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12/2/2019 Il blocco stradale nel “decreto Salvini”.

alvini”. Appunti di breve e lungo periodo in risonanza tra Italia e Francia, di Niccolò Cuppini (SUPSI –…

uova serie dei delitti e delle pene

COMMENTI DELLA DIREZIONE

Il blocco stradale nel “decreto Salvini”.


Appunti di breve e lungo periodo in risonanza
tra Italia e Francia, di Niccolò Cuppini (SUPSI
– Scuola universitaria professionale della
Svizzera italiana)

Date: 12 febbraio 2019 0 Commenti


In questi anni si è assistito ad una grande precarizzazione del mondo del lavoro. Ma, ad un elenco
interminato di nuove forme di schiavitù, è corrisposta l’emergenza di nuove sogge ività e la relativa
rincorsa al loro governo. Niccolò Cuppini affronta in questo contributo una tematica quindi cara alla
Criminologia Critica, ovvero la relazione che si stru ura tra la forza lavoro e il suo controllo tramite
l’uso del diri o penale, evidenziando come l’approvazione del cd. “DL Salvini” possa essere le a
utilmente anche in questa dinamica. Buona le urra!

Il blocco stradale nel “decreto Salvini”

Appunti di breve e lungo periodo in risonanza tra Italia e Francia

di Niccolò Cuppini

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All’interno del cosidde o decreto Salvini (su “immigrazione e sicurezza” – sic!) è contenuta
una norma sul controllo della mobilità passata piu osto so o traccia. Entrato in vigore a
o obre 2018 e convertito in legge a dicembre (in G.U. 03/12/2018, n. 281), il decreto contiene
– Art. 23, Disposizioni in materia di blocco stradale – delle modifiche al decreto legislativo
22 gennaio 1948, n. 66, recante “Norme per assicurare la libera circolazione sulle strade
ferrate ed ordinarie e la libera navigazione”, che equiparano l’ostruzione dei binari a quella
stradale (“le parole «in una strada ferrata» sono sostituite dalle seguenti: «in una strada
ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata»”), ma
sopra u o si prevede de facto il ripristino del reato di blocco stradale con pene che
vanno fino ai 6 anni. Non è compito di questo articolo ricostruire il diba ito che portò il
Legislatore italiano a depenalizzare il blocco stradale nel 1998, certo è che la sua
reintroduzione ha una valenza che non va so ovalutata, avendo una potenziale
applicabilità immediata ma anche un valore di rilievo più strategico e di lungo periodo.
In primo luogo, è parso a molti evidente come questo passaggio del decreto sia stato
inserito ad hoc per tentare di ordinare e disciplinare un movimento che da anni ormai
scuote il se ore della logistica principalmente all’interno della megalopoli padana[1]. C’è
tu avia anche una dimensione più ampia sulla quale agisce la possibilità di incarcerare chi
si renda promotore o promotrice di blocco stradale. Le summenzionate lo e nella logistica
possono essere infa i interpretate come spia di una più ampia corrente di so ofondo che
sta trasformando i sistemi di produzione, la dimensione societaria, così come le
sogge ività, e che sta ridefinendo complessivamente il quadro a partire da uno specifico
paradigma logistico, della circolazione, o se vogliamo della mobilità[2]. Non a caso c’è chi
ipotizza che in questo scenario in trasformazione[3] si stia definendo una nuova tipologia
di confli ualità sociale definita appunto a partire da tale cara eristica, le circulation
struggles[4]. In quest’o ica dunque il decreto Salvini ha una portata di ampio respiro
introducendo una misura che colpisce sia lo e in a o che in potenza.

Proviamo ad aggiungere alcuni tasselli a


queste considerazioni. La pratica del blocco
stradale, cruciale per le lo e italiche nella
logistica, ha dicevamo cara ere più generale.
In un cartello esposto in piazza a Parigi
durante la mobilitazione dei gilet jaunes del 26
gennaio c’’era scri o: “Tout le pouvoir aux
ronds points”. L’occupazione di tipici snodi
della circolazione come le rotonde stradali è
stata infa i una delle forme diffuse su tu o il
territorio nazionale francese per
l’organizzazione del movimento dei gilet gialli. Ha scri o in proposito Toni Negri in un
articolo del 4 dicembre 2018 chiamato “L’insurrezione francese”: “A me, piccolo interprete
di grandi movimenti, ricorda la rivolta nelle prigioni più che la gioia del sabotaggio
dell’operaio massa […]. Nei blocchi stradali che presto si sono estesi alle grandi superfici di
distribuzione nelle zone periferiche del paese, il movimento si presenta coeso […]. Quando
invece investe la metropoli, si tra a di una vera e propria moltitudine, orizzontale, colorata
e… incendiaria”.

Tali affermazioni meritano di essere riprese so o due profili. Il primo elemento da me ere
in rilievo è la dinamica qui descri a con la quale si è articolato tale movimento, con
momenti intensivi e diffusi di accumulo di forza a partire dal blocco nelle grandi aree
logistiche, alternati a passaggi estensivi di assalto alla metropoli. Il blocco degli snodi della
circolazione come le rotonde pare configurarsi dunque come un irradiatore di confli o –
che segnala un deciso scarto rispe o al ciclo dei movimenti del 2011-2013[5] – che si

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accompagna all’espressione di dinamiche di riot (espropri/saccheggi e duri scontri con la


polizia) in luoghi spesso “inaccessibili” per ampie fasce di popolazione come gli Champs-
Élysées. Il secondo elemento da considerare è l’immagine che Negri propone per questo
movimento: una rivolta delle prigioni. Non è chiaro se il riferimento sia al contesto politico-
economico complessivo nel quale si inscrivono i gilets jaunes o alla loro sogge ività, ma
quel che qui interessa accennare a partire da questa affermazione è il suo risvolto
“territoriale”. È infa i noto che nella modernità il riot è iconicamente associato ai tipici
luoghi della circolazione, i porti, ed è stato spesso interpretato come una azione orientata
all’agire sui prezzi[6] (le “rivolte del pane”), ossia come pratica per riaprire una possibilità
di accesso al consumo limitata o preclusa dall’aumento dei prezzi. Nel corso del Novecento
il riot è stato invece legato per lo più a un’altra tipologia di luoghi e a un’altra gamma di
bisogni, ossia ai ghe i per lo più razzializzati delle metropoli di fronte al contenimento
violento della povertà e della disoccupazione ivi racchiusa. Nei decenni più recenti, dai riot
di Los Angeles del 1992 a quelli delle banlieue francesi del 2005 fino agli UK riots del 2011 o
a quelli di Black Lives Ma er negli States, pare che, semplificando, le due dimensioni
storiche del riot siano venute convergendo. Si è tra ato di rivolte nate in luoghi urbani di
marginalizzazione, per lo più “periferici”, tendenzialmente razzializzati, cara erizzate da
una doppia istanza di auto-difesa contro il continuo e violento contenimento poliziale ma
anche come spinta all’accesso al consumo di metropoli, alla possibilità di accedere a stili di
vita che le magnetiche luci metropolitane di continuo me ono in scena.

Si potrebbe allora ipotizzare che nella mobilitazione dei gilets jaunes ci sia un elemento
nuovo, legato a doppio filo con una configurazione territoriale (e, dunque, sociale) inedita.
Questo scenario, costruito a partire dalla seconda metà degli anni Se anta – riportato ad
esempio da Henri Lefebvre con l’espressione di “esplosione dell’urbano” e raccontato
magistralmente in un romanzo come Gli anni di Annie Ernaux, o volendo da ricondurre al
surrealismo del Millennium People di James Graham Ballard per quanto riguarda il contesto
inglese – ci porta su panorami che vanno radicalmente oltre l’urbano e la metropoli, con
nomi per descriverli che sono ancora da trovare. La crisi (economica, politica, sociale) che si
protrae con una ritmica piu osto indecifrabile a partire dal 2007/2008 è arrivata a intaccare
la relativa stabilità che cara erizzava questa nuova territorialità. E non è un caso che sia
stato il tentativo del governo Macron di innalzare il prezzo del carburante a fare da
detonatore per la composizione sociale che vive questi luoghi. Questi infa i sono legati a
doppio filo “all’automobile”:

“With the transport volume of goods and people expanding, more and more people
driving vehicles or being driven are obliged to spend increasing amounts of time in transit.
[…] Then the (transnational) streetscape and vehicles are places of everyday encounter and
experience, and places where, for various reasons, the flow of traffic stops or is interrupted,
become operationalized as important places for dwelling-in-transit (rather than as generic
non-places): bus terminals, ferry ports, logistics distribution centers, formal and informal
markets, or border crossing stations along the corridors”[7].

Il movimento dei gilet è dunque figlio di questa territorialità circolante. Entro la quale il
blocco e l’occupazione delle rotonde si è data come “naturale” pratica, come connaturata
azione di interruzione di un rapporto sociale, come forma-sciopero contemporanea si
potrebbe dire[8]. Questa lo a dai tra i inediti può essere collegata, come fa Negri,
all’immagine della “prigione” come suo palcoscenico se in tal modo definiamo questo
territorio post-urbano in cui i flussi hanno disegnato una trama di scorrimenti, confini, colli
di bo iglia, passaggi, tu a obbligata, tu a incanalata a partire appunto dalla razionalità dei
flussi globali che disegna sul territorio una spazialità inscalfibile, una enorme “prigione” a
cielo aperto dalla quale non si può uscire e i cui scorrimenti non possono essere messi in
discussione[9].
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In questo senso la reintroduzione del


reato penale per blocco stradale promossa
in Italia dal decreto salviniano gioca su
uno scenario di lungo periodo in cui le
potenziali insorgenze non potranno che
partire proprio dalla pratica del blocco,
dell’interruzione dei flussi come primo
passaggio “obbligato” per esprimersi ed
espandersi. Ma, come dicevamo, e per
concludere, il decreto prevede anche una
applicabilità immediata. Il carcere per chi
pratica il blocco stradale è infa i da subito una minaccia rivolta verso chi di tale pratica
ha fa o strumento primo di sciopero all’interno di magazzini con una situazione da
molti e molte indicata come di schiavitù[10]. Una “schiavitù postmoderna” fa a di turni
di lavoro di 14 ore, dormendo in automobile, guadagnando 600 euro al mese, e venendo
continuamente insultati, all’interno di un se ore strategico e in crescita come quello della
logistica, e di fronte a una massa di mano d’opera abbondante e rica abile di migranti per
lo più di prima generazione – rispe o alla quale prima delle lo e per i datori di lavoro non
si poneva nemmeno il tema del pagare l’intera riproduzione della forza lavoro. Questa
composizione ha portato e sta portando avanti una lo a che, all’interno di coordinate
apparentemente “classiche” di un confli o lavoro/capitale, parla in realtà di una
dimensione ben più ampia: un confli o che si muove contro il confinamento, contro la
“carcerazione territoriale” per come descri a sopra. E ha potuto sfru are a proprio
vantaggio una sostanziale impreparazione, anche immediatamente “spaziale”, delle
controparti per poterla arginare. Un esempio paradigmatico è quello dell’Interporto di
Bologna, costruito alla fine degli anni O anta, quando la lo a di classe si pensava ormai
superata. Questa enorme infrastru ura logistica, con decine e decine di magazzini e
migliaia di lavoratori, ha infa i incredibilmente un solo punto di accesso. Garantendo
dunque la possibilità che con un solo blocco si interrompa l’intero accesso/uscita.

Così come bloccare una rotonda nella nuova territorialità fa a emergere in Francia dai gilets
jaunes si configura come dispositivo al contempo di blocco e di organizzazione, allo stesso
tempo bloccare un Interporto o un magazzino ha funzionato in maniera analoga nelle lo e
logistiche in Italia. Laddove tu avia non è arrivata l’urbanistica e l’archite ura, pare voler
intervenire questa nuova legislazione. Gli esiti saranno tu i da verificare. Sicuramente però
rifle ere su questa nuova dimensione logistica dei territori e dei confli i sociali è una
chiave urgente e strategica per comprendere ciò che sta accadendo.

[1] Vedi N. Cuppini e C. Pallavicini, Le lo e nella logistica nella valle del Po, Sociologia del
lavoro, n. 138, 2015, pp. 210-224; C. Benvegnù e N. Cuppini, Spe ri del lavoro. Note sulle lo e
logistiche nella megalopoli padana, pubblicato su napolimonitor.it il 17 o obre 2017.

[2] È quanto, assieme a tante e tanti altre, sta cercando di inquadrare il gruppo di ricerca
Into the Black Box: ww.intotheblackbox.com.

[3] Ci si rifà in particolare K. Moody, On New Terrain: How Capital is Reshaping the
Ba leground of Class War, Haymarket Books, New York, 2018.

[4] J. Clover, Riot. Strike. Riot. The New Era of Uprisings, Verso, New York, 2016.

[5] Si rimanda in proposito a N. Cuppini, Il rogo e il gelsomino. Il 2011-2013, la forma-riot e le


circulation struggles, in A. Senaldi e X. Chiaramonte (a cura di), Violenza politica. Una
ridefinizione del conce o oltre la depoliticizzazione, Ledizioni, Milano, 2018.
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[6] Cfr. E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, Vintage Books, London,
1963.

[7] M. Zinganel, Rhythms of Post-Urbanity: Road-Corridors, Nodes, and Networked Archipelagos,


in Into the black box e Cristina Ma iucci (a cura di), Territori logistici, lo Squaderno, n. 51,
forthcoming 2019.

[8] Si veda “Macron cede: i Gilet gialli strappano le prime conquiste e rilanciano!”
(h ps://www.infoaut.org/confli i-globali/macron-cede-i-gilet-gialli-strappano-le-prime-
conquiste-e-rilanciano): “uno sciopero di tipo nuovo. Uno sciopero che assume la fine dei
corpi intermedi come referenti sociali, che ribalta allo Stato il suo approccio, imponendo la
mancanza di rappresentanza del movimento come impossibilità di un suo
depotenziamento. Una contra azione sociale di tipo nuovo, dove una parte di società
diventa il proprio sindacato e impone con la forza il proprio punto di vista”.

[9] Si potrebbe anche fare riferimento a una territorialità come quella che indica Baudelaire
nel suo Spleen di Parigi: “Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio sullo
spirito che geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l’intero giro
dell’orizzonte, una luce diurna più triste della no e; quando la terra è trasformata in umida
prigione dove, come un pipistrello, la Speranza sba e contro i muri con la sua timida ala
picchiando la testa sui soffi i marcescenti; quando la pioggia, distendendo le sue immense
strisce, imita le sbarre d’un grande carcere”.

[10] Si veda F. Massarelli, Scarichiamo i padroni. Lo sciopero dei facchini a Bologna, Agenzia X,
Milano, 2014.

Per citare questo post:

Cuppini N. (2019), Il blocco stradale nel “decreto Salvini”. Appunti di breve e lungo periodo in
risonanza tra Italia e Francia, Studi sulla questione criminale online, consultabile al
link: h ps://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/02/12/il-blocco-stradale-nel-decreto-
salvini-appunti-di-breve-e-lungo-periodo-in-risonanza-tra-italia-e-francia-di-niccolo-cuppini-supsi-
scuola-universitaria-professionale-della-svizz/

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