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Claudio Mammini * Comunicazione, suggestione, ipnosi e stati di coscienza

Abstract

Questo articolo tenta una lettura “trasversale” applicabile alle “talking cure” delle recenti scoperte nell’ambito
dello studio della coscienza e delle teorie della comunicazione suggestiva ed ipnotica mantenendo di fondo
un’ottica di analisi di tipo cognitivista, costruttivista post razionalista.

Key words

Comunicazione suggestiva; comunicazione ipnotica; coscienza; cognitivismo.

* Psicologo, Psicoanalista, ipnotista

Comunicazione, suggestione, ipnosi e “talkig cure”

In una comunicazione appassionata l’entusiasmo ed il coinvolgimento sono paralleli ad un’attenzione concentrata che
comporta un progressivo disinvestimento dai contenuti di sfondo e dalle percezioni del corpo. Quando ciò avviene si
struttura un sincronismo tra emittente e ricevente e tra i due c’è reciproca comprensione. Tutto arriva a coincidere senza
fatica e le suggestioni dell’uno sono accolte nella mente dell’altro come elementi costruttivi di idee. Questo stato di
massima sincronizzazione con l’altro è assimilabile all’idea di ipnosi. Purtroppo non abbiamo altra terminologia per
definire questo stato di massima persuasibilità da una parte e comunicabilità suggestiva dall’altra ed il termine ipnosi si
presta a troppi equivoci cui è bene soffermarci per sgombrare il campo da false convinzioni. Non è l’ipnosi di ciarlatani,
imbroglioni o imbonitori e nemmeno quella degli ipnotismi da palcoscenico, è lo stato di massima persuasibilità e
comunicatività che si sviluppa nell’individuo là dove accetta di vivere una relazione di accoppiamento strutturale con
l’altro. Purtroppo non solo non abbiamo altri termini diretti ma non abbiamo nemmeno una terminologia psicologica
che permetta di descrivere questo stato senza usare termini psicopatologici o psichiatrici. Dobbiamo considerare ogni
stato di massima sincronizzazione con l’altro come una microdinamica di induzione ipnotica dove il parlante costruisce
il proprio pensiero per poterlo comunicare al ricevente in armonia (accoppiamento) con lo schema linguistico (R. Dilts,
J. Grinder, R. Bandler, L.C. Bandler, J. DeLozier, P. Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, M. E. Erickson) di
quest’ultimo senza che perda i significati che gli vuol dare ed il ricevente dispone il suo stato della mente nella modalità
più plastica possibile, quindi meno critica e razionale possibile (pur mantenendone un quid per rimanere ancorato alla
realtà ed al proprio sé) assumendo una posizione di persuasibilità, ovvero di accoppiamento strutturale (H. Maturana, F.
Varela). “L’ipnosi è essenzialmente un modo di offrire stimoli di vario tipo che mettano i pazienti in grado di utilizzare,
in risposta agli stimoli stessi, il loro personale apprendimento esperienziale” , “è uno stato di consapevolezza” (M.
Erickson, opere vol II pag. 396, 432). Ogni persona ovviamente partecipa a questo tipo di comunicazione con porzioni
differenti di compartecipazione a seconda dei propri vissuti. Ma quando il coinvolgimento comunicativo avviene, c’è
accoppiamento strutturale ed entrano in gioco gli elementi stessi attraverso cui si ordina il mondo in una realtà
condivisa. E’ per questo che l’uso delle fantasie guidate, della creatività, del rilassamento, dell’esposizione a vissuti
emotivi, dell’esperire delle emozioni personali, dei ricordi a forte contenuto simbolico o delle esperienze pratiche
emozionalmente correttive ma anche la rimodulazione del pensiero razionale, diventano tecniche psicoterapeutiche. La
riduzione della pressione critica razionale permette una maggiore disponibilità ad accettare l’idea dell’altro. L’unica
possibilità che abbiamo di modificarci attraverso l’altro consiste nel concentrare la nostra attenzione sull’altro sperando
che faccia altrettanto. Se ciò accade si sviluppa uno stato mentale equiparabile alla trance dove un’idea ci persuade
semplicemente perché vogliamo che ciò accada. In alternativa, ci convince.
Nel ridurre il livello di razionalità critica produciamo le migliori condizioni possibili perché un idea si connetta alle
emozioni e quindi un pensiero diventi un’esperienza totalizzante, mente corpo. Tuttavia ciò può accadere solo se
l’oggetto comunicato è condiviso dal ricevente; e con “oggetto” non si intende solo l’elemento verbalmente trasmesso
(analizzato nell’emisfero sinistro) ma anche tutto il contesto all’interno del quale acquista significato (emisfero destro).
Maturana e Varela sottolineano che “il fenomeno della comunicazione non dipende da quello che si trasmette, ma da
quello che accade in chi riceve”. E’ per questo che è più comunicativa una bella bionda seminuda con la birra in mano
che la spiegazione della percentuale di luppolo e malto di tale birra. Accoppiare strutturalmente “è ben diverso dal
trasmettere informazione”. Accoppiare strutturalmente è suggestionare (con la disponibilità ad essere persuasi
nell’altro). Trasmettere informazione è convincere l’altro. Probabilmente non può esistere suggestione senza
convinzione ma sicuramente esiste convinzione senza persuasione.
“La suggestione non è un processo di programmazione del paziente secondo il punto di vista del terapeuta. Comporta
invece una risintesi interiore del comportamento del paziente ad opera del paziente stesso” scrive M. Erickson in
“ipnoterapia innovatrice” (pag.17). Dobbiamo considerare la suggestione come un normale fenomeno psicologico in cui
un convincimento, un idea, una aspirazione emergono nella coscienza ad opera del soggetto che ascolta in virtù di una
forza esterna a cui si decide di abbassare il livello di sorveglianza critica. E’ un processo bidirezionale.
La comunicazione persuasiva è una forma infinitamente più complessa della comunicazione informativa ma è così
frequente che vale la pena di chiedersi se la complessità veramente debba sempre sposarsi con la difficoltà. La plasticità
indotta dalla riduzione dei vincoli attraverso cui si stabilizza lo stato della mente in funzione dell’altro apre a scenari
interattivi assolutamente nuovi ai nostri occhi ma da sempre esistiti basta guardare la nostra storia, anche più recente,
per avere la prova di ciò che sosteneva O. Wilde, ovvero che “è sempre con le migliori intenzioni che si producono gli
effetti peggiori”.
Quale è il comune denominatore che unisce trasversalmente tutte le teorie psicologiche? Cosa accomuna la Gestalt alla
Psicanalisi alla teoria Cognitiva, a quella Comportamentale a quella Sistemico Relazionale etc?
Forse è possibile un’intesa su due punti; il primo è che tutte sono riconducibili alle “talking cure” ed il secondo è che
tutte ruotano intorno al concetto di stato mentale ed alla sua possibilità di modifica.
Ancora possiamo pensare, in una sorta di tentativo di intersezione tra i varii modi di intendere la psicologia, di definire
uno stato mentale come il risultato dell’equilibrio funzionale, più o meno riuscito, dell’individuo che cerca di
armonizzare sensazioni percettive (esterne o interne) e cognizioni. Il risultato è la prassi quotidiana del nostro vivere.
Allo stato della conoscenza attuale possiamo sostenere con ampio margine di correttezza che la letteratura scientifica
discrimina i seguenti stati di coscienza:
Lo stato di veglia
Lo stato di sonno
Lo stato di coma in cui c'è assenza di attività mentale
Lo stato di patologia mentale in cui c'è una profonda dissociazione e/o negazione di se' e della relazione con gli altri
Lo stato di morte
Ma come possiamo definire lo stato di veglia se non operando per esclusione dagli altri stati? E lo stato di patologia se
non in funzione di un concetto di normalità? E’ abbastanza evidente la chiusura tautologica. A questo punto si aprono
due strade davanti a noi; o ci poniamo l’obiettivo di discriminare o quello di sviluppare. Se seguiamo il primo ci
poniamo come scopo sostanzialmente quello di definire ciò che separa un livello di coscienza ordinario “normale” che
costituisce la realtà mutuamente condivisa preconfezionata, uguale per tutti, in una parola “oggettiva”, da uno
patologico. Alla base di questa analisi sta’ il ritenere (.. ovvero stà la suggestione..) che esista uno stato uguale per tutti
cui discriminarne altri che ovviamente finiscono per definirlo per esclusione. Se seguiamo la seconda strada non ci
poniamo il compito di “discriminare tra” ma ci chiediamo “come” si sviluppa stabilmente nel tempo un certo particolare
tipo di stato della mente; ovvero, come è che uno stato di coscienza indipendentemente che sia “normale” o
“patologico” riesce a mantenersi coerente nel tempo?
Il concetto coerenza di sé, ovvero il concetto di stabilità, rimanda ad una dimensione quasi fisica in cui le forze in gioco
definiscono una sorta di equilibrio. Tutti sappiamo che considerare psicotico uno psicotico di certo non lo aiuta ed anche
se qualcuno sostiene che tutti i tentativi di non considerarlo tale sono o infruttuosi o, qualora ottengano risultati positivi,
effetto di fortuna, è anche vero che per stati di coscienza ben più gravi, ad esempio nei soggetti in coma (con presenza
di minima attività mentale), il non considerare il paziente - in coma - sembra che lo aiuti ad uscire da quello stato. Ma
anche questo potrebbe essere frutto di fortuna. Noi non conosciamo come riusciamo a stabilizzare quello che possiamo
considerare come uno stato di veglia vigile ma la nostra esperienza comune sembra piuttosto fatta di stati di coscienza
più che di un unico stato (A. Damasio, G. Edelman, V. Guidano, G. Liotti, G. Tononi). Se prendiamo la sola polarità
veglia-sonno; ci sono momenti di veglia durante la quale alcune delle nostre facoltà sembrano dormire e, pur volendole
tenere sveglie, non ci riusciamo (per esempio durante una lezione noiosa) ed esistono anche momenti di sonno durante i
quali troviamo soluzioni ai problemi della veglia (la letteratura è piena di personaggi che hanno trovato soluzioni in
quei momenti; tipo la “mela che cade in testa a Newton che dorme”). Allora, forse, più che impegnarci nel
discriminare, dovremmo sviluppare il tema della stabilizzazione degli stati.

Socrate e le suggestioni

Tutte le nostre esperienze scaturiscono da regole, apprendimenti, comportamenti, motivi e tutte sembrano
imprescindibilemente ordinate attraverso una successione temporale; ciò significa che in un certo qual modo esiste un
ordine cronologico interno che prevede una gerarchizzazione degli elementi siano essi pensieri, comportamenti o
motivi. Ogni atto comunicativo e relazionale è un continuo proporsi in funzione dell’altro ed è quindi - influenzamento
dell’altro - in un gioco attivo di costruzione di una visione di sé e dell’altro e quindi del mondo. Del resto, così come
diceva Socrate “non sono le risposte a doverci far preoccupare, ma le domande”; una semplice domanda è già una
proposta di “chiusura del campo” esperienziale del soggetto, una diminuzione dei “gradi di libertà” dell’altro; delle
innumerevoli cose che potrebbe dire per portare oltre la sua opinione, interessano solo quelle contemplate dalla
domanda. In altri termini anche una semplice domanda è un’influenzamento, una suggestione che, accolta dall’altro,
orienta il suo flusso di pensieri ed idee sui motivi del primo. In un certo senso potremmo dire che la mente
dell’emittente, accogliendo la suggestione, viene obbligata in una direzione dalla mente del ricevente. Ci
suggestioniamo vicendevolmente, … ma come potremmo vivere senza?
Dal secondo principio della cibernetica sappiamo che siamo artefici della realtà che costruiamo e da cui siamo
condizionati per un processo di ridondanza circolare (L. V. Bertalanffy) . Forse dobbiamo rassegnarci al fatto che in
fondo siamo solo capaci di riconoscere e non di conoscere. Tutte le teorie dalla più ingenua ed apparentemente semplice
come quella della vita quotidiana alla più sofisticata teoria della fisica o della matematica racchiudono in se un modo
attraverso cui interrogarci sul mondo; un “modo Socratico” di condizionarci a vedere ciò che va visto, pensato o
dedotto. Certo, potremmo obiettare che se tra un metro c’è un precipizio e continuiamo ad avanzare, al 100 %
moriremo. Ma chi è al 100 % sicuro che il “concetto di morte” è legato a quello di morte del corpo? Ovviamente,
nell’attesa è sicuramente più saggio non fare quel metro; ma se in un lontano futuro qualcuno, magari inventando una
specie di macchina del tempo per viaggiare dall’aldiquà all’aldilà e viceversa, dimostrasse secondo i nostri occidentali
parametri scientifici (e quindi di realtà del mondo), al 100 %, che non si muore, allargando il campo della teoria della
vita ad altre prospettive. Quel metro non significherebbe più nulla; e salterebbero tutte le nostre attuali pseudo certezze
oggettive. Per ora è comunque meglio non farlo quel metro. Tuttavia è sotto gli occhi di tutti che in altre culture queste
conclusioni sono completamente sovvertite, basta pensare ai kamikaze arabi. Ancora una volta è la teoria che determina
cosa consideriamo realtà; per dirla come Charcot, “le teorie sono una gran bella cosa ma non impediscono ai fatti di
esistere”.
Il telegiornale del 6 Marzo 2002 comunicò a tutti gli Italiani che a Messina la statua di Padre Pio da Pietralcina aveva
pianto lacrime di sangue. E fin qui tutto normale, in Italia siamo abituati a questo genere di cose. … Ma la vera curiosità
viene dopo. In quel momento una ragazza, da anni sulla sedia a rotelle, afflitta da sclerosi multipla, era riuscita a
camminare per, a suo dire, intercessione di Padre Pio. “Gli esperti”, comunicò il conduttore, “tenteranno di accertare se
si tratta veramente di miracolo o è semplice suggestione”….. Semplice suggestione… Ma se fosse così, se noi avessimo
veramente questa straordinaria capacità suggestivo-terapeutica, così potente da curare la sclerosi multipla se attivata in
chissà quali condizioni, allora, quella sì che sarebbe una scoperta veramente miracolosa. Ma forse la nostra realtà
condivisa non è ancora pronta ad includerla nel proprio senso di verità degli eventi. Per la cronaca, il giorno dopo, una
telefonata anonima avvertì che si trattava dello scherzo di un tossicodipendente. Ciò lascia ancor più perplessi sul
presunto, enorme, potere della suggestione.
Oggi, alle soglie del terzo millennio, in un mondo “globalizzato”, siamo forse chiamati più di ogni altro periodo storico
a modificare il modo attraverso cui “leggere” la realtà, pena lo sviluppo del pregiudizio, per accordare lo stato della
nostra mente con le aspettative condivise. In altre parole è probabile che ci venga chiesto di essere sempre più plastici e
“mentalmente elastici” per assumere elementi di pensiero discrepanti dai nostri per poi, in un tentativo di comprensione,
svilupparli successivamente in un processo di analisi e sintesi. “In nessun’altra epoca è riscontrabile un livello di
complessità strutturale nella coscienza individuale come quello che caratterizza il nostro tempo” (Arìes e Duby, 1987;
Braudel, 1979). Quando concediamo ad un pensiero esterno di entrare in noi per modificarci abbiamo in corso un
fenomeno di suggestione. Nessuno ci obbliga a farlo, ma il farlo migliora la vita, anche se è vero che il concetto non è
generalizzabile. E’ oramai appurato che la nostra attenzione è proattiva e con essa quindi anche la nostra
“suggestionabilità”. La realtà che ci portiamo dentro è la realtà dell’osservatore e non dell’elemento osservato (Von
Bertalanffy, 1969) che si traduce nella realtà condivisa che stabilizza l’ambito in cui modulare i nostri stati della mente
che possono mutare conservando quella funzionalità aggregante che, assumendo il valore di realtà oggettiva, rassicura.
Il principio della comunicazione implica una sorta di sincronismo tra osservatore ed osservato che è prima di tutto
mentale e poi reale. “Ogni volta che si incontrano due persone, ce ne sono sei. Per ogni uomo ve ne è uno per come egli
si vede, uno per come lo vede l’altro ed uno per come egli è” (W. James). E’ principalmente l’idea dell’altro che sin
dalle prime protoconversazioni, durante quell’imprinting iniziale che determina lo stile di attaccamento, sviluppa quel
sincronismo in cui si è reciprocamente definiti e si definisce l’altro durante l’interazione (J. Bowlby, V. Guidano, G.
Liotti). All’interno di questo scambio operano le qualità pragmatiche dell’atto linguistico (P. Watzlawick, J. H. Beavin,
D. D. Jackson) e si comunica il modo attraverso cui interpretare noi stessi, l’altro e il mondo ( P. L. Berger e T.
Luckmann , V. Guidano, G. H. Mead). E’ quindi un mondo in perenne costruzione e ristrutturazione che definisce il
binario attraverso cui modulare stato di coscienza ordinario che è probabilmente costituito da una infinità di mutevoli
stati che vicendevolmente si susseguono per costruirlo in un processo causalità circolare (P. L. Berger e T. Luckmann,
A. Damasio, G. Edelman, V. Guidano, G. Liotti, G. Tononi). Essendo la realtà un elemento mutuamente condiviso da
accordi taciti ed espliciti fatti dalla comunità di appartenenza per stabilizzare lo stato della mente, il rimanere
suggestionati da una idea diventa determinante per mantenere il registro attorno cui modulare tutti gli stati ordinari di
coscienza della nostra vita. Ciò indipendentemente dal mondo considerato oggettivo, per esempio da noi occidentali. I
kamikaze delle Torri Gemelle avevano studiato nelle nostre scuole ed università e vivevano nella nostra cultura ma non
ne condividevano evidentemente la realtà.
Nella “visione costruttivistica” la realtà dipende da come la si descrive e condivide con gli altri (P. L. Berger e T.
Luckmann , V. Guidano, G. Liotti, G. H. Mead). E’ una suggestione credere che la morte non esiste per chi crede
nell’aldilà. Ora, forse per molti è un esercizio ai limiti della capacità di elasticità mentale (e quindi di autosuggestione),
ma è vero anche il contrario. Tutti sottoscriviamo che è meglio cercare di campare in questo mondo, ma se avessimo la
certezza che nell’aldilà non esiste dolore e sofferenza,… camperemmo in questo mondo o andremmo immediatamente
tutti insieme a vivere nell’altro?
Perché un’idea permei la mente occorre vivere una esperienza di sincronismo con la fonte di comunicazione; perché si
realizzi il sincronismo occorre essere coinvolti, ovvero essere interessati a quella comunicazione ed alla sua fonte. Più il
coinvolgimento è alto più il campo percettivo tenderà a chiudersi ed il focus attentivo ad amplificarsi sul comunicante
fino a sfumare la realtà intorno (M. E. Erickson); il neo ridotto campo attentivo permetterà lo sviluppo parallelo dei
contenuti emotivi trasmessi nell’ascoltatore per il ripristino di una relazione pseudo duale che vede nel rapporto di
attaccamento madre-figlio il suo prototipo. Per quanto l’oratore parli alla folla ognuno ha la sensazione che parli a sé.
Maggiore sarà l’unione tra percezione ed emozione maggiore sarà il passaggio nella memoria a lungo termine del
messaggio comunicato. Questa chiusura, presupposto di una concentrazione ad elevato valore personale, con la potente
disponibilità persuasiva evocata dalla relazione duale, può essere definita trance al pari della trance ipnotica. Ciò è
ancora più evidente nell’interazione sincrona tra due persone dove parlante ed ascoltatore la amplificano tendendo al
gioco del reciproco comprendersi per cogliere l’idea dell’altro. La complessità dell’esperienza comunicativa deve poter
essere compresa soprattutto attraverso l’atto della stabilizzazione degli stati della mente, quindi attraverso risorse non
unicamente riconducibili all’emisfero sinistro. Si pecca di riduttivismo eccessivo se pensiamo che non esista un
coinvolgimento totale della mente (emisfero destro e sinistro) nei processi comunicativi.

Comunicazione, realtà e stati di coscienza

Il metodo educativo fondamentalmente sviluppa il concetto di ridondanza della realtà condivisa. Fin da neonati si
ricerca il “consenso” dell’altro, o per meglio dire si ricerca il senso (di sé) nell’altro (J. Bowlby, V. Guidano), e con
grandi sforzi tentiamo di mutare la comune condizione di impotenza nel corso di tutta la vita sviluppando una pseudo
sensazione di certezza e verità dei fatti che ci accadono. Da verificare costantemente. Col primato della ragione finiamo
per collegarci ancor più strettamente agli altri in una costruzione della realtà quanto più condivisa possibile che finisce
per assumere il significato di verità rassicurante (P. L. Berger e T. Luckmann). Conformismo e corporativismo sono
forse i prodotti sociali più visibili del nostro vicendevole stabilizzarci. Un alto livello di razionalità stabilizza e
rassicura.
Ma la staticità assoluta equivale alla morte. E quindi la fantasia, il sogno e le emozioni sembrano i canditati più
autorevoli alla funzione di plasticità della mente così importante per conservarsi sani (L. Cionini, V. Guidano, G. Liotti,
G. Sacco). Perciò il possibile sembra separato dall’impossibile solo da una sottile zona di probabile. Ed è così che un
giorno, con una soglia razionale critica leggermente più bassa, più plastica di quella del precedente, un’idea diversa
dalle nostre (sebbene non così distante dal nostro modo di vedere il modo), dall’esterno permea la nostra mente e ci
convince. E magari ciò accade proprio nel nostro tentativo attivo di rendere più plastico il nostro stesso stato mentale
perché stiamo ascoltando qualcuno che stimiamo; in questa maniera finiamo per integrare la sua opinione tra le nostre
in un processo di crescita condivisa di un’idea. Essendo stabilizzato dal comune modo di condividere la realtà, in ogni
attimo, qualsiasi sia lo stato, inteso come - stati che mutevolmente si succedono per condividere la realtà -, tendiamo ad
accordarci con le aspettative che stabilizzano quel senso comune che tanto rassicura. Per questo non solo siamo capaci
di negare le evidenze ma riusciamo anche ad adoperare la nostra fine intelligenza per rimanere nell’errore (Galileo
Galilei ne è prova) o addirittura arrivare a non percepire (i famosi tipi di neve che vedono gli Eschimesi e che noi non
riusciamo nemmeno ad immaginare). Così finiamo per sviluppare il nostro potenziale all’interno dei limiti che ci
costruiamo in una sorta di ascesa progressiva sulla stessa base che finisce per darci tante più pseudo certezze quanto
più, operando razionalmente, decidiamo che il nostro sia il miglior stato possibile. Ma ne siamo davvero sicuri?
La nostra vita, così come ci appare, risulta costantemente mediata dal nostro stato mentale sia esso generato da
influenze “esterne”, sia esso il risultato di influenze “interne”. Si ritiene di poter unanimemente assimilare la definizione
di stato mentale a quella di stato di coscienza ovvero ad una funzione dotata di senso, in parte modificabile attraverso un
lavoro di analisi dei significati personali (A. Damasio, G. Edelman, V. Guidano, G. Liotti, G. Tononi).

La novità di Fleming

Ogni novità viene ad essere inclusa per plasticità del nostro stato della mente e quindi per abbassamento del “livello di
sorveglianza razionale” per poi operare verifiche sul “nuovo arrivo” col medesimo (“processata “per assimilazione ed
accomodamento; Piaget). Del resto, se tutto rimanesse statico le nostre convinzioni diverrebbero immutabili e non
potrebbe esserci apprendimento.
Il nostro modo di pensare è razionale, causale e riferibile attraverso il linguaggio. Così siamo stati educati e così
abbiamo imparato ad ordinare il mondo. Tutto ciò che esce da questa logica è immediatamente negato o ricondotto ad
una dimensione magico-irrazionale.
Una Psicologia degli stati della mente oltre che semplificare la concezione psicologica degli individui basata sulle teorie
della personalità permetterebbe lo sviluppo di una psicologia del “come intervenire” condivisibile da tutti
indipendentemente da una psicologia eziologica basata sul “perché”. Le scienze cosiddette fisiche o naturali sono
riuscite a superare il concetto di causalità lineare che vede nella ricerca della causa iniziale l’unico modo per risolvere il
problema. Basti pensare al principio di relatività di Einstein o a quello di indeterminazione di Heisenberg, alle strutture
dissipative di Prigogine, ai più recenti studi di Maturana e Varela sull’autopoiesi o al concetto neuropsicologico di
rientro di Edelman per avere degli esempi di come si stia sviluppando una epistemologia basata su una concezione di
causalità circolare. Causalità lineare e circolare semplicemente coesistono in un processo di costruzione personale
poiché, una causa prima genera uno stato che si stabilizza per riverberazione circolare. Una volta innescato un processo
circolare non esiste più un inizio ed una fine ma solo un sistema interdipendente di reciproca influenza tra i fattori in
gioco che attende un’altra causa prima per giungere ad un altro livello di stabilità. Stabilità non è sinonimo né di
normalità e né di adattamento (H. Maturana, F. Varela).
Lo studio degli stati di coscienza, della suggestione e degli stati indotti dalla suggestione (ipnosi) riguarda lo studio
dell’efficienza dei fenomeni comunicativi-interattivi umani che stabilizzano per ridondanza il modo attraverso cui si
interpretano gli altri, noi stessi, ed il mondo nel processo di costruzione di una verità condivisa. In uno stato di massima
attenzione e compartecipazione (come quello ad esempio ottenuto durante un rilassamento ad occhi chiusi o con
attenzione concentrata), il pensare ad un “gelato” non ne evoca solo il termine, ma anche l’immagine, e la nostra mente
così suggestionata e disposta a persuadersi può evocarne il colore, il sapore, la temperatura, l’esperienza percettiva
stessa del cono o il sapore del gusto scelto, ma anche il contesto nel quale proprio quel gelato è stato mangiato. In altre
parole, un fenomeno ipnotico evocativo. Processo e forma in una mente persuasa sono la stessa cosa.
Per comprendere la dinamica dei mutevoli stati di coscienza e di come sono influenzabili dobbiamo essere disposti ad
entrare in un ambito di incertezza ed indecisione, ovvero in uno stato di sospensione di critica che permetta una analisi
non mediata immediatamente dal comune razionale condividere l’esperienza ma solo successivamente. Del resto non si
può vedere ciò che non si vuol vedere.
Quando Fleming lavorava in un laboratorio di terreni di coltura per far sviluppare i bacilli di certe malattie, spesso
alcune muffe finivano nei recipienti dove queste si sviluppavano. Solitamente quando si verificava questo fenomeno i
microbiologi dicevano che la coltura era “andata a male” e la buttavano. Un giorno Fleming si fermò a riflettere col
recipiente in mano prima di buttarlo e collegò l’impossibilità a crescere dei bacilli in contatto con le muffe con la
possibilità che esse potessero essere utilizzate per curare le infezioni. Ed inventò la Penicillina. Poi ci vollero più di
quaranta anni per sapere come questa polverina funzionasse. Il non sapere come funzionava non impedì ai medici di
usarla.

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