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La storia di Rut: la straniera,

profezia del Dio dei poveri


Il libro di Rut, presentandoci una vicenda che ha come protagonista una donna straniera, ci offre un
messaggio ricco di provocazioni per il nostro tempo 1. Ci viene presentata un’alterità, un destino
singolare, una serie di reazioni successive di fronte all’avversità, le quali manifestano la maturità
d’una donna straniera che man mano che si spoglia liberamente dalla sua identità iniziale di donna
moabita, penetra più profondamente nella conoscenza del mistero del popolo eletto e quindi nel
mistero di Dio, il “Totalmente Altro” che interviene nella storia di Israele e nel destino delle
nazioni”2.
Si tratta di un libro scritto circa 450 anni prima di Cristo, nella situazione del popolo d’Israele dopo
l’esilio. Dopo l’editto di Ciro (539) un gruppo ritornò a Gerusalemme e cercò di organizzarsi come
popolo di Dio. Ma per circa cento anni la situazione non cambiò. Nel contesto di tale condizione di
sofferenza trae origine il libro di Rut.
IL CONTESTO STORICO-SOCIALE
È la situazione che emerge proprio anche dalle pagine del libro: un momento di crisi in cui cresce la
povertà e la fame (Ne 1,3; 5,2; Rt 1,1). La terra costituisce il mezzo di sussistenza ma la terra viene
meno perché chi possiede beni fondiari deve venderli a causa del peso insopportabile delle tasse e
della fame (Ne 5,3-4; Rt 1,1). Molti sono costretti a vendere figli e figlie come schiavi (Ne 5,5) per
lavorare in terre di altri (Rt 2,5.9). Anche Noemi, una delle protagoniste del libro di Rut, deve
mettere in vendita la terra della sua famiglia (Rt 4,3).
Di fronte alla potenza degli sfruttatori i poveri non hanno strumenti per reagire (Ne 5,5). Benché vi
sia una legge che prevede misure di attenzione al povero, nei fatti, come spesso accade, queste leggi
non vengono osservate e praticate. La legge infatti prevede che quanto rimane nel campo dopo la
mietitura appartiene ai poveri e non al padrone (Lev 19,9-10), ma i poveri sono ammessi a
raccogliere solamente se il padrone dà il permesso. Quello che è un diritto che deriva dalla legge
diviene allora un favore concesso (Rt 2,2), e si trasforma in una sorta di elemosina.
Anche un'altra determinazione tende ad evitare che qualcuno si trovi totalmente privo di
sostentamento: se si presenta il caso in cui si è costretti a vendere la terra, il parente più stretto deve
riscattarla per evitare che la famiglia resti senza terra (Lev 25,25). Ma i parenti ricchi si
disinteressano dei poveri e quando si presenta il caso che un povero sia costretto a vendere la sua
terra nessun parente ricco si presenta ad aiutarlo. Tale non osservanza della legge (Rt 4,5-6) fa sì
che le famiglie, le comunità, i clan, siano divisi (Ne 5,5).
Al tempo dei Giudici – il tempo indicato come tempo di riferimento all’inizio del libro - la regola
era che ognuno dovesse aiutare l’altro perché nessuno doveva essere lasciato patire la fame (Dt
15,7-8). Si contrappone a questo quadro la situazione del tempo in cui è scritto il libro di Rut, circa
cent’anni dopo il ritorno dall’esilio: la povertà genera la necessità di emigrare (Rt 1,1) anche a
causa della mancanza di solidarietà tra le persone. La logica prevalente è quella di non danneggiare
1
La lettura che viene qui proposta segue fondamentalmente le linee indicate da Carlos Mesters nel suo libro Rut. Una
storia della Bibbia, Assisi Cittadella 1986.
2
J. des Rochettes, Rut: l’alterità identificata, “Parola Spirito e Vita” 27, 1993, 69-84, qui 70. Cfr. anche E.Bianchi,
Ruth, il tuo Dio sarà il mio Dio, in Id., Lontano da chi? Lontano da dove?, Torino Gribaudi 1977.
1
la propria eredità. Sono testimonianza di questa posizione i testi di Rt 4,5-6: “non posso esercitare il
diritto di riscatto altrimenti danneggerei la mia stessa eredità” e di Ne 5,5: “Altri ancora dicevano:
abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. La
nostra carne è come la carne dei nostri fratelli, i nostri figli sono come i loro figli; ecco, dobbiamo
sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù, e alcune delle nostre figlie sono già state
ridotte schiave, e non possiamo fare nulla, perché i nostri campi e le nostre vigne sono in mano di
altri”.
Nel libro di Rut questa situazione è letta come un castigo di Dio che si abbatte in particolare sui
poveri: “la mano del Signore si è rivoltata contro di me” (Rt 1,13). Noemi dirà: “Piena me n’ero
andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è
dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?”.
Noemi, il cui nome significa “la graziosa”, costituisce quindi l’esempio di una vicenda di povertà:
costretta ad abbandonare la terra a causa della carestia, insieme al marito e ai due figli. Non ha
avuto nessun parente o amico che le porgesse aiuto. Rimane dieci anni nella terra di Moab, terra
straniera (Rt 1,2) senza poter tornare in Israele. Nel frattempo in Moab muore il marito, Elimelech,
e i figli hanno sposato ragazze locali, quindi straniere. Ma anche i due figli di Noemi sono morti.
L’aver preso mogli straniere era giudicato una cosa disdicevole (Esd 9,2; 10,2.10; Ne 13,23-27).
Noemi si ritrova nella condizione di essere donna sola, in terra straniera, con due nuore straniere,
povera, senza alcun bene.
Nel tempo in cui veniva redatto il libro di Rut, erano stati elaborati diversi progetti che avevano
come obiettivo quello di affrontare la situazione di povertà e offrire prospettive per superare una
crisi che si evidenziava soprattutto nella divisione delle famiglie costrette a separarsi per
sopravvivere (Ne 5,7-8), e quindi nel rapporto con i popoli stranieri. Sono i progetti attestati nei
libri di Esdra e Neemia.
Il progetto di Zorobabele e di Giosuè
Un primo progetto è quello di Zorobabele, re appartenente alla dinastia del regno di Giuda (1Cr
3,17-19). Accanto a lui operava Giosuè come sommo sacerdote (1Cr 5,40-41; Esd 3,2). Insieme si
distinsero perché tentarono di ricostruire l’altare nel tempio di Gerusalemme distrutto quando i
babilonesi con Nabucodonosor erano entrati ina Gerusalemme (Esd 5,1-2). Questo progetto, con
l’appoggio dei profeti Aggeo e Zaccaria, venne realizzato intorno al 520 a.C. Erano convinti che il
popolo soffriva perché aveva abbandonato il tempio in rovina (Ag 1,3-11). La ricostruzione del
tempio costituiva un grande progetto che riorganizzava operai, leviti e sacerdoti (Esd 3,7-10). A
partire da tale convinzione il progetto di Zorobabele e di Giosuè si concentra non solo sulla
ricostruzione materiale del tempio, ma anche sull’intento di organizzare tutta la vita del popolo
attorno al tempio e al culto; ed in questo trovarono l’opposizione dei samaritani (Esd 4,1-23).
Il progetto di Esdra (ESd 9,1-10,44; Ne 8,1-18)
Esdra è dottore della legge, uno scriba. Visita Gerusalemme nel 458, circa 60 anni dopo Zorobabele.
Esdra vede la sofferenza del popolo e anch’egli legge la condizione presente come espressione di un
castigo di Dio. La ragione viene individuata nella mescolanza con i popoli stranieri: i matrimoni con
donne straniere era la situazione che favoriva un abbandono della fede in Jahwè e la diffusione di
costumi pagani (Esd 9,1-2): “Il popolo d’Israele i sacerdoti e i leviti non si sono separati dalle
popolazioni locali, per quanto riguarda i loro abomini cioè da Cananei, Ittiti Perizziti, Gebusei,
2
Ammoniti Moabiti Egiziani, Amorrei, ma hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro
figli: così hanno mescolato la stirpe santa con le popolazioni locali e la mano dei preposti e dei
governatori è stata la prima in questa prevaricazione” (cfr. Esd 10,2.10; Ne 13,23-27).
Il progetto di Esdra consisteva nell’ostacolare i matrimoni con donne straniere, nel respingere le
donne straniere insieme ai figli nati da queste unioni miste (Esd 10,3.11): “Facciamo dunque un
patto con il nostro Dio, impegnandoci a rimandare tutte le donne e i figli nati da loro, secondo la
volontà del mio signore e rispettando il comando del nostro Dio” (Esd 10,3). Il secondo aspetto
consisteva nell’osservare più rigorosamente la legge letta e spiegata da Esdra (Ne 8,8-10) con una
accentuazione della componente dei leviti e dei sacerdoti. Un progetto quindi che riportava l’unità
attorno all’osservanza della legge e alla purezza della razza, sotto la direzione della componente
sacerdotale: “Il secondo giorno i capi di casato di tutto il popolo i sacerdoti e i leviti si radunarono
presso lo scriba Esdra per esaminare le parole della Legge.” (Ne 8,13; cfr. per la purezza della razza
Esd 9,2).
Il progetto di Neemia
Neemia era governatore di Giuda nominato dal re di Persia nel 445 (Ne 5,14) contemporaneo a
Esdra. Neemia osservava la situazione di sfruttamento a cui erano sottoposti i poveri di fronte al
predominio dei ricchi. Di fronte a questa situazione convocò un’assemblea e chiese di restituire ai
poveri le terre: “Convocai contro di loro una grande assemblea e dissi loro: «Noi secondo la nostra
possibilità abbiamo riscattato i nostri fratelli Giudei che si erano venduti agli stranieri, e ora proprio
voi vendete i vostri fratelli perché siano rivenduti a noi?» Allora quelli tacquero e non seppero che
cosa rispondere” (Ne 5,7-13). L’invito di Neemia suona in questo modo: “Condoniamo questo
debito! Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l’interesse
del denaro, del grano, del vino e dell’olio che voi esigete da loro” (Ne 5,11). Neemia cominciò a
dare l’esempio e cercò di riunire le famiglie e i clan e di rafforzare Gerusalemme (Ne 2,11-3,38;
5,16).
Il progetto di Neemia può essere sintetizzato nella linea di ricostruire il popolo sulla base
dell’osservanza della legge e soprattutto intorno alla legge dell’anno giubilare: la restituzione delle
terre ai poveri da parte dei ricchi e l’osservanza della legge di Dio (cfr. Lev 25,1-34; Dt 15,1-11; Ne
5,9).

IL LIBRO DI RUT
Il libro di Rut non parla né di tempio né di altari né della classe dei sacerdoti. C’è una presa di
distanza rispetto ai profeti, a Zorobabele e a Giosuè. Al cuore della narrazione sta la vicenda di Rut,
una straniera. La sua figura è accostata a quelle di Rachele e Lia, le madri del popolo di Dio (Rt
4,11; Gen 35,23-26); in questo modo si ammette che anche una straniera possa essere madre del
popolo di Dio. Nei confronti del progetto di Esdra il libro di Rut si pone decisamente in polemica
suggerendo una prospettiva alternativa per leggere il presente e per prospettare il futuro. Un
elemento rilevante è il modo in cui Booz risolve i problemi di Noemi e di Rut. Non è lui a prendere
l’iniziativa, piuttosto egli appare guidato dalle intuizioni di Noemi. Booz appartiene alla classe dei
ricchi che erano stati convocati dal governatore Neemia. Senza parlare di Zorobabele, di Esdra e
Neemia, l’autore del libro di Rut ha di mira proprio loro.
Il senso nascosto dei nomi
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Tutti i nomi presenti nel libro nascondono un significato: Elimelech significa ‘il mio Dio è re’,
Noemi significa ‘la graziosa’ o ‘grazia’, Mara significa ‘amarezza’ o ‘amara’, Maclon il primo figlio
significa ‘malattia’, e così Chilion, il secondo figlio, indica ‘fragilità’. Orpa significa ‘spalle’; il
nome Rut significa ‘amica’, mentre Booz significa ‘con la forza’. Obed, nome del figlio che nasce
significa ‘servo’. C’è un percorso teologico che si svolge a partire da questi nomi ed è da seguire
nella lettura delle diverse fasi del libro.
Lo schema del libro
Il libro inizia con la descrizione dell’oppressione e si conclude con una situazione ideale di felicità,
in mezzo a questi due momenti c’è un cammino di ricostruzione del popolo. È un cammino che
attraversa quattro momenti:
I. Quadro iniziale (1,1-5): si presenta una situazione in cui mancano gli elementi fondamentali alla
vita: il pane, la terra, una discendenza per dare continuità alla famiglia.
II. Il cammino da compiere (1,6-4,12):
- Noemi decide di far ritorno alla sua terra natale quando ha la notizia che Dio visita la sua terra
(1,6-22)
- Rut iniziando a spigolare nel campo si fa portatrice del diritto dei poveri (2,1-23)
- Booz spinto da Rut si impegna ad adempiere la legge del riscatto e risolve il problema della
famiglia (3,1-18)
- Booz ancora sollecitato da Rut si sposa con lei e apre così al possesso della terra e al futuro
della famiglia (4,1-12)
III. Quadro finale (4,13-17): la nascita di Obed è manifestazione della speranza che rinasce
IV. L’appendice (4,18-22) presenta la dinastia di Davide che è bisnipote di Rut la straniera.
Il quadro iniziale è una sorta di descrizione della situazione sociale ed economica del presente. Un
popolo affamato, senza terra e senza futuro, in cui le relazioni sono frantumate. È così delineata una
descrizione del presente ma anche del passato; nella presentazione dei nomi vari sono i riferimenti
al passato.
Elimelech significa ‘Dio è il mio re’. Era questa la situazione al tempo dei giudici (Gdc 8,23).
Quando il popolo chiese un uomo come re Dio stesso reagì: “Costoro hanno rigettato me, perché io
non regni più su di essi” (1Sam 8,7). Ma poi Dio accolse la richiesta; la storia dei re provocò però
una storia di male. Morì la fede in Dio (muore Elimelech).
Noemi ha un doppio nome, è infatti Noemi, la graziosa, e raffigura nella sua esistenza la fedeltà di
Dio al suo popolo. Dio ha un amore fedele per il suo popolo. Se riconosce Dio come re il popolo
vive la grazia, e diviene la sposa graziosa di Dio: (Is 62,5: “come un giovane sposa una vergine,
così ti sposerà il tuo creatore”. Ma Noemi si trasformerà in Mara, amarezza.
Anche nei nomi dei due mariti è racchiuso un significato simbolico. Maclon, malattia, e Chilion,
fragilità, raffigurano nella loro condizione la vicenda dei due regni di Giuda e Israele: i due figli nati
dall’alleanza dimenticarono che Dio era re e per questo divennero malati e fragili. Entrambi i regni
vissero un percorso di decadenza e rovina. Nell’esilio si mescolarono con popoli stranieri (Orpa e
Rut le donne straniere). Smarrirono la memoria della loro fede e giunsero a morire. Alla fine rimase
solo Noemi che si cambiò in Mara cioè amarezza (Rt 1,5: senza figli e senza marito).

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Questa presentazione fa cogliere una lettura teologica della condizione di crisi. La situazione di
disgrazia del presente rinvia a due cause: il governo dei re è stato un fattore negativo e di
disgregazione per il popolo, ma una seconda causa, che rimane sottesa, sta nella mancanza di fede.
La fede in Dio si affievolisce e il popolo rimane senza forza.
Il libro di Rut si connota non solo come denuncia di una condizione di crisi, ma si svolge secondo
un orizzonte di speranza che apre al futuro. Si situa in continuità con altri testi del Primo
Testamento in cui si apre alla speranza. Riprende l’apertura tipica del libro dei Giudici riguardo alla
nascita di un nuovo giudice. Noemi diviene immagine del popolo che soffre ed è indicata come
primo germoglio di un nuovo popolo. In questo si può ritrovare l’idea che un piccolo ‘resto’ sarebbe
stato il nuovo inizio di un popolo fedele (Is 4,3; 6,13; 10,21; 11,16; 37,31). Il riferimento alla valle
di Efrata, di Betlemme di Giuda (1,2) riprende la profezia di Michea 5,1 affermando che dai poveri
viene la salvezza: “E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te
mi uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele”.
Si tratta quindi di un libro che raccoglie, in uno sguardo sintetico, la comprensione della storia del
passato - con riferimento alle vicende dei regni e del popolo - del presente, nella presentazione dei
problemi del tempo del postesilio ed apre al futuro proprio a partire dalla presentazione del
cammino di Rut che acquista un valore paradigmatico.
Il ritorno dalla terra straniera
Al centro della prima sezione (1,6-22) sta la decisione di Rut di ritornare con Noemi. La parola
chiave di questa sezione è ‘ritornare’.
Per Noemi ritornare non è sguardo al passato ma è sinonimo di cambiamento di mentalità: per lei si
tratta di tornare alle radici ed alla situazione ideale del tempo dei giudici. L’inizio del cammino è un
alzarsi. Per dieci anni Noemi era rimasta ferma lontana dalla terra delle sue radici. Ciò che fa
tornare Noemi è la notizia che Dio era tornato a visitare il suo popolo. Da un lato è spinta dalla fede
in Dio, dall’altro dalla fame di pane.
Questo cammino vede la presenza di tre donne: una sola tra loro appartiene al popolo di Dio, ma
tutte e tre sono unite dalla povertà, dal desiderio di pane e da vincoli della parentela. Si tratta
peraltro di un piccolo gruppo di volti senza potere e senza voce.
Noemi raffigura l’atteggiamento sapiente del povero (1,8-14). Nel suo modo di pensare alla vita si
fa carico anche delle nuore straniere, desidera il bene anche per loro che erano considerate come
presenze da evitare nel contesto del popolo di Dio. Anche se sono straniere ai suoi occhi sono
importanti. Noemi rivela così un modo di pensare riguardo a Dio: non è un Dio a servizio di una
razza, ma un Dio che guarda ai volti anche di chi è straniero. Così esprime un modo di pensare la
fede: la sua fede non è una questione per pochi. Dimostra consapevolezza sulle fatiche del viaggio e
propone alle nuore di rimanere. Orpa a queste parole, dopo un momento di incertezza prende la
decisione di voltare le ‘spalle’ (1,14) e tornare indietro. Rimangono a questo punto solamente
Noemi e Rut. La stessa Noemi pur lamentandosi perché pensa sia Dio a farla soffrire procede e non
si ferma, non si lascia chiudere e la sua fede si fonda sulla speranza in Jahwè.
Rut rimane con Noemi e segue il cammino di lei. Si dimostra veramente come l’amica, colei che
sceglie di stare accanto rinunciando e perdendo ogni vantaggio per sé (1,15-18). Utilizza le parole
dell’opzione dei poveri. Si tratta di un impegno radicale. Le parole che rivolge a Noemi nel
momento della sua decisione di starle accanto implicano un impegno verso Dio, ma anche un
5
impegno verso il popolo: “il tuo popolo sarà il mio popolo”. Rut sceglie di stare con Noemi
solamente con la motivazione dell’amore: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro
senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò, il tuo popolo sarà
il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il
Signore mi maledica con altro male, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te” (1,16-
17).
Rut non pensa alla purezza della razza come Esdra, non vede la sua stranierità come elemento che
può allontanarla e separarla, ma pone al primo posto la presenza di Noemi, lo stare con lei. Non è
questione dell’osservanza della legge. Noemi stessa, che non voleva che le nuore andassero con lei,
si lascia cambiare dalle scelte di Rut. La luce viene dai fatti che sono accettati e letti come chiamata.
Noemi accoglie Rut, la straniera, facendola entrare nella terra e nel popolo di Dio, ma d’altra parte è
Rut che accoglie Noemi e si prende cura di lei rendendo concreto l’agire di Dio che si china sui
poveri.
Al loro arrivo a Betlemme Noemi dice “non chiamatemi più Noemi ma chiamatemi Mara”:
continua a vivere il buio e non comprende il nuovo che sta per nascere (1,19-21). Noemi non riesce
a vedere. Nel testo era stato evocato in qualche modo che il suo cammino si poneva nella corrente
del cammino dell’esodo. Quando ella decise di tornare perché “il Signore aveva visitato il suo
popolo” il rinvio è all’Esodo (Es 3,16; 4,31). È l’affermazione che Dio ha iniziato un nuovo esodo,
ha in atto una liberazione del popolo. Noemi senza fiducia, senza figli è quasi riproposizione della
situazione di Sara che non ha figli. (Gen 18,9-12) Ed anche per Noemi si apre un futuro.
Vi sono elementi e fatti che hanno poca rilevanza ma recano in sé una carica di novità. Sono i segni
di un nuovo futuro, ma Noemi ancora non è capace di leggere i segni. Betlemme è il luogo del loro
arrivo in terra d’Israele. Ancora un nome simbolo: Betlemme, “casa del pane” (1,22) e le due donne
giungono là proprio nel tempo che segna l’inizio della mietitura. Noemi in questo momento si trova
senza futuro, senza terra e senza discendenza. La sua situazione è metafora della condizione del
popolo, un momento in cui le famiglie erano senza prospettive, senza possibilità di sostentamento e
di vita. Da un lato l’esigenza del pane, e dall’altro la sete di un futuro per il popolo.
La spigolatura Rut
Il centro di questa seconda parte del racconto (2,1-23) è segnata dal dialogo tra Rut e Booz (2,8-14).
La parola chiave è ‘spigolare’, un diritto dei poveri e degli stranieri secondo le prescrizioni della
legge (Lev 19,9-10; Dt 24,19) che mirava a garantire attenzione verso la vita degli stranieri
residenti. Ma la legge si prestava ad essere elusa: erano infatti i padroni che potevano decidere se e
chi lasciare entrare nel campo a spigolare (Rt 2,2).
Le due donne, Noemi e Rut, si lasciano guidare dalla parola di Dio ed in essa scoprono i loro diritti
e tra questi il diritto di spigolare 3. Recarsi a spigolare è iniziativa di Rut, un suo diritto, che pur vive
senza una chiara percezione di quanto può fare perché lo sperimenta così come gliene è data la
possibilità, come una elemosina: “se qualcuno mi darà il permesso gli andrò dietro a spigolare”
(2,2). Ed in questa esperienza le due donne, nel confrontarsi tra loro, cercano di leggere i fatti nella
luce della fede.
L’incontro con Booz costituisce la parte centrale del libro (2,1.4-7). Booz, il cui nome significa
‘forza’ è uomo ricco, un proprietario, uomo potente e valoroso: il titolo usato per indicarlo è il
3
Cfr. E.Ghini, L’amore per la vedova e lo straniero nel libro di Rut, “Parola Spirito e Vita” 11,1985, 57-68.
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medesimo usato per Gedeone e per alcuni giudici che avevano liberato il popolo. Booz fa irruzione
in questa storia come un giudice atteso, autore di un giudizio che è prerogativa di Jahwè.
Booz darà pane terra e discendenza, ma si fa portatore di una forza che non proviene da lui. Tipico
del suo agire è il lasciarsi guidare dall’iniziativa delle due donne, dalle indicazioni dei poveri. A
conclusione di una vicenda, in cui si trova a compiere molteplici scelte, rimane con nulla in mano.
Senza la terra, senza il figlio che ha generato, senza il nome che ha perpetuato. Imita Dio che presta
il suo servizio perché Noemi e Rut abbiano figlio, terra e pane.
Booz viene inizialmente attratto da Rut (2,8-12) e le offre la possibilità di spigolare, protezione e
acqua. Nel dialogo in cui gli viene chiesto perché sia stato colpito dalla donna Booz indica il
comportamento di questa straniera con la suocera dopo la morte del marito. Ella ha lasciato genitori
e la terra dove era nata. Inoltre le dice: “sei venuta presso un popolo che non conoscevi, possa tu
ricevere una ricompensa dal Dio d’Israele perché sotto le sue ali sei venuta a cercare riparo”. Ciò
che colpisce Booz è la scelta di Rut di “stare accanto”, cioè la sua scelta a favore di Noemi, dei
poveri (1,16-17). E questo genera in Booz un movimento analogo: l’esigenza di condividere i suoi
beni (2,8-9.14-17). Il ricordo che Rut ha lasciato padre e madre rinvia ad Abramo (Gen 121,1). Rut
ha imitato Abramo ed è divenuta figlia di Abramo. L’espressione ‘sotto le sue ali’ ricorda la
liberazione dall’Egitto e la protezione di Dio (Es 19,4; Dt 32,11).
In altre parole Rut fu accolta da Booz come figlia di Abramo e come membro del popolo di Dio non
perché fosse della razza di Israele o stesse osservando tutte le norme della legge, come voleva
Esdra, ma per il fatto di aver assunto un impegno concreto con Noemi e, attraverso essa, con Dio e
con il suo popolo (1,16-17). Per questo essa provoca e riceve quasi in condivisione i beni di Booz,
meritando la ricompensa raddoppiata di Dio, promessa dai profeti (Is 40,2.10; 62,11) e invocata da
Booz: “Dio ti renda il doppio per tutto ciò che hai fatto (2,12)”4.
Booz chiede a Dio per Rut una ricompensa, e questa ricompensa si attua sin da subito. Rut
riconosce una parola di consolazione che parla al suo cuore (2,13). Parlare al cuore implica un
restaurare la vita dal di dentro (Os 2,16): “Consolate consolate il mio popolo, parlate al cuore di
Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù” (Is 40,1-2). Parlare al cuore rinvia alla
vicenda del popolo e parla di rinnovamento e di liberazione. Da quel momento le cose iniziano a
cambiare: arriva non solo il pane (2,14-17), ma si scopre che Booz ha diritto di riscatto (2,20). Tutto
questo proviene dall’iniziativa delle due donne e dalla preghiera di Booz.
Attraverso le parole di Booz Dio stesso interviene. Tanti elementi della narrazione appaiono come
contingenze casuali: la scelta di Rut di recarsi a spigolare, l’incontro e l’amicizia con Booz, il
ricevere più di quanto era suo diritto secondo la legge. Rileggendo questi fatti Noemi e Rut
scorgono in essi la guida di Dio attuata con misericordia nel cammino dei suoi poveri (2,15-17). A
questo punto sorge una speranza nuova nel cogliere la presenza provvidenziale di Dio nello
svolgersi degli eventi (2,18-23). Nei confronti di Booz esse dicono: “Sia egli benedetto davanti a
Dio” (2,20).
La storia di Noemi che all’inizio era stata presentata come una storia chiusa, senza speranza, vede
ora la traccia di alcuni segni anche se ancora Noemi non è in grado di leggerli, ma s’intravede una
luce scoprendo che Booz ha diritto di riscatto.

4
Mesters, Rut, cit., 61
7
Altri segni di speranza si affacciano: è riconosciuto diritto dei poveri lo spigolare; ne deriva una
abbondanza, esito di una condivisione dei beni. Le due donne riconoscono Dio stesso all’opera nelle
situazioni difficili. Rut, benché sia straniera è accolta da Booz come membro del popolo di Dio.
Il libro viene a suggerire come Rut anziché essere considerata una straniera che nulla ha a che fare
con il popolo di Dio, assume invece i contorni di una figlia di Abramo. Essa è tale per la fede, una
fede che si esprime come dono di sé nei confronti di qualcun altro, ossia Noemi, povera. Rut nella
sua scelta di stare accanto e di non guardare a vantaggi per sé, e nel far proprio il Dio di Noemi e il
suo stesso popolo ha cercato riparo sotto le ali di Jahwè. Booz parla al cuore di Rut prende le parti
del giudice atteso e in tale senso diviene figura del messia.
La notte nell’aia di Booz: il riscatto
Al centro di questo capitolo terzo (3,1-18) sta il dialogo di Rut con Booz riguardo al riscatto. Se
nella seconda tappa il termine centrale era ‘spigolare’, qui nella terza tappa è il ‘riscatto’ l’elemento
centrale.
La legge del riscatto prevedeva due elementi: quando qualcuno, a motivo della condizione di
povertà, era costretto a vendere la sua terra, il parente più stretto aveva l’obbligo di riscattare la
terra non per tenerla per sé ma per conservarla per il parente povero (Lev 25,23-25). Quando per
motivo di povertà uno era obbligato a vendersi come schiavo, il parente più stretto doveva
riscattarlo, ossia doveva dare un somma di denaro in cambio della libertà del parente povero (Lev
25,47-49). Questo parente prossimo si chiamava il go’el, colui che riscatta. La motivazione di fondo
della legge del riscatto stava nel rafforzare la famiglia quale elemento fondamentale della società, i
legami quindi del clan allargato, in contrasto con le ambizioni dei potenti. Tale legge impediva
quindi che qualcuno perdesse la libertà mentre un altro diveniva padrone. Go’el è la figura di chi
viene in soccorso nel momento della necessità. Per questa ragione, quando Noemi scopre che Booz
può essere il go’el dice: “Sia egli benedetto davanti a Dio” (2,20).
Nel secondo e terzo Isaia go’el è uno dei titoli più frequenti per Dio. Dio è go’el del suo popolo: lo
redime, riscatta, difende protegge, consola … (Is 41,14; 43,14; 54,5; 63,16): Dio è protettore del suo
popolo.
Accanto alla legge del riscatto vigeva anche la legge del cognato (del levirato): nel caso in cui un
uomo sposato morisse senza aver lasciato figli, il fratello del defunto doveva sposare la donna del
fratello e il figlio doveva essere considerato figlio del defunto (Dt 25,5-10). Si tratta di una legge
che tende ad assicurare non tanto la libertà in rapporto alla terra, ma ad assicurare una discendenza
nella famiglia ristretta e riguardava solamente i fratelli. L’obiettivo era quello di garantire la
continuità della famiglia e facendo in modo che non si estinguesse. Era questo il caso della famiglia
di Noemi che stava per estinguersi.
La vicenda di Noemi nella sua particolarità diviene in tal modo paradigmatica di una condizione più
ampia e generale: è la vicenda del popolo che vedeva uno sfruttamento in atto che profittava della
situazione di crisi per ampliare le proprietà, per cui la legge del riscatto veniva applicata solo per la
proprietà ma non per la continuità delle famiglie e oltretutto arricchiva alcuni parenti ricchi. La
legge in questo modo diveniva uno strumento di menzogna.
Dopo la spigolatura si poneva il problema di come sopravvivere. La preoccupazione passa dal pane
alla condizione della famiglia di Noemi. Rut che ha scelto di stare con Noemi ora si trova senza un
futuro. In questo momento Noemi osserva che Booz è parente (3,1-8). Si apre così un’inattesa
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possibilità che egli compia il dovere del parente. Il racconto richiama per certi aspetti la vicenda di
un’altra donna dell’epoca dei patriarchi, Tamar, che si era finta prostituta per obbligare il parente a
compiere la legge del cognato (Gen 38,6-26). Noemi spinge Rut a far sì che Booz compia il suo
dovere di go’el (3,9).
La lettura di questa pagina di Rut va condotta in parallelo alla considerazione delle azioni compiute
da Neemia nel periodo in cui il libro viene scritto. Il governatore Neemia aveva infatti convocato i
parenti ricchi per esigere da loro che compissero la legge del riscatto (Ne 5,8-11). Qui invece sono
due vedove povere a convocare il parente ricco. Non usano la forza ma i mezzi del coraggio e della
coscienza. Rimane in dubbio se Booz sarà disponibile ad osservare la legge del cognato o la legge
del riscatto e il libro sembra confondere le due leggi. In ogni caso le due donne hanno riattualizzato
la vicenda di Tamar.
Vi sono però anche differenze che risaltano dal confronto di tre racconti: la vicenda di Tamar (Gen
38), quella delle figlie di Lot (Gen 19) e la storia di Rut. Tamar usa l’inganno, si finge prostituta e
con audacia fa proseguire la discendenza. Le figlie di Lot riducono la volontà del loro padre e lo
fanno ubriacare per passare la notte con lui compiendo un incesto. Rut nel suo comportamento non
inserisce né inganno né prostituzione: In tal modo “il re che salverà Israele è dunque il frutto
dell’incontro tra un giusto d’Israele e una straniera che ha osato imitare Abramo, mostrandosi così
degna delle madri d‟Israele”5.
Rut si prepara e si stende, di notte, nell’aia vicino a Booz, mentre egli dorme. Nel momento in cui
egli si sveglia e le chiede “Chi sei?” ella risponde “Sono Rut tua serva, stendi il mantello su di me
perché hai il diritto di riscatto” cioè “perché sei go’el” (3,9). Rut compie qui un passo ulteriore nel
suo prendersi cura di Noemi. Aveva rinunciato alla sua terra, alla sua famiglia di origine, ora
rinuncia ad un fidanzato giovane per rendersi disponibile a che la famiglia di Noemi non si
estingua. La sua fedeltà rimane orientata ai poveri. Booz riconosce tutto questo nel dirle: “Dio ti
benedica, figlia mia. Questo tuo atto di fedeltà è più grande del primo …”.
Ora Booz risponde al gesto di Rut e non solo come aveva già fatto le dona qualcosa in abbondanza,
ma dice di fare secondo quello che Rut gli suggerisce. Booz si dice disponibile a fare quello che gli
è suggerito (3,9-13), si piega così al suggerimento dei piccoli.
La stima per Rut è cresciuta e Booz si rivolge a lei dicendo: “Tutti in città sanno che sei una donna
di grande valore”. È questo un titolo che era proprio dei giudici (di Iefte Gdc 11,1; di Gedeone Gdc
6,12). Rut la straniera viene riconosciuta non solo come figlia di Abramo, colui che ha lasciato la
sua terra, ma anche viene onorata con il titolo proprio dei capi del popolo. Booz accetta di svolgere
il suo compito di go’el, il riscatto, ma si ricorda che c’è un parente più stretto di lui.
La scelta di Booz di stare accanto a Rut suggerisce un accostamento con la vicenda di Noemi.
Noemi la graziosa aveva mutato il nome in Mara amarezza perché la sua vita era stata uno
svuotamento: “Ero partita piena di speranza e il Signore mi ha fatto tornare vuota” (1,21).
Dopo la notte trascorsa sull’aia Booz dà a Rut sei misure d’orzo e dice “Non è bene che torni vuota
da tua suocera” (3,17). In questo modo si ricorda come la pienezza che Noemi pensava perduta le
giunge insperata dall’amore tra Booz e Rut. L’amore umano diviene segno dell’amore divino.

5
A.Wénin, C.Focant, La donna la vita. Ritratti femminili della Bibbia, Bologna Dehoniane 2008, 71.
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Nell’agire di Booz si rende concreto il modo in cui Dio si china sul suo popolo. Dio infatti stende il
suo mantello sul popolo come Booz con Rut (Ez 16,8). Dio gioisce come lo sposo per la sposa nei
confronti del suo popolo (Is 62,5: “Come gioisce lo sposo per la sposa così farà il tuo Dio per tè”);
Dio stesso è redentore, go’el (Is 54,1-6: “Più sono i figli dell’abbandonata che i figli della maritata
… poiché tuo sposo è il tuo creatore … tuo redentore (go’el) è il santo d‟Israele … come una donna
abbandonata e con l’animo afflitto ti ha il Signore richiamata”). L’amore di Dio si rende concreto
nell’amore fecondo di Booz e Rut e il loro amore umano è luogo rivelativo dell’amore di Dio per il
suo popolo.
Il nome e il figlio
Al centro di questa tappa (4,1-12) sta l’acquisto della terra: Booz accetta di sposare Rut e di
acquistare la terra di Noemi. Le parole chiave sono ‘riscatto’ e ‘nome’. La legge del cognato era
funzionale a che non si esaurisse il nome della discendenza (Dt 25,5-6).
Il possesso della terra è una delle cause della situazione di crisi e di povertà del popolo. Il parente
che poteva riscattare la terra viene convocato alla porta della città, cioè davanti al tribunale dove si
prendono le decisioni: egli accetta di riscattare la terra di Noemi, ma non è disponibile a sposare Rut
(4,1-4). Quel parente voleva solo riscattare la terra senza preoccuparsi della famiglia di Noemi.
Possedere la terra è altra cosa rispetto al destino della famiglia. Si evidenzia così un modo di
osservare la legge che svuota il significato profondo della legge stessa. In questo modo qualcuno si
poteva arricchire a scapito dei poveri, senza farsi carico della vita della famiglia. È da ricordare
come Neemia avesse convocato i possessori a restituire le terre rubate ai poveri con questo sistema,
ma non aveva apportato modifiche alla legge. Booz prende una posizione decisiva durante la
riunione del tribunale: dice al parente che se acquista il terreno dovrà anche prendere Rut la
moabita, moglie del defunto (4,5-8).
Nelle parole di Booz sta in sintesi la proposta del libro di Rut che si distingue dai progetti presenti
in Israele sia da parte di Zorobabele e Giosuè, sia da parte di Neemia – che chiedeva la restituzione
ma non cambiava la legge del riscatto - sia di Esdra che esigeva l’osservanza della legge ma non
aveva portato cambiamenti alla legge del riscatto.
Booz dice chiaramente che le due leggi del riscatto e del cognato, trovavano insieme la loro
giustificazione nel tener conto della generale situazione familiare del povero. Non potevano quindi
essere separate, ma dovevano essere tenute insieme. Chi acquistava il terreno di Noemi doveva
prendersi carico della situazione globale della famiglia di Noemi e Booz vede come unica soluzione
la scelta di sposare Rut al fine di “continuare il nome”.
Per far questo sono necessari dei cambiamenti. Booz non solo tiene unite la legge del riscatto con la
legge del cognato, ma ha l’iniziativa di estendere la legge del cognato: per dare continuità alla
famiglia non bisognava sposare Noemi (che non poteva avere figli) ma Rut anche se il go’el non era
fratello del defunto, ed anche se Rut era straniera.
Non solo la piccola famiglia deve osservare la legge del cognato ma è una norma che riguarda la
‘grande famiglia’, la società nel suo insieme. In tal modo la legge passa dall’essere legata alla
famiglia, all’essere legge sociale.
La reazione del parente è quella di chi guarda solo all’arricchimento personale, alla sua piccola
famiglia e al suo avere, senza aprirsi ad una considerazione della grande famiglia: “In questo caso
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non accetto di riscattare, altrimenti finirò per danneggiare la mia propria eredità”. Si toglie allora il
sandalo e lo dà a Booz: segno del rifiuto del suo diritto che è ceduto a Booz. È il primo risultato di
una nuova legge che Booz come giudice inaugura. Booz da parte sua ha compiuto il diritto nel suo
senso più profondo ed ha anche vissuto il suo dovere di fronte all’altro.
A questo punto però Booz non è più chiamato go’el ed anche la parola riscatto non torna più. Si
pone il problema allora se Booz sia o meno il riscattatore e la continuazione del libro offrirà
preziosi elementi a tal riguardo (in riferimento al figlio Obed che nascerà: sarà lui il ‘riscattatore’).
Se all’inizio del libro la situazione era stata descritta come la condizione di un popolo piegato e
oppresso, in questa parte del racconto appare come la speranza, che proveniva dalla fame, dalla
necessità di emigrare, dalla disgregazione delle famiglie e delle reti sociali, e che assume ora una
concretezza. L’amore tra Booz e Rut presenta i contorni di nuovo inizio di vita per il popolo.
In 4,11 gli anziani dicono “Il Signore renda la donna che entra in casa tua come Rachele e Lia le
due donne che edificarono la casa di Israele”: la vicenda di Noemi e Rut è paragonata a quella di
Rachele e Lia all’origine della vita del popolo, un nuovo inizio, per un verso, una riproposizione
della fede delle origini per l’altro, riscoprendo le autentiche radici della vita del popolo. Il popolo,
rappresentato dagli anziani, invita Booz a diventare potente in Efrata e richiama così la profezia di
Michea (Mi 5,1) applicandola a Booz e Rut: cioè il messia è colui che proviene dal loro amore:
“Procurati ricchezza in Efrata, fatti un nome in Betlemme” (4,11)
L’augurio è quindi che il figlio che nascerà da Booz e Rut sia colui che compie la speranza del suo
popolo. La speranza del popolo che era stata fatta intravedere all’inizio del libro ora sta prendendo
corpo.
Obed: il servo che riscatta
Booz prende Rut come sposa e nasce un bambino (4,13-22). Noemi prende il bambino come
proprio figlio e le vicine trovano un nome per questo bambino Obed. Sarà proprio questo bambino
il nonno di Davide e alla fine del libro è infatti presentata la genealogia di Davide.
Il bambino appare come frutto di un lungo percorso. Non è solo frutto dell’amore di Booz e Rut ma
esito dell’intero cammino di Dio con il suo popolo. Non appartiene solo alla piccola famiglia ma è
figlio che appartiene alla grande famiglia e a tutto il popolo. Chi dà il nome a questo bambino è il
popolo della strada, le vicine di Noemi (4,17). Noemi stessa lo accoglie tra le braccia come figlio
suo e le vicine dicono “è nato un figlio a Noemi”.
Appare come il profilo di questo bambino sia quello del “ricattatore” non solo della vita di Noemi
ma anche di quella di tutto il popolo. Non è Booz il go’el che ha riscattato la terra e ha mutato la
legge del cognato; ma è questo bambino che fa vivere Noemi già vecchia, il cui nome significa
grazia, ma che ha vissuto il tempo dell’amarezza ed è divenuta Mara.
Sono ancora le vicine, le donne appartenenti al popolo dei poveri a farsi interpreti di questo
passaggio, quasi come un coro che richiama al centro del messaggio del libro: “Benedetto sia il
Signore! Lui non ti ha lasciato oggi mancare un riscattatore”. Forse per questo ad un certo punto del
libro scompare la parola riscatto per tornare solo alla conclusione: il vero go’el è il bambino. È un
bambino che nasce in Efrata e compie le promesse di Is 9,1-5: “Il popolo che camminava nelle
tenebre vide una grande luce … un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio …”

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Questo bambino, nato da Booz e Rut non è però ancora Davide, ma il suo nome è Obed, è servo. È
ato da persone che si sono messe a servizio del popolo ed il suo nome è servizio, un servizio che si
connota nell’orizzonte di preparare la via a Davide.
Tutta la vita di Rut è una vita che traccia un percorso di rinuncia e servizio sin dai suoi primi passi.
Booz pure è stato uno che ha vissuto per gli altri: la sua vita è completamente condivisione e
servizio: ha preso il diritto di riscatto ed è rimasto col bambino (4,14), ha acquistato i beni di
Elimelech (4,9); ha generato un figlio che è rimasto con Noemi (4,17). La vita di Booz è vicenda di
chi ha vissuto condivisione e solidarietà fino alla fine senza tenere nulla per sé.
Dietro al nome del bambino Obed, ‘servo’, sta la profezia di Isaia 42,1-4: “ecco il mio servo che io
sostengo”. Obed quindi prepara Davide. Rinvia al passato, ma nel presente afferma che Obed
prepara il messia, e precisa alcune idee sul messia: il ‘nuovo Davide’, il messia, non verrà come i re
che opprimono e dominano, ma verrà come discendente di Obed, cioè discendente di colui che è
‘servo’. Il nuovo Davide verrà come colui che discende dai poveri e dagli stranieri.
Nel quadro dei vari progetti presenti al momento della redazione di questo libro ci troviamo di
fronte ad una proposta alternativa e ad una novità. Zorobabele pensava all’altare e al culto. Esdra
pensava alla purezza della razza e all’osservanza della legge di Dio. Neemia pensava alla
restituzione delle terre oggetto della cupidigia dei ricchi. Rut invece propone la linea del servizio:
servire le persone nelle loro necessità, le famiglie nella linea della solidarietà, perché tutti abbiano
pane, famiglia, terra.
La linea del servizio è la identità di Obed come servo: “Io ti ho chiamato per la giustizia e ti ho
preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu
apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano
nelle tenebre” (Is 42,6-7). Obed in questo modo farà vivere il popolo come popolo di Dio e farà
sorgere l’antica fede che diceva Elimelech, ossia ‘il mio Dio è re’.
Conclusioni
“Raccontando così la storia, con tutti i suoi sbagli e i suoi successi, le sue sconfitte e le sue vittorie,
la Bibbia ci trasmette una verità di fede, una certezza molto importante per il nostro cammino. Essa
ci fa sapere che Dio è Jahwè: Dio è presenza di liberazione in mezzo al suo popolo. Dio stava dalla
parte di Noemi e di Rut. È stato loro alleato nella lotta per il pane, per la famiglia e per la terra!”6.
Il libro di Rut è narrazione che ci parla dello straniero come memoria e come profezia. Un libro in
cui Rut, non ebrea, esule vedova povera, è paradigma dell’alterità identificata, riconosciuta e amata.
Rut la straniera è figura in cui si fa vicino l’agire di Dio ed in tal senso è rinvio e memoria del volto
di Dio. Nella vicenda della straniera si fa presente il ricordo del Dio che accoglie gli stranieri. Il
volto di Dio che si rivela in questo racconto è il Dio che protegge lo straniero e che attraverso la
presenza dello straniero conduce il suo disegno di salvezza.
Così commenta Massimo Cacciari: “Anzitutto, qui si pone ‘in crisi’ quell'esclusivismo di Israele, di
cui nella Bibbia stessa possiamo trovare innumerevoli testimonianze: Israele è solo, è la sposa pura
che nessuno può contaminare … In Rut troviamo l'altra faccia del Grande Codice: lo straniero (non
soltanto colui che ospitiamo e diventa proselito, cioè vive presso di noi, “integrato” in noi), lo
straniero davvero totalmente tale è sacro. Dio non vuole sia toccato. Anzi, è proprio lui che si deve

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Mesters, Rut, cit. 109
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amare. Questo è il timbro biblico che verrà assunto con univoca purezza nelle parole di Gesù.
L'amore supera ogni differenza di razza, di gente, di costume, di tradizione. Ma il racconto di Rut
pone un problema più radicale. Abbiamo detto che ella segue Noemi e che solo attraverso Noemi
aderisce al Dio di Israele. Ma chi è questo Dio? Far proprio il dio vittorioso è facile; nell'antichità
classica ciò accadeva costantemente; è ben noto che quando i Romani ponevano l'assedio a una
città, prima di distruggerla, ne invocavano gli dèi, invitandoli a passare dalla loro parte, invitandoli
a entrare nel loro pantheon. E' sempre stato facile aderire al dio dei vincitori. Rut invece segue
Noemi, che dal suo Dio è stata addirittura abbandonata. Rut segue il Dio dei vinti e condivide
l'amarezza dei suoi fedeli”7.
Rut anche è presenza di profeta perché le sue parole e le sue scelte stanno sotto la parola di Dio
anche se come straniera ella non appartiene al popolo d‟Israele. Eppure è accostabile a chi in Israele
è stato guida come i giudici o a chi ha fatto progredire la promessa del messia.
La narrazione apre quindi uno squarcio sul volto stesso di Dio. Il Dio di Rut che segue Noemi e dice
“Il tuo Dio sarà il mio Dio”, è il Dio di coloro che sono in cammino, dei poveri, di coloro che come
Noemi vivono l’amarezza dell’abbandono e dell’insicurezza. Non il Dio dei vinti, ma il Dio
annunciato da Obed, il servo, il Dio che si fa servo. È il volto di Dio che condivide la mancanza di
patria dello straniero, la precarietà del migrante.
Rut incontra il Dio d’Israele nel prendersi cura e nel vivere il suo cammino a fianco di Noemi,
condividendo con lei la sua sorte e il suo destino. Non è un percorso di possesso dell’altro e
nemmeno un possesso di Dio: Rut si lascia invece vincere e prendere dall’altro, ne condivide la
strada, e si lascia anche prendere dal Dio dell’altro. Rut la straniera in questo senso è profeta del
Dio che sceglie i poveri ed è profeta di un incontro con Dio che è il Dio dell’altro, il Dio che si
incontra superando le chiusure esclusive del “mio Dio” contrapposto al “tuo Dio”. Aprendosi
all’incontro con Dio nella concretezza dell’amore vissuto come condivisione e come servizio Rut è
profezia di un incontro possibile con Dio nei gesti della accoglienza.
Alessandro Cortesi op

7
http://www.associazionerut.it/Archivio/Casa%20Rut/logocasarut.htm

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