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LE BOE

© 2020 Baldini&Castoldi s.r.l. - Milano


ISBN 978-88-9388-673-4

Prima edizione Baldini&Castoldi - La nave di Teseo gennaio 2020

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Andrea Spiri
L’ultimo Craxi

Diari da Hammamet
INDICE

Introduzione
Fine della storia o nuovo inizio? La strada per Hammamet
Le colpe di Craxi. E quelle dell’Italia
Belzebù e il Cinghialone
Esule o latitante? «Sono un uomo solo…»
Italia, oh cara!
Il salvacondotto
«Adieu, Monsieur le Président»
E se Craxi avesse usato i social network?
Riferimenti bibliografici
INTRODUZIONE

Il 18 gennaio 2010, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,


scrisse una lettera alla signora Anna Craxi, vedova di Bettino, ponendo
l’accento sull’«epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della
malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia», dell’ex primo
ministro socialista. «La considerazione complessiva della sua figura di leader
politico e di uomo di governo», aggiunse, «non può venir sacrificata al solo
discorso sulle responsabilità sanzionate per via giudiziaria, il nostro Stato
democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.» Furono
parole importanti, quelle di Napolitano, pronunciate in occasione del
decennale della scomparsa di Bettino Craxi. E da qui conviene ripartire,
trascorsi altri due lustri.
In questi vent’anni, intorno alla figura dell’uomo sepolto ad Hammamet si
è combattuta in Italia una «guerra civile»: ci si è ritrovati su fronti opposti,
assecondando da un lato la damnatio memoriae e indulgendo dall’altro alla
pratica della riabilitazione. Additato con malanimo, oppure osannato come
l’ultimo statista del Novecento, egli resta il personaggio più controverso della
vicenda repubblicana, l’unico che suscita entusiasmi e risentimenti di portata
così emozionale da travalicare il piano della politica. La dinamica si
amplifica nell’era dei social, insulti e lodi si rincorrono sgomitando, a
dimostrazione che non sempre il trascorrere del tempo riesce a sedimentare le
passioni. Siamo così ancora fermi al punto di partenza, alle riflessioni amare
formulate dallo studioso Giuseppe Tamburrano – «Mai in Italia un uomo
politico e di Stato era passato così rapidamente dal servo encomio al codardo
oltraggio» – che trovano punti di convergenza nell’analisi dall’accezione
negativa di Giorgio Bocca, secondo il quale «la parabola umana e politica di
Craxi è seconda solo a quella di Benito Mussolini, pure lui socialista, anche
se può apparirne come la parodia».
Certo, gli storici continuano a interrogarsi, a esaminare il contesto, a fare
luce su intuizioni e demeriti: l’impegno scientifico ha già rotto gli argini della
«memoria maledetta» e offerto piena collocazione nella biografia politica
nazionale, tenendo spesso a bada la tentazione di ridurre un lungo percorso al
suo traumatico sbocco conclusivo.
Eppure, affidare il giudizio al distacco della Storia si rivela tuttora
operazione complicata: il «caso Craxi» è ancora aperto, resta il nervo
scoperto della Repubblica, il riflesso della «cattiva coscienza» italiana che ha
forse preteso di immergersi con fare sbrigativo in un lavacro generale da cui
si è tentato poi di uscire con nuovi connotati, in un clima di esaltante
purificazione, affibbiando il marchio dell’infamia al viaggio senza ritorno di
un «fuggitivo». Ma il passato non passa, se non si ha il coraggio di farci i
conti, se non lo si analizza fino in fondo, se lo si copre di menzogne. In
questo senso, «l’ultimo Craxi» è l’emblema di un passato che continua a
inseguire e a interrogare il nostro presente, di una transizione morale e
politica incompiuta, di cui ancora oggi fatichiamo a individuare il punto di
approdo.
Nell’ottobre del 1999, poche settimane prima che tutto avesse fine, ci si
interrogava sulla possibilità di consentire all’ex leader socialista un rientro a
fini umanitari, per essere curato in un contesto sanitario appropriato alle gravi
condizioni di salute. Nella babele di linguaggi e commenti di allora, fanno
riflettere le parole di un giovane editorialista della «Stampa», Massimo
Franco, che si riferisce a Craxi come fosse «l’ombra grande e insieme fragile
e malata di un’altra Italia, vicinissima, anzi incombente, eppure rimossa». È
questo il punto, evidente – a chi voleva capirlo – già sul finire del millennio.
Il nostro Paese non ha fatto i conti con tutto quello che il politico
«decisionista» ha rappresentato, con le sue luci e le sue ombre. L’Italia ha
preferito rimuovere il problema, piuttosto che affrontarlo con maturità civile.
Restando così nel limbo di un’estenuante e ambigua transizione, nella
sospensione del tempo. E Bettino, andandosene in Tunisia, si è trasformato
nel «grande alibi di tutti», ma non ha certo facilitato il disegno di rimozione;
egli non ha voluto consegnarsi all’oblio, utilizzando i pochi strumenti che gli
erano rimasti per combattere una «battaglia di verità».
«L’ultimo Craxi» non è il «decisore» che ha saputo fornire spinta
propulsiva al sistema politico del suo Paese; non è il dominus circondato da
folle adulanti (o da «nani e ballerine» rapaci e prepotenti) e nemmeno il
leader al crepuscolo inseguito dalla pioggia di monetine scagliategli addosso
da una piccola folla di individui ululanti.
La Medina, il canto di un muezzin che invita alla preghiera, il saluto dei
pescatori, lo sguardo rivolto verso il mare, a scrutare l’orizzonte, forse
nell’illusione di sentirsi più vicino all’Italia. Le giornate di Bettino sono tutte
uguali ad Hammamet, scivolano lentamente tra rabbia, speranza e
rassegnazione che si rincorrono quasi fossero tessere impazzite di un mosaico
da sistemare. L’icona di un vecchio sistema di potere sfugge al malessere che
gli procura la mutata condizione esistenziale tenendosi occupato il più
possibile. Nuovi lavori e singolari passatempi, ma soprattutto la stesura di un
«diario» che serve a riannodare i fili della memoria, a scavare nell’intimo dei
pensieri, restituendone la spiritualità. E a lasciare testimonianza scritta di un
grande dolore.
Il Craxi di Hammamet è un uomo che si macera nella solitudine, tra
sofferenza e brama di riscatto, disincantato, vinto. Eppure ancora irriducibile,
nella dignità dolorosa, travolto dalla passione. Per la Politica, ovviamente, ma
soprattutto per la Storia: «Non posso fare altro… ma la battaglia della
memoria non gliela faccio vincere». Le articolazioni storiche, però, si
muovono lungo traiettorie disallineate rispetto all’esistenza degli individui: è
questo il vero dramma che colpisce Bettino, il quale fatica a rassegnarsi
all’idea che tutto stia per finire.
Sono trascorsi vent’anni da allora. Un lasso di tempo sufficiente a riflettere
con serenità di giudizio? Francamente, non sappiamo dare una risposta al
quesito. Ci limitiamo dunque a formulare l’auspicio che le pagine seguenti
aiutino a osservare il nostro passato recente con equanimità, lontano dalla
demonizzazione e dall’apologia.

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La aspettiamo!
Fine della storia o nuovo inizio?
La strada per Hammamet

Maggio 1994. L’Italia ha da poco incoronato il Cavalier Silvio Berlusconi, e


la seconda Repubblica sta muovendo i suoi timidi passi iniziali.
Sulle forze politiche che hanno retto le sorti del Paese per quasi un
cinquantennio si è abbattuta la scure giudiziaria, il vecchio ceto di governo fa
i conti con avvisi di garanzia e indignazione popolare, oltre che naturalmente
con la sconfitta e con l’esaurimento propulsivo delle leadership, corollario
imprescindibile di una compiuta analisi sulla crisi sistemica che si
materializza in tutta la sua carica distruttiva a partire dal ’92, affondando però
le radici nei decenni precedenti.
Il «nuovo» avanza, portandosi appresso dubbi e interrogativi che ne
segneranno il tortuoso cammino, ma il passato sembra comunque non
volersene andare.
I giornali, l’opinione pubblica, i palazzi del potere e soprattutto i pubblici
ministeri di Milano, tutti si interrogano, inquieti, sulla sorte di un uomo che
ha incarnato più di ogni altro la parabola della prima Repubblica.
Dov’è finito Bettino Craxi? Cos’ha intenzione di fare? Dov’è fuggito, dove
si nasconde? «Puff, sparito.» Di lui non c’è traccia, ora che i parlamentari
inquisiti, non rieletti, hanno perduto l’immunità, con i magistrati per giunta
che stanno applicando i primi dispositivi di ritiro dei passaporti nell’ambito
dell’inchiesta Mani pulite.
C’è chi giura di averlo visto passeggiare lungo gli Champs-Élysées, a
Parigi, chi racconta abbia sorvolato l’oceano per atterrare a New York, chi
scommette sia semplicemente rintanato in casa, poca voglia di esporsi in
pubblico.
Dopo tante supposizioni, ecco che il mistero è finalmente svelato, il 18
maggio del ’94. L’ex premier socialista si sta curando in Tunisia, dove
possiede un’abitazione e dove la moglie Anna ha spostato da alcune
settimane la propria residenza.
Per la precisione, si trova ad Hammamet, una località costiera a centoventi
chilometri da Capo Bon, scendendo in direzione sud-est, nel governatorato di
Nabeul: è qui che nei primi anni Settanta i coniugi hanno acquistato un pezzo
di terra e costruito una casa per le vacanze.
Il certificato medico spedito al Tribunale di Milano porta la firma di un
dottore arabo, Rakim Boukris, il quale mette nero su bianco le «serie
complicazioni degenerative» provocate dal diabete: «Lesione coronarica e
lesione distale infettiva all’arto inferiore sinistro».
«Se ho ben capito», commenterà sarcastico il pubblico ministero Antonio
Di Pietro un mese e mezzo dopo, nel corso della prima udienza del
maxiprocesso Enimont, «mi sembra che l’imputato abbia un foruncolone al
piede con pus, più che un’ulcerosi. E non ha provato di non essere in grado di
deambulare.»
Craxi non gradisce l’ironia pungente, a distanza di anni ne serba memoria:
«Se penso a quel mascalzone che, quando io venni aggredito da una cancrena
al piede che risaliva verso la gamba… dichiara che si trattava di un
“foruncolo”… quando penso a questo e ad altro… mi mordo le mani e
trascorro le mie notti insonne», scrive ad Hammamet, nel giugno del ’98.
Il passo, comunque, è breve: a Milano Bettino viene dichiarato
«contumace» e, di lì a poco, colpito da un decreto di irreperibilità emesso
dalla Procura di Roma, dopo che «non è stato possibile notificare alcun atto
presso l’abitazione, né nei luoghi dove abitualmente dimora o esercita la
propria attività lavorativa», e dal momento che pure le ricerche disposte fuori
dai confini nazionali attraverso l’Interpol sono risultate negative. «Come
qualcuno abbia potuto scrivere che io sia un soggetto irreperibile è cosa
francamente per me incomprensibile», spiega il diretto interessato. «Non
sono né irreperibile né in fuga… Tutti sanno dove mi possono trovare per
chiedere di incontrarmi, sanno dove telefonarmi o dove scrivermi.»
«Ricordo il giorno che mio padre partì per la Tunisia», aggiunge la figlia
Stefania. «Io ero incinta, non mi aveva detto niente, ma ci sono cose che non
si devono neanche spiegare, in una famiglia avvezza alle durezze della
politica. Si sanno e basta.»
Lui, nel frattempo, ritrova la voce: «Sto male», scrive, «ma più sto male e
più la testa mi diventa lucida. Ho di fronte solo due strade, o mi batto o
crepo».
Battersi? E contro che cosa? Contro «un clima di menzogne, viltà, calcoli
mal congeniati, demagogie interessate che vengono spargendo odio e falsità a
piene mani», è la risposta.
Flashback per il lettore, riavvolgiamo il nastro. Roma, martedì 15 dicembre
1992. Il capitano dei carabinieri Paolo La Forgia varca l’ingresso dell’hotel
Raphael, quartier generale craxiano: stringe fra le mani una busta, deve
consegnarla al segretario del Partito socialista. Lì dentro, raccontano le
cronache dei giornali, c’è un documento di diciotto pagine, «una bomba,
l’ultimo colpo dei giudici milanesi, l’ultimo calice, il più amaro», per Bettino
Craxi: un avviso di garanzia. Ipotesi di reato: concorso in corruzione,
ricettazione e violazione delle norme sul finanziamento pubblico ai partiti.
Il leader del Garofano reagisce con rabbia, respinge le accuse, denuncia
una «iniziativa del tutto infondata» che si trasforma in «vera e propria
aggressione» contro la sua persona, secondo finalità «che possono essere
politiche ma non certo di giustizia».
Il coro dei giornali, frattanto, aumenta di intensità, fino all’unisono della
melodia: fatti processare. «Sia lui stesso a chiedere che il Parlamento conceda
l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti», suggerisce Paolo Mieli sul
«Corriere».
Craxi è un uomo confuso, non lo turbano le invettive esterne, da politico
navigato non può non aver messo in conto le asprezze della dialettica, le
brutture e la convenienza dei rapporti; semmai, a fiaccarlo nello spirito sono i
primi segnali di sfaldamento umano, alcune crepe nell’ambito della famiglia
politica socialista, una comunità che si immagina di destino, i timori che il
vincolo della solidarietà non regga l’urto di una prospettiva orientata al «si
salvi chi può».
E allora, ecco materializzarsi il fantasma dell’abbandono, che si prova a
scacciare via prendendo la parola in aula alla Camera il 3 luglio 1992,
nell’estremo, infruttuoso tentativo di uscire dall’angolo utilizzando il
linguaggio della verità.
Troppo tardi. Gli avvisi di garanzia fioccano sul capo come neve in alta
quota (se ne conteranno ventisei in meno di un anno), il castello è assediato,
la corte ha iniziato a dissolversi. «Re Bettino» è costretto ad abdicare: dopo
sedici anni e mezzo di dominio incontrastato rinuncia al suo trono, la
segreteria del Psi. È l’11 febbraio del ’93, si chiude un’epoca. Il testimone
viene raccolto da Giorgio Benvenuto, già segretario generale della Uil, che
getta però la spugna dopo soli cento giorni; le leve di comando a via del
Corso finiscono poi nelle mani di Ottaviano Del Turco, pure lui una lunga
esperienza in ambito sindacale, che non riuscirà a evitare la messa in
liquidazione e il definitivo scioglimento del partito.
Fine della storia? Niente affatto. La «grande slavina» prosegue la sua corsa,
vuole travolgere qualsiasi argine, nulla deve restare delle orme di chi ha
solcato in precedenza il sentiero. Vergogna, assolto Craxi, titola il 30 aprile
«la Repubblica», facendosi megafono del risentimento, dello sdegno
collettivo di fronte al «suicidio» del Parlamento italiano che meriterebbe
adesso di appuntarsi al petto la medaglia del disonore, di «sprofondare in una
vergogna isterica» per avere respinto quattro delle sei richieste di
autorizzazione a procedere nei confronti del socialista milanese, salvato dalle
accuse di corruzione ma destinato ad andare alla sbarra per illecito
finanziamento ai partiti. Intanto, Craxi finisce a testa in giù, raffigurato nei
panni del Mussolini di piazzale Loreto, nella trasfigurazione «Bettino-
Benito» con immancabile corredo di stivaloni e camicia nera che offre il
vignettista Giorgio Forattini, sempre sulla prima pagina del giornale diretto
da Eugenio Scalfari. Il quale ultimo non manca di auspicare la definitiva
cacciata della «marmaglia che ancora ingombra e ammorba le istituzioni», in
mano ai «ladri», gli fa eco Vittorio Feltri, direttore dell’«Indipendente»,
pronto a scatenare la caccia al «Cinghialone».
«Vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste…»: l’urlo esplode alle sette e
mezzo di sera di quel venerdì, ultimo giorno di aprile, in pieno centro a
Roma, alle spalle di piazza Navona. Sull’aria di Guantanamera, un oceano di
mani muove banconote di carta come fossero onde, nel mare in tempesta; gli
agenti, schierati in tenuta antisommossa, faticano a contenere la folla
radunatasi a largo Febo: lì, davanti alla vetrata d’ingresso dell’hotel Raphael
incorniciata dalle edere rampicanti, sta andando in scena il processo al
regime. E la furia ingiuriosa della piazza (in realtà una piccola piazza), fischi,
epiteti sanguinosi, pioggia di monetine – «stanno tirando di tutto», urla
davanti alla telecamera la giornalista Rai Valeria Coiante – ha come bersaglio
il corpo di un uomo che rispedisce al mittente il suggerimento dei funzionari
di polizia e dei collaboratori, i quali lo invitano a uscire dal retro. No, Craxi
varca il portone principale dell’albergo, si infila in macchina, alza lo sguardo
in segno di sfida: «Per la prima volta ho vissuto sulla mia pelle lo
squadrismo, ho avuto vergogna per loro», commenterà amaro a distanza di
anni, gli occhi dietro le lenti inumiditi nel ricordo.
Da qui – e dal timore che «oggi le monetine, domani le pallottole» –
prendono le mosse i tentativi di esplorare nuove strade, in primo luogo il
contesto d’oltralpe dove regna l’amico socialista François Mitterrand. Il
primo maggio del ’93 Craxi lo incontra a Parigi, e lo stato d’animo pare
risollevarsi: l’inquilino dell’Eliseo si dice disposto a offrire protezione al
vecchio compagno in difficoltà. Poi, però, anche lungo le rive della Senna
attecchisce il morbo che sta già creando sconquassi in Italia. Pierre
Bérégovoy, ex primo ministro e braccio destro del presidente della
Repubblica, si uccide, con un colpo di rivoltella, per delle accuse mai provate
di corruzione. E Craxi capisce che la prospettiva di un’ipotetica richiesta di
asilo politico in Francia sta evaporando.
Che fare? Tornato a Roma, si sente braccato, l’indole già guardinga
dell’uomo dilata i margini della diffidenza: chiunque gli si avvicini assume le
sembianze del delatore, qualsiasi rumore è un segnale che può far presagire
un pericolo.
«Viveva ritirato, riceveva gli avvisi di garanzia che i carabinieri gli
portavano al Raphael, non usciva se non per andare a mangiare al Cartoccio
d’Abruzzo, lì di fianco, o al più si spingeva al Fiammetta, poco più in là, in
largo Zanardelli», ricorda Bobo Craxi. A dire il vero, il padre non si sente
sicuro nemmeno tra le mura dell’albergo, di proprietà dell’amico Spartaco
Vannoni, che da svariati lustri ha eletto a propria residenza romana: «Non
s’azzardava più a telefonare, nutriva forti e fondati sospetti di infiltrazioni nel
personale dell’hotel, temeva che avessero piazzato microspie anche nella sua
stanza».
Le strade d’Italia, frattanto, si colorano di rosso sangue: l’autobomba in via
Ruggero Fauro, a Roma, l’ordigno che esplode in via dei Georgofili a
Firenze, e che spezza cinque vite innocenti; due nuove vetture cariche di
esplosivo che saltano in aria nella capitale, e un’altra ancora che sconvolge la
quiete di Milano, facendo sei morti. Nel mezzo, tra un’esplosione e l’altra, i
suicidi eccellenti di Raoul Gardini e di Gabriele Cagliari.
Il clima è irrespirabile, le preoccupazioni accentuate dal fatto che il
mainstream va diffondendo progressivamente un sospetto, ovvero che a
muovere i fili della nuova strategia della tensione possano essere «quelli di
prima», la vecchia oligarchia decisa a opporre resistenza al cambiamento. E
se dietro quelle bombe si nascondessero anche le impronte di Craxi, se ci
fosse pure lui tra i seminatori del terrore?
Il «golpe mediatico-giudiziario» agli occhi di Bettino si fa strada,
l’inquietudine sta cedendo il passo alla paura: «Credo di essere un obiettivo
possibile, oltretutto mi sono trovato in una situazione di tale persecuzione, in
mezzo a una tale campagna di odio…» si sentono confidare i pochi intimi che
ancora fanno la spola con il Raphael. E «quando ci sono campagne che
suscitano violenza, che mostrano odio nei sentimenti e nel linguaggio, si
creano solo condizioni per nuove esplosioni di violenza».
Il 4 agosto ’93 Craxi tiene l’ultimo suo discorso alla Camera dei deputati,
nell’emiciclo in cui ha fatto ingresso un quarto di secolo prima, nel 1968.
Da quei banchi ha preso la parola nelle vesti di capogruppo socialista,
segretario di partito, premier del governo più longevo della Repubblica; in
quell’Aula ha definito strategie, intessuto alleanze, delineato piattaforme
programmatiche. Adesso interviene per difendersi, ammette le sue
responsabilità politiche nel sistema del finanziamento illegale, al pari degli
altri, negando ancora una volta ogni coinvolgimento personale nelle faccende
penali. I magistrati vogliono processarlo per corruzione e il Parlamento,
questa volta, dà il via libera, concede l’autorizzazione a procedere, dice sì alle
indagini e alle perquisizioni. Del resto, Craxi lo chiede espressamente, senza
nascondersi dietro un velo di ipocrisia, memore di quanto accaduto il 29
aprile, giorno in cui «la maggioranza che si era espressa a mio favore fu
messa alla gogna, un libero voto di un libero Parlamento fu trattato alla
stregua di un atto vergognoso, di una provocazione»: per tali ragioni, «io
prego gli onorevoli colleghi di lasciare il caso Craxi al suo destino e di evitare
altre aggressioni».
C’è tutta la forza, il valore, la dignità della politica, nelle parole
pronunciate lanciando «occhiatacce panoramiche» all’Assemblea, nelle
«spirali disegnate in aria con quelle dita affusolate da clavicembalista», recita
la cronaca del «Corriere della Sera». E non manca certo il rammarico per le
manifestazioni di viltà che hanno ostruito le arterie della politica stessa,
togliendole linfa vitale: «Non sono stato difeso da una parte di coloro che
avevano il dovere di difendermi; molti hanno invece seguito la tentazione del
capro espiatorio, mito pagano di tradizione antichissima che è sempre
equivalso alla illusione temporanea di allontanare da sé una colpa, un male, e
di dare in questo modo una soluzione ai problemi posti dalla realtà».
La chiusa del discorso è da vecchio leone ferito, che già si immagina
sconfitto ma è deciso a vender cara la pelle, a tentare quantomeno l’ultima
azzannata contro «l’ala golpista e avventurista» che punta a «trarre il
massimo profitto dal disordine»: «Per parte mia, naturalmente, continuerò a
difendermi nel modo in cui mi sarà consentito di farlo, cercando le vie di
difesa più utili e più efficaci, senza mai venir meno ai doveri verso la mia
persona, la mia famiglia e verso tutte le persone che stimo e rispetto, siano
essi amici o avversari».
A riconoscergli in qualche modo l’onore delle armi è uno dei fustigatori
politici della prima Repubblica, il capo della Lega Nord, Umberto Bossi: «I
re, quando scoppiano le rivoluzioni, non sono mai destinati alla galera»,
chiosa profetico il 26 luglio del 1993. «O salgono sulla ghigliottina o
muoiono in esilio. Craxi ha già scelto l’esilio.»
Lui, intanto, confida: «Seguo la tattica del generale Kutuzov, arretro
nell’attesa dell’inverno».
Venerdì 17 dicembre Craxi fa il suo ingresso nel Palazzo di Giustizia di
Milano. È qui, in un’aula traboccante di persone, con decine di giornalisti
pronti ad analizzare anche il più piccolo movimento involontario dei suoi
muscoli facciali, che attende, per interrogarlo in qualità di testimone al
processo Enimont, il pubblico ministero Antonio Di Pietro. I due si sono già
guardati negli occhi, ponendosi l’uno di fronte all’altro: una serie di incontri
riservati, favoriti dai legali dell’ex presidente del Consiglio, decisi a giocare
tutte le carte per sminare il terreno, operando in primo luogo affinché le
accuse di corruzione possano venire inquadrate nella cornice del
finanziamento illegale alla politica. Colloqui che lo stesso Craxi ha poi
rifiutato di proseguire, nel momento in cui i verbali degli interrogatori, che
per accordi intercorsi dovevano rimanere segreti, sono finiti sulle pagine dei
quotidiani.
In quell’aula di Tribunale, annota il giornalista Massimo Franco, «non ci
sarebbe stato lo spettacolo di un uomo torchiato, incalzato, perfino umiliato
dal giustiziere. Come era successo poche ore prima ad Arnaldo Forlani, ex
segretario della Dc».
No, quel giorno «Craxi dominò la scena», declinando ancora una volta in
termini squisitamente politici ogni sua responsabilità; è quella l’ultima
proiezione pubblica in Italia, ed egli l’affronta con la ribadita consapevolezza
della «natura non regolare dei finanziamenti ai partiti» e della sistematica
falsificazione dei loro bilanci, dinamiche «diffuse» e «tacitamente accettate»
da «tutte le forze politiche».
Bettino parla, gesticola, offre la sensazione di non volersi fermare più, è
pressoché un monologo, il suo. E Di Pietro «sembrava contento per il solo
fatto di averlo lì». Tutto questo basta a far storcere il naso al direttore di
«Repubblica», Scalfari, polemico nei confronti dell’«eroe» di Mani pulite che
ha colpevolmente lasciato a un potente in disarmo «lo spazio e il tempo di
muoversi a piacimento sul palcoscenico».
Craxi, però, non si fida. Anche a Milano, nel piazzale antistante il
Tribunale, è stato duramente contestato, un gruppo di manifestanti ha urlato
slogan, lanciato oggetti, messo perfino le mani addosso agli agenti della
scorta. Non crede alla benevolenza degli uomini che amministrano la
giustizia, ai suoi occhi «angeli vendicatori il cui potere, già quasi senza
limite, si vorrebbe semmai accrescere». E poi, va domandando, di quale
giustizia si tratta? «Non quella che cerca la verità, ma quella che rincorre
soprattutto lo spettacolo», ripete a ogni piè sospinto. Anzi, proprio loro, i
giudici, «organizzano lo spettacolo»: per questo si può dire che «sono ormai
dei veri e propri specialisti. Conoscono tutte le tecniche, le hanno già
sperimentate con successo. Notizie selezionate, deformazione dei fatti,
descrizioni scandalistiche, iperboliche trasformazioni. Dichiarazioni,
interviste, battute, smorfie e gesti. Il resto per telefono e in sacrestia». Con la
grancassa di un’informazione «manipolata e capace di tutto», di giornalisti
«attivi, organizzati, impegnati e perfettamente in sintonia». Per farla breve, si
tratta di «esibizionismo logorroico, politicismo nelle valutazioni e nella
condotta, rapporto illegale e perverso con la stampa», almeno così recita un
appunto che Craxi redige di suo pugno nella primavera del ’99.
Riaffiora dunque il dilemma: cosa fare? Seguire il suggerimento del leader
radicale Marco Pannella, che tra il serio e il faceto prospetta l’ipotesi di
accettare le manette? «Bettino, lasciati arrestare. Te ne vai a Rebibbia per un
po’, ti curi, smetti di fumare. Avrai tonnellate di lettere e ne uscirai come un
trionfatore.» «Io farmi arrestare? Mai!» ribatte quello, facendo il gesto delle
corna.
L’ex uomo forte del Garofano sta rimuginando, probabilmente cerca già un
rifugio, l’evolversi del contesto politico accresce la trepidazione: il 16
gennaio ’94 il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, scioglie
anticipatamente le Camere e indica il 27 marzo come data del voto per il
rinnovo delle assemblee legislative.
Bisogna decidere in fretta, prima che venga meno lo scudo parlamentare,
quindi l’immunità all’arresto. E se non sembra più percorribile l’itinerario
francese, allora la bussola va orientata in altra direzione, per esempio verso la
sponda sud del Mare Nostrum: «Guarda che io lascio, vado in Tunisia, le
mani addosso da quelli di certo non me le faccio mettere, vieni anche tu, che
stai a fare in Italia?» sono le impegnative, tormentate riflessioni che affida
alla coscienza del figlio. Al quale comunque lascia intendere che la partita
non è chiusa: «Da lì si può organizzare una resistenza».
Ecco perché Bobo Craxi ha ben impresso nella mente il ricordo degli ultimi
istanti in cui abbraccia suo padre in Italia: «Lo accompagnai a Ciampino,
credo fosse il 21 marzo ’94. Eravamo io, lui e Nicola Mansi, il suo fedele
autista. All’aeroporto un finanziere aprì la borsa di Nicola, che s’arrabbiò
molto. Lo accompagnai ed ebbi l’impressione, anzi la certezza che fosse
l’ultima volta che ci vedevamo in Italia… Alle cinque del pomeriggio, sì il 21
marzo, una bella giornata con un sole già caldo… Partì da solo, ad
Hammamet c’era già mia madre… A Ciampino non c’era nessuno, men che
meno un giornalista. Salutò il personale e i funzionari dell’aeroporto che
conosceva, “Bene”, disse loro, “arrivederci”. Tutto era normale. Anche noi
due, non ci dicemmo nulla di speciale. Ma quella fu l’ultima volta che lo vidi
in Italia».
Eppure, non è ancora il momento dell’addio al suolo patrio, perché le
perizie effettuate in seguito sul passaporto certificano che Bettino si mette a
fare la spola fra Roma e Tunisi, quattro volte in sei settimane. Chissà, magari
per chiedere udienza a Silvio Berlusconi, vincitore delle elezioni e in procinto
di formare il suo primo governo; oppure per cercare conforto in quegli
esponenti del vecchio Partito socialista rieletti nelle fila del movimento di
maggioranza relativa, Forza Italia.
Ancora, chi può escludere che non abbia voluto sondare ambienti politici
ostili, verificare l’esistenza di possibili margini per ottenere indulgenza
presso i vertici della Lega o di Alleanza nazionale che, certo, hanno soffiato
sul fuoco della protesta contro il regime partitocratico ma che potrebbero
adesso sotterrare l’ascia di guerra, nel momento in cui fanno ingresso nella
«stanza dei bottoni»? Bossi è un uomo totus politicus, far vibrare le corde
giuste non sarebbe impossibile; e Gianfranco Fini guida un partito che lo
stesso Craxi ha contribuito a «sdoganare», ai tempi della segreteria
Almirante, aprendo in qualche modo una breccia nel muro dell’«arco
costituzionale».
Un esecutivo di centrodestra – e gli odiati comunisti all’opposizione –
potrebbe segnare una svolta; magari, perché no, favorire condizioni tali da far
passare più velocemente la bufera. Limitando i danni. Illusioni, forse
ragionamenti illogici, tenuto conto del carattere del personaggio, del suo
tratto perentorio, della fierezza, del senso di dignità, come pure dello spartito
«nuovista» che i musicisti del Polo delle Libertà e del Buon Governo hanno
cominciato a suonare. L’«Araba Fenice» della seconda Repubblica non
tollera compromissioni col passato.
Una dimensione temporale – quella del passato – cui appartiene Giulio
Andreotti, anch’egli, come Craxi, impegnato adesso a nuotare in acque
agitate.
I due si incontrano a Roma nella tarda primavera del ’94, il colloquio è un
impasto avvolgente di memoria, nella declinazione delle vittorie esaltanti e
delle sconfitte dolorose che hanno pavimentato i rispettivi percorsi politici e
umani.
L’uomo braccato dalla Procura di Palermo e quello rincorso dai giudici di
Milano, quali prospettive avranno mai potuto delineare, quale dinamica
esistenziale all’infuori del contesto in cui germoglia la sfiducia? Ed ecco che
Bettino, agli occhi dell’interlocutore, appare «particolarmente turbato e
furioso, in senso letterale, perché vedeva scatenarsi una tempesta che andava
ben oltre la sua persona ed era contro tutto il sistema».
Intanto, l’alba del 5 maggio illumina il cielo d’Italia. Craxi ha dormito
poco, la notte è trascorsa veloce, divorandosi angosce, dubbi e incertezze.
Basta macerarsi, la decisione è davvero presa. Sale in macchina, direzione
aeroporto di Ciampino; percorre i pochi metri che separano la pista di decollo
dall’ingresso riservato agli ex capi di governo, tutto è pronto. Sorvola il
Mediterraneo, gli occhi fissi sulle coste della penisola che svaniscono alle
spalle: «Guardavo Roma giù di sotto, i campi ben pettinati, il profilo del
litorale, il mar Tirreno… Sentivo che non li avrei mai più rivisti».
Un’ora di viaggio, poco più, ed è ancora Tunisia. Questa volta per sempre.
Nella ricorrenza storica più suggestiva, il 5 maggio. Napoleone vi morì,
confinato sull’isola di Sant’Elena, mentre Craxi ricomincia a vivere. O forse
no, anche lui, quel giorno, iniziò a morire un po’.
Le colpe di Craxi. E quelle dell’Italia

«Io probabilmente ho sopravvalutato il mio ruolo, la mia personalità, la mia


capacità di tenere in mano, saldamente, le cose… C’erano circostanze di cui
avevo perso completamente il controllo… Erano situazioni che andavano
degenerando, a volte infracidendo.» Così Bettino, dalla nuova vita ad
Hammamet, si confessa a Sergio Zavoli.
Il «caso Craxi», però, non può essere analizzato correttamente, dunque
compreso in ogni suo risvolto, se non lo si colloca nel contesto che gli è
proprio: quello di «crisi della politica». I cui sintomi cominciano a palesarsi
non già negli anni Novanta ma nei decenni precedenti, assumendo connotati
involutivi che i processi di trasformazione sociale e di integrazione
sovranazionale si incaricheranno poi di rendere manifesti.
Stiamo parlando di un fenomeno – quello della crisi dei meccanismi di
rappresentanza – riscontrabile su larga scala, eppure acuito, entro i confini
italiani, dalle dinamiche stesse che hanno contraddistinto il paradigma
evolutivo della nostra democrazia «difficile», per tanti versi «incompiuta».
Imperniata sul ruolo e sulla funzione egemone dei partiti di massa che
progressivamente, nell’ultimo quarto del secolo scorso, pur mantenendo la
tradizionale influenza in termini di mediazione sociale, debbono fare i conti
con l’erosione del loro potere e della propria indiscussa centralità. A questo
sbocco – sia detto per inciso – non saranno affatto estranei i grandi
avvenimenti che il contesto internazionale già profila all’orizzonte.
Quando Bettino Craxi prende a muovere le sue pedine sullo scacchiere
politico, approdando al vertice del Psi, l’incombenza urgente è quella di
rivitalizzare un partito diviso al suo interno, immobile, invecchiato,
sprovvisto delle categorie interpretative necessarie a leggere la modernità, e
dunque a porsi in sintonia con la sfera sociale in accelerato movimento. Non
è un caso che la forza politica più antica d’Italia sia scesa al minimo storico
in termini di consenso elettorale, giungendo così – per dirla con Pietro Nenni
– «al limite di guardia sotto il quale non si può andare senza perdere i
caratteri di un partito di massa».
L’orientamento che va consolidandosi pretende di affrontare la questione in
termini ultimativi: a prevalere, soprattutto nel dibattito intellettuale di fine
anni Settanta, è la tesi del «socialismo in via di estinzione», ovvero un diffuso
scetticismo in merito alla capacità del partito di risollevarsi e di poter giocare
un ruolo autonomo e non marginale sullo scenario politico. Valgano, ad
esempio, le considerazioni di Norberto Bobbio, a giudizio del quale l’ambito
della manovra si riduce ormai a una dinamica di fatto subalterna alle esigenze
delle due principali forze, la Democrazia cristiana da un lato e il Partito
comunista dall’altro.
Il quadro a tinte fosche dipinto dal filosofo torinese contrasta tuttavia con
l’impostazione di fondo che Craxi si propone di assumere, ossia emancipare
il socialismo italiano dalla condizione di parente povero di una sinistra
maggioritaria che subisce – anche in termini finanziari – il fascino di Mosca,
e definire il confronto con il partito cattolico muovendo da presupposti nuovi,
quelli della «pari dignità».
Impresa non certo agevole nel momento in cui piazza del Gesù e Botteghe
Oscure tengono aperto un canale di interlocuzione diretta che prescinde da
qualsivoglia apporto esterno.
Ridare slancio alla politica socialista, rilanciarne il protagonismo dinamico,
ritrovare spazi di iniziativa: tutto ciò implica la necessità di scompaginare le
tessere di un mosaico che i due pilastri portanti del sistema hanno
faticosamente costruito, ma l’obiettivo è del tutto velleitario se prima non si
interviene in modo energico sul terreno delle proprie debolezze strutturali. In
questo quadro si colloca l’impegno craxiano in direzione dell’opera di
aggiornamento del corredo identitario, per svecchiare riti e riferimenti –
anche simbolici – di quell’universo che ancora non ha reciso i legami
organici con l’interpretazione leninista del marxismo, passando per il
recupero della tradizione riformista innervata di liberalismo; e si delinea un
percorso di revisione del modello organizzativo di partito che ne investe la
struttura decisionale, secondo una tendenza – comune alle democrazie
avanzate, non a caso di stampo presidenzialista – verso la personalizzazione
della leadership.
La parola chiave, «riformismo», viene declinata non solo in funzione del
duro scontro ideologico con Enrico Berlinguer, ma pure sul terreno
dell’elaborazione concreta di una proposta di governo. E allora, ecco tracciati
i compiti di una sinistra capace di misurarsi in positivo con le sfide della
modernizzazione: coniugare il bisogno di individualità con quello di giustizia
sociale, l’alleanza tra «meriti e bisogni».
Lo zelo nel riaffermare una specifica identità culturale si accompagna a un
approccio maggiormente incisivo nella definizione dei rapporti con le altre
forze politiche. Craxi non perde occasione per aprire varchi polemici
attraverso i quali veicolare l’immagine di un partito vitale: in questo senso, la
rottura del «fronte della fermezza» nella drammatica vicenda Moro – ispirata
da ragioni umanitarie, intenti solidali e dal principio che l’individuo viene
prima dello Stato – rappresenta anche la fase saliente di un attivismo che
vuole contrapporsi agli effetti paralizzanti del «bipolarismo Dc-Pci», ritenuto
il principale ostacolo all’avvio di un processo di modernizzazione del Paese.
Giacché di questo si tratta: «La tendenza consociativa avvelena la penisola e
produce conseguenze sempre più gravi, in definitiva l’ingovernabilità
dell’Italia».
Il leader socialista getta quindi un sasso che smuove le acque
dell’immobilismo sistemico, invocando una «grande Riforma» che renda più
efficiente il dispositivo pubblico e gli consenta di rispondere ai bisogni nuovi
e alle istanze complesse di una società industriale come quella italiana:
«Anche gli edifici più solidi e meglio costruiti, e il nostro edificio
costituzionale ha dimostrato di esserlo, si misurano con il logorio del tempo».
Ora, sebbene la terapia necessaria a porre nelle migliori condizioni di
funzionamento i fondamentali poteri dello Stato democratico resti per lungo
tempo sostanzialmente imprecisata, al tema delle riforme viene comunque
attribuito un valore dirompente: la definizione di nuovi lineamenti
istituzionali può essere il grimaldello utile a strappare il velo delle prassi
consociative, sbloccare il sistema politico e instradarlo verso un’autentica
democrazia dell’alternanza. Ovvero verso un differente assetto del potere di
governo.
Nel merito si può essere naturalmente d’accordo o meno con le scelte
operate in ambito domestico e sul versante internazionale, ma l’ascesa di
Craxi, a ben vedere, rappresenta un fattore di assoluto dinamismo. Il
«decisionista» a Palazzo Chigi si spinge fino al punto di recare dei vulnus alla
prassi consolidata in materia di politiche sociali ed economiche, scalfendo
alcuni pilastri della Costituzione «materiale».
E giusto al termine del quadriennio di presidenza socialista (1983-87), un
sondaggio del settimanale «L’Espresso» rivela in qualche modo il significato
di una stagione: Craxi è un leader politico gradito a due terzi degli elettori, il
65 per cento degli italiani esprime un giudizio positivo sulla sua esperienza al
vertice dello Stato.
Tuttavia, nell’immediato egli non è in grado di trasferire almeno una quota
di questa benevolenza sul proprio partito, che rimane così una forza
«intermedia» seppur con notevole accrescimento del potere di «rendita». C’è
anzi da scommettere, chiosa il direttore di «Panorama» Claudio Rinaldi, che
Bettino non riuscirà nemmeno in futuro a «conquistare il consenso delle
masse» né a «ottenere la fiducia dell’establishment», posto che l’essenza del
messaggio non lo favorisce: il segretario del Garofano «continua ad
ammonire che questo Stato va cambiato da cima a fondo», omettendo di
considerare che una politica simile «per avere successo ha bisogno di essere
praticata in condizioni di quasi-emergenza, di corto circuito sociale e
istituzionale»; ma l’Italia, «anche per merito del governo Craxi», fa parte
ormai del ristretto nucleo dei Paesi più industrializzati del mondo, sicché
«sono pochi quelli che davvero avvertono la necessità di tessere una seconda
Repubblica».
Profezia sbagliata, a ragionar col senno di poi. Nel senso che quei «pochi»
interessati a camminare lungo i binari di un’«altra» Repubblica diventano a
un certo punto moltitudine in viaggio ansiosa di sventolare la bandiera del
«nuovismo», insofferente ai riti del passato, alla protervia, ai giochi di potere,
all’ingovernabilità e alle logiche dettate dal proporzionalismo elettorale cui
viene addebitata «la moltiplicazione dei pani e dei pesci politici e partitici»,
secondo l’ironica chiave di lettura utilizzata dallo stesso Craxi per
interpretare le dinamiche ispiratrici di un «rinnovamento» che riceve linfa
all’esterno del Palazzo.
Craxi, proprio lui: l’uomo che sfida le resistenze del composito blocco
della conservazione, tiene fede all’impegno di «governare il cambiamento», e
poi nell’ultimo scorcio degli anni Ottanta – secondo l’analisi prevalente in
ambito storiografico – manca di esibire la giusta risolutezza grazie alla quale
avrebbe potuto riempire di inchiostro la prima pagina di un paragrafo nuovo
di storia politica nazionale, smarrisce la capacità progettuale che in passato
gli ha consentito di segnare punti decisivi nel percorso di affrancamento
strategico, si ferma, come un atleta al centro della pista, indossa i panni del
difensore impenitente di uno status quo di cui pure ha scosso le fondamenta.
E viene travolto dall’onda impetuosa dell’antipolitica, che lo coglie
impreparato, indifeso. Vittima dunque, Bettino, delle proprie intuizioni, delle
speranze che ha suscitato, delle aspettative che ha tradito; bersaglio di
pubblico dileggio non già per il suo rivelarsi – citando Montanelli – «guappo
di cartone», ovvero «spavaldo, ingombrante e insolente», ma per il fatto di
non avere percorso fino in fondo la strada che avrebbe condotto al futuro,
all’ambizione di ciò che poteva e doveva essere, preferendo piuttosto
indugiare davanti al bivio decisivo.
Eppure, questo approccio analitico sembra non tenere in debita
considerazione la natura del personaggio, l’universo valoriale di riferimento,
il bagaglio formativo che si porta appresso: in poche parole, il suo essere
totus politicus. Anche qui, infatti, non può leggersi la parabola declinante del
craxismo se non inserendola nel contesto più ampio della perdita di prestigio
e credibilità sociale della politica, sempre meno connotata di fascino e
nobiltà, anzi, all’opposto, guardata con sospetto, diffidenza, rifiutata, come
fosse pratica scadente e disdicevole, esposta all’avanzata di truppe assedianti
– l’armata giudiziaria, quella mediatica, quella tecnocratica – da cui finisce
per farsi dettare agenda e prospettive. Nello scenario di crisi della politica o,
meglio, di crisi «del politico», prende forma il dramma craxiano, si articolano
i passi di una sciagura che investe chi ha ostentato sicurezza e invocato
fiducia, appellandosi direttamente agli elettori ai quali ci si è spinti fino a
proporre un «contratto» che anticipa di vent’anni quello siglato da Berlusconi
nel salotto televisivo di Bruno Vespa: un «patto» con gli italiani, voti in
cambio di stabilità, governabilità, progresso, risanamento, riforme. E
d’altronde, questo non può che essere il corollario logico di una strategia di
disarticolazione degli equilibri esistenti alimentata incuneandosi negli spazi
stretti dell’assetto dominante.
Allora, più che dipingere un Craxi che non avverte l’onda montante della
protesta, o che guarda con distacco agli appelli per una «guerra di liberazione
dalla partitocrazia», sarebbe forse più corretto dare fiato a un’ipotesi
interpretativa differente: egli ritiene di potere – e dovere – curare i primi
sintomi dell’antipolitica con una iniezione aggiuntiva di politica,
rivendicandone l’autonomia e, soprattutto, il primato nella capacità di
governare i fenomeni storici, senza per questo voler mortificare le istanze di
rinnovamento provenienti dalle articolazioni vitali della società civile. Non è
un caso che al Congresso socialista di Bari del giugno ’91 – quello della
«svolta» nell’immaginario collettivo per la camicia zuppa di sudore del
segretario sul palco, testimonianza anche visiva, così la leggono i media, di
un’involuzione nel messaggio e nello stile – Craxi scelga di far sue le parole
di un padre della patria, Ugo La Malfa, esibendo decisa tempra istituzionale:
«Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema avrei tre, quattro milioni
di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della
democrazia, così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei
partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere
accarezzata. Il compito di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere
asserviti a essa».
C’è modo migliore di rendere esplicito il convincimento che spetta in
primo luogo alla politica compiere le scelte davvero qualificanti per il futuro?
Qui si materializza la frattura vecchio/nuovo che darà configurazione
diversa al quadro politico italiano, trovando come sbocco la Repubblica
«bipolare»; e sempre in questo frangente l’opinione pubblica assorbe la
categoria del «nuovismo» per definire i suoi orientamenti, interagendo con le
dinamiche giudiziarie e mediatiche dal cui ambito filtrano impulsi vigorosi in
termini di delegittimazione del ceto di governo e delle forze politiche
tradizionali. Tangentopoli, ovviamente, rappresenta uno spartiacque, coi suoi
«fragorosi olé di entusiasmo» ad accompagnare ogni arresto che prelude alla
dissoluzione di un sistema di potere. «Il popolo è in festa», scrive il
quotidiano «La Stampa» nel luglio ’92, all’inizio della bufera: «Gode di aver
ragione, ha sempre sospettato dello Stato, dei partiti, di tutti i partiti, di tutti i
dirigenti, dai segretari di periferia ai capi romani, e finalmente ecco le
prove».
In realtà, quel processo avrebbe finito per bloccare ogni possibilità di
riforma di un sistema giunto in ritardo all’appuntamento con la Storia, ma che
poteva forse ancora trovare nel perimetro della politica la forza per
rigenerarsi. Sono trascorsi da allora venticinque anni, segnati da instabilità,
improvvisazione, crisi della democrazia rappresentativa: un quarto di secolo
che pesa come un macigno.
Per ritornare a quella fase, il discorso si fa ora più complesso, e chiama in
causa il rito del «capro espiatorio». Se già Francesco Cossiga ha tracciato il
solco in termini di testimonianza politica, accalorandosi a sostegno della tesi
di un Craxi «capro espiatorio che libera dalle colpe collettive», a suffragare in
ambito storiografico questo filone interpretativo ci ha pensato di recente lo
studioso Giovanni Orsina, il quale, pur senza nascondere i demeriti della
classe politica, sostiene che «l’opinione pubblica le scaricò addosso colpe ben
maggiori di quelle che aveva», e soprattutto «lo fece in maniera tale da poter
evitare di prendersi essa la propria parte di responsabilità».
Bettino Craxi, del ceto dirigente che viene messo sotto accusa «fu fin
dall’inizio quintessenza e simbolo». Per le ragioni che abbiamo sin qui
cercato di evidenziare, ovvero per l’indiscussa centralità acquisita sullo
scacchiere del confronto pubblico, per avere incarnato i tratti più marcati del
decisionismo in stile prima Repubblica, per avere suscitato grandi speranze e
dato infine l’impressione di non voler rischiare un investimento con una
politica di effettiva «rottura», vale a dire una fuoriuscita dalla logica dei
partiti («impianto e architrave della nostra struttura democratica», insiste il
leader del Garofano) che avrebbe comunque significato sconfessare una
storia e le convinzioni di una vita intera.
In quella direzione Craxi non può e non vuole spingersi, eppure – a
differenza di altri – si adopera per indicare uno sbocco alla crisi del sistema,
muovendo dalla consapevolezza che «nella vita democratica di una Nazione
non c’è nulla di peggio del vuoto politico»: «Nel vuoto tutto si logora, si
disgrega e si decompone…. un minuto prima che tutto degeneri bisogna saper
prendere una decisione, assumere una responsabilità, correre un rischio». E
tocca al Parlamento, in sostanza alle forze politiche, «reagire, guardare alto e
lontano», dando avvio a «processi di modernizzazione, semplificazione,
flessibilità nei rapporti con i cittadini», intervenendo «con serietà e rigore»
sul terreno della moralizzazione della vita pubblica, «senza infingimenti,
ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche».
Una soluzione politica che permetta di ricucire il tessuto democratico
sfibrato dal «germe della demagogia»: questo chiede Craxi alla Camera, il 3
luglio del ’92, nel corso del dibattito sul voto di fiducia al governo Amato.
Un’invocazione che si disperde nel silenzio dell’Aula, più eloquente di ogni
parola, denso di verità, avrebbe poi spiegato Bettino facendo esercizio di
memoria, con particolare allusione ai passaggi sul finanziamento illegale dei
partiti.
Sta di fatto che la mancata risposta dell’emiciclo scolpisce sul piano storico
il fallimento di quella prospettiva, e getta un fascio di luce sugli eventi
successivi.
Craxi è rimasto solo, nel tentativo di salvaguardare il «suo» mondo:
«Difendevo la politica», scrive nel 1997 ad Hammamet, su fogli di carta a
quadretti pieni di correzioni e cancellature, in quello che a prima vista appare
lo sforzo di comporre un’autobiografia; «ne difendevo l’autonomia, il valore,
il potere. Una società politica, ridotta a un paravento di facciata, riduce in
polvere la democrazia. Lo hanno detto in tanti prima di me, e ben più
autorevoli di me».
Sono pensieri decorati con amarezza e lucidità, che aiutano a comprendere
meglio il significato dell’«arringa difensiva» pronunciata in Parlamento il 29
aprile del ’93, quando viene ribadito che il tema del finanziamento illegale
alle attività politiche ha «radici antiche» e «ben ripartite tra forze che si
contrapponevano, in lotta tra loro e sovente senza esclusione di colpi», che i
fenomeni di immoralità e le situazioni di degrado nella vita pubblica esistono,
ma «non nascono negli anni Ottanta».
Craxi si scaglia contro il processo di «criminalizzazione» della classe
dirigente che si è fatto strada «con la forza di una valanga», adopera il
termine «rivoluzione» per riferirsi al complesso degli avvenimenti italiani,
ammonendo che, in assenza di un «ceto organico di rivoluzionari», l’opera in
atto «è destinata solo a distruggere e a preparare un fallimento certo». Da
ultimo interroga – proprio come fosse l’avvocato difensore del sistema –
quell’Aula ancora una volta silente: «Davvero, onorevoli colleghi, siamo stati
protagonisti, testimoni o complici di un dominio criminale? Davvero la
politica e le maggioranze politiche si sono imposte ai cittadini attraverso
l’attuazione e il sostegno di disegni criminosi?»
Questioni poste fuori tempo massimo: il processo di piazza alla prima
Repubblica è già stato celebrato, il verdetto è sfavorevole, la sentenza di
condanna non impugnabile, anzi, immediatamente esecutiva. L’obiettivo è la
completa espulsione del ceto di governo dalla vita pubblica e Bettino
dimostra di esserne consapevole, se nel preparare il testo del suo ultimo
discorso alla Camera annota una frase che poi non avrebbe comunque
pronunciato, almeno non negli stessi termini: il problema è quello di «togliere
alla vita pubblica il disturbo della mia presenza…» si legge su un pezzo di
carta oggi conservato nei suoi archivi.
Manca solo un ultimo tassello per completare la storia, il sacrificio del
capro espiatorio, ed è a questo destino infausto che Craxi vuole sottrarsi.
Cerca di farlo in primo luogo riconoscendo le sue colpe: «Io non ho negato la
realtà, non ho minimizzato, non ho sottovalutato il significato morale,
politico e istituzionale della questione che veniva clamorosamente alla luce…
e anche il vasto intreccio degenerativo che a essa si collegava o poteva, anche
a nostra insaputa, essersi collegato». Poi, preso atto che l’ammissione di
responsabilità non squarcia il velo delle reticenze né riceve suggello di
comprensione, acuendo all’opposto l’animosità popolare, egli matura il
convincimento di non avere altra via d’uscita che quella della salvezza
individuale.
Spingendosi fino al punto di attribuire un crisma di ipocrisia alla ricerca del
capro espiatorio che accomuna nel suo iniquo procedere «falsi eroi,
moralizzatori di professione, vili, opportunisti e calcolatori», Craxi rivendica
allora le molte scelte positive della politica – quindi non più soltanto gli errori
– che hanno consentito all’Italia di percorrere il sentiero del benessere;
invoca parole di verità dai leader dei partiti, di maggioranza e opposizione, e
poi da «tutti i maggiori gruppi industriali del Paese, privati e pubblici», dei
quali ogni cosa si può dire «salvo che siano stati vittima di una prepotenza, di
una imposizione, di un sistema vessatorio e oppressivo di cui non vedevano
l’ora di liberarsi!»; denuncia «le forzature macroscopiche e strumentali
nell’interpretazione delle leggi per giungere a usare impropriamente i poteri
giudiziari»; prende di petto il sistema dell’informazione, reo di avere creato
«un clima infame che ha distrutto persone e famiglie e generato tragedie». Il
primo pensiero va naturalmente a Sergio Moroni, deputato socialista che nel
settembre del ’92 si toglie la vita dopo che gli sono stati recapitati due avvisi
di garanzia, un gesto estremo compiuto nella speranza possa servire «a
evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze
morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in
piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una
preventiva sentenza di condanna», stando alle parole di commiato che lo
stesso Moroni indirizza con lettera al presidente della Camera Giorgio
Napolitano.
Bettino Craxi ha finito per accettare in pieno il ruolo del capro espiatorio,
ma ora guarda con occhi inquieti all’«eccesso di violenza» che si manifesta
«nella polemica politica, nella critica, nel linguaggio e nei comportamenti»,
sicuro che da questo clima verrà fuori ulteriore violenza «nei giudizi, nei
sentimenti, nelle passioni, negli animi». Adesso – rivela – c’è da difendere
una libertà che equivale alla vita, «secondo un’equazione che nella mia mente
è ben radicata e lucidissima».
Belzebù e il Cinghialone

«Caro Craxi, poiché scripta manent, desidero ripeterti quello che ti ho detto
iersera: è totalmente falso che io ad arte abbia detto di te che ti occupi di
problemi tra un safari e l’altro. Ancora una volta qualche cialtrone si inventa
motivi di dissenso addirittura sul piano personale… Io non sono certo un tuo
ammiratore a tempo pieno, ma riscontro con rammarico che, come ai tempi
del governo di solidarietà nazionale, vi è un certo numero di seminatori di
zizzania e di calunnie che dovremmo operare per mettere fuori gioco.»
Il 27 febbraio 1982 Giulio Andreotti indirizza questo messaggio – rimasto
finora inedito – al segretario della maggiore forza politica alleata dello Scudo
crociato. La stagione del «compromesso storico» e degli esecutivi guidati
dall’esponente democristiano, che si reggono prima sulla «non sfiducia» e poi
sull’ingresso del Pci nel perimetro della maggioranza parlamentare, è
definitivamente evaporata già nel ’79: la scomparsa di Aldo Moro,
l’irrigidimento della posizione comunista, i differenti equilibri all’interno del
partito cattolico hanno aperto una fase nuova – che attraverserà tutti gli anni
Ottanta – segnata dalla formula del pentapartito.
La lettera che Andreotti spedisce a Craxi può già dirci qualcosa del
rapporto tra due figure diverse per età, formazione, riferimenti ideali, stile di
vita e approccio comunicativo. Giulio appartiene alla prima generazione dei
politici della Repubblica, Bettino a quella successiva; il primo viene eletto
deputato all’Assemblea Costituente nel giugno del ’46, il secondo fa il suo
ingresso in Parlamento vent’anni dopo, per la precisione nel 1968. Entrambi
si formano nell’arena delle organizzazioni studentesche universitarie –
Andreotti diventa presidente della Fuci, la federazione dei giovani cattolici,
mentre Craxi si muove da protagonista nel contesto liberaldemocratico
dell’Unione goliardica italiana – che sono palestra del pensiero e laboratorio
formativo della classe dirigente, quando la politica significava militanza,
sacrificio, condivisione di ideali, sguardo sul mondo e sforzo di
comprensione dei mutamenti sociali, battaglie di minoranza e non solo posti
di governo o strapuntini di potere.
Giulio e Bettino: perché discutere del loro legame in un libro che racconta
gli ultimi giorni di Craxi? Perché sono entrambi uomini del Novecento che la
politica decidono di farla per passione, oltre che per professione; una
passione ardente che li avrebbe portati a vivere conseguenze estreme,
Andreotti confinato periodicamente nelle aule dei tribunali, Craxi rifugiato al
di là del Mediterraneo.
Andreotti è il pupillo di Alcide De Gasperi che lo vuole giovanissimo
accanto a sé, nel ’47, a soli ventotto anni, sottosegretario alla presidenza del
Consiglio dei ministri, dopo avergli fatto fare esperienza come giornalista al
«Popolo», il quotidiano che sarebbe diventato l’organo ufficiale della Dc e
che in epoca di occupazione nazista veniva stampato clandestinamente.
Craxi, invece, è il delfino di Pietro Nenni, un altro padre della Repubblica
che ha legato il suo nome alla lotta per la Resistenza, il quale ne arricchisce di
riferimenti storici e culturali il percorso politico-formativo, contribuendo a
forgiargli l’animo all’insegna degli ideali socialisti. E dell’antipatia nei
confronti di Giulio il democristiano. Per Nenni, infatti, al «segretario
particolare di De Gasperi» – così lo qualificava – andavano riconosciute
«abilità e furberia» che lo rendevano «abituato al potere» come nessun altro:
«Dovrebbe esserne addirittura sazio».
Andreotti e Craxi percorrono un pezzo di storia nazionale duellando ma
pure spalleggiandosi, alternando momenti di vicinanza politica e umana a
occasioni di conflittualità esasperata, elogi e stoccate, in un continuo
passaggio di testimone fra sentimenti di stima e reciproca diffidenza. Potenti,
temuti, riveriti, e infine inquisiti: in questo, soprattutto in questo, pur nella
diversa articolazione della parabola discendente, Bettino e Giulio hanno
avuto lo stesso destino. Ossia finire nel «girone dei dannati», dopo avere
scalato la «hit parade del male». Balza agli occhi, nel maggio del 1995, il
risultato di un sondaggio diffuso dall’Università di Perugia, che per il
quadriennio precedente ha monitorato le opinioni dei suoi studenti dopo
averli interpellati in merito al «personaggio della storia ritenuto più odioso e
ripugnante»: al primo posto nella classifica dei «cattivi» c’è Giulio Andreotti,
seguito da Bettino Craxi; sul podio, buon terzo, sale pure Adolf Hitler,
mentre il capo di «Cosa Nostra», Totò Riina, non ce la fa ad aggiudicarsi una
medaglia.
Il momento di più acuta tensione fra il leader democristiano e quello
socialista si registra certamente in occasione del sequestro di Aldo Moro. Da
una parte Andreotti, capo del governo, a presidiare il «fronte della fermezza»,
mosso dall’imperativo di difendere la stabilità delle istituzioni democratiche e
di non cedere al ricatto terrorista; dall’altra il segretario del Psi Craxi, alfiere
di una «soluzione umanitaria» e dunque contrario a quello che definisce
l’«immobilismo pregiudiziale e assoluto, genericamente motivato, che porta a
escludere persino la ricerca di ogni ragionevole e legittima possibilità» per
salvare la vita dell’ostaggio rinchiuso nella «prigione del popolo». Ed è a
Giulio, pur con accenni indiretti, che Bettino si riferisce quando parla di
«falchi a buon mercato», «intransigenza impietosa», «cinismo», «fanatismo
dei fini».
Ormai la miccia della polemica è accesa, e con l’esaurirsi dell’«unità
nazionale» – ragiona il segretario socialista – dovrebbe giungere al capolinea
anche un lungo tragitto politico personale: «Mi fa un po’ impressione leggere
i libri di storia, trovarci dentro Andreotti e poi accorgermi che sta ancora lì, al
governo. Nel 1947 io avevo tredici anni e portavo i calzoni corti, lui era già
nel governo, deputato e cavaliere del Regno, lo aveva nominato Umberto di
Savoia… Insomma, in Italia pare di vivere in un sogno, tutto resta
immobile». Una stilettata cui l’altro risponde da par suo, sfoggiando ironia:
«Craxi appartiene, beato lui, a una generazione più fresca e vede tutti noi
anziani come reliquie d’antiquariato. Capitava anche a me, quando avevo
vent’anni, d’incorrere nello stesso errore».
Poi, nel maggio del 1981 esplode lo scandalo della P2, e Craxi alza il tiro.
Sull’«Avanti!», il giornale del Psi, scrive un editoriale intitolato Belfagor e
Belzebù che segue di alcuni giorni la pubblicazione su un’altra rivista
socialista, «Critica Sociale», di una fotografia che ritrae Andreotti insieme a
Licio Gelli, il capo della loggia massonica. Nello scritto craxiano, Gelli è «un
attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti,
intese, dossier, trappole e anche ricatti»; un uomo «molto abile, una volpe ma
non un capo», perché in sostanza resta «una specie di segretario generale di
Belzebù». Ma chi è il diavolo, in Italia? «Ognuno se lo potrà immaginare
come meglio crede», annota Craxi, e tutti a scommettere che pure questa
volta egli si riferisca al suo nemico Giulio. Il quale finge incredulità –
«Davvero Craxi pensa a me?» e tiene a bada le malelingue: «Il Belzebù, se
c’è, ha una giubba diversa dalla mia…»
Andreotti passa quindi al contrattacco. Da un lato smonta la pretesa
craxiana della pari dignità nel rapporto con lo Scudo crociato, dall’altro tocca
il nervo scoperto di Bettino, il poco fiato elettorale del Garofano, quell’«onda
lunga» che nonostante gli auspici tarda ad arrivare: «I socialisti vogliono
crescere. Aspirazione umana e naturale, ma fin dall’asilo viene usato uno
strumento che si chiama pallottoliere. E il pallottoliere dice che il loro 10 per
cento non è uguale al nostro 40 per cento. Questo se lo debbono mettere bene
in testa».
Andreotti è «ineffabile, gelido, multiforme. È una volpe, ma prima o poi
tutte le volpi finiscono in pellicceria», reagisce Craxi mostrando il grugno.
Sta di fatto però che Giulio, invece che imbalsamato, finisce per sedersi
proprio accanto a Bettino, almeno nelle riunioni della compagine di governo:
il 4 agosto 1983, quando nasce il Craxi I, Andreotti giura da ministro degli
Esteri.
Si apre così un nuovo capitolo nella storia del rapporto fra questi due eterni
duellanti, nemici per la pelle che comprendono di non poter fare a meno
l’uno dell’altro. L’avversario di Craxi a piazza del Gesù diventa ora il nuovo
segretario Ciriaco De Mita, la cui elezione avviene su chiari presupposti:
recupero della centralità democristiana e contenimento della rendita di
posizione acquisita dal Psi. Andreotti, con la sua naturale attitudine al
compromesso e alla mediazione, si trasforma quindi nella sponda utile per
tenere al riparo l’esecutivo a guida socialista dall’insidia del nuovo gruppo
dirigente Dc. Un ruolo allo stesso modo decisivo lo gioca poi Arnaldo
Forlani, altro notabile dello Scudo crociato che ricopre la carica di
vicepresidente del Consiglio.
Gli eventi successivi possono essere spiegati alla luce della spaccatura
interna al partito cattolico tra una maggioranza che guarda all’asse Andreotti-
Forlani, favorevole al prosieguo della collaborazione politica con il Garofano,
e la componente di sinistra che si riconosce nella leadership di De Mita,
propensa invece a coltivare le ragioni di un rapporto preferenziale con
Botteghe Oscure: lo stesso De Mita è costretto nel 1989 a cedere prima la
guida del partito a Forlani e poi anche il timone del governo – dov’era
approdato nell’aprile ’88 – ad Andreotti, che forma il suo sesto gabinetto
grazie al deciso appoggio dei socialisti. «Belzebù è finito nei libri di storia»,
annuncia Craxi, convinto di essersi garantito, in virtù del patto siglato con i
due interlocutori vittoriosi, un ritorno a Palazzo Chigi in tempi non
eccessivamente lunghi.
A questo punto, però, la crisi che investe il sistema politico all’inizio degli
anni Novanta disarticola ogni equilibrio di potere e fa venir meno gli assetti
consolidati. Giulio e Bettino, che dell’universo della prima Repubblica sono
stati dominus incontrastati, finiscono per incarnare nell’immaginario
collettivo l’emblema della partitocrazia inefficiente, incapace, corrotta,
collusa con la criminalità organizzata. Hanno tenuto nelle loro mani le redini
del governo per anni, sette volte presidente del Consiglio l’uno, premier più
longevo alla guida di un esecutivo l’altro, e ora entrambi sono fatti oggetto di
biasimo popolare, diventano i testimonial delle malefatte del vecchio regime
che sta franando sotto i colpi del piccone giudiziario, tra gli osanna della
piazza pubblica e di quella virtuale.
Andreotti è ormai per tutti «Belzebù», pur se Craxi avrebbe preferito che di
quel suo articolo non restasse impronta nella memoria; e Bettino – lo si deve
alla penna dell’allora direttore dell’«Indipendente» Vittorio Feltri – si
trasforma nel «Cinghialone», il grosso animale cui dare la caccia a colpi di
pallettoni.
Entrambi sono uomini soli, disconosciuti da gran parte di coloro che li
hanno vezzeggiati nel tempo. E l’isolamento diventa angoscioso,
insopportabile, desolante, quando piovono sul loro capo le accuse più
infamanti: Craxi è rinviato a giudizio per corruzione e illecito finanziamento
ai partiti, mentre Andreotti finisce alla sbarra a Perugia, accusato di essere il
mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, e poi a Palermo,
chiamato in causa da alcuni pentiti di mafia che gli attribuiscono la regia
politica delle trame criminose.
Bettino si convince che sia tutto un «complotto», parla di «falsa
rivoluzione», anzi di «golpe postmoderno, senza militari, giocato su nuclei
della magistratura e dell’informazione», che per rendersi credibile deve
procedere manovrando le leve della «violenza», per travolgere, fino a
distruggerlo, il vecchio sistema politico e il suo ceto dirigente: «Hanno
bisogno di dimostrare che l’Italia è stata governata da un ladro che sarei io,
da un mafioso che sarebbe Andreotti, e da un terzo complice, che sarebbe
Forlani, da affidare ai servizi sociali».
Il pensiero corre alle «mani invisibili», ai veri ispiratori del processo di
delegittimazione della prima Repubblica: la manovra è di tale «precisione
chirurgica» da far venire dubbi sugli impulsi di diversa natura, anche
internazionale, pure sullo «zampino degli americani che da tempo volevano
venire addosso a me e ad Andreotti», confida Craxi da Hammamet.
Un filo rosso, nella mente, continua a legare l’esistenza sua a quella di
Giulio. Probabilmente per questo, magari per sentirsi meno solo, l’ex leader
del Garofano prende carta e penna e si rivolge direttamente all’avversario di
un passato lontano, con il quale sta ora condividendo lo stesso, impensabile,
amaro finale di partita: «Caro Andreotti», scrive in una lettera inedita del
luglio ’93, «penso che abbiamo il dovere di reagire in tutti i modi possibili.
L’uso violento del potere giudiziario ha aperto la strada a un golpismo
strisciante e variamente vestito, di fronte al quale c’è solo la paralisi, lo
sbandamento e la viltà di tante forze democratiche».
«Belzebù», però, ha già deciso di separare il suo destino da quello del
«Cinghialone». E così, mentre Craxi prende la via del deserto tunisino,
Andreotti – protetto dallo status di senatore a vita – rimane in Italia e decide
di farsi processare; mentre Bettino tuona da Hammamet, protesta, lancia
accuse, scrive e invade con i suoi fax le redazioni dei giornali, contesta al
pool della Procura di Milano il diritto di accusarlo e la legittimità di giudicare
il sistema di finanziamento della politica, Giulio sceglie il profilo basso, cela
ogni emozione, non rilascia interviste, studia i fascicoli processuali, partecipa
alle udienze, e ai suoi avvocati rivela di confidare nella giustizia. Rabbioso e
disobbediente l’uno, flemmatico e rispettoso l’altro. L’opinione pubblica se
ne avvede, e i giornali pure: «Andreotti si difende cocciutamente, a ogni
udienza, dalle accuse gravissime del Tribunale di Palermo; Craxi si rifugia in
Tunisia, lamentando un “colpo di Stato”», recita un editoriale pubblicato nel
luglio del ’98 sul «Corriere della Sera» che non ha dubbi su quale dei due
personaggi abbia imboccato la strada giusta: «Chi ha voluto, e potuto, guidare
la Politica di un Paese non può poi sfuggirne, o disconoscerne, la Giustizia».
Del resto, sono concetti che l’autore dell’articolo, Gianni Riotta, ha già
espresso il primo ottobre ’95, sempre sul quotidiano di via Solferino,
marcando anche in quella occasione le differenze di comportamento tra i due
ex presidenti del Consiglio e dando quindi fiato alla linea del giornale: «Giù
il cappello, signore e signori, davanti al senatore a vita Giulio Andreotti.
Colpito da accuse ben più infamanti di quelle a cui si sottrae, latitando, Craxi,
Andreotti va in tribunale, affronta a viso aperto una prova durissima». In
definitiva, egli «sta onorando con fedeltà il suo passato di uomo politico: la
Repubblica gli ha dato il potere, la Repubblica lo ha rinviato a giudizio, alla
Repubblica lui risponde… I libri di storia saranno con lui meno impietosi che
con Craxi». Una previsione che non si sarebbe rivelata del tutto corretta.
La Storia, quella con la “s” maiuscola, diventa a questo punto il vero
cruccio di Bettino. Se il quadro delle accuse lo inchioda al teorema del «non
poteva non sapere», se l’evoluzione della dinamica giudiziaria non concede
margini alla speranza di uscirne innocente, se la cronaca quotidiana lo iscrive
nel pantheon dei maledetti, allora tanto vale provare a imporsi nella sfida con
la memoria, affidando ai posteri «molte pagine di verità». Questo è il
proposito finale che Craxi matura nei suoi anni lontano dall’Italia: «Non
posso far altro, ma la battaglia della Storia non gliela faccio vincere».
E tuttavia, occorre anche fortificare le difese nel presente, proprio come sta
facendo Giulio. In che modo proseguire, come andare avanti? Craxi si
interroga, e lascia disordinati appunti: «Andreotti è senatore a vita. Io non
potevo fare come lui, rimanere in Italia nel tentativo di provare la mia
innocenza. La mia vita l’avrei dovuta difendere, e probabilmente l’avrei
persa». Da Hammamet, non si stanca di ribadire che «irridere, demonizzare,
criminalizzare» la classe politica che ha governato il Paese in frangenti così
difficili è solo un modo per alimentare «una grande menzogna» da cui «non
sorgerà nessuna nuova democrazia e nessuna nuova Repubblica».
Il caso Andreotti suscita tutta la sua attenzione, alimenta le sue paure, in un
continuo sforzo di tenere intrecciate le due vicende: difendere l’«amico»
Giulio, evidenziandone i meriti, significa in realtà tenere accesi i riflettori
anche sulla propria storia, ammantarla di eccellenza e dignità.
I «diari» di Bettino sono una fonte preziosa per comprendere questa
dinamica psicologica: «Può darsi che Andreotti nella sua vita ne abbia fatte di
cotte e di crude», scrive nel maggio del ’95, «ma abbracciato al capo della
mafia non lo vedo proprio. È un’accusa del tutto assurda… Se c’è qualcuno
che negli anni l’ha sempre appoggiato e favorito è il Vaticano, non la mafia».
E poi, con grafia decisa, ecco materializzarsi l’omaggio alle virtù di uomo
delle istituzioni: «Io ho avuto con Giulio non pochi scontri politici, ma
quando fu ministro degli Esteri dei miei governi non posso non riconoscere
che si comportò sempre lealmente. Lo si può giudicare e criticare, a seconda
dei punti di vista, per questa o quella ragione politica o umana. Trattarlo alla
stregua di un criminale è nient’altro che una infamia».
Commenti al vetriolo ripetuti nel momento in cui – l’8 aprile 1999 – a
Palermo viene formulata la richiesta di condanna per Andreotti, che «ha
trasformato la sua corrente in una struttura di servizio per la mafia, con un
contributo non occasionale, non transeunte, non emergenziale», s’infervora il
pubblico ministero Roberto Scarpinato al termine della requisitoria. Ma
quello che si celebra nel capoluogo siciliano è «un processo politico a tutto
tondo», ribatte Craxi, «un processo alla prima Repubblica e a una parte della
Democrazia cristiana».
Il 20 aprile, però, a finire nel vicolo cieco è il tragitto giudiziario di Bettino,
poiché la Cassazione rende definitiva la condanna a quattro anni e sei mesi
nei confronti dell’ex premier socialista, imputato per le tangenti sugli appalti
della Metropolitana milanese. Di lì a sei mesi vengono rese note le
motivazioni, proprio nel momento in cui l’Italia attende col fiato sospeso la
sentenza di primo grado del processo Andreotti: «Papà era convinto che
avrebbero piegato anche il senatore a vita, non credeva a quanti sostenevano
che il vento stava cambiando», ha confidato Bobo Craxi.
Si provi allora a immaginare lo stato d’animo del «Cinghialone» quando,
all’ora di pranzo di sabato 23 ottobre ’99, apprende dal telegiornale la notizia
che i giudici della quinta sezione del Tribunale di Palermo hanno assolto
Giulio Andreotti dall’imputazione ascrittagli «perché il fatto non sussiste».
Bettino accusa il colpo, è disorientato, ha sempre creduto che la rete di
«falsità, menzogne e avventurismi veri e propri» costruitagli intorno avrebbe
finito per soffocare ingiustamente Andreotti; al tempo stesso, la
soddisfazione è grande per la chiusura di un «capitolo infame», per un «atto
di giustizia che passerà alla storia»: Giulio e la sua famiglia meritano «una
vita lunga e finalmente serena».
Trascorrono i minuti, e sul volto di Bettino Craxi cala un velo di
inquietudine: è come se d’improvviso egli si senta un po’ più solo, un po’ più
fragile; è come se il proscioglimento dell’ex presidente del Consiglio
democristiano l’abbia spinto sul ciglio del burrone esistenziale. «Il giorno
dell’assoluzione di Andreotti mio padre incominciò a morire, perché capì che
sarebbe rimasto l’unico con il marchio dell’infamia addosso, l’unico
delinquente nella storia recente del suo Paese», spiega amara Stefania,
interpretando il turbamento paterno dopo l’inattesa notizia che ha dato
l’apertura a tutti i tg in Italia.
In effetti, le condizioni di salute di Bettino si aggravano in maniera
repentina, il corpo, già debilitato dal diabete, deve fare i conti con un cuore
sempre più in affanno.
E da Roma, a sollecitare attenzione sulla sua vicenda sanitaria si leva una
voce, forse proprio quella che Craxi sperava di udire: «Gli è possibile tornare
per curarsi a dovere senza incappare nei lacci della giustizia? Io credo che un
gesto di clemenza sarebbe compreso e rispettato. Prima della conclusione
delle mie vicende perugine e palermitane non potevo interloquire, ora sì. La
vecchia volpe non finita in pellicceria prega il Signore perché aiuti l’antico
cacciatore». Firmato Giulio Andreotti.
Il senatore a vita non si rassegna all’idea che la sorte di Bettino possa
venire sacrificata sull’altare dell’indifferenza, lo confida ai figli dell’ex
presidente socialista, ai quali assicura di lavorare «come un artigiano
sott’acqua», con «pazienza e discrezione» alla ricerca di uno spiraglio
politico-istituzionale, suggerendo al tempo stesso cautela nei passi da
compiere: «Bisogna andare per gradi, se c’è un problema di emergenza
sanitaria mi concentrerei su quello, tenendo distinta la questione più
complicata di un ritorno definitivo… altrimenti non si otterrà né l’uno né
l’altro risultato». In ogni caso, si tratta di «garantirgli la possibilità di curarsi,
libero, in Italia». Parole che riecheggiano quelle che Craxi pronuncia ad
Hammamet: «Decida l’Italia cosa intende fare di me, poi anch’io deciderò il
da farsi».
La storia finirà per conoscere un epilogo tragico. L’esistenza di Bettino si
consuma dopo anni di «desolante esilio, rattristata da silenzi e – peggio
ancora – da rinnegamenti di amici e clientes», scrive Andreotti
nell’editoriale-necrologio pubblicato sul «Giorno» il 20 gennaio del 2000.
Egli sta ora celebrando l’uomo col quale ha condiviso, sia pure da fronti
opposti, un pezzo di storia nazionale decorato di successi e sconfitte, le sue
sono parole gonfie di rammarico e compassione, un atto di accusa indirizzato
a quanti non hanno saputo e voluto comprendere che a volte si possono
mettere da parte i codici e i risentimenti, di fronte alla sofferenza umana.
Esattamente ciò che Bettino si sforzava di far capire a Giulio in occasione del
dramma di Aldo Moro, ventidue anni prima.
«Mentre gli uomini fanno fatica a superare il freddo delle esigenze della
giustizia, nei cieli dove non si conoscono tramonti non è mai estraneo il
calore della misericordia. Ed è alla misericordia di Dio che va affidato
Bettino Craxi, sottraendolo alle nostre sempre piccole querele umane»: sono
queste le ultime parole che «Belzebù» dedica alla memoria del
«Cinghialone».
Esule o latitante? «Sono un uomo solo…»

Una fitta distesa di ulivi, in fondo alla quale, lontano, si staglia il mare; tutto
intorno rilievi aspri e brulli, a incorniciare un paesaggio desolato che
nasconde alla vista il deserto. La collina «degli sciacalli e dei serpenti»
domina il golfo di Hammamet ed è lassù, circondata dalla sterpaglia, che si
trova «Dar Craxi», la dimora di Bettino.
Ci si arriva seguendo un percorso in terra battuta, con sbocco in uno
specchio d’acqua da cui prende il nome di «strada del fiume», Route El
Fawara: «Anna e io sbarcammo per la prima volta in Tunisia, come turisti,
nell’estate del 1967 e vi ritornammo con un gruppo di amici, l’anno
successivo. Il Paese era pieno di incanti, le persone gentili e i prezzi
convenienti… Nel ’69 nacque l’idea di costruire una casa per le vacanze e il
progetto si fece subito concreto in quello stesso anno… Ad Hammamet»,
racconta Bettino, «fu acquistato un terreno di due ettari, in una zona interna
allora praticamente disabitata, distante alcuni chilometri dal mare… Si
trattava di un terreno non coltivato, alle pendici di una catena montuosa, dove
capeggiavano alcune piante di carrubo e qualche vecchio rudere. In
precedenza avevamo cercato l’acqua ricorrendo ai vecchi rabdomanti del
paese che la trovarono a 14 metri di profondità. Dapprima fu realizzato un
pozzo, lo stesso che serve ancora oggi tutta la proprietà, e poi presero avvio i
lavori di costruzione che si prolungarono per diverso tempo…»
Tante cose sono cambiate, da allora. A metà degli anni Novanta, i tunisini,
per assecondare la vocazione turistica del posto, hanno realizzato una bretella
a scorrimento veloce che costeggia il buen retiro estivo dell’ex presidente
italiano, il quale, dal canto suo, ha reso più confortevoli i periodi di soggiorno
della famiglia, trasformando quei terreni incolti in «giardini a ulivo e a
frutta», procedendo «al completamento, all’ampliamento e all’abbellimento»
della tenuta che si sviluppa adesso su circa tre ettari, grazie all’acquisto di un
suolo confinante.
Un lungo muro esterno di calce riveste la «villa» che nel maggio del ’94
Craxi decide di adibire a rifugio quotidiano. Quante favole su quella villa,
arredata con sfarzo, narrano le leggende italiche: i rubinetti d’oro, i dipinti di
valore, le sculture preziose, il getto d’acqua in giardino dell’antica fontana
del Castello Sforzesco di Milano, smontata anni prima per lavori di restauro,
trafugata nottetempo e quindi spedita dall’altra parte del Mediterraneo, come
intona beffardo Paolo Rossi nei versi di una sua canzone («Dov’è finita la
fontana di largo Cairoli? Ad Hammamet… ad Hammamet!»).
Ma Bettino non ha tempo per inseguire i veleni, adesso. Deve riordinare la
sua vita, dare un significato a giornate che rischiano di trascinarsi
stancamente, una uguale all’altra, lontane dalla frenesia e dai rumori del
passato, governate dalla monotonia. Come fare a non lasciarsi inghiottire
dalla solitudine? Le palme, i cedri, gli olivi, il vecchio carrubo che troneggia
in giardino, all’ombra del quale egli si ferma a riflettere, rimette in fila i
pensieri: questa, ora, è la sua «prigione».
L’ingresso della villa è incorniciato da un portale bianco ad arco presidiato
dagli uomini della Guardia nazionale cui ben presto si affiancano le «Tigri
nere», i reparti speciali del presidente Ben Ali che Craxi non lo perdono di
vista neppure un attimo: «Locali appositi, destinati esclusivamente ai militari
per i turni di guardia, sono stati attrezzati all’ingresso e all’interno della
proprietà. Vivo circondato, giorno e notte, da una cintura di sicurezza
disposta dalle autorità tunisine, preoccupate di rischi e di minacce che hanno
potuto e, si ritiene, potrebbero riguardare la mia incolumità».
Dalla garitta dei soldati, un lungo viale conduce al cortile che una vetrata
separa dall’interno dell’abitazione, dove fa bella mostra di sé, sulla parete, un
grande ritratto a olio di Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei due mondi. E poi un
tavolo di legno, sotto le arcate del patio, adibito a postazione di lavoro: un
tavolo enorme, ingombro di carte, libri, fotocopie e ritagli di giornale,
fotografie che richiamano un’esistenza che non c’è più, restituendo memorie
di grandezza. Spiccano i volti di Lady Diana e di Ronald Reagan. Posacenere
pieni di cicche che si riempiono nelle ore notturne, o quando il sole è ancora
gelido, opaco. L’ex premier socialista dorme poco, riposa male: «Soffro di
insonnia da un po’ di tempo, e non riesco a liberarmene», annota su un foglio
nel marzo del ’95, quando il primo inverno trascorso ad Hammamet è alle
spalle. «Non lo so, probabilmente sono sempre un po’ nervoso, sono un po’
agitato. Insomma, non riesco ad addormentarmi, sto a leggere fino a tardi.
Leggo, scrivo e metto ordine nelle mie carte che entrano ed escono dal
disordine. Lavoro di notte, normalmente anche in Italia, quando dovevo
scrivere un discorso, o un testo di qualche importanza, lo facevo nelle ore
notturne. Devo riuscire a cambiare, però. Insomma, mi sono proposto di
cambiare, perché non va bene così…»
Nei primi mesi ad Hammamet, l’«esule» non ancora «latitante» fatica a
disconnettersi dalle dinamiche della politica italiana, seguendo anzi con
frenetico interesse la prova d’esordio della seconda Repubblica. «Se il
governo non va, bisogna farne un altro», è l’esortazione che rivolge al
vecchio amico Berlusconi alle prese con le bizze dell’alleato leghista,
premurandosi di vestirlo come il suggerimento proveniente da «un malato
ferito nell’animo, in parte azzoppato e in parte afflitto da qualche altro
acciacco che tuttavia non gli ha ancora ottenebrato il cervello». Perché Craxi
si sente – e vuole continuare a essere – utile al Paese.
Lo scioglimento del Partito socialista naturalmente lo addolora, da lontano
guarda con amarezza la diaspora di dirigenti, militanti ed elettori, e non si
illude che sia possibile nell’immediato ridare forza organizzativa a una storia
secolare, rivitalizzare le radici secche del Garofano. Una convinzione che si
rafforza nel tempo, quando pure si moltiplicano le iniziative in tal senso:
«Spezzoni e soprattutto leader della vecchia nomenclatura rincorrono,
urtandosi tra loro, quello che non c’è…»
La scrittura, in questo frangente, permette di non spezzare il filo della
passione politica, fornendole anzi rinnovati stimoli, ed è l’unico strumento a
disposizione per impedire che sul «caso Craxi» cali inesorabile l’oblio: «Io
ero un trofeo da caccia grossa, la mia testa, innalzata su di una picca, era
segno incontestabile di vittoria. Lo hanno potuto fare però solo in modo
immaginario, la mia testa sta sul collo e il mio cervello funziona, e per il resto
della vita voglio dedicarmi a smascherare tanti bugiardi, mettere a nudo tante
menzogne», recita il testo di una nota composta il 4 marzo del ’97.
Bisogna rompere la «congiura del silenzio», e per farlo si deve ricorrere a
tutti i canali possibili: così, nel momento in cui articoli e commenti inviati per
fax alle redazioni dei grandi giornali italiani finiscono inesorabilmente «nei
cestini della carta», ecco spuntare le riflessioni veicolate attraverso circuiti
informativi minori ed estranei al vasto pubblico, ma che comunque
garantiscono in qualche modo la prosecuzione di una battaglia. O almeno,
illudono che sia possibile fare «opera di verità».
L’«Avanti», tornato alle stampe in forma semiclandestina, pubblica i
dialoghi immaginari fra Tizio e Caio, una sorta di parodia sui «professionisti»
della «nuova politica» nell’Italia bipolare; e «Critica Sociale» rilancia invece
la proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sul
finanziamento illegale ai partiti, per fare chiarezza sul passato e contestare la
legittimità delle iniziative giudiziarie: «Se la fanno, ma so bene che se ne
guardano perché sono tutti impicciati… se la fanno, io sono disponibile anche
a rientrare in Italia», si lascia sfuggire a un certo punto Bettino; «le mani
addosso, però, non me le devono mettere».
Edmond Dantès, il conte di Montecristo dell’omonimo romanzo di
Alexandre Dumas padre, è lo pseudonimo che Craxi utilizza per firmare i
suoi pezzi. Una figura letteraria nella quale riconoscersi e di cui, magari,
ripercorrere le orme: ingiustamente accusato e rinchiuso nel Château d’If,
quel personaggio riuscirà a evadere e a vendicarsi dei torti subìti. Del resto,
non è un mistero che l’ex leader socialista voglia «combattere con tutte le
forze» per togliersi di dosso «il marchio dell’infamia», come rivela nel
settembre 1994 al giornalista del «New York Times» Alan Cowell, che titola
l’intervista Sic transit gloria…un primo ministro italiano in esilio.
Se i quotidiani nazionali non sembrano curarsene troppo, sono gli organi di
informazione stranieri a gettare un fascio di luce sulla condizione esistenziale
e sui malanni fisici dell’uomo di Hammamet, scoprendosi interessati alle sue
analisi politiche. Il giornale di Barcellona, «La Vanguardia», dopo averci
conversato lo definisce «l’unico dirigente dell’Europa democratica di fine
secolo in esilio», e questo fa storcere il naso a molti, nella penisola: Craxi
somiglia piuttosto «a certe star nostrane in declino, che vanno in tournée in
America Latina o nei Paesi dell’Est, ove riscuotono grandi e inspiegabili
successi», è il velenoso ritratto fornito dalla «Stampa» di Torino nel marzo
del ’95.
Ma non è questo che brucia nell’animo, non è solo questo. Certo, fa male
sentirsi inascoltato, fa male dover confidare i pensieri a una compagna
speciale, la solitudine. È altrettanto doloroso, però, rinunciare alla passione di
una vita intera, doversi tenere in continuo movimento per non essere
sopraffatto dalla forza emotiva della nostalgia. «Sento la mancanza del
lavoro, non del potere», scrive Craxi nel novembre del ’96. «Mi manca il
lavoro che ero abituato a fare, che ero abituato a organizzare. Qui è tutto
molto ridotto, me lo invento.»
I tormenti dell’uomo non possono non riflettersi sull’esistenza di coloro
che gli sono accanto: «È stato uno strazio, per me che l’avevo sempre visto
lavorare anche il sabato, la domenica, in testa continuamente la politica, una
signora che sedeva a tavola con noi, osservarlo mentre si inventava la
giornata», conferma la figlia Stefania serbando memoria delle lunghe notti
insonni, quando il padre lo sentiva «camminare avanti e indietro per la casa,
unico segno di un’angoscia che, di giorno, con noi cercava di non palesare
mai».
«Il mio lavoro, il lavoro che ero abituato a fare, non ce l’ho più, neanche
nella forma che avrei potuto avere facendo il pensionato in patria», aggiunge
Bettino. «Magari, facendo il pensionato in patria, avrei potuto insegnare,
avrei potuto fare qualcosa che qui non posso fare, e questa per me è una
sofferenza, è una grande pena. Cerco tuttavia di non farmi sopraffare,
naturalmente combatto, non è che mi accascio e dico: “Sto male”.»
Craxi, in effetti, un modo di vivere lo trova, quella di Hammamet non è
agli inizi un’atmosfera cupa, come la vulgata ha fatto credere. O meglio, il
dolore, la frustrazione, convivono con la rinascita di un individuo che
riscopre il gusto delle piccole cose, che si improvvisa artista, realizza
serigrafie, dà sfogo ai sentimenti attraverso una forma d’arte concettuale
intrecciata alla satira nella composizione delle litografie – Becchini, poi
Bugiardi ed extraterrestri – dedicate agli esponenti politici della prima
Repubblica balzati come d’incanto agli onori della seconda.
Gran parte del tempo viene poi dedicato alle riunioni con Giannino Guiso
ed Enzo Lo Giudice, gli avvocati milanesi che fanno la spola dall’Italia: si
studiano i fascicoli processuali, si definiscono le strategie difensive,
l’imputato s’infervora e poi si placa, non smette di fare domande. E incontra
persone, vecchi compagni socialisti – nostalgici o disorientati – che bussano
alla porta di «Dar Craxi», come pure leader della politica europea e
internazionale: Mário Soares, in visita in Tunisia, lo riceve presso
l’ambasciata portoghese; il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, gli
piomba in casa ad Hammamet; Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per
la liberazione della Palestina, gli rinnova di continuo, nel corso dei loro
colloqui, l’invito a trasferirsi a Gaza. Bettino ringrazia, facendo seguire a
ogni incontro le note vergate nel silenzio della notte: «Chi conosce la storia
sopporta meglio il peso delle ingratitudini, delle viltà, dei tradimenti. Tanti
amici mi hanno tradito e voltato le spalle, tanti altri invece mi hanno
conservato la loro solidarietà e il loro affetto».
Certo, non possiamo definirli veri e propri «diari», Craxi non si è mai
abituato a dare forma ordinata e compiuta ai pensieri. «La realtà», ha spiegato
Bobo, «è che non voleva fermare nero su bianco la sua vita, probabilmente
per questione d’orgoglio rifiutava di sentirsi a tal punto vecchio e archiviato
dal non restargli che scrivere le sue memorie.» Sta di fatto che i numerosi
appunti redatti negli anni di Hammamet rappresentano tessere di un mosaico
che si compone scavando nell’intimo delle riflessioni: «L’amicizia, la
riconoscenza, la gratitudine sono sentimenti diffusi, e allo stesso tempo rari.
È materia perciò nella quale bisogna giungere a distinguere il grano dal
loglio. Per accertarne l’esistenza e lo spessore, bisogna che questi sentimenti
siano messi alla prova. Più la prova è difficile e più si farà strada la verità. Io
ne so qualcosa».
Dai rimpianti, comunque, Bettino cerca di tenersi lontano: «Capita a tutti di
averne, e capita anche a me. Però non sono abituato a camminare con la testa
rivolta all’indietro, il rimpianto è una cosa che non serve, devo dire la verità,
è più facile che io venga preso da quella che si chiamava l’autocritica… di
non aver fatto una cosa o di averne fatta una sbagliata, o di averne fatte tante
sbagliate o un certo numero di buone».
Del resto, gli uomini commettono errori, e quelli che hanno grandi
responsabilità sono portati a sbagliare più degli altri: «La vita è fatta anche di
questo, e quando non è fatta anche di questo è falsa o è vuota».
Riannodare i fili della memoria può essere quindi utile, a maggior ragione
nel caso di un individuo che ha conosciuto il potere in tutte le sfaccettature. Il
Craxi di Hammamet si sforza tuttavia di recintare il perimetro del ricordo,
come fosse un modo per tenere distante dal cuore quel senso di melanconico
abbandono che ogni tanto riaffiora lentamente: «Cerco di non vivere nel
passato, se non per quanto è necessario fare per tante ragioni, a cominciare da
un bisogno di verità; cerco di fare il possibile per non stare a rimuginare sulle
cose che sono successe, che succedono, sul male che ho visto, sul male che
mi hanno fatto… Gli errori che posso aver fatto io… Insomma, cerco di
evitare di riempirmi questa parte della vita, che poi è l’ultima, di riempirmela
in modo spiacevole, in modo sofferente, mi sforzo di farlo e ci riesco». Del
resto, prosegue, «sono testardo, vado più frequentemente alla ricerca di
spiegazioni e di giustificazioni, non sono un pentito, salvo che per alcune
cose che riguardano le mie relazioni umane». Ossia? «Mi pento di aver dato
fiducia e potere a chi non lo meritava.»
Ma è possibile tenere a freno i risentimenti, che di certo albergano
nell’animo di un uomo che si considera vittima di un «processo speciale»?
«Se dicessi che non ne ho», scrive Bettino, «direi una bugia, piuttosto cerco
di neutralizzarli, qualche volta ci riesco, altre volte no.» L’importante è non
lasciarsi irretire dalle sirene dello sconforto, la cui melodia incantatrice
rompe il silenzio degli inverni tunisini, come il canto del muezzin che ogni
giorno richiama alla preghiera: «Sono addolorato, ma sereno. Non sono né
sfiduciato né rassegnato. Penso sempre alle cose terribili che sono successe
nella storia, alle sofferenze sofferte da altri, e questo mi aiuta ad accettare con
equilibrio tutto ciò che mi sta succedendo. Sono dispiaciuto per la mia
famiglia, costretta, per tanti aspetti, a subire la mia stessa sorte». È l’ottobre
del 1996, la speranza, a Route El Fawara, non se n’è ancora andata.

La Medina di Hammamet è un labirinto di vicoli stretti e tortuosi tra muri


intonacati di bianco, un universo assordante di rumori. Craxi ha sempre
amato smarrirsi fra queste stradine, frequentarne le minuscole botteghe,
intrattenersi con artigiani e commercianti: «S’informava, ascoltava i loro
problemi, era un curioso dell’umanità, lo amavano moltissimo», dice la figlia.
Tutti qui lo chiamano «Monsieur le Président», conoscono la sua storia, lo
rispettano, lo fanno sentire a casa, e lui non nasconde la propria riconoscenza:
«Vivo in un Paese ospitale che frequento da più di trent’anni, un Paese amico
che è come una seconda patria… un popolo amico. Qui dove sono ho potuto
e posso contare sull’affetto di tante persone, con le quali ho avuto esperienze
e anche lotte comuni, vecchi che sono diventati vecchissimi, giovani che ho
visto crescere e che oggi sono sposati con prole, molti altri che in questi anni
hanno solidarizzato con me, mi hanno aiutato nei momenti difficili, mi hanno
sempre generosamente sostenuto».
Il popolo tunisino ha dato accoglienza, il governo di Ben Ali ha garantito
riparo e protezione, Craxi è «un amico della Tunisia e di tutti gli arabi»,
sottolineano autorevoli emissari del palazzo presidenziale. In questo spicchio
di Nord Africa non hanno evidentemente dimenticato l’impegno profuso
dall’ex primo ministro italiano in favore dei Paesi in via di sviluppo, con aiuti
concreti e fondi per la cooperazione, ma le ragioni della vicinanza e della
gratitudine politica sono corroborate anche dal rispetto del diritto
internazionale: Craxi è al sicuro perché l’accordo bilaterale fra Roma e
Tunisi, risalente al 1967, prevede che l’estradizione venga negata per i reati
«connessi a infrazioni politiche». Questo scudo, comunque, non attenua il
malessere provato il 7 luglio del ’95, quando da Milano il pubblico ministero
Paolo Ielo chiede e ottiene un mandato di cattura internazionale; di lì a due
settimane, il Tribunale meneghino sancisce la «trasgressione agli obblighi
giudiziari»: per la legge italiana Craxi è ormai un latitante. Eppure,
commenta lui, «tutti i magistrati che, tramite i miei avvocati, hanno
manifestato l’intenzione di incontrarmi a Tunisi, o in Tunisia, hanno sempre
avuto come risposta una mia dichiarazione di piena disponibilità… Nessuna
di queste intenzioni, che pure era stata manifestata, si è poi mai concretata».
A rendere meno inquiete le giornate di Bettino ci sono la moglie Anna, i
figli Stefania e Bobo, che fanno su e giù con l’Italia, i nipotini: «La mia
famiglia non fa del vittimismo», spiega lui con un pizzico di orgoglio, «è
forte, è in piedi, ed è molto affettuosa. I piccoli, grazie a Dio, sono piccoli».
Tra gli abitanti del posto si è creato un legame speciale con Chokri, un
fanciullo che si guadagna da vivere facendo il fioraio, al quale Craxi paga la
retta degli studi e le cure dentali, e con il giovane economo della tenuta di
Route El Fawara, Hamida Guembri – oggi stimato insegnante di educazione
fisica – che lo coinvolge nelle vicende dell’Associazione sportiva
Hammamet, una squadra di calcio di serie pressoché sconosciuta di cui
Monsieur le Président diviene in qualche modo il tutore, con tanto di posto
fisso in tribuna, ovvero sedia di plastica ai bordi di un campo polveroso.
A Bettino piace muoversi nei dintorni di Hammamet, non resiste alla
tentazione di fare l’esploratore, finché le condizioni di salute glielo
permettono: «Ogni tanto, quando mi sento bene, mi aggiro in località segnate
da ricordi e avvenimenti storici perché la Tunisia è un Paese ricco di storia,
antica e recente», annota nel gennaio ’95. Eccolo quindi scendere per una
trentina di chilometri verso sud, fino al cimitero dei carri armati, rottami di
veicoli militari inglesi della Seconda guerra mondiale, arrugginiti e sommersi
a metà dalla sabbia del deserto; oppure percorrere le stradine dei piccoli
villaggi un tempo abitati da pescatori siciliani: «Ci sono ancora le loro
tracce». Craxi trascorre pomeriggi interi seduto sulla sabbia, lungo la riva
incolta di Selloum, a scrutare l’orizzonte mentre il sole arrossa il mare. Ha
costruito un capanno di frasche e canne per difendersi dal caldo e dal vento,
spesso si rifugia lì sotto quando arriva il momento di perdersi nei pensieri.
Pochi passi più in là c’è un fortino, un cumulo di mattoni eretto dai tedeschi
durante il secondo conflitto bellico, trasformato in dimora da una famiglia di
pescatori. Bettino si intrattiene a lungo con loro, mangia il pesce fresco, la
semplicità di quella gente e le urla spensierate dei bambini che si rincorrono
sulla spiaggia fanno davvero bene al cuore.
Poi, però, tornati fra le mura dell’abitazione, ci si rende conto che il tempo
passa, e la vita si consuma: «Lo sforzo che faccio su me stesso è cercare di
prepararmi al futuro, immaginando le cose migliori e le cose peggiori, alle
quali penso. E ovviamente spero, perché la speranza è una grande sorgente.
Penso, fantastico, spero… e in ogni caso mi preparo… Come è giusto che ci
si prepari, arrivati a una certa età», confida l’uomo di Hammamet al regista
Antonello Aglioti.
Martedì 12 novembre 1996 il nome di Bettino torna sulle pagine di tutti i
giornali italiani, Craxi ritrova un momento di popolarità. In negativo, però.
Da Roma giunge la prima condanna definitiva della Cassazione – cinque anni
e sei mesi di carcere nell’ambito del processo Eni-Sai – e la fiducia
lentamente cede il passo allo sgomento: «Mi riesce perfino difficile ricordare
come abbiamo vissuto quel periodo, lui soffriva del fatto che non gli
telefonavano per paura di finire in qualche intercettazione, la notte in cui
venne condannato ingiustamente per Eni-Sai non lo chiamò nessuno»,
racconta Stefania. Il padre è scosso, pur avendo immaginato questo finale non
riesce a fare a meno di porre l’accento sull’inconsueta prova di efficienza
offerta dalla giustizia italiana, che nel suo caso avrebbe bruciato le tappe per
arrivare al verdetto. E tutto ciò lo angustia. Giannino Guiso ed Enzo Lo
Giudice tentano di rasserenarlo, gli prospettano l’ipotesi di un ricorso alla
Corte europea dei diritti umani (che nel dicembre 2002 condannerà l’Italia
per il mancato rispetto dell’articolo 6 sull’equo processo), lui accetta, però
qualcosa interiormente si è rotto. Forse per sempre. «La sconfitta è
inevitabile, ma la scomparsa va evitata», appunta a tarda sera su una paginetta
di quaderno evidenziando il concetto, quasi a volergli fornire maggior rilievo
rispetto ad altre considerazioni che pure sviluppa.
Craxi ha capito che la sentenza di condanna è un macigno sulle speranze di
poter ritornare un giorno in Italia. Da uomo libero. Allora prende a rifugiarsi
nuovamente nella scrittura, magari nell’auspicio che, scaraventandole su un
foglio di carta, le voglie di rivalsa possano in qualche modo affievolirsi:
«Due soli poteri esistono al mondo, la spada e lo spirito. Alla lunga è sempre
il secondo a sconfiggere la prima», chiosa prendendo in prestito un aforisma
di Napoleone Bonaparte. Poi, ancora: «Non posso usare la spada, ma posso
usare la penna. È capitato a tanti prima di me nella storia… Ora e ogni
giorno, rifletto su ciò che devo e dovrò fare nel prossimo futuro, perché
desidero rimanere in vita e non farmi né piegare né stroncare da questa
aggressione e da questa ingiustizia… Io mi considero un esiliato politico».
Scrive, Bettino, ma la grafia è molto più incerta e tremolante del consueto.
Da ultimo, ecco un omaggio romanzato a Ghino di Tacco, «brigante
gentiluomo» e signore di Radicofani, pseudonimo che Craxi stesso aveva
scelto per firmare gli editoriali sull’«Avanti!» negli anni Ottanta, dopo che ad
affibbiarglielo in senso negativo per le sue «scorribande» politiche era stato il
direttore di «Repubblica», Eugenio Scalfari. Pagine attraversate da una
malinconia profonda, da un impulso fortissimo che risospinge l’autore verso i
lidi dell’autobiografia rischiarati dai raggi della storia: «Se Ghino avesse
voluto e se la forza in armi non si fosse divisa e dissolta. Se al primo assalto,
gli uomini, invece di combattere con onore, ormai svuotati, non si fossero
piegati mostrando il volto della paura, della viltà e del tradimento. Allora
Ghino non si sarebbe trovato solo con i suoi sogni, e con pochi amici
coraggiosi ma sconfitti».
Italia, oh cara!

«L’Italia mi incombe in cuore a tutte le ore del giorno e della notte… Vedo
Piazza del Duomo in televisione e mi viene il magone… Vorrei andare a
Musocco, dove sono sepolti i miei genitori Vittorio e Maria.»
Hammamet, gennaio 1999, il pensiero di Bettino Craxi corre al Paese da
cui se n’è andato cinque anni prima, la patria che non ha più rivisto: «Stare
lontano dall’Italia mi pone di fronte a un grande problema, morale ed
esistenziale. Non so quanto vivrò ancora…» appunta nell’agosto successivo.
«L’Italia mi piomba in casa attraverso una montagna di canali televisivi. La
vedo da lontano anche senza il cannocchiale, dove vivo ci sono quasi sempre
migliaia di italiani… E tuttavia questa lontananza mi pesa terribilmente.
Guardo le sue città e penso che l’Italia dell’arte, della cultura e della natura
sia il posto più bello del mondo. Peccato che sia entrato in un tunnel nero di
cui non si vede la via d’uscita, almeno per ora.»
Da Kélibia, settanta chilometri più a nord, nelle belle giornate si può
scorgere l’isola di Pantelleria, e Bettino vi si reca di frequente, salendo fin
sopra la collina della città costiera: «Non sono a Sant’Elena… Sono più
vicino di quanto non possa sembrare… a occhio nudo si vede la terra italiana,
quasi la tocco con mano; gli antichi romani vi arrivavano in tre giorni di
mare, oggi ci si arriva in un’ora di aereo».
Il filo con la sponda del Mediterraneo che fa da porta di ingresso
all’Europa non si è mai completamente spezzato, l’ex leader socialista è in
collegamento con i pochi fedelissimi rimasti a Roma che lo aggiornano
sull’evoluzione del quadro politico nazionale, ma il rapporto quotidiano,
straordinariamente intenso dal punto di vista emotivo, è quello con il cognato
Paolo Pillitteri, anche lui travolto dalla bufera di Tangentopoli. I due
conversano fino a tarda sera al telefono, discutendo soprattutto di politica e
giustizia; Craxi vuole avere notizie della sua città, Milano, di cui Pillitteri è
stato sindaco, questi s’informa sulle condizioni di salute dell’interlocutore, lo
invita a combattere, a non mollare. Si fanno coraggio a vicenda, o almeno ci
provano. E le chiacchierate finiscono inevitabilmente per ripercorrere fatti ed
episodi che hanno lacerato il tessuto di tanti rapporti umani, prima ancora che
politici: «La consapevolezza del tempo che passa è una mia conquista
recente», confida Bettino, «prima no, non mi apparteneva. Adesso scopro di
parlare di cose che sono successe trent’anni fa, in precedenza non me ne
rendevo conto. È questo il senso della vita».
Gli italiani, in Tunisia, non mancano. A volte è successo che alcuni turisti,
incrociandolo ad Hammamet, Craxi l’abbiano apostrofato e deriso, riaprendo
una ferita nell’animo: «L’Italia può fare benissimo a meno di me, non ha
bisogno della mia presenza, una parte di italiani mi ha cacciato dal Paese…
vedo che ancora non c’è la consapevolezza di quanto è accaduto», si sfoga
con la moglie Anna che prova a contenerne il turbamento. In altre occasioni,
però, i connazionali gli scaldano il cuore: «Quando mi incontrano o quando
trovano la strada di casa, che è un po’ fuori mano, si rivolgono a me per
salutarmi, per sapere come sto, cosa penso e per parlarmi di loro e
dell’Italia». A un certo punto sembra quasi volerne seguire le tracce, come se
questo, nell’inconscio, possa aiutarlo a superare la barriera del mare: «Sento
accenti del Nord e accenti del Sud, oggi ho fatto un altro incontro. Siamo in
bassa stagione, ma il passeggio non manca, ho visto quattro italiani, due
ragazzi e due ragazze», scrive nel febbraio ’96.
Col trascorrere del tempo, a «Dar Craxi» verranno poi recapitate con
sempre maggiore frequenza lettere e biglietti di solidarietà da parte di gente
comune, il timbro postale ne certificherà la provenienza da ogni angolo della
penisola e questo, naturalmente, si rifletterà in positivo sull’umore. Ma cosa
vuol dire? Che l’opinione pubblica italiana sta ammorbidendo il giudizio su
vicende e personaggi della storia recente? Che si può forse guardare con
occhi liberi dal preconcetto a ogni capitolo della biografia politica
repubblicana? Bettino si interroga, e non si illude; nutre la certezza che la
«ruota della verità» inizierà a girare, che «giustizieri protagonisti e forcaioli
mostreranno tutta intera la corda della loro falsità e inconsistenza», ma è pure
consapevole che i processi di maturazione storica hanno il passo lento e
felpato: «Ahimè, sono in grande ritardo nel rispondere alla posta che intanto
si accumula, gli italiani vogliono capire… e io devo spiegare».
Personalità artistiche e culturali del Belpaese sfidano l’impopolarità per
manifestare vicinanza. Lucio Dalla, in concerto a Cartagine, nell’agosto ’98
fa tappa presso l’amico di un tempo, allietando con la sua voce la serata a
Route El Fawara.
Il cantautore bolognese è sempre stato «un amico vero e sincero, nella
buona e nella cattiva sorte», racconta Stefania Craxi che lo ricorda
«strimpellare sulla pianola» dell’appartamento di via Foppa, l’abitazione
milanese di Bettino, o anche «comporre un pezzo di un LP» proprio nella
casa di Hammamet, in anni lontani. E felici.
Il giorno che Craxi morì – mercoledì 19 gennaio 2000 – l’artista debuttava
col suo spettacolo nel capoluogo lombardo, al Teatro Smeraldo. Iniziò
dicendo: «Questo concerto lo dedico a un mio amico che non c’è più. E cantò
Milano per lui».
Nella primavera del ’99 si fa viva pure Ornella Vanoni, e Craxi lo trova
«furioso come un leone in gabbia». I due si conoscono dagli anni Sessanta, la
prima volta che si incontrarono lei ne rimase colpita perché «era palesemente
fallocratico e parlava con i tempi giusti», quelli da leader: «Una parola, due
parole e poi un silenzio… un’arte che oggi non coltiva più nessuno».
Tra i giornalisti, il più assiduo frequentatore della villa è l’ex direttore del
«Giorno» Francesco Damato, mentre Giuliano Ferrara telefona spesso e poi,
nel ’98, giunge accompagnato da Lino Jannuzzi. «Sei relativamente in forma,
ma devi contenerti in tutto, e non devi pensare che l’Italia sia in rotta verso la
rivolta. Gli italiani obbediscono a quelli che vincono», fa presente il direttore
del «Foglio» guardando Craxi negli occhi. E lui, di rimando: «Non hai capito.
Fra un poco incendiano i municipi al Sud». Giuliano ci resta un po’ così: «Mi
sono cadute le braccia, gli ho dato un bacio, me ne sono poi andato dopo una
passeggiata in riva al mare con lui già roso dal piede diabetico».
Non mancano gli uomini di sport. Franco Scoglio, allenatore della
nazionale tunisina di calcio, arriva insieme ad Arrigo Sacchi, il coach del
Milan stellare, rendendo Bettino felice perché il calcio è la sua grande
passione. Da piccolo si era pure messo a correre dietro al pallone: «Ci
giocavo, però come giocatore ero un po’ un brocco… poi mi diedi alla
pallacanestro». Il trasporto emotivo non viene comunque meno, e ad
Hammamet affiorano leggeri sensi di colpa: «Io milanese di nascita mi sono
già dimostrato infedele, abbracciando l’amore per il Torino, ma siccome
rispetto la mia città, nella quale ci sono da cent’anni due grandi club… allora
amo l’Inter e il Milan alla stessa maniera, mi sento in qualche modo legato
alle loro vicende».
Di sicuro, il calcio non è più quello di una volta, basti pensare all’ingaggio
faraonico degli atleti: «Confesso che non sono in grado di capire, mi
sfuggono i meccanismi attraverso i quali ormai si interviene nel mercato con
delle cifre un tempo davvero impensabili…»
Seguire le partite degli azzurri, negli anni tunisini, ha certamente un sapore
particolare, diverso dal passato, pure se, fatta eccezione per i Mondiali del
’94 negli Stati Uniti, con la bruciante sconfitta rimediata in finale dal Brasile
ai rigori, non è che le prestazioni degli italiani in campo siano state proprio
entusiasmanti: eliminazione già nella fase a gironi dell’Europeo disputato in
Inghilterra nel ’96, quindi fuori ai quarti a Francia ’98, battuti dai padroni di
casa che avrebbero finito per alzare la coppa al cielo nello stadio di Saint-
Denis. E Craxi non nasconde il disappunto, mostrandosi comunque «scettico
e ipercritico» fin dall’inizio di ogni avventura. «Dubitava al massimo che
l’Italia potesse avanzare nelle competizioni, bofonchiava “ma dove andiamo,
con questi qui?!”, non sopportava i giocatori un po’ fighetti», dice Bobo che
conserva negli occhi l’immagine del padre mentre si agita davanti al
televisore: «“Ritirati!”, all’attempato atleta che sbagliava un passaggio,
“Ommadonna santa!”, quando un difensore azzardava un disimpegno
indietro, “Questo qui è solo un dribblomane”, ai giocatori che tenevano la
palla un secondo in più». Insomma, la passione calcistica vissuta come
valvola di sfogo, destino comune a milioni di italiani.
Per tornare alle visite dei connazionali, c’è un momento nel quale gli occhi
di Bettino si inumidiscono un po’. Succede quando nel giugno del ’98 David
Riondino e Vauro Senesi chiedono udienza per un’intervista da pubblicare
sul settimanale satirico «Boxer», lui acconsente e quelli varcano la soglia di
Route El Fawara portando in regalo un Colosseo che a rovesciarlo scende la
neve e un sacchetto di terra italiana: «Mi sono commosso, volevo baciarla ma
mi sono trattenuto perché sarebbe stato un gesto retorico… in questi anni
nessuno di quelli che ho incontrato e che sono venuti a salutarmi aveva
pensato di portarmi un sacchetto di terra italiana», come invece hanno fatto «i
signori della satira nella mia tenda africana», ragiona l’ex presidente
socialista. «Per il resto», aggiunge, «abbiamo dedicato il nostro incontro a
riflessioni sulla vita, sull’Italia, sulla politica, anche sulla storia». E non sono
mancati i riferimenti alla satira: «Una satira di regime sarebbe un sepolcro
imbiancato, la satira è espressione dell’intelligenza, della fantasia, dell’arte e
della passione, è un potere che ha bisogno di molta libertà, quando langue è
segno che la libertà si è affievolita».
Bettino ci pensa sempre, alla libertà, associandovi considerazioni sul
distacco dall’Italia: «Tornerò, ma non so quando. Diciamo meglio, spero di
poter ritornare, non vorrei morire lontano dalla mia patria… L’Italia mi
manca moltissimo, qualche volta pensandoci mi commuovo, nonostante
abbia una radicata fama di “duro”… e mi aggrappo alla speranza». In ogni
caso, mette nero su bianco il 12 marzo del ’97, «tornerei solo come uomo
interamente libero, diversamente il mio esilio purtroppo si prolungherà». Poi,
da indomito garibaldino, non si limita a tracciare similitudini fra la Caprera
dell’Ottocento e quel lembo di terra tunisina di fine Ventesimo secolo, perché
gli capita persino di fantasticare, seduto a riva, su uno sbarco in Sicilia in stile
risorgimentale: «Ce ne sarebbero ben più di mille», chiosa divertito. All’Eroe
dei due mondi dedica una serie di litografie, curando pure la ristampa del
testo di un Anonimo napoletano uscito nel 1861, Garibaldi o la conquista
delle Due Sicilie, pubblicato nel 1996 dall’editore Sellerio. In premessa,
l’uomo di Hammamet rivolge un pensiero alla «patria lontana», quindi si
indirizza al capo della Lega Nord Umberto Bossi, «perché nella sua
predicazione federalista, che non dovrebbe debordare sul terreno inaccettabile
del separatismo, ricordi il contributo che i patrioti meridionali dettero alle
lotte per l’indipendenza e l’Unità dell’Italia».
Ma quale immagine del Paese arriva sopra la collina «degli sciacalli e dei
serpenti»? Quali dinamiche politiche, sociali, economiche, veicolate dalle
antenne paraboliche, destano maggiore sconcerto? L’impressione che se ne
ricava guardando da lontano – da dove forse si vede meglio – è quella di
un’Italia che «per molti aspetti si sta impoverendo e imbarbarendo»,
commenta serafico Craxi. «Osservo le cose con un certo distacco e con
grande preoccupazione, spero di sbagliarmi ma non credo», scrive nel giugno
’97, pervaso di malessere per la «condizione di impotenza» che frena
qualunque slancio propositivo: «Non posso fare nulla, neanche quel minimo
che potrebbe rivelarsi utile, perché trovo la muraglia della distanza,
dell’assenza, e tante altre muraglie, ostilità, censura».
Dall’altro lato del Mediterraneo, la parentesi del centrodestra berlusconiano
di governo si è chiusa per la troppa «superficialità, improvvisazione,
incapacità» di una «male assortita» compagine ministeriale – riflette Bettino
– e per il perdurante conflitto tra politica e giustizia che tocca nuove punte di
asprezza, mentre la scelta «istituzionale» di Lamberto Dini ha ravvivato le
diffidenze per le soluzioni di «indefinita buona volontà» gestite da «tecnici
improvvisamente tutti, senza esami, superstimati». È arrivata quindi la
stagione dell’Ulivo, che ha prodotto «un olio di qualità non convincente», ci
si è illusi di poter riformare l’architettura dello Stato e di sciogliere i nodi
legati al capitolo giustizia con la Bicamerale presieduta da Massimo
D’Alema, il quale infine ha sostituito Romano Prodi al vertice dell’esecutivo,
primo esponente del vecchio Pci a vestire i panni di presidente del Consiglio.
Una «svolta storica», la definisce Craxi, magari foriera del «ritorno di un
governo della politica all’altezza della grave crisi italiana»: resterà soltanto
un auspicio, confessa in seguito.
L’agitazione cresce quando si manovrano le leve della memoria. Perché
non si può fare a meno di ricordare – con un pizzico di orgoglio – che c’è
stato un periodo di storia italiana segnato da grandi lotte democratiche,
conquiste sociali, progressi, autorevolezza e prestigio internazionale: «Il
cosiddetto craxismo portò il Paese a un tasso di sviluppo che era il più alto
d’Europa, mentre ora siamo nel gruppo di coda», con riflessi inevitabili sulla
diffusione del benessere che segna il passo e sulla riduzione delle aree di
impoverimento che invece tendono ad allargarsi.
E se non c’è bisogno del faro di Hammamet per uscire dalle secche
dell’immobilismo e riprendere la navigazione in mare aperto, almeno la si
smetta di demonizzare il passato: «Senza compiere gesti inconsulti, farò tutto
il possibile per far crollare la montagna di menzogne con cui si vuole
sotterrare una fase storica», è l’appunto datato 5 febbraio 1997.
La bussola dello statista di altra epoca vuole comunque rimanere orientata
sul presente, o meglio sull’avvenire. Certo, le troppe incognite che gravano
sulla penisola rendono difficile fare professione di ottimismo, ma non
bisogna smarrire capacità di veduta né perdere l’ambizione di plasmare reali
prospettive di crescita per una società in preda al disorientamento. Spetta
naturalmente alla politica dar fiato alla progettualità, recuperando ruolo,
autonomia, primato: ci si comporti «con grande senso di responsabilità
generale, senza spirito di fazione», è l’ammonimento che giunge da Route El
Fawara. Quanto poi questo scenario sia effettivamente realizzabile è materia
che interroga il futuro e la natura stessa di un’Italia «capace di far miracoli, in
negativo come in positivo».
Sullo sfondo di tali considerazioni si articola il giudizio craxiano relativo
alla «falsa rivoluzione» che avrebbe dovuto liberare il Paese dalla cappa
opprimente di un sistema definito «corrotto, infame, criminale», per
instradarlo lungo la traiettoria di «un ordine nuovo e di una realtà migliore».
Tutto ciò è avvenuto? La domanda è senza dubbio retorica, la risposta in
egual misura scontata: «Non mi pare che si respiri un clima di grande libertà,
non mi sembra che la democrazia abbia trovato la strada più limpida». Un
tempo si criticava l’invadenza dei partiti? «Oggi siamo alle scorribande dei
clan.» Si voleva inaugurare un processo di semplificazione in senso bipolare
della dinamica politica? «Oggi ci sono due coalizioni litigiose che non sono
alternative.» I partiti rappresentavano un peso nella vita democratica? «Be’,
oggi se ne fa a meno, non si fanno riunioni nelle sezioni… e i cittadini dove
vanno, come partecipano alla politica? Non saprei dire…» annota Craxi
nell’ottobre del ’96.
La crisi italiana è di natura tale che rischia di trascinarsi per lungo tempo,
la gestazione della cosiddetta seconda Repubblica «durerà ancora degli anni,
se mai avrà termine», gli «uomini nuovi» – in realtà «una fitta schiera di
riciclati, travestiti, trasformati» – hanno gettato i semi di un’instabilità di cui
già si vedono i frutti rappresentati dall’anarchia dei comportamenti sociali e
politici: «Cinque governi in quattro anni… e siamo il solo Paese al mondo in
preda a questa sorta di attacco epilettico… rappresentano il massimo della
decadenza, della inefficienza, della assurda sopravvivenza di un sistema
prima logoro e poi disfatto e per nulla rinnovato, checché ne dicano i suoi
presunti e ardimentosi rinnovatori», si legge in un appunto del dicembre ’97.
Allora, dov’è finita «questa Italia nuova» se i pilastri dell’edificio
istituzionale rimangono gli stessi, se gli squilibri economici si aggravano, se
il procedimento fiscale resta «disordinato, farraginoso ed eccessivo», se i
riferimenti identitari vengono meno, se peggiora il rapporto fra i cittadini e lo
Stato?
Il calo dell’affluenza alle urne e la crescita del disinteresse nella cura delle
faccende pubbliche completano un quadro avvilente: «Minore partecipazione,
maggiore astensione, democrazia più debole e minore rappresentatività, la
vita stessa della democrazia si è venuta impoverendo, isterilendo»,
diagnostica con velo di tristezza l’uomo di Hammamet. Non c’è
compiacimento nelle parole o negli scritti di chi ha fatto dell’impegno
politico una ragione di vita, e poi è dovuto scendere dal palco – «spinto giù di
sotto», precisa lui – ha dovuto svestire i panni del protagonista – «e volevano
rinchiudermi in galera» – infine assistere allo spettacolo interpretato da altri
attori, «stando per giunta in esilio forzato e doloroso». No, Bettino Craxi non
gioisce ora che il tono «pretenzioso» dei cantori del rinnovamento è diventato
«persino farsesco», non lo appaga essere facile profeta di sventura – «Guardo
la sfera di cristallo e vedo un gran buio» – non si rassegna all’idea che la sua
patria lontana abbia smarrito il volto e l’anima. Si stava meglio quando si
stava peggio? «Un vecchio modo di dire, che serve e non serve.»
Rimane la nostalgia, quella sì, ingigantita dalla sensazione che un’altra
tempesta si profila all’orizzonte. Restano i sospiri, forti e dolenti, tenendo in
mano quei vasi in ceramica che Bettino porta a cuocere in una fornace di
Sousse – cento chilometri a sud di Hammamet – e che poi dipinge con strisce
di colore rosso e verde che scendono giù come lacrime lungo il fondo bianco.
È il suo atto di riverenza all’«Italia che piange».
Il salvacondotto

«Sono sulla difensiva, attaccato nel fisico e nel morale… Se dicessi che mi
trovo in uno stato euforico direi una bugia, ma la direi anche se, per suscitare
compassione, dicessi che sono disperato, depresso e in crisi. Reagisco in
realtà come posso, e per quanto capace di fare, a uno stato di cose
assolutamente disgraziato e penso di riuscirci. I brutti caratteri, un po’ chiusi
e un po’ apprensivi, in un certo senso possono essere di aiuto… Non ho
nessun grande progetto, nelle condizioni in cui mi trovo sarebbe una velleità
vera e propria. Quando penso al futuro, penso innanzitutto alla morte. Lo
faccio con serenità.»
È il 1999, l’ultimo anno di Bettino Craxi in vita. Le giornate ad Hammamet
sono diventate via via più cupe, alla sofferenza dell’animo si sono aggiunti i
malanni fisici, «quelli guaribili e quelli controllabili, ma inguaribili»,
chiarisce lui. Mali «vecchi e nuovi»: «Ho un diabete che scoprii nel ’76, lo
ricordo perché eravamo in campagna elettorale, e da allora ci convivo, siamo
in lotta, lui lavora e io controllo, io mi dimentico di controllare e lui va
avanti… Poi una volta ho scoperto di avere avuto un infarto, mi fecero gli
esami del cuore e si scoprì che ho una parte necrotizzata… ebbi un infarto
senza rendermene conto…»
Dal febbraio all’aprile del ’96 Craxi è ricoverato presso la clinica Taoufik
di Tunisi, le complicanze dovute al diabete portano all’amputazione di un
dito del piede, il polpaccio viene scarnificato; poi nuove degenze durante
l’estate, alla fine di quell’anno e nel corso del successivo: «Ormai sono
abbonato al Polyclinique Taoufik, sono considerato un ospite d’onore… Mesi
fa mi hanno salvato una gamba e la vita… Ora sono nuovamente a casa»,
scrive nel marzo del ’97, «e mi dibatto tra pillole e iniezioni. Un trionfo della
medicina. Sono diventato un po’ fragile e mi sento affaticato, ma mi darò da
fare per rimettermi in forma. Conto presto. Non mi lamento, non piagnucolo,
non protesto e non ho paura. Quando mi sento un po’ in difficoltà, penso a
quanti stanno assai peggio di me, il mondo ne è pieno».
Ad assistere Bettino, a monitorarne lo stato di salute da quel periodo in
avanti c’è un’équipe di «valorosi» medici tunisini, coadiuvati da specialisti
italiani: «Mi tengono sotto attento controllo… nel mantenere le linee di cura
che hanno predisposto per le mie malattie, per riportarmi in condizioni
normali». E tuttavia, per un paziente con un quadro clinico così complesso,
gli standard sanitari del Nord Africa non sono certo quelli più adatti,
servirebbero visite ed esami in strutture davvero specializzate: fin da subito –
hanno spiegato i figli – quando la situazione del cuore si aggrava e si richiede
l’impianto di bypass, i dottori osservano che «sarebbe complicato e rischioso
intervenire, trattandosi di un diabetico per giunta costretto in Tunisia».
È un Craxi diverso, quello che si aggira adesso tra le mura di Route El
Fawara, meno combattivo, forse scoraggiato, ma capace con la scrittura di
dare sfogo a sentimenti e a riflessioni profondissime: «La malattia porta con
sé il pensiero della morte, e questo ti spinge a usare sino in fondo il tempo di
cui disponi. Reazioni e stati d’animo che un tempo ti sembravano naturali e
necessari, ora ti appaiono come inutili. Il pensiero della morte non mi dà
angoscia, al contrario mi rende più sereno. La solitudine non mi crea grandi
problemi, e del resto non me li ha mai creati. Talvolta, anzi spesso, la cerco
per vivere più libero nei miei pensieri…»
Bettino rivela di essere «portato a isolarmi», come se questo in qualche
modo possa servirgli a circoscrivere la sofferenza, ad attenuare magari il
dolore, suo e dei famigliari: «Il carattere tende a chiudersi in se stesso, erge
delle barriere per difendersi e per non perdere l’equilibrio. Ci si occupa di
cose di cui non ci si era mai occupati prima, si ha un rapporto diverso con gli
esseri umani e con la natura… Ho sempre amato i bambini e i giovani. Ora
più che mai… Nel fondo non ho cambiato affatto carattere, ho cambiato la
tensione e la direzione dei miei sentimenti».
Scorrono nella mente le immagini di una vita intera, affrontata «facendo
tutto di corsa» quasi fosse l’esistenza di «un atleta»: «Ho continuato a passare
da una prova a un’altra, a un’altra ancora, a vincere e perdere delle gare
diverse… ho rischiato deliberatamente molte volte, sapendo bene che se
avessi sbagliato o se la sorte non mi avesse assistito, sarei caduto e magari
malamente», confida l’ex leader socialista. E la mano forse trema ripensando
al momento in cui «mi sono trovato solo», impossibilitato «a difendermi», a
lottare «con la forza e l’efficacia che la situazione richiedeva».
In Italia, nel frattempo, sul «caso Craxi» sembra accendersi una luce
nuova.
Un editoriale pubblicato il giorno di Ferragosto del ’99 sull’«Unità», il
quotidiano fondato da Antonio Gramsci, suscita leggero clamore, anche se
più in ragione del contesto da cui origina la riflessione che per il contenuto
dell’articolo medesimo. Piero Sansonetti, firma di punta del giornale,
annovera Craxi «tra i cinque o sei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia
dal dopoguerra agli anni Novanta», e invita a cercare «le forme giuste» per
agevolarne un rientro in patria, «senza offendere il diritto».
Non si tratta dell’unico intervento del genere nell’area culturale del
postcomunismo, perché due mesi prima un altro giornalista, Fabrizio
Rondolino, aveva cercato di comprendere i motivi per cui «in un Paese
profondamente cattolico come il nostro, che conosce le virtù lenitive
dell’oblio e che è sempre pronto al perdono», non si riuscisse a «collocare un
uomo così strutturalmente e caratterialmente renitente al perdono come
Craxi».
Le parole di Sansonetti non sfuggono all’occhio del direttore del «Foglio»
Giuliano Ferrara, il quale a sua volta interpella Marco Minniti, braccio destro
di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi: «Mi tengo rigorosamente fuori dalla
questione, data la mia veste istituzionale», fa spallucce il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio, «ma ho letto l’articolo e mi è sembrato, come
sempre, l’intervento di un professionista intelligente e rigoroso».
Il dibattito sulla sorte dell’uomo di Hammamet si apre e si chiude in un
baleno, a smorzare le polemiche tenui che attraversano il fronte progressista è
Craxi in persona, il quale con animo rassegnato scrive: «Guardo più lontano
che posso, e tuttavia non vedo possibile un mio ritorno a breve in Italia». Poi
ancora, nel settembre del ’99, nuovi appunti, questa volta confezionati con
rabbia: «Di avversari, com’è naturale, ne ho tanti e di diversa natura. Non
però forse come un tempo, ma tra di loro ve ne sono di particolarmente
accaniti. I peggiori, se potessero, mi farebbero ancora del male ma, in ogni
caso, poiché sono anche vigliacchi, preferiscono che io me ne stia al di là del
mare».
Domenica 24 ottobre 1999, una tiepida giornata autunnale. Bettino è
rimasto seduto per lunghe ore al suo tavolo da lavoro nel patio, con addosso
l’immancabile sahariana; ha divorato la rassegna stampa, leggendo i
commenti sull’assoluzione di Andreotti a Palermo. È già buio, sono le sette di
sera quando si rivolge alla moglie Anna: «Non sto per niente bene», le dice.
La signora Craxi telefona al cardiologo Raouf Boukraya, che lo visita e ne
dispone l’immediato ricovero presso la clinica Les Violettes, sulla strada per
Nabeul. Il medico si rende conto del peggioramento delle condizioni di
salute: il cuore è molto affaticato, i primi controlli effettuati dopo l’arrivo del
paziente nella struttura sanitaria segnalano tra l’altro un’insufficienza renale.
Le patologie di un malato a rischio vanno trattate in un centro
specializzato, e si consiglia un nuovo trasferimento, questa volta
nell’ospedale militare di Tunisi, la notte stessa: Bettino vi arriva
accompagnato dalla figlia Stefania, giunta di corsa dall’Italia.
Intorno a mezzogiorno del lunedì, ecco che l’agenzia Ansa batte la notizia:
Craxi è in rianimazione. Si tratta in realtà del ricovero nel «reparto meglio
attrezzato, più tranquillo e riservato» per un cardiopatico come lui, eppure
quell’annuncio suscita «allarmismo e sensazione»: nel giro di mezza giornata,
davanti al cancello dell’Hôpital militaire si forma un assembramento di
telecamere e giornalisti venuti dall’Italia.
Da Milano, dall’ospedale San Raffaele, arrivano anche la diabetologa
Ornella Melogli e il cardiologo Guido Pozza. Sono loro, gli specialisti che
hanno in cura l’ex primo ministro da molti anni, a emettere il bollettino
medico: «Scompenso cardio-respiratorio complicato da un’importante
alterazione di funzionalità epatica».
Gli accertamenti successivi, però, fanno emergere una novità inattesa: la
presenza di una massa tumorale nel rene destro. Bisogna agire in fretta,
occorre asportarla. Ma quali contraccolpi avrebbe un’operazione così delicata
sul cuore sofferente dell’uomo, oltretutto diabetico?
Bettino, intanto, pur nella condizione flebile, non perde di vista l’obiettivo,
con filo di voce rivendica un riconoscimento politico del suo «caso». Sta
conducendo «una battaglia politica», si considera «un perseguitato, vittima di
un complotto giudiziario», afferma il cognato Pillitteri. Da Roma,
inaspettatamente, è la terza carica dello Stato, il presidente della Camera
Luciano Violante, espressione dei Democratici di sinistra, ad attribuire
«un’innegabile dimensione politica» alla vicenda Craxi, sollecitando «una
riflessione». E qualcosa pare muoversi anche a Milano, se persino Gerardo
D’Ambrosio, numero due del pool di Mani pulite, nel frattempo divenuto
capo della Procura, arriva a sostenere che «la storia ha dato ragione» a Craxi:
«Gli altri partiti si finanziavano allo stesso modo del Psi, i soldi li hanno presi
tutti».
Il dibattito, stavolta, non può esaurirsi nello spazio di un mattino. Si discute
di «amnistia, grazia, salvacondotto umanitario», di un rimedio che consenta
all’ex leader socialista di tornare in Italia per curarsi, senza finire in manette.
Lui, però, dal suo letto al quinto piano dell’ospedale pare disinteressarsene:
reagisce infatti con sarcasmo alla «litania, del tutto fuori luogo, di canti
umanitari degni di miglior causa»; precisa – parlando di sé in terza persona –
che Craxi, «almeno fino a ora, non ha mai richiesto a chicchessia di essere
curato nei suoi malanni fuori dalla Tunisia»; chiarisce che il vero nodo da
sciogliere è quello della sua libertà, «anche se quest’ultimo, per certi aspetti,
può andare di pari passo con quello della salute». E la famiglia fa quadrato
intorno al patriarca «inchiodato in un letto di ospedale»: ringrazia il governo
tunisino per la «premura dimostrata» e l’Hôpital militaire per «l’alto livello
di efficienza e professionalità». Il presidente Ben Ali aveva fatto intervenire
pure il suo medico personale, il colonnello Mohammed Guediche.
Il «caso Craxi» scuote i palazzi della politica romana, la differenza di
approccio corre lungo gli schieramenti. Walter Veltroni, segretario dei Ds, il
partito di maggioranza relativa, presidia il fronte dell’intransigenza, su cui
sono schierati anche i leghisti e i parlamentari di Rifondazione comunista;
tutti gli altri, pur con accenti diversi, valutano invece la prospettiva del
«corridoio umanitario». E se al primo piano di Palazzo Chigi D’Alema resta
silente, a dettare la linea dell’esecutivo ci pensa il Guardasigilli Oliviero
Diliberto: «La questione non è politica, ma tecnica», sicché «il governo non
c’entra».
Venerdì 5 novembre Bettino è di nuovo ad Hammamet, i medici
dell’ospedale militare gli hanno concesso di trascorrere il fine settimana fra le
mura domestiche, con l’impegno di tornare a Tunisi tre giorni dopo. E lui,
seduto al solito tavolo, impugna la penna: «Ho il cuore che non è più quello
di un atleta…» annota su un foglietto a righe. Gli appunti ulteriori sembrano
in qualche modo i tasselli mancanti di quel mosaico esistenziale che aveva
iniziato a comporre in precedenza: «I fantasmi non so cosa siano, ed anche i
sogni mi inseguono raramente…Sono arido di sogni… Tutto comunque si
dissolve quando riapro gli occhi… tutto svanisce all’alba. Se ci sono sogni
che mi hanno qualche volta perseguitato, sono stati sogni di guerra.
Un’eredità infantile. I miei sonniferi sono neutrali e in ogni caso necessari. Se
non ne prendo, rischio di passare la notte ad occhi aperti, sveglio come un
grillo».
Cinque giorni dopo, il 10 novembre del ’99, Craxi rivela al giornalista
Gianni Pennacchi di doversi sottoporre a due interventi chirurgici, al rene
destro e al cuore: «Che Dio mi aiuti, conto di uscirne vivo». È urgente
operarlo, «non c’è un minuto da perdere», confermano i famigliari, mentre gli
specialisti del San Raffaele di Milano aprono un nuovo fronte, sollevando
dubbi in merito all’opportunità di sottoporre il paziente a interventi così
delicati – e necessari – nelle strutture sanitarie tunisine, non propriamente
all’avanguardia. E se la strada del ritorno in patria sembra difficile da
percorrere, allora si valuti l’idea di spostarsi altrove. A Parigi, per esempio.
«No, voglio che la Tunisia abbia l’orgoglio di operarmi, perché è l’unico
Paese che mi ha dato asilo e amore», ribatte infastidito Bettino. E chiude il
discorso.
Quella francese, del resto, si rivela un’ipotesi che dura nemmeno il tempo
di essere formulata, perché da oltralpe interviene a sbarrare la porta Manuel
Valls, portavoce del governo presieduto dal socialista Lionel Jospin:
«L’arrivo di Craxi non è desiderabile». Sono lontani i tempi di François
Mitterrand.
Ecco allora che la questione interroga nuovamente la politica in Italia. Il 19
novembre esce allo scoperto il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, che
invoca l’intervento del presidente della Repubblica e ne sollecita un gesto di
clemenza nei confronti dell’ex premier sofferente: «Credo che il capo dello
Stato, che anche noi abbiamo contribuito a eleggere e che sinora, e sono
sicuro anche per il futuro, si è dimostrato al di sopra delle parti, possa creare
una riflessione a questo proposito e mettere in campo ciò che la Costituzione
assegna a lui affinché questa vicenda si possa risolvere presto. Altrimenti
resterà una macchia sulla storia d’Italia, ma per fortuna non sulla nostra»,
s’infervora il Cavaliere dinanzi alla platea di militanti del piccolo Partito
socialista riuniti a Congresso. Dal Quirinale, però, giunge il «non possumus»:
«Ferma restando l’attenzione agli aspetti umanitari della vicenda», recita il
testo di un comunicato presidenziale, «la posizione del capo dello Stato di
garante della Costituzione, al di sopra delle parti, impone il rispetto pieno,
formale e sostanziale delle leggi della Repubblica e delle procedure che le
applicano. Il presidente si attiene a questi princìpi e risponde alla propria
coscienza». Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi avrebbe poi fornito maggiori
dettagli – dismessi i panni di primo cittadino dello Stato – in un’intervista
rilasciata a Marzio Breda per il «Corriere della Sera» nel gennaio 2010: «Feci
quel che mi suggeriva un sentimento di umanità, incaricando i miei
consiglieri di studiare la praticabilità di qualche soluzione tecnico-giuridica
che consentisse a Craxi di tornare in Italia a farsi curare…Si lavorò
sottotraccia, per aprire una sorta di corridoio umanitario, dato che il momento
era delicato: le polemiche sulle sentenze di Tangentopoli, e in particolare
sulle sentenze di condanna a Craxi, erano ancora aspre». Ma diverse
difficoltà si frapposero al raggiungimento dell’obiettivo: «Ha avuto un peso
pure il fatto che lui sarebbe ritornato solo se gli fosse stata garantita la
possibilità di farlo da uomo libero, e infatti non voleva chiedere atti di
clemenza», aggiunge l’ex inquilino del Colle, prima di riconoscere che «in
verità non ci si rese conto che le sue condizioni di salute erano ormai più che
critiche, compromesse».
In un passaggio della sua intervista, Ciampi spiega di avere avuto «vari
contatti con D’Alema, il quale allora era a Palazzo Chigi». In effetti, la strada
che si tenta a questo punto di percorrere, svanita l’ipotesi della grazia, è
quella di un passo governativo declinato in termini umanitari. A premere su
D’Alema è un altro ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, e interviene pure
Giuliano Ferrara – sollecitato da Stefania Craxi – in virtù di un’antica
consuetudine col premier. Il quale, proprio in quei giorni, ha esortato a
«riflettere seriamente» sulle vicende politiche della prima Repubblica, perché
non se ne consegni alle nuove generazioni l’immagine distorta di «una storia
di ladri e assassini»: la parabola stessa del Partito socialista «non può essere
ridotta alla preparazione di Tangentopoli», e questa viene da più parti ritenuta
un’apertura al nemico di un tempo.
Il presidente del Consiglio, dunque, si attiva, stabilendo un contatto con i
magistrati della Procura di Milano: «Negoziai con loro perché non lo
arrestassero, non fu possibile», riferirà anni dopo. Eppure, giusto in quelle ore
sembra soffiare un vento favorevole perché il Tribunale del capoluogo
lombardo accoglie la richiesta avanzata dai legali e procede alla revoca di due
ordini di cattura internazionale che pesano sulle spalle di Craxi da quasi
quattro anni, tenendo conto dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute.
Certo, restano le due sentenze definitive di condanna, ma il contesto pare
mutato. Bettino sta male, alla luce dell’ultimo pronunciamento i giudici del
Tribunale di sorveglianza non potrebbero che decretarne l’incompatibilità con
il regime carcerario, sostengono gli avvocati Guiso e Lo Giudice. Lui, però,
non si fida, e le parole di Francesco Saverio Borrelli, procuratore generale di
Milano, ne suggellano i dubbi, lasciandolo con un sorriso amaro, non
sorpreso: «Deve essere chiaro che se Craxi rientra in Italia innanzitutto si
mette a disposizione dell’autorità giudiziaria e se la documentazione
presentata dai suoi legali convince il Tribunale del riesame, da cui adesso
dipende la sua posizione per quanto concerne le condanne definitive che ha
accumulato, la pena viene differita e può ricoverarsi in clinica per farsi
curare. Quando starà meglio dovrà scontare la pena, come qualsiasi altro
cittadino», afferma l’ex capo del pool di Mani pulite, che quindi blocca sul
nascere l’ipotetico tentativo dalemiano.
«Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del
Paese, ma forse si sarebbe potuto aprire un canale umanitario», ha confidato
l’allora sottosegretario alla presidenza Minniti, scaricando implicitamente
addosso alle toghe la responsabilità del differente epilogo. La politica, però,
nascondeva ancora una volta la testa sotto la sabbia, mentre Bettino tornava a
scagliarsi contro i giudici di Milano: «Secondo loro, io potrei essere operato
in ospedale ma in stato di arresto. Mi riesce difficile capire se si tratta di una
decisione comica o di un misto di cinismo e di finzione».
Nel frattempo, Stefania Craxi incontra il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato della Santa Sede, e sollecita un intervento pubblico in
favore del padre malato. Riceve parole di conforto, di umana comprensione,
nulla di più. Si muove anche don Luigi Verzé, fondatore e presidente del San
Raffaele, il quale rifiuta l’idea che sulle pagine dei libri di storia possa un
giorno leggersi che l’Italia in quel tornante difficile è stata «gestita da uomini
e donne meschini di intelletto e di cuore, anzi imbelli sino alla crudeltà». Il
sacerdote scrive al presidente Ciampi, caldeggia la necessità di affrontare il
problema, informandolo che Craxi «è condannato a morte vicina», quindi si
indirizza al procuratore Borrelli. Gli sforzi risultano vani, a questo punto non
resta che prenderne atto: «Il meglio del San Raffaele si trasferirà in Tunisia»
per operare Bettino, assicura don Verzé. Il primo intervento chirurgico –
fissato per il 30 novembre del ’99 – riguarderà il rene aggredito dal cancro.
Inizialmente, ha ricordato Bobo, i medici valutarono di dare priorità alla
situazione cardiaca, «ma il rischio di morire sotto i ferri di tre bypass con un
cuore talmente compromesso era enorme, così hanno preferito operare subito
e con urgenza sul tumore, che era esteso, per contenere la metastasi; e
provvedere al cuore dopo, più in là nel tempo e con calma».
Da Roma, una settimana prima dell’operazione, si fa vivo Giuliano Amato,
strettissimo collaboratore di un tempo, in quel momento ministro del Tesoro
nel governo D’Alema: «Caro Presidente», scrive in una lettera dal contenuto
finora inedito, conservata negli Archivi della Fondazione Craxi, «ho seguito e
seguo con trepidazione queste tue settimane difficili. L’ho fatto in silenzio,
perché difendo i miei sentimenti dall’avidità senza pudore di quella che è
oggi l’informazione. Tu sai – e ne ho dato prova del resto in tutti questi anni
– che di te ho sempre custodito e ribadito l’immagine di un Presidente che ha
guidato l’Italia con grandi capacità. È l’immagine che mi è rimasta dal lavoro
che ho fatto con te e che non ho mai smentito. Ed è l’immagine che altri deve
ora ricollocare nella storia; il che, a quanto vedo, sta cominciando ad
accadere. Sai dell’impegno», prosegue Amato, «con il quale ci si è adoperati
e ci si adopera per verificare la possibilità, ove fosse necessario, di consentirti
un rientro a finalità curative a condizioni legittime e appropriate. Ma ora –
come tu dici – tocca ai bravi medici tunisini rimetterti in sesto. Auguro a te e
a tutti noi che così sia; dal più profondo del cuore».
La sera che precede l’intervento Craxi parla a lungo con don Verzé, il
quale gli riporta il messaggio di augurio di papa Wojtyla: «La ricordo tutte le
mattine nella Messa che celebro nella mia cappella privata». E Bettino,
commosso, risponde con un biglietto: «Santo Padre… grazie. L’unica grande
fiducia è in Lei. Offro le mie sofferenze per il mio Paese e per le intenzioni di
Vostra Santità».
L’operazione tiene col fiato sospeso i palazzi del potere in Italia, «per le
sue implicazioni politiche, giudiziarie, sanitarie e persino legali», riferisce il
quotidiano «la Repubblica».
La mattina del 30 novembre l’équipe medica del San Raffaele, guidata dal
professor Patrizio Rigatti, procede all’asportazione del rene destro malato,
l’esito dell’intervento è ottimale, ma il chirurgo non nasconde le criticità del
contesto in cui ha dovuto agire: «Mi presi un rischio enorme, a operarlo in
quel posto, in quelle condizioni. Un altro, avrebbe tagliato e subito richiuso»,
confiderà lo specialista un anno dopo, rammentando che «la lampada
scialitica non stava ferma, non si riusciva a veder bene dove tagliare». A quel
punto, «abbiamo chiamato dentro un ragazzo tunisino e l’abbiamo messo lì, a
tenere la luce ferma con le mani». E Bettino, qual era il suo stato d’animo in
sala operatoria? «Era preoccupato per la malattia, però mascherava bene. Non
era uno che voleva morire… voleva combattere fino in fondo», risponde il
professore.
Craxi ha superato la prima difficile prova, «adesso che è vivo vorrà anche
tornare libero», si sfoga la moglie Anna, lasciando andare la tensione
accumulata: «È stato un periodo da incubo, negli ultimi tempi non mangiava
e non dormiva… Sono convinta che ci sarà un futuro per noi in Italia, ma
dovrebbero rifargli i processi. E che siano giusti stavolta, non capisco perché
debba pagare solo lui».
Intanto, l’ex premier socialista si risveglia lentamente dal sopore, il decorso
postoperatorio è abbastanza regolare, tant’è che l’11 dicembre viene dimesso,
può finalmente tornare ad Hammamet, in Route El Fawara. Ben presto, però,
ci si renderà conto che l’operazione ha avuto conseguenze esiziali su quel
cuore già così malridotto. Bettino si incammina verso l’uscita dell’ospedale
militare, attraversa il cancello di fronte al quale pochi giorni prima erano
accalcate decine di giornalisti e operatori televisivi. Ora non è rimasto più
nessuno. Sul «caso Craxi» scende di nuovo il velo del silenzio.
«Adieu, Monsieur le Président»

«Quello che dovevo dare l’ho dato con tutto il suo carico di idealismo,
impegno, buonafede – come poi ho visto tanto spesso tradita – ed anche con
tutto il suo carico di errori. Ecco, dovrei ripercorrere un lungo cammino e
compilare la lista degli errori…»
Tornato a Route El Fawara dopo la degenza ospedaliera, Bettino Craxi non
ha perso il desiderio di interrogarsi, di ragionare sui nodi ancora non sciolti
della propria esistenza. Ma non riesce più a scrivere, adesso mancano le forze
fisiche, le riflessioni viaggiano allora lungo un filo di voce, sono consegnate
all’orecchio di un collaboratore fedele che le riporta sul computer, poi stampa
il dattiloscritto e lo rilegge all’autore. Il quale ascolta in silenzio, annuisce,
oppure segnala il punto in cui intervenire, correggere, specificare.
L’inverno è arrivato, il freddo tunisino si è fatto pungente, Craxi
abbandona il patio e si ripara all’interno dell’abitazione dove gli hanno
sistemato un altro tavolo da lavoro, più piccolo ma ugualmente ingombro di
documenti. Resta seduto a lungo, muovendosi ogni tanto in direzione del
focolare acceso. Bettino è pensieroso, intuisce che la ripresa è più lenta del
previsto, sente il dolore accentuarsi, lo affligge il timore che le cose non
stiano andando per il verso giusto, malgrado le rassicurazioni dei medici: «Va
tutto bene, presidente, ce la farà». Intanto rimane curvo sulle carte o sui libri
che non è in grado di leggere, tenendosi la testa stretta fra le mani: è un
segnale di sconforto, oppure il tentativo di recuperare un minimo di
concentrazione, per rimettersi finalmente sui binari della quotidianità perduta.
«Smagrito, invecchiato, lo sguardo spento, stentava a camminare…
gesticolava e fissava con gli occhi il vuoto», ha raccontato il figlio Bobo.
«Era la sofferenza postoperatoria, che però denunciava un malessere di
fondo.» Quel tormento di cui si accorge pure Francesco Cossiga, quando vola
in Tunisia per incontrare «un vecchio amico ammalato», un «grande uomo di
Stato»: «Mi apparve assai ferito nello spirito e nel cuore», avrebbe confidato
il presidente emerito della Repubblica, meravigliandosi comunque del fatto
che una persona «irruente» come Craxi fosse del tutto priva di risentimenti,
«assolutamente serena».
L’ex capo dello Stato lancia un segnale inequivocabile. Arriva ad
Hammamet il 18 dicembre del ’99, a una settimana esatta dal Natale, nel
momento in cui sul quadro politico italiano sta soffiando un forte vento di
crisi: proprio in quelle ore, difatti, Massimo D’Alema rassegna le dimissioni
nelle mani di Carlo Azeglio Ciampi, il quale gli affida a stretto giro il
mandato per formare un nuovo esecutivo.
Il gesto di Cossiga assume agli occhi di gran parte dei media la valenza
della provocazione: «Ho la massima considerazione per chi è fedele al
passato e alle amicizie, ma non riesco ad associarmi con chi la legge, invece
di rispettarla, la interpreta. Craxi è stato condannato a dieci anni di carcere
(sentenza definitiva) non per un delitto ideologico, ma per corruzione», tuona
Enzo Biagi sulle colonne del «Corriere». E pure «la Repubblica» – giornale
mai tenero nei confronti dell’ex segretario del Psi – stigmatizza la decisione
del presidente: «Dunque amicizia e solidarietà. Ma può uno come Cossiga
lasciare da parte la politica, la ragione vera, simbolica, del suo viaggio? No…
Cossiga lo sa bene, Craxi è un contumace, ufficialmente ricercato dalle
autorità italiane».
Certo, l’ex inquilino del Colle non può non essere consapevole del fatto
che quella visita sull’altra sponda del Mediterraneo rompe il protocollo.
Eppure, dando apposta l’impressione di un disinteresse anche nei confronti
dell’evoluzione della crisi di governo, si imbarca sul volo di linea Alitalia
diretto a Tunisi, perché vuole tenere accesa la luce sul «caso Craxi». E fa
precedere il suo arrivo in terra maghrebina da un appello rivolto ai
connazionali: «Spero che il nostro Paese abbia il coraggio di chiudere con il
passato, con tutto il passato. È un errore pensare di poter chiudere o di aver
chiuso solo con una parte del passato, perché se si tiene viva nei suoi aspetti
dolorosi una parte, necessariamente rimane viva anche l’altra. In questo
quadro di chiusura del passato, mi auguro che Craxi possa tornare da uomo
libero in Italia».
È tarda sera quando Cossiga varca la soglia di Route El Fawara. La signora
Anna lo attende all’ingresso, attraversano insieme il cortile, superano la
vetrata. Bettino è lì, aspetta dentro casa, sulla sedia a rotelle, con gli occhi
lucidi. Ma sorride, appena intravede l’ospite venuto dall’Italia che gli si fa
incontro e lo abbraccia, tenendolo stretto a lungo, in silenzio: «Gli dissi
“ciao”, e lui mi sussurrò con un singhiozzo il suo “grazie”», ha riferito
commosso l’ex capo dello Stato.
Cossiga e Craxi non si vedono da cinque anni e mezzo, ma il loro rapporto
è sempre rimasto solido, in tutto questo tempo le telefonate o le lettere hanno
rinsaldato il già forte legame umano e affettivo. I due conversano a cena, e
ovviamente la Politica siede a tavola con loro. Entrambi guardano
preoccupati all’estenuante transizione che sta aggravando le problematiche
strutturali del Paese, si ragiona del perdurante conflitto fra i poteri dello Stato,
del malcontento dei cittadini, delle riforme necessarie all’ammodernamento
istituzionale: un tratto di continuità sembra unire l’Italia, sospesa fra «due
Repubbliche». Bettino ascolta le analisi del suo interlocutore, il quale ha
garantito in Parlamento i voti necessari per l’ascesa al governo del
postcomunista D’Alema, su questo lo stuzzica con delle battute, l’altro
replica divertito. E naturalmente viene aperto lo scrigno dei ricordi, tornando
con la memoria al tempo in cui il Psi raccoglieva e amplificava le
«picconate» che venivano dal Quirinale, nel convincimento che l’insolito
protagonismo del capo dello Stato si rivelasse armonico al progetto di riforma
della Costituzione in senso presidenziale perseguito dallo stesso Craxi. Poi,
però, l’epilogo traumatico, violento, doloroso, che inghiotte speranze e
illusioni. Ma quante occasioni mancate…
Si è fatto tardi, Bettino adesso ha necessità di riposare. Cossiga si dirige
verso la macchina, tiene fra le mani un vaso della serie «L’Italia che piange»,
è già in cortile quando sente il padrone di casa che lo chiama da lontano:
«Francesco!» Si ferma, torna indietro, lo guarda negli occhi: «Tu sai, vero,
che questa è l’ultima volta che ci vediamo…» sussurra Craxi con voce stanca.
I due si stringono in un nuovo lungo abbraccio, e restano senza parlare.
Il giorno di Natale la famiglia si ritrova al completo ad Hammamet, le voci
e i giochi dei bambini allietano quelle ore, le fanno sembrare meno pesanti,
per un attimo torna il sorriso, dopo gli ultimi due mesi trascorsi
faticosamente, in sofferenza.
Poi, la sera di Capodanno, Bettino si piazza davanti al televisore per
seguire il messaggio del presidente della Repubblica agli italiani, e confida
fino all’ultimo in un segnale da parte di Carlo Azeglio Ciampi: «Sperava che
pronunciasse il suo nome, non lo sentì e da quel momento si lasciò andare»,
rivela la moglie Anna che gli sedeva accanto.
«Io non sto bene, non mi sento davvero bene», è il mormorio che Craxi
trasmette a parenti o ad amici che lo vanno a trovare. Le visite, però,
diventano sporadiche, lui si fa negare anche al telefono, ha poca voglia di
parlare: non ce la fa, non ne ha la forza. Ogni tanto riprende in mano qualche
vecchio appunto, o frammenti di interviste concesse a giornalisti – soprattutto
stranieri – che si sono interessati della sua vicenda. Tutte le risposte sono
messe giù, nero su bianco, su fogli che rimangono sparsi sui tavoli da lavoro,
oppure sul retro delle fotocopie della rassegna stampa che continua ad
arrivare ogni mattina via fax da Roma, ma che l’uomo di Hammamet non
legge più: «Io metto in conto l’ipotesi peggiore… in modo da non subire altre
delusioni. Metto già in conto l’ipotesi peggiore, perché per chiunque non
vedere il proprio Paese prima di morire è un dolore… Questo lo metto nel
conto, l’ho già messo nel conto… Tutto quello che di meglio potrà succedere
sarà una scoperta… E mi renderà felice».
L’Italia, questo è il pensiero fisso che non va via, che non lo abbandona
mai, che gli ha consumato tempo, cuore ed energie: «Da uomo libero ci
tornerei subito, con una gioia immensa nell’animo e con le lacrime agli occhi.
Diversamente no, non tornerò né vivo né morto. E se la mia condanna è
quella che io debba morire in esilio, così sarà. Voglia Iddio che questo non
avvenga».
Siamo all’epilogo della storia, mercoledì 19 gennaio 2000, un giorno
amaro. Bettino Craxi si è alzato come d’abitudine in tarda mattinata,
dall’Italia è appena giunta Stefania, la moglie Anna è in volo verso Parigi
perché deve sottoporsi a degli esami medici. «Papà mi sembrò depresso e
cercai di farlo sorridere un po’, gli dissi che finalmente eravamo soli, io e lui,
senza controlli, e che quella sera saremmo andati a cena fuori», riflette la
figlia. Lui l’accarezza, quindi trascorre un po’ di tempo fra le sue carte, sulla
poltrona di fronte al camino acceso. Verso l’una e mezzo si mettono a tavola,
Bettino comincia a parlare di politica, non riesce proprio a farne a meno,
squilla il telefono, è Walter De Ninno, che Stefania ricorda come un vecchio
collaboratore del padre, «uno di quei compagni rimasti fedeli nella buona e
nella cattiva sorte». Craxi si adombra, mentre ascolta il suo interlocutore, e a
un certo punto gli fa: «Devi dire ad Ugo Intini che con i comunisti non ci
dobbiamo andare». Il quadro politico italiano si sta scomponendo e l’ex
leader del Garofano, debole e affaticato, ritrova in quell’istante la forza per
indicare la rotta, per suggerire un approdo possibile alle piccole componenti
socialiste il cui destino gli sta evidentemente a cuore.
Finito il pranzo, ci si sposta in salotto a guardare la televisione. Su Rai 1 va
in onda una rubrica sui borghi d’Italia, scorrono le immagini di Gallipoli –
per un gioco del destino, il feudo elettorale di Massimo D’Alema – e Bettino
commenta: «Ho girato in lungo e in largo la penisola, ma in realtà non la
conosco». Poi, dopo circa mezz’ora si alza dal divano. «Mi disse che andava
a stendersi in camera, mi chiese di portargli un caffè», spiega la figlia
tornando con la mente a quei minuti. «Quando entrai nella sua stanza lo vidi
riverso sul letto, in posizione un po’ innaturale. Ricordo che gettai per terra il
vassoio con la tazzina del caffè, precipitandomi su di lui, provai a scuoterlo.
Papà rovesciò gli occhi all’indietro e tirò l’ultimo respiro. Non c’era più
niente da fare, l’ho visto morire tra le mie braccia.» Stroncato da un attacco
cardiaco.
Disperata, la donna chiama il marito in Italia e contatta il fratello Bobo, che
da Roma si incarica di dare l’annuncio alle agenzie. Da quel momento, il
telefono a Route El Fawara non smette più di squillare. «Io rispondevo come
un automa», prosegue nel suo racconto Stefania. Quaranta minuti dopo la
morte del padre, arriva anche una chiamata da Palazzo Chigi, è il
sottosegretario Minniti che a nome del presidente del Consiglio offre i
funerali di Stato: «Risposi immediatamente, con grande lucidità, ringraziai e
rifiutai l’offerta. Se Craxi aveva diritto alle esequie di Stato, vuol dire che
avrebbe avuto pure diritto a essere curato da uomo libero nel suo Paese»,
argomenta la primogenita di Bettino. Ora resterà in Tunisia, «questa è la sua
Patria».
Eppure, se la famiglia avesse accettato la proposta del governo, quella
«sarebbe stata una sfida di dimensioni gigantesche», riconobbe il presidente
emerito Cossiga, al quale inizialmente sfuggiva la logica del passo compiuto
dal capo dell’esecutivo; poi, però, l’«indignazione» diventò grande quando
l’ex inquilino del Colle fu messo al corrente della «scusa» che «si erano
preparati per giustificare eventualmente quelle esequie: alcuni zelanti giuristi
avevano asserito che con la morte viene meno l’azione penale, dunque la
responsabilità penale, con il che Craxi latitante vivo si trasformava nel non
latitante morto!»
«Il mio amico se n’è andato, dopo essere stato scacciato, linciato e messo
alla gogna, eletto e usato come capro espiatorio», urla rabbioso Marco
Pannella.
La notizia del decesso finisce ovviamente sulla prima pagina di tutti i
giornali. Craxi, morte ad Hammamet del leader più discusso, titola il
«Corriere della Sera» che apre con il fondo al vetriolo di Montanelli dedicato
allo Statista latitante, un’analisi in parte compensata dagli editoriali di
Francesco Merlo, Le ultime ipocrisie. Con lui la giustizia è stata davvero
ingiusta, e di Paolo Franchi, Storia di un socialista italiano. Sceglie
un’intestazione laconica il quotidiano «la Repubblica» – È morto Bettino
Craxi – offrendo comunque grande risalto nel sommario alla disperazione
della figlia: «L’hanno ammazzato, lo seppelliremo in Tunisia». Il direttore
Ezio Mauro, nel suo La doppia eredità, e Giorgio Bocca, con l’articolo La
presa del potere, guardano con occhio severo al «metodo politico della
peggior tradizione italiana» impiegato negli anni del trionfo socialista. Morto
Craxi, scontro sul suo nome, recita invece «La Stampa», facendo leva sul
differente approccio interpretativo degli schieramenti politici in Italia: Bettino
è «vittima del regime», incalzano dal centrodestra; «giudichi la storia»,
ribattono dal fronte opposto, quello di centrosinistra. Addio Craxi, scrive a
caratteri cubitali «il Giornale», utilizzando il termine «esilio» – a differenza
di tutti gli altri organi di informazione – per marcare lo status dell’«uomo che
non volle sottomettersi alla giustizia politica». Figlio infelice del socialismo
italiano, annota da ultimo Giuseppe Caldarola, direttore dell’«Unità»,
mettendo forse incautamente sullo stesso piano «il grande fallimento di
quella sinistra non comunista – rappresentata da Craxi – che non ha saputo
avere ragione quando il comunismo crollava», e la «responsabilità dell’altra
parte della sinistra», rea di essersi sottratta al dialogo con Bettino «e con la
sua gente».
Anche le grandi testate internazionali offrono risalto alla notizia: «Il primo
socialista alla guida del governo in Italia si è spento a 65 anni, la figura resta
macchiata dalle accuse di corruzione», scrive John Tagliabue sul «New York
Times»; Craxi fu «vilipeso, abbandonato, indicato come il principale
responsabile di un sistema corruttivo diffuso venuto a galla grazie
all’operazione Mani pulite», commenta Eric Jozsef sul quotidiano francese
«Libération»; un «profugo della giustizia italiana», agli occhi di Lola Galán,
corrispondente da Roma dello spagnolo «El País»; il primo ministro più
longevo del dopoguerra, «spumeggiante e autocratico», riferisce Philip
Willan sul «Times» di Londra, attribuendogli il merito di avere favorito negli
anni alla guida del suo Paese il «sorpasso economico» sulla Gran Bretagna.
Intanto, all’ospedale militare di Tunisi viene allestita la camera ardente, il
governo di Ben Ali riserva premure solenni, da tutta Italia giungono amici,
compagni, giornalisti. Per l’ultimo saluto. A «Dar Craxi» arriva Yasser
Arafat, portando il cordoglio della sua gente, un popolo di cui Bettino ha
sposato le istanze di libertà e indipendenza, a cui non ha mai fatto mancare
sostegno politico e finanziario, nella certezza che fosse possibile coniugare il
diritto dei palestinesi ad avere una patria con quello di Israele a vivere in
sicurezza e pace. Ecco Francesco Cossiga e Silvio Berlusconi, applauditi dai
tanti socialisti che percorrono i grandi viali alberati del centro città,
procedendo verso la cattedrale cattolica di San Vincenzo de’ Paoli. Stefania
abbraccia il leader di Forza Italia, gli dice «Sei qui con sei anni di ritardo»,
lui piange, è la prima volta che viene ad Hammamet da quando Bettino lasciò
la penisola, ma «non ha mai rinnegato l’amicizia con Craxi, c’è sempre stato
nella battaglia di verità, l’ho avuto costantemente al mio fianco in tutti questi
anni», aggiunge lei, che nella stanza dove il padre si è spento, tra decine di
fogli e biglietti, trova pure una sorta di lascito morale, l’ultimo appunto
redatto qualche ora prima che tutto avesse fine: «In questo processo, in questa
trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La
sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee, la mia vita non
ha più valore. Sono certo che la Storia condannerà i miei assassini. Solo una
cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno».
Venerdì 21 gennaio, in tarda mattinata, il picchetto d’onore della Guardia
nazionale tunisina scorta la bara fino all’ingresso della cattedrale dopo avere
attraversato Avenue Bourguiba, si fa largo tra una folla immensa assiepata sul
sagrato e lungo i bordi di Place de l’Indépendance. Un’ovazione accoglie
l’arrivo del feretro, avvolto nella bandiera rossa del Partito socialista italiano:
«Nove minuti di applausi come ai tempi del Midas», recitano le cronache
giornalistiche, rievocando l’elezione di Craxi a segretario del Psi nel luglio
1976. Ci sono tutti, o quasi, i maggiorenti di allora: Cicchitto, De Michelis,
Formica, Intini, Martelli, Signorile e tanti altri. Non si vede Giuliano Amato,
in partenza per il G7 di Tokyo, e neppure il presidente del Consiglio
D’Alema che, dopo avere offerto i funerali di Stato in Italia, adesso si fa
rappresentare dal braccio destro Minniti e dal ministro degli Esteri Lamberto
Dini: entrambi vengono fischiati, contestati, qualcuno urla «Assassini!» e
lancia loro addosso delle monetine, quasi a voler riscattare la memoria di
Bettino dall’oltraggio subìto sette anni prima all’uscita del Raphael. Manca
pure Paolo Pillitteri, al quale la Procura generale di Milano ha negato
l’autorizzazione al rilascio del passaporto, in virtù di una sentenza definitiva
di condanna che ne vieta l’espatrio: una decisione, quella dei magistrati, che
ha «il sapore acre della mancanza di umanità», scrive il «Corriere della Sera».
Il vescovo di Tunisi, monsignor Fouad Twal, celebra la funzione religiosa
insieme a don Luigi Verzé, i canti liturgici si alternano in italiano e francese,
alcune letture vengono formulate in arabo. Durante l’omelia, il prelato recita
un passo del Vangelo secondo Matteo: «Beati i perseguitati a causa della
giustizia, perché di essi è il regno dei Cieli». Gli occhi di centinaia di persone
si riempiono di lacrime, un lungo fremito attraversa i cuori, prima
dell’applauso fragoroso, liberatorio.
Il viaggio sta per concludersi, una pioggia di garofani rossi ha bagnato le
strade della capitale, adesso c’è da fare ritorno ad Hammamet. Il lungo corteo
di automobili che accompagna Monsieur le Président imbocca l’arteria verso
sud, dopo quasi un’ora di tragitto le vetture biancoverdi della polizia
rallentano davanti all’ingresso di «Dar Craxi», gli uomini di guardia fanno il
saluto, commossi anche loro. Si riparte, scendendo giù verso la città vecchia
dove si è radunata un’altra grande folla: tutti vogliono rendere omaggio al
loro «amico italiano», i pescatori, gli artigiani, i commercianti, donne e
uomini di una semplicità estrema che hanno reso forse meno amare le
giornate dell’ex premier socialista e della sua famiglia.
Il sole è calato, lasciando posto al buio della sera. Bettino Craxi viene
sepolto nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, ai piedi della Medina, in
un fazzoletto di terra che si affaccia sul mare, rivolto verso l’Italia. Una
cravatta rossa, un garofano appoggiato sul petto, il rosario donatogli dal Papa
fra le mani. Riposa, per sua scelta, in un Paese «straniero, ma non estraneo»;
un Paese che l’ha visto morire da «uomo libero» in lotta con «l’ingiustizia
terrena».
E se Craxi avesse usato i social network?

Ci hanno sempre detto che la storia non si fa con i “se”, e neppure con i
“ma”. Sappiamo bene, però, che questo principio indispone, perché
rappresenta il vicolo cieco contro il quale alla fine sbatte la nostra
immaginazione. Chi può sostenere di non essersi mai interrogato sugli
accadimenti della propria esistenza, su vicende che avrebbero potuto prendere
una piega diversa, su traiettorie che si è smesso di seguire, su scelte operate
di cui ci si è pentiti un minuto dopo? Quante volte avremmo desiderato
percorrere a ritroso il sentiero in precedenza tracciato, magari per correggere
qualcosa o per non sbagliare più?
Proviamo allora a calarci nella dimensione temporale di fine secolo scorso,
per vivere e interpretare la crisi della prima Repubblica attraverso le lenti dei
grandi occhiali di Bettino Craxi. Il «golpe postmoderno», di cui una «setta
giudiziaria» avrebbe acceso la miccia, si è irrobustito grazie all’apporto di
«grandi firme» e circuiti giornalistici «perfettamente in sintonia»: «Clan
giudiziari e clan dell’informazione in stretto ed operante collegamento fra
loro», annota l’ex segretario del Partito socialista, hanno saputo insieme
toccare «punte altissime di delirio e mistificazione», dilagando «sul terreno
della persecuzione, della diffamazione e della calunnia». Pochi o inesistenti
sono stati «gli ostacoli, le reazioni o le resistenze» frapposte a tale processo.
D’altro canto, «puoi difenderti da un’aggressione giudiziaria, e anche da
un’aggressione mediatica, ma è impossibile difendersi da un’aggressione
contemporaneamente mediatica e giudiziaria», argomenta Bettino.
Certamente, all’epoca è stato ed era così. Una consapevolezza, quella di
Craxi, che forse sarebbe mutata «se» avesse avuto a disposizione gli
strumenti dei giorni nostri, quelli a uso e consumo della dinamica politica
contemporanea: i social network.
Se di quegli appunti spediti via fax alle redazioni dei giornali, Bettino
avesse potuto farne uno strumento legato alla sua immagine viva, vibrante,
sullo schermo video di un cellulare, sarebbe cambiato qualcosa? Forse no.
Ma il dubbio resta. Legato alle amare riflessioni di un uomo che, pur in
assenza di Twitter e Facebook, si era già dimostrato il politico più «social»,
connesso alla popolazione, vicino al simpatizzante e all’elettore, prima
ancora che leader di partito. Basti pensare all’intervista concessa a Giovanni
Minoli nel 1987, realizzata in un supermercato. Un evento, per l’epoca.
Simbolico e di grande impatto, che qualcuno volle svilire perché si trattava
«solo» di uno spot elettorale. Ma Craxi trasmetteva dalla piazza più
frequentata, seduto sul rullo della cassa di uno spaccio. Ad Hammamet,
invece, privo delle tecnologie odierne, può solo ripetere fino all’ultimo
«Quest’uomo non deve parlare», lamentando la «mancata obiettività e
completezza» delle filiere comunicative «asservite» ai loro «padroni», quei
grandi gruppi economici e finanziari che non sono più disposti ad «accettare
la mediazione della politica». Chi vuol cantare fuori dal coro – dopo essersi
assunto la propria quota di responsabilità – stia ben attento, «la spada della
censura» è pronta a colpire.
Sta di fatto che Craxi non arretra, deve combattere una «battaglia di
verità»: «Io ho continuato a parlare anche quando sapevo che nessuno mi
poteva sentire, perché non veniva ripreso quello che dicevo, o lo si
riprendeva in modo distorto, oppure, ancora, perché quello che dicevo doveva
fare i conti con una tesi avversa, cinquanta, cento, mille volte sostenuta ed
esaltata… Ho continuato a parlare, e sono stato ridicolizzato…»
La propensione a fornire pareri sul futuro italiano, su come garantire un
orizzonte «meno carico di rischi e incognite» viene in effetti accolta con
fastidio, l’attivismo dell’uomo di Hammamet per fare breccia nel muro delle
«falsità» che ha coperto il passato recente è giudicato «eccessivo e quasi
comico». Però «la ruota della storia gira», alimentata dal vento della
modernità: «Un tempo magari ci volevano secoli, ma siccome siamo adesso
nell’epoca di Internet, di velocità finora sconosciute, c’è da augurarsi che
tante verità che sono state nascoste, occultate o manipolate vengano a galla
più rapidamente». E Craxi esprime l’auspicio che questo avvenga «prima di
andare all’altro mondo»: «Lo spero vivamente perché adesso faccio fatica a
difendermi, e il giorno che non ci sarò più non so chi mi difenderà, chi farà lo
sforzo che sto facendo io perché si rifletta, perché si dica la verità…»
Ma con quale approccio una personalità strutturata e complessa come
quella dell’ex premier socialista avrebbe guardato alla «rivoluzione della
Rete»? Quale sarebbe stata la sua reazione dinanzi al profondo cambio di
paradigma che lo sviluppo delle tecnologie elettroniche digitali ha
determinato nella sfera dei rapporti fra politica e cittadini? Come avrebbe
interpretato il processo di rafforzamento della democrazia diretta, e quali
parole gli sarebbero uscite dalla bocca trovandosi a vivere al tempo delle
scelte operate attraverso la piattaforma Rousseau?
Il potere politico «è molto indebolito», sosteneva Bettino già a metà degli
anni Novanta, rimandando all’influenza condizionante esercitata dai nuovi
paradigmi comunicativi in quel momento veicolati soprattutto attraverso la
televisione: «I partiti stanno lentamente scomparendo, ma se la democrazia è
partecipazione, questa deve essere sollecitata e organizzata, consentendo
strumenti di filtro e selezione di una classe dirigente… Se poi tutto dipende
dal fatto che si deve comparire in televisione, be’, allora le cose cambiano…»
Eppure, Craxi è il primo capo di partito a misurarsi con il progressivo
declino dei tradizionali canali di aggregazione del consenso e con gli effetti
della rivoluzione mediatica che impone differenti modelli e stili comunicativi,
assai più attenti ai codici e ai tempi rapidi della trasmissione visiva. Egli si
accorge infatti che il paradigma del discorso pubblico accumula crescenti
ritardi nella comprensione delle dinamiche del progresso tecnologico, e
comincia quindi a riflettere sul rapporto fra velocità e procedure di azione dei
partiti, a interrogarsi sul «divario tra i tempi del villaggio elettronico globale
e quelli della pratica politica» che rimane ancorata a «simboli, significati,
ispirazioni, motivazioni» del passato.
Le dinamiche della personalizzazione e della spettacolarizzazione della
politica negli anni Ottanta trovano allora sbocco nelle strategie di
valorizzazione della figura del segretario del Garofano, il quale, grazie al
temperamento risoluto e determinato, si presenta come un interprete della
modernità nell’esercizio della leadership e nella gestione del potere, nel
linguaggio e nell’attività discorsiva, nella conservazione e nella cura della
propria immagine. Definire un’assonanza tra l’«io» dell’esponente politico e
quello del cittadino comune, per esempio, vuol dire farsi ritrarre in maniche
di camicia, con addosso un paio di jeans e un giubbotto poggiato sulle spalle,
a marcare la differenza con gli altri inquilini del Palazzo: dimensione
pubblica e sfera privata finiscono in tal modo per coincidere come mai
accaduto prima. L’adozione del marketing e delle tecniche pubblicitarie serve
poi a «vendere» il partito ai cittadini «consumatori» che affollano il mercato
elettorale e che hanno bisogno di identificare e scegliere un «volto», come
fosse appunto un prodotto. Non è un caso che già sui manifesti elettorali del
1982, il simbolo della forza politica venga sovrastato dall’immagine
sorridente del leader che diventa il principale testimonial della
comunicazione di partito. Anche il «contratto» con gli italiani siglato nel
1979, in piena campagna per il rinnovo delle Assemblee legislative, denota
un orientamento assolutamente innovativo che risalta ancor più nel clima
plumbeo dell’epoca, improntandosi a «palese realizzazione di un
interscambio fondato sulla fiducia, sull’impegno e sulla chiarezza di intenti e
posizioni». Per non parlare dell’evoluzione in ambito simbolico-visuale, un
aspetto che rimanda pure al tema dell’iconografia politica e alle «proposte
sgargianti, cubitali, sonore» dei Congressi che assumono sempre più i
connotati del media event in stile americano.
In definitiva, Craxi maneggia bene i congegni informativi che il frangente
storico gli mette a disposizione, ne fa un uso sapiente e dinamico, anticipando
tendenze e fenomeni di più ampia portata che sono oggi profondamente
radicati nel Paese, intuendo l’evoluzione di processi che si articolano sul
consumo di «immagini dotate di valore esemplare». Ma la caratterizzazione
culturale e identitaria del presidente socialista affonda pur sempre le radici
nel Novecento, in quanto secolo delle ideologie. Egli, pur nella modernità del
pensiero, resta legato a una concezione «antica» della politica, un’arte nobile,
totalizzante, strumento di conquista e progresso che, pur trascendendo dalle
«miserie» umane, con esse si confronta per comprenderle e orientarle, senza
rimanere vittima di pulsioni, intense quanto passeggere. E la bussola non può
che essere puntata sulla democrazia rappresentativa, i cui argini vanno
certamente rafforzati all’insegna della trasparenza per impedire che cedano
all’enfasi della «peggiore demagogia» utilizzata a mo’ di «clava».
Bettino Craxi ha incarnato alla perfezione la figura del «decisore», le
caratteristiche fisiche e il tratto caratteriale gli hanno consentito di accelerare
la corsa sul terreno della personalizzazione del confronto pubblico, mentre in
Italia si faticava ad acquisire coscienza della portata di un processo che
andava progressivamente sviluppandosi in tutte le democrazie avanzate
dell’Occidente. E comunque, quel tentativo di rispondere alle «esigenze di
modernizzazione del rapporto politica-società» – messo in discussione dalle
trasformazioni in atto nel contesto globalizzato – non postulava certo che la
democrazia potesse sopravvivere solo con la luce riflessa di una leadership, o
che la Rete potesse assolvere alle funzioni del mandato parlamentare e
sostituirsi al ruolo dei partiti come veicolo della partecipazione di massa. Se
la retorica dell’«uomo solo al comando» ha dato fiato alla definizione
dell’immagine più diffusa e al contempo stereotipata, va precisato che
l’impulso era piuttosto diretto a favorire un rinnovamento della politica e dei
moduli organizzativi della forma partito che – rendendo più rapido e incisivo
il meccanismo decisionale al vertice – consentisse di tenere il passo con il
dinamismo e la velocità dei mutamenti sociali. L’esercizio della leadership
era la rappresentazione di «un insieme», non il suo dissolvimento; la
comunicazione fungeva da strumento attraverso il quale veicolare
caratterizzazioni ideali e programmatiche, non culti della personalità.
Naturalmente, Craxi vive l’intera fase del processo di crisi e
delegittimazione del sistema, guarda con i suoi occhi le articolazioni della
società abbandonare in maniera progressiva il perimetro della rappresentanza
tradizionale, i cittadini cercare nuovi sbocchi al desiderio di partecipazione e
al bisogno di protesta che sempre meno efficacemente trovano soddisfatti nei
canali di partito. Ed è quindi ben consapevole non solo delle potenzialità, ma
soprattutto dell’effetto dirompente della piazza telematica che a un certo
punto diviene la principale piattaforma di mobilitazione della «gente», il
megafono dell’indignazione popolare, lo strumento attraverso il quale
rinfocolare le passioni e scagliarle addosso al politico di turno, quasi sempre
impossibilitato a difendersi, tra cori da stadio e «grida spagnolesche». Il
palinsesto delle trasmissioni televisive all’inizio degli anni Novanta, in Italia,
contiene anche questo. Si dà così forma e sostanza al paradosso: le dinamiche
della «politica spettacolo», dopo avere favorito l’ascesa delle figure
carismatiche, ora mutano di segno, accelerandone l’uscita di scena; l’uso
spettacolare del malcontento si rivolge contro il ceto di governo, e
ovviamente individua nelle personalità di primo piano, nei leader, l’epicentro
di tutti i mali. Anzi, più in generale, è il sistema politico nel suo complesso a
essersi trasformato nell’«arena in preda alle manovre di ambiziosi senza
convinzioni, guidati da interessi legati alla competizione che li oppone». Ed è
questa la sintomatica formulazione espressa dal pensiero populista mediatico
nella fase di passaggio tra il vecchio e il «nuovo» assetto di potere.
Craxi, dal canto suo, si confronta ad Hammamet con il cambio d’epoca. «Io
ho sbagliato tutto nella vita. Ho lavorato trent’anni in un partito, e ogni volta
che guadagnavamo lo 0,5% facevamo i salti di gioia, brindisi e gran sventolio
di bandiere. Berlusconi, invece, nel giro di un mese passa dal 20 al 30%, è un
altro mondo», sospira Bettino la sera del 12 giugno ’94 mentre segue in
diretta televisiva lo scrutinio delle elezioni europee. Egli non riesce a tenere a
bada lo stupore per il clamoroso risultato di Forza Italia che in poche
settimane ha migliorato la performance del 27 marzo, raccogliendo oltre dieci
milioni di voti. Una delle ragioni di quel successo rimanda ovviamente
all’influenza delle tecnologie comunicative impiegate da Silvio Berlusconi
per trasmettere il suo messaggio ai potenziali elettori, ma il punto qui è un
altro. La riflessione craxiana denota in qualche modo il sentirsi «profeta
disarmato»: magari, chissà, l’«onda lunga» del consenso sarebbe davvero
arrivata se gli strumenti informativi fossero stati ancor più moderni, le piccole
dimensioni del Psi e la mobilità elettorale pressoché nulla del tempo non
avrebbero rappresentato il limite invalicabile che poi è stato; e d’altro canto,
il destino sarebbe stato forse diverso, meno infausto, perché quegli stessi
strumenti avrebbero consentito di approntare migliori strategie difensive.
Eccolo il vero nodo. Le interviste concesse dal rifugio tunisino
rappresentano già un formidabile strumento di difesa: Bettino guarda fisso la
telecamera, incalza lui il proprio intervistatore, gesticola, alterna momenti di
impeto discorsivo a lunghe pause che suscitano curiosità e attesa. «Ho
qualcosa da dire e voglio dirlo bene, ma soprattutto voglio che sia capito»,
non si stanca di ripetere. E proviamo allora a contestualizzarne la vicenda in
epoca di comunicazione via social network, diffusa senza limiti e confini;
proviamo a immaginarne la reazione di fronte alla rabbia elettronica, alle
pulsioni estreme dei «leoni da tastiera» che nel giorno della sua morte
inondano i primi forum di discussione online. Come sarebbe stato passare dai
fax alle mail di Hammamet?
Bettino Craxi avrebbe certo adoperato con facilità lo strumento
tecnologico, piegandolo alla battaglia «di verità»; avrebbe continuamente
esaltato il ruolo, la dignità della politica, combattendo il «germe della
demagogia». Ma non avrebbe tollerato la mancanza di barriere concettuali tra
i fatti e le opinioni, non sarebbe corso dietro agli umori della «gente».
Il lettore ci perdonerà per questa divagazione fantasiosa. In realtà, il nostro
convincimento profondo è che Bettino Craxi si sarebbe calato con gran fatica
in quella dimensione che già negli anni di Hammamet si configurava ai suoi
occhi come «uno stato diffuso di opportunistica, burocratica, deideologizzata
indeterminatezza». E non avrebbe convissuto con quel filone del pensiero che
mette in discussione l’idea di democrazia (un ideale di destino per popoli e
nazioni che il leader socialista racchiudeva nell’endiadi rappresentanza-
governabilità), oppure riduce il contesto politico-istituzionale a semplice
ornamento con costi da tagliare e scontrini da esibire.
I social network, certo, gli avrebbero consentito di scavalcare il muro della
«censura» che lamentava fosse stato eretto dalla grande stampa interessata a
lasciarlo al suo destino di solitudine. La possibilità di raggiungere milioni di
utenti in pochi secondi, di dispensare pillole di veridicità senza filtri l’avrebbe
probabilmente reso un uomo felice, alleviandogli il senso di abbandono. Ma
egli non avrebbe mai perso di vista – stiamone certi – l’obiettivo di
«governare il cambiamento», un tratto tipico del suo agire politico: «La
libertà di espressione in tutti i suoi termini e con tutti i mezzi, è un costume
ormai, della società italiana; anche se si volesse, sarebbe impossibile prendere
una decisione non dico al buio, ma nemmeno nella penombra… Una società
libera è inevitabilmente una società conflittuale. Essa esige un colloquio
continuo, il confronto aperto su ogni problema. Ma una società che rinuncia
alla possibilità istituzionale di decidere sui conflitti è una società destinata
fatalmente a decadere, a smarrirsi nel vuoto e nell’impotenza». Ecco qui,
ancora una volta, la rivendicazione di un primato, quello della politica che
non getta la spugna. E sopravvive al trascorrere del tempo e alle evoluzioni
della tecnologia.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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