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Osvaldo Bayer

Patagonia rebelde
una storia di gauchos, bandoleros, anarchici,
latifondisti e militari nell’Argentina degli anni Venti

a cura di Alberto Prunetti

elèuthera
Titolo originale: La Patagonia rebelde
Traduzione dallo spagnolo di Alberto Prunetti

© 1980 Osvaldo Bayer


© 2009 Elèuthera

Opera pubblicata nel quadro del Programma «Sur»


di supporto alle traduzioni del Ministero degli Affari Esteri
del Commercio Internazionale e del Culto
della Repubblica Argentina

Progetto grafico di Riccardo Falcinelli


Immagine di copertina: fotogramma dal film Patagonia rebelde

il nostro sito è www.eleuthera.it


e-mail: eleuthera@eleuthera.it
Indice

prefazione
Storia di un libro desaparecido 9
di Alberto Prunetti

capitolo primo
L’angelo sterminatore 13

capitolo secondo
Il Far South argentino 17

capitolo terzo
L’aurora dei vinti 25

capitolo quarto
Preludio alla morte 43

capitolo quinto
La lunga marcia verso la morte 61
capitolo sesto
La resa tra i ghiacciai 103

capitolo settimo
I vincitori (perché è un bravo ragazzo…) 131

capitolo ottavo
I vendicatori 139

postfazione
Dialogo immaginario tra autore e traduttore 157
di Alberto Prunetti
A Giuliano, mi nieto, que prefirió volar con las nubes
prefazione

Storia di un libro desaparecido

di Alberto Prunetti

La Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer è un libro perseguitato. Gli


esemplari del volume hanno conosciuto, nell’Argentina dei sequestri
di Stato, lo stesso destino toccato in sorte alle persone: qualcuno è
venuto a prenderli e se li è portati via. Scomparsi nel nulla.
Ma la tenacia dell’autore alla fine l’ ha avuta vinta. Ricomparso
da anni in Argentina, finalmente Patagonia rebelde arriva anche
sugli scaffali italiani, seppur in edizione ridotta.
Quella raccontata da Bayer è una storia lunga e tormentata. La
storia di uno sciopero insurrezionale che si conclude con millecinque-
cento operai rurali fucilati dall’esercito argentino e sepolti in fosse
comuni non poteva che essere tragica. Una tragedia che si riflette nel
titolo dell’articolo in cui Osvaldo Bayer per la prima volta affron-
ta questo argomento, rompendo un tabù nella storiografia argenti-
na: Los ven­gadores de la Patagonia Trágica, comparso nei numeri
14-15 di «Todo es Historia» (giugno-luglio 1968). La ricerca stori-
ca prosegue negli anni successivi e solo nell’agosto del 1972 Bayer dà
alle stampe un primo tomo delle sue indagini, con titolo omonimo a
quello dell’articolo. Nel novembre dello stesso anno appare il secondo

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tomo, mentre il terzo esce nel 1974. Intanto il lavoro di Bayer ha
preso il titolo definitivo di Patagonia rebelde.
Tra il gennaio e il febbraio del 1974 il regista argentino Héctor
Olivera termina le riprese di una pellicola appunto ispirata all’o-
pera di Bayer. Nell’aprile 1974 il film viene in un primo momento
bloccato dalla censura. La pellicola è poi proiettata nei cinema su
decisione del presidente Juan Perón, ma subito dopo la sua morte,
sotto l’ infausta presidenza di Isabella Perón, il film di Olivera viene
ritirato dalle sale argentine. L’autore e il libro non hanno conosciuto
una sorte più felice di quella della pellicola.
Come ricorda lo stesso Bayer – intervistato il 29 aprile 1983 da
Osvaldo Soriano per la rivista «Humor» – nell’ottobre del 1974 l’au-
tore della Patagonia rebelde comincia a ricevere minacce telefoniche
e visite di strani personaggi che si qualificano come appartenenti ai
servizi informativi della polizia. In seguito il suo nome appare in
una lista redatta dal gruppo terrorista di estrema destra Triple A, au-
tore di svariati assassinî di personalità di sinistra, che lo condanna a
morte. A quel punto la famiglia di Bayer si rifugia in Germania, lui
rimane ed entra in clandestinità. Infine ripara lui stesso in Europa.
Torna in Argentina dopo un anno, ma il colpo di Stato militare del
1976 lo obbliga a un esilio di otto anni.
La Patagonia rebelde soffre un destino analogo. Mentre l’editore
ripara in Messico (dopo che una bomba è esplosa sotto la sua abita-
zione) e la persecuzione di Stato colpisce tutti i nomi che compaiono
nei titoli di coda del film di Olivera, i soldati dell’esercito argentino
passano in rassegna le librerie alla ricerca dei titoli sovversivi. Le
copie della Patagonia rebelde finiscono in mucchi che vengono dati
alle fiamme sotto lo sguardo di una soldataglia rispettosa di «dio,
patria e famiglia». Intanto dalla Germania Bayer riesce a recupe-
rare, con l’aiuto di un’adolescente tedesca, il manoscritto dell’ultimo
volume della sua opera, che viene pubblicato in spagnolo nel 1978,
in Europa. Dal 1983, caduta la dittatura militare, il libro viene
ristampato in versione integrale a Buenos Aires, e il suo autore torna
a vivere nella casa del quartiere Belgrano di Buenos Aires.

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La Patagonia rebelde è adesso disponibile in lingua originale in
due edizioni: una in quattro volumi, per un numero complessivo di
pagine superiore alle 1.600, e una in versione ridotta, che comunque
consta di ben 430 pagine. Entrambi i due formati erano al di fuori
delle possibilità economiche di Elèuthera. Autore ed editore italiano
si sono trovati d’accordo sull’opportunità di pensare a una edizione
italiana ridotta, che io ho realizzato con il consenso di Bayer.
Il libro infatti ha avuto una storia controversa e si è allungato e
accorciato nel corso del tempo, un po’ come un bandoneon, una fi-
sarmonica argentina. Alcune parti, rilevanti per il lettore argentino,
sono state eliminate senza creare grossi problemi al lettore italiano.
Mi riferisco in particolare alle lunghe pagine in cui Bayer demo-
lisce la tesi, avanzata da storici militari, che vorrebbe lo sciopero
patagonico del 1921 orchestrato dal Cile per «sovvertire» l’ordine
interno dell’Argentina. Altre sezioni non tradotte sono quelle in cui
l’autore confuta gli storici conservatori o analizza il ruolo del presi-
dente Yrigoyen e dei vertici dell’Unión Cívica Radical, il partito di
governo all’epoca dei fatti. Infine si è scelto di ridurre le interviste
ai testimoni oculari degli eventi e le citazioni dei quotidiani locali,
favorendo così la sintesi del testo e condensando gli eventi nel loro
sviluppo temporale, senza le lunghe digressioni dell’originale.

Ringrazio Osvaldo Bayer e tutti i suoi familiari che mi hanno sostenuto


in questo progetto, a partire da sua figlia Ana che da anni mi aiuta ogni
volta che le mie letture e i miei viaggi incrociano Buenos Aires. Desidero
inoltre ringraziare alcuni amici che hanno fornito una consulenza lingui-
stica nel corso della traduzione, in particolare Maria Rosaria Bucci, Carlos
Campana, Sandro Marotta e Andrea Cecilia Searle Villarroel.

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1. Kurt Gustav Wilckens.
capitolo primo

L’angelo sterminatore

Kurt Wilckens, tempra di diamante, nobile compagno e fratello…


Severino Di Giovanni
I precursori della tempesta

Sono le 5,30 del mattino del 27 gennaio 1923 e fa già caldo a


Buenos Aires. L’uomo dai capelli rossi prende il tram all’angolo
tra Entre Ríos e Constitución, utilizzando un biglietto di secon-
da classe. Viaggia fino alla stazione Portones di Palermo, a plaza
Italia. Tiene in mano un pacco: forse il fagotto del pranzo, o
attrezzi da lavoro. Sembra tranquillo. A pochi isolati dalla desti-
nazione comincia a leggere il «Deutsche La Plata Zeitung», che
tiene sotto il braccio.
A plaza Italia scende e si muove verso ovest lungo calle Santa
Fe, diretto alla stazione Pacífico. La oltrepassa e arrivato alla calle
Fitz Roy si ferma all’angolo, proprio di fronte a una farmacia.
Sono le 7,15 e il sole picchia forte. C’è traffico di gente, di carri,
di auto e camion. Di fronte ci sono le caserme della i e ii Divisione
di fanteria. Ma l’uomo rosso non guarda da questo lato: i suoi occhi

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non si separano dalla porta della casa al numero 2.461 di Fitz Roy.
Potrebbe essere per oggi? Si direbbe di no. Non esce nessuno
da lì. Passano i minuti. Sarà già uscito? Sospetta qualcosa? No,
eccolo. Dalla casa esce un militare. Sono le 7,55. Ma anche sta-
volta tiene per mano una bambina. Il rosso ha uno scatto imper-
cettibile di contrarietà. Ma ecco che il militare si ferma a parlare
con la piccola. Lei dice di sentirsi male. Il militare la prende in
braccio e rientra in casa.
Passano pochi secondi e adesso sì, il militare esce da solo. È in
uniforme, con la sciabola alla cinta. Si mette in cammino verso
calle Santa Fe lungo lo stesso marciapiede in cui si trova l’uomo
dai capelli rossi. Dal passo energico si deduce il suo carattere fer-
mo. E ora sta andando incontro alla morte in un bel mattino,
forse un po’ troppo caldo.
È il famoso tenente colonnello Varela, meglio noto come «co-
mandante Varela». L’uomo più odiato dagli operai. Lo chiama-
no «il fucilatore della Patagonia», «il sanguinario». Lo accusano
di avere giustiziato nel sud millecinquecento braccianti indifesi.
Prima gli faceva scavare le tombe, poi li obbligava a spogliarsi e li
fucilava. I dirigenti sindacali invece venivano bastonati e feriti a
sciabolate, prima di essere finiti con quattro pallottole.
È davvero questo il comandante Varela? Così vuole la leggen-
da, così lo vede l’uomo dai capelli rossi che lo sta aspettando.
L’uomo non è un parente dei fucilati, non è mai stato in
Patagonia e non è un assassino a pagamento. Si chiama Kurt
Gustav Wilckens. È un anarchico tedesco di tendenza tolstoiana,
nemico della violenza. Crede però che, in casi estremi, davanti
alla violenza del potere l’unica risposta debba essere altrettanto
violenta: un atto di giustizia individuale.
Wilckens non esita. Aspetta nell’atrio del numero 2.493 di
calle Fitz Roy. I passi del militare rimbombano, l’anarchico esce
dall’atrio per affrontarlo. Ma non sarà facile: proprio in quel fran-
gente una bambina attraversa la strada e si mette a camminare a
tre passi da Varela, nella stessa direzione.

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Wilckens non ha più tempo. La bambina sta rovinando il suo
piano, ma lui è deciso. La prende per un braccio e la toglie di
mezzo urlandole: «Corri, che arriva un’auto!».
La bambina non capisce, si spaventa, esita. Varela osserva quel-
la scena così strana e si ferma. Wilckens, invece di scagliare la
bomba, avanza verso il militare come se con il proprio corpo vo-
lesse coprire la bambina, che ora scappa di corsa. Ormai è davanti
a Varela e scaglia la bomba a terra, tra lui e il militare. È una
bomba a mano, o un congegno a percussione, estremamente po-
tente. Le schegge devastano le gambe di Varela, colto di sorpresa.
Ma colpiscono lo stesso Wilckens, che sente il dolore pungente e
si ritrae nell’atrio salendo d’istinto tre o quattro scalini. Cerca di
riprendersi, perché l’esplosione è stata tremenda e lo ha lasciato
stordito. Tutto dura a malapena tre secondi. Poi Wilckens riscen-
de immediatamente gli scalini. Ma in quel momento l’anarchico
comprende che ormai è perso e non potrà fuggire, perché ha una
gamba rotta (il perone, pieno di schegge, ha perforato i muscoli e
il collo del piede dell’altra gamba è ridotto a brandelli).
Uscendo dall’atrio trova di nuovo Varela, che ha entrambe le
gambe spezzate. Con la mano sinistra cerca di rimanere in piedi
appoggiandosi a un albero, mentre con la destra prova a sguainare
la sciabola. Ancora una volta i due, feriti, sono uno di fronte all’al-
tro. Wilckens si avvicina trascinando i piedi ed estrae un revolver
Colt. Varela lancia un grido che finisce in un rantolo per spaven-
tare quello sconosciuto dagli occhi azzurri che sta per sparargli. Il
comandante sta per morire, ma non è di quelli che si arrendono
o chiedono misericordia. Continua a strattonare la sciabola, che
però non vuole uscire dal fodero. Mancano solo venti centimetri.
Ormai è sicuro che riuscirà a sguainare la sciabola, ma riceve il
primo proiettile nel petto. Non ha più forze, pian piano comincia
a scivolare sul tronco, ma ha ancora tempo e voce per insultare
chi lo sta ammazzando. Il secondo colpo gli spezza la giugula-
re. Wilckens scarica l’intero caricatore. Sono tutti colpi mortali.
Varela rimane avvinto all’albero.

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L’esplosione e gli spari fanno svenire le donne, fuggire gli uo-
mini e imbizzarrire i cavalli.
Il tenente colonnello Varela giace morto. Giustiziato. Il suo at-
tentatore è gravemente ferito. Fa un ultimo sforzo per arrivare a
calle Santa Fe. La gente si affaccia alle finestre, per strada si for-
mano capannelli di persone. Immaginando il peggio, la moglie di
Varela esce per strada e vede il marito morto, in una posa tanto
drammatica.
Intanto alcuni vicini sollevano il corpo di Varela per portarlo
nella farmacia all’angolo. Altri seguono invece questo straniero
dall’inconsueto aspetto di marinaio nordico. Senza avvicinarsi
troppo però, perché nella destra tiene ancora un’arma. Ma ormai
si avvicinano a tutta velocità due guardie: Adolfo Gonzáles Díaz
e Nicanor Serrano. A pochi passi da Wilckens estraggono le armi,
ma non c’è bisogno di far nulla, perché l’uomo consegna il suo
revolver. Gli tolgono l’arma e lo sentono dire in un cattivo spa-
gnolo: «Ho vendicato i miei fratelli».
L’agente Serrano – el negro Serrano, come lo chiamano nel 31°
commissariato – per tutta risposta gli spacca la bocca con un caz-
zotto, a cui aggiunge una ginocchiata nei testicoli. A Wilckens ca-
de il cappello, uno di quei tipici cappelli tedeschi a falda larga, con
la coppa spezzata e il fronzolo del nastro posteriore. Lo portano
via così, con la testa scoperta, mentre cerca un precario equilibrio
con quelle gambe ferite, come un uccello con le zampe spezzate.
Inizia così la vendetta contro la repressione anti-operaia più vio-
lenta dei primi settantacinque anni del Novecento argentino. Il
primo capitolo di questa storia si è svolto due anni prima molto più
a sud, in Patagonia, tra il freddo e il perenne vento australe, du-
rante lo sciopero rurale più lungo avvenuto in terra sudamericana.

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capitolo secondo

Il Far South argentino

Pochi estancieros erano proprietari di tutta la Patagonia,


pagavano con buoni-pasto o con moneta cilena…
Pedro Viñas Ibarra, ufficiale al comando di una delle colonne
inviate a reprimere gli scioperi patagonici

Che cos’è successo in Patagonia? Che cos’è la Patagonia nel 1920?


Semplificando, si potrebbe dire che è una terra argentina lavorata
da peones cileni e sfruttata da un gruppo ristretto di latifondisti
e di commercianti. Ovvero, da un lato quelli nati per obbedire e
dall’altro quelli che sono diventati ricchi perché forti per natura.
E in Patagonia forte vuol quasi sempre dire senza scrupoli.
Ma è necessario che sia così: la Patagonia è una terra per uo-
mini forti. A quelle latitudini, la bontà è segno di debolezza. E i
deboli li divora il vento, o l’alcol, o gli altri uomini. Quei bianchi
che sono andati a conquistare la Patagonia, con tutti i loro difetti,
sono comunque dei pionieri. Sono arrivati là, si sono organizzati,
hanno messo radici e hanno iniziato ad accumulare ricchezze nel
corno dell’abbondanza. Diventa ricco chi si ferma e resiste, e so-

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prattutto chi non è un sentimentale. Nessuno li aiuta. Guai allora
a quelli che vorrebbero privarli dei loro beni, conquistati nella
lotta contro la natura, la distanza e la solitudine.
Per questa conquista hanno fatto affidamento su pecore, caval-
li e chilotes1. I chilotes sono individui oscuri, senza nome: spiantati
venuti al mondo per piegare la schiena, gente senza importanza.
Lavorano per poter comprare l’alcol e qualche regalo per la pro-
pria donna. Stanno tutte qui le loro aspirazioni. Sono l’antitesi di
chi è venuto in Patagonia a giocarsi il tutto per tutto con un fine
preciso: arricchirsi, «progredire».
Le forze che si scontreranno nel territorio patagonico di Santa
Cruz si richiamano a ideali contrapposti. Da un lato, la Sociedad
Obrera di Río Gallegos (aderente alla Federación Obrera Re­gio­nal
Argentina, la fora) che sindacalizza operai dei moli (stivatori),
lavoratori delle cucine, camerieri, impiegati di hotel e lavoratori
rurali. Dall’altro lato, i padroni della città raccolti nella Liga del
Comercio y la Industria de Río Gallegos, la Sociedad Rural di Santa
Cruz, che riunisce tutti i latifondisti, e la Liga Patriótica Argentina,
a cui fanno riferimento i proprietari e i funzionari di alto livello:
un organismo di autodifesa diretto contro la sinistra proletaria.
Cominciamo dagli operai.
La loro organizzazione centrale a Buenos Aires in quel momen-
to è completamente spaccata. Esistono due fora. La fora del v
Con­greso, a maggioranza anarchica, e la fora del ix Congreso, in
cui predominano sindacalisti, socialisti e seguaci della rivoluzione
bolscevica in Russia. Quest’ultima centrale dialoga con il governo
radicale2 ; in particolare, un suo dirigente, il segretario generale
della Federación Obrera Marítima, Francisco J. García, entra li-

1. Chilote, termine che originariamente indica un abitante dell’isola di Chiloé, è


usato in modo spregiativo con il significato di «contadino cileno» [N.d.T.].
2. I termini «radicale» e «radicalismo» fanno riferimento all’Unión Cívica
Radical, partito di governo all’epoca delle vicende della Patagonia rebelde, di
orientamento democratico liberale [N.d.T.]

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beramente nello studio del presidente dell’Argentina, Hipólito
Yrigoyen. Gli anarchici della fora del v Congreso chia­mano quelli
del ix «camaleonti», e questi a loro volta li accusano di essere settari.
La classe lavoratrice non è divisa solo nelle proprie organizzazioni,
ma anche negli aspetti ideologici. Il socialismo presenta la classica
divisione tra socialdemocrazia e sostenitori della dittatura del pro-
letariato: in altre parole, il Partido Socialista e il Partido Socialista
Internacional, che in seguito si chiamerà Partido Comunista.
Gli anarchici hanno tre differenti posizioni: gli anarchici
classici (l’ala moderata, con il suo giornale «La Protesta», e l’a-
la più intransigente, con «El Libertario», «La Obra» e poi «La
Antorcha») e gli anarchici favorevoli alla rivoluzione russa, con il
gruppo Bandera Roja di Julio R. Barcos, García Thomas e altri.
Sono i cosiddetti «anarco-bolscevichi».
Queste divisioni alimentano grandi polemiche a Buenos Aires,
ma non interessano la Federación Obrera di Santa Cruz, con sede
a Río Gallegos. Qui i dirigenti non si preoccupano delle differen-
ze ideologiche ma piuttosto di rafforzare la propria posizione di
fronte al potere di padroni, governo e polizia. Il pericolo li unisce,
senza esitazioni. Si può sostenere che in fondo sono tutti di estra-
zione anarchica, anche se alcuni sono abbagliati dal trionfo della
rivoluzione russa.
La Federación Obrera di Santa Cruz avrà però vita breve.
Fondata nel 1910, termina il suo tragitto nelle fosse comuni in
cui vengono gettati i suoi affiliati nell’estate tra il 1921 e il 1922.
Il fondatore dell’organizzazione operaia è lo spagnolo José Mata,
asturiano, qualificato dalla polizia come «soggetto militante anar-
chico». Mata è un fabbro. È nato a Oviedo nel 1879. Ha diver-
si figli e i loro nomi la dicono lunga: Progreso, Eliseo, Alegría,
Libertario, Bienvenida.
Il primo movimento operaio nella zona di Santa Cruz si re-
alizza in una estancia inglese, la «Mata grande» di Guillermo
Patterson, nel novembre del 1914. I dirigenti di questo primo
sciopero sono lo spagnolo Fernando Solano Palacios e l’austriaco

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Mateo Giubetich. Le richieste avanzate sono che gli lavoratori ru-
rali non paghino più la mensa, che i padroni non addebitino più
i pettini e le lame che si consumano nel corso della tosatura, che
per i contadini non sia più obbligatorio pagare il dottore. Inoltre
esigono dei miglioramenti salariali.
Lo sciopero si allarga ad altre fattorie di proprietà inglese come
«Los Manantiales» di Kemp e «Florida Negra» di Hobbs. A difesa
dei proprietari terrieri britannici interviene la polizia, che arresta gli
istigatori del movimento. Il giudice applica la Ley de Defensa social,
una legge anti-anarchica che prevede la prigione, il sequestro dei
beni per 1.000 pesos e il pagamento dei danni patiti dai latifondisti.
Ma la lotta non si ferma e si estende a tutte le estancias nei dintorni
di Puerto San Julián. Questo movimento è diretto dal segretario
della Sociedad Obrera di San Julián, Juan de Dios Figueroa, un
carpentiere cileno di 48 anni. La tosatura delle pecore è ferma e i
padroni rispondono facendo arrivare con una nave da Buenos Aires
dei tosatori crumiri. Al loro sbarco scoppia una rissa sulla spiaggia:
la polizia aiuta i rompehuelgas, i crumiri. Questo primo conflitto
terminerà con la sconfitta completa degli scioperanti e una caccia
all’uomo contro gli anarchici della zona. Sono arrestate sessantano-
ve persone, quasi tutti stranieri, tra questi quaranta spagnoli, venti
cileni, un inglese, un italiano, un russo e un francese.
All’inizio del 1915 si fermano invece gli operai della New
Patagonia Meat Preserving and Cold Storage Co., vale a dire il
Frigorífico Swift di Río Gallegos. Il movimento è soffocato anco-
ra una volta dalla repressione poliziesca e due dirigenti vengono
incarcerati: l’uruguaiano Serafín Pita e l’italiano José Mandrioli.
Nell’aprile del 1918 viene dichiarato lo sciopero a Puerto
Deseado: le rivendicazioni degli impiegati della Sociedad Anónima
dei Braun-Menéndez sono appoggiate dai ferrovieri. Tra le organiz-
zazioni operaie di matrice anarchica dei due lati della Patagonia,
quello cileno e quello argentino, si tessono contatti e legami di soli-
darietà nonostante le distanze e gli scarsi mezzi di comunicazione.
Molti organizzatori anarchici operano nelle due zone. È il caso del

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libertario Eduardo Puente, che interviene nelle lotte operaie dell’a-
prile del 1918 a Puerto Deseado e che poi, nel dicembre dello stesso
anno, ritroviamo nello sciopero e nelle manifestazioni operaie di
Punta Arenas, la città più australe del Cile. La Federación Obrera
di Magallanes (Cile) dichiara lo sciopero generale «per l’alto co-
sto della vita, contro il monopolio di una famiglia da cui tutti di-
pendiamo», ovvero i Braun-Menéndez. I carabineros attaccano gli
scioperanti, ci sono morti e feriti. La soldatesca saccheggia la sede
sindacale, sfasciando mobili e archivi e portando via in manette
i tre principali dirigenti: Puente, Olea e Cofré. Ma di fronte alla
vasta commozione popolare, le autorità cercano una mediazione. Si
concedono le migliorie richieste dagli operai, mentre Olea e Cofré
sono rimessi in libertà. Puente invece viene espulso dal paese. Il sin-
dacalista arriva a Río Gallegos proprio nel momento in cui regna
una grande agitazione tra gli operai. La Federación Obrera tenta la
posta più alta della sua storia. Non lotta per un salario più alto, ma
per la libertà di un uomo: Apolinario Barrera.
Ecco i fatti: Simón Radowitzky – il giovane anarchico che nel
1909 ha ammazzato il colonnello Falcón, capo della polizia, e
che è stato condannato all’ergastolo, da scontare a Ushuaia nella
Terra del fuoco, la Siberia argentina – è riuscito a fuggire dal pe-
nitenziario dell’isola con l’aiuto dell’amministratore del periodico
anarchico «La Protesta», Apolinario Barrera, che si è apposita-
mente trasferito lì da Buenos Aires. Dopo una fuga leggendaria,
i due sono catturati dai cileni, condotti a Punta Arenas e lasciati
sull’incrociatore «Zenteno», dove rimangono per dodici giorni in
coperta, esposti alle intemperie e incatenati a ceppi di ferro. Da lì
sono poi trasportati dalla marina argentina a Río Gallegos, dove
Barrera viene fatto scendere a terra, mentre Radowitzky è riman-
dato nel lugubre penitenziario di Ushuaia.
Il governatore però ordina l’arresto di Puente, che viene a sua
volta condotto a Ushuaia. La Federación Obrera convoca un’as-
semblea generale per il 14 gennaio 1919, al fine di proclamare lo
sciopero generale e ottenere la libertà di Apolinario Barrera ed

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Eduardo Puente. Ma l’assemblea non riuscirà a chiudere i lavori,
perché la polizia, agli ordini del commissario Ritchie, circonda il
locale, per poi farvi irruzione, arrestare tutti i dirigenti (nove spa-
gnoli e un russo) e mettere i sigilli alla sede sindacale. Un gruppo
di lavoratori si incarica allora di ricostituire la commissione e così
proclama lo sciopero generale.
Il 17 gennaio ha luogo un evento imprevedibile, mai visto nel-
le strade di Río Gallegos: una manifestazione di donne proleta-
rie. Tutte reclamano la scarcerazione degli uomini imprigionati.
Secondo la versione della polizia, un corteo di donne, provenien-
te da calle Zapiola e calle Independencia, avrebbe disubbidito alle
autorità di polizia che intimavano di sciogliere l’adunata. Anzi,
le donne avrebbero profferito ogni tipo di insulti contro i rap-
presentanti dell’ordine stabilito, prendendo a sassate lo stesso
commissario Alfredo Maffei e colpendo alla spalla il gendarme
Ramón Reyes.
E la storia non finisce qui: adesso arriva il peggio. Il sergente
Jesús Sánchez procede all’arresto dell’organizzatrice della manife-
stazione, la spagnola Pilar Martínez (cuoca e vedova di 31 anni).
Ma, come riporta il verbale di polizia, la donna – una fiera gali-
ziana – «gli assesta una forte pedata nei testicoli, procurandogli
una contusione dolorosa che lo fa esentare dal servizio per due
giorni». Il medico della polizia, dottor Ladvocat, precisa meglio la
situazione: «Il sergente Sánchez accusa un forte dolore al testicolo
sinistro, che risulta insofferente alla più lieve pressione. Ma guari-
rà senza lasciar conseguenze per il paziente offeso».
Meno male! Non volesse la sorte che quell’uomo in uniforme
dovesse perdere la propria virilità, appena guadagnata sul campo
nell’atto di picchiare una donna.
L’episodio si concluderà con lo scioglimento ufficiale del-
la Federación Obrera e il temporaneo trionfo del governatore
che, pochi giorni dopo, dovrà aiutare il governatore cileno di
Magallanes, colonnello Contreras Sotomayor, nello sciopero mes-
so in atto dagli operai del Frigorífico Borres, a Puerto Natales.

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Questi lavoratori sono appoggiati dal sindacato di Última
Esperanza, tra i cui dirigenti figurano gli anarchici Terán,
Espinosa, Saldivia e Viveros. Gli operai occupano la città, che
rimane nelle mani di un consiglio operaio. Nonostante la situa-
zione interna di Río Gallegos e la ribellione popolare di Punta
Arenas, che può oltrepassare la frontiera, il governatore di Santa
Cruz invia tutte le truppe a sua disposizione a Puerto Natales.
Termina così il primo ciclo di rivolte operaie nell’estremo sud
del continente. La Sociedad Obrera di Río Gallegos conclude
la prima fase della sua esistenza con la chiusura della sede da
parte del giudice Solá e l’incarcerazione dei principali dirigenti
(che riotterranno la propria libertà solo cinque mesi dopo). Sarà
Antonio Soto a rimettere in moto la nuova Sociedad Obrera di
Río Gallegos nella sua seconda fase, fino alla sconfitta finale per
mano del tenente colonnello Varela.

2. La sede della Sociedad Obrera di Río Gallegos (1920).

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3. Antonio Soto.
capitolo terzo

L’aurora dei vinti

Il costo di un uomo per gli sfruttatori vale meno


del costo di un mulo, di un montone o di un cavallo…
Sociedad Obrera di Río Gallegos
Manifesto del novembre 1920

Per comprendere gli antefatti della tragedia che si avvicina, biso-


gna ricostruire con attenzione le scelte operate da due uomini: il
giudice Viñas e il giornalista José María Borrero. Il primo rappre-
senta il partito radicale argentino, con il suo impegno a migliorare
e riformare, mentre il secondo, con la sua personalità carismati-
ca, è il portavoce di quella classe sociale patagonica che si colloca
tra i proprietari terrieri e i lavoratori. Una classe formata in mag-
gioranza da membri della comunità spagnola: piccoli possidenti,
piccoli commercianti, proprietari di hotel e trattorie, impiegati,
artigiani indipendenti. Una piccola borghesia che si sente minac-
ciata dai grandi consorzi – come la Sociedad Anónima dei Braun-
Menéndez – veri e propri monopoli nella vendita di articoli gene-
rali, commestibili e abbigliamento, che dispongono dei mezzi di

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trasporto e del capitale per battere ogni forma di concorrenza. Una
classe media con scarsi mezzi che dipende dai propri clienti, i la-
voratori, e che in certo modo li appoggia nelle loro rivendicazioni,
perché queste significano più potere d’acquisto e quindi più ven-
dite. Un gruppo sociale che si affida al settimanale «La Verdad»,
il cui direttore e proprietario è il dottor José María Borrero. I lati-
fondisti hanno invece dalla loro parte il quindicinale «La Uníon».
Quasi nello stesso momento arrivano a Río Gallegos due per-
sonaggi diversi: il già citato giudice Ismael Viñas, nominato da
Yrigoyen per un incarico di tre anni, e lo spagnolo Antonio Soto,
che arriva nell’estremo sud argentino in qualità di manovale per
una compagnia teatrale di zarzuela1 spagnola: il suo compito è si-
stemare le decorazioni e i tappeti, disporre le sedie per lo spettaco-
lo, pulire e, se necessario, anche recitare in qualche ruolo minore.
Soto decide di fermarsi a Río Gallegos e in poche settimane di-
venterà il segretario della Sociedad Obrera, alla quale imprimerà
una svolta rivoluzionaria.
Nel frattempo si registra un conflitto tra il giudice Viñas, che
sta indagando su alcune società latifondiste straniere per frode fi-
scale e occupazione indebita di terreno, e il governatore Edelmiro
Correa Falcón, a sua volta presidente della Sociedad Rural. A que-
sta lotta intestina tra i rappresentanti del potere esecutivo e quelli
del potere giuridico, cui assistono con preoccupazione i proprie-
tari terrieri e i commercianti, si aggiunge la ribellione latente degli
operai sia nelle piccole città che nelle zone rurali. Già nell’aprile
del 1920 il governatore Correa Falcón riferisce al ministero degli
Interni che «alcuni elementi di idee progressiste, provenienti dalla
Capitale federale e da altre zone del paese, hanno iniziato una
campagna tesa a sovvertire l’ordine pubblico di questo territo-
rio». Alla comunicazione allega una copia del foglio anarchico
«Justicia Social», distribuito tra i peones.

1. La zarzuela è un genere lirico-drammatico spagnolo in cui si alternano danze,


scene recitate e scene cantate. [N.d.T.]

26
Correa Falcón, che ha un sesto senso per prevedere qualunque
cosa possa turbare la pace sociale, non si sbaglia. Nel giugno di
quell’anno è in atto un movimento sovversivo nella proprietà «La
Oriental», al confine con la provincia del Chubut. Due anarchici
russi – Anastasio Plichuk e Arsenio Casachuk – e uno spagnolo
– Domingo Barón – convincono i braccianti a sollevarsi e a oc-
cupare l’estancia. Ma Correa Falcón, con l’aiuto della polizia del
Chubut, reagisce con una celerità ed energia esemplari: circonda
i ribelli e li sconfigge. I due russi e lo spagnolo – con il marchio
dell’infamia per aver infranto l’articolo 25 della Ley de Seguridad
Social numero 7.029 – passano prima attraverso una bella ba-
stonatura, poi vengono buttati nella stiva di una imbarcazione
commerciale in partenza per Buenos Aires, dove il presidente
Yrigoyen firma la loro espulsione dal paese, in applicazione della
Ley de Residencia numero 4.144.
Ma Correa Falcón sa che proprio lì, a Río Gallegos, si trova
uno degli uomini più pericolosi: Antonio Soto, il nuovo segreta-
rio eletto dall’assemblea della Sociedad Obrera.
Antonio Soto è un galiziano, nato a El Ferrol, provincia di La
Coruña, l’11 ottobre del 1897, figlio di Antonio Soto e Conceptión
Canalejo. Arriva a Buenos Aires quando ha solo 13 anni. Orfano
di padre, inizia assieme al fratello una vita di stenti e miseria. Non
ha molto tempo per andare a scuola, ma fa i più svariati lavori alla
scuola della privazione e dello sfruttamento. Fin da ragazzo è at-
tratto dalle idee anarchiche e dall’anarco-sindacalismo. Nel 1919,
a 22 anni, entra nella compagnia teatrale Serrano-Mendoza, che
gira per i porti della Patagonia argentina e continua poi il suo
periplo toccando Punta Arenas, Puerto Natales, Puerto Montt,
e così via, andata e ritorno, per portare l’arte drammatica negli
isolati villaggi australi.
Nel gennaio 1920 scoppia però una vera e propria rivolta po-
polare nella città di Trelew, nel Chubut. Tutto ha inizio con uno
sciopero dei lavoratori del commercio a cui aderisce la popolazione.
Contro di loro il governatore, la polizia e i grandi commercianti.

27
L’avvenimento fa scandalo, anche per le reciproche accuse che,
come in ogni posto piccolo, riflettono magagne personali. In quel
frangente spunta il manovale della compagnia teatrale Serrano-
Mendoza, Antonio Soto, che si mette ad arringare la folla appog-
giando i lavoratori in sciopero. Il che gli vale l’arresto e l’espulsio-
ne dal territorio di Chubut. È il primo antefatto.
Poco dopo Soto arriva a Río Gallegos. Il clima operaio che regna
nella capitale di Santa Cruz lo attrae. Prima e dopo gli spettacoli te-
atrali sta sempre nella sede della Sociedad Obrera. Là sente parlare
il consigliere, il dottor José María Borrero, che parla come un dio e
lascia sempre l’uditorio stupefatto. Borrero lo spinge a rimanere e a
entrare nel sindacato. Si rende conto che Soto è un uomo d’azione,
che ha una preparazione ideologica e sa spiegarsi bene nelle assem-
blee. Quando la compagnia teatrale parte, Soto rimane.
Il futuro dirigente degli scioperi rurali si registra come stivato-
re portuale o, più precisamente, come trabajador de playa. Finché
una domenica, il 24 maggio 1920, viene eletto segretario generale
della Sociedad Obrera di Río Gallegos.
Eccolo qui Antonio Soto. La scheda di polizia fornisce altri
dati: alto 1 metro e 84, occhi azzurri, capelli castani tendenti al
biondo, strabismo dell’occhio destro.
Nel giugno dello stesso anno, Soto avrà il suo battesimo di fuo-
co come dirigente sindacale. La Sociedad Obrera di Río Gallegos,
d’accordo con tutti i sindacati delle altre città della regione, dichia-
ra lo sciopero dei dipendenti degli hotel e del personale dei moli.
Vengono richiesti miglioramenti salariali, ma non è cosa facile,
soprattutto a Río Gallegos. Il settore dei moli è presto sconfitto.
Al contrario, le associazioni di categoria dei camerieri, dei cuo-
chi d’hotel e dei braccianti proseguono la lotta. Infine i padroni
si arrendono e accettano le condizioni del sindacato, con l’uni-
ca eccezione dei proprietari dell’«Español» e del «Grand Hotel»,
che funzionano con personale crumiro. Contro questi ultimi Soto
passa alle maniere spicce. Aiutato da un suo connazionale, penetra
nell’hotel e cerca di interrompere il lavoro degli operai non sinda-

28
calizzati a suon di pugni. In seguito alla denuncia del proprietario
dell’hotel, la polizia arresterà Soto e il suo compagno. La Sociedad
Obrera ottiene un colloquio con il giudice Viñas per sollecitare la
liberazione dei due detenuti. Per il giudice è arrivato il momento
di mettere sotto scacco il governatore. Viñas ordina l’immediata
scarcerazione dei due operai, nonostante la notifica di reato per
assalto, aggressione e danneggiamenti inviatagli dalla polizia.
Il 24 agosto 1920 il capo della polizia, Diego Ritchie, invia un
rapporto al governatore Correa Falcón nel quale sostiene che la
Federación Obrera sta preparando uno sciopero rivoluzionario e
dunque sollecita mitragliatrici e truppe di rinforzo.
Il 15 settembre il governatore Correa Falcón si rivolge al mi-
nistro degli Interni per denunciare il fatto che il giudice Viñas
non solo «favorisce gli operai» ma ha addirittura concorso a una
«estorsione» ai danni dei commercianti di Río Gallegos. Questi
i fatti: terminato lo sciopero di camerieri e personale di cucina,
la Sociedad Obrera decide di boicottare gli hotel che non hanno
accettato le richieste operaie. Il boicottaggio è ben organizzato: i
tassisti non portano i loro passeggeri in quegli hotel, al personale
impiegato in quegli hotel si dice – o meglio: si ordina – di abban-
donare il loro posto di lavoro, i clienti vengono fermati per strada
con le buone maniere e informati sulle ragioni del conflitto. In
aggiunta, le strade della cittadina sono inondate di volantini.
Resosi conto che non ha altra scelta che arrendersi o vendere
l’hotel, il proprietario dell’«Español», Serafín Zapico, si incontra
con il giudice Viñas per chiedergli consiglio. Il giudice si dice pron-
to a sistemare la faccenda e dopo un po’ gli comunica di andare alla
Sociedad Obrera, perché Soto e gli altri sindacalisti lo avrebbero
ricevuto. Il tormentato commerciante si presenta nei locali del sin-
dacato e Soto gli fa presente che l’unico modo per risolvere la que-
stione è pagare ai quattro operai scioperanti la parte di salario persa
durante lo sciopero, riassumerli e accettare le condizioni richieste.
Zapico ritornò da Viñas e anche lui gli dice che è l’unico modo per
sistemare la faccenda. Allora Zapico abbassa la testa e paga.

29
Va peggio al proprietario del «Grand Hotel», Manuel Albarellos.
Anche lui si rivolge al giudice, disperato per il blocco imposto dal-
la Sociedad Obrera. Di nuovo, Viñas suggerisce di andare a parla-
re con Soto. Secondo le successive dichiarazioni di Albarellos alla
polizia, al suo ingresso i membri del sindacato lo avrebbero circon-
dato, insultato e minacciato, facendogli presente che si poteva ar-
rivare a un compromesso solo se pagava una multa di 3.700 pesos.
La cifra è molto elevata: il disperato albergatore torna di nuovo
dal giudice, che gli risponde di non preoccuparsi perché avrebbe
sistemato lui la cosa. Dopo aver parlato con i dirigenti sindacali,
informa l’albergatore di essere riuscito a ottenere uno «sconto»: ba-
sta «presentarsi» con 2.500 pesos. Per arrivare all’ultima stazione del
suo calvario, il recalcitrante padrone, abituato a trattare i dipen-
denti come servi, deve andare lui stesso a consegnare la somma. La
cerimonia ha luogo nel corso di un’assemblea, tra gli schiamazzi
degli operai, quando l’albergatore delle genti ricche consegna la
somma pattuita di 2.500 pesos nelle mani di Soto, che si mette
religiosamente a contare il denaro. Terminata questa cerimonia,
Soto gli dice che può andarsene, perché lo sciopero verrà sospeso.
Non ci sono dubbi che per questi proletari, abituati a vivere dal
lato dei perdenti, certi trionfi hanno il sapore della gloria.
Con Antonio Soto come segretario, la Sociedad Obrera di Río
Gallegos riceve un forte impulso. Viene acquistata una stampatri-
ce tipografica, si pubblica il periodico «1º de Mayo» e si mandano
delegati verso le zone interne, verso le estancias, per spiegare che
cos’è l’organizzazione operaia e che significa lottare per le rivendi-
cazioni sociali. I delegati si destreggiano con i nomi di Proudhon,
Bakunin, Kropotkin, Malatesta. Hanno una base teorica anarchi-
ca, ma non tralasciano di rifarsi all’esempio alla rivoluzione russa.
Ma a un certo punto accade un episodio che innescherà ri-
levanti conseguenza. Nel settembre 1920 la Sociedad Obrera
chiede alla polizia l’autorizzazione a organizzare una manifesta-
zione in omaggio a Francisco Ferrer, il pedagogista catalano, fon-
datore dell’educazione razionalista, fucilato undici anni prima a

30
Barcellona nel fossato della fortezza di Montjuïc. L’omaggio è
previsto per il 1º ottobre. Il 28 settembre Diego Ritchie, il capo
della polizia, nega l’autorizzazione. Gli operai non si perdono d’a-
nimo e senza pensarci troppo dichiarano uno sciopero generale
di quarantotto ore. Questi uomini miseri, proletari in gran parte
analfabeti, sono pronti a perdere il loro lavoro per un uomo, fon-
datore di scuole, morto fucilato in una terra lontana.
Terminato lo sciopero, la tensione sale tra operai da un la-
to e autorità, commercianti e imprenditori dall’altro. Anche la
Liga del Comercio y la Industria, di parte padronale, decide che
è tempo di rispondere agli scioperi operai con la stessa moneta.
Cominciano con il boicottare un periodico, «La Gaceta del Sur»,
che aveva pubblicato una nota di elogio per lo sciopero.
La Sociedad Obrera risponde con un colpo più duro: il boicot-
taggio di tre negozi della città. Si distribuiscono volantini in cui
si suggerisce alla popolazione di non comprare nei tre alimentari
della zona. Così si cerca di dividere il fronte padronale: alcuni
commercianti raddoppiano i guadagni, dato che nessuno si avvi-
cina ai negozi boicottati.
Correa Falcón convoca Soto in commissariato per risolvere la
controversia con la Liga del Comercio y la Industria, ma il gali-
ziano fa sapere al commissario Ritchie che quello non è il posto
adatto per risolvere i problemi di lavoro.
Correa Falcón si rende conto che le parole non bastano. Sa
che ci sono assemblee in corso nei locali della Sociedad Obrera la
notte del 19 ottobre. E allora decide di muoversi. Primo provve-
dimento: vigilanza di agenti davanti alle porte del locale operaio
perché non esca nessuno. Secondo provvedimento: il capo della
polizia fa irruzione nei locali alla testa di agenti penitenziari. Fa
quindi mettere gli operai faccia al muro e braccia in alto, e una
volta perquisiti li fa uscire a forza dal locale e, incolonnati, li fa
sfilare davanti alla popolazione. Sempre in fila e sotto la minaccia
delle baionette i prigionieri sono condotti in carcere e messi con i
detenuti comuni, per «ammorbidirli» un po’.

31
Il piano del governatore è perfetto: lascia in carcere solo i sin-
dacalisti stranieri. E al ministro degli Interni propone una via
d’uscita definitiva: metterli tutti su una nave da guerra, spedirli
a Buenos Aires e là applicare la legge numero 4.144 ed espellerli
dal paese. Così, morto il cane, guarita la rabbia. A mali estremi,
estremi rimedi. Un piano come questo sarebbe stato semplice da
mettere in pratica sotto un governo conservatore. Ma adesso il
presidente è Yrygoyen e la libertà di disporre della vita degli altri,
anche se stranieri e poveri, va un po’ negoziata.
Tra le persone fatte prigioniere nel locale operaio c’è anche un
pezzo grosso: il dottor José María Borrero. Per Correa Falcón
ci sono tre indiziati principali per quello che sta accadendo nel-
la tranquilla città patagonica: il giudice Viñas, il tempestoso
Borrero e il gallego2 Soto. I detenuti sono tutti spagnoli, e gli ami-
ci di Borrero utilizzano abilmente questo elemento presentandolo
come un attacco alla comunità spagnola, e in questo senso si ri-
volgono al console di Spagna e al governo nazionale.
La Sociedad Obrera – nonostante il locale sia chiuso e la mag-
gior parte dei dirigenti in carcere – dichiara lo sciopero generale,
che viene immediatamente osservato. Il giudice Viñas ordina a
Correa Falcón di liberare subito tutti i detenuti, ma il governatore
non rispetta l’ordine del giudice.
La situazione si aggrava. Lo sciopero si estende a macchia d’o-
lio nelle zone rurali. La Sociedad Obrera fa arrivare alle fattorie
questo manifesto:

Compagni della campagna, salud. La polizia qui ha arrestato un


gruppo di operai e si rifiuta di rimetterli in libertà, nonostante un ordine
del giudice. Questo atto arbitrario ci ha obbligato a decretare lo sciopero
generale e a continuarlo. Per questa ragione vi invitiamo a lasciare il lavo-

2. Col termine gallego, letteralmente galiziano, ci si riferisce in Argentina a ogni


emigrato di origini spagnole. Con lo stesso procedimento si chiama tano ogni
italiano, forma abbreviata di napoletano [N.d.T.].

32
ro e a venire nel capoluogo come atto di solidarietà, fino a quando i no-
stri compagni non riacquisteranno la libertà. La commissione vi saluta.

Si tratta di uno sciopero duro per il governo di Santa Cruz.


La polizia si muove e reagisce con energia. Ai gruppi di operai
che stazionano per strada, ordina di sciogliere l’adunata, e per
chi resiste c’è il bastone. I cileni sono ritenuti sospetti e vengono
sbattuti fuori dalla città. Alla notizia che si tiene una riunione
di contadini nell’hotel «Castilla», si fa irruzione e i partecipanti
vengono identificati, grazie anche all’uso del randello. Inoltre,
vengono perquisite le sale da ballo che danno rifugio ai cileni
arrivati dalla campagna o che permettono loro di tenere riunio-
ni, anzi si convocano in commissariato i loro proprietari, che
vengono in qualche caso fermati.
Correa Falcón ha ventisette prigionieri. Ma sa che non può
tirare troppo la corda e, in maniera strategica, ne libera alcuni,
trattenendo però quelli per cui Viñas ha chiesto la liberazione.
Il rilascio di una parte dei detenuti è celebrato come una vittoria
della Sociedad Obrera.
Ma Correa Falcón prosegue nei suoi affondi tattici. Il succes-
sivo è diretto contro la tipografia «El Antártico», dove gli operai
stampano i manifesti. La polizia simula una provocazione – di-
ranno che dalla tipografia sono stati sparati dei colpi contro una
loro pattuglia – per irrompere nel locale, arrestare i presenti e
distruggere tutto il materiale di propaganda. Alcuni cittadini spa-
gnoli inviano telegrammi di protesta al ministero degli Interni,
e anche il quotidiano «El Orden» di Deseado denuncia il fatto,
sostenendo che «la polizia ha commesso abusi e soprusi contro gli
operai, bastonandoli e provocando l’irritazione generale».
Dopo molte esitazioni il governo nazionale dà ragione al giudi-
ce Viñas e ordina a Correa Falcón di liberare i sindacalisti prigio-
nieri. Il 29 ottobre escono tutti, tranne due. La Sociedad Obrera
celebra l’evento, ma ordina di continuare lo sciopero generale.
Come spiega in un manifesto:

33
Rimangono ancora incarcerati i compagni Muñoz e Traba, entrambi
bastonati con perfidia, feriti dalla polizia, e ora tenuti in carcere, in celle
immonde, perché i loro boia potessero tenere nascosta la brutale e in-
qualificabile bastonatura. E allora, finché questi compagni rimangono
in carcere, lo sciopero continuerà senza esitazioni […].

Lo sciopero sarà coronato dal successo: il 1° novembre sono


liberati anche gli ultimi detenuti. L’ultimo atto di questo agita-
to preambolo è l’attentato contro il segretario generale Antonio
Soto. È il 3 novembre 1920. Soto è in cammino verso Barraca La
Amberense, per parlare con un delegato operaio di quella impre-
sa, quando all’improvviso da un atrio esce un uomo avvolto in
un poncho che lo colpisce con una pugnalata diretta al cuore. La
punta del coltello attraversa l’abito e si ferma contro l’orologio che
Soto porta nella tasca interna del cappotto. Per il colpo, Soto cade
a terra, poi fa l’atto di estrarre un’arma. L’aggressore si dilegua
rapidamente. Soto ha il petto graffiato, ma è sostanzialmente in-
colume. I mandanti del sicario l’avevano pensata giusta: sapevano
che eliminando Soto, avrebbero tagliato la testa al movimento.
Ma se la Sociedad Obrera vince sulla questione della libertà per
i detenuti, rimane ancora la lotta per le rivendicazioni. I lavoratori
in sciopero hanno dimostrato una evidente coscienza sindacale.
Bisogna ora approfittare di questo e del fatto che i lavoratori rurali
si trovano in città.
Due sono le richieste avanzate dall’organizzazione operaia: mi-
gliori condizioni di lavoro per i lavoratori rurali e aumenti sala-
riali per gli addetti impiegati nel commercio. Qui Antonio Soto
dimostra tutto il suo talento di organizzatore. Invia emissari nelle
zone rurali, tiene riunioni a qualsiasi ora, arringa i nuovi arrivati,
dirige quotidianamente assemblee e incontra i nuovi attivisti, for-
mandoli nei rudimenti della lotta sindacale.
Al rifiuto di accettare le rivendicazioni, viene dichiarato lo scio-
pero in città e in campagna. È il novembre 1920 e il governatore
Correa Falcón si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo di

34
mano. Lo sciopero rurale va estendendosi in tutto il territorio di
Santa Cruz. Nella città di Río Gallegos non si lavora, i porti sono
paralizzati. Tra i proprietari terrieri c’è un crescente malessere. Più
Correa Falcón reprime, più i lavoratori si sollevano. «Nei primi
giorni di sciopero», informa «La Unión», «in paese c’erano più di
duecento sconosciuti che vagavano spaesati e inquieti per le strade,
guardando tutto quello che accadeva. Oggi sono più di cinquecen-
to». Sono i peones scesi in città su richiesta della Sociedad Obrera.
Tra i padroni, i figli dei padroni e i funzionari viene organiz-
zata una «guardia cittadina» che, come primo provvedimento,
presta servizio nel carcere locale «per l’ordine e il consolidamento
dei valori morali». Ma la Liga Patriótica, la Sociedad Rural, la
Liga del Comercio y la Industria, la guardia cittadina e lo stesso
governatore non possono far niente per fermare lo sciopero. Per
risolvere la questione, devono trattare con i dirigenti sindacali. Il
6 dicembre i tre estancieros che rappresentano la parte padrona-
le, Ibón Noya, Miguel Grigera e Rodolfo Suárez, informano la
popolazione che non sono giunti a un accordo con la commis-
sione della Sociedad Obrera. I padroni decidono di disconoscere
l’organizzazione operaia. La tensione cresce. Soto non conosce le
campagne e deve fidarsi di tipi che non sono stinchi di santo, ma
che sanno farsi valere se messi alla prova.
In effetti, gli uomini a capo del movimento rurale, in questo
primo sciopero, non sono affatto i classici dirigenti sindacali. Mi
riferisco in particolare al «68» e a «El Toscano». Il primo è un ex
ospite del carcere di Ushuaia, e 68 era il numero che portava cucito
sulla camicia da detenuto. Anche il secondo ha avuto molti proble-
mi con la giustizia ed è diventato un avventuriero incredibile. Sono
entrambi italiani. Il «68» si chiama José Aicardi. Il vero nome di
«El Toscano» è Alfredo Fonte, ha 33 anni e da quando ne aveva
3 vive in Argentina. Di professione è carrettiere. Entrambi sono
cavalieri consumati e sembrano più gauchos che gringos italiani.
Con loro ci sono due argentini: Bartolo Díaz, noto come il
paisano, e Florentino Cuello, noto come il gaucho. Sono entram-

35
bi turbolenti: se c’è uno scontro, loro ci stanno sicuramente in
mezzo. Ma hanno i loro meriti: sono quelli che hanno iscritto più
chilotes al sindacato. La tessera annuale costa 12 pesos, e loro con-
segnano un pezzo di carta come ricevuta. Sono molto popolari in
tutte le estancias e conoscono il territorio palmo a palmo.
Il gaucho Cuello viene da Diamante, nella zona di Entre Ríos,
dove è nato nel 1884. Nel 1912 ha accoltellato uno del suo pa-
ese: le lesioni sono gravi e gli costano cinque anni di carcere a
Río Gallegos. Nel 1917 recupera la libertà e rimane in Patagonia.
All’inizio dello sciopero lavora in una estancia.
Ci sono questi quattro caporioni dietro la maggior parte degli
scioperi nelle fattorie di Santa Cruz. Chi comanda è senza dubbio
quel personaggio misterioso che è sempre stato il «68». Assieme a
loro c’è anche un cileno, Lorenzo Cárdenas, un uomo coraggioso,
deciso, a sangue freddo. Completano il gruppo dirigente l’anar-
chico tedesco Franz Lorenz, il paraguaiano Francisco Aguilera,
l’anarchico francese Federico Villard Peyré, delegato del persona-
le presso la estancia «La Anita» dei Menéndez Behety; gli statuni-
tensi Carlos Hantke (che si fa chiamare anche Charles Manning),
Charles Middleton (facilmente identificabile per i denti d’oro),
John Johnston e Frank Cross; l’anarchico russo Juan Vlasko; gli
scozzesi Alex McLeod e Jack Gunn; un negro portoghese che si
chiama Cantrill; il carrettiere Angel Rodríguez, detto palomilla;
lo spagnolo José Graña e altri. Sarà questa la colonna portante
che occuperà una fattoria dopo l’altra, prendendo in ostaggio i
proprietari, gli amministratori e i capisquadra, e che ingrosserà le
proprie fila con i lavoratori rurali.
Ormai, dal fiume Santa Cruz fino a sud, tutte le fattorie sono
paralizzate. Il quotidiano «La Unión» del 18 novembre si chiede
cosa faranno i proprietari delle fattorie, con i lavori fermi e mezzo
milione di animali che non possono vendere. Saranno proprio
gli allevatori a fare un passo avanti per trovare una soluzione al
conflitto. Il 17 novembre avanzano una proposta agli operai: il
riconoscimento della Sociedad Obrera, con la possibilità per i suoi

36
delegati di recarsi nelle fattorie per prendere contatto con i propri
affiliati e con la controparte padronale.
Il giorno dopo c’è grande aspettativa. Nei locali della Sociedad
Obrera non si trova spazio neanche per uno spillo. L’offerta degli
allevatori è analizzata punto per punto, e poi rifiutata. L’accordo
deve essere chiaro, le clausole non devono lasciare spazio a nessun
dubbio, non si può approvare una mozione tanto generale. Allora,
avanzata da Soto, arriva la controproposta operaia, riassumibile
in queste linee principali:

a. i proprietari si impegnano a migliorare le condizioni di igie-


ne e di alloggio dei lavoratori: in una stanza di quattro metri
quadrati non potranno dormire più di tre uomini3 ; le stanze
saranno disinfettate e ventilate ogni otto giorni; in ogni stanza
ci saranno acqua e lavatoi; la luce sarà a carico del padrone; in
ogni luogo di riunione ci sarà una stufa, una lampada e tavoli,
tutto a carico del proprietario;
b. a mensa i dipendenti avranno diritto a tre portate;
c. in caso di cattive condizioni meteorologiche non si lavorerà
(con l’eccezione di casi di estrema gravità, riconosciuti da en-
trambe le parti);
d. i proprietari si impegnano a pagare ai propri dipendenti un
salario minimo di 100 pesos;
e. i proprietari riconoscono la Sociedad Obrera di Río Gallegos
come rappresentante degli operai e accettano in ogni estancia
la nomina di un delegato che agirà da intermediario nelle rela-
zioni tra datori di lavoro e Sociedad Obrera; questo delegato è
autorizzato a risolvere in maniera provvisoria le questioni più
urgenti relative a diritti e doveri di operai e padroni;

3. Il sistema dei camarotes – brande di legno con materassi e coperte in lana di


pecora – era tipico dell’Argentina rurale. Nelle piccole estancias i braccianti vi-
vevano in locali che servivano al tempo stesso come rimessa per i vecchi attrezzi
e le macchine agricole [N.d.T.].

37
f. i proprietari agevoleranno l’affiliazione degli operai al sindaca-
to, ma senza l’obbligo di assumere soltanto operai affiliati;
g. dal canto suo la Sociedad Obrera si impegna a interrompere lo
sciopero rurale, di modo che i lavoratori ritornino alle proprie
occupazioni subito dopo la firma dell’accordo;
h. questo accordo entra in vigore a partire dal 1º novembre: il
personale sarà riammesso al lavoro e saranno pagate le giornate
perse nello sciopero, senza che ci siano rappresaglie da ambo le
parti.

Davanti a questa proposta operaia, i padroni rifiutano di sotto-


scriverla e rompono ogni negoziato.
I giorni passano e la tensione cresce in tutta l’area meridionale
di Santa Cruz. Lo sciopero continua senza esitazioni, con gran-
de apprensione da parte dei proprietari. Il 24 novembre questi
ultimi si raccolgono al porto per ricevere i possidenti Mauricio
Braun e Alejandro Menéndez Behety, di passaggio con il vapore
«Argentino» diretto a Punta Arenas, dove inaugureranno il mo-
numento a Magellano donato da don José Menéndez. Portano
buone notizie: stanno per arrivare gli operai crumiri assunti a
Buenos Aires per sostituire questa manodopera così testarda.
Antonio Soto non si sente tranquillo a causa di questa offensiva
padronale. Ma a guardargli le spalle c’è ora quello strano tipo
noto come il «68» che conosce bene il linguaggio delle pallottole.
I primi lavoratori «liberi» trasferiti da Buenos Aires sono con-
dotti – su due rimorchi trainati da trattori e protetti dalla polizia
– verso l’estancia dei Douglas per prendere il posto degli sciope-
ranti. Giunti nella località detta Bajada de Clark, sulla strada per
Punta Arenas, sono sorpresi da una fitta scarica di fucileria da
parte di alcuni uomini a cavallo che appaiono e poi scompaiono
rapidamente, come una montonera4 di guerriglieri.

4. La montonera è un movimento di guerriglia rurale attivo in Argentina nel


diciannovesimo secolo [N.d.T.].

38
È tale lo spavento che di colpo i trattori carichi di crumiri e l’in-
tera scorta di polizia si voltano e tornano a Río Gallegos. Correa
Falcón ordina al commissario Ritchie di mettersi immediatamente
sulle loro tracce con quattro automobili e quindici agenti. Benzina
sprecata, perché dei gauchos insorti non si trova neanche l’ombra.
Soto se la ride per questo episodio, ma tra sé e sé si rende conto
che sta vendendo l’anima al diavolo: «El Toscano» e il «68» sono
cavalieri di ventura, non sono mossi da un ideale. Da una parte
sanno che le orecchie dei potenti e della polizia intendono solo il
linguaggio della violenza, ma dall’altra si prendono gioco della
«volontà sovrana dell’assemblea» e del rispetto dell’opinione de-
gli altri. Saranno loro a dettare le regole del gioco e a imporre il
metodo che sarà poi adottato anche nel secondo sciopero di cui
sarà protagonista la Sociedad: raccogliere i braccianti, organizzar-
li in squadre, assaltare le fattorie prendendo in ostaggio padroni,
amministratori e personale vicino ai proprietari, per poi spostarsi
velocemente da un posto all’altro e disorientare la polizia.
Tra i proprietari terrieri l’episodio di Bajada de Clark ha un ef-
fetto demoralizzante. Il 2 dicembre presentano agli operai una con-
troproposta con la quale accettano le richieste del sindacato, con
alcune differenze di dettaglio sulla nomina dei delegati di estancia.
La controproposta padronale è approvata in via di principio dai de-
legati rurali. Ma a questo punto i lavoratori si dividono, perché Soto
e la commissione sindacale respingono la proposta dei proprietari.
Amador González, operaio grafico che pubblica il periodico
«La Gaceta del Sur» – giornale che appoggia Soto e la Sociedad
Obrera – si dichiara a favore della conclusione dello sciopero.
Sono dello stesso parere Ildefonso Martínez e Bernabé Ruiz, due
uomini importanti per il movimento operaio patagonico in quan-
to rappresentanti della fora del ix Congreso, una delle due cen-
trali sindacali di Buenos Aires. I due delegati, Martínez e Ruiz,
sono in contatto anche con la Federación Obrera Marítima, pre-
sente in tutti i porti del litorale. Questi iniziano una furibonda
campagna contro Soto e la sua opposizione a un accordo.

39
Intanto si profila un evento importante sul piano politico: il
nuovo governatore di Santa Cruz, il capitano Yza – nominato dal
presidente Yrigoyen con l’approvazione del Congreso Nacional –
ha annunciato a Buenos Aires la sostituzione di tutti i funzionari
in carica con Correa Falcón, incluso il capo della polizia Ritchie,
che sarà sostituito da Oscar Schweizer.
L’annuncio, oltre a essere un trionfo per il giudice Viñas e per
Borrero, e una sconfitta per Correa Falcón, favorisce la continua-
zione dello sciopero.
A questo punto Antonio Soto gioca il suo asso e convoca l’as-
semblea generale dei lavoratori. Lo scontro tra le due tendenze
– quella «sindacalista» e quella anarchica – raggiunge il suo apice
nell’assemblea del 4 dicembre. La maggioranza appoggia la mo-
zione di Soto a favore della continuazione dello sciopero. Ma Soto
sa bene che si potrà continuare solo contando su una commis-
sione direttiva formata da partigiani della lotta a oltranza. Così
in quella stessa assemblea viene eletta una nuova commissione,
formata in gran parte da spagnoli di idee anarchiche. Soto è ri-
confermato nell’incarico di segretario generale.
A partire da questo momento l’organizzazione operaia avrà un
altro nemico: i sindacalisti moderati e il periodico «La Gaceta del
Sur». Gli attacchi contro Soto su questo giornale saranno durissimi.
Nonostante tutte le avversità, lo sciopero continua sempre più
intenso. Il «68» e «El Toscano» incitano continuamente i lavora-
tori delle fattorie a sollevarsi e a tagliare le recinzioni. I proprietari
delle estancias cominciano ad avere paura: inizia l’esodo verso Río
Gallegos.
Che posizione dovrebbero prendere i possidenti patagonici? A
questo punto sono disorientati. All’inizio non erano interessati ad
accordarsi con i lavoratori perché non era un buon periodo per
vendere la lana: hanno quindi lasciato che i lavoratori scioperas-
sero per non pagarli. Ma adesso è in discussione l’esistenza stessa
delle fattorie, addirittura il sistema della proprietà. I giorni passa-
no e gli scioperanti sono sempre più incontenibili. Correa Falcón,

40
con i pochi effettivi di polizia a sua disposizione, è impotente: non
riesce a impartire ai sovversivi la lezione che meritano. Bisogna
cercare altri mezzi. Ad esempio, fare pressione sul governo.
Gli allevatori – a cominciare da Alejandro Menéndez Behety –
cominciano a mandare messaggi disperati al presidente Yrigoyen.
I giornali della capitale parlano già di «saccheggi» e cominciano
a utilizzare la parola bandoleros per riferirsi ai braccianti in scio-
pero. Lo sciopero però non si ferma. Prima Puerto Santa Cruz,
poi Puerto San Julián, dove avviene un fatto insolito per quelle
latitudini: una bomba fa saltare in aria la casa del presidente della
Liga Patriótica Argentina, Juan J. Albornoz. Ma dove lo sciopero
assumerà un carattere del tutto imprevisto sarà a Puerto Deseado:
là avverrà il primo fatto di sangue, il primo scontro armato.

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4. Il tenente colonnello Varela e alcuni ufficiali pranzano in una estancia durante
la repressione (1921).
5. Peones della colonna di «Facón Grande» catturati dall’esercito (1921).
capitolo quarto

Preludio alla morte

Chi non sta con la patria, è un nemico della patria.


Sociedad Rural di Río Gallegos, 27 maggio 1921

Proletari di tutti i paesi, unitevi! In un forte blocco.


In un tenace abbraccio tra fratelli nello sfruttamento, tra schiavi
del capitale, marceremo sulla strada che conduce all’emancipazione.
Sociedad Obrera di Río Gallegos, 18 marzo 1921

Il movimento di Puerto Deseado ha caratteristiche particolari. Non


si tratta solo di uno scontro tra operai e datori di lavoro: il conflitto
è alimentato dall’avversione popolare contro il cosiddetto Círculo
Argentino, l’organizzazione dei notabili di estrema destra che conta
sull’appoggio totale della polizia e fa il bello e il cattivo tempo in
questa cittadina. Qui la sinistra è composta da piccoli commercian-
ti, artigiani stranieri e lavoratori, inclusa la corporazione dei ferro-
vieri della linea Puerto Deseado-Pico Truncado. La destra è invece
composta da professionisti, proprietari terrieri, amministratori e
alti funzionari delle imprese dei Braun-Menéndez e di Argensud.

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Il malessere tra le due parti della popolazione continua a cre-
scere: ormai regna un odio palpabile contro la polizia e i potenti.
Il 2 dicembre i ferrovieri e il personale della Sociedad Anónima
dei Braun-Menéndez proclamano lo sciopero. La polizia rispon-
de mettendo in cella il segretario generale della Sociedad Obrera.
Una settimana dopo lo sciopero si allarga. Nonostante le difficoltà
di comunicazione, le strutture dei vari settori sindacali rimangono
in costante contatto. Il 9 dicembre si fermano i camerieri, i cuochi
e i lavoratori generici di hotel, bar e pasticcerie. Si dichiara il boi-
cottaggio contro gli impiegati del commercio di ovini. Si provo-
cano disordini ovunque, con scontri nel bar pasticceria «Colon» e
nella Sociedad Española, luoghi di ritrovo degli scioperanti. La pa-
ralisi è generale. Coppie di poliziotti pattugliano le strade, mentre
negli hotel i proprietari sono costretti a servire loro stessi i clienti.
Deseado sembra sul piede di guerra. Una commissione, costituita
da medici e funzionari bancari, tenta una mediazione, ma le trat-
tative con la commissione degli scioperanti falliscono.
Da Río Gallegos Correa Falcón ordina che si ponga termine
all’indisciplina. La polizia non si tira indietro. Gli agitatori San
Emeterio e Christiansen sono portati in cella tirati per la collot-
tola. Ma gli scioperanti non si perdono d’animo e dichiarano lo
sciopero generale a partire dalle 8 del mattino del 10 dicembre.
Lo sciopero è un successo: nessuno esce per strada per andare a
lavorare. Gli scioperanti non hanno a disposizione una tipografia
per stampare i loro volantini, che vengono scritti a mano.
I patrioti del Círculo Argentino si rendono immediatamente
conto che le conseguenze di questo colpo saranno pesanti. La si-
tuazione esplode il 17 dicembre. Per quel giorno i sindacati delle
categorie in sciopero e la commissione municipale di Deseado
si sono date appuntamento nella sede della Sociedad Española.
Ma la polizia non fa entrare nessuno. Si sparge subito una voce:
riunirsi al cimitero! L’appuntamento è per le 17,30. Sul posto si
forma una colonna di più di trecento uomini che si incammina
verso il centro della città.

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La notizia dell’arrivo degli scioperanti colma di terrore i mem-
bri del Círculo Argentino, che si rifugiano nel commissariato
portandosi dietro tutte le armi che riescono a trovare. Il commis-
sario chiede rinforzi alla prefettura.
Sui fatti che seguono esistono versioni contrastanti. Secondo
gli scioperanti la colonna si sarebbe mossa ordinatamente, men-
tre a detta della polizia gli scioperanti avrebbero lanciato «insulti
contro la Camera di Commercio, gli amministratori delle im-
prese e i membri di una milizia di autodifesa, rompendo poi i
vetri della Compañia Argentina del Sur». Inoltre, nella versione
della polizia, alcuni componenti della colonna avrebbero gridato:
«Morte agli argentini amanti dell’ordine, abbasso i membri del
Círculo Argentino!».
Intanto la colonna continua a avanzare, perché i due o tre
poliziotti che la seguono non trovano il coraggio di fermarla:
presto arriva di fronte al commissariato, dove si è rifugiato, ol-
tre alla maggioranza degli effettivi della polizia e della marina,
il fior fiore del Círculo Argentino: tutta gente che non intende
farsi intimorire né dagli stranieri né dalle grida degli anarchici.
Così, appena arrivano a tiro, i notabili fanno partire una scarica
di fucileria. È evidentemente il linguaggio che hanno deciso di
usare. Rimane a terra il corpo di un giovane di 21 anni, Domingo
Faustino Olmedo, ferroviere e agitatore. Ha un proiettile nel cuo-
re. Gli uomini del Círculo Argentino sono precisi e hanno buona
mira. Sulla strada rimangono anche alcuni feriti. Il commissario
Alberto Martín verifica che i feriti siano stati raggiunti da pallot-
tole di Winchester, cioè le armi appartenenti a quei cittadini che
hanno cooperato con la polizia.
È arrivato il momento di picchiare duro contro gli scioperanti,
prima che si riprendano. Si organizza una retata e gli agitatori
cadono uno dopo l’altro nelle mani della polizia, che non rilascia
neanche il cadavere del giovane Olmedo: la veglia funebre è or-
ganizzata in commissariato. Solo in seguito il corpo verrà ricon-
segnato alla madre.

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Il governatore Correa Falcón è soddisfatto: è stato un buon
esempio. I trenta detenuti sono stipati nella stessa cella e lì niente
trattamento da signorine. Ma lo sciopero continua, nonostante
l’arresto dei caporioni e le scariche di pallottole. Deseado è un vil-
laggio fantasma. E continuano ad apparire, in mancanza di una
tipografia, i manifesti artigianali scritti con l’inchiostro rosso.
Sugli eventi di Deseado il governatore invierà per telegrafo al
ministero degli Interni una «relazione veritiera»:

Venerdì 17 ore 18, un gruppo di duecentocinquanta soggetti


ha attaccato polizia Deseado con proposito liberare due prigionieri
per infrazione leggi sociali. Polizia assecondata da membri Círculo
Argentino ha respinto attacco uccidendo uno degli assaltanti e ferendo
altri tre. Felicemente non si sono prodotte perdite tra difensori ordine.
Atteggiamento della polizia corretto.

Sarà questo il metodo che Correa Falcón utilizzerà negli ultimi


giorni del suo mandato e che darà luogo allo scontro sanguino-
so di «El Cerrito». Il governatore sa che il «68» e «El Toscano»
si stanno muovendo nella zona del Lago Argentino. Invia là il
commissario Pedro José Micheri, un uomo senza scrupoli che è
il prototipo del poliziotto «duro». Gli ordina di agire con pugno
di ferro e sottomettere i braccianti turbolenti, mentre i proprietari
terrieri continuano a chiedere l’invio di truppe e a Río Gallegos
l’Asociación de Libre Trabajo (associazione del lavoro libero)
chiede l’importazione di nuova manodopera da Buenos Aires.
Ecco dunque la situazione in Patagonia all’inizio del 1921: a
Río Gallegos e Puerto Deseado le attività lavorative sono comple-
tamente ferme e i negozi funzionano solo con il lavoro dei proprie-
tari e degli amministratori. Oltre allo sciopero, la Sociedad Obrera
sta boicottando tre negozi. Non solo è vietato comprare o utiliz-
zare i beni del negozio boicottato, ma nessuno deve fornire servizi
al titolare del negozio in questione: il parrucchiere non lo serve, il
lattaio non gli vende il latte, il macellaio non gli taglia la carne).

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Se a Puerto Deseado lo sciopero è totale, nonostante la repressio-
ne, a Puerto San Julián e a Puerto Santa Cruz il clima è molto teso
e ogni giorno ci sono brevi interruzioni del lavoro. Il 30 dicembre
arrivano le prime truppe inviate da Yrigoyen: dalla «Ona» sbarcano
sessanta marinai agli ordini del tenente di fregata Jorge Godoy.
A sud del fiume Santa Cruz la totalità dei lavoratori aderisce allo
sciopero. Il «68» e «El Toscano», con i loro uomini, si trovano nella
zona del Lago Argentino, dove si accampano in quelli che vengono
chiamati hotel, ma che in realtà sono locande di campagna con
annessi dei negozi dove si trova ogni tipo di merce. Fanno base
nelle locande di José Pantín, a Río Mitre e Calafate, e nell’hotel «El
Cerrito» di proprietà di Clark e Teyseyre. Da lì partono in piccoli
gruppi che si spingono fino alle estancias della zona, prelevando
cavalli, tagliando le recinzioni e incitando i peones alla ribellione.
Il commissario Micheri parte in ricognizione verso il Lago
Argentino. Ha con sé un decreto di Correa Falcón con il quale
si ritira la licenza per la locanda e lo spaccio al gallego Pantín, uo-
mo che simpatizza con gli scioperanti e passa loro merci a credi-
to. Bisogna cominciare da lì: prima è necessario togliere la base di
sostentamento dei chilotes, poi, con qualche colpo di sciabola e di
scudiscio, il problema si risolverà da solo. Con Micheri viaggiano
due tipi di Buenos Aires – nazionalisti di quelli buoni – venuti per
affrontare i chilotes e spiegare loro chi sono gli argentini. Si chiama-
no Ernesto Bozzano e Jorge Pérez Millán Temperley. Quest’ultimo
è un esponente dell’alta società portegna, un ragazzetto esaltato che
in seguito diventerà un protagonista di questa storia sanguinosa.
Il commissario Pedro José Micheri – 34 anni, originario della
provincia di Corrientes – ha carta bianca su tutto. Il 24 dicembre
arriva al Lago Argentino. Viene a sapere che in località Charles
Fuhr ci saranno i festeggiamenti per la vigilia di natale: sono pre-
viste corse di cavalli e tornei di carte. Si dirige immediatamente
sul posto per proibire i giochi d’azzardo, ma al suo arrivo, dopo
qualche urlo e qualche perquisizione alla ricerca di armi, accetta
di trattare e concede il permesso per le corse di cavalli.

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Successivamente si sposta nell’estancia di Gerónimo Stipicich,
assicurando il proprietario di essere arrivato fin lì per proteggerlo
dagli abusi degli scioperanti. Per questa sua protezione riceve una
mancia: sedici capi di pelliccia di volpe.
Il sergente Sosa informa Micheri della presenza, nel negozio
di Pantín a Calafate, di sedici scioperanti armati. Micheri si reca
sul posto con i suoi uomini e affronta gli scioperanti. Con posa
da macho, comunica loro che hanno ventiquattro ore per tornare
al lavoro o lasciare il Lago Argentino, «perché altrimenti vi am-
mazzerò di legnate, vi farò lavare nel vostro sangue e vi metterò
il giogo». Gli scioperanti lo ascoltano tranquilli e gli chiedono
un termine di quattro giorni, perché c’è un loro delegato a Río
Gallegos andato a contrattare la fine dello sciopero.
Micheri concede questa dilazione, ma nel frattempo arresta
Pantín, il gestore dell’hotel che fa credito agli scioperanti, e ne
chiude il negozio. Lo scopo è appunto quello di rendere inagibili
tutti i negozi che offrono riparo e cibo a credito ai lavoratori ribel-
li. Così vengono chiusi anche il ricovero di Severino Camporro
– un gallego anarchico che, oltre a far credito ai braccianti, li incita
a continuare lo sciopero fino all’ultimo uomo – e quello dello
spagnolo Sixto González, che viene spedito in carcere con l’accusa
di propaganda e istigazione a delinquere. Il funzionario di polizia
Alberto Baldi dichiarerà in seguito che González è stato colpito
da Micheri con una frustata in faccia.
Un duro questo Micheri. Con dieci uomini così si può farla fini-
ta con tutti gli scioperi. Applicando la stessa tecnica, continua la sua
campagna contro i gestori degli spacci di campagna. Invia un agente
nella locanda di Río Mitre: il gestore – lo jugoslavo Nicolás Batistich
– deve sgomberare immediatamente la locanda «perché offre rifu-
gio ai braccianti in sciopero». Batistich invia una lettera a Micheri,
che viene recapitata dal contadino Deza. Quando questi recapita il
messaggio, il sergente Sosa dice a Micheri di fare attenzione, perché
il contadino potrebbe essere una spia dei braccianti in sciopero.
Micheri allora estrae la sciabola e lo colpisce di piatto sul dorso, lo

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dichiara in arresto e lo fa marciare con passo militare davanti alla
commissione così che gli scioperanti «lo ammazzino loro stessi».
Poi il commissario Micheri si dirige a cavallo con quindici
agenti armati di Mauser fino all’estancia «La Anita» dei Menéndez
Behety per difendere le attività di tosatura. Arrivato a Cerro
Comisión intravede un punto di rifornimento, una sorta di ne-
gozio ambulante gestito dallo spagnolo García Braña, dove i brac-
cianti trovano bibite e alimenti. Da fuori Micheri gli intima di
uscire. Al venditore piace parlare e difendere le proprie ragioni, ma
Micheri taglia corto: «So già che sei un dottore, dì tutto quello che
devi dire». Ma poi estrae la sciabola e lo colpisce senza cortesie su
quella schiena galiziana. Nel frattempo il funzionario di polizia
Nova si intrufola nel negozio e recupera due bottiglie di whiskey
per i ragazzi. Un altro punto di rifornimento in meno per i ribelli.
Da lì si dirige a casa del suo amico Stipicich, che gli ha chiesto
il favore di sgomberare cinque carrettieri cileni che trasportano
legna e che da qualche giorno si sono fermati sui suoi terreni. Per
Micheri non ci sono scusanti. Arriva da quei pacifici trasportatori,
si scaglia con i suoi uomini contro di loro, li lega ai carri e poi li
fa camminare fino alla caserma più vicina, dove sono costretti a
scaricare tutta la loro legna: farà comodo per l’inverno. Infine li
multa per infrazione sulla legge del pascolo e ordina loro di an-
darsene. I poveri cileni se ne vanno con le ossa un po’ contuse e
carri e borselli vuoti. Difficile che tornino da quelle parti.
Il commissario Micheri continua il suo epico periplo della zona
del Lago Argentino. Vuole verificare se il gestore del negozietto di
Río Mitre ha eseguito l’ordine di sgombero. In prossimità del lo-
cale si rende conto che ci sono alcune persone sulla soglia, che en-
trano rapidamente e sbarrano la porta. Micheri è accompagnato
dal funzionario di polizia Garay, dal sergente Sosa, dal caporale
Bozzano e dai gendarmi Cardozo e Pérez Millán. I militari inti-
mano di aprire la porta. Ma dentro sono dei duri. Non aprono.
Seconda intimazione. Adesso Micheri è pervaso da un sacro furo-
re. Ma da dentro, come unica risposta, iniziano ad aprire il fuoco

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da una finestra. Fuga precipitosa a piedi. I poliziotti, con Micheri
in testa, si fermano solo dopo cinquecento metri. Gli occupanti
dell’osteria ne approfittano e si dileguano in direzione del monte
più vicino. Micheri – in un verbale successivo agli eventi – dichia-
ra che in seguito agli spari «fuggirono soltanto i cavalli».
Costretto alla ritirata, Micheri si dirige verso l’estancia «La
Anita». Per strada arresta alcuni individui «sospetti». Non è mol-
to raffinato nei metodi per far parlare la gente: si serve soprattut-
to della sciabola, e perché il colpo sia più carezzevole, impugna
il manico con entrambe le mani. Colpisce uno dei sospetti con
tanto entusiasmo che la lama si piega, ma questo non gli fa cam-
biare idea: chiama un gendarme perché la raddrizzi e prosegue
nei suoi doveri. Tra i sospetti c’è uno degli spagnoli che si erano
rinchiusi nel negozio di Río Mitre e che poi era fuggito sul monte.
Si chiama Pablo Baquero. A Micheri piace darsi da fare di perso-
na e a Baquero concede un trattamento speciale. Prima gli dice:
«Gallego, figlio di una gran puttana! Ti si era attaccato qualcuno
al culo che non sei riuscito a uscire quando te l’ho ordinato?». E
poi lo prende scrupolosamente a bastonate.
Dato che tutti gli arrestati sono lavoratori in sciopero dell’e-
stancia di Stipicich, il commissario – con il braccio ormai stanco
– li fa poi riunire per indottrinarli: «Vi lascio in libertà, ma se
Stipicich vi dà un ordine, dovete strisciare come cani ai suoi piedi
e lavorare gratis».
In seguito Micheri arriva a «La Anita», vigila sulla tosatura e,
su richiesta dell’amministratore, il signor Shaw, lascia sul posto
una guardia armata. Si prepara a partire – è il 2 gennaio – quan-
do arriva una notizia imprevista: il «68» e «El Toscano» hanno
assaltato l’estancia «El Campamiento», sempre dei Menéndez.
Secondo le carte di polizia, gli scioperanti, capitanati da un «ita-
liano piemontés» (il «68»), avrebbero saccheggiato merci per
3.000 pesos, confiscato armi e denaro, distrutto un’automobile.
Poi se ne sarebbero andati con tutti i braccianti e i cavalli, pren-
dendo in ostaggio l’amministratore dell’estancia.

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Il commissario Micheri sa che gli scioperanti si muovono anco-
ra nei pressi di «El Cerrito». Prepara allora due vetture. Nella pri-
ma si siede lui, accanto all’autista, mentre il funzionario di polizia
Balbarrey e il caporale Montaña si sistemano sui sedili posteriori.
Nella seconda vettura, prestata dall’estanciero Stipicich, prendo-
no posto l’autista dell’estancia, Rodolfo Senecovich, il caporale
Bozzano e il gendarme Pérez Millán Temperley. Partono alle 8
del mattino armati di fucili Mauser.
Nei dintorni di «El Cerrito» notano che molte persone corrono
a nascondersi. Micheri sorride e ordina all’autista di proseguire.
Si fida della sciabola e dei quattro urli che lancerà contro i chilotes.
Ma si sbaglia. Proprio a «El Cerrito» si sono accampati il «68» e
«El Toscano», che certo non si spaventano per una uniforme. E
infatti ordinano di intercettare le automobili della polizia. A due-
cento metri dalla locanda di «El Cerrito» gli occupanti dell’auto
sentono che viene loro intimato di fermarsi. Micheri, da buon
guappo, estrae il suo revolver e comincia a sparare a destra e a
manca. Ma la gente del «68» non si lascia intimorire e risponde
a fucilate. Nonostante le pallottole che fischiano da ogni lato, il
commissario e i suoi uomini riescono a passare. Ma arrivati a due-
cento metri dalla locanda un colpo preciso di Winchester perfora
un copertone posteriore.
Micheri comincia a temere che sia arrivata la sua ora. Ordina
di proseguire con la gomma a terra. Il veicolo arranca penosamen-
te procedendo a zig-zag. Intanto quattro ribelli salgono sull’au-
to dell’estanciero Helmich e si mettono sulle tracce di Micheri.
Ma questi contadini sono eccellenti cavalieri e pessimi autisti.
Partono con l’acceleratore a tavoletta e dopo pochi metri si rove-
sciano spettacolarmente. Ne escono malconci ma senza perdersi
d’animo. Corrono fino all’auto di Valentín Teyseyre e continuano
a inseguire Micheri. Dopo pochi chilometri la ruota posteriore
dell’auto della polizia si sfascia completamente e i quattro occu-
panti fuggono a piedi attraverso i campi. Micheri è ferito, ha una
pallottola nella spalla e un’altra nel costato sinistro.

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Intanto l’altra automobile della polizia, che procedeva a una di-
stanza di duecento metri da quella di Micheri, è attaccata a colpi
d’arma da fuoco nel momento in cui si ferma per cambiare di-
rezione di marcia e fuggire. Il «68» ordina il fuoco. L’autista si
con­fonde e cerca di andare avanti contro una pioggia di pallottole.
L’auto procede a scatti, poi, fuori controllo, infila la strada che
porta alla locanda e va a sbattere contro un palo. Dei quattro occu-
panti, solo uno esce dall’auto sulle proprie gambe. È Pérez Millán
Temperley, nonostante una ferita proprio alla gamba. L’autista
Senecovich tenta invano di muoversi: è colpito al fianco. Sul sedile
anteriore il sergente Sosa giace ormai morto, mentre il caporale
Bozzano spirerà poco dopo. Gli scioperanti lo portano dentro alla
locanda e lo sistemano in una branda assieme a Millán.
Intanto i quattro poliziotti della prima vettura sono stati rag-
giunti. Micheri e i suoi si arrendono: sono fatti prigionieri e con-
dotti alla presenza del «68». Al loro arrivo, gli scioperanti cir-
condano Micheri e gli chiedono: «E ora? Dov’è finito il guappo?
Dov’è finito il picchiatore?».
Il cileno Lorenzo Cárdenas vorrebbe fucilarli su due piedi.
Sostiene che perché lo sciopero trionfi bisogna cominciare a fare
pulizia. Ma i pareri sono contrastanti. Il gaucho Cuello, a capo del
gruppo degli argentini, non vuole ulteriori problemi e intercede
presso il «68» perché i poliziotti non vengano ammazzati: che li si
prenda tutti come ostaggi e poi si vedrà che farne.
Il «68» si dice d’accordo: non gli conviene entrare in conflitto
con Florentino Cuello o con l’altro caporione argentino, il paisano
Bartolo Díaz. Al cospetto del piemontese sono condotti il pro-
prietario terriero tedesco Helmich e il conte de Liniers, latifondi-
sti della zona arrivati nell’hotel per ragioni commerciali e caduti
come ostaggi nelle mani dei ribelli. Entrambi, visto il volgere de-
gli eventi, sono convinti che sia arrivata la loro ultima ora e chie-
dono di essere ricevuti dal capo degli scioperanti. Di fronte all’ex
forzato di Ushuaia i due latifondisti si dicono disposti a firmare
il nuovo contratto di lavoro richiesto dai lavoratori. Ma il «68»

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non accetta la proposta, facendo notare che se avessero firmato in
frangenti come quelli, le autorità di Río Gallegos avrebbero soste-
nuto che la firma era avvenuta in stato di coercizione in quanto
prigionieri. L’altro capopopolo argentino, il paisano Bartolo Díaz
– un gaucho meticcio che si guarda sempre le spalle – intercede af-
finché il «68» lasci in libertà i due latifondisti. Il «68» acconsente
a condizione che i due proprietari terrieri scrivano una lettera in-
dirizzata alla Sociedad Obrera di Río Gallegos in cui dichiarano
di aver accettato volontariamente le richieste operaie.
Arriva così il momento di partire. Il «68» e «El Toscano» ordi-
nano di togliere il campo, ma proprio in quel momento rimbom-
ba il rumore di un motore. È il commissario Ritchie, il capo della
polizia, che arriva da Río Gallegos per dare man forte a Micheri.
I rinforzi procedono su due auto. Nella prima, messa a dispo-
sizione dalla Sociedad Anónima dei Braun-Menéndez, viaggiano
l’autista Caldelas, il commissario Ritchie, il sergente Peralta e l’a-
gente Campos. La seconda vettura si è dovuta fermare a qualche
chilometro da «El Cerrito» perché si è sgonfiata una gomma. Ma
anche il veicolo di Ritchie è costretto a interrompere la sua corsa:
a quattrocento metri dalla locanda dove si trovano «El Toscano»
e il «68» l’auto della polizia rimane senza benzina. Ritchie ordina
all’agente Campos di tirare fuori una latta e versare la benzina nel
serbatoio.
Gli uomini del «68» vedono la macchina fermarsi e il poliziotto
uscire: si lanciano allora al galoppo per bloccarli. Appena Ritchie
vede avvicinarsi i guerriglieri ordina agli altri di scendere per ripa-
rarsi dietro ad alcuni massi a lato della strada. I ribelli intimano
la resa, ma Ritchie risponde a colpi d’arma da fuoco. È un buon
tiratore, un tipo imperturbabile che sa che quei cileni non valgono
niente. Ma i peones scendono da cavallo, prendono posizione tra le
pietre e rispondono al fuoco. Quando Ritchie si rende conto che
lo stanno circondando, ordina a Campos di continuare a versare la
benzina nel serbatoio, mentre gli altri poliziotti lo proteggeranno.
A quel punto esce allo scoperto Zacarías Gracían, un operaio di

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Río Gallegos deciso a intrappolare i poliziotti: Ritchie mira e con
un proiettile gli spappola la faccia. Gracían cade a terra e Ritchie e
i suoi approfittano della confusione che segue per risalire in auto.
Ma i braccianti in rivolta li investono con una pioggia di proiet-
tili. Ritchie ne riceve uno nella mano destra, mentre al sergente
Peralta, colpito al braccio, l’arto dondola inerte. Il commissario
capisce che ormai la lotta è all’ultimo sangue, e così mette in moto
l’auto, fa inversione di marcia e fugge lasciando Campos a pie-
di, con la latta tra le mani. Lì viene finito dagli uomini del «68».
Quando Ritchie passa per il punto in cui si è fermata la seconda
vettura, recupera gli altri poliziotti e si dirige verso la proprietà di
Pablo Ezner, dove si rifugia in attesa di ulteriori rinforzi.
Intanto gli occupanti di «El Cerrito» preparano frettolosa-
mente la partenza: sanno che adesso arriverà tutta la polizia di
Río Gallegos. A un tratto scoppia una disputa. L’agente Pérez
Millán dice che non può montare a cavallo perché ferito, e l’au-
tista Senecovich supplica a gran voce di essere curato. Lorenzo
Cárdenas, per parte sua, vorrebbe liquidarli entrambi. Pérez
Millán è salvato da Armando Camporro, un ribelle che lo prende
per un braccio e lo aiuta a montare in sella. Sulla branda rima-
ne però l’autista Senecovich, che Cárdenas accusa di essere un
delatore al servizio di Micheri. Che fare di quest’uomo che non
può cavalcare e che non riesce ormai più a muoversi? Lorenzo
Cárdenas trova la soluzione: lo finisce con un colpo di pistola per
vendicare la morte del suo amico Zacarías Gracián.
Quell’atto provoca l’indignazione di molti braccianti, che di-
sapprovano Cárdenas per quel che ha appena fatto. Ma lui è un
uomo d’azione e non si preoccupa delle minacce. In frangenti del
genere, crede che non serva a niente avere troppi riguardi. Forse
gli eventi che seguiranno gli daranno ragione. Perché anche quelli
dell’altra parte, quelli che difendono l’ordine e la proprietà, agi-
ranno allo stesso modo.
Gli occupanti si mettono infine in moto. Sono duecento uomi-
ni: cavalcano per nove leghe e poi si fermano in un passo stretto

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tra due monti. Dormono all’aperto, coprendosi con pelli cucite.
Con loro ci sono gli ostaggi feriti: il commissario Micheri, con
due pallottole in corpo, e l’agente Pérez Millán.
I fatti di «El Cerrito» esplodono come una bomba a Río
Gallegos. L’emozione è forte quando arrivano il commissario
Ritchie, ferito a una mano, il sergente Peralta – a cui dovranno
amputare il braccio destro – e l’autista Caldelas, con il volto at-
traversato da una ferita prodotta dall’asta del parabrezza. La gente
è spaventata. Ritchie, l’uomo forte, abituato a farsi obbedire, ar-
riva ferito, sconfitto, con i suoi uomini malconci e la notizia che
Micheri è prigioniero. Non è facile raccontare che questi ammu-
tinati anarchici hanno avuto il coraggio di prendersela anche con
quel duro di Micheri.
Altri eventi alimentano il panico della popolazione di Río
Gallegos. All’una di notte del 3 gennaio gli abitanti sono svegliati
da colpi d’arma da fuoco. Le detonazioni servono a richiamare
l’attenzione: è stato appiccato un incendio. Brucia da ogni lato il
deposito della Barraca La Amberense del belga Kreglinger, colmo
di fusti di benzina e olio. Gli scioperanti hanno scelto bene il
loro obiettivo. Le esplosioni si ripeteranno a catena per tutta la
notte. Tra quanti difendono la proprietà comincia a serpeggiare il
terrore: non sono pochi quelli che pensano che sia arrivato il mo-
mento di andarsene, perché Santa Cruz sembra la Russia del 1917.
Intanto i poveracci si godono lo spettacolo dei fuochi d’artificio.
L’8 gennaio arrivano a Río Gallegos cinquanta marinai, inviati
dal ministero della Guerra, al comando del sottotenente di va-
scello Alfredo Malerba. Pochi uomini, ma Malerba ne vale cento.
Non appena sbarcato si incontra con Correa Falcón e decide di
pacificare la città con pugno di ferro. Correa Falcón lo nomina
capo delle forze di polizia.
Malerba non si fa pregare. Mobilita i suoi uomini e tutta la
polizia. Chiude la città e la ripulisce in un paio d’ore, mettendo
dietro le sbarre pesci grandi e piccoli. Il primo a cadere è proprio
José María Borrero, consigliere della Sociedad Obrera, nonché

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direttore del periodico «La Verdad». Poi sono arrestati tutti gli
amici di Antonio Soto, ma quest’ultimo non viene trovato (in
realtà si è già rifugiato nella casa di campagna di una ottanten-
ne anarchica nota come «doña Maxima Lista», ovvero «Signora
Massimalista»). La tipografia di Borrero viene distrutta. A Río
Gallegos si instaura una sorta di stato d’assedio. In queste condi-
zioni, Soto è costretto a dichiarare la fine dello sciopero in città.
La lotta però continua in campagna. Là il «68» e «El Toscano»
si stanno muovendo con grande abilità. Si spostano da un lato
all’altro senza dare battaglia, ma quando c’è da lottare non si ti-
rano indietro. E lo dimostrano nel caso dello scontro con il com-
missario Francisco Jameson, un episodio tragicomico.
I ribelli, come già abbiamo visto, dopo i fatti di «El Cerrito» si
sono accampati in un passo stretto a nove leghe di distanza. Da lì si
dirigono verso l’estancia «El Tero» di don Juan Clark. Adesso sono
diventati circa quattrocentocinquanta lavoratori rurali. Seguono la
tattica di non fermarsi da nessuna parte per disorientare la polizia.
Si accampano temporaneamente in una cava, chiamata oggi «il
passo degli scioperanti». Là rimangono alcuni giorni in attesa del
«68», che è andato a Río Gallegos per incontrare Soto. Nonostante
la città sia molto vigilata, l’ex detenuto di Ushuaia può entrarvi e
uscirne con trenta uomini, con i quali, sulla via del ritorno, assalta le
fattorie in cui si imbatte, prende ostaggi, cattura cinque gendarmi,
requisisce armi e cavalli, per poi tornare all’accampamento con ben
centocinquanta uomini. Nel passo sono ormai accampati seicento
ribelli. Tolgono le tende e si muovono verso il Lago Argentino, do-
ve occupano l’estancia «La Anita». Lì catturano quattro gendarmi,
mentre trenta tosatori di pecore si uniscono a loro.
Questi ultimi eventi sono sconosciuti al commissario Jameson,
che ha appena ricevuto l’ordine di rafforzare la guardia a pro-
tezione dell’estancia «La Anita». Si reca sul posto con quindici
uomini, a bordo di un’auto e un camion. È sicuro di sé, perché sa
che nell’estancia vicina, «La Vanguardia», ci sono cinquanta sol-
dati accampati e quelli del «68» non avranno il coraggio di farsi

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vivi. Dopo una sosta in una osteria – dove svuotano un discreto
numero di bottiglie – i soldati si rimettono in marcia verso «La
Anita». Arrivati al fiume Centinela scorgono tre automobili e una
sessantina di cavalieri in avvicinamento. Il commissario ordina ai
suoi di fermarsi e di prendere posizione a terra.
Quando le automobili sono ormai vicine, il gendarme Artaza,
completamente ubriaco e con le gambe molli, inizia a sparare a de-
stra e a manca. A questo punto anche gli scioperanti aprono il fuo-
co contro la polizia. Il commissario Jameson e i suoi uomini fug-
gono alla prima occasione, salgono sull’auto e sul camion, fanno
inversione e si allontanano a tutta velocità, abbandonando Artaza,
che non può correre tanto è sbronzo, e due gendarmi, Giménez e
Paez. Questi ultimi si mettono a gridare e il funzionario di polizia
Nova deve costringere gli autisti a fermarsi e raccoglierli sotto la
minaccia di una pistola. Artaza rimane solo: continua a sparare
fino a che non viene ammazzato dagli uomini del «68».
Jameson e i suoi si rifugiano in una locanda. Lontani dai ri-
belli, possono ricominciare a bere e sentirsi forti. Sulla strada
verso il commissariato urlano a pieni polmoni «Viva la patria!»
e «Abbasso la bandiera rossa!». Chiedono whiskey nelle fattorie
per «quella truppa che si è comportata così valorosamente sul Río
Centinela». Nella caserma ci sono due detenuti, sospettati di es-
sere scioperanti. Li fanno denudare e li picchiano di piatto con
le sciabole, di fronte a tutti. Un altro detenuto, uno scioperante
di origine tedesca, viene condotto di fronte a Jameson, il quale
ordina che il prigioniero sia condotto allo steccato vicino al pozzo
d’acqua. Il prigioniero viene messo nel pozzo e ammanettato allo
steccato. Passerà là una notte di supplizio, nel freddo patagonico.
Intanto il governo argentino ha disposto che il 10° Reggimento
di cavalleria vada a pacificare il sud. Al comando del 10° c’è il
tenente colonnello Héctor Benigno Varela, che viene invitato alla
Casa Rosada per conferire con il presidente e ricevere istruzioni
su come procedere nella missione affidatagli. In un torrido giorno
d’estate Varela e il suo giovane aiutante, il tenente Anaya, entram-

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bi in alta uniforme, fanno il loro ingresso nello studio del presi-
dente Yrigoyen. Lì c’è una fresca penombra. Di fronte a loro siede
quest’uomo enorme, dai gesti lenti, impercettibili, che comincia
a parlare senza alcuna fretta. Il presidente si ferma sulle questioni
generali. Il militare aspetta con interesse crescente il momento in
cui riceverà le «istruzioni segrete», gli ordini esatti di questo inca-
rico misterioso. Ma il presidente non ha fretta. Parla del partito,
delle lotte del passato, della Repubblica argentina. Poi di colpo il
colloquio finisce. Il presidente si alza in piedi. Sorpreso, Varela
si decide, con estrema deferenza, a chiedere: «Signor Presidente,
gradirei sapere cosa devo fare a Santa Cruz…». Hipólito Yrigoyen
risponde con voce calda e colma di fiducia, quasi parlasse a un
fratello o a un figlio: «Vada, tenente colonnello. Veda lei quello
che succede e faccia il suo dovere».Tutto qui. Varela rimane senza
parole. Ma il gigante sta già tendendogli la mano. Non c’è più
tempo per parlare.
Varela non è il tipo d’uomo che si ferma a pensare se lo stanno
incastrando in un gioco pericoloso. Lui pensa alla truppa, alle
strategie, ai preparativi, all’appoggio logistico. Ordina, agisce. È
un militare in senso stretto. Ama l’azione, la disciplina. Esige che
si faccia il proprio dovere, che i soldati si comportino da veri ma-
schi. Ammira l’organizzazione militare della Germania e studia
da anni il tedesco con grande dedizione.
La notte del 28 gennaio 1921 le truppe del tenente colonnello
Varela si imbarcano nel porto di Buenos Aires sulla nave da tra-
sporto «Guardia Nacional».
Intanto i ribelli sono ancora accampati nell’estancia «La Anita».
Da lì passano in auto gli estancieros Gerónimo e José Stipicich,
con il cognato Duimo Martinovich e il figlio dodicenne del pri-
mo. I ribelli li prendono prigionieri. Il «68» propone a Gerónimo
Stipicich di andare a Río Gallegos per convincere gli altri pro-
prietari a firmare le richieste di miglioramenti avanzate dai lavo-
ratori rurali. Gli altri saranno trattenuti come ostaggi fino al suo
ritorno.

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Stipicich, bestemmiando, parte in auto verso Río Gallegos, ac-
compagnato da un altro proprietario terriero che è stato preso pri-
gioniero, Guillermo Payne. Nel frattempo «El Toscano» sprona la
sua cavalcatura per andare a sollevare altre fattorie e impossessarsi
di armi e alimenti.
A Río Gallegos Stipicich incontra gli altri proprietari terrieri, e
tutti insieme propongono che i ribelli designino una commissione
per discutere ogni dettaglio, se poi non ci fosse accordo, verrebbe
nominato un arbitro neutrale. Il 26 gennaio Stipicich torna all’e-
stancia «La Anita». Gli scioperanti si dichiarano d’accordo con que-
sta proposta e nominano un delegato che incontrerà i proprietari.
Intanto il 29 gennaio arriva il nuovo governatore di Santa Cruz
al porto di Río Gallegos. Yza sembra preferire la linea della con-
trattazione. Alla sua presenza il delegato operaio incontra i pro-
prietari terrieri. Le richieste degli scioperanti sono accettate dalla
quasi totalità degli estancieros.
Il nuovo governatore precisa ulteriormente l’accordo: gli arre-
stati saranno rimessi in libertà e a ogni lavoratore verrà dato un
salvacondotto per tornare a lavorare. Come contropartita, perché
esercito e governatore non paghino il prezzo politico della scon-
fitta, tutto dovrà apparire come una resa senza condizione dei
lavoratori, che consegneranno a Varela ostaggi, armi e cavalli.
Il gaucho Cuello e il paisano Díaz portano la proposta al «68» e
a «El Toscano», che però la rifiutano adirati: loro non consegne-
ranno mai le armi. Il problema viene posto allora all’assemblea.
Contro l’accordo parlano il «68» e lo spagnolo Graña. A suo favo-
re si dichiarano Cuello, Díaz, il paraguaiano Jara e Lara, un altro
argentino. La votazione è vinta da quest’ultima mozione. I chilotes
votano per arrendersi: 427 voti per tornare al lavoro contro 200
per continuare a battersi. Quando Florentino Cuello e Bartolo
Díaz si attivano per procedere al rilascio degli ostaggi feriti nelle
mani di Varela (il commissario Micheri e il gendarme Millán), il
«68» e «El Toscano» si alzano assieme a duecento uomini e se ne
vanno. Portano via con sé la maggior parte delle armi.

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Poco dopo, Florentino Cuello consegna al governatore Yza,
nell’estancia «El Tero», gli ultimi ostaggi assieme alle – poche –
armi rimaste e a 1.193 cavalli. A quel punto gli uomini che si sono
arresi devono essere identificati così che ognuno possa ricevere il
proprio salvacondotto. Florentino Cuello riceve il salvacondotto
numero 1 e gli viene dato il permesso di andarsene. Lo stesso av-
viene per il paisano Díaz e per gli altri delegati di estancia.
Un finale felice, insomma: gli scioperanti sono liberi e le loro
richieste soddisfatte. Nessuno sospetta che questo finale felice sia
solo un preambolo alla morte.

6. Ramón Outerelo (a destra), dirigente sindacale di Puerto Santa Cruz, in una


missione di propaganda (1921).

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capitolo quinto

La lunga marcia verso la morte

Si è fatto lo stesso con gli indigeni nel corso di quella carneficina


che è stata chiamata «conquista del deserto».
«La Protesta», 6 gennaio 1922
La matanza obrera en Santa Cruz

Il paria senza famiglia, senza casa, senza religione e senza patria, insorge,
come prima l’ indio, per incendiare i campi, per assaltare le fattorie…
«El Soldado Argentino», 2 gennaio 1922
rivista pubblicata dallo stato maggiore dell’esercito

Il primo sciopero non è altro che un prologo del massacro che si


annuncia. Un prologo felice al confronto della truculenza degli
episodi che seguiranno a distanza di nove mesi.
Le fattorie hanno ormai ripreso le loro attività, la tosatura, ri-
masta indietro, viene effettuata a tutta velocità. Ma questa è una
immagine falsata di ciò che succede in realtà. Il primo sciopero
è stato evidentemente un successo per i lavoratori. La pensa così
la Sociedad Obrera, e la pensano allo stesso modo la Sociedad

61
Rural e la Liga del Comercio y la Industria. Due agenti di polizia
sono stati ammazzati; latifondisti, commissari e amministratori
sono stati presi in ostaggio; i recinti sono stati tagliati, gli ani-
mali macellati, gli impianti distrutti. E nonostante tutto questo
il governatore e il comandante Varela sono venuti a patti con gli
scioperanti, hanno accreditato la loro libertà con un salvacondot-
to, un foglio di carta che vale come passaporto per lavorare in
qualsiasi estancia, per muoversi in tutto il territorio. D’altronde,
non bisogna farsi trarre in inganno: le armi non sono state con-
segnate, ma se le sono portate dietro il «68» e «El Toscano» con
il gruppo al loro seguito. A parte un paio di vecchi fucili e qual-
che revolver arrugginito, a Varela non è rimasto niente in mano.
È questa la situazione dal punto di vista degli estancieros e degli
afflitti commercianti. Intanto giornali come «La Unión» gridano
allo scandalo contro gli immigrati rivoluzionari:

Un’orda di individui smodati, inadatti alla lotta onorevole per l’esi-


stenza, ci offre il triste spettacolo di un predominio sotto la maschera
delle rivendicazioni, creando così un problema di nazionalità, dan-
neggiando gli elementi nativi e soppiantando il principio della legge
con l’imperativo di aspirazioni bastarde. Elementi estranei, raccolti in
società sindacali, che non hanno altra aspirazione se non la sovversio-
ne dell’ordine e l’insurrezione contro la legge, che nella rivolta, nello
squilibrio della società, si sentono a proprio agio e trovano abbondanti
mezzi di sussistenza, proclamando le proprie teorie demolitrici come
indici di sedicenti rivendicazioni.

In altre parole, il lavoratore argentino non sarebbe vittima dei


capitalisti e dei latifondisti argentini o stranieri, ma di quei la-
voratori stranieri che «portano idee estranee al sentimento na-
zionale». Il sindacalismo, la libertà, l’uguaglianza, il socialismo,
l’universalità: tutte idee estranee. Al contrario, l’autentico lavora-
tore argentino sarebbe quello che non si fa sedurre dal canto delle
sirene, che è sobrio perché si accontenta di poco, che si dimostra

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obbediente e rispettoso con i superiori, che coltiva un profondo
amor patrio, che sfila il 25 maggio e il 9 luglio indossando gli abiti
migliori, che partecipa alle ricorrenze tenendo bene in alto l’az-
zurro e il bianco della bandiera al vento e che agli spagnoli, agli
italiani e ai russi che gli propongono di scambiare i colori della
patria con il drappo rosso oppone un secco no.
Bollare come «estranee» le idee libertarie e il socialismo avrà un
successo innegabile. L’argomento – riaffermato senza eccezioni
per tutti i governi a partire dal 1930, tanto in quelli nati da golpe
militari quanto in quelli eletti – penetra nelle masse operaie ar-
gentine. Così, a quelle idee filosofiche, sociali e politiche che non
sono patrimonio di nessun paese, che sono frutto della storia e del
pensiero umano a livello mondiale, si tappa la bocca con una sola
parola: Argentina. È più che evidente che questa argomentazione
non solo ha attecchito ma continua a offrire pingui dividendi alla
borghesia argentina.
Ma forse il fatto più curioso è che nella Río Gallegos del 1921
tutti i membri della Liga Patriótica, senza eccezioni, sono stranie-
ri, compreso l’autore delle righe di cui sopra, il direttore de «La
Unión», lo spagnolo Rodriguez Algarra.
Da parte sua, il segretario della Sociedad Obrera non è granché
impressionato da queste argomentazioni patriottiche e prepara un
nuovo assalto contro gli atterriti seguaci del capitalismo: lo scio-
pero nella fabbrica di refrigerazione carni Frigorífico Swift di Río
Gallegos. Se c’è un posto in Patagonia che ha bisogno di un mo-
vimento di rivendicazione sociale, questo è proprio il Frigorífico
Swift. E non solo per la paga giornaliera e le condizioni di lavoro
(peraltro le stesse che in altre parti del paese), ma soprattutto per
la concezione medievale dei contratti di lavoro.
Quando due o tre lavoratori dell’azienda di refrigerazione carni
si decidono a sottoporre le proprie lamentele a Soto, il galiziano
si mette subito in moto. Il 25 marzo 1921 si produce un fatto
che nessuno dei dirigenti della potente impresa nordamericana si
aspettava: lo sciopero generale nel Frigorífico di Río Gallegos. Ma

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questa volta la Sociedad Obrera è sconfitta. Il capo della polizia,
Oscar Schweizer, arringa gli scioperanti: dice loro che tutto si
sistemerà se faranno a meno della Sociedad Obrera ed eleggeran-
no invece una propria commissione. Garantisce inoltre l’inter-
mediazione della Sociedad Rural con la dirigenza del Frigorífico.
Gli operai venuti da Buenos Aires sono mansueti. Senza denaro,
senza un posto dove dormire, sanno che lì non troveranno altro
lavoro, né possono tornare a Buenos Aires. Accettano quindi le
condizioni offerte, senza pensarci su troppo.
Dall’altro lato della trincea, Soto è rimasto solo, o meglio in
compagnia di un gruppo di gallegos che parlano molto ma com-
binano poco, da stravaganti stranieri con cognomi in odor di ri-
voluzione, da chilotes silenziosi e sorridenti che si possono spazzar
via con un soffio. Il fronte operaio, dopo il primo sciopero, si è
diviso in tre settori: ci sono i «lavoratori liberi», in realtà pochi,
cui aderiscono alcune donne che lavorano nei negozi e i soliti tizi
che si fidano dei dirigenti delle imprese; poi ci sono gli inviati
della fora del ix Congreso, vicini al governo di Yrigoyen; infi-
ne c’è il proletariato vero e proprio, «federato», ma senza alcuna
preparazione sindacale, con dirigenti che sanno appena leggere
e scrivere e una totale confusione ideologica. Eppure sono senza
dubbio lavoratori inclini a un anarchismo molto particolare, con
tanti influssi di Bakunin e Proudhon, ma soprattutto con una
irriducibile spinta alla ribellione personale, alla protesta contro i
maltrattamenti e al fervore rivoluzionario, una combinazione che
in genere si realizza solo in determinate circostanze, ma che qui,
in questo 1921 patagonico, germoglierà con energia irresistibile e
farà tremare la terra sotto i piedi dello stesso presidente Yrigoyen,
che in seguito chiederà l’aiuto dell’esercito.
In questo contesto Antonio Soto riprende la mobilitazio-
ne. Stavolta non intende limitarsi a Río Gallegos, così si reca a
Puerto Santa Cruz, Puerto San Julián, Puerto Deseado e Lago
Argentino. Si trasforma lui stesso in un cavaliere, anche se talvolta
viaggia con un’auto presa in affitto dalla Sociedad Obrera. Nelle

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fattorie che raggiunge, organizza la nomina dei delegati e prepara
una grande campagna per «federare» tutti i braccianti.
Proprio in quei frangenti il giudice Viñas decide di soggiornare
per qualche tempo a Buenos Aires. Con lui i lavoratori perdono
un alleato. Rimane però al loro fianco il dottor Borrero che, dalle
pagine del periodico «La Verdad», continua ad appoggiarli e a
combattere contro i grandi latifondisti.
Quando arriva il freddo e l’attività si paralizza, Antonio Soto
comincia a perfezionare il boicottaggio. Nonostante gli sforzi del-
le autorità, il boicottaggio contro i negozi di Varela, Fernandez,
Elbourne, Slater e Noya non viene rimosso. La misura è stringen-
te: nessun operaio deve comprare alcunché in questi esercizi, nes-
suno deve rifornirli, nessuno scaricatore deve trasportare carichi
per loro. Inoltre, se i padroni vogliono un accordo, devono essere
loro a muovere il primo passo, presentandosi nella sede operaia
per sollecitare la soluzione del conflitto.
Nella Liga del Comercio y la Industria si produce una frattu-
ra tra i commercianti boicottati e gli altri. Ognuno cerca quindi
di sistemare la faccenda per conto proprio. I primi a umiliarsi a
Canossa sono Elbourne e Slater, rappresentanti dei grandi latifon-
di inglesi e di vari prodotti d’importazione. Chiedono di parlare
con Soto e accettano non solo di riassumere i licenziati, pagan-
do fino all’ultimo centesimo i giorni non lavorati, ma anche di
rinunciare al personale crumiro con cui li avevano sostituiti. Si
arriva addirittura a negoziare il pagamento del costo della propa-
ganda operaia a favore del boicottaggio. Il che appare ai padroni
ancora più vergognoso di una resa incondizionata. Alla fine si ar-
riva a un accordo: su proposta di Soto, il costo complessivo della
propaganda deve essere versato da Elbourne e Slater a una fami-
glia indigente di Río Gallegos. Gli inglesi, rossi di rabbia, sono
costretti a cedere. Quando Antonio Soto annuncia all’assemblea
la firma dell’accordo, i gallegos e i chilotes, euforici, esplodono in
urla d’allegria. Tutto questo causerà una indignazione illimitata
tra i membri della Sociedad Rural.

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Intanto, a fine aprile, il gruppo di «El Toscano» – del «68» si
perde ogni notizia dopo che con la sua gente attraversa la fron-
tiera cilena – assalta lo stabilimento di Carlos Henstock, a Paso
del Medio, e poco dopo l’estancia «Las Horquetas» di Luciano
Carreras. Questi episodi indignano ancor di più gli estancieros,
che li giudicano come una logica conseguenza dell’eccessiva de-
bolezza con cui si sono mossi il tenente colonnello Varela e il
governatore Yza. Ma si indigna anche la Sociedad Obrera, che
prende le distanze da «El Toscano» e precisa di non avere nulla a
che fare con gli atti di saccheggio.
Un fatto in particolare rende evidente l’ostilità sempre più in-
conciliabile tra padroni e lavoratori: il trasferimento delle salme
dei poliziotti morti a «El Cerrito». A metà giugno tre automobili
e un camion raggiungono la località teatro degli scontri. I corpi
vengono dissotterrati e trasportati a Río Gallegos, dove è allestita
nel salone principale della sede del governo una camera ardente
con grandi torce e candele. Un crocefisso presiede la scena.
La Sociedad Rural vuole che l’atto sia una dimostrazione pub-
blica di dolore in tutta la provincia. Rispondono all’appello fun-
zionari, commercianti, industriali, proprietari terrieri e alti fun-
zionari di imprese private. La Chiesa offre tutto il suo appoggio
a questo spettacolo silenzioso: un prete presenzierà sempre, in
prima fila, alla cerimonie.
Di fronte allo spiegamento propagandistico per la sepoltura dei
poliziotti morti, la Sociedad Obrera non rimane con le mani in
mano. Su indicazione di Soto, l’assemblea decide di riesumare i
resti di Zacarías Gracián, il compagno caduto a «El Cerrito», e di
trasferirli a Río Gallegos. Il passaggio del corteo per le strade di
Río Gallegos è un evento straordinario: se al funerale dei poliziotti
c’erano le automobili, qui c’è il popolo. Mancano il prete e le au-
torità, ma nelle prime file c’è tutta la commissione della Sociedad
Obrera e il giovane Antonio Soto, con il cappello tra le mani.
È una dimostrazione dell’unità dei lavoratori attorno alla
Sociedad Obrera. Una lezione per i padroni e per il governo, che

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si rendono conto che se non si corre ai ripari, a settembre – la data
fatidica attesa con trepidazione – gli operai avrebbero spazzato
via tutto.
In questo luglio 1921 avvengono alcuni episodi che porteran-
no alla rottura definitiva tra padroni e operai. Gli animi si vanno
accendendo, nonostante i 20° sotto zero, anche perché i padro-
ni non rispettano le condizioni dell’accordo di gennaio. Sono
quattro gli episodi eclatanti. A Puerto Deseado alcuni proiettili
penetrano, attraverso la finestra, nella casa di Eloy del Val, conta-
bile della Sociedad Anónima Mercantil de la Patagonia. Motivo:
aver licenziato alcuni operai. Lui rimane illeso, ma il baccano
è enorme e la protesta dei padroni, in cerca di garanzie, arriva
fino a Buenos Aires. Poco dopo il dottor Sicardi, presidente della
Liga Patriótica di Puerto Santa Cruz, viene disarmato da alcuni
membri della Sociedad Obrera in mezzo alla strada. Inoltre, sette
estancias sono invase da squadre di peones che si portano via i ca-
valli. E infine l’episodio della notte del 9 luglio, avvenuto durante
il banchetto offerto per la festa nazionale.
Río Gallegos quel giorno trasuda nazionalismo. Gli eventi oc-
cupano tutta la giornata: discorsi patriottici, elogi ai padri della
patria e pie cerimonie religiose. Alla fine arriva il momento del
banchetto, servito nell’hotel «Español». Che però andrà a tutti di
traverso per colpa di un gallego.
Quando tutto è ormai pronto, l’antipasto sta per essere servito
e i commensali hanno già il tovagliolo al bavero, un cameriere
avvisa il cuoco Antonio París che tra i presenti c’è anche Manuel
Fernández, proprietario di una impresa boicottata per ordine di
Antonio Soto. París è un galiziano con la testa più dura del cor-
bezzolo: chiama tutti i camerieri e proibisce, in nome della solida-
rietà operaia, di servire quel tavolo adorno di bandiere argentine.
Le preghiere disperate del proprietario dell’hotel si infrangono
sull’intransigenza irremovibile del gallego. No vuol dire no: o se
ne va l’imprenditore Fernández, o non si serve il banchetto. Uno,
due, tre tentativi: la risposta è sempre no.

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Adesso lo spaurito ristoratore deve comunicare la bella notizia
ai commensali. Indignazione, indignazione sovrana: tutti la pren-
dono come una offesa alla patria. L’offesa di un gallego rognoso
contro i simboli più sacri del patriottismo. E allora ai commensali
tocca servire il banchetto con le proprie mani. Si comportano con
galanteria, servendosi a vicenda, per dimostrare a questi misera-
bili camerieri anarchici che possono omaggiare la patria da soli.
Ma certo la cosa non finisce qui. L’offesa è troppo grande. Per
i commensali è una questione di onore. Da qui prenderà avvio
l’azione repressiva per estirpare il cancro che corrode Santa Cruz.
La Liga Patriótica, che raccoglie gli elementi più determinati e
conservatori dell’oligarchia latifondista, decide di organizzarsi in
maniera più stabile e strutturata.
Il conflitto tra le due parti si è già acceso però non a Río
Gallegos ma a Puerto Santa Cruz, dove il principale dirigente
operaio è Manuel Outerelo, un anarchico galiziano. Il suo oppo-
sitore è il dottor Miguel Sicardi, un avvocato scapolo di 40 anni,
presidente dell’Asociación Pro Patria e influente rappresentante
degli estancieros e dei commercianti del posto.
Il 12 giugno 1921 l’inimicizia tra Sicardi e la Sociedad Obrera
esplode in un duro confronto. Alle 14 gli operai organizzano una
manifestazione. La colonna avanza per la via principale al grido
di «Morte alla Liga Patriótica!». Di fronte all’hotel «Londres» i
manifestanti si vedono venire incontro proprio Sicardi, intenzio-
nato a disperderli a colpi d’arma da fuoco. Ma Miguel Gesenko,
un operaio russo del Frigorífico, gli torce il braccio e lo costringe
a mollare l’arma. Sicardi si presenterà al commissariato dichia-
rando che gli operai gridavano «Morte agli argentini!» e che lui
era dovuto intervenire in difesa dell’onore nazionale affrontandoli
con un bel «Viva la patria!». Contro Sicardi la Sociedad Obrera
dichiara il boicottaggio. Non solo, Antonio Soto dichiara lo scio-
pero generale di tutte le categorie di Santa Cruz, affermando:
«Noi moriremo di fame, ma anche loro».
Il governatore assume una posizione attendista: ordina alla poli-

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zia di non agire, di aspettare e poi ancora aspettare. Applica la teo-
ria del presidente Yrigoyen: metà dei problemi si sistemano da soli,
l’altra metà non si sistemano affatto. Ovviamente, mentre si siste-
mano da soli possono succedere tragedie come la Semana Trágica1
o le giornate della morte alla Forestal2 nel territorio di Santa Fe.
I padroni se la sbrigano come possono. La mattina aprono loro
stessi i negozi, con il personale dirigenziale curano le vendite, e la
sera vanno al porto a scaricare le merci. Confidano nell’arrivo di
«operai liberi», cioè di crumiri, da Buenos Aires. Ma intanto muo-
vono le leve della burocrazia, bombardando la sede del governo
con richieste di truppe per il sud. I risultati non tardano a mani-
festarsi. Il deputato Albarracín presenta un progetto per creare tre
reggimenti di cavalleria da dislocare in pianta stabile in Patagonia,
chiedendo inoltre che si voti per finanziare il reclutamento di mille
volontari e la creazione di caserme mobili. Da questo momento
si moltiplicano le richieste per l’invio di truppe regolari dell’eser-
cito nel sud dell’Argentina. La sorte di Santa Cruz verrà decisa
nel mese di agosto. I potenti si sono mossi molto e bene. Hanno
utilizzato tutti gli espedienti: il governo, l’esercito, la Sociedad
Rural Argentina, la Liga Patriótica, la Asociación de Libre Trabajo.
Quaranta latifondisti del sud partono per Buenos Aires, dove bus-
sano a ogni porta e visitano le redazioni dei giornali.
Intanto in Patagonia si fa già sentire la miseria. Un chilo di
farina sale a 1 peso e 20 centavos. Le merci di prima necessità non
si trovano sugli scaffali o, se si trovano, costano un occhio della
testa. I padroni alzano il costo della vita e invocano la repressio-

1. Con l’espressione Semana Trágica si fa riferimento a una serie di sommosse


che si verificarono a Buenos Aires nel 1919, animate dal sindacalismo rivoluzio-
nario anarchico e marxista e violentemente represse dalla polizia. I morti furono
almeno un migliaio [N.d.T.].
2. La Forestal era una impresa a capitale nordeuropeo attiva nell’Argentina set-
tentrionale. Si occupava di legname e sfruttava i propri lavoratori in modo bestia-
le (dodici ore di lavoro erano talvolta pagate solo con pane e mate). Nel 1921 uno
sciopero fu represso dall’esercito con centinaia di vittime tra i lavoratori [N.d.T.].

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ne: la grande speranza è che l’esercito venga a rimettere le cose a
posto. Se non intervengono le forze militari, in Patagonia «rimar-
ranno solo rovine e desolazione»: ecco cosa scrive il quotidiano
«La Nación». Membri della Liga Patriótica dichiarano con fervore
che contribuiranno al mantenimento dell’ordine, a ogni costo.
Anche i giornalisti si danno da fare. Un editoriale denigratorio
de «La Nación», intitolato Il cattivo scioperante, traccia una linea
storica che accomuna l’indigeno in rivolta del secolo precedente
con il gaucho ribelle e bandolero, fino ad arrivare allo scioperante
con in mano la bandiera rossa.
Il 27 agosto Correa Falcón si incontra con politici di alto livello
per organizzare l’invio a Santa Cruz di «lavoratori liberi», in mo-
do da «provvedere alle attività del territorio, scacciare gli elementi
negativi e fermare l’avanzata delle teorie distruttive».
Il 29 agosto il «lavoro libero» ottiene il suo primo trionfo in
Patagonia. A bordo della nave «Asturiano» arrivano a Puerto Santa
Cruz venti «lavoratori a contratto» per vedere se si può smuovere
qualcosa in quel porto paralizzato. La grande speranza si chiama
Asociación de Libre Trabajo, vale a dire l’opposto di tutto quello
che rimanda al sindacato. Tanta è la fiducia della classe impren-
ditoriale, capitalista e latifondista argentina, che a Buenos Aires si
annuncia pomposamente la costituzione di una commissione per
innalzare nel porto di Buenos Aires un «Monumento al Lavoro
Libero», ovvero un «monumento che perpetui la memoria dell’av-
vento del lavoro libero nella Repubblica e ne commemori la prima
vittima, l’operaio José Elias». Secondo la fora, questo Elias – mor-
to in una sparatoria avvenuta nel porto – era in realtà il guarda-
spalle di un latifondista che aveva aggredito alcuni scioperanti.
La situazione a Río Gallegos si complicherà per un evento as-
solutamente estraneo al clima che si sta vivendo. Il 6 settembre
il vapore nordamericano «Beacon Grange», diretto all’ormeggio
della Swift, l’industria per la conservazione della carne, si arena
a Punta Loyola. L’imbarcazione non è salvabile e il recupero del
carico viene affidato all’impresa di Mauricio Braun-Blachard, con

70
sede a Punta Arenas, nella Patagonia cilena. Ma in quella città la
Federación Obrera Magallánica ha proclamato lo sciopero e Braun
quindi recluta lavoratori non affiliati all’organizzazione sindacale.
A questo punto i sindacati cileni chiedono aiuto alle organizzazioni
operaie di Río Gallegos. Antonio Soto dichiara subito il boicottag-
gio delle operazioni di recupero del carico della nave. Nel frattem-
po Mauricio Braun carica gli operai reclutati sul vapore «Lovart»
e li fa sbarcare a Río Gallegos. Qui li aspettano gli uomini della
Sociedad Obrera. Il primo incontro è persuasivo. Viene loro spiega-
to che non possono fare questo lavoro perché Mauricio Braun deve
prima trovare una intesa con la Federación Obrera Magallánica.
La Sociedad Obrera stampa dei volantini che sono distribuiti
in tutti i porti della provincia di Santa Cruz. Si realizza così la pri-
ma azione unitaria tra le organizzazioni sindacali di Punta Arenas
(Cile) e Río Gallegos (Argentina). La prima e ultima azione con-
giunta dei lavoratori dei due paesi. I volantini sono distribuiti il 20
settembre. Alle 20 di quello stesso giorno i lavoratori reclutati da
Braun sono accompagnati fino al «Lovart» protetti da una forte
scorta di poliziotti. Una volta a bordo vengono però avvisati che per
un inconveniente l’imbarcazione non potrà partire fino al mattino
successivo. Allora i «lavoratori liberi» sbarcano dirigendosi verso
Río Gallegos. Non camminano troppo a lungo, perché una quin-
dicina di operai sindacalizzati li circondano sparando alcuni colpi
in aria. Gli aggrediti si danno alla fuga come meglio possono. E qui
si produce un evento inaspettato: la polizia interviene con energia
inusitata, proprio come al tempo di Correa Falcón e Ritchie. Il
locale della Sociedad Obrera è raso al suolo e tutti quelli che vi
si trovano dentro sono arrestati. Il governatore ad interim Cefaly
Pandolfi invia un telegramma a Yza, che si trova ancora a Buenos
Aires: «Operai confederati sparato colpi di pistola contro lavoratori
liberi. Polizia arrestati alcuni operai tra cui due russi». E a quei
tempi la parola «russo» rendeva un evento due volte più pericoloso.
Non è l’unico telegramma inviato da questo governatore in-
timorito. In un successivo dispaccio informa che un «lavoratore

71
libero» è stato ferito da due colpi di pistola e che il suo stato è gra-
ve, e in un terzo telegramma segnala «la presenza di estranei nella
zona del Lago Argentino». Tra questi c’è Antonio Soto, a cavallo.
Soto si è reso conto che tutti gli attacchi mirano a lui: i proprie-
tari terrieri, i commercianti, la polizia e le autorità lo designano
come il colpevole di tutti quegli eventi e sostengono che, una volta
chiusa la partita con lui, sarebbe venuta meno ogni discordia. Ma
anche i delegati della fora del ix Congreso lo attaccano. Per questo
rinuncia all’incarico di segretario generale e propone come sostitu-
to un uomo che si è guadagnato una grande popolarità tra i lavora-
tori di Río Gallegos: Antonio París, il cuoco dell’hotel «Español» a
cui si deve il cattivo esito del banchetto ufficiale del 9 luglio.
Nel settembre 1921, Soto comprende che la lotta dell’estate
sarà dura e che bisognerà preparare bene lo sciopero per poter
battere una volta per tutti i padroni e imporre il rispetto delle
condizioni contrattuali pattuite. Comprende anche che la lotta
si svilupperà in ambito rurale, perché in città è ormai impossibile
agire in libertà. Per questo è disposto a mettersi subito in movi-
mento e percorrere l’immenso territorio patagonico, estancia per
estancia, per incontrare i peones e confrontarsi con loro. E si con-
vince a farlo con maggior decisione quando l’ala «sindacalista»
della fora inonda i porti e le fattorie di volantini che invitano i
peones della zona del Lago Argentino a sganciarsi dalla Sociedad
Obrera per organizzare un nuovo sindacato.
Infine, Antonio Soto comprende che la lotta non si vince solo
con i volantini. È necessario sia preparare lo sciopero nelle zone
rurali, sia sconfiggere in assemblea gli scissionisti. Il movimento
deve agire in sincronia su tutto il territorio, e questo non è facile.
Ci sono pochi dirigenti e le comunicazioni sono pessime. I poten-
ti invece hanno tutto: il telegrafo, la polizia, i mezzi di trasporto a
motore, i giornali. Fino all’anno precedente, i lavoratori potevano
almeno contare sull’amicizia del giudice Viñas, del periodico di
José María Borrero e di tre o quattro avvocati. Ma adesso la si-
tuazione è diversa. Anche Borrero, che aveva appoggiato il primo

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sciopero, ora si è chiamato fuori dalla contesa. I lavoratori sono
riusciti a comprare una macchina tipografica insieme a una cassa
di caratteri e, con molti sacrifici, hanno dato alle stampe il primo
quotidiano sindacale della Patagonia, il «1° de Mayo». Tramite il
giornale e i volantini comunicano con i siti più lontani del terri-
torio australe. Non si deve più perdere tempo. Solo l’azione può
condurre alla vittoria. Bisogna preparare la gente.
Il 15 settembre Soto parte con alcuni compagni verso le estan-
cias della cordigliera in un giro interminabile, in auto e a cavallo.
Sarà l’ultima volta, in quel decennio, che Soto vedrà Río Gallegos.
Un’eccezionale testimonianza degli inizi di questo viaggio si tro-
va nelle prime pagine del diario di Domingo Oyola, telegrafista
licenziato dopo il fallimento dello sciopero all’inizio dell’anno, che
accompagna Soto in questo lungo giro. In quelle pagine è possibile
cogliere tutta l’ingenuità e l’idealismo di questi uomini che, senza
saperlo, hanno iniziato il cammino verso la loro sconfitta definitiva:

È mezzanotte e mezza: tutto è pronto per mettersi in marcia. Le au-


tomobili sono ben rifornite di benzina, le valigie di periodici e opuscoli
di propaganda. Qualcuno si avvicina e ci dice: «Partite subito, perché la
polizia sta pattugliando le strade in ogni direzione e potrebbe bloccar-
vi». Ringraziamo e ci congediamo con una stretta di mano. I compagni
dell’altra automobile, che finora erano rimasti in silenzio in attesa del
compagno autista, entrano nel veicolo e lo invitano a partire. Messe in
moto le due vetture, attraversiamo velocemente le strade cittadine ed
entriamo nelle campagne, in direzione di «Güer Ayke». Osservo i miei
compagni e mi rendo conto che adesso si mostrano tranquilli e sicuri di
sé. Uno dice: «Siamo già liberi. Se volete, seguiteci [...]».
C’è una tale fermezza negli uomini in lotta! Nei momenti decisivi,
tutti operano come seguendo un solo impulso, animati da una volontà
ferrea, lasciando i dettagli minori per dirigersi come un solo uomo verso
l’opera che si vuole realizzare. Sono le tre. Abbiamo passato facilmente
«Güer Ayke» senza essere notati dai poliziotti del posto. Fermiamo la
nostra Ford per aspettare i quattro compagni che si scorgono in lonta-

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nanza e ci rendiamo conto che ci fanno segnali con le luci. Ci avvicinia-
mo a loro e vediamo che la loro auto è rimasta impantanata in mezzo
a un ruscello. «Siamo fermi qui», ci dicono, «si è spento il motore e
adesso non si mette più in moto. Bisogna togliere un po’ del fango che
sta davanti alle ruote e dopo spingere con forza. Siamo a tre leghe da
«Güer Ayke» e possiamo lavorare in tutta tranquillità». Detto questo,
due compagni prendono le pale e cominciano a darsi da fare. Altri cer-
cano dei rami che possano servire da leva per spingere meglio. La luna
comincia a nascondersi dietro le montagne. Il freddo si fa più intenso,
sui bordi del ruscello l’acqua è ghiacciata. I compagni lavorano affan-
nosamente per tirar fuori il veicolo, senza preoccuparsi della tempera-
tura. L’acqua arriva alle ginocchia, si fa fatica a muovere i piedi spro-
fondati nel fondo fangoso. Nel pieno di questo lavoro poco comodo,
i compagni sorridono all’idea di tirar fuori l’auto dal ruscello. Il fatto
è che anche il sacrificio dà soddisfazione, se uno è convinto dell’idea.

Eccole qui le pagine che non sono andate perdute del diario di
viaggio di uno scioperante patagonico. Questa è la partenza. Il
ritorno sarà più amaro.
Un manoscritto di Antonio Soto ci fornisce invece l’itinerario
seguito dalle due automobili. È facile immaginare le due modeste
automobili che trasportano in mezzo al deserto questi otto indi-
vidui infatuati per le idee di giustizia sociale e redenzione umana.
Tre gallegos, un polacco, un argentino e tre cileni finiti in questa
solitudine a insegnare il vangelo di Bakunin a peones analfabeti e
castigati da dio. Sono più folli dei personaggi di Arlt, sono perso-
naggi che neanche Maksim Gorkij avrebbe potuto immaginare:
un ex-macchinista di teatro, uno scaricatore di porto, un mecca-
nico, un ex-telegrafista, un cameriere... tutti alla conquista della
giustizia sociale nelle spopolate estensioni patagoniche. È un vero
peccato che non sia rimasta traccia delle conversazioni tra questi
otto messaggeri della polvere da sparo e dell’eccitazione mentale.
Ci rimane però il loro itinerario fino al 5 ottobre: Barranca
Blanca, El Tero, MacCormack, Tapi Ayke, Fuentes de Coyle,

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Cancha Carrera, La Primavera, San José, Laurita, Rospentek,
Punta Alta, Glencross, Rincón de los Morros, Douglas, Bella
Vista, Buitreras, Paso del Medio, Bajada de Clark e altri due no-
mi che il passaggio del tempo ha cancellato dal documento. E
oltre a questo, Soto trova il tempo per presiedere l’assemblea del
25 settembre nel «Rancho Farías», nei pressi di Puerto Irene, a cui
assistono circa centotrenta persone. Qui sono discussi i piani di
unificazione e i progetti per evitare che si formi una Federación
del Lago Argentino, come chiedono gli scissionisti. Questa as-
semblea rappresenta un trionfo totale per Antonio Soto.
Nonostante gli sforzi propagandistici, nessuno si presenta all’as-
semblea convocata il 2 ottobre dagli scissionisti. Questo fallimento
esacerba gli animi. Quelli dell’ala «sindacalista» della fora entra-
no in un gioco sfrontato di connivenza con l’amministrazione ra-
dicale di Río Gallegos e persino con la polizia, mentre la direzione
centrale di Buenos Aires3 se ne lava le mani, abbandonando gli uo-
mini della Sociedad Obrera alla loro sorte quando questi dichia-
reranno lo sciopero generale e saranno poi massacrati dall’esercito.
Dopo aver trionfato contro la fora del ix Congreso, si pre-
senta un altro problema ad Antonio Soto: «El Toscano», che nel
frattempo è riapparso nella zona della cordigliera andina. Questo
personaggio romanzesco non si è arreso a Varela nell’estancia «El
Tero» e ha vissuto per un certo periodo di tempo nei posti più

3. Ricordiamo al lettore che in Argentina esistevano all’epoca due fora. La


Federación Obrera Regional Argentina era inizialmente un sindacato anarchico.
In seguito si scisse in due branche: la fora del v Congreso, di ispirazione anarchi-
ca, e la fora del ix Congreso, genericamente sindacalista e disposta a dialogare con
il governo radicale. Quest’ultima in seguito confluirà nella cgt (Confederación
General del Trabajo), che in epoca peronista diventerà un pilastro istituzionale ar-
gentino. Nel territorio patagonico di Santa Cruz la fora aveva come rappresentan-
te locale prima la Federación Obrera di Santa Cruz, poi la Sociedad Obrera di Río
Gallegos, radicalizzata dalla gestione di Antonio Soto. Questa aderiva alla fora del
v Congreso, ma tra i lavoratori patagonici che aderirono allo sciopero rivoluzio-
nario coabitavano, in maniera talvolta conflittuale, entrambe le anime [N.d.T.].

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remoti, muovendosi come un guanaco. Ha ricostituito una banda
nella zona di Calafate con cinque personaggi uno più incredibi-
le dell’altro: Ernesto Francisco Martín Reith, un tedesco di 26
anni, alto, biondo, con la faccia da cherubino e i capelli lunghi,
apparso non si sa come nel sud, sempre accanto al suo compagno,
Federico Heerssen Dietrich, anche lui tedesco, 26 anni, pelo ros-
siccio e occhio di lince; Franck Cross, nordamericano di 27 anni,
ex pugile, in Argentina da quattro anni, uno che indossa stivali
corti e cammina strascicando i talloni come un cowboy, e che di
solito gira con un fucile a canne lunghe e tre revolver; Zacarías
Caro, argentino di 32 anni, un furfante di tre cotte che ha passato
sei anni e mezzo in gattabuia a Ushuaia e che riconosce uno sbirro
a fiuto; il sesto membro della banda è il cileno Santiago Díaz, di
22 anni, gran perlustratore della cordigliera andina, rapido come
una lepre quando è il momento di scappare.
«El Toscano» ha deciso di chiamare la sua banda El Consejo
Rojo, il consiglio rosso, e se ne nomina capo, o presidente. Come
distintivo i sei portano un braccialetto rosso, «simbolo del socia-
lismo». All’inizio della primavera «El Toscano» proclama il suo
personale sciopero nelle zone rurali e dà inizio alle «azioni».
All’inizio di ottobre «El Toscano» si incontra con Soto. La sua
idea è far sollevare subito le fattorie e muoversi contro le caser-
me, ripulendo l’area della cordigliera dalla presenza della polizia.
Bisogna agire in fretta, di modo che i peones possano utilizzare
l’elemento sorpresa per occupare le estancias e prendere in ostag-
gio proprietari e amministratori. Soto non è d’accordo. Fa notare
che si dovrebbe fermare il lavoro unicamente in quelle fattorie che
non hanno rispettato l’accordo imposto con il primo sciopero.
Secondo lui, è solo davanti al rifiuto dei proprietari di rispettare
le condizioni dell’accordo che i lavoratori devono reagire. In una
situazione di altro tipo, dichiarare lo sciopero generale significhe-
rebbe soltanto fare il gioco della Sociedad Rural. Soto disappro-
va gli assalti alle fattorie già realizzati da «El Toscano», perché
secondo lui tutto deve essere approvato dall’assemblea: bisogna

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rispettare le risoluzioni dell’assemblea, e non fare di testa propria.
La rottura con «El Toscano» è ormai definitiva.
La mattina del 1° ottobre 1921 a Buenos Aires i deputati radi-
cali escono soddisfatti dal palazzo del Congreso Nacional. Hanno
ratificato la soppressione della pena di morte. Mai più qualcuno
deve morire giustiziato sul suolo argentino. Solo un uomo poteva
raggiungere un risultato tanto importante: il presidente Yrigoyen.
Sì, gli uomini devono essere puniti per i loro delitti, però nessuno
ha il diritto di togliere la vita a un altro. A parte Dio, naturalmente.
Ironia del destino, cinque settimane più tardi a Santa Cruz
saranno fucilati tanti operai come mai era successo sotto un go-
verno conservatore.
Intanto la situazione a Río Gallegos si fa più grave. Per la prima
volta la polizia si mobilita con rapidità e sembra aver messo da
parte la neutralità imposta dalla gestione di Yza.
Dopo la distruzione dei locali della Sociedad Obrera, quindici
suoi membri vengono tratti in arresto. La Sociedad vorrebbe fare
appello all’habeas corpus, ma stavolta non trova un avvocato che
sostenga la sua causa. E la polizia non si ferma qui. È disposta
ad arrestare tutti quelli che si oppongono ai «lavoratori liberi»,
che continuano a sbarcare nei porti della zona di Santa Cruz.
Per ogni cileno, spagnolo o polacco che abbandona il lavoro, la
Liga Patriótica manda qualcuno della provincia di Corrientes, di
Catamarca o di Santiago del Estero.
Il giorno 8 ottobre avviene un episodio poco chiaro: la cattura
di «El Toscano» e dei suoi uomini da parte della polizia al Lago
Argentino. Questa è l’informazione ufficiale, ma la realtà è un’al-
tra. Sono lavoratori rurali sindacalizzati quelli che individuano
«El Toscano» a Río Rico, nei pressi della frontiera con il Cile.
Sono loro che avvisano il commissario Vera, il quale, assieme alla
polizia e ad alcuni braccianti, lo cattura mentre sta mangiando
un asado. Questo comportamento da parte di braccianti sindaca-
lizzati sarà poi criticato dalla Sociedad Obrera di Río Gallegos e
dagli anarchici di Buenos Aires, che nell’opuscolo Santa Cruz di-

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chiareranno di «non poter essere d’accordo con atti come questi»,
di non poter accettare che si collabori con la polizia, un fatto che
testimonia la scarsa coscienza di certe azioni dei lavoratori rurali.
I padroni si rallegrano di vedere dietro le sbarre il famoso ban-
dolero con un solo nome di battaglia e numerosissimi cognomi:
Alfredo Willrey, Godofredo Fontes, José Villar, Max Miligan,
Juan Trini, Hilario Rolis, José Ventura, Antonio Mora, José
Rodendo… mentre il vero nome è Alfredo Fonte. Con il suo ar-
resto si pone fine anche al primo Consejo Rojo patagonico.
Il gioco ora si fa sempre più duro. Evidentemente la polizia ha
ricevuto l’ordine di agire con maggiore energia contro gli operai.
Soto continua il suo lavoro da formichina: organizza assemblee
informative in ogni estancia e spinge i braccianti a federarsi. In
questi stessi giorni si incontra con Ramón Outerelo, dirigente
sindacale di Santa Cruz. Soto fa notare al «colonnello» – come
tutti chiamano Outerelo – che dovrà assumersi la guida di un
movimento che si estende su tutto il territorio della provincia, da-
to che per la posizione geografica di Puerto Santa Cruz dovrà fare
lui da collegamento tra Albino Argüelles, dirigente di Puerto San
Julián, e un nuovo agitatore che si è messo in evidenza a Puerto
Deseado: José Font. Quest’ultimo, meglio noto come «Facón
Grande», coltellaccio, è un gaucho della provincia di Entre Ríos
dal carattere riservato e taciturno, uno che di mestiere fa il carret-
tiere, di quelli che con un fischio si fanno obbedire da otto cavalli.
All’inizio di ottobre, in numerose proprietà vengono pagati i
salari agli operai. Dove non si rispettano gli accordi, inizia lo scio-
pero. L’Asociación Pro Patria di Puerto Santa Cruz si rivolge an-
cora una volta al presidente della nazione, lamentando che lo scio-
pero impedisce la tosatura, il lavaggio e il trasporto della lana. Ma
ormai non è più necessario protestare: parte a sorpresa un’ampia
operazione di polizia che coinvolge Puerto Deseado, Puerto San
Julián, Puerto Santa Cruz e Río Gallegos. Viene sbattuto in cella
chiunque abbia avuto qualcosa a che fare con il sindacalismo. A
Río Gallegos si devasta e si chiude il locale della Sociedad Obrera

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e la polizia cattura la preda più ambita: il gallego Antonio París,
segretario generale, l’uomo più odiato dalla Liga Patriótica, quello
che si era cavato la voglia di negare il servizio per il banchetto del
9 luglio. Lo conducono in galera ammanettato e qui lo prendono
a bastonate. Quella sera alla Liga Patriótica e al Club del Progreso
si parla solo, ridendo a crepapelle, dell’arresto del gallego, dei ba-
stoni che si sono rotti sulla sua testa e del trattamento speciale che
ha ricevuto in caserma, dove il sergente Echazú ha colto l’occasio-
ne per spiegare all’anarchico che questo è un paese dove bisogna
rigare diritto. I patrioti, ricomposte le facce deformate dalle risate,
decidono di recarsi in commissariato per felicitarsi del compor-
tamento tenuto nell’ora dell’emergenza. Il giornale «La Unión»
elogerà le forze di polizia, sottolineando come «abbiano realizzato
una parziale depurazione dei cattivi elementi che finora si sentiva-
no al sicuro dietro una cortina di apparente legalismo».
Anche a Puerto Santa Cruz, Puerto San Julián e Puerto
Deseado le perquisizioni sono andate a segno. Si può dire che a
questo punto tutti i dirigenti di rilievo sono ormai stati arresta-
ti. Soto riceve queste notizie mentre si trova nell’estancia «Bella
Vista». Lo informano anche che París e i suoi compagni sono poi
stati caricati su un mezzo di trasporto dell’esercito e deportati con
destinazione sconosciuta. Al contempo gli mostrano il manifesto
con cui è stato proclamato, dai pochi compagni rimasti in libertà,
lo sciopero generale. Soto si dichiara favorevole.
La notizia dello sciopero generale si diffonde come una reazio-
ne a catena. Soto dà l’ordine di sospendere il lavoro e di occupare
le estancias. Anche nella «Bella Vista» della società Sara Braun si
innalzano le bandiere rosso-nere. E comincia, a cavallo, la lunga
marcia verso la morte.
Intanto a Buenos Aires le cose sono arrivate al giusto punto di
bollitura. La pressione sul governo da parte della Sociedad Rural,
delle delegazioni dei proprietari terrieri e dell’ambasciatore in-
glese ha sortito i suoi effetti, facendo prevalere la posizione del
generale Martínez, determinato a farla finita una volta per tutte

79
con il movimento operaio in Patagonia. Tutto questo fa sì che len-
tamente Yrigoyen metta in funzione gli ingranaggi burocratici: le
forze armate potranno reprimere lo sciopero.
Tuttavia, Yrigoyen non la darà del tutto vinta ai possidenti:
insisterà per inviare il tanto criticato tenente colonnello Varela,
l’uomo che nella sua prima missione si è mostrato conciliante con
gli operai. Perché? Come mai manda un militare vicino al suo
partito per svolgere un compito tanto ingrato? È appunto questo
il nodo della questione. Infatti, non appena arriva nella zona di
Santa Cruz, il tenente colonnello Varela decreta con bando pub-
blico la pena di morte, e lo fa a poche settimane dall’abolizione
della pena di morte sancita dal parlamento. Con quale autorizza-
zione Varela fa questo passo? Su ordine di Yrigoyen? Come può
accadere che in uno Stato democratico, senza che sia stato dichia-
rato lo stato di guerra o sia scoppiata una guerra civile, e con le
camere del Congreso Nacional in sessione, un tenente colonnello
instauri di propria iniziativa, e a suo rischio e pericolo, la legge
marziale? Varela è un ufficiale serio, non è pazzo, è uno che fa il
proprio dovere. Non può quindi agire per conto proprio, senza
l’appoggio del presidente. Forse l’unica cosa che si può concedere
a Yrigoyen è che a Varela la cosa sia sfuggita di mano nell’incalza-
re degli eventi e sotto la pressione dei potenti interessi in campo.
Ma di certo anche la marina agisce in base alle medesime istru-
zioni di Varela, vale a dire operando in stato di guerra.
Appare evidente che Yrigoyen non può permettersi in alcun
modo un lungo sciopero sovversivo nei territori patagonici. Non
gli rimane allora altra soluzione che agire – o lasciar agire – come
è già stato fatto durante la Semana Trágica. «Purtroppo», qualche
pallottola va messa nel conto.
Le truppe sono già in marcia. I potenti della Patagonia si sono
mossi con intelligenza e tutti gli occhi del paese sono rivolti a sud.
È incredibile la rapidità con la quale i giornali fanno proprio il
linguaggio che, con gran maestria, i proprietari terrieri usano per
definire il sindacato libertario: bandoleros, fuorilegge o assassini

80
sono gli aggettivi più lievi. Ma ciò che è ancora più incredibile è il
fatto che proprio i protagonisti della repressione – Varela, Anaya
e Viñas Ibarra – riconoscono che lo scenario delineato dai potenti
è falso, che le cose che vengono dette sui crimini degli operai
sono menzogne. Viñas Ibarra, ad esempio, non solo dichiara che
i braccianti sono sfruttati dai padroni ma ammette la ragionevo-
lezza delle loro pretese. Eppure prenderà parte alla sanguinosa
repressione e in seguito la giustificherà.
Intanto, mentre l’«Almirante Brown» della marina si muove ver-
so sud e a Buenos Aires Varela prepara i suoi soldati nella caserma
di Campo de Mayo, Soto e i suoi usano in modo proficuo il tempo
a loro disposizione. Il 31 ottobre Soto è già riuscito a far sollevare
i braccianti delle estancias «Buitreras», «Alquinta», «Rincón de los
Morros», «Glencross», «La Esperanza» e «Bella Vista». Una lunga
colonna di trecento lavoratori rurali si avvicina a «El Turbio» e a
Punta Alta, mentre il movimento si estende a macchia d’olio. Altri
delegati della Sociedad Obrera sono riusciti a far sollevare anche
tutto il personale delle fattorie situate tra il Lago Argentino e Punta
Alta. Vale a dire che in meno di sette giorni questi uomini han-
no mobilitato tutta quell’enorme regione a sudest del territorio di
Santa Cruz. Entrano nelle fattorie, parlano con i peones, requisisco-
no le armi, confiscano gli alimenti necessari, lasciando in cambio
un buono firmato da Soto, e quando trovano i proprietari o gli
amministratori li prendono in ostaggio. Poi, se possibile, si portano
via tutti i cavalli per evitare di essere inseguiti. Non attaccano nes-
sun distaccamento di polizia. A «El Turbio», ad esempio, si accam-
pano a pochi metri dal distaccamento senza che si verifichi alcun
incidente. Soto vuole dimostrare che si tratta di un movimento
sindacale, senza carattere insurrezionale. Sa bene che se attaccasse
la polizia lo accuserebbero di attentare contro la nazione.
Le prime notizie concrete dello sciopero arrivano da Punta
Arenas, dove stanno concentrandosi i dipendenti delle estancias
inglesi e alcuni amministratori. Il Cile mobilita immediatamente
il battaglione Magallanes e chiude la frontiera con l’Argentina.

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Una compagnia alle dipendenze del tenente Villablanca si sposta
a Puerto Natales con una unità di mitragliatrici. Anche i carabi-
neros sono mobilitati. Non appena la dichiarazione di sciopero
viene accolta anche a Río Grande, nei possedimenti di Menéndez
Behety, uno squadrone marcia fino alla frontiera e una compagnia
di fanteria si schiera a difesa del confine nella Terra del fuoco.
Una tale rapidità si spiega con il fatto che il Cile ha un governo
conservatore e possidenti come i Braun, i Menéndez e i Montes
trovano qui un immediato riscontro alle richieste in difesa dei
propri interessi, cosa che non è stata così rapida come si desiderava
con il governo di Yrigoyen. Ma ormai le truppe argentine stanno
per arrivare, e non lasceranno traccia sul suolo patagonico del più
piccolo germoglio sindacalista.
Il 5 novembre tutto il sud è paralizzato. I lavoratori controlla-
no le vie di comunicazione. Svariate colonne di sessanta, cento o
duecento uomini marciano dietro alla bandiera rossa attraverso
le desolate regioni della provincia di Santa Cruz. Soto si incontra
a Punta Alta con Graña, Sambucetti e Mongilnitzky, gli uomini
che erano partiti con lui da Río Gallegos. Decidono che, mentre
Soto continuerà a dirigere il movimento nelle zone rurali, gli al-
tri tre cercheranno di rientrare a Río Gallegos per rimpiazzare i
dirigenti sindacali arrestati e mantenere un punto di appoggio in
quella città. Soto è convinto che se rimanessero isolati dalla costa
questo comporterebbe il fallimento dello sciopero. Per questo si
danno da fare nella difficile missione di tornare a Río Gallegos.
Gli uomini che si dedicano a questa missione si dividono in due
gruppi, che però restano in contatto tra loro.
Quando il 1° novembre l’auto su cui viaggiano Sambucetti,
Fernández e Mongilnitzky arriva al ponte Buitreras, la polizia la
intercetta e la blocca. Gli agenti spuntano da ogni lato e hanno in
dotazione armi pesanti. Sambucetti dice che devono parlare con il
governatore, ma i poliziotti non hanno riguardi: li ammanettano
con i polsi alle caviglie e li buttano sul fondo di un camion come
se fossero sacchi di patate. Lungo la strada li bastonano ben bene:

82
«Vedrete come vi riceverà il governatore». Quando arrivano a Río
Gallegos non hanno un aspetto molto presentabile: invece di por-
tarli a conferire con il governatore li sbattono in cella, dove i poli-
ziotti passano a trovarli uno alla volta per togliersi la voglia di me-
nar le mani. E fanno una sola domanda: «Dov’è Antonio Soto?».
La polizia ha racimolato un bel bottino: oltre ai tre dirigenti
sindacali, hanno sequestrato due fucili Winchester, volantini in-
neggianti allo sciopero e numerosa corrispondenza. Ma il pezzo più
interessante che hanno trovato è una tessera rossa scritta in caratteri
cirillici e trovata nelle tasche del russo Mongilnitzky. I poliziot-
ti se la passano di mano in mano. Tutte le personalità influenti
di Río Gallegos vengono a vederla, con uno sguardo a metà tra
il terrorizzato e il meravigliato: ecco la prova! Tutti annegano in
un mare di chiacchiere. Nessuno ci capisce niente, ma con questi
caratteri e per il fatto stesso di essere in russo risulta evidente che
può solo parlare di rivoluzione, morte, sangue, anarchia, massima-
lismo. Insomma: anti-argentinismo. Questa tessera sarà la prova
sufficiente per dimostrare che lo sciopero patagonico è ispirato da
Mosca, per indurre i giornali e i militari argentini a parlare di una
grande cospirazione straniera contro la sovranità nazionale. Oltre
alla tessera, trovano anche una sospettosissima lettera tutta scritta
in russo. Con ogni evidenza – anche se nessuno si prende la briga di
farla tradurre – è questa la prova dell’infamia. Le avessero tradotte,
sarebbero rimasti piuttosto delusi. La tessera è infatti quella di una
biblioteca, la «Leo Tolstoj», e dà diritto a leggere le opere dei liberi
pensatori, dei razionalisti e dei padri delle idee libertarie (Bakunin,
Kropotkin, Proudhon) e di quelle marxiste (Marx ed Engels), oltre
ai capolavori di letterati come Maksim Gorkij e Panait Istrati. La
lettera è stata spedita da alcuni parenti e si riferisce in maniera solo
generica a ciò che sta avvenendo a Puerto Santa Cruz.
Con prigionieri di questo calibro la polizia di Río Gallegos non
si sente sicura: primo, perché questi non si sono fatti intimorire,
nonostante le ripetute sessioni di ammorbidimento; secondo, per-
ché teme la reazione degli operai della zona. Per questo li caricano

83
sull’imbarcazione «Vicente Fidel López», ancorata nel porto, una
mossa che salverà la vita ai tre prigionieri. Pochi giorni dopo, in-
fatti, sbarcherà sul posto il tenente colonnello Varela, per nulla
interessato a qualche bizzarra scritta in cirillico.
L’altro gruppo di sindacalisti che si avvicina a Río Gallegos de-
cide di fermarsi a passare la notte a «Las Horquetas», ma qualcuno
fa una spiata al commissario Samuel Douglas Prica. Il commissa-
rio circonda con una squadra di poliziotti l’umile esercizio com-
merciale e fa uscire tutti con le mani in alto. Un bel colpo: tra gli
arrestati ci sono Oyola e Graña, forse gli uomini di maggior valore
su cui può fare affidamento Soto. Catturati questi leader sindacali,
si può dire che Soto rimane solo: avrà dei buoni compagni di stra-
da, privi però di qualunque esperienza sindacale e organizzativa.
La repressione è sempre più pesante. La sede del sindacato di
Puerto Santa Cruz è «visitata» dalla polizia. La piccola bibliote-
ca, con i libri di Ghiraldo e i classici russi, viene devastata. E la
macchina da scrivere, comprata peso dopo peso dai braccianti
di Puerto Santa Cruz, sarà utilizzata nella caserma per mettere
a verbale le relazioni su questi gringos anarchici. Anni dopo, sarà
un piacere per il commissario di turno spiegare ai visitatori che
quella macchina apparteneva ai «bandoleros del ’21».
Il movimento comunque continua a estendersi. Outerelo è ri-
uscito ad abbandonare Puerto Santa Cruz e a raggiungere Paso
Ibáñez, salvandosi per un pelo. Ma i suoi compagni, anziché al-
lontanarsi dai porti, avanzano in direzione dell’oceano. A gruppi
di dieci o quindici perlustrano le estancias, incitano i braccianti a
sollevarsi, confiscano viveri e armi e formano grandi colonne che
convergono verso Puerto Santa Cruz.
I proprietari terrieri fuggono con le proprie famiglie. La cam-
pagna si svuota. Soltanto una estancia si difende: la «Bremen» dei
tedeschi Schroeder, uomini d’ordine che hanno trasformato la loro
proprietà in un frutteto. Quando arriva la notizia che i braccianti
si stanno sollevando e prendono in ostaggio tutti i proprietari ter-
rieri, loro si rifiutano di abbandonare i loro possedimenti. Rimane

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lì tutta la famiglia, comprese donne e bambini. Stanno di guardia
giorno e notte. Tutto intorno a loro ci sono gli scioperanti. Il figlio
maggiore degli Schroeder è appena tornato dalla Germania, dove
ha combattuto come volontario durante la Grande Guerra. È ri-
masto quattro anni nelle trincee. È gente di fegato.
La mattina del 5 novembre risuona un grido di allarme:
«Arrivano!». Una squadra di dieci uomini con la solita bandiera
rossa in pugno. Davanti a loro corre una mandria di cavalli per pro-
teggerli da un attacco. Sono otto cileni e un argentino guidati dal
galiziano Martínez, un uomo semplice, un lavoratore che nelle as-
semblee parla con voce quasi impercettibile contro i preti e lo Stato.
I cileni si avvicinano gridando «Viva lo sciopero!» e strepitano
come gli indiani, forse solo per darsi coraggio. Davanti a loro ci
sono estancieros di poche parole, gente che si esercita continua-
mente con il tiro a segno e lucida le armi con la stessa cura con
cui si accarezza il cane prediletto.
Mentre la signora Schroeder si rifugia con i bambini nella
stanza più sicura, gli uomini occupano le posizioni strategiche. Il
figlio maggiore sale ad esempio sul mulino. Sa che da lassù domi-
nerà tutta la strada. Calcola inoltre che i chilotes hanno solo armi
corte, mentre lui impugna un fucile Mauser nuovo fiammante.
Gli scioperanti ribelli avanzano come se non corressero alcun
pericolo. Gli Schroeder li lasciano avvicinare. Quando sono a ti-
ro, parte senza alcun preavviso una prima fucilata. Martínez, alla
testa del gruppo, riceve in piena faccia il proiettile del Mauser. Lo
stesso accade all’argentino che lo segue. Eccellente mira: entram-
bi fanno una capriola rigida sulla groppa del cavallo e cadono
crocefissi al suolo. Gli altri si lanciano in una precipitosa ritirata.
Per i tedeschi è una imperdibile occasione per esercitare la mira.
Fanno alcuni feriti e ammazzano due cavalli.
I chilotes si fermano a più di cinquecento metri dalle abitazioni.
Cercano un riparo dietro alcune pietre e cominciano a sparare
contro gli edifici con i loro revolver dalla gittata breve. Pallottole
che non arriveranno mai a segno. In cambio, gli europei si dan-

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no da fare in tutta tranquillità. Tra un tiro e l’altro passano uno
straccio umido sulle canne fumanti perché si raffreddino. Poi
puntano, e quando vedono apparire dietro alle pietre qualche te-
sta nera, premono il grilletto. I chilotes non riescono neanche ad
affacciarsi. Più che un combattimento, sembra una esercitazione
di caccia grossa. Oltretutto questi tedeschi non sono degli sprov-
veduti. Sanno che i chilotes sono capaci di rimanere in attesa per
giorni e giorni, aspettando che gli Schroeder finiscano le pallotto-
le. Ma non c’è pericolo: ne hanno varie casse. Dall’altro lato non
sparano più un solo colpo. Alla fine i chilotes fuggiranno senza
alcuna eleganza, caricandosi i feriti.
Gli Schroeder capiscono che è l’unica opportunità rimasta.
Caricano sull’auto tutta la famiglia e si dirigono verso Puerto Coyle,
da dove telegrafano alla polizia dicendo che hanno ammazzato due
scioperanti e ne hanno feriti altri. Chiedono aiuto per tornare all’e-
stancia e continuare la lotta, perché sono convinti che gli scioperanti
torneranno. Immediatamente si muovono da Río Gallegos il com-
missario Guadarrama, il sergente Echazú e vari gendarmi. A Puerto
Coyle si uniscono a loro gli uomini della famiglia Schroeder.
Quando vengono a sapere che nell’estancia «Bremen» sono ca-
duti i compagni Martínez e Caranta, gli scioperanti distaccano
una squadra di dieci peones per occupare la fattoria. Arrivano alle
5 del mattino e sorprendono il gendarme di guardia. Ma ormai
la polizia dislocata negli edifici è allertata e così inizia una in-
tensa sparatoria. Gli scioperanti non riescono ad avanzare e le
pallottole cominciano a scarseggiare. Il cileno Roberto Triviño
Cárcamo prende quindi l’iniziativa e si lancia al galoppo con il
proprio cavallo, seguito, in modo più o meno ordinato, dai suoi
compagni. Ma don Enrique Schroeder con un sol colpo rovescia
a terra il cavallo. Cade anche Triviño e gli altri, credendolo morto,
fuggono a gambe levate. Triviño invece si rialza e comincia anche
lui a correre. Una pattuglia di poliziotti lo blocca dopo alcuni
chilometri e lo riporta a colpi di frusta fino all’estancia, dove viene
legato al mulino in attesa del tenente colonnello Varela.

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Mentre l’incrociatore «Almirante Brown» si dirige verso
Puerto Santa Cruz (dove è attraccata in situazione d’emergenza
la nave-frigorifero «Armour»), Varela naviga direttamente verso
Río Gallegos. Si è imbarcato a Buenos Aires il 4 novembre con il
10° Reggimento di cavalleria e arriva a Punta Loyola – a qualche
decina di chilometri da Río Gallegos – il 9 dello stesso mese.
Dalla relazione di Varela si apprendono le sue prime reazioni:

Il lavoro era totalmente paralizzato. I proprietari delle fattorie, gli


amministratori, i maggiordomi e i capoccia – a parte alcuni che erano
riusciti a fuggire abbandonando tutto il potere ai rivoltosi – si trovavano
da tempo prigionieri e si ignorava la loro sorte, al punto che bisognava
accertarsi se erano stati assassinati nel corso degli incendi delle estancias,
quando era stata commessa ogni sorta di saccheggio. In generale si può
dire che la situazione degli abitanti di questo paese era a un tale punto
di esasperazione da apparire disperata; le autorità non avevano preso
alcuna misura cautelativa e la polizia si era limitata a commentare i fat-
ti. Essendo le comunicazioni interrotte, arrivavano solo frammentarie
notizie in merito alla fuga del personale militare da alcune caserme, che
aveva così abbandonato armi e munizioni poi finite nelle mani dei rivol-
tosi, come è stato provato in seguito. Una parte degli agenti di polizia
era stata fatta prigioniera senza opporre alcuna resistenza.

Varela ha ragione riguardo al lavoro: è completamente paraliz-


zato. Dalla zona di Río Gallegos fino alla cordigliera, dal 52° pa-
rallelo al confine meridionale con il Cile fino al fiume Santa Cruz,
il movimento si è andato estendendo, arrivando fino a Puerto San
Julián, con i primi successi messi a segno a Bahía Laura e Puerto
Deseado, dove comincia a muoversi «Facón Grande». È altresì cer-
to che le linee di comunicazione sono state tagliate e che quasi
tutti i padroni e gli amministratori sono stati presi in ostaggio, pur
godendo negli accampamenti degli insorti di una certa libertà, al
punto da poter inviare lettere ai familiari. È assolutamente falso,
invece, che qualche estanciero o funzionario sia stato assassinato, e

87
lo stesso può dirsi per quei braccianti che rifiutano di unirsi agli
scioperanti. Non esiste alcuna denuncia, verbale o comunicato che
accrediti questa asserzione. Né la Sociedad Rural, né il quotidia-
no «La Unión» hanno mai potuto citare il nome di qualcuno ef-
fettivamente assassinato. Altrettanto difficile è dimostrare casi di
violenza sulle donne: non esiste una denuncia fino a quando non
arrivano le truppe. Certo, in questi casi si dice sempre che le donne
interessate non hanno sporto denuncia per pudore. Mancano però
anche le testimonianze di terzi. Più tardi, negli ultimi giorni dello
sciopero, ci sarà un episodio di violenza: di nuovo non ci sarà alcu-
na denuncia, ma ci saranno i testimoni, e i due autori dell’atto sa-
ranno fucilati. Nelle proteste ufficiali presentate dai rappresentanti
di Inghilterra, Stati Uniti, Belgio, Spagna e Germania, non si fa
mai menzione di violenza contro le donne. Viceversa è innegabile
che i saccheggi ci sono stati, anche se in misura minore rispetto al
primo sciopero, quando i capi erano «El Toscano» e il «68».
Fin dagli inizi, Varela assume la propria missione come un in-
carico di guerra. Deve vincere, sbaragliare, annichilire il nemi-
co. Ma come sconfiggere una forza dieci volte superiore? Come
muoversi con duecento soldatini che non conoscono il territorio,
che non sono abituati al vento e al clima patagonico? Di fatto, se
Varela si scaglia contro forze dieci volte superiori, è perché sa che
il nemico non è organizzato militarmente, non possiede armi suf-
ficienti e soprattutto non vuole la guerra. Varela sa con chi sta per
combattere, li conosce dal primo sciopero. Sono per lo più chilo-
tes, insieme a qualche spagnolo, russo o tedesco che non vive nella
realtà, gente che in genere crede nell’umanità e si perde in di-
squisizioni tolstoiane o bakuniniane, ma che non sa andare oltre
l’iniziativa individuale, non sa come si maneggia un’arma, non sa
nulla del movimento delle truppe e di ciò che è fondamentale per
trionfare in combattimento: saper condurre le masse, ordinare
e pretendere di essere obbediti, fare di ogni soldato un automa,
pronto anche a sparare al proprio padre se viene richiesto. Sapere
questo, vuol dire essere un militare, come lui.

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Se Varela manda avanti colonne di ufficiali e soldati così esigue
da poter essere definite pattuglie, è solo perché sa bene che gli
scioperanti non vogliono combattere. Si tratta piuttosto di una
spedizione punitiva, o di pulizia sociale, che non può essere quali-
ficata come azione di guerra. Perché non ci sarà affatto una guer-
ra, a parte l’episodio isolato di «Facón Grande», che in ogni caso
va analizzato attentamente. Seguiamo allora le truppe di Varela
fino a quando non si incontrano con le colonne di scioperanti.
Scrive il comandante militare nel suo rapporto:

Decido di procedere in tutta rapidità distaccando tre squadroni. […]


Questi squadroni si sono messi in marcia l’11 e il 12 novembre. Una
volta partiti, dopo aver verificato le notizie sui fatti commessi dai rivol-
tosi (gli assalti alle fattorie, la piccola sparatoria avvenuta tra loro e la
polizia) e in conformità con le notizie acquisite in loco, secondo le quali
nella zona in cui opera il capitano Viñas si trovano gruppi disposti a
resistere all’esercito, decido di trasferirmi a Río Gallegos per potermi
dirigere da lì verso sud fino a Punta Alta, passando per quelle proprietà
che secondo le mie informazioni erano state assaltate.

Ma Varela nasconde una cosa molto importante: nell’estancia


degli Schroeder ha luogo la prima fucilazione senza processo del-
la campagna in atto: il cileno Luís Triviño Cárcamo, catturato
e legato al mulino a vento della fattoria. Il commissario Isidro
Guadarrama ci ha riferito personalmente che quando Varela
arriva nell’estancia degli Schoeder viene informato che Triviño
Cárcamo è uno degli assalitori, nonché un ribelle incorreggibile.
Gli dicono anche che per tutta la notte gruppi di peones insorti
hanno provato ad avvicinarsi all’estancia per cercare di liberare il
loro compagno, ma che sono stati respinti dagli agenti di polizia
appostati negli annessi agricoli. Gli insorti hanno dunque usato
le loro armi per attaccare questi magazzini. Per di più, mentre
echeggiavano gli spari, Triviño Cárcamo si è preso gioco della
polizia ridendo e al contempo urlando «Viva lo sciopero!».

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Tutto questo viene riferito a Varela che, dopo aver ascoltato il
rapporto dei suoi sottoposti, dice seccamente: «Questo non ri-
derà più. Fucilatelo immediatamente». E dà l’ordine al sergente
Echazú, che con i suoi uomini spara da distanza ravvicinata. Il
chilote riceve i proiettili con un misto di sorpresa e rassegnazio-
ne. Lo sotterrano il giorno dopo a centocinquanta metri dalle
abitazioni, assieme ai suoi compagni, lo spagnolo Martínez e l’ar-
gentino Caranta. Di tutto questo sono testimoni i membri della
famiglia Schroeder, che continuano a vivere in queste fattorie e
a lavorare sul posto, come cinquant’anni fa. Si tratta della prima
fucilazione della campagna militare.
Dalla estancia degli Schroeder Varela ritorna a Río Gallegos, da
dove fa partire, alla volta delle fattorie «Bella Vista» e «Esperanza
Douglas», una nuova colonna composta da trentuno uomini agli
ordini del tenente Anello. Questa colonna partirà all’alba del 14
novembre. Varela rimane a Río Gallegos il 15 novembre e alle 5
del mattino del 16 si mette in movimento con i suoi uomini e
per tagliare la strada attraversa la frontiera con il Cile. Entra cioè
con le sue truppe in territorio cileno e rientra per un’altra strada
in Argentina, con il permesso delle autorità cilene. Questo episo-
dio sarà criticato – o, meglio, ridicolizzato – dalla stampa cilena,
la quale scriverà che prima di venire a mettere ordine sul suolo
cileno, i militari argentini dovrebbero mettere ordine a casa loro.
A Punta Alta ha luogo il primo contatto tra l’esercito argenti-
no e gli scioperanti. In questo combattimento gli unici morti si
contano tra gli operai. Le versioni dei fatti sono assolutamente
contraddittorie. La relazione governativa di Viñas Ibarra sostiene
che i ribelli sono manipolati dal Cile e che tra loro si sono infil-
trati, ben armati, dei carabineros cileni. Si tratta di un argomento
capzioso che cerca di far leva sull’ostilità tra Argentina e Cile.
Sull’altro versante, è invece interessante leggere la testimonianza
di un contadino cileno, che si salva a Punta Alta, pubblicata da «El
Trabajo», organo della Federación Obrera Magallanica di Punta
Arenas, e ripresa da alcune pubblicazioni operaie di Buenos Aires:

90
Era l’11 o il 12 novembre. Nella solitudine patagonica di rado si sa
in che giorno siamo. Mi incontrai con un gruppo di compagni mentre
stavo perlustrando la mia parte di territorio nelle prime ore del mattino.
Mi misero al corrente di quello che stava succedendo e della decisione
dello sciopero generale e mi invitarono a unirmi alla loro scelta. Ho un
cuore e sentimenti da uomo, e non ci fu dunque bisogno di aspettare la
mia risposta affermativa. Sul far della sera ci unimmo a un gruppo di
settanta compagni accampati alle pendici di una zona montuosa, sulla
riva di un rigagnolo. Le proteste per gli arresti e la decisione di non
tornare al lavoro erano generali. Nei tre giorni seguenti continuammo a
visitare estancias e piccoli insediamenti, divisi in svariate commissioni,
invitando alla disobbedienza quei compagni che ancora continuavano
a lavorare, per lo più per ignoranza degli eventi, e impossessandoci dei
cavalli che incontravamo. Al quarto giorno non lavorava più nessuno.
Ci accampammo, in attesa di una squadra che tardava a fare ritorno, e
fummo sorpresi, quasi tutti appiedati e lontani dai cavalli, da un grup-
po del 10° cavalleria composto da una trentina di coscritti, al comando
di quella iena del capitano Ibarra, e da svariati poliziotti. Un compagno,
per capire se erano i nostri in ritardo, aveva sparato un colpo in aria se-
condo il codice stabilito. Questo sarebbe bastato a giustificare le accuse
di essere bandoleros e gli assassinii commessi in seguito.
Le truppe si avvicinarono e aprirono un nutrito fuoco contro il no-
stro accampamento. Non so quanti caddero in quei momenti di con-
fusione terribile. Considerata la nostra superiorità numerica, avremmo
potuto rispondere con i revolver – non avevamo più di tre Winchester
– e opporre una resistenza giustificata dall’atteggiamento barbaro delle
truppe, ma non lo facemmo perché non rientrava nei nostri propositi
– avevamo stabilito di non scontrarci con le truppe per evitare ogni
spargimento di sangue – e perché la nostra lotta non era contro di loro.
Volevamo solo fare delle scorribande che danneggiassero gli estancieros,
interrompendo i lavori di stagione, come la marchiatura e la tosatura, al
fine di provocare dei danni economici, e quindi intimorirli e ottenere la
liberazione dei compagni prigionieri. Ma avevamo sbagliato i calcoli: i
latifondisti avevano decretato il nostro sterminio e volevano che venisse

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portato a termine a ogni costo. L’ordine di massacrarci andava eseguito,
con o senza ragione. E allora non bisogna stupirci, oggi, se gli ufficiali
e gli stessi soldati semplici – operai e figli di operai – si siano accaniti
ferocemente, senza più niente di umano, contro uomini indifesi che a
mani alzate non opponevano la minima resistenza. […]
Il programma di affogare nel sangue la ribellione e i diritti ope-
rai, sostenuto da migliaia di sterline e concepito a Buenos Aires dai
Menéndez Behety, dai Montes, dai Braun e dagli altri latifondisti della
Patagonia, assieme al governatore della provincia e al tenente colonnello
Varela, cominciava a realizzarsi. […]
Chi rimase vivo fu fatto prigioniero. Quelli colpiti a morte, ma anco-
ra vivi, furono finiti a colpi di pistola o di sciabola, secondo il gusto dei
boia. Quanto a me, ferito al gomito destro e al petto, vedendo quelle iene
infuriate in azione, ebbi la felice idea di fingermi morto, perché a nulla
servivano i lamenti o le suppliche tanta era la ferocia di quelle pantere
dall’aspetto umano. Trascorsi il resto del giorno in quella calca di cada-
veri, poi, scesa l’oscurità, e notando che l’accampamento era tranquillo,
cominciai a strisciare con cautela fino ad arrivare, senza essere visto, nei
pressi di alcuni cespugli. Mi riposai un poco, concedendo una breve
tregua ai tremendi dolori prodotti dalle ferite, aumentati nel corso della
mia fuga. Rubando la forza alla debolezza e soffrendo ancora di più, al
punto di rimpiangere di non essermi fatto ammazzare, continuai a stri-
sciare fino ad arrivare a un terreno più basso, un piccolo avvallamento
dove mi sollevai un poco, prima di proseguire carponi. Non so se fosse il
terrore o la febbre, ma avevo la certezza di essere visibile da qualsiasi lato:
così, spaventato, terrorizzato, e quasi esanime, continuai a fuggire senza
sapere verso dove, cercando gli anfratti più oscuri e accidentati.
Quando la luce del nuovo giorno iniziò a dissipare l’oscurità, la mia
mente smarrita si ricordò della necessità di trovare un nascondiglio. Per
mia fortuna mi trovavo ai piedi di una cava e a un’altezza di ottanta
metri c’erano dei grandi massi con molte cavità. Mi riparai in una di
queste e bendai alla meglio la ferita del gomito, rotto e infiammato. La
camicia, il gilet e il maglione servirono da fasciatura alla ferita del petto,
che mi procurava meno dolore. […]

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Si prese cura di me un compagno caritatevole che di queste cose ne
capisce. Teme che probabilmente non potrò più usare il mio braccio
come prima. La ferita del petto invece si è sanata. Siamo come i cani che
si curano le ferite leccandosele!
Dopo esser stato curato, decisi di riposare e dormire. Senza successo.
Per la prima volta nella mia vita maledii il fatto di essere nato in ter-
ra argentina! Il dolore delle ferite, la sete che mi divorava, il ricordo e
l’immagine dell’orribile carneficina a cui avevo assistito mi impedivano
di realizzare il mio proposito. La mia testa era uno scenario dantesco
in cui si agitavano migliaia di spaventosi fantasmi. Ero in questo stato,
quando il rumore di una scarica mi risvegliò dal mio torpore. A questa
seguì un’altra scarica e un’altra ancora. Anche dopo molti giorni dall’ar-
rivo di due compagni di sventura non sono riuscito a sapere a che cosa
erano dovute quelle scariche. Questi compagni mi hanno raccontato
quello che io non ho potuto vedere il giorno del mio ferimento e nei
giorni seguenti. Ho qui le loro testimonianze, e quelle di altri disgra-
ziati come noi, che sono riusciti a salvarsi dal massacro in vari luoghi,
testimonianze certe, verificate da giurati, visto che più di una persona
ha stentato a crederci, ma io no. Lascio dunque la parola a un compagno
che, come me, è stato ferito, a una gamba.
Dopo essere stati sconfitti – mi dice – i pochi rimasti vivi sono messi
in fila. Quando Viñas Ibarra chiede chi è il capobanda, nessuno risponde.
Non è un gruppo di uomini con un capitano, ma solo alcuni compagni
che si sono rifugiati in un bosco per proteggersi dal vento e dal freddo.
Visto che nessuno risponde, il commissario Douglas, personaggio ben
noto, individuo criminale che ha preso parte a molti massacri di operai,
si avvicina alla fila e decide che il capobanda è Pintos, perché questo com-
pagno ha sempre messo i bastoni tra le ruote ai padroni con la sua propa-
ganda costante. E il commissario Douglas, che come tutti i poliziotti vive
di corruzione, approfitta dell’opportunità. È sufficiente una semplice insi-
nuazione per far dire a Viñas Ibarra: due passi avanti… puntare… fuoco!
Il compagno Pintos cade in ginocchio, e siccome non muore subito,
Douglas tira fuori la sua pistola e gli dà il cosiddetto colpo di grazia.
Avanza di qualche passo lungo la fila e ne riconosce un altro. Questa

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volta è il compagno Lagos. Dopo averlo fatto uscire dalla fila, Douglas
gli spara due colpi, uno lo ferisce al fianco e l’altro lo colpisce frontal-
mente. Il compagno cade, ma le ferite non sono mortali, così quando
torna in sé si accorge che le truppe si sono spostate di qualche metro
per raccogliere e accatastare della legna. Il compagno Lagos capisce che
quello che si vuol fare è bruciare i cadaveri. Aspetta allora che si allonta-
nino ancora di qualche metro, in cerca di legna, e strisciando tra i suoi
compagni morti si addentra nel bosco. È per questo che oggi può stare
tra di noi anche se in condizioni abbastanza gravi.
Alcuni compagni che sono riusciti a nascondersi nel bosco racconta-
no che dopo un po’ arriva un camion dal quale scaricano pale e picconi.
I pochi compagni superstiti, che pur non essendo stati passati per le
armi sono stati comunque torturati, sono obbligati a scavare una grande
fossa nella quale avrebbero dovuto seppellire le trentasette vittime che si
intravedono da lì. Ma a un certo punto, forse perché si sta facendo not-
te, i nostri compagni sono caricati sul camion, che parte in direzione del
carcere di Río Gallegos, mentre sul posto rimangono una quarantina di
coscritti incaricati di finire il lavoro.

La versione del peon e quella di Viñas Ibarra non concorda-


no affatto. Nei rapporti inviati dal capitano Viñas Ibarra al mi-
nistero della Guerra e a quello della Giustizia di Río Gallegos
troviamo evidenti contraddizioni. Tutti i verbali di Varela e dei
suoi ufficiali si caratterizzano per la loro ambiguità. Il numero dei
lavoratori «combattenti» non coincide mai con il numero dei pri-
gionieri più il numero dei morti in combattimento. Viñas Ibarra
afferma inoltre che «tra tutti i prigionieri c’era un solo argentino,
di Ushuaia, mentre tutti gli altri sono cileni». Questa afferma-
zione è in contraddizione con la lista di prigionieri inviata a Río
Gallegos, nella quale risultano prigionieri due argentini, ventiset-
te cileni, un francese, un uruguaiano, un russo, un austriaco, tre
spagnoli e un italiano.
Per completare il resoconto del «combattimento» di Punta Alta
riportiamo una serie di altre testimonianze. Il sottotenente Jonas,

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nelle sue memorie, scrive che in quel luogo sono state fucilate
trenta persone, alle quali prima erano state legate le mani con il
fil di ferro.
A Puerto Natales abbiamo avuto l’opportunità di parlare con
Virginio Gonzáles, un anziano tosatore di 72 anni che ci ha detto
di essere stato a Punta Alta nel novembre del 1921. In effetti, nella
lista di prigionieri firmata dal tenente colonnello Varela figura la
voce «Virgilio Gonzáles, cileno, 22 anni, celibe, peon ambulante».
Il vecchio Gonzáles ci ha raccontato che a quel tempo faceva par-
te del gruppo nominalmente diretto dall’argentino Pintos, ma il
cui vero consigliere era un tedesco di nome Otto, che sapeva ap-
pena parlare lo spagnolo, che aveva combattuto nella prima guer-
ra mondiale e che era arrivato da appena un anno in Argentina.
Il tedesco Otto, insieme a due o tre spagnoli e un russo, erano
gli unici che avevano qualche idea sociale e che erano in grado di
spiegare ai cileni le idee anarchiche.
Nel suo racconto Virginio Gonzáles riferisce inoltre che ave-
vano saputo dell’arrivo delle truppe da due compagni che erano
andati ad avvisarli. In quel momento Pintos era l’unico dirigente
che si trovava lì, perché il tedesco Otto e gli altri erano partiti
con l’incarico di far sollevare altre estancias. Pintos disse di stare
tranquilli: era l’esercito e non la polizia. Molti si sedettero e alcuni
andarono incontro alle truppe. Uno di loro, per farsi riconoscere
o in forma di saluto, sparò un colpo in aria, metodo molto usato
in Patagonia a quei tempi per far orientare quelli che si avvicina-
vano. In quel momento le truppe si sparpagliarono e cominciaro-
no a far fuoco contro tutti quelli che si erano avvicinati e contro
tutto quello che si muoveva.
Ecco la sua testimonianza:

Hanno cominciato a sparare come pazzi. Ci siamo accorti che ave-


vano paura e che non si sarebbero fermati finché non fossero finiti i
proiettili o non si fossero accorti che eravamo indifesi, perché i pochi
Winchester che avevamo erano stati portati via dalle commissioni che

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andavano a far sollevare le estancias nelle vicinanze. L’unico ad avere un
fucile Mauser era il tedesco Otto, a cui era stata affidata perché aveva
fatto la guerra in Europa.
L’attacco dell’esercito ha lasciato a terra molte vittime. Siamo rimasti
sdraiati al suolo fino a quando i sergenti e il capitano non ci hanno urlato
di consegnarci con le mani in alto. Poi ci hanno portati in un recinto.
Mentre ci alzavamo, abbiamo visto che molti compagni rimanevano a
terra, forse morti o feriti. Ci hanno spinti di corsa tutti in un recinto,
spingendo a sciabola tratta tutti quelli che acciuffavano. Li rincorrevano
con i cavalli come si radunano gli animali. Poi ci hanno detto di for-
mare una fila e gridare il nostro nome e la nostra nazionalità. Ci hanno
separato dai cileni. Quando è arrivato il turno del compagno Pintos, il
commissario Douglas ha gridato: «Questo, capitano, è il capobanda».
Lo hanno fatto uscire dalla fila e se lo sono portato via. Non abbiamo sa-
puto mai più niente di lui. Più tardi, nel carcere, sono venuto a sapere che
il commissario Douglas gli ha sparato. Ci hanno portati tutti all’estancia
«Fuentes de Coyle», dove ci hanno messi di nuovo in un corral e ci hanno
fatto passare per una recinzione più stretta, uno per uno, mentre da un
lato e dall’altro c’erano soldati e poliziotti che ci prendevano a sciabolate.

Il quotidiano «La Unión» di Río Gallegos, nell’edizione del 19


novembre 1921, informa, in accordo con un dispaccio arrivato da
Punta Arenas, che «in quel luogo si è data la morte a cento sovver-
sivi», numero che poi si abbasserà a dieci. Da parte sua, «La Unión»
di Punta Arenas riporta che «nello scontro di Punta Alta ci sono
stati cinque sovversivi morti, due feriti e centoquaranta prigionieri».
Per quanto riguarda l’identificazione dei cadaveri, il com-
missario Douglas (accusato di essere l’assassino del «sovversivo»
Pintos) afferma nella sua dichiarazione che non è stato possibile
effettuarla perché si temeva un attacco di altri gruppi di scio-
peranti. Sempre secondo le sue dichiarazioni, lo scontro era av-
venuto in un luogo denominato Corrales Viejos di Punta Alta.
Douglas parla di cinque morti, dieci feriti e trentotto prigionieri,
contraddicendo Viñas Ibarra e Varela che parlano di trentacinque

96
prigionieri. Douglas segnala che trenta di loro sono cileni, mentre
la lista dei militari argentini parla di ventisette cileni. Vuol dire
che mancano tre cileni di cui non si sa più nulla. Viñas Ibarra,
inoltre, cade in un’altra contraddizione: parla di quarantacinque
prigionieri mandati da Punta Alta a Río Gallegos, ma in realtà ne
arrivano solo trentacinque. Nel suo rapporto al ministero della
Guerra scrive testualmente: «Giorno 20: parte una commissione
per Río Gallegos che trasporta quarantacinque prigionieri pre-
si durante il combattimento di Punta Alta». Come dire: Viñas
Ibarra si è perso dieci cileni nel tragitto.
Il quotidiano «La Unión» di Punta Arenas afferma, a proposito
dei morti di Punta Alta, «che è stato identificato il cadavere di Juan
Nasif, trasportato in questa capitale, ma non è stato possibile iden-
tificare gli altri quattro cadaveri di Punta Alta in quanto le autorità
che avrebbero dovuto occuparsi di tale compito hanno notato la
presenza di gruppi isolati di sovversivi nelle vicinanze e hanno do-
vuto abbandonare il lavoro per paura di essere circondati».
Forse è la lettera pubblicata da «El Trabajo» di Punta Arenas il
20 dicembre 1921, vale a dire cinque settimane dopo che si è con-
sumato il massacro dell’estancia «La Anita», a far luce sui fatti di
Punta Alta. Da questo documento veniamo a sapere i nomi degli
altri lavoratori uccisi dalle truppe di Viñas Ibarra.

Il 14 alle 5 del pomeriggio siamo stati sorpresi dalle truppe. Non ab-
biamo reagito in alcun modo. Credevamo si trattasse solo di un interro-
gatorio, ma siamo stati ben presto disillusi, perché invece di un interro-
gatorio abbiamo ricevuto una fitta scarica di fucileria che ha seminato il
panico tra le nostre fila. Al vederci aggrediti in maniera così selvaggia,
il compagno Saldivia ha alzato una bandiera bianca per segnalare che
non volevamo, né pretendevamo, fare alcuna resistenza. Pensavamo che
avrebbero smesso di sparare per non causare altre vittime, ma è stato
tutto inutile, perché i soldati hanno indirizzato le bocche dei loro fucili
contro il compagno Saldivia, che è caduto pesantemente al suolo senza
vita. Quando quelle truppe coraggiose hanno visto che i lavoratori conti-

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nuavano a mantenere l’atteggiamento inoffensivo che avevano avuto sin
dall’inizio, cioè aspettavano fermi la morte con le braccia incrociate, si
sono avvicinati e ci hanno fatto inginocchiare nel fango. Lì hanno proce-
duto al riconoscimento di tutti quelli che dovevano essere fucilati imme-
diatamente, cosa che poi non hanno fatto. Dopo averci preso il denaro e
gli oggetti di valore, ci hanno fatto bruciare tutti i documenti importanti
in nostro possesso, finanche i documenti che provavano che avevamo fat-
to il servizio militare. Non ci restava alternativa, se volevamo restare vivi.
Una volta spogliatici di tutto quello che avevamo (non ci hanno la-
sciato nemmeno un fazzoletto da naso), è iniziato l’interrogatorio tra le
urla degli assassini. Dicevano quanto di più oltraggioso gli venisse in
mente. Ci hanno chiesto chi era il capo del movimento, ma in realtà non
c’era nessun capo. Hanno ammazzato a bruciapelo lavoratori pacifici e
innocenti e hanno tirato fuori dalla fila uno dei nostri compagni perché
rispondesse alla domanda, ma quando il compagno ha risposto che non
sapeva niente visto che si trovava lì da appena un giorno, quel sanguina-
rio di Douglas gli ha sparato un colpo alla testa uccidendolo all’istante.
Dopo aver consumato questo crimine, ha voluto che gli dicessimo
se tra di noi c’era Pinto; siccome nessuno rispondeva, si è avvicinato
al gruppo e dalla fila ha tirato fuori proprio il compagno che cercava.
A questi è toccata la stessa sorte di quello di prima, con una piccola
variante: dopo averlo ucciso Douglas ha cominciato a urlare: «Era lui il
capo che vi induceva a fare queste cose». Poi, davanti a settanta prigio-
nieri, ha obbligato il compagno Benjamin Borquez a tirare fuori tutto
quello che aveva in tasca e, revolver alla mano, lo ha costretto a bruciare
tutto, tranne un assegno di cui si è impossessato il commissario. In
conclusione, tra i caduti di Punta Alta posso indicare Félix E. Pintos,
Juan Alvarez, Oscar Mancilla, Miguel Saldivia e altri che non ricordo.

La denuncia del furto dei beni dei peones da parte dei soldati si
ripete in tutte le regioni del territorio in cui avvengono fucilazioni
ed è confermata dal sottotenente Jonas. Le cose più appetite dai
soldati di Buenos Aires sono le pelli con cui i peones si coprono per
dormire all’aperto. L’unico bottino di guerra delle truppe sono i

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beni dei peones: un nemico molto povero, una guerra miserabile.
In definitiva, quanti sono i morti di Punta Alta? Sono tren-
tasette, come dice la fora? Cinque, come afferma Viñas Ibarra?
Tren­ta, come testimonia il sottotenente Jonas e come scrive il
quotidiano «El Trabajo» di Punta Arenas? Cinque a Punta Alta e
dieci a «Fuentes de Coyle», come riferisce la stampa ufficiale cile-
na? Le nostre ricerche sono arrivate a riscattare solo il nome di sei
scioperanti morti: Félix E. Pintos, Juan Alvarez, Oscar Manuel
Mancilla, Miguel Saldivia, Juan Nasif e Julio Nicasio Freyer. Sei
nomi, non molti, ma nemmeno pochi per una massa anonima.
E ancora manca il racconto più toccante degli avvenimenti di
Laguna Salada e Punta Alta: quello di un soldato delle truppe di
Varela. Si tratta di una fusione delle due versioni: quella ufficiale,
per cui le truppe sono state attaccate dai sovversivi, e quella di cui
il rapporto ufficiale di Varela non parla. È un racconto ingenuo,
senza fronzoli, ma che mette a nudo la crudeltà e la miseria mora-
le. Questa importante testimonianza si deve al lavoro del Centro
Permanente de Historia della città di González Chávez e qui la
riportiamo fino ai fatti di Laguna Salada e Punta Alta. Gli atti
degli storici di González Chávez dicono testualmente:

Don Ramón Vallejos, nato a Necochea il 2 novembre 1900, è un


abitante di antica data di Adolfo González Chávez, essendo arrivato in
questa città nel 1909 con suo padre. Ci stringe affettuosamente la mano
con le sue mani callose da uomo avvezzo ai lavori di campagna. Ha
la pelle scura e i suoi capelli neri sono coperti in parte da un cappello
marrone a falde larghe. Ha il naso aquilino, labbra sottili, ci guarda con
occhi scrutatori, ma appena entra nella conversazione la sua espressione
si fa schietta e la chiacchierata piacevole. Di andatura scattante, questo
anziano criollo4 , al momento della nostra visita, indossa un pastrano

4. Il termine criollo indicava inizialmente una persona di origine spagnola nata nei
paesi latinoamericani. Adesso in Argentina si usa criollo per indicare la popolazio-
ne dell’interno del paese, con svariati gradi di meticciato con i nativi [N.d.T.].

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marrone, pantaloni grigi e camicia verde oliva con cravattino nero al
collo. Alla nostra domanda sul suo coinvolgimento diretto nei fatti dello
«sciopero della Patagonia tragica», ci risponde: «Ho fatto il servizio mi-
litare nel 10° Reggimento di cavalleria di Campo de Mayo, terzo squa-
drone, nell’anno 1921. Ricordo che quell’anno il clima politico e sociale
del paese era scosso da numerosi scioperi e da gravi scontri. Non passava
giorno senza che ci fossero manovre militari. Nel mese di novembre,
però, avevano esonerato la maggior parte di noi dal servizio militare.
Vestivamo già in abiti civili e stavamo festeggiando la fine del servizio
militare quando all’improvviso arriva l’ordine di prendere nuovamente
le armi e l’attrezzatura da guerra. C’è un gran malcontento tra di noi,
e cerchiamo di farlo arrivare ai nostri superiori. Ma il 2 novembre, il
giorno del mio peggior compleanno, il primo e il terzo squadrone si im-
barcano nel porto di Buenos Aires. Saliamo a bordo della nave «Guardia
Nacional» con armi, utensili e tutto l’equipaggiamento di guerra, a ec-
cezione dei cavalli, che ci verranno dati a Río Gallegos dai ricchi del-
le estancias. Gli ufficiali superiori sono il colonnello Héctor Benigno
Varela, il capitano Campos, il capitano Barras y Viñas [sic] e il sottote-
nente Frugoni Mirando. I sottufficiali del mio squadrone sono i caporali
Sosa ed Esperin. Il viaggio in nave dura sette giorni e arriviamo a Río
Gallegos la sera del 9 novembre. Il giorno dopo siamo liberi e andiamo
quasi tutti al bordello, dove c’è una scazzottata con la polizia […].
Le donne del bordello, che sono in buone relazioni con i lavoratori ru-
rali in sciopero, ci informano della situazione, dato che dai nostri supe-
riori avevamo saputo poco o niente sui motivi del nostro spostamento in
quei luoghi. Sempre da loro veniamo a sapere che quasi tutte le estancias
appartengono a società inglesi e che sono stati i padroni di tali estancias a
sollecitare l’arrivo delle truppe perché non sono d’accordo con la conci-
liazione effettuata l’anno prima dall’ufficiale superiore Varela.
Dopo alcuni giorni ci portano in una estancia di cui non ricordo il
nome e qui ci riforniscono di cavalli. I nostri superiori ci dicono che
i lavoratori scioperanti sono banditi che saccheggiano le estancias. Per
questo sono schedati come semplici delinquenti, e noi avremmo dovuto
combatterli in ogni modo e in ogni posto in cui li avessimo incontrati.

100
Il primo contatto avviene lungo un sentiero che sale su per un col-
le non molto alto. I ribelli ci sorprendono dall’alto con una raffica di
proiettili da arma corta. Rispondiamo immediatamente al fuoco, ma
siccome ci troviamo sotto al colle, al bordo di un pendio roccioso, ci
risulta molto difficile prendere la mira. Questa azione dura molto poco,
perché subito dopo si arrendono. Con le mani in alto, li portiamo tutti
in una estancia. Il padrone dell’estancia consegna al nostro superiore
una lista con i nomi dei lavoratori considerati i capi della rivolta. So che
quella notte ci sono state fucilazioni perché ho sentito molti colpi, ma
né io né la maggior parte dei soldati ci siamo occupati di questo lavoro.
È possibile che se ne siano occupati direttamente gli ufficiali e i sottuf-
ficiali. Non so neanche chi fossero i fucilati.
Abbiamo lasciato l’estancia il giorno successivo, credo fosse ancora
novembre. Non riesco a ricordare bene le date dopo tanto tempo. Ad
alcune leghe di distanza ci imbattiamo in un gruppo di sovversivi, che
ci accolgono con una pioggia di proiettili. Sapendo che le armi impie-
gate dai ribelli non hanno una portata molto lunga, i nostri superiori
ci dicono di ritirarci di alcuni metri e poi di rispondere all’attacco. La
migliore qualità e portata delle nostre armi si fanno sentire immedia-
tamente e poco dopo appare una bandiera bianca. Li prendiamo tutti,
circa duecento sovversivi. L’ordine è: a chi si muove un colpo.
Li portiamo nell’estancia di un inglese. Si sente solo un lamen-
to dovuto ai colpi e le frustate. Le fruste usate sono quelle a tre code.
Nell’estancia fanno una classificazione dei più pericolosi in base a una
lista fornita al nostro comandante dall’inglese. […]
Non so dire quale destino abbiano avuto questi infelici, ma vi posso
assicurare che molti sono stati fucilati senza pensarci troppo. Non ri-
cordo neanche se hanno fatto un processo prima di fucilarli, perché in
genere le esecuzioni sono state effettuate quasi immediatamente dopo
averli fatti prigionieri.

Da questa drammatica testimonianza si comprende che i peo-


nes patagonici sono un ottimo capro espiatorio: della crisi, delle
difficoltà interne che Yrigoyen incontra nella capitale, del pro-

101
blema della lana e del rancore che è montato a Río Gallegos
contro il giudice Viñas e Borrero, alimentato da Correa Falcón
e dalla Sociedad Rural. Il primo ormai sta a Buenos Aires, do-
ve chiacchiera con i suoi compagni di fede; Borrero invece non
si dedica più all’attività editoriale, ma sta anche lui per lanciarsi
come estanciero nella zona di Puerto Deseado. Viceversa, Correa
Falcón appare come l’artefice della vittoria, l’uomo che ha gestito
la campagna informativa con cui ha bombardato Buenos Aires,
denunciando incendi, assassini, stupri e furti. Sembrerebbe che
la Patagonia, caduta nelle mani di un anarchismo forestiero, sia
diventata il regno della desolazione.

7. Insorti della colonna di Albino Argüelles catturati dall’esercito (1921).

102
capitolo sesto

La resa tra i ghiacciai

Non si conosce il numero dei fucilati del Lago Argentino.


«La Rázon»

Intanto l’esercito argentino avanza sotto la guida del comandante


Varela, alla testa di ragazzi criollos, su cavalli criollos, a caccia degli
stranieri usurpatori, dei rossi, delle bestie che vorrebbero infama-
re il nome della nostra sacra Patria.
Ma anche Outerelo e la sua gente non stanno a guardare e si
lanciano all’occupazione di Paso Ibáñez, un villaggio di circa ot-
tocento abitanti nei pressi di Puerto Santa Cruz. Il 16 novembre
irrompono a cavallo a Paso Ibáñez circa quattrocento rivoltosi.
Portano con sé molti prigionieri – estancieros, amministratori e
addirittura l’amministratore generale del Frigorífico Armour –
che raccolgono nel cinema del villaggio.
L’evento suscita timore a Puerto Santa Cruz, dove si trova –
a difesa delle proprietà degli imprenditori locali – l’incrociatore
«Almirante Brown». In un attimo si mobilitano gli uomini della
Guardia Blanca agli ordini dell’avvocato e notaio Sicardi, la po-

103
lizia del commissario Sotuyo e la marina. Avanzano da sud verso
Paso Ibáñez e osservano con i binocoli, oltre il fiume, i movimenti
dei ribelli all’interno del villaggio.
Outerelo decide di resistere. All’entrata del paese, sulla strada
principale e lungo la sponda del fiume sistema alcune balle di
lana. Non appena la marina comincia a sparare con armi a lunga
gittata, fa mettere davanti alle balle di lana i poliziotti prigionieri
e i proprietari terrieri con la fama peggiore. Questa mossa blocca
l’attacco. Outerelo approfitta dell’opportunità per inviare una de-
legazione di lavoratori e due ostaggi a Puerto Santa Cruz e tentare
un accordo.
I messaggeri, dopo aver alzato la bandiera bianca, chiedono
solo la libertà dei detenuti, il rientro dei deportati, il rimbarco dei
crumiri e la firma del trattato. Ma il comandante del «Brown», la-
vandosene le mani, dichiara di non avere potere per parlamentare.
Richiede piuttosto che i rivoltosi scendano a sud del fiume Santa
Cruz e si arrendano. Ma Outerelo non vuole che tutto finisca
così, sebbene i suoi uomini manchino di armi e munizioni per
resistere a un attacco armato. Anche il quotidiano «La Unión» a
tal proposito è ottimista e infatti annuncia che gli insorti sono di-
sarmati. La marina a questo punto riapre il fuoco contro i ribelli
di Paso Ibáñez e uccide un ostaggio. Ovviamente questa morte
viene addebitata alla gente di Outerelo, anche se un successivo
processo dimostrerà quale sia la verità.
Intanto Varela, da Río Gallegos, ha uno scambio di messaggi
con il comandante della «Brown», che gli chiede di venire a diri-
gere personalmente le operazioni in corso a Puerto Santa Cruz.
Qui infatti il commissario Sotuyo sta mettendo in atto una vera e
propria persecuzione contro tutti coloro che non stanno esplicita-
mente dalla parte dei padroni e si inventa complotti, annunciati
dai giornali, per poter incarcerare, corrompere e assassinare.
Quando Varela arriva finalmente nei pressi di Paso Ibáñez una
delegazione di insorti e di proprietari terrieri prigionieri gli chiede
di recarsi in paese per parlamentare e trovare un accordo. Varela

104
accetta e si reca a Paso Ibáñez in compagnia soltanto del tenente
Schweizer e dell’amministratore della Sociedad Anónima, il signor
Hirsch. Sono ricevuti dai dirigenti operai Outerelo, Avendaño,
García e da un quarto conosciuto soltanto come il «nordameri-
cano». Varela va nella tana del lupo. Mentre avanza, la gente lo
guarda con espressione torva. Le armi sono ostentate, i coltelli ben
in vista alla cintola e gli ostaggi sono collocati davanti alle balle di
lana perché il comandante veda bene quanto rischiano.
Varela si gioca il tutto per tutto. Uno dei sindacalisti, Avendaño,
ha un cappello in testa e Varela gli dice a bruciapelo: «Lei non sa
che a un ufficiale della nazione non si parla con il cappello in
testa?». Succede quello che sperava. Avendaño balbetta qualche
scusa e si toglie il cappello. A questo punto Varela si rende conto
che quegli uomini non vogliono la guerra, ma desiderano dispera-
tamente arrivare a un accordo. Parlamentano. Gli operai offrono
la fine dello sciopero e la restituzione degli ostaggi, a patto che
siano accettate queste condizioni:

1. rientro dei deportati e liberazione di tutti i prigionieri politici


arrestati a partire dal 25 aprile su tutta la costa patagonica;
2. ritiro dalla costa patagonica e ritorno alle basi di partenza dei
«lavoratori liberi», cioè i crumiri;
3. accettazione senza riserve da parte dei commercianti delle ri-
chieste avanzate nel mese di luglio dalla Federación Obrera di
Santa Cruz;
4. firma di un accordo da parte degli estancieros;
5. garanzia di non attuare alcuna rappresaglia contro gli operai
che hanno preso parte al movimento.

Cinque punti su cui discutere. Outerelo sa che per negoziare


bisogna chiedere cinque per ottenere la metà. La risposta di Varela
è la resa senza condizioni. Sta lì, solo, a pochi metri ci sono mezzo
migliaio di rivoltosi, e Varela, senza dubbio con una espressione
che esagera il suo disprezzo per questi dirigenti indecisi, ripete:

105
«Resa incondizionata». E consegna il bando che minaccia la loro
fucilazione.
Outerelo, Avandaño, García e il «nordamericano» si ritirano,
tenendo in mano il foglio che li condanna a morte, per parlare
con la loro gente.
Proprio in quel frangente, Varela propone a Hirsh e Schweizer
un attacco a sorpresa. Ha un revolver nascosto e potrebbe elimina-
re i dirigenti operai non appena tornassero a farsi vedere. Eliminati
i capi, la marmaglia si arrenderebbe immediatamente, gli ostaggi
sarebbero salvi e si eviterebbe anche il rischio di morte per i soldati
e la distruzione del villaggio. Un tipo di fegato, questo Varela.
Il giovane tenente Schweizer risponde che se si tratta di un or-
dine, dovrà obbedire. Ma Hirsch chiede di non fare un gesto del
genere: ha una famiglia che lo aspetta e se agisse così, il popolo
lo farebbe a pezzi. Ha addirittura un malessere e prega di nuovo
Varela di non fare una mossa come quella. Varela si rivolge allora
sprezzante a Schweizer e gli dice: «Vede, tenente, che non si può
venire con dei civili a trattare cose di questo genere?».
Da parte sua, il dirigente Avendaño vuole trovare un accordo
a qualsiasi costo. Outerelo invece pensa ai compagni che in al-
tre zone stanno continuando a scioperare e sostiene che bisogna
proseguire lo sciopero senza lasciarsi spaventare dal bando. Alla
fine i dirigenti trovano un accordo: fare un’assemblea notturna e
accettare la decisione della maggioranza. Ma intanto, per calmare
Varela, liberano immediatamente due prigionieri.
Varela non si ammorbidisce affatto, anzi li avverte: «Se non
vi arrenderete senza condizioni, a me non tremerà la mano». E si
ritira, rigido, quasi tentasse di apparire più alto. Ormai Varela ha
vinto la sua guerra.
Il bando consegnato da Varela ai ribelli di Paso Ibáñez, che
servirà da linea di condotta per l’esercito argentino in Patagonia,
è redatto in questi termini:

Avendo analizzato dettagliatamente le basi di accordo da voi presen-

106
tate, devo comunicarvi di non poter accettare le vostre condizioni per-
ché la natura delle vostre richieste esula dalle mie possibilità, in quanto
si collocano fuori dalla legge.
Se accetterete immediatamente di arrendervi senza condizioni, con-
segnandomi i prigionieri, i cavalli che sono nelle vostre mani e tutte le
vostre armi, io offrirò ogni tipo di garanzia per voi e per i vostri familia-
ri, impegnandomi a che sia fatta giustizia nei reclami che farete contro
le autorità e nella attuazione delle condizioni di vita pattuite d’ora in
avanti per tutti i lavoratori.
Se entro ventiquattro ore dal momento in cui riceverete questa di-
chiarazione non riceverò risposta da parte vostra per una resa incondi-
zionata di tutti gli scioperanti che si sono sollevati in armi nel territorio
di Santa Cruz, procederò:

1. A sottomettervi con l’uso della forza, ordinando agli ufficiali dell’e-


sercito che comandano le truppe ai miei ordini di considerarvi nemi-
ci del paese in cui vivete.
2. A rendervi responsabili della vita di ciascuna delle persone che in
questo momento voi trattenete con l’uso della forza come prigionieri,
e al tempo stesso delle disgrazie che possono capitare nel villaggio
che avete occupato o che occuperete.
3. Chiunque sia trovato con le armi in mano senza un’autorizzazione
scritta e firmata dal sottoscritto sarà punito con la massima severità.
4. Chi sparerà contro le truppe sarà fucilato nel luogo stesso in cui si
trova.
5. Se per sottomettervi sarà necessario l’uso delle armi da parte delle
truppe, siete avvisati in anticipo che una volta iniziato il combatti-
mento non ci sarà né tregua né sospensione delle ostilità.

È questo il bando che, per reprimere uno sciopero, l’esercito


argentino impone all’epoca del governo democratico di Yrigoyen.
Nel penultimo punto si stabilisce la fucilazione sul posto dei pri-
gionieri, vale a dire un’aberrazione del diritto, delle leggi e della
Costituzione nazionale.

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Quasi senza armi, gli scioperanti, come gesto di conciliazione,
inviano dall’altro lato del fiume tutti gli ostaggi, dove sono accol-
ti da Varela. È quasi un gesto di sottomissione. Ma Varela non
cerca la pace, bensì la resa totale. Ha capito che i suoi nemici non
vogliono combattere. In effetti, centinaia di contadini fuggono
su camion, automobili e cavalli, lasciando a Paso Ibáñez tutte le
merci di cui si erano impossessati. Avendaño fugge fino a Río
Chico con un gruppo di uomini, cercando un’occasione più pro-
pizia per arrendersi. Outerelo, che si ostina a credere nella vittoria
dello sciopero, va alla ricerca del gruppo di Puerto San Julián,
radunando le forze nell’estancia «Bella Vista» per tentare di fare
qualcosa con la gente di Albino Argüelles.
Varela attraversa il fiume e occupa Paso Ibáñez.
Intanto Anaya, ora capitano, è sbarcato a Puerto San Julián
con forze fresche mandate da Buenos Aires. Arriva con cinque
ufficiali, diciotto sottoufficiali e quarantacinque soldati, che co-
stituiscono il quarto squadrone del 10° Reggimento di cavalleria,
e porta con sé anche una batteria di mitragliatrici. In alto ma-
re Anaya ha ricevuto questo telegramma: «Capitano, deve mar-
ciare direzione Lago Viedma, margine sinistro Río Chico e Río
Chalia. Rivoltosi in ritirata da Paso Ibáñez verso ovest. Cerchi
tagliargli strada. Raccomando capi dei gruppi. Bisogna procede-
re senza esitazioni. Hanno numerosi cavalli».Vedremo che Anaya
applicherà gli ordini implacabilmente.
Varela con le sue forze si mette in marcia verso Corpen. Gli uo-
mini di Avendaño, invece di darsi alla fuga puntando direttamen-
te verso nord, fanno un percorso strano: prima si dirigono verso
Río Chico e poi da lì, lungo il fiume, si avvicinano a Corpen. A
otto leghe dal Paso Río Chico, Varela e gli insorti entrano in con-
tatto. Secondo la versione di Varela vengono esplosi dei colpi di
pistola. Alcuni ribelli restano uccisi, gli altri si arrendono.
In realtà non sappiamo quante fucilazioni avranno luogo.
Sappiamo però che Avendaño non viene fucilato a Río Chico,
ma viene condotto fino a Paso Ibáñez. L’ultimo testimone che

108
lo vede – Juvenal Christensen, poi amministratore generale del
Frigorífico Armour – ci ha riferito che era totalmente abbattuto
e chiedeva a chiunque di intercedere per la sua vita. Quel che è
certo è che una mattina lo hanno tirato fuori dalla cella e di lui
non si è mai più saputo niente. Secondo un resoconto della fora,
lo hanno legato a un recinto e gli hanno sparato un colpo in testa.
A Paso Ibáñez sono fucilati altri due dirigenti: Antonio
Alonso e Manuel Sánchez. Il primo, secondo un resoconto della
Federación Obrera Marítima, viene legato completamente nudo
a un palo e bastonato a più riprese affinché parli. Poi gli fanno
scavare la fossa con le sue mani e lo fucilano. Per Sánchez, cinque-
cento abitanti della zona si fanno avanti per chiedere che gli venga
salvata la vita, ma il comandante Campos risponde che questo si
può fare «solo se qualcuno prende il posto di Sánchez». A quel
punto lo caricano, assieme a un sottoufficiale, su un’automobile,
che parte verso una destinazione ignota.
La più ingiusta di queste esecuzioni è forse quella del pescatore
spagnolo José Rogelio Ramírez, padre di cinque figli, che cade
prigioniero di Varela a Corpen, insieme all’argentino Avendaño.
Da qui lo trasferiscono a Paso Ibáñez. Ogni notte lo bastonano
perché confessi i crimini dei suoi compagni. Alla fine si stancano,
perché il gallego è un duro, di quelli che non cantano. E usano il
solito espediente: lo tirano fuori dall’auto per fargli fare una pas-
seggiata, un colpo e via. Un problema in meno.
Distrutto il gruppo comandato da Avendaño, la persecuzione
del gruppo comandato da Outerelo procede senza esitazioni, fi-
no allo sterminio totale. Seguiamo le truppe di Varela. Outerelo
fugge fino al luogo che oggi è chiamato Gobernador Gregores,
seguendo la riva destra del Río Chico. Qua è intercettato dalle
forze di Varela. Sull’episodio ci sono testimonianze diverse, ma
tutte parlano di una resa degli scioperanti seguita da una loro fuci-
lazione in blocco. Secondo varie fonti, gli uomini fucilati da Varela
sarebbero tra i quaranta e i cinquanta, per lo più cileni, ma anche
molti europei. Secondo gli anarchici, la stima è più alta.

109
Ecco la versione del giornale libertario «La Antorcha»:

Cominciarono a selezionare e a dividere i capi a partire da una lista


che era nelle loro mani. Quella notte dieci di loro rimasero legati con
il filo di ferro a un reticolato, nudi. La mattina li fucilarono. Tranne il
compagno Camporro, al quale Varela aveva preparato altri orrori. Gli
fece raccogliere una buona quantità di cespugli, che furono deposti at-
torno a un palo. Poi, nudo, lo fece legare al palo e dopo avergli dato un
colpo in testa diede fuoco ai cespugli. […]
Varela, per evitare di perdere tempo a scavare fosse senza attrezzi, op-
tò per la cremazione dei cadaveri. Per questo fece strappare grandi quan-
tità di cespugli per tutti i condannati a morte e, dopo averli fatti fucilare
in gruppo, li faceva ricoprire di cespugli, a cui veniva appiccato il fuoco
dopo essere stati cosparsi di nafta. Le vittime erano prima spogliate del
denaro e degli oggetti di valore che possedevano. I certificati dei cavalli,
i documenti e le lettere personali venivano stracciate e bruciate. Gli abiti
venivano divisi tra i soldati. Ne rimasero in vita solo centonovantasei.

Secondo gli anarchici, i morti sarebbero dunque ducento.


Prima di raccontare la storia della sconfitta di Antonio Soto
nelle montagne a sud di Santa Cruz, non possiamo tralasciare la
magistrale pagina militare che il capitano Anaya scrive a nord del
fiume Santa Cruz. Una vera e propria caccia all’uomo: chilometro
dopo chilometro, lega dopo lega. Gli uomini in uniforme danno
finalmente il fatto loro a quei chilotes in fuga e morti di paura, a
quei gallegos anarchici e a quei pallidi europei, tedeschi, polacchi
o russi che fossero.
Anaya riferisce che il 3 dicembre sono arrestati da una pattuglia
i dirigenti sindacali Juan Nayn, cileno, e Juan Olazán, meglio noto
come «il biondo Pichinanga». Quest’ultimo viene ucciso in un ten-
tativo di resistenza – ma i testimoni affermano che è stato fucilato
– e il primo viene ferito mortalmente «mentre tenta la fuga».
Insomma, è chiaro che quando va motivata la morte di un
militante si applica la ley de fuga o quella di legittima difesa. Altri

110
sindacalisti sono liquidati con un proiettile nelle cervella. È que-
sto uno dei metodi usati per eliminare i rivoltosi: un colpo di
pistola alla tempia, sparato da un ufficiale o da un sottoufficiale
per evitare di perdere tempo con i plotoni di esecuzione.
Il 5 dicembre, sempre secondo Anaya, «si procede nel definire
le responsabilità, classificando i cavalli a seconda dell’estancia di
provenienza e restituendoli poi ai proprietari». Una nota interes-
sante: i cavalli di proprietà dei contadini in sciopero diventano
invece il bottino delle truppe. Lo spoglio legale del nemico vinto.
Subito dopo, la missione di Anaya si prepara a combattere con-
tro la colonna di San Julián, comandata dal dirigente operaio di
estrazione socialista Albino Argüelles, che ha organizzato lo scio-
pero in tutte le estancias del centro della regione di Santa Cruz,
dalla costa fino alla cordigliera.
Argüelles applica una tattica di disorientamento. Si muove
continuamente con un gruppo di diverse centinaia di lavoratori
rurali, burlandosi delle truppe di Anaya. Quest’ultimo comincia
a utilizzare metodi di interrogatorio duri con la gente del posto
e i piccoli commercianti che in qualche modo hanno appoggia-
to gli scioperanti. Un caso tipico di interrogatorio è quello del
negoziante spagnolo Martense. Secondo il verbale di Anaya, il
sergente Espíndola viene a sapere che il detenuto Martense ha
passato notizie agli insorti «per averlo sentito parlare nel sonno».
Evidentemente il sergente Espíndola è, nel lontano sud, un vero
e proprio pioniere dei metodi freudiani di interpretazione dei so-
gni. Martense, costretto a confessare, viene poi fucilato.
Lo squadrone arriva infine all’estancia «Los Granaderos» di
Juan B. Tirachini. Qui Anaya sente per la prima volta il nome di
José Font, alias «Facón Grande», che è stato fino a pochi giorni
proprio in quella zona, dove ha preso contatti con gli altri ribelli.
Font è il carrettiere più rispettato dagli estancieros per la sua
onestà e generosità. Un uomo buono, retto, umile, che ha una
sola parola. Si veste da contadino, con pantaloni e calzature da
gaucho. Alla vita porta una stretta fascia nera in cui tiene il coltello

111
patagonico, che non ha mai usato contro alcun essere umano. Un
estanciero lo ha fatto arrivare come domatore di cavalli da Iriarte.
Poi però si è messo in proprio: gli piace vivere libero e lavorare
per conto suo. È un uomo capace di dimenticare le offese, tranne
una, che sarà la sua condanna.
Tempo prima, José Font era riuscito a stabilirsi su alcuni ettari
nella zona di Bahía Laura, ma il commissario Lopresti, noto basto-
natore, gli aveva intimato di andarsene. Font non si era neanche de-
gnato di rispondergli e aveva continuato con i suoi lavori. Allora il
poliziotto lo aveva arrestato, lo aveva picchiato e frustato selvaggia-
mente e aveva infine distrutto le sue coltivazioni. Nell’immediato
Font non aveva progettato alcuna vendetta. Tornato in libertà,
aveva ripreso il mestiere di carrettiere. Ma qualcosa era cambiato
dentro di lui. Da quel momento le sue frequentazioni non saran-
no più le stesse e sarà molto difficile vederlo in compagnia di un
estanciero o di una qualche autorità. Al contrario, passerà sempre
più il suo tempo libero nei piccoli dormitori dei chilotes, vicino ai
focolari della gente semplice o di qualche domatore amico.
Al momento del grande sollevamento del 1921 i contadini in-
sorti lo vanno a cercare. È un uomo con una grande autorità mo-
rale, guadagnata con la propria condotta. Si nega più volte, forse
prevedendo la tragedia e conoscendo la forza dei potenti. Ma alla
fine parte anche lui. Gli bolle il sangue al ricordo delle frustate
ricevute dal poliziotto, strumento di quelli che hanno, ma che
vogliono sempre di più.
Torniamo per ora alla campagna di Videla e Anaya. Non c’è so-
sta in cui non si imbattano in peones, e non c’è volta in cui non av-
vengano fucilazioni, più o meno mascherate come legittima difesa
a tentativi di resistenza o fuga. I fucilati finiscono spesso in tombe
senza nome. L’autore di questo libro, durante un’indagine svolta in
quei luoghi, ne ha identificate alcune. Eccone la memoria ufficiale:

Il 14 gennaio 1974, nella municipalità di Puerto Deseado, si presen-


tano i signori Leandro Manzo, responsabile per la Cultura della provin-

112
cia di Santa Cruz, Norberto Silvio Durán, Mario Echeverría, Héctor
Alberto Fente e lo storico Osvaldo Bayer. Dichiarano: che il giorno
giovedì 10 del corrente mese, nei campi dell’estancia «San José», lungo
la strada provinciale 501, nell’area sudest del dipartimento di Deseado,
nei pressi del locale della tosatura, in un cimitero rurale identificato
dalla gente del posto come «il cimitero dei fucilati», c’è una croce con
questa iscrizione: «1921. Ai caduti per la libertà». Scendendo di duecen-
to metri si trova una fossa comune con tre croci. In questo luogo, sotto
una pietra, è stato rinvenuto quasi a fior di terra un cranio umano che
presenta chiaramente i segni di un colpo di grazia, con un orifizio di
entrata nella tempia sinistra e di uscita nell’occipitale. A prima vista si
tratta di un proiettile di grosso calibro. Si prende possesso del reperto
per depositarlo presso il Museo provinciale di Santa Cruz. Il ritrova-
mento è avvenuto approssimativamente alle ore 16 del suddetto giorno.

Secondo le indicazioni di Juan Andeado, il luogo del ritrova-


mento del cranio, assieme ai resti di ossa umane, sarebbe la tomba
di Martense, un piccolo commerciante spagnolo. I denti del te-
schio sono logorati, un indizio di età avanzata, qual era quella di
Martense, diversamente dagli altri fucilati che erano più giovani.
Va detto che le tombe dell’estancia «San José», con quella di
Elizondo identificata nell’estancia «Alma Gaucha», sono le uniche
che per più di mezzo secolo sono state contrassegnate da croci. Su
una di queste una mano anonima ha inciso la frase: «Ai caduti
per la libertà». Ed è così che i lavoratori rurali hanno conservato
il ricordo dei loro compagni assassinati.
Nel corso della stessa indagine è stata anche individuata una
parete di roccia che mostra i segni di rimbalzo dei proiettili spa-
rati dall’esercito argentino. Questa parete è di per sé un luogo
storico, un monumento naturale che terrà viva la memoria di quei
poveri gauchos morti per la libertà. Ma servirà anche a non far
mai dimenticare, in questo paesaggio nuvoloso, sotto questo sole
tremendo, il nome del capitano Elbio Carlos Anaya, il nome di
chi ha dato l’ordine di togliere la vita a questa gente dei campi.

113
Nell’estancia «Alma Gaucha», un tempo proprietà dell’inge-
gnere Puchulu, si conserva invece la tomba del dirigente sindacale
Elizondo, fucilato il 1° gennaio 1922. Evidentemente i fucilatori
non riposavano neanche il primo dell’anno.
All’interno della campagna di Anaya non si può non parlare
dell’arresto del gruppo agli ordini di Pastor Aranda, un gaucho
dell’est. Qui la palma del trionfo va al coraggioso e inflessibi-
le commissario Albornoz, strenuo sostenitore della necessità di
chiudere la bocca a chiunque osi parlare di sciopero.
Il 20 dicembre Anaya si trova ancora nell’estancia «San José».
Qui condanna i prigionieri a esecuzioni sommarie e invia pat-
tuglie sulle tracce di «Facón Grande». Alle 17 di quel giorno l’e-
stanciero Doymo Duglesich segnala la presenza di una colonna
di insorti nei pressi dell’estancia «La Aida». Uno squadrone parte
d’urgenza e blocca gli scioperanti. Secondo la relazione di Anaya,
si contano «223 prigionieri, 540 cavalli rubati, 47 armi lunghe,
53 revolver e pistole, munizioni in abbondanza». Vale a dire che
questa «rivoluzione armata» dispone di un’arma ogni cinque per-
sone. Tutto questo in una regione dove non era affatto un segreto
che tutti, assolutamente tutti, andassero in giro armati, anche in
tempi pacifici. Anaya comunque parla di prigionieri, ma non spe-
cifica il numero dei morti.
Mentre Anaya trancia a colpi di spada le speranze degli sciope-
ranti nella zona centro-settentrionale del territorio di Santa Cruz,
nel sud, nei pressi della cordigliera, Viñas Ibarra, l’altro capitano
delle forze di Varela, stronca in maniera esemplare ogni tentativo
dei lavoratori rurali di Santa Cruz di sollevare la testa. Un’azione
che si porta dietro l’odore della morte e l’aura cruenta della tra-
gedia. E perché non ci siano dubbi su chi ha ragione, sulla parte
con cui sta Dio, questa azione crudele, lacerante, in certo modo
codarda, ma necessaria come sacrificio alla patria, raggiunge il
suo picco nella miglior estancia dei Menéndez Behety.
Questi ultimi sono i discendenti dell’asturiano José Menéndez,
massacratore di indios e gran patrocinatore di chiese, elevate come

114
gesto di umiltà al cospetto del Signore. Nell’estancia «La Anita»
di loro proprietà, di fronte al paesaggio più bello del mondo, si
decide di farla finita una volta per tutte con quegli anarchici stra-
nieri e con quei rottinculo cileni. «Adesso gliela faremo vedere»,
afferma il comandante Varela, senza tremori nella voce, in manie-
ra maschia, con timbro militare e guapeza criolla. E le sue parole
si avvereranno con la massima durezza. Perché sparare in testa a
uno sporco cileno non è lavoro da signorine, bisogna insudiciarsi
con il suo sangue caldo, bisogna sentire il peso dei propri testicoli
e saper dire al momento giusto «straccione cileno» o «russo di
merda». Nessuna ironia: al comandante Varela tocca fare questo,
e lo fa. A differenza di tanti altri, che non ne sarebbero capaci
e che se ne stanno ben lontani, a Buenos Aires. E tuttavia se la
godono, perché sanno che qualcuno sta a farla finita con le solle-
vazioni popolari e che le immense fortune patagoniche saranno
così assicurate a generazioni di discendenti. C’è qualcosa di bibli-
co nel fatto che qualcuno si sacrifichi affinché altri ne traggano
vantaggio. E possiamo dire che questo pugno di soldati si sono
sacrificati, come vedremo nel racconto di giorni e notti di marcia
forzata in una natura inospitale, a caccia di operai in sciopero.
Dopo Punta Alta, Laguna Salada e «Fuentes de Coyle», dove gli
scioperanti hanno sentito sulle proprie carni l’energia del capitano
Viñas Ibarra, le forze comandate da questo ufficiale si dedicano a
ripulire tutte le estancias nella zona della cordigliera Chica. Ma sia
Viñas Ibarra che Varela sanno bene che la zona sud non sarà defi-
nitivamente pacificata fino a quando non sarà catturato Antonio
Soto. Che intanto si è reso conto della sconfitta subita da Outerelo
e del fatto che il movimento è spezzato in due. Ha poi ben presente
che non si può affrontare l’esercito con la forza. Non ci sono armi
sufficienti e i lavoratori rurali non hanno la minima idea di cosa sia
un combattimento. Al massimo potrebbero preparare qualche im-
boscata, ma questo provocherebbe una terribile reazione da parte
dell’esercito argentino e del governo. E se anche avessero sconfitto
le truppe di Varela, cosa avrebbero fatto dopo? Senza alcun con-

115
tatto con Buenos Aires o con Punta Arenas, e ormai neanche con
Río Gallegos, che speranze ci sarebbero? Nonostante tutto, Soto
spera ancora di trovare un accordo con l’esercito, sebbene le ulti-
me notizie ricevute da Paso Ibáñez, con la conseguente morte di
Outerelo e Avendaño, lo hanno dissuaso dal provare a incontrare
Varela per raggiungere qualcosa di simile all’accordo che era stato
firmato l’anno precedente nell’estancia «El Tero».
Fino agli inizi di dicembre Soto controlla tutta la zona del
Lago Argentino e del Lago Viedma, inclusa la navigazione sui
due laghi. Il suo contingente è il più numeroso tra gli insorti,
arrivando a contare seicento uomini. Al suo gruppo si uniscono
molti braccianti scappati da Paso Ibáñez, Río Chico e dall’estan-
cia «Bella Vista». Da Río Chico arriva anche un ragazzo molto
in gamba, Pablo Schulz, un cileno di origine tedesca proveniente
da Punta Arenas, dove i suoi genitori gestiscono un hotel in calle
Borias. Ha 25 anni ed è un uomo dai saldi ideali anarchici.
Soto organizza piuttosto bene questa variopinta moltitudine.
Prende come base l’estancia «La Anita» dei Menéndez, dove sta-
bilisce il proprio quartier generale e dove organizza squadre che
contano dai dodici ai venti insorti. Queste squadre prendono di
sorpresa le estancias, fanno prigionieri e si portano via esclusiva-
mente armi, generi alimentari e cavalli. A ogni modo lasciano dei
buoni firmati da Antonio Soto pari al valore della mercanzia con-
fiscata, assicurando che una volta terminato il conflitto sarebbe
stata pagata dalla Sociedad Obrera. L’influenza di Soto è tale che
arriva a proibire agli scioperanti di consumare alcol, cosa molto
difficile tra i peones cileni, soprattutto in un contesto insurrezio-
nale qual è quello in cui si trovano.
Rispetto al rischio di scontrarsi con l’esercito, i fatti daranno
ragione ai timori di Soto. Nella prima scaramuccia, non ricercata
ma generata da un incontro casuale, gli scioperanti sono subito
sconfitti dai soldati. Ecco i fatti. Antonio Soto e i suoi sono sulla
via del ritorno da Charles Fuhr, dove hanno «ritirato» mercanzie
diverse, soprattutto sigari e tabacco. Quando arrivano all’incro-

116
cio della strada che porta a Calafate, hanno la cattiva sorte di
imbattersi in un camion dell’esercito che sta trasportando soldati
al comando del sergente Sánchez, avanguardia della colonna di
Viñas Ibarra. Il sergente Sánchez ordina l’alt. Soto si rende imme-
diatamente conto della situazione e ordina di fuggire disperden-
dosi: sa che se smontassero da cavallo e cercassero di resistere sa-
rebbero impiombati senza misericordia. È ovvio che i Winchester
e le armi corte non possono far nulla contro i fucili Mauser a
lunga gittata e di precisione dell’esercito, senza contare il fatto che
sparare cavalcando è più difficile.
In tutta calma, i soldati dal camion cominciano a giocare al
tiro a segno. I chilotes che cadono da cavallo tentano di trascinarsi
fino alle pietre più vicine, ma vengono uccisi anche se alzano le
mani in alto. Qualcuno resiste e ferisce il soldato Pereyra, ma alla
fine sono tutti sterminati. I cavalli da soma vengono abbandonati.
L’esercito dirà poi che gli operai hanno avuto cinque caduti. Il
commissario Guadarrama, però, racconterà di aver trovato, nel
corso di un successivo viaggio di ispezione, venti cadaveri. I corpi
sono riemersi perché per seppellirli non sono state scavate fosse,
ma sono stati messi contro una piccola altura e lì ricoperti di ter-
ra, che poi è stata spostata da vento e acqua, lasciando allo scoper-
to le carni semivestite di quei poveri disgraziati.
A questo punto avviene la parte più importante della spedizio-
ne punitiva di Viñas Ibarra. Questi, prima di ricevere gli ordini
del comandante Varela, annota sul proprio diario al giorno 23:
«Arrivano ufficiali cileni che si felicitano con me per il compor-
tamento dello squadrone e propongono di cooperare. Ringrazio
e rimaniamo d’accordo, come la volta precedente, di chiudere i
passi della cordigliera». Il 24 riceve un rifornimento di benzina
e l’ordine di Varela di continuare le operazioni in direzione del
Lago Argentino. Il giorno stesso si mette in marcia con trentano-
ve uomini sistemati in camion. Il 25 riceve un nuovo messaggio
di Varela, che gli ordina di raggiungere subito il Lago Argentino,
dove troverà in suo appoggio il capitano Campos. Varela termina

117
il proprio messaggio a Viñas Ibarra con una frase molto suggesti-
va: «Le raccomando di procedere con ogni energia».
Davanti agli occhi di quei soldati si apre un paesaggio mera-
viglioso: il Lago Argentino. Un paesaggio bellissimo, lo scenario
ideale di racconti prodigiosi. Ma quello che segue è invece un rac-
conto terribilmente triste. Di fronte a tanta bellezza della natura,
l’egoismo umano e la grettezza mentale risultano ancora più evi-
denti. Qui, di fronte a questo lago dai colori incredibili, in troppi
trovano una morte assurda. Per il solo fatto di essere chilotes. Per il
solo fatto di essere scioperanti poveri e straccioni. Per aver voluto
vivere un giorno di libertà. Per aver rubato uno straccio. Per aver
dato fuoco a un magazzino come in un rito del passato indigeno.
Per essere russi. Per essere anarchici e credere in utopie irrealizza-
bili. Morte. Morte in un lago che, perché non ci siano dubbi, si
chiama proprio Argentino.
Il 2 dicembre Viñas Ibarra attraversa il fiume Santa Cruz con
venti uomini su una lancia. Trenta chilometri più a valle del lago
sorprende un gruppo di dieci scioperanti nei pressi del Río Leona.
E li sbaraglia. Questo basta a demoralizzare il gruppo di lavora-
tori che si trova a «La Leona». Senza dirigenti (Antonio Soto sta a
«La Anita») e senza viveri, e soprattutto credendo che la soluzione
dello scioperò arriverà con la mediazione dell’esercito, decidono
di inviare due delegati da Viñas Ibarra per trovare un accordo.
Ma il capitano dell’esercito, dopo aver ascoltato la loro proposta
(la resa in cambio della liberazione dei detenuti politici), risponde
che se entro ventiquattro ore non si arrendono senza condizioni,
liberando i prigionieri e consegnando armi e cavalli, saranno sot-
tomessi con la forza.
La posizione dura dell’esercito risulta efficace. Antonio Soto fa
allora un ultimo sforzo: attraversa con un vaporetto il lago e nella
notte convoca un’assemblea in cui parla di fronte a un gruppo di
chilotes senza alcuna esperienza di lotta sindacale. Loro vedono
due sole possibilità: resistere o arrendersi. Soto ne indica una ter-
za: seguirlo con il vaporetto a Puerto Irma o a Centinela e unirsi

118
al gruppo de «La Anita». La mozione di Soto viene approvata,
però dei centottanta uomini che partecipano all’assemblea, solo
ottanta lo seguono. Il resto preferisce arrendersi e consegnare i
cavalli a Viñas Ibarra. Quando all’alba del 6 dicembre sbarcano
anche loro dai vaporetti, fanno scendere prima gli estancieros e
gli amministratori prigionieri, circa una ottantina di persone. Poi
scendono i peones. E consegnano tutto quello che hanno all’eserci-
to: trenta Winchester, molte munizioni, sufficienti viveri e le im-
barcazioni intatte. Sul posto, i militari fucilano subito un cileno.
Intanto arriva il capitano Campos, con trentatré uomini di
rinforzo e molte munizioni, per farla finita con l’anarchico Soto.
L’esercito sa, tramite un individuo che fa il doppio gioco tra gli
insorti, che i chilotes sono stanchi di scappare da una estancia
all’altra e che adesso Soto si trova a «La Anita».
La notte tra il 6 e il 7 dicembre è difficile per Soto. Si rende
ben conto che da due mesi gli uomini si spostano senza sosta per
l’enorme pianura patagonica, e soprattutto che non può offrire
loro altra soluzione se non continuare a fuggire. La presenza delle
pattuglie militari, che compaiono e scompaiono, ha demoraliz-
zato gli scioperanti. Molti di loro si sono oltretutto fatti una idea
sbagliata, che è un riflesso del primo sciopero: quelli cattivi sono
i poliziotti, l’esercito è un’altra cosa, con i militari si può trovare
un accordo. Né i racconti delle fucilazioni, né i comizi di Soto,
riusciranno a smontare questa convinzione.
Soto convoca un’assemblea. Mentre il nemico si muove agli
ordini di uno solo, gli insorti applicano il metodo anarchico del
consenso. Così, quella notte, sui bordi del Lago Argentino, men-
tre la truppa prepara le armi e Viñas Ibarra e Campos studiano le
mappe, gli scioperanti discutono per ore intere: i gallegos parlano
a lungo contro lo sfruttamento capitalista, contro i preti, i politici
e lo Stato. Le parole si perdono nell’aria. L’alba si avvicina e con
questa la minaccia dell’esercito: i discorsi si fanno più concreti.
Juan Farina dice che loro non hanno fatto lo sciopero per impos-
sessarsi delle estancias, ma per essere pagati meglio, e dunque ora

119
bisogna trattare con l’esercito. Non ha senso continuare a fuggire
o scontrarsi con l’esercito: negoziare sarà poi più difficile. I peones
lo appoggiano. Poi parla Pablo Schulz, che incarna un’altra posi-
zione. Non è un buon oratore, ma le sue parole colpiscono come
un martello: l’unico modo di vincere è combattere, non possiamo
tornare alla schiavitù dopo aver dimostrato che siamo stati capaci
di sollevarci contro i potenti, non possiamo patteggiare con chi
ha assassinato a tradimento i nostri compagni, dobbiamo esigere
la liberazione dei nostri prigionieri, dobbiamo resistere e organiz-
zare la difesa, preparando le trincee qui, nell’estancia «La Anita».
Mentre queste due posizioni si confrontano, l’esercito avanza
senza dubbi dialettici e con i caricatori pieni di piombo. Arrivati
a Cerro Comisión, Viñas Ibarra trova una sorpresa: si presentano
due cileni, delegati degli scioperanti. Due chilotes alquanto super-
bi che chiedono di parlare con il capo delle truppe, da pari a pa-
ri, per trovare le condizioni dell’accordo. Viñas Ibarra trema per
l’indignazione. Due stranieri, due cileni sporchi e puzzolenti, con
la sfacciataggine di venire a parlare di condizioni con un ufficia-
le dell’esercito argentino. Quali condizioni? Loro sono solo degli
insorti, dei bandoleros, degli stranieri che in territorio argentino
devono limitarsi a lavorare senza fare domande.
La sacra indignazione dell’argentino non ha limiti. Li fa scendere
da cavallo, li lega e a colpi di frusta si fa dire dove si trova il guado
del fiume. Poi, una volta che hanno indicato il luogo, li fa fucilare
senza esitazioni, perché vadano a chiedere condizioni al padreterno.
Nonostante la furia, Viñas Ibarra non perde il sangue freddo.
Con uno stratagemma che risulterà efficace, invia un sottoufficiale
e due soldati con la bandiera bianca a «La Anita»: proporrà la resa
senza condizioni, assicurando però che tutti saranno rispettati e
trattati bene.
Il sottufficiale arriva a «La Anita» e parla con Antonio Soto,
Juan Farina e Pablo Schulz. Propone loro di arrendersi, affermando
che tutti potranno tornare al loro lavoro e che il comandante Varela
in persona si interesserà della libertà dei detenuti di Río Gallegos.

120
I dirigenti chiedono un’ora per discutere la questione. Farina è
per accettare la proposta, Schulz è per combattere. Soto pronun-
cia il discorso della sua vita. Con alcuni urli richiama l’attenzione
di tutti. In uno spagnolo dal forte accento galiziano, propone di
fuggire, di non arrendersi. Si colpisce il petto con i pugni, grida.
Al gallego cadono addirittura alcune lacrime quando la gente non
risponde nulla.
L’assemblea vota e a gran maggioranza accetta la mozione di
Farina. Schulz dice di non essere d’accordo però rispetterà la decisio-
ne della maggioranza. Soto, invece, si ribella alla decisione. Dice che
non terminerà la sua vita in una maniera tanto miserabile. Schulz –
che da buon tedesco ha spirito di disciplina, cosa che lo condannerà
– gli chiede di rispettare la volontà dell’assemblea. Soto se ne va con
queste parole: «Io non sono carne da gettare ai cani. Se è per com-
battere, mi fermo. Ma i compagni non vogliono combattere…».
Lo seguono appena in dodici (altre fonti dicono quarantasette
o cinquanta). Montano a cavallo nella prima penombra della sera.
Si muovono come fantasmi verso la cordigliera. Non sanno che
destino li aspetta, ma come ultima forma di rivolta non voglio-
no accettare l’umiliazione della resa. Un cammino difficile. Sono
tutti cavalieri esperti, a parte Soto. In fuga. Fino all’ultimo Soto
tenta di convincere Pablo Schulz a fuggire con loro, ma l’uomo dai
capelli biondi si rifiuta. È una sorta di bizzarro capriccio: sa che lo
fucileranno, ma sembra quasi voler dimostrare alla maggioranza
dell’assemblea quanto si sono sbagliati a bocciare la sua mozione.
I cavalieri imboccano la pista della cordigliera. Hanno poche
cose con sé, ma dispongono di buone armi: Winchester, revolver e
munizioni. Non sarà facile fermarli. Sono persone fiere che si gio-
cano il tutto per tutto. Li guida Luna el guaton, il «ciccione». José
Luna è un cileno panciuto che conosce bene la cordigliera andina,
un uomo che sin da piccolo è stato in groppa a un cavallo. Dietro
a Luna ci sono Florentino Macayo, Antonio Soto, José Ramos,
Angel Perdomo, Pedro Marín, Galindo Villalón, José Cárdenas,
Rosas, Mena, Cuadrado, el gallego Martínez e Miguel Zurutusa.

121
La decisione presa dalla assemblea de «La Anita» dissolve la
rivolta sindacalista. Scomparso Soto, la stessa Sociedad Obrera
smetterà di esistere. Rimarrà solo «Facón Grande», nel nord.
Prima, però, l’esercito deve infliggere una punizione esemplare
ai ribelli che si sono arresi a «La Anita». Appena riceve la resa dei
lavoratori rurali, il sottoufficiale che è andato a parlamentare ordi-
na loro di aspettare le truppe in fila, posizionando tutte le loro cose
a due metri di distanza, che si tratti di armi, utensili o cavalli. Gli
estancieros, gli amministratori, i maggiordomi e i capoccia nelle
loro mani dovranno invece attendere nel magazzino della tosatura
delle pecore, dove già si trovano. Uno dei soldati monta a cavallo e
va ad avvisare Viñas Ibarra, il quale dà l’ordine di avanzare.
Quando arriva a «La Anita» lo spettacolo che gli si offre non
potrebbe essere più allettante per un militare vittorioso: eccoli lì,
i famosi insorti, i sindacalisti rossi della Patagonia, i terribili ban-
doleros, tutti in fila, pronti a sottomettersi alle truppe argentine.
La prima cosa che fa è passare in rassegna la fila e intimidirli ur-
lando: «Dov’è Antonio Soto? Dov’è Antonio Soto, cazzo!». Senza
dubbio Soto non si sbagliava sul trattamento che gli avrebbero
riservato. L’avrebbero umiliato, malmenato e infine fucilato da-
vanti a tutti perché fosse chiaro cosa succede in Argentina a uno
straniero sovversivo e anti-patriota. L’avrebbero lasciato agoniz-
zante davanti a vincitori e vinti, a morire come una bestia ferita,
come un cane bastonato. La lezione necessaria.
Ma, purtroppo per loro, né Viñas Ibarra, né Campos, né il
comandante Varela incontreranno mai Antonio Soto. E allora se
la prenderanno con chi è rimasto nelle loro mani. Perché qui non
si tratta di chiedere scusa. Qui, a «La Anita», bisogna togliere per
sempre a questi peones la voglia di fare un’altra volta sciopero, per
i secoli dei secoli. Bisogna sistemare le cose in modo che i lavora-
tori delle estancias chinino la schiena e pensino a lavorare, e basta.
Bisogna farla finita con la bandiera rossa, il sindacato, le richieste,
le canzonette rivoluzionarie. Qui c’è il grande esercito argentino
venuto a «sanare» definitivamente la regione. Proprio come anni

122
prima i grandi latifondisti avevano sanato tutta la zona dalla pre-
senza degli indigeni.
Come prima cosa Viñas Ibarra libera i proprietari terrieri e i
loro dipendenti. Poi chiede loro di indicargli i principali capi del
gruppo di insorti. Mentre Pablo Schulz e il tedesco Otto vengono
allontanati di duecento metri da tutti gli altri, per essere fucilati,
Otto, nel suo spagnolo approssimativo, urla: «Non si ammazza così
la gente! Nemmeno nella guerra europea, dove ho combattuto per
quattro anni, nemmeno lì si fucilavano i prigionieri disarmati!».
Perché nessuno si inganni, quella notte fucilano sette sciope-
ranti. Gli operai cileni, stretti nei recinti, sono paralizzati dal ter-
rore. A ognuno di loro viene data una candela, con l’obbligo di
tenerla accesa (probabilmente per tenere illuminato il luogo ed
evitare fughe).
Quella notte Campos e Viñas Ibarra non dormono: sono im-
pegnati a separare i buoni dai cattivi. Una selezione molto ristret-
ta, fatta con l’aiuto degli estancieros appena liberati. Una notte ter-
ribile: i chilotes vengono scelti a uno a uno, tirati fuori dal gruppo
e portati, come si usa dire, «a fare una passeggiata», cioè a essere
fucilati.
Viñas Ibarra è un duro e a nulla valgono le parole dei chilotes.
L’ufficiale permette che uno di questi contadini sia rimesso in
libertà solo quando è reclamato dal suo padrone, solo quando è
questi ha fornire le migliori referenze. Vale a dire che l’estanciero è
il supremo giudice, o quasi. Secondo molte fonti, vengono effet-
tuate approssimativamente centoventi fucilazioni. Secondo altre,
i fucilati sono tra i centoquaranta e i centocinquanta.
I soldati arrivano a frugare nelle tasche dei fucilati per rubare
a quei cadaveri i pochi pesos guadagnati raccogliendo le pecore,
passando giornate intere a cavallo, con i calli al culo, resistendo
al freddo e alla neve, senza donne, senza affetti, senza figli, senza
libri, senza scuola. Sempre con questo sorriso sottomesso, goffo,
sfuggente, il sorriso del peón cileno. Gente con la pelle del colore
di chi non si lava mai. Gente senza nome, dallo sguardo vitreo,

123
che sopporta con pazienza, come se una bestia elementare si fosse
incarnata in questi volti senza vita, in questi corpi senza bellez-
za, in questi abiti messi solo per coprire le vergogne, ma non per
difendersi dal freddo. Cileni. O neanche: chilotes. Nient’altro che
chilotes. A persone così, mentre agonizzano dopo la fucilazione,
mentre si contorcono per terra, i soldati argentini aprono il bor-
sello. Un atto impudico, osceno.
«La Anita» dei Menéndez Behety conserverà i corpi e il tragico
ricordo dei fucilati del 7 dicembre 1921. Quasi tutti i morti sono
cileni, due o tre sono argentini, poi ci sono due tedeschi e una
manciata di spagnoli. Morti di fronte al paradiso, al paesaggio più
bello della terra. Morti per volontà di Dio, con l’ausilio delle armi
argentine. Così morti che i loro nomi scompaiono per sempre
dalle liste dei caduti.
E tuttavia le loro morti non restituiscono la tranquillità a Varela
e a Viñas Ibarra. Si sono fatti sfuggire Antonio Soto. Finora tut-
to è andato bene: nessuno dei capi anarchici si è salvato. Non
ci si può far sfuggire ora la preda più importante! Per questo lo
stesso Viñas Ibarra si sposta con venti soldati nella zona di Cerro
Centinela nella speranza di individuarlo o di trovarlo già nelle
mani dei carabineros cileni.
Ma «il ciccione» Luna sa come guidare i suoi. Antonio Soto,
anche se non è un cavaliere esperto, resiste bene e riuscirà a met-
tersi in salvo con gli altri. Cavalcano di notte e si nascondono di
giorno. Finché sono in territorio argentino, si tengono a distan-
za dalle estancias per paura di incontrare la polizia o le pattuglie
dell’esercito. Sanno che se li catturano non resterà loro un solo
osso sano: gli strapperanno anche l’anima. Soto si trova in una
situazione personale tragica: è stato totalmente sconfitto. La lotta
cominciata due anni prima e portata avanti con tanti sacrifici da
tutti i suoi compagni si è conclusa in un rovescio totale. Tutto
quanto era stato fatto dalla Sociedad Obrera è finito in polvere.
Il calcio di un tenente colonnello dell’esercito ha fatto crollare i
bei castelli di sabbia innalzati dalle mani goffe di quegli operai.

124
Soto è annichilito. Sono bastate pochi Mauser che sputano
pallottole e qualche soldato a far crollare le idee di Proudhon e
Bakunin. Non c’è niente di più effimero del pensiero, non c’è
niente di più effimero dei libri, di fronte a una mitragliatrice, di
fronte alla carica di un reggimento.
La notte del 9 dicembre i fuggitivi attraversano la frontiera
nella zona del Cerro Centinela. Lo fanno a piedi, portando le
loro cavalcature per le briglie, lontani dai carabineros cileni. Sono
arrivati fin qui da «La Anita» costeggiando il fiume Centinela.
Ormai in territorio cileno, seguono il fiume Baguales fino al
Cerro Guido. Da lì proseguono in direzione del Lago Sarmiento,
di fronte alla Sierra del Toro, poi bordeggiano il Lago del Toro e
il Lago Porteño, e attraverso il Cerro Campanillas arrivano infine
al fiume Prats. A Puerto Consuelo si apre davanti ai loro occhi
il golfo di Última Esperanza, un nome premonitore per questi
uomini a cavallo che sono arrivati fin lì senza aver né mangiato né
dormito. A questo punto si disperdono e la notte del 14 dicembre
entrano alla spicciolata a Puerto Natales, dove trovano rifugio
presso i compagni del movimento operaio cileno.
Viñas Ibarra arriva alla frontiera. Ci sono indizi che Soto sia
passato dalla zona del Cerro Centinela, ma nessuno l’ha visto
passare. Per il militare è una grave responsabilità aver fatto scap-
pare l’anarchico. Gente così va eliminata, intanto perché potreb-
be tornare, e poi perché attorno a Soto potrebbe formarsi un’au-
reola di santità. Ma ormai non c’è niente da fare: i fuggitivi sono
scomparsi, ingoiati dalla terra. Viñas Ibarra torna a mani vuote e
non può nascondere la collera.
Eppure, anche se Soto non è stato eliminato fisicamente, c’è
un altro modo per distruggerlo: con la stampa si può dire tut-
to quel che si vuole. Sarà appunto questa a veicolare la versione
della polizia: Antonio Soto, il leader anarchico, sarebbe fuggito
codardamente, dopo aver abbandonato la sua gente. Anzi, peggio
ancora: sarebbe scappato «con i fondi del sindacato». Per più di un
decennio il nome di Soto verrà coperto di fango.

125
Ma il territorio non è ancora completamente pacificato. Nella
zona della ferrovia, da Puerto Deseado a Colonia Las Heras, si
muove «Facón Grande» che, nonostante sia rimasto isolato dopo
la scomparsa delle colonne di Soto, Outerelo e Albino Argüelles,
continua a sostenere la rivolta dei lavoratori rurali e a proclamare
lo sciopero generale a tempo indeterminato. Una zona importan-
te, decisiva per le comunicazioni e il trasporto di merci. Secondo
Varela, «il gruppo che opera nel nord, comandato da un tal Font
detto ‘Facón Grande’, è composto da trecentocinquanta, al mas-
simo quattrocento uomini, ben armati e forniti di munizioni».
In realtà non sono affatto ben armati, e infatti non arriveranno
mai a raggiungere la principale cittadina della zona, Comodoro
Rivadavia. Le colonne si mantengono nella zona della ferrovia,
senza aprirsi il passo né verso sud né verso nord. È evidente che
cercano di rimanere quanto più a lungo in sciopero per poter pat-
teggiare un accordo finale con l’esercito.
Alla fine il tenente colonnello Varela si sposta nella zona di
Jaramillo. E qui avviene l’imprevisto, perché nel combattimento
con «Facón Grande», questi fa battere in ritirata il glorioso 10°
Reggimento di cavalleria, con la bandiera azzurra e bianca e tutto
il resto. Li fa rinculare a colpi di pallottole, facendo morire di
paura il tenente colonnello Varela e i suoi uomini in uniforme.
Proprio per questo non potrà esserci perdono per il gaucho «Facón
Grande». Varela non gliela perdonerà. Che un civile, per quanto
gaucho, apra il fuoco contro l’esercito argentino non è cosa che
si possa perdonare, men che mai se si è alla testa di un gruppo
di chilotes. È una questione di prestigio: se fosse stata una cosa
tra argentini, passi. Ma qui si tratta di argentini contro chilotes,
guidati da un tipo della zona di Entre Ríos, questo José Font. Un
domatore di cavalli, certo, però con la bandiera rossa.
Vediamo come si sono svolti i fatti. Varela è arrivato a Jaramillo
e si è messo in marcia verso la stazione di Tehuelches. Lì vede
arrivare alcune automobili e un camion. Nella prima vettura –
sequestrata a un estanciero – viaggia «Facón Grande», seguito dai

126
suoi principali collaboratori. Quando li vede arrivare, Varela –
inferiore nel numero – li riceve con una scarica fitta di proiettili,
pensando che questo possa bastare a fermare gli scioperanti e far-
gli alzare le braccia in segno di resa. Ma, con sua grande sorpresa,
questi non si arrendono e rispondono al fuoco, dando vita a una
intensa sparatoria. La prima raffica dell’esercito provoca tre morti
tra gli insorti. Quando Varela vede cadere a terra i soldati Fischer
e Salvi, ordina la ritirata e retrocede verso Jamarillo. Solo a quel
punto «Facón Grande» si rende conto di aver combattuto contro
l’esercito e non contro la polizia.
In questa situazione, il gerente della Sociedad Anónima di Pico
Truncado, Mario Mesa, ostaggio della gente di «Facón Grande»,
si offre come mediatore con Varela. «Facón Grande» acconsente
perché si rende conto che la situazione è critica: ha combattu-
to contro l’esercito, cosa che non era nei suoi piani. Anzi, stava
aspettando l’arrivo di Varela per trovare un accordo. Mesa si re-
ca quindi a Jaramillo, accompagnato da tre delegati di «Facón
Grande», per proporre al tenente colonnello la firma di un nuovo
contratto rurale e la liberazione di tutti i lavoratori detenuti in
cambio della fine dello sciopero.
Varela conversa a lungo con Mesa. Di questa conversazione
non sappiamo nulla, perché Mesa si è sempre rifiutato di parlarne.
Quel che si sa è che Mesa ritornerà a Tehuelches per dire a «Facón
Grande» che Varela accetta i punti proposti, ma che prima esige
la resa di tutti gli scioperanti e la consegna delle armi. Mesa offre
la sua parola a garanzia della promessa che tutte le vite umane
sarebbero state rispettate.
Nell’assemblea operaia indetta da «Facón Grande» la propo-
sta di Varela viene accettata, e il 22 dicembre, nella stazione di
Jaramillo, gli insorti si arrendono. Come gesto di buona volon-
tà, lasciano le loro cose a terra e consegnano i cavalli. «Facón
Grande» viene isolato in un recinto. Gli tolgono la famosa daga,
il lungo coltello a cui deve il suo nome: ormai è solo José Font. E
soprattutto si rifiutano di farlo parlare con Varela. Quando chie-

127
de che si rispettino i patti, i soldati gli rispondono male: bisogna
trattenerli per evitare che lo ammazzino subito.
Ormai José Font si è reso conto che è caduto in trappola e che
questi uomini non avranno la minima misericordia. Allora urla ai
soldati che lo tengono in custodia di far sapere a Varela che vuole
sfidarlo a duello, che vuole sfidarlo a combattere con il coltello in
pugno davanti a tutti, per vedere se è così coraggioso come dice
di essere. Per tutta risposta, Varela lo fa legare con i piedi alle
mani e ordina che lo facciano rotolare al suolo. Lo lasciano così, a
mormorare parole di indignazione, con le vene del collo gonfie di
rabbia. Eccolo lì per terra «Facón Grande», il capo degli insorti di
Puerto Deseado. Vengono a guardarlo tutti i soldati, anche quelli
che come lui hanno sangue criollo.
Varela è un uomo pratico. Non ha esitazioni: due sottufficiali
e due soldati caricano «Facón Grande» sul pianale di un camion
come se fosse un sacco di patate. Se lo portano via. Dopo avergli
sciolto le corde che lo legano, lo mettono contro un recinto per
essere fucilato. Senza il suo lungo coltello, senza la fascia nera da
gaucho che ha sempre portato in vita. Le pallottole gli attraversa-
no il corpo mentre lui lotta per evitare che gli tolgano le bomba-
chas, i tradizionali pantaloni dei gauchos.
Oltre a José Font, i fucilati sono probabilmente una sessanti-
na. I loro cadaveri vengono poi bruciati con il petrolio. A que-
sto punto, per completare la «pulizia» dei territori patagonici,
rimangono da sbaragliare solo alcuni piccoli gruppi di ribelli. La
responsabilità di portare a termine questa ultima fase è affidata
al capitano Anaya, che divide i suoi uomini in pattuglie. Il 10
gennaio 1922 anche questa operazione militare si conclude con
successo. Finisce così l’azione di guerra condotta nel territorio
patagonico di Santa Cruz, che ha mobilitato l’esercito dalla costa
fino ai confini con il Cile.

128
8. Dicembre 1921: i sopravvissuti della colonna di Albino Argüelles aspettano
il loro destino.
9. Ufficiali ed estancieros in posa.
10. Santa Cruz: un gruppo di proprietari terrieri festeggia la fine della rivolta.
capitolo settimo

I vincitori
(perché è un bravo ragazzo…)

Gli estancieros desideravano vivamente che la rivolta fosse soffocata


prima dell’ inizio della tosatura, con molte fucilazioni per imporre
il terrore e poi far lavorare i propri contadini con salari più bassi…
Relazione del capitano di fregata Dalmiro Saénz
al ministro della Marina, 14 gennaio 1922

Ormai la parte amara è finita per Varela. La lotta, le notti senza


dormire. Finalmente può festeggiare il trionfo. E infatti comin-
ciano gli omaggi, gli ossequi, le lodi che testimoniano l’ammi-
razione che si è guadagnato davanti agli occhi dei potenti. Ma
mentre si stendono i tappeti, mentre si preparano i discorsi di
elogio, i potenti hanno già tratto profitto dalla situazione, lo han-
no utilizzato ancora prima di preparare i festeggiamenti per il
«Liberatore della Patagonia».
Adesso tutto è evidente e la verità risulta chiara. Tutto quello
che è stato discusso – la legittimità o meno dei festeggiamenti, le
ragioni dei militari e quelle dei politici radicali, le interpretazioni

131
sul possibile coinvolgimento del Cile – cade di fronte a questo
documento prodotto dalla Sociedad Rural di Río Gallegos già il
10 dicembre 1921 e pubblicato nel quotidiano «La Unión» della
capitale di Santa Cruz:

Signori estancieros,
la Sociedad Rural ha deciso di fissare questa scala di salari per il
personale delle fattorie:

– tosatori: ogni cento animali 12 pesos;


– contadini generici: 80 pesos al mese;
– carrettieri: 90 pesos al mese;
– braccianti a giornata: 5 pesos al giorno;
– pastori di pecore: 100 pesos al mese;
– personale di cucina: 120 pesos al mese;
– pressatori di lana: 150 pesos a pressa;
– guardiani di vacche e pastori a cavallo: 12 pesos al giorno;
– pecorai di fattoria: 5 pesos extra.

Questi prezzi entreranno in vigore a partire dal 15 del corrente mese.

Río Gallegos, 10 dicembre 1921


Firmato: Ibón Noya, presidente, Edelmiro Correa Falcón, segretario

Questo vuol dire, in buon latino, che motu proprio gli estan-
cieros hanno deciso di imporre un nuovo accordo, approfittando
del fatto che Varela, nel pieno della sua campagna di persecuzio-
ne e sterminio, sta chiudendo i conti con tutte le organizzazioni
operaie presenti nel territorio di Santa Cruz. Hanno deciso di
abbassare i salari burlandosi apertamente del lodo Yza, vale a dire
dell’accordo approvato dal governatore e ratificato dal ministero
nazionale del Lavoro.
Facciamo un confronto con i salari che avrebbero dovuto esse-
re applicati per legge:

132
– contadini: 120 pesos anziché 80;
– carrettieri: 130 pesos anziché 90;
– pastori di pecore: 140 pesos anziché 100;
– personale di cucina: 160 pesos anziché 120;
– guardiani di vacche a giornata: 25 pesos anziché 12.

Vale a dire un ribasso secco dei salari pari a un terzo, o addirit-


tura pari alla metà per i guardiani di vacche. Le altre condizioni
per le quali la Sociedad Obrera ha tanto lottato, non sono nep-
pure prese in considerazione. La vittoria è totale. E gli unici veri
vincitori del dramma patagonico sono gli estancieros. Ogni estan-
cia che ricomincia a lavorare dopo la missione dell’esercito applica
questi nuovi «prezzi», come la Sociedad Rural chiama i salari.
Proprio per questo i proprietari terrieri non lesineranno omaggi
ai militari argentini. I festeggiamenti nelle città della provincia di
Santa Cruz saranno emozionanti, fino alle lacrime.
Il 1° gennaio 1922 la Sociedad Rural di Río Gallegos rende
un omaggio quasi religioso al tenente colonnello Varela nei locali
dell’hotel «Argentino»: «L’hotel non riusciva a contenere il gran
numero di persone riunite per festeggiare la brillante operazione
dell’esercito nazionale», scrive «La Unión».
Varela fa un intervento breve e conciso. Afferma che le sue
truppe sono state guidate da «una nobile ispirazione» e, per quan-
to riguarda lui, si riconosce «il solo merito di aver fatto il proprio
dovere come soldato della Nazione». Dopo, a nome degli estancie-
ros stranieri, prende la parola Alberto Halmich, mentre il capita-
no Viñas Ibarra chiude i discorsi ufficiali ricordando «il coraggio
dei propri soldati».
Ma il finale si fa davvero emozionante quando tutti in piedi –
militari, estancieros, commercianti e poliziotti – intonano le stro-
fe dell’inno nazionale. E poi, come se questo fosse troppo poco,
«i sudditi britannici, che erano presenti alla riunione in numero
considerevole, intonano in omaggio a Varela Perché è un bravo
ragazzo…».

133
Ascoltare queste voci straniere rotte dall’emozione e dalla gra-
titudine: una vera ciliegina sulla torta.
Ma ormai per i soldati è arrivato il momento del riposo.
Fucilare è stato un compito estenuante. E sebbene sia riuscito
piuttosto bene e non sia costato poi così tanto, diventa però, gior-
no dopo giorno, un ricordo spiacevole. A chi più, a chi meno,
tornano in mente le facce impaurite dei chilotes che muoiono, le
facce rabbiose dei gallegos, la smorfia tragicamente ironica degli
anarchici russi, tedeschi o polacchi quando sono davanti al ploto-
ne d’esecuzione dei soldati argentini.
Adesso però è finita, e i soldati si ammassano già nei porti della
costa in attesa delle imbarcazioni che li riporteranno a Buenos
Aires. Il tenente colonnello Varela ha un po’ allentato la discipli-
na. Tipo in gamba questo Varela. Per nulla tonto. In pochi giorni
ha tirato il collo alla colonna degli insorti. Non gli è mai tremata
la mano, non si è mai intenerito di fronte a quei chilotes sgozzati
come montoni. Né ha mai permesso che ai suoi soldati tremassero
le gambe. Con quattro urla li sollevava di peso. Bastava questo a
trasformare un mollaccione nel migliore dei fucilatori.
Dopo che tutto è finito, Varela ha persino avuto nei confronti
dei suoi soldati dei gesti paterni. Ad esempio, una volta arrivati
nei porti, permette loro di andare nei postriboli, perché si levi-
no le voglie accumulate dall’astinenza. Da quando sono usciti a
caccia di chilotes e di anarchici, non hanno più visto una donna,
neppure una cilena.
Questo avvenimento storico – il più crudele della storia ar-
gentina nei primi settantacinque anni del Novecento – ha tutti
i tratti di una canagliata, di quelle che finiscono per fare sempre
i maschi quando stanno troppo tempo tra di loro, quando li si
lascia soli a lungo e sentono l’impellente necessità di dimostrare
che sono duri, forti, maschi insomma. Hanno fucilato a sangue
freddo. In silenzio. Niente urla né pianti di donna. Hanno messo
in piedi loro stessi i chilotes, con le loro facce spaventate. Né sup-
pliche né perdono. Una cosa tra uomini.

134
Adesso però è un’altra storia. Nelle città ci sono le donne e tut-
to cambia. I duri in uniforme si trasformano ragazzetti miti che
sorridono quando passa una donna. E allora si radunano i soldati,
si ordina il riposo e si spiega loro che, a turno, potranno andare al
postribolo. Anzi, un sottufficiale, in termini espliciti perché tutti
comprendano, dà istruzioni dettagliate su come si deve fare uso di
una prostituta senza prendersi la gonorrea o la sifilide.
La cosa è stata organizzata bene, e infatti le gestrici dei bordelli
sono state previamente informate che alla tal ora sarebbe arrivato
il primo contingente di soldati, così da far trovare le ragazze già
pronte.
A San Julián l’avviso è recapitato a Paulina Rovira, proprieta-
ria della casa di tolleranza «La Catalana». Ma quando la prima
squadra di militari si avvicina al postribolo, donna Paulina esce
per strada e si mette a parlare con il sottoufficiale. Deve esser-
ci qualche problema, pensano i ragazzi sempre più nervosi. E in
effetti dopo un po’ arriva il sottufficiale con questa spiegazione:
è successo un fatto insolito, le puttane del casino si negano e la
tenutaria afferma che non può obbligarle. Il sottoufficiale e i co-
scritti lo prendono come un insulto all’uniforme patria. E poi la
verità è che ormai ne hanno proprio voglia. Parlottano tra di loro
e infine si fanno coraggio. Tutti assieme, in squadra, cercano di
entrare nel lupanare. Ma ecco che da lì escono cinque fanciulle
con scope e randelli che li affrontano al grido di «Assassini!»,
«Schifosi!» «Con gli assassini non andiamo a letto!».
La parola «assassini» lascia i soldati di ghiaccio, e sebbene fac-
ciano l’atto di mettere mano alle armi, in realtà cominciano a re-
trocedere dinnanzi alla determinazione di quel gruppo di donne
infuriate che lanciano bastoni. Il disordine è grande. I soldati per-
dono la battaglia e si raccolgono sul marciapiede di fronte. Dalla
porta, le ragazze non lesinano insulti. Oltre a qualificarli come
«Assassini!» e «Porci!», li fanno oggetto di epiteti quali «Becchi
malnati!» e – secondo il verbale della polizia – «di altri insulti
osceni tipici delle donnacce».

135
È troppo. Gli insulti tolgono ai soldati ogni desiderio. Ormai
non hanno voglia di niente, se non di ubriacarsi rabbiosamente.
La storia però non finisce qui. Interviene il commissario di
San Julián, che ordina di portare in commissariato quelle donne
svergognate. Le cinque prostitute sono condotte da due agenti,
tra il sorriso burlone dei maschi e il disprezzo delle donne one-
ste del popolo. Portano via anche i tre musicisti del postribolo:
Hipólito Arregui, Leopoldo Napolítano e Juan Acatto, che però
hanno sempre prestato gratuitamente i loro servizi nelle feste pa-
trie. Appena arrivati in commissariato vengono dunque rilasciati
immediatamente, non senza aver sollecitamente dichiarato la pro-
pria disapprovazione per la condotta delle fanciulle.
Le meretrici invece finiscono in cella. Il commissario sente
tutto il peso della responsabilità. Innanzi tutto è stata insultata
l’uniforme patria e poi si è preso partito per gli scioperanti. Per
questo decide di chiedere consiglio al tenente David Aguirre, a
capo della guarnigione militare. L’ufficiale non vuole scandali e
preferisce che la cosa non arrivi alle orecchie dei superiori. A conti
fatti, è solo l’opinione di cinque puttane.
Una paziente ricerca ci ha portati a conoscere il nome di que-
ste donne coraggiose, capaci di chiamare assassini gli autori della
carneficina di operai più sanguinosa della storia argentina. Ecco i
loro nomi, che menzioniamo come un piccolo omaggio in ricor-
do di quelle cinque donne che hanno stretto le loro gambe come
gesto di ribellione.
E li citeremo nella forma in cui vengono riportati sulle car-
te ingiallite dell’archivio di polizia: Consuelo García, 29 anni,
argentina, nubile, ragazza del postribolo «La Catalana»; Angela
Fortunato, 31 anni, argentina, sposata, modista, ragazza del po-
stribolo; Amalia Rodríguez, 26 anni, argentina, nubile, ragazza
del postribolo; María Juliache, spagnola, 28 anni, nubile, residen-
te da sette anni nel paese, ragazza del postribolo; Maud Foster, in-
glese, 31 anni, nubile, residente da dieci anni nel paese, di buona
famiglia, ragazza del postribolo.

136
Non ci sono mai stati fiori sulle fosse comuni dei fucilati. Solo
pietre, cespugli grigi e l’eterno vento patagonico. L’unico fiore che
abbiamo trovato è questo gesto delle ragazze del postribolo «La
Catalana». È il 17 febbraio 1922.
A Santa Cruz comincia una nuova epoca. Basta con i casini,
gli scioperi, le assemblee, i volantini, le bandiere rosse. A forza di
Mauser e sangue è stata raggiunta una pace duratura che resisterà
per più di mezzo secolo. Il potere torna ai potenti, a chi lo ha
sempre esercitato.
L’artefice di questa epopea militare è il tenente colonnello
Héctor Benigno Varela. Ma per lui le cose cominciano a mettersi
male. Per quanto la Patagonia sia lontana, è difficile nascondere
del tutto gli eventi. I morti sono troppi. I primi a strepitare sono
gli anarchici. Quello che all’inizio sembrava una esagerazione,
discorsi da esaltati, poco dopo viene confermato.
E allora i potenti abbandonano Varela. Quando arriva al porto
di Buenos Aires, non c’è nessuno a riceverlo a nome del governo.
Com’è stata diversa la partenza da Río Gallegos, dove i potenti
gli hanno dato pacche sulle spalle, lo hanno chiamato colonnello,
promuovendolo in anticipo a governatore militare. Adesso ci sono
gli anarchici, che gli urlano a pieni polmoni i loro insulti e gli
fanno sapere che lo aspettano all’angolo.
I ministri si rifiutano di parlare con lui. I giornali preferiscono
non raccontare i fatti avvenuti in Patagonia. Solo i muri di Buenos
Aires si riempiono del suo nome, assieme alla parola assassino.
Per le istituzioni è meglio dimenticare la vicenda. Fino a quel
23 gennaio 1923, quando la bomba di Wilckens riporta in prima
pagina le immagini del massacro patagonico.

137
11. Insorti detenuti nel carcere di Río Gallegos (febbraio 1922). Il primo a
sinistra è «El Toscano».
capitolo ottavo

I vendicatori

I britannici residenti nel territorio di Santa Cruz,


alla memoria del tenente colonnello Varela,
esempio di onore e disciplina nel compimento del proprio dovere.
Lapide collocata il 22 settembre 1923 sulla tomba di Varela

Gringo gaucho! Fratello Wilckens,


ricevi un abbraccio dai compagni gauchos della Pampa,
che ti considerano un esempio di giustizia per la povera gente!
«La Pampa libre», periodico patagonico, 15 febbraio 1923

Il comandante Varela muore in seguito a diciassette ferite gra-


vi: dodici provocate dalla bomba e cinque da proiettili conficcati
nella parte superiore del corpo, due dei quali hanno interessato
l’aorta. Sembra che anche al tedesco Wilckens la mano non abbia
tremato. Ha applicato quella che gli anarchici definiscono giusti-
zia proletaria. Quell’unico morto ha vendicato le centinaia di fu-
cilati in Patagonia. La morte ha pareggiato i conti. Proprio come
le sue vittime, il comandante rimane steso al suolo, agonizzante.

139
La notizia corre di bocca in bocca: hanno ammazzato il coman-
dante Varela! Sul luogo dell’attentato si raccolgono centinaia di
curiosi. Su una barella che arriva dall’infermeria di una caserma lo
trasportano nei locali del 2º Reggimento di fanteria. Lo mettono
su un tavolo del circolo ufficiali e lo coprono con un lenzuolo.
L’amarezza regna tra quei graduati che vengono a vedere il ca-
davere del loro capo. Dalla caserma di Campo de Mayo arrivano
il capitano Anaya assieme ad altri ufficiali.
Il clima è teso. Nessuno pensa all’anarchico. Non lo giustifica-
no, ma sanno che ha agito seguendo la sua legge, quella dei suoi,
quella dal basso. Le responsabilità vanno cercate altrove: tra i po-
litici, generalizzano. E lo dicono con disprezzo: los politicos, per
definire una sottospecie argentina, un male endemico. Proprio
come i politici dicono: los militares…, con una strizzatina d’oc-
chio e un sorriso adulatorio.
Gli ufficiali di cavalleria conoscono molti dettagli e ne intu-
iscono altri. Sanno che il tenente colonnello Varela è stato usa-
to dai politici. Forse si è comportato in modo errato, ma stava
compiendo degli ordini. Non agiva certo per conto proprio. Forse
ha interpretato male gli ordini ricevuti, ma nessuno ha fatto il
minimo sforzo per contenere le «esagerazioni» di Varela. Né il mi-
nistro degli Interni, né il ministro della Guerra, né don Hipólito
Yrigoyen, presidente della nazione. «Si è fatto prendere la ma-
no…», è questa la versione ufficiale nelle stanze del potere.
Intanto Kurt Wilckens affronta le conseguenze del suo atto.
Appena arriva al commissariato, inizia il «lavoro di ammorbidi-
mento». Lui risponde con cortesia a tutte le domande sulla sua
identità: Kurt Gustav Wilckens, 36 anni, figlio di August e di
Johanna Harms. La madre è morta, ma suo padre vive ancora
in Germania, come i suoi quattro fratelli. È alto 1,76, ha corpo-
ratura media, capelli biondi, occhi azzurri, fronte alta. E, cosa
più importante per la polizia, è schedato come criminale politico,
fascicolo numero 44.797 dell’Orden Social, con la qualifica di
anarchico. Nell’ambiente libertario è conosciuto anche con i no-

140
mi di Christensen e Larson. Perché ha tanti alias? Perché a suo
carico è in corso un processo di applicazione della temuta Ley de
Residencia1, da cui si è salvato solo in ultima istanza.
Dal suo fascicolo gli investigatori ricostruiscono la storia di
questo anarchico tedesco. Nel suo paese natale ha esercitato il du-
ro lavoro del minatore. A 24 anni emigra dalla Germania verso gli
Stati Uniti, dove fa la vita che conducono molti nordeuropei, ben
descritta da Knut Hamsun nel suo libro Vagabondi: si muove per
il paese con un fagotto sulle spalle, lavorando ai raccolti stagionali
o dovunque abbiano bisogno di braccia. È arrivato in quel paese
come marxista, però là, assieme ai suoi compagni d’avventura che
sostengono le idee anarchiche, comincia a leggere e a interessarsi
all’ideale libertario, diventando un pacifista tolstoiano.
Il suo primo conflitto con gli organi repressivi nordamericani
risale a un curioso episodio di sabotaggio avvenuto in una fabbri-
ca in cui si confeziona pesce marinato e in conserva. Ci sono due
qualità di merci: i prodotti migliori vengono messi in confezioni
di lusso e inviati nei negozi della borghesia. Il resto finisce nei
quartieri operai. Wilckens parla con i suoi compagni di lavoro in
fabbrica e li convince a procedere al contrario: i prodotti migliori
vengono messi nelle confezioni economiche che finiscono nei ne-
gozi proletari e gli scarti vengono messi nelle confezioni di lusso.
In seguito Wilckens torna al suo antico mestiere e fa il mina-
tore in Arizona. Nel 1916 partecipa a uno sciopero generale di
minatori. Nelle assemblee si distingue come oratore, perché parla
e scrive bene in inglese. Ma gli Stati Uniti, in piena guerra, non
possono permettersi scioperi e deportano un migliaio di mina-
tori dall’Arizona al New Mexico, chiudendoli in un campo di
confino. Da lì scappa, ma viene catturato e, a causa della sua cit-
tadinanza tedesca, è condannato per alto tradimento e condotto
al campo per prigionieri tedeschi di Fort Douglas. Il 4 dicembre

1. Si tratta di una legge che prevede l’espulsione e il rimpatrio degli immigrati


politicamente più attivi [N.d.T.].

141
1917 riesce a fuggire anche da lì e raggiunge la zona di Seattle,
popolata da contadini svedesi e tedeschi che gli offrono un na-
scondiglio. Nel 1919 torna a lavorare in miniera nel Colorado, ma
la polizia lo blocca. Lo processano e lo espellono dagli Stati Uniti.
Nel 1920 è di nuovo nel suo paese natale, la Germania. Qui
frequenta gli ambienti anarchici e sente parlare dell’Argentina: sa
che esiste in quel paese sconosciuto un forte movimento libertario
e decide di partire. Si imbarca da Amsterdam e arriva a Buenos
Aires il 29 settembre 1920. Lavora per un po’ nei campi della
Patagonia, però ha nostalgia dei suoi compagni nordamericani
dell’iww [Industrial Workers of the World]. Torna a Buenos Aires
aspettando l’occasione di un imbarco per il paese nordamericano e
intanto frequenta una sede anarchica sita al numero 1.056 di calle
Estados Unidos. Qui avviene un episodio che gli cambia la vita.
Il 12 maggio 1921 si siede allo stesso tavolo un tipo che dice di
essere un suo compagno di idee. Iniziano a conversare e Wilckens
si sforza di rispondere nel suo cattivo castigliano. Il tipo lo invita
a casa sua per vedere alcuni libri. Ma la «casa» non è altro che
il commissariato numero 16 e l’«amico» un agente di polizia. Il
tedesco non ha commesso alcun delitto, però è un anarchico stra-
niero, dunque un pericolo: gli contestano, a lui pacifista, il fatto
di avere con sé un coltello, lo incarcerano e attivano la procedura
di espulsione. Gli avvocati però lo difendono bene e il 6 dicembre
1921, dopo quattro mesi di prigione, è di nuovo libero di muover-
si per le strade di Buenos Aires.
Questo episodio cambia i suoi progetti. In carcere ha cono-
sciuto anarchici delle più svariate tendenze, accusati di episodi
diversi. Decide di rimanere, mantenendosi con lavori precari e
subendo anche un grave infortunio lavorativo. Secondo lo storico
anarchico Diego Abad de Santillán, che ha condiviso per alcuni
mesi un appartamento con l’anarchico tedesco, «Wilckens segui-
va con grande interesse e aspettativa il movimento patagonico;
conosceva a malapena lo spagnolo, ma si sforzava di interpretare
le notizie sulla spedizione di Varela».

142
Le notizie sulle fucilazioni dei lavoratori rurali patagonici com-
muovono Wilckens, che non sopporta le ingiustizie. «Sospettiamo
che l’idea di sopprimere Varela – dirà Santillán – sia germinata in
lui nel momento in cui seppe dei fatti patagonici».
Nel marzo 1922 Wilckens va a vivere in una nuova casa, sotto
falso nome. E per mettere in pratica il suo attentato prende con-
tatto con i gruppi di anarchici espropriatori. Non sa maneggia-
re una pistola, né costruire una bomba. Però è amico di Miguel
Arcangel Roscigna, figura di spicco dell’anarchismo illegalista ar-
gentino. Emilio Uriondo, uno dei pochi sopravvissuti del gruppo
di Roscigna, racconterà in seguito che fu Andrés Vásquez Paredes,
compagno inseparabile di Roscigna, a passare l’esplosivo all’uomo
che ucciderà Varela. Lo stesso Uriondo accompagnerà Wilckens
e Vásquez Paredes in un luogo prossimo a Puente Barracas per
effettuare una esplosione di prova.
Ma adesso Wilckens sta lì, nel commissariato, di fronte a que-
sti che vogliono sapere tutto. Di fronte alle fastidiose perquisizio-
ni degli uomini di legge. «Come ti chiami?», detto ora in tono
imperativo, ora amichevole, quel dar del tu repentino che annun-
cia la sberla, il pugno, lo schiaffo di manrovescio, la pedata ben
assestata, data con maestria.
Tutti i beni che gli trovano addosso, in un’accurata perquisi-
zione, si riducono a un portamonete ordinario con 1 peso e cin-
quanta centavos, una ricetta dell’ospedale tedesco, due aghi con
un filo nero, un fazzoletto nero, un biglietto del tram, un orolo-
gio di nichel, una chiave grande e una piccola, un temperino, un
dizionario tedesco-spagnolo, una copia del «Deutsche La Plata
Zeitung», una scatola di fiammiferi, una corda, un fazzoletto per
il collo e un libro intitolato Das Anarchistische Manifest.
Da tre ore è bloccato nel commissariato. Nonostante il fatto
che le ossa scheggiate combattano per aprirsi un varco tra i mu-
scoli e i tessuti per perforare la pelle, nonostante il piede sinistro
ridotto a una massa sanguinolenta, non gli danno una seggiola
né lo lasciano appoggiarsi alla parete. Ma il tedesco è un duro.

143
Risponde a ogni domanda sui suoi dati personali in un cattivo
castigliano. Ma quando cominciano a interrogarlo sull’attentato
sembra dimenticarsi del tutto questa lingua. Si limita a dire: «Fui
yo solo. Único autor. Yo fabriqué la bomba sin ayuda. Acto indivi-
dual». Tutto qui. Le altre domande non le capisce. Da lui non
ottengono niente di più. D’altra parte il sangue che ha perso è
molto. Ha capogiri e il dolore gli fa perdere i sensi.
Sei giorni dopo l’attentato il giudice Malbrán ordina la deten-
zione preventiva per Wilckens e il blocco dei suoi beni. A metà
aprile di quell’anno – tre mesi dopo l’attentato – l’anarchico tede-
sco riesce a stare in piedi, ma solo con le stampelle: o le ferite erano
molto gravi, o non si sono troppo preoccupati di curarlo. Secondo
il medico che lo visita prima di essere trasferito nella sua nuova
destinazione, il carcere per i detenuti in attesa di giudizio di calle
Caseros, Wilckens dovrà usare le stampelle per tutta la vita. E ha
ragione, anche perché di vita davanti gliene resta ben poca.
Il prigioniero viene trasferito nel secondo padiglione del carce-
re, composto al piano terra da ventiquattro celle. Gli assegnano la
prima cella. Lì, in genere, ci stanno i detenuti in regime di buo-
na condotta, non quelli ritenuti pericolosi. Ma è impossibile che
Wilckens possa fuggire, o per lo meno non si è mai visto fuggire
un condannato con le stampelle.
In carcere Wilckens riceve delle minacce di morte. Alcuni
detenuti gli riferiscono che vogliono ucciderlo avvelenandogli il
cibo e che esiste un complotto della Liga Patriótica Argentina
per assassinarlo. Sebbene il tedesco cerchi di minimizzare queste
voci, il suo avvocato, il dottor Prieto, denuncia il fatto al direttore
del carcere e chiede che si rispetti la sicurezza del detenuto. Ma il
complotto per uccidere l’operaio tedesco è già in moto e le prote-
ste dell’avvocato ottengono l’effetto contrario: invece di frenare le
intenzioni degli amici di Varela, li spinge ad affrettarsi.
La notte di venerdì 15 giugno 1923 per Wilckens è una come
tante altre. Secondo il regolamento carcerario, alle 21 deve trovarsi
a letto. Con gli occhi ripercorre ancora una volta le pareti che lo

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tengono prigioniero, a lui, un nomade, un libertario. I mobili sono
tutti lì: due cavalletti per sostenere la pedana su cui poggia il ma-
terasso di paglia. E il ripiano su cui sono appoggiati i suoi libri non
politici più cari: il Werther e Arminio e Dorotea di Goethe, Fame di
Knut Hamsun, e il volume Come imparare lo spagnolo. Accanto ci
sono le borse di frutta che gli hanno fatto arrivare i gallegos del co-
mitato di sostegno ai detenuti politici, i fedeli compagni dell’Idea.
Wilckens si addormenta, stanco di quella stanchezza che inva-
de a quell’ora i detenuti. Si sveglierà solo per morire.
I congiurati hanno calcolato bene i dettagli. Il braccio esecutore
sarà Jorge Pérez Millán Temperley, protagonista del combattimen-
to di «El Cerrito» durante il primo sciopero patagonico, giovane
di famiglia aristocratica, membro della Liga Patriótica Argentina e
lontano parente del tenente colonnello Varela (sua sorella è sposata
con il capitano Alberto Giovanelli, fratello della vedova di Varela).
Comincia l’ultima notte di Wilckens.
Fa molto freddo nelle celle e nel corridoio. Le celle dei dete-
nuti in regime di buona condotta di notte hanno la porta aperta,
affinché si possano utilizzare i gabinetti comuni. Nel corridoio si
muove una figura nervosa che indossa l’uniforme delle guardie
carcerarie, ma che non ha nulla in comune con loro. È un giova-
ne snello, di incarnato pallido, dall’apparenza quasi femminea,
con i tratti fini e gli occhi grandi e inquieti. È la prima volta
che fa la guardia in questo padiglione. Cammina nervosamente e
ogni tanto osserva con attenzione, attraverso la porta semiaperta,
il sonno del detenuto della prima cella: Kurt Wilckens. Adesso
mancano venti minuti alla fine del suo turno di guardia: è il mo-
mento. Entra con cautela nella cella illuminata. Per regolamento,
tutti i detenuti dormono con la luce accesa: non possono mai
beneficiare dell’oscurità completa.
L’anarchico straniero continua a dormire. Una delle sue stam-
pelle è appoggiata contro la parete e l’altra si trova lungo il bordo
del letto, a portata di mano, per potersi sollevare. Pérez Millán
Temperley tiene la Mauser con entrambe le mani. Con la canna

145
spinge brutalmente la spalla dell’uomo addormentato, che si sol-
leva di botto e guarda il carceriere.
«Sei tu Wilckens?».
«Jawohl», risponde in tedesco il prigioniero sorpreso.
L’indice di Pérez Millán preme il grilletto e il proiettile colpisce a
bruciapelo il prigioniero. In pieno petto. Entra un po’ sopra il cuore
e, dopo aver spappolato il polmone destro, esce attraverso la spalla.
Così muore Wilckens, il vendicatore dei ribelli della Patagonia.
Il crimine avviene in modo che non vi sia scampo: la canna
dell’arma è a contatto con il corpo, per non sbagliare. Lo sparo –
con il proiettile che si conficca nella parete della cella a un’altezza
di sessanta centimetri dal suolo – è rimbombato nelle celle come
un colpo di grancassa attutito, svegliando i detenuti e facendo
accorrere le guardie.
L’attentatore è estremamente agitato, e fa l’atto di chiudere la
porta, quasi a voler nascondere il suo gesto. L’ispettore Luís Conti
dichiarerà che le prime parole di Pérez Millán saranno queste:
«Sono stato agli ordini del comandante Varela, di cui sono paren-
te. Ho appena vendicato la sua morte». La voce dell’attentatore
trema come se fosse sul punto di scoppiare a piangere.
Dopo pochi minuti arriva il medico del carcere, il dottor Maza.
L’uomo è ancora vivo, dice, ma non resisterà per più di due o tre
ore. Lo portano in infermeria e lo lasciano lì, tastandogli di tanto
in tanto il polso per vedere se è vivo o morto. Quando, alle 7 del
mattino successivo, arriva il suo avvocato difensore, gli occhi gli
si illuminano. Resisterà tutto il giorno, per poi spirare alle 3 di
notte della domenica.
Ma la voce ormai corre per le strade di Buenos Aires: hanno spa-
rato a Wilckens nella sua cella mentre dormiva. Anche se i giornali
del mattino non hanno potuto pubblicare la notizia, non c’è sede
anarchica o sindacato operaio che non sia a conoscenza di quanto
è successo. Già alle 10 del mattino appaiono i bollettini di guerra
de «La Protesta» e «La Antorcha»: l’agitazione cresce di ora in ora.
La polizia non riesce a requisire tutti i volantini anarchici che inon-

146
dano Avellaneda, Mataderos, Nueva Pompeya, e che addirittura
compaiono nei caffè di avenida de Mayo e di calle Florida.
E allora si produce un movimento spontaneo in tutto il paese.
Senza aspettare ordini da nessuno, gli operai – a cominciare dai
panettieri – cominciano ad abbandonare spontaneamente i luoghi
di lavoro. A mezzogiorno la fora di ispirazione anarchica dichia-
ra lo sciopero generale e invita il popolo a scendere nelle strade:
«Lavoratori! Che nessuno resti in silenzio. Non scendere in strada
in questa emergenza significa essere solidali con i barbari avveni-
menti della Patagonia e con il ripugnante assassinio commesso nella
Prisión Nacional. Compagni, proletari, uomini coscienti, a la calle!».
Mentre la città è paralizzata, un gruppo di spagnoli e italiani
esaltati escono per strada con l’intenzione di bruciare i tramvai,
ma sono bloccati dalla polizia. Che non sta a guardare.
Le forze dell’ordine decidono di sgomberare i locali della fora.
Con le armi in pugno circondano la sede sindacale anarchica.
Chi comanda la difesa all’interno delle stanze del sindacato è un
panettiere spagnolo, Enrique Gombas. Al fuoco concentrato della
polizia gli operai rispondono con ogni tipo di armi corte. Ma in
cinque minuti gli anarchici esauriscono le munizioni. La polizia
invece riceve rinforzi e riesce a penetrare nel locale, ripulendolo
dai militanti che ancora si difendono con pali e sbarre di ferro.
Alcuni operai riescono a fuggire, infilandosi nella stazione Once
attraverso calle Anchoreta.
Quando l’operazione di polizia è finita, Enrique Gombas ri-
mane a terra con due pallottole nel cranio e una nell’occhio de-
stro. Più avanti, calpestato dagli zoccoli dei cavalli della polizia,
c’è il corpo di un altro proletario, Francisco Facio.
Le file operaie subiscono una dura lezione. Oltre ai due morti,
ci sono diciassette feriti gravi e centosessantatré persone arrestate,
queste ultime hanno tutte ammaccature o ferite da arma bianca
al capo, ovvero colpi di sciabola. Tra i poliziotti è morto l’agente
José Arias, colpito da tre pallottole all’addome, mentre altri tre
poliziotti risultano feriti.

147
La dura repressione blocca lo sciopero, mentre i giornali tolgo-
no dalla prima pagina la notizia della morte di Wilckens.
Quanto al suo assassino, viene trattato con i guanti e, sebbene
agli arresti, gode di una speciale custodia per prevenire atti di
vendetta da parte degli anarchici. Il 25 aprile 1925 viene trasferito
nell’ospedale psichiatrico di calle Vieytes. I suoi amici e familiari
pensano che lì starà al sicuro. Per favorire il trasferimento, la car-
tella medica riporta un’annotazione con cui si attesta che Pérez
Millán soffre di delirio di persecuzione. Come misura diagnosti-
ca, lo trasferiscono nel padiglione dei malati tranquilli.
Tra questi degenti c’è anche uno jugoslavo di 26 anni, nato a
Dubrovnik, che si chiama Esteban Lucich. È piccolo di statura e
un po’ gobbo. Lo considerano tutti un pazzo tranquillo, anche se
sei anni prima ha assassinato un medico presso il quale faceva il
domestico. Questi lo aveva licenziato quando aveva colto i primi
segni della sua follia, così Lucich lo aveva aspettato e poi ucciso.
Era stato condannato a diciassette anni di carcere, ma dopo qual-
che mese, mentre la sua malattia progrediva, lo avevano trasferito
in quel manicomio.
Nell’ospedale psichiatrico Lucich è una figura benvoluta, no-
nostante il suo aspetto. Si guadagna qualche moneta facendo il
domestico, pulisce le scarpe, rifà i letti, spazza il pavimento. Non
si arrabbia mai e per tutti è un «matto buono».
Arriviamo così alla mattina del 9 novembre 1925. In questa
mattina di primavera, Pérez Millán ha dato qualche segno di ner-
vosismo. Molto presto, senza neanche fare colazione, si è seduto
al tavolo della sua camera e si è messo a scrivere. Continua a farlo
fino all’ora di pranzo, quando smette per un po’, mangia un boc-
cone, e poi torna alle sue carte.
Alle 12,30 Lucich, il «matto buono», chiede con la sua tipica
umiltà di entrare nel padiglione in cui si trova Pérez Millán. Non
incontra alcuna difficoltà e arriva alla cella numero tre, quella oc-
cupata da Pérez Millán fino al giorno prima. Domanda di lui. Gli
rispondono che adesso si trova nella cella numero quattro. Lucich

148
attraversa il corridoio, si avvicina alla cella di Pérez Millán e lo vede
mentre è intento a scrivere al tavolo. Allora fa un altro passo, estrae
una pistola dalla tasca della sua uniforme di paziente, la punta
contro Pérez Millán e gli dice: «Questo te lo manda Wilckens!».
Pérez Millán si volta sorpreso e riceve un proiettile nel costato
sinistro. Veloce come un gatto, si butta a terra e si salva dalla
seconda deflagrazione. La pallottola si conficca nella parete. Con
un altro salto si getta su Lucich, gli torce il braccio e lo rovescia
a terra. Lucich spara di nuovo e il proiettile ferisce Pérez Millán
superficialmente al pube per poi conficcarsi nella gamba sinistra.
Ma l’aggredito ormai domina la situazione: strappa la pistola dal-
le mani dell’aggressore e comincia a colpirlo. Tra le grida isteriche
dei pazienti arriva un infermiere che libera Lucich dalla presa di
Pérez Millán. Lucich viene poi immobilizzato con la camicia di
forza, mentre Pérez Millán è subito trasferito in infermeria.
Lì è operato d’urgenza: il proiettile penetrato nel suo petto è
stato deviato verso la cavità addominale, interessando lo stomaco
e l’intestino. Ma il ferito non si riprende, anzi diventa sempre più
debole. A fianco del suo letto siedono il padre e il dottor Manuel
Carlés. A mezzanotte il cuore comincia a cedere. Pérez Millán muo-
re alle 5,35 del mattino. La vendetta si è presa un’altra vita. È la fine
del quarto atto del dramma iniziato nel lontano sud patagonico.
I colpi di pistola che risuonano nell’ospedale psichiatrico risve-
gliano una storia già messa a tacere, una storia spiacevole per il
governo, per l’esercito e per molti politici. Riaffiorano le immagi-
ni dei fucilati del sud, la figura controversa del tenente colonnello
Varela e la sorprendente immagine di un operaio tedesco che ven-
dica i suoi compagni dalla pelle olivastra.
Ma come è stato possibile questo nuovo episodio? Lucich ha
sparato di sua volontà contro Pérez Millán? E chi gli ha passato
la pistola? No, questo è un altro complotto di quegli incredibi-
li anarchici che mai si danno per vinti per quanto li si reprima.
Lucich è un anarchico? No. Ai tempi in cui faceva il cameriere era
sì affiliato alla fora anarchica, ma questo non basta a inquadrarlo

149
politicamente. È evidente allora che Lucich è stato armato, che è
lo strumento di qualcun altro. Lo interrogano, ma nonostante i
colpi che gli danno ripete a pappagallo: «Il revolver l’ho trovato sul
tavolo di Pérez Millán. Gli ho sparato perché mi ha preso a pugni».
L’interrogatorio non può proseguire perché Lucich si trova in
uno stato di eccitazione che rende impossibile qualsiasi dialogo. Il
commissario Santiago è sicuro che dietro a Lucich ci sia qualcuno
molto intelligente e audace che è riuscito a rompere le barriere
difensive per mettere in atto la vendetta anarchica. Si fa portare
la lista di tutti gli internati e del personale. Il poliziotto legge la
lista e all’improvviso esclama, come se tutto fosse ormai chiaro:
«Boris Wladimirovich!».
Esattamente: Boris Wladimirovich. Nell’ospedale psichiatrico
di Las Mercedes è infatti internato anche Wladimirovich, arri-
vato dal penitenziario di Ushuaia appena due mesi prima. Ma
com’è possibile che si trovi nel manicomio di calle Vieytes?
Santiago ordina che Wladimirovich sia subito condotto in
questura. Lo portano a braccia perché è quasi paralitico. Lo sbir-
ro lo guarda quasi volesse mangiarselo e Boris Wladimirovich gli
risponde con un muto sorriso, quasi a dire: «Stavolta ho vinto io».
Ma chi è Boris Wladimirovich? È un anarchico russo con
decenni di attività sovversiva alle spalle. Una figura che sembra
uscita da un racconto di Hemingway, di Melville, di London o di
Conrad. Grandi baffi neri, capelli ricci, occhi vivi.
Il giornale «La Prensa» lo descrive così:

L’agitatore Boris Wladimirovich, condannato a venticinque anni di


prigione per aver assaltato l’agenzia di cambio Perazzo, non è un volgare
delinquente. Possiede una vasta cultura, ha scritto svariati libri, ha inse-
gnato in molte cattedre universitarie e ha partecipato ai più importanti
congressi anarchici realizzati in Europa dagli esuli russi prima della ri-
voluzione. Ma l’alcolismo e l’abuso di tabacco lo hanno reso degenerato
e abulico, e poi quasi incosciente. L’assalto all’agenzia di Perazzo, con
l’obiettivo di procurarsi fondi per fondare un quotidiano di agitazione

150
anarchica, dimostra la sua mancanza di equilibrio. Pera­­ltro, quando sta
bene si rivela un uomo colto ed espone le sue idee con tono persuasivo.

«La Prensa» commette alcuni errori. Innanzi tutto sembra che


Wladimirovich non sia pazzo, ma «faccia il pazzo». E poi che ab-
bia assalito l’agenzia di cambio non per mancanza di equilibrio,
ma per realizzare le proprie idee. Ed è vero che è un intellettuale,
ma è anche un uomo d’azione, cosa rara tra gli intellettuali. È
infatti uno dei più consumati bombaroli che abbiano mai attra-
versato le strade di Mosca, San Pietroburgo, Parigi e Barcellona.
Ma torniamo un po’ indietro nel tempo. Nel maggio 1919 vie-
ne assalita l’agenzia Perazzo nella zona della Chacarita. L’assalto
fallisce, i tre rapinatori si danno alla fuga. Uno viene catturato,
dopo aver ucciso un poliziotto e averne ferito un altro. Benché
non faccia nomi, la polizia risale al suo coinquilino, Boris
Wladimirovich, e ne mostra la foto segnaletica al padrone dell’a-
genzia, che lo riconosce come uno degli assalitori.
Wladimirovich è infatti schedato come anarchico. Sanno
che è appassionato di astronomia e che fa periodicamente visita
all’osservatorio astronomico di La Plata, dove ha alcuni amici.
Seguendo i suoi amici e contatti, la polizia riesce ad arrestarlo a
San Ignacio, nella zona di Misiones, nel nord dell’Argentina, al
confine con il Brasile e il Paraguay.
Ai poliziotti sembra strano che quell’uomo possa essere un de-
linquente. Ha la faccia di un docente universitario, di un intel-
lettuale: maniere affabili, sguardo intelligente, un volto scolpito
da quella che sembra una intima sofferenza. Prima che parta per
Buenos Aires, le autorità locali si fanno fotografare insieme a lui per
i posteri. Tutti seduti, in atteggiamento rigido, con Wladimirovich
dietro di loro, in posa. Il prigioniero, di aspetto nietzscheano, sem-
bra rimuginare pensieri lontani da quella cerimonia, mentre gli
importanti funzionari guardano, tesi, l’obbiettivo fotografico.
Intanto la polizia ha verificato bene l’identità di Wladimirovich.
Di nazionalità russa, ha 43 anni. Vedovo, di professione fa lo

151
scrittore. Adesso «La Prensa» informa i suoi lettori in maniera più
dettagliata:

Boris Wladimirovich presenta interessanti caratteristiche. È medico,


biologo e pittore, e in Russia faceva parte degli elementi progressisti. È
schedato dalla polizia come montenegrino e disegnatore, ma è russo e
discende da una famiglia nobile. Boris ebbe in gioventù un legame con
una operaia rivoluzionaria e per lei rinunciò al suo lignaggio. Si sa che
ha avuto in eredità una fortuna e che l’ha dilapidata per i suoi ideali.
Pur essendo medico e biologo, a parte un impiego come docente univer-
sitario a Zurigo, non ha mai esercitato la professione.

La polizia verifica altri dettagli. La morte della sua compagna e


la sconfitta della rivoluzione russa del 1905 incidono pesantemen-
te sul suo stato d’animo. Il suo carattere, già malinconico, trova
consolazione nella vodka, a cui si affeziona dopo un collasso car-
diaco. Dona la casa di proprietà ai suoi compagni di idee – ormai
si è votato all’ideale anarchico – e si trasferisce a Parigi. Qui deci-
de di fare un lungo viaggio per riposarsi e risollevarsi d’animo. Un
suo amico ha un fratello che possiede una estancia nella provincia
di Santa Fe, in Argentina. Boris arriva nel paese australe nel 1909
e subito si lega ai circoli operai di nazionalità russa. Dopo essere
rimasto per un po’ nell’estancia di Santa Fe, si sposta nella regione
del Chaco, dove rimane quattro anni, muovendosi tra il Paraná
e Santiago del Estero ed esplorando le circostanti zone paludose.
Nel 1919 si sposta a Buenos Aires, dove vorrebbe fondare un
quotidiano per spiegare ai suoi connazionali il significato della
rivoluzione d’ottobre. Ma per pubblicare un periodico servono i
fondi. Ci sono due possibilità: o contare sui pochi centesimi degli
operai russi o di qualche intellettuale che digiuni per un paio di
giorni per poter stampare il primo numero, o fare le cose in gran-
de. E Boris, per le sue origini, non è uomo che scelga le soluzioni
di compromesso. Così, assieme a due compagni d’azione, decide
di assaltare l’agenzia di cambio della Chacarita.

152
Il giudice lo condanna a dieci anni di prigione. Da scontarsi
a Ushuaia. Peggio che la morte, la reclusione in quel carcere alla
fine del mondo. Una punizione troppo pesante per il reato che ha
commesso questo emigrante russo, anche in considerazione del
fatto che altri rapinatori, con precedenti penali, sono stati con-
dannati nello stesso periodo a due-tre anni di carcere e che la
fedina penale di Wladimirovich è pulita.
Dopo qualche mese il professore di biologia di Zurigo viene
trasferito nella lontana Ushuaia, con i ferri a mani e piedi, assieme
a un contingente di detenuti comuni. Qui la sua salute, già mina-
ta, comincia a peggiorare. La sua fine si avvicina, affrettata dalla
cattiva alimentazione, dal freddo e dalle bastonature, il pane quo-
tidiano di quegli anni oscuri di carcere. Ma prima di morire vuole
dare corpo alla lunga mano della vendetta contro l’eroe della Liga
Patriótica Argentina, il giustiziere di Kurt Wilckens.
E così, sette anni dopo, Boris Wladimirovich si troverà a sor-
ridere davanti all’investigatore capo Santiago. Come ha fatto ad
arrivare fino a qui? Esaminiamo i fascicoli. Wladimirovich co-
mincia a «fare il pazzo» a Ushuaia quando Pérez Millán si trova
da un mese e mezzo nel manicomio di Vieytes. Evidentemente la
notizia è arrivata sino alle orecchie di Boris. Secondo il medico di
Ushuaia, l’anarchico dà evidenti segni di alienazione: non man-
gia, passa il tempo a cantare vecchie canzoni russe, non riesce più
a camminare e addirittura se ne sta a pregare in ginocchio, che
per un anarchico è un segno di follia senza rimedio…
Dato che a Ushuaia, oltre a Wladimirovich, c’è anche Simón
Radowitzky, il «giustiziere» del colonnello Falcón (e questo basta
a rendere esplosivo un carcere), il direttore del penitenziario non
fa alcuna obiezione al trasferimento del primo in un manicomio
di Buenos Aires. L’unico istituto che accoglie i prigionieri con
problemi mentali è appunto quello di Vieytes, come sa bene lo
stesso Wladimirovich.
Così, dopo una montagna di carte da timbrare, l’anarchico è
trasferito nell’ospedale psichiatrico di Las Mercedes, in un padi-

153
glione che raccoglie sedici delinquenti affetti da demenza. Lui
stesso sembra un’ombra. Quest’uomo di appena 49 anni pare che
ne abbia 70. Gli rimangono solo gli occhi vivi, brillanti: gli anni
di carcere lo hanno spezzato nel fisico, ma gli occhi conservano
l’antica fiamma.
Come potrà allora il commissario Santiago dimostrare che è
stato lui ad armare la mano di Lucich? Non potrà. Wladimirovich
lo sa e continua a sorridere. Santiago riesce solo a trovare, nella
lista delle visite fatte al manicomio, la presenza di tre persone, due
russi e uno spagnolo, che sono venute a trovare Wladimirovich. Si
controllano i loro nomi e le loro schede segnaletiche: sono anar-
chici. Probabilmente sono stati loro a far entrare nell’ospedale la
pistola che Boris ha poi passato a Lucich.
Ma Wladimirovich continua a sorridere. Che altro possono
fargli, ormai?
Pérez Millán Temperley viene sepolto alla Recoleta. Il feretro
è letteralmente ricoperto da fiori bianchi uniti da una fascia con i
colori argentini. Il trasferimento dalla camera ardente avviene in
mezzo a grida roche che urlano: «Viva l’esercito argentino, viva la
patria!», «Morte all’anarchismo, al massimalismo, ai sovversivi!».
La polizia – come sempre – vuole chiarire tutti gli eventi. Ma
Wladimirovich è un osso duro. Lo fanno passare attraverso un
«lavoro di ammorbidimento» nelle celle del più vicino commissa-
riato. Ma l’anarchico, abituato al freddo, ai digiuni e alle manga-
nellate in testa di Ushuaia, sopporta bene la mancanza di sonno,
gli spostamenti notturni da una cella all’altra, la mancanza di
cibo, l’acqua fredda gettata sul pavimento, i calci dei poliziotti.
I giorni passano, ma non emergono nuovi indizi. E d’altronde
nessuno vuole sapere troppo di quella storia. Uno storia spinosa,
indifendibile, spiacevole.
Wladimirovich non uscirà più dal carcere. Le vessazioni che
subisce ancora una volta lo porteranno presto alla morte. Negli
ultimi mesi di vita ha gli arti inferiori completamente paralizzati
e per muoversi nella cella deve trascinarsi sui gomiti, insozzato

154
dai suoi stessi escrementi. Un finale dostoevskijano che sembra
ripreso dalle Memorie dalla casa dei morti.
Dio l’ha punito, diranno le donne pie.

12. Germán Boris Wladimirovich.

155
postfazione

Dialogo immaginario tra autore e traduttore

di Alberto Prunetti

«Osvaldo, l’altro giorno pensavo al tuo libro, La Patagonia re-


belde…».
Bayer annuisce.
«Sono pazzesche queste storie patagoniche e mi sorprende che in
Italia nessuno le conosca…».
«Be’, voi avete la vostra Patagonia, e noi la nostra. Voi quella dei
viaggi dei turisti, e noi quella dei bandoleros e dei gauchos. Voi
quella di Chatwin…».
«… e voi quella di Bayer!» lo interrompe il traduttore.
Osvaldo, che non vede l’ora di parlare di Chatwin, sorride, poi si
avvicina con l’aria di chi sta per rivelare un segreto.
«Sai, il libro di Chatwin sulla Patagonia [In Patagonia, 1977]
è scritto per gli europei. Agli argentini non piace. Ma voglio dirti
qualcosa di più. Ti racconterò dell’antipatia reciproca che mi legava
a Chatwin».
Osvaldo si avvicina ancora di più, poi inizia a parlare sottovoce,
come per non farsi sentire.
«La prima volta che l’ ho visto, mi ha ricordato una vecchia rap-

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presentazione di un ambasciatore di sua maestà britannica. Senza
l’occhio bendato, però…».
Scoppiano entrambi a ridere.
«Stava di fronte a me. Proprio qui, nello studio. Dove sei seduto
tu. Gli avevano fatto il mio nome. Gli avevano detto: ‘Questo Bayer
è un intellettuale del Terzo mondo, sa tutto sulla Patagonia’. Lui ha
tempo per un viaggio, qualche settimana nel lontano sud. Sì, non è
tanto, lo ammette, ma nel Primo mondo time is money. Chiede una
bibliografia sul tema. Sì, libri, niente documenti. No, niente antro-
pologia o etnologia. Preistoria? Yes. Leggende? Sì. Ecologia? No, no.
Viaggiatori, donne, indios, bandoleros? Excellent. Scioperi? Ah,
scioperi… Mah!... Con anarchici? ‘Oh, allora yes, fantastico!’. Misi
tutti i libri in una valigia e gliela diedi. Ovviamente anche la mia
Patagonia rebelde. Tre settimane dopo mi restituì tutto».
Il traduttore è incuriosito: «L’hai più rivisto?».
«Lo incontrai qualche anno dopo, quando ero già in esilio. Lui
aveva fatto sul «Times» delle dichiarazioni su di me. Criticava la mia
indagine dall’alto del suo scranno di intellettuale europeo. A Parigi
lo incrociai. Gli dissi che aveva fatto un bel lavoro con il suo libro.
Ma era un lavoro da cocinero. Ovvero aveva ‘cucinato’ il suo libro
mettendo insieme gli ingredienti trovati nei libri degli altri. Niente di
male, si fa spesso così. Ma non mi piaceva la sua arroganza. Questo
non si può fare con tematiche europee, ma viene bene con gli argomen-
ti dei paesi coloniali. Qui anche i lettori colonizzati sono orgogliosi del
fatto che un europeo parli di loro. Allora gli feci una proposta».
«Che proposta?».
«Gli dissi: ‘Ascolta, hai guadagnato tanti quattrini con questo
libro, scritto assemblando il faticoso lavoro di indagine di autori
locali argentini, poveri e sconosciuti, che nella loro vita non hanno
mai visto uno spicciolo per le loro fatiche. Perché non dai una parte
dei soldi che ottieni dalle vendite alle biblioteche dei piccoli villaggi
della Patagonia?’. Mi guardò con uno sguardo sovrano che tradiva
compassione e disprezzo. Non si degnò di rispondermi, e non lo ri-
vidi mai più».

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«Non hai neanche avuto uno scambio di lettere con lui? Magari
per un chiarimento?».
«Be’, diciamo che è tornato a scrivere su di me dopo la sua mor-
te. Probabilmente aveva la coda di paglia!», risponde con un po’ di
malizia.
Adesso il traduttore non capisce.
«Che vuoi dire?».
«Un giorno, dopo la sua morte, esce un altro libro. Un’antologia
postuma intitolata Anatomia dell’irrequietezza [2002]. E lì trovo
un capitolo contro di me e contro gli anarchici, come Soto, che ave-
vano condotto gli scioperi della parte sindacalista del movimento di
rivolta in Patagonia. Uomini che combatterono una lotta disperata a
trentamila chilometri dal centro del mondo. Mi scuso con Chatwin:
mi sono occupato di peones ubriachi e di profeti anarchici. Avrei
dovuto occuparmi di latifondisti di sangue britannico dagli stivali
lucidi e di militari dal frustino facile. Tranquillizzatevi, fan dei
grandi scrittori di best-seller. Gli scrittori del Terzo mondo spesso
finiscono male, e le loro ossa si mescolano alle ossa anonime dei re-
frattari patagonici, visitate solo da cani vagabondi e puma ribelli».
E allora Osvaldo scoppia di nuovo a ridere e versa altri due bic-
chieri di whiskey.

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Finito di stampare nel mese di novembre 2014
presso Printì, Manocalzati (AV)
per conto di elèuthera, via Rovetta 27, Milano