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EXPLORING CONSCIOUSNESS

EVOLUZIONE E COSCIENZA

1. Abstract

In questo articolo verrà analizzata l’evoluzione della coscienza nell’uomo in funzione del modello
neurofisiologico proposto da Edelman e Tononi.
Evidenze paleontologiche, storiche, sociologiche e psicologiche saranno analizzate in funzione
dell’ipotesi centrale secondo cui la coscienza sarebbe un processo che si genera solo in particolari
condizioni evolutive e che privilegia solo forme di vita coevolute con l’ambiente in maniera
efficace. A tal fine si avanza una riflessione esplicativa sull’estinzione del Neandertal espletata in
luogo di quella del Sapiens.
L’analisi dell’evoluzione della coscienza è compiuta in accordo con la tesi dei tre mondi di Popper e
le più recenti leggi delle dinamiche non lineari del caos di Prigogine e le ipotesi evolutive di H.
Maturana e F. Varela.
Così come l’esploratore non può mai sapere che cosa sta esplorando finchè l’esplorazione non sia
stata compiuta, quanto tratteremo costituisce il tentativo di avventurarsi nel mondo dell’evoluzione
del cervello, della mente, della coscienza, della società e dell’uomo, “ovviamente tutto lo sforzo
consiste nel mettersi fuori dell’ambito normale” (Steven Spender).

2. Introduzione alla coscienza

In un modo o nell’altro tutti noi intuitivamente sappiamo che cosa è la coscienza: è quella che
ritroviamo la mattina al risveglio e che sembra andarsene la sera quando ci addormentiamo. Lo stato
di veglia vigile con le sue caratteristiche (corporee: so che il corpo è mio; di identità: so di avere
una identità; di libero arbitrio: so di essere io a causare le mie azioni; spazio-temporali: so di
occupare un luogo nello spazio ed un tempo) attivo finchè non passiamo allo stato di sonno. Anche
mantenendo soltanto la dicotomia veglia/sonno, nonostante molti altri stati di coscienza
meriterebbero di essere considerati, potremmo chiederci: come mai ciò avviene? Come fa ad
avvenire? Perché c’è?
Riteniamo che la teoria più utile per rispondere a queste domande sia quella formulata da Edelman e
Tononi.
Cercheremo qui di riassumere per sommi capi quanto i due autori trattano tentando di fornire al
lettore gli elementi utili alla comprensione funzionale del tema - l’evoluzione nell’uomo della
coscienza – tentando di evitare sovraccarichi. Cercheremo di passare tra la Scilla della banalità-
superficialità e la Cariddi della prolissità-didascalia.
Edelman e Tononi forniscono una “teoria biologica e scientifica della coscienza e della mente […]
compatibile con la fisica e la teoria evoluzionistica” 1. Il loro lavoro si basa sulla teoria del
“darwinismo neurale” o “teoria della selezione dei gruppi neurali” secondo la quale:
A. “l’emergenza delle funzioni cerebrali superiori è dipesa dalla selezione naturale e da altri
meccanismi evolutivi. […e… B.] Principi selettivi affini a quelli dell’evoluzione operano
nell’attività di ogni cervello umano ben prima che esso funzioni nel rispetto della logica. Una
concezione, questa, definita selezionismo.”2 Sostanzialmente la teoria parte da tre concetti
fondamentali:
1) durante l’embriogenesi si assisterebbe ad una formazione di aree cerebrali costituite da reti
neurali di 50-10000 neuroni che si differenzierebbero in gruppi morfologicamente distinti da quelli
1
G. Gava, scienza e filosofia della coscienza, F. Angeli, Milano, 1991, p 53.
2
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, Einaudi, Torino, 2000, p. 20.
1
di altre aree generando il “repertorio primario”. Sebbene le aree cerebrali siano grosso modo simili
per estensione e localizzazione in tutti gli uomini, ciascuna è caratterizzata da dendriti, assoni e
connessioni sinaptiche uniche. Queste aree, secondo i due ricercatori, si formerebbero per fattori
genetici e competizione selettiva tra cellule neurali. “In tali sistemi esistono di regola molti
differenti modi, non necessariamente identici in senso strutturale, mediante i quali si può
manifestare un segnale in uscita. Definiamo questa proprietà degenerazione.”3 In altre parole, già
durante l’embriogenesi si assisterebbe alla creazione in ogni area cerebrale di “strade privilegiate”
(degenerate), specifiche per individuo, con una propria efficacia ed efficienza funzionale, attraverso
cui far passare i segnali da elaborare. La degenerazione neurale sarebbe la proprietà che consente di
“costruire quella strada”.
2) Dopo la nascita avverrebbe una seconda selezione dovuta all’ambiente e alle esperienze che il
neonato inizia a fare. La “selezione esperienziale”. Mentre le strutture anatomiche rimarrebbero
inalterate, le connessioni entro e tra i gruppi neurali inizierebbero a modificarsi in modo
competitivo in funzione degli stimoli provenienti dal mondo esterno. Iniziando a variare forza ed
efficacia sinaptica i circuiti neurali vengono selezionati per generare segnali interni e rispondere a
stimoli esterni in maniera funzionale al miglior adattamento possibile per quell’individuo in
quell’ambiente. Questo secondo livello di degenerazione neurale costituirebbe il “repertorio
secondario”.
3) Tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere se ad un certo punto della nostra evoluzione “le aree
posteriori del cervello implicate nella percezione […non si fossero connesse…] alle aree anteriori
responsabili della memoria basata sul valore”4. Per valore i due neuroscienziati intendono “gli
aspetti fenotipici di un organismo selezionati nel corso dell’evoluzione che vincolano gli eventi
selettivi somatici”5. Essere bipedi ed avere il pollice opponibile favorisce di fatto certe connessioni
sinaptiche a livello cerebrale piuttosto che altre; in più, i vertebrati superiori sembrano possedere un
sistema di valori neurale. Questo sistema di valori a proiezione corticale aspecifica origina in
piccoli gruppi di cellule localizzate nelle appendici sottocorticali (nuclei noradrenergici,
serotoninergici, colinergici, dopaminergici e istaminergici) e scarica ogniqualvolta un organismo è
implicato in qualcosa di nuovo o inatteso. La loro azione consiste nel modificare (potenziando o
inibendo) l’attività di un gran numero di altri neuroni e gruppi neuronali del cervello. La
connessione tra aree posteriori ed anteriori, sarebbe avvenuta per consentire l’interazione tra stimoli
sensoriali in arrivo (dal presente) con i ricordi, categorizzati sulla base del sistema dei valori,
provenienti dalle esperienze passate. E’ il “presente ricordato”. Questa idea, il rientro, il
collegamento tra aree cerebrali che permette la sincronizzazione di gruppi neuronali appartenenti a
mappe cerebrali diverse, costituisce la chiave di volta che consente di pensare alla coscienza ed alla
mente in assenza di homunculus. Il rientro sarebbe l’elemento che connette (competitivamente) le
mappe cerebrali. In altre parole, essendo una mappa, sostanzialmente, un gruppo di neuroni
opportunamente cablato per scaricare assieme, ed il rientro, la connessione (competitiva) tra mappe
i cui gruppi neuronali scaricano in maniera sincrona, il cervello, ad un certo punto della scala
evolutiva, sarebbe venuto a trovarsi dotato di una specie di capacità autoriflessiva. Sostanzialmente
il rientro sarebbe “uno schema di connessioni reciproco e massicciamente in parallelo tra aree
cerebrali”6. Da ciò, per costruzioni progressive, esisterebbe poi un mappaggio globale 7 costituito da
rientri tra molteplici mappe ed una forma di rientro globale “esterno” costituita dall’interrelazione
tra l’intero organismo e l’ambiente8.

3
Ivi, p. 103
4
Ivi, p. 121
5
Ivi, p. 105
6
Ivi, p. 102
7
Ivi p. 114
8
G. Gava, scienza e filosofia della coscienza, cit., p 55.
2
Il presente ricordato costituirebbe quello che i due neuroscienziati chiamano “coscienza primaria”,
una sorta di coscienza che si “riscontra in animali dotati di alcune strutture cerebrali simili alle
nostre”9.
La ”coscienza di ordine superiore”, stadio evolutivo successivo, “richiede come requisito minimo
una capacità semantica e, nella sua forma più sviluppata, una capacità linguistica” 10. Benché
l’animale abbia un ricordo dell’esperienza passata e lo connetta a quella presente mancherebbe
sostanzialmente di un concetto di passato e di futuro che include se stesso, come soggetto, nel
tempo. Sarebbe quindi dotato di individualità biologica ma mancherebbe di un vero senso del sé.
“L’animale conosce, ma l’uomo soltanto sa di conoscere”11. Per possedere un sé occorre essere
capaci di porsi ad oggetto della propria attenzione, individuarsi così come vengono individuati gli
oggetti esterni12. Il concetto di passato e futuro ha iniziato ad emergere nell’uomo “solo quando le
facoltà semantiche – le capacità di esprimere i sentimenti e di riferirsi a oggetti ed eventi con mezzi
simbolici – hanno fatto la loro comparsa con l’evoluzione” 13. Ma prima di possedere un linguaggio
è stato necessario possedere capacità concettuali, ossia avere capacità di costruire degli “universali”
(rappresentazioni di ordine superiore) delle attività percettive-valoriali (o meglio, delle attività di un
cervello che è giunto a “collegare” mappe percettive con quelle connesse alla memoria di valore).
“Una volta che la coscienza di ordine superiore emerge insieme al linguaggio, può essere costruito
un sé a partire dalle relazioni sociali ed affettive”14.
Coscienza, modello Edelman-Tononi
Se - sistemi omeostatici Non se – segnali provenienti dal mondo esterno inclusa la propriocezione

9
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 121.
10
Ivi, p. 121
11
J. C. Eccles, Affrontare la realtà, Armando, Roma, 1978, p.112
12
V. Guidano, la complessità del sé, Bollati Boringhieri, Torino, 1988, p. 24
13
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 234
14
Ivi, p. 238
3
3. La lunga marcia

Prima di avventurarci in quella che è stata la lunga marcia dell’evoluzione del più formidabile degli
strumenti di adattamento che un animale poteva pensare possedere proviamo a sintetizzare alcuni
concetti chiave. Intanto ci sembra appurato che “l’animale” uomo è riuscito a sopravvivere e poi a
primeggiare sugli altri non grazie a particolari armi difensive o di attacco (unghie, denti o corazze)
ne tantomeno per una muscolatura particolarmente possente o veloce ma esclusivamente in virtù del
più formidabile degli strumenti di adattamento, la mente. Dove con questo termine si intende il
substrato immateriale del cervello. La mente ha permesso di giocare l’intera partita dell’evoluzione
ad un altro livello, con una marcia in più rispetto a tutti gli altri organismi nonostante un corpo
decisamente poco offensivo e vulnerabile. Il termine “mente” contempla in se tutte le potenzialità
che siamo soliti autoattribuirci - l’intelligenza, la memoria, l’attenzione, le capacità affettivo-
relazionali, quelle linguistiche, le abilità oculo-manuali etc.. - essendo queste prodotti dalla mente.
Quando cerchiamo di risolvere un problema cerchiamo di associare e riassociare o dissociare
informazioni che riteniamo utili o che scopriamo inutili; quando cerchiamo un ricordo tentiamo un
cammino associativo inverso, a ritroso a partire da almeno un dato; quando captiamo sensazioni e/o
sviluppiamo relazioni associamo, riassociamo o dissociamo ricordi di eventi simili e percezioni;
quando parliamo associamo parole, senza nemmeno soffermarsi a pensarle una ad una etc.. . Per
dirla con Bion “se la persona che sto osservando esegue un calcolo aritmetico o una certa andatura o
un atto d’invidia, quello che ella esegue è una funzione della sua personalità”15. Alla base di tutti
questi prodotti sta questa “funzione”, la capacità associativa/dissociativa della mente, in altri
termini, parallelamente nel substrato materiale: la capacità di mettere in comunicazione associando
aree cerebrali (col rientro) dissociandone (non comunicando con) altre. Possiamo porre lo stesso
ragionamento in termini di “hardware”. Il nostro cervello è costituito da aree funzionalmente
specifiche, separate ma reciprocamente connesse da fibre che decorrono in entrambe le direzioni
l’un l’altra. A parità di aree filogeneticamente determinate, l’efficienza dell’intero sistema dipenderà
da come queste, nella ontogenesi, si sono funzionalmente connesse l’un l’altra, da come si sono
“organizzate”. Possiamo fare un esempio con due grandi industrie altamente specializzate, con
dipartimenti e uffici specifici funzionalmente separati ma strategicamente integrati. La differenza
produttiva tra le due sarà costituita unicamente dal tipo di integrazione funzionale ciascuna ditta ha
disposto per la sua organizzazione interna; il che significa: il grado di gerarchia tra i dipartimenti e
come questi si scambiano informazione tra loro e, al loro interno, come circola l’informazione tra
gli uffici, fino ad arrivare alle regole di interazione reciproca che segue ciascun dipendente.
L’efficienza produttiva di ciascuna azienda dipenderà dal processo che sottende l’integrazione di
quelle aree funzionali adottato: la sua organizzazione aziendale. Di conseguenza, prima ancora di
generare i prodotti della funzione è evolutivamente necessaria la funzione. Questa funzione,
sostanzialmente, è un “processo che connette”16. Questa funzione è coscienza.
Ma come si è potuta sviluppare a partire da un abbozzo di cellule recettrici, effettrici e di
collegamento?
Secondo quanto sin ora emerso:
I) un primo passo è avvenuto quando le aree posteriori del cervello si sono collegate attraverso
il rientro con quelle anteriori dando luogo alla coscienza primaria;
II) poi è avvenuto lo sviluppo delle abilità concettuali, ovvero della capacità di “combinare
differenti categorizzazioni percettive correlate a una scena o a un oggetto e di costruire un
‘universale’ che rifletta l’astrazione di un carattere comune dopo un serie di tali percetti” 17. Il
primo vero prodotto mentale. L’astrazione di tratti comuni (concetti 18), dettagli generalizzati

15
W. R. Bion, apprendere dall’esperienza, Armando Editore, Roma, 1994, p. 11.
16
G. Bateson, verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977.
17
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 124.
18
Ivi pp. 121, 123-125, 260-261.
4
da segnali differenti (ad es: tutti gli uomini per quanto diversi hanno caratteri generali simili
- 1 testa, 2 braccia, 2 gambe, 1 tronco), in ottica epistemologica evolutiva 19, tale processo
inizia a dare la possibilità all’uomo (così come a qualsiasi altro animale) di costruire un
proprio processo di conoscenza del mondo “agganciato” al presente;
III) ma per cogliere appieno questa opportunità è stato necessario un terzo passo evolutivo
costituito dallo sviluppo di una più intensa vita interattiva sociale. La vita sociale costituisce
il presupposto alla spinta evolutiva delle “aree corticali e sottocorticali deputate alla
categorizzazione fonologica e al ricordo dei suoni linguistici” 20. Il tutto, ovviamente, doveva
essere accompagnato dalla comparsa dello spazio sopralarigeo e dalla capacità di produrre
suoni linguistici coarticolati;
IV) tuttavia per far emergere uno scambio simbolico in una comunità linguistica in evoluzione
non sarebbe bastato avere opportunità evolutive e presupposti interattivi tra cospecifici, un
“altro ingrediente” era necessario. La precoce relazione emozionale madre figlio. La nostra
specie è caratterizzata dal nascere con un sistema nervoso immaturo e dall’avere un lungo
periodo di neotenia. Entro il settimo mese di vita si sviluppa in quasi tutti gli uomini (e in
tempi diversi in quasi tutti gli esseri viventi) una forma di attaccamento al caregiver che, dal
punto di vista strettamente evolutivo, ne determina la sopravvivenza 21 e, nell’uomo, “incide”
profondamente l’organizzazione cognitiva. Un’ “incisione” che influenzerà quella mente per
tutto il resto della sua vita22. “Oltre a svolgere un ruolo cruciale nell’aiutare il bambino a
organizzare le sue esperienze, i rapporti di attaccamento influenzano profondamente lo
sviluppo dei suoi circuiti neurali, e hanno effetti diretti sulla maturazione delle attività
cerebrali che mediano processi mentali fondamentali: memoria, narrativa autobiografica,
emozioni, rappresentazioni e stati della mente”23. Prima di poter trasformare sconnessi suoni
gutturali in parole si rendeva necessario possedere un sistema di valori (ricompese-
punizioni) che funzionasse in chiave relazionale24. Quando ciò avvenne, la componente
affettiva associata alla relazione con la madre funse da prototipo per quella coi cospecifici
ed il gruppo dei primati iniziò ad essere dominato dal fattore emotivo 25. In origine fu
certamente il fattore emotivo a regnare incontrastato nella vita mentale e sociale
dell’uomo26. Sebbene comportamenti di attaccamento-accudimento possono essere ravvisati
in tutte le specie e che nei primati sociali superiori si può assistere anche a rituali “affettivi”
di interazione (es. rituali di pulizia tra scimmie), basta solo considerare la loro mancanza di
versatilità fonatoria per trovarsi di fronte ad un serio stop evolutivo all’intero processo di
sviluppo di quella mente/cervello in quella specie. Ma l’uomo stava iniziando a possedere
anche organi vocali funzionalmente versatili e una muscolatura fonatoria sufficientemente
sensibile per articolare molteplici suoni;
V) il passo successivo fu imparare ad usare tutto ciò. Nel descrivere la nascita del principio di
realtà nell’uomo Freud scrisse: “con l’aumentare di importanza della realtà esterna aumentò
anche quella degli organi di senso rivolti al mondo esterno e quella della coscienza ad essi
collegata. [….] Una ‘speciale funzione’ si venne ad istituire con lo scopo di esplorare
19
D.T. Campbell, evolutionary epistemology, in P.A Schilpp, The Philosophy of Karl Popper, the library of living
philosophers, La sale, III, 1974; V. Guidano, la complessità del sé, Bollati Boringhieri, Torino, 1988; K. Lorenz, “l’altra
faccia dello specchio” , Adelphi, Milano, 1974; J. Piaget, biologia e conoscenza, Einaudi, Torino, 1983; K. R. Popper,
conoscenza oggettiva, Armando, Roma, 1975; K. R. Popper e J. C. Eccles, l’io e il suo cervello, Armando, Roma, 1981;
20
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 236.
21
M. A. Hofer, Hidden regulators in attachment, separation, and loss, In: N. A. Fox, The development of emotion
regulation: Biological and behavioral considerations, Monographs of the society for Research in Child Development,
59, pp. 192-207.
22
M. A. Reda, Sistemi Cognitivi complessi e Psicoterapia, NIS, Roma, 1986.
23
D. J. Siegel, La Mente Relazionale, R. Cortina, MIilano 2001, p.70.
24
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 236.
25
H. Kelsen, società e natura, Bollati Boringhieri, 1992.
26
W. Wundt, Volkerpsychologie, Vol IV: mythus und religion, parte I, 2 ed. , 1910, p 60.
5
periodicamente il mondo esterno in modo che i dati di questo fossero già familiari quando
un improrogabile bisogno interno si venisse a presentare; questa funzione era l’attenzione.
[…] Contemporaneamente si venne forse ad instaurare un sistema di annotazione, avente il
compito di immagazzinare i risultati di tale periodica attività di coscienza: una parte di
quello che noi chiamiamo ricordo”27. Questa ‘speciale funzione’ che ha come oggetto le
percezioni esegue operazioni su tutte le impressioni sensoriali, quali che siano 28, e quindi
anche su tutte le emozioni del soggetto collegando (associando) impressioni sensoriali
esterne a quelle interne e viceversa. Creando di fatto un secondo livello di analisi mentale.
Un metalivello adatto alla percezione riflessiva di sé (autopercezione). Così, con la capacità
di immagazzinare impressioni sensoriali ed emozioni l’unità di scambio evolse (da un gesto,
un comportamento, un rituale complesso, un suono, un segno-disegno, una frase primitiva,
una parola atomo) e dai gesti si passò alle parole 29. “Parlare deve essere quindi considerato
come la potenzialità di due diverse attività; una delle quali sarebbe una modalità di
comunicazione dei pensieri e l’altra un impiego della muscolatura per liberare la personalità
dai pensieri”30. Una personalità determinata quasi esclusivamente dal fattore emotivo31.
L’organo fonatorio con la sua enorme varietà di vocalizzi producibili fornì all’uomo uno
strumento più flessibile della “visione del gesto” per comunicare, a patto che ad una serie di
suoni (o ad un suono) fosse sempre associato il medesimo oggetto. Al posto di: azioni
orientate - atti fonatori. Prima di consentire la designazione di oggetti i vocalizzi servirono,
vista la natura emotiva dell’ominide, per essere associati a sentimenti ed emozioni che
peraltro, con tutta probabilità, continuavano ad essere accompagnati da gesti e
comportamenti (…così come adesso). Gestualità e comportamenti da una parte e costanza di
riferimento all’oggetto dall’altra assicurarono che la transazione fosse dotata di senso.
L’attività simbolica fiorì completamente quando all’oggetto reale si sostituì il suo (simbolo)
prodotto linguistico. Quando ciò avvenne la “selezione di più ampi repertori in parti della
corteccia: l’area di Wernicke, l’area di Broca e gli anelli sottocorticali associati” 32 fu
completamente attiva. Poiché l’attività gestuale ha preceduto quella fonatoria, forse
possiamo considerare l’attività pittorica di poco antecedente a quella linguistica e quella
rituale a quella pittorica. Sebbene all’epoca dovevano essere già evolute le strutture corticali
e sottocorticali deputate alla categorizzazione fonologica e al ricordo di suoni linguistici,
non erano ancora funzionalmente collegate alle aree responsabili della formazione dei
concetti33. Per concetto intendiamo la capacità di astrarre un universale che rifletta un
carattere comune tra varii percetti34. In altre parole, il “linguaggio” non passava ancora dalla
via fonatoria ma dalla motricità corporea, un mezzo dispendioso e poco efficace.
Parallelamente dovette svilupparsi una sorta di “sistema di registrazione” per mantenere
quel secondo prodotto mentale35 al fine ad es. di riprodurre temi in gestualità. Ma solo al
fiorire del simbolismo verbale, in virtù della sua estrema flessibilità, praticità ed efficacia,
con l’acquisizione della sintassi, sbocciò la memoria così come la intendiamo noi (... il
sistema di annotazione…) e l’uomo divenne enormemente ricco;
VI) con il proliferare della dimensione verbale lo spazio concettuale si ampliò enormemente e
con esso “la ‘speciale funzione’ che ha come oggetto le percezioni” divenne sempre più

27
S. Freud, I due principi dell’accadere psichico, 1911, in Musatti, Freud con antologia freudiana, Boringhieri, Torino,
1959, pp 119-127.
28
W. R. Bion, apprendere dall’esperienza, cit. , p. 27.
29
C. Taylor, Human Agency and language. Philosophical Papers, Vol I, Cambridge University press, Cambridge, 1985.
30
W. R. Bion, apprendere dall’esperienza, cit., p. 145.
31
H. Kelsen, società e natura, cit., p17.
32
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 237.
33
Ivi, p. 236.
34
Ivi, p. 124.
35
Ivi, pp. 116-118.
6
riccamente autoriflessiva. “Una volta che la coscienza di ordine superiore emerge insieme
al linguaggio può essere costruito un sé a partire dalle relazioni sociali e affettive” 36. A
questo punto vi fu una specie di rivoluzione paradigmatica 37 dove tutto fu reiterpretato alla
luce di una nuova acquisizione. Una situazione intermedia tra mancanza e possesso di
autocoscienza è inconcepibile38. Quello che avvenne fu una specie di salto quantico senza
precedenti (un po’ come se acquisissimo la telepatia … non avrebbe più senso parlare).
Proviamo a sintetizzare gli “ingredienti principali” che servirono a quel balzo:
- nell’uomo era presente una funzione concettuale e
- una funzione attentiva che aveva come oggetto le percezioni interne ed esterne (una
funzione auto/eteroriflessiva),
- una funzione di memoria,
- esisteva un protolinguaggio collegato ai gesti, ai suoni e ai comportamenti
- e una attività simbolica non ancora (o non ancora completamente) collegata ai
vocalizzi
- gli individui vivevano in piccoli gruppi sociali. Fattore importante per la ben nota
teoria secondo cui gli esseri umani acquistano conoscenza di sè attraverso le
interazioni con gli altri39, inoltre,
- i neonati venivano accuditi dalle madri. Da una modalità di rapporto
“prevalentemente fisico, tipico della primissima infanzia, e in parallelo con il
raggiungimento dei livelli semantici superiori di elaborazione delle informazioni,
l’attaccamento diviene a poco a poco una struttura articolata e complessa dalla quale
è possibile ricavare informazioni sempre più esaustive e integrate su sé stessi e il
mondo”40. Fattore importante per la teoria dell’attaccamento secondo cui la
dimensione di attaccamento strutturerebbe pensieri, emozioni e comportamenti, in
altre parole, il sé dell’individuo e la sua personalità41
- e infine, il cervello stava “ultimando i lavori” per connettere le aree cerebrali
posteriori e anteriori con le aree linguistiche di Broca e Wernicke e gli anelli
sottocorticali associati;
Quando ciò avvenne, alle capacità di esprimere sentimenti e riferirsi ad oggetti ed eventi con
mezzi simbolici (facoltà semantiche) si unirono abilità linguistiche (facoltà sintattiche)
facendo di fatto divenire possibile essere oggetto autoriflessivo della propria conoscenza,
avere un sé, ovvero, essere coscienti della propria coscienza 42. E con la “coscienza di ordine
superiore” (…la nostra attuale …) si assunse la capacità di “svincolarsi dalla schiavitù del
presente ricordato [.. attraverso la ..] creazione dei concetti di tempo passato e di tempo
futuro”43. Sapere che - siamo ciò che siamo - permette di riferirci a ciò che eravamo e
immaginare ciò che saremo. Con la capacità di prevedere emerge la consapevolezza
dell’intenzionalità e con essa il comportamento, basato su aspettative positive e negative,
diviene più sofisticato e socialmente più complesso.
In sintesi, con questo passo evolutivo, gli ominidi iniziano a disporre di un nuovo anello rientrante
che collega le aree cerebrali posteriori (corteccia primaria e secondaria) dedite all’analisi dei segnali
provenienti dal mondo esterno, il Non-sé, con le aree anteriori (frontali, temporali e parietali) che

36
Ivi, p. 238.
37
T. H. Kuhn, la struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1978
38
P. Theilhard de Chardine, The phenomenon of man, N.Y., Harper, 1959; J. C. Eccles, Affrontare la realtà, cit. , p.114.
39
C. H. Cooley, l’organizzazione sociale, Ed. di Comunità, Milano, 1977; G. H. Mead, mente sé e società, Il Mulino,
Bologna, 1972.
40
V. Guidano, la complessità del sé, cit., p. 49
41
J. Bowlby, Attaccamento e Perdita, 3 Vol.: Vol 1, L’attaccamento alla madre, (1969), Vol 2, la separazione dalla
madre, (1973), Vol 3, la perdita della madre, (1980), Boringhieri, Torino, 1972-83.
42
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 234.
43
Ivi, p. 235.
7
presiedono la categorizzazione concettuale basata sul valore, passando attraverso le aree deputate
all’elaborazione linguistica (aree di Broca, Wernicke e anelli sottocorticali associati) 44. Tale rientro,
che costituisce la coscienza di ordine superiore, sormonta quello che caratterizza la coscienza
primaria. Quest’ultima, in breve sintesi, connette in un loop rientrante la memoria categorica e di
valore (aree anteriori) con le aree percettive posteriori45.
“L’autocoscienza, ad ogni modo, ha portato in seguito serie conseguenze: paura, angoscia e
consapevolezza della morte”46.

4 L’evoluzione, parte I

L’evoluzione della nostra specie porta con se’ enigmi e temi irrisolti: cosa è che ha spinto l’uomo
primitivo a fabbricare utensili, a disegnare sulle pareti delle grotte a vivere in società, a parlare,
perché si è estinto il nostro cugino cospecifico, il Neandertal, e non noi etc.. Apparentemente la
spiegazione di ciascun tema sembra semplice; siamo soliti sostenere ad es. di essere stati in grado di
fabbricare utensili a punta per la caccia quando ci siamo resi conto che era più vantaggioso cacciare
con questi oggetti piuttosto che a mani nude. Tuttavia così facendo rischiamo di confondere la
funzione con la causa. In un processo di apprendimento per prove ed errori non è nota
aprioristicamente la soluzione. Trattandosi di una ricerca, ogni soluzione evolve per tentativi
funzionalmente meno efficaci. L’intero processo poggia su un elemento che siamo soliti dare per
scontato ma che costituisce il vero motivo percui siamo stati capaci di trovare soluzioni a problemi:
la capacità di trasformare pensieri in azioni. Questa capacità consiste nell’astrarre un concetto dalla
realtà ed associarlo in una forma nuova. Dal punto di vista neuropsicologico, si tratta di
“modificazioni sinaptiche che si combinano per sviluppare i diversi ricordi singoli e che
costituiscono collettivamente una memoria valore-categoria”47. Dal punto di vista pratico, per
riferirci al tema della caccia, si ritiene che, ad es., l’Australopiteco competesse nello sciacallaggio
per approvvigionarsi di cibo con le iene e che, sprovvisti di strumenti offensivi, questi ominidi
usassero corna e zanne di animali come armi divenendo formidabili competitors48 delle iene. Se
assumiamo come valida questa ipotesi, ciò che quella mente è stata capace di fare è: astrarre un
concetto- il dente affilato che taglia -, dissociandolo dal resto - la mandibola dell’animale -, per
vicariare la stessa azione in altro modo – con un corno di animale (…un grosso dente..) in una mano
che effettua un’azione atta a colpire (..mandibola e morso…). In natura questo genere di fenomeni
di apprendimento è abbastanza consueto tra i primati superiori, per fare un esempio: gli scimpanzé
del Gombe National Park usualmente vanno a caccia di termiti con un rametto che inseriscono nel
nido di questi animaletti tirandolo fuori solo quando è ben carico di insetti,….. per mangiarseli;
inoltre è stato documentato che sono capaci, all’occorrenza, di impiegare tronchi per far leva, per
scavare49 etc..
Se fosse la funzione a determinare la causa di un evento gli scimpanzé del Gombe sarebbero
arrivati ad allevare termiti come noi facciamo coi bachi da seta ed il Neandertal non si sarebbe mai
estinto tuttavia la vera causa sta’ nelle potenzialità più o meno elevate di associare esperienze in una
struttura cerebrale efficace ed efficiente.
Seguendo l’elenco dei 6 passaggi trattati nel paragrafo precedente possiamo riordinare i
ritrovamenti paleontologici in una nuova logica funzionale all’evoluzione verso uno stato di
coscienza superiore della nostra specie.
44
Ivi, p. 128.
45
Ivi, p. 234.
46
T. Dobzhansky, The biology of ultimate concern, New American Library, N.Y., 1967.
47
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 125.
48
D. Raymond, D. Craig, Adventures with the missing link, Viking, N.Y., 1959.
49
Van Lawich-Goodall, Jane, The Chimpanzee of Gombe, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1986
8
I) Nel 1973 Donald Johanson50 scoprì in Etiopia il nostro più antico progenitore che battezzò
col nome di Lucy, un femmina di Australopiteco vissuta 3 milioni e 250 mila anni fa. L’ “essere”
più simile a noi evolutivamente e al contempo più vicino alla scimmia. Johanson chiamò il suo
ritrovamento: Australopiteco Afarensis. Altri ritrovamenti seguirono permettendo di dedurre che
l’Afarensis, alto circa 1metro e 25, con una scatola cranica tra i 400 e i 450 cc, una struttura fisica
capace di arrampicarsi con facilità, mani e piedi ad ossa ricurve (adatte per salire sugli alberi),
aveva andatura bipede51. Prima dell’Afarensis non sembrano esservi tracce accreditate in
riferimento alla progenie ominide. Un tempo, gli studiosi dell’evoluzione dei primati non
appartenenti al genere umano, avevano identificato nel Ramapithecus, una scimmia vissuta 9
milioni di anni fa, l’antenata dell’Afarensis. Oggi si ritiene che si tratti semplicemente del
progenitore dell’orango52.
La storia della nostra mente inizia qui, con Lucy, più di 3 milioni di anni fa (benché sia stata
ritrovata una mandibola di Australopiteco datata 5 milioni di anni fa53 continueremo ad attribuire a
Lucy, il reperto più intatto e meglio conservato, l’origine di tutta la storia).
L’andatura bipede e la mano prensile lasciata libera di occuparsi di altro che non sia il traslocare il
corpo nello spazio iniziarono a permettere a quei 400-450 cc. di dirigere la propria organizzazione
neurale nella direzione di certe associazioni piuttosto che altre. I valori (Vd. introduzione alla
coscienza, punto 3) trattati da Edelman-Tononi. Lucy nacque sicuramente con un “repertorio
primario” (Vd. introduzione alla coscienza, punto 1) costituito da un numero di neuroni inferiori
al nostro, con aree cerebrali simili alle nostre, considerato che in psicologia sperimentale si tende ad
assumere che la scimmia è un buon prototipo del cervello umano, e degenerazioni funzionali alla
propria natura di “scimmia evoluta”. Dai resti scoperti vicino a lei, dei corpi di statura maggiore,
probabilmente maschi, e dalle osservazioni sui primati, possiamo ragionevolmente dedurre che
vivesse in piccoli gruppi e che per sopravvivere durante l’infanzia venisse accudita da un caregiver.
Ciò porta a concludere che dovesse esservi una spinta ad un “repertorio secondario” che
privilegiasse quantomeno le funzioni oculomanuali e di conseguenza la deambulazione bipede. Se
assumiamo il parallelismo coi primati come valido possiamo sostenere che questo ominide
possedesse già una “coscienza primaria” (Vd. introduzione alla coscienza, punto 3) e
probabilmente anche un certo grado di capacità concettuali, forse pari o di poco superiori alle
odierne scimmie.
II) Lois Leakey54 scavando nella gola di Olduvai in Tanzania, scopre una specie evoluta rispetto
all’Afarensis, del genere Homo che chiama Habilis. L’Habilis, vissuto tra i 2 milioni e 1 milione e
800 mila anni fa, con una scatola cranica tra i 650-775 cc., è considerato il primo membro del
genere Homo55. Il motivo di questo “salto di livello” è che accanto ai suoi resti i ricercatori
trovarono utensili in pietra della categoria choppers e flakes (raschiatoi ad una sola faccia tagliente
e lame). I primi utensili. Se siamo stati cauti nell’affermare che l’Afarensis potesse possedere abilità
concettuali moderatamente elevate è solo perché non sono mai stati trovati strumenti in pietra in
stretta connessione con resti di Australopiteco (anche se gli utensili più arcaici, quelli della Omo
Valley, di Gona56 e di Hadar57, in Etiopia, datati tra i 2 milioni e 500 mila e i 3 milioni e 100 mila
anni fa, potrebbero indurci legittimamente a pensarlo) ma sicuramente l’Habilis doveva possederne.
50
Johanson Donald, T.D. White, A systematic Assessment of Early African hominids, “Science”, n. 203, 1979, pp.321-
330
51
Leakey Mary, footprints frozen in time, “national geographic”, n. 155, 1979, pp. 446-457
52
Ciochon, Russel, Hominoid Cladistics and the ancestry of modern apes and humans, in R.L. Ciochon, J.G. Fleagle,
primate evolution and human origins, Benjamin Cummings, MenloPark, California, 1985, pp. 345-362.
53
Ward Steven, Andrew Hill, Pliocene Hominid Partila Mandibole from Tabarin, Baringo, Kenia, “American Journal of
Physical Anthropology”, n. 72, 1987, pp. 21-37.
54
Leakey L.S.B., P.V. Tobias, J. R. Napier, A New Species of the Genus Homo from Olduvai Gorge, “Nature”, n. 202,
1964, p. 7-9.
55
Ivi, p. 7-9.
56
N. Toth, K. Schick, the first million years: the archaeology of prothouman culture, “Archaeology Method and
Theory”, n. 9, 1986, pp. 1-96.
9
I suoi strumenti dimostrano senza ombra di dubbio che riusciva a costruire un’astrazione a partire
da un percetto (Vd. la lunga marcia punto 2). Possedeva una memoria concettuale evoluta e
sicuramente una “coscienza primaria” con un livello di integrazione funzionale superiore ai primati
odierni. I primati che conosciamo non sembrano capaci di fabbricare utensili, li trovano nella
giungla: rametti, sassi, legni etc.. e li abbandonano dopo l’uso. L’Habilis li costruiva con altri
utensili. Usare utensili per scheggiarne altri significa avere una qualche forma di conoscenza dei
propri limiti perché quel chopper non sarebbe stato abbandonato ma conservato dopo averlo
faticosamente costruito. Ma dove?…Se con sé o in un luogo preciso non è dato saperlo, ma
possiamo ragionevolmente dedurre che non lo abbandonasse come un rametto, avrebbe rischiato di
perderlo e di non trovare, nel suo peregrinare, materiali giusti per fabbricarselo di nuovo. Una
mente un po’più “sofisticata” ma con un processo di conoscenza “fermo” al presente. La sua
altezza, simile a quella di Lucy, e le mani coi segni distintivi di una esistenza ancora caratterizzata
dall’arrampicarsi sugli alberi (con la stessa ridotta lunghezza degli arti inferiori rispetto ai superiori
dell’Australopiteco) non ne facevano certo un esemplare “particolarmente dotato”. Ma era capace di
produrre utensili. Ed “utensili” di “utensili”. Un utensile “dice” sempre indirettamente qualcosa
all’essere che lo usa. Gli dice che con esso è capace di raggiungere uno scopo (come le scimmie
mangiatrici di termiti), ma anche che senza di esso (con ciò che ha in dotazione dalla natura) non
può. Questa seconda considerazione ha caratterizzato la prospettiva evolutiva della mente
dell’Habilis. Un sistema nervoso selettivo “aperto”, non preprogrammato 58, richiede vincoli di
valore per organizzare le sue risposte in relazione all’ambiente. I sistemi di valore (appendici
sottocorticali: nuclei noradrenergici, serotoninergici, colinergici, dopaminergici e istaminergici)
funzionalmente collegati alle aree concettuali (corteccia frontale e temporale) e al sistema libico
(complesso di regioni della parte mediana interna del cervello) permettono l’associazione di ricordi
a valenze di tipo positivo o negativo. Associando ricordi l’Habilis è stato capace di produrre eventi
deduttivi tali da costruirsi utensili. Così come l’Australopiteco imitava con zanne e corna il morso
della iena, il suo successore, l’Habilis, forse imitando la roccia che cadendo su un’altra ne
scheggiava i margini creò un chopper o un flaker. Un passaggio logico in più ma non ancora un
evento creativo come lo intendiamo noi. Possiamo dire: un evento deduttivo più articolato, …di
“livello superiore”. A questo punto di integrazione corticale l’ominide non pare ancora dotato di una
capacità di proiettare sé nel futuro ma solo di una sorta di logica concreta, funzionale al proprio
adattamento che applica agli oggetti che lo circondano. Un po’ più capace (in virtù della maggior
integrazione corticale raggiunta) della scimmia del celebre esperimento di Kohler59 che usa un legno
piccolo che ha nella gabbia per avvicinare un legno lungo che è fuori dalla gabbia per utilizzarlo per
raggiungere una banana posta fuori della portata del primo ma raggiungibile col secondo. E’ un
“animale” dotato di insight ma non ancora della capacità di usare in maniera flessibile il pensiero in
luogo dell’azione.
Per vivere nel mondo fisico noi dobbiamo creare rappresentazioni 60 che si riferiscono agli oggetti o
agli eventi che ci accadono. Tali rappresentazioni devono essere poi registrate attraverso i
meccanismi di memoria61 che, permettendoci di classificare gli oggetti nel tempo e nello spazio, ci
consentono un migliore adattamento. Tali rappresentazioni possono essere generalizzate per
ottimizzare l’adattamento in relazione alle differenze ambientali includendo eventi particolari in
rappresentazioni più ampie di significato. Una “rappresentazione sensoriale” contiene informazioni
che si riferiscono a dati percettivi esterni (immagini, suoni, odori …) e interni (cinestesici,
attivazione fisiologica, temperatura ..). Questo tipo di rappresentazioni “sono quelle che più si

57
J. W. Harris, Cultural beginnings: Plio-Pleistocele archaeological occurrences from the Afar, in N. David, African
Archaeological review, n. 3, 1983, Cambridge University press, Cambridge, pp. 3-31.
58
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 124.
59
W. Kohler, the mentality of apes, Cambridge, mass., Cambridge University Press, 1925.
60
J. Perner, Understanding the Representational Mind, “MIT Press”, Cambridge, 1991
61
D. J. Siegel, La Mente Relazionale, cit. , p. 159-204.
10
avvicinano alle cose in sé”62. Una “rappresentazione categorica” racchiude invece informazioni più
complesse, create dalla mente sulla base dell’interazione col mondo e, a differenza della precedente,
non ha correlati tridimensionali nel mondo. Ne è un esempio il concetto di giustizia o di libertà ma
anche concetti astratti come mammiferi, vertebrati, pesci o animali a quattro zampe etc… Non
esiste “il mammifero” perché è una caratteristica di diverse specie di animali così come non
esistono le altre categorizzazioni citate. Quest’ultimo tipo di rappresentazione è una creazione
sociale “inventata” dalla nostra mente. Possiamo invece dire che una “rappresentazione linguistica”
contiene informazioni relative alle altre due all’interno di segnali sociali chiamati parole. “Le parole
stesse hanno proprietà fisiche definite – possono essere pronunciate, viste, ascoltate, scritte – ma
vanno oltre il mondo fisico, e collegano i mondi mentali rappresentazionali di individui diversi” 63.
L’Habilis sembra dotato di capacità mentali in grado di gestire “rappresentazioni sensoriali” ma
non “categoriche” e men che mai “linguistiche”.
A questo punto incontriamo il nostro primo “scoglio culturale”.
Le “lenti” attraverso cui “leggiamo” il mondo sono fondamentalmente associate ai processi
attraverso cui la nostra cultura e la nostra società perpetra se stessa 64, Albert Einstein affermava: “è
la teoria che decide cosa possiamo osservare” 65. Nella fattispecie si è finora assunto, ovvero
indirettamente concordato col lettore, che esista qualcosa di concreto chiamato cervello e qualcosa
di immateriale chiamato mente, hardware e software, res extensa e res cogitans, accettando nella
sua essenza il dualismo cartesiano come riferimento privilegiato. “Cartesio riteneva di aver fondato
la fisica sulla nozione che esprimeva l’essenza del mondo corporeo, vale a dire l’estensione” 66.
Tuttavia se vogliamo volgere lo sguardo nell’infinitamente piccolo o grande, il limite di risoluzione
delle lenti che normalmente tendiamo ad usare per condividere il “modo di vedere” con gli altri
della nostra cultura risulta insufficiente. Un po’ come il miope-presbite che per vedere da vicino si
deve togliere un tipo di occhiali per mettersene un altro, ci sia consentito, prima di continuare nel
nostro excursus dei VI punti, soffermarci per togliersi gli occhiali del “dualismo cartesiano” ed
inforcare le lenti del “trialismo popperiano”, più adatti a spiegare ciò che succederà alla coscienza
(e alla mente) del nostro Habilis.

5. “Trialismo” popperiano

Popper sviluppa un ambizioso progetto atto a disincagliare il pensiero dalle secche del postulato dei
due mondi cartesiani presentandone addirittura tre. Sottolineiamo subito che qui interessa
soprattutto la funzionalità della prospettiva popperiana, capace di fornire una comprensione più
completa in riguardo al tema che stiamo trattando, non tanto l’opera epistemologica dell’autore.
Soprassedendo quindi al tema dell’oggettività o soggettività della realtà, cogliamo nel pensiero di
Popper soprattutto la prospettiva che consente di apprezzare la differenza tra “il mondo dei processi
mentali e il mondo dei prodotti mentali”67.
Secondo l’autore il mondo può essere ripartito in tre sfere correlate tra loro:
“1. il mondo degli oggetti fisici o degli stati fisici;
2. il mondo degli stati di coscienza o degli stati mentali, o forse delle disposizioni del
comportamento ad agire;

62
Ivi, p. 163.
63
Ivi, p. 166.
64
P. L. Berger, T. Luckman, la realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna, 1969; H. Von Foerster, sistemi che
osservano, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 36, 128-130.
65
P. Watzlawic, la realtà della realtà, Astrolabio, Roma, 1976, p.4.
66
R. Corvi, Invito al pensiero di Popper, Mursia, Milano, 1993
67
K. Popper, Conoscenza oggettiva, Armando, Roma, 1975, p. 394
11
3. il mondo dei ‘contenuti oggettivi di pensiero’, specialmente dei pensieri scientifici e poetici e
delle opere d’arte”68.
Nel mondo 1 si ritrovano sostanzialmente tutti gli oggetti organici e inorganici (dall’energia del
cosmo alla biologia al cervello alle macchine, arnesi, libri, quadri, musica etc..). Nel mondo 2 sono
racchiuse tutte le esperienze soggettive umane (percezioni, pensieri, emozioni, immaginazione,
creatività etc..). Il mondo 3 è costituito dall’insieme dei prodotti di tutte le attività culturali 69 ed è
sostanzialmente tutto ciò che lo spirito umano è stato capace di creare 70. Ritroviamo in questo
mondo tutti i prodotti dell’intelletto umano (filosofico, teologico, scientifico, storico, letterario,
artistico, tecnologico etc..). Per fare un esempio, i libri apparterrebbero, in quanto oggetti materiali
cartacei con velo d’inchiostro, al mondo 1, ma le conoscenze in essi racchiuse al mondo 3. La
percezione (lettura) del libro sarebbe il mondo 2. A conti fatti il mondo 3 conterrebbe - elementi in
sé - deducibili da qualsiasi individuo in possesso di codice opportuno. … Viene in mente la “Stele
di Rosetta”.
Per Popper, “quasi tutta la nostra conoscenza soggettiva (conoscenza del secondo mondo) dipende
dal terzo mondo, cioè da teorie (almeno virtualmente) linguisticamente formulate” 71. Il mondo 3 è
in grado di esercitare un fortissimo feed back sul suo creatore stimolandone la mente soluzioni
innovative72; in più manterrebbe una speciale autonomia (quella che l’autore chiama “oggettività”)
dagli stati mentali soggettivi di ogni individuo 73. In riguardo al tema trattato è di interesse
sottolineare che il mondo 3 costituisce il mondo dei codici socialmente condivisi tra individui per
mettersi in contatto vicendevolmente74. Possiamo individuare nel mondo 3 l’universo simbolico
condiviso. Sebbene l’autore stesso sottolinei che i tre mondi appartengano alla metafisica 75
risulterebbero correlati due a due in un virtuosismo interagente76 che costituisce la nostra
“organizzazione della realtà”77 ovvero quell’insieme di reazioni nelle quali ci troviamo immersi che
trasformano il mondo e che ci trasformano. Sostanzialmente trasformando il mondo
trasformeremmo noi stessi che agendo sul mondo lo trasformiamo di nuovo e così via. Ad es., la
tecnica (…poniamo quella che ci ha portato ad avere il telefonino cellulare) manifestata nel mondo
1 è espressione delle teorie che abitano il mondo 3 78 che sono frutto dei sogni del mondo 2 che una
volta realizzati con la tecnica incideranno sulle condizioni dell’uomo mutandone aspirazioni
desideri, cultura etc.. e generando altri sogni (mondo 2) e così via.
Popper attribuisce una importanza fondamentale al linguaggio che costituisce l’unico mezzo in
grado di rendere pubblica (nel mondo 3) una esperienza privata (del mondo 2). Infatti, “finchè il
pensiero non viene espresso all’esterno, non si distingue da chi lo formula, è solo una parte del
soggetto conoscente come lo è un sentimento o un emozione” 79…..“Il nostro parlare, il nostro
scrivere crea un terzo regno, costituito dai prodotti della nostra attività spirituale” 80. Col linguaggio
l’uomo sviluppa oltre che la funzione espressiva e segnaletica, caratteristiche anche degli animali,
quella descrittiva (descrivere adeguatamente una cosa) e quella argomentativa (utilizzata per

68
Ivi, p. 150.
69
K. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando, Roma, 1989, p.19.
70
K. Popper, società aperta, universo aperto, Borla, Roma, 1984, p.106.
71
K. Popper, Conoscenza oggettiva, cit., p. 104.
72
Ivi, p. 166
73
Ivi, p. 216 e 156; K. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, cit. , pp.165-166.
74
J. C. Eccles, Affrontare la realtà, cit. , p. 201.
75
K. Popper, Il futuro è aperto, Rusconi, Milano, 1989, p.103.
76
K. Popper, Conoscenza oggettiva, cit., p. 211.
77
K. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, cit. , p. 36.
78
K. Popper, Conoscenza oggettiva, cit., pp 212; K. Popper, società aperta, universo aperto, cit., pp.119-120.
79
R. Corvi, Invito al pensiero di Popper, cit. , p. 153
80
K. Popper, Il futuro è aperto, cit. p. 53.
12
controllare l’adeguatezza delle teorie sviluppate)81. La critica argomentativa risulta fondamentale in
quanto il linguaggio umano introduce la possibilità, preclusa agli animali, di affermare il falso.
I tre mondi si sarebbero evoluti in successione82: ovviamente il mondo fisico (mondo 1) ha
preceduto l’evoluzione della dimensione collegata alla conoscenza soggettiva (mondo 2)
caratterizzata da percezioni, sensazioni, azioni, reazioni; ma ad un certo punto dell’evoluzione, con
la coscienza umana soggettiva, si è sviluppato il linguaggio che ha forgiato il mondo 3.
Guardato dalla prospettiva popperiana: il Neandertal (vedremo più avanti), alle prese col dover
connettere aree cerebrali anteriori e posteriori doveva trovarsi nel mondo 1, con un piede nel 2;
mentre il Sapiens Sapiens (nostro diretto progenitore), caratterizzato da una maggiore capacità di
agire sul mondo fisico esterno, sarebbe stato capace di piazzarsi, con entrambi i piedi, nel mondo 2.

6. L’evoluzione, parte II

III) Il primo antenato dell’uomo, l’ominide vissuto tra i 2 milioni e 1 milione e 800 mila anni fa,
l’Habilis, con una coscienza di tipo primario, più evoluta degli odierni primati non umani, iniziava
a sviluppare tutto il repertorio di qualità che questo processo mentale consentiva. Per iniziare,
maggiori abilità sociali. Se l’Habilis produceva utensili doveva possedere in una certa misura un
pensiero causale evoluto, tuttavia “la causalità non è - come sostiene Kant – una ‘nozione innata’.
[…] I popoli primitivi la ignorano. La ‘natura’, e quindi i fatti che l’uomo civile concepisce come
un sistema di elementi legati l’uno all’altro secondo il principio di causalità, è interpretata
dall’uomo primitivo secondo uno schema totalmente diverso. Il primitivo interpreta la natura in
base alle norme sociali”83. Quindi l’Habilis doveva vivere in piccoli gruppi sociali, forse clan di una
o poche famiglie, dominate dall’istintualità e dall’emotività84.
A questo punto evolutivo la sua mente doveva già disporre di un ricco repertorio di connessioni tra
aree percettive posteriori e aree deputate alla categorizzazione valoriale. Fasci di fibre cortico-
corticali dipartivano verso il talamo creando un gran numero di connessioni reciproche e, all’interno
di questo, dai nuclei specifici, che non comunicano direttamente tra loro, verso la corteccia 85.
Interazioni che danno la possibilità di costruire una scena mentale. La capacità degli animali di
costruire scene mentali basate sulla propria esperienza aumenta considerevolmente la loro speranza
di vita86. In una frazione di secondo ciò che è percettivamente nuovo (es. rumore insolito) è
associato all’esperienza passata (ricordo del rumore) ed al valore (positivo o negativo) che ha avuto.
L’Habilis riceve in dote un processo mentale capace di “pianificare e collegare in modo costruttivo
e adattativo contingenze nei termini della sua storia pregressa di comportamenti guidati dal valore.
A differenza dei suoi antenati evolutivi precoscienti, egli sarebbe più selettivo nella scelta delle
risposte in un ambiente complesso”87. La crescente complessità della mente dell’Habilis creava il
mondo 2 e con esso la vita sociale.

81
K. Popper, Conoscenza oggettiva, cit., pp 167; K. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, cit. , pp. 31; K. Popper.
J. Eccles, L’io e il suo cervello, Armando, Roma, 1981, p. 556-557.
82
K. Popper, Poscritto, Vol II, L’universo aperto: un argomento per l’indeterminismo, il saggiatore, Milano, 1984,
p.119
83
H. Kelsen, società e natura, cit., p. 13.
84
Ivi, p. 17-83.
85
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 127.
86
Ivi, p. 129.
87
Ivi, pp.129-130.
13
Una mente, quella dell’Habilis, dominata da categorizzazione valoriale determina una vita sociale
caratterizzata “dall’alterno fluttuare del desiderio e della paura” 88. Così facendo inizia il cammino
per interpretare i fatti della natura in chiave sociale cosa che darà origine, dopo l’avvento della
coscienza di ordine superiore, alla superstizione alla mitologia e alle religioni. A questo livello di
pensiero gli oggetti personali sono associati all’individuo in quanto “a lui legati perché la sostanza
della sua personalità si è trasferita in essi” 89 (concezione che determina la radice della magia, del
rituale sacro e magico). Manca autocoscienza ma si sviluppa una sorta di consapevolezza collettiva
basata sul legame tra membri e sull’imitazione-“comunicazione”. Probabilmente il primo che
costruì interamente da sé un chopper “comunicò” come fare agli altri così come gli scimpanzé del
Gombe National Park usano fare per i bastoncini utili alla caccia delle termiti. Attraverso
apprendimento per imitazione tra cospecifici.
Il mondo 2 iniziava ad influenzare il mondo 1 attraverso un feed back virtuoso. Come conseguenza
l’elemento sociale diveniva primario per lo sviluppo dell’unico organo capace di far sopravvivere
un organismo con ridotta capacità offensiva e difensiva. Solo se consideriamo l’elemento sociale
primario e non di derivazione funzionale (rischiando di confondere la funzione con la causa) si può
comprendere la comparsa dello spazio sopralarigeo e dalla capacità di produrre suoni linguistici
coarticolati. Come esporremo successivamente con la teoria della complessita e del caos, qualsiasi
elemento (es. la mente) che accresca di complessità si trova a dover fare i conti con biforcazioni
evolutive che spingono o verso una maggiore complessità,…. o verso l’involuzione.
IV) Parallelamente al fatto che il sistema di valori iniziava ad operare in chiave relazionale,
l’accudimento-attaccamento, geneticamente preprogrammato, operava selezionando gruppi neurali
evolutivamente funzionali alla vita sociale oltre che alla sopravvivenza dell’individuo. Il mondo 2
iniziava a determinare l’architettura del mondo 1.
Qui a seguito esporremo come la dimensione dell’attaccamento sia fondamentale nello sviluppo
delle capacità cognitive dell’uomo sottolineando che esiste un marcato parallelismo in relazione ai
primati non umani90.
L’attaccamento si basa su meccanismi cerebrali innati che spingono il bambino a cercare la
vicinanza dei genitori (o in generale dei caregivers) e a stabilire una comunicazione con loro,
instaurando rapporti che influenzano lo sviluppo e l’organizzazione dei suoi processi motivazionali,
emotivi e mnemonici91. Numerosi studi92 hanno dimostrato che ad ogni tipo di attaccamento
corrispondono specifiche caratteristiche emotive, sociali, autoriflessive, di memoria e narrativa
personale inoltre, agli stili di attaccamento denominati insicuri93 sembrerebbero essere associati a
rischi maggiori di sopravvivenza, anche di tipo psichico - in riguardo al manifestarsi nel corso della
88
H. Kelsen, società e natura, cit., p. 24.
89
Ivi, p. 38.
90
S. J. Suomi, “A biobehavioral perspective on developmental psychopathology: excessive aggression and
serotoninergic dysfunction in monkeys”, in A. J.Sameroff, M. Lewis, M. Miller, Handbook of developmental
psychopathology, Plenum Press, N. Y., 2000, pp. 237-256; S. J. Suomi, “Attachment in rhesus monkeys and other
primates”, in J. Cassidy, P. R. Shaver, Handbook of attachment, Guilford Press, N.Y., 1999, pp. 181-197.
91
J. Bowlby, Attaccamento e Perdita, Vol. 1,: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino, 1972.
92
M. Main et al, La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: il livello
rappresentazionale, in C. R. Grugnola, Lo sviluppo affettivo del bambino, R. cortina, Milano, 1993; N. A. Fox et. al.,
Neural plasticity and development in the first two years of life: Evidence from cognitive and socioemotional domains of
research, Development and Psychopathology, 6, 1993, pp. 677-696; M. Main, Attachment: Overview, with implications
for clinical work, in S. Goldberg et. al., Attachment Theory: Social Developmental, and Clinical Perspectives, Analitic
Press, Hillsdale, 1995; D. Oppenheim, H. Waters, Narrative processes and attachment representations: issues of
development and assessment, in E. Waters et al., Caregiving, cultural and cognitive perspectives on secure base
behaviour and working models: New grooving points of attachment theory and research, Monographs of the Society
for Research in Child Development, 60, 1995, pp. 197-215; M. Main, H. Morgan, Disorganizationand disorientation in
infant Strange situation behaviour: Phenotypic resemblance to dissociative states, in L. K. Michelson, W. J. Ray,
Handbook of Dissociation: Theoretical, Empirical, and Clinical Perspectives, Plenum press, N. Y, 1996.
93
M. Main, Attachment: Overwiev, with implications for clinical work, in S. Goldberg et al., “Attachment Theory:
social, developmental, and Clinical Perspectives”, Analitic Press, Hillsdale, 1995.
14
vita di psicopatologie94 (aumentando il rischio di disfunzioni comportamentali e sociali 95). Non
altrettanto accadrebbe per gli attaccamenti definiti sicuri96. La differenza tra le due tipologie,
geneticamente programmate ma esperienza-dipendenti, consisterebbe nelle pratiche di maternage e
nel contemporaneo attivarsi nel neonato di una risposta di attaccamento al caregiver che
consentirebbe, secondo la Main, uno “stile di rapporto” identificabile, includibile in un range che
trova negli estremi le due categorie sopraccitate. Una volta sviluppato un attaccamento sicuro ai
genitori il bambino sarebbe in grado di “riutilizzare quel prototipo” nelle relazioni della sua vita 97.
Quel “prototipo” è chiamato “modello operativo interno di attaccamento” (internal working
model)98 ed è funzionale alla previsione delle sue esperienze interattive sociali da lì a tutto l’arco
della sua vita. M. Main definisce “Stato Della Mente rispetto all’attaccamento” 99 del caregiver, il
particolare modo di porsi di questi rispetto al neonato; secondo lei tale stile dipenderebbe dalla
caratteristica di quello sperimentato dall’adulto caregiver coi propri genitori. A tal fine ci sono
evidenze che provano che i soggetti con stili di attaccamento insicuri sembrano aver avuto
caregiver che hanno vissuto esperienze traumatiche100 durante la loro fase neonatale-infantile.
“Uno Stato Della mente può essere definito come l’insieme dei pattern di attivazione all’interno del
cervello in un determinato momento”101. A questi Stati Della Mente corrispondono pattern di

94
E. Jone set. Al., Attachment and psychopathology, “Journal of consulting and clinical Psychology,” 1996, pp.64; L.
Atkinson, K. J. Zucker, Attachment and Psychopathology, Guilford Press, N. Y., 1997;
95
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96
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97
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99
M. Main, Attachment: Overwiev, with implications for clinical work, in S. Goldberg et al., “Attachment Theory:
social, developmental, and Clinical Perspectives”, Analitic Press, Hillsdale, 1995.
100
G. Liotti, Disorganizzazione dell’attaccamento e predisposizione allo sviluppo di disturbi funzionali della coscienza,
in M. Ammaniti, D. Stern, Attaccamento e Psicanalisi, Laterza, Roma, 1992.
101
D. J. Siegel, La Mente Relazionale, R. Cortina, MIilano 2001, p. 205.
15
attivazione cerebrale riattivati nell’adulto ed attivati nel neonato tali da permetterci di affermare
che: “le esperienze interpersonali possono quindi influenzare i processi neurobiologici del cervello
del bambino all’interno delle interazioni con ciascuna figura di attaccamento”102.
E’ in questo modo che le “connessioni umane portano alla creazione di connessioni neurali”103.
Nei neonati “la sovra-produzione di sinapsi è controllata geneticamente, ma il loro mantenimento o
la loro eliminazione dipendono direttamente da fattori di natura ambientale. Chiaramente, ciò
implica che negli individui in cui il sistema limbico è di per sé geneticamente programmato ad una
sotto-produzione di sinapsi, il sovrapporsi di condizioni di sviluppo che inducono una eccessiva
eliminazione di terminazioni sinaptiche porta allo stabilirsi di un quadro ad alto rischio”104. Tale
fenomeno (pruning) depone a favore della Teoria della Selezione dei Gruppi Neurali esposta dal
pensiero di Edelman e Tononi. Durante la vita l’individuo svilupperà una molteplicità di rapporti
interpersonali tra i quali alcuni importanti. Soprattutto in questi ultimi avrà un peso maggiore il
legame caratterizzato dal proprio “modello operativo interno di attaccamento”.
Se l’Habilis era capace di usare utensili per costruire utensili doveva avere una sorta di vita sociale
e quindi doveva possedere una sorta di prototipo di interazione fornito dalla relazione attaccamento-
accudimento. Tuttavia non disponeva del linguaggio.
Sostenendo che al centro dell’evoluzione dell’uomo sta il processo di organizzazione della sua
mente ci imbattiamo in un dato dal fascino misterioso degno di un romanzo di E. A. Poe. Poiché
all’Habilis succedette l’Herectus e all’Herectus il Sapiens Arcaicus. Per quel che sappiamo in quel
periodo coesistettero due specie: il Neandertal e l’ Homo Sapiens; perché ad un certo punto del
cammino evolutivo il primo si estinse ed il secondo, da cui noi tutti deriviamo, no? Eppure il
Neandertal era dotato di un cervello molto più capace di quello di una scimmia. Era in grado di
costruire utensili, di avere una vita sociale ed un rapporto privilegiato col proprio caregiver. Eppure
le due specie coesistettero per migliaia di anni e non si può escludere che non siano avvenuti
contatti, “contaminazioni sociali”, scambi e osservazioni reciproche.
A questo punto incontriamo un secondo ostacolo concettuale.
“Siamo abituati a ragionare in termini newtoniani: come la traiettoria del sasso e il punto in cui
andrà a cadere sono fissati una volta per tutte da velocità e direzione iniziali, così i nostri pensieri
sembrano seguire una sorta di binario obbligato. […] I processi newtoniani si svolgono con
continuità e sono riproducibili in qualunque momento e in ogni luogo” 105. Ragionare in termini
newtoniani va bene per sistemi semplici, …ma la nostra mente è l’organo più complesso che si
conosca, e nei sistemi complessi occorre usare tutt’altra logica.
Abbiamo nuovamente bisogno di nuove lenti!

7. Complessità, ordine e caos

“Il cervello di un essere umano adulto pesa intorno ai 1300 grammi e contiene circa 100 miliardi di
cellule nervose, o neuroni. Il mantello corrugato più esterno del nostro cervello e di più recente
evoluzione – la corteccia cerebrale – contiene circa 30 miliardi di neuroni e un milione di miliardi
di connessioni, o sinapsi. Se contassimo una sinapsi al secondo, finiremmo il nostro conteggio tra
32 milioni di anni. Se considerassimo poi il numero di possibili circuiti neurali, avremmo a che fare
con cifre iperastronomiche: un 10 seguito da almeno un milione di zeri. Nell’universo conosciuto
esiste un numero di particelle pari a 10 seguito da una coda di 79 zeri”106.

102
Ivi, p. 79.
103
Ivi, p. 88.
104
A.N. Schore, Early organization of the non linear right brain and development of a predisposition to psychiatric
disorders, “Developmert and Psychopathology”, 9, 1997, pp. 595-631.
105
F. Cramer, Caos e ordine, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, pp.153-154.
106
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 46.
16
Possiamo di buon grado considerare questo nostro organo tutt’altro che semplice. Ora, la
complessità, oltre che intuitiva, è misura matematica specifica. Quando si cerca di comprendere
sistemi altamente organizzati (come la nostra organizzazione cognitiva 107) si ha a che fare con la
difficoltà della loro descrivibilità. …. E il grado di complessità di un sistema ha a che fare con la
sua descrivibilità. Un’astronave è macchina più complessa di una semplice leva. Il grado di
complessità (K) di un sistema è funzione del numero dei parametri in gioco (che ne determinano la
sua completa descrizione). K è matematicamente definito come “il logaritmo del numero di
possibilità che ha un sistema di realizzarsi, ovvero come il logaritmo del numero N dei possibili
stati del sistema: K = Log N”108. In altri termini: più un sistema è complesso più informazione
trasporta109. Dobbiamo anche considerare che i sistemi biologici non sono sistemi isolati e allora la
loro complessità diventa veramente iperbolica. In fisica si considera isolato un sistema che non può
scambiare energia o materia con l’ambiente conservando sempre e inequivocabilmente la propria
configurazione esterna. Ma i sistemi biologici sono aperti, sono in divenire, assimilano sostanze
nutrienti, trasformano energia e informazione in un “dialogo” continuo con l’ambiente; sono sistemi
non isolati che si sviluppano nella direzione di una sempre maggiore complessità 110. O meglio, i
sistemi umani sono autopoietici111, ovvero, termodinamicamente aperti ma organizzativamente
chiusi. L’apertura si riferisce agli scambi con l’ambiente esterno; la chiusura alla “ciclicità
dell’ordine che definisce l’organizzazione di un sistema, cioè all’insieme di reazioni costitutive
dell’identità di un sistema. […] L’organizzazione di un sistema è data da quelle relazioni fra le sue
componenti che devono restare invarianti affinché si mantenga l’identità del sistema [...altrimenti il
sistema stesso …] muore oppure diventa qualcos’altro”112. Il modo attraverso cui questa
organizzazione si manifesta nel mondo è detto struttura113. Mentre l’organizzazione non deve
variare per mantenere quel sistema in quella classe, la struttura subisce continui cambiamenti per
garantirne l’invarianza114. Nel serbatoio per distribuzione dell’acqua del bagno di casa115,
l’organizzazione del sistema ne fissa il livello per mezzo di comandi di accesso/svuotamento che
agiscono su meccanismi di plastica e metallo (galleggiante e valvola di flusso). L’organizzazione
rimane tale anche se la struttura cambia e viene fatta d’oro e legno pregiato.
Queste considerazioni, fatte da Maturana e Varela, finiscono per ridefinire il concetto stesso di
adattamento; cercheremo brevemente di illustrare come.
Quale che sia l’indagine che si appronta sul vivente la logica base di ogni ragionamento si
estrinseca sull’assioma secondo cui l’ambiente è sempre causa prima dei cambiamenti di un sistema
e “l’adattamento è definito come una risposta del sistema alle esigenze dell’ambiente” 116. Maturana
e Varela invece realizzano “un vero e proprio capovolgimento di prospettiva, e ciò che diviene
primario nella definizione della nozione di adattamento è la conservazione dell’autonomia del
sistema, cioè la conservazione della chiusura dei cicli vitali che definiscono la sua
organizzazione”117.
Se noi consideriamo il nostro sistema nervoso, vi sono circa 100 milioni di recettori sensitivi e circa
10 mila miliardi di sinapsi, ciò significa che siamo 100.000 volte più ricettivi ai cambiamenti interni
piuttosto che a quelli esterni118. Questo vuol dire che ogni cambiamento della dinamica interna del
107
M. A. Reda, Sistemi Cognitivi complessi e Psicoterapia, cit., pp. 89-92.
108
F. Cramer, Caos e ordine, cit. , p. 283.
109
N. Pippenger, Complexity theory, in “scientific American”, Giugno 1978, pp. 90-100.
110
F. Cramer, Fortschritt durch verzicht, Munchen 1975, p. 56.
111
H. Maturana, F. Varela, “Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente”, Marsilio 1988; H. Maturana, F,.
Varela, “L’albero della conoscenza”, Garzanti, Milano, 1987
112
H. Maturana, F. Varela, “L’albero della conoscenza”, cit., p. 17.
113
Ivi, p. 17.
114
Ivi, p. 18.
115
Ivi, p. 62.
116
Ivi, p. 18
117
Ivi, p. 18.
118
H. Von Foerster, sistemi che osservano, Astrolabio, cit. p. 226.
17
sistema è un evento quasi esclusivamente autorerferenziale. E’ “il sistema – tramite la sua
determinazione interna – che seleziona fra gli stimoli provenienti dall’ambiente quelli significativi e
quelli non significativi e che determina quali significati attribuire loro [… attraverso il “sistema dei
valori” cfr. 2. introduzione alla coscienza…] e il senso e la direzione dei cambiamenti strutturali, in
vista della conservazione dell’identità del sistema, cioè della sopravvivenza in quanto tale, in
quanto definito cioè da una chiusura di un’organizzazione particolare” 119. Ovviamente ambiente e
unità si comportano come reciproche sorgenti di perturbazioni che innescano reciproci cambiamenti
di stato (… sono in accoppiamento strutturale120). Tuttavia la selezione degli stimoli in ingresso
deriva dal dominio cognitivo di un sistema autonomo, tale è la mente, che è definito come:
“l’insieme delle reazioni in cui il sistema può entrare senza perdita della sua identità, cioè della
chiusura della sua organizzazione”121.
Quando l’organizzazione è perturbata al punto che (…arriva ad un grado di complessità tale che…)
le relazioni tra le sue componenti non sono più funzionali al mantenimento dell’identità di quel
sistema, si dipartono due scelte (biforcazione) entrambe caratterizzate dallo scomparire come unità
di una certa classe122: il sistema muore o diventa qualcos’altro.
“I sistemi complessi si evolvono secondo uno schema ad albero, dove i punti di biforcazione
corrispondono ad alternative del tutto equivalenti; cosicché è impossibile prevedere quale direzione
il sistema prenderà. Le condizioni di partenza, rigorosamente deterministiche, non consentono
alcuna previsione riguardo ai punti di biforcazione degli alberi genealogici, neppure quando tutti i
parametri siano noti: in tal modo quelle stesse condizioni divengono indeterministiche. Tali punti di
discrimine vengono chiamati dai matematici appunto biforcazioni o ‘punti di folgorazione’ analoghi
al fulmine”123. Modelli matematici e fisici dello studio del caos deterministico che analizzano le
leggi dei sistemi complessi, ovvero la scienza che si occupa dell’interazione di un numero di
particelle elevato124, sostengono che: un sistema che si trovi prima o dopo un punto di biforcazione
“obbedisce alle leggi deterministiche mentre in prossimità dei punti di biforcazione hanno una parte
essenziale le fluttuazioni che determinano il ‘ramo’ sul quale il sistema proseguirà il suo corso”125.
Cercheremo di illustrare questa affascinante teoria mantenendo il dovuto rispetto del profano che
non ha l’ardire di penetrare concetti matematici o fisici (cui si rimanda il lettore che volesse
approfondire alla bibliografia) ma che, con atteggiamento contemplativo, ne coglie le implicazioni.
Secondo I. Prigogine esistono trasformazioni reversibili, che appartengono alla scienza classica 126 e
irreversibili, oggetto di studio della scienza moderna. Quando la scienza moderna osserva un
sistema, quale ad es. un sistema chimico, nota che evolve verso uno stato attrattore di equilibrio
chimico127; così come nota che, se vi fossero condizioni che impedissero tale evoluzione, il sistema
farebbe del suo meglio per dirigersi verso uno stato “di minima entropia” 128 il più vicino possibile
all’equilibrio. Ma che succede quando il sistema diviene sempre più complesso e caotico; quando
viene spinto sempre più decisamente lontano dall’equilibrio? I. Prigogine, che denomina dissipative
(lontane dall’equilibrio) tali strutture, dimostra che oltre un certo punto, per valori elevati, il sistema
diventa instabile e fluttua. Tali fluttuazioni ”possono amplificarsi fino ad invadere l’intero sistema,
spingendolo ad evolversi verso un nuovo regime che può essere qualitativamente assai diverso dagli
stati stazionari corrispondenti al minimo di produzione di entropia” 129. Per avere una idea del “luogo
metafisico” (ci sia permesso chiamarlo così) dove in questo preciso momento ci troviamo, si può
119
H. Maturana, F. Varela, L’albero della conoscenza, cit., p. 18
120
Ivi, p. 96.
121
Ivi, p. 18.
122
Ivi, p. 95.
123
F. Cramer, Caos e ordine, cit., p. 154.
124
I. Prigogine, I. Stengers, la nuova allenanza, Einaudi, Torino, 1981, p.112.
125
F. Cramer, Caos e ordine, cit., pp.156-157
126
I. Prigogine, I. Stengers, la nuova allenanza, cit. , p.127.
127
Ivi, p. 138.
128
Ivi, p. 144.
129
Ivi, p. 145.
18
dire che stiamo cercando di affrontare il tema del comportamento della materia in prossimità del
punto in cui passa da uno stato a un altro: dallo stato liquido al gassoso, da quello non magnetico a
quello magnetico e così via. Le transizioni di fase appaiono al matematico o al fisico quasi
esclusivamente dettate dalla non linearità e dall’imprevedibilità. Se ad es. volessimo magnetizzare
un pezzo di metallo, giungeremmo ad un punto in cui esso deve prendere una decisione. “Il magnete
può essere orientato in uno dei due modi possibili. Esso è libero di scegliere. Ma ogni minima parte
del metallo deve compiere la stessa scelta” 130. Se immaginiamo di allontanarci sempre più
dall’equilibrio di un sistema, poniamo, come fece May, 131 al computer, aumentando la crescita
demografica di una immaginaria popolazione di pesci, giungeremmo ad una soglia oltre la quale
tutto il sistema effettua una scelta. May si accorse che aumentando il parametro crescita
demografica la popolazione tendeva a crescere disegnando una curva che incrementava da sinistra
verso destra fino ad arrivare ad un punto di biforcazione. D’improvviso l’immaginaria popolazione
di pesci iniziava ad oscillare tra due stati, uno di densità demografica nettamente superiore al punto
di biforcazione, l’altro nettamente inferiore. Si aprivano due possibilità potenzialmente equivalenti
corrispondenti ai due stati che il sistema avrebbe potuto prendere (fig a; in ascissa parametro di
crescita, in ordinata popolazione ittica – N.ro di esemplari) – evolversi o involversi.

Fig. a (curva di May)

130
J. Gleick, Caos, la nascita di una nuova scienza, BUR Rizzoli, Milano, 1987, p. 160.
131
Ivi, p. 73.
19
Fig a2 (biforcazione)

I. Prigogine dimostra che la scelta di quale ramo prenderà l’intero sistema dipende dalla sua
storia132. Se, aumentando il parametro crescita demografica, per una qualche ragione la popolazione
generale non tendesse ad aumentare (supponiamo per elevata natimortalità ittica) l’intero sistema
giungerebbe al punto di biforcazione incontrando la biforcazione nella parabola discendente (fig. b
punto C) e allora si dirigerebbe verso l’estinzione. Se invece la popolazione per una qualche ragione
aumentasse più del parametro che regola la crescita demografica nei pesci (pesci che sviluppano
anche l’auto-clonazione ad es.) la curva di salita demografica della popolazione ittica incontrerebbe
quella superiore associata alla biforcazione ed aumenterebbe ancor di più con un balzo di livello
caratterizzato dalla maggior pendenza della curva (fig. b punto D). Si delineano quindi 3 ipotesi.
Una incerta che dipende, come dice Prigogine, da “un problema di probabilità di eventi molto
simile al problema del gioco dei dadi”133, il caso delle due possibilità (fig a2) potenzialmente
equivalenti trovate da May. E le altre due che dipendono dalla storia del sistema stesso (fig b ramo
D e ramo C della biforcazione).

Fig b

132
I. Prigogine, I. Stengers, la nuova allenanza, cit., p. 160.
133
Ivi, p. 163.
20
Se consideriamo la coscienza un “processo che connette” (cfr. 3.La lunga marcia) e mente e
cervello caratterizzati da un universo di complessità (e quindi soggetti alle leggi della complessità),
in divenire sempre più complesso per l’incremento di informazione che trasporta (essendo il
cervello-mente l’unico organo valido per la sopravvivenza di un essere senza strumenti offensivi-
difensivi la spinta allo sviluppo opera in maniera massima), possiamo pensare che nel Pleistocene la
spinta evolutiva delle aree cerebrali fosse arrivata al massimo grado di sviluppo per quel sistema
organizzativamente chiuso e per quel “processo che connette”. L’ominide era arrivato al suo più
grande, e per ora unico, appuntamento con la storia. Era arrivato al suo punto di biforcazione.

6. L’evoluzione, parte III

V) Avevamo lasciato i nostri ominidi sotto l’influenza di una pressione naturale che favoriva
coloro che imparavano più rapidamente a costruire gli utensili migliori, che prendevano le decisioni
più intelligenti riguardo al momento in cui usarli, che ottimizzavano la produzione in relazione ai

mutamenti quotidiani e stagionali in funzione alla disponibilità di cibi vegetali ed animali.


All’Habilis circa 1 milione e 600 mila anni fa subentrò l’Erectus, un esemplare del genere Homo
con un cervello il 33% più grande134. L’Erectus non ha lasciato traccia di maggior intelligenza. La
sua abilità manifatturiera nel costruire utensili e il suo progresso tecnologico non paiono migliori di
quelle dell’Abilis tuttavia vi sono alcune evidenze che, pur non in maniera certa, sembrano provare
che avesse cominciato ad avere un certo controllo del fuoco135. Se l’ipotesi del fuoco fosse vera, vi
sarebbe un reale motivo per supporre una forte spinta evolutiva alla convivialità, alla relazione e
allo scambio comunicativo. Possiamo immaginare una piccola tribù che si stringe intorno al fuoco

134
K. Beals, C. Smith, S. Dodd, Brain size: cranial morphology, climate and time machines, in “current anthropology”,
n. 25, 1984, pp. 301-330.
135
Binford, R. Lewis, Nancy Stone, Zhoukoudian: a closet look, in “current anthropology”, n. 27, 1897. pp. 453-475;-
S. James, Homind use of fire in the lower and middle Pleistocene: a review of evidence, in “current anthropology”, n.
31, 1989, pp. 1-26; J. Lanpo, On problems of the Beijing-man site: a critique of new implications, in “current
anthropology”, n. 30, 1989, pp. 200-204.
21
per scaldarsi, seduti tutti in cerchio, ciascuno con l’altro di fronte, in grado vedere dietro le sue
spalle. La miglior condizione possibile per la comunicazione e la difesa, base fondamentale per
stipulare un forte legame di fiducia reciproca tra gli ominidi. Le condizioni ottimali per far nascere
un linguaggio. L’ideale per passare da rappresentazioni sensoriali a rappresentazioni categoriche,
….seppur non ancora linguistiche. L’Erectus non sembra possedere un apparato fonatorio tanto
diverso dall’Abilis e nemmeno da quello del suo successore che a lui subentrò tra i 400.000 e i
200.000 anni fa, l’Homo Sapiens Arcaicus, il quale non differisce dal precedente nemmeno in
manufatti e tecnologia. L’unica differenza sostanziale sembra nella conformazione del cranio, più
arrotondato e meno spigoloso. Se l’ipotesi del fuoco fosse vera si potrebbe pensare che l’evoluzione
della mente fosse ancora assorta in compiti relazionali sociali. A questo punto occorre prendere in
considerazione 2 specie di ominidi diverse, il Neandertal ed il Sapiens Sapiens, una delle quali si
estinguerà.
Il Neandertal, il cui nome deriva dalla valle tedesca nella quale è stato trovato, comparve in Europa
e nel Medio Oriente circa 100.000 anni fa e si diffuse soprattutto nel nord Europa. Aveva un cranio
dalla capacità simile alla nostra attuale ed un corpo basso e tozzo 136 concepito per sopravivere alle
basse temperature, tali erano in quel periodo e in quei luoghi 137. La sua comparsa è in concomitanza
con una delle ultime glaciazioni. Si copriva il corpo con pelli per sopportare meglio il freddo,
costruiva utensili e monili per ornamento138 e seppelliva i propri morti, in posizione fetale 139. Tutto
ciò suggerisce il possesso di capacità simboliche 140 in grado di farci intuire una sorta di coscienza
primitiva o rudimentale consapevolezza di sé, tuttavia l’assenza di capacità fonatorie mantiene
questo ominide ancora all’interno del cluster costituito dagli organismi con coscienza primaria.
Fortemente evoluta, forse al limite superiore di funzionalità, ma pur tuttavia sempre di tipo
primario. Una prova di ciò si rintraccia negli studi antropologici relativi alle misurazioni effettuate
sulla base del cranio. Il Neandertal possedeva un segmento vocale di forma non dissimile da quello
delle scimmie. Con una faringe meno sviluppata del Sapiens Sapiens probabilmente a causa del suo
collo corto e tozzo141. Con un simile organo fonatorio non poteva possedere la capacità di
coarticolare suoni e produrre vocalizzi tali da diventare parole 142. In tutti i mammiferi, tranne
l’uomo, la faringe è piccola e la laringe conduce quasi direttamente alla parte posteriore della
cavità nasale rimanendo separata dalla bocca durante ogni respirazione. L’allungamento faringeo
che si ha nell’uomo comporta un inconveniente di non poco conto, cibo e liquido ingerito deve
passare sopra l’orifizio della trachea con il rischio di cadere nel canale respiratorio, …. un errore
che poteva rivelarsi fatale. Una faringe allungata consente di aggiungere al repertorio di suoni

136
C. B. Stringer, Human adaptation and biological adaptation in the Pleistocene, in R. Foley, “Hominid evolution and
community ecology”, Academic press, Orlando, Florida, 1984, pp. 53-83.
137
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138
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139
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140
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141
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142
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22
prodotti le vocali “ee”, “ei”, e “uu”, fondamentali in ogni linguaggio umano 143. Il Sapiens Sapiens
possedeva un segmento vocale grosso modo simile al nostro 144 ma non altrettanto il suo cospecifico.
Secondo Philip Lieberman, della Brown University, non solo i pre-sapiens non possedevano organi
fonatori capaci di suoni coarticolati vocalici ma non possedevano nemmeno gli schemi cerebrali per
articolarli. Egli sostiene una ipotesi condivisibile, ossia che gli schemi cerebrali che sottendono alle
aree deputate al linguaggio si siano evoluti insieme alla capacità di produrre suoni della faringe. La
capacità di parlare implica quella di ascoltare, che è evolutivamente precedente. Intorno al fuoco,
che dava calore, sicurezza e protezione dagli animali feroci, la capacità di ascoltare era
prevalentemente diretta ai cospecifici piuttosto che ai suoni della foresta creando le premesse per
una miglior interpretazione dei significati interumani e generando la spinta verso regole di
complessità superiore nella mente.
Tra i 45.000 e i 35.000 anni fa il Neandertal si estinse ed il Sapien Sapiens si evolse; ma non prima
di un periodo di convivenza.
Probabilmente il Sapiens Sapiens, di statura più alta, più fine nelle forme e con la nostra stessa
capacità cranica, originò in Africa in un periodo non meglio precisato tra i 115.000 e gli 85.000 anni
fa145 e da lì invase l’Europa, l’Asia ed il Medio Oriente. In Europa ed in Asia comunque non
comparve prima di 45.000 anni fa146. In Medio Oriente si stima che le due specie coesistettero per
circa 30.000 anni (tra i 65.000 e i 35.000 anni fa) mentre la loro coesistenza in Europa non durò più
di 5.000 anni147. I Sapiens Sapiens europei avevano maturato una tecnologia nettamente più evoluta
e raffinata dei Neandertal. Lavoravano scaglie di selce da cui ottenevano lame lunghe e sottili molto
affilate, tagliavano, trapanavano, incidevano, decoravano ossa, avorio e corna di animali, cucivano
pelli usando aghi ed usavano propulsori in legno per lanciare aste e giavellotti muniti di punta 148. Ad
un certo punto, circa 3.000 anni fa, nel giro di un “istante geologico” (circa 5.000 anni), fioriscono
tutte le arti e le religioni. In quel periodo la terra viene dominata incontrastatamente dal Sapiens
Sapiens, nostro progenitore. Che fine fece l’Australopiteco? Perché non apprese dal Sapiens
Sapiens? Se non si può pensare ad una guerra di sterminio di massa (come accadde per gli Ebrei)
perpetrata dal Sapiens contro il cospecifico su una terra ancora completamente vergine rigogliosa e
popolata da poche migliaia di ominidi il cui scopo di vita consisteva quasi esclusivamente
nell’approvvigionarsi di cibo, cosa lo fece estinguere?
Dalla teoria di Edelman e Tononi sappiamo che deve esserci stato un momento storico che ha
caratterizzato il passaggio da una coscienza di tipo primario ad una di ordine superiore
caratterizzata dall’acquisizione del linguaggio. Dai modelli matematici e fisici della complessità

143
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144
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147
L. R. Binford, Comment of R. White: rethinking the middle upper paleolithic, in “Current Antrhopology”, n. 23,
1982, pp. 177-181;
148
P. Mellars, Mayor issues in the emergence of modern humans, in “current Anthropology”, n. 30, 1989, pp. 349-385;
P. Chase, H. Dibble, Middle paleolithic symbolism, in “Journal of Anthropological Archaeology”, n. 6, 1987, pp. 370;
A.S. Brooks, J. E. Yellen, An archaeological perspective on the African origins of modern humans, in “American
Journal of Physical Anthropology” n.78, 1989, p. 197.
23
possiamo dedurre che una struttura dissipativa che diviene sempre più complessa giunge ad un
appuntamento con la sua storia, giunge ad una biforcazione ed un sistema autopoietico ha due
scelte: o muore o diventa qualcos’altro cambiando la propria organizzazione interna. Sappiamo da
Prigogine che la scelta del ramo dipende dalla storia del sistema stesso. Sappiamo inoltre, dalle
ricerche archeologiche e paleontologiche, che ad un certo punto, tra i 30.000 e i 25.000 anni fa,
successero due cose in un “attimo di tempo geologico”, sparì il Neandertal ed in coincidenza il
Sapiens Sapiens esplose in un fervore tecnologico-artistico-culturale fino ad allora senza precedenti.
Come se avesse innescato una marcia in più.
Se consideriamo così come fece W.James la coscienza come un processo definito in termini di
interazioni neurali (caratterizzato dalla forza di un insieme di interazioni neurali 149) che emerge
nella sua modalità di ordine superiore in concomitanza coi cambiamenti neurali delle aree deputate
al linguaggio150, possiamo avanzare l’ipotesi che circa 3.000 anni fa l’uomo giunse al suo
appuntamento con la storia.
Il Neandertal ci arrivò senza aver sviluppato organi fonatori sufficientemente virtuosi e (come
sostiene Lieberman) senza schemi corticali (rientri) sottesi a tale abilità e quindi il suo “sistema
complesso mente” si incamminò verso il ramo basso della biforcazione. Probabilmente iniziò a non
saper usare più al momento giusto quanto acquisito, ad avere capacità di problem solving non più
funzionali al miglior adattamento possibile e, in tutta sostanza, iniziò sistematicamente a fare scelte
sbagliate. La sua mente, capace di associare come prima e dotata dei requisiti corticali conquistati
nel corso dei millenni, dovendo tornare a livelli di efficienza inferiori con strutture superiori, non
potè che funzionare in maniera formalmente completa ma sostanzialmente sbagliata. Sbagliando
progressivamente tutte le proprie scelte il Neandertal non potè che estinguersi. Un po’ come se noi
decidessimo di fare una guerra termonucleare globale.
Altra sorte ebbe il Sapiens Sapiens, arrivato allo stesso appuntamento con tutti i requisiti,
morfologici, tecnologici e sociali, in regola. Stando alla scienza della complessità, la curva
evolutiva che rappresenta il crescere della sua organizzazione cognitiva balzò in un sol attimo verso
l’alto con una nuova pendenza. Una specie di salto quantico che giustifica l’osservazione secondo
cui una situazione intermedia tra mancanza e possesso di autocoscienza è inconcepibile. Una marcia
in più. La complessità della mente divenne ancor più complessa ed il dominio cognitivo di quel
sistema diventò qualcos’altro. Il Sapiens Sapiens acquisì in un istante contemporaneamente:
linguaggio, coscienza di ordine superiore e il mondo 3 di Popper, cambiando organizzazione ed
aprendosi ad un nuovo accoppiamento strutturale col suo ambiente.
Questo dono di Dio spalancò al Sapiens le porte della modernità ed egli si avventò con voracità nel
giardino dell’Eden.
VI) Siamo arrivati alla luce di un nuovo giorno dopo una rivoluzione paradigmatica senza
precedenti. Con la coscienza di ordine superiore l’uomo acquisisce la capacità di riferirsi agli
oggetti e agli eventi in maniera ben più precisa e raffinata, con facoltà semantiche (abilità
simboliche) e sintattiche (abilità linguistiche). La proto-autoconsapevolezza espressa nei riti di
sepoltura, caratteristica anche del Neandertal, subì un evoluzione nel Sapiens Sapiens sviluppando
una forma più raffinata di autoconsapevolezza di sè e aprendo il campo al pensiero autoriflessivo.
Parallelamente alla creazione dei concetti di tempo (presente, passato, futuro) in un sistema ancora
dominato dall’emotività, il pensiero dovette evolversi prevalentemente nella direzione della
personalizzazione piuttosto che della causalità. “L’elemento caratteristico della legge di casualità
sta’ nel fatto che essa collega l’effetto con la causa. La causa è un evento obiettivo, omogeneo
all’effetto [… ed…] essendo dello stesso genere dell’effetto, è a sua volta effetto di una causa. Di
qui ha origine la catena infinita di cause ed effetti, inconcepibile per l’uomo primitivo, che è un
elemento essenziale nella concezione scientifica della causalità. Il pensiero personalistico ed il
pensiero causale si escludono l’un l’altro. L’uomo primitivo fa risalire gli eventi che vuol
149
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 173.
150
Ivi, pp. 233-241.
24
comprendere non già ad elementi della stessa specie, ma ad elementi di specie diversa, non a un
oggetto ma ad un soggetto, non ad una cosa ma ad una persona” 151. Questo tipo di pensiero
modellato dalla personalizzazione degli eventi per cui ad es. una carestia è dovuta ad un maleficio
ordito da qualcuno o da qualche spirito malvagio che deve essere placato con sacrifici, interpreta la
natura sulla base di regole sociali. Avvenimenti spiacevoli o piacevoli della natura sono interpretati
attraverso le stesse regole che determinerebbero il medesimo comportamento negli uomini. Da qui
tutta la mitologia che trasla situazioni cosmiche verso comportamenti umani 152, ad es.
l’accoppiamento di Urano e Gea, il cielo uomo che si stende sulla terra donna etc… “per l’uomo
primitivo la natura non appartiene, come per l’uomo civile, ad una sfera diversa dalla società” 153.
Per il primitivo la natura è parte della società. Il linguaggio creava il regno costituito dall’attività
spirituale dell’uomo (il mondo 3) e il mondo 3 creava l’uomo.
I siti in grotta restituiscono dipinti di 30.000 anni fa rappresentanti scene di caccia con animali,
bisonti, renne, stambecchi, mammut e forme umane, statuette di donne in pietra, avorio e argilla,
graffiti su tavolette di pietra rappresentanti figure di animali, oggetti ornamentali tipo collane o
monili in osso, conchiglie, braccialetti e spille decorate con incisioni ma anche strumenti musicali
(costruivano flauti e forse danzavano con grosse maschere sul volto 154). La mente umana edificava
la scienza, l’arte e la religione a partire dal pensiero personale e non poteva essere diversamente
considerato che il mondo 3 era popolato da storie tramandate oralmente, tecnologie trasmesse di
padre in figlio riti segretamente conferiti nei suoi movimenti e nelle sue danze agli iniziatici dagli
sciamani. Tutto ciò che è rimasto sono manufatti i cui codici sono celati nell’universo simbolico di
30.000 anni fa. Il mondo 3 “iniziava a colmarsi degli sforzi intellettuali di tutta l’umanità, cosa che
possiamo chiamare l’eredità culturale”155. Popper insiste molto sul fatto che “il mondo 3 è
largamente autonomo, pur essendo un prodotto tipico dell’uomo lo è al punto che è in grado di
esercitare un forte effetto di feed-back sul suo creatore” 156. Il mondo 3 opererebbe sul mondo 2,
facendo emergere nuovi problemi nell’ambito della conoscenza e stimolando la mente alla ricerca di
nuove soluzioni157. “Una volta che la coscienza di ordine superiore emerge insieme al linguaggio,
può essere costruito un se a partire dalle relazioni sociali” 158. Con la coscienza di ordine superiore
ed il se, l’uomo diviene in grado di acquisire conoscenza.
Se domandassimo ad un matematico, un astronomo, un fisico, un umanista, un neurofisiologo, uno
psicologo ed un sociologo di accordarsi su un principio che secondo loro domina la natura, senza
ombra di dubbio risponderebbero: la retroazione. La retroazione è un processo che lega un input
con un output in una relazione di tipo non lineare in cui il primo è in funzione del secondo
attraverso un parametro che caratterizza quello specifico circuito. Sia X l’input e Y l’output, la
legge dinamica che li lega è X = f (Y, c), dove “c” è il parametro specifico di quel circuito di
retroazione. Ora, questo circuito ha tre possibilità evolutive:
a) la successione dei valori X tende ad un valore limite che può essere anche infinito;

151
H. Kelsen, società e natura, cit., p. 75.
152
Ivi, p. 79.
153
Ivi, p. 78.
154
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1982.
155
J. C. Eccles, Affrontare la realtà, cit. , p. 200.
156
R. Corvi, Invito al pensiero di Popper, Mursia, Milano, 1993, p. 149.
157
K. R. Popper, conoscenza oggettiva, cit. p. 166.
158
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 238.
25
b) l’intero processo sfocia in una oscillazione armonica, come il pendolo o i moti dei pianeti;
c) la successione ha un andamento irregolare che dipende sia dai valori iniziali che dalla
dinamica del processo ma che risulta sostanzialmente impredicibile.
“Nel mondo reale della fisica e della fisiologia possono presentarsi tutti e tre i casi. […tuttavia…]
La maggior parte dei sistemi reali sono di tipo misto, con soluzioni parzialmente caotiche” 159. Ciò
significa che “il caos è una condizione ricorrente, una caratteristica strutturale del grande sistema
della natura, e che dunque il mondo è fondamentalmente non lineare , sebbene proprio dal caos
deterministico scaturiscano in continuazione isole di ordine per le quali valgono leggi lineari” 160.
Come ben sapeva Robinson Crosuè, “c’e bisogno delle interazioni sociali, o quantomeno di due
persone, per costruire una scienza sperimentale” 161… o anche solo ipotesi sperimentali.
L’organizzazione sociale caratterizzata dalle regole di interazione tra individui è la grande
mediatrice dei processi di conoscenza162 che agirà nella storia dell’uomo talvolta banalizzandoli fino
ad annullarli talaltra promuovendoli in maniera esplosiva in processi con regole talvolta predicibili
talaltra completamente ignote, inconsuete, caotiche.
……..“Mi viene [ .. scrive H. von Kleist, descrivendo l’attimo della nascita della rivoluzione
francese …]in mente quel «colpo di folgore» di Mirabeau, con cui egli liquidò il Cerimoniere:
questi, dopo la levata dell'ultima udienza del re, il 23 giugno, durante la quale il sovrano aveva
ordinato agli Stati Generali di sciogliersi, vide che i delegati si trattenevano ancora nella sala: allora
rientrò e domandò loro se avessero sentito l'ordine del re: «sì - rispose Mirabeau -abbiamo sentito
l'ordine del re... -e si vede che ancora non sa bene ciò che vuole. - Ma che cosa vi autorizza -
prosegue, ed ecco scaturire improvvisamente in lui una vena di prospettive grandiose - a impartirci
degli ordini? Noi qui siamo i rappresentanti della nazione! La nazione dà ordini, non ne riceve!
-Ecco ciò che gli occorreva per slanciarsi al sommo dell'arroganza: - Per spiegarvelo con tutta
chiarezza, - e solo ora trova il modo di esprimere tutta la rivolta a cui sente armata l'anima sua - dite
pure al vostro re che non abbandoneremo i nostri posti se non dinanzi alla viva forza delle
baionette! », e detto questo, soddisfatto, si sedette (...) Si legge che Mirabeau, non appena il
Cerimoniere si fu allontanato, si alzò e propose di costituirsi immediatamente in assemblea
nazionale e di dichiararne l'inviolabilità”163. Biforcazioni in cui ogni strada è aperta.
Afferma Luhmann: “l’evoluzione sociale equivale a un incremento della complessità della società,
vale a dire a un incremento di quella complessità del rapporto tra singoli sistemi sociali che la
società è in grado di rendere sostenibili nei confronti dell’ambiente” 164, tuttavia le idee possono
affermarsi solo quando sono adeguate allo “spirito del tempo” di una società,…. come ben sapeva
Galileo Galilei.
Il con l’avvento del Sapiens Sapiens prende avvio una nuova forma di rientro, il rientro globale
( cfr. 2. introduzione alla coscienza) che lascia forse un ben più ampio e complesso processo che
connette. Per dirla con Mead: “Siamo piuttosto inclini a concludere che la coscienza emerga da tale
comportamento [.. coscienza intesa come qualcosa che provochi in un organismo un tipo di
comportamento tale da suscitare una risposta aggiustativa da parte di un altro organismo, senza
peraltro dipendere in se da questo tipo di comportamento …] e che, lungi dal costituire una
condizione anteriore dell’atto sociale, sia proprio l’atto sociale ad essere un presupposto di essa” 165.
Mente e società interagiscono in un feed back virtuoso che spinge verso livelli di maggior
complessità. Entrambe affrontano le biforcazioni che ciascun sistema, per la sua storia, “ha
predisposto”. Le regole della complessità pongono i sistemi di fronte a svolte evolutive-involutive:
una società può evolversi in democrazia (un modo più complesso di vivere, con più gradi di libertà
159
F. Cramer, Caos e ordine, cit. , p. 194.
160
Ivi, p. 199.
161
G. M. Edelman, G. Tononi, un universo di coscienza, cit., p. 265.
162
P. L. Berger, T. Luckman, la realtà come costruzione sociale, cit.;
163
H. Von Kleist, Saggio sul teatro di marionette. Aneddoti. Saggi, Guanda, Milano, 1973.
164
J. Habermas e N. Luhmann, Teoria della società o tecnologia sociale, Etas, Milano, 1973.
165
G.H.Mead, Mente sé e società, Giunti, Firenze, 1966, p. 47.
26
per l’individuo) o involversi in dittatura (un modo meno complesso) e una mente può essere spinta
verso la genialità o verso la patologia. La sfida della complessità è inevitabile in ogni tipo di
organizzazione. Le conclusioni di questo lavoro aprono forse un altro tema: quello relativo a come
una società influenza la mente di un individuo e come un individuo può influenzare una società.

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