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In Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, P. Fasano, Utet.

Voce: Esilio

1. Il termine (it. 'esilio', fr. 'exil', ingl. 'exile', ted. 'exil', sp. 'exilio') deriva dal latino 'exilium'

('ex+solum'   'fuori   dal   territorio'   secondo   l'etimologia   di   Isidoro   di   Siviglia)   e   indica

l'allontanamento dalla patria. Più esplicito in questo senso il termine dell'antico greco 'exoriso'

che letteralmente significa 'mandare fuori dai confini', alternato a 'ekdemos', che insiste di più

sul significato sociale e civile dell'esclusione dalla comunità umana. In spagnolo un sinonimo

è   'destierro',   'desterrar',   'allontanare   dal   territorio'.   Nell'uso   del   termine   al   significato

etimologico di 'allontamento dalla patria' si è affiancata l'accezione negativa di sradicamento,

isolamento, privazione e quindi anche, per estensione, fuga, abbandono, solitudine; in inglese

'exile' significa anche devastazione e distruzione. Nella tradizione letteraria il termine viene

usato   anche   come   metafora   di   sofferenza,   esclusione   e   diversità;   l'esiliato   è   l'isolato,   il

solitario, colui che per motivi diversi vive in una condizione di ripiegamento interiore e di

estraneità   nei   confronti   della   società.   Nei   testi   sacri   esilio   indica   anche   la   vita   terrena,

percepita come incompleta e inautentica rispetto a quella vera, ultraterrena. Tema polisemico,

legato   agli   eventi   politici   e   sociali   della   storia   dell'uomo   e   allo   stesso   tempo   ricco   di

potenzialità   metaforiche,   allegoriche   e   simboliche,   il   motivo   dell'esilio   subisce   i

condizionamenti   dovuti   all'urgenza   dell'esperienza   autobiografica   all'origine   di   molti   testi

memorialistici o strettamente legati alla situazione storica, ma si costituisce anche come tema

letterario autonomo, svincolato dalle circostanze esteriori. E' opportuno inoltre distinguere tra

una letteratura d'esilio (Exilliteratur in tedesco), che indica le opere, che possono riguardare o

meno il tema dell'esilio, scritte da un gruppo di esuli in un determinato periodo storico (ad

esempio   gli  émigrés  francesi   del   periodo   rivoluzionario   o   i   tedeschi   che   sfuggirono   al

nazismo)   e   una   letteratura   sull'esilio,   reale   o   metaforico,   che   può   implicare   o   meno   un

contesto autobiografico. Controverso è il rapporto tra letteratura d'emigrazione, un fenomeno
che   riguarda   gli   spostamenti,   per   motivi   socio­economici,   di   gruppi   di   popolazione,   e

letteratura   d'esilio,   legata   a   esperienze   individuali   di   scrittori   appartenenti   già   a   un

determinato contesto culturale. Se in alcuni periodi storici possono esserci stati dei punti di

contatto, in genere il tema dell'esilio ha un suo sviluppo autonomo, caratterizzato da una forte

metaforizzazione e dalle escursioni semantiche cui si è accennato.

2. L'Antico Testamento  è all'origine di una tradizione  negativa dell'esilio che si configura

come un segno del disfavore e della collera divina per i peccati commessi dagli uomini; le

partenze, i ritorni, le deportazioni di cui l'antica storia ebraica è ricca, sono la manifestazione

della volontà di Dio, che a partire dalla cacciata  di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre

punisce con l'esilio gli uomini per i peccati commessi; solo il riconoscimento, da parte dei

singoli, delle proprie responsabilità e la purificazione dai peccati, guidata da Dio, possono

porre fine alla condanna e restituire il popolo alla sua terra. Nell'esilio è quindi implicito, e in

questa direzione insisteranno i padri della Chiesa, il significato di una prova particolarmente

dura che la comunità deve scontare per essere riammessa nelle grazie del Signore. Nel libro

dell'Esodo  il ritorno in patria dall'Egitto è infatti il segnale di un rinnovato accordo tra la

divinità e il popolo degli ebrei, guidati da Mosè in un itinerario che è assieme riconquista

della sovranità territoriale e riconciliazione con Dio. Il periodo della cattività babilonese si

configura   invece   come   una   ritorsione   punitiva   del   Signore,   adirato   per   il   comportamento

peccaminoso   del   popolo   eletto.   Nell'Antico   testamento  sono   già   presenti   alcuni   dei  topoi

narrativi più ricorrenti legati all'esilio, che influenzeranno la tradizione letteraria successiva:

tristezza e malinconia, rimpianto e desiderio di vendetta sono espressi nei salmi (si vedano in

particolare il 41 e il 137); il libro di Ezechiele, uno dei più narrativi della  Bibbia, contiene

l'immagine, divenuta poi canonica, del deportato che parte per l'esilio in modo avventuroso, di

notte, al buio, solo e con pochi bagagli; la gioia per l'intervento liberatore di Dio che conclude

il periodo di deportazione viene espressa in più momenti, soprattutto nei salmi e nel libro di

Isaia. 
3. La  possibilità  di  un riscatto  dell'esule   e  quindi  di  una  configurazione   in  chiave  eroica

dell'esilio, esperienza non solo punitiva, ma proficua per l'individuo è presente, anche se in

forme diverse, fin dall'antichità greca. Se alcuni accenni autobiografici sono contenuti nei

versi licenziosi e sarcastici di  Ipponatte, vissuto nel VI secolo a.C., cacciato da Efeso per

aver combattuto i tiranni, sono soprattutto Tucidide e Senofonte (nonostante i dubbi sollevati

recentemente da Luciano Canfora sulla attribuzione a Tucidide del passo della  Storia del

Peloponneso  che   parla   di   un   esilio   ventennale,   che   sarebbe   opera   invece   di   Senofonte)

condannati   per   motivi   politici,   ad   impersonificare,   in   una   direzione   ricca   di   sviluppi

successivi,   il   ritratto   eroico   dell'esule   che   mantiene,   nonostante   le   avversità,   tutta   la   sua

dignità e la sua statura intellettuale. 

Una   netta   valenza   etica   e   morale   dell'esilio   è   presente   anche   nelle   tragedie   di  Sofocle;

l'esclusione  coatta  dalla  comunità  degli uomini   è certamente  una durissima  condanna che

colpisce l'uomo che ha trasgredito al massimo grado le regole della convivenza civile, ma può

anche trasformarsi, con un movimento catartico, in un'esperienza di purificazione, in grado di

riqualificare l'individuo, facendogli acquisire, nella solitudine e nell'isolamento, un'identità

superiore di saggezza e di giustizia. 

InEdipo re, Edipo minaccia l'esilio all'uccisore del re Laio e quindi, inconsapevolmente, a se

stesso, autoescludendosi in questo modo, alla fine del dramma, dalla comunità degli uomini.

Nella continuazione, l'Edipo a Colono, l'esilio diventa però non un segno di condanna, ma un

modo per valorizzare l'escluso, che proprio in quanto esule e quindi estraneo alle lotte, si

riveste di una sapienza pura e assoluta. L'esule viene come purificato e può diventare quindi il

garante  super  partes  di una  giustizia  superiore.  Anche  nella   tragedia  Filottete,  sempre   di

Sofocle, l'isolamento forzato cui è costretto Filottete, malato e abbandonato dai compagni in

un'isola   deserta,   prelude   all'acquisizione   di   una   funzione   eroica   del   protagonista,   a   un

potenziamento sacrale delle sue qualità; secondo la profezia degli indovini solo l'intervento
armato del reietto, riammesso a questo punto anche contro la sua volontà nella comunità degli

uomini, potrà permettere la vittoria dell'esercito acheo su Troia.

4. Se il filone biblico suggerisce una valenza sacra dell'esilio e introduce alcuni importanti

topoi  narrativi e la cultura greca propone un modello positivo e eroico di esule politico e

suggerisce   il   motivo,   anch'esso   di   grande   fortuna,   di   una   valenza   purificatrice   insita

nell'esperienza   dell'estraneamento,   è   soprattutto   nell'ambito   della   civiltà   latina   che   si

costituiscono dei modelli letterari e filosofici paradigmatici, sui quali si fonda gran parte della

fortuna   successiva   del   tema:   l'esilio   epico   avventuroso,   strettamente   legato   al   tema   del

viaggio,   raccontato   nell'Eneide  di  Virgilio;   l'esilio   visto   non,   in   negativo,   come

allontanamento dalla comunità degli uomini ma come esperienza positiva di recupero di una

propria dignità intellettuale e incentivo alla riflessione filosofico­morale (Cicerone, Seneca);

l'esilio come sofferenza interiore, all'origine di una poesia intimistica e consolatoria (Ovidio).

Nell'Eneide  di  Virgilio  la parola 'exilium' ritorna soprattutto tra la fine del secondo libro e

l'inizio del terzo, quando Enea profugo a Cartagine presso la regina Didone, racconta le sue

avventure,   dalla   fuga   da   Troia   in   fiamme   all'arrivo   sulla   costa   dell'Africa:   Enea   sta   per

abbandonare Troia e la moglie Creusa, appena morta, gli profetizza «lunghi esili»; più avanti

si allude a «esili diversi». Alla peregrinazione di Enea si intreccia quella di Didone, che ha

dovuto abbandonare la patria, minacciata dalle trame di potere: l'esilio della regina fenicia,

non indirizzato dagli dei a una funzione solenne come quella di Enea, fondatore di Roma, si

risolve nella tragedia del suicidio, mentre Enea, guidato dal volere divino, prosegue nella sua

missione eroica. L'esilio è dunque un tema legato all'epos classico (l'avventura, il viaggio, la

ricerca, secondo un'antichissima tradizione letteraria di cui troviamo traccia fin dal romanzo

egiziano del II millennio a.C.Le avventure di Sinuhe), ma ha anche un significato sacrale, in

quanto costituisce una prova necessaria all'acquisizione di un'identità eroica del protagonista,

che dalla distruzione di Troia, attraverso le varie tappe del viaggio, persegue il suo scopo di
creare una nuova civiltà, la cui identità storico­culturale veniva solennemente celebrata nel

poema.

Esule illustre, più volte condannato ad allontanarsi da Roma,  Cicerone  considerava l'esilio

come un'occasione di riscossa per l'intellettuale sottomesso a restrizioni e censure politiche,

che poteva, nell'isolamento, liberare lo spirito e dedicarsi alla riflessione filosofico­morale.

Nelle  Conversazioni   tuscolane  scritte   nel   45   a.C.   sotto   la   dittatura   di   Cesare,   questa

valutazione positiva dell'esilio è affermata sulla base di una riflessione filosofica di impronta

stoica e epicurea: da un lato il saggio stoico è indifferente alle condizioni materiali di vita e

mantiene il suo equilibrio interiore indipendentemente dalle circostanze esteriori; dall'altro la

felicità   esistenziale   e   spirituale   si   trova   ovunque,   anche   lontano   dalla   patria   e   dipende

esclusivamente dall'individuo. Seneca riprende il modello di Cicerone, che sarà poi teorizzato

anche   da  Plutarco,   nel  De  exilio,   dell'esilio   come   occasione   di   fortificazione   e   crescita

spirituale: nella Consolazione alla madre Elvia, scritta per confortare la madre affranta per la

condanna del figlio al confino in Corsica nel 41 d.C., Seneca afferma che l'esilio riguarda il

corpo, ma non lo  spirito,  che  rimane  libero  di  pensare; il  distacco  dal  mondo si tramuta

quindi, secondo la filosofia stoica, in un'opportunità positiva per l'individuo.

Con Ovidio il tema perde ogni connotazione epico­avventurosa e anche morale­intellettuale e

diventa, grazie anche alla lezione dei potae novi, un tema intimo; i Tristia  e le Epistulae ex

Ponto  costituiscono   un   modello   letterario   ripreso   da   vari   poeti   di   tutti   i   tempi,   fino   al

Novecento; la tristezza del poeta esule assume un valore emblematico, trascende l'esperienza

contingente   e   diventa   uno   sguardo   doloroso   rivolto   al   mondo.   La   poesia   ha   quindi   una

funzione consolatoria per il poeta affranto per la lontananza dalla patria, ma è anche, ed è

stato uno dei motivi della grande fortuna della poesia dell'esilio di Ovidio, apertura verso

nuovi   universali   orizzonti   spirituali,   occasione   di   meditazione   e   di   scoperta   dell'io   e

riflessione disincantata sulla morte, sulla memoria e sull'infelicità.
5. In ambito romanzo, il tema sfugge a definizioni univoche, tra i condizionamenti dovuti,

soprattutto nella realtà comunale italiana, alla diffusione dell'istituzione dell'esilio politico e

l'elaborazione,  nella poesia provenzale  e toscana, della metafora  letteraria dell'esilio  come

condizione di sofferenza e infelicità. 

Nelle chansons de geste prevale ancora però il tema dell'esilio­avventura; nel Cantare del mio

Cid, un poema epico castigliano scritto attorno alla metà del XII secolo, il motivo dell'esilio è

un'occasione per celebrare i valori cavallereschi: la virtù, il coraggio, l'audacia, la fedeltà alla

patria. Cacciato dalla corte del re Alfonso di Castiglia­Leon perché sospettato di aver sottratto

dei tributi che era stato incaricato di riscuotere, il Cid passa da una condizione di disfavore nei

confronti   del   re   a   una   riscossa   prestigiosa   che   conduce   alla   fine   alla   riabilitazione   del

protagonista che rientra nelle grazie del sovrano. L'esilio è un'epopea ascensionale in cui lo

scopo è combattere il disfavore con il coraggio e l'azione in modo da trasformare l'esperienza

negativa della fuga in una celebrazione del patriottismo e del valore guerriero.

In   Italia   l'esilio   politico   diventa   motivo   letterario   con   modalità   differenti:   se   gli   accenni

all'esilio   di  Brunetto   Latini  nel  Tesoretto  e   nella  Rettorica  si   riducono   a   rapidi   cenni

autobiografici a scopo informativo, Dante, nella Commedia, conferisce all'esilio una funzione

sacrale, coniugando la tradizione di origine biblica e classicista con la propria vicenda reale di

esule politico; il viaggiatore­personaggio, exul inmeritus, compie, nell'itinerario verso Dio, un

percorso   di   purificazione   che   carica   l'evento   reale   di   una   fortissima   valenza   allegorica.

Preannunciato   con   enfasi   crescente   da   diversi   personaggi   (Ciacco,   Farinata   degli   Uberti,

Brunetto Latini), l'esilio di Dante si configura infatti, nell'episodio rivelatore di Cacciaguida

(Par.   XVII)   come   un'investitura   morale   dell'autore,   garante   di   una   giustizia   superiore,

avvalorata   dal   sacrificio   della   propria   vicenda   terrena;   l'allontanamento   di   Dante   dalla

corruzione di Firenze assume quindi un rilievo sacrale, che viene sottolineato anche dall'uso,

soprattutto nell'incontro con Brunetto e in quello con Cacciaguida, di espressioni attinte al

linguaggio   biblico.   Il   tema   viene   così   mitizzato;   sul   significato   reale,   in   primo   piano
soprattutto   nei   canti   politici   dell'Inferno,   prevale,   in   particolare   nel  Paradiso,   quello

simbolico.

Esule fu anche Guido Cavalcanti, anche se la lontananza dalla patria evocata nel gruppo di

poesie  che hanno come parola chiave «disaventura»  più che a una dimensione biografica

corrisponde (come ha ribadito, sulla scorta di una tradizione critica già notevole, Gianfranco

Contini) a un topos letterario (la condizione di lontananza dall'amata, il timore di morire senza

rivedere   la   patria),   che   appartiene,   come   ha   sostenuto   anche   Corrado   Calenda,   «a   un

sottogenere lirico legato alla provenzale canzone di eloignement», o dell'amor de lohn; siamo

di fronte quindi a un caso in cui il contesto biografico  (l'effettivo esilio di Cavalcanti  da

Firenze   per   motivi   politici)   ha   indotto   a   un'errata   interpretazione   dei   versi   dell'autore,   in

particolare   la   celebre   ballata  Perch'io   non   spero   di   tornar   giammai,   esempio   di

tematizzazione   letteraria   del   motivo   dell'esilio,   estranea   però   a   qualsiasi   coinvolgimento

autobiografico. 

Anche   nel  Canzoniere  di   Petrarca   la   sofferenza   dovuta   all'assenza   e   alla   lontananza

dall'amata è paragonata a un esilio, più volte definito «duro», «misero»; la metaforizzazione

del   tema,   emblema   dell'infelicità   amorosa,   assume   caratteristiche   quasi   canoniche   per   la

poesia   successiva,   che   si   ritrovano   anche   nei   versi   di   molti   poeti   petrarchisti   dell'epoca

rinascimentale, come Philippe Desportes e Agrippe D'Aubigné.

Un esilio dissacrato è invece quello cantato da François Villon, che alterna nelle sue poesie

riferimenti autobiografici sull'infelice condizione di esiliato (si veda ad esempio la  Lettera

agli   amici(1461),   nella   quale   l'autore   si   lamenta   per   la   condanna   subita   e   per   le   tristi

condizioni di vita e chiede agli amici di intercedere per ottenere il permesso di tornare a

Parigi) a parodie del topos letterario dell'esilio come metafora dell'assenza amorosa, come nel

Lais  del 1456, in cui il poeta finge di essere stato respinto da una donna crudele e decide

quindi di esiliarsi.
6.   In   epoca   umanistico­rinascimentale   i   due   filoni   dell'esilio   reale,   legato   a   circostanze

autobiografiche   e   politiche   e   dell'esilio   metaforico,   tematizzato   in   chiave   letteraria,   come

emblema di tristezza amorosa o come insofferenza nei confronti della società e recupero di

una dimensione di innocenza e solitudine, sono entrambi molto vitali. Per il primo caso i testi

sono   numerossimi,   legati   alle   guerre   politiche   in   Italia   (cfr.   le  Lettere  di  Bartolomeo

Cavalcanti, i Medices legatus. De exilio libri II di Pietro Alcionio), o alle guerre religiose in

Francia, delle quali fu vittima  Clement Marot, autore di una raccolta di versi,  Il trionfo

dell'agnello di ispirazione biblica.

Tuttavia nella società europea dell'antico regime, delle guerre di religione e dell'offensiva

controriformista, il tema letterario dell'esilio costituisce soprattutto un modo per esprimere il

disagio nei confronti di un mondo dominato da rigide e inautentiche regole di comportamento.

A Ovidio si ispira Joachim Du Bellay nei suoi Rimpianti (1553) composti in occasione di un

soggiorno a Roma, dove il poeta si era recato al seguito del cugino incaricato di una missione

presso il papa. Riprendendo il tono elegiaco dei Tristia, Du Bellay rimpiange la patria lontana

e   disprezza   il   mondo   romano,   la   corruzione   e   la   malvagità   che   dominano   l'ambiente

ecclesiastico; nonostante le circostanze esteriori (la lontananza dalla patria, il sentimento di

estraneità   al   mondo   romano)   quello   di   Du   Bellay   è   un   esilio   interiore,   che   deriva   dalla

disparità tra i sentimenti dell'autore e il mondo circostante. 

Il tema dell'esilio come purificazione, distacco da un mondo politico e sociale corrotto è al

centro anche di un dramma di  Shakespeare,  Come vi pare  (1599) in cui la costrizione a

vivere in campagna, lontano dalla città conduce i protagonisti alla riscoperta di un mondo di

purezza e libertà che si oppone alla rete di convenzioni e di costrizioni imposte, in città, dalla

vita di società. E' una sorta, come scrive Mario Praz, di risposta alla «civil conversazione»

della civiltà cortese e implica la riscoperta di rapporti veri e autentici, possibili solo in una

condizione di isolamento e di deviazione dalla norma. Nell  Tempesta  (1623) la situazione

dell'esilio   è  connessa   a   un  rito   di  espiazione   e   di   purificazione;   nell'isola   dove   si  svolge
l'azione, un luogo emblematico per la letteratura d'esilio, è la malvagità, domata inizialmente

dai prodigi, ad essere allontanata e i protagonisti possono ritornare alla vita sociale solo dopo

aver toccato l'abisso della disperazione e della aberrazione umana.

7. Nel Settecento elemento rilevante per il tema è lo sviluppo della memorialistica (politica, di

costume, letteraria, artistica) e della scrittura di sé. L'esilio si configura, nella Vita di Pietro

Giannone,  come una  prova   traumatica  e  distruttiva,  ingiustamente  subita  dall'autore  che

intende dimostrare la propria innocenza e denunciare la congiura orchestrata contro di lui da

parte delle autorità ecclesiastiche e politiche. Nella Vita di Alfieri, la «spiemontizzazione» è

invece una scelta volontaria, indotta dal desiderio di ricercare una patria ideale che lo scrittore

riconosce nella Toscana, culla di civiltà linguistico­letteraria.

Tuttavia, al di là delle singole esperienze, un secolo come il Settecento, percorso da fervori

utopistici, da istanze di rinnovamento e da furori polemici, non poteva non elaborare un mito

positivo dell'esilio  del quale il massimo rappresentante  fu  Jean­Jacques Rousseau. Se in

fondo   anche   il   Candide   dell'omonimo   romanzo   di  Voltaire  è   un   esule   viandante,   uno

sradicato   alla   ricerca   del   «miglior   mondo   possibile»,   è   soprattutto   negli   scritti   privati   di

Rousseau   (Confessioni,   Fantasticherie   del   passeggiatore   solitario,   Epistolario)   che

l'allontanamento dalla società, imposto o deliberatamente scelto, si configura nei termini di

un'esperienza proficua per l'individuo, che nella solitudine può riacquistare la propria libertà

interiore, in funzione di una vita più autentica, lontana dalle falsità di una società considerata

impositiva nei confronti dell'uomo. Nell'isola di Saint­Pierre, all'interno del lago di Bienne,

dove   si   rifugia   nel   1765,   lo   scrittore   scopre   l'estasi   della   solitudine   e   enfatizza   la   sua

condizione di sradicato, che ritrova all'interno della propria anima le risorse necessarie a uno

stato di quiete e felicità.

L'intensa   prospettiva   rousseauiana   di   un   isolamento   positivo,   risolto   in   chiave   di

arricchimento e crescita personale, sarà rivalutata, anche se in circostanze diverse, in piena
modernità, tra Otto e Novecento; alla fine del Settecento invece il tema dell'esilio, prima di

diventare,   con   gli   eventi   rivoluzionari,   un   tema   centrale   della   memorialistica   politica

ottocentesca, conosce ancora una nuova veste: il desiderio di evasione e di fuga dalla società

possono   anche   coincidere   con   una   ricerca   che,   in   anni   di   crisi   dei   lumi   e   di   perdita   di

riferimenti culturali, non conduce a un'intensificazione della conoscenza interiore, ma a un

appagamento   disincantato   dell'individuo   nella   bellezza   e   nell'arte,   in   una   dimensione

fantastica e irreale. Nel romanzo Ardinghello e le isole felici (1787) Wilhelm Heinse racconta

la storia di Prospero Frescobaldi, esiliato a Venezia per le lotte politiche fiorentine nel tardo

'500, sotto il finto nome di Ardinghello; dopo varie peripezie che lo portano a Roma, dove si

innamora dell'umanista  pagana Fiordimona e in un eremo  isolato,  il protagonista  approda

finalmente, in compagnia della sua amante, alle Isole beate, ricche di bellezze naturali, dove

vive appagato, nel culto della bellezza e dell'edonismo. L'esilio reale, dovuto alla situazione

politica prelude quindi a un esilio in un mondo fantastico, proiezione semplificata e risolta in

chiave artistico­estetica delle mitiche «età dell'oro» che percorrono tutto il secolo.

8. In epoca rivoluzionaria si sviluppa, soprattutto ad opera dei francesi costretti a lasciare il

loro paese, una  ricca  letteratura  legata  all'esilio  politico  che  comprende  opere narrative  e

scritture memorialistico­autobiografiche, come i  Dieci anni d'esilio  (1818) di  Madame de

Staël, o le Memorie da Sant'Elena di Napoleone. 

Nel romanzo di  Gabriel Senac de Meilhan,  L'emigrato  (1797), prevale invece, sull'aspetto

documentario   tipico   dei   documenti   autobiografici,   l'elemento   avventuroso;   eroismo   e

sacrificio si mescolano in un libro in cui l'amore è il tema dominante, strettamente legato al

motivo della gloria e l'esilio serve a dare un maggior impulso romanzesco all'intreccio. Il

protagonista,  un esule francese, diventa ufficiale  dell'esercito prussiano; catturato dai suoi

compatrioti, si uccide davanti al tribunale rivoluzionario, seguito dall'amata che impazzisce di

dolore e muore. 
In Italia si sviluppa una letteratura  d'esilio negli anni delle Repubbliche  giacobine (1797­

1799) e soprattutto alla fine del triennio. Il libro più famoso legato a questa esperienza, scritto

dopo   la   pace   di   Campoformio   con   la   quale   Napoleone   restituiva   Venezia   agli   Austriaci

costringendo i patrioti veneti alla fuga, sonoLe ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo,

romanzo  epistolare  fondante per il tema  dell'esilio  nel Risorgimento  italiano.  Per Foscolo

l'esilio metaforico, vissuto come proiezione letteraria, emblema di una condizione di disagio

esistenziale e di una dimensione continua di ricerca artistica e intellettuale, si sovrappone e si

interseca con l'esilio reale, con le fughe e gli spostamenti continui dell'autore tra i vari stati

italiani e europei. Nelle lettere, nel romanzo, nei sonetti (in particolare In morte del fratello

Giovanni, dove l'impossibilità del ritorno in patria svela l'identità non contingente ma assoluta

della lontananza)  l'esilio diventa il simbolo di una ricerca artistico­esistenziale in perenne

evoluzione,   che   si   alimenta   della   sua   stessa   essenza,   mentre   ogni   possibile   realizzazione

rimane sempre illusoria. 

L'esilio romantico,  che si sviluppa nella prima metà dell'Ottocento,  riflette proprio questa

strettissima, irrinunciabile relazione tra la vita e l'opera d'arte; artisti e scrittori ricercano una

patria ideale e vivono la condizione di sradicamento come uno stato di elezione; la scrittura è

essa   stessa   ricerca   e   proiezione   verso   un   mondo   ideale,   e   allo   stesso   tempo   un   atto   di

consapevolezza dell'illusorietà di questa ricerca assoluta. Per Wordsworth, Byron e Shelley

la   scelta   di   esiliarsi   in   Francia,   Italia   o   Grecia,   ha   uno   scopo   liberatorio,   rientra   in   quel

processo di ricerca di una dimensione incontaminata ideale, anche se il viaggio conduce in

realtà anche all'acquisizione della consapevolezza dell'illusione. Attraverso le loro opere (cfr.

Ode a Venezia, La profezia di Dante  di Byron) e soprattutto la loro esperienza biografica essi

contribuirono a una mitizzazione dell'esilio che troverà riscontro in tanti scritti ottocenteschi. 

Un   indissolubile   intreccio   tra   biografia   e   dimensione   letteraria   è   contenuto   anche   nelle

Memorie   d'oltretomba  (1848­50)   di  Chateaubriand,   che   coniugano   il   mito   dell'esilio

romantico   con   il   motivo   dell'esilio   politico.   L'autore   enfatizza   l'esperienza   vissuta   e   la

ripercorre in chiave letteraria, caricandola di un valore emblematico. All'inizio, ad esempio,
egli definisce il suo trasferimento, da neonato, dalla casa dei genitori alla casa più salubre

della nonna, come il suo «primo esilio»; l'autore intende quindi presentare, fin dall'inizio, la

sua vita come quella di un predestinato in cui sradicamento, inquietudine, ricerca continua

sono non solo condizione esteriore, determinata dalle circostanze storiche, ma anche tensione

interiore, segno di una eccezionale personalità artistica e intellettuale. Nei capitoli dedicati

agli anni del soggiorno inglese (1793­1800), caratterizzato, soprattutto nel primo periodo, da

povertà   e   privazioni,   non   mancano   descrizioni   realistiche   e   a   tratti   cronachistiche   della

vicenda.   Tuttavia   l'esilio   viene   decisamente   enfatizzato   in   senso   letterario;   Chateubriand

insiste sul nesso esilio­scrittura, sul legame tra la lontananza forzata dalla patria e l'insorgere

della   volontà   di   scrivere,   di   dedicarsi   alla   letteratura   come   spazio   di   ricerca   personale   e

serbatoio di ricchezza interiore. 

In   pieno   Risorgimento   italiano   l'esilio   oltre   a   essere   un   momento   centrale   dei   racconti

autobiografici di numerosi intellettuali impegnati nelle lotte per l'unità (si vedano le Memorie

autografe di un ribelle di Giuseppe Ricciardi, le Reminiscenze dall'esilio di Carlo Beolchi, il

Diario intimo di Tommaseo, le Note autobiografiche di Mazzini) è al centro di alcune opere

narrative.

Giovanni Berchet, in I profughi di Parga esalta la capacità di resistenza di ogni popolo, che

afferma la propria dignità anche nell'esilio. Giovita Scalvini, in Il fuoriuscito (1825) lamenta

l'infelice   condizione   dell'esule,   privato   dei   più   elementari   diritti   umani   e   civili.   Nel

poemaL'esule Pietro Giannone rappresenta la figura romantica dell'eroe che vendica i soprusi

e le ingiustizie in nome di un ideale nazionale che domina tutto il libro, in un'atmosfera di

esaltazione dei valori patriottici. Stessa atmosfera di redenzione e di purificazione, risolta però

prevalentemente in chiave letteraria, troviamo nel romanzo di Tommaseo, Fede e Bellezza, il

cui protagonista Giovanni è spinto alla fuga dall'Italia più da motivazioni esistenziali  che

politiche  e trova nell'isolamento  e nella lontanza  un ambiguo acquietamento  delle proprie

turbolente   passioni.   Nell'esilio   londinese   che   quasi   conclude   il   lungo   intreccio   delle
Confessioni di un italiano  di  Ippolito Nievo, è invece la figura di Pisana, che qui muore

martire immolata sull'altare di un effimero e sfuggente ordine finale, a risultare purificata

dalla prova durissima della lontananza dalla patria; tutta la vicenda di Carlino e Pisana, iscritta

all'interno   di   una   storia   agitata   da   passioni   contrastanti,   trova   un   sua   più   nitida   e   chiara

configurazione proprio attraverso il filtro di una lontananza che libera gli individui dalle colpe

e li riconsegna a loro stessi e al loro destino. 

I lunghi  anni d'esilio  politico  (dal 1852 al 1870) lasciarono  un segno indelebile  anche in

Victor Hugo, che riflette, nei suoi scritti, una dissociazione tra l'esilio reale e l'esilio come

tema letterario; in relazione a una situazione reale, il soggiorno nell'isola di Jersey, che, come

risulta   da   alcune   testimonianze,   appare   tutto   sommato   soddisfacente,   quasi   idillica,   nella

scrittura   epistolare   e   soprattutto   nei   versi   delleContemplazioni  (1830­1855),   l'esilio   viene

invece   evocato,   attraverso   il   filtro   del   discorso   letterario,   come   un'esperienza   distruttiva,

traumatizzante, avvilente, secondo la tradizione ovidiana, ripresa da Du Bellay e da altri.

Il tema dell'esilio divenne comunque talmente comune nella società del tempo che, mentre il

pittore Delacroix dipingeva Ovidio al bando sul Mar Nero, Balzac raffigurava anche il tipo

dell'emigrato nella sua  Commedia umana,  che aspirava ad essere un affresco della società

contemporanea nel suo complesso; nel racconto I proscritti (1831), l'autore finge che Dante,

nel 1308, si sia recato anche a Parigi nel corso delle sue peregrinazioni; la dolorosa vicenda

dell'esule fiorentino rinvia in realtà alla situazione contemporanea e diventa l'emblema del

difficile rapporto tra intellettuale e società e tra intellettuale e potere politico.

Va   infine   ricordata   una   ripresa   ottocentesca   del   tema   elegiaco   ovidiano   da   parte   del

drammaturgo   austriaco  Franz   Grillparzer,   che   scrisse   i  Tristia   ex   Ponto  (1826­33),

caratterizzati da una forte tendenza al compianto e all'infelicità. Toni elegiaci e autobiografici

hanno anche i versi di  Púskin  Prigioniero del Caucaso  (1820­1), scritti durante l'esilio in

Russia meridionale, cui il poeta fu condannato dal 1820 al 1824 per aver composto dei versi
politici;   tema   principale   della   raccolta   è   il   desiderio   di   fuga   da   ogni   legame   e   dalle

metaforiche prigioni della patria.

9. Nella cultura  decadente otto­novecentesca,  l'esilio diventa l'emblema  di una condizione

esistenziale  di isolamento  e autoemarginazione dalla società,  vista come realtà  inautentica

dalla quale fuggire alla ricerca di esperienze più intense sul piano artistico e intellettuale.

Baudelaire  riconduce   l'esilio   a   una   condizione   esistenziale,   non   contingente;   chiunque   si

sottrae   alle   costrizioni   della   società   contemporanea   è   in   fondo   un   esule,   rappresentato

dall'immagine  emblematica  e struggente  del cigno (Le cygne, 1857), al  quale  è negata  la

possibilità del volo e che può solo sbattere tristemente le ali nella polvere. 

Nella   raccoltaGli   esuli  (1867)  Théodore   de   Banville  riprende   invece   l'ideale   romantico

dell'isolamento   assoluto   dell'artista,   per   il   quale   la   solitudine   e   l'incomprensione   della

comunità degli uomini sono il segno di un forte sentire, prerogativa solo delle anime elette

che   trovano   esclusivamente   nella   bellezza   della   natura   e   nello   spettacolo   dell'arte   una

dimensione  ideale  e  consolatoria.  Corbière  in  Il poeta     assente  (1873) si  paragona  a  un

eremita, che si autoesilia dall'opaca e chiusa comunità degli uomini, invitando la donna amata

a raggiungerlo nel suo volontario isolamento. Autoesule per ritrovare una dignità umana e

un'identità   eroica   sempre   più   irraggiungibili,   è   anche   Jim,   protagonista   del   romanzo   di

Conrad,  Lord  Jim  (1900),  perso  in  tortuose   investigazioni  del   proprio  io  che  solo  in  un

artificioso   microcosmo   può   trovare   un   effimero   equilibrio,   pronto   a   infrangersi   di   fronte

all'evidenza della realtà. In  Nostromo   (1904), dello stesso autore, sullo sfondo delle lotte

politiche europee e del Sud­America, si incrociano e si sovrappongono i destini di individui ai

quali è negata per vari motivi (politici, personali, ideali) la possibilità di uno scambio proficuo

con la collettività. In  Sotto gli occhi dell'Occidente   (1911) è la comunità di esuli russi in

Svizzera al centro del racconto; l'oppressione e l'inautenticità prevalgono nei rapporti tra le

persone e l'esilio è solo una fuga illusoria che non restituisce agli individui la loro libertà

morale.
Isolamento e autoemarginazione possono però anche risolversi in una dimensione di ricerca

intellettuale che trae dalla condizione dell'esilio una nuova linfa vitale. Nel dramma  Esuli

(1910), Joyce distingue tra l'esilio economico, dovuto alla necessità di guadagnare, e l'esilio

spirituale, concepito come una ricerca e un arricchimento intellettuale non solo per il singolo,

ma anche per la stessa vita culturale delle nazioni. La storia di Riccardo, fuggito dall'Irlanda

per sottrarsi a censure sulla sua vita privata e poi tornato e reintegrato in un ruolo di prestigio

nella vita pubblica di Dublino, indica proprio questa necessità di cercare al di fuori dei confini

nazionali la linfa per il nutrimento spirituale dell'uomo moderno. In modo ancora più esplicito

il   romanzo  Ritratto   dell'artista   giovane  (1916),   sempre   di   Joyce,   riconosce   nella   scelta

dell'autoesilio   un   passaggio   necessario   alla   costruzione   di   un'identità   estetica   e   filosofica

dell'intellettuale moderno. E anche Nietzsche attribuiva all'esilio, all'isolamento, la facoltà di

purificare e arricchire l'individuo: «Ho scelto l'esilio per poter dire la verità».

Sulla stessa linea si situa anche l'opera di due autori provenienti dagli Stati Uniti, un paese in

cui l'esilio reale è sconosciuto, Ezra Pound e Thomas Eliot, per i quali la lontananza voluta

dalla patria naturale si configura come una ricerca artistica che deve avvenire sulla base di un

confronto   con   orizzonti   più   aperti,   lontano   dal   provincialismo   della   cultura   americana.   I

contemporanei definirono i due autori con disprezzo degli «espatriati» e rimproverarono loro

di non aver voluto rivalutare l'eredità della cultura americana. Pound in Patria mia teorizza la

necessità   artistica   di   sentirsi   un   esiliato;   nella   poesia  In   prigione  egli   descrive   la   sua

insofferenza nei confronti delle costrizioni formali e territoriali, al centro della sua opera più

famosa, i Cantos. Per Eliot, autore di La terra desolata (1922), lo sradicamento diventa una

condizione esistenziale, indipendente dall'identità anagrafica: pur avendo preso la cittadinanza

inglese, egli riconosceva infatti di sentirsi straniero ovunque.

10. Nel Novecento i sommovimenti politici hanno creato diverse ondate di esili e alimentato

una folta letteratura, in cui prevale la componente autobiografica: a partire dal 1917 cominciò

la fuga dei russi dalla rivoluzione; seguirono italiani, spagnoli e tedeschi che lasciarono i loro
paesi in seguito all'avvento di fascismo e nazismo; dopo la seconda guerra mondiale l'esodo

interessa gli stati del blocco comunista e negli anni '70 i paesi dell'America latina retti da

dittature. 

In Germania con Exilliteratur si indica la letteratura degli anni dell'emigrazione tedesca anti­

nazista,   dal   1933   al   1945,   contraddistinta   da   una   rappresentazione   drammatica   dell'esilio,

ridotto a cruda e spietata cronaca, raffigurato in tutta la sua dilaniante verità e privato di ogni

retorica letteraria  e di ogni possibile  lettura  in chiave  eroica.  Molte  delle  opere scritte  in

questo periodo contengono situazioni autobiografiche. Esilio (1940) si intitola un romanzo di

Lion Feuchtwanger, che fa parte di una trilogia dedicata alla vita politica e sociale della

Baviera negli anni del nazismo, ricco di particolari che sottolineano le difficoltà della vita

dell'esule,   al   quale   è   negata   qualsiasi   possibilità   di   resistenza   eroica.   Di   ispirazione

autobiografica anche i romanzi di Anna Seghers, caratterizzati da un'attitudine cronachistica;

in  Visto   di   transito  (1943)   viene   descritto   lo   smarrimento   degli   esuli   che   aspettano

ansiosamente il visto per imbarcarsi a Marsiglia per l'America. Anche Bertold Brecht dedicò

i Dialoghi tra i profughi, (1940­1) alla descrizione dello stato d'animo dei fuggiaschi. Klaus

Mann, figlio di Thomas che in esilio scrisse alcuni dei suoi capolavori, nel romanzo Vulcano

(1939) descrive l'ambiente degradato degli esuli affollato di spie, delinquenti, figure ambigue.

Stesso tono nel romanzoI privi di diritto  di  Walter Hasenclever, pubblicato postumo del

1963. Nel dopo­guerra Frank Thiess utilizzò il termine di inneren Emigration ('emigrazione

interna')   per   difendere   l'operato   degli   scrittori   tedeschi   che   durante   il   terzo   Reich   non

emigrarono   all'estero,   ma   non   si   impegnarono   con   il   nazionalsocialismo   e   opposero   una

resistenza passiva all'ideologia nazista. 

Per  Saint­John   Perse,   esule   politico   negli   Stati   Uniti   per   aver   preso   posizione   contro   il

governo di Vichy nel 1941, autore della raccolta  Esilio  il tema dell'esilio va invece oltre il

riferimento   storico   immediato,   si   mescola   al   tema   del   vuoto   dell'esistenza   e   finisce   per
coincidere con la nuda adesione dell'uomo agli elementi cosmici e alla forza insondabile del

mare. 

Le lotte intestine che hanno interessato numerosi paesi con conseguenti ondate di migrazioni,

hanno fatto sì che negli ultimi decenni del secolo esule diventasse sinonimo, soprattutto in

alcune aree geografiche, di rifugiato politico; in Francia ad esempio, in seguito all'arrivo, dal

1970 in poi, di numerosissimi sud­americani fuggiti dal loro paese per le dittature militari si è

sviluppata un'abbondante letteratura su conflitti politici, prigionia, sradicamento.

La realtà autobiografica è spesso però un punto di partenza per una considerazione globale

dell'esperienza dell'esilio che si libera dal dato contingente e si confronta, ancora una volta,

con la tradizione letteraria. 

Vintila Horia, scrittore rumeno espatriato dopo il 1945 scrisse  Dio è nato in esilio  svolto

come un finto diario di Ovidio durante il confino nel Ponto, l'odierna Romania. La sofferenza

causata   dall'esilio   spinge   Ovidio   a   interrogarsi   sul   senso   dell'esistenza,   a   mettere   in

discussione valori e certezze; ne risulta un'esaltazione dell'esperienza dello scavo interiore

indotta   dall'esilio,   preludio   al   riconoscimento   di   una   forza   spirituale   religiosa   legata   al

cristianesimo.   L'esilio   può   essere   dunque   un'occasione   di   ricerca   spirituale,   ma   può

trasformarsi anche in un'esperienza intellettuale e morale estrema, all'origine di una letteratura

intesa, alle soglie del nuovo millennio, come assoluta esperienza conoscitiva. Rovesciando la

concezione   espressa   in  Minima   moralia  (1951)   dal   filosofo   tedesco  Adorno,   che   vedeva

nell'esilio una duplice condanna, in quanto privazione della patria ma anche della parola e

della possibilità di comunicare e quindi della memoria, lo scrittore sovietico Josef Brodski, in

un   discorso   del   1987La   condizione   dell'esilio,   afferma   che   per   uno   scrittore   l'esilio   è   un

evento linguistico, in quanto lo sradicamento conduce a una condizione in cui tutto ciò che

rimane all'uomo è se stesso e la propria lingua. L'esilio conferisce quindi un'intensità assoluta

alla parola, che assolve in modo più completo al compito, necessario perché una letteratura si

possa davvero definire tale, di «acceleratore della comprensione dell'universo».
Altri testi

Lamartine, A. de, L'esilio della vita (L'exil de la vie, in Premières meditations, 1820)

Genlis, Madame de, Memorie (Mémoires), Parigi 1825

Balzac, H. de, Il colonnello Chabert, (Le colonel Chabert, 1830)

Mazzini, G., L'esule , in «Indicatore livornese», 1830

Pepe,   G.,  Memorie   del   generale   Guglielmo   Pepe   intorno   alla   sua   vita   e   ai   recenti   casi

d'Italia, Lugano 1847

Daudet, A., Les rois en exil, 1879

Tolher, E., Eine jugend in Deutschland, 1933

Mann, K., Der Wendepunkt, 1944

Zweig, S., Die Welt von gestern, 1944

Seghers, A., Das siebte Krenz, 1946

Mendoza, P., Años de fuga, 1975

Mircea Eliade,  Le promesse dell'equinozio. Memorie  I;  Le messi del solstizio. Memorie II

(Memorii (1907­1960) 1991), Milano 1995.

Bibliografica critica

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Seidel, M., Exile et the narrative imagination, New Haven London 1986.

Sechi, M. ( a cura di), Fascismo ed esilio, Pisa, I­II, 1988­1992.

Heers, J., Bec, C.(a cura di),Exil et civilisation en Italie (XII­XVI siècles), Nancy 1990.

Cheyne, J., Crisafulli Jones, L. M. (a cura di),  L'esilio romantico: le forme di un conflitto,

Bari 1990

Marchand, J.J. (a cura di), La letteratura dell'emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel

mondo, Torino 1991.
Ulysse, G. (a cura di), L'exil et l'exclusion dans la culture italienne, Actes du colloque franco­

italien, Aix­en­provence 1991.

Magnan, A. (a cura di), Expériences limites de l'épistolaire. Lettres d'exil, d'enfermement, de

folie, Atti del convegno di Caen, 16­18 giugno 1991, Parigi 1993.

Berthold, W. (a cura di),  Exilliteratur und Exilforschung: ausgewahlte Aufsatze, Vortrage

una Rezensionem, Wiesbaden 1996 

Niderst, A. (a cura di), L'exil, Actes du colloque CERHIS, Paris 1996. 

Ciccarelli, A., Giordano, P. (a cura di), L'esilio come certezza. La ricerca d'identità culturale

in Italia dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni, "Italiana" (1998).

Testi citati

Antico testamento

Ipponatte, Versi

Senofonte, Anabasi

Tucidide, La guerra del Peloponneso

Sofocle, Edipo re (430 a.C. ca), Edipo a Colono (prima rappresentazione postuma 401 a.C.),

Filottete (409 a.C.)

Virgilio, Eneide 

Cicerone,Tusculanae Disputationes (45 a.C.)

Ovidio, Tristia, Epistulae ex Ponto

Seneca, Consolatio ad matrem Helviam

El cantar del mio Cid 

Brunetto Latini, Rettorica, Tesoretto

Dante Alighieri, Commedia

Cavalcanti, G., Perch'io no spero di tornar giammai

Petrarca, F., Canzoniere
Desportes, Ph., Gli amori di Diana (Les amours de Diane )

D'Aubigné, A., La primavera, (Le printemps  , L'Hécatombe à Diane.)

Villon, F., Lettera ai suoi amici, (Epitre à ses amis), Le Lais (1456)

Filelfo, F.,Commentationes de exilio 

Cavalcanti, B., Lettere  

Alcionio, P., Medices legatus. De exilio libri II  (1522)

Marot, C., Il trionfo dell'agnello, (Le triomphe de l'Agneau., 1534)

Du Bellay, J., Rimpianti, (Les regrets , 1558­9)

Shakespeare, W., Come vi pare, (As you like it , 1599)

idem, La tempesta, (The tempest, 1623)

Voltaire, Candido (Candide, 

Rousseau,   J.J.,  Confessioni,   (Confessions,   1765­70),  Fantasticherie   di   un   passeggiatore

solitario (Rêveries d'un promeneur solitaire, 1776­78)

Giannone, P. (1676­1748), Vita scritta da lui medesimo , (1736­1741), Napoli 1940

Alfieri, V., Vita (1790­1803), 1807

Heinse, W., Ardinghello e le isole felici (Ardinghello oder die glückselingen Inseln ,1787)

Foscolo, U., Le ultime lettere di Jacoco Ortis (1802), In morte del fratello Giovanni (1802)

Staël, G. Madame de, Dieci anni d'esilio  (Dix années d'exil, 1818), s.l. 1945

Napoleone, Memoriale di sant'Elena, (Mémorial de Sainte­Hélène ) 

Senac de Meilhan, G., L'emigrato, (L'Emigré, 1797) 

Puskin, Prigioniero del Caucaso  (1820­1)

Byron, Ode a Venezia (Ode to Venice, 1818), La profezia di Dante (The prophecy of Dante )

Shelley, P. B., Lines written among the Euganean Hills (1818)

Berchet, G., I profughi di Parga, Parigi 1823

Grillparzer, F., Tristia ex Ponto (1826­33)

Carlo Beolchi, Reminiscenze dall'esilio, Londra 1830 
Giannone, P. (1792­1872), L'esule, Parigi 1829

Scalvini, G., Il fuoriuscito (1825), in Scritti di G.S. ordinati per cura di Niccolò Tommaseo,

Firenze 1860

Tommaseo, N., Diario intimo, Torino 1946(3), Fede e bellezza

Mazzini, G., Note autobiografiche (1861­66), Firenze 1943

Balzac, H., Les proscrits, 1831

Chateaubriand, F. R., Memorie dall'oltretomba , Paris 1848­50

Hugo, V., Contemplations (1830­1855)

Baudelaire, Ch., Il cigno (Le cygne), in I fiori del male , Parigi 1857)

Giuseppe Ricciardi, Memorie autografe di un ribelle, Parigi 1857.

Nievo, I., Confessioni di un italiano (1867)

Banville, Th. de, Les exilés (1867)

Corbière, T.,Poète contumace, in Les amours jaunes, Parigi 1873

Conrad, K., Lord Jim, Nostromo, Under western eyes

Joyce, J., Esuli, (Exiles, 1910), Ritratto dell'artista da giovane, (A portrait of the Artist as a

Young Man) 

Feuchtwanger, L., Exil, (1940)

Seghers, A.,Transit (1943) 

Adorno, Th. W., Minima moralia

Brecht, B., Dialoghi di profughi, (Flüchtlingsgespräche , 1940­1) 

Mann, K.,Vulcano (Vulkan , 1939) 

Hasenclever, W., I privi di diritto (Die Rechtlosen , 1963)

Pound, E., Cantos, In durance  (In prigionia, ), Patria mia (1912)

Eliot, Th., The waste land

Saint­John Perse, Esilio (Exil 1942), Milano 1985

Horia, V., Dio è nato in esilio  (Dieu est né en exil),Torino 1979
Brodskij, I., La condizione che chiamiamo esilio (The condition we call Exile , 1987), Milano

1988

Testi figurativi

Delacroix, Ovidio al bando sul mar Nero

Rete tematica

emigrazione, viaggio, solitudine, isolamento, fuga

Personaggi

Edipo