
voli ospiti, a Ludovico Montaza e al suo brillante se­
guito attorno alla tavola, ma naturalmente in modo par­
ticolare al Toro che sedeva di fronte a lui. Il suo pal­
lido volto aristocratico gli dava un’aria distinta e raffi­
nata; era molto diverso da quelli degli altri, enfiati e
tutti accaldati. Con la sua voce morbida piacevole ep-
pur virile li pregò di fare un brindisi alla pace perpe­
tua che da allora in poi avrebbe dominato tra i due Sta­
ti, tra le case principesche come tra i popoli. Le lunghe
lotte insensate erano finite e un nuovo tempo sbocciava,
che avrebbe apportato felicità e benessere a tutti noi. Si
284 IL NANO

no alle estreme conseguenze sarebbe stato applicato l’an­


tico detto « Pace sulla terra ». E con ciò egli vuotò il
suo bicchiere e i nobili convitati in un solenne silenzio
vuotarono contemporaneamente le loro coppe d’oro.
Con lo sguardo assente il principe mio signore si
mise a sedere tenendo in mano il bicchiere e sembrava
che in esso contemplasse il mondo.
Ricominciò il chiasso della festa e non so precisamen­
te quanto durasse; è difficile calcolare tali cose, si perde
quasi la nozione del tempo. Ero troppo pieno di una
indicibile, quasi intollerabile, emozione, e di furore per­
ché Giovanni non aveva toccato la sua bevanda. In pre­
da a un’ira violenta avevo veduto Angelica tirare a sé
la coppa con un piccolo pallido sorriso, fingendo qua­
si d’aver voglia di bagnarci le labbra. Avevo sperato che
tutt’e due gustassero quella bevanda, che, per fare onore
al loro amore, volessero bere alla medesima sorgente.
Ma nessuno dei due sfiorò quella bevanda. Quella ma­
ledetta ragazzaccia forse aveva avuto qualche sospetto,
forse non avevano bisogno di vino nella loro esaltazione
amorosa. Sentii bollire dentro di me l’amarezza. Perché
dovrebbero vivere? Che il diavolo se li porti!
Don Riccardo invece trangugiò naturalmente tutto di
un sorso. Vuotò questa sua ultima coppa in onore della
principessa, secondo il solito sempre pieno di attenzioni
per la « dama del suo cuore ». Per mostrarsi galante fino
all’ultimo, egli fece un comico gesto per indicare il brac­
cio destro inutilizzabile e con la sinistra sollevò l’eccel­
lente bevanda che io gli avevo preparato, mentre sorri­
deva con il suo sorriso tanto rinomato, ma pur tanto
volgare in fondo. Ed essa gli sorrise di rimando, prima
con scaltrezza e poi con quella morbidezza, con quel
languore nello sguardo che io trovo semplicemente odio­
si. Non riesco a capire come si faccia ad avere una si­
mile espressione nello sguardo.
IL NANO 285

Improvvisamente il Toro mandò fuori un suono stra­


no, simile a un muggito, e guardò fisso lo spazio davan­
ti a sé con gli occhi pietrificati. Un paio dei suoi uo­
mini, che erano seduti dalla stessa parte della tavola
principesca, si slanciarono per soccorrerlo ma nel mede­
simo istante cominciarono a barcollare, si aggrapparono
all’orlo della tavola e ricaddero sulle loro sedie, dove
cominciarono a torcersi per i dolori, dicendo tra i gemiti
qualcosa come che erano stati avvelenati. Questa frase non
fu raccolta da molti. Ma uno degli altri, che non stava
ancora tanto male, gridò a gran voce per tutta la sala:
— Siamo avvelenati ! — Tutti balzarono in piedi e dap­
pertutto regnò una inaudita confusione. Gli uomini del
Toro che occupavano altri posti nella sala si alzarono
brandendo i pugnali e altre armi e si precipitarono verso
la tavola centrale dove attaccarono i nostri uomini e cer­
carono di farsi una strada per arrivare al nostro prin­
cipe. Ma i nostri uomini anche erano balzati in piedi e
difendevano se stessi e il loro signore; e tutto si risolse
in uno spaventoso tumulto. Molti dalle due parti cad­
dero o furono feriti e il sangue scorreva a fiotti. Era
come un campo di battaglia nell’interno d’una casa in
mezzo alle tavole imbandite, con i guerrieri ubriachi, cu­
prei, che dopo essere stati seduti tranquillamente gli uni
vicino agli altri, improvvisamente si ritrovavano in un
furibondo combattimento per la morte e per la vita. Da
tutti gli angoli della sala si udivano grida che soffoca­
vano i lamenti e i rantoli dei morenti. Orribili maledi­
zioni chiamavano tutti gli spiriti infernali qui in questo
luogo, dove era stato commesso il più orribile di tutti
i delitti. Mi arrampicai sopra una sedia per poter osser­
vare bene ciò che accadeva attorno a me. Assolutamente
pazzo di eccitazione stavo là e contemplavo le inaudite
conseguenze dell’opera mia, come io falciavo quella raz­
za esecrabile che non merita altro che d’essere distrutta.
286 IL NANO

Come la mia potente spada avanzava su loro, incorporea


e micidiale, che esigeva pena e vendetta per tutto! Co­
me li mandavo a bruciare per l’eternità nel fuoco del­
l’inferno! Possano tutti bruciare nel fuoco dell’inferno!
Tutti questi esseri che si chiamano uomini e ti riempio­
no di disgusto e di nausea! Perché devono esistere? Per­
ché devono gozzovigliare, sghignazzare ed amare e su­
perbamente dominare su tutta la terra? Perché devono e-
sistere questi menzogneri ciarlatani, questi ipocriti, questi
esseri lascivi, inverecondi, le virtù dei quali sono anco­
ra peggiori delle loro colpe! Possano bruciare nel fuoco
dell'inferno! Io mi sentivo come Satana sente se stesso,
quand’è circondato da tutti gli spiriti dell’abisso, che es­
si avevano invocati nelle loro riunioni notturne e che
ora sciamavano attorno a loro con i volti ghignanti e
trascinavano via dai loro corpi le anime ancora goccio­
lanti giù nel regno della morte. Con una voluttà, che non
avevo mai provata prima, tanto potente da farmi quasi
perdere i sensi, assaporavo la mia potenza qui sulla terra.
Come il mondo si riempiva di terrore e di distruzione
per mio merito e una festa brillante si mutava in un luo­
go di eccidio e di spavento. Io preparo la mia bevanda, e
principi ed uomini potenti gemono in dolori mortali o
si rotolano nel proprio sangue. Io offro la mia bevan­
da e gli ospiti di tavole stracariche impallidiscono e nes­
sun sorriso si comunica più dall’uno all’altro e nessuno
alza più un bicchiere per balbettare le lodi dell’amore o
della gioia di vivere. Perché la mia bevanda versa l’o­
blio, fa dimenticare che la vita è una cosa bella e mera­
vigliosa e una nebbia si diffonde pesante su tutto e gli
occhi vengono meno e tutto diviene oscuro. Rovescio
le loro fiaccole in basso e le spengo e così si fa buio. Li
raduno con i loro occhi disfatti alla mia sinistra comu­
nione notturna, dove essi hanno bevuto il mio sangue av­
IL NANO 287

velenato, che il mio cuore beve ogni giorno, ma che per


loro significa morte.
Il Toro rimaneva immobile, con il volto bluastro e la
mascella dalla barba rada violentemente abbassata come
se pensasse di mordere qualcuno con i suoi bruni denti
ferini. Gli occhi stavano fuori delle loro orbite, gialli e
iniettati di sangue; era uno spettacolo orrendo vederli.
Improvvisamente egli torse il collo compresso, così furio­
samente come se lo avesse voluto staccare dal corpo, e la
pesante testa si piegò da un lato. Contemporaneamente il
suo corto corpo di toro si piegò indietro in un arco, un
brivido lo traversò come se avesse ricevuto una coltellata,
e così morì. Tutti i suoi uomini della tavola principesca
si torcevano allora in una infernale agonia, ma non tra­
scorse molto tempo prima che non si udisse più nulla da
loro e non si notasse in loro alcun segno di vita. Quanto
a don Riccardo, egli morì in questo modo: si curvò in­
dietro con gli occhi socchiusi come se gustasse con gioia
infinita la mia bevanda, press’a poco com’egli era solito
fare quando assaporava un vino veramente raro; poi d’un
tratto spalancò le braccia come se avesse voluto abbraccia­
re tutto il mondo e stramazzò a terra supino : era morto.
In mezzo ai furiosi combattimenti e alla confusione
nessuno aveva la possibilità di occuparsi di loro : essi do­
vevano morire senza alcun soccorso. Soltanto Giovanni,
che era seduto dalla stessa parte del Toro e che, grazie a
quella maledetta ragazza, non aveva assaggiato la mia be­
vanda, si era precipitato da suo padre e rimaneva cur­
vato sopra quell'orribile corpo con la illusione di potergli
portare aiuto. Ma un uomo gagliardo dai pugni di fab­
bro si fece strada sino a lui, proprio nel momento che
quel vecchio briccone dette l’ultimo respiro, e afferrò ¡I
giovanotto, maneggiandolo come un guanto, e lo trascinò
con sé attraverso la sala. Vile come era, si capisce, si la
288 IL NANO

sciò portar via. E in questo modo ci sfuggì. Che il dia­


volo se lo porti !
Le tavole erano state rovesciate e ciò che vi stava sopra
fu pestato in un unico guazzabuglio dai combattenti,
completamente fuori di sé dall’ira, che non volevano al­
tro che sangue. Tutte le donne avevano preso la fuga
gridando, ma nel mezzo di tutte quelle distruzioni vidi
la principessa ritta in piedi quasi pietrificata, esangue,
con i tratti del volto rigidi e lo sguardo vitreo. Il suo
pallore cadaverico contrastava con i belletti, che ancora ri­
manevano sul suo viso di donna matura, e le conferivano
un tono comico. Alcuni servitori riuscirono a condurla
fuori da quel luogo terrificante ed essa li seguì abulica,
come se non sapesse dove si trovava e dove la conduces­
sero.
Gli uomini del Toro di fronte alla superiorità del ne­
mico si ritiravano gradatamente verso le uscite, ma com­
battevano ancora con furore con le loro armi insufficienti.
Il combattimento continuò per le scale e tutti li insegui­
rono qui ed anche giù nella piazza. Ivi intanto la guardia
del corpo di Montaza, chiamata da palazzo Geraldi, era
venuta in aiuto di coloro che erano premuti duramente
da tutte le parti; e sotto la sua protezione essi riusciro­
no a scappare fuori della città e salvarsi. Altrimenti sa­
rebbero stati uccisi senza dubbio sino all’ultimo uomo.
Io ero là, solo in quella sala abbandonata, mezza
buia perché tutti i candelabri erano stati rovesciati a ter­
ra. Soltanto dei cenciosi monelli di strada, molto affa­
mati a giudicare dalle apparenze, si trascinavano qua e
là con le loro fiaccole e tra i corpi dei morti fiutavano
gli avanzi di cibo e le leccornie insudiciate, che divora­
vano con incredibile, impetuosa rapidità, e contempora­
neamente cercavano di rubare tutta l’argenteria da tavo­
la che era possibile nascondere sotto i loro stracci. Quan­
do non ebbero più ¡1 coraggio di rimanere oltre, getta-
IL NANO 289

roño via le torce e con il loro bottino sgattaiolarono via


coi piedi nudi che non facevano rumore ed io fui il solo
che rimase nella sala. Imperturbato mi guardavo attorno,
tutto calato nei miei pensieri.
Al chiarore vacillante delle torce che bruciavano con
le estreme fiamme sul pavimento di marmo tra le pozze
di sangue e le tovaglie calpestate, insanguinate e gli avan­
zi del grande banchetto giacevano deturpati e mescolati
insieme i cadaveri di amici e di nemici. I loro vestiti da
festa stracciati e insudiciati e i loro pallidi volti ancora
pieni di odio e contorti, perché erano morti in combat­
timento, nel momento culminante del loro selvaggio fu­
rore. Io ero là e contemplavo tutto con il mio vecchio
sguardo.
Amore del prossimo. Eterna pace.
Quanto piace a queste creature parlare di se stesse
e del loro mondo con bei paroioni !

Quando l’indomani mattina, come di consueto, mi re­


cai dalla principessa, nella sua camera da letto, essa
era coricata, completamente inerte, con gli occhi vuoti
e le labbra asciutte. La bocca era chiusa come non aves­
se dovuto più aprirsi, i capelli disordinati e senza co­
lore si raccoglievano in un’unica matassa sopra il cu­
scino sgualcito. Le mani riposavano immobili e molli
sulla coperta. Essa non si accorse evidentemente della
mia presenza sebbene io fossi nel mezzo della camera
e la guardassi, mentre attendevo che mi facesse cono­
scere qualche suo desiderio. La potei esaminare per bene
e quanto volli. Aveva ancora i belletti, ma purtroppo
erano l’unico segno di brillante apparenza: la pelle del
viso era vizza e secca e il collo, malgrado la pinguedi­
ne, tutto raggrinzito. Quello sguardo una volta così
espressivo era fisso e scialbo. Ogni fulgore era finito.
Nessuno avrebbe potuto credere che una volta essa era
290 IL NANO

bella, ch’era stata amata e abbracciata da qualcuno.


L’idea soltanto sarebbe sembrata grottesca. Non era più
che una donna vecchia, brutta, coricata nel suo letto.
Finalmente.

La corte è in lutto. Ha perduto il suo buffone. Oggi


hanno avuto luogo i funerali. Tutti i cortigiani e tutti
i cavalieri e tutti i nobili della città lo hanno accompa­
gnato, e, naturalmente i suoi dipendenti, che sincera­
mente ne sentono la mancanza; doveva essere piacevole
servire un signore così inavveduto e dissipatore.
Masse di plebaglia stavano a guardare con gli occhi
spalancati per le strade dove passava il convoglio; sem­
bra che quei poveri diavoli volessero bene a quel frivo­
lo personaggio. A loro piacciono molto tipi di questo
genere. Mentre essi stessi soffrono la fame, ci provano
gusto a sentir parlare di vita spensierata e dissipata. Si
dice che conoscano tante storielle sul suo conto, le sue
bravate e i felici « scherzi » e che le ripetano nelle loro
sudicie bicocche attorno al suo palazzo. Adesso egli pro­
curava loro anche la gioia di poter assistere ai suoi
splendidi funerali.
Il principe andava in testa al convoglio, a capo bas­
so, evidentemente affranto dal dolore. Quando si tratta
di recitare una commedia egli è sempre ammirevole.
Forse non merita neppure poi tanta ammirazione. Dis­
simulare è una caratteristica della sua natura.
Nessuno osava mormorare nulla. Ciò che in seguito
s’è detto nelle loro casupole o nei loro palazzi non im­
porta. Hanno presentato la cosa come un fatale errore.
Don Riccardo aveva bevuto per caso un po’ di vino
avvelenato, che era destinato soltanto ai nostri ospiti di
riguardo. Era ben nota la sua sete inestinguibile, egli
stesso purtroppo era stato la causa della propria mor­
te. Ciascuno del resto può credere quel che vuole. Che
IL NANO 291

Montaza e i suoi uomini siano stati avvelenati rallegra


tutti.
La principessa non ha preso parte ai funerali. Conti­
nua a rimanere sempre coricata, impassibile e come lon­
tana da tutto e rifiuta di prender cibo. Ossia, non rifiu­
ta, perché non dice assolutamente nulla, ma non rie­
scono a farle prender nulla. Quella sciocca cameriera
si dà da fare attorno a lei, tutta confusa e con gli oc­
chi rossi, e sospirando si asciuga le guance smorte e
grasse.
Nessuno mi sospetta. Perché nessuno sa chi sono.

Può darsi benissimo che il principe soffra davvero per


lui. Tale è la sua natura che non è impossibile. Crede
che gli faccia piacere soffrire per lui, troverà ciò nobi­
le e bello. Un dolore cavalleresco, disinteressato è sem­
pre qualcosa che eleva l’anima e dà piacere a provarlo.
Sentiva inoltre molto affetto per lui, anche se contem­
poraneamente desiderava la sua morte. Ora, dopo la sua
dipartita, gli è diventato particolarmente caro. Prima
c’era sempre qualche cosa che legava e turbava i senti­
menti delfamico. Tutto ciò adesso non esiste più. Ora
che le cose sono andate come il principe desiderava, egli
si sente sempre più legato a lui.
Tutti parlano di don Riccardo. Dicono com’era, co­
me viveva e come morì, cosa disse quella volta e cosa
disse quell’altra, con quanta generosità si comportò in
questa o in quella occasione, quale compito cavaliere
egli era, uomo gaio e valoroso. Egli sembra più vivo
che mai. Ma capita sempre così, quando si muore. Non
dura. Nulla è tanto certo quanto il fatto che saremo
dimenticati.
Dicono intanto che non lo dimenticheranno mai’. E
col mentire, col fare di lui un essere meraviglioso, di
eccezionale attrattiva essi sperano di renderne la memo-
292 IL NANO

ria viva per l’eternità. Gli uomini hanno una strana


avversione per la morte, specialmente quando si tratta
di certi loro morti. La creazione del mito è ora in pie­
na evoluzione, e chi conosce la verità su questo crapu­
lone, su questo sciocco insensato buffone, deve rimane­
re stupefatto per i risultati che essi sanno ottenere. Non
li turba il fatto che tutto questo non abbia a che fare
con la verità, credono che egli sia stato la gioia e la
poesia in persona e Dio sa che cosa ancora, che ora il
mondo non sia più lo stesso perché non possono più
udire le sue matte risate e i suoi allegri scherzi sono
finiti, ed essi sono interamente sopraffatti e oppressi dal­
la sua mancanza e dal vuoto che egli ha lasciato. Tutti
sentono uno straordinario piacere a provare rammarico
per lui.
Il principe partecipa generosamente a questo diverti­
mento sentimentale. Con mestizia ne ascolta le lodi e
ogni tanto dice qualche parola che fa un grande effet­
to, perché detta da lui.
D'altra parte credo che egli sia molto contento del
suo piccolo assassino, del suo piccolo « bravo ». Egli na­
turalmente fa finta di nulla. Non mi ha detto verbo del­
la cosa, né lode né biasimo. Un principe, se non vuole,
può anche non stare attento ai suoi servitori.
Mi evita. Fa sempre così in simili casi.

Il dolore della principessa non prende proprio nes­


suna espressione. Non so come bisogna interpretare que­
sto fatto; implica senza dubbio che essa soffre molto per
lui. In realtà si contenta di rimanere coricata guardan­
do davanti a sé con gli occhi fissi.
Sono io la causa delle sue sofferenze. Se essa è di­
sperata, è per merito mio. Se essa è cambiata e non sarà
mai più come era, è per merito mio. Se giace là come
IL NANO 293

una vecchia brutta donna e non si preoccupa più del


suo aspetto, è anche per merito mio.
Non avrei mai creduto di avere un simile potere so­
pra di lei.

L’eccidio ha reso il principe molto popolare. Si dice


dappertutto che è un gran principe. Mai aveva così
bene trionfato sui suoi nemici e non era mai stato og­
getto di una simile ammirazione. Sono fieri di lui e tro­
vano che ha mostrato un’astuzia e un’energia non co­
muni.
Alcuni si chiedono se ne seguirà qualche cosa di buo­
no. Altri affermano di avere cattivi presentimenti. Si
trova sempre qualcuno che ne ha. Ma la maggioranza
è entusiasta e lo acclama appena egli si mostra. Quasi
tutti gli uomini sono affascinati da un principe che non
indietreggia davanti a nulla.
Il popolo si aspetta ora tempi pacifici e felici. Tro­
vano che il principe ha fatto bene a mozzare i capi del
popolo vicino, così non si potrà più attaccare e turbare
la nostra felicità.

Non pensano mai ad altro che ad esser felici.


Mi chiedo quali grandi progetti ora egli stia medi­
tando, se ha l’idea di gettarsi di nuovo sul nemico e
marciare direttamente sulla capitale ed espugnarla e im­
padronirsi di tutto il paese. Sarebbe facile, dopo che tut­
ti i capi e gli uomini più significativi sono stati fatti
fuori. Quel ragazzetto di Giovanni non vai la pena di
prenderlo in considerazione, non ci creerà difficoltà —
un vile poltrone che non fa che scappar via per i fatti
suoi non appena succede qualche cosa. Bisognerebbe
prenderlo e insegnargli a comportarsi da uomo.
È evidente che il principe pensa di raccogliere i frut
294 IL NANO

ti dell'eccidio. Sarebbe assurdo il contrario. Non si può


contentare di questo soltanto. Ciò che si semina si deve
naturalmente anche raccogliere.

Corrono stupide voci : che il popolo di Montaza, nel


suo furore, abbia preso le armi e giurato di vendicare
ciò che è capitato al loro principe e ai suoi capi.
Naturalmente non sono che chiacchiere. È molto pro­
babile che siano esasperati. Era anche mia opinione che
lo dovessero essere. Ma che prendano le armi per ven­
dicare un simile principe, nessuno può crederlo. E se
l’hanno fatto, poco importa. Un popolo senza capi non
è che una povera mandria di pecore.

Uno zio paterno del giovane Giovanni sembra abbia


preso il comando tra le sue mani. Sembra che sia stato
lui a giurar vendetta. Questo pare più verosimile. Un
popolo non vendica i suoi principi; perché dovrebbe
farlo? La sua vita è la stessa sotto il regno di tutti e
non può che rallegrarsi di essersi liberato almeno di
uno dei suoi oppressori.
Si dice che sia un uomo della stessa tempra del To­
ro, ma che non gli è stato mai permesso di rappresen­
tare una parte. Ercole Montaza è il suo nome e potrà
essere pericoloso, sebbene non sia un guerriero. Si dice
che abbia preso le redini per salvare il paese dal peri­
colo mortale che, com’egli sostiene, lo sovrasta e nel
medesimo tempo per cercare di cacciare il giovane ere­
de del trono, ch’egli ritiene troppo fiacco per fare il
principe, mentre lui è del puro sangue dei Montaza e,
a parere suo, molto capace di esercitare il potere. Que­
sto sembra ancora più verosimile. È conforme a ciò che
suole accadere in questo mondo.
Comincia forse ad attuarsi quel che ho predetto: che
IL NANO 293

quel giovane uomo dagli occhi di cervo e col medaglie)


ne sul petto non sarebbe mai riuscito a sedere su un
trono.

Sembra che si siano raccolte forze importanti per lar


vendetta e che abbiano già cominciato a fare irruzione
in questo paese per la vallata lungo il fiume. Alla loro
testa è Boccarossa, che con le sue truppe mercenarie si
è assunto l’impegno di morire per il nuovo Montaza
contro un soldo doppio di quello che gli pagava il no­
stro principe. Saccheggiano e bruciano e pensano so­
prattutto a far morire gli altri.
I comandanti hanno messo insieme truppe per arre­
stare la loro avanzata. Si vedono dappertutto soldati in
città in partenza per il fronte per cominciare di nuovo
il loro mestiere.
II principe non fa proprio niente.

Le nostre risorse in uomini sembra siano limitate, per­


ché ne caddero tanti nella precedente guerra. Non è fa­
cile poter raccogliere in numero sufficiente uomini va­
lidi e appena capaci di battersi. Si rastrella intanto tut­
to ciò che rimane e si arriva al medesimo risultato di
Montaza, perché anche essi hanno sofferto grandi per­
dite, che li hanno privati del loro miglior sangue. L’en­
tusiasmo non è quello dell’altra volta, ma ci si rasse­
gna volentieri e si comprende che è inevitabile. Si com­
prende che ciascuno deve avere il suo destino e che
non si può vivere soltanto per essere felici.

Gli invasori avanzano verso la città e non è possi­


bile trattenerli che temporaneamente. Le nostre truppe
non riescono a consolidare le loro posizioni ma devono
ritirarsi sempre. Dal fronte non giungono che rapporti
monotoni e spiacevoli di ritirate e perdite.
296 IL NANO

Tutto il paese, che il nemico attraversa nella sua avan­


zata, somiglia a un nudo deserto. Saccheggiano e bru­
ciano i villaggi, massacrano gli abitanti che trovano.
Rubano il bestiame e lo abbattono e lo arrostiscono sui
fuochi del campo, ciò che avanza se lo trascinano die­
tro sui carriaggi per servirsene in seguito. Si incendia­
no i raccolti. I soldati di Boccarossa possono ora avan­
zare come vogliono. Non si lasciano dietro nessuna co­
sa viva.
I profughi si trascinano in città, affluiscono da tutte
le porte con i loro carri carichi di tutti i loro strani
beni, pignatte, coperte e sudici stracci, ogni possibile
sorta di anticaglie, tutta roba senza valore che fa cre­
par dalle risa a vederla. Qualcuno conduce per le corna
una capra o una vacca stecchita e tutti sembrano atter­
riti. Qui nessuno li vuole, non comprendono che cosa
sono venuti a fare. Si sono accampati e dormono nelle
piazze presso le loro bestie e la città comincia a pren­
dere l’aspetto di un sudicio villaggio campestre e il luo­
go dove essi sostano manda un tremendo odore.

Le nostre truppe non fanno altro che ritirarsi. Sem­


bra che il nemico non sia tanto lontano dalla città, non
lo so con esattezza, le notizie sono così varie che non è
possibile fidarsene. Sempre i soliti monotoni rapporti:
i nostri hanno opposto resistenza ma si preparano a ri­
tirarsi, ora pensano di prender posizione, e poi devono
di nuovo ritirarsi. Ondate di fuggiaschi continuano ad
affluire e riempono la città con le loro bestie, i loro
stracci e le loro geremiadi.
Una strana guerra.
In realtà, comprendo assai bene l’indifferenza del prin­
cipe, egli lascia ogni iniziativa al comando supremo.
Non si occupa della difesa, non lo diverte. Egli è come
me: gli piace l’attacco. Noi, tutt’e due, abbiamo il gu­
IL NANO 297

sto dell’offensiva. Difendersi non dà nessun piacere,


una continua monotonia senza nulla di brillante e di
emozionante. E poi a che serve? È una vera insensa­
tezza. Nessuno può provarci gusto ad occuparsi di una
cosa simile. È una guerra noiosa.

Dalle mura della città si vede l’esercito di Montaza


e Boccarossa. Stasera dalla mia finestra, quassù nell’ap­
partamento dei nani, posso vedere i fuochi dei loro
campi brillare sulla pianura. E uno spettacolo affasci­
nante nell’oscurità.
Posso quasi immaginarmi i volti dei mercenari quan­
do seggono attorno al fuoco e parlano dei fatti del
giorno. Gettano qualche radice di ulivo sul piccolo ro­
go e alla luce delle fiamme vacillanti i tratti dei loro
volti appaiono duri ed energici. Sono uomini che ten­
gono in pugno il proprio destino e non vivono nel con­
tinuo timore di ciò che potrà loro accadere. Accendono
i loro fuochi dovunque e non si preoccupano da quale
popolo essi traggano i mezzi per vivere. Non si doman­
dano quale principe servano, in fondo non servono che
se stessi. Stanchi, si sdraiano nell’oscurità e riposano sino
al massacro del giorno successivo. È gente senza patria,
ma tutto il mondo appartiene a loro.
È una bella serata. L’aria d’autunno, che viene dal­
l’alto dei monti, è pura e fresca e ci deve essere chia-
ror di stelle. Sono rimasto a lungo seduto qui vicino
alla finestra a contemplare i numerosi fuochi. Ora an­
ch’io devo andare a riposare.
È davvero strano che io possa vedere quei fuochi che
sono tanto lontani, ma non riesca a vedere le stelle; non
sono mai riuscito a vederle. I miei occhi non sono co­
me quelli degli altri ma non hanno alcun difetto, per­
ché distinguo molto nettamente tutto ciò che è sulla
terra.
298 IL NANO

Penso spesso a Boccarossa. Me lo vedo davanti, po­


tente, quasi gigantesco, col viso segnato dal vaiolo, con
la mascella simile a quella d’una fiera e col suo sguar­
do sprofondato nell’occhio. E l’immagine del leone sul
petto della corazza, quella gola spalancata di belva ur­
lante che a tutti allunga la lingua.

Anche le nostre truppe in ritirata sono rientrate in


città dopo una battaglia combattuta proprio sotto le mu­
ra. È stato un sanguinoso combattimento che ci è co­
stato centinaia di morti, per non parlare di tutti quei
feriti che sono riusciti a stento a rientrare per le porte
in città oppure che vi sono stati trasportati dalle don­
ne, uscite per andare a cercare sul campo di battaglia i
loro figli e i loro mariti. I nostri soldati si trovavano in
una ben triste situazione quando abbandonarono la par­
tita e si ritirarono nell’interno delle mura. Dopo il loro
ritorno domina una grande confusione in città, sem­
bra quasi che debba scoppiare, piena come è di soldati,
di feriti e di una enorme quantità di profughi della
campagna. Un generale disordine, e lo stato d’animo,
naturalmente, il peggiore che si possa immaginare. La
gente dorme per le strade, sebbene cominci a far fred­
do di notte, ed anche di giorno ci si può imbattere in
persone sfinite che dormono oppure in feriti che non
trovano chi li soccorra, per quanto portino indosso del­
le specie di fasciature. Tutto ciò è sconfortante e il pen­
siero dell’assedio che ci attende, 'poiché il nemico ora
circonda la città da tutte le parti, non è fatto davvero
per far scomparire il generale scoraggiamento.
Val la pena'davvero di resistere a un B.occarossa? Per
parte mia, non ho mai creduto a un successo qualsiasi
in questa guerra.
IL NANO 299

Ma si dice che la città sarà difesa fino all’ultima goc­


cia di sangue. E si dice anche che è ben fortificata e
che resisterà a lungo, già, che è inespugnabile. Sono
tali tutte le città prima che vengano prese. Ho una mia
opinione personale sulla loro invincibilità.
Il principe è di nuovo ritornato in vita e ha comin­
ciato ad organizzare la difesa. È malvisto e, quando si
mostra, viene salutato senza alcun entusiasmo. Ritengo­
no che l’uccisione di Montaza e dei suoi uomini sia sta­
ta un’azione degna di un pazzo, che non poteva appor­
tare che una nuova guerra e altre miserie.

La principessa ora si alza di nuovo ed ha comincia­


to a mangiare un pochino, ma non è più la stessa. È
molto dimagrita e la pelle del suo viso, una volta così
pieno, è secca e grigiastra. È davvero completamente
cambiata. Gli abiti le stanno indosso come se fossero
stati fatti per un’altra. Veste di nero. Se per caso dice
una cosa, parla a bassa voce, quasi un bisbiglio. La boc­
ca è sempre avvizzita e la magrezza conferisce al suo
volto un’espressione del tutto diversa da quella di pri­
ma, le orbite degli occhi sono infossate e nere attorno
a quello sguardo che brilla d’un fulgore non naturale.
Rimane molte ore in preghiera davanti a un croci­
fisso, finché glielo permettono le ginocchia: diventano
così rigide che essa a mala pena riesce a rialzarsi. Che
cosa chieda nelle sue preghiere io naturalmente non so,
ma non deve essere esaudita perché continua a pregare
tutti i giorni.
Non lascia mai la sua camera.

Sembra che maestro Bernardo aiuti il principe a raf­


forzare le opere di fortificazione e trovi ingegnosi con­
gegni che hanno gran valore quando si tratta di difen-
300 IL NANO

dere una città. Sembra che il lavoro venga condotto con


grande energia e, secondo quel che si dice, ininterrot­
tamente giorno e notte.
Io ho la massima fiducia nell’abilità e nell’ingegno
di maestro Bernardo. Ma contro Boccarossa credo ch’egli
non possa niente. Il vecchio maestro è un grande spi­
rito e il suo pensiero e il suo sapere abbracciano molte
cose, quasi tutto. Senza dubbio ha al suo servizio gran­
di forze, strappate alla natura, che gli obbediscono sul
serio, anche se controvoglia. Ma ho l’impressione che
Boccarossa rappresenti quelle forze stesse e che quelle
forze lo servano direttamente e molto più volentieri. Mi
sembra che egli sia più vicino alla natura.
Bernardo invece è un essere trasformato, e con quel­
la sua fisionomia altera e nobile mi ispira sempre una
certa diffidenza.
Credo che la lotta sia impari.
Se li vedessimo l’uno vicino all’altro, Bernardo con
quella sua fronte di pensatore e Boccarossa con quella
potente mascella di belva feroce, non dubiteremmo chi
sia il più forte.

In città si comincia a star male con i viveri. Qui a


corte naturalmente non ce ne accorgiamo, ma sembra
che il popolo soffra la fame. Non è poi una cosa tan­
to strana, dato l’eccesso di popolazione. Cresce sempre
di più l’antipatia per i profughi, che giustamente ven­
gono considerati la causa della carestia. Sono un peso
per la vera popolazione. Particolarmente malvisti sono
i loro bambini sporchi e piagnucolosi, che vanno in giro
dappertutto a chiedere l’elemosina. Si dice pure che ru­
bino quando si presenti l’occasione. Si distribuisce il
pane un paio di volte la settimana, ma molto poco, per­
ché non si era preparati ad un assedio e le riserve sono
insignificanti. Ben presto saranno esaurite. Quei profu-
IL NANO 301

ghi, che si erano tirati dietro una capra o una vacca,


avevano potuto vivere di latte in principio; poi hanno
dovuto abbattere le loro bestie smagrite, quasi mezzo
morte di fame perché non ricevevano nulla da mangia­
re, e per mezzo della loro carne hanno tirato avanti la
vita per un po’ ed hanno potuto far baratti con farina
e altri commestibili. Ora non hanno più nulla e i cit­
tadini pretendono che essi abbiano nascosto la carne e
che effettivamente stiano meglio di loro, ma io non lo
credo, perché dal loro aspetto non si vede. Sono magri
e non si può negare che siano affamati. Non parlo co­
sì perché io abbia qualche simpatia per codesta gente.
Condivido l’avversione degli altri cittadini nei loro ri­
guardi. Sono apatici come tutti i contadini, non fanno
che star seduti a guardare con gli occhi immobili. Non
hanno rapporti con gli altri, ma si sono divisi secondo
i villaggi di provenienza e si trattengono quasi sempre
nei loro campi sudici, quel pezzettino di pubblica piaz­
za dove sono i loro vecchi stracci e che essi conside­
rano come una specie di casa. Di sera seggono vicino al
fuoco, se hanno potuto metter le mani su un po’ di
legna, e parlano la loro stupida lingua, di cui a mala
pena si riesce a capire una parola. Non varrebbe del
resto neppure la pena di comprendere ciò che dicono.
Il sudiciume e il lezzo di tutte queste persone allog­
giate sulla piazza sono spaventosi. Per me che sono mol­
to pulito e curato nel corpo e particolarmente sensibile
al modo come si mostrano, sotto questo riguardo, co­
loro che mi circondano, tutta questa sporcizia è assolu­
tamente insopportabile. Parecchie persone pretendono
che il mio orrore degli escrementi umani e dell’odore
che se ne sprigiona sia esagerato. Ora questi esseri pri­
mitivi sono come gli animali con cui sogliono vivere
e fanno i loro bisogni dove che sia. È una sconvenien­
te porcheria. L’aria ne è appestata e per parie mia tro-
302 IL NANO

vo così ripugnante lo stato delle vie e delle piazze che,


per quanto mi è possibile, evito di andare in città. Non
sono più tenuto neppure a portare tutti quei messaggi
dopo lo straordinario cambiamento della principessa e
dacché don Riccardo è fortunatamente morto.
Tutti questi senza casa dormono all’aperto di notte
ed ora che è venuto l’inverno e fa un freddo straordi­
nario non devono sentir troppo caldo nei loro stracci.
Si dice che al mattino se ne trova qualcuno morto di
freddo, un fagotto di cenci rimane in terra senza rial­
zarsi come gli altri, e, quando si va a vedere, si trova
che non ha più vita. Ma muoiono piuttosto per le pri­
vazioni che per il freddo, fuorché i vecchi che non han­
no né forza di resistenza né calore naturale sufficienti.
A nessuno rincresce che muoiano, poiché non sono che
un peso per gli altri e troppa gente si trova in questa
città.
Gli uomini di Boccarossa non sentono la mancanza
di niente. Se vogliono, possono saccheggiare tutto il pae­
se e fanno incursioni sempre più lunghe nell’interno
per provvedersi di quanto loro bisogna. Incendiano i
villaggi dopo averne portato via ciò che vogliono e spes­
so di notte si vede il chiarore degli incendi diffondersi
nel cielo. Da parecchio tempo hanno ridotto tutta la
regione circostante a un vero deserto.
Cosa curiosa, non hanno ancora mai tentato di dare
l’assalto alla città. Ciò mi sorprende, perché dovrebbe
essere un’impresa piuttosto facile. Pensano forse che è
più comodo farla morire di fame, e, dal momento che
ora possono saccheggiare il contado, non devono pro­
vare nessuna avversione per gli assedi.

Angelica va attorno e non si interessa di nulla e non


fa nulla. Prima almeno soleva occuparsi di qualche la­
voro di cucito. Si trattiene per lo più laggiù presso il
IL NANO 303

fiume, siede e dà da mangiare ai cigni oppure si con­


tenta di guardare le onde che le scorrono davanti. Ta­
lora se ne sta l’intera sera alla sua finestra e guarda
lontano verso i fuochi di guardia e le tende del ne­
mico e verso la pianura devastata. Pensa al suo prin­
cipe, credo.
È strano, che aria sciocca hanno le persone quando
amano, e specialmente se amano invano. L’espressione
del loro volto diviene stranamente goffa ed io non rie­
sco a capire come mai si possa sostenere una cosa si­
mile, che l’amore cioè renda gli esseri umani più belli.
I suoi occhi sono, se possibile, ancora più sebacei e
senza espressione e le gote pallide e completamente di­
verse da quello che erano durante la festa. Ma la boc­
ca si è ingrandita, le labbra in un certo senso più pie­
ne e ci si accorge che essa non è più una bambina.
Io sono probabilmente il solo a conoscere il suo pec­
caminoso segreto.

Con mia grande sorpresa oggi la principessa mi ha


chiesto se credevo che Cristo la odiasse. Ho risposto
dicendo la verità, che non lo sapevo. Mi ha guardato
con il suo sguardo ardente e mi è sembrata in un certo
senso turbata. Già, deve odiarla, perché non le con­
cede mai pace. E deve appunto odiarla a causa di tutti
i suoi peccati. Trovai ciò molto verosimile e glielo dis­
si pure. Parve calmarla il fatto che io fossi della sua
stessa opinione e si lasciò cadere su una sedia tra pro­
fondi sospiri. Non sapevo esattamente che cosa stavo
a fare là, perché essa, secondo il solito, non aveva al­
cun incarico da darmi. Quand’io dopo un po’ chiesi se
potevo andarmene, rispose che non stava a lei poter
decidere di ciò, e intanto mi guardava con uno sguardo
implorante come se mi chiedesse di aiutarla. Trovai quel­
la situazione penosa e mi ritirai, e, quando fui sulla
304 IL NANO

porta, ella si gettò in ginocchio davanti al crocifisso e


cominciò a piagnucolare preghiere con aria disperata,
stringendo il rosario tra le sue magre dita.
Tutto ciò produsse in me una strana impressione,
che mi turbò davvero. Che sta capitando a quella vec­
chia pazza?

È evidente che essa crede proprio sul serio che Cri­


sto la odii. Oggi è ritornata su questo argomento. Tut­
te le sue preghiere non servono a nulla, ha detto, per­
ché Egli ancora non la perdona. Non l’ascolta e, pur
fingendo d’ignorare la sua esistenza, non le concede mai
un istante di pace. È terribile, essa non ne può più.
Dissi che, secondo il mio parere, doveva rivolgersi al
suo confessore, che ha sempre mostrato una così calda
comprensione per le sue crisi spirituali. Ella scosse la
testa: lo aveva già fatto, ma egli non poteva assoluta-
mente aiutarla. Non la comprendeva affatto. Gli sem­
brava che essa fosse senza peccato. Sogghignai a questa
affermazione dello scaltro monaco. Mi chiese allora la
mia opinione sul suo conto. Dissi che la consideravo
come una donna corrotta ed ero convinto che essa ap­
partenesse a coloro i quali per l’eternità avrebbero bru­
ciato nel fuoco dell’inferno. Allora si gettò in ginoc­
chio davanti a me e si torceva le mani, tanto che le
giunture divenivano bianche completamente, gemeva e
si lamentava e mi scongiurava chiedendo grazia e con­
forto nella sua grande angoscia. La lasciai là dov’era,
che si contorceva tutta ai miei piedi, in parte perché
non avevo alcun mezzo per aiutarla, in parte perché mi
sembrava giusto che soffrisse. Mi afferrò la mano e la
bagnò con le sue lacrime, cercò anche di baciarla, ma
10 la ritirai e non le permisi di fare un simile gesto.
11 mio atteggiamento la fece gemere e piagnucolare an­
cora di più e la gettò visibilmente in uno stato di di-
IL NANO 305

sperazione completa e di eccitazione. — Confessa i tuoi


peccati ! — dissi e sentii che il mio volto era molto
severo. Ed ella cominciò a confessare tutti i suoi pec­
cati, la sua vita lasciva, le sue relazioni illecite con uo­
mini, dei quali il diavolo le aveva fatto venire il de­
siderio, e la sua voluttà quando sentiva di essere real­
mente presa nella rete del diavolo. La costrinsi a de­
scrivere più da vicino i suoi peccati e la violenta sod­
disfazione che le procuravano, e a indicare i nomi di
coloro con i quali essa aveva avuto rapporti illeciti. Ella
si piegò ubbidiente ai miei ordini ed ebbi un quadro
spaventoso della sua vita peccaminosa. Ma non nominò
affatto don Riccardo, e glielo feci notare. Mi guardò
con uno sguardo perplesso e sembrò che provasse dif­
ficoltà a comprendere quel che intendevo dire. Anche
questo era peccato? Le spiegai che era il più orribile di
tutti i peccati. Sembrava che non capisse bene e mi guar­
dava con aria di stupore e quasi di dubbio, ma in se­
guito potei notare che essa cominciava a riflettere su
ciò che avevo detto, su questa idea del tutto nuova per
lei e che le sue riflessioni le procuravano una grande
angoscia. Le chiesi se non lo aveva amato più di tutti
gli altri. — Sì — rispose con voce che si poteva ap­
pena udire, in un sussurro, e con ciò cominciò di nuo­
vo a piangere ma non come prima ma come in genere
sogliono piangere gli esseri umani. La tirò tanto per
le lunghe che non ci avevo più alcun gusto a starla a
sentire e dissi che dovevo andarmene. Allora ella mi
guardò con uno sguardo implorante e disperato e mi
domandò se non potevo darle qualche conforto. Che
doveva fare perché Cristo avesse pietà di lei ? Risposi
che era temerario da parte sua esigere una cosa simile;
era così carica di peccati ed era più che naturale che il
Redentore non ascoltasse le sue preghiere. Egli non si
era fatto crocifiggere per redimere persone come lei. Es-
306 IL NANO

sa ascoltò con umiltà queste parole e disse che le cose


stavano così come anche lei stessa sentiva. Non era de­
gna di vedere esaudite le sue preghiere. Già, era ap­
punto questo che sentiva sempre in fondo all’anima,
quando stava a pregare davanti al crocifisso. Sospiran­
do ma calma si sedette e cominciò a parlare di se stessa
come della peccatrice caduta più in basso, più carica di
colpe di tutta l’umanità e che non avrebbe potuto mai
prendere parte alla grazia celeste. — Ho molto ama­
to -— disse. — Ma non ho amato Dio e suo figlio e
perciò è più che giusto che io venga così punita.
Poi mi ringraziò perché ero così buono con lei. Era
un sollievo potersi confessare, anche se, come lei com­
prendeva benissimo, non poteva ottenere la remissione
dei peccati. Ed era questa la prima volta che aveva po­
tuto piangere.
La lasciai là seduta con gli occhi orlati di rosso e i
capelli scarmigliati e disordinati come un vecchio nido
di gazza.

Il principe e Fiammetta stanno molto insieme. Ri­


mangono spesso soli dopo cena e devo allora servirli.
La principessa e lui erano soliti anche far tardi così
qualche volta, ma molto di rado. Costei è un tipo com­
pletamente diverso, fredda, padrona di sé e inaccessi­
bile; è una vera bellezza. Il suo volto bruno è il più
duro di quanti ne ho veduti tra le donne e se non fos­
se così bello, ci si accorgerebbe che in esso non vi è
il minimo segno di bontà. I suoi occhi neri come il
carbone con la loro immutabile scintilla esercitano un
potere irresistibile.
Suppongo che ella sia fredda anche nel suo amore
e non dia molto ma pretenda invece molto da parte
sua e da colui ch’ella si degna di amare esiga una com­
pleta sottomissione. E ciò forse piace al principe e ci
IL NANO 307

si ritrova molto volentieri. La freddezza in amore piace


quanto l’ardore, a quel che so.
Da parte mia io non ho nulla contro di lei. Ma non
così tutti gli altri. Tratta male i servi ed essi dicono di
non esserci abituati: essa non è la loro padrona, ma
soltanto una concubina. Ed ella non considera come sue
pari le altre dame di corte; mi chiedo d’altronde se lo
ha fatto mai prima, se ha mai ammesso che qualcuna
poteva uguagliarla. Questa sua caratteristica deriva non
tanto da un abituale atteggiamento orgoglioso quanto
piuttosto da una superbia innata. E sono tutti furenti.
Ma non osano mostrare i loro sentimenti, perché essa
potrebbe prendere il posto della principessa, nel caso
che « madama » non si riprenda più.
Tutta la corte dice che ella si è lasciata « sedurre »
soltanto per ambizione e che il suo sangue è freddo co­
me quello d’un pesce e che questa è una vera deprava­
zione. Non capisco quel che dicono, perché in confron­
to alle altre, che si lasciano andare a tanta sfrontatez­
za, essa fa un’impressione niente affatto immorale.
Il principe è davvero molto invaghito di lei e alla
sua presenza si mostra sempre pieno di gentilezza e di
spiritualità. Sembra nondimeno molto irrequieto, si ri­
vela nervoso ed irritabile, è capace di adirarsi violen­
temente contro i servi, cosa che non gli capitava mai
prima e persino contro persone altolocate. Si dice che
è molto irritato per la piega che hanno preso gli av­
venimenti e non meno per il malcontento del popolo,
perché egli non è più ciò che si dice popolare. Gli af­
famati che talvolta vengono qui e chiedono pane sotto
le finestre del castello lo mettono particolarmente di cat­
tivo umore.
Trovo indegno d’un principe dare importanza ad una
cosa simile, all’opinione del popolaccio che lo circonda.
Esso grida sempre, anche per un nonnulla. Se ci si do-
308 IL NANO

vesse preoccupare di ciò che il popolo dice, ci sarebbe


un bel da fare a dargli retta.
Sostengono che il principe abbia fatto fustigare in
segreto il vecchio astrologo di corte Nicodemo e le al­
tre barbelunghe a causa delle loro predizioni straordi­
nariamente favorevoli. Può esser vero, perché altrettan­
to fece suo padre, ma quella volta perché essi avevano
predetto una cosa diversa da ciò che il principe desi­
derava.
Non è facile leggere nelle stelle. E leggere in modo
tale che gli uomini siano contenti di ciò che vi sta
scritto.

La situazione della città peggiora sempre più. Bisogna


pur dire che ora vi domina la carestia. Perché ogni gior­
no molti muoiono di fame; o di freddo e di fame, non
è troppo facile saperlo. Le vie e le piazze sono piene
di persone che non hanno la forza di alzarsi in piedi
e sembrano indifferenti a tutto. Ma altri si aggirano sfi­
niti qua e là e cercano qualche cosa da mangiare, o al­
meno che possa calmare la sensazione della fame. Si
dà la caccia ai gatti, ai cani, ai ratti, che si considera­
no cibi squisiti. I ratti, dei quali al principio dell’asse­
dio si parlava come di un vero flagello per i campi dei
profughi, dove erano attirati in massa dai cumuli d’im­
mondizie, sono diventati una preda ambita. Ma si dice
che comincino a scomparire e che diventi sempre più
difficile procurarsene. Sembra che abbiano contratto una
specie di malattia, perché se ne trovano morti un po’
dappertutto ed in tal modo sono venuti a mancare pro­
prio quando era maggiore il bisogno.
Non mi stupisce il fatto che i ratti non possano sop­
portare la vita in comune con gente simile.
IL NANO 309

È accaduta una cosa inaudita. Cercherò di raccontare


con calma e con chiarezza e seguendo l’ordine con cui
gli avvenimenti si sono svolti. Non è una cosa tanto
semplice, perché vi ho preso una parte attiva ed im­
portante e sono tuttora in preda a un’emozione di cui
non riesco a liberarmi. Siccome tutto è finito ora e,
vorrei dire, finito bene, tanto da avere tutte le ragioni
di essere soddisfatto e del risultato e della condotta da
me tenuta, voglio impiegare una parte della notte a
metter giù le impressioni di ciò che è avvenuto.
Mentre ieri sera me ne stavo seduto vicino alla fine­
stra lassù nell’appartamento dei nani e guardavo i fuo­
chi dell’accampamento di Boccarossa, come soglio fare
spesso prima di andare a riposare, all’improvviso vidi
una forma che scivolava furtivamente tra gli alberi lun­
go il fiume nella direzione dell’ala orientale del palaz­
zo. Trovai strano che qualcuno a quell’ora avesse da
fare qualche cosa laggiù e mi domandai se potesse es­
sere una persona della corte. C’era chiaro di luna ma
anche molta nebbia, tanto che a malapena riuscivo a
distinguere quell’uomo. Sembrava avvolto in un largo
mantello; e si affrettò quanto più poté verso l’ala, e di­
sparve nella porta d’ingresso più piccola. Si doveva ri­
tenere che fosse uno della corte, perché conosceva così
bene i luoghi. Ma qualche cosa del suo contegno mi
fece insospettire, e così pure tutto il suo modo d’agire.
Decisi perciò di far chiaro sulla cosa e andai in fretta
nella notte ed entrai nella stessa sua porta. Una oscu­
rità completa regnava per le scale, ma se vi sono scale
che conosco bene nel palazzo sono appunto queste, poi­
ché nel passato ero stato obbligato a passarci una quan­
tità di volte. Conducevano tra l’altro alla camera di An­
gelica. Ed ora non conducono che da lei, perché le al­
tre stanze non sono più abitate.
310 IL NANO

Arrivai a tastoni alla porta di Angelica e tesi l’orec­


chio. Con mio inesprimibile stupore — per quanto i
miei sospetti mi ci avessero preparato - sentii due voci
là dentro. E una era quella di Giovanni !
Parlavano bisbigliando le parole, ma con il mio ot­
timo udito compresi tutto quel che dicevano. Era evi­
dentemente una « felicità » commovente ed infinita di
cui ero l’invisibile testimone. «Amor mio!» sospirava
uno di loro, e «Amor mio!» bisbigliava l’altro di ri­
mando per rispondere. « Amor mio !» e di nuovo
«Amor mio!», nient’altro; e per un estraneo non era
certo una conversazione molto interessante. Se tutta quel­
la situazione non fosse stata terribilmente seria, avrei
trovato semplicemente ridicola quella monotona ripeti­
zione di una sola stessa parola. Non vi era purtroppo
nulla di ridicolo in tutto questo. Provai un freddo ag­
ghiacciante per tutto il corpo mentre sentivo quei due
fare di quella parola un uso così tenero ed impruden­
te; se avessero riflettuto un istante al significato che quel­
la parola contiene e a che cosa essa significhi sulla loro
bocca, sarebbero rimasti pietrificati dall’orrore. Sentii poi
quei due criminali baciarsi più volte come due colombi
e giurarsi intanto reciproco amore in una maniera in­
fantile e balbettante. Facevano accapponar la pelle.
Mi allontanai in fretta. Dove potevo trovare il prin­
cipe? Era ancora presso la tavola nella sala da pranzo,
dove lo avevo lasciato un’ora prima insieme con Fiam­
metta ?
Secondo il solito, li avevo serviti, sino a che m’era
stato detto che non avevano più bisogno di me.
Più bisogno di me ! L’espressione mi sembrò strana,
mentre, tenendo la mano contro il muro, con la massi­
ma premura scendevo a tastoni nel buio giù per le sca­
le. Si ha sempre bisogno del proprio nano.
Attraversai di corsa il cortile del castello, fino alla
IL NANO 311

volta che è tra la parte antica e quella nuova del pa­


lazzo. Le scale e i corridoi erano anche qui scuri come
pece. Continuavo intanto il mio cammino e mi fermai
finalmente anelante davanti alla grande porta a due bat­
tenti. Ascoltai. Non si udiva nulla. Eppure potevano
anche trovarsi là dentro. Avrei naturalmente voluto as­
sicurarmene. Ma con mio gran dispetto non riuscivo a
schiudere un pochino la porta, perché era di quelle
che io non arrivo ad aprire. Rimasi ancora un momen­
to in ascolto. Dovetti poi allontanarmi di là senza al­
cuna certezza.
Andai alla ricerca della camera da letto del prin­
cipe. Non è molto lontana da lì, ma al piano superio­
re. Arrivai alla sua porta e mi misi di nuovo ad ascol­
tare. Ma neppure là potei cogliere qualche rumore, nul­
la che m'indicasse che egli era in camera. Forse dormi­
va già? Non era in fondo impossibile. Dovevo arri­
schiarmi di svegliarlo? No, neppure pensarlo, una cosa
simile non mi ero mai sognato di farla. Ma io avevo
un messaggio di un’estrema importanza. Non ne avevo
mai avuto uno tanto importante.
Mi feci coraggio, e bussai. Nessuno rispose. Bussai
di nuovo, con tutte le forze, col pugno chiuso. Nessu­
na risposta.
Certissimamente non era là. So che ha il sonno assai
leggero. Dov’era? Diventavo sempre più nervoso. Quan­
to tempo porta via tutto ciò ! Dove poteva essere ?
Era forse da Fiammetta? Si erano forse ritirati là
per sentirsi al sicuro dagli indiscreti ? Era la mia ultima
speranza.
Mi precipitai di nuovo giù per le scale e via per il
cortile. Fiammetta abita in un’altra parte ilei palazzo,
probabilmente per mascherare le sue relazioni con il
principe. Per giungere sin là bisognava traversare la cor­
te di sbieco.

12.
312 IL NANO

Arrivai sotto la volta di destra, ma, siccome non co­


nosco tanto bene questa parte del castello, dovetti darmi
molto da fare per trovar la via giusta, sbagliai scala e
dovetti ridiscendere giù e risalire daccapo; mi riusciva
poi tremendamente difficile orientarmi in tutti quei cor­
ridoi e androni, dappertutto buio pesto; sempre più an­
gustiato per il tempo perduto correvo di qua e di là
senza riuscire a trovare ciò che cercavo. Mi sembrava
di essere una talpa che si aggira per le sue gallerie e
fiuta qualche cosa. Come la talpa, fortunatamente vedo
molto bene nel buio, i miei occhi sembrano fatti appo­
sta per questo. Sapevo anche dove era situata la finestra
di Fiammetta sulla facciata del castello e così piano pia­
no riuscii ad orientarmi e giungere alla porta giusta.
Ascoltai. C’era qualcuno là dentro? Sì!
La prima cosa che udii fu la risata fredda di Fiam­
metta. Non l’avevo mai sentita ridere prima, ma com­
presi subito che doveva essere lei. Era una risata un
po’ dura e forse un po’ forzata, eppure in un certo sen­
so eccitante. Un momento dopo udii anche ridere il
principe, una risata breve e contenuta. Respirai.
Percepii in seguito assai bene le loro voci, ma non
quel che si dicevano, dovevano trovarsi in fondo alla
stanza. Essi tenevano evidentemente una vera conver­
sazione e non si contentavano di scambiarsi una sola
ed unica parola. Se parlassero d’amore non so, ne du­
bito, non mi sembrava. Poi d’un tratto silenzio profon­
do. Per quanto tendessi le orecchie non sentivo nulla.
Ma dopo un po’ percepii un rumore sgradevole, un an­
simare, e compresi che si abbandonavano a qualche co­
sa di vergognoso. Provai una leggera nausea. Sebbene
io fossi convinto che nello stato di eccitazione in cui mi
trovavo avrei potuto davvero sentirmi male, mi allon­
tanai per un bel pezzo nel corridoio, quanto mi fu pos­
sibile perché il principe non potesse sfuggirmi, e mi
IL NANO 313

piantai là ad aspettare. Aspettai quanto potei per non


dovere udire di nuovo quello sgradevole rumore. Mi
sembrò di avere atteso un’eternità.
Quando alla fine ritornai alla porta, erano coricati é
discorrevano di qualche cosa, non so di che. Questo
inatteso cambiamento mi procurò sorpresa e piacere e
cominciai a sperare di poter presto condurre a termine
la mia missione. Non avevano intanto fretta, ma rima­
nevano coricati là un’infinità di tempo e conversavano,
probabilmente di cose di nessuna importanza. Mi irri­
tava terribilmente starli a sentire e dover pensare a tut­
to quel tempo forse irreparabilmente perduto. Non osa­
vo naturalmente rivelare la mia presenza, né sorpren­
derli in quella situazione.
Finalmente udii che il principe si alzava e comincia­
va a vestirsi, continuando a discutere con lei di qualche
cosa su cui non erano d’accordo. Mi allontanai un bel
po' dalla porta e rimasi all'erta nel buio.

Quando egli uscì fuori senza saperlo venne diritto


verso di me. — Vostra Signoria! — dissi sottovoce e
mi tenni prudentemente a una certa distanza. Andò su
tutte le furie, quando notò la mia presenza e proruppe
nei più vergognosi insulti e minacce. — Che fai tu
qui! Che stai a spiare! Miserabile mostriciattolo! An-
fesibena inanellata! Dove sei? Ti schiaccerò! — E an­
dava a tastoni con le mani protese in tutte le direzioni
del corridoio, cercandomi. Ma naturalmente nell’oscu­
rità non poteva prendermi. — Fatemi parlare! Lascia­
temi dire di che si tratta ! — dissi io secco e tranquillo
ma nello stesso tempo completamente fuori di me. E
alla fine mi lasciò parlare.
Gli spiattellai direttamente sul viso allora che sua
figlia stava per essere violentata dal figlio di Ludovico
Montaza, che s’era introdotto nel castello per vendicare
314 IL NANO

suo padre e per gettare eterna vergogna e disonore su


lei e sulla intera sua famiglia. — È una menzogna! —
mi gridò. — Quali stravaganze vai trovando ! Ê una
menzogna !
— No, è la verità! — gridai e mi avvicinai ardita­
mente al suo fianco. — Egli è nella sua camera ed io
stesso con le mie proprie orecchie ho udito i prepara­
tivi del crimine. Voi arrivate oramai troppo tardi, il
misfatto sarà sicuramente avvenuto, ma forse potrete
trovarlo ancora in camera. — Compresi che egli allora
mi credeva, perché sembrava quasi colpito dal fulmine.
— Non è possibile! — gridò. — Come ha fatto a ve­
nire in città? E nel palazzo che è circondato da guar­
die ! — Risposi, mentre facevo dei grandi salti per te­
nere il suo passo, che neppure io comprendevo tutto
ciò, ma lo avevo veduto dapprima laggiù presso il fiu­
me, forse egli lo aveva attraversato lasciandosi portare
da una zattera o altra cosa simile, chi sa quali idee può
avere un giovane così temerario?, e poi venire diret­
tamente nella corte del castello. — Impossibile! — so­
stenne egli. -— Nessun essere umano può venire in cit­
tà attraversando il fiume, tra le torri delle fortezze del­
le due rive con i bombardieri e gli arcieri che fanno
la guardia giorno e notte. È assolutamente inverosimile !
— Sì, è inverosimile, — ammisi. — Non si riesce
proprio a capire, neppure il diavolo potrebbe capire co­
me gli sia stato possibile giungere sin qui; ciò nono­
stante quel giovane si trova qui. Sono assolutamente
sicuro che era la sua voce che ho udita.
Eravamo arrivati giù nella corte del castello. Il prin­
cipe si allontanò in fretta nella direzione dell’ingresso
principale per dare ordini alle guardie, perché esercitas­
sero la più stretta, rigorosa sorveglianza su tutto il ca­
stello, in modo che Giovanni non potesse svignarsela.
Le sue precauzioni erano ben fondate e sagge; ma pensa
IL NANO 315

un po’, se quel criminale se n’era già andato? Oppure


se avevano preso la fuga tutt’e due! Questo terribile so­
spetto mi fece correre più presto che potevo attraverso
il cortile e poi su per le scale che conducono alla porta
di Angelica.
Accostai l’orecchio alla porta. Non si udiva nulla!
erano fuggiti ! Il cuore mi batteva forte dopo la mia
folle corsa e a causa della mia eccitazione al pensiero
che essi fossero potuti scappare, tanto che, forse per
questo, non potevo percepire altri suoni. Cercai di cal­
marmi, respirare tranquillamente e con regolarità, e mi
misi di nuovo ad ascoltare. No, non si sentiva alcun
rumore nella camera. Mi stizzivo ! Credevo di impazzi­
re! Alla fine, non riuscendo a tollerare più tale incer­
tezza, socchiusi con cautela la porta. Ci riuscii senza fa­
re il minimo rumore. Attraverso lo spiraglio potei ve­
dere che là dentro ardeva una luce, ma non un suono,
nulla che indicasse la presenza di un essere umano. Sci­
volai dentro. E riconquistai immediatamente la mia se­
renità di spirito. Al chiarore della piccola lampada ad
olio, che essi avevano dimenticato di spegnere, con mia
grande gioia li vidi giacere addormentati l’uno a fianco
dell’altra, nel letto di lei. Dopo la loro prima esperien­
za dello stimolo bestiale dell’amore erano evidentemen­
te caduti addormentati come due bambini stanchi.
Presi la lampada e avanzai e feci luce su loro. Essi
giacevano con i visi rivolti l'uno verso l’altro e con le
bocche socchiuse, ancora rosse ed eccitate dal terribile
crimine che essi avevano commesso e di cui allora, per­
ché dormivano, sembravano di non avere coscienza. Le
ciglia erano umide e sulle labbra superiori avevano tutt’e
due piccole goccioline di sudore. Consideravo il loro
sonno, quasi innocente, nella sua ingenua spensieratez­
za, nel suo oblio del pericolo e del mondo intero. Era
questo ciò che gli uomini chiamano felicità?
316 IL NANO

Giovanni era coricato sull’orlo del letto, un riccio dei


suoi capelli neri gli cadeva sulla fronte ed un tenue sor­
riso era sulle labbra, come se avesse la sensazione di
aver compiuto un’impresa ben riuscita. Dal collo gli
pendeva la sottile catena d’oro con il medaglione con­
tenente il ritratto di sua madre, colei che dicono essere
in paradiso.
Allora sentii il principe e i suoi uomini per le scale e
subito dopo egli entrò seguito da due guardie, una del­
le quali portava una fiaccola. La stanza s’illuminò, ma
nulla disturbò quei due nel loro sonno profondo. Quasi
barcollando egli si avvicinò al letto e vide la sua inau­
dita vergogna. E tutto pallido il volto dall’ira, impugnò
la spada di una delle sentinelle e con un colpo violen­
to staccò la testa di Giovanni dal corpo. Angelica si
svegliò di soprassalto e con gli occhi selvaggiamente
sbarrati vide come strappavano dal suo letto il suo aman­
te sanguinante e lo gettavano fuori sui cumuli d’immon­
dizie ai piedi della finestra. Poi si accasciò svenuta; non
aveva ripreso ancora coscienza fintanto che restammo là
dentro.
Il principe tremava di emozione dopo quest’atto ener­
gicamente compiuto e vidi che con una mano si appog­
giava ad uno degli stipiti della porta quando uscì dalla
camera. Anche io lasciai immediatamente la camera e
mi recai nel mio appartamento. Camminavo piano, per­
ché non c’era più fretta. Fuori nel cortile vidi la torcia
che accompagnava il principe nel suo cammino e poi
scomparve sotto la volta come se si fosse spenta nelle
tenebre.

Angelica ha una brutta febbre, che il medico non si


sa spiegare e non ha ancora riacquistato la conoscenza.
Nessuno prova compassione per lei, perché si ammette
come cosa certa che essa non ha opposto alcuna seria
IL NANO 317

resistenza quando venne violentata e poiché si considera


la sua colpa come un disonore per la casa principesca e
per tutto il regno. Viene custodita da una vecchia. Nes­
suno della corte la va a trovare.
Il corpo del suo criminale amante è stato gettato nel
fiume, perché non volevano che rimanesse più a lungo
qui fuori del palazzo. Sembra che non sia stato risuc­
chiato dai gorghi della corrente, ma trasportato dalle
onde fino al mare.

Una malattia molto strana ha cominciato a infiltrarsi


in città. Essa comincia con brividi e un tremendo mal
di testa, si dice, poi si gonfiano gli occhi e la lingua
e non si può più parlare bene e il corpo diventa tutto
rosso e per la pelle trasuda un sangue impuro. Gli am­
malati chiedono gridando sempre acqua perché brucia­
no come fuoco. I medici non possono portare aiuto;
ma non è sempre così ? Quasi tutti quelli che sino ad
ora sono stati colpiti dalla malattia sembra che siano
morti, non so quanti possano essere.
Qui alla corte naturalmente non ne abbiamo nessun
caso. L'epidemia si è limitata ai più poveri e ai più de­
periti, soprattutto ai profughi ed è dovuta all’incredibile
sporcizia dei loro campi e di tutta la città. Non mi stu­
pisce che muoiano per la sporcizia che li circonda.
Angelica non può essere affetta da questa malattia.
La sua febbre è quella stessa che aveva da bambina,
non ricordo bene né quando né in quali circostanze. È
stata sempre malata in un modo tutto suo particolare,
per ragioni che non hanno alcuna influenza sugli altri.
Già, ora mi ricordo, il male cominciò quella volta che
tagliai la testa del suo gattino.

La malattia si estende sempre di più, di giorno in


giorno. Non sono più soltanto i poveri ad esserne col­
318 IL NANO

piti, ma tutti quanti. Le case sono piene di pianti, e le


vie e le piazze pure, poiché in esse abita un numero
non inferiore di persone. Quando si passa tra di loro,
si possono vedere i malati che si divincolano nei loro
stracci sul lastricato e che mandano alte grida disperate.
Perché dev’essere straordinariamente difficile sopportare
quelle sofferenze, che portano alcuni ai confini della fol­
lia. Andare in giro per la città sembra sia una cosa ve­
ramente orribile e le descrizioni che se ne fanno sono
piene di particolari ripugnanti, davvero intollerabili. Il
fiato dei malati manda un fetore nauseante e sui corpi
spuntano brutte enfiagioni, che si aprono e versano il
loro ributtante contenuto. Non posso stare ad ascoltare
queste descrizioni senza provare spiacevoli nausee.
Non sono molti ad avere dubbi sul fatto che siano
i profughi la causa di questa pestilenza; e sono odiati
come mai prima di ora. Ma alcuni cominciano a dire
che le cose non stanno così, ma che questa è una puni­
zione di Dio a causa dei grandi peccati dell’umanità.
Dicono che il popolo soffre tutto questo per essere pu­
rificato dei suoi peccati dal Signore e che bisogna pie­
garsi con rassegnazione davanti a Lui.
Non sono contrario a considerare questa epidemia
come una punizione. Ma se sia Iddio che vibri il fla­
gello su di loro, non so. Potrebbe essere benissimo
un'altra potenza, e più fosca.
Siedo talvolta presso la mia finestra di nano e con­
templo la città.

La principessa vive una strana vita. La camera, ch’es-


sa non lascia mai, si trova in una continua penombra
perché ha fatto attaccare spessi drappi alle finestre. Dice
di non esser degna di godere della luce del sole e che
pertanto è bene che sia così. Le pareti sono nude e non
vi sono né sedie né tavoli, soltanto un inginocchiatoio
IL NANO 319

e davanti ad esso un crocifisso. Ha l’aspetto d’una cella


di convento. Il letto è sempre là, ma ella non vi si co­
rica, si corica invece su un mucchio di paglia in terra,
che non viene mai cambiata e diventa sempre più sudi­
cia e maleodorante. Si ha un senso di soffocazione, di
mancanza d’aria ed io provo difficoltà a respirare quel­
l’aria chiusa. Appena si entra non si vede nulla, bisogna
abituarsi piano piano alla mancanza di luce. Poi la sco­
pri, mezzo vestita con i capelli arruffati, completamente
indifferente per ciò che ha indosso e per il suo aspetto
esteriore. Gli occhi febbrili e le guance magre e infos­
sate, perché essa si mortifica e non vuol toccare quasi ci­
bo. Quella stupida contadinotta di cameriera va intorno
a piangere perché non le riesce di indurre la sua padro­
na a mangiare qualche cosa. Talvolta ella mangia un
tantino purché quella sciocca femminuccia la smetta di
piangere. Quanto a questa ragazza, essa ha le guance
piene e tonde e manda giù tutto quel che trova. Pur
continuando ad ululare, ingozza i buoni piatti saporiti
che la sua padrona rifiuta.
La penitente passa la maggior parte del suo tempo
davanti al crocifisso, dove ripete le sue vane preghiere.
Sa che non servono a nulla e prima di cominciare dice
una preghiera speciale al crocifisso, perché la perdoni di
rivolgersi ancora a lui. Qualche volta essa, disperata, la­
scia il suo rosario e fissa lo sguardo ardente sul Salva­
tore e improvvisa ella stessa le sue preghiere. Ma egli
non l’ascolta ancora ed essa, quando si alza, è ugual­
mente insoddisfatta come quando aveva incominciato.
Spesso non riesce ad alzarsi senza l’aiuto della ragazza,
e dev’essere anche accaduto che sia svenuta per lo sfini­
mento e sia rimasta prostrata in terra sino a che la ra­
gazza sia entrata e, trovandola così, l’abbia trascinata
sulla paglia.
Ora si giudica responsabile di tutte le sventure che ci
320 IL NANO

sono capitate. La pienezza dei suoi peccati è la causa


di tutte le sofferenze e di tutti i tremendi avvenimenti
che sono accaduti. Non so sino a qual punto essa si
renda conto di ciò che avviene, si dovrebbe credere che
non ne abbia un’idea esatta. Ma in ogni caso deve ave­
re un vago presentimento che tutto ciò che la circonda
è pieno di spavento. Tuttavia credo che ella sia indiffe­
rente a questo mondo e consideri tutto ciò che vi succe­
de completamente insignificante. Vive nel suo mondo
particolare ed ha le sue proprie preoccupazioni ed i suoi
problemi.
Ora ha capito che l’amore per don Riccardo è il suo
peccato più grosso. Per quell’amore essa si era attaccata
tenacemente alla vita e le aveva dato un eccessivo va­
lore. Dice di averlo amato al disopra di tutto, che i sen­
timenti ch’egli le ispirava riempivano tutto il suo essere
e la rendevano molto felice. Non bisogna amare tanto
una creatura umana. Soltanto Dio bisogna amarlo così.
Non so in quale misura il suo avvilimento sia dovuto
al fatto che io le ho aperto gli occhi sulla sua vita pec­
caminosa e sulle pene dell’inferno che l’aspettano. Le
ho descritto le indicibili sofferenze ed essa è stata ad
ascoltare umilmente le mie spiegazioni. In questi ultimi
tempi ha cominciato a flagellarsi.
Essa ha sempre tanta riconoscenza per me perché va­
do da lei. Evito di andarla a trovare troppo spesso.

Angelica è guarita dalla sua malattia ed- ora si alza


di nuovo. Ma non si mostra ai pasti e soprattutto mai
a corte. L’ho veduta soltanto qualche volta al roseto op­
pure seduta laggiù presso il fiume, a fissar l’acqua. I
suoi occhi son divenuti, se possibile, ancora più grandi
e completamente vitrei. Sembra quasi che non veda
niente.
Notai che portava al collo il medaglione di Giovanni
IL NANO 321

e che su di esso era una macchia di sangue. Deve averlo


trovato nel letto e lo tiene come ricordo. Ma si potrebbe
pensare che prima di tutto lo avrebbe dovuto pulire.
Sto pensando che la madre è in paradiso mentre suo
figlio deve struggersi nel fuoco dell’inferno, perché
morì nel pieno sonno profondo del peccato senza pre­
ghiere e senza sacramenti. In tal modo non s’incontre­
ranno mai. Forse Angelica prega per l’anima sua. Ma
le sue preghiere sicuramente riusciranno vane.
Nessuno sa invero che cosa occupi i suoi pensieri.
Non ha pronunciato più una parola dopo il suo risve­
glio in quella notte, o piuttosto dopo le ultime parole
dette al suo amante. Quali fossero queste parole posso
facilmente indovinare, conoscendo il loro genere di con­
versazione.
Essa passeggia sola, tutti la sfuggono.

Coloro che considerano la peste e tutti gli altri mali


come una punizione di Dio, cui non dobbiamo cercare
di sottrarci ma di cui bisogna lodare e ringraziare l’On­
nipotente, si trascinano per le strade proclamando la lo­
ro fede e flagellandosi per aiutare Dio a salvare le loro
anime. Sono gruppi di persone dagli occhi affossati,
così emaciati dalla fame che non potrebbero più stare
in piedi se non fossero invasati da questa estasi. Il po­
polo le segue dappertutto e dice che la loro condotta
deve aprire la via a una vera rinascita religiosa. Abban­
donano quel che hanno tra le mani, la propria casa e la
propria famiglia, talora anche i parenti moribondi, e si
uniscono a loro. Ogni tanto qualcuno manda un suono
di folle allegrezza e penetra nel gruppo e comincia a
flagellarsi tra disordinate grida di forsennato. Tutti co­
minciano allora a lodare il Signore e la gente lungo la
strada cade in ginocchio. Questa vita terrena, di cui si
vedono troppo bene le brutture, non ha per loro più
322 IL NANO

alcun interesse né alcun valore. Non pensano che alle


loro anime.
I preti guardano di traverso questi fanatici, perché
allontanano la gente dalle chiese e dalle loro solenni
processioni con immagini di santi e chierichetti che agi­
tano profumati incensieri nelle strade nauseabonde. Di­
cono che questi punitori di se stessi non hanno sufficien­
te fede e che con i loro grandi eccessi si privano dei
conforti della religione. Dio non può considerare tutto
ciò con gioia e consenso. Ma a me sembra che se qual­
cuno è veramente religioso è appunto quello, che porta
tanta serietà nella sua fede. Ai preti pertanto non piace
che si prendano troppo sul serio i loro insegnamenti. Ci
sono similmente altri sui quali gli orrori circostanti
esercitano un effetto completamente opposto, in quanto
ora amano la vita più di prima. La paura della morte
fa sì che si attacchino tenacemente alla vita. In alcuni
palazzi della città sembra che abbiano luogo feste notte
e giorno, e si dice che dentro quelle mura si abbando­
nino alle più folli dissolutezze. Anche tra i più poveri,
tra i più vili ci sono parecchi che si comportano in mo­
do analogo, che senza ritegno si danno all’unico vizio
che ancora è permesso ai poveri diavoli. Si attaccano
tenacemente alla loro miserabile vita e a nessun patto
vogliono perderla, e quando qui fuori della porta del
castello si distribuisce ancora un piccolo pezzo di pane
si vedono quei poveri diavoli contendersi i bocconi co­
me se dovessero sbranarsi a vicenda.
Ci sono d’altra parte alcuni, così si dice, che si sacri­
ficano per i loro simili, che curano i malati, cosa asso­
lutamente inutile, ed in tal modo si pigliano la peste.
Essi vanno attorno completamente indifferenti alla mor­
te e a tutto il resto e sembra che non si rendano conto
dei pericoli a cui si espongono. Rassomigliano a quei
IL NANO 323

malati d’isterismo religioso, sebbene differenti siano le


loro manifestazioni.
Ne consegue pertanto, se si deve prestar fede ai rac­
conti che giungono alle mie orecchie, che gli uomini
laggiù nella città vivono come prima, ciascuno secondo
i suoi gusti e la sua natura, ma in un modo più esage­
rato e più isterico; e il risultato di tutto ciò, secondo il
punto di vista del loro Dio, è assolutamente privo di
valore. Mi domando perciò se davvero può essere lui
che ha mandato a loro la peste e le altre prove.

Oggi Fiammetta mi è passata davanti. Non mi ha


naturalmente onorato neppure d’uno sguardo. Ma quan-
t’è bella e perfetta nella sua indifferenza a tutto ciò che
la circonda! Tra tutte queste cose ripugnanti e in questo
ambiente arroventato essa fa l’effetto di un piacevole
venticello fresco. La sua persona, tutto il suo essere fiero
e irraggiungibile danno un’impressione di fresco, qual­
che cosa che ispira pace e sicurezza. Essa non si lascia
dominare dalle avversità della vita, invece le domina. Sa
qualche volta anche servirsene. Impercettibilmente, in
una maniera veramente molto dignitosa e spontanea, essa
comincia a prendere il posto della principessa e a corte
ricopre il posto di padrona. Gli altri, considerando sem­
pre meglio che non c’è nulla da fare contro un simile
stato di cose, ci si adattano. Non si può fare a meno di
ammirarla.
Se un’altra persona mi fosse passata davanti senza de­
gnarmi d’uno sguardo, sarei furente. Quando lo fa lei,
lo trovo naturalissimo.
Comprendo molto bene che il principe la ami. Io non
potrei amarla, ma è un’altra cosa. Sarei capace davvero
di amare qualcuno? Non so. In ogni caso sarebbe stata
la principessa. E invece io la odio.
Eppure riconosco che lei è l’unica donna che avrei
324 IL NANO

potuto amare. Come mai possano stare còsi le cose non


capisco, mi è assolutamente incomprensibile.
L’amore è davvero una cosa di cui non si sa niente.

Angelica s’è annegata nel fiume.


Deve averlo fatto ieri sera oppure questa notte, perché
nessuno l’ha vista. Ma ella ha lasciato una lettera che
non dà luogo ad alcun dubbio sul modo con cui ha per­
duto la vita. Per tutto il giorno hanno cercato il suo
corpo lungo il corso del fiume per la città assediata, ma
invano. Dev’essere stato portato via dalle onde, come
quello di Giovanni.
Una terribile agitazione regna a corte. Tutti sono
sconvolti e non possono convincersi che ella sia morta.
Io trovo la cosa molto naturale. Il suo amante è morto,
ed ora anche lei è morta. Tutti si lamentano, si dolgo­
no, si fanno dei rimproveri. E si parla soprattutto della
lettera. Ne raccontano a vicenda il contenuto, la rileggo­
no una infinità di volte. Il principe sembrò molto com­
mosso quando gli comunicarono la notizia, ma è ancora
più commosso per quel che è accaduto. E le damigelle
singhiozzano e sospirano, si struggono in lacrime sulle
frasi commoventi della lettera. Per me il loro contegno
è del tutto incomprensibile. Non capisco che cosa vi sia
di straordinario in quella lettera. E non cambia niente,
non cambia il crimine che è stato commesso e che tutti
sino a poco fa erano concordi nel condannare. Non con­
tiene nulla di nuovo.
L’ho udita sino alla nausea, tante volte che la so qua­
si a memoria. Press’a poco suona così:
« Non voglio più rimanere presso di voi. Siete stati
così buoni con me, ma io non vi comprendo. Non ca­
pisco come abbiate potuto portarmi via il mio diletto,
lui che era venuto da tanto lontano, da un altro paese
per dirmi che esiste una cosa come l'amore.
IL NANO 325

« Non sapevo affatto che esistesse un sentimento si­


mile. Ma appena vidi Giovanni compresi che l’amore è
l'unica cosa che veramente esiste al mondo, che tutto il
resto non è nulla. Nello stesso istante che lo incontrai,
compresi perché la vita mi era sembrata sino ad allora
così penosa.
« Ora io non voglio rimanere qui, dove egli non è,
ma voglio seguirlo. Ho pregato Dio e mi ha promesso
che potrò raggiungere Giovanni e che noi resteremo per
sempre l’uno vicino all’altra. Ma dove egli ha intenzio­
ne di condurmi, non ha potuto dire. Devo coricarmi
soltanto tranquillamente sul fiume come per riposare, ed
Egli mi condurrà là dove devo andare.
« Non dovete perciò credere che io mi sia tolta la
vita, perché io ho fatto solo come mi è stato detto di
fare. Ed io non sono morta, ma sono andata via per riu­
nirmi per sempre con il mio diletto.
« Porto con me il medaglione, sebbene non mi appar­
tenga, perché mi è stato detto di farlo.
« L’ho aperto e l’immagine che contiene mi ha riem­
pito di un desiderio infinito di abbandonare questo
mondo.
« Ella mi ha pregato di dire che vi ha perdonato. An­
che io vi perdono con tutto il mio cuore.
Angelica. »

La principessa s’è messa in testa di essere responsa­


bile della morte di Angelica. È la prima volta che ho
notato in lei un certo interesse per sua figlia. Si flagella
peggio che mai per cancellare questo peccato e non man­
gia nulla e implora dal crocifisso il perdono.
Il crocifisso non risponde nulla.

Questa mattina il principe mi ha mandato a portare


una lettera a maestro Bernardo in Santa Croce. Da mol-
326 IL NANO

to tempo egli non si fa più vedere a corte ed io lo ave­


vo quasi completamente dimenticato durante gli avveni­
menti di questi ultimi tempi.
Proprio controvoglia mi sono recato in città, che non
visitavo sin da quando la peste ha cominciato ad infie­
rirvi. Non che io abbia qualche timore della malattia;
ma provo una sensazione così sgradevole, sicuro, ho
quasi una specie di paura a vedere certi spettacoli. Il
mio disgusto era pur giustificato, perché ciò che sono
stato costretto a vedere era davvero orribile. Ma fu nello
stesso tempo una singolare esperienza, che mi riempì il
cuore di selvaggia esaltazione, e mi dette la sensazione
della vanità delle corse e della rovina di tutto. Malati e
moribondi fiancheggiavano la mia strada e coloro che
erano già morti venivano raccolti dai fratelli becchini
nei loro neri cappucci dai terrificanti buchi davanti agli
occhi. Le loro figure emergevano dappertutto e davano
un tono macabro al quadro. Mi sembrava di camminare
nel regno della morte. Anche i sani erano segnati dalla
morte. Con gli occhi infossati ed emaciati si dileguava­
no per le vie e sembravano i fantasmi di un tempo
quando la vita esisteva ancora sulla terra. Con una sicu­
rezza da sonnambuli, che in un certo senso dava fasti­
dio a guardarla, essi evitavano di calpestare i fagotti di
stracci che ingombravano dappertutto la loro strada e di
cui non si poteva spesso sapere se vivevano oppure no.
Qualcosa di più spiacevole di queste vittime della peste
non si può immaginare ed io dovevo spesso voltarmi al­
trove per non sentirmi male. Talvolta non avevano sul
corpo che pochi miseri stracci, sotto ai quali si potevano
vedere i più ripugnanti ascessi oppure il color bluastro
della pelle, che indica prossima la fine. Altri con urli
selvaggi facevano sapere che essi con tutto il loro corpo
erano ancora in vita, mentre altri giacevano incoscienti
agitando con continui movimenti convulsi le membra,
IL NANO 327

delle quali avevano perduto ogni controllo. Non avevo


mai veduto prima una simile degradazione umana. In
alcuni brillava lo sguardo senza fondo del delirio e,
malgrado il loro sfinimento, si gettavano sopra coloro
che erano andati a prendere l'acqua alle fonti per i ma­
lati e strappavano loro di mano la brocca con tanta vio­
lenza che quasi tutta l’acqua si rovesciava in terra. Altri
ancora strisciavano per le vie come animali per raggiun­
gere le fontane tanto ricercate, che sembravano essere
la meta di tutti questi disgraziati. Erano esseri che, sol­
tanto per tenersi ancora saldamente attaccati alla vita
che non aveva nessun valore, avevano cessato di com­
portarsi come esseri umani e avevano perduto ogni sen­
so della dignità umana. Del lezzo di tutte queste mise­
rie non voglio parlare, perché il solo pensiero mi disgu­
sta. Sulla piazza del mercato era stato innalzato un rogo
dove si bruciavano cataste di cadaveri e dappertutto si
sentiva l’odore acre che esalava da loro. Nel leggero
fumo, che si posava su tutta la città, risuonavano i lu­
gubri rintocchi delle campane delle chiese.
Trovai maestro Bernardo immerso nella contempla­
zione della sua santa Cena, come tante altre volte. Era
seduto tenendo il capo grigio leggermente inclinato e
sembrava più vecchio del solito. Alla tavola del ban­
chetto il suo Cristo spezzava il pane e lo distribuiva a
tutti. Attorno ai suoi capelli e alla sua fronte si posava
la stessa luce sovrannaturale, come sempre. Il calice col
vino faceva il giro della tavola, coperta da una tovaglia
bianca come neve. Nessuno là soffriva la fame o la sete.
Ma il vecchio tra i suoi pennelli aveva un’aria pensie­
rosa e melanconica.
Non mi rispose, quando dissi che avevo una lettera
per lui da parte del principe, non fece che un cenno per
dirmi che potevo posarla in qualche posto. Non si la­
sciava trascinar via dal suo mondo. Ma quale mondo?
328 IL NANO

Abbandonai Santa Croce pieno di pensieri.


Sulla via del ritorno passai davanti al campanile,
quello che con le sue campane deve elevarsi più alto di
ogni altro. Si capisce, durante la guerra i lavori erano
stati interrotti e il campanile era stato completamente
dimenticato. Esso sta là a metà terminato, l’ultimo stra­
to di pietre disuguali e in disordine, perché la costru­
zione era stata interrotta. Sembra un rudere. Ma i bas­
sorilievi di bronzo in basso rappresentanti scene della
vita di Cristo sono terminati e molto ben riusciti.
Le cose sono andate esattamente come dicevo.

Tutto il palazzo veste a lutto. Le pareti e i mobili


sono ricoperti con drappi neri e tutti camminano par­
lando sottovoce e senza far rumore. Le damigelle por­
tano abiti di raso nero e i cortigiani abiti di velluto ne­
ro e guanti neri.
Tutto ciò è dovuto alla morte di Angelica. La sua
vita non aveva esercitato alcuna influenza. Ma agli uo­
mini di qui piace formalmente il lutto. Il lutto per don
Riccardo è stato ora sostituito dal lutto per Angelica,
ed egli è dunque finalmente morto. Non si parla delle
virtù della defunta, perché non aveva nulla di speciale,
nulla che potesse suscitare il minimo interesse, e nessu­
no poi del resto sa come essa era. Ci si accontenta di
piangerla. Si sentono dappertutto sospiri sul destino di
quella giovane figlia di principe, persino su Giovanni,
sebbene nemico, appartenente alla più odiata di tutte le
famiglie principesche. Si sospira sul loro amore, di cui
non si può oramai più dubitare, e sulla loro morte cau­
sata dall’amore. L’amore e la morte sono gli argomenti
preferiti da queste persone, trovano delizioso piangere
su essi, e in modo particolare quando amore e morte
sono uniti a formare un tutto unico.
IL NANO 329

Il principe sembra molto abbattuto. Almeno questa è


la mia impressione, si chiude in sé e non si confida con
nessuno. Non con me almeno, che ho pure avuto qual­
che volta il piacere di essere il suo confidente. Ma in
circostanze ben diverse. Ora sembra invece quasi che mi
eviti. Non si serve di me così di frequente come prima,
mi sembra. E, per esempio, egli non mi mise diretta-
mente in mano la lettera per Bernardo, ma me la fece
consegnare da un cortigiano.
Talvolta credo quasi che cominci ad aver paura di me.

Quella contadinaccia rubiconda, la cameriera della


principessa, è malata. Sembra che il suo muso sia final­
mente diventato pallido. Mi domando che cosa abbia.
È curioso, ma io non ho il minimo timore della peste.
Sento in cuor mio che non me la prenderò, che non
sarò colpito dalla malattia. Perché? Già, non è che un
presentimento.
La peste è per gli esseri umani, per quelle creature
che mi circondano. Non per me.

La principessa cola sempre più a fondo. È quasi stra­


ziante vedere il suo declino, il rilassamento che procede
nel suo intimo e tutta la negligenza, l’incuria e la spor­
cizia da cui è circondata. Le uniche cose che ancora at­
testino della sua nascita e della sua antica personalità
sono l’ostinazione e la forza d’animo con cui essa accet­
ta il destino della sua vita e impedisce ai suoi familiari
di esercitarvi la minima influenza.
Dal giorno che la sua cameriera è caduta malata nes­
suno ha il permesso di avvicinarsi a lei, e il sudiciume
nella sua stanza è peggio che mai. Essa non prende ora
più cibo ed è così dimagrita che a malapena riesco a
capire come faccia a tenersi in piedi.
330 IL NANO

Sono il solo che possa visitarla. Mi prega e mi scon­


giura di andarla ad aiutare nella sua estrema miseria e
di farle confessare i suoi peccati davanti a me.

Sono tutto agitato. Vengo direttamente dalla sua ca­


mera e sono ancora in preda a una sensazione di spa­
vento, che avevo provato davanti al potere che talvolta
io ho sugli esseri umani. Racconterò ciò che fu questa
visita.
Appena entrai, secondo il solito non vidi niente. Poi
le finestre si stagliarono sui muri come parti più chiare,
malgrado fossero coperte da spessi drappi, e poi vidi lei
laggiù ai piedi del crocifisso, tutta presa dal suo eterno
pregare. Era talmente immedesimata nelle sue preghiere
che non sentì che aprivo la porta.
La camera era così afosa che a malapena potevo re­
spirare. Mi disturbava. Tutto mi disturbava. L’odore, la
semioscurità, il suo corpo prostrato, la magra e indecen­
te nudità delle spalle, i tendini che si staccavano sul col­
lo, i capelli scompigliati che sembravano un vecchio ni­
do di gazza, tutto ciò che una volta era stato degno di
amore. Fui preso da una specie di furore. Per quanto io
odii gli uomini, pure non mi piace vederli nel loro av­
vilimento.
Improvvisamente udii gridare con furore il mio no­
me là nel buio, prima che essa mi avesse scorto, prima
che sapesse che ero presente:
— Perché preghi tu! Non ti ho detto che non devi
pregare! Che io non voglio le tue preghiere!
Ella si volse, non atterrita ma con il dolce gemere di
una cagna battuta e con lo sguardo mortificato verso di
me. Un tale atteggiamento non calma l’ira d’un uomo.
Continuai senza alcun riguardo:
-— Credi tu che egli si preoccupi delle tue preghiere?
Che ti perdoni perché stai là e preghi e scongiuri e sei
IL NANO 331

tutta presa dall’incessante confessare i tuoi peccati ! Non


ci vuol poi tanto a confessare i propri peccati! Credi
che si lasci ingannare da ciò? Credi che non penetri
dentro di te con il suo occhio?
« Don Riccardo tu ami, non lui ! Credi tu che io non
lo sappia! Credi di potermi ingannare, di condurmi
dietro la luce con le tue diaboliche arti, con le tue mor­
tificazioni, le fustigazioni del tuo corpo lascivo! Tu de­
sideri ardentemente il tuo amante quando pretendi di
aspirare a colui che sta là sulla parete ! Lui tu ami ! »
Essa mi guardò atterrita. Le tremavano le labbra esan­
gui. Poi si gettò ai miei piedi gemendo: — È vero! È
vero ! Salvami ! Salvami !
Mi sentii violentemente commosso nell’udire questa
sua confessione.
— Licenziosa prostituta! — gridai. — Che fingi di
amare il tuo Salvatore mentre in segreto ti giaci con un
libertino dell’inferno! Che inganni il tuo Dio con uno
che è stato scagliato negli abissi dell’inferno! Donna
diabolica, che pendi con i tuoi occhi dal crocifisso e gli
dichiari il tuo ardente amore, mentre con tutti i tuoi
pensieri godi dell'abbraccio d’un altro! Non capisci che
egli ti odia! Non lo capisci?
— Sì ! Sì ! — gemeva ella e si contorceva come un
verme calpestato ai miei piedi. Provai disgusto a veder­
la strisciare là davanti a me, tutto ciò non faceva che
esasperarmi; cosa strana, non provavo alcun piacere a
vederla in tale atteggiamento. Tese le mani verso di
me. — Puniscimi, puniscimi, flagello di Dio!— piagnu­
colò. E raccolse a tastoni la sferza là in terra e me la
porse e si raggomitolò davanti a me come una cagna.
L'afferrai, in preda a un sentimento misto di ripugnan­
za e di rabbia, e la feci sibilare sul suo odioso corpo
mentre sentivo me stesso che gridavo. L il crocifisso!
È colui che pende da quella parete che ti flagella, colui
332 IL NANO

che tu baci tante volte con le tue labbra ardenti, false,


colui che pretendi di amare! Sai tu che cosa sia l’amo­
re? Sai tu che cosa egli pretende da te?
« Io ho sofferto per te, ma tu non te ne sei mai pre­
occupata! Ora tu stessa devi imparare che cosa sia sof­
frire ! »
Ero completamente fuori di me, sapevo appena quel
che facevo. Non lo sapevo? Ma sì! Lo sapevo! Esigevo
la mia vendetta, esigevo il risarcimento di tutto! Am­
ministravo la giustizia! Esercitavo il mio tremendo po­
tere sugli uomini ! Eppure, malgrado tutto, non provavo
alcuna gioia.
Essa non emise il più piccolo gemito mentre la fu­
stigavo. Diventava invece calma e silenziosa. E quando
fu finito ella rimase là senza muoversi, liberata, in un
certo senso, della sua smania e dal suo tormento.
— Possa tu bruciare per l’eternità nel fuoco della
dannazione! Possano le fiamme per l’eternità lambire il
tuo ignobile ventre, che ha goduto dell’orribile peccato
dell’amore !
Con questa sentenza la lasciai, distesa là in terra qua­
si svenuta.
Ritornai in camera mia. Con il cuore che palpitava
salii le scale che conducono all’appartamento dei nani e
richiusi la porta dietro di me.
Mentre ho scritto queste linee è scomparsa la mia
eccitazione e provo soltanto un sentimento di vuoto e
di stanchezza infinita. Il mio cuore non palpita più, non
si sente più.
Fisso lo spazio che è davanti a me e il mio volto so­
litario è scuro e completamente privo di gioia.
Essa ha forse ragione in ciò che ha detto, che io sono
un flagello di Dio.
IL NANO 333

Sono qui seduto, la sera di questo stesso giorno, e


guardo la città che giace laggiù ai miei piedi. Su di
essa è il crepuscolo e le campane hanno cessato i loro
lugubri rintocchi e le cupole e le case degli uomini co­
minciano a dileguare sempre più. Nella luce del cre­
puscolo vedo il fumo del rogo funebre serpeggiare in
mezzo a tutto questo e sento l’acre odore salire quassù
fino a me. Su tutto si stende un velo fitto e tra poco
sarà completamente buio.
La vita! Ha uno scopo? A che serve, qual è il suo
significato? Perché deve continuare con la sua dispera­
zione e la sua completa vacuità?
Rovescio in basso la fiaccola della vita e la spengo
contro la nera terra ed è notte.

La contadina è morta. Le sue guance rosse di sangue


non le hanno potuto impedire di morire. La peste l'ha
falciata, sebbene per tanto tempo nessuno l’abbia cre­
duto perché essa non aveva le stesse sofferenze degli
altri.
Anche Fiammetta è morta. Si è ammalata stamattina
e dopo un paio d’ore non esisteva più.
L’ho veduta quando i fantasmi incappucciati sono ve­
nuti a prenderla. Era orribile vederla. Il volto era gon­
fio e deformato e certamente anche tutto il suo corpo.
Nulla era più in lei che potesse destare ammirazione.
Era soltanto un ripugnante cadavere. Hanno disteso un
velo sui mostruosi lineamenti del volto e l’hanno por­
tata via.
Qui a corte hanno paura della peste, vorrebbero solo
che Fiammetta se ne andasse il più presto possibile. Ma
sarà sepolta questa sera con onori speciali, così è stato
ordinato. Non importa poi un gran che, ora che è
morta.
Nessuno la piange.
334 IL NANO

Forse il principe la piange. La rimpiange di certo.


O sente piuttosto un certo sollievo. Forse le due cose.
Nessuno ne sa niente, perché egli non ne parla con
nessuno. Egli va attorno con i tratti del viso tirati, pal­
lido e non è più lui. La fronte è tutta rugosa sotto la
nera frangia e cammina un po’ curvo. Lo sguardo nero
ha uno strano fulgore e sembra pieno di inquietudine.
L’ho scorto oggi per un attimo ed allora ho potuto
notare tutto ciò.
Da qualche tempo lo vedo assai di rado.
Non lo servo più a tavola.

Non ho più visitato la principessa da quella volta.


Sembra che sia come in letargo. Si dice che il principe
la vada spesso a vedere, si siede presso il suo letto e
veglia su lei, ora che Fiammetta è morta.
Gli esseri umani sono molto strani. E il loro reci­
proco amore non riuscirò mai a comprendere.

L’esercito nemico ha tolto l’assedio e si è ritirato di


qui dacché la peste ha cominciato a far strage anche tra
le sue file. I soldati di Boccarossa non hanno alcuna vo­
glia di combattere un simile avversario.
La peste ha dunque fatto finire la guerra. Nessun’al-
tra cosa di certo avrebbe potuto far ciò. Tutt’e due i
paesi sono attualmente devastati, in modo particolare
il nostro. E i due popoli sono forse troppo esauriti do­
po le due guerre per essere in condizione di continuare
a combattere. Neppure Montaza ha ottenuto nulla. E
ora le sue truppe si porteranno forse a casa la peste.
Qui a palazzo muoiono sempre in maggior numero.
I drappi funebri, messi fin dalla dipartita di Angelica,
rimangono ancora appesi e non stonano con la lugubre
atmosfera di qui.
IL NANO 335

Sono completamente escluso dai servizi di corte. Nes­


suno mi chiama più, nessuno mi cerca. Meno di tutti
il principe, naturalmente. Non lo vedo mai.
Noto negli altri che c’è qualche cosa, una cosa par­
ticolare. Ma non capisco che sia.
Avrà qualcuno parlato male di me?

Mi sono ritirato completamente nell’appartamento


dei nani, ed ivi vivo tutto per me. Non scendo neppure
per mangiare, ho un po’ di pane vecchio quassù in ca­
mera, di cui mi nutro. È più che sufficiente, non ho mai
avuto un grande appetito.
Sono qui solo sotto il basso soffitto, immerso nei miei
pensieri.
Mi compiaccio sempre di più di questa completa so­
litudine.

È da parecchio che non scrivo nulla sul mio quader­


no. Ciò dipende da avvenimenti che sono penetrati pro­
fondamente nella mia vita e che mi hanno impedito di
continuare le mie note. Queste note non erano neppure
a mia disposizione. Soltanto ora le ho potute riavere.
Sono saldamente incatenato al muro di una delle cel­
le nella prigione del castello. Sino a poco fa anche le
mie mani erano in catene, per quanto fosse superfluo,
poiché in ogni caso non mi era possibile fuggire. Ma
ciò doveva accrescere la mia pena. Ora ne sono stato
finalmente liberato, non so perché, io non l’ho chiesto,
non ho chiesto nulla. Sebbene le mie condizioni non
siano cambiate, in tal modo sono tuttavia più sopporta­
bili. Ho dunque indotto Anseimo, il mio carceriere, ad
andare a prendere il mio calamaio e le mie note lassù
nell’appartamento dei nani, tanto per poter avere il pic­
colo svago di occuparmene qualche volta. Egli si è espo­
336 IL NANO

sto forse a un certo pericolo andandomele a prendere,


perché, se hanno liberato le mie mani, non è certo che
mi concederebbero questo piccolo divertimento, e, come
mi ha detto, egli non ha il diritto di concedermi una
qualsiasi cosa, per quanto lo desideri. Ma è un uomo
garbato e molto semplice, e così mi è riuscito alla fine
di convincerlo.
Ho scorso le mie note dal principio, un po’ per gior­
no, ed ho provato una certa soddisfazione a rivivere la
mia vita e quella di parecchi altri e durante le ore silen­
ziose a riflettere ancora una volta su tutto. Cercherò ora
di continuare dal punto dove le avevo interrotte e pro­
curarmi così una piccolissima distrazione nella mia esi­
stenza incontestabilmente molto monotona.
Non so in realtà da quanto tempo io sia qui. La mia
vita di prigioniero è stata assolutamente priva di fatti,
ogni giorno esattamente uguale all’altro, tanto che ho
smesso di contare i giorni o interessarmi minimamente
al corso del tempo. Ma le circostanze che mi hanno con­
dotto in questa grotta di cantina e mi hanno fatto le­
gare saldamente a questo muro le ricordo con molta
esattezza.
Una mattina me ne stavo seduto pacifico e tranquillo
lassù nella mia camera di nano, quando uno dei garzoni
del carnefice, inatteso, si presentò sulla porta e mi or­
dinò di seguirlo. Nessuna spiegazione egli mi dette, io
neppure feci alcuna domanda, poiché mi pareva che
fosse al disotto della dignità rivolgergli la parola. Mi
condusse giù nella camera di tortura e là era il carnefice,
grande e rubicondo e nudo sino alla cintola. Si trovava
là anche un notaio e, dopo avermi mostrato gli stru­
menti di tortura, costui mi invitò a fare una confessio­
ne completa di tutto ciò che era successo durante le mie
visite alla principessa, che avevano fatto sì che ora ella
si trovasse in una tanto deplorevole condizione. Io mi
IL NANO 337

rifiutai, naturalmente. Due volte egli mi esortò a con­


fessare, ma invano. Il boia allora mi afferrò e mi mise
sul cavalletto per torturarmi. Si constatò intanto che il
cavalletto non era adatto per un corpo piccolo come il
mio e fui di nuovo deposto a terra e lasciato in disparte
e dovetti aspettare che lo modificassero in modo che
potesse essere impiegato per un nano. Dovetti stare a
sentire le loro rozze e oscene sciocchezze e le loro assi­
curazioni che avrebbero fatto di me un uomo alto, gi­
gantesco. Venni poi rimesso sul cavalletto e comincia­
rono a martirizzarmi nel modo più orribile. Malgrado
il dolore non un suono mandai fuori, ma li guardavo
soltanto con sguardi sprezzanti mentre compivano la
loro ignobile funzione. Il giurisperito era chinato sopra
di me e cercava di carpire ciò che sapevo. Ma non una
parola mi uscì dalle labbra. Non la tradii. Non volevo
che fosse conosciuta la sua degradazione.
Perché mi comportai così? Non lo so. Certo è che
non mi venne neppure l’idea di rivelare nulla che po­
tesse umiliarla. Mordendomi le labbra mi feci torturare
a causa di quella donna per me odiosa. Perché? Forse
mi piaceva soffrire per lei.
Alla fine dovettero lasciarmi in pace e sciogliere i
vincoli tra orribili bestemmie. Venni condotto in una
cella della prigione e mi caricarono di catene, fatte ap­
posta per me quella volta che avevo distribuito la co­
munione al mio popolo oppresso; e così ora venivano a
proposito. Era una prigione meno ospitale di questa. Un
paio di giorni dopo mi vennero a prendere di nuovo e
venni sottoposto allo stesso trattamento. Ma anche que­
sta volta inutilmente. Continuavo a portare il segreto
di lei nel mio cuore.
Qualche tempo dopo comparvi davanti a una specie
di tribunale dove venni a sapere che ero accusato di
tutti i possibili delitti e tra l’altro di essere stato la cau­
338 IL NANO

sa della morte della principessa. Non sapevo che era


morta, ma sono convinto che non il più piccolo movi­
mento sul mio volto tradì nulla di ciò che provai a
questa notizia. Era morta senza svegliarsi più dal suo
torpore.
Mi domandarono se avevo qualche cosa da dire in
mia difesa. Non li degnai di una sola parola. Poi venne
la sentenza. Per tutti i miei misfatti, che avevano cau­
sato tante sventure, venivo condannato ad essere inca­
tenato saldamente al muro nella più buia segreta del ca­
stello e restarvi incatenato per tutta la vita. Ero un ser­
pente velenoso e lo spirito maligno di Sua Signoria il
Principe ed era espresso alto desiderio del medesimo
che io per sempre fossi reso inoffensivo.
Ascoltai la lettura ad alta voce della sentenza com­
pletamente impassibile. Il mio vecchio viso di nano non
esprimeva che disprezzo per loro e notai che mi guar­
davano con spavento. Fui condotto via dal tribunale e
da allora non ho più visto nessuno di quegli esseri di-
sprezzabili, fuorché Anseimo, il quale è così insignifi­
cante che non vai la pena di disprezzarlo.
Un serpente velenoso!
È vero che composi un veleno, ma chi mi ordinò di
farlo? È vero che detti la morte a don Riccardo, ma
chi era che desiderava la sua morte? E vero che ho fla­
gellato la principessa, ma chi mi pregò e mi scongiurò
di farlo?
Gli esseri umani sono troppo deboli e troppo mobili
per potere forgiare da sé il proprio destino.
Si potrebbe domandare come mai io, per tutti questi
delitti atroci, non sia stato condannato a morte. Ma sol­
tanto le persone irriflessive o chi non conosce bene il
mio altolocato signore può stupirsi che la sentenza non
sia stata tale. Io lo conosco troppo bene per temere una
IL NANO 33»

cosa simile. Egli non ha neppure in verità tanto potere


su di me.
Potere su di me! Che importa che io sia qui giù in
una segreta! A che serve avermi gettato in catene! Ap­
punto per questo, ancora di più faccio parte del castel­
lo ! Per ben provarlo mi ci hanno incatenato saldamen­
te! Io sono saldato ad esso ed esso a me! Non possia­
mo sottrarci l’uno all’altro, il mio-signore ed io! Io sono
prigioniero, ed anche lui è prigioniero ! Io sono inca­
tenato a lui, ed anche lui è incatenato con me.
10 vivo qui nella mia grotta, vivo la mia oscura vita
di talpa, mentre egli passeggia per le sue belle, magni­
fiche sale. Ma la mia vita è anche la sua. E la sua vita
di lassù, nobile e degna di tutto il rispetto, in realtà mi
appartiene.

Mi ci son voluti parecchi giorni per scrivere tutto


questo. Non posso scrivere che nei brevi momenti in cui
un raggio di sole dallo stretto spiraglio cade sulle mie
carte; appunto allora devo profittarne. Quel raggio, du­
rante un’ora intera, si trasferisce in vari punti del pavi­
mento della cella, ma io non posso andargli dietro a
causa della catena che mi attacca al muro. Posso muo­
vermi appena. E per questo mi ci vuole tanto tempo a
rileggere quello che ho già scritto, ma è un vantaggio,
perché così il mio divertimento dura di più.
11 resto della giornata non ho nulla da fare. Già alle
tre è buio ed io devo trascorrere la maggior parte del
tempo nelle tenebre più complete. Col buio vengono i
ratti e corrono qua intorno con i loro occhi brillanti.
Li scopro subito, perché come essi io vedo nelle tene­
bre e sempre più divento una specie di animale sotter­
raneo. Odio queste brutte e sudicie bestie e faccio ad
esse la caccia in questo modo: cerco di non fare il più
340 IL NANO

piccolo rumore e, quando mi vengono a tiro, con una


pedata li uccido.
Questa è una delle poche manifestazioni di vitalità
di cui ho ancora l’occasione. Al mattino ordino ad An­
seimo di gettarli fuori. Non capisco da dove vengano.
Deve essere dalla porta che non chiude bene.
L’umidità stilla dalle pareti e la cella ha un odore di
muffa che mi fa soffrire più di tutto il resto, perché so­
no molto sensibile a simili cose. Il pavimento è di terra
indurita, perché calpestata dagli altri che hanno intristi­
to qui. Non devono essere stati incatenati al muro come
me, almeno non tutti, perché tutto il suolo rassomiglia
a pietra.
Di notte riposo sopra un mucchio di paglia; come fa­
ceva lei. Ma la mia cuccia non è sudicia e puzzolente
com’era la sua, perché io ordino ad Anseimo di cam­
biare la paglia una volta la settimana. Io non sono un
penitente. Sono un uomo libero. Non mi abbrutisco.
Tale è la mia esistenza in questa cella di prigione.
Con i denti serrati sto qui e ripenso i miei pensieri sul­
la vita e sugli uomini come ho fatto sempre, e non so­
no minimamente cambiato.
Se credono di potermi domare, si sbagliano!

Un piccolo contatto con il mondo esterno l’ho avuto


per mezzo di quel brav'uomo del mio carceriere. Quando
viene con il cibo mi racconta candidamente tutto ciò che
avviene e ne fa larghi commenti. Si interessa molto di
ciò che succede e gli piace di metter fuori le sue osser­
vazioni, che gli son costate tanti sforzi per esprimerle.
Tutto diventa così ingenuo sulla sua bocca e si domanda
soprattutto quale possa essere stata la volontà di Dio in
questo o in quel caso, ma con la mia esperienza del mon­
do, tanto più grande, riesco a farmi un’idea approssi­
mativa di ciò che effettivamente è avvenuto. In tal mo-
IL NANO 341

do venni a sapere piano piano le circostanze che accom­


pagnarono il tracollo e la morte della principessa e va­
ri altri fatti accaduti dopo la mia prigionia. Il principe
fedele sedeva vicino al suo letto tutto il giorno e con­
statava come il volto di lei diventava sempre più traspa­
rente e, come si diceva a corte, completamente trasfigu­
rato. Bella come una Madonna, asseriva Anseimo, come
se anche lui l’avesse veduta. Io che l’ho veduta sul serio
so come stavano le cose. Ma credo davvero che il prin­
cipe sedesse là continuamente e si dedicasse tutto alla
sua sposa, che stava per lasciarlo. Riviveva forse il loro
amore giovanile, sebbene dovesse farlo da solo, perché lei
oramai era tanto lontana da tutte le cose di questa terra.
Senza dubbio egli trovava — lo so come è — che era una
cosa molto avvincente questo suo essere sovrumano e
questa sua immaterialità. Nello stesso tempo doveva es­
sere abbastanza sconcertato dalla sua conversione, in cui
egli non aveva avuto parte alcuna, e avrebbe voluto in­
dubbiamente richiamarla alla vita. Ma ella gli scivolava
dalle mani impercettibilmente senza nessuna spiegazione,
e questo silenzio accresceva presumibilmente il suo amo­
re, perché in tali casi succede sempre così.
Egli era in tale stato d’animo, quando mi fece impri­
gionare e torturare. Egli l’amava perché era divenuta
così inaccessibile e mi faceva nello stesso tempo soffrire
perché essa soffriva. Ciò non mi sorprende, perché nul­
la assolutamente mi sorprende.
Bernardo e parecchi altri andarono a vederla. Il vec­
chio maestro disse, così sembra, che il volto di lei era
meraviglioso e che allora soltanto egli cominciava a com­
prenderlo. E a comprendere perché non era riuscito bene
il suo ritratto.
Non è che il ritratto fosse mal riuscito, ma essa non
gli somigliava più. È un fatto questo su cui egli ha do
vuto pensare e riflettere.
342 IL NANO

Cominciarono allora ad intromettersi i preti e anda­


vano e venivano nel palazzo. Dichiararono che l’ingres­
so della principessa nella vita eterna era uno spettacolo
magnifico ed edificante. Doveva anche esserci senza dub­
bio il suo confessore per proclamare a chi voleva udirlo
che essa era senza peccato. Quand’ella era agli estremi,
lo stesso arcivescovo le dette la comunione e l’estrema
unzione e tutta la camera si riempì di prelati e di digni­
tari ecclesiastici di ogni specie, vestiti in gran pompa.
Ma ella morì completamente sola, senza sapere se qual­
cuno le era vicino.
Dopo la sua morte trovarono un pezzo di carta su­
dicio a sgualcito su cui ella aveva scritto qualcosa: vo­
leva che il suo corpo spregevole fosse bruciato come
quello degli appestati e le ceneri sparse per la strada,
perché tutti potessero calpestarle. Sembrarono parole con­
fuse e non si preoccuparono di eseguire queste sue ulti­
me volontà, sebbene esse fossero chiaramente espresse.
Si scelse una via di mezzo e imbalsamarono il suo corpo;
lo deposero poi in una semplice bara di ferro, che senza
alcun ornamento fu portata attraverso le vie sino alla
tomba principesca nella cattedrale. Seguivano con devo­
zione il corteo funebre, quanto mai semplice pur trat­
tandosi di una principessa, le persone più umili del po­
polo, i poveri diavoli esausti che ancora si reggevano in
piedi, e Anseimo descrisse quella marcia attraverso la
città devastata dalla peste che, secondo le sue impressio­
ni, era stata molto commovente. È possibile che lo fos­
se davvero.
Il popolo si credeva di saper tutto sulla principessa e
i suoi ultimi momenti e metteva le mani su lei come su
una cosa di sua legittima proprietà, trasformando ciò>
che era stato raccontato secondo i propri gusti, come suo­
le avvenire in simili casi. La sua fantasia era natural­
mente eccitata dalla semplice, brutta bara di ferro tra tut-
IL NANO 343

te le altre splendide bare d’argento e di marmi artistica­


mente lavorati delle tombe principesche. Questo parti­
colare la avvicinava a loro. E le sue mortificazioni e le
sue flagellazioni, che la cameriera aveva finito per rac­
contare a molti, facevano di lei un essere eccezionale che
aveva sofferto più degli altri, perché essa, nonostante il
suo avvilimento, era comunque una persona di alto li­
gnaggio; come Gesù aveva sofferto più di tutti gli altri
perché figlio di Dio, sebbene molti siano stati crocifissi
nelle forme più varie e alcuni persino con la testa in bas­
so e uccisi e martirizzati in modo assai più crudele di lui.
Piano piano ella è diventata un essere simile a una santa,
che ha rinunciato e disprezzato questa vita sino al punto
di martirizzare e torturare volontariamente il proprio cor­
po, tanto da farlo morire. In tal modo, continuando sen­
za preoccuparsi affatto della realtà, essi compirono la
propria opera fino al raggiungimento della meta corri­
spondente ai loro desideri. Dio solo lo sa, se qualche vol­
ta non abbiamo fatto succedere dei miracoli presso la ne­
ra brutta bara di ferro che conteneva le sue ceneri. An­
seimo ci crede fermamente. Ha dichiarato che di notte
un alone luminoso circondava la bara. È possibile. Poi­
ché il duomo è chiuso a quell’ora e nessuno può con as­
soluta certezza confermare o negare il fatto. E quando i
credenti devono scegliere tra ciò che è vero e ciò che non
10 è, scelgono sempre ciò che non lo è. La menzogna
è più attraente e più preziosa della verità e perciò la pre­
feriscono.
Quando sento raccontare tutte queste cose, sono co­
stretto a dirmi che, senza volerlo, io sono stato il crea­
tore di questa aureola di santità o almeno ho molto con­
tribuito al suo splendore. E per aver fatto questo sono
stato incatenato quaggiù al muro. Non ne sanno niente,
si capisce; e, anche se lo sapessero, a loro naturalmente
11 mio martirio non sembrerebbe degno di alcun inte-

13.
344 IL NANO

resse. Del resto, non chiedo neppure tanto. Ma che un


piccolo uomo profano come me sia stato lo strumento
di un simile evento senza dubbio mi ha riempito di stu­
pore.
Un bel giorno - non ricordo più quando - Anse, no
mi cominciò a raccontare che Bernardo stava dipingen­
do un’immagine di madonna a cui dava i lineamenti
della principessa. Al principe e a tutta la corte stava
molto a cuore questo lavoro, e ne erano felicissimi. Il
vecchio maestro disse che voleva cercare di esprimere la
personalità più intima di lei, tutto ciò che aveva soltanto
potuto intuire prima di averla veduta sul suo letto di
morte. Non so se ci sia riuscito, perché non ne ho mai
visto il risultato; ho sentito dire soltanto che è uno stra­
ordinario capolavoro, ma si dice sempre così di tutto ciò
che fa. Ci ha lavorato tanto, ma lo ha terminato. La sua
santa Eucarestia con Cristo che spezza il pane a tutti i
discepoli seduti attorno alla tavola continua a rimanere
incompiuta e non sarà mai terminata; ma questa sua
opera egli l’ha terminata. È forse più facile dipingere
quadri di questo genere. Il quadro è stato appeso in duo­
mo, ad un altare a sinistra nella navata di sinistra e An­
seimo rimase pieno di infantile ammirazione quando lo
vide. Egli lo ha descritto con le sue frasi ingenue e ha
detto che tutti trovarono che una madonna simile non
era mai stata dipinta prima, mai una madre di Dio così
tenera e divina. Soprattutto seduceva quel suo sorriso pie­
no di mistero, enigmatico, che riposava sopra le sue lab­
bra. Commuoveva tutti e a tutti sembrava che fosse una
cosa divina, tanto era inesplicabile e pieno di un sovru­
mano misticismo. Compresi che l’artista aveva mantenuto
il sorriso del primo ritratto, dove ella somigliava ad una
cortigiana.
Non era facile farsi un’idea di quell’opera d’arte, ba­
sandosi su ciò che raccontava un semplicione come An-
IL NANO 345

selmo, ma compresi che il maestro era veramente riusci­


to a creare un’opera che doveva parlare al cuor dei fe­
deli. Egli stesso deve credere appena alla madre di Dio;
eppure era stato capace di riempire la sua immagine di
un sincero sentimento religioso e d’ispirare all’osserva­
tore devozione e commozione. Il popolo accorreva in
folla a vedere la nuova, divina madonna; e non passò
molto tempo che si inginocchiarono davanti a lei tenen­
do un cero in mano. Si fanno più genuflessioni là che
ai piedi di qualsiasi altro altare e ci sono tante candele
nei candelabri davanti all’immagine della defunta prin­
cipessa che le loro fiamme sono le prime che si vedono
entrando nel duomo. Specialmente i poveri si raccolgo­
no là per pregare e cercare conforto da lei nella loro
angoscia, tutti gli infelici e gli oppressi, tanto numerosi
in questi tristi tempi. Ella diviene la loro madonna pre­
diletta, che pazientemente ascolta le loro preoccupazioni
e le loro pene e li rimanda alle loro case dopo aver dato
aiuto e conforto, sebbene essa — per quanto io sappia —
non si sia mai occupata dei poveri. Bernardo dunque
- come me — per mezzo della sua grande arte richiamò
in vita profondi ed intimi sentimenti religiosi tra il po­
polo.
Nel render conto di tutte queste cose io non posso fa­
re a meno di riflettere a ciò che esse hanno di strano.
Chi avrebbe potuto credere che questa donna sarebbe
stata appesa nella cattedrale come una dolce madonna
consolatrice e sarebbe divenuta l’oggetto dell’amore e
della venerazione di tutto il popolo? Che avrebbe re­
gnato, pura e celeste, tra lo splendore di innumerevoli
ceri offerti a lei in virtù della sua purezza e della sua
bontà? E nel palazzo è appeso l'altro suo ritratto, che il
principe ha fatto incorniciare e attaccare, sebbene mae­
stro Bernardo non ne sia soddisfatto, quello in cui essa
sembra una cortigiana. E le due immagini, nonostante la
346 IL NANO

loro grande dissomiglianza sono forse vere, ciascuna a


suo modo, e tutt’e due hanno quel sorriso trasognato,
quello che a coloro che s’inginocchiano nel duomo sem­
bra un sorriso divino.
Agli uomini piace specchiarsi in specchi appannati.

Ora che ho descritto tutto questo, ossia tutti i fatti av­


venuti dopo il mio arresto, trovo che non ho più nulla
da scrivere. Anseimo continua a venir qui e a raccontare
ciò che è accaduto in città e a corte, ma nulla di spe­
ciale. La peste ha finito per estinguersi dopo aver por­
tato via gran parte della popolazione; è scomparsa da
sé com’era venuta, i casi di malattia si fecero sempre più
rari per cessare poi completamente. E piano piano la vi­
ta ha ripreso le sue vecchie forme abituali e la città, no­
nostante tutto ciò che è accaduto, è sempre la stessa. I
contadini sono ritornati alle loro case bruciate e le han­
no ricostruite e il paese lentamente si riprende e riacqui­
sta le sue forze perdute, sebbene sia ancora molto impo­
verito. I debiti di guerra sono inauditi e le casse dello
Stato vuote, cosi che il popolo, secondo quel che Ansei­
mo minutamente m’ha spiegato, è gravato da grosse tas­
se. Ma in ogni caso c’è pace, così egli ha detto, e allora
ci sarà sempre qualche rimedio, e tutto si aggiusterà. Ora
tutti sono di buon umore nel paese, ha detto, e il suo
volto ingenuo raggiava di soddisfazione.
Con le sue continue chiacchiere egli mi intrattiene di­
scorrendo di tutto un po’ e naturalmente io lo sto ad
ascoltare, perché non posso parlare con nessun altro, seb­
bene talvolta mi riesca assai faticoso. Qualche giorno fa
venne a raccontarmi che il grosso debito con Venezia era
stato finalmente pagato ed il paese liberato da questo gra­
ve onere. Comincia a schiarirsi un po' il cielo e comin­
ciano tempi migliori dopo le dure prove, si vede da
tante cose, ha detto. Si è ricominciato intanto a lavorare
IL NANO 347

attorno al campanile, che era stato abbandonato per tanti


anni, e si spera di finirlo entro breve tempo. Cito questo
fatto per quanto non ne valga la pena.
Non succede più nulla di particolare interesse.

Seggo qui nella mia cella dopo aver atteso il raggio


di sole per un tempo che mi è sembrato un'eternità, e
quando poi finalmente è venuto non ho nulla da confi­
dare alla carta, da esso illuminata. La penna riposa inat­
tiva nella mia mano, non mi riesce di farla lavorare.
Mi viene sempre più a noia scrivere su questo qua­
derno, perché la mia esistenza è assolutamente priva di
avvenimenti.

Domani avverrà la solenne consacrazione del campa­


nile e le sue campane suoneranno di lassù per la prima
volta. Esse sono in parte d'argento, raccolto da una col­
letta tra tutto il popolo. Secondo il loro parere, esse
avranno così un suono più bello.
Il principe e tutta la corte saranno presenti, natural­
mente.

La consacrazione ha avuto luogo e Anseimo mi ha rac­


contato al riguardo molte cose che ha udito da coloro
che erano presenti. È stato un avvenimento memorabile e
indimenticabile, egli sostiene, a cui ha preso parte quasi
tutta la popolazione. Il principe è andato a piedi per tut­
ta la città alla testa della sua corte e le strade erano fian­
cheggiate di popolo che voleva vederlo e partecipare al
solenne momento che stava per giungere. Egli aveva un
aspetto serio, ma era di nuovo diritto ed elastico come
una volta, e visibilmente contento di questo gran giorno.
Tanto lui che il suo seguito erano vestiti con magnifici
abiti. Arrivato sulla piazza del duomo, per primo entrò
nella chiesa e si inginocchiò presso la tomba della prin-
348 IL NANO

cipessa e poi davanti all’altare con la sua immagine, e


tutti gli altri si inginocchiarono insieme con lui. Quan­
do fu compiuto questo atto di devozione uscirono di nuo­
vo sulla piazza del duomo e allora le campane del cam­
panile si misero a suonare. Il loro suono era così bello
che tutti ne rimasero incantati e in silenzio stettero ad
ascoltare quell'ineffabile scampanio, che sembrava venire
dal cielo. Risuonava sopra la città e tutti si sentirono
felici di ascoltarlo. Sulla piazza tutta la folla si era rac­
colta attorno al principe e sentivano di non aver mai vis­
suto un momento simile. Ed era vero, dichiarò Anseimo.
Con suo grande rincrescimento non aveva potuto as­
sistere alla consacrazione, poiché si compiva proprio nel­
l’ora in cui bisognava portare il cibo a tutti i prigionieri,
ma si dovette contentare di ascoltare di qui le campane.
Quando cominciarono a rintoccare venne di fretta da me
e me lo annunciò. Egli era tanto commosso che lasciò la
porta aperta perché anche io potessi udire. Crèdo che
quel brav’uomo avesse le lacrime agli occhi ed egli di­
chiarò che mai prima di allora orecchio umano aveva
udito simili campane. Suonarono in verità esattamente
come suonano tutte le campane, non hanno niente di spe­
ciale. Fui contento quando richiuse la porta e fui lascia­
to in pace.

Sono qui tra le mie catene e i giorni passano e non


accade mai nulla. È una vita vuota priva di gioia, ma
io l’accetto senza rimpianti. Avrò pur l’occasione di con­
tinuare la mia cronaca lassù alla luce del giorno come
una volta, ed avranno di nuovo bisogno di me. Se cono­
sco bene il mio signore egli non potrà per molto tempo
fare a meno del suo nano. Penso così qui nella mia cel­
la e sono di buon umore. Penso al giorno che verranno
a sciogliere le mie catene perché egli mi avrà mandato
a cercare.
LA SIBILLA
Titolo originale:
SIBYLLAN
Traduzione di Attilio Veraldi
Prima edizione : Stoccolma 1956
Prima edizione italiana: Milano 1961
In una casupola sul fianco della montagna che domi­
nava Delfi vivevano una vecchia e il figlio demente. La
casupola consisteva di un unico ambiente, una parte del
quale era costituita dal fianco stesso della montagna e
gocciava continuamente umidità. A dire il vero, si trat­
tava di un misero capanno che un tempo i pastori s’e-
rano costruiti lassù, sulla cima inospitale dell’alta mon­
tagna che sovrasta le case della città, proprio sopra al re­
cinto sacro del tempio.
La donna lasciava di rado la casa; il figlio mai. Se
ne stava sempre seduto lì dentro, nella penombra, con
un sorriso ebete sulle labbra. Aveva ormai superato da
un pezzo la cosiddetta età di mezzo, e i suoi capelli spio­
venti cominciavano già a imbianchire. La faccia era in­
vece rimasta intatta, senza nessun segno di cambiamento,
senza alcuna particolare impronta in quella sua inalte­
rabile e glabra giovinezza: tranne, sempre, quel singo­
lare sorriso. Il viso della vecchia era invece arcigno, sol­
cato da innumeri rughe e con la pelle scura come se fos­
se stata sempre a contatto col fuoco. Gli occhi avevano la
luce di chi un tempo ha mirato dio.
Vivevano appartati. Non un’anima andava a trovarli,
né v’era motivo che qualcuno avesse a che fare con loro.
Possedevano un paio di capre che gli fornivano il latte,
e la vecchia andava a raccogliere sulla montagna le erbe
e le radici di cui essa e il figlio unicamente si cibavano.
352 LA SIBILLA

Dalla gente infatti non avrebbero mai ricevuto niente,


perché nessuno voleva avere contatti con loro.
L’ingresso dell’abituro dava sulla valle e lì, su quel
buio varco, la vecchia se ne stava quasi sempre seduta e
guardava quel mondo dal quale tanto tempo prima s’era
allontanata. Nulla sfuggiva alla sua vista. Tutto si di­
stendeva ai suoi piedi : la città, tra le cui case gli abitanti
andavano e venivano, ciascuno intento alle proprie fac­
cende; la via sacra, lungo la quale i pellegrini avanza­
vano con passo solenne fino al recinto del tempio, e l’al­
tare davanti alla casa di dio, sul quale avevano luogo i
sacrifici. Tutto le era familiare. E talora, di buon matti­
no, laggiù si svolgeva qualcosa che le era ancora più fa­
miliare. A quell’ora il recinto era deserto; solo un gio­
vane era intento a scopare davanti all’ingresso del tem­
pio, che egli poi decorava con lauro appena colto nel
boschetto sacro a dio. Il sole s’era appena levato dietro
ai monti a oriente e l’intera valle era inondata dalla nuo­
va luce: seguita da due sacerdoti, una fanciulla avanzava
a passo lento e grave sulla via sacra, reduce dal lavacro
nella sorgente che sgorgava da un crepaccio della monta­
gna. Umile in volto, lo sguardo fisso all’edificio sacro cui
s’approssimava, era vestita da sposa, da sposa di dio.
Dalla soglia del tempio il giovane le andava incontro, re­
cando un’ampolla d'acqua santa con la quale la asper­
geva. Così purificata, la fanciulla entrava infine nella di­
mora di dio per offrirsi al suo spirito onnipotente. Que­
sta la scena che si svolgeva ormai da tempo immemora­
bile e che, seduta sulla soglia di casa, la donna seguiva
con i suoi vecchi occhi.
Dietro di lei, nella penombra, sedeva il figlio dai ca­
pelli grigi. Sul suo viso infantile, coperto appena da la­
nugine, era dipinto l’eterno sorriso.
Una sera, poco prima del tramonto, avvenne che un
uomo risalisse il sentiero proveniente da Delfi. Non c’e­
ra niente di straordinario in questo, a volte la gente si
arrampicava sin lassù per recarsi a sorvegliare le bestie
in cima alla montagna, dove erano i pascoli. Il sentiero
era a un tiro di sasso dalla casa della vecchia. Quella vol­
ta, però, si verificò un fatto che sorprese moltissimo que-
st’ultima: l’uomo svoltò dal sentiero e s’inerpicò su per il
ripido pendio privo di pista. Un fatto del genere non
s’era mai verificato, nessuno aveva mai abbandonato il
sentiero per arrampicarsi lassù. Quali intenzioni aveva
dunque costui? La scarpata era coperta dai sassi delle
frane e, a tratti, l’uomo trovava difficoltà ad avanzare;
forse non era pratico di quei luoghi. Dalla casa, la don­
na lo seguiva con i suoi vecchi occhi.
A mano a mano che l’uomo si avvicinava cominciò a
distinguerne il volto. Non lo conosceva. Del resto non
conosceva nessuno, non incontrava mai anima viva. Era
piuttosto alto, con una barba folta e bruna, incolta, evi­
dentemente secondo una moda straniera. Aveva le guance
pallide, prive affatto di colore, nonostante dovesse fare un
grande sforzo per risalire il pendio. Era nel pieno degli
anni.
Quando fu giunto salutò, ma non alla maniera del luo­
go. E quando si fu seduto sulla panca di pietra davan­
ti alla casa, allorché cominciò a parlare, lentamente e
354 LA SIBILLA

dapprincipio con una certa difficoltà, la vecchia capì im­


mediatamente che era uno straniero, probabilmente di
un paese molto lontano. Del resto lo si capiva anche dai
suoi occhi, che erano luminosi, eppur gravi e vecchi, no­
nostante l’età giovane. Questa però poteva essere una ca­
ratteristica sua e non della razza alla quale apparteneva.
Dichiarò che era venuto a Delfi per consultare l’ora­
colo su un fatto che per lui aveva una grande importan­
za, ma che ne era stato distolto prima ancora di attuare
il suo intento. Infatti non lo avevano lasciato entrare nel­
la stanza dove venivano accolti gli interroganti : non c’e­
ra risposta al suo quesito, gli avevano spiegato. Nessun
oracolo al mondo avrebbe potuto dargli una risposta.
Avvilito, aveva allora lasciato il recinto del tempio
e per tutto il giorno aveva vagato senza meta per Delfi,
più volte pensando di lasciare la città che aveva deluso
ogni sua speranza e di andare altrove, in un altro pae­
se, uno qualsiasi. Ma ecco che in un sudicio vicolo, nel
quartiere più misero della città, s'era imbattuto in un
cieco, un mendicante vecchissimo che, accoccolato a un
angolo della strada, tendeva la mano tremolante nella
speranza che qualcuno vi deponesse una moneta. E ciò
gli era sembrato assurdo: proprio in quel vicolo, dove
tutti erano altrettanto poveri? Ma il vecchio aveva spie­
gato che nel passato aveva mendicato nel recinto del tem­
pio e lungo la via sacra, ma che ora non ce la faceva più
ad arrivare sin là.
— Dopo aver dunque attaccato discorso, gli raccon­
tai a mia volta le pene che mi affliggevano, il lungo
viaggio inutile sino a Delfi e l’avvilimento in cui ero
precipitato per non essere riuscito a ottenere alcuna ri­
sposta dall’oracolo. Mi ascoltò con interesse e mostrò di
comprendermi, ma giudicò molto stiano che esistesse
qualcosa cui l’oracolo delfico non fosse in grado di ri­
spondere. « Devi aver posto domande ben difficili » dis-
LA SIBILLA 355

se. Ma dopo aver riflettuto aggiunse, pensieroso : « For­


se c’è chi può aiutarti, chi è in grado di rispondere a
tutte le domande che un uomo può porre ». E mi spiegò
che sulla montagna vive una vecchia sacerdotessa dell’o­
racolo, una vecchissima pizia, odiata ed esecrata da tutti
perché un tempo offese dio. Tradì il tempio, dio e tutto
ciò che è sacro, e nondimeno è una brava ed esperta si­
billa. In Delfi non c’è mai stata una sacerdotessa dell’o­
racolo altrettanto abile e amata da dio. Proclamava a
gran voce le sue profezie e nessuno mai seppe resistere
alla vista di lei posseduta da dio. Dalla sua bocca ema­
nava direttamente l’alito divino, e le sue parole, si dice­
va, bruciavano come fiamma, ché come fiamma era l’a­
more di dio per lei. Per molti anni questi s’era rifiutato
di parlare per bocca di altri. Ma poi essa aveva pec­
cato verso dio e verso gli uomini, dannandosi per sem­
pre. Venne allora scacciata dalla città a colpi di pietra e
bastone dal popolo furente, maledetta da tutti e, natu­
ralmente, da dio che essa aveva offeso. « Ciò accadde
quando io ero fanciullo » mi spiegò il vecchio, « ma seb­
bene nessuno più parli di lei o faccia il suo nome, pare
che viva ancora sulla montagna sulla quale si rifugiò. E
non ho alcun dubbio che ciò sia vero, perché molta deve
essere l’energia che ancora le è rimasta e perché deve es­
sere diffìcile morire per uno che ha avuto con la divinità
i rapporti che ha avuto lei. Dio non abbandona colui nel
quale un tempo stabilì la sua dimora, anche se rimane
in lui soltanto come maledizione. Va’ alla ricerca di lei
e certamente troverai risposta alle tue domande, anche se
è terrificante. » Con la mano tremante indicò questa mon­
tagna e, benché cieco, indicò giusto.
Colei alla quale egli aveva parlato rimase immobile,
come immobile era rimasta durante tutto il racconto. Nes­
sun mutamento sul suo volto tradiva ciò che essa pote­
va provare nel proprio intimo. Meravigliato e incurio­
356 LA SIBILLA

sito, l’uomo frugò con lo sguardo quel volto scuro e se­


gnato, come se volesse leggere in quel libro antico che,
nonostante i suoi chiari caratteri, era tuttavia indecifra­
bile. Pareva infatti scritto in un idioma antico caduto or­
mai in disuso per sempre.
Tacque a lungo, apparentemente assorta, chiusa in se
stessa.
— Che cosa hai chiesto all’oracolo? — domandò al­
la fine, come destandosi dalle sue meditazioni.
— L’ho interrogato sul mio destino, — rispose lo
sconosciuto.
— Il tuo destino?
— Sì, il mio destino, la mia vita. Quale sarà e che
cosa mi aspetta.
— È ciò che chiedono quasi tutti, è l’unica cosa che
la gente vuole veramente sapere. Che c’è dunque di stra­
ordinario nel tuo destino? Qualche cosa d'insolito?
— Proprio così.
E lo sconosciuto raccontò uno strano episodio, un av­
venimento che gli si era impresso nella memoria al pun­
to che gli sembrava di non riuscire a ricordare altro;
al punto da non aver più pace in cuor suo, da spinger­
si sino a Delfi e, ancora, lassù da lei, in cerca di con­
siglio e, se possibile, di pace:
— Vivevo felice con la mia giovane moglie e il fi­
glioletto — cominciò, — nella città in cui ero nato e
che non avevo alcuna intenzione di lasciare. Là avevo
il mio guadagno e là possedevo la casa ereditata da mio
padre. Non ero ricco, ma benestante, e conducevo una
vita tranquilla e spensierata. Tutto insomma pareva pro­
cedere nel migliore dei modi.
« Ma ecco che un giorno, mentre ero sulla soglia di
casa, vidi uno sconosciuto che trascinava una croce sul­
le spalle. Non c’era proprio niente di straordinario in
questo, niente davvero, perché spesso accadeva che per
LA SIBILLA 357

la nostra strada passasse qualche drappello di soldati che


conduceva al martirio un condannato alla croce: per
giungere al luogo del patibolo bisognava infatti passare
per quella strada. Neppure quell’uomo aveva niente di
speciale, almeno a quanto potevo vedere. Sembrava palli­
do e stanco, stremato. Fu forse per questo che sostò un
attimo e s’appoggiò al muro della mia casa, a pochi pas­
si da me. Il che non mi piacque affatto. Mi chiesi a quale
scopo lo facesse, e conclusi che probabilmente portava
male alla mia casa se un condannato a morte, un uomo
cioè colpito dalla massima sventura, vi si appoggiava.
Perciò gli dissi di andarsene, perché non volevo che so­
stasse lì.
« Allora egli si volse verso di me e quando vidi il
suo viso capii che non si trattava di un uomo come tutti
gli altri, perché c’era qualcosa di particolare in lui. Che
cosa, però, non saprei dire. Nel complesso, il suo viso
non esprimeva collera; era anzi mite e dolce. E tuttavia
in quell’istante mi parve terribile e minaccioso, al punto
che non lo dimenticherò mai.
« Poiché non m’è concesso di appoggiare il capo con­
tro il muro di casa tua, la tua anima sarà dannata per
sempre, disse.
« Rimasi sorpreso e sconvolto. Intuii che quelle pa­
role contenevano un sinistro ammonimento. I soldati si
limitarono a ridere e a spingerlo innanzi, perché nep­
pure loro volevano che si fermasse lì. Lo costrinsero a
proseguire; ma prima di avviarsi con la sua croce, egli
si volse di nuovo verso di me e disse, minaccioso:
« Visto che mi hai negato un attimo di riposo, soffri­
rai pena maggiore della mia: non morirai mai. Per l’e­
ternità vagherai per questo mondo senza trovar mai pace.
« Si caricò la croce sulle spalle e proseguì vacillando
per la sua strada sinché, poco oltre, scomparve fuori le
porte della città.
358 LA SIBILLA

« Rimasi immobile, in preda a una strana sensazione.


Mi pareva che mi fosse accaduto qualcosa del cui si­
gnificato in quel momento non mi rendessi perfettamen­
te conto. Non avrei saputo spiegarla né a me stesso né
agli altri, ma questa fu la sensazione che provai. Alcuni
vicini, udite le parole proferite dallo sconosciuto e ve­
dendomi lì immobile col viso sconvolto, mi dissero di
non preoccuparmi, di non dar peso alle parole di un cri­
minale condotto alla croce : non sapevo forse che co­
storo pronunciano spesso le minacce e le maledizioni più
orrende, perché sono adirati contro tutto e tutti, infu­
riati per la vita che son condannati a perdere? “Sai be­
ne che parlano da insensati. Non vai la pena prestarci at­
tenzione.”
« Compresi che avevano ragione, e per giunta il loro
modo di fare mi calmò. Mi tranquillizzò il fatto che mi
prendessero in giro, ridendo dell’incidente e scrollando
le spalle; e feci altrettanto anch'io quando continuammo
a parlarne. Poi ritornai alle mie occupazioni senza più
pensare all’accaduto.
« Ma non riuscivo a dimenticare completamente l’in­
cidente. Per quanto cercassi di cancellarlo, il ricordo di
quell’uomo mi ritornava vivo alla mente. I giorni passa­
vano, io continuavo a badare al mio lavoro e tutto si svol­
geva come prima (almeno a me così sembrava), ma le
parole pronunciate dallo sconosciuto m’erano rimaste im­
presse, e a volte mi sembrava di udirle ripetere nel più
profondo del mio intimo... Ma da chi? Da me stesso?
Non saprei dire. Sta di fatto che le udivo, le udivo dav­
vero, e distintamente.
« Non riuscivo a capire perché le ricordassi, e mi ren­
devo conto che non significavano assolutamente nulla.
Chi le aveva pronunciate contro di me non era altri che
un malfattore sconosciuto al quale io avevo impedito di
appoggiare il capo al muro della mia casa. Tutto qui.
LA SIBILLA 359

Era dunque sciocco turbarsene. A che, dunque, la mia


preoccupazione ?
« Ero convinto che col passare dei giorni me ne sarei
sicuramente liberato. Ma quando la mattina mi sveglia­
vo avevo sempre l’impressione che mi stesse succedendo
qualcosa: mentre giacevo nel letto ancora insonnolito, a
poco a poco ricominciavo a udire - come un bisbiglio
appena entro di me — le parole che mi ricordavano la
condanna pronunciatami contro... Da chi?
« Ma una volta alzatomi, rientravo in me e riprende­
vo a lavorare come sempre. Però non ne avevo gran vo­
glia, io che pure di solito ero ben disposto al lavoro e
ne traevo anzi diletto. Dopo un po’, infatti, mi sentivo
troppo irrequieto per applicarmici oltre e me ne andavo
in giro inoperoso, senza concludere niente. Non avevo
insomma nessuna voglia di lavorare. Questo mio modo
di comportarmi era del tutto insolito, e durò per giorni e
giorni. Ormai non mi riconoscevo più: in un certo senso,
ero cambiato.
« Non so quanto tempo trascorse prima che mi giun­
gesse all’orecchio la strana voce secondo la quale colui
che era stato condotto attraverso la nostra strada alla cro­
cifissione era il figlio di dio. Non lo si diceva aperta­
mente, ma in città la gente lo bisbigliava, ne parlava in
gran segreto. Quelli che certamente sapevano, che cre­
devano in lui, naturalmente si tenevano nascosti e non
ardivano farsi innanzi per parlare in suo favore. Non
ancora, almeno. Ma non dovevano essere molti; in città,
naturalmente, la gente non ci credeva affatto e giudicava
tutta la storia niente altro che un'invenzione, mentre
quelli che avevano condannato quell’uomo la giudica­
vano una bestemmia contro dio.
« Figlio di dio! È chiaro che non lo è, mi dicevo. Era
una storia veramente ridicola. Un’assurdità bell’e buona.
Figlio di dio!... Mi informai com’era sorta e chi propa­
360 LA SIBILLA

lava quella voce: quelli che ci credevano, naturalmente,


quelli che si tenevano nascosti. Affermavano che un mi­
racolo, anzi una quantità di miracoli accaduti provavano
la verità di quella asserzione, per non dire del miracolo
stesso della loro credenza, perché essi sentivano che si
trattava del figlio di dio, l’avevano avvertito dentro di
sé. E questo, ovviamente, per loro era il miracolo più
grande, quello che più importava. Ma era gente che non
meritava credito, e ciò che dicevano non meritava at­
tenzione.
« Parlai allora della cosa con i miei vicini e domandai
la loro opinione: che ne pensavano del fatto che quel
malfattore — se ancora lo ricordavano — quell’uomo che
aveva attraversato la nostra strada trascinando la croce,
fosse figlio di dio? Ne avevano sentito parlare, ma giu­
dicavano molto sciocche quelle voci.
« “Ma molti ci credono,” replicai io. Si strinsero nelle
spalle e, per tutta risposta, borbottarono qualcosa circa la
follia degli uomini.
«“Pensi ancora a quello che ti disse?” aggiunse uno
di loro, ridendo.
«“Niente affatto,” risposi, e risi anch’io. “Sei matto?
Credi che me ne importi?”
« Ma ero sincero ? Davvero non me ne importava ? Era
facile dirlo; ma allora perché mi sentivo così cambiato,
così avvilito e afflitto? E perché ogni cosa mi appariva
futile? Perché mi succedeva questo? E perché dentro
di me e intorno a me credevo di vedere soltanto vuoto
e desolazione? Non mi era mai capitato prima. Che co­
sa significava questo mutamento ? A che cosa erano do­
vute queste sensazioni?
« Ricordo che un giorno mi spinsi per un tratto fuo­
ri le porte della città, in quella campagna rigogliosa che
conoscevo benissimo, coi suoi vigneti e i campi di grano
intramezzati da olivi e fichi. Rimasi stupito nel costatare
LA SIBILLA 361

quanto grigia e avvilente essa mi apparisse adesso, quan­


to diversa da come mi era apparsa nel passato. Era mez­
zogiorno, ma sembrava piuttosto il crepuscolo; e avvertii
uno strano senso di tristezza alla vista di quella campa­
gna, di quella grigia desolazione. Che significava tutto
ciò? Che cosa mi stava succedendo?
« Era questo il mio mondo, quello in cui sarei dovuto
vivere ?
« Ricordo con quale afflizione me ne tornai sui miei
passi e rientrai in città e a casa.
«A mia moglie non avevo detto ancora nulla: non
volevo parlarle del mio stato d’animo. Ma essa doveva
essersene certamente accorta. Del resto, poteva non ac­
corgersene? Alla fine non riuscii più a tenermi per me
quell’angustia, a covarla in silenzio, e così andai nella
stanza in cui essa se ne stava di solito a quell’ora del
giorno, deciso a raccontarle tutto, da cima a fondo.
« La trovai distesa a terra su una stuoia di paglia. Sta­
va giocando col bambino. Interruppi il loro gioco e, al­
la meglio, le spiegai quello che mi stava succedendo;
le dissi ch’ero convinto d’essere vittima d’una maledi­
zione.
« Mi rispose con una risata. Distesa lì a terra sulla
schiena, giocava col bambino sollevandolo in aria, e la
sua risata suonò allegra e infantile.
« “Sì, devi essere stato davvero maledetto,” disse poi,
“visto che è tanto tempo che non mi baci.”
« Mi sforzai di sorridere e rimasi immobile a guardar­
li. Mi rendevo conto che loro due erano ciò che di più
bello e di più amato mi restava al mondo, e tuttavia
anch’essi, come ogni altra cosa ai miei occhi, erano av­
volti in una specie di nebbia.
« E mentre stavo lì mi sentii straniato, mi parve d’es­
sere un forestiero venuto da lontano che non avesse al­
cun diritto a introdursi nella loro vita. Quando uscii dal-
362 LA SIBILLA

la stanza, udii da fuori che avevano ripreso il loro gioco.


« Fino a poco tempo prima anch’io ero stato come
loro. Ero stato contento di vivere, di essere al mondo, e
giorno per giorno m’ero gustato la gioia di vivere, perché
quella vita m’era stata molto cara.
«Giorno per giorno?... Strano! Lo sconosciuto aveva
detto che sarei vissuto per sempre, che non sarei mai mor­
to; che cosa mi turbava, dunque? Strano davvero! Il mio
più grande sogno non era stato forse quello di non
dover mai morire, bensì di continuare a vivere per sem­
pre? Perché dunque non ne ero contento? Perché non
provavo alcuna gioia?
« Per l’eternità... senza trovar mai pace.
« Non ci avevo mai riflettuto prima, soltanto adesso
mi pareva d’incominciare a capire che cosa veramente
fosse l’eternità. Mi rendevo conto che l’eternità avrebbe
distrutto la mia vita, perché non era altro che dannazio­
ne e infelicità, e la mia anima ne sarebbe stata piagata.
« L’eternità non ha nulla a che fare con la vita, pen­
savo; anzi, è proprio il contrario della vita, è qualcosa
che non ha fine né limite: un regno della morte al quale
i vivi devono guardare con orrore. E io ero condannato
a viverla? Per questo m’era stata concessa l’eternità? Per
l’eternità... Ecco la mia condanna a morte, la più crude­
le che possa immaginarsi.
« “Quel dio mi ha privato di ogni gioia di vivere”,
conclusi, in un bisbiglio.
« Per la prima volta, come un lampo, ebbi idea dell’e­
sistenza che mi attendeva, e ne vidi tutta la desolazione.
E per la prima volta credetti davvero d’essere vittima di
un potere maledetto, credetti che quell’ipotetico dio era
in grado di attuare il suo intento e che l’anima mia a-
vrebbe sofferto ciò che egli aveva minacciato. Credetti
che si sarebbe avverato tutto ciò che egli aveva detto.
« Anzi, stava già avverandosi. Dentro di me il muta­
LA SIBILLA 363

mento continuava e io, impotente, mi ci arrendevo. Qua­


le altra possibilità mi restava, che cosa dovevo fare? Co­
me potevo oppormi ed evitare ciò che stava succedendo
dentro di me? Non ne avevo la forza, ero assolutamen­
te impotente, perché io stesso ero l’anima sventurata che
avrei dovuto aiutare, io stesso ero il mutamento che stava
avendo luogo dentro di me e mi stava spingendo alla
dannazione.
« Ebbene, nella mia angustia, un giorno feci proprio
ciò che servì ad accrescere ancor più la mia infelicità e
la mia sventura. Era mezzogiorno, e giacevo ancora di­
steso nel mio letto, tormentato dai miei angosciosi pen­
sieri e da me stesso, dal mio intimo io che ormai non
mi apparteneva più. A un tratto provai stizza per il mio
destino e per il dio perverso che lo aveva stabilito. Per­
ché dovevo rassegnarmi a quella follia? Perché non mi
ribellavo a questa forza insinuatasi dentro di me e non
dicevo : Non voglio ! Non voglio ! Io voglio vivere, de­
sidero una vita identica a quella degli altri, voglio essere
come ero prima! Voglio essere come tutti gli altri! Vo­
glio vivere!
« Non appena lo ebbi detto — ad alta voce, seppure
a me stesso - sembrò che, come una veste pesante, la
maledizione mi crollasse di dosso; mi sentii risollevato,
avvertii un senso di liberazione come non avevo mai
provato in tutta la mia vita. Mi alzai e andai nella stan­
za dove erano mia moglie e il bambino. Per un po’ ri­
masi a guardarli mentre giocavano allegramente, quindi
mi avvicinai e con dolcezza la separai dal bambino e la
baciai. Mi circondò con le braccia, le sue calde braccia
nude, e andammo insieme nella mia stanza. Dopo es­
serci spogliati, accennando un sorriso che mi era ben
familiare, essa si distese sul mio letto, quello stesso sul
quale poco prima io giacevo in preda al tormento, ed
allargò, le gambe per accogliermi. Tutto allora tornò co­
364 LA SIBILLA

me prima, come quando ci amavamo reciprocamente; e


credetti di aver vinto, di essere ritornato felice.
« Ma non fui capace di far nulla. Vedevo che era
affascinante, più che mai affascinante, lo vedevo e lo
sentivo, perché era passato molto tempo dall’ultima vol­
ta; eppure non fui preso da alcun desiderio. Il suo ca­
lore mi avvolse, ma trepida ed eccitata era soltanto lei :
io rimasi freddo e scorato, e non fui in grado di far
nulla. Sentivo sul viso il suo respiro ansante; mi desi­
derava, ma io ero impotente.
« Alla fine scoppiai a piangere. M'abbandonai sul suo
splendido corpo caldo, e piansi.
« Mi accarezzò per un po’ i capelli e le guance. Indi
mi prese il capo tra le mani e mi guardò, mi guardò an­
siosa, mi scrutò in viso attentamente, come non faceva
più da molto tempo.
« “Come sono invecchiati i tuoi occhi”, disse.
« La mia infelicità fu ora completa. Mi parve, adesso
che ero stato privato anche della voluttà, d’essere pre­
cipitato in un pozzo senJa fondo. Ma era poi strano
questo? Certo, si trattava del godimento più grande che
ci sia nella vita, ma era poi strano che ne fossi stato
privato, che non dovessi più provarlo, mai più cono­
scerlo, io che ero uno sventurato? Io che ero stato con­
dannato alla sventura eterna?
« Da allora in poi il mio cambiamento, anche se po­
co alla volta, andò facendosi sempre più manifesto, o
almeno così mi pareva. Avevo l’impressione che la gen­
te mi evitasse e sempre più si allontanasse da me, e se
qualcuno era costretto a rivolgermi la parola e incon­
trava i miei occhi, mi guardava in modo strano. Per la
strada i vicini ammutolivano e pareva che finalmente
avessero capito che m’era successo qualcosa e che que­
sto qualcosa fosse in relazione con quell’uomo che era
stato condotto alla crocifissione e al quale avevo proibito
LA SIBILLA 365

di appoggiare il capo al muro della mia casa. Con me


non ne parlavano mai, mi evitavano, come ho detto, ma
era chiaro che avevano notato il mio cambiamento, che
mi osservavano di nascosto e parlavano alle mie spalle,
e che certo solo per compassione non mi dicevano, an-
ch’essi : “Come sono invecchiati i tuoi occhi”.
« A poco a poco, mia moglie divenne sempre più
timida nei miei confronti, come se ci fosse qualcosa in
me che la intimidisse. I miei occhi, certamente. È evi­
dente che ricordava che le avevo detto d’essere stato
colpito da una maledizione; ma non ne sono sicuro, per­
ché non ne parlammo mai né mai accennammo a quello
che era avvenuto tra noi due.
« “Non vorrà più guardarmi negli occhi”, mi dissi.
« Probabilmente soffriva quanto me per il cambia­
mento che avevo subito. Ma anche di questo non sono
sicuro perché non ci sfogavamo mai e nessuno di noi
due sapeva ciò che l’altro pensava. Da quella volta che
ho raccontato, i nostri sguardi non s’incontrarono più.
« Del resto non mi ero mai preoccupato di sapere ciò
che essa pensasse. La giudicavo una bambina e non m’era
mai stato di grande giovamento parlare con lei, sebbene
prima non me ne fossi mai accorto perché le sue ciance
infantili mi divertivano. Adesso invece compresi l’inu­
tilità di discutere con lei di qualsiasi argomento, e così
non le parlai più. La sua sola presenza, il solo sapere
che si trovava in qualche stanza vicina e persino il suono
della sua voce o della sua risata proveniente da qualche
angolo della casa, cominciavano a darmi fastidio. Ma
ormai non capitava più tanto spesso che essa ridesse; se
ne stava quasi tutto il giorno nella stanza del bambino
e forse là dentro continuavano a giocare, ma in maniera
più silenziosa. A stento si udivano. Insomma, in casa
tutto era cambiato.
« Ero spinto a provare rancore contro mia moglie per
366 LA SIBILLA

essere stato incapace di entrare in lei, e perciò volevo


vendicarmi in qualche modo. Non li guardavo mai, né
lei né il bambino; per me era come se non esistessero.
D’altronde non ero mai stato legato in particolar modo
a mio figlio; oppure lo adoravo? Comunque sia, avevo
sempre ritenuto che essa cicalasse troppo con lui (sen­
za dubbio, perché essa stessa era una bambina), e così
il segreto malcontento che avevo nutrito contro mio
figlio esplose ora che per sempre ero diviso da mia mo­
glie. Compresi che ciò che soprattutto la turbava era il
pensiero che quanto era accaduto si riversasse sul bam­
bino, e sempre più spesso m'accorsi che piangeva. Seb­
bene evitassi di guardarla, me ne accorgevo sempre.
« L’infelicità non rende buoni gli uomini. Se io sof­
fro, perché gli altri non devono soffrire?
« Tuttavia non mi comportavo con lei in maniera
sgarbata; questo proprio non poteva rinfacciarmelo. Mi
limitavo a non rivolgerle quasi mai la parola e a non
lasciar trasparire il risentimento che nutrivo contro di
lei. Quest’ultimo, anzi, badavo bene a tenerlo sempre
nascosto, e tuttavia son certo che essa capiva i miei sen­
timenti. Il rancore, come l’amore, non ha bisogno di
molte parole per esprimersi.
« La nostra casa divenne squallida, silenziosa e tri­
ste; mia moglie vi si aggirava piena di sconforto e mio
figlio correva a nascondersi al mio arrivo.
« Questo non contribuiva certo a diminuire la mia
infelicità. Sebbene lo avessi voluto io, in cuor mio me
ne rattristavo, e la mia pena aumentava. Spesso me ne
stavo impalato a fissare il vuoto e a guardare fuori della
finestra, senza veder nulla e senza rendermi assoluta-
mente conto di dove mi trovavo, come se fossi prigio­
niero di me stesso. Oppure me ne andavo senza requie
in giro per la grigia campagna fuori le porte della città,
LA SIBILLA 367

dove campi e alberi erano coperti di cenere. E questo


durò per non so quanto tempo.
« Un giorno essa se ne andò col bambino. Con mia
stessa meraviglia, non feci che correre per tutta la casa
in cerca di loro due; e quando ancora una volta — dopo
non so quante altre - mi precipitai nella stanza nella
quale erano soliti ritirarsi a giocare e dalla quale sem­
pre, tranne negli ultimi tempi, era giunto il suono delle
loro risate, quando ancora una volta entrai lì dentro e
finalmente mi resi conto che non c’erano né mai più ci
sarebbero stati, crollai a terra con un grido. Fu come se
mi fosse stato cacciato un coltello nel petto, e giacqui
sanguinante su quella piccola stuoia di paglia dove essa
una volta era stata distesa sulla schiena e, sorridendo,
con le braccia nude aveva sollevato in aria il bambino.
Non so quanto tempo giacqui lì a terra. Poi, a un certo
punto, udii sempre più distintamente dentro di me una
voce che mi fece rizzare a sedere. Rimasi seduto, guar­
dando fisso dinanzi a me : di nuovo, e sempre più for­
te e distinta, udivo dentro di me quella voce; udivo ciò
che lo sconosciuto aveva detto, le parole terribili che
aveva pronunciato contro di me. Tutto il mio intimo ne
risuonava, entro di me non echeggiava che il suono di
quelle parole, come nel vuoto di una casa deserta e ab­
bandonata tra le cui pareti nude risuonassero, fantastica­
mente, solo quelle parole minacciose sul mio destino, su
ciò che mi attendeva. Quella maledizione mi echeggiava
nell’anima.
« E quella sera stessa, furtivamente, all’insaputa di
tutti, lasciai la mia città natale e mi avventurai nelle
tenebre, dando così inizio alla mia peregrinazione nel
tempo. Col favore della notte, feci il primo passo sulla
via della mia maledizione.
« Da quel momento, ho errato - com'era destino che
368 LA SIBILLA

errassi - senza sosta, senza requie e senza trovare un sol


luogo dove potessi appoggiare il capo. Come lui. Ho
vagato attraverso quel mondo coperto di cenere - uno
strato di grigia cenere - che m’è stato destinato. V'ho
conosciuto tutte le umane sventure e le miserie e i mali;
e ho appreso che un tale mondo è come me : altrettanto
sventurato e abbandonato dall’amore. Come me, che so­
no condannato a viverci in eterno, giacché esso è il mon­
do di chi, come me, è senza casa e maledetto da dio e
nutre nell’anima una pena eterna.
« A volte mi sono imbattuto in coloro che credono
nell’uomo che mi condannò a questa esistenza; e ciò è
accaduto poi sempre più spesso, perché a quanto pare il
suo verbo s’è andato propagando sempre più. Si trat­
ta di individui apparentemente felici, magari perché
son semplici d’animo o per altra ragione : forse per la
loro stessa fede; anzi essi questo sostengono, natural­
mente. E può anche darsi che sia vero. Magari quello
stesso dio che per me è stato infausto, con loro è be­
nigno. Dicono infatti che è buono e pieno d’amore.
Proprio così. Dicono che per chi crede in lui e gli è
devoto egli rappresenta l’amore. Può darsi che sia vero,
ma non è cosa che mi riguarda. Per me egli rappre­
senta una potenza perversa che non allenta mai i suoi
artigli e non mi concede mai pace.
« Che fosse veramente dio, che quell’uomo che ven­
ne condotto alla crocifissione attraverso la nostra strada,
passando davanti casa mia, fosse davvero il figlio di dio,
essi non hanno il minimo dubbio. Ci sono tanti indizi,
dicono : la sua resurrezione dalla morte, la sua ascen­
sione al cielo, avvolto e trasportato da una nube, e mol­
ti, molti altri. Ma tutto questo non mi riguarda; la loro
fede, la loro dottrina, i loro indizi e portenti, non mi
riguardano affatto.
LA SIBILLA 369

« Per me l’unico vero indizio è l’inquietudine della


mia anima.
« Certo, avrei dovuto permettergli di appoggiare il
capo al muro della mia casa. Per me però egli non rap­
presentava affatto un dio, ma solo un criminale, uno dei
tanti che passavano lì davanti trascinando la loro croce
e con i quali nessuno voleva avere a che fare. Commi­
serazione? Umana pietà? Forse. Ma io non sono un
uomo caritatevole, né ho mai preteso d’esserlo. Sono un
uomo come tutti gli altri, assolutamente comune, come
la maggioranza degli uomini. Quando avvenne quell’in­
cidente ero un uomo felice, spensierato e, com’è natu­
rale che sia chi non è afflitto da alcuna particolare preoc­
cupazione, insensibile. Magari anche cattivo, ma non più
degli altri.
« Di questa sua dottrina dell’amore non ne capisco
molto, soltanto quel tanto che basta a farmi conclu­
dere che non è roba che mi interessa. Ma poi, è egli
stesso davvero tanto caritatevole? Dicono che a chi cre­
de in lui reca serenità e apre le porte del suo cielo; ma
dicono anche che precipita nell’inferno chi non crede
in lui. Se ciò è vero, allora secondo me egli è tale e quale
a tutti noi, dotato della stessa bontà e della stessa catti­
veria. Anche noi siamo buoni con chi ci è simpatico, e
agli altri auguriamo tutto il male possibile; se avessimo
lo stesso potere che ha lui, anche noi li precipiteremmo
nella dannazione eterna. E questo non è nemmeno cer­
to, perché soltanto la perversità di un dio riesce a tanto.
« Varie volte, e in diversi luoghi del mondo, mi sono
imbattuto in questi credenti, ma non ne ho mai cono­
sciuto nessuno intimamente. A dire il vero, non ho mai
avuto rapporti intimi con nessun uomo, perché la gente
in genere mi evita, intimidita certamente da quel qual­
cosa di strano, anzi particolarissimo, che avverte in me
370 LA SIBILLA

e che la fa stare a disagio. Saranno i miei occhi a in­


cutere tanto spavento. Ho notato infatti che la gente
guarda subito da un’altra parte se per caso incontra il
mio sguardo : non osa fissare questi pozzi inariditi, que­
sti abissi colmi di vuoto che sono i miei occhi. Chi non
resta spaventato da cose di questo genere? È dunque più
che naturale che la gente abbia timore di me.
« Come lei.
« Come lei... Molte volte, nel mio solitario peregri­
nare, ho pensato che essa ormai aveva certamente incon­
trato qualche uomo dagli occhi più giovani; e provavo
allora una stretta al cuore e mi coprivo gli occhi con le
mani come se volessi nasconderli, benché non ci fosse
nessuno che potesse vederli e al quale dovessi assoluta-
mente nasconderli.
« Del resto, perché non avrebbe dovuto conoscerlo ?
Era fatale che ciò avvenisse. Quando anche i miei occhi
erano giovani essa mi amava... o non mi amava affatto?
« Questo rimuginavo entro di me. Ma una volta, in
un lontano paese straniero, incontrai un uomo della mia
stessa città che mi raccontò che mia moglie - incurvata,
dimagrita e non più bella - era morta in casa di sua
madre, e che mio figlio era morto molto tempo prima,
durante una pestilenza.
« Così erano scomparsi, loro che ridevano sempre !
« Quanto tempo è passato ? Non lo so, perché il tem­
po per me non esiste. Che importanza avrebbe per me?
Ho tuttavia l’impressione che ne sia passato parecchio.
« Sì, tutti moriranno. Una generazione dopo l’altra,
gli uomini moriranno con le loro pene e i loro mali, con
tutti i tormenti e le angustie che si saranno procurati a
vicenda. Io invece non morirò mai. Sino a quando esi­
steranno creature più o meno malvagie esisterò anch’io,
malvagio io stesso. Il loro destino è il mio. Ecco perché
interrogo il futuro, ecco perché voglio leggervi dentro,
LA SIBILLA 371

anche se mi fa orrore. Strappa dunque il velo, e lascia­


mi guardare nel futuro, per orribile che possa essere ! »
Tacque.
Ormai il buio era già sceso da un pezzo. Dalla donna
alla quale egli aveva parlato non giunse però alcuna
risposta, ed egli si sentì solo.
— Anch’io, come te, ho visto dio — aggiunse dopo
un po’. — L’ho incontrato, e quest’incontro mi ha riem­
pito l'animo di orrore.
Nel buio, quasi non vedeva più la vecchia. Ma ne
udì la voce, bassa e sorda :
— Non si prova alcun piacere a vedere dio.
S’alzò, raggricchiandosi tutta come se avesse freddo.
Dopo il tramonto l’aria s’era rinfrescata, e anche l’uomo
si sentì corso da un leggero brivido. Quando la vecchia
gli domandò se voleva entrare, la seguì, curvandosi nel
passare sotto la soglia bassa e priva di porta. Non ave­
va mai visto prima un’abitazione tanto piccola, e fu co­
stretto a star sempre curvo; se allungava la mano po­
teva toccare le pareti tutt’intorno. Si sentiva l’umidità
gocciolare dalla parete, che era formata dalla roccia del­
la montagna.
La vecchia accese il fuoco con alcuni sterpi tolti da
un mucchio di fascine, radici e frasche che erano sparse
sul pavimento. Il focolare era costituito da una pietra
poggiata a terra e il fumo sfogava attraverso un buco
nel tetto di ardesia, il quale poggiava direttamente sulla
roccia della montagna.
Quando la fiamma si fu levata, lo straniero volse lo
sguardo in giro per quella strana stanza e rimase me­
ravigliato nello scoprire che non erano soli. Accocco­
lato nell’ombra di un angolo, scorse un uomo dai ca­
pelli grigi. Un uomo o un ragazzo? Non riusciva a di­
stinguere, e questa incertezza gli procuri) un’impressione
indefinibile e, in un certo senso, lo spaventò. Non sa-
372 LA SIBILLA

peva spiegarsene il motivo, ma era appunto spavento


quello che provava. Quell’individuo aveva il volto di
un bambino, con impresso un sorriso che, lì nella pe­
nombra, risultava ambiguo : forse perché non si riusciva
a intuirne la causa. Non era un sorriso cattivo, ma nep­
pure esprimeva benevolenza. Nella sua impassibilità, ap­
pariva freddo e staccato — forse anche per questo risul­
tava ambiguo _ nonostante che gli occhi e la piccola
testa grigia, tesa in avanti, seguissero attentamente ogni
movimento dell’uomo e della vecchia. Tutto ciò parve
molto strano allo straniero. Per un attimo, gli balenò il
vago ricordo di qualcosa... Che cosa? Forse quel sorriso
gli destava un ricordo? No, non riusciva a capire, non
ci si raccapezzava. Quel bambino dai capelli grigi, acco­
sciato in un angolo all’ombra, con quel suo immutabile
sorriso, destava una strana e a un tempo terrificante im­
pressione. Non riusciva a distoglierne lo sguardo. Quale
strana creatura era mai quella? Qual segreto serbava
quella casa che solo a malapena poteva definirsi un’abi­
tazione ?
— È mio figlio — disse la vecchia. — Puoi parlare
liberamente, non capisce nulla.
Ma lo straniero non disse nulla né nulla chiese su co­
lui che adesso occupava i suoi pensieri; su quel figlio,
seduto lì nell’angolo, che ascoltava i loro discorsi senza
capire nulla, ma sorridendo a quel modo...
Fu la vecchia che alla fine ruppe il silenzio e disse :
— Era uno strano dio quello che hai incontrato. Fu
crocifisso ?
— Sì.
— Strano. Se era figlio di dio, perché fu crocifisso?
— Non lo so nemmeno io. Ma ho sentito dire che
forse fu crocifisso perché doveva soffrire, perché il pa­
dre voleva che soffrisse. Ma tutto questo non è altro
LA SIBILLA 373

che follia; il fatto è che non saprei darti una spiega­


zione, come non so darla a me.
— Era un dio crudele.
— Sì, è il caso di dirlo. Ma son chiacchiere riferite.
Far soffrire! A che serve?
— Credo di riconoscere quel dio — mormorò la vec­
chia, tra sé. E dopo un istante continuò, un po’ esi­
tante :
— E di lei, della donna che ha partorito a dio quel
figlio, ne sai niente?
— No, non ne ho mai sentito parlare. Doveva essere
una donna come tutte le altre, immagino.
— Sì, deve essere così. Dunque, non ne sai niente?
— Niente. L’unica cosa che ho sentito dire è che par­
torendo divenne madre di dio, ma questo va da sé. Non
so proprio niente sul suo conto. Perché, t’interessa?
— Son solo curiosa di sapere che tipo di donna era
e che vita condusse. Come venne trattata da dio finché
la amò e dopo, quando forse non la amò più. Voglio
dire, se fu una donna felice e se per lei fu una gioia
partorire un figlio a dio. E se questi non lasciò croci­
figgere anche lei.
— No, non lo permise, naturalmente. No, dopotutto
era una donna.
— Già, era una donna.
Rimase zitta per un po’, indi chiese:
— Quel figlio... non hai detto che è un dio del­
l’amore?
— Certo, così si può chiamarlo. Predicava l’amore
tra gli uomini, diceva che tutti gli uomini devono amar­
si a vicenda. Credo che questo intendesse dire, se ho
ben capito.
— Una ben strana dottrina... Doveva essere un dio
straordinario.
374 LA SIBILLA

— Può darsi.
— Non ho mai sentito parlare di un dio del genere,
eppure ho notizia di tanti dei che credevo non ve ne
fossero altri... Deve essere stata molto felice... Peccato
che tu non sappia niente di lei, della donna cui fu con­
cesso di partorirlo, che fu eletta a questo.
— Avrei preferito che non fosse stato mai partorito.
Sarei vissuto felice, com’ero prima d’incontrarlo.
— Sì, certo, è pericoloso incontrare un dio, lo sap­
piamo tutti. Ma perché non gli permettesti di appog­
giare il capo al muro di casa tua? Perché glielo impe­
disti ? La tua crudeltà deve averlo ferito profondamente.
— Crudeltà? Ma io son fatto così, e non ho mai pre­
teso d’essere diverso. Sono come tutti gli altri uomini.
Che male c’è in questo? Credi tu che lo stesso dio sia
poi tanto caritatevole, lo credi davvero? Lo è stato con
te, forse? Allora perché ti maledisse?
La vecchia fece un gesto vago con la mano, ed egli
s’interruppe. Quindi, con un ramo mezzo bruciato, essa
frugò nella fiamma sollevando scintille.
Dopo qualche attimo di attesa, l’uomo riprese:
— Hai certamente offeso dio e sei stata maledetta
da lui. Come me. E perché mai ? Aveva ragione anche
nei tuoi confronti? Ha sempre ragione, dunque? Nei
suoi confronti siamo sempre noi ad aver torto?
La fissò nel volto vecchio e segnato, sperando che essa
gli aprisse il suo cuore piagato e gli svelasse il suo de­
stino che, era sicuro, lo avrebbe aiutato a comprendere
il proprio.
Ma la vecchia seguitò a fissare la fiamma, e di quel­
lo che essa provava e pensava in quel momento egli
non seppe nulla.
— Laggiù in città, il vecchio mendicante cieco ac­
cennò a qualcosa, ma in maniera che non riuscii a ca­
pire che cosa effettivamente ti sia capitato. Come mai
LA SIBILLA 375

diventasti sacerdotessa dell’oracolo? — aggiunse poco


dopo, nella speranza che essa gli dicesse almeno questo.
— I miei genitori erano gente devota — rispose la
vecchia alla fine. — Forse fu per questo. E inoltre era­
vamo molto poveri.
— Poveri? Non sarai diventata sacerdotessa dell’ora­
colo perché eravate poveri !
— Invece sì, fu proprio questo il motivo... Ma non
è piacevole ricordare certe cose.
— Fu qui, a Delfi?
— No, abitavamo giù nella valle. Eravamo conta­
dini.
— Davvero?
— Se fosse giorno vedresti la casa da quassù, ma
ormai è tardi e buio. Benché i miei occhi non siano
più quelli di una volta, da qui scorgo la cima del tetto
e, accanto, l’olivo. Ma non so chi ci abita adesso.
— Non hai più parenti?
— Parenti? Non credo; ma come faccio a saperlo?
Parenti? No, quelli di cui parlo sono morti da moltis­
simo tempo.
— Non hai parlato di nessuno.
— Hai ragione... non ho parlato di nessuno, è vero...
— Pensavi forse a qualcuno in particolare?
— Sì, ai miei genitori, a mia madre e a mio padre.
Ma ormai è passato tanto tempo... Strano che si possa
ricordare una cosa scomparsa da tanto tempo!... Mio pa­
dre era certo un bravo contadino, ma la terra era poca
e sterile, non dava molto, per quanto lui la lavorasse.
Doveva far tutto con le sue mani, non aveva bestie da
tiro. Naturalmente la terra non gli apparteneva; infatti
doveva consegnare la maggior parte del raccolto al tem­
pio, al quale appartenevano tutte quelle campagne. Ap­
partenevano anzi a dio; noi tutti, del resto, dipende­
vamo dal tempio e da dio. Dopo che il raccolto era stato

4.
376 LA SIBILLA

consegnato, a noi non restava molto, eppure ci con­


tentavamo anche di quel poco, perché non eravamo abi­
tuati ad altro che alla miseria. Proprio così. E adesso,
dopo tutto quello che ho provato, nel ricordo essa non
mi sembra più nemmeno miseria. Rammento il raccolto
delle olive, grandi e belle, specie quelle dell’antico al­
bero accanto al tetto che già allora era vecchio : son sem­
pre questi gli alberi che danno i frutti migliori. Dopo
di allora non ho più mangiato olive. È passato ormai
molto tempo.
-— Fu lì che crescesti ?
— Sì. I miei genitori avevano perso due figli; non
rimanevo che io, cosicché per tutta l’infanzia e la gio­
vinezza fui circondata da grande affetto. Eppure mi sen­
tivo sola. Strano, non è vero? I bambini riescono a sen­
tirsi soli nonostante l’affetto che li circonda e senza che
nessuno se ne accorga. Sì, dovevo proprio essere una
bambina fuor del comune, anche se dapprincipio non
lo dimostravo. Me ne stavo infatti sempre appartata e
non frequentavo mai i ragazzi della mia età. Del resto,
benché poco lontano da noi ci fossero altre famiglie nel­
la valle, io e i miei ccnducevamo una vita piuttosto riti­
rata. Preferivo starmene sempre con mia madre. Ci so­
migliavamo davvero molto; eravamo tutt’e due riservate
e non chiacchieravamo che tra di noi, come se fossimo
state due coetanee con la stessa esperienza della vita.
In realtà, della vita non ne sapevamo molto, né lei né
io. Infatti mia madre era completamente sprovveduta di
fronte alla cosiddetta vita, cioè di fronte a tutta l’in­
famia, la perversità e la confusione che gli uomini chia­
mano di solito con quel nome e che si vantano di co­
noscere benissimo. Della vita essa conosceva soltanto le
cose semplici : come si partorisce un figlio e come in
seguito è possibile perderlo; come si ama un uomo che
un tempo è stato giovane e forte e che, come lei, co­
LA SIBILLA 377

mincia ormai a logorarsi. Questo conosceva, e si può


dire che le bastasse. Era semplice e pura come può es­
serlo un albero e, alta com’era di statura, a un albe­
ro somigliava, perché sempre ispirava pace e serenità.
Nei campi, poco più giù nella valle, avevamo un albero
del genere; un grosso albero solitario che mio padre
adorava perché era sacro. Vi si recava infatti ogni mat­
tina prima di iniziare la sua giornata di fatica. Mia
madre e io, invece, ci spingevamo più lontano nella
valle per andare a pregare presso una sorgente la cui
acqua limpida scorreva attraverso una fresca e folta ve­
getazione. Era una sorgente molto sacra. A guardarvi
dentro si capiva subito che era sacra a dio. Vi si scor­
gevano i granelli di sabbia sul fondo, e in un punto
li si vedeva mulinare appena appena, come se fossero
mossi dal dito invisibile di dio.
« Sì, i miei genitori vivevano nel timore e nel rispetto
di dio. Ma per essi dio era rappresentato dalle sorgenti,
dagli alberi e dalle selve sacre, non da quello lassù nel
tempio, che essi giudicavano troppo elevato e lontano
e al quale pur pagavano il loro oneroso tributo. Quan­
do qualche volta si recavano a Delfi, ciò che capitava
molto di rado, preferivano visitare il più modesto tem­
pio di Gaia, la dea della terra, il quale consisteva in
una piccola baracca di legno che ricordava loro le loro
modeste condizioni. Non sapevano niente della potenza
di dio e dell’esteso e terribile potere che egli esercita
sullo spirito degli uomini, e niente sapevano dell’impu­
denza da cui era circondato nel suo tempio lassù.
« Stabilivano da sé i propri rapporti con dio. In un
boschetto poco lontano da casa avevamo il nostro pic­
colo altare coperto di muschio; l'aveva costruito mio
padre e vi offriva sacrifici nelle grandi solennità annuali
celebrate da coloro che coltivano la terra. Ma anche nei
giorni ordinari, quando ritornava a casa la sera dopo il
378 LA SIBILLA

lavoro, egli spesso vi deponeva qualche piccolo dono,


qualche spiga di grano colta nei campi, frutta oppure
bacche, secondo la stagione. Naturalmente anche prima
e dopo i pasti, come tutti del resto, faceva offerte alla
terra; e io ricordo ancora quanta devozione egli metteva
in questa offerta che molti invece fanno distrattamente,
senza attribuirvi alcun significato e alcuna importanza.
« Era un uomo grosso e taciturno, mio padre, e io
ricordo il suo sguardo dolce, ma sempre un poco me­
sto, e le mani larghe e grosse dal palmo che somigliava
alla corteccia di un vecchio pino. Riuscivano a infon­
dermi un gran senso di sicurezza quando egli mi pren­
deva in braccio. Era bello andare insieme con lui per
i campi, e mi sentivo al sicuro con la mia piccola mano
che quasi scompariva nella sua. Ma era parco di parole.
Negli ultimi anni la sua malinconia crebbe sempre più,
specie dopo la morte della mamma, e certamente anche
a causa del dolore per quello che stava succedendo a
me. Visse tanto a lungo che non gli fu risparmiato nul­
la. Più volte mi son chiesta se anch’egli non mi male­
disse.
« Morì in completa solitudine. Fu trovato ai piedi
dell’albero di cui ti ho parlato, l’albero sacro. Ma quelli
che lo trovarono non sapevano che si trattava di un al­
bero sacro, e perciò non capirono perché fosse andato
a morire lì sotto. Al funerale non vi furono offerte sa­
crificali, e io spero che per questo la sua anima non
provi risentimento verso di me, ma riposi ugualmente
in pace.
« A mano a mano che crescevo si notava sempre più
chiaramente che non ero come le altre ragazze della mia
età. Avevo visioni e udivo voci, e ciò avvenne quando
per la prima volta si manifestò la mia femminilità; in
seguito cessarono. Tuttavia seguitavo a mostrarmi di­
stratta e, in un certo senso, estranea alla realtà. Presi ad
LA SIBILLA 379

appartarmi sempre più, finché cessò ogni confidenza con


mia madre. Avvertivo in maniera sempre più profonda
la mia solitudine; sentivo di essere alquanto diversa
dagli altri, ma in che consistesse questa diversità non
avrei saputo dire. Tuttavia ne soffrivo. Mi sentivo in­
quieta, e quel senso di sicurezza che avvertivo prima
scomparve, benché tutto ciò che mi circondava non do­
vesse ispirarmi altro che sicurezza. Anzi, fu proprio
questa sicurezza esterna che cominciò a inquietarmi e a
ossessionarmi; mi piaceva avvertirla intorno a me e, in
verità, non avrei saputo farne a meno, eppure, fatto
strano, mi deprimeva. A poco a poco, senza che i miei
genitori se ne accorgessero, mi estraniai dal loro mondo,
pur continuando a viverci perché non disponevo di altro
mondo che quello. In quale altro potevo vivere? Nes­
sun altro. Gli unici esseri che per me esistevano erano
i miei genitori, e io li amavo senza limiti; tuttavia mi
aggiravo per casa come un’estranea, piena di un disa­
gio di cui essi non avevano alcun sospetto e che se an­
che avessero intuito non avrebbero compreso : continua­
vano a vivere nella loro ingenua fede in tutto ciò che
li circondava e nel dio che era in tutto ciò che li cir­
condava.
« Dio ? Avevo più un dio cui rivolgermi ? Sì che lo
avevo, ma dov’era? Era tanto lontano che mi aveva ab­
bandonata, oppure ero stata io ad abbandonare lui? Ero
stata io ad abbandonarlo? Forse sì, altrimenti perché mi
sarei sentita inquieta e insicura? Non era egli tutto ciò
che ormai non possedevo più?
« Per lunghi periodi ero capace di mostrare la più as­
soluta indifferenza nei riguardi di tutto; e tuttavia bru­
ciavo dal desiderio vago di qualcosa. Ma non sapevo
quale. All’improvviso, senza alcun preannunzio e sen­
za motivo, ero presa da un impulso incontenibile, da
un’ondata di ebbrezza e di eccitamento che dapprinci­
380 LA SIBILLA

pio m’infondeva un senso di delizia, ma che poi dive­


niva così violento ed eccessivo da incutermi timore e
riempirmi di angoscia e terrore, al punto che per un
istante dovevo premermi con tutta la forza le mani sugli
occhi sino a che, a poco a poco, quell’ondata di sensa­
zioni si ritraeva nel profondo del mio intimo e io ritor­
navo me stessa. Me stessa? Quale me stessa?
« Chi ero io ?
« A quel tempo fisicamente ero sanissima e forte, svi­
luppata e resistente come i miei genitori. E lo strano
consisteva in questo : che ero un miscuglio di malattia
e di perfetta salute. In me coesistevano una creatura
eccentrica e una comune contadina. Forse per questo
la mia vera natura non traspariva tanto facilmente.
«Comunque sia, venne l’ora in cui naturalmente fu
chiarissimo che io ero un poco strana, come del resto
tutta la nostra famiglia aveva fama d'essere. E fu certo
per questo che, quando ebbero bisogno di una nuova
pizia, quelli del tempio pensarono a me. Non ricordo
con esattezza, ma credo che avessi all’incirca venti anni
quando ciò avvenne. Coloro che lo avevano voluto e sta­
bilito pensarono che quella povera stramba contadinot-
ta, che tutti giudicavano una scema e i cui genitori di­
pendevano dal tempio e da dio, avrebbe fatto al caso
loro; ed era anche un bene che essa pro\enisse da una
famiglia devota e molto timorosa, stando almeno a
quello che si diceva, di dio.
« Quando fu fatta loro la proposta, mio padre e mia
madre rimasero sbalorditi. Non si sarebbero mai aspet­
tati una cosa del genere. Certo compresero che si trat­
tava di un grande onore; e che così fosse non c’è dub­
bio. Sapevano altresì che quello era un dio grande e po­
tente che possedeva una dimora incomparabile, un tem­
pio che poteva definirsi senz’altro meraviglioso - benché
entrambi non ci fossero stati che poche volte appena e
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si fossero sentiti completamente a disagio tra tutti quegli


oggetti preziosi e tutta quella gente straniera e che
neppure era possibile rispondere a cuor leggero con un
rifiuto alla richiesta dei potenti di lassù, i più potenti
di tutta Delfi. Se essi stabilivano qualcosa, si trattava
certamente di una cosa giusta, anche se loro due non
se ne intendevano tanto da poter giudicare. Pensarono
dunque che l’unica cosa da fare era accondiscendere e
affidarsi a dio, nella speranza che questa fosse la sua
volontà e col dolore di dovermi abbandonare a qualcosa
che in realtà essi non conoscevano affatto.
« E io ? Io ?
« Quando ne fui avvertita provai uno strano turba­
mento. Scelta? Ero stata scelta? Invitata al tempio? Da
dio?
« Scelta per essere suo strumento, per proferire le
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