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Introduzione

Nel «New York Times» del 14 marzo 1975 il Parent Effectiveness Training (P.E.T.) veniva
descritto come «un movimento nazionale». ………………………………

……………………………. Oggi appare evidente che i genitori hanno un grande bisogno di


conoscere e acquisire specifiche abilità pratiche e metodi efficaci, e non delle solite astrazioni
generiche tipo: «rispettate il bambini come persona», «incoraggiate la comunicazione», «siate
risoluti, ma giusti», «cercate di comprendere il vostro bambino», «dategli il vostro amore»,
«dategli guida e sostegno», «non siate troppo severi né permissivi», e simili. Oggi ripenso con
divertimento alla polemica nacque con l'editore riguardo alla frase che aveva scelto per la
sopraccoperta dell'edizione rilega «Funziona». Ricordo di avergli detto che sembrava la pubblicità
di un nuovo detersivo o di un collutorio. In effetti però, quando al termine delle conferenze i padri
e le madri mi si avvicinavano per dirmi di aver letto il libro, esprimevano spesso loro
apprezzamento proprio negli stessi termini «Funziona».
Dopo averlo sentito ripetere da un capo all'altro. Paese, mi sono convinto che il libro del P.E. T.
riuscendo nel suo intento: insegnare ai genitori l'utilità e metodi pratici da utilizzare
autonomamente in famiglia.
Ancora più sorprendente per me fu ascoltar un'altra reazione molto frequente nei lettori: “P.E.T è
in realtà un modo totalmente nuovo vivere». I genitori mi raccontavano di aver in pratica le loro
nuove abilità anche in altri rapporti: con il coniuge, con i dipendenti o con i soci con gli amici e i
vicini di casa, con i parenti diretta o acquisiti. Un buon numero di genitori mi diceva» che avevo
sbagliato a non intitolare il libro «Persone Efficaci» invece di «Genitori Efficaci». Se avessi avuto
la stessa perspicacia di questi lettori avrei potuto seguire il loro consiglio, perché adesso mi rendo
conto che il P.E.T. si fonda su teoria dei rapporti umani che si può applicare indistintamente a tutte
le relazioni interpersonali, e non solo a quella genitore-figlio. Ciò mi ha aiutato a capire anche un
'altra frequente osservazione dei genitori: «Grazie al P.E.T. adesso i figli sono trattati come
persone». Perciò in realtà, anche se non ha questo titolo questo libro si occupa dell'efficacia delle
persone
…………………………………………
Thomas Gordon
Accusiamo i genitori: cosa facciamo
per aiutarli?
Tutti incolpano i genitori dei problemi dei giovani e di quelli che i giovani sembrano causare alla
società. «È tutta colpa dei genitori», si lamentano gli esperti di salute mentale, alla luce delle
statistiche allarmanti sul numero sempre crescente di bambini e giovani che presentano disturbi
emotivi gravi o invalidanti, che entrano nel giro della droga o si suicidano. I politici e i tutori
dell'ordine rimproverano ai genitori di aver prodotto una generazione di ingrati, di ribelli, di
contestatori, di hippies, di pacifisti e di renitenti alla leva. E quando i bambini vanno male a scuola,
o diventano degli emarginati irrecuperabili, insegnanti e funzionari scolastici sentenziano che la
colpa è dei genitori.
Ma chi aiuta i genitori? Quanto impegno viene profuso nell'assisterli perché diventino più efficaci
nell'educare i figli? E in quali sedi un genitore può imparare quali sono i suoi errori e le possibilità
alternative?
Si da la colpa ai genitori, ma non ci si cura di educarli. Ogni anno milioni di neo-padri e madri si
assumono un compito fra i più difficili: prendere un neonato, un piccolo essere quasi totalmente
indifeso e assumersi la piena responsabilità della sua salute fisica e psichica e della sua educazione
per farne un cittadino produttivo, collaborativo e costruttivo. Si può immaginare un lavoro più
difficile e faticoso di questo? ………………………… Oggi sono convinto che gli adolescenti non
si ribellano ai genitori. Si ribellano solamente ad alcuni metodi disciplinari distruttivi adottati quasi
universalmente dai genitori. Il dissenso e la turbolenza emotiva sono un'eccezione, non la regola,
quando i genitori imparano un nuovo metodo per risolvere i conflitti.
Il P.E.T. ha inoltre offerto un nuovo punto di vista sul ruolo delle punizioni nell'educazione dei
bambini. Molti genitori che hanno seguito il nostro programma ci hanno dimostrato che le punizioni
possono essere senz'altro accantonate per sempre, e mi riferisco a ogni tipo di punizione, non
soltanto a quelle fisiche. I genitori possono crescere figli responsabili, autodisciplinati e colla-
borativi senza ricorrere all'arma della paura; possono imparare come influenzarli affinché rispettino
i bisogni dei genitori spontaneamente, piuttosto che per paura della punizione o della privazione di
determinate concessioni. Troppo bello per essere vero? Forse sì. Questa almeno era la mia
sensazione prima di aver vissuto personalmente il ruolo di formatore nel P.E.T. Come molti miei
colleghi, sottovalutavo i genitori. Ma essi mi hanno dimostrato che sono in grado di cambiare molto
se aiutati a farlo. …………………………………. Per quanto possa sembrare assurdo a taluni
genitori (e anche a non pochi professionisti) ora sappiamo che anche chi sia privo di una formazione
universitaria in psicologia può apprendere tali abilità e imparare come e quando utilizzarle per
aiutare i propri figli. Nel corso dello sviluppo del P.E.T. abbiamo dovuto prendere atto di una realtà
che a volte ci scoraggia ma che più spesso ci serve da stimolo: la quasi totalità dei genitori ricorre
agli stessi metodi di educazione e di soluzione dei problemi familiari utilizzati in passato dai propri
genitori, nonni e bisnonni. Al contrario della maggior parte delle altre istituzioni sociali, la relazione
genitori-figli sembra essere rimasta inalterata. I genitori si affidano a metodi in uso duemila anni fa!
……………………………………………..
È possibile che anche questo nostro libro riveli alcuni dei limiti dei suoi predecessori, ma io mi
auguro che non sia così; noi infatti ci proponiamo di presentare una filosofia più completa sui
requisiti necessari a stabilire e mantenere una effettiva relazione globale con un figlio in
qualsivoglia circostanza.
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Dato che i lettori non potranno esprimere le loro perplessità direttamente a un formatore, ecco
alcune domande e risposte che possono essere utili a chi inizia.

Domanda - Si tratta di un ennesimo approccio permissivo all'educazione dei figli? Risposta -


Assolutamente no. I genitori permissivi si trovano nei guai esattamente come quelli troppo severi
perché i figli diventeranno egoisti, intrattabili, non collaborativi e privi di considerazione per i
bisogni dei genitori.
D. - È possibile per uno solo dei genitori seguire efficacemente questo approccio se l'altro persevera
nel vecchio metodo? R. - Sì e no. Se uno dei due genitori comincia a farlo, ci sarà un netto
miglioramento del rapporto fra quel genitore e i figli. Ma il rapporto fra l'altro genitore e i figli
potrebbe peggiorare. Molto meglio, quindi, che entrambi i genitori apprendano i nuovi metodi.
Inoltre, impegnandosi insieme potranno aiutarsi reciprocamente.
D. - Con questo nuovo approccio, i genitori perderanno la loro influenza sui figli? Dovranno
abdicare alla responsabilità di fornire guida e orientamento alla vita dei loro figli? R. - Da una
lettura dei primi capitoli si potrebbe ricavare questa impressione. Un libro può presentare un
sistema solo passo dopo passo. I primi capitoli trattano di come aiutare i figli a trovare le proprie
soluzioni ai problemi che incontrano. In situazioni come queste, il ruolo di un genitore efficace può
sembrare diverso, molto più passivo o non direttivo, di quello abituale. Nei capitoli successivi,
tuttavia, si parla di come modificare i comportamenti inaccettabili dei figli e di come influenzare
questi ultimi perché si sensibilizzino ai bisogni del genitore. In questi casi, verrà illustrato
dettagliatamente quale può essere il comportamento di un genitore veramente responsabile, che
vedrà crescere la propria influenza sul figlio rispetto al passato.
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……………………………………

I genitori che imparano a comunicare i propri sentimenti con le nuove modalità che proponiamo,
difficilmente produrranno un figlio come quel sedicenne che, seduto nel mio studio, mi diceva
senza scomporsi:
A casa non devo fare nulla. Perché dovrei? Sono i miei genitori che devono prendersi cura di me.
Legalmente sono tenuti a farlo. Non l'ho chiesto io di nascere, no? Finché sono minorenne, devono
nutrirmi e vestirmi. E io non devo fare proprio un bel niente. Non sono mica obbligato a farli
contenti.

Ascoltando quel giovane che si esprimeva in questi termini, palesemente convinto di quello che
diceva, non potei fare a meno di pensare: Che genere di persone stiamo tirando su, se i ragazzi
crescono con l'idea che gli è dovuto tutto, anche se in cambio danno tanto poco? Che razza di cit-
tadini stiamo immettendo nella società? E che razza di società potranno produrre degli esseri umani
così egoisti?
Quasi senza eccezioni, i genitori si possono far rientrare grosso modo in tre categorie: i vincitori, i
perdenti e gli indecisi.
I genitori che appartengono al primo gruppo difendono fermamente e con argomenti persuasivi il
loro diritto di esercitare autorità e potere sul figlio. Credono nella disciplina, nelle limitazioni, nel
pretendere certi comportamenti, nel dare ordini, nel richiedere obbedienza. Ricorrono alle minacce
per indurre i figli all'obbedienza, e impartiscono punizioni quando il figlio non obbedisce.
Quando sorge un conflitto tra i bisogni dei genitori e quelli del figlio, questi genitori, invariabil-
mente, risolvono il conflitto in modo tale che il genitore vince e il figlio perde. Generalmente,
questi genitori razionalizzano il loro vincere in base a stereotipi come: «So io cos'è meglio» oppure
«È per il bene del bambino» o ancora «I figli hanno bisogno di un'autorità», oppure, in termini più
generici, «spetta ai genitori esercitare la propria autorità per il bene dei figli, perché i genitori sanno
meglio di loro cos'è giusto e cos'è sbagliato». Il secondo gruppo di genitori, numericamente
più ristretto di quello dei vincitori, concedono per lo più molta libertà ai figli. Evitano delibera-
tamente di imporre limitazioni e affermano con orgoglio di non accettare i metodi autoritari.
Quando si verifica un conflitto tra le esigenze del genitore e quelle del figlio, solitamente il figlio
vince e il genitore perde, poiché questi genitori ritengono dannoso frustrare i bisogni del figlio.
Probabilmente il gruppo più numeroso è rappresentato dai genitori che ritengono impossibile
seguire coerentemente l'uno o l'altro dei due approcci. Di conseguenza, cercando di pervenire a un
giusto mezzo, oscillano tra severità e indulgenza, fermezza e accondiscendenza, rigore e
permissivismo, vittoria e sconfitta. Queste le parole di una madre:
Tendo a essere permissiva con i miei figli finché non diventano così cattivi che non riesco più a
sopportarli... Allora sento che devo cambiare, e comincio a usare la mia autorità finché non divento
così severa che non riesco più a sopportare me stessa.
I genitori che condividevano questi sentimenti nei corsi P.E.T., senza saperlo parlavano a nome dei
tanti genitori del gruppo degli indecisi. Questi sono i genitori che probabilmente si mostrano più
confusi e incerti e i cui figli» .come vedremo in seguito, sono spesso i più disturbati.
II dilemma più grande dei genitori di oggi è che essi concepiscono solo due approcci per gestire i
conflitti familiari che inevitabilmente sorgono tra genitori e figli. Essi vedono solo due alternative
nell'educazione dei figli. Alcuni scelgono l'approccio «Io vinco - tu perdi», altri quello «Tu vinci -
io perdo», mentre altri evidentemente non riescono a scegliere tra i due. Attraverso il P.E.T., i
genitori scoprono con sorpresa che esiste un'alternativa ai due metodi. Noi lo chiamiamo il metodo
senza perdenti, e uno degli scopi principali del programma P.E.T. è quello di aiutare i genitori a
metterlo in pratica efficacemente. Sebbene questo metodo sia usato da anni per risolvere conflitti di
altro genere, pochi genitori hanno pensato di poterlo utilizzare per risolvere i conflitti con i figli.

Molte coppie risolvono i propri conflitti attraverso un reciproco problem-solving. E altrettanto fanno
i soci in affari. I sindacati e la direzione aziendale negoziano contratti vincolanti per entrambe le
parti. La divisione dei beni in caso di divorzio viene definita da una decisione congiunta. Anche i
figli spesso gestiscono i loro conflitti attraverso un accordo reciproco o un contratto informale
accettato da entrambe le parti («se farai questo, io accetterò di fare quest'altro»). Le organizzazioni
industriali addestrano sempre più frequentemente i dirigenti a gestire i conflitti con i dipendenti
attraverso un processo decisionale partecipativo. Dal momento che non si tratta di un espediente o
di una formula magica per diventare un genitore efficace, il metodo senza perdenti richiede alla
maggior parte dei genitori un cambiamento radicale nell'atteggiamento verso i figli. Applicarlo in
famiglia richiede tempo, e richiede che i genitori acquisiscano innanzitutto le tecniche dell'ascolto
non valutativo e della trasparenza nella comunicazione dei propri sentimenti. Di conseguenza, il
metodo sarà descritto e spiegato solo negli ultimi capitoli.
Il posto che occupa nel libro non riflette però il suo ruolo effettivo nel nostro approccio educativo.
In realtà, questo nuovo metodo per portare la disciplina in casa attraverso la gestione efficace dei
conflitti è il cuore e l'anima della nostra filosofia. E la chiave di volta dell'efficacia del com-
portamento genitoriale. I genitori che avranno la pazienza di approfondirlo e di applicarlo coscien-
ziosamente in famiglia come alternativa ai due metodi vinci-perdi, saranno ricompensati ben al di là
delle loro speranze e aspettative.

I genitori sono esseri umani, non


divinità
Quando si diventa genitori, accade un fatto strano e malaugurato. Si comincia ad assumere un
ruolo, a recitare una parte, dimenticando di essere una persona. Una volta entrati nel sacro regno del
ruolo genitoriale, si pensa di dover indossare la tonaca di genitore. In buona fede si assumono certi
comportamenti perché si crede che i genitori debbano comportarsi così. Franco e Elena Rossi, due
esseri umani, improvvisamente si trasformano nel Signor Rossi e Consorte, Genitori.
Senza paura di esagerare, questa trasformazione è densa di complicazioni, perché spesso fa dimenti-
care ai genitori di essere ancora persone con i propri comprensibili difetti, con i propri limiti,
persone autentiche dotate di sentimenti reali. Una volta diventati genitori, questi dimenticano la
realtà della propria umanità e spesso cessano di essere umani. Non si sentono più liberi di essere se
stessi, a prescindere dai sentimenti che provano nelle diverse occasioni. In quanto genitori, sentono
la responsabilità di essere qualcosa di meglio che semplici persone. Questo terribile carico di
responsabilità diventa una sfida. Queste persone - diventate genitori -sentono di dover essere
sempre all'altezza della situazione, di dover sempre amare i figli, di dover essere sempre tolleranti
senza condizioni, di dover mettere da parte i propri bisogni e sacrificarsi per i figli, di dover essere
giusti in ogni circostanza, e soprattutto di non dover ripetere gli errori dei propri genitori.
Per quanto comprensibili e ammirevoli, queste buone intenzioni di solito riducono l'efficacia dei
genitori, invece di accrescerla. Dimenticare la propria umanità è il primo grave errore di chi diventa
genitore. Un genitore efficace è quello che si concede di essere una persona, una persona autentica.
I figli apprezzano molto queste qualità di schiettezza e di umanità nei propri genitori. Spesso
dicono: «Mio padre è una persona veramente sincera», oppure «Mia madre è una persona
simpatica». Giunti all'adolescenza, a volte i ragazzi si esprimono in questi termini: «I miei genitori
sono più amici che genitori. Sono davvero in gamba. Hanno dei difetti, come tutti, ma mi piacciono
così come sono». Cosa vogliono dire questi ragazzi? Evidentemente che amano i genitori in quanto
persone, non dèi. Reagiscono positivamente ai propri genitori quando sono persone, non attori che
recitano una parte sforzandosi di essere qualcosa che non sono.
Come è possibile per un genitore essere una persona nel rapporto con i figli? Come adempiere al
proprio ruolo conservando questo carattere di autenticità? In questo capitolo, dimostreremo che per
essere un genitore efficace non c'è bisogno di rinunciare alla propria umanità. E possibile accettare
se stessi come persone dotate di sentimenti sia positivi sia negativi nei confronti dei figli. Per
essere genitori efficaci, non c'è bisogno neppure di essere sempre coerenti. Non bisogna fingere
accettazione o amore verso un figlio quando in realtà non si provano questi sentimenti. Come pure
non è necessario provare lo stesso grado di amore e accettazione per tutti i propri figli. Infine, non è
necessario che entrambi i coniugi assumano lo stesso atteggiamento nei confronti dei figli. Però è
essenziale che impariate a conoscere quali sono i vostri veri sentimenti. Durante i corsi P.E.T.
abbiamo scoperto che alcuni semplici diagrammi aiutano i genitori a individuare i propri sentimenti
nonché le ragioni per le quali questi sentimenti variano a seconda delle circostanze.

I «Diagrammi dell'Accettazione» del genitore

Tutti i genitori sono persone che di volta in volta vivranno due sentimenti diversi nei confronti dei
propri figli: accettazione e non accettazione. I genitori che sono esseri umani autentici, a volte
sentono di accettare ciò che sta facendo un figlio, mentre altre volte sentono di rifiutarlo. Tutti i
possibili comportamenti di vostro figlio -qualsiasi cosa possa dire o fare - possono essere
rappresentati da un'area rettangolare.

Tutti i possibili comportamenti


di vostro figlio

Ovviamente, alcuni comportamenti si possono accettare facilmente, altri no. Possiamo rappre-
sentare questa differenza dividendo il rettangolo in due aree: quella dell'accettazione e quella della
non-accettazione.
Area dell’accettazione

Area della non-accettazione

Il fatto che vostro figlio guardi la televisione il sabato mattina, lasciandovi liberi di svolgere le
faccende domestiche, è un comportamento che rientrerebbe nell'area dell’accettazione. Ma se tiene
il volume così alto da rompervi i timpani, questo comportamento rientrerebbe nell'area della non-
accettazione.
Il punto in cui si colloca la linea di demarcazione tra le due aree è ovviamente diverso da genitore a
genitore. Una madre potrebbe considerare inaccettabili ben pochi comportamenti del figlio, e così
sentirsi molto spesso amorevole e «accettante» verso di lui.

Un genitore relativamente «accettante» Area dell’accettazione

Area della non-accettazione


Un'altra madre potrebbe invece considerare inaccettabili molti comportamenti del figlio, e quindi
sentirsi raramente amorevole e «accettante» verso di lui.
Un genitore
relativamente
Area dell’accettazione
«non-accettante»
Area della non-accettazione

L'accettazione di un genitore verso un figlio è in parte in funzione della personalità specifica del
genitore. Alcuni genitori, semplicemente a causa del loro carattere, sanno essere molto «accettanti»
verso i propri figli. Cosa degna di nota, questi genitori sono di solito «accettanti» verso gli altri in
generale. L'accettazione è una caratteristica della loro personalità: la sicurezza interiore, la loro
elevata capacità di tolleranza, la stima di sé, il fatto che i sentimenti che provano verso se stessi
sono relativamente indipendenti dai fattori esterni, e una serie di altre variabili di personalità. Tutti
abbiamo incontrato persone del genere: ci si sente a proprio agio con queste persone, si può
comunicare con loro apertamente. Ci si può lasciare andare. Si può essere autentici.
Altri genitori sono persone complessivamente «non accettanti» verso gli altri. Ossia, il compor-
tamento degli altri per loro risulta in gran parte inaccettabile. Se li osservate insieme ai figli, vi
stupite di quanta parte del comportamento di questi ultimi che a voi sembra accettabile per loro non
lo sia. Vi verrebbe da dire: «Ma andiamo, lasciateli stare questi ragazzi, in fondo non danno fastidio
a nessuno!».
Spesso si tratta di persone che hanno idee molto precise e rigide su come ci si dovrebbe comportare,
di quale comportamento sia giusto e quale sbagliato, e non solo rispetto ai figli, ma rispetto a
chiunque. Accanto a loro ci si sente un po' a disagio, perché forse si dubita di poter essere accettati.
Di recente, mi è capitato di osservare una madre con i suoi due figli in un supermercato. Dal mio
punto di vista, i ragazzi sembravano piuttosto educati. Non facevano chiasso e non stavano
disturbando nessuno. Tuttavia questa donna non faceva che ripetere loro quello che dovevano o non
dovevano fare: «Venite subito qui», «Lasciate stare quel carrello», «Toglietevi di mezzo, «Date
fastidio», «Sbrigatevi», «Non toccate il cibo», «Lasciate stare quei pacchi». Era come se questa
madre non potesse accettare nulla di quanto i figli stavano facendo. Mentre la linea che separa l'area
dell'accetta-zione da quella della non-accettazione è in parte influenzata da fattori interni al
genitore, il grado di accettazione è determinato anche dal figlio. Nei confronti di certi ragazzi è più
difficile sentirsi «accettanti». Può darsi che siano molto aggressivi, o iperattivi, o fisicamente
sgradevoli, o che abbiano certi tratti caratteriali che non suscitano particolare ammirazione. Un
bambino che si ammala nei primi giorni di vita, che non si addormenta facilmente, che piange
spesso o che ha le coliche intestinali, probabilmente verrà accettato con più difficoltà dalla maggior
parte dei genitori.
L'idea, sostenuta in molti libri e articoli sull'argomento, che un genitore debba accettare nella stessa
misura tutti i propri figli, è non solo sbagliata, ma ha fatto in modo che i genitori si sentissero
colpevoli quando provavano diversi gradi di accettazione nei confronti dei propri figli. La maggior
parte di noi sarebbe pronta a riconoscere di accettare in misura diversa gli altri adulti che incontra.
Perché dovrebbe essere altrimenti nel caso dei figli?

Certi genitori trovano più facile accettare le femmine, piuttosto che i maschi; per altri è il contrario.
I bambini molto vivaci possono risultare meno accettabili per alcuni genitori. I bambini molto
curiosi e attivi che tendono all'esplorazione autonoma dell'ambiente sono meno accettabili, da parte
di alcuni genitori, di quelli più passivi e dipendenti. Ho conosciuto bambini che inspiega-bilmente
esercitavano un tale fascino su di me da farmi sembrare accettabile praticamente tutto quello che
facevano. Ho anche avuto la sfortuna di incontrarne alcuni la cui sola presenza mi era sgradita, e il
cui comportamento mi sembrava per lo più inaccettabile.

Un altro fatto significativo è che la linea di demarcazione fra accettazione e non accettazione non
rimane stazionaria, ma si sposta in su e in giù. E influenzata da molti fattori, fra cui lo stato d'animo
del genitore e la situazione particolare in cui si trovano genitore e figlio.,_.. Un genitore che in un
particolare momento si sente pieno di energia, in buona salute, contento di se stesso, probabilmente
potrà accettare gran parte dei comportamenti del figlio. Se il genitore è in armonia con se stesso,
pochi comportamenti lo infastidiranno.

Se il genitore è stanco perché non ha dormito, ha mal di testa o è in conflitto con se stesso, gran
parte di ciò che il figlio fa può infastidirlo. Questa discordanza potrebbe essere illustrata come
segue:

Il sentimento di accettazione di un genitore cambierà anche da una situazione all'altra. Tutti i


genitori riconoscono che in genere accettano di meno il comportamento del figlio quando sono in
visita dagli amici, rispetto a quando sono in casa propria. E come cambia il livello di tolleranza
quando arrivano i nonni!

Spesso i bambini si stupiscono che a tavola i genitori li rimproverino quando ci sono ospiti per gli
stessi comportamenti che vengono accettati quando la famiglia è sola.

II fatto che i genitori siano due complica ulteriormente la dinamica dell'accettazione familiare.
Innanzitutto, capita spesso che un genitore sia fondamentalmente più «accettante» dell'altro.
Giovanni, un bambino robusto e attivo di 5 anni, prende il pallone e si mette a giocare col fratello in soggiorno. La
madre si arrabbia; la cosa le sembra inaccettabile perché ha paura che si possa rompere qualcosa. Il padre, invece,
non solo accetta il suo comportamento, ma esclama tutto contento: «Guarda Giovanni: diventerà un giocatore formida-
bile! Hai visto quel passaggio in avanti?».

Inoltre, la linea di demarcazione di ciascun genitore si sposta su e giù in momenti diversi, a seconda
della situazione e dello stato d'animo. Ciò significa che un padre o una madre non possono reagire
sempre nello stesso modo a un deteminato comportamento del figlio.

I genitori possono essere e sicuramente saranno incoerenti


È inevitabile che i genitori siano incoerenti. Come potrebbe essere diversamente, se si pari dal
presupposto che i loro sentimenti possono cambiare giorno per giorno, da figlio a figlio, d
situazione a situazione? Se i genitori si sforzassero di essere coerenti, finirebbero per non esseri
autentici. Il monito che tradizionalmente vieni rivolto ai genitori - di essere a tutti i costi coerenti
con i propri figli - ignora il fatto che le situazioni cambiano, che i figli sono diversi l'uno dall'altro,
che papa e mamma sono esseri umani distinti. Inoltre questo consiglio ha l'effetto dannoso di
indurre i genitori a fingere, a recitare la parte di qualcuno che ha sempre gli stessi sentimenti.

I genitori non devono fare fronte comune


E soprattutto, l'invito alla coerenza ha indotto molti padri e molte madri a credere di dover avere
sentimenti uguali, di dover fare fronte comune rispetto ai figli. È una cosa insensata. Tuttavia è una
delle convinzioni più radicate in materia di educazione. Secondo questa idea tradizionale, i genitori
dovrebbero sempre spalleggiarsi a vicenda, dimodoché il figlio sia portato a credere che i suoi
genitori la pensano allo stesso modo riguardo a un certo comportamento. A prescindere dall'estrema
slealtà di questa strategia, che vede schierati i due genitori da una parte e il figlio, solo, dall'altra,
capita spesso che uno dei genitori si senta falso.

La camera di una sedicenne di solito non è in ordine come la madre vorrebbe. Le abitudini della figlia in
fatto di pulizia sono inaccettabili per la madre (rientrano quindi nella sua area di non-accet-tazione). Per il
padre, invece, la stanza è sufficientemente pulita e in ordine. Lo stesso comportamento rientra nella sua
area di accettazione. La madre cerca di portare il padre sulle proprie posizioni, così da fare fronte comune
rispetto alla figlia (ed esercitare una maggiore influenza su di lei). Se il padre acconsentisse, tradirebbe i
propri sentimenti.
Un bambino di 6 anni gioca con il suo camioncino e fa più rumore di quanto il padre sia disposto a
tollerare. La madre invece non ne è affatto disturbata. Anzi è contenta, perché il figlio gioca per conto pro-
prio invece di starle dietro come ha fatto per tutto il giorno fino a quel momento. Il padre si rivolge alla
madre: «Perché non fai qualcosa per farlo smettere di fare tutto quel fracasso?». Se la madre acconsen-
tisse, tradirebbe i propri sentimenti.

Falsa accettazione
Nessun genitore può accettare sempre e comunque tutti i comportamenti del figlio. Alcuni
comportamenti ricadranno necessariamente nell'area della non-accettazione. Ho conosciuto genitori
la cui linea di accettazione si situa molto in basso nel nostro rettangolo, ma non ne ho mai
conosciuto nessuno che sia disposto a un'accettazione incondizionata. Certi genitori fingono di
accettare gran parte dei comportamenti del figlio, ma in realtà non fanno altro che recitare la parte
dei bravi genitori. Pertanto una parte della loro accettazione è falsa.

Supponiamo che una madre sia irritata perché il figlio di cinque anni resta sveglio fino a tardi.
Anche lei ha le proprie esigenze, ad esempio leggere un libro, e preferirebbe di gran lunga fare
questo piuttosto che star dietro al figlio. Inoltre, si preoccupa che il bambino non dorma abbastanza
e che il giorno dopo si svegli di malumore, che magari si prenda un raffreddore. Però madre, in
ossequio all'approccio permissivo, non osa avanzare richieste al figlio, temendo contraddire i propri
principi. In questo caso, potrà fare a meno di esprimere una falsa accettazione. Potrà agire come se
accettasse il fatto ma in cuor suo non lo accetta per niente. Si sente irritata, magari arrabbiata, e
indubbiamente frustrata perché i suoi bisogni restano insoddisfatti.
Quali ripercussioni ha sul figlio la falsa accettazione del genitore? Come tutti sanno, i figli sono
straordinariamente sensibili agli atteggiamenti dei genitori. Sono abilissimi nel cogliere i loro veri
sentimenti attraverso messaggi non verbali che i genitori inviano, indizi che vengono recepiti dai
figli consapevolmente o inconsapevolmente. Un genitore che prova irritazione o rabbia non può
fare a meno di inviare segnali sottili: la fronte aggrottata, un sopracciglio alzato, un tono di voce
particolare, una certa postura del corpo, una tensione dei muscoli della faccia. Anche i bambini
molto piccoli colgono questi segnali, imparando dall'esperienza il loro reale significato: in quei
momenti la mamma non accetta davvero il loro comportamento. Di conseguenza, è probabile che il
figlio si senta disapprovato; in quel particolare momento si accorge di non essere gradito al
genitore.
Cosa succede quando la madre in realtà non si sente «accettante», ma esibisce un comportamento
che al figlio sembra tale? Accade che il figlio recepisce anche questo messaggio comportamentale.
A questo punto è realmente confuso. Sta ricevendo messaggi confusi o-segnali contrad-dittori: il
comportamento gli dice che va bene se resta sveglio, ma i segnali non verbali gli dicono che la
madre non è assolutamente d'accordo. Il figlio è preso fra due fuochi. Vuole star sveglio, ma vuole
anche essere amato (accettato). Il suo star sveglio sembra essere accettabile per la madre, tuttavia
c'è quel broncio sul suo volto. Cosa può fare a questo punto? Un simile conflitto può mettere a
repentaglio l'equilibrio psichico del bambino. Tutti sappiamo quanto può essere frustrante e
doloroso non sapere quale comportamento scegliere perché riceviamo dall'altro segnali
contraddittori. Immaginiamo di essere ospiti in casa altrui e di chiedere alla padrona di casa se
possiamo fumare la pipa. Lei risponde: «Prego, fuma pure, non mi da fastidio». Tuttavia, quando
accendiamo la pipa, il suo volto e gli occhi inviano alcuni segnali non verbali che ci fanno capire
che in realtà il fumo le da fastidio. Che fare? Potreste chiederle: «Sei sicura che non ti da fastidio?»;
oppure mettere via la pipa nutrendo risentimento; oppure continuare a fumare pur sentendo che
questo comportamento non è apprezzato dalla padrona di casa. I figli vivono lo stesso dilemma se
messi di fronte a un'accettazione che a loro sembra disonesta. Il ripetersi di queste situazioni può
provocare nei figli la sensazione di non essere amati. E può portarli a sondare insistentemente
l'atteggiamento dei genitori, a sentirsi fortemente ansiosi, ad alimentare sensazioni di insicurezza, e
così via. Sono arrivato a concludere che per un figlio è più difficile aver a che fare con un genitore
permissivo, mellifluo, senza pretese, che agisce come se fosse «accettante» ma che sottilmente
comunica la propria non accettazione. La falsa accettazione può avere conseguenze molto gravi,
che a lungo andare si rivelano ancora più dannose alla relazione tra genitore e figlio. Quando un
bambino riceve messaggi contraddit-tori, può cominciare a mettere in dubbio l'onestà e la sincerità
dei genitori. Imparerà dalle ripetute esperienze che spesso la madre dice una cosa mentre in realtà
ne prova un'altra. Il ragazzo può crescere nutrendo sfiducia nei confronti del genitore. Ecco come si
esprimono al riguardo alcuni adolescenti:
Mia madre è un'ipocrita. Fa la tenera, ma in realtà non lo è affatto.
Non posso fidarmi dei miei genitori perché anche se non lo dicono, so che non approvano molte
delle cose che faccio.
Da una parte continuo a credere che ai miei genitori non importa a che ora rientro. Ma se faccio
troppo tardi, il giorno dopo non mi parlano.
I miei genitori non sono affatto severi. Mi lasciano fare più o meno quello che voglio, ma me ne
accorgo quando mi disapprovano.
Ogni volta che mi metto a tavola scalzo, mia madre mi guarda con un'espressione di disgusto. Ma
non dice mai niente.
Mia madre è sempre così maledettamente dolce e comprensiva, ma so di non piacerle. Preferisce
mio fratello, perché le assomiglia di più.

Quando i figli nutrono sentimenti del genere evidente che i genitori non sono riusciti a nascondere i
loro veri sentimenti o atteggiamenti, anche se erano convinti di farlo. In una relazione ci intima e
durevole come quella tra genitore figlio, è diffìcile che il genitore possa tenere nascosto al
figlio ciò che prova veramente. Così, questi genitori, influenzati dai sostenitori del permissivismo,
che cercano di essere compiacenti al di là delle proprie reali inclinazioni in realtà compromettono
seriamente il proprio rapporto con i figli oltre a danneggiare psicologicamente i figli stessi. I
genitori devono capire che meglio non cercare di estendere la propria area di accettazione al di là
delle proprie reali inclinazioni. È molto meglio accorgersi che l'accettazione non c'è e non fare finta
che ci sia.

È possibile accettare un figlio senza accettarne il comportamento?


Non so dove sia nata questa idea, ma so che ha avuto un largo seguito e ha esercitato un enorme
richiamo in modo particolare fra i genitori che sono stati influenzati dal permissivismo, ma
hanno l'onestà di riconoscere di non accettare sempre il comportamento dei figli. A mio parere,
si tratta di un'altra idea ingannevole e dannosa, che impedisce ai genitori di essere autentici. Se
anche ha avuto il merito di attenuare il senso di colpa indotto nei genitori dalla propria non
accettazione, questa idea ha danneggiato molti rapporti tra genitori e figli.
Essa ha sancito la possibilità di avvalersi della propria autorità o del proprio potere per mettere
un freno (o «porre dei limiti») ai comportamenti che i genitori non riescono ad accettare. I genitori
sono stati indotti a credere che va benissimo controllare, delimitare, proibire, esigere o negare, se
si riesce a farlo in modo da far sentire al ragazzo che non è lui a essere rifiutato, bensì il suo com
portamento. Qui giace l'errore di fondo.
Come si può accettare un figlio, indipendentemente da ciò che si prova rispetto a ciò che fa o !
dice? Esiste forse un "figlio' al di là di quel figlio che ha un certo comportamento, che agisce in
quel particolare modo, in quel determinato momento? È rispetto al comportamento di un figlio che
i genitori nutrono sentimenti, che siano di accettazione o di non accettazione, non rispetto a un
figlio in astratto. Sono certo che il figlio, dal suo punto di vista, non fa distinzioni. Se percepisce
che mettere le scarpe sporche di fango sul divano nuovo incontra la disapprovazione dei genitori,
dubito molto che arrivi alla complessa deduzione per cui, pur disapprovando i suoi piedi sul
divano, lo accettano senz'altro come persona. Al contrario, egli sentirà certamente di non essere
accettato affatto, proprio a causa di quello che sta facendo come persona totale in quel momento.
Cercare di far capire a un ragazzo che il genitore accetta lui, ma non quello che fa (anche ammesso
che sia possibile separare le due cose) dev'essere difficile come far credere a un bambino che le
sculacciate che gli vengono date «fanno più male al genitore che a lui».
Per un figlio, sentirsi non accettato come persona dipenderà da quanti dei suoi comportamenti sono
ritenuti inaccettabili. I genitori che trovano inaccettabile molto di quanto i figli fanno o dicono
alimenteranno inevitabilmente in questi ragazzi la profonda sensazione di non essere persone
accettabili. I genitori che, invece, accettano la maggior parte di ciò che i figli fanno o dicono li
renderanno più inclini a sentirsi persone accettabili
È meglio ammettere apertamente a se stessi (e al figlio) che non lo accettate quando fa o dice una
certa cosa, in certo modo, in una certa circostanza. In questo modo il ragazzo potrà contare sulla
vostra trasparenza e onestà, perché in quel momento sarete autentici.
Inoltre, dire a un figlio: «Ti accetto, ma smetti di fare quello che fai», difficilmente potrà cambiare
di una virgola la sua normale reazione a un atto di forza nei suoi confronti. Ai ragazzi non piace che
i genitori rifiutino, proibiscano o limitino il loro comportamento, indipendentemente dalla
spiegazione che si accompagna a una simile manifestazione di autorità e di potere. E molto
probabile che le imposizioni si ritorcano contro i genitori sotto forma di resistenza, ribellione, men-
zogna e risentimento. Inoltre, ci sono sistemi molto più efficaci per indurre i ragazzi a modificare i
comportamenti inaccettabili dai genitori, piuttosto che limitarli o reprimerli ricorrendo all'autorità
genitoriale.

La nostra definizione di genitore autentico


II nostro Diagramma dell'Accettazione aiuta i genitori a comprendere i propri sentimenti e le
condizioni che determinano i continui cambiamenti di questi sentimenti. I genitori autentici
proveranno inevitabilmente sia accettazione che non-accettazione. Il loro atteggiamento nei con-
fronti dello stesso comportamento non potrà restare identico, ma varierà a seconda delle circo-
stanze. Essi non dovrebbero (né possono) mascherare i propri reali sentimenti; dovrebbero
riconoscere che un comportamento può essere accettato da un genitore e rifiutato dall'altro; e
dovrebbero rendersi conto che ciascuno dei due può provare gradi diversi di accettazione nei con-
fronti di ciascun figlio.
Per riassumere: i genitori sono persone, non dèi. Non sono tenuti a esprimere un'accettazione
incondizionata o comunque coerente. E neppure dovrebbero fingere di averla quando non c'è.
Sebbene i ragazzi preferiscano essere accettati, sono comunque in grado di gestire costruttivamente
la disapprovazione dei genitori, quando questi inviano messaggi chiari e onesti che corrispondono a
sentimenti autentici. Ciò non soltanto faciliterà il compito ai ragazzi, ma li aiuterà a considerare i
genitori come persone autentiche: persone limpide e umane con cui è piacevole entrare in rapporto.

L'ascolto che mantiene viva la


comunicazione con i figli: il
linguaggio dell'accettazione
Una quindicenne, a conclusione di una delle sue sedute settimanali, si alzò dalla sedia, si fermò un
attimo prima di avviarsi alla porta e mi disse:
È bello poter dire a qualcuno quello che provo veramente; non ho mai parlato a nessuno di queste cose
prima d'ora; non potrei mai parlare così con i miei genitori.

I genitori di un sedicenne che andava male a scuola mi chiesero:


Cosa possiamo fare perché Franco si confidi con noi? Non sappiamo mai cosa gli passa per la testa;
sappiamo che è infelice, ma non abbiamo la minima idea di che cos'abbia.

Una brillante e attraente tredicenne mi fu portata poco dopo essere scappata da casa con due
amiche; essa commentò il rapporto con la madre in modo estremamente eloquente:
Eravamo arrivate al punto di non riuscire a parlare neanche delle cose più banali... come i compiti a
scuola. Se temevo di aver sbagliato un compito, le dicevo che non mi era andato bene e lei
rispondeva:
«Ah! E perché?» e poi si infuriava. Così ho cominciato a mentirle; non mi piaceva dire bugie, ma lo
facevo, e alla fine non me ne importava più... era come se a parlarsi fossero state altre due persone:
nessuna delle due mostrava i propri veri sentimenti... quello che veramente pensava.
Sono esempi piuttosto comuni di come i figli erigano un muro fra sé e i genitori, rifiutando di
comunicare loro ciò che veramente provano nel proprio intimo. I giovani imparano che parlare con
i genitori è inutile, se non addirittura pericoloso. Di conseguenza, molti genitori perdono migliaia di
occasioni per aiutare i figli ad affrontare i problemi che incontrano nella vita. Perché tanti genitori
vengono respinti dai figli come possibile fonte di aiuto? Perché tanti figli smettono di confidare ai
genitori le proprie preoccupazioni? Perché sono così pochi i genitori che riescono a mantenere una
relazione d'aiuto con i figli?
E perché i giovani trovano più facile parlare con un bravo consulente piuttosto che con i genitori?
Cosa fa un professionista di tanto diverso per riuscire a stabilire una buona relazione che fornisce
loro aiuto?
Negli ultimi anni, gli psicologi hanno trovato alcune risposte a queste domande. La ricerca e la
pratica clinica ci hanno aiutato a capire quali sono gli ingredienti necessari per stabilire un'efficace
relazione d'aiuto. Forse il più essenziale di tutti è il linguaggio dell'accettazione.

Il potere del linguaggio dell'accettazione


Quando una persona è capace di provare e di comunicare a un'altra una sincera accettazione, essa
può diventare di grande aiuto. La sua accettazione dell'altro così com'è è determinante per costruire
una relazione in cui l'altro possa crescere, maturare, operare cambiamenti costruttivi, imparare a
risolvere problemi, tendere a un equilibrio psicologico, diventare più produttivo e creativo,
realizzare pienamente il proprio potenziale. È uno di quei paradossi semplici ma bellissimi della
vita: quando una persona sente di essere sinceramente accettata per quella che è, si sente libera di
prendere in considerazione un possibile cambiamento, di pensare a una possibile crescita, a cosa
vorrebbe diventare, a come realizzare maggiormente il proprio potenziale. L'accettazione è come il
terreno fertile che permette a un seme minuscolo di trasformarsi nel bel fiore che può diventare. Il
terreno si limita a facilitare lo sviluppo del seme. Sprigiona la sua capacità di crescere, ma tale
capacità è interamente in seno al seme. Anche un figlio, come un seme, ha dentro di sé la capacità
di crescere. L'accettazione è il terreno fertile, che semplicemente permette al figlio di realizzare il
proprio potenziale. Perché Paccettazione genitoriale esercita tanta benefica influenza sui figli? È un
punto che in genere non viene compreso. La maggior parte delle persone è stata indotta a credere
che se si accetta un figlio così com'è, questi non cambierà mai; che il modo più valido per aiutarlo a
migliorarsi è quello di dirgli quali aspetti di lui non sono accettabili. Di conseguenza, la maggior
parte dei genitori ricorre a piene mani al linguaggio della non-accettazione, pensando che sia il
modo migliore per aiutare i figli. Il terreno che tanti genitori forniscono ai propri figli è intriso di
valutazioni, giudizi, critiche, prediche, massime morali, ammonizioni, ordini e altri messaggi che
trasmettono la non-accettazione del ragazzo per quello che è. Ricordo le parole di una tredicenne
che aveva cominciato a ribellarsi ai valori e alle leggi dei propri genitori:
Mi ripetono talmente spesso che sono cattiva, che le mie idee sono stupide e che non possono fidarsi di
me, che finisco col comportarmi sempre più spesso in un modo che a loro non piace. Se loro già pensano di
me che sono cattiva e stupida, tanto vale che continui a fare quello che faccio.

Questa intelligente ragazza aveva capito il significato del vecchio proverbio: «Ripeti spesso a un
ragazzo che è cattivo, e quasi certamente lo «diventerà». Spesso i figli finiscono per diventare
esattamente come i genitori li descrivono. A parte questo effetto, il linguaggio della non-
accettazione allontana i figli. Essi smettono di confidarsi con i genitori e imparano che è molto
meglio tenere per sé i propri sentimenti e i propri problemi.
Il linguaggio dell'accettazione, al contrario, rende i figli più aperti e sereni; li fa sentire liberi di
condividere sentimenti e problemi. Gli psicoterapeuti e i consulenti hanno dimostrato quanto può
essere potente l'accettazione. I terapeuti più efficaci sono quelli che riescono a comunicare una sin-
cera accettazione alle persone che cercano il loro aiuto. Ecco perché spesso si sente dire che nel
corso di una terapia ci si sente completamente liberi dal giudizio del terapeuta. Queste persone
riferiscono di essersi sentite libere di raccontare il peggio di sé, confidando nel fatto che il loro tera-
peuta le avrebbe accettate comunque. L'accettazione è una delle condizioni più essenziali per
contribuire alla crescita e al cambiamento che normalmente si verificano nelle persone seguite da
consulenti o psicoterapeuti. Al contrario, gli agenti di cambiamento professionisti ci hanno
insegnato che la non-accettazione spesso inibisce, produce diffidenza, disagio, paura di parlare o di
prendere coscienza di sé. Così, il segreto del successo di un terapeuta, che riesce a stimolare la
crescita e il cambiamento di un paziente disturbato, consiste in parte nel bandire la non-accettazione
e nella capacità di parlare il linguaggio dell'accettazione in modo che sia chiaramente percepito dal
paziente. Lavorando con i genitori partecipanti ai corsi P.E.T., abbiamo dimostrato che si possono
insegnare ai genitori le stesse abilità utilizzate dai terapeuti professionisti. La maggior parte di
questi genitori riduce drasticamente la frequenza dei messaggi che trasmettono non-accettazione e
acquisisce una notevole capacità di utilizzare il linguaggio dell'accettazione. I genitori che imparano
a manifestare attraverso le parole una sincera accettazione del figlio, dispongono di uno strumento
che può produrre risultati straordinari. Possono incoraggiare l'autoaccettazione e l'autostima del
figlio. Possono promuovere il suo sviluppo e agevolare la realizzazione del potenziale di cui è
geneticamente dotato. Possono accelerare il suo passaggio dalla dipendenza all'indipendenza e
all'autocontrollo. Possono aiutarlo a imparare a risolvere autonomamente i problemi che
inevitabilmente la vita gli presenterà, e dargli la forza per affrontare costruttivamente le delusioni e
le sofferenze dell'infanzia e dell'adolescenza. Di tutte le conseguenze dell'accettazione, la più
importante è che il figlio si sente amato. Accettare l'altro così com'è, è veramente un atto di amore;
sentirsi accettati significa sentirsi amati. La psicologia sta solo adesso cominciando a prendere atto
dell'immenso potere insito nel sentirsi amati: è un sentimento che promuove la crescita mentale e
fisica, ed è forse l'agente terapeutico più efficace che si conosca per riparare danni psicologici o
fisici.

L'accettazione va dimostrata chiaramente


Non basta provare accettazione per un figlio, occorre anche che il figlio si senta accettato. Se
l'accettazione del genitore non è percepita dal figlio, è facile che non abbia alcun effetto su di lui. Il
genitore deve imparare a manifestare la propria accettazione in modo che il figlio la percepisca.
Per farlo, occorrono abilità specifiche. I genitori, per lo più, considerano l'accettazione come qual-
cosa di passivo: uno stato d'animo, un atteggiamento, un sentimento. È vero, l’accettazione ha
origine da un moto interiore, ma per essere una forza effettivamente capace di influenzare l'altro
dev'essere comunicata o dimostrata attivamente. Non posso essere sicuro che l'altro mi accetti
finché non me lo dimostra attivamente. Gli psicoterapeuti e i consulenti, la cui efficacia dipende in
gran parte dalla capacità di dimostrare una reale accettazione del paziente, impiegano anni per
perfezionare questo atteggiamento nel proprio stile di comunicazione. Attraverso un tirocinio
specifico e una lunga esperienza, questi professionisti acquisiscono le abilità specifiche per
comunicare accettazione. Imparano che essere o non essere d'aiuto dipende molto da ciò che
dicono.
La parola può guarire e indurre un cambiamento costruttivo. Ma dev'essere il giusto tipo di parola.
La stessa cosa vale per i genitori. Il modo di rivolgersi ai figli determina l'efficacia o la distruttività
del genitore. Il genitore efficace, come il consulente efficace, deve imparare a comunicare la pro-
pria accettazione e a sviluppare le stesse capacità comunicative del professionista. I genitori che
partecipano ai nostri corsi ci domandano scettici: «È possibile per un profano come me acquisire gli
strumenti di un consulente professionista?». Dieci anni fa avremmo risposto negativamente.
Tuttavia, nei nostri corsi abbiamo dimostrato che la maggior parte dei genitori può imparare a
impostare una valida relazione d'aiuto con i propri figli. Ora sappiamo che non è lo studio della
psicologia o una comprensione intellettuale delle persone che rende bravo un consulente. Si tratta
principalmente di imparare a parlare agli altri in modo costruttivo. Gli psicologi la definiscono
comunicazione terapeutica, nel senso che alcuni tipi di messaggi hanno un effetto terapeutico o
salutare sulle persone: le fanno sentire meglio, le incoraggiano a parlare, le aiutano a esprimere le
emozioni, nutrono la loro autostima e dignità personale, attenuano la paura e la sfiducia, facilitano
la crescita e il cambiamento costruttivo. Altri tipi di comunicazione sono non-terapeutici o
distruttivi. Sono messaggi che tendono a far sentire l'altro giudicato e colpevole, ostacolano l'e-
spressione di sentimenti autentici, minacciano la sua persona, inducono sentimenti di indegnità o di
scarsa autostima, bloccano la crescita e il cambiamento costruttivo perché costringono la persona a
mantenere posizioni rigidamente difensive.
Pochi genitori possiedono queste doti terapeutiche per natura e sanno servirsene spontaneamente; la
maggior parte deve innanzitutto disimparare le modalità disfunzionali, per poi imparare a
comunicare in modo più costruttivo. Si tratta innanzitutto di prendere coscienza del proprio modo
abituale di comunicare per coglierne gli aspetti distruttivi o non terapeutici. In seguito è necessario
istruirli su nuovi modi di interagire con i figli.

Come comunicare accettazione in modo non-verbale


Possiamo comunicare sia con il linguaggio parlato (ciò che diciamo) sia con il linguaggio del
corpo, quello che gli scienziati sociali definiscono linguaggio non verbale (ciò che non diciamo). I
messaggi non verbali vengono comunicati attraverso la gestualità, la postura, le espressioni del
volto o altri comportamenti. Se ad esempio agitate la mano destra lontana dal corpo col palmo
rivolto verso vostro figlio, è probabile che egli interpreti il vostro gesto come «Va via!» o «Sta
lontano da me!» o «Non voglio essere disturbato in questo momento». Se girate il palmo e muovete
la mano verso di voi probabilmente il ragazzo percepirà questo gesto come un messaggio del tipo
«Vieni qui», «Avvicinati» o «Mi piacerebbe averti qui vicino a me». Il primo gesto ha comunicato
non accettazione; il secondo, accettazione.

Il «non-intervenire» come messaggio di accettazione


I genitori possono esprimere accettazione al figlio semplicemente non intervenendo nelle sue atti-
vità. Se, ad esempio, il figlio cerca di costruire un castello di sabbia sulla spiaggia e il genitore è
occupato a fare qualcosa per conto proprio consentendo al figlio di fare errori o di realizzare la sua
idea di castello (probabilmente diversa da quella del genitore o nemmeno lontanamente somigliante
a un vero castello), in questo modo questo genitore invia al figlio un messaggio non verbale di
accettazione.
Il ragazzo vivrà il tutto come: «Ciò che sto facendo va bene», «II mio modo di costruire il castello è
accettabile», «La mamma accetta quello che sto facendo in questo momento». Non intervenire
mentre il figlio è impegnato in qualche attività è un modo efficace per comunicare accettazione a
livello non verbale. Molti genitori non si rendono conto della frequenza con cui comunicano non
accettazione ai figli semplicemente interferendo, intromettendosi, controllando, partecipando alle
sue attività. Troppo spesso gli adulti non lasciano in pace i figli. Invadono la privacy delle loro
camere o si intromettono nel mondo privato dei loro pensieri rifiutandosi di accettare la loro vita
separata e indipendente. Spesso questi comportamenti dipendono dalle paure, dalle ansie e dalle
insicurezze del genitore stesso.
I genitori si preoccupano troppo di insegnare ai figli («Ecco come dovrebbe essere un castello!»).
Si sentono a disagio quando i ragazzi commettono errori («Costruisci il castello più lontano
dall'acqua in modo che le onde non te lo buttino giù»). Vogliono sentirsi fieri delle doti dei figli
(«Guarda che bel castello ha costruito il nostro Gianni»). Impongono ai figli criteri rigidi su ciò che
è giusto o sbagliato («Non vedi che al tuo castello manca il fossato?»). Nutrono segrete ambizioni
per i figli («Non imparerai mai niente, se perdi tutto il pomeriggio a costruire quel castello»). Sono
eccessivamente preoccupati del giudizio degli altri («Potresti fare sicuramente un castello migliore
di quello»). Hanno bisogno di sentirsi necessari («Lascia che papa ti aiuti»), e così via.
Così, il non fare quando il figlio è impegnato in un'attività autonoma può comunicargli chiaramente
l'accettazione del genitore. La mia esperienza mi ha insegnato che i genitori stentano a permettere
al figlio di essere una persona a sé stante. Per questo un atteggiamento non interventista riesce tanto
difficile.

Ricordo che quando mia figlia, al primo anno di liceo, dette la sua prima festa con ragazzi e
ragazze, mi sentii respinto ed escluso quando mi disse che non gradiva i miei consigli «pratici e
creativi» su come intrattenere i suoi ospiti. Solo dopo aver smaltito la delusione di essere stato
messo da parte, ho capito che a livello non verbale comunicavo messaggi di non accettazione quali:
«Non puoi farcela da sola, hai bisogno del mio aiuto», «Non mi fido del tuo giudizio», «Non sei
una perfetta padrona di casa», «Potresti fare degli errori», «Non voglio che la festa riesca male» e
così via.
Esprimere accettazione con l'ascolto passivo

Anche il non dire può comunicare con chiarezza l'accettazione. Il silenzio - l'ascolto passivo - è un
messaggio non verbale molto potente e può essere molto efficace per far sentire l'altro veramente
accettato. Gli agenti d'aiuto professionisti ne sono ben consapevoli e nei loro colloqui ricorrono
ampiamente all'ascolto silenzioso. Se chiedessimo a qualcuno di descrivere le sue impressioni sulla
prima seduta con uno psicologo o uno psichiatra, ci sentiremmo dire: «Non ha parlato per niente;
ho parlato sempre io», «Gli ho raccontato tutte le cose terribili di me che avevo da dire, ma non mi
ha criticato» o «Pensavo che non sarei riuscito a dire una parola, eppure ho parlato per un'ora
intera».
Ciò che queste persone descrivono è la propria esperienza - con tutta probabilità la prima della loro
vita - di parlare con qualcuno che le ha semplicemente ascoltate. Può essere un'esperienza
meravigliosa sentire che il silenzio dell'altro ti fa sentire accettato. Astenersi dal comunicare,
quindi, può in realtà comunicare qualcosa, come in questo dialogo tra un genitore e la figlia che
torna da scuola:
Figlia: Oggi mi hanno mandato dal vicepreside.
Genitore: Ah sì?
Figlia: Già. Il professore ha detto che chiacchieravo troppo.
Genitore: Capisco.
Figlia: Non lo sopporto più quel rudere. Si siede in cattedra a parlare dei suoi guai o dei nipoti e si
aspetta che noi ci interessiamo. Non puoi immaginare quanto è noioso.
Genitore: Mm-hmm.
Figlia: Non si può stare in classe seduti a far nulla! Ti fa venire i nervi. Così, mentre lui parla, io e Rosa ci

mettiamo a scherzare tra noi. Credimi, è l'insegnante peggiore che ti possa capitare. Non li sop
porto gli insegnanti incapaci.
Genitore: (silenzio)
Figlia: Riesco bene con quelli bravi, ma se me ne capita uno come quello, non mi va di imparare niente.
Ma perché permettono a tipi come lui di insegnare?
Genitore: (fa spallucce)
Figlia: Forse è meglio che mi ci abituo, tanto non posso pretendere che mi capitino sempre insegnanti
bravi. Quelli mediocri sono di più e se mi lascio condizionare da quelli mediocri, rischio di non
raggiungere la media che mi serve per avere la borsa di studio. Così mi do la zappa sui piedi.

In questo breve episodio, è chiaramente mostrato il valore del silenzio. L'ascolto passivo del geni-
tore consente alla figlia di andare oltre il fatto di essere stata mandata dal vicepreside. L'atteggia-
mento del genitore le ha consentito di riconoscere la ragione della punizione, di liberare i propri
sentimenti di rabbia e rancore nei confronti dell'insegnante, di valutare le conseguenze del
perseverare nel reagire ai cattivi insegnanti, e infine di pervenire da sola alla conclusione che quel
comportamento andava a suo discapito. Nel breve spazio di tempo in cui è stata accettata, la
ragazza è cresciuta. Le è stato permesso di esprimere i propri sentimenti; è stata aiutata a compiere
da sola il processo che l'ha portata alla soluzione del problema. Da tale processo è emersa una
soluzione costruttiva, per quanto approssimativa possa sembrare.
Il silenzio del genitore ha facilitato questo momento di sviluppo, questa piccola crescita, questo
esempio di processo di cambiamento autogestito. Che disastro sarebbe stato se il genitore avesse
perso l'opportunità di contribuire alla crescita della figlia interferendo con tipiche risposte di non
accettazione, quali ad esempio:
Che cosa? Sei stata mandata dal vicepreside! Oh mio dio!
Bene, che ti serva da lezione!
Ma questo professore non sarà poi così terribile, no?
Tesoro, dovresti imparare a controllarti.
Ti conviene imparare ad adattarti a tutti i tipi di insegnante!

Questi messaggi, e molti altri, che i genitori normalmente inviano in situazioni del genere, non solo
avrebbero comunicato non accettazione, ma avrebbero interrotto il dialogo e ostacolato qualsiasi
processo autonomo di soluzione del problema da parte della ragazza.
Così, non dire nulla, come non fare nulla, può comunicare accettazione. E l'accettazione favorisce
la crescita costruttiva e il cambiamento.

Comunicare accettazione verbalmente


E facile capire che non si può restare a lungo in silenzio nel corso di un'interazione. C'è bisogno di
una qualche forma di scambio verbale. Ovviamente i genitori devono parlare con i figli, e i figli
hanno bisogno che gli si parli perché nasca un rapporto intimo e vitale.
Parlare è essenziale, ma il punto cruciale è come parlare. Il tipo di comunicazione verbale fra un
genitore e un figlio la dice lunga sul loro rapporto, soprattutto il modo in cui il genitore risponde
alla comunicazione del figlio. È importante che i genitori esaminino il proprio modo di rispondere
verbalmente ai figli perché la loro efficacia di educatori dipende in larga misura dal comportamento
verbale.
Nei nostri corsi P.E.T., usiamo un esercizio che aiuta i genitori a riconoscere il proprio modo di
rispondere verbalmente alle emozioni o ai problemi presentati dai figli. Se volete provare subito
questo esercizio, non vi serve altro che un foglio di carta e una matita.
Immaginate che una sera, a cena, vostro figlio quindicenne dichiari:
Questa scuola va bene per chi ha tempo da perdere. Ti insegnano una quantità di cose inutili che
non servono a niente. Ho deciso di non andare all'università. Per diventare qualcuno non serve la
laurea. Ci sono molti altri modi per avere successo nella vita.

Ora scrivete sul foglio la risposta che dareste a questo messaggio. Scrivete esattamente quali parole
usereste per rispondere al messaggio di vostro figlio.
Proviamo ancora con una situazione diversa. Vostra figlia di dieci anni vi dice:
Non so proprio che cos'ho che non va. Prima a Marta ero simpatica, ma ora non più. Non scende
più a giocare con me. E se vado a casa sua, la trovo sempre insieme ad Alessandra; e loro due
giocano insieme e si divertono e io resto lì da sola. Le odio tutte e due.

Ancora una volta, scrivete cosa direste a vostra figlia in risposta al suo messaggio. Ecco un'altra
situazione in cui vostro figlio di undici anni vi dice:
Com'è che devo pensarci io al giardino e a portare fuori la spazzatura? La madre di Giovanni non
gli chiede mai di fare tutte queste cose! Non è giusto! I ragazzi non dovrebbero fare tutto questo
lavoro. Nessuno è costretto a fare tutto quello che devo fare io.

Scrivete la vostra risposta.


Un'ultima situazione. Dopo cena, vostro figlio di cinque anni è sempre più frustrato perché non
riesce a catturare l'attenzione di mamma e papa e dei due ospiti che avete invitato. Voi quattro state
parlando intensamente, rinverdendo la vostra amicizia dopo una lunga separazione. All'improvviso
vostro figlio vi sorprende urlando:
Siete un branco di scarafaggi puzzolenti. Vi odio.

Scrivete la vostra risposta a questo messaggio così risonante.


I vari modi in cui avete risposto a questi messaggi possono essere classificati in categorie. Si può
affermare che ce ne sono più o meno solo dodici, che sintetizzano le reazioni verbali dei genitori.
Sono elencate qui di seguito. Prendete le vostre risposte, e provate a classificarle all'interno delle
categorie che vi suggeriamo.

1. Dare ordini, dirigere, comandare


Dire al ragazzo di fare qualcosa, dargli un ordine o un comando:
Non mi interessa quello che fanno gli altri genitori, va a pulire il giardino!
Non parlare a tua madre in quel modo!
Torna subito a giocare con Alessandra e Marta! Smettila di lamentarti!

2. Mettere in guardia, ammonire, minacciare


Dire al ragazzo quali saranno le conseguenze delle sue azioni:
Se fai una cosa del genere, te ne pentirai! Un'altra parola, e finisci dritto in camera tua!
Se non vuoi che finisca male, è meglio che lasci perdere!

3. Esortare, moralizzare, far predica


Dire al ragazzo che cosa dovrebbe fare o sarebbe bene che facesse:
Non dovresti fare così.
Sarebbe opportuno che tu...
Devi sempre rispettare chi è più vecchio di te.

4. Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti


Dire al ragazzo come risolvere un problema, dargli consigli e suggerimenti, fornirgli risposte e
soluzioni:
Perché non chiedi ad Alessandra e Marta di scendere a giocare con te?
Aspetta ancora un paio di anni, prima di decidere se fare o meno l'università.
Prova a parlarne con l'insegnante. Cercati altre amiche.

5. Insegnare, argomentare, persuadere


Cercare di influenzare il figlio con fatti, argomentazioni, ragionamenti, informazioni o con le
proprie opinioni:
Andare all'università potrebbe essere l'esperienza più bella della tua vita.
I bambini devono imparare ad andare d'accordo tra loro.
Guardiamo cosa dicono le statistiche sui giovani laureati.
Se i ragazzi imparano ad assumersi le propi responsabilità, sapranno farlo anche da grandi.
Considera la cosa da questo punto di vista: ti madre ha bisogno di aiuto in casa.
Quando avevo la tua età, dovevo fare il doppio \ quello che fai tu. j

6. Giudicare, criticare, oppórsi, biasimare \


Dare un giudizio o una valutazione negativa del ragazzo:
Parli senza riflettere.
È un punto di vista immaturo.
Qui ti sbagli di grosso.
Non sono assolutamente d'accordo.

7. Elogiare, assecondare
Dare un giudizio o una valutazione positiva,
oppure essere d'accordo:
Secondo me sei una ragazza carina.
Sei perfettamente in grado di riuscirci. |
Credo che tu abbia ragione. j
Sono d'accordo con te. j

8. Etichettare, ridicolizzare, umiliare


Indurre il figlio a sentirsi stupido, affibbiargli un ! etichetta, umiliarlo: !
Sei un ragazzine viziato.
Eccolo, il sapientone.
Ti stai comportando da selvaggio.
Va bene, piccolino.
9. Interpretare, analizzare, diagnosticare
Dire al ragazzo quali sono i motivi del suo comportamento o analizzare perché sta facendo o
dicendo qualcosa, comunicargli la vostra diagnosi o l'idea che vi siete fatta di lui:
La verità è che sei gelosa di Marta. Lo stai dicendo per infastidirmi. Non ci credi veramente.

Ti senti così perché non vai bene a scuola.

10. Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere


Cercare di farlo sentire meglio, di distrarlo dal suo stato d'animo, di dissipare le sue emozioni, di
negare la pesantezza dei suoi sentimenti:
Domani ti sentirai diversamente.
A tutti i ragazzi capitano queste cose.
Non preoccuparti, le cose si aggiusteranno.
Potresti essere un ottimo studente, con le tue capacità.
Anch'io la pensavo così.
E già! A volte la scuola può essere proprio noiosa.
Di solito, vai abbastanza d'accordo con gli altri ragazzi.

11. Inquisire, fare domande, indagare

Cercare ragioni, motivi, cause; richiedere altre informazioni che possano aiutarvi a risolvere il
problema:
Quando hai incominciato a sentirti così? Perché ti sembra di odiare la scuola?
Ma le tue amiche ti dicono perché non vogliono giocare con te?
Con quanti altri ragazzi hai parlato del lavoro che dovono fare?
Chi ti ha messo in testa queste idee?
Che cosa farai se non andrai all'università?

12. Minimizzare, cambiare argomento, scherzare,


Distogliere l'attenzione del figlio dal problema, i indietro, distrarre il ragazzo, fare dello spirito
eludere il problema:
Non pensarci.
Non parliamone a tavola.
Ma dai! parliamo di argomenti più piacevoli.
Come va con la pallacanestro?
Già che ci sei, perché non dai fuoco alla scuola?
È una storia vecchia.

Se siete riusciti a collocare tutte le vostre risposte in una delle dodici categorie, rientrate nella nor-
malità. Se qualcuna delle vostre risposte non rientra in nessuna delle categorie, tenetela da parte
fino a quando non introdurremo altre modalità di risposta ai messaggi dei figli. Quando si propone
questo esercizio ai genitori dei nostri gruppi, il novanta per cento delle risposte rientra in una delle
dodici categorie. Molti genitori si stupiscono di tanta uniformità. Inoltre, la maggior parte non è mai
stata aiutata a riconoscere il proprio modo di rispondere ai figli, ai loro sentimenti e ai loro
problemi. A questo punto c'è sempre qualche genitore che domanda: «Ora che abbiamo capito come
parliamo, cosa si fa? A cosa serve scoprire che tutti quanti usiamo queste Dodici Risposte Tipiche?
Le «Dodici Risposte Tipiche»
Per comprendere gli effetti che queste Dodici Risposte Tipiche possono avere sui figli o sul rap-
porto genitore-figlio, occorre innanzitutto spiegare ai genitori che le loro risposte verbali con-
tengono in genere più di un significato o di un messaggio. Per esempio, suggerire a una figlia che si
lamenta di sentirsi trascurata dall'amica del cuore: «Prova a trattarla meglio, e forse ti darà più
retta», comunica molto di più del semplice contenuto del messaggio. La figlia potrebbe cogliere
uno o più dei seguenti messaggi nascosti:
Non accetti il mio stato d'animo, perciò vuoi che cambi.
Non ti fidi della mia capacità di risolvere il problema da sola.
Allora credi che sia colpa mia.
Credi che io non sia intelligente quanto te.
Pensi che stia facendo una cosa cattiva o sbagliata.

Oppure, se il figlio dice: «Non ne posso più della scuola» e voi rispondete dicendo: «Capita a tutti
prima o poi, vedrai che ti passa», il ragazzo potrebbe cogliere altri messaggi sottintesi:

Allora non credi che i miei sentimenti contino davvero.


Non mi accetti quando mi sento così.
Pensi che il problema sia io, non la scuola.
Allora non mi prendi sul serio.
Per te è inammissibile il mio giudizio sulla scuola.
Sembra che non ti importi di quello che provo.

Quando i genitori dicono qualcosa a un figlio, spesso dicono qualcosa su di lui. Questo è il motivo
per cui qualsiasi comunicazione con un figlio ha un impatto tanto grande su di lui e sulla sua
relazione con voi. Ogni volta che parlate con vostro figlio, aggiungete un altro mattone alla
relazione che state costruendo insieme. E ogni messaggio gli comunica cosa pensate di lui. Gra-
dualmente il figlio costruisce un'immagine di come lo percepite in quanto persona. La parola può
essere costruttiva per il figlio e per la relazione, ma può anche essere distruttiva. Nei nostri corsi,
per aiutare i genitori a comprendere l'effetto distruttivo delle Dodici Risposte Tipiche, li invitiamo a
ricordare cosa provano quando condividono stati d'animo e sentimenti con un amico.
Immancabilmente, ciò che emerge è che le Dodici Risposte Tipiche hanno per lo più un effetto
distruttivo su di loro o sulla relazione con la persona con cui si confidavano. Ecco alcuni effetti
segnalati dai genitori:
Mi fanno smettere di parlare, mi bloccano.
Mi fanno mettere sulla difensiva.
Mi fanno discutere e controbattere.
Mi fanno sentire inadeguato e inferiore.
Mi suscitano rancore e rabbia.
Mi fanno sentire colpevole e cattivo.
Mi fanno sentire obbligato a cambiare, non accettato così come sono.
Mi fanno pensare che l'altro non mi crede capace di risolvere il mio problema.
Mi sento trattato in modo paternalistico, come se fossi un bambino.
Mi fanno sentire incompreso.
Mi fanno credere che i miei stati d'animo siano inammissibili.
Mi fanno sentire interrotto.
Mi fanno sentire frustrato.
Mi fanno sentire sul banco dell'imputato.
Mi fanno capire che l'ascoltatore non è interessato.

I genitori dei gruppi P.E.T. si rendono conto immediatamente che, se le Dodici Risposte Tipiche
hanno questi effetti su di loro, li potrebbero avere anche sui figli. E hanno ragione. Queste dodici
risposte verbali sono esattamente quelle che gli psicoterapeuti e i consulenti hanno imparato a
evitare lavorando con i ragazzi. Sono risposte potenzialmente non-terapeutiche o distruttive. I
professionisti imparano a fare affidamento su altre modalità di risposta che sembrano comportare
un rischio assai minore di indurre il figlio a interrompere la comunicazione, di suscitare in lui sensi
di colpa o di inadeguatezza, di ridurre la sua autostima, di costringerlo a mettersi sulla difensiva, di
scatenare risentimento, di farlo sentire non accettato, e così via.
Nell'Appendice abbiamo elencato le Dodici Risposte Tipiche descrivendone in dettaglio i possibili
effetti distruttivi.
Non appena i genitori si rendono conto di ricorrere con tanta frequenza a queste Dodici Risposte,
cominciano a chiedere con impazienza: «Ma in quale altro modo potremmo rispondere? Ci sono
altri modi?». Molti genitori non riescono a immaginare modalità alternative. Eppure ne esistono
alcune.

Semplici frasi-invito
Uno dei modi più efficaci e costruttivi per rispondere ai messaggi dei figli che esprimono
sentimenti e problemi sono le frasi-invito o «inviti a dire di più». Si tratta di risposte che non veico-
lano le idee, i giudizi o i sentimenti dell'ascoltatore, ma che invitano il figlio a esprimere le proprie
idee, giudizi o sentimenti. Sono segnali di «via libera» che lo incoraggiano a parlare. Le più
semplici tra questo tipo di risposte sono:
Capisco.
Davvero.
Ah!
Non mi dire.
Mmm.
Incredibile.
Ma guarda un po'.
Ah sì, eh?
Interessante.
Ma veramente!

Altre espressioni sono più esplicite nel comunicare l'invito a dire di più o a continuare a parlare:
Raccontami.
Di che si tratta?
Spiegati meglio.
Vorrei sapere cosa ne pensi.
Ti va di parlarne?
Parliamone.
Cosa vuoi dire.
Dimmi tutto.
Parla, ti ascolto.
Mi pare che tu voglia dire qualcosa.
Mi sembra che sia molto importante per te.
Queste frasi-invito possono facilitare molto la comunicazione, incoraggiano a iniziare o a conti-
nuare un discorso. Inoltre lasciano l'iniziativa all'altro e non gliela sottraggono come fanno invece
le domande, i consigli, le istruzioni, le prediche e via dicendo. Queste frasi-invito impedi-
scono ai vostri sentimenti e ai vostri pensieri di interferire nel processo di comunicazione. Le rea-
zioni dei bambini e degli adolescenti a queste semplici frasi-invito vi sorprenderanno. I giovani
saranno incoraggiati ad avvicinarsi di più, ad aprirsi e a far letteralmente sgorgare liberamente i
propri sentimenti e le proprie idee. I giovani, come gli adulti, amano parlare, e se qualcuno gliene
da l'occasione, lo fanno volentieri. Queste frasi-invito comunicano anche accettazione e rispetto per
il figlio in quanto persona; in effetti è come se gli dicessero:
Hai il diritto di esprimere i tuoi stati d'animo.
Ti rispetto in quanto persona dotata di idee e sentimenti.
Potrei imparare qualcosa da te.
Voglio veramente ascoltare il tuo punto di vista.
Ritengo che le tue idee meritino di essere ascoltate.
Sono interessato a te.
Voglio entrare in rapporto con te, conoscerti meglio.

Chi non reagirebbe favorevolmente a questi atteggiamenti? Quale adulto non sarebbe lieto di
sentirsi valorizzato, rispettato, importante, accettato, interessante? I figli non sono diversi. Invitateli
a parlare e preparatevi a un'esplosione di espressività e di espansività. Potreste inoltre apprendere
qualcosa su loro e su voi stessi.

L'ascolto attivo
C'è un altro modo di rispondere ai messaggi dei giovani, infinitamente più efficace delle frasi-invito
che sono semplici stimoli a parlare e che si limitano ad aprire la porta alla loro comunicazione. Ma
i genitori devono anche imparare a tenere aperta quella porta. Di gran lunga più efficace dell'ascolto
passivo (il silenzio), l'ascolto attivo è un modo splendido per collegare «mittente» e «ricevente». H
ricevente diviene attivo quanto il mittente. Ma prima di imparare come ascoltare attivamente, è
necessario che i genitori comprendano meglio cosa succede durante il processo di comunicazione
fra due persone. Alcuni semplici schemi ci saranno d'aiuto.

Ogni volta che un figlio decide di comunicare con il proprio genitore, lo fa perché ha un bisogno,
perché c'è in lui una tensione, vuole qualcosa, si sente a disagio, prova un particolare sentimento
riguardo a qualcosa, oppure è turbato da qualcosa; in questi casi diciamo che il suo organismo è in
uno stato di squilibrio, e per riequilibrarlo il figlio decide di parlare. Poniamo, ad esempio, che egli
abbia fame. Per disfarsi della fame (stato di squilibrio), il ragazzo diventa un mittente che comunica
qualcosa che, secondo lui, potrebbe procurargli del cibo. Non può descrivere che cosa gli stia
effettivamente accadendo (la propria fame) poiché la fame è un insieme complesso di processi
fisiologici che ha luogo dentro l'organismo, nel quale peraltro rimane. Pertanto, per comunicare a
qualcun altro la propria fame, dovrà selezionare dei segnali che, secondo lui, possano rappresentare
questo stato. Questa selezione si chiama processo di codifica: il figlio sceglie un codice.

Ad esempio, questo ragazzo in particolare sceglie come proprio codice la domanda: «Quando è
pronta la cena, mamma?». Questo codice, o combinazione di simboli verbali, viene trasmesso al
ricevente (la madre).

«Quando è pronta la cena?»


Quando la madre riceve il messaggio codificato, deve intraprendere un processo di decodifica per
comprenderne il significato, ciò che sta realmente accadendo al figlio.
Madre
(«E’ affamato»)

Se la madre decodifica il messaggio in modo accurato, capirà che il figlio è affamato. Ma se invece
lo decodifica attribuendogli il significato che il figlio ha fretta di mangiare per poter uscire a
giocare prima che sia ora di andare a letto, si può affermare che la madre ha frainteso il messaggio.
Il processo di comunicazione si è interrotto. E il problema sta proprio nel fatto che né il figlio né la
madre sanno che ciò è accaduto perché il figlio non può leggere nel pensiero della madre così come
la madre non può leggere nel pensiero del figlio.
Questo è ciò che in genere rende difficile il processo di comunicazione tra due persone: il ricevente
fraintende il messaggio del mittente, e nessuno dei due se ne rende conto. Supponiamo tuttavia che
la madre decida di controllare l'accuratezza della propria decodifica per essere sicura di non aver
capito male. Può farlo esprimendo al ragazzo i propri pensieri, ossia il risultato del proprio processo
di decodifica: «Vorresti avere il tempo di andare a giocare prima di andare a letto». Dopo aver
ascoltato il feed-back della madre, il figlio può dire alla madre che la sua decodifica è non corretta:
Figlio: Non volevo dire questo, Mamma. Ho proprio fame, e vorrei mangiare subito.
Madre: Ho capito. Hai molta fame. Che ne dici di uno spuntino? Non possiamo cenare prima che torni tuo
padre, cioè fra un'ora circa.
Figlio: Va bene. Farò uno spuntino.

Nel comunicare al figlio, tramite il feed-back, la propria decodifica, la madre ha utilizzato l'ascolto
attivo.
In questo esempio, la madre aveva dapprima frainteso il messaggio del figlio; ma, tramite il proprio
feed-back, gli ha consentito di rendersene conto offrendogli l'opportunità di inviare un messaggio di
rettifica.

Ecco altri esempi di ascolto attivo:


1.
Figlio (piangendo): Giacomo mi ha preso il giocattolo.
Genitore: Ti fa star male, vero? Non ti piace che faccia queste cose.
Figlio: Proprio così.
2.
Figlio: Non ho nessuno con cui giocare da quando Franco se n'è andato in vacanza con i suoi. Non so
proprio che fare per divertirmi.
Genitore: Ti manca Franco come compagno di giochi, e ti stai chiedendo cosa fare per passare il tempo.
Figlio: Già. Vorrei inventarmi qualcosa.
3.
Figlio: Accidenti, quest'anno mi è toccata una professoressa insopportabile. Non mi piace proprio. E una
vecchia brontolona.
Genitore: Sembri proprio deluso della tua professoressa.
Ragazzo: Eccome se lo sono.
4.
Figlio: Sai una cosa, papa? Sono riuscito a mettere su una squadra di pallavolo.
Genitore: Ne sei proprio contento, vero?
Figlio: Eccome!

5.
Figlia: Papa, quando eri giovane, che tipo di ragazze ti piacevano? Cos'è che ti piaceva vera mente in
una ragazza?
Genitore: Vorresti sapere cosa ci vuole per piacere ai ragazzi, vero?
Figlia: Già, mi sembra di non piacere ai ragazzi e non so perché.

In ciascuno di questi esempi, il genitore ha decifrato accuratamente gli stati d'animo del figlio,
quello che avveniva «dentro» di lui. In ciascun esempio, il figlio ha confermato l'accuratezza della
decodifica con espressioni che significano: «Hai capito bene».
Con l'ascolto attivo, dunque, il ricevente tenta di capire i sentimenti del mittente o il significato del
suo messaggio. Poi esprime al mittente, con parole proprie (il codice), ciò che ha compreso
attendendo la conferma del mittente. Il ricevente non invia un messaggio proprio; non invia, cioè,
una valutazione, un'opinione, un consiglio, un'analisi o una domanda. Invia esclusivamente la
propria decodifica del messaggio del mittente senza aggiungere né togliere nulla ad esso. Ecco
un dialogo più lungo in cui il genitore impiega consistentemente l'ascolto attivo. Notate come la
figlia ogni volta confermi la comprensione del genitore. Notate anche come l'ascolto attivo la aiuti a
parlare di più, ad approfondire, a sviluppare i propri pensieri. Cercate di seguire il modo in cui il
dialogo si evolve. Notate come la figlia inizi da sola a ridefinire il problema; come poi sviluppi
lentamente una nuova comprensione di sé e infine intraveda una soluzione del problema.
Silvia: Magari mi prendessi un raffreddore ogni tanto, come Francesca. È proprio fortunata.
Padre: Ti senti un po' incastrata, in un certo senso.
Silvia: Sì. Lei ogni tanto riesce a non andare a scuola; a me non capita mai.
Padre: Ti piacerebbe proprio non andare a scuola per un po'.
Silvia: Sì. Non mi piace andare a scuola tutti i santi giorni, un giorno dopo l'altro. Non ne posso più.
Padre: Sei proprio stanca della scuola.
Silvia: Qualche volta la odio.
Padre: Allora non è che non ti piace soltanto, a volte la odi addirittura.
Silvia: È proprio così. Odio i compiti a casa, odio i compagni di classe, odio gli insegnanti.
Padre: Odi proprio tutto della scuola.
Silvia: Non è che odio proprio tutti gli insegnanti; solo due. Una proprio non la sopporto. È la peggiore.
Padre: Ah, ne odi una in particolare, allora?
Silvia: Eccome! È quella professoressa Rossi. Mi da fastidio anche solo vederla. E me la devo tenere per
tutto l'anno.
Padre: Dovrai sopportarla per un bel po'.
Silvia: Sì. Non so se ce la farò. Ma sai che cosa fa? Ogni giorno ci fa la predica: si alza in piedi con quel
suo sorrisetto (mimandolo) e ci dice come dovrebbe comportarsi uno studente coscienzioso, e passa in
rassegna tutte le cose che bisogna fare per prendere dei bei voti nella sua materia. Che nausea!
Padre: Davvero non ne puoi più di sentire la solita solfa.
Silvia: Già. Ti fa sembrare impossibile prendere voti alti; a meno che tu non sia una specie di genio,
oppure il cocco della professoressa.
Padre: Ti senti sconfitta prima ancora di incominciare perché non credi che ti sarà possibile prendere un
voto alto.
Silvia: Già. Non voglio diventare una sgobbona; gli sgobboni sono antipatici a tutti. Già non mi pare di
essere molto simpatica ai miei compagni. Non mi sembra che molte ragazze mi vogliano bene (lacrime).
Padre: Non ti senti apprezzata, e questo ti fa star male.
Silvia: Proprio così. C'è questo gruppo di dieci ragazze, sono le più ricercate della scuola. Mi piacerebbe
tanto poter entrare a far parte di quel gruppo, ma non so come fare.
Padre: Avresti tanta voglia di stare in loro compagnia, ma sei sconcertata perché non ci riesci.
Silvia: Giusto. Non so proprio come fanno le altre. Non sono le più carine, almeno, non tutte. Non sono
neanche quelle che vanno meglio a scuola; alcune hanno voti alti, ma altre prendono voti anche più bassi
dei miei. Proprio non so.
Padre: Sei confusa perché non sai cosa ci vuole per far parte di quel gruppo.
Silvia: Be', sono tutte molto socievoli: parlano molto e fanno nuove amicizie. Ti salutano per prime, e non
hanno problemi a parlare, lo non lo so fare. Non sono capace di fare queste cose.
Padre: Allora credi che forse è questo che loro hanno e che a te manca.
Silvia: So di non essere molto disinvolta nel parlare. Mi riesce facile con un'amica, ma quando sono in
gruppo non so far altro che restarmene in silenzio. È difficile trovare qualcosa da dire.
Padre: Ti senti a tuo agio con una sola ragazza, ma quando ce ne sono molte la cosa cambia.
Silvia: Ho sempre paura di dire cose stupide, o sbagliate. Così resto zitta, e mi sento esclusa. È terribile.
Padre: È una sensazione che proprio non sopporti.
Silvia: Non sopporto di sentirmi emarginata, ma ho paura di intervenire nella conversazione.

Nel corso di questo breve incontro con Silvia, il padre ha messo da parte i propri sentimenti e
pensieri (i messaggi in prima persona) per ascoltare, decifrare e comprendere i pensieri di Silvia e i
suoi stati d'animo. Notate come il feed-back del padre inizi di solito con frasi in seconda persona.
Notate che il padre si è astenuto dall'uso delle Dodici Risposte Tipiche. Attraverso il costante
ricorso all'ascolto attivo, ha mostrato comprensione ed empatia per i sentimenti di Silvia, senza
sottrarle la responsabilità del problema.
Perché i genitori devono imparare l'ascolto attivo?
Quando presentiamo questa nuova tecnica per la prima volta nei corsi P.E.T., i genitori osservano:
Mi sembra così poco spontaneo. Ma la gente non parla così. A che serve l'ascolto attivo?
Mi sentirei uno sciocco a rispondere così a mio figlio.
Mia figlia penserebbe che mi ha dato di volta il cervello, se cominciassi a usare l'ascolto attivo con lei.

Sono reazioni comprensibili, perché i genitori sono abituati a dire, predicare, porre domande,
emettere giudizi, minacciare, ammonire o rassicurare. È naturale per loro chiedersi se vale la pena
cambiare e imparare l'ascolto attivo. Un padre, fra i più scettici di un corso P.E.T., si convinse in
seguito a una esperienza di ascolto attivo con la figlia quindicenne, avvenuta una settimana dopo la
sessione in cui fu presentato alla classe questo nuovo metodo di ascolto.
Voglio raccontarvi una cosa straordinaria che mi è successa questa settimana. Mia figlia e io da circa due
anni non ci rivolgevamo più la parola, se non per dirci: «Passami il pane» oppure «Mi allunghi il sale?». Ieri
sera, rientrando a casa, l'ho trovata seduta al tavolo di cucina insieme al fidanzato. Per caso, ho sentito che
gli diceva di essere stufa della scuola, e di sentirsi delusa dalla maggior parte delle sue compagne. Là per là
decisi che mi sarei seduto e non avrei fatto altro che ascoltare attivamente, anche se mi fossi sentito a
disagio. Ora, non dico di aver fatto un lavoro perfetto, ma, con mia sorpresa, non è andata male. Be', che ci
crediate o no, hanno incominciato tutti e due a parlare con me e sono andati avanti per due ore. In quelle
due ore ho conosciuto mia figlia meglio di quanto avessi fatto nei cinque anni precedenti. E poi, per il resto
della settimana l'ho sentita molto vicina e amichevole. Che cambiamento!

Questo padre stupefatto non è certo un'eccezione. Molti genitori hanno buoni risultati, anche al
primo tentativo. Anche prima di aver acquisito un buon livello di competenza, gli effetti dell'a-
scolto attivo sono spesso sorprendenti. Molti credono di potersi sbarazzare dei propri sentimenti
sopprimendoli, dimenticandoli o pensando ad altro. In realtà, ci si libera degli stati d'animo dolorosi
quando ci si sente incoraggiati a esprimerli apertamente.
L'ascolto attivo aiuta i figli a prendere coscienza dei propri sentimenti. Dopo averli espressi,
spesso si dissolvono come per incanto. L'ascolto attivo aiuta i figli ad avere meno paura delle
emozioni negative. «Le emozioni sono amiche»: è un'espressione che utilizziamo spesso nei nostri
corsi per aiutare i genitori a capire che le emozioni non sono cattive. Quando un genitore dimostra,
con l'ascolto attivo, di accettare i sentimenti del figlio, questi si sente incoraggiato ad accettarli
anche lui. Dalle reazioni del genitore, il figlio comprende che le emozioni sono davvero amiche.
L'ascolto attivo promuove l'intimità tra genitori e figli. L'esperienza di sentirsi ascoltati e
compresi da un altro è così soddisfacente, che inevitabilmente genera nel mittente sentimenti
positivi nei confronti di chi ascolta. I figli, in modo particolare, reagiscono con sentimenti e
pensieri pieni d'amore. Anche in chi ascolta vengono suscitate reazioni simili: il ricevente inizia a
sentirsi più affettuoso e vicino al mittente. Quando si ascolta accuratamente e con empatia, si arriva
a comprendere l'altro, ad apprezzarne i punti di vista; in un certo senso, si diventa l'altro per lo
spazio di tempo in cui ci si mette nei suoi panni. Entrare nel mondo dell'altro produce sentimenti di
intimità, affetto e amore. Essere empatici significa vedere l'altro come una persona separata da noi,
ma sentirsi disponibili a unirsi a lui, a essere con lui. Significa diventare un compagno per l'altro
per un breve tratto del sentiero della sua vita. Questo atto coinvolge profondi sentimenti d'affetto e
d'amore. I genitori che imparano l'ascolto attivo ed empatico scoprono nuove forme di
apprezzamento e rispetto, un sentimento più profondo di affetto; in cambio i figli rispondono con
sentimenti simili.
L'ascolto attivo facilita nel figlio il processo autonomo di soluzione dei problemi. Sappiamo
che è più facile elaborare un problema quando se ne può parlare con qualcuno, piuttosto che
limitarsi a rifletterci su. Essendo un mezzo efficace per stimolare il dialogo, l'ascolto attivo facilita
l'altro nella ricerca di soluzioni ai propri problemi. A tutti è capitato di sentirsi dire: «Vorrei potermi
sfogare un po' con te» o «Mi piacerebbe discuterne con te» oppure «Forse jmi farebbe bene
parlartene».
L'ascolto attivo rende il figlio più ricettivo rispetto alle idee e alle opinioni dei genitori. Tutti
avranno fatto l'esperienza di sentirsi più disponibili ad ascoltare il punto di vista di un altro se
prima ci siamo sentiti a nostra volta ascoltati. I figli saranno più disposti ad ascoltare i messaggi dei
genitori se questi ultimi daranno l'esempio. Se i genitori si lamentano di non essere ascoltati dai
figli, è assai probabile che siano loro i primi a non ascoltare.
L'ascolto attivo lascia condurre il gioco al figlio. I genitori che rispondono con l'ascolto attivo ai
problemi dei figli, noteranno quanto spesso questi siano capaci di riflessione autonoma. Questi,
infatti, cominceranno ad analizzare il proprio problema per conto proprio, pervenendo infine a una
soluzione costruttiva. L'ascolto attivo

incoraggia il figlio a pensare con la propria testa, a fare una propria diagnosi del problema, a
scoprire le proprie soluzioni. L'ascolto attivo trasmette fiducia, mentre i messaggi che
contengono consigli, ragionamenti, istruzioni e simili trasmettono sfiducia perché sottraggono
al figlio la responsabilità della soluzione del problema. L'ascolto attivo, quindi, è uno dei modi
più efficaci per aiutare un figlio a diventare più autonomo, responsabile e indipendente.

Gli atteggiamenti richiesti dall'ascolto attivo


L'ascolto attivo non è una semplice tecnica da tirar fuori dalla cassetta degli attrezzi in caso di
necessità. È un metodo per mettere in pratica una serie di atteggiamenti fondamentali, senza i quali
il metodo risulterà per lo più inefficace e avrà un sapore falso, vuoto, meccanico, insincero. Ecco
alcuni atteggiamenti fondamentali che sono indispensabili quando si impiega l'ascolto attivo. Nel
caso in cui siano assenti, il genitore non riuscirà a essere un efficace ascoltatore. 1. Deve esserci la
volontà di ascoltare quello che il figlio ha da dire. Il che significa essere disposti a concedersi il
tempo per farlo. Se non avete tempo, basta dirlo.
2. Deve esserci la sincera volontà di aiutarlo con quel determinato problema e in quel
determinato momento. Se non ve la sentite, aspettate il momento opportuno.
3. Dovete sentirvi genuinamente in grado di accettare il suo stato d'animo, qualunque esso sia
e per quanto diverso dal vostro o da quello che secondo voi dovrebbe avere vostro figlio. Ci vuole
tempo per sviluppare questo atteggiamento.
4. Dovete avere una profonda fiducia nella sua capacità di gestire i propri sentimenti,
elaborarli e trovare soluzioni ai propri problemi. La fiducia verrà osservando come vostro figlio
risolve i propri problemi.
5. Dovete aver chiaro che gli stati d'animo sono transitori, non permanenti. I sentimenti
cambiano: l'odio si può trasformare in amore, lo scoraggia-mento può cedere rapidamente il posto
alla speranza. Di conseguenza, non abbiate paura dei suoi sentimenti; essi non lasceranno
un'impronta indelebile sul suo animo. L'ascolto attivo ve lo dimostrerà.
6. Dovete essere in grado di considerare vostro figlio una persona distinta da voi, un individuo
con una propria vita e una propria identità, ormai indipendente e separato da voi. Questa separa-
tezza vi permetterà di concedergli i suoi stati d'animo, e il suo modo di vedere le cose. Solo sen-
tendovi separati da lui sarete in grado di aiutarlo. Dovete accompagnarlo mentre vive il suo pro-
blema, senza identificarvi con lui.

// rischio dell'ascolto attivo


L'ascolto attivo esige ovviamente che il genitore metta da parte i propri pensieri e sentimenti per
concentrarsi esclusivamente sul messaggio del figlio. L'ascolto attivo costringe a una ricezione
accurata. Se il genitore vuole comprendere il vero significato che il figlio attribuisce al proprio mes-
saggio, deve mettersi nei suoi panni (nel suo schema di riferimento, nel suo mondo); solo allora
potrà percepire il significato che il figlio intende dare al proprio messaggio. Nell'ascolto attivo, il
feedback del genitore è una semplice operazione di controllo per verificare l'accuratezza del proprio
ascolto, sebbene abbia anche l'effetto di assicurare al mittente (il figlio) che il suo messaggio è stato
recepito correttamente. L'ascolto attivo ha un effetto su chi lo impiega. Comprendere correttamente
i sentimenti e i pensieri di un'altra persona, mettersi temporaneamente nei suoi panni, vedere il
mondo con i suoi occhi, comporta il rischio di veder mutare le proprie opinioni e i propri
atteggiamenti. In altri termini, la comprensione autentica produce cambiamenti nelle persone.
Aprendosi all'esperienza dell'altro, ci si espone all'eventualità di dover rivedere la propria
esperienza. E questo può spaventare. Una persona rigidamente barricata sulla difensiva non può
permettersi di esporsi a idee e punti di vista diversi dai propri. Una persona duttile e aperta, d'altro
canto, non teme il cambiamento. I figli reagiscono positivamente quando scorgono nella madre e
nel padre questa disponibilità a cambiare, a vivere la propria umanità.

Come mettere in pratica le capacità


di ascolto
I genitori solitamente scoprono con piacevole sorpresa le potenzialità dell'ascolto attivo, ma è
necessario un grande impegno prima che riescano a utilizzarlo in modo efficace. Per quanto
all'inizio possa sembrare difficile, bisogna ricorrere frequentemente all'uso dell'ascolto attivo.
«Saprò usarlo al momento giusto?» ci chiedono alcuni genitori. «Saprò impiegarlo così bene da
diventare un consigliere efficace per i miei figli?». La signora T., madre intelligente e istruita di tre
figli, confessò agli altri genitori nel suo gruppo P.E.T.
Solo ora mi rendo conto di quanto radicata sia la mia abitudine di dare consigli ai miei figli o di
suggerire le mie soluzioni ai loro problemi. È un'abitudine che ho anche con gli amici e con mio
marito. Riuscirò a smettere di comportarmi come una sapientona?

La nostra risposta è fiduciosamente affermativa. La maggior parte dei genitori può cambiare e può
imparare a utilizzare in modo appropriato l'ascolto attivo a patto che trovi il coraggio di provare e
cominci a ricorrervi quotidianamente. La perseveranza nel praticare l'ascolto attivo può tare prodigi
o quanto meno aiutare la maggior parte dei genitori a raggiungere un livello di competenza
ragionevolmente efficace. Ai genitori più esitanti che avvertono un senso di inadeguatezza ad
assolvere un tale compito diciamo semplice mente di fare un tentativo perché i risultati com-
penseranno ampiamente i loro sforzi. In questo capitolo mostreremo in che modo i genitori hanno
imparato a utilizzare l'ascolto attivo. Come nell'apprendimento di qualsiasi altra attività, all'inizio è
inevitabile andare incontro a difficoltà e persino insuccessi. Tuttavia oggi possiamo affermare che i
genitori che si impegnano seriamente per sviluppare le proprie capacità di ascolto e la propria
sensibilità vedranno migliorare la capacità dei loro figli di crescere in modo indipendente e maturo
e scopriranno con gioia di aver stabilito con essi un rapporto più intimo e affettuoso.

Quando il problema è del figlio

L'uso dell'ascolto attivo è particolarmente consigliato quando il figlio fa capire di avere un pro-
blema. Di solito i genitori si accorgono della presenza di un problema nel momento in cui i figli
manifestano sentimenti che segnalano disagio e malessere.
Tutti i figli si imbattono in situazioni deludenti, frustranti, dolorose o sfibranti che possono derivare
dai rapporti con gli amici, con i fratelli o le sorelle, con i genitori, con gli insegnanti, con l'ambiente
che li circonda e con se stessi. Se aiutati a risolvere questi problemi, mantengono la loro integrità
psichica e sviluppano la capacità di rafforzarsi e di confidare in se stessi; quando, al contrario, viene
a mancare un aiuto, insorgono disturbi di carattere emotivo. Per poter riconoscere i momenti in cui
è opportuno ricorrere all'ascolto attivo, i genitori devono sapersi sintonizzare in modo tale da
riuscire a cogliere la presenza di un problema nei messaggi dei figli. A tale scopo è necessario
innanzitutto chiarire un principio fondamentale: l'appartenenza del problema.
Prendiamo ad esempio due persone: A e B. Capiteranno momenti in cui si può affermare che il
problema è di A, ovvero quando un suo bisogno non viene appagato oppure quando A non è
soddisfatta del proprio comportamento. Può dunque accadere che A si senta infastidita, frustrata,
depressa, bisognosa o agitata; la sua relazione con B in un momento come quello appena descritto
è insoddisfacente per A: il problema è di A.
In un altro momento la persona A è soddisfatta, ma il suo comportamento ostacola l'appaga-mento
di un qualche bisogno di B. In questo caso è la persona B a sentirsi infastidita, frustrata, depressa,
bisognosa o agitata a causa del comportamento di A. Conseguentemente, in questo altro momento,
il problema è di B. Nella relazione tra genitore e figlio si verificano tre situazioni-tipo che
illustreremo più avanti con l'ausilio di alcuni casi veri:

1) il figlio ha un problema perché gli viene impedito di soddisfare un desiderio. Non è un problema
del genitore perché il comportamento del figlio non interferisce in modo da impedire al genitore di
soddisfare i propri bisogni. Quindi, il problema è del figlio.

2) II figlio soddisfa i propri bisogni (non è ostacolato), e il suo comportamento non interferisce con
i bisogni del genitore. Non esiste alcun problema nel rappporto.

3) II figlio soddisfa i propri bisogni (non è ostacolato), ma il suo comportamento crea un problema
al genitore perché interferisce in modo tangibile con il desiderio del genitore di soddisfare un pro-
prio bisogno. In questo caso il problema è del genitore.
È di fondamentale importanza che i genitori sappiano classificare ogni situazione e riconoscere in
quale di queste tre categorie si colloca la situazione con cui devono confrontarsi.

L'ascolto attivo da parte del genitore è particolarmente opportuno e utile quando il problema è del
figlio, ma spesso diventa assai inopportuno quando il problema è del genitore. Esso aiuta il figlio a
trovare soluzioni ai propri problemi, ma raramente aiuta il genitore a risolvere problemi causatigli
dal comportamento del figlio. (Nel prossimo capitolo introdurremo alcuni metodi utili per risolvere
i problemi dei genitori.) I problemi riportati nei seguenti esempi vanno considerati come problemi
dei figli:
• Giovanni si sente respinto da uno dei suoi amici.
• Francesco è triste perché non è riuscito a entrare nella squadra di tennis.
• Linda è frustrata perché i ragazzi non la corteggiano.
• Margherita non riesce a decidere quale professione intraprendere.
• Giacomo non sa se proseguire gli studi.
• Rodolfo è stato sospeso per due giorni per aver marinato la scuola.
• Francesca non vuole prendere lezioni di pianoforte.
• Roberto si arrabbia quando perde giocando con il fratello.
• Riccardo va male a scuola perché odia il suo insegnante.
• Elisabetta è preoccupata perché teme di essere respinta in due materie.
• Barbara è schiva a causa della sua statura.

• Lucio trova difficile fare i compiti.

Problemi come questi sono quelli che i nostri figli inevitabilmente incontrano quando tentano di
misurarsi con la vita, la loro vita. Queste frustrazioni, dubbi, timori, preoccupazioni e persino gli
insuccessi appartengono ai figli e non ai loro genitori.
Questo è uno dei concetti che i genitori inizialmente trovano difficoltà ad accettare. Molti genitori
sono inclini ad accollarsi troppi problemi dei figli. Così facendo, come dimostreremo più avanti, si
affliggono inutilmente, contribuiscono al deterioramento del loro rapporto con i figli e perdono
un'infinità di occasioni di essere loro efficaci consiglieri.
Quando un genitore accetta il fatto che i problemi appartengono al figlio non significa affatto che
non possa preoccuparsi, interessarsi o offrire aiuto. Un terapeuta si interessa realmente e si
preoccupa genuinamente per le persone che cerca di aiutare ma, al contrario di molti genitori, lascia
alla persona in cura la responsabilità di risolvere il problema; consente al paziente di capire che il
problema gli appartiene; accetta il fatto che il problema sia del paziente; è consapevole che il suo
cliente è persona distinta da sé. Si fida del paziente perché confida pienamente nel fatto che il
paziente stesso ha le risorse interne necessarie per risolvere i propri problemi. Il terapeuta è in grado
di usare efficacemente l'ascolto attivo, proprio grazie al fatto che riconosce al paziente
l'appartenenza del problema. L'ascolto attivo è un metodo potente per aiutare qualcuno a risolvere i
propri problemi a condizione che chi ascolta sappia accettare il fatto che il problema appartiene
all'altro e si adoperi al tempo stesso affinchè sia sempre l'altro a trovare le soluzioni più consone
alla propria indole. L'ascolto attivo può accrescere enormemente l'efficacia dei genitori come agenti
di aiuto per i propri figli, ma si tratta di un tipo di aiuto molto diverso da quello che normalmente i
genitori cercano di dare. Paradossalmente questo metodo accresce anche l'influenza del genitore sul
figlio, ma è un'influenza molto diversa da quella che la maggior parte dei genitori cerca di
esercitare sui figli. L'ascolto attivo è un metodo per indurre i figli a trovare le proprie soluzioni
ai propri problemi.
Molti genitori, tuttavia, cedono alla tentazione di appropriarsi dei problemi dei figli, come nel caso
seguente:
Gianni: Mario non vuole giocare con me oggi. Non fa mai quello che va di fare a me.
Madre: E tu perché non proponi di fare quello che vuole lui? Devi imparare ad andare d'accordo con i
tuoi amichetti (Consigliare, Moraleggiare).
Gianni: Non voglio fare le cose che vuole fare lui e poi non voglio andare d'accordo con quello zuccone.
Madre: Beh, trovati qualcun altro con cui giocare, se vuoi fare il guastafeste (Offrire soluzioni.
Etichettare).
Gianni: È lui il guastafeste, non io. E non ci sono altri con cui giocare.
Madre: Ti sei innervosito perché sei stanco; vedrai che domani ti sentirai meglio (Interpretare,
Rassicurare).
Gianni: Non sono stanco, e domani non mi sentirò meglio. Non vuoi proprio capire perché odio così tanto
quel moccioso.
Madre: Smettila subito di parlare così. Se ti sento ancora parlare in questo modo di uno dei tuoi amici, te
ne pentirai...(Dare ordini. Minacciare)
Gianni: (Allontanandosi imbronciato) Odio questo quartiere. Vorrei proprio cambiare casa.

Ecco come un genitore potrebbe aiutare lo stesso ragazzo utilizzando l'ascolto attivo:

Gianni: Mario non vuole giocare con me oggi. Non fa mai quello che va di fare a me.
Madre: Sei un po' arrabbiato con Mario (Ascolto attivo).
Gianni: E come se lo sono. Non voglio giocare mai più con lui. Non lo voglio più come amico.
Madre: Sei così arrabbiato da pensare che non lo vorrai più vedere (Ascolto attivo).
Gianni: Proprio così. Ma se lui non è più amico mio, non avrò più qualcuno con cui giocare.
Madre: Non ti piacerebbe proprio essere lasciato da solo (Ascolto attivo).
Gianni: Già. Mi sa che dovrò trovare il modo di andare d'accordo con lui, ma è così difficile. A volte mi fa
proprio infuriare.
Madre: Vorresti andare più d'accordo con lui ma non riesci a non arrabbiarti con lui (Aascolto attivo).
Gianni: Prima non succedeva mai, ma una volta era sempre disposto a fare ciò che volevo io. Ora non si
fa più comandare a bacchetta.
Madre: Non è più così facile influenzare Mario adesso (Ascolto attivo)
Gianni: E già. Non è più un bambino. Però è più divertente adesso.
Madre: Ti piace di più così (Ascolto attivo).
Gianni: Sì! Ma è difficile smettere di dargli ordini - ormai ci sono abituato. Forse non staremmo sempre a
litigare se qualche volta facessi quello che vuole lui. Pensi che possa funzionare?
Madre: Stai pensando che potrebbe servire dargliela vinta qualche volta (Ascolto attivo).
Gianni: Già, penso di sì. Ci proverò.

Nel primo dialogo, la madre ha fatto ricorso a otto delle Dodici Risposte Tipiche. Nel secondo, la madre
ha utilizzato costantemente l'ascolto attivo. Nel primo caso la madre si è addossata il problema; nel
secondo, l'ascolto attivo ha permesso che il problema rimanesse di Gianni. Nel primo caso Gianni ha
opposto resistenza ai suggerimenti della madre, la sua rabbia e frustrazione non si sono dissipate, il
problema è rimasto irrisolto e Gianni non ha avuto modo di crescere. Nel secondo caso la rabbia si è
dissolta, Gianni ha intrapreso un processo di soluzione del problema e ha avviato un più accurata
introspezione di sé. Egli ha trovato la propria soluzione e ovviamente è cresciuto un po' di più come
persona in grado di risolvere autonomamente e responsabilmente i propri problemi.
Ecco un'altra situazione che illustra chiaramente come i genitori di solito cercano di aiutare i figli:
Caterina: Non voglio cenare stasera.
Papa: Dai, vieni. Alla tua età bisogna mangiare tre volte al giorno (Istruire, Persuadere con la ragione).
Caterina: Be', ho mangiato molto a pranzo.
Papa: Allora vieni comunque a tavola così vedi cosa c'è per cena (Suggerire).
Caterina: Sono sicura che non mangerò niente.
Papa: Che ti prende stasera? (Investigare).
Caterina: Niente.
Papa: Allora vieni a tavola (Ordinare).
Caterina: Non ho fame, e non voglio venire a tavola.
La stessa ragazza, può essere aiutata con l'ascolto attivo in questo modo:
Caterina: Non voglio cenare stasera.
Papa: Non hai fame stasera (Ascolto attivo)
Caterina: Per niente. Ho lo stomaco chiuso oggi.
Papa: Ti senti tesa, non è vero? (Ascolto attivo).
Caterina: Tesa non è la parola giusta; sono proprio terrorizzata.
Papa: Ti spaventa qualcosa (Ascolto attivo).
Caterina: Proprio così. Roberto mi ha chiamato oggi e ha detto di volermi parlare stasera. Sembrava
stesse facendo sul serio, non è da lui.
Papa: Pensi che sia successo qualcosa (Ascolto attivo).
Caterina: Temo che mi voglia lasciare.
Papa: Non vorresti proprio che accadesse (Ascolto attivo).
Caterina: Ne morirei! Soprattutto se penso che gli piacerebbe mettersi con Susanna. Questo sarebbe il
peggio!
Papa: Ciò che veramente ti spaventa è che Susanna possa accaparrarselo (Ascolto attivo).
Caterina: Sì, si arraffa tutti i ragazzi che piacciono a me. Mi disgusta il modo in cui riesce a parlare e a
farli divertire. Ci cascano tutti. A scuola ne ha sempre tre o quattro che le ronzano intorno. Non so proprio
come faccia; io non so mai cosa dire ai ragazzi.
Papa: Vorresti essere disinvolta come Susanna con i ragazzi (Ascolto attivo).
Caterina: Già sono così scialba e rammollita. Sono talmente ansiosa di piacere che ho sempre paura di
dire qualcosa di sbagliato.
Papa: Vorresti piacere così tanto che temi di fare errori (Ascolto attivo).
Caterina: Già, ma non potrei comportarmi in modo peggiore. Devo sembrare proprio una demente.
Papa: Ti sembra che sia peggio comportarsi così piuttosto che arrischiarsi a parlare (Ascolto attivo).
Caterina: Questo è certo. Sono stufa di stare sempre zitta.

Nel primo dialogo il padre di Caterina non è riuscito fin dall'inizio a decifrare il messaggio della
figlia e la conversazione si è arrestata non andando oltre il problema dell'alimentazione.
Nel secondo, il sensibile ascolto attivo del padre ha indotto Caterina a svelare il problema di
fondo, incoraggiando il processo autonomo di soluzione dei problemi e aiutandola infine a pren
dere in considerazione l'opportunità di un cambiamento.

Come rendere efficace l'ascolto attivo


Vedremo alcuni genitori mettere in pratica l'ascolto attivo per affrontare alcune fastidiose situazioni
della vita familiare. È bene non farsi coinvolgere troppo dall'autenticità delle situazioni descritte o
rischiereste di distogliere l'attenzione dal modo in cui l'ascolto attivo viene applicato.

Daniele: il bambino che ha paura di andare a dormire


Nell'affrontare questa situazione, la madre, che aveva frequentato un corso P.E.T., ha utilizzato
alcune delle Dodici Risposte Tipiche ma si è anche avvalsa in modo consistente dell'ascolto attivo.
Il bambino, di otto anni, aveva manifestato sin dall'età di cinque anni difficoltà sempre crescenti
nell'andare a dormire. Circa otto mesi prima del dialogo che riproduciamo aveva lasciato la stanza
dove dormiva con i due fratelli minori e sebbene fosse ansioso di avere una camera propria, il pro-
blema del sonno era peggiorato ulteriormente.

Madre: È tardi. Spegni la luce e dormi.


Daniele: Non voglio dormire.
Madre: Devi dormire, è tardi. Altrimenti domani ti sentirai stanco.
Daniele: Non voglio dormire.
Madre: (Con tono severo) Spegni immediatamente la luce!
Daniele: (Abbattuto) Non dormirò mai.
Madre: (Fra sé) Lo strangolerei. Sono così stanca. Stasera non posso sopportare questa storia... Vado in
cucina, mi fumo una sigaretta e poi vado lì dentro e cerco di usare l'ascolto attivo anche se non ce la faccio
più! (Entrando nella stanza di Daniele) Su, è tardi, ma mi siederò un po' sul tuo letto per riposare i piedi
prima di andare a lavare i piatti. (Gli toglie il libro dalle mani, spegne la luce, chiude la porta e si siede
accanto a lui sul letto poggiando la schiena al muro.)
Daniele: Ridammi il libro e non spegnere la luce! Vattene, non ti voglio qui dentro. Non voglio dormire. Ti
odio!
Madre: Sei arrabbiato.
Daniele: Sì, odio la scuola. Non voglio più tornarci, mai più!
Madre: (Lui adora andare a scuola.) Ti sei stufato di andare a scuola.
Daniele: È orribile. Non sono bravo a scuola. Non so nulla. Dovrei fare la seconda. (Lui frequenta la
terza.) Non so niente di matematica. (È molto bravo in matematica.) Forse l'insegnante pensa che stiamo
alle medie.
Madre: La matematica è molto difficile per te.
Daniele: No! È facile. È solo che non ho voglia di farla.
Madre: Ah.
Daniele: (Con improvviso cambiamento di tono.) Il baseball sì che mi piace. Preferirei molto di più
giocare a baseball che andare a scuola.
Madre: Ti piace veramente tanto il baseball.
Daniele: Bisogna per forza andare a scuola? (Il fratello maggiore lascerà tra breve la famiglia per andare
all'università e in casa ultimamente se ne è parlato molto.)
Madre: No.
Daniele: Fino a quando bisogna andare a scuola?
Madre: Fino a quattordici anni.
Daniele: Beh, io non andrò all'università. Non sono obbligato ad andarci, vero?
Madre: Già.
Daniele: Bene, così potrò giocare a baseball.
Madre: II baseball è proprio divertente.
Daniele: Proprio così. (Completamente calmato, parla serenamente senza rabbia.) Beh, buona notte.
Madre: Buona notte.
Daniele: Stai ancora un po' seduta vicino a me?
Madre: Ah, ah.
Daniele: (Tira su le coperte che aveva scalciato via; copre attentamente le ginocchia della mamma e poi
vi da dei colpetti affettuosi.) Stai comoda?
Madre: Sì, grazie.
Daniele: Prego. (Sta un po' in silenzio, poi comincia a sbuffare e a tirare su col naso schiarendosi
esageratamente la gola. Daniele soffre di una leggera allergia, ma non ha mai sintomi troppo acuti. La
madre non lo ha mai sentito tirare su col naso in questo modo.)
Madre: Ti da fastidio il naso?
Daniele: Sì. Pensi che devo prendere la medicina per il naso intasato?
Madre: Credi che servirebbe?
Daniele: No. (Continua a tirare su)
Madre: Certo che ti da proprio molto fastidio.
Daniele: Sì. (Tira su angosciato) Vorrei che non si dovesse respirare col naso quando si dorme.
Madre: (Molto sorpresa, tenta di chiedergli come gli sia venuto in mente quel pensiero) Pensi che si
debba respirare col naso quando si dorme?
Daniele: So che si deve fare così.
Madre: Ne sembri proprio certo.
Daniele: So che è così. Me l'ha detto Marco tanto tempo fa. (Marco è un suo amico, di due anni più
grande, che Daniele ammira molto.) Lui ha detto che bisogna fare così. E che non si può respirare dalla
bocca quando si dorme.
Madre: Vuoi dire che non si dovrebbe fare?
Daniele: Voglio dire che non si può (Tira ancora su col naso). Mamma, è così, non è vero? Insomma, si
deve respirare dal naso quando si dorme, non è vero? (Daniele da una una lunga spiegazione, fa molte
domande e parla del suo grande amico spiegando che: «Non mi mentirebbe mai».)
Madre: (Spiega che l'amico voleva sicuramente aiutarlo, ma che a volte i ragazzi hanno delle infor-
mazioni sbagliate. Poi mette l'accento sul fatto che tutti respirano dalla bocca quando dormono.)
Daniele: (Molto sollevato) Beh, buona notte.
Madre: Buona notte. (Daniele respira tranquillamente dalla bocca.)
Daniele: (Improvvisamente) Sbuffa.
Madre: Sei ancora spaventato.
Daniele: Già. Mamma, che succede se mi addormento respirando dalla bocca mentre il naso è intasato e
nel mezzo della notte mentre dormo profondamente chiudoTa bocca?
Madre: (Accorgendosi che Daniele ha avuto paura per anni di addormentarsi perché temeva di morire
soffocato, pensa: «Povero tesoro».) Forse hai paura di soffocarti?
Daniele: Ah, ah. Bisogna respirare. (Non riuscendo a dire: «Potrei morire».)
Madre: (Spiegando meglio) Sicuramente non potrebbe succedere. La bocca si aprirebbe; così come il
cuore continua a pompare sangue o si battono le palpebre.
Daniele: Sei sicura?
Madre: Sicurissima.
Daniele: Bene, buona notte.
Madre: Buona notte, tesoro. (Lo bacia. Daniele si addormenta in pochi minuti.)

Il caso di Daniele non è certo l'unico esempio che mette in luce come l'uso dell'ascolto attivo da
parte di un genitore possa comportare la soluzione di un problema di tipo affettivo. Le testi-
monianze di molti di coloro che hanno partecipato ai corsi P.E.T. confermano il nostro convin-
cimento che i genitori possono acquisire con la pratica le stesse abilità dei professionisti e ricorrervi
per aiutare i propri figli a risolvere anche problemi profondamente radicati la cui rimozione era in
passato affidata alla esclusiva competenza dei professionisti. A volte questo tipo di ascolto
terapeutico porta solo a una liberazione catartica delle emozioni del figlio; in questi casi sembra che
egli desideri solo un ascolto empatico o una sorta di cassa di risonanza come nel caso di Elisa,
un'intelligente ragazza di dieci anni. La madre registrò il dialogo avuto con lei col proposito di farlo
poi ascoltare al gruppo P.E.T. È nostra abitudine incoraggiare i genitori che partecipano ai nostri
corsi a fare altrettanto affinchè si possano utilizzare i nastri per addestrare anche altri genitori. Nel
leggere questa trascrizione, provate a immaginare quali delle Dodici Risposte Tipiche la maggior
parte dei genitori non addestrati avrebbe usato per rispondere ai sentimenti di Elisa nei confronti del
proprio insegnante.
Elisa: A scuola non c'è niente che faccia venire voglia di andarci.
Madre: Vuoi dire che è noiosa...
Elisa: Sì, non c'è niente da fare a parte guardare la Signora Stupidità: è così grassa e gobba; è così
stupida!
Madre: Allora ti danno proprio fastidio le cose che fa...
Elisa: Sì, e poi va in giro dicendo: «Te lo darò domani». Poi quando arriva il giorno dopo dice ancora:
«Oh, l'ho dimenticato. Te lo darò un'altra volta».
Madre: Così promette di fare delle cose e...
Elisa: E non le fa mai...
Madre: E non mantiene le promesse. E questo ti da molto fastidio.
Elisa: Non mi ha ancora portato la cartellina che mi aveva promesso a settembre.
Madre: Dice di fare delle cose e tu ci conti e poi lei non le fa.
Elisa: E tutte quelle gite che dovremmo fare. Dice sempre che uno di questi giorni andremo in biblioteca.
E poi dice che faremo tante altre cose che non fa mai. Lo dice e basta. E poi continua a fare altre promesse.
Madre: Ti fa sperare che succedano tante cose e tu le credi veramente. Speri di fare qualcosa di
divertente e poi invece non succede niente.
Elisa: Proprio così. È proprio tutta scema.
Madre: E poi ti passa la voglia di fare le cose che fate a scuola.
Elisa: Sì, mi piace solo fare educazione artistica perché almeno non mi assilla correggendomi conti -
nuamente l'ortografia. Mi sta sempre addosso: «La tua ortografia è così terribile! Perché non scrivi meglio?
Si può sapere perché sei così sbadata?»
Madre: Sembra che non ti dia mai tregua...
Elisa: Sì, durante l'ora di educazione artistica mi dice quali colori devo usare e quali non usare... lo faccio
un bel quadretto e lei mi dice solo come fare il chiaroscuro...
Madre: E poi durante l'ora di educazione artistica ti lascia abbastanza in pace.
Elisa: Ah, ah. Meno che quando faccio le tegole sui tetti...
Madre: Te le fa fare in un certo modo...
Elisa: Ah ah. Però, io non le faccio come dice lei...
Madre: Ti da proprio fastidio che ti dica cosa fare e ti chieda di seguire i suoi suggerimenti...
Elisa: Non voglio fare quello che suggerisce lei... e così mi metto nei guai.
Madre: Quando ignori i suoi suggerimenti temi di metterti nei pasticci.
Elisa: Già. Di solito non succede perché devo fare sempre quello che vuole lei; e poi il modo in cui ci fa
fare matematica: 1a e 1b e... uffa...
Madre: Vorresti proprio ignorare i suoi suggerimenti, ma li segui comunque e questo ti fa arrabbiare
molto...
Elisa: E poi ci mette così tanto tempo... deve spiegare tutto e poi fare gli esempi con uno o due bambini
per rispiegare cosa si deve fare. Mi fa sentire come se fossimo all'asilo quando dice: «Adesso faremo un
esercizio completamente nuovo». Ci tratta come se fossimo all'asilo.

A volte i genitori trovano difficile adeguarsi al fatto che un incontro come quello riportato possa
terminare in modo inconcludente o indefinito. Quando scoprono che questo accade frequentemente
anche nelle sedute terapeutiche condotte da professionisti, imparano a consentire ai figli di
interrompere la conversazione fiduciosi che questi troveranno la propria soluzione in un altro
momento. I terapeuti professionisti sanno per esperienza che ci si può fidare della capacità dei
bambini, e dei figli in genere, di affrontare in modo costruttivo i propri problemi. I genitori
sottovalutano spesso questa capacità. Quello che segue ne è un esempio ed è tratto da un colloquio
che ebbi con un adolescente. Testimonia il fatto che non sempre l'ascolto attivo porta cambiamenti
immediati. Spesso l'ascolto attivo innesca semplicemente una catena di eventi la cui conclusione
potrebbe non essere mai rivelata al genitore o potrebbe tardare a manifestarsi apertamente. Questo
accade perché i figli escogitano le soluzioni successivamente per conto loro. I terapeuti
professionisti constatano continuamente questa realtà. Un paziente potrebbe terminare una seduta
proprio mentre sta discutendo un problema e magari ritornare la settimana seguente per riferire che
l'ha risolto. Questo è quanto si verificò con Edoardo, un adolescente di sedici anni portatomi dai
genitori preoccupati per il suo totale disprezzo della scuola, per la sua ribellione contro gli adulti, il
suo drogarsi e la sua mancanza di collaborazione in casa:
Per svariate settimane, Edoardo aveva trascorso l'ora di consulenza difendendo l'uso della marijuana e
criticando gli adulti che bevono alcool e fumano tabacco. Pensava che tutti avrebbero dovuto pro vare a
fumarla perché per lui era stata un'esperienza meravigliosa. Inoltre metteva seriamente in discussione
l'importanza di andare a scuola. Riteneva che la scuola servisse solo a preparare le persone al mondo del
lavoro per guadagnare soldi e ritrovarsi nella stessa trappola in cui era caduta tutta la società. I voti da lui
conseguiti erano tutti insufficienti. A Edoardo sembrava futile qualsiasi attività costruttiva. Un giorno si
presentò alla seduta di consulenza annunciando inaspettatamente di aver deciso di smettere di fumare la
marijuana e di «rovinarsi la vita». Sebbene ancora non sapesse cosa fare della propria vita, disse di essere
certo di non volerla gettare via «seguendo lo stile di vita degli hippy». Mi disse anche di aver iniziato due
corsi estivi per i quali stava studiando sodo, dopo essere stato bocciato in tutte le materie eccetto una
durante l'anno. Edoardo finì con l'ottenere risultati molto buoni nei due corsi che aveva frequentato; si
diplomò e iniziò l'università. Non so cosa lo avesse indotto a cambiare, ma ho il sospetto che sia stato il suo
stesso buonsenso a mobilitarsi grazie al fatto che era stato ascoltato attivamente.

A volte l'ascolto attivo aiuta semplicemente il figlio ad accettare una situazione che sa di non poter
modificare. Lo aiuta a esprimere i propri sentimenti riguardo a una data situazione, a liberarsene e a
sentirsi accettato da qualcun altro perché prova quei sentimenti. Probabilmente si tratta dello stesso
fenomeno che si verifica quando i soldati di leva brontolano durante il servizio militare. Coloro che
sono sotto le armi sanno di non poter cambiare la situazione, ma ciò che sembra venire in loro aiuto
è proprio la possibilità di dar libero sfogo alle proprie emozioni negative in presenza di qualcuno
che li accetta e comprende. Il seguente dialogo tra la dodicenne Gianna e la madre illustra bene il
fenomeno suddetto: •-. .
Gianna: Quanto odio la Signora Alfonsi, la nuova insegnante di lettere! È la peggiore.
Madre: È stato proprio un pessimo semestre.
Gianna: Dio, se lo è stato! Sta lì impalata e non fa che parlare di se stessa fino a che mi annoio a tal
punto che non riesco più a sopportarla. A volte vorrei proprio dirle di chiudere il becco.
Madre: Ti fa proprio infuriare.
Gianna: Fa imbestialire tutti. Non piace a nessuno. Mi domando perché permettono a persone come lei di
insegnare nelle scuole statali. Come fanno a mantenere il posto, se non fanno mai niente.
Madre: Viene da domandarsi come si possa lasciare insegnare certe persone.
Gianna: Già. Ma purtroppo lei sta lì e io dovrò sorbirmela tutti i giorni. Beh, devo preparare dei cartelloni
per Marta. Ci vediamo dopo.

Ovviamente nessuna soluzione è stata raggiunta né Gianna può far molto per cambiare la propria
insegnante. Tuttavia finisce col sentirsi sollevata e col pensare ad altro perché le è stato consentito
di esprimere i propri sentimenti avvertendo che essi sono accettati e compresi. In questo caso la
madre dimostra inoltre alla figlia che quando Gianna è in difficoltà, c'è una persona compren-
siva con cui può condividere le proprie preoccupazioni.
Quando bisogna utilizzare l'ascolto attivo?
Bisogna per forza aspettare che si verifichino problemi seri, come nel caso di Daniele che aveva
paura di andare a dormire, per utilizzare l'ascolto attivo? Assolutamente no. I vostri figli vi inviano
quotidianamente messaggi che segnalano la presenza di emozioni fastidiose. Il piccolo Giovanni si
era appena scottato il dito con un arriccia-capelli elettrico della madre.
Giovanni: Mi sono bruciato il dito! Mamma, mi sono bruciato il dito. Ahi, fa male, fa male! (Piange) Si è
bruciato il dito. Ahi, Ahi.
Madre: Oh, fa proprio male. Deve essere terribilmente doloroso.
Giovanni: Sì, guarda quanto mi sono bruciato.
Madre: Sembra proprio una terribile scottatura. Deve essere dolorosissima.
Giovanni: (Smette di piangere) Mettici subito qualcosa sopra.
Madre: Va bene. Prenderò del ghiaccio per rinfrescarlo, e poi dopo possiamo metterci un unguento.

Nel rispondere a questo piccolo incidente domestico, la madre ha evitato di rassicurare Giovanni
con frasi come: «Non è così terribile», «Ti sentirai meglio», «Non ti sei bruciato gravemente». Ella
ha rispettato il fatto che Giovanni sentiva di essersi bruciato gravemente e che la scottatura gli
doleva moltissimo; ha inoltre evitato di commentare l'evento con una delle tipiche risposte cui i
genitori ricorrono in situazioni come questa:
Dai, Giovanni! Non comportarti come un bambino piccolo. Smettila subito di piangere (Valutare e
Ingiungere).

L'ascolto attivo della madre riflette alcuni atteggiamenti significativi nei confronti di Giovanni:
II ragazzo ha dovuto affrontare un momento doloroso della SUA vita.

Il problema è SUO e pertanto ha il diritto di reagire ad esso nel modo che più rispecchia il SUO modo di
essere.
Non voglio negare i SUOI sentimenti; essi sono veri PER LUI.
So accettare il fatto che è LUI a provare molto dolore.
Non posso rischiare di farlo sentire in torto o colpevole delle SUE sensazioni.

I genitori che partecipano ai corsi P.E.T. ci hanno riferito che quando un bambino si fa male e
piange a singhiozzi, l'ascolto attivo induce spesso inaspettatamente la cessazione immediata del
pianto una volta che il bambino è sicuro che il proprio genitore sa e capisce quanto dolore stia
provando o quanto sia spaventato. Ciò che più preme al bambino è assicurarsi che le sue emozioni
sono comprese.
I figli possono diventare molto assillanti quando sono in ansia, spaventati o insicuri perché i loro
genitori stanno per uscire o quando non trovano la loro bambola preferita o la loro coperta o perché
devono dormire in un letto sconosciuto e così via. Raramente basta rassicurarli in queste situazioni
e i genitori diventano comprensibilmente impazienti se il figlio non smette di frignare o di chiedere
insistentemente quello che gli manca:
Voglio la mia coperta, voglio la mia coperta, voglio la mia coperta!
Non andate via. Non andate via! Voglio la mia bambolina. Dov'è la mia bambolina? Voglio la mia
bambolina!

L'ascolto attivo può fare miracoli in queste circostanze. Il figlio vuole sostanzialmente assicurarsi
che il genitore comprenda l'intensità del sentimento che egli prova in quel momento.
II signor C. riferì il seguente episodio poco dopo aver cominciato a frequentare il gruppo P.E.T. :
Michela, 3 anni e mezzo, cominciò a lagnarsi senza sosta appena la madre la lasciò con me in macchina
per fare la spesa al supermercato. «Voglio mamma», ripetè almeno una dozzina di volte nonostante ogni
volta le dicessi che sarebbe tornata in pochi minuti. Poi cominciò a piangere urlando: «Voglio la mia
bambola. Voglio la mia bambola». Non riuscivo a rasserenarla in alcun modo, poi mi ricordai dell'ascolto
attivo. Disperato dissi: «Mamma ti manca molto quando ti lascia sola». Annuì. «Non ti piace che mamma se
ne vada senza di te». Annuì ancora, stringendosi sempre alla sua copertina e con l'aspetto spaurito di un
cucciolo raggomitolato in un cantuccio del sedile posteriore. Continuai: «Quando ti manca mamma, vorresti
la tua bambolina». Annuì energicamente. «Ma qui non c'è la tua bambola e ti manca anche lei». A quel
punto, come per magia, uscì dall'angolino in cui si era raggomitolata, lasciò cadere la copertina, smise di
piangere, si trascinò sul sedile anteriore dove sedevo io e iniziò a conversare piacevolmente sulla gente che
vedeva nel parcheggio.

La lezione per i genitori, così come per il signor C., è che è necessario accettare ciò che il figlio
prova e non cercare di sbarazzarsi del piagnucolìo o del tormento rassicurandolo o minacciandolo. I
figli vogliono assicurarsi che voi capiate quanto grave sia il loro malessere. Un'altra situazione
in cui l'ascolto attivo può essere utilizzato è quella in cui i figli mandano messaggi stranamente
codificati in cui il genitore non riesce a decifrare cosa stia realmente passando per la loro testa.
Sovente, ma non sempre, i loro messaggi si celano dietro domande quali:
Mi sposerò mai?
Come ci si sente quando si muore?
Ji
Perché mi chiamano ebreo? "- "
Papa, cosa ti piaceva nelle ragazze quando eri giovane?

Quest'ultima domanda mi fu posta da mia figlia una mattina a colazione prima di uscire per andare
a scuola. Come molti padri fui subito tentato di prendere la palla al balzo è afferrare l'opportunità di
abbandonarmi ai ricordi di gioventù. Fortunatamente mi fermai in tempo e replicai con l'ascolto
attivo:
Padre: Vorresti sapere cosa ci vuole per piacere ai ragazzi, vero?
Figlia: Già, mi sembra di non piacere ai ragazzi e non so perché.
Padre: Sei sorpresa di non parlare ai ragazzi.
Figlia: Già, so di non parlare molto. Ho paura di parlare in presenza dei ragazzi.
Padre: Sembra che tu non sia aperta e rilassata con i ragazzi.
Figlia: Si, temo di dire qualcosa che mi faccia apparire sciocca ai loro occhi.
Padre: Tu non vuoi che loro ti considerino sciocca.
Figlia: Già, così se sto zitta non corro questo rischio.
Padre: Sembrerebbe più vantaggioso restarsene zitta.
Figlia: Si ma non risolvo di certo la situazione dal momento che potrebbero considerarmi una tonta.
Padre: Restare zitta non ti da dei vantaggi.
Figlia: No. Penso di dover provare altro.

Avrei potuto seriamente sciupare l'occasione di essere di aiuto a mia figlia se avessi ceduto alla
tentazione di raccontarle cosa ammiravo nelle ragazze quando avevo la sua età! Grazie all'ascolto
attivo mia figlia fece un piccolo passo avanti e acquisì una nuova comprensione di sé, quel tipo di
comprensione che sovente porta a un autonomo cambiamento costruttivo del proprio
comportamento.
Spesso i figli inviano messaggi cifrati insoliti, normalmente sotto forma di domande, quando stanno
vivendo problemi più gravi. L'ascolto attivo fornisce ai genitori uno strumento per farsi strada nel
vivo del problema, per aiutare i figli a definire da soli l'entità del problema e per innescare in loro il
processo autonomo della sua soluzione. Rispondere in modo diretto a questi sentimenti camuffati
da domande, significa soffocare immancabilmente sul nascere la possibilità di prestare un efficace
aiuto nella soluzione del vero problema.
Le prime volte che i genitori dei gruppi P.E.T. si cimentano nell'uso dell'ascolto attivo dimenticano
spesso che esso è incredibilmente efficace anche per rispondere a quesiti intellettuali dei figli. I figli
sono esposti a continui problemi quando si sforzano di dare un senso a ciò che leggono o sentono
dire sul mondo che li circonda: proteste studentesche, rivolte, problemi dell'integrazione razziale,
brutalità della polizia, guerre, assassini!, inquinamento, controllo delle nascite, divorzio, criminalità
e via dicendo. Ciò che trae in inganno molti genitori è che i figli in genere espongono i propri punti
di vista impetuosamente o in modi apparentemente ingenui o immaturi che li fanno rabbrividire. La
tentazione per papa e mamma è di intervenire tempestivamente e correggerlo o mostrargli un
quadro più ampio della situazione in esame. La motivazione dei genitori può essere benevola - se
l'obiettivo è contribuire allo sviluppo intellettuale dei figli - ma può anche essere dettata dal loro
egocentrismo - se l'obiettivo è affermare la superiorità delle proprie capacità intellettive. In
ambedue i casi i genitori intervengono con una o più delle Dodici Risposte Tipiche procurando
inevitabilmente l'effetto di allontanare i figli o di far divampare una schermaglia verbale destinata a
concludersi con commenti taglienti e sentimenti feriti. È necessario porre ai nostri partecipanti ai
corsi domande piuttosto penetranti per riuscire a indurli a utilizzare l'ascolto attivo non solo quando
i loro figli hanno problemi di tipo personale, ma anche quando si confrontano con idee o argomenti
di attualità. Domandiamo loro:
Vostro figlio deve pensare come voi?
Perché sentite il bisogno di insegnargli qualcosa?
Non è possibile per voi tollerare un'opinione che si discosta notevolmente dalla vostra?
Non potete aiutarlo a maturare un modo personale di osservare questo mondo così complesso?
Non potete concedergli la libertà di mantenere la propria posizione mentre cerca di analizzare un
argomento?
Non vi ricordate che in passato avevate voi stessi idee alquanto strambe sui problemi del mondo?

Quando i genitori che partecipano ai gruppi P.E.T. cominciano a mordersi la lingua e aprire le
orecchie ci riferiscono di notevoli cambiamenti durante le conversazioni che normalmente insor-
gono a tavola su questioni che in precedenza i loro figli non avevano mai condiviso con essi:
droghe, sesso, aborto, alcolismo, moralità e così via. L'ascolto attivo può produrre splendidi risultati
e trasformare la casa in un luogo dove genitori e figli possono confrontarsi in modo profondo e
penetrante sui problemi complessi e critici che i figli devono affrontare. Quando i genitori si
lamentano perché i figli non parlano mai di problemi seri a casa, normalmente si scopre che in
passato, proprio a tavola, i loro figli avevano tentato di trattare tali argomenti con titubanza, ma che
i genitori avevano reagito in modo tradizionale: ammonendo, predicando, moraleggiando,
insegnando, valutando, giudicando, facendo del sarcasmo o deviando l'attenzione altrove. Ne
consegue che lentamente i figli cominciano a erigere un muro destinato a separare definitivamente
le loro menti da quelle dei genitori. Come ci si può meravigliare del gap generazionale? Esso è
diffuso in così tante famiglie perché i genitori non ascoltano, ma insegnano e correggono,
disapprovano e ridicolizzano i messaggi che provengono dalle menti in crescita dei loro figli.

Errori ricorrenti nett'utilizzo dell'ascolto attivo


……………….. Vogliamo sottolineare alcuni di questi errori nella speranza di aiutare i genitori a
evitarli.

Manipolare i figli attraverso «là guida»


Alcuni genitori fanno fiasco quando utilizzano per la prima volta l'ascolto attivo solo perché le loro
intenzioni sono sbagliate. Essi vogliono utilizzarlo per manipolare i figli e indurli a comportarsi o a
pensare come i genitori credono sia opportuno.
La signora G. si presentò alla quarta sessione di un gruppo P.E.T. ansiosa di esprimere il-suo
disappunto e risentimento riguardo alla sua prima esperienza di ascolto attivo. «Ebbene» disse «mio
figlio si è limitato a guardarmi e a non parlare. Ci avete detto che l'ascolto attivo avrebbe
incoraggiato i nostri figli a parlarci. Beh, nel mio caso non ha funzionato».
Quando l'istruttore le chiese di raccontare al gruppo come si erano svolte le cose, la signora G.
disse:
Giacomo, di sedici anni, era tornato a casa da scuola annunciando che gli era stato riferito che sarebbe
stato rimandato in due materie. La signora G. aveva immediatamente cercato di incoraggiare il figlio a
parlare utilizzando la capacità appena appresa. Per tutta risposta Giacomo aveva smesso completamente di
parlare per poi voltare le spalle e andarsene.
L'istruttore suggerì a questo punto di provare a interpretare in prima persona il ruolo di Giacomo e
recitare la scena. La signora G. accettò avvertendo però il gruppo che con molta probabilità
l'istruttore non avrebbe mai potuto rendere in modo veritiero l'abituale taciturnità del figlio in casa.
Ecco come l'istruttore interpretò il ruolo di Giacomo. Fate attenzione alle risposte della madre:
Giacomo: Ehi! Oggi ho preso una bella stangata. Due avvisi di insufficienze: una in Matematica e l'altra
in Italiano.
Sig.ra G: Sei arrabbiato (Freddamente).
Giacomo: Certo che sono arrabbiato.
Sig.ra G: Sei deluso (Ancora freddamente).
Giacomo: A dir poco. Sai cosa vuoi dire? Vuoi dire che non mi diplomerò. Ecco che vuoi dire. È fatta, è la
fine.
Sig.ra G: Pensi che ormai non ci sia più niente da fare, dato che ti hanno avvisato. (La madre invia il proprio
messaggio.)
Giacomo: Vuoi dire che dovrei mettermi a studiare di più? (Giacomo ha ricevuto il suo messaggio.)
Sig.ra G: Sì, non è certo troppo tardi, ti pare? (Adesso la madre sta veramente proponendo pesan-
temente la propria soluzione)
Giacomo: Studiare quella robaccia? Perché dovrei? Sono un mucchio di fesserie!

Ecco cosa era realmente accaduto. Giacomo era stato messo con le spalle al muro dalla signora G,
che, simulando l'ascolto attivo, aveva in realtà cercato di indurre Giacomo a intraprendere un piano
di studio intensivo. Sentendosi minacciato Giacomo assunse un atteggiamento di rifiuto e di difesa.
Molti genitori alle prime armi come la signora G. accettano di buon grado di ricorrere all'ascolto
attivo pensando di usare questa tecnica per manipolare i figli: un modo ingegnoso per indurli a fare
ciò che essi ritengono sia doveroso fare o per orientare il loro comportamento o il loro modo di
pensare.
I genitori non devono forse guidare i loro figli? Fungere da guida non è una delle principali
responsabilità dei genitori? Sebbene il compito della guida genitoriale sia universalmente affidato
ai genitori, esso è anche quello maggiormente frainteso. Guidare significa orientare in una
direzione. Sottintende anche che è la mano del genitore a manovrare il timone. Quando i genitori
afferrano il timone e cercano di guidare i figli in una qualche direzione specifica, questi oppongono
immancabilmente resistenza. I figli sono abili nel percepire le intenzioni dei genitori. Si accorgono
immediatamente che la guida genitoriale normalmente denuncia la mancanza di accettazione dei
figli così come sono. Avvertono che i genitori cercano di operare qualcosa in loro e diffidano di
questa sorta di controllo indiretto. La loro indipendenza è minacciata.
L'ascolto attivo non è una tecnica di guida che tende a realizzare cambiamenti regolati dai genitori.
I genitori che lo pensano trasmettono inevitabilmente messaggi indiretti intrisi dei loro pregiudizi,
opinioni e sottili pressioni. Ecco alcuni esempi di messaggi che si insinuano nelle risposte alle
affermazioni dei figli:
Ginevra: Sono arrabbiatissima con Sara e non voglio più giocare con lei.
Genitore: Non vuoi più giocare con lei oggi perché sei temporaneamente arrabbiata con lei.
Ginevra: Non voglio mai più giocare con lei; mai più!

Va notato il messaggio implicito sfuggito al genitore: «Spero sia solo uno stato d'animo transitorio
e che domani non sarai più così in collera con lei». Accertasi del desiderio del genitore di
cambiarla, Ginevra replicò smentendo risolutamente il genitore. Un altro esempio:
Roberto: Che c'è di così terribile nel fumare la marijuana? Non fa male come le sigarette o l'alcool.
Penso che sia sbagliato proibirla.
Genitore: Pensi che la legge dovrebbe essere cambiata in modo che sempre più giovani finiscano col
mettersi nei guai.

È evidente che la risposta del genitore contiene un tentativo di dissuadere il figlio dal pensare ciò
che pensa riguardo alla marijuana. L'osservazione contenuta nella risposta del genitore si rivela
imprecisa perché, invece di rispecchiare accuratamente solo ciò che il figlio gli sta comunicando,
comprende un messaggio personale rivolto al figlio. Una reazione neutrale e accurata avrebbe
potuto suonare così: «Sei convinto che dovrebbero legalizzare la marijuana, non è vero?».
Aprire la porta e poi richiuderla bruscamente
Quando provano per la prima volta l'ascolto attivo, alcuni genitori cominciano a utilizzarlo per
aiutare i figli a dischiudere la porta della comunicazione per poi riserrarla bruscamente perché non
fanno durare l'ascolto attivo sufficientemente a lungo da sentire tutto ciò che il figlio ha da dire. È
come se il genitore dicesse: «Coraggio, dimmi come ti senti, ti capirò» e poi, mentre ascolta ciò che
il figlio prova, gli chiudesse rapidamente la porta in faccia perché non gradisce quello che sente.
Teodoro, un bambino di dieci anni, è abbattuto e la madre si appresta ad aiutarlo:

Madre: Sembri triste. (Ascolto attivo)


Teodoro: Franco mi ha dato una spinta.
Madre: Non ti piace quando fa così. (Ascolto attivo)
Teodoro: No. Gli darò un pugno in faccia.
Madre: Beh, non sarebbe una bella cosa da fare. (Criticare)
Teodoro: Non m'importa. Vorrei dargli un cazzotto. Così. (Mima il gesto con forza)
Madre: Teo, fare a pugni non è mai un buon modo per risolvere i problemi con gli amici, (moraleggiare)
Perché non torni da lui e non gli dici che vuoi fare la pace? (Consigliare, Offrire soluzioni)
Teodoro: Vuoi scherzare? (Silenzio)

La porta fu sbattuta fragorosamente in faccia a Teodoro interrompendo la comunicazione. Valu-


tando, moraleggiando e dando consigli la madre perse l'opportunità di aiutarlo a vivere e elaborare i
propri sentimenti per approdare autonomamente a una soluzione costruttiva del problema. Teodoro
ha anche appreso che la madre non lo crede capace di risolvere i propri problemi, che lei non
accetta la sua collera e non pensa che lui sia un bravo ragazzo, e che i genitori sono proprio
incapaci di capire. Incoraggiare un figlio a esprimere i propri veri sentimenti per poi intervenire
valutando, giudicando, moraleggiando e dando consigli è di fatto il modo migliore per assicurarsi il
fallimento dell'ascolto attivo. Così facendo i genitori scoprono ben presto che i loro figli diventano
sospettosi e si convincono che essi cercano di farli parlare solo per voltar loro le spalle e utilizzare
ciò che hanno sentito per giudicarli o per sottometterli.

Il genitore «pappagallo»
Un giorno il signor T. arrivò al corso scoraggiato dai risultati ottenuti nei i suoi primi tentativi di
utilizzare l'ascolto attivo: «Mio figlio mi ha guardato in modo strano e mi ha detto di smetterla di
ripetere quello che lui diceva». Il signor T. era incappato nell'errore che molti altri genitori com-
mettono quando si limitano a ripetere a pappagallo i fatti narrati dai figli piuttosto che i sentimenti.
Questi genitori dovrebbero ricordare che le parole utilizzate dai figli (il loro particolare codice)
sono solo strumenti per comunicare sentimenti. Il codice in sé non è il messaggio; esso deve
essere decifrato dal genitore. «Sei uno sporco scarafaggio puzzolente», dice il figlio infuriato al
padre.
Ovviamente il figlio conosce la differenza tra uno scarafaggio e il padre, pertanto il suo messaggio
non è: «Papa, sei uno scarafaggio». Questo codice in particolare è solo il modo prescelto da quel
figlio per comunicare la propria collera. Se il genitore gli rispondesse: «Pensi che io sia uno
scarafaggio», difficilmente il figlio penserebbe che il suo messaggio è stato ricevuto. Se il padre
avesse detto: «Sei proprio arrabbiato con me!», il figlio avrebbe risposto: «E sì che lo sono!» e
saprebbe di essere stato capito. Gli esempi seguenti mostrano il contrasto tra le risposte che fanno
soltanto eco al codice e quelle in cui il genitore prima decifra il codice e poi replica evidenziando i
sentimenti più nascosti del figlio (il vero messaggio che il figlio vuole comunicare).
1.
Paolo: Non riesco mai ad acchiappare una palla quando cominciano a giocare i ragazzi più grandi.
(a) Genitore: Non riesci mai ad acchiappare una palla quando ci sono i grandi. (Ripetere a pappagallo)
(b) Genitore: Vorresti giocare anche tu e non ti sembra giusto essere escluso. (Replicare evidenziando il
vero significato)

2.
Betta: Per un po' sono andata bene, ma adesso vado peggio che mai. Tutto quello che faccio non serve
a niente. Che senso ha continuare a provare?
(a) Genitore: Ora va peggio che mai e sembra che quello che fai non serve a nulla. (Ripetere a pap-
pagallo)
(b) Genitore: Sei proprio scoraggiata e vorresti mollare tutto. (Replicare evidenziando l'emozione)

3.
Sandro: Papa, guarda! Ho fatto un aereoplano con i miei attrezzi nuovi!
(a) Genitore: Hai fatto un aereoplano con i tuoi attrezzi. (Ripetere a pappagallo)
(b) Genitore: Sei proprio orgoglioso dell'aereo che hai fatto. (Replicare evidenziando l'emozione)

Ci vuole una certa pratica prima che i genitori imparino a usare in modo accurato l'ascolto attivo.
Abbiamo tuttavia notato durante i nostri corsi P.E.T. che la maggior parte dei genitori che li
frequentano e partecipano alle attività pratiche utili a esercitarsi, acquisiscono un livello sorpren-
dentemente alto di competenza in quest'arte.

L'ascolto senza empatia


Un pericolo reale per i genitori che applicano meccanicamente l'ascolto attivo è non accorgersi che
i loro sforzi devono essere accompagnati da calore e empatia. L'empatia accresce la qualità della
comunicazione tra colui che invia e colui che riceve un messaggio. Ascoltando empaticamente si
trasmette a chi parla la sensazione che chi ascolta è con lui, si mette nei suoi panni e vive per un
momento nel suo mondo. Ciascuno di noi vorrebbe che gli altri capissero come ci sentiamo e non
solo ciò che diciamo. I bambini in particolar modo sono soggetti che provano emozioni. Pertanto
molto di ciò che comunicano è accompagnato da emozioni: gioia, odio, delusione, paura, amore,
preoccupazione, rabbia, orgoglio, frustrazione, tristezza e via dicendo. Quando comunicano con i
genitori, i figli si aspettano che essi vivano con empatia questi sentimenti. Se ciò non si verifica, i
figli sentono naturalmente che una loro parte essenziale in quel momento, ovvero il sentimento, non
è capita.
Probabilmente l'errore più comune commesso dai genitori quando si accingono a sperimentare per
la prima volta l'ascolto attivo è quello di ripetere i messaggi pronunciati dai figli svuotandoli però
della componente emotiva che invece li accompagna.
Gianna, di undici anni, corre in cucina dove la madre sta lavorando:
Gianna: Giovanni (il fratello di nove anni) è una peste. È cattivo! Mamma, tira tutti i miei vestiti fuori dai
cassetti. Lo odio. Lo potrei uccidere quando fa così!
Madre: Non ti piace quello che ha fatto.
Gianna: Non mi piace quello che ha fatto? Lo odio! Lo odio!

La madre di Gianna sente le parole ma non i sentimenti della figlia. In quel particolare momento
Gianna si sente in collera e carica d'odio. Una risposta come: «Sei proprio adirata con Giovanni»,
avrebbe catturato il vero sentimento. Quando la madre si limita a rispondere freddamente riducendo
l'ira di Gianna (che ha trovato i cassetti della toeletta svuotati dal fratello) a semplice
disapprovazione, fa sentire la ragazza incompresa e nel messaggio seguente deve correggere la
madre dicendo: «Non mi piace quello che ha fatto! (Questo è dire ben poco)»; «Lo odio (È questo
che importa)». Il piccolo Riccardo, di sei anni, supplica il padre che aveva cercato ripetutamente di
incoraggiarlo a entrare in acqua durante una vacanza al mare:
Riccardo: Non voglio entrare in acqua. È troppo profonda! E ho paura delle onde.
Padre: L'acqua è troppo profonda per te.
Riccardo: Ho paura! Non costringermi a entrare in acqua!

Questo genitore non ha minimamente colto i sentimenti del figlio e la sua risposta ne è la conferma.
Riccardo non voleva esprimere una valutazione intellettuale della profondità dell'acqua, ma stava
supplicando insistentemente il padre: «Non costringermi a entrare nell'acqua, sono terrorizzato!».
Questo genitore avrebbe dovuto prenderne atto dicendo: «Sei spaventato e non vuoi che ti costringa
a entrare in acqua». Alcuni dei genitori che frequentano il nostro corso P.E.T. scoprono di vivere
con molto disagio i propri sentimenti e quelli dei figli. È come se essi fossero costretti a ignorare i
sentimenti dei figli perché non riescono a tollerare il fatto che li abbiano. Oppure vogliono far
dileguare rapidamente questi sentimenti e quindi evitano deliberatamente di prenderne atto. Alcuni
genitori sono talmente intimoriti dai propri sentimenti che in effetti non riescono nemmeno a
scorgerli nei messaggi dei figli.
Questi genitori imparano nei nostri corsi P.E.T. che i bambini (e gli adulti), provano ineluttabil-
mente delle emozioni. Le emozioni sono una parte essenziale della vita, non qualcosa di patologico
o pericoloso. Il nostro metodo mostra anche che normalmente le emozioni hanno carattere
transitorio, vanno e vengono senza lasciare alcun danno permanente nel figlio. La chiave per
allontanarle, tuttavia, è che i genitori trasmettano con l'ascolto attivo empatico il fatto che ricono-
scono e accettano tali emozioni esternate dai figli. Una volta imparato a fare ciò, i genitori testimo-
niano la rapidità con cui persino le più intense emozioni negative finiscono col dissiparsi. Franco e
Maria, giovani genitori di due bambine, riferirono al gruppo P.E.T. un episodio che aveva
accresciuto enormemente la loro fiducia nel potere dell'ascolto attivo. Ambedue erano stati allevati
da famiglie profondamente religiose. I rispettivi genitori avevano insegnato loro in un'infinità di
modi diversi che esprimere le proprie emozioni era indice di debolezza nonché comportamento
nient'affatto «cristiano». Franco e Maria crebbero dunque cercando di seguire dettami come:
«Odiare è peccato!», «Ama il tuo prossimo!», «Tieni la lingua a freno, signorina!», «Quando
parlerai in tono civile a tua madre, potrai tornare a tavola!». Essendo stati educati fin dall'infanzia a
rispettare questi precetti, Franco e Maria trovarono molto difficile come genitori accettare le
emozioni delle proprie figlie e sintonizzarsi con le loro frequenti comunicazioni emotive. Il corso
P.E.T. li aiutò ad aprire gli occhi. Cominciarono con l'imparare ad accettare l'esistenza di emozioni
nel rapporto di coppia. Poi, come molti genitori nei corsi P.E.T, cominciarono a comunicare l'un
l'altro le proprie emozioni aiutandosi con l'ascolto attivo. Trovando gratificante questa nuova onestà
e intimità, Franco e Maria acquisirono la fiducia di poter ascoltare attivamente anche le loro figlie
preadolescenti. Nel giro di alcuni mesi, le due fanciulle passarono dall'essere taciturne, mansuete,
introverse e represse all'essere espressive, spontanee, estroverse, loquaci e spiritose. Le emozioni
erano diventate una componente della vita ben accolta in seno a questa famiglia finalmente liberata.
«È molto più divertente adesso» racconta Franco. «Non dobbiamo più sentirci colpevoli se
proviamo delle emozioni. E le bambine sono molto più aperte e sincere con noi adesso».

L'ascolto attivo nei momenti sbagliati


Gli insuccessi che si riscuotono in seguito alle prime esperienze con l'ascolto attivo sono spesso
dovuti all'uso improprio che i genitori fanno di questo strumento. Difatti si può eccedere, come
d'altronde avviene in molte altre cose buone, anche nell'uso dell'ascolto attivo. Ci sono momenti in
cui i figli non vogliono parlare dei propri sentimenti nemmeno a chi vuol prestare orecchio in modo
empatico. Potrebbero aver bisogno di convivere con i propri sentimenti per un po'. Potrebbero
trovare troppo doloroso parlarne in certi momenti. Potrebbero non avere il tempo di intrattenersi
con i genitori in una lunga seduta catartica. I genitori dovrebbero rispettare il bisogno di privacy dei
figli e non insistere affinché parlino.
Per quanto efficace possa essere l'ascolto attivo nel disserrare le soglie della comunicazione,
sovente i figli non vogliono varcarle. Una madre ci raccontò come la figlia aveva escogitato un
modo per farle capire che non aveva voglia di parlare: «Dacci un taglio! Lo so che potrebbe servire
parlarne, ma ora non mi va proprio. Quindi, fammi il favore mamma, niente ascolto attivo adesso».
A volte i genitori impiegano l'ascolto attivo quando a loro stessi manca il tempo di soffermarsi ad
ascoltare tutti i sentimenti imbottigliati nel figlio. Questa tattica frettolosa non solo è ingiusta nei
confronti del figlio, ma danneggia anche il rapporto con lui. Il figlio finirebbe col pensare che ai
suoi genitori non interessa ascoltarlo fino in fondo. E per questo che diciamo: «Non iniziate
nemmeno a utilizzare l'ascolto attivo se non avete il tempo di fermarvi ad ascoltare tutte le
emozioni che questa tecnica spesso fa sprigionare». Alcuni genitori possono imbattersi nella resi-
stenza dei figli quando utilizzano l'ascolto attivo in momenti in cui i figli hanno bisogno di un aiuto
diverso. Quando un figlio chiede esplicitamente un'informazione, un aiuto o una risorsa che solo il
genitore gli può fornire, potrebbe non avere alcun bisogno di discutere a fondo o analizzare le
proprie emozioni.
Può accadere che i genitori si innamorino a tal punto dell'ascolto attivo da farne uso anche quando
il figlio non ha affatto bisogno di uscire dal guscio o di essere incoraggiato a entrare in contatto con
i propri sentimenti più profondi. Vediamo quanto inopportuno sia l'ascolto attivo in situazioni
ipotetiche come le seguenti:
1.
Figlio: Mamma, tu o papa potete darmi un passaggio fino al centro sabato?
Genitore: Vorresti un passaggio in centro sabato.

2.
Figlio: A che ora tornate a casa tu e papa?
Genitore: Vorresti proprio sapere a che ora rincaseremo.

3.
Figlio: Quanto dovrei pagare per l'assicurazione se mi comprassi la macchina?
Genitore: Sei preoccupato del costo dell'assicurazione.

Questi figli probabilmente non hanno bisogno di essere incoraggiati a parlare più profusamente,
ma chiedono uno specifico tipo di aiuto molto diverso da quello fornito dall'ascolto attivo. Non
vogliono comunicare sentimenti, ma ricevere reali informazioni. Rispondere a tali richieste con
l'ascolto attivo non solo sembrerebbe loro strano, ma provocherebbe anche frustrazione e irrita-
zione. Ci sono momenti in cui i figli desiderano e chiedono solamente una risposta diretta e
precisa.
I genitori scoprono inoltre che i loro figli cominciano ad agitarsi quando i genitori continuano a
utilizzare l'ascolto attivo anche per molto tempo dopo che il figlio ha finito di inviare messaggi.
I genitori devono imparare a capire quando è ora di smettere. In genere sono i figli stessi a
suggerire quale sia il momento adatto per concludere il discorso con un'espressione del volto,
alzandosi per andarsene, col silenzio, giocherellando nervosamente con qualcosa tra le dita,
guardando l'orologio oppure dicendo:

Beh, mi pare che abbiamo detto tutto.


Non ho tempo per continuare a parlare.
Vedo le cose un po' diversamente adesso.
Forse per adesso può bastare.
Ho molto da studiare stasera.
Beh, ti sto rubando un sacco di tempo.

I genitori più avveduti comprendono di doversi ritirare quando ricevono questi segnali o mes-
saggi anche se non ritengono affatto che un determinato problema sia stato risolto dal figlio.
Come i terapeuti professionisti già sanno, l'ascolto attivo serve solo affinchè i figli compiano il
primo passo verso il processo di soluzione dei problemi che consiste nello sprigionare le proprie
emozioni e nell'individuare il carattere del problema. Spesso i figli concludono da soli quel pro-
cesso trovando una soluzione per conto proprio.

Come ascoltare i bambini che non


sanno ancora parlare
Molti genitori chiedono: «L'ascolto attivo può certamente operare miracoli con bambini di tre,
quattro anni e più, ma cosa si può fare con i neonati e con i bambini ai primi passi che ancora non
parlano?
Oppure: «Capisco che dovremmo confidare molto di più nelle capacità intcriori dei nostri figli di
elaborare i propri problemi aiutati dall'ascolto attivo, ma per i bambini più piccoli che non hanno la
capacità di risolverli, non siamo noi a dover risolvere per loro la maggior parte dei loro problemi?»
E un'impressione errata che l'ascolto attivo sia utile solo per bambini in grado di parlare. L'ascolto
attivo con bambini più piccoli richiede indubbiamente una maggiore comprensione della comuni-
cazione non verbale per poter rispondere in modo efficace ai loro messaggi non verbali. Inoltre, i
genitori di bambini piccoli spesso pensano che solo perché i bambini dipendono sostanzialmente
dagli adulti per soddisfare molti dei loro bisogni, hanno anche una scarsa capacità di elaborare le
proprie soluzioni ai problemi che incontrano in questa fase della vita. Anche questo è errato.

Chi sono i neonati?

Per prima cosa va detto che i neonati hanno bisogni come i bambini più grandi e gli adulti. E
anche loro incontrano un bel po' di problemi per riuscire ad appagarli. Possono provare freddo,
fame, sete, il fastidio del pannolino bagnato, stanchezza, frustrazione e malessere fisico. Aiutare i
neonati con questi problemi pone ai genitori particolari difficoltà. In secondo luogo, i neonati e
comunque i bambini molto piccoli dipendono drasticamente dai genitori per quanto concerne
l'appagamento dei propri bisogni o la soluzione dei propri problemi. Le loro risorse intcriori e le
loro capacità sono limitate. Non si è mai avuta notizia di un neonato che si sia diretto in cucina e
abbia aperto il frigorifero per versarsi un bicchiere di latte.
In terzo luogo, i neonati e i bambini molto piccoli non hanno una capacità molto sviluppata di
comunicare i propri bisogni con simboli verbali. Non hanno ancora acquisito il linguaggio che
serve a condividere con gli altri i propri problemi e bisogni. Per la maggior parte del tempo i geni-
tori sono alquanto perplessi su ciò che avviene nel mondo interiore dei bambini in età pre-verbale
perché questi non possono andare in giro spiegando chiaramente che hanno bisogno di affetto o di
liberarsi dell'aria che hanno nello stomaco. Infine, i neonati e i bambini molto piccoli spesso
nemmeno sanno cosa li stia disturbando perché la maggior parte dei loro bisogni-sono fisiologici e
i loro problemi sovente si presentano in seguito al mancato acquietamento di un qualche bisogno
fisico (fame, sete, dolore e così via). Inoltre, a causa dello sviluppo ancora incompleto delle loro
capacità linguistiche e cognitive, sono nella condizione di non poter sempre individuare il carattere
dei problemi che devono di volta in volta affrontare. Aiutare questi bambini molto piccoli a
soddisfare i propri bisogni e a risolvere i propri problemi è un'impresa per certi versi diversa
dall'aiutare bambini più grandi, ma non così diversa come molti genitori credono.

Sintonizzarsi con i bisogni e i problemi dei neonati


Per quanto i genitori possano desiderare che i neonati riescano a soddisfare i propri bisogni e
risolvere i propri problemi ingegnosamente e autonomamente, in realtà è spesso compito del
genitore assicurarsi che, ad esempio, il piccolo Nicola mangi abbastanza, sia asciutto, stia al
caldo, riceva affetto e così via. Il problema è: come fa un genitore a capire cosa disturba un
neonato agitato e lamentoso? La maggior parte dei genitori si attiene ai manuali, ovvero si
fida di ciò che ha letto sui libri che si occupano dei bisogni dei neonati. Indub biamente il Dr.
Benjamin Spock è stato di grande aiuto fornendo informazioni sui neonati, sui loro bisogni e
su come comportarsi per appagare tali bisogni. Tuttavia, per poter aiutare efficacemente un
qualsiasi bambino con i suoi bisogni e problemi specifici, il genitore deve innanzitutto
acquisire una comprensione specifica di quel bambino. Si può perseguire questo obiettivo
soprattutto ascoltando accuratamente i messaggi del figlio nonostante siano di tipo non
verbale. Il genitore di un bambino molto piccolo deve imparare ad ascoltare accuratamente
allo stesso modo dei genitori di bambini più grandi. Si tratta di un diverso tipo di ascolto
soprattutto perché i neonati comunicano in modo non verbale. Supponiamo che un neonato
cominci a piangere alle 5,30 del mattino. Ovviamente, egli ha un problema: qualcosa non va, forse
ha bisogno di qualcosa, ma non può inviare al genitore un messaggio verbale: «Mi sento molto
inquieto e scombussolato». Pertanto il genitore non può impiegare l'ascolto attivo nel modo
descritto precedentemente («Qualcosa ti disturba») perché il bambino ovviamente non capirebbe. Il
genitore riceve comunque un messaggio non verbale (il pianto) che deve decifrare per poter
scoprire cosa stia accadendo al proprio figlio. Poiché il genitore non può replicare verbalmente
per controllare l'accuratezza della propria decifrazione, deve replicare in modo non verbale o col
comportamento.
Potrebbe cominciare coprendo il bambino con una coperta (attribuendo quindi al pianto il signi-
ficato: «Sta sentendo freddo»). Ma il bambino continua a piangere («Non hai ancora capito il mio
messaggio»), allora il genitore prende il bambino in braccio e lo culla (attribuendo questa volta al
pianto il significato: «Un incubo lo ha spaventato»). Il bambino però continua a piangere («Non è
ciò che sto provando). Alla fine il genitore accosta un biberon alla bocca del neonato (pensando:
«Ha fame») e dopo alcune poppate il bambino smette di piangere («Ecco cosa intendevo, avevo
fame, finalmente mi hai capito»).
Riuscire a essere genitore premuroso di un bambino molto piccolo, così come di un bambino più
grande, dipende in larga misura àa$ accuratezza della comunicazione tra genitore e figlio. È al
genitore che va affidata la responsabilità maggiore di sviluppare una comunicazione accurata in
questo rapporto. Il genitore deve imparare a decifrare adeguatamente il comportamento non verbale
del neonato prima di determinare cosa lo disturba. Egli deve anche inviare segnali di ritorno allo
scopo di controllare la precisione della propria decodificazione. L'invio di segnali di ritorno può
anche essere chiamato ascolto attivo; si tratta dello stesso meccanismo descritto nel processo di
comunicazione con bambini che già sanno parlare. Con un bambino che invia un messaggio non
verbale (il pianto), il genitore deve però utilizzare un segnale di ritorno non verbale (il biberon).
La necessità di una comunicazione reciproca di questo tipo spiega in parte perché sia di fonda-
mentale importanza che i genitori trascorrano molto tempo a contatto con i bambini nei primi due
anni di vita. In questo modo essi arrivano a conoscere il proprio figlio meglio di chiunque altro,
sviluppano la capacità di decodificare il suo comportamento non verbale e apprendono con
l'esperienza come soddisfare i suoi bisogni e come fornire una soluzione ai suoi problemi. A
ognuno sarà capitato di non riuscire a decodificare il comportamento di figli di amici chiedendo ad
esempio: «Perché batte continuamente sulle assi del box? Forse vuole qualcosa» e sentirsi
rispondere dalla madre: «Fa sempre così quando ha sonno. Il nostro primo figlio , invece, stringeva
la coperta tra le dita».

Utilizzare l'ascolto attivo per aiutare i neonati

Troppi genitori di neonati invece di prendersi la briga di impiegare l'ascolto attivo per sincerarsi
dell'accuratezza della loro decifrazione, si precipitano ad agire per aiutare il bambino senza prima
cercare di capire cosa lo stia realmente disturbando.
Franco si alza in piedi nella culla, comincia a piagnucolare e dopo un pò a piangere
chiassosamente. La madre lo fa stendere e gli porge un sonaglio. Franco smette di piangere per un
momento poi getta il sonaglio fuori dalla culla e riprende a piangere ancora più nervosamente. La
madre riprende il sonaglio e con fermezza lo rinfila nella mano di Franco dicendogli con tono
brusco: «Se lo butti via un'altra volta, non lo riavrai indietro». Franco continua a piangere e lancia
nuovamente il sonaglio lontano dalla culla. La madre gli schiaffeggia la mano. A questo punto
Franco urla più che mai.

La madre credeva di sapere cosa volesse il figlio, ma in effetti non ha sentito che il bambino le
diceva che la sua decifrazione era errata. Come capita a molti genitori, questa madre non ha per-
severato nell'ascolto attivo sufficientemente a lungo da completare il processo di comunicazione né
si è sincerata di aver capito quale fosse il bisogno del figlio. Il bambino, dunque, è rimasto frustrato
e la madre si è inquietata. In questo modo si stabiliscono le premesse di una relazione destinata a
deteriorarsi e dell'instabilità emotiva del bambino.
Ovviamente, più il bambino è piccolo, meno il genitore può contare sulle sue risorse e capacità. E
necessario, quindi, un più frequente intervento (o input) genitoriale nel processo di risoluzione dei
problemi di bambini più piccoli. Tutti sanno che i genitori devono preparare i pasti, cambiare i
pannolini, vestire il bambino, liberarlo se si aggroviglia tra le coperte, spostarlo, sollevarlo,
cullarlo, coccolarlo e fare migliaia di altre cose per far sì che i suoi bisogni non siano frustrati. Ciò
comporta l'esigenza di trascorrere con lui del tempo, e molto anche. Nei primi anni di vita è
necessaria la presenza quasi costante del genitore. II neonato ha bisogno dei propri genitori e ne
ha bisogno in modo disperato. E per questo motivo che i pediatri insistono affinchè i genitori siano
presenti durante i primi anni formativi del bambino in cui egli si sente indifeso e dipendente.
Tuttavia essere presenti non basta. Il fattore critico è l'efficacia dei genitori nell'ascoltare accura-
tamente la comunicazione non verbale del bambino per poter comprendere cosa egli prova e per
potergli fornire ciò di cui ha bisogno quando è il momento.
Molti specialisti dell'educazione non hanno afferrato l'importanza di questo elemento producendo
una gran quantità di ricerche inadeguate e interpretando in modo errato i risultati delle ricerche
compiute sulla psicologia evolutiva dei bambini. Molte ricerche sono state intraprese per
dimostrare la superiorità qualitativa di un metodo educativo rispetto a un altro, come ad esempio
quelle condotte sull'allattamento col biberon contro quello al seno, sulla somministrazione dei pasti
quando viene richiesta piuttosto che a orari stabiliti, sul controllo precoce piuttosto che tardivo
degli sfinteri, sullo svezzamento precoce contro quello tardivo, sulla severità piuttosto che
l'indulgenza. Nella maggior parte dei casi questi studi non hanno tenuto conto né dell'enorme
diversità di bisogni che è inevitabile riscontrare in bambini diversi né delle estreme differenze esi-
stenti tra madri diverse per quanto riguarda la loro efficienza nel comprendere le comunicazioni dei
figli.
Può darsi, infatti, che in un determinato bambino lo svezzamento precoce o tardivo non comportino
affatto una scelta rilevante ai fini di un sano sviluppo della sua personalità o del suo futuro
equilibrio psichico. Più importante è sapere se la madre ascolta tanto attentamente i messaggi che
quel bambino in particolare le invia quotidianamente sui propri bisogni alimentari da adottare con
flessibilità le soluzioni che il bambino stesso le indica di volta in volta.
L'ascolto attivo può dunque indurre una madre a decidere di svezzare tardivamente un figlio, pre-
cocemente un altro e in modo diverso dai primi due un terzo figlio. Credo fermamente che lo stesso
principio vada applicato nella maggior parte delle attività educative che hanno finora suscitato
numerose controversie: l'alimentazione, la quantità di coccole, il grado di separazione dalla madre,
il sonno, l'educazione al controllo degli sfinteri, l'uso del ciucciotto. Se questo principio è valido, ai
genitori va detto: Sarete i genitori più efficaci se assicurerete al vostro neonato un clima familiare
in cui mostrerete di saper gratificare i suoi bisogni in modo appropriato adoperando l'ascolto attivo
per comprendere i messaggi che annunciano in modo inequivocabile quali siano i suoi specifici
bisogni.

Dare al figlio la possibilità di-soddisfare da sé i propri bisogni


Certamente il fine ultimo dei genitori dovrebbe essere quello di aiutare il bambino molto piccolo a
sviluppare gradualmente le proprie risorse necessarie per superare la dipendenza dai genitori e per
migliorare la capacità di soddisfare i propri bisogni e di risolvere i propri problemi autonomamente.
Il genitore più efficiente nell'aiutare il figlio a raggiungere questi obiettivi sarà quello che seguirà
costantemente il principio di lasciargli sempre un'opportunità di risolvere da solo il problema prima
di intervenire con la soluzione genitoriale.
Nel seguente dialogo il genitore segue questo principio alquanto efficacemente:
Bambino: (Gridando) II mio camion, non trovo il mio camion.
Genitore: Cerchi il tuo camion, ma non riesci a trovarlo. (Ascolto attivo)
Bambino: (lo cerca sotto il sofà, ma non lo trova)
Genitore: Non è sotto il sofà, (feedback al messaggio non-verbale)
Bambino: (Corre nella sua stanza e non lo trova neppure là)
Genitore: Non è neppure in camera. (Altro feed-back al messaggio non-verbale del bambino)
Bambino: (Riflette, va verso la porta)
Genitore: Forse il camion è fuori in giardino. (feedback al messaggio non-verbale)
Bambino: (Corre fuori e trova il suo camion nella cassetta della sabbia, ed è tutto soddisfatto)
Genitore: Sei proprio orgoglioso di essere riuscito a trovarlo! (Ascolto attivo)
Questo genitore ha lasciato sempre al figlio la responsabilità di risolvere il problema evitando di
intervenire direttamente o di intromettersi dando consigli. Così facendo, il genitore ha aiutato il
bambino a sviluppare e usare le proprie risorse. Molti genitori sono troppo pronti ad addossarsi i
problemi dei figli. Sono inoltre così impazienti di aiutarli, o talmente a disagio (non «accettanti»)
nell'avvertire che i loro bisogni non sono appagati, da ritenere di doversi assumere l'onere della
soluzione del problema e di dover fornire loro una rapida soluzione. Se si adotta frequentemente
questo comportamento, si è destinati a ritardare il processo di apprendimento che insegna al
bambino come utilizzare le proprie risorse e che accresce la sua indipendenza, ingegnosità e
intraprendenza.

Come parlare in modo che i figli vi


ascoltino
Capita spesso che qualche genitore divenga impaziente durante l'apprendimento dell'ascolto attivo e
chieda: «Quando impareremo come indurre i nostri figli ad ascoltarci? È questo il problema che
viviamo nelle nostre case». Senza dubbio ci sono momenti in cui i figli inevitabilmente
infastidiscono, disturbano e frustrano i genitori; a volte possono comportarsi in modo scortese e
irriguardoso se sono concentrati nel soddisfare i propri bisogni; possono diventare turbolenti e
distruttivi, chiassosi e invadenti come cuccioli. Tutti i genitori sanno che i figli possono appesantire
enormemente il loro lavoro, far fare tardi quando si ha fretta, tormentare quando si è esausti, parlare
quando si ha bisogno di silenzio, imbrattare di marmellata il vestito appena indossato per uscire e
così via all'infinito. È necessario che ogni madre e padre trovi il modo di gestire il comportamento
del figlio quando questo interferisce negativamente con i loro bisogni. Dopotutto, anche i genitori
hanno le loro esigenze. Hanno la propria vita da vivere e il diritto di ricavare gioia e soddisfazione
dalla propria esistenza. Tuttavia, molti di coloro che arrivano ai corsi P.E.T. sono genitori che hanno
consentito ai figli di piazzarsi in una posizione privilegiata all'interno della famiglia. Questi figli
esigono che i propri bisogni siano appagati, ma non rispettano quelli dei loro genitori. Molti
scoprono con grande rammarico che i loro figli sembrano crescere nell'incuranza dei loro bisogni.
Quando si consente che ciò accada, i figli finiscono col comportarsi come se la vita consistesse
esclusivamente nella continua gratificazione dei propri bisogni. Questi genitori solitamente
finiscono con l'inasprirsi e col serbare un forte risentimento contro i loro figli ingrati ed egoisti.
Quando la signora L. si iscrisse al corso P.E.T. si mostrò stupita e ferita per come la figlia, Gina,
stesse diventando sempre più egoista e irriguardosa. Viziata sin dall'infanzia da ambedue i genitori,
Gina contribuiva molto poco alle faccende domestiche pretendendo nondimeno che i genitori
adempissero a tutte le sue richieste. Se non veniva accontentata, diventava insolente e intrattabile
oppure se ne andava da casa per ore. La signora L., educata dalla propria madre a pensare che nelle
famiglie raffinate non si da libero sfogo ai conflitti o alle forti emozioni, aveva ceduto alla maggior
parte delle richieste della figlia pur di evitare scenate o «per mantenere la pace e la tranquillità in
famiglia». Ormai adolescente, Gina era diventata sempre più arrogante ed egocentrica, aiutava
raramente in casa e quasi mai scendeva a compromessi per andare incontro ai bisogni dei genitori.
Spesso ricordava ai genitori chela responsabilità di averla messa al mondo era loro e che pertanto
avevano il dovere di prendersi cura dei suoi bisogni. La signora L., donna coscienziosa che si
prodigava disperatamente per essere una buona madre, aveva cominciato a coltivare un profondo
risentimento nei confronti della figlia. Dopo tutto quello che aveva fatto per lei, sopportare l'e-
goismo e la mancanza di considerazione di Gina per i genitori la faceva soffrire e irritare. «Noi non
facciamo che dare e lei non fa che prendere» fu il modo in cui questa madre sintetizzò la situazione
familiare. La signora L. intuiva che stava commettendo qualcosa di sbagliato, ma non immaginava
nemmeno lontanamente che il comportamento di Gina fosse il risultato diretto del proprio timore di
difendere i propri diritti. Il corso P.E.T. la aiutò innanzitutto a riconoscere la legittimità dei propri
bisogni e poi le fornì gli strumenti specifici per affrontare Gina quando il suo comportamento
diventava inaccettabile. Che cosa possono fare i genitori quando non riescono ad accettare
sinceramente il comportamento di un figlio? Come possono persuaderlo a tenere conto dei
loro bisogni? Vorremmo ora mettere a fuoco il modo in cui si può parlare ai propri figli per
indurii ad ascoltare i sentimenti e ad avere riguardo dei bisogni dei genitori. Le capacità
comunicative richieste quando è il figlio a causare un problema al genitore sono totalmente
diverse da quelle impiegate quando il figlio causa a se stesso un problema. Nel secondo caso il
problema appartiene al figlio; quando, invece, è il figlio a provocare un problema nel genitore,
il problema appartiene al genitore. Nel presente capitolo mostreremo ai genitori quali abilità è
necessario acquisire per risolvere in modo efficace i problemi indotti dai loro figli.

Quando il problema appartiene al genitore


Molti genitori inizialmente trovano difficoltà a capire il concetto di appartenenza di un problema.
Forse sono troppo abituati a pensare di avere figli problematici attribuendo, così, l'appartenenza del
problema al figlio piuttosto che a se stessi. È però di fondamentale importanza che ne comprendano
la differenza. Il segnale premonitore più evidente per i genitori proviene dall'awertire la sensazione
di provare essi stessi sentimenti di disapprovazione, irritazione, frustrazione, risentimento.
Potrebbero cominciare a sentirsi tesi, infastiditi, indignati o ritrovarsi a sorvegliare il
comportamento del figlio. Immaginate ad esempio che un figlio:

• si stia avvicinando troppo a un vaso di porcellana;


• abbia poggiato i piedi sul piolo di una sedia nuova;
• vi interrompa mentre parlate con un un amico;
• cominci a trascinarvi per la manica interrompendo il discorso con un vicino;
• abbia lasciato i giochi sul pavimento del soggiorno;
• stia per rovesciare il latte sul tappeto;
• vi chieda di leggergli una storia, poi un'altra e poi un'altra ancora;
• non voglia dare da mangiare al suo animale domestico;
• non compia la sua parte di lavoro in casa;
• usi i vostri attrezzi e li lasci poi in giro;
• stia guidando la vostra macchina troppo velocemente.

Tutti questi comportamenti possono potenzialmente o di fatto contrapporsi ai legittimi bisogni dei
genitori. Il comportamento del figlio ha, in modo diretto o comunque tangibile, un effetto deleterio
sul genitore: ad esempio, la madre non vuole che il vaso si rompa, che la sedia si graffi, che il
tappeto si insozzi o che la sua conversazione venga interrotta e via dicendo. Dovendo confrontarsi
con comportamenti simili è bene che il genitore trovi il modo di aiutare se stesso, non il figlio. Lo
schema seguente aiuta a mostrare la differenza tra il ruolo del genitore quando il problema è suo e
quando è del figlio.

Come parlare per farsi ascoltare dai bambini

Quando il figlio ha un problema Quando il genitore ha un problema

II figlio inizia la comunicazione II genitore inizia la comunicazione


II genitore ascolta II genitore è un trasmettitore

II genitore consiglia II genitore è influente


II genitore vuole aiutare il figlio II genitore vuole aiutare se stesso

II genitore è una cassa II genitore vuole dire come la pensa


di risonanza
II genitore facilita il II genitore deve
figlio nel trovare una trovare la propria
propria soluzione soluzione
II genitore accetta Il genitore deve essere soddisfatto della propria
la soluzione soluzione
del figlio
II genitore è prima di II genitore è prima di
tutto interessato ai tutto interessato ai
bisogni del figlio propri bisogni
II genitore è più II genitore è più aggressivo
passivo

Quando il problema è del genitore, questi può scegliere tra più alternative:
1. Può provare a modificare il figlio.
2. Può provare a modificare l'ambiente circostante.
3. Può provare a modificare se stesso.

Quando Giorgio, figlio del signor A., prende gli attrezzi del padre, li lascia quasi sempre sparsi per
il giardino. Ciò è inaccettabile per il signor A., quindi il problema è suo.
Egli può affrontare Giorgio, parlargli sperando che ciò basti a modificare il suo comportamento.
Può modificare la situazione comprandogli una scatola di attrezzi-gioco per bambini augurandosi
che ciò modifichi anche il comportamento di Giorgio.
Può provare a modificare il proprio atteggiamento nei confronti del comportamento di Giorgio
dicendo a se stesso: «I ragazzi son fatti così» o «Col tempo imparerà a custodire gli attrezzi con la
dovuta attenzione». In questo capitolo tratteremo esclusivamente la prima alternativa focalizzando
l'attenzione su come i genitori possono parlare o affrontare i propri figli per modificare
comportamenti che ritengono inaccettabili. In seguito tratteremo le altre due alternative.

Modi inefficaci di affrontare i figli


Non è un'esagerazione affermare che il novanta-nove percento di coloro che partecipano ai nostri
corsi P.E.T. impiegano metodi inefficaci per comunicare ai figli che il loro comportamento
interferisce negativamente nella vita dei genitori. Il seguente è un esperimento ripetuto in gruppi di
25 genitori dove l'istruttore legge a voce alta una tipica situazione familiare in cui un figlio
indispone il genitore:
Siete esausti dopo una lunga giornata di lavoro. Avete bisogno di sedervi e riposarvi per un po'. Vor reste
approfittarne per leggere il giornale, ma vostro figlio, di 5 anni, continua a molestarvi per indurvi a giocare
con lui. Vi tira il braccio, vi salta sulle gambe accartocciando il giornale. Giocare con lui è l'ultima cosa che
vorreste fare.

Successivamente l'istruttore invita eiascun genitore a scrivere con esattezza su un foglio di carta
cosa avrebbe detto al proprio figlio in quella situazione. (Il lettore stesso può, se vuole, partecipare
a questo esperimento scrivendo cosa avrebbe risposto.) In seguito l'istruttore legge una seconda e
una terza situazione ripetendo la stessa procedura.
Vostro figlio di quattro anni ha tirato le pentole fuori dalla credenza e ha cominciato a giocarci sul
pavimento della cucina. Ciò vi complica la preparazione della cena per alcuni ospiti. Siete già in ritardo.
Vostro figlio di dodici anni torna a casa da scuola, si prepara la merenda e lascia in gran disordine la
cucina.

A parte alcune rare eccezioni, scopriamo, da questi esperimenti, che i genitori gestiscono queste
situazioni ricorrenti in modo inefficace. Essi usano espressioni che hanno un'alta probabilità di:
1. Provocare nel figlio resistenza ai loro sforzi di influenzarlo inducendolo a rifiutarsi di mutare il
comportamento ritenuto inaccettabile dai genitori.
2. Indurre il figlio a pensare che il genitore non lo considera una persona molto intelligente.
3. Far sì che il figlio pensi che il genitore non tiene in alcuna considerazione i suoi bisogni.
4. Far insorgere sensi di colpa nel figlio.
5. Ledere l'autostima del figlio.
6. Spingere il figlio a assumere un atteggiamento fortemente difensivo.
7. Incitare il figlio a attaccare o a rivoltarsi in qualche modo contro il genitore.

I genitori si allarmano notevolmente quando scoprono a quali conseguenze vanno incontro perché è
raro che intendano provocare coscientemente queste reazioni. La maggior parte di loro non ha mai
pensato all'effetto che le parole possono scatenare nei figli.
Durante i corsi ci addentriamo nell'analisi di ciascuno di questi metodi inefficienti di gestire il
confronto verbale con i figli indicando più dettagliatamente le ragioni della loro inefficacia.

Inviare un «messaggio risolutivo»


Vi è mai capitato di essere sul punto di fare un gesto premuroso per una persona (o di modifi care il
vostro comportamento per corrispondere alle sue aspettative) quando improvvisamente quella
persona vi ordina, esorta o consiglia di fare esattamente ciò che voi avevate già deciso per conto
vostro?
Probabilmente avrete reagito pensando: «Non c'era bisogno che me lo dicessi» oppure «Danna-
zione, se solo avessi atteso un attimo, l'avrei fatto senza che tu me lo chiedessi». O forse vi sarete
irritati pensando che tale persona non avesse riposto in voi sufficiente fiducia o vi avesse sottratto
l'opportunità di fare di vostra iniziativa un gesto premuroso per lei.
Questo è ciò che intendiamo per inviare un messaggio risolutivo ed è anche precisamente ciò che i
genitori spesso fanno quando non aspettano che i figli inizino da sé ad assumere un comportamento
più riguardoso comunicando loro, invece, ciò che devono, dovrebbero o sarebbe opportuno faces-
sero. Ognuno dei seguenti messaggi invia una soluzione:
1. Dare ordini, dirigere, comandare
-Trovati qualcosa con cui giocare.
- Smettila di spiegazzare il giornale.
- Metti a posto quelle pentole e quelle padelle.
- Rimetti a posto questo disordine.

2. Avvertire, ammonire, minacciare


- Se non la smetti mi metto a strillare.
- Se non ti levi di torno, mi arrabbio.
- Se non esci di lì e non rimetti subito a posto la cucina, te ne pentirai.

3. Esortare, fare la predica, moraleggiare


- Non interrompere mai una persona quando sta leggendo.
- Per favore, vai a giocare da un'altra parte.
- Non dovresti scherzare quando Mamma va di fretta.
- Rimetti sempre tutto a posto dopo aver giocato.

4. Consigliare, offrire suggerimenti o soluzioni


- Perché non vai fuori a giocare.
- Lasciati suggerire qualcos'altro da fare.
- Non potresti mettere a posto ogni cosa dopo averla usata?
Questi tipi di risposte verbali comunicano al figlio la vostra soluzione, ciò che voi pensate egli
debba fare. Siete voi il capo; tutto è sotto il vostro controllo; assumete voi il comando; siete voi che
fate schioccare la frusta. Lo state escludendo da tutto questo. Il primo tipo di messaggio gli ordina
la vostra soluzione; il secondo lo minaccia; il terzo lo esorta; il quarto gli da un suggerimento.
A volte ci viene chiesto: «Che c'è di così sbagliato nel comunicargli la nostra soluzione? Dopo
tutto non è forse lui a crearmi un problema?». Questo è certamente vero, ma fornirgli la vostra
soluzione al vostro problema può avere questi effetti:
1) II figlio oppone resistenza quando gli si dice cosa deve fare. Inoltre potrebbe non condividere la
vostra soluzione. In ogni caso i figli oppongono resistenza a modificare il proprio comportamento
quando ci si limita a dire loro come devono, dovrebbero o è meglio che cambino.
2) Inviando una soluzione al figlio gli si comunica anche un altro messaggio: «Non mi fido del tipo
di soluzione che sceglieresti» o «Non credo che tu sia abbastanza sensibile da trovare un modo per
aiutarmi».
3) Inviandogli una soluzione gli si comunica anche che i vostri bisogni sono più importanti dei
suoi e che egli debba obbedirvi prescindendo dai suoi bisogni («Stai facendo qualcosa che per me
è inaccettabile, quindi l'unica soluzione è quella che io detto»).
Se un amico vi facesse visita e poggiasse i piedi sui pioli di una delle vostre sedie nuove della sala
da pranzo, certamente non gli direste:
-Togli immmediatamente i piedi di lì.
- Non dovresti mai poggiare i piedi sulle sedie nuove degli altri.
- Per il tuo bene è meglio che tu tolga subito i piedi dalla sedia.
-Ti consiglio di non poggiare mai i piedi sulla mia sedia.

Sarebbe assurdo usare queste frasi con un amico perché la maggior parte degli adulti tratta gli amici
con maggiore rispetto e vuole che essi possano salvare la faccia. Ognuno di noi, inoltre, presuppone
che i nostri amici abbiano abbastanza cervello per trovare da soli la propria soluzione al nostro
problema una volta che ne sono venuti a conoscenza. Chiunque si limiterebbe a rivelare al propoo
amico cosa prova lasciandogli la responsabilità di comportarsi appropriatamente presupponendo
che questi sia sufficientemente premuroso da rispettare i suoi sentimenti. Il proprie-
tario della sedia invierebbe con molta probabilità messaggi del tipo:
- Temo che la sedia nuova si possa graffiare se ci poggi i piedi.
- Sto sulle spine perché sento i tuoi piedi grattare sulla mia sedia nuova.
- Mi imbarazza molto dirlo, ma abbiamo appena comprato queste sedie e vorrei proprio che non si
graffiassero.

Queste frasi non inviano una soluzione. Molte persone inviano questo tipo di messaggi agli amici,
ma di rado fanno altrettanto con i propri figli; vien loro naturale astenersi dal dare ordini,
dall'esortare, dal minacciare o dal suggerire agli amici come modificare il loro comportamento, ma
una volta tornati a esser genitori fanno questo errore quotidianamente con i propri figli. Non ci si
può pertanto meravigliare delle risposte difensive e ostili dei figli. Né del fatto che essi si sentano
schiacciati, disapprovati, controllati e derubati della propria dignità o che crescano in modo
remissivo aspettandosi che tutti siano pronti a risolvere i loro problemi. I genitori si lamentano
spesso del fatto che i loro figli non si comportano responsabilmente in famiglia e non mostrano
considerazione per i loro bisogni. Come potranno mai apprendere il senso di responsabilità se essi
sottraggono loro ogni occasione per fare di propria iniziativa qualcosa di responsabile in
considerazione dei bisogni dei genitori?

Inviare un «messaggio di disapprovazione»


Tutti noi sappiamo quale mortificazione si provi quando veniamo accusati, giudicati, ridicolizzati,
criticati o umiliati. I genitori, tuttavia, fanno pesantemente affidamento su questi messaggi
ricorrendovi abitualmente. I messaggi di disapprovazione rientrano con buona probabilità in una di
queste categorie:

1. Giudicare, criticare, rimproverare


– Dovresti avere più buon senso.

PAGINA 68 E 69 MANCANTI

– provati, ma si riferisce assai di più al figlio che al genitore. Un messaggio in seconda persona è diretto al figlio,
e non è centrato sul genitore. Considerate questi messaggi dal punto di vista del figlio:

Genitore Ragazzo
«Tu sei una peste” “Io sono cattivo”

Genitore Ragazzo
«lo sono stanco» “Papà è stanco”

II primo messaggio è decifrato dal figlio come una valutazione, il secondo come semplice dichia-
razione di un fatto che riguarda il genitore. I messaggi in seconda persona possono trasformarsi in
codici assai infelici se il vero obiettivo del genitore è soltanto quello di comunicare ciò che prova
perché il figlio non può non attribuire ad essi i due seguenti significati: che lui dovrebbe agire nel
modo suggerito (quando si inviano soluzioni) o che lui è cattivo (quando si inviano rimproveri o
giudizi).

Perché i «messaggi in prima persona» sono più efficaci


I messaggi in prima persona oltre a essere più efficaci per influenzare un figlio a modificare un
comportamento inaccettabile per il genitore, sono anche più salutari per il figlio e per la relazione
genitore-figlio.
La probabilità che un messaggio in prima persona possa provocare resistenza e ribellione è assai
minore. Comunicare a un figlio con onestà l'effetto del suo comportamento su di voi è molto meno
minatorio dell'indurlo a pensare che ci sia qualcosa di cattivo nel suo comportamento. Molto
significativa è la differenza tra le reazioni indotte in un figlio dai due messaggi che seguono
inviati da un genitore dopo aver ricevuto dal figlio dei calci negli stinchi:
-Ahi! Mi ha fatto proprio male; non mi piace che mi si diano i calci.
- Sei proprio cattivo. Non ti permettere mai più di dare calci a qualcuno!

Con il primo messaggio ci si limita a dire cosa si prova dopo aver ricevuto un calcio: un dato di
fatto con il quale il figlio difficilmente può trovarsi in disaccordo. Con il secondo messaggio si dice
al figlio che è stato cattivo e lo si ammonisce a non ripetere il gesto: affermazioni cui può opporsi e
probabilmente respingere energicamente.
I messaggi in prima persona sono anche infinitamente più efficaci in quanto investono il figlio della
responsabilità di modificare il proprio comportamento. Dicendo: «Ahi! Mi ha fatto proprio male -
non mi piace che mi si diano i calci» informiamo il figlio di come ci sentiamo lasciando però a lui
la responsabilità di fare qualcosa. Conseguentemente, i messaggi in prima persona aiutano il figlio
a crescere e ad assumersi la responsabilità del proprio comportamento. Un messaggio di questo
genere ribadisce che lasciate a lui la responsabilità e che vi fidate della sua capacità di occuparsi
costruttivamente della situazione nel rispetto dei vostri bisogni dandogli, così, la possibilità di
cominciare a comportarsi in modo costruttivo.
Dato che i messaggi in prima persona sono sinceri, essi inducono il figlio a inviare messaggi
altrettanto sinceri quando è lui a provare un'emozione. I messaggi in prima persona incoraggiano
gli altri a inviare messaggi equivalenti. Infatti nelle situazioni in stato di avanzato deterioramento i
conflitti sovente degenerano nel lancio reciproco di epiteti ingiuriosi e accuse:
Genitore: Stai diventando terribilmente irresponsabile circa il tuo compito di lavare i piatti dopo colazione.
(Messaggio in seconda persona)
Figlio: Nemmeno tu li lavi sempre quando è il tuo turno. (Messaggio in seconda persona)
Genitore: Che c'entra; tua madre ha mille altre cose da fare per casa come rimettere in ordine tutto
quello che un mucchio di figli disordinati lascia in giro. (Messaggio in seconda persona)
Figlio: lo non ho fatto disordine. (Messaggio difensivo)
Genitore: Sei come tutti gli altri e lo sai bene. (Messaggio in seconda persona)
Figlio: Tu ti aspetti che tutti siano perfetti. (Messaggio in seconda persona)
Genitore: Beh, certamente tu ne hai di strada da fare per arrivare alla perfezione quando si tratta di
rimettere in ordine. (Messaggio in seconda persona)
Figlio: Devi sempre fare un sacco di maledette storie sulle faccende di casa. (Messaggio in seconda
persona)

II frammento che abbiamo riprodotto è tipico di molte conversazioni tra genitori e figli quando il
genitore inizia a parlare utilizzando messaggi in seconda persona. Questi dialoghi terminano inva-
riabilmente in guerriglie dove ambedue gli interlocutori si difendono e attaccano alternativamente.
È meno probabile che i messaggi in prima persona producano lo stesso effetto. Questo non significa
che se i genitori inviano messaggi in prima persona tutto a un tratto il clima casalingo diventi
scorrevole e piacevole. È comprensibile che i figli non vogliano sentirsi dire che il loro
comportamento ha causato problemi ai genitori (così come gli adulti non si sentono particolar-
mente a proprio agio quando qualcuno fa notare che il loro comportamento ha causato sofferenza).
Tuttavia, limitarsi a rivelare come ci si sente denota un atteggiamento di gran lunga meno
aggressivo di colui che incolpa qualcuno di essere stato la causa di un cattivo stato d'animo. Per
certi versi riuscire a inviare messaggi in prima persona richiede un coraggio non indifferente, ma
normalmente le ricompense sono tali da giustificare il rischio a cui ci si espone. Ci vogliono
coraggio e sicurezza interiore perché una persona possa esprimere i propri sentimenti più profondi
in una relazione.
Chi invia un sincero messaggio in prima persona rischia di farsi conoscere dall'altro per quello che
veramente è; si apre diventando genuinamente trasparente e rivela la propria umanità; mostra
all'altro che può sentirsi ferito, imbarazzato, spaventato, deluso, arrabbiato o scoraggiato e così via.
Rivelare ciò che si prova significa aprirsi per farsi vedere dall'altro. Cosa penserà di me? Sarò rifiu-
tato? Diminuirà la sua stima nei miei confronti? I genitori, in modo particolare, trovano molto diffi -
cile essere genuinamente trasparenti con i figli perché vogliono apparire infallibili, senza debolezze,
vulnerabilità, inadeguatezza. Per molti genitori è molto più facile nascondere i propri sentimenti
dietro messaggi in seconda persona, che attribuiscono la colpa al figlio, piuttosto che smascherare la
propria umanità. Probabilmente la più grande ricompensa per un genitore che accetta di essere
trasparente è il tipo di relazione che si viene a instaurare con il figlio. La sincerità e l'onestà
favoriscono l'intimità e una relazione genuinamente interpersonale. Mio figlio comincia a vedermi
come sono e ciò lo incoraggia a rivelarsi a me così come egli è. Invece di alienarci a vicenda,
sviluppiamo una relazione fondata sull'intimità. La nostra diviene una relazione autentica: due
persone vere che desiderano conoscere l'una la vera natura dell'altra.
Quando i genitori e i figli imparano a essere aperti e sinceri, non sono più. degli sconosciuti che
convivono sotto lo stesso tetto. Gli uni possono gioire di essere genitori di una persona sincera, gli
altri bearsi dell'avere genitori sinceri.

Rendere efficaci i messaggi in prima


persona
I genitori che partecipano ai corsi P.E.T. accolgono con entusiasmo l'opportunità di apprendere i
metodi utili a modificare i comportamenti dei figli che ritengono inaccettabili. Alcuni dichiarano:
«Non vedo l'ora di tornare a casa e provare ad applicare questo metodo su un comportamento di
mio figlio che mi ha irritato per mesi».
Sfortunatamente, i genitori addestrati da poco tempo a volte non ottengono i risultati attesi. Almeno
non all'inizio. In questo capitolo, pertanto, tratteremo gli errori commessi più frequentemente
quando si utilizzano i messaggi in prima persona e forniremo alcuni esempi per migliorarne
l'applicazione.

II messaggio in seconda persona camuffato


II signor G., padre di due ragazzi adolescenti, intervenne al gruppo P.E.T. riferendo come il suo
primo tentativo di utilizzare i messaggi in prima persona si fosse concluso in modo deludente.
- Mio figlio Paolo, contrariamente a quanto ci avevate detto, mi ha risposto con messaggi in seconda
persona così come ha sempre fatto.
- Ma lei ha veramente inviato messaggi in prima persona? chiese l'istruttore.
- Certamente, o almeno credo. Almeno ci ho provato, rispose il signor G.
L'istruttore suggerì allora di simulare la situazione nella quale egli avrebbe interpretato la parte di
Paolo e il signor G. quella di se stesso. Dopo aver esposto la situazione alla classe, il signor G. si
apprestò a riprodurla:
Sig. G.: Mi sembra proprio che tu abbia trascurato di fare la tua parte di lavori in casa.
Paolo: Che vuoi dire?
Sig.G.: Be', per esempio falciare l'erba in giardino. Mi sento irritato ogni volta che te la svigni. Prendi
sabato scorso. Mi sono inquietato perché te ne sei andato di soppiatto senza falciare l'erba. Penso che sia
un comportamento irresponsabile.

A questo punto l'istruttore interruppe la simulazione dicendo: «Devo dire che indubbiamente sono
state usate molte frasi in prima persona, ma proviamo a chiedere alla classe se ha sentito
qualcos'altro».
Uno dei padri presenti immediatamente commentò: «In pochi secondi hai detto a Paolo che era
negligente, scansafatiche, vile e irresponsabile».
«Dici davvero? Forse hai ragione» disse confuso il signor G. «In effetti sembrano proprio messaggi
in seconda persona». E aveva ragione; egli era incorso nello stesso errore commesso da molti altri
genitori quando inviano messaggi in seconda persona camuffati da messaggi in prima persona. A
volte è necessario reinterpretare queste situazioni prima che i genitori si accorgano chiaramente che
dire: «Sento che sei uno scansafatiche» equivale a dire: «Sei uno scansafatiche». A questo punto
invitiamo i genitori a lasciar perdere espressioni come: «Sento che...» e a esprimere invece con
chiarezza cosa sentono: «Ero deluso», «Volevo che il giardino fosse in ordine e bello per
domenica», «Mi sono infastidito perché pensavo che ci fossimo messi d'accordo che il giardino
sarebbe stato falciato sabato».

Non enfatizzare l'aspetto negativo


Un altro errore commesso ai primi tentativi è quello di inviare messaggi in prima persona che
comunicano emozioni negative trascurando però di inviare anche messaggi in prima persona che
comunicano emozioni positive.

La signora C. e la figlia Linda avevano pattuito l'accordo che Linda sarebbe ritornata a casa dal
cinema non più tardi della mezzanotte. Si presentò invece all'una e mezza di notte. La madre aveva
perso un'ora e mezza di sonno ed era molto in ansia per la figlia.
Ecco come si svolse la simulazione fatta in seguito ingruppo:
Signora C.: (Appena Linda rientra) Sono arrabbiata con te.
Linda: Lo so che ho fatto tardi.
Signora C.: Sono veramente arrabbiata con te per avermi tenuta sveglia.
Linda: Perché non sei riuscita a dormire? Vorrei che fossi andata a dormire e non ti fossi preoccupata.
Signora C: Come avrei potuto? Ero infuriata e preoccupatissima che potessi aver avuto un incidente.
Sono veramente delusa che tu non abbia tenuto fede al nostro accordo.

L'istruttore interruppe la simulazione dicendo: «Non male, ha inviato dei validi messaggi in prima
persona, ma solo quelli negativi. Come si è veramente sentita quando Linda è entrata in casa? Qual
è stata la prima reazione?». La signora C. rispose prontamente: «Ero incredibilmente sollevata,
Linda era a casa sana e salva. Volevo abbracciarla e dirle quanto ero felice di vederla tutta intera».
«Le credo» - rispose 1'istruttore - «Adesso reciterò nuovamente il ruolo di Linda e lei proverà a
trasmettermi le emozioni che ha provato utilizzando messaggi in prima persona. Riproviamoci».
Signora C: Linda, grazie a Dio sei a casa sana e salva. Sono così contenta di vederti. Che sollievo!
(Abbracciando l'istruttore) Ero così spaventata, temevo ti fosse capitato un incidente stradale.
Linda: Caspita, sei proprio contenta di vedermi!

A questo punto il gruppo applaudì la signora C. esprimendo meraviglia e gioia per la qualità total-
mente diversa del secondo confronto esordito con le sue più immediate e più sentite emozioni. Ne
nacque poi una stimolante discussione sul modo in cui i genitori perdono un'infinità di occasioni
per rivelare ai figli i loro autentici sentimenti positivi e amorevoli. Siamo così impazienti di «dare
loro una lezione» che perdiamo preziose opportunità di insegnare cose assai più fondamentali. Ad
esempio, che li amiamo così tanto che soffriremmo enormemente se si facessero male o morissero.
Dopo aver esternato il primo sincero sentimento provato dalla signora C. ci sarebbe stato tempo a
volontà per far capire a Linda il disappunto per l'accordo non mantenuto. Come sarebbe stata
diversa la discussione se il messaggio in prima persona positivo fosse stato inviato per primo!

Usare il pennello per scolpire la pietra


I partecipanti ai corsi P.E.T. sentono parlare spesso di messaggi in prima persona deboli o male
espressi. Molti genitori trovano difficile all'inizio inviare messaggi in prima persona che
rispecchiano fedelmente l'intensità dei loro sentimenti interiori. Di solito, quando un genitore
manda un messaggio in prima persona impreciso, questo non stimola alcuna ripercussione nel
figlio e nessun cambiamento ha luogo nel suo comportamento.
La signora B. ci riferì di una volta in cui il figlio Roberto non modificò il proprio comportamento
inaccettabile nemmeno dopo avergli inviato un messaggio in prima persona a suo parere efficace. Roberto,
di sei anni, aveva colpito sulla testa il fratello neonato usando una vecchia racchetta da tennis del padre con
la quale stava giocando. Nonostante la madre avesse inviato un messaggio in prima persona il bambino
aveva continuato a picchiare il fratellino.

Durante la simulazione di questo episodio davanti al gruppo P.E.T., fu subito evidente a tutti che la
signora B. non aveva espresso con precisione i propri sentimenti.

Signora B.: Roberto, non voglio che colpisci Giovanni.


Istruttore: Mi sorprende, signora B. che lei nutrisse sentimenti così miti riguardo al fatto che il figlio più
piccolo veniva colpito da una pesante racchetta da tennis.
Signora B.: Ero spaventata a morte, credevo gli avesse spaccato il cranio; ero certa che gli avrei visto il
sangue colare dalla testa da un momento all'altro.
Istruttore: Bene, allora proviamo a esprimere questi sentimenti così forti con messaggi in prima persona
che rendono l'intensità di quanto lei veramente provava internamente.

Incoraggiata a esprimere i propri sentimenti con sincerità la signora B. proruppe: «Roberto, mi spavento
a morte se il piccolo viene colpito alla testa! Non potrei sopportare di vederlo ferito gravemente. E poi
divento furibonda quando vedo una persona grande colpire una molto più piccola. Che paura! Credevo che
la sua testolina avrebbe cominciato a sanguinare».

La signora B. e l'intero gruppo convennero che questa volta lei non aveva usato il pennello per
scolpire la pietra. Il secondo messaggio in prima persona, estremamente più calzante e più fedele
alle sue vere emozioni, avrebbe certamente avuto più possibilità di sortire un effetto sul figlio.

Il Vesuvio in eruzione
Appena appresi i primi rudimenti sui messaggi in prima persona i genitori si precipitano a casa
entusiasti e ansiosi di sperimentarli sui propri figli, ma purtroppo finiscono col far erompere le
proprie emozioni represse come vulcani in eruzione. Una madre tornò al corso annunciando di aver
trascorso l'intera settimana inquietandosi con i suoi due figli. Il solo problema era che essi erano
spaventati e sconvolti dai suoi sfoghi d'ira. Scoprire che alcuni genitori avevano interpretato il
nostro incoraggiamento a confrontarsi con i figli come un'autorizzazione a sfogare su di essi la
propria rabbia mi costrinse a riesaminare la funzione di questo sentimento nella relazione genitore-
figlio. Questo riesame critico dell'ira chiarì ulteriormente le mie idee portandomi a riformulare le
ragioni che inducono i genitori a scaricarla sui figli, quelle della dannosità di un simile
comportamento nonché il modo in cui aiutare i genitori a evitare di adottare tale comportamento. A
differenza di altri sentimenti, l'ira è quasi invariabilmente diretta ad altre persone. «Sono arrab-
biato» è un messaggio che normalmente significa «Sono arrabbiato con te», o «Tu mi hai fatto
arrabbiare». In realtà si tratta di un messaggio in seconda persona e non di un messaggio in prima
persona. Il genitore non può camuffare questo messaggio in seconda persona semplicemente
dicendo: «Mi sento arrabbiato». Conseguente-mente, tale messaggio viene percepito dai figli come
un messaggio in seconda persona. Questi non possono non sentirsi accusati di aver fatto arrabbiare
il genitore. L'effetto prevedibile sul figlio è che si sentirà rimproverato, biasimato e colpevole così
come quando gli si rivolgono gli altri messaggi in seconda persona. Sono ormai convinto che la
rabbia insorge nel genitore solo dopo aver prima provato un sentimento di altro genere. L'ira viene
generata da altre emozioni che la precedono. Vediamo come nasce.
Sto guidando lungo l'autostrada e un altro conducente mi supera sulla destra tagliandomi perico-
losamente la strada. Il mio sentimento più immediato consiste nel provare paura; il suo comportamento mi
ha spaventato. Pochi istanti dopo, a causa dello spavento causatemi da quel conducente suono il clacson e
agisco con rabbia magari strillando qualcosa come: «Figlio di buona donna, perché non impari a guidare!»,
commento innegabilmente equivalente a un messaggio in seconda persona.

Il mio agire con rabbia ha la funzione di punire o di far sentire colpevole l'altro conducente per
avermi spaventato e di ammonirlo a non comportarsi nuovamente allo stesso modo.

Analogamente il genitore inquietato usa in numerosi casi la propria rabbia o agisce con rabbia con
lo scopo di impartire al figlio una lezione.
Una madre smarrisce il figlio in un grande magazzino. La prima emozione che prova è paura: teme che
qualcosa di spiacevole possa accadergli. Se qualcuno le chiedesse come si sente mentre lo cerca, la madre
risponderebbe: «Sono spaventata a morte» o «Sono terribilmente preoccupata e spaventata». Quando
finalmente ritrova il figlio, prova un gran sollievo e dice a se stessa: «Grazie a Dio, stai bene», ma a voce
alta dirà qualcosa di completamente diverso. Agendo con rabbia ella invierà messaggi come: «Sei un
bambino disobbediente», «Sono molto arrabbiata con te. Come puoi essere così stupido da allontanarti da
me?» oppure Non ti avevo detto di starmi sempre vicino? In questa situazione la madre agisce con rabbia
(emozione secondaria) per insegnare al figlio cosa non si deve fare o per punirlo di averla spaventata.

In quanto emozione secondaria, l'ira quasi sempre si traduce in messaggi in seconda persona che
comunicano al figlio biasimo e rimprovero. Sono ormai pressoché convinto che l'ira è un
comportamento assunto deliberatamente e coscientemente con il preciso proposito di rimproverare,
punire o dare al figlio una lezione per il comportamento che ha provocato in voi un'emozione di
altro tipo (emozione primaria). Ogni volta che vi inquietate con qualcuno, in realtà state recitando
una scena, state interpretando un ruolo per influenzare l'altro, per mostrargli cosa ha fatto, dargli
una lezione, convincerlo a non ripetere ciò che ha fatto. Con ciò non intendo affermare che l'ira non
sia un sentimento reale, anzi si tratta di un sentimento molto genuino che fa ribollire e turba. Credo
però che siano le persone stesse a generare da sole l'ira che le assale. Ecco alcuni esempi:
• Un figlio fa i capricci al ristorante. La reazione iniziale dei genitori consiste nel provare
imbarazzo seguito dall'ira: «Smettila di comportarti come un bambino di due anni».
• Un figlio dimentica il compleanno del padre e non gli fa gli auguri o non gli dona un regalo. Il
genitore è ferito e quando subentra il sentimento d'ira commenta: «Sei un menefreghista come tutti al
giorno d'oggi».
• Un figlio torna a casa con una pagella piena di brutti voti. La madre prova prima disappunto e
poi rabbia: «Hai bighellonato tutto il semestre. Spero che tu ne sia orgoglioso adesso».

Come si può imparare a evitare di inviare ai figli messaggi in seconda persona pieni d'ira?
L'esperienza maturata durante i corsi si è rivelata alquanto incoraggiante. Aiutiamo i genitori a
comprendere la differenza tra emozioni primarie e secondarie. Successivamente essi imparano a
essere più consapevoli delle proprie emozioni primarie indotte dalle situazioni domestiche. Infine
imparano a comunicare ai figli le emozioni primarie invece di dar libero sfogo ai secondari sen-
timenti d'ira. Il programma P.E.T. aiuta i genitori ad acquisire maggiore consapevolezza di ciò che
realmente provano quando si sentono inquietati; li aiuta a identificare le loro emozioni primarie.
La signora C., madre eccessivamente scrupolosa, raccontò al gruppo P.E.T. di aver scoperto che i suoi
frequenti scatti d'ira verso la figlia di dodici anni erano reazioni secondarie alla delusione che la figlia non si
stava rivelando diligente e studiosa come lo era stata lei durante l'infanzia. La signora C. cominciò a capire
quanto le stesse a cuore il successo scolastico della figlia e ad accorgersi che ogni volta che i risultati
scolastici la deludevano, bersagliava la figlia con irosi messaggi in seconda persona.
Il signor G., assistente sociale, ammise in classe di aver finalmente compreso cosa lo facesse inquietare
con la figlia di undici anni quando si trovavano in pubblico. La figlia, a differenza del padre che era di natura
estroversa, era timida. Ogni volta che la presentava agli amici, ella non stringeva loro la mano né
pronunciava alcuna delle frasi cortesi che si usano in queste circostanze come: «Piacere» o «Lieta di
conoscerla». Il suo sommesso e quasi impercettibile «Ciao» metteva il padre in imbarazzo. Egli riconobbe di
temere che gli amici lo potessero giudicare un padre duro e severo che aveva reso la figlia remissiva e
timorosa. Una volta compreso ciò, riuscì anche a superare l'ira che lo assaliva in queste circostanze. Iniziò
quindi ad accettare il fatto che la figlia aveva una personalità diversa dalla sua. E quando smise di
inquietarsi, anche la figlia cominciò a sentirsi meno impacciata.

Durante i corsi P.E.T. i genitori apprendono che se hanno la tendenza a usare frequentemente irosi
messaggi in seconda persona farebbero meglio ad assumere un atteggiamento più introspettivo e a
interrogare se stessi per rispondere a domande quali: «Cosa mi sta succedendo?», «Quali sono i
miei bisogni che il comportamento di mio figlio sta minacciando?», «Quali sono le mie emozioni
primarie?». Una madre riconobbe coraggiosamente di essersi spesso inquietata con i figli perché
profondamente delusa dal fatto che questi le avevano impedito di continuare a studiare per
diventare un'insegnante. Scoprì che la propria rabbia succedeva, in realtà, al risentimento per aver
dovuto interrompere i progetti riguardanti la sua carriera lavorativa.

Potenzialità dei messaggi in prima persona


I messaggi in prima persona possono stimolare risultati sorprendenti. I genitori sovente scoprono
che i figli sono sorpresi dei sentimenti dei genitori:
- Non credevo di procurarti tanto fastidio.
- Non sapevo di disturbarti.
- Perché non mi hai mai detto prima che ti sentivi così?
- Ti fa proprio infuriare, non è vero?

I figli, come gli adulti, spesso non si accorgono di quanto il loro comportamento influisca sugli
altri. Tesi come sono a perseguire i propri obiettivi, spesso sono totalmente inconsapevoli delle con-
seguenze del loro atteggiamento; ma, una volta aiutati ad acquisire consapevolezza, desiderano
subito agire con più attenzione. Normalmente la mancanza di premurosità si trasforma in solleci-
tudine una volta compresi gli effetti del proprio comportamento.
La signora C. ci raccontò un episodio verificatosi durante una vacanza. I figli piccoli si erano sfrenati
chiassosamente nel retro della macchina familiare. La signora C. e il marito avevano tollerato a stento il
fracasso e alla fine il signor C non ne potè più. Frenò bruscamente, si accostò al ciglio della strada e disse:
«Non posso più sopportare tutto questo rumore e quel tumulto lì dietro. Voglio godermi la vacanza e voglio
avere piacere di guidare. Ma, dannazione, quando c'è tutto questo chiasso, mi innervosisco e odio guidare.
Anch'io ho il diritto di godermi questa vacanza».

I figli furono sorpresi da questa dichiarazione e lo dissero. Non credevano che, pur mettendosi in
fondo alla macchina, avrebbero potuto infastidire il padre con il loro baccano. Erano convinti che il
genitore lo avrebbe sopportato. Dopo questo episodio, i bambini furono molto più attenti e
ridussero drasticamente i loro giochi rumorosi.

Il signor G., preside di un liceo speciale per adolescenti «difficili», ci raccontò questo episodio
sorprendente:
Per settimane avevo tollerato controvoglia il comportamento di un gruppo di ragazzi che trasgredivano
sistematicamente alcune regole della scuola. Una mattina mi affacciai alla finestra del mio ufficio e
casualmente li vidi attraversare il giardino portandosi dietro bottiglie di Coca Cola, che è contrario alle regole
della nostra scuola. Ne avevo abbastanza. Avendo assistito da poco alla sessione del corso P.E.T. sui
messaggi in prima persona, corsi fuori e cominciai a cercare di trasmettere alcune delle mie emozioni: Mi
sento così dannatamente scoraggiato con voi ragazzi! Ho fatto tutto ciò che potevo per aiutarvi a frequentare
questa scuola. Ho impiegato tutte le mie risorse in questo lavoro. E tutto ciò che voi fate è trasgredire le
regole. Ho combattuto perché ci fosse una regola ragionevole anche riguardo alla lunghezza dei capelli, ma
neanche a questo avete voluto aderire. Óra, vedo che avete delle bottiglie di Coca Cola e anche questo è
contro le regole. Vorrei proprio piantare questo lavoro e tornare a insegnare nelle normali scuole superiori
dove posso sentire che sto realizzando qualcosa di significativo. Mi sento un completo fallimento in questo
lavoro.
Quel pomeriggio il signor G. fu sorpreso da una visita del gruppo. Salve, signor G., abbiamo pensato a ciò
che è accaduto stamattina. Non pensavamo che si sarebbe arrabbiato. Non lo aveva mai fatto prima. Non
vogliamo un altro preside in questa scuola, non sarebbe mai bravo come lei. Così ci siamo decisi a lasciarci
tagliare i capelli. Rispetteremo anche le altre regole.
Dopo essersi ripreso dallo stupore il signor G. si recò con i ragazzi in un'altra stanza dove ognuno di loro
si lasciò tagliare i capelli fino a lunghezza regolamentare.
Il signor G. raccontò al gruppo P.E.T. che l'aspetto più significativo di quell'episodio fu il divertimento provato
da tutti mentre si lasciavano tagliare i capelli. È stato uno spasso per tutti noi. Ci ha avvicinato tutti gli uni
agli altri. Quando uscirono dalla stanza erano tutti amici, con quel calore e quel tipo di vicinanza che spesso
proviene dalla risoluzione reciproca dei problemi.

Devo ammettere che ero sorpreso quanto gli altri genitori del gruppo nel sentire raccontare quale
sensazionale effetto avessero suscitato i messaggi in prima persona del signor G.. Questa storia
avallava la mia opinione che gli adulti spesso sottovalutano la disponibilità dei figli a rispettare i
bisogni degli adulti una volta che questi vengono comunicati con sincerità e chiarezza. I giovani
sanno essere comprensivi e responsabili a condizione che gli adulti si concedano momenti di
franchezza con loro. Ecco alcuni esempi di messaggi in prima persona che non contengono biasimo
o umiliazione e nei quali il genitore non «invia una soluzione»:
II padre, tornato a casa dal lavoro, vuole leggere il giornale e rilassarsi. Il bambino continua a saltargli
addosso e a stropicciargli il giornale.
Padre: «Non posso leggere il giornale se ti siedi sulle mie ginocchia. Non me la sento di giocare con te
perché sono stanco e voglio riposare un po'».

La madre sta passando l'aspirapolvere. Il figlio continua a togliere la spina dalla presa. La madre ha
fretta.
Madre: «Ho fretta e fermarmi a rimettere la spina mi fa perdere un sacco di tempo. Non me la sento di
giocare quando devo finire un lavoro».
Il bambino si siede a tavola con la faccia e le mani molto sporche.
Padre: «Non riesco a gustarmi la cena quando vedo tutto questo sporco. Mi fa venire la nausea e perdo
l'appetito».

Il padre e la madre vogliono discutere in privato di una questione importante. Il figlio continua a ronzare
intorno a loro impedendo loro di parlare.
Padre: «Mamma e io dobbiamo parlare da soli di qualcosa di molto importante. Non possiamo farlo se
stai qui».

Il figlio continua a supplicarvi di portarlo a cinema, ma da parecchi giorni non pulisce la stanza come
avevate convenuto insieme.
Madre: «Non mi va proprio di fare qualcosa per te se tu non mantieni l'accordo preso riguardo alla tua
stanza. Mi sembra che ci si approfitti di me».
Il figlio sta tenendo il volume del giradischi così alto che i genitori nella stanza accanto non riescono a
parlarsi.
Madre: «Non riusciamo a parlare con il volume del giradischi così alto. E questo rumore ci sta facendo
impazzire».

La figlia aveva promesso di stirare i tovaglioli da usare a cena. Durante il giorno ha solo bighello nato.
Manca un'ora all'arrivo degli ospiti e non ha ancora cominciato.
Madre: «Mi sento proprio piantata in asso. Ho lavorato tutto il giorno per preparare la festa e devo ancora
preoccuparmi dei tovaglioli».

La figlia si è dimenticata di tornare a casa all'ora concordata per uscire con la madre a comprare un paio
di scarpe. La madre ha fretta.
Madre: «Certo non mi piace organizzarmi accuratamente la giornata in modo da poter uscire per
comprarti le scarpe nuove e poi tu non ti presenti nemmeno».

Inviare messaggi non verbali in prima persona a bambini molto piccoli.


I genitori di bambini sotto i due anni ci chiedono continuamente come inviare messaggi in prima
persona a bambini troppo piccoli per comprendere il significato dei messaggi in prima persona
verbali. La nostra esperienza ci insegna che molti genitori sottovalutano la capacità dei bambini
molto piccoli di comprendere i messaggi in prima persona. La maggior parte dei bambini a questa
età ha già imparato a riconoscere se i genitori sono «accettanti» o non «accettanti», se si sentono
bene o male, se gradiscono o meno un loro comportamento. I bambini che hanno compiuto due
anni sono già abbastanza consapevoli del significato di messaggi quali: «Ahi, che male!», «Questo
non mi piace», «Mamma non vuole giocare», «Questo non è un oggetto con cui Giulio può
giocare», «Questo scotta» oppure «Così ti farai male». Essi sono anche talmente ricettivi e sensibili
ai messaggi non verbali, che i genitori possono usare segnali muti per far capire molte delle proprie
emozioni.

Roberto si dimena mentre la madre gli infila i vestiti. La madre lo tiene a freno delicatamente ma anche
con fermezza e continua a vestirlo. (Messaggio: «Non ti posso vestire se continui a scalmanarti così».)
Maria salta su e giù sul divano e la madre teme che finirà con urtare la lampada sul tavolino in fondo al
divano. La madre solleva Maria delicatamente ma fermamente e dopo averla spostata sul pavimento salta
insieme a lei. (Messaggio: «Non mi piace che salti sul divano, ma non importa se lo fai sul pavimento».)
Giovanni la tira per le lunghe e indugia a entrare in auto proprio quando la madre va di fretta. Ponendogli
una mano sul posteriore la madre lo guida dentro l'auto gentilmente ma fermamente. (Messaggio: «Ho fretta
e voglio che entri subito in macchina».)
Giorgio strattona il vestito nuovo appena indossato dalla madre per recarsi a una festa. La madre
allontana la mano del bambino dal vestito. (Messaggio: «Non voglio che mi tiri il vestito».)
Mentre il padre spinge Antonio sul carrello del supermercato, questi comincia a menargli calci nello
stomaco. Immediatamente il genitore lo fa scendere dal carrello. (Messaggio: «Non mi piace portarti sul
carrello se mi dai i calci»)
Susanna si sporge sulla tavola e prende del cibo dal piatto della madre la quale, dopo essersi ripresa il
proprio cibo, serve alla figlia un'altra porzione prendendola dal piatto da portata. (Messaggio: «Voglio
mangiare e non mi piace che tu mi prenda il cibo dal piatto»)
Questi messaggi comportamentali sono compresi anche da bambini molto piccoli; essi fanno capire
al bambino quali siano i bisogni dei genitori senza tuttavia indurlo a farlo sentire cattivo per le pro-
prie esigenze. È evidente, inoltre, che in questo modo il genitore non punisce il figlio.

Tre problemi dei messaggi in prima persona


I genitori incontrano costantemente problemi quando utilizzano i messaggi in prima persona.
Nessuno di questi è insormontabile, ma per ciascuno occorrono degli accorgimenti supplementari.
I figli spesso rispondono ai messaggi in prima persona ignorandoli, specialmente quando i genitori
vi ricorrono da poco tempo. A nessuno piace apprendere che il proprio comportamento
intralcia i bisogni di un altro, nemmeno ai figli. Essi preferiscono non udire che il loro comporta-
mento provoca reazioni emotive nei genitori. E utile inviare un altro messaggio in prima persona
quando il primo non ottiene risposta. Può darsi che il secondo messaggio venga emesso con più
impeto, più intensità, a voce più alta o con maggiore carica emotiva. Il secondo messaggio dice al
figlio: «Guarda che intendo veramente ciò che ho detto».
Alcuni figli rispondono ai messaggi in prima persona allontanandosi e scrollando le spalle come per
palesare la propria indifferenza e mancanza di comprensione. Un secondo messaggio espresso con
maggiore intensità potrebbe aiutare a raggiungere lo scopo desiderato. Il genitore potrebbe sentire il
bisogno di dire qualcosa come:
Ehi, ti sto dicendo cosa provo. È importante per me. E non mi piace sentirmi ignorato. Mi è insopportabile
vederti allontanare da me senza nemmeno ascoltare ciò che voglio dire. Non mi garba affatto. Non è corretto
nei miei confronti quando ho veramente un problema.

Questo tipo di messaggio a volte fa riawicinare o ricattura l'attenzione del figlio comunicandogli la
gravita del momento.
I figli sovente rispondono anch'essi con altrettanti messaggi in prima persona. Invece di modificare
immediatamente il proprio comportamento, preferiscono che anche i genitori ascoltino i loro
sentimenti come nel seguente episodio:
Madre: Non sopporto vedere il soggiorno tutto sporco appena torni a casa da scuola. Mi scoraggia
moltissimo vederlo in questo stato dopo aver faticato per pulirlo.
Figlio: Penso che tu sia proprio seccante riguardo alla pulizia della casa.

A questo punto, i genitori non allenati a usare il metodo P.E.T. tendono ad arroccarsi irritati sulla
difensiva e contraddicono i figli rispondendo: «Non lo sono affatto» o «Non è affar tuo» o «Non mi
interessa affatto il tuo parere». Per gestire queste situazioni in modo efficace, i genitori devono
ricordare il nostro primo principio fondamentale: quando il figlio ha un'emozione o un problema, va
usato l'ascolto attivo. Nell'episodio precedente il messaggio in prima persona della madre ha creato
un problema al figlio (effetto ricorrente di questi messaggi). È necessario quindi manifestare
comprensione e accettazione dal momento che il vostro messaggio in prima persona ha causato un
problema:
Madre: Pensi che le mie aspettative siano esagerate e che divento scocciante.
Figlio: Già.
Madre: Beh, forse hai ragione. Ci penserò. Ma fino a quando non sarò cambiata, ti assicuro che mi
scoraggia maledettamente vedere tutto il mio lavoro andare sprecato. In questo momento mi sento proprio
irritata.

Spesso, una volta assicuratesi che il genitore ha compreso il suo stato d'animo, il figlio modifica il
proprio comportamento. Di solito il figlio vuole solo che si comprendano i suoi sentimenti prima di
agire costruttivamente in favore dei vostri sentimenti. Molti genitori, inoltre, si stupiscono nel
constatare che il loro ascolto attivo stimola il figlio ad esprimere stati d'animo che, ormai compresi
dal genitore, hanno l'effetto di far scomparire o di modificare i sentimenti di non accettazione
inizialmente provati dal genitore. Incoraggiando il figlio ad esprimere se stesso, il genitore può
osservare l'intera situazione sotto una luce completamente nuova. In precedenza avevamo illustrato
il caso di un bambino che aveva paura di andare a dormire. La madre aveva espresso con un
messaggio in prima persona il fastidio indotto dal continuo temporeggiare del figlio per non andare
a letto. Il bambino le aveva risposto rivelando di aver paura di andare a dormire perché temeva che
chiudendo la bocca potesse soffocare. L'atteggiamento di non accettazione della madre si trasformò
immediatamente in comprensiva accettazione.
Ecco un altro episodio, riferito da un genitore, che illustra come insistere nell'ascolto attivo può
modificare un sentimento del genitore.
Padre: Mi da fastidio che i piatti vengano lasciati sporchi nel lavandino. Non ci eravamo messi d'ac cordo
che li avresti lavati subito dopo cena?
Gianna: Ero stanchissima dopo cena perché sono rimasta in piedi fino alle tre di mattina per finire quella
relazione di fine trimestre.
Padre: Non te la sentivi proprio di lavarli subito dopo cena.
Gianna: No. Allora ho fatto un pisolino fino alle dieci e mezza. Pensavo di farli prima di andare a letto, va
bene?
Padre: Certo.

Un altro problema che tutti i genitori incontrano è quello che il figlio talvolta si rifiuta di modificare
il proprio comportamento anche dopo aver capito perfettamente il disagio che questo comporta per i
genitori. Può accadere che persino il più chiaro dei messaggi in prima persona non funzioni: il figlio
non modifica il comportamento che si scontra con i bisogni dei genitori. I bisogni del figlio di
comportarsi in un dato modo sono, dunque, in conflitto con i bisogni del genitore che desidera il
contrario. Nel corso P.E.T. questa situazione viene definita conflitto di bisogni. Quando si verifica,
come inevitabilmente accade in tutte le relazioni, sopraggiunge anche il momento della verità.
Come affrontare questi conflitti di bisogni sarà l'argomento essenziale del libro e verrà trattato
subito dopo il prossimo capitolo.

Modificare un comportamento
inaccettabile modificando l'ambiente
circostante
Non sono molti i genitori che provano a modificare il comportamento dei figli modificando
l'ambiente circostante.
I genitori tendono a modificare l'ambiente circostante dei neonati o dei bambini molto piccoli, ma
non quello dei figli più grandi in parte perché con questi ultimi possono affidarsi in misura sempre
maggiore a metodi verbali come il rimprovero e la minaccia. Essi trascurano, quindi, di modificare
l'ambiente e cercano di dissuadere con le parole il figlio dal mantenere un comportamento
inaccettabile. Questa scelta è alquanto inopportuna poiché modificare l'ambiente circostante, oltre
ad essere un'operazione semplice, è anche estremamente efficace con figli di tutte le età. I genitori
cominciano a utilizzare questo metodo in modo più esauriente quando ne comprendono le
molteplici possibilità di applicazione. Seguendo questo criterio si può:
1. Arricchire l'ambiente circostante.
2. Impoverirlo.
3. Semplificarlo.
4. Limitarlo.
5. Renderlo sicuro.
6. Sostituire una attività con un'altra.
7. Preparare il figlio a possibili modifiche dell'ambiente.
8. Pianificare le modifiche con i figli più grandi.

Arricchire l'ambiente
Ogni bravo insegnante di scuola materna sa che un modo efficace per bloccare o prevenire un
comportamento inaccettabile è quello di fornire ai bambini una gran varietà di cose interessanti da
fare arricchendo l'ambiente con materiale per giocare o per leggere, giochi, creta, bambole, puzzles
e così via. Anche i genitori efficaci usano lo stesso criterio, consci che se i bambini sono coinvolti
in qualcosa di interessante, è meno probabile che si intromettano o che assillino i genitori.
…………………….

Impoverire l'ambiente
In alcune circostanze, come ad esempio prima di andare a letto, i figli hanno bisogno di un
ambiente con pochi stimoli. I genitori, soprattutto i padri, a volte li eccitano eccessivamente prima
di andare a dormire o prima di andare a tavola aspettandosi poi che all'improvviso essi si
tranquillizzino e ritornino ad essere controllati. Questi sono momenti in cui l'ambiente del bambino
dovrebbe essere impoverito, non arricchito. Molte delle tempeste e molto dello stress che si
accumula in questi momenti potrebbe essere evitato se i genitori badassero a ridurre gli stimoli
provenienti dall'ambiente circostante.

Semplificare l'ambiente
Quando l'ambiente che li circonda è troppo difficile e complesso, i figli assumono spesso compor-
tamenti inaccettabili: importunano i genitori per chiedere aiuto, rinunciano completamente a svol-
gere le proprie attività, diventano aggressivi, gettano oggetti per terra, piagnucolano, si scalmanano,
piangono.
Spesso è necessario modificare l'ambiente familiare per facilitare il figlio, per metterlo in condi-
zione di interagire con esso autonomamente, per consentirgli di maneggiare oggetti senza correre
rischi e per evitargli la frustrazione indotta dal non riuscire a gestire da solo l'ambiente che lo
circonda. Molti genitori si sforzano attentamente di semplificare l'ambiente del figlio:
• acquistando indumenti che il bambino possa indossare da solo;
• acquistando uno sgabello o una pedana su cui il bambino possa salire per raggiungere i propri
indumenti nell'armadio;
• acquistando posate di dimensioni adatte al bambino;
• ponendo i ganci appendiabiti a una altezza appropriata;
• acquistando tazze e bicchieri infrangibili;
• ponendo le maniglie delle porte a una altezza adatta alla statura del bambino;
• verniciando le pareti della sua camera con vernici lavabili o poggiando sui muri dei pannelli
protettivi.

Limitare lo spazio di vita del figlio


Quando una madre mette nel box un bambino il cui comportamento è diventato inaccettabile, tenta
di limitare il suo spazio per far sì che i suoi comportamenti successivi diventino accettabili. Aree da
gioco recintate, ricavate magari in un giardino, sono efficaci per prevenire comportamenti come
correre per la strada, calpestare le aiuole del vicino, smarrirsi e così via. Alcuni genitori, quando
portano il figlio a fare la spesa lo tengono sotto controllo con le briglie. Altri adibiscono un angolo
della casa dove gli è consentito giocare con la creta, dipingere, tagliare la carta, incollare, limitando
queste attività a quella zona particolare. Si possono creare anche altre zone in cui si permette loro di
fare rumore, far baruffa, scavare nel fango e così via. I bambini in genere accettano queste
limitazioni del proprio spazio di vita a condizione che queste siano ragionevoli e che lascino loro
notevole libertà per poter soddisfare i propri bisogni. A volte il bambino oppone resistenza a queste
limitazioni innescando conflitti con i genitori (Nel prossimo capitolo esamineremo come risolvere
questi conflitti).

Rendere l'ambiente sicuro


Nonostante la maggior parte dei genitori rimuova medicine, coltelli affilati e prodotti chimici peri-
colosi dalla portata dei bambini, si dovrebbero adottare anche i seguenti provvedimenti:

• Girare i manici delle pentole che si trovano sui fornelli accesi verso l'interno della macchina del
gas.
• Comprare tazze e bicchieri infrangibili.
• Tenere i fiammiferi lontano dalla portata dei bambini.
• Riparare cavi elettrici consumati e spine difettose.
• Tenere chiusa a chiave la porta del sottoscala.
• Rimuovere oggetti frangibili costosi.
• Tenere sotto chiave utensili acuminati e taglienti.
• Porre un tappetino di gomma nella vasca da bagno.
• Munire le finestre di dispositivi di sicurezza.
• Eliminare tappetini scivolosi.

Ogni genitore dovrebbe ispezionare accuratamente l'ambiente circostante del bambino. Con il
minimo sforzo si possono trovare svariati modi per rendere sicuro l'ambiente domestico e quindi
prevenire possibili comportamenti inaccettabili.
I bambini hanno una sorprendente capacità di adattarsi facilmente ai cambiamenti, a condizione che
i genitori li preparino ad essi parlandogliene in anticipo. Ciò vale anche quando devono prepararsi a
provare dolore o disagio dovendo andare dal medico a farsi delle iniezioni. Parlare con franchezza,
dicendo persino che indubbiamente proveranno dolore per un attimo, può aiutarli moltissimo ad
affrontare tali situazioni.

Sostituire un'attività con un'altra


Se un bambino sta giocando con un coltello affilato, dategliene uno spuntato. Se si è chinato a
esaminare il contenuto del cassetto dove tenete i cosmetici, dategli delle bottiglie vuote o delle sca-
tole di cartone "con cui possa giocare sul pavimento. Se sta per strappare le pagine di una rivista
che desiderate conservare, dategliene una che possa distruggere. Se vuole disegnare con i pastelli
sulla carta da parati, dategli un pezzo di carta da regalo su cui possa disegnare. Se non si fornisce
un'alternativa al bambino prima di portagli via qualcosa, gli si infligge una frustrazione e lo si
induce al pianto. Ma i bambini normalmente accolgono senza innervosirsi un'attività sostitutiva, se
il genitore la propone loro con gentilezza e con calma.

Preparare il figlio ai cambiamenti dell'ambiente circostante


Molti comportamenti inaccettabili possono essere prevenuti preparando con anticipo il bambino ad
affrontare cambiamenti nel proprio ambiente. Se la sua baby-sitter non può venire di venerdì,
cominciate a parlargli mercoledì della nuova baby-sitter. Se avete intenzione di trascorrere le
vacanze al mare, preparate il bambino con qualche settimana di anticipo ai cambiamenti cui andrà
incontro: dormire in un letto diverso, incontrare nuovi amici, non avere con sé la bicicletta, vedere
le onde grandi, come comportarsi sulla barca e così via.
Pianificare insieme ai figli più grandi

Si possono evitare numerosi conflitti organizzando opportunamente anche l'ambiente degli


adolescenti. Anche loro hanno bisogno di uno spazio adeguato per sistemare i loro oggetti per-
sonali, per mantenere la propria privacy, per coltivare attività autonome. Ecco alcuni suggerimenti
per ampliare la vostra area di accettazione nei confronti dei figli più grandi:
• Procurate loro una sveglia.
• Liberate uno spazio adeguato nello stanzino e ponetevi numerosi ganci.
• Predisponete in casa un angolo dove lasciarsi reciprocamente le imbasciate.
• Procurate loro un calendario personale dove possano annotare i propri impegni.
• Studiate insieme le istruzioni d'uso di apparecchiature o elettrodomestici appena acquistati.
• Informateli con anticipo delle visite di ospiti per dar loro il tempo di riordinarsi le stanze.
• Assicurate la chiave di casa a un laccio che potrà essere cucito all'interno della borsetta di
vostra figlia o indossato intorno al collo da vostro figlio.
• Date la paga mensilmente, invece che settimanalmente, e accordatevi in anticipo su ciò che i
figli sono tenuti a comprarsi con la paga che destinate loro.
• Spiegate qual è il criterio di addebito degli scatti della società dei telefoni.
• Spiegate tempestivamente complesse questioni legali come l'assicurazione dell'auto, il coprifuoco, la
responsabilità in caso di incidenti automobilistici, l'uso di alcol o di droghe e così via.
• Quando un adolescente lava il proprio bucato, semplificategli il compito predisponendo che abbia a
portata di mano quanto gli occorre.
• Suggerite di portare sempre con loro un gettone nel caso debbano fare una telefonata di emer-
genza.
• Avvisateli sempre se avete riposto nel frigorifero cibi riservati agli ospiti.
• Abituateli a fare un elenco dei loro amici e relativi numeri telefonici nel caso abbiate improvvisamente
bisogno di rintracciarli.
• Avvertiteli per tempo se prevedete di aver bisogno del loro aiuto per accogliere ospiti.
• Incoraggiateli a preparare un elenco di oggetti personali o di cose da fare prima di partire per
un viaggio.
• Invogliateli a leggere le previsioni del tempo sul giornale (o ad ascoltarle alla televisione o alla radio) per
decidere cosa indossare per andare a scuola.
• Informateli in anticipo dei nomi dei vostri ospiti onde evitare situazioni imbarazzanti al loro arrivo.
• Avvertiteli con molto anticipo di quando sarete fuori città in modo che possano organizzare le loro
attività durante la vostra assenza.
• Insegnate loro come annotare i messaggi telefonici.
• Bussate sempre prima di entrare nelle stanze dei vostri figli.
• Fateli partecipare ai discorsi sui progetti familiari che li coinvolgono.
• Definite insieme, prima dell'arrivo dei loro ospiti, le regole della casa riguardo alle feste che
essi organizzano.

Molti genitori potrebbero sicuramente fornire ulteriori suggerimenti per ciascuno dei casi elencati.
Più i genitori si avvalgono dei cambiamenti ambientali, più piacevole diventerà vivere con i figli e
minori saranno le occasioni di tensione. I genitori che imparano durante l'addestramento RE.T. a
ricorrere sistematicamente alle modifiche ambientali devono innanzitutto adeguarsi ad
alcuni cambiamenti consistenti del proprio comportamento nei confronti dei figli e dei loro diritti in
casa. Uno di questi cambiamenti ha a che vedere con la domanda: «A chi appartiene la casa?».
Molti dei genitori che frequentano i nostri corsi credono fermamente che la casa sia esclusivamente
di loro proprietà; il figlio deve, pertanto, abituarsi e adeguarsi a comportarsi correttamente. Ciò
significa che lo si deve plasmare e rimproverare fino a quando non impara, in modo penoso, cosa ci
si aspetta da lui in casa dei genitori. Questi genitori spesso non vengono neppure sfiorati dall'idea di
apportare modifiche sostanziali all'ambiente casalingo. Ritengono invece di poter lasciare la casa
esattamente come era prima del suo arrivo aspettandosi che sia il figlio a doversi adeguare.
In questi casi poniamo questa domanda: «Se scopriste che la prossima settimana dovrete accogliere
in casa un genitore parzialmente paralizzato che a volte deve usare stampelle e una sedia a rotelle,
quali cambiamenti fareste?». A questa domanda i genitori rispondono prontamente con un lungo
elenco:
• Togliere di mezzo i tappeti.
• Fissare sulle scale un corrimano.
• Spostare i mobili per permettere il passaggio della sedia a rotelle.
• Porre gli oggetti di uso frequente in cassetti facilmente raggiungibili.
• Procurarsi un campanello sonoro con il quale il genitore possa chiedere aiuto in caso di necessità.
• Procurarsi un telefono interno.
• Spostare tavolini traballanti nei quali potrebbe inciampare accidentalmente.
• Costruire una pedana sulle scale del giardino in modo che possa recarvisi da solo sulla sedia a
rotelle.
• Acquistare un tappetino di gomma per la vasca da bagno.

Quando i genitori si rendono conto dello sforzo che farebbero per modificare l'ambiente domestico
in funzione delle esigenze del genitore paralizzato, accettano più facilmente l'idea di realizzare
modifiche ambientali anche per il figlio. Quando rispondono alla domanda «Di chi è la casa?»,
molti di essi, inoltre, restano notevolmente colpiti dal contrasto del proprio atteggiamento verso un
genitore paralizzato e quello adottato verso i figli.
I genitori sostengono che sarebbero pronti a fare ripetuti sforzi per convincere il genitore disabile
che la loro casa è anche la sua casa, ma non fanno altrettanto con i figli.
Spesso desta il mio stupore constatare che, con i loro comportamenti, i genitori trattano con molto
più rispetto gli ospiti che i propri figli. Troppi genitori si comportano come se i figli dovessero
necessariamente adattarsi a qualsiasi cambiamento da essi stabilito.

Conflitti inevitabili tra genitori e figli:


chi dovrebbe vincere?
Tutti i genitori incontrano situazioni in cui né il confronto né le modifiche ambientali riescono a far
cambiare il comportamento del figlio; il figlio, cioè, seguita a comportarsi in un modo che inter-
ferisce con i bisogni del genitore. Queste situazioni sono inevitabili nella relazione genitore-figlio
quando il figlio «ha bisogno» di comportarsi in un dato modo pur essendo cosciente che il proprio
comportamento è in contrasto con i bisogni del genitore.
• Gianni continua a giocare a pallone nello spiazzo sotto casa sebbene la madre gli abbia ripe-
tutamente ricordato che tra poco dovranno uscire.
• La signora G. ha detto alla figlia Maria di aver fretta di arrivare ai grandi magazzini, ma questa continua
ad attardarsi fermandosi a guardare le vetrine dei negozi lungo la strada.
• Susanna si rifiuta di arrendersi alla decisione dei genitori di non lasciarla andare al mare con
gli amici durante il fine settimana. Vuole disperatamente andarci sebbene sappia quanto ciò sia
inaccettabile per loro.
Questi conflitti tra bisogni del genitore e bisogni del figlio non solo sono inevitabili in tutte le fami-
glie, ma anche destinati a verificarsi frequentemente. La loro natura può essere poco rilevante ma
anche estremamente critica. Si tratta di problemi del rapporto non attribuibili esclusivamente al
figlio né al solo genitore, ma sia al primo che al secondo perché sono in gioco i bisogni di
ambedue. Pertanto, il problema appartiene alla relazione. Questi problemi insorgono quando gli
altri metodi analizzati precedentemente non sono riusciti a modificare il comportamento che per il
genitore è inaccettabile.
In un rapporto, il momento del conflitto coincide con il momento della verità; esso si trasforma in
esame dello stato di salute del rapporto che può essere indebolito o rafforzato; è un momento critico
che può cagionare risentimenti difficili da dissipare, ostilità e danni psicologici. I conflitti possono
allontanare le persone o avvicinarle in un'unione ancora più intima; essi contengono il seme della
distruzione e quello di un'unità più consolidata; possono far esplodere guerre o generare una
comprensione reciproca ancor più profonda. Come risolvere i conflitti è probabilmente l'aspetto più
critico del rapporto tra genitori e figli. Sfortunatamente, la maggior parte dei genitori cerca di
risolverli utilizzando solo due approcci, ambedue inefficaci e dannosi per il figlio e per il rapporto.
Pochi genitori accettano il fatto che i conflitti fanno parte della vita e che non sono necessariamente
di natura dannosa. Molti di loro, invece, ritengono che il conflitto sia qualcosa da evitare a tutti i
costi, sia se insorge tra loro e i figli che tra i figli stessi. Molti mariti e mogli si vantano di non avere
mai avuto seri contrasti, come se ciò bastasse a convalidare la bontà del loro rapporto. I genitori
dicono ai figli: «Per favore niente litigi a tavola stasera. Non ci roviniamo la cena». Oppure urlano:
«Smettetela subito di bisticciare!». Non è raro sentire genitori di adolescenti dolersi del
sopraggiungere con l'età di maggiori dissidi e conflitti in famiglia: «Prima andavamo d'accordo su
quasi tutto». Oppure: «Mia figlia, da bambina, era assai trattabile e sempre disposta a collaborare,
ma ora noi non riusciamo a vedere le cose alla sua maniera né lei alla nostra». Quasi tutti i genitori
detestano fare l'esperienza del conflitto, sono profondamente scossi quando questo insorge e
piuttosto confusi su come affrontarlo in modo costruttivo. In realtà sono rare le relazioni in cui,
dopo un certo arco di tempo, i bisogni di una persona non entrano in conflitto con quelli di un'altra.
Quando due persone (o gruppi) qualsiasi convivono, il conflitto è destinato a subentrare per il
semplice motivo che le persone sono diverse le une dalle altre, pensano in modo diverso, hanno
bisogni diversi e aspettative che non sempre combaciano. Il conflitto, dunque, non è
necessariamente un male; va, invece, considerato come realtà di qualsiasi rapporto. Infatti, un
rapporto apparentemente privo di conflitti potrebbe risultare più malsano di un altro con conflitti
frequenti. Un esempio è quello del matrimonio in cui la moglie è sempre servilmente sottomessa al
marito autoritario o quello della relazione genitore-figlio in cui il figlio è talmente terrorizzato dal
genitore che non osa contrariarlo in alcun modo. Quasi tutti hanno conosciuto famiglie, special-
mente quelle manierose, in cui i conflitti nascono inaspettatamente e di continuo pur essendo
meravigliosamente felici e sane. Al contrario, sui quotidiani si legge spesso di giovani che commet-
tono crimini per i quali i genitori manifestano la totale sconcertata incredulità dicendo: «Non ave-
vamo mai avuto problemi con lui; è sempre stato molto disposto a collaborare». Il conflitto è
estremamente più salutare per i figli di quanto i genitori pensino se espresso apertamente e accettato
come fenomeno naturale. Nelle famiglie in cui ciò avviene il figlio ha almeno l'opportunità di
vivere il conflitto, di imparare a gestirlo e di essere più preparato ad affrontarlo negli anni a venire.
Se i conflitti familiari vengono visti come preparazione necessaria per poter affrontare i conflitti in
cui il figlio dovrà inevitabilmente imbattersi fuori casa, potrebbero addirittura risultare benefici per
lui a condizione che essi vengano superati in modo costruttivo. È questo il punto critico in ogni
rapporto: come viene risolto il conflitto, non la quantità di conflitti che insorgono. Sono ormai
convinto che questo sia il fattore più critico per determinare se un rapporto crescerà in modo sano o
malsano, reciprocamente appagante o insoddisfacente, amichevole o scortese, profondo o
superficiale, intimo o freddo.

La lotta per il potere tra genitori e figli


Raramente troviamo nelle nostre classi un genitore che non pensi che la risoluzione di un conflitto
debba necessariamente coincidere con la perdita o la vincita dei contendenti. Questa logica del
vinci-perdi è la vera radice del dilemma dei genitori di oggi: essere severi (vince il genitore) o
essere indulgenti (vince il figlio). Molti genitori riducono il complesso problema della disciplina
nell'educazione dei figli a una questione di severità o indulgenza, durezza o tenerezza, autorità o
permissivismo. Essendo bloccati in questo approccio dualistico all'educazione, assimilano il loro
rapporto con i figli a una lotta di potere, a uno scontro di volontà, a una sfida per vedere chi vince,
insomma a una guerra. I genitori di oggi e i loro figli sono letteralmente in guerra; ambedue le parti
in conflitto ragionano in termini di vincita e perdita e parlano addirittura dei loro scontri in modo
molto simile a due nazioni in guerra.
Durante un corso P.E.T. un padre illustrò con chiarezza questa dinamica dichiarando risolutamente:
Bisogna cominciare presto a far capire loro chi comanda. Altrimenti si approfitteranno di voi e vi
sottometteranno. Questo è il guaio di mia moglie: finisce sempre col far vincere ai figli tutte le batta -
glie. È sempre lei a cedere e loro lo sanno.

La mamma di un adolescente ci raccontò:


lo tendo a consentire a mio figlio di fare ciò che vuole, ma dopo ne soffro. Mi sento calpestata. Se
dai loro un dito, si prenderanno il braccio.

Un'altra madre espresse così la propria determinazione a non perdere la battaglia della lunghezza
della gonna:
Non mi interessa cosa mia figlia pensi sull'argomento della minigonna, né ciò che gli altri genitori
fanno in proposito. Nessuna delle mie figlie indosserà quelle minigonne; è una delle questioni su cui
non intendo retrocedere. Vincerò questa battaglia.

Anche i figli vivono la loro relazione con i genitori come una lotta di potere con vincitori e perdenti.
Caterina, brillante quindicenne che preoccupava i genitori perché si rifiutava di comunicare con
loro, mi raccontò durante uno dei nostri colloqui:
Che senso ha discutere? Vincono sempre loro. Lo so ancor prima di cominciare a parlare. L'avranno
sempre vinta loro. Dopotutto, sono loro i genitori. Sanno sempre ciò che è giusto. Così, adesso mi rifiuto di
discutere. Mi allontano e taccio. So che il mio comportamento li infastidisce, ma non m'importa.

Giuseppe, studente liceale, imparò a tener testa all'atteggiamento vinci-perdi dei genitori in modo
diverso:
Se veramente desidero fare qualcosa, non vado mai da mia madre perché la sua reazione immediata
sarebbe di rispondermi negativamente. Aspetto che mio padre torni a casa. In genere riesco a convincerlo a
spalleggiarmi. È molto più indulgente, e normalmente da lui ottengo ciò che voglio.

Quando insorge un conflitto tra genitori e figli, la maggior parte dei genitori cerca di risolverlo a
proprio favore in modo che il genitore vinca e il figlio perda. Un numero più esiguo di genitori
cede continuamente alle richieste dei figli per timore di affrontare il conflitto o di frustrare i loro
bisogni. In queste famiglie il figlio vince e il genitore perde. Il grande dilemma dei genitori odierni
è che vedono solamente l'approccio vinci-perdi.

I due approcci «vinci-perdi»


Quando nei corsi P.E.T. facciamo riferimento ai due approcci vinci-perdi per la soluzione dei con-
flitti, questi vengono chiamati semplicemente Metodo I e Metodo IL Ciascuno di essi comporta la
sconfitta di una persona e la vincita dell'altra: una realizza ciò che vuole, l'altra no. Ecco come
funziona il Metodo I nel conflitto tra genitore e figlio:

II genitore e il figlio devono fronteggiare una situazione in cui i bisogni dell'uno e quelli dell'altro entrano in
collisione. Il genitore decide quale debba essere la soluzione che, una volta scelta, viene comunicata al
figlio augurandosi che egli vi aderisca. Se il figlio non condivide la soluzione, può darsi che il genitore cerchi
dapprima di persuaderlo ad accettarla, ma se continua a negare la propria approvazione, solitamente il
genitore cerca di imporre la condiscendenza del figlio ricorrendo al proprio potere e autorità.
Il conflitto che segue, tra un padre e la figlia dodicenne, fu risolto utilizzando il Metodo I.

Gianna: Ciao, vado a scuola.


Padre: Tesoro, sta piovendo e non hai preso l'impermeabile.
Gianna: Non ne ho bisogno.
Padre: Come non ne hai bisogno! Ti bagnerai e ti rovinerai i vestiti oppure ti buscherai un raffreddore.
Gianna: Non sta piovendo molto.
Padre: Sta piovendo eccome.
Gianna: Comunque non voglio mettermelo. Odio gli impermeabili.
Padre: Senti, cara, sai bene che ti terrà più calda e all'asciutto. Per favore vai a prenderlo.
Gianna: Odio quell'impermeabile. Non lo indosserò!
Padre: Torna immediatamente in camera tua e prendi quell'impermeabile! Non ti lascerò andare a scuola
senza impermeabile in un giorno come questo.
Gianna: Ma non mi piace... ~
Padre: Non voglio sentire «ma»; se non lo indossi tua madre ed io dovremo punirti.
Gianna: (Irata) Va bene, hai vinto! Metterò quello stupido impermeabile!

Il genitore raggiunse il proprio scopo. La sua soluzione, che la figlia indossasse l'impermeabile,
prevalse sebbene la figlia fosse contraria. Il genitore vinse e Gianna perse. La figlia non era affatto
contenta della soluzione, ma si arrese di fronte alla minaccia del genitore di ricorrere al proprio
potere (punizione). Ecco come funziona invece il Metodo II nel conflitto tra genitore e figlio.

II genitore e il figlio devono fronteggiare una situazione in cui i bisogni dell'uno e quelli dell'altro entrano in
collisione. Il genitore può avere o meno una soluzione precostituita. Se la soluzione è già stata concepita,
può darsi che il genitore tenti di persuadere il figlio ad aderirvi. Il figlio, per contro, ha maturato la propria
soluzione e tenta di persuadere il genitore ad accettarla. Se il genitore si oppone, il figlio ricorre allora al
proprio potere per ottenere l'adesione del genitore. Alla fine il genitore cede.

Nel conflitto dell'impermeabile, il Metodo II funzionerebbe così:


Gianna: Ciao, vado a scuola.
Padre: Tesoro, sta piovendo e non hai preso l'impermeabile.
Gianna: Non ne ho bisogno.
Padre: Come non ne hai bisogno! Ti bagnerai e ti rovinerai i vestiti oppure ti buscherai un raffreddore.
Gianna: Non sta piovendo molto.
Padre: Sta piovendo eccome.
Gianna: C&munque non voglio mettermelo. Odio gli impermeabili.
Padre: Voglio che tu lo metta.
Gianna: Odio quell'impermeabile. Non lo indosserò! Se mi costringerai a farlo, mi farai infuriare.
Padre: Ci rinuncio! Vai pure a scuola senza impermeabile, non voglio discutere più con te. Hai vinto.

Gianna riuscì ad avere la meglio. Lei vinse e il genitore perse. Il genitore non era di certo soddi-
sfatto della soluzione, tuttavia si arrese di fronte alle minacce della figlia di usare il proprio potere
(in questo caso: infuriarsi con il genitore). Il Metodo I e il Metodo II sono simili sebbene i risultati
siano totalmente diversi. In ambedue i metodi, ciascun contendente vuole imporsi e tenta di
persuadere l'altro ad adeguarsi alle proprie soluzioni. Questo atteggiamento può essere tradotto con
queste parole: «Voglio che si faccia a modo mio e ho intenzione di lottare perché ciò avvenga». Nel
Metodo I il genitore non ha considerazione né rispetto dei bisogni del figlio. Nel Metodo II è il
figlio a non aver considerazione né rispetto dei bisogni del genitore. Ambedue i metodi inducono
l'uno ad arrendersi sentendosi sconfitto e spesso irato con l'altro per averlo frustrato. Entrambi
richiedono una lotta per il potere nella quale gli awersari non esitano a servirsi del proprio potere, se
lo ritengono necessario, per guadagnare una vittoria.

Perché il Metodo I è inefficace


I genitori che fanno assegnamento sul Metodo I per risolvere i conflitti pagano un prezzo molto alto
per la propria vincita. Le conseguenze del Metodo I sono abbastanza prevedibili: scarsa
motivazione del figlio a eseguire quanto proposto nella soluzione, risentimento verso i genitori, dif-
ficoltà a imporsi da parte del genitore, nessuna opportunità per il figlio di sviluppare la capacità di
autodiscliplinarsi.
Quando un genitore impone la propria soluzione di un conflitto, il figlio avrà ben poco motivo o
desiderio di aderire a quella decisione non avendo alcun vantaggio a farlo; non gli è stata offerta
alcuna opportunità di pronunciarsi per esprimere il proprio parere. Qualunque motivazione del
figlio è estrinseca, esterna alla sua persona. Può darsi che egli finisca con l'assecondare il genitore,
ma solo perché teme la sua punizione o disapprovazione. Il figlio non vuole eseguire quanto deciso,
si sente costretto a farlo. È per questo che i figli cercano tanto spesso di escogitare il modo di
sottrarsi al compito di eseguire le soluzioni imposte col Metodo I. Se non riescono ad astenersi,
normalmente fingono di eseguire ciò che devono svolgendo comunque il lavoro con sforzo minimo
o facendo a mala pena lo stretto indispensabile.
In genere i figli provano risentimento nei confronti dei genitori quando vengono costretti con il
Metodo I a fare qualcosa controvoglia. Si sentono vittime di un'ingiustizia e, attribuendone ai
genitori la responsabilità, si rivoltano contro di essi con rancore e risentimento. I genitori che usano
il Metodo I qualche volta ottengono arrendevolezza e ubbidienza pagando però l'amaro prezzo
dell'ostilità dei figli. Se si osservano i figli di genitori che hanno appena risolto un conflitto con il
Metodo I si constaterà quasi invariabilmente che le espressioni del loro volto denunciano rancore e
risentimento, che rispondono con ostilità o che arrivano persino ad aggredire fisicamente i genitori.
Il Metodo I crea le premesse di una relazione destinata a deteriorarsi inesorabilmente. Il risenti-
mento e l'odio subentrano all'amore e all'affetto. I genitori pagano un altro grave scotto per aver
usato il Metodo I: solitamente devono spendere una gran quantità di tempo per far rispettare la
decisione presa, per controllare che il figlio adempia il proprio compito assillandolo, ram-
mentandogli cosa deve fare e sollecitandolo. I genitori che partecipano ai corsi P.E.T. spesso
difendono l'uso del Metodo I adducendo la giustificazione che dopotutto è un metodo rapido per
risolvere i conflitti. Questo vantaggio è spesso più apparente che reale perché in seguito sottrae
moltissimo tempo al genitore che deve assicurarsi che la propria decisione sia effettivamente rispet-
tata. I genitori che dicono di dover costantemente assillare i figli sono immancabilmente gli stessi
che adoperano il Metodo I. Mi è impossibile ricordare l'enorme numero di conversazioni, avute con
genitori, simili alla seguente, avvenuta nel mio ufficio.

Genitore: I nostri figli non ci aiutano in casa. Per convincerli sembra di dover cavar loro un dente. Ogni
sabato è una battaglia per indurii a compiere la loro parte di lavoro. Dobbiamo letteralmente seguirli passo
passo per controllare che il lavoro sia fatto.
Consulente: Con quale criterio si decide quali lavori debbano essere fatti?
Genitore: Beh, decidiamo noi ovviamente. Noi sappiamo cosa deve essere fatto e ne prepariamo una
lista che poi facciamo leggere ai ragazzi il sabato mattina.
Consulente: I vostri figli hanno voglia di fare quei lavori?
Genitore: Santo cielo, no!
Consulente: Sentono di doverli fare.
Genitore: Esattamente.
Consulente: È mai stata data loro l'opportunità di prendere parte alle decisioni che determinano cosa va
fatto? Hanno voce in capitolo nel decidere i lavori che è necessario fare?
Genitore: No.
Consulente: È mai stata data loro l'opportunità di decidere chi deve fare i lavori?
Genitore: No, di solito assegniamo i diversi lavori nel modo più equo possibile.
Consulente: Siete voi, quindi, a decidere quali lavori fare e chi li debba compiere? Genitore: Proprio così.

Pochi genitori vedono la connessione tra la mancanza di motivazione dei figli ad aiutarli in casa e il
fatto che le decisioni relative sono di solito prese con il Metodo I. Un ragazzo «che non col-labora»
è semplicemente un ragazzo a cui i genitori, prendendo decisioni col Metodo I, gli hanno negato la
possibilità di cooperare. Non è possibile ottenere la cooperazione di un figlio costringendolo a
comportarsi nel modo desiderato. Un altro effetto prevedibile del Metodo I è che si nega al figlio la
possibilità di sviluppare la capacità di autodisciplinarsi, ossia la capacità di acquisire e adottare
spontaneamente e autonomamente un comportamento responsabile. Uno dei miti universalmente
radicati rispetto all'educazione dei figli è che se i genitori li costringono ad agire nel modo
desiderato, da adulti si trasformeranno in persone autodisciplinate e responsabili. Sebbene sia vero
che alcuni figli reggono il confronto con una pesante autorità genitoriale comportandosi con
obbedienza, adattandosi e sottomettendosi è anche vero, però, che questi figli da adulti normalmente
si rivelano persone dipendenti dall'autorità esterna per controllare il proprio comportamento. Sia da
adolescenti che da adulti essi manifestano un'assenza di controlli intcriori; vivono passando da una
figura autorevole all'altra per dare un senso alla propria vita o per controllare il proprio
comportamento; mancano di autodisciplina, di controllo intcriore o responsabilità propria perché
non è mai stato dato loro il modo di acquisire queste qualità. Se i genitori potessero imparare una
sola cosa da questo libro, vorrei che fosse la seguente: ogni volta che essi costringono un figlio a
fare qualcosa ricorrendo al proprio potere e alla propria autorità negano a quel figlio la possibilità di
imparare a responsabilizzarsi e autodisciplinarsi.

,o potere figlio diciassettenne di genitori molto severi che usavano costantemente, ammise
quanto genitoriale per fargli fare i compiti segue: «Ogni volta che i miei genitori non ci sono, mi è
impossibile smuovermi dalla sedia da dove guardo la televisione. Sono così abituato al fatto che
siano loro a mandarmi a fare i compiti, che non riesco a trovare dentro di me alcun potere che mi
solleciti a farlo quando loro non sono in casa».

Ciò mi fa venire in mente un altro penoso messaggio scarabocchiato con un rossetto sullo specchio
di un bagno da William Heirens di Chicago, assassino di numerosi bambini, dopo aver appena
ucciso un'altra delle sue vittime: «per amor del ciclo, prendetemi prima ch'io uccida ancora!»
La maggior parte dei genitori partecipanti ai corsi P.E.T. non aveva mai avuto l'opportunità di esa-
minare in modo critico gli effetti della loro «severità». La maggior parte pensa di agire conforme-
mente a quanto ci si aspetta dai genitori, ovvero usando la propria autorità. Tuttavia, una volta
aiutati a percepire gli effetti del Metodo I, sono rari i genitori che ne contestano la verità. Dopotutto
i genitori sono stati a loro volta figli che hanno sviluppato queste stesse abitudini per fronteggiare il
potere dei loro genitori.

Perché il Metodo II è inefficace


Cosa accade ai figli che crescono abituandosi a vincere mentre i genitori perdono? Quale effetto ha
sui figli il loro averla quasi sempre vinta? Ovviamente questi figli saranno diversi da quelli cresciuti
in case dove si usa principalmente il Metodo I per risolvere i conflitti. I figli a cui è consentito di
avere la meglio non saranno altrettanto ribelli, ostili, dipendenti, aggressivi, sottomessi, obbedienti,
servili, remissivi e così via. Non hanno dovuto sviluppare la capacità di far fronte al potere
genitoriale. Il Metodo II incoraggia il figlio a utilizzare il proprio potere sui genitori per vincere a
loro spese. Questi figli imparano a controllare il genitore rivoltandosi con stizzosa collera; imparano
a farlo sentire in colpa, a rivolgersi a lui in modo villano e sprezzante. Sono spesso turbolenti,
intrattabili, incontrollati, impulsivi. Hanno imparato che i loro bisogni sono più importanti di quelli
di chiunque altro. Anch'essi sono spesso privi della capacità di controllare autonomamente il
proprio comportamento e diventano molto egocentrici, egoisti e esigenti.
Questi figli spesso non rispettano la proprietà e i sentimenti altrui. La vita per loro è un continuo
prendere e afferrare avidamente. Il loro Io ha la precedenza su tutti. Raramente sono servizievoli o
disposti a collaborare in casa. Essi hanno spesso serie difficoltà nei rapporti con i loro coetanei che
non amano la compagnia di questi figli «viziati» trovandone sgradevole la vicinanza. Difatti, i figli
cresciuti in famiglie in cui predomina il Metodo II sono talmente abituati ad averla vinta con i
propri genitori che vogliono tener testa anche ai propri coetanei. Questi figli hanno anche difficoltà
di adattamento a scuola, istituzione la cui filosofia si fonda in modo predominante sul Metodo I. I
figli abituati al Metodo II rischiano di vivere esperienze drammatiche quando entrano nel mondo
della scuola e scoprono che la maggior parte degli insegnanti e dei presidi è allenata a utilizzare il
Metodo I per risolvere i conflitti e sostenuta dalla propria autorità e potere.
Probabilmente l'effetto più grave del Metodo II è che i figli maturano profondi sentimenti di insicu-
rezza riguardo all'amore dei propri genitori. È facile comprendere questa reazione se si considera
quanto sia difficile per i genitori provare amore e accettazione nei confronti di un figlio che
normalmente vince a loro spese. Nelle famiglie dove viene applicato il Metodo I, il risentimento si
irradia dal figlio al genitore; dove invece viene applicato il Metodo II il risentimento parte dal
genitore. Il figlio cresciuto con il Metodo II sente che i suoi genitori sono spesso risentiti, irritati e
inquietati con lui. Quando più tardi percepisce messaggi simili dai propri coetanei, e probabilmente
da altri adulti, non c'è da meravigliarsi se comincia a sentirsi non amato perché, ovviamente, spesso
non è amato dagli altri. Sebbene alcuni studi abbiano dimostrato che i figli cresciuti con il Metodo
II tendono a essere più creativi dei figli cresciuti con il Metodo I, i genitori pagano un caro prezzo
per aver allevato figli creativi perché sovente non riescono a sopportarli.
Questi genitori soffrono immensamente. Nelle loro case li ho spesso uditi dire:
- Riesce ad averla vinta quasi sempre e non lo si può controllare.
- Sarò felice quando i bambini cominceranno ad andare tutti a scuola, così avrò un po' di pace.
- Essere genitori è così opprimente: passo tutto il mio tempo a fare cose per loro.
- Devo dire che a volte non li sopporto proprio: sento il bisogno di fuggire.
- Sembra che non si rendano conto che ho anch'io una vita.
- A volte, e mi sento in colpa a dirlo, vorrei sbarazzarmene o spedirli da qualcun'altro.
- Mi vergogno terribilmente di loro quando li porto da qualche parte o quando mi vengono a trovare gli
amici.

Per queste persone l'essere genitori è raramente una gioia. Deve essere molto triste crescere figli
che non si possono amare o di cui si detesta la compagnia.

Ulteriori problemi causati dal Metodo I e dal Metodo II


Pochi genitori utilizzano esclusivamente un metodo o l'altro. In molte famiglie uno dei geni-lori si
affida prevalentemente al Metodo I mentre Faltro protende verso il Metodo IL C'è ragione di
credere che i figli allevati in questo tipo di conlesto familiare possono sviluppare, con maggiore
probabilità, seri problemi emotivi. Sembra quasi che l'incocrenza sia più dannosa dell'estremo
impiego di uno o l'altro metodo. Alcuni genitori cominciano utilizzando il Metodo H, ma appena il
figlio cresce e diventa più indipendente e autonomo gradualmente passano al Metodo I.
Ovviamente, può essere dannoso per il figlio abituarsi ad averla quasi sempre vinta e poi
cominciare a subire sconfitte. Altri genitori cominciano con il Metodo I e poi gradualmente ^
convertono al Metodo IL Questo accade
spesso quando i genitori hanno un bambino che inizia presto a opporsi all'autorità genitoriale; gra-
dualmente questi genitori si rassegnano e cominciano a comportarsi con i figli in modo arrendevole.
Ci sono anche genitori che utilizzano il Metodo I con il primo figlio e passano al Metodo II con il
secondo sperando di avere risultati migliori. In queste famiglie si sente spesso il primo figlio
esprimere risentimento nei confronti del secondo, al quale si consente di farla franca con
comportamenti a lui mai concessi. A volte il primo figlio pensa che ciò sia la prova che i genitori
prediligono fortemente il secondo figlio. Uno dei modelli comportamentali più comuni
-particolarmente tra i genitori fortemente influenzati dai sostenitori del permissivismo e dagli
oppositori delle punizioni - consiste nel permettere al figlio di vincere per lunghi periodi di tempo
fino a quando il suo comportamento diventa talmente odioso che i genitori ricorrono
improvvisamente al Metodo I per sentirsi poco dopo in colpa fino a tornare gradualmente a
impiegare il Metodo II riawiando così lo stesso ciclo. Un genitore espresse questa situazione in
modo molto chiaro:
Sono permissivo con i miei jigli fino a quando non riesco più a sopportarli. Dopo di che divento molto
autoritario fino a quando non riesco più a sopportare me stesso.

Molti genitori, tuttavia, sono bloccati sull'uso esclusivo di uno dei due metodi. Può accadere che un
genitore sia, per convinzione o per tradizione, un forte sostenitore del Metodo I. Poi scopre con la
propria esperienza che questo metodo non funziona molto bene e potrebbe per-sino finire col
sentirsi colpevole di usarlo; non gli piace sentirsi severo, autoritario e punitivo. Tuttavia la sola
alternativa che conosce è il Metodo II: consentire al figlio di vincere. Intuitivamente questo genitore
sa che il Metodo II non migliorerebbe la situazione, ma potrebbe perfino peggiorarla. Così egli
aderisce ostinatamente al Metodo I anche di fronte all'evidenza del fatto che i suoi figli stanno
soffrendo a causa di questo approccio o che la relazione si sta deteriorando. La maggior parte dei
genitori che usano il Metodo II sono contrari a utilizzare un approccio autoritario perché per
principio si oppongono all'uso dell'autorità con i figli o perché la loro personalità non consente loro
di impiegare la forza necessaria o di fare l'esperienza di un conflitto. Ho conosciuto molte madri, e
persino alcuni padri, che considerano più adeguato il Metodo II perché temono di entrare in
conflitto con i figli (e di solito con qualsiasi altra persona). Piuttosto che correre il rischio di
imporre la propria volontà ai loro figli, questi genitori affrontano i problemi col criterio della «pace
a ogni costo» comportandosi in modo rinunciatario, facendo eccessive concessioni e arrendendosi.
Il dilemma di quasi tutti i genitori che si presentano ai corsi P.E.T sembra essere quello di sentirsi
bloccati su uno dei due metodi, o di oscillare tra i due, perché non conoscono altre alternative a
questi due metodi inefficaci vinci-perdi. Abbiamo scoperto che i genitori non solo riconoscono
quale metodo utilizzano più frequentemente, ma anche che ambedue i metodi sono inefficaci. È
come se si rendessero conto di essere in difficoltà, qualunque metodo usino, ma non sapessero a
quale altro metodo ricorrere. La maggior parte di loro esprime gratitudine per essere stata aiutata a
uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciata da sola.

Il potere genitoriale è necessario e


giustificato?
Una delle convinzioni più radicate è quella di ritenere necessario e opportuno che i genitori
ricorrano alla propria autorità per controllare, guidare ed educare i figli. Stando alle migliaia di
genitori che hanno frequentato i nostri corsi è possibile affermare che pochi di essi mettono in
dubbio la validità di questa convinzione. Molti genitori adducono con disinvoltura le ragioni del
loro ricorso all'autorità sostenendo che i figli ne hanno bisogno e la desiderano o che i genitori sono
comunque più saggi. Frasi come «Papa sa bene cosa sia meglio per te!» rispecchiano una tendenza
molto diffusa.
L'ostinazione a credere che sia necessario e opportuno che i genitori utilizzino l'autorità con i figli
ha, secondo me, impedito per secoli qualsiasi cambiamento o miglioramento significativo circa il
modo in cui i figli vengono educati e trattati dagli adulti. Ciò è in parte dovuto al fatto che quasi
tutti i genitori non comprendono cosa veramente sia l'autorità e quale effetto abbia sui figli. Essi
parlano disinvoltamente di «autorità», ma pochi ne sanno dare una definizione o almeno
identificarne la provenienza.

Cos'è l'autorità? -1
Una delle caratteristiche fondamentali del rapporto genitore-figlio è la seguente: i genitori hanno
una statura psicologica più elevata di quella del figlio. Nella prospettiva del figlio,
indipendentemente dalla sua età, il genitore non ha la sua stessa statura. Non mi riferisco alla statura
fisica (sebbene la dimensione fisica sia un differenziale presente fino a quando i figli non
raggiungono l'adolescenza), ma piuttosto alla statura psicologica.

II genitore ha quasi sempre, agli occhi del figlio, una statura psicologica maggiore, il che spiega
espressioni come «II mio grande papa», «II capo», «Mio padre era una figura imponente nella mia
vita», «Era un grand'uomo per me» o «Non mi lasciai sfuggire l'occasione per ridimensionare le
figure dei miei genitori». Vorrei, a tal proposito, citare la frase di un tema scritto,
durante un corso scolastico, da un giovane molto disturbato e da lui mostratomi quando ero il suo
consulente.
Non essendo altro che un bambino, mi rapportavo ai miei genitori in modo molto simile a quello in cui un
adulto si rivolge a Dio.

Tutti i bambini vedono inizialmente i propri genitori come divinità.


Questa differenza di statura psicologica esiste non solo perché i figli vedono i propri genitori più
grandi e più forti, ma anche più sapienti e competenti. Al bambino piccolo sembra che non vi sia
nulla che i genitori non conoscano o non sappiano fare. Egli è stupito dalla vastità delle loro
capacità di comprensione, dall'accuratezza delle loro previsioni, dalla saggezza dei loro giudizi.
Sebbene alcune di queste percezioni siano talvolta accurate, altre volte non lo sono. I figli attri-
buiscono ai genitori molte fattezze, caratteristiche e capacità che in realtà sono infondate. Pochi
genitori hanno veramente una conoscenza corrispondente a quella che viene loro attribuita dai figli.
L'esperienza non è sempre «il miglior maestro», come d'altronde il figlio comprenderà una volta
divenuto adolescente e adulto e quindi in grado di giudicare i propri genitori grazie a un'esperienza
personale più vasta. E la saggezza non è sempre proporzionalmente collegata all'età. Molti genitori
trovano difficile ammettere questa realtà. I più onesti con se stessi riconoscono quanto esagerate
siano le valutazioni dei figli su Mamma e Papa.
Sebbene esistano già molti elementi che favoriscono la maggiore statura psicologica dei genitori,
molte madri e padri la enfatizzano nascondendo deliberatamente ai figli i propri limiti o errori di
giudizio e alimentando miti incrollabili attraverso frasi quali: «Sappiamo noi cosa sia meglio per te»
o «Quando sarai più grande capirai che avevamo ragione». Mi ha sempre incuriosito osservare che
quando i genitori parlano retrospettivamente dei propri genitori, ne individuano facilmente gli errori
e limiti. Tuttavia contesteranno l'idea che essi stessi siano soggetti a commettere gli stessi errori di
valutazione e di mancanza di saggezza nei confronti dei propri figli. Sebbene immeritatamente, essi
hanno realmente una statura psicologica più grande che si traduce in un'importante fonte di potere
genitoriale sui figli. Siccome il genitore è visto come «un'autorità», i suoi tentativi di influenzare il
figlio hanno un peso notevole. Si potrebbe definire questo fenomeno come autorità conferita dal
momento che è il figlio stesso a conferirla al genitore. Che tale autorità sia meritata o meno è
irrilevante. Resta il fatto che è la statura psicologica a conferire al genitore influenza e potere sul
figlio. Esiste inoltre un'altra forma di potere del genitore sul figlio dovuta al fatto che il primo pos-
siede ciò di cui il figlio necessita. Si tratta del potere che il genitore ha di soddisfare i bisogni
primari del figlio. I figli arrivano al mondo quasi completamente dipendenti dagli altri per quanto
concerne il nutrimento e il conforto fisico. Non posseggono i mezzi per soddisfare i propri bisogni,
mezzi che sono invece posseduti e controllati dai genitori. Man mano che il figlio cresce, se gli
viene consentito di rendersi più indipendente dai genitori, il potere genitoriale naturalmente
diminuisce. Tuttavia in tutte le età precedenti quella in cui il figlio diventa un adulto indipendente,
in grado di soddisfare i propri bisogni primari quasi interamente grazie ai propri sforzi, i genitori
continuano ad avere un certo grado di potere su di lui. Un ulteriore potere deriva dal fatto che il
genitore, potendo soddisfare i suoi bisogni primari, può anche appagare il figlio. Gli psicologi
utilizzano il termine «ricompensa» per indicare qual-siasi mezzo posseduto dal genitore (fonte di
appagamento) che serva ad appagare i bisogni del figlio. Se un bambino ha fame (ha bisogno di
cibo) e il genitore gli fornisce un biberon, diremo che il figlio è stato ricompensato (il suo bisogno
di cibo è stato soddisfatto). Il genitore possiede anche i mezzi per provocare sofferenza o disagio al
figlio sia negandogli ciò di cui ha bisogno (non nutrendolo quando ha fame) sia facendo qualcosa
che gli causa dolore o disagio (schiaffeggiandogli la mano quando la protende verso il biberon del
fratello). Gli psicologi usano il termine «punizione» come contrario di «ricompensa».
Qualsiasi genitore sa che può controllare un figlio ricorrendo al proprio potere. Per mezzo di un
attento uso delle ricompense e delle punizioni, il genitore può incoraggiare il bambino a compor-
tarsi in un certo modo o dissuaderlo dal comportarsi in un altro.
Tutti sanno, per esperienza personale, che gli esseri umani (e gli animali) tendono a ripetere
comportamenti che meritano ricompense (ossia che soddisfano un bisogno) e a rifuggire o esclu-
dere comportamenti che non appagano o che addirittura causano punizioni. Così un genitore può
rinforzare alcuni comportamenti del figlio ricompensandolo o frenare altri comportamenti
punendolo.
Supponiamo che vogliate che vostro figlio giochi con le sue costruzioni e non con i costosi posace-
nere di cristallo poggiati sul tavolino da caffè. Per incoraggiarlo a giocare con le costruzioni,
potreste sedere insieme a lui mentre gioca, sorridergli e essere gentile dicendogli: «Sei proprio un
bravo bambino». Per dissuaderlo dal giocare con il posacenere, potreste schiaffeggiargli la mano,
dargli uno sculaccione, aggrottare la fronte, assumere un espressione sgradevole o dirgli: «Sei cat-
tivo». Il bambino imparerà rapidamente che giocare con le costruzioni promuoverà un buon rap-
porto con il potere del genitore, mentre giocare con il posacenere lo guasterà. Ciò è quanto i
genitori spesso fanno per modificare il comportamento dei figli. Normalmente viene definito
educazione del figlio. In realtà il genitore usa il proprio potere per far sì che il figlio faccia ciò che
lui vuole o per impedire che il figlio faccia ciò che lui non vuole. Lo stesso metodo viene utilizzato
dagli addestratori di cani per insegnare loro a obbedire e dai domatori circensi per insegnare agli
orsi a andare in bicicletta. Se un addestratore vuole che un cane lo segua al passo, gli pone un
collare intorno al collo e comincia a camminare trattenendolo col guinzaglio. Poi gli ordina: «Al
passo!» Se il cane non resta vicino all'addestratore riceve uno strattone doloroso al collo
(punizione). Se il cane lo segue al passo, viene accarezzato (ricompensa). In questo modo il cane
impara presto a seguire il padrone al passo su comando. Non c'è dubbio: il potere funziona. I figli
possono essere addestrati in questo modo a giocare con le costruzioni piuttosto che con i costosi
posacenere, i cani possono essere addestrati a camminare al passo su comando e gli orsi ad andare
in bicicletta o persino su monopattini. Davvero sorprendente!
Quando i figli sono piccoli, dopo essere stati ricompensati o puniti un numero sufficiente di volte,
possono essere controllati semplicemente promettendo loro una ricompensa se si comporteranno in
un certo modo o minacciando di punirli se si comporteranno in un modo indesiderabile. I vantaggi
potenziali di questo metodo sono evidenti: il genitore non deve attendere che si verifichi il
comportamento desiderato per poterlo ricompensare (rinforzare) né aspettare quello indesiderato
per eventualmente punirlo (frenarlo). Infatti, dopo un certo periodo di tempo, il genitore può
influenzare il figlio dicendo semplicemente: «Se ti comporti in un certo modo riceverai la mia
ricompensa, altrimenti riceverai una punizione»»

Gravi limiti del-potere genitoriale

Se pensate che il potere genitoriale di ricompensare o punire (o di promettere ricompense e


minacciare punizioni) possa essere un modo efficace per controllare i figli avete torto e ragione allo
stesso tempo: l'uso dell'autorità genitoriale (potere) per quanto possa sembrare efficace in alcune
condizioni, è alquanto inefficace in altre. Più avanti esaminerò alcuni degli effettivi rischi del potere
genitoriale.
Molti, se non la maggior parte, di questi effetti collaterali sono assai spiacevoli. Questo tipo di
addestramento all'ubbidienza induce spesso i figli a diventare sottomessi, timorosi e nervosi;
spesso si rivoltano contro i loro addestratori con ostilità e senso di vendetta; sovente crollano
psicologicamente o emotivamente mentre si sforzano di apprendere comportamenti che
sentono difficili o sgradevoli.
L'uso del potere può sortire molti effetti dannosi e comportare numerosi rischi per l'addestratore di
animali come per l'educatore di figli.

Inevitabilmente i genitori perdono il proprio potere


L'uso del potere per controllare i figli funziona solo in condizioni molto particolari. Il genitore deve
essere sicuro di detenere il potere. Le sue ricompense devono essere tanto allettanti da indurre il
figlio a desiderarle e le sue punizioni devono essere efficaci al punto da garantire che il figlio eviti
comportamenti indesiderati. Il figlio deve dipendere dal genitore; più dipende da ciò che il genitore
possiede (ricompense), più si consolida il potere del genitore. Ciò è vero in tutti i rapporti umani. Se
ho assoluta necessità di qualcosa (ad esempio di denaro per comprare cibo ai miei figli) e dipendo
esclusivamente da un'altra persona per averla (probabilmente il mio datore di lavoro) ovviamente
questa persona avrà un estremo potere su di me. Dipendendo in tale misura da questo datore di
lavoro, sarò pronto a fare quasi tutto ciò che mi viene chiesto pur di assicurarmi quanto mi è
disperatamente indispensabile. Ma una persona mantiene potere su un'altra solo fino a quando
quest'ultima è indifesa o in una condizione di debolezza, indigenza, bisogno, privazione,
dipendenza. Man mano che un figlio diventa meno indifeso e dipendente dal genitore per riuscire a
soddisfare i propri bisogni, il genitore perde gradualmente potere. Per questo motivo i genitori
rimangono sconcertati quando scoprono che le ricompense e le punizioni, che avevano funzionato
quando il figlio era piccolo, diventano meno efficaci man mano che cresce. Un genitore si lamenta:
«Abbiamo perduto la nostra influenza su nostro figlio, una volta rispettava la nostra autorità, ma ora
non riusciamo a controllarlo». Un altro genitore dice: «Nostra figlia è diventata così indipendente
da noi che non sappiamo come farci ascoltare». Il genitore di un ragazzo di quindici anni e mezzo
spiegò così al proprio gruppo P.E.T. quanto si sentisse impotente:
L'unico mezzo rimastoci per confermare la nostra autorità è la nostra automobile. E nemmeno
questo funziona efficacemente perché si è preso la chiave dell'auto e ne ha fatto fare una copia.
Quando non siamo in casa, se la svigna di nascosto in auto ogni volta che gli aggrada. Ora che non
ci è rimasto nulla di cui abbia veramente bisogno, non lo possiamo più punire.

Questi genitori hanno espresso sentimenti provati dalla maggior parte dei genitori quando i loro
figli cominciano con la crescita a uscire dalla dipendenza. Ciò si verifica immancabilmente quando
il figlio diventa adolescente. In questa fase della crescita, il figlio può procurarsi da sé numerose
ricompense attraverso le proprie attività e interessi: la scuola, gli sport, gli amici, le proprie
conquiste e scoperte. Egli comincia anche a escogitare modi per evitare le punizioni dei genitori.
Quei genitori che per controllare e guidare i figli fanno prevalentemente affidamento, durante tutta
la loro infanzia, sul proprio potere, vanno ineluttabilmente incontro a un duro colpo quando il loro
potere si esaurisce e rimangono inaspettatamente con scarsa o addirittura senza influenza.

I terribili anni dell'adolescenza.


Sono ormai convinto che la maggior parte delle teorie riguardanti la tensione e la fatica di essere
adolescenti si fondava erroneamente su fattori quali: i cambiamenti fisici dell'adolescente, la ses-
sualità emergente, le nuove esigenze di rapporto con gli altri, il conflitto di non essere più un bam-
bino né ancora un adulto e così via. Questo periodo è difficile per genitori e figli principalmente a
causa del fatto che l'adolescente diventa così indipendente dai genitori che non può più essere
controllato promettendogli ricompense o infliggendogli punizioni. Dal momento che la maggior
parte dei genitori si affida alle ricompense e alle punizioni, l'adolescente reagisce con un
comportamento assai indipendente, riluttante, ribelle e ostile.
I genitori ipotizzano che la ribellione e l'ostilità degli adolescenti siano inevitabilmente una fun-
zione di questo stadio di sviluppo. Non credo che questa interpretazione sia valida; mi sembra piut-
tosto che l'adolescente diventi maggiormente capace di opporsi e di ribellarsi. Egli non è più
controllabile con le ricompense dei genitori perché ne ha sempre meno bisogno; è immune alle
minacce di punizione perché sono poche le punizioni che possono provocargli dolore o grande
fastidio. L'adolescente tipico si comporta come sappiamo perché ha acquisito sia forze e risorse
sufficienti a soddisfare autonomamente i propri bisogni, sia un sufficiente potere personale che non
gli fa temere il potere dei genitori. Un adolescente, dunque, non si ribella contro i genitori. Si
ribella contro il loro potere. Se i genitori ricorressero meno al potere e più a metodi non autoritari
per influire sui figli dall'infanzia in poi, questi, divenuti adolescenti, avrebbero ben poco contro cui
ribellarsi. L'uso del potere per cambiare il comportamento dei figli ha pertanto questo grave limite: i
genitori normalmente perdono il proprio potere e prima di quanto pensino.

Educare usando il potere richiede condizioni molto rigide


Utilizzare ricompense e punizioni per influire su un figlio presenta un altro grave limite in quanto
richiede l'esistenza di condizioni molto controllate durante il periodo di addestramento. Gli psi-
cologi che studiano il processo di apprendimento addestrando animali in laboratorio, incontrano
grandi difficoltà con i propri «soggetti» a meno che non prevalgano condizioni di controllo estre-
mamente rigide. Molti dei requisiti necessari a creare tali condizioni sono eccessivamente difficili
da garantire quando si educano i figli ricorrendo a ricompense e punizioni. La maggior parte dei
genitori viola quotidianamente una o più delle regole che rendono efficace l'addestramento.
1. Il soggetto deve essere altamente motivato, deve avere un forte bisogno di lavorare per ottenere la
ricompensa. Le cavie devono essere abbastanza affamate per imparare ad orientarsi in un labirinto e
raggiungere il cibo che sta sul lato opposto. Al contrario i genitori spesso cercano di influenzare il figlio
promettendogli ricompense non particolarmente invitanti (promettere al bambino che gli canterete una ninna
nanna se va subito a letto e scoprire che la ricompensa non è sufficiente a persuaderlo).
2. Se la punizione è troppo severa il soggetto finirà con l'evitare completamente di affrontare la situazione.
Quando le cavie ricevono uno shock allo scopo di insegnare loro a non infilarsi in un vicolo cieco del
labirinto, essi cessano di provare a cercare la strada attraverso il labirinto se lo shock è troppo forte. Se si
punisce un figlio troppo severamente per un errore, questi potrebbe «imparare» che è bene smettere del
tutto di provare a fare qualcosa bene.
3. La ricompensa deve essere ottenuta dal soggetto addestrato in tempo utile affinché il comportamento
desiderato possa essere indotto efficacemente. Nell'addestrare i gatti a spingere la leva giusta che gli fornirà
il cibo, se il cibo verrà fornito con troppo ritardo, i gatti non impareranno quale sia la leva giusta. Se dite a un
figlio che potrà andare al mare fra tre settimane se oggi farà la propria parte di faccende domestiche,
scoprirete che una ricompensa tanto lontana nel tempo non lo motiva a sufficienza a eseguire quanto gli si
chiede oggi.
4. Deve sempre sussistere un alto grado di coerenza nell'amministrare ricompense per il comportamento
desiderato e punizioni per quello indesiderato. Se date del cibo al vostro cane quando siete a tavola e non
avete ospiti e poi lo punite se vi chiede del cibo quando avete ospiti, esso finirà col diven tare confuso e
frustrato (a meno che non impari la differenza tra l'avere degli ospiti e non averli, come peraltro ha imparato
il nostro cane). I genitori sono spesso incoerenti nell'amministrare ricompense e punizioni, come quando
consentono a volte al figlio di sgranocchiare qualcosa tra un pasto e l'altro, ma gli negano questo privilegio
nei giorni in cui la madre ha preparato qualcosa di speciale e non vuole che lui non si gusti la sua cena (ma
forse sarebbe più opportuno dire che non si vuole che lui non si apprezzi la cena della madre).
5. Le ricompense e le punizioni raramente sono efficaci per insegnare comportamenti complessi a meno
che non si ricorra all'uso di metodi di rinforzo molto complicati e con enorme dispendio di tempo. È vero che
gli psicologi sono riusciti a insegnare ai polli a giocare a ping-pong e ai piccioni a guidare missili (che ci
crediate o meno), ma è anche vero che tali risultati si raggiungono solo in seguito a un addestramento
incredibilmente difficoltoso, condotto in condizioni di totale controllo e con notevole spreco di tempo.

I lettori che hanno avuto animali si saranno certamente resi conto di quanto sia difficile addestrare
un cane a giocare esclusivamente nel proprio giardino, a riportare il maglione lasciato in giardino
ogni volta che comincia a piovere o a spartire il proprio cibo con gli altri cani. Queste stesse
persone, tuttavia, non avrebbero nemmeno perplessità sull'idoneità di mezzi quali la ricompensa e
la punizione per insegnare ai propri figli gli stessi comportamenti.
La ricompensa e la punizione possono servire a insegnare a un bambino a non toccare gli oggetti sul
tavolino da caffè o a chiedere le cose «per piacere» quando si sta a tavola, ma i genitori non
troveranno questo metodo efficace per garantire appropriate abitudini allo studio, onestà, bontà
verso gli altri bambini o collaborazione nell'ambito della famiglia. In realtà questi comportamenti
più complessi non si possono insegnare, ma i figli li apprendono ugualmente grazie alla propria
esperienza personale di numerose situazioni determinate da svariati fattori. Ho sin qui indicato solo
alcuni dei limiti dell'uso della ricompensa e della punizione nell'educazione dei figli. Gli psicologi
specializzati in argomenti come l'apprendimento e l'addestramento potrebbero aggiungerne molti
altri. Insegnare agli animali o ai figli a compiere azioni complesse attraverso l'uso delle ricompense
e delle punizioni non solo richiede uno studio apposito che necessita di un vasto approfondimento e
di un'eccessiva quantità di tempo e pazienza, ma ciò che più mi preme sottolineare è che:
l'addestratore qualificato di animali da circo e lo psicologo empirico non sono modelli
particolarmente adeguati da presentare ai genitori che si cimentano nella difficile impresa di
educare i figli a comportarsi come essi desiderebbero.

Effetti del potere genitoriale sul figlio

Nonostante tutti questi gravi limiti del potere, questo metodo resta quello prescelto dalla maggior
parte dei genitori indipendentemente dalla loro istruzione, estrazione sociale o reddito. Gli istruttori
P.E.T. scoprono immancabilmente che i genitori partecipanti ai loro corsi sono inaspettatamente
consapevoli degli effetti dannosi del potere. Basta chiedere loro di attingere dalle proprie esperienze
personali e di spiegarci come l'uso del potere genitoriale nei loro confronti abbia inciso sulla loro
stessa vita. Lo strano paradosso è che i genitori ricordano come percepivano il potere da bambini,
ma dimenticano quali sono i momenti in cui usano il proprio potere sui propri figli. Chiediamo,
quindi, a tutti i partecipanti ai corsi di elencare i modi in cui affrontavano il potere dei loro genitori.
Di solito le liste di meccanismi di sopravvivenza che essi ci consegnano non sono molto dissimili
dalla seguente:
1. Resistenza, sfida, ribellione, sfiducia.
2. Risentimento, rabbia, ostilità.
3. Aggressione, ritorsione, vendetta.
4. Mentire, nascondere i propri sentimenti.
5. Accusare il prossimo, spettegolare, ingannare.
6. Dominare, imporsi, intimidire.
7. Bisogno di vincere, paura di perdere.
8. Cercare alleati contro i genitori.
9. Sottomissione, obbedienza, arrendevolezza.
10. Servilismo, adulazione.
11. Conformismo, mancanza di creatività, paura delle novità, necessità di essere rassicurati a
priori sulle probabilità di successo di un'attività da intraprendere.
12. Introversione, evasione, sognare a occhi aperti, regressione.

Resistenza, sfida, ribellione, sfiducia

Un genitore rievocò questo episodio, peraltro tipico, avvenuto col padre.


Genitore: Se non la smetti di parlare, ti arriva un ceffone.
Figlio: Avanti, fai pure!
Genitore: (Colpisce il figlio).
Figlio: Colpisci di nuovo, più forte. Non la smetto!

Alcuni figli si ribellano all'uso dell'autorità dei genitori facendo esattamente il contrario di quanto
viene loro richiesto. Una madre ci raccontò:
Erano tre le cose per le quali usavamo la nostra autorità per convincere nostra figlia: la pulizia e
l'ordine, andare in chiesa e astenersi dal bere. Eravamo sempre molto severi riguardo a queste
regole. Ora sappiamo che è forse una delle peggiori casalinghe che io abbia mai conosciuto, non
mette piede in chiesa e beve cocktails quasi ogni sera.

Un adolescente mi rivelò durante un colloquio:


Non ci provo nemmeno a prendere voti alti a scuola perché i miei genitori mi hanno forzato troppo
ad essere un bravo studente. Se prendessi bei voti, li renderei felici, confermerei la loro certezza di
essere nel giusto o di aver vinto. Non permetterò che provino queste sensazioni e quindi non
studierò.

Un altro adolescente parlò della propria reazione contro i genitori che lo «assillavano» a causa della
lunghezza dei suoi capelli:
Penso che me li farei accorciare se non mi assillassero così tanto. Ma fino a quando cercheranno
di ìndurmi a tagliarli, farò di tutto per tenerli lunghi.

Queste reazioni all'autorità degli adulti sono quasi universali. Intere generazioni di figli hanno
disobbedito e si sono ribellati contro l'autorità. La storia indica ben poca differenza tra la gioventù
d'oggi e quella d'altri tempi. I figli, come anche gli adulti, lottano furiosamente quando la loro
libertà viene minacciata; e le minacce alla libertà dei figli sono sempre esistite in ogni momento
della storia. Un modo che i figli hanno di tener testa alle minacce alla loro libertà e indipendenza è
quello di combattere contro coloro che gliele possono sottrarre.

Risentimento, rabbia, ostilità


I figli provano risentimento verso chi esercita su loro il proprio potere. Sentono che è sleale e
ingiusto. Si risentono quando i genitori e gli insegnanti abusano del vantaggio di essere più grandi e
più forti per controllarli o per limitare la loro libertà.
«Vai a tormentare quelli grandi come te» è una frequente risposta dei figli quando gli adulti usano il
proprio potere. Sentirsi profondamente risentiti e irati verso le persone da cui si dipende, in misura
più o meno grande, per gratificare i propri bisogni sembra essere una reazione universale dell'essere
umano a qualsiasi età. Molte persone non reagiscono favorevolmente a coloro che detengono il
potere di elargire o negare ricompense. Si risentono del fatto che qualcun altro abbia il controllo dei
mezzi necessari ad appagare i loro bisogni. Vorrebbero averne loro stesse il controllo. Inoltre esse
aspirano a questa indipendenza perché dipendere da qualcun altro è rischioso. C'è il pericolo che la
persona da cui si dipende possa dimostrarsi inaffidabile perché disonesta, prevenuta, incoerente,
irragionevole o esigere, in cambio delle sue ricompense, che ci si adegui ai suoi principi e ai suoi
valori. È per questo che i dipendenti di datori di lavoro estremamente paternalistici -cioè quelli
generosi nell'elargire premi e indennità a condizione che gli impiegati acconsentano di buon grado
ai tentativi di gestione con l'uso dell'autorità - sono pieni di risentimento e ostilità nei confronti
della mano che li nutre. Gli storici che si occupano delle relazioni industriali hanno rilevato che
alcuni degli scioperi più violenti colpiscono compagnie gestite in modo benevolmente paterna-
llstico. È lo stesso motivo che spesso induce le nazioni povere, che hanno ricevuto contributi
dalle nazioni ricche, a nutrire ostilità verso le nazioni più forti, con profonda costernazione
delle donatrìci.

Aggressione, ritorsione, vendetta


Poiché il controllo autoritario dei genitori sovente frustra i bisogni del figlio e la frustrazione spesso
induce all'aggressione, i genitori che si affidano all'autorità possono facilmente aspettarsi che i figli
manifestino qualche forma di aggressività. Questi si ribellano, cercano di rimettere i genitori al loro
posto, sono severamente critici, rispondono con asprezza, adottano la tattica del silenzio o ricorrono
a molteplici comportamenti aggressivi per vendicarsi o ferire. Il criterio sembra essere: «Tu ferisci
me e allora io ferisco te, così forse non mi ferirai in futuro». I casi estremi di questi comportamenti
sono quelli, spesso riportati dai giornali, di figli che uccidono i propri genitori. Senza dubbio, molte
delle aggressioni contro le autorità scolastiche (vandalismo), contro la polizia o i leader politici
sono motivate dal desiderio di ritorsione o vendetta.

Mentire, nascondere i propri sentimenti


Alcuni bambini imparano presto nella vita che mentendo si possono evitare numerose punizioni e
che addirittura, in certe occasioni si possono ottenere ricompense. I figli immancabilmente impa-
rano a riconoscere i valori perseguiti dai genitori e a distinguere accuratamente ciò che essi appro-
vano da ciò che disapprovano. Senza eccezione alcuna, ognuno dei figli che ho avuto in terapia, i
cui genitori si affidavano in modo consistente alle ricompense e alle punizioni, mi ha rivelato di
fare sistematicamente ricorso alla menzogna con i propri genitori. Un'adolescente mi disse:

I miei genitori mi hanno proibito di andare nei cinema drive-in, così dico che vado a casa di un'amica
e poi andiamo al drive-in.
Un'altra disse: Mia madre non mi lascia mettere il rossetto, così me lo metto appena sono a pochi
isolati da casa e me lo tolgo prima di rientrare a casa.

Una sedicenne ammise:


Mia madre non mi lascia uscire con questo ragazzo, così mi faccio venire a prendere da un'a mica
che le dice che usciamo insieme per andare al cinema, o qualcosa del genere, e poi vado a incon trare
il mio ragazzo.

Sebbene i figli mentano perché i genitori ricorrono pesantemente alle ricompense e alle punizioni,
credo fermamente che la tendenza a mentire dei giovani non sia naturale. È una sorta di riflesso
condizionato, un meccanismo per far fronte ai tentativi dei genitori di controllarli attraverso le
ricompense e le punizioni. E improbabile che i figli che crescono in famiglie dove si sentono
accettati e si rispetta la loro libertà mentano. I genitori che si rammaricano perché i figli non
parlano o non condividono con la famiglia i loro problemi, sono generalmente gli stessi che hanno
usato frequentemente la punizione. I figli imparano presto le regole del gioco come, per esempio,
che conviene starsene zitti.

Accusare il prossimo, spettegolare, ingannare


Nelle famiglie numerose, ovviamente i figli com-petono tra loro per ricevere le ricompense e per
eludere le punizioni. Spesso escogitano anche altri sistemi di difesa: mettere gli altri in posizione di
svantaggio, discreditare gli altri figli, farli apparire malvagi, spettegolare, scaricare la colpa. Il
criterio seguito è semplice: «Se faccio sembrare l'altro cattivo, forse io sembrerò buono». Che
sconfitta per i genitori! Vorrebbero instaurare la collaborazione tra i figli, ma, ricorrendo alle
ricompense e alle punizioni, alimentano la competizione, la rivalità, la lotta e i voltafaccia tra
fratelli.
Lui ha avuto più gelato di me.
Perché io devo lavorare in giardino e Giulio no? Mi ha colpito prima lui, ha cominciato lui.
Non hai mai punito Gianni quando lui aveva la mia età e faceva le stesse cose che sto facendo io.
Perché permetti a Tommaso di farla franca su tutto?

Gran parte dei battibecchi competitivi e delle accuse reciproche tra figli possono essere attribuiti al
sistema educativo dei genitori basato sull'uso di ricompense e punizioni. Poiché nessuno na il
tempo, l'indole o la saggezza per riuscire a dispensare le ricompense e le punizioni in modo sempre
equo e giusto, i genitori sono destinati ad alimentare la competitivita. È poi del tutto naturale che
ciascun figlio voglia ottenere la maggior parte delle ricompense e lasciare ai fratelli e alle sorelle le
punizioni.

Dominare, imporsi, intimidire


Perché alcuni figli cercano di agire prepotentemente con i bambini più piccoli o di dominarli? Una
delle ragioni sta nel fatto che i loro genitori hanno usato il proprio potere per imporsi. Pertanto,
ogniqualvolta essi sono in una posizione di potere su qualcun'altro, cercano di dominarlo e
tiranneggiarlo. Si può notare questo fenomeno I quando giocano con le bambole. In genere trattano
le proprie bambole (i loro figli) così come sono trattati dai loro genitori. Gli psicologi sanno da
tempo che si può scoprire come i genitori trattano i figli osservando il loro modo di giocare con LE
bambole. Se una figlia, interpretando il ruolo della mamma, tiranneggia e punisce la bambola è
quasi certo che essa viene trattata allo stesso modo dalla propria madre.
I genitori, quindi, corrono involontariamente il grave rischio di allevare un figlio che tenderà a
essere autoritario con gli altri bambini se ricorrono all'autorità per guidarlo e controllarlo.

Bisogno di vincere, paura di perdere


Quando i figli crescono in un clima carico di ricompense e punizioni, possono sviluppare un forte
bisogno di apparire buoni o vincenti e di non apparire cattivi o perdenti. Ciò si verifica soprattutto
nelle famiglie con genitori che tengono in gran conto le ricompense e che dipendono molto dalle
valutazioni positive, dai compensi in denaro, dalle medaglie, dai premi e così via.
Sfortunatamente sono molti questi genitori, specialmente nelle classi sociali medio-alte. Sebbene
abbia indubbiamente incontrato genitori che rifiutano per principio l'uso delle punizioni come
metodo di controllo, raramente ho conosciuto genitori che mettano anche soltanto in discussione il
valore delle ricompense. Il genitore americano è stato sommerso da articoli e libri che suggeriscono
l'uso frequente di elogi e ricompense. Molti hanno accolto questo consiglio senza spirito critico col
risultato che un'alta percentuale di americani viene quotidianamente manipolata dai propri genitori
attraverso l'encomio, i privilegi speciali, i premi, le caramelle, i gelati e cose simili. Non c'è da
meravigliarsi se questa generazione di figli cresciuti a caramelle e biscotti sia tanto orientata a
vincere, ad apparire brava, a primeggiare e soprattutto a evitare di perdere.
Un altro effetto negativo dell'educazione dei figli basata sulla ricompensa è quello penalizzante per
il figlio dalle facoltà intellettive o fisiche tanto limitate da incontrare grosse difficoltà a guadagnare
ricompense. Mi riferisco a quel soggetto i cui fratelli e coetanei sono geneticamente meglio dotati e
che lo rendono perdente in ogni suo sforzo in casa, sui campi da gioco o a scuola. Ogni famiglia
può avere uno o più figli di questo tipo, destinati a vivere nella sofferenza per via dei frequenti
insuccessi e frustrazioni derivanti dal vedere gli altri ottenere ricompense. Questi figli acquisiscono
una scarsa autostima e accumulano sfiducia, disperazione e disfattismo. Il punto è che un clima
familiare fondato sulla eccessiva elargizione di ricompense può essere più dannoso per i figli che
non possono ottenerle che per quelli che possono.

Cercare alleati contro i genitori

Crescendo, i figli imparano un altro modo per sfuggire al controllo di genitori che li sorvegliano e
guidano con l'autorità e il potere. Si tratta di un metodo fin troppo noto: quello di coallzzarsi con
altri coetanei appartenenti o meno alla stessa famiglia. Essi scoprono che l'unione fa la forza; si
organizzano in modo assai simile a quello in cui i lavoratori si consorziano per contrastare i datori
di lavoro e il corpo direttivo. Analogamente i figli formano alleanze allo scopo di far fronte comune
contro i genitori
• mettendosi d'accordo per raccontare la stessa versione dei fatti,
• dicendo ai genitori che tutti gli altri loro coetanei hanno il permesso di fare certe cose e interro-
gandoli sul perché a loro non è concesso lo stesso permesso,
• inducendo altri figli a spalleggiarli in attività discutibili per non essere individuati come unici
responsabili.

L'attuale generazione di adolescenti è consapevole dell'effettivo potere che scaturisce


dall'organizzarsi e dall'agire uniti contro l'autorità dei genitori e degli adulti; lo dimostrano il movi-
mento hippy, gli scioperi studenteschi, i raduni di protesta, le esternazioni studentesche di condanna
dei modelli di abbigliamento, le manifestazioni studentesche per ottenere maggior voce in capitolo
nelle scuole e nelle università, le marce per la pace e così via.
Continuando a impiegare l'autorità per controllare e guidare i comportamenti dei figli, i genitori e
gli adulti concorrono essi stessi a provocare l'effetto che invece vorrebbero scongiurare: la coa-
lizzazione dei figli per contrapporre il proprio potere a quello degli adulti. La società si sta pola-
rizzando su due gruppi in lotta: i giovani contro gli adulti, // sistema o, se preferite, i non detentori
del potere contro i detentori del potere. Invece di identificarsi con le proprie famiglie, i figli si
stanno sempre più identificando con i propri coetanei per combattere l'aggregazione di potere di
tutti gli adulti.

Sottomissione, obbedienza, arrendevolezza.


Alcuni figli preferiscono sottomettersi all'autorità dei genitori per ragioni solitamente mal com-
prese. Essi sopravvivono grazie alla sottomissione, l'obbedienza e l'arrendevolezza. Questo tipo di
reazione al potere genitoriale si verifica di norma quando i genitori sono stati particolar-mente
severi nell'uso del loro potere. Specialmente quando le punizioni sono state molto dure, i figli si
sottomettono a causa di un foltissimo timore della punizione. Essi possono reagire al potere
genitoriale in modo simile a quello in cui i cani diventano codardi e timorosi dopo aver subito
severe punizioni. Quando sono ancora piccoli, le punizioni severe possono con maggiore
probabilità condurre alla sottomissione perché reazioni come la ribellione e la resistenza potrebbero
apparire troppo rischiose. Sembra quasi che essi si sentano costretti a rispondere al potere
genitoriale diventando obbedienti e arrendevoli. Quando sopraggiunge l'adolescenza, la loro
reazione può inaspettatamente cambiare avendo essi acquisito maggior forza e coraggio per
azzardarsi a resistere e a ribellarsi.
Alcuni figli seguitano a essere sottomessi e arrendevoli anche durante l'adolescenza e in età adulta.
Questi figli sono quelli che, più di chiunque altro, soffrono a causa del potere genitoriale subito
durante l'infanzia perché sono quelli che mantengono una profonda paura delle persone in posizioni
di potere che di volta in volta incontrano. Sono questi quegli adulti che rimangono bambini per
tutta la vita sottomettendosi passivamente all'autorità, negando i propri bisogni, temendo di essere
se stessi, terrorizzati dai conflitti, eccessivamente acquiescenti per sostenere e difendere le proprie
convinzioni. Questi sono gli adulti che affollano gli studi di psicologi e psichiatri.

Servilismo, adulazione
Un altro modo per far fronte a una persona dotata del potere di ricompensare o punire è
quello di mettersi dalla sua parte, di conquistarla facendo grandi sforzi per riuscire a piacerle.
Alcuni figli adottano questo approccio per piacere ai genitori e agli adulti. Il criterio in questo
caso è: «Se faccio qualcosa di gentile per te e ti induco a volermi bene, forse mi ricompenserai e
non mi punirai».
I figli imparano presto che le ricompense e le punizioni non sono impartite con equità dagli
adulti. Si possono conquistare gli adulti perché questi possono preferire alcune persone ad altre.
Alcuni figli affinano l'arte di avvantaggiarsi di questo fatto e assumono comportamenti conosciuti
come: «essere servili», «imburrarsi qualcuno», «cercare di diventare il beniamino della maestra»
e altre espressioni meno accettabili per le persone educate.
Sfortunatamente, per quanto i giovani possano diventare piuttosto abili nel compiacere gli adulti,
questo comportamento è fortemente condannato dai loro coetanei. L'adulatore servile viene
spesso ridicolizzato o respinto dai suoi coetanei che nutrono sospetti sui suoi moventi e invidiano
la sua posizione privilegiata.

Conformismo, mancanza di creatività, paura delle novità, necessità di essere rassicurati a


priori sulle probabilità di successo di un'attività da intraprendere
L'autorità genitoriale favorisce il conformismo piuttosto che la creatività, così come un clima
lavorativo autoritario soffoca le innovazioni. La creatività nasce dalla libertà di sperimentare, di
accogliere le novità e le possibili combinazioni di esse.
I figli cresciuti in un clima di ricompense e punizioni hanno meno probabilità di sentire questa
libertà, assaporata invece da figli cresciuti in un clima di maggiore accettazione. Il potere produce
i e la paura soffoca la creatività e favorisce il conformismo. Il criterio seguito è: “Per essere
ricompensato farò ciò che mi vien chiesto e conformerò il mio comportamento a quello ritenuto
opportuno. Non oso fare nulla fuori dell’ordinario o rischierei di essere punito”.

Introversione, evasione, sognare a occhi aperti, regressione

Quando diventa troppo difficile per i figli fronteggiare l'autorità genitoriale, essi possono cercare di
fuggire o di evadere. Ciò accade se le punizioni sono troppo severe, se i genitori sono incoerenti
nell'amministrare le ricompense, se è troppo difficile ottenere ricompense o apprendere i compor-
tamenti necessari a evitare le punizioni. Ognuna di queste condizioni può indurre un figlio a
rinunciare a imparare le regole del gioco. Smette semplicemente di affrontare la realtà, divenuta
troppo penosa o troppo difficile da comprendere. Il figlio non riesce a trovare il modo di adattarsi
alle dinamiche del proprio ambiente. Non può vincere. Qualcosa gli suggerisce che è più sicuro
rinunciare ed evadere. Le forme di rinuncia e fuga dalla realtà possono essere permanenti o
occasionali e temporanee; esse possono presentarsi nei seguenti modi:
• Sognare a occhi aperti e fantasticare.
• Inattività, passività, apatia.
• Regredire in comportamenti infantili.
• Eccessiva visione della TV.
• Eccessiva lettura di romanzi. .
• Giochi solitari (spesso con compagni di gioco immaginari).
• Ammalarsi.
• Scappare.
• Uso di droghe.
• Alimentazione eccessiva e compulsiva.
• Depressione.

Alcune considerazioni più approfondite sul potere genitoriale


Anche dopo aver ricordato le tecniche che adottavano essi stessi da giovani e dopo aver analizzato
il nostro elenco di altre tecniche per riuscire a individuare quelle utilizzate dai loro figli, alcuni
genitori restano dell'idea che l'autorità e il potere siano necessari per educare i figli. Di
conseguenza, durante molti corsi, vengono discussi apertamente altri atteggiamenti e pareri
riguardanti l'autorità genitoriale.

Non è forse vero che i figli stessi vogliono che i genitori impongano la propria autorità e propri
limiti?
L'opinione (continuamente riproposta dai genitori durante i corsi P.E.T.) che i figli desiderino essere
trattati con autorità - cioè che i genitori stabiliscano per loro il comportamento più opportuno
imponendo limiti - è assai diffusa tra profani e professionisti. Secondo questa teoria, quando i
genitori impongono la propria autorità, i figli si sentono più sicuri. Quando vengono a mancare le
limitazioni, non solo diventano sfrenati e indisciplinati, ma anche insicuri. A questa convinzione fa
seguito quella che se non si usa l'autorità per stabilire limiti, i figli finiscono col credere che i loro
genitori non hanno attenzioni per loro e col sentirsi non amati. Pur sospettando che questa opinione
sia condivisa da molti perché fornisce una chiara giustificazione all'uso del potere, non voglio
screditarla riducendola a mera razionalizzazione. C'è in essa una certa dose di verità che va
esaminata con estrema attenzione.
Il buonsenso e l'esperienza inducono a sostenere tenacemente l'idea che i figli cerchino essi stessi
l'imposizione di limiti nel rapporto con i genitori perché hanno bisogno di sapere fino a che punto
possono spingersi prima che il loro comportamento venga considerato inaccettabile. Solo allora
possono scegliere di non adottare certi comportamenti. E ciò vale per tutte le relazioni umane.
Ad esempio, io sono molto più sicuro quando conosco i comportamenti che mia moglie ritiene
inaccettabili, come recarmi in ufficio o andare a giocare a golf nei giorni in cui abbiamo ospiti.
Sapendo con anticipo che la mia assenza è considerata inaccettabile perché mia moglie ha bisogno
di aiuto, posso decidere di non andare in ufficio o al campo da golf evitando così di darle un
dispiacere, di farla inquietare e probabilmente di far insorgere un conflitto.
Tuttavia, un conto è dire che il figlio voglia conoscere quali sono i limiti dell'accettazione dei geni-
tori, ben altro è sostenere che egli voglia che i genitori gli impongano questi limiti. Tornando
all'esempio riguardante mia moglie e me posso aggiungere di essere effettivamente aiutato quando
vengo informato dei sentimenti che suscito in lei se vado a giocare a golf o in ufficio nei giorni che
abbiamo ospiti. Ma certamente mi irriterei e risentirei se lei cercasse di imporre dei limiti al mio
comportamento con argomenti quali: «Non posso permettere che tu vada a giocare a golf o in
ufficio quando abbiamo ospiti. E il colmo. Non ti permetto di fare cose del genere».
Non potrei certo comprendere né gradire un approccio autoritario di questo tipo. Sarebbe assurdo
supporre che mia moglie possa persino solo tentare di controllare e guidare il mio comportamento
in questo modo. I figli non reagiscono certo diversamente alle imposizioni di limiti da parte dei
genitori. La loro irritazione e il loro risentimento sono altrettanto profondi quando un genitore tenta
di imporre loro un limite. Non ho mai conosciuto alcun figlio disposto a sentirsi dire:
Devi rincasare entro la mezzanotte. Questo è il mio limite.
Non posso permetterti di prendere la macchina. Non puoi giocare con il tuo camioncino in salotto.
Ti vietiamo di fumare la marijuana. Dobbiamo impedirti di uscire con quei ragazzi.
Il lettore si sarà sicuramente accorto che queste comunicazioni coincidono con l'invio di una solu-
zione (inoltre, sono tutti messaggi in seconda persona). Un principio molto più valido del credere
che «i figli vogliono che i genitori usino la propria autorità e impongano limiti» è il seguente:
I figli desiderano e hanno bisogno di ottenere informazioni dai genitori per capire quali siano i
sentimenti che i genitori nutrono nei confronti del loro comportamento e per poter modificare auto -
nomamente quei comportamenti che possono rivelarsi inaccettabili per i genitori. Tuttavia essi non
desiderano che i genitori tentino di limitare o modificare tali comportamenti ricorrendo o
minacciando di ricorrere all'autorità. In breve, i figli desiderano limitare da soli il proprio
comportamento se diventa palese la necessità di limitarlo o modificarlo. I figli, come gli adulti,
preferiscono mantenere la propria autorità sul proprio comportamento.

Un'ulteriore considerazione: in realtà i figli preferirebbero che i genitori accettassero ogni loro
comportamento e che non fosse affatto necessario limitarne o modificarne alcuno. Anch'io
preferirei che mia moglie accettasse incondizionatamente tutti i miei comportamenti; tuttavia so che
non solo è illusorio, ma anche impossibile. I genitori, pertanto, non dovrebbero aspettarsi dai figli,
né questi dai genitori, che tutti i loro comportamenti siano accettati. I figli però hanno pieno diritto
di aspettarsi di essere informati quando i loro genitori non considerano accettabile un dato
comportamento («Non mi piace essere strattonato e trascinato quando parlo con un amico»). Ciò
non significa affatto che i figli desiderino che i genitori ricorrano alla propria autorità per stabilire i
limiti al loro comportamento.

Se i genitori sono coerenti, l'autorità non è giustificata?


Alcuni genitori giustificano l'uso del potere ritenendo che esso diventa efficace e non dannoso se i
genitori vi ricorrono con coerenza. Durante i nostri corsi, i genitori si stupiscono di apprendere che
hanno perfettamente ragione riguardo alla necessità di coerenza. I nostri istruttori li assicurano che
la coerenza è essenziale se scelgono di impiegare il potere e l'autorità. Inoltre i figli preferiscono
che i genitori siano coerenti se questi genitori scelgono di impiegare il potere e l'autorità.
Questi «se» sono di fondamentale importanza. Ciò non vuoi dire che l'uso del potere e dell'autorità
non sia dannoso, ma che sarà ancora più dannoso se i genitori vi ricorrono in modo incoerente. E
non significa nemmeno che i figli desiderano che i genitori usino l'autorità, ma piuttosto che se tale
autorità viene utilizzata, essi preferiscono che si faccia con coerenza. Se i genitori ritengono di
dover usare la propria autorità, facendolo con coerenza daranno più opportunità al figlio di capire
con certezza quali comportamenti saranno fermamente puniti e quali saranno ricompensati.
Una quantità considerevole di esperimenti ha provato quali siano gli effetti nocivi dell'incoerenza
nell'uso delle ricompense e delle punizioni per modificare il comportamento degli animali. Ne è
esempio eloquente un classico esperimento condotto dallo psicologo Norman Maier. Egli
ricompensava le cavie quando saltavano da una pedana contro un porta girevole sulla quale era
dipinto un determinato simbolo, ad esempio un quadrato. La porta si apriva sul cibo e il ratto
prendeva la propria ricompensa. Poi Maier puniva quelle cavie che saltavano dalla pedana verso
una porta dipinta con un simbolo diverso, ad esempio un triangolo, che non si apriva inducendole a
sbattere il muso e a cadere da notevole altezza in una rete. Ciò insegnava ai ratti, con un semplice
esperimento di condizionamento, a distinguere un quadrato da un triangolo. A questo punto Maier
decise di assumere un comportamento incoerente nell'amministrazione di ricompense e punizioni
mutando deliberatamente le condizioni attraverso l'alternanza casuale dei simboli. A volte il
quadrato veniva raffigurato sulla porta che conduceva al cibo, altre su quella che non si apriva e
faceva cadere le cavie nella rete. Come molti genitori, lo psicologo era incoerente nell'amministrare
le ricompense e le punizioni.
Quale effetto sortì questo comportamento sui ratti? Li rese nevrotici. Alcuni manifestavano malattie
dell'epidermide, altri sprofondavano in stati catatonici, altri cominciavano a correre per le gabbie
freneticamente e senza meta, altri rifiutavano di mangiare o la compagnia di altri ratti. Agendo con
incoerenza, Maier aveva indotto i ratti a contrarre nevrosi empiriche. Analogamente, l'effetto
dell'incoerenza nell'uso delle ricompense e delle punizioni può essere altrettanto nocivo per i figli.
L'incoerenza non offre loro alcuna possibilità di apprendere e adottare il comportamento
appropriato (ricompensato) e di evitare quello indesiderabile (punito). Non hanno possibilità di
vincita. Possono diventare frustrati, confusi, irati e persino nevrotici.
Ma non è dei genitori la responsabilità di influenzare i figli?
Probabilmente l'atteggiamento più diffuso, tra i genitori partecipanti ai corsi P.E.T., nei confronti
del potere e dell'autorità è quello di giustificarli perché i genitori hanno la responsabilità di
influenzare i figli a comportarsi in determinati modi ritenuti desiderabili dai genitori o dalla società
(o ciò che si intende per essa). Questa annosa argomentazione sostiene che il potere è giustificato
nelle relazioni umane a condizione che il suo fine sia benevolo o saggio: «per il bene della persona
o nel suo interesse» o «per il bene della società».
Il problema è chi debba decidere quale sia il bene della società. Il figlio? Il genitore? Chi può deci-
dere con maggiore avvedutezza? Sono domande difficili e sarebbe rischioso affidare esclusiva-
mente al genitore la determinazione di quale sia il «bene».
Egli potrebbe non essere abbastanza saggio per stabilire tale determinazione. Tutti gli esseri umani
sono fallibili, compresi i genitori e tutti coloro che detengono il potere. E chiunque usa il proprio
potere può rivendicare falsamente di farlo per il benessere di altri. La storia della civilizzazione
trabocca di personaggi che sostenevano di usare il potere per il bene della persona su cui lo
esercitavano. «Lo faccio unicamente per il tuo bene» non è una giustificazione molto convincente
del potere.
«Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto», scrisse Lord Acton. E Shelley
scrisse: «II potere, come una devastante pestilenza, contamina tutto ciò che tocca». Edmund Burke
asseriva: «Quanto maggiore è il potere, tanto maggiore è il rischio dell'abuso». I pericoli che il
potere comporta, percepiti in egual misura da poeti e statisti, sono ancora oggi presenti. L'uso del
potere è messo seriamente in discussione nelle relazioni tra nazioni. Forse un giorno si approverà un
governo mondiale con corte di giustizia mondiale per comune necessità di sopravvivenza nell'era
atomica. L'uso del potere dei bianchi sui neri non è più giustificato dalla Corte Suprema della
nazione. Nell'industria e nel mondo degli affari, la gestione autoritaria viene già da molti
considerata un modello superato. La differenza di potere esistita per anni tra marito e moglie si è
senza dubbio ridotta sebbene gradualmente. Infine il potere e l'autorità assoluta della Chiesa sono
stati recentemente attaccati dall'esterno e dall'interno dell'istituzione stessa. Una delle ultime
roccaforti che sanzionano la legittimità del potere nelle relazioni umane si nasconde nella famiglia,
nella relazione genitore-figlio. Un altro simile caposaldo resiste nelle scuole, nella relazione
docente-studente dove l'autorità resta il metodo principale per controllare e guidare il
comportamento degli studenti. Perché i figli sono gli ultimi a essere protetti dalle insidie potenziali
del potere e dell'autorità? È forse perché sono più piccoli o perché per gli adulti è assai più facile
razionalizzare l'uso del potere con argomenti quali: «Tuo padre sa bene cosa è meglio» o «È per il
loro bene»? La mia convinzione personale è che quante più " persone inizieranno a capire meglio
cosa siano il potere e l'autorità e a considerarne immorale l'uso, tanti più saranno i genitori che
adegueranno questa nuova comprensione al rapporto adulto-figlio e che si sentiranno obbligati a
cercare nuovi metodi creativi, non fondati sul potere e che tutti gli adulti potranno finalmente usare
con i figli e i giovani.
Ma a parte la questione morale ed etica dell'uso del potere sugli altri, quando i genitori chiedono:
«Non è forse nostra la responsabilità di usare il nostro potere per influenzare nostro figlio?», essi
rivelano una comune incomprensione dell'efficacia del potere come mezzo per influire sui figli. D
potere genitoriale non influenza veramente i figli, ma li forza ad assumere i comportamenti
prescritti. Il potere non li influenza nel senso che li persuade, convince, educa o motiva a compor-
tarsi in un determinato modo. Ciò che piuttosto accade è che costringe o impedisce di assumere un
dato comportamento. Se costretto o ostacolato dal potere superiore di qualcun altro, il figlio non è
effettivamente persuaso. Al contrario, egli tornerà ad assumere i comportamenti originali appena
vengono a mancare il potere e l'autorità perché i suoi bisogni e desideri restano invariati. Spesso
sarà anche determinato a vendicarsi per la frustrazione e l'umiliazione subite. Pertanto il potere
conferisce a sua volta potere alle proprie vittime, fa insorgere l'opposizione a esso e alimenta le
forze che tendono a distruggerlo. I genitori che ricorrono al potere in realtà affievoliscono la propria
influenza sui figli perché il potere spesso scatena comportamenti ribelli (come nel caso dei figli che
contrastano il potere dei genitori facendo esattamente l'opposto di quanto vien loro richiesto). Ho
udito genitori affermare: «Avremmo più influenza su nostro figlio se avessimo usato la nostra
autorità per indurlo a fare il contrario di ciò che volevamo. Forse in questo modo avremmo ottenuto
ciò che veramente volevamo».
Sebbene paradossale, è vero che, usando il proprio potere, i genitori perdono la propria
influenza e che rinunciandovi o rifiutandosi di usarlo, otterranno invece maggiore influenza.
È evidente che i genitori avranno maggiore influenza sui propri figli se i loro metodi non generano
ribellione o comportamenti reattivi. I metodi non fondati sul potere accrescono notevolmente la
possibilità che i figli tengano seriamente in considerazione le idee e i sentimenti dei genitori e di
conseguenza intraprendano le modifiche al proprio comportamento desiderate dai genitori. Essi non
muteranno sempre i propri comportamenti, ma comunque altre volte lo faranno. Al contrario il
figlio ribelle raramente avrà voglia di cambiare il proprio comportamento per rispettare i bisogni
dei genitori.

Perché si persiste nell'uso del potere per educare i figli?


Questa domanda, postami continuamente dai genitori partecipanti ai corsi P.E.T., mi ha incuriosito
e lanciato una sfida. È difficile comprendere come si possa giustificare l'uso del potere
nell'educazione dei figli o in qualsiasi altra relazione umana, una volta che si è riflettuto su di esso e
sui suoi effetti. Lavorando con genitori, mi sono ormai persuaso che tutti, eccetto un esiguo gruppo,
detestano usare il potere con i figli. Li fa sentire a disagio e genuinamente in colpa. Spesso arrivano
perfino a scusarsi con i figli dopo essere ricorsi al potere. Oppure cercano di lenire il senso di colpa
con le solite razionalizzazioni: «Lo abbiamo fatto solo per il tuo bene», «Un giorno ci ringrazierai»,
«Quando un giorno avrai dei figli, capirai perché dobbiamo impedirti di fare certe cose».
Oltre ad avere sensi di colpa, molti genitori ammettono che i loro metodi non sono comunque
particolarmente efficaci, specialmente i genitori di figli grandi abbastanza per cominciare a
ribellarsi, mentire, dileguarsi o resistere passivamente.
Sono giunto alla conclusione che i genitori hanno continuato a usare il potere attraverso gli anni
perché hanno avuto ben poca, se non addirittura nessuna, opportunità nella propria vita di cono-
scere persone che, per influenzare gli altri, usavano metodi non fondati sul potere. La maggior parte
delle persone, dall'infanzia in poi, è stata controllata attraverso il potere esercitato da genitori,
docenti, presidi, allenatori, insegnanti di catechismo, zii, zie, nonni, guide scout, rettori universitari,
ufficiali militari e capiufficio. I genitori, pertanto, persistono nell'uso del potere per mancanza di
esperienza e conoscenza di altri metodi di risoluzione dei conflitti nelle relazioni umane.

Un metodo per risolvere i conflitti


«senza perdenti»
Scoprire di avere un'alternativa è per i genitori, bloccati dalla tradizione sui due metodi «vinci-
perdi» fondati sull'uso del potere, una vera e propria rivelazione! I genitori, quasi nella loro totalità,
provano sollievo nell'apprendere che esiste un terzo metodo che, sebbene facile da capire, richiede
comunque un'adeguata formazione, un periodo di pratica e un opportuno allenamento se si desidera
raggiungere un'effettiva competenza nel suo impiego.
L'alternativa consiste nel metodo «senza perdenti» di risoluzione dei conflitti grazie al quale
nessuno perde. Durante i corsi P.E.T. viene semplicemente denominato «Metodo III». Sebbene i
genitori siano notevolmente colpiti da questo metodo cosi innovativo per risolvere i conflitti
familiari, essi lo riconoscono più facilmente quando osservano quanto spesso venga utilizzato in
contesti diversi. Difatti le coppie vi ricorrono frequentemente per mitigare le loro divergenze
attraverso i compromessi. I soci in affari vi fanno affidamento per raggiungere accordi che mode-
rino i loro frequenti conflitti. I sindacalisti e i dirigenti aziendali lo utilizzano per negoziare contratti
vincolanti per ambedue le parti in causa. Innumerevoli contese legali sono risolte con accordi
extragiudiziali, raggiunti con il Metodo III, cui si conformano ambedue i contestatari. Il Metodo III
è impiegato frequentemente per risolvere conflitti tra individui che dispongono di una
quantità di potere uguale o relativamente uguale. Quando la differenza di potere tra due persone
è inesistente o minima, ci sono validi e ovvi motivi per i quali nessuno dei contendenti tenta di
usare il proprio potere per risolvere il conflitto. Usare un metodo che si regge sul potere quando non
si ha vantaggio di potere, è semplicemente sciocco e ci espone al ridicolo. Posso immaginare la
reazione di mia moglie se tentassi di usare il Metodo I per risolvere un conflitto che talvolta insorge
quando dobbiamo decidere quante persone invitare a una festa. In genere io preferisco invitare più
persone di quante lei sia disposta a ricevere. Se le dicessi: «Ho deciso di invitare dieci coppie, non
una di meno», dopo essersi ripresa dall'iniziale sorpresa e incredulità, probabilmente mi
risponderebbe:
Tu hai deciso! Bene, lo ho appena deciso di non invitare nessuno! Ma che bella idea! Spero che tu ti
diverta a cucinare la cena e a lavare i piatti!

Sono sufficientemente avveduto per capire quanto il mio tentativo di utilizzare il Metodo I in una
situazione come questa sarebbe assolutamente ridicolo. E mia moglie ha sufficiente forza (potere)
nella nostra relazione per opporsi a questo mio stupido tentativo di vincere a sue spese.
Forse le persone investite di uguale, o relativamente uguale, potere (relazione egualitaria) rara-
mente tentano di adottare il Metodo I. Se talvolta una persona ci prova, l'altra non permette
comunque che il conflitto sia risolto in questo modo. Ma quando una persona pensa di avere (o è
certa di avere) più potere dell'altra, potrebbe cedere alla tentazione di usare il Metodo I. E se
quest'ultima ritiene di avere effettivamente meno potere, ha ben poche probabilità di non soccom-
bere a meno che non scelga di resistere o lottare con il potere che possiede per quanto minore esso
sia.
Mi sembra ormai evidente che il Metodo III non si fonda sul potere o, più precisamente, è un
metodo «senza perdenti»; i conflitti sono risolti senza vincitori né perdenti. Anzi, ambedue le parti
vincono perché la soluzione deve essere accettabile per entrambe. I conflitti vengono risolti
accordandosi reciprocamente sulla soluzione definitiva. In questo capitolo ne descriverò il
funzionamento (I due capitoli seguenti tratteranno le difficoltà che i genitori incontrano nell'accettare e nel far
funzionare questo metodo in famiglia.), ma prima vorrei darne una breve descrizione.

I bisogni del genitore e quelli del figlio entrano in collisione. Il genitore chiede al figlio di partecipare alla
ricerca comune di una soluzione accettabile. Chiunque dei due può suggerire possibili soluzioni che
vengono poi valutate e analizzate in modo critico da entrambi. Alla fine si approda insieme a una soluzione
definitiva accettabile per entrambi. Nessuno è costretto a svendersi una volta che la soluzione è stata scelta
perché ambedue l'hanno accettata. Nessun potere è chiamato in causa per costringere l'altro ad arrendersi
perché nessuno si oppone alla decisione.

Riprendendo l'episodio dell'impermeabile, ecco come fu risolto col Metodo III secondo quanto ci è
stato raccontato dal genitore:
Gianna: Ciao, vado a scuola.
Padre: Tesoro, sta piovendo e non hai preso l'impermeabile.
Gianna: Non ne ho bisogno.
Padre: Credo stia piovendo molto e mi preoccupa che tu possa rovinarti i vestiti o buscarti un raffreddore.
E le conseguenze ci affliggerebbero.
Gianna: Comunque io non voglio indossare il mio impermeabile.
Padre: Sembra proprio che tu sia decisa a non volerlo mettere.
Gianna: Proprio così. Lo odio.
Padre: Lo detesti proprio quell'impermeabile.
Gianna: Sì, è a scacchi.
Padre: C'è qualcosa che proprio non ti piace degli impermeabili scozzesi, vero?
Gianna: Già, a scuola nessuno ha impermeabili come quello.
Padre: E tu non vuoi essere l'unica a indossare qualcosa di diverso.
Gianna: Certo che no. Tutti portano impermeabili in tinta unita: bianchi, blu o verdi.
Padre: Capisco. Beh, mi sembra proprio che ci troviamo in conflitto. Tu non vuoi indossare quel-
l'impermeabile perché è scozzese, ma io non voglio pagare la lavanderia per farti pulire i vestiti e non sarei
certo contento se ti prendessi un raffreddore. Riesci a pensare a una soluzione accettabile per ambedue?
Come possiamo fare in modo di contentare tutti e due?
Gianna: (dopo una pausa) Forse potrei farmi prestare da mamma il cappotto che usa per andare in
automobile.
Padre: Com'è fatto? È in tinta unita?
Gianna: Sì, è bianco.
Padre: Pensi che mamma te lo lascerà indossare oggi?
Gianna: Vado a chiederglielo. (Torna dopo pochi minuti con addosso il cappotto bianco; le maniche sono
troppo lunghe, ma le ha arrotolate). Mamma è d'accordo.
Padre: Ti va bene quello?
Gianna: Sì, va benissimo.
Padre: Beh, credo che questo cappotto ti proteggerà dalla pioggia. Così, se a te va bene, son contento
anch'io.
Gianna: Beh, allora ciao.
Padre: Ciao. Buona giornata.

Cosa è accaduto in questo caso? Ovviamente, Gianna e il padre hanno riselto il conflitto con
soddisfazione reciproca e anche abbastanza celer-mente. Il padre non ha dovuto sprecar tempo,
come sarebbe avvenuto usando il Metodo I, cercando di vendere la propria soluzione come un
implorante commesso viaggiatore. Nessun potere è stato utilizzato né dal padre né da Gianna.
Infine, ambedue hanno superato con facilità il conflitto sentendo maggiore affettuosità reciproca. Il
genitore ha potuto dire in modo veramente sentito: «Buona giornata» e la figlia si è potuta recare a
scuola senza sentirsi in imbarazzo a causa di un impermeabile scozzese. Quello che segue è un altro
tipico conflitto familiare risolto con il Metodo III. Non è necessario illustrare come sarebbe stato
affrontato col Metodo I o col Metodo II; la maggior parte dei genitori sa fin troppo bene quali
insuccessi comportino le battaglie, condotte con i metodi «vinci-perdi», per ottenere ordine e
pulizia nelle stanze dei figli.
Una madre, che aveva concluso il corso P.E.T., ci riferì il seguente episodio.
Madre: Cinzia, sono arcistufa di rimproverarti per come tieni la tua stanza e sono sicura che anche tu sei
stufa di sentirti continuamente sorvegliata. Di tanto in tanto la pulisci, ma la maggior parte del tempo è in
disordine e io mi infurio. Che ne dici di provare un nuovo metodo che ho imparato frequentando il corso
P.E.T. Proviamo a vedere se riusciamo a trovare insieme una soluzione accettabile, una che soddisfi
entrambe. Non voglio costringerti a tenere in ordine la stanza e sentirti scontenta per questo, ma non voglio
nemmeno sentirmi imbarazzata, a disagio e inquietata con te. Come possiamo risolvere questo problema
una volta per tutte? Che ne dici, ci vuoi provare?
Cinzia: Beh, ci proverò, ma so già che finirò col doverla tenere pulita.
Madre: No. sto suggerendo di cercare insieme una soluzione che sia definitivamente accettabile per
ambedue, non solo per me.
Cinzia: Beh, mi è venuta un'idea. Tu odi cucinare, ma ti piace pulire mentre io odio pulire e invece adoro
cucinare. E poi voglio imparare a cucinare meglio. Che ne pensi se io preparassi due cene alla settimana
per te, papa e me e tu ripulissi la mia camera una o due volte la settimana?
Madre: Pensi che possa funzionare? Sei sicura?
Cinzia: Sì, e mi piacerebbe molto.
Madre: E sia. Proviamoci. Vuoi dire che laverai anche i piatti?
Cinzia: Certo.
Madre: Va bene. Forse finalmente la tua stanza sarà pulita come desidero. Dopotutto sarò io a farlo.

Questi due esempi di risoluzione dei conflitti con il Metodo III portano alla luce un aspetto assai
importante che in un primo momento non è sempre ben compreso dai genitori. Quando si usa il
Metodo III, di solito famiglie diverse trovano soluzioni diverse al medesimo problema. Questo
metodo permette di pervenire ad una qualche soluzione accettabile sia per il genitore che per il
figlio, non è un metodo per ottenere un'unica soluzione universale che debba essere considerata la
migliore per tutte le famiglie. Provando a risolvere il problema dell'impermeabile, un'altra famiglia
avrebbe potuto concludere il conflitto, grazie al Metodo III, con l'idea di prendere un ombrello. In
un'altra famiglia ancora si sarebbe potuto convenire che il padre accompagnasse Gianna a scuola in
automobile quel giorno. Una quarta famiglia avrebbe potuto decidere che quel giorno Gianna
avrebbe indossato l'impermeabile scozzese e che successivamente ne avrebbero comprato uno
nuovo.
Molta letteratura sull'educazione dei genitori si è orientata verso la ricerca di soluzioni; per ciascun
problema tipico concernente l'educazione dei figli, essa suggeriva ai genitori una soluzione pre-
stabilita, considerata dagli esperti la migliore in assoluto. Da questi ricettari i genitori potevano
attingere le soluzioni migliori a problemi quali: l'ora di andare a letto, l'indugiare a tavola, la TV, il
disordine in camera da letto, le faccende dome-stiche e così via all'infinito. Ritengo invece che ai
genitori basti semplicemente apprendere un metodo specifico per risolvere i conflitti che possa
essere adottato con figli di tutte le età. In questo approccio non esistono le soluzioni migliori adatte
per tutte le famiglie o per la maggior parte di esse. Una soluzione migliore per una famiglia -
ovvero accettabile per quel particolare genitore e figlio - potrebbe non essere affatto la migliore per
un'altra. Vediamo come una famiglia risolse un conflitto riguardo all'uso della bicicletta nuova del
figlio. Il padre ci raccontò:
Avevamo permesso a nostro figlio Roberto, di tredici anni e mezzo, di comprare una bicicletta. Uno dei
nostri vicini presto si lamentò perché Roberto andava in bicicletta per una strada nella quale era vietato
usarla. Un altro vicino perché Roberto l'aveva portata sul loro giardino girandovi tanto a lungo sino a lasciare
dei solchi sul prato. Aveva anche rovinato le aiuole della madre. Risolvemmo la questione pervenendo a
diverse soluzioni possibili:
1. Niente corse in bici eccetto durante le gite in campagna.
2. Niente corse in bici eccetto che sulla nostra proprietà.
3. Niente corse in bici sulle aiole della madre.
4. La madre lo avrebbe accompagnato al parco almeno un paio d'ore a settimana.

5. Roberto sarebbe potuto andare in bici nei campi, se vi si fosse recato a piedi.
6. Roberto avrebbe avuto il permesso di costruire una pedana sulla proprietà del vicino.
7. Niente corse in bici sui giardini di altri proprie-tari.
8. Niente soste sul giardino della madre.
9. Vendere la bicicletta.
Scartammo le soluzioni 1, 2, 4 e 9, ma ci accordammo su tutte le altre. Sono passate due settimane e per
ora va tutto bene. Siamo tutti soddisfatti.

Grazie al Metodo III ogni singolo genitore e ogni singolo figlio può risolvere i propri specifici
conflitti trovando le proprie soluzioni specifiche, accettabili per entrambi.
Questo approccio sembra essere non solo più realistico, ma semplifica enormemente anche il
compito di allenare i genitori ad essere più efficaci nell’educare i figli. Se abbiamo scoperto anche
un solo metodo grazie al quale la maggior parte dei genitori può imparare a risolvere i conflitti,
allora possiamo anche sentirci sempre più fiduciosi di riuscire ad accrescere l'efficacia dei genitori
futuri. Apprendere come essere genitori efficaci forse non è poi così complicato come fino a oggi
sono stati portati a credere genitori e professionisti del settore.

Perché il metodo III è così efficace

II figlio è motivato a tener fede alla soluzione scelta.

La risoluzione dei conflitti con il Metodo III motiva maggiormente il figlio ad attuare la decisione
prescelta perché questo metodo si regge sul principio della partecipazione:
Una persona è più motivata a realizzare una decisione presa con la sua partecipazione che una
impostale da altri.

La validità di questo principio è stata ripetuta-mente provata da esperimenti svolti nelle industrie.
Quando i dipendenti sono chiamati in causa per prendere decisioni, le eseguono con maggiore
motivazione rispetto a quelle prese unilateralmente dai loro superiori. E i supervisori che con-
sentono ampia partecipazione ai dipendenti nelle questioni che li riguardano mantengono alti la
produttività, il grado di soddisfazione sul lavoro, il morale e l'improbabilità di improvvisi volta-
faccia.
Sebbene il Metodo III non fornisca alcuna garanzia che i figli eseguiranno sempre con zelo le
soluzioni su cui ci si è accordati, esso tuttavia accresce le probabilità che ciò accada. I figli per-
cepiscono che una decisione presa con il Metodo III è stata anche una loro decisione. Essi si sono
impegnati a realizzarla e sentono la responsabilità di dover essere coerenti. Essi, inoltre,
apprezzano lo sforzo dei genitori che si sono rifiutati di provare a vincere a loro spese. Le soluzioni
raggiunte con il Metodo III spesso coincidono proprio con i propositi del figlio. Naturalmente ciò
accresce il suo desiderio di vederle funzionare. Un genitore di un gruppo P.E.T. ci sottopose il
seguente esempio di soluzione di un conflitto attraverso il Metodo III:
Giovanna, di quattro anni, voleva che ogni sera, appena rincasato dal lavoro, il padre giocasse imme-
diatamente con lei. Egli, però, normalmente si sentiva stanco per aver guidato nel traffico dopo il lavoro e
aveva bisogno di riposarsi. Di solito, appena rientrato a casa, voleva leggere il giornale e bere qualcosa. La
figlia gli si arrampicava sulle gambe, gli sgualciva il giornale e lo interrompeva persistentemente
implorandolo e facendo moine. Il genitore provò i metodi «vinci-perdi», ma gli dispiaceva deludere la figlia
quando, usando il Metodo I, si rifiutava di giocare, mentre provava risentimento verso di lei quando cedeva
usando il Metodo II. Egli spiegò quindi alla figlia i termini del conflitto e sug gerì di trovare insieme una
soluzione. In pochi minuti si accordarono in questo modo: il padre promise di giocare a patto che lei
aspettasse che lui finisse di leggere il giornale e di bere qualcosa.
Mantennero entrambi fede all'accordo e, poco dopo, Giovanna disse alla madre: «Adesso, per
favore, non interrompere papa durante il suo periodo di riposo». Molti giorni dopo, quando una sua
compagna di giochi si avvicinò al padre per parlargli o per giocare, Giovanna le disse energicamente
che il padre non doveva essere disturbato durante il suo momento di riposo.

Questo episodio dimostra quanto forte possa diventare la motivazione di un figlio a sostenere e
attuare una decisione se ha potuto partecipare alla ricerca della soluzione. Prendendo decisioni col
Metodo III, sembra che i figli sentano di prendersi un impegno avendo investito una parte di sé nel
processo di soluzione del problema. Inoltre, il genitore dimostra di fidarsi che il figlio terrà conto
anche delle sue esigenze. Quando i figli avvertono che si ripone fiducia in loro, è più probabile che
si comportino in modo degno di fiducia.

Ci sono più probabilità di trovare una soluzione di alta qualità


Oltre a far pervenire a soluzioni che hanno maggiore probabilità di essere accettate e realizzate, il
Metodo III gode di maggiore probabilità dei Metodi I e II di generare soluzioni di qualità migliore:
più creative, più efficaci nel risolvere il conflitto; sono soluzioni che incontrano i bisogni sia del
genitore che del figlio e a cui nessuno dei due avrebbe pensato da solo. Il modo in cui venne risolto
il conflitto relativo alla pulizia della camera da letto, nel quale la figlia si assunse una parte dei
compiti relativi al cucinare, illustra bene come una soluzione possa risultare altamente creativa. Sia
la madre che la figlia riconobbero che la soluzione finale le aveva sorprese. Un'altra soluzione di
alta qualità indotta dal Metodo III emerse in una famiglia in conflitto perché le bambine, durante
l'ora di cena, volevano guardare la televisione il cui volume disturbava i genitori. Una delle figlie
suggerì che si sarebbero divertite anche guardando solamente il televisore a volume spento. Tutti
accettarono questa soluzione sicuramente nuova, sebbene forse inaccettabile per altre famiglie.

Il Metodo III sviluppa nei figli la capacità di pensare

II Metodo III incoraggia - anzi obbliga - i figli a pensare. Quando un genitore segnala al figlio:
«Siamo in conflitto, mettiamoci a pensare insieme; proviamo ad escogitare una buona soluzione»,
il Metodo III diventa un esercizio intellettuale di ragionamento sia per il genitore che per il figlio. E
quasi come uno stimolante puzzle e richiede la stessa capacità di elaborazione e di immaginazione.
Non mi sorprenderei se in futuro la ricerca dimostrasse che i figli cresciuti in famiglie dove si
adotta il Metodo III sviluppano capacità mentali superiori ai figli cresciuti in famiglie in cui si
adottano il Metodo I e il Metodo IL

Meno ostilità, più amore


I genitori che fanno un uso consistente del Metodo III normalmente denunciano una drastica
riduzione dell'ostilità dei propri figli. Ciò non ci sorprende. Quando due persone si accordano su
una soluzione, è raro riscontrare risentimento e ostilità. Infatti, durante l'analisi di un conflitto e la
sua conclusione attraverso accordi che soddisfano entrambi, il genitore e il figlio spesso provano
sentimenti di amore e tenerezza.
II conflitto, se risolto in modo accettabile per ambedue, avvicina il genitore e il figlio. Non solo si
compiacciono perché il conflitto si è dissolto, ma anche perché non hanno subito una sconfitta.
Infine, ciascuno apprezza con affetto la disponibilità dell'altro a considerare i suoi bisogni e a
rispettare i suoi diritti. In questo modo il Metodo III rafforza e approfondisce la relazione. Molti
genitori ci hanno raccontato che immediatamente dopo la risoluzione di un conflitto, tutti provano
una gioia tutta speciale. Ridono spesso, esprimono sentimenti affettuosi verso gli altri membri della
famiglia, spesso si abbracciano e si baciano. Si possono riscontrare questa gioia e amore nel brano
seguente tratto dalla registrazione di una seduta cui parteciparono una madre e i suoi tre figli
adolescenti, due femmine e un maschio. La famiglia aveva appena trascorso una settimana
risolvendo parecchi conflitti con il Metodo III.
Anna: Adesso andiamo più d'accordo; ci vogliamo tutti più bene.
Consulente: Sentite veramente una differenza nel vostro atteggiamento e nel modo in cui vi rap portate
l'uno l'altro.
Caterina: Sì, adesso li amo veramente. Rispetto mamma e mio fratello Teodoro mi piace di più. Mi sento
meglio riguardo a tutto.
Consulente: Sembrate veramente felici di appartenere a questa famiglia.
Teodoro: Penso che siamo proprio magnifici.

Una madre mi scrisse quanto segue un anno dopo aver frequentato il corso P.E.T.:
I cambiamenti avvenuti nella nostra famiglia sono stati sottili ma reali. Soprattutto i nostri figli più grandi li
apprezzano in modo particolare. Un tempo la nostra casa era come inquinata da una specie di nebbia
emotiva tossica satura di sentimenti critici, risentiti e ostili tenuti sotto controllo fino a quando qualcuno non li
faceva esplodere. Dopo aver frequentato il corso P.E.T. e aver condiviso le nostre nuove capacità con tutti i
nostri figli, questa nebbia emotiva si è dissolta. L'aria è limpida e rimane tale. Non ci sono più tensioni in
casa eccetto quelle necessarie per affrontare le incombenze giornaliere. Affrontiamo i problemi man mano
che nascono e tutti noi ci sintonizziamo con i sentimenti degli altri oltre che con i nostri. Mio figlio diciot tenne
dice di sentire tensione nelle case degli amici e di apprezzarne la mancanza in casa nostra.
II corso P.E.T. ha colmato il gap generazionale che una volta divideva la nostra famiglia. E poiché adesso
possiamo comunicare liberamente, i miei figli sono disposti ad accogliere la mia scala di valori e la mia
prospettiva sulla vita. È vero anche, però, che i loro punti di vista mi arricchiscono molto.

Richiede minori attività di rinforzo


Il Metodo III richiede ben poco rinforzo perché se la soluzione scelta è accettabile per tutti, i figli
normalmente la portano a termine apprezzando il fatto di non essere stati costretti ad accettare una
soluzione che li avrebbe resi perdenti. Il Metodo I di solito richiede molte attività di controllo,
perché la soluzione del genitore spesso non è accettabile per il figlio. Quanto meno accettabile è la
soluzione alla quale bisogna adeguarsi, tanto maggiore diventa la necessità di intervenire con
attività di rinforzo: assillando, circuendo, rammentando, seccando, sorvegliando e così via. Un
padre, resosi conto di quanto si fosse ridotta la necessità di controllo, ci riferì:
In casa nostra il sabato mattina era sempre uno strazio. Ogni sabato dovevo combattere con i miei figli
perché facessero la loro parte di lavori in casa. La stessa tragedia si ripeteva ogni volta: prima la battaglia,
poi rabbia e amarezza. Quando utilizzai il Metodo III per analizzare il problema di fondo, sembrò proprio che
i ragazzi dessero il loro contributo di propria spontanea iniziativa. Ora non è più necessario rammentare e
sollecitare.

Il Metodo III elimina la necessità di avere potere

II Metodo III, «senza perdenti», rende inutile l'uso del potere sia per il genitore che per il figlio.
Laddove il Metodo I e il Metodo II alimentano la lotta per il potere, il Metodo III richiede un atteg-
giamento totalmente diverso. Il genitore e il figlio non guerreggiano l'uno contro l'altro, ma piut-
tosto lavorano assieme per svolgere un compito comune cosicché i figli non hanno bisogno di svi-
luppare alcuno dei metodi onnipresenti per contrastare il potere dei genitori. ••-Nel Metodo III,
l'atteggiamento del genitore è di rispetto per i bisogni del figlio, ma egli ottiene anche rispetto per i
propri bisogni. Il metodo comunica al figlio: «Io rispetto i tuoi bisogni e il tuo diritto di soddisfarli,
ma rispetto anche i miei bisogni e il mio diritto di soddisfarli. Cerchiamo di trovare una soluzione
accettabile per entrambi. In questo modo saranno appagati i tuoi bisogni, ma anche i miei. Nessuno
perderà, entrambi vinceremo».
……………………………………………

I genitori nei corsi P.E.T. afferrano rapidamente il significato di vivere in una casa in cui il potere
può essere gettato fuori dalla finestra. Ne percepiscono le stimolanti implicazioni come l'oppor-
tunità di far crescere i figli con un bisogno minore di adottare meccanismi di interazione dannosi e
difensivi.
I loro figli avranno un bisogno molto ridotto di sviluppare modelli comportamentali di resistenza e
ribellione (non essendovi nulla contro cui resistere o ribellarsi), di sviluppare atteggiamenti di
sottomissione e di resa passiva (non essendovi alcuna autorità cui sottomettersi o arrendersi), di
ritirarsi e di evadere (non essendovi nulla da cui ritirarsi o evadere), di contrattaccare o di ridi-
mensionare la figura del genitore (non impiegando i genitori mezzi che li inducano a vincere grazie
alla loro maggiore statura psicologica).

II Metodo III rivela i problemi reali


Quando ricorrono al Metodo I, i genitori spesso perdono l'opportunità di scoprire cosa stia real-
mente disturbando il figlio. Saltando immediatamente alle proprie soluzioni ed esercitando poi il
proprio potere per riaffermare quelle soluzioni, essi bloccano il figlio impedendogli di comunicare
gli stati d'animo che giacciono in profondità e che sono più significativi per determinare le ragioni
del suo comportamento in quel dato momento. Così il Metodo I impedisce ai genitori di localizzare
e affrontare seriamente i problemi di fondo e di contribuire significativamente allo sviluppo e alla
crescita a lungo termine del figlio. Il Metodo III, d'altra parte, di solito attiva una reazione a catena.
Al figlio è consentito di pervenire al nocciolo del problema che lo fa comportare in un particolare
modo. Una volta svelato il vero problema, la soluzione appropriata al conflitto diventa quasi ovvia.
Infatti il Metodo III consiste in realtà in un processo di risoluzione dei problemi (problem-
solving); esso di solito consente al genitore e al figlio di definire quale sia il problema reale
accrescendo, in questo modo, le possibilità di pervenire a una soluzione del vero problema e non
del problema introduttivo, spesso di natura superficiale o sintomatica. Un buon esempio è il
«problema dell'impermeabile» che si scoprì essere causato dalla paura della figlia di sentirsi
imbarazzata indossando un impermeabile scozzese. Qui di seguito riportiamo qualche altro
esempio.
Federico, di cinque anni, parecchi mesi dopo l'inizio dell'asilo nido cominciò a lagnarsi. Le prime due
mattine la madre lo costrinse ad andarci, poi intraprese il processo di risoluzione dei problemi. Ci vollero
solo dieci minuti per identificare il vero problema: Federico temeva che la madre non lo andasse a
riprendere e gli sembrava interminabile il tempo che trascorreva tra l'inizio delle pulizie della scuola, dopo la
fine delle lezioni e l'arrivo della madre; inoltre aveva cominciato a chiedersi se la madre, mandandolo a
scuola, stesse cercando di sbarazzarsi di lui.
La madre spiegò a Federico il proprio stato d'animo: non stava cercando di sbarazzarsene e le piaceva
stare a casa con lui, ma riteneva che anche la scuola fosse importante. Durante il processo di solu zione dei
problemi basato sul Metodo III emersero parecchie soluzioni di cui ne scelsero una: la madre lo avrebbe
prelevato prima del momento delle pulizie. Ella ci riferì che da quel momento in poi Federico usciva di casa
felice di recarsi a scuola e che spesso menzionava l'accordo confermando quanto importante fosse stato
per lui.

Un conflitto identico venne risolto da un'altra famiglia in modo diverso perché il Metodo III aveva
dissotterrato un problema di fondo diverso.
Beatrice, di cinque anni, si rifiutava di svegliarsi e di vestirsi per andare all'asilo diventando un
intralcio per l'intera famiglia ogni mattina.
Qui di seguito presentiamo la trascrizione fedele della registrazione di una lunga, ma bella e
commovente, conversazione durante la quale Beatrice e la madre trovarono una soluzione creativa
al problema. Essa non solo illustra quanto il processo aiuti un genitore a scoprire il problema sot-
tostante, ma anche quanto sia essenziale l'ascolto attivo nel Metodo III di risoluzione dei problemi
nonché quanto questo metodo infonda una generosa disponibilità ad accettare la soluzione. Infine,
essa illustra in modo penetrante come, con il Metodo III, i figli e i genitori si impegnino
attivamente affinchè venga rispettata la soluzione raggiunta col mutuo consenso. La madre aveva
appena completato il processo di risoluzione di un problema riguardante quattro dei suoi figli. Poi
si rivolse a Beatrice per renderla partecipe di un problema che aveva solo con lei.
Madre: Beatrice, ho un problema di cui vorrei parlarti. La mattina sei così lenta a vestirti che fai fare tardi
a tutti e a volte Davide perde l'autobus e io devo aiutarti a vestirti e non ho il tempo di prepa rare la
colazione a tutti gli altri, e devo sempre correre, correre, correre, e gridare a Davide di spicciarsi. È un
grosso problema.
Beatrice: (Decisa) Ma non mi piace vestirmi la mattina!
Madre: Non ti piace vestirti per andare a scuola.
Beatrice: Non mi va di andare a scuola. Voglio stare a casa e guardare i libri quando tu sei sveglia e già

tutta vestita.
Madre: Preferiresti stare a casa invece di andare a scuola?
Beatrice: Sì.
Madre: Preferiresti restare a casa e giocare con mamma?
Beatrice: Sì, giocare e guardare i libri.
Madre: Non hai molte occasioni per farlo...
Beatrice: No, non facciamo nemmeno i giochi che si fanno durante le feste di compleanno... ma a scuola

non li facciamo. A scuola facciamo giochi diversi.


Madre: Ti piacciono i giochi che fai a scuola.
Beatrice: Non molto, perché facciamo sempre gli stessi.
Madre: Ti piace farli una volta, ma non sempre.
Beatrice: Sì, ecco perché preferisco fare dei giochi a casa.
Madre: Perché sono diversi da quelli che fai a scuola e non ti piace fare tutti i giorni le stesse cose.
Beatrice: Sì, non mi piace proprio continuare a fare le stesse cose tutti i giorni.
Madre: È divertente avere qualcosa di diverso da fare.
Beatrice: Sì, come fare le sculture a casa.
Madre: A scuola non fate le sculture?
Beatrice: No, ci fanno solo colorare, dipingere e fare i collage con la stoffa.
Madre: Sembra che quello che non ti va della scuola è soprattutto che fai sempre le stesse cose, è così?
Beatrice: Non tutti i giorni... non facciamo sempre gli stessi giochi.
Madre: Non fai gli stessi giochi tutti i giorni?
Beatrice: (Con tono frustrato) Faccio gli stessi giochi tutti i giorni, ma a volte impariamo giochi nuovi; ma
non mi va lo stesso. Voglio stare a casa.
Madre: Non ti piace imparare giochi nuovi.
Beatrice: (Molto irritata) Sì, mi piace...
Madre: Ma preferiresti restare a casa.
Beatrice: (Sollevata) Sì, vorrei proprio stare a casa a giocare e guardare i libri; stare a casa e dor mire
quando ci sei tu.
Madre: Solo quando sono a casa.
Beatrice: Quando resti a casa tutto il giorno, voglio stare a casa. Quando te ne vai, allora vado a scuola.
Madre: Allora pensi che mamma non stia a casa abbastanza.
Beatrice: Già. Devi sempre andare a scuola per fare lezione la mattina o la sera.
Madre: E tu vorresti che non uscissi tanto spesso.
Beatrice: Sì.
Madre: Non mi vedi abbastanza spesso.
Beatrice: Invece tutte le sere, quando esci, vedo Susanna, la baby-sitter.
Madre: E tu preferiresti stare con me.
Beatrice: (Decisa) Sì.
Madre: E pensi che forse quando resto a casa la mattina...
Beatrice: lo pure resto a casa.
Madre: Vorresti rimanere a casa per vedere mamma.
Beatrice: Sì.
Madre: Va bene, vediamo un po'. lo però devo andare a scuola e fare lezione. Ci sarà un modo per
risolvere questo problema. Hai qualche idea?
Beatrice: (Esitante) No.
Madre: Pensavo che potremmo stare un po' più insieme il pomeriggio, quando Riccardo fa il sonnellino.
Beatrice: (Contenta) Sarebbe proprio bello!
Madre: Ti piacerebbe.
Beatrice: Sì.
Madre: Vorresti passare un po' di tempo da sola con mamma.
Beatrice: Sì, senza Rosa, senza Davide, senza Riccardo. Solo io e te, e giocare e leggere le favole. Ma
forse è meglio che non leggi le favole perché sennò poi ti addormenti. Lo fai sempre quando leggi le
favole.
Madre: È vero. Allora forse invece di fare il sonnellino pomeridiano... questo è un altro problema. Da
qualche tempo non dormi mai di pomeriggio. Forse non ne hai più bisogno.
Beatrice: Non mi piace dormire il pomeriggio. E poi non stiamo parlando di questo.
Madre: È vero, non stiamo parlando di questo, ma pensavo che, invece di fare il sonnellino, potremmo
usare quel tempo per noi.
Beatrice: Per noi due...
Madre: Ah! ah! Allora forse non ti andrebbe così tanto di restare a casa la mattina. Credi che questo
risolverebbe il problema?
Beatrice: Non ho capito cosa hai detto.
Madre: Ho detto che forse se abbiamo qualche ora il pomeriggio per stare insieme e fare solo quello che
preferisci; mamma smette di fare le faccende e fa solo quello che vuoi fare tu. Forse allora vorresti andare

a scuola la mattina, se sapessi che il pomeriggio staremo insieme.


Beatrice: Sì, questo mi va. Voglio andare a scuola la mattina e quando è l'ora del sonnellino-tanto lo
facciamo già a scuola -tu non fai le faccende, resti a casa e fai quello che voglio fare io.
Madre: Solo quello che vuoi tu, e niente faccende.
Beatrice: (Decisa) No, niente faccende.
Madre: D'accordo, che ne diresti di provarci? Cominciamo subito, da domani stesso?
Beatrice: Va bene, ma dobbiamo mettere un cartello perché sennò te ne dimentichi.
Madre: Se me ne dimentico, allora dovremo risolvere da capo il nostro problema.
Beatrice: Sì. Però, mamma, potresti scrivere il cartello e attaccarlo sulla porta di camera tua e in cucina,
così te ne ricordi quando torno da scuola e quando scendi dal letto perché vedi il cartello.
Madre: E non mi capiterà che me ne dimentico e magari mi metto a fare un sonnellino o le faccende.
Beatrice: Già.
Madre: Va bene, buona idea. Scriverò il cartello.
Beatrice: E fallo stasera mentre dormo.
Madre: D'accordo.
Beatrice: E poi puoi andartene alla riunione.
Madre: D'accordo mi sembra proprio che abbiamo risolto il problema, non ti pare?
Beatrice: (Allegra) Già.

Questa madre, che usò in modo così efficace il Metodo III per risolvere un problema familiare
alquanto comune ma spiacevole, ci riferì in seguito che Beatrice smise di indugiare e di lagnarsi la
mattina. Molte settimane dopo l'episodio raccontato, Beatrice annunciò di preferire giocare fuori
casa invece di passare tanto tempo con la madre. Vogliamo sottolineare con questo esempio che,
una volta scoperti i bisogni reali del figlio attraverso il processo di soluzione dei problemi e una
volta trovata una soluzione appropriata a quei bisogni, il problema spesso svanisce non appena si
soddisfano i bisogni temporanei del figlio.

Trattare i figli come adulti


L'approccio «senza perdenti» con il Metodo III comunica ai figli che i genitori attribuiscono
importanza ai loro bisogni, ma anche che confidano della volontà dei figli di rispettare a loro volta i
bisogni dei genitori. Ciò significa trattare i figli nello stesso modo in cui trattiamo gli amici o un
coniuge. Questo metodo piace ai figli perché li fa sentire degni di fiducia e trattati come eguali. (Il
Metodo I, al contrario, tratta i figli come se fossero immaturi, irresponsabili e senza cervello.) Il
brano seguente fu presentato da un genitore che aveva completato il corso P.E.T.

Padre: Ho bisogno di trovare con te una soluzione riguardo all'ora di andare a letto. Ogni sera mamma e
io, o uno di noi due, dobbiamo assillarti e seccarti e a volte persino costringerti ad andare a letto alla solita
ora e cioè alle otto. Non mi sento molto a mio agio mentre lo faccio e mi sto chie dendo cosa provi tu a
riguardo.
Laura: Non mi piace essere assillata e non mi piace andare a letto così presto. Sono grande adesso e
dovrei poter restare sveglia più a lungo di Giorgio (il fratello più giovane di due anni).
Madre: Vuoi dire che ti trattiamo come Giorgio e che non è giusto mandarti a letto presto.
Laura: Sì, ho due anni più di Giorgio.
Padre: Pensi che ti dovremmo trattare come una persona più grande.
Laura: Sì!
Madre: Hai sollevato un punto molto ragionevole. Ma, se noi ti lasciamo stare alzata più a lungo e poi tu ti
metti a perdere tempo prima di andare a letto, temo che si farebbe proprio troppo tardi.
Laura: Ma io non perderei tempo se potessi stare alzata un po' più a lungo.
Padre: Mi stavo chiedendo se tu potessi mostrarci per qualche giorno come collaboreresti e allora forse
potremmo deciderci a cambiare l'ora di andare a letto.
Laura: Ma anche questo non è giusto!
Padre: Pensi che non sarebbe giusto doverti guadagnare la possibilità di andare a letto più tardi?
Laura: Penso di avere il diritto di stare sveglia più a lungo perché sono più grande. (Silenzio). E se
andassi a letto alle otto e leggessi fino alle otto e mezza?
Madre: Andresti a letto alla solita ora, ma terresti le luci accese per un po' per poter leggere?
Laura: Sì, mi piace leggere a letto.
Padre: Mi sembra una buona idea, ma chi controllerà l'ora?
Laura: Lo farò io, spegnerò la luce alle otto e mezza esatte.
Madre: Mi sembra un'ottima idea, Laura. Vogliamo provarci per un po'?

Il padre ci raccontò il seguito come segue:


Da quel momento in poi abbiamo avuto pochissimi problemi. I rari casi in cui Laura non spegneva la luce
alle otto e mezza, uno di noi le ricordava l'accordo dicendo: «Sono le otto e mezza, Laura, e abbiamo fatto
un patto». Lei rispondeva sempre in modo soddisfacente ai nostri solleciti. Questa soluzione ha consentito a
Laura di sentirsi una ragazza grande e di poter leggere a letto come papa e mamma.

II Metodo III come «terapia» per il figlio

Di solito, il Metodo III determina cambiamenti nel comportamento dei figli non dissimili dai
cambiamenti che si verificano con l'assistenza di terapeuti professionisti. C'è un potenziale
terapeutico in questo metodo di risoluzione di conflitti o problemi.
Un genitore che aveva frequentato un corso P.E.T. ci sottopose due esempi in cui l'uso del Metodo
III aveva prodotto cambiamenti immediati, che potremmo definire «terapeutici», nel figlio di
cinque anni.
………………………………….

Preoccupazioni e timori dei genitori


riguardo al metodo «senza perdenti»

II metodo «senza perdenti» di risoluzione dei conflitti è facilmente compreso e immediatamente


percepito come una nuova e promettente alternativa da quasi tutti i genitori partecipanti ai nostri
corsi. Tuttavia, quando si inizia a procedere dalla discussione teorica all'applicazione pratica in
casa, molti genitori sono assaliti da paure legittime ed esprimono preoccupazioni comprensibili
riguardo al metodo.
Infatti sentiamo molti di loro dire: «In teoria sembra un ottimo metodo, ma funzionerà veramente
mettendolo in pratica?». È nella natura umana farsi sopraffare dall'apprensione ogni volta che deve
misurarsi con un'esperienza nuova, come anche desiderare di essere assolutamente convinta prima
di rinunciare a ciò che già conosce o a cui è abituata. Inoltre, i genitori sono riluttanti a fare
esperimenti sui propri cari. Per iniziare elencheremo alcuni dei timori e delle preoccupazioni più
importanti dei genitori insieme a ciò che noi diciamo loro augurandoci che si convincano a fare un
serio tentativo con il metodo «senza perdenti».

La solita riunione di famiglia sotto un nuovo nome?

Alcuni genitori inizialmente pongono resistenza al Metodo III perché pensano che assomigli alle
«riunioni di famiglia» che i loro stessi genitori convocavano quando erano giovani. Quasi tutti i
genitori ci hanno descritto in modo molto simile a quanto segue cosa intendessero per riunione di
famiglia:
Ogni domenica papa e mamma ci facevano sedere attorno al tavolo da pranzo con il proposito di fare una
riunione di famiglia per discutere ogni problema. Di solito erano loro a sollevare gli argomenti da trattare, ma
occasionalmente lo facevamo anche noi ragazzi. Parlavano quasi sempre loro e papa era colui che
conduceva la riunione. Spesso ci facevano una specie di predica. Di solito avevamo la possibilità di
esprimere le nostre opinioni, ma quasi sempre erano loro a decidere quali soluzioni adottare. All'inizio ci
sembrava di gradire l'iniziativa, ma poi finimmo con l'annoiarci. Non durava molto a lungo per quanto mi
ricordo. Parlavamo principalmente dei lavori domestici, dell'ora di andare a dormire e della maggiore
attenzione che avremmo dovuto prestare a nostra madre durante la giornata.

Sebbene questo esempio non rappresenti tutte le riunioni di famiglia bisogna dire che erano tutte
incentrate sulle figure dei genitori, che il padre era chiaramente il conduttore, che le soluzioni
provenivano invariabilmente dai genitori, che ai figli veniva insegnato oppure veniva predicato
qualcosa, che i problemi erano generalmente trattati in modo approssimativo e incontrastato, e che
l'atmosfera era di solito piacevole e amabile. Il Metodo III non è una riunione, ma, appunto, un
metodo per risolvere i conflitti, preferibilmente appena si verificano. Non tutti i conflitti
coinvolgono la famiglia intera, anzi molti riguardano un genitore e un figlio soltanto. Non è
necessario né è consigliabile che gli altri membri della famiglia siano presenti. Il Metodo III non è
un pretesto per permettere ai genitori di fare sermoni o educare, il che di solito sottintende che
l'insegnante o il predicatore dispongono già di ogni risposta. Con il Metodo III, il genitore e il figlio
cercano una loro specifica risposta perché generalmente non esiste una risposta preconfezionata ai
problemi che di volta in volta si affrontano e per i quali si cerca assieme una soluzione senza
perdenti. Inoltre, non ci sono conduttori né direttori; il genitore e il figlio partecipano a pari titolo e
lavorano sodo per trovare una soluzione al problema comune.
Generalmente il Metodo III viene applicato con prontezza nel luogo e nel momento in cui il pro-
blema si presenta. I problemi e i conflitti vengono affrontati sul nascere piuttosto che attendere di
riproporli in una situazione astratta come quella di una riunione familiare.
Inoltre, durante la risoluzione dei conflitti con il Metodo III, l'atmosfera non è sempre piacevole o
amabile. I conflitti tra genitore e figlio diventano sovente carichi di emozioni espresse anche viva-
cemente.
Al papa serve la macchina per andare a una riunione, ma Giovanni contava di poterla prendere per
recarsi a un appuntamento importante. Sabina vuole assolutamente indossare il maglione nuovo
della madre per uscire. Il piccolo Teo vuole andare in piscina sebbene sia raffreddato. Giorgio
vuole suonare la chitarra a volume altissimo.
Questi conflitti possono comportare emozioni molto forti. Una volta comprese le differenze tra la
riunione di famiglia di vecchio stampo e il metodo di risoluzione dei conflitti, diviene evidente che
non stiamo cercando di riesumare antiche tradizioni mascherandole con un nuovo nome.

// metodo III interpretato come debolezza dei genitori


Alcuni genitori, specialmente i padri, inizialmente assimilano il Metodo III a una forma di resa al
figlio, oppure Riessere genitore debole o ancora allo scendere a compromessi contrari alle proprie
convinzioni. Un padre protestò in modo alquanto irato dopo aver ascoltato in classe la registrazione
del dialogo tra Beatrice e la madre riguardo all'andare a scuola: «Ma quella madre ha
semplicemente ceduto alla volontà della figlia! Adesso dovrà trascorrere ogni pomeriggio un'ora
con la figlia viziata. La figlia ha vinto, non ti pare?» Certamente aveva vinto la figlia, ma lo stesso
si può dire per la madre che non doveva più subire uno stress emotivo cinque mattine alla
settimana.
Gli istruttori dei corsi P.E.T. comprendono questa reazione; la riscontrano in quasi ogni classe
perché le persone sono troppo abituate a percepire i conflitti in termini di vincita o perdita. Pensano
che se una persona raggiunge il suo obiettivo, l'altra deve necessariamente rinunciare al proprio.
Insomma qualcuno deve perdere. In un primo momento per i genitori è difficile comprendere che
esiste per ambedue le persone in conflitto la possibilità di conseguire il proprio scopo. Il Metodo III
non va confuso col Metodo II, in cui il figlio vince a spese del genitore perdente. A molti genitori
risulta all'inizio naturale concludere quanto segue: «Se lascio perdere il Metodo I, allora non mi
resta che il Metodo II», «Se non vinco io, vincerà il figlio». Questo è il modo ormai consueto di
concepire le alternative ai conflitti in termini unilaterali. I genitori devono essere aiutati a
comprendere la differenza fondamentale tra il Metodo II e il Metodo III. Bisogna ricordare loro
frequentemente che con il Metodo III, anche loro devono tendere a soddisfare i propri bisogni;
anche loro desiderano accettare la soluzione definitiva. Se sentono di aver ceduto alla volontà del
figlio, allora hanno utilizzato il Metodo II, non il Metodo III. Per esempio, nel conflitto tra Beatrice
e la madre (Beatrice non voleva andare a scuola), quella madre deve genuinamente accettare di
dedicare alla figlia quell'ora di esclusiva attenzione come d'altronde è accaduto. Se così non fosse,
avrebbe ceduto a Beatrice (Metodo II). Alcuni genitori, all'inizio, non riescono a riconoscere che la
madre di Beatrice ha anch'essa ottenuto il risultato di non dover più sopportare gli scontri e le
lagnanze della figlia, ma anche di non sentirsi più in colpa di mandarla a scuola; inoltre ha avuto la
soddisfazione di scoprire un bisogno inappagato della figlia e di riuscire a trovare un modo per
andarle incontro. Altri genitori tuttavia percepiscono il Metodo III necessariamente come un
«compromesso», e per costoro il compromesso significa retrocedere o ottenere meno di ciò che
desideravano, risultando deboli. Quando li sento esprimere questo stato d'animo, mi viene spesso in
mente la frase che John F. Kennedy pronunciò durante il discorso inaugurale di insediamento: «Non
abbiate timore di negoziare, ma mai negoziare per timore». Il Metodo III significa negoziare, ma
non si tratta di negoziazioni che non prevedono il coraggio di persistere nel processo di soluzione
dei problemi fino a quando non si perviene a una soluzione che soddisfa i bisogni del genitore
quanto quelli del figlio.
Il Metodo III non equivale a un compromesso, ove per esso si intenda «accettare meno di ciò che si
vuole»; la nostra esperienza ci ha insegnato che le soluzioni raggiunte con questo metodo spesso
offrono sia al figlio che al genitore più di quanto ciascuno si aspetti. Queste soluzioni sono quelle
che gli psicologi spesso chiamano «soluzioni eleganti», ossia valide, se non addirittura migliori, per
ambedue. Con il Metodo III, dunque, i genitori non devono affatto battere in ritirata o cadere morti
sul campo. È piuttosto vero il contrario. Considerate il seguente conflitto che coinvolge un'intera
famiglia e notate quanto la soluzione sia stata gratificante tanto per i genitori che per i figli. Ecco
come ci fu raccontato dalla madre:
Le festività natalizie si stavano avvicinando e ci apprestavamo ai soliti preparativi, lo desideravo
preparare una cena a base di tacchino per la tradizionale cena di famiglia. I miei tre figli e mio marito
avevano invece altri desideri, così intraprendemmo il processo di soluzione dei problemi. Mio marito
voleva ridipingere la casa e gli seccava dover dedicare tempo alla preparazione di una cena
elaborata e all'intrattenimento di ospiti. Uno dei figli voleva invitare un amico dell'università che non
aveva mai trascorso le feste con la propria famiglia in modo tradizionale. Il figlio liceale voleva
trascorrere tutto il periodo di vacanza nella nostra casa fuori città. Il più piccolo si era lamentato di
doversi vestire in modo elegante e di dover sopportare il travaglio di una cena formale. Quanto a me,
ovviamente ritenevo molto importante che la famiglia si sentisse unita, oltre ad avere il bisogno di
sentirmi una buona madre preparando una cena elegante e saporita. I contrasti vennero risolti nel
modo seguente: io avrei preparato una cena simbolica a base di tacchino che avremmo portato nella
nostra casa fuori città dopo che mio marito aveva dipinto la casa. Il figlio maggiore sarebbe tornato
dall'università insieme all'amico e tutti avrebbero aiutato il padre a ridipingere la casa per partire il
più presto possibile. Il risultato fu che per una volta non fu sbattuta nervosamente nessuna porta né
ci si arrabbiò. Tutti si divertirono moltissimo e la festa finì con l'essere la più bella che la famiglia
avesse mai trascorso insieme. Perfino l'ospite di mio figlio aiutò a ridipingere la casa. Per la prima
volta i figli aiutarono il padre senza le solite penose discussioni. Mio marito era in estasi, i figli
entusiasti e io soddisfatta del mio ruolo in questa festa così importante. Tuttavia non avevo dovuto
faticare come in passato per preparare una cena smisurata. Riuscì meglio di quanto avremmo mai
potuto sognare. Non imporrò mai più alcuna decisione alla famiglia!

Nella mia stessa famiglia, si verificò un conflitto molto serio riguardo alle vacanze pasquali e il
Metodo III generò una soluzione inaspettatamente accettabile per tutti. Né mia moglie né io
avvertimmo alcun senso di debolezza da parte nostra, anzi ci sentimmo fortunati per aver sventato
l'incubo della Spiaggia di New Port.

Nostra figlia, di quindici anni, voleva accettare l'invito a trascorrere le vacanze di Pasqua con
parecchie amiche sulla spiaggia di New Port, in California, (dove c'erano ragazzi, ma anche la birra,
la marijuana e i poliziotti). Mia moglie e io avevamo veramente paura che nostra figlia si esponesse
ai pericoli di cui avevamo sentito parlare e nei quali era facile incorrere durante questi incontri
annuali di migliaia di studenti. Esprimemmo i nostri timori, che nostra figlia ascoltò ma sottovalutò
perché desiderava fortemente stare al mare con le proprie amiche. Noi sapevamo che lasciandola
andare avremmo perso il sonno, inoltre temevamo di essere chiamati nel cuore della notte per tirarla
fuori da qualche serio pasticcio. L'ascolto attivo ci aiutò a svelare qualcosa di sorprendente; ciò che
realmente desiderava era: stare con un'amica in particolare, andare in qualche località balneare
dove avrebbe potuto incontrare dei ragazzi e tornare poi a scuola abbronzatissima.
Due giorni dopo che il conflitto era insorto, e ancora irrisolto, nostra figlia ci propose una solu-
zione del tutto inaspettata: se noi avessimo preso in considerazione l'idea di trascorrere le feste
andando a giocare a golf, («Sapete che è da molto tempo che non andate a giocare a golf?»), lei
avrebbe potuto invitare l'amica a soggiornare con tutti noi nell'albergo che si trova sul mio campo da
golf preferito e che era anche vicino alla spiaggia - non quella di New Port, ma un'altra - dove
avrebbero potuto comunque conoscere dei ragazzi. Afferrammo letteralmente l'occasione al volo
accettando la sua soluzione, sollevati enormemente dal fatto che fosse stato trovato il modo di
risparmiarci tutte le preoccupazioni che ci avrebbero assalito sapendola sulla spiaggia di New Port
senza nessuno che la sorvegliasse. Anche lei fu molto contenta perché tutti i nostri bisogni
sarebbero stati soddisfatti. Ci recammo quindi nel posto da lei suggerito e la sera, dopo che mia
moglie e io avevamo giocato a golf e le ragazze avevano passato il giorno sulla spiaggia, ci
divertimmo stando tutti insieme. E sebbene non ci fossero molti ragazzi su quella spiaggia, il che
deluse le ragazze, nessuna delle due si lamentò mai con noi nè espresse alcun risentimento nei
nostri confronti per la decisione che avevamo raggiunto.

Questo caso dimostra inoltre che le soluzioni prese con il Metodo III non risultano certo essere
perfette. A volte, imprevedibilmente, ciò che sembra essere una soluzione soddisfacente per può
risultare deludente per qualcuno. Tuttavia nelle famiglie che ricorrono al Metodo III, questa
probabilità non sembra causare risentimento o amarezza, forse perché è chiaro che il disappunto
provato non è stato causato dai genitori (come avverrebbe con il Metodo I) ma piuttosto dal caso,
dal destino, dalle condizioni metereologiche o dalla fortuna. I figli possono certamente incolpare
forze esterne o imprevedibili, ma non i genitori. Un altro fattore importante è che il Metodo III
consente ai figli di sentire che la soluzione è stata presa da loro stessi oltre che dai genitori.

I gruppi non possono prendere decisioni?

E un mito diffusamente condiviso che solo i singoli individui, e non i gruppi, sono capaci di
prendere decisioni. «Il cammello è il risultato della decisione presa in gruppo da una commissione
incaricata di progettare un cavallo». Questa citazione umoristica è spesso menzionata dai genitori
per avallare il loro convincimento che i gruppi non possono pervenire affatto a una soluzione o che
comunque le soluzioni prese in gruppo sono sempre di qualità inferiore. Un'altra affermazione che i
genitori spesso menzionano nei gruppi dei corsi P.E.T. è: «c'è sempre qualcuno che deve decidere
per il gruppo». Questa ostinata prevenzione continua ad esistere perché poche persone hanno avuto
l'opportunità di far parte di un gruppo capace di prendere decisioni efficaci. A molti adulti, durante
tutta la loro esistenza, questa esperienza è stata negata da coloro che avevano potere nei loro
confronti e che usavano continuamente il Metodo I per risolvere problemi o per porre fine a
conflitti: genitori, insegnanti, zie, zii, capi scout, allenatori, baby-sitter, militari, capiufficio e così
via. La maggior parte degli adulti nella nostra società democratica ha avuto scarse occasioni di
vedere un gruppo risolvere problemi e conflitti in modo democratico. Come ci si può meravigliare,
dunque, che i genitori siano scettici riguardo alle capacità decisionali dei gruppi se non hanno mai
avuto occasione di vederne uno efficiente! Le conseguenze sono alquanto inquietanti se si considera
con quale frequenza i leader politici proclamano l'importanza di allevare i figli in modo che
diventino cittadini responsabili. Forse è per questo motivo che alcuni genitori nei nostri corsi
esigono continue dimostrazioni del fatto che un gruppo familiare possa prendere decisioni di alta
qualità per risolvere problemi, compresi quelli particolarmente impegnativi e complessi quali: la
paga mensile e il denaro, la cura della casa, le faccende domestiche, gli acquisti, l'uso
dell'automobile, l'uso della televisione, le vacanze, la condotta dei figli durante le feste in casa, l'uso
del telefono, l'ora di andare a dormire, l'ora dei pasti, dove sedersi in automobile, l'uso della piscina,
quali cibi comprare, l'assegnazione delle stanze o degli armadi, l'ordine e la pulizia delle camere.
L'elenco sarebbe interminabile. Tuttavia le famiglie possono prendere decisioni in gruppo e ne
riceveranno la prova ogni giorno se useranno il metodo «senza perdenti». Certamente i genitori
devono impegnarsi a utilizzare il Metodo III e dare a se stessi e ai figli l'opportunità di constatare
quanto ci si possa fidare delle capacità di un gruppo di persone di trovare soluzioni creative e
accettabili per tutti.

Il metodo III richiede troppo tempo?

L'idea di dover impiegare troppo tempo per risolvere problemi angustia molti genitori. Il signor V.,
un dirigente molto indaffarato, già enormemente estenuato dagli eccessivi impegni di lavoro,
dichiarò: «Non è assolutamente possibile per me trovare il tempo di sedermi e trascorrere un'ora
con ciascuno dei miei figli ogni volta che insorge un conflitto: è semplicemente assurdo!». La
signora B, madre di cinque giovani, disse: «Non riuscirei mai a completare le faccende domestiche
se dovessi usare il Metodo III con ciascuno dei miei cinque figli, sono troppi!». Nessuno nega che
il Metodo III richieda tempo. La quantità di tempo dipende dal problema e dalla volontà del
genitore e del figlio di pervenire a una soluzione senza perdenti. Ecco alcune scoperte fatte da
genitori che hanno compiuto uno sforzo autentico nell’applicare il Metodo III:

1. Molti conflitti riguardano problemi momentanei o di facile e rapida risoluzione che richiedono
non più di dieci minuti, se non addirittura meno.
2. Alcuni problemi, come la paga, le faccende domestiche, l'uso della televisione, l'ora di andare a
dormire, richiedono più tempo. Tuttavia, una volta risolti con il Metodo III, generalmente restano tali.
Contrariamente alle decisioni prese con il Metodo I, le decisioni raggiunte con il Metodo III non
insistono a ripresentarsi in continuazione.
3. A lungo andare i genitori risparmiano tempo perché non devono trascorrere un'infinità di ore
ricordando, svolgendo attività di rinforzo, sorvegliando o discutendo.
4. Quando il Metodo III viene introdotto per la prima volta in una famiglia, solitamente i primi con -
fronti richiedono più tempo perché i figli (e i genitori) sono ancora inesperti, perché diffidano delle
buone intenzioni dei genitori («Cos'è questa nuova tecnica? Un'altro modo per controllarci?»),
perché hanno risentimenti residui oppure perché mantengono l'atteggiamento «vinci-perdi» cui
sono ancorati per abitudine («Devo averla vinta io»).

Probabilmente il risultato più significativo, e per me inaspettato, è proprio il fatto che il metodo
«senza perdenti», più di qualsiasi altro metodo, fa risparmiare una gran quantità di tempo: dopo un
certo periodo, infatti, i conflitti insorgono con sempre minore frequenza.
«Ci sembra di aver esaurito i problemi da risolvere», raccontò una madre meno di un anno dopo
aver completato il corso P.E.T. Un'altra madre, rispondendo alla mia richiesta di esempi del Metodo
III nella propria famiglia, mi scrisse: «Vorremmo rispondere alla sua richiesta di esempi, ma ci
sembra di non aver avuto molti conflitti ultimamente. Non abbiamo avuto molte occasioni per
esercitare ulteriormente il Metodo III».
Durante lo scorso anno nella mia stessa famiglia, si sono verificati talmente pochi conflitti seri tra
genitori e figli che sinceramente in questo momento non riesco a ricordarne nemmeno uno; le
situazioni si sono risolte facilmente senza trasformarsi in effettivi conflitti. Credevo che i conflitti
avrebbero continuato a spuntare anno dopo anno e sono certo che molti genitori dei corsi P.E.T.
pensavano altrettanto. Come mai si verifica questa diminuzione? Dopo averci pensato a lungo
credo di averne capito la ragione: il Metodo III instaura un atteggiamento radicalmente diverso fra
genitori e figli. Sapendo che i genitori hanno cessato di utilizzare il proprio potere per averla vinta -
per vincere senza rispettare i loro bisogni - i figli non hanno motivo di esercitare pressioni per
perseguire i propri scopi o per difendersi energicamente dal potere dei genitori. Conseguentemente,
spariscono quasi totalmente i forti scontri di bisogni. Al contrario, i giovani diventano accomodanti
nutrendo per i bisogni dei genitori il medesimo riguardo che hanno per i propri. Quando hanno un
bisogno, lo rivelano apertamente e i genitori si danno da fare per appagarlo e i figli cercano di fare
altrettanto se sono i genitori ad avere un bisogno. Quando entrambi incontrano difficoltà a conci-
liarsi, percepiscono questa situazione più come un problema da risolvere piuttosto che come una
guerra da combattere.
Si verifica anche un altro effetto: i genitori e i figli iniziano a impiegare metodi per evitare i
conflitti. Un'adolescente, ad esempio, si premurerà di lasciare al padre un appunto sulla porta di
casa per ricordargli che quella sera avrà bisogno di prendere la sua auto; oppure chiederà in
anticipo se la sua intenzione di invitare l'amica a cena venerdì potrebbe interferire con i programmi
dei genitori. Va sottolineato che in questo modo non chiede il permesso; chiedere il permesso dei
genitori è un modello di comportamento che nasce laddove si utilizza il Metodo I e implica che i
genitori potrebbero negare il permesso. Il clima indotto dal Metodo III consente ai figli di pensare
in questi termini: «Voglio fare ciò che desidero, a meno che non interferisca con il tuo desiderio di
fare ciò che tu vuoi».

La maggiore saggezza dei genitori esclude l'uso del metodo?


L'idea che un genitore sia autorizzato a usare il proprio potere sui figli perché è più saggio o più
esperto è saldamente radicata. Precedentemente abbiamo elencato molte delle consuete
razionalizzazioni: «Noi sappiamo cosa è meglio perché abbiamo maggiore esperienza», «Ti stiamo
negando questa cosa esclusivamente per il tuo bene», «Quando crescerai, ci ringrazierai per averti
fatto agire in questo modo», «Vogliamo solo evitare che tu faccia gli stessi errori che abbiamo
commesso noi», «Non possiamo permettere che tu faccia qualcosa di cui sappiamo ti pentirai in
seguito» e così via. Molti genitori che inviano ai figli messaggi come questi, o simili, credono
sinceramente a ciò che dicono. L'atteggiamento più arduo da modificare nei nostri gruppi è quello
dei genitori che si sentono giustificati a (o persino in dovere) utilizzare il potere perché sono più
informati, più avveduti, più saggi, più maturi o più esperti. Questo atteggiamento non è adottato
esclusivamente dai genitori. Tutta la storia testimonia l'esistenza di tiranni che ricorrevano a questi
argomenti per giustificare il proprio uso del potere sulle persone che opprimevano. Molti di essi
avevano un'opinione molto bassa dei propri sudditi sia che questi fossero schiavi, contadini,
barbari, montanari, neri, immigranti clandestini, cristiani, eretici, plebei, cittadini non nobili,
operai, ebrei, sudamericani, orientali, o donne. Sembra un comportamento quasi universale: coloro
che esercitano il proprio potere sugli •altri devono in qualche modo razionalizzare e giustificare la
loro oppressione e disumanità giudicando inferiori le persone su cui esercitano il proprio potere.
Chi può confutare l'idea che i genitori siano più saggi e più esperti dei figli? Sembra essere
considerata una verità assiomatica. Tuttavia, quando chiediamo ai genitori dei nostri corsi se i loro
genitori abbiano mai preso decisioni non sagge imponendole con il Metodo I, la risposta è sempre
affermativa. Come è facile per i genitori dimenticare la propria esperienza di figli! Come è facile
dimenticare che a volte i figli sanno meglio dei genitori se hanno sonno o fame; che conoscono
meglio dei genitori: le qualità dei propri amici, le proprie aspirazioni e obiettivi, come sono trattati
dai propri insegnanti, gli stimoli e le esigenze del proprio corpo, chi amano e chi non amano, a
cosa attribuiscono molto o nessun valore.
I genitori hanno una saggezza superiore? Certo non per molte delle questioni che riguardano i figli. Essi
hanno indubbiamente esperienza e saggezza preziose che non dovranno mai seppellire. A molti
genitori dei corsi P.E.T. all'inizio sfugge il fatto che con il metodo «senza perdenti» si riesce a
mobilitare sia la saggezza del genitore sia quella del figlio. Nessuna delle due è accantonata
durante il processo di soluzione dei problemi (contrariamente al Metodo I che ignora la saggezza
del figlio, o al Metodo II che ignora la saggezza dei genitori).
………………………………..

Il metodo III può essere efficace anche con bambini piccoli?


«Capisco che il Metodo III possa funzionare con figli più grandi, che hanno facoltà verbali, matu-
rità e capacità di ragionamento maggiori, ma non credo che possa funzionare con bambini dai due
ai sei anni. Sono troppo piccoli per sapere cosa sia meglio per loro; non bisogna pertanto usare il
Metodo I?».
Questa domanda ci viene posta da tutti i gruppi P.E.T. Tuttavia, le testimonianze di famiglie che
hanno impiegato il Metodo III con bambini molto piccoli provano che esso può funzionare. Ecco
un breve resoconto di un incontro tra una bambina di tre anni e la madre che ci riferì l'episodio.
Caterina: Non voglio più andare dalla mia baby-sitter.
Madre: Non ti piace andare a casa della signora Gracchi quando io vado al lavoro.
Caterina: No, non ci voglio andare.
Madre: lo devo andare al lavoro e tu non puoi stare sola a casa, ma, indubbiamente, andare lì ti rende
infelice. Possiamo fare qualcosa per renderti più facile stare dalla baby-sitter?
Caterina: (Dopo un attimo di silenzio). Potrei stare sul marciapiede fino a quando non ti allontani con
l'auto.
Madre: Ma la signora Gracchi deve tenerti in casa insieme agli altri bambini così sa dove sei.
Caterina: Potrei guardarti dalla finestra quando te ne vai.
Madre: Ti farebbe sentire meglio?
Caterina: Sì.
Madre: Va bene. Proviamoci la prossima volta.

Una bambina di due anni reagì positivamente al Metodo III in questo episodio descritto dalla
madre.
Stavo preparando la cena e mia figlia gorgogliava felicemente sul suo cavalluccio a dondolo. Dopo un po'
prese le cinture che servono per assicurarla al cavalluccio e provò ad allacciarle da sola. La sua faccia si
fece rossa di rabbia e presto cominciò a urlare con tono sempre più acuto man mano che la frustrazione si
accumulava. Mi accorsi che anch'io mi stavo innervosendo a causa dei suoi strilli così mi inginocchiai per
aiutarla, ma lei mi respinse e continuò a strepitare. Ero ormai pronta a sollevare lei e il cavallo a ciondolo e
depositarli entrambi nella sua camera sbattendo la porta per non sentire più le sue urla, quando qualcosa
scattò dentro di me imponendomi di fermarmi.
Così mi inginocchiai, poggiai le mie mani sulle sue e dissi: «Sei folle di rabbia perché non riesci a farlo
da sola». Annuendo con la testa rispose di sì, smise di urlare e dopo qualche altro singhiozzo riprese
felicemente a dondolarsi sul cavallo. Sai cosa pensai? «Possibile che sia davvero così semplice?».

Alla sorpresa di questa madre è doveroso rispondere: «No, non è sempre così semplice», ma il
Metodo III funziona in modo sorprendentemente efficace con bambini in età prescolare e persino
con neonati. Ricordo a tale proposito un episodio che si verificò nella mia famiglia.
Quando nostra figlia aveva solo cinque mesi, partimmo per un mese di vacanza per la nostra baita presso
un lago dove normalmente andavamo a pescare. Prima di questo viaggio ci ritenevamo molto fortunati
perché nostra figlia non aveva mai avuto bisogno di fare un pasto tra le 23,00 e le 7,00 del mattino
seguente. Il cambiamento però comportò anche un rovescio della nostra fortuna perché ella cominciò a
svegliarsi affamata alle 4,00 di mattina. Doversi alzare a quell'ora per darle da mangiare era alquanto
penoso.
A settembre in quella località faceva molto freddo e avevamo solamente una stufa a legna. Ciò significava
che quando la bambina si svegliava dovevamo prenderci la briga di accendere la stufa o l'alternativa, non
certo migliore, era di avvolgerci nelle coperte cercando di stare al caldo per l'ora necessaria a preparare il
pasto, scaldare il biberon e nutrirla. Sentivamo veramente che si trattava di una situazione di conflitto di
bisogni per la quale era necessario addentrarsi nel processo di risoluzione comune dei problemi. Dopo
esserci consultati, mia moglie e io decidemmo di offrirle una soluzione alternativa augurandoci che la
trovasse accettabile.
Invece di svegliarla per darle da mangiare alle 23,00, la sera successiva la lasciammo dormire fino alle
24,00 e poi le demmo il pasto. La mattina seguente dormì fino alle 5,00. Sembrava già un miglioramento. La
notte seguente facemmo un ulteriore sforzo assicurandoci che prendesse più della solita quantità di latte cui
era abituata e poi la mettemmo a dormire alle 0,30. Funzionò, le andava bene! Quella mattina, e le mattine
successive, non si svegliò prima delle 7,00, che era l'ora in cui comunque volevamo svegliarci per andare a
pescare perché è l'ora in cui i pesci abboccano di più. Nessuno perse, tutti vinsero.

Non solo è possibile utilizzare il Metodo III con i neonati, ma è anche importante cominciare a
usarlo il più presto possibile. Prima si comincia, prima il bambino imparerà a entrare in rapporto
con gli altri in modo democratico, a rispettare i bisogni degli altri e a riconoscere quando i propri
bisogni sono rispettati.
I genitori che intraprendono l'uso del metodo P.E.T. quando i figli sono più grandi e introducono il
Metodo III dopo averli abituati ad uno dei due metodi fondati sulla lotta per il potere, incontrano
immancabilmente maggiori difficoltà dei genitori che invece cominciano a utilizzare il Metodo III
sin dai primi mesi di vita del bambino. Un padre raccontò al proprio gruppo P.E.T. che le prime
volte in cui lui e la moglie avevano cercato di utilizzare il Metodo III con il figlio maggiore questo
aveva detto: «Cos'è questa novità? Una nuova tecnica psicologica per farci fare quello che volete
voi?». Questo ragazzo assai percettivo, abituato alla risoluzione dei conflitti attraverso il Metodo I
(quello in cui normalmente i figli perdono) trovava difficile credere alle buone intenzioni dei
genitori e al loro desiderio genuino di provare il Metodo «senza perdenti». Nel prossimo capitolo
mostreremo come affrontare queste resistenze dei figli adolescenti.

Non ci sono momenti in cui si deve usare il metodo I?


È ormai diventato oggetto di scherzo tra gli istruttori del corso P.E.T. il fatto che, all'inizio di quasi
tutti i corsi, alcuni genitori cercano di sottolineare i limiti, o di mettere in discussione la validità del
Metodo III ponendoci invariabilmente una delle due seguenti domande:

Ma se vediamo nostro figlio attraversare di corsa la strada mentre sta arrivando un'automobile, non si
deve usare il Metodo I?
Ma se a nostro figlio viene un attacco di appendicite, non si deve usare il Metodo I per farlo andare in
ospedale?

La nostra risposta ad ambedue queste domande è certamente affermativa. In queste situazioni


critiche è necessario intervenire con prontezza e fermezza. Tuttavia, prima di questi momenti critici
in cui il figlio attraversa di corsa la strada o ha bisogno di essere portato in ospedale, si possono
utilizzare metodi non fondati sul potere. Se un bambino prende l'abitudine di attraversare la strada
correndo, un genitore potrebbe prima provare a parlargli dei pericoli che corre, indicargli i punti che
è pericoloso varcare, mostrargli la fotografia di un bambino investito da una automobile, costruire
un recinto intorno al giardino o osservarlo per un paio di giorni mentre gioca nel giardino davanti a
casa rammentandogli, ogni volta che la situazione lo richiede, che sta oltrepassando i confini
stabiliti. Anche se utilizzassi l'approccio punitivo, non potrei mai permettermi di mettere a rischio la
vita di mio figlio presupponendo che la punizione sia sufficiente per impedirgli di andare in mezzo
alla strada. Vorrei comunque impiegare metodi più sicuri. I metodi non fondati sul potere possono
essere estremamente efficaci anche nei casi in cui i figli si ammalano o devono subire interventi
chirurgici o quando si devono somministrare loro medicine o iniezioni. Nella situazione seguente,
una bambina di nove anni e la madre si stavano recando in auto presso una clinica allergologica per
iniziare una terapia contro la febbre da fieno che prescriveva due iniezioni a settimana. La madre
utilizzò esclusivamente l'ascolto attivo.
Elisa: (Durante un lungo monologo) Non voglio farmi fare quelle iniezioni. Ma chi mai vuole farsi fare le
iniezioni?... Le iniezioni fanno male... Scommetto che dovrò farle per sempre... Due volte la settimana.
Preferisco avere sempre il raffreddore e starnutire in continuazione... Vorrei sapere perché mi hai coinvolto
in questa storia.
Madre: (Con tono partecipe) Hmmm!
Elisa: Mamma, ti ricordi quando cadendo mi si infilarono delle schegge nel ginocchio e dovetti farmi
un'iniezione?
Madre: Sì, me lo ricordo. Il medico ti fece un'iniezione antitetanica dopo averti estratto le schegge.
Elisa: Ricordo che quell'infermiera mi parlò e mi disse di guardare un quadro sulla parete; così non mi
accorsi nemmeno quando l'ago era entrato.
Madre: Alcune infermiere sanno fare le iniezioni così bene che nemmeno te ne accorgi.
Elisa: (Al momento dell'arrivo) Non voglio entrare lì dentro.
Madre: (Seguendola empaticamente china sulla figlia mentre entrano nella clinica) Vorresti proprio non
dover entrare qui dentro.
Elisa: (Entra con estrema lentezza).

Questa madre raccontò poi il seguito: la figlia alla fine entrò nello studio rispettando
l'appuntamento preso, si fece fare le iniezioni e ricevette un complimento dall'infermiera. In
seguito la madre di Elisa aggiunse quanto segue:
Nel periodo precedente al corso P.E.T. avrei assunto diversi possibili atteggiamenti in questa situazione:
le avrei fatto una predica spiegandole la necessità di seguire la terapia prescritta dal medico, le avrei
parlato del giovamento che io stessa avevo tratto dalle iniezioni per la mia allergia, avrei cercato di
convincerla che le iniezioni non fanno poi tanto male, le avrei ricordato in termini moralistici quanto fosse
fortunata a non avere altri problemi di salute, oppure, esasperata, le avrei semplicemente intimato di
smetterla di lamentarsi. Certamente non le avrei mai dato l'opportunità di ricordare quell'infermiera che le
aveva fatto un'iniezione senza che lei si accorgesse nemmeno del momento in cui l'ago era entrato.

Non perderò il rispetto dei miei figli?


Alcuni, soprattutto i padri, temono che il Metodo III possa indurre i figli a perdere il rispetto per i
genitori. Essi ci dicono:
Temo che i miei figli finiranno col sottomettermi.
Ma i figli non dovrebbero rivolgersi ossequiosamente ai genitori? ,
Non credi che i figli debbano rispettare l'autorità dei genitori?
State forse suggerendo che i genitori dovrebbero trattare i figli alla pari?

Molti genitori sono confusi riguardo al termine rispetto. A volte rispetto dell'autorità significa in
realtà timore. Ciò che li preoccupa è che i figli possano perdere la paura dei genitori e che quindi
non obbediscano o si oppongano ai tentativi dei genitori di controllarli. Quando cerchiamo di
evidenziare questa differenza, alcuni genitori affermano: «No, non voglio intendere questo. Vorrei
essere rispettato per le mie capacità, la mia conoscenza e così via. Certamente non vorrei essere
temuto».
A questo punto chiediamo a questi genitori: «Ma voi quando cominciate a nutrire rispetto per un
altro adulto per le sue capacità e la sua conoscenza?» Normalmente la risposta è: «Beh, quando mi
ha dimostrato in qualche modo di avere delle capacità; in un certo senso, quando si è guadagnato il
mio rispetto». In genere le loro stesse risposte aiutano questi genitori a comprendere che anche loro
devono guadagnarsi il rispetto dei figli dimostrando la propria competenza o la propria sapienza.
La maggior parte dei genitori sa di non poter pretendere rispetto da qualcuno, ma di doverselo
guadagnare. Se le loro conoscenze e le loro capacità sono degne di rispetto, il figlio le rispetterà. Se
non sono degne di rispetto, il figlio non le rispetterà.
I genitori che hanno fatto un sincero sforzo per sostituire i metodi «vinci-perdi» con il Metodo III
normalmente scoprono che i figli sviluppano un nuovo tipo di rispetto nei loro confronti che non si
fonda sul timore, bensì sul cambiamento della loro percezione del genitore visto finalmente come
persona. Il direttore di una scuola mi scrisse questa lettera molto commovente.
Il modo migliore per spiegare quale significato il corso P.E.T. abbia avuto per la mia vita è quello di
raccontarvi quanto accaduto con la mia figliastra. Sin dall'inizio - cioè da quando essa aveva due
anni e mezzo - non le ero mai piaciuto. Ciò che mi feriva era il suo disprezzo. Normalmente piaccio
ai bambini, ma non riuscivo a piacere ad Alice. Cominciai anch'io a non volerle bene, persino a
detestarla. Una notte giunsi addirittura al punto di fare un sogno in cui provavo per lei sentimenti
così intensamente antagonistici e ripugnanti che mi svegliai in uno stato pietoso. Sapevo di aver
bisogno di aiuto.
Cominciai, pertanto, una terapia individuale che mi aiutò a rilassarmi un po', ma continuavo a non
piacere ad Alice. Sei mesi dopo aver iniziato la terapia -Alice aveva ormai dieci anni - frequentai il
corso P.E.T. e più tardi cominciai a insegnare come istrut-tore P.E.T. Nell'arco di un anno Alice ed io
riuscimmo a instaurare una relazione più ricca di quanto avessi mai desiderato e sognato. Adesso ha
tredici anni. Ci rispettiamo reciprocamente, ci vogliamo bene, ridiamo, discutiamo, giochiamo,
lavoriamo, e a volte piangiamo insieme. Il mese scorso ho ricevuto da Alice una sorta di certificato di
laurea. Stavamo cenando con tutta la famiglia in un ristorante cinese. Mentre tutti stavano scartando
i «dolci della fortuna», che contengono dei bigliettini su cui sono scritte delle massime cinesi. Alice
lesse il suo in silenzio e poi me lo porse dicendomi: «Questo dovrebbe essere per te, papa». Nel
biglietto era scritto: «Troverai la felicità nei tuoi figli ed essi la troveranno in te». Vedete, ho molte
ragioni per ringraziarvi dell'esistenza dei corsi P.E.T.

Molti genitori sarebbero pronti a riconoscere che il rispetto di questa bambina per il patrigno è il
tipo di rispetto che essi veramente vorrebbero dai propri figli. Indubbiamente il Metodo III fa per-
dere ai figli il rispetto fondato sul timore, ma cosa perde il genitore se in cambio di esso guadagna
un rispetto qualitativamente assai migliore?

Applicare il metodo «senza perdenti»


Anche dopo essersi convinti di volere impiegare il metodo «senza perdenti», i genitori che parteci-
pano ai corsi P.E.T. si domandano come iniziare questo cambiamento. Inoltre, alcuni genitori
incontrano difficoltà all'inizio. Qui di seguito troverete alcuni suggerimenti su come iniziare, su
come trattare certi problemi che i genitori incontrano comunemente e su come risolvere alcuni
conflitti piuttosto irritanti che insorgono tra bambini.

Come iniziare?

I genitori che raggiungono maggior successo iniziando a usare il Metodo III sono coloro che hanno
tenuto seriamente in considerazione il nostro suggerimento di spiegare direttamente ai figli in cosa
consiste questo metodo. È bene ricordare che i figli non hanno familiarità con questo metodo
quanto i genitori. Essendo abituati a gestire i conflitti utilizzando il Metodo I o il Metodo II, è
necessario spiegare loro in cosa consista la diversità del Metodo III. Alcuni genitori hanno
utilizzato gli stessi diagrammi esplicativi usati in classe dagli istruttori P.E.T. Essi disegnano uno
schema dei tre metodi e ne descrivono le differenze. Ammettono di aver spesso vinto a spese dei
figli, ma di aver anche perso. Poi esprimono apertamente il proprio desiderio di abbandonare i
metodi «vinci-perdi» e di provare il metodo «senza perdenti». I figli solitamente reagiscono con
entusiasmo a questa presentazione. Sono incuriositi dal Metodo III e ansiosi di provarlo. Alcuni
genitori prima di tutto spiegano di aver frequentato un corso per diventare genitori più efficaci e che
il nuovo metodo è una delle cose, suggerite dal corso, che vorrebbero collaudare. Certamente non è
appropriato usare questo approccio con bambini al di sotto dei tre anni. Con essi si può iniziare
senza alcuna spiegazione.

Le sei fasi

Per i genitori si è rivelato utile capire che in realtà il Metodo III si struttura in sei fasi. Seguendo
queste fasi migliorano le probabilità di successo:

Fase 1. Identificare e definire il conflitto.


Fase 2. Lasciar emergere ogni soluzione possibile.
Fase 3. Valutare le soluzioni emerse.
Fase 4. Scegliere la soluzione migliore.
Fase 5. Programmare e attuare la soluzione.
Fase 6. Verificare i risultati.

Ci sono alcuni punti chiave da capire per ciascuna di queste fasi che, se compresi e applicati,
evitano ai genitori di incappare in molte difficoltà e tranelli. Sebbene alcuni conflitti di facile
risoluzione vengano superati senza dover seguire tutte le fasi, i genitori se la cavano meglio se si
rendono conto delle implicazioni di ciascuna di queste fasi.

Fase 1. Identificare e definire il conflitto


Questa è la fase più critica in cui i genitori desiderano coinvolgere il figlio. Devono riuscire a
catturare la sua attenzione e ad assicurarsi la sua disponibilità a intraprendere il «processo di
soluzione dei problemi». Le possibilità di riuscita che essi hanno dipendono largamente dalle
seguenti condizioni:
1. Scegliere un momento in cui il figlio non sia impegnato, occupato o debba uscire in modo che
NON opponga resistenza o risenta di essere stato interrotto o costretto a far tardi.
2. Dirgli chiaramente e concisamente che è necessario risolvere un problema. Non siate eccessiva-
mente prudenti o esitanti usando espressioni inefficaci come: «Ti andrebbe di provare a risolverlo
insieme?» oppure: «Penso che sarebbe una buona idea se provassimo a risolvere insieme questo
problema».
3. Esprimere chiaramente e con assoluta sincerità i sentimenti che provate, i bisogni insoddisfatti o
ciò che vi disturba. Durante questa fase è essenziale inviare «messaggi in prima persona» quali:
«Mi innervosisco quando vedo la cucina in totale disordine quando hai finito di fare merenda dopo
che ho faticato a lungo per ripulirla»; oppure: «Mi preoccupa pensare che la mia macchina possa
diventare un rottame e che tu possa farti male se continui a superare i limiti di velocità»; oppure
«Mi sembra di subire un'ingiustizia quando mi affatico facendo un sacco di faccende domestiche
mentre voi potreste aiutarmi». 4. Evitare messaggi che rimproverano o accusano il figlio quali:
«Non fate altro che insudiciare la cucina», «Stai guidando la mia macchina in modo spericolato»,
«Siete un branco di parassiti».
5. Siate molto chiari nel comunicare a vostro figlio che desiderate che egli partecipi con voi alla
ricerca di una soluzione accettabile per entrambi, «con la quale si può convivere», in cui nessuno
dei due perde e i bisogni di entrambi vengono soddisfatti. È di importanza fondamentale che vostro
figlio creda che siate sinceri nel voler trovare una soluzione «senza perdenti». Deve sapere con
certezza che volete impiegare il Metodo III, in cui non ci sono perdenti né tranelli.

Fase 2. Lasciare emergere ogni soluzione possibile

L'obiettivo di questa fase è quello di lasciare emergere svariate soluzioni. Il genitore può suggerire:
«Cosa potremmo fare?», «Cerchiamo di pensare a possibili soluzioni», «Mettiamoci a lavoro per
individuare qualche soluzione», «Ci saranno certamente molti modi diversi per risolvere questo
problema». Sarà utile tener conto anche dei seguenti suggerimenti:
1. Cercate di dare la precedenza alle soluzioni di vostro figlio e di fare ^emergere le vostre dopo
aver ascoltato le sue. (È probabile che all'inizio i bambini più piccoli non propongano soluzioni.)
2. È di fondamentale importanza che non valutiate, non giudichiate, non ridicolizziate alcuna delle
soluzioni proposte. La valutazione delle soluzioni va rimandata alla fase successiva. Accogliete
benevolmente tutte le idee proposte. Per problemi complessi potrebbe essere opportuno scrivere le
soluzioni. Non valutate in alcun modo le soluzioni, nemmeno positivamente con commenti come:
«Buona idea!» perché ciò potrebbe far pensare che volete screditare le altre soluzioni emerse.
3. Durante questa fase cercate di non formulare alcuna affermazione che possa-comunicare
al figlio che alcune delle soluzioni da lui proposte sono per voi inaccettabili.
4. Quando usate il Metodo III per un problema che coinvolge più figli, se uno di loro non propone
soluzioni, potrebbe essere necessario il vostro incoraggiamento a contribuire.
5. Perseverate nel sollecitare le loro proposte di soluzioni alternative fino a quando siete sicuri che
non ne suggeriranno altre.

Fase 3. Valutare le soluzioni emerse


In questa fase è lecito iniziare a valutare le varie soluzioni proposte. Il genitore potrebbe dire:
«Bene, quale di queste soluzioni sembra migliore?», «Dunque, vediamo quale soluzione
preferiamo», «Cosa pensiamo di queste diverse soluzioni che abbiamo fin qui suggerito?», «Pensi
che alcune di queste soluzioni siano preferibili alle altre?».
Di solito, le soluzioni ritenute migliori si riducono a una o due dopo aver eliminato quelle
inaccettabili (per un motivo o l'altro) dal genitore o dal figlio. Durante questa fase i genitori devono
ricordarsi di esprimere sinceramente i propri sentimenti dicendo: «Questa soluzione non mi ren-
derebbe molto contento», «Questa soluzione non soddisfarebbe i miei bisogni», «Penso che questa
soluzione non sia molto equa».

Fase 4. Scegliere la soluzione migliore


Questa fase non è difficile da elaborare come spesso temono i genitori. Quando si sono seguite le
fasi precedenti e lo scambio di idee è stato libero e sincero, spesso una soluzione di qualità
palesemente superiore emerge spontaneamente dalla discussione. A volte il genitore o il ragazzo
suggeriscono una qualche soluzione particolar-mente creativa che è ovviamente la migliore ed è
anche accettabile per tutti. Alcuni spunti per pervenire a una decisione definitiva sono:
1. Continuate a confrontare con i sentimenti del figlio le soluzioni rimanenti attraverso domande
quali: «Pensi che questa soluzione sia opportuna?», «Siamo tutti soddisfatti di questa soluzione?»,
«Pensi che questa soluzione possa risolvere il nostro problema?», «Pensi che possa funzionare?»
2. Non pensate che una decisione debba essere necessariamente quella definitiva o che comunque
non sia possibile modificarla. Potreste dire: «Va bene, proviamola e vediamo se funziona»,
«Sembra che siamo d'accordo su questa soluzione: cominciamo a realizzarla per vedere se
veramente risolve il problema», «Sono disposto ad accettare questa soluzione, e tu?».
3. Se la soluzione scelta comporta un certo numero di condizioni, è una buona idea annotarle in
modo che non vengano dimenticate.
4. Assicuratevi che sia stato compreso chiaramente che ognuno si impegna a realizzare la deci-
sione: «Bene, questo è quanto abbiamo concordato di fare», «Dunque, siamo ambedue consapevoli
che questo è il nostro accordo impegniamo a rispettarlo, vero?».

Fase 5. Programmare e attuare la decisione


Solitamente, dopo aver preso una decisione è necessario elencare dettagliatamente e con precisione
come attuarla. Potrebbe essere opportuno chiedersi a vicenda: «Chi deve fare cosa e quando?»,
«Ora, di cosa abbiamo bisogno per realizzarla?», «Quando iniziamo?». Nei conflitti riguardanti le
faccende domestiche, per esempio, è bene confrontarsi su domande quali: «Quanto spesso?», «In
quali giorni?» e «Quale grado di ordine e pulizia ci si aspetta?». Nei conflitti riguardanti l'ora di
andare a letto, potrebbe essere opportuno decidere chi deve guardare l'orologio e avvertire che è
arrivata l'ora stabilita.
Nei conflitti riguardanti l'ordine della stanza dei figli, potrebbe essere necessario accordarsi sul
grado di pulizia.
Alcune decisioni potrebbero rendere necessario l'acquisto di una lavagna o di un tabellone sul
quale annotare messaggi, di un cesto per la biancheria del figlio, di un nuovo ferro da stiro per la
figlia e così via. In questi casi potrebbe essere necessario stabilire insieme chi deve andare a
comprarli o anche chi deve pagarli. È meglio rimandare gli accordi sulla realizzazione delle
decisioni a dopo che ci si è accordati chiaramente su quale sia la decisione definitiva. La nostra
esperienza ci insegna che una volta raggiunta la decisione finale, le questioni relative alla sua
programmazione e attuazione in genere vengono elaborate abbastanza facilmente.

Fase 6. Verificare i risultati


Non tutte le decisioni iniziali prese con il Metodo III si rivelano valide. Pertanto, a volte è neces-
sario che i genitori chiedano al figlio conferma e si assicurino che egli sia ancora soddisfatto della
decisione presa. Spesso i figli si impegnano ad assumersi compiti che in seguito risultano troppo
^faticosi da adempiere. Ciò può capitare anche ai
genitori per una quantità di ragioni diverse. Pertanto potrebbe risultare necessario, dopo un certo
periodo di tempo, verificare la validità delle scelte fatte con domande quali: «Pensi che la nostra
decisione stia funzionando?», «Ti senti ancora soddisfatto della decisione presa?». In questo modo
si comunica ai figli la vostra premura nei riguardi dei loro bisogni. A volte, in seguito a queste
verifiche, si scopre che è necessario modificare la decisione iniziale. Ad esempio, portar fuori la
spazzatura ogni giorno potrebbe rivelarsi impossibile o non necessario. Oppure, rincasare alle
undici di sera durante i fine settimana potrebbe risultare impossibile se i figli vanno in un cinema
dove proiettano due film diversi consecutivamente. Ad esempio una famiglia scoprì che la
soluzione di un problema che riguardava le faccende domestiche imponeva alla figlia più giovane,
che aveva aderito alla decisione di lavare i piatti tutte le sere, di lavorare una media di cinque o sei
ore la settimana mentre la figlia maggiore, il cui lavoro consisteva nel pulire settimanalmente il
bagno comune e la stanza da gioco, doveva lavorare solo tre ore alla settimana. Ciò sembrò ingiusto
alla figlia più giovane, così la decisione venne modificata dopo un periodo di prova di circa due
settimane. Certamente, non tutte le sessioni di risoluzione dei conflitti condotte con il Metodo III
procedono in modo ordinato attraverso tutte le sei fasi. A volte i conflitti sono risolti dopo che viene
proposta solamente una soluzione. Altre volte la soluzione finale spunta durante la Fase 3, ossia
durante la valutazione delle soluzioni proposte precedentemente. Conviene, tuttavia, tenere a mente
la progressione delle sei fasi.

La necessità di utilizzare l'ascolto attivo e i «messaggi in prima persona»


Poiché il Metodo III richiede la partecipazione delle parti coinvolte nel conflitto al processo di
soluzione dei problemi, comunicare efficacemente è un requisito indispensabile. Ne consegue che i
genitori devono ricorrere consistentemente all'ascolto attivo e devono inviare chiari «messaggi in
prima persona». I genitori che non hanno acquisito queste capacità raccolgono raramente successo
con questo metodo. L'ascolto attivo è necessario perché i genitori devono innanzitutto
comprendere i sentimenti o i bisogni dei figli. Devono capire: cosa vogliono, perché insistono a
comportarsi in modi che contrariano i genitori, quali loro bisogni li costringono a comportarsi in un
determinato modo. Perché Beatrice non vuole andare a scuola? Perché Gianna non vuole indossare
l'impermeabile scozzese? Perché Federico piange e si ribella contro la madre quando lei lo lascia
dalla baby-sitter? Perché è così importante per mia figlia trascorrere le vacanze di Pasqua al mare?
L'ascolto attivo è uno strumento potente per aiutare un giovane ad aprirsi e a rivelare i propri
bisogni reali e i propri sentimenti che, una volta compresi dal genitore, facilitano il passo succes-
sivo che consiste nel pensare a modi alternativi per soddisfare quei bisogni senza contrastare i
bisogni dei genitori stessi.
Poiché è possibile che durante il processo di soluzione dei problemi si manifestino reazioni emotive
molto forti, sia da parte dei genitori che da parte dei figli, l'ascolto attivo acquista un'importanza
fondamentale perché aiuta a liberare questi sentimenti e a dissiparli consentendo, così, di
continuare il confronto in modo efficace. Infine, l'ascolto attivo è un modo importante per
comunicare ai figli che le soluzioni da loro suggerite sono state capite e accettate in quanto pro-
poste fatte in buona fede; e che i genitori desiderano conoscere e accettare i loro pensieri e le loro
valutazioni concernenti tutte le soluzioni emerse. I messaggi in prima persona sono indispensabili
durante questo processo perché consentono al figlio di sapere come realmente si sentono i genitori
senza, però, criticarne il carattere né reprimerlo addossandogli colpe o costringendolo a
vergognarsi. Durante la risoluzione dei conflitti i «messaggi in seconda persona» di solito inducono
l'interlocutore a inviare altrettanti «messaggi in seconda persona» facendo degenerare le discussioni
in schermaglie verbali improduttive nelle quali i contendenti competono al solo scopo di vedere chi
riesce a investire l'altro di insulti peggiori.
I «messaggi in prima persona» devono essere usati anche per consentire al figlio di sapere che
anche i genitori hanno bisogni e che sono seriamente intenzionati a far sì che non siano ignorati
solo perché in conflitto con quelli del figlio. I «messaggi in prima persona» comunicano i limiti del
genitore: ciò che non può tollerare e ciò cui non vuole rinunciare. I «messaggi in prima persona»
comunicano i seguenti concetti: «Sono una persona con bisogni e sentimenti», «Ho il diritto di
godermi la vita», «Ho dei diritti in casa nostra».

Il primo tentativo con il Metodo III

Ai genitori che frequentano i corsi P.E.T. suggeriamo di fare il primo tentativo occupandosi di
conflitti di vecchia data piuttosto che di conflitti più immediati e scottanti. E inoltre consigliabile
dare ai figli l'opportunità di identificare alcuni dei problemi che li disturbano. Pertanto, un primo
tentativo di risoluzione dei conflitti potrebbe essere presentato dal genitore nel modo seguente:
Ora che tutti abbiamo capito che cosa sia il Metodo III (o problem-solving), cominciamo ad elencare
alcuni dei conflitti che abbiamo in famiglia. Innanzitutto: Quali problemi pensate che ci siano? Quali problemi
vorreste risolvere? Quali situazioni vi infastidiscono?

Il vantaggio di cominciare con problemi identificati dai figli è alquanto ovvio. In primo luogo, i
figli sono felici di constatare che questo nuovo metodo può funzionare a loro beneficio. In secondo
luogo, li fa desistere dal pensare erroneamente che i genitori hanno escogitato qualche
nuovo stratagemma per appagare esclusivamente i propri bisogni. Una famiglia che aveva avviato
il
problem-solving in questo modo, finì col portare alla luce un elenco di lamentele sul comporta-
mento della madre che: :
• non faceva la spesa abbastanza spesso in modo da avere sempre sufficienti scorte di cibo in casa;
• lasciava la propria biancheria appesa nel bagno ad asciugare senza lasciare spazio per figli;
• spesso non avvertiva per dire quando sarebbe tornata a casa per preparare la cena dopo il lavoro;
• costringeva troppo spesso il figlio maggiore a fare da autista alle sorelle.

Dopo aver elencato le proprie lagnanze, questi adolescenti furono molto più ricettivi nell'ascol-tare
alcuni dei problemi che la madre aveva nei confronti del loro comportamento. Talvolta è
consigliabile che la famiglia avvii il Metodo III cercando di accordarsi sulle regole fondamentali
secondo le quali condurre un'efficace sessione di risoluzione dei conflitti. Ad esempio, si potrebbe
tentare di stabilire di comune accordo la regola di non interrompere chi parla. È necessario chiarire
che per prendere decisioni non si dovrà utilizzare il voto perché l'obiettivo è quello di cercare una
soluzione accettabile per tutti. Potrebbe essere opportuno accordarsi sulla necessità di uscire dalla
stanza quando due persone stanno risolvendo.un conflitto che non riguarda gli altri. Accordarsi sul
non fare scherzi rozzi durante la soluzione dei problemi. Una famiglia addirittura stabilì che
durante le loro sessioni di soluzione dei problemi non avrebbero risposto al telefono. Molte
famiglie hanno trovato assai utile utilizzare una lavagna o un quaderno per annotare problemi più
complessi.

I problemi che i genitori incontreranno


I genitori spesso commettono errori mentre cercano di applicare il nuovo metodo. Inoltre i figli
impiegano un po' di tempo per imparare a risolvere i conflitti senza ricorrere al potere, special-
mente gli adolescenti che per anni hanno conosciuto solo i metodi «vinci-perdi». Sia i genitori che i
figli devono abbattere vecchi modelli di comportamento e apprenderne nuovi, e naturalmente ciò
non può avvenire senza intoppi. Dai genitori partecipanti ai corsi P.E.T. abbiamo appreso quali
sono gli errori più frequenti e i problemi più comuni.

Sfiducia e resistenza iniziali


Alcuni genitori incontrano immancabili resistenze al Metodo III quando i figli sono già adolescenti
e avvezzi ad anni di continui conflitti di potere con i genitori. Essi ci hanno riferito:
- Giorgio si è semplicemente rifiutato di sedersi con noi.
- Roberto si è arrabbiato e se ne è andato perché non è riuscito ad averla vinta.
- Pamela si è seduta mantenendo un silenzio ostile.
- Gianni ci ha detto che avremmo comunque continuato e fare come volevamo noi.

II modo migliore di affrontare questa sfiducia e questa resistenza è di interrompere temporanea-


mente il problem-solving e di provare a capire con empatia ciò che il figlio sta realmente comuni-
cando. L'ascolto attivo è lo strumento migliore per scoprirlo.
Può incoraggiare i figli a esprimere ancora di più i propri sentimenti. Se lo fanno è già un progresso
perché, una volta espressi i sentimenti, questi adolescenti cominceranno ad intraprendere il
problem-solving. Se invece rimangono scostanti e riluttanti, i genitori potrebbero comunicare i
propri stati d'animo con «messaggi in prima persona» quali:

- Non intendo più usare il mio potere in questa famiglia, ma non voglio nemmemo arrendermi al
tuo.
- Siamo seriamente intenzionati a trovare una soluzione che tu consideri accettabile.
- Non vogliamo costringerti ad arrenderti, ma non vogliamo nemmeno arrenderci noi.
- Siamo stanchi dei litigi in famiglia. Pensiamo di poter risolvere i nostri conflitti in questo nuovo
modo.
- Vorrei tanto che tu facessi un tentativo. Sappiamo che funzionerà.

Di solito questi messaggi riescono a dissipare la sfiducia e la resistenza. In caso contrario i genitori
possono limitarsi a lasciare da parte il problema irrisolto per uno o due giorni e riprovare a
utilizzare il Metodo III in un altro momento.
Ai genitori dei corsi diciamo: «Provate d'altronde a ricordare il vostro iniziale scetticismo e la
vostra diffidenza quando ci avete sentito parlare per la prima volta del Metodo III. Ciò potrebbe
aiutarvi a capire meglio le prime reazioni scettiche dei vostri figli».

Cosa accade se non riusciamo a trovare una soluzione accettabile?


Questo è uno dei timori più frequenti dei genitori. Sebbene questa paura sia giustificabile in alcuni
casi, va detto che di norma l'eventualità che una sessione di risoluzione dei conflitti non riesca a
sollecitare una soluzione accettabile è sorprendentemente rara.
Quando una famiglia finisce in una situazione di stallo o di arresto, di solito è perché i genitori e i
figli sono ancora intrappolati in atteggiamenti mentali che si rifanno alla lotta per il potere con
vincenti e perdenti.
Il nostro suggerimento è: cercate di eseguire tutto ciò che vi viene in mente in questi casi. Ad
esempio:

- Continuate a parlare.
- Tornate alla Fase 2 per generare ulteriori soluzioni.

• Interrompete e posticipate l'incontro al giorno seguente.


• Lanciate appelli carichi di emozione: «Avanti, deve pur esserci il modo per risolvere questo pro-
blema», «Diamoci da fare seriamente per trovare una soluzione accettabile», «Abbiamo considerato
veramente tutte le soluzioni possibili?», «Impegniamoci di più».
• Portate allo scoperto la difficoltà e provate a capire se problemi basilari, o latenti, stanno ostaco-
lando il progresso. Ad esempio potreste dire: «Mi chiedo cosa stia accadendo in questo momento che ci
impedisce di trovare una soluzione», «Ci sono forse altri problemi che ci assillano e che non abbiamo
rivelato?».

Di solito, uno o più di questi approcci funziona, permettendo di riavviare il processo di soluzione
dei problemi.

Regressione al Metodo I quando il Metodo III si inceppa


«Abbiamo provato il Metodo III e non siamo pervenuti a nulla. Così mia moglie ed io ci siamo
dovuti imporre e prendere la decisione». Alcuni genitori cedono alla tentazione di ritornare al
Metodo I. Di solito questa decisione comporta conseguenze gravissime. I ragazzi si arrabbiano.
Sentono di essere indotti con l'inganno a credere che i genitori desideravano provare un nuovo
metodo e, quando successivamente si tenta di riadoperare il Metodo III, essi reagiscono con
ulteriore sospetto e scetticismo. È bene allarmare i genitori sui pericoli in cui incorrono se ritornano
al Metodo I. Inoltre, è altrettanto disa-stroso riutilizzare il Metodo II e lasciare che i ragazzi
vincano perché quando si ricorre nuovamente al Metodo III essi saranno pronti a continuare a
lottare fino a quando l'avranno vinta.

È giusto che le decisioni prevedano l'uso di punizioni?


Ci è stato riferito che a volte, dopo aver raggiunto una decisione con il Metodo III, i genitori (o i
figli) si sono trovati a inserire nell'accordo le
penalità o le punizioni da amministrare nel caso che i figli non avessero mantenuto l'impegno. La
mia reazione iniziale fu di suggerire che penalità e punizioni stabilite di comune accordo potevano
essere prese in considerazione a condizione che anche i genitori le avrebbero subite se non avessero
adempiuto ai propri impegni. Adesso la penso diversamente.
E di gran lunga preferibile evitare del tutto che i genitori sollevino l'argomento delle penalità o
delle punizioni nel caso in cui non si riesce a mantenere un accordo preso o a relizzare una
decisione stabilita col Metodo III. In primo luogo, anche se la proposta di infliggere punizioni
proviene dai figli, come spesso accadrà, i genitori dovrebbero comunque comunicare loro che non
ci sarà mai più bisogno di ricorrere ad esse. In secondo luogo, si ottiene di più con un
atteggiamento di fiducia: fiducia nelle buone intenzioni e nella lealtà dei figli. I giovani ci dicono:
«Quando sento che si ha fiducia in me, è meno probabile ch'io tradisca quella fiducia. Ma quando
sento che i miei genitori o il mio insegnante non si fidano, tanto vale che io seguiti a fare ciò che
essi pensano io abbia fatto. Hanno già una cattiva opinione di me. Ho già perso e, allora, tanto vale
che continui a comportarmi come voglio».
Con il Metodo III i genitori dovrebbero semplicemente partire dal presupposto che i figli porte-
ranno sicuramente a termine la decisione. Questa certezza è in sintonia con il nuovo e prevede
fiducia reciproca; fiducia che gli impegni saranno adempiuti, che le promesse saranno mantenute, e
che ognuno sosterrà la propria parte di fardello. Qualsiasi conglobamento di penalità o punizioni si
tradurrebbe in comunicazioni di sfiducia, perplessità, sospetto, pessimismo. Ciò non significa che i
figli terranno sempre fede ai propri impegni. Non lo faranno. Significa semplicemente che i
genitori dovrebbero partire dal presupposto che essi lo faranno. La filosofia che noi raccoman-
diamo è bene espressa da queste affermazioni: «Innocente fino a quando viene provata la colpe-
volezza», «Responsabile fino a quando viene provata l'irresponsabilità».

Quando gli accordi non vengono mantenuti


È quasi inevitabile che i figli a volte non tengano fede ai propri impegni. Ecco alcune delle
ragioni possibili:

• Potrebbero scoprire di aver preso impegni troppo faticosi da realizzare.


• Non hanno molta esperienza nell'autodiscipli-narsi e nell'autocontrollarsi.
• Precedentemente dipendevano dal potere dei genitori per quanto concerne la disciplina e il con-
trollo.
• Potrebbero aver dimenticato gli impegni.
• Potrebbero voler mettere alla prova il Metodo MI verificando se mamma e papa intendono
sinceramente ciò che hanno detto e se veramente non saranno puniti quando non mantengono i
propri impegni.
• Potrebbero aver accettato le decisioni soltanto perché stanchi del disagio avvertito durante il
processo di soluzione dei problemi.

I genitori ci hanno riferito di aver effettivamente riscontrato tutte queste ragioni quando i figli non
hanno mantenuto gli accordi. Noi insegniamo ai genitori come affrontare in modo diretto e sincero
i figli che non mantengono i propri impegni. Basta inviare al figlio un messaggio in prima persona
privo di accuse, rimproveri o minacce. Inoltre il confronto dovrebbe avvenire il più presto
possibile; forse in uno di questi modi:
- Sono deluso che tu non abbia adempiuto al tuo impegno.
- Sono sorpreso che tu non abbia mantenuto fede all'accordo.
- Senti, non mi sembra giusto che io debba rispettare il mio impegno e tu no.
- Pensavo che ci fossimo accordati su questa storia, e ora scopro che non hai fatto la tua parte.-Questo
non mi piace.
- Speravo che fossimo riusciti a risolvere il nostro problema; sono irritato perché mi sembra che non
l'abbiamo risolto affatto.

Questi messaggi in prima persona solleciteranno qualche risposta del figlio che potrebbe fornirvi
ulteriori informazioni utili a capire le ragioni della sua negligenza. Anche a questo punto sarà
necessario ascoltare attivamente. Ma il genitore dovrà sempre sottolineare con chiarezza che il
Metodo III investe ciascuna persona di responsabilità e fiducia; che si fa assegnamento sul fatto che
gli impegni saranno mantenuti: «Questo non è un gioco; stiamo seriamente cercando di appagare i
bisogni reciproci».
Questo potrebbe richiedere una vera e propria disciplina, sincera lealtà e duro lavoro. A seconda
delle ragioni per le quali il figlio non ha mantenuto la propria parola, i genitori potrebbero:
• scoprire che i messaggi in prima persona sono efficaci.
• Scoprire che è indispensabile riconfrontarsi sul problema per trovare una soluzione migliore.
• Decidere di aiutare il figlio a trovare il modo di ricordare i propri impegni.

Se un figlio dimentica gli accordi presi, i genitori potrebbero sollevare il problema di cosa egli
potrebbe fare per assicurarsi di ricordarli la volta successiva. Potrebbe aver bisogno di un orologio,
di una sveglia, di un appunto scritto, di un'imbasciata sul tabellone dei messaggi, di annodare una
cocca intorno al dito, di un calendario, di un cartello nella sua camera.
Ma è veramente consigliabile che i genitori ricordino al figlio i suoi impegni? Che si assumano la
responsabilità di avvertirlo quando arriva il momento di realizzarli? Noi crediamo che la risposta a
queste domanda sia tassativamente negativa. Oltre a essere una seccatura per il genitore, un
comportamento di questo tipo ha l'effetto di mantenere il figlio in uno stato di dipendenza
rallentando lo sviluppo della sua capacità di auto-disciplinarsi e responsabilizzarsi. Ricordare ai
figli quali siano i loro impegni significa viziarli, trattarli come se fossero immaturi e irresponsabili
costringendoli a rimanere tali a meno che i genitori non comincino subito a cedere il seggio della
responsabilità al figlio, cui d'altronde appartiene. E poi, se il figlio commette un errore, gli si
invierà un «messaggio in prima persona».

Quando i figli sono abituati a vincere


Spesso i genitori che si sono affidati consistentemente al Metodo II ci riferiscono di avere difficoltà
a passare al Metodo III perché i figli abituati ad averla quasi sempre vinta, si oppongono duramente
a lasciarsi coinvolgere in un metodo di soluzione dei problemi che comporta qualche cessione,
coopera2Ìone o compromessi. Questi figli sono talmente avvezzi a vincere a spese dei genitori da
essere ovviamente riluttanti ad abbandonare la propria posizione di vantaggio. In questi casi,
quando i genitori incontrano inizialmente serie opposizioni al Metodo III, a volte si spaventano e
-smettono di provare. Spesso si tratta di genitori che propendevano per il Metodo II per timore della
rabbia o del pianto dei figli.
Passare al Metodo III per questi genitori, precedentemente permissivi, richiederà loro molta più
forza e fermezza di quanto fossero abituati a mostrare nei confronti dei figli. Essi devono trovare
una nuova sorgente di forza per poter abbandonare l'atteggiamento che imponeva di cercare la pace
a qualsiasi costo. Spesso è utile ricordare loro quale terribile prezzo dovranno pagare in futuro se i
loro figli continueranno a vincere sempre. È necessario convincerli che anch'essi hanno dei diritti.
Oppure bisogna sottolineare che la loro abitudine ad arrendersi ha reso il figlio egoista e privo di
rispetto per gli altri. Vanno aiutati a convincersi che l'essere genitori può diventare una gioia se
anche i loro bisogni saranno appagati. Devono volere un cambiamento e tenersi pronti a riscontrare
notevole staticità da parte del figlio quando proveranno a impiegare il Metodo III. Durante il
periodo di cambiamento, questi genitori devono anche prepararsi a gestire gli stati d'animo con la
tecnica dell'ascolto attivo e a esprimere i propri stati d'animo usando «messaggi in prima persona»
validi e chiari.
In una famiglia, i genitori avevano difficoltà con la figlia tredicenne abituata ad averla sempre
vinta. Durante il loro primo tentativo con il Metodo III, quando la ragazza capì che non l'avrebbe più
avuta vinta reagì stizzosamente e corse a rifugiarsi nella propria camera in lacrime. Invece di
consolarla o ignorarla, come erano soliti fare, il padre le corse dietro dicendo: «Adesso sono
maledettamente arrabbiato con te! Stiamo cercando di esprimere ciò che disturba tua madre e me e
tu scappi via! Questo mi fa seriamente pensare che tu non hai alcuna dannata considerazione per i
nostri bisogni. E non mi piace affatto! Penso che sia ingiusto. Vogliamo che questo problema sia
risolto adesso. Non vogliamo che tu perda, ma sicuramente non vogliamo essere noi a perdere per
lasciare vincere te. Penso che possiamo trovare una soluzione in cui tutti vinceremo. Ma non lo
possiamo certo fare se tu non esci di lì. Allora vuoi tornare di là affinchè si possa trovare insieme
una soluzione valida?».
Dopo essersi asciugata le lacrime, la figlia ritornò con il padre e in pochi minuti pervennero a una
soluzione soddisfacente per tutti. La figlia non corse più via durante le successive sessioni di
problem-solving. Smise di ricorrere alla propria ira per controllare i genitori quando si rese
chiaramente conto che i genitori non erano più disposti a farsi sopraffare in quel modo.

Il metodo III per risolvere conflitti tra figli

Moltissimi genitori gestiscono gli inevitabili e fin troppo frequenti conflitti tra figli con lo stesso
approccio «vinci-perdi» impiegato nei conflitti tra genitori e figli. Essi sentono di dover assumere il
ruolo del giudice, del garante o dell'arbitro; si assumono loro la responsabilità di raccogliere dati, di
determinare chi ha ragione e chi torto e di stabilire la soluzione più giusta. Questo orientamento
comporta gravi inconvenienti e generalmente genera conseguenze infelici per tutti. Il Metodo III è
normalmente più efficace per risolvere questi conflitti e assai più agevole per i genitori. Gioca
inoltre un ruolo importante nell'in-fluenzare i figli a diventare più maturi, più responsabili, più
indipendenti, e più autodisciplinati. Quando si intromettono nei conflitti tra figli come giudici o
arbitri, i genitori fanno l'errore di addossarsi il problema. Comportandosi da solu-tori del problema,
negano ai figli l'opportunità di assumersi la responsabilità dei propri conflitti e di imparare a
risolverli grazie ai propri sforzi. Ciò impedisce ai figli di crescere e maturare; si rischia di
mantenerli per sempre dipendenti da una qualche autorità che risolva per loro i loro conflitti. Per i
genitori stessi, l'effetto peggiore dell'approccio «vinci-perdi» è che i figli continueranno a
sottoporre loro tutti i propri conflitti. Invece di risolverli da soli, corrono dal genitore per sistemare
le proprie contese e i propri dissapori:
Mamma, Gianni mi prende in giro. Fallo smettere.
Papa, Margherita non mi fa giocare con la creta.
Voglio dormire, ma Franco continua a parlare. Digli di stare zitto.
Mi ha colpito prima lui, è colpa sua. lo non gli ho fatto niente.

Questi appelli all'autorità sono comuni alla maggior parte delle famiglie perché i genitori stessi si
fanno risucchiare nei conflitti dei figli. Nei corsi P.E.T. non è sempre facile riuscire a persuadere i
genitori ad accettare il fatto che i conflitti dei figli appartengono ai figli. La maggior parte dei
conflitti tra figli appartiene all'area dei Problemi del figlio.
Se i genitori ricordano di collocare questi conflitti là dove appartengono, possono gestirli con i
metodi appropriati:
• Restando totalmente fuori dal conflitto.
• Aprendo porte, invitando a parlare.
• Ascoltando attivamente.

Due fratelli, Gianni e Matteo, tirano da parti opposte un camioncino. Ambedue strepitano e urlano;
uno piange. Ciascuno dei due sta tentando di usare il proprio potere per averla vinta. Se i genitori
restano fuori da questo conflitto, i due fratelli potrebbero trovare da soli il modo di risolverlo. Se
ciò si verifica, buon per loro. Comunque è stata offerta loro la possibilità di imparare a risolvere
autonomamente i propri problemi. Restando fuori dal conflitto, i genitori aiutano ambedue i figli a
crescere un po'. Se invece i fratelli continuano a litigare, un genitore potrebbe ritenere opportuno
subentrare per facilitarli a risolvere autonomamente il loro problema. Potrebbe rivelarsi utile
intervenire dischiudendo porte per loro o invitandoli a parlare come nel seguente caso:
camion!
Gianni: Voglio il camion! Dammi Lascialo!
Matteo: Lo avevo prima io. Lui è venuto e me l'ha portato via. Lo rivoglio!
Genitore: Mi sembra proprio che qualcosa non va. Volete venire qui e parlarne? Vorrei aiutarvi a
discuterne.

A volte un commento di questo tipo fa terminare immediatamente il conflitto. È come se i figli pre-
ferissero trovare da soli una soluzione piuttosto che dover affrontare il processo di soluzione con
una discussione in presenza di un genitore. E come se pensassero: «Dopotutto non è poi così
importante».
Alcuni conflitti possono richiedere un ruolo più attivo. In questi casi, il genitore può incoraggiare il
processo di risoluzione dei problemi ricorrendo all'ascolto attivo e comportandosi come una sorta di
cinghia di trasmissione, e non da arbitro, più o meno nel modo seguente:

Gianni: Voglio il camion! Dammi il camion! Lascialo!


Genitore: Gianni, vuoi veramente quel camion.
Matteo: Ma lo avevo prima io! Lui è venuto e me l'ha portato via. Lo rivoglio!
Genitore: Matteo, vorresti riavere il camion perché lo avevi prima tu. Sei arrabbiato con Gianni perché te
lo ha portato via. Mi sembra che abbiate un vero problema. Pensate ci sia qualche modo per risolverlo?
Avete qualche idea?
Matteo: Lui dovrebbe restituirmelo.
Genitore: Gianni, Matteo propone questa soluzione.
Gianni: Lo so che lo vorrebbe, così l'avrebbe vinta.
Genitore: Matteo, Gianni dice che non gli piace quella soluzione perché tu vinceresti e lui perderebbe.
Matteo: Beh, potrei lasciarlo giocare con le mie macchinette fino a quando non ho finito col camion.
Genitore: Gianni, Matteo sta suggerendo un'altra soluzione: tu potresti giocare con le sue macchinine
fino a quando lui non ha finito di giocare con il camion.
Gianni: Ma poi posso giocare con il camion quando lui ha finito, mamma?
Genitore: Matteo, Gianni vuole essere sicuro che tu lo lascerai giocare con il camion quando hai finito.
Matteo: Va bene, finirò presto.
Genitore: Gianni, Matteo è d'accordo.
Gianni: Va bene, allora.
Genitore: Immagino che avete risolto il problema allora, vero?

I genitori ci hanno riferito molte di queste soluzioni ben riuscite di conflitti tra figli in cui il geni-
tore prima suggerisce l'uso del Metodo III e poi facilita la comunicazione tra i contendenti ascol-
tando attivamente. Ai genitori che trovano difficile credere di poter coinvolgere i figli nell'ap-
proccio «senza perdenti» va ricordato che in assenza degli adulti i figli spesso risolvono proprio
con questo metodo i propri conflitti a scuola, sui campi da gioco, durante le attività sportive,
durante i giochi, e altrove. Quando un adulto è presente, e si fa trascinare in queste contese come
giudice o arbitro, i figli tendono a usare quell'adulto, appellandosi alla sua autorità, per cercare di
vincere a spese del rivale.
Di solito i genitori accettano di buon grado il Metodo III per risolvere i conflitti tra figli perché
quasi tutti hanno avuto esperienze negative quando hanno cercato di risolvere le loro liti.
Immancabilmente, quando un genitore cerca di risolvere un conflitto, uno dei figli considera
ingiusta la sua decisione e reagisce con risentimento e ostilità verso il genitore. Altre volte i
genitori subiscono l'ira di ambedue i figli, per esempio quando negano a entrambi l'oggetto della
lite: «Adesso nessuno dei due giocherà con il camion!».
Molti genitori, dopo aver provato a utilizzare il Metodo III lasciando ai figli la responsabilità di
trovare soluzioni, ci dicono di sentirsi enormemente sollevati all'idea di non essere più obbligati a
comportarsi da giudici o arbitri: «È un tale sollievo sapere di non dover più risolvere i loro litigi.
Finivo con l'essere sempre io il cattivo, indipendentemente da quello che decidevo». Un altro
risultato prevedibile del lasciar risolvere ai figli i propri conflitti con il Metodo III è che essi
cessano gradualmente di sottoporre le proprie contese alle decisioni del genitore. Dopo un po' di
tempo capiscono che anche rivolgendosi al genitore devono comunque cercare la soluzione da soli.
Conseguentemente, abbandonano questa vecchia abitudine e iniziano a risolvere i propri conflitti
autonomamente. Pochi genitori resistono al fascino di questo risultato.

Quando ambedue i genitori sono coinvolti nel conflitto genitore-figlio


A volte insorgono problemi spiacevoli quando nei conflitti con i figli sono coinvolti gli interessi di
ambedue i genitori.

Ciascuno per conto proprio


È indispensabile che ciascun genitore affronti il processo di risoluzione dei problemi come singolo
individuo. Non è opportuno tentare di fare «fronte comune» o di essere sempre dalla stessa parte
durante i conflitti sebbene a volte ciò possa accadere. L'accorgimento essenziale nel processo di
soluzione dei problemi è che ciascun genitore sia sincero: ognuno deve esprimere in modo accurato
i propri sentimenti e bisogni. Ciascun genitore va considerato come un partecipante distinto e
unico, e dovrebbe pensare al processo di soluzione di problemi come a un processo che coinvolge
tre o più persone diverse senza schieramenti contro i figli.
Alcune soluzioni potrebbero essere accettabili per la madre, ma non per il padre. A volte un padre e
il figlio adolescente potrebbero essere d'accordo su una particolare questione e la madre potrebbe
avere un punto di vista opposto. A volte la madre potrebbe sentirsi più in accordo con la proposta
del figlio e il padre far pressione in favore di una soluzione diversa. Altre volte il padre e la madre
avranno posizioni vicine e il punto di vista del figlio sarà divergente dal loro. Altre volte ancora
ciascun partecipante si troverà in disaccordo con tutti gli altri. Le famiglie che praticano il Metodo
III scoprono che tutte queste combinazioni sono possibili a seconda della natura del conflitto.
Queste differenze devono essere analizzate prima di poter pervenire a una soluzione accettabile per
tutti. Durante i corsi abbiamo appreso dai genitori quali sono i conflitti che fanno emergere
differenze marcate tra padri e madri.
• I padri spesso si schierano dalla parte dei figli per conflitti che riguardano il rischio dei figli di ferirsi
fisicamente. Sembra che i padri accettino più facilmente delle madri l'inevitabilità che i figli pos sano farsi
male.

• Le madri più spesso dei padri si schierano dalla parte delle figlie quando queste sembrano pronte a
imbastire relazioni con i maschi accettando più facilmente tutto ciò che ne consegue: il trucco, gli
appuntamenti, il tipo di abbigliamento, le telefonate e così via. I padri sovente non sopportano vedere che le
proprie figlie cominciano ad avere appuntamenti con i ragazzi.

• Padri e madri spesso sono in disaccordo su argo-


menti che riguardano l'uso dell'automobile di famiglia.

• Le madri normalmente si aspettano maggior ordine e pulizia dei padri.

Il punto è che madri e padri sono diversi e, se ciascun genitore è sincero e onesto, è inevitabile che
le diversità di opinioni emergano durante i conflitti tra genitori e figli. Mostrando sinceramente,
durante il processo di risoluzione dei conflitti, le differenze tra madri e padri - consentendo cioè
alla propria umanità di emergere apertamente - i genitori scoprono di ricevere dai figli una nuova
forma di rispetto e di affetto. I figli non sono diversi dagli adulti; anch'essi crescono amando coloro
che mostrano le proprie umane debolezze e diffidando di coloro che non fanno altrettanto. Essi
vogliono che i genitori siano sinceri e che non pretendano di far credere di essere sempre d'accordo
pur non essendolo.

Quando uno solo dei due genitori usa il Metodo III


Ci viene spesso chiesto se è possibile che un genitore risolva i conflitti con il Metodo III «senza
perdenti» anche se l'altro genitore non fa altrettanto. La questione viene sollevata perché non tutti i
partecipanti si iscrivono ai corsi insieme ai loro coniugi sebbene noi li sollecitiamo a farlo. Nei casi
in cui solo un genitore si impegna a intraprendere il cambiamento, ad esempio una madre, ella
comincia semplicemente a risolvere tutti i propri conflitti con i figli usando il Metodo III e consente
al marito di continuare a usare il Metodo I nei suoi. Ciò potrebbe non causare troppi problemi,
eccetto il fatto che i figli, pienamente consapevoli della differenza, spesso si lamentano col padre di
non gradire più il suo approccio e esprimono il desiderio che egli si comporti come la madre.
Alcuni padri reagiscono a queste lamentele iscrivendosi ad un corso P.E.T. successivo. Questo fu il
caso di un padre che si presentò alla prima sessione ammettendo quanto segue:

Immagino di trovarmi qui stasera per difendere i miei interessi perché ho cominciato a vedere i buoni
risultati che mia moglie sta ottenendo con i suoi nuovi metodi. La sua relazione con i nostri figli è
migliorata, ma non la mia. Essi parlano con lei, ma non con me.

Un altro padre, durante la prima sessione del corso successivo a quello frequentato dalla moglie,
commentò:
Vorrei dire alle donne qui presenti, che frequentano questo corso senza i mariti, cosa rischiano.
Appena comincerete a usare con i figli questo nuovo metodo di ascolto, di confronto e di soluzione dei
problemi, i vostri mariti si sentiranno esclusi e feriti. Sentiranno che il loro ruolo di padri è stato
usurpato. Voi otterrete dei risultati, ma non loro.
Una volta ho inveito contro mia moglie dicendole: «Ma cosa ti aspetti da me. lo non ho frequentato
quel dannato corso». Capite adesso perché vi sto dicendo che non posso permettermi di non fre-
quentare il corso?

I padri che non apprendono queste nuove abilità e si contentano del Metodo I sono messi in diffi-
coltà dalle proprie mogli. Una signora ci raccontò di aver accumulato risentimento e di aver comin-
ciato a comportarsi ostilmente verso il marito perché non poteva più sopportare di vederlo risolvere
i conflitti con il potere. «Ora che capisco quanto danno si può fare utilizzando il Metodo I, non
posso star zitta quando lo vedo ferire i figli» riferì al gruppo. Un'altra madre disse: «Mi accorgo che
sta rovinando il suo rapporto con i figli e ciò mi delude e intristisce. Il loro bisogno di un rapporto
con lui si sta rapidamente affievolendo».
Alcune madri acquistano, grazie al supporto degli altri partecipanti ai corsi P.E.T., il coraggio di
confrontarsi apertamente e sinceramente con i mariti. Ricordo che una giovane e attraente madre fu
aiutata dalla classe P.E.T. a rendersi conto di quanto lei stessa temesse il marito al punto da evitarne
il confronto riguardo ai sentimenti che provava quando lui utilizzava il Metodo I. Discutendone in
classe riuscì in qualche modo a trovare dentro di sé il coraggio sufficiente per andare a casa e
comunicargli lo stato d'animo chiarito in classe.
Amo troppo i miei figli per starmene da una parte a guardare come li ferisci. So che ciò che he
appreso durante il corso P.E.T. è meglio per loro e voglio che anche tu impari questi metodi. Ho
sempre avuto paura di te e adesso mi rendo conto che stai provocando lo stesso effetto sui figli.

Gli effetti di questo confronto la sorpresero enormemente. Per la prima volta il marito ascoltò fino
in fondo ciò che essa aveva da dire. Egli le confessò di non essersi reso conto di quanto stesse
sovrastando sia i figli che lei e in seguito decise di iscriversi al corso P.E.T. successivo a quello fre-
quentato dalla moglie.
Certo, quando uno dei genitori continua a impiegare il Metodo I, non sempre l'esito dei confronti è
così roseo come in questa famiglia. Sono certo che in certe famiglie questo problema non viene mai
risolto. Sebbene non ci sia stato riferito, può darsi che alcuni mariti e alcune mogli non trovino mai
un accordo rispetto ai modi di risolvere i conflitti; o può anche darsi che in altri casi un genitore
addestrato dai corsi P.E.T. ritorni a usare i vecchi metodi cedendo alle pressioni del coniuge che si
rifiuta di rinunciare al proprio potere per risolvere i conflitti.

Possiamo usare tutti e tre i metodi?

Qualche volta incontriamo genitori che credono nella validità e nell'efficacia dell'approccio «senza
perdenti», ma non sono disposti ad abbandonare l'impiego dei metodi «vinci-perdi». Un padre una
volta mi chiese: «Ma un buon genitore non sarà in grado di usare una giudiziosa combinazione di
questi tre metodi a seconda della natura del problema?». Sebbene questo punto di vista sia
comprensibile, se si considera il timore di alcuni genitori di rinunciare a tutto il loro potere sui figli,
non è possibile appoggiarlo. Così come non è possibile essere incinte soltanto un po', non è
nemmeno possibile essere democratici soltanto un po' nei conflitti tra genitori e figli. In primo
luogo, la maggior parte dei genitori che vuole ricorrere a una combinazione dei tre metodi, in realtà
vuole riservarsi il diritto di usare il Metodo I per i conflitti veramente critici. Tradotto in termini più
semplici il loro atteggiamento è: «Su argomenti che non sono importanti, li lascerò prendere parte
alle decisioni, ma manterrò il diritto di decidere a mio modo su questioni veramente critiche».
La nostra esperienza, osservando i genitori che provano questo approccio misto, ci ha semplice-
mente dimostrato che esso non funziona. I figli, una volta assaporato il piacere di risolvere i con-
flitti senza perdere, provano solo risentimento nei confronti dei genitori quando questi ritornano sui
propri passi per adoperare il Metodo I. Oppure possono perdere ogni interesse nel Metodo III usato
per problemi non importanti perché risentiti di dover perdere sui problemi più importanti. Un
ulteriore effetto della combinazione giudiziosa è che i figli accumulano sfiducia nei confronti dei
genitori quando si impiega il Metodo III. Essi sentono che i genitori finiranno comunque col vin-
cere se la situazione precipita e se i genitori nutrono forti emozioni riguardo a un determinato
problema. Pertanto i figli finiscono col mettere in discussione l'utilità di affrontare un processo di
soluzione dei problemi sapendo che qualora un conflitto diventasse serio, il genitore userebbe il
proprio potere per averla comunque vinta. Alcuni genitori se la cavano alla meno peggio utilizzando
occasionalmente il Metodo I per problemi rispetto ai quali i figli non manifestano reazioni emotive
molto forti - i problemi meno critici - ma bisogna sottolineare che il Metodo III dovrebbe essere
usato sempre quando il conflitto è di natura critica e coinvolge sentimenti e convinzioni forti da
parte dei figli. Forse è un principio valido in tutte le relazioni umane che quando non ci si
preoccupa molto dell'esito di un conflitto, si può anche cedere al potere di un altro; ma quando si ha
veramente interesse nell'esito di un conflitto, si vuole essere certi di avere voce in capitolo nelle
decisioni da prendere.

Il metodo III non fallisce mai?


Certamente questo metodo può fallire. Durante i corsi abbiamo incontrato genitori che, per svariate
ragioni, non possono utilizzare in modo efficace il Metodo III. Sebbene non si sia mai fatto uno
studio sistematico di questi gruppi di genitori, il loro tipo di partecipazione in classe spesso spiega
le ragioni degli insuccessi. Alcuni sono troppo spaventati dall'idea di rinunciare al proprio potere. Il
Metodo III minaccia i loro valori e i loro principi, ormai consolidati, riguardo alla necessità di
utilizzare il potere e l'autorità nell'educazione dei figli. Spesso questi genitori hanno una percezione
molto distorta della natura dell'uomo ritenendo che non è possibile fidarsi degli esseri umani ed
essendo sicuri che la rimozione dell'autorità produrrà unicamente l'effetto di rendere i figli selvaggi,
egoisti, quasi dei mostri. La maggior parte di questi genitori non prova nemmeno a utilizzare il
Metodo III. Alcuni dei genitori che hanno raccolto insuccessi ci hanno riferito che i loro figli si
sono semplicemente rifiutati di intraprendere il processo di soluzione dei problemi «senza
perdenti». Di solito si trattava di adolescenti che avevano ormai già escluso i genitori dalla propria
vita affettiva o che erano talmente amareggiati e inaspriti verso di essi che il Metodo III appariva
loro come un sistema per concedere ai genitori molto più di quanto meritassero. Ho visto alcuni di
questi adolescenti durante le sedute di terapia individuale e devo riconoscere di aver spesso pensato
che la soluzione migliore per loro fosse quella di trovare il coraggio di tagliare i ponti con i genitori,
andare via di casa e cercare nuove relazioni potenzialmente più soddisfacenti. Uno studente assai
percettivo giunse per proprio conto alla conclusione che la madre non sarebbe mai cambiata. Egli
aveva acquisito una approfondita conoscenza degli argomenti insegnati nei corsi P.E.T., avendo
letto i testi P.E.T. e gli appunti della madre, e mi rese partecipe dei suoi sentimenti.

Mia madre non cambierà mai. Non usa mai i metodi che voi insegnate durante i corsi P.E.T.
Immagino che dovrò smettere di sperare che cambierà. È un peccato, ma è impossibile aiutarla. Adesso
devo solo trovare il modo di guadagnarmi da vivere per poter andar via di casa.

È evidente che un corso di otto settimane non può cambiare tutti i genitori, soprattutto quelli che
hanno praticato metodi inefficaci per quindici o più anni. Per alcuni di essi il programma non riesce
a generare una svolta. È per questo motivo che riteniamo che i genitori debbano apprendere e
adottare questa nuova filosofia quando i figli sono ancora piccoli. Come in tutte le relazioni umane,
alcune relazioni tra genitori e figli possono frantumarsi e deteriorarsi a tal punto da rendere
impossibile porvi rimedio.

Come evitare di essere «licenziati»


Sempre più frequentemente, i figli licenziano i propri genitori. A mano a mano che si avvicinano
all'adolescenza essi congedano i genitori, li respingono, recidono la relazione con loro. Oggi-giorno
questo fenomeno si sta verificando in migliaia di famiglie, indipendentemente dalla classe
economica e sociale cui appartengono. I giovani stanno abbandonando in massa, di fatto o
psicologicamente, i propri genitori per cercare altrove relazioni più soddisfacenti, di solito con
coetanei.
Perché sta accadendo ciò? L'esperienza maturata lavorando con migliaia di genitori nei corsi P.E.T.
mi ha fermamente convinto che questi ragazzi sono stati allontanati dalle stesse famiglie a causa di
uno specifico comportamento dei genitori. Questi vengono licenziati dai figli dopo averli assillati e
tediati con lunghi sproloqui per riuscire a modificare comportamenti e valori tenuti in alta
considerazione dai figli. Gli adolescenti congedano i propri genitori quando avvertono che essi
tentano di negare loro diritti civili fondamentali.
I genitori perdono l'opportunità di influire costruttivamente sui figli quando cercano di influenzarli
in modo ossessivo e insistente ad adottare comportamenti in contrasto con le aspettative e i valori
più cari ai figli. Nel presente capitolo, come anche durante i corsi P.E.T., esaminerò questo
problema critico cercando di proporre metodi specifici per scampare il pericolo di essere licenziati
come genitori. Sebbene il Metodo III possa rivelarsi sostanzialmente efficace quando i genitori ne
acquisiscono un'adeguata dimestichezza, esistono alcuni conflitti inevitabili che i genitori non
dovrebbero aspettarsi di risolvere, nemmeno se si è particolar-mente abili nell'impiego di questo
metodo, perché non è possibile affrontarli con il Metodo III. E se i genitori tentano di coinvolgere i
figli a seguire questo metodo per risolvere questo tipo di problemi è bene che sappiano che
andranno incontro a un quasi sicuro insuccesso. Indurre i genitori a comprendere e accettare questa
realtà si è rivelato un compito assai difficoltoso durante i corsi P.E.T. perché comporta l'abbandono
di alcune idee e convinzioni profondamente radicate riguardo al ruolo del genitore nella nostra
società.
Quando nelle famiglie insorgono conflitti che riguardano valori, opinioni, gusti personali cui i figli
attribuiscono grande importanza, è bene che i genitori imparino a gestirli in modo diverso perché
spesso i figli non sono assolutamente disposti a negoziare o a intraprendere un processo di
soluzione dei problemi. Ciò non significa che i genitori devono rinunciare a tentare di trasmettere i
propri valori per influenzare i figli, ma che per farlo in modo efficace, dovranno adottare un
approccio diverso.

Un problema di valori :

È inevitabile che insorgano conflitti tra genitori e figli che riguardano comportamenti collegati in
modo complesso alle opinioni, ai valori, alle preferenze, allo stile e alla filosofia di vita dei figli.
Prendiamo, come esempio iniziale, il problema della lunghezza dei capelli. Per molti ragazzi
oggigiorno la lunghezza dei capelli ha un significato simbolico assai importante. Non è necessario
che un genitore comprenda tutti gli aspetti del suo significato simbolico. È però essenziale rico-
noscere quanta importanza il figlio attribuisca alla scelta di portare i capelli lunghi. Egli investe di
grande significato il proprio comportamento. Significa molto per lui. Egli preferisce avere i capelli
lunghi; in un certo senso ha bisogno di tenere i capelli lunghi. Non si tratta soltanto di volerlo. I
tentativi del genitore di frustrare questo bisogno o i grossi sforzi fatti per sottrargli cose cui
attribuisce grande valore incontreranno quasi inevitabilmente una tenace resistenza. Avere i capelli
lunghi è per questo giovane un modo di esprimersi, di vivere la propria vita, di mostrare
apertamente i propri valori e le proprie opinioni. Provate a influenzare vostro figlio a tagliarsi i
capelli e vedrete che molto probabilmente vi risponderà in uno di questi modi:
Sono i miei capelli.
Mi piacciono così.
Lasciami in pace.
Ho il diritto di tenere i miei capelli come mi pare.
Non ti riguarda in alcun modo.
lo non ti dico come devi portare i capelli, quindi non dire a me come devo tenere i miei.
Queste frasi, se decifrate in modo appropriato, comunicano al genitore il seguente messaggio:
«Sento di avere il diritto di credere nei miei valori poiché non vedo come ciò possa nuocerti in
modo tangibile o concreto». Se si trattasse di mio figlio, sarebbe doveroso affermare che ha
ragione. È inconcepibile che la lunghezza dei suoi capelli interferisca in modo tangibile o concreto
con il soddisfacimento dei miei bisogni: non mi farà perdere il posto di lavoro, non ridurrà il mio
reddito, non mi impedirà di avere amici o di trovarne nuovi, non mi farà giocare peggio a golf, non
mi impedirà di scrivere questo libro o di esercitare la mia professione e certamente non mi impedirà
di tenere i miei capelli corti. E nemmeno graverà economicamente su di me (non dovendo pagare le
spese del barbiere). Ciononostante, molti comportamenti dei figli, come il modo di portare i capelli,
vengono trasformati dalla maggior parte dei genitori in problemi che sentono propri.
………………………………………..
I genitori tuttavia cercano persistentemente di modificare tali comportamenti e i loro interventi
provocano quasi immancabilmente schermaglie, resistenze e risentimento nonché un serio deterio-
ramento della relazione genitore-figlio. I figli non si comportano diversamente dagli adulti quando
oppongono resistenza ai tentativi dei genitori di modificare comportamenti che non interferiscono
con i bisogni dei genitori stessi. Nessun adulto vuole modificare il proprio comportamento quando
è convinto che esso non danneggia gli altri. Adulti e bambini lottano energicamente per mantenere
la propria libertà quando percepiscono che qualcuno insiste a voler modificare comportamenti che
non nuocciono agli altri.

Questo è uno degli errori più gravi commessi dai genitori nonché una delle ragioni più frequenti
della loro inefficacia. Se i genitori si limitassero a tentare di modificare solo i comportamenti che
interferiscono con i propri bisogni, sarebbe assai minore la probabilità di generare ribellione, con-
flitti e l'inasprimento della relazione genitore-figlio. Molti genitori criticano, persuadono e
infastidiscono incautamente i figli perché vorrebbero modificare comportamenti che non hanno
alcun effetto concreto o tangibile sui genitori. Per difendersi da ciò, i figli lottano, resistono, si ribel-
lano oppure si allontanano. Inoltre non sono affatto rari i casi in cui i figli reagiscono esasperando
proprio quei comportamenti che i genitori tentano di modificare, come spesso avviene a proposito
dei capelli lunghi. Altri figli, per timore dell'autorità genitoriale, possono cedere alle pressioni dei
genitori covando, però, profondo risentimento o ostilità nei confronti di chi li ha costretti a
cambiare. Gran parte della ribellione degli adolescenti di oggi - le loro proteste, i loro raduni, le loro
lotte contro il sistema - insorge a causa di quei genitori e adulti che fanno pressioni per modificare
comportamenti che secondo i figli riguardano solamente se stessi.
I ragazzi non si ribellano agli adulti, ma ai tentativi che gli adulti fanno per sottrarre la loro
la libertà. Si ribellano ai tentativi di cambiarli o di modellarli affiché somiglino agli adulti; si ribel-
lano alle vessazioni, alle costrizioni ad agire secondo ciò che gli adulti ritengono essere giusto o
sbagliato.
Una tragica conseguenza è che, quando i genitori usano la propria influenza per cercare di modifi-
care un comportamento che non interferisce con la loro vita, essi perdono quel carisma che
potrebbe servire per modificare i comportamenti che effettivamente interferiscono negativamente
nell’esistenza dei figli. La mia esperienza con ragazzi di tutte le età mi ha insegnato che in genere
essi sono assai disponibili a modificare un comportamento quando si accorgono che veramente
impedisce a qualcun altro di soddisfare i propri bisogni. Quando i genitori si limitano a cercare di
modificare soltanto quei comportamenti dei figli che incidono concretamente e tangibilmente in
modo deleterio sulla propria esistenza, generalmente scoprono che i figli sono pronti a cambiare,
desiderosi di rispettare i bisogni dei genitori, e ben disposti a intraprendere il processo di problem-
solving. I modi di vestire - come anche i capelli lunghi -hanno un altissimo valore simbolico per i
ragazzi. Ai miei tempi si dovevano indossare esclusivamente pantaloni di velluto a coste ocra
sbiadito e stivali sporchi (anzi molto sporchi). Ricordo che per me era una sorta di rituale comprare
stivali nuovi e strofinarli e insudiciarli accuratamente prima che potessi solo considerare di
indossarli. Oggi si portano i jeans sporchi, i poncho, le collane di perline colorate, i sandali, gli
occhiali alla Benjamin Franklin, le minigonne, niente reggiseni e così via.
…………………………………Anche i conflitti riguardanti la lunghezza dei capelli, in alcuni rari
casi potrebbero essere affrontati col problem-solving, come è accaduto in una famiglia di mia
conoscenza. Il padre era preside di una scuola appartenente a una comunità assai conservatrice. Se
gli abitanti del posto avessero considerato la lunghezza dei capelli del figlio come una prova
dell'eccessivo progressismo del genitore, questi avrebbe corso il rischio di trovarsi in difficoltà sul
lavoro. In questa famiglia il figlio comprese e accettò l'effetto concreto e tangibile che la lunghezza
dei suoi capelli infliggeva sulla vita del genitore. Di conseguenza accettò di farseli accorciare di
molto mostrando la propria sincera sollecitudine verso i bisogni del padre. Può darsi che nelle
stesse circostanze un'altra famiglia non avrebbe raggiunto lo stesso risultato. Il punto è che il figlio
sarà disposto a intraprendere il processo di problem-solving senza perdenti solo dopo essersi
convinto che il proprio comportamento ha un effetto concreto e tangibile sul genitore. Pertanto è
necessario che i genitori sappiano esprimere chiaramente le proprie ragioni, altrimenti il figlio non
sarà disposto a scendere a patti.
Ecco altri esempi di situazioni in cui i figli non hanno voluto fare compromessi con i genitori
perché non convinti che il loro comportamento influiva negativamente sui genitori in modo tangi-
bile e concreto:
voler indossare le minigonne, voler indossare jeans sbiaditi e scarpe da ginnastica sdrucite, voler
frequentare un gruppo di amici che non piacciono ai genitori, bighellonare mentre si fanno i compiti,
voler smettere di studiare per diventare un musicista pop, volersi vestire come una hippy, il figlio di
quattro anni si porta ancora in giro la copertina, la figlia vuole farsi forare i lobi delle orecchie, la
figlia vuole truccarsi in modo vistoso, il figlio viene punito dagli insegnanti perché fa il buffone in
classe, rifiutarsi di andare in chiesa.
Ovviamente il Metodo III non ha l'obiettivo di plasmare i figli in modo che si adattino alle esigenze
dei genitori. Se si ha questo scopo quando si usa il Metodo III, si può essere certi che i figli se ne
accorgeranno e opporranno resistenza e che i genitori stroncherebbero ogni possibilità di impiegare
questo metodo per risolvere problemi che veramente li affliggono quando, ad esempio, i figli: non
fanno le faccende domestiche, fanno eccessivo rumore, danneggiano gli oggetti e la casa, guidano
l'automobile del padre a velocità troppo alta, lasciano i loro indumenti sparsi per la casa, non
puliscono le suole delle scarpe sporche prima di entrare in casa, monopolizzano la televisione, non
puliscono la cucina dopo essersi preparati uno spuntino, non ripongono gli utensili del padre dopo
averli usati, calpestano le aiuole in fiore e innumerevoli altri comportamenti.

Una questione di diritti civili

Le battaglie tra genitori e figli sulla lunghezza dei capelli o su altri comportamenti che secondo i
figli non interferiscono negativamente in modo tangibile o concreto sui genitori, sollevano un
problema relativo ai diritti civili dei giovani. Essi sentono di avere il diritto di vestirsi e di portare
i capelli come preferiscono, di scegliere i propri amici e così via. E i giovani oggi, come in passato,
difenderanno tenacemente questo diritto.
I giovani, così come gli adulti, le comunità o le nazioni, combatteranno per salvaguardare i propri
diritti. Raduneranno tutte le proprie risorse per opporre resistenza ad ogni tentativo di sottrarre loro
libertà o autonomia. Questi valori sono estremamente importanti e non possono diventare oggetto
di negoziazione o di compromesso né si può tentare di neutralizzarli attraverso il problem-solving.
Ma perché i genitori non comprendono questo fatto? Perché non capiscono che i loro figli e le loro
figlie sono esseri umani e che è nella natura umana combattere per la libertà ogni volta che viene
minacciata da qualcuno? Perché non riescono a comprendere che si tratta di una questione seria e
fondamentale, cioè della necessità dell'uomo di preservare la propria libertà? Perché non
comprendono che il rispetto dei diritti civili dovrebbe cominciare a essere esercitato proprio dentro
le mura domestiche? I genitori raramente pensano che i figli hanno diritti civili a causa di un
atteggiamento molto diffuso che li induce a credere che i figli appartengono a loro. Ciò aiuta i
genitori a giustificare i propri tentativi di modellare i figli, di plasmarli, di indottrinarli, di
cambiarli, di controllarli, di far IMO il lavaggio del cervello. Garantire ai figli il rispetto dei loro
diritti civili, o di certe libertà inalienabili, significa considerare i figli come esseri umani separati
dai genitori o comunque persone «dipendenti che hanno una vita propria. Non sono molti i genitori
che vedono in questo modo i propri figli quando iniziano a frequentare i corsi RE.T. Essi hanno
invece molte difficoltà nell'ac-cettare il nostro principio di consentire al figlio la fibertà di
diventare ciò che vuole diventare, a patto che il suo comportamento non interferisca m modo
tangibile e concreto con ciò che il genitore vuole diventare.

Ma non posso trasmettere i miei valori?

Questa è una delle domande poste più frequente-durante i corsi P.E.T., perché la maggior parte dei
genitori ha un forte bisogno di trasmettere alla propria prole i valori che più stima. La nostra
risposta è: non solo si possono trasmettere i propri valori, ma è anche inevitabile farlo. I genitori
non possono fare a meno di trasmettere i propri valori, per il semplice motivo che i figli sono
comunque destinati ad apprenderli osservando e ascoltando ciò che il padre e la madre fanno e
dicono.

Il genitore come modello di riferimento

I genitori, come molti altri adulti con i quali i figli entrano in contatto man mano che crescono,
saranno comunque dei modelli per loro. I genitori sono ogni giorno dei modelli per i propri figli;
essi dimostrano tramite le proprie azioni, anche più chiaramente che a parole, cosa stimano e in
cosa credono.
I genitori possono insegnare i propri valori dando esempio. Se vogliono che i figli credano nell'o-
nestà, devono dimostrare quotidianamente la propria onestà. Se vogliono che essi credano nella
generosità, devono comportarsi generosamente. Se vogliono che essi adottino i valori del cristiane-
simo, devono comportarsi come cristiani. Questo è il modo migliore, forse l'unico, per insegnare i
propri valori.
«Ascolta ciò che dico, ma non agire come me» non è certo un approccio efficace per insegnare ai
figli i propri valori. «Agisci come me», tuttavia, può avere un'alta probabilità di riuscire a modifi-
care o influenzare un figlio. I genitori che vogliono figli onesti, vanificheranno i propri sforzi se
mentono in presenza dei figli per declinare un invito indesiderato dicendo: «Ci piacerebbe molto
venire, ma stiamo aspettando degli ospiti che vengono da fuori città»; se il padre a tavola racconta
quanto sia stato furbo nel falsificare la detrazione delle spese nella dichiarazione dei redditi; se la
madre mette in guardia la figlia dicendo: «Non dire a papa quanto mi è costata questa lampada
nuova»; se ambedue i genitori non dicono tutta la verità sulla loro vita, sul sesso o sulla religione.
Se i genitori credono nella nonviolenza, appariranno ipocriti se, per disciplinare i figli, li puniscono
fisicamente. Ricordo di aver visto una volta un cartone animato assai pungente nel quale un padre
sculacciava il figlio urlando: «Spero che questo ti insegni a non picchiare tuo fratello più piccolo!».
I genitori trasmettono i propri valori vivendo coerentemente secondo i propri valori, e non
costringendo i figli a vivere secondo certe regole. Credo fermamente che una delle principali
ragioni per cui oggi gli adolescenti protestano respingendo molti dei valori della società adulta sia
riconducibile al fatto che si sono resi conto di come gli adulti spesso predicano in un modo, ma
agiscono in un altro. Sgomenti, i ragazzi scoprono che i testi scolastici non raccontano tutta la
verità sul governo e sulla sua storia, e che i docenti mentono omettendo alcune verità della vita.
Non possono fare a meno di sentirsi arrabbiati con gli adulti che predicano alcuni principi di
moralità sessuale mentre assistono a film e programmi televisivi che ritraggono comportamenti
sessuali degli adulti in contraddizione con la moralità vissuta in presenza dei figli.
Certo, i genitori possono insegnare i propri valori, se vivono secondo essi. Ma quanti genitori lo
fanno? Potete insegnare i vostri valori, ma solo attraverso l'esempio, non attraverso la persuasione
verbale o l'autorità genitoriale. Insegnate pure tutto ciò cui voi attribuite valore, ma assicuratevi di
essere un modello coerente. Ciò che preoccupa i genitori è che i figli potrebbero non condividere i
loro valori. Ciò può effettivamente accadere. Potrebbero non apprezzare alcuni dei valori dei
genitori, o potrebbero accorgersi che alcuni valori stimati dai genitori producono risultati che i
ragazzi non gradiscono (come quando alcuni giovani d'oggi respingono il patriottismo perché da
esso conseguono comportamenti che spesso conducono alla guerra).
Quando temono che i figli potrebbero non condividere i loro valori, i genitori fanno ricorso alla
razionalizzazione che giustifica l'uso del proprio potere per imporre i propri valori. «Sono troppo
giovani per giudicare da sé» è l'affermazione più ricorrente per giustificare l'imposizione di valori
sui figli.
Ma pensate sia possibile imporre valori a qualsiasi persona sana di mente attraverso il potere e
l'autorità? Io non credo sia possibile. È piuttosto più verosimile ottenere il risultato di risvegliare in
coloro che si vuole influenzare una resistenza ancora più tenace ai tentativi di dominio stimolando
la difesa anche più ostinata delle proprie convinzioni e dei propri valori. Il potere e l'autorità
possono controllare le azioni degli altri; raramente controllano i pensieri, le idee, le convinzioni.

Il genitore come consulente


Oltre a trasmettere i valori ai figli dandone l'esempio, i genitori possono usare un altro approccio
per insegnare ciò che ritengono sia giusto o sbagliato. Infatti essi possono condividere con i figli le
proprie idee, la propria conoscenza e la propria esperienza così come fa un consulente quando un
cliente chiede le sue prestazioni. Ma bisogna fare attenzione a non fraintendere il ruolo del
consulente. Un consulente efficace condivide invece di predicare, offre invece di imporre, sugge-
risce invece di esigere. Di importanza ancor più critica è il fatto che il consulente efficace condi-
vide, offre, e suggerisce di solito non più di una volta. Il consulente efficace offre ai propri clienti la
possibilità di beneficiare della sua esperienza e conoscenza, ma non li assilla settimana dopo setti-
mana, non li umilia se non mettono in atto i suoi suggerimenti, non insiste a voler far adottare il
proprio punto di vista quando si accorge che i clienti fanno resistenza. Il consulente efficace offre le
proprie idee, ma poi lascia al cliente la responsabilità di accoglierle o rifiutarle. Se un consulente si
comportasse come fanno molti genitori, il suo cliente lo informerebbe di non desiderare più le sue
prestazioni.
I giovani d'oggi congedano i propri genitori - informandoli di non desiderarne più le prestazioni
-perché pochi genitori sanno comportarsi con loro come consulenti efficaci. Questi, infatti, ammae-
strano, raggirano, minacciano, ammoniscono, persuadono, implorano, predicano, moraleggiano,
umiliano i figli nel tentativo di forzarli a fare ciò che ritengono giusto. Essi inviano insistentemente
giorno dopo giorno messaggi educativi o moraleggianti e non concedono al figlio la responsabilità
di accoglierli o respingerli, ma si assumono totalmente la responsabilità dell'apprendimento dei
figli. L'atteggiamento della maggior parte dei genitori, in qualità di consulenti, è che il loro cliente
deve accettare i loro suggerimenti; se il cliente non lo fa, essi sentono di aver fallito.
I genitori sono colpevoli di volersi imporre. Non ci si può meravigliare se in molte famiglie i figli si
rivolgono ai genitori con espressioni disperate quali: «Lasciami in pace», «Non mi scocciare», «So
cosa vuoi, non c'è bisogno di ripetermelo ogni giorno», «Piantala di dare lezioni», «Adesso basta»,
«Addio».

I genitori dovrebbero comprendere che possono riuscire ad aiutare i figli, condividere idee,
esperienze, saggezza se si ricordano di agire come consulenti efficaci in modo da non essere
licenziati dai clienti che desiderano aiutare. Se credete di avere un'utile conoscenza degli effetti del
fumo sulla salute, informatene i vostri figli. Se sentite che la religione ha influito notevolmente sulla
vostra vita, parlatene qualche volta. Se trovate un buon articolo sugli effetti delle droghe sulla vita
dei giovani, passatelo ai vostri figli o leggetelo voi stessi a voce alta a tutta la famiglia. Se ritenete
di avere informazioni utili sulla validità di frequentare l'università, mettetele a loro disposizione. Se
da giovani avete scoperto un modo per rendere lo studio meno tedioso, proponetelo. Se vi ritenete
esperti sulla sessualità prematrimoniale, riferite ciò che avete scoperto in un momento opportuno.
Vorrei fornire un ulteriore suggerimento. Durante la mia personale esperienza di consulente ho
capito che lo strumento più prezioso che avevo per lavorare con i miei clienti era l’ascolto-attivo.
Ogni volta che suggerivo nuove idee, i miei clienti inizialmente reagivano quasi sempre opponendo
resistenza e assumendo un atteggiamento difensivo, in parte perché le mie idee erano solitamente
contrarie alle loro convinzioni o ai loro modelli di comportamento. Ma se riuscivo ad ascoltare
attivamente le loro reazioni emotive, le loro resistenze generalmente si dissipavano e le nuove idee
finivano con l'essere accolte. I genitori che vogliono trasmettere le convinzioni e i propri valori
devono individuare le resistenze ai loro insegnamenti, ed essere sensibili alle eventuali obiezioni dei
figli. Se avvertite la presenza di resistenze. non dimenticate di impiegare l'ascolto attivo. Sarà uno
strumento indiscutibilmente prezioso quando agirete da consulenti con i vostri figli.
Pertanto vorrei dire ai genitori dei corsi P.E.T. e a quelli che leggeranno questo libro: certamente
potete provare a trasmettere ai figli i vostri valori, ma smettetela di impervi ! Enunciate chiaramente
i vostri valori, ma smettetela di volerli inculcare! Condivideteli liberamente, ma non predicate.
Proponeteli fiduciosamente, ma non imponeteli. E poi congedatevi elegantemente e consentite ai
vostri clienti di decidere se accogliere o respingere le vostre idee. E non dimenticate di utilizzare
l'ascolto attivo! Se agirete in questo modo, è probabile che i vostri figli torneranno a chiedere le
vostre prestazioni. Potrebbero tenervi in considerazione in futuro convinti di poter ricorrere alla
vostra utile consulenza. Oppure potrebbero limitarsi semplicemente a non licenziarvi.

«Accettare ciò che non posso cambiare»


I lettori forse conosceranno già una famosa preghiera di cui io ricordo le seguenti parole:
O Signore, concedimi il coraggio di cambiare ciò che posso cambiare;
La serenità di accettare ciò che non posso cambiare;
E la saggezza di riconoscere questa differenza.

«La serenità di accettare ciò che non posso cambiare» è esattamente ciò di cui stiamo parlando,
perché ci sono molti comportamenti dei figli che i genitori semplicemente potrebbero non essere in
grado di modificare. La sola alternativa consiste nell'accettare questo fatto. Molti genitori si
oppongono tenacemente alla nostra idea di limitarsi a essere semplicemente dei consulenti per i
propri figli dicendo:

Ma io ho la responsabilità di assicurarmi che mio figlio non fumi.


Devo usare la mia autorità per impedire a mia figlia di avere rapporti sessuali prematrimoniali.
Non voglio limitarmi ad agire come un consulente riguardo al fumare la marijuana. Devo fare di più per
prevenire che i miei figli cedano alla tentazione di fumarla.
Non sarei soddisfatto se permettessi a mio figlio di non fare i compiti tutti i giorni.
È comprensibile che molti genitori nutrano sentimenti così forti riguardo ad alcuni comportamenti dei
propri figli che non vogliono rinunciare a cercare di modificare, ma quando acquisiscono un punto
di vista più obiettivo, si convincono che l'unica alternativa possibile è quella di lasciar perdere: di
accettare ciò che non possono cambiare. Prendiamo ad esempio il fumare sigarette. Supponiamo
che i genitori abbiano informato accuratamente i figli sui danni che causa (offrendo la propria
esperienza negativa indotta dal vizio, facendo leggere articoli o i Rapporti Annuali del Ministero
della Sanità). Supponiamo ora che il figlio decida di continuare a fumare. Cosa possono fare i
genitori? Se provano a proibirgli di fumare in casa, non vi è dubbio che egli fumerà quando è fuori
casa (e forse anche in casa, quando i genitori sono assenti). Ovviamente essi non possono seguire il
figlio ovunque. Anche se lo sorprendono a fumare, cosa possono fare? Se lo puniscono, egli
aspetterà semplicemente la fine della punizione e poi riprenderà a fumare. In teoria, potrebbero
minacciarlo di cacciarlo di casa, ma pochi genitori sono disposti a prendere misure tanto estreme,
rendendosi conto che potrebbero finire col dover eseguire la minaccia. Così, in effetti, i genitori
non hanno altra alternativa che quella di accettare di non avere la possibilità di farlo smettere di
fumare. Una madre espresse il proprio dilemma con estrema precisione dicendo: «II solo modo per
riuscire a far smettere mia figlia di fumare sarebbe stato quello di incatenarla al letto.
Fare i compiti è un altro problema che fa insorgere conflitti in numerose famiglie. Cosa possono
fare i genitori se il figlio non fa i compiti? Se lo costringono ad andare in camera, probabilmente
accenderà la radio o si metterà a gingillarsi facendo tutto fuorché i compiti. Il punto è che non si
può costringere qualcuno a studiare o ad apprendere. «Si può condurre un cavallo all'abbeveratoio,
ma non lo si può costringere ad abbeverarsi»; analogamente non si può costringere un giovane a
fare i compiti.
Che dire poi dei rapporti sessuali prematrimoniali? Per questo problema vale lo stesso principio già
menzionato. È impossibile per i genitori sorvegliare continuamente i figli. Un padre partecipante a
un corso P.E.T. riconobbe: «Tanto vale ch'io rinunci a impedire a mia figlia di avere esperienze
sessuali prematrimoniali perché non posso certo seguirla armato sul sedile posteriore dell'auto ogni
volta che lei va ad un appuntamento». Si potrebbero aggiungere a questa lista altri comportamenti
che i genitori non hanno il potere di modificare. Il trucco vistoso, il bere, mettersi nei guai a scuola,
accompagnarsi con ragazzi di un certo tipo, avere appuntamenti amorosi con giovani di altre razze
o religioni, fumare la marijuana, e così via. Un genitore può soltanto provare a influenzare il figlio
dando esempio, diventando un efficace consulente e sviluppando una relazione terapeutica con i
figli. Che altro può fare? La mia opinione personale è che un genitore può solo accettare il fatto che
in definitiva non ha alcun potere di impedire tali comportamenti, se il figlio è propenso ad
assumerli. Forse questo è uno dei prezzi che bisogna pagare per essere genitore. Si può fare il
proprio meglio, sperare il meglio, ma a lungo andare si corre il rischio che anche gli sforzi più
faticosi risultino insufficienti. Forse anche voi alla fine vi troverete a pregare chiedendo: «O
Signore, concedimi la serenità di accettare ciò che non posso cambiare».

Il metodo di elencazione distinta per avviare il processo di problem-solving


senza perdenti
Nelle famiglie i cui genitori hanno adoperato il Metodo I o hanno seccato e assillato i figli per
comportamenti che non avevano effetti tangibili e concreti è sovente difficile avviare il processo di
problem-solving senza perdenti poiché la relazione con i figli si è notevolmente deteriorata. I
ragazzi sono ormai irati con i genitori, si mettono sulla difensiva ogni volta che i genitori interven-
gono, e nutrono sospetti su ogni tentativo di modificare il loro comportamento. Pertanto, quando i
genitori cercano di avvicinarli suggerendo di intraprendere la risoluzione dei conflitti, i figli
rifiutano di farsi coinvolgere oppure partecipano determinati a stroncare l'ennesimo tentativo dei
genitori di derubarli della propria libertà. Nei corsi P.E.T. abbiamo sviluppato un metodo
sorprendentemente semplice per vincere queste resistenze e questa sfiducia che normalmente
accompagna i ragazzi durante le sessioni di problem-solving. Basta che i genitori si procurino una
penna e un foglio diviso in due colonne da una linea tracciata longitudinalmente nel mezzo. I
genitori potrebbero avviare la sessione dicendo qualcosa del genere:

Vogliamo provare a sperimentare un nuovo metodo per risolvere i nostri conflitti. In passato spesso noi
abbiamo vinto e voi avete perso, oppure .oi avete vinto e noi abbiamo perso. Adesso vorremmo provare a
trovare delle soluzioni accettabili per tutti, in modo che nessuno perda. La regola di questo nuovo approccio
è che qualsiasi cosa decidiamo deve essere accettabile per tutti e che continueremo a cercare soluzioni fino
a quando ne troviamo una che siamo disposti ad accogliere e a realizzare.
Ho portato un foglio di carta che ho diviso in due colonne. Vi elencheremo tutti i nostri problemi e conflitti
man mano che verranno sollevati. Nella colonna sinistra annoterò quei conflitti che riguardano vostri
comportamenti che in realtà non hanno avuto effetti tangibili o concreti su noi anche se ci ""anno infastidito.
Uno che mi viene subito in mente, ad esempio, è il fare i compiti. Nella colonna destra scriverò quei conflitti
riguardanti i vostri comportamenti che effettivamente ci affliggono, quelli che interferiscono direttamente
sulla nostra vita. Ad esempio, il fatto che non portate fuori la spazzatura.
Quando avremo completato il nostro elenco, vi promettiamo di non seccarvi né di assillarvi per i problemi
annotati nella colonna di sinistra. Li accantoneremo senza darvi più fastidio. Prendiamo ad il problema dei
compiti. D'ora in avanti non lo menzioneremo più. Starà a voi decidere se farli e quando farli. Siete in grado
di occuparvene da soli.
Ma sarà necessario risolvere, in modo accettabile per tutti, ciascuno dei problemi annotati nella colonna di
destra. Nessuno dovrà perdere. Ci sono domande su come intendiamo procedere? [Dopo aver risposto alle
domande] Bene, cominciamo a elencare i problemi. Chiunque può sollevarli. In seguito decideremo se
vanno elencati nella colonna di sinistra o in quella di destra.

Quando si utilizza questo metodo, i figli sono così sorpresi e compiaciuti di sentire che tutti i
problemi della colonna di sinistra possono essere defenestrati, che affrontano quelli della colonna di
destra maggiormente bendisposti a negoziare, più motivati a fornire soluzioni e ad accordarsi su
quelle che soddisfano i bisogni dei genitori quanto i propri. Qui di seguito troverete l'elenco dei
problemi sollevati da una famiglia. In questa, come nella maggior parte delle famiglie, c'erano molti
più problemi appartenenti alla colonna di sinistra che a quella di destra.
Problemi da risolvere con il Metodo III
1. Quanto contribuire alle faccende domestiche
2. Problema della paga: chi deve comprare cosa
3. Essere avvertiti dal figlio se cenerà o meno a casa
4. L'uso dell'automobile di famiglia
5. Il problema dell'ordine e della pulizia del soggiorno dopo che il figlio vi ha messo disordine

Problemi, la cui responsabilità appartiene al figlio, per i quali non si deve intraprendere il processo di
problem-solving

1. Lo studio: quanto, quando e se studiare


2. Il taglio dei capelli
3. Quando andare a letto
4. Cosa mangiare
5. Cosa indossare per andare a scuola
6. La scelta degli amici
7. Ogni quanto lavarsi
8. Come decorare la propria stanza
9. Dove va quando esce
10. Come spende la paga

Prevenire i conflitti modificando se


stessi
L'ultimo concetto che vorremmo sottoporre alla vostra attenzione è che i genitori possono prevenire
numerosi conflitti con i figli modificando alcuni dei propri atteggiamenti. Presentiamo questa idea
nell'ultima parte di questo libro perché i genitori potrebbero sentirsi minacciati dall'idea che a volte
dovrebbero essere loro stessi a cambiare piuttosto che i figli. Per molti genitori è assai più semplice
accettare nuovi metodi per cambiare i figli e per modificare l'ambiente piuttosto che accettare l'idea
di modificare se stessi. Nella nostra società l'essere genitori è considerato più un modo per
determinare la crescita e lo sviluppo dei figli piuttosto che la crescita e lo sviluppo dei genitori.
Troppo spesso l'essere genitore viene inteso come tirar su i figli; cioè sono i figli che devono
adeguarsi e rimettersi ai genitori. Esistono figli problematici, ma non genitori problematici.
Apparentemente non esistono nemmeno relazioni genitore-figlio problematiche.
Tuttavia ogni genitore sa che nelle sue relazioni con il coniuge, con gli amici, parenti, superiori e
dipendenti giungono momenti in cui è lui a dover cambiare per prevenire seri conflitti o per mante -
nere relazioni sane. A tutti sarà capitato di modificare il proprio atteggiamento verso comporta-
menti degli altri; di riuscire ad accettare maggiormente i modi di fare degli altri cominciando a
cambiare per primi il proprio atteggiamento
verso i comportamenti altrui. Può darsi che l'abitudine di un certo amico di arrivare tardi agli
appuntamenti vi abbia infastidito notevolmente. Ma col tempo avrete probabilmente cominciato ad
accettarla, magari ridendoci sopra, o prendendo in giro il vostro amico. E adesso forse non vi
irritate più. L'accettate come una delle caratteristiche del vostro amico. Il suo comportamento non è
cambiato. È cambiato il vostro atteggiamento verso il suo comportamento. Vi siete adeguati. Siete
cambiati voi.
Anche i genitori possono modificare il proprio atteggiamento verso i comportamenti dei figli. La
madre di Patrizia imparò ad accettare maggiormente il bisogno della figlia di indossare minigonne
quando si ricordò che durante la propria adolescenza seguiva pedissequamente i dettami della moda
che imponeva le gonne sopra al ginocchio e calzini arrotolati che provocavano sgomento nei suoi
genitori. Il padre di Giacomo imparò ad accettare l'iperattività del figlio di tre anni dopo aver
sentito altri genitori del corso affermare che questo tipo di comportamento è tipico dei bambini di
quella età.
I genitori si comporterebbero con maggiore saggezza se comprendessero che è possibile ridurre il
numero di comportamenti che considerano inaccettabili modificando se stessi in modo da imparare
ad accettare di più i comportamenti dei figli in generale.
Ciò è meno difficile di quanto si pensi. Molti genitori accettano più facilmente il comportamento
dei figli dopo la nascita del primo figlio; e spesso diventano ancora più «accettanti» dopo la nascita
del secondo o del terzo figlio. Essi possono imparare a diventare più «accettanti» dopo aver letto un
libro sui figli o dopo aver seguito un seminario sull'educazione genitoriale oppure dopo aver
lavorato come organizzatore di attività per i giovani. L'atteggiamento di un genitore può mutare in
modo considerevole grazie al contatto diretto con i figli, ma anche apprendendo dati significativi
dall'esperienza di altri genitori. Qui di seguito vedremo come i genitori possono cambiare in modo
anche più significativo per diventare più «accettanti» nei confronti dei figli.

Potete accettare maggiormente voi stessi?

Numerosi studi hanno evidenziato l'esistenza di uno stretto rapporto tra il grado di accettazione
degli altri e il grado di accettazione di se stessi. Chi accetta se stesso, con molta probabilità accetta
anche gli altri. Le persone che non tollerano molti aspetti della propria personalità normalmente
hanno difficoltà a tollerare molti aspetti degli altri.
Un genitore dovrebbe porsi una domanda molto profonda quale: «Quanto mi piaccio?». Se
un'onesta risposta rivela la mancanza di accettazione di sé, il genitore dovrebbe riesaminare la
propria vita per trovare il modo di sentirsi maggiormente appagato dalle proprie conquiste. Le
persone con un alto grado di accettazione e di considerazione di sé, in genere sanno sfruttare
produttivamente le proprie attitudini per raggiungere i propri obiettivi, sanno realizzare il proprio
potenziale, ottengono risultati, agiscono. I genitori che soddisfano i propri bisogni grazie ai propri
sforzi produttivi si accettano. Inoltre la loro gratificazione personale non è subordinata al
comportamento dei figli. Questi genitori non dipendono dalla riuscita dei figli. Le persone con
un'alta autostima, solidamente fondata sulle conquiste conseguite autonomamente, accettano
maggiormente i propri figli e il modo in cui essi si comportano.
Se, invece, un genitore ha poche o nessuna fonte propria di appagamento e di autostima, ma
dipende gravemente da come gli altri giudicano i propri figli, è probabile che non riesca ad accet-
tare i propri figli, specialmente quando si comportano in modo da farlo apparire un cattivo genitore.

Un genitore che dipende da questo tipo di accettazione di sé indiretta, sente la necessità che i figli si
comportino in certi modi specifici. Trova diffi cile accettarli e sarà più incline a inquietarsi con loro
quando trasgrediscono i suoi principi. Generare dei bravi figli - che conseguono ottimi risultati a
scuola, che si affermano socialmente, che mostrano le proprie capacità sportive, e così via - è
diventato per molti genitori uno status symbol. Essi hanno bisogno di sentirsi orgogliosi dei propri
figli; per essi è necessario che i propri figli si comportino in un modo che li faccia appa rire agli
altri buoni genitori. In un certo senso, molti genitori usano i propri figli per autosti-marsi e per
sentirsi meritevoli. Se un genitore
non ha altre fonti cui attingere per acquisire il senso di autostima e di merito - fatto disgraziata
mente vero per molte madri in America (e anche per alcuni padri) il cui unico obiettivo è quello di
allevare bravi figli - si stabilisce una dipendenza dai figli che rende il genitore iperansioso e grave
mente bisognoso che essi si comportino nel modo che lui ritiene adeguato.

Di chi sono i figli?

Molti genitori giustificano i propri insistenti tentativi di indurre i figli a conformarsi a un modello
precostituito affermando: «Dopotutto non sono forse i miei figli?», «I genitori non hanno il diritto
di influenzare i propri figli nel modo che ritengono più opportuno?».
Un genitore possessivo nei confronti del figlio e che, quindi, si sente autorizzato a plasmarlo in un
determinato modo, sarà ancora più incline a non sentire accettazione nei confronti del comporta-
mento del figlio quando questo si discosta dal modello prescritto. Un genitore che vede il figlio
come entità separata e diversa da sé - e non come sua proprietà - senza dubbio accetta maggior-
mente il comportamento del figlio perché non ritiene che egli debba conformarsi a un modello
precostituito. Questo genitore è più bendisposto ad accettare l'individualità del figlio, più capace di
consentirgli di realizzare le sue potenzialità genetiche.
Un genitore «accettante» desidera consentire al figlio di programmare autonomamente la propria
vita; un genitore meno «accettante» sente il bisogno di programmare la vita del figlio. Molti
genitori concepiscono i figli come estensioni di sé. Questa concezione li induce spesso a fare
notevoli sforzi per riuscire a plasmare il figlio e farlo diventare ciò che loro definiscono un bravo
figlio oppure ciò che essi stessi avrebbero voluto diventare ma, amareggiati, sentono di non essere
riusciti a diventare. Gli odierni psicologi umanisti parlano spesso del concetto di separa-tezza. Vi è
sempre crescente motivo di sostenere che le relazioni sane sono quelle in cui ogni persona consente
all'altra di essere separata. Quanto più si mantiene un atteggiamento separato, tanto meno si sente
la necessità di cambiare l'altro, di essere intolleranti nei confronti della sua unicità e di non
accettare la diversità del suo comportamento.
Durante la mia attività clinica con famiglie affette da turbe psichiche e con i gruppi P.E.T., devo
sovente ricordare ai genitori questo concetto: «Avete creato una vita, adesso permettete a vostro
figlio di viverla. Lasciategli decidere cosa vuole fare della vita che gli avete dato». Gibran espresse
magistralmente questo principio in I/ Profeta:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell'ardore che la Vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi, non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché essi hanno i loro propri pensieri...
Potete sforzarvi di somigliare a loro, ma non cercate di farli somigliare a voi.
Poiché la vita non va indietro né indugia su ieri.

I genitori possono modificare se stessi e ridurre il numero di comportamenti che ritengono inaccet-
tabili cominciando ad avere la consapevolezza che i figli non sono una loro proprietà, non sono
estensioni di sé, ma persone a sé stanti, uniche.
Un figlio ha il diritto di diventare ciò che è incline a diventare, qualunque sia la diversità dal geni-
tore o dal modello che il genitore persegue. Questo è il suo diritto inalienabile.

Vi piacciono veramente i bambini o solo un certo tipo di bambini?


Ho conosciuto genitori che si professano amanti dei bambini, ma il cui comportamento dimostra
chiaramente che amano solo un certo tipo di bambini. Ad esempio, i padri che hanno stima per le
persone sportive, spesso respingono con conseguenze drammatiche un figlio le cui qualità e i cui
interessi non sono di carattere sportivo. Le madri che apprezzano la bellezza fisica possono
respingere una figlia che non si adegua agli stereotipi culturali di bellezza femminile. I genitori le
cui vite sono state arricchite dalla musica spesso manifestano la loro profonda delusione nei
confronti del figlio disinteressato alla musica. I genitori che attribuiscono grande importanza al
rendimento scolastico e accademico possono provocare danni emotivi irreparabili in un figlio che
non possiede il particolare tipo di intelligenza necessaria per conseguirlo. I comportamenti
inaccettabili per i genitori diminuiranno se essi comprenderanno che un'infinita varietà di bambini
viene al mondo e che esiste un'infinita varietà di strade da seguire nella vita. La bellezza della
natura, il miracolo della vita si manifesta proprio in questa grande varietà di forme viventi.
Ai genitori ripeto spesso: non desiderate che vostro figlio diventi qualcosa in particolare; desiderate
soltanto che egli diventi. Mantenendo questo atteggiamento i genitori scopriranno senza dubbio di
accettare sempre più ciascun figlio e di gioire e di provare entusiasmo nel vederli realizzarsi.

Gli unici valori e principi validi sono quelli in cui voi credete?

Sebbene sia evidente che i genitori hanno maggiore età ed esperienza dei figli, è spesso molto meno
ovvio che la loro particolare esperienza o conoscenza abbia conferito loro l'accesso esclusivo alla
verità o li abbia provvisti di saggezza sufficiente per valutare sempre ciò che è giusto o sbagliato,
^esperienza è una buona intrice, ma non sempre insegna cosa sia giusto; la conoscenza è meglio
dell'ignoranza, ma una persona colta non sempre è anche saggia. Mi ha colpito molto riscontrare il
fatto che gran parte dei genitori che vivono profondi problemi relazionali con i figli è costituita da
persone che hanno concezioni molto rigide e radicate di ciò che è giusto e sbagliato. Ne consegue
che quanto più i genitori sono certi della giustezza dei propri valori e delle proprie convinzioni
tanto più tendono a imperli ai propri figli (e normalmente anche agli altri). Ne consegue
inoltre che questi genitori sono propensi ad accettare meno i comportamenti che si distanziano dai
loro valori e dalle loro convinzioni.
I genitori che hanno un sistema di valori e convinzioni più flessibile, più permeabile, più soggetto a
cambiamenti, meno assolutistico, sono inclini ad accettare assai più facilmente i comportamenti che
si discostano da esso o lo trasgrediscono. Anche in questo caso ho avuto modo di riscontrare che tali
genitori sono assai meno propensi ad imporre modelli o a cercare di plasmare i propri figli secondo
strutture prestabilite. Per questi genitori è assai più facile accettare che il tìglio indossi collane o
porti i capelli lunghi, sebbene non condividano il valore attribuito a quei comportamenti; per essi è
assai più facile accettare le minigonne, i mutamenti dei modelli di comportamento sessuale, i vari
modi di vestire, le steste contro le istituzioni, la ribellione contro Jtorità della scuola, le
manifestazioni contro la erra, o il familiarizzare con persone di razza o .:ura diversa. Sembra che in
qualche modo esti genitori riescano ad accettare l'inevitabilità
del cambiamento, «che la vita non va indietro né indugia su ieri», che le convinzioni e i valori di
una generazione non sono necessariamente uguali a quelli della generazione successiva, che la
nostra società ha bisogno di migliorare, che alcune opinioni dovrebbero essere energicamente
confutate, e che l'autorità irrazionale e repressiva spesso merita di essere contrastata vigorosamente.
Questi genitori scoprono che molti comportamenti giovanili sono comprensibili, giustificati, e
genuinamente accettabili.

La vostra relazione primaria è quella coniugale?


Molti genitori americani cercano nei figli le proprie relazioni primarie, piuttosto che nel coniuge.
Soprattutto le madri si appoggiano pesantemente sui figli per ottenere soddisfazioni e piaceri che
sarebbe più opportuno cercare nella relazione coniugale. Spesso questo porta a mettere i figli prima
di tutto, a sacrificarsi per i figli o a contare pesantemente sul fatto che i figli riescano bene, a causa
del grosso investimento dei genitori nella relazione genitore-figlio. Il comportamento dei figli ha
per questi genitori un significato eccessivo, troppo cruciale. Questi genitori sentono che i figli
devono essere costantemente osservati, diretti, guidati, controllati, sorvegliati, giudicati, valutati.
Per essi è incredibilmente difficile consentire ai propri figli di sbagliare o tentennare nella vita e
ritengono doveroso proteggerli dagli insuccessi e corazzarli contro ogni possibile pericolo.
I genitori efficaci sanno mantenere con i propri figli una relazione più misurata. La loro relazione
primaria è quella coniugale. I figli occupano sicuramente nella loro vita un posto significativo, ma
quasi secondario; se non secondario, comunque non più importante del posto del coniuge. Questi
genitori sembrano concedere ai propri figli molta più libertà e indipendenza. Amano stare con i
figli, ma solo per periodi limitati di tempo perché amano anche trascorrere un po' di tempo da soli
con il proprio coniuge. Il loro investimento non è solo nei figli, ma anche nel matrimonio. Il modo
in cui i figli si comportano, o quanto realizzano, non è quindi un aspetto eccessivamente critico per
loro. Sono più propensi a pensare che i figli hanno la loro vita da vivere e che si debba conce dere
loro maggiore libertà per foggiarsi. Li correggono meno frequentemente e sorvegliano meno
intensamente le loro attività. Sono presenti quando i figli ne hanno bisogno, ma non sentono
l'urgenza di intervenire o di intromettersi nella loro vita se non sono i figli a chiederlo espressa-
mente. In genere non trascurano i propri figli. Sono certamente preoccupati, ma non ansiosi.
Interessati, ma non soffocanti. «I figli sono figli» è l'atteggiamento mentale di questi genitori, che
permette loro di accettarli per quello che sono, e cioè in quanto figli. L'immaturità o le manie dei
figli li fanno sorridere piuttosto che avvilire.
I genitori che appartengono a questo secondo gruppo ovviamente tenderanno a essere più
«accettanti»; pochi comportamenti li indisporranno. Avranno meno bisogno di controllare, limitare,
dirigere, restringere, ammonire, predicare. Possono consentire ai figli più libertà, più separatezza. I
genitori che appartengono al primo gruppo tendono a essere meno «accettanti». Essi hanno bisogno
di controllare, limitare, dirigere, restringere, e così via. Poiché il loro rapporto con i figli è quello
primario, questi genitori hanno un forte bisogno di sorvegliare il comportamento dei figli e di
programmarne la vita. Sono giunto a comprendere con maggiore chiarezza perché i genitori che
hanno una relazione coniugale insoddisfacente trovano assai difficile accettare i figli: essi hanno un
eccessivo bisogno di ottenere dai figli le gioie e le soddisfazioni che mancano nella relazione
coniugale.

I genitori possono cambiare i propri atteggiamenti?

Questo libro o un corso P.E.T. di otto settimane possono far insorgere cambiamenti negli atteg-
giamenti genitoriali? I genitori possono imparare ad accettare di più i propri figli? In passato sarei
stato molto scettico. Come molti di quelli che esercitano professioni che hanno l'obiettivo di fornire
aiuto, avevo acquisito condizionamenti e deformazioni professionali che scaturivano da un
addestramento convenzionale. A molti di noi veniva insegnato che le persone non cambiano molto a
meno che non seguano una psicoterapia intensiva sotto la guida di un terapeuta professionista per
un periodo che poteva variare dai sei mesi a un anno o anche più. Recentemente, tuttavia, è
subentrato un mutamento radicale nel modo di pensare degli agenti di cambiamento professionisti.
Molti di noi hanno osservato persone mutare in modo significativo atteggiamenti e comportamenti
grazie all'esperienza vissuta in «gruppi di crescita» quali: gruppi di addestramento allo sviluppo
della sensibilità, gruppi di incontro, gruppi maratoneti della domenica, gruppi di addestramento per
lo sviluppo del potenziale umano, gruppi di incontro senza conduttori, gruppi di incontro per coppie
e per famiglie, gruppi Synanon, gruppi di lavoro sulla consapevolezza sensoriale e così via. Molti
professionisti accettano ormai l'idea che le persone possono cambiare in modo significativo quando
hanno l'opportunità di fare un'esperienza di gruppo in cui parlarsi apertamente e onestamente,
condividere sentimenti e discutere problemi in un atmosfera di reciproca comprensione empatica e
calorosa accettazione.
II P.E.T. sembra essere una di queste esperienze. I genitori condividono i propri sentimenti e pro-
blemi in classi informali. Siedono in circolo; ognuno può parlare in qualsiasi momento decida di
farlo; li si incoraggia a esprimere i propri sentimenti nei confronti dei figli scoprendo che molti altri
genitori hanno i medesimi problemi; l'istruttore ascolta mostrando comprensione con il proprio
ascolto attivo; le loro idee e le loro discussioni non sono giudicate né valutate; non vengono
umiliati dall'istruttore; e grazie a questa esperienza acquisiscono consapevolezza del fatto che
esistono persone a cui stanno veramente a cuore.
Nel P.E.T. non ci sono esami né voti. La frequenza è del tutto volontaria e non obbligatoria. I nuovi
concetti e i nuovi metodi sono proposti, ma non imposti. I genitori sono messi in condizione di
sentirsi liberi di esprimere disaccordo e di parlare apertamente di qualsiasi resistenza nutrano verso
le nuove idee e i nuovi metodi. Si da loro l'opportunità di mettere in pratica i nuovi metodi
nell'atmosfera protetta della classe prima di incoraggiarli a collaudarli in casa e l'iniziale inevitabile
goffaggine durante l'impiego dei nuovi metodi è accettata e compresa dal gruppo. Quasi tutti i
genitori che si iscrivono al P.E.T. si sono già accorti, e spesso lo ammettono apertamente nei gruppi,
che i loro atteggiamenti e metodi lasciano molto a desiderare. Molti già sanno di essere stati
inefficaci con uno o più dei propri figli; altri sono spaventati dall'effetto che i metodi da loro
adottati potrebbero provocare nei figli a lungo andare; tutti sono profondamente consapevoli del
gran numero di figli che finisce nei pasticci e di come la relazione genitore-figlio si deteriori
quando subentra il periodo adolescenziale.
Di conseguenza molti genitori nel P.E.T. sono pronti e bendisposti al cambiamento; a imparare,
cioè, metodi nuovi e più efficaci, a evitare gli errori di altri genitori (o anche propri) e a cercare
qualsiasi tecnica che possa agevolare il loro compito. Non abbiamo ancora incontrato un genitore
non desideroso di migliorare il proprio modo di educare i figli.
Durante i corsi P.E.T. si verifica una tale quantità di fenomeni che non è possibile sorprendersi del
fatto che questa esperienza di addestramento comporti cambiamenti significativi dell'atteggiamento
e del comportamento dei genitori. Quelle che seguono sono alcune affermazioni estratte dalle
lettere o dalle schede di valutazione dei
corsi che ciascun genitore compila in forma anonima una volta completato l'addestramento.
Vorremmo solo aver potuto frequentare questo corso anni fa prima che i nostri figli diventassero
adolescenti.
Adesso trattiamo i nostri figli con lo stesso tipo di rispetto che manifestiamo ai nostri amici.
Mi sento fortunato di essere stato uno dei genitori che ha frequentato il corso. E ciò che conta
anche di più è che la mia prospettiva sull'intera razza umana si è ampliata e che adesso accetto gli
altri per quello che sono, e non per quello che ero abituato a vedere in loro.
I bambini mi sono sempre piaciuti, ma ora sto anche imparando a rispettarli. Il P.E.T. non è solo un
corso sull'educazione dei figli. A me sembra piuttosto un modo di vivere.
Mi ha fatto capire quanto abbia sottostimato e indebolito i miei figli con la mia iperprotettività e
con la mia eccessiva coscienziosità. Precedentemente avevo partecipato a un gruppo di studio sul-
l'infanzia veramente eccellente, che però ebbe l'effetto di acuire il mio senso di colpa mantenendo
viva la mia necessità di cercare di essere una mamma perfetta. , -->
Ero talmente scettica e sfiduciata nei confronti dei miei figli che quasi non riesco a credere sia
stato possibile sentirsi in quel modo. Quando mi resi conto che potevano fronteggiare i propri stati
d'animo e problemi molto meglio di quanto io abbia mai fatto mi è sembrato di sentirmi sgravata dal
peso del mondo che portavo sulle spalle. Cominciai a vivere per me stessa. Tornai a scuola e
diventai una persona assai più felice e realizzata e, di conseguenza, anche una madre migliore.

Non tutti i genitori riescono in otto settimane a fare i cambiamenti necessari per riuscire ad accet-
tare meglio i propri figli. Alcuni si accorgono che la loro relazione coniugale non è reciprocamente
appagante e che quindi uno o ambedue i coniugi non possono essere efficaci con i figli. Scoprono
quindi di non riuscire a trovare il tempo e l'energia necessari perché buona parte di queste
condizioni viene assorbita dai loro conflitti coniugali; oppure scoprono di non riuscire ad accettare i
figli perché prima di tutto non accettano se stessi come coniugi.
Altri genitori trovano molto difficile rinunciare al proprio oppressivo sistema di valori, acquisito
dai rispettivi genitori e che adesso li induce a essere eccessivamente critici e inaccettanti nei
confronti dei propri figli. Altri genitori ancora non riescono a non comportarsi come proprietari dei
figli né a modificare l'atteggiamento di profondo impegno a plasmarli affinchè si adattino ad un
modello precostituito: questo atteggiamento è riscontrabile soprattutto in genitori fortemente
influenzati dai dogmi di alcune sette religiose che professano l'obbligo morale del genitore di
convenire i figli ricorrendo, se necessario, anche al potere e all'autorità o a condizionamenti non
molto dissimili dal lavaggio del cervello e dal controllo del pensiero.
Per alcuni dei genitori che trovano difficile modificare i propri atteggiamenti, l'esperienza P.E.T.,
per ragioni di vario tipo, diventa la porta di accesso per trovare altri tipi di aiuto: terapia di gruppo,
consulenza matrimoniale, terapia familiare o anche terapia individuale. Parecchi di questi genitori
ci hanno riferito che prima del P.E.T. non avrebbero mai considerato l'idea di consultare uno
psicologo o uno psichiatra per cercare aiuto. Sembra che il P.E.T. stimoli una crescita della
consapevolezza di sé e accresca la motivazione e il desiderio di cambiare, anche quando il P.E.T. da
solo non è stato sufficiente a produrre cambiamenti significativi. Dopo il corso alcuni genitori
chiedono di poter continuare a incontrare gruppi più piccoli di genitori in modo da poter essere
aiutati a analizzare i cambiamenti e i problemi che impediscono loro di impiegare i nuovi metodi
efficacemente. In questi «gruppi avanzati» i genitori affrontano prevalentemente problemi legati
alle relazioni matrimoniali, alle relazioni con i propri genitori o con se stessi. Solo dopo l'esperienza
in questi gruppi terapeutici più coinvolgenti, questi genitori acquisiscono la consapevolezza di sé
necessaria per riuscire a modificare quegli atteggiamenti che impediscono un uso efficace dei
metodi P.E.T. Così, per alcuni, il corso P.E.T. da solo non produce un cambiamento adeguato degli
atteggiamenti, ma avvia comunque un processo di cambiamento o incoraggia i genitori a imboccare
la strada che conduce a una maggiore efficacia come persona e come genitore. Ovviamente, la
lettura di questo libro non equivale all'esperienza di partecipare a un gruppo di otto settimane con
altri genitori sotto la guida e l'aiuto di un istruttore addestrato. Tuttavia, sento che la maggior parte
dei genitori sarà in grado di ottenere una valida comprensione di questa nuova filosofia
sull'educazione dei figli leggendo e studiando questo libro coscienziosamente. Molti genitori
saranno in grado di acquisire da questo libro un livello ragionevole di competenza nelle abilità
specifiche necessarie per applicare questa filosofia in casa. Queste abilità possono essere impiegate
dal lettore frequentemente, e per molto tempo dopo aver finito di leggere questo libro, non solo
nella relazione con i figli, ma anche in quella con il coniuge, con i colleghi di lavoro, con i propri
genitori e con gli amici. La nostra esperienza ci ha insegnato che per essere più efficaci nell'educare
i figli a responsabilizzarsi è necessario lavorare, e anche molto diligentemente, sia se si frequenta il
corso P.E.T. sia se si legge questo libro o si fanno ambedue le cose. Ma dopotutto, quale lavoro non
richiede impegno?

Gli altri genitori dei vostri figli


Per tutta la vita i vostri figli saranno esposti all'influenza di altri adulti ai quali delegate alcune
responsabilità genitoriali. Poiché queste persone svolgono compiti genitoriali con i vostri figli,
anch'esse avranno notevole influenza sulla loro crescita e sul loro sviluppo. Mi riferisco, ovvia-
mente, a nonni, parenti e baby-sitter; insegnanti, presidi e consulenti; allenatori, direttori di campi
estivi e guide di gruppi ricreativi; direttori delle attività promosse dalle associazioni, capiscout,
accompagnatori ai campeggi e insegnanti delle scuole domenicali di catechismo; funzionari di
vigilanza su giovani in libertà vigilata. Quando affidate i vostri figli a questi genitori delegati, quale
sicurezza avete della loro efficacia? Questi adulti saranno in grado di stabilire con i vostri figli
relazioni terapeutiche e costruttive, e non non-terapeutiche e distruttive? Riusciranno ad essere
efficaci agenti di aiuto? Potete affidare i vostri figli a questi adulti, fiduciosi che non saranno
danneggiati?
Queste sono domande importanti perché la vita dei vostri figli sarà notevolmente influenzata da
tutti gli adulti con i quali essi intrecceranno relazioni.
Molti di questi genitori delegati frequentano i nostri corsi P.E.T. Abbiamo anche lavorato con
queste persone durante alcuni corsi speciali di addestramento quali: Teacher Effectiveness Training
(destinato agli insegnanti), Counselor Effectiveness Training (destinato ai consulenti) e Leader
Effectiveness Training (destinato ai facilitatori). Abbiamo appreso che la maggior parte di questi
professionisti adotta atteggiamenti e approcci sorprendentemente simili a quelli dei genitori. Di
solito anche loro fanno l'errore di non ascoltare i giovani, di rimproverarli, di rivolgersi a loro in
modi che ledono la loro autostima, di affidarsi consistentemente all'autorità e al potere per con-
trollare e manipolare il loro comportamento, di invischiarsi nei due metodi «vinci-perdi» di riso-
luzione dei conflitti, di assillarli, di montare in cattedra, di fare prediche e di colpevolizzarli nel
tentativo di foggiare i loro valori e le loro convinzioni e di plasmarli a loro immagine e somi-
glianzà.
Naturalmente esistono delle eccezioni, così come ce ne sono tra i genitori. Ma, nel complesso, agli
adulti che entrano in contatto con la vita dei vostri figli mancano le abilità fondamentali e gli
atteggiamenti necessari per essere efficaci agenti di aiuto. Anche loro non sono stati addestrati in
modo adeguato ad agire in modo efficacemente terapeutico nelle relazioni interpersonali con
bambini o adolescenti. E così, disgraziatamente, possono rivelarsi dannosi per i vostri figli.
Utilizzerò come esempio gli insegnanti e il personale scolastico, senza voler con ciò insinuare che
essi siano i più inefficaci o i più bisognosi di addestramento. Ma, poiché trascorrono così tanto
tempo con i vostri figli, potenzialmente essi possono influenzarli, nel bene e nel male, più di
chiunque altro. Attingendo dalla nostra esperienza di lavoro in molte scuole, mi sembra evidente
che esse, a parte pochissime eccezioni, sono fondamentalmente istituzioni autoritarie che hanno
adeguato la propria struttura organizzativa e filosofia di conduzione a quelle vigenti nelle istituzioni
militari.
Le leggi e i regolamenti cui gli studenti devono adeguarsi sono quasi invariabilmente stabiliti uni-
camente dagli adulti al massimo gradino della gerarchia senza la partecipazione dei giovani
chiamati a obbedirvi. La violazione di queste leggi impone punizioni e in alcuni casi, che ci cre-
diate o meno, anche punizioni corporali. Spesso nemmeno gli insegnanti hanno voce in capitolo per
stabilire le regole di condotta che peraltro si chiede loro di applicare e far rispettare. Eppure questi
insegnanti di solito sono valutati per la loro capacità di mantenere l'ordine in classe piuttosto che
per la loro efficacia nello stimolare l'apprendimento degli studenti.
Le scuole inoltre impongono un programma di studio che molti figli considerano noioso e senza
alcuna attinenza a ciò che accade nella loro vita. Quindi, riconoscendo che un tale cur-riculum non
riesce a motivare lo studente con argomenti di suo interesse o pertinenti alle sue esigenze, quasi
tutte le scuole impiegano un sistema di ricompense e punizioni - gli onnipresenti voti - che assicura
ad un'ampia percentuale di studenti di essere etichettata al di sotto della media.
In classe gli studenti sono spesso rimproverati e umiliati dai propri insegnanti. Sono ricompensati
per la loro abilità di ripetere a memoria ciò che gli è stato imposto di leggere e spesso castigati se
esprimono dissenso o disaccordo. Quasi ovunque, o perlomeno nelle scuole elementari e medie
inferiori e superiori, gli insegnanti sono alquanto inefficaci nel far partecipare le classi a
significative discussioni di gruppo perché molti docenti di solito rispondono ai contributi degli
studenti con le dodici barriere. Pertanto, a parte rare eccezioni, essi scoraggiano gli studenti dal
comunicare apertamente e onestamente. Quando gli studenti vanno male a scuola, come
normalmente accade in un clima tanto non-tera-peutico e privo di interesse, i conflitti sono affron-
tati con il Metodo I e in qualche caso con il Metodo IL Ad essi viene spesso ordinato di presentarsi
al preside o al consulente, ai quali viene demandato il compito di risolvere i conflitti tra docenti e
studenti sebbene uno dei litiganti, il docente, non sia presente. Così, di solito, il preside o il
consulente presuppongono che lo studente sia in difetto e immediatamente lo casti-gano, lo
rimproverano o gli estorcono la promessa di arrendersi e desistere. Nella maggior parte delle
scuole, si negano impudentemente i diritti civili degli studenti: il diritto alla libertà di parola, il
diritto di portare i capelli come desiderano, il diritto di indossare gli indumenti che preferiscono, il
diritto di dissentire. Le scuole inoltre negano loro il diritto di rifiutarsi di testimoniare contro se
stessi e, se gli studenti si cacciano in qualche pasticcio, raramente gli amministratori scolastici
osservano le normali procedure d'obbligo, garantite ai cittadini dal codice giudiziario, in caso di
processo legale. È questa forse una rappresentazione distorta delle nostre scuole? Io non credo.
Molti altri osservatori del sistema scolastico hanno rilevato le stesse deficienze. Inoltre, basta
chiedere ai giovani cosa provano nei confronti della scuola e dei docenti. La maggior parte di essi
afferma di odiare la scuola e di essere trattata dai propri insegnanti senza rispetto e senza giustizia;
vive la scuola come un posto dove si è obbligati ad andare e l'apprendimento come qualcosa che
raramente è piacevole o divertente; considera lo studio un lavoro noioso e i propri insegnanti come
poliziotti ostili.

Quando i figli sono affidati ad adulti che fanno insorgere in loro reazioni negative come quelle
descritte, non si può incolpare esclusivamente i genitori di come diventano i figli. I genitori ne
hanno certamente colpa, ma anche gli altri adulti. Cosa possono fare i genitori? Possono esercitare
un'influenza costruttiva su questi genitori delegati? Possono decidere anch'essi in quale modo
questi altri adulti debbano rivolgersi e trattare i loro figli? Credo fermamente che essi possano e
debbano farlo. Ma per riuscirvi devono scrollarsi di dosso la passività e la sottomissione che hanno
regolato la loro vita in passato. Innanzitutto devono stare all'erta per individuare, in tutte le
istituzioni al servizio dei figli, qualsiasi traccia di controllo e repressione arbi-trari, esercitati dagli
adulti ricorrendo al potere e all'autorità. Devono impegnarsi e lottare contro coloro che difendono la
necessità di essere duri con i giovani, che sanzionano l'uso del potere sventolando la bandiera della
legge e dell'ordine, che giustificano i metodi autoritari in base alla considerazione che non ci si può
fidare della capacità dei giovani di responsabilizzarsi o autodisciplinarsi.
I genitori devono uscire dal guscio e proteggere attivamente i diritti civili dei figli ogni volta che tali
diritti vengono minacciati dagli adulti che sostengono che non li meritano.
I genitori possono inoltre promuovere e sostenere programmi che propongano idee e metodi
innovativi per sollecitare riforme nel sistema scolastico in favore dei cambiamenti dei programmi
di studio, dell'eliminazione delle classificazioni mediante voti e giudizi, dell'introduzione di nuove
metodologie didattiche, della maggiore libertà degli studenti di apprendere per conto proprio e
seguendo i propri ritmi, dell'istruzione personalizzata, della partecipazione degli studenti insieme
agli adulti alla gestione scolastica, o della formazione dei docenti affinchè adottino approcci più
umanistici e terapeutici. …………………………………………..
Il preside del liceo Apollo in Simi Valley ci scrisse quanto segue sugli effetti del Teacher Effective-
ness Training su se stesso e sulla propria scuola:
1. I problemi riguardanti la disciplina sono diminuiti almeno del 50%. Credo che sia un metodo
soddisfacente ed efficace per affrontare problemi comportamentali senza sospendere gli studenti.
Ho imparato che la sospensione elimina il problema soltanto per tre o quattro giorni e non riesce a
eliminare le cause del comportamento. Le abilità che ho acquisito durante il P.E.T. incoraggiano il
problem-solving tra studenti, tra personale esecutivo e direttivo, e tra insegnanti e studenti.
2. Abbiamo istituito incontri scolastici durante i quali ci sembra di prevenire i conflitti prima che
insorgano. Usiamo il metodo di risoluzione dei conflitti del Dottor Gordon e siamo riusciti a evitare
che i conflitti si trasformassero in problemi comportamentali.
3. I miei rapporti con gli studenti sono migliorati immensamente dopo aver consentito loro di
assumersi la responsabilità delle proprie azioni e comportamenti nonché il privilegio di gestire i
propri problemi autonomamente.

Il preside di una scuola elementare di La Mesa ci inviò la seguente valutazione del nostro Teacher
Effectiveness Training:

Come preside di una scuola elementare, il cui personale è formato da numerose persone
addestrate dal T.E.T. (16 su 23), ho potuto notare cambiamenti comportamentali negli studenti e nel
corpo docente attribuibili completamente al corso:
1. Gli insegnanti si sentono sicuri della propria capacità di affrontare difficili problemi comporta-
mentali.
2. Il clima emotivo delle classi è assai più rilassato e sano.
3. I bambini sono coinvolti nella determinazione delle regole che strutturano le attività
scolastiche. Pertanto si impegnano personalmente ad osservarle.
4. I bambini stanno imparando come risolvere i problemi riguardanti i loro rapporti sociali senza
ricorrere alla forza e alla manipolazione.
5. I «casi disciplinari» mi vengono denunciati sempre meno frequentemente.
6. Il comportamento degli insegnanti è molto più appropriato; i consulenti, cioè, vengono chiamati
in causa quando è lo studente ad avere un problema e non l'insegnante.
7. Gli insegnanti riescono a risolvere più efficacemente i propri problemi senza dover ricorrere
alla forza nei confronti degli allievi.
8. Si è accresciuta l'abilità degli insegnanti di condurre incontri significativi con i genitori.

Si possono ottenere cambiamenti significativi nelle scuole fornendo agli amministratori e ai docenti
un addestramento che tende a migliorare le stesse abilità insegnate ai genitori del P.E.T. Tuttavia,
abbiamo anche scoperto che le scuole non si aprono al cambiamento se fanno parte di comunità
dove la maggior parte dei genitori lotta per mantenere lo status quo, è terrorizzata dal cambiamento
o è fortemente condizionata da tradizioni che impongono metodi autoritari nell'educazione dei
giovani.
Spero che un numero sempre crescente di genitori si persuada a cominciare ad ascoltare i propri
figli quando questi si lamentano del trattamento che molti insegnanti, allenatori, catechisti e
responsabili di gruppi giovanili riservano loro. I genitori possono cominciare a credere nella vali-
dità dei sentimenti espressi dai giovani quando questi manifestano odio verso la scuola o risenti-
mento verso il modo in cui sono trattati dagli adulti. Imparando ad ascoltare i figli e non difen-
dendo sempre le istituzioni senza perplessità, essi possono individuare cosa ci sia di guasto nelle
istituzioni contestate.
Sarà possibile indurre queste istituzioni a diventare più democratiche, più umanistiche e più
terapeutiche solo se i genitori risveglieranno la propria attenzione. Ciò di cui si ha più bisogno è
nientedimeno che una filosofia completamente nuova che promuova un nuovo modo di intendere il
rapporto con bambini e giovani; insomma, una nuova Dichiarazione dei Diritti del Cittadino per i
giovani. La società non può più trattare i figli come si faceva duemila anni fa, così come non può
più accettare il modo in cui venivano trattate le minoranze.
Io propongo questa filosofia di relazione adulto-bambino, sotto forma di «credo» sul quale si
imbastiscono i programmi P.E.T. Lo scrissi molti anni fa nel tentativo di tradurre la filosofia P.E.T.
in una dichiarazione succinta e facilmente comprensibile. Questo «credo» viene distribuito agli
iscritti ai nostri corsi e vorrei riproporlo in questo libro sperando di catturare l'attenzione di tutti gli
adulti che lo leggeranno.

Tu ed io abbiamo un rapporto a cui tengo e che desidero mantenere. Ma ognuno di noi è una per-
sona a sé stante che ha i propri bisogni particolari e diritto di soddisfarli.
Quando ti troverai in difficoltà, presterò ascolto con sincera accettazione per aiutarti a trovare le
tue soluzioni, invece di dipendere dalle mie. Inoltre rispetterò il tuo diritto ad avere le tue convinzioni
e perseguire i tuoi valori, per quanto siano diversi dai miei.
Tuttavia, se il tuo comportamento interferirà con il soddisfacimento dei miei bisogni, ti dirò aperta-
mente e onestamente in cosa mi condiziona, confidando che il rispetto per i miei bisogni e
sentimenti ti spinga a cercare di cambiare quel comportamento che per me è inaccettabile. Inoltre,
se un mio comportamento sarà inaccettabile per te, spero che me lo dirai apertamente e
onestamente, di modo che possa provare a cambiarlo.
Nel momento in cui dovessimo accorgerci che nessuno dei due può cambiare per venire incontro
ai bisogni dell'altro, prenderemo atto che fra noi c'è un conflitto, e ci impegneremo entrambi a
risolverlo senza ricorrere al potere o all'autorità per vincere a spese dell'altro, lo rispetto i tuoi
bisogni, ma devo anche rispettare i miei. Perciò sforziamoci sempre di cercare una soluzione accettabile
per entrambi ai conflitti che inevitabilmente insorgeranno. I tuoi bisogni saranno soddisfatti e così i miei:
nessuno perderà, entrambi vinceremo.
In questo modo, sarà possibile a ciascuno di noi due continuare a crescere come persona
attraverso il soddisfacimento dei propri bisogni. Dunque la nostra sarà una relazione sana che
darà a entrambi l'opportunità di diventare ciò che potenzialmente siamo. E potremo continuare
a essere in rapporto animati da reciproco rispetto, amore e pace.

Pur non avendo alcun dubbio che, se questo «credo» venisse adottato e messo in pratica dagli adulti
nelle istituzioni al servizio dei giovani, promuoverebbe col tempo la nascita di riforme costruttive,
mi rendo anche conto che queste riforme potrebbero tardare a venire. Dopotutto, gli adulti di oggi
sono i bambini di ieri e sono essi stessi il prodotto di un'educazione inefficace. Abbiamo bisogno di
una nuova generazione di genitori che raccolga la sfida apprendendo le abilità necessarie per
allevare figli responsabili in casa. È proprio da qui che si deve e si può iniziare. Magari oggi stesso,
in questo esatto momento, in casa vostra.
Approfondimento - Effetti delle «dodici risposte tipiche» genitoriali

1. Dare ordini, dirigere, comandare


Questi messaggi comunicano al figlio che i suoi sentimenti o bisogni non sono importanti; egli
deve conformarsi ai sentimenti e bisogni del genitore («Non m'importa cosa vuoi fare tu; rientra
subito in casa»).
Essi inducono il figlio a non sentirsi accettato in quel determinato momento («Smettila di dime-
narti»).
Lo inducono a temere il potere del genitore perché si sente minacciato. Teme di essere ferito da
qualcuno che è più forte e più grande di lui («Va subito in camera tua, altrimenti ti faccio vedere io
come ti ci mando»). Possono provocare nel figlio sentimenti di risentimento o di rabbia che spesso
lo inducono a reagire ostilmente, a incollerirsi, a ritorcersi, a resistere, e a mettere alla prova la
reale volontà del genitore.
Possono comunicargli che il genitore non si fida delle sue capacità e del suo giudizio («Non toc-
care quel piatto», «Stai lontano da tuo fratello piccolo»).

2. Avvertire, ammonire, minacciare


Questi messaggi possono rendere un figlio timoroso e remissivo («Se lo fai, te ne pentirai»).
Possono suscitare risentimento e ostilità come quando si danno ordini, si dirige o si comanda («Se
non vai subito a letto, ci andrai a forza di sculacciate»).
Possono indurlo a credere che il genitore non ha rispetto dei suoi bisogni e desideri («Se non smetti
di suonare quel tamburo, mi arrabbio»). A volte i figli rispondono agli avvertimenti o alle minacce
dicendo: «Non m'importa cosa succede, la penso lo stesso così».
Inoltre questi messaggi invitano il figlio a verifi-care se la minaccia verrà eseguita. A volte i figli
sono tentati di fare le cose che sono stati ammoniti a non fare solo per vedere se le conse guenze,
promesse dal genitore, si verificano veramente.

3. Esortare, moraleggiare, fare la predica


Questi messaggi fanno pesare sul figlio il potere esterno dell'autorità, del dovere, degli obblighi. I
figli possono finire col rispondere a tali «Dovresti...», «È bene che tu...», «Devi...» resistendo e
difendendo le proprie posizioni anche più tenacemente.
Possono indurii a credere che il genitore non si fida del loro giudizio e che è meglio che accettino
ciò che «gli altri» considerano giusto («Dovresti fare ciò che è giusto»).
Possono far nascere nel figlio sensi di colpa o la sensazione di essere cattivo («Non dovresti pen-
sare in questo modo»).
Possono indurlo a credere che il genitore non si fidi della sua abilità di giudicare la validità dei
valori e progetti altrui («Dovresti sempre rispettare i tuoi insegnanti»).

4. Consigliare, offrire suggerimenti o soluzioni


Questi messaggi sono spesso interpretati dal figlio come prova del fatto che non ci si fida della sua
capacità di giudizio o di trovare soluzioni proprie.
Possono indurlo a diventare dipendente dal genitore e a smettere di pensare da sé («Che dovrei
fare, papa?»).
A volte i figli contrastano fortemente le idee e i consigli dei genitori («Voglio farcela da me», «Non
voglio sentirmi dire cosa devo fare»). I consigli a volte comunicano il vostro atteggiamento di
superiorità nei confronti dei figli («Tua madre ed io sappiamo cosa è meglio»). I figli possono
anche maturare un senso di inferiorità («Perché non ci ho pensato io?», «Voi sapete sempre tutto»).
I consigli possono indurii a pensare che i genitori non li capiscono affatto («Se veramente sapessi
come mi sento, non suggeriresti queste cose»). Inoltre possono indurii a contrastare continuamente
le idee dei genitori e non li aiutano a sviluppare le proprie.
,5. Insegnare, argomentare, persuadere
Quando si cerca di insegnare qualcosa, lo studente spesso avverte la sensazione che lo si sta
facendo apparire inferiore, subordinato, inadeguato («Credi sempre di sapere tutto»).
L'argomentare e l'informare inducono spesso i figli a mettersi sulla difensiva e a risentirsi («Credi
che non lo sappia?»).
È raro che i figli, come gli adulti, amino sentirsi dimostrare di aver sbagliato. Di conseguenza,
difendono accanitamente le proprie posizioni («Tu hai torto, io ho ragione», «Non riuscirai a
convincermi»).
I figli in genere odiano le prediche («Parlano per ore e io devo solo-star seduto in silenzio ad ascol-
tarli).
Spesso ricorrono ad argomenti disperati per non dar credito a ciò che i genitori dicono («Siete
troppo vecchi per capire quello che sta succedendo», «Le vostre idee sono antiquate», «Sei un
tradizionalista»).
Spesso i figli conoscono già molto bene le cose che i genitori vogliono insegnare e non vogliono
sentirsele ripetere («Lo so già, non c'è bisogno che me lo dici»).
A volte i figli preferiscono ignorare i fatti («Non m'importa», «E allora?», «A me non succederà»).

6. Giudicare, criticare, apparsi, biasimare


Questi messaggi, forse più di tutti gli altri, fanno sentire i figli inadeguati, inferiori, stupidi,
indegni, cattivi. L'idea di sé che il figlio si fa, si forma attraverso i giudizi e le valutazioni genito-
riali. Il figlio giudicherà se stesso nello stesso modo in cui lo giudica il genitore («Mi ero sentito
dire così spesso che ero cattivo, che cominciai a pensare di esserlo davvero»). Le critiche negative
suscitano altrettante controcritiche ( «Tu fai le stesse cose», «Nemmeno tu sei poi così perfetto»).
I giudizi inducono i figli a tenere per sé i propri sentimenti o a nasconderà ai genitori («Se glielo
dicessi, mi criticherebbero soltanto»). I figli, come anche gli adulti, odiano sentirsi giudicati
negativamente. Rispondono mettendosi sulla difensiva, semplicemente per proteggere la propria
immagine. Spesso si arrabbiano e sentono odio verso il genitore che li giudica, anche se il giudizio
è corretto.
Le frequenti valutazioni e critiche inducono alcuni figli a pensare di essere buoni a nulla;
inoltre alcuni arrivano a credere che i genitori non li amano. ,

7'. Elogiare, assecondare


Contrariamente all'opinione diffusa che l'elogio sia sempre benefico per i figli, spesso ha invece
effetti assai negativi. Se il figlio riceve una valuta-zione positiva che non coincide con la propria
idea di sé, può diventare ostile: «Non sono carina, sono brutta», «Odio i miei capelli», «Non ho
giocato affatto bene, ho fatto schifo». I figli deducono che se un genitore li giudica positivamente,
possono anche giudicarli negativamente in altri momenti. Inoltre, l'assenza di elogi in una famiglia
che vi ricorre frequentemente può essere interpretata come una critica nei confronti del figlio («Se
non hai detto nulla sui miei capelli, vuoi dire che non ti piacciono»). L'elogio è spesso interpretato
dai figli come un modo per manipolarli, un modo sottile per influenzarli a fare ciò che il genitore
vuole («Lo dici solo per indurmi a studiare di più»). I figli spesso pensano che i genitori non li capi-
scono quando li elogiano («Non lo diresti, se sapessi come mi sento veramente»). I figli si sentono
spesso in imbarazzo e a disagio quando vengono elogiati, specialmente se in presenza dei loro
amici («Ma papa, non è vero!»). I figli che crescono ricevendo continui elogi, potrebbero finire col
dipendere da essi e perfino esigerli («Non hai detto nulla del fatto che ho ripulito la stanza»,
«Mamma, come ti sembro?», «Non sono stato bravo?», «Non è un bel disegno?»).

8. Etichettare, ridicolizzare, umiliare

Questi messaggi possono avere effetti devastanti sull'immagine di sé del figlio. Possono far sentire
il figlio indegno, cattivo, non amato. : ; ; ; . La risposta più frequente dei figli a questi messaggi è
quella di restituire al genitore gli stessi messaggi ( «E tu sei uno scocciatore», «Senti chi mi accusa
di pigrizia»).
Quando un figlio riceve questi messaggi da un genitore che tenta di influenzarlo, è assai impro-
babile che egli cambi osservandosi in modo realistico. È più probabile, invece, che ignori il mes-
saggio ingiusto del genitore e trovi il modo di giustificarsi («Non sembro volgare con l'ombretto. È
ridicolo e ingiusto»).

9. Interpretare, analizzare, diagnosticare


Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore lo ha capito, conosce le sue motivazioni o le
ragioni del suo modo di essere. Questo modo di psicoanalizzare è per i figli frustrante e intimida-
torio.
Se l'analisi o l'interpretazione del genitore è accurata il figlio può sentirsi in imbarazzo perché
smascherato («Non riesci ad avere appuntamenti perché sei troppo timido», «Lo fai solo per
attrarre l'attenzione»).
Se l'analisi, o l'interpretazione, del genitore è sbagliata, come più spesso accade, il figlio si arrab-
bierà per essere stato ingiustamente accusato («Non sono geloso: è ridicolo»). I figli spesso
avvertono un forte atteggiamento di superiorità dei genitori («Credi di sapere tutto»). I genitori che
analizzano spesso i figli comunicano loro di sentirsi superiori, più saggi, più intelligenti.
Messaggi quali: «So io perché» e «Ti leggo dentro» spesso interrompono bruscamente il desiderio
del figlio di continuare a comunicare e gli insegnano che è meglio astenersi dal condividere i propri
problemi con i genitori.

10. Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere : : ;


Contrariamente a quanto creduto dai genitori, questi messaggi non sono utili. Rassicurare un figlio
quando si sente disturbato da qualcosa, può semplicemente convincerlo che i genitori non lo
capiscono («Non diresti così se sapessi lo spavento che provo»).
I genitori rassicurano e consolano perché si sentono a disagio quando il figlio è ferito, arrabbiato,
scoraggiato e via dicendo. Questi messaggi comunicano al figlio che il genitore desidera che egli
smetta di sentirsi in un determinato modo («Non abbatterti, tutto si risolverà»). I figli scoprono
anche che le rassicurazioni sono tentativi di cambiarli e così finiscono col perdere fiducia nei
genitori («Lo dici solo per farmi sentire meglio»).
Minimizzando o compatendo si arresta la comunicazione perché il figlio sente che i genitori
vogliono che egli smetta di provare ciò che prova.

11. Inquisire, fare domande, interrogare


Facendo domande si può indurre i figli a credere che non avete fiducia in lui, o che nutrite sospetti
e dubbi su di lui ( «Ti sei lavato le mani, come ti avevo detto?»).
I figli si accorgono anche se le domande sono tentativi di farli uscire allo scoperto per poi aggre-
dirli («Quanto hai studiato? Solo un'ora. Beh, ti meriteresti di prendere un votaccio nel compito in
classe»).
I figli si sentono spesso minacciati dalle domande, soprattutto se non ne capiscono la ragione.
Notate i figli quando dicono: «Perché me lo chiedi?» o «Dove vuoi arrivare?». . Se interrogate un
figlio quando vi mette a parte di un problema, potrebbe sospettare che state raccogliendo
informazioni per risolvergli il problema, invece di lasciargli trovare la propria soluzione («Quando
hai cominciato a sentirti così?», «Ha a che vedere con la scuola?», «Come va a scuola?»). I figli
spesso non vogliono che i genitori forniscano le proprie soluzioni ai loro problemi: «Se lo dicessi ai
miei genitori, si limiterebbero a dirmi quello che dovrei fare». Quando si fanno domande a
qualcuno che vi parla di un proprio problema, ogni domanda limita la libertà della persona di
parlare di ciò che desidera: in un certo senso ogni domanda impone il tipo di risposta. Se si chiede:
«Quando hai notato di sentirti così?» si dice alla persona di parlare soltanto delle origini dei suoi
sentimenti e di nient'altro. È per questo motivo che è terribilmente spiacevole essere chiamati a
testimoniare in tribunale: ci si sente costretti a raccontare i fatti secondo le domande che ci vengono
poste. Pertanto, interrogare non è affatto un buon metodo per facilitare la comunicazione di un'altra
persona; anzi limita duramente la sua libertà.
12. Sottrarsi, cambiare argomento, schernire, distrarre
Questi messaggi possono comunicare al figlio che non siete interessato a lui, che non rispettate i
suoi sentimenti o addirittura che lo rifiutate. I figli in genere sono molto seri e decisi quando hanno
bisogno di parlare di qualcosa. Quando si risponde scherzando, possono sentirsi feriti o respinti.
Si può riuscire temporaneamente a distrarli o ad alleggerire l'intensità di alcuni sentimenti, che però
non sempre svaniscono. Spesso, anzi, ricompaiono in un altro momento. Posticipare la soluzione di
un problema non vuoi dire risolvere il problema.
I figli, come gli adulti, vogliono essere ascoltati e capiti con rispetto. Se i genitori li ignorano, essi
imparano a esprimere altrove i propri sentimenti e problemi importanti.

Centri e Professionisti autorizzati a realizzare il Corso «Genitori Efficaci»

Thomas Gordon ha scritto questo libro dopo aver realizzato molti corsi con genitori. È possibile
fruire di questa esperienza formativa anche in Italia iscrivendosi ad un corso «Genitori Efficaci»
oppure proponendolo ad altri genitori in modo da costituire un gruppo di circa venticinque persone
interessate alla realizzazione di un corso. I problemi organizzativi possono essere superati
mettendosi in contatto con la sede centrale o con la sede regionale oppure rivolgendosi ad una delle
persone autorizzate (vedi apposito elenco).
Tale corso si prefigge di sviluppare o migliorare la sensibilità e le competenze necessarie per essere
di fatto «Genitori Efficaci»; la semplice lettura del testo rimane a livello di riflessione personale
offrendo solo concetti e considerazioni sul ruolo del genitori; il corso, al contrario, è un'esperienza
formativa viva e diretta, permette il confronto con altri genitori e con i formatori e offre l'oppor-
tunità di tradurre in comportamenti pratici quello che il libro propone solo su di un piano di
riflessione.
Diamo qui di seguito i nominativi e i numeri telefonici di tutti i centri e di tutti i professionisti
selezionati, formati e autorizzati a tenere in Italia il corso «Genitori Efficaci». Essi hanno effettuato
un training di quattro anni presso l'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona (IACP) fondato in
Italia direttamente da Cari Rogers, il solo da lui autorizzato a diffondere il suo approccio in Italia e
che detiene l'esclusiva del metodo Gordon per il nostro Paese. Tutti inoltre hanno concluso il
training per diventare istruttori dei corsi «Genitori Efficaci» con Effectiveness Training
International, San Diego, California, fondato da Thomas Gordon. Questa rigorosa selezione degli
istruttori, la cura e il continuo aggiornamento del materiale didattico e la costante validazione del
corso attraverso la ricerca sul campo sono la migliore garanzia della qualità dei corsi da noi tenuti
in Italia.