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Capitolo 8

La struttura della materia

8.1 Origine della chimica moderna. Sostanze ed


elementi
Nei secoli XVI-XVII la conoscenza scientifica è ancora limitata
ad un livello di considerazione puramente fisico: meccanica, elastici-
tà, idrostatica. La struttura della materia poteva essere soltanto oggetto
di speculazioni o ipotesi, come quelle offerte dall’alchimia. La maggior
parte delle scuole filosofiche dell’antichità e del medioevo ammetteva
la teoria dei quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco), che risaliva a
Empedocle d’Agrigento. Quelli che oggi conosciamo come elementi
chimici erano per la maggior parte sconosciuti. Nel medioevo soltan-
to erano noti sette metalli (oro, argento, ferro, rame, stagno, piombo,
mercurio) e due elementi non metallici (carbonio e zolfo). L’alchimia
rinascimentale scopre lo zinco, l’arsenico e l’antimonio. Altri elementi
furono Soltanto lungo il settecento la ricerca sulla composizione intima
della materia comincerà a dare qualche risultato, dando origine così alla
chimica moderna.

Robert Boyle e i primi concetti della chimica L’ideario della chi-


mica moderna fu in qualche modo anticipato da Robert Boyle (1627–
1691). Nel 1661 pubblica Il chimico scettico, opera che segna la fine del-
l’alchimia tradizionale. Chiarisce la distinzione fra composti e miscele,
e propone una spiegazione dei fenomeni chimici in termini corpusco-
laristi. A poco a poco verranno studiate le caratteristiche delle diverse
sostanze naturali, e i loro processi di composizione, scomposizione e
reazione. Vengono così chiarite una serie di nozioni elementari:

– Sostanza chimica: ogni corpo materiale dotato di caratteristiche


ben definiti, non separabile fisicamente in sostanze diverse (se lo
sono vengono chiamati miscele); possono però scomporsi in altre
sostanze

81
82 La struttura della materia

– Elemento chimico: le sostanze chimiche basilari, che non possono


scomporsi in sostanze più elementari

La teoria della combustione di Lavoisier Dovrà tuttavia trascorre


più di un secolo finché la chimica trovi una strada percorribile. Antoine
Lavoisier (1743–1794) segna l’origine della chimica moderna, grazie,
anzitutto alla nuova teoria della combustione.
Fino al 1780 non si conosceva l’esistenza dell’ossigeno (non si ave-
va nemmeno il concetto di “gas”, ma soltanto quello di aria o di vapore:
la parola gas è stata inventata ex novo). La teoria della combustione al-
lora accettata era la teoria del flogisto: si riteneva che nella combustione
i corpi emettevano un “principio”, il flogisto. Attorno al 1774–75, alcuni
chimici hanno cominciato a produrre ossigeno indipendentemente sen-
za saperlo; da una parte il chimico inglese J. Priestley ha prodotto un gas
che ha identificato come ossido di azoto (1774); poi ha cominciato a ca-
pire che non aveva a che fare con l’azoto, poi ha cominciato a chiamarlo
aria deflogistizzata (1775); in Francia Lavoisier ha prodotto ossigeno e
inizialmente credeva che fosse aria (1775), un aria particolarmente pu-
ra; soltanto più tardi , dopo 1777 ha riconosciuto che si trattava di un
nuovo tipo di elemento. Inizialmente gli ha dato il nome di “ossigeno”,
perché riteneva che fosse un principio di acidità. Soltanto più tardi si
è reso conto che aveva formulato una nuova teoria della combustione:
essa consiste nella combinazione con l’ossigeno.

La teoria atomica de Dalton Ma dobbiamo ancora occuparci della


teoria atomica, formulata attorno al 1800 da John Dalton (1770–1831).
L’ipotesi atomica appare come spiegazione delle leggi sperimentali che
lo studio delle reazioni chimiche mostravano.
Legge di conservazione della massa: In una reazione chimica la
massa totale rimane costante. Cioè la massa totale dei reagenti sarà
uguale alla massa totale dei prodotti di reazione. Formulata da Antoine
Lavoisier nel 1789.
Legge delle proporzioni definite: La proporzione tra le masse degli
elementi che formano una sostanza chimica è sempre costante. Formu-
lata da Joseph Louis Proust nel 1799

A+B→C
2A + 2B → 2C
Legge delle proporzioni molteplici: Se due elementi possono for-
mare più di un composto, le masse del secondo elemento che reagisco-
no con una quantità definita del primo si trovano in relazione date da
numeri interi piccoli. Ad esempio

A+B→C
8.2. La scoperta della struttura dell’atomo 83

2A + B → D
Questa legge fu dedotta dallo stesso Dalton. Gli sembrò allora chia-
ro che la causa doveva trovarsi nel fatto che tali reazioni si danno tra
unità individuali di ogni tipo di sostanza, appunto gli atomi.
La prima tabella di elementi pubblicata da Dalton conteneva sei ele-
menti: idrogeno, ossigeno, azoto, carbonio, zolfo e fosforo. In base al-
le proporzioni trovate nelle combinazioni chimiche Dalton stabilisce il
“peso atomico” per ogni elemento, prendendo come unità l’idrogeno
(peso atomico = 1)
La teoria atomica di Dalton può essere sintetizzata in 5 punti:

1. Gli elementi sono costituiti da piccole particole chiamate atomi

2. Gli atomi di un dato elemento sono identici

3. Gli atomi di un dato elemento sono diverso da quelli di ogni altro


elemento; si distinguono dai loro pesi relativi

4. Gli atomi di un elemento possono combinarsi con quelli si al-


tri elementi per formare composti, sempre con lo stesso numero
relativo di atomi

5. Gli atomi non possono essere creati, distrutti ne divisi. La reazio-


ne chimica modifica soltanto il modo in cui gli atomi si raggrup-
pano.

Si trattava di una teoria ancora molto imperfetta. Fu poi perfezionata


da Amedeo Avogadro, Conte di Quaregna (1776–1856), studiando con
più attenzione la reazione tra i volumi di gas e arrivando a chiarire le
nozioni di atomo e molecola. Ad esempio tra ossigeno e idrogeno: 1
litro di ossigeno reagisce con 2 litri di idrogeno per formare 2 litri di
vapore d’acqua; ciò significa che l’ossigeno si divide in due: la molecola
d’ossigeno è formata da due atomi.
Il secolo XIX vede la scoperta dei nuovi e numerosi elementi chi-
mici. Dimitij Mendeleev si rese conto che era possibile ordinare gli ele-
menti secondo il loro numero atomico, ottenendo una tabella in cui gli
elementi di ogni gruppo (colonne) avevano delle proprietà simili. Ini-
zialmente molte delle posizioni erano vuote. Si poteva però pensare che
un elemento di proprietà simili a quelli del suo gruppo doveva esistere.
Infatti, lungo il XIX e XX secolo tutte le posizioni furono riempite con
la scoperta di nuovi elementi (cfr. fig. 8.1).

8.2 La scoperta della struttura dell’atomo


Ma fino alla fine del secolo si riteneva generalmente che l’atomo non
avesse a sua volta una propria struttura. Cioè, che non fosse possibile
dividere l’atomo. Tra gli ultimi anni del s. XIX e i primi del s. XX si
scopre invece la struttura dell’atomo.
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TAVOLA PERIODICA DEGLI ELEMENTI


I VIII
1 2

1 H II III IV V VI VII He
Idrogeno Elio

3 4 5 6 7 8 9 10

2 Li Be B C N O F Ne
Litio Berillio Boro Carbonio Azoto Ossigeno Fluoro Neon

11 12 13 14 15 16 17 18

3 Na Mg Al Si P S Cl Ar
Sodio Magnesio Aluminio Silicio Fosforo Zolfo Cloro Argon

19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36

4 K Ca Sc Ti V Cr Mn Fe Co Ni Cu Zn Ga Ge As Se Br Kr
Potassio Calcio Scandio Titanio Vanadio Cromo Manganese Ferro Cobalto Nichel Rame Zinco Gallio Germanio Arsenico Selenio Bromo Kripton

37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54

5 Rb Sr Y Zr Nb Mo Tc Ru Rh Pd Ag Cd In Sn Sb Te I Xe
Rubidio Stronzio Itrio Zirconio Niobio Molibdeno Tecnecio Rutenio Rodio Paladio Argento Cadmio Indio Stagno Antimonio Tellurio Iodio Xeno

55 56 57 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86

6 Cs Ba La * Hf Ta W Re Os Ir Pt Au Hg Tl Pb Bi Po At Rn
Cesio Bario Lantanio Afnio Tantalio Tungsteno Renio Osmio Iridio Platino Oro Mercurio Tallio Piombo Bismuto Polonio Astato Radon

87 88 89 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118

7 Fr Ra Ac ** Rf Db Sg Bh Hs Mt Ds Rg Cn Uut Fl Uup Lv Uus Uuo

Figura 8.1: Tavola periodica degli elementi


Francio Radio Attinio Rutherfordio Dubnio Seaborgio Bohrio Hassio Meitnerio Darmstadio Roentgenio Copernicio Ununtrio Flerovio Ununpentio Livermorio Ununseptio Ununoctio

58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71
LANTANIDI
* Ce Pr Nd Pm Sm Eu Gd Tb Dy Ho Er Tm Yb Lu
Cerio Praseodimio Neodimio Promezio Samario Europio Gadolinio Terbio Disprosio Olmio Erbio Tulio Itarbio Lutezio

90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103


ATTINIDI
** Th Pa U Np Pu Am Cm Bk Cf Es Fm Md No Lr
Torio Protoattinio Uranio Nettunio Plutionio Americio Curio Berkelio Californio Einstenio Fermio Mendelevio Nobelio Laurenzio
La struttura della materia
8.2. La scoperta della struttura dell’atomo 85

L’esistenza di particelle subatomiche La scoperta dell’elettrone, che


abbiamo già considerato, segna l’inizio della strada verso la conoscenza
della struttura della materia, ma mancava ancora tanto. Thomson pensò
che si trattava di un tipo di particelle (infatti, li chiamò “corpuscoli”,
mentre il nome “elettrone” fu dato più tardi. E la sua ipotesi che questi
corpuscoli formavano gli atomi.

«. . . abbiamo nei raggi catodici materia in un nuovo sta-


to, uno stato in cui la suddivisione della materia si spinge
molto oltre lo stato gassoso ordinario: uno stato in cui tutta
la materia — cioè la materia derivata da diverse fonti co-
me idrogeno, ossigeno, ecc. — diventa di un unico e stesso
tipo; e questa materia è la sostanza di cui sono costruiti
tutti gli elementi chimici». (J.J. Thomson “Cathode Rays”,
Philosophical Magazine 44 1897; in Weinberg 66)

Evidentemente, non era facile di accettare. E infatti furono molti a


non crederci, tra cui Ernst Mach e William Ostwald. In realtà Thomson
mai affermò di aver “dimostrato” la loro esistenza. Ma la sua ipotesi fu
presto accettata in modo generale

Il modello atomico di Thomson In che modo gli elettroni erano pre-


senti nell’atomo? La prima idea intuitiva di Thomson fu abbastanza
semplice. Immaginò l’atomo come formato da un certo numero di que-
sti “corpuscoli”. Questi però avevano carica negativa, mentre l’atomo è
neutro. Per questa ragione Verso 1903 Thomson immagina gli elettroni
all’interno di una specie di “nuvola” o materia con carica positiva. Que-
sto modello è stato allora chiamato “plum pudding model” (budino di
ciliege). Il modello era poco “elaborato”, ma non si avevano altri dati
sul resto dell’atomo. Comunque, nella stessa epoca fu proposto anche
un “modello saturniano” da Hantaro Nagaoka (1865–1950), secondo il
quale gli elettroni sarebbero un po’ come gli anelli di saturno, disposti
attorno ad un centro di carica positiva.

Figura 8.2: Atomo di Thomson

Sembrava logico ipotizzare anche l’esistenza di altre particelle con


carica positiva (o di altro tipo)? La cosa non era chiara. Dopo l’ipotesi
atomica di Dalton, William Prout (1785–1850) aveva suggerito che tutti
86 La struttura della materia

gli atomi fossero in realtà costituiti da un solo tipo di atomo, quello più
piccolo (idrogeno), in diverso numero. L’idea era ingegnosa, ma c’era-
no alcune difficoltà. Il peso atomico di alcuni elementi non era sempre
un numero intero (ricordare che si definisce peso atomico in relazione
all’atomo di idrogeno). Per esempio il Cloro aveva come peso atomico
35.45, e quindi l’idea del atomo “elementare” di idrogeno non andava.

Scoperta degli isotopi Questa difficoltà fu superata con la scoperta


degli isotopi: non tutti gli atomi di un elemento hanno lo stesso peso
atomico: possono esistere atomi di uno stesso elemento con due o tre
diversi pesi (per esempio 12 C e 14 C, oppure 32 S, 33 S e 34 S. Un esempio
particolarmente noto a tutti è l’uranio, composto di due isotopi princi-
pali: 235 U e 238 U. Si vide allora che gli elementi con peso atomico non
intero erano formati da una particolare proporzione di due o più isotopi.
Il Cloro, di peso atomico 35.45 è in realtà formato da un 75.5% di 35 Cl
e un 22.5% di 37 Cl.

8.2.1 Scoperta del nucleo atomico


Tuttavia non si aveva ancora nessun dato sperimentale su quali po-
tevano essere le altre particelle, finché tra 1909 e 1911 Ernst Rutherford
(1871–1937) scoprì il nucleo atomico. Rutherford aveva lavorato con
Thomson nel Cavendish Laboratory di Cambridge, tra 1895 e 1898; fu
poi a McGill University (Toronto) e nel 1906 fu nominato professore
alla Victoria University di Manchester. Li cercò di scoprire la struttura
dell’atomo bombardando sottili lamine metalliche con fasci di particel-
le radioattive. Nel 1917 tornò ancora a Cambridge, come Direttore del
Cavendish Laboratory.

La radioattività La radioattività era stata scoperta da Antoine Henri


Becquerel (1852–1906) nel 1896 nel uranio: esso emetteva spontanea-
mente dei “raggi” in grado di impressionare delle lastre fotografiche.
Nel 1898 Marie Sklodowska Curie scoprì che il radio era molto più at-
tivo. Rutherford, da parte sua, provò mentre era nel Cavendish Labora-
tory che esitevano almeno due tipi di radioattività, con delle caratteristi-
che diverse. Le chiamo “radioattività alfa” e “radioattività beta” (oppure
raggi α e raggi β). Inoltre, già prima, nel 1895, Roetgen aveva scoperto
i raggi X (essi non sono costituiti da particelle subatomica, ma di radia-
zione elettromagnetica di alta frequenza. Radiazioni elettromagnetiche
di ancora maggior energia, oggi chiamata raggi γ, possono essere pro-
dotte da tramutazioni nucleari (per esempio nelle stelle; allora vengono
dette “raggi cosmici”).
Rutherford provò che i raggi β erano in realtà elettroni, anche se
con un energia e velocità di molto superiore a quelle dei raggi catodici.
Poi, essendo ormai a McGill University, provo che i raggi α erano in
realtà degli atomi di elio ionizzati (e quindi formati da due protoni e
8.2. La scoperta della struttura dell’atomo 87

due neutroni, anche se al momento queste particelle non erano ancora


note).

L’esperimento di Rutherford Arriviamo all’esperimento di Ruther-


ford (Il realtà non fu condotto direttamente da Rutherford, ma da due
suoi collaboratori: Hans Geiger e Ernest Marsden, nel 1909, sotto la
direzione di Rutherford. Consiste nel bombardare una sottile lamina di
oro con un fascio di raggi α procedenti da una fonte di radium. Poiché
la carica è positiva, si aspettava che molte particelle α subissero una
deviazione, passando vicino agli elettroni. Questo infatti accade così.
La maggior parte delle particelle attraversavano la lamina di oro senza
subire nessuna deviazione, e quelle che venivano deviate sembravano
procedere d’accordo con la teoria prevista: in alcuni casi la particella
α, pesante e con carica positiva, veniva attratta dagli elettroni e subiva
una moderata deviazione. Fin qui, in realtà, sembrava in fondo logico:
significa che la “densità” di elettroni è piccola.

Figura 8.3: Esperimento di Rutherford: la maggior parte delle particelle


α attraversano gli atomi senza interagire con gli atomi; alcune vengono
deviate dalla corteccia elettronica; un numero molto ridotto urtano con
i nuclei e tornano indietro.

Ma in un certo momento Geiger suggerì di esaminare se c’erano an-


che deviazioni maggiori. Si aspettavano forse qualche deviazione un po’
superiore, dovuta all’azione concatenata da diverse deviazioni. Ma la
sorpresa fu che c’erano alcune deviazioni veramente grandi, fino al pun-
to che la particella α tornava indietro. Era sorprendente perché le par-
ticelle α sono pessanti (quasi 8000 volte l’elettrone) e avevano grande
energia.

«It was quite the most incredible event that has ever
happened to me in my life. It was almost as incredible as
if you fired a 15-inch shell at a piece of tissue paper and it
88 La struttura della materia

came back and hit you» (Rutherford, quoted in Weinberg,


p. 122)

Nel 1911 Rutherford fu capace di formulare a partire da questo espe-


rimento un nuovo modello atomico: un nucleo piccolo, molto pesante e
denso, con carica positiva, e una nuvola di elettroni “girando attorno”,
in una regione di bassissima densità: è il modello “planetario” con il
quale si rappresenta abitualmente l’atomo.

Figura 8.4: Atomo di Rutherford

Scoperta del neutrone Nel 1918 Rutherford bombardò azoto con rag-
gi α, e vide che nuclei di idrogeno venivano emessi. Concluse che proce-
devano dal nucleo, che quindi sarebbe formato da “nuclei di idrogeno”,
cioè di quello che poi si chiamò protoni.
In realtà mancava ancora la scoperta del neutrone. Fino a quel mo-
mento si riteneva che il nucleo fosse formato soltanto da questi “atomi
di idrogeno” (protoni). In conseguenza era necessario immaginare un
numero di elettroni molto superiore a quello reale. Più avanti, studiando
le “disintegrazioni” atomiche si scopri l’esistenza di una radiazione con
una massa simile al protone, ma senza carica elettrica: il neutrone. La
scoperta fu realizzata da James Chadwick (1891–1974), nel 1932, sem-
pre nel Cavendish Laboratory, che allora era diretto dall’onnipresente
Rutherford.

8.3 La meccanica quantistica e le sue


interpretazioni
8.3.1 Origine della meccanica quantistica
Fino all’inizio del ventesimo secolo, le ricerche sulla struttura del-
la materia presupponevano una concezione della materia e dell’ener-
gia procedente dalla meccanica newtoniana e dal meccanicismo. Essa
si fondava su di una fondamentale dualità tra materia ed energia. Si ri-
teneva che la materia fosse costituita da corpuscoli (atomi o particelle),
localizzate e impenetrabili, e in qualche modo inerti e immutabili (al-
meno se si trattava delle particelle fondamentali). La loro caratteristica
8.3. La meccanica quantistica e le sue interpretazioni 89

fisica principale era la massa. D’altra parte, l’energia, oltre ad essere una
proprietà della materia, sembrava avere un’esistenza propria nelle on-
de elettromagnetiche o nella radiazione. La sua principale caratteristica
sembrava essere la continuità e la diffusione nell’intero spazio.
Verso la fine del XIX secolo alcuni fenomeni cominciarono a met-
tere in dubbio la validità di tale immagine. In particolare, la legge di
distribuzione della radiazione del “corpo nero” (un oggetto che assor-
be tutta la radiazione elettromagnetica incidente e quindi né riflette né
trasmette alcuna energia, apparendo quindi nero) risultava contraria alle
previsioni della teoria elettromagnetica di Maxwell.
Nel 1900 Max Planck (1858–1947) diede una soluzione al problema
usando una nuova ipotesi: che l’energia venisse emessa non in modo
continuo, ma in “pacchetti di energia”, a cui diede il nome di “quanti”.
Anche se questa ipotesi non aveva nessun aggancio nelle teorie allora
ammesse sul comportamento della materia e dell’energia, a partire da
essa Planck riuscì a risolvere il problema del corpo nero.
Pochi anni più tardi, nel 1905, Albert Einstein (1879–1955) ampliò
l’ipotesi quantistica, affermando che l’energia luminosa non soltanto
veniva emessa in modo discreto, ma che essa veniva anche trasmes-
sa in forma di quanti (i fotoni). In questo modo egli riuscì a dare una
spiegazione dell’effetto fotoelettrico, scoperto tre anni prima da Philipp
Lenard.

8.3.2 Il modello di Bohr: l’atomo quantistico


La nuova ipotesi quantistica permise di perfezionare il modello ato-
mico di Rutherford. Esso presentava una difficoltà: gli elettroni, orbi-
tando attorno al nucleo dovevano emettere radiazione (sono cariche in
movimento) e quindi perdere energia. In conseguenza ogni atomo risulta
instabile.
Niels Bohr (1885–1962) applico i principi della meccanica quanti-
stica all’atomo. Si parla allora del “modello di Bohr” o di “Rutherford-
Bohr” (in realtà è soltanto una modifica dell’atomo di Rutherford). Gli
elettroni non potrebbero trovarsi in qualsiasi orbita, ma soltanto in livel-
li energetici predeterminati. D’altra parte l’elettrone emette radiazione
soltanto quando passa da un livello energetico a un altro. Questo implica
un atomo quantizzato, con “orbitali” quantizzati.
Lo sviluppo posteriore della meccanica quantistica portò a ricono-
scere che così come l’energia luminosa si dava in forma quantizzata,
l’elettrone e le altre particelle presentavano a sua volta un aspetto ondu-
latorio. Nel 1924 Louis Victor De Broglie (1892-1987) formulò l’ipote-
si che anche le particelle dovessero avere comportamento ondulatorio.
Niels Bohr formulo allora il cosiddetto “principio di complementarietà”,
secondo il quale nella descrizione della natura dei processi microfisici
entrano in gioco aspetti complementari ma mutuamente esclusivi, come
l’aspetto ondulatorio e corpuscolare.
90 La struttura della materia

Figura 8.5: Atomo di Bohr

Mancava tuttavia una teoria matematica in grado di spiegare i di-


versi fenomeni. Tra il 1925 e il 1926, Werner Heisenberg (1901–1976)
e Erwin Schrödinger (1887–1961) svilupparono due formulazioni dif-
ferenti della meccanica quantistica: rispettivamente la meccanica delle
matrici e la meccanica ondulatoria. Entrambe risultavano equivalenti, e
la teoria ricevette il nome di meccanica quantistica. Altri fisici e mate-
matici, contribuirono al completamento della teoria, in particolare Paul
Adrien Maurice Dirac (1902–1984), Max Born (1882–1970), Wolfgang
Pauli (1900–1958), e John von Neumann (1903–1957), che propose la
formalizzazione assiomatica della teoria.
Una caratteristica fondamentale della meccanica quantistica è il fat-
to di consentire soltanto una descrizione probabilistica dei fenomeni mi-
crofisici. Il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che la
misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quan-
tità di moto oppure energia e tempo, non può essere compiuta senza
un’incertezza ineliminabile.

8.4 Il modello standard delle particelle


elementari
Nel 1932 erano state scoperte le tre particelle che compongono l’a-
tomo: protone, neutrone ed elettrone. Ma gli strumenti cominciarono
presto a rivelare l’esistenza di altre particelle: i neutrini, il positrone, i
mesoni, ecc.
A partire dagli anni 50 lo sviluppo di nuovi mezzi tecnici in partico-
lare degli acceleratori di particelle, consentono ottenere delle reazione a
sempre maggior energia, ottenendo numerose particelle come risultato
della disintegrazione nucleare.
Come risultato furono ipotizzate due forze nucleari: la forza nu-
cleare debole, che si manifesta in alcuni fenomeni di decadimento del-
le particelle, e la forza nucleare forte, che doveva essere responsabile
della coesione del nucleo atomico. Queste forze si univano alle altre
8.4. Il modello standard delle particelle elementari 91

due forze fondamentali della natura: la forza elettromagnetica e la forza


gravitazionale.
A partire dagli anni 60 si ottengono diverse teorie in grado di com-
prendere e unificare i fenomeni dipendenti dalle interazioni elettroma-
gnetiche, deboli e forti, arrivando così a formulare un Modello standard
delle particelle elementari. La Elettrodinamica quantistica (QED) riu-
scì tra gli anni 60 e 70 a costruire una teoria coerente che unificava le
interazioni elettromagnetiche e le interazioni deboli. Le interazioni forti
furono dalla Chromodinamica quantistica (QCD). Secondo questo mo-
dello, la realtà fisica è costituita da tre tipi di particelle fondamentali: i
leptoni, i quarks e i bosoni di interazione.

Leptoni Il nome viene dal greco λεπτος, “leggero”, poiché la prima


particella nota di questo gruppo, l’elettrone, è quasi 1850 volte più leg-
gero dal protone o dal neutrone. In seguito sono state scoperte altre due
particelle con le stesse caratteristiche, anche se più pesanti: il muone
(dalla lettera greca μ) e il tauone (dalla lettera greca τ). Queste tre par-
ticelle sono accompagnate da altre tre particelle denominate neutrini
(c’è un neutrino elettronico, un neutrino muonico e un neutrino tauoni-
co). I neutrini sono particelle estremamente leggere (per lungo tempo
si è dubitato che possedessero una massa diversa da zero), neutre, e
quindi quasi senza interazioni percettibili con le altre particelle. Tutta-
via sembrano essere importanti anche per quanto riguarda la massa e la
dinamica generale dell’universo.

Quarks Introdotte dal punto di vista teoretico nel 1963 da Murray


Gell-Man e George Zweig, oggi vengono considerate come le particelle
che compongono protoni, neutroni, e gli altri adroni (particelle “pesan-
ti”, ora non più considerate come propriamente elementari). I quarks
hanno carica elettrica frazionaria ( 31 , 23 ), spin semi intero, e non posso-
no esistere isolatamente: questa caratteristica viene descritta attraverso
una proprietà chiamata “colore”: i quarks possono essere rossi, verdi o
blu (r, g, b), ma ogni particella libera deve avere colore neutro (si tratta
ovviamente di una metafora, derivata dal fatto che la combinazione di
tre fasci di luce r, g, b produce luce bianca).

Bosoni di gauge Sono chiamati anche bosoni vettori intermedi: sono


particelle mediatori delle interazioni fondamentali della natura. Il fotone
(γ) è il mediatore delle interazioni elettromagnetiche (per questo può
essere considerato come la “particella di luce”; i bosoni W ± , Z 0 sono
i mediatori delle interazioni nucleari deboli, e i gluoni sono i mediatori
delle interazioni nucleari forti, che avvengono tra i quarks e all’interno
del nucleo. Nelle teorie di gravità quantistica viene ipotizzato un bosone
di interazione anche per la gravitazione: il gravitone.
A queste particelle si deve aggiungere il Bosone di Higgs, proposto
per completare il modello standard. Per spiegare la massa, Peter Higgs e
92 La struttura della materia

altri ipotizzarono l’esistenza di un campo che permea l’intero universo,


e conferisce alle particelle la loro massa. Questo campo, detto campo
di Higgs, ha, come le interazioni, una particella associata, appunto il
Bosone scalare di Higgs. Esso possiede anche una massa, molto elevata,
il che rendeva difficile osservarlo. Nell’estate 2012 una particella con
caratteristiche compatibili con il bosone di Higgs è stata osservata nel
CERN1 . Nel marzo 2013, dovpo numerosi sperimenti, l’esistenza del
Bosone di Higgs e‘stata data per confermata. Peter Higgs e François
Englert hanno ricevuto per questa ragion il Premio Nobel del dicembre
2013.

Figura 8.6: Modello standard delle particelle elementari

Il modello standard è ancora lontano di costituire una spiegazione


completa della struttura e delle interazioni della materia. Anche se oggi
è bene confermato, e risulta particolarmente utile in altri campi della
fisica, come ad esempio nella cosmologia (studio delle origini dell’uni-
verso), non è stata raggiunta ancora una piena unificazione delle inte-
razioni elettro-deboli con le interazioni forti. Diverse teorie sono state
proposte per ottenere quello che viene generalmente chiamato una Teo-
ria della grande unificazione (GUT), ma nessuna di esse ha per ora rag-
giunto questo scopo. D’altra parte, il modello standard non è in grado
di spiegare l’interazione gravitazionale. Negli ultimi 30 anni sono state

1
CERN è l’acronimo usato per indicare sia l’Organizzazione Europea per la Ricer-
ca Nucleare, sia il laboratorio in cui l’organizzazione svolge la propria ricerca. I esso
hanno lavorato ricercatori di più di 100 paesi. Il CERN possiede i principali acceleratori
di particelle attualmente esistenti, in particolare il Large Hadron Collider di 27 Km di
circonferenza, installato in una galleria 100 m sotto terra nel confine tra Francia e Sviz-
zera. L’acronimo “CERN”proviene del suo nome precedente: Conseil Européen pour
la Recherche Nucléaire.
8.4. Il modello standard delle particelle elementari 93

proposte altre teorie a questo scopo, in particolare le cosiddette teorie


di stringhe e teorie di super-simmetrie. Tuttavia, queste teorie restano
ancora oggi delle costruzioni molto ipotetiche.