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Manuale didattico dedicato alle

Scuole Elementari e Medie Inferiori

d’Acqua
Molecole
Viaggio alla scoperta
delle risorse
L’acqua, i gas, le materie prime, le materie seconde, i loro cicli, la loro chimica, loro rap-
porti con l’uomo e la società, sono i temi affrontati dall’edizione di MATERIALITA’ del trien-
nio 1999-2002. Queste “risorse” sono analizzate attraverso esperienze sia pratiche sia

Premessa
teoriche oltre ad essere l’argomento di manuali didattici che, anno dopo anno, saranno a dis-
posizione dei docenti delle scuole elementari, medie inferiori e superiori per affrontare questi
importantissimi temi.

“Molecole d’acqua”, la prima pubblicazione della collana di tre, affronta i temi collegati alla
risorsa acqua. Questa molecola, la cui quantità è stimata in 1.400 milioni di miliardi di
tonnellate, è distribuita sul globo terrestre a partire dagli oceani, dove è la componente
principale, fino ad essere parte integrante della struttura dei più piccoli organismi viventi,
quindi fondamentali per il proseguimento della vita sulla terra. Tutte queste molecole sono
costantemente in movimento seguendo un ciclo, denominato “ciclo dell’acqua”, che ancora
oggi l’uomo cerca di regolare e controllare per i propri fabbisogni, ma con scarsissimi
risultati. Questi argomenti e altri, sono affrontati nelle pagine seguenti con l’obiettivo di
fornire un concreto aiuto ai docenti per la programmazione scolastica delle attività
didattiche educative.
L’elemento acqua Pag. 3
La molecola dell’acqua e la sua struttura Pag. 3
Le proprietà dell’acqua Pag. 3
La tensione superficiale Pag. 4
La capillarità Pag. 4
Il calore specifico e la capacità termica Pag. 4
L’aumento di volume Pag. 5
La solubilità Pag. 5
Le caratteristiche chimiche dell’acqua Pag. 6
Indice

L’acqua in natura Pag. 7


La distribuzione delle acque Pag. 7
Il ciclo dell’acqua Pag. 7
Le precipitazioni Pag. 8
L’evaporazione e la traspirazione Pag. 8
L’infiltrazione Pag. 8
Il deflusso superficiale Pag. 9
Gli ambienti d’acqua Pag. 9
Il Mare Adriatico Pag. 9
Le zone umide Pag. 11
I corsi d’acqua Pag. 14
I laghi Pag. 20
Gli ambienti carsici Pag. 22
Le acque termali Pag. 23
Le falde acquifere Pag. 23
L’acqua nella società Pag. 24
Non sempre “chiare, fresche e dolci acque” Pag. 24
L’Acquedotto di Romagna Pag. 27
L’impianto di potabilizzazione di Capaccio e la rete idrica Pag. 27
L’Acquedotto di Romagna e le esigenze di Ravenna: il N.I.P. Pag. 27
La rete acquedottistica odierna Pag. 28
Il nuovo impianto di potabilizzazione di Ravenna Pag. 29
L’alimentazione Pag. 29
I trattamenti delle acque Pag. 29
La qualità delle acque immesse in rete Pag. 30
L’inquinamento delle acque Pag. 32
Gli inquinanti e i loro effetti Pag. 32
Le normative Pag. 33
I liquami domestici Pag. 33
Il depuratore di Ravenna città Pag. 33
La Carta Europea dell’Acqua Pag. 39
Proposte didattiche Pag. 40
La tensione superficiale Pag. 40
La capillarità Pag. 40
Il calore specifico Pag. 41
Le soluzioni Pag. 41
Le caratteristiche chimiche dell’acqua Pag. 42
L’acqua va... in giù, in sù, a livello Pag. 43
Il galleggiamento Pag. 44
I passaggi di stato Pag. 45
Il ciclo dell’acqua Pag. 46
Gli ambienti d’acqua Pag. 47
L’acqua e la città Pag. 52

Bibliografia Pag. 54
L’elemento acqua 3

➤ L’acqua è il composto chimico più abbondante della crosta terrestre e nella materia

Le molecole d’acqua
vivente, l’unico composto che esiste libero in natura, l’unico che in natura si trova sia allo

e la sua struttura
stato solido, liquido e di vapore. L’acqua ha una forma semplicissima, H2O, ma ha delle
proprietà eccezionali. E’ una sostanza composta, la cui molecola è formata da due atomi
di idrogeno e uno di ossigeno. Sono proprio questi atomi a rendere la molecola speciale dal
punto di vista chimico. Analizziamo la sua struttura. Ogni atomo di idrogeno è unito
all’ossigeno da un legame covalente. Ogni legame è molto forte e coinvolge due elettroni,
uno dell’idrogeno e uno dell’ossigeno, che vengono ‘messi in comune’ tra gli atomi.
La molecola d’acqua è complessivamente neutra, cioè dotata di un eguale numero di
cariche positive e negative, tuttavia è una molecola polare. A causa della forte attrazione
dell’ossigeno per gli elettroni, infatti, questi tendono a restare più tempo intorno al suo
nucleo piuttosto che intorno a quelli dell’idrogeno. Come conseguenza di questo si realiz-
zano nella molecola due regioni a carica debolmente positiva in prossimità dei nuclei
dell’idrogeno, e due a carica debolmente negativa in prossimità dell’ossigeno, deter-
minando in tal modo la polarità della molecola. Quando una regione dotata di
carica si avvicina ad una con carica opposta di una diversa molecola
d’acqua, la forza di attrazione determina un legame tra molecole, detto
legame idrogeno. Ogni molecola d’acqua ne può formare sino a
quattro contemporaneamente. Questo legame è molto più
debole di un legame covalente o di un legame ionico ed ha
una vita estremamente breve (un legame a idrogeno in
acqua allo stato liquido dura circa 10-11 secondi),
ma, in condizioni normali di temperatura e
pressione, questi legami si formano e si spezzano in continuazione,
riuscendo a sviluppare complessivamente una Molecola d’acqua
forza di attrazione considerevole tra le molecole .
Legami Idrogeno

➤ La presenza dei legami idrogeno conferiscono all’acqua le proprietà che hanno reso
Le proprietà

possibile la vita sulla Terra, facendo di questa molecola una componente essenziale degli
dell’acqua

organismi viventi e una protagonista dei cicli e dei fenomeni naturali che determinano le
modificazioni dei nostri paesaggi.

Le proprietà più significative sono le seguenti:


1. un’elevata tensione superficiale, da cui deriva la capacità dell’acqua di assumere la
forma di goccia;
2. l’azione capillare: ovvero la capacità dell’acqua di risalire lungo fessure sottilissime;
3. elevato calore specifico ed elevata capacità termica: vale a dire che, per un dato appor-
to di calore, la temperatura dell’acqua aumenta molto più lentamente di qualsiasi altra
sostanza, e viceversa diminuisce molto più lentamente quando si sottrae calore;
4. l’aumento di volume al di sotto dei 4°C;
5. una buona solubilità.
Vediamo ora, uno per uno, quali sono i vantaggi che derivano da queste proprietà.
4 L’elemento acqua

La tensione superficiale
Osserviamo l’acqua che sgocciola da un rubinetto chiuso male. Ogni goccia che si forma
rimane attaccata al rubinetto per un istante, prima di cedere alla gravità e di cadere in
forma di sfera, ben delimitata dalla superficie esterna che la racchiude.
Le idrometre ed altri insetti si appoggiano sulla superficie di uno specchio
d’acqua senza difficoltà, come se fosse solida; un ago galleggia se appoggiato
delicatamente, nonostante il metallo abbia densità maggiore. Questi fenomeni, e
tanti altri ancora, sono gli effetti della tensione superficiale causata dalla coesione tra le
molecole d’acqua, determinata a sua volta dai legami a idrogeno. Solo il mercurio presen-
ta una tensione superficiale più elevata ma con la differenza che questo non aderisce a
nessuna altra sostanza a causa dell’attrazione elevatissima fra i suoi atomi. L’acqua invece
è in grado di ‘bagnare’, cioè di ricoprire la superficie di altri corpi. Ne sono un esempio le
gocce che rimangono su un vetro dopo una poggia, su di un bicchiere dopo averlo
svuotato, sul nostro corpo dopo la doccia, ecc.

La capillarità
Procurandosi una vaschetta piena d’acqua, possibilmente colorata, e dei tubi trasparenti di
diametro diverso, di cui uno inferiore ai 2mm (capillare) è possibile effettuare un’esperi-
mento su questo fenomeno. Sistemate i tubi dentro la vaschetta e osservate cosa succede.
In base al principio dei vasi comunicanti dovremmo aspettarci che l’acqua entri in tutti i
tubi portandosi allo stesso livello che ha l’acqua nella vaschetta.
Se osserviamo bene ciò avviene solo in alcuni tubi, infatti via via che i tubi si fanno più
stretti il livello raggiunto è maggiore di quello della vaschetta,
nel capillare poi, è decisamente più elevato.
E’ merito della forza di adesione che si fa sentire maggiormen-
te nel capillare dove la superficie di contatto è enorme rispetto
alla quantità d’acqua che è presente nel tubo.
Questa è l'azione capillare.
Per lo stesso motivo l’acqua riesce a diffondere fra due
lastrine asciutte di vetro accostate, o in un foglio di
carta assorbente e in una spugna, oppure diffonde
attraverso i micropori del terreno.

Il calore specifico e la capacità termica


L’acqua, tra tutti i liquidi naturali conosciuti, ha il più alto calore specifico: cioè assorbe
molto calore nel riscaldarsi e nell’evaporare. Ciò si verifica perché i legami idrogeno
tendono a limitare il movimento delle molecole, quindi, affinché l’energia cinetica delle
molecole aumenti la temperatura dell’acqua, è necessario fornire il calore sufficiente per
rompere i legami idrogeno oltre a quello per far aumentare l’agitazione delle molecole.
La proprietà di sottrarre calore senza riscaldarsi molto, fa’ dell’acqua un ottimo accumula-
tore, con importanti conseguenze per la vita degli organismi e nelle applicazioni tecniche.
L’acqua presente nel nostro corpo, ad esempio, assorbe e perde molto calore senza che la
nostra temperatura vari; quando fa caldo poi, sudiamo con conseguente raffreddamento
della nostra pelle. Gli organismi acquatici grazie a questa proprietà si trovano in un
ambiente la cui temperatura è relativamente costante e questo è fondamentale se consi-
deriamo che le reazioni chimiche biologicamente importanti hanno luogo soltanto entro
limiti ristretti di temperatura. Inoltre tutti sono a conoscenza dell’azione mitigatrice delle
masse d’acqua. La capacità termica dell’acqua è sfruttata anche dall’industria per il
L’elemento acqua 5

raffreddamento degli impianti, come nel caso delle automobili in cui l’acqua del radiatore
serve per sottrarre calore al motore.

L’aumento di volume
Nell’acqua allo stato liquido le varie molecole sono legate le une alle altre in modo
disordinato. Quando l’acqua gela (0°C) si forma una struttura cristallina in cui le molecole
devono essere in punti ben definiti per formare una struttura regolare. In questo reticolo
cristallino le molecole, che sviluppano ciascuna quattro legami idrogeno, a causa della
distribuzione delle cariche si dispongono a una distanza maggiore rispetto a quando sono
allo stato liquido. Si determina in questo modo un aumento di volume e una conseguente
diminuzione di densità. Il ghiaccio quindi è meno denso dell’acqua liquida e galleggia su di
essa con enorme beneficio per le forme viventi. Se così non fosse il ghiaccio dei
laghi e dei mari che si forma nelle stagioni fredde andrebbe a fondo e non
avrebbe più la possibilità di essere disciolto dal calore solare nelle stagioni
calde, accumulandosi nel tempo fino a trasformare intere masse d’acqua in
ghiaccio. Invece, lo strato di ghiaccio galleggiante che in realtà si forma,
isola l’acqua sottostante mantenendone la temperatura poco al di sopra
dello 0, proteggendo così gli organismi acquatici che ci vivono.
La neve e il ghiaccio sono inoltre stabilizzatori della temperatura particolar-
mente nei periodi di transizione dell’autunno e della primavera. Quando l’acqua
gela libera calore, moderando gli sbalzi di temperatura e permettendo agli Reticolo di ghiaccio
organismi di adattarsi alle stagioni.

La solubilità
La polarità della molecola dell’acqua ne fa uno dei migliori solventi naturali
e, considerando che nei sistemi viventi molte sostanze si trovano in
soluzione, si può facilmente comprendere l’importanza di questa proprietà.
Le sostanze che facilmente si disciolgono in acqua sono quelle ioniche, come
il cloruro di sodio, oppure le molecole polari, cioè caratterizzate dalla
presenza di zone a carica positiva e negativa, come gli zuccheri.
Queste molecole, dette ‘idrofile’ (amanti dell’acqua) passano facilmente in
soluzione perché le loro regioni di carica parziale attraggono le molecole d’acqua
quanto o più di quanto si attraggano tra loro, determinando la mescolanza omogenea
delle due sostanze. Le molecole che non presentano regioni polari, come i grassi, sono
dette ‘idrofobiche’ (che temono l’acqua) e, poste in acqua, tendono ad ammassarsi tra
loro. Ciò è determinato ancora una volta dai legami a idrogeno delle molecole d’acqua
che agiscono come una forza che tende ad escludere le molecole idrofobiche.
La velocità di soluzione dipende dall’estensione della superficie di contatto tra solvente e Ioni di NaCL in
soluto, dal mescolamento e dalla temperatura. Il processo di soluzione avviene esclusiva- soluzione
mente alla superficie esterna del solido e solo quando lo strato esterno è andato in solu-
zione comincia a sciogliersi lo strato immediatamente sottostante.
Quindi più è grande la superficie del solido esposta, maggiore è la velocità del processo.
Nelle immediate vicinanze del solido immerso nel solvente, la soluzione è quasi satura,
agitando la soluzione allontaniamo dal solido le particelle già in soluzione e acceleriamo il
processo. Il terzo fattore da considerare è la temperatura della soluzione; più è elevata,
maggiore è l’energia cinetica delle particelle e di conseguenza la velocità del processo.
Questo lo sperimentiamo tutti i giorni quando zuccheriamo il caffè; lo zucchero, infatti,
si scoglie più facilmente nel caffè caldo che in quello freddo.
6 L’elemento acqua

➤ Nell’acqua liquida gli atomi di idrogeno presentano una debole tendenza a passare
chimiche dell’acqua

dall’atomo di ossigeno a cui sono legati attraverso il legame covalente, ad un altro ossige-
Le caratteristiche

no, legandosi mediante un legame idrogeno. Si producono così due ioni: l’idrogenione H3O+
e l’ossidrilione OH-. In un dato volume d’acqua pura, quindi, un piccolo ma costante nume-
ro di molecole sono ionizzate in questo modo e il numero di ioni H3O+ è ovviamente lo stes-
so degli ioni OH-, dal momento che nessuno dei due ioni può formarsi senza l’altro.
Se però sciogliamo in acqua pura sostanze ioniche (NaOH, HCl) o molecole polari, variamo
il numero relativo di questi ioni. Una soluzione si definisce acida quando gli idrogenioni
superano gli ossidrioni e basica (o alcalina) se si verifica il contrario.
Di conseguenza, un acido è una sostanza che provoca l’aumento relativo degli H3O+ e una
base è una sostanza che determina l’aumento degli OH-. L’acido citrico e acido acetico sono
esempi di sostanze debolmente acide che conferiscono alle soluzioni come l’aceto o il
succo di limone un sapore agro, mentre acidi forti, come l’acido solforico, presentano
spiccate caratteristiche di corrosività, fino a bucare e persino sciogliere certi metalli.
Le basi deboli, come il lievito per torte, hanno un sapore amaro e sono saponose; le basi
forti, come la soda caustica, sono pericolose quanto gli acidi forti.
Il grado di acidità di una soluzione si esprime mediante la scala del pH, se il pH è 7
significa che idrogenioni e ossidrilioni sono presenti in egual numero e la soluzione è detta
neutra, se il pH è inferiore a 7 la soluzione è acida e ogni valore superiore a 7 indica una
soluzione basica. La differenza di una unità nella scala del pH corrisponde a una differen-
za di 10 volte nella concentrazione di ioni H3O+ .
Le soluzioni naturali presentano pH compreso tra 6 e 8,5, valori minori di 4
e maggiori di 9 impediscono la vita di gran parte degli organismi viventi.
Un pH acido causa inoltre danni agli scafi, alle banchine oppure compro-
mette i raccolti per l’eccessiva solubilizzazione di Fe, Al, e Mg.
Il valore del pH influenza a sua volta il residuo fisso, cioè la quantità di
sostanze disciolte che si possono recuperare da una soluzione, in particola-
re per quanto riguarda carbonato di calcio, anidride carbonica e acido
carbonico. Possiamo distinguere un residuo a 103°C, (all’evaporazione) e un
residuo a 180°C, più attendibile poiché elimina anche l’eventuale acqua di
ACIDITA’➔

cristallizzazione.
Un’altra caratteristica chimica dell’acqua è la durezza, cioè la capacità di
precipitare sali alcalini e acidi grassi che, in seguito alla sostituzione di Na+
e K+ con altri cationi meno solubili, quali Ca+ + e Mg+ + , precipitano.
Si parla di durezza carbonatica quando ci si riferisce ai sali di calcio e non
pH 2 4 6 8 10 12
carbonatica per gli altri sali, si esprime in mg/l di CaCO3 o in gradi france-
si, tenendo conto che 1 grado francese corrisponde a 10 ppm di CaCO3.

Valori elevati di durezza provocano molti effetti inde- Classificazione delle acque in base
siderati come l’alterazione dei sapori dei cibi, le incro- alla durezza (F°)
stazioni delle tubature, la diminuzione dell’azione dei
saponi ecc. Acque molto dolci D<5
Acque dolci-medio dure 5<D<15
Acque dure 15<D<30
Acque molto dure D>30
L’acqua in natura 7

➤ Osservando l’immagine fotografica o cartografica della Terra si può facilmente mettere in


evidenza che la sua superficie è per la massima parte occupata dai mari. Il nostro pianeta,
infatti, è occupato per il 71% dalle acque mentre solo il 29% è occupato dalle terre emerse.

La distribuzione
La quantità d’acqua sulla Terra è immensa: si stima intorno ai 1400 milioni di miliardi di
tonnellate. La gran parte di essa, il 97,2%, è rappresentata da acqua di mare o salmastra,

delle acque
inutilizzabile da bere, ma usata per lavare, per l’irrigazione e per la maggior parte degli usi
industriali. L’acqua dolce è ugualmente presente sul pianeta in quantità molto grandi (40
milioni di miliardi di tonnellate), ma è trattenuta per la maggior parte dalle calotte glaciali
e dai ghiacciai (2,15%); solo il rimanente 0,65% è suddiviso tra laghi, fiumi, acque
sotterranee e atmosfera.
L’insieme delle acque costituisce una sfera ideale a cui si dà il nome di idrosfera.

DISTRIBUZIONE DELLE ACQUE

Luogo Volume in litri Percentuale %

Oceani 1.569.150x1015 97,2


Laghi 148x1015 0,009
Laghi salati e mari continentali 123,7x1015 0,008
Corsi d’acqua 1,35x1015 0,0001
Falda freatica 72,2x1015 0,005
Falde profonde 9.900x1015 0,62
Calotte glaciali e ghiacciai 34.650x1015 2,15
Atmosfera 153,45x1015 0,001


dell’acqua
Il ciclo dell’acqua indica quella serie di processi attraverso i quali parte dell’acqua passa dal
mare all’atmosfera, raggiunge i continenti sotto forma di precipitazioni e ritorna nuova-
Il ciclo
mente al mare. Il complesso sistema, alimentato dall’energia solare, può essere schematiz-
zato come segue.
L’acqua evapora dalla superficie degli oceani e forma le nubi; le nubi si spostano verso i
continenti e danno luogo alle precipitazioni (pioggia o neve); circa il 64% delle acque
cadute sulle terre emerse viene temporaneamente trattenuto dalla vegetazione e dal suolo
finché torna in atmosfera grazie ai processi di evaporazione e traspirazione.
Il 25% scorre sulla superficie del suolo alimentando corsi d’acqua e raggiungendo così in
breve tempo il mare. Il rimanente 11% si infiltra tra le rocce del sottosuolo e va ad
alimentare le falde idriche.
Quest’acqua si muove molto lentamente e una parte affiora nelle sorgenti, che alimenta-
no a loro volta i corsi d’acqua.
Se consideriamo i 300.000 chilometri quadrati di superficie dell’Italia vediamo che le
precipitazioni corrispondono, in media, a un metro cubo all’anno per ogni metro quadrato
di superficie cioè, complessivamente, a 300 miliardi di metri cubi all’anno.
Dell’acqua che cade sul nostro territorio una parte va perduta per evaporazione e dispersa
nel sottosuolo (circa 115 miliardi di metri cubi all’anno), una parte (25 miliardi di metri cubi
all’anno) rappresenta l’apporto alle falde idriche sotterranee e una parte (160 miliardi di
metri cubi all’anno) corrisponde alla portata dei fiumi.
8 L’acqua in natura

Le precipitazioni
La causa principale della formazione delle nubi e la loro trasformazione in pioggia è il
raffreddamento delle masse d'aria, innalzate da moti ascensionali.
Le nubi contengono in sospensione moltissime goccioline d’acqua del diametro medio di
0,01-0,03 mm, distanziate fra loro di circa 1 mm. La pioggia invece è formata da gocce
d’acqua più grosse (0,5-2 mm di diametro), sufficientemente pesanti per precipitare.
Le gocce si originano per condensazione delle goccioline attorno a ‘nuclei di condensazio-
ne’, costituiti da particelle igroscopiche di NaCl, CaSO4, MgCl2, provenienti dagli oceani.
La quantità d’acqua precipitata viene misurata in altezza di precipitazione e si esprime in
mm. In pratica si misura l’altezza dello strato d’acqua che si formerebbe al suolo se tutta
l’acqua non scorresse, non si infiltrasse e non evaporasse.
Uno dei parametri più utili in cui vengono elaborati i dati pluviometrici è la precipitazio-
ne media mensile, che esprime il totale delle precipitazioni che cadono mediamente in un
mese. Tramite questi valori, calcolati su un lungo periodo di anni, nella penisola italiana
sono stati distinti 5 tipi di regimi pluviometrici; quello che ci interessa maggiormente, il
versante adriatico, è definito tipo sublitoraneo appenninico: presenta un minimo principa-
le estivo e uno secondario alla fine dell’inverno, e inoltre un massimo principale alla fine
dell’autunno e uno secondario in primavera.

L’evaporazione e la traspirazione
I processi di evaporazione e di traspirazione rappresentano gli elementi principali del
bilancio idrologico di una regione, in quanto riportano nell’atmosfera la maggior parte
delle precipitazioni cadute sulla superficie del suolo (64%).
L’evaporazione è quel processo fisico che trasforma l’acqua in vapore; interessa le acque
che scorrono sulla superficie del suolo, che ricoprono le piante, quelle stagnanti, le acque
sotterranee poco profonde, le superfici innevate e i ghiacciai.
La velocità di evaporazione dipende da due fattori principali: il tipo di superficie e il pote-
re evaporante dell’atmosfera. Il secondo si esprime in mm d’acqua evaporata in un certo
periodo di tempo, cresce con la temperatura, con l’altitudine e con la velocità e la
turbolenza del vento, mentre decresce con la pressione barometrica. Una parte dell’acqua
che cade al suolo viene assorbita dalle radici delle piante e convogliata fino alle foglie,
dove si trasforma in vapore e si diffonde nell’atmosfera attraverso gli stomi.
La traspirazione a volte supera ampiamente l’evaporazione, potendo raggiungere il
60-100% delle acque di precipitazione. Essa è favorita dall’elevata temperatura, dalla bassa
umidità dell’aria, dalla buona ventilazione, dall’elevata umidità del suolo e dalla buona
irradiazione solare. Quest’ultima, oltre a fornire calore, rende permeabili le foglie e aiuta
l’apertura degli stomi. La traspirazione inoltre dipende da fattori fisiologici, rappresentati
dalla specie vegetale cui appartiene la pianta, l’età e lo sviluppo dell’apparato fogliare.
Il processo è praticamente nullo durante la notte.

L’infiltrazione
Rappresenta il processo di penetrazione dell’acqua nel suolo. La frazione che alimenta le
falde costituisce l’infiltrazione efficace. Durante il processo l’acqua si muove verso il basso
nei pori e nelle crepe più grandi per gravità, in tutte le direzioni nei pori più piccoli per
capillarità. La quantità totale di acqua che riesce ad infiltrarsi nel suolo dipende da vari
fattori: aumenta con la permeabilità e la porosità del suolo; la permeabilità consente la
penetrazione dell’acqua, la porosità determina il volume che può essere assorbito; l’infil-
L’acqua in natura 9

trazione è minore se il suolo contiene molta acqua al momento delle precipitazioni


(umidità iniziale del suolo); l’acqua assorbita aumenta con la durata e l’intensità delle
precipitazioni. Nel caso di piogge violente di breve durata l’acqua tende piuttosto a
scorrere in superficie e l’assorbimento può essere minimo.
L’infiltrazione è agevolata quando la superficie è pianeggiante o lievemente inclinata;
ed è favorita dalla presenza di vegetazione, poiché le piante rallentano il deflusso superfi-
ciale delle acque e rendono più permeabile il terreno mediante le loro radici.

Il deflusso superficiale
La quantità d’acqua che durante una precipitazione non viene trattenuta dai processi
appena descritti defluisce lungo la superficie del suolo. Essa si raccoglie prima nelle
piccole concavità del suolo o si arresta dietro ostacoli naturali (rami, foglie, ecc.), succes-
sivamente trabocca e comincia a scorrere. Lo scorrimento può avvenire incanalato entro
alvei ben delimitati (corsi d’acqua) oppure diffuso sui versanti sotto forma di rivoletti più
o meno concentrati, dando origine a fenomeni di ruscellamento.

Gli ambienti
Il Mare Adriatico
➤ Il mare Adriatico è considerato un sotto bacino del Mar Mediterraneo, che a sua volta
appartiene all’areale Atlantico. Si sviluppa in senso SE-NW per circa 800 km di lunghezza

d’acqua
e ha una larghezza di 80-150 km. La costa orientale è per la maggior parte rocciosa e
frastagliata, la nostra si presenta uniformemente sabbiosa, ad eccezione dei promontori del
Conero, del Gargano e di quello più piccolo di Gabicce. Le profondità che si raggiungono
sono minime, nella parte settentrionale non si superano i 50-60 metri, i 100-150 in quel-
la centrale, mentre nella zona meridionale si hanno profondità superiori.
Questa caratteristica batimetria fa si che la temperatura dell’acqua sia fortemente
influenzata dall’alternarsi delle stagioni: in inverno le acque hanno temperature di 6-8°C
(in Tirreno le acque difficilmente scendono al di sotto dei sotto i 12°C e in Mediterraneo al
di sotto dei 13°C.), in estate invece le acque superficiali possono raggiungere i 28°C.
Le acque marine derivano il loro Il calore assorbito dall’acqua sbalzo termico in poche decine di
calore dall’assorbimento delle superficiale si diffonde lentamen- metri e, al di sotto di questo stra-
radiazioni solari, che si verifica in te agli strati sottostanti determi- to, detto termoclino, la variazione
gran parte nei primi metri di nando un gradiente termico: della temperatura è molto debole.
profondità. La temperatura super- la diminuzione di temperatura è Questo strato di forte variazione
ficiale varia con la latitudine, ma è abbastanza rapida nei primi termica è importantissimo per i
molto influenzata dalle condizioni 50-100 metri, poi essa diminuisce forti riflessi biologici, poiché
climatiche delle aree continentali sempre più lentamente proceden- costituisce una barriera agli
adiacenti; diminuisce in genere do verso le maggiori profondità. spostamenti verticali di molti
sensibilmente con la profondità. Nei nostri mari vi è un forte organismi.

Nel mare Adriatico anche la salinità presenta valori caratteristici. Mentre Il Tirreno si
presenta con salinità più o meno costante (37,5-38 per mille) l’Adriatico, lungo la costa ita-
liana settentrionale e centrale, risente moltissimo dell’influenza dei fiumi che scendono
dalle Alpi (i fiumi padani scaricano un volume d’acqua pari a un terzo di quello che si
10 L’acqua in natura

riversa nell’intero bacino del Mediterraneo), per cui vi è una salinità media del 33 per mille,
mentre la costa della ex Iugoslavia e il golfo di Trieste, interessati dalle acque che entrano
dal Canale di Otranto, presentano salinità di quasi il 38 per mille.

SALI PRESENTI NELL’ACQUA MARINA

Elementi % gr per Kg di H O2

Cloruro di sodio (NaCL) 77,758 27,213


Cloruro di magnesio (MgCL2) 10,878 3,807
Solfato di magnesio (MgSO4) 4,737 1,658
Solfato ci calcio (CaSO4) 3,600 1,260
Solfato di potassio (K2SO3) 2,465 0,863
Carbonato di calcio (CaCO3) 0,345 0,123
Bromuro di magnesio (MgBr2) 0,217 0,076
Totale 100,000 35,000

PRINCIPALI IONI PRESENTI NELL’ACQUA MARINA

Elementi % gr per Kg di H O2

-
Cloruro (CL ) 55,04 18,980
+
Sodio (Na ) 30,61 10,556
Solfato (SO4 )
--
7,68 2,649
Magnesio (Mg )
++
3,69 1,272
++
1,16 1,272
Calcio (Ca )
+ 0,400
Potassio (K ) 1,10
0,380
Bicarbonato (HCO3) 0,41
0,140
Bromo (Br )
--
0,19 0,065
Acido borico non dissociato 0,07 0,026
--
Stronzio (Sr ) 0,04 0,013
-
Fluoro (F ) 0,00 0,001

In Adriatico si registrano le più ampie escursioni di marea di tutto il Mediterraneo;


a Venezia sono comuni variazioni di livello delle acque dell’ordine del metro, nei pressi di
Riccione le escursioni massime di marea sono di 50-70 cm, mentre ad Ancona sono
praticamente nulle. Queste variazioni sono dovute alle caratteristiche morfologiche e
idrodinamiche del bacino che influenzano fortemente l’azione attrattiva, svolta dal sole e
dalla luna, sulle acque.
L’Adriatico, per le sue caratteristiche naturali, fondali poco profondi (buona parte della
colonna d’acqua è zona eufotica) e presenza di notevoli apporti fluviali, è da sempre un
mare molto produttivo. Elevata è la produzione di fitoplancton e di conseguenza la pro-
duzione animale nelle sue diverse componenti: zooplancton, molluschi, pesci ecc..
Questa ricchezza biologica si traduce in una grande disponibilità di risorse per la pesca,
L’acqua in natura 11

tanto è vero che dall’Adriatico proviene oltre il 50% dell’inte-


ro pescato italiano. L’abbondanza degli elementi nutritivi quali
azoto e fosforo (eutrofia), accentuate a partire dagli anni
settanta dall’immissione di sali nutritivi di origine antropica, è
la causa anche di alcuni fenomeni noti come ‘blooms’ (fioritu-
re) algali, che si verificano, in condizioni normali, nelle stagio-
ni primaverili e autunnali lungo tutto l’Adriatico settentriona-
le. Si tratta di ‘maree colorate’, rosse e verdi costituite da
milioni di microrganismi per litro di acqua. Il perdurare delle
condizioni di eutrofia determina cambiamenti della qualità delle acque quali la diminuzio-
ne in prossimità del fondo dell’ossigeno, necessario ai processi di decomposizione del
numero così elevato di microalghe, e una diminuzione della trasparenza.

Le radiazioni luminose sono assor- metri di profondità la luce è ridot- profondità esiste solo una lumi-
bite dall’acqua marina in modo ta a valori trascurabili. In base alla nescenza di origine biologica
differenziale a seconda della lun- penetrazione della luce si possono prodotta da un gran numero di
ghezza d’onda; le più penetranti riconoscere: la zona eufotica, ben animali marini.
sono le radiazioni azzurre, mentre illuminata, che può variare da Nelle prime due si trovano gli
le più attive nel processo fotosin- 40-50 m in acque più torbide fino organismi vegetali che hanno
tetico sono quelle corrispondenti a 100 e più metri in latitudini bisogno di energia luminosa per il
al verde-azzurro. La penetrazione basse, dove le acque sono partico- processo fotosintetico e di conse-
delle radiazioni varia a seconda larmente chiare, la zona disfotica guenza anche la maggior parte
della trasparenza delle acque: in con limitata penetrazione di luce, degli organismi eterotrofi che
quelle torbide l’illuminazione si fino ai 200 m circa, e la zona costituiscono gli anelli successivi
attenua rapidamente e già a pochi afotica, priva di luce, a tali della catena alimentare.

Le zone umide
Per zone umide, secondo quanto dice la Convenzione di Ramsar (Iran) firmata il 2 febbraio
1971, si intende l’insieme delle paludi, degli acquitrini, delle torbe, dei bacini naturali ed
artificiali, permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salata o
salmastra, comprese le acque marine la cui profondità durante la bassa marea, non supe-
ra i 6 metri. La Convenzione, firmata da molti Paesi (tra cui l’Italia nel 1976) ha il fine di
valorizzare e conservare l’integrità delle zone umide per salvaguardare la presenza di
specie animali e vegetali acquatici.
L’Italia è un paese ricco di zone umide dichiarate di “importanza internazionale”.
La sola Emilia Romagna ne conta 10:
· Punte Alberete
· Valle Santa
· Sacca di Bellocchio
· Valle di Gorino e territori limitrofi
· Valle Bertuzzi e specchi d’acqua limitrofi
· Valli residue e comprensorio di Comacchio
· Piallassa della Baiona e territori limitrofi
· Ortazzo e territori limitrofi
· Saline di Cervia
· Valle di Campotto e Bassarone
12 L’acqua in natura

Il territorio ravennate è caratterizzato dalla presenza di particolari ambienti d’acqua che si


sono formati nel corso dei secoli, in parte per il lavorio incessante dei corsi d’acqua dolce
e delle correnti marine, in parte come relitti di antiche ed estese paludi che l’uomo ha pro-
sciugato nel tempo con le bonifiche. La più vasta area umida presente nel nostro territo-
rio è rappresentata dalle Valli di Comacchio a cavallo tra le province di Ravenna e Ferrara
(circa 11.000 ettari) e dal 1972, oasi della Regione Emilia Romagna.
Si tratta di una ambiente definito “di transizione”, in quanto le acque che vi circolano non
sono nè propriamente dolci nè salate, essendo infatti salmastre. La salinità però non
risulta essere costante nel tempo, in quanto per il fenomeno dell’evaporazione, si osserva
una maggiore concentrazione di sali disciolti nel periodo estivo.
Il paesaggio è alquanto vario; dossi e barene emergenti, talvolta artificiali, si alternano ad
antichi cordoni dunosi, testimonianze di antiche linee di costa. I dossi e i cordoni delimi-
tano specchi d’acqua che in alcuni casi vengono impiegati per l’allevamento ittico (per lo
più di anguille ma anche cefali, orate, rombi). Il termine “valle”, qui impiegato per indica-
re degli specchi d’acqua circondati da argini, deriva probabilmente dal latino “vallum”, cioè
argine. La porzione a nord delle valli è occupata dalle Saline di Comacchio (600 ettari)
attive già nell’epoca etrusca, come le già citate Saline di Cervia.
L’apporto di acqua dolce all’interno delle valli
comacchiesi è dovuto in prevalenza ai canali
Logonovo e Bellocchio, mentre l’acqua di mare
entra in valle tramite il Portocanale di Porto
Garibaldi. I bacini più a sud, vengono alimen-
tati saltuariamente anche dal fiume Reno,
tramite paratoie di collegamento, in parte per
abbassare la concentrazione salina estiva, in
parte per migliorare i rendimenti ittici.
Normalmente i chiari più vicini agli sbocchi di
Valli di Comacchio acqua dolce sono meno salini degli altri più lontani da queste fonti; ciò può essere
misurato direttamente analizzando, tramite l’impiego di un salinometro, l’acqua campio-
nata in diversi punti delle Valli. Non sempre però si hanno gli “strumenti tecnici” a porta-
ta di mano. Gli organismi vegetali però ci possono aiutare nell’indagine. La vegetazione
degli argini, dove l’acqua è salmastra, è di tipo alofilo, cioè rappresentata da specie in grado
di sopportare elevate concentrazioni saline. Non troveremo nè alberi nè arbusti (eccezion
fatta per la tamerice), ma bensì piantine dalle foglie grasse e succulente come la salsola e
la salicornia, spesso accompagnate dalle fioriture violette tardo estive del settembrino.
Dove l’acqua è più dolce troviamo invece la cannuccia di palude, tipica di tutte le valli di
acqua dolce, tanto che la Valle della Canna, situata più a sud, proprio da questa gramina-
cea prende il nome. Insieme all’oasi di Punte Alberete, la Valle della Canna (o valle
Mandriole) costituisce il residuo della “cassa di colmata” del fiume Lamone. La valle venne
allagata, dopo gli interventi di arginatura del fiume Lamone effettuati nel 1972 dal Genio
Civile di Ravenna, per gli usi idropotabili e industriali della città, modificandone in parte la
componente più tipica: le acque, divenendo più profonde, si prestano a venir colonizzate,
più che dalla cannuccia di palude, dalla tifa. La mancanza di un adeguato ricambio idrico
e il grande sviluppo dei vegetali acquatici e di riva, ha causato nel tempo un aumento della
concentrazione di biomassa nelle acque, che portava, come conseguenza, ad una preoccu-
pante eutrofia. Per migliorare la circolazione delle acque si è recentemente provveduto,
con il progetto LIFE ’94, a immettere nella valle le acque del fiume Lamone e a riescavare
il Canale Fossa del Comune. Occorre altresì periodicamente intervenire a sfalciare la vege-
L’acqua in natura 13

tazione, operazione necessaria per evitare che l’abbondante vegetazione ad elofite


marcisca sul fondo, facilitando l’interrimento del biotopo e la sua evoluzione verso il bosco
igrofilo. Punto di partenza della storia delle valli d’acqua dolce del ravennate può essere
considerata la rottura degli argini del Lamone, nel 1839, in località Ammonite presso
Mezzano. A seguito della rotta delle Ammoniti, si decise di intervenire bonificando “per
colmata” una vasta area intorno al fiume Lamone nel suo tratto terminale.
L’area interessata dalla bonifica comprendeva non soltanto i terreni inondati dalla piena,
ma anche l’antica palude ravennate che lambiva il margine occidentale della Pineta
S. Vitale. Gli ingegneri idraulici a servizio del Governo Pontificio in quel tempo vigente
sfruttarono, al fine della bonifica, un principio molto semplice. Suddivisero vaste zone da
bonificare con arginature, trasformandole in “casse di colmata”. Alternativamente, vi
versavano le acqua torbide delle piene estive e autunnali, ricche di sedimenti dei fiumi
appenninici e del Lamone in particolare. Si permetteva quindi il loro deflusso soltanto a
sedimentazione avvenuta all’interno delle casse di colmata. I territori bonificati raggiunse-
ro una vastità stimabile in circa 8000 ettari. Agli inizi degli anni sessanta il Comune di
Ravenna, proprietario di gran parte dei relitti vallivi, intendeva bonificare tutte le zone
umide ancora esistenti. Tutti coloro che non erano insensibili a tanto spreco, si batterono
per la salvaguardia di queste zone, e tanto fecero che nel luglio del 1967, dopo infinite
lungaggini burocratiche, venne emanato un Decreto di vincolo paesaggistico che
comprendeva Punte Alberete (186 ettari) e Valle Mandriole (o della Canna, 271 ettari).
Si dovette però fare i conti con il mondo venatorio che tentò in tutti i modi, per fortuna
senza successo, di creare a loro vantaggio un‘oasi di protezione e rifugio della fauna.
Gli anni successivi videro scontri importanti tra gli enti interessati alla tutela del territorio
e il locale Comitato Provinciale della Caccia. Poiché non si riusciva ad arrivare ad un
compromesso, il Ministero dell’agricoltura e foreste decretò nel Novembre 1968 l’istituzio-
ne dell’Oasi faunistica su Punte Alberete e Valle Mandriole. Nonostante ciò il peso
venatorio si fece sentire, e nel 1969 la protezione venne ridotta soltanto a Punte Alberete.
Questo atto accese gli animi a tal punto da promuovere delle campagne di sensibilizzazio-
ne naturalistica ed ecologica che indussero il Consiglio d’Europa a proclamare il 1970 “anno
europeo per la Protezione della Natura”. Si era dunque giunti alla istituzione della prima
Oasi del WWF dell’Italia settentrionale, cioè all’Oasi di Punte Alberete.
Le “Pialasse” sono però considerate le vere lagune ravennati. Il loro nome sembrerebbe
derivare dalla voce dialettale “pia e lassa”, cioè ai movimenti alterni delle correnti di marea
in entrata ed in uscita. Il bacino riceve infatti acqua salata dal mare attraverso il Canale di
Porto Corsini, il Candiano, e acqua dolce dai fiumi e dei canali provenienti dall’entroterra
(Via Cupa, Scolo Fagiolo, taglio della Baiona…).

Riferendoci alla letteratura esistente, ricaviamo anche altre ipotesi circa il significato della
parola pialassa. Una prima fa riferimento al termine greco “pyelos” che significa “tinozza”
- bacino;. la seconda la ritroviamo scritta in lingua volgare in un documento podestarile
del 1497, tempo del governo veneto della città, che nomina le pedalasse (termine ricon-
dotto al vocabolo gallo-latino bedum “canale, fossa d’acqua”), con chiaro riferimento al
bacino.

La Pialassa Baiona è un ampio bacino lagunare di acqua salmastra costituito da una fitta
rete di canali dalla forma globale di una lisca di pesce che, se osservati dall’alto, non sem-
brano troppo profondi, e da vaste aree sommerse, i "chiari", caratterizzate anch’esse da
bassa profondità. Separata da questa dal Canale Candiano, è la Pialassa Piombone.
14 L’acqua in natura

Non tutti i chiari presenti in Pialassa sono ad acque salmastre. Quelli più prossimi alla
Pineta S. Vitale sono mantenuti rigorosamente ad acqua dolce, per preservare la salute dei
pini, che mal sopportano la salinità dei suoli. Le acque più dolci risultano essere pertanto
quelle del Chiaro del Comune, (mediamente la concentrazione dei cloruri è < a 3000 mg/l
3o/OO), le più salate, quelle dei chiari più prossimi ai canali che immettono acqua marina in
pialassa con concentrazioni di NaCl di poco inferiori a 20000 mg/l (20 o/OO).

Tutte le zone umide sono ricche di faune e flore interessanti dal punto di vista naturalisti-
co-conservazionistico. Non infrequenti sono i fenicotteri rosa nelle saline di Cervia, il
mignattino piombato nelle pialasse, il marangone minore a Punte Alberete, la moretta
tabaccata nella Valle della Canna, le ninfee, il morso di rana, l’utricularia nelle acque dolci
e l’astro settembrino negli ambienti salsi; e l’elenco potrebbe continuare.

I corsi d’acqua
I fiumi e i torrenti sono senza dubbio elementi fra i più significativi del paesaggio terrestre
e, anche se l’acqua che vi scorre è una minima quantità di quella esistente sulla Terra, la
loro importanza nell’economia del pianeta è grandissima.
Le acque correnti, infatti, sono fra i più attivi agenti modificatori della crosta terrestre con
la loro azione erosiva, di trasporto e di deposito del materiale eroso.
Contribuiscono inoltre a ridistribuire l’umidità e le sostanze solubili, fra cui i nutrienti
inorganici e le sostanze organiche disciolti, che convogliano ai laghi e al mare.
I fiumi della Romagna, Santerno, Senio, Lamone, Montone, Rabbi, Ronco, Savio e tratto
terminale del Marecchia, corrono circa paralleli fra loro nei fondovalle, propagandosi verso
la pianura con direzione N-NE.
I bacini idrografici sono separati da contrafforti che si staccano a spina di pesce dalla
dorsale appenninica principale. I fiumi principali presentano lunghezza variabile, compre-
sa fra i 70 e i 100 km circa, nascono da quote situate intorno ai 900-1200 m, in genere
alimentati da diverse piccole sorgenti. Tutti i corsi d’acqua hanno carattere torrentizio,
sono in piccola parte alimentati dalle sorgenti; l’acqua che scorre proviene soprattutto
dalle precipitazioni atmosferiche, disconti-
nue e imprevedibili, che determinano la
portata variabile, con forti magre nei mesi
estivi, da metà luglio fino alla fine di set-
tembre e oltre. Le minori precipitazioni si
hanno, infatti, nei mesi di luglio e agosto,
mentre le massime si verificano nei mesi
autunnali.
Si ricorda che la portata è il volume di acqua
che passa attraverso una sezione perpendi-
colare alla direzione della corrente nell’unità
di tempo; si calcola moltiplicando l’area
della sezione per la velocità media della
corrente e si esprime in m3/sec.
Di solito si distingue in portata “di minima” (magra), “di media” e “di massima” (piena).
La differenza tra la massima e la minima è detta regime. Se la differenza è piccola, il corso
d’acqua ha regime costante o fluviale, altrimenti presenta regime torrentizio, che è
appunto il caso che si verifica nei nostri corsi.
I fiumi nel primo tratto (di lunghezza compresa tra i 15 e i 25 km) scorrono stretti e
L’acqua in natura 15

incassati fra erti pendii, presentando pendenza elevata (circa 30 m/km). L’acclività e il
tracciato spesso risentono dei disturbi tettonici presenti nelle successioni geologiche.

Lunghezza e pendenza
dei fiumi romagnoli:
esempio del fiume
Savio. Tratto da
“Carichi teorici e reali
di fosforo e azoto su
tre corsi d’acqua
dell’Emilia Romagna”;
1995

Attraversando i maggiori rilievi dell’Appennino, i fiumi della Romagna scavano il proprio


letto nelle rocce della Formazione Marnoso Arenacea miocenica, costituita da una
alternanza di strati di arenaria più o meno cementati a seconda del contenuto in carbo-
nato di calcio, e strati di marna. Il substrato dell’alveo è costituito da roccia in posto,
ciottoli e grossi massi, che ostacolano il flusso dell’acqua, costringendola a compiere salti
e cascatelle, soprattutto in corrispondenza degli strati di arenaria poco erodibili.
Lungo le rive, più tranquille, è possibile un accumulo di depositi più fini (sabbie).
Entrando nella zona di media collina, la pendenza diminuisce sensibilmente (8-11 m/km).
Il paesaggio, condizionato dalla natura litologica delle rocce, inizialmente è ancora quello
delle stratificazioni marnoso-arenacee; più a valle è sostituito dalla fascia collinare di
terreni pliocenici e pleistocenici, prevalentemente argillosi, che gradatamente si saldano
alla pianura. Nei paesaggi collinari si hanno pendici modellate in forme arrotondate, alle
quali si alternano i caratteristici calanchi, piccoli sistemi vallivi a minutissima trama, incisi
nelle testate delle formazioni argillose. Nel medio corso la velocità della corrente tende
progressivamente a diminuire, mentre aumenta la portata e si instaura un sostanziale
equilibrio tra erosione e sedimentazione dei materiali litici. La velocità dell’acqua non è più
sufficiente al trasporto di ciottoli di grosse e medie dimensioni che, quindi, vengono
lasciati sul fondale, andando a costituire i ghiareti. Il fiume assume un andamento serpeg-
giante con curve più o meno accentuate; sono frequenti belle sequenze di meandri incas-
sati. L’avvento di fenomeni di piena può modificare le condizioni morfologiche piuttosto
rapidamente: la disponibilità di dati sul trasporto solido ci permette di osservare come
siano intensi i processi di erosione e di dilavamento degli acquazzoni estivi, specie sulle
16 L’acqua in natura

colline fittamente incise da calanchi. Una buona documentazione delle capacità erosive e
di trasporto di questi fiumi si ha nel Savio: il bacino di Quarto, costruito nel 1925 con una
capienza di oltre 4.500.000 metri cubi, già nel 1933 aveva visto ridursi la sua capacità di
invaso a meno della metà, e negli anni seguenti è stato completamente interrato dal Savio
e dal Para. La morfologia di media e bassa collina è caratterizzata dalle alluvioni terrazza-
te, distribuite a fianco dei corsi d’acqua attuali, generalmente ben evidenti perché conser-
vano il caratteristico andamento quasi pianeggiante, separate l’una dall’altra da bruschi
dislivelli con un andamento lineare.
Gli ordini di terrazzi sono 4 o 5 (i più antichi si conservano solo in piccoli lembi).
Essi rappresentano altrettanti letti del fiume che, nel corso dei millenni, ha modificato il
suo alveo iniziale, approfondendolo e restringendolo, fino a mettere in luce il substrato
roccioso sottostante. Le alluvioni terrazzate si raccordano con i sedimenti alluvionali e
litorali sabbiosi di pianura. Qui i fiumi presentano pendenze minime, dell’ordine di 1 m/km.
Gli alvei sono più ampi e prevale la sedimentazione di materiali a granulometria fine:
sabbia, silt e argilla caratterizzano questi tratti di pianura, dove la corrente è così debole
da trasportare solo le particelle più leggere.
I fiumi assumono andamenti sinuosi con anse più o meno accentuate. Spesso l’uomo, per
motivi idraulici, ha costruito argini sulle rive per cui, a causa dei continui depositi di
materiale alluvionale, molti tratti, che attraversano per 20-25 km la Pianura Padana fino
al mare, scorrono pensili. Le acque superficiali dei fiumi vengono costantemente monito-
rate e analizzate, al fine di ottenere il controllo dei principali parametri fisico-chimici e
microbiologici, e di verificare l’impatto sui corsi d’acqua di particolari insediamenti
produttivi.

Analisi dei
parametri
chimico-fisici Parametri Un. mis. 1994 1995 1994 1995 1994 1995
effettuata nel
1995 nel Fiume
Montone, nel
tratto
S. Benedetto-
Castrocaro.
Tratto da
“Qualità dei
fiumi”;
Provincia
di Forlì-Cesena,
1995
L’acqua in natura 17

Streptococch
Ammoniaca

Coliformi

Coliformi
Fosforo
Cloruri
Nitrati

i fecali
BOD5

fecali
totali
Potabile 5 1 50 200 0,2 50.000 20.000 10.000
D E S T I N A Z I O N E

D E S T I N A Z I O N E
Vita acquatica 5 1 50 100 0,2 50,000 20.000 10.000

Zootecnico 5 1 50 200 0,2 5,000 2.000 1.000

Balneazione 5 1 50 200 0,2 2,000 100 100

Ricreativo 5 1 50 200 0,2 2,000 100 100


Tratto da
Industriale 5 1 50 100 0,2 50,000 20.000 10.000 “Qualità dei fiumi”;
Provincia di
Irriguo 5 1 50 100 0,2 5,000 2.000 1.000 Forlì-Cesena, 1995

I dati raccolti negli ultimi anni durante i monitoraggi della Regione Emilia Romagna e dalle
Provincie hanno riscontrato qualità delle acque analizzate di notevole livello solo nei primi
tratti dei corsi. La parte iniziale, infatti, non è interessata da particolari elementi inquinanti,
scorrendo in zone poco antropizzate.
Diversa è la situazione dei tratti medi, ma soprattutto nelle sezioni terminali, che si immet-
tono in mare in condizioni di elevato inquinamento. Ciò è dovuto alla presenza, scenden-
do verso valle, di insediamenti abitativi e di attività produttive sempre più numerosi.
(Vedi schema a pagina 19)

I risultati forniti dagli esami chimico-fisici sono spesso insufficienti per ottenere un qua-
dro d’insieme attendibile; per questo ora, accanto al classico monitoraggio, si sono svilup-
pate attività di analisi biologiche, che valutano il grado di inquinamento delle acque dalle
caratteristiche delle comunità acquatiche.
Gli organismi del fiume diventano dei veri e propri indicatori della qualità biologica delle
acque. Il controllo di qualità avviene analizzando i Macroinvertebrati, piccoli animali che
vivono sul fondo: quando la qualità dell’acqua peggiora, scompaiono le specie più sensibi-
li e via via le altre, finché rimangono solo le più resistenti.
I vari segnali dati dai campionamenti delle comunità biologiche possono essere combinati
e tradotti in un “indice” di qualità (I.B.E., Indice Biotico Esteso), che a sua volta determina
giudizi di qualità delle acque, espressi in cinque classi.

Classi di qualità Valore I.B.E. Giudizio di qualità


Ambiente non inquinato o comunque non alterato in
Classe I 10-11-12 -… modo sensibile
Ambiente con moderati sintomi di inquinamento o di
Classe II 8-9
alterazione
Classe III 6-7 Ambiente inquinato o comunque alterato
Classe IV 4-5 Ambiente molto inquinato o comunque molto alterato
Classe V 1-2-3 Ambiente eccezionalmente inquinato o alterato
18 L’acqua in natura

Tratto da “Qualità LA QUALITÀ DELLE ACQUE: mappaggio del Fiume Montone con indicatori biologici, 1995.
dei fiumi.
Rapporto annuale Fiume Montone I° periodo II° periodo
1995”. Stazioni Primavera/estate Autunno/inverno
Provincia di
E.B.I. C.Q. E.B.I. C.Q.
Forlì-Cesena.
Ostaria Nova 12 I^ 10 I^
n.c.: S. Benedetto a monte 12 I^ 11 I^
non campionato S. Benedetto a valle 10 I^ 11 I^
Rocca S. Casciano a monte 9 II^ 9 II^
Rocca S. Casciano a valle 10 I^ 9 II^
Dovadola a monte 8 II^ 8 II^
Dovadola a valle 8 II^ 8 II^
Castrocaro a monte 9 II^ 9 II^
Castrocaro a valle 5 IV^ 5 IV^
Forlì Ponte S. Varano n.c. n.c. n.c. n.c.
Forlì Ponte Schiavonia 7 III^ 5 IV^
Forlì Ponte del Braldo 6 III^ 5 IV^
Forlì Ponte Vico 6 6 III^ 7 III^
Ravenna chiusa S. Marco 7 III^ 7 III^

Gas disciolti nelle acque corrente in cui si depositano fan- l’andamento della temperatura:
correnti: come varia la presenza ghi fini con molto materiale orga- valori particolarmente bassi si
dell’ossigeno nico, il contenuto di ossigeno può possono avere in autunno in con-
I gas sciolti nelle acque correnti essere particolarmente basso. In comitanza con la caduta delle
sono più o meno in equilibrio con casi particolari questo valore può foglie, che aumentano la sostanza
l’atmosfera. L’ossigeno e l’anidride diventare talmente basso da organica nell’acqua. Sensibili
carbonica sono generalmente determinare morie di pesci. variazioni diurne si osservano nei
correlati inversamente tra loro Ciò è dovuto alla presenza di tratti di corsi d’acqua con abbon-
a causa dell’attività fotosintetica sostanze organiche, immesse dalle dante vegetazione sul fondo e
e di quella respiratoria degli acque di scarichi fognari, da alle- sulle rive, dove durante il giorno,
organismi. Nei piccoli corsi d’ac- vamenti o da industrie. Nei corsi per effetto della fotosintesi, non è
qua, le acque sono spesso sature o d’acqua che fluiscono veloci, con raro che si abbiano valori di
addirittura sovrassature per effet- cascatelle che facilitano la solu- sovrassaturazione piuttosto alti,
to della turbolenza e della foto- zione dell’ossigeno e la elimina- superiori al 250-300%.
sintesi. Il contenuto di ossigeno è zione dei gas prodotti da eventua- Di notte il contenuto di ossigeno
generalmente maggiore nell’alto li fenomeni putrefattivi, le condi- si abbassa notevolmente al di
corso dei fiumi e tende a diminui- zioni normali possono essere sotto dei valori di saturazione, e
re nel tratto di pianura e verso la ristabilite in breve tempo, altri- aumenta la CO2. Il normale tasso
foce perché diminuisce la turbo- menti possono instaurarsi condi- di questo gas viene ristabilito per-
lenza ed è maggiore la quantità di zioni permanenti di anossia. ché la CO2 o si disperde nell’atmo-
sostanze organiche; sul fondo, Vi sono variazioni stagionali dei sfera o interagisce con il carbona-
specialmente in tratti a debole valori di ossigeno correlate con to di calcio.
L’acqua in natura 19

Distribuzione delle attività


produttive nel bacino
dei Fiumi Uniti
(Provincia di Forlì-Cesena).
Tratto da
“Qualità dei fiumi”;
Provincia di
Forlì-Cesena, 1995
20 L’acqua in natura

I laghi
I laghi sono masse d’acqua continentale accumulate in depressioni chiuse dei continenti,
isolate dal mare o comunicanti con esso tramite un fiume. Si trovano in tutte le regioni,
a tutte le altezze e ad ogni latitudine, anche indipendentemente dal clima, benché siano
più frequenti nelle zone umide.
L’area complessiva degli specchi lacustri è di circa 2 milioni di Km2, e rappresenta solo una
piccola frazione (meno del 2 %) delle terre emerse; le dimensioni e la profondità dei
singoli laghi sono assai variabili: tra i maggiori ricordiamo il Caspio, impropriamente
chiamato mare, (circa 438.000 Km2); il più esteso dei nostri laghi è il Garda, di 370 km2.
La profondità non è in relazione con la superficie, ma con l’origine, e ha valori massimi in
laghi raccolti entro affossamenti tettonici (ad esempio il Caspio, profondo 1946 m).
Il fondo del lago può essere situato al di sotto del livello marino (così è nei nostri laghi
prealpini: Maggiore, -176 m; Garda, -277 m). I laghi possono essere alimentati da corsi
d’acqua (chiamati immissari), da sorgenti subacquee e in misura minore dalle
acque di precipitazione; gli afflussi sono compensati da deflussi causati
dall’evaporazione, dall’infiltrazione delle acque nelle rocce formanti la conca
lacustre e talora da un corso d’acqua che esce dal lago (emissario).
Di norma i laghi sono caratterizzati da una vita limitata: col tempo i sedimen-
ti trasportati dalle acque di alimentazione si accumulano e ne causano il
progressivo interramento; a causa di questo fenomeno la profondità del lago
tende a diminuire: alla fase lacustre succede quella di stagno e infine quella di
palude, col progressivo incremento della vegetazione emergente.
Condizioni termiche: la temperatura delle acque lacustri dipende da un
numero notevole di fattori: il principale è la radiazione solare, della quale una
parte viene riflessa e una parte impiegata nell’evaporazione superficiale;
influiscono pure le condizioni climatiche locali, la profondità, la torbidità, la
temperatura delle acque affluenti e di precipitazione.
Nei laghi d’acqua dolce la stratificazione termica è dominata dal fatto che
l’acqua ha densità massima alla temperatura di 4°C; l’acqua tende a disporsi in
Lago di Ridracoli strati di densità crescente dall’alto verso il basso: perciò, a seconda del clima locale, in un
lago d’acqua dolce la temperatura può decrescere dalla superficie verso il fondo, dove può
raggiungere un valore minimo di 4°C (stratificazione termica diretta) oppure può aumen-
tare dalla superficie verso il fondo, dove può raggiungere un valore massimo di 4°C
(stratificazione termica inversa). Alcuni laghi alpini in cui le temperature sono ora superiori
ora inferiori ai 4°C, presentano stratificazione termica diretta d’estate e inversa durante
l’inverno. I laghi di apprezzabile estensione mitigano il clima delle zone circostanti, atte-
nuando la rigidità invernale e la calura estiva, analogamente al fenomeno provocato dalle
acque marine.
Le condizioni termiche di un lago sono molto importanti per lo sviluppo degli organismi:
nella maggior parte dei laghi esistono tre zone termiche sovrapposte: la superiore più
calda, ricca di ossigeno e di organismi, chiamata epilimnion; l’intermedia, o metalimnion,
rappresenta la zona limite per il movimento verticale del plancton; l’inferiore (ipolimnion)
è caratterizzata da scarsità o mancanza di ossigeno (acque stagnanti). Questa stratifica-
zione cambia con ciclo annuo: durante l’autunno si tende ad avere condizioni omeotermi-
che su tutta la colonna d’acqua per raffreddamento dell’acqua superficiale, d’inverno si ha
stratificazione termica inversa (strato superficiale più freddo, talora ghiacciato).
Dal punto di vista idrochimico e idrobiologico possiamo distinguere tre grandi gruppi di
laghi: oligotrofici, ricchi di ossigeno, poveri di sostanze nutritive e di plancton; eutrofici,
L’acqua in natura 21

poveri di ossigeno, ma ricchi di sostanze nutritive e di plancton; distrofici: poveri sia di


ossigeno che di sostanze nutritive.
La trasparenza dell’acqua è estremamente varia, non solo da lago a lago, ma anche nelle
diverse parti di un medesimo lago e nelle diverse stagioni; in generale è inferiore a quella
dell’acqua del mare a causa delle sostanze minerali e organiche sospese, trasportate dagli
immissari. Il colore dipende da molti fattori tra cui la profondità, la composizione delle
acque e la presenza di sostanze disciolte o sospese: le particelle minerali sospese rendono
l’acqua opalina e verdastra. I minuti organismi vegetali e animali possono indurre tinte
verdastre, brune e anche rossastre, dando luogo a fenomeni di breve durata.
Normalmente le acque di un lago sono dolci; in quelli non dotati di emissario le sostanze
disciolte in acqua possono però progressivamente concentrarsi a causa dell’evaporazione:
la salinità può così raggiungere valori elevati, a volte superiori a quelli dell’acqua marina.
In relazione alla salinità, possiamo così suddividere i laghi:

laghi salinità (per mille)


d’acqua dolce 0,3-1,0
salmastri 1,0-24,7
salati > 24,7

Le oscillazioni di salinità possono essere estremamente rapide e ampie per due cause
principali: evaporazione da una parte, intense precipitazioni e afflusso di acque fluviali
dall’altra. Tra i laghi salati ricordiamo il Mar Morto (salinità del 200 per mille).
In relazione ai sali disciolti, distinguiamo laghi carbonatici, con predominanza di ioni HCO3-
e CO3--, laghi solfatici (ioni SO4--) e laghi clorurati (Cl-). La maggioranza appartiene al primo
tipo, così come la composizione delle acque fluviali, con contenuto di sostanze disciolte
molto piccolo (da 0,1 a 0,2 per mille), presenza di prevalenti carbonati, a volte con
proporzione alta di elementi abbondanti nelle rocce (K, Na, Ca, Mg, Fe).
Le acque dei laghi rivestono una notevole importanza per l’uomo, essendo utilizzabili per
la produzione di energia elettrica, per l’irrigazione e per uso potabile. A tali scopi vengono
creati laghi da sbarramento artificiale, costruendo dighe e modificando i deflussi naturali
dei fiumi. In Italia ne esistono più di 500, e tra questi ricordiamo il Lago di Ridracoli, in
provincia di Forlì-Cesena, nell’alta valle del Bidente (S. Sofia). Questo invaso permette
rifornimento di acqua potabile a 48 comuni della regione e produzione di energia elettri-
ca (35 milioni di Kwora all’anno)
Si tratta di un lago artificiale, creato appositamente per essere “sfruttato” dall’uomo; come
riserva di acqua potabile, come generatore di corrente elettrica.
Le caratteristiche fisico-chimiche delle sue acque sono buone: bassa durezza, assenza di
ammoniaca, nitriti e fosfati, scarso apporto solido anche in periodi di piovosità data la gran
copertura vegetale dei versanti.
La temperatura delle acque varia durante il corso delle stagioni: in estate si misurano tem-
perature superficiali massime di 24°C, mentre in inverno, lungo tutta la colonna il minimo
registrato è di 4,8°C. La stratificazione termica inizia in maggio e termina in settembre-
ottobre, quando le temperature dell’epilimnio si avvicinano a quelle degli strati profondi,
favorendo in questo modo il rimescolamento delle acque (più le acque si avvicinano ai 4°C,
più diventano dense e pesanti; in questo modo tendono a portarsi sul fondo facendo risa-
lire le acque più calde). L’ossigeno disciolto ed il pH presentano valori indicativi di acque di
buona qualità. Il rapporto N/P, che regola la crescita algale, colloca il lago di Ridracoli tra
i laghi meso-oligotrofici, quindi poco produttivi. Nonostante ciò, (bassa concentrazione di
22 L’acqua in natura

clorofilla e di biomassa lagale), le acque non si presentano del tutto trasparenti in quanto,
anche nei periodi di bassa piovosità, il carico sedimentario è presente.
Nel periodo estivo o comunque di scarsa piovosità, le acque lasciano scoperte aree di spon-
da, prima sotto il livello dell’acqua, quindi non protette dal manto vegetale. I movimenti
delle acque erodono tali superfici sgretolandole in particelle che rendono “torbida” l’acqua.

Gli ambienti carsici


A secondo del clima, delle rocce e delle situazioni morfologiche locali, la parte di acqua
piovana che si infiltra nel terreno può prevalere sull’altra o viceversa. In ambienti caldi
l’aliquota soggetta a evapotraspirazione è notevole; in zone caratterizzate da rocce
particolari, come quelle carbonatiche o più o meno fratturate, prevale invece la parte che
penetra nel sottosuolo: è il caso degli ambienti carsici.
Le acque meteoriche possono esercitare sulle rocce un’azione solvente, dando luogo a
cavità sotterranee che prendono genericamente il nome di grotte.
Il fenomeno si verifica solo in rocce particolarmente solubili, come i calcari, il gesso (sol-
fato di gesso biidrato) e il salgemma (cloruro di sodio).
Questi ultimi sono molto solubili in acqua pura, mentre le rocce calcaree, costituite essen-
zialmente da carbonato di calcio, lo sono pochissimo.
La solubilità dei calcari è dovuta al fatto che le acque naturali contengono sempre una
certa quantità di anidride carbonica, che causa la trasformazione del carbonato di calcio
in bicarbonato di calcio, molto solubile.
CaCO3 + H2O + CO2 ➞ Ca(HCO3)2
L’acqua asporta il bicarbonato in soluzione e le fessure via via si allargano, trasformando-
si in condotti sempre più ampi, verticali (pozzi), inclinati o orizzontali (gallerie e cunicoli),
spesso collegati tra loro a formare sistemi sotterranei aventi uno sviluppo che può andare
da poche centinaia di metri a decine di chilometri. Circolando entro i condotti l’acqua e i
detriti da essa trasportati esercitano anche un’importante azione meccanica, che contri-
buisce all’ampliamento delle grotte.
L’azione solvente delle acque sulle rocce carsogene non si esplica solo in
profondità, ma anche in superficie, dando origine alle doline, tipiche depressio-
ni a forma di imbuto localmente molto frequenti, che conferiscono al paesag-
gio un aspetto del tutto particolare.
Un corso d’acqua superficiale può essere catturato da una grotta (inghiottitoio)
e circolare nel sottosuolo formando un torrente sotterraneo.
Dopo un percorso più o meno lungo le acque sotterranee ricompaiono in super-
ficie attraverso fratture della roccia oppure uscendo da una grotta; il punto di
affioramento delle acque prende il nome di risorgente carsica.
Spesso i torrenti che percorrono le grotte si originano in profondità derivando
dall’unione di stillicidi provenienti dalle fessure delle rocce.
Grotta carsica Le acque sotterranee, circolando entro le rocce carsogene non danno luogo solo a feno-
meni di dissoluzione, ma possono originare anche sedimenti chimici. Consideriamo una
grotta in cui si verificano degli stillicidi: le acque meteoriche, filtrando attraverso i terreni
sovrastanti, raggiungono la volta delle grotte dopo un percorso entro le fessure del calca-
re, per cui possono essere sature di bicarbonato di calcio in soluzione. Passando alla volta
della grotta le acque perdono anidride carbonica e, divenute sovraccariche, depositano
carbonato di calcio secondo il processo inverso a quello della dissoluzione
Il carbonato depositato forma inizialmente un piccolo anello, che col tempo si trasforma
L’acqua in natura 23

in un cono calcitico molto allungato, con il vertice verso il basso, che prende il nome di
stalattite. Le gocce che cadono sul pavimento della grotta contengono ancora una certa
quantità di bicarbonato in soluzione, e l’impatto a terra causa una ulteriore liberazione di
CO2, provocando la precipitazione di altro CaCO3 e dando luogo a concrezioni che prendo-
no il nome di stalagmiti.

Le acque termali
Nella provincia di Ravenna sono presenti numerose stazioni termali: Terme di Cervia -
Milano Marittima, Terme di Punta Marina, Riolo Terme, Terme di Brisighella ecc..
E’ sicuramente interessante analizzare e confrontare le caratteristiche fisico-chimiche di
queste acque, la loro origine e gli effetti che determinano sul nostro organismo.
Le acque di Punta Marina, ad esempio, presentano un alto contenuto in magnesio, parti-
colarmente efficace nei trattamenti delle affezioni dell’apparato osteoarticolare, e quelle
di Riolo, sulfuree, salsobromojodiche, e clorurato sodiche sono particolarmente indicate
per le vie respiratorie.

Per approfondimenti consultare i siti:


www.travel.it/emiliaromagna e www.termeitaliane.com

Le falde acquifere
Il sistema dei corpi idrici profondi nella Pianura Padana può essere considerato come un
sistema multistrato in cui distinguere, dal punto di vista idrogeologico, i complessi delle
conoidi appenniniche ed alpine e i complessi della media e bassa pianura.
Le Alpi e gli Appennini rappresentano orientativamente il limite morfologico della pianu-
ra e il limite idrogeologico del sistema acquifero padano.
L’Adriatico invece rappresenta solo un limite morfologico della pianura: l’acquifero è
presente anche in corrispondenza del tratto di mare antistante la costa romagnola, fino a
una distanza di circa 40-50 km dalla riva.
Strutturalmente l’acquifero padano è costituito da una serie di orizzonti permeabili,
intercalati da orizzonti impermeabili, le cui connessioni laterali e verticali sono molto poco
conosciute, se non altro per l’enorme quantità di dati necessari a una definizione di
dettaglio.
Per fare un esempio, lo studio elaborato dal Comune di Ravenna e dal CNR, basato sulla
ricostruzione stratigrafica, ha ipotizzato la presenza, sotto la città di Ravenna, di 9 falde a
profondità comprese tra -90 e -430m, molte delle quali soggette in passato ad intenso
sfruttamento; altre falde sono poi a minore profondità, con limitata potenzialità e a
scadente qualità.
L’intenso sfruttamento delle acque sotterranee ha contribuito al graduale abbassamento
del suolo nel ravennate.
La subsidenza è caratterizzata da una componente naturale, per lo più dovuta a movimenti
tettonici profondi e al costipamento del terreno sottoposto a carico litostatico, e alla
componente antropica legata all’intenso sfruttamento del fluidi sotterranei.
Questa fragilità ambientale è complicata dalle variazioni del livello medio del mare che, in
questo secolo, è stato caratterizzato da un aumento costante.
24 L’acqua nella società

➤ Nel I secolo d.C. Ravenna e le sue città satelliti, Classe e la vicina Cesarea, contavano
complessivamente forse più di 100.000 abitanti. Cesarea era un borgo popolato per lo più
“chiare, fresche e

da bottegai, commercianti e artigiani che, con i loro servizi, approvvigionavano la città


portuale-militare di Classe fondata da Augusto, che conteneva fino a 250 navi. Da sola
Classe annoverava già 50.000 abitanti, in quanto Augusto vi aveva installato una delle due
dolci acque”
Non sempre

legioni italiane, (l’altra era a Capo Miseno), che contava, tra ausiliari ed effettivi, circa
10.000 uomini.
I legionari erano per lo più cavalieri, e il bestiame non doveva essere di numero inferiore a
1.000 capi. Soltanto il loro mantenimento doveva richiedere almeno 30.000 litri di acqua
al giorno. Il problema dell’approvvigionamento idrico, nel corso del I secolo, venne proba-
bilmente risolto costruendo grandi cisterne che raccoglievano l’acqua piovana, oppure
tramite derivazioni di corsi d’acqua non in fase di torbida. In estate però la situazione
doveva essere tragica. Le scorte d’acqua diminuivano senza poter essere rimpinguate.
All’inizio del II secolo, l’imperatore Traiano, impiegando il tesoro vinto sconfiggendo
Decebalo, costruisce strade, edifici e
acquedotti per tutto l’impero, colle-
gando Ravenna con l’Appennino di
Ridracoli, fino e oltre Meldola con
una pendenza dell’1 per mille.
Parte dell’acquedotto era sotto
forma di cunicolo, alto 190 cm e
largo 60-70 cm, lungo 11-12 Km,
parte sopraelevato su un terreno
paludoso, di cui nel 1905 il Savini e
più tardi Roncuzzi e Veggi, trovano
in periodo di magra, piloni ed arca-
te ben visibili nel letto del fiume
Ronco all’altezza di S. Bartolo. Dai rilievi da loro effettuati, emergono le dimensioni del-
Piloni ed arcate
dell’acquedotto l’acquedotto, che per ogni chilometro doveva contare ben 180 piloni alti circa 5,5 metri,
romano a San che per 30 km., fanno 5.400 piloni e relative arcate, 11.000.000 di mattoni murari senza
Bartolo. contare quelli di abbellimento. L’acquedotto era accompagnato da “piscine limarie” per la
decantazione dei sedimenti, da cisterne per scorta d’acqua potabile, da una ragnatela di
tubi in piombo per la distribuzione dell’acqua in città con una diramazione per il porto di
Classe. Le cisterne dovevano essere molto grandi; a Miseno, dove era alloggiata l’altra
legione, è tuttora visibile la “Piscina Mirabilis”, una cisterna per la scorta idropotabile delle
dimensioni di 30.000 mc., non dissimile da quella che doveva sorgere nel ravennate, in un
territorio compreso tra i Fiumi Uniti e la basilica di Classe.
Le cisterne non sono mai state trovate, a dire il vero neanche cercate, e si pensa siano
sprofondate a causa della subsidenza, di depositi alluvionali, di mancata manutenzione, e
ridotte a discariche. Testimonianza di questo passato si ha nei toponimi: il fiume Ronco,
dal X secolo era noto come “Fiume Acquedotto”, in quanto correva lungo il suo asse,
rendendo visibili nel periodo di magra i piloni; quindi si hanno, Pile, Pilotti, Archi, Arco,
arcopiatto, Pieve Acquedotto. Da Caput Acquae, classica indicazione iniziale di acquedot-
to romano, già a Firenze, capo Miseno, Paestum, ha origine il nome “Capaccio”.
Con Onorio (402 d.C.), la capitale dell’impero viene trasferita a Milano; Ravenna tenta
di sopravvivere, ma dopo neanche 50 anni, si ha la decadenza e la scomparsa persino
dell’acquedotto. Passando per Ravenna, il poeta ed ambasciatore Sidonio Apollinare, che
diventerà vescovo, scrive così “in questa Ravenna … pur trovandoci in mezzo all’acqua
L’acqua nella società 25

avevamo sete, perché non c’era da nessuna parte acqua sana di acquedotto o una
cisterna non inquinata o una sorgente irrigua o un pozzo di acqua non fangosa”.
La società era in declino, non c’erano enti preposti alla manutenzione dei servizi, i danni
causati dalla subsidenza e dal terremoto del 460 sono ingenti. Soltanto con il lungo regno
dell’ostrogoto Teodorico Ravenna risplende e viene ripristinato l’acquedotto.
Cassiodoro scrive così: “Il nostro signore Re Teoderico fece arrivare l’acqua a Ravenna, di
cui restaurò l’acquedotto a proprio carico, acquedotto che da lungo tempo era crollato.
Di quel tempo oggi rimane ben poco; durante scavi effettuati nel 1938 per ripristinare la
rete fognaria, vennero alla luce in numerosi punti della città alcuni tratti dell’acquedotto
teodericiano. Alcuni pezzi, ora esposti al Museo Nazionale, recano nitidissimo il marchio
reale “D.N. Rex Theodericus – civitati reddidit” “ Il nostro signore e Re Teoderico ha reso
alla città”. Dall’analisi dei reperti rinvenuti, si è potuto risalire all’importanza di tale opera,
che adduceva alla città ca. 80 litri/secondo, cioè una dotazione di circa 100 litri al giorno
per 70.000 abitanti (tale quantitativo di acqua fornita è il medesimo che si osserverà nella
stessa città durante l’epoca fascista sino alla creazione dell’Azienda Municipalizzata AMGA,
nel 1968).
Attorno all’840 lo storico Agnello, descrivendo gli edifici circostanti la sede arcivescovile,
illustra il complesso dei “Bagni del Clero, nei quali meravigliosamente ci si bagna”, e dalla
parte opposta della città, oltre Porta serrata, recentemente è emerso un altro complesso
termale, segno che l’acquedotto è ancora attivo.
Nel periodo Medioevale sembra che l’approvvigionamento di acqua potabile non sia un
problema, in quanto i corsi d’acqua (cloache a cielo aperto) forniscono l’acqua per ogni
uso. La “malacqua” tuttavia porta con sé la peste ed altre epidemie. Nel 1200 gli Statuti
cittadini vietano gli scarichi “super flumicellos” in quanto da questi e da pozzi melmosi
viene attinta l’acqua potabile. Sembra che un rimedio possano portarlo i veneziani, che
governano la città dal 1441 al 1509. Stremati da una grave forma di peste, avevano
individuato una tecnologia di raccolta e conservazione dell’acqua potabile che consisteva
nella costruzione di vere e proprie cisterne (pozzi in giardini e cortili) che contribuivano a
formare un caratteristico arredo urbano. A Ravenna però questa tecnica non fu possibile;
la maggior parte dei pozzi andava a pescare in una falda freatica superficiale inquinata
dagli scarichi domestici, e spesso nei cortili pozzi idrici e pozzi neri erano contigui.
Il rifornimento di acqua principalmente era di natura meteorica, convogliato in falde
superficiali o in cisterne dove l’igiene era inesistente. Le malattie incombevano e la popo-
lazione di Ravenna calò fino a contare 10.000-15.000 abitanti per molti secoli ancora.
Nel 1605 le cose non sono ancora migliorate: uno scritto recita di Ravenna “…questo è un
deserto che non l’abiterebbero gli zingari: gente poca e selvatica: aria pestifera, vini pes-
simi, acque calde ed infami”.
Il XIX secolo è segnato da ricorrenti epidemie di colera; nel 1855, su 175.000 abitanti vi
furono 4372 vittime. Nelle campagne si tenta di cercare acqua buona scavando pozzi arte-
siani che spesso però falliscono; nel 1880 si costruiscono in città latrine pubbliche con
fognature a cielo aperto (S. Rocco, via S. Mama, Via Carraie). Ravenna doveva quindi com-
prare acqua da altre città; in particolare da Bologna, con un servizio a ferrocisterne da 20
mc che durò fino al 1960. Dal 1883 al 1930 Ravenna fu collegata a Meldola con una linea
di tramway a vapore, che portava un container di acqua potabile che veniva distribuita
lungo la linea urbana (via Mangagnina, via Ravegnana, l’attuale via di Roma) per rifornire
alcuni spacci per la vendita dell’acqua. Presso la stazione ferroviaria c’era persino una
“birraria” che vendeva acqua di Faenza. Il prezzo era libero; nel 1920 l’acqua più buona
costava 2 soldi al fiasco, quella meno pregiata veniva da Marina e valeva 1 soldo.
26 L’acqua nella società

Sul finire del 1800 si contano almeno 11 progetti per la realizzazione di un acquedotto ma
nessuno di questi viene accettato; poiché l’acqua di falda è pressoché inutilizzabile, matu-
ra lentamente l’idea di prelevare l’acqua dai fiumi. Quello che sembra migliore è il Reno,
ricco d’acqua anche in estate e raccogliente gli scarichi di Bologna e qualche piccolo cen-
tro. Il suo potere autodepurante è buono, dovrebbe trovarsi in condizioni batteriche buone;
così in sintesi riporta un articolo del quotidiano locale “Il Ravenna” nel 1900.
Nel 1914 nasce un Consorzio tra Ravenna e Cesena, che si trovano nelle stesse drammati-
che condizioni, per sfruttare acqua buona dalle sorgenti presso le Balze di Verghereto.
Vengono acquistati 7 lotti di terreno con sorgenti, e i lavori vengono avviati.
La prima guerra mondiale ferma i lavori, che poi riprendono per bloccarsi di nuovo. Ancor
oggi le sorgenti e le opere di presa sono di proprietà dei Comuni di Ravenna e Cesena, per
un totale di circa 15 ettari abbandonati. L’abbandono dell’intero progetto è da imputarsi
al regime fascista che ha preso il potere; non si vuole riconoscere i meriti delle precedenti
amministrazioni democratiche. Viene incaricato un tecnico, definito “eminente ed interes-
sato”, di redigere una relazione sul progetto (che guarda caso sarà “demolitrice” per favo-
rirne un altro: la costruzione di Torre Pedrera. L’idea però non è nuova e i progettisti apro-
no un contenzioso con il Comune per “furto di idea” che durerà 24 anni, quando verran-
no liquidati con una somma in denaro. Nel 1927 il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici
approva il Progetto di Torre Pedrera, alimentata dalla conoide dei Fiume Marecchia, che
prevede una conduttura di 43 Km in cemento armato con una pendenza dell’ 1 per mille,
identica a quella assicurata dall’acquedotto di Traiano 1800 anni prima.
La condotta sarà poi realizzata in
ghisa con un serbatoio finale inter-
rato di 4.000 metri cubi.
Il 1 agosto 1931 viene inaugurato
da Mussolini l’acquedotto e per
l’occasione viene edificata in Piazza
del Popolo una fontana in gesso,
che verrà subito demolita.
L’acqua arriva però solo nella
piazza, le case non sono allac-
ciate all’acquedotto. La popolazio-
ne insorge e vengono aperte 12
fontanelle pubbliche; le campagne
resteranno senz’acqua per almeno
50 anni. La seconda guerra mondia-
le arriva anche a Ravenna che subi-
Fontana di sce un grande bombardamento. La gente abbandona la città che rimane senza acqua in
Piazza del Popolo, quanto viene a mancare l’elettricità. I tedeschi in ritirata fanno saltare il serbatoio soprae-
Ravenna levato di Marina di Ravenna e Torre Pedrera, che non verrà ricostruita fino al 1961 quan-
do l’erogazione dell’acqua in città è pari a 100 litri al secondo, quanto cioè forniva l’ac-
quedotto romano.
La città si riempie di piccoli serbatoi e nelle campagne si perfora il terreno con pozzi arte-
siani, gestiti dall’Ente Delta Padano. La rete dell’ente prevedeva torri piezometriche in cui
avveniva la degasificazione del metano. Tali impianti erano a rischio e gli scoppi frequen-
ti; nel 1980 è saltato l’impianto dell’Ente delta Padano di Lamone, la torre dell’acquedot-
to di Alfonsine è stata distrutta almeno 2 volte, e più grave di tutti, nel 1955 saltò per
colpa del metano nelle condotte una palazzina di Lido Adriano, un incidente che costò la
vita a 5 persone.
L’acqua nella società 27

➤ Alla luce dei fatti, era chiaro che non si poteva continuare ad emungere dal sottosuolo
acqua di falda. Fu così che nel 1966 venne costituito il Consorzio Acque per le Provincie di
Ravenna e Forlì, a cui aderirono le rispettive Camere di Commercio, i Consorzi di Bonifica

L’acquedotto di
di Predappio e del Savio Borello, l’Ente Regionale di sviluppo dell’Agricoltura, e 19 Comuni
delle due Provincie. Da ricerche ed indagini sul campo parve chiaro che era possibile
utilizzare acque superficiali per la realizzazione di un invaso artificiale nell’alto corso del

Romagna
Bidente che permettesse l’alimentazione di un grande acquedotto ad uso potabile. Vennero
pertanto avviati i primi studi relativi a quello che diverrà “l’acquedotto di Romagna”.
Nel 1968 il progetto fu inserito nel “Piano Regolatore Generale degli Acquedotti” dello Stato
Italiano e nel 1975 venne avviato il primo cantiere. Il progetto venne esteso per allacciare
alla rete 48 Comuni, che in questo modo possono fornirsi di acqua migliore di quella estrat-
ta dai pozzi sotterranei dei singoli Comuni. A questi si devono aggiungere altri vantaggi, tra
i quali vi è indubbiamente la limitazione del fenomeno di subsidenza nei territori di pianu-
ra, la produzione di energia idroelettrica presso la centrale di Isola, la creazione di nuovi posti
di lavoro. I lavori vedono il termine nel 1988, con le seguenti strutture:
· la diga di Ridracoli, principale serbatoio di raccolta delle acque
· la centrale idroelettrica di Isola
· le vasche di carico di Montecasale
· l’impianto di potabilizzazione
· la rete acquedottistica che porta l’acqua agli utenti finali.

Le acque che giungono all’invaso derivano principalmente dal bacino idrografico del
Bidente di Ridracoli, a cui sono collegati tramite un canale di gronda i bacini secondari del
Bidente di Campigna, di Celle, di Fiumicello.

L’impianto di potabilizzazione di Capaccio e la rete idrica


L’acqua del lago di Ridracoli, dopo essere passata nella centrale idroelettrica, raggiunge
l’impianto di potabilizzazione di Capaccio in una vasca di carico da cui dipartono 2 linee
di trattamento delle acque che, dopo ancuni trattamenti, divengono potabili.
L’acqua che esce dall’impianto (290 m. s.l.m.) viene immessa nella condotta principale,
lunga 33 Km con tratti interrati e brevi tratti scoperti, per arrivare ai 183 m. s.l.m. di
Montecasale. Una volta giunta a destinazione, la linea si biforca in due reti dorsali di addu-
zione dell’acqua ai Comuni utilizzatori in direzione Nord Ovest (Monte Casale - Alfonsine)
e Sud Ovest (Monte Casale – Cesena).
La rete adduttrice nel suo complesso, si sviluppa su 290 Km, fornendo di acqua 48 Comuni
e la repubblica di S. Marino. I Comuni costieri necessitano di un maggior quantitativo di
acqua durante il periodo estivo, in relazione al flusso turistico. Sono stati pertanto costrui-
ti alcuni serbatoi interrati della capacità fino a 8.000 mc. e serbatoi pensili, alti dai 40 ai
55 metri con capacità fino a 1.000 mc. L’intera rete di distribuzione è costantemente tele-
comandata e telecontrollata da tecnici operativi nel centro di Capaccio, in modo da poter
intervenire tempestivamente su valvole di chiusura e di regimazione dei flussi di acqua.

L’acquedotto di Romagna e le esigenze di Ravenna: il N.I.P.


Il rifornimento di acqua dall’acquedotto di Ridracoli non è costante nel tempo ma sogget-
to a variazioni dovute sia alle variazioni climatiche che alle fluttuazioni di richiesta
stagionali. In estate la richiesta di acqua si fa pressante a causa di un massiccio apporto di
turisti nei lidi; e proprio in questa stagione l’invaso di Ridracoli è al suo minimo per
quantità di acqua a causa degli scarsi apporti meteorici. Poiché uno dei requisiti minimi
28 L’acqua nella società

che una rete acquedottistica deve garantire è la continuità del servizio erogato, anche in
termini di quantità e qualità delle acque, diviene necessario poter disporre di una fonte
idropotabile propria da cui attingere nei momenti critici.
Tale fonte oggi è rappresentata dall’Impianto di Potabilizzazione (N.I.P.) attivo già dal 1968
alle “Bassette” per far fronte all’aumentato fabbisogno idropotabile della città di Ravenna,
allora in forte crescita per il notevole sviluppo industriale che si andava a creare.
Nei suoi primi anni il potabilizzatore erogava fino a 100 l/s., andando a raddoppiare la
disponibilità d’acqua che offriva l’acquedotto di Torre Pedrera che fino agli anni ’30 rifor-
niva il capoluogo. L’acqua di presa, da rendere potabile proveniva dal Fiume Reno attin-
gendola dalla canaletta dell’ANIC, opera realizzata nei primi anni ’50 proprio per collegare
le acque del fiume Reno e successivamente anche del Fiume Lamone alla città. Oltre alle
vasche di potabilizzazione, venne costruito un laboratorio di analisi chimico-fisiche in
modo da poter controllare la qualità delle acque sia in entrata (cioè ancora da trattare) sia
in uscita, già trattata e resa potabile. Una volta resa potabile l’acqua deve essere distribui-
ta. Occorreva quindi una rete di adduzione e una torre di sollevamento, che venne eretta
in via S. Alberto e da cui prese il nome. Nel 1971 la gestione dell’acquedotto è curata dalla
Azienda Municipalizzata Gas, con lo scopo di estendere i servizi sia di acqua che di gas a
tutto il territorio comunale.
Nel 1975 prese corpo un progetto ambizioso che prevedeva la realizzazione di un anello
attorno alla città, che partendo dall’impianto di potabilizzazione si dirigeva verso Sud e
attraversando il Candiano raggiungeva Fosso Ghiaia per innestarsi con Torre Pedrera.
Da qui percorreva la via Standiana, raggiungeva S. Stefano, S. Pietro in Vicoli, Roncalceci,
Piangipane, Mezzano per chiudersi a S. Alberto nella condotta che era già stata realizzata.
Da S. P. in Vincoli in un secondo tempo, sarebbe avvenuto l’allacciamento con la adduttri-
ce di Ridracoli. Con questa nuova linea, si sarebbe assicurato l’approvvigionamento anche
ai lidi sud, cioè Marina di Ravenna, Punta Marina, Lido Adriano, Lido di Dante, Lido di Savio
e di Classe.
Attualmente la rete di approvvigionamento e distribuzione dell’acquedotto di Ravenna ha
superato i 900 Km di lunghezza, il volume di acqua erogata all’utenza si aggira intorno ai
15.000.000 di mc.. Da quando è attivo l’acquedotto di Romagna, cioè dal 1989, l’acque-
dotto di Torre Pedrera è fermo e l’acqua immessa in rete proviene per il 60% dal N.I.P, e per
il 40% da Ridracoli.
Nel 1973 e poi ancora nel 1980 l’impianto di Potabilizzazione venne ampliato, portando la
potenzialità di 100 lt/sec a 350 lt/sec., quindi a 650 lt/sec.

La rete acquedottistica odierna


Oggi, la rete idrica del Comune di Ravenna è alimentata da due fonti di approvvigiomento:
· l’impianto di potabilizzazione di Area (già AMGA) alle Bassette;
· l’acquedotto della Romagna tramite l’allacciamento in via Standiana sulla S.S. 16
Adriatica.
· In casi di emergenza può tornare utile l’impianto di Torre Pedrera, il cui rifornimento
avviene mediante emungimento da pozzi artesiani.
L’acqua potabilizzata alle Bassette viene avviata in 3 condotte adduttrici:
· una in direzione dei lidi Nord;
· una in direzione dei lidi Sud, principale, che può alimentare le vasche di stoccaggio di via
Fusconi e quelle di Lido di Savio;
· la terza si porta presso le vasche di stoccaggio di via S. Alberto.
L’acquedotto di Romagna a seconda dei casi e delle necessità può fornire acqua, tramite la
L’acqua nella società 29

presa Gramadora a Fosso Ghiaia, sia alle zone del forese, sia agli stoccaggi di Lido di Savio

Il nuovo impianto di
e di via Fusconi, sia a quelli del N.I.P. che di via S. Alberto.

potabilizzazione
L’alimentazione
➤ L’impianto di potabilizzazione costituisce una fonte idropotabile di sicura affidabilità, svin-

di Ravenna
colata dalla variabilità dei fenomeni meteorologici per la pluralità delle fonti di alimenta-
zione, costituite dai fiumi Reno e Lamone e dal Canale Emiliano Romagnolo.
Le tre fonti garantiscono una costante alimentazione di acqua grezza per tutto l’anno (il
Lamone e il Reno hanno origine appenninica, il CER alpina, prendendo acqua dal fiume Po).

Il Canale Emiliano Romagnolo lunque altro fiume di pianura ed dell’acqua, dovuto all’alto potere
rappresenta una delle opere idrau- inoltre, il punto di presa delle di autodepurazione interno.
liche più importanti costruite sul acque è distante dalle grandi città L’analisi dei parametri considerati,
territorio italiano, in quanto assi- padane, in modo da assicurare permette di ascrivere l’acqua del
cura l’approvvigionamento idrico una qualità d’acqua in origine C.E.R. nella categoria più elevata
di una area territoriale vastissima apprezzabile già in partenza. (A1) tra quelle riportate nel D.P.R.
(Emilia Orientale e Romagna) uti- Periodicamente e da molti anni, i 515/1982, che tratta le caratteri-
lizzando come fonte l’acqua laboratori di AREA effettuano stiche che le acque grezze devono
superficiale che viene attinta dal controlli ed analisi fisico chimiche avere per poter essere destinate al
fiume Po. Questo fiume ha e biologiche in diversi punti lungo consumo umano. Il territorio inte-
la caratteristica di mantenere il corso d’acqua. Tra le stazioni di ressato dal sistema del C.E.R. pre-
costante la sua portata durante ingresso del Reno nel C.E.R. senta una superficie di circa
tutto l’anno, nel periodo estivo la (Salvatonica di Bondeno) e di 340.000 ettari compresi nelle pro-
qualità delle acque è decisamente quella di uscita, si osserva un sen- vincie di Ferrara, Ravenna,
migliore rispetto a quella di qua- sibile miglioramento della qualità Bologna, Forlì e Rimini.

I trattamenti delle acque


L'acqua da trattare arriva all'impianto tramite una derivazione della canaletta ENICHEM.
Al fine di eliminare corpi di grandi dimensioni, siano essi galleggianti o trascinati sul fondo,
il flusso di acqua viene fatto passare attraverso una griglia (1) a barre verticali.
Il "filtrato" viene raccolto in un contenitore e inviato poi in discarica. Alla grigliatura segue
una preossigenazione (2) tramite insufflazione di aria dal basso. Il processo prosegue con
una chiariflocculazione (3) con aggiunta di flocculante (FeCl3) e carbone in polvere per
l’abbattimento delle sostanze organiche ed eventuali tensioattivi. L’acqua che esce dai
chiariflocculatori entra in una vasca di disinfezione (4) in cui l’ipoclorito di sodio (NaClO)
opportunamente dosato permette l’ossidazione delle sostanze organiche, (acidi umici e ful-
vici, fenoli ecc.), del ferro e del manganese, dell’ammoniaca, abbattendo inoltre la carica
batterica. L’ipoclorito risulta molto attivo nella reazione di sostanze umiche cui consegue
l’eliminazione di sapori ed odori sgradevoli. Presenta però alcuni svantaggi in quanto agen-
do come clorurante su alcune sostanze organiche, le trasforma in alometani, cioè compo-
sti pericolosi per la salute umana, che dovranno essere allontanati successivamente.
Allo stadio di ossidazione e disinfezione seguono due processi di filtrazione: uno su letto
di sabbia (5), l’altro su letto di carbone granulare (6). Il filtraggio permette una buona qua-
lità dell’acqua in uscita, in quanto trattiene le eventuali sostanze organiche non ossidate e
30 L’acqua nella società

L’impianto di
potabilizzazione
di Ravenna

i composti alogenati, contenendo anche i trialometani dentro i limiti di legge (valore guida
= 1 mg/l, valore limite = 30 mg/l). Sulle particelle di carbone attivo avviene però anche l’e-
liminazione del cloro attivo, (rimanente dal dosaggio dell’ipoclorito), determinando una
riduzione del potere disinfettante.
Occorre quindi dosare una supplementare quantità di disinfettante in modo da garantire
una presenza sufficientemente efficiente lungo tutta la rete di distribuzione. Viene quindi
impiegato il biossido di cloro (ClO2), in modo da averne un tenore di 0,15-0,20 mg/l in usci-
ta dall’impianto.
Il biossido di cloro viene scelto in quanto:
· è efficace come agente ossidante;
· permane per molto tempo come ClO2 inalterato;
· ha un potere disinfettante superiore a quello del cloro e dell’ipoclorito, presentando una
gamma di azione più ampia comprendente oltre ai batteri anche virus, alghe e ogni altro
inquinante biologico;
· evita la formazione dei trialometani (conseguenza inevitabile se si impiegasse ipoclorito
sodico);
· viene dosato con un buon grado di purezza mentre l’ipoclorito presenta una discreta per-
centuale di clorato (ClO3-) già nel prodotto di partenza e quindi la quantità delle impurez-
ze tende ad aumentare.
Il biossido di cloro presenta anche alcuni svantaggi:
· non abbatte l’ammoniaca, cosa che invece fa l’ipoclorito;
· il suo costo è molto più alto rispetto a quello dell’ipoclorito; la maggior spesa è compen-
sata da un risultato sempre superiore sotto ogni aspetto.
Prima di essere messa in rete l’acqua, resa potabile, viene stoccata in cisterne da 10.000 mc.
e 6.000 mc. che forniranno acqua per gli usi civili (7). Un’altra vasca da 6.000 mc, viene
invece utilizzata per stoccare acqua che servirà la zona industriale (8).

Qualità delle acque immesse in rete


Prima che l’acqua arrivi all’utente occorre che sia di qualità, e cioè che venga controllata.
Il D.P.R. 236/88 elenca i parametri da tenere in considerazione per le analisi sulla qualità
L’acqua nella società 31

delle acque potabili, e quando necessario, dai rispettivi Valori Guida (V.G.) e
Concentrazione Massima Ammissibile (C.M.A.).

Valore guida: Concentrazione Massima ca viene a contatto, tale concen-


si intende per valore guida il Amissibile: trazione può essere derogata. In
valore ottimale a cui si deve indica il valore di una concentra- nessun caso la deroga accordata
tendere, compatibilmente zione che non può essere raggiun- per fattori che possono risultare
con quelle che sono le ta; soltanto per alcuni parametri, tossici, microbiologici o che
fonti di approvvigionamento legati alle caratteristiche geologi- comunque possano recare danno
disponibili. che dell’area in cui la risorsa idri- alla salute.

I controlli previsti dal D.P.R. 236/88 sono essenzialmente di tre tipi:


· controllo minimo (C1): colore, odore, sapore, pH, conducibilità elettrica specifica, cloruri,
cloro libero residuo, coliformi totali e fecali;
· controllo normale (C2): parametri C1 + torbidità, temperatura, calcio, azoto ammoniaca-
le, azoto nitrico, azoto nitroso, ossidabilità, streptococchi fecali;
· controllo periodico (C3): parametri C2 + durezza totale, residuo fisso, solfati, ferro, fosfo-
ro totale, cadmio, cromo, piombo, carica batterica a 36°C e a 22°C.
La frequenza dei controlli viene definita dalle Autorità Sanitarie competenti.
Come già riportato, l’acqua che giunge ai nostri rubinetti proviene in parte dall’acquedot-
to della Romagna, che distribuisce le acque superficiali del bacino di Ridracoli, ed in parte
dal nuovo impianto di potabilizzazione di AREA alle Bassette, la cui fonte di approvvigio-
namento è costituita dalle acque superficiali dei fiumi Lamone e Reno, del CER, tramite la
canaletta ENICHEM.

In particolare:
· l’impianto delle Bassette alimenta prevalentemente la zona nord di Ravenna;
· l‘allacciamento con l’acquedotto della Romagna alimenta prevalentemente la zona sud di
Ravenna;
· le torri piezometriche di via S. Alberto e di via Fusconi, alimentate con l’acqua proveniente
sia da Ridracoli sia dall’impianto delle Bassette, in proporzione variabile a seconda delle
esigenze e delle disponibilità, servono soprattutto la città.
I dati ottenuti dalle continue analisi hanno evidenziato una corretta gestione della rete di
distribuzione. In linea di massima si può affermare che l’acquedotto della Romagna
fornisce un’acqua le cui caratteristiche chimico fisiche (contenuto in cloruri, durezza,
calcio, conducibilità, temperatura) sono costanti per tutto l’arco dell’anno, mentre l’im-
pianto di Ravenna presenta un’acqua in uscita con una variabilità superiore.
La differenza tra “le due acque” che è più sensibile e percettibile dall’utente è data dalla
temperatura. L’acqua del bacino di Ridracoli presenta la medesima fresca temperatura
durante il corso delle stagioni. L’acqua dei fiumi di pianura, al contrario, si riscalda sensi-
bilmente nel periodo estivo, e quindi al rubinetto, presenta una temperatura di qualche
grado superiore rispetto a quella fornita nei mesi invernali.
In definitiva, anche se l’acqua distribuita alla città di Ravenna non ha le stesse caratteri-
stiche delle acque che scorrono quasi incontaminate in montagna, è senza dubbio
un’acqua di buona qualità, che rispetta in pieno, non soltanto la C.M.A. ma nella maggio-
ranza dei casi anche i V.G. imposti dalla normativa, sia che provenga dall’impianto di
Ridracoli, sia da quello delle Bassette.
32 L’acqua nella società

➤ Ogni qualvolta si osserva in natura un’ alterazione ambientale sfavorevole alla vita, si parla
di inquinamento. In particolare in un corso d’acqua è possibile riconoscerne tre livelli:
· inquinamento naturale dovuto all’azione dell’acqua piovana che una volta raggiunto il
L’inquinamento

suolo, assume in soluzione e in sospensione sostanze di origine minerale e biologica.


Questo tipo di inquinamento è normalmente contenuto entro limiti tali da consentire l’im-
delle acque

piego dell’acqua per la maggioranza degli scopi;


· apporto di sostanze dall’esterno per cause non naturali in quantità non superiore alla
capacità di autodepurazione del corso d’acqua stesso;
· apporto di sostanze dall’esterno per cause non naturali in quantità superiore alla capa-
cità di autodepurazione del corso d’acqua stesso. È questo il livello di inquinamento più
grave in cui risultano compromessi numerosi usi dell’acqua.

Gli inquinanti ed i loro effetti


Sul pelo dell’acqua non è infrequente osservare la presenza di oggetti di varia natura, gal-
leggianti o comunque trasportati dalla corrente, insieme a schiume o ad olii; l’effetto visi-
vo ci porta a concludere che il corso d’acqua osservato è inquinato.
Al contrario la vista di un’acqua cristallina senza impurità percepibili sensorialmente ci
porta a considerare pulito l’oggetto della nostra analisi. Nella realtà non c’è nulla di più
sbagliato; molte sostanze chimiche risultano incolori e insapori, ma possono portare alla
morte se ingerite. Un ruscello di montagna può presentarsi colorato intensamente; non è
l’effetto di un inquinamento artificiale ma del fango raccolto a seguito di una pioggia
intensa. Passato un po’ di tempo il sedimento cade sul fondo e l’acqua torna pulita.
Gli effetti degli inquinanti sono molteplici:
i materiali galleggianti (oli, grassi e schiume, materiali sospesi e coloranti), modificano l’a-
spetto del corso d’acqua e ne ostacolano la riareazione, impedendo la penetrazione delle
radiazioni solari e quindi i processi fotosintetici;
i materiali in sospensione sono per lo più materiali insolubili di densità uguale o superiore
a quella dell’acqua, mantenuti in sospensione dalla turbolenza. Con il passare del tempo,
sedimentano sulle rive e sul fondo come fango. I materiali di origine organica vengono
degradati, con consumo di ossigeno, dalla flora batterica. Quando l’ossigeno scarseggia,
insorgono fenomeni putrefattivi.

Gli organismi viventi, sia animali che vegetali, influiscono sulle qualità di un’acqua.
I batteri, molto utili nei processi di autodepurazione, possono produrre cattivi odori oltre
che aggredire piante ed animali.
Le alghe sono organismi fotosintetici che si nutrono prevalentemente di prodotti
inorganici, dando luogo a produzione di ossigeno. Se però sono presenti nelle acque in
concentrazioni molto elevate, cosa che avviene quando nell’acqua sono disciolti elementi
nutritivi (N,P), morendo offrono abbondante cibo per i batteri, i quali, per degradarle,
consumano ossigeno producendo odori.
Gli animali microscopici trovano la maggior parte del loro nutrimento in alghe e batteri e
quindi possono essere utili come regolatori della loro crescita.
Le sostanze disciolte rappresentano la categoria più numerosa. Si tratta per lo più di
sostanze di natura tossica, (acidi, alcali, metalli pesanti, insetticidi, cianuri, sostanze
organiche, ammoniaca ecc.), che rendono l’acqua non potabile e danneggiano la vita
acquatica. Alle sostanze disciolte può essere collegato lo sviluppo di colore, odore e
sapore delle acque.
Elementi nutritivi (N, P), determinano crescite abnormi di vegetazione, soprattutto di alghe.
L’acqua nella società 33

Le normative
L’acqua si sa, è il bene più prezioso per l’umanità. Troppo spesso in passato, si è abusato
della presenza dei corsi d’acqua per scaricarvi rifiuti di ogni genere e natura, recando gravi
danni non soltanto a carattere ambientale ma anche sanitario. La prima norma che disci-
plina e assoggetta ad autorizzazione tutti gli scarichi, sia civili che industriali, è recente
(legge 319 del 1976, ovvero Legge Merli) e detta le “norme per la tutela delle acque dal-
l’inquinamento”. La legge oltre a imporre l’autorizzazione per tutti gli scarichi sia in corsi
d’acqua superficiali che sotterranei, fissa limiti di concentrazione per gli inquinanti
immessi nel refluo scaricato.
Nel 1982 il DPR 515/82 classifica le acque che possono divenire potabili.
Successivamente nel 1988 il DPR 236 introduce per la prima volta il concetto di “tutela di
una risorsa”, istituendo aree di salvaguardia suddivise in:
· zone di tutela assoluta
· zone di rispetto, nelle quali non si possono insediare determinate attività
· zone di protezione, in cui l’utilizzo del territorio deve essere valutato di volta in volta
Il decreto stabilisce poi i concetti di ”concentrazione massima ammissibile” (CMA) e
“valore guida” (VG) per determinati inquinanti per le acque destinate al consumo umano.
La legge successiva, n° 183/89 identifica nei bacini idrografici l’unità territoriale ottimale
per la difesa del suolo e delle risorse idriche, suddividendoli in bacini di rilievo nazionale,
interregionale, regionale.
La più moderna legge emanata in Italia è quella che viene chiamata Legge Galli (n° 36/94)
che sulla base del criterio del bacino idrografico, delimita il territorio di intervento negli
“ambiti territoriali ottimali”. La legge sancisce che tutte le acque sono pubbliche e che
quindi devono essere tutelate ed utilizzate nell’interesse delle comunità e delle generazio-
ni future. L’utilizzo prioritario deve essere il consumo umano.
All’interno dell’ambito territoriale ottimale i servizi inerenti al ciclo dell’acqua (potabiliz-
zazione, fognature e depurazione) devono essere organizzati da un solo gestore.

I liquami domestici
Giornalmente nelle nostre case consumiamo 150 litri di acqua. Di questi, 65 litri vengono
consumati quando utilizziamo lo sciacquone del gabinetto, 57 per la pulizia personale,
20 per fare il bucato e 8 per bere. L’acqua di scarico in uscita dalle nostre case, entra in
condotte che chiamiamo fognature. A differenza delle condutture dell’acquedotto, l’acqua
di fogna non scorre sotto pressione ma secondo gravità, essendo il condotto in pendenza.
Il sistema fognario più moderno separa le acque domestiche da quelle piovane, definendo
le prime “acque nere” e le seconde “acque bianche”.
L’acqua consumata per le necessità domestiche non va perduta ma viene restituita quasi
interamente ai corsi d’acqua superficiali; occorre però che prima sia depurata.

Il depuratore di Ravenna città


Il depuratore di Ravenna città, situato in Via Romea Nord, è stato attivato nel 1983 e serve
a tutt’oggi una popolazione di 135.000 abitanti equivalenti. All’impianto arrivano acque
fognarie nere (40%) e miste (60%) dalla città di Ravenna, da Casalborsetti, da Marina
Romea, da Porto Corsini, da Lido Adriano e da Lido di Dante.
I trattamenti per la depurazione delle acque vengono classificati in 3 categorie e cioè, in
funzione della loro successione temporale distinguiamo:
1) trattamenti primari, di natura strettamente meccanica (fasi di grigliatura, dissabbiatu-
34 L’acqua nella società

ra, deoleazione ecc.);


2) trattamenti secondari, di natura biologica (ossidazione a fanghi attivi);
3) trattamenti terziari, di natura chimico-fisica, (coagulazione, flocculazione ecc.),
ogni fase di trattamento produce dei fanghi che sono poi da trattare.

L’impianto di
depurazione
di Ravenna

LINEA ACQUA: depurazione del liquame


Trattamenti primari
Il liquame da depurare arriva all’impianto ad una quota inferiore rispetto al piano di
lavoro e deve quindi essere “sollevato”. Per innalzare la quota dell’acqua, vengono impie-
gate delle pompe a vite di Archimede (coclee) (1). Una volta sollevato il liquame viene fatto
passare attraverso una griglia grossolana (2) formata da una serie di sbarre metalliche
parallele tra loro, distanziate circa 5 cm. l’una dall’altra. I corpi una volta raschiati dalle
griglie, vengono raccolti in un contenitore e inviati in discarica.
Al di là delle griglie, il liquame viene fatto passare in vasche dove subiscono la dissabbia-
tura e la disoleatura (3). Ciò che normalmente viene chiamato “sabbia” è costituito in realtà
da rena, polvere, pietrisco, ceneri ed altre sostanze inorganiche pesanti.
La sabbia deve essere raccolta, in quanto all’interno dell’impianto comporta una usura
eccessiva delle tubazioni e dei macchinari. La sua rimozione tramite dei raschiatori di fondo
viene effettuata subito a valle della griglia.
Per eliminare i grassi, le cere e gli olii presenti in superficie vengono utilizzati dei raschia-
tori di superficie.
Il liquame, una volta dissabbiato e disoleato, passa alla fase di microgrigliatura (4), ove
attraverso griglie a tamburo rotante, vengono trattenute particelle superiori a 2 mm..
Il liquame “filtrato” subisce ora una sedimentazione primaria (5). In un liquame sono
presenti diversi tipi di particelle in sospensione; quelle che hanno un peso specifico mag-
giore a quello del liquame stesso, e quelle che hanno un peso specifico minore o uguale.
Tutte e due, se la turbolenza è elevata, vengono trascinate dal flusso. Se la velocità del flus-
so diminuisce, le particelle con peso specifico maggiore rispetto al liquido che le contiene
L’acqua nella società 35

cadono per gravità sul fondo; le altre rimangono in sospensione (cioè fluttuano senza
precipitare).
Le particelle possono anche essere divise in due categorie:
· granulose;
· flocculose.
Le particelle granulose, di cui la sabbia è un tipico esempio, sedimentano indipendente-
mente le une dalle altre a velocità costante, senza che si verifichino dei cambiamenti di
forma, peso e dimensioni.
Le particelle flocculose, quali le sostanze organiche, il fango attivo o i fiocchi formatisi a
seguito della flocculazione chimica, tendono ad unirsi le une alle altre durante la
sedimentazione, a formare dei conglomerati.
Si definisce materiale sedimentabile l’insieme dei solidi, sia di natura granulosa che
flocculosa che sedimentano in un tempo ragionevole (di norma viene fissato un limite di
tempo pari a 1 ora).
I solidi non sedimentabili presentano delle dimensioni talmente piccole da non poter esse-
re eliminati per questa via.
La sedimentazione del particolato avviene dentro a vasche chiamate “sedimentatori”
Il tipo più comune di sedimentatore ha forma circolare e prevede l’immissione del liquame
dal basso verso l'alto con movimento radiale dal centro alla periferia. Il materiale
sedimentato, chiamato fango primario, viene raccolto sul fondo e verrà trattato anch'esso
prima di venire smaltito. Una sedimentazione primaria è buona se si ha l’eliminazione del
50-80% delle sostanze sospese.
Con la sedimentazione, hanno termine i trattamenti primari.

Trattamenti secondari: la depurazione biologica


La depurazione biologica rappresenta il cuore di un impianto di depurazione.
Gli impianti di depurazione delle acque di scarico provenienti da insediamenti civili sono
una imitazione di ciò che spontaneamente accade in natura. I corsi d’acqua contengono in
sé una serie di microrganismi che vivono e si riproducono utilizzando per nutrimento il
materiale organico contenuto nell’acqua stessa e per respirare l’ossigeno disciolto che è
tanto maggiore tanto più è accidentato il corso d’acqua.
L'uomo, negli impianti di depurazione, non fa che riprodurre in vasche ciò che natural-
mente avviene nei corsi d'acqua. I processi biologici rimuovono la sostanza organica secon-
do meccanismi analoghi a quelli di autodepurazione di un corso d'acqua.
La differenza consiste nel fatto che il trattamento avviene in apparecchiature costruite
appositamente e con concentrazioni molto più elevate, per cui le trasformazioni avvengo-
no con velocità e rendimenti molto maggiori.
I trattamenti secondari iniziano quando il liquame in uscita dai sedimentatori primari viene
immesso in una serie di vasche, nelle quali avvengono dei trattamenti il cui scopo è quel-
lo di rimuovere l'azoto contenuto nelle acque, cosa che avviene in due distinti processi;
la nitrificazione che, partendo da azoto ammoniacale giunge alla formazione di nitrati, e
successivamente la denitrificazione che riduce i nitrati ad azoto molecolare gassoso che
lascia spontaneamente il liquame. In taluni impianti, come in quello di Ravenna, è oppor-
tuno trattare i liquami con una predenitrificazione.
Il liquame in uscita dai sedimentatori primari viene quindi immesso in vasche nelle quali
avviene una predenitrificazione (6), il liquame in uscita dalla vasca di predenitrificazione
viene immesso in una vasca di aerazione e nitrificazione (7). Scopo è quello di ossidare i
composti azotati presenti sotto forma ammoniacale, a NO2 e NO3 (nitrificazione).
36 L’acqua nella società

Il processo avviene in due fasi distinte, sotto descritte, ad opera di batteri autotrofi del
genere Nitrosomonas e Nitrobacter, presenti comunemente nelle acque domestiche.
2NH4+ + 3O2 NITROSOMONAS 2NO2- + 4H+ +2H2O (nitriti)
2NO2 + O2 NITROBACTER 2NO3- (nitrati)
La velocità di nitrificazione che dipende dalla velocità di trasformazione dell’ammoniaca a
nitriti è influenzata da una serie di parametri quali pH, concentrazione di ossigeno
disciolto, temperatura. Nitrati e nitriti, in quanto nutrienti, non possono venire rilasciati
nell'effluente. Occorre far seguire una fase di denitrificazione (8) finalizzato all’elimina-
zione della sostanza azotata presente sottoforma di nitrati attraverso la riduzione ad azoto
molecolare gassoso che si allontana come gas dalla fase liquida.
In altre parole, una volta prodotto, il nitrato deve venire ridotto (da batteri anaerobi) in
N2 (gassoso).
Per avvenire la denitrificazione ha bisogno di:
· substrato batterico
· azoto ossidato nella forma di nitrati
· carbonio organico
· assenza di ossigeno disciolto.
Il substrato batterico è garantito dal flusso di fango di ricircolo proveniente dal sedimen-
tatore secondario ed eliminato dall’ossidazione.
I nitrati vengono immessi facendo ricircolare il liquame che viene prelevato dall’uscita del-
l’ossidazione/nitrificazione.
L’assenza di ossigeno viene mantenuta non eccedendo nella fornitura di ossigeno libero in
fase di ossidazione/nitrificazione.
Dalla vasca di denitrificazione viene raccolto del fango di ricircolo che viene immesso nella
vasca di predenitrificazione. In questo modo, si ha già un abbattimento della sostanza
azotata. Una volta denitrificato, il materiale organico presente nel liquame deve venire
depurato. Il trattamento prevede l'impiego del cosiddetto “fango attivo” e consiste nel
mantenere in un bacino ben aerato una nutrita coltura di particolari specie batteriche già
presenti in numero ridotto nel liquame da trattare. Il processo a fanghi attivi viene usato
per convertire le sostanze non sedimentabili sia sospese che disciolte, in fanghi
sedimentabili che poi verranno eliminati, ottenendo in questo modo un alto grado di
depurazione. Il primo passaggio viene effettuato in vasche di aerazione, il secondo nelle
vasche di sedimentazione secondaria (9).
La depurazione di queste sostanze viene effettuata da microrganismi, in primo luogo
batteri e protozoi che si nutrono di solidi contenuti nel liquame, agendo come fattore di
depurazione. Questi organismi vengono mantenuti in un ambiente aerobico mediante
l’introduzione di aria in una miscela di fango attivo e di liquame.
Successivamente il fango attivo viene separato dal liquame con un processo di sedimenta-
zione. Una volta separato il fango attivo può essere nuovamente impiegato per il tratta-
mento di nuovo liquame.
Quindi l’acqua che esce dal primo stadio (trattamento primario), chiarificata grazie alla
eliminazione delle sostanze sospese o sedimentabili, subisce il secondo stadio, che mira
principalmente ad eliminare le sostanze organiche (non sedimentabili) tramite l’aggiunta
di fango attivo. La comunità di batteri presente nei fanghi attivi è principalmente costi-
tuita da batteri aerobici che richiedono sostanza organica per rifornirsi di carbonio ed
energia (batteri eterotrofi). In questo modo, viene eliminata la frazione organica.
L’acqua nella società 37

Nelle vasche di sedimentazione secondaria avvengono due processi fondamentali: produ-


zione di materiale cellulare per ossidazione microbica della sostanza organica e assorbi-
mento su questo materiale, che si aggrega in fiocchi, delle sostanze da rimuovere.
È pertanto necessario che i fiocchi vengano mantenuti in sospensione tramite un appro-
priato grado di agitazione.
L'aggregarsi delle particelle provoca un innalzamento del peso specifico dei fiocchi che
quindi possono precipitare sul fondo sotto forma di fango "secondario".
Una parte di questo fango attivo sedimentato, denominato “fango di ricircolo”, viene
ripompata a monte della vasca di aerazione per facilitare il trattamento di altro liquame.
Poiché la quantità di fango attivo aumenta considerevolmente è necessario allontanare la
quantità di fango in eccesso (fango di supero) che, o viene reimmesso nel circuito, oppure
viene inviato alla linea di depurazione dei fanghi. L'acqua in uscita dai sedimentatori
secondari viene immessa nelle vasche per i trattamenti terziari.

Trattamenti terziari
Le operazioni di trattamento terziario, tutte a carattere chimico o chimico-fisico, sono
deputate a rimuovere gli agenti inquinanti, che non sono stati adeguatamente rimossi con
i trattamenti secondari convenzionali.
I processi adoperati in questa fase sono molteplici.
La disinfezione (10) è un’operazione mediante la quale si eliminano gli organismi patoge-
ni tipo batteri o virus. Si impiegano per lo più sostanze a base di cloro (nell'impianto di
Ravenna, l'ipoclorito di Na, meglio conosciuto come varichina). Non si ha una sterilizza-
zione delle acque, ma una disinfezione. L'aggiunta di ipoclorito avviene in una vasca a per-
corso sinuoso, a labirinto, in modo da mantenere un tempo di contatto acqua-cloro abba-
stanza elevato (il tempo di permanenza dipende dalla portata del flusso in ingresso).
Alla disinfezione, segue una fase detta di chiariflocculazione (11) cioè operazione combi-
nata di coagulazione, flocculazione e sedimentazione.
Se i materiali in sospensione sono di tipo colloidale, non sedimentano sia a causa delle
piccole dimensioni delle particelle, sia per la repulsione elettrica reciproca.
La sedimentazione può avvenire solo a seguito della destabilizzazione delle cariche.
Questo effetto è ottenibile attraverso l’aggiunta all’acqua di elettroliti, cioè composti chi-
mici come il solfato di alluminio o di ferro, il cloruro di ferro o di alluminio, il cui scopo è
quello di formare degli ioni metallici idrolizzabili. La destabilizzazione delle cariche è nota
con il nome di coagulazione. Poiché normalmente i colloidi sono caricati negativamente,
vengono impiegati coagulanti di tipo cationico che in acqua si caricano positivamente.
Gli idrossidi metallici ed i polimeri organici, oltre a funzionare come coagulanti, favorisco-
no anche l’aggregazione delle particelle che così possono decantare. Tali aggregati, che
possono raggiungere le dimensioni di qualche mm., sono detti fiocchi ed il meccanismo
della loro formazione è detto flocculazione.
La coagulazione e la flocculazione hanno esigenze contrastanti, perché la prima richiede
una forte agitazione che favorisca la dispersione del coagulante, la seconda un’agitazione
lenta tale da favorire l’incontro tra le particelle per la formazione del fiocco ma non tanta
da favorire la rottura dello stesso. Le due operazioni vengono pertanto effettuate o in
apparecchiature separate o in comparti differenti dello stesso apparecchio (nell'impianto
di Ravenna, nello stesso apparecchio, l'accelator o chiariflocculatore).
In una fase successiva i fiocchi devono essere sedimentati.
Una volta che il liquame è stato depurato può venire immesso nel corpo idrico recettore
cioè nel Canale Via Cupa. Nel caso che tale canale non fosse recettivo, viene impiegato lo
38 L’acqua nella società

Scolo Fagiolo. Il destino ultimo è in ogni caso, la pialassa Baiona. Le acque di scarico
possono anche venire immesse nello scolo Tomba e impiegate per la fertirrigazione.

LINEA DEI FANGHI


Caratteristiche dei fanghi
Con il termine di fango si intendono i solidi eliminati dai liquami con il processo di sedi-
mentazione. A seconda della loro provenienza possono venire classificati come fanghi
primari, secondari, di supero, o chimici. In base alle loro condizioni o ai processi subiti,
possono distinguersi in grezzi, freschi, digeriti, lavati, disidratati, essiccati. Con il termine
“trattamento dei fanghi” si intendono tutti quei metodi che intercorrono tra la rimozione
del fango dai sedimentatori fino al loro smaltimento finale.
In particolare nell'impianto di Ravenna si hanno i seguenti trattamenti:
· pre-ispessimento
· digestione
· post-ispessimento
· smaltimento finale.
Il fango estratto dai sedimentatori primari è essenzialmente costituito dai solidi
sedimentabili originariamente presenti nel liquame grezzo. Viene detto “fango fresco” e
risulta instabile e putrescibile, di colore grigio-bruno e aspetto sgradevole, contenente
particelle di materiale fecale, di rifiuti solidi, di piccoli detriti di varia natura. Il suo odore
è cattivo. Il fango estratto dai sedimentatori secondari è composto da sostanze organiche
parzialmente decomposte. Si presenta di colore marrone scuro, di natura fioccosa ed ha un
aspetto più omogeneo. Il suo odore è meno intenso che non quello del fango fresco.
Il fango attivo in eccesso è parzialmente decomposto, di colore nocciola e odore di
terriccio; quando però comincia a setticizzarsi, sprigiona odori molto spiacevoli.
Il fango dovuto a processi di sedimentazione chimica è generalmente scuro e meno odo-
roso rispetto ai fanghi primari.
I fanghi hanno una altissima percentuale di umidità e non possono essere immessi diret-
tamente nell’effluente o sul terreno. Devono venire trattati in modo da renderli inerti.
La prima operazione che un fango subisce nel suo processo di depurazione è un preispes-
simento (12) cioè una diminuzione del suo contenuto in acqua. Questa operazione viene
generalmente effettuata su un ispessitore (un accelator).
L’acqua estrapolata dal fango viene rimessa in circolo nell'impianto, risegue cioè la linea
acqua. Dopo un preispessimento occorre stabilizzare il fango tramite una digestione anae-
robica (13). Il processo di digestione del fango è condotto in assenza di ossigeno libero da
parte di organismi anaerobici. Avviene in tre fasi principali:
1. fermentazione acida: i microrganismi aggrediscono i solidi disciolti, quali gli zuccheri,
fino a formare acidi organici, idrogeno solforato, carbonati ed anidride carbonica.
2. l’ambiente acido sviluppa la crescita di microrganismi che abbattono, anche se lenta-
mente, proprio le sostanze acide.
In questa fase si hanno processi di stabilizzazione e gasificazione dei fanghi (viene
prodotto biogas, cioè anidride carbonica e metano che viene recuperato).
3. Vengono poi attaccati i composti azotati quali le proteine e gli aminoacidi. Il pH si stabi-
lizza attorno ai 6,8 e 7,4. Si ha una abbondante formazione di metano che trova spesso impie-
go come combustibile nell’impianto. I solidi rimasti nel fango sono relativamente stabili.
Al processo di digestione seguono un postispessimento (14), mediante il quale viene tolta
l’acqua interstiziale, una disidratazione spinta (15) eseguita mediante un nastro a pressa e
L’acqua nella società 39

lo smaltimento finale. Nella disidratazione spinta il fango viene inviato in mezzo a due
nastri in modo da lavorare sotto pressione. In questo modo si raggiunge un secco del 20-
25%. Il filtrato viene riportato in testa al trattamento. Il fango, diventato di consistenza
palabile, deve essere smaltito. Quando le caratteristiche organolettiche lo consentono il
fango può venire utilizzato in agricoltura come ammendante del terreno. Altrimenti viene
inviato in discarica.

➤ Nel 1968 è stata scritta la Carta Europea dell’Acqua, la quale riporta che:

La Carta Europea
1. non c’è vita senz’acqua
2. le disponibilità di acqua dolce non sono inesauribili; è indispensabile preservarle,
controllarle e se possibile accrescerle

dell’Acqua
3. alterare la qualità dell’acqua significa nuocere alla vita dell’uomo e degli altri esseri
viventi che da essa dipendono
4. la qualità dell’acqua deve essere tale da soddisfare le esigenze delle utilizzazioni previ-
ste; ma deve specialmente soddisfare le esigenze della salute pubblica
5. quando l’acqua, dopo essere stata utilizzata, viene restituita al suo ambiente naturale,
essa non deve compromettere i possibili usi, tanto pubblici che privati, che di questo
ambiente potranno essere fatti
6. la conservazione di una copertura vegetale appropriata, di preferenza forestale, è essen-
ziale per la conservazione delle risorse idriche
7. le risorse idriche devono formare un oggetto di un inventario
8. la buona gestione dell’acqua deve formare oggetto di un piano stabilito dalle autorità
competenti
9. la salvaguardia dell’acqua implica uno sforzo importante di ricerca scientifica, di
formazione di specialisti e di informazione pubblica
10. l’acqua è un patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti;
ciascuno ha il dovere di economizzarla e di utilizzarla con cura
11. la gestione delle risorse idriche dovrebbe essere inquadrata nel bacino naturale
piuttosto che entro frontiere amministrative o politiche
12. l’acqua non ha frontiere; essa è una risorsa comune che necessita di una cooperazione
internazionale.
40 Proposte didattiche

1. Un tessuto a tenuta d’acqua


Cosa occorre
Una bottiglia, un pezzo di garza da medicazione, un elastico e dell’acqua.
Come procedere
Riempite la bottiglia con l’acqua e fissate la garza sull’imboccatura
superficiale
La tensione

con l’elastico.
Ora provate a rovesciare il tutto!!! La tensione superficiale si comporterà come
una pelle e impedirà all’acqua di passare attraverso gli spazi nella trama della
garza.
Cosa occorre
2. Il detersivo propulsore

Alcuni piatti di plastica, forbici, una bacinella rettangolare, acqua pulita, pezzetti di sapo-
ne o sapone liquido.
Come procedere
Ricavate dalla base di un piatto una forma affusolata e
praticate un piccolo incavo nella sua parte terminale.
Disponete la forma nella bacinella piena d’acqua e in
corrispondenza dell’incavo posizionate un pezzo di sapone
(oppure lasciate cadere una goccia di sapone liquido).
La vostra piccola zattera comincerà a muoversi sotto la spinta della
tensione superficiale. La velocità della zattera dipende fortemente dalla geometria della
forma utilizzata, per verificarlo organizzate gare di velocità fra forme diverse, un rettan-
golo, una circonferenza, un triangolo. Ricordate sempre di cambiare l’acqua dopo ogni
prova.

3. Versare acqua lungo la corda

Cosa occorre
Una caraffa, una corda, un contenitore vuoto.
Come procede
Riempite la caraffa di acqua e annodate una estremità della corda al suo
manico. Fate passare la corda sopra il beccuccio della caraffa e tenete l’estre-
mità libera appoggiata all’interno del contenitore. Allontanate poi il contenito-
re dalla caraffa in modo che la corda sia ben tesa e, tenendo la caraffa proprio
sopra il contenitore, iniziate a versare l’acqua. L’acqua scorrerà lungo la corda.
Dopo che il flusso è iniziato spostate la caraffa più in basso, quasi a lato del con-
tenitore e la tensione superficiale farà si che l’acqua continui a scorrere lungo la corda.
La capillarità

4. Giochi di carta

Cosa occorre
Carta liscia non lucida, matite, forbici, un contenitore
e dell’acqua.
Come procedere
Disegnate sulla carta un fiore come indicato nella figura accanto. Coloratelo a piacere e
ritagliatelo. Ripiegate i petali verso l’interno e poggiate il fiore nell’acqua, questa risalirà
lentamente lungo i tubicini tra una fibra e l’altra, facendo aprire i petali del fiore.
Proposte didattiche 41

5. Acqua, radici e assorbimento

Cosa occorre
Alcuni fiori bianchi (i garofani sono ideali), colorante per alimenti, un recipien-
te e dell’acqua.
Come procedere
Le radici hanno, accanto alla funzione di ancoraggio, la funzione di assorbire dal
terreno acqua e sali minerali disciolti. Il meccanismo che permette l’assunzione
di acqua dal terreno è molto complesso e coinvolge fenomeni quali la
traspirazione, la capillarità, l’osmosi, la tensione superficiale. L’esperienza del
garofano, facile da realizzare e di immediata comprensione, sarà l’occasione per introdur-
re questi argomenti. Procuratevi dei fiori bianchi, ad esempio garofani, e immergeteli in
acqua colorata. Dopo qualche giorno l’acqua colorata, assorbita dagli steli, avrà raggiunto
e colorato i petali. Più intensa è la colorazione dell’acqua, più intenso sarà il colore che
osserverete. Potete anche tagliare il gambo di un fiore, ovviamente prima di immergerlo
nel colorante, per 5-6 cm dal fondo. Con il nastro adesivo bloccate il taglio in modo tale
da impedire che lo stelo si spezzi, immergete quindi metà stelo nell’acqua colorata e metà
nell’acqua non colorata. Osservate il risultato e discutetelo con i ragazzi.

specifico
6. Prove di riscaldamento

Il calore
Cosa occorre
Un fornellino, un tegame, un termometro, un misurino, un cronometro, liquidi da
analizzare (acqua, olio, latte).
Come procedere
Misurate un certo quantitativo di olio con il misurino, prendete nota della
quantità e versatelo nel tegame. Accendete il fornellino e riscaldate
il tegame per 5 minuti. Misurate la temperatura raggiunta dall’olio.
Ora ripetete l’operazione con le altre sostanze, utilizzando la stessa quan-
tità di liquido e riscaldandolo con la medesima fonte di calore per lo
stesso tempo. Misurate poi le temperature raggiunte, quale dei liquidi è
diventato più caldo? Cosa significa?
Un consiglio: lasciate riposare i liquidi per circa un’ora prima di cominciare in
modo da avere la stessa temperatura di partenza.
Le soluzioni

7. Cosa si scioglie e cosa no?

Cosa occorre
Acqua, sale, zucchero, farina, olio, cacao, segatura, caffè, vino, colori a tempera, sabbia,
sapone da bucato, riso, contenitori trasparenti.
Come procedere
Mettete a disposizione degli studenti tante sostanze diverse e altrettanti contenitori di pla-
stica trasparente. Fate riempire per metà i contenitori d’acqua e fatela assaggiare. Poi
aggiungete un cucchiaino, ad esempio, di sale da cucina, mescolate e stimolate i ragazzi ad
osservare cosa succede e ad assaggiare nuovamente la soluzione. Il sale sarà scomparso e
l’acqua diventata salata. Aggiungete dell’altro sale, osservate ed assaggiate ancora. Fino a
quando potrete aggiungere sale? Ripetete l’esperienza con altre sostanze, sia solubili sia
insolubili, come ad esempio l’olio d’oliva, la farina ecc. e registrate i cambiamenti osservati.
42 Proposte didattiche

8. Sollevare il ghiaccio con un fiammifero

Cosa occorre
Una vaschetta d’acqua, un cubetto di ghiaccio, un fiammifero, un po’ di sale.
Come procedere
Sapreste sollevare un cubetto di ghiaccio con un fiammifero? Come in tutti i
giochi di prestigio anche in questo caso esiste il trucco. Per riuscirci si sfrutta,
infatti, la proprietà che hanno i sali di abbassare la temperatura di congelamen-
to dell’acqua, ecco il motivo per cui il sale è sparso d’inverno sulle strade per
prevenire la formazione del ghiaccio o per facilitare il suo scioglimento.
Appoggiate un fiammifero, disposto orizzontalmente, sul cubetto di ghiaccio e
ponete un po’ di sale attorno al fiammifero stesso. Il sale, abbassando la tempera-
tura di congelamento, scioglierà una sottile pellicola di ghiaccio e il fiammifero
‘sprofonderà’ di qualche millimetro. In poco tempo il fiammifero sarà imprigionato nel
ghiaccio, e potrà essere utilizzato per sollevare il cubetto. Questo è anche quello che
succede quando si pattina sul ghiaccio. Il peso del pattinatore provoca la fusione del
ghiaccio sotto le lamine dei pattini e il sottile strato d’acqua creatosi consente di scivola-
re. Subito dopo il passaggio del pattinatore l’acqua si congela nuovamente.

9. L’uovo magico

Cosa occorre
Due bicchieri grandi, dell’acqua, 10 cucchiaini di sale da
cucina, due uova intere.
Come procedere
Mescolate il sale in mezzo bicchiere d’acqua e riempite a
metà con acqua dolce l’altro bicchiere, poi inserite le uova,
una in ciascun bicchiere. Come vi potete facilmente immaginare l’uovo in acqua salata
galleggerà e quello in acqua dolce andrà a fondo (per il principio di Archimede i corpi subi-
scono una spinta verso l’alto pari al peso del volume di liquido spostato, quindi l’acqua
salata pesa di più, a parità di volume l’uovo in acqua salata riceve una spinta maggiore).
Ma l’esperimento non è tutto qui. Ora versate l’acqua dolce e l’acqua salata nei due
bicchieri, riempiendoli per metà. Poi, lentamente versate l’acqua dolce in quella salata,
senza mescolare i due liquidi e, a questo punto immettete delicatamente l’uovo.
Se l’esperimento è riuscito dovreste vedete l’uovo galleggiare sull’acqua salata, esattamen-
te a metà del vostro bicchiere.
chimiche dell’acqua
Le caratteristiche

10. L’analisi del pH con il cavolo rosso

Cosa occorre
Un cavolo rosso di piccole dimensioni, 1 litro di acqua
distillata, un colino, un contenitore, un
campione di soluzione da analizzare
(succo di limone, acqua piovana ecc.).
Come procedere
Prendete il cavolo rosso, tagliatelo in strisce
sottili e mettetelo nel contenitore dove si è fatta bollire l’acqua distillata.
Lasciate il cavolo in infusione nell’acqua bollente per mezz’ora, fino a completo raffredda-
Proposte didattiche 43

mento. Passate il liquido, di colore porpora scuro, col colino. Versate un po’ di indicatore in
un vasetto; aggiungete un po’ di liquido o soluzione da analizzare e constatare il cambio
di colore.
L’acidità fa diventare rosso l’indicatore, mentre assume le tonalità del blu fino all’azzurro
per soluzioni tendente alla basicità. L’acqua distillata non ha effetto sull’indicatore perché
è pura, perciò neutra. Essa rappresenta un utile esempio di confronto. L’acqua di rubinet-
to raramente è neutra, dato che spesso contiene impurità che la rendono leggermente
alcalina, facendo diventare azzurro l’indicatore.

11. Misuriamo la durezza

Cosa occorre
Acqua del rubinetto (o qualsiasi
campione di acqua che si vuole analizzare), acqua
distillata, un contagocce, del sapone liquido,
due vasetti con tappo a vite, un vasetto piccolo.
Come procedere
Per prima cosa miscelate, nel vaso più piccolo, sapone liquido e acqua
distillata in eguali quantità. Poi versate dell’acqua distillata in un
barattolo e una quantità eguale di acqua del rubinetto nell’altro.
Con il contagocce mettete una goccia di soluzione nell’acqua distillata, chiudete il barat-
tolo e agitate. Aggiungete una goccia alla volta fino a quando non ottenete la schiuma.
Attenzione a non perdere il conto delle gocce utilizzate, l’acqua distillata vi serve
infatti come termine di confronto per stabilire la durezza dell’acqua in esame.
Prendete ora il barattolo con l’acqua del rubinetto e iniziate ed aggiungere gocce di
soluzione. Contate quindi quante ne servono per ottenere la schiuma. Più ne servo-
no più l’acqua è dura. Confrontate il vostro risultato con quello ottenuto con acqua distil-
lata e magari con acque di provenienze diverse (acqua minerale, acqua piovana ecc..)
in giù, in su,
L’acqua va...

I movimenti dell’acqua in natura sono regolati da diversi fattori. Il vento, ad esempio


innesca il moto ondoso, le diverse temperature favoriscono i moti verticali degli strati di
a livello

acqua negli oceani e nei laghi, ma è la forza di gravità. Che innesca il movimento delle
acqua correnti. Grazie alla forza di gravità infatti l’acqua scorre verso il “basso”, model-
lando torrenti impetuosi, spettacolari cascate e il lento fluire dei fiumi.

12. Indovina il livello

Cosa occorre
Cartoncini colorati, matita e forbici.
Come procedere
Ritagliate da quattro cartoncini altrettante sagome di
bottiglia e disponetele, ad esempio sulla lavagna, tenendo come
riferimento un segmento orizzontale, come segue: una verticale, una leggermente inclina-
ta, una molto inclinata e una appoggiata sul fianco (orizzontale). Ora provate a chiedere
ai bambini di disegnare col pennarello il livello dell’acqua se le bottiglie fossero piene per
tre quarti. Difficilmente tracceranno dei segni orizzontali, più comunemente il tratto
seguirà l’inclinazione della bottiglia. Non si può mai dire, potrebbero sorprenderci!
44 Proposte didattiche

A questo punto verificate con una bottiglia d’acqua riempita per tre quarti, fatele assu-
mere le inclinazioni delle bottiglie disegnate e controllate insieme se le ipotesi fatte hanno
un riscontro nella realtà.

13. Un vulcano sott’acqua

Cosa occorre
Una bottiglietta, un contenitore con acqua fredda, un po’ di spago
e del colorante alimentare.
Come procedere
Per prima cosa annodate lo spago al collo della bottiglietta (tipo fialette dei
medicinali), riempitela d’acqua molto calda, aggiungendo qualche goccia di colorante per
rendere evidente il movimento dell’acqua. Introducete lentamente la bottiglietta nel
contenitore di acqua fredda: vedrete risalire l’acqua colorata verso l’alto come in una eru-
zione, lentamente il colore si diffonderà uniformando il contenuto della bottiglia.
La spiegazione è piuttosto semplice: l’acqua calda è meno densa, e quindi più leggera, di
quella fredda, e tende perciò a risalire verso la superficie del vaso.

14. Giochi di “pressione” ed ecco: la fontana

Cosa occorre
Tre vasetti di vetro di cui uno col tappo di sughero, due cannucce, della
plastilina, acqua e coloranti alimentari.
Come procedere
Praticate due fori in un tappo di sughero e inserite due cannucce.
Riempite un vasetto d’acqua colorata e inserite il tappo regolando
l’altezza delle cannucce in modo che: una sia a filo del tappo e l’altra
entri per metà nel vasetto. A questo punto sigillate lo spazio attorno
alle cannucce con della plastilina. Riempite il secondo vasetto con
l’acqua colorata, tappate le cannucce con le dita, capovolgete il primo
vasetto e posizionatelo sopra il secondo in modo che la cannuccia che
sporge si immerga nell’acqua di quest’ultimo. Sistemate ora il terzo vasetto
sotto l’altra cannuccia, vedrete l’acqua risalire dal secondo vasetto attraverso la
cannuccia formando una fontanella. Il principio di funzionamento è
il seguente: l’acqua scendendo dal primo al terzo vasetto riduce la pressione
dell’aria nel primo, che risucchia quindi verso l’alto l’acqua dal secondo.
Il galleggiamento

Perché alcuni oggetti galleggiano ed altri no? Dipenderà forse dal loro peso? E se così
fosse perché una grande nave che pesa molto sta a galla, mentre una piccola biglia di
vetro che pesa poco sprofonda? E allora gli oggetti grandi galleggiano meglio di quelli pic-
coli? La forma di un oggetto fa qualche differenza? Sono solo alcune osservazioni e
domande che possono innescarsi parlando del fenomeno del galleggiamento.

15. E’ una questione di forma?

Cosa occorre
Un contenitore con dell’acqua e 2 fogli di alluminio per alimenti.
Proposte didattiche 45

Come procedere
Si tratta di un esperimento molto semplice che può essere realizzato
direttamente dai bambini, anche dai più piccoli. Appoggiate il foglio di
alluminio sull’acqua, cosa succede? In base al suo peso specifico dovreb-
be andare a fondo, invece grazie alla sua forma (superficie molto ampia
in rapporto al suo peso), lo vedrete galleggiare.
Ore prendete il secondo foglio e ripiegatelo su se stesso tante volte fino a farlo diventare
un pacchettino, facendo bene attenzione a togliere l’aria tra una ripiegatura e l’altra.
A questo punto disponetelo nell’acqua, questa volta lo vedrete andare a fondo.
Che cosa è cambiato rispetto a prima?

16. La danza acquatica

Cosa occorre
Un recipiente di vetro pieno di acqua gassata e dell’uvetta.
Come procedere
Mettete alcuni acini di uvetta nell’acqua gassata e osservate cosa succede
dopo pochi minuti. All’inizio l’uvetta affonderà, ma non appena le bollicine
del gas rimarranno intrappolate tra le grinze degli acini, essi diventeranno
meno densi del liquido e cominceranno a risalire. Giunti in superficie le
bollicine scoppieranno e gli acini torneranno sul fondo. Il processo si ripe-
terà più volte trasformando il movimento dell’uvetta in una danza acquati-
ca!!

I passaggi di stato
17. La camera a nebbia

Cosa occorre
Un vaso di vetro a bocca larga, un guanto di gomma, acqua e fiammiferi.
Come procedere
Vi sareste mai immaginati di poter far apparire e scomparire una nuvola in
un barattolo? Non solo è possibile ma è anche facile e divertente!!.
Versate un po’ d’acqua calda in un vaso di vetro, in modo da coprir-
ne appena il fondo; introducetevi un guanto, con le dita in giù, e
appendetelo stendendo la sua estremità aperta intorno alla bocca
del recipiente. Infilate la mano nel guanto e tiratela velocemente
verso l’esterno, senza danneggiare la tenuta della chiusura.
Poi togliete il guanto, fate cadere nel vaso un fiammifero acceso
(è la presenza delle particelle di fumo che favorisce il processo di condensa-
zione) e rimettete il guanto al posto di prima. Tirate ancora una volta verso l’e-
sterno: si formerà la nebbia. Ora provate a lasciare andare il guanto, la nebbia spa-
rirà. Continuate a giocare e …. buon divertimento!
18. Il battello a vapore

Cosa occorre
Un guscio d’uovo, una barchetta di cartone, una candela, del filo di ferro, un po’ d’acqua,
una bacinella.
Come procedere
Prendete una barchetta di cartone o di polistirolo e collegate le sponde della barchetta con
46 Proposte didattiche

filo di ferro sagomandolo in modo che possa sorreggere un


guscio d’uovo. Praticate un piccolo foro nella punta di un
guscio, vuotatene il contenuto e riempitelo poi con l’acqua in
modo che, disposto l’uovo orizzontalmente, il livello dell’acqua giunga un po’ al di sotto
del foro. Posizionate ora il battello nell’acqua, un pezzetto di candela all’interno, il guscio
pieno d’acqua con il foro rivolto all’indietro sul supporto creato al di sopra della candela
accesa. Trascorsi alcuni minuti l’acqua comincerà a bollire e un filo di vapore uscirà
attraverso l’estremità perforata del guscio facendo muovere il battello.
Il ciclo dell’acqua

19. Pozzanghere e terreni: asserviamo il fenomeno dell’infiltrazione

Cosa occorre
Una vaschetta trasparente, il collo di una bottiglia di plastica tagliato a metà, terreni con
diversa granulometria (da sabbiosi ad argillosi).
Come procedere
L’esperienza proposta permette di vedere in che modo e in quanto tempo un uguale quan-
titativo di acqua filtra attraverso tipi diversi di terreno. In uno dei lati lunghi della vaschet-
ta posizionate il collo della bottiglia, tagliato a metà in senso longitudinale, in modo che
il bordo superiore sia a livello della superficie, fermatelo con nastro adesivo e riempite la
vaschetta con il terreno che volete esaminare. Versate rapidamente l’acqua all’interno del-
l’imbuto sino a riempirlo. Osservate quindi la velocità di infiltrazione e come l’acqua
diffonde nel terreno, prendete nota di quanto tempo è necessario perché l’acqua filtri
completamente nel terreno ed eventualmente di quanta acqua è necessaria per saturarlo.
Potete ripetere l’esperienza con diversi tipi di terreno e variando la quantità d’acqua.

20. Il mini pianeta

Cosa occorre
Una campana per il formaggio con coperchio trasparente
(oppure un vaso di vetro trasparente da marmellate), muschio
vivo e piantine, spruzzatore.
Come procedere
Questa esperienza permetterà di osservare l’autoregolazione di un sistema vivente nel ciclo
chiuso della materia. Adagiate il muschio, abbiate cura di raccogliere la zolla di muschio
insieme al terriccio che trattiene, sul piano della campana da formaggio. Sovrapponete il
coperchio e fate in modo di raggiungere il giusto equilibrio idrologico aggiungendo acqua
o lasciando evaporare sino a che di giorno la campana sia per metà appannata e per metà
trasparente. Raggiunto l’equilibrio sigillate il bordo con colla universale.
Il vostro mini-pianeta, opportunamente esposto alla luce è a questo punto autonomo, gli
organismi animali, acari, insetti, ecc., che vivono nel muschio insieme agli organismi
vegetali, all’acqua e ai componenti minerali permettono lo svilupparsi del ciclo della
materia e la luce proveniente dall’esterno fornisce il flusso energetico necessario alla vita.

21. Tornado in bottiglia

Cosa occorre
Due bottiglie di plastica da 2 litri, una rondella piatta con un foro da 1 cm, un po’ di nastro
Proposte didattiche 47

sigillante per guarnizioni idrauliche, forbici e acqua.


Come procedere
Con poco materiale e un po’ di abilità potete produrre dei gorghi che non hanno
nulla da invidiare a quelli che si formano ovunque vi sia una forte corrente d’acqua.
Riempite d’acqua per 2/3 una delle due bottiglie e appoggiate una rondella sulla
sua imboccatura. Avvolgete attorno al bordo della rondella e dell’imboccatura il
nastro adesivo facendo attenzione a non tappare il foro centrale. Ore capovolge-
te la bottiglia vuota e, con il nastro adesivo, fissate la sua imboccatura su quella
della prima bottiglia. Avvolgete i colli delle bottiglie con diversi giri di nastro iso-
lante in modo da realizzare una giuntura molto resistente. Dopo aver controllato
che le bottiglie non perdano, reggete quella piena con una mano e con l’altra strin-
gete i colli uniti. Tenendo le bottiglie orizzontali, fatele ruotare alcune volte con
movimento circolare, poi riportatele in posizione verticale, sollevando quella piena.
Se il vortice non compare, fate ruotare ancora un po’ le bottiglie o giratele nella
direzione opposta. Dopo qualche tentativo vedrete che il vortice si formerà.

Gli ambienti
22. Onde in bottiglia

Cosa occorre

d’acqua
Una bottiglia di vetro trasparente
(possibilmente piatta), un tappo per
chiudere ermeticamente la bottiglia, olio di semi, acqua, acquaragia o diluente per
vernici, colorante per alimenti.
Come procedere
Lavate la bottiglia, togliete l’etichetta, riempite d’acqua fino a metà e aggiungere qualche
goccia di colorante. Riempite poi circa 2/3 dello spazio rimanente con l’olio di semi e
aggiungete l’acquaragia necessaria a riempire la bottiglia. Stringete bene il tappo.
Ora appoggiare la bottiglia sul lato e lasciarla ferma per qualche minuto. L’acqua colorata
scenderà verso il fondo e sarà netto il passaggio tra quest’ultima e la miscela di olio e
diluente. Ora provate a muovere la bottiglia su e giù. E’ un minuscolo oceano che si può
controllare a piacimento: bonaccia e calma piatta o mare in tempesta, se preferite.

23. Il movimento dentro l’acqua

Cosa occorre
Organismi marini di diverse specie.
Come procedere
Se in classe è stato allestito un acquario, piccolo o grande che sia, i ragazzi avranno già
avuto modo di osservare i pesci muoversi. Potranno essere le osservazioni già compiute che
permettono l’inizio di questa attività legata al movimento.
Si inizia chiedendo se i pesci sono progettati apposta per nuotare e quale dovrebbe essere
la forma più adatta per andare veloce (i pesci veloci sono affusolati, i pesci piatti sono
invece molto più lenti ecc.). Oltre alla forma affusolata i pesci hanno anche altre struttu-
re utili al movimento. L’indagine sulle strutture potrà essere compiuta con l’ausilio di
alcuni pesci ‘veri’. Procuratevi una sardina, un paganello, un’acciuga, una sogliola e una
mazzola, e osservate la forma e la posizione delle loro pinne. Quante sono e a cosa servo-
no? (N.B. la pinna caudale imprime il movimento, le pinne dorsali e anali stabilizzano il
48 Proposte didattiche

nuoto in senso laterale (rollio), le pinne pettorali e ventrali stabilizzano il nuoto in senso
orizzontale (beccheggio) e permettono i movimenti laterali e di retromarcia).
Ma tutti gli organismi del mare nuotano e si spostano così veloci? Basterà far trovare una
mattina nell’acquario qualche mollusco e una piccola medusa, finta, per portare l’osserva-
zione sugli organismi che “camminano” sul fondale e su quelli che, particolarmente pigri,
si lasciano trasportare dalle correnti. In questo modo, senza fatica, i piccoli avranno chia-
ra la distinzione tra: organismi che vivono sul fondale, il benthos, organismi che nuotano
attivamente, il necton e organismi che si lasciano trasportare, il plancton.

24. Il plancton: come lasciarsi trasportare dalle correnti

Cosa occorre
Microscopi a trasmissione, capsule Petri, vetrini copri e porta oggetto, pipette, campioni di
plancton d’acqua dolce e d’acqua salata.
Come procedere
L’attività si riallaccia a quanto già proposto a proposito del galleggiamento.
Dopo aver raccontato che si osserveranno organismi molto piccoli e strani, chiedete a un
bambino se sa nuotare, e come si comporta quando è stanco per riposarsi in acqua.
Fategli mimare il “morto”, facendo notare che ciò che cambia è la superficie di contatto
con l’acqua e non il peso. Anche gli organismi del plancton aumentano la loro capacità di
galleggiamento ampliando la superficie di contatto con l’acqua attraverso strutture come
appendici, flagelli, ciglia, lunghe antenne, ecc. Fategliele osservare! E se li ritenete capaci,
fategli disegnare l’organismo più strano, oppure più simpatico che vedono.
Proseguite chiedendo se sanno qual è la funzione dei salvagenti, e spiegate che anche gli
organismi del plancton possono avere dei salvagenti, o meglio dei vacuoli contenenti aria
oppure sostanze oleose, che facilitano il galleggiamento.
Fatevi raccontare le forme che vedono, ricorrete al mimo se fate osservare campioni di
plancton vivo. Si divertiranno e per voi sarà l’occasione per raccontare stranezze e
particolarità di questi piccoli organismi.

25. Respirare nell’acqua

Cosa occorre
Una vaschetta, un pennello grande e l’acqua.
Come procedere
Utilizzando un’ immagine di un pesce, l’insegnante racconterà la vita di
questo organismo nell’acqua, cercando di dare importanza soprattutto agli
organi di senso. Si procederà chiedendo agli alunni di identificare sulla
testa del pesce gli occhi, la bocca, le narici. Ma come fanno i pesci a
respirare sott’acqua? A questo punto si introduce l’esperienza. Dopo aver
mostrato dal vivo o con un disegno la struttura delle branchie, si immer-
gerà il pennello in acqua chiedendo di descrivere cosa succede quando
lo si estrae. Si osserverà così che: quando il pennello è immerso le setole si allargano, e
quando è emerso aderiscono tra loro. Una volta completato l’esperimento si fa il parallelo
con le branchie del pesce spiegando che le branchie si comportano come le setole del
pennello: se sono immerse si allargano e riescono a catturare l’ossigeno, se sono emerse si
stringono e il pesce muore.
Proposte didattiche 49

26. Costruiamo uno stagno

Cosa occorre
Un telone di PVC, sabbia, terreno, piante acquatiche, acqua di stagno naturale.
Come procedere
Gli stagni hanno bisogno di un rivestimento impermeabile robusto, affinché l’acqua non
vada dispersa. A questo proposito ci sono diversi modi di fare uno stagno: costruirne uno
di cemento, usare una vasca di plastica oppure rivestire un avvallamento nel terreno con
un telone plastificato. Gli stagni di plastica hanno un aspetto piuttosto artificiale, mentre
quelli di cemento si fessurano facilmente, quelli dell’ultimo tipo hanno invece un aspetto
naturale e durano a lungo. Si può usare un foglio di PVC o meglio ancora gomma
butyl di almeno 1mm di spessore e di colore nero. La prima cosa da fare è
scavare lo stagno fino alla profondità prestabilita, non inferiore ai
60-70 cm per evitare che sia danneggiato dal gelo dell’inverno
e ricordando di considerare i 20 cm oltre la profondità desiderata
per lo spessore dei due strati di terriccio e del foglio di gomma.
Rimuovete sassi e pietre dal fondo e dai bordi dello scavo e
rivestitelo completamente con uno strato di giornali o di sabbia.
Poi stendete il rivestimento di gomma, coprendo il fondo e i lati
dell’invaso, lasciando un margine di 30 cm tutto intorno. Sopra il foglio
di gomma stendete un po’ di terra o sabbia. Riempite lo stagno di acqua
poco alla volta, ritagliate e sotterrate i bordi del rivestimento perché
l’esposizione al sole lo può danneggiare.
Aspettate circa una settimana prima di piantare qualcosa. E’ opportuno piantare
prima le piante che hanno una parte sommersa come il Potamogeto, la ninfea, il Nannufero
e la Sagittaria e poi piante emergenti come la Tifa, il Giunco e l’iris acquatico.
La popolazione animale colonizzerà lo stagno per ultima quando la vegetazione si
sarà ben insediata; la maggior parte degli animali arriveranno spontaneamente, altri
invece dovranno essere introdotti direttamente aggiungendo qualche secchio d’acqua
proveniente da altri stagni naturali.

27. Costruiamo una trappola luminosa

Cosa occorre
Una pila, un vasetto di vetro con coperchio, tubo di plastica, rete metallica, corda.
Come procedere
Molti animali acquatici sono attirati dalla luce, potrete così facilmente catturarli utiliz-
zando una trappola luminosa come quella proposta. Chiudete una piccola pila accesa in un
vasetto vuoto di vetro. Sistemate il vasetto in un tubo di plastica o metallo di circa 20 cm
di diametro, chiudete un’apertura del tubo con un coperchio e fissate all’altra una fitta rete
metallica sagomata a forma di imbuto. Dotate la vostra trappola di una maniglia per
immergerla, opportunamente legata, nell’acqua, abbiate cura di sistemarla con l’imbocca-
tura contro corrente.

28. Piante acquatiche e terrestri a confronto

Cosa occorre
Una pianta acquatica e una terrestre, tessere puzzle di alcune specie vegetali e disegni dei
50 Proposte didattiche

loro ambienti.
Come procedere
Potrà capitare durante un’escursione, ad esempio al fiume, di osservare piante che vivono
completamente o parzialmente immerse nell’acqua. Se volete centrare l’attenzione su que-
sto argomento è necessario che i ragazzi abbiano già confidenza con gli organi che carat-
terizzano una pianta terrestre (radici, fusto, foglie) e sulle funzioni che gli stessi svolgono.
Procuratevi una pianta acquatica e una terrestre e iniziate il confronto. Le radici della pian-
ta terrestre sono più lunghe e ramificate per la necessità di penetrare nel suolo alla ricer-
ca dell’acqua mentre la pianta acquatica non ha questa necessità e le sue radici sono di
solito più corte e distribuite lungo il fusto. Il fusto della pianta terrestre deve essere in
grado di sostenere l’apparato fogliare, nelle piante acquatiche il fusto non ha questa
funzione e la pianta estratta dall’acqua si affloscia immediatamente. Le foglie presentano
adattamenti osservabili a livello microscopico, potete però fissare l’attenzione sulla loro
capacità di vivere completamente immerse nell’acqua.
Dopo aver effettuato queste osservazioni si può introdurre un gioco. Preparate una serie
di immagini di radici, foglie, fusti, ecc. semplicemente ritagliandole da giornali e, a parte,
le immagini degli ambienti: lo stagno, il deserto, il bosco, il mare, dove le stesse specie vivo-
no. Proponete ai bambini di ricostruire i puzzle delle specie collegando, anche grazie alla
forma dei tasselli, le radici, il fusto e la foglia giusta. Controllate i risultati e continuate il
gioco mostrando a sorpresa un ambiente. I bambini dovranno riconoscere la specie
vegetale che vive in quell’ambiente. Commentate con loro ancora una volta le forme e i
motivi degli adattamenti più vistosi.

29. Vita nel “deserto-duna”: acqua e adattamenti

Cosa occorre
Disegni di ambienti “estremi”: deserto, bosco, prateria, disegni delle piante della duna.
Come procedere
L’insegnante introdurrà l’argomento: adattamenti delle piante e fattori dell’ambiente.
Un bambino per volta sarà invitato a “entrare” con la fantasia in uno degli ambienti di cui
l’insegnante mostrerà le immagini, chiedetegli di non svelare in quale ambiente si trova e
di descriverlo ai compagni. Per agevolarli l’insegnante puntualizzerà tra i diversi fattori
ambientali quelli che risultano particolarmente importanti per la vita vegetale terrestre: la
presenza-assenza del suolo, l’escursione termica, la disponibilità di acqua. Alla descrizione
seguirà l’individuazione dell’immagine “giusta” da parte dei compagni. Il percorso prose-
gue nell’ambiente duna, presentando i fattori ambientali limitanti, e gli adattamenti svi-
luppati dalle specie vegetali come risposta.
Va sottolineato che gli adattamenti citati riguardano ora l’una, ora l’altra pianta che vive
sulla duna. Aiutandosi con le immagini delle pianticelle, o ancor meglio programmando
l’attività in natura, i bambini dovranno riconoscere gli adattamenti e collegarli con i
fattori che li hanno determinati. Sarà interessante identificare quale specie presenta il
maggior numero di adattamenti e qual è l’adattamento più ricorrente.
Una caratteristica peculiare della comunità vegetale che abita la duna costiera, è la
disposizione delle specie in fasce disposte parallelamente alla costa, ognuna delle quali
corrispondente a una differente situazione ecologica. In linea teorica partendo dalla por-
zione di duna più vicina al mare, e proseguendo verso l’entroterra, si incontrano quattro
fasce vegetazionali: il Cakileto, l’Agropireto, l’Ammofileto e il Tortuleto. Nella prima delle
quattro fasce, il Cakileto, si rinvengono piante ad habitus tendenzialmente grasso: possia-
Proposte didattiche 51

mo citare il Ravastrello marino (Cakile maritima), la Salsola (Salsola kali) e la Nappola


(Xanthium italicum), tutte scarsamente capaci di coprire il suolo e generalmente presenti
a notevoli distanze individuali. Le prime comunità stabili di vegetali iniziano a formarsi là
dove non arrivano le onde marine: è rilevante in questa seconda fascia vegetazionale nota
come Agropireto, la presenza di una pianta pioniera, la Gramigna delle spiagge (Agropyron
junceum), una graminacea con radici rizomatose sotterranee molto lunghe. Molto più
organizzata appare la successiva fascia vegetazionale, l’Ammofileto, che si insedia in una
parte dell’arenile caratterizzato dall’alternarsi di zone depresse e zone sopraelevate.
Sulle creste domina una graminacea cespugliosa dal carattere xerofilo (amante
dell’aridità), lo Sparto pungente (Ammophila arenaria), costituendo un efficacissimo osta-
colo alla sabbia trasportata dal vento che viene trattenuta nei suoi densi cespugli. Negli
avvallamenti invece si assiste ad iniziali concentrazioni di piante tendenzialmente igrofile.
Nell’area retrodunale osserviamo infine la presenza di una comunità di vegetali dominata
da un muschio, la Tortula ruralis, che trattiene grandi quantità d’acqua che viene poi
ceduta lentamente. Va sottolineato inoltre che in questa porzione della duna il suolo non
è inclinato, per cui è molto stabile, mancando l’azione erosiva delle acque di pioggia.

30. L’osmosi e l’esparimento della patata

Cosa occorre
Una patata, un pelapatate, sale da cucina, acqua, un piatto fondo di plastica,
un cucchiaino.
Come procedere
Tagliate la patata per il lungo e con il cucchiaino scavatene l’interno fino
formare una conca, poi pelatela e mettetela al centro del piatto.
Riempite la conca di sale e il piatto di acqua, facendo attenzione a che
questa non superi il bordo della patata. Nel giro di qualche ora l’acqua
attraverserà la patata fino ad arrivare a bagnare il sale. Ciò accade grazie al fenomeno
dell’osmosi, per il quale le molecole d’acqua migrano spontaneamente, attraverso le mem-
brane semipermeabili, da una soluzione più diluita a una più concentrata.

31. L’acquario d’acqua dolce

Cosa occorre
Vaschetta, arredo vasca, pesciolini.
Come procedere
Avere un acquario in classe significa offrire ai ragazzi l’occasione
di poter osservare liberamente un organismo e anche di abituarsi
ad occuparsene direttamente, sviluppando il senso di responsabilità.
Se si decide di provare questa esperienza si può iniziare con un piccolo acquario di acqua
dolce per il quale non sono necessarie particolari attenzioni. Una volta scelta la vasca, che
può essere in vetro ma anche in plastica, si potrà scegliere di dotarla di un piccolo filtro
che provvede direttamente a tenere pulita l’acqua oppure si deve aver cura, a giorni alter-
ni, di cambiare l’acqua, non totalmente, ma per circa i tre quarti, sostituendola con acqua
lasciata sedimentare almeno 12 ore. Si provvederà poi a scegliere un minimo di arredo,
piccole piante acquatiche, sassolini per il fondo, ecc. sono tra gli elementi decorativi più
comuni. Se non si dota la vasca di un filtro sarà necessario, durante le operazioni di puli-
zia della vaschetta, catturare i pesciolini, preferibilmente con il retino, e trasferirli in un
52 Proposte didattiche

piccolo contenitore con parte dell’acqua. Riguardo l’alimentazione l’unica avvertenza è


quella di non esagerare con la quantità!
Se lo si desidera è possibile avventurarsi anche nell’allestimento di un acquario marino,
affascinante ma molto più complesso e dispendioso nella gestione.

32. L’acqua che corrode la roccia: stalattiti e Co.

Cosa occorre
Filo di lana, fermagli, una brocca, un piattino, due vasetti di vetro di uguale altezza, soda
da bucato e un cucchiaio.
Come procedere
Oltre ad infiltrarsi nel terreno l’acqua è anche in grado di erodere rocce, come il calcare o
la marna, dando luogo a quel fenomeno denominato carsismo. La successiva deposizione
dei sali disciolti nell’acqua, dovuta al gocciolio costante, dà poi luogo alla formazione di
strutture quali: stalattiti, stalagmiti ed altre concrezioni.
Per poter osservare “in diretta” la formazione di una stalattite procedete in
questo modo: riempite i vasetti con acqua molto calda. Aggiungete la soda e
mescolate la soluzione, continuate ad aggiungere sino a portare la soluzione
a saturazione. Fissate il filo di lana con i fermagli, e inserite le due estremità
nei vasetti. Mettete poi il piatto fra i due vasi e lasciateli fermi per almeno
una settimana. Per capillarità l’acqua satura di soda risalirà lungo il filo di
lana per poi ridiscendere a causa della gravità. Lentamente, dal gocciolio
dell’acqua, si formerà una stalattite e di contro, dal piattino, una stalagmite.
Con un po’ di pazienza sarà possibile osservare il congiungimento delle due strutture.
L’acqua e la città

33. Depurazione fai da te!

Cosa occorre
Contenitori di plastica di varie dimensioni, tubi di plastica, sabbia, ghiaia, terra,
fuliggine, rete metallica, grani di allume, cloro, tappi di sughero, acqua di scolo.
Come procedere
1) Aggiungete un cucchiaio di allume a grani nell’acqua sporca
2) Rimescolate l’acqua, togliete il tappo e fate scendere l’acqua nel bacino di sedimentazio-
ne
3) Lasciate sedimentare lo sporco e lasciate scendere l’acqua attraverso il filtro
4) Aggiungete il cloro

34. Costruiamo l’acquedotto romano

Prendendo spunto dagli acquedotti romani, particolarmente da quelli di Ravenna antica, si


propone la costruzione di un modello da effettuare in classe per comprenderne il funzio-
namento, e per capire il modo in cui veniva trasportata l’acqua dalle sorgenti alle città.
Nella figura seguente è rappresentato lo
schema di un acquedotto come doveva-
no essere quelli in Romagna in epoca
romana (da Flumen aqueductus, nuove
scoperte dagli scavi per l’acquedotto
Proposte didattiche 53

della Romagna, Bologna 1988) che può essere preso come riferimento.
Alcuni reperti rinvenuti durante scavi fognari sono esposti al Museo Nazionale di Ravenna.
Oggi giorno sul territorio non sono visibili resti significativi dell’antico acquedotto; il suo
percorso però può essere ricostruito utilizzando i toponimi di alcune località.
Pile, Pilotti, Arco ecc. sono soltanto alcuni esempi di località toccate in passato dall’ac-
quedotto; ricercando sulle cartine topografiche delle aree di Ravenna, Forlì, Meldola, Santa
Sofia ecc. i luoghi i cui nomi ricordano tale testimonianza e collegandoli fra loro con un
tratto, è possibile ricostruirne l’antico percorso.

35. L’acquedotto moderno

Fontane, torri piezometriche, impianti di trattamento, centrali di sollevamento, pozzi ecc.


sono la traccia della presenza in città e nei dintorni dell’odierna rete idrica.
L’attività che si propone, quindi, è quella di realizzare una sorta di censimento dei ‘punti
acqua’ della città, se è possibile anche datandoli. Ogni ragazzo potrebbe occuparsi
dell’indagine nel quartiere in cui abita, oppure si potrebbero organizzare dei gruppetti di
lavoro per ogni area di interesse individuata. Al termine del censimento i dati raccolti
dovranno essere posizionati su una carta della città, formato gigante, magari con colori
diversi. In questo modo sarà possibile leggere su di un unico pannello la storia di Ravenna
e la sua crescita.
54 Bibliografia

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Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, 1977

Cognetti G., Sarà M. - “Biologia marina”; Edizioni Calderini, Bologna, 1981

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Pranzini G. (a cura di) - “La gestione delle risorse idriche”; Edizioni delle Autonomie, Roma, 1987

Regione E-R, Provincia e Comune di Ravenna, AREA, AUSL di Ravenna, ARPA Ravenna “L’acqua da
bere a Ravenna”,. 1997

Cooperativa Atlantide “Quando l’uomo incontra la natura: L’acqua, dal progetto “Quando l’uomo
incontra la natura”.

ASM S.p.a. Rovereto, edizioni Osiride “L’acqua”, 1996

Azienda U.S.L. – Ravenna, “Analisi dello stato ambientale e sanitario nelle valli
ravennati – La Pialassa Baiona” 1994

Regione Emilia Romagna “Zone umide d’acqua dolce”, , 1983

Regione Emilia Romagna “Atlante Parco del Delta”

WWF Ravenna, Ed. Cooperativa Libraria e di Informazione “La foresta allagata:


Punte Alberete: storia e realtà di una natura che scompare” 1987

Mario Vianelli, Guide Verdi “A sud del Delta: dal Po di Goro alle saline di Cervia”,
Maggioli Editore, 1988

D. Bentivoglio, M. P. Boschi “Le ragioni della natura” Cappelli Editori 1994

Comune di Russi - “Rapporto sullo stato dell’ambiente del Comune di Russi”; 1995

Mazzanti, Trevisan - “Evoluzione della rete idrografica nell’Appennino centro-settentrionale”;


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Regione Emilia Romagna-Provincia di Forlì Cesena - “Carichi teorici e reali di fosforo e azoto su tre
corsi d’acqua dell’Emilia Romagna; 1994
Cash Terry&Parker Steve - Divertiamoci con la scienza 2 - De Agostini Ragazzi 1998

Diehn Gwen & Krautwurst - “L’officina della scienza” - Editoriale Scienza 1994

Doherty Paul Rathjen Don - “Gli esperimenti dell’exploratorium” - Zanichelli 1996


55

Farndon John - “I perchè della terra” - Editoriale Giorgio Mondadori 1992

Fiori Fabio - “La spiaggia di Riccione natura, cultura e storia” - 1998

Giovani Marmotte - “L’acqua, dov’è, a cosa serve, come non sprecarla” - De Agostini Junior

Hann Judith - “I perchè della scienza” - Editoriale Giorgio Mondadori 1991

Marchetti, Pellegrini, Rossetti, Vanossi - La scienza - “La terra come e perchè” - La Nuova Italia 1996

Smith Alastair - “Il grande libro degli esperimenti” - Edizioni Usborne 1996

Tarbuck E.J . Lutgens F.K. Parotto M. -”Scienze della terra” - Pincipato 1987

Til Tom -”La scienza dilettevole” - Longanesi & C. 1982

Walpole Brenda -”Divertiamoci con la scienza”- De Agostini Ragazzi 1993

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Note
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A cura di
Atlantide Cooperativa Studi e Servizi Ambientali
Via Bollana 10, 48015 Cervia (Ravenna)
tel. 0544/965806 Fax 0544/965800
http://www.atlantide.net e-mail: atlantide@atlantide.net

Coordinatore del progetto:


Massimo Casadei

Testi:
Roberta Buselli
Federica Casoni
Stefania Loia

Progetto grafico:
Roberta Fraiese

Stampa:
La Greca

Si ringraziano tutto lo staff di Atlantide S.C.R.L. e di AREA Ravenna per la collaborazione.

Tutti i diritti della presente pubblicazione sono riservati