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Charles

Bukowski
IL SOLE
BACIA I
BELLI
Interviste,
incontri,
insulti

Feltrinelli
A cura di David Stephen
Calonne

Traduzione di Simona Viciani

© Giangiacomo Feltrinelli
Editore Milano

ISBN edizione cartacea:


9788807491627
Dedicato a Charles e a
Linda Bukowski
Il testo rispetta fedelmente
l’impianto dell’originale, incluse le
difformità volute tra un’intervista e
l’altra. Gli interventi del curatore o
degli autori delle interviste sono tra
parentesi tonde, quelli funzionali
alla traduzione italiana sono tra
parentesi quadre. [N.d.T.]
Prefazione

Charles Bukowski (1920-


1994) era un oratore
meraviglioso: coinvolgente,
provocatore, saggio e con un
forte senso dello humour.
Sfornava ottime battute in modo
spontaneo, una dopo l’altra, con
un senso del ritmo perfetto.
Bukowski forse ha affinato un
po’ di queste sue abilità da
narratore durante quei periodi
“felici” trascorsi in gioventù a
divertire i clienti nel bar molto
vivace di Philadelphia che poi
avrebbe immortalato in Barfly.
A suo agio davanti a un
pubblico, giocava con brio nella
sua parte di campo l’incontro di
tennis. Bukowski era maestro
della forma del ritmo e del
dialogo: domanda e risposta,
pausa e movimento. La sorpresa
nascosta tra una battuta e
l’altra, dichiarazioni e
controdichiarazioni disseminate
nel discorso erano il suo punto
di forza. Le sue poesie, i suoi
racconti e i suoi romanzi più
belli sono il risultato di un
orecchio assoluto, ottenuto da
un senso infallibile per la
musicalità e il contrappunto
delle frasi.
Questi incontri e interviste
documentano la lunga scalata di
Charles Bukowski verso il
riconoscimento mondiale, che
comincia nel 1963 quando
risponde alle domande del
“Literary Times” di Chicago nel
suo monolocale di Hollywood,
fino all’agosto del 1993,
intervistato da un giornalista
tedesco, di fianco alla sua
piscina a San Pedro solo sette
mesi prima della sua morte
all’età di settantatré anni.
Questi trent’anni abbracciano
un periodo rivoluzionario non
solo per la trasformazione di
Bukowski, ma anche per i
mutamenti della vita culturale e
politica degli Stati Uniti. La crisi
missilistica cubana, la pillola
contraccettiva, la guerra in
Vietnam, il movimento dei diritti
civili, l’assassinio di John F.
Kennedy, di Martin Luther King
e di Robert Kennedy,
l’atterraggio sulla luna,
Woodstock, l’era psichedelica,
l’LSD, la marijuana, la
rivoluzione sessuale, la rivolta
studentesca, il femminismo,
Haight-Ashbury-San Francisco,
gli hippy della California del
Sud, Ronald Reagan, il
movimento omosessuale, il punk
rock, l’AIDS, la febbre dei
mercati e della borsa, Twin
Peaks, il sushi, i computer. Tutti
questi risvolti e mutamenti nella
coscienza americana sono
evidenti nel percorso dello
stesso Bukowski. Mentre lo
ascoltiamo rispondere
diligentemente domanda dopo
domanda – un testimone e
cronista dei conformisti anni
cinquanta, degli apocalittici-
dionisiaci anni sessanta e
settanta e degli yuppisti anni
ottanta – osserviamo anche il
suo viaggio dall’anonimato alla
fama in Francia, Germania e
alla fine anche negli Stati Uniti
sulla scia del successo di Barfly.
Al termine della carriera
annoverava tra i suoi
ammiratori Gary Snyder, Jim
Harrison, Camille Paglia, Henry
Miller e Jean-Paul Sartre.
La vita di Bukowski è stata un
lungo atto di autoimmolazione,
una vita vissuta come un
esperimento di combustione e
dal fuoco uscivano la scrittura e
la creazione. Adesso gli episodi
della sua vita sono stati
assemblati in una narrativa
mitica classica: l’artista
martoriato che creava dalla sua
sofferenza e dal suo genio cose
di profonda bellezza. Nato ad
Andernach in Germania nel
1920 si è trasferito a Los
Angeles all’età di due anni. La
sua infanzia è stata devastata
dalle costanti botte del padre e
durante l’adolescenza da un
grave caso di acne vulgaris che
ha richiesto dolorosi trattamenti
in ospedale. Queste eruzioni sul
volto e sul corpo erano forse le
stigmate del brutale dramma
familiare. Anche il grande
scrittore greco Nikos
Kazantzakis ha sofferto di una
crisi spirituale sfociata come
malattia psicosomatica della
pelle. Da questo periodo
angoscioso è nato il suo
magnifico lavoro di meditazione
filosofica The Saviors of God
(“Salvatori di Dio”). 1 I
successivi frequenti riferimenti
di Bukowski al buddhismo
lasciano intendere che lui
conosceva molto bene la Prima
Nobile Verità: tutta la vita è
sofferenza. Alice Miller ne Il
dramma del bambino dotato e
la ricerca del vero sé ha
documentato i modi attraverso i
quali la sensibilità di un
bambino talentuoso viene
brutalizzata e forzata a essere
seppellita da genitori violenti. 2
Presto ha provato l’alcol,
l’elisir che lo portava verso la
libertà, in un posto accogliente
lontano dal mare in tempesta,
dal freddo dell’emarginazione,
del dolore e della mancanza di
amore.
L’apice sanguinolento della
lunga baldoria alcolica lo
raggiunse all’età di trentacinque
anni, con lo stomaco lacerato
nella corsia dei poveri al Los
Angeles County General
Hospital. Ma sempre fedele al
mito, dopo essere quasi morto è
resuscitato e ha vissuto per
bere un’altra birra fredda.
Bukowski amava i gatti – sono
i soggetti di alcune tra le sue
migliori poesie dell’ultima
produzione – e pare che anche
lui avesse le proverbiali nove
vite. Il torrente di poesia adesso
sembrava in piena. Come
sottolinea al “Knight Magazine”
nel 1969: “Ero quasi morto
comunque e per me era come
mandare un messaggio…
eccomi, rivedo la luce”. 3
A partire dal 1970, dopo aver
lasciato il suo lavoro alle poste –
sembrava che di lì a poco
volessero licenziarlo comunque
– l’FBI aveva aperto un fascicolo
su di lui che documentava le sue
opere “oscene” per le
pubblicazioni underground e
per un “prolungato
assenteismo” – Bukowski
diventò “scrittore
professionista”. Forte dei cento
dollari al mese versatigli dal suo
editore, John Martin della Black
Sparrow Press, ha scritto Post
Office (1971), a cui ha fatto
seguito un decennio di creatività
sorprendente: Mockingbird
Wish Me Luck (1972)
[parzialmente pubblicato in
Poesie 1955-1973, Mondadori,
Milano 2010], A sud di nessun
nord (1973), Burning in Water,
Drowning in Flame (1974) [So
benissimo quanto ho peccato,
Guanda, Milano 2011],
Factotum (1975), L’amore è un
cane che viene dall’inferno
(1977), Donne (1978), Play the
Piano Drunk Like a Percussion
Instrument Until the Fingers
Begin to Bleed a Bit (1979),
Shakespeare non l’ha mai fatto
(1979), Dangling in the
Tournefortia (1981). Negli anni
ottanta le poesie, i romanzi e i
racconti di Bukowski godevano
già di un immenso successo in
Europa, specialmente in
Germania, e l’autore ha fatto
dei tour promozionali in
Germania, e in Francia come
raccontato in Shakespeare non
l’ha mai fatto. Ha sposato Linda
Lee Beighle nel 1985 e ha
scelto come dimora del resto
della sua esistenza San Pedro,
una bella casa con giardino, con
una BMW nera e una scorta
importante di Concannon Petite
Sirah e di Bernkastel Riesling.
Il personaggio pubblico
Bukowski era quello del
bevitore, del provocatore, del
satiro, del clown, del
ragazzaccio che sconcertava i
mortiferi solidi borghesi con
l’oltraggio, perpetuando la
tradizione di Dylan Thomas e di
John Berryman. Bottiglia,
mascalzonate, lussuria: siamo
testimoni di un moderno
Dionisio/Diogene ritratto da
Don Strachan, oltre che nel
resoconto di Ric Reynolds del
suo reading di poesia con Allen
Ginsberg, Gary Snyder e
Lawrence Ferlinghetti a Santa
Cruz. Forse il suo atto di
disobbedienza più celebrato è
quello che si è svolto a Parigi ad
Apostrophes, l’elegante salotto
letterario presieduto da
Bernard Pivot, un francese a
modo e civile, la cui descrizione
fatta da Bukowski appare in
Shakespeare non l’ha mai fatto.
A Parigi era appropriato che lui
apparisse come l’enfant
terrible, il cui giusto ruolo
dopotutto è quello di épater les
bourgeois. Sebbene Bukowski
dica alla “Southern California
Literary Scene” che Rimbaud e
Baudelaire non lo facevano
impazzire, lui ha seguito il loro
folle esempio durante il
soggiorno parigino.
Ma come in ogni caricatura,
anche questa è un’esagerazione
che oscura l’artista letterario
inventivo e profondo che è stato
Bukowski fin dagli esordi. Era
autenticamente originale e ha
operato una rivoluzione nel
campo della poesia americana
in silenzio, persistentemente,
con metodo, con una poesia, o
con un racconto, o con un
saggio per volta in innumerevoli
riviste minori dai budget minimi
e dai titoli tosti: “Approach”,
“Caterpillar”, “Cerberus”,
“Blitz”, “Entrails”, “Sciamachy”,
“Hearse”, “Dust”, “Odyssey”,
“Quicksilver”, “Nomad”, “Sun”,
“Coffin”, “Olé”, “Schist”,
“Hanging Loose”, “Experiment”,
“Amphora”, “Canto”, “Gallows”,
“Flame”, “Targets”,
“Avalanche”, “The Naked Ear”,
“Semina”, “Matrix”,
“Harlequin”, “Quixote”, “Kauri”,
“Spectroscope”, “Wormwood
Review”, “Klactoveedsedsteen”,
“Abraxas”, “Painted Bride
Quarterly”, “Epos”, “Anagogic &
Paideumic Review”, “Trace”,
“Coastlines”, “El Corno
Emplumado”, “Abyss”. È
apparso in quasi tutte le
maggiori pubblicazioni
underground americane.
Bukowski possedeva una dote
letteraria naturale, non
accademica, ma ha anche
lavorato duramente al mestiere
di scrivere e alla sua arte
“mordace”, continuando ad
accludere ai lavori una busta
dopo l’altra preaffrancata già
indirizzata a se stesso in una
continua lotta contro ciò che è
preconfezionato, pre-
programmato e falso. Le
ideologie, gli slogan e le
banalità erano il nemico e
rifiutava di appartenere a
qualsiasi gruppo – Beat,
Confessionale, Black Mountain,
Democratico, Repubblicano,
Capitalista, Comunista, Hippy o
Punk.
Bukowski ha descritto le sue
intense sofferenze interiori,
psicologiche e spirituali nel suo
stile inimitabile. Era un
“confessionalista”, ma ha preso
una strada diversa da quella di
Sylvia Plath, di John Berryman,
di Robert Lowell e di Theodore
Roethke. Ha portato la poesia
fuori dalle università e dentro le
strade dove c’erano poche
allitterazioni classiche, poche
sestine e pochi avi famosi del
New England, ma invece molti
ubriaconi, puttane di Los
Angeles, ippodromi, bar,
manicomi, camere in affitto e
donne che tentavano di
investirlo con la macchina sul
marciapiede. Il suo linguaggio
era contrappuntato dal puro,
crudo stile colloquiale
americano dei divertenti giochi
tipografici di e.e. cummings, che
utilizzava come sollievo al vuoto
esistenziale che spesso
albergava in lui. Voleva
rimanere terreno come
Hemingway, Dostoevskij,
Hamsun e Lawrence. Come una
volta ha dichiarato: “Preferisco
leggere di un barbone
americano vivo piuttosto che di
un dio greco morto”. 4 E
sebbene sia apparso in
pubblicazioni underground
come “Evergreen Review” e
“The Outsider” insieme ad Allen
Ginsberg, Jack Kerouac, William
Burroughs, Lawrence
Ferlinghetti e Gregory Corso,
sebbene abbia abbracciato
molti degli stessi temi dei beat –
le sue geremiadi insolenti
contro l’establishment,
l’ossessione e la pazzia e lo
slancio verso fasi estatiche… ha
rifiutato il loro modo di
associarsi, preferendo invece il
ruolo distaccato di indipendente
solitario.
Con l’indipendenza è arrivata
la visionaria chiara fierezza
nelle limpide interpretazioni di
Bukowski. Ci pone proprio
dentro l’esperienza, un vero
scrittore fenomenologico che
rivela le cose con purezza non
intaccata. Guardava la vita in
modo diretto, mettendola
all’angolo per vedere cosa
c’era, come faceva Henry David
Thoreau. Poi la fotografava.
Non c’era bisogno di addizionali
commenti per il lettore perché
aveva provato l’esperienza
insieme al poeta. La sua
semplicità e il suo minimalismo
ricordano il famoso detto di
Thoreau: “Semplificate,
semplificate”, e i suoi brillanti
disegni tratteggiati alla maniera
di Thurber sono scarni come la
sua scrittura: un uomo, la sua
bottiglia, un cane, un uccello, il
sole. Bukowski ritualizza la sua
esistenza, spogliando il suo io
fino alle nude ossa.
Sebbene Bukowski affermi di
non essere un “guru”, la sua
visione è essenzialmente
religiosa e la sua ricerca è per il
sacro. Dice a Sean Penn che è
necessario rimanere incolti, per
“non fare assolutamente niente”
per parecchi giorni ed è difficile
non vedere in questa libertà di
spirito la saggezza del Tao Te
Ching di Lao Tzu. Forse
avrebbe preferito, come Walt
Whitman, cambiare e vivere con
gli animali per ritrovare la
propria integrità, per vivere in
modo completamente naturale.
Per Bukowski noi siamo bestie e
animali, e perciò, come dice
Annable nell’opera Il pavone
bianco di D.H. Lawrence,
dovremmo essere animali buoni.
Lui è molto vicino a Lawrence in
questo: la vita dovrebbe essere
vissuta in modo “sanguigno” e
“l’intelletto è soltanto un freno e
un ostacolo che ci soffoca”,
come ha scritto Lawrence in
una famosa lettera. 5 La
predominanza di immagini
animali nei suoi titoli (il libro di
Bukowski Flower, Fist and
Bestial Wail ricorda quello di
Lawrence Birds, Beasts and
Flowers [raccolta di poesie
apparsa nel 1923, Uccelli,
Bestie e Fiori]) – prede che
fuggono, tarantole impazzite,
cani freddi, cani dall’inferno,
cavalli selvaggi, tordi
beffeggiatori – tutti
suggeriscono un continuo tra
l’umano e l’animale. E Robinson
Jeffers, uno dei preferiti di
Bukowski, ha anch’egli meditato
sull’uomo e sul falco, sul cigno
selvatico e sullo stallone roano.
Questi incontri, riportati da
giornalisti americani, inglesi,
italiani, tedeschi e francesi, ci
danno un quadro pressoché
completo di Charles Bukowski,
probabilmente molto di più di
quello che penseremmo di poter
scoprire su uno scrittore.
Spaziano dalla “Barkeley Barb”
e dalla rivista punk “Twisted
Image”, fino alle pagine
maestose del “The New York
Times Book Review”. Tra i temi
principali bukowskiani ci sono la
musica classica, la solitudine, il
bere, gli autori che ammira, la
giovinezza tormentata, i rituali
della scrittura, l’ispirazione, la
pazzia, le donne, il sesso,
l’amore, le corse dei cavalli. Si
legge la sua vita in modo
diretto. Si può leggere
un’intervista a Vladimir
Nabokov e trovarsi di fronte a
un consumato artista-mago che
non rivela mai nulla. Impariamo
di scacchi, di caccia alle farfalle
tra le Alpi svizzere, di rarefatte
delizie estetiche, immaginarie,
intellettuali, di giochi
combinatori. Invece nel mondo
di Bukowski non godiamo di
dolce cioccolata, di mucche
felici, di miele alpino, di banche
sicure, di treni sempre in
orario. Lui celebra la verità
terribile, cruda, nuda, bella: i
fiori del male. E ci vuole
mostrare quella verità senza
fronzoli, senza voli di fantasia.
Bukowski confida che gli
piacciono di più gli idraulici che
gli scrittori. Svolgono la
mansione essenziale di far
defluire la merda, ma al
contrario degli scrittori non
smerdano niente e nessuno.
Sottolinea che gli scrittori che
apprezza di più sanno come
“costruire il verso” –
espressione significativa dato
che implica un tipo primordiale
di costruzione, o una specie di
fondamento del dipinto. Come
dice a Robert Wennersten: “Il
verso duro, pulito che dice già
tutto. E deve avere sangue;
humour; deve avere quella cosa
indecifrabile che sai che è lì dal
momento che cominci a
leggere”.
In questi incontri si toglie la
maschera che spesso gli artisti
si mettono. Alla fine
dell’intervista di “Rolling Stone”
il suo struggimento sensibile e
doloroso è di colpo messo a
nudo: il poeta alla macchina da
scrivere che guarda la gente
dalla finestra. Eppure colpisce
molto quanta verve e gioia
mostri Bukowski. Il
raggiungimento di quest’estasi è
aiutato dal tempo che l’autore
passa da solo, e in molti aspetti
ricorda uno dei più grandi
pianisti canadesi, Glenn Gould,
che condivideva con Bukowski
la totale dedizione alla
creazione artistica insieme alla
fervida immaginazione,
all’impulso alla commedia e
all’amore per la solitudine.
Ci dice che i suoi veri
compagni sono scrittori: Carson
McCullers, Friedrich Nietzsche,
Arthur Schopenhauer, Antonin
Artaud, J.D. Salinger, Sherwood
Anderson, Franz Kafka, John
Fante, D.H. Lawrence, Louis-
Ferdinand Céline, Knut Hamsun,
Fëdor Dostoevskij, Henry
Miller, William Saroyan, Ernest
Hemingway, Ivan Turgenev,
James Thurber, Maksim Gor’kij,
John Dos Passos, e.e. cummings,
Robinson Jeffers, Stephen
Spender, W.H. Auden, Giovanni
Boccaccio, Conrad Aiken, Ezra
Pound, Li Po, Catullo, che
riempiono le sue conversazioni.
E i grandi compositori hanno
avuto pari importanza – Bach,
Beethoven, Handel, Mahler,
Mozart, Shostakovich, Sibelius,
Stravinskij e Wagner. La loro
musica sublime veniva diffusa
dalla radio mentre scriveva.
Si ride di cuore negli incontri
qui riportati. E Bukowski
sembra incapace di parlare per
due o tre minuti di fila senza
infilarci un po’ di humour. È un
vero divertimento godere delle
sue brillanti associazioni, della
sua capacità di spaziare da un
argomento all’altro e di ridere a
crepapelle per le inaspettate
connessioni che frappone.
Racconta a Sean Penn della sua
avventurosa lettura di Viaggio
al termine della notte mentre
faceva fuori un’intera scatola di
salatini Ritz. E dei commenti sul
pugilato: “Il mio gatto, Beeker, è
un combattente. A volte le
becca, ma vince sempre lui. Gli
ho insegnato tutto io, sai… tira
di sinistro, centralo con il
destro”. I suoi titoli ci danno
uno spaccato del microcosmo
bukowskiano che fonde in un
unicum di orrore e di humour,
grossolano e raffinato, di
cultura “bassa” contro cultura
“alta”, l’inimitabile firma della
casa: cupo esistenzialismo con
un tocco di humour: le dita
sanguinanti / suonano il
pianoforte; inferno / amore;
fiore / pugno; camere in affitto /
madrigali. Unisce apparenti
opposti con stile spontaneo.
Aristotele ci dice, nella
Poetica, che l’abilità nell’uso
della metafora – trovare una
connessione tra cose che
normalmente non associamo tra
loro – è ciò che fa di un poeta un
genio. 6 Nella conversazione con
Marc Chénetier, Bukowski
sottolinea: “Posso starmene qui
seduto a pensare alle rose, al
cristianesimo e a Platone e a
tutto il resto. E non mi
servirebbe a niente. Se invece
salto in macchina e vado
all’ippodromo e mi carico e
torno a casa, riesco a scrivere.
È uno stimolo”. Le rose e il
cristianesimo e Platone – è un
pensiero rivelatore e totalmente
spontaneo. Se si riflette, queste
tre cose hanno molto in comune:
sono tutte belle; belle, ma non
vere. Bukowski citava spesso
Nietzsche a proposito dei poeti
visti come impostori e forse
avrebbe sostenuto anche
l’apotegma di Nietzsche: “Noi
abbiamo l’arte per non morire a
causa della verità”.
Ci sono anche momenti
illuminanti, quando per esempio
traspare il Bukowski Moralista.
Scopriamo che lui è veramente
figlio degli anni trenta, della
Depressione: un letterato
prolifico, inflessibile, gran
lavoratore, che considerava
molti giovani degli anni sessanta
viziati, pigri, indulgenti con se
stessi e deboli. Per uno della
“classe operaia”, i problemi dei
ragazzi borghesi mollaccioni
con genitori ricchi non
sembravano essere problemi
reali. Come Henry Miller, che
pensava che gli gnostici radicali
spiritualmente anarchici del
mondo antico facessero
apparire gli hippy come “carta
igienica”, Bukowski vuole pace
e amore ma vuole anche piglio
duro. 7 A dispetto di tutte le sue
proteste sul non essere
interessato politicamente, era
invece un critico sociale
irriverente, magnificamente
dotato di un’acida lingua
caustica, che si lanciava contro
la falsità imperante, la trivialità
e l’assurdità della vita
americana.
Bukowski ha molte voci, e in
questi scambi verbali si nota
quanto fosse naturalmente
teatrale: attore, mimo,
imitatore conscio che la cosa
implicava cattiveria e humour
sfornati nella stessa battuta.
L’intervista diventa espressione
della vera assurdità contro la
quale combatte un’aspra lotta di
humour, lussuria, energia e
pazzia. In Shakespeare non l’ha
mai fatto ribalta la “forma”
dell’intervista mentre esplode in
un’orgia di “risposte”: “No. Sì.
No. No. Mi piace Thomas
Carlyle, la Madama Butterfly e
la spremuta d’arancia con
dentro le bucce. Mi piacciono le
radioline rosse, gli autolavaggi, i
pacchetti di sigarette schiacciati
e Carson McCullers. No. NO !
No. Sì, naturalmente”.
Domande e risposte, risposte e
domande, domande e risposte: il
“nada” di Hemingway.
E come quando nella
chiacchierata con Barbet
Schroeder finisce con un riff su
quanto sia insopportabile
l’esistenza ordinaria: “Il ritmo
della lumaca: dalle otto alle
cinque, Johnny Carson, Buon
Compleanno, Natale, Ultimo
dell’Anno. Tra le cose che mi
fanno stare male queste sono le
peggiori”, e poi di colpo
esplode: “Adesso me ne sto qui
senza fare niente e bevo vino e
parlo di me perché voi mi fate le
domande, non perché io abbia le
risposte, ok?”. Charles Ives ha
scritto una composizione
ossessionante dal titolo The
Unanswered Question nella
quale l’assolo di tromba
interpreta un tema dubbioso
sulla calma degli archi,
indifferenti, inno di sottofondo di
un universo silenzioso.
Bukowski desidera la verità, e
la verità non esce da domande e
da risposte. La verità esce dal
paio di opposti, il buio e la luce.
Esce dal sangue, esce se si
costruisce correttamente un
verso, livellandolo come fa un
bravo carpentiere: la verità è
un verso schietto dannatamente
semplice.
In effetti lui non è un
“nichilista”. Piuttosto si batte
per un certo distacco di tipo
zen. Nelle scene di lotta con le
donne, per esempio, in quei
terribili botta e risposta
emozionali memorabili, spesso
rimane in silenzio, zitto. Non
perché non voglia parlare, ma
perché non c’è nulla da dire e le
parole non sono abbastanza.
Bukowski non è che uno
gnostico: l’ultimo outsider, solo,
gettato in un errore cosmico di
un mondo, un alieno. Into this
world we are thrown, cantava
Jim Morrison, e anche Bukowski
si sentiva gettato in un’America
senz’anima. Il macchinario è
caricato, ma ciò che nutre il
cuore può arrivare dalla
solitudine, dall’amore sensuale,
dalla poesia, dal vino, dalla
musica, dalle risate, dal cuore
stesso. Henry Miller ha scritto
della saggezza del cuore e
anche Bukowski ricerca strade
nel cuore tetro della
conoscenza inconscia, gli dei
oscuri di D.H. Lawrence. È un
animale underground che cerca
di liberare l’anima strangolata
dalla nostra società americana
tecnologica, “cristiana”,
dominata dal tempo,
indaffarata. Alcuni lettori
possono rimanere sorpresi nello
scoprire che il vecchio
sporcaccione era in effetti un
cuore tenero, troppo timido per
fare l’amore durante il giorno.
Dice a “Grapevine”: “Sono
molto puritano”.
Sotto molti aspetti, il
fallimento del letterato
americano nel comprendere
Bukowski deriva proprio dalla
non volontà di approfondire le
sue radici oscure, da
un’ignoranza del suo vero
lignaggio. Bukowski proviene
direttamente dalla tradizione
tedesca romantico-
espressionista del folto gruppo
dei poeti folli e dei dämonisch:
Hölderlin, Kleist, Nietzsche,
Trakl, Kafka, Hesse, Rilke: tutti
si muovevano al limite della
sanità mentale, soffrivano notti
oscure dell’anima.
Curiosamente, i registi
cinematografici tedeschi Rainer
Werner Fassbinder e Werner
Herzog hanno avuto il loro
primo impatto negli Stati Uniti
negli anni settanta, circa nello
stesso periodo in cui Bukowski
cominciava a fare breccia. Gli
artisti tedeschi hanno studiato
l’individuo torturato, isolato,
alienato, incapace di
connettere. Hanno
rappresentato stati di
disperazione emotiva estrema e
surreale, violenza, incontri
sessuali brutali (catturati
superbamente da Robert Crumb
nelle sue illustrazioni di
Bukowski). Non desta stupore
che uno dei film preferiti di
Bukowski fosse Eraserhead: il
film riflessivo di David Lynch è
un capolavoro espressionista.
Bukowski è un vigoroso
“esistenzialista”, come Samuel
Beckett, ma ha anche radici
nella tradizione tedesca
violenta, straziante, brutale
dell’emozione rappresentata
direttamente. È più che logico
che gli europei l’abbiano subito
compreso.
Bukowski esplorava i luoghi
oscuri, folli, perché facevano
parte del suo pellegrinaggio
periglioso verso il
trascendentale. È guerra
continua, lotta che porta a
un’autentica individualità, ma ci
sono momenti di pace, momenti
di equilibrio. Ciò che emerge da
questi incontri è un autentico
originale americano, su nella
sua stanza con Sibelius alla
radio, che si versa il primo
bicchiere di vino e che attende
l’urgenza, la gloria, attende il
verso. In una poesia dell’ultima
produzione intitolata Solo tu8
Bukowski ha scritto:

nessuno può salvarti se


non
tu stesso
e vale la pena di salvarti.
è una guerra non facile
da vincere
ma se c’è qualcosa che
vale la pena vincere
è questa.
pensaci
pensa al fatto di salvare il
tuo io.

il tuo io spirituale.
il tuo io viscerale.
il tuo io magico che canta
e
il tuo io bellissimo.
salvalo.
non unirti ai morti-di-
spirito.

mantieni il tuo io
con umorismo e
benevolenza
e alla fine
se necessario scommetti
sulla tua vita mentre
combatti,
fottitene dei pronostici,
fottitene
del prezzo.
solo tu puoi salvare il tuo
io.

In queste pagine c’è molto


dell’io magico che canta, dell’io
bellissimo di Bukowski a cui
abbeverarsi a piene mani.

Quando ho cominciato questo


progetto quattro anni fa, non
immaginavo che Bukowski
avesse fatto così tante
interviste. Alla fine ho scoperto
l’esistenza di più di sessanta
interviste/incontri/ articoli, e se
ne possono reperire molti altri.
Per ragioni di spazio, alla fine
ho dovuto fare delle scelte e si è
reso necessario che escludessi
diversi articoli. La selezione che
segue è stata pubblicata
cronologicamente seguendo la
data in cui è avvenuto l’incontro
invece della pubblicazione
effettiva. Errori grammaticali e
ortografici sono stati corretti.
L’intervista di Silvia Bizio per
“High Times” include quattro
stralci della sua versione
precedente del 1981 per il “Los
Angeles Times” della stessa
conversazione che io ho inserito
nel testo.
Molte persone mi hanno
aiutato per la riuscita di questo
libro. Sono riconoscente a
Sanford Dorbin, A Bibliography
of Charles Bukowski (Black
Sparrow Press, 1969), Al Fogel,
Charles Bukowski: A
Comprehensive Price Guide
and Checklist: 1944-1999 (The
Sole Proprietor Press, 2000),
Hugh Fox, Charles Bukowski: A
Critical and Bibliographical
Study (Abyss Publications,
1969), e Aaron Krumhansl, A
Descriptive Bibliography of the
Primary Publications of Charles
Bukowski (Black Sparrow
Press, 1999) – tutti compagni di
lavoro costanti ed essenziali.
Desidero inoltre ringraziare
John Ahouse, University of
Southern California, Doheny
Memorial Library, Biblioteca
specialistica e Collezioni di
archivio speciali; Ed Fields,
University of California Santa
Barbara, al Dipartimento di
Collezioni speciali, alla
Davidson Library, Roger Myers,
University of Arizona Library,
Collezioni speciali; Eric Stanton
e Brian Steimel, Eastern
Michigan University, Bruce T.
Halle Library, George
Washington University, Gelman
Library; University of Michigan,
Ann Arbor, Hatcher Graduate
Library. Jamie Boran e Al Fogel
hanno dedicato generosamente
tempo e conoscenza. Diversi
commercianti di libri hanno
fornito pubblicazioni rare di
Bukowski: Richard Aaron,
Michael Artura, David Barker,
Thomas Dorn, Darlene Fife,
Simon Finch, David Gregor,
Scott Harrison, Kevin Ring, Ed
Smith, Rob Warren e Jeffrey
Weinberg. Ringrazio Maria
Beye per tutto. Ringrazio John
Martin, entusiasta riguardo a
questa pubblicazione sin dagli
albori. Un ringraziamento
speciale a Jorge Luis Borges
che mi mantiene sempre su il
morale. Al e Judy Berlinski della
Sun Dog Press sono stati
estremamente d’aiuto nel
districarsi tra le migliaia di
labirintici dettagli che abbiamo
incontrato nella realizzazione di
questa pubblicazione. Sono
profondamente grato a loro per
la professionalità e l’amicizia
dimostrate. Grazie ai miei
genitori ottantenni Pierre e
Mariam Calonne che mi hanno
dato la poesia e la luce.

David Stephen Calonne


2003

1 Niko Kazantzakis, The Saviors


of God: Spiritual Exercises,
traduzione di Kimon Friar, Simon
and Schuster, New York 1960.
2 Alice Miller, The Drama of the

Gifted Child: The Search of the True


Self, traduzione di Alice Ward, Basic
Books, New York 1981 (tr. it. Il
dramma del bambino dotato e la
ricerca del vero sé, Bollati
Boringhieri, Torino 2008).
3
Nat Freedland, Buk – the
Bogart of Poets, “Knight”, settembre
1969, vol. 7, n. 5.
4 Charles Bukowski, Notes of a

Dirty Old Man, City Lights Books,


San Francisco 1969 (tr. it. Taccuino
di un vecchio sporcaccione, Guanda,
Milano 1999).
5 D.H. Lawrence, lettera a Ernest

Collings, 17 gennaio 1913, tratta da


The Letters of D.H. Lawrence,
prefazione e cura di Aldous Huxley,
Heinemann, London 1934.
6
Aristotele, The Poetics, Harvard
University Press, Cambridge 1965,
1495a (ed. it. Aristotele, Poetica,
Laterza, Roma-Bari 1998).
7 Jonathan Cott, Reflection of a

Cosmic Tourist, tratto da


Conversations with Henry Miller,
Frank L. Kersnowski e Alice Hughes,
University Press of Mississippi,
Jackson 1994.
8 Charles Bukowski, nobody but

you, da Sifting Through the Madness


of the Word, the Line, the Way, Ecco,
New York 2003 (tr. it. in E così
vorresti fare lo scrittore, Una notte
niente male, Cena a sbafo, Guanda,
Milano 2010).
Charles Bukowski vuota il sacco
Arnold Kaye
1963

Per l’intervistatore, Charles


Bukowski è come lo yeti per
l’esploratore himalayano. È
difficile trovarlo e quando lo si
trova la vita diventa
estremamente pericolosa. Molti
dicono che Charles Bukowski
non esista. Una leggenda
metropolitana, che dura ormai
da anni, afferma che tutte le
poesie turbolente da lui firmate
in realtà siano state scritte da
una vecchia scorbutica
dall’ascella cespugliosa.
E invece sì, esiste un certo
Charles Bukowski, che conduce
una vita solitaria in una camera
ammobiliata, armadio-letto,
(acqua fredda, ovviamente) nel
cuore di Hollywood, all’ombra
da un lato dell’ufficio
dell’Assistenza pubblica –
l’Ufficio di tutela e sicurezza
per gli anziani – e dall’altro
dall’ospedale della Kaiser
Foundation. Povero Charles
Bukowski, con il suo aspetto da
barbone in pensione sembra
appartenere a questo luogo.
Quando è venuto ad aprire la
porta i suoi occhi tristi, la sua
voce stanca e la sua vestaglia di
seta mi hanno fatto capire, da
più di un indizio, che davanti a
me c’era un uomo stanco.
Ci siamo seduti e abbiamo
parlato, abbiamo bevuto birra e
scotch, e Charles, alla fine,
come una vergine arrendevole,
ha ceduto e si è concesso per la
sua prima intervista.
Dalla sua finestra, se si
sporge la testa fuori abbastanza
e si guarda per bene, si
riescono a individuare le luci
della casa di Aldous Huxley sulla
collina, dove vivono quelli di
successo.

KAYETi dà fastidio che Huxley


possa sputarti in testa da lassù?

BUKOWSKI Oh, questa è una bella


domanda. (Fruga da qualche
parte dietro all’armadio-letto e
mi porge delle fotografie che lo
ritraggono.)
KAYE Chi te le ha fatte?
BUKOWSKI La mia donna. È morta
lo scorso anno. Qual era la
domanda?

KAYETi dà fastidio che Huxley


possa sputarti in testa da lassù?

BUKOWSKI Non ho mai pensato a


Huxley, ma adesso che mi ci fai
pensare, no, non mi dà fastidio.

KAYE Quando hai cominciato a


scrivere?

BUKOWSKI A trentacinque anni.


Calcolando che il poeta medio
comincia a scrivere a sedici
anni, adesso ne ho ventitré.
KAYE Molti critici hanno
osservato che la maggior parte
dei tuoi lavori è prettamente
autobiografica. Vuoi dire
qualcosa in proposito?
BUKOWSKI Quasi tutto è
autobiografico. Il novantanove
per cento, se ne ho scritti cento.
Il restante un per cento è
inventato. Ad esempio non sono
mai stato nel Congo Belga.
KAYE Mi piacerebbe parlare in
particolare di una poesia ben
precisa del tuo ultimo libro, Run
with the Hunted. Ti ricordi per
caso il nome e sai dove è finita
adesso la ragazza che nomini
nella poesia A Minor Impulse to
Complain?

BUKOWSKI No, non è una ragazza


in particolare; sono tante in
una, bella, calze a rete, non
proprio la classica puttana che
incontro nelle notti semi-
sbronze. In realtà esiste sul
serio, ma non ha un nome solo.
KAYE Non è scorretto? Sembra
esserci la tendenza a
classificarti come il più vecchio
statista dei poeti solitari.
BUKOWSKI Non mi viene in mente
nessun poeta solitario se non
uno morto, Jeffers. Tutti gli altri
vogliono solo sbavarsi addosso e
abbracciarsi fra di loro. Mi
sembra di essere l’ultimo
esemplare dei solitari.
KAYEPerché non ti piace la
gente?

BUKOWSKI E a chi piace la gente?


Trovamene uno a cui piace e ti
spiegherò il motivo per cui a me
non piace. Fine della storia. Nel
frattempo devo bermi un’altra
birra. (Si trascina nella piccola
cucina e io gli urlo la prossima
domanda.)
KAYE Questa è una domanda
banale. Chi è il poeta vivente
più grande?

BUKOWSKI Non è affatto banale.


È difficile. Vediamo, c’è Ezra…
Pound, poi c’è T.S., ma hanno
smesso tutti e due di scrivere.
Tra quelli che stanno ancora
lavorando, direi… Oh, Larry
Eigner.

KAYE Sul serio?

BUKOWSKI Già, lo so, nessuno


l’aveva mai detto prima. È
l’unico che mi viene in mente.
Cosa pensi dei poeti
KAYE
omosessuali?
BUKOWSKI Gli omosessuali sono
delicati e la brutta poesia è
delicata e Ginsberg ha ribaltato
le carte in tavola rendendo la
poesia omosessuale poesia
forte, quasi virile, ma alla lunga
l’omosessuale rimarrà
omosessuale e non poeta.
KAYE Parliamo di argomenti più
seri, quale influenza pensi abbia
avuto Mickey Mouse
sull’immaginario americano?
BUKOWSKI Difficile. Difficile,
davvero. Direi che Mickey
Mouse ha maggiore influenza
sul pubblico americano di
Shakespeare, Milton, Dante,
Rabelais, Shostakovich, Lenin
e/o Van Gogh. Il che la dice
lunga sul pubblico americano.
Disneyland è l’attrazione di
punta della California del Sud,
ma il cimitero resta la nostra
realtà.

KAYETi piace scrivere a Los


Angeles?

BUKOWSKI Non ha importanza


dove scrivi purché tu abbia un
tetto sulla testa, una macchina
da scrivere, fogli e birra. Si può
scrivere dentro alla bocca di un
vulcano. Senti, credi che
riuscirei a raggruppare venti
poeti che tirano fuori un dollaro
a testa a settimana per tenermi
fuori di galera?
KAYEQuante volte sei stato
arrestato?

BUKOWSKI Chennesò? Non


troppe: forse quattordici o
quindici. Credevo di essere più
forte di così, invece ogni volta
che mi schiaffano dentro mi si
torcono le budella; non so
perché.
KAYE Bukowski, cosa prevedi per
il futuro ora che tutti vogliono
pubblicare Bukowski?
BUKOWSKI Una volta dormivo
ubriaco nei vicoli e
probabilmente andrò avanti a
farlo. Bukowski, ma chi è?
Leggo di questo Bukowski e mi
sembra che non abbia nulla a
che fare con me. Capisci?
KAYE Che influenza ha avuto
l’alcol sul tuo lavoro?
BUKOWSKI Mmh. Penso di non
avere scritto mai neppure una
poesia da sobrio. Ma ho scritto
un paio di belle poesie o un paio
di brutte poesie sotto la scure di
un livido doposbronza quando
non sapevo se mi avrebbe fatto
meglio un altro bicchiere o una
lama.

KAYEOggi sembri un po’ giù di


corda.

BUKOWSKI Sì, è vero. È domenica


sera. C’era un difficile
programma di otto corse. Alla
fine della settima vincevo
centotré dollari. Ho piazzato
cinquanta nell’ottava vincente.
Il mio cavallo è stato battuto di
mezza lunghezza da un brocco
dato sessanta a uno che
avrebbe dovuto essere cibo
inscatolato per gatti già tanti
anni fa, quel cane. Comunque,
un giorno di minor profitto ha
profetizzato una lunga nottata
alcolica. E sono stato svegliato
da un intervistatore. E dovrò
ubriacarmi sul serio quando te
ne sarai andato, e lo dico per
davvero.

KAYESignor Bukowski, pensi che


presto salteremo tutti in aria?

BUKOWSKI Sì, penso proprio di sì.


È matematico. Hai il potenziale,
hai la mente umana. Prima o poi
da qualche parte salterà fuori
un maledetto cretino o un pazzo
che giunto al potere ci spazzerà
all’inferno. Questo è quanto, c’è
da aspettarselo.

KAYE E quale pensi sia il ruolo


del poeta in questo mondo
incasinato?

BUKOWSKI Non mi piace come hai


formulato la domanda. Il ruolo
del poeta è pressoché nullo…
tristemente nullo. E quando si
toglie gli stivali e prova a fare il
duro come ha fatto il nostro
caro Ezra, avrà il suo bel
sederino roseo sculacciato. Il
poeta, per definizione, è un
mezzo uomo – un mollaccione,
non è una persona reale, e non
ha la forza di guidare uomini
veri in questioni di sangue o di
coraggio. So che tu la pensi
diversamente, ma ti devo dire
come la penso io. Se fai
domande prima o poi otterrai
risposte.

KAYE E tu le ottieni?

BUKOWSKI Be’, non so…


KAYE Intendo in senso più
universale. Hai bisogno di
risposte?
BUKOWSKI No, naturalmente, no.
In senso più universale, si
ottiene solo una cosa. Sai… una
lapide, se si è fortunati;
altrimenti erba verde.

KAYE Quindi abbandoniamo la


nave o teniamo duro tutti
insieme?

BUKOWSKI Perché questi cliché,


queste banalità? Ok, be’, direi di
no. Non abbandoniamo la nave.
Dico, per quanto scontato possa
sembrare, attraverso forza
spirito fuoco audacia rischio di
pochi uomini in pochi modi
possiamo salvare la carcassa
dell’umanità dall’annegare. Le
luci non si spengono finché non
si spengono. Combattiamo come
uomini, non come topi. Punto e
basta. Non c’è altro da
aggiungere.
Arnold Kaye, Charles Bukowski
Speaks Out, “Literary Times”
(Chicago), vol. 2, n. 4, March 1963,
pp. 1-7.
Questo vecchio bastardo
rimbambito è senza dubbio il
miglior poeta in città
John Thomas
1967

D L’assassinio di Kennedy e il
relativo impatto che ha avuto
sul paese sono tornati alla
ribalta. Appoggi qualche teoria
cospirativa tra quelle circolanti?
O non ti interessa affatto?
R Credo tu abbia fatto centro.
Non mi interessa proprio. La
storia, naturalmente, rende un
presidente una notizia
sensazionale e l’assassinio di un
presidente ancora più
sensazionale. Comunque, vedo
uomini assassinati intorno a me
ogni giorno. Attraverso stanze
piene di morti, strade di morti,
città di morti: uomini senza
occhi, uomini senza voce;
uomini con sentimenti
preconfezionati e reazioni
standardizzate; uomini con
cervelli di giornale, anime di
televisione e ideali liceali. Lo
stesso Kennedy non aveva tutte
le rotelle a posto se no non
avrebbe accettato un compito
così snervante e debilitante – mi
riferisco al ruolo di presidente
degli Stati Uniti d’America.
Come posso essere preoccupato
per la morte di un solo uomo,
quando la maggior parte degli
uomini, e delle donne, viene
presa direttamente dalla culla e
gettata nel tritacarne?
Ma devo ammettere che
Kennedy, come Roosevelt, aveva
una forza di leadership quasi
creativa, anche se di tipo
politico e, in questo senso,
pericolosa dal punto di vista
della fiducia e per nulla un
fattore stimolante come può
esserlo il vero fuoco, la
crescita… qualcosa che ti fa
sentire bene, meglio, più
grande, più reale. Tutta questa
storia dell’assassinio…
Kennedy… l’uccisione di
Oswald… la morte di Ruby… e
tutte le cose che si sono
aggiunte fanno capire che c’è
sotto qualcosa che PUZZA. E al
tempo stesso è possibile che
tutta la faccenda sia stata una
concatenazione di errori
commessi da esseri umani
corrotti con le mani in pasta e
totalmente indegni. L’Essere
Umano può essere davvero
stupido, soprattutto se visto
nella penombra di quasi duemila
anni di cultura semicristiana
dove ideali emozionalmente
barbari sono mischiati a sistemi
educativi basati su forze
nazionali, regionali, economiche
e di status. Lo sviluppo delle
Menti Pure in America è
pressoché impossibile a meno
che un uomo sia abbastanza
fortunato da trascorrere i primi
venticinque anni di vita in un
manicomio o sotto una campana
di vetro o completamente
isolato.

D L’LSD è sempre sulla cresta


dell’onda. Vuoi aggiungere
qualcosa al mucchio di… ah…
materiale già pubblicato al
riguardo?
R Penso che tutto dovrebbe
essere accessibile a tutti, e mi
riferisco all’LSD, alla cocaina,
alla codeina, all’erba, all’oppio,
a tutte le droghe. Nulla di ciò
che è sulla terra e che è a
disposizione di tutti gli uomini
dovrebbe essere confiscato e
reso illegale da altri uomini in
posizioni apparentemente più di
potere o più vantaggiose. Molto
spesso la Legge Democratica
funziona a favore di pochi anche
se l’hanno votata in molti;
questo, naturalmente, perché
quei pochi hanno detto ai molti
come votare. Mi sono stancato
della morale da diciottesimo
secolo nel ventesimo secolo,
l’era spazio-atomica. Se voglio
ammazzarmi credo che siano
solo fatti miei; se voglio
strafarmi di narcotici, sono solo
fatti miei. Se esco e rapino
stazioni di benzina di notte per
pagarmi la dose è perché la
legge riesce ad attecchire ben
poco in una battaglia sempre
più cruenta contro i miei nervi e
la mia anima. La legge ha torto;
io ho ragione.
Cosa puoi fare di più ai morti
se non ucciderli? Osserva la
nostra popolazione sicura, non-
drogata, sugli autobus, agli
eventi sportivi, nei
supermercati, e dimmi se è un
bel vedere. Perché dovrebbero
essere i dottori gli avari
distributori delle leccornie?
Non sono già abbastanza
grassi? Abbastanza ricchi?
Abbastanza viziati? E poi, non
fanno tanti errori quanti ne
faccio io? A cosa servono tutti i
loro libri? Sempre più spesso,
circa un decennio dopo, si
scopre che producevano
gravissimi danni al paziente,
mentre gli prendevano tutti i
soldi.
La mia obiezione a questo
“LSD-revival-pazzo-come un
razzo” è che adesso è portato
avanti dagli hippy, i rollatori di
canne, le zucche vuote, come se
fosse il loro terreno d’azione
privato, come un sostituto
dell’anima. Funziona così: c’è un
branco di Tizi Fuori di Testa,
una via di mezzo tra l’Artista e
l’Uomo Comune. Questo branco
di Tizi Fuori di Testa è in
pratica rifiutato dalla società
che fa i soldi (il Branco
Comune), e sebbene vogliano
più di ogni altra cosa inserirsi
nella Massa Comune, non ci
riescono. Così, cambiando le
carte in tavola, dicono che sono
loro a rifiutare la società. E
avendo cambiato le carte in
tavola cercano di rubare
all’Artista l’intero mazzo… ma
non hanno nessuna propensione
nel creare, perché sono
essenzialmente discendenti dal
Branco Comune. Quindi sono
sospesi tra il B.C. (Branco
Comune) e l’Artista, incapaci di
fare soldi, incapaci di creare.
Ora, essere incapaci di fare
entrambe queste cose non è un
crimine. Ma essendo incapaci di
accettare la verità, di guardarsi
onestamente allo specchio,
FINGONO DI AVERE ANIMA, di essere
ALLA MODA, ballo, stivali, barba,
berretto, hip, pop, qualsiasi
cosa. Capelli lunghi, gonne
corte, sandali, qualsiasi cosa,
feste psichedeliche, quadri,
musica, pompelmo psichedelico,
fronte di guerriglia psichedelica,
cicchetti alcolici, occhiali,
motociclette, yoga, luci sonore
psichedeliche, discoteche, le
ragazze si chiamano Richard,
saponi a forma di orso, Kid
Goldstein il nuovo ragazzo
super-pop, gli aeroplani
Jefferson, gli Hell’s Angels,
qualsiasi cosa, qualsiasi
fottutissima cosa che possa
fornire loro un’identità, che dia
loro la parvenza di Esistere per
coprire l’Orrendo Vuoto. Bob
Dylan è la loro anima: “Sta
succedendo qualcosa e non sai
cosa sia, vero, Mr Jones?”, i
Beatles sono la loro anima, Judy
Collins e Joan Baez sono le loro
cameriere d’albergo, e Tim
Leary è il loro Elmer Gantry.

la mariagiovanna
può anche andare
ma è l’acido, amico
che ti fa strippare.

Ora ti arrestano per l’acido e


sei alla MODA, cocchiere, sei
ALLA MODA. O un gruppetto di
loro si sparpaglia per terra in
cerchio e si passa l’erba e parla
di Leary e della vecchia buona
Sinistra, parla di Andy Warhol, e
di quanto sia orribile la guerra
in Vietnam, e che solo un povero
pirla è in grado di mantenere un
impiego, e chi vuole guidare? – è
meglio andare a piedi. Qualcuno
deve sparare a Johnson. E ci
sono candele sul pavimento. E i
ragazzi sono mammoni, e le
donne sono già state due volte
sposate, due volte divorziate,
grigie, acide e più che
quarantenni. Non pensare! Dai
fuori. Dai di matto. Luci. LSD.
Leary. Chitarre. Amore. FATE
L’AMORE! Scopano fra loro come
rocce secche che sfregano.
Marcia per la Pace. Marcia per
i Negri. Brucia la tua cartolina
di chiamata alle armi. Johnson
ha sparato a Kennedy.
Non tutte le loro idee sono
completamente prive di merito,
ma nell’essenza del loro
pensare tutti allo stesso modo
sugli stessi argomenti coprono
l’Orrendo Vuoto; immaginano di
essere sul serio esseri umani
adorabili. Come può un uomo
che odia la guerra, lotta per i
Negri, ama cani e bambini e
canzoni folk, jazz, vuole un
governo migliore, come può un
uomo (o una donna o una
lesbica o un omosessuale)
essere qualcosa di diverso da un
essere umano interessante se
lui o lei stanno in piedi o siedono
tra candele per queste cause? –
ma in realtà sono un’unica
grossa mente di merda
gelatinosa e si aggrappano
all’LSD come al Crocifisso e me
lo fanno detestare perché le
loro impronte, le loro forme
mentali le ho sempre sotto gli
occhi. Magari quando
cambieranno droga proverò un
po’ di acido. Fino ad allora,
lascia che ci sguazzino finché
non gli scoppia la pancia.
D Cosa pensi del Vietnam, dei
diritti civili, dei recenti disordini
sul Sunset Strip, o di altri
episodi di uguale importanza?
Fatti sentire adesso, Hank! Chi
può sapere quanto durerà la
moda-Bukowski?
R Gli episodi del Sunset Strip
fanno parte dello stesso
discorso dell’LSD, solo che qui gli
idioti sono un po’ più giovani. È
una dannata Rivoluzione per
mollaccioni. È UNA RIVOLUZIONE
COMODA. È UNA RIVOLUZIONE
NOIOSA SONNOLENTA DI GIOVANI
MENTI GIÀ PREFIGURATE ALLA RESA.
Se il bambino si farà male il
papà arrabbiato e la mammina
lo tireranno fuori dai pasticci, e
voi, sbirri, SARÀ MEGLIO CHE NON
ABBIATE FATTO MALE AL MIO
BAMBINO. Questi giovani non
hanno l’aria arrabbiata, non
hanno l’aria affamata, non
sembrano vestiti di stracci o dei
senzatetto. Devono schierarsi
sul Sunset Strip, una volta
simbolo di luci e di ricchezza. Li
considererei molto di più se si
riunissero a Boyle Heights. Li
consideravo molto di più quando
si riunivano nei bassifondi degli
Watts. Questi ragazzi vogliono
emozioni comode. Questi
ragazzi sbadigliano. Non hanno
centro, non hanno programma
politico, non hanno voce, non
hanno niente. La violenza della
polizia è l’unica cosa che hanno
in mente. Io ho visto una tale
violenza della polizia nelle
carceri e nei bassifondi delle
città che questi giovani non
crederebbero mai possibile.
Quella che considerano Violenza
della Polizia è solo una
gentilissima pestata sui loro
rosei e soffici alluci. Ci vediamo
alla tele, ragazze, il prossimo
sabato sera. WOW!

D Sì, questa moda-Bukowski…


sta proprio sviluppandosi. Come
la vivi?
R Non sono a conoscenza di una
moda Charles Bukowski. Sono
troppo un tipo solitario, troppo
burbero, troppo contrario alla
folla, troppo vecchio, troppo
fuori tempo, troppo astuto,
troppo scaltro per venire
risucchiato e coinvolto. Questa
mi sembra sia la terza intervista
in due settimane, ma la vedo più
come una stranezza di statistica
matematica che una moda.
Spero di non diventare mai una
moda. Una moda è dannata e
destinata a tramontare per
sempre. Vorrebbe dire che c’è
qualcosa di sbagliato in me o
qualcosa di sbagliato nei miei
lavori. Credo, all’età di
quarantasei anni, avendo
lavorato undici anni in silenzio,
di essere piuttosto al sicuro.
Spero che gli dei siano dalla mia
parte. Credo che lo saranno.
Anche se vedo queste tre
interviste sotto una strana luce.
Non riesco a trovare una
giustificazione in esse. Scrivo
poesia. Quindi la poesia
dovrebbe essere l’essenza, la
base, il messaggio stesso. E non
c’entra un bel niente cosa penso
del Vietnam, del Sunset Strip,
dell’ LSD, di Shostakovich, o di
tutto il resto. Perché il poeta
dovrebbe essere visto come un
visionario? Guarda in quanti ci
hanno provato, ci provano e ci
proveranno mandando tutto a
puttane. Guardali salire sul
palco così che la folla li possa
vedere. Guardali esprimere le
proprie opinioni. Guardali
declamare. Guardali penetrare
nelle anime-spugna. Per me è
sempre un uomo solo in una
stanza che crea Arte o fallisce
nel crearla. Tutto il resto sono
cazzate. Rispondo a queste
domande nel tentativo di fare
sapere agli altri che voglio
solitudine e perché la voglio.
Forse funzionerà. Non c’è
troppa gente alla mia porta
adesso. Di questo sono grato.
Forse ancora meno ce ne sarà
in futuro. Non mi riferisco alle
donne; metterò sempre il mio
lavoro in un cassetto per
portarmi una donna a letto. Non
sono bravo in fatto di anima e
non fingo di esserlo.

D Perché sprechi così tanto


tempo e denaro all’ippodromo?

R Spreco tempo e denaro


all’ippodromo perché sono
pazzo… spero di fare
abbastanza soldi da non dover
più andare a lavorare nei
mattatoi, negli uffici postali, nei
porti, nelle fabbriche. E quindi
cosa succede? Perdo i soldi che
ho e sono sempre più inchiodato
alla croce. “Bukowski,” mi dice
certa gente, “ti piace proprio
perdere, a te piace proprio
soffrire, ti piace proprio
lavorare nei mattatoi.” Questa
gente è ancora più pazza di me.
L’ippodromo aiuta in un certo
senso – vedo i volti dell’avidità,
facce d’hamburger; vedo le
facce all’inizio del sogno e vedo
le facce più tardi quando ritorna
il solito incubo. Non capita
tanto spesso di vedere tutto
questo fuori dalle corse. È la
meccanica della Vita. In più,
passare gran parte del tempo
alle corse mi lascia poco tempo
per scrivere, pochissimo tempo
per GIOCARE A FARE LO SCRITTORE.
Questo è importante. Quando
scrivo è il verso che devo
scrivere. Dopo aver perso la
paga di una settimana in quattro
ore è molto difficile tornare alla
tua stanza e affrontare la
macchina da scrivere e
inventarsi un sacco di stronzate
ricamate. Ma sicuramente non
mi sento di suggerire
l’ippodromo come incubatore e
ispiratore di poesia. Dico
soltanto che con me funziona – a
volte. Come la birra, o scoparsi
una bella donna, i sigari, o
Mahler con del buon vino e le
luci spente, seduto nudo mentre
guardo le macchine che
passano. Il mio suggerimento a
tutti o a nessuno è di stare alla
larga dall’ippodromo. È una
delle trappole dell’Uomo meglio
congegnate.
John Thomas, This Floundering
Old Bastard is the Best Damn Poet in
Town, “Los Angeles Free Press”, vol.
4, n. 9, Issue 137, March 3, 1967, pp.
12-13.
Charles Bukowski: il poeta
arrabbiato
Michael Perkins
1967

Charles Bukowski è uno tra i


poeti americani davvero
importanti che puoi contare
sulle dita di una mano. Per certi
aspetti assomiglia al russo
Yevtushenko, e in Russia
sarebbe più famoso. I suoi libri
non vengono recensiti dal “New
York Times”, ma la sua
reputazione negli ambienti
underground è immensa; è
sorprendentemente popolare
tra la gente che di solito non
apprezza la poesia. Si stacca
molto dalla corrente della
poesia moderna tradizionale
come il novantacinque per cento
del pubblico americano.
Pensate: un poeta a cui
piacciono le donne; che
preferisce passare il tempo al
bar o all’ippodromo; un poeta
che al posto di insegnare o di
recensire libri si guadagna da
vivere in fabbrica. Gli calza a
pennello (per quanto folle…
oggigiorno c’è un premio per
ogni cosa) la nomina di
“Outsider dell’anno” conferitagli
nel 1962 dalla prestigiosa
rivista letteraria di New
Orleans, “The Outsider” – che
poi ha anche pubblicato due tra
i suoi libri più famosi in due
bellissime edizioni – It Catches
My Heart In Its Hands e
Crucifix in a Deathhand [Tutti
gli anni buttati via, Guanda,
Milano 2010].
“Il vecchio” (espressione che
usa quando parla di sé – ha
quarantasette anni) ci ha reso
un’intervista che è diversa dalla
maggior parte delle interviste
letterarie a cui siamo abituati,
probabilmente perché l’ha
scritta lui stesso. Visto che è
diversa (polposa, diretta, invece
di “che tipo di matita usa signor
Frost?”), tratta argomenti
interessanti come: ha
cominciato a scrivere a
venticinque anni, ha avuto
discreto successo, poi ha
smesso per dieci anni, e il
motivo per cui, un giorno, si è
seduto davanti a una macchina
da scrivere e ha cominciato a
comporre poesie lunghe, dure,
alla Hemingway, completamente
informali, e relativamente facili
da capire, su un mondo di
baldorie lunghe una settimana,
di giorni all’ippodromo, di
sciatte camere ammobiliate – il
ventre molle di Los Angeles
dove lui ha vissuto la maggior
parte della sua vita. Poesie che
sono state lodate da Lawrence
Ferlinghetti e da Henry Miller
e, cosa più importante, lette da
un pubblico sempre crescente
composto da persone alle quali
“non piace la poesia”.
Michael Perkins
MP Dici di avere cominciato a
scrivere poesie a trentacinque
anni. Perché hai aspettato così
tanto?

CB Senti, non fare troppo il


furbo, mi hanno appena
strappato sei denti oggi e ti
sputacchierò una boccata di
sangue sulla tua panciona da
bevitore di birra. Dunque, ho
scritto racconti, quasi tutti a
mano fino a venticinque anni,
poi ho stracciato tutti i racconti
e ho smesso. Le lettere di rifiuto
dall’“Atlantic” e dall’“Harpers”
erano troppe, era troppo da
sopportare, sempre gli stessi
insipidi rifiuti e poi prendevo le
riviste e cercavo di leggerle e
mi addormentavo. E poi anche
la fame in stanzette con ratti
grassi che zampettavano
all’interno e padrone di casa
religiose devote che
zampettavano all’esterno – è
diventata una sorta di follia, così
ho preso l’abitudine di oziare
nei bar, fare piccole
commissioni, derubare
ubriaconi, essere derubato,
scoparmi una donna pazza via
l’altra, avendo fortuna, avendo
sfortuna, tirando a campare,
fino a quando un giorno, all’età
di trentacinque anni, mi sono
ritrovato nella corsia dei poveri
dell’L.A. County General
Hospital, con un’emorragia dal
culo e dalla bocca che mi stava
dissanguando, abbandonato in
mezzo al corridoio per tre
giorni prima che qualcuno
decidesse che mi serviva una
trasfusione. Comunque sia, sono
sopravvissuto, ma quando sono
uscito di là il mio cervello era un
po’ tocco e dopo dieci anni di
astinenza dalla scrittura ho
trovato da qualche parte una
macchina da scrivere e ho
cominciato a scrivere poesie.
Non so perché, ma le poesie
sembravano una minor perdita
di tempo.
MP C’è chi pensa tuttora che le
tue poesie siano una perdita di
tempo.
CB E cosa non è una perdita di
tempo? C’è chi colleziona i
francobolli o accoppa le nonne.
Siamo tutti solo in attesa,
facciamo piccole cose
nell’attesa di morire.
MP Ti identifichi in qualche
poeta o in qualche corrente
letteraria?
CB No, a me l’intero panorama
poetico sembra dominato da
somari banali, senz’anima,
ridicoli e solitari. Da gruppi
universitari da un lato fino alla
banda dei beat dall’altro,
includendo anche tutti quelli né
carne né pesce che stanno in
mezzo. Quello che mi stupisce è
che non ho mai sentito nessuno
dire questa cosa nel modo in cui
te la sto dicendo io adesso.
MP Perché chiami queste
persone “somari”? Non ti
sembra di essere ridicolo?
CB Stai attento. Il rosso del
sangue non si intonerebbe alla
tua camicia. I beat e i ragazzi
delle università sono molto
simili, nel senso che sono stati
inglobati dalla massa. Ci sono
quelli guidati dalla massa, dal
pubblico, dagli amanti di
immagine, dai malati, dai deboli,
dai vomitevoli finocchi morti di
fame; intendo morti di fame nel
senso che le loro anime sono
ricoperte di brufoli e che le loro
teste sono grossi palloni
aerostatici gonfi di aria
malsana. Questi poeti non
possono resistere all’applauso
dal vivo delle mezze calzette.
Passano dall’essere creatori
all’essere intrattenitori, e
formano un clan con la massa e
un clan fra loro e diventano
bramosi di fama. Ho più rispetto
per il direttore di una fabbrica
che decide di lasciare a casa
cinquanta uomini dalla catena di
montaggio. Oh, quegli esseri
rivoltanti, quei vomitatori
paonazzi che vivono fuori dal
mondo, con il loro parlare bleso
nelle orecchie della massa
morta!
MP Ma se alla gente piace
chissenefrega?
CB Il risultato è l’astigmatismo
delle cose. Ciò che importa è
rendere ciascun individuo
veramente vivo, e fino a quando
i cosiddetti poeti e la massa si
tengono per mano e si
imbrogliano fra loro non potrà
mai succedere, per dio. La
massa vuole vedere un nome;
loro vogliono vedere se lui ha i
denti storti o se strizza gli occhi
o se gli scende la piscia dalle
gambe mentre recita. La massa
non vuole smettere di essere
debole e pazza, preferisce
piuttosto che gli sbagli vengano
giustificati, vuole essere
celebrata, imbrogliata. E allora
cosa succede dopo? Ah, ecco
che arriva il poeta alla moda,
l’autentico poeta dalla testa ai
piedi. È a favore della
marijuana, dell’ LSD. È contro la
guerra, la guerra è una dannata
sporca faccenda, non lo capisci?
È a favore di Castro, potrebbe
perfino essere comunista se non
implicasse troppi dannati
problemi esserlo. Comunque sia
è con loro in spirito. Gli piace il
jazz, naturale. Il jazz, amico, e
tutte le sue varianti. See, amico.
See, paparino, alla moda. Alla
grande. Ci sei, amico. Potrebbe
anche avere una chitarra in
camera da letto. Ma raramente
una donna. Naturalmente,
questo succede perlopiù nel
gruppo dei beat. I ragazzi delle
università sono un po’ più
prudenti. È facile anche per loro
essere contro la guerra ma la
loro politica è più cauta. In
effetti tutto è cauto. Ma anche
loro corrono dalla massa e
chiacchierano, solo in maniera
più dignitosa e noiosa.
Preferiscono parlare delle
proprie poesie piuttosto che
leggerle. Possono PARLARE DI
POESIA PER ORE, analizzando
parole, il santo dizionario per
suore, continuando a non dire
un bel niente con grande noiosa
dignità. Alla massa piace anche
questo – credono di ricevere
cose profonde e in effetti lo
sono: profonde come uno zero
al quoto.

MP Aspetta un attimo, invece di


parlare di “loro” parliamo di te.
Sei favorevole alla guerra?

CBCazzo, no. Ma non speculo su


una cosa per cui sono contro.
Non marcio in giro come fossi
santo. Se posso scrivere una
bella poesia sulla vita o sulla
non-vita, se riesco a creare una
bella poesia in una stanza da
solo posso fare di più per far
terminare le guerre o la guerra
nella vita (se è questo che voglio
fare e non sono sicuro di quello
che voglio fare, non sto tanto lì
a chiedermelo) di quanto posso
fare marciando in qualche
corteo dove si va tutti da
qualche parte, sentendosi santi,
e prendendosi in giro l’un
l’altro.

MP Vuoi parlarci di cosa tratti


nel tuo romanzo?
CB Il romanzo racconta di due
anni vissuti in un logoro hotel
ammuffito pieno di gente logora.
È stato durante il periodo nel
quale non ho scritto una parola
e ho dovuto mettercela tutta
per non suicidarmi. Il modo
migliore per suicidarmi era di
rimanere ubriaco il più a lungo
possibile – bere è un suicidio
temporaneo dove al soggetto
viene permesso di ritornare in
vita, il più delle volte, cioè. Ce
n’erano molti in quell’hotel,
infatti l’hotel ne era pieno, che
vivevano vite giorno per giorno,
notte per notte, le bravate da
notti avvinazzate, e poi subito di
nuovo ad affrontare la scure con
le tasche vuote, padrone di casa
giganti e vicoli pronti. Credo di
essermi fatto ogni donna in
quell’hotel e ce n’erano quattro
piani zeppi, e sono perfino sceso
in cantina e me ne sono fatta
una lì, e ho perfino raschiato il
fondo del barile una notte e mi
sono fatto la vecchia delle
pulizie coi capelli bianchi nella
sua stanzina che sembrava una
cabina armadio. Era pazzia e
amore e la fine del mondo.
Senza contare gli
accoltellamenti, le irruzioni
della polizia, più le giornate di
riflessione, dolorosa riflessione,
tutto il mondo sprofondato giù,
nelle tue viscere, Cristo, Abe
Lincoln, Bibì e Bibò, le facce nei
boulevard, ed evacuavi tutto dai
tuoi visceri, evacuavi ed
evacuavi e vivevi comunque.
Terribile. Sto cercando di
buttare su carta quei giorni,
come si succedevano, non in
forma di racconto, non di
romanzo, ma come un resoconto
di porte che si aprivano e si
chiudevano, di bottiglie di vino
vuote che si schiantavano nel
bel mezzo della notte nel loro
sacco tintinnante, dei ratti e
dell’orrore, e del coraggio di
certi soggetti che affrontavano
l’estinzione senza l’aiuto della
società, di Dio, della bandiera,
di un amico, della famiglia.
Questo è il mondo nascosto,
questo è il mondo di cui non
leggi mai sui quotidiani. Mi
piacerebbe pensare che sarà un
bel romanzo. Ma non lo sarà.
Sarà un resoconto. Ma mi farà
bene. Mi aiuterà a ricordare.
Mi aiuterà, lo spero, a non
diventare mai un paraculo del
cazzo.
MP Da dove trai l’ispirazione per
scrivere poesia… Da un’idea
generale, parti da uno o due
versi, o da un’immagine?
CB Questa assomiglia di più a
una domanda che qualcuno
farebbe a Robert Creeley
piuttosto che a Bukowski, ma
cercherò di rispondere.
Funziona in tutti i modi. Ma
nella maggior parte dei casi
succede che ho il vuoto in testa.
Voglio dire che non penso
deliberatamente. Mi muovo tra
le cose. Vado in fondo alla
strada a comprarmi i sigari.
Perlopiù non vedo niente. Sento
dei suoni. Qualcuno dice
qualche assurdità, qualche
luogo comune. Niente sta
funzionando o sta cercando di
funzionare. Non penso mai,
sono un poeta, registro. Se c’è
sentimento in me è più che altro
il sentimento (ora che ci devo
pensare perché me lo stai
chiedendo tu), più che altro la
sensazione che io abbia dei
ciuffi di peli bianchi sulla pancia
e che sulla nuca ci sia una
ciocca che non dovrebbe stare
lì. Quello che sto tentando di
dire è che sono per la maggior
parte del tempo corpo senza
mente – e troverai un sacco di
miei critici d’accordo con me su
questa cosa. Non so quando
scrivo meglio e come. Molte
volte succede quando ho perso
alle corse. Arrivo qui e trovo la
macchina da scrivere. Mi siedo.
La luce elettrica sui fogli
sembra buona. Così penso, sono
fortunato ad avere la luce
elettrica. Allora le dita pestano
sui tasti. È il ticchettio dei tasti
e la luce elettrica. Le parole
arrivano da sole, senza
pensarle, senza costrizione.
Non so come funziona. A volte
c’è una pausa e penso che la
poesia sia finita, ma poi
comincia di nuovo. A volte è una
poesia, a volte sono sei, a volte
dieci. Ma quando succede di
solito escono quattro o sei
poesie. Credo che da quello che
ti sto dicendo tu possa
presupporre che ci sia molta
azione senza sforzo, e questo
può essere vero in un certo
senso, e sebbene ti abbia detto
che giro a vuoto con la testa
vuota, non è sempre così. A
volte vedere di colpo una faccia
come è veramente – può essere
la mia o quella di qualcun altro –
mi può fare stare male tutto il
giorno, tutta la notte, finché non
ci dormo sopra. O qualche altra
volta se dico qualcosa o se mi
viene detto qualcosa mi può fare
stare male, sfiancare,
abbattere, tutto il giorno, tutta
la notte, fino a quando di nuovo,
ci dormo sopra. In altre parole,
è facile, è difficile e non è
niente. Non posso dirti davvero
come scrivo o perché o quando
o dove o cose simili. Perché
oltretutto cambia di giorno in
giorno, insieme a tutto il resto
di me.

MP Dai l’impressione di essere


un tipo “solitario” che detesta la
gente e che detesta quasi tutto.
CB Sai, non sto mai solo
abbastanza. C’è sempre gente –
al mattatoio, in fabbrica,
all’ippodromo, per strada. Sono
contro l’ingiustizia inflitta a ogni
singolo uomo, ma quando ogni
singolo uomo si unisce e diventa
massa, che puzza e che urla
cose sciocche, a volte ho la
sensazione che la Bomba
Atomica sia stata l’invenzione
più grande dell’uomo. Se non
posso allontanarmi dalla massa
non saprò mai chi sono loro e
chi sono io. Protendo verso il
metodo di Jeffers. Dietro a un
muro, a intagliare. Se vivi
quarantacinque anni e lo
conosci puoi scrivere per un
migliaio di anni. Qui è dove i
vari Dylan e i Ginsberg e i
Beatles sbagliano… sprecano
così tanto tempo per parlare di
“vivere” che non hanno tempo
per vivere. Dylan Thomas
avrebbe dovuto servire da
esempio per quello che la massa
americana può fare all’artista.
Ma Cristo, no, ci si buttano tutti
sopra, seguono l’esempio…
come, come, be’, tempo fa
lavoravo in un posto e
parcheggiavo la macchina lì
fuori e guardavo il tizio che
chiamavano il Guardiano dei
Maiali, e il Guardiano dei Maiali
aveva un piccolo frustino ed
emetteva grugniti e ne colpiva
uno con il frustino e tutti gli altri
lo rincorrevano su per la salita
e guardavo il Guardiano dei
Maiali estrarre una sigaretta e
accendersela, con il dannato
frustino sotto al braccio.
C’è molto da imparare in
questa storia.

MP Ma non stai facendo la


stessa cosa della quale incolpi i
tuoi colleghi artisti?
CB Ma che cazzo dici?
MP Voglio dire che stai facendo
prendere aria alla bocca, con
discorsi sull’arte, sullo scrivere,
sulla vita proprio come tutti gli
altri.

CB Sei tu che mi hai chiesto


un’intervista. Sono sicuro che se
la conduci tu personalmente non
mi renderà molto popolare. Ma
fino a quando riesco ancora a
fare cantare la macchina da
scrivere, domani o fra un’ora,
fino a quando riesco a ingollare
una birra senza mandar giù
troppo sangue, andrà tutto
bene.
MP Vuoi chiudere con una
dichiarazione grandiosa, oh
grande maestro?
CB Sì, amico, la poesia è
agonizzante, lo è da molto
tempo. Abbiamo i clan, i cuori
solitari, i referenziati, ma
nessun leader, proprio nessuno,
e questo fa un po’ paura. Sai,
e.e. cummings è morto, W.C.
Williams è morto, Frost è morto
e così via, e non ho mai creduto
molto in loro, ma a dire il vero
erano già lì prima che arrivassi
io, prima che arrivassimo noi, e
li guardavi come una sorta di
istituzione, assorbivi comunque
molto da loro. E ora Pound è
come svanito da qualche parte
in Europa e tutto dipende di
nuovo da noi. Non è un quadro
edificante. E non c’è nessun
genio possente all’orizzonte. È
come trovarsi in un carnevale
con la notte che incombe.
Ginsberg non sa più scrivere.
Lowell è troppo un mestierante,
e alla fine, noioso. Shapiro parla
di ciò di cui abbiamo bisogno,
ma non lo fornisce. Olson e
Creeley sono solo l’estensione
di un mucchio di idee malsane e
di involuti sbadigli. Prendi
persino i Cantos di Pound:
difficilmente fermerebbero un
uomo dal suicidarsi, e a cosa
serve l’Arte se non ad aiutare
gli uomini a vivere? A cosa
serve…

MP Scusa Bukowski, credo che


per ora ne abbiamo
abbastanza. Ma credi che
quello che hai scritto abbia
aiutato gli uomini a continuare a
vivere?

CB Ha aiutato me a continuare a
vivere.

MP Scusami ma non hai un


bell’aspetto.
CBTe l’ho detto, mi hanno
appena strappato sei denti.
Comunque, hai la macchina?
MP Sì.

CB La mia non parte. Dammi uno


strappo fino al negozio di
liquori.

MP Certo.

Bukowski ha sputato una


grande quantità di sangue sul
tappeto della stanza
ammobiliata in affitto e siamo
usciti.
Michael Perkins, Charles
Bukowski: The Angry Poet, “In New
York”, vol. 1, n. 17, 1967, pp. 15-18,
p. 30.
L’Underground in carne e ossa:
Charles Bukowski
Hugh Fox
1969

Charles Bukowski è il
riconosciuto Re
dell’underground. È stato
pubblicato in riviste molto
diverse come “Kauri”, “Epos”,
“The Beloit Poetry Journal”,
“Evergreen Review” e “Poetry
Northwest”. Nel 1966 è stato
eletto “Outsider dell’anno” dalla
rivista “The Outsider” (allora a
New Orleans) e da quel
momento il movimento
underground l’ha considerato
una specie di leader spirituale.
Il mio primo contatto con lui è
stato nel 1966 quando mi è
capitata tra le mani una copia di
Crucifix in a Deathhand nella
libreria Free Press di Los
Angeles [Tutti gli anni buttati
via, Guanda, Milano 2010]. Ho
scritto agli editori (Loujon
Press, ora a Tucson) e mi hanno
dato il suo indirizzo… Los
Angeles. Gli ho scritto due
righe, autoinvitandomi da lui e
lui mi ha risposto… Ok.
Volevo fare uno studio critico
su Buk così sono andato da lui
con il registratore, molto
scolastico e poco pratico, solo
per scoprire che in questo modo
non si apriva, di fronte a un
microfono… soprattutto mentre
stavano riparando la strada
all’esterno e il suo
appartamentino era pieno di
rumori assordanti e di colpi di
martelli pneumatici. E inoltre
era giorno e avrei scoperto in
seguito che la profonda
personalità di Bukowski non è
attiva quando c’è il sole.
Così sono ritornato, ho
lasciato a casa il registratore e
ho cominciato a parlargli da
uomo a uomo. È nato nel 1920 e
dimostra il doppio dei suoi anni.
La parte inferiore della faccia
è butterata da un caso
importante di acne avuto in
passato, così grave, infatti, che
hanno dovuto trapanare i brufoli
e fare uscire il pus. Lavora
all’ufficio postale di notte,
smista la posta, si beve tutto ciò
che è a portata di mano e sta
sprofondando, sta andando alla
deriva, si sta dissolvendo. Ti
aspetti di vederlo crollare… ma
non è così… non lo farà!
La cosa che mi colpisce di più
di lui è la lucidità e il controllo
assoluto della mente. Non perde
mai una battuta, sa dov’è, cosa
succede e chi è in ogni
momento, non si sconnette mai
o vaneggia… “da ubriaco”. Lui è
sempre presente, osserva tutto
con i suoi occhi da vecchio
leone. Rilassato… ma non
troppo.
Quando ci sono donne intorno
deve fare l’Uomo. In un certo
senso è lo stesso tipo di “posa”
che sfoggia con le poesie…
Bogart, Eric Von Stroheim.
Tutte le volte che mia moglie
Lucia veniva con me a trovarlo
faceva la parte dell’Uomo, ma
una sera che mia moglie non è
potuta venire sono arrivato a
casa di Buk e ho trovato un tipo
completamente diverso… facile
andarci d’accordo, rilassato,
accessibile. Nessuna
“maschera”.
Lo stesso tipo di dualismo si
riscontra nella sua poesia.
Detesto dire che il “vero”
Bukowski è un bretone
surrealista, anche se c’è un
Bukowski che tende al
surrealismo e scrive del giorno
in cui è piovuto al L.A. Country
Museum, o di quelli del
Nordovest che “strappavano
lenzuola come unghie dei piedi”
o della “Messa Alkaseltzer”.
L’altro Bukowski è un miscuglio
di baldracche di centoquaranta
chili (o qualsiasi altra varietà di
puttana), bar scalcinati,
appartamenti scalcinati, birra,
delirium tremens, galera, tirare
a campare, scopare… Questo è
il Grande Mito Americano
Bukowski, un Mark Twain dei
nostri tempi (il Mark Twain
irriverente) tutto confezionato
in una persona sola, ed è a
questo Bukowski che i giovani
poeti si sono attaccati. L’altro
Bukowski, quello più
accademico, più erudito, molto
“giocoso” nei confronti della
realtà è stato messo nel
cassetto.
Una sera ero a casa di Buk e
Darrell (solo Darrell, sembra
che gli serva solo il nome) di
Glendale era da lui a fargli
visita. Era con un amico. Aveva
appena pubblicato la raccolta di
poesie di Buk Poems Written
before Jumping Out of an
Eighth Story Window, una delle
migliori raccolte di lavori di Buk
messe insieme finora in un unico
volume. Darrell stava parlando
di “comunicazione”. È un tipo
che sta molto sulle sue e quella
sera era particolarmente rigido.
Si esprimeva come si esprimono
quelli che parlano di arte e
scrivono usando paroloni e Buk
non ci stava, continuava a
ripetere: “Non ti capisco amico,
che diavolo stai dicendo, perché
non dici quel che vuoi dire,
amico, dillo cristosanto, dillo e
basta…”. Solo che Darrell non
si è arrabbiato, l’ha capito e l’ha
accettato. Il Buddha dei bar
stava parlando, dovevi
accettarlo. E questa è
l’attitudine di parecchi poeti più
giovani. Soprattutto quelli della
scuola “succosa concreta”, tizi
come Steve Richmond e Doug
Blazek (Blaz).
Dal canto mio, però, è
l’autentico Bukowski
allucinatorio che ricerco, il
Bukowski che scrive quando va
oltre la posa ed è aggrappato
alle montagne russe della realtà
della cara vita. Le peggiori pose
sono quelle “autentiche”.
L’ultima volta che ho visto
Bukowski era il giugno del
1968. Avevo riportato la sua
favolosa bibliografia su schede
(mi aveva prestato tutte le sue
pubblicazioni apparse su
riviste… dentro a delle valigie),
e gli stavo restituendo l’ultima.
Mi aveva parlato della sua
“vecchia signora”, una che non
aveva sposato, ma con la quale
aveva avuto una figlia che lui
amava molto. C’erano giocattoli
sparsi per la casa. Da quello si
avvertiva la presenza sporadica
di un bambino. Sapevo che era
stato spiato di recente
nell’ufficio postale perché
teneva quella rubrica su “Open
City”, “Memorie di un vecchio
sporcaccione”… O comunque
questo era quello che mi aveva
raccontato lui. Io e mia moglie
avevamo dedotto che “la
vecchia signora” era una testa
calda e che “Memorie” era
semplicemente un pretesto per i
dirigenti dell’ufficio postale per
ficcare il naso nella vita privata
di Buk. Comunque, eccola lì,
capelli pressoché bianchi
raccolti in una treccia che le
pendeva sulla schiena, con ai
piedi delle ciabattine infradito
stile giapponese, lineamenti
affilati, rossa in viso, pelle
grassa, belligerante.
“Sono Hugh Fox,” ho detto
mentre appoggiavo la valigia
con le riviste.
“Già, me l’ero immaginato,”
ha detto lei spostandosi in
un’altra stanza.
Mia moglie era con me, e
voleva fermarsi, si era
autoinvitata.
“Staremo qui solo pochi
minuti.”
“Su, dai,” ho detto.
Bukowski non ci ha detto di
fermarci. Sembrava
leggermente imbarazzato, come
se non sapesse esattamente
cosa dire. Le Onde di Controllo
della Vecchia Signora
oltrepassavano i muri. Non
riusciva a darla a bere a
nessuno, era docile come un
lupo delle foreste castrato.
Alla fine ho dato un pizzicotto
a Lucia. E lei ha desistito.
“Vacci piano,” ho detto a Buk.
“Anche tu,” ha risposto il
“mite” Bukowski e poi ha
aggiunto – riferendosi al mio
saggio critico sui suoi lavori –
“prova con Martin per il libro.
Non cagare fuori dal vaso. È un
brav’uomo.”
E questo è quanto – ce ne
siamo andati.
Hugh Fox, The Living
Underground: Charles Bukowski,
“The North American Review”, Fall
1969, pp. 57-58.
A caccia di Giganti: un’intervista
con Charles Bukowski
William J. Robson e Josette Bryson
1970

Questa è la prima di una serie


di interviste a figure consacrate
e di spicco del panorama
letterario della California del
Sud. L’autore e poeta Charles
Bukowski, forse ricordato
maggiormente per la sua
rubrica nel settimanale
underground losangelino “Open
City” e che vedrà il suo romanzo
Post Office nelle librerie questo
mese, ha accettato di essere il
primo intervistato.
In un pomeriggio all’inizio di
novembre Josette Bryson, ex
editor associato del trimestrale
“ANTE” (e ora candidata Ph.D. e
professore associato di francese
dell’Istituto francofono
dell’UCLA) mi ha accompagnato
all’appartamento di Charles
Bukowski, non distante da
Sunset Boulevard, nel cuore di
Los Angeles.
WJR

WJRPer cominciare, quando e


dove è nato?
BUK Andernach, Germania, nel
1920. Anche l’FBI una volta me
l’ha chiesto. Mi hanno portato a
Los Angeles quando avevo due
anni. Ho frequentato le scuole
elementari e medie di Virginia
Road. Sono un autentico
ragazzo di L.A. Scuola
superiore a L.A. Poi il L.A. City
College. Non mi sono laureato –
mi sono divertito e basta.
Sceglievo le lezioni che mi
piacevano, sapete. Il mio
vecchio non l’ha mai scoperto.
Sono rimasto solo due anni… dal
1939 al 1941.

WJR Ha manifestato attitudine


alla scrittura già in quell’epoca?

BUK Avevo scritto qualcosa ma


non mi sentivo pronto. Mi ero
accorto subito che era
robaccia. Non era come volevo
che fosse. Poco dopo hanno
pubblicato il mio primo racconto
sulla rivista “Story”, Woodbury
Nut.
WJR Non pubblicava anche
Norman Mailer su quella
rivista?
BUK Sì… anche Saroyan… era la
rivista più in voga, all’epoca.
Era la rivista. Una volta che
riuscivi a essere su “Story” eri
in teoria “pronto”. Così mi è
arrivata una lettera da
un’agente – all’epoca ero a New
York – che diceva: “Voglio
essere la tua agente per i tuoi
lavori futuri”, e ho detto: “Io
non scrivo. Non sono ancora
pronto. Mi è solo capitato di
fare centro una volta… ed era
un brutto racconto”.
WJR Quanti anni aveva allora?
BUK Ventiquattro.

WJR In quegli anni c’era un


insegnante in particolare che le
piaceva… che poi l’ha spronata?

BUK No, non mi piaceva nessuno.


Prendevo sempre insufficienze
in inglese. All’insegnante
piaceva il mio modo di scrivere,
ma le lezioni cominciavano alle
sette di mattina. Avevo sempre
il doposbronza e mi presentavo
alle sette e mezza tutte le
mattine. Non ce la facevo
proprio. Alla fine mi ha detto:
“Signor Bukowski, non vale
neanche la pena che lei si
presenti di nuovo… avrà il solito
voto”. E io ho detto: “Va bene”.
WJR Non aveva nessuno vicino
che la faceva appassionare alle
cose.

BUK Si riferisce a persone vive?

WJR Sì.

BUK No, non c’era proprio


nessuno.

WJRNon c’erano guru qui in


zona all’epoca?
BUKNo, no, mi piacevano
Saroyan… come a tutti, il primo
Hemingway, Céline…
Dostoevskij. Kafka…
JO Vittorini… lo scrittore
italiano?
BUK Chi è? Oh, è quello che ha
scritto decine e decine di
romanzi?

JOSì, ha scritto quello molto


famoso, Conversazione in
Sicilia.

BUK Non sono mai riuscito a


leggere la sua roba. Andavo
sempre in biblioteca e c’erano
dai dieci ai dodici libri suoi tutti
allineati. E mi dicevo: “Come fa
a riuscirci?”. O era molto bravo
o era molto scarso.
JOIo penso che sia proprio
molto bravo.
BUK Sì, be’… Dopo essere stato
pubblicato su “Story” e su
“Portfolio”, che era curato da
Caresse Crosby, ho smesso di
scrivere per dieci anni e mi
ubriacavo, vivevo, viaggiavo –
ho vissuto con donnacce e sono
finito all’ospedale della contea
di Los Angeles nella corsia dei
casi disperati con forti perdite
di sangue… emorragie. E
quando sono uscito da lì ho
ricominciato a scrivere. Non so
il perché. In quei dieci anni non
ho scritto una parola… diciamo
semplicemente che ho vissuto.
Ho raccolto materiale, anche se
non consciamente. Avevo
accantonato del tutto la
scrittura.

WJR Che tipo di poesia scriveva


all’epoca?
BUK Era autobiografica –
d’azione – cose che mi erano
successe, personalmente.
Piuttosto soggettiva e forse un
po’ amara.
WJRÈ riuscito a riversare in
parole le esperienze più
importanti della sua vita?

BUK Ora come ora ho superato


quella fase anche se annoto
sempre quello che mi accade
visto che le cose continuano a
succedere, ma la mia poesia
adesso sta diventando…
leggermente diversa. Gioco di
più con le parole ma cerco di
mantenerle semplici… mi
addentro più nei sentimenti che
nell’esperienza… i miei
sentimenti rispetto alle cose, più
che la mia esperienza diretta.
C’è un mutamento – si deve
cambiare – non è obbligatorio,
ma succede.
WJR Le esperienze che ha
vissuto hanno condizionato la
sua arte direttamente… con
forza sufficiente da farla
sfociare in nuovi canali. Queste
esperienze hanno influenzato il
suo umore di fondo… più che i
soggetti della sua poesia?
BUK Questa è una domanda
complicata… Non puoi separare
l’esperienza personale da ciò
che scrivi, non c’entra niente chi
sei. Una crea l’altra…
praticamente vanno a
braccetto. Questo è tutto quello
che hai… la tua esperienza.
WJR Alcune di queste esperienze
personali importanti, di cui
parlava, per esempio, le hanno
fatto scrivere una sorta di saga,
tratta dalle esperienze stesse –
o magari di alcune non ha
scritto una riga – ma forse
hanno influenzato l’inclinazione
della nave, in senso metaforico?

BUK Agli inizi le scrivevo in modo


diretto… adesso sto inclinando
la nave, potremmo dire. In altre
parole ora sto scrivendo di
sentimenti piuttosto che “ho
fatto questo, ho fatto quello”.
Adesso scrivo di più su come io
sento le cose.

WJR Quali altri poeti l’hanno


influenzata in generale, nella
sua vita… l’hanno avvicinata
alla scrittura?

BUK Robinson Jeffers…

WJR Alcuni lo accusano di essere


troppo severo, troppo austero…
troppo concentrato su se stesso,
sa, e non “sulle cose” in un
certo senso, eppure, accidenti,
io trovo – dalle letture che ho
fatto ultimamente – trovo che
sia semplicemente fantastico,
ecco tutto.
BUK Potenza. Ce l’aveva e
basta… ce l’ha… be’, adesso è
morto. Come si dice in questi
casi? Ce l’ha? Ce l’aveva?

WJR Non sembrava essere tanto


un commentatore sociale,
naturalmente, voglio dire non lo
era – nel senso stretto del
termine – era più una figura
storica oscura, questa è la
sensazione che traggo dalle
poesie che ho letto… ma lui
dava il senso… se non sai nulla
dell’oceano… anche camminarci
di fianco… solo il senso… lui
sapeva.
BUK Tutti i suoi personaggi si
frantumano nel paesaggio.
Sempre affascinanti… tutti
intrisi di vita. Erano creature
sanguigne, che poi solitamente
finivano tutte male. Dava il
meglio nelle poesie più lunghe di
taglio narrativo. Quando
scriveva le poesie più brevi
aveva un po’ la sindrome del
predicatore. Mi ha influenzato
moltissimo con i suoi versi
semplici… i suoi lunghi versi
semplici. Con il suo utilizzo di un
linguaggio preciso, sapete, non
la lingua “leziosa”…dicendolo e
basta. E questo è quello che ho
cercato di fare, mantenere tutto
semplice senza… mantenere
tutto chiaro. Il lirismo. Troppa
liricità sulle stelle e sulla luna,
se non utilizzata propriamente,
diventa un mucchio di robaccia
ritrita.

WJR Sto acquisendo molto


materiale ultimamente. Parte
del quale apprezzo molto. È
come quello che io chiamo – se
riesco a ricordare ciò che
diceva Dylan Thomas – giocare
con le parole. Come “cavalli che
cavalcano la notte”. Si riescono
a sentire le parole.
BUK Thomas era uno dei pochi ai
quali perdonavi quello che io
chiamo ultra-lirismo. Saremmo
creature rare e piuttosto uniche
se fossimo dei Thomas. Usava
tutto ciò che voleva usare. E
glielo perdonavi. Era lirico ma
gliela lasciavi passare… e
sapete cosa intendo per lirico.
WJRMi arrivano un sacco di
“spoglie finestre urlanti” e quel
genere di cose, che in un certo
senso sono di intrattenimento e
non male. Ho usato
un’espressione a caso.
BUK Anch’io ho una rivista,
“Laugh Literary”, e anche a me
arriva roba piuttosto brutta.

JOÈ stato influenzato da


scrittori francesi e/o tedeschi?

BUK Villon si può definire


francese – si pronuncia così?

JO Villon?
BUK Il ladro.

JO Oh, sì.
BUK L’hanno scacciato da Parigi.
JO Oh, sì, nel Medioevo.
BUK Credo solo lui. Sa, non
riesco a pronunciare i nomi
perché non ho avuto
un’educazione…

JO Baudelaire, Rimbaud?

BUK Non vado pazzo per


nessuno dei due.

JOChe ne dice di quelli moderni


come… Cocteau, per esempio.
BUKOh be’, non è tanto
moderno.
JO No, non è tanto moderno, no.
BUK Ha scritto anche molta
prosa, vero?
JO Sì. Saint-John Perse?

BUK No, non mi piacciono i


francesi.

JO Eluard?

BUK No.

WJRA me appassionava
Rimbaud.

BUK È molto popolare qui.

WJR Henry Miller ha scritto un


saggio, Il tempo degli assassini
e ho pensato, wow! L’idea di
quella persona così potente
all’età di diciotto o diciannove
anni e che poi ha mollato tutto
avventurandosi in altre cose.
BUK Quello riesco a capirlo.

WJR Perché?

BUK La scrittura stessa… troppa


gente la prende come una
maledetta cosa romantica. Ho
conosciuto tanti scrittori che
non sono… molto umani, credo.
Sono scontrosi, nevrotici e la
loro arte li sta distruggendo.

WJR E perché? Essere un bravo


scrittore vuole dire togliere un
po’ di energia dalle proprie
batterie, ti toglie vitalità – la
vitalità umana – e ti lascia
inaridito. E allora cosa si può
fare? A volte. Non sempre.

BUK Be’, nella maggior parte dei


casi devo dire che gli scrittori
non sono brave persone.
Preferisco parlare con un
meccanico di un’autofficina che
sta mangiando un panino al
salame per pranzo. In effetti,
potrei imparare più cose da lui.
È più umano. Gli scrittori sono
una brutta razza. Cerco di stare
alla larga da loro.
WJR Però si guarda allo specchio,
giusto?
BUK Mmh.

JO Cosa ne pensa di Jean Genet?

BUKGenet ha cominciato alla


grande, vero?

JO Sì, alla grande.

BUK Con la sua roba sulla


prigione. Però adesso si è quasi
trasformato in uno showman. La
cosa dei Black Panther. Che è
arrivata fin qui dalla Francia.
Conosco dei ragazzi neri e
francamente, nell’intimo, sono
risentiti. La stampa non lo sa, e
nessuno dei media. C’era qui un
ragazzone nero, un “killer” di
un metro e novantacinque per
centotrenta chili seduto sul
divano con una bottiglia di birra
e mi dice: “Bukowski, non ci
piace quel francese che è
arrivato fin qui trotterellando
dalla Francia e ci consiglia, hai
presente, o ci aiuta o ci dice
cosa è sbagliato e cosa è giusto.
In realtà non sa niente perché
non ha vissuto qui”. È come su
un palcoscenico. Be’, a volte gli
omosessuali sono così. O gli
scrittori cominciano da bravi
scrittori e poi diventano politici
o sentono che devono diventare
delle specie di leader. Il
fascismo di Ezra Pound e tutto il
resto. Diventano profeti… e di
solito sono profeti del cazzo.

WJR Ecco perché quando penso


al panorama letterario della
California del Sud… ho sempre
paura che in qualche modo entri
quella sorta di letteratura
“politica”… Non vorrei mai che
improvvisamente durante un
reading qualcuno saltasse
fuori… e lo facesse o incitasse
in qualche modo una sorta di
spettacolo da showman. In altre
parole, lo incoraggiasse.
BUK Non credo che abbia
bisogno di molto
incoraggiamento. Quando penso
al panorama letterario della
California del Sud non mi viene
in mente granché.

WJR Chissà perché – e me lo


chiedo da una vita – ho sempre
avuto la percezione che
Berkeley sia un centro
nevralgico vivo. Quando
lavoravo come commesso
viaggiatore fuori città, andavo
sovente a Berkeley e nelle
librerie e mi piacevano un
sacco. Berkeley sembrava viva,
un luogo pulsante come la Left
Bank. Non so se dipenda dal
fatto che qui a Los Angeles
siamo così estesi
geograficamente, o da cos’altro,
ma manchiamo di qualcosa.
BUK Puoi trovare uno scrittore
ovunque. Be’, come a Haight-
Ashbury. Un mio amico – non
dico il nome – era un bravo
scrittore, quando ha iniziato.
Stava sulla Costa Est e ha
trascinato qui tutta la sua
famiglia per andare a stare a
Haight-Ashbury. Sapete,
all’epoca quello era il posto
dove stare. Gli avevo detto:
“Cristo santo, amico, non è la
cosa giusta da fare per uno
scrittore. Stai andando dritto
contro la fiamma. Stai facendo
una cosa scontata. Stattene lì
dove ti trovi. Stai con i tuoi
campi di grano e – cioè, nelle
fabbriche – continua a
scrivere”. Be’, si è fiondato lì. E
per lui è stata praticamente la
fine. Uno scrittore deve
mantenere la sua individualità,
deve… deve rimanere
genuinamente mostruoso. Deve
rimanere saldo alle sue origini.
Non trotterellare dietro alle
cose. (Stiamo dettando le regole
qui.)
WJR Naturalmente, se hai un
briciolo di giornalismo in te sei
portato a farlo, o no? Vuoi
andare dove sembra ci sia
azione. Specialmente quando
sei giovane.

BUK Già. Ma l’azione è ovunque.


Puoi aprire la porta e trovartela
lì davanti. Verrà lei da te…
viene da me. Me ne sto qui
seduto e lei entra dalla porta.
Non vado mai da nessuna parte.
WJR Cosa ne pensa dei corsi
creativi, dei gruppi e di cose del
genere?
BUK Penso siano orrendi.

WJR Ma lei a volte ci va, giusto?

BUK Tengo reading di poesia…


per denaro. Solo per
sopravvivere. Non mi piace
farlo ma ho mollato il lavoro il 9
gennaio scorso e sono diventato
un cosiddetto marchettaro
letterario. Ora faccio cose che
prima non avrei mai fatto… una
di queste è appunto tenere
reading di poesia. Non mi piace
per niente farlo. Per quanto
riguarda i corsi di scrittura io li
chiamo Club per cuori solitari.
Perlopiù sono gruppetti di
scrittori scadenti che si
riuniscono e… emerge sempre
un leader, che si autopropone, in
genere, e leggono la loro roba
tra loro e di solito si
autoincensano l’un l’altro, e la
cosa è più distruttiva che altro,
perché la loro roba gli rimbalza
addosso quando la spediscono
da qualche parte e dicono: “Oh,
mio dio, quando l’ho letto l’altra
sera al gruppo hanno detto tutti
che era un lavoro geniale”.
WJR Oh, mi hanno segnalato
delle cose, però, anche nei miei
lavori, riscontrate in seguito dal
mio agente di New York. Credo
che a volte si ha la fortuna di
trovare un leader intuitivo.

BUK Puoi ottenere delle critiche


costruttive ma accade
raramente in quei gruppi. In
genere si tratta di una specie di
circoli per cuori solitari. La
gente ci va per trovare agganci
sessuali e per altre diverse
ragioni. Il miglior modo per
imparare a scrivere è leggere i
bravi scrittori e vivere. Questo
è tutto quello che si deve fare.
Non serve un gruppo.
WJR Dicevo a Josette mentre
venivamo qui in macchina
dall’UCLA che per quanto
riguarda le parti parlate –
rendere lo stile colloquiale – per
me è sempre stata dura, anche
se prendevo sempre il massimo
nei temi e in tutto il resto. Ma
era dovuto soprattutto al fatto
che ho sempre letto molto.
Coglievo le sfumature e
percepivo
“sismograficamente”… Per me
scrivere era come suonare il
banjo a orecchio… Se leggi
tante cose buone prima o poi
sono destinate a saltar fuori.
BUK È vero.
JO Però non è abbastanza.

BUK No, bisogna vivere. Ma non


c’è niente di meglio che leggere
bravi scrittori. Quando ero agli
inizi mi ero accorto che scrivevo
proprio male, uscivo e prendevo
un libro di D.H. Lawrence – che
fatta eccezione per Canguro e
un paio di altri aveva scritto in
fretta e per denaro –, che ha
sempre reso concisa la mia
scrittura e meno sdolcinata.
Adesso non mi serve più. Anzi,
adesso mi stufa. Ma all’epoca
non era così. Cambiamo le
nostre percezioni sugli scrittori,
sapete, nel corso degli anni. Mi
ricordo di quando ero convinto
che Thomas Wolfe fosse il
massimo… sapete, quando ero
giovane. Dicevo sempre: “Cristo
santo, che uomo era!”. Adesso
leggo la sua roba e dico:
“Troppo drammatico… proprio
tremendo”. Non trovo neanche
le parole.

WJR Proprio come un aeroplano


che corre sulla pista e non ha
sufficiente vento nelle ali per
decollare… una grande forza
ma è come se le pale dell’elica
non avessero abbastanza… non
riesce a decollare, ha
presente…
BUK Ha fatto un esempio proprio
azzeccato, sì, esatto.

WJR Quando ho cominciato a


leggerlo ho pensato: Cristo,
deve avere settantacinque,
sessantotto anni – per la sua
profonda maturità, la sua
introspezione, la sua
conoscenza – e anche ora ho la
stessa sensazione nei suoi
confronti. Adesso penso che se
avesse vissuto oltre i trentotto
anni, su per giù, se avesse
superato quegli anni, se avesse
sposato sul serio il suo
personaggio, quella ragazza con
la quale usciva, se avesse
vissuto delle importanti
esperienze che l’avessero
buttato a terra… o pensate se
avesse vissuto durante la
Seconda guerra mondiale o
magari, se fosse ancora vivo
oggi, credo che la sua scrittura
sarebbe cambiata, avrebbe
dovuto per forza, o avrebbe
dovuto cambiare mestiere.
BUK Stava cambiando. Il suo
ultimo libro almeno… lui no.
Non menava il can per l’aia, il
che all’inizio era interessante,
sapete. Ma era comunque
noioso. Anche se era più
conciso, era noioso. Be’, non c’è
modo di sapere. Alcuni riescono
a scrivere soltanto quando sono
giovani.

WJR In base alla sua esperienza,


qual è la parte più dura nel
meccanismo della creazione di
una poesia? La poesia di solito
nasce dentro di lei. La stesura
avviene prima… in una sola
volta o in lei è come congelata?

BUK Non stai neanche a


pensarci… un giorno arrivi a
casa dall’ippodromo… di solito
riesce meglio se hai perso un
centinaio di dollari. E ti apri una
birra, ti siedi e cominci a
scrivere una poesia. Di solito ne
scrivo dieci o quindici per volta
e poi la mattina dopo le
riguardo e dico per esempio:
“Be’, queste non vanno per
niente e in queste sei devo
cancellare alcuni versi… e
queste altre tre vanno bene così
come sono”. Quindi è una sorta
di trucco che ho imparato a
mano a mano. Prima non
cambiavo mai le cose, sapete,
quando ero agli inizi, ma adesso
quando… sono più oggettivo,
credo… be’ questo sì che è un
verso da cancellare… è
terribile!
WJRQuando dice dieci o quindici
poesie per volta, sono tutte più
o meno sullo stesso tema?
BUK No, tutte diverse. Lascio
che le poesie mi crescano
dentro e poi ci vuole una certa
molla che le faccia scattare e
saltano fuori tutte. Come ho
detto, perdere un centinaio di
dollari alle corse è di grande
aiuto per l’arte.
WJR Crede che le corse dei
cavalli siano di grande aiuto per
l’incremento delle sue entrate?
BUK C’è un agente del fisco in
ascolto? Diciamo che
ultimamente, da quando hanno
aperto le stalle dei puledri, ci
vado sempre e riesco a vincere
abbastanza per vivere. Ma da
circa un mese, ed è una zavorra
che mi porterò dietro per tutto
l’anno, sono in rosso, sono sotto.
Anche se con le ultime corse sto
andando abbastanza bene…
forse perché non ho altra
scelta.
WJR Si tratta in pratica di
studiare i cavalli in modo
oggettivo nell’ambito di una
certa situazione?
BUK No, c’è un certo metodo che
ho imparato e… non voglio
autoincensarmi. Ma se mi
attengo a quello ho risultati
molto buoni.

JOPrima lavorava all’ufficio


postale, giusto?

BUK Sì. Ho lavorato tre anni


come portalettere e poi ho
smesso per due anni per fare
altri lavori, tra i più disparati.
Ho sposato una milionaria in
quel periodo… pura fatalità.
Quando sono uscito
dall’ospedale, sapete, ho scritto
cinquanta poesie. Mi sono
detto: “E adesso che me ne
faccio di questa roba?”. Allora
ho sfogliato la rivista “Trace” e
mi sono detto: “Be’, farò meglio
a spedirle e scandalizzare
qualcuno”. Quindi ho fatto una
ricerca e ho trovato questa
rivista, “Harlequin”, di una
piccola città del Texas e mi sono
detto: “Probabilmente quella
che la cura è una vecchia… alla
quale non piacciono le
parolacce o questo genere di
poesia”, avete presente.
“Probabilmente ama i versi in
rima e abita in una casetta
rosellina con i canarini – penso
che le darò una svegliata e
vediamo cosa succede.” Le ho
spedito un grosso pacco pieno di
poesie… Mi ricorderò sempre
quando ho spedito quell’affare.
Poi mi è arrivata una lettera in
risposta. Una lunga lettera che
mi informava che ero un GENIO .
E ne hanno pubblicate
quaranta. Poi è saltato fuori che
era una bella donna, giovane,
che avrebbe ereditato un
milione o una cifra simile. Non
lo sapevo, naturalmente. E ci
siamo scritti per un po’. Alla fine
ci siamo incontrati, sposati e poi
ho scoperto, quando sono
andato nella sua città natale
che, oh, oh, era proprietaria di
tutta la cittadina. Ma non ha
funzionato. Ho lasciato andare
il milione. Ma lei, Josette, mi
chiedeva dell’ufficio postale – mi
sono lasciato trasportare – ho
fatto tre anni da portalettere –
poi ho incontrato questa donna –
poi ho fatto altri undici anni
come impiegato postale. E mi
sono licenziato proprio il 9
gennaio scorso, trasformandomi
in un marchettaro letterario.
JOQuesto lo so, perché conosco
qualcuno che la conosce molto
bene. Conosce un certo
Werner? Insegna all’UCLA.

BUK Può darsi.

JO È bruno, non molto alto…

BUK È francese?
JO Esatto.

BUK Sì, lo chiamavo “il


francesino”. Sì, lo conosco.

JO Lui l’adora.
BUK Oh, ma davvero, sul serio?
Quando mi vede sembra voglia
sputarmi in faccia. Sì, ogni tanto
mi faccio una birra insieme a
lui. È un tipo a posto. Sì, ho
dovuto piantare il lavoro
all’ufficio postale perché mi
stava uccidendo, sul serio. Così
ho scritto un romanzo, Post
Office. Verrà pubblicato qui e in
Germania. La Black Sparrow
Press sarà l’editore statunitense
e la Kiepenheuer & Witsch lo
pubblicherà in Germania.

JO Chi lo traduce?
BUK Carl Weissner. Ha tradotto
il mio libro Taccuino di un
vecchio sporcaccione in
tedesco; il Taccuino
originariamente era apparso sul
vecchio “Open City” di Los
Angeles. I tedeschi per qualche
motivo mi amano… a loro piace
la mia roba. Sono molto
popolare in Germania.

WJR Alcuni articoli che ha scritto


per “Open City” mi sono
piaciuti, ma altri erano come –
ah, be’ – e poi mi sono imbattuto
in uno come The Frozen Man ed
era meraviglioso.
BUK Be’, sapete, dovevo
scriverne uno per settimana,
che avessi voglia o meno. Era
un’ottima disciplina. Il Taccuino
in versione libro per me è stata
una grossa emozione. È stato
fatto molto bene. Ed è stato
recensito da “Der Spiegel” che
ha larga diffusione… è una
specie di “Newsweek” tedesco.
Ha riscosso ottime critiche.
Post Office uscirà in dicembre,
per Natale. Racchiude
quattordici anni d’inferno. Ma
non l’ho scritto in – si fa per dire
– stile “piagnucoloso”. È
perlopiù ironico-umoristico,
anche se è intriso di dolore… ho
cercato di non diventare troppo
sentimentale… ho cercato di
riportare semplicemente ciò che
è successo e come. In quegli
anni sono capitate cose molto
buffe e molto tragiche.

WJR A proposito, questo mi porta


su un altro discorso. Qual è la
migliore formazione per
diventare un poeta oggi?
Conosce dei bravi poeti che
insegnano al college?
Consiglierebbe a un giovane di
diplomarsi o di laurearsi e poi di
insegnare?
BUK In passato l’avrei
sconsigliato. Ma adesso sembra
esserci una nuova nidiata nei
corsi universitari di inglese, con
gente molto in gamba. Mi
sorprendono. Alcuni di questi
sono diventati professori di
recente. Ne conosco uno, si
chiama Bix Blaufuss. È
pubblicato su “Laugh Literary”.
Insegna inglese e scrive molto
bene. Ce n’è anche un altro che
insegna allo State College
California a Long Beach –
Gerald Locklin.

WJR Lo pubblichiamo in questo


primo numero.
BUK È molto bravo.
WJR Sì, lo credo anch’io.

JO Conosce Hirschman?

BUK Sì, lo conosco. Insegnava


inglese.
JO All’UCLA.

BUK Il suo stile varia un po’


troppo. Cambia stili. Dunque,
Locklin – si veste da pezzente –
e sembra più uno studente che
un insegnante – eppure è molto
umano – sia Locklin che
Blaufuss.
WJR Vale per tutti e due?
BUK Già, sono tutti e due molto
informali. Sembrano più
studenti che insegnanti. E sono
molto umani, ma dico a
entrambi: “Prima o poi vi
beccano, questo è solo l’inizio,
sapete. Quindi state attenti
prima di lasciarvi coinvolgere
dalle politiche del campus e di
farvi inghiottire da una
situazione nuova”.
WJR È come se si annullassero…

BUKEcco l’espressione giusta, è


come se si annullassero. Ma per
ora sono ancora lì. Quindi non
sono colpevoli, per ora.
WJR Karl Shapiro… credo abbia
scritto un articolo sul “Library
Journal” che è stato citato dal
“L.A. Times”. Lui pensa che gli
studenti di oggi non leggano
come facevano quelli della
precedente generazione e…

BUK Non legge lui… o non


leggono gli studenti?

WJR Gli studenti.

BUK Be’, suppongo che lui ne


sappia molto più di me su
questo.
WJR Ha l’impressione che gli
studenti non leggano molto?
BUK Credo non troppo, no. Ho
un amico, Steve Richmond, che
voleva provare a fare una
cosa… lui e io abbiamo scritto
alcune poesie su delle tavole.
Due metri e dieci per un metro
e quaranta. Le abbiamo appese
con delle corde. È un tipo molto
strano, però. Sono passato dal
suo negozietto l’altra sera
quando sono andato a trovare
mia figlia, e le aveva
smantellate. L’idea era quella di
spingere la gente a leggere di
nuovo… scrivendolo piuttosto
grande e piuttosto facile per
tutti da vedere. Ma è un tipo
molto volubile. Ha smontato le
tavole. Non so cosa ne abbia
fatto… se le abbia bruciate o se
le abbia spinte al largo
nell’oceano per i pesci.
WJR Ha ancora il suo negozietto?

BUK Sì, ma è vuoto, dentro non


c’è più niente. Un tipo davvero
bizzarro…

WJR Speravo di andare a farci un


salto per vederlo.

BUK Anche Richmond è uno


scrittore notevole. O almeno lo
era… adesso non scrive più
molto.
WJR Bukowski, parlando di sua
figlia…

BUK Ha sei anni… e non è figlia


della mia ex moglie milionaria.

WJR Come si chiama?

BUK Marina. Le ho dedicato uno


dei miei libri.

WJRVuole diventare un poeta… o


meglio una poetessa?

BUK Spero di no.


WJR Cosa pensa del panorama
della poesia… in generale e in
particolare?
BUK Be’, questo stadio
dell’esistenza è un periodo
proprio brutto per la creazione.
È stato fatto molto poco. È un
periodo molto arido,
inconcludente. Non ci sono
giganti – non c’è nessuna forza
–, c’è il nulla. Non c’è forza da
nessuna parte. Io la penso così.

WJR Ward S. Miller, il presidente


dell’Istituto di inglese
dell’Università di Redlands
sostiene che c’è materiale in
abbondanza qui nella California
del Sud. “Conosco molti
scrittori, alcuni piuttosto bene,”
mi dice, e che tra i suoi stessi
studenti “ce ne sono decine di
ieri e di oggi che scrivono
alquanto brillantemente.”

BUK Non sono per niente


d’accordo. A me sembra sia un
periodo arido. In passato
abbiamo sempre avuto giganti,
sapete… anche tanto tempo fa.
Quando ero giovane, sui
vent’anni, c’era sempre
qualcuno da prendere come
modello – Hemingway, W.H.
Auden – è ancora vivo, ma
sapete, non scrive più. Be’
eravamo sempre circondati da
questi giganti. Potevi prendere
in mano “Poetry Chicago” e
allora sì che si ragionava. C’era
T.S. Eliot al suo massimo
splendore – c’erano sempre
questi pesi massimi in giro.
Adesso, mio dio, ti guardi
intorno… ed è un vero
mortorio… non c’è nessuno da
prendere come modello… non
c’è nulla all’orizzonte…

WJR Crede che ci sia un pizzico


di nostalgia in tutto questo?

BUKNo, questi tizi erano il


massimo, punto e basta.
WJR Be’, naturalmente, tempi
diversi, gente diversa. Abbiamo
avuto un’esplosione delle
edizioni economiche – forse il
marketing ha avuto qualcosa a
che fare con tutto questo; molta
gente ha potuto ricevere
un’educazione scolastica dalla
fine della Seconda guerra
mondiale, c’è così tanta gente
che si fa avanti e così abbiamo
avuto una specie di esplosione
nel campo dell’editoria. Crede
che questo abbia influenzato…

BUK Be’, comunque questo non


dovrebbe “influenzare” uno
scrittore in gamba dall’essere
un grande scrittore o meno,
credo. Prendiamo ad esempio
Mailer… dovrebbe essere uno
dei più grandi. Riesco a
malapena a leggerlo. Qualcuno
mi ha passato qualcosa dal titolo
Cannibals and Christians.
Scrive di Eisenhower e di
questo e di quello e, cribbio,
Cristo santo, è proprio
tremendo.

WJR Sembrava volesse in un


certo senso sperimentare –
quando ha fatto grande scalpore
con Il nudo e il morto aveva
solo vent’anni…
BUKHa veramente scritto Il
nudo e il morto.
WJR Sembrava volesse… l’ho
ammirato molto però, perché ha
cercato di entrare e di scavare
e di sperimentare…
BUK Dopo aver scritto Il nudo e
il morto è morto sul serio.

WJR Ma non ha la qualità


profetica… la qualità profetica
degli ebrei di, come si chiama, il
profeta ebreo che geme nella
dissolutezza e cerca di
evidenziare ciò che sta
succedendo alla civiltà… e gli
ebrei qualche volta l’hanno
fatto.
BUK Non lo so.

WJR Anche se negli ultimi anni ho


la sensazione che sia molto
assorbito da se stesso, o…

BUK Sia un po’ viziato.

WJRGià, tutto preso dalla


pubblicità…

BUK Già, si è fatto abbindolare


dalle cose. La pubblicità può
rovinare un uomo, sul serio.
WJR Crede sia proprio questo
quello che è capitato a
Hemingway, che sia proprio
stato condizionato… isolato in
un certo senso dalla sua
pubblicità? Mi sono chiesto
spesso se non sarebbe stato più
sano e più felice se avesse
semplicemente… (Dopo aver
letto quel libro, Papa
Hemingway.)

BUK Ha cercato di scostarsi da


tutto quello, sapete. Ma anche
Hemingway aveva il complesso
del suicidio che gli cresceva
dentro e con il quale ha
combattuto tutta la vita. Sapeva
che quello che scriveva non era
più come una volta. Il vecchio e
il mare doveva essere in teoria
il romanzo del suo ritorno ma
non lo è stato – era solo un
ricopiare il suo stile stringato.
Non è stato così originale… non
era ciò che sentiva in quel
momento. E questo è stato il
suo tentativo di ritorno e
quando i critici sono stati
concordi con lui – cioè hanno
sentito che con Il vecchio e il
mare aveva fatto centro – credo
che sia rimasto molto deluso dal
fatto che la gente fosse così
facile da infinocchiare. E ha
bevuto un sacco, sapete, e
questo può causare depressione
in un uomo, bere
costantemente.
WJRCrede che sarebbe andata
meglio se fosse
semplicemente… sparito?
BUK Non si riesce a sparire mai,
alla fine. Ti scovano sempre. Mi
hanno detto che c’era gente che
infastidiva Henry Miller – me
l’ha raccontato Webb –, lui non
li lasciava entrare in casa e
allora hanno piantato una tenda
nel suo prato, una tenda lì fuori.
E hanno bivaccato lì tre o
quattro giorni.
WJR Ma di recente?
BUK Già, non so quando
esattamente. Be’… questo in un
certo senso fa paura. Mi
considero dannatamente
fortunato. Mi hanno lasciato in
pace, e che scriva bene o male,
riesco a sopravvivere, sapete…
tiro a campare, ma fino a ora
non mi sono girati tanti soldi.
Mi considero molto fortunato.
Naturalmente, saprei cosa fare
di un milione di dollari e come
diventare viziato!

WJRQuesto è in linea con una


cosa che ho pensato anch’io. Ho
venduto pubblicità per lavoro
per molti anni e penso, be’, mi
piacerebbe ritornare nel mondo
della libera professione. Oh,
come per esempio la storia che
sto scrivendo sul veterinario di
Glendale che ha dei walkie-
talkie bidirezionali portatili e
una televisione a circuito chiuso
a beneficio dei suoi clienti e l’ho
apprezzato molto… credo che
questo modo di scrivere umile e
tranquillo sia il miglior modo
per produrre. Specialmente se
ami anche la fotografia… devi
fare in questo modo… d’altro
canto però non emoziona e non
coinvolge completamente. La
consapevolezza – dovrebbe
piacerle stendere dei saggi sui
fondamenti della coscienza e
così via, se posso essere del
tutto schietto…

BUK Ma non vende molto,


giusto?

WJR Cosa pensa del mercato


freelance in questo momento?
Naturalmente il commercio e i
redattori e gli scrittori interni
non hanno nulla a che fare con
lei, ma ha sentito qualcosa?
BUK Il mercato freelance, da
quando abbiamo avuto questa
lieve recessione, è diventato
piuttosto duro. Molti editori si
scrivono da soli le cose e stanno
utilizzando la scorta di
materiale che avevano già
acquistato e parecchie riviste
che pagavano in anticipo adesso
lo fanno al momento della
pubblicazione e si è stretta un
po’ la cinghia.

WJR Crede che ci sia più gente


che si butta sul mercato per via
della recessione? Magari se ne
stanno con le mani in mano a
casa e prendono la macchina
fotografica o la penna o la
matita…
BUK No, non credo sia così. È
solo che gli editori stessi hanno
stretto la cinghia.

WJR Non perché ci sono più


freelance che intasano il
campo?

BUK Adesso possono anche


esserci perché non hanno
nient’altro da fare, è possibile,
ma non si può chiamare
competizione. In altre parole,
non ha niente a che fare con la
situazione generale. Scrivo per
riviste sconce – faccio qualche
soldo in più. Scrivo esattamente
ciò che desidero… come, ad
esempio, Taccuino di un vecchio
sporcaccione. Se c’è un pezzo
di sesso, posso venderglielo, se
non c’è, no. Mi chiedono anche
di fare piccole cose per i
giornali. Uno mi ha offerto
centosessanta dollari per
scrivere quattro articoli –
quaranta per articolo. Così li ho
scritti, tutti e quattro, in una
notte.
WJR Per la stampa underground?

BUKNo, per una specie di


pubblicazione “sconcia” rosa.
Non male per una notte.
Centosessanta verdoni. Vado
comunque avanti a scrivere
poesie e bei racconti. Mi
mettono sull’ultima pagina
perché non sono abbastanza
osceni.
WJR Crede che ci addentriamo
sempre più in questo perché in
generale si può dire che è un
periodo morto? Parlo del trend
generale pornografico.
BUK Be’, la nudità e il sesso sono
la scoperta dell’acqua calda dei
giorni nostri. Come se fossero
cose che prima non
conoscevamo. Le abbiamo
scoperte ora. Qui, lungo
Hollywood Boulevard hanno
aperto dei piccoli locali che
chiamano “teatri per adulti”.
L’ingresso costa cinque dollari e
non so cosa succeda lì dentro,
ma ce ne sono dappertutto. Una
donna al negozio di liquori…
stavo comprandomi una
confezione da sei di birra… mi
ha detto: “Cosa sta diventando
questo mondo… con tutti questi
localini per adulti in giro?”, e ho
detto: “Senta signora, mica
deve entrarci per forza… può
anche solo passarci davanti”.
Non le è piaciuto. Allora ho
aggiunto: “Io non ci vado”.
WJR Credo che lei abbia ancora
dei parenti in Germania, vero?

BUK Ho uno zio ad Andernach…


ha ottant’anni. Ci siamo scritti
per un po’ e poi gli ho detto che
Taccuino di un vecchio
sporcaccione era uscito in
Germania e gli ho detto dove
trovarlo… da allora non mi ha
più scritto. Sto sfogliando
questo libro che ho qui davanti e
ho letto il nome Salinger. Uno
che ho dimenticato… è proprio
dannatamente bravo.
JO Dov’è finito?
BUK Non ho più saputo niente di
lui… avrà semplicemente
smesso, immagino. È proprio
bravo. A volte smettono. Quelli
in gamba smettono… quelli
scarsi continuano a scrivere.

WJR Quando deve uscire il


prossimo numero di “Laugh
Literary”?

BUK Il numero tre uscirà verso


febbraio… abbiamo delle poesie
piuttosto belle. Voglio sempre
chiuderlo ma continuo a
ricevere poesie che mi
piacciono e dico: “Qualcuno
dovrebbe proprio pubblicarle”.
Sono un tipo romantico,
malgrado tutto.
JOBe’, è vero, bisogna far
conoscere questa gente…
BUK Dunque, è una cosa strana.
La maggior parte del materiale
che ricevo per posta è brutto,
davvero brutto. Apro le buste
controvoglia… e una volta ogni
tanto arriva una sorpresa. Per
esempio, c’è un ragazzo che mi
ha spedito una cosa dal titolo
Barnett’s Castle, e mi sono
detto: “Cristo, questo tizio è
davvero bravo!”. Così gli ho
scritto e gli ho detto: “Non
avevo mai sentito parlare di te”,
e lui mi ha risposto: “Be’, prima
scrivevo, poi ho lavorato per
quindici anni e adesso ho
ripreso a scrivere”. Be’, una
situazione molto strana questa.
Ci sono un sacco di persone
strane là fuori che sanno
scrivere. Voglio dire, non sono
grandi scrittori, ma sanno
scrivere molto bene. Quindi
devo accettare questa cosa, è
giusto così.

WJR Si ricorda la sua prefazione


alla raccolta di poesie di Steve
Richmond Hitler Painted Roses,
Earth Poet Serie 1? Era
bellissima e profonda. Ho
estrapolato un paio di passaggi:
“C’è solo un uomo gettato sulla
terra, a pancia nuda, e che vede
con il suo occhio. Sì, ho scritto
‘occhio’. Quasi tutti nasciamo
poeti. È solo quando i nostri
vecchi ci prendono e cominciano
a insegnarci tutto quello che ci
insegnano che il poeta muore”.

BUK Già. È così. Devo


spiegarvelo?

WJR No. “I nostri poeti e i nostri


statisti, i nostri amori ci hanno
lasciato molto poco su cui
contare.” Ho sentito molto
anche questa, in un certo senso.
BUK È come per i bambini. Si sa
che sono molto brillanti fra i tre
e i quattro anni e mezzo.
Possono mettersi lì e
raccontarti cose. Sono come
vecchi filosofi perché non gli è
ancora stato insegnato nulla
dall’esterno. Hanno una
conoscenza latente… sono nati
così, non sono ancora stati
manipolati. Facevo delle
conversazioni meravigliose con
mia figlia quando aveva tre anni,
tre anni e mezzo. Mi lasciava
interdetto per le cose che
diceva, e ho sentito la stessa
cosa da un altro mio amico. Ma
poi li mandi a scuola e diventano
tutti uguali, avete presente.
Come mia figlia che un giorno
ha fatto un disegno… qualcuno
le aveva regalato i pastelli a
cera. Aveva appena iniziato la
prima elementare. E nel
disegno aveva fatto una
bambina con una bandiera
americana in ciascuna mano. Mi
sono detto: “Be’, non hanno
perso troppo tempo con lei”. Ma
una delle due bandiere l’aveva
disegnata sbagliata, aveva
colorato il blu sul bordo esterno
invece che vicino all’asta. Non
mi considero anti-americano…
sto solo dicendo che non hanno
perso tempo con lei. Portatemi
un bambino di tre anni e allora
sì che posso avere una
conversazione interessante.

WJR Pensa che il mondo stia


attraversando un
cambiamento… si discute molto
sulla rivoluzione psichedelica e
alcuni sentono, e tra questi ci
sono anch’io, che esiste
un’evidenza, in un certo senso,
della separazione dei
cromosomi delle generazioni.
Che davanti alla minaccia di una
Terza guerra mondiale e di un
completo blackout a causa della
bomba atomica le generazioni
più giovani stiano separandosi
da sole… come stanno facendo
sociologicamente… che forse
questo è il modo di madre
natura di separare, per non
ripetere gli stessi circuiti nei
secoli dei secoli e
ricominciare…

BUK La seguo. Sì, capisco cosa


sta dicendo.

WJRInvece adesso la rivoluzione


corrente sembra legittima?
Sembra piuttosto disgraziata,
squallida…
BUK Ho anche questa teoria che
la stessa cosa sia già accaduta
prima. Che la razza umana
comincia in una caverna e
impara a costruire un ponte e
qualcuno inventa una pistola e
alla fine si arriva alla forza
atomica. La bomba all’idrogeno.
Poi scoppia e va tutto all’aria.
Rimane poca gente nelle
caverne. Uno di loro scopre il
fuoco. Ricostruiscono tutto
un’altra volta e alla fine scoppia
tutto di nuovo. Questo pensiero
è venuto in mente anche a me,
che è un ciclo continuo. Che
cosa spaventosa sarebbe, vero?
E che senso avrebbe?
WJR Vent’anni fa alle superiori
avevo un insegnante che
parlava della stessa cosa.
Diceva che ci sono gruppi di
ricercatori che scavavano…
stavano eseguendo scavi
archeologici nel Medio Oriente
o da qualche parte e hanno
trovato, strato dopo strato,
intere città sepolte… il che vuol
dire migliaia di anni. Sono
arrivati al fondo e hanno trovato
una specie di smalto vitreo,
fondamenta simili a vetro
esattamente uguali a quelle che
avevano trovato nel deserto,
sapete, quando hanno gettato la
bomba atomica, una specie di
fusione vitrea. E sono arrivati
forse alla stessa conclusione,
sapete, una riflessione
interessante…

BUK Sì, è possibile.

WJR Mi domando se quello che


stiamo cercando non si trovi nel
campo politico o in quello
scientifico, ma nell’arte che
ognuno di noi sviluppa, come la
poesia. Cosa pensa… pensa che
i poeti abbiano il discernimento
che ci aiuta a superare il vuoto?
BUK Be’ non c’è una risposta
definitiva, lo sapete. Non c’è
mai stata. Ognuno fa del suo
meglio, ecco tutto. Non ha
importanza quali siano le tue
risorse, dai il meglio di te.

WJR Crede che la rivoluzione


corrente – psichedelica, e tutto
il resto – stia andando in questa
direzione? Cosa ne pensa? Cosa
pensa che ci rimarrà in mano,
qualcosa di valido?

BUKNo. Odio essere così cinico


ma è una specie di moda
passeggera, come quando gli
studenti al college ingoiavano
un pesciolino rosso o provavano
a vedere in quanti riuscivano a
entrare in una cabina
telefonica. Solo una cosa da
fare tanto per. È una moda più
che una realtà. Vi racconto
come sono arrivato a questa
conclusione. Stavo ascoltando la
KPFK sulla faccenda di Isla
Vista… quei ribelli lassù. Là
c’erano dei giornalisti e vi
ricordate, avevano incendiato
una banca e c’erano un sacco di
altri casini. Così il tizio della
radio chiede all’inviato: “Cosa
succede stasera?”. E l’inviato
risponde: “Be’, stasera è calma
piatta”. “Perché è calma piatta
stasera?” “Perché gli studenti
stanno tutti studiando per gli
esami finali.” Ho pensato, ma
che rivoluzionari del cazzo sono
questi? Bruciano una banca,
fanno scoppiare un pandemonio,
lanciano pietre ai porci e poi si
siedono alla scrivania e studiano
per il loro esame finale così
possono diventare membri della
società. Prendere il loro bel
diploma. E quello mi ha aperto
gli occhi. C’è molta falsità. E ci
sono anche un sacco di
opportunisti.
WJR Lo percepisco anch’io, in un
certo senso.

BUK E ci sono un sacco di


persone sincere tra loro. Così
alla fine si ha una
conglomerazione. Ma in genere
con i giovani si ha un’espulsione
di energia, ed è solo un caso che
adesso la rivoluzione sia la cosa
importante.

WJR Come considera la stampa


underground adesso – la piega
che sta prendendo. Si sta
arricchendo, nel contesto?
BUK Sta diventando un po’
noiosa. La “Berkeley Tribe”
(sic) è piuttosto immatura. Direi
che l’unica rivista buona che
conosco è “Nola Express” di
New Orleans.

WJR Ne ho sentito parlare. Devo


trovarne una copia.

BUK Magari mi piacciono perché


pubblicano i miei racconti e le
mie poesie! Questo potrebbe
influenzare un po’ il mio
giudizio.

WJR Bene, non vogliamo rubarle


altro tempo e ovviamente
apprezziamo molto che ce ne
abbia dedicato così tanto.
BUK Va bene così. Spero che
riusciate a tirare fuori qualcosa
da questa chiacchierata.

“Che uomo gentile!” ha


commentato Josette mentre
salivamo in macchina e ci
allontanavamo. “Ed è così
lucido!”
William J. Robson and Josette
Bryson, Looking for the Giants: An
Interview with Charles Bukowski,
“Southern California Literary
Scene”, vol. 1, n. 1, December 1970,
pp. 30-46.
Una serata con Charles
Bukowski: un polpettoso
ricettacolo di cattivo karma, di
autocommiserazione e di
vendetta
Don Strachan
1971

Qualcuno ha scritto che


Sartre e Genet pensano che
Charles Bukowski oggi sia il più
grande poeta vivente degli Stati
Uniti. Al di fuori della California
del Sud non è conosciuto come
Allen Ginsberg o Rod McKuen,
ed è spesso criticato perché
scrive una sola poesia… la vita è
merda. Ma tutti sono concordi
nell’affermare che lo scrive in
maniera più eloquente di
chiunque altro.
Brad, un tizio col quale
lavoro, è amico di Bukowski.
Tempo fa, mi aveva invitato a
casa sua ad Altadena per
incontrare Bukowski, ma da
quando Kathy mi aveva
raccontato della sera in cui lui
aveva portato Bukowski a casa
di lei, sono un po’ restio a
incontrarlo.
Anche Kathy lavora insieme a
noi. Vive con un regista, detto
Les, in una casetta su a
Silverlake. Bukowski ha
chiamato Les per tutta la sera
“ciccio”, e quando se n’è andato
ha sradicato i fiori del giardino.
Dopo quella volta Brad e la
moglie Tully quasi ogni
settimana hanno una nuova
storia su Bukowski da
raccontare. Recentemente
Bukowski ha portato Tully fuori
a cena e a bere qualche drink.
“Non preoccuparti,” Hank ha
rassicurato Brad mentre
uscivano, “non le accadrà
niente. Starò attento.” Fuori dal
ristorante, una coppia si è
avvicinata a loro sul
marciapiede. “Ti conosco,” ha
ringhiato Bukowski alla
ragazza. “Cazzo, stai di merda.”
Il suo cavaliere stava per
intervenire, ma Bukowski l’ha
allontanato con un gesto. L’ha
squadrata e l’ha insultata, e poi
ha concluso che era stata
recensita da Charles Bukowski.
Questa volta, quando Brad mi
ha invitato per incontrarlo, me
la sono sentita di andare.
La sera in cui ho fatto
bisboccia con Bukowski ho
portato un grammo e mezzo di
hashish nero di prima qualità.
Brad aveva sette bottiglioni di
vino e qualche bottiglia di birra
Miller a portata di mano. Visto
che la nuova ragazza di
Bukowski l’aveva fatto smettere
di bere, abbiamo pensato che
saremmo riusciti a sopravvivere
alla serata. Brad aveva una
Pepsi in frigorifero pronta per
Bukowski, così al suo arrivo
tutti avremmo potuto dirgli
quanto fosse buono il vino.
“Starà a sentire per circa
dieci secondi,” ha detto Claude.
Claude abita con Brad e Tully.
“La sua nuova ragazza lo
lascia a secco,” ha detto Tully.
“Mi chiedo per quanto durerà.
Di certo è un tipo che passa da
una donna all’altra molto in
fretta.”
“Non quanto me,” ho detto.
“È già finita con la terza del
sagittario.”
“Quella che hai conosciuto
questa settimana?” ha chiesto
Tully.
“Già.”
“Affoga i dispiaceri in questa,”
ha detto in tono ironico Claude,
passandomi una Pepsi. Lui e la
moglie si erano appena
separati.
“Ecco Bukowski,” ha detto
Brad. “Oh, mio dio, sta guidando
una macchina con dei pois rosa
sul tettuccio.” Brad e i suoi altri
ospiti, la coppia Joe e Margie,
sono andati alla porta.
Bukowski è entrato: indossava
una giacca sportiva e pantaloni
seri. Chissà che scenata ha
dovuto fare la sua ragazza per
fargli mettere quel completo, e
alla fine lui avrà ceduto per
accontentarla e anche perché
sarebbe stato divertente
presentarsi in ghingheri.
Non era alto come credevo –
più o meno la mia altezza, un
metro e ottanta circa – ma era
massiccio come un treno merci,
un mucchio di carne nodosa. I
lineamenti regolari, piuttosto
piacevoli della faccia erano
celati da un polpettoso
bucherellato ricettacolo di
karma negativo,
autocommiserazione e vendetta,
coronato dal naso più a patata e
più da bevitore di birra mai
visto dirigere passi malfermi
nell’oscurità. La faccia
penzolava tra le spalle, dandogli
l’aspetto di un imponente
troglodita.
La sua voce era
inaspettatamente dolce e per
niente cavernosa, e parlava in
modo secco, come W.C. Fields,
lasciando che le ultime sillabe
scivolassero via e cadessero.
“Non bevo più,” ha detto
aprendosi una birra.
La sua ragazza era bella,
sulla trentina, fuori dal suo
ambiente, ma emanava
comunque molta luce. Mi
ricordava una nonna
quarantenne che avevo
conosciuto nel Midwest, che
tutte le sere ballava e beveva
allo sfinimento nonostante i suoi
anni, ma questa ragazza era
giovane e vitale e la tragedia
sembrava ancora molto lontana.
“Lei è Linda,” ci ha detto Hank.
“Sta scrivendo un romanzo.
Piuttosto bello, tra l’altro.”
Linda. Era la ragazza con la
quale Brad aveva litigato
l’ultima volta che erano venuti
qui. Brad pensava fosse molto
negativa perché non credeva
nel matrimonio.
Eravamo ancora in piedi in
cucina. “Hai proprio una
macchina stramba,” ho detto,
ma sia Hank che Linda hanno
lasciato cadere la cosa. Ho
passato a Hank la pipa. Linda
non aveva mai fumato hashish e
Hank le ha spiegato come fare.
“Viene dai monti,” ha detto,
“non sa un tubo.”
Ovviamente adesso non sarà
più così. “È vero, sono una
montanara ignorante,” ha detto
lei. “Non ho molto quassù,” ha
detto toccandosi la testa, “ma
ho tanto qui.” Si è toccata la
pancia. “Mi diverto un mondo.”
“Hai passato momenti duri,
però, bambina. Non puoi
negarlo.”
“Oh, oh, Hank…”
“Ma è vero, ti diverti anche
tanto.”
Adesso stavamo passandoci
una canna, e Hank ha
cominciato a spiegarle la
terminologia della droga. A
Tully è toccato il mozzicone
dello spinello e Hank ha detto:
“Eccoti servito un rospo. Un
vero rospo”.
“Cos’è un rospo?” ho chiesto.
“Un rospo,” ha detto,
lasciando scivolare la parola.
“Un rospo bisogna inghiottirne
il fumo, lasciare che il fumo
vellutato alla fine della canna
passi attraverso le labbra e
sulla lingua senza però farle
bruciare.”
Linda ha passato il mozzicone,
così ha fatto Hank. “Per me è
troppo caldo, amici.” Me l’ha
passato. L’ho inghiottito.
“L’ha inghiottito, Linda. Hai
visto che roba? L’ha inghiottito,
col fuoco e tutto quanto.”
Tully ci ha servito il chili e per
mangiare ci siamo spostati tutti
e otto nel salotto vicino al
camino. Avevo fatto una bella
mossa, ma mi sentivo ancora
intimidito. Se iniziava ad
attaccarmi, sicuramente sarei
andato al tappeto. Mi sono
seduto sul divano dall’altro lato
rispetto a lui, il più lontano
possibile. “Non riesco a
sentire,” ha detto Bukowski
dopo un minuto. Si è alzato e si
è seduto accanto a me.
“Be’, come ti butta Claude?”
ha chiesto dopo una pausa.
“Sai, vado in Florida tra un
paio di mesi,” ha detto Claude.
“La insegui?”
Claude ha ridacchiato. “Naa.”
Hank ha riso. “Bene.”
“Vieni qui,” ha detto a Linda.
Si è seduta vicino a lui e lui l’ha
abbracciata. “Vuole ballare e
sentirsi felice,” ha detto. Brad è
stato male per il chili ed è
andato a letto.
Bukowski ha cominciato a
spiegare a Linda la logica del
commettere suicidio finché lei si
è arrabbiata; allora ha smesso.
I Grateful Dead suonavano sullo
stereo. “Questa dance music
non è male, ma ti porta solo fino
a un certo punto,” ha detto lui.
Mi sono sentito
sufficientemente a mio agio con
il suo stile tanto da cominciare
una conversazione.
“Una sera mi sono seduto
tranquillo e ho fatto il pieno di
Rolling Stones e di un quartetto
d’archi di Beethoven, e ho
scoperto che Beethoven era
meglio.”
“Cos’hai detto?” ha chiesto.
“Parli talmente piano che perdo
metà delle cose che dici.”
L’ho ripetuto. “Già,” ha detto
lui. “La dance music va bene
per cominciare ma ti porta solo
fino a un certo punto e poi sei
pronto per qualcosa di più. L’ho
imparato quando sono stato una
settimana a casa fuori di testa
seduto al buio ad ascoltare
Bach, lo stesso pezzo un’infinità
di volte dall’inizio alla fine.
Circa alla centesima volta è
arrivata l’alba. Tutte quelle
melodie che si sovrapponevano,
una sopra l’altra. Cominciava
con quella di base, poi arrivava
la seconda, e qualche misura più
tardi la terza, e la quarta…
dicevo più di così non può fare.
Continuava invece, fino a dieci
melodie, credo sia arrivato a
quello.”
“Bach,” ha detto Linda. Si è
alzata e ha fatto un giro per la
stanza.
“Le piace ballare,” ha detto
Bukowski.
“Non ti piace nessuno di
famoso?” ha chiesto lei.
“Dizzy Gillespie!” ha detto.
“Come sta venendo il secondo
capitolo?” ha chiesto lui. Lei si è
seduta su una sedia in fondo alla
stanza.
La musica è cambiata in
qualcosa di troppo melenso e
sciropposo. Hank si è girato
verso Claude. “Lei tornerà,
Claude.”
Joe riempiva quasi tutti i
silenzi con dei rap lunghi e
spontanei sulla pace e sulla
fratellanza, sulla religione e
sulle buone vibrazioni in
generale. Non era Krishnamurti
ma era un tipo affabile di buon
cuore. Adesso rappeggiava su
quanto sarebbe stato bello se il
mondo intero si fosse unito e
avesse cominciato a vivere con
spirito amorevole di fratellanza.
Quando ha finito, Hank si è
voltato verso Linda e ha detto:
“Ecco com’è la gente che si
droga”.
Ho raccontato degli animali
rinvenuti all’interno della
Grande Piramide che non si
erano decomposti. “I misteri
contenuti nelle piramidi che
hanno portato gli animali a
mummificarsi sono stati scoperti
in Cecoslovacchia. Pensano che
quella forma dello spazio faccia
da cassa di risonanza
all’energia cosmica. I cechi
hanno costruito dei modelli in
miniatura che utilizzano per
affilare lamette da barba.”
Bukowski mi ha guardato:
“Non ci crederai mica,” ha
detto.
“Se sei un esteta non metti in
discussione i miracoli,” ho detto.
“Non ci credi sul serio,” ha
detto.
Linda è andata in bagno.
“Pensa che nessuno si stia
divertendo,” ha spiegato Hank,
“perché nessuno è in piedi a far
casino e a ballare. Non capisce
che la gente magari preferisce
passare il proprio tempo in
attività più introspettive. È una
brava ragazza, ma non credo
che funzionerà tra noi due.
Andiamo alla grande in un posto
– a letto – ma non siamo così
bravi nel resto.”
Mi stavo lasciando trascinare
dalla musica quando lei è
tornata e si è seduta sulla
stessa sedia di prima. “Vieni
qui,” ha detto lui. Sembrava già
arrabbiata. Un minuto dopo,
quando ho dato un’occhiata alla
sedia, ho visto che lei aveva un
bambino sul suo grembo. Aveva
la testa da troglodita. “Oh,
Hank… e va bene,” ha detto lei.
Si sono alzati dirigendosi di
nuovo verso il divano, lui la
cingeva con un braccio.
“Non c’è nulla che possa
essere detto contro la droga,”
ha continuato Joe, facendo una
lunga difesa anche se vaga e
non molto eloquente.
“Credo che vada bene
prendere qualsiasi cosa che
faccia andare fuori di testa,” ha
ammesso Hank.
“Certamente. Solo che io
credo che la droga ti faccia
entrare ancora di più dentro
alla testa.” È partito Joe con
un’altra delle sue esplosioni.
“Credo che tu fumi droga
perché pensi di avere le palle
troppo piccole,” ha detto
Bukowski.
Joe ha riso – era un mugugno
più che una risata – ma
Bukowski l’ha subito fermato.
“Quanto sono grandi le tue
palle?”
“No, non è quello,” ha detto
Joe. “Le mie palle non mi
preoccupano.”
“Su, dai, allora, quanto sono
grandi?” ha chiesto Bukowski.
“Quanto sono grandi le tue
palle?”
“No, non è quello,” ha detto
Joe. “Le mie palle non mi
preoccupano. Be’, non lo so.
Non vado in giro a misurarle col
righello.”
“Quanto è lungo il tuo uccello?
Quanto sono grandi le tue
palle?”
Di colpo Bukowski si è voltato
dalla mia parte. “E le tue,
quanto sono grandi?” ha
chiesto.
Mi sono sentito pungere da
migliaia di aghi e la testa
riempirsi di sangue. Le tempie
mi pulsavano. “Oh, ma dai,” ho
detto. “È vero che la gente che
si droga si scalda sempre sui
ruoli sessuali, ma far diventare
il discorso così personale con
ogni drogato che incontri è
andarci giù troppo pesante.”
“Non sto parlando di drogati
in generale,” ha detto
Bukowski. “Sto parlando di te.
Quanto sono grandi?”
“Sono grosse come palle di
cannone. I miei avi le usavano
durante la guerra del 1812.”
“Grandi quanto? Fammele
vedere,” ha detto lui.
A un certo punto, durante
questo botta e risposta, Linda si
è alzata per andare in cucina.
Bukowski alla fine si è alzato ed
è andato da lei. La testa mi
girava, ma avevo ancora i piedi
per terra. Joe e Margie si sono
diretti in camera da letto a
rivestire il figlio per andarsene.
Bukowski è tornato nella
stanza. “Sembra che
abbasseremo il sipario prima
stasera, gente. Linda vuole
andarsene.” Linda cercava di
apparire cordiale. “Ha mal di
stomaco.” Poi lui si è chinato su
di lei.
Se ne sono andati. Joe è
tornato in salotto. Ha detto che
sperava di non avere offeso
nessuno con i suoi discorsi, ma
che credeva che una persona
avesse il diritto di dire quello
che pensava. L’abbiamo
rassicurato che i suoi rap erano
ok, e se n’è andato con Margie
e con il figlio.
Don Strachan, An Evening with
Charles Bukowski: A Pulpy
Receptacle of Bad Karma, Self-Pity
and Vengeance, “Los Angeles Free
Press”, July 23, 1971, p. 4.
Charles Bukowski risponde a
dieci domande facili
F.A. Nettelbeck
1971

Sabato

Ciao Nettelbeck:
ho risposto alle tue dieci
domande facili qualche giorno
fa, ma te le sto spedendo solo
adesso. Spero di non risultare
serio come il tuo amico Blazek
che sembra considerarsi un
profeta provetto.
Con riferimento alla tua
lettera, i poeti non sono i soli
sciocchi, ma si trovano molti più
sciocchi nella loro cerchia.
molto bene, sì, dunque,

1) Credi che la poesia avrà


valore anche fra cent’anni?
No, e non ha valore neanche
adesso. Preferisco bere
latticello. La poesia mi ha
disgustato più di qualsiasi altra
forma d’arte. È messa su un
piedistallo troppo alto ed è
considerata una forza sacra. È
pastura per impostori. Anche
quando i poeti tentano di
parlare in modo diretto
esagerano diventando troppo
diretti, prendendo piuttosto in
prestito una posa che è
altrettanto deplorevole come le
rose e il chiaro di luna, una posa
ottusa, una posa intelligente,
una posa concreta, qualsiasi
posa… aspettarsi forza dai
rifiuti vuol dire aspettarsi
troppo fra cento anni. Infatti la
poesia è andata indietro nel
tempo. Alcuni dei poeti cinesi
degli inizi, tra l’a.C. e il d.C.,
buttavano giù dei versi molto
chiari e onesti & con forza
naturale. Fra cento anni offrimi
una birra e ti dirò come sarà.

2) Secondo te cosa dovrebbe


fare un poeta durante un
periodo di rivoluzione?
Bere e scopare, mangiare e
cagare, dormire, vestirsi,
vivere, stare alla larga da
pistole e da ideali di massa e
della storia di massa e trovare
qualsiasi piccola verità possa
essere trovata in ogni uomo,
così quando le cosiddette verità
di massa e ideali e idee si
frantumeranno di nuovo allora
lui (il poeta) e loro (i gabbati)
avranno qualcosa a cui
aggrapparsi, invece che alle
macerie e al marciume e alle
lapidi funerarie e alla slealtà e
allo spreco di isteria e di
Tempo.

3) Credi che la piccola editoria


serva?
È una stampella per privi di
talento, permette loro di
costruire pregiudizi, odi, sogni e
di continuare a scrivere le loro
brutte cose. Con “piccola
editoria” io intendo le riviste
minori e gli editor di queste
riviste minori che spingono per
vedere pubblicate queste mezze
tacche sotto forma di libro,
ciclostile o cose simili. Il
panorama della piccola editoria
è particolarmente duro per
madri e mogli che devono
mantenere queste mezzetacche
mentre scrivono poesia che non
vale una cicca. Dei poeti che
conoscevo personalmente
diciannove su venti sono
mantenuti dalla moglie o dalla
madre. Se questi “poeti” non
avessero avuto i loro libriccini e
le loro rivistucole di riferimento,
sarebbero là fuori a scavare
fossi o a fare i papponi o a fare
qualcosa di molto più sano di
quello che fanno ora. È tempo
che mogli e madri si accorgano
che i loro tesorucci hanno
cagato nei cassetti del comò.
4) Chi è stato il poeta che ha
influenzato di più la tua opera?
Robinson Jeffers,
specialmente con le sue poesie
di narrativa più lunghe.
Comunque i poeti non mi
entusiasmano molto. Uccelli
selvaggi come Céline sono molto
meglio… sapeva come ridere
mentre attraversava il fuoco e il
fetore.
5) Perché sei una persona così
brutta?
Suppongo che tu stia parlando
più della mia faccia che delle
cose che scrivo. Be’, la faccia è
il prodotto di due cose: quella
con la quale sei nato e quello
che ti è successo dal momento
che sei nato. La mia vita non è
stata granché bella… gli
ospedali, il carcere, i lavori, le
donne, il bere. Alcuni critici
sostengono che ho fatto
addirittura apposta ad
autoinfliggermi tanto dolore.
Quanto vorrei che alcuni di
questi critici fossero stati con
me durante il mio viaggio fin
qui. È vero che non ho sempre
scelto situazioni facili, ma
questo è molto distante dal dire
che mi sono buttato nel forno e
ho chiuso lo sportello. I
doposbronza, l’ago elettrico, i
liquori pessimi, le donne brutte,
la pazzia in piccole stanze,
l’inedia nella terra dei sazi, dio
sa come ho fatto a diventare
così brutto, credo che sia il
risultato dell’essere
accoltellato, accoltellato
ripetutamente senza cadere mai
a terra, e cercare ancora di
pensare, di sentire, cercare
ancora di ricomporre i pezzi
della farfalla… c’è una mappa
disegnata sulla mia faccia che
nessuno vorrebbe mai
appendere sulla parete di casa
sua.
A volte mi vedo riflesso da
qualche parte… di colpo… per
esempio in un grosso specchio
del supermercato… occhietti
come piccoli insetti perfidi…
faccia piena di cicatrici, storta,
sì, sembro pazzo, demente, che
disastro… vomito rovesciato al
posto della pelle… eppure
quando vedo gli uomini “belli”
penso, Cristo, Cristo, come sono
felice di non essere loro. Eccoti
servito.
6) Chi diresti che sono i tre
peggiori poeti viventi?
Rod McKuen, Rod McKuen,
Rod McKuen.

7) Come mai nonostante tutto


sei diventato poeta?
Come mai fai tante domande
così stupide?

8) Hai ancora l’uccello duro


come vorresti?
Nessuno ha mai l’uccello duro
come vorrebbe. Ma compiendo
cinquantun anni il prossimo 16
agosto, non mi posso lamentare.
A volte ne faccio ancora due al
giorno, altre forse quattro in tre
giorni, poi devo riposarmi un
paio di giorni. Naturalmente ci
sono anche periodi di magra,
quando non ho la ragazza o non
la cerco. Non vado alla ricerca
delle donne. Se non sono loro a
bussare alla mia porta io non le
cerco di sicuro. Uno scrittore
naturalmente dovrebbe avere
esperienze con donne. Soffro
sempre tanto perché sono un
sentimentale e mi affeziono
molto. Non sono un
conquistatore e se la donna non
mi aiuta non succede niente.
Non sono sposato adesso, ho
una figlia di sei anni. Sono stato
fortunato ad avere vissuto
quattro lunghe relazioni con
quattro donne straordinarie.
Loro mi trattavano molto meglio
di quanto meritassi ed erano
davvero in gamba tra le
lenzuola. Se dovessi smettere di
amare, di scopare in questo
istante credo di essere stato
molto più fortunato della
maggior parte degli uomini. Gli
dei sono stati buoni, l’amore è
stato bello e il dolore, il dolore è
arrivato a vagonate.
9) Qual è la tua definizione di
poesia?
Come mai fai tante domande
così stupide?

10) Qual è secondo te la marca


migliore di birra statunitense
oggi sul mercato?
Be’, questa è difficile. La
Miller è quella che è più
congeniale al mio corpo, ma
ogni nuova confezione di Miller
sembra avere un sapore sempre
peggiore. C’è sotto qualcosa
che non mi piace per niente.
Sembra che mi stia avvicinando
sempre più alla Schlitz. E
preferisco la birra in bottiglia.
La birra in lattina rilascia quel
gusto metallico. Le lattine sono
comode per i negozianti e i
birrai. Tutte le volte che vedo
un tizio bere da una lattina
penso ecco un altro povero
coglione. Inoltre, la birra
imbottigliata dovrebbe essere
in una bottiglia marrone. E
anche in questo caso la Miller
sbaglia mettendo la birra in una
bottiglia chiara. La birra
andrebbe protetta sia dal
metallo che dalla luce.
Naturalmente se hai i soldi è
meglio puntare più in alto e
prendere birre più costose, di
importazione o le migliori
americane. Invece di un dollaro
e trentacinque sborsi un dollaro
e settantacinque o due dollari e
un quarto a salire. Il gusto è
subito diverso. E puoi bere di
più e avere meno doposbronza.
La maggior parte delle birre
comuni americane è simile a
veleno, specialmente la birra
alla spina dell’ippodromo.
Questa birra puzza, davvero,
voglio dire all’olfatto. Se devi
prendere la birra all’ippodromo
è meglio che la lasci decantare
per cinque minuti prima di
berla. C’è qualcosa nel rilascio
dell’ossigeno che toglie parte
della puzza. Quella roba è
proprio verde.
La birra era migliore prima
della Seconda guerra mondiale.
Aveva carattere ed era piena di
bollicine. Adesso è annacquata,
praticamente sgasata. E cerchi
di fartela piacere.
La birra è migliore del
whiskey per scrivere e per
parlare. Puoi durare più a lungo
e fare discorsi più sensati.
Ovviamente, molto dipende
dall’oratore e dallo scrittore.
Ma la birra fa ingrassare, un
sacco, e provoca un calo del
desiderio sessuale, e mi
riferisco sia al giorno in cui la
bevi sia al giorno dopo. Dopo i
trentacinque anni il troppo bere
e il troppo sesso raramente
vanno a braccetto. Direi che un
buon bicchiere di vino freddo è
la cosa migliore e dovrebbe
essere bevuto lentamente dopo
il pasto, insieme forse, a un
bicchierino prima di mangiare.
Bere forte è un’alternativa
alla compagnia ed è
un’alternativa al suicidio. È una
vita parallela sottotono. Non mi
piacciono gli ubriaconi, ma del
resto anch’io mi faccio un
cicchetto di quando in quando.
Amen.
Bukowski
F.A. Nettelbeck, Charles
Bukowski Answers 10 Easy
Questions, “Throb Two”, Summer-
Fall 1971, pp. 56-59.
Festeggiando con i Poeti
Ric Reynolds
1974

La festa dove i grandi poeti


alla fine avrebbero vomitato e
sarebbero stati male da morire
dopo il secondo reading di
poesia annuale di Santa Cruz
era molto fuori mano, vicino
all’oceano, e la casa era stata
vuotata di tutti i mobili prima
dell’arrivo degli ospiti. Le
uniche cose lasciate nella casa,
al di sopra delle ginocchia,
erano gli impianti luce e al di
sotto qualche cuscino sparso
qua e là sul pavimento di
linoleum.
Charles Bukowski è stato il
primo dei grandi poeti ad
arrivare. Ha varcato la soglia e
ha lanciato la sua sacca da
viaggio per aria. Mentre
atterrava sulla spalla di una
signora, Bukowski ha urlato:
“Forza, brutti bastardi,
cominciamo la festa”. Si è
catapultato al bar e ha
cominciato a versarsi da bere.
Qualcuno dietro a me e Albert
ha riso dicendo: “Che forte!”.
Molta gente era andata al
reading per vedere Bukowski,
Ginsberg, Ferlinghetti, Gary
Snyder e altri. Nel caso di
Bukowski prometteva un grande
spettacolo. Se la gente voleva
assistere a un bel numero,
allora Bukowski era felice di
accontentarla. Come sostegno
si era portato un thermos di
vodka e di succo d’arancia che
ha finito dopo le prime tre
poesie del reading.
Ma c’erano troppi poeti, e a
Bukowski è stato fatto segno di
scendere dal podio prima che
l’alcol prendesse il sopravvento.
Linda King, presentata da Jerry
Kamstra come “Bukowski con la
figa, ma un bravo poeta
nonostante il sesso”, è stata
spinta sul podio. Ha letto una
poesia su Bukowski e poi si è
congedata con “Un Uccello è
sempre un Uccello e Niente
Più”.
Non solo il reading è stato la
prima fonte della raccolta di
fondi per gli americani rinchiusi
nelle carceri messicane, ma
anche l’evento principe nel
calendario sociale invernale. Il
reading è stato pubblicizzato
dalla cerchia letteraria di Santa
Cruz con settimane di anticipo
al Catalyst, un caffè insalubre
dove quasi ogni tavolo era
affollato da poeti alle prime
armi e da scrittori e dove veniva
scritta e circolava almeno una
dozzina di manoscritti.
Sembrava che alla festa ci
fossero alcuni della cerchia del
Catalyst.
Al contrario di quasi tutti gli
altri poeti, Bukowski era
disponibile. Non se ne stava in
un angolo a osservare il
prossimo con malinconici freddi
occhi poetici. Si buttava su di te
e ti copriva con mani ubriache.
Ma mentre tutti guardavano
Bukowski fare la figura da
coglione, la sua mente turbava
la scena. Dietro i suoi occhi
osservatori e il corpo da
scarafaggio ubriaco ti scrutava
quando sapeva che avevi la
guardia abbassata.
Bukowski ha afferrato Albert
al bar e l’ha fatto girare. “Sei
preoccupato per tua moglie.
Dovresti stare attento a questo
ragazzo,” si è chinato
venendomi più vicino e mi ha
indicato. “Sei abituato a queste
cose? Assorbi tutto, eh? Un
intellettuale, senza alcun
dubbio, Dostoevskij, Tolstoj,
Turgenev. Cosa fai? Insegni?
Lavori in un autolavaggio?”
“Non lasciargliela passare
questa,” ha detto Albert. Così
alla fine ho detto a Bukowski
che ero un pizzaiolo e che aveva
fatto un errore in una sua
poesia. Non esiste la pizza ai
maccheroni.
“Pizza?” ha detto Bukowski.
“Pizza! Bleah.” Bukowski quasi
vomitava e poi si è allontanato e
venti secondi dopo stava
facendo a botte con un tizio che
continuava ad abbassargli i
pantaloni mentre ballava.
Quando Allen Ginsberg è
arrivato alla festa, Bukowski
l’ha afferrato nascondendolo
sotto la sua spalla. “Signore e
signori,” ha urlato Bukowski.
“Abbiamo Allen Ginsberg come
ospite d’onore della serata.
Riuscite a crederci? Allen
Ginsberg!”
La sua voce non sovrastava la
musica. “Vorrei che qualcuno
togliesse la spina a quell’affare.
Basta, brutti bastardi.” Ha
stretto ancora di più Ginsberg a
sé. “Un uomo di genio, il primo
poeta che è andato al di là della
luce e della coscienza da
duemila anni a questa parte e
questi bastardi non
l’apprezzano neanche. Fatti un
drink, Allen.”
Qualcuno stava cercando di
presentare William Burroughs
Jr a Ginsberg e a Bukowski.
Burroughs Jr, un tempo scrittore
e ora cuoco in Santa Cruz, stava
cercando lavoro, e per un paio
di minuti Bukowski l’ha
guardato cercando di capire
come mai Burroughs sembrava
avere vent’anni in meno e cosa
ci faceva a quella festa. Per
quanto riguarda il panorama
letterario era un ambiente
molto buono. Ginsberg,
Bukowski, Burroughs Jr
abbracciati e Lawrence
Ferlinghetti appoggiato alla
parete sullo sfondo. Bukowski
ha abbracciato più stretto
Ginsberg e lui ha grattato la
schiena a Bukowski. “Che bello,
Allen, proprio bello. Sul serio.”
Ginsberg era completamente
vinto dall’adulazione, ma
quando ha visto che Bukowski
stava per versargli del liquore
direttamente giù per la gola ha
farfugliato con un finto
biascicare da ubriaco che aveva
bevuto per tutta la sera.
“Cristo, è bello vederti, Allen,
sul serio. Non mi importa se sei
una patacca. Avete sentito
gente? Sei finito. Tutti sanno
che dopo Urlo non hai scritto
nulla che valesse più di una
merda. Che pensate di questa
cosa gente, facciamo una
votazione, Allen dopo Urlo e
Kaydish ha scritto qualcosa che
valesse più di una merda?”
Dato che il fiume di alcol
stava prosciugandosi, una
groupie diciannovenne di Santa
Cruz, delle quali era pieno il
posto, insieme al suo fidanzato
surfista ha fatto il giro di tutti
raccogliendo soldi per i
rifornimenti. Circa due ore dopo
è stato chiaro a tutti che non
sarebbero tornati indietro con
quel cappello pieno di dollari.
Ho guardato la donna che era in
piedi appoggiata al muro vicino
a me. “Di che nazionalità sei?”
ha chiesto in tono brusco.
“Be’, sono di qui. Sai,
americano.”
“Be’, io vengo dall’Egitto,” ha
ringhiato. Era molto infelice.
Odiava gli americani perché
odiavano gli arabi e voleva
fottere tutti quelli della festa.
“Kaddish,” ha detto Ginsberg
correggendo Bukowski.
Bukowski ha indietreggiato,
parando il colpo. “Allen, tu mi
distruggi. Tu sei un barracuda,
Allen. Mi divori con la tua
lingua. Ehi, perché non ti fai un
altro bicchiere?” E Bukowski ha
afferrato un drink dalle mani di
qualcuno, ne ha buttato giù
metà e poi ha piantato il
bicchiere in mano a Ginsberg.
Lui ha preso un sorso di Jack
Daniel’s liscio e quasi vomitava,
credeva fosse vino. Mentre
Bukowski si girava, è sparito
mescolandosi tra la folla.
“Dov’è andato?” ha chiesto
Bukowski. “Eh, va be’,” e ha
afferrato una giovane donna che
era rimasta silenziosa tutta sera
in piedi appoggiata al bar. Prima
che Bukowski l’afferrasse aveva
allontanato la gente con una
classe tale che tutti le
pascolavano intorno come
bestiame recintato da filo
spinato. Dentro alla presa di
Bukowski il suo stile non sortiva
effetti e si vedeva che era in
realtà una ragazza molto
giovane, che si stava chiedendo
come potersi liberare di
Bukowski senza offendere i suoi
sentimenti o senza sembrare
troppo pudica o senza farsi
maledire. Bukowski ha
abbassato la faccia accanto a
quella di lei, poi si è toccato il
volto passandoci velocemente le
dita. “Questa faccia ti turba?” Si
è toccato di nuovo il volto,
delicatamente, passando sulle
guance butterate pustolose, sul
naso a patata. “Voglio dire, la
trovi disgustosa?”
La donna l’ha guardato, e il
suo cuore si è sciolto. Sotto
tutte quelle stronzate, questo
scarafaggio gobbuto ha un
cuore e si comporta così perché
è stato abbattuto fin
dall’infanzia dall’insicurezza, ha
pensato. Riusciva a sentire un
legame.
“No,” ha detto lei con il cuore
sciolto come una tavoletta di
cioccolato, “penso che si debba
giudicare un uomo per quello
che ha dentro.”
“Molto bene, allora,” ha detto
Bukowski, “usciamo e andiamo
a scopare.”
Linda King, la poetessa
presentata come Bukowski con
la figa, osservava tutto questo.
Era Lily, aveva detto, in un
sacco di pezzi e di racconti di
Hank. Non era come la cerchia
di Santa Cruz, ed era una donna
matura. Il solo guardarla ti
scaldava le mani e il cuore.
La festa è andata avanti fino
alle tre del mattino. Alla fine
hanno convinto Bukowski ad
andarsene dopo che aveva
cercato di rompere uno degli
impianti luce mobile, e il
pavimento era ricoperto da
vetri rotti e i piedi si
appiccicavano al linoleum per i
drink che aveva rovesciato.
Mentre la festa si assottigliava,
la gente era preoccupata
perché non sapeva con chi
avrebbe passato la notte e
ovunque si guardasse si
vedevano uomini che
rimbalzavano da una presa
disperata all’altra. Era una
festa molto vecchio stile.
Lo squillo del telefono, che ha
suonato cinque o sei volte, mi ha
svegliato alle otto della mattina
seguente. Una delle donne che
mi aveva invitato a casa ha
risposto al telefono e parlava
con il suo ragazzo. Vedevo solo i
capelli biondi e parte della
camicia da notte. Il suo ragazzo
la stava chiamando con
un’interurbana da qualche
parte, e voleva che lei andasse
da lui per le vacanze. Lei
accampava scuse. I voli erano
tutti prenotati. Non aveva soldi
e non voleva farseli prestare. Sì,
anche a lei mancava molto.
Le fissavo la nuca e mi
chiedevo com’era la faccia. Mi
sono guardato in giro per la
stanza. Era ricoperta da assi di
pino o di cedro. Karson si stava
lavando i denti in bagno e
vedevi e sentivi le onde
infrangersi a circa cento metri
di distanza. La donna al telefono
ha cominciato a raccontare al
suo ragazzo del reading.
“Era tutto così americano,” ha
sospirato. “Non riuscivo a
credere che ci fossero tutti quei
poeti americani che blateravano
sull’America.”
Ric Reynolds, Partying with the
Poets, “Berkeley Barb”, Issue 486,
December 6-12, 1974, pp. 1-5.
Charles Bukowski
William Childress
1974

“Cominciavamo a suonarcele
alle dieci di mattina del sabato,
e quando il sole tramontava
stavamo ancora lottando. O
almeno cercavamo. Avevamo le
braccia così stanche che non
riuscivamo neanche più ad
alzarle. Eravamo sanguinolenti
e con lividi neri e blu, ma l’unico
modo per farci smettere era di
essere sbattuti a terra privi di
sensi e anche in quel caso
sapevamo di poter essere
calpestati così combattevamo
come degli stramaledetti romani
fino a quando riuscivamo a
reggerci in piedi. I nostri
genitori se ne stavano sotto i
loro portici dei bassifondi di Los
Angeles e osservavano, sfiancati
dalla fame e dalla Depressione.
Penso che immaginassero che
se ci fossimo ammazzati fra di
noi ci sarebbe stata una bocca
in meno da sfamare.”
A parlare è Charles
Bukowski. È seduto su un
divano malconcio in un
tranquillo sobborgo di Los
Angeles e in una manona tiene
una lattina di birra Ballantine.
“Morte verde,” dice,
aspirando soddisfatto l’odore
della birra.
Bukowski è un uomo grosso –
di robusta costituzione, una
specie di torello, alto circa un
metro e ottanta. È nato ad
Andernach, in Germania, il 16
agosto 1920, ha
cinquantaquattro anni. Le sue
spalle sono un po’ curvate dagli
anni, ma ancora possenti. Pesa
cento chili, forse dieci chili sono
tutti nella pancia leggermente
protuberante. Tutto il resto ha
un aspetto solido – e cattivo.
I suoi lineamenti ricordano
quelli di un lupo – lambiti dalla
cima della testa al mento da
capelli lunghi di un castano
sbiadito. La faccia è segnata e
martoriata da migliaia di
cicatrici da risse da bar. Ha un
viso allungato, con la fronte
molto ampia e alta. Occhi verdi
scintillanti sbucano sotto le folte
sopracciglia. Anche quando è
cordiale, i suoi occhi ti freddano
quando ti guarda.
Bukowski è un genio della
poesia, eppure è forse per le
sue risse che è divenuto celebre
– nel senso che la gente che lo
conosce parla subito della sua
predilezione per fare a pugni.
“È proprio un grande poeta,”
dice Harold Norse, amico di
lungo corso. “Ma è sempre
pronto a fare a pugni. Stargli
vicino a lungo vuol dire cercare
guai.”
“Non sono un pugile,” spiega
Bukowski, alzando e
soppesando la lattina di birra.
“Sono solo uno che fa casino. O
almeno lo ero. Adesso sono
troppo vecchio per quel genere
di cose. Una volta ho infilato i
guantoni e ho combattuto
contro un professionista. Ci
siamo studiati un po’ saltellando
intorno, poi ho avuto un colpo di
fortuna: l’ho centrato con un
solido diretto sinistro. L’ho
buttato giù. Quando si è alzato
si è scagliato su di me e ha
cominciato a lavorarmi come un
dannato piranha. Quando ha
finito sembravo una bistecca al
sangue tagliata di fresco.
“Mi sono fatto le ossa con le
risse durante la Depressione,
quando ero adolescente.
All’epoca non avevo ancora
sentito tutte le stronzate sulla
poesia, e non mi sognavo
neanche di scrivere. Nelle
strade dei bassifondi di L.A. era
un vero casino in quegli anni, e
solo i più duri sopravvivevano.
Ero un ragazzo grosso, ossuto,
un duro. Ce l’ho sempre fatta. Il
problema era che mi piaceva.
Mi piaceva l’impatto delle
nocche contro i denti, la
sensazione del terribile lampo
che esplode nel cervello quando
qualcuno ti piazza un cazzotto
d’incontro e devi cercare di
scrollartelo di dosso per
recuperare e di inchiodarlo
prima che lui ti finisca.
“Ma ho combattuto più da
adulto saltando di bar in bar che
da ragazzo. La vita a casa con i
miei è stata un bel tirocinio per
le asperità della strada. Ero
figlio unico, solitamente i figli
unici sono coccolati e viziati.
Non io, bello. Venivo preso a
calci e a pugni.”
È figlio di una Fräulein
tedesca e di un soldato
americano alleato, e ha visto
l’America per la prima volta
quando aveva due anni. Il padre
ha fatto il lattaio a Los Angeles,
poi il custode di un museo, e,
per usare le parole di Bukowski,
“…portava sempre il suo
maledetto lavoro a casa con sé.
Ancora oggi sono terrorizzato
dalla giornata lavorativa di otto
ore. Impazzisco se faccio un
lavoro di quel tipo. Ha ucciso
troppa gente, fra questa anche
il mio vecchio. Vederlo
blaterare incessantemente del
suo lavoro, vedere che
lentamente lo stava uccidendo,
mi ha salvato dal volere un
lavoro di quel tipo. La mia
macchina da scrivere è il mio
lavoro”.
La sua vita familiare era
senza amore.
“Il mio vecchio era un
bastardo insensibile. Eravamo
agli antipodi, e raramente
sapeva o gli interessava se ci
fossi o meno. Mi amava?
Diavolo, non ha mai saputo cosa
significava amare. Quando gli
girava mi acciuffava e mi
riempiva di botte mentre la mia
vecchia cara mammina lo
incitava sorridendo. Chissà,
forse mi ha aiutato a mantenere
una certa disciplina, ad
affrontare la vita
completamente senza amore.
Era un’ottima disciplina militare
comunque. Ti trasformava in
uno spartano, se sopravvivevi.”
Fissa la lattina verde di birra,
pensieroso e meditabondo, le
sopracciglia folte accigliate.
L’espressione del volto distante.
La stanza dove siamo ha l’aria
vissuta, ma non trasandata. Ci
sono libri e riviste in
abbondanza. Noto dei manubri
impilati in un angolo, e gli
chiedo se solleva pesi.
“Sollevarli?” fa un mezzo
ghigno. “Cazzo, a volte li lancio.
Una volta ho fatto un buco
enorme nella parete
dell’appartamento, che mi
sembrava migliorasse
l’ambiente, ma il proprietario
pensava di no. Non so se te ne
rendi conto, ma un manubrio da
dieci chili fa un bel lancio del
disco se sei ubriaco e ti viene
voglia di scaraventare
qualcosa.”
Bukowski è stato ubriaco a
lungo nella sua vita. “Credo che
la mia sbornia più lunga sia
durata dieci anni,” dice
semplicemente, lanciandomi uno
sguardo con i suoi freddi occhi
verdi mentre accartoccia una
lattina di birra vuota. “La
chiamo la-mia-fase-dei-dieci-
anni-senza-scrivere. Sono stato
seduto in un bar da solo per
cinque anni, aprivo il locale alle
cinque del mattino e lo chiudevo
alle due di notte. A volte
dormivo lì e a volte rientravo
tardi e arrivavo alle sette o alle
otto di mattina. Ma ci andavo
sempre.
“Anche se ero ubriaco,
mantenevo sempre un certo
spirito, un umorismo clownesco
– e la gente tende ad
apprezzare gli sciocchi. Possono
analizzare uno sciocco e ridergli
dietro, sentendo dentro che in
realtà vedono una proiezione di
se stessi, ma senza il rischio di
essere esposti pubblicamente.
Quello era il mio mondo e lì io
ero il benvenuto. Ero
terrorizzato al pensiero che
avrei potuto entrare a far parte
del mondo grigio delle otto ore
di lavoro dalle nove alle
cinque.”
Ha scritto qualche poesia e un
racconto prima di entrare nel
tunnel alcolico. Il racconto ha
vinto un prestigioso
riconoscimento della rivista
“Story” nel 1944 quando
Bukowski aveva ventiquattro
anni. Il futuro appariva
luminoso. Un agente di New
York aveva chiesto di
incontrarlo per offrirgli da bere,
una cena e parlare del suo
futuro come scrittore.
Bukowski ricorda: “Gli ho
detto che non ero ancora
pronto. E mi sono subito buttato
nei bassifondi. La mia unica
ragione di esistenza erano i bar.
Di quei cinque anni mi ricordo di
un bar in particolare, quando
erano pieni, il barista – un
grosso bue vile e crudele – mi
sfidava in un ‘incontro’ di
pugilato. Il mio talento,
naturalmente, stava nel lasciare
che mi massacrasse per
intrattenere gli avventori. Ma
una volta mi sono stufato del
gioco e ho mandato al tappeto il
bastardo e mi hanno sbattuto
fuori per sempre da quel bar. Ed
eccomi lì, con il culo per terra e
di colpo senza lavoro”.
Bukowski trovò subito
un’altra occupazione simile
dove ricopriva il ruolo di
buffone, faceva piccole
commissioni come andare a
prendere i panini in cambio di
giri gratis al bar. Dal 1945 al
1955 considera di avere avuto
un impiego, dice lui, come
“Ubriacone”.

Non si sa come è uscito da


quel periodo nebuloso, e già dal
1956 scriveva. Beveva sempre,
ma scriveva. “Posso avere
scritto delle cose anche prima,”
dice, “ma non ne sono sicuro.”
Un po’ delle cose che aveva
scritto in quel periodo avevano
attirato un’ammiratrice
alquanto inusuale… una
giovane, adorabile, ricca texana
sulla ventina.
“La prima volta che mi ha
scritto, ho pensato che fosse
uno scherzo,” mugugna
prendendo un sorso di birra.
“Ma continuava a insistere
dicendo che adorava le mie
poesie, e attraverso le mie
poesie adorava me, e se poteva
venire qui a conoscermi. Mi sa
che le ho detto di sì in un
momento di ebbrezza alcolica,
perché prima che me ne
rendessi conto, era già lì.”
Per un istante diventa lucido,
la lunga faccia butterata con la
corona di capelli ingrigiti
immersa nei pensieri. “Era
bellissima,” mormora. “È l’unica
cosa che ricordo. È rimasta qui
un bel pezzo, ma non abbiamo
mai carburato. Lei non riusciva
a ubriacarsi, io non riuscivo a
rimanere sobrio e non ci siamo
mai trovati. Alla fine è ripartita
per il Texas, e quella è stata
l’ultima volta che l’ho vista o
sentita.”
Bukowski ha cominciato a
scrivere sul serio quando aveva
circa ventidue anni, un paio di
anni prima della grande
baldoria alcolica. E a un certo
punto ricorda di essersi iscritto
a un corso di scrittura creativa
al Los Angeles City College.
“L’insegnante mi ha smontato
fin da subito,” dice. “Quel tizio
era un emerito CAZZONE. Tè e
biscottini e studenti ai suoi piedi
sopra a un morbido tappeto. Se
questa è poesia io sono un
babbuino con il culo a strisce!”
(In un falsetto acuto, imita la
difesa dell’insegnante di una
poesia intitolata La poesia del
ragno rosso scritta da uno
studente che chiama William, un
allievo del corso. È
un’imitazione così divertente
che mi fa ridere a crepapelle, al
che Buk dice: “Bene, sai quando
bisogna ridere”.)
“Comunque, è cominciato ed è
finito tutto lì. La mia prima e
ultima lezione di scrittura. Così
mi sono detto, ok, se vogliono
una recita, allora recito
Bukowski, io lo conosco meglio
di tutti.”
Prova nostalgia per quei
giorni passati? “Cazzo, no!” dice
brusco, la sua faccia barbuta è
incrinata da un sorriso
contenuto. “Mi piace il
presente. Non riesco a trovare
nessun momento in cui sono
stato meglio o peggio allo stesso
tempo.”
Rutta sonoramente. “Morte
verde,” grugnisce, sollevando e
soppesando la lattina di birra.
La reputazione poetica di
Bukowski non è sorta
all’improvviso; è stato un
processo lento ed erratico.
Come per molti altri poeti la sua
prima pubblicazione è apparsa
su una rivista minore. La sua
prima poesia, Hello, è apparsa
su “Matrix” nel 1946. Anche
altre due sue poesie sono state
pubblicate su “Matrix” più tardi
nello stesso anno, e una quarta
nel 1951. Poi è arrivato il
“lungo periodo alcolico” e non
ha più pubblicato poesie fino al
1956, quando una poesia è
apparsa su “The Naked Ear” e
due su “Quixote”. Il suo primo
gruppo di poesie – otto – è stato
pubblicato nel 1957 su
“Harlequin”. Poi ha cominciato
a pubblicare con una certa
regolarità su altre riviste
minori; negli anni 1958-1959
nuove poesie di Bukowski sono
state pubblicate su più di una
dozzina di riviste minori tra le
quali “Hearse”, “The Beloit
Poetry Journal” e “Epos”.
La prima raccolta di Bukowski
– edita dalla Hearse Press,
Flower, Fist and Bestial Wail – è
apparsa nel 1960. Altre due
sono uscite nel 1962, Longshot
Poems for Broke Players (7
Poets Press) e Run With the
Hunted (Midwest Poetry
Chapbooks).
Nel 1963 due tra i più forti
sostenitori di Bukowski degli
esordi, Jon e Louise Webb,
hanno stampato manualmente,
per la loro Loujon Press, It
Catches My Heart In Its Hands.
Poi, nel 1965, è uscita con
l’aiuto di Lyle Stuart una
seconda raccolta, sempre per la
Loujon Press Book, Crucifix in a
Death Hand. [Riunite nella
raccolta Tutti gli anni buttati
via, Guanda, Milano 2010.] Le
due pubblicazioni che la Loujon
ha curato con passione e fatica
stampate a colori su carta a
mano, sono state giudicate tra i
libri più belli prodotti in quei
due anni e ora sono prestigiosi
volumi per collezionisti.
Altri due libri sono stati
pubblicati successivamente nel
1965 e nel 1968: Cold Dogs in
the Courtyard (Literary-Times
Cyfoeth) e Poems Written
Before Jumping Out of an 8
Story Window (Litmus). Nel
frattempo Bukowski aveva
conosciuto John Martin, che
avrebbe lanciato a breve una
nuova casa editrice, la Black
Sparrow Press. La Black
Sparrow è diventata la casa
editrice “ufficiale” di Bukowski
e ha pubblicato le sue
successive raccolte di poesie: At
Terror Street and Agony Way
(1968) [So benissimo quanto ho
peccato, Guanda, Milano 2011],
The Days Run Away Like Wild
Horses Over the Hills (1969),
Mockingbird Wish Me Luck
(1972) e Burning in Water
Drowning in Flame (1974) [So
benissimo quanto ho peccato,
Guanda, Milano 2011].
Non solo Bukowski è un
poeta, ma è anche uno scrittore
di racconti talentuoso. I suoi
racconti sono irresistibilmente
comici, irrispettosi e molto belli,
non necessariamente in
quest’ordine. I suoi libri di
narrativa includono All the
Assholes in the World and Mine
e Confessions of a Man Insane
Enough to Live With Beasts,
pubblicati sotto forma di libro
dalla Open Skull Press di
Douglas Blazek a metà degli
anni sessanta; Taccuino di un
vecchio sporcaccione (Essex
House, 1969) [Guanda, Milano
1999], una raccolta di articoli
scritti per la rivista
underground “Open City” di Los
Angeles e Post Office (Black
Sparrow Press, 1971) [TEA,
Milano 2005], un romanzo
basato sulla sua esperienza
lavorativa di postino per l’ufficio
postale di Los Angeles – uno dei
suoi pochi lavori dalle otto alle
cinque. Di più recente uscita
sono le pubblicazioni delle sue
raccolte di racconti: Storie di
ordinaria follia e Compagno di
sbronze, pubblicate dalla City
Lights Books di Lawrence
Ferlinghetti nel 1972
[Feltrinelli, Milano 2013] e A
sud di nessun nord (Black
Sparrow Press, 1973) [Guanda,
Milano 2006], tratte dalla
rubrica che adesso Bukowski
scrive per il giornale
underground “Los Angeles Free
Press”.
Finora i libri pubblicati di
Bukowski sono ventidue, e i suoi
estimatori underground sono
ormai eserciti. Ma “onori”
ufficiali dal mondo letterario
sono scarsi o del tutto assenti. È
stato onorato dalla
pubblicazione della sua
bibliografia (Bibliography of
Charles Bukowski, curata da
Sanford Dorbin), e ha ricevuto
(nel 1972, con grande sorpresa
di molti) un riconoscimento dal
Sussidio nazionale per le arti.
Ma la sua poesia non è ancora
stata inclusa, finora, in nessuna
antologia poetica importante.

Bukowski ha una figlia,


Marina. Lui e la madre della
bambina, con la quale lei vive,
non sono mai stati sposati. “Mia
figlia ha nove anni,” dice con un
po’ di tenerezza che gli incrina
la voce. “Ci intendiamo proprio
bene. È così forte e calma
internamente, ma ha anche un
frizzante senso dello humour. Sì,
è davvero il massimo quella
bambina, e sono felice che ci
sia.”
Cosa pensa lo scrittore della
poesia contemporanea?
“Direi che sono disgustato, o
ancor meglio nauseato,” dice.
“C’è in giro un sacco di poesia
accademica. Mi arrivano libri o
riviste da studenti che hanno
pochissima energia.”
Fa una pausa e riflette.
“I giovani oggi sono aperti,
gentili, comprensivi,” prosegue,
“ma non hanno fuoco o pazzia.
La gente affabile non crea molto
bene. Questo non si applica
soltanto ai giovani. Il poeta, più
di tutti, deve forgiarsi tra le
fiamme degli stenti. Troppo
latte materno non va bene. Se il
tipo di poesia che circola è
buona, io non ne ho vista. La
teoria degli stenti e delle
privazioni può essere vecchia,
ma è diventata vecchia perché
era buona.”

Parecchie birre più tardi,


Bukowski sta pontificando con
le sue teorie sulla poesia e sul
processo poetico. Naturalmente
è conscio di avere lui stesso
influenzato molti giovani poeti, e
il genere di poesia che stanno
scrivendo.
“Il mio contributo è stato
quello di rendere la poesia più
libera e più semplificata,” dice,
“l’ho resa più umana. L’ho resa
più facile da seguire per gli
altri. Ho insegnato loro che si
può scrivere una poesia allo
stesso modo in cui si può
scrivere una lettera, che una
poesia può perfino intrattenere,
e che non ci deve essere per
forza qualcosa di sacro in essa.”
“Vedi,” dice gesticolando con
una mano che sembra un
prosciutto, “non ho cominciato a
scrivere poesia per un’urgenza
giovanile. Ho cominciato a
scrivere non perché ero
incredibilmente bravo, ma
perché gli altri erano
incredibilmente scarsi all’epoca.
Stavano perpetuando una truffa
– piccole poesie incasellate con
lo stesso impatto e interesse di
un clistere. Ho cominciato a
strappare la poesia fuori dagli
schemi, perlomeno la mia
poesia. Odio quel formalismo
del cazzo. È sempre con noi, ed
è qui da troppo tempo. Io
semplicemente butto giù parole.
“Vedi quella macchina da
scrivere? È una vecchia Royal
Standard. Puoi picchiare sui
tasti delle macchine da scrivere
grandi, e puoi picchiare forte.
L’odio non trapela da
un’insignificante macchina
portatile. Drammatizzo
letteralmente l’atto di creare.
Suono poderose sinfonie e fumo
poderosi sigari quando scrivo.
Ultimamente spedisco alla
Black Sparrow Press una copia
di tutto quello che scrivo, buono
e non buono. John Martin ha
cassetti zeppi di cose mie che
non sono mai state pubblicate.
Immagino che le tirerà fuori
dopo che sarò morto, forse, ma
adesso sono i suoi tesori.”
“Prova qualche sensazione
speciale quando scrive?”
chiedo.
Bukowski lancia una lattina
vuota di birra nel cestino della
cucina, sbaglia mira, c’è un
tintinnio, si volta.
“Sento una morsa,” dice. “In
realtà mi sento male… come se
stessi per fare a pugni o
qualcosa del genere. Poi
cincischio con la maledetta
sedia, il tavolo e la macchina da
scrivere. Alla fine mi siedo,
attirato dalla macchina come da
un magnete, contro la mia
volontà. Non lo pianifico
assolutamente mai. Siamo solo
io, la macchina da scrivere e la
sedia. E la prima stesura la
cestino sempre, dicendo: ‘Fa
proprio schifo!’, poi entro in
azione con una certa furia,
scrivendo come un pazzo per
quattro, cinque e perfino otto
ore. Il giorno successivo scrivo
per due o tre ore. Poi sono
sfinito ed esausto e non tocco
più la macchina da scrivere per
almeno una settimana, quando
ricomincia l’intero ciclo.”
Bukowski scrive un racconto
a settimana, oltre alle poesie.
Questo grazie alla rubrica del
“Los Angeles Free Press”.
“Io li chiamo racconti brevi,”
dice, “perché, per dio, è quello
che sono. Quindi si può dire che
la mia produzione letteraria sia
di cinquanta o sessanta racconti
brevi all’anno e di cinque o sei
poesie a settimana quando non
sono incollato alle ragazze o
alla bottiglia.”
“Sono tutti validi?”
“Non dico che siano tutti da
dieci e lode,” risponde, “ma
molti lo sono. La mia unica
regola è Devi Scrivere Male Per
Poter Scrivere Bene e, per
favore, questa mettila.”

L’intervista è finita, e sono di


nuovo in strada. Lo smog del
crepuscolo colora il selciato di
un grigio violaceo. E su e giù
per le strade le persone che
hanno lavori dalle otto alle
cinque, quelli che terrorizzano
Bukowski, stanno rientrando a
casa, station wagon che si
fermano nei vialetti, dalle quali
scendono uomini con valigette di
plastica lucide.
William Childress, Charles
Bukowski, “Poetry Now”, vol. 1, n. 6,
1974, pp. 1, 19, 21.
Pagando per i cavalli:
un’intervista con Charles
Bukowski
Robert Wennersten
1974

Charles Bukowski è nato ad


Andernach, Germania. Quando
aveva due anni i suoi genitori si
sono trasferiti negli Stati Uniti
ed è cresciuto a Los Angeles
dove tuttora risiede, dopo un
lungo periodo trascorso a
vagabondare per il paese.
Bukowski, perlopiù
autodidatta, ha cominciato a
scrivere intorno ai vent’anni.
Ignorato, ha lasciato perdere.
Dieci anni dopo ha ricominciato
a scrivere e da allora ha al suo
attivo circa venti raccolte di
poesie, centinaia di racconti e
un romanzo, Post Office. I libri
di Bukowski hanno come tema
dominante l’esistenza che
Bukowski stesso ha sempre
cercato di rifuggire, quindi
esperienza di prima mano:
scrive delle classi del ceto basso
che pedalano a più non posso
per non essere sommerse dalla
merda che la vita riversa su di
loro. I suoi personaggi, quando
hanno un impiego, sono
schiacciati dalla monotonia e da
salari da fame. Fuori dal lavoro
bevono troppo e vivono
caoticamente. I loro tentativi di
sopravvivere – con le donne,
alle corse dei cavalli o
semplicemente giorno dopo
giorno – sono a volte patetici, a
volte odiosi, spesso molto
comici.
Quando abbiamo fatto
quest’intervista Bukowski
abitava, temporaneamente, nel
tipico caseggiato di Los
Angeles: basso e quadrato con il
cortile cementato al centro. Era
in piedi in cima alla scala che
portava alle stanze del secondo
piano. Corpulento, ma non
altissimo, aveva una camicia
stampata e un paio di jeans
stretti sotto la pancia da
bevitore di birra. I suoi lunghi
capelli scuri erano pettinati
dritti indietro. Aveva una barba
ispida e baffi brizzolati. “Non
hai portato una bottiglia,” ha
detto lentamente, ridacchiando
mentre entravamo. “La mia
ragazza temeva che portassi un
bottiglione e che mi avresti
fatto bere a tal punto che
questa sera quando l’avrei vista
non sarei stato in grado di
combinare niente.”
Nel soggiorno si è seduto su
un letto che utilizza anche come
divano. Si è acceso una
sigaretta, l’ha messa nel
portacenere e ha intrecciato le
mani tra le ginocchia.
Raramente si è mosso se non
per prendere la sigaretta dal
portacenere, o per accenderne
una nuova. Alle prime domande
le sue risposte erano piuttosto
stringate, solo una o due frasi;
ciononostante diceva di essere
troppo verboso. Una volta
rassicurato che non lo era
affatto, gradualmente è
diventato sempre più loquace.
Quando l’intervista è finita,
Bukowski si è alzato ed è
andato al tavolo in fondo alla
stanza. Ha preso in mano un
opuscolo, e l’ha aperto dicendo:
“Guarda qui. Si sta muovendo
qualcosa”. L’opuscolo era in
realtà un catalogo autografato
dove erano elencate una
dozzina di lettere di Bukowski
in vendita. Ha fissato un istante
quella lista, ha buttato il
catalogo di nuovo sul tavolo e ha
mormorato: “Sfonderò, amico.
Sfonderò”.
RW

RW Descrivimi i tuoi genitori e la


tua infanzia.

CBOddio. Be’, i miei genitori


avevano radici tedesche. Mia
madre è nata lì, e i genitori di
mio padre erano tedeschi,
anche se lui è nato a Pasadena.
Mio padre si divertiva a
frustarmi con la cinghia del
rasoio. Mia madre stava dalla
sua parte. Una storia triste.
Ottima disciplina per tutto il
periodo dell’infanzia, ma poco
amore da tutti e due. Un buon
tirocinio per affrontare il
mondo, però, mi hanno
preparato. Oggi, osservando gli
altri bambini, posso dire che
una cosa che mi hanno
insegnato è di non piangere
troppo quando qualcosa va
male. In altre parole, mi hanno
rafforzato per quello che avrei
affrontato strada facendo: il
vagabondare, la strada, tutti i
brutti lavori e le avversità. Dato
che la mia vita sin dagli inizi non
è mai stata facile, quando il
resto è arrivato non mi ha
sorpreso più di tanto.
Abitavamo al 2122 di
Longwood Avenue. Un po’ più a
ovest e a sud rispetto a dove sto
adesso. Quando ho cominciato a
scopare le donne, abitavo vicino
al centro; e a mano a mano che
passano gli anni ogni
spostamento che faccio è più
verso ovest e più verso nord.
Una volta mi è sembrato di
avvicinarmi sempre più a
Beverly Hills. Adesso sono in
questo posto perché sono stato
buttato fuori dalla casa dove
abitavo con una donna.
Abbiamo avuto qualche
problema, così,
improvvisamente rieccomi
spostato leggermente verso
sud. Mi ha fatto deragliare.
Credo che non arriverò mai a
Beverly Hills.

RW Quali cambiamenti hai visto


in Los Angeles durante la tua
vita?

CB Nulla di sbalorditivo. Si è
ingrandita, rincretinita, c’è più
violenza e più avidità. Si è
sviluppata seguendo i canoni
classici delle altre civiltà.
Ma c’è una parte di L.A. –
epurata da Hollywood,
Disneyland e dall’oceano, posti
dai quali sto lontano, eccetto le
spiagge d’inverno quando non
c’è anima viva – dove ci sono
sentimenti buoni e genuini. Qui
la gente si fa i cazzi suoi. Puoi
isolarti o puoi dare una festa.
Posso mettermi al telefono e in
meno di un’ora avere qui una
dozzina di persone a bere e a
ridere. E questo non perché
sono uno scrittore che comincia
a essere conosciuto. È sempre
stato così, anche quando non
avevo fortuna. Ma non vengono
se non li chiamo, se non li voglio
qui. Puoi isolarti o puoi
immergerti nella folla. Io faccio
un po’ tutte e due le cose, anche
se prediligo isolarmi.
RW In uno dei tuoi racconti c’è
questa frase: “L.A. è la città più
crudele del mondo”. Lo pensi
davvero?

CB Non credo che L.A. sia la


città più crudele. È una delle
meno crudeli. Se sei un
senzatetto e conosci qualcuno,
ogni tanto qua e là riesci a
rimediare qualche dollaro, vaghi
per le strade e trovi sempre un
posto per passare la notte. La
gente ti tollera per una notte.
Poi vai al prossimo giaciglio. Io
ospito gente a dormire. Dico:
“Guarda, posso sopportarti solo
per una notte. Poi devi
andartene”. Ma li ospito. È una
cosa che la gente a L.A. fa.
Magari lo fanno anche da
qualche altra parte, solo che io
non l’ho mai visto. Non
percepisco lo stesso senso di
crudeltà che c’è a New York
City. Anche Philadelphia emana
belle vibrazioni; dà una bella
sensazione. La stessa cosa per
New Orleans. San Francisco
non è proprio come la
dipingono. Se dovessi stilare
una graduatoria delle città
metterei al primo posto Los
Angeles: Los Angeles,
Philadelphia, New Orleans.
Questi sì che sono posti dove si
può vivere. Ho lasciato L.A.
molte volte, ma sono sempre
ritornato. Vivi in una città per
tutta la vita, e alla fine conosci
ogni angolo di strada. Hai
presente la pianta di tutto il
territorio. Sai bene dove ti
trovi. Quando arrivavo in una
città strana, raramente uscivo
dal quartiere dove mi trovavo.
Mi sistemavo e non andavo più
in là di due o tre isolati: il bar, la
stanza dove vivevo e le strade
intorno. Questo era tutto quello
che sapevo della città, così mi
sentivo sempre perso; non mi
sapevo orientare, non sapevo
mai dove fossi di preciso. Sono
cresciuto a Los Angeles, ho
sempre avuto la sensazione
geograficospirituale di trovarmi
qui. Ho avuto tempo per
imparare a conoscere questa
città. Non riesco a immaginare
nessun altro luogo che non sia
L.A.
RW Viaggi ancora molto?

CB Ho chiuso con i viaggi. Ho


viaggiato così tanto, perlopiù su
corriere o con qualche altro
mezzo a buon mercato, che
adesso mi sono stufato. Tempo
fa avevo questa idea che si
poteva vivere per sempre su
una corriera: viaggiare,
mangiare, scendere, cagare,
salire di nuovo su quella
corriera. (Non so da dove mi
immaginavo arrivassero i soldi.)
Avevo questa idea stramba che
si poteva essere in movimento,
per sempre. C’era qualcosa di
affascinante nel costante
movimento, perché non si è
incatenati a nulla. Be’, per un
po’ è stato affascinante; e poi è
diventato disgustoso se non
ripugnante. Adesso non viaggio
praticamente più; odio perfino
andare dal droghiere.

RW Cosa ti ha fatto andare di


traverso New York?

CB Non mi piaceva. Non mi


incuriosiva. Penso che non
potrebbe mai piacermi New
York e non sento la necessità di
andarci. Immagino che New
York corrisponda all’inizio della
civilizzazione americana.
Adesso è l’eccellenza della
nostra civilizzazione.
Rappresenta ciò che siamo. Non
mi piace quel che siamo, quello
che i newyorchesi sono.
Sono arrivato lì con sette
dollari in tasca e senza impiego.
Sono uscito dalla stazione degli
autobus in Times Square. Era il
momento in cui tutti staccavano
dal lavoro. Arrivavano ruggendo
fuori da questi buchi sottoterra,
le metropolitane. Mi hanno
quasi buttato a terra, facendomi
girare come una trottola. Le
persone erano più brutali di
tutte quelle che avevo
incontrato in tutti i posti che
avevo visto. Era buio e umido e
i palazzi erano così
dannatamente alti. Se hai solo
sette dollari in tasca e alzi lo
sguardo su quei palazzi
enormi…
Naturalmente, ho fatto
apposta ad andare a New York
al verde. Arrivavo in ogni città
al verde per imparare a
conoscerla dal basso. Se arrivi
in una città subito ai piani alti –
hai presente: hotel costosi, cene
costose, drink costosi,
bigliettoni in tasca – non
conoscerai mai quella città. È
vero, mi sono precluso una
visione completa. Ho visto la
città dei bassifondi, e non mi è
piaciuta; ma mi interessava di
più cosa succedeva nei
bassifondi. Credevo che quello
fosse il posto giusto. Ho
scoperto che non lo era. Prima
pensavo che gli uomini veri
(gente con la quale si riesce ad
andare d’accordo per più di
dieci minuti) si trovassero in
basso e non in cima. I veri
uomini non sono in cima, a metà
o in basso. Non c’è un posto
prefissato. Sono solo molto rari;
ce ne sono molto pochi.
RW Come mai San Francisco è
stata una delusione?

CB L’hanno sempre dipinta come


qualcosa di colossale, hai
presente, nella letteratura, nei
film e dio solo sa dove. Sono
andato lassù e mi sono guardato
intorno e non mi è sembrata
reggere la fama. La sua fama
era troppo grande, così alla fine
quando sono arrivato lì è stata
una delusione più che ovvia. E
quando sono giunto a San
Francisco sapevo che dovevo
darmi da fare per trovare un
lavoro. Conoscevo un tizio che
mi avrebbe assunto, mi avrebbe
pagato una miseria e io avrei
dovuto farmi un culo così ed
essere grato di avere un lavoro.
Era come da tutte le altre parti.
Quasi tutte le città sono simili:
c’è la gente, la zona affari, i
bordelli, la polizia che ti dà la
caccia e un gruppetto di poeti
scadenti che girovagano. Forse
il clima è diverso, e la gente ha
degli accenti leggermente
diversi, tutto qui. Ma, come ho
detto, L.A. dà una sensazione
geografico-spirituale differente
che ho colto, lo dico perché la
vivo. Ho una conoscenza sul
campo di L.A., si può dire.
Invece le donne sono molto
più diverse delle città. Se sei
fortunato, ti va abbastanza
bene. Devi aver fortuna con le
donne, perché si incontrano
quasi accidentalmente. Se giri a
destra a quell’angolo incontri
questa, se giri a sinistra incontri
quest’altra. L’amore è una
specie di incidente. La gente si
scontra e in questo modo si
conosce. Puoi dire di amare una
certa donna, ma c’è una donna
che non incontrerai mai che
avresti potuto amare da morire.
Ecco perché dico che bisogna
essere fortunati. Se incontri
qualcuna che si avvicina al top,
sei fortunato. Se non la incontri,
be’, hai girato a destra anziché
a sinistra, o non hai cercato
abbastanza a lungo, o sei un
tipo scialbo, o sei fottutamente
sfortunato.

RW Hai scritto molto mentre eri


in viaggio?
CB Ho scritto qualcosa a New
York. A Philadelphia, a St Louis
e anche a New Orleans, agli
inizi. St Louis è stato un posto
molto fortunato per me. Ero lì
quando ho sbolognato il mio
primo racconto – alla rivista
“Story”, che all’epoca era una
rivista importante. (Avevano
scoperto William Saroyan e
ripubblicavano scrittori
eccellenti.) Non ricordo se ho
scritto il racconto a St Louis,
perché all’epoca mi spostavo
molto spesso, ma ero lì quando
l’hanno accettato.
Devi avere una città giusta
per scrivere, e devi avere la
casa giusta per scrivere. Questo
appartamento non va bene per
me, ma ho dovuto traslocare in
fretta, ed ero stufo di guardarmi
in giro. Questo posto non è
abbastanza incivile. I vicini non
gradiscono nessun tipo di
rumore. È molto limitante, ma
per la maggior parte del tempo
sono fuori casa. Di solito sono
da Linda, che ha una casa
grande. Scrivo e mi riposo.
Questo posto lo tengo per
quando le cose con Linda vanno
male. Allora ritorno qui di
corsa. Lo considero il mio
ufficio. Vedi, non ho neanche la
mia macchina da scrivere qui; è
là da lei. Prima pagavo l’affitto
quando ero da lei, poi ci siamo
separati. Adesso abito ancora lì,
ma non pago più l’affitto. Quella
è stata una mossa intelligente.
RW Come hai fatto a un certo
punto della tua vita a ritrovarti
nei bassifondi?
CB È capitato e basta.
Probabilmente a causa del bere
e del disgusto e del fatto di
dover tenere stretto un lavoro
banale. Non riuscivo ad
accettare di lavorare per
qualcuno, quella cosa dalle otto
alle cinque. Così ho cominciato
a bere sul serio e ho cercato di
tirare avanti senza lavorare.
Lavorare era francamente
disgustoso per me. Morire di
fame ed essere un barbone mi
sembrava più nobile.
C’era un bar dove andavo a
Philadelphia. C’era sempre lo
stesso sgabello riservato per
me – adesso non ricordo
esattamente quale fosse, forse
alla fine del bancone. Aprivo il
bar alla mattina presto e lo
chiudevo di notte. Facevo parte
dell’arredamento. Facevo
piccole commissioni, ritiravo
panini, mi davo un po’ da fare.
Raggranellavo dieci centesimi,
un dollaro qua e là. Nulla di
illegale, ma non era dalle otto
alle cinque, era dalle cinque del
mattino alle due di notte.
Immagino che ci siano stati
anche dei bei momenti, ma ero
perlopiù fuori di testa. Era
come se fossi in trance.
RW Quali poeti ti piace leggere
adesso?

CB Auden era piuttosto in


gamba. Quando ero giovane e
leggevo, mi piaceva molto
Auden. Ero nella fase positiva.
Mi piaceva tutta la banda:
Auden, MacLeish, Eliot. Mi
piacevano in quel periodo; ma
se li riprendo in mano adesso,
non mi colpiscono allo stesso
modo. Non sono abbastanza
sciolti. Non rischiano. Troppo
cauti. Dicono cose belle, e le
scrivono bene; ma sono troppo
cauti per me adesso.
E poi c’è Stephen Spender.
Una volta ero sdraiato a letto e
ho aperto un suo libro. Hai
presente cosa ti succede quando
una poesia ti colpisce. Stavo
pensando a quella un po’
sdolcinata sui poeti che “hanno
lasciato l’aria vivida firmata con
il Loro onore”. Quella era
proprio bella. Spender li ha
superati. Non me le ricordo
tutte, ma so che lui mi ha
entusiasmato tre, quattro,
cinque, sei volte. I poeti più
moderni non mi fanno questo
effetto.
Può essere che all’epoca fossi
più portato spiritualmente a
entusiasmarmi e non fossi
ancora molto coinvolto nel
gioco. Essere seduto sugli spalti
come spettatore e vedere un
tizio che colpisce un
fuoricampo: Cristo santo, quella
palla vola fuori dallo stadio, ed è
un miracolo. Quando tu scendi
in campo e giochi con loro e ne
colpisci anche tu qualcuno, ti
dici: “Non è stato difficile. Ho
dato un semplice colpetto alla
palla, ed è finita oltre il muro”.
Quando alla fine entri nel gioco,
i miracoli non sono così grandi
come quando li stai osservando
da fuoricampo. Questo ha a che
fare con il mio scarso
apprezzamento degli scrittori di
oggi.
Poi alla fine incontri gli
scrittori, e questa non è
un’esperienza positiva. Di solito,
quando non hanno la penna in
mano, sono piuttosto
piagnucolosi, paurosi,
scoiattolini antagonisti. Quando
sono ispirati l’arte è il loro
campo; ma al di fuori del loro
campo, sono creature
riprovevoli. Preferisco alla
lunga fare una chiacchierata
con un idraulico davanti a una
birra piuttosto che con un
poeta. Puoi dire qualcosa
all’idraulico e lui ti può
rispondere. La conversazione è
bilaterale. Un poeta invece, o
una persona creativa, di solito
esagera. C’è qualcosa in loro
che non mi piace. Diavolo,
probabilmente io sono uguale a
loro, ma me ne accorgo di più
quando lo vedo negli altri.
RW I poeti classici – ad esempio
Shakespeare – ti hanno
influenzato?

CB Quasi per niente. No, con me


Shakespeare proprio non
andava, eccetto alcuni versi.
C’erano molti buoni consigli lì,
ma non mi prendeva. Tutta ’sta
roba sui re che scorrazzavano, i
fantasmi, quella merda
rinsecchita elitaria mi annoiava.
Non riuscivo a relazionarmi.
Non aveva nulla a che fare con
me. Eccomi lì, coricato in una
stanza che sto morendo di fame
– ho una merendina e mezza
bottiglia di vino – e questo tizio
mi parla dell’agonia di un re.
Non mi aiutava per niente.
Considero Conrad Aiken un
classico. Non è contemporaneo
di Shakespeare, ma il suo stile è
classico. Penso che sia stato
influenzato dai poeti più vecchi
sin dagli inizi. È uno dei pochi
poeti che mi fanno entusiasmare
con i versi classici. Ammiro
Conrad Aiken proprio tanto. Ma
la maggior parte dei – come
dovrei chiamarli, puristi? – non
mi coinvolge.
Ce n’era uno al reading l’altra
sera. William Stafford. Quando
ha cominciato a declamare quei
versi, non riuscivo ad ascoltare.
Ho un radar istintivo che mi fa
spegnere i sensi. Vedevo la
bocca muoversi, sentivo i suoni;
ma non riuscivo ad ascoltare.
Non mi serve l’olio di ricino.

RW Cosa deve avere una poesia


per essere bella?
CB Il verso duro, pulito che dice
già tutto. E deve avere sangue;
humour; deve avere quella cosa
indecifrabile che sai che è lì dal
momento che cominci a leggere.
Come dicevo, i poeti moderni
non so perché non ce l’hanno.
Prendiamo Ginsberg. Scrive
parecchi versi belli. Se li
estrapoli dalla poesia, e li leggi
uno alla volta dici: “Ehi, che bel
verso”. Poi leggi quello
successivo e dici: “Be’, questo
verso non è male”; ma stai
ancora pensando a quello
precedente. Arrivi al terzo
verso e c’è un cambiamento di
rotta. E ben presto ti perdi
sommerso da quel ciarpame e
quei relitti di parole che sono le
parole stesse che rimbalzano da
tutte le parti. L’insieme, il
sentimento d’insieme, è
evaporato. Questo accade
spesso. Buttano giù un bel verso
– magari alla fine, magari in
mezzo o nella terz’ultima parte
– ma l’essenza e la semplicità
mancano. Per me, almeno.
Magari ci sono, ma io non le
trovo. Vorrei che ci fossero;
avrei materiale migliore da
leggere. Ecco perché non leggo
quanto dovrei, o quanto la gente
dice che dovrei leggere.

RW Quanto bisognerebbe
leggere? Ho sempre pensato
che gli scrittori che non leggono
sono come la gente che parla
sempre e non ascolta mai.
CB Non sono neanche un buon
ascoltatore. Penso che sia un
meccanismo di difesa. In altre
parole, temo l’effetto oppressivo
di fare qualcosa che si suppone
possa avere ripercussioni su di
me. Istintivamente, so già a
priori che questo effetto non ci
sarà. Di nuovo il mio radar in
azione. Non devo farlo
veramente per sapere che non
c’è nulla.
Andavo in biblioteca un sacco
quando ero giovane. Ho provato
a leggere. Improvvisamente, mi
sono guardato intorno, e avevo
esaurito tutto. Avevo letto tutta
la letteratura di base, la
filosofia, tutto quanto. Allora ho
allargato il tiro; ho curiosato
qua e là. Ho cominciato a
leggere testi di geologia. Ho
perfino effettuato uno studio su
un intervento di megacolon.
Un’operazione dannatamente
interessante. Sai, i tipi di
bisturi, cosa si fa: chiudi qui,
taglia questa vena. Mi sono
detto: “Non è male. Molto più
interessante di Ĉechov”.
Quando ci si addentra in altri
campi, al di fuori della
letteratura pura, a volte si viene
proprio catturati. Non sono
sempre le solite vecchie
cazzate.
Inoltre, non mi piace leggere.
Mi annoia. Leggo quattro o
cinque pagine e mi cala la
palpebra e mi addormento. È
così che vanno le cose. Ci sono
eccezioni: J.D. Salinger;
l’Hemingway degli inizi;
Sherwood Anderson, quando
era bravo, come nei Racconti
dell’Ohio e in un paio di altre
cose. Ma poi sono tutti
peggiorati. Succede a tutti. Io la
maggior parte delle volte sono
scarso; ma quando sono bravo,
sono dannatamente bravo.
RW A un certo punto della tua
vita hai smesso di scrivere per
dieci anni. Perché?
CB È cominciato intorno al
1945. Ho smesso e basta. Non
perché pensassi di essere un
cattivo scrittore. Ho
semplicemente pensato che non
ci fosse modo per me di
sfondare. Ho accantonato la
scrittura con un senso di
disgusto. Bere e scopare con le
donne era diventata la mia
forma d’arte. Non ho sfondato
in quel campo con una
sensazione di gloria, ma mi sono
fatto un sacco di esperienze che
in seguito avrei utilizzato –
specialmente nei racconti. Ma
non raccoglievo quelle
esperienze per scrivere, perché
avevo riposto la mia macchina
da scrivere nella fondina.
Non lo so. Cominci a bere;
incontri una donna; lei vuole
un’altra bottiglia; anneghi nei
fumi dell’alcol. Tutto il resto
evapora.

RW Cosa ti ha fatto dire basta?


CB Sono quasi morto. Sono finito
al L.A. County General Hospital
con sangue che mi usciva a fiotti
dalla bocca e dal culo. Ero dato
per morto, ma non è andata
così. Ho preso tanto glucosio e
dieci o dodici sacche di sangue.
Me lo iniettavano
ininterrottamente.
Quando sono uscito da quel
posto mi sentivo molto strano.
Mi sentivo molto più calmo
rispetto a prima. Mi sentivo –
per usare un termine desueto –
un cuorcontento. Camminavo
lungo il marciapiede, e
guardavo il sole e mi dicevo:
“Ehi, qui è successo qualcosa”.
Sai, avevo perso molto sangue.
Magari avevo un danno al
cervello. Questo era ciò che
pensavo, perché provavo
sensazioni diverse. Avevo un
senso di quiete. Adesso parlo
molto lentamente. Non sono
sempre stato così. Prima ero un
tipo nervoso, ero più per
andare, fare, parlare fino a
perdere la voce. Quando sono
uscito da quell’ospedale, ero
stranamente rilassato.
Quindi ho cercato una
macchina da scrivere, e ho
trovato un lavoro, guidavo un
furgone. Ho cominciato a bere
smisurate quantità di birra ogni
sera al rientro dal lavoro e a
scrivere un mucchio di poesie.
(Ti ho detto che non avevo idea
di cosa fosse una poesia, ma ho
cominciato a scrivere qualcosa
che poteva assomigliarci.) Non
ne avevo scritte molte prima,
due o tre, ma mi sono seduto e
improvvisamente ho cominciato
a scriverle. E così eccomi di
nuovo lì a scrivere e avevo tutte
queste poesie per le mani. Ho
cominciato a spedirle, ed è
ricominciato tutto. Questa volta
sono stato più fortunato, e
penso che il mio lavoro fosse
migliorato. Forse gli editori
erano più pronti, adesso
vedevano le cose da un diverso
punto di vista. Probabilmente la
combinazione di queste tre cose
ha aiutato a far sì che
succedesse. Ho continuato a
scrivere.
È così che ho incontrato la
milionaria. Non sapevo cosa
farci con tutte quelle poesie,
allora ho fatto scorrere l’indice
sull’elenco delle riviste e ho
scelto a caso. Mi sono detto:
“Ok, perché non insultare
questa qui? Probabilmente è
una vecchia di una piccola città
del Texas. La renderò infelice”.
Non era una vecchia. Era una
donna giovane con una
montagna di quattrini. Bella. Ci
siamo ritrovati sposati. Sono
stato sposato con una milionaria
per due anni e mezzo. Poi ho
mandato tutto a puttane, ma ho
continuato a scrivere.

RWPerché è finito il
matrimonio?

CB Non la amavo. Una donna


riesce a tollerarlo per un tempo
determinato, a meno che non
tragga da te qualche vantaggio,
fama o denaro. Non le veniva in
tasca niente dal nostro
matrimonio, né fama né denaro.
Non avevo nulla da offrirle. Be’,
andavamo a letto insieme. Le
offrivo quello, ma non è
abbastanza per cementare
un’unione a meno che tu non sia
molto esperto. E all’epoca non
lo ero. Ero solo un tizio che
girava per casa vestito,
mangiava un uovo e leggeva il
giornale. Ero molto chiuso in me
stesso, preso dallo scrivere.
Non le davo proprio un bel
niente. Me lo sono meritato.
Non le dò colpe, ma non mi ha
dato molto neppure lei.
Era un tipo artistico e si
buttava su tipi artistici.
Dipingeva malissimo, e le
piaceva frequentare corsi
d’arte. Aveva un buon
vocabolario ed era sempre
intenta a leggere libri
stravaganti. Essendo ricca era
viziata in quel modo speciale in
cui sono viziate le persone
ricche, viziate senza saperlo.
Aveva quell’aria che solo i ricchi
hanno. Un’aria di superiorità
che non li abbandona quasi mai.
Non credo che i soldi creino
tanta differenza tra le persone.
Può essere diverso quello che
indossano, dove abitano, ciò che
mangiano, cosa guidano; ma non
credo che crei tanta differenza
tra le persone. Eppure, non so
come, i ricchi hanno questo
senso di distacco. Se loro hanno
i soldi e tu no, qualcosa di
inspiegabile si alza tra voi. Ora,
se lei mi avesse dato la metà dei
suoi soldi avrei potuto avere la
metà dei suoi sentimenti, così
avremmo potuto farcela. Non
l’ha fatto. Mi ha dato una
macchina nuova, e questo è
tutto; e me l’ha data dopo che ci
siamo separati, non prima.
RW In un racconto hai fatto un
commento intriso di
autocommiserazione che era
qualcosa come: “Sono un poeta
noto a Genet e a Henry Miller,
ed eccomi qui a lavare piatti”.
CB Sì, è vero, questa è
autocommiserazione. È pura
autocommiserazione, ma a volte
l’autocommiserazione ci sta
bene. Un piccolo grido, quando
è mescolato allo humour, è quasi
perdonabile. Se è solo
autocommiserazione… tutti
sbagliamo talvolta. In quel caso
non sono stato il massimo.
Non ero neanche bravo come
lavapiatti. Mi hanno licenziato.
Hanno detto: “Questo qui non è
capace di lavare i piatti”. Ero
ubriaco, non sapevo lavare i
piatti e mi sono mangiato tutto il
loro roastbeef. Avevano un
cosciotto di roastbeef nel retro.
Era un periodo che ero sempre
ubriaco, e non mangiavo da una
settimana. Continuavo ad
affettare quel dannato
cosciotto. Me ne sono mangiato
più o meno metà. Come
lavapiatti ho fallito, ma mi sono
fatto una bella scorpacciata.

RW In un’altra occasione hai


detto che ti piaceva l’anonimato,
che ti piaceva l’idea che la
gente non sapesse chi tu fossi.
Mi sembra sia una
contraddizione.
CB C’è differenza tra essere
conosciuto da un altro scrittore
ed essere conosciuto dalla
massa. Un buon lavoratore – se
si può definire tale – come, per
esempio, un carpentiere… vuole
essere riconosciuto come bravo
carpentiere dagli altri
carpentieri. La massa è
qualcos’altro, ma essere
riconosciuto da un altro bravo
scrittore… non lo trovo
sconveniente.
RW Le opinioni dei critici sul tuo
lavoro ti danno fastidio?
CB Quando dicono che sono
molto, molto bravo, non mi
influenza più di quando dicono
che sono molto, molto scarso.
Mi sento bene quando dicono
cose positive; mi sento bene
quando dicono cose negative,
specialmente quando le dicono
con molta veemenza. I critici
solitamente esagerano in un
senso o nell’altro, e in entrambi
i casi mi sta bene.
Voglio che il mio lavoro
provochi reazioni, sia belle che
brutte; mi piace quando sono un
mix. Non voglio essere
completamente riverito o
venerato come se fossi un santo
o un lavoratore miracoloso.
Voglio un certo numero di
attacchi, perché rende tutto più
umano, più simile a dove ho
vissuto tutta la mia esistenza.
Sono sempre stato attaccato in
un modo o nell’altro, e la cosa è
cresciuta con me. Un piccolo
rifiuto fa bene all’anima; ma
l’attacco totale, il totale rifiuto è
letteralmente distruttivo. Quindi
voglio un buon equilibrio: lodi,
attacchi, l’intero minestrone
pieno di ogni cosa.
I critici mi divertono. Mi
piacciono. È bello averli
intorno, ma non so quale sia la
loro esatta funzione. Magari di
picchiare le proprie mogli.
RW In Post Office c’è un episodio
sulla pubblicità involontaria che
ti ha fatto il governo per via
delle tue opere. Hai passato dei
guai seri?

CB Mio dio, sì. Si è svolto tutto


in uno scantinato: luce fioca,
strette di mano, seduto alla fine
di un grande tavolo, due tizi che
mi facevano domande
trabocchetto. Ho detto loro la
pura verità. A tutto quello che
hanno chiesto ho risposto la
verità. (È solo quando dici
falsità che ti ritrovi col culo
infilzato nel girarrosto. Credo
che anche i grandi l’abbiano
scoperto adesso.) Ho pensato, è
questa l’America? Certo, ho
riportato tutto pari pari. Ci ho
anche scritto un racconto.
RW Sei stato pubblicato
parecchie volte dalle riviste
underground. Quelle
pubblicazioni adesso sembrano
aver perso il loro vigore
originario. Cosa è successo a
queste riviste?

CBL’hanno trasformato in un
business, e i veri rivoluzionari lì
non ci sono mai stati. La stampa
underground era costituita solo
da persone solitarie che
volevano girare, parlare tra
loro e intanto pubblicavano una
rivista. Si sono spostate a
sinistra e sono diventate
liberali, perché era la cosa
giusta e nuova da fare; ma non
erano veramente interessate.
Quei giornali erano una sorta di
pagliacciata. Erano una sorta di
emblema da trascinarsi dietro,
come indossare certi tipi di
vestiti. Non mi viene in mente
nessun giornale underground
che significasse qualcosa, che
abbia scosso qualcuno.
RW Hai menzionato i tuoi
problemi con le donne. È vero
che una delle tue ragazze di
recente ha cercato di ucciderti?

CB Mi ha beccato mentre stavo


andando a casa di un’altra. Ero
già stato da lei ed ero uscito e
stavo tornando con una
confezione da sei e un
bottiglione di whiskey. Bevevo
molto in quel periodo. La sua
macchina era parcheggiata lì
davanti, e così mi sono detto:
“Oh, che bellezza. La porto in
casa e le presento quell’altra e
saremo tutti amici e berremo
insieme”. Niente da fare. Mi si
è avventata contro. Ha preso le
bottiglie e ha cominciato a
scagliarle per tutto il viale –
anche il bottiglione di whiskey.
Poi è sparita. Sono fuori che
raccolgo i vetri frantumati e
sento un rumore. Alzo gli occhi
giusto in tempo. Aveva lanciato
l’auto a tutta birra sul
marciapiede, contro di me. Ho
scartato di lato e poi è svanita.
Mi aveva mancato.

RW Molti dei racconti che scrivi


è come se uscissero dalla tua
testa così, come li pensi. Scrivi
proprio così o rimaneggi molto?
CB Raramente revisiono o
correggo un racconto. In
passato mi sedevo, lo scrivevo e
lo lasciavo così. Adesso non lo
faccio più tanto. Ultimamente
ho cominciato a togliere le frasi
o i pezzi che penso siano
scadenti o superflui e che
diluiscono la trama. Tolgo forse
quattro o cinque righe, ma
raramente aggiungo qualcosa.
E riesco a scrivere solo con la
macchina. La macchina da
scrivere lo mantiene
circoscritto e confinato. Lo
tiene lì, dove deve essere. Ho
provato a scrivere a mano, ma
non funziona. Una matita o una
penna… è troppo intellettuale,
troppo morbido, troppo noioso.
Non c’è il rumore della
mitragliatrice, sai. Non c’è
azione.
RW Riesci a scrivere e a bere
contemporaneamente?

CB È dura scrivere in prosa


mentre bevi, perché la prosa
implica troppo lavoro. Io non ci
riesco. È troppo poco romantico
scrivere in prosa mentre stai
bevendo.
Per la poesia è diverso. Hai in
testa la sensazione che devi
buttar giù il verso sbalorditivo.
Quando sei ubriaco diventi un
po’ drammatico, un po’
sdolcinato. Alla radio c’è musica
sinfonica, e stai fumando un
sigaro. Alzi la birra e stai per
battere a macchina cinque, sei,
quindici o trenta versi grandiosi.
Cominci a bere e scrivi poesie
per tutta la notte. Le trovi sul
pavimento alla mattina. Cancelli
tutti i versi brutti ed ecco le
poesie. Circa il sessanta per
cento dei versi sono brutti; ma
sembra che quelli rimasti,
quando li imbastisci insieme,
creino una poesia.
Non scrivo sempre da
ubriaco. Scrivo da sobrio, da
ubriaco, quando sto bene,
quando sto male. Non devo
essere in una condizione
particolare.
RW Gore Vidal una volta ha detto
che, con una o due eccezioni,
tutti gli scrittori americani
erano ubriaconi. Aveva ragione?

CB L’hanno detto in molti. James


Dickey ha detto che le due cose
che vanno d’accordo con la
poesia sono l’alcolismo e il
suicidio. Conosco molti scrittori,
e per quanto ne so bevono tutti
tranne uno. Adesso che ci penso
quelli che hanno un briciolo di
talento sono ubriaconi. Sul
serio.
Bere ha a che fare con la
sfera emozionale. A
intermittenza ti porta fuori dalla
routine quotidiana, fuori dalle
cose sempre uguali. Ti strappa
fuori dalla tua mente e dal tuo
corpo e ti sbatte contro il muro.
Ho la sensazione che il bere sia
una forma di suicidio dove ti è
però consentito ritornare alla
vita e ricominciare tutto da
capo il giorno dopo. È come
ammazzarsi e poi rinascere.
Immagino di avere vissuto dieci
o quindicimila vite adesso.
RW Solo qualche minuto fa hai
accennato alla musica classica,
e ne parli in molti tuoi racconti.
Ti interessa veramente?

CB Non consapevolmente. Mi
spiego, ho una radio – niente
dischi – e la tengo accesa sulla
stazione di musica classica e
spero che mi porti qualcosa che
mi possa accompagnare mentre
scrivo. Non ascolto con
attenzione. Certe persone mi
criticano per questo. Un paio di
ragazze che ho avuto mi
criticavano perché dicevano che
non rimanevo ad ascoltare. E
non lo faccio. Ne faccio lo
stesso uso che le persone
moderne fanno del televisore: lo
accendono e girano per la
stanza, praticamente lo
ignorano, ma c’è. È come un
caminetto pieno di carbone che
li aiuta. Diciamo che è qualcosa
nella stanza con te che ti aiuta,
specialmente quando vivi solo.
Ammettiamo che lavori in
fabbrica tutto il giorno. Quando
torni a casa in un certo senso
hai ancora la fabbrica attaccata
alle ossa: tutte le conversazioni,
tutte le ore sprecate. Cerchi di
recuperare da quelle otto, dieci
ore che ti hanno sottratto e usi
quel poco di energia rimasta per
fare quello che vuoi veramente
fare. Prima di tutto mi facevo un
bel bagno caldo. Poi accendevo
la radio, sentivo un po’ di
musica classica, accendevo un
grosso sigaro, aprivo una
bottiglia di birra e mi sedevo
alla macchina da scrivere. Tutte
queste cose sono diventate
abituali, e spesso non riuscivo a
scrivere se ne mancava una.
Adesso non sono più così, ma
all’epoca avevo bisogno di
questi aiuti per sfuggire alla
sindrome da fabbrica.
Mi piace un certo numero di
interruzioni quando scrivo.
Scrivo molto a casa di Linda. Ha
due figli, e qualche volta mi
piace che corrano per la stanza
dove sto lavorando. Mi
piacciono le interruzioni, a patto
che siano naturali, sporadiche e
non continue. Una volta abitavo
in un caseggiato con il cortile,
mettevo la macchina da scrivere
davanti alla finestra. Scrivevo e
vedevo la gente passare. In
qualche modo ha sempre
funzionato con quello che stavo
facendo in quel momento. I
bambini, i passanti e la musica
classica funzionano per me allo
stesso modo. Invece che
d’impaccio, sono d’aiuto. Ecco
perché mi piace la musica
classica. C’è, ma non c’è. Non
inficia il lavoro, ma c’è.

RW C’è una certa immagine di


Bukowski che è stata creata:
l’ubriacone, il donnaiolo, il
barbone. Ti sorprendi mai a
recitare il personaggio
Bukowski?
CB Qualche volta, specialmente,
ad esempio ai reading di poesia
quando mi trovo una bottiglia di
birra in mano. Be’, non ho
bisogno di quella birra, ma
sento che tra me e il pubblico si
stabilisce un contatto quando
alzo la bottiglia e bevo. Rido e
faccio commenti. Non so se
sono io che recito una parte o
se sono loro a recitarla.
Comunque sono conscio
dell’immagine che mi sono
costruito o che hanno costruito
gli altri, ed è pericoloso. Hai
notato che oggi non sto
bevendo. Ti ho fregato. Ho
distrutto il personaggio.
Se bevo due o tre giorni di fila
poi sto male. Come ho detto,
sono stato in ospedale. Il mio
fegato non è in gran forma e
probabilmente neppure
parecchi altri organi. Ho subito
caldo, divento rosso come un
peperone. Ci sono un sacco di
segnali pericolosi. Mi piace
bere, però dovrei alternare;
perciò mi prendo qualche giorno
di riposo ogni tanto, invece di
bere giorno e notte
ininterrottamente come facevo
prima. Adesso ho cinquantatré
anni e voglio rimanere in sella
ancora per un po’, così posso
fare incazzare un mucchio di
gente. Se tiro fino agli ottanta
sai quanti riesco a farne
incazzare.
RW I reading di poesia sono
davvero delle esperienze
tremende come fai sembrare in
un paio di tuoi racconti?

CB Sono una vera tortura, ma


devo pur guadagnare per
scommettere sui cavalli. Credo
di fare i reading più per i cavalli
che per la gente.

RW Quanto tempo passi


all’ippodromo?
CB Troppo, davvero troppo, e
adesso ho fatto appassionare
anche la mia ragazza. Non
parlo mai delle corse con lei,
sai. Siamo in giro per casa, si fa
mattina. O magari stiamo
scrivendo. (Lei scrive in un
angolo della stanza, io in un
altro. Organizzati così andiamo
bene.) Siamo andati
all’ippodromo tutta settimana, e
io dico qualcosa come: “Oggi
finalmente si scrive,
maledizione”. E poi lei
improvvisamente dice qualcosa
sulle corse. Possono essere
giusto un paio di parole. E
allora io dico: “Va bene,
andiamoci. L’hai detto tu, però”.
Succede sempre così. Se
tenesse la bocca chiusa non ci
andremmo mai. Tra noi
dobbiamo risolvere il problema
che quando uno dei due ha
voglia di andarci, l’altro non ne
ha voglia.
Le corse buttano giù. Ci sono
trenta minuti d’attesa tra una
corsa e l’altra, che sono proprio
un mortale stillicidio di tempo; e
se in più perdi soldi, non va
affatto bene. Ma quel che
succede è che torni a casa e
pensi: “Adesso ho capito, so
cosa stanno facendo là fuori”.
Studi un nuovo sistema. Quando
ci torni, o hanno cambiato
leggermente oppure non segui il
tuo intuito: ti dimentichi del tuo
sistema, ed entrano i cavalli. I
cavalli ti dimostrano se hai
carattere o meno.
A volte andiamo dai
purosangue di giorno, e poi
rimaniamo per le corse di trotto
la sera. Sono diciotto gare.
Quando rimaniamo poi siamo
esausti. Siamo sfiniti. Non va
bene. Fra tutti e due abbiamo
avuto una settimana difficile; ma
la stagione all’ippodromo chiude
fra pochi giorni, così le mie
preoccupazioni saranno finite.
Gli ippodromi sono posti orribili.
Se dipendesse da me, li farei
bruciare tutti, li farei
distruggere. Non chiedermi
perché ci vado, perché non lo
so; ma ho tratto un po’ di
materiale da tutta questa
tortura.
Le corse dei cavalli ti
smuovono qualcosa. È come per
il bere: ti trascina fuori dal
significato ordinario delle cose.
Come Hemingway usava le
corride, io uso le corse dei
cavalli. Naturalmente se vai alle
corse ogni giorno non è una
dannata evasione: diventa
piuttosto una prigione.
RW Cosa ne pensi della recente
decisione della Corte suprema
sulla pornografia?
CB Sono d’accordo con quasi
tutti. È stato stupido relegare
tutto a una sola zona locale, a
un paese o a una città. Voglio
dire, un tizio gira un film, ci
spende milioni di dollari, e non
sa dove mandarlo. A Hollywood
l’adorano e lo odiano a
Pasadena. Deve avere il senso
d’insieme di come reagisce
ciascuna città. La mia idea
sull’oscenità è di estrema
liberalità. Lasciate che tutti
siano osceni quanto vogliono e
l’oscenità è destinata a
estinguersi. Chi la vuole, ne fa
uso. È nascondendo le cose,
trattenendosi, che si fa il
cosiddetto male.
L’oscenità generalmente è
molto noiosa. Piatta. Ad
esempio i cinema che proiettano
film porno: adesso sono sul
lastrico. È successo molto
velocemente, vero? Hanno
abbassato i prezzi da cinque
dollari a quarantanove
centesimi, e non vuole vederli
nessuno neanche per quel
prezzo. Non ho mai visto un film
porno bello. Sono tutti così
noiosi. Tutta quella carne che
va in giro per lo schermo: ecco
un uccello; il ragazzo ha tre
donne. Oh… ehm. Dio, tutta
quella carne. Sai, quello che
eccita è una donna
completamente vestita e un
ragazzo che le strappa la
gonna. Questa gente non ha
immaginazione. Non è capace di
eccitare. Naturalmente, se
sapessero come fare, sarebbero
artisti e non pornografi.
RW Ho sentito che Post Office
potrebbe diventare un film. Se è
vero, scriverai tu la
sceneggiatura?
CB Tenderei a tirarmi indietro.
Preferisco impiegare le mie
energie (stavo dicendo “che mi
restano”) sulla carta:
cominciare un nuovo romanzo o
ultimare quello che sto
scrivendo o buttarmi sulla
poesia. Sono solo un tizio
qualsiasi che sta facendo quello
che vuole fare a modo suo.
È un campo così diverso e
nuovo che, a meno che non
abbia pieno controllo, non
voglio neanche entrarci; e non
sono abbastanza famoso per
avere pieno controllo. A meno
che non possa fare di testa mia,
non voglio neanche iniziare; e
se mi dessero il permesso di
fare di testa mia, non lo
vorrebbero fare loro. Non
voglio dover lottare contro tutta
quella gente per far passare
quello che scrivo. Ancora una
volta il mio radar mi dice che
sarebbe troppo un casino.
RW A cosa stai lavorando
adesso?
CB Sto imbastendo un romanzo.
Sta uscendo un libro di racconti,
e alcuni sono simili ai capitoli
del romanzo che sto
preparando. Così sto
estrapolando tutti questi
capitoli, li sto imbastendo e poi
li rimetto nel contesto del
romanzo. È un buon esercizio. Il
romanzo s’intitola Factotum. Il
factotum è uno che si destreggia
in diversi campi, in diversi
lavori. Parla dei molti lavori che
ho avuto. Ho cancellato i
capitoli più glamour, perché
funziona comunque. Adesso è
concentrato sul tran tran
quotidiano degli alcolizzati del
ceto basso, o come li chiamano,
i lavoratori che cercano di
tirare avanti. L’idea mi è venuta,
più o meno, da Senza un soldo a
Parigi e Londra. Ho letto quel
libro e mi sono detto: “Questo
tizio è convinto di averne
passate di ogni? Paragonato a
me è solo stato sfiorato dagli
eventi”. Non che non fosse un
buon libro, ma mi ha fatto
pensare di avere anch’io
qualcosa di interessante da dire
su quel tema.

RW Un’ultima domanda: Perché


ti butti così giù nei tuoi lavori?
CB In parte è una specie di
scherzo. In parte perché un
sacco di volte mi sento un
coglione. E se sono un coglione,
perché non dirlo. Se non lo
faccio io, lo farà qualcun altro.
Se sono io a dirlo per primo, li
lascio disarmati.
Sai, divento un vero coglione
quando sono mezzo ubriaco.
Allora cerco guai. Non crescerò
mai. Sono un ubriacone da due
soldi. Mettimi in corpo un paio
di drink e frusterò il mondo… e
lo voglio fare davvero.
Robert Wennersten, Paying for
Horses: An Interview with Charles
Bukowski, “London Magazine”,
December 1974 – January 1975, pp.
35-54.
Il Simposio del “Free Press”:
conversazione con Charles
Bukowski
Ben Pleasants
1975

PLEASANTS Lo stile di vita ha


veramente importanza? Voglio
dire, William Carlos Williams
era medico; Stevens agente
assicurativo; Locklin è
professore.
BUKOWSKI Alla fine lo stile di vita
può pesare. Può ripercuotersi
su di te. A volte ci mette un po’.
Lo stile di vita è importante.
Quello che fai è importante.
Come per esempio se catturi un
cane e gli seghi una zampa per
colazione è una cosa
importante.
PLEASANTSE questo lo
chiameresti stile di vita?
BUKOWSKI Già, un ottimo stile di
vita. Non per il cane, ma per il
cacciatore. Il cacciatore
solitario.
PLEASANTS Come ha fatto a
ispirarvi Bukowski? Come
scrittore? Quando vi siete
imbattuti in lui la prima volta, e
che influenza ha avuto su di voi?

RICHMOND Ho cominciato a
scrivere molto prima di sentire
parlare di Bukowski. Mi
avevano consigliato di spedire le
poesie a numerose riviste. La
“Wormwood Review” era una
delle tre riviste insieme alla
“Kenyon” e alla “Partisan”. E
nella “Wormwood” c’erano le
poesie di Bukowski. E poi è
stata la volta di “Olé”. Questo
succedeva dieci anni fa. Ho
pubblicato un libriccino e l’ho
spedito a Bukowski (qualcuno
mi aveva dato il suo indirizzo);
lui mi ha mandato un breve
messaggio di ringraziamento.
Da cosa nasce cosa e si può dire
che da lì mi ha influenzato.

KOERTGE Anch’io scrivevo già


prima di conoscere Bukowski.
Perché ho cominciato a scrivere
a cinque anni, ecco perché.
Quando ero all’Università
dell’Arizona Locklin mi ha
mostrato una copia della
“Wormwood Review”. E la
prima volta che ho letto
qualcosa di Bukowski è stato su
questa rivista. E non posso fare
a meno di ripetere ciò che Steve
ha appena detto, perché è lo
stesso tipo di esperienza. Non
so come mi abbia influenzato,
ma mi ha influenzato. Non ci
sono dubbi su questo.

LOCKLIN Già. Alla fine sembrerà


un annuncio pubblicitario per la
“Wormwood Review”, ma è lì
che ho visto per la prima volta
qualcosa di Bukowski. Anch’io
venivo pubblicato su quella
rivista. E ho letto un paio di
poesie sue. In realtà le
primissime che ho visto non mi
piacevano molto. Ma mi piaceva
quello che stava facendo e ho
pensato che fosse qualcosa di
diverso rispetto a quello che
facevano molti altri. Mi piaceva
la spontaneità, mi piaceva il tipo
di vicinanza agli argomenti
trattati, e mi piaceva la
schiettezza delle poesie.
E così un paio di anni più
tardi, a Long Beach, volevano
che trovassi qualcuno per un
reading. Nel frattempo avevo
sentito qualcosa su Bukowski e
ho cercato di contattarlo, e ci
sono riuscito. È venuto per il
reading e da quel momento ho
letto molti altri suoi lavori.
PLEASANTS Cosa mi dite dei
reading? La poesia è meglio
sulla pagina o sul palcoscenico?

BUKOWSKI Credo che nessuno


dovrebbe mai leggere poesie
davanti a un pubblico a meno
che non sia per sopravvivenza.
Per pagare l’affitto, per una
nuova gomma della macchina,
per una nuova macchina. Penso
che entri in gioco molta vanità
quando si legge davanti a un
pubblico. Penso che l’atto
creativo sia quando esce dalla
macchina da scrivere. Punto e
basta. Provo apprensione per i
reading. Tutte le volte che
leggo, io… ecco perché devo un
po’ provocare il pubblico. Sento
che loro sono i nemici. Che sono
venuti per assistere al
sacrificio. Anche se tengo
reading, sono contrario.

LOCKLIN Non ho ancora un’idea


precisa sui reading. A volte mi
diverto molto, a volte per
niente. Ma sono assolutamente
d’accordo con Bukowski che la
cosa primaria è la macchina da
scrivere. I reading sono
secondari.
PLEASANTS Steve, tu hai tenuto
una lettura a Chatterton circa
sei mesi fa. Quali sono state le
tue impressioni?
RICHMOND È stata la prima volta
dopo cinque o sei anni. L’ho fatto
solo per spingere il libro che ho
pubblicato, per guadagnare
qualche soldo, per comprarmi
una gomma della macchina. Al
di fuori di questo sono di una
noia assoluta.
BUKOWSKI E per far colpo sulle
ragazze?
RICHMOND Sì, questa è l’unica
buona ragione, a dire il vero.

PLEASANTS Quanto il sesso


influenza la buona scrittura, e la
corrente femminista ha un certo
peso sulle cose che dite?

KOERTGE Penso di sì. Se avessi la


matematica certezza che potrei
farmi una scopata leggendo una
brutta poesia lo farei, lo farei
subito.

BUKOWSKI Anche se la poesia


fosse lunga tre minuti, giusto?
KOERTGE E per quanto riguarda
le femministe, sono piuttosto
dalla loro parte. Mi piacciono
un sacco di donne che sono
femministe. Credo che sia
giusto. Siamo dalla parte degli
angeli.
PLEASANTS Un posto sicuro.

KOERTGE Quando ci sono molti


angeli. Credo che sia così.
Nessuna delle poesie che scrivo
verrebbe pubblicata sui giornali
femministi o cose del genere,
ma alcune mostrano empatia
per la condizione delle donne.
Per quanto mi riguarda è solo
un espediente per entrare nelle
loro mutande.
PLEASANTS Steve, tu sei un
esperto per tutto ciò che
riguarda la sfera sessuale.

RICHMOND Non c’è spazio per


esplorare il pianeta in questo
momento se non con un
cambiamento molecolare.
Quello che succede dentro quel
buco… Noi abbiamo un’asta,
loro hanno un buco, e tutte le
menate emozionali derivano da
questa interazione. Quello che
succede là dentro, così
possiamo esplorarlo…
BUKOWSKI E scriverci sopra,
giusto?
PLEASANTS Perché tutti i poeti
giovani, a eccezione di
Richmond, vogliono diventare
romanzieri?
BUKOWSKI Non sono sicuro che
sia vero.

PLEASANTS Credo che sia vero


per tutte le persone che sono
qui.
LOCKLIN Io ho una teoria su
questo. Credo che dobbiamo
risalire a Hemingway.
Hemingway amava la propria
vita, e per questo credo sia
stato molto invidiato. Ha
sfondato come scrittore a un’età
piuttosto giovane, ha avuto
un’esistenza interessante, e
nonostante questo scriveva
bene. Ma credo che sia
invidiato a tal punto sia come
uomo sia come scrittore che le
persone, almeno da giovani,
hanno cominciato a desiderare
di essere Hemingway. E da lì
hanno desunto che essere uno
scrittore vuol dire essere un
romanziere.

BUKOWSKI Senti, su questa non


sono per niente d’accordo.
Trovo che troppi poeti siano
solo poeti e basta. Non scrivono
solo una poesia, ma continuano
a scriverla.
PLEASANTS La stessa poesia
scritta e riscritta?
BUKOWSKI No, nel senso che di
solito non migliorano. Ma l’idea
è che loro pensano che ci sia
qualcos’altro che va oltre
essere Hemingway, contro
essere Hemingway. Pensano che
ci sia qualcosa di corrotto
sull’essere un romanziere. O
peggio ancora, uno scrittore di
racconti, che viene guardato
con sufficienza. E ancor di più
soprattutto a L.A. o a Frisco
[San Francisco], molti poeti
scrivono solo poesia, e sentono
che la musa arriva per i poeti e
non arriva per gli scrittori di
racconti o per i romanzieri.
E che avere scritto poesia e
sentirsi dei semidei per questo,
li fa morire di fame a meno che
non abbiano persone che si
prendono cura di loro. Si fanno
overdose e vivono d’elemosina e
dormono sul divano della gente
perché sono poeti e hanno
diritto a un trattamento
speciale… che un romanziere o
uno scrittore di racconti non
merita perché il poeta è una
persona speciale. E io non
credo che lo sia.
PLEASANTS In realtà tu hai
portato la prosa alla poesia. Hai
portato i racconti e i romanzi
alla poesia. Molti dei tuoi lavori
in realtà sono brevi racconti.

BUKOWSKI Sono solo versi. Potrei


scrivere una poesia sotto forma
di romanzo breve. Ecco tutto.
LOCKLIN Ho sempre pensato che
fosse vero. Nelle università
tendono a parlare di restaurare
la narrativa nella poesia e quel
genere di cose lì e, secondo me,
Bukowski l’ha fatto
spontaneamente senza neanche
pensarci.

RICHMOND È più facile avere una


poesia pubblicata che un
romanzo.

BUKOWSKI È più facile che venga


rifiutata una poesia che un
romanzo.

KOERTGE No, non è vero. È che


per un romanzo ci vuole più
tempo.
BUKOWSKI No, vedi, tu scrivi un
romanzo e quante pagine hai
buttato al vento? Una poesia
ritorna, e puoi spedirla di nuovo
oppure la puoi appallottolare e
gettare via. Poi ti siedi, inserisci
un nuovo nastro nella macchina
da scrivere e scrivi un’altra
poesia. Sprechi meno tempo.

PLEASANTS C’è un’altra cosa


però. Una poesia veramente
bella è come un candelotto di
dinamite: esplode con una forza
tremenda. Invece un romanzo è
una cosa diversa. Penso che in
termini di “potenza” puoi
esprimerti meglio con una
poesia che non con un romanzo.
BUKOWSKI Sì, se funziona… Hai
nominato John Crowe Ransom.
Una delle poche poesie belle
che ha scritto era quella sulle
ragazze cattoliche, sapete. Le
guardava passare e ha detto:
“Conosco una donna” – non sono
i versi esatti, comunque –
“Conosco una donna che ora è
vecchia eccetera eccetera che
un tempo è stata più bella di
voi”. E questo verso ha forza…
una poesia può essere così…
capisco quello che intendi.

PLEASANTS Volevo chiedervi delle


influenze che prima vi hanno
fatto pensare e poi di quelle che
vi hanno spinto a lavorare. Che
mi dite di questi due concetti?
BUKOWSKI Pensare e lavorare?
Non mi piacciono neppure
queste parole; non so cosa
vogliano dire.
PLEASANTS Ok, be’, quelli che vi
hanno spinto alla macchina da
scrivere e vi hanno fatto
lavorare.

BUKOWSKI Quello che mi ha


spinto alla macchina da scrivere
è stata solo la pura
disperazione. Avevo dei lavori
del cazzo, e il mio tempo era
investito nel programma di un
altro. Lui possedeva la mia
vita… otto, dieci, dodici ore…
PLEASANTS Ma altri scrittori
hanno dovuto fare la stessa
cosa. Non hai mai intravisto la
possibilità di fare parte anche tu
di quell’imbroglio?

BUKOWSKI Non sapevo quello che


avevano fatto gli altri scrittori.
Dovevo solo prendermi quel
paio di ore in più, tirare fuori la
birra e cercare di trovare un
certo equilibrio in ciò che mi
stava succedendo.
RICHMOND Ha molto a che fare
con trovare le proprie risposte
per sopravvivere. Sapete,
leggete un libro e lì non ci sono
risposte. Non c’è nulla per cui
valga la pena di sopravvivere in
quello che leggete. Nulla per cui
valga la pena di sopravvivere in
ciò che vedete per le strade.
Allora vi mettete alla macchina
da scrivere e create qualcosa, e
diventa l’unica cosa per cui
valga la pena di sopravvivere.
BUKOWSKI Proprio così.

PLEASANTS E tu cosa ne pensi,


Ron?
KOERTGE Non penso niente.
Voglio dire, niente di pertinente.
PLEASANTSA proposito di ciò che
Bukowski ha fatto, la poesia è
prosa? Quali sono le distinzioni?
Cosa rende un poema poesia?
BUKOWSKI Non mi preoccupo di
cosa sia o meno una poesia, di
cosa sia un romanzo. Li scrivo e
basta… i casi sono due: o
funzionano o non funzionano.
Non sono preoccupato con:
“Questa è una poesia, questo è
un romanzo, questa è una
scarpa, questo è un guanto”. Lo
butto giù e questo è quanto. Io
la penso così.
PLEASANTS La pensi anche tu
così, Ron?

KOERTGE Sono contento di avere


già pubblicato abbastanza così
posso spedire il mio lavoro, e se
la gente dice che a loro non
piace perché non sono vere
poesie, posso semplicemente
rispedirlo, e qualcuno dirà che
lo pubblica etichettandolo come
poesia in prosa o qualcosa del
genere. Non mi interessa come
le chiamano. Ma mi piace
essere nella posizione di non
dovermene preoccupare.
PLEASANTS Questa domanda è
per Bukowski. Jeffers era un
nichilista, nel senso classico del
termine. Tu ti ritieni un
nichilista? E cosa ne pensi
dell’influenza della filosofia?

BUKOWSKI Vuoi scoprire se so che


cosa significa la parola
nichilista?

PLEASANTS No, so che lo sai.

BUKOWSKI Non so dire cosa sono.


Ma certa gente in giro dice di
me: “È un tipo molto negativo”.
Questo butta giù. Non hanno
mai letto la mia roba. Magari è
una bionda alta in abito lungo
che si sta accendendo una
sigaretta mentre sta parlando
con un mio amico… “Bukowski è
così negativo”, e questo è tutto
quello che so sul nichilismo.
Quindi forse lo sono.
PLEASANTS Ma il nichilismo in
realtà è proprio contro l’uomo,
sostiene che l’uomo è uno
sporco animale. Non ti senti
davvero così, giusto?
BUKOWSKI No. L’uomo è un
animale scialbo che spreca il
suo potenziale. Dio, questo sì
che suona sacro. Salgo su un
bus pieno di persone e le guardo
e divento infelice perché sento
che in loro c’è qualcosa che non
va per qualche ragione. Non
perché sono senza Dio, non
perché non sono ubriachi… c’è
qualcos’altro che non va in loro
che mi disturba.

PLEASANTS Sei proprio il


difensore dei piccoli uomini
sotto molti aspetti. Forse non
sai di esserlo, ma un sacco di
piccoli uomini si sentono così.

BUKOWSKI Non saprei cosa dirti.


PLEASANTS Mi piacerebbe che
Bukowski parlasse dei poeti
presenti.
BUKOWSKI Ok. Richmond, credo,
che abbia questo lato selvaggio
che è molto attraente. Posso
aprire uno dei suoi libri e
leggermelo tutto. Naturalmente
non comincio dalla prima
poesia… ne pesco una qui, una
là. Posso aprire uno dei suoi
libri e non importa a che pagina
apro e anche se ci sono le
poesie peggiori, c’è forza, è
semplice, profonda e selvaggia.
Ce l’ha, e ho sempre detto che
l’ha sempre avuta, ma non
l’hanno ancora scoperto; e
anche quando lo scopriranno,
come ha detto Picasso: “Anche
quando ero sconosciuto, pochi
sapevano ciò che stavo facendo,
e adesso che mi hanno scoperto,
e sono celebre, ancora pochi
sanno cosa sto facendo”.
In altre parole, per Steve, non
importa nulla eccetto che per il
suo stesso ego, o magari per
infilarsi qualche soldo in più
nelle tasche, ma lui sta
lavorando bene, sta lavorando
dannatamente bene.
E a proposito di K., se Ron ha
rubato un po’ del mio tuono, ho
sempre creduto negli scippi,
infilando un po’ di humour anche
negli aspetti più tragici in ciò
che stiamo tentando di fare…
inspiriamo ed espiriamo,
sopravviviamo. Ho scritto un
libro su questo. La birra
comincia a fare effetto, tralalà.
Comunque, penso di poter
parlare di Locklin e di K. nello
stesso modo: hanno portato
humour e rilassatezza nel gioco.
Hanno portato gioia, sapete.
L’hanno tirata fuori. Si sono
aperti, e questo è bello. Il gioco
era troppo polveroso e pesante
e sacro. Hanno portato semi di
arancia, vomito, zoccoli di
cavallo, risate, tutto quanto. È
un bello spettacolo. L’hanno
fatto loro… hanno aperto nuovi
orizzonti… l’hanno reso più
spontaneo.

PLEASANTS Cosa mi dici degli


editori? Cosa c’entrano gli
editori con l’ambiente della
scrittura?

BUKOWSKI Adesso devo essere


prudente. Come cosa c’entrano?
Non lo so… non so rispondere a
questa. Non conosco le loro
ragioni… non lo so… io non sono
loro.
PLEASANTS Qual è il tuo rapporto
con loro?
BUKOWSKI Sono stato piuttosto
fortunato. Praticamente li lascio
stare, e loro lasciano stare me.
Fanno ciò che devono fare, e io
faccio quel che devo fare. Il
miglior editore è quello che non
ti scoccia, non ti telefona; e in
cambio tu lo lasci in pace. È
meglio quando è una cosa
sbrigativa. Quando non è
intima. Funziona e basta. Apri il
rubinetto dell’acqua calda, si
scalda e poi diventa bollente e
tu la usi. Così usi gli editori e gli
editori usano te. È un buon
affare – deve essere un buon
affare. È impostato così.
PLEASANTS Faulkner diceva che i
suoi libri sono i suoi figli. I tuoi
libri sono i tuoi figli?

BUKOWSKI Mi spiace che


Faulkner abbia detto una cosa
simile.

PLEASANTS Quale ti piace di più?

BUKOWSKI Di Faulkner?
PLEASANTS No, dei tuoi.

BUKOWSKI Oh, non ho preferenze.


Sono tutti simili. È un verso
solo.
PLEASANTS Quali sono i poeti del
passato che ammiri di più?

BUKOWSKI Oh, di tanto tempo fa?


Jeffers, per cominciare. Nei
racconti ha la sindrome del
predicatore. Ma non ci sono
stati molti bravi poeti. Non mi
colpiscono. Non sono
influenzato da nessuno. Forse
da Jeffers, tanto tempo fa; e un
tempo c’era Stephen Spender.
Aveva versi fluenti, sai – “La vita
morta di quest’uomo, la vita di
quest’uomo sta morendo”. Poi
c’è stato Auden per un po’… c’è
sempre stato qualcuno per un
po’, e poi si appiattisce tutto e
cerchi il successivo. Non c’è
proprio nessuno.
PLEASANTS Come ti trovi a
lavorare con le scadenze come
succede ad esempio con “Free
Press”?

BUKOWSKI A dire il vero la


settimana scorsa ero in anticipo
di tre articoli, prima di
incasinarmi. Ma può succedere
anche il contrario. Puoi anche
scrivere roba brutta. Sono
fortunato, tutto sommato. Mi
siedo, inserisco il foglio, e mi
dico: “Be’, non hai neanche
voglia di scrivere, hai il vuoto in
testa”, e poi esce tutta quella
roba. È come se si accendesse
un interruttore. Ho scritto
parecchie storie in questo
modo. E dopo ho scritto un libro
di racconti. Funziona in tutti e
due i modi. A volte arrivano
cose brutte e a volte arrivano i
miracoli, proprio quando meno
te lo aspetti ecco che c’è…
arriva.
PLEASANTSE cosa mi dici di
Bukowski fumettista? Non c’è
una connessione con Thurber?
BUKOWSKI Mi hanno accusato di
questo.
PLEASANTS Ti piace Thurber.

BUKOWSKI Sì, mi piaceva. Ma


penso che se paragoni i miei
disegni a quelli di Thurber, si
vede che mi ha influenzato, ma
sono molto diversi. I suoi
personaggi sono del ceto medio
alto, con i loro problemi, invece
quelli che disegno io sono
personaggi alienati e fuori da
ogni contesto. Sono come
storditi e non sanno bene cosa
stia accadendo. Anche il loro
aspetto: sono senza occhi e
sono come inermi. Sono
successe delle cose che li hanno
storditi di una gentile imbecillità
che potrebbe apparire tenera
sotto la sua luce migliore.
E credo che la tonalità
d’insieme sia molto diversa da
quella di Thurber sebbene il
tratto o il disegno di un cane o
di qualcos’altro possano avere
delle somiglianze. C’è
l’influenza, ma la tonalità
d’insieme è diametralmente
opposta.

PLEASANTS Come affronti i


problemi dello scrivere un
romanzo rispetto a una poesia?
BUKOWSKI Un romanzo è reale…
è come coricarsi su un
materasso sul quale non si
riesce a dormire. È un lavoro
duro, è lavorare in fabbrica. Ma
il modo per riuscirci,
naturalmente, è scrivere
capitoli brevi, e con questo si
riesce a rendere… Quasi tutti i
romanzi mi annoiano – dio, è
terribile, ma è la verità – io
credo di scrivere poesie brevi,
che poi si sommano una all’altra
diventando alla fine un romanzo,
non lo so, non ho risposto molto
bene a questa…
PLEASANTS No, va bene.
BUKOWSKI Ti arrovella il cervello.
È come cercare di nascondere
l’amante alla moglie.
PLEASANTS Voglio tornare al
discorso sulla politica.
Personalmente penso che si
possano scrivere cose politiche
in modo valido. Non voglio fare
esempi con Solženicyn, ma
come la politica influenza la
buona scrittura, e può uno
scrittore essere politico e
artista allo stesso tempo?

BUKOWSKI Stavo per rispondere


che Neruda l’ha fatto e gli è
andata bene. Anche quel tizio in
Germania che ha scritto la
canzone Mack the Knife. Ho
sentito la sua roba alla radio.
Che verso pulito e potente e
parla di cose che succedono
durante il giorno: molto bravo
davvero e poi li butta lì, posso
dire, dei versi marxisti, e così mi
ha ucciso. Mi chiedo: perché ha
fatto una cosa così?

PLEASANTS Perché è un marxista.

BUKOWSKI È come un uomo con


una palla sola, alla fine, per me.
Penso che si possa migliorare la
vita senza essere politici.
PLEASANTS Quello che ha scritto
Solženicyn è di valore?
LOCKLIN Sì, è di valore.

PLEASANTS Ho riscontrato una


cosa strana. Non era il primo
scrittore russo che si rifugiava
in America chiedendo asilo
politico a venire esaltato in un
certo modo. Credo che viziamo
gli scrittori russi. Li portiamo
qui… Chi era quell’altro?

BUKOWSKI C’era qualcun altro,


non ricordo… È passato un bel
po’ di tempo.
PLEASANTS Qual è il centro della
poesia americana oggi? Mi
riferisco a un luogo.
BUKOWSKI Probabilmente Kansas
City Est, Kansas.

PLEASANTS Gli scrittori della


corrente dell’Iowa? San
Francisco? Forse Los Angeles?

BUKOWSKI Come faccio a dirlo?

KOERTGE Be’, dovrebbero essere


forse Los Angeles e New York.
Questa è una risposta facile.
San Francisco?

BUKOWSKI Ma Los Angeles non è


affatto considerata un centro
letterario.
KOERTGENo, ma c’è più
movimento di quanto la gente si
immagini.

BUKOWSKI E quando se ne
accorgeranno sarà ora di
trasferirsi, giusto?

KOERTGE Non saprei dove altro


andare.

LOCKLIN Carlsbad.
BUKOWSKI D.H. Lawrence aveva
il Taos; Jeffers aveva creato il
Big Sur, giusto? Uno scrittore si
inventa un posto dove creare, e
poi arriva la massa ed eccoli lì.
Magari scopriranno Los
Angeles.
KOERTGE Una cosa a favore di
L.A.: è così grande. È un cazzo
di polipo dove ti ci puoi
nascondere.

LOCKLIN Non ci sono correnti


letterarie, non ci sono gruppi
letterari, specialmente a Los
Angeles. Ci sono tante persone
creative che non si incontrano
molto spesso. Vedo Bukowski
più o meno una volta all’anno. Io
e Ron siamo intimi amici e ci
vediamo forse ogni due mesi.
KOERTGE Non vedevo Steve da
sei anni.
BUKOWSKI Le uniche volte che
vedo Ron è all’ippodromo e sta
sempre leggendo un libro. Non
legge neanche il programma
delle corse.

RICHMOND Non ci vediamo ma ci


leggiamo sempre.

KOERTGE Oh, certo.

BUKOWSKI Fin qui questa è la


nostra giornata peggiore.

RICHMOND Va bene ripeterla ogni


cinque, sei anni.
KOERTGE Come quelle
rimpatriate del college.
Dobbiamo essere tutti
d’accordo di incontrarci qui fra
dieci anni e anche di non
vederci durante questi dieci
anni, poi ci ritroveremo tutti.
PLEASANTS Quali sono i progetti
futuri per Bukowski, oltre a
sopravvivere?
BUKOWSKI Be’, quello va sempre
al primo posto: la durata è più
importante della verità. Per
poter dire la verità, devi avere
innanzitutto una certa
longevità. Il mio piano
strategico, che probabilmente
non funzionerà… ho deciso
tanto tempo fa di vivere più o
meno fino a ottant’anni e di
morire nel Duemila. Ho
incontrato Wantling a un
reading in Illinois. Aveva deciso
anche lui di morire nel Duemila,
e un mese dopo è morto. Quindi
sai, il piano strategico come
quello di Adolph può anche non
funzionare.
Ma il mio piano strategico è di
rompere le palle per altri
venticinque anni. Saranno così
stufi di me che quando morirò ci
saranno urla di gioia. E in
seguito esagerazioni sulla mia
grandezza. È deciso, nel
Duemila.
PLEASANTS Quali sono le
percentuali di probabilità che
Bukowski vinca il premio Nobel
o il premio Pulitzer?

BUKOWSKI Va’ al diavolo!

KOERTGE Non so quali siano


esattamente i parametri. Ma
andando a naso credo sia
estremamente improbabile.
Questo perché è un pungolo per
mandrie, pungola così tante
persone. Bukowski è sempre
elettrico e vivo. Credo che
abbia fatto incazzare troppe
persone troppe volte e alcune di
queste sono sicuramente nella
commissione.

PLEASANTS A questo punto mi


fermerei, niente che vorreste
aggiungere?

BUKOWSKI Ci sono un sacco di


persone che parlano di
Bukowski: “Odia le donne”,
oppure “È così negativo”. Ma
non è vero… è una diceria che
ormai passa di bocca in bocca.
Non analizzano il mio lavoro.
Quando ho cominciato a
leggere, all’età di tre anni,
trovavo la letteratura molto
noiosa e pretenziosa. Mi
sembrava tutto un imbroglio.
Alcuni passaggi di Shakespeare
erano molto belli. Non mi
riferisco solo a Shakespeare…
PLEASANTSBe’, non ti piaceva
Faulkner…

BUKOWSKI Be’, anche Faulkner, i


corsivi… i processi mentali. Ma
quello che sto cercando di dire è
che ho la sensazione che fosse il
suo ego con la E maiuscola. Che
la letteratura è stata un grande
imbroglio… un gioco scialbo,
stupido e pretenzioso che
mancava di umanesimo. Ci sono
delle eccezioni… ma sentivo che
comunque era un imbroglio
perpetuato nei secoli. Aprivi un
libro e ti addormentavi, pura
noia studiata a tavolino.
Sembrava un maledetto
imbroglio.
Così ho pensato: schiudiamo e
ripuliamo il verso – poter
stendere un verso semplice
come fosse una corda di bucato,
e appenderci emozioni –
humour, felicità – senza
ingombri. Il verso semplice,
fluente, e al tempo stesso
sfruttare questo verso semplice
per appenderci tutte queste
cose – le risate, le tragedie, il
bus che passa con il rosso.
Tutto.
È l’abilità di dire una cosa
profonda in modo semplice. E
hanno sempre fatto il contrario.
Hanno detto… che cosa? Non so
cosa abbiano detto. È stato
molto scoraggiante. Così ho
provato – detto in questo modo
suona molto sacro – ma ho
provato a portare alla luce
quello che credevo sbagliato in
questo gioco. E, cazzo, ho avuto
anche grandi aiuti – J.D.
Salinger e tutta questa banda
che siede con noi intorno al
tavolo stasera.
Ok, questo è più o meno tutto.
Ben Pleasants, The Free Press
Symposium: Conversations with
Charles Bukowski, “Los Angeles Free
Press”, October 31-November 6,
1975, pp. 14-16.
Intervista: Charles Bukowski
Douglas Howard
1975

GRAPEVINE Suppongo che ci siano


molte domande che sono
sempre le stesse nelle interviste
e che rispondere diventi molto
ripetitivo.
BUKOWSKI Non si preoccupi.
GV In A sud di nessun nord,
sembra avere
fondamentalmente due tipi di
racconti. Il racconto di fantasia
e quello autobiografico.
B È vero. Non ricordo bene A
sud di nessun nord, ma
fondamentalmente si può dire di
tutti i miei racconti. Ce ne sono
alcuni dove mischio i due filoni;
quindi in pratica ce ne sono di
tre tipi: anche quello dove
fantasia e realtà si mischiano,
mezzo e mezzo.
GV Sa farmi un esempio tipico di
quello che dice a proposito di un
racconto di A sud di nessun
nord?
B No. Non riuscirei a dirglielo a
meno che non sfogli il libro.
(Prende in mano una copia di A
sud di nessun nord). Vediamo
un po’; forse in questo ce ne
sono solo di due tipi. In pratica,
in questo caso ha ragione lei, o
c’è uno o c’è l’altro, non sono
mischiati. La maggior parte dei
racconti è inventata, non ce ne
sono molti autobiografici.
GV Si ricorda com’è nata la
storia delle persone lillipuziane
di Non c’è via per il paradiso?
B No. Ah, sì. Mi ricordo, perché
tengo una rubrica. Non sono
obbligato, ma ho questa rubrica
settimanale per il “Free Press”,
e la scadenza incombeva, e non
avevo idea di cosa scrivere.
Così mi sono seduto e ho
cominciato a scrivere a
macchina, e quello è stato il
risultato. Si può dire, se mi
passa il termine, una specie di
divertissement. Ma credo abbia
funzionato. Ho buttato giù
qualcosa. Avevo la testa vuota.
GVCosa mi dice di Maja
Thurup?
B Oh, quello era uscito sul
giornale. Avevo letto che questa
donna era andata lontano e
aveva trovato un selvaggio e
l’aveva portato a casa con sé.
Ho letto un breve articolo sul
giornale e il resto è nato
spontaneamente. Ecco questo è
un racconto dove realtà e
immaginazione si mischiano.
Questo racconto non è piaciuto
a un sacco di gente. L’ha fatta
arrabbiare.
GV Trovo sia intriso di orrore.
B Una volta ho scritto un
racconto su una bambina che
veniva violentata sui pattini a
rotelle. È apparso sul “Free
Press”, e l’editor ha scritto una
lunga premessa che precedeva
il racconto: “Bukowski ha una
figlia; lui adora sua figlia; se
vedeste Bukowski con la figlia
capireste subito che è un
brav’uomo”. Ha dovuto dire
tutte queste cose prima di
pubblicare il racconto. Era
terrorizzato. Quello che tento di
fare è di entrare nella testa di
un uomo che fa una cosa del
genere, cercare di immaginare
il suo punto di vista. Scrivo
racconti su assassini, stupratori,
su questo tipo di individui.
Questo non significa che io sia
un assassino o uno stupratore.
La gente sembra non riuscire a
capirlo. O non significa che sia
favorevole all’assassinio o alla
violenza o a niente di quel
genere, ma mi piace indagare
ciò che quell’uomo sta pensando
e immaginare che un assassino
possa anche apprezzare una
tazza di cioccolata calda o un
fumetto. Questo per me è
piuttosto affascinante, sa,
approfondire questo genere di
aspetti.
GV Be’, uno si domanda, dopo
avere letto i suoi racconti, che
tipo di persona è lei, perché ha
nelle sue storie molti
personaggimacho. C’è un
racconto intitolato Un uomo in
cui è descritta una donna che
dice a un lavapiatti che è un
brav’uomo. Alla fine lui la
picchia a sangue e le spegne
una sigaretta sul polso.
B Anche questo non è frutto di
pura immaginazione. C’era un
tizio simile. Così ho pescato
dalla memoria delle cose su di
lui e poi l’ho scritto inventando
un po’. Non ero io. Io sono
molto gentile con le mie donne.
Nella mia vita, di tutte le donne
che ho conosciuto, ne ho
picchiate solo due. E questo,
questo è un record niente male
considerando tutte le donne che
ho conosciuto. Mi hanno fatto
andare fuori di testa solo due
volte. Generalmente sono molto
gentile, molto tollerante. Cerco
di capire cosa le turba.
GV Quando scrive i suoi racconti
si preoccupa del significato, o è
più preoccupato da qualcosa
che potremmo chiamare
“giocosità”? Sembra esserci
molta “giocosità” nei suoi
racconti, lo scrivere viene fatto
per la pura eccitazione di
qualcosa di molto peculiare,
molto strano, bizzarro, diverso.

B Ha ragione. Mi diverto a
esplorare queste aree. Sa,
quando scrivo una poesia tendo
a stare più vicino possibile alla
fonte delle cose. Nei racconti
scalcio in aria come un cavallo
pazzo; preferisco divertirmi con
i racconti; mi diverto in modo
genuino, potremmo dire. Per me
è rilassante. A volte posso
anche scrivere di proposito
racconti che fanno arrabbiare
la gente, solo per il gusto di
farlo. Già, mi diverto in modo
genuino scrivendo racconti, è
rilassante per me; poi ritorno
alla poesia; salto da una cosa
all’altra. Le poesie danno una
mano ai racconti e viceversa.

GV Attua molte revisioni?

B Dei racconti no, solitamente


escono di getto. Se cambio una
o due frasi è già una stranezza.
Revisiono le poesie molto di più.
I racconti vengono fuori da soli.
GV Hugh Fox ha scritto un libro
su di lei nel quale diceva che lei
è fondamentalmente uno
scrittore underground e che per
questo non viene accettato dai
grandi editori newyorkesi.

B No. Il fatto è che io sono


legato alla Black Sparrow, e in
realtà ho avuto delle proposte
da alcuni editori di New York.
La Doubleday voleva pubblicare
una raccolta di mie poesie. Ma
Martin, sa quello della Black
Sparrow, ha detto che voleva
farla lui. Anche la Viking Press
voleva ristampare Post Office,
ma Martin ha chiesto una cifra
troppo alta per i diritti; così non
è andata in porto. Credo volesse
quarantamila dollari. Perciò in
un certo senso sono
underground e, per certi versi,
sono felice così, perché mi
permette di stare con i piedi per
terra. La povertà ripulisce di
tutto, lo sa.

GV Sì, Fox la definiva


radioattivo, e mi chiedo, se lei
fosse stato pubblicato da una
casa editrice “overground”,
questo avrebbe nuociuto al
Bukowski scrittore?

B Non c’è modo di sapere quale


sarebbe stato il risultato, e
naturalmente rischiare sarebbe
distruttivo. Le donne
diventerebbero più giovani e più
attraenti e io guiderei macchine
più belle e forse per questo
perderei il mio tocco.

GVHa scritto un racconto su


uno scrittore che fa tutto
questo.

B (Ride) Già, pensavo a me


quando l’ho scritto, ma sembra
non avverarsi: le donne non
sono più giovani.

GV Lo scrittore del racconto


inizia con una trentacinquenne e
finisce con una diciassettenne.
BAllora sognavo molto.
Potrebbe sempre succedere.

GVVive della sua scrittura


adesso?

B Sì, da quando… ho lasciato il


mio lavoro all’età di
cinquant’anni e adesso sono già
quattro anni che mi mantengo.
Bevo fiumi di birra, gioco ai
cavalli e di solito ceno con una
bistecca.

GV Vince ai cavalli?
B No, ma da un mese a questa
parte sto andando molto bene.
Ho un nuovo sistema. A volte
questi sistemi fruttano per un
paio di mesi, e poi cominciano a
fare acqua. Allora devo
inventarne uno nuovo, sa, per
avere una scusa per continuare
a giocare. Ho bisogno dei
cavalli per scrivere.

GV Ma davvero?
B Be’, sa, te ne stai lì seduto… e
fa scattare qualcosa dentro.
Vado all’ippodromo e la gente,
l’azione, la monotonia, tutto…
mi rilassa, sono capace di
scrivere quella sera stessa,
specialmente se perdo molti
soldi. Se perdo molti soldi mi
ubriaco e allora sì che arrivano
le poesie vere. Credo che sia
per paura.

GV Scrive meglio quando è


infelice o quando si sente bene?

B In entrambi i casi, quando ci si


sente molto bene si scrive,
quando ci si sente male si scrive
e quando non si sente niente si
scrive. Si scrive sempre; non
c’entra nulla.

GV Fox dice che lei aveva detto


che la maggioranza delle cose
pubblicate sulle riviste
“overground”, le poesie, erano
“noia e finta poesia”.
B Già, be’, lo sostengo tuttora.
Vedo poesie sul “New Yorker”
adesso, ho letto un “New
Yorker” sull’aereo mentre
venivo qui, e le poesie sono
sempre brutte, molto brutte,
roba vecchia con frasi in
francese. E giocano con le
parole, Gli alberi caddero, il
sole trapelò, il sole, la luna, le
stelle, le solite vecchie
stronzate. La poesia è sempre
pigra e falsa, non riesco a
reggere la maggior parte di
quella roba.
GV Ha mai scritto versi formali?

B No.

GV Crede che il verso formale


sia falso perché è formale?
B Non è falso perché è formale,
ma è in giro da troppo tempo. È
stato strautilizzato, ed è
diventato una noia e una barba.
No, non è falso perché è
formale: è semplicemente
noioso perché è formale. Ne
hanno abusato, e continuano a
farlo. Come ho detto, io non
riesco a utilizzarlo.
GV Volevo chiederle delle donne.
B Le donne? Oh, cazzo, so tutto
di loro. Sono su questa terra da
cinquantaquattro anni, e ho
vissuto con molte di loro.

GV Vuole…

B Chi diavolo sono?

GV In almeno due racconti c’è un


uomo che viene castrato. In
Non c’è via per il paradiso Anna
castra George perché, dice, se
lei non può averlo non lo avrà
nessun’altra. E poi c’è un altro
racconto, non mi ricordo il
titolo, dove un uomo si castra da
solo così la moglie non può
avere potere sessuale su di lui.
B Già, mi sono messo in
discussione anch’io per questo
mio complesso della
castrazione. Ho scritto anche
un paio di poesie sullo stesso
argomento. Ci stavo pensando
proprio l’altro giorno. Mi sono
chiesto: “Cosa sto combinando?
Che significato ha?”. Non lo so
davvero, a meno che… penso
che sia una cosa più simbolica
che effettiva. In altre parole è…
a volte cerchiamo tutti di
trovare scappatoie per fuggire
dalla donna e dal potere che
esercita su di noi. Non è una
strada che sceglierei; è
probabilmente un gesto
simbolico, però. È l’unica cosa
che penserei in quei momenti,
capisce, di frustrazione e di
panico e di dominio e di perdita.
Succede solo ai miei
personaggi. Non riesco a
immaginare; non riesco a
immaginare il motivo.

GV In Post Office, Henry


Chinaski aveva sempre un sacco
di problemi con le sue donne, e
generalmente sembrava sempre
piuttosto ragionevole, ma le
donne prendevano delle
posizioni molto irrazionali che
lui poteva solo accettare.
B Chinaski per caso è
inciampato in una serie di donne
sbagliate. Non tutte le donne
del mondo sono come le sue.
GV Ha un’altra via di fuga dalle
donne in Amore a diciassette
dollari e cinquanta, in cui un
uomo compra un manichino e se
ne innamora.

B Questa era pura fantasia.


Stavo passando in macchina
davanti a un posto, e c’era un
manichino all’esterno davanti a
un negozio, che aveva un
aspetto bellissimo. Tacchi alti,
una bambola di classe, ha
presente. Infatti ho anche
chiesto alla mia ragazza
dell’epoca: “Perché non mi
compri quel manichino?”. Non
me l’ha mai comperato. Così da
lì mi è nata l’idea per il
racconto. Forse, se mi fossi
lasciato andare del tutto, avrei
fatto la stessa cosa; chi lo sa.
Ma è da lì che ho preso l’idea.
Sono passato di lì in macchina e
ho visto quel manichino lì fuori
in piedi che aveva un aspetto di
gran lunga migliore di molte
donne che ho incontrato. Un
manichino di gran classe.
Teneva la testa dritta così bene,
e tutto il resto. Sembrava
un’insegnante di algebra. Non
sono contro le donne. Non sono
a favore delle donne. Ho delle
relazioni con loro e poi ci scrivo
su.

GVSi è fatto un’opinione sul


movimento femminista?

B Suppongo di sì. Nell’insieme


penso sia una cosa giusta, ma al
tempo stesso rende deboli.
Quando si forma un gruppo e si
cominciano a usare le idee del
gruppo, si perde il proprio
processo individuale di
pensiero. E così ci si
indebolisce. Poi ci sono anche
delle super cattive nel gruppo,
che detestano gli uomini. È
come qualsiasi altro gruppo; ha
dei punti di forza e dei punti
deboli; ha i tipi strambi, ne aiuta
alcune, ne distrugge altre.
Nell’insieme devo dire che ha
una funzione positiva.

GV Ha letto Paura di volare di


Erica Jong?

BNo, ne ho sentito parlare, ma


non l’ho letto. Ho quasi perso il
gusto di leggere. Ho compiuto
le mie letture nell’adolescenza,
fino ai vent’anni, e adesso per
me è diventato molto duro
leggere qualcosa, fatta
eccezione per quello che scrivo
io.
GV Come mai? La annoiano?

B Sì. Leggo le prime righe,


arrivo al primo paragrafo, e poi
non posso più… percepisco
falsità; delle brutte frasi, un
brutto paragrafo all’inizio e
questo rovina l’intero racconto.
Credo di essere troppo critico
per leggere qualcosa. Mi sono
innamorato di me stesso.
GVHa un tema centrale nei suoi
romanzi?

B La vita con la V minuscola.

GV Esperienza?
B Un po’ è esperienza; alcune
cose le sento in giro, alcune le
immagino… Arrivano un po’ da
tutte le parti. Più esperienze
hai, più corazzato sei,
ovviamente.

GV Stavo per chiederle se ha un


autore contemporaneo
preferito, ma se non legge più
molto, suppongo che non
l’abbia.
B Devo andare indietro e
parlare di un ragazzo che non è
stato ancora scoperto, be’,
all’epoca lo era stato. Si
chiamava John Fante. [Grazie a
Bukowski la Black Sparrow
Press ha in seguito ristampato
l’opera omnia di John Fante;
vedi p. 297-298.] Ha avuto
molta influenza su di me. Mi
piaceva il suo stile di scrittura.
Era aperto, semplice, chiaro ed
emozionante e scriveva
dannatamente bene. Sembra sia
stato dimenticato.
GV Qualche suo libro?
B Chiedi alla polvere; Aspetta
primavera, Bandini. L’ha
scoperto H.L. Mencken, e l’ha
fatto pubblicare su “The
American Mercury”. Ha scritto
sulla vita di una famiglia
italiana. Mi piaceva proprio il
suo stile di scrittura, era aperto
e chiaro. E poi mi piaceva
Carson McCullers. Pensavo
scrivesse molto bene. Ma gli
scrittori contemporanei non li
conosco. Mailer non mi
colpisce. Non lo so. Non leggo
molto, ma quando lo faccio, non
succede niente.
GVCosa pensa di William
Saroyan?
B Saroyan, mi piaceva il suo stile
di scrittura. È semplice. Di
Fante e Saroyan, mi piaceva lo
stile aperto, semplice, ma
Saroyan era così sdolcinato
quando affrontava il tema
dell’amore, era come se
costruisse una specie di paese
delle fate che stonava con la
realtà. E questo mi irritava un
po’, ma aveva questo stile
semplice, aperto e lo infarciva
di zucchero e di bignè alla
panna quasi sempre. Non
riuscivo a capire come un uomo
capace di scrivere in modo così
semplice e aperto potesse
cadere sul contenuto, l’altra
faccia della medaglia. Così ho
deciso di prendermi cura del
contenuto… cazzo.

GV Ho pensato a lei e a Saroyan


come le facce opposte della
stessa medaglia, perché avete
in comune quell’apertura di cui
parlava prima.

B Mi piaceva davvero il suo


stile, e l’ho subito fatto mio.
Riesce a buttare sulla pagina
quel verso fluente e semplice,
sgombro da fronzoli, ma con
quello dice delle cose, oh…
GV Era un uomo giovane pieno di
ideali.

B È così. Io non sono mai stato


un uomo giovane pieno di ideali.
C’è una differenza. Mi piace
pensare che sono più vicino alla
verità. Ho momenti di
ottimismo. Sono rari. (Arrivano
nuove birre) Crede di farcela a
scrivere tutto quello che stiamo
dicendo?
GV Quello che farò sarà
trascrivere e poi toglierò le
parti lente.
B (Ride) Forse dovrà togliere
tutto quanto.
GV C’è un’altra cosa che vorrei
chiederle senza girarci intorno;
perché scrive racconti sconci?

B Io non credo di scrivere


racconti sconci.

GV Be’, riformulo la domanda in


modo diverso. Molti hanno a
che fare con il lato più squallido
della vita.
B Già, be’, ho vissuto i lati più
squallidi della vita. Quindi posso
benissimo descriverle, le
condizioni dei bassifondi. Ho
vissuto con donne alcolizzate,
ho vissuto con pochissimi soldi;
ho vissuto una sorta di esistenza
folle. Quindi devo scrivere su
queste cose. A volte il sesso
diventava sporco; ma in realtà
un racconto porno è un
racconto molto noioso. Se mai
proverà a leggerne uno, è su
questi toni: “Il ragazzo tirò fuori
il suo uccello pulsante; era
lungo venti centimetri lei si
morse le labbra…”. Questo è un
racconto sconcio, ed è di una
noia mortale. Quindi non direi
che io scrivo racconti sconci.
GV Ho utilizzato quel termine
perché nell’antologia della
poesia contemporanea
americana curata da Miller lui
lo usa riferendolo a lei.
B Be’, va bene comunque. È un
termine, si può dire, mite. Non
mi ferisce più di tanto. Non sono
uno sporcaccione però. Sono
molto puritano in realtà. Sono le
stesse cose che mi dicono le mie
ragazze: “Dio mio, sei quasi un
puritano, e poi scrivi certe
cose”.

GV Perché lo dicono?
B Be’, durante l’atto sessuale,
quando faccio l’amore, non sono
molto aperto. Odio perfino fare
l’amore durante il giorno; sa
com’è, sei lì che la guardi negli
occhi, lei guarda nei tuoi. È
abbastanza imbarazzante. Sono
molto puritano. Fortunatamente
adesso ho incontrato una donna
che mi ha insegnato davvero
tanto a fare l’amore, sa, quello
che una donna vuole. L’ho
soddisfatta e mi è piaciuto.
Quindi, sto imparando a un’età
piuttosto veneranda. Immagino
di essere stato per due o tre
decenni una brutta scopata per
molte donne. Ecco perché ho
avuto così tanti problemi con le
donne. Adesso, mio dio, non so
più come mandarle via. Si è
proprio capovolto tutto.
GVIncontra più donne da
quando è diventato scrittore?
B Da quando ho imparato a fare
bene l’amore, cioè cinque anni
fa, ho avuto un sacco di grane, e
lo scrivere c’entra parecchio,
ma anche, come posso
chiamarlo, l’esperto amatore
c’entra parecchio. Adesso ho un
mio motto sulle donne: “Tornano
sempre”. Ed è vero. Pensi che
se ne siano andate per sempre e
invece eccole di nuovo alla tua
porta. Tornano sempre, a volte
tornano insieme, due o tre per
volta. E lì diventa davvero
grigia. Eccomi qui, trasformato
in uno sciupafemmine in piena
regola, con questa pancia che
mi ritrovo; i miei
cinquantaquattro anni; le spalle
curve; i nervi a pezzi. Tutto d’un
tratto sono uno sciupafemmine.
Pazzesco.

GV Nei tre volumi editi dalla


Black Sparrow sono raccolte
quasi tutte le poesie che ha
scritto?
B Sì, nell’ultimo hanno messo
Crucifix [Tutti gli anni buttati
via, Guanda, Milano 2010] e
hanno selezionato anche alcune
poesie in quest’ultimo, Burning
in Water [So benissimo quanto
ho peccato, Guanda, Milano
2011]; ci sono anche molte altre
poesie eccetto che dalle
raccolte Mockingbird Wish Me
Luck e da The Days Run Away
Like Wild Horses Over the Hills,
[tradotto parzialmente in Poesie
1955-1973, Mondadori, Milano
2010] queste le hanno lasciate
fuori. Quindi se si comprano
questi tre libri, per quanto
riguarda le poesie, c’è quasi
tutto quello che ho scritto. Tutto
incluso. Naturalmente ho
intenzione di scrivere ancora
per altri vent’anni. Vedremo.

GVMi è piaciuto davvero molto


What a Man I Was.

B Oh, già. Me l’ha detto anche


altra gente, ma io non sono
così… penso che sia un tantino
strampalato e un po’ sdolcinato,
non mi fa impazzire. Spara alle
stelle e alla luna. Già, la mia
ragazza mi dice: “Perché non
leggi quello ai tuoi reading?”. E
io dico: “Oh, mio dio, no”.
GV Be’, è come Big Bart (il
protagonista di Ehi, bello,
piantala di guardarmi le tette).
B Oh, Big Bart. (Ride) Quella
storia l’ho presa… qualcuno mi
ha spedito una rivista porno, e
c’era la storia di un bambino e
dell’uomo cattivo, ed era molto
banale. Allora ho riscritto il
racconto e ho cambiato il finale.
Nella storia della rivista porno
la donna spara all’uomo cattivo,
Big Bart, ma nella mia lei spara
al bambino. Big Bart è quello
che lei vuole veramente. Quel
racconto era così brutto che ho
sentito il dovere di riscriverlo
per Big Bart.
GV Prima dei reading è nervoso?

B Quando leggo, di solito, sono


un po’ nervoso per le prime
poesie, e poi sparisce tutto.
Quando ho cominciato a fare i
primi reading, ero sempre
piuttosto teso, ma al diavolo,
quando hai fatto venti,
trentacinque reading poi tende
a sparire tutto per abitudine.

GV Ha una voce molto dolce.

BLa gente mi incontra e dice:


“Dio mio, hai una voce così
dolce, gentile”. Dopo avere letto
i miei racconti si aspettano che
spunti sulla porta di casa
(grida): “Ehi, brutti figli di
puttana, piantatela lì”. E mi
dicono: “Sei proprio tu
Bukowski?”. Si aspettano un
tipo rozzo, un tizio che gira
sbattendo i piedi per casa:
“Dammi un’altra birra, brutto
figlio di puttana!”. Li deludo
sempre. “Sei proprio
Bukowski?” “See, sono
Bukowski.” Va be’ sì, Cristo
santo, è vero… a volte dò un po’
fuori di matto.
Douglas Howard, Interview:
Charles Bukowski, “Grapevine”
(Fayetteville, Arkansas), vol. 6, n.
19, January 29, 1975, pp. 1, 4-5.
Charles Bukowski, un’intervista:
Los Angeles, 19 agosto 1975
Marc Chénetier
1975

INTERVISTATORE Da qualche parte


dici che non ti interessa
scrivere “romanzi” ma che
scrivi semplicemente della tua
vita. Quello che scrivi è
strettamente autobiografico?
BUKOWSKI Credo di abbellire la
mia vita con la mia narrativa
romanzesca o con la mia
narrativa creativa. Faccio
brillare le parti che devono
splendere e lascio fuori le parti
che… non lo so. È solo
questione di selettività.
Generalmente quello che scrivo
sono più che altro fatti reali ma
sono abbelliti anche da un po’ di
narrativa romanzesca, un colpo
al cerchio e uno alla botte, ma
tenendo sempre le due cose
separate. Credo che in un certo
senso sia tradire, ma potremmo
sempre chiamarla fiction.
Fiction è tradire? (Ride)
Mischio i fatti reali con la
fiction. Nove decimi di fatti e un
decimo di fiction, per rendere la
realtà credibile. Così, mi prendo
il meglio di tutto, ecco come
funziona.

INTERVISTATOREC’è differenza
quando scrivi una poesia o un
racconto?
BUKOWSKI Non ha importanza. E
non so perché scrivo uno
piuttosto che l’altra. Non mi
piacciono le poesie narrative;
quando impiego più tempo a
buttar giù le parole, quando
serve un insieme di parole uso il
racconto o il romanzo; se lo dico
con meno parole uso la poesia.
Non ha nulla a che fare con il
verso, con la forma o cose
simili. Non ha niente a che fare
con la teoria o con
l’attendibilità. Non hanno
importanza. Se scomponi quello
che scrivo e se lo condensi in un
unico lungo verso suona sempre
uguale – con rare eccezioni.
Con una poesia può esserci un
po’ più di intensità. Se cerco di
dirlo con poche parole, lo faccio
risplendere un po’, cerco di
smussarlo appena appena, ma
non troppo. Da qui si ha la falsa
concezione poetica: una poesia
è qualcosa di santo e
scintillante, e questo è quello
che distrugge la maggior parte
delle poesie: il calcare troppo la
mano. Il superfluo calcare
troppo la mano. Sai, troppo
immaginario e stronzate di quel
tipo. Cerco di mantenere tutto
semplice e allo stesso tempo
conciso. Ti ho dato una risposta
lunga per una domanda breve.

Visto che non dai


INTERVISTATORE
molta importanza alla forma…
BUKOWSKI È così, infatti.
INTERVISTATORE …riesci a
delineare il sottile confine tra
quello che tu consideri una
poesia e un racconto breve?

BUKOWSKI Credo che il confine


sia una questione di
convenienza…

INTERVISTATORE Hai parlato di


romanzi, al plurale, ce n’è
qualcun altro a parte Post
Office?

BUKOWSKIHo appena terminato


un romanzo che uscirà a
novembre. S’intitola Factotum,
che sarebbe un uomo che sa
fare qualsiasi lavoro, un tizio
con un sacco di lavori. Ho letto
Senza un soldo a Parigi e
Londra [George Orwell]. L’ho
trovato per caso. L’ho letto e mi
sono detto: “Oh, questo tizio
crede di avere passato momenti
duri; vedrà quando racconto
quante ne sono capitate a me”.
E così è cominciato tutto. Ho
avuto cinquanta, sessanta,
ottanta, un centinaio di lavori.
La mia idea iniziale era di
scrivere qualcosa su tutti i
lavori, ma non era possibile,
sono stati troppi. Di alcuni di
questi avevo scritto anche nei
racconti e li ho dovuti lasciare
fuori. Così è stata dura con il
romanzo perché ho dovuto
lasciare fuori delle parti
davvero interessanti che avevo
già scritto sotto forma di
racconto… quanto nastro ti
resta per registrare? (Ride)

INTERVISTATORESenti un legame
con quello che accade nel
campo letterario in questo
paese?

BUKOWSKI Intendi con gli altri


scrittori? No. Cavalco il mio
cavallo, tendo a stare alla larga
dagli altri scrittori. Vedi,
sprecano sempre un fracco di
tempo a parlare di Tizio, Caio e
Sempronio. Non mi piacciono i
loro discorsi. E poi comincerei
anch’io. Direi: “Oh, diavolo, le
cose che scrive X non valgono un
cazzo”, con un bel bicchiere in
mano e… non va per niente
bene. Me ne sto alla larga da
loro. Adesso sembra che io
frequenti i musicisti. L’altra sera
c’era una rockstar. Mi guardo a
destra, a sinistra, dappertutto e
ci sono chitarre che suonano,
gente che canta, che discute di
musica e la gente dice la stessa
identica cosa: “Oh, diavolo, X
non è capace di scrivere
neanche una canzone”. Ho
detto: “Al diavolo, eccomi di
nuovo al punto di partenza:
dovrò disfarmi anche di
questi…”. Non lo so. Le persone
migliori da conoscere sono i
non-creativi. Si riescono a
ottenere da loro discorsi e idee
più naturali, perché non parlano
delle arti, delle arti, delle arti;
sai, non sparlano di nessuno. O,
se lo fanno, è su un tizio che
picchia la moglie o che la
appende a testa in giù al
soffitto… il che è interessante.
Quel tipo di gossip va bene.
Posso utilizzarlo; ma gli
scrittori, i musicisti, no. Mi
tengo alla larga da loro.
INTERVISTATORE Ma queste scene
non ti danno idee, ti danno
argomenti; la gente – o
perlomeno io – non pensa mai a
te come a uno che lavora con le
idee, ma con cose vive,
concrete…

BUKOWSKI Giusto, non sono un


grande pensatore, ma piuttosto
un fotografo. Cerco di stare
lontano dal pensare. Non mi si
addice. (Ride) Non ho nulla da
dimostrare o da risolvere.
Trovo che limitarsi a
fotografare sia molto
interessante. Specialmente se
sono persone che vedi e poi
scrivi su di loro; adesso può
suonare un po’ sacrale, ma c’è
un messaggio o un senso di
direzione dopo che l’hai scritto:
trasmette qualcosa che forse tu
non sapevi nemmeno. Quindi
per me funziona meglio quello.
Non sono troppo politico,
temo…

INTERVISTATORE Cosa intendi?


BUKOWSKI Non ho fiducia in
un’unica fonte di azione o di
direzione. Voglio dire che si
sgretola tutto, sai, alla fine non
ti porta niente: Dio, il
comunismo, il movimento
omosessuale, qualsiasi cosa sia,
si sgretola, non funziona.
INTERVISTATORE Cos’è che
funziona?

BUKOWSKI Ragazze giovani,


birra, cavalli, poltrone, fumarsi
un sigaro. Oh, quello che
funziona davvero con me è la
musica classica.
INTERVISTATORE Stavo per
suggerirlo io: nei tuoi racconti
ci sono continui riferimenti.
BUKOWSKI Sì, non capisco perché,
ma sono completamente preso
dalla musica classica.

“Capire” è un
INTERVISTATORE
verbo che non è molto
indicato…

BUKOWSKI Quello che voglio


dire… è che sono piuttosto
grezzo negli altri miei aspetti! E
si può definire la musica
classica un’espressione o una
forma d’arte raffinata, come di
solito viene descritta. Eppure
mi attrae. Risultato? Confonde
me e altre persone che conosco.
Ecco qui un tizio con una
bottiglia di birra in mano, un
sigaro, che si è appena scopato
una venticinquenne da dietro e
con la quale ha litigato di brutto
e c’è il vetro di una finestra
rotto e lei scappa e lui va al
piano di sopra e mette Mahler…
(Ride) Magari è normale, io
penso sia normale, ma se
considerato attraverso canoni
standard di una persona e visto
dal di fuori non è normale…
capisci cosa voglio dire?
INTERVISTATORE È come dire che
dopo l’attimo, il momento, non
c’è proprio nulla a cui tenere
davvero?
BUKOWSKI Nulla a cui tenere?
Penso di tenere a molte cose. E
questo è quello che mi dà
fastidio. Ma non so in quale
ordine metterle. Non riesco a
trovare nessun elemento guida
che mi indichi come classificarle
o cose del genere… Oh, adesso
basta… Cristo! (Ride) Oh, tengo
quasi a tutto, tengo a tutte le
cose che mi colpiscono. Le cose
ti influenzano. Ma non credo a
formule risolutorie dall’esterno,
a panacee. Non lo sto spiegando
bene. In altre parole, devo
risolvere le cose da solo. Non
posso avere aiuti esterni. Ma mi
muovo molto lentamente. (Ride)
Scrivere aiuta, e anche bere. E
questo è quanto.

INTERVISTATORE I cavalli sono un


elemento costante nella tua
scrittura. Da quando?

BUKOWSKI L’ippodromo? Non


sono tanto i cavalli. Ci sono un
sacco di cose all’ippodromo.
Innanzitutto c’è la massa. Ci
sono campioni di varia umanità.
Ci sono proprio tutti e hanno la
guardia abbassata. Sono entrati
nell’arena e scommettono i loro
soldi e questo è il loro sangue.
La maggior parte di loro non
può permetterselo, e se sei
stato all’ippodromo, quando ci
sono le corse, e hai visto quelle
facce, arrivi a una verità che
non è mai stata scritta sulle
cose. Registri tutto.
Specialmente se perdi, e la
maggior parte di loro perde. E
io là fuori osservo quelle facce.
Sai, il momento della verità,
quando sono là fuori sulla
croce… be’, non è il termine
giusto “croce”, ma qualcosa di
simile alla croce. Provo una
sensazione orribile verso di
loro; e poi vado a orinare, o a
pisciare, o tutte e due le cose, e
dopo mi guardo nello specchio e
ho anch’io la stessa faccia. Ma
ti strappa dalle tue riflessioni
abituali. Posso starmene qui
seduto a pensare alle rose, al
cristianesimo e a Platone e a
tutto il resto. E non mi
servirebbe a niente. Se invece
salto in macchina e vado
all’ippodromo e mi carico e
torno a casa, riesco a scrivere.
È uno stimolo. Credo che
Hemingway lo facesse con la
corrida. Guardava le corride…
la stessa cosa capita con gli
incontri di pugilato. È come se
si mettesse la vita su una sorta
di piedistallo e si rimanesse a
guardarla e poi ci si fondesse in
essa; specialmente con le corse
diventi tutt’uno, perché
scommetti soldi tuoi. Diventi
parte di essa. Non so, è come se
in un certo senso ti portasse lì…
perlopiù inconsciamente, ma ti
porta lì. È molto molto reale.

INTERVISTATOREScommettere –
perdere o vincere – mi spieghi
quest’aspetto?
BUKOWSKI Sì, e la vita dei
personaggi… ho diversi modi di
scommettere. A volte me ne
vado quando il mio cavallo
entra. Metti alla prova il tuo
carattere. Non lo so. Mi aiuta a
scrivere. A volte non riesco a
scrivere per un paio di giorni.
Vado all’ippodromo. Che vinca o
che perda, torno a casa e quella
notte stessa magari sono
capace di scrivere sei, otto,
dieci, dodici poesie, o un
racconto, o qualcos’altro.
Quindi non so perché ma ne ho
bisogno. Non sono sicuro del
motivo. Se fossi sicuro
probabilmente non ne avrei
bisogno, capisci?…
INTERVISTATORETi sto per fare
una domanda precisa, perché
sono francese.

BUKOWSKI Cosa? Vuoi sapere


come picchiarle o cose del
genere? (Ride)

INTERVISTATORE No… hai mai letto


o sentito parlare di Céline?

BUKOWSKI Oh, sì. Ma solo per un


suo libro. Come s’intitola?
Viaggio al termine della notte.
Inciampo nei libri per caso. Ero
a letto che lo leggevo e ho
cominciato a ridere. Ho riso per
tutto il libro. Non un semplice,
sai: “Ah, ah, ah”. Ma era una
risata gioiosa. Quello che ha
scritto era reale. C’era un
passaggio molto comico e mi
sono detto: “Oh, mio dio!”. Mi
ricordo che inizia con degli
uomini che stanno marciando e
lui marcia con loro e stanno
discutendo sulla guerra e
l’ufficiale è in mezzo alla strada
e viene colpito. È molto buffo
anche se sta succedendo sul
serio e da lì via così, per tutto il
libro quello è il modo nel quale
avrei voluto scrivere da sempre.
Anche se è tragico dici: “Oh, al
diavolo! Tralalà! Si va avanti”.
Ed è molto forte e divertente e
bello e l’ho ammirato davvero
tanto per quel romanzo. Ma
dopo, sai, è diventato lagnoso; i
suoi editori lo fregavano, e gli
hanno rotto la moto e gli hanno
rubato la bici o cose del genere
e continuava, continuava a
lamentarsi per tutto il tempo,
sai: “Questo non è giusto,
questo non è giusto”. Ha perso
quello che aveva nel primo
libro, l’ha perso sul serio.

INTERVISTATORE Quello che ha


fatto scattare la mia domanda è
stato in parte perché prima
accennavi al fatto di aver
pianificato di morire a
ottant’anni nel Duemila. Mi hai
detto di averlo visto in sogno.
Mi ha fatto pensare a un altro
libro di Céline: Morte a credito.

BUKOWSKI Sì, volevo tanto


leggerlo, ma non riuscivo a
leggere la roba che ha scritto
dopo. Era semplicemente
troppo…

INTERVISTATORE Paranoico?
BUKOWSKI Sì. Così non ce l’ho
fatta. Se solo fosse riuscito a
continuare su quella linea
iniziale. Un tizio che è durato
nel tempo è stato quel Knut
Hamsun: ha continuato e basta.
Era norvegese o giù di lì. Il suo
primo libro è stato Fame, che è
il suo libro migliore, un libro
sottile. Poi ha cominciato a
scrivere quei grossi, enormi…
che ti fanno pensare che non
riuscirai mai a leggerli, invece ti
metti a leggerli e li leggi tutti.
Ha vissuto tutte le sue vite, o le
ha immaginate, ed è riuscito a
tenere tutto insieme, sempre. È
quello che mi piacerebbe fare.
Continuare a scrivere a un
livello alto invece di scemare a
poco a poco. Così tanti hanno
ceduto. Hai presente J.D.
Salinger? Racconti, Il giovane
Holden. Poi praticamente è
svanito. È scomparso.

Non l’ha mai visto


INTERVISTATORE
nessuno a quanto ne so.

BUKOWSKI No. Un mio amico


afferma di averlo visto in un
hotel dei bassifondi, ma non so
se sia vero. (Ride)

INTERVISTATORE Ti senti vicino agli


scrittori della Beat Generation?

BUKOWSKI Oh, no. L’ho detto


troppo in fretta, vero? Ma è
così. In loro sento una certa
falsità di fondo.
INTERVISTATOREAnche in quelli
che sono sopravvissuti, cioè che
hanno continuato a scrivere e a
produrre anche quando il
cosiddetto periodo beat era
finito?

BUKOWSKI Ti riferisci a gente


come Ginsberg, Ferlinghetti
eccetera?

INTERVISTATORE Sì, e a Kerouac ai


suoi tempi.

BUKOWSKI Sì. Non mi piace


nessuno di quella cricca.
Facevano troppo gli amiconi fra
loro. Si riunivano e facevano
questo e quello, ma credo che
gli artisti l’abbiano fatto per
molto tempo. Riunirsi e leggere
poesie e così via; ma questo mi
ha sempre irritato. Mi piacciono
gli uomini che ce la fanno per
conto loro, senza doversi unire
e stare insieme. Ero a Frisco
[San Francisco], sai, in un caffè,
e un tizio mi ha accompagnato a
casa e ha detto: “Be’, a volte, a
qualsiasi ora del giorno, li trovi
lì dentro a bere caffè”. Voglio
dire… diavolo!
INTERVISTATORE Allora è
l’istituzionalizzazione degli
incontri che ti dà fastidio,
giusto?
BUKOWSKI Già. I beat erano così
da sempre: si riunivano,
giravano insieme, si facevano
fotografare insieme; poi il
grosso trip di acido, Timothy
Leary è entrato nel gruppo e la
marijuana.
INTERVISTATORE Ma quello era un
altro periodo.
BUKOWSKI Oh, davvero? Leary
non c’entrava con loro? Non ne
so molto. Ero immerso nei miei
dieci anni alcolici all’epoca.
Già. Mi sono fermato
completamente con la scrittura
per dieci anni e mi sono
ubriacato e basta. Mentre i
beat beattavano, io bevevo.
Quindi non so cosa sia successo.
Ho cominciato a bere – a bere
sul serio… a venticinque anni e
non ho mai smesso fino ai
trentacinque. In quei dieci anni
non ho scritto una riga.

INTERVISTATORE E prima di quello?

BUKOWSKI Sì, un po’, in una


rivista, “Story Magazine”. Non
tanto famosa, ma ha scoperto
William Saroyan e molti altri
scrittori americani. Ha scoperto
me, tralalà. Comunque… Questo
mi ha introdotto… c’era una
rivista, “Portfolio”, di Caresse
Crosby, The Black Sun Press. Ai
tempi era una cosa piuttosto
importante. All’epoca vivevo a
New York. Mi hanno pubblicato
su “Story”, che era la rivista
letteraria numero uno. Mi è
arrivata la lettera da un’agente
letteraria che diceva: “Vieni qui
e ti offro da bere e una cena nei
tali posti e diventerò la tua
agente”. Allora le ho risposto:
“Non sono pronto”. E non lo
ero. Così mi sono ubriacato e
basta e ho rinunciato a tutto.
Naturalmente durante i miei
dieci anni alcolici ho accumulato
un’infinità di materiale di tutti i
tipi che non avrei mai raccolto
se fossi stato il genere di
scrittore che sforna un racconto
dopo l’altro. Vedi, molto di
questo materiale è poi apparso
su Taccuino di un vecchio
sporcaccione. In un certo senso
si può dire che mi è successo
mentre ero ubriaco. Ma non
penso che raccogliessi
coscientemente materiale. Ho
semplicemente rinunciato a
tutto, ho cercato solo di… chissà
cosa stavo facendo? Mi sono
ritrovato in ospedale, ho sputato
sangue dallo stomaco e ho
ricominciato tutto da capo e
quindi adesso eccomi qui. È
molto semplice.
INTERVISTATORE Rimaneggi molto
quello che scrivi o un testo
rimane come l’hai steso
originariamente?

BUKOWSKI Prima come mi


uscivano li lasciavo. Adesso
alcuni passaggi un po’ li riscrivo,
specialmente se li ho buttati giù
da ubriaco la notte precedente.
Elimino intere frasi o paragrafi
e quando sono sufficientemente
sobrio inserisco un nuovo verso.
Lo raddrizzo. Non credo di
migliorarlo di molto. Prima mi
vergognavo tanto di dover
riscrivere qualcosa. Sai, era
uscito così, quindi doveva
essere puro, o qualcosa del
genere. Ma adesso dico: “Be’,
forse è uscito un po’ impuro, ha
bisogno di una mano”, così, sì, lo
rimaneggio, ma non troppo,
perché sono pigro, molto pigro,
see, il pigro di Dio. No, non sono
il pigro di Dio, sono solo un
uomo pigro.
INTERVISTATORE La scrittura è
legata così tanto a quello che fai
e che vivi che non puoi
immaginare l’una senza l’altra?
La “non esperienza” il “niente di
speciale” implica “la non
scrittura”?
BUKOWSKI Devo continuare… ho
capito quello che vuoi dire…
devo continuare a vivere se
voglio scrivere. Non posso
salire in cima alla montagna e
stare a guardare giù, osservare.
Devo bruciarmi se voglio
scrivere, devo buttarmi nella
mischia; e questo significa:
donne, carcere, tanti posti
davvero strani, sai, qualsiasi
cosa succeda. Devo provarla
questa roba prima di scriverla.
Non posso perdere il contatto.
Se mi baso solo sulla memoria
non riesco a lavorarci.

INTERVISTATOREAllora è la parte
violenta, immediata
dell’esperienza che traduci in
parola?
BUKOWSKI Un’esperienza di solito
è violenta o spiacevole. Questa
è un’osservazione cinica. No, è
un’osservazione realistica. Ok…
(Ride)
INTERVISTATORE Il racconto che
scrivi subito dopo una
particolare esperienza è la cosa
più intensa che fai? Il tuo
ricordo lo rende più intenso?
Senti il bisogno di aggiungere
cose in più rispetto a ciò che è
avvenuto realmente?

BUKOWSKI Come ho detto, un po’


baro; lo ravvivo un po’. Può
essere essenzialmente vero e
poi non resisto dal migliorarlo
aggiungendo una cosa che lo
rende più scintillante. L’idea di
base è che il racconto non deve
essere necessariamente su di
me. Potrebbe essere su una
cosa e questa cosa potrebbe
essere successa o avrebbe
dovuto (ride) in qualche modo.
Allora la inserisco. Mi fa sentire
bene. Da un lato è tradire e
dall’altro sento che non è così.
Anche se scrivo in prima
persona. Oh, voglio dire, al
diavolo quei deficienti. Dico
esattamente le cose come
stanno. La maggior parte dei
libri è dannatamente noiosa.
Credo che abbia bisogno di una
mano.

INTERVISTATORE Lasciami
riformulare la domanda…
BUKOWSKI Ok. Mettimi con le
spalle al muro! (Ride)
INTERVISTATORE D’accordo. Prima
hai detto che quello che scrivi è
autobiografico…

BUKOWSKI Quasi tutto, ho detto.

INTERVISTATORE Giusto. Quasi


tutto. Be’, allora, da dove
arrivano tutti questi nuovi nomi?
Perché Henry Chinaski prende il
tuo posto ed è l’eroe di tutto ciò
che scrivi?

BUKOWSKI Oh, perché è come se


stessi giocando con loro…
INTERVISTATORE Chi sono “loro”, i
lettori?
BUKOWSKI Già, solo un po’. Sanno
che è Bukowski, ma se dai a
loro solo Chinaski hanno modo
di dire: “Oh, è davvero
fantastico. Chiama se stesso
Chinaski, ma noi sappiamo che è
Bukowski”. È come prenderli un
po’ in giro. A loro piace davvero
tanto. E Bukowski sarebbe
comunque troppo sacro, hai
presente, se devi dire: “Ho fatto
questo”. Specialmente se fai
qualcosa di buono o di grande o
più o meno grande, e c’è scritto
il tuo nome. Lo rende troppo
autocelebrativo. Invece se a
farlo è Chinaski, magari non l’ho
fatto veramente, vedi, potrebbe
essere fiction.
INTERVISTATOREMa non devi farlo
per forza; non puoi davvero
raccontarmi che è per “paura di
egocentrismo”, o qualcosa del
genere, considerando le cose
che Chinaski fa nei racconti…
BUKOWSKI Sono terribilmente
confuso, sai.
INTERVISTATORELa maggior parte
dei tuoi racconti, nella loro
forma di quotidianità, nella loro
schiettezza, nella loro
semplicità, non ti danno
dimensioni eroiche tali da
poterle temere come hai detto
prima.

BUKOWSKI La maggior parte delle


volte mi sminuisco un po’…

INTERVISTATORE Chinaski aiuta?

BUKOWSKI Aiuta, sì. Oh, Bukowski


aiuterebbe di più. Potrei
davvero sminuirlo, lui. Non so
chi sia davvero Chinaski; non so
perché faccio questo.

INTERVISTATORE Chinaski ti
fornisce quella distanza che ti
permette di aggiungere e di
inventare cose oltre a quello
che è accaduto veramente?
BUKOWSKI In realtà credo che ci
siano meno cose aggiunte per
Chinaski che per Bukowski.
Magari mi trattiene
dall’aggiungere elementi. Non
so rispondere alla domanda.
Non so che funzione abbia
Chinaski, e il motivo per cui lo
metto in un romanzo; voglio
dire, se fosse stato Charles
Bukowski in Post Office,
avrebbero tutti i cuori spezzati
e sanguinanti per “il grande
poeta, questo grande scrittore
che lavora all’ufficio postale”.
Sai, c’è quel genere di persone.
E se scrivi che è Henry Chinaski
un po’ di questo sparisce.
Questa potrebbe essere una
ragione. Non mi hanno
riconosciuto fino in fondo, sai.
Dio solo sa il perché. A volte
facciamo cose senza neanche
conoscerne il motivo ma
dobbiamo farle o altrimenti
diventeremmo viola e verdi e
poi moriremmo, e questo è
quanto. Sono davvero cose
importanti ma non sappiamo
dire perché e questa è una di
quelle.
INTERVISTATORE Che posto hanno
per te i grandi scrittori
affermati, famosi? E alcuni ti
sono di particolare aiuto?
BUKOWSKI Non posso
appoggiarmi a loro. Uno dei
motivi per i quali ho cominciato
a scrivere è perché dopo aver
letto i capolavori dei secoli ho
pensato: “Buon dio! È tutto qui?
Questa è la roba su cui ci si
basa? Shakespeare? Guerra e
Pace di Tolstoj? Questa roba?
Chaucer?”. Chaucer non è tanto
male. Ma tutti questi grandi che
ti sbattono addosso… Non
danno scintille, non illuminano.
O almeno con me non l’hanno
fatto; così mi sono detto: “C’è
qualcosa che non va qui. Devo
andare avanti io”. Credo che si
possa chiamare egocentrismo o
malinterpretazione o mancanza
di approfondimento, ma proprio
mi annoiavano, mi facevano
sbadigliare. Tutte le grandi
menti dei secoli passati. La
maggior parte di loro mi faceva
sbadigliare.

INTERVISTATORE Chi non ti fa


sbadigliare?

BUKOWSKIFriedrich Nietzsche,
Schopenhauer – questa è roba
grande, ottima – e il primo libro
di Céline, e due o tre altri che
adesso non mi vengono in
mente. Quindi ero scontento di
ciò che era stato fatto fino a
quel momento. La cosa
principale che mi dava fastidio
era la mancanza di semplicità; e
con semplicità non voglio dire
ossa senza carne, voglio dire un
bel modo per dirlo. Credo che il
genio consista nel dire cose
difficili in modo semplice. Quello
che facevano loro era dire cose
semplici in modo difficile. Loro
fanno l’esatto opposto, per
come la vedo io, e a me piace
proprio la semplicità e la facilità
senza perdere la profondità, o
la gloria o la carne o le risate.
Questo è quello su cui sto
cercando di lavorare, renderlo
facile senza perdere il sangue.
Questo era il mio piano.
INTERVISTATORE Una delle
maggiori critiche della gente
che non ama i tuoi lavori è…
BUKOWSKI Sono proprio tanti, sì…

INTERVISTATORE Un paio…

BUKOWSKI Interi battaglioni! Ma


vai avanti…
INTERVISTATORE Trovano i tuoi
lavori spaventosamente
semplici. Hai usato la metafora
“ossa-carne”. Per come la vedo
io è tutta carne e poche ossa,
ma alcuni sono infastiditi da
quello che scrivi perché esula
da ogni criterio letterario
consolidato. Va oltre rispetto a
quello che è stato fatto finora.
Così i tuoi critici si domandano:
si può definire Post Office un
romanzo, e se lo è, è un buon
romanzo, o addirittura, può
considerarsi grande
letteratura?
BUKOWSKI Vedi, sono vittime dei
loro studi, dei loro studi
letterari, della loro eredità
letteraria. Se qualcosa non è
simile a quello che loro
considerano letterario, non
possono considerarlo letterario.
Quando dico letterario intendo
la forma alta riconosciuta nel
dire qualcosa al di sopra del
giornalismo. Così penso che più
di me siano loro quelli confusi, e
credo siano semplicemente
sconfitti dai secoli. Così tanti
poeti scriveranno una bella
poesia mantenendola semplice,
e risplenderà e non dovranno
metterci dentro tutto questo… è
come se stessero implorando o
dicendo: “Be’, avrei dovuto
scrivere questo, perciò ci butto
dentro un verso poetico delicato
e mi scuserete per gli altri versi
che ho già scritto”. E quando
arrivo a quel verso quasi
vomito. Come ho detto, hanno
rinunciato a tutto, hanno
mollato, sono vittime della loro
eredità. Così penso di essere
riuscito a scamparla da questa
eredità, perché non mi ha mai
interessato. Magari è per un
danno al cervello, qualsiasi cosa
sia, ma l’ho scampata da
quell’eredità, da quasi tutta.
Quindi ho un certo vantaggio. In
altre parole, non avevo bisogno
di assomigliare a qualcosa. Se
non assomigli a qualcosa la
gente pensa che tu sia falso; ma
questo è un problema loro.

INTERVISTATORE Tu hai detto “al di


sopra del giornalismo”. In
questo caso, da che parte del
giornalismo ti collochi?
BUKOWSKI Spero non nella
sezione meteo; naturalmente
Gertrude (Stein) ha detto a
Hemingway che in un certo
senso il giornalismo era la
scappatoia. Comincia a usare il
giornalismo, ha detto lei, usa
quella semplicità, sai, distaccati
da ciò che è stato fatto, e lei lo
ha aiutato a fare quel passo; che
io ho capito e, naturalmente, lui
non ha scritto quello che io
definisco giornalismo. Ha
scritto un melodramma molto
serio, con molto humour, e in
molte pagine con tanta anima.
Ma era erudito, ed era
interessante e scorrevole,
semplice, e credo si stesse
muovendo nella mia direzione.
Quello che sto cercando di fare
è di muovermi in quella
direzione mantenendo sempre il
contenuto umoristico, il sangue,
le scintille. Hemingway ci
metteva troppa legna. Come ho
detto, credo che dovrebbe
essere tutto molto semplice e
mantenere più forza di quelli
che abusano delle parole e si
rifanno alla tradizione e che
gettano versi infiorati o delicate
frasi allusive o che girano la
frase. Siamo tutti stufi delle
frasi allusive, dei giochi di
parole e dell’indovinello al
centro del verso. Sta andando
avanti da troppo tempo, per me
è così. Voglio la pancetta nella
padella che brucia. Forse il
tempo sta per scadere. Oh,
anche questo lo stanno dicendo
da secoli, ma adesso quante
nazioni hanno la bomba
all’idrogeno? Quarantacinque?
Sessantotto? (Ride) Ehi, stavo
quasi smettendo di sparare
stronzate…

INTERVISTATORE Quale sarebbe la


forma finale, allora?
BUKOWSKI Non c’è forma finale,
non ci sono finali essenziali, non
c’è osso finale, perché non
sappiamo mai tutto o niente.
Tutto quello che possiamo fare
è fare del nostro meglio. È solo
il tentativo di togliere il
superfluo che ci soffoca, che ci
stiamo portando addosso da
troppi anni. Dillo, dillo e basta.
Ovviamente senza cliché, senza
luoghi comuni, e con molta
originalità. Dillo semplicemente,
in modo profondo! (Ride)
Questo è davvero un
programma niente male! Ecco
perché a volte mi preoccupo.
Ma vedi, quando parlo con te,
parlo di queste cose, ma quando
scrivo, lo faccio senza schemi o
regole, quindi è piuttosto
diverso. Ma mi hai fatto
riflettere su queste cose. E
quindi anche questa è una cosa
diversa. La prossima volta che
scrivo, non penserò più a queste
cose che ho detto, scriverò e
basta.

INTERVISTATORE Scrivi sempre


quegli articoli per il giornale?

BUKOWSKI Sì, devo consegnarne


uno entro domani. Non l’ho
ancora scritto.

INTERVISTATORE Che tipi di


riscontri hai da questi articoli?

BUKOWSKI Di tutti i tipi. Ricevo


lettere d’amore da ragazze
giovani che vogliono scoparmi.
Raramente le prendo in
considerazione perché portano
un sacco di grane. E poi ricevo
lettere cariche di odio.
INTERVISTATORE La gente si
prende la briga di scriverti
lettere cariche di odio?

BUKOWSKI Oh, sì. Un tizio in


particolare me ne ha spedita
una. Scrivevo per “Open City”
all’epoca; la gente che odia
solitamente scrive su carta a
righe; quei fogli di quaderno con
le righe blu su fondo chiaro… e
usano inchiostro pesante, nero,
che ricorda il sangue, e calcano
molto e sono molto
sgrammaticati e il treno dei loro
pensieri deraglia, si ferma e poi
riprende, hai presente, saltano
dei passaggi, saltano di palo in
frasca, segui a malapena quello
che stanno dicendo, ma senti
l’odio cupo e pesante che
emanano. E di colpo ti
insultano. Non lo fanno molto
bene, lo fanno così male da
nauseare.
Stavo andando all’ippodromo
e avevo appena ricevuto una di
queste lettere di odio e l’ho
aperta e mi sono fermato sotto
un albero al Wilton Place, e ho
quasi vomitato. Non era per il
fatto che pensavo avesse
ragione; è per questo disprezzo
strisciante, questo orrore, tutto
questo… avrebbe potuto
scriverlo a chiunque. Ha trovato
me per caso e mi ha scritto. Ero
a portata di mano. E mi ha fatto
incazzare perché nell’articolo
che ho scritto dopo – mi aveva
detto dove stava, mi aveva detto
che mi avrebbe insegnato a
scrivere – sai, dopo quella
lettera la cosa risultava davvero
divertente! Comunque ho scritto
l’articolo, e verso la fine ho
fatto una dissertazione sulle
lettere cariche di odio, odio,
odio, e poi ho detto: “Oh, a
proposito, bello mio, ancora una
sola lettera di odio da te e verrò
nel tuo hotel e ti ucciderò”. Ero
quasi certo di farlo. Mi aveva in
pugno… ho pensato – hai
presente, Delitto e castigo – c’è
sempre gente che ammazza…
ero su quella lunghezza d’onda!
Mi sarei impegnato per
cancellarlo dalla faccia della
terra. Mi aveva fatto proprio
incazzare! Così ho pubblicato
l’articolo e non ho ricevuto più
lettere. Mi sono sbarazzato di
lui. Quel tizio non voleva
morire! (Ride) Oh, riesco a farli
incazzare!… Ricevo lettere
dalle gentildonne dei bordelli:
“Vieni a trovarci, ti diamo da
bere gratis e qualsiasi altra
cosa. Gestiamo una casa molto
bella”. Ho dei lettori molto
strani. Vado alle corse dei
cavalli. Mi sa che ci sono tanti
scommettitori che leggono la
mia rubrica. Non troppo spesso,
però. Se ci vado una decina di
volte, forse due volte su dieci si
avvicina un tizio che mi chiede:
“Sei Charles Bukowski?”.
Quindi vengo letto dai giocatori
di cavalli e dalle puttane. Dai
matti. Dai professori di
college…
INTERVISTATORE Presti molta
attenzione a quello che è stato
scritto qua e là nel “campo
accademico” sui tuoi lavori?
BUKOWSKI (Ride) Un po’ sì. Non
mi dà fastidio quello che dicono.
Ma a volte scrivono cose che
non ho detto. Sai, specialmente
quando mettono le frasi tra
virgolette, un verso di una
poesia che non è nella poesia,
per avallare quello che stanno
dicendo. Questo non mi piace.
Questa è l’unica cosa che mi dà
fastidio, quando fraintendono le
mie parole. C’era un critico
che… stavo scrivendo sull’uomo
dell’immondizia che era passato
e stavo scrivendo di me come
scrittore, be’ comunque ha
inserito una citazione: “Eccomi
qui seduto a scrivere dietro
queste tende. Sono un genio e
l’uomo della spazzatura
neanche lo sa”. Chiuse le
virgolette. Quel verso non c’è
nemmeno nella poesia! Fanno
cose del genere. Non so perché
lo facciano. Magari leggono la
poesia e poi la dimenticano.
Questa è l’idea che gli è rimasta
di quello che ho detto. Poi lo
mettono tra virgolette, il che
non dovrebbe essere fatto. È
pura arroganza. Ma non mi
dispiace essere analizzato.
Aiuta a vendere libri. Ha fatto
in modo che mi interessassi a
certi poeti tanto tempo fa,
soprattutto se sono sotto
attacco; riportano qualche
verso dicendo che è veramente
brutto e io concludo: “Be’,
questa è una poesia molto bella
e devo saperne di più su questo
scrittore”.

INTERVISTATORE Cos’è una bella


poesia?
BUKOWSKI Per me, o quando ne
leggo una?
INTERVISTATORE Quando ne scrivi
una. Cosa ti fa pensare che sia
bella o che sia un pasticcio?

BUKOWSKI Oh, è una cosa


istintiva. Voglio dire, è l’insieme.
Se funziona. L’altra sera ho fatto
un reading. Stavo leggendo. Era
una poesia piuttosto seria.
Stavo bevendo birra. Ho finito
la poesia. C’era silenzio. Quindi,
quella era una bella poesia.
Sapevano che diceva qualcosa
per cui dimostravano una certa
riverenza.
Cosa ti aspettavi
INTERVISTATORE
facessero? Che ti fischiassero?
BUKOWSKI Non mi dispiacerebbe.
Lotto contro le avversità, sai.
Un po’ di avversità, non
l’avversità totale. Quella è
distruttiva. Lo sappiamo tutti.
Un po’ di avversità fanno bene
all’anima. La totale avversità è
impossibile. L’ha detto
qualcuno? Suona bene.

INTERVISTATORE L’hai detto tu in


ogni caso…

BUKOWSKIChe cosa diceva


Dostoevskij? “L’avversità è la
principale molla del realismo
autobiografico.”
INTERVISTATORE Quando scrivi hai
in mente una certa categoria di
persone? Il tuo lavoro è
indirizzato a qualcuno?
BUKOWSKI Be’, se lo fai sei
condannato. Io sono
condannato, diciamo le cose
come stanno. Perché è la mia
natura rimanere quello che sono
diventato e se mi preoccupo per
loro smetto di essere ciò che
sono diventato. Non mi sono
mai preoccupato di loro eccetto
che per i miei assassini, i miei
padroni di casa, i miei
carcerieri. Ma non mi sono mai
preoccupato di loro come lettori
dei miei lavori.
INTERVISTATORE Ma perché
diavolo sei finito in prigione?
BUKOWSKI Quale volta? (Ride)
Per vagabondaggio e
ubriachezza molesta, guida in
stato di ebbrezza, liti con
donne. Quello che mi succede
con le donne è sempre violento,
per qualche ragione. Fanno un
sacco di casino e poi si
avventano su di me, spaccano
oggetti e urlano. Tiro fuori il
meglio di loro. Quindi arriva la
polizia, sai, e l’uomo di solito ha
torto qui in America quando…
magari in Francia sono evoluti,
ma qui in America, quando un
uomo e una donna litigano
pensano sempre che l’uomo sia
l’istigatore. Cristo, anche se la
donna è completamente
impazzita, farfuglia e urla, con
la bava che le scende dalla
bocca, impugna coltellacci da
macellaio e ti rincorre. Credo
che in Europa si siano resi conto
che le femmine a volte sono
così. Qui in America credono
che l’uomo sia quello cattivo.
Portano via l’uomo quando
succedono queste cose.
Prendono quello sbagliato.
(Ride) La donna è la povera
indifesa, agli occhi della legge,
quella che ci governa. Cristo,
una volta sono andato a trovare
una donna e la mia ragazza mi
ha beccato lì fuori, ha
cominciato a urlare e poi è
scomparsa. Prima mi ha rotto
tutta la birra che avevo nel
sacchetto, poi il mio bottiglione
di whiskey, andava su e giù per
il viale, credo che abbia
frantumato un bottiglione di
whiskey e sedici o diciotto
bottiglie di birra. Ne ha
mancate un paio, ma, mentre
stavo spazzando la strada dai
vetri, ho alzato lo sguardo e ho
sentito un rumore: era in
macchina sul marciapiede che
cercava di investirmi. Ora,
questo sì che è amore… Me la
sono vista brutta tante volte con
le donne. Sembrano tutte… non
so se sia amore, diventano
indemoniate quando stanno con
me. Faccio qualcosa per loro
che a loro non piace perdere. In
ogni caso, c’è stata una scenata
del genere non molto tempo fa.
Ero con una ventiquattrenne.
Ce n’era un’altra che è tornata
in città e ha bussato alla mia
porta. Hanno fatto una scenata
selvaggia. Si strappavano i
capelli, versi bestiali, urla, è
stato terrificante. Ho cercato di
separarle. E sono caduto, sono
scivolato e mi sono slogato un
ginocchio e non riuscivo più ad
alzarmi. Ero ubriaco, sai. Sono
scese in cortile, si
accapigliavano e urlavano. Dio,
è stato terrorizzante. Sangue e
piscia che spruzzavano per aria,
capelli. Orrendo. (Ride) Ed è
arrivata la polizia e la polizia
voleva anche me. Quel giorno
mi volevano tutti e nessuno mi
ha avuto.
INTERVISTATORE Ti piacciono le
opere di Antonin Artaud? So che
la City Lights ha pubblicato una
collezione dei suoi scritti
tradotti qualche anno fa.

BUKOWSKI Oh, sì. È un bravo


poeta. Ho letto parecchie cose
sue. Non so come è stato
tradotto ma sembra
completamente folle. Ora, forse
non capisco del tutto quello che
sta dicendo, ma i suoi attimi di
lucidità diventano i miei attimi
di lucidità. Capisci, e poi è molto
molto molto bravo, ed è così
bello. “Come mai le persone
sono così disgustose e le
persone malate sono quelle
autentiche…” Questo è vero. Ho
letto tutto. Era tutto
spezzettato, ma aveva senso.
Però ci sono delle parti belle
che mi perdo, dove forse lui sa
di cosa sta parlando, ma io non
sempre. È stato in manicomio
per un po’, per diversi anni mi
pare. Aveva cercato di tagliarsi
l’uccello mentre andava in
Africa su una barca o una cosa
del genere. Era un tipo davvero
interessante. Ha una marcia in
più. Aveva una marcia in più.
Adesso è morto, ma l’aveva.
INTERVISTATORE Lavori con
diverse riviste underground?

BUKOWSKI No, soltanto con il


“Free Press”.

INTERVISTATORE Hai un forte


senso politico? Ti interessa la
politica?

BUKOWSKI Oh, mi interessa, ma


non credo che cambi molto il
fatto se mi interessa o meno.
Voglio dire, credo che tutte le
fazioni contengano sia il male
che il bene e non so cosa farci.
Si sa che si può votare per quel
partito, ma non si sa cosa
succederà.
INTERVISTATORE Tu voti?!

BUKOWSKI Non voto mai. Ho


detto “si può votare”. Dovrei
dire “avrei potuto votare” ma
non ho mai votato. Non mi è mai
interessato niente. Sono tutti
conigli nella conigliera. Sono
tutti uguali. Sono diversi, ma
sono simili. Immagino che certi
partiti abbiano più benefici per i
ricchi e che altri abbiano più
benefici per i poveri. Ma non
posso scaldarmi per questo.
Questo è tutto. Voglio dire,
prendi il partito democratico e il
partito repubblicano. Che
differenza c’è? Non ha
importanza. I democratici
solitamente sono anime più
belle, direi che sono più
interessati a ciò che succede a
tutti. I repubblicani sono più
legati agli interessi del denaro e
questo è quanto.

INTERVISTATOREWallace è
“un’anima bella”?

BUKOWSKI Wallace… per quanto


ne so potrebbe essere il
vicepresidente. ’Sta roba di
Wallace è molto strana. Lui fa
parte del partito democratico.
Ma non lo capisco molto perché
non lo seguo da così vicino. Ma
questo è per i voti del Sud; la
gente vota per un tizio perché
non gli piacciono i neri. Non è
rimasto molto di me per entrare
in questo campo, per capirlo.
Riporto solo quel che accade e
questo è tutto.

INTERVISTATORE Però lo tieni


d’occhio?

BUKOWSKI Un occhio chiuso,


semichiuso. Potrebbe bruciarti
sai, pensano che tu non creda a
questo o a quello e poi ti si
rivolta tutto contro. Sia che
venga chiamato tradimento o…
Questi scrittori intellettuali, sai,
pensano che sia solo un
tradimento: fa acqua da tutte le
parti, non ho tempo per questo
tipo di cose. E nessuno mi secca
con… sai: “Ehi, Bukowski, ti
piacerebbe?…” Perché non
pretendo di essere più di quel
che sono. Sto lavorando per
rimanere quel che sono.
INTERVISTATORE Non sei più
tornato in Europa da quando ti
sei trasferito in America?
BUKOWSKI Mai. E probabilmente
non lo farò mai più.
INTERVISTATORE Ti piacerebbe?

BUKOWSKI Mi piacerebbe…
questa è una cosa sciocca. Mi
piacerebbe tornare ad
Andernach, Germania, a
camminare per la città, questo è
tutto, questo è tutto quello che
voglio.

INTERVISTATORE Perché sei nato


lì?

BUKOWSKI Già. Sai, sono un


ragazzo romantico, un tipo
sentimentale. Sono un tenerone.
Mi piacerebbe fare solo quello.
Dormirei lì forse solo una notte.
Non mi piacerebbe viverlo, mi
piacerebbe averlo già fatto. La
strada dove sei nato… e dopo
tutti questi anni, ritornare.
Probabilmente è stata
brutalmente bombardata ed è
stata ricostruita, ma è qualcosa.
Se solo potessi vedere dov’era,
sai. Oh, sono un tipo tenero,
sono un sentimentale. Ecco
perché ho così tante grane con
le donne, mi affeziono. Tutte le
mie donne, proprio tutte dicono:
“Oh, scrivi tutta questa roba
dura, ma sei tenero, dentro sei
una meringa”, (ride
imbarazzato) e hanno ragione.
Non sono…
Hai detto che il
INTERVISTATORE
tuo romanzo esce in novembre?

BUKOWSKI Sì, s’intitola Factotum


ed è abbastanza corposo.

INTERVISTATORE Per che casa


editrice?

BUKOWSKI La Black Sparrow. Ho


scritto, scritto e ci ho messo…
per il mio primo romanzo, Post
Office, ci ho messo venti notti…
venti o ventuno. Avevo appena
lasciato l’ufficio postale e
credevo di non farcela senza
quella grossa mamma che mi
dava l’assegno a fine mese. Ma
non avevo avuto abbastanza
successo con le cose che avevo
scritto per poter mollare il
lavoro. Ho provato a fare lo
scrittore e avevo cinquant’anni.
Non c’è lavoro in America se ti
licenzi all’età di cinquant’anni…
è quasi impossibile, io ci ho
provato. Quindi era una dannata
scommessa e tremavo un po’.
Oh! Mollo tutto! Se fossi
rimasto sarei morto. Comunque,
ho scritto un romanzo. In venti
notti. Avevo whiskey in
abbondanza, la radio
sintonizzata sulla stazione di
musica classica, e qualche
pacchetto di sigari scadenti e
molti fogli di carta, una luce
forte sul soffitto e birra. Birra,
sigari, musica classica… ogni
notte… non credevo di finire in
venti notti. Mi fissavo un
obiettivo; dicevo: “Scrivo dieci
pagine a macchina con spazio
uno”, e cominciavo così la mia
nottata di lavoro. Ma alla
mattina non ricordavo mai di
essere andato a letto. Mi alzavo
con la nausea, andavo a
vomitare… Dio! I fogli erano
sparsi dappertutto sul divano e
mi dicevo: vediamo se ho scritto
le mie dieci pagine ieri sera. Le
raccoglievo. 10… 12… 14…
18… 23 pagine! Buon dio. Se
stasera ne faccio altre dieci
sono tredici pagine più avanti!
Ne facevo sempre di più del
previsto. Naturalmente
immagini cosa dovevo fare la
mattina seguente, sai, alcune
delle ultime pagine… quando
ero davvero ubriaco perdevo il
controllo e scrivevo cose…

INTERVISTATORE Deboli?
BUKOWSKI Già! Dovevo renderle
più incisive! Per le ultime pagine
dicevo: “Wow! Cosa stavo
dicendo qui?”. (Ride) E per
quest’ultimo romanzo mi ci sono
voluti quattro anni. Un processo
molto lento.

INTERVISTATORE Factotum?

BUKOWSKI Sì. In questi ultimi


tempi è rimasto chiuso lì in un
cassetto. Ero bloccato; mi
mancavano solo due o tre
capitoli più il finale; non riuscivo
ad aprire quel cassetto.
Prendevo il manoscritto e mi
dicevo: “Cazzo, non lo so…”. Poi
una sera sono tornato
dall’ippodromo. Mi sono fatto un
paio di birre, mi sono messo alla
macchina da scrivere e ho
buttato giù due o tre pagine ed
era fatta, è stato così facile.
Quindi alla fine ho scritto un
romanzo in venti notti e un altro
in quattro anni.

INTERVISTATOREVuoi scrivere altri


romanzi o ti vuoi concentrare su
racconti e poesie da adesso in
poi?
BUKOWSKI Voglio scrivere ancora
un romanzo, ma non penso di
essere sufficientemente maturo
per scriverlo. Magari mi ci
vorranno altri vent’anni. Lo
chiamerò Donne. Dovrebbe
essere una passeggiata
scriverlo. Dovrebbe esserlo sul
serio. Ma bisogna essere molto
onesti. Alcune delle donne che
frequento in questo momento
non devono sapere che lo sto
scrivendo. Alcune cose le vorrei
proprio dire… ma non ti
racconto niente adesso! Mi
metterei in un sacco di guai!
(Ride) Ho già detto troppo!
Marc Chénetier, Charles
Bukowski, An Interview: Los Angeles,
August 19, 1975, “Northwest
Review”, vol. XVI, n. 3, 1977, pp. 5-
24.
La poesia butterata di Charles
Bukowski Taccuino di una
vecchia umanità sporcacciona
Glenn Esterly
1976

Come rito propiziatorio al


reading di poesia di questa sera
Charles Bukowski è fuori nel
parcheggio che vomita. Vomita
sempre prima dei reading, la
folla lo innervosisce. E stasera
c’è tanta gente. Circa
quattrocento studenti rumorosi
– molti dei quali vengono dal
locale qui vicino, la 49 Tavern –
stipati in un auditorium asettico
della California State University
di Long Beach in questa quarta
serata all’interno di una specie
di rassegna chiamata
“Settimana della Poesia”. Non
esattamente il tipo di evento
che si calcola avrebbe smosso
così tanto il campus, come ha
evidenziato lo scarso pubblico a
macchia di leopardo delle prime
tre serate, quando leggevano
altri poeti. Ma Bukowski attira
sempre una vasta audience. Ha
una grande reputazione qui –
per i suoi reading oltre che per
la sua poesia. L’ultima volta che
è venuto aveva fatto due
reading, uno di pomeriggio e
uno di sera. Tra un reading e
l’altro aveva recuperato una
bottiglia e si era spinto oltre il
limite. Troppo ubriaco per
leggere alla sera, aveva deciso
di intrattenere gli studenti
scambiando insulti con loro. E si
era trasformato in uno
spettacolo niente male. Dietro
le quinte, Leo Mailman, editore
di una piccola rivista letteraria
e coordinatore della serata
odierna, sbircia dal sipario del
palcoscenico per guardare il
pubblico e dice: “Molti di questi
erano già presenti al suo ultimo
reading. Alcuni erano rimasti
delusi dalla sua ubriachezza;
pensavano di essere stati
fregati. Ma parecchi tra gli altri
erano pienamente soddisfatti
perché sentivano di aver visto
com’era il vero Bukowski – sai,
il leggendario burbero, il
vecchio sporcaccione,
l’ubriacone al quale non importa
un cazzo e se ne va in giro a
cercare la rissa. Avevano visto
Bukowski dal vero.
“Al contrario, quando l’ho
chiamato per accordarmi per
questo reading, era
completamente sobrio e si
profondeva in scuse per come si
era comportato l’ultima volta.
Aveva una voce molto dolce,
mentre mi diceva quanto gli
dispiaceva per essersi ubriacato
e quanto sperava di farsi
perdonare da noi questa volta.
Ero sconcertato. Così chi può
dire quale sia il vero Bukowski –
l’ubriacone scontroso che dà
spettacolo di sé, o l’umile
ragazzo diffidente che si
preoccupa di avere deluso
qualcuno?”.

Qualche minuto più tardi,


Bukowski, vestito con una
camicia sbottonata sul collo,
giubbotto sdrucito antracite
tipo American Graffiti e
pantaloni larghi grigi, appare
dietro al palco dopo aver finito
l’attività di preriscaldamento
nel parcheggio. Pallido e
nervoso dice a Mailman: “Okay,
finiamo in fretta questa
sceneggiata, così posso
prendere l’assegno e
andarmene fuori dai piedi”. Poi,
muovendosi faticosamente, esce
senza presentazioni sul palco.
Mailman si gira verso la
compagna di Bukowski, Linda
King, una vivace, vistosa
trentaquattrenne poetessa e
scultrice che è sopravvissuta a
una relazione burrascosa con il
poeta per cinque anni. “Sta
bene?” chiede Mailman.
“Certo,” dice lei. “Si è fatto solo
un paio di birre e si sente
piuttosto bene. Vuole essere
bravo stasera.” Mentre il
pubblico comincia ad
applaudire, Bukowski si siede
dietro a un tavolino sul palco. Si
china verso il microfono e
annuncia: “Sono Charles
Bukowski”, poi prende una bella
sorsata dal thermos riempito di
vodka e di succo d’arancia,
suscitando approvazione da
diversi studenti. Fa una smorfia
timida, un mezzo ghigno. “Ho
portato con me un po’ di
vitamina C per la mia salute…
be’, eccoci di nuovo qui a fare
marchette per la poesia.
Sentite, ho deciso di leggere
prima tutte le poesie serie e di
togliercele dalle palle così poi
possiamo divertirci, ok?”
Quando comincia a leggere
una studentessa in terza fila che
vede per la prima volta il poeta
si gira verso un’amica e le
chiede: “Trovi che sia così
brutto come dicono?”. La sua
amica si porta un dito sulle
labbra mentre lo contempla
come per inquadrarlo. “Sì, però
ha un aspetto che colpisce, in un
certo senso. Quella faccia…
sembra che abbia vissuto cento
anni. È tragica, ma al tempo
stesso austera.”
Quella faccia. Per i parametri
convenzionali è brutta, e per
quasi tutti i cinquantacinque
anni di vita di Bukowski la gente
l’ha trovata proprio così. Così la
definivano tutti durante gli anni
di lavori spaccaossa che
rimbambivano la mente nei
mattatoi e nelle fabbriche,
mentre viveva la parte oscura
del sogno americano. Ma le
cose sono cambiate. Il rozzo,
alcolizzato antisociale adesso si
guadagna da vivere con la sua
macchina da scrivere,
inchiodando le parole alla
pagina con poesie intense,
sensibili, personali e crude e
con racconti selvaggi, salaci e
aneddotici che gli hanno
permesso di conquistarsi una
fama internazionale attraverso
traduzioni in altre lingue. Scrive
su ciò che ha vissuto: povertà,
lavori umili, doposbronza
cronici, donne dure, prigione,
lotta contro il sistema,
fallimento, depressione.
L’impressione che genera è di un
uomo con un piede nella
trappola che cerca di staccarsi
la caviglia a morsi per liberarsi.
Che sarebbe di un grigiore
unico se non fosse per il fatto
che sfocia spesso in un
umorismo sardonico che a volte
porta a pensare che W.C. Fields
si sia reincarnato in uno
scrittore.
L’attrattiva di Bukowski è
stata rievocata prima del
reading da Gerald Locklin, un
corpulento poeta barbuto che
insegna Letteratura alla Cal
State. Locklin, che segue
l’evoluzione letteraria di
Bukowski da parecchi anni e
che lo conosce da quattro, stava
bevendosi una birra con un paio
di studenti alla 49 Tavern e
osservava: “Penso a lui come a
una cavia sopravvissuta.
Quest’uomo non solo è
sopravvissuto a problemi che
ucciderebbero la maggior parte
delle persone, ma è
sopravvissuto con una voce
abbastanza forte e un grande
talento da scrivere su questo.
Sapete, si incontra sempre
gente al bar che dice che se
solo potesse scrivere qualcosa
sulla propria vita, sarebbe un
libro eccezionale. Be’, non lo
fanno mai, naturalmente. Invece
Bukowski l’ha fatto”.
Locklin è anche convinto che
Bukowski “abbia il merito di
averci condotto in una nuova
direzione nella poesia
americana con il suo stile
diretto, spontaneo, libero e
colloquiale. Molti poeti hanno
parlato per tanto tempo di
inserire più qualità narrativa nei
loro lavori, ma prima di
Bukowski non c’è mai riuscito
nessuno veramente. Lui l’ha
fatto in modo naturale, senza
neanche pensarci tanto. I poeti
più tradizionali lo odiano per
questo, ma credo che la
tendenza a cui ha dato il via
fosse attesa da lungo tempo. Il
suo genere di stile ha i suoi
pericoli: in molti passaggi può
risultare una poesia molto
ordinaria, e Bukowski ha scritto
molti passaggi così. Ma quando
è al meglio è difficile da battere,
credetemi”.
Un altro punto di vista è stato
quello fornito dal poeta Hal
Norse, che dopo essere stato
amico di Bukowski per parecchi
anni adesso non lo è più.
Scrivendo della loro amicizia
sulla “Small Press Review”,
Norse ha detto: “Odioso come
sa essere – e Cristo, sa essere
così detestabile che vorresti
schiaffarlo su per il culo di un
cammello – non so come il
calore e lo charme arrogante
del bastardo arrivi con così
tanta forza che alla fine rimane
comunque una personalità
attraente, bruttezza inclusa e
tutto il resto”.
Quindi ecco qui l’uomo che
finalmente ce l’ha fatta. Sartre
e Genet hanno fatto
complimenti spontanei sulla sua
poesia. La sua posizione di eroe
folk underground è assicurata. I
college lo invitano in tutto il
paese a tenere reading. Alcuni
critici si sono spinti fino a
paragonare i suoi racconti a
quelli di Miller e di Hemingway.
L’Ente nazionale delle arti gli ha
conferito un sussidio.
Un’università ha creato un
archivio letterario a suo nome.
Le sue pubblicazioni degli
esordi, attualmente fuori
stampa, sono diventate pezzi
preziosi per collezionisti. La
“New York Review of Books”,
come richiesto a gran voce, lo
ha recensito. Giovani donne
desiderabili continuano a
bussare alla sua porta. E ora
quando vedono la sua faccia la
definiscono tragica… austera…
perfino bella. Bukowski
apprezza i lati ironici della cosa.
La faccia, un punto di
partenza senza sconti, è stata
molto maltrattata negli anni. Ha
avuto una malattia del sangue
che l’ha costretto in ospedale
per diversi mesi, da
adolescente, con bubboni grandi
come piccole mele sulla faccia e
sulla schiena (“Era l’odio verso
mio padre che si sfogava sulla
mia pelle… una cosa emotiva”),
marchiandolo a vita. In seguito
sono arrivate le crudeli puttane
che gli strappavano pezzi di
carne con le unghie quando era
troppo ubriaco per difendersi,
lasciandogli altre cicatrici. In
mezzo a questa cartina facciale
di guai del passato c’è un naso a
patata gonfio e bitorzoluto e
rosso, simbolo dell’inutile
protesta contro gli esorbitanti
quantitativi di alcol, e sopra il
naso due piccoli occhi grigi,
incassati in una testa enorme,
che fissano stancamente il
mondo. Un aspetto
sorprendente del corpo di
Bukowski sono le mani: due
mani delicate alla fine di due
braccia muscolose, le mani di un
artista o di un musicista. Mani
belle, sul serio. (“Alle donne
dico che la faccia è la mia
esperienza e le mani sono la mia
anima… qualsiasi cosa pur di
fare abbassare loro le
mutande.”) Quelle belle mani
prendono il thermos dopo ogni
poesia mentre lui riprende
slancio, leggendo delle sue
donne.
La vodka ha il suo effetto e il
poeta si scalda. Bukowski è in
ottima forma, pieno quanto
basta di alcol per fare uscire lo
showman che è in lui, e il
pubblico risponde
entusiasticamente. Quando ci
sono i versi comici legge in
modo buffo, scandendo certe
sillabe per enfatizzarle con la
sua voce da necroforo mentre
cerca di avere la stessa
inflessione nel parlato rispetto a
quella che ha sulla pagina.
Nonostante il suo disprezzo
spesso professato per i reading,
adesso sembra divertirsi, e per
concludere col botto lo
spettacolo sorprende il pubblico
leggendo un passaggio del
romanzo che sta scrivendo.
[Factotum.] Un resoconto
disinibito di un incontro con una
donna di mezza età grassa e
affamata di sesso (“Mi spiace
ammettere che questa cosa mi è
successa davvero”) mantiene il
pubblico caldo con le sue
oltraggiose esagerazioni: “Si
buttò su di me, e così fui
schiacciato da cento chili di
donna non troppo angelica.
Premette la bocca contro la
mia. Sapeva di sputo, cipolle e
vino cattivo, e dello sperma di
quattrocento uomini. Aveva la
bocca piena di saliva. Mi venne
da vomitare e la spinsi via…
Prima che potessi muovermi mi
era di nuovo addosso. Mi
afferrò i coglioni con tutte e due
le mani. Aprì la bocca, abbassò
la testa e lo prese tutto; la testa
si muoveva avanti e indietro,
succhiava, sussultava. Anche se
mi veniva da vomitare, il mio
pene continuava a ingrossarsi.
Con un tremendo strattone ai
coglioni, tagliandomi quasi
l’uccello in due con i denti mi
spinse sul pavimento. Rumori di
risucchio riempivano la stanza
mentre la radio continuava a
suonare Mahler. L’uccello
diventò più grosso, viola,
coperto di sputi… Pensai: ‘Se
vengo non me lo perdonerò
mai…’.”
Alla fine del reading, quasi
tutti gli studenti si alzano per
un’ovazione. Si toglie gli
occhiali e fa un piccolo cenno
con la mano. “Adesso usciamo e
ubriachiamoci.” Raccoglie i suoi
fogli, si alza e si allontana.
L’applauso continua mentre esce
e, visibilmente compiaciuto,
all’improvviso torna indietro e si
china sul microfono. Per un
piccolo istante abbassa la
guardia. “Siete colmi d’amore,”
dice, “brutti bastardi.”

Henry Charles Bukowski Jr,


romanziere, scrittore di
racconti, megalomane,
lussurioso, donnaiolo, leggenda
vivente, amante della musica
classica, scatologico, padre
amorevole, sessista, catorcio
umano, galeotto, fastidioso
come una merda, genio,
intrallazzone giocatore di
cavalli, emarginato,
antitradizionalista, rissoso ed ex
impiegato statale, è seduto nel
salottino di un bungalow di tre
stanze ammobiliato, un
appartamento pulcioso da
centocinque dollari al mese con
tappeti consunti, mobilio
scassato e tendine sbrindellate.
È il suo posto ideale, uno degli
otto bungalow in un piccolo
comprensorio vicino a Western
Avenue in una zona di
Hollywood dove pullulano centri
massaggi, cinema porno e droga
a ogni angolo. La donna nel
bungalow vicino al suo è una
spogliarellista e un altro
affittuario è il proprietario del
centro massaggi dall’altra parte
della strada. Bukowski qui si
sente a casa. Per otto anni ha
vissuto in un posto simile dove i
suoi lavori sbocciavano copiosi,
nonostante il fatto che il posto
fosse, secondo quelli che sono
stati lì, la topaia più sporca che
avessero mai visto (Bukowski
comunque riguardo l’igiene
personale era ed è immacolato;
ha l’abitudine di farsi quattro o
cinque bagni al giorno). Poi si è
trasferito in un appartamento
molto più costoso in un
complesso moderno ma si
sentiva fuori posto e la sua
macchina da scrivere diventava
sempre più silenziosa. Così si è
trasferito in questo bungalow
nella speranza che si
restaurasse il giusto sentimento
creativo, e fino ad ora è stato
così. Non è ancora stato qui
abbastanza per fare ammassare
quantitativi apprezzabili di
polvere e di bottiglie di birra,
ma ci sta lavorando
alacremente. Le uniche cose
degne di nota in questo posto
sono due quadri appesi al muro.
Sono di Bukowski, e non sono
niente male.
Sta tracannando una lattina di
birra da mezzo litro, parte di
due confezioni da sei che ho
portato per aiutare a rendere
scorrevole l’intervista. Non si
prende neanche la briga di
mettere le confezioni in
frigorifero; è evidente che
immagina che le berremo prima
che la serata si concluda.
Scalzo, in jeans e camicia a
maniche corte gialla e sbiadita,
senza un bottone all’altezza
dell’ombelico, sembra a suo
agio e rilassato. Comunque, di
sicuro più rilassato di me. La
figura di Bukowski è, dopotutto,
piuttosto schiacciante in un
confronto faccia a faccia. Allo
stesso tempo, ho già imparato
molto sull’uomo parlando con
gente che lo conosce bene per
sapere che con lui niente è
prevedibile. Suoi conoscenti mi
hanno detto che tollererà me e
le mie domande, ma non andrà
al di là della cordialità. Quindi
sono sorpreso quando fa di tutto
per mettermi a mio agio
ficcandomi una birra in mano e
dicendomi: “È quasi tutto il
giorno che bevo birra, ma non
preoccuparti, bello – non
frantumerò la finestra con un
pugno e non spaccherò il
mobilio. Sono un bevitore di
birra piuttosto mite… il più delle
volte. È con il whiskey che
cominciano le grane. Quando lo
bevo in mezzo ad altre persone,
ho la tendenza a diventare
sciocco o pugnace o selvaggio, il
che può creare problemi. Quindi
ultimamente quando lo bevo
cerco di essere solo. Questo è
comunque segno di un buon
bevitore di whiskey – berlo in
solitaria mostra un certo
rispetto per il liquore. Quella
roba fa sembrare diverso
perfino il paralume. Norman
Mailer ne ha sparate tante di
stronzate, ma una cosa bella
penso l’abbia detta. Ha detto:
‘La maggior parte degli
americani trova la propria
ispirazione spirituale quando è
ubriaca, e io sono uno di questi
americani’. Un’affermazione
che io appoggio al cento per
cento, ’fanculo Il nudo e il
morto. L’unica cosa è che un
uomo deve stare attento a come
mischia alcol e sesso. La cosa
migliore per un uomo saggio è
di fare sesso prima di ubriacarsi
perché l’alcol distrae il vecchio
picciolo lì in basso. Fino ad ora
mi è andata piuttosto bene”.
Sogghignando mi informa anche
che un’amica se n’era andata
poco prima che arrivassi. “Sì,
me la sono scopata sul divano
proprio lì dove sei seduto. Era
piuttosto giovane, sui ventitré o
ventiquattro anni. Non era
male, solo che non sapeva
baciare. Come mai baciare
quelle giovani è come baciare la
canna dell’acqua del giardino?
Cristo, le loro bocche non danno
niente, non sanno cosa fare. Ah,
be’, non dovrei lamentarmi. Con
quest’ultima fanno tre donne
diverse nelle ultime trentasei
ore. Amico, ti assicuro, le donne
preferiscono scoparsi i poeti
piuttosto di qualsiasi altra cosa,
perfino dei pastori tedeschi. Se
solo l’avessi scoperto prima,
non avrei aspettato di avere
trentacinque anni per scrivere
poesie.”
Cominciamo a parlare della
sua infanzia, analizzando i
dettagli, la maggior parte dei
quali ancora dolorosi per lui:
crescere a Los Angeles dopo
essere nato ad Andernach,
Germania; la terribile malattia
deturpante dei bubboni sulla
faccia e sulla schiena; i costanti
pestaggi del padre, un lattaio
che seguiva la disciplina
prussiana all’estremo frustando
il figlio quasi ogni giorno con la
cinghia del rasoio per qualsiasi
offesa immaginaria; il
sentimento di alienazione e
isolamento, fin da quando era
bambino, di non appartenenza o
di essere in un certo senso
inferiore e superiore allo stesso
tempo ai suoi compagni.
“L’idiota della scuola mi
gravitava sempre intorno,”
ricorda. “Hai presente, il
ragazzo sfigato con gli occhi
storti che si vestiva con gli abiti
sbagliati e che pestava sempre
le merde di cane in giro. Se
c’era un mucchio di merda di
cane nel raggio di quindici
chilometri, lui riusciva non so
come a finirci dentro. Quindi
provavo una specie di disprezzo
per lui, ma nonostante questo
alla fine diventava mio amico. Ci
sedevamo insieme a mangiare i
nostri penosi tramezzini al
burro di arachidi e guardavamo
gli altri bambini intenti nei loro
giochi.” Molti altri ragazzi a
scuola avevano preso
l’abitudine di picchiare il suo
amico sfortunato. Però, chissà
perché, lasciavano in pace
Bukowski. “Capivano che ero
quasi come lui, quasi sfigato
come lui, ma con me ci
andavano cauti,” racconta.
“Sembrava che avessi quel
qualcosa in più, quel qualcosa
nel mio carattere che li
costringeva a non picchiarmi.
Forse era il lampo selvaggio nei
miei occhi, non lo so, ma
sembrava che percepissero che
se avessero provato a
picchiarmi magari sarebbero
finiti nei guai. E sono convinto
che avrebbero avuto sul serio
qualche problema.” Il suo tono
sembra indifferente, senza
emozione, ma trapelano tracce
di amarezza. “Mi sono indurito
parecchio con tutte le botte che
mi dava mio padre, sai. Il
vecchio mi ha rafforzato, mi ha
preparato per affrontare il
mondo.”
Quando aveva sedici anni, una
sera è tornato a casa ubriaco, è
stato male e ha vomitato sul
tappeto del salotto. Suo padre
l’ha preso per il collo e ha
cominciato a spingergli il naso
verso il basso come si fa con i
cani per ficcarglielo nel vomito.
Il figlio è esploso, ha cominciato
a scalciare e poi ha beccato con
un cazzotto il padre di taglio
sulla mandibola. Henry Charles
Bukowski senior è crollato ed è
rimasto a terra per un pezzo.
Dopo quella volta non ha mai più
provato a picchiare il figlio.
Più o meno in quel periodo, il
giovane Charles ha cominciato a
frequentare le biblioteche
pubbliche. Aveva deciso che
fare lo scrittore si addiceva a un
tipo solitario; la solitudine insita
in quel mestiere lo attraeva.
Nelle biblioteche cercava eroi
letterari. Curiosando tra gli
scaffali, sfogliava libri e quando
trovava una pagina che lo
interessava portava a casa il
libro per leggerlo. “Scoprivo
uno scrittore dopo l’altro,” dice,
“e dopo un po’ ho notato che
avevo scoperto quegli stessi
autori che si erano più o meno
distinti nel corso degli anni. Mi
piacevano i russi, Ĉechov, e tutti
quei ragazzi. Ce n’erano anche
altri, la maggior parte di tanto
tempo prima. Un giorno ho
notato un libro sullo scaffale
intitolato: Bow Down to Wood
and Stone di Josephine
Lawrence. Il titolo mi aveva
attirato, allora l’ho sfogliato, ma
di bello aveva solo il titolo. Poi
ho preso il libro lì accanto e
quando l’ho sfogliato mi sono
detto: ‘Ehi, questo bastardo sa
scrivere’. Era di D.H.
Lawrence. Finalmente un po’ di
colore per me.”
È stato fortemente deluso
dagli scrittori americani
contemporanei di quei tempi.
“Continuavo a pensare: ‘Stanno
troppo sulla difensiva; si
trattengono, non affrontano la
realtà’. Perlomeno la realtà che
conoscevo io. Diavolo, vedevo
queste persone nelle biblioteche
con le teste chine sui tavoli,
addormentate, con i libri aperti
davanti e le mosche che
ronzavano intorno alle loro
teste. Questo la dice lunga sui
libri, eh? Già, questo riassume
ciò che pensavo della maggior
parte dei libri. E la poesia…
Cristo! Mentre crescevo i poeti
erano considerati femminucce.
È facile capire perché. Voglio
dire, non si riusciva a capire
cosa scrivessero nella poesia.
La poesia poteva essere su un
tizio che si beccava un pugno
sul naso, ma il poeta non si
esponeva mai, non diceva mai
chiaramente che quel tizio si
era beccato un pugno sul naso.
Il lettore doveva rileggere a
pezzi e bocconi quel cazzo di
cosa diciotto volte per risolvere
l’indovinello. Quindi con la
narrativa e la poesia pensavo di
potercela fare, perché ciò che
era stato scritto era così
esangue e senza vita. Non che
io fossi così bravo, erano gli
altri a essere dannatamente
scarsi.”
Da giovane Bukowski ha
scritto centinaia di racconti,
spedendoli a interlocutori
sbagliati: a riviste come
“Harper’s” e “Atlantic Monthly”,
dove il suo stile e i suoi
argomenti non avevano
possibilità. Quando i manoscritti
continuavano a ritornare, lui
immaginava che non fossero
validi e li gettava via. All’età di
venticinque anni tutti i suoi
sforzi sembravano così inutili
che ha deciso di abbandonare
completamente la sua
ambizione di scrittore. È a
questo punto che ha iniziato a
viaggiare ed è cominciato così il
periodo dei dieci anni alcolici,
un periodo durante il quale la
sua vita era misurata a botte di
confezioni da sei di birra e di
bottiglioni di vino scadente.
Insieme a questa intensa attività
alcolica ci sono stati infiniti
mestieri strani (una volta è
stato portiere di un bordello in
Texas), parecchie notti di
prigione e qualche tentativo
semiserio di suicidio.
C’era anche una donna, Jane.
L’aveva incontrata in un bar e ha
vissuto con lei a intermittenza
per diversi anni. Avevano due
cose in comune: erano tutti e
due degli alcolizzati e tutti e due
dei perdenti. Jane era appena
uscita a pezzi da un matrimonio
con un avvocato facoltoso.
Aveva circa dieci anni più di
Bukowski, a quel punto nella
vita in cui, citando le parole di
Bukowski: “Una donna regge
ancora bene, mentre inizia la
fase del decadimento totale, che
è il momento in cui per me sono
più sexy in assoluto”. Jane è
stata la prima donna che gli ha
portato un po’ di tenerezza e lui
si è riscaldato. Fino all’età di
ventidue, ventitré anni non
aveva mai provato a scopare
perché era ipersensibile
riguardo ai suoi sfregi
deturpanti e dopo che ha
cominciato a uscire con le
donne ha capito che volevano
solo fregarlo. Il risultato è che
si è attaccato a Jane assorbendo
tutto il suo affetto ed è rimasto
legato a lei anche quando certe
notti si faceva abbordare e
portare a casa da altri uomini.
Alla fine l’alcol ha ucciso Jane,
e un paio di anni dopo, a
trentacinque anni, anche
Bukowski stesso stava per
lasciarci le penne per le
continue bevute. Gli sono state
trasfuse undici sacche di sangue
al L.A. County Hospital per
salvarlo da un’ulcera
sanguinante. Quando ha lasciato
l’ospedale i dottori gli hanno
detto che sarebbe morto se
avesse ancora toccato di nuovo
l’alcol. La cosa l’ha reso così
nervoso che è andato subito al
bar più vicino e ha buttato giù
un paio di birre – un bel tocco
alla leggenda che ne sarebbe
seguita. Dopo un periodo di
recupero, ha trovato la sua
routine. Di notte lavorava come
impiegato nel triste ufficio
postale del centro. Poi, alla
mattina presto rientrava nel suo
squallido appartamento,
accendeva la radio sulla
stazione di musica classica,
sedeva dietro alla scassata Old
Royal e, galvanizzato dal
miscuglio di whiskey, di rabbia e
di disperazione… scriveva
poesie: poesie dirette, brutali e
oneste, poesie intrise di dolore
e di ostilità, ma contrassegnate
anche da una certa compassione
e giustificazione per la vita.
Spediva le poesie a piccole
riviste e a pubblicazioni
underground che, con sua
grande sorpresa, cominciarono
a pubblicarle con regolarità.
Ben presto piccoli editori
indipendenti pubblicarono
raccolte dei suoi lavori.
Conquistò in fretta la fama di
poeta underground di
considerevole talento e c’erano
segnali che non si sarebbe
fermato lì. Nel 1963, in
un’introduzione alla collezione
di poesie It Catches My Heart
in Its Hands [Tutti gli anni
buttati via, Guanda, Milano
2010] di Bukowski, lo scrittore
e critico John William
Corrington ha teorizzato che “i
critici alla fine del secolo
potrebbero dichiarare senza
ombra di dubbio che le opere di
Charles Bukowski fungono da
spartiacque tra il ventesimo
secolo della poesia americana
del periodo Pound-Eliot-Auden e
la nuova era in cui la voce
narrante diventa una voce a sé.
Bukowski ha rimpiazzato il
linguaggio formale, spesso
ampolloso, dell’epoca di Pound-
Eliot-Auden con un linguaggio
scevro da affettazioni, artifizi e
manierismi che avevano preso
piede nei versi accademici e che
avevano riempito le università e
le riviste trimestrali
commerciali con imitazioni di
imitazioni di Pound e degli altri.
Ciò che Wordsworth
dichiarava di avere in mente,
ciò che William Carlos Williams
affermava di aver fatto, ciò che
Rimbaud aveva fatto veramente
nel francese, Bukowski è
riuscito a farlo per la lingua
inglese”.
Eccitante davvero. Intanto
questo genio annunciato
continuava a versare una bella
dose di energie nello smistare
posta. È solo nel 1970, grazie
all’incoraggiamento del suo
primo editore, John Martin della
Black Sparrow Press, che alla
fine ha fatto appello al proprio
coraggio per lasciare il lavoro
alle poste. Nel panico per aver
rinunciato alla sua sicurezza, ha
sfornato la prima stesura del
suo primo romanzo, Post Office
– una specie di M*A*S*H* per
impiegati civili – in tre
settimane, analizzando in esso il
tedio da cervello piatto e le
follie burocratiche che avevano
accompagnato quel lavoro,
insieme alla descrizione del suo
breve, bizzarro matrimonio con
un’ereditiera texana ricchissima
(“E così se n’è andata la mia
unica opportunità di far
milioni”) e della relazione con la
madre di sua figlia, Marina (che
ama, va a trovare
settimanalmente e aiuta a
mantenere).
Oggi guadagna una cifra
discreta, anche se non
strabiliante, grazie ai diritti
d’autore, ai reading e alla
rubrica Taccuino di un vecchio
sporcaccione, che scrive per il
“Los Angeles Free Press”.
Grosse somme potrebbero
arrivare in seguito. C’è un
pizzico di meraviglia nei suoi
occhi quando dice: “Magari
sono qui seduto alla macchina
da scrivere che cerco di buttare
giù qualcosa, quando telefona
qualcuno e dice che vuole fare
un film sui miei lavori. Poi
comincio a parlare dei tagli
dell’autore e dei due anni
d’opzione e di come deve essere
tutto al netto e non al lordo, e
penso tra me e me: ‘Cristo, ma
cosa mi sta succedendo? Che
diavolo sta succedendo qui?’.
Adesso che ho un briciolo di
fama, improvvisamente la gente
viene alla mia porta. Sono stufo
di questo. Credo di poter
affrontare la cosa, ma sono
stufo”.
E se arrivasse un mucchio di
soldi?
“Probabilmente mi monterei
la testa e sarei apertamente
perfido e odioso. Provare per
credere. No, se vuoi la verità,
non credo che mi
influenzerebbe in questo modo,
ne ho passate troppe, mi sono
indurito dentro per troppo
tempo.”
Taylor Hackford, produttore
di un documentario sul poeta
per la KCET TV di Los Angeles, e
possessore dei diritti per il film
di Post Office, dice che
Bukowski ha dei sentimenti
contrastanti per l’arrivo tardivo
del successo.
“A volte sente che il
riconoscimento che finalmente
gli è arrivato è ben meritato e
da tempo dovuto,” dice
Hackford. “Altre volte sente che
è tutta una grossa buffonata che
qualcuno gli sta giocando, come
se da un momento all’altro
potessero togliergli la macchina
da scrivere e gli dicessero che
stavano solo scherzando.
Dentro di lui c’è una continua
battaglia tra la sensazione di
essere veramente uno dei
migliori e un sentimento di
grande insicurezza. Credo che
potrebbe andargli bene a patto
che non si allontani troppo dalla
sua macchina da scrivere. La
cosa che potrebbe ucciderlo è
se cominciasse a fare molti più
reading in giro per il paese
passando da un aereo all’altro e
dormendo negli Holiday Inn. I
reading lo rendono nervoso,
così ha la tendenza a bere forte
prima, durante e dopo, ed è una
cosa che poi presenta il conto.
Credo che sia conscio di questo
pericolo. Infatti ha scritto un bel
racconto sul tema, intitolato: È
questo che ha ucciso Dylan
Thomas. Se limita i reading e
tiene sotto livelli accettabili
l’alcol, sentiremo parlare
ancora molto di lui in futuro.”
Bukowski, a sentire
Bukowski, è al suo apice.
“Scrivo meno, ma scrivo molto
meglio. C’è più cura in ogni
verso. Sono ipercritico, quindi
so che sto dando il giusto valore
a queste cose. In questo
momento ho tirato tutte le fila.
Sto andando forte. Sono
imbattibile. Domani è un altro
giorno. Chi lo sa, può andare
tutto a monte e potrei impazzire
o sbraitare o violentare una
capra o chissà cosa. C’è sempre
la possibilità che mi ritrovi di
nuovo nei bassifondi, a bere
vino coi ragazzi. Non ho mai
accennato al fatto che fossi
poeta o a tutte quelle altre
stupide cagate. Starei lì con
loro e berrei con loro e direi:
‘Be’, raga’, immaginavo che
sarebbe finita così’.”
La birra sparisce rapidamente
e i suoi occhi sono chiaramente
iniettati di sangue dentro le
profonde orbite sotto alle
sopracciglia cespugliose. Una
lampada sulla scrivania dietro di
lui crea un effetto aureola in
cima alla sua testa. L’aureola
non è della misura giusta. Lui ha
l’aspetto un po’ bilioso, ma
sembra stare bene.
Gli chiedo quanto pensa che il
suo aspetto fisico abbia
influenzato la sua vita.
“Non so. Suppongo che mi
abbia aiutato a diventare un
tipo solitario, ed essere un tipo
solitario non è una cosa brutta
per uno scrittore. So che la mia
faccia adesso aiuta a vendere
libri. La foto che hanno
utilizzato per la copertina di
Erections [Storie di ordinaria
follia, Feltrinelli, Milano 2013]
ha inciso molto sulle vendite del
libro. La faccia su quella
copertina è talmente orrenda e
un pasticcio e al di là di ogni
immaginazione che fa fermare
la gente e la spinge a voler
scoprire che diavolo di uomo è
questo tizio. Così mi ha portato
bene vivere tutta la merda che
ho vissuto perché adesso ho
questo muso da foto segnaletica
che mi fa vendere libri.”
E cosa mi dici delle donne…
“Questa è una domanda
delicata… mi chiedi se la faccia
le spaventa?”
No, ci sono tante donne che
adesso sono attratte dalla tua
faccia, giusto?
“Già, mi arrivano un sacco di
commenti. Dicono cose come:
‘Hai il volto più bello di quello di
Cristo!’. A prima vista può
sembrare bello, ma poi ci penso
e mi dico, il volto di Cristo non
era poi così bello. Ma trovo che
alle donne piacciano le facce
brutte. Lo spiego terra terra.
Vogliono coccolarmi e portarmi
in paradiso. Non mi posso
lamentare.”
Una telefonata ci interrompe,
e dal tipo di conversazione
capisco che è Linda King. “No,”
le dice, “non posso dormire da
te stanotte. Mi stanno
intervistando.” Poi mi dà
un’occhiata, alza la voce per
essere sicuro che lo senta. “Sì,
da un tale; un coglione fuori di
testa, una pubblicazione per
pervertiti, ma a me sembra
abbastanza rispettabile: taglio
di capelli da dieci dollari, vestiti
sartoriali, stivali Florsheim.
Cosa gli racconto? Un fracco di
bugie, che cazzo posso fare?
Credo che se le beva anche,
oltretutto.”
Quando riaggancia il telefono
gli dico che la sua scrittura
recentemente si è addolcita
riguardo alla sua posizione con
le donne e gli chiedo se questo
ha a che fare con la sua
relazione essenzialmente felice
e piuttosto solida con Linda.
Si gratta la barba color topo.
“Be’, devo ammettere che mi
sono raddolcito un po’. Sono
stato accusato di odiare le
donne, ma non è affatto vero. È
solo che la maggior parte delle
donne nelle quali mi sono
imbattuto per un lungo periodo
non erano propriamente dei
trofei. Dormivo con loro e
quando mi svegliavo erano
sparite insieme ai miei soldi. Se
un uomo va in un bordello, si
prende una puttana, è tutta qui
la storia. Ho incontrato Jane
intorno ai vent’anni ed è stata la
mia prima donna – la prima
persona a dire il vero – che mi
ha dato amore. È stata la prima
volta che ho scoperto quelle
piccole cose stupide che la
gente fa e che le fa affezionare
una all’altra, come stare
insieme a letto la domenica
mattina a leggere il giornale o
preparare una cena insieme.
Cose sdolcinate, gentili, cose
così.”
Nel tentativo di sfidarlo un
po’, mi ricordo di alcune
affermazioni contraddittorie che
ha reso in passato sulle donne.
Come “le donne sono le
invenzioni più meravigliose del
creato”, ma poi anche “non
raccomanderei a nessun uomo
di farsi abbindolare da una
donna”.
“Giusto. Sono tutte e due
assolutamente vere. Non c’è
contraddizione. Prossima
domanda.” Sogghigna e butta
giù la birra, sapendo che il
diversivo ha funzionato. Poi
decide di continuare lo stesso.
“Lascia che ti racconti una
breve storia, bello. Prima di
incontrare Linda sono stato
quattro anni senza una donna e
stavo molto bene così. Avevo
raggiunto in qualche modo uno
stadio in cui non volevo vivere il
peso di una relazione. Non
volevo spenderci tempo. Le
donne possono essere delle
maledette perdite di tempo. E
se sei un poeta, si aspettano che
tu te ne vada in giro a
declamare in continuazione
roba grandiosa, gloriosa e
profonda sul significato della
vita. Be’, Cristo, io non sono
così. Cosa posso raccontare?
Me le voglio scopare, punto e
basta. Così, dopo che sono con
te da quattro o cinque giorni e
la cosa più profonda che hai
detto è stata: ‘Ehi, bambola, ti
sei dimenticata di tirare la
corda del water’, loro pensano
dentro di sé: ‘Ma che razza di
poeta è questo?’. Bisogna
dispensare un sacco di energie
per sopportare questo genere di
cose. Durante quei quattro anni
ho semplicemente deciso che
non mi sarei unito al corteo che
caccia tutte le fighe in gonnella.
Tornavo a casa dal lavoro alla
mia birra e alla mia musica
sinfonica, a un posto per
dormire e alla mia macchina da
scrivere. Mi masturbavo molto
e scrivevo un sacco, quindi
penso che alla fine sia andata
bene così. Scrivere, dopotutto,
è più importante di qualsiasi
donna. Ma questo devo proprio
ammetterlo: farsi una sega dista
un pelo dalla cosa vera. Quando
sei con una che ti piace il sesso
è bello, c’è qualcosa che
succede dietro l’atto in sé, una
specie di scambio di anime, vale
la pena avere passato tutte le
grane che comporta…
perlomeno per il resto della
nottata, voglio dire, eccoti lì,
che ti stai masturbando, che
sborri da questo orrendo coso
viola con le vene in rilievo e
fantastichi sullo scoparti una
donna da cima a fondo, poi
finisci e ti butti sul letto e pensi:
‘Be’, non è stato poi tanto
male… ma manca qualcosa’. È
quello scambio di anime.”
È giunto il momento di
provare quanto prenda
seriamente la nomea di grande
amatore che ha nutrito lui
stesso con le sue storie. Lo
informo che Linda mi ha
raccontato spontaneamente che
“è un amante molto creativo.
Sono stata con lui cinque anni, e
se non fosse stato bravo mi
sarei sicuramente cercata
qualcun altro”.
“Be’, mi dichiaro colpevole su
questa cosa,” dice apertamente.
“Tanto vale che lo ammetta.
Sono un bravo amatore. O
almeno, lo ero l’ultima volta che
l’ho fatto, che non è molto
tempo fa. Ma credo che Linda
parli dell’esplorazione sessuale,
lavorare là in basso con la
lingua e inventarmi dei
movimenti creativi che non
avevo mai provato prima. È
come scrivere un racconto o
una poesia… non vuoi farlo allo
stesso modo ogni volta o diventa
noioso. È difficile da spiegare…
È solo una cosa istintiva che
mantiene quello che faccio
fresco ed eccitante. Come
magari farlo in piedi tanto per
spezzare il ritmo. Lo posso fare
con questo gran paio di gambe
che mi ritrovo. Quasi tutto il
resto di me fa schifo, ma le
gambe sono dinamite. E anche
le palle. Ho proprio delle palle
magnifiche. Sul serio, se il mio
cazzo fosse proporzionato alle
mie palle, sarei uno stallone di
prima categoria. Ma lasciando
perdere le mie palle,
l’immaginazione è la chiave di
tutto. È un atto creativo.”
Be’, ehm, Linda ha detto
anche che ha dovuto insegnarti
il sesso orale.
“Eh?”
Linda ha detto che non avevi
mai praticato, mmh, il
cunnilingus prima di incontrare
lei.
“Mmmmmmmh. Cristo. Non
poteva limitarsi a dire che ero
un grande amatore, vero?” Sulla
sua faccia sfuggevole si stampa
un’espressione arrabbiata o un
ghigno beffardo, difficile dire
quale dei due. “Va bene, è vero,
quando l’ho incontrata, una
delle prime cose che mi ha detto
è stata che dai miei racconti
capiva che non l’avevo mai
fatto. Non chiedermi come era
riuscita a capirlo. Comunque, ha
detto che era una grave
carenza nella mia educazione.
Abbiamo pianificato di
rimediare a questa cosa e ci
siamo riusciti. L’ho coperta con
la realtà della mia lingua, che ne
dici? Poi mi ha detto che dovevo
sperimentare queste mie nuove
tecniche su un’altra donna. Be’,
anche su questo aveva ragione.
Il che prova una cosa, però: non
è mai troppo tardi per un
vecchio per imparare nuovi
trucchi. Un’altra perla di
saggezza di Bukowski.”
La birra è finita e Bukowski
ha fame. Si alza e fa una
domanda che esce più come un
ordine: “Che ne dici di uscire a
mangiare qualcosa? Non ho
mangiato da quando ho
cominciato a bere birra e quindi
è già da un bel po’”. Qualche
minuto più tardi serpeggiamo
lungo Western Avenue sulla sua
Volkswagen blu del ’67
(“Guiderò questa figliadiputtana
finché si disintegrerà”), diretti,
dichiara lui, nientepopodimeno
che a un baracchino del Pioneer
Chicken. “Sono anni che vado lì
quando sono ubriaco e non ho
roba da mangiare in casa. La
cosa importante è che devo
stare attento a quelle luci rosse
nello specchietto retrovisore.
Non posso permettermi di
essere beccato… potrei perdere
la patente. E se mi fermano?
Cosa gli dico, che sono Charles
Bukowski, uno dei più grandi
poeti al mondo? Che ho due
palle magnifiche? Credi che gli
uomini in blu ci caschino?”
Un’auto davanti a noi che si
era fermata al semaforo rosso
non riparte con il verde.
Bukowski libera un fiume in
piena fuori dal finestrino.
“Muoviti, figlio di puttana!
Muovilo! Muovi il culo!” Quello
dell’altra macchina si guarda in
giro nervosamente e alla fine
riparte. “Hai visto quello
stronzo? Scommetto che è un
turista, probabilmente di
Chicago… Già, amo questa
città. Be’, non è che la ami, ma
è l’unico posto dove voglio
vivere. Non potrei scrivere da
nessun’altra parte. Spero di
morire qui. Non subito, magari
quando avrò ottant’anni. Mi
sembra un’età ragionevole per
morire. Quindi mi restano altri
venticinque anni. Posso scrivere
un mucchio di roba in
venticinque anni. Ehi, stasera
mi sento bene. Stasera mi sento
come se potessi farcela ad
arrivare agli ottanta. Ho
qualche problema di stomaco, il
mio fegato è troppo carico e le
mie emorroidi minacciano di
conquistare il mondo, ma al
diavolo. Ce la farò. Sono
abbastanza testardo per
farcela.”
Arriviamo al Pioneer Chicken
e ordiniamo due cene a base di
gamberetti. Seduti a un tavolino
fuori, mangiamo gamberetti e
patatine fritte molli, Bukowski
diventa riflessivo, parla
spontaneamente del suo
passato, speculando sugli effetti
delle botte ricevute dal padre,
ricordando i giorni trascorsi a
vagabondare. Ubriaco, stanco e
scarmigliato fissa una giovane
coppia che ci passa di fianco e
poi, con tono confidenziale dice:
“Sai, mi sono sentito un po’
irreale e strano per tutta la
vita. Ho sempre avuto problemi
ad andare d’accordo con la
gente. Sono sempre stato il
figliodiputtana… quello che dice
la cosa sbagliata e fa rimanere
male la gente. A volte mi
sembra proprio di non fare
parte di questo mondo”. Fa una
pausa. “Dico che la gente non
mi piace, ma in realtà mi
ricarico quando sono in mezzo a
loro. Nel mio vecchio
appartamento stavo sempre con
la finestra aperta, scrivevo e
guardavo fuori sul marciapiede
la gente passare. E inserivo la
gente nelle cose che stavo
scrivendo. Forse adesso che sto
avendo un minimo di successo
posso rilassarmi e dire qualcosa
di gentile alla gente ogni tanto
invece di fare sempre lo
stronzo.”
Smette di parlare, mi guarda,
sta per ricominciare, poi pensa
sia meglio di no; forse sta
pensando che ha già detto
troppo. Il suo momento di
riflessione se n’è andato. “Ah, al
diavolo tutto, mangiamoci i
gamberetti e guardiamo le
donne che passano.”
Rientriamo a casa e
parcheggia vicino al suo
bungalow. Sul marciapiede ci
stringiamo la mano. “Senti,
ragazzo,” dice, “io non ho amici,
ma ho tanti conoscenti. Così
adesso anche tu sei un
conoscente.”
“Bukowski,” dico, “non sei poi
tanto male… per essere uno
stronzo.”
Ride, scuote la testa e si
allontana verso il suo
appartamento e la sua
solitudine.
Glenn Esterly, Buk: The Pock-
Marked Poetry of Charles Bukowski –
Notes of a Dirty Old Mankind,
“Rolling Stone”, Issue 215, June 17,
1976, pp. 28, 30-31, 33-34.
Faulkner, Hemingway, Mailer…
e adesso Bukowski?!
Ron Blunden
1978

“Uno dei nuovi santi bizzarri


della letteratura del XX secolo.”
(Philippe Sollers, “Le Nouvel
Observateur”) “La cosa
migliore che è successa
all’America dai tempi di
Faulkner e di Hemingway.”
(Cavanna, “Charlie Hebdo”) “La
cosa migliore che è successa
alla letteratura americana dopo
Norman Mailer.” (Andre
Berkoff, “Lui”) “Un truculento
martire del sogno americano.”
(Micheal Braudeau,
“L’Express”) “Si spinge più in là
nella sincerità, nella confusione,
nell’oscenità, nella
provocazione feroce e gioiosa e
nella mitizzazione e le
trasforma più di Céline, Miller,
Burroughs e Kerouac.” (Paul
Morelle, “Le Monde”)
Lo scorso venerdì sera, al
popolare programma letterario
televisivo Apostrophes,
quest’uomo inchiodato per
essere idolatrato al crocifisso
della fama ha scalpitato e
sospirato prima di essere
protagonista di una gravosa
settimana di esposizione
pubblica a Parigi incontrando un
ambiente prevedibilmente
sfavorevole. Charles Bukowski,
sbronzo al punto da non sapersi
esprimere coerentemente e
completamente fuori di testa,
bofonchiava irrazionalmente ma
con calcolata maleducazione
insignificanti vaghi ricordi
contro gli altri ospiti, si è tolto il
microfono, e barcollando è
andato dietro le quinte aiutato
dai suoi amici venti minuti prima
della fine del programma – con
grande gioia del conduttore
Bernard Pivot, che continuava a
ripetere con malcelata
soddisfazione che “il grande
scrittore americano non era ’sto
grande bevitore, dopotutto”.
“Signore e signori,” con il suo
ghigno affettato
condiscendente, “l’America è
messa proprio male, vero?”
E così, sembrava che tutti
avessero una ragione per
essere soddisfatti. Bernard
Pivot ha dimostrato la sua tesi,
o ha pensato di averlo fatto. (In
seguito ha ammesso che le cose
gli erano un po’ sfuggite di
mano.) Gli intellettuali di
sinistra di Parigi che idolatrano
Bukowski fin da quando
l’avevano scoperto due anni
prima sono stati deliziati da
come lo scrittore ha
interpretato il ruolo di vecchio
sporcaccione.
Per quanto riguarda Bukowski
– be’, forse è l’unico ad avere
perso. Non perché è stato
fregato da Pivot, o da qualcun
altro – sicuramente ha fatto ciò
che la maggior parte della gente
desidererebbe fare quando è
intrappolata in una tale
mediocrità verbosa: andarsene.
(Forza, Cavanna, ammetti che
questo pensiero ti è passato per
la mente!) Bukowski potrebbe
essere un perdente perché
l’idea che lo sta corrucciando è
che non importa quanto siano
spesse le mura dell’indifferenza
delle quali ci si circonda, non
importa quanto te ne freghi dei
giudizi, non si può negare il
semplice fatto terrificante che
avere successo è come mettere
la propria anima all’asta.
Semplicemente non appartieni
più a te stesso; altre persone, i
critici, gli editori, i lettori
nutrono, in ogni senso, un
interesse per te.
Mailer, Faulkner,
Hemingway… ma Charles
Bukowski? Specialmente per gli
americani, la maggior parte dei
quali non ha mai sentito parlare
dell’oscuro poeta-scrittore che
gode di smodata fama in
Europa, l’idea risulta
particolarmente
incomprensibile. Bukowski
l’immigrato tedesco giunto negli
Stati Uniti all’età di due anni, ha
conquistato una discreta fama
locale come curatore di una
rubrica per la rivista di
controcultura di Los Angeles
“Open City”. La sua rubrica,
Taccuino di un vecchio
sporcaccione, è stata in seguito
pubblicata sotto forma di
raccolta di racconti. Questo è
successo dopo un decennio
intenso di bevute che l’ha fatto
finire al County General
Hospital di Los Angeles con un
fegato dalle dimensioni e dal
colore di un’anguria. Che sia
stato l’alcol o i quattordici anni
che ha passato lavorando come
postino a provocare maggior
danno alla sua sanità mentale è
tuttora materia di discussione.
Entrambe le cose, comunque,
hanno aiutato in maniera
massiccia a trasformare
Bukowski in uno scrittore di più
di venti libri amari, cinici, osceni
e spesso commoventi sia di
poesia sia di prosa. Scrive della
gente che conosce meglio:
vagabondi, barboni, puttane,
cazzoni, marchettari, gente
persa, vite sprecate, orge e
risse tra ubriachi. Il titolo di uno
dei suoi libri: Erections,
Ejaculations, Exhibitions, and
General Tales of Ordinary
Madness [Storie di ordinaria
follia, Feltrinelli, Milano 2013]
dà un’idea piuttosto precisa dei
temi che tratta.
Bukowski, appena uscito
dall’ospedale, ha subito
ricominciato a bere, e si può
capire dal ritmo dei suoi
racconti quanti bicchieri si è
fatto mentre li scriveva. Alcuni
sono duri, aggressivi, un po’
stridenti. Sono stati scritti
troppo presto, a inizio serata.
Altri, quelli che sono stati
elaborati troppo tardi, sono
fluidi, intrisi di
autocommiserazione e spesso
incoerenti. Ma qualcuno è
semplicemente perfetto:
divertente e commovente, crudo
e sboccato, con una
determinazione e un senso e un
ritmo che fanno fluire le energie
in modo sorprendente, proprio
come deve essere stato di
sicuro per Bukowski mentre li
scriveva. In queste occasioni ci
vuole uno veramente frigido
come il critico del “Figaro” Jean
Chalon per negare che
Bukowski abbia qualsiasi tipo di
talento.
Perfino lo stesso Bukowski, i
cui scritti negli Stati Uniti
raramente sono usciti dal
circuito delle riviste
underground costituito da
pubblicazioni quali “Nola
Express”, “The Evergreen
Review”, “Knight” e “Berkeley
Barb” e che è rimasto
virtualmente sconosciuto
all’establishment letterario
della Costa Est, è stato il primo
a rimanere sorpreso
dall’improvviso successo in
Europa. L’anno scorso, quando è
stato pubblicato il suo primo
libro tradotto in francese,
Taccuino di un vecchio
sporcaccione, è diventato di
colpo un caso editoriale (con un
piccolo aiuto, si potrebbe
sottolineare, di un genio
sconosciuto che ha utilizzato
falsi consensi di Genet e di
Sartre per diffondere il lavoro
di Bukowski nella comunità
intellettuale). Sebbene qui le
vendite siano ancora modeste, i
critici si sono avventati su di lui
come locuste, paragonandolo a
Céline, Miller, Artaud, Kerouac,
Faulkner – di’ un nome a caso, e
loro l’hanno già utilizzato. Il suo
posto lo attende nei loro ben
curati cimiteri culturali come
una tomba aperta. E l’uomo che
ho conosciuto la settimana
scorsa in un piccolo hotel a
Saint Germain des Prés sembra
proprio spaventato.
Bukowski lo chiamava in
modo diverso. Lo chiamava
“disgusto”. Va bene così.
D’altronde quanto ci si può
permettere d’essere onesti con
se stessi? Vedete, non doveva
andare così. Charles Bukowski
doveva continuare a bere, a
scopare e a scrivere nel suo
cadente quartiere dimenticato
tra Sunset Boulevard e
Western, arrivando a malapena
al giorno successivo, finché un
giorno sarebbe crepato per
cirrosi o per infarto mentre
scopava. Ma invece l’Europa,
quella vecchia puttana, si è
messa di mezzo, con i suoi
imbrogli e i suoi vecchi punti da
mettere a segno. E poi le
benedette piccole
preoccupazioni di sopravvivenza
quotidiana sono state oscurate
da qualcosa di molto più
seccante, quando Bukowski si è
reso conto dell’imminente
pericolo di essere idolatrato
fino alla morte.
Fatto sta che la nostra era la
sua decima intervista della
giornata, e lui non era proprio
fresco come la rugiada
mattutina. Apparentemente
aveva cominciato a bere presto
(troppo presto, ha confidato
Linda King [sic! Linda Lee
Beighle], sua attuale fiamma e
infermiera tuttofare) e lo
spinello [sic! beedi, sigaretta di
tabacco avvolta a mano in
foglie] che continuava a
riaccendersi non era
sicuramente il primo. I suoi
occhi – o quello che riuscivo a
vedere attraverso le fessure
della faccia che assomigliava a
Dresda dopo i bombardamenti
(“Non credi che abbia la più
bella gueule, chérie?”)
scintillavano e parlava a bassa
voce con un brontolio
biascicato. Eppure dietro tutto
questo si riusciva a intuire
qualcosa di insensibile e di
letale che ti ci faceva pensare
su due volte prima di portarlo a
fare un giro con te. Bernard
Pivot, che continuava a dirgli
“Stai zitto” durante il
programma, probabilmente non
saprà mai quanto sia andato
vicino ad avere il suo bel naso
televisivo spaccato.
Bukowski ha cominciato
l’intervista piuttosto
prevedibilmente, lamentandosi
di come è stato accolto in
Francia.

BUKOWSKI Gli intellettuali


cercano di collegarmi alle figure
letterarie del passato… Walt
Whitman, Melville… Dio, mi
annoiano a tal punto. Cercano di
catalogarmi. Provo a dire no,
non potete etichettarmi. Sono
un tipo solitario, vado avanti per
conto mio. Ma non serve a
niente. Continuano a chiedermi
di Kerouac e se ho incontrato
Neal Cassady o meno, e se
quella volta ero o non ero con
Ginsberg e così via. E devo dire
no, ero ubriaco e bevevo
durante tutto il periodo beat,
allora non scrivevo. E
naturalmente rimangono delusi.
I francesi sono particolarmente
impazienti di associarmi al
movimento beat per qualche
ragione.

METRO Be’, i francesi si sentono


in colpa riguardo il fenomeno
beat. Qui nessuno sapeva che
esistessero negli anni cinquanta,
e quando i francesi
all’improvviso hanno scoperto
che c’era qualcosa che stava
succedendo fuori dalla loro
porta e che stava lasciando un
segno nella storia della
letteratura era ormai troppo
tardi. Tutti i beat erano morti o
finiti. Ma adesso hanno per le
mani Bukowski. Assomiglia a un
beat, odora come un beat e con
un po’ di fortuna sarà ancora
vivo la settimana prossima per
rilasciare interviste…

BUKOWSKICapisco cosa vuoi dire.


Presumibilmente sono l’ultimo
esemplare sopravvissuto di una
specie estinta. Che scocciatura.
Cercano di collegarmi anche al
movimento punk. Non so
neppure cosa sia il punk… non
ne riconoscerei uno neanche se
mi mordesse. Ma comunque
credo di essere più vicino ai
punk che ai beat. Non mi
interessano queste stronzate
parigine da bohémien, da
Greenwich Village. Algeri,
Tangeri… queste romanticherie
strappa-applausi. Sono stanco di
etichettature. Tutto quello che
voglio fare è continuare a
scrivere come ho fatto finora
senza stare a preoccuparmi di
etichettature, di ciò che dicono,
di ciò che vogliono.
METRO Il successo ti ha reso le
cose più difficili?

BUKOWSKI Direi che le ha rese


più facili e più difficili allo stesso
tempo. Credo di essere troppo
vecchio e di averne passate
troppe per essere fregato dalle
lodi e dalla fama e da tutto il
resto. Ho vissuto in una
catapecchia di cartone ad
Atlanta, Georgia, per un dollaro
e venticinque centesimi al
giorno, senz’acqua ed
elettricità. Non avevo neanche
la macchina da scrivere.
Scrivevo sui bordi di giornale, e
nonostante questo sapevo già di
essere uno scrittore
eccezionale, anche se non c’era
nessuno lì pronto a dirmelo se
non io stesso. È arrivato tutto
troppo tardi per me per non
essere sospettoso. E ci sono
degli effetti collaterali
spiacevoli. Mi arrivano lettere
d’odio. Telefonate d’odio. Ho
gente che mi odia e che mi vuole
uccidere. E la gente si aspetta
che io sia sempre conforme alla
mia immagine.
In America, adesso,
pretendono che io sia quasi
sempre ubriaco e nei bassifondi,
che viva con una puttana
trasandata con grosse tette e
tutto il resto. Ma ho diritto ad
avere una vita mia. E anche se
un tempo ho vissuto così, ho
diritto di cambiare. Non voglio
seguire l’immagine che si sono
fatti di me. Diventa molto noioso
scrivere sempre sulle stesse
cose. Quante volte posso
scrivere della puttana che mi ha
tirato una bottiglia in testa? Mi
piace cambiare.
METRO Ma supponendo che
essere pubblicato sia un
tentativo di comunicare, puoi
evitare di dare risposte più di
quanto puoi evitare di vedere la
tua immagine riflessa quando ti
guardi allo specchio?

BUKOWSKI Non scrivo per


comunicare. Scrivere per me è
come cagare o grattarmi. Lo
faccio perché devo. Poi se c’è
qualcuno disposto a pagarmi per
questo, ben venga. Ma
fondamentalmente, scrivo per
salvare me stesso. È un atto di
egoismo. Adesso si fa avanti la
sinistra… e tentano di
accomunarmi a loro. Si fanno
avanti i punk… e tentano di
accomunarmi a loro… Ma non
sono qui per essere parte di
qualcosa. Sono qui solo per
scrivere la pagina successiva.
È molto difficile spiegare alla
gente che scrivo, e poi finisce lì.
Continuano a ritornare su quello
che ho scritto e a dire: “Volevi
dire questo, volevi dire quello”,
e io devo dire loro che no, non
volevo affatto dire quello, anche
se magari avrebbe reso il
racconto più bello. Non voglio
prendere la paternità di ciò che
loro vogliono vedere. La mia
idea di vita è la pagina
successiva, il paragrafo
successivo, la frase successiva.
Se smetti di avere questa
attitudine, smetti di comportarti
come una molecola vivente. Sei
morto. Una volta che il mio
racconto è stato srotolato dalla
macchina da scrivere, diventa
inutile per me. Può essere utile
per qualcun altro, ma non per
me. Un giorno il mio editore mi
ha detto che potrei vivere di
diritti d’autore e che dovrei
riposarmi e rilassarmi. Stava
solo scherzando, naturalmente,
ma io ho detto: “Eh, no, bello,
impossibile! Devo farlo domani,
devo farlo stasera!”. Questo è il
mio modo di vivere.
METRO Ma che ti piaccia o meno
hai alcune responsabilità per
quello che hai scritto?

BUKOWSKI Sì, sembra di sì. Me ne


sono accorto. A volte sono
disgustato per come viene
utilizzato o frainteso ciò che ho
scritto. Mai rabbia,
ricordatene, solo disgusto.

METRO Ti aspettavi di essere così


esposto ai riflettori quando sei
venuto in Francia?
BUKOWSKI No, sono stato preso
alla sprovvista. Non sospettavo
che fosse così bello… o così
brutto… fino a quando sono
arrivato. Mi aspettavo grande
popolarità in Germania, perché
lì le mie vendite sono alte… tipo
centomila copie vendute nel giro
di cinque mesi. Non potevo
andare da nessuna parte in
Germania senza che la gente si
voltasse e mi fissasse. A un
certo punto sono andato in un
negozio a comprare un
impermeabile e il commesso ha
detto: “Ehi, sei Charles
Bukowski?”. E ho dovuto fargli
l’autografo. La gente continuava
a riconoscermi nei posti più
impensati. Non avrei mai potuto
crederlo possibile, nonostante
sapessi che ero molto più
famoso lì che negli Stati Uniti.
Qui in Francia sembra più un
riconoscimento della critica che
un successo da passaparola.
Ma se la mia scrittura si deve
fondare su qualcosa preferisco
che sia sull’uomo comune che
prendendo un mio libro dice:
“Mi piace questo”, piuttosto che
sul critico che dice: “Questo è
molto bello”. Non mi aspettavo
così tanta gente, così tante
interviste. Avrei preferito che
non ce ne fossero così tante. La
gente continua a chiedermi
come trovo Parigi. Ma sai, non
abbiamo neppure svoltato
l’angolo, non abbiamo visto
niente di Parigi. Sono rimasto
chiuso qui dentro a dare
interviste tutta la settimana,
interviste ai comunisti, ai
sinistrorsi, a “Le Monde”, di
qualsiasi fazione sia… adesso è
un po’ troppo per me. Io sono un
uomo comune, semplice. Sono
geniale ma con un comune
denominatore molto basso.
Sono semplice, non sono
profondo. Il mio genio è
confinato nell’interesse per le
battone, per gli operai, per gli
automobilisti per la strada… per
la gente sola, sconfitta,
abbattuta. Tutte queste persone
sono quelle che mi piacerebbe
leggessero la mia roba, e non
voglio vedere troppi commenti
eruditi, troppe critiche, o troppe
lodi frapporsi tra me e loro.

METRO Sentivi già di essere un


genio quando eri in quella
catapecchia ad Atlanta o la
scoperta è arrivata con il
successo?
BUKOWSKI L’ho sempre saputo, fin
dall’asilo, in effetti. Mi ricordo
che pensavo quanto fossero
strani gli altri bambini. C’era
qualcosa che non andava in
loro. Erano la massa. Io odio la
massa.

METRO Non credi che essere


nato all’estero abbia avuto un
certo peso?

BUKOWSKI Oh, certo. Ero il


fuorilegge. Una delle cose
peggiori che hanno fatto per me
i miei genitori è stata
comprarmi un costume da
indiano, completo di penne,
bandana e ascia da guerra.
Eccomi lì con il mio accento
tedesco, travestito da
stramaledetto indiano mentre
tutti gli altri bambini erano
vestiti da cowboy. Questo mi ha
messo in una situazione spinosa,
credimi. Ma sono diventato
davvero bravo con quell’ascia.
Ha fatto molti più danni delle
loro pistole giocattolo. Ora,
immagino che si potrebbe dire
che la mia macchina da scrivere
è la mia ascia da guerra.
METRO Odi le persone, in
generale?
BUKOWSKI No, anzi direi il
contrario. Però come dicevo
odio la massa. La massa è
merda, e più grande è la massa,
più la merda puzza. Immagina
dodici uomini in un bar che
bevono e scherzano. Mi
disgustano, non hanno identità,
non hanno una vita propria. Ma
prendi ciascuno di questi uomini
da solo, ascolta ciò che ha da
dire, capisci ciò che lo
disturba… e hai un essere
umano unico. Su questo si fonda
la mia scrittura. E anche sul
fatto che deve esserci
qualcos’altro. Sono un
sognatore, mi piacerebbe un
mondo migliore. Ma non so
come renderlo migliore. La
politica non è la soluzione. Il
governo non è la soluzione. Non
so quale sia la soluzione. Sono
solo scoraggiato dal fatto che
uomini e donne debbano vivere
le vite che vivono. È doloroso
per loro ed è doloroso per me,
ma non so come uscirne. Così
l’unica cosa che posso fare è
scrivere del dolore che si prova.

METRO I francesi devono farti


soffrire un po’ con il loro
prefissarsi un obiettivo nella
vita e pensare a come
raggiungerlo.
BUKOWSKI Già. Sai, una volta ho
scritto una poesia. Nella poesia
ero seduto in un caffè a Parigi,
ero un autore acclamato, e mi
chiedevano: “Come fai a farlo?
Perché lo fai?”, e mi limitavo a
ridere e nella poesia avevo un
bastone… credo di essere
venuto qui troppo presto, non mi
serve ancora – e non rispondevo
alle domande. Invece battevo
forte il bastone sul sedere della
cameriera francese.
Ron Blunden, Faulkner,
Hemingway, Mailer… And Now
Bukowski?!, “The Paris Metro”,
October 11, 1978, pp. 15-16.
Shakespeare non l’ha mai fatto
Charles Bukowski
1979

Per essere svegliati da Rodin


che diceva che ci sarebbe stata
un’intervista alle 11 nel patio.
“Un giornale molto
importante…” “Va bene,” ho
detto, non sapendo che ci
sarebbero state dodici
interviste in quattro giorni. Le
interviste del mattino erano
sempre le più dure, con il
doposbronza e con me che
cercavo di tenere la birra nello
stomaco. No, nessuna idea del
perché sono uno scrittore. No,
che io sappia quello che scrivo
non ha significati reconditi.
Céline? Oh, certo. Perché no?
Se mi piacciono le donne? Be’,
in generale preferirei
scoparmele piuttosto che vivere
con loro. Cosa penso sia
importante? Buon vino, buon
impianto idraulico e potere
dormire fino a tardi alla
mattina. Se mi state
disturbando? Ovviamente sì.
Credete che cominci a
raccontare bugie a cinquantotto
anni? Offritemi da bere. No, non
fumo droga. È uno Sher Bidi da
Jabalpur, India…
Uno degli ultimi intervistatori
era il capo dei punk di Parigi. Si
è presentato con un completo di
pelle pieno di cerniere. Ha
detto che era giù di brutto, che
gli serviva una pera di eroina
per tirarsi su. Gli ho detto che
non ne avevo. Aveva con sé un
registratore. Abbiamo bevuto
birra con cubetti di ghiaccio. Gli
ho fatto io l’intervista mentre lui
continuava ad aprire e a
chiudere le cerniere. Ero stufo
di essere intervistato. Gli ho
chiesto se la madre fosse
ancora viva, e molto altro. Una
delle cose più belle che ha detto
è stata che gli piaceva
l’inquinamento…
5

Il venerdì sera dovevo


partecipare a un programma
televisivo molto popolare,
trasmesso in tutta la nazione.
Era un talk show di novanta
minuti sulla letteratura. Ho
preteso che mi fornissero due
bottiglie di buon vino bianco
mentre andavamo in onda. Tra i
cinquanta e i sessanta milioni di
francesi guardavano quel
programma.
Ho cominciato a bere già nel
tardo pomeriggio. La prima
cosa che ricordo dopo è che
Rodin, Linda Lee e io stavamo
passando il servizio di
sicurezza. Poi mi hanno portato
dal truccatore. Mi ha applicato
diverse ciprie che sono state
subito sconfitte dall’unto e dai
buchi della mia faccia. Lui ha
sospirato e mi ha fatto segno di
andare. Eravamo seduti in
gruppo e aspettavamo che
cominciasse il programma. Ho
stappato una bottiglia e ne ho
buttato giù un sorso. Non male.
C’erano tre o quattro scrittori
oltre al moderatore. E anche lo
strizzacervelli che aveva fatto
l’elettroshock ad Artaud.
Dicevano che il moderatore era
famoso in tutta la Francia, ma a
me non sembrava granché. Ero
seduto vicino a lui che batteva
un piede. “Cosa c’è?” gli ho
chiesto. “Nervoso?” Non ha
risposto. Ho versato un
bicchiere di vino e gliel’ho
messo sotto il naso. “Tieni, fatti
un goccetto… ti sistemerà lo
stomaco…” Lo ha allontanato
con sdegno.
Ed eccoci in onda. Avevo un
marchingegno nell’orecchio in
cui il francese veniva tradotto in
inglese. E io venivo tradotto in
francese. Ero l’ospite d’onore,
quindi il moderatore ha
cominciato con me. La mia
prima dichiarazione è stata:
“Conosco un mucchio di scrittori
americani ai quali piacerebbe
essere in questo programma
adesso. Invece per me non
significa granché…”. Detto
questo il moderatore è passato
subito a un altro scrittore, un
liberale di vecchia data che era
stato tradito e ri-tradito, ma che
aveva comunque mantenuto
intatta la sua fede. Io non avevo
inclinazioni politiche ma ho
detto al vecchio ragazzo che
aveva un bel muso. Parlava
senza smettere un attimo. Lo
fanno sempre.
Poi ha cominciato a parlare
una scrittrice. A quel punto
avevo bevuto un bel po’ di vino
e non ero sicuro su cosa
scriveva, forse sugli animali, sì,
mi pare storie di animali. Le ho
detto che se mi avesse mostrato
più gambe forse sarei stato in
grado di capire se era una
brava scrittrice o meno. Non
me le ha mostrate. Lo
strizzacervelli che aveva fatto
l’elettroshock ad Artaud
continuava a fissarmi. Ha
cominciato a parlare qualcun
altro. Uno scrittore francese
con i baffi a manubrio. Non
diceva nulla ma continuava a
parlare. Le luci erano sempre
più luminose, di un giallo
malefico. Avevo caldo sotto
quelle luci. La cosa che ricordo
è che poi vago per le strade di
Parigi e c’è un rombo continuo,
spaventoso e luci dappertutto.
Ci sono diecimila motociclisti
per la strada. Pretendo di
vedere qualche ragazza del
cancan ma mi riportano in
albergo con la promessa di altro
vino.
6

Il mattino successivo mi
sveglia lo squillo del telefono.
Era il critico di “Le Monde”.
“Sei stato grande, bastardo,” ha
detto, “quegli altri non
riuscivano neanche a
masturbarsi…” “Che cosa ho
fatto?” ho chiesto. “Non ti
ricordi?” “No.” “Be’, lasciatelo
dire, non c’è un solo giornale
che abbia scritto contro di te.
Era ora che alla televisione
francese si vedesse qualcosa di
autentico.”
Dopo che il critico ha
riagganciato mi sono rivolto a
Linda Lee. “Cosa è successo,
piccola? Cosa ho fatto?”
“Be’, hai agguantato una
gamba della signora. Poi hai
cominciato a bere dalla
bottiglia. Hai detto un po’ di
cose. Erano piuttosto
interessanti, soprattutto
all’inizio. Poi il tizio che
conduceva il programma non ti
lasciava parlare. Ti ha messo
una mano sulla bocca e ha
detto: ‘Zitto! Zitto!’.”
“Cosa ha fatto?”
“Rodin era seduto vicino a
me. Continuava a dirmi: ‘Fallo
stare buono! Fallo stare
buono!’. Non ti conosce proprio.
Comunque alla fine ti sei
strappato l’auricolare della
traduzione, hai buttato giù un
ultimo sorso di vino e te ne sei
andato dalla trasmissione.”
“Proprio come un cafone
ubriaco.”
“Poi quando sei arrivato al
servizio di sicurezza hai
afferrato uno degli agenti per il
colletto. Poi hai estratto il
coltello e li hai minacciati tutti.
Non capivano se scherzavi o
meno. Ma alla fine ti hanno
acciuffato e ti hanno buttato
fuori.”
Sono andato in bagno a
pisciare. Povera Linda Lee. In
Germania e in Francia, sia nei
quotidiani sia nelle riviste era
sempre citata come Linda King,
una mia ex con la quale non
stavo più già da tre anni. Questo
le faceva proprio male. Anche a
me darebbe fastidio essere
chiamato con il nome di un
altro, specialmente se di un ex.
E quando lo dicevo agli
intervistatori – “A proposito, lei
è Linda Lee, non Linda King…”
– non la citavano mai. Io
sostengo che qualsiasi donna
che sopporta di vivere con me
dovrebbe essere almeno
chiamata con il nome giusto.
Quando sono uscito dal bagno
il telefono continuava a
squillare. Una chiamata era di
Barbet Schroeder, mio amico e
regista di diverse pellicole
stravaganti e insolite. “Sei stato
grande Hank,” ha detto. “Non si
era mai visto nulla di simile alla
televisione francese.” “Grazie
Barbet, ma mi ricordo molto
poco della serata.” “Mi stai
dicendo che hai fatto quelle
cose senza renderti conto di
farle?” “Sì, divento così quando
bevo.”
Io e Linda Lee avevamo
l’abbonamento Eurail. Era
tempo di lasciare Parigi.
Qualche settimana prima
eravamo stati invitati ad andare
a trovare lo zio di Linda a
Nizza. Lì c’era anche sua
madre. Perché no?
15

[…] Ci hanno dato la camera


in albergo e io ho tirato fuori le
poesie chiedendomi se sarei
riuscito a fregarli ancora una
volta. Poi ha squillato il
telefono. Era Carl. Diceva che
poteva essere una buona idea
andare alla Markthall
[Markthalle, sempre così nel
testo] a fare la prova microfono
e cose del genere. Ho detto va
bene, e lui è arrivato in
macchina. Io e Linda Lee siamo
scesi alla Markthall e siamo
saliti sulla rampa. Ci stavano
aspettando: giornalisti televisivi
con telecamere e domande. Non
me lo sarei proprio immaginato.
Mi sentivo come un politico. Mi
hanno seguito sulla rampa con
le loro telecamere e i loro flash,
e i cronisti avevano dei piccoli
taccuini in mano sui quali
annotavano le mie risposte alle
loro domande. Ho risposto ad
alcuni di loro, poi con un cenno
li ho mandati via.
Dentro mi hanno fermato
ancora. Una ragazza di
un’emittente televisiva
austriaca. Tavoli, luci. Mi sono
seduto. Volevano sempre
qualcosa di più delle poesie e
questo era privo di senso
perché le poesie lo dicevano
meglio. Troppi scrittori sono
diventati insegnanti, guru; si
sono dimenticati della loro
macchina da scrivere.
La ragazza mi ha guardato:
“Voglio farle qualche domanda,
signor Bukowski”.
“Prima di parlare mi serve
una bottiglia di vino.”
Ha fatto un cenno a uno della
sua troupe che è corso via. È
tornato subito con una bottiglia
di rosso, una pessima bottiglia
di rosso. Ho preso un piccolo
sorso dal bicchiere, l’ho sputato
e ho detto: “Va be’, dai, va’
avanti”.
Ha attaccato subito con il
femminismo e la politica.
Seminava il percorso di
domande tranello sulle quali in
teoria avrei dovuto inciampare.
Non c’era nulla su cui
inciampare; le domande erano
noiose e ovvie. Forse lo erano
anche le risposte. Mi sentivo
assonnato e indifferente. Il vino
era vomitevole. Poi da sopra ha
cominciato a diffondersi La
marcia del patibolo. Mi
sembrava di essere alla
cerimonia di maturità delle
superiori. Mi veniva voglia di
aprire la cerniera e di
trastullarmi con le palle. Le luci
erano calde. Non me ne fregava
niente, non mi impegnavo.
Dicevo sì, dicevo no, dicevo può
essere e poi ho detto: “No, non
mi scoperei mia madre, è morta,
capisce, le sue ossa mi
graffierebbero la pelle, ma una
volta ho sognato di avere un
rapporto sessuale con mia
madre. La migliore polluzione
notturna che abbia mai
avuto…”. “No. Sì. No. No. Mi
piace Thomas Carlyle, la
Madama Butterfly e la
spremuta d’arancia con dentro
le bucce. Mi piacciono le
radioline rosse, gli autolavaggi, i
pacchetti di sigarette schiacciati
e Carson Mc-Cullers.” “No. NO !
No. Sì, naturalmente. Mick
Jagger? No, non mi piace la
bocca.” “Bob Dylan? No, non mi
piace il mento.”
L’intervista era terminata.
Mi sono alzato e sono andato
per il controllo telecamera-luci-
microfono e così via. Era tutto a
posto…
[…]
Charles Bukowski, Shakespeare
non l’ha mai fatto, Feltrinelli, Milano
2013, sezioni 4-6, 15, pp. 18-22, 43-
44.
Dichiarazioni di un vecchio
sporcaccione
Silvia Bizio
1981

Charles Bukowski sa di cosa


scrive. Di un uomo ai margini, di
un alcolizzato cronico, di uno
che vive la sordida vita notturna
di L.A.; Bukowski ha tratto a
piene mani dalla sua ricca
esperienza per produrre più di
trenta libri autobiografici di
poesia, racconti e romanzi.
E cantano. Lui possiede la
vagabonda vitalità di Kerouac,
lo schietto erotismo di Miller e
la stravagante filosofia ridotta
all’osso di Cain. Bukowski è
arrivato alla scrittura tardi,
dopo quattordici anni di lavoro
all’ufficio postale e un paio di
soggiorni prolungati in prigione
e in ospedale. Ma oggi, a
sessantun anni, è arrivato al
culmine del riconoscimento
ufficiale. I suoi racconti sono
diventati film, è un eroe
culturale in tutta Europa e il suo
ultimo romanzo, Donne, ha
venduto più di centomila copie
negli Stati Uniti.
E Bukowski va avanti. Come
l’anti-eroe dei suoi romanzi,
Hank Chinaski [Henry
Chinaski], va all’ippodromo tutti
i giorni e scrive di notte, con la
radio che diffonde musica
classica e la bottiglia che versa
succo d’uva rossa. Attualmente
Bukowski sta lavorando a un
romanzo sulla sua infanzia, un
brano del quale è riportato in
questo numero. Silvia Bizio, una
giornalista italiana, ha
incontrato Bukowski nella sua
casa di San Pedro, California,
all’incirca tra la nona corsa e la
quinta bottiglia.

HIGH TIMES La tua produzione


piace più in Europa che qui.
Come lo spieghi?

BUKOWSKI L’Europa è avanti


cento anni nel campo della
poesia, della pittura, dell’arte –
il che per me è una fortuna. Qui
non sono in molti ad apprezzare
il mio lavoro. Le femministe in
special modo mi detestano
perché non hanno letto tutto
quello che ho scritto, ma solo
alcune parti. Si infuriano a tal
punto che non riescono a
leggere la pagina seguente o il
racconto successivo. Non è
colpa mia, è colpa loro. Sono
subito pronte ad attaccare
senza addentrarsi nel mucchio
di stronzate che ho creato.

HIGH TIMESNon è solo con loro.


Sembra che tu abbia un sacco di
problemi anche con la sinistra in
generale.

BUKOWSKI Non piaccio alla


sinistra? Io sono un operaio, o
perlomeno lo sono stato.
HIGH TIMES Be’, almeno da quello
che ho visto qui in America.

BUKOWSKI Oh, in America? Non


mi piace la sinistra americana,
perché non sono altro che
scemotti ben nutriti del
Westwood Village che urlano
slogan. Sono troppo preoccupati
di trovarsi un impiego o la
marijuana o nuove ruote per le
loro auto o cocaina o di andare
in discoteca. Quindi non penso
che ci sia nessun tipo di
movimento underground
radicale in questo paese. Tutto
ciò che è underground radicale
è una propaganda dei media,
solo emerite stronzate; e
chiunque è coinvolto si getta
subito in qualsiasi altra cosa che
porti dei guadagni seppur
momentanei. Abbie Hoffman, e
tutti quegli imbroglioni. L’intera
sinistra in America è solo una
gloriosa stronzata
propagandistica, nulla a che
vedere con i Wobblies degli anni
venti [membri dell’International
Workers of the World]. La
sinistra americana è composta
da panzoni bianchi urlatori di
chissà dove – e sono così da
sempre. Almeno potevi parlare
con quegli altri, quegli
Wobblies. Berrei con loro; non
andrei con loro, però. Ma la
sinistra… non sanno cosa sia la
vera lotta. La lotta è nelle
strade. Io vengo dalla strada.
Capisco la strada. Ma le strade
sono le strade: non c’è molto
che puoi fare. Le strade sono
molto belle: Hollywood Est è
molto bella, Hollywood e
Western, Big Sam il tizio del
bordello. Le strade sono belle,
sono piene di gente, gente
meravigliosa, e non mi piacciono
i ricchi più di quanto non
piacciano a te. Puoi mettermi
cinquantamila dollari in banca, e
io ti dico ancora che i ricchi non
mi piacciono. Posso cenare
insieme a loro in qualche tavola
calda, il maître di sala può
sapere come mi chiamo, ma non
mi piacciono. Perché sono
morti. Non mi piace la gente
morta, anche se ha un milione di
dollari. Mi prendo il loro
milione, ma non mi prendo loro.

HIGH TIMES Credi che siano morti


per via dei loro soldi?

BUKOWSKI Credo che la cosa


aiuti. Ma i poveri muoiono per
la stessa ragione: mancanza di
quattrini. Diventano odiosi,
violenti. Quindi dobbiamo
tornare all’equazione originaria
che ho scritto cinquant’anni fa:
ci sono solo due cose sbagliate
sui soldi, se ne hai troppi o
troppo pochi. Anche quando li
hai giusti giusti, a volte non
funziona del tutto. Può essere
l’ambiente, o i geni, o la persona
con la quale vivi. Non funziona
mai niente.
HIGH TIMES Ti consideri apolitico?

BUKOWSKI Certo, non ho credo


politico. Perché dovrei? È come
avere i calcoli biliari: farseli
togliere costa soldi, quindi
perché averli?
HIGH TIMES So che non ti
piacciono le domande politiche,
ma questa ha a che fare con il
tuo lavoro. Credi che l’elezione
di Reagan porterà dei
cambiamenti nel mondo
culturale americano in generale
e la possibilità che non ti
pubblichino andando nello
specifico?

BUKOWSKI Non sono un politico,


voglio dire, non posso
prevedere, posso solo tirare a
indovinare e dire che la
situazione diventerà più
repressiva. La Maggioranza
Morale ha eletto il signor
Reagan – molti sono cristiani,
molti conservatori – e
naturalmente il signor Reagan
farà in modo che la
maggioranza dei loro desideri
venga rispettata. Ma a me non
frega un cazzo. Non influenzerà
il mio modo di scrivere, e non
penso che influenzerà le mie
pubblicazioni. La mia roba non
si può definire sporca in senso
fisico; la gente tende a
innervosirsi per ciò che scrivo,
tende a odiarmi. Alcuni poeti
“dell’establishment” in questo
paese… so per certo che mi
odiano. Sento il loro odio, e
penso sia una bella cosa:
dimostra che sto facendo
qualcosa. Ma, ovviamente, se
tutti mi odiassero, i miei libri
non venderebbero. Ma molta
della gente che mi odia compra i
miei libri. Immagino cosa stanno
pensando: “Bene, odio questo
tizio a tal punto che voglio
proprio vedere cosa scriverà
dopo!”. È come ai miei reading
di poesia: la metà delle persone
che vengono, mi odia. Se odiassi
qualcuno non andrei ai suoi
reading, me ne starei alla larga.
Bisogna che ci sia sempre
qualcuno che vuole ucciderti,
tirarti sotto con la macchina,
mutilarti, tranciarti le dita… uno
che non riesce a dormire la
notte quando ti pensa.
Naturalmente, con quelli che ti
odiano, arrivano anche quelli
che ti amano, hai presente?
“Oh, sei un grande Bukowski!
Oh, mi hai salvato la vita! Oh,
Bukowski! Oh, Bukowski!” Mi
dà il voltastomaco.

HIGH TIMES Quindi quasi


preferisci la gente che ti odia a
quella che ti ama?
BUKOWSKI Non esattamente ma…
sai, molte volte parlo e dico
cose che non penso veramente.
Odio dire qualcosa che significa
esattamente ciò che è, a meno
che non sia qualcosa di
eccezionalmente importante.
Non credi che sia noioso dire
sempre le cose come sono
realmente? Non voglio dire
semplicemente: “Oh, sì, è bello,
è fantastico”. Mi farebbe
sembrare troppo un politico.
Spesso dico cose che non penso
del tutto, ma quasi. A volte
scrivo perfino così. Quindi non
prendere tutto quello che dico
alla lettera, perché non è così.
HIGH TIMES Allora a volte ci hai
fregati con le cose che hai
scritto. È questo quello che stai
cercando di dire?
BUKOWSKI A volte frego perfino
me stesso. E a volte rifiutano
quello che scrivo, e dicono:
“Non va per niente bene,
Bukowski!”, e hanno ragione:
scrivo un sacco di cagate. Quasi
intenzionalmente scrivo un
sacco di cagate, per tirare
avanti, e la maggior parte delle
cose che scrivo non va, ma mi
mantiene in esercizio. Ma molta
roba è buona. Direi che il
settantacinque per cento delle
cose che scrivo è bello, il
quaranta, quarantacinque per
cento è eccellente, il dieci per
cento è immortale e il
venticinque per cento è merda.
Il totale fa cento?

HIGH TIMES Tornando alla


politica: anche se sostieni di
essere apolitico, certa gente
vede temi politici nei tuoi lavori.

BUKOWSKI Si sbagliano di grosso.


Non ho un grammo di
motivazione politica in me. Non
voglio salvare il mondo, non
voglio renderlo un posto
migliore. Voglio solo viverci e
parlare di ciò che succede. Non
voglio che le balene vengano
salvate, non voglio che gli
impianti nucleari vengano
smantellati e rimossi: qualsiasi
cosa ci sia, io sono a favore.
Posso dire che non mi piace, ma
non voglio cambiarlo. Sono
molto egoista. Ciò che disprezzo
di più sono cose come… sono in
macchina in autostrada, mi si
buca una gomma, e devo
scendere e cambiare quella
maledetta. Devo cambiare
corsia e non c’è nessuna corsia
alla mia destra, e devo arrivare
all’ippodromo. Quindi, vedi, non
ho sentimenti profondi, non ho
moti profondi. Non ho grandi
desideri di possedere qualcosa.
Voglio solo lavarmi i denti e
sperare che non mi cadano;
spero che mi si rizzi almeno una
volta l’anno prossimo: solo
piccole semplici cose. Non
ambisco alle cose grandi. Mi
bastano piccole cose, come il
vincitore della terza corsa dato
tre a uno: questo è tutto quello
che voglio. Nulla di veramente
magico; non voglio sconfinare
oltre i miei limiti.
HIGH TIMES Hai lavorato sul serio
tutti quegli anni alle poste?

BUKOWSKI Oh, sì! Undici anni e


mezzo di notte e due anni e
mezzo di giorno. Non riuscivo
mai a dormire di sera così
fingevo che fosse una specie di
festa notturna. Cominciavo a
lavorare il pomeriggio tardi.
Arrivavo già ubriaco e quella
gente era così stupida che non
riusciva neanche a capire se
fossi sbronzo o meno. E il mio
amico Spencer arrivava fatto di
droga, ed eravamo tutti e due
fuori di testa. Dicevo a Spencer:
“Me ne andrò da qui! Sono in
gamba a scommettere sui
cavalli!”. E adesso lo incontro
ancora all’ippodromo dopo
quindici anni. Lo incontro sulla
tribuna principale ed è mezzo
rimbambito, malato, confonde la
mia BMW con una Mercedes-
Benz e crede che mi derivi tutto
dalle corse. Un giorno mi ha
chiamato e mi ha detto: “Ho
sentito tutto di te. Vai in giro in
queste università e coglioni la
gente!”. Ho detto: “È proprio
così, Spencer”.
HIGH TIMES Mi hai dato
l’impressione di essere timido
quando ho parlato con te al
telefono l’altro giorno.
BUKOWSKI Be’, mi preoccupo per
Linda [Beighle, la ragazza di
Bukowski che nel 1985 sarebbe
diventata sua moglie]. A lei
sembra sempre che se parlo con
una donna prima o poi le voglia
saltare addosso. Tengo
moltissimo a Linda così non
voglio crearle nessun problema.
Quindi quando parlo con una
donna al telefono mantengo un
profilo molto basso: “Sì, no,
okay”. Non dico: “Vuoi venire
qui da me a farmi un’intervista?
Preparerò del vino, la legna nel
camino acceso, e sarò tutto
solo, autograferò qualsiasi cosa
mi porterai, con un pennarello
nero, con una dedica molto
lunga…”. Quindi sto sempre
molto attento nel farle capire
che sono con qualcuno…

HIGH TIMES Ti chiamano molte


donne?
BUKOWSKI Be’, adesso non più: mi
sto nascondendo. Le donne
arrivano, piene di vita, poi
all’improvviso per esempio, be’,
quando è ora che questa cosa
esca dal corpo la faccia cambia
completamente, il sorriso
sparisce, perfino il sesso diventa
brutto. Non lo so, dico che circa
trentun giorni dopo il primo
incontro, salta fuori un
diavoletto e anticipa quello che
sta per arrivare e poi sparisce e
tu pensi che ti stai immaginando
tutto. E sei mesi più tardi il
diavolo salta fuori sul serio e
rompe le finestre e ti accusa di
un sacco di cose che non hai
fatto. È una specie di… la
chiamerei energia femminile
nervosa nevrotica che si scaglia
su di me, il che può andare
anche bene. Bisogna soffrire
per vivere con qualcuno.
Bisogna pagare per un briciolo
di gioia temporanea. Quindi so
che queste cose succederanno,
ma ogni volta penso: “Ho già
visto questo film”. Ma sono
sicuro che la donna sente le
stesse cose: “Oh, no, era già
successo con Ralph, pensavo
che questo andasse bene!”.
Così, cominciamo a spaventarci
vicendevolmente mostrandoci
per quel che siamo. E se non
riesco a sopportarlo, ci
separiamo.
Non ho nulla da dire sulle
relazioni umane se non che non
funzionano. Non funzionano
mai: fingono di funzionare. È
una tregua umana. La migliore
che ho sentito risale a quando
lavoravo all’ufficio postale e un
tizio mi stava raccontando che
erano sposati da cinquant’anni.
Un giorno lui o lei si è svegliato,
ha guardato l’altro e ha detto
con voce molto calma: “Adesso
non cominciare a rompere e non
succederà niente”. Per me
questo sintetizza tutta la cosa.
Voleva semplicemente una
tregua. Le relazioni umane non
funzionano, ma ci si mette
insieme. All’inizio siamo tutti
pieni di fascino. Mi ricordo un
film di Woody Allen – è bravo in
questo genere di cose – dove la
donna diceva: “Ma tu non sei
più come eri all’inizio; eri così
fascinoso!”, e lui rispondeva:
“Sai, volevo solo accoppiarmi,
ho sprecato tutte le mie energie
in questa cosa. Non posso
continuare a comportarmi così,
diventerei pazzo!”. Quindi
questo è quello che fanno le
persone all’inizio di una storia.
Pensi che siano così intelligenti,
così piene di vita i primi giorni.
E poi si insinua la realtà. “Cristo
santo, lasci le calze in giro sul
pavimento, brutto idiota di uno
stronzo segaiolo! Hai tirato la
corda del cesso e c’è ancora
uno stronzo che galleggia!”
Quindi le relazioni umane non
funzionano, non è mai successo
e non succederà mai. Non sono
fatte per funzionare. Metà della
gente era fatta per vivere sola e
metà per vivere insieme. Con le
donne facevo il fascinoso, ma
era come se stessi mangiando
carne cruda, che non riuscivo a
masticare troppo bene. È
diventato una specie di sporco
trucco. Non sono religioso, ma
ho anch’io un po’ di morale,
dannazione, e senso del giusto.
Non mi piace semplicemente…
Be’, sì, va bene, scopi…
almeno così facevo… dopo che
uscivano per andare al lavoro
aprivo il loro armadio, guardavo
le scarpe, e andavo nel loro
bagno, e vedevo una foto del
loro ragazzo e dicevo: “Che
coglione! Vive con questo tizio?
Meglio andare fuori dai piedi!”.
E mi dicevano: “Chiamami al
lavoro”, “Ciao, piccola”, ma non
te ne frega un cazzo; giaci nel
loro letto, è bruttissimo, e alla
fine capisci e ti chiedi: “Che
diavolo ci faccio qui? Cosa sto
cercando di fare?”. Un pezzo di
figa non è così importante!
Perché dopo che sei venuto,
devi vivere parecchie ore senza
venire – almeno per me è così:
ho sessant’anni. Tutta la
faccenda è dannatamente
confusa. Hai letto il Decameron
di Boccaccio? Ha influenzato
molto Donne. Mi piaceva
parecchio la sua idea che il
sesso fosse ridicolo a un punto
tale che nessuno riusciva a
manovrarlo. Per lui non era
tanto l’amore, quanto il sesso.
L’amore è più divertente, più
ridicolo. Che tipo quel
Boccaccio! Riusciva davvero a
riderci sopra. Doveva essersi
scottato all’incirca cinquemila
volte per scrivere cose così. O
magari era semplicemente
frocio, non lo so. Concludendo:
l’amore è ridicolo perché non
dura, e il sesso è ridicolo perché
non dura abbastanza a lungo.

HIGH TIMES Dimmi allora cosa


non è ridicolo?

BUKOWSKI Ciò che non è ridicolo


è quello che sta in mezzo, il
tempo che aspetti tra sesso e
amore affrontando gli avanzi di
ciò che è rimasto con un senso
di bontà… senza diventare
amari. Credo che si debba
diventare buoni con quel poco
che è rimasto dentro di noi, ciò
che è avanzato dopo che è stato
scartato. In altre parole,
rimanere tutto d’un pezzo anche
quando le cose non hanno
funzionato. Credo che serva un
po’ di fortuna, un po’ di glamour,
un po’ di forza e un po’ di
sangue freddo per continuare a
vivere. Hemingway l’avrebbe
chiamata “grazia in un periodo
di tribolazione”, ma lui l’ha
detto molto meglio. Sangue
freddo significa andare avanti
quando tutto sembra tremendo.
Parcheggi l’auto in garage se
hai un garage – se hai una
macchina –, sbatti la porta di
casa, ti fai una sega, leggi una
rivista invece di tagliarti la gola.
Significa tirare avanti quando
tutto sembra così terribile che
non vale la pena di continuare, e
non ti rivolgi a Dio, non vai in
chiesa. Faccia al muro te la
sbrighi da solo. Se credi che non
sia dura, dolcezza… questa sì
che è dura, dolcezza. Correre
da qualche parte, aggrapparti a
qualcosa, un dio, una donna, una
droga, una serata di successo,
per una notte, per una
settimana, per un anno, per una
vita; la gente non sta ferma
abbastanza a lungo per capire
chi diavolo è.

HIGH TIMESSo che odierai questa


domanda, ma l’alcol non è
anch’esso una scappatoia?

BUKOWSKI Sapevo che l’avresti


chiesto. Ecco perché non ne ho
parlato! Ma vedi, l’alcol è un dio
così piacevole. Ti permette di
suicidarti e di risvegliarti e poi
di suicidarti di nuovo. C’è
qualcosa di lento nella morte
alcolica. Le droghe sono veloci,
se credi in un dio, sei già morto
comunque, perché hai ceduto la
tua attività cerebrale a qualcun
altro al di fuori di te stesso.
L’alcol è un lento morire. In
altre parole, non rinunci a tutto
di colpo. Rinunci a poco a poco
invece di mollare tutto in fretta.
Rimani appeso alla vita fino a
quando magari succede
qualcosa che fa andare tutto un
po’ meglio. Io lo faccio da
quando avevo quattordici anni.
E adesso guido una BMW, abito
in una grande casa, la legna è
nel camino, tu mi stai
intervistando, le cose sembrano
andare meglio, ma so che non è
così. So che sono esattamente
allo stesso punto: le cose
cambiano forma, ma so che
vanno ancora molto male.
Andranno così per sempre.

HIGH TIMESParli solo di te stesso


o del mondo in generale?

BUKOWSKI Principalmente di me
stesso, perché non posso
pensare o sentire per gli altri.
Ma pare invece che lo faccia,
perché ricevo spesso molte
lettere per le cose che scrivo e
mi dicono: “Bukowski sei messo
così male eppure riesci ancora a
sopravvivere. Così ho deciso di
non uccidermi”, oppure: “Sei un
tale coglione, amico, che mi hai
dato la forza di vivere”. Così in
un certo senso salvo della gente
mentre bevo e aspetto. Non che
io voglia salvarli. Non desidero
salvare nessuno. Ma sembra
che li abbia salvati. Coglione
salva coglione, chiaro? Quindi,
questi sono i miei lettori,
capisci? Comprano i miei libri –
gli sconfitti, i dementi e i
dannati – e io ne sono
orgoglioso.

HIGH TIMES Mi prendi in giro?


BUKOWSKI Un pochino, ma non
del tutto. Perché il personaggio
principale che attacco nelle
cose che scrivo sono io, e
fondamentalmente impersono
qualunque tipo di uomo che si
incontra per strada. Questo è
quello che le femministe
sembrano non afferrare, non
sanno leggere tra le righe.

HIGH TIMES Eppure, c’è un


gruppo di donne a Roma che ha
scritto un’opera teatrale
intitolata: Bukowski, we love
you. Lo sapevi?
BUKOWSKI Come posso
continuare a scrivere quando
sento tutte queste belle cose
che mi riguardano? Preferisco
le cose negative. Lottiamo tutti
contro le avversità. Una volta
Dostoevskij ha detto:
“L’avversità è la molla principale
che fa scattare il realismo
autobiografico”. Be’, comunque
è uno del gruppo. Dostoevskij…
ha sempre resistito nel tempo.
La vecchia prova del tempo.
Saroyan ha detto: “Il ruggito di
Dostoevskij!”. Lui sapeva
scrivere, io so scrivere. Lui era
S-K-Y e io sono i Fleetwood Mac!
Si può sempre rileggere
Dostoevskij, e John Fante…
dovresti leggere questo tizio
che si chiama John Fante. Il
ragazzo era un vero bastardo
che scrive meglio di me… quasi
meglio di me. Ha più anima di
tutta la gente che viene a
sentirmi messa insieme. John
Fante è il mio amico sbucato dal
nulla, l’adoro, è una persona
magica. Qualsiasi lavoro scritto
da John Fante è immortale.

HIGH TIMES Ti consideri uno


scrittore erotico?

BUKOWSKI Erotico! Scrivo su


tutto. La ragione per cui il sesso
è entrato così prepotentemente
nelle mie storie è perché
quando mi sono licenziato
dall’ufficio postale, all’età di
cinquant’anni, dovevo fare un
po’ di soldi. Quello che volevo
fare più di tutto in realtà era
scrivere qualcosa che mi
interessasse. Ma c’erano tutte
quelle riviste pornografiche
lungo Melrose Avenue, e
avevano letto le mie cose sul
“Free Press”, e hanno
cominciato a chiedermi di
mandare un po’ di materiale.
Quindi quello che facevo era
scrivere un bel racconto, e poi
circa a metà dovevo inserire
una rozza scena di sesso. E
così, scrivevo un racconto e poi
a un certo punto dicevo: “Bene,
adesso è ora di metterci un po’
di sesso”. Così scrivevo una
pagina di sesso e poi andavo
avanti con il racconto. Non era
malaccio: spedivo il racconto e
mi arrivava subito un assegno
da trecento dollari.

HIGH TIMES Ma tu consideri le tue


storie erotiche? Credi che la
gente si ecciti quando le legge?

BUKOWSKI Non lo so. C’è gente


che mi ha scritto dicendomi che
qualche mio racconto l’ha
eccitata sessualmente.
Soprattutto Il demonio
[racconto inserito nella raccolta
Compagno di sbronze,
Feltrinelli, Milano 2013]. Ora
non conosco il motivo per cui la
storia di un uomo che violenta
una bambina ecciti
sessualmente la gente. Forse
molti uomini desiderano farlo ed
è solo la legge e la paura che li
frena dal farlo. Forse il fatto di
aver descritto lei che si veste,
lentamente, quello che è
successo, ha eccitato qualcuno.
Ma non ho avuto erezioni
mentre lo scrivevo.
HIGH TIMES Cosa mi dici di Henry
Miller? Consideri Miller uno
scrittore erotico?

BUKOWSKI Non riesco a leggere


Henry Miller. Comincia a
parlare di realtà ma poi diventa
esoterico, comincia a parlare di
qualcos’altro. Un paio di pagine
buone, e poi parte per la
tangente, entra in aree astratte
e non riesco più ad andare
avanti. Mi sento ingannato.

HIGH TIMES Ingannato? In che


senso?
BUKOWSKI Non rimane lì. Voglio
che rimanga nelle strade, non
per aria.
HIGH TIMES Allora la buona
scrittura è scrivere qualcosa di
reale, sulle strade.
BUKOWSKI Non ho detto che deve
essere così, ho detto come deve
essere per me. Così cerco di
rimanere nelle strade, ovunque
io sia; cerco di rimanere nella
realtà. Semplicemente descrivo
le cose, non pretendo di
spiegarle. Mi preoccupa solo ciò
che conosco. Ciò che non
conosco non mi interessa. È
come all’ufficio postale: i
ragazzi dicevano sempre:
“Quello che non conosco non mi
ferisce. Se mia moglie si scopa
qualcun altro, se non lo so, non
esiste”. Tutto ciò che so è quel
che vedo. Sono a letto a
guardare la tele, tutto ciò che
so per certo è Johnny Carson:
questa è realtà! Credo di essere
più vicino alla gente di strada
che a chiunque altro, e quando
prendi qualcuno che è un po’ più
in alto diventa una sorta di
simbolo. Ecco perché devi
volare basso, fare il tuo lavoro e
stare tranquillo. Lancia le tue
urla sulla pagina ma non farti
vedere troppo spesso da loro.
Pensaci: cosa crea una sorta di
magia tra chi crea e chi segue le
creazioni? Penso che spesso la
magia sia data dalla persona
che si isola dalle masse; non
deliberatamente, ma deve
essere fatto. Una volta che
l’artista comincia a mescolarsi
con la massa, l’artista diventa la
massa.

HIGH TIMES È per questo motivo


che non sei andato al Festival
dei poeti a Castel Porziano in
Italia la scorsa estate? Sei stato
uno dei “grandi assenti”.
BUKOWSKI Non sono andato
perché non mi piaceva la sfilza
di poeti americani con i quali
avrei dovuto tenere il reading.
Non leggerei con loro neanche
a Santa Monica in California;
non starei neanche nella stessa
stanza con loro. Ecco perché
non sono andato: non mi piaceva
la compagnia. Non voglio fare
nomi, ma se è vero che sono
stati bombardati da una pioggia
di palle di sabbia come mi
racconti, mi fa piacere. È la
stessa cosa che vorrei fare io
quando li sento leggere: mi
viene voglia di vomitare e di
gettargli addosso il mio vomito.
HIGH TIMESMa quella gente
voleva ascoltare Bukowski e
Ginsberg…

BUKOWSKI No, calma un attimo,


non confondiamo…

HIGH TIMES D’accordo, ma Allen


in Italia è un idolo, come lo sei
tu.

BUKOWSKI Chi, Allen? (in tono


sarcastico): Allen è ok, Allen
non è male, sì, sono tutti bravi
poeti: Gregory Corso, il ragazzo
di Ginsberg, Joan Baez, Timothy
Leary, Frank Zappa, Bob
Dylan… la cultura americana
non è male. La cultura
americana è… credo che sia
arretrata anni luce. È come un
corpo che trascina una coda, ma
la coda è dietro al corpo e
trascina la polvere.
HIGH TIMESParlami della tua
sceneggiatura, Barfly.

BUKOWSKI Ho riposto grandi


speranze in Barfly, non solo
perché io e Barbet (Schroeder)
abbiamo lottato per tanto
tempo, ma perché penso che
abbiamo un gioiellino niente
male. Ma come faremo a
provarlo? È così difficile! Sai i
tempi che corrono. L’inflazione,
la tassazione salita al venti per
cento… odio dirlo, ma credo che
se Barfly verrà diretto bene
sarà meglio di Qualcuno volò
sul nido del cuculo. Sarà più
reale perché parla di un
manicomio che non è un
manicomio e i pazienti non sono
legati.

HIGH TIMES C’è una trama in


Barfly?

BUKOWSKI C’è una trama: è


piccante abbastanza da
consentire agli spettatori di
continuare a mangiare i
popcorn. È divertente. È il mio
tentativo di registrare ciò che è
successo trent’anni fa, con
fulgore. Ed è una storia
originale. Non ho mai scritto
nulla di quel periodo. Sono tre o
quattro notti della mia vita,
quando avevo ventiquattro anni,
il novantatré per cento è
accaduto sul serio.

HIGH TIMES Qual è il miglior


complimento che può farti un
lettore? E qual è il miglior
complimento che può farti una
lettrice?
BUKOWSKI Le lettrici sono tutte
uguali. Quando sono a un
reading di poesia vengono da
me e dicono: “Voglio scoparti”.
Gli uomini non dicono così,
dicono: “Ehi, amico, sei
grande!”. Quindi le lettrici mi
eccitano un po’ di più. Credo
che gli uomini mi apprezzino di
più.

HIGH TIMES Nei tuoi libri parli


sempre del tuo piacere
sessuale, ma non sappiamo
molto di come si sentano le
donne quando fanno l’amore con
te…
BUKOWSKI Be’, è naturale,
comincio con il mio piacere, se
rimane qualcosa, possono
prenderselo. Quando sono
soddisfatto, finisce tutto. Dieci
secondi ed è finito. A volte
bastano tre o quattro secondi, e
non ci sono mai preliminari. È
tutto lì: si fa, si finisce così poi si
può guardare la tv. Io lo faccio
così.

HIGH TIMESQuindi Johnny Carson


è una buona conclusione?

BUKOWSKI Johnny Carson dopo il


sesso? A volte è anche meglio
del sesso che lo ha preceduto;
altre volte no. Abbiamo tutti
delle brutte serate.
HIGH TIMESNon ti preoccupa di
come si sentano le donne
quando fanno l’amore con te?

BUKOWSKI Fai riferimento alle


stronzate delle femministe? Be’,
d’accordo, a volte ho tentato di
fare del mio meglio: un sacco di
preliminari; so dov’è il clitoride,
so fare tutte quelle cose, le so
fare, le so fare.
HIGH TIMES Non sei preoccupato
per la tua reputazione?
BUKOWSKI Di grande amatore?
No, se a loro non piace quello
che faccio, vanno da un altro
uomo, il che è quello che fanno
di solito. Lascia che siano gli
altri a beccarsi i preliminari.

HIGH TIMESÈ vero che hai


cominciato a scrivere Donne
dopo diversi anni di celibato?

BUKOWSKI Diversi anni? Erano


passati dieci, dodici anni
dall’ultima volta che avevo fatto
sesso. Bisogna ricaricare il
proprio sperma. O forse credo
dipenda dal fatto che so da
sempre che le donne portano
più guai di qualsiasi altra cosa.
HIGH TIMESMa hai dovuto fare
esperienze e ricominciare ad
andare a letto con le donne…
BUKOWSKI Perché ho pensato che
essendo uno scrittore, ed
essendo stato senza una donna
per dodici anni… puoi scrivere
un sacco di cose, ma se ti manca
l’altra metà del genere umano,
non sei un essere umano
completo, non sai che diavolo
sta succedendo, giusto? Voglio
dire, hai bisogno di un certo
equilibrio. Se vuoi scrivere
brutte cose sulle donne, prima
devi vivere con loro. Insomma,
vivo con loro per criticarle nelle
cose che scrivo.
Credi sia stata una cosa così
terribile rimanere senza sesso
per dodici anni? Mi stavo
preparando per la tempesta di
donne che mi avrebbe investito.
Forse sapevo che sarebbe
arrivata. Non è una decisione
che ho preso: le cose nella vita
capitano casualmente. Ho
scopato per la prima volta a
ventitré anni. Adesso ne ho
sessantuno e l’ultima volta che
ho scopato è stato l’anno
scorso.

HIGH TIMES Davvero? Perché?


BUKOWSKI Mi permette di
azzeccare meglio i vincenti
all’ippodromo. Per me il sesso è
come un tramezzino al burro di
arachidi.
Cosa credi che succeda
quando la gente raggiunge una
certa età e non è più possibile
fare sesso? Non ami più quella
persona? Cos’è questa grande
menata sul sesso? Tutto ruota
intorno al sesso? Non posso
farmi un giro in bicicletta senza
pensare al sesso? Sono una
persona impura perché non
penso al sesso? Ho la testa
sbagliata perché il cinquanta
per cento delle volte non mi
viene duro? Non ho nulla contro
una sana scopata, ma credo che
abbia assunto troppa
importanza.
La gente pensa che io sia
fissato con il sesso. Ho scopato,
scopato bene e ho scritto bene
su queste scopate, ma questo
non significa che sia molto
importante. Mi sono scopato un
sacco di donne, ho scopato e ho
bevuto, ho bevuto e ho fatto
sesso, e ho scoperto che bere e
fare sesso non è questa gran
cosa.
La gente vuole venire qui e
dire: “Ehi, Bukowski,
ubriachiamoci, porto con me
delle puttane”. Non mi
interessa. “Ehi, non voglio le tue
puttane.” Gli altri credono sia
importante. Non l’ho mai detto
io. È solo perché scrivo roba
buona sul sesso, ma avrei
potuto scriverla su come
cuocere le uova, però non l’ho
fatto.

HIGH TIMES Cosa mi puoi dire di


questo libro sull’infanzia che
stai scrivendo adesso?

BUKOWSKI Ne ho scritto tre


quarti; il mio editore dice che è
la cosa migliore che abbia mai
scritto. Ma non è finito. È una
storia di orrore, ed è stata più
difficile da scrivere rispetto alle
altre. Perché è così seria, ho
cercato di renderla un po’
divertente, per coprire l’orrore
della mia infanzia.

HIGH TIMES È stata una storia


dell’orrore?
BUKOWSKI Oh, sì. Con la O
maiuscola. Perché? Non sei mai
stata picchiata con una cinghia,
tre volte a settimana, dai sei
agli undici anni? Sai quante
botte sono?
HIGH TIMES Da tuo padre?
BUKOWSKI Sì. Ma, vedi, questo è
stato un buon tirocinio
letterario. Picchiarmi con quella
cinghia mi ha insegnato
qualcosa.
HIGH TIMES Cosa ti ha insegnato?

BUKOWSKI Come picchiare sui


tasti della macchina da scrivere.

HIGH TIMES Qual è il legame?


BUKOWSKIIl legame sta nel fatto
che quando ti picchiano
abbastanza a lungo e
abbastanza forte hai la
tendenza a dire ciò che
veramente pensi; in altre
parole, ti epura da qualsiasi
forma di falsità. Se riesci a
sopravvivere, tutto quello che
rimane è solitamente qualcosa
di genuino. Comunque chiunque
riceva punizioni forti durante
l’infanzia può uscirne
rafforzato, crescere bene,
oppure può diventare uno
stupratore, un assassino, finire
in manicomio o perdersi in
miriadi di altre diverse
direzioni. Quindi, vedi, mio
padre è stato un grande
insegnante letterario: mi ha
insegnato il senso del dolore… il
dolore senza motivo…
HIGH TIMES È forse per questo
motivo che scrivi in completo
isolamento, senza contatti con
le altre persone? Ed è per
questo che scrivi?

BUKOWSKI Sicuramente nessuno


sa perché diventa scrittore. Sto
solo dicendo che mio padre mi
ha insegnato una lezione nella
vita, mi ha insegnato certi
aspetti della vita, della gente. E
questa gente esiste; la incontro
ogni giorno quando percorro
l’autostrada in macchina.
HIGH TIMES Che tipo di gente?
BUKOWSKI Sono in autostrada,
nella corsia veloce, dietro a
qualcuno. Va a ottanta all’ora.
Cambio corsia, cerco di
sorpassarlo, va a novantacinque
all’ora. Così vado a centocinque
e lui pigia sull’acceleratore. C’è
qualcosa nella razza umana di
molto gretto, di molto amaro.
Lo vedo da come la gente guida
in autostrada. Quando qualcuno
vuole superarmi, io rallento, lo
lascio passare. La razza umana
vale molto poco.
HIGH TIMES La pensi così da
sempre?
BUKOWSKI Non è migliorata. Non
ho notato nessun cambiamento.
In una vecchia poesia ho scritto:
Razza Umana eri spacciata fin
dall’inizio. Non vedo motivi per
cambiare questo verso.

HIGH TIMES Presumo che tu abbia


letto moltissimo…

BUKOWSKI Tra i quindici e i


ventiquattro anni devo avere
letto un’intera biblioteca.
Mangiavo pane e libri. Mio
padre era solito dire alle otto di
sera: “Luci spente!”. Aveva
questa fissa che si doveva
andare a letto presto, alzarsi
presto e farsi strada nel mondo
facendo un buon lavoro,
qualsiasi lavoro si facesse… il
che è una vera stronzata. Lo
sapevo, ma questi libri erano
molto più interessanti di mio
padre. In effetti erano l’opposto
di mio padre: questi libri
avevano cuore, senso di sfida.
Così quando diceva: “Luci
spente”, mi portavo una piccola
lampada a letto, mi ficcavo sotto
le coperte e leggevo, e
diventava soffocante là sotto e
caldo, ma rendeva ogni pagina
che giravo più gloriosa, come se
mi stessi drogando: Sinclair
Lewis, Dos Passos, questi erano
i miei amici segreti sotto le
coperte. Non sai cosa
significavano per me questi
scrittori; erano strani amici. A
fronte della tangibile brutalità
scoprivo della gente che mi
diceva le cose in modo
tranquillo; erano persone
magiche. E adesso quando leggo
gli stessi scrittori penso che non
fossero così bravi.

HIGH TIMES Frequenti altri


scrittori?
BUKOWSKI Perché frequentare
altri scrittori? Cosa abbiamo da
dirci? Non c’è nulla da dire; ci
sono solo cose da fare. Parlare
con un altro scrittore è come
bere acqua nella vasca: non si
fa. Hai mai bevuto acqua
mentre eri nella vasca? No,
vedi? Io bevo vino nella vasca.

HIGH TIMESC’è uno scrittore


vivente che rispetti?

BUKOWSKI Ce ne sono un paio, ma


è meglio che non li veda quando
bevo. Quasi tutti
comincerebbero a parlare del
loro lavoro. Non dicono: “Mia
moglie ieri si è rotta un
braccio”. Dicono cose tipo: “Sto
lavorando a un sonetto”, oppure
“Vado a New York”. Parlano
solo di lavoro.

HIGH TIMES Che mi dici dei loro


libri?

BUKOWSKI Non mi piace come gli


stanno i vestiti, non mi piacciono
le loro scarpe, non mi piacciono
i loro libri. Non mi piace il loro
tono di voce. Non mi piace il
fatto che corrano a vomitare
dopo il terzo bicchiere. Gli
scrittori sono persone
veramente odiose. Gli idraulici
sono meglio, come i venditori di
macchine usate; sono tutti più
umani degli scrittori. Gli
scrittori diventano umani solo
quando si mettono davanti alla
macchina da scrivere; allora
possono diventare bravi o
persino eccezionali. Toglili dalla
macchina da scrivere e
diventano dei cazzoni. (Con
tono enfatico) Io sono uno
scrittore.

HIGH TIMESPerò tu non pensi di


essere così.

BUKOWSKI No, perché ho


lavorato in fabbrica, mi hanno
addomesticato. Non sono
diventato scrittore se non
all’età di cinquant’anni, così ho
avuto il tempo di vivere una
diversa area d’esistenza. Quel
tipo di vita mi ha aiutato a
mantenermi… posso utilizzare il
termine sano? Normale? Non
so perché ma non sembrano
termini corretti. Voglio dire, mi
ha dato una certa…
naturalezza. Ecco la parola che
stavo cercando: naturalezza.
HIGH TIMES Quando è cambiata la
tua vita? Quando sono finiti i
tempi di Post Office e di Donne?
BUKOWSKI Non è finito niente.
Eccone un’altra che si
preoccupa della mia anima! Sai,
una volta quando mi venivano a
trovare le persone mi vedevano
in una stanza minuscola colma
di lattine di birra, che mi alzavo
e andavo in bagno e vomitavo, e
poi uscivo, mi accendevo una
sigaretta e bevevo un’altra
birra… pensavano avessi
un’anima!

HIGH TIMES E scommetto che si


sentivano molto compiaciuti nel
vederti stare male e sentirti una
schifezza. Questa è l’immagine
che ha la gente di Hank [Henry]
Chinaski.
BUKOWSKI Ma avevo un’anima
per loro, e l’avevo anche per me
stesso. Mi sta bene. Capisco.
Ero un duro. Adesso sono un
tenerone, gentile, sorrido.
Voglio solo vivere in pace, con
una donna sincera, bere insieme
a lei, guardare la tv, andare a
fare una passeggiata…
HIGH TIMES Allora non ci saranno
più tutte quelle donne nella tua
vita…

BUKOWSKI Non sto dicendo


quello. Fondamentalmente sono
sempre stato un leale
mascalzone. Verso tutte le
donne con le quali ho vissuto,
fra queste anche una puttana,
ho sempre avuto un dannato
senso di lealtà e di onestà; e mi
piacerebbe che l’avessero tutti,
perché renderebbe il mondo più
semplice.

HIGH TIMESSu cosa pensi si basi


questa lealtà?

BUKOWSKI Immagino si basi sulla


slealtà degli altri… la bruttezza
della cosa. Non voglio essere il
primo a mentire. Non so da
dove mi venga questa cosa. Non
sono religioso. Essere buono è
meglio che essere qualsiasi
altra cosa se c’è possibilità di
scelta. Non devi essere
cristiano; non è un obbligo.
Essere buoni e basta è un
concetto semplice. Stanno tutti
meglio quando sono buono.
D’altro canto ammiro la gente
cattiva che può essere originale
e avere successo in nuovi
campi; ma il tipo di gente
cattiva che mi piace è quella che
non tradisce una persona, ma
quella che fa breccia attraverso
le convinzioni di molte persone
ignoranti e inaugura nuovi
metodi di pensiero. C’è una
differenza fra due persone che
si fottono e una persona che
fotte il mondo con un concetto
originale. Chiunque sia forte
quanto Hitler verrà odiato per
secoli, ma parleranno di lui,
faranno film su di lui molto
tempo dopo che quelli che si
sono riuniti per sconfiggerlo
saranno spariti dalla memoria
umana collettiva. Perché ci sono
volute due palle così per fare
breccia nella morale della
comprensione generale. Credo
che possa andare bene se riesci
a farlo su grande scala. Se
riesci a tradire e a uccidere
l’intera umanità, è grandioso;
ma se tradisci la persona con la
quale vivi, è merda. Perché non
ci vuole fegato per fare la
seconda e ci vuole coraggio e
originalità per fare la prima.
HIGH TIMES Hai accennato al
fatto di non seguire nessuna
religione. Ma non sei stato
cresciuto cattolico?

BUKOWSKI Sì, e andavo alla


messa cattolica, ma non di mia
volontà… Quando stavo
morendo hanno chiamato il
prete per darmi l’estrema
unzione. Mi ha detto: “Sul
documento di accettazione c’è
scritto che sei cattolico”. Sai,
non è che puoi proprio parlare
quando stai morendo. Ho detto:
“Padre, non volevo dover stare
a spiegare a nessuno cosa
significasse agnostico. Ho
semplicemente scritto cattolico,
lascia correre. Non si può dire
che sono cattolico, non mi
interessa”. Si è chinato su di me
e mi ha detto: “Figliolo, se sei
cattolico una volta sei cattolico
per sempre”. Ho risposto: “Oh,
no, padre, non è vero! Ti prego,
vai e lasciami morire”.
HIGH TIMES Hai paura di morire?
BUKOWSKI Chi, io? Diavolo, no! Ci
sono andato molto vicino un
paio di volte, non ho paura.
Quando ci sei così vicino ti senti
anche bene. Ti dici: “Ok, ok”.
Penso che, specialmente se non
credi in un dio, non ti preoccupi
se finirai all’inferno o in
paradiso, ti rilassi e basta
qualsiasi sia il posto dove sei
destinato. Ci sarà un
cambiamento, proietteranno un
nuovo film, così, qualsiasi cosa
sia, dici “Ok”. Quando avevo
trentacinque anni mi avevano
dato per spacciato all’ospedale
generale. Non sono morto. Sono
uscito dall’ospedale – mi
avevano detto di non bere mai
più un solo bicchiere o sarei
morto – e il primo posto dove
sono andato è stato un bar e mi
sono bevuto una birra. No, due
birre!

HIGH TIMES Cos’era quella? Una


sfida alla vita?
BUKOWSKI No, una sfida a tutti
quelli che ti raccontano
menzogne. La morte è bella, la
morte non è bella o brutta. Sai
come si dice: “Il viaggio più
lungo”. Vivere con qualcuno con
cui non ti piace vivere è molto
peggio che morire; sgobbare
otto ore al giorno per un lavoro
che odi è peggio che morire.
HIGH TIMES Ho sentito che
studiano le tue opere in alcune
università, che utilizzano i tuoi
libri come libri di testo: le
poesie, Factotum. Cosa ne
pensi?
BUKOWSKI Non è una bella
sensazione. Vuol dire che sei
sufficientemente “sicuro” da
poter essere insegnato. Se
dicono questo, forse devo
pigiare sull’acceleratore ancora
più a fondo. Non voglio che la
gente mi raggiunga: voglio uno
spazio considerevole tra me e
loro.
HIGH TIMES Dunque ogni tanto
giri le università del paese per
tenere reading di poesia. Cosa
fai invece ogni giorno?

BUKOWSKI Mi alzo, vado


all’ippodromo, rientro stanco,
sono troppo stanco per
scrivere. Poi Linda arriva dal
lavoro, e anche lei è stanca, ci
sediamo qui. Così dico: “Be’,
che ne dici di farci un
bicchierino?”. Poi dopo cena lei
fa i conti del suo locale, io vado
di sopra, comincio a scrivere,
tutti i giorni è la stessa cosa. Se
mi stai chiedendo se quello che
scrivo è sempre buono, sì, è
sempre buono.

HIGH TIMES Così sembra che


l’ippodromo sia l’unica cosa che
è rimasta fuori dal mondo che
descrivi.
BUKOWSKI In altre parole, vuoi
dire che sono all’ippodromo e
non sono più per le strade,
quindi ti preoccupi per la mia
anima? Cosa pensi sia
cambiato? Vivere in una grande
casa, guidare una bella
macchina?
HIGH TIMES Penso che sia un
grande cambiamento. Alzarsi
alla mattina e finalmente sapere
che sai come pagare l’affitto.
BUKOWSKI Che differenza fa? Uno
che non li ha rinuncia al lusso e
uno che li ha continua ad averlo.
Così quando penso al passato e
vedo quello che ho scritto dal
1979 in avanti posso capire se
ho fallito o se ce l’ho fatta. Io
penso di avercela fatta. Ma la
mia fortuna è stata che è
successo troppo, troppo tardi, e
penso… se non sono abbastanza
saggio da capirlo all’età di
sessant’anni, allora so molto
poco. Se so molto poco, merito
di fallire, quindi si vedrà.
Silvia Bizio, Charles Bukowski:
Quotes of a Dirty Old Man, “High
Times”, January 1982, pp. 33-36, 98,
100 (comprende quattro stralci da
Silvia Bizio, Bukowski: Rolling With
Life’s Punches, “Los Angeles Times”,
Calendar Section, January 4, 1981,
pp. 6-7).
Charles Bukowski su Charles
Bukowski scritto per Gerald
Locklin
1982-1983

Io e Bukowski ci scriviamo
occasionalmente, di solito per
qualcuno che vuole mettersi in
contatto con lui, e le sue lettere
sono sempre belle, così mi è
venuta l’idea di chiedergli di
versarsi un bel bicchiere e di
scrivermi una lettera più lunga
del solito, una specie di
autointervista. Gli ho spiegato
che stavo cercando di imbastire
alcune cose concernenti il
mondo letterario della Costa
Ovest per voi, gli ho descritto la
vostra rivista “Home Planet”, gli
ho suggerito un paio di
argomenti, ma gli ho lasciato
campo libero di scrivere
qualsiasi cosa gli passasse per
la testa. Non volevo fare
un’intervista formale, perché
sapevo che non sarebbe stata
gradita a nessuno di noi due e
comunque sono apparse molte
sue interviste ultimamente,
quasi tutte brutte, per un verso
o per l’altro. Così, ecco il
risultato. Mi piace come è
riuscita.
Gerald Locklin

San Pedro mi piace. È un bel


posto per nascondersi, vicino a
Hollywood Park, Los Alamitos.
Non si trovano frotte di poeti
che sorseggiano un espresso da
qualche parte tra la Pacific e/o
la Gaffey. Ci sono alcuni lati
negativi: nei dintorni non c’è un
posto decente dove mangiare e i
negozi di liquori spesso
chiudono alle ventuno e trenta.
Ma siccome io li compro a casse
e ho tre o quattro bottiglie
nascoste per casa, sono sempre
a posto. Si gode un senso di
rilassatezza e di tranquillità da
queste parti che non si trova in
molti altri posti. Mi piace.

I film, sì, soprattutto sarei


curioso di vedere quello di
Ferreri. Gazzara sa recitare e
ha occhi espressivi. Vedremo…
ho conosciuto un sacco di gente
del cinema, principalmente
grazie a Barbet Schroeder:
cameramen, registi, quasi tutti
europei, che cercano, penso, di
mantenere i film ancorati alla
realtà, fatta eccezione ogni
tanto per queste cose di
avanguardia che ricordo di aver
visto circa quarant’anni fa negli
Art Movies a New York…
Parlando dei sottotitoli di
Godard: io non parlo francese e
sono rimasto sorpreso che mi
avesse citato nei
ringraziamenti. Quel che è
successo è che un francese ha
tradotto la sceneggiatura in
inglese e poi io ho preso la
sceneggiatura inglese e l’ho
americanizzata. Ma, oltre a
questo, Godard ha utilizzato una
delle mie poesie per una scena
del film e non mi ha neanche
citato per quello, però una sera
mentre stavamo bevendo mi ha
messo in mano un rotolo di
franchi, cioè moneta sonante,
non ringraziamenti veri e
propri, va be’.

Ci sono stati un po’ di


riflettori puntati su di me e non
sono sicuro che questo avesse a
che fare con la creazione, se
non che stanno piluccando ciò
che è rimasto dell’anima di
Chinaski. Non è bello, ma
quando sono abbastanza
ubriaco non mi dispiace. Allora
posso parlare, posso dire le
cose. Ma troppa esposizione
equivale a morte, così declino il
cinquanta per cento degli inviti,
e presto rifiuterò tutto.
Recentemente ho rifiutato
duemila dollari per un reading
di poesia, perché ho lo stomaco
che si rivolta per essere sempre
messo in situazioni al limite e
per tutto questo piluccare. Infili
un foglio nella macchina da
scrivere e ci scrivi sopra
qualcosa. Questa è la cosa
fondamentale, tutte le altre
cazzate sono puro
dissanguamento e quando ti
stanno dissanguando da tanto e
ti siedi davanti a quel foglio e
non ti esce più niente, i vecchi
sostenitori sono i primi a
scomparire. Quindi è meglio che
sia tu a piantarli per primo e a
fare ritorno alla vecchia
routine. Cavalli, alcol e
macchina da scrivere. Qualsiasi
cosa che si metta di mezzo è
mortale, donne incluse, anzi,
specialmente le donne. Più sto
lontano da loro, più mi sento
bene. Ieri sera alla corsa dei
mezzosangue sono sulla
seconda tribuna e vedo una
rossa tutta culo e tette che un
tempo conoscevo, capelli lunghi
come un torrente di fuoco, vedo
che si sposta allo sportello delle
scommesse da sola. Corro giù e
faccio il resto delle mie puntate
della sera al primo piano. Mai
più: quella ragnatela
appiccicosa di pazzia è per
quelli più resistenti.
E inoltre, non era una bella
persona.
“Wormie”? Be’, per me non è
solo una rivista letteraria.
Voglio dire, quando me ne arriva
una copia posso andare
direttamente al cesso e
leggermela mentre sto cagando
o saltare nella vasca o ficcarmi
a letto e leggerla. Con la
maggior parte delle poesie non
ho problemi e quando finisco ne
vorrei altre. Non posso dire lo
stesso per tutte le altre riviste.
Quando le leggo mi viene il mal
di testa, mi viene sonno, non
riesco a voltare le pagine, non
posso credere che riescano a
spuntarla, i poeti affettati del
diciannovesimo secolo, cose
talmente terribili da risultare
incredibili, è come una
barzelletta che non fa ridere,
ripetuta e ripetuta, e continuano
a raccontarla, a raccontarla.
Malone ha l’occhio dell’editore,
punto e basta… Il “New York
Quarterly” aveva un format
eccezionale e il quaranta per
cento delle poesie, ma stanno
per chiudere i battenti, anche se
loro dicono che non è vero.
Quello che so è che hanno
iniziato da un paio d’anni e che
hanno venticinque o trenta mie
poesie accettate, ma non ancora
pubblicate, ma io vivrò
comunque, ne scriverò di nuove.

New York? Resisterei solo tre


mesi lì. È un posto duro se si è
senza soldi, se non si conosce la
zona e se non si ha un lavoro.
Era così nel 1944 o 1945,
quindi magari adesso è un bel
posto, solo che non voglio fare
la prova.

I politici? I politici sono


proprio come le donne:
appassionati profondamente a
loro e ne uscirai con le
sembianze di un lombrico
calpestato da uno stivale.
Be’, ho la carta di credito
American Express, una Visa e
una BMW ma scrivo ancora, e
scrivere per me è sempre stato
un piacere, un non-lavoro, è
facile come bere quindi di solito
li pratico insieme. Sento dagli
altri scrittori quanto è DURO
scrivere e se per me fosse così
maledettamente dura proverei a
fare qualcos’altro. Il mese
scorso ho avuto il mio blocco
dello scrittore più lungo… sette
giorni, e perlopiù è stato
causato dalla gente che si è
messa tra me e la macchina da
scrivere. Martin della Black
Sparrow mi ha detto: “Ho così
tante poesie tue nell’archivio
che se tu morissi oggi potrei
uscire con altri cinque o sei libri
e sarebbero tutti belli”.
Naturale, è un mio ammiratore.
Forse quelli belli sarebbero
solamente tre.
Ho rifiutato diversi viaggi
spesati in Italia, Francia,
Spagna. Vorrebbe dire altre
interviste, Gerald. Sono circa a
pagina 240 di Panino al
prosciutto (romanzo), il che
significa che è quasi finito. Poi
un po’ di revisione e altri due
anni d’attesa per la
pubblicazione. Va bene così.
Era solo il 1970 quando ho
lasciato l’ufficio postale, ed è
stato un colpo glorioso, veloce,
un bel bang bang bang, e se
morissi in questo momento
saprei che è stato davvero un
bel brivido a poco prezzo.
Potrebbero esserci dei nuovi
bravi scrittori in giro. Spero di
sì. Ma è da tanto che non leggo
più libri. Leggo il giornale, i
risultati delle corse, degli
incontri di boxe. Mi sono
abituato alla televisione, forse
un po’ troppo. Aspetto con
impazienza l’incontro Hearns-
Leonard. Nota che ho invertito
l’ordine dei nomi e spero che
anche l’incontro finisca in
questo modo. Duran era solo un
uomo grasso. Quando Hearns
colpirà Leonard, L. sarà steso
da un uomo magro ed esile con
uno zoccolo di mulo alla fine del
guantone. Leonard ha fegato,
però, e stile. Chiunque vinca
dovrà veramente sudarsela.
Ti auguro fiumi di buon vino.
Charles Bukowski, Charles
Bukowski on Charles Bukowski as
written to Gerald Locklin, “Home
Planet News”, vol. 3, n. 4, Issue 14,
Winter 1982-1983, p. 9.
Intervista sul mestiere di
scrivere con Charles Bukowski
William Packard
1985

NEW YORK QUARTERLY Come scrivi?


A mano o con la macchina da
scrivere? Fai molte revisioni?
Cosa fai con le “brutte copie”?
Le tue poesie a volte danno
l’impressione di venirti di getto.
È solo un’impressione? Quanta
sofferenza e quanto sudore
dello spirito umano è coinvolto
nella stesura di una tua poesia?

CHARLES BUKOWSKI Scrivo a


macchina. La chiamo la mia
“mitragliatrice”. Pesto forte sui
tasti, di solito la sera tardi
mentre bevo vino e ascolto
musica classica alla radio e
fumo mangalore ganesh beedi.
Revisiono, ma non troppo. Il
giorno dopo riscrivo la poesia e
faccio automaticamente un paio
di cambiamenti, tolgo un verso,
o condenso due versi in uno,
quel genere di cose… per dare
alla poesia più palle, più
equilibrio. Sì, le poesie mi
vengono in mente per caso,
raramente so cosa scriverò
quando mi siedo davanti alla
macchina da scrivere. Non c’è
molta sofferenza e sudore dello
spirito umano coinvolti nella
stesura. Scrivere è facile, è
vivere che a volte è difficile.

NYQ Quando sei lontano dal tuo


studio porti con te un blocco per
appunti? Annoti le idee a mano a
mano che ti vengono in mente
durante il giorno o le
immagazzini in testa per dopo?
CB Non porto blocchi per
appunti e non immagazzino idee
consciamente. Cerco di non
pensare che sono uno scrittore
e mi viene piuttosto bene. Non
mi piacciono gli scrittori, ma del
resto non mi piacciono neanche
gli assicuratori.

NYQ Non attraversi mai periodi


aridi, quando non scrivi niente?
Se sì, con che frequenza? Cosa
fai durante questi periodi? Hai
un espediente per ritornare in
carreggiata?
CB Un periodo arido per me
significa due o tre notti senza
scrivere. Probabilmente li ho
anch’io, senza accorgermene
però, io scrivo sempre, solo che
in certi periodi magari non
scrivo molto bene. Ma a volte
mi accorgo di non scrivere
bene. Allora vado all’ippodromo
e scommetto più soldi del solito
e urlo e maltratto la mia donna.
Ed è meglio che perda
all’ippodromo, non di proposito
ovviamente. Riesco sempre a
scrivere una dannata poesia
pressoché immortale se perdo
tra i centocinquanta e i
duecento dollari.
NYQ Senti il bisogno di isolarti?
Lavori meglio da solo? Quasi
tutte le tue poesie hanno come
tema il passaggio da uno stato
d’amore/sesso a uno stato di
isolamento. È legato in qualche
modo a come devono essere le
cose per riuscire a scrivere?

CB Amo la solitudine ma non mi


occorre escludere qualcuno che
mi sta a cuore per scrivere
qualcosa. Immagino che se non
riesco a scrivere in qualsiasi
circostanza allora non sono
abbastanza in gamba per farlo.
Da alcune delle mie poesie si
evince che scrivo mentre vivo
da solo dopo aver rotto con una
donna, e ho avuto molte rotture
con le donne. Ho bisogno della
solitudine più spesso quando
non scrivo che quando scrivo.
Ho scritto con bambini che
correvano avanti e indietro per
la stanza e che mi spruzzavano
con pistole ad acqua. Questo
solitamente aiuta più che inibire
la scrittura: un po’ delle risate
entrano. Una cosa mi dà
fastidio, però: quando sento il
volume alto di qualche
televisore, un programma
comico con le risate pre-
registrate.
NYQ Quando hai cominciato a
scrivere? A che età? Quali
scrittori ammiravi?

CB La prima cosa che ricordo


d’aver scritto era su un aviatore
tedesco con una mano d’acciaio
che ha ucciso centinaia di
americani in volo durante la
Seconda guerra mondiale.
L’avevo scritto a mano, a penna
e riempiva tutte le pagine fitte
fitte di un grosso quaderno a
spirale. Avevo circa tredici anni
all’epoca ed ero a letto afflitto
dal peggior caso di acne che i
medici ricordavano di aver
visto. Non c’erano scrittori da
poter ammirare allora. Poi ci
sono stati John Fante, Knut
Hamsun, il Céline di Viaggio al
termine della notte;
Dostoevskij, naturalmente;
Jeffers solo per le poesie
lunghe; Conrad Aiken, Catullo…
non molti. Mi nutrivo
soprattutto dei compositori di
musica classica. Era bello
tornare a casa dalle fabbriche
alla sera, togliersi i vestiti,
mettersi a letto al buio,
ubriacarsi di birra e ascoltarli.
NYQ Pensi che si scriva troppa
poesia oggi? Che criterio utilizzi
e quale pensi che sia veramente
la brutta poesia? Quale pensi
che sia la bella poesia oggi?

CB C’è troppa brutta poesia che


viene scritta adesso. La gente
non è capace di scrivere un
verso semplice e fluente. Per
loro è difficile; è come cercare
di mantenere un’erezione
mentre si sta affogando… non in
molti ci riescono. La poesia
brutta è prodotta da quelle
persone che si siedono e
pensano: ora sto per scrivere
una Poesia. Ed esce come loro
pensano che debba essere una
poesia. Prendi un gatto. Non
pensa: “Be’, dato che sono un
gatto ora sto per uccidere
quell’uccello”. Lo fa e basta. La
buona poesia contemporanea?
Be’, è scritta da un paio di gatti
chiamati Gerald Locklin e
Ronald Koertge.

NYQ Hai letto quasi tutta la


nostra serie di interviste Il
mestiere di scrivere. Cosa pensi
del nostro approccio, dalle
interviste che hai letto? Quali ti
hanno colpito?
CB Mi dispiace che tu mi abbia
fatto questa domanda. Non ho
imparato niente dalle interviste
se non che i poeti sono studiosi,
eruditi, sicuri di sé, e
odiosamente boriosi. Non credo
di esser mai riuscito a leggere
un’intervista fino in fondo; le
parole si offuscavano e le foche
ammaestrate svanivano sotto la
superficie. Nelle risposte di
questa gente manca gioia,
pazzia e rischio, proprio come
nei loro lavori (poesie).
NYQ Sebbene tu scriva poesie
che hanno una voce forte,
raramente questa si estende
oltre la circonferenza delle tue
preoccupazioni psicosessuali.
Sei interessato a problemi
nazionali e internazionali?
Limiti di proposito gli argomenti
sui quali scriverai o non
scriverai?

CB Io fotografo e registro ciò


che vedo e ciò che mi accade.
Non sono un guru o un leader di
nessun tipo. Non sono il genere
di uomo che cerca una soluzione
in Dio o nella politica. Se
qualcun altro vuole farsi avanti
e fare il lavoro sporco e creare
un mondo migliore per tutti noi
ed è in grado di farlo, ben
venga. In Europa, dove il mio
lavoro sta avendo molta fortuna,
diversi gruppi mi reclamano:
rivoluzionari, anarchici e così
via, perché ho scritto sull’uomo
comune della strada, ma nelle
interviste che ho reso laggiù ho
dovuto disconoscere un legame
cosciente con loro perché non
c’è. Provo compassione per
quasi tutti gli esseri umani al
mondo; ma al tempo stesso mi
ripugnano.

NYQ Quale pensi sia la cosa


fondamentale che dovrebbe
imparare un giovane poeta che
comincia a scrivere adesso?
CB Dovrebbe rendersi conto
che, se scrive qualcosa che lo
annoia, annoierà molto anche
chi lo legge. Non c’è nulla di
male nello scrivere una poesia
che diverte e che è facile da
capire. Il genio potrebbe essere
l’abilità di saper dire cose
profonde in modo semplice.
Dovrebbe stare alla larga dai
corsi di scrittura e scoprire
cosa sta succedendo dietro
l’angolo. E una vera sfortuna
per un giovane poeta sarebbe
avere un padre ricco, un
matrimonio in giovane età, un
immediato successo o l’abilità di
saper fare qualsiasi cosa molto
bene.
NYQ Negli ultimi decenni la
California è stata la dimora di
molti nostri poeti tra i più
indipendenti… come Jeffers,
Rexroth, Patchen e persino
Henry Miller. Secondo te
perché? Cosa ne pensi della
Costa Est, di New York?
CB Be’, qui da noi c’era più
spazio, l’ampia estensione
sull’oceano, tutta quell’acqua,
un tocco di Messico e di Cina e
di Canada, Hollywood, le
scottature solari, le attricette
trasformate in prostitute. Non
lo so, davvero, credo che se ti si
gela il culo la maggior parte
dell’anno è difficile essere un
Poeta Vate. Essere un Poeta
Vate è un grande rischio perché
ti giochi pubblicamente le palle
e susciterai molte più reazioni
rispetto a uno che si limita a
scrivere che l’anima della
madre è un campo di
margherite.
New York, non so cosa dire.
Sono arrivato lì con sette
dollari, senza lavoro, senza
amici, senza esperienza se non
come operaio generico.
Suppongo che se fossi arrivato
dall’alto invece che dal basso
avrei riso un po’ di più. Sono
rimasto tre mesi e i palazzi mi
facevano cagare sotto e anche
la gente mi faceva cagare sotto,
e avevo vagabondato per tutto il
paese nelle stesse condizioni,
ma New York City è stata
l’Inferno dall’inizio alla fine. Il
modo in cui gli intellettuali di
Woody Allen soffrono a New
York City è molto diverso da
quello che succede alla gente
che descrivo io. Non ho scopato
neanche una volta a New York,
infatti le donne manco mi
parlavano. L’unico modo per
farmi una scopata a New York è
stato tornare trent’anni dopo e
portarmela da casa, una donna
terribile, abbiamo dormito al
Chelsea, naturalmente. Il “New
York Quarterly” è l’unica cosa
bella che mi è successa laggiù.

NYQ Hai scritto racconti,


romanzi. Arrivano come
arrivano le poesie?

CB Sì, non c’è molta differenza…


il verso, la lunghezza del verso.
I racconti aiutavano a pagare
l’affitto e il romanzo era un
modo di spiegare quante cose
diverse potevano succedere allo
stesso uomo sulla via del
suicidio, della pazzia, della
vecchiaia, della morte naturale
o innaturale.

NYQ C’è un personaggio


caratteristico in parecchie tue
poesie, e la tua voce possente
sembra uscire da questo
personaggio. È la maschera di
un vecchio sporcaccione
annoiato che alza il gomito
come faceva Li Po perché il
mondo reale non vale la pena di
essere preso seriamente. Di
solito c’è una donna isterica che
picchia alla tua porta mentre la
poesia sta prendendo forma.
Innanzitutto confermi che esiste
questo personaggio nelle tue
poesie, e poi fino a che punto
credi rifletta Bukowski l’uomo?
In altre parole: sei tu quel
personaggio che ci presenti
nelle poesie?

CB Le cose cambiano un po’: ciò


che prima era adesso non è più.
Ho cominciato a scrivere poesia
a trentacinque anni dopo essere
uscito dalla corsia dei casi
disperati del L.A. County
General Hospital e non come
visitatore. Per far sì che la
gente legga le tue poesie devi
farti notare, così ho iniziato il
mio show. Scrivevo roba
spregevole (ma interessante)
che mi faceva odiare dalla
gente, che la rendeva curiosa su
questo Bukowski. Sbattevo fuori
individui sul portico di casa mia
in piena notte. Pisciavo sulle
macchine della polizia,
prendevo in giro gli hippy. Dopo
il mio secondo reading giù a
Venice, ho preso i soldi, sono
saltato sulla macchina, ubriaco,
e l’ho lanciata a cento all’ora sui
marciapiedi. Facevo delle feste
a casa mia che erano interrotte
da irruzioni della polizia. Un
professore dell’UCLA mi ha
invitato a casa sua per cena.
Sua moglie aveva cucinato cose
ottime, le ho mangiate e poi ho
esagerato e ho rotto il loro
armadio cinese. Ero sempre
dentro e fuori di prigione per
ubriachezza. Una signora mi ha
accusato di averla stuprata, la
puttana. Intanto riportavo sulla
pagina quasi tutte queste cose,
era il mio personaggio, ero io,
ma non ero io. Col passare del
tempo guai e azione arrivavano
da soli e non dovevo essere io a
forzare le cose e ho scritto
anche di quello e questo era più
vicino al mio personaggio reale.
In verità, non sono un duro e
sessualmente, il più delle volte,
sono molto pudico, ma spesso
sono un odioso ubriacone e
capitano un sacco di cose strane
quando sono ubriaco. Non lo sto
dicendo molto bene e sto
parlando troppo. Quello che sto
cercando di dire è che più scrivo
più mi avvicino a quello che
sono veramente. Sono un tipo
che carbura lentamente ma
sono un diavolo in dirittura
d’arrivo. Sono per il novantatré
per cento il personaggio che
presento nelle poesie; l’altro
sette per cento è un
abbellimento della vita,
possiamo chiamarla musica di
sottofondo.
NYQ Fai spesso riferimento a
Hemingway, pare che tu nutra
una specie di amore-odio nei
suoi confronti e per quello che
scrive. Qualche commento?

CB Credo che per me


Hemingway rappresenti ciò che
rappresenta per molti altri: va
bene per quando si è giovani.
Gertie [Gertrude Stein] gli ha
insegnato il senso del verso, ma
penso che poi lui l’abbia
migliorato. Hemingway e
Saroyan avevano il senso del
verso, la magia insita. Il
problema era che Hemingway
non sapeva ridere e Saroyan
era zuccheroso. Anche John
Fante aveva il senso del verso
ed è stato il primo a sapere
come infilarci passione,
emozione, senza distruggere il
concetto. Sto parlando dei
moderni che sanno scrivere un
verso semplice; so bene che un
tempo c’era in giro Blake.
Quindi quando scrivo di
Hemingway a volte scherzo, ma
probabilmente sono più in
debito con lui di quanto mi
piaccia ammettere. I suoi lavori
giovanili erano fottutamente
stringati, non riuscivi a scavare.
Ma adesso capisco di più
leggendo la sua vita e certe
cazzate che ha fatto, è quasi
altrettanto bello quanto leggere
su D.H. Lawrence.

NYQ Cosa pensi di questa


intervista e che domanda
avresti voluto ti facessimo?
Forza, fatti una domanda e datti
una risposta.

CBPenso che l’intervista sia


andata bene. Suppongo che
certa gente obietterà che le
risposte mancano di
raffinatezza e di erudizione, e
poi invece esce e compra i miei
libri. Non mi viene in mente
nessuna domanda che posso
farmi. Per me essere pagato per
scrivere è come andare a letto
con una bella donna e dopo
averlo fatto lei si alza, prende la
borsetta e mi dà un rotolo di
banconote. E io lo prendo.
Perché non ci fermiamo qui?
William Packard, Craft Interview
with Charles Bukowski, “New York
Quarterly”, n. 27, Summer 1985, pp.
19-25.
The Charles Bukowski Tapes
Regista: Barbet Schroeder
1985

CB Ok.
BS Non ti piace la natura.

CB Le puttane sono natura.


BS Gli alberi, la campagna…
CB Mi stufano. Carl Weissner ci
ha portato a fare un giro in
Germania mostrandoci tutte le
colline, e ancora colline, il verde
e ho cominciato ad
addormentarmi. Cazzo, una
volta stavo tenendo un reading
di poesia in Oregon o da qualche
parte a Washington. C’era un
tizio che ci portava in macchina.
Dopo quel reading dove io
teoricamente avrei violentato
quell’insegnante d’inglese,
un’insegnante donna… be’,
quando siamo arrivati era stato
così noioso che non sono
neanche riuscito a farmelo
rizzare. Gli alberi, il verde.
Vanno bene, vanno bene, ma
voglio dire, alla fine può
risultare mortale (gesticola
verso il cielo). Vedi solamente:
alberi verdi, alberi verdi, alberi
verdi. Ok. Vanno bene. Cosa
puoi mai farci?
Datemi le città. Datemi lo
smog. Mi piace quello che mi ha
detto quel ragazzo a Parigi, il re
dei… cos’era, il re dei punk, già.
Ha detto: “La gente si lamenta
dello smog. Io l’adoro”. Alzava e
abbassava le cerniere. E sai, c’è
un modo di amare lo smog, non
è una non-verità. Ci si sente
bene. Esci in strada e cominci
(inspira). Ne fai parte, cazzo, ti
fai largo nello smog, vivi nello
smog. Ami i palazzi, ami
l’inflazione. Esistono creature
che si adattano a qualsiasi
condizione. Ci sarà la gente
dello smog, la gente
dell’inflazione. Più alti sono i
prezzi… andrai in un locale un
giorno e la cameriera dirà:
“Bene, fanno
trecentosessantacinque dollari
per il panino con la coscia di
agnello”, e tu replicherai: “Così
poco? Io ti dò
cinquecentosessantacinque
dollari ed eccoti una mancia da
trecentosessantacinque
dollari!”. Questa è la gente che
sopravviverà, capisci? Sono
pronti per l’inflazione, sono
pronti per lo smog! L’adorano!
Che differenza fa? È solo
mentale. Segui l’onda! Ecco,
tieni cinquecento dollari di
mancia! No, va bene. Non
significa niente a meno che non
sia tu a dare a questo un
significato, diavolo! Così
continui a cambiare governi,
continui a cambiare donne, che
differenza fa? Visto? Siamo
tornati a parlare di donne.

Morire di fame per l’Arte

BSHai detto che morire di fame


non crea arte, che crea molte
cose, ma più che altro crea
tempo.

CB Oh, sì. Be’, ehi, questo è


detto molto terra terra. Mi
dispiacerebbe consumare tutta
la pellicola per spiegare questa
cosa. Ma vedi, se hai un lavoro
da otto ore al giorno e ti danno
cinquantacinque centesimi
all’ora… se stai a casa non ti
danno soldi ma avrai tempo per
buttare giù le tue cose sulla
carta. Credo di essere stato una
mosca bianca dei tempi moderni
che moriva di fame per la sua
arte. Morivo davvero di fame,
sai, per avere ventiquattr’ore di
filato senza intrusioni da parte
di altre persone. Ho rinunciato
al cibo, ho rinunciato a qualsiasi
cosa solo per… ero pazzo. Ero
dedicato. Ma vedi, il problema è
che puoi essere un pazzo
dedicato e non essere in grado
di farlo. La dedizione senza
talento è inutile, capisci cosa
intendo? La sola dedizione non è
abbastanza. Puoi anche morire
di fame e volerlo fare a tutti i
costi… Ehi, lo sai, lo sai. E in
quanti ci provano? Muoiono di
fame nei bassifondi e non ce la
fanno.

BS Ma tu sapevi di avere
talento.

CB Credono tutti di averlo!


Come fai a sapere di essere
proprio tu quello giusto? Non lo
sai… È andare alla cieca. Decidi
di farlo o di diventare una
persona normale civile dalle
otto alle cinque. Ti sposi, hai dei
figli, il Natale tutti insieme:
“Arriva la nonna! Ciao nonna!…
Entra pure, come stai?”. Sai,
cazzo, non riuscirei a resistere,
preferirei ammazzarmi! Credo
di averlo nel sangue, non
sopporterei tutto quello che
comporta, l’ordinarietà della
vita. Non potrei proprio
sopportare la vita di famiglia,
non potrei proprio sopportare la
vita di lavoro, non potrei
proprio sopportare niente di
quello che ho visto. Così ho
deciso che o morivo di fame, o
tentavo, o impazzivo, o ci
riuscivo e comunque dovevo
fare qualcosa. Anche se non ci
fossi riuscito con la scrittura
non avrei mai potuto fare un
lavoro dalle otto alle cinque. Mi
sarei suicidato, o qualcosa del
genere, mi dispiace. Non potrei
proprio accettare il ritmo della
lumaca: Johnny Carson, Buon
Compleanno, Natale, Ultimo
dell’Anno. Tra le cose che mi
fanno stare male queste sono le
peggiori. Così ho avuto
semplicemente fortuna, ho
tenuto duro, qualcuno ha preso
una poesia o un racconto da
qualche parte. Adesso me ne sto
qui senza fare niente e bevo
vino e parlo di me perché voi mi
fate le domande, non perché io
abbia le risposte, ok?
BS Ok.
The Charles Bukowski Tapes,
prodotto e diretto da Barbet
Schroeder, Les Films du Losange,
distribuito da Lagoon Video, vol. 1,
n. 2, “Starving for Art”, e n. 4,
“Nature”, January 1985.
Charles Bukowski: il più cazzuto
del mondo
Ace Backwords
1987

TWISTED IMAGE Come va? (Cavolo,


che esordio infelice, eh!)

CHARLES BUKOWSKIPiù o meno


come sempre. Gioco ai cavalli,
rientro alla sera, apro una
bottiglia di vino e scrivo a
macchina. Non scrivo tutte le
sere, magari una sì e due no. E
non scrivo mai se non ho voglia
di farlo.

TI Sei contento del nuovo libro?

CB Credo che il nuovo libro sia


al livello degli altri. Credo che
la scrittura mantenga una certa
unità, i temi cambiano (a volte)
e questo è quanto.
TI Come stai di salute?

CB Con tutte le bevute che ho


fatto e che ancora faccio dovrei
essere morto. Un paio di anni fa
mi sono fatto fare un check up
completo. Il dottore non ha
trovato nulla che non andasse. Il
fegato andava bene e così via…
gli ho raccontato il mio stile di
vita e l’unica cosa che ha saputo
dirmi è stata: “Non me lo
spiego”. Così sono MOLTO
FORTUNATO , sai. Sebbene non
desideri vivere troppo a lungo.
Fino a ottant’anni mi basta. Ne
restano quattordici. E come
chiunque altro preferisco
evitare qualsiasi lunga malattia
invalidante.
TI Cosa stai bevendo adesso?
CBMirassou 1984, Gamay
Beaujolais.
TIHai detto: “I manicomi, i
bassifondi e i cimiteri sono pieni
di miei simili”. Cosa pensi ti
abbia salvato da quel destino?
CB Be’, nei bassifondi ci sono
stato e il cimitero aspetta. Stare
fuori dal manicomio? Be’, credo
di non aver mai fatto troppo
male a nessuno, e la pazzia è
sfociata nella scrittura.
TICome hai avuto la brillante
idea di scrivere poesie che
avessero veramente a che fare
con la realtà?
CB Sono stato a lungo deluso
dalla poesia perché credevo che
fosse un imbroglio, una cosa
falsa, una bugia manipolata
dagli snob. Molta (poesia) è
tuttora così. Ho cominciato a
scrivere le parole sulla carta nel
modo più chiaro che potevo,
perché farlo in qualsiasi altro
modo mi faceva venire il
voltastomaco. E quando ci si
esprime con termini semplici si
è più portati a parlare di cose
reali. Ma ho dovuto scrivere
molti, molti anni per fare
breccia con questo tipo di
scrittura. Gli editori volevano la
solita vecchia roba poetica e
affettata e io non potevo, non
volevo farlo. Non c’è stato nulla
di coraggioso nel mio rifiuto di
scrivere la solita vecchia
robaccia. Si può dire che la mia
era più che altro testardaggine.

TISe ci fosse un piccolo


consiglio da dare ai poeti quale
sarebbe?

CB Se devi lavorare cerca di


trovarti un lavoro che non
c’entri con lo scrivere, con
l’Arte o con niente di quel tipo…
Queste occupazioni
rammolliscono e isolano troppo
dai fatti della vita quotidiana,
dai veri avvenimenti.
TIJohn Lennon una volta ha
detto: “Arte è vita. Il problema
degli artisti esordienti è che
sono troppo occupati con l’arte
per aver tempo di vivere”. Vuoi
fare un commento?

CB Per quel che ne so, John


Lennon non ha mai prodotto
nulla di reale o di meritevole e
anche il modo in cui ha vissuto
non vale un soldo bucato.
TI C’è un raro senso di chiarezza
nella tua scrittura, schiettezza,
assenza di artifizi o di
atteggiamenti emozionali falsi
così dominanti nell’arte
(specialmente nella poesia). In
parte credo che questa
chiarezza derivi dal fatto che
sembra che tu abbia proprio
poco da nascondere. Non ti
disturba che il tuo modo di
scrivere sia così personale e
che riveli così tanto di te?

CB Quando mi siedo alla


macchina da scrivere non
analizzo mai cosa arriverà o che
effetti avrà. In realtà a me
sembra come se la macchina da
scrivere facesse tutto quanto il
lavoro e che io fossi
semplicemente seduto lì di
fronte su una sedia, a bere, ad
ascoltare la radio e a fumare. È
tutto gratis. Quando sento gli
scrittori che si lamentano di
quanto li faccia SOFFRIRE lo
scrivere, non so di che cosa
stiano parlando.

TISe dovessi recensire il tuo


ultimo libro cosa diresti?
CB Direi: “Questo ragazzo ogni
volta sembra scrivere sempre
meglio”.
TIHai scritto: “Mi sono sempre
sentito piuttosto appagato – non
utilizzerei il termine felice –, si
è sempre trattato di un
equilibrio interiore che si
adattava a qualsiasi cosa
capitasse”. Questo modo di
convivere con la pazzia sembra
inestimabile in questo merdoso
mondo moderno. In questo
preciso istante immagino molti
dei nostri lettori di “Twisted
Image” intenti a schivare la loro
dose di merda quotidiana. Hai
qualche consiglio da dare per
riuscire a mantenere l’equilibrio
interiore in mezzo a tutto
questo? (Ehi, l’hai scampata fino
a oggi, e questo ti dà la qualifica
di dispensatore di consigli. E del
resto a chi si potrebbe
chiedere… ad Ann Landers!?)
[Giornalista che teneva una
rubrica di corrispondenza
confidenziale con i lettori
piuttosto sdolcinata e bigotta su
“L.A. Times”.]

CB Non so da dove arrivi questo


appagamento che mantengo
anche davanti a gravi avversità
ma, fin qui, c’è sempre stato. Mi
deprimo, sono disgustato, ho
tentato un paio di volte il
suicidio, ma tutto sommato, alla
lunga, sono stato benedetto da
una sorta di semplicità
interiore. Potrebbe derivarmi
dalla sensazione che non c’è
niente che valga un cazzo,
quindi perché dovrei lasciare
che mi distrugga? Non
aspettarti mai niente e quando e
se arriva qualcosa ti sentirai un
vincente. La sopportazione e la
pazienza possono risolvere o
quanto meno attenuare molte
sofferenze.
TI Terrai altri reading di poesia?

CB No. A meno che non sia alla


canna del gas. Mi fanno andare
fuori di testa.
TISei uno scrittore di Los
Angeles molto famoso. Eppure
quando hanno fatto un film su un
tuo libro è stato fatto in Italia e
non a Hollywood. Come cazzo è
potuto succedere? Cosa pensi
del film?

CB Il film era un pezzo di merda


molliccia che sventolava al
vento. Meno dico, meglio è. Ho
scritto una sceneggiatura,
Barfly, che sarà diretta da
Barbet Schroeder. Attori
principali: Mickey Rourke e
Faye Dunaway. Cannon Films.
Cominceremo a girare nel
gennaio 1987. Se gli attori
riescono a dire bene le battute,
sarà un film niente male.
TIHo incontrato di recente il
primo editore di “Open Pussy”,
John Bryan… volevo dire “Open
City” o come diavolo si
chiamava. (Infatti adesso tiene
la rubrica porno “Sin Francisco”
che prima curavo io.) Cosa
provi se ripensi a quei
giornalacci hippy-underground
degli anni sessanta?

CB Quando tenevo quella


rubrica per i giornali hippy
erano anni grandiosi. Avevo
completa libertà di scrivere
quello che volevo. “Open City”
era la migliore di tutte. È stato
un brutto colpo quando John
Bryan l’ha dovuta chiudere.

TICome ti sembrano se
paragonati ai giornalacci punk
degli anni ottanta?

CB Non ho letto molti


giornalacci punk, quindi non
posso fare un paragone.
TIHai provato l’LSD? Come è
stato?
CB Sì, ho provato l’LSD, non l’ho
trovato molto illuminante, e non
mi è piaciuto come si
manifestava a sprazzi su di me
dopo che il trip principale era
finito. Ad esempio, stavo
guidando e di colpo la macchina
davanti a me si divideva,
diventavano due macchine e non
sapevo più quale seguire. (La
cosa migliore, naturalmente era
stare dietro in mezzo tra le
due.) Preferisco un trip di buoni
funghi allucinogeni. Si rimane
nella realtà, solo che diventa
molto ridicola o molto
spaventosa ma è sempre
divertente. Alla fine preferisco
l’alcol a tutto il resto. L’erba ti
butta troppo giù, sprofondi in
una nullità inattiva.
TIC’è una qualità spirituale in
quello che scrivi – non in senso
religioso – ma per il fatto che
metti un sacco del tuo spirito
sulla carta. O sei un ragazzo
con uno stracazzo di spirito o
sei uno scrittore con uno
stracazzo di talento oppure è
un’insana combinazione delle
due cose. Non mi viene in mente
una domanda su questo… Non
so spiegarlo, c’è qualcosa in
quello che scrivi, un fortissimo
senso spirituale che va a
braccetto con il generale
squallore della vita.
“L’impossibilità di essere
umani…”, questo spirito
inossidabile di un uomo che
sopravvive a questa impossibile
pazzia. Sai cosa voglio dire?
Be’, non fa niente, non lo so
neanch’io.

CB Sì, c’è qualcosa di glorioso


nel vivere situazioni impossibili
senza lasciarsi abbattere. Lo
spirito umano può essere una
cosa dannatamente grande.
Non è ancora svanito.
TI Altri suggerimenti per aiutare
i cuori e le menti dei fantastici
lettori di “Twisted Image”?
CB Odio dare consigli perché
ogni persona e ogni situazione
sono diverse.

TISpero che tu continui a


scrivere. Non vedo l’ora di
leggere molti altri grandi libri di
Bukowski, e spero che anche tu
abbia interesse nel continuare
per molti, molti anni.

CB Mi piacerebbe solo
aggiungere che “Twisted
Image” è carica di folle energia
e spero che continuiate per un
bel pezzo.
Oh, sì, Buk.

Ace Backwords, Charles


Bukowski: The World’s Greatest
Fucker, “Twisted Image”, January
29, 1987, p. 1.
I duri scrivono poesia. Charles
Bukowski visto da Sean Penn
1987

NOTA DELL’EDITORE:La rivista


“Time” ha definito lo scrittore
Charles Bukowski “il laureato
dei bassifondi americani”. È
però in Europa che l’autore ha
trovato i suoi ammiratori più
ferventi. È lo scrittore
americano vivente più tradotto
al mondo. Più di due milioni e
duecentomila copie delle sue
opere sono state vendute nella
sola Germania.
Adesso Bukowski ha
sessantasei anni e ha scritto
trentadue libri di poesia, cinque
raccolte di racconti e quattro
romanzi. Le sue opere più
conosciute sono Panino al
prosciutto, Donne, Musica per
organi caldi, A sud di nessun
nord, Post Office, Storie di
ordinaria follia, War all the
Time, L’amore è un cane che
viene dall’inferno. La sua ultima
raccolta di poesie è intitolata
You Get So Alone at Times That
It Just Makes Sense [Tutto il
giorno alle corse dei cavalli e
tutta la notte alla macchina da
scrivere, minimum fax, Roma
1999].
Quest’autunno il film tratto
dalla sua sceneggiatura, Barfly,
sarà presentato in anteprima in
tutto il paese. Interpretato da
Mickey Rourke e da Faye
Dunaway, diretto da Barbet
Schroeder e presentato da
Francis Ford Coppola, il film è
autobiografico e narra gli esordi
di Bukowski come scrittore. I
due personaggi principali di
Barfly, Henry e Wanda, sono
“immersi nello sforzo di
rifuggire alla vita alcolizzata
che attanaglia gran parte della
società americana”, secondo
Bukowski. “È quel desiderio
spaventoso di continuare a
esistere a ogni costo con le loro
vite e con quelle di chiunque
altro. Henry e Wanda rifiutano
di accettare la morte in vita per
arrendevolezza. Questo film è
concentrato sulla loro
coraggiosa pazzia.”
Abbiamo chiesto all’attore e
poeta Sean Penn di andare a
trovare Bukowski e di
concentrarsi sulla coraggiosa
pazzia di questo grande uomo.

Charles Bukowski è nato ad


Andernach, Germania, nel
1920. All’età di tre anni, con la
sua famiglia, è emigrato negli
Stati Uniti ed è cresciuto a Los
Angeles. Ora abita a San Pedro,
California, con sua moglie,
Linda. Noto bevitore,
attaccabrighe e libertino, è
stato definito da Sartre e da
Genet “il miglior poeta
americano”, ma i suoi amici lo
chiamano semplicemente Hank.

SUI BAR

Non so più niente dei bar.


Ormai li ho cancellati. Adesso se
entro in un bar quasi mi viene
da vomitare. Ne ho visti così
tanti, è semplicemente troppo,
cazzo – è roba per quando si è
più giovani, sai, e ti piace fare a
pugni con un tizio, hai presente,
giochi il ruolo da macho, quelle
cazzate lì – tenti di abbordare le
donne – alla mia età, non mi
servono più queste cose. Adesso
vado nei bar solo per pisciare.
Troppi anni nei bar. Ero
arrivato al punto che se entravo
in un bar dovevo uscire subito
per vomitare.

SULL’ALCOL

L’alcol è probabilmente una


delle cose più belle sulla faccia
della terra – insieme a me. Sì…
queste sono due delle cose più
grandi sulla faccia della terra.
Quindi… andiamo d’accordo. È
estremamente distruttivo per la
maggior parte delle persone. Io
sono un caso a parte. Faccio
tutto il mio lavoro creativo
quando sono ubriaco. Anche con
le donne, sai, sono sempre stato
reticente riguardo l’atto
sessuale vero e proprio, e l’alcol
mi ha permesso, sessualmente,
di essere più libero. È uno
sfogo, perché sono
fondamentalmente timido, sono
uno che si tira indietro, e l’alcol
mi permette di diventare questo
eroe che vola tra spazio e
tempo, e che compie tutte
queste gesta coraggiose…
quindi mi piace… see.

SUL FUMO

Mi piace fumare. Il fumo e


l’alcol si controbilanciano. Mi
svegliavo dopo avere bevuto,
sai, e fumavo così tanto, le mani
diventano gialle, come se
indossassi un paio di guanti…
tendenti al marrone… e ti dici:
“Cazzo… chissà come sono i
miei polmoni? Oh, Cristo!”.

SULLE SCAZZOTTATE

La sensazione più bella la


provi quando stai riempiendo di
botte un tizio che in realtà non
saresti in grado di picchiare.
Una volta mi è successo con un
tale che faceva sempre lo
sbruffone. E ho detto: “Forza,
andiamo fuori”. È stato facile –
l’ho buttato giù senza sforzo.
Era steso per terra: naso
sanguinante e tutto il resto. E
mi dice: “Cristo, di solito ti
muovi così lento, amico.
Pensavo che sarebbe stato
facile… quando ’sta cazzo di
rissa è iniziata… non ti vedevo
più le mani, eri fottutamente
veloce. Cosa è successo?”. Ho
detto: “Non lo so amico. È così
che vanno le cose”. Giochi di
conserva. Al momento giusto tiri
fuori tutto.
Il mio gatto, Beeker, è un
combattente. A volte le becca,
ma vince sempre lui. Gli ho
insegnato tutto io, sai… tira di
sinistro, centralo con il destro.

SUI GATTI

Avere una banda di gatti


intorno è bello. Se ti senti giù,
basta guardare i gatti, e ti
sentirai meglio, perché loro
sanno che tutto è
semplicemente come è. Non
vale la pena scaldarsi. Loro lo
sanno e basta. Sono i salvatori.
Più gatti hai, più vivrai. Se hai
cento gatti, vivi dieci volte di più
che se ne hai dieci. Prima o poi
questa cosa verrà scoperta e la
gente avrà migliaia di gatti e
vivrà per sempre. È proprio una
sciocchezza.

SULLE DONNE E SUL SESSO

Le chiamo macchine lagnose.


Le cose con un uomo per loro
non vanno mai bene. E amico,
quando ci sono scenate
isteriche… lasciamo stare. Devo
andarmene, salire in macchina e
via. Da qualsiasi parte. A bere
una tazza di caffè non so dove.
In qualsiasi posto. Qualsiasi
cosa che non sia una donna.
Credo che siano semplicemente
fatte in modo diverso, giusto?
(Adesso non lo ferma più
nessuno) Comincia un attacco
isterico… vanno fuori di testa.
Fai per andartene, non
capiscono. (Simula una voce
stridula femminile) “DOVE STAI
ANDANDO ?” “Vado fuori dai piedi,
piccola!” Pensano che io odi le
donne, ma non è così. La
maggior parte di queste sono
dicerie. Loro sentono solo dire:
“Bukowski è un maschio porco
sciovinista”, ma non controllano
la fonte. Certo, a volte dipingo
male le donne, ma la stessa cosa
la faccio con gli uomini. Dipingo
male me stesso. Se penso che
una cosa sia brutta, dico che è
brutta… Uomo, donna,
bambino, cane. Le donne sono
così suscettibili, la prendono
sempre sul personale. Ma è un
problema loro.

SULLA PRIMA DONNA

Scopare la prima volta è stata


la cosa più strana – non ero
capace – lei mi ha insegnato a
leccare la figa e compagnia
bella. Non sapevo niente. Ha
detto: “Sai, Hank, sei un grande
scrittore, ma non sai un cazzo di
donne!”. “Cosa intendi? Ho
scopato un mucchio di donne.”
“No, non sai niente. Lasciati
insegnare un po’ di cose.” Ho
detto: “Ok”. Ha detto: “Sei
proprio un bravo studente,
bello. Impari subito”. Ecco
tutto. (Era leggermente
imbarazzato. Non per le cose
che ha raccontato, ma per il
sentimentalismo verso quel
ricordo) Ma tutta quella
stronzata del leccare la figa può
farti diventare una specie di
servo. Mi piace accontentarle,
ma… è troppo sopravvalutato,
amico. Il sesso è una cosa
grandiosa solo quando non ce
l’hai.

SUL SESSO PRIMA DELL’AIDS (E DEL


SUO MATRIMONIO)

Entravo e uscivo da sotto le


lenzuola. Non so, era una specie
di trance, una trance della
scopata. Scopavo, e scopavo e
basta (ride)… davvero! (Ride)
E le donne, sai, bastava dire
due parole, e poi le afferravi per
un polso: “Forza, piccola”. Le
portavi in camera da letto e te
le scopavi. E ci stavano, bello.
Una volta che prendevi il ritmo,
amico, lo facevi e basta. Ci sono
un sacco di donne sole là fuori,
amico. Sono belle, ma non
comunicano. Stanno sempre da
sole, vanno a lavorare, tornano
a casa… Per loro è una grande
cosa avere uno che se le scopa.
E se in più sta un po’ con loro,
beve e parla, sai, allora sì che è
divertente. Non è andata
male… e ho avuto fortuna. Le
donne moderne… non ti
rammendano neanche i calzini…
lasciamo stare.

SULLO SCRIVERE

Ho scritto un racconto dal


punto di vista di un pedofilo che
violenta una bambina. Allora la
gente mi ha accusato. Mi hanno
intervistato. Hanno detto: “Le
piace violentare bambine?”. Ho
risposto: “Certo che no.
Fotografo la vita”. Ho passato
guai seri per tante cose che ho
scritto. D’altro canto non
dimentichiamoci che i guai
fanno vendere libri. Ma la cosa
più importante è che quando
scrivo, scrivo per me stesso. (Fa
un lungo tiro dalla sigaretta) È
come questo. Il “tiro” è solo per
me, la cenere è per il
posacenere… quella è la
pubblicazione.
Non scrivo mai durante il
giorno. È come correre per un
centro commerciale senza
vestiti. Ti possono vedere tutti.
Di notte… lì è quando tiri fuori
tutti i trucchi… È magia.

SULLA POESIA

Mi ricorderò sempre il cortile


della scuola elementare, quando
è saltata fuori la parola “poeta”
o “poesia”, e tutti i bambini
sono scoppiati a ridere e li
prendevano in giro. Capisco il
motivo, perché è un prodotto
finto. È stato finto e snob ed è
un retaggio di secoli. È troppo
delicato. È troppo prezioso. È
un sacco di pattume. La poesia
per secoli è stata quasi tutta
robaccia. È un imbroglio, una
farsa.
C’è stato qualche poeta molto
bravo, non fraintendermi. C’è
un cinese, Li Po. Sapeva
infondere più sentimento, più
realismo e passione in quattro o
cinque semplici versi che la
maggior parte dei poeti in dodici
o in quattordici pagine della loro
robaccia. E beveva anche vino.
Era solito bruciare le sue poesie
e farle galleggiare lungo il
fiume, e bere vino. Gli
imperatori lo amavano, perché
capivano ciò che scriveva… ma,
naturalmente, bruciava solo le
poesie brutte. (Ride)
Quello che ho cercato di fare,
se posso dire, è di registrare gli
aspetti della vita degli operai…
le urla delle mogli quando
rientrano a casa dal lavoro. Le
realtà che stanno alla base
dell’esistenza di qualunque
uomo… qualcosa che raramente
viene menzionato nella poesia
dei secoli. Scrivi pure che ho
detto che la poesia dei secoli è
merda. È vergognoso.

SU CÉLINE

La prima volta che ho letto


Céline, sono andato a letto con
una scatola di salatini Ritz. Ho
cominciato a leggerlo e a
mangiare i Ritz, ridevo e
mangiavo i salatini. Ho letto
tutto il romanzo dall’inizio alla
fine. E la scatola dei Ritz era
vuota, amico. E mi sono alzato a
bere l’acqua, amico. Avresti
dovuto vedermi. Ero inchiodato.
Questo è quello che ti fa un
bravo scrittore. Quasi ti
ammazza… Anche uno scrittore
scadente però.

SU SHAKESPEARE

È illeggibile e sopravvalutato.
Ma la gente non vuole che si
dica. Capisci, non si possono
attaccare le cose sacre.
Shakespeare l’abbiamo nel
sangue da secoli. Puoi dire:
“Pinco pallino è un attore che fa
schifo!”. Ma non puoi dire
Shakespeare fa cagare. Più una
cosa è in giro da tempo, più gli
snob si appiccicano ad essa,
come sanguisughe. Quando gli
snob percepiscono che qualcosa
è sicuro… vi si incollano.
Quando dici loro la verità, vanno
fuori di testa. Non la
sopportano. È come attaccare il
loro processo di pensiero. Mi
disgustano.

SULLE SUE LETTURE PREFERITE


Leggo sul “National
Enquirer”: Tuo marito è
omosessuale? Linda mi ha
detto: “Hai la voce un po’ da
frocio!”. Ho risposto: “Ah, sì. Mi
sono sempre domandato se lo
ero”. (Ride) Questo articolo
dice: “Si strappa le
sopracciglia?”. Ho pensato,
cazzo! Lo faccio sempre.
Adesso so cosa sono. Mi strappo
le sopracciglia… Sono frocio!
Ok. È gentile da parte del
“National Enquirer” farmi
sapere cosa sono.

SULLO HUMOUR E SULLA MORTE


C’è davvero poco. A proposito
dell’ultimo comico più grande,
era un tizio chiamato James
Thurber. Ma il suo humour era
così grande che non lo capivano.
Ora, questo tizio era quello che
viene chiamato uno
psicologo/psichiatra delle ere.
Faceva previsioni sugli uomini e
sulle donne… sai la gente che
vede le cose. Era uno che
curava tutto. Il suo humour era
così reale, che scoppiavi a
ridere davvero forte, di un riso
liberatorio e convulso. Oltre a
Thurber non mi viene in mente
nessuno… un po’ della sua
comicità ce l’ho anch’io, ma non
come lui. Il mio non lo chiamerei
humour. Lo chiamerei
“inclinazione al grottesco”. E
questo è uno dei miei aspetti.
Non importa cosa accade… è
grottesco. Quasi tutto è
grottesco. Sai, caghiamo tutti i
giorni. È grottesco. Non trovi?
Dobbiamo continuare a
pisciare, a infilarci cibo in
bocca, il cerume ci esce dalle
orecchie, e i peli? Ci dobbiamo
grattare. Siamo davvero brutti
e stupidi, lo sai? Le tette sono
inutili, a meno che…
Sai, siamo delle mostruosità.
Se solo potessimo vederlo sul
serio, potremmo volerci bene…
capire quanto siamo grotteschi,
con gli intestini che ci
serpeggiano dentro, con la
merda che lentamente ci corre
dentro mentre ci guardiamo
negli occhi e ci diciamo “ti
amo”, la nostra roba dentro si
sta indurendo, si sta
trasformando in merda, e non
scorreggiamo mai quando siamo
con qualcun altro. È tutto
grottesco…
E poi moriamo. Ma la morte
non ci merita. Non ha mostrato
nessuna credenziale – noi le
abbiamo mostrato tutte le
credenziali. Con la nascita,
abbiamo guadagnato la vita?
Non proprio, ma siamo di certo
intrappolati da quella stronza!…
Mi fa incazzare. La morte mi fa
incazzare. La vita mi fa
incazzare. Mi fa incazzare
essere intrappolato fra le due.
Sai quante volte ho tentato il
suicidio? (Linda chiede:
“Tentato?”.) Datemi tempo, ho
solo sessantasei anni. Ci sto
ancora lavorando. Quando hai la
fissa del suicidio, non ti dà
fastidio niente… eccetto
perdere alle corse. Quello sì che
ti rode. Come mai?… Perché usi
il cervello [all’ippodromo] non il
cuore.
Non ho mai cavalcato un
cavallo.
Non sono interessato ai
cavalli, ma piuttosto all’avere
azzeccato o meno il risultato…
il saper scegliere.

SULLE CORSE

Ho cercato di sbarcare il
lunario con le corse per un po’.
È una sofferenza. È esilarante.
Hai la lista completa… l’affitto…
tutto quanto. Ma tendi a essere
troppo prudente… non è la
stessa cosa.
Una volta ero seduto in curva.
C’erano dodici cavalli che
correvano e si sono raggruppati
tutti insieme. Sembrava una
grande carica. L’unica cosa che
vedevo erano i culi dei cavalli
che si muovevano su e giù
selvaggiamente; ho guardato i
culi di quei cavalli e ho pensato:
“Questa è una follia, questa è
pura follia!”. Poi però ti
capitano altri giorni quando
vinci quattrocento o
cinquecento dollari, vinci otto o
nove corse di fila, ti senti un dio,
come se sapessi tutto. È tutto
concatenato.
(Poi, rivolto a me)
CB Non è che tutte le tue
giornate siano belle, giusto?
SP No.
CB Solo alcune sono belle?
SP Già.
CB Tante?
SP Già.
(Dopo una pausa, una risata di
sorpresa)
CB Credevo che avresti detto
“poche…”. Che delusione!

SULLA GENTE

Non sto a guardare tanto la


gente. Mi dà fastidio. Dicono
che se guardi troppo una
persona, poi finisce che le
assomigli. Povera Linda.
Della gente… posso fare quasi
sempre a meno. Non mi
arricchiscono, mi svuotano. Non
ho rispetto per gli uomini. Ho un
problema in quel senso… sto
mentendo, ma credimi, è vero.
Il parcheggiatore
all’ippodromo è un tipo giusto.
Quando sto per andare via dice:
“Be’, come te la passi amico?”,
e io dico: “Cazzo, sono pronto
per la giugulare… alzo bandiera
bianca, amico. Ho già dato”. E
lui dice: “Oh, no! Forza amico!
Ti dico cosa facciamo. Usciamo
stasera, ubriachiamoci.
Spacchiamo un po’ di culi,
lecchiamo qualche figa”. E io
dico: “Frank, lasciamici
pensare”. E lui: “Sai, più le cose
si fanno brutte, più io mi faccio
furbo”. “Devi essere furbissimo
a questo punto, Frank.” “Sai,
meno male che non ci siamo
conosciuti quando eravamo
giovani.” E io: “Già, so cosa stai
per dire, Frank. Saremmo tutte
e due rinchiusi a San Quintino”.
“Giusto!” dice lui.

SULL’ESSERE RICONOSCIUTO ALLE


CORSE
L’altro giorno ero seduto e mi
sentivo osservato. Sapevo già
cosa sarebbe successo, allora
mi sono alzato per spostarmi,
hai presente? E il tizio dice:
“Scusa?”. E io: “Sì, cosa c’è?”.
E mi dice: “Sei Bukowski?”. E
io: “No!”. E mi dice:
“Scommetto che la gente te lo
chiede continuamente, vero?”.
E io dico: “Sì!”. E mi allontano.
Sai, ne abbiamo già discusso
una volta. Non c’è nulla come la
privacy. Sai, mi piace la gente. È
bello che possano apprezzare i
miei libri e tutto il resto… ma io
non sono il libro, capisci? Io
sono il tizio che l’ha scritto, ma
non voglio che vengano da me a
gettarmi rose o qualcosa di
simile. Voglio che mi lascino
respirare. Vogliono uscire con
me. Si immaginano che io porti
qualche puttana, musica
selvaggia e che poi io possa
accoltellare qualcuno… capisci?
Leggono i racconti! Cazzo,
queste cose succedevano venti o
trent’anni fa, bello!

SULLA FAMA

È una distruttrice. È una


puttana, una troia, la più grande
distruttrice di tutti i tempi. La
mia è la più dolce perché sono
famoso in Europa e sconosciuto
qui. Sono uno degli uomini più
fortunati che esistano. Sono un
cane fortunato. La fama è
davvero terribile. È la misura su
una scala che ha come comune
denominatore le menti che
lavorano a un livello basso. È
inutile. Un pubblico selezionato
è molto meglio.

SULLA SOLITUDINE

Non mi sono mai sentito solo.


Sono rimasto in una stanza… mi
è venuta voglia di suicidarmi.
Sono stato depresso. Mi sono
sentito malissimo… malissimo a
livelli assurdi… ma non ho mai
percepito che una persona
potesse entrare in quella stanza
e curare ciò che mi faceva stare
male… o che tante persone
potessero entrare in quella
stanza. In altre parole, lo stare
da solo non mi ha mai dato
fastidio perché ho sempre avuto
una grande propensione per la
solitudine. È quando sono a una
festa o in uno stadio gremito di
gente che esulta per qualcosa,
che posso soffrire di solitudine.
Cito Ibsen: “Gli uomini più forti
sono quelli più soli”. Non ho mai
pensato: “Be’, adesso arriva una
bellissima bionda, viene qui da
me e mi scopa a dovere, mi
massaggia le palle e mi sentirò
bene”. No, questo non
aiuterebbe. Hai presente le
tipiche compagnie: “Wow, è
venerdì sera, cosa fai? Te ne
stai lì seduto?”. Be’, sì. Perché
là fuori non c’è niente. C’è solo
stupidità. Gente stupida che si
mischia con altra gente stupida.
Lascia che si instupidiscano fra
loro. Non mi è mai venuto
l’impulso di correre fuori
incontro alla notte. Mi
nascondevo nei bar perché non
volevo nascondermi nelle
fabbriche. Ecco tutto. Mi
dispiace per tutti quei milioni di
persone, ma io non mi sono mai
sentito solo. Mi piaccio. Sono la
miglior forma d’intrattenimento
che ho. Beviamo ancora un po’
di vino!

SULL’OZIO

Questo è molto importante…


oziare. Il ritmo è l’essenza. Se
non ci si ferma completamente e
non si fa nulla per lunghi
periodi, si perde tutto. Sia che
tu faccia l’attore, qualsiasi cosa,
la casalinga… devono esserci
grandi pause tra un picco e
l’altro, dove non si deve fare
assolutamente niente. Te ne stai
coricato a letto a guardare il
soffitto. Questo è molto, molto
importante… Non fare
assolutamente niente, molto,
molto importante. E quanti lo
fanno nella società moderna?
Molto pochi. Ecco perché sono
completamente pazzi, frustrati,
arrabbiati, e carichi di odio.
All’epoca, prima di sposarmi, o
di conoscere un mucchio di
donne, abbassavo le tapparelle
e rimanevo a letto per tre o
quattro giorni. Mi alzavo a
cagare. Mangiavo una scatola di
fagioli, tornavo a letto,
rimanevo lì tre o quattro giorni.
Poi mi vestivo e uscivo, e il sole
era splendente e i suoni
grandiosi. Mi sentivo potente,
come una batteria ricaricata.
Ma sai qual era la prima cosa
che mi buttava giù? La prima
faccia umana che incrociavo sul
marciapiede, metà della mia
ricarica se ne andava
all’istante. Una faccia
mostruosa, inespressiva,
stupida, insensibile, caricata dal
capitalismo… lo “sgobbone”. E
tu facevi: “Oooh!”. E se ne
andava via metà carica. Ma ne
valeva comunque la pena, me ne
restava ancora metà. E quindi,
sì all’ozio. Non intendo pensare
a cose profonde, intendo non
pensare proprio a niente. Senza
pensieri di progresso, di tentare
di migliorarsi. Proprio starsene
come un… lumacone. È
bellissimo.

SULLA BELLEZZA

Non c’è nulla di simile alla


bellezza, specialmente su un
volto umano… quella che
chiamiamo fisionomia. È tutto
un allineamento matematico e
ipotetico dei lineamenti. Come
ad esempio, se il naso non è
troppo prominente, se i contorni
sono proporzionati, se i lobi
delle orecchie non sono troppo
grandi, se i capelli sono lunghi…
è una specie di miraggio
dell’insieme. La gente pensa che
certe facce siano belle, ma, in
realtà, calcolando l’ultima
misurazione non lo sono. È
un’equazione matematica di
zeri. “La vera bellezza” viene,
naturalmente, dal carattere.
Non dalla forma delle
sopracciglia. Molte donne che
vengono considerate belle…
diavolo, per me è come
guardare dentro a una
zuppiera.

SULLA BRUTTEZZA

Non esiste la bruttezza. C’è


una cosa chiamata deformità,
ma la “bruttezza” esteriore non
esiste… per me è così.

C’ERA UNA VOLTA

Era inverno. Morivo di fame


cercando di diventare scrittore
a New York. Non mangiavo da
tre o quattro giorni. Così alla
fine mi sono detto: “Mi prendo
un sacchetto grande di
popcorn”. E Cristo, non avevo
toccato cibo da così tanto
tempo, erano proprio buoni.
Ogni fiocco di popcorn, sai, era
come una bistecca! Masticavo e
andava giù diretto nel mio
povero stomaco. E il mio
stomaco diceva: “GRAZIE, GRAZIE,
GRAZIE!”. Ero in paradiso, e
intanto camminavo e sono
passati due tizi e uno ha detto
all’altro: “Cristo santo!”. E
l’altro: “Cosa c’è?”. “Hai visto
quel tale che mangiava
popcorn? Cristo, che schifo!” E
così non ho più potuto godermi il
resto dei popcorn. Ho pensato:
che cosa intendeva dicendo:
“Che schifo?”. Io qui sono in
paradiso. Mi sa che ero un po’
sporco. Capiscono subito se uno
è messo male.

SULLA STAMPA

Mi piace abbastanza essere


attaccato. “Bukowski è
disgustoso!” La cosa mi fa
sorridere, sai, mi piace. “Oh, è
uno scrittore tremendo!”
Sorrido ancora di più. Si può
dire che io alimento questo
genere di cose. È come quando
uno mi dice: “Ehi, sai che
insegnano la tua roba
all’università tal dei tali?”. Mi
casca la mandibola. Non so…
essere troppo accettato è
terrorizzante. Ti sembra di aver
fatto qualcosa di sbagliato.
Mi divertono le cose brutte
che dicono su di me. Alza le
vendite [dei libri] e mi fa sentire
perfido. Non mi piace sentirmi
buono, perché sono buono. Ma
perfido? Sì, mi dà tutto un altro
spessore. (Alza il dito roseo
della mano sinistra) Hai visto
questo dito? (Il dito sembra
paralizzato in una specie di L
all’incontrario) L’ho rotto, ero
ubriaco una sera. Non so come
ho fatto ma… credo non sia
guarito bene. Ma fa il suo
dovere con il tasto della A (sulla
sua macchina da scrivere) e… e
che cazzo… esalta il mio
carattere.
Visto? Adesso ho carattere e
spessore. (Ride)

SUL CORAGGIO

Quasi tutti quelli definiti


coraggiosi sono privi
d’immaginazione. Dato che non
possono immaginare cosa
succederebbe se qualcosa
andasse male. I veri coraggiosi
superano la propria
immaginazione e fanno ciò che
devono fare.

SULLA PAURA

Non so un cazzo
sull’argomento. (Ride)

SULLA VIOLENZA

Credo che la violenza venga


spesso male interpretata. Un
po’ di violenza è necessaria. C’è
in tutti noi un’energia che va
sfogata. Credo che se l’energia
fosse repressa, si impazzirebbe.
La serenità finale a cui tutti
aneliamo non è uno stadio molto
desiderabile. Non so perché, ma
non fa parte della nostra
persona. Ecco perché mi piace
assistere agli incontri di
pugilato, ed ecco perché,
quand’ero più giovane, mi
piaceva fare a botte nei vicoli.
“Espulsione di energia con
onore”, a volte chiamata
violenza. C’è una “follia
interessante” e una “follia
disgustosa”. Ci sono buone e
cattive forme di violenza. Così,
in poche parole, è un termine
molto lasso. Non bisogna che
diventi troppa a spese degli
altri, e poi va tutto bene.

SUL DOLORE FISICO

Quando ero bambino, mi


trapanavano. Grandi pustole. Ti
rafforzi con il dolore fisico.
Quando ero al General Hospital
stavano trapanandomi
ininterrottamente, è entrato un
tizio, e ha detto: “Non ho mai
visto nessuno rimanere così
impassibile sotto l’ago”. Non si
tratta di coraggio… Se subisci
tanto dolore fisico, diventi più
insensibile… È un percorso, ti ci
abitui.
Invece alla crudeltà mentale
non ci si abitua mai. Io ci sto
alla larga.

SULLA PSICHIATRIA

Cosa ottengono i pazienti


psichiatrici? Ottengono una
parcella.
Credo che il problema tra lo
psichiatra e il paziente stia nel
fatto che lo psichiatra si basa su
un testo, mentre il paziente
diventa tale a causa di ciò che la
vita gli/le ha fatto. E anche se il
libro può avere più contenuti, le
pagine del libro sono sempre le
stesse, invece ogni paziente è
sempre un po’ diverso dall’altro.
Ci sono molti più problemi
personali dell’individuo che
pagine. Capito? Ci sono troppi
matti per farlo alla carlona
dicendo: “Tot dollari all’ora e
quando la campanella suona è
finito”. Già solo questo
porterebbe alla pazzia completa
una persona mezza matta.
Hanno appena cominciato ad
aprirsi e a sentirsi a proprio
agio quando lo strizzacervelli
dice: “Infermiera, fissi il
prossimo appuntamento”, e
hanno perso cognizione del
prezzo, che è assolutamente
esagerato. È una cosa
letteralmente schifosa. Il tizio è
lì per lasciarti in mutande. Non
per curarti. Vuole i soldi.
Quando suona la campanella
faccia entrare il prossimo
“matto”. Ora il sensibile
“matto” sa che quando suona la
campanella è stato fottuto. Non
c’è limite di tempo per curare la
pazzia, e non c’è parcella che
tenga. Quasi tutti gli psichiatri
che ho visto mi sembravano
sull’orlo della pazzia anche loro.
Ma sono troppo sicuri… credo
che siano troppo sicuri. Penso
che un paziente voglia vedere
un po’ di sana pazzia, non
troppa. Aaah! (Annoiato) GLI
PSICHIATRI SONO ASSOLUTAMENTE
INUTILI! Prossima domanda?

SULLA FEDE

La fede è positiva per chi ce


l’ha. Ma non sbolognatemela.
Ho più fiducia in un idraulico
che in un essere supremo. Gli
idraulici fanno un buon lavoro.
Non ci fanno intasare dalla
merda.

SUL CINISMO

Sono sempre stato accusato di


essere cinico. Credo che il
cinismo sia uva acida. Credo
che il cinismo sia debolezza. È
come dire: “È tutto sbagliato! È
TUTTO SBAGLIATO !”. Hai presente?
“Questo non è giusto! Quello
non è giusto!” Il cinismo è la
debolezza che ci impedisce di
adattarci a quello che ci sta
capitando. Sì, il cinismo è senza
dubbio una debolezza, tanto
quanto l’ottimismo. “Il sole
splende, gli uccellini cantano…
dunque sorridi.” Questa è una
stronzata tanto quanto. La
verità sta da qualche parte nel
mezzo. Ciò che è, è e basta.
Vuol dire che non sei pronto ad
affrontarlo… un vero peccato.
SULLA MORALITÀ CONVENZIONALE

Forse l’inferno non esiste, ma


chi giudica ne può creare uno. È
vero che la gente è indottrinata.
È indottrinata su tutto. Devi
provare sulla tua pelle per
sapere come reagirai. Adesso
devo utilizzare un termine
strano… “bene”. Non so da
dove venga ma sento che c’è un
sentimento di bontà innato in
ognuno di noi. Non credo in Dio,
ma credo in questa “bontà”
come fosse un tubo che ci
attraversa il corpo. Va nutrito.
È come una sorta di magia,
quando nell’autostrada
congestionata dal traffico, uno
sconosciuto ti lascia spazio per
cambiare corsia… ti dà
speranza.

SULL’ESSERE INTERVISTATO

È come essere messo


all’angolo. È imbarazzante. Così
non sempre dico la verità fino in
fondo. Mi piace giocare un po’,
fare un po’ il buffone, quindi
fornisco molte notizie false per
puro intrattenimento e per
sparare cazzate. Quindi se vuoi
sapere qualcosa su di me, non
leggere mai un’intervista. E
ignora anche questa.
Sean Penn, Tough Guys Write
Poetry, “Interview”, vol. XVII, n. 19,
September 1987, pp. 94-98.
Il poeta ubriacone Charles
Bukowski scrive un inno a se
stesso in Barfly, e anche
Hollywood comincia a cantare
Margot Dougherty e Todd Gold
1987

Birra in mano, panciona da


vecchio ubriacone che
ballonzola in giro per il
soggiorno. La sua faccia è una
carta stradale topografica
butterata e porrosa. Un piccolo
autoritratto è appeso vicino alla
porta d’ingresso. Guardandolo
si schernisce. “Che duro!” dice
con voce stridula alla W.C.
Fields. “Mi sento Bogart.”
Altri hanno pensato peggio di
Charles Bukowski. A
sessantasette anni ha dissipato
gran parte della sua vita in alcol
scadente, in donne ancor più
scadenti, facendo a botte in bar
sordidi. La sua gioia era nella
scrittura, soprattutto perché
non doveva smettere di trincare
mentre scriveva. La bottiglia
deve sempre essere lì. “Deve,”
conferma. “Se non mi diverto,
nessun altro si diverte.” Quattro
romanzi, cinque libri di racconti
e più di mille poesie gli hanno
fatto conquistare qui negli Stati
Uniti un piccolo ma devoto
seguito. A Hank, come viene
chiamato, piace essere un gusto
per pochi. Per il laureato dei
bassifondi alcol-dipendente, la
celebrità è una bestemmia. E
adesso doveva succedere anche
questa.
Il suo nome appare
improvvisamente sulle rubriche
di gossip. Cena con Norman
Mailer, porta Sean Penn
all’ippodromo e riceve visite da
Madonna. “Perché,” si chiedono
i vicini di casa, “Madonna
dovrebbe venire a trovarti,
Hank?”
Perché, si dà il caso, Hank è il
noto personaggio dietro a
Barfly, il successo di critica e di
botteghino che ha trasformato
Bukowski in un numero uno di
Hollywood. “Mi rende
sospettoso sulle mie capacità,”
dice Bukowski, che aveva visto
la sua precedente raccolta di
racconti Storie di ordinaria
follia portata sullo schermo nel
1983 trasformarsi in un fiasco e
che l’aveva fatto “urlare insulti
contro lo schermo”. Bukowski
ha basato la sua sceneggiatura
Barfly sulle memorie appannate
di quando aveva circa
venticinque anni. È la storia di
un imperturbabile scrittore
ubriacone (Mickey Rourke) e
dei suoi due amori Wanda (Faye
Dunaway) e il signor McCleary
(whiskey scadente). Il “New
York Times” l’ha definito un
“classico”. Bukowski lo ritiene
semplicemente uno spaccato di
vita: la sua. A prescindere da
questo dice che è “un film
dannatamente bello”.
E un successo quasi senza
precedenti. Dopo che il regista
francese Barbet Schroeder ha
commissionato una
sceneggiatura a Bukowski nel
1979 per ventimila dollari, ci
sono voluti sei anni per trovare
un produttore. “Ben scritto,”
dicevano le lettere di rifiuto,
“ma a chi importa la vita di un
ubriacone?”
Quando Sean Penn ha letto la
sceneggiatura, a lui importava.
Penn si era offerto di recitare il
ruolo per un dollaro. “A quel
punto avevamo in mano
qualcosa di eccezionale,” dice
Bukowski. Ma Penn come
regista voleva il suo amico
Dennis Hopper, un altro
rinomato ex-derelitto di
Hollywood. Bukowski non
avrebbe mai piantato in asso
Barbet. E così si è fatto il film
con Mickey Rourke e la Cannon
Films con un budget di circa
quattro milioni di dollari.
Rourke ottiene meravigliose
recensioni per il suo prototipo di
vita reale. “È uno che spacca,”
dice Bukowski.
Sorprendentemente, Rourke ha
ammesso di non essere un
ammiratore di Bukowski. “Bere
può essere la scelta di
Bukowski,” dice Rourke, figlio di
un alcolizzato, “ma non devo
rispettarlo per questo.”
Bukowski risente di
quest’atteggiamento. “Perfino i
drogati suscitano compassione
nella società odierna,” dice. “Gli
ubriaconi non vengono
considerati esseri umani.”
Bukowski è nato ad
Andernach, Germania Ovest, ed
è emigrato a Los Angeles
quando aveva quattro anni. Era
terrorizzato dal padre, un
lattaio prussiano che lo
picchiava regolarmente. Aveva
tredici anni quando ha bevuto il
primo bicchiere; dice che
alleggeriva il dolore. Dopo due
anni di giornalismo al L.A. City
College, si è ritirato quando è
scoppiata la Seconda guerra
mondiale. Per i dieci anni
successivi ha scritto e ha
vagabondato per il paese.
All’età di trentasei anni il suo
regime di costanti e
indiscriminate bevute l’ha
portato dritto a un ospedale di
Los Angeles per un’ulcera
sanguinante. Tredici sacche di
sangue dopo è stato dimesso
con l’avvertimento di non bere
mai più. Lui è andato subito in
un bar.
Bukowski ha continuato a
vivacchiare con lavori da
custode, camionista,
spedizioniere e impiegato
postale. In mezzo a tutto questo
– o a causa di tutto questo –
sfornava grosse quantità di
poesie, pornografia e racconti
per riviste underground. “Se
vuoi scrivere, devi avere
qualcosa su cui scrivere,” dice.
“Gli dei sono stati buoni con me.
Mi hanno tenuto sulla strada. Se
sei un genio a venticinque anni,
ti bruci.”
Poco conosciuto in patria,
Bukowski è da molto tempo
famoso oltreoceano. Carcerati e
pazzi da tutto il mondo scrivono
valanghe di lettere all’autore, e
lui risponde a tutti. “Sono quelle
le persone interessanti,” dice.
“E le più difficili da
infinocchiare.” Quando un
carcerato della Nuova Zelanda
ha scritto che i libri di Bukowski
passavano di cella in cella,
l’autore ha detto: “È stata la
prima volta che sono stato fiero
di quello che scrivo”.
Le donne, ammette, sono un
altro suo vizio. Nel 1956 ha
sposato Barbara Frye, che
pubblicava una piccola rivista di
poesia. Solo dopo la visita alla
magione in Texas Bukowski ha
scoperto che era ricca.
“Piccola, questo rovinerà tutto,”
le aveva detto. Aveva ragione.
Hanno divorziato in meno di un
anno.
La sua unica figlia, Marina
Louise, adesso ha ventitré anni
e si è appena laureata in
ingegneria alla California State
University di Long Beach, è
figlia dell’ex-fidanzata Frances
Dean Smith. “Marina è una
tosta,” dice Bukowski. “Sa bene
che se dicesse: ‘Dio, adoro il tuo
modo di scrivere’, mi
offenderebbe. Siamo uguali.
Non diciamo mai cose che
dovrebbero essere sottintese.”
I giorni folli di Bukowski sono
ormai lontani. “Risse, bevute,
abbordaggio di donne… penso
che siano cose per i giovani,”
dice. Nel 1976 ha incontrato
Linda Lee Beighle, ora
trentaseienne, exproprietaria di
un ristorante salutista, che
recentemente ha cominciato a
frequentare la scuola di
recitazione. “Quando ci siamo
conosciuti era ubriaco,” dice lei.
Appassionata ammiratrice dei
suoi lavori, la Beighle
somministra al marito più di
trentacinque vitamine al giorno
e gli vieta la carne rossa e i
superalcolici. “Non so se io
vado bene per Linda,” dice
Bukowski, “ma se non ci fosse
stata lei io non sarei più qui.” Si
sono sposati due anni fa e si
sono stabiliti in una casa molto
comoda con una camera da letto
e un giardino nella zona
portuale della comunità di San
Pedro, California. Il successo di
Barfly di Bukowski sta
stuzzicando Hollywood a
volerne altri. “Non ho mai
desiderato essere ricco,” dice
Bukowski. “Volevo solo un posto
dove poter vivere, cibo da
mangiare, per poter continuare
a scrivere.”
Il vecchio reprobo forse è
stato addomesticato, ma
trascorre ancora quasi tutti i
pomeriggi nel vicino ippodromo.
La moglie non si preoccupa.
Quasi tutte le sere verso le
dieci, dice lei, il suo Hank sale
quella scala che lo porta al suo
studiolo. “Chiude la porta,” dice
Linda, “apre la bottiglia di vino,
accende la radio sulla musica
classica, poi pesta sui tasti. È
come se eruttasse.” Il romanzo
che sta scrivendo, Hollywood,
Hollywood, basato sulla
realizzazione del film Barfly,
scorre che è una meraviglia.
“Sono lassù da solo,” dice
Bukowski raggiante, “che mi
godo la festa.”
Margot Dougherty and Todd
Gold, Boozehound Poet Charles
Bukowski Writes a Hymn to Himself
in Barfly, and Hollywood Starts
Singing Too, “People”, November 16,
1987, pp. 79-80.
Charles Bukowski: poesie,
racconti e adesso…
sceneggiature!
Christian Gore
1987

CG Qual è stato il tuo


coinvolgimento nella
trasposizione cinematografica
di Storie di ordinaria follia?
(Ora diventato un film classico e
un cult nei negozi di video in
tutto il paese.)
CB Quella gente ha acquistato i
diritti di un paio di racconti del
libro che porta lo stesso titolo.
Non ho avuto nulla a che fare
nella realizzazione.

CG Ti è piaciuto Ben Gazzara,


che ti impersonava sullo
schermo?
CB No. Ben Gazzara
rappresenta troppo l’uomo
macho standard, rilassato nella
sua visione personale della vita,
soddisfatto di se stesso.
CG Visto che Ben non ti è
piaciuto, chi avresti voluto che ti
interpretasse?

CB Jack Nicholson.

CG Quali sono state le tue prime


reazioni dopo avere visto il film?

CB Cristo, mi è venuto da
vomitare. Ero in platea e stavo
bevendo e ho urlato contro lo
schermo. Ahimè, non è
cambiato nulla.
CG Quale tra i tuoi racconti
pensi che sia più adatto per un
film? (La mia scelta sarebbe Sei
pollici.) [Racconto di Storie di
ordinaria follia, Feltrinelli,
Milano 2013]

CB Molti. La maggior parte di


quello che ho scritto l’ho
dimenticato, quindi non posso
scegliere, in realtà. Ma quasi
tutta la mia roba è drammatica
con una punta comica, quindi è
possibile che sia divertente.
CG Adesso cosa stai bevendo?

CB Stasera non sto bevendo, ma


di solito scelgo un buon vino
rosso. Quando bevo a casa.
Fuori, al bar o da qualsiasi altra
parte, preferisco una vodka 7.
CG Che genere di film
preferisci?

CB Nessuno.

CG Che predicatori evangelici ti


piacerebbe vedere in un film
porno?

CB Nessuno. Di quei cazzoni ne


vedo già troppi quando scanalo i
vari programmi.

CG Ho letto che hai scritto una


sceneggiatura, Barfly. Dimmi
tutto, ho sentito che il film sarà
interpretato da Mickey Rourke
e da Faye Dunaway e sarà
prodotto dalla Walt Disney.
CB È già stato girato e dovrebbe
essere distribuito in autunno.
Dalla Cannon Films.

CGOdi i film quanto odi la


poesia?

CB Sì. Sono altrettanto brutti,


forme d’arte sprecate piene di
gente con talento pari a zero e
con un ego grande come una
casa.
CG Vorresti fare il regista?
CB No. E tu?
CG Adesso che hai conosciuto un
certo successo economico e non
puoi più scrivere articoli in cui ti
lamenti di essere povero, li
scrivi sullo stereo che ti hanno
rubato dalla tua BMW?

CB L’ho già fatto. Sono lontano


dall’essere ricco, ma se mai lo
diventerò mi piacerebbe
credere che sarò vecchio
abbastanza da essere
sopravvissuto a tanta merda che
a quel punto non avrò l’anima
completamente esangue.
Adesso sono fortunato che, a
sessantasei anni, ogni giorno mi
porti più vicino alla morte, e
spero che questo pensiero non
mi faccia uscire stronzate dalla
macchina da scrivere. C’è
pericolo in tutto, c’è pericolo
nell’essere povero troppo a
lungo, nel morire di fame troppo
a lungo. Mi piacerebbe provare
un pizzico di quasi tutto in
questa giostra chiamata vita e
ne ho avuto in abbondanza. Ciò
che succede a qualsiasi
individuo in ogni circostanza
dipende molto dal coraggio o
dalla mancanza di coraggio, con
una spruzzata di fortuna qua e
là.
CG Se questi quattro fantini
fossero in una corsa di cavalli:
Charles Manson, Gesù, Ronald
Reagan e Allen Ginsberg, su chi
punteresti?
CBGesù, Ginsberg, Manson e
Reagan, in quest’ordine.

CG Hai un videoregistratore? Se
sì, cosa guardi?

CB Sì. Niente. Quel cazzo di


coso è lì da mesi e mesi. L’ultimo
video che ho guardato è stato
The Bukowski Tapes. Niente
male.
CG Pensi che i telegiornali siano
validi?
CB No. Sono finti e falsi dalla
testa ai piedi. Mi riferisco ai
conduttori. Ma dove la trovano
certa gente?
CG Com’è lavorare nel sistema
hollywoodiano, ti hanno fottuto?
(In senso letterale e in senso
figurato.)

CB Un po’ mi hanno fottuto, ma


non di brutto. Adesso ne sto
uscendo.

CGHai incontrato Mickey


Rourke e Faye Dunaway? Come
sono?
CB Sì. Mickey Rourke è un tipo
molto umano, dentro e fuori dal
set. E in Barfly la sua
recitazione è stata ottima. Ho
sentito che si divertiva e ha
anche una certa dose di
inventiva. L’umanità e il talento
di Faye Dunaway non sono
nemmeno paragonabili, ma ha
comunque ricoperto il ruolo.

CG Quando stavate lavorando al


film ti è stata offerta cocaina?

CB No. E neanche alle poche


feste. Questo mi è piaciuto. Ma
mi hanno offerto molti drink e
ne ho approfittato ampiamente.
CGCosa pensi della rivista “Film
Threat”?

CB Non la leggo. Mia moglie,


qualche volta, la legge. Ho un
problema: non riesco a leggere
niente. Mi cade dalle mani.

CG Se ti pagassero
considereresti di scrivere per
questa rivista?
CB No, perché i film non mi
interessano.
CG Un ultimo commento?
CB Mi sa che ho perso una
pagina delle tue domande. Ma
da qualche parte mi chiedevi
che film mi piacciono?
Be’, mi è piaciuto Eraserhead,
Qualcuno volò sul nido del
cuculo, Elephant Man e Chi ha
paura di Virginia Woolf?.
Grazie comunque per le tue
domande. Devo prendermi cura
della mia vita adesso. Ho
pranzato da Musso and Frank’s
oggi e il cameriere sapeva il mio
nome.
Adesso basta, Gore, sempre
avanti così…
CG Grazie per averci dedicato
tempo (sempre che tu l’abbia
fatto).
CB Oh, be’, cazzo, figurati…
Buk
Christian Gore, Charles
Bukowski: Poetry, Short Stories and
Now… Screenplays!, “Film Threat”,
Issue 13, 1987, pp. 17-20.
Charles Bukowski spirito
fuorilegge
Jay Dougherty
1988

Sul successo in Germania


Ovest. Sulle lettere a Carl
Weissner e sulla
corrispondenza in genere
GARGOYLE I tuoi libri hanno
venduto più di due milioni e
cinquecentomila copie in
Germania Ovest. Li trovi in
qualsiasi centro commerciale, in
tutte le stazioni ferroviarie e
ovviamente in tutte le librerie.
Come ha detto Carl Weissner, il
tuo traduttore tedesco, a questo
punto si vendono da soli; non
serve fare pubblicità. A cosa
attribuisci il tuo successo
fenomenale in Germania?
BUK Credo che il pubblico
tedesco sia più aperto al rischio
e alle nuove forme di
letteratura. Il perché, non lo so.
Qui negli Stati Uniti è accolto
più benevolmente un genere di
letteratura scialbo e sicuro. Qui
la gente non vuole essere
scossa o svegliata. Preferisce
dormire tutta la vita. Per loro,
ciò che è sicuro e vecchio
sembra valido.

G Cosa pensi che il pubblico dei


lettori tedeschi veda nel tuo
lavoro? Pensi davvero, come hai
espresso in molte poesie, che il
successo sia unicamente
attribuibile alla qualità dei tuoi
traduttori?
BUK Per quanto riguarda il
pubblico tedesco, penso che
abbia una certa rilevanza che io
sia nato lì. Non aiuta in
relazione a vendite di milioni di
copie. Forse centomila.
Rappresento una curiosità. I
miei traduttori? Be’,
probabilmente sono proprio
dannatamente bravi. I libri
sembrano andare bene in
Francia, in Italia e in Spagna. In
Inghilterra no. Chissà perché?
Io non so perché. Sai, cerco di
mantenere il mio lessico e il mio
verso strutturalmente semplice
e disadorno. Questo non
significa non dire nulla. Significa
dirlo direttamente senza filtri.
Gli inglesi e gli americani sono
abituati alle vecchie stronzate
letterarie… vale a dire a essere
cullati fino ad addormentarsi
dalle stesse vecchie cagate. Se
leggono qualcosa e non la
trovano interessante o non
riescono a capirla, spesso
presumono che sia profonda. O
almeno io la penso così.

G Perché credi che gli americani


non ti abbiano accolto così,
nella totalità? È una questione
di distribuzione, dato che John
Martin, il tuo editore, non ha i
mezzi, diciamo, di un editore di
New York, per pubblicizzare i
tuoi libri e distribuirli a vasto
raggio.
BUK Sì, la Black Sparrow Press
ha una circolazione limitata e
questa è la ragione del livello
contenuto di popolarità qui negli
Stati Uniti. Comunque mi hanno
pubblicato un libro dopo l’altro
nel corso degli anni, e molti di
questi sono tuttora in
commercio e disponibili. Io e la
Black Sparrow abbiamo
cominciato più o meno insieme e
spero che finiremo insieme.
Sarebbe molto appropriato. Se
fossi andato da una casa
editrice più grande di New York,
potrei avere vendite più alte
negli Stati Uniti, potrei essere
ricco, ma dubito che continuerei
a scrivere così bene e con così
tanta gioia. Inoltre dubito che
sarei accettato allo stesso
modo, senza essere censurato
come succede con la Black
Sparrow. Come scrittore penso
di essere nella situazione
migliore: celebre altrove e al
lavoro qui. Gli dei mi hanno
risparmiato molte delle trappole
riservate allo scrittore
americano medio. La Black
Sparrow è venuta da me quando
non l’avrebbe fatto nessun
altro. Questo dopo essere stato
un operaio generico e uno
scrittore morto di fame,
ampiamente ignorato dalla
stampa a larga diffusione e da
quasi tutte le maggiori riviste.
Sarebbe ingrato da parte mia se
adesso mi rivolgessi a un grande
editore di New York. Infatti non
ho il benché minimo desiderio di
farlo.

G Le tue prime lettere a Carl


Weissner, corrispondenza che è
nata nel 1961 circa, sono
caratterizzate da un’energia
incredibile, da tanta rabbia e
profondità. Sono le lettere più
concettuose scritte da te che io
abbia mai visto. Eppure
Weissner, all’epoca in cui è
cominciata la vostra
corrispondenza, era solo uno
studente, uno che non avevi mai
incontrato e di cui non avevi mai
sentito parlare prima che
iniziaste a scrivervi. All’epoca
quali sono state le motivazioni
per scrivergli? Com’era la tua
vita allora e quali aspettative
nutrivi?

BUKNon ho la più pallida idea di


come sia iniziata con Carl
Weissner; parliamo di quasi tre
decenni fa. Ma in qualche modo
siamo entrati in contatto. Credo
che avesse visto alcuni miei
lavori su qualche rivista minore
statunitense. Abbiamo
cominciato una corrispondenza.
Le sue lettere erano alquanto
incisive, divertenti (più vive del
fuoco) e mi tirava su il morale
mentre lottavo nell’oscurità,
senza uscita. Una lettera da
Carl era sempre, ed è tuttora,
un’iniezione di vita e di
speranza e di saggezza
tascabile. Lavoravo all’ufficio
postale all’epoca e vivevo con
una donna pazza e alcolizzata e
scrivevo comunque. Tutti i
nostri soldi finivano nella
bottiglia. Vivevamo da
straccioni e avevamo la rabbia
dei disperati. Mi ricordo che
non avevo neanche i soldi per le
scarpe. I chiodi delle scarpe
vecchie mi affondavano nei piedi
mentre facevo le consegne, con
il doposbronza e totalmente
pazzo. Bevevamo tutta la notte
e dovevo alzarmi alle cinque di
mattina. Da tutto questo mi
uscivano poesie e le lettere da
Carl erano l’unica magia di tutta
la situazione.
G Come ti immaginavi Carl?
BUK Come me lo immaginavo?
Esattamente com’era e come si
comportava quando l’ho
incontrato. Un tipo in gamba,
davvero in gamba, un essere
umano straordinario.

G Secondo te qual è stata la


corrispondenza più importante
e solida che hai tenuto?

BUK Quella con Carl Weissner.


Sentivo che con Carl potevo
dire qualsiasi cosa mi passasse
per la mente e spesso l’ho fatto.

G C’è qualcuno oggi con il quale


corrispondi paragonabile per
energia o costanza nel tempo?
BUK No.

G Consideravi le lettere che hai


scritto a Weissner o a chiunque
altro come un terreno di prova,
di pratica per le tue idee
letterarie?

BUK No, non ho mai


sperimentato le mie abilità
letterarie scrivendo lettere. Per
esempio ho letto che dopo aver
scritto una lettera Hemingway
non riusciva più a scrivere
nient’altro. Per me questo
sarebbe un tradimento verso la
persona alla quale stai
scrivendo. Ho scritto lettere
perché uscivano così,
spontaneamente. Erano un
bisogno. Un urlo. Una risata.
Qualcosa. Non conservo le
copie fatte con la carta
carbone.

G Le poesie o i racconti sono


un’evoluzione delle tue lettere?
BUK Pochi racconti o poesie sono
usciti dalle lettere. Se l’hanno
fatto, è stato molto dopo. Una
mezza idea: merda, forse dovrei
usare quella frase o quel
concetto da qualche altra parte.
Ma non spesso, anzi quasi mai.
Le lettere arrivavano prima. Le
lettere erano semplicemente
lettere scritte come lettere.
G Carl Weissner ha descritto le
tue lettere degli inizi come
“cibo per l’anima”. Chi dei due
si è più divertito a ricevere
lettere dall’altro e perché?

BUK Come ho detto, le lettere di


Carl erano le migliori. Mi
facevano andare avanti per
settimane. A volte gli ho persino
scritto qualcosa tipo:
“Maledizione, amico, mi hai
salvato la vita”. Ed era vero.
Senza Carl sarei morto o sarei
quasi morto o impazzito o quasi
impazzito a bofonchiare
sciocchezze in un buco squallido
da qualche parte, a declamare
assurdità.

G Sei sempre stato molto


meticoloso nel datare le tue
lettere, e hai dispensato molte
energie, perlomeno in quelle a
Weissner. Non hai mai in nessun
momento – ovviamente prima
che vendessi le lettere a Santa
Barbara – percepito un pubblico
interessato al di fuori della
persona a cui erano rivolte?
Cioè, hai scritto consciamente o
inconsciamente pensando ai
posteri?
BUK La corrispondenza con Carl
è stata venduta a Santa
Barbara, insieme ad altro
materiale, per la mia
sopravvivenza. Non avevo
conservato nemmeno le lettere.
Le ho chieste a Carl e lui me le
ha spedite. Senza pensarci. No,
non ho mai pensato a un
pubblico al di fuori di Carl
relativamente a quelle lettere.
Se l’avessi fatto sarebbero state
lettere del cazzo. Scrivevo a
Carl perché sentivo che capiva
ciò che dicevo e che le sue
risposte sarebbero state piene
di gioia, pazzia e coraggio e
dritte al punto. Ho letto troppe
lettere letterarie pubblicate,
che gli scrittori celebri hanno
scritto. Sembra che scrivano
per molte persone, non per una
sola, e questi sono affari loro a
meno che non scrivano a me.

G Cosa ti diverte di più quando


scrivi una lettera? In che
momenti le scrivi?
BUK Scrivere lettere, come
scrivere poesie, racconti,
romanzi mi aiuta a non
impazzire o a non arrendermi.
Le lettere le scrivo di notte
quando bevo, nello stesso
momento in cui scrivo le altre
cose.

Sul mestiere della Poesia

G Nelle tue poesie, a volte scrivi


di divertirti alla macchina da
scrivere, di quanto sia facile
essere uno scrittore e così via.
Cosa pensi del mondo
assoggettato alla giornata
lavorativa dalle nove alle cinque
e degli obiettivi che tutti
cercano di raggiungere
sgobbando?
BUK Il lavoro dalle nove alle
cinque è una delle più grandi
atrocità scagliate sul genere
umano. Cedi la tua vita per
un’attività che non ti interessa.
Questa situazione mi ha
disgustato a tal punto che mi ha
spinto a bere, all’inedia e a
donne pazze come alternativa.
L’ideale, per uno come me,
naturalmente, è di vivere della
propria scrittura, della propria
creatività. Pensavo che fosse
impossibile farlo, fino a
cinquant’anni, quando ho
cominciato ad avere un’entrata
sufficiente per sopravvivere
senza il lavoro dalle nove alle
cinque. Per mia fortuna,
naturalmente, perché all’epoca
lavoravo per il servizio postale
statunitense, e quasi tutte le
sere avevo turni di undici ore e
mezza, e quasi tutti i giorni di
riposo venivano cancellati. Ero
sull’orlo della pazzia e il mio
corpo era una tale massa di
nervi che da qualsiasi parte mi
si toccasse mi faceva urlare,
facevo molta fatica ad alzare le
braccia e a girare la testa. A
cinquant’anni ho mollato il
lavoro, e la scrittura è
migliorata.
G In che misura senti che
scrivere poesia – o scrivere in
generale – ti aiuti a sopportare
il vuoto pneumatico mentale che
avverti intorno a te?

BUK Scrivere mantiene vivi


perché libera il cervello dai
mostri riversandoli sulla carta.
Elencare gli orrori sembra
avere un potere rigenerante, e
sovente si ricicla nella scrittura
sotto forma di gioia o di
umorismo. La macchina da
scrivere spesso canta canzoni
che curano la tristezza del
cuore. È miracoloso.
G Hai costantemente rifiutato di
politicizzarti nell’arena
letteraria, non volendo essere
associato a “scuole” o a
correnti. Ma in una poesia
recente contro gli “accademici”,
e in generale la poesia
conservatrice che loro
diffondono, tu dici:

non ci interessa
come
scrivono poesia
ma insistiamo nel
dire che ci sono
altre voci
altri modi di
creare
altri modi per
vivere la
vita
in questa
battaglia contro
secoli di Nati
Morti

lasciamo che sia


chiaro
che noi siamo
arrivati fin qui e
qui intendiamo
rimanere
Ti ritieni il fulcro di una specie
di poesia proletaria non
annunciata che trova sempre
più sbocchi nella stampa minore
e nelle riviste minori?
BUK Per quanto riguarda la
poesia in generale, non ritengo
di essere il fulcro di un bel
niente se non di me stesso.
Ballo da solo. In relazione a
quella poesia specifica che ti ha
colpito è stata scritta più per gli
altri che per me. Cioè, sento
che una poesia più umana,
accessibile e al contempo vera e
vibrante stia gradualmente
prendendo piede. Lo noto
soprattutto nelle riviste minori;
c’è un’oscillazione verso una
maggior chiarezza, realtà…
mentre gli accademici sono
come sempre immobili, attuano
giochi segreti, barbosi e snob, e
alla fine sono contro la vita e
contro la verità.
G Il tuo lavoro continua a essere
ignorato dalla maggior parte
delle antologie americane, con
la notevole eccezione della
Norton Anthology of American
Poetry e di A Geography of
Poets (Bantam). Perché pensi
che sia accaduto e cosa provi
per essere apparso sulla
Norton, probabilmente
l’antologia più diffusa e adottata
dai college?
BUK Non sapevo di essere sulla
Norton. Se è così, va bene, non
credo che ne morirà nessuno.
Non sono un esperto di
antologie. Credo che più che
altro dipendano dalla scelta di
un unico uomo. E io penso che
la maggior parte di questi
provengano o abbiano legami
con l’università, e quindi che
siano dei conservatori, cauti e
preoccupati per il loro posto.
Quello che scelgono non
scandalizzerebbe neppure una
suora o un conducente di
autobus, ma piuttosto potrebbe
farli addormentare.
G A parte le tue pubblicazioni
con la Black Sparrow, continui
ad apparire con le poesie sulle
riviste minori. Come pensi
stiano andando le riviste
letterarie e le pubblicazioni
minori? Le trimestrali
istituzionalizzate contro le
ciclostilate occasionali?

BUK Non leggo molte trimestrali


istituzionalizzate eccetto il
“New York Quarterly”, ma il mio
giudizio verso quest’ultimo non
è imparziale perché sono
apparso in tutti i numeri dal 7
fino al 34. Trovo che non
temano novità o fuoco, ma come
dicevo, dato che sono stati tanto
buoni con me, potrei non essere
un giudice imparziale in questo
caso.
Per quanto riguarda le minori,
devo dire che la loro più grande
debolezza è che pubblicano
troppo spesso i loro stessi
editori. La maggior parte delle
poesie non è completamente
matura. Prevale una
stravagante attitudine del
genere “e con questo?”. Eppure
in mezzo a tanti fascicoli si
trovano poesie centrate, piene.
Ogni tanto appaiono dei veri
talenti. La maggior parte dei
quali non dura a lungo; qualcosa
nella vita li inghiotte. Ma la vita
si rinnova: quando stai per
mandare tutti a quel paese,
eccone un altro che fa breccia
con prepotenza. La speranza
rimane sempre e giustifica
l’esistenza delle riviste minori.

G Secondo te, cosa caratterizza


il meglio e il peggio della poesia
scritta oggi?

BUKLa brutta poesia copia la


poesia migliore e peggiore del
passato. La maggior parte dei
poeti proviene da ambienti
troppo protettivi. Un poeta deve
vivere prima di riuscire a
scrivere e a volte vivere implica
quasi uccidere. Non sto
suggerendo ai poeti di cercare
situazioni pericolose, né sto
suggerendo di evitarle.

G Quali scrittori nascenti o


contemporanei vedi come nuove
promesse? E quali aspetti dei
loro lavori ti attirano?

BUKJohn Thomas. Gerald


Locklin. Quali aspetti? Leggili.
G Qualche recensore ha
criticato la tua poesia,
specialmente quella più recente,
descrivendola come niente di
più che prosa frammentata in
versi. Sei d’accordo con loro?
Cosa distingue la tua poesia
dalla tua prosa?

BUK Forse i critici hanno


ragione. Non sono certo di
quale sia la differenza tra la mia
poesia e la mia prosa. Forse gli
stili sono simili. Il tono
probabilmente no. Voglio dire, il
tono è diverso nella poesia e
nella prosa. Mi spiego, riesco a
scrivere prosa solo quando mi
sento bene. La poesia posso
scriverla anche quando sono
giù, e scrivo la maggior parte
delle mie poesie quando sto
male, anche se le poesie hanno
sempre un taglio ironico-
umoristico.
G Io personalmente non sono
d’accordo con chi dice che
anche la poesia recente è prosa
frammentata in versi, perché vi
intuisco decisioni consce e
inconsce che fai riguardo, per
esempio, l’interruzione del
verso; spesso sembra che tu
spezzi un verso affinché la
poesia venga letta o enfatizzata
in un certo modo o per spingere
il lettore in un’aspettativa
temporanea che nel verso
successivo viene disattesa.
Come arriva la tua decisione
sull’utilizzo dell’interruzione del
verso nelle tue poesie?
BUK Nel subconscio, immagino,
cerco di rendere la mia poesia
sempre più disadorna, minimale.
Cioè di offrire molto con poco.
Questo può dare l’opportunità a
quei critici di urlare quella
parolaccia che usano, “prosa”.
Ecco perché esistono i critici:
per lamentarsi. Non scrivo per i
critici; scrivo per quella piccola
cosa che è dentro e dietro la
mia fronte (ah, il cancro?).
L’interruzione del verso. I
versi si interrompono da soli e
non so come.

G Da quello che capisco,


Dangling in the Tournefortia è
uno dei pochi libri, se non il
solo, che non è stato editato in
modo importante o
“selezionato” da John Martin.
Hai insistito tu nella scelta delle
poesie in questo libro?

BUK John Martin seleziona tutte


le poesie per tutti i libri. Non
sono certo che uno scrittore
capisca quale sia il suo lavoro
migliore. Se dovessi fare il
prezioso e cazzeggiare con la
selezione delle mie poesie,
perderei un sacco di tempo che
potrei invece utilizzare meglio
scrivendo o andando
all’ippodromo o facendo il bagno
o non facendo un cazzo. John ha
grande occhio nel selezionare le
poesie e nel metterle in
successione. Gli piace avere un
tema che poi viene a mano a
mano sviluppato nelle poesie
che si succedono, più o meno, e
se ci fai caso nelle raccolte di
poesie vedrai che c’è una specie
di storia che viene raccontata,
anche se le cose raccontate
nelle poesie si riferiscono a fatti
separati. A John piace farlo,
anche se comporta un sacco di
lavoro, e sono contento che
qualcuno lo noti.
G Sembra che tu stia
sperimentando sempre di più
con la tua poesia una specie di
poema frammentato, composto
solo da immagini, come ad
esempio in Lost in San Pedro.
Quali cambiamenti avverti o
vedi che coinvolgono la tua
poesia riguardo la tecnica e i
temi?
BUK Se le poesie stanno
cambiando a loro modo,
potrebbe essere perché mi sto
avvicinando alla morte. Poesie
sulle puttane che mostrano le
mutande e che rovesciano birra
sulla mia patta non sembrano
più appropriate. Non mi
dispiace avvicinarmi alla morte:
infatti, quasi ci si sente bene.
Ma servono diversi colori per la
dannata tela. Naturalmente,
molte delle cose che mi davano
fastidio quando avevo sette anni
mi danno ancora fastidio.
D’altro canto quando le cose
andavano di merda non mi sono
mai sentito fregato o gabbato o
niente di simile. Posso aver
pensato di essere uno scrittore
migliore rispetto a molti altri
scrittori famosi vivi o morti, ma
lo consideravo come un naturale
corso degli eventi – spesso
quelli in cima mostrano molto
poco. Il pubblico crea i propri
dei e spesso sceglie male
perché il pubblico riflette la sua
stessa immagine.
Più vado avanti più scrivo
come mi pare e come devo. Non
mi preoccupo dei critici o dello
stile o della fama o della
mancanza di fama. Tutto ciò che
voglio è buttare giù il prossimo
verso esattamente come lo
sento.
G Quali sono i tuoi progetti
futuri relativi alla scrittura? A
cosa stai lavorando adesso?
BUK Sto scrivendo un romanzo,
Hollywood, Hollywood. Ora, si
tratta di prosa e devo sentirmi
bene per scriverla e
ultimamente non è stato così,
quindi sono solo a pagina
cinquanta. Ma ho tutto qui, in
testa, e credo che mi sentirò
bene per il tempo sufficiente
per scriverlo. Posso solo
sperarlo perché sarà una
vittoria facile. Hollywood è
almeno quattrocento volte
peggio rispetto a quello che è
stato scritto da chiunque.
Naturalmente, se mai lo finirò,
verrò probabilmente
denunciato, anche se è tutto
vero. Così potrò scrivere un
nuovo romanzo sul sistema
giudiziario.
Jay Dougherty, Charles Bukowski
and the Outlaw Spirit, “Gargoyle
35”, 1988, pp. 98-103.
Charles Bukowski
Alden Mills
1989

Se dovessi presentarmi da solo, sarei


gentile, direi:
“Ecco un tipo che non sputerà
mai il rospo”.
CHARLES BUKOWSKI
AM Cosa ti ha spinto a scrivere?
CB Be’, sai, per uscire dalle
fabbriche e dai mattatoi, dai
giorni sprecati, da tutte quelle
ore mutilate, quale modo
migliore c’era per raggiungere
un equilibrio? Mi ha aiutato a
tenere distante il coltello dalla
gola, anche se la mia roba
veniva rifiutata. Leggevo libri e
riviste e notavo la bianca
lattescenza mortale della
scrittura. Se avessi dovuto
scrivere solo per me stesso,
allora sarebbe stato così. È
vero, mi sono preso dieci anni di
vacanza dallo scrivere per
concentrarmi unicamente sulla
bottiglia, ma questo mi ha dato
un’immensa riserva di
esperienza a cui attingere per
le cose che avrei scritto dopo.

AM Cosa ti passa per la testa


prima di scrivere? Pianifichi e
realizzi i tuoi scritti con
maestria?

CB Quando mi siedo alla


macchina da scrivere non ho
idea di quello che scriverò. Non
mi è mai piaciuto il lavoro duro.
Pianificare è un lavoro duro. Mi
piace che arrivi per caso,
magari da dietro il mio orecchio
sinistro. Mi sono accorto di
trovarmi in una specie di trance
quando scrivo. Qualche volta
mia moglie entra nella stanza e
mi chiede qualcosa mentre sto
scrivendo e io mi metto a
URLARE! Non perché il lavoro sia
prezioso o io sia prezioso, ma
perché mi ha risvegliato in
maniera brusca. Scrivere per
me, be’, potrei dire che è come
andare a vedere un bel film, si
dischiude da solo, funziona
bene, non implica alcun lavoro.
E, naturalmente, io preparo lo
scenario: la radio sulla musica
classica e una bottiglia di vino.
È un bel momento. Se non ho
voglia di scrivere non funziona.
Voglio dire, posso stare di
merda, ma al tempo stesso
posso avere voglia di scrivere.
La merda si trasforma in
qualcosa di positivo. O almeno a
me sembra così.

AM Il lettore non incontra


nessun elemento estraneo nei
tuoi lavori. Fai molte revisioni?

CB Per la prosa no. Ho appena


terminato il romanzo
Hollywood, Hollywood. L’ho
scritto tutto di filato, senza
cambiare nemmeno una parola.
Invece con le poesie cancello un
paio di versi e li riscrivo. Quindi
le poesie le riscrivo, ma non i
romanzi e i racconti. Il motivo?
Non lo so.

AM In una tua poesia, scrivi che


bevevi forte e poi scrivevi tutta
la notte. Che il tuo obiettivo era
di scrivere dieci pagine prima di
andare a dormire, ma che
spesso ne scrivevi anche
ventitré. Ci parli un po’ di
questo?

CB Avevo appena lasciato il


lavoro alle poste e stavo
tentando di diventare scrittore
professionista a cinquant’anni.
Forse ero spaventato. Le fiches
erano sul tavolo. Stavo
scrivendo il romanzo Post Office
e sentivo che avevo un tempo
limitato. All’ufficio postale
cominciavo a lavorare alle
18,18. Così, dopo essermi
licenziato, tutte le sere alle
18,18 mi sedevo davanti alla
macchina da scrivere con una
bottiglia di scotch, qualche
sigaro scadente e tanta birra,
radio accesa, naturalmente.
Scrivevo tutta notte. Il romanzo
l’ho scritto in diciannove notti.
Non ricordavo mai di essere
andato a letto. Ma ogni mattina,
a mezzogiorno circa, trovavo
tutti questi fogli sparpagliati sul
divano. È stato un bel
combattimento, alla fine. Tutto
il mio corpo, tutto il mio spirito
erano follemente presi dalla
battaglia.

AM Per te c’è differenza tra


scrivere quando sei ubriaco e
scrivere quando sei sobrio? Uno
dei due stati ti aiuta a scrivere?
CB Prima scrivevo sempre
mentre bevevo e/o ero già
ubriaco. Non ho mai pensato di
poter scrivere senza la
bottiglia. Ma negli ultimi cinque
o sei mesi ho avuto una malattia
che ha limitato le mie bevute.
Così mi sedevo a scrivere senza
la bottiglia, e usciva tutto nello
stesso modo. Quindi non ha
importanza. O forse scrivo da
ubriaco anche quando sono
sobrio.

AM Whitey è stato un tuo amico


reale?

CB “Whitey” era un compagno


sporadico di sbronze in un hotel
di Vermont Avenue. Ci andavo
ogni tanto a trovare una mia
amica e spesso mi fermavo due
o tre giorni anche a dormire.
Tutti in quel posto bevevano.
Più che altro vino scadente.
C’era un gentiluomo, un certo
“signor Adams”, un tizio molto
alto che cadeva per la lunga
scala due o tre notti a
settimana, di solito intorno
all’una e mezza, quando faceva
l’ultimo tentativo per andare a
prendere i rifornimenti al
negozio di liquori all’angolo.
Ruzzolava giù per questa lunga,
lunga scala ripida, si sentiva il
rumore delle culate, e la mia
ragazza diceva: “Ecco a voi, il
signor Adams”. Tutti
rimanevamo attenti per vedere
se buttava giù la porta di vetro
dell’ingresso, cosa che ha anche
fatto qualche volta. Credo che
l’abbia sbattuta giù il cinquanta
per cento delle volte.
L’amministratore semplicemente
faceva venire qualcuno a
rimpiazzare il vetro della porta
il giorno seguente, e il signor
Adams andava avanti con la sua
vita. Non si è mai fatto male,
non seriamente. Quella caduta
avrebbe ammazzato qualunque
uomo sobrio. Ma quando sei
ubriaco cadi in modo sciolto,
morbido, come un gatto, e non
hai paura, o sei annoiato o
ridacchi dentro di te. Whitey
una sera ha toccato proprio il
fondo, col sangue che gli
zampillava dalla bocca. Era
capitato anche a me qualche
volta, quindi lo capisco. Il
sangue è violaceo e ti esce
anche qualcosa dallo stomaco e
il sangue puzza. Me la sono
cavata grazie a una dozzina di
sacche di sangue e a una
dozzina di sacche di glucosio.
Ma Whitey non l’abbiamo mai
più visto.

AMIl tuo lavoro a volte è cupo,


ma non lo definirei pessimista.
Una volta tua madre ti ha detto:
“Alle persone piace leggere cose
che le rendono felici”. Che ne
pensi?
CB Quando mia madre mi ha
detto (quello) è stato dopo che
lei e mio padre avevano trovato
e letto le cose che avevo scritto
e che avevo nascosto nella mia
camera quando ero ragazzo.
Hanno trovato e hanno letto
quello che avevo scritto e mio
padre è andato su tutte le furie:
“NESSUNO LEGGERÀ MAI QUESTE
STRONZATE!”. Questo è stato
quando mia madre se n’è uscita
con quella cosa “Alle
persone…”. Non ho risposto a
nessuna delle due critiche.
Be’, è naturale che alle
persone piaccia leggere cose
che le rendono felici. Anch’io
non ho mai letto cose simili a
queste. Ma ho letto molte cose
che mi hanno permesso di tirare
avanti un giorno in più o una
settimana in più o un mese in
più altrimenti non avrei potuto
continuare. Non tutto il mio
lavoro è stato criticato, ho
avuto la fortuna di avere
qualche buona recensione, sul
“New York Times” e da qualche
altra parte, ma per me il
complimento più bello l’ho
ricevuto da qualcuno che stava
scontando una pena in Australia
che mi ha scritto: “I tuoi libri
sono gli unici che ci passiamo di
cella in cella…”. Dopo questa
lettera per un paio di giorni mi
sono concesso di sentirmi bene.

AM Da dove trai ispirazione? Da


Mozart e da Mahler?
Dall’ippodromo?

CB Non sono certo di cosa mi


ispiri. Crisi di disperazione.
Morte nella scarpa sinistra. O
magari anche lunghe ore di
calma benefica. La musica
classica mi innalza. L’ippodromo
mi dà una panoramica delle
masse. Dante le conosceva
bene.
Sono stato influenzato da
scrittori niente male:
Dostoevskij, Gor’kij, Turgenev, il
primissimo Saroyan,
Hemingway, Sherwood
Anderson, John Fante, Knut
Hamsun, Céline e Carson
McCullers. E ovviamente da
James Thurber. E per la poesia
da Robinson Jeffers,
e.e.cummings e un po’ da Ezra
Pound.
AM Dai tuoi lavori trapela il tuo
spirito solitario. Cosa ti ha
allontanato dagli altri? È la
sindrome del “semplicemente
sto meglio quando loro non sono
intorno”?

CB Nei momenti più brutti, nelle


città più brutte, se potevo avere
una piccola stanza, se potevo
chiudere la porta di quella
piccola stanza per starci da solo
con dentro un vecchio armadio,
un letto, una tendina sgualcita,
cominciavo a ricaricarmi con
qualcosa di buono: il tono non
disturbato del mio io. Non ho
mai avuto problemi con me
stesso, erano quei posti là fuori,
quelle facce là fuori, gli
squattrinati, le vite rovinate… la
gente che puntava alla via
d’uscita più facile e più
squallida. Presi di mezzo tra
chiesa e stato, la struttura della
famiglia; tra i nostri sistemi
educativi e di svago; tra il
lavoro da otto ore e il sistema
creditizio, la gente era bruciata
viva. Chiudere la porta di una
piccola stanza o sedermi in un
bar giorno e notte è stato il mio
modo di dire no a tutte queste
cose.

AM In una delle tue poesie (“ehi


Ezra, senti questa”) dici La
fama letteraria può dipendere
dal sapere quando e come
impazzire.
CB Naturalmente, si può
impazzire solo con stile,
soltanto nel proprio modo reale
di essere. Se uno tenta di
diventare famoso, non diventerà
famoso. La scrittura è in parte
un espediente per non
impazzire. Scrivi perché è
l’unica cosa che puoi fare. Fai
quello o salti giù dalla finestra.
La fama è una conseguenza e
non c’entra con niente, e se dai
importanza alla fama sei finito
sia come scrittore sia come
essere umano.
AM La tua poesia Consiglio da
amico a molti giovani uomini
dice che è meglio vivere in un
barile che scrivere poesie.
Daresti lo stesso consiglio oggi?
CB Credo che intendessi che è
meglio non fare niente piuttosto
che farlo male. Ma il problema
è che i pessimi scrittori tendono
ad avere molta autostima,
mentre quelli bravi sono pieni di
insicurezze. Così i pessimi
scrittori tendono ad andare
avanti e a continuare a scrivere
stronzate e fanno più reading
che possono davanti a platee
sparute. Queste platee sparute
sono costituite perlopiù da altri
scrittori pessimi che aspettano
il loro turno per salire alla
ribalta e blaterare nella
prossima ora, nella prossima
settimana, nel prossimo mese,
alla prossima occasione. La
sensazione che si prova a questi
reading è feroce, stantia, contro
la vita. Quando i falliti si
riuniscono nel tentativo di
autoincensarsi, la cosa porta
solo a un duraturo insuccesso
ancora più profondo. La massa
è il luogo di raccolta dei più
deboli; la vera creazione è un
atto solitario.
AM Le tue poesie e i tuoi
racconti trattano di questi temi
e di questo tipo di situazioni,
eppure noi lettori non ci
stanchiamo mai di questi
argomenti, che non risultano
mai ridondanti.

CB La vita non cambia molto e io


ci sono invischiato. Quando ci
sono dei mutamenti sono così
violenti e improvvisi che a
malapena li conosciamo, o noi
siamo alterati a tal punto che
non siamo più gli stessi. Scrivo
su quello che succede, e ha
quasi sempre una mortifera
similarità. In quello che scrivo, i
miei personaggi a volte riescono
a uscirne, perlomeno
temporaneamente… e questo è
il tema. È sbagliato arrendersi;
c’è sempre un barlume di luce
nell’oscurità degli inferi.
Alden Mills, Charles Bukowski,
“Arete”, July-August 1989, pp. 66-69,
73, 76-77.
Hollywood, Hollywood!
Charles Bukowski
1989

Poi il mio ego ebbe


un’impennata. Arrivarono una
troupe televisiva italiana e una
tedesca. Volevano farmi
un’intervista. Le registe erano
donne.
“L’ha promesso prima a noi,”
disse l’italiana.
“Ma lo spremerete fino al
midollo,” disse la tedesca.
“Spero di sì,” disse l’italiana.
Mi sedetti di fronte ai
riflettori italiani. La ripresa
iniziò.
“Cosa ne pensa del cinema?”
“Dei film?”
“Sì.”
“Mi tengo alla larga.”
“Cosa fa quando non scrive?”
“Cavalli. Scommetto su di
loro.”
“L’aiutano a scrivere?”
“Sì. Mi aiutano a staccare.”
“È ubriaco in questo film?”
“Sì.”
“Pensa che bere sia un’azione
coraggiosa?”
“No, ma lo stesso vale per
tutto il resto.”
“Qual è il significato di questo
film?”
“Nessuno.”
“Nessuno?”
“Nessuno. Gettare l’occhio su
per il culo della morte, forse.”
“Forse?”
“Forse significa che non sono
sicuro.”
“E cosa vede su per ‘il culo
della morte’?”
“Le stesse cose che vede lei.”
“Qual è la sua filosofia di
vita?”
“Pensare il meno possibile.”
“E poi?”
“Quando non sai cosa fare, sii
gentile.”
“Che cosa carina.”
“Carina non significa gentile.”
“Bene, signor Chinaski, che
messaggio vuole mandare agli
italiani?”
“Non urlate così tanto. E
leggete Céline.”
I riflettori della prima
intervista si spensero.
L’intervista tedesca fu
addirittura meno interessante.
La donna era decisa a sapere
quanto bevessi.
“Beve, ma non come in
passato,” le disse Sarah.
“Ho bisogno di bere, ora,
altrimenti non aprirò più
bocca.”
Me lo portarono subito. Era
un grande bicchiere di carta e
lo vuotai tutto d’un fiato. Ah, era
buono. All’improvviso mi
sembrò proprio una scemenza
che qualcuno volesse sapere
come la pensavo. La parte
migliore di uno scrittore è sulla
carta. Il resto di solito è privo di
senso.
La donna tedesca aveva
ragione. L’italiana aveva
spremuto tutta la mia linfa.
Adesso ero anch’io un divo
viziato. Ed ero preoccupato per
la scena delle pannocchie.
Dovevo parlare a Jon, dovevo
dirgli di rendere Francine più
ubriaca, più folle, con un piede
nell’inferno e una mano che
strappava le pannocchie dallo
stelo mentre la morte si
avvicinava, con intorno
caseggiati con facce uscite da
sogni, facce che compativano la
tristezza delle esistenze di tutti
noi: ricchi, poveri, belli e brutti,
talentuosi e inetti.
“Non le piacciono i film?”
chiese la tedesca.
“No.”
I riflettori si spensero.
L’intervista era finita.
E la scena del campo di
pannocchie venne girata di
nuovo. Forse non esattamente
come avrebbe dovuto essere,
ma quasi.
Pamela Cytrynbaum, Ritmo,
danza, brio, “The New York
Times Book Review”, 11 giugno
1989.
Quando Charles Bukowski si
arrabbia, scrive libri, e
Hollywood, Hollywood, dice, è
un romanzo oltraggioso.
“Penso di non aver mai
creduto che Hollywood fosse un
posto orribile come dicevano,
ma quando ci sono andato ho
scoperto quanto fosse
veramente orribile, orribile,
orribile, orribile, un ambiente
losco da tagliagole,” ha detto il
signor Bukowski in un’intervista
telefonica dalla sua casa di San
Pedro, California.
“A volte quando lo fissi sulla
carta, quando lo racconti, ti
esce dalla testa. Ti trattiene dal
buttarti giù dalla finestra o dal
tagliarti la gola.”
La parte più dura del mestiere
di scrivere, dice il signor
Bukowski, è “sedersi sulla sedia
davanti alla macchina da
scrivere. Una volta che lo fai, il
film comincia, comincia lo
spettacolo. Quando mi siedo lì,
non ho nessun piano, non c’è
nessuno sforzo da parte mia,
nessun tipo di lavoro. È come se
la macchina da scrivere facesse
tutto da sola. Si entra in una
specie di trance. Le parole a
volte sgorgano come sangue e a
volte come vino,” ha detto.
Lo scrittore sessantottenne è
convinto che le parole e i
paragrafi debbano essere brevi
e puntare subito al sodo.
“Passo, ritmo, danza, brio,” ha
detto, spiegando il suo stile
staccato. “Questa è l’era
moderna. Bombe atomiche
penzolano dagli alberi come
pompelmi. Mi piace dire ciò che
devo dire e farla finita.”
Il primo racconto del signor
Bukowski è stato pubblicato
quando aveva ventiquattro anni,
ma quasi tutti i suoi
quarantacinque libri di poesia e
di prosa li ha scritti dopo i
quaranta. Per questo ha detto di
essere grato. Gli scrittori che
raggiungono presto il successo
nella loro vita, ha detto l’autore,
“vivono da scrittori, non vivono
come creature della strada, e
presto perdono di vista quello
che succede nelle fabbriche e
tra la gente che lavora sedici
ore al giorno. Io sono sbocciato
tardi, sono stato fortunato. Mi
ha permesso di vivere con tutte
quelle donnacce, di avere tutti
quei lavori orribili e tutte quelle
avventure da incubo”.
Charles Bukowski, Hollywood,
Hollywood!, Feltrinelli, Milano;
prima edizione I Canguri 1990;
prima edizione nell’Universale
Economica 1992. Nuova edizione
aprile 2012, pp. 168-170.
Charles Bukowski
David Andreone e David Bridson
1990

DA, DB Come ti presenteresti?


CB Se dovessi presentarmi da
solo, sarei gentile, direi: “Ecco
un vecchio che non sputerà mai
il rospo”.

DA, DBQual è la tua forma


preferita di fuga dalla realtà?

CB Scrivere, bere, giocare ai


cavalli.

DA, DBQual è il tuo difetto che


detesti di più?

CB L’esitazione.
DA, DBQual è il difetto degli altri
che detesti di più?
CB Facce da incubo e istinti
tribali.
DA, DB Quali sono i tuoi pittori
preferiti?
CB Non ho pittori preferiti. A
volte vedo un dipinto, per certi
versi mi piace e poi me ne
dimentico.

DA, DB Qual è il segreto della tua


scrittura?

CB Se lo sapessi non riuscirei più


a scrivere.

DA, DB Cosa cerchi di spiegare


con la tua scrittura?

CB Non sono sicuro di essere in


grado di spiegare qualcosa con
la mia scrittura ma mi sento
meglio dopo avere scritto. Per
me creare è solo una reazione
all’esistenza. È quasi, in un
certo senso, come gettare un
secondo sguardo alla vita.
Succede qualcosa, poi c’è uno
spazio di tempo, allora spesso,
se sei uno scrittore, elabori in
parola quello che è successo.
Non cambia o non spiega nulla
ma nella trance del momento
della scrittura ti pervade una
sensazione di euforia, di calore,
o un processo di guarigione,
oppure tutte e tre le cose e
qualche volta anche altro,
dipende. Quasi sempre quando
scrivo qualcosa che secondo me
funziona percepisco una
sensazione molto forte di buona
sorte. E anche quando scrivo
cose di pura invenzione, di ultra
fiction, sono tutte prese da fatti
reali della quotidianità:
qualcosa che ho visto, sognato,
pensato o che avrei dovuto
pensare. La creazione è uno
stracazzo di miracolo
meraviglioso, a patto che duri.

DA, DB La tua scrittura a volte è


cupa ma non la definirei mai
pessimista. Cosa pensi di quello
che tua madre ha detto una
volta: “Alle persone piace
leggere cose che le rendono
felici”?
CB Be’, se la mia scrittura è
cupa, è di un cupo che cerca di
arrivare alla luce e se non ci
riesce è un’oscurità che vive
comunque nonostante e contro
le avversità. Per quello che
maledettamente è. Riguardo a
mia madre, be’, non ha avuto
molte opportunità, credeva a
tutto ciò che le era stato detto o
insegnato e non si è mai
imbattuta in qualcosa che le
provasse il contrario.
Naturalmente, forse lei non
aveva la volontà o lo spirito per
sfuggire all’ovvio. Forse era una
persona semplice. Mi ricordo di
aver sentito per tutta la mia
infanzia: “Sorridi, Henry, sii
felice”. Voglio dire, pensava
veramente che se avessi sorriso
sarei stato felice. E che avrei
dovuto scrivere storie che
portassero ampi sorrisi. Tutto
questo era dovuto al fatto che
quando ero ragazzo avevo
scritto e nascosto alcune cose
nel cassetto del comò. Mio
padre le aveva trovate ed era
cominciata a volare merda.
“NESSUNO VORRÀ MAI LEGGERE
DELLE CAGATE COME QUESTE!” E
aveva anche ragione: non ho
avuto molta fortuna fino a
quando ho compiuto
cinquant’anni. L’unico ricordo
che aveva di me era di un tizio
che viveva in stanze scadenti e
beveva con donne pazze.
DA, DB Cosa ne pensi degli
scrittori contemporanei
“famosi” che riempiono le
nostre librerie?

CB Quasi tutti gli scrittori


cominciano con una piccola
scintilla e un briciolo di audacia,
poi diventano famosi e
cominciano a giocare in difesa.
Da folli giocatori d’azzardo
diventano ligi praticoni.
Finiscono come professori
universitari. Scrivono perché
adesso sono diventati scrittori,
non perché hanno voglia di
scrivere, non perché è l’unica
cosa che vogliono fare, sempre
e per sempre, presi, inchiodati.
Gloriosamente.

DA, DBAlcuni scrittori molto


conosciuti e anche altri
sostengono che uno scrittore
non può scrivere quando beve.

CBIo scrivo bene sia che beva o


non beva. È più divertente per
me scrivere quando bevo. Ciò
che dicono è che loro non
riescono a scrivere da ubriachi.
DA, DBQuelle stesse persone
dicono anche che bere
continuamente è una lenta
forma di suicidio. Cosa ne
pensi?

CB Per molta gente che si sente


fuori posto e fuori tempo nella
società odierna bere non è una
lenta forma di suicidio, ma un
deterrente nel commetterlo.
Bere è la sola musica e il solo
ballo che gli è consentito.
L’ultimo miracolo disponibile a
buon mercato. Quando
rientravo dal mattatoio o dalle
fabbriche meccaniche, quella
bottiglia di vino rappresentava
dio in cielo. Questi dannati
fantasiosi scrittori vivono con la
testa troppo ficcata su per il
culo per scoprire qualcosa
riguardo alla gente e a ciò che
sta cercando di sopportare per
sopravvivere. Non sono tanto
per le droghe ma comprendo
che un tizio che ha toccato il
fondo si prenda due o tre ore di
luce scintillante o di pace o di
sogno come premio della vita
che deve affrontare per sempre,
condannato come un porco che
aspetta la scure. Si prenderà
quelle due o tre ore in cambio di
qualsiasi cosa gli venga offerta.
’Fanculo il prezzo. Non esiste
prezzo.

DA, DB Qual è l’amore più grande


della tua vita?

CB Linda Bukowski.

DA, DB Quali persone disprezzi di


più?
CB Non disprezzo nessuno. C’è
gente che semplicemente non
mi piace. Se insisti sullo
specifico: Bob Hope, Bill Cosby,
Paul McCartney, Meryl Streep,
Bing Crosby, tutta la famiglia
Fonda eccetto Peter. Cary
Grant, Kissinger. Diavolo, poi
non so. John Wayne. Comincio a
disprezzarmi per avere fatto
questo elenco. I morti e i vivi. I
morti viventi. Katherine
Hepburn. La mia faccia da
doposbronza in uno specchio.

DA, DBNon sei mai stato a


Disneyland?
CB Disneyland? Non pagherei
mai l’ingresso per andare
all’inferno.
DA, DB Una volta hai detto: “Devi
essere un grande… devi essere
capace di commettere errori
mentre giochi una partita che
comunque non potrai mai
vincere”. Se lo togli dal contesto
degli scrittori e lo applichi alle
masse, cosa significa?

CB Se lo applichi alle masse alla


fine avrai il caos. Significa che
non accetteranno il lavoro da
otto ore, le rate della macchina,
i programmi alla tv, i film,
risparmiare per mandare Jimmy
al college, tutte le varie cose
stupide che fanno, avrai bizzeffe
di rapine a mano armata nelle
banche, la Casa bianca
incendiata, chiese vuote, strade
piene di ubriachi eccetera
eccetera… le masse non
possono pensarla alla grande.
Commettono errori, ma loro
stessi sono errori viventi. Le
masse non possono uscirne,
manco lo vogliono, il solo
riuscire a pagare il conto della
carta di credito è già una delle
loro più grandi vittorie. Non
puoi incolpare troppo le masse,
hanno poche alternative. Serve
un’anima coraggiosa e inventiva
per spiccare il volo.
DA, DB Un’altra domanda come
quella precedente… “Noi siamo
qui sulla terra adesso. Perché
frenare e non vivere al
massimo?” Puoi spiegarci cosa
intendevi?

CB Quando qualcuno non vive al


massimo, non sembra stare
tanto bene, non si comporta
bene, non cammina neanche
bene. La maggior parte della
gente è morta ancora prima di
essere seppellita, ecco perché i
funerali sono così tristi. La
maggior parte della gente si
arrende troppo facilmente,
accetta la paglietta corta,
compete per premi insignificanti
e diventa insignificante. Non mi
aspetto che siano tutti geni ma
non avrei mai immaginato che
così tanti corressero incontro
all’idiozia con tale aplomb.

DA, DBQuale consideri la virtù


più sopravvalutata?

CB Il coraggio.

DA, DB Quali circostanze


giustificano una bugia detta
coscientemente?
CB Nessuna.

DA, DBQuali sono i tuoi rimpianti


più grandi?
CB Non ho rimpianti.
DA, DB Quando e dove sei stato
più felice?

CB Qui, adesso.

DA, DBQuali altri talenti ti


piacerebbe avere?

CB L’abilità di diventare
invisibile.
DA, DB Essere vivo ti rende
felice?
CB Essere vivo mi porta una
mistura di sensazioni proprio
come a un dentista o a un
netturbino.
DA, DB C’è qualcosa o qualcuno
là fuori che la maggior parte
della gente si è persa? Per quelli
che non credono in Dio la vita
può essere un’esperienza
terrificante. Nutri ancora
speranza, o ti sei arreso del
tutto, hai incassato le tue
fiches? Se non c’è nulla là fuori
che spazzi via le stronzate,
come riusciremo a dare un
senso o a trovare felicità in
questa vita?

CB La maggior parte della gente


si è persa tutto, i bei dipinti, i
bei libri, le grandi sinfonie
classiche. Credono che la
sopravvivenza equivalga al
successo economico. E quelli
che credono in un dio
preconfezionato sono gli unici
che stanno facendo le
esperienze terrificanti. Le loro
menti sono infarcite dal pattume
di migliaia di anni. Accettano
l’indottrinamento. Affrontiamo i
fattori della vita come sono. Se
veniamo presi a calci in culo non
concludiamo che sia la volontà
di Dio. O se facciamo qualcosa
di eccezionale non diamo
credito all’Altissimo. Usiamo i
cervelli che sono scevri da
concetti e da credo
standardizzati. Noi siamo i
fortunati. Per quanto riguarda
la morte, io sono pronto, la
affronterò a modo mio, così
come ho cercato di vivere la mia
vita. La felicità e il significato
profondo della vita non sono
delle costanti, ma credo che
qualche volta possiamo avere
entrambi se in qualche caso
riusciamo a fare quello che
vogliamo fare realmente, quello
che ci piace veramente, invece
di seguire regole
preconfezionate. È tutto molto
semplice e vale la pena di
lottare per questo. Quelli che si
inchinano dinnanzi a strade
false e a falsi dei raccolgono
solo la confusione e l’orrore di
vite sprecate.

DA, DBCome ti piacerebbe


essere ricordato?

CB Non mi piacerebbe essere


ricordato. Dopo la morte non
c’è posto per la vanità e prima è
una malattia dello spirito.
David Andreone and David
Bridson, Charles Bukowski,
“Portfolio”, October-November 1990,
pp. 16-19.
L’outsider sta in guardia
Kevin Ring
1990

KR Ti ricordi la prima cosa che ti


hanno pubblicato e come ti sei
sentito?

CB No, non mi ricordo. Mi


ricordo la mia prima
pubblicazione importante, un
racconto apparso sulla rivista
“Story” diretta da Whit Burnett
e da Martha Foley, nel 1944. Gli
avevo spedito un paio di
racconti a settimana per circa
un anno e mezzo. Quello che
alla fine hanno accettato era
piuttosto delicato rispetto agli
altri. Voglio dire in termini di
contenuto e di stile e di azzardo
e di ricerca e tutto il resto. Più
o meno nello stesso periodo
hanno accettato un altro mio
racconto nella rivista “Portfolio”
curata da Caresse Crosby, e
dopo quello ho piantato tutto.
Ho buttato via tutti i racconti e
mi sono concentrato sul bere.
Non mi sembrava che gli editori
fossero pronti e sebbene io lo
fossi avrei potuto esserlo
ancora di più ed ero anche
disgustato da ciò che veniva
accettato come Letteratura con
la L maiuscola. Così ho
cominciato a bere e sono
diventato uno dei migliori
bevitori al mondo, anche questo
richiede un certo talento.

KR Perché hai lasciato


trascorrere tanto tempo prima
di dedicarti a tempo pieno alla
scrittura, forse ci sono altre
ragioni?
CB Sì, il bere. E poi anche il mio
periodo di vagabondaggio di
città in città, i lavori degradanti.
Vedevo che tutto era senza
senso e nutro ancora dubbi al
riguardo. Ho vissuto una vita da
suicidio, una vita del cazzo e ho
incontrato donne difficili e folli.
Parte di queste esperienze si è
trasformata in materiale per i
libri che avrei scritto in seguito.
Voglio dire, bevevo. C’era stata
una scena drammatica, quasi di
morte nella corsia dei poveri
all’ospedale. Perdevo sangue
dalla bocca e dal culo, ma me la
sono cavata. Sono uscito e ho
bevuto ancora di più. A volte se
non ti interessa morire o no,
può diventare un duro lavoro
andarsene. Poi ci sono stati due
anni e mezzo come portalettere
e undici anni e mezzo come
impiegato alle poste che non mi
hanno esattamente dato il sale
della vita. All’età di
cinquant’anni, vent’anni fa, ho
mollato il lavoro e ho deciso che
sarei diventato scrittore
professionista, vale a dire, uno
che viene pagato per i suoi
scarabocchi. Mi sono
immaginato o quello o i
bassifondi. Ho avuto fortuna. Ce
l’ho tuttora.
KR Raccontaci un po’ della tua
amicizia con John Fante, adoravi
i suoi libri e poi sei diventato
suo amico…

CB Da ragazzo, gironzolavo per


biblioteche di giorno e per bar
la sera. Leggevo, leggevo,
leggevo. A un certo punto non
c’era più nulla da leggere.
Insistevo a prendere libri dagli
scaffali. Riuscivo solamente a
leggere un paio di righe e poi
sentivo la falsità e chiudevo il
libro. Era un vero spettacolo
dell’orrore. Nulla era riferito
alla vita reale, o almeno non alla
mia e alla strada, e alla gente
che incontravo per strada e a
ciò che erano stati costretti a
fare e a ciò che erano diventati.
E un giorno mi è capitato di
trovare sullo scaffale un libro di
un certo Fante. Le frasi mi
saltavano addosso. Fuoco puro.
Niente stronzate. Ma non avevo
mai sentito nulla riguardo a
Fante, nessuno ne aveva mai
parlato. Era lì nel mucchio. Un
libro. Era intitolato Chiedi alla
polvere. Non mi piaceva il titolo
ma le parole erano semplici e
oneste e piene di passione.
Cazzo, ho pensato, questo qui sì
che sa scrivere! Be’, ho letto
tutti i suoi libri che sono riuscito
a recuperare e allora ho
scoperto che c’era ancora gente
magica sulla terra. Decenni
dopo, nei miei lavori, ho
menzionato un certo “Fante”. A
quel punto i miei libri non erano
ancora stati pubblicati tutti, ma
li spedivo direttamente a John
Martin della Black Sparrow
Press, il quale una volta mi ha
chiesto, credo al telefono:
“Continui a parlare di un certo
‘Fante’. Ma questo scrittore
esiste davvero?”. Gli ho detto di
sì e che avrebbe dovuto
leggerlo.
Presto ho avuto riscontro da
Martin, era molto eccitato:
“Fante è un grande, un grande!
Non riesco a crederci! Voglio
ripubblicare le sue opere!”. E
poi è uscita la collezione delle
opere di Fante edita dalla Black
Sparrow. Fante era ancora in
vita. Mia moglie mi ha suggerito
che, visto che per me era una
specie di eroe, avrei dovuto
andare a trovarlo. Era in
ospedale, stava morendo, cieco
e amputato per il diabete.
Andavamo a trovarlo in
ospedale e una volta siamo
andati anche a casa sua dopo
che era stato temporaneamente
dimesso per un breve periodo.
Era un piccolo bulldog,
coraggioso senza mai
ostentarlo. Ma stava
andandosene. E in quello stato è
riuscito comunque a scrivere un
libro, dettandolo alla moglie. La
Black Sparrow l’ha pubblicato.
È stato uno scrittore fino alla
fine. Mi ha anche raccontato di
un’idea per un suo romanzo
successivo: una giocatrice di
baseball che riesce ad arrivare
nelle squadre più forti. “Dai,
John, scrivilo,” gli ho detto. Ma
se n’è andato poco dopo…
KR Non sai nulla del film che
stanno per fare tratto da uno
dei suoi romanzi, credo Aspetta
primavera, Bandini?

CB Non so nulla di preciso sui


film. Credo che almeno cinque
dei suoi libri saranno trasposti
cinematograficamente. Una
strana piega. Ha lavorato per
Hollywood, sai. Lì è dove è
finito. Lì è dove è sparito il suo
lavoro di scrittore. “Perché
diavolo sei finito a Hollywood in
quel buco viscido dimenticato da
Dio?” gli ho chiesto. “Me l’ha
proposto Mencken. Mi ha detto:
‘Dai, accetta’.” Mencken, quel
figlio di puttana. Ha spedito
Fante all’inferno. H.L.
[Mencken] aveva pubblicato
molti racconti di Fante nel
vecchio “American Mercury”. È
lì che Fante ha incontrato
Faulkner. Faulkner entrava
sobrio nel suo cottage alla
mattina e ne usciva ubriaco
perso tutte le sere. Dovevano
metterlo di peso sul taxi.
KR Abbiamo sentito dire che il
film Crazy Love di Dominic
Deruddere ispirato dai tuoi
lavori ti ha commosso. Cosa ne
pensi di questo film?
CB Mi è piaciuto Crazy Love.
Come ho detto a Deruddere:
“Mi hai dipinto meglio di quel
che sono”. Mi ha reso più
sensibile. Ma è venuto fuori un
buon lavoro e in molti punti mi
sono riconosciuto appieno.

KR Come sta andando la


biografia che sta scrivendo su di
te Neeli Cherkovski? Sei in
contatto con lui mentre la sta
realizzando? Che impressione ti
fa sapere che qualcuno sta
scrivendo una biografia su di te?
CB La biografia è quasi
terminata. Dunque, conosco
Cherkovski da quando aveva
quattordici o forse sedici anni.
Mi ha registrato mentre ero
ubriaco, diverse volte, che
blateravo. Foto, tutto quanto.
Sembra che mi stia intorno da
tanto tempo, che abbia visto
molte delle mie donne, che mi
abbia visto quando sono
scontroso, gentile, matto, in
tutte le salse. Ha scritto un
libro su alcuni poeti intitolato
Whitman’s Wild Children, ed
era così intriso di humour e
scorreva così bene che quando
si è offerto di scrivere la mia
biografia ho risposto: “Fai
pure”. Gli ho chiesto di non
vederla. Gli ho anche detto di
non farmi sconti. Il divertimento
dovrebbe essere assicurato.
Non può davvero danneggiarmi.
E se lo farà, prenderò le
distanze.

KR Sei molto popolare in


Europa: Francia, Germania,
Svizzera e in altri paesi, alcuni
tuoi racconti sono anche stati
adattati in forma di fumetto, da
cosa credi che derivi tanto
successo? Forse dall’influenza
di Carl Weissner?
CB L’influenza che ha Carl
Weissner sul mio lavoro
attraverso le traduzioni, la
diffusione, la visibilità ha un
certo peso. I fumetti sono
piuttosto ben fatti. Non so come
e perché escano. Forse è una
specie di mania.
KR La City Lights ha pubblicato
Shakespeare non l’ha mai fatto,
ti sei divertito durante quel
viaggio in Germania?
CB In realtà Shakespeare non
l’ha mai fatto parla di due viaggi
in Europa che io ho fuso in uno.
Li confondo a causa di tutte le
bevute che ho fatto. Ho reso la
vita difficile ad alcuni alberghi
laggiù, ma non hanno mai
chiamato la polizia il che, penso,
sia vera classe.

KR Quanto è stata importante la


Black Sparrow Press per te?
Sembrate essere molto leali tra
voi.
CB La Black Sparrow Press mi
aveva promesso cento dollari al
mese per tutta la vita se
lasciavo il mio lavoro e provavo
a fare lo scrittore. Gli altri
neanche sapevano se esistevo.
Perché mai non dovrei essere
leale a vita? E adesso i diritti
della Sparrow raggiungono o
addirittura superano quelli di
tutti gli altri. Che squarcio di
paradiso.

KR Dimostri una spiccata


gentilezza e lealtà verso la
stampa minore. Perché?

CB La stampa minore mi ha
sempre pubblicato, quella con
maggiore diffusione mi ha
sempre temuto. E mi teme
tuttora.
KR Qual è il tuo libro preferito
tra quelli che hai scritto?
CBL’ultimo libro che ho scritto è
sempre il mio preferito.

KRÈ risaputo che ti piace la


musica classica, qual è il tuo
compositore preferito e perché?

CB Sibelius. La tonalità grave


sostenuta. E la passione che ti
butta al tappeto.

KR Continui a frequentare
l’ippodromo? Lo fai da molto?

CB Ho cominciato ad andare
all’ippodromo per trovare
qualcosa di sostitutivo alla
bottiglia. Non ha funzionato. Poi
avevo la bottiglia e l’ippodromo.
Nessuno mi scoccia quando
sono lì. E pianificare le tue
giocate, piazzare le scommesse
ti fa scoprire tanto di te stesso e
anche degli altri. Per esempio la
conoscenza senza
approfondimento è molto peggio
che non averla affatto. È una
buona scuola, anche se a volte
annoia, ma ti evita di pensare
che sei uno scrittore o qualsiasi
altra cosa tu stia tentando di
essere.
KR Ci sono condizioni ideali che
ti portano a scrivere? Scrivi
quasi tutti i giorni?
CB Il momento ideale è tra le
dieci di sera e le due del
mattino. Bottiglia di vino,
sigarette, radio accesa sulla
musica classica. Scrivo due o
tre sere a settimana. È il
miglior spettacolo in città.

KR Verrai ancora in Europa?


Qualche anno fa eri previsto alla
fiera libraria di Londra!
CB Non credo che viaggerò più.
Viaggiare non è altro che un
grande impiccio. Ci sono già
abbastanza grane dove ti trovi.
KR Puoi darci qualche anteprima
sul tuo prossimo libro?

CB Di solito esco con un libro


all’anno. So che suona terribile
solo a dirlo ma credo di scrivere
meglio che mai.

KRCosa ti riserva il futuro?


Continuerai a scrivere?

CB Se smetto di scrivere sono


morto. E questo è l’unico modo
per smettere: morire.
Kevin Ring, Outsider Looking
Out, “Beat Scene 11”, Autumn 1990,
pp. 9-11.
Bukowski riflette: il Saggio che
sa come muoversi nelle strade
discute dei bassifondi, delle
donne e della vita a settant’anni
Mary Ann Swissler
1990

Ha la faccia che sembra una


canzone di Tom Waits
sull’amarezza e sulle
scazzottate intraprese e perse.
I suoi occhi lucenti hanno il
colore del nulla e sono
incastonati in fondo alla fronte.
Il naso che gli si è gonfiato come
un pallone a causa di più di
mezzo secolo di forti bevute è il
marchio di uno stile di vita che il
poeta e romanziere Charles
Bukowski ha descritto
fedelmente in quarantacinque
libri di poesia e di romanzi, e
anche nel 1987 nel film Barfly.
Ha una pelle liscia e rossa,
risultato delle scorribande
quotidiane all’ippodromo di Los
Angeles. Resta solo qualche
piccola protuberanza dell’acne
adolescenziale che il dottore
aveva definito il caso peggiore
che avesse mai visto. I ricordi lo
portano subito a commentare:
“Quando vedo alcuni film come
Elephant Man o Il gobbo di
Notre-Dame, mi succede di
identificarmi in un certo qual
modo con quelle povere
creature”.
Il poeta e romanziere Charles
Bukowski (e Henry Chinaski, il
suo alter ego letterario) non ha
fatto nulla per cambiare la sua
immagine di cronista degli
alcolizzati e dei bassifondi, o di
poeta degli inferi nella
collezione di quest’anno
Septuagenarian Stew: Stories
and Poems, [raccolte in parte in
Niente Canzoni d’Amore,
Mondadori, Milano 1993] dove
prende a cazzotti, come sua
abitudine, alcolizzati redenti,
femministe e ceto medio. Per
aiutare ancora di più la sua
reputazione, “Hank” ha
prestato la sua lenta voce
malinconica alla voce narrante
di un documentario sulla
situazione della gente dei
bassifondi che sarà trasmesso
prossimamente in uno speciale
dalla HBO: The Best Hotel on
Skid Row [Skid Row,
bassifondi], programmato in
anteprima il 4 dicembre alle
21,30. Frutto dell’ingegno delle
registe Renee Tajima e
Christine Choy (Who Killed
Vincent Chin?), Hotel è stato
accettato come terza proiezione
dal Festival del cinema di
Cannes. Peter Davis, di Hearts
and Minds, ha coprodotto il film
della durata di un’ora.
Confrontandosi con i barboni
di oggi, Bukowski si considera
fortunato, mentre ricorda i suoi
giorni di “girovago disperato”.
Spiega: “Non dormivo per
strada. Stavo in catapecchie e
qualche volta sulle panchine dei
parchi di diverse città quindi
non ero il classico tipo da
bassifondi. Ero al limite… più
vicino di così non si poteva,
senza però esserlo”.
Invece di diventare come le
anime perse delle quali scrive,
Bukowski ha coltivato una
reputazione internazionale da
quando ha pubblicato il suo
primo libro, nel 1960, Flower,
Fist and Bestial Wail. I più
assidui seguaci di Bukowski non
si trovano nel nostro paese, ma
in Germania, la sua patria natia.
Una serata con il settantenne
Bukowski ci rivela un uomo che
ha perso di molto la sua
immagine tirannica, mostrando
il vecchio leone solenne di
fondo. Eppure è più caparbio
che mai sull’attaccare gli
alcolizzati redenti – non perché
abbiano smesso, ma perché non
hanno mai bevuto abbastanza
da rimpiangere i loro anni di
bevute. “Ho bevuto più alcol di
quanto la maggior parte degli
uomini ha bevuto acqua,”
esplode.
Testimonianza del fatto che
Bukowski ha lati gradevoli è
costituita da biglietti e disegni
di buon compleanno e di San
Valentino fatti da lui per la
moglie, che adesso sono
incorniciati e appesi in
soggiorno. Come molti scrittori
maschi, di fama riconosciuta,
uno degli aspetti più affascinanti
della vita di Bukowski è il suo
matrimonio con la moglie Linda,
residente da tempo sulla costa
meridionale californiana che si
era ribellata alla famiglia di
Philadelphia ricca da
generazioni. Linda Beighle
gestiva uno dei tanti ristoranti
salutisti disseminati a Los
Angeles negli anni settanta.
Anche se ha chiuso il suo punto
di ristoro a Redondo Beach nel
1978, due mesi prima che Hank
le facesse la sua proposta di
matrimonio, Linda offre tuttora
consigli nutrizionali al marito. È
riuscita a farlo smettere di
mangiare carne rossa e a
limitarlo nel bere vino e birra.
“Rimarrà sano come un pesce
per anni,” dice lei.

VILLAGE VIEWPerché hai deciso di


essere la voce narrante di The
Best Hotel on Skid Row?
CHARLES BUKOWSKI L’ho fatto per
soldi. Specialmente quando ho
scoperto l’argomento. Sai, il
fatto di essere un ex-barbone e
di aver vissuto nei bassifondi mi
ha coinvolto. Hanno detto che
serviva un narratore e io ho
detto “va bene”. Abbiamo
faticato un po’ a stare nel tempo
prefissato dato che io parlo così
lentamente. Quindi ho bevuto e
Peter Davis ha lavorato su di me
e mi ha comandato un po’ ma in
modo gentile. E siamo riusciti a
farlo. È stato come avere a che
fare con un vecchio leone
spelacchiato e rognoso. Fargli
fare qualche numero, e ci è
riuscito bene.
VV Che differenza c’è tra i
bassifondi di adesso e quelli dei
tuoi tempi?

CB Adesso è più dura con le


droghe e c’è più disoccupazione
e meno comprensione nei
confronti dei senzatetto rispetto
a prima, e minori vie d’uscita.
Quindi è molto più triste.
Quando andavo laggiù era quasi
un divertimento. Sai, andavi nei
bassifondi per un paio di
settimane. Potevi rimetterti in
piedi. Là adesso ci sono donne e
famiglie e droga e si
ammazzano fra di loro ed è
piuttosto raccapricciante e
dannatamente orrendo.
Ai miei tempi c’erano solo dei
tizi che bevevano vino, sai. E
alcuni di loro si divertivano,
credevano fosse avventuroso.
Adesso laggiù questo senso di
avventura è sparito. Ti trovi lì
perché non c’è nessun altro
posto. Non so. È un vero
peccato che le cose siano così
adesso e non so cosa farci.
Prima c’erano più lavori a
disposizione per uno che non
aveva mestiere. Se voleva
lavorare, poteva quasi sempre
lavorare in una fabbrica o
trovare un impiego di bassa
manovalanza. Adesso questi tipi
di lavori non esistono più. Tutte
le piccole officine hanno chiuso.
Ha chiuso proprio tutto. Non ci
sono che Mc Donald’s e fast
food. Abbiamo i cosiddetti lavori
di terziario che non coinvolgono
la popolazione (in centro).
Adesso, se sei nei bassifondi,
sei lì per restarci. Questa è la
verità.

VV Hai qualche consiglio da


offrire per chi è nei bassifondi?
CB No, gli direi semplicemente:
“Per il tuo bene passa al vino al
posto della droga e cerca di
sopravvivere”.
VVVuoi mandare un messaggio
con questo documentario?
CB Sono un piccolo ingranaggio
del grande macchinario. Sono
solo il narratore di Best Hotel
on Skid Row. Sono solo la voce.
Non stavo cercando di dare un
messaggio, sono solo in prestito.
I miei messaggi li dò con la
macchina da scrivere.
VV Vivere nella periferia di Los
Angeles aiuta?
CB E quanto! Forse non dovrei
pubblicizzare che grande posto
per nascondersi sia questo,
piomberebbero qui correndo.
Questo è un posto dove ci sono
pochissimi poeti, pochissimi
pittori, pochissimi registi, poco
di tutto se non gente comune del
genere umano medio. E questo
è molto ritemprante, incontrare
semplicemente qualcuno che
non è un cosiddetto artista. I
cosiddetti artisti sono dei
rompicoglioni fatti e finiti, sai.
Anche quando sono bravi, sono
solo bravi artisti per un breve
periodo, un anno, un anno e
mezzo, due, tre anni. La fama o
i soldi o le donne o le droghe o
un sacco di altre cose danno
loro alla testa. Così, di solito,
chi si definisce artista è uno che
era un artista in passato e ha
avuto scarsa fortuna e adesso
ha le mani legate dai suoi agenti
pubblicitari. Ho sempre detto
che puoi andare a letto ed
essere uno scrittore e alzarti
senza essere più niente. Questo
perché non hai vissuto
correttamente, agito
correttamente o bevuto a
sufficienza. Credo di essere
durato perché iniziando così
tardi sto ancora guadagnando
terreno. È come quando diventi
famoso a ventitré anni, è
dannatamente dura resistere
anche solo fino ai trentadue. Se
hai un pizzico di successo
quando ne hai cinquantatré, sei
più preparato a gestirlo. Così,
adesso che ne ho settanta non
credo di essermi montato la
testa più di tanto. E la macchina
da scrivere romba tuttora e
penso che escano delle
stronzate niente male.

VVCredi che le donne siano


molto cambiate da quando hai
scritto il romanzo Donne?
CB Sono con la stessa donna già
da dodici anni adesso e ho fatto
il bravo e non l’ho tradita,
(quindi) devo andare indietro
nel tempo. Mi sembra proprio
che le donne non siano affatto
cambiate. Sono creature molto
difficili ed enigmatiche. Molto
mutevoli. Gli uomini non
cambiano affatto se paragonati
alle donne e credo che questa
sia la differenza più grande.

VV Forse perché si adattano di


più alle situazioni?
CB Non si adattano. (Ride)
Cazzo, proprio no. Sono più
sconvolte.
VV In che senso?

CB Tanto per cominciare sono


vittime dello stereotipo
americano di come si ammira
una donna – per la sua
cosiddetta bellezza. Sai, i
lineamenti del volto, il seno, gli
occhi, il sedere. E le donne
hanno queste cose in
abbondanza quando sono nel
fiore degli anni, quando
sbocciano. E sono abituate a
ricevere doni adulatori, e ad
avere tutti gli occhi su di loro. E
quando questo finisce, e
succede sempre con il passare
degli anni, a loro manca questo
tipo di eccessiva adulazione.
Quando viene a mancare, ho
scoperto che le donne diventano
piuttosto acide. Per me è una
cosa molto triste perché
abboccano all’amo.

VV Vorresti dire che le


femministe hanno ragione,
allora, affermando che una
donna dovrebbe sviluppare la
propria mente?
CB Questo è giusto, ma ci sono
diversi tipi di femministe.
Alcune donne diventano
femministe dopo
l’invecchiamento. Se diventi
femminista prima della
catastrofe direi che sei una
donna molto saggia. Ci sono
buone femministe e cattive
femministe, e buoni comunisti e
cattivi comunisti, e bianchi
buoni e neri cattivi. Dipende dai
singoli individui.

VVQuanto sei diverso dalla tua


immagine da macho e da
misogino?
CB Quell’immagine è il risultato
di una diceria fatta da gente che
non ha letto la totalità, tutte le
pagine. È proprio una diceria,
un pettegolezzo. È quasi, mi
spiace dirlo, priva di
fondamento. Solo che nella mia
vita quando incontravo una
donnaccia, una troia, la
descrivevo come una troia.
Anche quando facevo il
bastardo, mi descrivevo come
un bastardo. Quindi credo di
essere piuttosto corretto.
VV Dove finisce Henry Chinaski
(il protagonista che assomiglia
di più all’autore) e dove
comincia Charles Bukowski?
CB Sono più o meno la stessa
persona con qualche piccolo
miglioramento per evitare di
annoiarmi troppo con lui.
VV Ho appena letto Hollywood,
Hollywood (il romanzo di
Bukowski che descrive il set e la
storia del film Barfly). Questa
non può essere stata
un’esperienza tanto amara: il
protagonista era un bravo
ragazzo che si divertiva un
mondo.

CB A volte sono bravo.


VV Sei bravo?
CB A volte.
VVCosa è peggio… un
ammiratore super zelante che
apprezza il tuo lavoro o un
ammiratore/ammiratrice che
pensa di conoscere il vero
Bukowski?

CB Sono odiosi allo stesso modo.

VVSono diversi da quelli con i


quali faresti a botte nei bar?

CB Preferisco le persone da bar


perché sono più comuni, coglioni
smargiassi sparastronzate. Un
tizio dice: “Ti aspetto fuori?”. È
un linguaggio chiaro, aperto.
Non si preoccupa dei tuoi
riconoscimenti letterari e di
nient’altro.
VV Non ti hanno mai chiesto di
fare la pubblicità di una birra?

CB No.

VV La faresti?

CB Dovrebbe essere un po’


ironica e diversa da quelle che
ci sono in giro adesso con le
ragazze che ballano e tutte
quelle cazzate. Prima dovrei
analizzarla.
VV Credi che i college rovinino
gli scrittori?
CB Naturalmente.

VV Come?

CB Se sei abbastanza debole da


cercare l’istruzione, di solito
non sei abbastanza forte per
fare nient’altro.

VV Gli insegnanti di scrittura


creativa sono peggiori di quelli
che si proclamano artisti?
CB Oh, Cristo. Non so quali
facciano più schifo. Fa quasi
tutto schifo eccetto questa
bottiglia di birra.
VV Non rilasci molte interviste.
Anche quando è uscito il tuo
libro quest’anno, non volevi che
ne parlassero i giornali?
CB Questa è una delle cose più
belle del non essere pubblicato
da una casa editrice di New
York. Quei poveri cazzoni
devono girare per firmare le
copie, per le feste, e i loro
agenti dicono: “Oh, alla mattina
sei alla tv e alla sera al Carson
Show”. È proprio un fottuto
inferno. Non ha nulla a che
vedere con lo scrivere. Sei solo
un venditore che spinge un
prodotto. E uno scrittore non
dovrebbe mai essere costretto
a farlo. Ciò che scrive dovrebbe
avere sufficiente forza da
vendersi da solo.
VV Cosa ne pensi dell’appellativo
“poeta dall’inferno”?
CB Penso sia assurdo. È troppo
sfavillante, perché anche
quando ero nel cosiddetto
“inferno” mi piaceva. Tutte le
stanzette che ho abitato, sai, le
stanzette squallide quando
morivo di fame cercando di
scrivere, mi piaceva essere
incasinato e mezzo matto. Mi
piaceva essere all’inferno, mi
piaceva non farcela a pagare
l’affitto mentre aspettavo la
risposta di un racconto che
avevo spedito al “New Yorker”.
Sentivo che stavo realmente
vivendo al massimo e bene. Non
ero veramente all’inferno. A un
altro magari poteva sembrare
l’inferno. Per me era una cosa
necessaria e grande e
illuminante, l’azzardo e il rischio
di tutto. Mi piaceva da
impazzire.
Mary Ann Swissler, Bukowski
Reflects: The Street Smart Sage
Discusses Skid Row, Women, and Life
at 70, “Village View: The Westside
Weekly”, vol. 5, n. 17, November 30-
December 6, 1990, pp. 20-21.
Ricerca di Mat Gleason.
Penna e bicchiere
Robert Gumpert
1991

“Bellissimo, amico,
bellissimo…” Le parole
biascicate escono dalla faccia
cementificata del settantunenne
Charles Bukowski come
possenti badilate di
calcestruzzo appena gettato.
Per Bukowski il bel suono è il
ricco gorgoglìo del vino versato
nel suo bicchiere. Di lì a poco,
dopo aver tracannato il suo
primo sorso della quinta
bottiglia di vino rosso
invecchiato, lo dice di nuovo:
“Bellissimo, amico,
bellissimo…”.
Si butta all’indietro sul divano
e ride, perché è di nuovo pronto
per un’altra nottata di bevute. E
riesce ancora a infilarci una
battuta ironica da attore
consumato per un paio di altre
eredità letterarie che sono
concretamente legate a questa
– iper tormentata – immagine di
“Hank” Bukowski e alla sua
bellissima bottiglia di vino.
Questo particolare rapporto
americano tra scrittura e
bottiglia può essere stato
raffigurato da Faulkner,
Fitzgerald, Hemingway e Lowry,
ma Bukowski più di tutti ha
impersonato l’icona del mito del
letterato ubriacone.
Nonostante ci abbiano
lasciato una serie di grandi libri,
i suoi predecessori ubriaconi
sono morti “vittime della
bottiglia”. Invece Bukowski
avanza indomito all’età di
settantun anni scrivendo e
bevendo, bevendo e scrivendo.
Questo è sempre stato il
metodo Bukowski, anche
durante i giorni più tristi come
“addetto al forno” in una
fabbrica di biscotti per cani o
durante i suoi undici anni di
doposbronza impiegato
all’ufficio postale statunitense o
il lungo periodo che ha passato
da barbone nei bassifondi.
Sia nei suoi cinquanta libri di
poesia costantemente
autobiografica, sia nei racconti,
sia nei romanzi e nella
sceneggiatura del film Barfly di
Barbet Schroeder, Bukowski ha
sempre scritto di se stesso e del
bere per quarantasette anni di
fila, sempre con la bottiglia
stretta in mano.
I primi trentacinque di questi
anni “letterari” erano pieni di
lavori per padroni “con occhi da
roditore e fronti basse” e notti
disperate passate a scrivere in
stanze di alberghetti scalcinati.
Mentre scriveva, Bukowski
ascoltava Mahler, Rossini,
Sibelius e Shostakovich e
beveva qualsiasi cosa che lo
facesse volare via dalla
monotonia quotidiana. Quando
non stava scrivendo o bevendo o
innamorandosi o disamorandosi
di donne alcolizzate e prostitute
leggeva Céline, Dostoevskij,
Kierkegaard, Lawrence,
Nietzsche, Pound, Thurber e
altri sottratti alla biblioteca di
Los Angeles.
Sebbene il suo bisogno
impellente di scrivere e il suo
gusto per gli scrittori morti e la
musica siano rimasti invariati,
gli ultimi dieci anni di Bukowski
sono stati estremamente
diversi.
Adesso vive in una grande
casa con piscina e Jacuzzi in
giardino, anche se nel sobborgo
operaio portuale di San Pedro,
vicino a Los Angeles. Scrive su
computer, ha pagato in contanti
quando ha sostituito la sua BMW
nera con un modello più costoso
e beve solamente il vino rosso
migliore.
Questi mutamenti non sono
dovuti solo al fatto che è stato
strappato dai bassifondi dodici
anni fa dall’affidabile brillante
moglie Linda, di una trentina
d’anni più giovane. Non sono
dovuti agli omaggi a lui tributati
tra gli altri da Sean Penn,
Madonna, Dennis Hopper,
Mickey Rourke, Harry Dean
Stanton, David Lynch e Jean-Luc
Godard. Neppure ha tratto
vantaggio da una serena
settuagenaria fuga
dall’impoverimento sull’onda dei
tre film che hanno già realizzato
su di lui – Storie di ordinaria
follia, Crazy Love e Barfly – e
degli altri tre in via di
produzione, uno dei quali,
l’adattamento del romanzo
Donne che verà diretto da Paul
Verhoeven, una novità per il
regista di Robocop e Total
Recall.
Più determinante e costante
di tutte queste cose è stata la
scrittura in sé. Dietro allo
“scolarsi centinaia e centinaia di
bottiglie lungo i fiumi del nulla”,
c’è stata una scrittura brutale,
lucida; una scrittura che,
nonostante le inesorabili
incoerenze, ha portato Sartre e
Genet ad acclamare Bukowski
come il “più grande” poeta
americano mentre lui si
inabissava in questo “folle
fiume, questa defraudante,
devastante pazzia che non
augurerei a nessun altro se non
a me stesso”.
Ci sono diversi modi per i più
grandi scrittori americani di
affrontare la pubblica gogna. La
celebrità, più dell’alcol, di questi
tempi, è lo sfondo costante dei
più alti gruppi di scrittori
americani.
Auster, Doctorow, DeLillo e
Pynchon sono spesso stati in
grado di celarsi dietro a una
scrittura labirintica e di alzare
scudi sulla propria privacy. Ma
dove sono rimaste sfuggenti, le
personalità letterarie della
vecchia guardia come Bellow,
Roth e Updike sono entrate
nella scrittura americana come
“presenze reali”. Poi c’è “Hank”
Bukowski, i cui lavori e vita
sembrano essere un tutt’uno.
Eppure Bukowski con la sua
inesauribile scrittura
autobiografica suscita ancora
incertezze tra le schiere
giudicanti della letteratura
americana. Queste continuano
preoccupate a considerarlo
come il massimo esempio di
brutto scrittore sporcaccione
della nazione. Invece, i suoi
ammiratori più ferventi tendono
a essere professori di poesia
europei o fantasiose donne
californiane con l’inclinazione a
sdraiarsi nude sulle
fotocopiatrici così possono
spedire parti intime di sé
fotocopiate al loro poetico
salvatore ubriacone di San
Pedro. Questo carisma ambiguo
di Bukowski è legato alla sua
quasi mitologica predilezione di
immergersi negli aspetti più
sordidi dell’esistenza umana:
annusando merda, vomitando,
incassando pugni.
L’immaginazione in molti
scritti di Bukowski è
letteralmente ridondante
perché in teoria gli è già
accaduto tutto e la sola cosa
che deve fare è ricordare e mai
inventare.
Il dilemma tradizionale
americano di separare la realtà
dall’io immaginario arriva a un
vicolo cieco con Charles
Bukowski. Non c’è paura della
gogna pubblica sulla pagina.
Tutto ciò che scrive nasce
dentro di lui perché non c’è
nulla di privato, nulla che debba
essere lasciato in ombra, nulla
che debba essere lasciato fuori.
Ciò significa che Bukowski è
più uno scrittore di sentimenti
che di idee, il che spiega in
parte le apprensioni riduttive
verso i suoi lavori. Eppure
Bukowski scrive sui confusi
eccessi e sul melodramma in
fermento con impressionante
chiarezza.
Il senso di controllo che non
cala mai distingue Bukowski
dagli sventurati beat ai quali è
stato molto erroneamente
associato; e il ritmo conciso
della sua scrittura gli permette
di riversare grazia e humour sul
suo passato tormentato.
Quest’ultimo è, forse più di
qualsiasi altra cosa, il motivo
che ha spinto Bukowski a
scrivere; poiché le sue parole
aspre trasudano di una
risonanza curiosamente positiva
di tutto quello che ha dovuto
sopportare in settantuno lunghi
anni.
Charles Bukowski è nato in
Germania nel 1920 e si è
spostato con i suoi genitori in
America tre anni dopo. Si sono
trasferiti a Hollywood Est, Los
Angeles, nella speranza di
essere approdati nella terra
promessa. Dieci anni dopo ha
abbandonato il tipico sogno
americano. Proprio come
adesso è ancora un outsider
nell’establishment letterario,
all’epoca Bukowski era un
adolescente deriso ed
emarginato.
I guai sono cominciati con il
padre: “Uno splendido bastardo
crudele con l’alito cattivo”. “Sì,
ho scritto tanto su di lui negli
anni,” sospira Bukowski,
“perché in fin dei conti è da lì
che è iniziato tutto – la
disgustosa conclusione che ci
vuole qualcosa di straordinario,
come bere o scrivere o la
musica classica, per staccarsi
da certe persone. Ecco perché
mi sono subito appassionato a
Dostoevskij, perché ricordi cosa
diceva ne I fratelli Karamazov?
‘Chi non vorrebbe uccidere il
proprio padre?’ Sul serio, chi?
“Mi ha sempre riempito di
botte e ha smesso la prima volta
che mi sono ribellato. A sedici
anni e mezzo l’ho steso con un
pugno. Non mi ha mai più torto
neanche un capello. Ma il
disgusto che mi ha fatto provare
verso la vita non mi ha mai
lasciato. Però il disgusto è
meglio della rabbia. Quando sei
arrabbiato vuoi solo vendicarti,
quando sei disgustato vuoi
andartene e basta; e quando
provi disgusto puoi anche
ridere. Sto ridendo ancora,
quando ripenso a lui che mi
diceva che non sarei diventato
altro che un barbone. Ehi,
aveva ragione, ma non sapeva
che sarei diventato un barbone
di alta classe…”
La vita di Bukowski al di fuori
dalla sua famiglia
irrimediabilmente scalcinata è
stata molto infelice. Mentre la
Seconda guerra mondiale
incombeva, i suoi discendenti
tedeschi l’hanno relegato
ancora di più ai margini della
vita di Hollywood rispetto ai
sostenitori americani. Ma come
rivela il suo romanzo migliore,
più doloroso e divertente,
Panino al prosciutto, la sua
alienazione adolescenziale è
dipesa tanto dall’infernale caso
di acne che l’ha colpito quanto
dalla sua mancanza di purezza
patriottica.
“Cazzo,” mormora riferendosi
a quella vita dura come il
cemento, “ero ricoperto di
bubboni. Ma è da quel momento
che ho cominciato a
comportarmi da duro e a
scrivere. Mi battevo con tutti.
Perdevo quasi sempre ma,
ragazzi, quanti cazzo di pugni
riuscivo a incassare. Al mio
attivo avevo qualcosa come
cinque vittorie, quattordici
sconfitte e due pareggi.
“Già, volevo essere un duro
ma, ancor più di quello, volevo
scrivere. Vivevo tra sporcizia e
inedia e per sopravvivere, per
dare senso all’insensatezza,
scrivevo…”
In quegli anni Bukowski aveva
già toccato i bassifondi. Quegli
anni di vagabondaggio e di
scrittura sono stati poi
rimpiazzati da una versione
ancor più soffocante di “inferno
in terra” sotto forma di lavoro
duro sul nastro trasportatore
della famigerata fabbrica di
biscotti per cani.
Dopo due anni da postino e
altri nove nell’ufficio di
smistamento postale, sono stati
promessi a Bukowski cento
dollari al mese per tutta la vita
dalla Black Sparrow Press e con
questo barlume di entrata
garantita ha deciso di non
lavorare mai più se non per
scrivere. Aveva già la
reputazione di essere il poeta
rinnegato più influente
d’America e da quel momento in
avanti ha prodotto fiumi di libri,
esordendo con il romanzo
denuncia sulla spaventosa
burocratizzazione, Post Office,
per scrivere il quale ha
impiegato solamente venti notti
di fila innaffiate da venti
bottiglie di whiskey. Presto sono
seguite le sue prime due grandi
raccolte di racconti: Storie di
ordinaria follia e Compagno di
sbronze.
Questi sono racconti cupi,
strani ed entrambi hanno
preceduto ed eclissato l’ondata
di “realismo sconcio” che
avrebbe intriso la scrittura dei
racconti in America un decennio
più tardi, con il successo di
Raymond Carver e di Richard
Ford. Bukowski descriveva
piccole disperazioni e sogni
svaniti e frantumati, in bar
fetenti e puzzolenti ippodromi,
con i suoi racconti puntellati
dalla certezza ubriaca che
“finiremo tutti in un calderone
sudicio di sconfitta”. Ma aveva
anche cominciato a scrivere con
precisione illusoria e con una
tenerezza che sfociava nel
lirismo.
Significativamente, questi
sono i racconti di Bukowski
dove realtà e fiction non sono
sfuocati e la scrittura risplende
di una immaginazione quasi
malata. In Una sirena
scopareccia, due barcollanti
barboni avvinazzati di moscato
rubano il corpo di una giovane
donna appena morta e la
scopano e si innamorano di lei
prima di portarla a Venice
Beach dove camminano con lei
fra le onde e alla fine, a
malincuore, le lasciano
prendere il largo “dove i
pellicani si tuffano tra pesci
luccicanti a forma di chitarra”;
in Il demonio, il desiderio
maligno di un pedofilo
appassionato di Mahler si
manifesta con terribili
conseguenze, in L’assassinio di
Ramon Vasquez, un anziano
divo omosessuale hollywoodiano
viene massacrato di botte da
due fratelli adolescenti
nichilisti; in La più bella donna
della città, una ventenne di
nome Cass si taglia la gola
mentre “la notte continuava a
scendere e non c’era nulla che
potessi fare”.
Come sempre, Bukowski
scriveva poesia. Per
incrementare la scarna entrata
mensile e l’incerto arrivo dei
diritti d’autore, ha cominciato
ad accettare inviti a pagamento
per tenere reading nelle
università. E la mitologia
bukowskiana è stata scolpita nel
cemento perché all’epoca era
sconvolto, depravato e, sempre,
ubriaco.
Raymond Carver, forse lo
scrittore americano che si
rimpiange di più nella memoria
recente, ha celebrato il
Bukowski dell’epoca con la sua
poesia avvinazzata innamorata
Voi non sapete che cos’è
l’amore (Una serata con
Charles Bukowski). Anche lui in
quel periodo era uno scrittore
ubriacone, ma negli ultimi undici
“anni succosi” con Tess
Gallagher, Carver aveva alla
fine trovato sobria serenità
nello scrivere.
Ora Bukowski, nei suoi “anni
succosi”, ricorda Carver con
passione: “Già, Raymond
Carver, mi piaceva molto di più
rispetto a qualcuno
sopravvalutato come
Fitzgerald,” mugugna
Bukowski. “Cristo, quella sera
che ha scritto di me, quando ero
ubriaco, ovviamente, e urlavo a
tutti quei professori e studenti
universitari – ‘belli miei, mi
guardo intorno in questa stanza
e vedo un mucchio di
dattilografi, ma neanche uno
scrittore perché voi ragazzi non
sapete cos’è l’amore’ – oh,
cazzo, stavo cantando quella
sera e Carver l’ha subito colto.”
“Ricordo che ci siamo rifugiati
in un bar, io e Carver, e lui mi ha
detto: ‘Hank?’ E io gli ho detto:
‘Sì, Ray?’ E lui ha detto:
‘Diventerò uno scrittore famoso,
Hank!’. E io: ‘Ma davvero,
Ray?’. Lui ha riso: ‘Già, Hank, il
mio amico è appena diventato
editor dell’‘Esquire’ e dice che
pubblicherà ogni mio
dannatissimo racconto che gli
spedirò!’. Così ho detto:
‘Bellissimo, amico, bellissimo’.
“Abbiamo bevuto tutta la
notte. La mattina dopo Carver
picchiava alla mia porta. Voleva
fare colazione. Grosso errore.
Due piatti di uova e pancetta
abbrustolita che nuotano nel
burro e a Carver basta una sola
occhiata. Quando ritorna dal
bagno dico: ‘Non importa Ray,
ho finito il mio piatto e adesso
mangio anche il tuo e poi
usciamo a cercare un’altra
bottiglia’. E abbiamo fatto così.
Ma Ray ha smesso di bere e per
me ha fatto bene perché poi ha
cominciato a scrivere sul serio.
Io sono diverso. Io scrivo e
bevo, scrivo e bevo, e c’è un
certo ritmo in questo, così con
me funziona proprio bene…”
Per Bukowski non “avrebbe
funzionato” bene e non sarebbe
stato in grado di mantenere
nessun genere di ritmo nella
scrittura se non avesse
incontrato Linda nel 1977.
Prontamente riconosce che
sarebbe stata morte certa già
da anni se Linda, ironia della
sorte, proprietaria di un
ristorante di cibo salutistico a
Redondo Beach, non lo avesse
messo di fronte ai danni che
stava provocando a se stesso.
“Quando Linda mi ha incontrato
ero un povero coglione senza
futuro, stavo per cadere a pezzi
ma lei si è presa cura di me.”
“Oh, cazzo!” mugugna
Bukowski. “Adesso sono troppo
vecchio. Prima dell’arrivo di
Linda me ne facevo un sacco.
Quelli erano i giorni in cui i
critici più scadenti mi
chiamavano ‘Bukowski il genio’.
Così c’erano quelle donne che
mi spedivano fotografie nude e
scrivevano che volevano pulirmi
casa. E che cazzo! E quando le
incontravo all’aeroporto ero
sempre fortunato. Pensavo: ‘Oh,
no, scommetto che quella è lei,
quella con la faccia non-tanto-
carina, come la mia’, ma poi una
giovane fresca venticinquenne
mi si parava davanti dicendomi:
‘Ciao Hank!’. E io dicevo: ‘Ciao
a te – sì, bellissimo, davvero,
bellissimo!’.
“Mi ricordo di una volta
quando tre ragazze giovani
erano sedute sotto il mio
porticato a bere birra
ridacchiando e arriva il postino
dal vialetto. So bene come si
sente quel tizio, così gli faccio
un bel sorriso. E lui dice: ‘Ehi,
amico, ti spiace se ti chiedo una
cosa?’. ‘Chiedi pure, amico mio.’
‘Be’,’ dice, ‘mi stavo chiedendo
come mai tutte queste belle
giovani ragazze se ne stanno qui
con te a bere birra, visto che
non sei quello che definirei un
bel ragazzo.’ Rido insieme a lui.
‘Dillo pure, bello, non c’è
problema, so di essere brutto…
il segreto è la disponibilità.’
“Ora la disponibilità non c’è
più ma continuano a spedire
quelle fotocopie. È strano,
appoggiare il culo nudo su una
fotocopiatrice per poter
mandare delle copie a un
vecchio di settantun anni. Ma
per loro io sono ‘Bukowski… il
poeta geniale’. Perfino gli
uomini! Mi scrivono
raccontandomi di come ho
salvato le loro vite. E ti ricordi,
Linda, tutti quei ragazzi
tedeschi che sono volati fin qui a
Los Angeles solo per poter
bussare alla mia porta e
chiedere di ubriacarsi con me.
Cazzo, gli ho mollato un calcio
in culo e scappando urlavano
per tutto il vialetto. ‘Bukowski,
non sei altro che un vecchio
barbone pervertito.’ Riesco a
tenere testa a questi tipi… è
quando incontro tizi come quella
coppia. Si sono accampati fuori
da casa nostra in un grosso
furgone per giorni. Facevano il
barbecue tutto il giorno – così
poi potevano dire: ‘Sì, raga,
abbrustolivamo bistecche fuori
dalla casa di Bukowski’. Sai che
grande cosa! Sartre l’ha
sintetizzato in poche parole
argute: ‘L’inferno sono gli
altri’… dritto sul muso, bello!”
L’ignominia di Bukowski in
America non è nulla paragonata
ai misteriosi picchi di adulazione
che riscuote in Europa –
specialmente in Germania e in
Francia dove un suo libro può
vendere centomila copie e fare
impazzire i critici che
rimarcano che la sua scrittura
“possiede tutti gli eccessi
passionali del Gargantua di
Rabelais, la virtuosità verbale
di Joyce, la demoniaca crudeltà
dei lavori migliori di Céline”.
Bukowski non prende nulla di
questo seriamente che, di sicuro
in relazione allo spunto
semantico di Joyce, è la cosa più
saggia da fare, specialmente
quando ha la tendenza a optare
per questo genere di titoli: La
politica è come cercare di
inculare un gatto, Erezioni
eiaculazioni esibizioni, Dieci
seghe, La mia mamma culona,
Gabbia di matti appena fuori di
Hollywood, I grandi poeti
muoiono in pitali di merda
fumante, Rovina, Fica a stufo.
Ma allo stesso modo Bukowski è
disincantato nei confronti della
lapidaria sentenza
dell’intellighenzia della Costa
Est che lo definisce come un
“mero pervertito”.
“È meglio non dare retta a
nessuno di loro,” dice,
“specialmente in Europa dove
sono una specie di Mick Jagger.
Cammino per la strada e c’è un
mucchio di gente che dice
‘Bukowski, Bukowski’. È
tedioso, ma ho passato uno dei
momenti migliori della mia vita
quando sono stato l’ultima volta
a Parigi. Ero seduto in un caffè
e un cameriere di un ristorante
ultra chic dall’altra parte della
strada è venuto e ha detto: ‘Mi
scusi, lei è il grande scrittore,
Bukowski?’. ‘Puoi
scommetterci.’ Schiocca le dita
e sbucano fuori da chissà dove
altri cinque ragazzi.
“Sono vestiti con divise
stravaganti da camerieri e si
mettono in fila davanti a me, e
fighi come non mai, mi fanno
l’inchino. Poi girano i tacchi.
Non servono parole. Bellissimo!
“Mi maledico ancora quando
penso a quella volta di Sartre.
Sai, voleva veramente
incontrarmi e io ho detto:
‘Assolutamente no, bello!’. Non
mi interessava minimamente
Sartre, volevo solo prendermi
cura della mia bottiglia. Ma
ultimamente sto leggendo alcuni
dei suoi lavori migliori ed è
maledettamente bravo. Mi
spiace di non aver accettato il
suo invito, ma poi penso ‘Al
diavolo, probabilmente
avremmo finito con l’annoiarci a
vicenda’, e invece così mi
ricordo solo dei miei camerieri
e dei loro inchini a Parigi…”
Alla fine la fama si è sistemata
sul volto maledetto di Charles
Bukowski quando Barbet
Schroeder ha celebrato gli anni
giovanili dello scrittore con
Barfly. Che è risultato essere un
buon film su Bukowski, tolto il
fatto che Mickey Rourke –
invece di Sean Penn – alla fine
ha impersonato il ruolo da
protagonista. Penn voleva a tutti
i costi fare il film, ma con
Dennis Hopper come regista al
posto di Barbet Schroeder.
Bukowski enfatizza che dal
punto di vista morale non
poteva scegliere altri che
Schroeder.
“Non mi piacevano tutte
quelle maledette catene che
Hopper portava al collo. Ma
Sean andava bene! Sapevo che
aveva la pazzia selvaggia per
farlo, molto più di Mickey
Rourke, che non tocca mai un
bicchiere! Mi piaceva Sean,
specialmente quando veniva da
me con Madonna. Lei parlava di
Swinburne! Al solito mi
prendevo gioco di Madonna che
cercava di fare la ‘figa’. Sean si
arrabbia. Si alza, ma io gli dico
calmo: ‘Siediti, Sean, sai che
posso dartele, bello’. Quando si
è seduto ho pensato: ‘Questo
ragazzo mi piace’.
“Ma Barbet ha lottato così
tanto per recuperare i soldi per
fare questo film. Quando gli
studios di Hollywood lo stavano
fottendo ha comprato una sega
elettrica. Poi entra nello studio
cinematografico, proprio dal
direttore esecutivo e accende la
sega elettrica. Dice a questi
grassi bastardi: ‘Allora, mi
taglierò un dito ogni dieci minuti
se non mi date i soldi per fare il
mio film su Bukowski’. Credo
che abbiano pensato che
facesse sul serio perché poi gli
hanno dato i soldi!”
Bukowski, naturalmente, è
andato avanti a scrivere di
queste esperienze di Barfly nel
suo romanzo, Hollywood,
Hollywood. Anche se lo scenario
era cambiato, dall’ufficio
postale all’ambiente
cinematografico, la tecnica
bukowskiana di registrare ogni
dettaglio della sua vita è
rimasta identica. Persino i nomi
dei personaggi del romanzo
differiscono di poco da quelli
reali, attraverso assonanze o
leggere modifiche: Jean-Luc
Modard, David Cynch e Wenner
Zergog. Hollywood, Hollywood,
come parecchi lavori di
Bukowski, non è uniforme, ma,
come sempre, c’è
un’accuratezza infallibile degli
aspetti più profondi e nessun
altro libro è mai riuscito ad
avvicinarsi così al cuore
corrotto della cinematografia
americana.
Eppure è il libro successivo a
Hollywood, Hollywood –
Septuagenarian Stew, [raccolta
inclusa parzialmente in Niente
canzoni d’amore, Mondadori,
Milano 1993] una strabiliante
raccolta di poesie e di racconti
di 375 pagine – che evidenzia
l’inevitabile consolidamento
dell’opera di Bukowski.
Nonostante i suoi effetti
causino un brivido in Bukowski,
Septuagenarian Stew è stato
acclamato da tutti, dal “New
York Times” al “TLS” [TLS:
“Times Literary Supplement”,
rivista letteraria settimanale
londinese]. Il libro traccia il
diagramma dell’eredità comune
a Bukowski dei barboni e delle
puttane, degli operai e degli
scommettitori perdenti
dell’ippodromo; i suoi temi
principali sono sempre il senso
di perdita e il bere visti
dall’ottica della disperazione.
Ma ciò che dona al libro una
sfumatura di cupa ironia è che
Bukowski scrive anche dei nuovi
aspetti della sua vita – la
piscina, la casa, le automobili, il
computer e la vicinanza alla
morte – e lo fa con lo stesso
senso di perdita romanticizzato
e di nonchalance dei suoi primi
lavori.
“La scrittura non è affatto
male per un vecchio e credo
che, see, forse adesso temo la
perdita della mia anima. Quando
ho scritto la mia prima poesia
con il computer temevo di
essere strangolato da questi
strati di sofferenza
consumistica. Il vecchio
Dostoevskij avrebbe mai
utilizzato uno di questi
marchingegni? Me lo sono
chiesto e poi ho detto: ‘Sì,
cazzo!’.
“Dentro mi sento come prima
– solo più forte con la scrittura
che migliora a mano a mano che
invecchio. In questo momento
sto provando qualcosa di nuovo.
Lo chiamo Pulp ed è
probabilmente la cosa più
sconcia e folle che abbia mai
scritto. È su un investigatore
privato, Nicky Ballaine [Belane]
e, per una volta, non sono io. La
casa editrice si sta
innervosendo, perché questo
romanzo supera ogni limite.
Forse cominciano ad amarmi
troppo là fuori, allora li metto
un po’ alla prova con Pulp. O mi
crocifiggono o cominciano a
scrivere tutti come me. Questo
merita un brindisi!
“Ma, cazzo, andrò avanti.
Ogni giorno mi alzo circa a
mezzogiorno, faccio colazione
con Linda, poi vado
all’ippodromo a scommettere
sui cavalli mentre cerco di
evitare la gente che dice: ‘Ecco
Bukowski, l’autentico barfly!’.
Poi torno e faccio una nuotata e
ceniamo e vado di sopra e mi
siedo al computer e mi apro una
bottiglia e ascolto un po’ di
Mahler, di Sibelius e scrivo, con
questo ritmo, come sempre.
Quindi adesso, mentre
stappiamo un’altra bottiglia,
dimmi, come me la sto cavando,
bello?”
Robert Gumpert, Pen & Drink,
“Weekend Guardian”, December 14-
15, 1991. (Ristampato in “Sure, The
Charles Bukowski Newsletter”, n. 4,
1992, pp. 22-32.)
Purezza e sopravvivenza: John
Martin e la Black Sparrow
Press
Neil Gordon
1992

Charles Bukowski non rilascia


interviste. Non è necessario – e
se lo fosse non lo farebbe
comunque: forse non esiste
nessuna figura letteraria in
America che abbia fatto meno
per promuovere se stesso, o di
più per rendersi meno accettato
dall’establishment letterario.
La sua fortuna è cambiata in
modo considerevole da quando
John Martin l’ha conosciuto alla
fine degli anni sessanta mentre
ancora lavorava all’ufficio
postale diventando il suo editore
ufficiale. L’uomo che è stato
impersonato come violento,
ubriaco, sexy e volubile da
Mickey Rourke nel film Barfly
ha attualmente pubblicato più di
tre dozzine di raccolte di
poesie, racconti e romanzi ed è
stato incluso nella Norton
Anthology of American Poetry.
Immagino che anche senza i
diritti d’autore della Francia e
della Germania, dove i suoi
lavori sono bestseller, Bukowski
sia un uomo ricco. Non rilascia
interviste, non ai famosi, non ai
potenti; eppure in risposta alla
mia richiesta di parlare con lui –
non su di lui, ma sul suo editore
– mi ha chiamato subito
invitandomi a casa sua.
Ho guidato fino alla casa del
signor Bukowski a sud di Los
Angeles una sera presto, colmo
di trepidazione. Il
temperamento di Bukowski è
rinomato, come la sua
impazienza per i cosiddetti
intellettuali della Costa Est. Ma
la cosa che mi intimoriva
maggiormente era che stavo
per incontrare una delle
persone che per lungo tempo
avevo considerato uno dei più
grandi scrittori del nostro
secolo – infatti sono state le
opere di Bukowski che mi hanno
fatto conoscere la casa editrice
Black Sparrow. I suoi lavori
documentano una vita di lotta
tremenda con l’alcol e la
degradazione di impieghi umili,
certamente, ma a un livello più
profondo con un totale rifiuto di
conformarsi alla falsità del
mondo con la quale tutti, in un
modo o nell’altro, raggiungiamo
compromessi. La sua voce, la
cui durezza, semplicità e
schietta onestà spesso nasconde
l’ampiezza del suo stile e
l’acutezza intellettuale che
detiene, è unica secondo la mia
esperienza, e quando volge al
lirico, la sua scrittura è di una
bellezza poetica totalmente
originale, possente.
Sono arrivato a casa sua
tardi, perché mi sono fermato in
un bar nei paraggi per farmi
forza con un bicchierino, e poi,
tanto per procrastinare, ho
fatto fatica a staccarmi
dall’incontro del mondiale dei
pesi massimi Foreman-Stewart
che stavano trasmettendo alla
tv del bar. Poi alla fine avrei
scoperto che non dovevo
preoccuparmi perché Charles e
Linda Bukowski stavano
seguendo lo stesso incontro
quando sono arrivato, e durante
la serata mi è stato offerto un
quantitativo di alcol superiore a
quello che mi serviva per farmi
forza. E davanti alla gentilezza
e all’accoglienza di Bukowski il
mio nervosismo è evaporato
all’istante. Mentre guardavamo
la fine dell’incontro, ho avuto
modo di osservare il volto
leggendario di Bukowski: ormai
sui settanta, è deturpato e
segnato – come quello di W.H.
Auden, come quello di un gatto
selvatico battagliero;
l’agiatezza casual della sua
casa, i tanti, tanti gatti – tutti
ex-randagi, accolti dai Bukowski
– che gironzolano per il
soggiorno. Lì in bella mostra,
con mia sorpresa, la prima
edizione di The Last Flower di
James Thurber con la dedica
fatta a Cecil B. DeMille. Dopo
che è finito l’incontro di pugilato
i Bukowski hanno insistito per
portarmi fuori a cena in un
ristorante del porto, dopo di che
siamo ritornati a casa, abbiamo
bevuto Heineken ghiacciate,
fumato beedi e parlato fitto fino
a mattina inoltrata.

NG Mi chiedevo come e quando


John Martin è entrato in
contatto con te.
CB Ok. L’anno è il 1966. Diciamo
che è metà pomeriggio e sono
alla mia nona o decima birra.
Non sto scrivendo, sono seduto
sul divano. Bussano alla porta,
apro ed ecco questo signore
ordinato, pulito, con l’aria da
conservatore in giacca e
cravatta. Non sono abituato a
vedere gente del genere alla
mia porta, sai. “Sì, mi dica?” E
lui risponde qualcosa come:
“Sono da sempre un grande
ammiratore del suo lavoro. Mi
piacerebbe entrare”. “Oh,
prego, entri pure, vuole una
birra?” Dice: “No”. E questo mi
ha come smontato all’istante:
questo tizio è inumano, non
beve birra. Così si è seduto da
qualche parte.
E mi ha detto: “C’è qualcosa
che ha scritto qui in giro?”. E io:
“Apra l’anta di quell’armadio”.
Lui si è avvicinato e l’ha aperta.
È uscita una pila di fogli. E dice:
“Che roba è?”. “Cose che ho
scritto.” “Mi prende in giro?”
“No.” “Quanto tempo ci ha
messo per scrivere tutto
questo?” “Oh, non lo so. Sei
mesi, tre o quattro mesi, un
anno e mezzo.” E lui: “Oh, è
sorprendente. Le spiace se
leggo?”. “No, faccia pure.”
Così sono rimasto lì a bere
birra e lui si è seduto sul
pavimento e ha cominciato a
leggere le pagine. Erano quasi
tutte poesie. Prendeva una
poesia e diceva: “Oh, questa è
molto bella”. “Ah, sì?” “Questa è
fantastica. È una poesia
immortale.” E io dicevo: “Ah,
sì?”. “Quest’altra non è tanto
bella, questa non è un granché.
Oh, ehi!” E si eccitava al
massimo, ed è rimasto lì seduto
per tanto tempo, a leggere tutte
quelle pagine, e poi ha detto:
“Sa, sto per aprire una
tipografia”. E io ho detto: “Ah,
sì?”. Ha detto: “Mi chiedevo se
non le dispiacerebbe se
prendessi tre o quattro di
queste poesie, sa, con me, e, sa,
se potessi riguardarle meglio. E
credo che ci piacerebbe
stampare uno o due pieghevoli
di queste poesie”. E ho detto:
“Si serva pure. Certo”. Mi ha
detto: “Forse può uscire
qualche soldo per lei, non so
quanti, staremo a vedere”. Ho
detto: “Va bene, insomma, va
bene comunque”.
Continuavo a scrivere e di
tanto in tanto si faceva vivo: “Mi
mandi altre cose di quelle che
sta scrivendo, mi faccia dare
un’occhiata”. Così, sai, gli
spedivo qualcosa. Alla fine ha
detto: “Voglio dirti una cosa,
Hank”. “Che cosa, John?” E lui
ha detto – lavoravo alle poste da
undici anni e mezzo: “Ti dico
una cosa. Se lasci l’ufficio
postale, ti dò cento dollari al
mese per il resto della vita”. Ho
detto: “Cosa?”. Ha detto: “Sì.
Anche se non scrivi niente,
anche se non mi mandi niente,
anche se non scriverai più
niente, ti darò cento dollari al
mese per il resto della vita”. Ho
detto: “Be’, sembra piuttosto
interessante. Lasciami un po’ di
tempo per pensarci”. Ha detto:
“Certo”. Non so quanto ci ho
riflettuto, penso che mi sarò
bevuto sì e no un paio di birre e
poi l’ho richiamato e ho detto:
“Affare fatto”.
NG Così quando John Martin si è
presentato alla tua porta è stato
come un grande…
CB Proprio così. Mi ha aperto
tutte le porte. Non era una
scommessa sicura. Quando John
mandava il centone, era come
se l’intero cielo si aprisse e si
illuminasse e apparisse il sole.
Era come se mi mandasse
cinque milioni.
Così il tempo passava e ha
pubblicato questo libro, e poi un
altro, e pian piano gli assegni
aumentavano. Poi è diventato la
Black Sparrow Press e
pubblicava anche altri scrittori.
E gli assegni crescevano
sempre un po’, molto
incoraggiante.
Mi ha sempre incoraggiato
molto, per esempio mi ha
comprato una macchina da
scrivere dopo che mi aveva dato
i cento dollari mensili. Mi dice:
“Che tipo di macchina da
scrivere vuoi?”. “Una grossa
che posso pestare a sangue.”
Così è arrivato da me in auto,
mi ha portato la macchina da
scrivere. E poi mi spediva
francobolli per posta. Sai, un
mucchio di francobolli. Ed è
molto incoraggiante. Voglio
dire, agli inizi quale scrittore ha
avuto questo tipo di aiuto? E
così, con il passare degli anni è
andata sempre meglio, sempre
meglio, sempre meglio e anche
Martin si è ingrandito.
Sai, John ha pubblicato
tonnellate di grande letteratura
e passa ancora inosservato
negli ambienti di critica
letteraria, non so perché. Ti
faccio un esempio: H.L.
Mencken, lo chiamano un
grande editore. E di Martin non
dicono niente. È una vergogna.

NG Be’, un motivo può essere


che lui mantiene una certa
distanza…

CB Già. (Ride) Non vedrai mai


John a una festa. È troppo
occupato a lavorare sodo.
Quindi non tesse contatti. Già,
un vero peccato. E una vera
fortuna.
Neil Gordon, Purity and Survival:
John Martin and Black Sparrow
Press, “Boston Review”, November-
December, 1992, pp. 26-27.
E che cazzo: le ultime parole
Gundolf S. Freyermuth
1993

“Se vuoi vendere una


sceneggiatura a un produttore
di Hollywood,” ho detto a
Charles Bukowski quella
domenica pomeriggio d’agosto
del 1993, “devi sintetizzare il
contenuto in una frase, che dica
tutto e che non riveli nulla…”
“Io non ci riesco,” ha detto
Bukowski scuotendo la testa.
“Allora non vendi.”
“Ok, non importa.” Bukowski
si è proteso lentamente verso il
suo bicchiere d’acqua e ha
preso un sorso. Poi ha detto:
“Non posso farlo con una sola
frase. Ma posso riuscirci con
una parola. Divertimento. D-I-V-E-
R-T-I-M-E-N-T-O , bello”. Ha alzato
l’angolo della bocca senza
sorridere: “Parlando di
divertimento, abbiamo finito?”.
“Vuoi davvero che mi fermi
qui?”
“Ah, no,” ora Charles
Bukowski sogghignava. “Per me
è lo stesso. Come vuoi tu.”
“Cosa stai scrivendo adesso?”
ho chiesto.
“Solo poesie. Le poesie sono
facili. Si possono scrivere
poesie quando si sta bene,
quando si sta male. Vedi, la
prosa riesco a scriverla solo
quando sto bene, per qualche
ragione. Ma una poesia posso
scriverla anche quando non
sento niente. Così, una poesia è
molto semplice da comporre,
posso sempre scriverla. E poi
mi sento meglio. Ecco tutto.
Niente di profondo.”
“Scrivere è facile, è vivere
che a volte è difficile,” ha
ammesso Bukowski nel 1985 in
un’intervista per il “New York
Quarterly”. Se non trovi una
ragione per vivere, dicono,
morirai.
Charles Bukowski, comunque,
avrebbe avuto più di una
ragione per non perdere gli anni
novanta. Essendosi guadagnato
una certa reputazione nei logori
anni settanta, stava ai comodi
anni ottanta come un barbone
sta a un bistrot. Il continuo
sgomitare, la speculazione,
essere sempre in movimento,
essere grintoso e sempre in
esercizio, i colpi a vuoto della
carriera e il logorio, questo
ragù di dolorosa caparbietà non
era il suo mezzo ideale per
raggiungere la felicità. “In
un’epoca in cui chiunque ha
raggiunto un certo stile di vita,”
ha commentato un giornalista
dopo aver incontrato Bukowski
nel 1985, “c’è un uomo che
vive.” Al di fuori dello spirito del
tempo.
“È stato uno scrittore che ha
insistito nell’essere non in
sintonia con i tempi,” ha detto
l’editore John Martin
riferendosi al miglior scrittore
della sua scuderia. “La cosa più
importante da capire su di lui è
che non voleva seguire nessuna
corrente e non si associava a
nessuno. Charles Bukowski
competeva da solo.”
Oggi, comunque,
l’orientamento coincide con la
sua vita e il suo punto di vista.
“Charles Bukowski era
politicamente scorretto, ancor
prima che una personalità
radiofonica di poco talento lo
facesse diventare di moda,”
scrive Suzanne Lummis. “Ha
adottato lo stile grunge molto
prima che il gruppo musicale di
Seattle lo lanciasse. Ha
anticipato l’apprezzamento per
le donne mature, dichiarando
che sono più desiderabili
quando raggiungono l’età vicina
allo sfacelo, gran bella notizia,
per alcune di noi.”
Agli inizi degli anni novanta, il
momento del degrado era
giunto; e questo, naturalmente,
ha favorito Bukowski. Il radical
cheap sentiva il bisogno di
tirare le somme, sia nella sfera
privata che pubblica. Alla
ricerca di nuovi contenuti in uno
stile di vita che era stato
sfiancato dal lusso, gli stilisti
leader della moda hanno dovuto
confrontarsi con una grande
nostalgie de la boue, un
desiderio nostalgico per la
strada – perlomeno questo è
quello dichiarato dal “New York
Times”. La “moda” di oggi,
riporto pari pari dal giornale:
“nello stile Charles Bukowski”.
“Oh, be’, questa mi piace,” ha
detto Bukowski.
“Quindi, cosa pensi degli anni
novanta?”
“Be’, sai…” Il vecchio
scrittore esitava. “Mi sto
avvicinando alla fine… ah,
dell’esistenza. La scrittura sta
prendendo una sfumatura
diversa. Non forzatamente, sta
succedendo in modo naturale…”
Per un istante ha spostato lo
sguardo nel rosso del sole che
stava tramontando dietro la
casa di fianco. “Al diavolo… non
si può scrivere e riscrivere la
stessa roba. C’è un mutamento.
Spero che ci sia.”
“Hai detto che ti stai
avvicinando alla fine
dell’esistenza…”
“Be’… succede a tutti,
giusto?”
“Se era quello che intendevi
non è una grande novità…”
“Non intendevo dirlo come
novità,” ha detto con un tono
secco mentre prendeva il
bicchiere d’acqua. “Era
un’affermazione in generale.”
“Alcune persone vivono la loro
esistenza più a contatto con la
natura, vale a dire con la
morte.” Mentre Bukowski
beveva io ho scritto questa
frase. Insieme a quella
successiva: “Comunque, nulla
prepara quelli che vivono quel
tipo di vita alla propria morte”.
In una lettera scritta nel
capodanno del 1978 Charles
Bukowski aveva predetto: “Mi
spettano altri quindici anni belli,
di scrittura prolifica – vediamo
cinquantotto più quindici fa…
be’, meglio non pensarci
adesso…”.
Il giorno dopo era il 16 agosto
del 1993 e Bukowski compiva
settantatré anni.
“Una volta hai scritto,” ho
detto, “che programmavi di
vivere per altri quindici anni…”
“Oh. Be’, ah…” ha detto
sorridendo. “Programmare e
realizzare sono due cose
diverse. Vedi, sono malato, ho la
leucemia…”
“Hai scritto di questi tuoi
progetti alla fine degli anni
settanta…” ho ribattuto.
Bukowski ha esitato. Alla fine
ha sogghignato: “Ah, bene.
Allora, sto rispettando la tabella
di marcia… vedremo”.
Si è tamponato la fronte
sudata e con un gesto pigro si è
sistemato il cappello di paglia.
“È tutto?”
“Non abbiamo ancora parlato
di Hemingway…”
“Oh, e che cazzo,” ha detto
Charles Bukowski mentre si
alzava lentamente dalla
poltroncina da giardino. “Credo
che lo lasceremo per un’altra
volta. Adesso è meglio uscire a
mangiare un boccone.”
Gundolf S. Freyermuth, “What
the Hell: Last Words”, in That’s It: A
final Visit with Charles Bukowski,
Xlibris Corporation, 2000, pp. 82-84.
Indice

Prefazione
David Stephen Calonne
Charles Bukowski vuota il sacco
Arnold Kaye
Questo vecchio bastardo
rimbambito è senza dubbio il
miglior poeta in città
John Thomas
Charles Bukowski: il poeta
arrabbiato
Michael Perkins
L’Underground in carne e ossa:
Charles Bukowski
Hugh Fox
A caccia di Giganti:
un’intervista con Charles
Bukowski
William J. Robson e Josette
Bryson
Una serata con Charles
Bukowski: un polpettoso
ricettacolo di cattivo karma, di
autocommiserazione e di
vendetta
Don Strachan
Charles Bukowski risponde a
dieci domande facili
F. A. Nettelbeck
Festeggiando con i Poeti
Ric Reynolds
Charles Bukowski
William Childress
Pagando per i cavalli:
un’intervista con Charles
Bukowski
Robert Wennersten
Il Simposio del “Free Press”:
conversazione con Charles
Bukowski
Ben Pleasants
Intervista: Charles Bukowski
Douglas Howard
Charles Bukowski,
un’intervista: Los Angeles, 19
agosto 1975
Marc Chénetier
La poesia butterata di Charles
Bukowski. Taccuino di una
vecchia umanità sporcacciona
Glenn Esterly
Faulkner, Hemingway, Mailer…
e adesso Bukowski?!
Ron Blunden
Shakespeare non l’ha mai fatto
Charles Bukowski
Dichiarazioni di un vecchio
sporcaccione
Silvia Bizio
Charles Bukowski su Charles
Bukowski scritto per Gerald
Locklin
Gerald Locklin, Charles
Bukowski
Intervista sul mestiere di
scrivere con Charles Bukowski
William Packard
The Charles Bukowski Tapes
Barbet Schroeder
Charles Bukowski: il più
cazzuto del mondo
Ace Backwords
I duri scrivono poesia. Charles
Bukowski visto da Sean Penn
Sean Penn
Il poeta ubriacone Charles
Bukowski scrive un inno a se
stesso in Barfly e anche
Hollywood comincia a cantare
Margot Dougherty e Todd Gold
Charles Bukowski: poesie,
racconti e adesso…
sceneggiature!
Christian Gore
Charles Bukowski spirito
fuorilegge
Jay Dougherty
Charles Bukowski
Alden Mills
Hollywood, Hollywood!
Charles Bukowski
Ritmo, danza, brio, Pamela
Cytrynbaum, 289

Charles Bukowski
David Andreone e David Bridson
L’outsider sta in guardia
Kevin Ring
Bukowski riflette: il Saggio che
sa come muoversi nelle strade
discute dei bassifondi, delle
donne e della vita a
settant’anni
Mary Ann Swissler
Penna e bicchiere
Robert Gumpert
Purezza e sopravvivenza: John
Martin e la Black Sparrow
Press
Neil Gordon
E che cazzo: le ultime parole
Gundolf S. Freyermuth