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Corpo non si nasce, si diventa.

1.GENERI E CORPI

Nel 1949 Simone De Beauvoir dava alle stampe “il secondo sesso”, un saggio per l’epoca giudicato
scandaloso, nel quale sviluppava una visione sovrastorica della condizione femminile. Questo testo diventò
il perno intorno al quale in Francia si radicalizzò il femminismo negli anni ’50 e ’60. In esso venivano
affrontati temi/problemi della vita della donna, anche la contraccezione, prima rilegati alla sola sfera
privata. Questo testo poneva le basi per una stagione di riflessione per il suo approccio innovativo a partire
dalla celebre frase antropologicamente rilevante “donna non si nasce, si diventa”. Il titolo del nostro libro si
ispira appunto a questa frase per sottolineare come corpo e generi siano da analizzarsi in termini
relazionali. Essi sono costruzioni sociali e non essenze e, soprattutto, sono da considerarsi nelle loro
relazione dialettiche e conflittuali. Il contributo maggiore di De Beauvoir stava proprio nel ritenere che per
definire la donna occorreva superare quelle “rappresentazioni ordinarie di ciò che sono i sessi, maschili e
femminili, rappresentazioni marcate da un biologismo e naturalismo basati sulla credenza che si è uomo o
donna grazie alla natura”. Per lei il “corpo-oggetto”, non esisteva nel concreto perché solo “il corpo
sperimentato dal soggetto” poteva esistere. Inoltre non era la sua natura a definire la donna bensì “è lei
che si definisce rielaborando in sé la natura, secondo i propri moti affettivi.”

GENERE

L’Unesco con il termine GENDER (genere) intendeva le differenze sociali e relazionali tra uomini e donne.
Viene inteso, quindi, come comportamenti appresi dalla società di appartenenza tramite il processo di
socializzazione, che portano alla differenziazione tra maschile e femminile. Questi sono legati all’età, alla
categoria sociale, alla razza, all’appartenenza etica e religiosa, all’ambiente geografico, economico e
politico. Questi elementi permettono di comprendere i rapporti di razzializzazione. Ma la definizione
dell’Unesco connette le condizioni sociali dei sessi evidenziando la loro subordinazione.

Il termine genere viene usato per definire i disagi connessi all’identità, e non è sovrapponibile a “gender”
per come è stato elaborato in ambito anglo-statunitense. Il termine GENDER nasce in ambito psicologico
grazie a John William Money per dire che il sesso dipende dalla natura, mentre l’identità di genere si forma
attraverso la socializzazione. Alla fine degli anni ‘60 Robert Stoller distinse il sesso anatomico
dall’orientamento psicosessuale degli individui, attribuendo a questo la definizione di genere.

Dagli anni ’70 il termine fa la sua ricomparsa nel contesto anglo-statunitense delle scienze sociali per
definire le modalità di costruzione socio-culturali del maschile e del femminile, iniziando ad usare il termine
SESSO non solo in relazione al concetto biologico di uomo e donna, ma anche al concetto di genere che
prendeva in considerazione le varie interpretazioni sociali di questi (uomo e donna).

Per Ann Oakley, per esempio, il sesso si riferisce alle differenze biologiche, mentre il genere è una
questione di cultura e quindi fa riferimento alla classificazione sociale in maschile e femminile. Quindi,
secondo lei, questi sono imposti culturalmente al maschio e alla femmina per farne uomo e donna. Perciò i
generi maschili e femminili sono costruzioni socioculturali, ma ne viene tralascio un aspetto fondamentale
che è quello della diseguaglianza fra i generi, ovvero non si prendevano in considerazione i dislivelli di
potere e la gerarchizzazione fra i generi. Infatti negli anni 30’ del secolo scorso, Margaret Mead affermava
che la differenza tra i sessi si distingue dagli elementi che non hanno origine biologica ma che sono costrutti
sociali, a quel tempo era una rilevazione importante ma possiamo notare come la Mead ritenga naturale la
divisione del lavoro fra uomini e donne, e quindi la gerarchizzazione.

Ma divenire un uomo o donna significa allora guardare a queste categorie come costrutti sociali nei
contesti sociali. Il genere è visto, quindi, come prodotto.
Femminismo…

Negli anni ‘70 delle antropologhe hanno notato l’inesistenza della figura femminile nelle monografie
classiche, questo perché per gli antropologi le informazioni delle donne non erano affidabili in quanto non
partecipavano all’organizzazione della società e quindi non potevano esserne portavoce. In questo dibattito
intervenne Nicole-Claude Mathieu, secondo la quale non erano le donne incapaci di parlare e inaffidabili
ma erano gli uomini ad impedire loro di farlo. Lei non voleva difendere tutte o nessuna donna, non voleva
l’eguaglianza o la parità, ma voleva farla finita con l’ideologia della “differenza dei sessi” e quindi con il
potere e la divisione sessuale del lavoro che portano a dividere le persone in uomini e donne.

Allo stesso tempo con Gayle Rubin nel 1949 nacque il concetto di SEX/GENDER SYSTEM, termine che si
riferisce all’aspetto intimo della vita sociale ed indica che l’oppressione sessuale non è inevitabile, ma il
prodotto di specifici rapporti, sulla base dei quali è organizzato. Il genere non è solo l’identificazione con un
sesso, è anche l’obbligo ad indirizzare il desiderio sessuale verso il sesso opposto. Rubin, infatti, vuole
sottolineare come l’istituzione del matrimonio e le conseguenti relazioni tra i coniugi e le famiglie comporti
un’asimmetria ed una gerarchi tra i sessi. Con Rubin si passa dall’analisi di due categorie biosociali a quella
di una realtà interamente socio-sessuata. Per lei la sessualità è legata al genere ma non deriva da esso;
quindi sesso e genere sono in relazione tra di loro ma non sono identici. Rubin critica il femminismo che
“libera” la donna ritenendolo un soggetto politico, ma che nei fatti la naturalizza e la ghettizza perché la
essenzializza.

Rubin è considerata come fondatrice degli studi gay, lesbici e queer, ed è stata inserita nelle femministe
pro-sex, cioè per le quali il sesso (in senso di orientamento sessuale) è fondamentale per la costruzione del
sé, del genere in sé e delle relazioni sociali.

Nell’ambito del femminismo nero alcune antropologhe afro-americane avevano accusato il femminismo
euro-statunitense di avere una visione generalizzata ed etnocentrica (in un certo senso razzista)
dell’universo femminile, in quanto si prendono il diritto di poter parlare a nome di tutte le donne non
dando attenzione alle diversità. Bisogna quindi ricordare che non esiste una sola condizione femminile che
accomuna tutte le donne, ma che ce ne sono innumerevoli che determinano ingiustizia e subordinazione di
esse.

CORPO

Nel quotidiano la definizione di corpo è frutto del neoliberismo e del consumo che permettono di dire “il
corpo è mio, ci faccio quello che voglio io e quando lo voglio. “

Progressivamente però il corpo non sarà più concepito solo come un luogo naturale, sul quale la cultura
stessa si iscrive, ma come un luogo della soggettività. Il corpo non è escluso dal contesto sociale ma ne è il
rappresentante. Per Mary Douglas il corpo è costituito dal corpo fisico e dal corpo sociale (buono per
pensare) cioè il prodotto di un processo culturale. Qualche anno dopo Margaret Lock e Nancy Scheper-
Hughes criticarono la visione del corpo come escluso dal contesto sociale e propongono l’esame di tre
approcci attraverso cui il corpo può essere osservato:

 CORPO INDIVIDUALE (Bourdieu) inteso come l’esperienza vissuta;


 CORPO SOCIALE (Douglas) è quello appropriato per pensare;
 CORPO POLITICO connesso al regolamento, alla sorveglianza e al controllo dei corpi, individuali e
collettivi, esercitati dal potere politico.

Si arriva, quindi, a studiare il corpo come un luogo dove si giocano e mettono in scena i rapporti e tensioni
sociali. Per cui ogni individuo si serve e sa servirsi del proprio corpo trasformandolo in un supporto
comunicabile, esso infatti viene utilizzato per esprimere sensazioni, appartenenza, affermazione, ma anche
sentimenti negativi e conflittuali. La lettura del corpo non può tralasciare le TECNICHE DEL CORPO e
l’INCORPORAZIONE; concetti elaborati da Marcell Mauss. Le tecniche del corpo sono il mondo in cui gli
uomini utilizzano e si servono del proprio corpo. Quindi Mauss considera il corpo come un oggetto
socioculturale, perché egli afferma che ogni comportamento deriva dall’imitazione degli adulti, in quanto
figura di autorità, che si è svolta da bambini, e quindi le tecniche del corpo sarebbero il risultato di
quest’apprendimento legato al contesto culturale e sociale.

È così che Mauss ha delineato il concetto di HABITUS, utilizzato per definire le abitudini apprese e le
tecniche somatiche che rappresentano il modo di utilizzare il, ed essere nel corpo. L’ habitus modella
l’insieme di tutte le azioni quotidiane degli individui e propone dei principi di classificazione di esse:

 divisione delle tecniche tra i sessi;


 variazione delle stesse per età;
 rendimento delle abilità;
 approfondimento della trasmissione della forma e delle tecniche.

Le tecniche del corpo permettevano di leggere l’esperienza individuale del corpo in una logica di pratica
socioculturale.

Anche Schilder diede un grande contributo a questi studi. Egli elaborò la nozione di SCHEMA CORPORALE,
secondo lui, il corpo è una sintesi sensorio-motrice variabile che si costruisce tramite la socializzazione, il
corpo, quindi, incorpora ciò che lo circonda (es: giocatore di tennis: il braccio fa corpo con la racchetta, cioè
viene incorporata diventando organo di percezione). Ma questa sua nozione riduce il corpo ad luogo di
memoria, strumento di comunicazione che viene osservato da lontano ed estrapolato dal contesto.

Tornando alla nozione di habitus, verrà ripresa in anni più recenti da Pierre Bourdie in relazione alla
MEMORIA INCORPORATA, intesa come il risultato dell’interiorizzazione delle condizioni oggettive di
socializzazione. Gli habitus, secondo Bourdie, costituiscono un “sistema di disposizioni, strutture strutturate
predisposte a funzionare come strutture strutturanti”, e significa anche che il personale, l’individuale e il
soggettivo è sociale e per cui è una soggettività socializzata; quindi gli habitus permettono all’individuo di
conoscere attraverso il corpo. Inoltre sono intesi come disposizioni, cioè potenzialità, che operano in modo
latente guidando le scelte dell’individuo. L’habitus diventa il perno di una teoria dell’interiorizzazione del
mondo sociale, in questo processo sono fondamentali la famiglia(socializzazione primaria) e la scuola
(secondaria). L’habitus consiste, in conclusione, nell’incarnazione di principi permanenti che una volta
incorporati diventano naturali, e l’individuo agisce senza pensare a questi principi.

Più avanti, Thomas Csordas (inizio anni ‘90) propone di utilizzare l’EMBODIMENT (incorporazione) come un
approccio metodologico in quale si basa sul fatto che “il corpo non è un oggetto da studiare in relazione
alla cultura ma è da considerarsi come un soggetto di cultura”, e quindi inteso come una soggettività, in
quanto le persone non sono solo corpo ma sono sensibili e agenti ad esso. Il corpo viene inteso come
motore di forme somatiche di attenzione, cioè di mezzi che permettono al soggetto di percepire un
ambiente costituito da altri corpi. Questi corpi non vengono percepiti come oggetti ma come altri “me
stesso”, quindi come soggetti. Comprendere il vissuto dell’attore sociale come essere-nel-mondo, ciò
permette di comprendere il ruolo attivo del corpo. Però, questa concezione del corpo, porta a considerare
l’esperienza di vita come l’espressione di esperienze corporee e il soggetto viene di nuovo naturalizzato
tornando ad essere un oggetto senza storia perché viene tralasciata l’importanza del vivere sociale.
2. FORME INCORPORATE DEL NON-ESSERE. VIOLENZE E POLITICHE SESSUALI IN RWANDA.

Nel ’94 a Rwanda avvenne uno dei genocidi più sanguinosi e violenti, che rientra nelle nuove guerre per
l’identità”. Era periodo di guerra, e la violenza sessuale era considerata come una conseguenza inevitabile
di essa. La violenza sessuale era utilizzata come arma per incutere terrore politico, per sradicare un gruppo,
e per volontà di epurazione etnica; Giovanni De Luca infatti disse che il corpo, solo nella sua fisicità, era uno
strumento per cui soffrire e per far soffrire gli altri. Solo nel ‘98 la violenza sessuale è stata riconosciuta
come atto dell’azione genocidaria e quindi penalmente perseguibile dal Tribunale Penale Internazionale per
il Rwanda, in quanto venivano commessi con lo scopo di distruggere determinati gruppi (gruppo tutsi e
hutu). Quindi, questo tipo di violenza aveva uso politico, e si è diffusa notevolmente, anche perché era
considerata come una regola, e la sua assenza era l’eccezione. Era divenuta una vera e propria politica
sessuale.

L’obiettivo dello stupratore era il corpo della donna che voleva umiliare, violare e dissacrare. L’intento era
quello colpire un gruppo attraverso il massacro di un unico individuo appartenente ad esso, in particolare la
figura femminile, il corpo femminile. L’aggressore non vuole uccidere il suo nemico ma vuole renderlo un
essere sociale inoffensivo, in un certo senso sottomesso. Lasciare in vita le donne torturate aveva lo scopo
di imporre una non-vita e ricostruire un certo ordine. Questi abusi definiscono una nuova forma di guerra.

Come si è arrivati al genocidio… Il territorio della Rwanda era colonizzato dagli europei Twa originari del
posto, dagli Hutu che hanno introdotto il ferro, l’agricoltura e l’allevamento e i Tutsi pastori-guerrieri
nomadi. Avevano un’unica lingua ma erano suddivisi su base socioeconomica. Vennero classificati dai
missionari come tre “razze” gerarchizzate in base al colore della pelle:

 Tutsi, più chiari, quasi europei;


 Hutu, negri;
 Twa, considerati sub-umani, quasi scimmie.

La presenza della Chiesa Cattolica fu determinante fino al ’94. L’obiettivo dei missionari era quello di
conquistare le anime, eliminare la poliginia e stabilizzare la famiglia, educare le madri per assicurare la
conversione delle generazioni future.

I Tutsi erano considerati i Signori, nessuno contestava il loro potere in quanto superiori fisicamente, ricchi
per l’allevamento bovino e in quanto portati a comandare, questo li portava ad essere superiori nei
confronti degli Hutu. Infatti, negli anni ’50 una nuova generazione di sacerdoti diede vita ad una contro
élite hutu come espressione dei contadini, ma con la Rivoluzione sociale (1959) e l’indipendenza (1962)
terminò la monarchia tutsi: il nuovo Presidente della prima Repubblica Hutu aveva lo scopo di eliminare i
Tutsi. La situazione si aggravò con il colpo di Stato e con la presa di potere di Habyarimana (spinto dalla
madre) che istituì politiche razziste contro i Tutsi, soprattutto le donne, fino ad arrivare al genocidio del
1994.

Inoltre, dalla fine degli anni ’70, la Chiesa appoggiò questo regime nella feroce campagna contro le donne
nubili, perché queste era occidentalizzate, si vestivano come le occidentali e frequentavano gli europei.
Erano in parte prostitute, o salariate che approfittano del loro lavoro per conoscere uomini ricchi, queste
erano considerate donne libere e ammirate da tante altre. Erano maggiormente Tutsi; queste vennero
accusate di vagabondaggio e prostituzione e rinchiuse in centri di educazione alla morale. Questi anni
precedenti al genocidio furono difficili per le donne e le violenze sessuale aumentavano sempre di più.
Alcune pratiche tradizionali persistono anche nel post-genocidio.

Polisemia..

STUPRO  dal latino “stuprum” che significa onta/disonore;


In inglese “RAPE”: intrusione forzata nel corpo/sequestro;

In francese se “VIOL”: deriva dal latino, oltraggiare/profanare.

Mentre in Rwanda, vengono utilizzati altri termini:

 GUSAAMBANYA  letteralmente : indurre una persona a commettere adulterio; analogo il termine


GUSAAMBANA che si utilizzava quando una donna aveva avuto una relazione sessuale prima del
matrimonio.
 KUROONGORA  termine non dispregiativo; nel caso dell’uomo significa sposare una giovane
donna o avere rapporti sessuali con essa consenziente o meno, sposata o meno; nel caso della
donna si riferisce al rito che fa di una ragazza una donna.
 KULYAAMANA  andare a letto a distendersi/condividere un letto/avere rapporti sessuali.
 GUFATA KU NGUFU  prendere attraverso la forza, con vigore.

Solo quest’ultimo termine dà l’idea di una possibile unione non consenziente. I primi tre termini sono usati
dalle sopravvissute in modo da “addolcire” un’espressione difficile e una condizione della quali si
vergognano e della quale si sentono in colpa. Mentre i termini usati, entrambe durante il genocidio, da
parte di chi commette lo stupro sono:

 UMUSANZU  impiegato per definire lo stupro come contributo agli sforzi della guerra.
 KUBOHOZA  significa “liberare”, cioè liberare la donna tutsi dalla TUTSITUDINE per entrare nel
progetto nazionalista HUTU, e diventando proprietà del violentatore.

Definizioni..

Susan Brownmiller: “la violenza sessuale consiste in un processo consapevole attraverso cui tutti gli uomini
tengono tutte le donne in uno stato di paura” (1975). Questa definizione è stata molto discussa perché è
ritenuta biologizzante per cui tutti gli uomini manifesterebbero il loro potere sociale per mezzo dello
stupro.

Cathy Winkler : “stupro come assassinio sociale” che realizza una completa depersonalizzazione della
donna e della sua femminilità (1990).

Appadurai: la violenza sessuale costituisce “la forma più violenta di penetrazione, investigazione ed
esplorazione del nemico ”(2005).

Per evidenziare l’incorporazione del genere viene attuato il GUKUNA, una pratica di manipolazione dei
genitali in cui le piccole labbra vengono pian piano allungate, per potersi preparare al matrimonio; se è
stato svolto male o non è stato fatto l’uomo può cacciare la donna e non sposarla. Le secrezioni vaginali
abbondanti sono la conseguenza del gukuna, e sono la garanzia di un buon matrimonio, buona moglie,
buona madre. Il Rwanda è una società patrilineare, legata alla TERRA, il bene per eccellenza, e alla quale si
connettono le simbologie legate alla vita, in primo luogo la FERTILITÀ e la PROSPERITÀ. Come la terra è di
proprietà dell’uomo anche la donna lo è, in quanto legata alla fecondità tanto quanto la terra. I liquidi come
l’acqua, il latte, la birra, sono i simboli del Rwanda: la birra per gli uomini, il latte per entrambe, sono utili
alla socialità per poter intrattenere i rapporti con altri individui. Ma l’armonia sociale è mantenuta
attraverso uno scambio continuo di fluidi, ivi compresi quelli del corpo, l’acqua intesa come secrezioni
vaginali in questo caso, rende fertile la donna (come l’acqua piovana con la terra). Lo scambio di fluidi
corporei, secrezioni femminili e sperma, sono quindi connessi alla terra e devono essere abbastanza per
garantire la fecondità. Attraverso lo stupro quindi l’aggressore mira a impossessarsi del corpo femminile,
simbolo della terra e quindi della nazione stessa. Lo stupro diventa strumento per simboleggiare la potenza
dei vincitori e per umiliare il nemico al quale viene negato il suo ruolo originario di protettore. La donna
incarnazione della terra, della madre e della patria, custode della tradizione e dei valori [..] sporcare la sua
immagine vuol dire distruggere il paese. Nel caso del Rwanda i parenti erano forzati ad assistere e
partecipare allo stupro, questo, nella simbologia dei fluidi rappresenta una risalita dei fluidi, sotto forma di
sperma e sangue, all’interno del circuito familiare (interruzione della circolarità dei fluidi). Quindi la donna
trasformata in un essere asociale può dare alla luce i figli della Mixité ma non riesce ad accettarli per cui
essi vengono a loro volta esclusi dalla comunità della madre e anche da quella dell’aggressore. Tutto ciò va
a colpire ulteriormente gli habitus di intere società che diventeranno sempre più fragili. Marco Deriu ha
provato a dare una definizione di cosa sono le donne agli occhi degli uomini, egli diche che: probabilmente
la loro forza generativa e la capacità di mettere al mondo la vita li fa sentire esclusi e da qui sentono la
necessità di mantenere il controllo. Sono uomini che a suo parare hanno una misera concezione del proprio
corpo e della sessualità visto che lo utilizzano come una macchina da guerra.

Le giornate dedicate alle donne: 14 febbraio, 8 marzo, 28 febbraio, dove si festeggia, non permettono, di
certo, alle donne stuprate di dimenticare la violenza subita.

3. METTILI QUANDO SARAI A ROMA, COSÌ TI RICORDERAI DI ESSERE UNA DI NOI. USI, ABUSI E CONSUMI
DI TESSUTI TRANSNAZIONALI

Il PAGNE, impiegato in molti paesi africani, e derivanti dallo spagnolo pan͂ o (panno) fa riferimento a un
tessuto rettangolare di origine vegetale (rafia o cotone) che assimila le lavorazioni artigianali della tessitura
con il telaio e quelle industriali. Questo nome viene attribuito a due tessuti: Bògolan e wax print. I pagne di
rafia sono tradizionalmente costituiti da un numero di pezze che corrispondevano ai modelli della
cosmologia sociale Atyo fra cui il più comune ne contava 12 cuciti a 3 a 3 in modo da formare 4 bande a
seconda se erano orlate o con le frange (frange solo per i capofamiglia) avevano un diverso significato. Il
manufatto accompagnava gli individui dal matrimonio e lungo tutto il corso della vita sino alla morte
segnando così, la dualità della natura umana e confermando il pagne di rafia come un oggetto di grande
rilievo sociale più che un semplice indumento.

BÒGÒLANFINI Il termine bògòlan evoca una tecnica decorativa di tintura a base di decorazioni di piante
e una terra ricca di ossido di ferro. “Bògò” significa argilla o terra, “lan” traduce lo strumento attraverso il
quale si ottiene il risultato e “fini” è il tessuto. Bògòlanfini significa “fatto con la terra”. Le anziane maliane
non più in grado di lavorare la terra erano le uniche cui spettava la decorazione con l’argilla. I segni che
disegnano rivestono, ancora oggi, una funzione comunicativa simbolica che rappresenta la cosmologia
sociale di un particolare villaggio. La filatura del cotone spettava agli uomini, la terra (bògò) veniva raccolta
dalle giovani donne, mentre i disegni da un artigiano. Una volta che il tessuto è pronto viene fatto seccare
al sole. I sèbèn den, “i bambini della scrittura”, sono i segni prodotti sul bògòlanfini e realizzano una
grammatica sociale che lascia un messaggio tramite un proverbio o una canzone.

Esso viene concepito come un vero e proprio mezzo pedagogico grazie al quale le donne trasmettono i
fondamenti della tradizione sotto forma di codici morali. Questo tipo di stoffe segna tutti i momenti rituali
significativi e di transazione delle donne maliane, come l’escissione cioè la mutilazione; durante il quale il
corpo della donna viene coperto da un pagne bianco come simbolo di una futura purificazione e verrà
sostituito dalla madrina con un altro particolare bògòlan chiamato basiya; ma anche il matrimonio e tutti gli
altri momenti fino alla morte, viene usato anche dopo la menopausa o in caso di morte per il parto.
L’escissione viene svolta dalla moglie del fabbro con un coltello di ferro a significare il maschio. Lo scopo di
questo rito è creare una donna a partire da una ragazza. Come l’uomo, che dopo la circoncisione, viene
considerato più virile e forte, anche la donna è considerata più pulita e pronta per il matrimonio. Questi
sono atti identitari perché fanno capire agli individui che la loro esistenza serve a qualcosa.

WAX PRINT  Gli “african prints” sono i pagnes fabbricati in EU, soprattutto in Olanda, per il mercato
africano. Si tratta del commercio del cosiddetto pagne prodotto industrialmente. È anche detto wax print.
Questo, come il bògòlan, assume significati differenti a seconda del momento storico e dal punto di vista
dal quale lo si analizza. Le origini di questo cotone stampato risalgono alle prime importazioni di BATIK,
ovvero le cotonate indiane, provenienti dall’Asia intorno al 1600. Il commercio tessile europeo giunge nei
porti dell’Africa del Nord già nel 1100 quando i tessuti erano impiegati come merce di baratto o come
moneta. L’attuale wax print è però apparso solo verso la fine del 1800 al culmine dell’esportazione tessile
europea in Africa occidentale.

Le NANA BENZ sono le rivendicatrici dei pagne, esse fanno di questi tessuti un simbolo della femminilità
africana nei centri urbani. Dagli anni ’60 seguendo una struttura semplice ma gerarchizzata i pagnes
passano dai grossisti fino a loro, subendo man mano una serie di trasformazioni simboliche. Sono le prime
donne milionarie del continente africano pur non essendo scolarizzate. Possono essere interpretate come
vettrici di un emancipazione che è passata per il mercato tessile ponendole in un ruolo di primo piano
nell’imprenditoria transnazionale. Il wax print è ormai diventato un oggetto di alto valore sociale
(indispensabile dono di nozze).

È a Parigi che nascono le prime boutique di tessuti africani per far fronte alla domanda delle donne in
migrazione che vedono nell’uso dei pagne wax print un mantenimento identitario di un habitus del corpo
che consentirebbe loro di sentirsi a proprio agio in terra straniera. Questo tipo di transnazionalità permette
un “ritorno a casa”, infatti il wax print ha origine in Olanda, dove è concepito, disegnato e stampato, per poi
essere introdotto in Africa dove circola localmente, per ripartire poi per il Nord Europa dove viene venduto
nelle boutique. Quindi se da un lato continua ad essere l’elemento di una riconferma sociale da parte delle
migranti per riaffermare il loro status tra “noi”, dall’altro viene considerato dagli occidentali un tipico
tessuto africano ritenuto autentico.

4. METISSAGES CORPORALI. IMMAGINI ETNOGRAFICHE SULLA E NELLA PELLE.

Il TATUAGGIO e il PIERCING costituiscono una delle tante modifiche definitive, quindi irreversibili, che
riguardano il corpo e sono un modo attraverso cui gli individui dimostrano a se stessi e agli altri una visione
del mondo. Queste operazioni assumono significati molteplici, possono avere un valore identitario, può
conferire l’appartenenza a una comunità, a un sistema sociale e può definire alleanze ma può anche essere
un accessorio. Le iscrizioni corporali sono messe in atto per motivazioni diverse che variano da società a
società e, in quelle del consumo, da individuo a individuo. Il MOKO elemento di appartenenza culturale ad
un gruppo e simbolo identitario, il tatuaggio facciale maori costituiva una sorta di firma dagli uomini liberi e
nobili, era simbolo dell’unicità e irripetibilità dell’individuo oltre a rappresentare il raggiungimento dell’età
adulta.

Nelle ISOLE SAMOA i tatuatori tramandano ancora il mestiere tradizionale. Il tatuaggio maschile è il pe’a, va
da metà schiena fino alle ginocchia ed era obbligatorio per il matrimonio, definiva l’appartenenza al
villaggio e al gruppo dei giovani incaricati di proteggere il territorio. Oggi a Samoa il tatuaggio rimane un
segno di fedeltà al gruppo dei capi e segno di rispetto dell’autorità.

Nello YAMEN il tatuaggio viene praticato dal gruppo delle donne che lo impiegano in momenti particolari
del ciclo della vita e quindi nei rituali di passaggio. Ne hanno 4 tipi: tre temporanei di cui uno all’henné e
due con inchiostri neri e uno irreversibile effettuato con ago.

Come si evince da questi tatuaggi cosiddetti tradizionali, essi avevano e hanno tutt’ora in alcune società
una valenza simbolica collettiva connesse ai generi e con l’identità sociale degli individui. Oggi però
l’estremo contemporaneo definisce un mondo dove il significato dell’esistenza è una decisione propria
dell’individuo e non più un’evidenza culturale legata agli antenati e alle tradizioni. Per alcuni piercing e
tatuaggi sono “marchi di civilizzazione”, “pratiche di decorazione permanente” o “accessori della presenza”
o “della messa in scena del sé”, infine sono stati anche letti come una “messa a norma o messa in
conformità” in relazione all’adeguamento ai nuovi modelli dettati dalla società del capitalismo.
Il risultato è un métissage, perché nella società del consumismo vengono intrecciate tradizione e nuove
pratiche, quindi vengono utilizzati strumenti più o meno nuovi e si risperimentano le forme tradizionali del
tatuaggio tradizionale, siamo difronte ad una reinvenzione della tradizione.

Origini…

Il piercing ma anche quello che dal 1800 viene chiamato tatuaggio sono di fatto pratiche antiche. Si parla di
“stigma” già in molti testi greco-romani. Il tatuaggio si diffuse in Europa la fine dell’800 attraverso le
esposizioni di persone tatuate nei circhi e nelle fiere. Questo fenomeno è stato reso possibile grazie alla
riscoperta di James Cook nel 1769, che tornato da un viaggio nel Pacifico trascrisse la parola tattow, dal
termine indigeno tatu o tatau, cioè un’onomatopea che richiamava al ticchettio del legno sull’ago. Tattow
entro nel vocabolario inglese e poi arrivò a noi come tatuaggio. Venne esposto anche un principe
polinesiano ricoperto di tatuaggi e da lì iniziò l’epoca dei FREAKSHOW in cui uomini e donne tatuati furono
esibiti o decisero a loro volta di esibirsi dando vita ai SELF-MADE FREAK SHOW. Ciò portò alla diffusione di
un’alterità primitiva che permise il passaggio da un razzismo scientifico al razzismo popolare. In questo
periodo vanno ad inserirsi anche le Circus Ladies, donne interamente ricoperte di tatuaggi che si esibivano
negli USA sul finire del 19° secolo.

Il tatuaggio venne poi definito come una caratteristica tipica di categorie di individui appartenenti al
margine della società o da essa marginalizzati; come marinai e carcerati per cui il tatuaggio rappresentava il
passaggio alla vita da veri “duri” e un segno di virilità. Il tatuaggio era utilizzato anche tra pellegrini, pirati,
prostitute e spogliarelliste. Anche tra i nobili, per i quali rappresentava un segno di distinzione sociale. In
Europa, alla fine del 19° secolo, le teorie positiviste consideravano il tatuaggio come una caratteristica delle
categorie ritenute socialmente pericolose. Secondo Cesare Lombroso, donne e uomini delinquenti hanno
caratteristiche di animali e primitivi per cui l’inserimento nella società moderna è difficile o anche
impossibile. Egli raccolse dati e immagini di tatuaggi dai quali ricavò delle categorie: chi per imitazione, chi
per vendetta, vanità, ozio, erotismo etc. Dallo studio dei tatuaggi ha ricavato una teoria secondo la quale
esistono criminali occasionali e criminali nate.

Tatuaggio e piercing ritrovarono poi posto all’interno della società statunitense alla fine degli anni ’60 con
la nascita dei movimenti di contestazione e hyppie, come simboli della lotto contro la guerra del Vietnam e
della lotto per i diritti civili. All’inizio degli anni ’70 in Inghilterra costituiscono il simbolo della generazione
punk con l’intento di deridere le convenzioni sociali dell’epoca, è un simbolo di provocazione contro le
norme dell’apparenza e dell’appartenenza; in alcuni casi anche una rivendicazione di una soggettività
femminile fino a quel momento repressa. Negli anni ’80 escono dall’ideologia della marginalità entrando
nel mercato globale come un qualsiasi accessorio. Oggi i tatuaggi e i piercing, invece rendere il soggetto
alternativo, diventano segni di omologazione alla massa, cioè ad adattarlo alla società dei consumi.

Il tatuaggio viene a configurarsi come un accessorio che non solo abbellisce il corpo rendendolo più
attraente, ma lo mette in condizione di inviare segnali adatti al contesto in cui si vive, perciò lo conforma ad
esso modellandolo adeguatamente. Essi non modificano l’esistenza ma modificano in parte lo sguardo su di
essa, accrescendo la fiducia in se stessi e la maturità personale. Il corpo tatuato porta ad un’affermazione
personale legata alla libertà di disporre del proprio corpo, ed è un’idea condivisa da molti. Il tatuaggio
renderebbe anche la donna più desiderabile sessualmente ed è quindi un elemento seduttivo legato alla
vista, mentre il piercing in particolare, sulla lingua e sui genitali, coinvolgono la sfera tattile e sensibile.

Coloro che attuano una di queste operazioni si richiamano ad un criterio di distinzione (Bourdieu). E proprio
perché ognuno fa quello che vuole, piercing e tatuaggi propongono individui allo stesso tempo uguali e
diversi: uguali perché queste azioni costituiscono forme democratizzate di estetica; diversi perché ognuno
può decidere in autonomia, soggettivamente, cosa e dove praticare, attribuendo all’operazione un risultato
distintivo. Le mode hanno a che fare con l’apparenza del corpo che incide, a sua volta, sulla sostanza. Come
abbiamo visto possono esse simbolo di rivendicazione dell’autonomia e presa di posizione di un’identità
individuale, o di disagio; quindi, il corpo diventa per il soggetto “il luogo della sua libertà” e del desiderio
individuale. Questi trattamenti non sono solo marchi, ma hanno un senso per chi li possiede che viene
stabiliti attraverso un processo incorporativo: questo avviene a livello del pensiero in termini di scelta, poi a
livello fisiologico con la cicatrizzazione e infine a livello psichico con la conferma della scelta e l’accettazione
definitiva della modifica. Quindi, il corpo sociale definisce il modo in cui viene percepito il corpo fisico. Ma
bisogna considerare anche il corpo politico, per comprendere il processo e l’esperienza del corpo degli
attori sociali. Affermare “il corpo è mio e lo gestisco io” è solo un modo per distaccarsi dal controllo
regolatore della società. perciò, “il corpo sociale non è l’effetto del consenso sociale, ma della materialità
del potere che opera sui corpi degli individui” (Foucault).

5. TESTIMONI ESTETICAMENTE INDISCRETI. DAL GIURAMENTO DI IPPOCRATE AD UNA PRATICA IPOCRITA,


O DELLA CHIRURGIA INTIMA.

Nel 19° secolo la sessuologia scientifica considerava il piacere femminile come sano e legittimo; nel
Rinascimento fini alla metà del 19°veniva anche sottolineata l’importanza della clitoride per il piacere
femminile, ideologia che cambiò dopo la seconda metà del 19° in cui vengono stabilite come patologie
l’onanismo (masturbazione), l’erotomania (ninfomania), il feticismo e il saffismo (lesbismo) derivanti dal
punto di vista medico ancora influenzato dalla teoria degli umori (basata sulle caratteristiche fisiche come
colore della pelle, colore e quantità di peluria). La mia ad essere patologizzata è stata la masturbazione
nel’700 da Simon-André Tissot. Nel 19° si credeva che lo stato di salute di alcune donne dipendesse dagli
organi intimi quindi si riteneva che la masturbazione portasse al deperimento dell’organismo e alla
diminuzione dell’intelligenza. Queste donne “malate” vengono definite idiote. Labbra pendenti e clitoride
gonfia rivelano lo stato libidinoso, la masturbazione e il sadismo ed ecco perché i medici agiscono
chirurgicamente asportando la clitoride, in quanto diventa simbolo di donne pericolose, malefiche. La
chirurgia, cioè la clitoridectomia, nonostante fosse stata definita come invasiva-eccessiva e inefficace,
diventa la cura per le donne isteriche; l’isteria è definita come “malattia delle donne”. Negli anni ’70 queste
modificazioni vengono definite MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI (MGF) che sono state anche definite da
Omayma Kamael come artigianali, al contrario di quella chirurgia nata negli stessi anni la CHIRURGIA
ESTETICA INTIMA DEI GENITALI FEMMINILI (CEIGF) a pagamento, diffusa in paesi a capitalismo avanzato.

Mettendo a confronto MGF e CEIGF abbiamo un “corpo vittima” da un lato e un “corpo liberato” dall’altro.
La MFG è stata criticata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che inciderà, poi, anche sulla CEIGF. L’OMS
vieta ai chirurgi di intervenire in casi di MGF ma non si pronuncia per la chirurgia intima, CEIGF; nonostante
nel nostro Paese siano in crescita mutilazioni quali chirurgia estetica intima o plastica ginecologia. Quindi
l’immagine della donna sottomessa e “calmata” chirurgicamente evidenziata all’inizio viene sostituita da
una donna consapevole e che vuole essere rigenerata chirurgicamente. In questo modo i chirurghi
propongono una “costruzione sociale della vagina” in termini di autorealizzazione della donna. Ci sono
chirurghi che affermano che MGF e CEIGF si assomiglino per tecnica e risultati ma si differenzino per
l’intenzione del chirurgo, in quanto nelle MGF lo scopo è danneggiare le funzionalità sessuali, mentre nella
seconda è il potenziamento di esse. Ma, in realtà, non è come affermano loro in quanto lo scopo delle MGF
è l’effetto sociale (un atto illegittimo in un paese non lo è per forza in un altro), non il danno, il quale ne
rappresenta una conseguenza; anzi si dovrebbe far notare che le buone intenzioni delle CEIGF non
giustificano la richiesta del paziente, e dovremmo chiederci perché non si parla di mutilazioni estetiche dei
genitali femminili in quanto l’unica cosa che differenzia le due pratiche sarebbe l’intenzione e che, quindi,
ablazione e riduzione - siano nel caso delle CEIGF – volontarie al contrario delle MGF. E nel caso che il
risultato non sia quello desiderato i medici non dovrebbero essere incolpati in quanto le intenzioni non
erano negative, questo perché essi differenziano la chirurgia intima in quanto caratterizzata da:
 L’autonomia del paziente  in quanto in grado di intendere e di volere, per cui il chirurgo una volta
esposti i rischi, scarica la responsabilità al paziente, deresponsabilizzando se stesso; cioè “donna
informata, mezza salvata”;
 Le buone intenzioni  cioè l’operazione sarebbe un mezzo per fare del bene, cioè alta qualità
chirurgica = buona salute;
 La non malvagità  cioè lo scopo non è voler fare del male, e quindi portare ad una disfunzione
sessuale, cosa che dovrebbe essere alla base della chirurgia, ma visto che viene ribadito ci si
domanda se l’estetica può cambiare la vita sessuale promuovendo la buona salute, forse dal punto
di vista psicologico o visivo (elemento che dovrebbe allarmare il medico rispetto alla sanità
psicologica del paziente, che dovrebbe portare il medico a sottolineare che l’aspetto estetico di un
organo non incide sulla sessualità);
 La giustizia cioè fare il bene per la società, secondo questi chirurghi un’operazione puramente
estetica non dovrebbe essere a carico economico della società (che in Italia già non avviene al di
fuori di interventi di ricostruzione a causa di incidenti o “orecchie a sventola”) perché essendo a
solo scopo estetico non può danneggiare economicamente gli altri.

E comunque ci troviamo in una società dove l’aspetto fisico, l’apparenza, viene prima di tutto, per cui
l’utilizzo della CEIGF è una moda, se non una mania.

Spendita spendente, io mi amo finalmente.. in Italia tutte le classi sociali ricorrono alla chirurgia estetica e
nonostante la crisi la percentuale non è diminuita ma aumentata. Vengono praticate maggiormente la
mastoplastica additiva (aumento del seno) e la blefaroplastica (ringiovanimento dello sguardo). È da
sottolineare la differenza tra ambito medico-estetico e ambito chirurgico-estetico: nel primo rientrano
piccoli interventi micro-invasivi mentre nel secondo caso rientrano operazione definite macro-invasivi che
vanno dalla mastoplastica alla CEIGF. La chirurgia intima veicola “corpi in immagini”, ha a che vedere con
l’immagine delle zone intime connessa al disagio sul piano sessuale. In questo campo il binomio
normale/sano è stato sostituito da bellezza/benessere in termini di perennizzazione della giovinezza come
sinonimo di salute e piacere sessuale. La CEIGF corrisponde ad una clitoridectomia parziale, in quanto
consiste nel riposizionamento della clitoride. Ma non si riesce ancora a comprendere come la bellezza
possa essere sinonimo di salute e benessere. Sono stati i media a trasformare e diffondere un’immagine
femminile come “soggetti sessuali desideranti” portando le donne ad avere un “dovere di bellezza” le
quali, per questo motivo, si sottopongo ad un processo di beautification, nella convinzione che basti
cambiare il corpo per cambiare la vita di una persona.

Barbie vs Sartije… Negli USA, questo fenomeno di beautification, si sviluppa in maniera consistente dagli
anni ’90 con i periodici femminili e i media. Un esempio il dottor 90210 (David Matlock) che prende come
esempio di femminilità Playboy e Barbie; Playboy ha diffuso l’immagine di zone intime molto accattivanti e
perfette oltre a donne dal fisico attraente, le quali riportano a Barbie, in quanto la impersonificano. Playboy
e Barbie hanno nutrito l’immaginario sessuale maschile che porta gli uomini ad aspirare ad un certo tipo di
figura femminile in quanto entrambe diffondono la figura della donna”perfetta”. Questo modello è opposto
all’immagine proposta di una donna dai genitali esorbitanti, dalle labbra lunghe che è stata invece
storicamente associata a una corporeità primitiva, simbolo di una sessualità smodata, accostabile a quella
delle prostitute e incarnata dalla Venere Ottentotta, Sarah (Sartije) Baartman. Donna africana, con
macroninfia (labbra allungate, gukuna in Rwanda) e steatopigia (accumulo di grasso sui glutei), ciò crea
l’immagine di una donna ottentotta che poi è stata diffusa a tutte le donne africane. Sarah è stata sfruttata
come fenomeno da baraccone nelle classi sociali più alte delle capitali europee principali, soprattutto in
Francia, come oggetto di esposizione come gli animali allo zoo, e poi dopo la morte, mummificata, è stata
esposta alla galleria dell’evoluzione dell’uomo di Parigi fino a pochi anni fa.

Oltre alla chirurgia estetica si fa ricorso anche ai farmaci, quali Viagra maschile. Inoltre la menopausa sta
man mano divenendo una patologia cioè una “malattia dell’invecchiamento” causa di esclusione dalla sfera
sessuale che può essere riattivata con atti medici. Infatti ci sono cliniche e associazioni che offrono la
possibilità di rallentare l’invecchiamento, perché arrestarlo è impossibile, cercando di rimanere in salute. La
chirurgia rappresenta un sostituto della terapia ormonale che ha proposto per anni la somministrazione di
estrogeni come l’elisir dell’eterna giovinezza. Questi provvedimenti, però, riducono i “problemi”
dell’individuo ad una dimensione biologica invece che una possibile natura psicologica o sociale. Quindi si
ricorre ai ripari dei problemi fisici, osservabili invece che dei problemi psichici, quando sono innumerevoli i
casi in cui la malattia non risiede nel corpo ma nella percezione che di esso ne fa l’individuo. In questo
modo, come i tatuaggi ed i piercing, i genitali diventano abiti da indossare con o senza accessori. E viste le
notevoli trasmissioni televisive nate allo scopo di far conoscere questo tipo di operazioni chirurgiche e far
vedere la depressione del preoperatorio e la soddisfazione postoperatoria, ci fa capire anche qualcosa sulla
comunicazione in una società dei consumi; queste contribuiscono a costruire difetti o addirittura
malformazioni del corpo femminile allo scopo di creare il bisogno dell’individuo di voler cambiare ciò che di
esso “non va più bene”.

6. TEMPI E CORPI INCERTI. APPUNTI PER UN’ANTROPOLOGIA DELL’INVECCHIAMENTO NELLA


MIGRAZIONE.

In quanto l’immagine della donna è doppiamente valorizzata come oggetto di fecondità e oggetto sessuale,
la menopausa viene vista come la perdita di questi due elementi. Il termine MENOPAUSA deriva dal greco e
significa “cessazione del ciclo”. Con la menopausa lo stato delle donne cambia radicalmente; le loro
preoccupazioni dipendono dalla sensazione di perdita dell’essenza della loro identità e delle caratteristiche
femminili. Indagini antropologiche hanno posto l’attenzione su come in numerose società la donna, con la
menopausa, cominci a godere di una certa libertà di azione, di parola, oltre che a raggiungere talvolta un
reale potere economico.

 Camerun  la menopausa determina la fine della fecondità ma anche la fine della vita coniugale.
A livello sociale avviene un’inversione dei ruoli, la donna si libera dalla sottomissione e quindi
dall’obbligo delle relazioni sessuali in una società segnata dalla dominazione. Diventano un eguale
dell’uomo;
 Nigeria  le donne devono necessariamente abbandonare, anche se controvoglia, il tetto
coniugale par andare a vivere da sole;
 Sudan centrale  invece di andar via permangono nella famiglia, diventano uguali agli uomini e si
occupano di solidarietà economica e dell’educazione delle più giovani;
 Papua Nuova Guinea  acquisiscono la status di adulto, controllano il lavoro delle più giovani e le
sostengono nei momenti critici ;
 Italia  ricordiamo il ruolo della suocera, godeva di uno status elevato sia nel controllo della vita
domestica sia nella sorveglianza sulle nuore.
 Bobo del Burkina Faso  le donne “anziane” accedono a ruoli sociali, economici e rituali rilevanti
soprattutto i ruoli di ostetrica e pediatra;
 Marocco  in seguito alla migrazione maschile alle donne menopausa e vedove spettava la cura
della terra, compito prettamente maschile.

Storicamente, anche nel nostro universo culturale, le donne ad un certo punto della loro vita si potevano
comportare come gli uomini, si diceva che diventavano “maschie”, ma c’era e c’è un’assenza di ritualità in
relazione alla menopausa. Nel caso delle MGF il ruolo delle donne di una certa età è rilevante nella
“costruzione del genere”, ovvero nei contesti rituali legati alle modificazioni dei corpi: sono infatti le madri
e le nonne spesso a impugnare gli strumenti per le operazioni sui genitali di figlie e nipoti. Quindi le donne
una volta entrate in menopausa acquisiscono influenza familiare e sociale.
Per quanto riguarda le migrazioni è stata osservata una progressiva femminilizzazione, cioè sono sempre
più le donne ad emigrare ed è un fenomeno in espansione. Le migranti sperimentano una “triplice
assenza”: quella da casa, quella vissuta nel paese di accoglienza e quella in rapporto al binomio
serva/padrona. Svolgono per lo più il ruolo di badante; Il termine badante nasce nel contesto servile
contadino dell’Emilia Romagna del 1900 dove la “badanta” era colei che serviva in casa altrui, mal o per
nulla pagata, senza diritti sino agli anni ’70. È un termine che richiama la rassegnazione domestica servile ed
è sempre declinato al femminile. Nonostante sia usato spesso in senso dispregiativo, esse possiedono un
privilegio nascosto nel momento in cui le si affidano persone care che accompagnano fino alla morte. Il
livello di istruzione di queste migranti è molto alto e svolgono impieghi non qualificati nel 47% dei casi.

Sono definite “domestiche della globalizzazione” che hanno, da un lato il ruolo di nutrici e dall’altro sono
migranti transnazionali che lasciano la loro casa e la loro vita per svolgere un ruolo produttivo e
riproduttivo per la famiglia. Per comprendere la migrazione bisogna considerare il paese di accoglienza ma
anche il paese di partenza.

Si possono distinguere quattro fasi nell’immigrazione femminile in Italia:

 Anni ’70  arrivano le donne dette “pioniere della migrazione”, anche grazie alle reti missionarie
religiose (Filippine, Capo verde, Eritrea). Vengono inserite nell’ambito della cura della persona dato
che le italiane entrano nel lavoro salariato;
 Anni ’80  fase dei ricongiungimenti familiari. Legge dell’86 “permesso di far entrare il coniuge nel
paese” crea una catena di richiamo (donne amiche che si facilitano tra di loro);
 Anni ’90  fase della visibilità e dei nuovi flussi la Caduta del muro di Berlino crea nuovi flussi
dall’ex blocco sovietico;
 Anni 2000  anno di aumento della migrazione femminile.

Ci sono diversi motivi che causano le migrazioni femminile, due di questi sono:

 Migrazione per ricongiungimento, grazie alle leggi che consentono di viaggiare le donne si
ricongiungono con i mariti già da tempo emigrati;
 Oppure migrano per scelta, non solo per motivi economici o per ricongiungimento ma anche per
allontanarsi da matrimoni violenti, per non mantenere i membri anziani della famiglia o per voglia
di emancipazione.

Le migranti arrivano soprattutto da paesi, quali: Romania, Ucraina, Eritrea, Brasile, Moldavia, Peru, Etiopia,
Polonia, Albania, Cina e Filippine.

L’invecchiamento della popolazione italiana è uno dei principali motori economici della migrazione
femminile. Mentre è difficile scoprire come viene vissuta la vecchiaia dalle migranti del nostro paese perché
non ci sono ne dati ne ricerche, ma possiamo dire che queste donne invecchiano nel nostro paese. Molte
donne a fronte di questo argomento non hanno voluto essere intervistate, altre sono arrivate nel nostro
paese a 50 anni inoltrati, altre hanno ammesso che dopo la menopausa il loro marito le considerava più
attraenti per la maggiore rotondità. Non tutte queste donne hanno avvertito i classici “sintomi” della
menopausa al contrario delle donne italiane (ricerca di Gianfranca Ranisio nel napoletano), o comunque se
li hanno notati non sono stati da loro ricondotti all’età critica della menopausa. Nelle interviste con donne
africane, è emerso il problema per cui nei matrimoni poligamici, una volta raggiunta la menopausa, la
donna da una parte si libera del dominio maschile ma dall’altra viene emarginata su un piano simbolico in
favore delle altre mogli più giovani. Per alcune donne è inutile recarsi da un medico per un cambiamento
naturale della vita, molto probabilmente questo rifiuto deriva dal fatto che nel loro paese sono argomenti
trattati prettamente con donne per cui con delle dottoresse, mentre nel nostro paese può capitare una
figura maschile. Però le donne migranti sono molto meno coinvolte dalla chirurgia estetica di cui si parlava
in precedenza.
La situazione delle persone anziane si deteriora sempre più con l’andare avanti della modernizzazione; la
vecchiaia rappresenta la nascita di problemi economici dovuti al fatto che si diventa improduttivi. Simone
De Beauvoir dimostra che la condizione della vecchiaia non è solo un fattore biologico, ma anche un fatto
culturale, essa modifica il rapporto dell’individuo con il tempo e quindi con il mondo. L’ultima età
dell’individuo anziano dipende in gran parte dalla sua maturità, nel caso in cui l’individuo sia maturo egli
mantiene le alterazioni della senescenza.

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