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� sempre originate da preci sj:sakoli e dà i.ma. i
fichiara volontà dei persec11t,orPLungi dau:�s-
t\ sere violente esplosioni di fol!Ja collettiva(o
<'\\ sfoghi di una comunità ferita, questi assassi-
f/ nii sono dei veri e propri atti poljtici.
• Avvalendosi di un'ampia documentazione,
1

,:;,supportata da intervi ste a vittime e carnefici,


· ·ç Goldhagen indaga i più grandi genocidi del
Novecento analizzandone le ragion i più pro-
. fonde, le caratteristiche peculiar i, i metodi di
attuazione. Nonostante le differenze geogra­
fiche e temporali, gli atti eliminazionisti
- dall'Olocausto al genocidio in Iugoslavia,
dal massacro dei curdi al più recente caso in
Ruanda - presentano caratteristiche simili,
la cui analisi ci aiuta a comprendere come af­
frontarli e come porre loro un limite.
Peggio della guerra è un duro atto di accusa
verso il sistema politico mondiale e un acco­
rato appello civile. Milioni di persone vivo­
no ancora oggi in paesi governati da regimi
che sono stati e sono intrinsecamente incli­
ni a perpetrare stragi di massa. È possibile
allora pre\'enire, almeno in parte, i genoci­
di, sah·ando milioni di vite uma1w? Forse sì,
risponde Coldhagen, a piltto però di ridise­
gnare profondamente l'ordinamento politico
mondiale, sostituL•ndu l'o'\ L con un nuo,·o
Saggi
Daniel Jonah Goldhagen

PEGGIO DELLA GUERRA


Lo sterminio di massa nella storia dell'umanità

MONDADORI
Dello stesso autore
in edizione Mondadori
I volonterosi carnefici di Hitler
Una questione morale

Traduzione di Massimo Parizzi

e (www.librimondadori.it)

ISBN 978-88-04-60214-9

Copyright© 2009 by Daniel Jonah Goldhagen


This translation published by arrangement with Alfred A. Knopf, !ne.
© 2010 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Titolo dell'opera originale
Worse Than War
I edizione settembre 2010
Indice

3 Prefazione
La scelta

Introduzione
CHIARIRE I PROBLEMI

7 Eliminazionismo, non genocidio


Esseri umani e massacro di massa , 12 - Eliminazionismo, 17
- Lo Stato moderno e il potere trasformativo, 25 - Definire i
problemi, 30

38 II Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore


Le stragi della nostra epoca, 40 - Varietà di attacchi elimina­
zionisti, 48 -Portata degli attacchi eliminazionisti, 55

Parte prima
SPIEGARE GLI ATTACCHI ELIMINAZIONISTI

65 III Perché hanno inizio


Quattro domande e tre prospettive, 69 -Una nuova prospet­
tiva, 75 - La centralità dei leader politici, 81

91 IV Come sono messi in atto


I carnefici, 97 -Istituzioni eliminazioniste, 108 - Mezzi e me­
todi, 126 - La solidarietà altrui e il problema della resisten­
za, 135 - La politica trasformativa e gli esiti trasformativi, 143

151 V Perché i carnefici fanno quello che fanno


Perché gli assassini uccidono?, 154 -Altre azioni dei carnefici,
175 -Le credenze dei carnefici e come vi giungono, 196 -Dal­
le credenze all'azione, 219
236 VI Perché hanno fine
La convenzione sul genocidio, 238- Il ruolo fondamentale del
contesto politico internazionale, 244- Come hanno fine gli at­
tacchi eliminazionisti, 257

Parte seconda
LA POLITICA ELIMINAZIONISTA MODERNA

269 VII Radici e costanti


Modernità e politica eliminazionista, 279 - Quattro tipi di at­
tacchi eliminazionisti, 293- Attacchi eliminazionisti, 294- Esi­
ti non eliminazionisti, 297 - Il carattere cruciale delle creden­
ze dei carnefici, 301

313 VIII Pensare e agire


Discorsi e diffusione di credenze eliminazioniste, 315- Deuma­
nizzazione e demonizzazione, 323 - Affrontare i demoni, 334
- Dal discorso all'azione, 346

365 IX Menti reali, mondi reali


Mondi eliminazionisti, 368 - Mondi comunitari, 387 - Mondi
concentrazionari, 404- Mondi personali, 432- Mondi reali, 481

Parte terza
CAMBIARE IL FUTURO

487 X Prologo al futuro


Le nuove minacce, 493

518 XI Quello che possiamo fare


La necessità di un potente discorso antieliminazionista, 520 -
La promessa e le patologie della comunità internazionale, 535
- Fermare la politica eliminazionista, 562

605 Riflessioni e ringraziamenti


611 Fonti iconografiche
613 Note
637 Indice dei nomi
Peggio della guerra

A Gideon e Veronica
Prefazione
La scelta

Centinaia di milioni di persone rischiano di divenire vittime di ge­


nocidi e violenze.
Vivono in paesi governati da regimi politici che sono stati e sono
intrinsecamente inclini a perpetrare stragi di massa. In alcuni paesi,
come il Sudan, l'eccidio è in corso. In altri, come il Ruanda, è re­
cente. In altri ancora, come il Kenia, lo sterminio, se non imminen­
te, si presenta come una reale minaccia. In altri, anche se nessun
segnale fa pensare a un pericolo immediato, il massacro potrebbe
iniziare all'improvviso.
Il nostro tempo, a partire dall'inizio del XX secolo, è stato mar­
toriato da una strage di massa dopo l'altra, con tale frequenza e,
nell'insieme, tale enorme distruttività da rendere il problema del
massacro genocida peggiore di quello della guerra. Finora i po­
poli e i governi del mondo hanno fatto ben poco per prevenire o
fermare eccidi di massa. Il mondo non è oggi granché più prepa­
rato di ieri a porre fine a questa piaga, la più grande che affligge
l'umanità. Le prove del fallimento sono schiaccianti. Si trovano in
Tibet, Corea del Nord, Iugoslavia, nell'Iraq di Saddam Hussein,
in Ruanda, Sudan meridionale, Repubblica democratica del Con­
go e Darfur.
Individui, istituzioni e governi di ogni regione del pianeta, noi
insomma, siamo davanti a una scelta:

Possiamo persistere nella nostra perversa apatia, che si ca­


ratterizza secondo questi tre aspetti: non affrontare il proble­
ma con chiarezza e non comprendere la reale natura del ge­
nocidio; non riconoscere che potremmo proteggere con molta
più efficacia centinaia di milioni di persone e ridurre drasti-
4 Peggio della guerra

camente l'incidenza delle stragi di massa; e, una volta com­


preso tutto ciò, non agire di conseguenza.
Oppure possiamo concentrare la nostra attenzione su
questo flagello; capirne le cause, la natura e la complessi­
tà, la portata e la qualità sistemica; e, sulla base di questa
comprensione, creare istituzioni e varare misure che salve­
ranno innumerevoli vite e allontaneranno da tanti popoli
la minaccia mortale sotto cui vivono.

Come possiamo non optare per la seconda?


Introduzione
CHIARIRE I PROBLEMI
I
EHminazionismo, non genocidio

Harry Truman, trentatreesimo presidente degli Stati Uniti, era un


assassino di massa. Ordinò per due volte di sganciare ordigni nu­
cleari sulle città del Giappone. Il primo esplose su Hiroshima il 6
agosto 1945, il secondo su Nagasaki il 9 agosto. Truman sapeva che
ognuno di essi avrebbe ucciso decine di migliaia di civili che non
avevano direttamente a che vedere con alcuna operazione milita­
re e non rappresentavano alcuna minaccia immediata per gli ame­
ricani. Truman scelse, insomma, di spegnere la vita di circa trecen­
tomila uomini, donne e bambini. Alla notizia che la prima bomba
aveva raso al suolo Hiroshima reagì con entusiasmo, dichiarando:
«Questo è il più grande evento della storia». 1 E procedette provo­
cando un secondo evento più grande a Nagasaki. È difficile capire
come una qualsiasi persona assennata possa non definire il mas­
sacro di giapponesi che non costituivano alcuna minaccia un «as­
sassinio di massa».
Per l'eccidio compiuto da Truman sono state trovate, specie in
America, molte giustificazioni e scusanti. Si è detto che era necessa­
rio per porre fine alla guerra. Che era necessario per salvare decine,
se non centinaia di migliaia di vite americane. Ma, come il presiden­
te sapeva, e come i suoi consiglieri, compresi quelli militari, gli ave­
vano detto prima del bombardamento di Hiroshima, nulla di tutto
ciò era vero.2 Dwight D. Eisenhower, allora comandante supremo
delle forze alleate in Europa e futuro presidente degli Stati Uniti,
ha ricordato: «Mentre [il ministro della Guerra Henry L. Stimson]
mi raccontava i fatti salienti [in merito al piano per l'utilizzo della
bomba atomica], mi resi conto di provare un senso di scoraggiamen­
to e gli manifestai quindi le mie gravi apprensioni, prima in base
alla mia convinzione che il Giappone era già sconfitto e che lanciare
8 Peggio della guerra

una bomba era del tutto superfluo, e in secondo luogo perché cre­
devo che il nostro paese dovesse evitare di urtare l'opinione pub­
blica mondiale adoperando un'arma il cui impiego, pensavo, non
era più imperativo per risparmiare altre vite americane. Ero convin­
to che, precisamente in quel momento, il Giappone fosse in cerca
d'un modo per arrendersi perdendo la "faccia" il meno possibile».3
Truman, nel comunicato stampa con cui informò il popolo ame­
ricano della distruzione di Hiroshima, si appellò alla logica pri­
mitiva della punizione: «I giapponesi hanno iniziato la guerra dal
cielo a Pearl Harbor. Sono stati abbondantemente ripagati». 4 No­
nostante tali giustificazioni, il massimo che si possa dire a discol­
pa di Truman, degli americani (1'85 per cento nell'agosto 1945) e
di tutti colòro che diedero il loro appoggio ai suoi massacri, oltre
che di quanti, ingannati dal martellamento delle tesi autoassolu­
torie, hanno finito per credere che quegli eccidi fossero giusti (nel
1995 il 72 per cento degli americani fra i cinquanta e i sessantaquat­
tro anni, e 1'80 per cento di quelli dai sessantacinque anni in su), è
che lui e loro, persone per altri versi non malvagie, hanno perpe­
trato o appoggiato quel doppio orrore a causa di informazioni o
ragionamenti sbagliati, di cecità morale, o di un indurimento del
cuore dopo anni di guerra.5 Ma anche sotto questa luce, la migliore
possibile, ciò che Truman fece non cambia.
Cosa avremmo detto se Adolf Hitler avesse sganciato una bom­
ba nucleare su una città inglese o americana? O se durante la crisi
dei missili a Cuba Nikita Chruscev avesse incenerito Miami? Non
chiameremmo tali atti eccidi di massa, per quanto, anche nel caso
di Hitler, al massacro si sarebbe data una pennellata di logica di­
cendo che si trattava di un'operazione militare, non di una strage
di civili? Nel caso di Hitler noi iscriveremmo un simile atto in pri­
mo piano nel suo lungo catalogo di efferatezze. Perché dobbiamo
trattare diversamente l'assassinio all'ingrosso di tanti uomini, don­
ne e bambini consumato da Truman?
E se i giapponesi non si fossero arresi pochi giorni dopo il bom­
bardamento di Nagasaki e Truman avesse proceduto a distrugge­
re un'altra città del Giappone? E poi un'altra, e un'altra ancora? A
che punto si sarebbe smesso di trovare scusanti? A che punto tutti
avrebbero iniziato a parlare chiaro e tondo di stragi di massa? Per­
ché annientare la popolazione di, diciamo, cinque o dieci città del
Giappone con un bombardamento nucleare dopo l'altro dovrebbe
essere considerato un eccidio di massa, e senza dubbio lo sarebbe,
e massacrare i giapponesi di sole due città no?
Eliminazionismo, non genocidio 9

Se gli americani avessero occupato qualche città giapponese


e, fermata l'avanzata, avessero messo al muro centoquarantami­
la civili fra uomini, donne e bambini (quanti ne morirono a Hiro­
shima immediatamente e nei primi mesi successivi al bombarda­
mento atomico), spiegando al governo e al popolo del Giappone
che soltanto la resa avrebbe evitato altre carneficine? Gli apologe­
ti di Truman avrebbero giustificato anche un simile, più conven­
zionale, massacro come militarmente e moralmente necessario? E
se tre giorni più tardi Truman avesse ordinato ai soldati america­
ni di fucilare altri settantamila uomini, donne e bambini di una
seconda città? Non parleremmo di eccidi di massa? A parte la dif­
ferenza tecnologica fra duecentodiecimila pallottole e due bombe
nucleari (le quali, fra l'altro, distrussero anche le città e, a causa
della contaminazione radioattiva e altre lesioni, causarono suc­
cessivamente almeno altri sessantamila morti), è difficile capire
come, nel decidere se si tratta di stragi di massa, questi due sce­
nari differiscano in qualche modo significativo dal punto di vista
concettuale o di fatto. Il capo di stato maggiore di Truman, ammi­
raglio William D. Leahy, reagì con orrore all'impiego di armi nu­
cleari contro il Giappone, e non solo perché «i giapponesi erano
già sconfitti e pronti ad arrendersi». «La mia impressione» scri­
verà «è che a essere stati i primi a usarle abbiamo seguito un'eti­
ca comune ai barbari del Medioevo. Non mi era stato insegnato a
combattere in quel modo, e non si vince una guerra annientando
donne e bambini. »6 Una guerra così, infatti, non è una guerra, ma
una strage di massa.
Sono partito dai massacri di Truman in Giappone per mostrare
quanto il nostro modo di intendere l'assassinio di massa sia ina­
deguato. Il volontario sterminio di oltre un quarto di milione di
persone sotto gli occhi del mondo dovrebbe essere universalmen­
te riconosciuto per quello che è, e il nome di Truman preceduto
dall'appellativo assassino di massa. In questo modo è visto in effet­
ti il suo ricorso ad armi nucleari dai giapponesi, in qualche misura
in altri paesi, e specialmente dai critici degli Stati Uniti. Ma negli
USA e nei corridoi del potere ciò è negato o ignorato. Che l'incene­
rimento con armi nucleari degli abitanti di Hiroshima e Nagasa­
ki non sia catalogato all'unanimità fra i maggiori eccidi di massa
del nostro tempo segnala uno dei gravi problemi, veridicità a par­
te, che confondono il nostro modo di intendere la questione: il pro­
blema della definizione. Come definire la strage di massa in modo
da evitare fraintendimenti?
10 Peggio della guerra

Perché le azioni di Truman non sono universalmente giudicate


e condannate per quello che furono? Per gli americani c'è il pro­
blema, reale, di riconoscere i crimini del proprio paese e dei pro­
pri connazionali. Quasi tutti i popoli accarezzano un'immagine
abbellita di sé, un autoritratto della nazione, del loro passato e di
se stessi che maschera imperfezioni, cicatrici e piaghe aperte. In­
numerevoli popoli, fra cui americani, turchi, giapponesi, polac­
chi, russi, cinesi, francesi, inglesi, guatemaltechi, croati, serbi e
hutu vedono facilmente in altri la bruttezza che in se stessi, nel
proprio paese o nei propri connazionali non riconoscono affatto.
Come stabilire criteri generali adeguati che diano alla gente una
visione più corretta di sé?
Ci sono anche altri motivi per cui gli americani, e non solo loro,
non riconoscono i crimini commessi dall'America contro i giappo­
nesi e non li definiscono tali. La difficoltà di definire in modo ade­
guato l'assassinio di massa o il genocidio è aggravata dal fatto che,
in genere, non si distingue questo intento da altri due compiti es­
senziali: la spiegazione e la valutazione morale.
Molti, specie fra gli americani, sentono che è sbagliato, e offensi­
vo, parlare di Truman negli stessi termini in cui si parla di Hitler,
losif Stalin, Mao Zedong e Pol Pot. Perché? Gli ultimi quattro as­
sassini erano a pieno titolo dei mostri. Spazzarono via milioni di
persone perché ritenevano certi esseri umani spazzatura, o ostacoli
al loro potere o ai loro obiettivi imperiali o millenaristici. Truman,
invece, era diverso. Mentre le loro stragi di massa erano espres­
sione organica delle loro ambizioni politiche e vedute razziste o
ideologiche di vecchia data, quelle commesse da Truman furo­
no accidentali, dovute a un insieme di circostanze che egli avreb­
be preferito non si fosse mai prodotto. Mentre quei mostri piani­
ficavano, addirittura agognavano di uccidere milioni di persone,
e crearono istituzioni espressamente destinate allo scopo, Truman
sarebbe stato ben contento che la storia seguisse un altro corso.
Mentre uccidere, per ognuno di quei mostri, era parte integrante
dell'esercizio del potere, cosa che fecero per gran parte del tem­
po in cui restarono alla guida dello Stato e, se vi fossero rimasti,
avrebbero continuato a farlo, Truman uccise in un contesto molto
specifico, quello di una guerra brutale ed estremamente distrutti­
va scatenata dal Giappone contro gli Stati Uniti a partire dall'at­
tacco a sorpresa alla flotta americana del Pacifico a Pearl Harbor.
Rasa al suolo gran parte di Hiroshima e Nagasaki, Truman si fer­
mò. Quando pensiamo a uno dei quattro, è difficile non conclu-
Eliminazionismo, non genocidio 11

dere che, se il termine è applicabile agli esseri umani, era un mo­


stro. Mentre pensando a Truman vediamo un uomo per altri versi
normale che commise atti mostruosi.
Nessuna di queste distinzioni, tuttavia, ci aiuta a definire l'assas­
sinio di massa. Nessuna ci dice che gli atti di Truman e quelli degli
altri quattro sono stati di natura diversa. Se quelle distinzioni ci di­
cono qualcosa, è sulle differenze tra i motivi delle azioni dei quattro
mostri e di Truman, e su come dovremmo valutare moralmente gli
uni e l'altro. Nessuna rende l'assassinio volontario di bambini giap­
ponesi a Hiroshima e Nagasaki commesso da Truman meno assas­
sinio di massa degli assassinii volontari di bambini ebrei, ucraini,
cinesi e cambogiani commessi da Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot.
È probabilmente tale mancata distinzione fra la definizione di
un atto, la sua spiegazione e il giudizio morale che se ne dà a far
sì che molti si rifiutino di mettere Truman sul banco degli imputa­
ti accanto ai maggiori mostri della nostra epoca. Eppure, che Tru­
man avrebbe dovuto essere portato davanti a un giudice per rispon­
dere delle sue azioni è, direi, indubbio, anche se si può discutere
su quale sarebbe stata la sentenza della corte nei suoi confronti, ri­
spetto a quella verso gli altri quattro. Truman non era un Hitler,
uno Stalin, un Mao o un Pol Pot. In questo senso quello che la gen­
te sente è giusto. Ma ciò non deve impedirci di vedere le azioni di
Truman per quello che furono.
La difficoltà di mantenere distinti i tre compiti - definizione,
spiegazione e valutazione morale - è causa di confusione nel pren­
dere in esame l'assassinio di massa. L'ansia di condannare, di as­
segnare una colpa o una responsabilità morale va a scapito degli
altri due compiti, percepiti come meno urgenti. Questo accade con­
tinuamente quando si discute dell'Olocausto, il nome dato allo ster­
minio degli ebrei europei compiuto dai tedeschi. Se non si posso­
no giudicare Truman e Hitler allo stesso modo, vuol dire che non
possono essersi comportati allo stesso modo, è l'argomentazione, a
posteriori e fallace, che si adduce. Analogamente, se le loro azioni
non possono essere spiegate nello stesso modo, non possono esse­
re dello stesso tipo. Hitler uccideva gli ebrei perché era in preda a
un'ideologia, un'allucinazione, che gli faceva vedere in loro l'ori­
gine del male nel mondo. Truman, che non era in preda a nessuna
allucinazione del genere, sterminò gli abitanti di Hiroshima e Na­
gasaki per altre ragioni, anche se non del tutto chiare: forse per­
ché convinto che fosse un modo giusto per accelerare la fine della
guerra (anche se, come sapeva, il massacro non era necessario per
12 Peggio della guerra

porre termine in breve al conflitto), o forse, in vista dell'imminen­


te Guerra fredda, per esibire la potenza americana di fronte ai so­
vietici. Nessuna di queste spiegazioni, però, fa di uno degli eccidi
un assassinio di massa e dell'altro no.
Si può, in effetti, definire lo sterminio degli abitanti di Hiroshima
e Nagasaki voluto da Truman un assassinio di massa e Truman un
assassino di massa, mettendo lui e le sue azioni sotto la stessa ge­
nerica etichetta di Hitler e dell'Olocausto, di Stalin e del gulag, di
Poi Pot, Mao, Saddam Hussein e Slobodan Milosevié e delle loro
stragi, senza dare delle azioni di Truman la stessa spiegazione che
si dà di quelle degli altri, e senza mettere moralmente l'uno e gli
altri sullo stesso piano.
Come suggerisce l'esempio di Truman, dobbiamo porre termine
a una serie di errori e autoinganni che confondono i fatti e anneb­
biano il giudizio. Dobbiamo tenere conto delle lenti correttive al­
trui. Dobbiamo guardare alle stragi di massa con occhi imparziali.
Dobbiamo tenere distinti i compiti della definizione, che richiede
di specificare che cosa stiamo esaminando, della spiegazione, che
richiede di rendere conto del perché i fatti si verificano e le perso­
ne agiscono, e della valutazione morale, che richiede di giudicare
il carattere dei fatti e la colpevolezza degli attori. Dobbiamo affron­
tare il fenomeno disponibili a riflettervi a fondo, sistematicamen­
te e dall'inizio.

Esseri umani e massacro di massa


La nostra indagine sull'assassinio di massa parte da domande
elementari: è facile o difficile che delle persone ne uccidano altre,
bambini compresi? Alcuni sostengono che, presentandosi l'occa­
sione, tutti o quasi tutti si daranno facilmente ai massacri. Altri ri­
tengono che un essere umano accetterà di ucciderne altri solo se gli
verrà ordinato. Altri ancora sostengono che chi si trova soggetto a
una pressione psicologica, da parte della società, tendente a far sì
che uccida, in genere lo farà; o che la propaganda può rapidamen­
te, quasi all'istante, trasformare chiunque in assassino di massa di
qualunque uomo, donna e persino bambino. Ognuna di queste opi­
nioni ha una versione «colta» e una di «senso comune» o popola­
re. Rispondono al vero?
Tutti o quasi tutti gli adulti sono potenziali assassini di massa,
sterminatori di bambini, che aspettano solo di essere invitati a uc­
cidere? O è necessario che a una persona accada qualcosa di pro-
Eliminazionismo, non genocidio 13
ì
fondo perché commetta una strage? Gli Stati, le società, sono tut­
ti o quasi tutti protogenocidi, cioè suscettibili di essere facilmente
indotti al genocidio? O lo sono solo alcuni? Perché la nostra epo­
ca, che ha visto tanti progressi in ambito tecnologico, economico, e
senza dubbio anche morale, ha visto tanti eccidi di massa?
Per rispondere a queste domande, apparentemente semplici, è
necessario prima esplorare alcuni aspetti cruciali della natura de­
gli esseri umani, delle società moderne e delle loro culture, degli
Stati, e dell'assassinio di massa.
Ogni indagine seria sull'assassinio di massa deve respingere due
concetti largamente diffusi. Il primo è composto da diverse idee col­
legate fra loro: che le azioni delle persone sono determinate da forze
esterne; che le persone hanno scarsa o nessuna voce in capitolo su
come agiscono; che il libero arbitrio è un'illusione. Se le azioni del­
le persone fossero determinate da forze o pressioni esterne, capire
l'assassinio di massa non sarebbe così difficile, come non sarebbe
difficile capire tante cose della nostra vita sociale e politica che in­
vece comprendiamo solo in parte o per nulla. C'è sempre qualcuno
che devia dalla strada che le forze esterne che si presume agiscano
su di lui dovrebbero spingerlo a prendere. E altrettanto spesso for­
ze, per esempio ordini dello Stato, ritenute così potenti in un conte­
sto, sembrano di ben poco rilievo in un altro, per esempio nel cor­
so di rivolte e rivoluzioni.
Il secondo concetto errato ha una curiosa analogia con il pri­
mo e sostiene fondamentalmente che a spingere la gente a com­
piere eccidi di massa sarebbero pulsioni interne. Quando i freni
imposti dalla civiltà vengono meno, l'antagonismo universale fra
persone diverse l'una dall'altra, l'amore per la violenza, la volon­
tà di sfogare l'aggressività, di dominare, di sopraffare, e i piaceri
del sadismo non fanno fatica a ridestare il cuore di tenebra, il Ca­
ligola che c'è in ogni uomo. Una visione affine è quella secondo
cui, quando se ne presenta l'occasione, quando gli incentivi sono
adeguati, l'universale sete di guadagno spingerà le persone, come
tanti automi, a uccidere altre persone. Anche questa idea di pul­
sioni interne innate è falsa, e in tutte e due le versioni. Non certo
chiunque, non appena ne ha l'occasione o gli appare redditizio, si
metterà a uccidere o torturare, né a uccidere o torturare chiunque,
indipendentemente dall'identità nazionale, politica, etnica, reli­
giosa o linguistica.
Spesso queste idee sulla natura umana non sono espresse a chiare
lettere, ma implicite, presupposte nel parlare di stragi di massa. An-
14 Peggio della guerra

che quando chi le sostiene le afferma senza mezzi termini, tuttavia,


raramente le indaga, le esamina, le mette alla prova o le giustifica,
né le valuta rispetto a idee alternative. Lo provano i testi scientifi­
ci e divulgativi sul tema quanto (nella mia lunga esperienza) le di­
scussioni fra amici e conoscenti.
Il vero compito non sta nel postulare che chiunque, in generale,
ha la capacità di uccidere e, pertanto, ucciderà chiunque in qual­
siasi momento o, cosa ancora più sbagliata, che chi ha ucciso l'ha
fatto a causa di circostanze esterne o pulsioni interne, quindi in
modo automatico, e dichiarare chiusa l'indagine. Il vero compito
sta nell'adottare una visione più sfaccettata e realistica dell'uma­
nità e spiegare la variazione nelle risposte delle persone alle for­
ze al di fuori di esse e (quali che esse siano) dentro di esse; sta nel
capire come la gente media tali influenze nel passare all'atto. Per­
ché alcuni uccidono (anche se non proprio chiunque) e altri, nella
stessa situazione, no? Perché alcuni torturano e altri, in posizione
analoga, no? E su scala più ampia, perché alcuni gruppi di perso­
ne compiono eccidi di massa, comprese stragi di bambini, e altri,
nelle stesse circostanze, di privazione o di guerra per esempio, no?
Per rispondere a queste e a molte altre domande sull'assassinio
di massa occorre partire da alcune verità di fondo sugli esseri uma­
ni: la gente, quando passa all'atto, compie una scelta, anche se non
sceglie il contesto in cui la compie. La gente prende decisioni in base
al proprio modo di intendere il mondo sociale, alla propria visione
di ciò che è giusto e sbagliato, bene e male, e di come il mondo deb­
ba essere modellato e regolato, anche se contesti diversi rendono
alcune scelte più o meno plausibili, o più facili o più difficili. E, in
ultima analisi, gli esseri umani sono gli autori delle proprie azioni,
perché sono fondamentalmente individui dotati di una dimensione
morale (il che non significa approvare le loro convinzioni morali);
e lo sono perché la condizione umana è una condizione di agenti in
proprio, implica cioè la capacità e l'onere di poter scegliere di dire
di sì, che significa anche poter dire di no.
Tali verità sull'essere umano vanno tenute a mente anche per un
altro motivo. Ignorarle spersonalizza e disumanizza i carnefici. Li
trasforma in astrazioni inconsistenti, in automi di carne program­
mati, come robot, da qualsivoglia teoria sia stata immessa nel loro
motore. Questo significa fra l'altro che, quando parliamo di quel­
lo che gli assassini hanno fatto, non dobbiamo usare un linguag­
gio che li omette, come fa spesso chi vuol dare l'impressione che
autori di una strage non siano in realtà esseri umani, mossi da mo-
Eliminazionismo, non genocidio 15

tivazioni umane, bensì forze più grandi; o come fa chi, per ragioni
politiche, vuole nascondere l'identità dei carnefici. Non dobbiamo
usare i verbi al passivo, dire per esempio che «questo o quel gior­
no sono stati uccisi tot armeni, cinesi, ebrei, musulmani o tutsi»,
omettendo così la presenza degli attori, ma usarli all'attivo. E dob­
biamo chiamare i colpevoli con il loro nome, non avere paura di
riferirci a loro come turchi se sono turchi, giapponesi se sono giap­
ponesi, tedeschi se sono tedeschi, sovietici se sono sovietici, ameri­
cani se sono americani, serbi se sono serbi, hutu se sono hutu, isla­
misti politici se sono islamisti politici.
Tale precisione linguistica non è solo un fatto analitico, ma mora­
le. Se non vi sono esseri umani, se non li si nomina correttamente,
non può esserci responsabilità morale e giuridica. I colpevoli desi­
derosi di sfuggire al giudizio, i leader stranieri desiderosi di trovare
scuse per la propria inerzia o di fornire una copertura ai carnefici,
autori e studiosi desiderosi di nascondere l'identità degli assassini
o assolverli, tutti costoro usano in genere i verbi al passivo. Per de­
cenni, i tedeschi e molti altri che hanno scritto sull'Olocausto han­
no oscurato l'identità dei carnefici tedeschi usando il passivo o par­
landone falsamente come di «nazisti» (per la grande maggioranza,
quegli assassini non erano membri del Partito nazista né più devo­
ti al nazismo dei loro connazionali in generale) e attaccando coloro
che li chiamavano puramente e semplicemente «tedeschi», come
facevano all'epoca sia le vittime ebree sia i loro carnefici.
Un tentativo analogo a quello dei tedeschi e dei loro apologe­
ti di assolvere i colpevoli tedeschi, specie i tanti tedeschi comuni
che vi erano fra loro, lo ha compiuto nel 2007 il governo giappone­
se emendando i libri scolastici per nascondere il ruolo svolto dai
soldati giapponesi, durante la seconda guerra mondiale, nel co­
stringere o indurre centomila abitanti di Okinawa al suicidio di
massa prima dell'invasione americana dell'isola. Per tutti i venti­
cinque anni precedenti i libri di testo avevano correttamente indi­
cato come colpevoli i soldati dell'esercito imperiale giapponese. I
nuovi non citavano alcun responsabile: si limitavano a informare
che gli abitanti di Okinawa si erano suicidati in massa o avevano
sentito il bisogno di farlo. La falsificazione ha scatenato nell'isola
cori di proteste, il governo locale ha deliberato di cancellarla dai
manuali, e una manifestazione pubblica di protesta ha radunato a
Ginowan oltre centodiecimila persone, quasi il 10 per cento della
popolazione di Okinawa.7
Un simile camuffamento linguistico è praticato dagli assassini
16 Peggio della guerra

stessi, dai loro sostenitori e da coloro che preferiscono stare a guar­


dare senza far nulla anche mentre la strage di massa è in corso. Ne­
gli anni Ottanta, in Guatemala, i carnefici dei guatemaltechi di sini­
stra e dei maya redigevano i propri voluminosi e meticolosi verbali
al passivo. Non accadeva che la polizia rapisse qualcuno, ma qual­
cuno «veniva rapito». Lo strano termine desaparecido, «scomparso», è
divenuto d'uso comune per parlare di tante stragi di massa in Ame­
rica latina. Sempre in Guatemala, un supervisore scrisse a margine
del rapporto di un agente di polizia che aveva impiegato la prima
persona singolare: «Mai personalizzare; usare sempre la terza per­
sona».8 Nel corso del massacro dei bosniaci (o musulmani di Bosnia)
a opera dei serbi, il primo obiettivo del segretario di Stato america­
no Warren Christopher fu evitare che gli Stati Uniti intervenissero
con efficacia per fermare la strage. Di conseguenza Mike Habib, alto
funzionario del dipartimento, diede istruzione a Marshall Harris, re­
sponsabile del dipartimento di Stato per la Bosnia, di celare l'identi­
tà dei serbi e, così, le loro responsabilità. Harris non doveva scrivere
che i serbi stavano bombardando una certa città, ma piuttosto che «ci
sono stati bombardamenti» o «ci sono state voci di bombardamen­
ti». Habib, spiega Harris, «non voleva che ci facessimo vedere pun­
tare il dito contro quando non avremmo fatto niente».9
Prendere sul serio il lato di agenti in proprio delle persone, il loro
modo di intendere il mondo sociale e i loro valori morali è essen­
ziale, come lo è capire in che modo giungono alle loro opinioni. Il
che implica il rifiuto di un'altra idea corrente, ampiamente diffusa
per decenni fra gli studiosi del nazismo e dell'Olocausto e tuttora
sostenuta da quanti desiderano scagionare i tedeschi, e non solo i
tedeschi, dalla responsabilità degli eccidi di massa e delle violenze
che perpetrarono: l'idea che la cultura in cui si è cresciuti e si vive
sia irrilevante per capire come si prenda parte a un massacro. Tale
tesi erronea si compone di due idee correlate: che 1) tutti, in qual­
siasi epoca e società si trovino a vivere, sono altrettanto facilmen­
te potenziali assassini di massa di 2) persone di ogni e qualsiasi al­
tro gruppo (tranne forse il loro). Tuttavia una persona cresciuta in
ima società, come quelle dell'Europa medievale, in cui era senso
comune indiscusso che Gesù fosse figlio di Dio, con ogni probabi­
lità vi credeva, e nutriva molto più facilmente ostilità, fino a esse­
re disposta a passare alla violenza, verso persone considerate mal­
vagie perché si rifiutavano di credere alla divinità di Gesù, come
ebrei, musulmani ed eretici, che verso coloro che condividevano
il suo solido credo religioso. È molto probabile che un bianco ere-
Eliminazionismo, non genocidio 17

sciuto nel Sud degli Stati Uniti prima della guerra civile conside­
rasse i neri una razza intrinsecamente inferiore e provasse più osti­
lità e fosse più disposto a usare violenza contro di loro che contro
i bianchi. È più probabile che dica sì all'uso della violenza per li­
berare la società, quando è ritenuto necessario, da un certo grup­
po di persone - armeni, ebrei, musulmani di Bosnia o tutsi - chi
cresce in una società o in.una sottocultura che vede in quel grup­
po un male o un pericolo, che chi cresce in una società o sottocul­
tura che vede nello stesso gruppo un bene o una ricchezza sociale.
Per rendere conto dell'assassinio di massa occorre quindi guar­
dare a come si producono le circostanze che, prima, rendono uno
sterminio anche soltanto concepibile e, poi, un'opzione reale. E oc­
corre esaminare perché si giunga a far propria o rifiutare una simile
opzione. Questo richiede di valutare in modo sistematico un'ampia
gamma di fattori, senza pregiudicare la ricerca con ipotesi appa­
rentemente forti, ma semplificatrici e in ultima analisi insostenibi­
li, sulla natura umana. Occorre considerare che cosa, nelle società e
nelle loro culture, contribuisce alle circostanze che producono con­
dizioni sterminazioniste o, in altri termini, che rendono lo sterminio
di massa plausibile come progetto nazionale o di gruppo, un pro­
getto diretto dallo Stato, sostenuto da una buona percentuale della
nazione o del suo o dei suoi gruppi dominanti, e che impiega una
gran quantità di risorse materiali e istituzionali. In molte società ac­
cade che questo o quel gruppo finisce per essere considerato noci­
vo per il bene della maggioranza o, talora, di una potente minoran­
za. I modi in cui questo accade e le qualità nocive attribuite a quel
gruppo variano enormemente. In alcuni casi la nocività di un grup­
po è ritenuta tale da far nascere il desiderio di eliminarlo e, a volte,
questa convinzione acquista grande potere nella società e si coagu­
la in una conversazione, politica e pubblica, esplicita sull'elimina­
zione. In altri casi, invece, essa cova sotto la superficie, senza mai
trovare un'espressione potente e prolungata. Nella seconda ipotesi,
le convinzioni eliminazioniste non divengono la base di un'ideolo­
gia politica coerente, anche se mantengono la potenzialità di farlo.

Eliminazionismo
Credenze e desideri, conversazioni e ideologie, atti e politiche eli­
minazionisti sono esistiti in tutte le epoche della storia umana e in
tutti i tipi di società, costituendone un elemento centrale. Tuttavia,
non si è giunti a concettualizzare le molteplici sfaccettature di con-
18 Peggio della guerra

vinzioni e azioni eliminazioniste come appartenenti a un fenomeno


comune: l'eliminazionismo. Se molte forme di eliminazionismo, come
il genocidio, sono più conosciute per i loro nomi ed esiti specifici e
indicibilmente orribili, la categoria che le include tutte va vista, con
l'atto fondamentale che ne consegue, nel desiderio di eliminare popo­
li o gruppi: è esso, quindi, che va posto al centro del nostro studio.
Conflitti politici e sociali fra gruppi esistono in ogni società uma­
na, e spesso fra società e paesi diversi. Quando non sono disposti a
giungere a un qualche modus vivendi, gruppi, persone e comuni­
tà politiche (di solito i gruppi dominanti al loro interno) affronta­
no le popolazioni con cui sono in conflitto o in cui vedono un pe­
ricolo da neutralizzare cercando di eliminarle o renderle incapaci
di arrecare i presunti danni da cui si sentono minacciati. A questo
scopo ricorrono a una o più di cinque principali forme di elimina­
zione: trasformazione, repressione, espulsione, prevenzione della
riproduzione, sterminio.
La trasformazione è la distruzione dell'identità politica, sociale o cul­
turale distintiva di un gruppo per neutralizzarne le presunte qualità
deleterie. (La trasformazione eliminazionista, spesso accompagnata
da violenza o dalla sua minaccia, differisce dai normali processi di
istruzione o acculturazione perché è diretta a sopprimere un grup­
po, non a permettergli di sviluppare nuove competenze o a offrir­
gli maggiori possibilità.) Il principale bersaglio dei progetti trasfor­
mativi è costituito in genere dalle caratteristiche o pratiche reali o
presunte, fra cui quelle religiose, etniche o culturali, che, agli occhi
della cultura o del gruppo dominante, rendono un certo gruppo un
corpo estraneo. Lungo la storia, conquistatori e imperi hanno in ge­
nere cercato di assimilare popoli e territori conquistati distruggen­
done identità e legami peculiari. Questo è avvenuto spesso anche
nella nostra epoca. I turchi hanno tentato più volte di sopprimere il
curdo come lingua scritta e parlata. Nella prima metà del XX secolo
i giapponesi, colonizzata la Corea, cercarono di cancellare un'iden­
tità nazionale indipendente, vietando fra l'altro l'uso del coreano.
I tedeschi durante il nazismo, i sovietici, i comunisti cinesi e molti
altri hanno cercato anch'essi di trasformare con la forza intere po­
polazioni. Molti progetti eliminazionisti a matrice religiosa hanno
costretto i seguaci di altre religioni a convertirsi, a volte sotto pena
di morte. Storicamente, un tale progetto è appartenuto al cuore del
cristianesimo e dell'islam. Il bimillenario e più fervido disegno eli­
minazionista del cristianesimo, quello contro gli ebrei, si è concen­
trato sulla trasformazione attraverso la conversione, spesso perse-
Eliminazionismo, non genocidio 19

guita con la minaccia o l'impiego della violenza contro coloro che


vi si opponevano. Il nostro tempo ha visto molte conversioni for­
zate di questo genere. Oggi, tale disegno trasformativo è una delle
maggiori priorità di potenti correnti islamico-politiche.
La repressione comporta di mantenere le persone odiate, scredi­
tate o temute all'interno del territorio e di ridurne, dominandole
con la violenza, la capacità di infliggere danni reali o immaginari.
Essa ha rappresentato un elemento costante nelle società umane.
La sua forma più estrema è lo schiavismo (che, tuttavia, non trova
origine soltanto nel desiderio di ridurre una minaccia, ma anche in
altri fattori). Sebbene oggi siano poche, lungo la storia quasi tutte
le società hanno conosciuto la schiavitù al loro interno. Almeno al­
trettanto comuni sono altre forme di violenza. L'apartheid - siste­
ma legale di dominio, privazione dei diritti politici, sfruttamento
economico e separazione fisica di un gruppo subordinato - è esi­
stito fino in epoca recente in Sudafrica e, sotto il nome di segrega­
zione, fino a non molto tempo addietro nel Sud degli Stati Uniti.
La segregazione e ghettizzazione politiche e giuridiche sono per
definizione forme di repressione eliminazionista. La repressione,
compresa la costante minaccia di violenza e il suo impiego occa­
sionale o frequente, è praticata oggi in numerosi paesi nei confron­
ti di svariati gruppi: contadini, operai, gruppi etnici, gruppi reli­
giosi, gruppi politici e altri.
Una terza opzione eliminazionista è l'espulsione, detta spesso de­
portazione. Tramite essa le persone indesiderate vengono rimosse
in modo più radicale, respingendole oltre le frontiere, trasferendo­
le da una regione all'altra di un paese o concentrandole in massa in
campi. È un metodo comune fin dall'antichità, spesso usato da im­
peri conquistatori. Nel mondo antico era regola che i vincitori uc­
cidessero un gran numero di nemici sconfitti ed espellessero gli al­
tri, spesso ridotti in schiavitù. Gli assiri usavano deportare i popoli
conquistati. I romani espellevano e rendevano schiavi i nemici che
si erano ribellati o avevano opposto loro una strenua resistenza,
come i cartaginesi alla fine della terza guerra punica. Gli spagnoli
espulsero la loro minoranza musulmana nel 1502 e di nuovo fra il
1609 e il 1614. Fra il 1641 e il 1652 gli inglesi deportarono nel Norda­
merica e nelle Indie occidentali centomila irlandesi. Nel XVI secolo
inglesi, francesi e altri misero al bando i rom (i cosiddetti zingari).
Nel XIX secolo gli americani scacciarono i nativi d'America dalle
loro terre per confinarli in remote riserve; per esempio, nell'episo­
dio forse più infame, costringendo nel 1838 i cherokee a una mar-
20 Peggio della guerra

eia di quasi milletrecento chilometri in pieno inverno lungo il co­


siddetto Sentiero di lacrime, una marcia in cui ne morirono, sembra,
quattromila. Durante la seconda guerra mondiale i sovietici opera­
rono espulsioni intestine, scacciando otto diversi gruppi etnici, fra
cui i tatari di Crimea, dalle regioni occidentali dell'Unione Sovieti­
ca per disperderli a centinaia o migliaia di chilometri nell'interno.
Nello stesso periodo i tedeschi espulsero un gran numero di po­
lacchi, e non solo di polacchi, da diverse regioni, e, dopo la guer­
ra, cechi, ungheresi e polacchi scacciarono a loro volta, dalle terre
che condividevano con loro, i gruppi di etnia tedesca. Durante il
periodo della fondazione di Israele, nel 1948, gli ebrei contribuiro­
no a creare la diaspora palestinese espellendo gli arabi di Palestina
dalla loro terra. A partire dallo stesso anno, gli ebrei furono espul­
si da molti paesi arabi. Nel 1972 gli ugandesi espulsero i gruppi di
etnia indiana che vivevano fra loro. Nel 1974-1975 greco-ciprioti e
turco-ciprioti si espulsero a vicenda dalle rispettive zone di Cipro.
Dal 1988 al 1991 Saddam svuotò intere regioni dell'Iraq dai curdi,
distruggendo i loro villaggi e la loro agricoltura e rinchiudendone
molti in campi, dopo di che, nel 1991-1992, espulse gli «sciiti delle
paludi» dalla loro regione nel Sud iracheno, in entrambi i casi all'in­
terno di una più ampia campagna di sterminio. Durante la disgre­
gazione della Iugoslavia, l'espulsione etnica divenne parte costitu­
tiva dei conflitti; ne è un esempio l'espulsione in massa a opera dei
serbi, nel 1999, degli abitanti del Kosovo di etnia albanese, o koso­
vari. Oggi siamo testimoni del massacro e dell'espulsione in mas­
sa, ancora in corso, degli abitanti del Darfur a opera del governo
del Sudan, fedele all'islam politico. L'infelice espressione di pulizia
etnica (eufemismo dei carnefici per indicare azioni agli antipodi di
quelle benefiche della pulizia) è divenuta nel corso dello sgretolar­
si della Iugoslavia il modo standard, nel lessico internazionale, per
designare l'espulsione, specie quando è accompagnata da eccidi di
massa o assassinii terroristici di minore portata.*

* Il reinsediamento vero e proprio, al contrario di quello che indica eufemi­


sticamente un'espulsione, differisce da quest'ultima per due aspetti: le perso­
ne reinsediate sono viste dal loro governo e dalla società, e vedono se stesse,
come membri della più ampia comunità nazionale, e, in secondo luogo, il go­
verno cerca di offrire loro una qualche parvenza di vita nuova e dignitosa (an­
che se il tentativo non riesce del tutto). Il reinsediamento può essere dovuto a
progetti economici, come la costruzione di dighe, o necessità geostrategiche,
come il trasferimento in Israele degli israeliani degli insediamenti di Gaza.
Eliminazionismo, non genocidio 21

A subire più spesso l'espulsione sono stati, lungo la storia, gli


ebrei. Nell'antichità i babilonesi li scacciarono dall'antica Israele, e
nel Medioevo essi furono scacciati da una città, una regione e una
nazione d'Europa dopo l'altra. Ogni paese europeo, in questo o quel
momento, li espulse: l'Inghilterra nel 1290, la Francia nel 1306, e la
maggior parte delle regioni tedesche nel XIV secolo. Lo stesso fece­
ro molti paesi arabi a partire dal 1948. Un'ennesima espulsione di
ebrei avvenne in Europa ancora nel 1968, questa volta dalla Polo­
nia comunista che, in una sedicente campagna antisionista, ne scac­
ciò circa ventimila. La più nota di tali espulsioni, tuttavia, rimane
quella dalla Spagna nel 1492 ispirata dall'Inquisizione. La campa­
gna eliminazionista scatenata dagli spagnoli e dalla Chiesa cattoli­
ca transnazionale contro gli ebrei è particolarmente degna di nota
perché i suoi esecutori ricorsero a quattro delle cinque principali
forme di eliminazione: la t'rasformazione (conversione forzata), la
repressione, l'espulsione e l'assassinio selettivo.
Un quarto metodo eliminazionista è la prevenzione della riprodu­
zione. È quello usato meno frequentemente e, quando vi si ricorre,
è in genere accompagnato da altri metodi. Coloro che, per una ra­
gione o per l'altra, vogliono eliminare del tutto o parzialmente un
gruppo cercano a volte di ridurre il numero dei suoi membri inter­
rompendo, fra di essi, la normale riproduzione biologica. Impedi­
scono loro gravidanze o parti. Li sterilizzano. Stuprano sistemati­
camente le donne affinché gli uomini del gruppo non vogliano più
sposarle o avere figli da esse, o per fecondarle affinché partorisca­
no bambini non «puramente» del loro gruppo, indebolendo così
quest'ultimo dal punto di vista biologico e sociale. La prevenzione
della riproduzione è un atto eliminazionista dall'orizzonte tempo­
rale lungo, che guarda alle generazioni future, e spesso, anche se
non sempre, vede l'impiego concomitante di altri metodi elimina­
zionisti contro le generazioni viventi. I nazisti sterilizzarono a for­
za molti tedeschi affetti da reali o presunti difetti congeniti senza
tuttavia eliminarli, e presero in considerazione, come alternativa
allo sterminio, la sterilizzazione degli ebrei. I serbi stuprarono si­
stematicamente donne bosniache e kosovare, ma ne uccisero mol­
te altre e ne espulsero ancora di più.
La quinta forma di eliminazionismo è lo sterminio, che, nella sua
radicalità, è spesso la conseguenza logica della convinzione che certe
persone costituiscano una minaccia grave, addirittura mortale. Esso
promette di dare al presunto problema una soluzione non provviso­
ria, frammentaria o soltanto probabile, ma «finale». La «soluzione
22 Peggio della guerra

finale» più famigerata, che diffuse questo ignobile eufemismo a li­


vello mondiale, è l'eccidio di massa degli ebrei compiuto dai tede­
schi. Hitler e i suoi seguaci ricorsero in un primo tempo, contro di
essi, a una varietà di misure eliminazioniste minori, e passarono a
mettere in atto un programma che ne prevedeva il totale sterminio
solo quando si produssero le circostanze che lo resero possibile. Ma
il futuro Fiirher dichiarò pubblicamente il generale intento elimina­
zionista della «rimozione degli ebrei dal nostro Volk» già nel 1920,
nel discorso Perché siamo antisemiti, specificando come la soluzione
che sperava di vedere «un giorno» attuata dal popolo tedesco fosse
quella sterminazionista. «Siamo animati» disse «dall'inesorabile ri­
soluzione di estirpare il Male [gli ebrei] alla radice per sterminarne
radici e rami. Per giungere al nostro scopo non dobbiamo fermar­
ci di fronte a nulla. » È un'affermazione di assoluta chiarezza e pre­
cisione di un ideale eliminazionista, in questo caso sterminazioni­
sta: secondo Hitler, 1) gli ebrei costituivano un male e un pericolo
tale che 2) dovevano essere sterminati dalle radici ai rami, cioè to­
talmente, e 3) la necessità di farlo era così seria che i tedeschi non
dovevano permettere che nulla fermasse loro la mano. Per non la­
sciare dubbi sul fatto che, sia sulla portata del presunto pericolo sia
sull'assoluta urgenza di rimuoverlo, egli parlasse sul serio, dopo
avere detto che «non dobbiamo fermarci di fronte a nulla» aggiun­
se: «Anche se dovessimo allearci con il diavolo». 10 Il diavolo era da
temere meno degli ebrei.
Anche lo sterminio è stato pratica corrente in ogni epoca e re­
gione del mondo, benché i documenti storici al riguardo siano spes­
so talmente lacunosi che, per certi massacri, non possiamo essere
sicuri del numero delle vittime né a volte, addirittura, se si siano
effettivamente verificati. Nell'antichità era frequente che i popoli
conquistati fossero trucidati, e in alcune regioni, come nell'antica
Grecia, lo sterminio di massa era così comune da non essere nean­
che oggetto di discussione. Nell'Iliade, poema celebrativo, Agamen­
none, comandante delle forze greche schierate contro Troia, dice
a proposito dei troiani al fratello Menelao e, suo tramite, alle pro­
prie truppe radunate e a tutti i Greci di tutti i tempi: «Così ti col­
pirono i Teucri calpestando i patti leali! [ ... ] Pagheranno con mol­
to, con le teste loro, e con le donne e coi figli. Sì, lo so bene questo,
dentro l'anima e in cuore: vi sarà giorno quando rovinerà Ilio sa­
cra [Troia], e Priamo [il re di Troia] e la gente di Priamo buona lan­
cia » .1 1 Nella Bibbia, Dio ordina agli ebrei di fare strage dei popoli
che vivono nella terra «promessa » dell'antica Israele. Nel mondo
Eliminazionismo, non genocidio 23

medievale gli eccidi di massa erano all'Òrdine del giorno, e spes­


so i loro autori li consacravano invocando Dio. Nel nome del loro
Signore i crociati cristiani massacrarono nell'XI e XII secolo ebrei e
musulmani, e non solo loro. I più grandi macellai di quell'epoca,
tuttavia, furono probabilmente Gengis Khan e i mongoli, che nel
XIII secolo compirono stragi immani in Asia e in Europa orientale.
Per tutta l'età moderna i popoli degli imperi europei sterminaro­
no molti popoli tecnologicamente meno avanzati di altri continen­
ti. Nella nostra epoca praticamente ogni sorta di popolo ha per­
petrato stragi di massa contro praticamente ogni sorta di vittime.
L'identificazione di questi cinque metodi eliminazionisti - tra­
sformazione, repressione, espulsione, prevenzione della ripro­
duzione e sterminio - suggerisce qualcosa di fondamentale che è
sfuggito all'attenzione: dal punto di vista dei carnefici tali meto­
di sono (più o meno) equivalenti sul piano funzionale. Si tratta di
soluzioni tecniche diverse a quello che essi percepiscono come il
problema di affrontare gruppi indesiderati o, ai loro occhi, minac­
ciosi, per realizzare il desiderio, più importante, di sbarazzarsene
in qualche modo. I tedeschi diedero a tutto ciò un'espressione em­
blematica in una delle loro grida di battaglia più frequenti prima e
durante il periodo nazista: «Juden raus», fuori gli ebrei. Se fra una
misura e l'altra la differenza per le vittime è radicale, per i carne­
fici esse sono tutte logiche conseguenze delle loro convinzioni eli­
minazioniste, surrogati l'una dell'altra e intercambiabili.
Concettualizzare tali forme di violenza quali varianti di uno
stesso fenomeno, l'eliminazionismo, fa capire come, quando si
mette in atto un programma eliminazionista, se ne possa usare
più d'una simultaneamente, come fecero, per esempio, gli spa­
gnoli nel tardo XV secolo sotto l'Inquisizione, ricorrendo contro
gli ebrei a quattro metodi eliminazionisti nello stesso tempo. A
Sarajevo Alisa Muratcaus, presidentessa dell'Associazione dei su­
perstiti alla tortura nei campi di concentramento, mi ha spiegato
che i serbi «miravano a eliminare l'intero popolo bosniaco». Ma
essi usarono una varietà di mezzi: «Alcuni sarebbero stati espul­
si in un altro paese, un paese occidentale. Altri uccisi. Altri anco­
ra [tenuti] in vita, forse per le loro [dei serbi] esigenze personali.
Chissà? Forse come in schiavitù». 12 Quando si adotta una misura
eliminazionista, infatti, spesso se ne impiegano in maniera sus­
sidiaria o complementare anche altre. I governanti turchi, in un
documento preparatorio all'assalto eliminazionista contro gli ar­
meni, codificarono nel 1915 l'impiego di una pluralità di strumen-
24 Peggio della guerra

ti del genere: lo sterminio (per, fra gli altri, «tutti i maschi sotto i
cinquant'anni»), l'espulsione («deportare le famiglie di tutti co­
loro che sono riusciti a scappare»), e la trasformazione («che ra­
gazze e bambini siano islamizzati» ). 13 Quando la misura elimina­
zionista principale è l'espulsione in massa, a essa fa in genere da
complemento l'assassinio selettivo, a volte su larga scala. Nel Me­
dioevo i popoli di diverse nazioni, regioni e città europee non si
limitarono a espellere gli ebrei. In varie occasioni, sulla scia della
tendenza plurisecolare ispirata dalla Chiesa a eliminarli dal pro­
prio seno, li massacrarono, li ghettizzarono e li costrinsero alla
conversione. 14 E se, come nel caso di quelle sovietiche, le espul­
sioni non trasferiscono le vittime oltre i confini, a esse fa seguito,
perché gli espulsi non tornino alle loro case o si ribellino, una re­
pressione, in genere feroce.
Tale rapporto misconosciuto, e tuttavia sorprendentemente stretto,
fra i metodi eliminazionisti della trasformazione, della repressione,
dell'espulsione, della prevenzione della riproduzione e dell' annien­
tamento è d'importanza cruciale per la comprensione e l'indagine.
A questo proposito si pongono diversi interrogativi.
Per quanto riguarda la strage di massa: è così diversa da altre
forme eliminazioniste da costituire un fenomeno a sé, privo di rap­
porto con gli altri? O si colloca su un continuum eliminazionista di
crescente violenza, in rapporto con le altre forme, anche se da esse
si differenzia qualitativamente? Oppure si tratta di una forma più
o meno equivalente sul piano funzionale alle altre, e si deve quin­
di pensare che le diverse opzioni eliminazioniste abbiano la stes­
sa origine, i carnefici vi vedano efficaci strumenti per giungere al
medesimo fine e, se scelgono l'una o l'altra, lo facciano per moti­
vi tattici, di praticità, di convenienza e (forse) in ragione dei loro
freni morali?
Per quanto riguarda la genesi delle politiche eliminazioniste: da
dove vengono le convinzioni a esse sottese? C'è qualcosa, in quel­
le della nostra epoca, che le distingue? Come avviene che creden­
ze o anchè ideologie eliminazioniste si traducano in azione? In
altre parole, che cosa deve accadere perché delle convinzioni spin­
gano all'azione?
Per quanto riguarda il carattere della politica eliminazionista:
quali che siano quei meccanismi, perché a volte le convinzioni elimi­
nazioniste restano dormienti e, in altri casi, si traducono in azione?
Quando tali credenze producono azione, e perché a volte portano
a una politica eliminazionista, la trasformazione, a volte a una se-
Eliminazionismo, non genocidio 25

conda, la repressione, a volte a una terza, l'espulsione, a volte a


una quarta, la prevenzione della riproduzione, a volte a una quin­
ta, l'eccidio di massa, e in altri casi a una loro combinazione? E se
è relativamente facile che un genere di politica eliminazionista sci­
voli e si tramuti lungo un continuum in un altro, dobbiamo con­
siderare la repressione violenta di popoli o gruppi da parte di un
regime come segno di un'intrinseca tendenza allo sterminazioni­
smo, come protosterminazionista?
Credenze eliminazioniste sono state ampiamente diffuse fra la
gente comune attraverso i secoli. Non sempre, tuttavia, esse han­
no portato all'azione: da sole, infatti, non generano eccidi di mas­
sa o eliminazioni. I programmi di sterminio ed eliminazione non
sono inevitabili. Le credenze eliminazioniste, pur essendo, si può
dire, una causa necessaria, non sono di per sé causa sufficiente del­
la strage o eliminazione di massa. È stato così, come ho mostra­
to altrove, anche per l'Olocausto. Fra i tedeschi l'antisemitismo
eliminazionista era straordinariamente diffuso, profondamente
radicato e potente nella sua demonologia, ma rimase dormien­
te finché Hitler e lo Stato da lui guidato non avviarono, organiz­
zarono e diressero l'assassinio di massa degli ebrei. 15 Per capire
perché attacchi sterminazionisti ed eliminazionisti si verifichi­
no in certi luoghi e tempi e non in altri in cui convinzioni elimi­
nazioniste sono altrettanto diffuse, è fondamentale, non solo per
l'Olocausto, ma anche per tutti gli altri casi, volgere sempre l'at­
tenzione all'arena politica, ai leader politici e, nel nostro tempo,
allo Stato nel suo insieme.

Lo Stato moderno e il potere trasformativo


Il mondo del XX e XXI secolo è molto diverso da quello che l'ha
preceduto. 16 La capacità di società e Stati di trasformare il loro am­
biente fisico e se stessi è maggiore di molti ordini di grandezze ri­
spetto a prima. La rivoluzione capitalista, industriale e tecnologica
del XIX secolo non fu un evento circoscritto nel tempo, come viene
spesso descritta, ma una trasformazione della società sempre più
veloce e profonda. In Occidente essa creò grande ricchezza, livel­
lò e rimescolò la società, modificò la politica, i rapporti sociali, il
carattere della cultura e persino gli esseri umani, dando a essi, per
esempio, maggiore istruzione, più padronanza sulla propria vita
e prolungando la loro esistenza. Tale rivoluzione, sfociata infine
nella globalizzazione, è proseguita per tutto il XX secolo e fino al
26 Peggio della guerra

nostro, diffondendosi in modo non uniforme in tutto il pianeta. Il


suo aspetto più rilevante, per l'assassinio e l'eliminazione di mas­
sa, è l'emergere dello Stato contemporaneo.
Lo Stato contemporaneo ha un potere enormemente maggiore
di quello degli Stati antichi o medievali, e persino degli Stati del
XIX secolo. Il potere, nella sua forma più ampia, è semplicemente
la capacità di trasformare, di cambiare le cose, che esse apparten­
gano al mondo naturale o all'ordine umano. Il potere dello Stato è
cresciuto soprattutto perché sono enormemente cresciute ricchez­
za, comunicazione e mobilità, conoscenza e know-how organiz­
zativo. Grazie alla maggiore ricchezza lo Stato può, specialmen­
te tramite le tasse, incamerare più denaro e quindi impiegare per
i propri compiti più persone e più risorse. Lo Stato contempora­
neo, che include non solo il governo, ma anche i suoi numerosi
enti e le forze armate, ha una dimensione di gran lunga maggiore
di quella degli Stati precedenti. Grazie allo sviluppo delle comuni­
cazioni - radio, televisione, telefono, autostrade, trasporto aereo, e
ora computer, tecnologia senza fili, Internet, satelliti e GPS - è più
facile spostarsi e coordinare l'aumentata quantità di funzionari
e impiegati statali, compresi i militari. Grazie a una migliore co­
noscenza della società e delle persone e allo sviluppo delle tecni­
che per organizzarle, lo Stato ha acquisito una maggiore capacità
di gestire i propri funzionari e impiegati e monitorare i loro com­
piti. La sua capacità di controllo sulla società, di sapere cioè che
cosa fanno le persone, di insinuarsi fra di esse, quindi di influire
sulla loro vita quotidiana e controllarla, si è smisuratamente ac­
cresciuta. Rispetto all'epoca delle rivoluzioni americana e fran­
cese, quando il mondo moderno iniziò a prendere politicamen­
te forma, la capacità trasformativa, cioè il potere dello Stato della
metà del XX secolo, per non parlare dello Stato contemporaneo,
è milioni di volte più grande.
I mutamenti nella società e nello Stato che hanno prodotto il mon­
do moderno hanno anche modificato a fondo il modo delle perso­
ne, in particolare dei capi politici, di intendere il mondo sociale e im­
maginare se stessi, la loro società e il futuro. La differenza essenziale
sta nella nuova consapevolezza che a contraddistinguere il mon­
do umano è il cambiamento, non la stagnazione. L'enorme crescita
del potere sociale ha reso la gente, in particolare i detentori del po­
tere politico, consapevole che la trasformazione del mondo è alla
portata dell'uomo, della sua capacità di dominio, e può quindi es­
sere intrapresa in base a un progetto umano. E che il progetto voi-
Eliminazionismo, non genocidio 27

to a modellare o rimodellare il mondo può essere di vasta portata,


e la conseguente trasformazione profonda. Nel mondo moderno
l'uomo si concepisce quale artefice di se stesso, della sua società e
del suo ambiente, quale architetto e ingegnere dell'anima umana
e della cacofonia o coro delle anime. Questo è vero per i marxisti
non meno che per i capitalisti, per i professionisti della ciberneti­
ca e i lettori di fantascienza, per l'eugenetica del passato e contem­
poranea e per gli appassionati di ingegneria genetica, e tanti altri.
E il modo in cui le persone, in particolare coloro che detengono il
potere statale, immaginano che tale ingegneria debba essere pra­
ticata, e che cosa debba modellare, è qualitativamente diverso ri­
spetto alle epoche precedenti.
L'idea che la società e gli esseri umani non siano dati una vol­
ta per tutte, o suscettibili di essere cambiati soltanto in modo in­
crementale, ma possano invece essere trasformati, anche radical­
mente, è al cuore della politica della nostra epoca. E, per la prima
volta nella storia, la nostra epoca dispone della capacità di mette­
re efficacemente in pratica questa idea. Tale visione e tali capaci­
tà di cambiamento hanno dato vita a svariati progetti di trasfor­
mazione, spesso globale. Poiché inoltre la modernità ha mobilitato
tutte le persone in politica (mentre in epoca premoderna la mag­
gior parte della gente non era mai coinvolta nella politica del pro­
prio paese o regno), rendendo così ognuno oggetto d'attenzione
politica da parte dello Stato, coloro che sono al governo della so­
cietà devono tenere conto del desiderio dei cittadini di plasmare
il proprio destino e influire sul proprio sistema politico. Essi pos­
sono integrarli nella politica e accettare il pluralismo sociale e cul­
turale, come fanno i democratici, o reprimere e limitare il plurali­
smo che li minaccia, che tende ad autorafforzarsi, a far desiderare
loro di limitarlo sempre di più. Così si comportano i non democra­
tici, meglio detti tiranni.
Sotto l'impulso delle capacità di trasformazione di cui dispon­
gono e del loro bisogno di limitare pluralismo e libertà, i sognatori
trasformativi della nostra epoca tendono a credere di dover sotto­
mettere ai propri ampi o globali progetti visionari tutti i membri
della loro società e, a volte, tutti gli esseri umani. Il potere dà la
possibilità di uccidere. Un grande potere dà la possibilità di uc­
cidere su scala di massa. Ma la prima cosa che un grande potere
fa è rendere possibile ai leader politici, e anche alla gente comu­
ne, di immaginare progetti sterminazionisti ed eliminazionisti di
massa, e immaginarli in modo nuovo, come qualcosa di fattibile.
28 Peggio della guerra

In nessuna epoca precedente un capo politico ha sognato di eli­


minare, o con l'assassinio o con altri mezzi eliminazionisti, centi­
naia di migliaia, milioni o decine di milioni di persone, cosa che i
capi politici del nostro tempo, e non solo Hitler, Stalin e Mao, han­
no fatto regolarmente. Essi ne avevano la capacità, quindi l'han­
no sognato. Poi l'hanno pianificato. Poi hanno agito. A causa dei
loro sogni eliminazionisti, il potere di trasformazione di cui go­
devano è divenuto più pericoloso di qualunque cosa il mondo
avesse mai conosciuto.
L'eliminazione di massa è spesso parte di un più ampio pro­
getto politico trasformativo o escatologico. Ne sono un esempio
molti dei principali progetti varati da Stati-nazione nel corso del
secolo passato, come la costruzione della nazione o dello Stato in
sé, l'imperialismo, lo sviluppo economico (capitalista o comuni­
sta che fosse), lo sviluppo democratico, o la trasformazione dello
Stato e della società in obbedienza a un disegno visionario. Tali
progetti si sono coniugati con ideologie i cui nemici designati era­
no ritenuti talmente forti e minacciosi da farne spesso apparire
urgente l'eliminazione.
Un impulso agli eccidi di massa della nostra epoca, dal massa­
cro degli armeni a opera dei turchi durante la prima guerra mon­
diale alle svariate stragi perpetrate dai serbi negli anni Novanta
dello scorso secolo, è venuto da processi di state-building, o co­
struzione nazionale. Attacchi eliminazionisti imperialisti, come le
devastazioni operate dagli spagnoli nel Nuovo Mondo e la stra­
ge ed espulsione dei nativi d'America da parte degli americani,
sono stati per lo più caratteristici di secoli precedenti, ma hanno
messo fine a innumerevoli vite anche lungo tutto il nostro tem­
po: dagli eccidi di massa compiuti dai belgi in Congo, uno stra­
scico del XIX secolo, e dall'annientamento di herero e nama av­
viato nell'Africa sudoccidentale dai tedeschi nel 1904, alle stragi
commesse dai giapponesi in Cina durante la prima guerra mon­
diale, all'eccidio di massa compiuto dagli indonesiani a Timor Est
e all'atroce offensiva eliminazionista e omicida dei cinesi in Tibet.
In ognuno di questi casi i carnefici hanno ridotto in soggezione
con la violenza i popoli dei rispettivi paesi e colonizzato i territo­
ri annessi. Il desiderio di sviluppo economico o trasformazione
politica ha spinto nel corso del secolo passato numerosi governi
dell'America centrale e meridionale a campagne eliminazioniste
contro popolazioni indigene, spesso catalogate sotto il nome di
indios. Lo sviluppo democratico ha avuto un carattere omicida o
Eliminazionismo, non genocidio 29

addirittura eliminazionista meno esplicito. A fare il maggior nu­


mero di vittime, a costare il maggior numero di vite umane, sono
stati gli assalti eliminazionisti dei regimi apocalittici del mondo
comunista e del nazismo.
Corollario di tale potere trasformativo e dei relativi progetti eli­
minazionisti è che coloro che li coltivano, in particolare i leader
politici, sanno di correre il rischio che altri, una volta in grado di
farlo, avviino propri progetti trasformativi a loro danno. Tale con­
sapevolezza produce un'insicurezza estrema, dando alimento ai
sospetti o tendenze paranoiche dei capi; il che può indurre i de­
tentori del potere, per conservare la propria supremazia o l'ordi­
namento della società, ad agire preventivamente per eliminare le
popolazioni che definiscono problematiche o minacciose. La loro
accresciuta consapevolezza che l'assetto presente, compreso il po­
tere cui sono giunti, è precario, si coniuga con la consapevolezza di
essere in grado di trasformare la società rendendo ancora più pro­
babile da parte loro un'azione preventiva, soggettivamente «difen­
siva», per garantire la propria sopravvivenza, e un'azione offensi­
va per realizzare rapidamente i sogni che accarezzano.
Ogni paese, gruppo e individuo si trova di fronte a un mondo
complesso, pieno di difficoltà, sfide, ostacoli e problemi. E ognu­
no, per dargli un senso e capire come gestirlo, sviluppa sistemi di
pensiero, detti ideologie politiche. Le ideologie politiche moder­
ne sono appelli all'azione, spesso una chiamata alle armi, cioè alla
trasformazione. Qualunque altra cosa faccia, un'ideologia politica
risponde in genere a tre domande: qual è il problema politico? Chi
o che cosa è la fonte del problema? Qual è la soluzione politica? 17
Nel mondo moderno, i leader politici e i loro seguaci hanno spes­
so risposto a tali domande in questi termini: il problema è estre­
mo, addirittura questione di vita o di morte. Il nemico è un grup­
po di persone identificabile, contrassegnato da colore della pelle,
etnia, religione, classe sociale o appartenenza politica. La soluzione
per neutralizzare questo nemico dev'essere in qualche modo «fina­
le». Da qui l'eliminazionismo. La politica eliminazionista moder­
na ha trovato alimento in ideologie notevolmente diversificate, dal
comunismo al nazismo e all'imperialismo. Alcune hanno sottoli­
neato la necessità di purificare la società, altre rivendicato l'utopia
o la fine dei tempi (verso cui, in assenza di Dio, va l'uomo), altre
ancora hanno glorificato il nudo potere e la ricchezza. All'elimina­
zionismo conducono molte strade.
Definire i problemi
Per analizzare gli eccidi di massa e i progetti eliminazionisti del
nostro tempo occorre fare chiarezza su alcuni concetti fondamen­
tali e scegliere un modo di procedere adeguato al compito. Le di­
scussioni su questi temi sono gravate da una serie di problemi, fra
cui quello già anticipato, e imprescindibile, di definire il genoci­
dio. Una volta adottata una definizione, le questioni cruciali per
intraprendere un vero studio riguardano gli interrogativi da porsi
e i casi che si sceglie di indagare.
I discorsi sul genocidio naufragano spesso sulla sua definizione,
portando a dibattiti apparentemente senza fine, e poi alla doman­
da se questo o quel caso di assassinio di massa ricada sotto la defi­
nizione data. Ci si chiede per esempio se, per essere un genocidio,
l'eccidio perpetrato o in progetto debba essere totale, come l'Olo­
causto (il che porta alcuni a sostenere che esso sia l'unico ·che me­
riti il nome di genocidio). In caso contrario, quante persone o che
percentuale del gruppo preso a bersaglio devono essere uccise? Oc­
corre che la principale forma di assalto sia l'uccisione, o essa può
inserirsi in una linea d'azione più ampia? Il carattere del gruppo
aggredito ha importanza? La Convenzione delle Nazioni Unite per
la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, per esem­
pio, che ne codifica la definizione giuridica internazionale, esclu­
de dai genocidi gli assalti a gruppi politici, come i comunisti indo­
nesiani massacrati nel 1965, o economici, come i kulak.i (contadini
ricchi) massacrati dai sovietici. Se a un gruppo è negata con la for­
za la possibilità di conservare e perpetuare la propria identità col­
lettiva, anche senza stragi di massa, si può parlare di genocidio? Il
problema, in simili dibattiti, non sta nel fatto che le definizioni non
sono importanti. Al contrario, sono fondamentali: da esse dipen­
dono le domande che vengono poste, la ricerca che si conduce, le
parzialità che si introducono in essa, le interpretazioni che emer­
gono e, in definitiva, la validità delle conclusioni. Dal punto di vi­
sta politico, la definizione ha un ruolo cruciale nello stabilire se si
identificano correttamente i fatti per quello che sono, e nel conce­
pire le misure politiche da prendere in considerazione o mettere in
atto per prevenire o fermare diversi tipi di assalto.
Il problema, in queste discussioni, è che le definizioni di geno­
cidio prevalenti escludono sia forme di eliminazione non mortali,
sia i numerosi casi di assalti eliminazionisti mortali ritenuti parziali
o di dimensioni troppo ridotte. Limitando lo studio alle stragi di
Eliminazionismo, non genocidio 31

massa maggiori come l'Olocausto, il massacro degli armeni a ope­


ra dei turchi, gli eccidi sovietici e cinesi, quelli perpetrati in Cam­
bogia, Ruanda ecc., si omettono domande importanti: per esempio
perché, contro gruppi odiati e temuti, in alcuni casi si opti per eccidi
su larga scala, in altri per eccidi su scala minore, in altri ancora per
forme non mortali di eliminazione, e in qualche caso non si faccia
assolutamente nulla. In mancanza di una base comparativa suffi­
ciente, le conclusioni che si traggono sono, senza alcuna necessità,
di portata limitata e carenti, e le misure che le seguono inadeguate.
Il problema che rende ostico ogni tentativo di definire il genoci­
dio è triplice. In primo luogo, esso viene separato da fenomeni che
gli sono affini e strettamente interconnessi. Il genocidio (comun­
que lo si definisca), le stragi di massa di portata più limitata e altre
forme di eliminazione si collocano su una linea continua, e spes­
so i carnefici ricorrono a diversi metodi eliminazionisti nello stes­
so tempo. Quindi trattare il genocidio come un fenomeno qualitati­
vamente diverso, distinto da altre forme di eliminazione di massa,
è, oltre che concettualmente insostenibile, in contrasto con la real­
tà della politica e della pratica eliminazioniste.
Il punto di partenza per ogni riflessione su che cosa si debba in­
tendere per genocidio e come si debba definirlo, o addirittura il
suo archetipo (anche se molti ormai si sono allontanati da questa
visione), è stato individuato nell'Olocausto: una posizione am­
piamente diffusa ma, come ha denunciato l'ex segretario generale
dell'ONU Boutros Boutros-Ghali, pericolosa. «Non mi rendevo con­
to che era in corso un vero e proprio genocidio» confessò Boutros­
Ghali a posteriori a proposito dell'eccidio di massa in Ruanda. «Per­
ché c'è una definizione: per noi genocidio erano le camere a gas,
quello che era accaduto in Germania. Per compiere un vero e pro­
prio genocidio c'era bisogno di un macchinario europeo sofistica­
to. Non capivamo che bastava un machete. Per capirlo ci è occor­
so del tempo. » 18 Anche se l'ex segretario generale non era onesto
riguardo al mancato riconoscimento, suo e di altri, dell'eccidio di
massa in Ruanda come eccidio di massa di dimensioni colossali,
come genocidio, la sua affermazione contiene una verità; una veri­
tà che gli permetteva di pensare che sarebbe stato creduto e, quin­
di, scagionato per la sua inerzia.
Il modo in cui l'Olocausto è stato inteso, fissandosi per esem­
pio, a torto, sulla tecnologia moderna e le camere a gas, e insisten­
do, sempre a torto, sulla globalità dello sterminio come parametro,
ha indotto in errore, quando lo si è assunto come archetipo, riguar-
32 Peggio della guerra

do alla vera natura del genocidio e dell'eccidio di massa. Anche


dell'Olocausto stesso si è data in larga misura un'idea sbagliata.
Esso non fu un evento omicida a sé stante, ma parte del più ampio
e variegato attacco eliminazionista dei tedeschi contro gli ebrei, per
il quale fu usata e anche sperimentata una grande varietà di meto­
di eliminazionisti. Non fu un genocidio iniziato nel 1941, quando
i tedeschi diedero il via al programma di sterminio sistematico, e
terminato nel 1945, ma piuttosto il culmine di un assalto elimina­
zionista già ad alta intensità nel corso degli anni Trenta, che por­
tò all'eliminazione dalla Germania propriamente detta di due ter­
zi degli ebrei prima ancora che i tedeschi sostituissero una serie di
misure eliminazioniste - espulsione, segregazione, repressione e
occasionali uccisioni - con la politica eliminazionista più letale e
finale, il totale annientamento.
Il secondo problema è che, anche limitandosi alla forma di eli­
minazionismo costituita dall'assassinio di massa, la concezione
tradizionale di genocidio è troppo angusta: include solo massa­
cri di centinaia di migliaia o milioni di individui. Ma queste im­
mani stragi di massa non rappresentano in realtà che gli esempi
maggiori di un fenomeno generale che comprende tutti gli ecci­
di su vasta scala, fra cui quelli che sembrano «piccoli» solo se pa­
ragonati ai massacri che rientrano nella definizione convenziona­
le di «genocidio».
Il terzo problema è analitico. Le definizioni di genocidio inclu­
dono in genere, con termini quali «intenzione» o «deliberato», al­
cuni degli elementi che contribuiscono a produrlo. In questo modo
si limita la portata dello studio e se ne condizionano i risultati. Ri­
spetto agli altri è un problema più tecnico, di analisi sociale, e vi
accennerò solo in breve. Una premessa fondamentale della scienza
sociale è che un fattore suscettibile di rendere conto di un esito, in
questo caso l'assassinio o l'eliminazione di massa, non va usato per
definire il fenomeno da studiare. Altrimenti si escludono dall'ana­
lisi tutti i casi non conformi all'idea preconcetta di ciò che causa
quegli esiti, ed è facile quindi giungere a false conclusioni. Facen­
dolo, inoltre, si giudica quel fattore come cruciale a priori, anco­
ra prima di dare il via all'analisi, rendendone i risultati tautologi­
ci. Ciò non significa che l'intenzione non sia importante e che non
ne parlerò. I leader politici, e non solo loro, comunicano le proprie
intenzioni e, nella misura in cui riusciamo a identificarle, è di fon­
damentale importanza analizzarle e capirle. Ciò significa che non
bisogna elevare l'intenzione a criterio per stabilire quando ci tro-
Eliminazionismo, non genocidio 33

viamo di fronte a un genocidio o quali casi di eliminazione o as­


sassinio di massa vanno inclusi nell'indagine.
Tali conclusioni iniziali suggeriscono diverse considerazioni im­
portanti. Essendo l'assassinio di massa solo un atto di un reperto­
rio di atti eliminazionisti equivalenti dal punto di vista funzionale, e
siccome ogni volta che si è perpetrato un genocidio si sono utilizza­
te contemporaneamente altre misure eliminazioniste, isolare il geno­
cidio, considerarlo un fenomeno a sé, è fuorviante. Inoltre, non dob­
biamo limitare il nostro shtdio solo ai più grandi eccidi di massa del
nostro tempo, quelli costati centinaia di migliaia o milioni di vitti­
me. Dobbiamo includervi rutti i casi di stragi di massa, escludendo
solo quelle verificatesi in condizioni di anarchia e caos politico e di
guerra. L'assassinio di massa può essere definito come l'assassinio
di più di qualche centinaio di persone, un migliaio diciamo. Le vit­
time della guerra, un tema concethtalmente diverso, sono costihtite
dalle perdite militari e civili dovute a un conflitto convenzionale o
a una guerriglia, non a un incontestabile massacro, e da quelle che,
in base a credibili resoconti delle operazioni militari, si verificano
durante azioni che prendono di mira forze, installazioni o impianti
di produzione militari, con perdite civili ragionevolmente propor­
zionate all'obiettivo. Tali prime conclusioni suggeriscono inoltre che
lo shtdio non deve includere solo l'assassinio, ma ogni esito elimina­
zionista: per esempio le espulsioni di bosniaci e kosovari compiute
dai serbi, l'incarcerazione di coreani in campi di concentramento a
opera dei comunisti della Corea del Nord, la conversione forzata
dei comunisti messa in atto dal governo indonesiano dopo il loro
assassinio di massa, la riduzione in schiavitù di milioni di europei
da parte dei tedeschi durante il periodo nazista.
Poiché la definizione di un ambito di ricerca non può include­
re il fattore suscettibile di spiegarlo, essa dev'essere stabilita esclu­
sivamente dagli esiti. Le nostre prime conclusioni escludono che
l'esplicita intenzione di eliminare, tanto più di sterminare un grup­
po, possa fungere da criterio di inclusione. Inol��}èoiché le mi­
sure eliminazioniste fanno parte di una più am_z� Eolitica, non
,
shtdiare il genocidio e la politica eliminazionista all'interno di un
quadro politico ne disconosce la nahtra. L'assassinio di massa è un
atto politico che può e dev'essere analizzato con gli stessi strumenti
e la stessa lucidità mentale che usiamo per comprendere altri atti e
programmi politici; il che significa fra l'altro che dobbiamo rifiuta­
re conclusioni sorprendenti o riduzioniste (che troppo spesso sono
state la norma) che vanno contro ciò che sappiamo della politica.
34 Peggio della guerra

Se, indipendentemente dalla modalità in cui questo avviene, a


parte operazioni ragionevolmente definibili come militari, un gran
numero di persone viene eliminato, perché non si dovrebbe inclu­
dere un evento del genere in uno studio del genocidio, che diviene
a pieno titolo uno studio dell'eccidio di massa, che diviene a pieno
titolo uno studio dell'eliminazione di massa? Tale questione si fa
particolarmente grave nel caso della carestia. Nella nostra epoca
la carestia è stata intenzionalmente utilizzata come metodo di as­
sassinio di massa, tanto che in molti casi distinguere fra morte per
fame e strage deliberata è impossibile. La carestia, o la calcolata
mancanza di cibo, è stata utilizzata, o almeno deliberatamente tol­
lerata, da sovietici, tedeschi e comunisti cinesi, dai britannici in Ke­
nia, dagli hausa contro gli ibo in Nigeria, da Khmer Rossi e comu­
nisti nordcoreani, dagli etiopi in Eritrea, dallo Zimbabwe contro le
regioni in mano all'opposizione politica, dagli islamisti politici nel
Sudan meridionale e ora in Darfur, e altrove. Nella maggior parte
di questi casi, quasi sempre, i governi avrebbero potuto rimediare
alla carestia ricorrendo a scorte alimentari di cui disponevano ma
che, invece, hanno deciso di non distribuire o, in rari casi di penu­
ria, avrebbero potuto ricevere aiuti da altri paesi e hanno preferi­
to fame a meno. Rithy Uong, sopravvissuto a quattro anni sotto i
Khmer Rossi, racconta: «Ci lasciavano morire di fame. Loro ave­
vano cibo in abbondanza, ma a noi non ne davano. Non ci dava­
no le medicine quando eravamo malati. Ci lasciavano morire. Di
fame». 1 9 Ogni qual volta i governi non hanno alleviato gli effetti di
una carestia, i leader politici hanno deciso di non dire no alla mor­
te in massa, in altre parole le hanno detto sì. Vista in questa luce, la
politica della carestia e della fame non è molto diversa dalla poli­
tica dell'assassinio e dell'eliminazione di massa.
Un esame delle tante forme di eliminazionismo che prescinda
dai metodi usati e dalle intenzioni è ancora più ampio rispetto allo
studio, già esteso, dell'eccidio di massa. Quindi, pur tenendo pre­
senti tutte le forme di eliminazionismo nel trarre le nostre conclu­
sioni, nella nostra analisi concentreremo sistematicamente l' atten­
zione sull'assassinio di massa, l'assassinio di un numero maggiore
a poche centinaia di persone in diversi massacri, e, in misura un
po' minore, sull'espulsione; di altre forme e metodi eliminazioni­
sti, fra cui carestia, trasformazioni forzate, repressione e preven­
zione della riproduzione, ci occuperemo, meno sistematicamen­
te, soprattutto quando si accompagnano a stragi ed espulsioni di
massa più convenzionali.
Eliminazionismo, non genocidio 35

Una seconda serie di problemi va oltre l'aspetto della definizione.


Gli studi sul genocidio si limitano per lo più a un sottoinsieme co­
stituito in genere dalle stragi di massa di maggiori dimensioni e più
note, dedicano singoli capitoli alla loro narrazione, e traggono qual­
che conclusione in un capitolo finale. Oppure passano a volo d'uc­
cello sul materiale, mantenendosi su un piano generale, e giungo­
no a conclusioni prive di solide e ampie fondamenta empiriche.20
Inoltre le opere sul genocidio ne cercano spesso l'essenza, che tro­
vano a volte nell'Olocausto e in pochi altri casi di eccidi di mas­
sa scelti fra i più famigerati, sforzandosi di scoprire che cosa ren­
de i genocidi simili fra loro. La maggior parte degli studi tradisce
questa impostazione fin dall'inizio, limitandosi a ciò che si confor­
ma alla definizione stabilita di genocidio o muovendosi in base a
tipologie che rientrano nei confini di tale angusta definizione. Sco­
prire regolarità e somiglianze fra gli eccidi di massa è importante,
ma non meno importante è spiegare le loro differenze. Ogni stra­
ge di massa è diversa dall'altra. Se vogliamo capire sia il fenomeno
generale sia le sue singole manifestazioni, dobbiamo comprende­
re queste differenze, che si fanno tanto maggiori, quindi tanto più
importanti da analizzare, quanto più l'indagine si estende dall'as­
sassinio di massa ad altre forme di eliminazionismo.
Dobbiamo affrontare tutte le stragi ed eliminazioni di massa del
nostro tempo e prenderne in esame le somiglianze come le diffe­
renze. E anche esaminare casi come il Sudafrica in cui, benché le
condizioni sembrassero propizie, non è avvenuta nessuna strage.
Solo così potremo giungere a capire perché all'assassinio e all'eli­
minazione di massa sono giunti alcuni paesi e non altri.
Una terza serie di problemi ruota attorno alle domande che ven­
gono poste. A parte l'ampia discussione sulla definizione, l'unica
questione affrontata in modo sistematico nella letteratura è quella
del perché i genocidi si verifichino. Quando qualcuno scrive o dice
come possiamo spiegare il genocidio?, in genere la domanda significa
in realtà: come possiamo spiegare perché un genocidio ha inizio? Tale in­
terrogativo porta di solito soltanto all'esame delle circostanze che
lo producono. Eppure l'assassinio e l'eliminazione di massa hanno
una storia naturale. Ogni fase, non solo la prima, richiede un esa­
me e una spiegazione sistematici.
Certo, il primo aspetto di ogni attacco eliminazionista è il suo av­
vio. Perché accade? Tuttavia, una volta che i leader politici gli hanno
dato inizio, perché esso venga perpetrato devono ancora accadere
molte cose. I capi devono mobilitare o creare istituzioni per gli as-
36 Peggio della guerra

sassinii o le espulsioni, definire procedure per selezionare e cattu­


rare le vittime, trovare persone che massacrino o comunque elimi­
nino gli indivi�ui presi a bersaglio. Perché una persona diventa un
carnefice? Perché decide di contribuire o meno alla strage? Come
vengono messe in atto, alla fine, la strage e l'eliminazione di massa?
Tutte le campagne eliminazioniste e di annientamento, inoltre,
hanno un termine, e anche il modo in cui si concludono varia da
caso a caso. Il ruolo degli attori interni e internazionali non è lo
stesso in tutti gli eccidi ed eliminazioni di massa. Perché un attac­
co eliminazionista giunge al termine, e perché in quel momento e
non prima o dopo?
Ogni campagna eliminazionista e di annientamento porta a esiti
diversi. Gli esecutori uccidono insiemi di persone differenti, a volte
soprattutto uomini, a volte anche donne e bambini. In alcuni casi la
strage è indiscriminata, in altri selettiva, e i criteri di selezione va­
riano. Oltre a ucciderle o espellerle, inoltre, i carnefici fanno molte
altre cose alle vittime, e anch'esse variano in modo sostanziale da
un assalto eliminazionista all'altro. La portata e il carattere della
crudeltà dei carnefici, assassinio a parte, non sono costanti. E an­
che nel trasferimento e nell'espropriazione dei gruppi di vittime
vi sono differenze. Come spiegare questi e altri esiti delle campa­
gne eliminazioniste?
Prendere in esame ciò che segue a stragi ed eliminazioni di mas­
sa ci porterebbe al di là della messa in atto di tali atrocità, quindi
non tratterò qui i molteplici aspetti di tale questione in profondi­
tà. Individui, gruppi e società feriti e sopraffatti devono trovare un
modo per andare avanti. Come lo trovino merita uno studio specifi­
co, lungo e sistematico. In maniere e combinazioni diverse, i super­
stiti e le loro società cercano di affrontare il passato o di lasciarselo
alle spalle. Questo vale anche per i carnefici e per quanti li han­
no appoggiati. Le questioni cui sia vittime sia carnefici devono far
fronte, sia pure per negarle ed evitarle, sono: il riconoscimento e la
pubblicizzazione di ciò che è accaduto, il portare i colpevoli di fron­
te alla giustizia e riparare quanto è riparabile, politicamente, mate­
rialmente e moralmente. Ho trattato questi temi generali in un al­
tro libro, Una questione morale, e anche per questo non li affronterò
di nuovo qui. 21 Un ultimo problema cui vittime e carnefici devono
far fronte sta nel garantire che assalti eliminazionisti non si ripeta­
no, il che, come altri aspetti rilevanti per comprendere ciò che se­
gue a simili attacchi, dipende anche dalla comunità internazionale.
L'esposizione e spiegazione di questi diversi aspetti - 1) avvio,
Eliminazionismo, non genocidio 37

2) esecuzione, 3) conclusione e 4) esiti variabili di stragi ed elimi­


nazioni di massa - costituiscono il nucleo empirico e analitico cen­
trale del libro. Fino a ora, nella letteratura generale sul genocidio, è
stata trattata sistematicamente solo la prima. All'analisi di tali temi
sono dedicate la prima e seconda parte, sulla cui base, fondendo e
andando oltre i loro risultati, si sviluppa la terza, dedicata alle mi­
sure per ridurre sensibilmente l'incidenza e il costo in vite umane
di eccidi ed eliminazioni di massa.
Questo libro affronta lo studio del genocidio, che è in realtà solo
uno degli aspetti dell'eliminazionismo, in maniera peculiare. Inte­
gra l'assassinio e l'eliminazione di massa nella nostra visione del­
la politica, che viene ampliata per poterli includere. Estende lo stu­
dio al di là dell'ambito coperto dalle definizioni tradizionali per
comprendervi massacri di minore portata, e lo colloca all'interno
di uno studio di altre forme di eliminazione di massa. Nel rendere
conto di simili fenomeni non si limita, come se bastasse, a spiegare
solo le circostanze che mettono in moto programmi eliminazionisti
e sterminazionisti, ma analizza le varie dimensioni che compon­
gono la storia naturale dell'eliminazione di massa. Inoltre, non si
accontenta di mettere in luce qualche affinità fra un eccidio e un
altro, ma spiega somiglianze e differenze fra di essi in tutta una se­
rie di dimensioni. Sulla scorta della nuova comprensione che offre
- specie del carattere politico, trascurato anche se in ultima anali­
si familiare, dell'eliminazionismo - il libro propone infine effica­
ci misure per ridurre l'incidenza e la portata di attacchi stermina­
zionisti ed eliminazionisti.
Uno scrupoloso esame delle stragi di massa della nostra epoca
rappresenta il fondamento di tale studio.
II
Peggio della guerra:
la nostra epoca di dolore

Il 2 ottobre 1904 il generale Lothar von Trotha, governatore del­


la colonia tedesca dell'Africa sudoccidentale (l'odierna Namibia)
e comandante dell'esercito, annunciò, in un proclama pubblico, la
sua intenzione di annientare il popolo herero:
lo, Grande Generale dei Soldati tedeschi, indirizzo questa lette­
ra al popolo herero. Gli herero non sono più considerati sudditi te­
deschi. Hanno ucciso, rubato, tagliato orecchie, nasi e altre parti di
soldati feriti, e ora rifiutano per codardia di continuare a combatte­
re. Ho questo da dire loro: chi consegna prigioniero uno dei capita­
ni a una delle mie guarnigioni riceverà 1000 marchi, e chi consegna
Samuel Maharero avrà diritto a una ricompensa di 5000 marchi. Gli
herero dovranno lasciare il paese. Altrimenti li costringerò a farlo con le
armi. Ogni herero, armato o disarmato, con o senza bestiame, trovato entro
i confini tedeschi sarà fucilato. Non accetterò più neanche donne e bambini .
Li riporterò con laforza al loro popolo, altrimenti ordinerò di sparare contro
di loro. Queste sono le mie parole per il popolo herero. 1
Così iniziò il XX secolo, un secolo di eccidi di massa, con «il
Grande Generale del potente Kaiser, Von Trotha» che annunciava
spudoratamente una politica adottata tante volte, dopo di allora,
in altre parti del mondo, ma di rado proclamata apertamente: un
programma di eliminazione violenta, anche tramite lo sterminio.
Obiettivo dei tedeschi in questo caso era l'eliminazione totale e, in
quest'ottica, essi vedevano nell'espulsione e nell'assassinio di mas­
sa soluzioni altrettanto valide del ((problema herero». La campa­
gna di distruzione che seguì rivaleggia in globalità e crudeltà con
qualsiasi altra del nostro tempo, e tuttavia rimane ancora poco co­
nosciuta. Il luogo, l'impotenza politica dei superstiti e il persisten­
te razzismo dell'Occidente rendono spesso la morte dei non-bian-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 39

chi invisibile, quindi, di fatto, di scarso rilievo sociale e politico. La


riflessione di Adolf Hitler trentacinque anni dopo, poco prima di
lanciare con l'attacco alla Polonia la sua guerra di annientamento,
«Chi, dopo tutto, parla oggi dello sterminio degli armeni?», sareb­
be stata ancora più pertinente se, riecheggiando Von Trotha (vedi
sotto), fosse stata: Chi, oggi, ha mai sentito parlare del popolo herero?2
L'impudente proclama e le prodezze sterminazioniste di Von
Trotha e dei tedeschi non fecero scalpore né in Germania né a li­
vello internazionale. Anticipando Hitler, Von Trotha reagì alla suc­
cessiva ribellione del popolo nama nello stesso modo, sentenzian­
do il 22 aprile 1905:
Il nama che decide di non arrendersi e si fa trovare in area tede­
sca sarà fucilato, finché tutti non saranno stati sterminati. Coloro che,
all'inizio della ribellione, hanno assassinato o ordinato di assassina­
re dei bianchi saranno, secondo la legge, puniti con la morte. Quan­
to ai pochi non sconfitti, subiranno la sorte degli herero, che, nella
loro cecità, credevano anch'essi di poter muovere guerra con suc­
cesso al potente Imperatore e al grande popolo tedesco. Vi chiedo,
dove sono oggi gli herero?
I tedeschi massacrarono circa la metà dei ventimila nama e rin­
chiusero la maggior parte degli altri in campi di concentramento,
eliminandoli dalla colonia tedesca. E uccisero anche circa un terzo
dei damara, che non si erano ribellati, solo perché facevano fatica
a distinguerli dagli herero.3
Come accade per quasi tutti gli eccidi di massa, i fatti essenziali
sono semplici. Il più noto, sebbene ancora non molto, è il comple­
to annientamento degli herero a opera dei tedeschi. Nel 1903 i co­
lonizzatori adottarono verso di essi una politica eliminazionista
confinandoli in riserve, e delle loro terre si appropriarono quattro­
milacinquecento coloni per allevarvi bestiame. Nel gennaio 1904
gli herero, spogliati di tutto e sempre più tiranneggiati dai tedeschi
fin dal loro arrivo nel 1892, si ribellarono. I colonizzatori, di gran
lunga più forti, ne fecero strage fin dall'inizio del conflitto armato,
massacrandoli, cacciandoli nel deserto e avvelenando i loro pozzi.
Li accompagnava Jan Kubas, un griqua:
I tedeschi non facevano prigionieri. Uccisero sui bordi delle stra­
de migliaia e migliaia di donne e bambini. Li colpivano a morte
con le baionette e con il calcio dei fucili. Non ci sono parole per rac­
contare quello che accadde; è troppo terribile. Giacevano esausti e
inoffensivi lungo le strade, e i soldati, passando, li massacravano
40 Peggio della guerra

a sangue freddo. Mamme con neonati al seno, bambini e bambine,


uomini troppo anziani per combattere e vecchie nonne, non si sal­
vava nessuno. Venivano uccisi tutti, tutti quanti, e lasciati a marci­
re nel veldt, cibo per gli avvoltoi e le bestie feroci. Li sterminarono
finché non ne rimase neanche uno da uccidere. L'ho visto ogni gior­
no, ero insieme a loro.4
Von Trotha emanò il suo famigerato «ordine di sterminio» quan­
do gli herero, già sconfitti, chiedevano la pace. Voleva farla finita
con loro. Sette anni più tardi 1'80 per cento degli ottantamila herero
era stato massacrato. Una volta stabilito che essi avevano «cessato
di esistere come tribù», i tedeschi si appropriarono delle loro terre
e del loro bestiame, e imposero ai superstiti una sorta di apartheid.
Del perché il benessere economico di 4500 coloni e la gloria
dell'impero germanico valessero l'eliminazione di due popoli ven­
ti volte più numerosi della piccola colonia, i tedeschi si diedero va­
rie spiegazioni. Gli assassini sono sempre convinti di avere buone
ragioni per ammazzare le loro vittime, e la più tipica è una sincera
menzogna: che si tratta di delinquenti, canaglie o intralci talmente
grandi da meritare la pena di morte.

Le stragi della nostra epoca


Questo sterminio, che inaugurò le campagne eliminazioniste del­
la nostra epoca, era caratteristico di tempi precedenti: quelli in cui gli
imperialisti europei, senza alcun freno morale, miravano a impadro­
nirsi di terre non europee. Per i colonizzatori dei secoli passati - gli
americani nell'occupare palmo a palmo il loro continente, i belgi in
Congo, i britannici, i francesi, i portoghesi e gli spagnoli in Asia, Afri­
ca e nelle Americhe - era normale depredare, ridurre in schiavitù o
massacrare i popoli di colore che opponevano resistenza o in cui ve­
devano ostacoli all'occupazione o allo sfruttamento dei loro territo­
ri. Gli europei ricorsero regolarmente, contro i non europei, a metodi
omicidi che non usavano invece contro i propri tradizionali nemi­
ci in Europa. A spiegare la differenza sono il razzismo e l'impunità.
Da un altro punto di vista, tuttavia, la campagna di annienta­
mento condotta dai tedeschi è da considerarsi un fenomeno as­
solutamente tipico della nostra epoca: un gruppo, in nome di un
progetto nazionale o ideologico, cerca deliberatamente di elimina­
re un altro gruppo, indesiderato o che ritiene minaccioso, e opera
metodicamente a questo fine per anni. Francesi, portoghesi e altri
popoli, anch'essi razzisti, si comportarono da spietati assassini in
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 41

Africa nella prima metà del XX secolo, uccidendo o costringendo


a lavorare fino alla morte centinaia di migliaia o milioni di esseri
umani nelle loro colonie africane, ma non si prefissero, come poli­
tica nazionale, di sterminare sistematicamente, del tutto o in gran
parte, le popolazioni prese a bersaglio. Proprio questo hanno fatto
invece, dall'inizio del XX secolo, gli Stati, sostenuti da significati­
ve percentuali dei loro cittadini.
A differenza delle depredazioni coloniali avvenute tra il XVI e
il XIX secolo - inclusa la tratta transatlantica degli schiavi, un ecci­
dio di massa su scala gigantesca in cui persero la vita dai quindi­
ci ai venti milioni di africani, il doppio dei dieci milioni circa che,
sopravvissuti, divennero schiavi -, la maggior parte delle stragi
ed eliminazioni di massa della nostra epoca non è stata perpetra­
ta da potenze coloniali o conquistatrici ma esclusivamente o prin­
cipalmente all'interno dei paesi stessi abitati da carnefici e vittime.
In questo senso lo sterminio degli armeni a opera dei turchi du­
rante la prima guerra mondiale, ritenuto in genere, a torto, il primo
eccidio di massa del XX secolo, è tipico. Considerando gli armeni un
elemento irriducibilmente non turco e una minaccia di secessione,
i dirigenti turchi, sotto la copertura della guerra, decisero di risol­
vere una volta per tutte la loro «questione armena». Con l'accusa
palesemente falsa che nel corso del conflitto gli armeni si sarebbe­
ro ribellati contro la Turchia facendosi complici del nemico russo,
li «trasferirono», cioè li radunarono e, prima o subito dopo averli
costretti a marce forzate, massacrarono di punto in bianco gli arme­
ni di sesso maschile in età militare. In un rapporto contemporaneo
ai fatti il console americano a Kharpert riferì che cosa significava
quel trasferimento e come i turchi eliminavano gli armeni maschi:
Se si trattasse semplicemente di essere obbligati a partire per an­
dare altrove, non sarebbe una tragedia, ma tutti sanno che si tratta
di incamminarsi verso la morte. [ ... ] Il sistema seguito sembra preve­
dere che bande di curdi li aspettino lungo la strada per uccidere in
particolare gli uomini e, occasionalmente, anche qualcuno degli al­
tri. L'intera manovra ha l'aria di essere il massacro più accuratamen-
te organizzato ed efficace che questo paese abbia mai conosciuto. 5

Un'armena superstite raccontò che cosa era accaduto durante la


marcia della morte cui aveva partecipato:
Intimarono a tutti gli uomini e ai ragazzi di separarsi dalle don­
ne. C'erano alcuni adolescenti che indossavano vesti femminili e si
erano in tal modo camuffati. Questi vennero risparmiati. Mio padre
42 Peggio della guerra

fu costretto ad andare. Era un uomo maturo, con i baffi. Appena eb­


bero separati gli uomini, arrivò un gruppo di uomini armati dall'al­
tro versante della collina e uccisero gli uomini proprio sotto i nostri
occhi. Li ammazzarono con le baionette che stavano all'estremità dei
fucili, conficcandole nello stomaco. Molte donne non poterono reg­
gere a tutto questo e si gettarono nel fiume Eufrate, trovando così
anch'esse la morte. Inflissero 'Iiueste uccisioni proprio davanti a noi.
Io vidi uccidere mio padre. 6
I turchi costrinsero donne e bambini (e gli uomini superstiti) a
camminare per mesi senza scarpe, con poco cibo, senza alcun ripa­
ro, spesso senza coperte di notte. Le strade secondarie della Turchia
erano percorse da folle di armeni che sembravano morti viventi:
Alla prima stazione vedemmo degli armeni che erano arrivati lì
molto prima di noi ed erano ridotti a scheletri. Eravamo circondati da
così tanti scheletri che avevamo la sensazione di trovarci all'inferno.
Erano tutti affamati e assetati, ed erano alla ricerca di volti familiari che
li aiutassero. Ci sentimmo terribilmente scoraggiati, così privi di ogni
speranza, una sensazione tanto difficile da spiegare in modo chiaro.7
La loro destinazione era il deserto, dove un numero enorme di
essi trovò la morte, e alla fine della marcia forse duecentomila su­
perstiti furono massacrati. I turchi eliminarono quasi completamen­
te i due milioni di armeni che vivevano in Turchia, sterminandone
un milione e duecentomila ed espellendo la maggior parte degli
altri. Inoltre, facendo ricorso a una vasta gamma di misure elimi­
nazioniste, convertirono, ridussero in schiavitù o rapirono per al­
levarli come turchi dai centomila ai duecentomila armeni fra don­
ne e bambini. 8 Risparmiarono quelli di Costantinopoli, l'odierna
Istanbul, perché secondo i turchi la loro eliminazione non era ne­
cessaria per risolvere il problema così come lo vedevano e, inoltre,
estendere il progetto eliminazionista alla capitale avrebbe ulterior­
mente esposto le loro efferatezze agli occhi del mondo. Dopo la ri­
voluzione bolscevica e il crollo dell'esercito russo, proseguirono la
campagna di annientamento in Transcaucasia, nota come Armenia
russa, che occuparono nel 1918 e dove erano fuggiti trecentomila
armeni. Lì ne uccisero, sembra, duecentomila.9
Come questa eliminazione di massa, molte delle gigantesche stra­
gi intestine della nostra epoca sono state frutto di calcoli da cui i
carnefici hanno tratto la conclusione che l'assassinio di massa fosse
un sistema funzionale per annientare l'opposizione politica, preve­
nire una secessione o salvaguardare il loro potere e la loro soprav-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 43

vivenza. Simili machiavellici aguzzini si sono spesso accontentati


di uccidere un numero di persone sufficiente ad allontanare il pre­
sunto pericolo, e si sono fermati. In altri casi hanno ucciso una no­
tevole percentuale delle vittime designate ed eliminato i supersti­
ti in altro modo, per esempio espellendoli.
Ma non sono stati seguaci di Machiavelli come Van Trotha e i
leader turchi a dare il via alla maggior parte delle gigantesche stragi
della nostra epoca. I più micidiali assassini del nostro tempo - Hitler
in Europa, Kim Il Sung e suo figlio Kim Jong Il in Corea del Nord,
Pol Pot in Cambogia, Stalin in Unione Sovietica e Mao Zedong in
Cina e in Tibet - hanno agito mossi da convinzioni che chiedeva­
no la completa trasformazione della loro società e del mondo. Le
imprese eliminazioniste di questi assassini di massa hanno diverse
caratteristiche in comune. Una è l'immane dimensione del massa­
cro. Hitler uccise forse venti milioni di persone, Stalin otto milioni
se non di più, Mao forse cinquanta milioni, la dinastia dei Kim for­
se oltre quattro milioni, e Pol Pot la percentuale più alta di abitan­
ti di un singolo paese, oltre il 20 per cento dei cambogiani, un mi­
lione e settecentomila persone. Ognuno di essi mise in piedi come
infrastruttura di dominio, violenza e morte una nuova istituzione
politica, il sistema dei campi, un sistema in parte autonomo, anche
se integrato nella società. Hitler istituì il lager, Stalin il gulag, Mao
il laogai ( «riforma attraverso il lavoro»), Pol Pot le cooperative, e i
Kim i kwanliso ( «istituzioni di controllo speciale»). Essi non ucci­
sero la maggior parte delle loro vittime in fulminei attacchi, ma nel
tempo, lungo gli anni della loro permanenza al potere: sapevano
infatti di non dover temere nessuna opposizione, intervento o pu­
nizione. E fecero del massacro un elemento costitutivo delle loro ci­
vilizzazioni, perché le ideologie cui aderivano, per quanto diverse
l'una dall'altra, esigevano costantemente eliminazioni per preser­
vare il presente e creare un futuro radicalmente nuovo.
In Unione Sovietica la strage di massa doveva essere la levatrice
del paradiso comunista di cui si aspettava la nascita e, preveden­
do che questo parto sarebbe stato difficile (in realtà si rivelò im­
possibile), il massacro divenne, da poco dopo la rivoluzione russa
del 1917 fino alla morte di Stalin nel 1953, un elemento semiper­
manente della politica statale. Il gulag è stato uno dei più grandi
sistemi di campi mai istituito: nelle sue migliaia di strutture ven­
nero probabilmente rinchiuse nel corso degli anni oltre ventotto
milioni di persone. I sovietici affrontavano i problemi politici veri
o presunti uccidendo o, più frequentemente, consegnando gli in-
44 Peggio della guerra

dividui al gulag, dove il regime e le condizioni di detenzione ga­


rantivano un costante tributo di vite umane. Che sia stata, come
alcuni credono, volontariamente prodotta da Stalin o, come pen­
sano altri, frutto delle disastrose, brutali e ciniche politiche econo­
miche comuniste, la grande carestia che colpì l'Ucraina nel 1933
aumentò il bilancio di vittime del gulag di almeno cinque milioni
di individui. Nel corso della sua permanenza al potere, e in parti­
colare durante la seconda guerra mondiale, inoltre, Stalin depor­
tò tutti o gran parte dei membri di molti gruppi etnici accusati di
slealtà o tradimento, fra cui i ceceni, i tatari di Crimea, i carachi e
i tedeschi del Volga. Oltre sei milioni di essi furono esiliati nell'in­
terno del paese, fino in Siberia, e centinaia di migliaia, se non di
più, morirono nel corso delle deportazioni. L'impunità con cui
poteva agire permise al dittatore sovietico di uccidere una vasta
gamma di vittime: ucraini; cosiddetti nemici di classe come i ku­
laki, contadini benestanti (e soltanto in termini relativi); svariati
gruppi etnici che rifiutavano, o così si riteneva, di collaborare; cit­
tadini sovietici rimpatriati dopo la seconda guerra mondiale; e
oppositori politici, reali o immaginari, di ogni genere. Il massacro
compiuto dai sovietici si distribuì su un periodo più lungo, oltre
trentacinque anni, di qualsiasi altro tranne quello perpetrato dai
comunisti cinesi, e le politiche del regime costarono la vita ad al­
meno otto milioni di persone, se non molti milioni di più, stando
a numerose stime.
Oltre alle stragi ed eliminazioni di massa sovietiche, la seconda
guerra mondiale vide carneficine simili a opera dei giapponesi in
Cina, Corea e altri paesi asiatici; dei tedeschi da un capo all'altro
d'Europa; di altri europei, come lo sterminio di serbi, e non solo di
serbi, compiuto dai croati; e degli americani a Hiroshima e Naga­
saki: un'ondata di massacri senza eguali per estensione geografica
e varietà nel nostro come in nessun altro tempo.
La guerra può facilitare infatti lo sterminio e l'eliminazione di
massa di popolazioni odiate o indesiderate: rende in vari modi più
facile prendere in considerazione misure eliminazioniste e incorag­
gia a vedere nella violenza e nell'assassinio mezzi idonei ad affron­
tare problemi reali o immaginari che, prima, sarebbero stati tratta­
ti diversamente. Predispone a esagerare la gravità delle minacce, a
credere a storie che accusano il nemico di crimini e, per paura o in
nome di una giusta punizione, a scatenarsi nella violenza. Fornisce
all'eccidio di massa giustificazioni che paiono subito convincenti,
come l'insurrezione di un nemico o esigenze di sicurezza naziona-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 45

le e, rendendo più facile mettere le mani sulle potenziali vittime e


riducendo i costi che la strage di massa può far temere (in fin dei
conti si è in guerra), crea nuove opportunità pratiche per soddi­
sfare desideri eliminazionisti. Inoltre, consente di agire all'insapu­
ta del resto del mondo: le zone delle operazioni sono chiuse ai me­
dia e le comunicazioni fra le vittime che permettano di facilitarne
la difesa o la fuga sono più difficili.
A indurre i giapponesi a eliminazioni di massa fu l'ambizione di
crearsi un vasto impero in Asia, che decisero di conquistare con la
guerra. I primi eccidi avvennero alla fine del XIX secolo in Corea,
preannunciando la sottomissione eliminazionista del paese, anco­
ra più estesa, brutale e omicida, che ebbe inizio nel 1910. L'intensi­
tà delle stragi crebbe in maniera esponenziale con l'invasione del­
la Cina nel 1937 e, poi, nel corso della seconda guerra mondiale.
I giapponesi, come i tedeschi in Europa orientale, si comportaro­
no nelle loro conquiste da spietati assassini: per soggiogare popo­
lazioni che ritenevano inferiori dal punto di vista razziale, non si
fermarono di fronte a nulla. Il loro razzismo non era da meno di
quello dei tedeschi, e generò grandi ambizioni imperiali e pratiche
eliminazioniste simili.
La guerra può creare il contesto per dare sfogo a odi elimina­
zionisti che, prima, covavano sotto la cenere, ma, a parte rare ec­
cezioni, non crea l'animosità eliminazionista che dà impulso allo
sterminio. Quali che siano i meccanismi tramite i quali si suppone
che la guerra in sé produca stragi di massa di civili - il mero fatto
di essere in guerra, la reale minaccia di venire annientati, l'ango­
scia della sconfitta o l'euforia della vittoria - nessuno di essi rende
conto dei caratteri di base dell'assassinio di massa.
Se fosse la guerra a generare in qualche modo la forma mentis
eliminazionista caratteristica delle stragi di massa, esse sarebbero
molto più frequenti. Ogni conflitto armato, o almeno la maggior
parte di essi, porterebbe, in parallelo con la campagna militare, a
una campagna di annientamento. Anzi, in tutti o quasi tutti si as­
sisterebbe a due campagne del genere, una per ognuno dei fron­
ti. Nella stragrande maggioranza delle guerre, invece, non è avve­
nuto nulla di tutto ciò, né esiste alcuna prova che, da una parte o
dall'altra, siano state contemplate campagne di sterminio. Se fos­
sero le sofferenze patite a generare il desiderio di annientarne la
fonte, i vincitori avrebbero dovuto fare strage dei tedeschi due vol­
te, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, e dei giapponesi
dopo la seconda. Né, nella stragrande maggioranza dei casi, a per-
46 Peggio della guerra

petrare eccidi di massa sono popoli sconfitti che hanno subito du­
rante il conflitto crudeli sofferenze.
A compiere immani stragi di civili sotto la copertura della guer­
ra sono stati in genere coloro che, nel conflitto, hanno avuto il ruolo
di aggressori, ed essi, inoltre, hanno sterminato popolazioni diver­
se da quelle contro cui combattevano o hanno dato il via agli ec­
cidi prima di subire gravi sconfitte militari. È il caso dell'annien­
tamento degli armeni a opera dei turchi durante la prima guerra
mondiale, dei massacri perpetrati da tedeschi e giapponesi duran­
te la seconda e di molti altri, fra cui quelli compiuti dai pakistani
in Bangladesh nel 1971, in cui persero la vita da uno a tre milioni
di persone, e dagli indonesiani nell'indifesa Timor Est, iniziati con
l'invasione a fini imperiali, senza alcuna provocazione, nel 1975,
e proseguiti con un'occupazione omicida che, durata fino al 1999,
costò la vita, forse, a duecentomila persone.
Tali massacri di civili non sono stati una reazione alle sofferenze
del tempo di guerra, ma parte integrante degli obiettivi politici stra­
tegici dei carnefici. Come riferì un alto funzionario dell'ambasciata
tedesca riportando le parole del ministro dell'Interno turco Mehmet
Talat, uno degli architetti dell'assalto eliminazionista contro gli ar­
meni, la Turchia «ha voluto approfittare del conflitto per liquidare
una volta per sempre i suoi nemici interni (i cristiani autoctoni), sen­
za essere disturbata da interventi diplomatici stranieri». 10 E Talat e
il ministro della Guerra Ismail Enver spiegarono in un telegramma
alla Germania, alleata della Turchia, che «il lavoro deve essere fatto
adesso; dopo la guerra, sarà troppo tardi». 11 Negli anni Trenta Hitler
era impaziente di entrare in guerra perché vi vedeva l'occasione per
attuare il suo progetto eliminazionista, che includeva lo sterminio
degli ebrei. Quanto al suo programma di assassinio di massa, eufe­
misticamente chiamato «eutanasia», che prevedeva l'uccisione dei
cittadini tedeschi malati mentali o ritenuti per altre ragioni biologiche
indegni di vivere, egli dichiarò nel 1935 al capo dei medici del Reich
che «in caso di guerra avrebbe affrontato il problema dell'eutanasia
per imporla»: infatti «era del parere che un simile problema potesse
essere risolto più facilmente in tempo di guerra, in quanto l'opposi­
zione che ci si poteva aspettare dalle Chiese non avrebbe giocato, nel
contesto bellico, un ruolo così rilevante come in altri momenti». Hit­
ler era ben consapevole che il conflitto gli avrebbe fornito una coper­
tura «per risolvere alla radice il problema dei manicomi». 1 2
Stragi ed eliminazioni di massa non sono neanche figliastre
dell'euforia della vittoria militare. Se sconfiggere un avversario
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 47

creasse un senso di onnipotenza e un desiderio (prima inesisten­


te) di massacro, tutti o certamente molti più vincitori avrebbero fat­
to strage di intere popolazioni ostili. Nel 1940 i tedeschi avrebbe­
ro sterminato i loro acerrimi nemici, i francesi, contro cui avevano
combattuto in settant'anni tre grandi guerre, e avrebbero pianifi­
cato lo sterminio degli inglesi. E gli israeliani avrebbero annienta­
to dopo le loro vittorie diversi popoli vicini.
A smentire la diffusa convinzione che sia la guerra in sé a dare
origine a progetti di annientamento è inoltre la differenza di scena­
rio, nella nostra epoca, fra la guerra e l'assassinio di massa. I conflitti
armati hanno fornito agli aspiranti assassini l'occasione per passa­
re finalmente all'azione e hanno quindi costituito, per l'assassinio
di massa, un'arena. Ma questo non significa che l'abbiano prodotta.
Molti eccidi di massa hanno avuto poco o nulla a che fare con
la guerra. I massacri staliniani precedettero di molto la seconda
guerra mondiale, e giunsero all'apice prima di essa. Se Stalin de­
portò durante il conflitto otto gruppi nazionali nelle regioni inter­
ne dell'Unione Sovietica, la furia eliminazionista sovietica intesti­
na scemò, nello stesso periodo, nettamente. Il costo più alto in vite
umane dei massacri di Mao si ebbe ben dopo che i comunisti eb­
bero imposto il loro ferreo dominio sulla Cina. E lo stesso può dirsi
per l'uccisione a opera dei cinesi di oltre mezzo milione, forse ad­
dirittura un milione e mezzo, di tibetani a partire dall'occupazione
imperiale del Tibet nel 1950. L'eccidio di forse mezzo milione di co­
munisti indonesiani compiuto nel 1965 dalle forze armate dell'In­
donesia avvenne in tempo di pace. Lo sterminio di almeno cento­
mila hutu a opera dei tutsi in Burundi nel 1972, e altri di minori
dimensioni in tre diverse occasioni, non ebbero nulla a che vedere
con una guerra (un quinto, il più recente, nel 1993, fece seguito a
una sollevazione degli hutu in cui furono trucidati forse venticin­
quemila tutsi). Molte stragi di massa in America latina negli anni
Settanta e Ottanta -sotto il regime di Augusto Pinochet in Cile, della
giunta militare in Argentina, di José Efrain Rios Montt in Guatema­
la ecc. - avvennero in tempo di pace, anche se i regimi tirannici che
li perpetrarono si scontravano con una resistenza (a volte armata).
Il massacro di civili stranieri durante una guerra è stato un fe­
nomeno comune nella nostra epoca, ma il contesto principale del­
le stragi di massa si è spostato dal terreno internazionale a quello
interno. L'impulso ad annientare una popolazione è stato in misu­
ra minore rispetto ai secoli precedenti il correlato di una conquista
o una colonizzazione, e più il desiderio di modificare i rapporti di
48 Peggio della guerra

potere interni o riplasmare la propria società. Raramente la guer­


ra ha prodotto nei carnefici una volontà, prima inesistente, di mas­
sacrare in massa uomini disarmati, donne e bambini, o espeller­
li dalle loro case e dai loro paesi. In molti casi, anzi, è avvenuto il
contrario. È stata spesso la volontà dei leader e dei loro seguaci di
eliminare o annientare altri popoli a produrre l'idea di scatenare un
conflitto armato, sfruttato poi come occasione per mettere in atto
piani omicidi già elaborati da tempo. Ne sono un esempio l'aspira­
zione dei tedeschi a crearsi un nuovo impero in Europa orientale,
quella dei giapponesi a crearsi un impero in Asia, quella dei serbi
a preservare il proprio dominio in Bosnia e in Kosovo. L'evidenza
fa pensare che il rapporto fra guerra e assalto eliminazionista con­
tro gruppi designati sia rovesciato rispetto a ciò che comunemen­
te si pensa. Accade spesso che chi coltiva aspirazioni omicide ed
eliminazioniste a livello di massa scateni o estenda un conflitto ar­
mato per realizzarle, o veda l'eliminazione violenta come parte in­
tegrante della conquista o colonizzazione del territorio straniero.

Varietà di attacchi eliminazionisti


Se i progetti eliminazionisti della nostra epoca hanno alcune ca­
ratteristiche in comune, possiedono anche, in particolare quelli in­
testini, caratteri differenti, e capirli è importante.
Nonostante le immani stragi perpetrate dai comunisti in Unione
Sovietica, Cina, Corea del Nord e Cambogia, la maggior parte de­
gli eccidi di massa intestini sono stati opera di regimi di destra, na­
zionalisti o etnici (caratteristiche ascrivibili in parte anche al regime
dei Khmer Rossi). Tra gli anni Sessanta e Ottanta numerose ditta­
ture di destra in America latina scatenarono, in nome dell'antico­
munismo o della counterinsurgency, «controinsurrezione», campa­
gne volte a sterminare avversari politici o popolazioni indigene.
Dal 1976 al 1982 la dittatura militare argentina condusse una cam­
pagna segreta contro la sinistra e altre opposizioni, reali o inven­
tate, uccidendo o, nel linguaggio eufemistico del tempo, facendo
«sparire» trentamila persone, spesso gettate da aerei nell'oceano.
I regimi colpevoli di stragi di massa in Argentina, Cile, Salvador,
Guatemala e altrove si ispiravano alla dottrina della «sicurezza na­
zionale», per la quale l'integrità, l'ordine economico e la sicurezza
della nazione richiedevano l'annientamento di quanti erano consi­
derati una minaccia, fra cui spesso semplici avversari politici. Tale
sistematica uccisione di oppositori designati presenta delle analo-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 49

gie con alcuni massacri staliniani e maoisti, ma in Argentina e al­


trove la strage fu molto più selettiva, e non legata a un progetto
trasformativo visionario. Per tutti quei decenni l'assassinio su lar­
ga scala fu da un capo all'altro dell'America latina parte del nor­
male repertorio di misure per contrastare le sfide al potere politico
e ai benefici economici di regimi politici e gruppi dominanti. Negli
anni Settanta in Salvador, in una campagna controinsurrezionale,
il regime di destra massacrò forse settantamila persone, poche del­
le quali erano veri guerriglieri. Il governo del Guatemala conver­
tì una campagna contro un'insurrezione di sinistra relativamente
poco minacciosa nel sistematico sterminio, perpetrato soprattutto
fra il 1978 e il 1985, di forse duecentomila maya e nell'espulsione
dai loro villaggi di gran parte dei superstiti, fra cinquecentomila e
un milione di persone.
Simili eccidi di massa «controinsurrezionali» sono connessi ad
altri che, almeno formalmente, rappresentano reazioni a sfide po­
litiche interne, guerriglie o energiche ribellioni. Nel 1982 in Siria
membri dei Fratelli musulmani (movimento politico islamico mi­
rante a instaurare teocrazie in tutto il mondo musulmano), che si
opponevano al regime tirannico di Hafiz al-Assad e del suo partito
alawita, uccisero ad Hama dei funzionari del governo e dichiararo­
no i trecentocinquantamila abitanti della città «liberati». Assad non
reagì togliendo di mezzo quelle poche centinaia di ribelli scarsa­
mente armati, ma fece intervenire l'aeronautica e l'artiglieria e bom­
bardare la città per giorni e giorni, dopo di che entrarono in azione
i carri armati. Le forze governative si fermarono solo dopo avere
raso al suolo buona parte di Hama e massacrato dai ventimila ai
quarantamila abitanti, fra uomini, donne e bambini. Fu una solu­
zione finale alla «questione» rappresentata dalla città e, agli occhi
di Assad, anche un monito ai siriani su quello che sarebbe succes­
so a chi avesse osato mettere in discussione il suo potere: la distru­
zione di Hama rendeva ogni analisi costi-benefici di una ribellione
ben fosca. Assad, come tanti altri, era ricorso all'eccidio di massa
per incutere terrore e come deterrente.
Non tutti i progetti eliminazionisti intestini degli ultimi decen­
ni sono stati limitati come quelli in America latina e in Siria, che
costarono la vita «solo» a qualche decina di migliaia di persone. Il
genocidio del 1994 in Ruanda fu caratterizzato da un'intenzione di
eliminazione totale, una portata e un tasso omicida che ricordano
lo sterminio degli ebrei perpetrato dai tedeschi. Da tempo hutu e
tutsi, in Africa centrale, si contendevano il potere in Ruanda e Bu-
50 Peggio della guerra

rundi, paesi confinanti, e in diaspore in regioni vicine. Dopo l'inizio


del processo di decolonizzazione dal Belgio nel 1959 e, nel 1962, la
conquista dell'indipendenza, ognuno dei due gruppi aveva com­
piuto in più occasioni stragi di massa contro l'altro. Nel 1994, dopo
che un aereo che trasportava i presidenti dei due paesi fu fatto sal­
tare in aria, in Ruanda gli hutu attaccarono i tutsi con un'intensi­
tà e una furia senza precedenti, cercando di eliminarli dal primo
all'ultimo. In tre mesi uccisero circa ottocentomila uomini, donne
e bambini. Le centinaia di migliaia di tutsi che riuscirono a salvar­
si fuggirono dal paese o si nascosero nelle campagne. Il massacro,
compiuto dai carnefici hutu corpo a corpo, di solito con il mache­
te, si fermò solo quando un esercito tutsi ribelle sconfisse gli assas­
sini e assunse il controllo del paese. Allo sterminio ruandese fece
seguito nella Repubblica democratica del Congo, un paese delle
dimensioni dell'Europa occidentale (Spagna e Regno Unito com­
presi), una guerra regionale fra diversi gruppi etnici e politici che
vide l'intervento di forze di paesi vicini e di una vasta gamma di
gruppi armati. Tutte le parti, sembra, perpetrarono massacri e per­
seguirono politiche che portarono a un'escalation di morte per fame
e malattie. Sebbene il conflitto sia ufficialmente terminato nel 2004,
stragi e decessi per fame sono continuati su vasta scala. Per il nu­
mero delle vittime, oltre cinque milioni, la guerra è comprensibil­
mente chiamata nella regione terza guerra mondiale. Tuttora in cor­
so sono anche, in Corea del Nord, dove è ora al timone Kim Jong Il,
le politiche eliminazioniste varate da suo padre Kim Il Sung, e, in
Sudan, il micidiale attacco eliminazionista dell'islamismo politico
al potere contro il popolo del Darfur.
L'ultimo assalto eliminazionista europeo su larga scala del XX
secolo ebbe inizio nel marzo 1999, quando i serbi cercarono di ri­
pulire il Kosovo di tutti i suoi abitanti di etnia albanese (o koso­
vari). Esso costituì un classico esempio di interscambiabilità fra
uccisione ed espulsione come soluzioni a presunti problemi. Slo­
bodan Milosevié, il leader serbo di quel che restava della Iugosla­
via dopo che il paese, nel 1990, aveva iniziato a disintegrarsi, con­
siderava il Kosovo parte integrante della Serbia, il che rendeva i
kosovari, che costituivano il 90 per cento della sua popolazione,
una minaccia. Pochi anni prima i serbi avevano fatto dell'elimina­
zionismo la loro politica in Bosnia, combinando eccidi ed espul­
sioni di massa. E reagirono all'aspirazione dei kosovari a una
maggiore autonomia politica con una campagna eliminazioni­
sta, se pur meno omicida, ancora più sistematica. Malgrado san-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 51

zioni e pressioni internazionali, e infine i bombardamenti, espul­


sero con la forza dal paese un milione e mezzo di persone, quasi
tutti i suoi abitanti di etnia albanese. Inoltre massacrarono selet­
tivamente circa diecimila uomini, per lo più in età militare, il che
ridusse la capacità del Kosovo di resistere all'aggressione. Infine,
nel tentativo di cancellare la presenza dei kosovari (che sarebbe
fallito, perché la Nato li costrinse a farli tornare), i serbi bruciaro­
no e distrussero almeno milleduecento zone residenziali abitate
da membri dell'etnia sgradita, fra cui cinquecento paesi e decine
di migliaia di abitazioni. 13
Dal massacro a fini imperiali degli herero a opera dei tedeschi
all'espulsione e all'assassinio di massa dei kosovari compiuti dai
serbi, alle stragi recenti e in corso in Africa centrale e nella regione
sudanese del Darfur, e al perdurante dominio eliminazionista eser­
citato dalla Cina sul Tibet e dai Kim sulla Corea del Nord, eccidi ed
eliminazioni di massa della nostra epoca hanno caratteri, sfaccetta­
ture e aspetti diversi. Tale forte eterogeneità rende l'Olocausto, in
sé e insieme ad altri attacchi eliminazionisti tedeschi, l'assassinio
di massa emblematico (cosa diversa da archetipo) del nostro tem­
po, più comprensibile e scioccante, proprio a causa della sua natu­
ra di sterminio totale.
L'annientamento degli ebrei d'Europa perpetrato dai tedeschi è
l'eccidio di massa più noto, ampiamente documenta_to e studiato,
e più discusso di tutti i tempi. E l'unica strage di massa nota a li­
vello internazionale con un proprio nome, anzi due: Olocausto e
Shoah. Eppure esso deve il suo primato, più che a una lucida valu­
tazione comparativa delle sue caratteristiche, a visioni fuorvianti
e false propagate da studiosi e non.
Com'è possibile che la Germania, paese altamente «civilizza­
to», colto e moderno, abbia prodotto una simile gigantesca carne­
ficina? Per capire ciò che a molti sembrava incomprensibile ci si è
attaccati a una spiegazione immaginaria: l'Olocausto rappresen­
ta i pericoli della modernità in agguato. Fra i tanti miti e le tan­
te falsità ampiamente diffuse al riguardo, tre in particolare hanno
contribuito a comporre tale visione un tempo pressoché indiscus­
sa (ma ora nettamente screditata). 14 In primo luogo, carnefice fu
ed è Chiunque, il che significa che qualunque persona in qualun­
que momento è un potenziale assassino di qualunque altra per­
sona. In secondo luogo, la Germania non era diversa (per quanto
riguarda l'atteggiamento dei cittadini verso gli ebrei e altre «raz­
ze») da altri paesi occidentali di quel tempo (o del nostro). In ter-
52 Peggio della guerra

zo luogo, a rendere possibile l'Olocausto sono state la tecnologia


e l'organizzazione moderne: nastri trasportatori elettrici, camere
a gas, treni, burocrazia.
Questi tre miti creano un universalismo superficialmente con­
vincente, ma falso: il paese, all'apice della modernità, per mas­
sacrare gli ebrei mobilitò carnefici senza nessuna speciale carat­
teristica se non quella di essere moderni, cioè come noi. Quegli
assassini uccisero su scala così gigantesca solo perché il mondo
moderno forniva loro la necessaria tecnologia e capacità organiz­
zativa. Tale strano modo di rendere l'Olocausto qualcosa di banale
e vicino - chiunque potrebbe farlo - e nello stesso tempo di astrat­
to e lontano, in cui tecnologia e burocrazia sostituiscono gli esse­
ri umani come protagonisti dei massacri, ha suscitato un fascino
ininterrotto e alimentato lo sforzo, tuttora in corso, per compren­
dere quello sterminio e, insieme, tenere a bada le emozioni gene­
rate dall'idea che quell'orrore, il massimo degli orrori, possa es­
sere identificato con tutti noi.
L'Olocausto ha caratteristiche moderne, ma esse non lo distin­
guono fra gli eccidi di massa: quanto ha di veramente moderno è
condiviso anche da altri genocidi. Perché le stragi e i campi dei «ci­
vilizzati» sovietici, inaugurati da Vladirnir Lenin e Leon Trockij,
non hanno suscitato un fascino e un terrore simili? I capi bolscevi­
chi erano più istruiti, culturalmente raffinati e moderni, nelle loro
visioni, dei capi nazisti. Forse «affascinano» di meno perché, pur
essendo i loro assassinii, dal punto di vista organizzativo e logisti­
co, altrettanto moderni dal punto di vista tecnologico, non crearo­
no un'industria della gassazione? Può darsi. Ma di gran lunga più
importante è che la gente, in Occidente, ha attribuito i misfatti so­
vietici a un credo perverso, il comunismo, che rendeva i carnefici
e la loro civiltà diversi da noi e dalla nostra.
Studi recenti, tuttavia, hanno dimostrato il carattere irreale di
questa visione, prima largamente diffusa, dell'Olocausto. Fu un
credo non meno perverso, l'antisemitismo, a spingere i tedeschi,
gli austriaci e gli europei che li aiutarono a uccidere gli ebrei, e che
indusse molti altri ad appoggiare l'attacco eliminazionista. Antise­
mitismo e pregiudizio, inoltre, non sono particolarmente moderni
(anche se la peculiare versione razzista di antisemitismo dei tede­
schi ne era una variante moderna): sono stati un movente allo stes­
so modo per popoli «civili» e «incivili» dall'antichità fino a oggi.
Infine la tecnologia moderna, in particolare le camere a gas, non
era necessaria per perpetrare l'Olocausto: i tedeschi uccisero mas-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 53

se di ebrei con metodi più tradizionali, e avrebbero potuto facil­


mente usarli per tutti.*
Se lo sterminio compiuto dai tedeschi può essere considerato em­
blematico delle stragi di massa dei nostri tempi non è in ragione di
questa visione mitizzata dell'Olocausto, ma del suo reale carattere.
Benché i tedeschi non siano, fra i carnefici, quelli che hanno ucciso
il maggior numero di persone, sono stati gli assassini più onnivo­
ri della nostra epoca, quelli che hanno massacrato la maggiore va­
rietà di vittime e, dopo la conquista dei principali territori destina­
ti alla distruzione, quelli che hanno ucciso più persone in media per
anno di tutti i regimi responsabili di eccidi di massa. Infine, cosa
non meno significativa, le stragi perpetrate dai tedeschi hanno ab­
bracciato praticamente tutti gli aspetti dell'eliminazione di massa
e della sua variante, l'annientamento.
I tedeschi uccidevano fuori dalle loro frontiere come conquista­
tori imperiali, decimando le popolazioni di vaste aree dell'Euro­
pa orientale per germanizzare i territori conquistati. E compivano
stragi all'interno della stessa Germania. Uccidevano da guerrieri
dell'apocalisse, quali si concepivano. E uccidevano, da machiavel­
lici, per calcolo. Annientavano popolazioni con la passione di una
fede fanatica. E assassinavano per fredde ragioni di Realpolitik. Per
loro il massacro era spesso fine a se stesso. E reagivano alla rivolta
con l'eccidio come deterrente per il futuro. Uccidevano con i me­
todi più primitivi e sperimentati. E li innovavano costruendo fab­
briche della morte. Trucidavano le vittime nel modo più crudele.
E le ammazzavano clinicamente, con gas o iniezioni mortali. Ucci­
devano faccia a faccia. E uccidevano a distanza. Uccidevano con il

* Se una fedele descrizione dell'Olocausto fosse stata accettata fin dall'inizio,


forse il suo fascino e orrore singolari non si sarebbero sviluppati. Esso sarebbe
stato comunque visto, probabilmente, come l'esempio più terribile delle con­
seguenze del fanatismo e dell'odio, ma difficilmente avrebbe assunto un po­
sto così centrale nelle riflessioni esistenziali dell'Occidente e nelle distaccate
e astratte teorizzazioni accademiche. Il silenzio su altri genocidi, una stupefa­
cente noncuranza per gli accadimenti (tra cui il fatto che i tedeschi fucilarono
e fecero morire di fame milioni di persone, che fra di loro l'antisemitismo era
dilagante e così via) e l'adesione al paradigma di cui sopra hanno distC'!éo gli
studiosi dall'affrontare questioni fondamentali (come l'identità degli assassi­
ni, le tipologie delle scelte che compirono e le loro motivazioni) e hanno con­
tribuito a generare di quel periodo una visione che, in parte mitica ma larga­
mente diffusa, ha negato agli assassini la loro qualità di agenti in proprio e la
loro umanità e oscurato caratteri centrali dell'Olocausto, come la diffusa, si­
stematica e deliberata crudeltà dei carnefici e il piacere con cui uccidevano.
54 Peggio della guerra

massimo di pianificazione e organizzazione. E uccidevano in modo


improvvisato: a ogni tedesco in Europa orientale era permesso di
ergersi a giudice e carnefice di quanti erano considerati sottouo­
mini. Facevano strage di alcune categorie fino all'ultimo uomo. E
massacravano in modo selettivo. Ammazzavano le loro vittime per
le presunte caratteristiche biologiche individuali di cui erano por­
tatrici (i malati di mente e i minorati fisici), per la loro identità so­
ciale e nazionale (che concepivano in termini razziali), e per la loro
appartenenza politica.
In queste campagne eliminazioniste e di annientamento i tede­
schi ricorsero a ogni mezzo eliminazionista violento immaginabile,
dalla brutale repressione e riduzione in schiavitù alla deportazione
di vaste popolazioni, dalla reclusione in campi alla prevenzione
della riproduzione tramite sterilizzazione, dalla decapitazione dei
popoli tramite annientamento della loro élite alla strage di interi
gruppi umani. Essi inventarono e sperimentarono differenti tec­
niche omicide (fra cui iniezioni letali, proiettili esplosivi e furgoni
a gas), per trovare quelle che potessero massimizzare i risultati. Si
affidarono a killer di professione, arruolarono allo scopo semplici
cittadini e impiegarono nello sterminio, o permisero che vi parte­
cipasse, praticamente ogni tedesco a portata di mano. Eccetto for­
se la Cambogia sotto i Khmer Rossi, in nessun altro paese, alme­
no in epoca moderna, l'eliminazione e in particolare l'assassinio
di massa sono stati usati come strumenti da uno Stato in modo
così meditato, o interiorizzati da tanti semplici cittadini quali so­
luzioni quasi automatiche a una vasta gamma di ostacoli e pro­
blemi reali o percepiti.
Vedere nelle stragi perpetrate dai tedeschi il momento emblema­
tico dell'annientamento di massa della nostra epoca, e in coloro che
le perpetrarono in quel modo gli esempi emblematici dei suoi as­
sassini di massa, è ulteriormente giustificato dall'aspetto che ren­
de effettivamente l'Olocausto unico: la brama senza precedenti di
uccidere ogni ebreo, compreso ogni bambino ebreo, e non solo in
Germania ma anche in altri paesi e, in ultima analisi, nel mondo.
Questa parziale panoramica degli eccidi del nostro tempo rive­
la che l'assassinio di massa ha molte sfaccettature, compendiate
dalle stragi tedesche del periodo nazista. Essa mostra inoltre la
fallacia delle semplici formule rifilate al pubblico da teorici del­
la modernità e della cosiddetta condizione umana e dagli studi
sull'Olocausto che, spesso fuori strada e pieni di paraocchi, sono
stati anche un'importante fonte di immagini e slogan sul genoci-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 55

dio in generale. L'eliminazione di massa e la sua variante omicida


sono fenomeni complessi che assumono ìnolte forme e caratteristi­
che diverse, ed eludono slogan semplicistici, riduzionisti e astori­
ci come «guerra totale», «banalità del male», «catena di montag­
gio della morte», «assassinio burocratico», «uomini comuni», un
tempo di repertorio fra gli interpreti dell'Olocausto e, più in gene­
rale, degli eccidi di massa.

Portata degli attacchi eliminazionisti


Basta passare in rassegna qualche momento saliente e alcuni dei
tanti aspetti delle eliminazioni di massa della nostra epoca per ave­
re un'idea della loro frequenza, portata e carattere. Esse hanno ab­
bracciato praticamente ogni decennio. Non c'è stato un momento,
dall'inizio del XX secolo, in cui il mondo non abbia assistito a uno
sterminio. Il numero di vittime di stragi di massa assomma, stan­
do a stime prudenti, a 83 milioni di persone. Includendo le care­
stie procurate si arriva a 127 milioni e, se sono giuste le stime più
alte, a 175 milioni e oltre. Attenendoci a calcoli più prudenti, il 2
per cento circa di tutte le persone morte nella nostra epoca sono
morte per mano di assassini di massa. A stare alle stime più alte,
invece, si tratta del 4 per cento, in altre parole una persona su ven­
ticinque,15 un numero superiore a quello degli abitanti dell'ottavo
paese più popoloso del mondo. E tutti i figli delle vittime, e i figli
dei loro figli, che avrebbero potuto nascere.
Quanto a distribuzione geografica, gli eccidi di massa della no­
stra epoca coprono il mondo intero. Le Americhe, da Argentina e
Cile all'estremità meridionale, al Brasile al centro, fin su al Guate­
mala e al Salvador, ne hanno subiti soprattutto negli anni Settanta
e Ottanta. Dal 1910 al 1920, in Messico, i regimi prerivoluzionari e
poi rivoluzionari uccisero centinaia di migliaia di persone. Prima
dell'll settembre gli Stati Uniti furono risparmiati da simili trage­
die, ma si resero a loro volta colpevoli di stragi di massa contro i
giapponesi a Hiroshima e Nagasaki e, durante la guerra fredda,
prestarono nascostamente aiuto e diedero un tacito sostegno pub­
blico ad assassini di massa in molti paesi, tra cui l'America latina.
La maggior parte dei morti si è avuta in Europa, dove è caduta
vittima di assassini di massa al servizio principalmente di due re­
gimi, il nazismo e il comunismo sovietico, una percentuale di paesi
più alta che altrove. Non c'è praticamente paese europeo che non
sia stato toccato dalla furia omicida del nazismo, e molti popoli,
56 Peggio della guerra

fra cui croati, lettoni, lituani, slovacchi e ucraini, massacrarono essi


stessi i propri ebrei o aiutarono i tedeschi a farlo. I bolscevichi fe­
cero vittime in tutti i popoli del multietnico e multireligioso impe­
ro sovietico. I popoli dell'Europa centrale e orientale, fra cui rus­
si, ucraini, polacchi, ungheresi e cechi, alcuni dei quali subirono
enormi perdite di vite umane a opera dei tedeschi durante la se­
conda guerra mondiale, scatenarono a loro volta, dopo la sconfitta
della Germania, campagne eliminazioniste punitive contro popo­
lazioni di etnia tedesca, espellendo con la forza circa dieci milioni
di persone e uccidendone decine di migliaia. I Balcani sono stati
un'area di eliminazioni. Nel corso della seconda guerra mondiale
i croati, con l'incoraggiamento tedesco, massacrarono serbi, ebrei,
sinti e rom, dopo di che il regime comunista di Tito, nella fase del
suo consolidamento al potere dopo il 1944, uccise fra le centomila
e le duecentomila persone. Con la disgregazione della Iugoslavia
negli anni Novanta serbi e croati perpetrarono espulsioni e stragi
di massa, fra cui gli assalti eliminazionisti dei serbi prima contro
i bosniaci e poi contro i kosovari. I turchi, il cui paese è geostrate­
gicamente parte dell'Europa, non solo sterminarono i loro armeni
e altre minoranze cristiane, fra cui greci e assiri, durante la prima
guerra mondiale, ma in precedenza, fra il 1894 e il 1896, massacra­
rono dai centocinquantamila ai trecentomila armeni, e nel 1903, per
punire una rivolta in Macedonia, quasi cinquemila abitanti greci.
Poi, durante la guerra greco-turca del 1919-1923, i turchi uccisero
forse altri duecentomila greci, e più recentemente, negli anni Ot­
tanta e Novanta, fra i quindicimila e i trentamila curdi. Di eccidi di
massa i popoli della maggior parte dei paesi europei non sono stati
solo vittime ma, in molti casi, autori: il bilancio dei morti in assal­
ti eliminazionisti (includendo gli asiatici vittime dei sovietici) è in
Europa dell'ordine di decine di milioni di persone.
L'Africa ha conosciuto gli stermini più mirati, anche se con meno
vittime rispetto all'Europa o all'Asia. Nella prima metà del seco­
lo e, più tardi, durante le lotte per l'indipendenza, i colonizzatori
europei - come i tedeschi in Africa sudoccidentale, i belgi in Con­
go, i francesi nell'Africa equatoriale francese, gli italiani in Etiopia
fra il 1936 e il 1941, i britannici in Kenia dal 1952 al 1956 e i porto­
ghesi in Angola nel 1961-1962 - perpetrarono stragi di massa che
in alcuni casi, come in Congo, assunsero dimensioni colossali. Inol­
tre fomentarono tra differenti popoli africani ostilità destinate a
esplodere in furia omicida, come quella, alimentata dai belgi, fra
hutu e tutsi. Nella seconda metà del secolo nei paesi africani, po-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 57

liticamente ed etnicamente frammentati, si assistette soprattutto a


eccidi di massa intestini nel corso di lotte per la conquista del po­
tere e di vantaggi economici. Ne sono un esempio i massacri reci­
proci fra hausa e ibo, perpetrati per lo più tramite carestie procu­
rate, che portarono alla morte fra il 1967 e il 1970, quando gli ibo
si separarono dalla Nigeria per formare l'effimera Repubblica del
Biafra, un milione di persone. Fra il 1971 e il 1979 le carneficine di
Idi Amin, che costarono la vita, sembra, a trecentomila ugandesi,
resero il suo nome sinonimCÌ"di assassino di massa. Nel 1972, nel
Burundi, gli hutu uccisero circa centomila tutsi, e vent'anni più tar­
di, nel 1994, gli stessi hutu scatenarono nel vicino Ruanda contro i
tutsi una campagna di sterminio totale. Fra il 1998 e il 2004 nume­
rose forze militari perpetrarono stragi di massa durante la guer­
ra regionale combattuta nella Repubblica democratica del Congo,
dove i massacri continuano tuttora. In molti paesi africani milioni
di persone sono morte in carestie indotte o prevenibili, spesso ac­
compagnate da altre misure eliminazioniste. Fra il 1974 e il 1991,
in Etiopia, il regime Dergue di Mengistu Hailé Mariam sterminò
forse centocinquantamila avversari politici, ne uccise, si stima, al­
tri centomila nel corso di una campagna regionale per espellere da
un milione e mezzo a due milioni di persone, e causò un altro mi­
lione di morti per fame.
La mezzaluna araba, che si estende tra Africa e Asia e compren­
de paesi retti per lo più da feroci dittature, ha conosciuto a partire
dalla seconda guerra mondiale vasti eccidi di massa. Fra il 1954 e
il 1962 i francesi, nell'estremo, disperato tentativo di conservare le
ultime vestigia del loro impero coloniale, uccisero in veri e propri
massacri, oltre che sottoponendoli nei campi a ogni sorta di priva­
zioni, almeno decine di migliaia, ma più probabilmente centinaia
di migliaia di algerini musulmani. Dopo la sconfitta della Francia,
il nuovo regime di Algeri uccise a sua volta, sotto l'accusa di ave­
re collaborato con i francesi, molte decine di migliaia di algerini.
In Iraq Saddam Hussein e i baathisti, i cui eccidi di massa costaro­
no la vita, sembra, a mezzo milione di persone, massacrarono fra
il 1987 e il 1991 dai duecentomila ai trecentomila curdi e, fra il 1991
e il 1992, sessantamila sciiti delle paludi. In Siria, Assad e gli ala­
witi decimarono la popolazione di Hama. Ma la strage più cata­
strofica della regione è in corso. In Sudan gli arabi musulmani del
Nord, dopo avere massacrato negli ultimi vent'anni (per lo più tra­
mite carestie indotte, ma anche in vere e proprie e ampie stragi) ol­
tre due milioni di neri cristiani del Sud, hanno scatenato da pochi
58 Peggio della guerra

anni una campagna eliminazionista contro il Darfur, regione del


Sudan occidentale abitata in prevalenza da musulmani neri, mas­
sacrando oltre quattrocentomila persone, espellendone più di due
milioni e mezzo, e dando alle fiamme centinaia di villaggi perché
i profughi non abbiano più un luogo dove tornare.
Il maggior numero di eccidi di massa di proporzioni gigantesche
è avvenuto in Asia, dove progetti eliminazionisti sono stati varati
in tutti i principali paesi. Oltre ai massacri giapponesi, che costa­
rono la vita durante la seconda guerra mondiale a diversi milioni
di persone, soprattutto in Cina, ma anche in Birmania, Timor Est,
Corea, Manciuria, nelle Filippine e altrove; oltre al numero strato­
sferico di vittime del regime comunista cinese, forse tra i cinquan­
ta e i settanta milioni di persone, cui vanno aggiunti un milione e
duecentomila tibetani; e oltre al sistema eliminazionista omicida
dei Khmer Rossi in Cambogia, il continente vide il massacro fra il
1946 e il 1948, durante la partizione dell'India, di centinaia di mi­
gliaia di persone, e nel 1971, durante la secessione del Bangladesh
dal Pakistan, morirono per mano dei pakistani da un milione a tre
milioni di bengalesi. Riguardo alla campagna a lungo termine con­
dotta dai comunisti vietnamiti per liquidare i loro avversari, iniziata
nel 1945 con il conflitto contro i francesi e terminata negli anni Ot­
tanta, dopo la fine della guerra del Vietnam, le stime delle vittime
divergono ampiamente, ma esse si aggirano forse tra le duecento­
mila e le trecentomila persone (anche se potrebbero essere molte di
più), senza includere i duecentomila boat people che morirono fug­
gendo dal regime. In Corea del Nord i comunisti hanno ucciso pro­
babilmente, a partire dalla presa del potere, due milioni di persone
(senza contare i morti per carestie). Gli indonesiani massacrarono
fra il 1965 e il 1966 circa mezzo milione di comunisti, e duecento­
mila abitanti di Timor Est dal 1975, quando, partiti i colonizzatori
portoghesi, l'Indonesia invase il paese. Altre stragi di massa furo­
no compiute nella prima metà del XX secolo dai colonizzatori: in
Cina da una forza multinazionale, che includeva anche gli ameri­
cani, durante la rivolta dei Boxer; in Indocina dai francesi; nelle In­
die Orientali e Occidentali dagli olandesi. Eccidi di massa sono sta­
ti provocati in Asia anche da carestie: fra il 1958 e il 1961, durante il
Grande balzo in avanti, mirante a trasformare rapidamente la Cina
a livello sociale ed economico, il regime maoista causò una carestia
che costò probabilmente la vita a venticinque milioni di cinesi (in­
clusi nel totale indicato sopra), e la Corea del Nord lasciò morire di
fame, tra il 1995 e il 1998, da due a tre milioni e mezzo di persone.
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 59

Eliminazioni di massa e stermini hanno colpito nella nostra epo­


ca ovunque nel mondo non solo in senso geografico, ma anche so­
ciale, facendo vittime praticamente fra ogni tipo di raggruppamento
umano immaginabile: quelli definiti in base a caratteristiche ascrit­
tive come il colore della pelle, genetiche come l'autismo e sociali e
culturali identitarie come l'etnia o la religione, in base alla sessuali­
tà e all'identità politica, come far parte di una nazione, e all'appar­
tenenza politica, come essere comunista o anticomunista. Durante
il nazismo i tedeschi massacrarono individui appartenenti a tutti
questi tipi di gruppi.
Una particolare categoria di vittime è stata ripetutamente pre­
sa di mira in attacchi elirninazionisti e sterminazionisti e tuttavia
scarsamente considerata: quella delle popolazioni indigene. Fra il
1900 e il 1957 solo i brasiliani cancellarono dalla faccia della terra
oltre ottanta tribù indie, riducendo il numero di indigeni da un mi­
lione, quanti probabilmente erano inizialmente, a meno di duecen­
tomila. Gli attacchi sterminazionisti ed eliminazionisti documentati
contro popolazioni indigene sono, fra America latina, Asia e Africa,
decine, tra cui quelli paraguaiani contro gli aché dal 1966 al 1976,
quelli salvadoregni contro gli indios dal 1980 al 1992, quelli tanza­
niani contro i barabaig dal 1990 al 1992, quelli filippini contro gli
agta nel 1988 e quelli laotiani contro gli hmong dal 1979 al 1986. Nel
corso della nostra epoca sono stati probabilmente sterminati più
gruppi indigeni che in qualsiasi altro analogo periodo di tempo. 16
Autori di stragi ed eliminazioni di massa sono stati individui ap­
partenenti a ogni ceto economico e fede politica: nazisti, esponenti
e seguaci di regimi di destra tradizionali e di paesi democratici, di
regimi comunisti, nazionalisti e non aderenti a nessuna particola­
re ideologia. A uccidere più persone di qualsiasi altro tipo di regi­
me, tuttavia, sono stati nel secolo passato i paesi comunisti guidati
e ispirati dall'Unione Sovietica e dalla Cina. Mentre i paesi di gran
lunga meno omicidi, prendendo come metro di misura il numero
di stragi e di vittime, sono stati quelli democratici (anche se i regi­
mi coloniali, in cui democrazie si trasformarono in tirannie, perpe­
trarono enormi eccidi).17 A parte i massacri compiuti da tedeschi e
giapponesi poco prima e durante la seconda guerra mondiale, e i
saccheggi delle potenze coloniali europee in Africa, per lo più pre­
cedenti, le stragi di massa sono avvenute principalmente all'inter­
no di singoli paesi. Nella stragrande maggioranza dei casi, i carne­
fici hanno ucciso loro compatrioti.
60 Peggio della guerra

La nostra è stata un'epoca di eccidi di massa. Anzi, la strage e


l'eliminazione di massa sono, si può dire, fra le caratteristiche che
definiscono la nostra epoca. Tutti noi, di fronte a singole campa­
gne eliminazioniste come l'Olocausto o, più recentemente, i mas­
sacri in Ruanda e in Darfur, reagiamo con orrore. Ma l'immensità
di quest'orrore viene in piena luce unicamente guardando agli ec­
cidi e alle eliminazioni di massa del nostro tempo, o anche solo a
quelli più recenti, nel loro insieme. Lo sterminio e l'eliminazione di
massa non sono solo un problema specifico, che emerge con l'ulti­
mo o il prossimo caso di carneficina o espulsione, di solito, per gli
occidentali, in qualche luogo apparentemente remoto. Vanno letti
come uno dei problemi politici più ricorrenti e pressanti della no­
stra epoca. Essi dovrebbero essere al centro dei dibattiti in mate­
ria di sicurezza alle Nazioni Unite e in altre sedi internazionali e
nazionali deputate alla sicurezza, all'ordine internazionale e alla
giustizia. Che non lo siano dimostra quanto la nostra immagine
del secolo passato e di quello appena iniziato e il nostro modo di
concepirli siano distorti.
Le stime delle vittime di eccidi di massa sono quasi sempre mol­
to approssimative: -le più alte sono spesso due o tre volte superiori
alle più basse e, per le stragi di maggiori dimensioni, la differenza
è di milioni di persone, o addirittura, come per i massacri çompiuti
dai comunisti cinesi, di decine di milioni. È ben difficile che i car­
nefici documentino i loro eccidi e, quando lo fanno, spesso distrug­
gono i documenti o li rendono inaccessibili. Molte stragi, inoltre,
si accompagnano a guerre e ad altre forme di eliminazione, quin­
di è difficile stabilire quali morti siano da considerarsi assassinii.
Spesso, per di più, esse avvengono in luoghi politicamente chiusi
o lontani, e ai danni di gente di colore, con il risultato che poco di
quanto trapela, o delle loro proporzioni, diviene noto.
Tuttavia, presentare cifre relative ai singoli eccidi ed eliminazioni
di massa, e anche cifre complessive, è di estrema importanza, ben­
ché occorra tener presente che il terna ha una forte carica politica
(e i propagandisti e partigiani di tutti i fronti sono pronti ad attac­
care chi non accetta le loro opinioni). Io presento qui le stime più
attendibili basandomi su cifre calcolate da altri, pienamente con­
sapevole che ognuna di esse può essere criticata a gran voce come
un'esagerazione o una minimizzazione. Alcune potrebbero essere
sbagliate di milioni di unità.
Aggregate, tuttavia, anche le stime che si collocano a metà fra
quelle più alte e quelle più basse disegnano un ritratto spavento-
Peggio della guerra: la nostra epoca di dolore 61

so e in gran parte ignoto del nostro tempo. Come abbiamo visto, a


partire dall'inizio del XX secolo esseri umani hanno assassinato in
massa direttamente o tramite carestie, stando a una stima pruden­
te, 127 milioni di persone, ma potrebbero averne assassinate fino a
175 milioni. Se ci atteniamo alla cifra più bassa, hanno ucciso più
del doppio dei morti in guerra (61 milioni, di cui 42 milioni milita­
ri e 19 milioni civili). Se ci atteniamo alla più alta, ne hanno ucciso
quasi il triplo. Qualunque ragionevole calcolo si faccia, l'assassinio
e l'eliminazione di massa sono stati più letali della guerra. Eppu­
re, per riflesso condizionato, si considera a torto la guerra il mag­
giore problema di violenza nel mondo, e su di essa si concentrano
in modo soverchiante le istituzioni internazionali deputate alla si­
curezza e l'attenzione del pubblico.
Dalla metà del secolo scorso gli abitanti del nostro pianeta han­
no vissuto in grande maggioranza in paesi che, n�l corso della loro
vita o poco prima, hanno visto l'annientamento sistematico di set­
tori della popolazione. Sono stati essi stessi vittima di stragi o han­
no rischiato di esserlo, ne sono stati autori o con gli autori hanno
simpatizzato, hanno avuto rapporti o si sono schierati con vittime
o carnefici. Per la maggior parte degli esseri umani l'assassinio e
l'eliminazione di massa non sono stati semplicemente un proble­
ma remoto, ma parte integrante e prominente del loro paesaggio
mentale, emotivo ed esistenziale. Lo capì benissimo a Pechino nel
1979-1980, a pochi anni dalla morte di Mao e a un decennio dal­
la fine della Rivoluzione culturale, Fox Butterfield, giornalista del
«New York Times», che più tardi, a proposito delle conseguenze
delle varie campagne eliminazioniste e omicide di massa dei comu­
nisti cinesi, scrisse: «Quasi ogni cinese che ho avuto modo di cono­
scere durante i miei venti mesi a Pechino aveva una storia di perse-
cuzione politica da raccontare. [ ... ] Da queste storie si direbbe che
un'intera generazione di cinèsi [ ...] non abbia conosciuto altro che
accuse arbitrarie, violente svolte di linea politica, arresti ingiusti­
ficati, torture e prigione. Pochi, fra i cinesi con cui sono entrato in
contatto, si sentivano liberi dalla paura di abusi fisici o psicologici
e da un diffuso senso di ingiustizia». 1 8
Parte prima
SPIEGARE GLI ATTACCHI ELIMINAZIONISTI
III
Perché hanno inizio

Perché un giorno si decide di massacrare migliaia, decine di mi­


gliaia, centinaia di migliaia, milioni di altri esseri umani? Che qual­
cuno possa voler uccidere una persona che conosce, un nemico di­
chiarato, o uno che ha fatto, o minacciato esplicitamente di fare,
del male a lui o ai suoi cari, la maggior parte della gente è in gra­
do di capirlo. Ma che qualcuno voglia uccidere migliaia o milioni
di persone, bambini compresi, che non ha mai conosciuto o visto
sembra incomprensibile.
Com'è possibile che qualcuno voglia una cosa del genere? Risultando in
apparenza incomprensibile che le persone possano volere consape­
volmente tante morti e sofferenze, le diverse spiegazioni formulate,
di fatto, negano che simili desideri esistano o motivino l'assassinio
di massa. Tali spiegazioni non pongono al centro dell'attenzione i
carnefici, ma sistemi transnazionali come il capitalismo e la globa­
lizzazione, o strutture sociali come sistemi politici autoritari e bu­
rocrazie, o forze trans-storiche come il conflitto etnico o la natura
umana. Esse fanno apparire l'assassinio di massa qualcosa di imper­
sonale e inevitabile, al di là del controllo umano. Sembrano rende­
re l'assassinio di massa più comprensibile, ma sorvolano sulla do­
manda fondamentale: com'è possibile che qualcuno voglia questo?
Secondo una di queste spiegazioni l'assassinio di massa è una
conseguenza del nation-building, il processo di costruzione di una
nazione, un processo politico complesso in cui uno Stato conso­
lida ed estende il proprio controllo sul territorio e forgia, da una
società eterogenea, un'identità nazionale dominante. Esso porta
spesso, tramite la combinazione di trasformazione, espulsione e
sterminio, all'eliminazione di gruppi non consonanti con la nuova
nazione. Le stragi di armeni perpetrate dai turchi, gli eccidi in di-
66 Peggio della guerra

versi paesi dell'Africa postcoloniale e altrove, fra cui anche quel­


lo degli ebrei a opera dei tedeschi, sono stati attribuiti al processo
di costruzione di una nazione. Ma in realtà il rapporto fra tale pro­
cesso, che spesso prende decenni o più, e lo sterminio è al massi­
mo indiretto e complicato, come mostra, forse nel modo migliore,
la storia degli Stati Uniti d'America.
Il processo di formazione degli Stati Uniti ebbe inizio con la ri­
voluzione americana, e il suo momento centrale fu, nel 1783, l'ado­
zione della Costituzione. Decine di migliaia di Tory, che si oppone­
vano alla nuova nazione, una democrazia con un governo proprio,
fuggirono o furono espulsi. Le ex colonie, in un compromesso
postrivoluzionario, produssero un governo federale debole e due
sistemi politici, sociali, economici e morali fra loro incompatibili: il
Nord libero e il Sud schiavista. La loro coesistenza era così diffici­
le che, alla fine, il Sud contestò la legittimità dello Stato. La guerra
civile del 1861-1865, in cui morirono più americani che in qualun­
que altra guerra, fu il secondo grande momento di costruzione del­
la nazione. Distruggendo il sistema sudista, essa garantì allo Stato
americano un'autorità indiscussa.
Anche la terza fase di formazione della nazione fu, negli Stati
Uniti, violenta. Nell'espansione verso l'interno e l'Ovest, attraver­
so e su terre dei nativi d'America, lo Stato e gli americani perse­
guirono la totale eliminazione di questi ultimi dalla maggior par­
te del paese. Gli americani, a stragrande maggioranza di origine
europea, ridussero la consistenza delle popolazioni autoctone ri­
correndo a svariate politiche, a volte difficili da classificare perché
i loro effetti erano spesso, se pur calcolabili, indiretti. I nativi as­
sassinati furono, in numeri assoluti, relativamente pochi, proba­
bilmente qualche decina di migliaia. Molti altri morirono per ma­
lattie, a volte deliberatamente diffuse dagli americani, consci della
loro vulnerabilità immunologica. Sotto la guida o con l'acquiescen­
za del governo, i bianchi distrussero i mezzi di sussistenza dei pel­
lerossa impadronendosi delle loro terre e uccidendo i bisonti. Inol­
tre, li eliminarono confinandoli in cosiddette riserve, istituzioni di
apartheid spaziale e sociale, non di sfruttamento, ma di abbando­
no. Così il numero dei nativi d'America sul suolo americano scese
da circa dieci milioni, quanti si stima fossero prima della «scoper­
ta» europea delle Americhe (un numero che da allora sarebbe no­
tevolmente aumentato), ai due milioni e quattrocentomila di oggi.
Non tutte e forse nemmeno la maggior parte di queste morti furo­
no dovute a politiche e azioni eliminazioniste esplicite, ma molte sì.
Perché hanno inizio 67

Questi tre principali momenti del processo di formazione del­


la nazione rispondevano a tre diverse sfide allo Stato e alla società
americani. La presenza dei Tory avrebbe minato la neonata repub­
blica. Dal punto di vista dei rivoluzionari vittoriosi, i Tory doveva­
no divenire leali americani o andarsene. Lo Stato americano distrus­
se la civiltà del Sud schiavista in risposta a una sfida fondamentale
al potere e all'integrità del paese. E il sistematico annientamento
della vita e delle vite dei nativi d'America, e la loro eliminazione
spaziale dalla società americana, fu una conquista imperiale com­
piuta dallo Stato con l'ampio sostegno dei cittadini.
Nella violenza del processo di nation-building americano sono
esemplificati tre dei principali compiti che Stati e gruppi si trova­
no ad affrontare nel corso della costruzione di una nazione, e l'in­
sicurezza, i conflitti e gli spargimenti di sangue che ne derivano:
l'espulsione di una potenza straniera e di quanti le restano fedeli
(qui la Gran Bretagna colonialista e i Tory); l'omogeneizzazione po­
litica, sociale o culturale della società (ottenuta in questo caso con
la distruzione della civiltà schiavista del Sud e la repressione dei
suoi adepti); e l'eliminazione di gruppi indesiderati o che si presu­
mono minacciosi (perseguita qui annientando, uccidendo e segre­
gando i nativi d'America). La fase più recente di formazione del­
la nazione americana risale agli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso, che videro la desegregazione del Sud, equivalente di fatto
alla sconfitta dell'opzione eliminazionista «minore», un sistema di
apartheid, adottata dai sudisti bianchi dopo la guerra civile. Essa
avvenne senza violenza eliminazionista.
Il nation-building non è un processo omogeneo: può alternare
esplosioni di attività e momenti di inerzia. Rispetto agli ideali dei
suoi alfieri rimane in genere incompiuto, creando come minimo in­
soddisfazione e insicurezza tra coloro che lo perseguono e quanti
vengono forzati a adeguarsi all'immagine della nazione in forma­
zione. I gruppi perdenti vengono massacrati, lasciano il paese (di
solito venendone espulsi), o sono socialmente trasformati trami­
te la negazione, repressione o distruzione di aspetti centrali della
loro identità e cultura o delle loro pratiche. Nel rispondere alle sfi­
de paradigmatiche cui si trovarono di fronte, gli americani e i loro
governi ricorsero all'intera gamma di questi metodi eliminazioni­
sti. Espulsero (i Tory), trasformarono e omogeneizzarono, anche se
parzialmente (i sudisti), e uccisero, espulsero e repressero i popoli
che sembravano non adattarsi o non lo volevano (i nativi d' Ame­
rica). E a tutto ciò vanno aggiunti il dominio eliminazionista, l'uc-
68 Peggio della guerra

cisione e la repressione dei neri da parte degli americani bianchi,


prima con la schiavitù e poi con l'apartheid.
La formazione della nazione americana e le eliminazioni di mas­
sa che l'accompagnarono mettono in luce temi che sono di fonda­
mentale importanza per spiegare come gli stermini e altri attacchi
eliminazionisti abbiano inizio. Capita spesso che Stati e società si
trovino a dover affrontare sfide, tenere testa a gruppi recalcitranti
e gestire conflitti etnici estremi o resistenze a piani di espansione.
Come reagiscono a tali sfide? Quando si persegue l'eliminazione
di gruppi recalcitranti, a darle avvio sono principalmente gli Stati
o piuttosto gruppi all'interno della società?
Perché lo Stato americano e gli americani risposero alle tre sfi­
de cui la costruzione della loro nazione si trovò di fronte in modi e
con risultati tanto diversi? In nessuno dei casi la durezza della ri­
sposta corrispose alla gravità della sfida. A dare inizio alla guerra
civile, che costò ai nordisti dell'Unione 360.000 morti e 275.000 fe­
riti, furono gli Stati sudisti. Eppure, anche se l'esercito dell'Unione
mise a ferro e fuoco durante il conflitto vaste zone del Sud, non ne
massacrò né espulse sistematicamente la popolazione civile. I nati­
vi d'America non causarono mai neanche lontanamente agli ame­
ricani il numero di vittime e distruzioni che il Sud causò al Nord, e
tuttavia gli americani condussero contro di essi campagne di elimi­
nazione totale, scacciandoli dal primo all'ultimo da intere regioni e
a volte massacrandoli, come avvenne fra il 1855 e il 1860 con l'an­
nientamento quasi totale dei diecimila yuki della California del
nord. Al comandante sconfitto dell'esercito confederato, Robert E.
Lee, fu permesso di ritirarsi con onore. Immaginate il suo destino,
e il destino dei suoi ufficiali e soldati, se avesse ucciso tanti solda­
ti americani e inflitto tante sofferenze al popolo americano da co­
mandante di un esercito di nativi d'America. Con l'Indian Remo­
val Act del 1830 il governo degli Stati Uniti sancì nella legge e nella
prassi politica l'espulsione de facto delle tribù dei nativi d' Ameri­
ca a est del Mississippi.
I Tory, britannici, bianchi e cristiani, furono trattati con relativa
dignità e poterono scegliere se giurare fedeltà alla nuova nazione
o partire per la vecchia. I sudisti, americani, bianchi e cristiani, fu­
rono costretti ad accettare l'ordine nazionale e, dopo una breve oc­
cupazione, poterono riprendere il controllo della società del Sud e
imporre ai neri un brutale apartheid. I nativi d'America, non «veri»
americani, di pelle scura e non cristiani, furono considerati barba­
ri e minacciosi, per cui gli americani bianchi li resero innocui ucci-
Perché hanno inizio 69

dendoli o confinandoli in campi, eufemisticamente chiamati riser­


ve, o assimilando quelli ritenuti assimilabili, un processo ottenuto
anche allontanando con la forza i bambini dalle famiglie e educan­
doli secondo i costumi occidentali, in modo da «uccidere l'indiano
e salvare l'uomo». 1
Perché gli americani diedero a sfide diverse risposte elimina­
zioniste diverse? Immagino che quando oggi un cittadino america­
no pensa a ognuno di quegli episodi separatamente, la risposta alla
domanda, ammesso che la ritengano meritevole di risposta, gli ap­
paia ovvia. Ma se pensiamo a ognuno di quei tre episodi alla luce
degli altri, e di progetti eliminazionisti in altri paesi, la risposta è
tutto tranne che ovvia. La spiegazione principale del perché si dia
il via ad assassinii di massa, o anche a eliminazioni, non può sta­
re nel processo di nation-building in sé e per sé. Dopo tutto, a mol­
ti Tory schieratisi contro i rivoluzionari fu in seguito permesso di
aderire alla nuova nazione, e lo fecero. Allo stesso modo, né i su­
disti bianchi né, persino, l'élite a capo della loro ribellione, a dif­
ferenza del sistema politico schiavistico, furono eliminati, e la re­
pressione che subirono cessò poco dopo la guerra civile. Il processo
di formazione di una nazione si trova sempre di fronte a sfide che
ne mettono in discussione gli obiettivi, e produce sempre risposte
politiche a esse. Ma tali risposte ricorrono a mezzi eliminazionisti
diversi, o anche a nessuno, quando chi guida quel processo per­
segue, e spesso ciò avviene con successo, il compromesso politi­
co. Per comprendere il rapporto fra costruzione di una nazione (o
altre forze strutturali o trans-storiche) e attacchi eliminazionisti e
sterminazionisti, è necessario porsi in una prospettiva più comples­
sa e sfaccettata di quella che porta ad affermare che causa dell'as­
sassinio di massa è il processo di nation-building piuttosto che una
qualunque altra cosa.

Quattro domande e tre prospettive


La spiegazione di come abbiano inizio campagne di elimina­
zione e annientamento parte da quattro domande. La prima, e più
ovvia, è di prammatica nella letteratura sull'assassinio di massa:
perché la macchina della distruzione si mette in moto? Le altre tre
non vengono in genere esplicitamente sollevate, cosicché le rispo­
ste a esse sono presupposte: perché alcuni gruppi vengono candi­
dati all'eliminazione e altri, anche nello stesso paese, no? Quando
un gruppo viene candidato all'eliminazione, perché si sceglie, con-
70 Peggio della guerra

tra di esso, una forma di annientamento invece che un'altra? Perché


l'attacco eliminazionista inizia quando inizia e non prima o dopo?
A queste quattro domande, e alla spiegazione dell'assassinio
di massa, si connette la questione del determinismo. Gli stermini
sono inevitabili? Una volta createsi certe condizioni, come un pro­
getto di costruzione di una nazione, un acuto conflitto etnico, o un
grave pregiudizio e una persecuzione ai danni di un gruppo, la
strada che porta allo sterminio è obbligata? Tale domanda è stata
posta, per il caso più noto, a proposito dell'Olocausto, che alcuni
ritengono fosse inevitabile. Le prospettive in cui si guarda all'ec­
cidio di massa assumono in genere caratteri deterministici o vi in­
clinano fortemente.
Riguardo al perché una strage di massa abbia inizio, domanda
oggetto di questo capitolo, le risposte correnti si collocano in diver­
se e numerose prospettive. Quali che siano le differenze sostanziali
fra di esse, tuttavia, ognuna vede l'origine degli eccidi principal­
mente in uno di questi tre fattori: il carattere dello Stato; la compo­
sizione della società, compresa la sua cultura; la psicologia dell'in­
dividuo. Ognuna di queste prospettive coglie elementi importanti
dell'insieme, e tuttavia, prese singolarmente, sono tutte inadeguate.
I sostenitori delle prospettive centrate sullo Stato osservano
giustamente che le campagne di annientamento sono atti politi­
ci per eccellenza, quasi sempre avviati da Stati (o da entità in lot­
ta per divenire Stati). Di conseguenza, le cause dell'assassinio di
massa vanno cercate nella natura degli Stati. La responsabilità, il
più delle volte, è attribuita alla loro instabilità: Stati deboli e preca­
ri reagiscono sterminando quanti percepiscono come una minaccia,
attuale o potenziale. È una linea di pensiero analoga, sul piano po­
litico, a quella che fa appello all'espediente analitico della «natura
umana», inventata e reificata all'infinito; solo, fa appello alla natu­
ra degli Stati. A venire imputati di causare tale instabilità e le sue
conseguenze sono spesso il processo di nation-building, il declino
degli imperi, la guerra e, oggi, la globalizzazione. I sostenitori di
questa prospettiva statocentrica citano di regola, a sostegno della
loro tesi, gli Stati postcoloniali africani, paesi in condizioni precarie
come la Turchia durante la prima guerra mondiale, che costituiva
sia un impero in declino sia uno Stato impegnato in un processo di
formazione, e la Germania nel periodo nazista. Una diversa visione
statocentrica sostiene l'opposto: che è un grande potere a portare
gli Stati a compiere stragi. Gli Stati che dominano completamente
la società, che non trovano limiti in meccanismi di controllo inter-
Perché hanno inizio 71

ni o in una attenta società civile, hanno la possibilità di massacrare


chi sbarra loro la strada o quanti ritengono superflui, e lo fanno. A
dimostrazione che, se il potere uccide, il grande potere uccide an­
cora di più, sono addotte le gigantesche stragi di massa della Ger­
mania nazista, dell'Unione Sovietica, della Cina comunista e della
Cambogia sotto i Khrner Rossi.
Una seconda prospettiva mette l'accento, per spiegare l'inizio
di un eccidio di massa, sulla composizione sociale ed etnica di un
paese. Dove il conflitto etnico per il potere o per benefici economi­
ci è acuto, o la società è dilaniata da visioni etniche, religiose o lin­
guistiche concorrenti che si escludono a vicenda, i gruppi cerca­
no di sterminare i loro nemici. Le prospettive sociocentriche sono
in genere avanzate a proposito dei paesi poveri, spesso ex colonie,
composti da gruppi etnici antagonisti forzati alla coabitazione dal­
le potenze coloniali. Il bottino politico ed economico da spartire è,
in questi casi, così scarso che porta a una lotta all'ultimo sangue.
Si tratta di uccidere o essere uccisi, o almeno così la vedono i pro­
tagonisti. A volte le prospettive sociocentriche sottolineano, più
che la composizione sociale di un paese, la sua cultura dominante.
Quando una cultura deumanizzante, che può essere anche frutto
di acuti conflitti etnici o religiosi, esclude un gruppo dalla famiglia
umana e quindi dall'ordine morale, il risultato è il suo sterminio.
La deumanizzazione porta a uccidere.
Nelle prospettive centrate sull'individuo, l'origine delle stragi di
massa è vista in meccanismi psicologici, in pulsioni al massacro cui
l'individuo è soggetto. È una visione di cui abbiamo già parlato e
che, in genere non esplicita, sottende molte analisi. Quando si pre­
senta l'occasione di sbarazzarsi di altre persone, la volontà di po­
tenza, la bestia dentro di noi, induce a uccidere coloro in cui si ve­
dono dei nemici o degli ostacoli. L'idea che un potere statale senza
limiti permetta agli Stati di uccidere, e quindi li spinga a farlo, si
fonda implicitamente su questa visione. Per spiegare che cosa fac­
cia sì che ci si senta mortalmente minacciati, rimuova l'inibizione
a uccidere o induca a sfogare l'aggressività in atti omicidi, fattori
che, da soli o in combinazione fra loro, portano a stragi di massa,
la prospettiva individuocentrica propone, nelle sue varianti, tutta
una serie di meccanismi psicologici.
Non mancano dunque prospettive e idee che cercano di spiega­
re perché gli eccidi di massa abbiano inizio. Esse si collocano a li­
velli di analisi differenti, politico, sociale e individuale; ognuna,
nel proporsi, seleziona i casi che sembrano avallarla; e trova ere-
72 Peggio della guerra

dito per due ulteriori ragioni. La prima è che analizzare l'annien­


tamento di massa è difficile (il che vale anche per l'eliminazione
di massa, pressoché ignorata). Nella genesi di uno sterminio con­
vergono molti fattori, quindi gli eventi ed elementi di cui rende­
re conto sono complessi. Inoltre le conoscenze di cui disponiamo
sono, per la maggior parte degli eccidi di massa, frammentarie o
inaffidabili: manchiamo quindi di basi empiriche sufficienti per
giungere a solide conclusioni. Rendere conto di un fenomeno di
tale complessità a partire da una simile scarsità di dati fa sì che
semplificare, e concentrarsi su un unico livello di analisi, sia una
grossa tentazione. Ciò porta al proliferare di visioni che colgono
questo o quell'aspetto dell'assassinio di massa, ma non riescono
a rendere conto del fenomeno nel suo insieme. In secondo luogo,
essendo l'eccidio di massa qualcosa di complesso, come lo sono
i concetti usati per analizzarlo, è facile definire o ridefinire uno
Stato o una società in modo che si accordi con una o un'altra linea
di pensiero, quella cui vanno le proprie preferenze. Si è sostenu­
to per esempio che, se la Germania, durante il nazismo, scatenò
eccidi di massa, fu a causa della debolezza dello Stato (la sconfit­
ta nella prima guerra mondiale, seguita dal disastro della repub­
blica di Weimar, seguito dal regime da caserma nazista) e a causa
dell'immenso potere dello Stato sotto il nazismo. Lo sterminio
degli ebrei sarebbe iniziato per l'euforia suscitata dalle vittorie
militari e per la disperazione in vista dell'imminente sconfitta. I
tedeschi avrebbero deciso di massacrare gli ebrei per via dell'ec­
cezionale successo economico e culturale di cui essi godevano in
Germania e del pregiudizio antisemita di cui erano oggetto da lun­
ga data indipendentemente dalle loro attività economiche e cul­
turali. Spesso i concetti cui si fa ricorso sono così vaghi da poter
essere tirati di qua e di là in modo da abbracciare quasi qualun­
que dato di fatto, il che li rende analiticamente privi di senso. Ne
è un ottimo esempio il processo di nation-building. È facile farvi
riferimento quando un gruppo cerca di eliminare un altro grup­
po: gli assassini, per giustificarsi, fanno in genere appello alla pro­
pria nazione (o popolo), intensificano il conflitto fra gruppi e mo­
bilitano per averne appoggio i propri compatrioti. Chi attribuisce
l'origine dell'assassinio di massa al processo di nation-building
trova quasi sempre motivi per vedere un eccidio in quest'ottica.
Non sorprende che anche lo sterminio degli ebrei a opera dei te­
deschi, la «nazione in ritardo», come la Germania è stata spesso
chiamata, sia stato spiegato in questo modo.
Perché hanno inizio 73

Questi assunti generali sullo Stato, la società e l'individuo pos­


sono essere valutati alla luce delle quattro domande che abbiamo
elencato e degli elementi di prova che, per quanto insufficienti, sug­
geriscono quali conclusioni sono valide. Nel farlo occorre tenere a
mente che ognuno di quegli assunti, quale che ne sia il valore, so­
vradetermina (suggerisce che l'assassinio di massa è inevitabile) o
sottodetermina (manca di rendere conto di specifici aspetti dell'av­
vio di eccidi di massa) ciò che pretende di spiegare.
Le visioni statocentriche identificano giustamente nello Stato
il motore primo degli stermini. Ma le spiegazioni del perché gli
Stati si mettano a uccidere la gente - le sfide lanciate alla costru­
zione della nazione, la tensione della guerra, il potere incontrolla­
to di un dominio totalitario - non rendono conto del perché mol­
ti Stati in situazioni simili non danno avvio a nessun eccidio di
massa. Le visioni statocentriche, inoltre, non possono dirci perché
uno Stato massacri certi gruppi e non altri. Se la Germania nazi­
sta uccise sistematicamente malati mentali, disabili, sinti e rom,
l'Unione Sovietica non lo fece. Tali visioni non riescono a spiega­
re nemmeno perché gli Stati decidano di uccidere alcuni gruppi
e di eliminarne altri con altri mezzi. Né la tempistica degli eccidi.
Esse non rendono conto della possibilità, verificatasi spesso nel­
la storia, che il nesso di causa ed effetto sia rovesciato: che siano
desideri eliminazionisti a produrre il progetto di nation-building,
portare alla guerra o generare ambizioni di potere totale. Ma il
fallimento più grave di queste visioni sta forse nell'incapacità di
spiegare l'origine dei motivi che inducono a massacri o elimina­
zioni. Una condizione strutturale, che sia di debolezza o di gran­
de potere, non genera in modo autoevidente motivi d'azione di
alcun tipo, tanto meno secondo una qualche ferrea regola di causa
ed effetto. E, soprattutto, è indubbio che non genera motivi per
annientare o comunque eliminare gruppi, bambini compresi, che
hanno manifestamente poco o nulla a che fare con le condizioni
dello Stato, come persone ritenute mentalmente malate, sinti, rom
o ebrei. Nelle prospettive statocentriche la genesi dei motivi per
uccidere è presentata esattamente quale non è: autoevidente, o in
qualche modo immanente alla condizione di potere. Esse tratta­
no l'assassinio di massa come un qualcosa che è determinato, e
non riescono a spiegare la variabilità e incertezza dei suoi esordi
e dei programmi eliminazionisti stessi.
Le prospettive sociocentriche identificano la fonte di un'animo­
sità suscettibile di motivare le persone a sterminare altre perso-
74 Peggio della guerra

ne. Un conflitto etnico, o un grave pregiudizio, possono produrre


il desiderio di scatenare un massacro e giustificarlo. Tuttavia, tali
prospettive soffrono di carenze simili a quelle delle prospettive sta­
tocentriche. Non spiegano perché alcuni conflitti o pregiudizi et­
nici portino a eccidi sistematici e altri no, come nel Sud degli Stati
Uniti contro i neri, in Sudafrica contro i neri e poi contro i bianchi,
nei paesi dell'Europa occidentale contro i musulmani, e nella mag­
gior parte dei paesi in passato e nel presente. Le spiegazioni cen­
trate sulla società non riescono inoltre a rendere conto del massa­
cro di gruppi non coinvolti in intensi conflitti sociali né oggetto di
forti pregiudizi culturali, fra cui le vittime dei regimi comunisti.
E non spiegano la tempistica dell'assassinio di massa, per esem­
pio delle varie fasi del programma eliminazionista dei tedeschi
contro gli ebrei e delle loro svariate aggressioni contro altri grup­
pi. Le visioni sociocentriche si basano infine sull'insostenibile pre­
supposto secondo cui a fornire impulso a un programma statale di
sterminio di massa sarebbero, quasi automaticamente, acuti pre­
giudizi e conflitti sociali, mentre il carattere dello Stato (il tipo di
regime, la personalità dei leader ecc.) avrebbe poca o nessuna im­
portanza causale, perché lo Stato, da servo obbediente, non fun­
gerebbe che da cinghia di trasmissione dei desideri omicidi di po­
tenti gruppi sociali.
Le visioni centrate sull'individuo possono rivelare qualcosa su
ciò che muove alcune persone nel processo distruttivo, ma non af­
frontano i più ampi contesti politici e sociali dell'assassinio di mas­
sa. Esse tendono a trattare le persone come astrazioni universali,
dotate delle stesse caratteristiche psicologiche e delle stesse reazioni
a stimoli esterni. Come le prospettive statocentriche e sociocentri­
che, non spiegano come mai solo a volte condizioni simili porta­
no a eccidi di massa, perché siano presi di mira solo alcuni gruppi
odiati, o la tempistica delle stragi.
Privilegiando un'unica dimensione, politica, sociale o individuale,
tali visioni mancano di cogliere gran parte di ciò che è essenziale
per dare avvio a un massacro. Ognuna di esse dipende da una ca­
tena causale i cui anelli richiedono a loro volta una spiegazione. (E
lo stesso vale per le analisi che pongono l'accento sul convergere di
più fattori causali.) Ognuna, non respingendo inequivocabilmen­
te l'idea che la perpetrazione di eccidi di massa sia determinata da
alcuni fattori, ha un'intrinseca piega deterministica. E poiché nes­
suna indica con chiarezza il meccanismo che scatena un massacro,
nessuna è in grado di spiegare perché esso abbia inizio.
Perché hanno inizio 75

Qualunque altro fattore possa essere in gioco, qualunque altro


evento possa verificarsi, qualunque altro atto possa essere com­
piuto, l'inizio di una strage e di un'eliminazione di massa consiste
in un atto specifico che ha luogo in un momento identificabile. I
numerosi resoconti di cui disponiamo non spiegimo perché un ec­
cidio di massa venga scatenato nel momento in cui ciò accade, an­
che se si tratta di un atto che, paragonato a buona parte di quan­
to avviene nel mondo sociale e politico, è relativamente chiaro e
semplice. Questo fa pensare che l'atto di dare avvio a un massa­
cro non si presti a una spiegazione sistematica, causale. Altrimen­
ti la conosceremmo.

Una nuova prospettiva


Per spiegare l'inizio di stragi ed eliminazioni di massa occorre
innanzi tutto riconoscere che, se certe condizioni o certi fattori con­
cernenti lo Stato o la società creano l'opportunità e aumentano la pro­
babilità che sia messo in moto uno sterminio o un'eliminazione di
massa, nessuna di queste condizioni, da sola o in combinazione con al­
tre, produce ineluttabilmente attacchi del genere. Dobbiamo accettare
il fatto che agli eccidi di massa portano diverse strade, e che le re­
golarità che si riscontrano in essi sono parziali. Dobbiamo vedere
nella politica qualcosa di centrale nella genesi dei massacri. Dob­
biamo specificare l'origine e il carattere delle motivazioni che in­
ducono allo sterminio. E, cosa forse più importante di tutte, dob­
biamo riconoscere che a dare avvio a una strage o a un'eliminazione
di massa sono soltanto una o poche persone. Adottando nei Volonterosi
carnefici di Hitler, come unico modo per spiegare la perpetrazione
dell'Olocausto, un approccio esplicitamente a più livelli e più fac­
ce, con diverse componenti causali per i diversi aspetti della stra­
ge e dell'eliminazione di massa, come l'avvio da parte dello Sta­
to, l'esecuzione, l'origine della motivazione ecc., è divenuto chiaro
ai miei occhi che occorreva fare lo stesso per capire la politica eli­
minazionista e sterminazionista in generale. Analizzando nei det­
tagli l'evolversi del pensiero elirninazionista di Adolf Hitler sugli
ebrei in una politica di annientamento totale, riguardo all'inizio
degli stermini scrivevo: «L'odio più selvaggio, sia esso antisemiti­
smo o altra forma di razzismo o pregiudizio, porta allo sterminio
sistematico solo quando un governo politico mobilita coloro che
lo condividono e organizza un programma di morte». 2 Questo si­
gnifica che a un certo punto una o poche persone, pur avendo la
76 Peggio della guerra

piena capacità di agire altrimenti, decidono consapevolmente e


volontariamente di massacrare, o comunque eliminare, migliaia,
centinaia di migliaia o milioni di altri esseri umani. Tale momen­
to decisionale non è riducibile a, o determinato da, altri fattori. È
generato dalla volontà di uccidere unita alla spinta a tradurre tale
volontà nella ferma decisione di perpetrare l'atto. È quindi di per
sé sufficiente a rendere conto del perché simili persone compiano
stragi ed eliminazioni di massa.
Il comitato centrale del Comitato unione e progresso, il partito
allora al potere in Turchia, decise probabilmente di eliminare gli
armeni, per la maggior parte sterminandoli, nel marzo 1915, dopo,
secondo uno dei suoi membri, «lunghe e approfondite discussioni» .
Alla testa del comitato centrale erano Mehmet Talat e Ismail Enver,
che in documenti turchi e colloqui con diplomatici stranieri espres­
sero ripetutamente il loro consenso all'attacco eliminazionista e il
ruolo dirigente che svolsero in esso. Fra questi ultimi vi era l'am­
basciatore americano Henry Morgenthau, che riferì diffusamente
le discussioni alquanto franche che essi ebbero con lui, discussioni
in cui, alle sue obiezioni e ai suoi argomenti volti a farli desistere,
Talat ed Enver risposero ribadendo la loro volontà di annientare
gli armeni. I due leader turchi avevano deciso, nel quadro del ri­
modellamento politico della Turchia cui miravano, di risolvere una
volta per tutte quello che loro e molti turchi, e anche il regime otto­
mano precedente, consideravano un grave problema politico: l'esi­
stenza di una consistente minoranza non turca all'interno di una
Turchia turca sempre più aggressiva. La posizione degli armeni era
in discussione nella società e nel mondo politico del paese da de­
cenni, ed essi avevano già subito attacchi eliminazionisti e stermi­
nazionisti. Ora, sotto la copertura della guerra, Talat ed Enver, in­
sieme agli altri principali esponenti del comitato centrale, presero
la decisione definitiva. In una lettera datata 26 maggio 1915 Talat
annunciò al capo del Parlamento, il gran visir, che perché la Tur­
chia potesse risolvere la sua questione armena era necessario che
le deportazioni avessero inizio. Si trattava di una decisione fred­
damente calcolata. «Si sono proposti e considerati» dichiarò Talat
«preparativi e spiegazioni per porre definitivamente termine, in
11).0do completo e assoluto, a questo problema, che, tra le questioni
di vitale importanza per lo Stato, è di rilievo. » Inoltre egli informò
Morgenthau, scrisse l'ambasciatore, «che il Comitato unione e pro­
gresso aveva attentamente considerato la materia in tutti i dettagli,
e che la politica che veniva perseguita era quella che avevano uf-
Perché hanno inizio 77

ficialmente adottato. Ha detto che non devo pensare che sulle de­
portazioni si sia deciso in fretta; in realtà esse sono state il risultato
di lunghe e attente deliberazioni». Il console tedesco, generale Jo­
hann Mordtmann, riferì il 30 giugno che «poche settimane» prima
Talat gli aveva spiegato che «ciò di cui stiamo parlando [ ... ] è l'eli­
minazione degli armeni». 3
Quanto a Hitler, fu lui sia a dare origine a un generale orienta­
mento politico eliminazionista e sterminazionista, sia a prendere le
decisioni per i singoli programmi. Poco dopo avere assunto il po­
tere emanò la Legge per la prevenzione di prole con malattie ere­
ditarie, imponendo la sterilizzazione obbligatoria dei tedeschi che
ne erano portatori, fra cui quanti soffrivano di oligofrenia, schizo­
frenia, disturbo bipolare, epilessia, corea di Huntington, cecità, sor­
dità, deformità fisiche e alcolismo, se ritenuti ereditari. Questi pri­
mi programmi ufficiali tedeschi di eliminazione di massa tolsero
la capacità riproduttiva a oltre trecentomila persone. Più o meno
nello stesso periodo Hitler autorizzò la creazione del sistema dei
campi. Poi, considerando la sterilizzazione di malati mentali e di­
sabili affetti da disturbi dello sviluppo un metodo eliminazioni­
sta non ancora perfetto, nel 1939 ordinò che essi, bambini e adulti,
fossero sistematicamente sterminati in un programma di «eutana­
sia». Fu sempre Hitler, inoltre, a fissare le coordinate generali per
la sottomissione omicida, a partire dalla Polonia, dei territori orien­
tali conquistati, in vista della quale fece la sua famigerata osserva­
zione: «Chi, dopo tutto, parla oggi dello sterminio degli armeni?».
E fu ancora lui a prendere le decisioni cruciali per portare avanti la
propria politica in ogni fase dell'attacco eliminazionista contro gli
ebrei, che culminò nella primavera del 1941 con la sua decisione
di procedere, nel corso dell'imminente aggressione all'Unione So­
vietica e alla sua popolazione ebraica, a uno sterminio sistematico.
In Cambogia, poco dopo la presa del potere da parte dei Khmer
Rossi, Pol Pot presiedette una riunione di cinque giorni dei vertici
militari e civili in cui espose personalmente le linee fondamentali
del proprio programma di trasformazione ed eliminazione. I detta­
gli di programmi e procedure furono elaborati dal numero due del
regime, Nuon Chea. Sugli ordini impartiti da Pol Pot hanno forni­
to testimonianze, in linea generale convergenti, cinque persone, di
cui tre erano presenti alla riunione e due ne avevano ricevuto un
resoconto dai superiori che vi avevano partecipato. Gli ordini pre­
vedevano l'espulsione eliminazionista della popolazione urbana,
l'espulsione dalla Cambogia di tutti i cittadini di etnia vietnamita
78 Peggio della guerra

e l'istituzione di un sistema di campi, detti «cooperative». Secon­


do uno dei partecipanti all'incontro, «a comunicare personalmen­
te questo piano fu Pol Pot», che intimò inoltre: «Non usate moneta,
non fate vivere la gente nelle città». E prese espressamente di mira
un gruppo: «I monaci, dissero, dovevano venire dispersi, trattati
a parte come "classe speciale", la più importante da combattere.
Dovevano essere spazzati via. [ ... ] Ho sentito io stesso Pol Pot dire
questo». Un terzo partecipante alla riunione racconta come Nuon
Chea trasmise l'ordine della carneficina:
Al fine di realizzare progressivamente la costruzione del sociali­
smo e avanzare tutti insieme nel periodo stabilito, dobbiamo avere
cura di passare attentamente al setaccio gli agenti interni nel partito,
nel.le forze armate, nelle varie organizzazioni e ministeri, nel gover­
no efra le masse del popolo [il corsivo è mio] . Dobbiamo passarli atten­
tamente al setaccio, disse Nuon Chea. Menzionò «la linea di passare
attentamente al setaccio gli agenti interni per migliorarli e purificarli,
al fine di mettere in atto la linea della costruzione del socialismo». [ ...]
Era un ordine molto importante, di uccidere. Il loro passare at­
tentamente al setaccio consisteva nel prendere tutte le misure affin­
ché le persone fossero pure. La linea stabilita doveva essere seguita
a tutti i costi. [ ... ] Se la gente non poteva farlo, veniva portata via e
uccisa. Questa era chiamata la linea del «passare attentamente al se­
taccio». [ ... ] Le parole «passare attentamente al setaccio» erano la re­
gola per uccidere [ ... ] e furono affermate con forza il 20 maggio. Do­
veva essere fatto.4
In Etiopia il programma di stragi di massa ed espulsioni a livello
regionale attuato dal Dergue fu concepito dal suo leader, Mengistu
Hailé Mariam. Dawit Wolde Giorgis, commissario dell'istituzione
incaricata di eseguire le deportazioni, eufemisticamente chiamata
Commissione di soccorso e riabilitazione, ne ha raccontato l'esordio:
All'inizio di ottobre 1984 [ ... ] Mengistu mi chiamò nel suo ufficio.
Lì, di punto in bianco, mi disse che stava progettando una massic­
cia campagna nazionale di reinsediamento. Prevedeva di trasferire
in nove mesi trecentomila famiglie, un milione e mezzo di persone,
dal Wollo e dal Tigré all'Etiopia sudoccidentale. Di fronte a questi
numeri rimasi sbalordito. Affermò che a quel progetto stava pensan­
do da tempo, e che quello era il momento opportuno per metterlo in
atto: la gente non poteva opporsi, era impotente.
Come giustificazione logica, racconta Dawit, Mengistu sottoli­
neò che il progetto era legato ai suoi obiettivi politici trasformativi,
che prevedevano fra l'altro di utilizzare le zone prese di mira per
Perché hanno inizio 79

insediarvi persone politicamente sgradite e «spopolare aree ribelli


per privare i guerriglieri di sostegno». Prosegue Dawit:
Era uno dei rari momenti in cui egli diveniva relativamente fran­
co, e si poteva avere un'idea del vero Mengistu. Gli dissi che tentare
di reinsediare trecentomila famiglie in nove mesi sarebbe stato un er­
rore fatale. [ ... ] Rifiutò di prendere in considerazione i miei argomen­
ti. Disse che avrebbe sostenuto la mia istituzione con il personale e il
supporto finanziario necessari. E affermò che la Commissione di soc­
corso e riabilitazione avrebbe potuto mobilitare un sostegno interna­
zionale. Io ero incaricato di elaborare un piano operativo provvisorio.
Nel dirmi tutto ciò Mengistu traboccava di entusiasmo. Era chiaro
che vedeva in quel progetto la panacea di tutti i mali del paese. Ama­
va le campagne politiche, e quella era qualcosa in cui poteva affon­
dare i denti.S
Dare avvio a una strage e a un'eliminazione di massa è un atto
di libero arbitrio umano per eccellenza, una scelta. Esso è in ge­
nere accompagnato dal senso di assoluta convinzione che lasciò
sconcertato Morgenthau di fronte a Talat ed Enver, che Hitler di­
mostrò apertamente così spesso parlando della necessità di ster­
minare gli ebrei e, poi, del loro sterminio in atto, per il quale era
noto Iosif Stalin, che Nuon Chea trasmetteva (Poi Pot era riserva­
to), che Mengistu palesava, e che ostentano regolarmente i politi­
ci islamisti, fra cui Osama m. E a volte, anzi spesso per quanto ci
è dato sapere, esso è un atto accompagnato dal tipo di entusiasmo
che, come racconta Dawit, Mengistu mostrava nel prefigurarsi, al
pari di altri sognatori e carnefici eliminazionisti, quella «panacea
di tutti i mali del paese».
Chi sostiene che l'avvio di eliminazioni violente e omicide è de­
terminato da strutture o forze, semplicemente ignora i fatti costi­
tuiti dagli ordini e dalle riunioni in cui esse sono deliberate, i fatti
costituiti dai tanti altri ordini e tante altre riunioni in cui esse non
lo sono, e i fatti costituiti dalle tante decisioni con cui si dà inizio (o
non si dà inizio) a programmi su programmi di sterminio ed elimi­
nazione. Non c'è strage o eliminazione di massa di cui ho notizia
che non avrebbe potuto essere evitata se una o poche persone aves­
sero deciso di agire altrimenti, cosa che avrebbero potuto facilmente
fare. Non c'è strage o eliminazione di massa che non avrebbe po­
tuto essere evitata con altre persone al potere. Ciò significa che la
visione del mondo, le aspirazioni, il quadro di riferimento mora­
le, i pregiudizi, gli odi e la personalità dell'individuo o del piccolo
gruppo di individui che prende la decisione eliminazionista sono
80 Peggio della guerra

di fondamentale importanza. Tali specifici individui, le loro idee e


personalità, richiedono un'indagine.
Per tracciare un quadro generale in cui trovare risposta agli in­
terrogativi di fondo sull'avvio di eccidi ed eliminazioni di mas­
sa - perché hanno inizio, perché vengono presi di mira solo alcu­
ni gruppi, perché si scelgono determinati mezzi e perché iniziano
in quello e non in un altro momento - occorre partire dalle condi­
zioni che, prima, generano l'idea che il massacro o l'eliminazione
possono essere auspicabili, e da quelle che, poi, li rendono qualco­
sa di pratico, cioè di concepibile in termini di misure politiche. In
molte società esistono gruppi che altri gruppi odiano o ritengono
pericolosi e, quindi, sarebbero contenti di eliminare. Perché, allo­
ra, in tutto il mondo le visioni eliminazioniste si convertono in ef­
fettive stragi o eliminazioni contro alcuni di essi, anzi, solo contro
una piccola percentuale di essi, ma non contro gli altri?
La guerra, i conflitti che accompagnano la formazione di una na­
zione, le sfide estreme allo Stato o all'integrità nazionale e le acute
contrapposizioni etniche accrescono le probabilità che il sentimento
eliminazionista venga infiammato, portato in politica e convertito
in politiche, anche politiche omicide. Quei fattori creano le condi­
zioni che rendono la politica eliminazionista e anche sterminazioni­
sta più concepibile e praticabile, ma mai certa e nemmeno proba­
bile. Come la guerra rese possibile ai tedeschi l'annientamento di
malati di mente, ebrei, sinti e rom, ma non indusse i conquistatori
della Germania ad annientare i tedeschi, e come il processo di for­
mazione della nazione americana portò a politiche eliminazioniste
contro i nativi d'America, ma non a politiche analoghe contro altri
gruppi che costituivano una minaccia per il progetto nazionale, così
anche le sfide allo Stato e gli acuti conflitti etnici forniscono a vol­
te il contesto per stragi ed eliminazioni spietate, ma altre volte no.
Il Sudafrica è un esempio di intenso conflitto che ha prodotto a
lungo violenza, ma non massacri, né dei neri a opera dei bianchi,
né dei bianchi a opera dei neri. Il paese fu dominato per decenni
da visioni della nazione e della politica fra loro incompatibili, dal
conflitto etnico fra bianchi e neri, e dallo scontro sul piano milita­
re e civile tra I'African National Congress e lo Stato bianco fonda­
to sull'apartheid. Eppure questi conflitti che, fra loro intrecciati, si
rafforzavano a vicenda non sfociarono mai nell'annientamento da
parte dei bianchi di coloro che credevano avrebbero distrutto la loro
società e forse loro stessi. Questi conflitti, e tutto ciò che i neri ave­
vano subito, non portarono i neri e l' African National Congress,
Perché hanno inizio 81

dopo la presa del potere, a sterminare i bianchi e neppure i fauto­


ri dell'apartheid (come molti avevano temuto). Pochi paesi hanno
conosciuto conflitti interni più acuti e di più lunga durata e, secon­
do la maggior parte delle prospettive con cui si esaminano gli ecci­
di, in Sudafrica avrebbe dovuto scatenarsi una campagna, se non
più campagne consecutive o reciproche, di sterminio: la sua storia,
durante e dopo gli anni dell'apartheid, smentisce clamorosamen­
te le teorie strutturali o deterministiche sull'assassinio di massa.
Varie circostanze possono rendere più facile scegliere una stra­
da che porta a stragi o eliminazioni di massa, ma i leader politici
non sono obbligati a sceglierla né a percorrerla sino in fondo. Quali
che siano le tensioni esistenti in un paese, quali che siano le minac­
ce reali o immaginarie che in esso si presentano, per quanto i suoi
conflitti etnici siano intensi, se i leader politici non varano un pro­
gramma di sterminio o eliminazione, stragi, espulsioni e arresti in
massa non si produrranno. Il fattore cruciale sono i capi politici: al­
cuni spingono Stati o gruppi a compiere stragi. Altri, dove la stra­
ge sarebbe possibile, no.

La centralità dei leader politici


Una strage o eliminazione di massa ha inizio quando i leader
sono animati da un'ideologia eliminazionista e determinati a tra­
mutare un analogo sentimento preesistente e diffuso tra la popo­
lazione in una politica statale di sterminio o eliminazione. L'esem­
pio più noto è la Germania, dove Hitler, deciso a eliminare gli
ebrei fin dall'inizio della sua carriera politica, sfruttò preesistenti
convinzioni eliminazioniste antiebraiche, largamente diffuse fra i
tedeschi, e, negli anni Trenta, le mobilitò per ottenere supporto o
partecipazione a brutali politiche eliminazioniste volte alla loro se­
gregazione. Gli ebrei si videro allontanati dalla maggior parte del­
le attività economiche e professionali, furono soggetti a sistemati­
che interdizioni giuridiche e sociali, subirono violenze e assassinii
e, per la maggior parte, si trovarono costretti a emigrare. Poi, du­
rante la guerra, Hitler mobilitò le stesse convinzioni eliminazioni­
ste antiebraiche nella variante sterminazionista dell'eliminazione.
E poté farlo perché tali convinzioni, presenti in molti paesi euro­
pei come in seno alla Chiesa cattolica e alle Chiese protestanti te­
desche, corrispondevano in larga misura, quali che fossero le loro
varianti, alle sue stesse convinzioni e alle coordinate fondamentali
del suo progetto eliminazionista; come trovavano corrispondenza
82 Peggio della guerra

nella popolazione, benché spesso in misura minore, anche le sue


varie credenze biologiche e razziste, che portarono al massacro e
alla spoliazione di tanti tedeschi non ebrei.
È tale meccanica a caratterizzare gli eccidi e le eliminazioni di
massa della nostra epoca. A Mehmet Talat fu facile mobilitare le con­
vinzioni eliminazioniste antiarmene preesistenti in molti turchi. In
Indonesia, nel 1965, le autorità politiche e militari mobilitarono un
odio anticomunista preesistente, profondo e diffuso. I leader tutsi
in Burundi, nel 1970, scatenarono i loro seguaci perché massacras­
sero gli hutu, e i leader hutu nel vicino Ruanda, nel 1994, fecero lo
stesso contro i tutsi. In Iugoslavia l'ostilità dei serbi verso croati e
musulmani era profonda e di lunga data, e Slobodan Milosevié non
ebbe quindi difficoltà a ottenere che i serbi appoggiassero e met­
tessero in atto i suoi progetti eliminazionisti.
Accade tuttavia anche, per quanto meno frequentemente, che capi
eliminazionisti prendano il potere in una società in cui le loro con­
vinzioni non sono ampiamente condivise, ma realizzino comunque
i loro ideali eliminazionisti. In questi casi sono seguaci di vedute
affini a costituire l'avanguardia per mettere infine in atto l'elimina­
zione di massa; o accade che i leader riescano, nel tempo, a incul­
care le loro credenze eliminazioniste a una porzione significativa
della società, per esempio ai giovani, con i quali è possibile sperare
di riuscirvi più in fretta e più efficacemente. Fu questo che avvenne
in Unione Sovietica, in Cina e in Corea del Nord. Analogamente,
Saddam Hussein portò al potere con sé il partito Baath e poi incul­
cò a nuove generazioni di iracheni il suo omicida credo baathista.
Ma il più delle volte, anche in società in cui sentimenti elimina­
zionisti sono ampiamente diffusi, non giungono al potere leader
omicidi e per questo la maggior parte delle credenze eliminazioni­
ste del mondo non si converte mai in politiche eliminazioniste.
L'odio per gli armeni era già ampiamente diffuso in Turchia prima
che Talat prendesse il potere, e i turchi erano anche stati mobilitati
due volte, nei decenni precedenti, in carneficine di massa. Ma, pri­
ma di Talat, nessun governo aveva deciso l'eliminazione totale de­
gli armeni, e quindi, anche se sarebbe stato facile farlo, non era sta­
to varato nessun programma di sterminio ed espulsione di massa
su scala nazionale. Per questo occorse che Talat ed Enver decides­
sero di dare il via a un eccidio e a un'eliminazione fino all'ultimo
uomo. Sul fatto che gli ebrei dovessero essere eliminati esisteva un
vasto consenso, nella società tedesca, da decenni prima dell'asce­
sa di Hitler, e tuttavia non c'era stata nessuna eliminazione, e tan-
Perché hanno inizio 83

to meno annientamento di massa. Quando nel gennaio 1933 Hitler,


dopo la vittoria elettorale, divenne cancelliere e, quasi subito, si lan­
ciò in un esplicito programma eliminazionista d'alto profilo contro
gli ebrei, nella società tedesca non era cambiato granché dal tem­
po dei suoi predecessori, che non avevano dato il via a nessun pro­
gramma del genere. In entrambi questi casi a fare la differenza fu­
rono i capi politici. Più recentemente, il desiderio di lunga data dei
serbi di eliminare i musulmani dal loro seno non produsse nessun
massacro eliminazionista finché Milosevié non lo mobilitò a pro­
fitto del suo programma omicida, inteso a creare una grande Ser­
bia purificata riservata ai serbi. Un sentimento eliminazionista an­
titutsi era ampiamente diffuso fra gli hutu fin dall'indipendenza
del Ruanda nel 1962, ma portò a eccidi di massa solo quando lo de­
cisero i leader hutu: nel dicembre 1963; poi, in maniera sporadica e
chiaramente preparatoria, fra il 1990 e il 1993, quando gli hutu per­
petrarono almeno diciassette massacri di prova; e infine nel 1994,
quando l'occasione parve finalmente propizia, con uno sterminio di
massa inteso a essere completo e finale. In altri periodi i capi hutu
lasciarono che il violento odio per i tutsi si limitasse a covare sot­
to la cenere. Una situazione parallela, ma rovesciata, esisteva fra
hutu e tutsi nel vicino Burundi da decenni e, in vent'anni, portò i
leader politici tutsi a dare il via a cinque stragi di massa di hutu.
Più in generale, ogni volta che in un dato paese o una data re­
gione un gruppo è vittima di stragi ed eliminazioni di massa ripe­
tute a distanza di anni - come nel caso, nel subcontinente indiano,
delle varie aggressioni omicide fra musulmani e indù e fra paki­
stani e bengalesi o, in Sudan, di quelle dei musulmani arabi del
Nord contro i cristiani e gli animisti neri del Sud - attacchi e tre­
gue sono orchestrati dall'alto: non rappresentano i meri flussi e ri­
flussi delle passioni che, prive di organizzazione, agitano i mem­
bri dei gruppi coinvolti.
A svolgere il ruolo cruciale di protagonisti, nel varare misure eli­
minazioniste e scatenare stragi di massa, sono i leader politici: non
entità astratte e senza volto, non una qualche burocrazia, ma una o
poche persone identificabili al governo di un paese, in genere per­
fettamente note a seguaci e vittime. Furono Talat, Enver e un pugno
di altri uomini a decidere di sterminare gli armeni. Furono Vladimir
Lenin e Leon Trockij, e poi Stalin, a creare le istituzioni e i program­
mi eliminazionisti dell'Unione Sovietica. Fu Hitler a decidere di an­
nientare gli ebrei d'Europa e sterilizzare e poi uccidere i tedeschi ma­
lati di mente. E fu sempre Hitler, insieme a Heinrich Himmler, capo
84 Peggio della guerra

delle ss e di altre forze di sicurezza, e a pochi adepti, a varare poli­


tiche che portarono alla morte di milioni di cittadini russi, ucraini,
polacchi e di altre nazioni, molti dei quali perirono nel sistema di
campi dei tedeschi e molti fuori di esso, per mano delle ss, di mem­
bri delle forze armate e delle forze di polizia. Fu Harry Truman, da
solo, a decidere di sterminare gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki.
Fu Mao Zedong il motore primo delle colossali stragi compiute dai
comunisti cinesi. Fu il generale Haji Muhammad Suharto, in Indo­
nesia, a dare l'ordine di massacrare i membri del Partito comunista
indonesiano. Fu il generale Agha Muhammad Yahya Khan, presi­
dente del Pakistan, a mandare il suo esercito a uccidere milioni di
bengalesi. Fu Idi Amin a dare il via al massacro, in Uganda, di cen­
tinaia di migliaia di persone. Furono i presidenti Fernando Romeo
Lucas Garda e José Efrain Rios Montt i responsabili in Guatemala,
con il pretesto della «controinsurrezione», dell'eccidio e dell'elimi­
nazione di massa dei maya. Fu Mengistu a ideare e varare i diver­
si programmi eliminazionisti e sterminazionisti etiopi. Furono Pol
Pot e i capi dei Khmer Rossi attorno a lui a mettere in atto le poli­
tiche omicide che costarono la vita a milioni di cambogiani. Furo­
no i membri della giunta argentina a scatenare contro i loro reali e
immaginari nemici la Guerra sporca. Fu Augusto Pinochet, in Cile,
ad autorizzare l'uccisione di migliaia di persone. Fu Hafiz al-Assad
a ordinare il massacro indiscriminato degli abitanti di Hama. Fu
Saddam Hussein a orchestrare l'annientamento di centinaia di mi­
gliaia di iracheni. Fu Milosevié a portare la Serbia a lanciare un mi­
cidiale attacco eliminazionista dopo l'altro. Furono Théoneste Ba­
gosora, capo di gabinetto del ministero della Difesa, e una piccola
cerchia di suoi collaboratori a scatenare, dopo l'assassinio del presi­
dente ruandese Juvénal Habyarimana, un attacco contro i tutsi volto
al loro totale annientamento e un altro, mirato, contro i loro nemici
hutu. Furono Omar al-Bashir e gli altri islamisti politici al potere in
Sudan a dare il via ad assassinii ed espulsioni di massa prima con­
tro i sudanesi del Sud e poi contro gli abitanti del Darfur. Fu Bin La­
den a ordinare la strage di massa di quanti si trovavano all'interno
del World Trade Center e del Pentagono.
L'elenco per nome e cognome delle persone che, nel corso del se­
colo passato, hanno scatenato eccidi di massa e altri attacchi elimi­
nazionisti potrebbe proseguire. Essi avevano consiglieri e sottoposti
che potrebbero averli influenzati o essersi assunti in prima perso­
na la responsabilità di questa o quella parte del programma; ma di
esso, in ultima istanza, i motori primi furono loro, tutti capi politici.
Perché hanno inizio 85

A essi e agli altri iniziatori di programmi sterminazionisti ed eli­


minazionisti non fu forzata la mano, qualunque cosa esattamente
ciò possa significare. Se un leader fosse stato in qualche modo co­
stretto a dare il via a un programma del genere, questo vorrebbe
dire solo che a prendere la decisione fu qualcun altro, per cui la re­
sponsabilità non farebbe che ricadere su quella o quelle persone e,
nell'analisi dell'avvio del programma, l'attenzione si sposterebbe
dal responsabile ufficiale della decisione a quello o quelli effettivi.
Se, poi, un assassino di massa fosse stato in qualche modo porta­
to al potere da una popolazione o un gruppo intenzionati a mas­
sacrare o eliminare un qualche nemico designato, ed esplicitamen­
te per realizzare tale intenzione, sarebbe soltanto un po' diverso il
rapporto simbiotico fra leader e seguaci eliminazionisti, ma il ruolo
del capo nell'avvio del programma eliminazionista resterebbe cru­
ciale. Nella nostra epoca, tuttavia, di tale rapporto un po' diverso
non esistono esempi. Pressoché tutti i leader responsabili di stra­
gi ed eliminazioni di massa (soprattutto se intestine) sono giunti
al potere in modo non democratico e, in genere, senza annunciare
prima le politiche che avrebbero adottato, politiche che in quel mo­
mento, di solito, non avevano ancora deciso o nemmeno concepi­
to nella loro concretezza.
Le persone che hanno spinto molte altre persone ad annientarne
e deportarne altre ancora potevano contare su confidenti e avevano
bisogno, per elaborare i necessari piani operativi, spesso complessi, e
poi attuarli, della cooperazione di seguaci. Quando questi capi poli­
tici hanno deciso di dare inizio alla pianificazione preparatoria, e poi
ai programmi eliminazionisti stessi, hanno investito di responsabilità
esecutive e amministrative loro subordinati. La pianificazione è spesso
durata mesi, a volte anni: ulteriore prova che gli eccidi di massa non
sono un'esplosione spontanea di odio e furore incontrollabili, come
non sono reazioni a provocazioni delle vittime. L'organizzazione di
stragi ed eliminazioni di massa richiede preparativi strategici e tatti­
ci, fra cui di delegare certe responsabilità a una varietà di istituzioni
e persone, elaborare piani che indichino la sequenza delle azioni da
compiere, specificare i bersagli, spesso stilando elenchi delle persone
da uccidere per prime, capire come ridurre al minimo la resistenza
delle vittime, decidere come e quando eliminare il gruppo o i grup­
pi designati e le varie categorie di individui al loro interno, e stabi­
lire come mantenere i livelli desiderati di segretezza o pubblicità. In
ragione di tale pianificazione, spesso gli attacchi sterminazionisti ed
elirninazionisti si scatenano contemporaneamente, per ridurre al mi-
86 Peggio della guerra

nirno le possibilità di fuga, da un capo all'altro di un paese o di una


regione. Troviamo praticamente ogni aspetto di una simile pianifica­
zione nel documento cui, sembra, portarono le deliberazioni segre­
te di cinque membri della leadership turca, fra cui Talat, che proba­
bilmente presiedette gli incontri. Questi ebbero luogo nel dicembre
1914 o nel gennaio 1915, e precedettero quindi di parecchi mesi l'at­
tacco eliminazionista. Il documento fu acquisito dall'alto commissa­
rio britannico a CostaRtinopoli, che diede a esso il nome di «I dieci
comandamenti del Comitato unione e progresso»:6
1. Trarre profitto dalle Arti: 3 e 4 del Comitato unione e progres­
so, chiudere tutte le società armene e arrestare tutti coloro che,
in esse, hanno in qualunque momento operato contro il gover­
no, inviarli in province come Baghdad e Mosul ed eliminarli
lungo la strada o lì.
2. Confiscare le armi.
3. Aizzare con mezzi appropriati e speciali l'opinione musulma­
na in località come Van, Erzurum o Adana, dov'è dimostrato
che gli armeni si sono già attirati l'odio dei musulmani, e pro­
vocare massacri organizzati come hanno fatto i russi a Baku.
4. Lasciare ogni aspetto esecutivo alla gente in province come Er­
zurum, Van, Mamuret ul Aziz e Bitlis, e usare le forze discipli­
nari militari (cioè la gendarmeria), apparentemente per fermare
i massacri; in luoghi come Adana, Sivas, Bursa, Izmit e Smirne,
invece, aiutare attivamente i musulmani con la forza militare.
5. Applicare misure per sterminare tutti i maschi sotto i cinquant'an­
ni, i preti e gli insegnanti; lasciare che ragazze e bambini siano
islamizzati.
6. Deportare le famiglie di tutti coloro che sono riusciti a scap­
pare e applicare misure per impedire loro ogni legame con il
paese natale.
7. Considerato che i funzionari armeni potrebbero essere delle
spie, radiarli ed espellerli completamente da ogni servizio o
incarico governativo.
8. Sterminare nei modi appropriati tutti gli armeni nell'esercito;
compito da lasciare ai militari.
9. Avviare ogni azione ovunque nello stesso momento, così da
non lasciare il tempo di preparare misure difensive.
10. Prestare attenzione alla natura strettamente confidenziale di
queste istruzioni, che non devono essere note a più di due o
tre persone.
Perché hanno inizio 87

In alcuni attacchi sterminazionisti ed eliminazionisti i motori


primi promulgano esplicite misure e, insieme alle loro cerchie in­
terne, mantengono la supervisione e il controllo centralizzato, nel­
le linee principali, di preparazione ed esecuzione. Altri mettono in
moto un'azione eliminazionista generale, lasciando ai subordina­
ti ampia autorità operativa. Una qualche combinazione di control­
lo centrale e iniziativa locale non manca mai. In eccidi ed elimina­
zioni di massa della scala di quelli perpetrati da tedeschi, sovietici
o cinesi, o in situazioni in cui le capacità di comando e controllo
sono scarse, come in Turchia, Cambogia, Ruanda o Sudan, i capi
politici hanno delegato molte funzioni esecutive e decisionali ai
carnefici sul campo.
Qualunque grado di autonomia i leader politici abbiano lasciato
agli accoliti, tuttavia, i motori primi degli attacchi eliminazionisti e
di annientamento sono stati loro. Se ognuno di essi avesse detto di
no, cosa che avrebbe potuto fare, o meglio, se ognuno di essi aves­
se scelto di non dire di sì (dove spesso non veniva posta alcuna ri­
chiesta), le tante stragi ed eliminazioni di massa della nostra epo­
ca non ci sarebbero state. Anche in quei rari casi in cui si potrebbe
ragionevolmente sostenere che un altro o altri abbiano forzato la
mano di un assassino di massa riluttante, o l'abbiano rovesciato,
non possiamo essere certi che i massacri sarebbero comunque avve­
nuti. E certamente non tutti (o forse nessuno) avrebbero raggiunto
l'entità dei colossali eccidi ed eliminazioni di massa di Hitler, Sta­
lin, Mao, Pol Pot, Saddam e altri.
Se Talat, Enver e compagni avessero avuto una visione differen­
te, di una Turchia più pluralistica, il genocidio armeno non ci sareb­
be stato. Se Hitler avesse deciso diversamente, non ci sarebbe stato
nessun Olocausto. Se Stalin fosse stato contrario a uccisioni ed eli­
minazioni di massa, il gulag non si sarebbe esteso così tanto. Se Tru­
man avesse dato ascolto a quanti lo esortavano a adottare un'altra
strategia, Hiroshima e poi Nagasaki non sarebbero state ridotte in
cenere nucleare. Se Mao non avesse perseguito la violenta trasfor­
mazione della Cina, non ci sarebbe stato nessun sistema di cam­
pi, nessun omicida Grande balzo in avanti, nessuna Rivoluzione
culturale e altre barbarie. Se Suharto non avesse voluto prendere e
mantenere il potere con la forza, se non avesse visto nell'annienta­
mento del Partito comunista indonesiano, potenziale ostacolo alle
sue ambizioni, un'auspicabile misura preventiva, l'Indonesia non
avrebbe conosciuto alcun massacro. Se lo stesso Suharto non avesse
optato per la grandeur imperiale invadendo Timor Est e decimando
88 Peggio della guerra

l'opposizione nell'isola, i suoi abitanti non sarebbero stati atroce­


mente uccisi in massa. Se Idi Amin non avesse scelto di governare
con dissolutezza e brutalità omicida, gli ugandesi non avrebbero
subito alcuno sterminio. Se Pinochet e i generali in Cile, o la giun­
ta in Argentina, non avessero voluto instaurare una dittatura di
destra, o fossero stati disposti a tollerare l'opposizione, gli assas­
sinii sistematici di coloro che fecero «sparire» non sarebbero avve­
nuti. Se Lucas Garda e Rios Montt, e i generali alla testa dell'eser­
cito guatemalteco, non avessero definito i maya sostenitori della
guerriglia e fossero stati disposti ad aprire uno spazio politico per
ascoltare le loro lagnanze, centinaia di migliaia di maya sarebbero
ancora vivi, e molte altre centinaia di migliaia abiterebbero ancora
nelle loro città e nei loro villaggi, che non sarebbero stati cancellati
dalla mappa del Guatemala. Se Poi Pot, dopo la presa del potere,
avesse optato per un percorso pacifico, la Cambogia non avrebbe
conosciuto fosse comuni. Se al-Assad non avesse voluto dimostra­
re di non tollerare alcuna opposizione, Hama non sarebbe stata
rasa al suolo. Se Saddam avesse scelto di promuovere lo sviluppo
dell'Iraq invece che perseguire i suoi sogni distruttivi e di potere,
le sue tante vittime sarebbero ancora in vita. Se Milosevié si fos­
se accontentato di una Serbia più piccola (o forse anche di una Iu­
goslavia federata), Bosnia e Kosovo non avrebbero subito nessun
attacco eliminazionista e omicida di massa. Se i leader hutu non
fossero stati animati dalla visione di un Ruanda etnicamente e po­
liticamente purificato, non ci sarebbero stati attacchi indiscrimina­
ti e stragi contro i tutsi. Se al-Bashir e gli islamisti politici attorno a
lui non fossero stati determinati a riplasmare il Sudan secondo la
loro dottrina teologico-politica totalitaria, i milioni di per�one del
Sud e del Darfur che hanno massacrato o espulso vivrebbero anco­
ra nelle loro case. Se Bin Laden avesse deciso di accettare che i po­
poli arabi e musulmani devono entrare a fare pienamente parte del
mondo moderno, invece che attaccare il paese e il popolo che di­
sprezza quale principale agente della modernità, le torri del World
Trade Center sarebbero ancora in piedi.
Capire, caso per caso, perché annientamenti, espulsioni ed elimi­
nazioni di massa abbiano inizio richiederebbe lunghe ricerche e ri­
cognizioni nella politica, spesso complessa, propria di ogni singola
situazione, compresa una spiegazione del contesto in cui i leader
decidono di eliminare nemici reali e immaginari invece che affron­
tarli in modi diversi, alternativa la cui possibilità è dimostrata dal
processo di formazione della nazione americana e da numerosis-
Perché hanno inizio 89

simi altri esempi. Il processo di nation-building in America fu ca­


ratterizzato in effetti da un conflitto estremo, in cui i gruppi presi
di mira (certamente i Tory e i sudisti) minacciavano la stessa esi­
stenza politica dello Stato e della nazione. I responsabili di molti,
anzi della maggior parte delle stragi ed eliminazioni di massa agi­
scono contro gruppi che non rappresentano nessuna grave minac­
cia del genere. Perché allora uccidono? Inoltre, la stragrande mag­
gioranza dei conflitti politici non dà adito a eccidi ed eliminazioni
di massa. Perché, allora, alcuni sì?
Scavando in maggiore profondità nel più ampio contesto politico
e nelle lotte che hanno caratterizzato ogni singolo caso di elimina­
zionismo vengono alla luce elementi da non trascurare: in Indone­
sia l'insoddisfazione per la politica del presidente Sukamo indus­
se alcuni a desiderare di fermarlo; in Guatemala le macchinazioni
politiche della destra e dei militari costituivano uno scenario che,
di per sé, non aveva nulla a che vedere con le loro vittime maya o
di sinistra; in Ruanda esistevano gravi conflitti non solo fra hutu e
tutsi, ma anche fra i partiti e le fazioni hutu dominanti; in altre si­
tuazioni c'erano altre circostanze, altri conflitti, altri schieramenti
di forze. Nessuna di tali costellazioni, tuttavia, è in grado da sola
di spiegare gli eccidi di massa, le espulsioni di massa, i sistemi di
campi e le brutali incarcerazioni, per non parlare delle altre crudel­
tà inflitte dai leader politici e dai loro seguaci alle vittime, che pren­
deremo presto in esame. Anche dopo avere fornito un quadro il più
possibile completo della situazione politica di ogni paese in cui si
è sviluppata una specifica ostilità verso i gruppi e le popolazioni
presi a bersaglio, gli interrogativi cruciali restano: perché i capi po­
litici sono giunti a vedere alcuni gruppi come nocivi? E perché lo
hanno fatto in termini tali che il problema è parso talmente acuto
da indurli a prendere in considerazione, per risolverlo, l'elimina­
zione violenta, addirittura l'assassinio? Perché, di fronte a tali pre­
sunti problemi, hanno optato per soluzioni così cruente e distrut­
tive e non per altre? E oltre alla necessità di rispondere a queste
domande per ogni singolo caso, resta una questione più ampia: se
riguardo all'avvio di eccidi ed eliminazioni di massa si possa trarre
qualche conclusione generale. Alcune sono possibili: con rare ecce­
zioni i leader che, nella nostra epoca, si sono resi colpevoli di stragi
ed eliminazioni di massa sono stati degli accaniti antipluralisti e, o
per prevenire l'apocalisse, o per realizzare una loro visione utopi­
ca, hanno perseguito la purezza o l'omogeneità. Tutti nutrivano sul
mondo sociale e politico e sulle loro vittime delle convinzioni che
90 Peggio della guerra

ne rendevano l'uccisione o l'eliminazione soggettivamente buona,


necessaria e giusta. E la convinzione che le vittime designate, o la
presunta minaccia da esse rappresentata, dovessero essere in qual­
che modo eliminate o l'adesione a una visione trasformativa desti­
nata a candidare certe popolazioni o certi gruppi all'eliminazione
erano di molto precedenti all'effettivo avvio dell'attacco elimina­
zionista. Questo significa che dobbiamo capire sia la genesi del­
le convinzioni eliminazioniste sia le circostanze che hanno offer­
to infine agli assassini di massa l'occasione per metterle in pratica.
Dare il via a un massacro eliminazionista è una scelta, una pura
scelta liberamente presa, non determinata da forze o strutture astrat­
te né frutto accidentale di circostanze. In questo caso la visione del­
la storia basata sul grande uomo, se «grande» significa potente, me­
rita ogni credito: un uomo in grado di mettere in moto lo Stato è
necessario. Tali individui sono consapevoli del loro potere e del­
la possibilità che hanno di usarlo per perseguire i propri obietti­
vi politici. Vanno anche fieri, addirittura si vantano, di quelli che
considerano i loro successi storici. Racconta Morgenthau che Ta­
lat si vantava così con i suoi amici: «Ho fatto di più io per risolve­
re il problema armeno in tre mesi che [il Sultano] Abdul Hamid in
trent'anni!».7 Il motore primo degli attacchi sterminazionisti ed eli­
minazionisti non è sicuramente uno strumento inanimato di for­
ze storiche o transnazionali, di interessi materiali o d'altro genere,
di classi o del suo gruppo etnico o religioso. Ma non è neanche un
guerriero o una sorta di dio solitario che, come un tempo si pensava
ingenuamente dei re, può muovere eserciti, nazioni, la storia stes­
sa. Il motore primo è indispensabile, e ha ragioni di fede e ragioni
di politica, strettamente intrecciate fra loro, per decidere di usare
la violenza, spesso mortale, per eliminare le persone che prende a
bersaglio. Ma perché la sua volontà demiurgica sia fatta, sia tradot­
ta in azione omicida, egli deve parlare alle aspirazioni, ai desideri,
alle paure, agli odi, ai risentimenti e alle idee di buono e necessario
di molti altri. Dei perché i leader eliminazionisti e assassini di mas­
sa della nostra epoca abbiano messo in moto simili tragedie ci oc­
cuperemo più a fondo in capitoli successivi. Prima dobbiamo esa­
minare come i sogni e le iniziative funesti di questi sedicenti dei si
siano convertiti in inferni terreni.
IV
Come sono messi in atto

Il sistematico annientamento degli ebrei d'Europa a opera dei tede­


schi era in corso da tre mesi quando Martin Mundschi.itz, uno dei
carnefici, per quanto devoto alla causa, iniziò a sentire la mostruosa
strage troppo snervante. Come un carnivoro incapace di sopporta­
re il sangue del mattatoio, doveva uscirne. Facendo riferimento a
una precedente riunione, Mundschi.itz scrisse al suo comandante:
Colonnello, lei presume che abbia ceduto a un momento di debo­
lezza che passerà senza danni. Ma la causa del mio comportamen­
to deplorevolmente poco virile con lei in occasione della nostra di­
scussione non è stata la debolezza, bensì i miei nervi a pezzi. Essi
sono a pezzi solo in conseguenza del crollo nervoso di tre settimane
fa, in seguito al quale sono stato perseguitato giorno e notte da vi­
sioni che mi hanno portato sull'orlo della follia. In parte le ho supe­
rate, ma sento che mi hanno privato di ogni energia, che non ho più
il controllo della mia volontà. Non sono più in grado di trattenere
le lacrime; quando sono in strada sgattaiolo nei portoni e, nella mia
stanza, mi nascondo sotto le coperte.
Era riuscito, proseguiva, a nascondere le sue condizioni ai com­
pagni, ma prevedeva che, se non fosse stato trasferito, esse sareb­
bero divenute «talmente evidenti che il mio nome [sarà] sulla boc­
ca di tutti». E concluse:
Se lei, Signor Colonnello, ha comprensione e cuore per un suo
subordinato che vuole sacrificarsi fino all'ultimo per la causa del­
la Germania, ma non vuole dare lo spettacolo di uno di cui si dica
che ha ceduto alla codardia, La prego di allontanarmi da questo
ambiente. Ritornerò riconoscente quando mi sarò ripreso, ma mi
permetta, La prego, di partire prima di soccombere alla stessa ma­
linconia che affligge mia madre.
92 Peggio della guerra

Come il comandante, un colonnello delle ss, rispose alla richiesta


di quest'uomo di smettere di uccidere? Con disprezzo? Con violen­
za? O con sollecitudine? Il colonnello scrisse ai propri superiori:
Ho parlato io stesso con Mundschiitz per cercare di tirarlo su.
Come risposta ho ricevuto da lui la lettera acclusa. [ ... ] Stando a essa
si direbbe che, in definitiva, sia emersa in Mundschiitz una dispo­
sizione ereditaria. Non è più idoneo all'azione. L'ho quindi trasferi­
to nelle retrovie e ho chiesto che siano adempiute tutte le formalità
necessarie per il suo ritorno. Secondo il parere del medico dell'uni­
tà, appare necessario il trasferimento nella clinica delle SS per mala­
ti mentali a Monaco di Baviera.

Mundschiitz fu rimandato a casa e gli vennero assegnati altri


compiti. Fervente nazista, aveva chiesto con entusiasmo di essere
ammesso nelle ss, il corpo che lo aveva portato nei campi di ster­
minio e, nonostante il rifiuto di uccidere, non rimpiangeva mini­
mamente la sua domanda di adesione.1
Lo spettacolo di questo carnefice che, pur approvando gli ec­
cidi, piagnucola, si comporta da «codardo», e viene trattato da
un colonnello delle ss, uomo da presumere fra i più spietati, con
ogni comprensione, smentisce molte idee sbagliate sui boia te­
deschi e, come vedremo, sugli autori di stragi di massa in gene­
rale. L'errore più grossolano al riguardo è ritenere che i carnefi­
ci siano incapaci di riflettere sulla desiderabilità del massacro o
della loro partecipazione a esso. Come suggerisce questo episo­
dio, se vogliamo comprendere gli assassini eliminazionisti dob­
biamo mettere da parte gli inconsistenti e diffusi stereotipi sulla
«natura umana», la cieca obbedienza all'autorità, la forma men­
tis burocratica, l'insostenibile pressione psicologica della società
e prendere in esame, invece, i carnefici, chiederci come e perché
fanno quello che fanno.
Studiosi e non sono partiti dal presupposto che quando un capo
ordina di eliminare della gente i suoi seguaci lo facciano automati­
camente, e che la cosiddetta inumana macchina di distruzione inizi
a quel punto, proprio come una macchina, a macinare inesorabil­
mente le sue vittime. Questo presupposto, dominante soprattutto
negli scritti sull'Olocausto, si è rivelato così potente che, per i pri­
mi decenni di ricerche sugli eccidi di massa, i carnefici e la cogni­
zione che essi avevano delle proprie azioni non sono stati ritenu­
ti argomenti degni di una seria ricerca scientifica. Su di essi non
è stato compiuto quasi nessuno studio, e non ne abbiamo dun-
Come sono messi in atto 93

que una reale conoscenza. A questa si è sostituita tutta una serie


di false idee, alcune delle quali divenute mitologiche, sugli artefi­
ci dell'Olocausto, le istituzioni addette allo sterminio e le sue ca­
ratteristiche fondamentali.
Si è creduto erroneamente che gli artefici dell'Olocausto fos­
sero tutti o per lo più uomini delle ss, che fossero relativamente
pochi, che non potessero non uccidere, e che a rendere possibile
il genocidio sia stata la tecnologia moderna. {Idee che continuano
a circolare nei media popolari e negli scritti non scientifici.) Un
dato essenziale come il numero dei carnefici era quindi ignoto, e
il problema, nei classici sull'Olocausto, non veniva nemmeno sol­
levato. A informare molti di essi erano stereotipi disumanizzan­
ti e virtualmente razzisti sul cosiddetto carattere nazionale tede­
sco. Chi fossero gli assassini, come avessero aderito alle istituzioni
preposte allo sterminio, come vivessero mentre uccidevano, che
cosa pensassero delle vittime e delle loro azioni, che possibilità
di scelta avessero, che scelte compissero nel modo di trattare le
vittime: questi e altri interrogativi non erano oggetto di indagine
e, nelle rare occasioni in cui essi venivano posti, vi si rispondeva
con speculazioni che, pur prive di basi empiriche, erano presen­
tate come dati di fatto.
Finché I volonterosi carnefici di Hitler non affrontò di petto tale ne­
gligenza storiografica, quelle caratteristiche degli studi sull'Olo­
causto, precedenti di decenni gli studi di altri eccidi di massa, con­
traddistinguevano in gran parte anche questi ultimi. Così, quando
Michael Kaufman ritenne necessario, per capire l'aggressione dei
serbi contro i kosovari del 1999, scandagliare le motivazioni dei
carnefici serbi, scrisse sul «New York Times» che era giunto il mo­
mento di porsi «il tipo di domande sollevate nel libro di Daniel
Jonah Goldhagen». 2 Ancora oggi, sul perché si obbedisca a ordi­
ni che impongono di sterminare migliaia o milioni di persone ab­
bondano nella letteratura sull'assassinio di massa ipotesi insoste­
nibili. Riguardo alle istituzioni addette a massacri ed eliminazioni
si è scritto ben poco. E sui motivi per cui si mettono in atto stragi o
eliminazioni di massa, oltre che sul modo e sui mezzi con cui esse
vengono messe in atto, si sono avanzate poche conclusioni empi­
ricamente fondate.
Il tema è esplosivo. Smettere di concentrare l'attenzione su leader
mostruosi, che si presumono irresistibili, su astrazioni come «ap­
parati di terrore» e istituzioni senza volto quali le ss tedesche (o le
Guardie repubblicane di Saddam, o le Tigri di Arkan serbe ecc.),
94 Peggio della guerra

obbliga a confrontarsi con l'umanità dei carnefici e le loro raccapric­


cianti azioni, e a porre domande difficili, viste da molti come mi­
nacciose, sulle società e le culture che allevano individui del gene­
re. Confrontarsi con i carnefici - con uno, poi un altro, poi un altro
ancora - impone inoltre di far fronte all'obbligo, schiacciante, im­
possibile da adempiere, di portare davanti alla giustizia per omi­
cidio migliaia, a volte decine di migliaia o addirittura centinaia di
migliaia di persone. La gente, da qualunque parte sia schierata, pre­
ferisce in genere (e qualcuno vuole disperatamente) eludere questo
compito, continuare a vivere, e così si accontenta di dare la colpa
ai capi e a qualche assassino eccezionalmente barbaro. Non sor­
prende quindi che la pubblicazione dei Volonterosi carnefici di Hitler
abbia suscitato clamore a livello internazionale per anni. Il libro,
uno studio ampio e condotto senza mezzi termini sugli artefici te­
deschi dell'Olocausto, rendeva la loro umanità ineludibile. Impo­
nendo quei temi all'attenzione del pubblico e rispondendo a quel­
le domande, esso confutava idee sbagliate riguardo all'Olocausto
e anche alla cultura politica della Germania prima e durante il pe­
riodo nazista. Rifiutando le astrazioni di prammatica e l'astorica e
incoerente implicazione nell'assassinio di massa dell'umanità tout
court (il ritornello del «chiunque l'avrebbe fatto»), si concentrava
sugli esseri umani reali, principalmente ma non esclusivamente te­
deschi, che perpetrarono e appoggiarono effettivamente lo stermi­
nio e altri atti eliminazionisti.
Grazie alle numerose testimonianze dei sopravvissuti e degli
stessi carnefici, raccolte dopo la guerra dalle autorità giudiziarie
tedesche, sugli artefici dell'Olocausto disponiamo di una grande
quantità di informazioni, che renderebbero possibile su di essi uno
studio approfondito. Di altri assassini di massa, invece, sappiamo
infinitamente meno. In generale, delle istituzioni preposte ai mas­
sacri e dei loro membri conosciamo ben poco. Per la maggior parte
dei programmi sterminazionisti ed eliminazionisti, quindi, l'ana­
lisi dei motivi che hanno indotto i carnefici a metterli in atto e dei
modi in cui essi l'hanno fatto deve basarsi su una messe di infor­
mazioni più povera e approssimativa (dati consistenti sugli assas­
sini hutu sconfitti in Ruanda stanno ancora emergendo). Finché su
altre eliminazioni di massa non si avranno informazioni più com­
plete (cosa che, comunque, è improbabile che avvenga per la mag­
gior parte di esse), ogni conclusione generale non può che essere
provvisoria e ipotetica.
Come sono messi in atto 95

Eccidi ed eliminazioni di massa hanno inizio perché, in circo­


stanze apparentemente opportune, i capi decidono di dare al loro
«problema» una «soluzione finale» o quasi finale che, di solito, fa
ricorso a più metodi eliminazionisti nello stesso tempo. Ma i capi
non commettono i crimini da soli. Quindi l'analisi non deve limi­
tarsi a loro, alla loro visione del mondo e alle circostanze in cui essi
prendono le proprie decisioni, ma deve estendersi a tutta una se­
rie di fattori istituzionali, logistici e umani che, insieme, tracciano
una mappa di ciò che deve avvenire perché gli assassinii e gli atti
eliminazionisti siano e continuino a essere perpetrati.
Le operazioni richieste da un'eliminazione di massa sono spes­
so di una scala gigantesca: il numero di vittime può essere enorme
(centinaia di migliaia, milioni, anche decine di milioni), come può
essere altissimo quello dei carnefici (decine, centinaia di migliaia,
persino milioni); geograficamente, le operazioni possono coinvol­
gere un intero paese o continente; le località da attaccare o rastrel­
lare possono essere migliaia; il coordinamento fra il gran numero
di istituzioni e carnefici coinvolti può costituire un'impresa vasta
e complessa. Non deve sorprendere, perciò, che gli assalti omici­
di ed eliminazionisti siano spesso preceduti da un grande lavoro
di pianificazione. Come non deve sorprendere che questa pianifi­
cazione strategica metta in genere al primo posto la liquidazione
fisica dell'élite della popolazione presa di mira, il suo settore più
pericoloso, quello più suscettibile di organizzare una resistenza.
Questo avviene per due motivi.
I turchi prepararono l'attacco omicida contro gli armeni e la loro
élite in ogni dettaglio, dedicando mesi a pianificarlo e coordinarlo,
a formare le unità destinate a guidarlo e a stilare elenchi di espo­
nenti dell'élite armena da uccidere immediatamente. Allo stesso
modo, i tedeschi avevano uffici di pianificazione incaricati di ela­
borare i programmi di eliminazione degli ebrei in Germania e in
tutta Europa, e dei polacchi e altre popolazioni dai territori che vo­
levano ripopolare di tedeschi. Prima di dare il via al sistematico
annientamento degli ebrei sovietici crearono e mobilitarono, tra le
altre unità, le Einsatzgruppen, squadre della morte mobili. Prima
di attaccare gli ebrei di ogni paese o territorio pianificavano e co­
ordinavano i diversi aspetti dell'assalto, e in molti luoghi, a parti­
re dalla stessa Germania, tale strategia incluse la creazione di un
fondamento pseudogiuridico che costituì di per sé un aspetto del
programma eliminazionista e fornì una base per l'imminente in­
tensificarsi degli attacchi.
96 Peggio della guerra

I Khrner Rossi, che non rappresentavano certamente un esem­


pio di pensiero moderno e avanzato, sapevano tuttavia che cosa
avrebbero fatto una volta preso il potere. Diedero immediatamen­
te inizio al programma di espulsione più integrale e fulmineo della
storia umana, svuotando in pochi giorni in Cambogia città e paesi.
Inoltre procedettero a far fuori l'élite cambogiana uccidendo ex fun­
zionari del governo e ufficiali delle forze armate, medici, avvoca­
ti, insegnanti, altri professionisti e chiunque avesse un'istruzione
avanzata. Non diversamente, i capi hutu pianificarono con cura il
definitivo annientamento dei tutsi. I preparativi ebbero probabil­
mente inizio quattro anni prima dell'eccidio, e inclusero la forma­
zione e l'addestramento di unità, la stesura di elenchi di esponenti
dell'élite tutsi da uccidere, il coordinamento degli attacchi a livel­
lo nazionale e oltre una dozzina di omicidi esplorativi. Il maggiore
Brent Beardsley, assistente esecutivo del generale Roméo Dallaire,
comandante delle Nazioni Unite in Ruanda durante il genocidio,
racconta: «Nel giro di un giorno [i carnefici] liquidarono l'inte­
ra leadership moderata del Ruanda; quella sera, erano tutti mor­
ti. Erano morti loro e le loro famiglie. Erano morti gran parte dei
membri della leadership della comunità tutsi. Li avevano presi a
bersaglio per tutto il giorno, e ci erano riusciti. Fu qualcosa, insom­
ma, di molto ben pianificato, organizzato ed eseguito. Non fu pri­
vo di premeditazione».3 In tutti questi casi, come in tanti altri, fra
cui Unione Sovietica, Cina, Kenia, Indonesia, Bangladesh e Sudan,
il carattere della pianificazione attuata dai leader politici elimina­
zionisti varia in relazione a un gran numero di fattori, per esem­
pio le differenze tra i paesi, i contesti e le intenzioni sottese a ogni
attacco eliminazionista. Eppure ci sono alcune costanti.
I capi politici devono trovare persone che realizzino il program­
ma eliminazionista. Qual è l'identità di queste persone, quali sono le
loro motivazioni, attraverso quali procedure sono arruolate? I capi
devono organizzarle all'interno di istituzioni. Di che istituzioni si
tratta? Ne vengono usate di preesistenti o create di nuove? E come
funzionano? I carnefici devono giungere alle vittime. Come le scel­
gono e le identificano? Poi devono attuare il programma. Qual è la
sua logistica e che mezzi usano?
L'annientamento non può essere istantaneo (se non si impiegano
armi nucleari, massicci bombardamenti aerei o di artiglieria contro
civili, o aerei con i serbatoi pieni). A che ritmo, quindi, e per quan­
to tempo i carnefici uccidono ed eliminano le loro vittime? Spesso
essi hanno con queste ultime contatti che vanno al di là dell'istan-
Come sono messi in atto 97

te dell'esecuzione, e spesso sono incaricati anche di altri compiti,


non omicidi. Cos'altro fanno alle vittime? Esse, dal canto loro, non
sono passive. Quando riescono a opporre resistenza agli aspiranti
assassini, e con quali conseguenze?
Le risposte a queste domande variano. A volte il massimo che
si può fare è descrivere le varianti e portare alla luce certe costanti,
cercando al contempo di rendere conto delle somiglianze e diffe­
renze fra un massacro e l'altro, e valutare quanto ognuno di questi
elementi sia importante per giungere a una spiegazione più gene­
rale di stragi ed eliminazioni di massa. Quello che vogliamo sa­
pere, in definitiva, è perché i carnefici uccidono. Perché espellono
brutalmente altre persone dalle loro case, regioni e paesi? Perché
fanno subire alle vittime tante altre forme di tormento e sofferen­
za? Perché i carnefici non dicono di no?

I carnefici
È un carnefice chiunque contribuisce consapevolmente, in modo
tangibile, alla morte o eliminazione di altri, o a fare del male ad al­
tri nel quadro di un programma di annientamento o eliminazioni­
sta. Lo è chi uccide a bruciapelo e chi uccide a distanza e nel tem­
po, per esempio affamando. Lo è chi prepara il terreno per il colpo
di grazia identificando le vittime, rastrellandole, trasferendole nei
luoghi delle esecuzioni o piantonandole in qualsiasi fase del pro­
cesso di eliminazione. Lo sono persone più lontane dai fatti. I leader
che elaborano programmi omicidi ed eliminazionisti, quanti lavo­
rano a stretto contatto con loro e li aiutano, i funzionari minori che
contribuiscono ad approntare o trasmettere misure o ordini elimi­
nazionisti sono carnefici. Coloro che forniscono supporto materiale
o logistico alle istituzioni omicide sono carnefici. Che cosa esatta­
mente un carnefice commetta, e di che cosa esattamente sia giuri­
dicamente e moralmente colpevole, dipende da ciò che fa per con­
tribuire al fine eliminazionista e dal tipo di fine eliminazionista cui
contribuisce. Se ordina o organizza o ha un ruolo ministeriale o di
comando in istituzioni che prendono parte a programmi elimina­
zionisti, è responsabile dell'intero programma eliminazionista o
sterminazionista di massa. Se uccide o facilita l'uccisione di mol­
te persone, è responsabile di assassinio di massa. Se contribuisce a
scacciare la gente dalle proprie case e dai propri paesi, è responsa­
bile di espulsione eliminazionista. Se picchia e tortura, ma riesce
in qualche modo a non fare nulla per contribuire alle morti, è re-
98 Peggio della guerra

sponsabile di aggressione e tortura. Di quale sia l'azione minima


che una persona deve compiere per varcare la soglia giuridica e
morale della colpevolezza si può discutere. Ma per quanto riguar­
da coloro che partecipano ad attacchi eliminazionisti, la necessi­
tà di spiegare perché ogni singolo carnefice agisce, il che implica
spiegare anche come ognuno vede le vittime e le proprie azioni, si
applica a chi rastrella le vittime e a chi s'incarica della logistica del
massacro quanto a chi uccide o colpisce a morte.
È omicida o eliminazionista un'istituzione impegnata in stragi o
eliminazioni di massa, i cui membri uccidono o eliminano o solle­
citano tangibilmente uccisioni o eliminazioni. A questi scopi sono
state utilizzate molte istituzioni diverse, una varietà che prendere­
mo in esame più avanti. In molti casi si tratta di istituzioni naziona­
li centrali, compresi governi e ministeri, a volte in numero tale da
abbracciare praticamente intere burocrazie, se sono coinvolte a fon­
do in un programma di annientamento o eliminazionista, come av­
venne in Unione Sovietica, nella Germania nazista, nella Cina co­
munista e nell'Iraq baathista.
Gli autori di stragi ed eliminazioni di massa non sono bruti o
assassini nati. Lo diventano, e in due sensi: seguendo un qualche
percorso che li porta in istituzioni omicide ed eliminazioniste, e
passando da non immaginare che massacreranno o elimineranno
sistematicamente altri esseri umani a un punto in cui, per qualsiasi
motivo, sono mentalmente ed emotivamente pronti a farlo. Che la
strada sia breve o lunga, diretta o tortuosa, a un certo punto ogni
carnefice compie questo doppio percorso.
I carnefici entrano in istituzioni eliminazioniste con identità di­
verse e in diverse maniere. I capi politici o i loro subordinati in­
caricati di mettere in atto gli attacchi eliminazionisti decidono per
questo o quel metodo di reclutamento a seconda di quali organiz­
zazioni e persone giudicano preferibili per il compito. Alcuni car­
nefici vengono arruolati (o incaricati), altri sono volontari. Se ar­
ruolati, possono essere trasferiti da istituzioni strettamente legate
al regime politico del paese, cosa che può far pensare a un'incli­
nazione da parte loro a partecipare a un progetto eliminazionista;
o possono essere scelti a caso, senza considerare se siano partico­
larmente idonei per l'impresa. Il personale dei gulag sovietici era
costituito da effettivi dell'NKVD, i guardiani ideologici del regime,
uomini di comprovata fedeltà al credo comunista e privi di scru­
poli nel ricorrere alla violenza per riformare alla radice la società
sovietica. In Guatemala, El Salvador, Argentina e Cile venivano in
Come sono messi in atto 99

genere impiegati soldati di speciali unità d'élite deputate a schiac­


ciare i nemici, reali o designati, dello Stato. In Turchia furono ado­
perate insieme speciali unità di criminali, comuni soldati e cittadi­
ni che, in questa o quella località, quando gli armeni vi passavano
arrancando nelle marce della morte, si assumevano in prima per­
sona il compito di torturarli, ucciderli e saccheggiarne i beni. Con­
sentire che la popolazione locale partecipasse ai massacri fruttò un
numero più che sufficiente di volontari, che operavano come ausi­
liari di fatto delle principali istituzioni omicide. In Croazia, duran­
te la seconda guerra mondiale, gli ustascia responsabili di assassi­
nii in massa di serbi, ebrei e altri erano per lo più volontari. E negli
anni Novanta i carnefici serbi in Bosnia e Kosovo, che fossero or­
ganizzati in unità paramilitari di razziatori o lanciassero attacchi
estemporanei a vicini di casa, parteciparono in genere da volon­
tari all'impresa, spudoratamente omicida ed eliminazionista. In
Ruanda collaborò al massacro dei tutsi un grandissimo numero di
hutu, membri di istituzioni governative o paramilitari ma non solo.
Spesso i carnefici eliminazionisti non appartengono a speciali re­
parti d'assalto che hanno già dimostrato fedeltà al regime omicida.
Sono comuni membri della società o di gruppi interni alla società.
Gli artefici tedeschi dell'Olocausto costituivano un insieme insoli­
to. Quelli appartenenti alle ss assomigliavano ai sovietici dell'NKVD:
formavano i violenti e fieri reparti d'assalto del regime, gonfi di
ideologia, e, essendosi già presentati volontari per le ss, non sor­
prende che venissero mandati a realizzare i progetti più apocalit­
tici del nazismo. Altri, militari e civili, si offrirono volontari quan­
do ne ebbero l'occasione. Gli attori di una compagnia tedesca, per
esempio, venendo a sapere che le unità che intrattenevano stava­
no per andare a uccidere ebrei, chiesero insistentemente di poter
partecipare al massacro genocida. Altri si offrirono volontari come
guardiani di campi in Germania o nell'unità Testa di Morto, da cui
proveniva il personale del sistema dei campi. Altri ancora si tra­
mutarono in carnefici quando il regime, senza prendere in consi­
derazione il loro passato, la loro adesione ideologica o il loro spiri­
to marziale, li arruolò in unità di polizia della riserva, che furono
poi impiegate nel programma di annientamento. Per sterminare gli
ebrei, e non solo loro, il regime si servì anche di soldati dell'eserci­
to regolare, come, localmente, di poliziotti e agenti di altri corpi. Le
autorità tedesche sfruttarono l'intera gamma di metodi di recluta­
mento, arruolando chi sembrava dimostrare una qualche predispo­
sizione per il compito, affidandosi a volte a volontari, e reclutan-
100 Peggio della guerra

do un grandissimo numero di tedeschi quasi a caso, fiduciosi che


avrebbero partecipato allo sterminio di milioni di persone. Ciò che
più colpisce, nei metodi usati dai leader politici nazisti per reclu­
tare personale per le istituzioni e operazioni omicide, è la casuali­
tà. Erano convinti che pressoché chiunque fosse adatto a diventa­
re un carnefice e, sembra, non ritennero mai un problema trovare
tedeschi disponibili. Avevano ragione. (I tedeschi impiegarono an­
che ausiliari locali di varie nazionalità, sia organizzati sia volonta­
ri, che, in genere, sceglievano liberamente di contribuire a uccide­
re gli ebrei.) Molti altri tedeschi e non, che non erano formalmente
al servizio dei carnefici in istituzioni omicide, diedero consapevol­
mente una mano allo sterminio.
Il numero di persone che, nel corso della nostra epoca, hanno
partecipato ad attacchi sterminazionisti ed eliminazionisti (per
non parlare dei maltrattamenti, stupri e crimini di varia natura
che li hanno accompagnati, per esempio usare le vittime come
schiavi o derubarle) è astronomico e non noto. È difficile persino
immaginare come si potrebbe arrivare a una stima, visto quanto
poco sappiamo del numero dei carnefici coinvolti in molte elimi­
nazioni, fra cui alcune di proporzioni gigantesche. Allo sterminio
degli ebrei contribuirono forse mezzo milione di tedeschi (allo­
ra gli austriaci facevano parte del Reich tedesco) e, in tutta Euro­
pa, migliaia e migliaia di persone di altre nazionalità, soprattutto
polacchi, ucraini e lituani, che uccisero in prima persona un gran
numero di ebrei durante l'Olocausto e talvolta, come in Polonia
e Ucraina, dopo di esso. Francesi, olandesi, slovacchi e cittadini
di altre nazioni aiutarono a deportare gli ebrei verso la morte. Al
di là di questo specifico aspetto degli svariati attacchi stermina­
zionisti ed eliminazionisti lanciati dalla Germania contro i popo­
li d'Europa, cittadini del Reich e loro ausiliari locali formavano il
personale di migliaia di istituzioni eliminazioniste (solo i campi
erano ventimila). I nazisti utilizzarono oltre sette milioni e seicen­
tomila lavoratori schiavi (molti rinchiusi nei campi), che dove­
vano essere sorvegliati e controllati con la violenza o la minaccia
della violenza. Se contiamo tutti i tedeschi (e i loro aiutanti in Eu­
ropa) che alimentarono questa economia di dominazione violen­
ta prestando servizio in simili strutture e facendo affari con esse,
o che vi contribuirono svolgendo il ruolo di padroni dei popoli
europei contro cui la Germania stava conducendo campagne eli­
minazioniste, il numero dei carnefici diviene strabiliante: proba­
bilmente molti milioni di persone.
Come sono messi in atto 101

Molto meno sappiamo degli autori di altri attacchi eliminazioni­


sti e di annientamento. Ma una rassegna anche rapida fa pensare
che a simili atti di violenza si debba essere prestato, nel nostro tem­
po, un numero enorme di persone. In Ruanda, hutu di ogni ango­
lo del paese e praticamente di ogni istituzione, ambiente e profes­
sione diedero una mano al massacro dei loro vicini. Uno studio sui
carnefici hutu basato su una definizione restrittiva di quali azioni
definiscano un carnefice è arrivato alla conclusione che all'assassi­
nio o al ferimento grave di 800.000 tutsi contribuirono fra i 175.000
e i 210.000 hutu. Si tratta di una percentuale strabiliante dei maschi
hutu abili dai diciotto ai cinquantaquattro anni: fra il 14 e il 17 per
cento.4 Ma questa cifra, già straordinariamente alta, è probabilmen­
te molto inferiore a quella reale. Il sistema giudiziario del Ruan­
da, tramite i tribunali comunitari tradizionali, gaçaça, ha condan­
nato per la partecipazione all'eccidio di massa circa novecentomila
persone (spesso l'uccisione di una singola vittima o di un piccolo
gruppo di vittime fu compiuta da più persone o grandi gruppi di
persone). 5 Solo a un singolo e relativamente piccolo episodio degli
attacchi serbi, la strage e l'espulsione di massa dei bosniaci di Sre­
brenica, presero parte servendo in istituzioni omicide oltre dicias­
settemila serbi. Quanti altri furono responsabili di violenze elimi­
nazioniste durante la disgregazione della Iugoslavia? Nelle unità
speciali (di cui parleremo in seguito) costituite per guidare l'attac­
co sterminazionista contro gli armeni prestarono servizio oltre tren­
tamila turchi. Quante altre decine o centinaia di migliaia servivano
nell'esercito e nelle forze di polizia e parteciparono, senza esser­
ne costretti, ai massacri e alle espulsioni? Quanti sovietici, quanti
cinesi, quanti nordcoreani servirono nei loro grandi gulag e in al­
tre istituzioni eliminazioniste, e contribuirono alla morte dei mi­
lioni di persone massacrate da quei regimi? Quanti soldati e civili
giapponesi si prestarono ai giganteschi assassinii di massa perpe­
trati dal loro paese in Asia? Si aggiungano a essi le migliaia, deci­
ne di migliaia o centinaia di migliaia di carnefici rimasti ignoti e il
numero di assassini di massa e guerrieri eliminazionisti che han­
no popolato la nostra epoca diviene sconvolgente.
I programmi di annientamento ed eliminazione di massa mo­
strano che i leader sanno benissimo quali persone siano adatte
a mettere in atto gli attacchi contro i gruppi presi a bersaglio. In
qualunque modo i carnefici giungano a aderire a istituzioni omi­
cide o all'impresa eliminazionista - da volontari, da incaricati del
compito, o scegliendo di entrare in reparti d'assalto - raramente
102 Peggio della guerra

un regime ha usato la coercizione per indurre i carnefici all'assas­


sinio o alla violenza eliminazionista. I leader sanno che, per otte­
nere che altri realizzino le loro visioni apocalittiche, non possono
ricorrere principalmente e neanche in larga misura alla coercizione.
Una leadership politica non può costringere tutti, né buona par­
te dei cittadini: perché il regime sopravviva ci dev'essere un suf­
ficiente numero di persone che si offrono a esso liberamente, in
particolare se un regime pratica una politica eliminazionista e di
sterminio di massa. Il modo più sicuro per autodistruggersi, per
una leadership politica, è cercare di obbligare un numero enor­
me di persone armate a commettere atti che esse giudicano empi,
e così, chi li disapprova, giudica il massacro, l'espulsione o l'in­
carcerazione in massa di civili, uomini, donne e bambini. È più
sicuro e più facile equipaggiare persone già disponibili, con idee
eliminazioniste, anche se, nahtralmente, i leader possono costrin­
gere altri ad aiutarle.
Presa la decisione dell'eliminazione di massa, individuate le per­
sone che la metteranno in atto, i capi politici devono convertire le
proprie idee eliminazioniste in progetti. Perché gli esecutori desi­
gnati si trasformino in carnefici, è necessario attivarli in due sensi:
eccitarne la mente e il cuore per gli assassinii e le atrocità che li ac­
compagneranno; e metterli in grado di uccidere.
Dai massacri tedeschi in Africa sudoccidentale a quelli turchi,
dagli eccidi di massa compiuti da tedeschi, croati e altri duran­
te il nazismo a quelli dei giapponesi, dei cinesi, dei britannici in
Kenia, degli indonesiani, dei Khmer Rossi, di hutu e tutsi, delle
varie popolazioni della ex Iugoslavia e degli islamisti politici in
molti movimenti e paesi, la storia testimonia che i carnefici non
tardano a comprendere una politica eliminazionista annunciata.
Per quanto le misure siano radicali, ne capiscono la ragione e la
necessità. Non si chiedono se vengano da un pazzo, se il mon­
do non sia uscito dai suoi binari. Non reagiscono con increduli­
tà, sopraffatti dall'orrore come Leslie Davis, console americano
ad Harput, al quale, di fronte allo sterminio turco degli armeni
in corso attorno a lui, parve che «il mondo stesse per volgere al
termine►>. 6 Come ebbe a spiegare con grande pacatezza un uffi­
ciale turco della riserva al comando di un'unità di carnefici, per
gli autori di uno sterminio massacrare esseri umani a decine di
migliaia o più è del tutto ragionevole. Il loro scopo «era distrug­
gere gli armeni e farla finita così con la questione armena►>. 7 I car­
nefici vedono nell'imminente attacco eliminazionista un modo ra-
Come sono messi in atto 103

zionale per risolvere gravi problemi, riportare ordine nel mondo,


raddrizzare una società che ha preso una brutta strada. Nelle te­
stimonianze di cui disponiamo non c'è praticamente traccia fra
gli aspiranti carnefici, all'annuncio dell'impresa eliminazionista,
di shock o sconcerto, e tanto meno di orrore. Alcuni sanno che
il compito raccapricciante che li aspetta può mettere alla prova
la loro tempra. C'è chi dissente. Ma, stando alle testimonianze,
sono pochissimi rispetto alle legioni di coloro che non dissento­
no, che sono pronti a partecipare in prima persona a programmi
violenti e omicidi.
In Ruanda, dove la demonizzazione hutu dei tutsi era da tem­
po saldamente radicata nel discorso pubblico e data per sconta­
ta in gran parte della cultura hutu, e dove negli anni preceden­
ti all'attacco sterminazionista su larga scala vi erano state stragi
preparatorie in scala minore di tutsi, l'assassinio, il 6 aprile 1994,
del presidente Juvénal Habyarimana insieme con il presidente del
Burundi Cyprien Ntaryamira (l'identità dei colpevoli è rimasta
sconosciuta) sconvolse il paese. Innumerevoli testimonianze fan­
no capire, esplicitamente o implicitamente, che i ruandesi pensa­
rono immediatamente che l'assassinio preannunciava un bagno
di sangue, e non ebbero dubbi sul suo movente. Le due stazioni
radio nazionali, Radio Ruanda e RTLM, ne incolparono i tutsi e,
in una trasmissione che venne registrata, annunciarono che biso­
gnava attaccarli:
Per i piani perversi [dei tutsi] che avevamo scoperto. Perché pri­
ma dell'uccisione del presidente della Repubblica, su di essa corre­
vano già voci, si diceva che stava per morire, e anche [Hassan] Nge­
ze ne scrisse su «Kangura», e altri dissero che, dopo avere ucciso il
presidente, [i tutsi] avrebbero sterminato gli hutu. Quando gli hutu
hanno saputo che avevano appena ucciso il presidente della Repub­
blica, hanno detto: «Il loro progetto sta per essere messo in atto ora».
Hanno iniziato prima di loro. La prima ragione, quindi, è che han­
no ucciso il presidente. La seconda è che hanno attaccato, e la terza
perché stavano progettando di sterminare gli hutu, e credo che non
ne sarebbe rimasto uno di hutu.8

Per gli hutu pronti a massacrare i tutsi, questo modo di vedere


era assolutamente sensato. Quasi immediatamente gli hutu dentro
e fuori istituzioni paramilitari, militari e di polizia furono mobilitati
o si mobilitarono, chiedendo ben poche o nessuna spiegazione sul
perché i tutsi avrebbero fatto qualcosa che avrebbe scatenato una
104 Peggio della guerra

campagna di sterminio contro di essi. Guidati da funzionari loca­


li, gli hutu tennero raduni nelle comunità rurali di tutto il paese.
Un assassino hutu, É lie Ngarambe, racconta:
Fu il 10 [aprile] che iniziarono a convocare raduni. Si riunivano in
campi di calcio, scuole primarie, dappertutto. Può immaginare tutta
la gente che ci andava. Dissero che le cose erano cambiate, che a es­
sere uccisi sarebbero stati i tutsi. Dissero che i tutsi erano il loro uni-
co nemico. Nessun altro aveva fatto precipitare l'aereo. Nessun altro
aveva ucciso il presidente della Repubblica se non quelli chiamati in­
kotanyi. Da quel momento in poi, lotta contro gli inkotanyi. Lotta con­
tro tutte le loro spie. Le loro spie sono i tutsi. Ucciderli tutti. Era così.
Ricevuto il via libera, hutu appartenenti a forze militari, parami-
litari e di polizia e, per la maggior parte, a nessuna organizzazione
formale, entrarono in azione in tutto il paese. Le autorità, raccon­
ta Ngarambe, dissero loro:
«Formate pattuglie, fermate i nemici, bloccate tutti gli incroci, cosic­
ché dovunque passino scappando, li prenderete e ucciderete. » Questo
è quello che accadde usciti dal raduno. Andammo in un posto da cui
passava un sacco di gente e li prendemmo. Alcuni riuscirono a scap­
pare mettendosi a correre, altri furono fermati altrove, perché c'era­
no posti di blocco quasi ovunque. Fu allora che il piano iniziò a es­
sere messo in atto, dall'ora e dal minuto in cui lo dissero le autorità.
Ngarambe uccise con le sue mani gente che veniva fermata: «Lo
prendevi, lo buttavi a terra e lo colpivi, dopo di che lo abbattevi a ba­
stonate, lo tiravi su, lo scaricavi da qualche parte e continuavi il tuo
cammino».9 Molti tutsi, sapendo anch'essi con quanta facilità l'imma­
ginazione antitutsi degli hutu, già infiammata, avrebbe fatto propria
la giustificazione addotta per massacrarli, si resero conto del perico­
lo e cercarono di scappare prima che l'attacco eliminazionista avesse
inizio. Jean Pierre Nkuranga, allora ventenne, la sua famiglia e i suoi
vicini di casa si riunirono di notte poco dopo l'assassinio del presi­
dente: quel giorno stesso il capo della comunità locale aveva detto
loro, con palese soddisfazione, che l'indomani sarebbero stati ster­
minati insieme a tutti i tutsi del paese. In quella surreale riunione, la
famiglia e gli amici di Nkuranga decisero di fuggire nella boscaglia,
separandosi nella speranza che qualcuno riuscisse a sopravvivere.
Nkuranga vi riuscì. Gli altri furono braccati e massacrati. 10
Mezzo secolo prima, nel luglio 1942, il maggiore Wilhelm Trapp,
comandante del Battaglione 101 di un reggimento di polizia tede­
sco, radunò i suoi uomini in un momento emblematico degli at-
Come sono messi in atto 105

tacchi eliminazionisti della nostra epoca. Era la notte precedente


la prima delle tante operazioni omicide che avrebbero compiuto
in Polonia. Il buon «papà» Trapp, come lo chiamavano con affet­
to i suoi subordinati, li informò che il giorno dopo avrebbero ster­
minato gli ebrei di J6zef6w, bambini compresi. Non fece nessun
lungo discorso per spiegare come l'azione fosse necessaria; cercò
solo di rafforzare la loro determinazione in vista del raccapriccian­
te compito di sparare agli ebrei a bruciapelo (egli stesso si senti­
va un po' sgomento a questo pensiero). Come lo fece? Ricordando
che i loro cari a casa erano sotto la minaccia dei bombardamen­
ti. Solo una mente nazificata, che vedeva negli ebrei un male co­
smico, poteva trovare una logica in un simile discorso: gli ebrei
di J6zef6w non avevano nulla a che vedere con i bombardamenti.
Eppure Trapp giustificò in questo modo l'imminente strage, e la
giustificazione fu accettata alla lettera. I tedeschi non avevano bi­
sogno di ulteriori spiegazioni dell'ordine di sterminio, del perché
una minaccia ai propri bambini in Germania dovesse spingerli a
uccidere bambini ebrei in Polonia. Le numerose testimonianze rese
dai carnefici tedeschi mostrano che le ragioni addotte per ordina­
re massacri, e la loro soggettiva sensatezza, erano per essi com­
prensibilissime, come lo erano per milioni e milioni di altri tede­
schi. Quando infatti il maggiore, come fecero altri comandanti con
le loro unità, offrì esplicitamente ai suoi circa cinquecento uomini
la possibilità di evitare di diventare assassini di massa, solo pochi
accettarono l'offerta. 11
Quanto ai carnefici non formalmente organizzati da autorità sta­
tali, non può esserci dubbio che approvassero le stragi ed elimina­
zioni di massa cui scelsero liberamente di contribuire. La partecipa­
zione volontaria è stata un fenomeno comune negli eccidi di massa
della nostra epoca. Contro le colonne di armeni che si trascinavano
per la campagna si avventarono in attacchi omicidi volontari tur­
chi, curdi e di altre etnie. In tutta Europa allo sterminio degli ebrei
parteciparono, da volontari, tedeschi come non tedeschi. Lituani,
romeni e ucraini si scagliarono volontariamente contro gli ebrei
che vivevano fra loro, spesso uccidendo con una barbarie che im­
pressionò persino qualche tedesco. A Jedwabne, in Polonia, prati­
camente l'intera popolazione cristiana, ricevuto il tacito via libera
dei tedeschi, attaccò gli ebrei della città e li massacrò tutti, bambi­
ni compresi. I volontari, inclusi membri di scuole religiose (come
in Indonesia), vicini di casa delle vittime (come in Bosnia, Kosovo
e Ruanda), e civili di ogni sorta unitisi a gruppi paramilitari spe-
106 Peggio della guerra

cificamente per uccidere o aiutare membri di istituzioni elimina­


zioniste formali, hanno svolto un ruolo fondamentale nelle stragi
ed eliminazioni di massa in Indonesia, Kenia, Burundi, Ruanda, ex
Iugoslavia, Sudan e molti altri luoghi.
In prima linea, negli attacchi eliminazionisti, sono stati in mi­
sura preponderante uomini. Ma anche le donne hanno fatto la
loro parte, e la popolazione che ha dato ampio supporto a poli­
tiche e atti eliminazionisti, stragi di massa comprese, non è stata
di un unico sesso. A gestire i campi e guidare le marce della mor­
te femminili in Germania erano a volte delle donne, che trattava­
no le vittime in modo non meno crudele e omicida dei colleghi
di sesso maschile. Nelle ultime tre settimane di guerra partirono
in una marcia della morte dal campo di Helmbrechts, nella Ger­
mania sudorientale, 580 donne ebree. I tedeschi, donne e uomi­
ni, le sottoposero a un regime di stenti, sofferenze e brutalità che
ne uccise fra 178 e (più probabilmente) 275. Alla fine della guer­
ra le superstiti ebbero la fortuna di ricevere immediatamente, dal
personale medico americano, cure intensive che salvarono loro la
vita. Senza di esse, testimoniò il medico che si occupò di loro, il
50 per cento delle 300 o 400 sopravvissute sarebbe morto in ven­
tiquattr 'ore. (Dei 590 prigionieri non ebrei della marcia, invece, è
probabile che non ne fosse morto neanche uno: le guardie tede­
sche li lasciarono in un altro campo dopo appena una settimana!)
Le ebree superstiti hanno raccontato che tutte le guardie di ses­
so femminile, senza eccezione, si comportavano verso di loro con
una crudeltà probabilmente anche maggiore di quella degli uomi­
ni. Giungevano a picchiare le ebree affamate, macilente, quando i
cechi dei luoghi che attraversavano, mossi a pietà, offrivano loro
del cibo. Anche la donna a capo delle guardie ha confessato che
le sue sottoposte erano di una crudeltà incredibile: «Tutte le guar­
diane 55 [erano 55 solo di nome] avevano un randello, e tutte pic­
chiavano le ragazze».1 2
Dal massacro degli herero perpetrato dai tedeschi fino a oggi,
le donne sono state profondamente coinvolte in vari modi in eli­
minazioni di massa, in qualche caso sporadico uccidendo o tor­
turando esse stesse le vittime, cosa cui, sembra, si prestavano vo­
lontariamente, o facendolo insieme con gli uomini. Spesso hanno
accompagnato gli uomini nei raid eliminazionisti, o li hanno spinti
a parteciparvi. In che numero, ed esattamente quando e come, esse
abbiano varcato il confine fra spettatrici e carnefici è, date le nostre
conoscenze, impossibile dirlo. Ma, se diamo al termine di carne-
Come sono messi in atto 107

fice l'ampia definizione che merita, il numero di carnefici donne,


nella nostra epoca, è stato certamente altissimo. Un gran nume­
ro di donne ha partecipato a colonizzazioni eliminazioniste, ap­
propriandosi delle terre e delle case appartenenti alle vittime che
i loro connazionali (e talvolta esse stesse) avevano espulso o ucci­
so. Moltissime donne hanno usato le vittime di eliminazioni come
schiavi o hanno contribuito agli attacchi eliminazionisti sul piano
logistico. Se donne e uomini si mutano in carnefici, in particolare
in assassini, in numero ben diverso, è soltanto a causa della tradi­
zionale divisione sessuale del lavoro. Il che accade anche quando
stragi, espulsioni, incarcerazioni o riduzioni in schiavitù a livello di
massa vengono perpetrate fra la più ampia popolazione, alla pre­
senza e, in misura maggiore o minore, con il coinvolgimento del­
le donne. Ne sono un esempio lo sterminio degli ebrei compiuto
dai tedeschi e le loro campagne eliminazioniste e colonizzazioni
in Polonia e altrove, l'attacco degli indonesiani contro i comuni­
sti, le svariate misure omicide varate dai comunisti in Cina, le eli­
minazioni di musulmani compiute dai serbi e il massacro dei tut­
si a opera degli hutu.
In Ruanda il numero di donne hutu che parteciparono allo ster­
minio dei loro vicini e lo appoggiarono fu enorme. Quante fossero
esattamente, e che percentuale costituissero fra gli assassini o fra
quanti si lanciarono alla caccia dei tutsi, non lo sappiamo. Secondo
le autorità giudiziarie ruandesi, la percentuale di donne fra gli as­
sassini fu relativamente modesta (inferiore al 10 per cento), il che
tuttavia, in numeri assoluti, è una cifra altissima, superiore al totale
di carnefici in alcune stragi di massa: gli assassini, fra gli hutu, fu­
rono centinaia di migliaia. 13 Per l'uccisione di tutsi sono state con­
dannate molte donne hutu. Secondo la testimonianza dell'assassi­
no Adalbert Munzigura, alcune, nel comune di Nyamata, volevano
andare a uccidere, «ma gli istruttori glielo impedivano perché dice­
vano che le paludi non sono posto per una donna». Ci furono però
delle eccezioni: «Conosco un solo caso di donna» racconta Munzi­
gura «che si sia sporcata le mani laggiù. Ma era una donna invele­
nita, che voleva farsi notare». Nei villaggi, «se le donne avevano la
possibilità di scovare dei tutsi nascosti in una casa abbandonata, al­
lora era diverso». L'hutu Léopord Twagirayezu, anch'egli fra i car­
nefici, lo conferma: «Le donne facevano a gara a chi era più spieta­
ta con i bambini e le donne tutsi che riuscivano a scovare nelle case
abbandonate. Ma il loro obiettivo primario era spartirsi le stoffe e
i pantaloni. Razziavano sulla scia delle spedizioni e spogliavano i
108 Peggio della guerra

morti. Se la vittima respirava ancora, le davano il colpo di grazia


con un arnese, oppure si giravano dall'altra parte e la abbandona­
vano ai suoi ultimi lamenti; stava a loro decidere». Marie-Chantal,
moglie di un capo locale hutu, conferma il sostegno generale del­
le donne all'opera dei loro uomini:
Non conosco nessun caso di donna che abbia borbottato contro
il marito durante i massacri. C'erano donne gelose, donne insolenti,
donne pericolose, anche se non uccidevano direttamente. Aizzavano
i mariti, valutavano il bottino, facevano paragoni tra i beni razziati.
Erano come consumate dall'avidità, in quelle circostanze.
C'erano uomini che, persino con un machete in mano, nei con­
fronti dei tutsi mostravano di essere più caritatevoli delle loro mogli.

Sulle differenze tra uomini e donne riguardo ai tutsi, la conclu­


sione di Marie-Chantal è che «la cattiveria di una persona dipen­
de dal suo cuore, non dal suo sesso». 14 C'è ben poco, negli attacchi
eliminazionisti, che fa pensare che questo non sia vero in generale,
specie, come vedremo, se al cuore si aggiunge la mente.

Istituzioni eliminazioniste
I carnefici hanno operato in una varietà di istituzioni, alcune vec­
chie, come esercito e polizia, altre nuove, come marce della morte,
unità omicide mobili specializzate e campi. Per i leader tendenti
ad annientare gruppi di persone è stato naturale usare organizza­
zioni esistenti facili da mettere in azione. La più ovvia è rappresen­
tata dalle forze armate. Una ricognizione globale anche sommaria
fornisce abbondanti esempi. A partire dall'annientamento da par­
te dei tedeschi di herero e nama, le forze armate hanno partecipa­
to a stragi ed eliminazioni di massa lungo tutta la nostra epoca, o
come istituzione omicida guida o in un ruolo fondamentale di so­
stegno. In Asia, nel periodo immediatamente precedente e duran­
te la prima guerra mondiale, furono i militari giapponesi i princi­
pali responsabili di massacri in Cina e altri paesi. Ma l'esercito ha
svolto un ruolo centrale nella violenza anche altrove in Asia, per
esempio nel massacro dei comunisti da parte degli indonesiani e
più tardi nella loro occupazione eliminazionista di Timor Est, e
nell'aggressione pakistana al Bangladesh. In Uganda, Burundi e
altri paesi dell'Africa sono state le forze armate, che nelle nazioni
povere del continente rappresentano spesso una delle poche isti­
tuzioni coese, lo strumento principale di stragi ed eliminazioni di
Come sono messi in atto 109

massa. In America latina, Guatemala compreso, furono soprattutto


i militari, dagli anni Sessanta ai Novanta, a incaricarsi del massa­
cro dei gruppi presi a bersaglio dai diversi regimi. In Medio Orien­
te fu l'esercito siriano a radere al suolo gran parte di Hama e fare
strage dei suoi abitanti, come in Iraq fu l'esercito a sterminare pri­
ma i curdi del Nord, poi, nel Sud, gli sciiti delle paludi e devastare
i loro territori. Non è escluso che, nella nostra epoca, le forze arma­
te abbiano ucciso o contribuito a uccidere più persone in campa­
gne di sterminio che in guerra.
Anche forze paramilitari e di polizia hanno spesso massacrato
la gente in campagne eliminazioniste. Le stragi ed espulsioni ser­
be di musulmani e croati furono perpetrate in gran parte da forze
del genere, e così le stragi ed espulsioni croate di serbi. Molti degli
assassini serbi in Bosnia erano paramilitari, compresi i più fami­
gerati, le Tigri di Arkan, i feroci massacratori organizzati e capeg­
giati da Zeljko Raznatovié, alias Arkan, che guidarono uccisioni ed
espulsioni in Bosnia e ancora prima in Croazia. Se le Tigri di Ar­
kan venivano per lo più dalla Serbia vera e propria, analoghe for­
ze paramilitari in Bosnia erano costituite soprattutto, sembra, da
serbi bosniaci. In Ruanda, dove presero parte alla strage dei tutsi
persone e organizzazioni d'ogni genere, in primo piano nella car­
neficina fu la forza paramilitare Interahamwe.
Spesso le istituzioni della violenza preesistenti operano di con­
certo. Le forze armate hanno frequentemente svolto un ruolo ausi­
liario, di collaborazione o di supporto in programmi eliminazioni­
sti. L'esercito tedesco, anche se non era l'istituzione a capo dello
sterminio, collaborò a livello di vertice come di truppa al massacro
degli ebrei in vaste zone d'Europa, in particolare nei territori con­
quistati dell'Unione Sovietica. Inoltre, si rese responsabile dell'as­
sassinio di un gran numero di russi, ucraini e persone di altre na­
zionalità, specie prigionieri di guerra sovietici, circa tre milioni dei
quali furono passati per le armi o fatti deliberatamente morire di
fame per ordine dei vertici militari, mentre commissari politici ed
ebrei sovietici venivano consegnati alle 55 e altre unità di polizia
per essere uccisi nel quadro della campagna di sterminio ufficiale.
In Kosovo fu l'esercito serbo a costituire l'infrastruttura del pro­
getto eliminazionista, stragi comprese, e vi partecipò in gran par­
te direttamente, anche se lasciava molto del lavoro sporco a forze
paramilitari e di polizia. I militari hanno collaborato con forze pa­
ramilitari, di polizia e bande locali allo sterminio dei gruppi pre­
si a bersaglio anche in molti paesi africani, per esempio contro gli
110 Peggio della guerra

hutu in Burundi, i tutsi in Ruanda e i nemici reali e immaginari di


Idi Amin in Uganda, come oggi nella Repubblica democratica del
Congo e in Sudan.
Spesso per le eliminazioni di massa, analogamente a quanto av­
viene per molti importanti progetti nazionali, i leader ritengono ne­
cessarie nuove istituzioni specializzate e, a differenza che per al­
tre campagne di violenza nazionali o anche internazionali, creano
specifici sistemi sociali di annientamento: marce della morte, uni­
tà omicide mobili e sistemi di campi.
Le marce della morte sono parte integrante degli attacchi eli­
minazionisti che hanno fra gli obiettivi prioritari l'assassinio di
massa. I carnefici costringono le vittime a marciare per settimane
o mesi verso destinazioni remote da cui non faranno più ritorno e,
oltre a ucciderne direttamente molte a colpi di pistola o bastonate,
ne fanno morire molte altre affamandole, esponendole alle intem­
perie e sottoponendole a privazioni e sofferenze. La percentuale
di vittime di marce della morte che muoiono lungo il cammino è
variabile. A volte obiettivo esplicito dei carnefici è ucciderle tut­
te o la maggior parte: la marcia, per loro, non è che un surroga­
to di pistole o coltelli. In altri casi, anche se lo sterminio di massa
non è il loro principale metodo eliminazionista, ne lasciano mori­
re molte di fame, freddo, malattie o ferite. Ma, qualunque sia l'in­
tenzione degli assassini e la percentuale, estremamente variabi­
le, di persone che muoiono durante il cammino, ogni marcia del
genere va considerata una marcia della morte, perché i carnefi­
ci le guidano tutte in maniera tale da garantire molti morti, e dal
loro punto di vista, e spesso di fatto, esse non costituiscono che
un surrogato dell'assassinio, e anche chi vi sopravvive ne esce so­
cialmente e politicamente morto.
Le marce della morte presentano uno spettacolo pietoso. I carne­
fici costringono centinaia, migliaia di persone macilente, in condi­
zioni precarie, esauste, malridotte a trascinarsi attraverso la cam­
pagna. Queste immagini di esseri umani che sottopongono altri
esseri umani, bambini compresi, a simili crudeltà sfidano la comu­
ne esperienza sociale. Le marce della morte comunicano agli spet­
tatori che le vittime sono al di là del dominio della socialità, vulne­
rabili e facili bersagli di aggressioni o furti (dei loro poveri averi),
. torture o assassinii. Spesso esse hanno costituito per gli spettato­
ri un'occasione a portata di mano per mutarsi volontariamente in
carnefici, come è avvenuto, in momenti diversi, fra turchi, tedeschi,
serbi, sudanesi e tanti altri.
Come sono messi in atto 111

Le marce della morte abbracciano tutta la nostra epoca. I tede­


schi, in Africa sudoccidentale, diedero inizio alle stragi di mas­
sa del XX secolo con la marcia della morte degli herero nel deser­
to del Kalahari, dove la stragrande maggioranza di essi, com'era
in programma, morì. E, al termine del secolo, i serbi costrinsero
i kosovari a una marcia della morte verso l'Albania, dove quasi
tutti giunsero (e rimasero finché la NATO non obbligò i serbi a la­
sciarli tornare). Il XXI secolo si è aperto con la cacciata degli abi­
tanti del Darfur verso il vicino Ciad da parte degli islamisti poli­
tici al potere in Sudan.
Le marce della morte hanno costituito, per i regimi, un'istituzione
eliminazionista di primo piano o ausiliaria. I turchi costrinsero cen­
tinaia di migliaia di armeni, in massima parte donne e bambini, a
marce di settimane intere per centinaia di chilometri, durante le
quali incoraggiavano la gente lungo la strada ad aggredirli, sevi­
ziarli, massacrarli. Nel 1918 il console americano ad Aleppo, Jesse
Jackson, riferì che alcuni sopravvissuti avevano raccontato
gli strazianti particolari della separazione dei maschi adulti dalle fa­
miglie, della loro uccisione sotto gli occhi di familiari e amici, delle
rapine ai danni degli emigranti lungo la strada, delle infinite soffe­
renze e della morte di donne e bambini affamati, dell'incredibile bru­
talità dei gendarmi di scorta verso le giovani ragazze e le donne più
attraenti, dei rapimenti da parte di curdi e turchi di ragazze, donne
e bambini piacenti, e di innumerevoli altri atroci crimini commessi
contro di loro lungo tutto il percorso.

Una percentuale estremamente alta, anche se sconosciuta, degli


armeni non giunse mai ad Aleppo, la loro apparente destinazione.
Nel 1915 un americano, osservando le deportazioni, stimò che tre
quarti dei deportati sarebbero morti. Nell'ottobre 1916 Jackson, ri­
ferendosi a un'unica marcia della morte, descrisse il comportamen­
to dei turchi verso le vittime:
Per altri cinque giorni [gli armeni] non hanno ricevuto né un pez­
zo di pane né una goccia d'acqua. Erano disseccati a morte dalla sete,
cadevano privi di vita lungo la strada a centinaia e centinaia, la lin­
gua trasformata in carbone. [ ... ] Il settantacinquesimo giorno, quan­
do giunsero ad Halep [Aleppo], dell'intera carovana di diciottomila
persone ne rimanevano centocinquanta fra donne e bambini.
Nel 1918, mentre l'attacco eliminazionista stava gradatamente
cessando, il console americano, Davis, rifletté su quanto era suc­
cesso negli anni immediatamente precedenti: «Prevedevo che ben
112 Peggio della guerra

poche di quelle persone avrebbero mai raggiunto Urfa, una previ­


sione che si è rivelata fin troppo precisa».15
Ma i turchi non risparmiarono nemmeno gli armeni sopravvis­
suti. Secondo un ufficiale dei servizi segreti militari turchi, li por­
tarono «nei deserti infuocati, verso la fame, la miseria e la morte». 16
La prima marcia a portare ufficialmente il nome di «marcia della
morte» fu quella di Bataan cui i giapponesi costrinsero nelle Filip­
pine prigionieri di guerra americani e filippini nel 1942. Li fecero
marciare nel soffocante caldo tropicale per una settimana, negan­
do loro cibo e assistenza, sottoponendoli a sevizie, massacrando
gli sbandati, e non solo essi, spesso in modi efferati. Dei settanta­
duemila partecipanti alla marcia ne uccisero diciottomila, un tas­
so di mortalità, in una settimana, del 25 per cento.
Negli ultimi sei mesi della seconda guerra mondiale, mentre
svuotavano i campi destinati a essere presto conquistati dal nemi­
co, i tedeschi organizzarono per ebrei e non ebrei decine di marce
della morte, facendone uno spettacolo familiare in gran parte della
Germania e dell'Europa centrale. In molte di esse il tasso di mortali­
tà degli ebrei si avvicinò a quello delle strutture di sterminio. Dopo
la guerra polacchi, cechi e altri espulsero milioni di persone di etnia
tedesca costringendole a marce del genere, durante le quali la popo­
lazione locale le trattava spesso con brutalità. In molti casi, tuttavia, i
tedeschi espulsi vennero fatti viaggiare in treni o altri veicoli, in con­
dizioni che, trattandosi di espulsioni, erano relativamente tollerabili.
Ma a varare il programma più concentrato e gigantesco di mar­
ce della morte furono i Khmer Rossi, che svuotarono le città della
Cambogia praticamente di tutti i loro abitanti. Dalla sola Phnom
Penh fecero partire per le campagne fra i due e i tre milioni di per­
sone - su una popolazione che, in tutto il paese, ne contava meno
di otto milioni - spingendole brutalmente a camminare, a volte per
settimane, fino a raggiungere i luoghi designati per i loro campi,
detti «cooperative». Youkirnny Chan ha raccontato la marcia del­
la morte cui partecipò. Dopo la presa di Phnom Penh, il 17 aprile
1975, i Khmer Rossi annunciarono che tutti gli abitanti dovevano
lasciare la città e sequestrarono i loro beni, fra cui, come nel caso
della famiglia Chan, le automobili:
Ora tutti, nella nostra famiglia, dovevamo camminare, e dovem­
mo dividerci fra noi il cibo restante per portarlo sulle spalle. Era la
stagione secca e faceva molto caldo. Non c'era acqua. La gente ini­
ziò ad avere colpi di calore e cadere lungo il cammino. I soldati non
Come sono messi in atto 113

ci lasciavano fermare ad aiutare i malati. Non riuscivo a credere a


quello che stava avvenendo. Abbiamo camminato per giorni, poi
per settimane. Le donne incinte partorivano sotto gli alberi ai bordi
della strada. I vecchi morivano di sfinimento e mancanza d'acqua.
Ovunque si sentivano bambini gridare e gente piangere per i propri
cari morti che dovevano lasciare lì.
Non c'era tempo per funerali. I soldati gettavano i corpi in stagni
secchi e spingevano tutti avanti. Avevamo pistole puntate addosso, e
carri armati che ci costringevano a continuare a camminare. Ho visto
due uomini con le mani legate dietro la schiena. I soldati li stavano
interrogando sul bordo della strada. Tagliarono loro la testa, che ro­
tolò per terra mentre i corpi stramazzavano. Non c'era nulla che po­
tessi fare. La gente veniva uccisa sotto i miei occhi. Erano miei ami­
ci, miei vicini. Noi continuavamo a camminare.
Infine, dopo quasi due mesi e mezzo passati a camminare e fer­
marsi, camminare e fermarsi, siamo arrivati ai confini della provin­
cia di Battambang, dove la maggior parte dei piccoli villaggi nella
giungla era stata ridotta in cenere durante i combattimenti. Ci dis­
sero che dovevamo vivere in quei villaggi bruciati. 17
In queste marce furono molte decine di migliaia, forse fino a quat­
trocentomila, le persone che i Khmer Rossi uccisero o portarono
intenzionalmente alla morte costringendole a vivere in luoghi che
non potevano fornire loro mezzi di sussistenza, privi di abitazioni
e infrastrutture, di un'economia autosufficiente, spesso anche di
terre coltivabili. Così iniziò la trasformazione eliminazionista del­
la Cambogia dei Khmer Rossi. Qualcosa di parzialmente analogo
avvenne in Etiopia quando a partire dall'autunno del 1984, sotto
Mengistu Hailé Mariam, la dittatura Dergue, nel quadro di un pro­
gramma di «reinsediamento» inteso a pacificare le regioni setten­
trionali, dove gruppi di ribelli combattevano il governo, costrinse
circa un milione e mezzo di persone a marce della morte dal Nord
al Sudovest del paese. Durante le marce e dopo di esse, nei campi
di «reinsediamento», morirono per mano dei carnefici etiopi circa
centomila persone. 18
Le numerose marce della morte che nel corso della partizione
del subcontinente indiano, nel 1947, quando i britannici si ritiraro­
no, videro oltre quattordici milioni di persone passare dall'India
al Pakistan e viceversa furono fra le più caotiche. Benché quei tra­
sferimenti di popolazione fossero intesi a permettere ai musulma­
ni dell'India e agli indù del Pakistan di stabilirsi nell'altro paese,
essi si mutarono in reciproci attacchi eliminazionisti che costarono
la vita a circa mezzo milione di persone. Come marce della mor-
114 Peggio della guerra

te li intese infatti in molte regioni la popolazione locale di entram­


bi i fronti, e i suoi capi, con le loro squadre omicide, la aizzavano
a trasformare la loro idea di ciò che quelle marce erano, o doveva­
no essere, in realtà.
A differenza dei campi, strutture polivalenti fisse, le marce del­
la morte sono istituzioni transitorie con un unico scopo. Anche se a
volte vengono riprese, in genere sono avviate per un tempo definito
e terminano quando le vittime sono state eliminate. Nella maggior
parte dei casi il loro scopo prioritario è o l'annientamento, come nel­
le marce cui i tedeschi costrinsero gli herero e, quarant'anni dopo,
gli ebrei, o l'espulsione, come quelle cui i serbi costrinsero i koso­
vari, il Dergue gli etiopi del Nord e gli islamisti politici sudanesi gli
abitanti del Darfur. Ogni marcia del genere, tuttavia, quale che sia il
suo carattere, è una variazione su un tema eliminazionista omicida.
Alla violenza omicida tendono intrinsecamente le marce di espul­
sione di civili, eliminazioniste per definizione. I carnefici che co­
stringono delle persone ad abbandonare le proprie case, o le esi­
liano all'estero, trasmettono un preciso messaggio: quelle persone
sono pericolose o nocive, tanto da meritare l'eliminazione. Nel
mondo moderno l'attaccamento sociale e fisico a un luogo è visto
come parte integrante dell'appartenenza a una comunità. Essere
strappati dalla propria terra è indice di un'abrogazione della pro­
pria piena umanità. Normalmente le società trattano così soltanto
i criminali. Chi scaccia con la violenza le persone dalle loro case,
specie famiglie che vi abitano da generazioni, relega le vittime allo
stato di fuorilegge - letteralmente, al di fuori della legge - cui può
essere fatta praticamente qualsiasi cosa. I sovietici trattarono i ta­
tari di Crimea, uno degli otto gruppi etnici che deportarono sotto
la presunta accusa di slealtà, con brutalità omicida:
Alle due di notte del 17 maggio 1944 fecero improvvisamente ir­
ruzione nelle abitazioni dei tatari agenti operativi dell'NKVD, e trup­
pe armate di mitragliatrici tirarono giù dai letti le donne, i bambini e
i vecchi addormentati e, puntando le mitragliatrici, ordinarono loro
di uscire in strada entro dieci minuti; li caricarono, ancor prima che
avessero il tempo di raccapezzarsi, sugli autocarri e li portarono alle
stazioni ferroviarie, ove furono trasbordati su carri bestiame e inviati
nelle regioni più remote della Siberia, degli Urali, dell'Asia Centrale.
A tutti mancò persino il tempo di vestirsi convenientemente, né fu
loro permesso di prendere con sé altri indumenti, denaro o qualsiasi
altra cosa. I mitraglieri e gli agenti rovistarono le abitazioni razzian­
do denaro, oggetti di valore e qualsiasi cosa loro piacesse, mentre ri-
Come sono messi in atto 115

coprivano i tatari di insulti, dando loro delle «canaglie», dei «male­


detti traditori», dei «maiali», ecc.
Stettero in viaggio per un mese intero, nudi e affamati; nell'aria
irrespirabile dei vagoni ermeticamente chiusi il tifo si diffuse rapi­
damente; malattie e fame decimarono vecchi e bambini. Le trup­
pe dell'NKVD afferravano i cadaveri e li gettavano dai finestrini. 1 9
Marce della morte ed espulsioni esprimono il molteplice poten-
ziale delle credenze eliminazioniste. Per i carnefici espulsione e
uccisione vanno di pari passo e sono intercambiabili. È così per i
capi che decidono le marce, per le guardie che le guidano, per la
popolazione locale che schernisce, tratta brutalmente e talvolta
uccide i partecipanti alla marcia, di cui festeggia la messa al ban­
do. Ciò che segue a marce della morte ed espulsioni è permeato
dallo stesso spirito: i carnefici depositano in massa i superstiti
in località remote, senza infrastrutture materiali o economiche,
dove, prevedibilmente, molti altri di loro moriranno. I carnefi­
ci lo sanno, ne sono testimoni, promuovono quest'esito, o alme­
no lo permettono, come dimostra il caso, forse il più famigerato,
dei Khmer Rossi.
I piani di deportazione tedeschi per gli ebrei sono esempi docu­
mentati di intenti eliminazionisti e di intercambiabilità fra soluzioni
eliminazioniste. Le due proposte più globali prese in seria conside­
razione furono la creazione di una «riserva» ebrea nella zona di Lu­
blino, nella Polonia orientale, e il trasferimento di milioni di ebrei
in Madagascar. Le proposte tedesche di espulsione di massa, com­
prese queste due, erano passi intermedi sulla strada dell'annien­
tamento. Coloro che le elaborarono sapevano che i territori scelti
erano inabitabili. Nel novembre 1939 il governatore della regione
di Lublino affermò che «il distretto, con il suo territorio assai palu­
doso, potrebbe ben servire come riserva per gli ebrei, producendo
con ogni probabilità una drastica decimazione».20 Le riserve propo­
ste sarebbero state immense prigioni, come i ghetti murati in cui i
tedeschi avrebbero rinchiuso gli ebrei polacchi, territori privi di ri­
sorse economiche in cui i reclusi, isolati dal resto del mondo, si sa­
rebbero estinti. 21 In Etiopia il Dergue espulse dal Nord del paese un
milione e mezzo di persone, esponendole a nuove malattie, fra cui
la malaria, che causarono centinaia di migliaia di morti, soprattut­
to fra malati, anziani e bambini. Un ex membro del Dergue che as­
sistette alla brutale, omicida deportazione degli abitanti del Tigré,
stipati in pullman come gli ebrei in carri bestiame, definì il reinse­
diamento un «genocidio di persone inermi».22
116 Peggio della guerra

Un'altra istituzione eliminazionista omicida usata frequentemen­


te è la squadra omicida mobile. La sua funzione (a differenza di
quella delle marce della morte) è inequivocabilmente riconosciuta.
Non si tratta né di un gruppo non ufficiale di predoni assassini né
di una tradizionale istituzione di un normale sistema politico, come
le forze armate, che possono compiere episodicamente stragi, ma
svolgono anche altri compiti non eliminazionisti. La squadra omi­
cida mobile è un'istituzione formale e duratura dedita principal­
mente all'annientamento e all'eliminazione.
Per dirigere e mettere in atto l'eliminazione degli armeni i leader
turchi crearono un'istituzione dotata di notevole autonomia, l'Orga­
nizzazione speciale, che, avendo finanziamenti e struttura organiz­
zativa propri, operava come una specie di «Stato nello Stato». Com­
posta di circa trentamila uomini, per lo più criminali, il suo compito
principale era sterminare gli armeni. Le sue unità si spostavano di
città in città rastrellando le vittime, sparando agli uomini e costrin­
gendo gli altri a marce della morte su cui, a volte, si avventavano
in assalti omicidi uomini della stessa Organizzazione speciale. 23
Fra le nuove istituzioni create dal Dergue etiope per condurre
le sue operazioni c'erano «squadre della morte rivoluzionarie» e
le Forze speciali Dergue, che nei primi tempi del regime, per ter­
rorizzare l'opposizione esistente e potenziale, uccisero fra i quin­
dici e i trenta giovani in ognuno dei ventotto quartieri di Addis
Abeba.24 In molti paesi latinoamericani, fra cui Argentina, Brasile,
Cile, Colombia, Salvador, Guatemala e Honduras, i regimi omici­
di crearono squadre della morte occulte che colpivano ovunque,
scagliandosi sugli individui e sui gruppi presi di mira per ucci­
derli o rapirli (in genere per assassinarli più tardi) e poi dileguar­
si. In Guatemala, il regime e le forze armate crearono una speciale
istituzione omicida mobile, formalmente concepita come forza di
controinsurrezione, chiamata Kaibil. L'addestramento dei Kaibiles
prevedeva fra l'altro che «uccidessero degli animali, li mangiasse­
ro crudi e ne bevessero il sangue per dimostrare il proprio corag­
gio». Il loro Decalogo proclamava senza mezzi termini: «Il Kaibil è
una macchina per uccidere». 25
Una delle istituzioni omicide più famigerate e sanguinarie fu
quella delle Einsatzgruppen tedesche, create nel giugno 1941 per
l'attacco all'Unione Sovietica. Le Einsatzgruppen, con il supporto di
unità militari e di polizia, e a volte anche di ausiliari locali ucraini,
lituani e di altri paesi, iniziarono a massacrare gli ebrei, com'era in
programma, fin dai primi giorni della campagna di Russia. A mano
Come sono messi in atto 117

a mano che i tedeschi penetrarono in profondità nel territorio so­


vietico, il rihno e la portata dei loro eccidi aumentarono. In genere
radunavano gli ebrei di una città conquistata nella piazza princi­
pale o nella periferia, portavano le vittime davanti a fossati anticar­
ro o a burroni, o in luoghi dove le costringevano a scavare grandi
fosse, e sparavano loro a bruciapelo a ondate su ondate su ondate.
A volte facevano schierare le vittime in piedi sul bordo della fossa
e le uccidevano un gruppo dopo l'altro. A volte le falciavano con
le mitragliatrici dopo averle costrette a stendersi nella fossa sui ca­
daveri sanguinanti del gruppo appena ucciso. Il numero delle vit­
time variava da qualche decina a diecimila o più, a seconda delle
dimensioni della comunità ebraica del luogo e della logistica delle
operazioni tedesche. L'operazione di sterminio più famigerata fu
compiuta dalle Einsatzgruppen alla periferia di Kiev, nel burrone di
Babi Yar, dove in due giorni, insieme ad altre unità tedesche e ausi­
liari ucraini, esse uccisero oltre trentatremila ebrei. Nel corso della
prima ondata dell'attacco agli ebrei sovietici, dal giugno 1941 alla
prima parte del 1942, i tedeschi delle Einsatzgruppen massacraro­
no probabilmente, per la maggior parte a colpi di pistola o raffiche
di mitragliatrice, più di mezzo milione di ebrei.
Per le stragi ed espulsioni di massa in Bosnia i serbi impiegaro­
no proprie unità omicide mobili, con nomi spesso coloriti quali Ve­
spe gialle, Aquile bianche, Lupi di Vuéjak e Tigri di Arkan, le più
famigerate. Avendo i serbi optato per una soluzione eliminazioni­
sta mista - ucciderne molti, espellere gli altri - queste squadre non
erano un'istituzione puramente omicida come le Einsatzgruppen
usate contro gli ebrei. Mentre massacravano i bosniaci, svuotava­
no città dopo città dalla popolazione non serba. La loro brutalità e
crudeltà divenne leggendaria in Bosnia e in tutta la regione, tanto
che le Tigri di Arkan finirono per incarnare e diventare quasi sino­
nimo di attacco eliminazionista.
Per quanto siano divenute tristemente famose, formali istituzioni
omicide mobili di questo genere non sono frequentissime: la mag­
gior parte dei regimi eliminazionisti che hanno bisogno di unità
mobili usano i militari e la polizia. Spesso, in questa o quella loca­
lità, affidano il lavoro sporco alla polizia e altre forze locali. A vol­
te, quando ritengono che il lavoro, per essere eseguito al meglio,
richieda unità omicide specializzate, sottopongono quelle stesse
forze a un apposito addestramento, come fecero tedeschi e guate­
maltechi. In altri casi, per esempio in Bosnia e in diversi paesi la­
tinoamericani, tali unità operano nell'ombra, dando ai leader po-
118 Peggio della guerra

litici la possibilità di dichiararsi estranei ai loro misfatti o negarli.


Nei paesi dell'America latina sono chiamate con il nome che meri­
tano: squadroni della morte.
Ancora più stabili e letali delle istituzioni omicide mobili sono
stati i sistemi di campi. Alcuni campi sono detti campi di con­
centramento, ma più spesso i carnefici, e quanti consapevolmen­
te o inconsapevolmente adottano il loro punto di vista e la loro
nomenclatura, li chiamano con vari eufemismi, fra cui campi di
reinsediamento, campi di lavoro, campi di rieducazione, campi
agricoli e cooperative. Ne hanno fatto uso come strumento elimi­
nazionista molti regimi e popoli, fra cui spagnoli, inglesi, tede­
schi, francesi, sovietici, americani, polacchi, cinesi, nordcoreani,
indonesiani, cambogiani, serbi, hutu e altri. I campi sono sistemi
sociopolitici per sequestrare persone, in genere a fini più ampi di
dominio, trasformazione e annientamento. I leader politici che
mirano all'eliminazione di un considerevole numero di indivi­
dui li creano quando le istituzioni esistenti paiono inadeguate ai
loro obiettivi di trasformazione o sterminio. Un sistema integra­
to di decine, centinaia o persino migliaia di campi può finire per
diventare un utile, anzi apparentemente indispensabile e dura­
turo strumento di distruzione eliminazionista, che i regimi adi­
biscono a diversi usi interconnessi.
I campi eliminano dalla società persone indesiderate depositan­
dole in una sorta di oltretomba spaziale, sociale e morale. A volte
l'eliminazione è permanente, a volte, specie nel caso di conflitti mi­
litari, temporanea, come nei campi allestiti dai britannici in Suda­
frica per i boeri durante la seconda guerra boera del 1899-1902 e,
mezzo secolo più tardi, almeno inizialmente, per i kikuyu duran­
te la ribellione mau mau in Kenia, o nei campi in cui gli america­
ni rinchiusero oltre centomila loro concittadini di origine giappo­
nese durante la seconda guerra mondiale. In questi casi i detenuti
furono liberati al termine della guerra o dell'emergenza. I campi
possono essere uno strumento ancora più temporaneo, una strut­
tura di sterminio di breve durata o un contenitore usato a intermit­
tenza, in attesa del momento in cui il processo di eliminazione dei
sopravvissuti agli omicidi iniziali nel campo si converta in espul­
sione. In Ruanda gli hutu misero in piedi campi di sterminio ad
hoc in chiese, ospedali e altre istituzioni locali in cui i tutsi s'erano
rifugiati in cerca di asilo. Li costringevano a rimanere in quei posti,
trasformati in campi, e ogni giorno li seviziavano e uccidevano lì o
li portavano via per ucciderli nelle vicinanze. In Bosnia i serbi usa-
Come sono messi in atto 119

rono i campi come strutture di sterminio, soprattutto per i musul­


mani maschi, e come centri di smistamento per bambini e donne
bosniache, che spesso violentavano o brutalizzavano in altri modi,
prima di espellerli, a volte in marce della morte.
I campi vengono usati dai regimi anche per eliminazioni se­
mipermanenti o permanenti. Possono essere una brutale, spes­
so mortale componente temporanea di una più ampia campa­
gna eliminazionista finché a essa non succede l'espulsione dei
sopravvissuti. Campi del genere furono istituiti dai turchi per gli
armeni e, più tardi, dai polacchi per la popolazione di etnia tede­
sca dopo la liberazione della Polonia dall'occupazione nazista. In
questo caso furono utilizzati spesso ex campi di concentramen­
to tedeschi, fra cui Auschwitz, Lamsdorf e Jaworzno. In essi i po­
lacchi rinchiusero circa centomila persone sospettate di nazismo
e, dopo averne uccise fra il 20 e il 50 per cento, li smantellarono
espellendo il resto dei detenuti in Germania. 26 In Kenia il siste­
ma di campi britannico, che includeva i villaggi cinti da filo spi­
nato delle «riserve» kikuyu, si sviluppò fino a divenire un siste­
ma semipermanente o permanente per eliminare i kikuyu che non
si piegavano. Gli indonesiani, durante il massacro dei comunisti,
crearono un sistema temporaneo di campi in cui rinchiusero, per
periodi più o meno lunghi, fra le seicentocinquantamila e il mi­
lione e mezzo di persone. I sistemi di campi della nostra epoca
che ebbero vita più lunga includono, fra gli altri, i lager tedeschi,
il gulag sovietico, il laogai cinese, le cooperative cambogiane e i
kwanliso della Corea del Nord.
I campi, specie quando si tratta di strutture permanenti, vengono
usati anche per costringere le persone al lavoro. Così fecero i tede­
schi durante il nazismo, i sovietici, i cinesi, i Khmer Rossi e la Co­
rea del Nord. Ma essi, e il lavoro che vi si svolge, non vengono ge­
stiti con criteri produttivi razionali e nemmeno con quel minimo di
umanità concesso alla popolazione al di fuori. Prendiamo il sistema
di campi che, fra i maggiori, è stato probabilmente il più produtti­
vo, il gulag sovietico. Nella Kolyma, sopra il Circolo polare artico,
in autunno tenevano la gente bagnata fino alle ossa, sotto la pioggia
e al freddo per realizzare norme [quote di produzione] che simili re­
litti senza speranza non avrebbero mai potuto realizzare. [ ... ] I pri­
gionieri non erano vestiti in modo adatto al clima della Kolyma. Ri­
cevevano indumenti di terza mano, veri e propri stracci, e spesso per
avvolgere i piedi avevano solo un po' di stoffa. Le giacche a brandel­
li non li proteggevano dal gelo pungente, e congelavano a frotte.27
120 Peggio della guerra

Non c'è da stupirsi che congelassero: lavoravano regolarmente


all'aperto con temperature che giungevano a cinquanta gradi sotto
zero. I regimi omicidi e gli esecutori delle loro politiche fanno lavora­
re i detenuti nelle condizioni più estreme, negando loro cibo a suffi­
cienza, abbigliamento adeguato, alloggio, servizi igienici e cure medi­
che. Elinor Lipper, ex prigioniera comunista nella Kolyma, racconta:
Anche se il lavoro svolto è elencato onestamente, è impossibi­
le per una persona non abituata alla fatica fisica realizzare la quota.
Cade rapidamente in un circolo vizioso. Non riuscendo a compiere
la sua quota di lavoro per intero, non riceve la razione di pane per
intero; il suo corpo denutrito è ancora meno in grado di soddisfare
le richieste, per cui riceve sempre meno pane, e alla fine è così debo­
le che solo le bastonate possono costringerla a trascinarsi dal cam­
po alla miniera d'oro. Una volta raggiunto il pozzo è troppo debole
per reggere la carriola, tanto più per manovrare la trivella; è troppo
debole per difendersi quando un criminale le dà un pugno in faccia
e le porta via la razione di pane del giomo.28
Nei grandi sistemi di campi, con milioni di detenuti, la produ­
zione complessiva può sembrare considerevole, ma a causa sia
dell'ambiente estremo e delle condizioni fisiche in cui gli aguzzi­
ni costringono le vittime a lavorare, sia del carattere rudimentale
di impianti, macchinari e utensili a disposizione, la produttività,
vera misura della produzione economica, è in questi contesti so­
cialmente ed economicamente artificiali incredibilmente bassa. Ed
è ancora più bassa se si considera che, sottraendo manodopera e
risorse insostituibili all'economia, i sistemi di campi contribuisco­
no in misura significativa al suo dissesto. In Cambogia, per esem­
pio, giunsero quasi a distruggere l'economia.
I sistemi di campi che restituiscono infine le loro vittime alla so­
cietà lasciano in esse durature cicatrici fisiche, mentali ed emotive e
menomazioni sociali. Come schiavi liberati che non cessano di por­
tare un marchio sociale, gli ex prigionieri dei campi sono individui
che gli altri preferiscono tenere a debita distanza. A meno di non
venire ufficialmente riabilitati, come alcuni che, in Unione Sovieti­
ca, giunsero persino a posizioni elevate, l'essere stati nell'oltretom­
ba dei campi è un marchio che essi continuano a portarsi appresso.
Finché il regime eliminazionista è al potere, sono sospetti. Avvici­
narsi a loro è pericoloso, si rischia di mettersi nei guai. E anche gli
ex detenuti che non sono visti in questo modo scoprono che gli al­
tri, a volte persino nei paesi in cui sono in seguito emigrati, definì-
Come sono messi in atto 121

scono spesso la loro vita a partire dagli anni che hanno passato nei
campi, facendoli quasi sempre oggetto di pietà.
Altri due scopi dei campi, in qualunque modo essi siano ufficial­
mente chiamati, sono ben noti: uccidere e terrorizzare nemici, op­
positori potenziali e futuri bersagli di un regime politico. Le strut­
ture omicide più famigerate sono i campi di sterminio tedeschi,
Auschwitz, Treblinka e altri. Ma per gli ebrei (e per sinti e rom),
anche se non per gli altri prigionieri, i campi tedeschi in genera­
le, non solo quelle fabbriche della morte costruite per l'annienta­
mento di massa, erano strutture di sterminio, con tassi di mortalità
spesso vicini al 100 per cento. Un confronto fra i tassi di mortalità
registrati nel grande campo di Mauthausen mostra la differenza.29
TASSI DI MORTALITÀ A MAUTHAUSEN PER TIPO DI PRIGIONIERO

Novembre- Gennaio- Novembre-


dicembre febbraio dicembre
1 942 (%) 1 943 (%) 1 943 (%)
Ebrei 100 100 100
Politici 3 1 2
Criminali 1 o 1
In detenzione 35 29 2
preventiva
Asociali o o o
Polacchi 4 3 1
Lavoratori civili 2
sovietici

Inoltre i tedeschi uccisero, per lo più affamandoli, un gran nu­


mero di soldati sovietici nei campi per prigionieri di guerra. I cam­
pi dei sovietici, dei comunisti cinesi, dei Khmer Rossi e dei nordco­
reani erano o sono anche istituzioni per eccidi di massa su scala
gigantesca. Se quello della Kolyma nella Siberia artica, come altri
del mondo comunista, era formalmente un campo di lavoro, i so­
vietici vi facevano «lavorare» i prigionieri fino a causarne la mor­
te a centinaia di migliaia. Nel gulag sovietico e nei campi cinesi
fu rinchiusa e uccisa una popolazione enorme. Sotto i regimi co­
munisti più brutali la società nel suo insieme, o almeno gran par­
te delle sue istituzioni, è essa stessa organizzata come un grande
122 Peggio della guerra

campo, spesso omicida, o vi somiglia molto. In un regime tiranni­


co distinguere il sistema dei campi da altre istituzioni può essere
difficile. Ma, anche limitandoci ai campi di «lavoro forzato», le ci­
fre sono impressionanti. Negli anni Cinquanta, i comunisti cinesi
misero in piedi almeno un campo di lavoro forzato in ognuna del­
le oltre duemila contee del paese e, nei primissimi anni del regi­
me, dal 1949 al 1953, eliminarono rinchiudendole in queste istitu­
zioni omicide dai dieci ai quindici milioni di persone. Nel Centro
e nel Sud della Cina davano alle vittime circa cinquecento grammi
di cibo al giorno. Le stime dei tassi di mortalità che si registrarono
nei campi di lavoro in questo periodo sono, come praticamente per
tutti gli eccidi di massa cinesi, estremamente divergenti, ma una va­
lutazione prudente porta a una cifra di oltre due milioni di morti.30
Sovietici a parte, i regimi, leader e guardiani che gestiscono
grandi sistemi di campi non cercano di nasconderli agli occhi del­
la società. Sistemi immensi come quelli tedeschi, sovietici, cinesi,
vietnamiti, dei Khmer Rossi, della Corea del Nord, o anche i cam­
pi di internamento statunitensi per americani di origine giappone­
se e il «pipeline» britannico in Kenia, sarebbero stati d'altra parte
impossibili da nascondere. Se alcuni regimi, come quello sovietico,
che li confinò in Siberia e nella disabitata regione artica, cercarono
di evitare che la loro esistenza divenisse di dominio pubblico, al­
tri, come quello dei colonizzatori britannici in Kenia, li pubbliciz­
zarono. I tedeschi costruirono in tutta Europa ventimila campi, di
cui migliaia in Germania. Nella sola Berlino ce n'erano 645 soltan­
to di lavoro forzato e in Assia 606, uno ogni 90 chilometri quadra­
ti. 31 I cittadini tedeschi erano perfettamente a conoscenza della
loro esistenza e delle loro funzioni essenziali di dominio violento,
schiavizzazione e sterminio. (L'idea farsesca che i tedeschi comu­
ni ne fossero all'oscuro, quando tutto ciò accadeva sotto i loro oc­
chi in ogni angolo del paese, è uno dei miti che gli apologeti del­
la Germania continuano a diffondere nonostante che gli studiosi
seri, all'unanimità, riconoscano che anche lo sterminio degli ebrei
era in Germania diffusamente noto.)
Quello che la massa della popolazione sa del carattere dei cam­
pi e della loro funzione omicida varia da paese a paese, ma che
essi esistano, che siano istituzioni eliminazioniste di dominazione
violenta, in cui ai detenuti sono inflitte enormi sofferenze, è sempre
ben noto. La segretezza è impraticabile e, di solito, nemmeno desi­
derata. Moralmente, i regimi eliminazionisti considerano i campi
giusti e, strumentalmente, spesso li utilizzano per terrorizzare an-
Come sono messi in atto 123

che coloro che, fuori di essi, vogliono ridurre all'obbedienza o eli­


minare. Tutti sanno che entrare in un campo significa entrare in un
girone infernale se non peggio.
I leader politici, in genere, si vantano dei campi. Meno di due
mesi dopo l'ascesa al potere dei nazisti, nel 1933, Heinrich Him­
mler, capo delle ss, convocò una conferenza stampa per annun­
ciare l'apertura del primo campo ufficiale, quello di Dachau, e
informare i tedeschi e il mondo che vi sarebbero state rinchiuse
cinquemila persone. I capi comunisti cinesi erano orgogliosi del
laogai, dove, dichiaravano, i detenuti venivano rieducati e adde­
strati a un lavoro onesto. I Khrner Rossi decantavano le loro coo­
perative, dove lavorava buona parte della popolazione della Cam­
bogia, come l'autentica comunità rivoluzionaria khmer. Il governo
di Washington non trovò motivo per nascondere i campi in cui in­
ternò gli americani di origine giapponese (campi che, benché rap­
presentassero una grande ingiustizia, erano fondamentalmente
diversi dagli altri). Gli indonesiani non fecero mistero, all'interno
del paese, del fatto che incarceravano i comunisti che non uccide­
vano. E lo stesso vale per i britannici in Kenia. È frequente che i
regimi dichiarino ai propri seguaci che i campi servono ad allon­
tanare dalla società elementi che si presumono pericolosi per tra­
sformarli in individui produttivi e responsabili e, così, forgiare il
futuro. Spesso i leader politici affermano soddisfatti che i campi
servono per eliminare gruppi sgraditi, anche se mancano di spe­
cificare tutti i mezzi che a questo scopo vengono usati. La princi­
pale, spesso l'unica ragione per cui i regimi cercano di nasconde­
re alcuni aspetti del loro sistema di campi o di non pubblicizzare
eccessivamente la loro esistenza sono le difficoltà che tali informa­
zioni potrebbero causare loro all'estero. In una misura o nell'altra,
tedeschi, sovietici, cinesi e nordcoreani sono stati tutti cauti riguar­
do al dichiarare l'esistenza e il reale carattere dei loro campi, per­
ché gli avversari all'estero avrebbero usato la verità per mobilita­
re popoli e paesi contro di loro.
Il sistema dei campi è stato uno degli strumenti eliminazionisti
più tipici ed emblematici della nostra epoca, usato spesso per vari
scopi al servizio dell'uno o dell'altro dei progetti visionari di tra­
sformazione che hanno caratterizzato la modernità. I più grandi
sistemi di campi sono stati opera dei regimi comunisti e di quello
nazista, che perseguivano la radicale trasformazione della società
e, se non esplicitamente almeno implicitamente, l'eliminazione di
quanti, ai loro occhi, rappresentavano una sfida e un ostacolo lun-
124 Peggio della guerra

go il cammino verso il futuro. I leader politici di simili regimi tra­


sformativi si resero conto, per lungimiranza o per prove ed errori,
che realizzare la loro visione, intrinsecamente omicida, richiedeva
un'infrastruttura sociale di dominio. Avevano bisogno di luoghi
in cui sprofondare nei tormenti gli implacabili nemici di classe de­
signati o i presunti sottouomini che non uccidevano, e ridurli in
schiavitù in accordo con la propria concezione del mondo. Dove­
vano abbattere o trasformare un numero enorme di persone, nel
caso dei tedeschi, dei sovietici e dei cinesi decine o centinaia di
milioni, e crearono quindi un sistema permanente in cui confina­
re i sabotatori e tutti coloro che, per qualunque motivo ideologico
o capriccio, avevano in programma di eliminare. Così nacque il si­
stema concentrazionario, che costituiva per ogni società un siste­
ma nuovo. Sotto quelli e altri regimi i campi divennero mondi a sé
stanti che, pur mantenendo rapporti con la società normale, era­
no regolati da norme e pratiche che ne facevano un inferno di sof­
ferenze e distruzione separato da tutto il resto. Come i sistemi di
campi in Germania, Unione Sovietica, Cina, Kenia e altrove fosse­
ro integrati nell'economia e nella società a livello locale, regionale
e nazionale, e che tipo di rapporti essi avessero con la più ampia
società e la popolazione, sono temi ben poco studiati.
I sistemi concentrazionari variano enormemente a seconda del
carattere del regime, dei suoi obiettivi di trasformazione ed elimi­
nazionisti, dell'identità dei prigionieri e della concezione che i car­
nefici hanno delle vittime. Differenti da sistema a sistema, e an­
che all'interno del medesimo sistema, sono i tassi di mortalità. Per
quanto tutti i campi siano, dal punto di vista economico, irraziona­
li, alcuni sono organizzati in modo più produttivo di altri. Diver­
si da un sistema all'altro sono i tassi di liberazione dei prigionieri.
La crudeltà dei carnefici varia da sistema a sistema e anche, all'in­
terno di uno stesso sistema, a seconda di chi sono i detenuti. Nei
campi tedeschi le guardie li torturavano e seviziavano in prima per­
sona, specie quelli ebrei, molto più di quanto avvenisse nei campi
sovietici. Varia enormemente la vicinanza dei campi alla più am­
pia società e la loro integrazione in essa. Come variano nettamen­
te le persone che essi vogliono terrorizzare: i leader sovietici e ci­
nesi usarono i sistemi di campi per terrorizzare pressoché l'intera
popolazione, mentre quelli tedeschi non diressero il terrore po­
tenziale verso i propri concittadini in generale, ma soltanto verso
gruppi selezionati all'interno della Germania - sinti, rom, omoses­
suali, cosiddetti elementi antisociali e oppositori politici attivi - e,
Come sono messi in atto 125

nell'Europa sotto l'occupazione tedesca, verso una vasta popola­


zione di presunti sottouomini. Il carattere specifico di ogni siste­
ma concentrazionario indica aspetti del futuro che ogni specifico
regime stava costruendo.
Le istituzioni eliminazioniste e di annientamento variano, quin­
di, lungo due dimensioni: spazio e tempo. Quella più ad hoc è la
marcia della morte, che viene creata quando serve e sciolta quan­
do le vittime sono morte o hanno raggiunto la meta dell'espul­
sione. Spazialmente e temporalmente, le marce della morte sono
transitorie. Chi è chiamato a farvi da guardia lo è spesso per puro
caso e solo per una volta. Esse passano fugacemente attraverso un
contesto senza lasciare dietro di sé, a parte i cadaveri, nessun se­
gno visibile. Nello stesso tempo, tuttavia, proprio perché coprono
un territorio così vasto, le marce della morte lasciano sul paesag­
gio umano la più ampia e permanente delle impronte: le colonne
di persone sgradite, stremate e moribonde, che affollano disordi­
natamente le strade principali, attraversando città e paesi, annun­
ciano in modo inequivocabile agli innumerevoli spettatori ciò che
i loro capi e connazionali fanno in nome loro, e imprimono imma­
gini indelebili in una mente dopo l'altra.
Le unità omicide mobili sono transitorie nello spazio, ma du­
rature nel tempo. Vengono utilizzate ripetutamente, spostandole
da un luogo all'altro, da un obiettivo all'altro. Il fatto che siano si­
mili a unità di polizia e militari, e composte a volte di loro mem­
bri, le fa apparire le istituzioni omicide più convenzionali. Nella
forma, sono le più familiari fra le principali istituzioni elimina­
zioniste, anche se le loro attività violano la convenzionalità della
vita sociale e politica. Esse coniugano permanenza e flessibilità, il
che le mette in grado di uccidere, da sole o insieme ad altre istitu­
zioni, e poi passare all'uccisione successiva. Anche le loro azioni,
o almeno i loro effetti, non sono nascosti alla vista, e scavano in
profondità nella coscienza di una società. Se finiscono per abitare
in permanenza la mente della gente è per la loro capacità di com­
parire in qualsiasi momento, mentre la loro fugacità deriva dalla
probabilità che, se faranno la loro comparsa in un posto, sarà per
una volta sola, anche se si potranno sentire raccontare più e più
volte le loro azioni.
Il mondo concentrazionario, fisso nello spazio e duraturo nel
tempo, ha una monumentalità distruttiva e mortale che manca ad
altre istituzioni eliminazioniste e può divenire una caratteristica
distintiva di un regime, di una società e del suo paesaggio umano
126 Peggio della guerra

e fisico. Come sistema di dominio e annientamento, esso assorbe,


reincanala e rimescola risorse umane e materiali della società. È
un buco nero sociale e politico, che succhia dentro di sé la vita ed
estende il suo campo gravitazionale, esercitando una costante tra­
zione sulla coscienza e le usanze del resto della società.

Mezzi e metodi
Come i leader politici fanno ricorso, per i loro progetti di an­
nientamento ed eliminazionisti, a istituzioni nuove e preesisten­
ti in varie combinazioni, così uccidono in modi diversi. Anche se
questi metodi, dal punto di vista analitico, hanno scarsa importanza,
non sarà inutile tracciarne un quadro. Benché, scrivendo sull'Olo­
causto, molti autori abbiano fatto della logistica e della tecnologia
dello sterminio un feticcio, organizzare un assassinio di massa e,
tecnicamente, porre termine a una vita, anche a molte vite, è faci­
le. Un sopravvissuto al massacro degli hutu perpetrato dai tutsi in
Burundi nel 1972 racconta: «C'erano molti modi di uccidere». Un
altro concorda: «Tante tecniche, tante, tante. Si possono radunare
duemila persone in una casa, una prigione, diciamo. Ci sono alcuni
locali che sono grandi. La casa è chiusa a chiave. Gli uomini vengo­
no lasciati lì per quindici giorni senza mangiare, senza bere. Poi si
apre. Si trovano cadaveri. Niente botte, niente di niente. Morti».32
I capi politici di società arretrate come il Burundi, la Cambogia e il
Ruanda, dalle capacità organizzative e tecnologiche più che limi­
tate, non hanno avuto difficoltà a organizzare il massacro di cen­
tinaia di migliaia o addirittura milioni di persone. La velocità, i
metodi e gli strumenti con cui gli assassinii sono perpetrati hanno
più a che fare con il carattere dei carnefici, la concezione che han­
no delle vittime, i mezzi tecnologici di cui dispongono, l'urgenza
che sentono, che con problemi logistici e tecnici. I regimi omicidi
più tecnologicamente e organizzativamente sofisticati potrebbero
tutti impiegare mezzi più semplici di quelli che usano con gli stes­
si risultati e spesso maggiore efficienza.
Il Burundi e il Ruanda erano fra i paesi meno sviluppati del mon­
do. Quando i tutsi fecero strage degli hutu in Burundi, il paese era
uno dei più poveri: il reddito annuo pro capite si aggirava intorno
ai duecento dollari e il tasso di analfabetismo fra gli adulti supera­
va il 70 per cento. Quando gli hutu massacrarono i tutsi in Ruan­
da, il paese era in una situazione appena migliore, ma restava fra i
venti più poveri del mondo: il tasso di analfabetismo fra gli adulti
Come sono messi in atto 127

era intorno al 50 per cento. In entrambi i paesi l'infrastruttura era


estremamente sottosviluppata, ed esercito e forze di polizia dispo­
nevano di munizioni e armi arcaiche e in quantità insufficiente. Fu­
cili e proiettili erano relativamente scarsi e costosi, tanto che sia in
Burundi sia in Ruanda (come in Turchia e altri paesi) i carnefici ne
usarono con parsimonia, preferendo strumenti di morte più pri­
mitivi: bastoni, coltelli e machete. In genere, per mettere le mani
sulle vittime, non facevano altro che tirarle fuori dalle loro case, o
catturarle ovunque si trovavano, e le massacravano o colpivano a
bastonate sul posto o nelle vicinanze. Non c'era niente di sofisti­
cato in queste operazioni omicide: nessuna camera a gas, nessuna
«catena di montaggio della morte», nessuna tecnologia avanzata,
nessuna complessa pianificazione logistica, nessuna macchina bu­
rocratica che procedesse insensibile attraverso presunte «fasi di di­
struzione», nessuna necessità di trasferimenti di massa. Per met­
tere in pratica le loro intenzioni omicide, i leader politici avevano
bisogno soltanto di persone che le realizzassero, un minimo di or­
ganizzazione istituzionale, un minimo di comunicazioni, e mache­
te e bastoni, più a volte (e solo a volte) poche armi del XX secolo.
Con questi rudimentali strumenti gli hutu del Ruanda condusse­
ro una campagna di assassinii intensiva come nessun'altra del no­
stro tempo: la media mensile di tutsi uccisi superò quella di ebrei
uccisi dai tedeschi.
Nel 1975 i Khmer Rossi presero il potere in una Cambogia pove­
ra e devastata dalla guerra. I loro capi, con alla testa Pol Pot, era­
no animati da una strana miscela ideologica di marxismo apocalit­
tico e visione romantica dell'antica civiltà cambogiana. Odiavano
la civiltà moderna, in particolare la tecnologia, per cui distrusse­
ro l'infrastruttura materiale del paese, per lo più lasciandola in ab­
bandono finché non andò in rovina. I fulcri principali di moder­
nità, produttività economica e capacità tecnologica sono le città,
e i Khmer Rossi le svuotarono quasi del tutto, costringendo i loro
abitanti a vivere e lavorare in condizioni preindustriali in un siste­
ma di campi detti «cooperative rurali», dove non disponevano che
dei mezzi più primitivi e, per scavare canali di irrigazione o stra­
de borgesiane che si snodavano per i campi verso il nulla e senza
un vero scopo, potevano contare unicamente sulle mani o qualche
tazza. I carnefici, parecchi dei quali appena adolescenti con un ad­
destramento minimo, non erano attrezzati molto meglio: le armi
erano spesso rudimentali e le munizioni scarse. Ma tutto ciò non
impedì loro di uccidere. Chhun Von, un sopravvissuto alle stragi,
128 Peggio della guerra

racconta che quando «ammazzavano qualcuno, per risparmiare il


proiettile non sparavano. Non facevano che colpirlo a bastonate o
come una formica. [ ... ] Alcuni, non ancora morti, venivano lo stes­
so sepolti. E a volte si limitavano a tagliarli in due per prenderne
la cistifellea. Per la loro medicina».33
Malgrado fossero mal equipaggiati, i Khmer Rossi riuscirono an­
che a mettere in piedi un sistema di campi dove rinchiusero la gran­
de maggioranza della popolazione del paese, su cui esercitavano un
dominio totalitario senza confronti. Fu soprattutto nei campi, con
mezzi primitivi, che uccisero un milione e settecentomila persone.
La maggior parte di esse morì di fame, una fame, con ogni proba­
bilità, deliberatamente provocata, ma molti furono uccisi a colpi di
pistola o picchiati a morte. Thoun Cheng, un sopravvissuto, ricorda:
Nel 1977-1978 non avevamo da mangiare che un po' di brodaglia.
La produzione fu scarsa a causa dell'inondazione: era crollata la diga.
Quelli del posto dicevano che lì si doveva piantare riso flottante. Ma i
Khrner Rossi vollero provare qualcos'altro, e tutto mori. Così non c'era
niente da mangiare. I terreni e le case della gente del posto erano inon­
dati. [ ... ] Nella vecchia società una famiglia poteva tirare avanti con un
ettaro di terra, ma ora, sotto i Khmer Rossi, non c'era niente da man­
giare. Era perché l'agricoltura era collettiva o perché se c'era abbastanza
cibo veniva portato via e immagazzinato, non dato a noi da mangiare.
La mia famiglia era composta da undici persone. Nessuno fu ucciso,
ma nel 1977-1978 dieci morirono di fame, e sopravvissi solo io. Nel 1979
erano rimaste nel villaggio poco più di venti famiglie su cinquecento.34
In meno di quattro anni i leader politici di quel paese, un paese
che, già tecnologicamente arretrato, regrediva sempre di più, indus­
sero i loro seguaci a trasformare la società in un grande campo di
concentramento, in cui, con sistematicità, uccisero o fecero morire
di malnutrizione pianificata quanti non si conformavano ai desideri
immediati o all'immagine del futuro dei capi. Con la costrizione e
il terrore più assoluti, massacrando gli abitanti della Cambogia in
una percentuale insuperata (se non nella colonia tedesca, poco po­
polata, dell'Africa sudoccidentale), essi trasformarono un piccolo
paese in quello che è stato probabilmente il più omicida, brutale e
disumano del nostro tempo. Il tutto senza tecnologia moderna, ca­
mere a gas o «catene di montaggio della morte».
Lo sterminio degli ebrei a opera dei tedeschi gode di una maca­
bra fama proprio per le camere a gas e la cosiddetta catena di mon­
taggio della morte. Ma, quale che sia il loro significato esistenziale
e l'orrore che suscitano, simili fabbriche della morte non erano in-
Come sono messi in atto 129

dispensabili all'eccidio di massa. È così evidente che stupisce come


si sia fatto delle camere a gas l'elemento centrale dell'orrore, trascu­
rando e ignorando a lungo tanti altri elementi (in particolare car­
nefici e vittime), come se esse e la tecnologia fossero state le cause
degli assassinii, invece che mezzi occasionali per chi era determi­
nato a uccidere. La tecnologia moderna non era necessaria, e i te­
deschi lo sapevano. La stragrande maggioranza delle loro vittime
fu uccisa senza ricorrere a camere a gas: tre milioni di prigionieri
di guerra sovietici, per esempio, furono fatti morire per lo più di
fame. Altrettanto facilmente i tedeschi avrebbero potuto far morire
di fame i prigionieri che gassarono ad Auschwitz. Mentre uccide­
vano gli ebrei con il gas, d'altronde, continuarono a uccidere tanti
altri ebrei, decine di migliaia, con armi da fuoco, esattamente come
avevano fatto prima di costruire le camere a gas. Nella prima fase
dell'attacco all'Unione Sovietica, nell'estate e all'inizio dell'autun­
no del 1941, ne uccisero in questo modo centinaia di migliaia, fra
cui 23.600 a Kamenec-Podolski in due giorni, 19.000 a Minsk in due
massacri congiunti, 21.000 a Rovno in due giorni, 25.000 nei pressi
di Riga in tre giorni e oltre 33.000 a Babi Yar in due giorni: tassi di
assassinii di gran lunga superiori a quelli mai raggiunti dalle fab­
briche della morte per mezzo delle camere a gas.
La gassazione, specie nei campi, può offrire ai carnefici vantag­
gi estetici, ma è inefficiente, tanto inefficiente che nessuno degli al­
tri assassini di massa ha mai ritenuto economicamente razionale o
tecnicamente necessario ricorrervi. Sparare alle vittime sul posto
è molto più facile e richiede meno risorse che rastrellarle, portarle
a una linea ferroviaria sorvegliandole lungo l'intero tragitto, sot­
trarre preziosi locomotori e carri merci a funzioni militari ed eco­
nomiche cruciali, caricarvi le vittime, trasportarle e sorvegliarle per
centinaia di chilometri, e soltanto all'arrivo ucciderle e liberarsene
utilizzando una tecnologia che a volte fa cilecca. Se i tedeschi ricor­
sero al gas per l'uccisione degli ebrei non fu per ragioni di efficien­
za, bensì perché erano dotati nell'assassinio di raro spirito inventi­
vo, perché avevano consapevolmente in programma di continuare
a uccidere anche in futuro, perché volevano mettere una distanza
fra gli assassini e il loro raccapricciante compito e, simbolicamen­
te, perché amavano pensare di agire al fine di disinfettare il mon­
do, in particolare dagli ebrei.
Solo una piccola percentuale delle vittime di stragi di massa del
nostro tempo è stata uccisa con metodi ideati nel nostro tempo: ap­
prossimativamente, 4 milioni su 125 milioni o più di persone, meno
130 Peggio della guerra

del 4 per cento. La maggior parte di coloro che i tedeschi uccisero


ricorrendo alla «tecnologia moderna» furono gassati; i giapponesi
sterminarono 580.000 persone, fra cinesi e coreani, con armi e spe­
rimentazioni biologiche; le bombe atomiche americane inceneriro­
no o uccisero con le radiazioni più di 250.000 giapponesi; americani
e britannici uccisero diverse altre centinaia di migliaia di persone
bombardando la popolazione civile in Germania e Giappone; As­
sad usò contro Hama artiglieria e carri armati; Saddam gassò di­
verse decine di migliaia di curdi; e Al Qaeda si servì di aerei di­
rottati per uccidere quasi tremila americani. Gli assassini di massa
della nostra epoca hanno ucciso oltre il 95 per cento delle loro vit­
time usando mezzi tecnologicamente ben poco sofisticati: per la
maggior parte affamando, con le conseguenti malattie, e poi uti­
lizzando, in ordine approssimativo, da armi da fuoco a vari tipi di
lame o bastoni, disponibili fin dall'antichità. La stragrande mag­
gioranza delle vittime dei sovietici morì per fame, freddo e malat­
tie prevedibilmente devastanti. Ma anche in Turchia, Cina, Kenia,
Indonesia, Nigeria, Sudan, Repubblica democratica del Congo, e
pressoché in tutti gli eccidi di massa della nostra epoca, la stragran­
de maggioranza delle vittime sono morte perché deliberatamente
ridotte alla fame, o per colpi d'arma da fuoco, o per una combina­
zione dei due metodi.
Una volta che un regime ha scelto le sue istituzioni elimina­
zioniste, la logistica dell'annientamento e dell'eliminazione di
massa non presenta difficoltà. Quando le vittime designate coin­
cidono nello spazio con una città, un paese o un edificio, possono
essere presi di mira il centro abitato o l'edificio stessi, come fecero
gli americani con Hiroshima, Nagasaki e Tokyo, americani e bri­
tannici con Dresda, Assad con Hama e Bin Laden con le torri del
World Trade Center e il Pentagono (in quello che, stranamente, è
visto come un mero attacco terroristico, non anche come l'assal­
to genocida o eliminazionista che fu). In stragi ed eliminazioni di
massa più convenzionali gli assassini non hanno difficoltà a cat­
turare le vittime. A volte esse e i carnefici sono geograficamente
separati, come in Biafra e nell'attacco sferrato dagli islamisti po­
litici al governo nel Nord del Sudan prima contro la popolazione
africana nera del Sudan meridionale, ora contro quella della gran­
de regione occidentale del Darfur (delle dimensioni della Fran­
cia). A volte a distinguere i carnefici dalle vittime sono caratteri­
stiche fisiche come il colore della pelle. In genere gli assassini o i
loro complici locali conoscono i nemici e sanno dove trovarli. Fu
Come sono messi in atto 131

così per i tedeschi nell'Africa sudoccidentale, per i turchi, i tede­


schi e i croati durante la seconda guerra mondiale, per i britannici
in Kenia, per gli indonesiani nel massacro dei comunisti, per i ser­
bi in Bosnia e poi in Kosovo, per i tutsi nel Burundi, per gli hutu
nel Ruanda, per gli scagnozzi di Saddam in Iraq e in tanti altri
casi. In Germania, nella piccola percentuale di casi in cui la quan­
tità di «sangue» ebraico era in dubbio (eccezioni a parte, doveva
essere almeno del 50 per cento), i tedeschi, per stabilire chi tratta­
re come ebreo, si basavano su dati genealogici. Fuori del proprio
paese, invece, erano molto meno esigenti: non esitavano a far fuori
quasi chiunque la gente del posto indicasse come ebreo, e in Polo­
nia, Lituania, Ucraina e altrove molti erano felici di rendersi utili
in questo modo. Quando lituani, ucraini o polacchi, con l'incorag­
giamento o l'aiuto dei tedeschi, massacravano gli ebrei, come av­
venne a Jedwabne, in Polonia, nel 1941, uccidevano vicini di casa
che conoscevano bene, un fenomeno ripetutosi di recente, sotto
gli occhi di un mondo che sembrava non capire, in Ruanda e nel­
la ex Iugoslavia, in particolare in Bosnia.
Negli attacchi che mirano all'annientamento, i carnefici con­
centrano spesso le vittime in punti di raduno, a volte con lo stra­
tagemma di dichiarare che verranno trasferite. I tedeschi ricor­
sero a questa tecnica classica per deportare gli ebrei nei campi di
sterminio o farli uscire da una città per fucilarli. I turchi prima e
i Khmer Rossi dopo si comportarono allo stesso modo per le loro
omicide marce della morte di massa. In altri casi gli assassini si
avventano sulle vittime all'improvviso e con forze schiaccianti,
come fecero spesso i tedeschi e i carnefici in Indonesia, Burun­
di e Ruanda e diversi paesi dell'America latina, per esempio in
Guatemala e in Salvador. Con rare eccezioni, gli assassini riesco­
no in genere a uccidere una percentuale straordinariamente alta
delle persone cui danno la caccia, e risultati simili hanno anche le
espulsioni e le campagne eliminazioniste di incarcerazione. Po­
chi altri programmi politici hanno tanto successo e producono un
utile tanto elevato.
L'organizzazione di tutto ciò vede una combinazione variabile di
controllo centralizzato e iniziativa locale. I capi politici, una volta
deciso un programma di annientamento, lo coordinano quasi sem­
pre dal centro, servendosi di canali di comunicazione standard per
trasmettere gli ordini alle istituzioni omicide e ai comandanti sul
campo. Come altri aspetti dell'assassinio di massa, anche il modo
in cui i regimi gestiscono e controllano coloro che mettono in pra-
132 Peggio della guerra

tica i programmi eliminazionisti e sterminazionisti varia. A secon­


da delle istituzioni e sedi designate per il massacro, ai carnefici si
offre tutta una gamma di opportunità per prendere iniziative omi­
cide. Per un regime è più facile controllare le guardie di un campo
che quelle che guidano una marcia della morte o le squadre omi­
cide mobili, specie quando gli assassini uccidono in piccoli grup­
pi. La maggior parte degli attacchi eliminazionisti ha luogo in
paesi tecnologicamente sottosviluppati, come la Turchia nel 1915,
la Cambogia o il Ruanda, dove il monitoraggio delle nuove istitu­
zioni è carente e gli eccidi sono condotti in condizioni improvvisa­
te su aree molto vaste, per cui, il più delle volte, le strutture di co­
mando e controllo sono scarse.
Ma, quali che siano i canali di comando formali, la realtà, e i
capi lo sanno benissimo, è che al momento dell'attacco i carnefici
possono decidere in gran parte in prima persona come e chi uc­
cidere. Dejan Pavlovié, giornalista indipendente serbo, racconta
come andavano le cose in Bosnia: «La Sicurezza dello Stato inviò
uomini in ogni comune bosniaco alla ricerca di persone di fidu­
cia che agissero da alleati. A queste "persone di fiducia" si dice­
va che, per ragioni di sicurezza dei convogli o di strategia mili­
tare, la zona doveva essere resa sicura e, quindi, sgombrata dai
musulmani». A volte a incaricarsene era il capo della polizia loca­
le, a volte il sindaco, a volte il direttore dell'ospedale. «Non tro­
verete mai un solo metodo o una sola catena di comando per la
pulizia etnica,» osserva Pavlovié a proposito della ex Iugoslavia
«perché in ogni zona la persona o il gruppo incaricato di metterla
in atto erano diversi. Ogni comandante usava un metodo diver­
so a seconda dei mezzi di cui disponeva».35 I sistemi di coman­
do e controllo dei tedeschi erano probabilmente fra i più formali
ed efficienti, eppure qualunque tedesco nell'Est poteva decide­
re ad arbitrio di uccidere degli ebrei e altri cosiddetti sottouomi­
ni senza temere alcuna punizione. Negli attacchi eliminazionisti
i carnefici imparano ben presto che l'eccesso di zelo nello spaz­
zar via il nemico designato non è penalizzato. Sanno che possono
fare quello che vogliono. Il numero di casi in cui sono stati rim­
proverati o puniti per avere esagerato è, per quanto ne sappiamo,
estremamente limitato.
Come le istituzioni eliminazioniste e di annientamento, così an­
che i programmi eliminazionisti nel loro complesso variano a livel­
lo temporale e spaziale. A livello temporale, eccidi ed eliminazioni
di massa possono essere 1) focalizzati, ovvero un singolo attacco
Come sono messi in atto 133

di durata limitata, 2) iterativi, cioè una serie di assalti focalizzati o


3) sistemici, vale a dire continui e prolungati.
Le stragi ed eliminazioni di massa focalizzate sono comuni. Esse
assumono questo carattere quando la morte del gruppo o dei grup­
pi presi a bersaglio è perseguita come un fine in sé o per qualche
guadagno strategico immediato, non nel quadro di un più ampio
progetto trasformativo. Il più spaventoso e istantaneo assassinio di
massa fu quello degli abitanti di Hiroshima e Nagasaki compiuto
dai bombardieri nucleari americani. Ogni attacco durò pochi se­
condi (anche se molti giapponesi morirono più tardi e altri con­
tinuarono a soffrire a causa delle radiazioni). Se in questi attacchi
si vede il culmine della campagna sterminazionista di bombarda­
menti contro Tokyo, Kyoto e altre località del Giappone, allora il
massacro dal cielo dei giapponesi compiuto dagli americani durò
un po' più a lungo. Oltre alle stragi nucleari, anche altri tipi di as­
sassinii ed eliminazioni di massa focalizzati possono iniziare e fi­
nire rapidamente: ne sono degli esempi la distruzione del World
Trade Center a opera di Al Qaeda e l'eccidio della popolazione di
Hama voluto da Assad. Ma essi possono anche durare mesi o ad­
dirittura parecchi anni, come nel caso dello sterminio degli herero
prima e poi dei nama compiuto dai tedeschi, di quello dei comu­
nisti compiuto dagli indonesiani, dei vari attacchi eliminazionisti
serbi degli anni Novanta e dell'attacco eliminazionista di Saddam
contro il popolo delle paludi.
Stragi ed eliminazioni di massa sono iterative quando un leader
politico dà il via al massacro dei membri di un gruppo, lo ferma e
poi lo riprende, a volte ad anni di distanza. L'eccidio degli arme­
ni perpetrato dai turchi avvenne in tre tempi diversi nel corso di
quasi due decenni, ma costituisce un tutt'uno. Dalla decoloniz­
zazione, nel Burundi si assistette a quattro grandi attacchi omici­
di degli hutu contro i tutsi: nel 1965 morirono migliaia di perso­
ne, nel 1972 oltre centomila, nel 1988 forse ventimila, e tremila nel
1991. Nel 1993 massacri reciproci, prima di tutsi a opera di hutu,
poi di hutu a opera dell'esercito tutsi, costarono la vita su ognu­
no dei due fronti, si stima, a venticinquemila persone. Il confinan­
te Ruanda vide il primo eccidio di massa tra i due gruppi fra il di­
cembre 1963 e il gennaio 1964, quando gli hutu uccisero, sembra,
diecimila tutsi (eccitando gli animi e accrescendo il senso d'insicu­
rezza dei tutsi nel vicino Burundi), e a esso fece seguito, nel 1994,
il colossale bagno di sangue in cui furono trucidati ottocentomila
tutsi. Le stragi di serbi perpetrate una dopo l'altra dai croati duran-
134 Peggio della guerra

te la seconda guerra mondiale e poi, di nuovo, la loro campagna


di assassinii ed espulsioni durante la disgregazione della Iugosla­
via potrebbero essere viste anch'esse come stragi iterative, e così il
massacro dei croati perpetrato dai serbi nel 1991-1992. Una strage
ed eliminazione di massa iterativa può essere parte integrante di
una strategia eliminazionista, o anche sterminazionista, o la forma
più brutale di dominio omicida, cui si ricorre per decimare e inde­
bolire la popolazione presa di mira e terrorizzarla con la minaccia
reale di rinnovati attacchi per annientarla.
Nella strage ed eliminazione di massa sistemica i massacri non
sono né iterativi né episodici, ma costituiscono parte integrante
del modo di governare di un regime che, a questo scopo, crea isti­
tuzioni eliminazioniste durature, di solito sistemi concentraziona­
ri. È quanto avvenne sotto il brutale regime coloniale dei belgi in
Congo e dei francesi nell'Africa equatoriale francese, in Germania
durante il nazismo, in Unione Sovietica, in Giappone a metà del
secolo scorso, nella Cina comunista, sotto il regime coloniale bri­
tannico in Kenia, in Cambogia, nell'Iraq baathista e nella Corea del
Nord. Altri regimi, che fanno anch'essi a volte uso di campi, scate­
nano frequenti aggressioni o campagne eliminazioniste e stermi­
nazioniste, spesso servendosi ripetutamente dei medesimi carnefi­
ci, che possono essere unità speciali delle forze armate. È successo
in Uganda, Cile, Argentina, Guatemala, Vietnam e Iraq. Una stra­
ge ed eliminazione di massa sistemica ha luogo quando i capi po­
litici decidono di raggiungere i loro obiettivi, o affrontare l'opposi­
zione o gruppi di persone sgradite, con la violenza omicida o con
misure che, per qualunque ragione vengano adottate, sanno che
sfoceranno in massacri. Se contro alcuni specifici gruppi essi sca­
tenano a volte attacchi focalizzati, come fecero i Khmer Rossi con­
tro i cham e i tedeschi contro l'élite polacca nel 1940, l'assassinio e
l'eliminazione di massa divengono la loro pratica politica norma­
le quando si trovano a imporre il proprio dominio su popolazioni
che oppongono un'accanita resistenza o contro quanti non si con­
formano alla loro visione trasformativa. Sono i leader che brama­
no di trasformare la società sul modello di qualche ideologia rivo­
luzionaria a istituire grandi sistemi concentrazionari, strumenti
rinnovabili e flessibili per sequestrare e dominare o, nel corso del
tempo, uccidere un gran numero di persone.
Alcune campagne eliminazioniste, sia focalizzate sia iterative,
sono connesse ad attacchi subiti dalla popolazione cui apparten­
gono i carnefici e da altre. Le espulsioni e stragi dei gruppi di et-
Come sono messi in atto 135

nia tedesca perpetrate da polacchi, cechi e altri dopo la seconda


guerra mondiale fecero immediatamente seguito agli attacchi ster­
minazionisti dei tedeschi in Europa centrale e orientale, anche se
l'occupazione nazista del territorio ceco era stata, per gli standard
tedeschi, relativamente mite. Croati e serbi si sono massacrati a vi­
cenda iterativamente, durante la seconda guerra mondiale e, cin­
quant'anni dopo, durante la disgregazione della Iugoslavia. Così,
nel Burundi e nel Ruanda, dopo che i due paesi ebbero conquista­
to l'indipendenza dal Belgio nel 1962, hutu e tutsi si sono massa­
crati iterativamente a vicenda in sette episodi sterminazionisti,
costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. In questi
casi a scattare è stata, in tutta evidenza, una dinamica di recipro­
cità, in cui l'eliminazione di massa è divenuta il principale mez­
zo di ognuno dei gruppi per neutralizzare i propri nemici reali o
quelli che sentiva tali.
Gli aspetti spaziali e temporali di stragi ed eliminazioni di mas­
sa tendono a intrecciarsi. In quelle focalizzate gli assassini uccido­
no per lo più le vittime dove le trovano, nelle loro case o davanti a
esse, o in qualche luogo vicino destinato alle uccisioni. Quando gli
autori di eccidi ed espulsioni di massa focalizzati portano via le vit­
time, spesso è per costringerle a marce della morte. I massacri ite­
rativi ricalcano, dal punto di vista spaziale, quelli focalizzati. Stra­
gi ed eliminazioni di massa sistemiche hanno orizzonti temporali
più lunghi e contano, fra le loro strutture istituzionali, su installa­
zioni durature, fisse: in questi casi, quindi, i carnefici allontanano
normalmente le vittime dal luogo in cui vivono per trasferirle il più
delle volte in campi, ma possono anche condurre, come facevano
in particolare i tedeschi, operazioni omicide sul posto.

La solidarietà altrui e il problema della resistenza


Oltre a carnefici e vittime, molti altri sanno degli attacchi in
corso e (a differenza delle vittime, in genere impotenti) hanno in
qualche misura la possibilità di influire su di essi. Questi spetta­
tori possono essere fisicamente presenti agli eccidi e assistervi, vi­
vere nel paese dei carnefici o in territori da loro occupati, o essere
importanti personalità, per esempio presidenti o primi ministri, di
paesi al di fuori della regione in cui è in atto l'eliminazione. Più o
meno apertamente, essi aiutano o ostacolano gli assassini. Può es­
sere d'aiuto per questi ultimi, specie quando ne rafforza la deter­
minazione a uccidere, che le loro famiglie, i loro amici e i loro con-
136 Peggio della guerra

cittadini non disapprovino o non ostacolino gli atti eliminazionisti.


Lo status morale di simili omissioni, importante da indagare, è da
tempo oggetto di un dibattito che ho affrontato nel mio libro Una
questione morale.
Analogamente a quanto avviene per i carnefici, le posizioni in cui
gli spettatori si trovano di fronte a stragi ed eliminazioni di massa
sono diverse. Alcuni lavorano in istituzioni statali o militari, anche
in istituzioni eliminazioniste, senza essere coinvolti nel program­
ma di eliminazione. Altri, quelli cui più spesso ci si riferisce parlan­
do di spettatori, stanno a guardare mentre gli assassini trascinano
via intere famiglie, spesso di loro vicini, dalle case in cui abitano,
mentre sparano alle vittime o le accoltellano, mentre le vittime si
trascinano in marce della morte attraverso la loro città, o stanno a
guardare quando abitano vicino ai campi in cui le vittime vivono
nei tormenti e muoiono. Più spesso questi spettatori, condividen­
do l'identità chiave (nazionale, etnica, religiosa ecc.) dei carnefici,
sanno che questi ultimi sono convinti di agire in loro nome e per il
loro bene. Spettatori del genere ci sono stati pressoché in ogni ecci­
dio ed eliminazione di massa. Turchi, tedeschi, indiani e pakistani,
coloni britannici in Kenia, hutu, serbi e tanti altri sono letteralmen­
te e metaforicamente rimasti a guardare mentre i loro connazionali
massacravano o comunque eliminavano i loro vicini. Alcuni spet­
tatori, per esempio i cittadini di paesi occupati o quelli che non ap­
partengono allo stesso gruppo degli assassini, non ne condivido­
no l'identità chiave. Sono sotto il tallone dell'occupante, soggetti a
violenza e, come gruppo, potenziali vittime. In questa posizione si
trovavano i polacchi e altre popolazioni durante l'occupazione te­
desca, le minoranze represse in Unione Sovietica, e si trova la po­
polazione di ogni paese occupato o territorio conteso in cui viene
perpetrato un eccidio di massa su vasta scala ma non totale. Infine,
ci sono gli spettatori al di fuori dell'ambito geografico della strage
o eliminazione di massa. Fra di essi i più importanti sono i leader
e le alte autorità di Stati e, a volte, di organizzazioni transnaziona­
li come la Chiesa cattolica, la Croce Rossa o grandi corporation. Di
come essi possano influire su un eccidio o un'eliminazione di mas­
sa si parlerà in capitoli successivi.
Gli spettatori interni a una nazione possono esercitare su una
strage di massa un'influenza diretta o indiretta. In numerosi paesi
molti aiutano gli assassini indicando loro le vittime o scoprendo
dove si nascondono e, in questo modo, si convertono in carnefici.
Molti altri li sostengono con espressioni di approvazione o incorag-
Come sono messi in atto 137

giamento, mostrandosi loro solidali nell'odio o, più tangibilmen­


te, rifornendoli di cibo, riparo e beni di vario genere. Ma è suffi­
ciente che, in modo più o meno palese, non trasmettano un'idea
di disapprovazione, perché gli assassini si rassicurino del fatto di
non essere isolati.
Solo disapprovando un attacco eliminazionista, gli spettatori
possono salvare delle vite. È assurdo sostenere che aiutare le vit­
time designate di uno sterminio non è possibile, come hanno af­
fermato tanti autori a proposito del nazismo e dell'Olocausto per
scagionare i tedeschi, le popolazioni dei paesi occupati e le istitu­
zioni religiose, in particolare la Chiesa cattolica. Basta pensare ai
movimenti di guerriglia per rendersi conto che, se la popolazione
di un paese non sostiene il proprio governo, i rivoltosi ricevono
cibo, alloggio, aiuti e informazioni. È stato così durante la secon­
da guerra mondiale per i partigiani polacchi in Polonia, per i par­
tigiani sovietici in Unione Sovietica, per la resistenza francese in
Francia, per fare solo alcuni esempi. Un aiuto simile può essere
dato, e a volte viene dato, anche a quanti vengono presi di mira in
attacchi eliminazionisti. Che questo non avvenga dice molto sull'at­
teggiamento di un popolo verso la strage e l'eliminazione di mas­
sa, mentre, quando questo avviene, a volte molte vite si salvano.
I danesi salvarono quasi tutti gli ebrei della Danimarca, molti dei
quali non erano danesi, traghettandoli nella Svezia neutrale. Se il
governo bulgaro consegnò gli ebrei dei territori che occupava in
Grecia e Iugoslavia ai tedeschi, che li uccisero, sotto la forte pres­
sione dei suoi cittadini, dei suoi parlamentari e, cosa più signifi­
cativa, delle autorità della Chiesa ortodossa bulgara, rifiutarono
di consentire ai tedeschi di deportare e massacrare gli ebrei della
Bulgaria. Se un'alta percentuale di tedeschi o hutu o serbi avesse
giudicato lo sterminio di ebrei, tutsi o musulmani uno dei gran­
di orrori della nostra epoca, i loro connazionali avrebbero senza
dubbio ucciso un numero molto minore di ebrei, tutsi o musulma­
ni, forse ben pochi. A livello più locale, i francesi di Le Chambon­
sur-Lignon salvarono fra i tremila e i cinquemila ebrei, anche se i
tedeschi erano dappertutto nella loro regione, e spesso facevano
incursioni nella cittadina. In tutta Europa, anche in molte istitu­
zioni cattoliche, singoli oppositori salvarono diversi ebrei, per un
totale di migliaia di persone. In Ruanda singoli hutu, che non con­
dividevano il comune credo antitutsi, riuscirono a salvare un gran
numero di tutsi, e gli hutu musulmani diedero spesso prova di so­
lidarietà verso i loro correligionari tutsi e li aiutarono. Anche se le
138 Peggio della guerra

circostanze, le infrastrutture istituzionali e le risorse impediscono


un soccorso su larga scala, spettatori che disapprovano il massa­
cro possono comunque salvare numerose vite, una per una, o qualcu­
na qui e qualcun'altra là.
Prendendo a prestito la famosa massima di Mao Zedong, la do­
manda essenziale è: chi sono i pesci nel mare degli spettatori, i car­
nefici o le vittime? Quando sono i primi, com'è avvenuto quasi sem­
pre, le vittime non hanno dove scappare o nascondersi. L'ostilità
degli spettatori verso di esse è un fattore di grande importanza, che
contribuisce direttamente e contestualmente a un numero enorme
di assassinii. Il problema degli spettatori è posto in genere in questi
termini: perché assistono passivi alle atrocità? Ma, come vedremo,
questo modo di porre la questione falsa il problema, nasconden­
done, per dir così, più della metà, cioè il sostegno di vario genere
che gli spettatori, di loro spontanea volontà, offrono ai carnefici.
Il loro sostegno a stermini ed eliminazioni di massa è essenziale
anche per un'altra importante ragione: se gli assassini si trovano
raramente di fronte a una resistenza diffusa, tanto meno vincen­
te, è perché le vittime, senza l'appoggio degli spettatori, non han­
no nessuna ragionevole speranza di poter impedire ai carnefici
di ucciderle o eliminarle. Non varrebbe neanche la pena metter­
lo in rilievo, se non fosse che il ritornello della colpa-delle-vitti­
me è stato intonato a non finire riguardo al comportamento degli
ebrei, da «pecore al macello», durante l'Olocausto. Per opporre re­
sistenza a un attacco eliminazionista bisogna avere qualche pos­
sibilità di successo: in condizioni disperate è possibile al massi­
mo una resistenza simbolica, in genere su piccola scala. La spinta
a combattere è frustrata dalla ragione e dall'istinto: i gruppi pre­
si di mira si rendono conto che una resistenza è garanzia di mor­
te certa e, fintanto che sperano di poter sopravvivere, è improba­
bile che prendano le armi. Gli uomini (che in genere guidano la
resistenza) metterebbero in pericolo famiglie che hanno bisogno
della loro continua presenza. Non sorprende che, in alcuni ghet­
ti e campi, gli ebrei si siano ribellati soltanto quando il massacro
si era fatto così capillare da non lasciare più la minima speranza.
Queste rivolte furono forse, simbolicamente, una vittoria, ma si
conclusero in una catastrofica disfatta.
Perché la resistenza sia più che donchisciottesca o simbolica de­
vono convergere molti fattori. Occorre che le vittime dispongano
di armi, organizzazione, tempo per coordinarsi, esperienza mili­
tare, un comando e rifugi (che richiedono, sul posto o al di là di
Come sono messi in atto 139

confini internazionali raggiungibili, spettatori solidali). In assen­


za di uno qualsiasi di questi elementi, una resistenza efficace è im­
possibile, e quasi mai essi sono tutti presenti; non lo erano certa­
mente per gli ebrei di fronte al colosso militare e sterminazionista
della Germania. Essi si trovavano sotto il tallone di una macchina
militare che aveva sbaragliato gli eserciti di tutta Europa. Aveva­
no poche armi, nessuna organizzazione e poca esperienza milita­
re o paramilitare, mancavano del benché minimo tempo per orga­
nizzarsi prima di essere polverizzati, e non potevano rifugiarsi da
nessuna parte, perché in molti paesi, specie dell'Europa orientale,
la popolazione locale in genere li odiava. Inoltre, i tedeschi ridus­
sero in breve gli ebrei dell'Europa orientale alla fame, facendone
esseri deboli e malati, e, quanto agli ebrei nei ghetti e nei campi,
erano circondati da forze schiaccianti e non potevano neanche la­
sciare i confini delle loro prigioni.
I non ebrei dei maggiori movimenti di resistenza contro i tede­
schi si trovavano in condizioni di gran lunga più favorevoli: pote­
vano contare su popolazioni bendisposte, armi, esperienza e orga­
nizzazione militare, aiuti dagli Alleati ecc., e non erano rinchiusi
in campi, circondati da mitragliatrici. Nonostante tali punti di for­
za, tuttavia, la maggior parte di essi, che rappresentavano una per­
centuale minima della popolazione dei loro paesi, non fu in gra­
do di divenire operativa prima che i tedeschi avessero massacrato
la maggioranza degli ebrei che uccisero. Come avrebbero potuto,
gli ebrei, fare di meglio? Milioni di prigionieri di guerra sovietici,
giovani militari con alle spalle un'organizzazione e un comando,
e inizialmente pieni di vigore, morirono passivamente nei campi
tedeschi. Se questi uomini, che non avevano con sé una famiglia,
non riuscirono a mobilitarsi contro i tedeschi, come ci si può aspet­
tare che gli ebrei facessero di più?
Un'efficace resistenza ad attacchi sterminazionisti ed elimina­
zionisti si è prodotta raramente. La stragrande maggioranza delle
vittime della nostra epoca non ha alzato una mano, armata o meno,
in propria legittima difesa. In Cina e Unione Sovietica, nell'Asia
sotto l'occupazione giapponese, in Turchia, Burundi, Bosnia, Afri­
ca sudoccidentale, Cambogia, Ruanda, Indonesia, Iraq, Sudan e via
dicendo i carnefici hanno massacrato, espulso o incarcerato mas­
se di gente inerme senza correre alcun pericolo. Il subitaneo at­
tacco degli indonesiani lasciò i comunisti così tramortiti che offri­
rono ben poca resistenza e, in alcune zone, andarono addirittura
alla morte in file ordinate e dopo essersi preparati, come avvenne
140 Peggio della guerra

a Bali, dove indossavano «bianche vesti cerimoniali funebri e s'in­


camminavano con calma insieme ai poliziotti o a funzionari del
villaggio verso il luogo dell'esecuzione». 36 Un assassino di massa
di Giava racconta un episodio emblematico, ai suoi occhi, dell'ar­
rendevolezza delle vittime: «Ci fu un caso in cui il boia disse a un
comunista, in ginocchio in attesa che lo decapitassero: "Alza un
po' la testa, così la taglio meglio". L'uomo, che stava per morire,
la sollevò subito per aiutare il carnefice». 37 E le vittime in Indone­
sia erano membri di un partito politico militante e ben organiz­
zato! Chi è oggetto di attacchi sterminazionisti ed eliminazionisti
ha al massimo, e in pochissimi casi, la libertà di scegliere se mori­
re prima, e in un modo piuttosto che in un altro. Con l'eccezione
di un numero assolutamente esiguo di fortunati, nelle stragi ed
eliminazioni di massa ad avere voce in capitolo sono quasi unica­
mente gli assassini.
Quando le vittime hanno opposto resistenza, erano già arma­
te, organizzate, e non avevano di fronte forze così soverchianti. In
Ruanda, non appena si sparse la voce che i massacri hutu s'inten­
sificavano, pochi tutsi inizialmente insorsero. A muovere all'attac­
co fu l'esercito tutsi ribelle, già operativo, che infine fermò la car­
neficina sconfiggendo gli hutu e conquistando il paese. A volte chi
è preso di mira può prevedere l'imminente attacco e fuggire per
mettersi in salvo. In Germania gli ebrei sapevano che i tedeschi, che
socialmente avevano già fatto di loro dei morti, erano intenziona­
ti a eliminarli con la violenza, e in soli sei anni, a partire dal 1933,
quasi i due terzi lasciarono il paese, anche se dovettero abbando­
nare la maggior parte dei loro beni e ottenere accoglienza altrove
era molto difficile. Poi la guerra iniziò a rendere la fuga impossi­
bile. Allo stesso modo molti ebrei della Danimarca trovarono una
via di scampo non in una resistenza armata suicida, ma nella fuga
verso l'ospitale Svezia. Altri ebrei che riuscirono a eludere i tede­
schi ebbero minore fortuna: raggiunsero la «neutrale» Svizzera che,
spesso, li costrinse al ritorno in Germania, alla morte.
Allo scatenarsi di una campagna di annientamento, specie in
paesi in via di sviluppo dove il controllo del governo e dell'eserci­
to sul territorio è precario, molti scappano dagli assassini, produ­
cendo un secondo risultato eliminazionista e l'enorme problema dei
profughi. Provocare una fuga del genere è spesso parte integrante
del piano eliminazionista. A meno che le vittime non se ne vadano
preventivamente o dispongano di forze armate pronte ad affron­
tare i carnefici sul campo dello sterminio, l'epilogo è già scritto: la
Come sono messi in atto 141

maggior parte di esse muore. Anche in Ruanda, l'armata tutsi ar­


rivò ottocentomila o più vite in ritardo.
Per ridurre la resistenza gli assassini adottano diverse tattiche. Pren­
dono le vittime di sorpresa o le sopraffanno non lasciando loro il tem­
po di fuggire e tanto meno di organizzare una difesa efficace. Così
hanno agito, fra gli altri, tedeschi, indonesiani, hutu, guatemaltechi,
baathisti, serbi e islamisti politici in Sudan. Oppure, come hanno fatto
sovietici, cinesi, Khmer Rossi, nordcoreani, baathisti in Siria, baathi­
sti in Iraq, tedeschi e altri, fanno capire alle vittime, terrorizzandole,
che ogni resistenza sarà spietatamente punita. Infine c'è la strategia
dei Khmer Rossi: una sorveglianza e un terrore talmente implacabi­
li che le vittime hanno paura di comunicare fra loro anche al grado
minimo necessario per organizzare una resistenza. Così, sembra, si
sono comportati i nordcoreani e in qualche misura anche i sovietici.
La strage e l'eliminazione di massa non sono come la guerra. Le
loro percentuali di successo sono enormemente più alte di quelle
delle campagne militari. Nessun esercito si oppone agli assassini
quando si avventano sulle vittime e le espellono, uccidono o impri­
gionano in campi. Le perdite fra di essi sono quasi sempre minime:
le vittime, mentre loro calano il machete o premono il grilletto, non
fanno altro che alzare qualche volta, in propria difesa, una mano
disarmata. È raro, in libri su eccidi di massa e nelle innumerevoli
testimonianze oculari di carnefici, vittime e spettatori, leggere di
vittime che uccidono carnefici. Questi ultimi sanno che da esse non
devono temere alcun pericolo immediato, e che possono procedere
praticamente senza ostacoli. Lo sanno anche quando attaccano ci­
vili che danno sostegno, o essi pensano che lo diano, a ribelli o ad
avversari in una guerra civile. È frequente che, a posteriori, i carne­
fici eliminazionisti dichiarino di non avere fatto altro che difender­
si, ma sanno benissimo che non c'era alcuna minaccia imminente,
in qualunque senso militare del termine, di fronte a loro. Stando a
qualunque definizione convenzionale di ciò che costituisce una mi­
naccia reale e tangibile, a differenza di una minaccia ritenuta tale
dagli assassini a causa del loro odio, dei loro pregiudizi o della loro
ideologia politica, tali rivendicazioni sono palesemente false. (I tede­
schi massacrarono sei milioni di ebrei perdendo, forse, qualche cen­
tinaio di uomini, la maggior parte dei quali morì quando gli ebrei
nei campi e nei ghetti, vedendo la fine vicina, si ribellarono.) Quel­
la assurda giustificazione fu avanzata dai britannici all'epoca della
loro campagna eliminazionista contro i kikuyu. Essi incarcerarono
circa un milione e mezzo di kikuyu in un brutale sistema di campi
142 Peggio della guerra

e ne uccisero decine di migliaia (le stime vanno da cinquantamila


a trecentomila), e tutto ciò, secondo loro, in reazione alla presunta
acuta minaccia e ferocia senza pari del movimento di liberazione
dei kikuyu, i Mau Mau. Quanti bianchi uccisero i sanguinari Mau
Mau? Trentadue. Pretese palesemente false del genere, di essersi
trovati di fronte a minacce fisiche immediate, sono state avanza­
te da (o in difesa di) turchi, tedeschi, Harry Truman, indonesiani,
tutsi in Burundi e hutu in Ruanda. Sono state avanzate a nome dei
carnefici in tutta l'America latina, dal Cile all'Argentina, al Guate­
mala e al Salvador, dove la destra non avrebbe fatto altro che di­
fendersi dalla sinistra. E sono state avanzate in nome di sovietici e
cinesi, regimi comunisti in lotta contro nemici reali e immaginari
che avrebbero minacciato il chimerico armonioso futuro comunista.
Simili false giustificazioni continuano tuttora a essere avanza­
te, in un contesto dopo l'altro, da apologeti a posteriori, che si er­
gono a custodi dell'onore nazionale o del gruppo. Essi sostengono
che la forma mentis degli assassini era quella di uomini in guer­
ra, o che i carnefici avevano davvero paura delle vittime, come se
questa paura non venisse dai loro pregiudizi, dal loro razzismo e
dal loro odio. Nulla nelle stragi ed eliminazioni di massa, tranne il
premere il grilletto, assomiglia a un conflitto militare o a una reale
emergenza, in cui le vittime minacciano la vita dei carnefici o dei
loro connazionali. Bastano a testimoniarlo i casi in cui gli assassi­
ni, com'è avvenuto quasi sempre, massacrano o scacciano brutal­
mente dalle loro case donne e bambini. Pancrace Hakizamungili,
un assassino di massa hutu, ha raccontato:
In una guerra si uccide chi ti provoca o ti minaccia. In questo ge­
nere di carneficine, invece, si uccide la vicina tutsi con cui ascoltavi
la radio, oppure la brava donna che applicava le piante medicinali
sulle tue ferite per farle guarire, o tua sorella sposata a un tutsi. [ ... ]
Si uccide la donna sullo stesso piano dell'uomo. Questa è la diffe­
renza, che però cambia tutto.38

Il paragone con la guerra e la pretesa che le vittime, manifesta­


mente inermi, rappresentassero per gli assassini una minaccia fisi­
ca o militare sono confutati al di là di ogni dubbio da un'infinità di
testimonianze di carnefici di tutto il mondo, in particolare di carne­
fici tedeschi durante il nazismo. È vero, piuttosto, che gli assassini
sanno benissimo che le stragi ed eliminazioni di massa cui danno
il loro contributo sono atti politici intenzionali che trasformano ir­
revocabilmente la loro società e il loro sistema politico.
La politica trasformativa e gli esiti trasformativi
Gli attacchi eliminazionisti sono atti politici strategici inquadrati
in più ampi contesti, pratiche e obiettivi politici. I carnefici compiono
contro le loro vittime azioni che, in senso stretto, vanno al di là del
compito immediato di massacrarle, espellerle o incarcerarle, e le loro
azioni hanno conseguenze politiche, sociali, economiche e cultura­
li che vanno al di là di togliere a delle persone, cosa già terribile, la
casa, la famiglia e la vita. Quella che segue è una sorta di introdu­
zione a questi temi, che saranno approfonditi in capitoli successivi.
Politicamente i carnefici, con i loro programmi eliminazionisti,
rimuovono o almeno indeboliscono fortemente persone che, altri­
menti, contesterebbero il loro potere. Sia il massacro generalizzato
dei tutsi a opera degli hutu in Ruanda, sia quello precedente e più
selettivo degli hutu a opera dei tutsi in Burundi erano volti a pre­
venire una perdita di potere dei rispettivi gruppi. Superstiti hutu
del Burundi, citati da Liisa Malkki, raccontano come i tutsi decapi­
tarono sistematicamente gli hutu massacrando la loro élite:
Volevano sterminare il mio clan perché il mio clan era istruito. I clan
istruiti, colti, venivano massacrati. Nel mio c'erano insegnanti, assisten­
ti sanitari, agronomi, [ ... ] dei predicatori evangelici -non ancora sacer­
doti -e due che erano sotto le armi. [ ...] Sono stati tutti uccisi. Di per­
sone istruite, nel mio clan, sono rimasta solo io. [ ... ] Molti oggi lasciano
il Burundi perché si uccide ogni giorno. Gli alunni, gli studenti. [ ...] È
perché sono intellettuali. [ ... ] Uno ha ucciso tanti hutu dell'università.
I dipendenti dello Stato [ ... ] sono stati arrestati nei loro uffici, men­
tre erano al lavoro. E anche gli altri ai loro posti: un agronomo, per
esempio, è stato arrestato mentre camminava per i campi dove lavo­
rava. C'erano tecnici sanitari, professori. [ ... ] O artigiani nelle loro of­
ficine, o quelli che lavoravano in case editrici, o nei laboratori dove
si fanno i mobili. Sono stati uccisi lì, sul posto.
Sei uno studente, questo è un motivo; sei ricco, questo è un mo­
tivo; sei uno che osa dire una parola valida alla popolazione, questo
è un motivo. In breve, è un odio razziale.39

Il governo indonesiano, con l'esercito e l'aiuto di civili antico­


munisti, eliminò un'opposizione che gli contendeva il potere po­
litico sterminando in massa i membri di un partito comunista che
godeva di notevole popolarità, rinchiudendo molti altri comunisti
nei campi e costringendone altri ancora a convertirsi all'islam o al
cristianesimo. I pakistani presero di mira l'élite politica, comunita­
ria e intellettuale bengalese, intensificando i massacri quando sta­
vano per essere sconfitti dagli indiani: fu in quel momento che, in
144 Peggio della guerra

tre giorni, iniziarono a sterminare in modo sistematico la classe di­


rigente di quello che sarebbe divenuto ben presto un paese antago­
nista. In molti paesi dell'America latina, fra cui l'Argentina e il Sal­
vador, dittature di destra si sono scagliate contro quanti, da sinistra,
sfidavano il loro potere. In Cile l'eliminazione e la strage di ma:ssa
della sinistra a opera della destra iniziò con il rovesciamento di un
governo marxista democraticamente eletto. Nel 1933 in Germania
i nazisti, per consolidare il proprio potere, uccisero o incarcerarono
gli esponenti comunisti e socialisti e, dopo la conquista della Polo­
nia, per piegare la resistenza all'occupazione e ai loro piani di tra­
sformazione, massacrarono l'élite polacca. Hans Frank, governatore
tedesco della Polonia, in una riunione per pianificare la «pacifica­
zione straordinaria» del paese conquistato, riferì che Hitler gli ave­
va detto (sono le parole di Frank): «Quelli che abbiamo ora identifi­
cato come gli elementi dirigenti sono quelli che vanno liquidati».40
L'assalto dei tedeschi ai polacchi univa al carattere stile XIX seco­
lo di rapace occupazione imperiale di un territorio la deliberata li­
quidazione fisica di elementi significativi della popolazione e la re­
pressione e lo sfruttamento brutali di quanti venivano lasciati in vita.
Allo stesso modo i tedeschi diedero la caccia per ucciderli, in Unione
Sovietica, ai dirigenti comunisti. Gli ebrei, invece, non li stermina­
rono per ragioni di potere: gli ebrei in Germania non contestavano
il potere e non avevano nulla che i tedeschi volessero. E lo stesso
vale per gli ebrei degli altri paesi, non più pericolosi per la Germa­
nia dei loro connazionali non ebrei. Anche i sovietici, i cinesi e altri
regimi comunisti, una volta consolidato il loro dominio, non si tro­
varono di fronte a nessuna contestazione del proprio potere: un fat­
tore del genere non giocò quindi alcun ruolo nelle eliminazioni di
massa cui essi diedero avvio. La rimozione di rivali politici o di chi
potrebbe fomentare una resistenza aumenta la sicurezza e il pote­
re degli assassini: una volta deciso l'attacco eliminazionista, dargli
inizio liquidando l'élite della popolazione presa a bersaglio facilita
l'ulteriore attuazione dei loro progetti eliminazionisti e politici. La
liquidazione dell'élite fu parte integrante anche dei programmi eli­
minazionisti dei turchi, dei britannici in Kenia, degli indonesiani,
dei guatemaltechi, dei serbi, degli hutu e di tanti altri.
Sul piano sociale ed economico, se a volte i carnefici espropriano
le vittime del loro territorio, le spogliano sempre di case, beni e del­
la loro posizione sociale ed economica (anche se spesso non ne trag­
gono personalmente vantaggio singoli assassini). Mentre le per­
dite personali subite dalle vittime sono quasi sempre qualcosa di
Come sono messi in atto 145

accessorio rispetto ai grandi obiettivi politici della strage ed elimi­


nazione di massa, le perdite territoriali ne sono state spesso par­
te integrante. È stato così per i tedeschi nell'Africa sudoccidenta­
le, per i belgi in Congo, nel massacro degli armeni perpetrato dai
turchi e nell'avanzata dei tedeschi in Europa orientale, dove essi
cercavano Lebensraum, spazio vitale imperiale; ed è stato così per
i polacchi nell'espulsione dalla Polonia della popolazione di etnia
tedesca dopo la seconda guerra mondiale, per i britannici in Ke­
nia, per i cinesi nella campagna eliminazionista in Tibet, per i ser­
bi negli assalti in Bosnia e Kosovo e in molti altri casi. Non è sta­
to così, invece, nello sterminio a opera dei tedeschi di ebrei, sinti e
rom, nei massacri compiuti per decenni dai comunisti nella Cina
vera e propria, né negli eccidi di massa perpetrati dai Khmer Ros­
si. E se in Bosnia i serbi uccisero e scacciarono i loro vicini musul­
mani non fu soltanto per serbizzare la regione: essi sottrassero alle
vittime anche case, averi e posti nell'ordine sociale ed economico. I
Khmer Rossi invece, pur espropriando anch'essi le vittime di case e
averi, non avevano su tali beni, a differenza dei serbi, alcuna mira.
Sul piano economico, i carnefici possono sfruttare il lavoro del­
le vittime, anche se, quando ciò avviene, è in modo del tutto irra­
zionale e, secondo i normali criteri, improduttivo. I motivi per cui
le mettono al lavoro sono in prima istanza ideologici e simbolici,
come nel caso dei tedeschi con gli ebrei e dei Khmer Rossi con i
cambogiani. Ma può trattarsi anche di una misura pratica quasi ac­
cessoria nel quadro dell'impresa eliminazionista base.
I carnefici eliminazionisti alterano la composizione sociale e la
struttura della società cui appartengono: il suo volto cambia irre­
vocabilmente e il suo assetto sociale viene rimescolato e straziato.
I perdenti sono inequivocabilmente le vittime. I vincitori invece,
quelli che assurgono a posizioni migliori nella gerarchia sociale, va­
riano. A volte a guadagnarci, in termini di case, valori e beni delle
vittime, sono gli assassini stessi, ma, più frequentemente, a pren­
dere possesso delle posizioni sociali delle vittime sono spettatori,
o gruppi e individui scelti fra di essi.
Dal punto di vista culturale, i carnefici estendono il loro domi­
nio schiacciando completamente o parzialmente (e poi sopprimen­
do) forme e pratiche antagoniste. Quasi sempre un attacco elimi­
nazionista impone a un paese una sostanziale omogeneità, non
solo politica e sociale, ma anche culturale. Spesso chi è portatore
di idee e pratiche culturali avversate e disprezzate dagli assassini
è, proprio per questo, ucciso o espulso. Ciò è evidente soprattut-
146 Peggio della guerra

to quando a spingere una leadership e un gruppo a massacrarne


o eliminarne un altro è la religione. È frequente che di fronte al so­
stegno dato ad assassini di massa e ai loro obiettivi eliminazioni­
sti da autorità religiose si rimanga sconvolti. Ma non si dovrebbe.
Il clero cattolico e protestante tedesco diede il suo appoggio, spes­
so concreto, all'eliminazione degli ebrei dalla società, e alcuni suoi
esponenti giunsero fino a giustificare, promuovere o sostenere ta­
citamente il loro sterminio. In Slovacchia la Chiesa cattolica loca­
le si rese complice fino in fondo del massacro degli ebrei del paese
promulgando una lettera pastorale dichiaratamente antisemita, da
leggere in ogni chiesa, che spiegava e giustificava la loro deporta­
zione (ad Auschwitz). Durante la seconda guerra mondiale vesco­
vi e sacerdoti cattolici appoggiarono gli attacchi omicidi dei croati
contro gli ebrei e i serbi ortodossi. Negli anni Novanta esponenti
di primo piano della Chiesa ortodossa diedero il loro sostegno agli
attacchi eliminazionisti dei serbi contro i musulmani, giungendo
persino a mettere le loro chiese a disposizione degli assassini per la
pianificazione e l'organizzazione di campagne eliminazioniste lo­
cali. Il vescovo ortodosso Vasilije, di Tuzla-Zvornik in Bosnia, dove
assassinii e brutalità erano all'ordine del giorno, era fra i più accesi
sostenitori di Arkan, e al matrimonio di quest'ultimo nel 1994, due
anni dopo che egli aveva dato inizio ai suoi attacchi eliminazionisti
in Bosnia, presiedettero diversi vescovi ortodossi di Croazia e Bo­
snia. Alla cerimonia, mitologizzata da cima a fondo per celebrare
simbolicamente le imprese dello sposo, Arkan era vestito da eroe
serbo e la sua sposa da Fanciulla del Kosovo, una sorta di Maria
Maddalena.41 In Turchia, Giappone, Indonesia e altrove autorità
islamiche, buddiste, cristiane e di altre religioni hanno dato il loro
appoggio e la loro benedizione e talvolta partecipato a stragi ed
eliminazioni di massa. In Ruanda molti ecclesiastici cattolici aiu­
tarono concretamente gli assassini, avallando con la propria pre­
senza e autorità riunioni organizzative, consegnando tutsi ai car­
nefici, scovando parrocchiani che si nascondevano, partecipando
addirittura in prima persona alle uccisioni. Una donna tutsi, inse­
gnante in una scuola elementare cattolica, ricorda:
Il prete, Nyandwe, venne a casa mia. Mio marito [che è hutu] non
c'era. Nyandwe chiese ai miei figli: «Dov'è lei?». Risposero che ero ma­
lata. Entrò in casa, fin nella mia camera da letto. E disse: «Vieni! TI na­
sconderò. C'è un attacco». [...] «TI porterò al CND [la polizia]. » Mi afferrò
per un braccio e mi portò via di forza. Mi trascinò in strada e iniziam­
mo a camminare verso la chiesa. Ma, arrivati sul sentiero, vidi una folla
Come sono messi in atto 147

enorme. C'erano molte persone, con indosso foglie di banano e dei ma­
chete in pugno. Mi liberai da lui e mi misi a correre. Andai a nasconder­
mi in casa di un'amica. Voleva consegnarmi alla folla che si preparava
ad attaccare la chiesa. Fu lui a impedire alla gente di lasciare la chiesa.42

Che i carnefici vedano o meno nell'omogeneità culturale un obiet-


tivo importante, gli attacchi eliminazionisti l'accrescono notevol­
mente. Durante la seconda guerra mondiale i sovietici deportarono
e dispersero diversi gruppi nazionali accusati da Stalin di slealtà,
con il risultato, oltre che di causare grandi perdite di vite umane,
di distruggere le infrastrutture - scuole, giornali, istituzioni cultu­
rali - necessarie alla preservazione di una fiorente cultura etnica. A
volte un attacco eliminazionista è, o contempla, una misura di tra­
sformazione culturale (e sociale) non omicida, per esempio quan­
do i carnefici costringono le vittime a convertirsi a una religione o
rinunciare alla loro, come fecero i Khrner Rossi con i musulmani
cham. Con il risultato di cambiare faccia alla vita culturale pubbli­
ca: idee o pratiche culturali prima concorrenti o conviventi in un
regime di pluralismo, fra cui le interpretazioni storiche, scompaio­
no, inaugurando il dominio di una vita culturale molto più omo­
genea e povera, ma più gradita ai carnefici.
Questi ultimi sanno che distruggere le istituzioni, le testimo­
nianze materiali e i prodotti culturali delle vittime le indebolisce
ulteriormente. I serbi, nel tentativo non solo di eliminare i bosniaci
dalla Bosnia, ma di cancellare le fondamenta della loro esistenza
comunitaria e culturale, bombardarono deliberatamente le prin­
cipali istituzioni culturali della capitale bosniaca, Sarajevo. Prima
rasero al suolo l'Istituto orientale, nel cui rogo bruciò la più gran­
de collezione di manoscritti islamici ed ebraici dell'Europa sudo­
rientale, poi il Museo nazionale e infine la Biblioteca nazionale,
mandando in cenere oltre un milione di volumi, più di centomila
manoscritti e libri rari, e secoli di documenti storici del paese. Per
l'artista Aida Musanovié, e certamente per altri abitanti di Saraje­
vo, vedere avvolto dalle fiamme il loro principale scrigno cultura­
le, e il fumo, la cenere e lembi di carta bruciata aleggiare e piovere
sulla città, «fu la cosa più apocalittica che avessi mai visto»�lj__
indonesiani costrinsero due milioni e mezzo di comunisti a rinun­
ciare all'ateismo e abbracciare-la religione. I comunisti abbatterono
sistematicamente o destinarono a usi diversi chiese, templi e altri
edifici di varie religioni. Nella sola Germania i tedeschi rasero al
suolo o bruciarono nella Notte dei cristalli, l'assalto protogenocida
148 Peggio della guerra

del 9 novembre 1938, oltre duecentocinquanta sinagoghe, e molte


di più ne distrussero in tutta Europa, a volte, come nel caso della
principale sinagoga di Bialystok, trasformandole in metaforiche
e ironiche pire funerarie per bruciare vivi centinaia o migliaia di
ebrei. I serbi, nel lucido tentativo di eliminare da quella che spera­
vano divenisse la Grande Serbia ogni traccia e fondamento di vita
musulmana, rasero sistematicamente al suolo le moschee e interi
paesi bosniaci e kosovari, come, prima di loro, i tedeschi avevano
messo a ferro e a fuoco in Polonia centinaia di zone che volevano
germanizzare. I croati, nell'attacco eliminazionista contro serbi e
bosniaci, si comportarono allo stesso modo con chiese ortodos­
se e moschee. I carnefici non prendono di mira solo gli edifici e i
simboli religiosi dei gruppi nemici, ma anche i loro capi religiosi.
Dei diecimila tibetani massacrati dai cinesi nel 1959 nel reprime­
re una rivolta nella capitale Lhasa, ottocento erano monaci bud­
disti. Un monaco novizio ricorda: «I cinesi iniziarono chiudendo
i monasteri e arrestando gli alti lama e abati. Gli abati che si era­
no opposti ai cinesi furono fatti prigionieri, sottoposti a thamzing
[una "sessione di lotta" che spesso includeva condanne verbali e
violente percosse] e mandati in carcere. Molti morirono sotto tor­
tura, altri si suicidarono». I cinesi usarono la rivolta come prete­
sto per schiacciare il buddismo tibetano: nel 1961 avevano ormai
distrutto la maggior parte dei monasteri del paese e ucciso, man­
dato in campi di lavoro o costretto a lasciare i pochi monasteri su­
perstiti quasi tutti i monaci. 44 In Cambogia i Khmer Rossi rasero
metodicamente al suolo templi e santuari buddisti e massacrarono
i loro monaci: quando furono rovesciati, solo quattro anni dopo, di
duemilaseicentottanta monaci di otto monasteri ne rimanevano in
vita soltanto settanta. Estrapolando il dato e applicandolo al resto
della Cambogia, il che, stando alle testimonianze, appare del tut­
to legittimo, dei settantamila monaci del paese potrebbero esser­
ne sopravvissuti meno di duemila, una percentuale di sterminio
del 97 per cento.45 I tedeschi, dopo avere elaborato e pianificato
la totale eliminazione degli ebrei con una determinazione, preci­
sione e capillarità senza precedenti, si premurarono di mettere in
salvo libri, oggetti e fotografie ebraici, affinché, quando gli ebrei
e l'ebraismo fossero scomparsi dal pianeta, rimanessero testimo­
nianze della cosiddetta razza demoniaca che aveva calpestato la
terra finché essi non l'avevano estirpata.
Se i carnefici fanno scempio della vita politica, sociale, econo­
mica e culturale della propria o altrui società, l'oggetto più imme-
Come sono messi in atto 149

diato dei loro progetti di trasformazione è costituito dal corpo e


dalla psiche delle vittime, di quelle che rimangono in vita e spes­
so anche, prima del colpo di grazia, di quelle che uccidono. Come
nella colonia penale di Franz Kafka, essi cercano di inscrivere nel
loro corpo e nella loro anima la concezione che hanno di esse: di
individui degradati, senza valore o odiati, da usare, mutilare, eli­
minare a loro piacimento. Alcuni le uccidono facendo subire loro
poche o nessun'altra violenza e, quando il massacro o l'espulsione
colpiscono decine o centinaia di migliaia di persone, molte di esse
muoiono senza venire volontariamente sottoposte dall'assassino
ad altre crudeltà o umiliazioni. Spesso, tuttavia, chi sta eliminan­
do un proprio nemico reale o presunto cerca, prima di togliergli la
vita o bandirlo dalla sua terra, di imprimergli un marchio. Come
ha raccontato un tibetano: «Fummo costretti a vedere il nostro or­
dinato universo buddista precipitare nel caos, in termini mentali
e fisici. I comunisti cinesi, pieni di zelo rivoluzionario e assoluta­
mente privi di qualunque sentimento umano, si misero delibera­
tamente a dimostrarci che ciò in cui pateticamente credevamo non
era altro che un miraggio».46 Gli assassini fanno sentire alle vittime
l'odio che provano per esse. Le dileggiano, le insultano. Le tortu­
rano in un'infinità di modi. Le marchiano e mutilano fisicamente.
Una specifica tortura, che raramente è vista come tale se non dai
carnefici, e che richiede un'analisi a sé (si veda il capitolo IX), è lo
stupro. I carnefici usano le loro vittime come giocattoli, costrin­
gendole ad atti dolorosi e infamanti, ma, per essi, divertenti. E ri­
dono alle loro sofferenze. Manifestano il proprio dominio e sfo­
gano contro di loro le proprie passioni e la propria aggressività,
sottolineando nel contempo la loro impotenza. Assassini e tortu­
ratori trascrivono fisicamente e simbolicamente sul corpo e sulla
mente delle vittime il nuovo potere e i nuovi rapporti sociali e mo­
rali. Anche se molte vittime, in alcuni casi tutte, moriranno, i car­
nefici cercano, in gradi variabili, di manifestare il proprio potere,
far sì che venga riconosciuto e così legittimarlo ai propri stessi oc­
chi, dichiarando nel contempo che alle vittime non si applica al­
tra norma politica, legge o morale se non le loro, fatte di sofferen­
ze, degradazione e morte.
Stragi ed eliminazioni di massa, anche se non sempre sono con­
cepite in questi termini, sono in ultima analisi grandi campagne
politiche trasformative che lasciano sulla società un segno più pro­
fondo e mettono in moto più profondi processi di cambiamento di
pressoché ogni altro tipo di politica o ogni altro singolo program-
150 Peggio della guerra

ma. Per molte società che li subiscono, i programmi eliminazioni­


sti e sterminazionisti sono i più profondi di tutti i programmi po­
litici anche di lungo periodo: eguagliano o superano persino gli
effetti di una forte crescita economica. In molti casi tali effetti di
trasformazione rientrano nell'obiettivo visionario di creare una
nuova società, ma anche quando non sono connessi a una chiama­
ta alle armi trasformativa, la faccia della società ne risulta radical­
mente cambiata e spesso, anche se in modo un po' diverso, non
meno irriconoscibile.
V
Perché i carnefici fanno quello che fanno

Per capire che cosa motivi i carnefici a compiere stragi ed elimina­


zioni di massa dobbiamo considerare tutto ciò che essi fanno. Fino
in epoca recente le rare analisi di eccidi che hanno preso in esame
il comportamento degli assassini si sono concentrate unicamen­
te sul momento dell'uccisione. Questa è un'impostazione miope,
che esclude a priori molto, forse la maggior parte di ciò che, nella
condotta dei carnefici, richiede una spiegazione, in particolare gli
altri loro atti eliminazionisti, la loro efferatezza e i loro atti espres­
sivi. Non si è attentamente esaminato per esempio, e tanto meno
messo adeguatamente in luce, il trattamento che essi riservano ai
bambini, anche se li sottopongono a brutalità d'ogni tipo e li ucci­
dono, spesso nei modi più orribili. Questa omissione, che si ripe­
te riguardo ad altri atti non omicidi dei carnefici, occulta di fatto o
riduce notevolmente l'enorme significato descrittivo di tali atti nel
racconto degli eventi, nonché la loro centralità analitica nella ricer­
ca delle loro cause e del loro significato. Sono omissioni che por­
tano a dare del comportamento dei carnefici un'immagine e una
spiegazione carenti e a trame conclusioni inadeguate e, più in ge­
nerale, a proporre interpretazioni false degli eventi, che hanno un
rapporto solo caricaturale con gli orrori reali e la loro perpetrazione.
Risulta forse ancora più sorprendente che fino a una decina d'an­
ni fa gli scritti sull'assassinio di massa prestassero ben poca atten­
zione ai carnefici e ai loro comportamenti. Tale lacuna era proba­
bilmente dovuta a diversi fattori, il più importante dei quali era il
presupposto, estremamente diffuso e quasi automatico fra gli stu­
diosi e anche fra il pubblico, che gli assassini genocidi approvino le
proprie azioni. La cosa sembrava tanto evidente da non necessitare
di nessuno studio. E anche da quando il tema è divenuto oggetto
152 Peggio della guerra

di ricerca, resta, riguardo al comportamento e alle motivazioni dei


carnefici, una sistematica carenza di attenzione e quindi di chiarez­
za. Che quanti hanno partecipato ai massacri in Cambogia, nella ex
Iugoslavia, in Ruanda, nel Darfur e altrove l'abbiano fatto volonta­
riamente sembra così ovvio che, nel parlare di singoli assassinii di
massa, la domanda «perché hanno fatto quello che hanno fatto?» è
considerata per lo più un non-problema. Tuttavia, nel parlare in ge­
nerale di genocidio si avanza senza ulteriori commenti questo o quel
presupposto non verificato che spesso, curiosamente, nega tale vo­
lontarietà. Così non vengono esplicitamente posti interrogativi cru­
ciali, per esempio se i carnefici pensino che le loro vittime meritino
o non meritino il loro destino. Porsi una simile domanda può sem­
brare come chiedersi se i soldati giapponesi, nella seconda guerra
mondiale, volessero vincere e ritenessero giusto uccidere i solda­
ti americani o, viceversa, se i soldati americani che combattevano i
giapponesi approvassero la causa americana. Sembra una doman­
da priva di senso o, come minimo, su cui non vale la pena soffer­
marsi. Di conseguenza, le testimonianze al riguardo non vengono
sistematicamente esplorate e le risposte a questo, come ad altri in­
terrogativi, restano sul vago.
Certo, è probabile che il massacro di uomini disarmati, donne e
bambini sia affrontato a partire da atteggiamenti più vari e com­
plessi di quelli sottesi all'uccisione di soldati nemici in una guerra
che si ritiene giusta. E in alcune guerre molti soldati nutrono dub­
bi sulla saggezza e giustizia della causa per cui si battono. È stato
così per i soldati americani in Vietnam, specie nelle ultime fasi del
conflitto, e questo portò a una diffusa insubordinazione, persino a
casi così frequenti di uccisioni di ufficiali da parte dei loro soldati
che il termine per indicarli, fragging, da fragmentation grenade, «gra­
nata a frammentazione», è entrato nel lessico bellico.*
Le domande sul carattere volontario della violenza che si per­
petra sono tutt'altro che prive di senso, riguardo alla guerra come
riguardo a stragi ed eliminazioni di massa. Quando i capi danno
ordini eliminazionisti, perché la gente li esegue? Nel rispondere a
questo interrogativo dobbiamo considerare che le motivazioni dei
leader eliminazionisti e quelle dei loro seguaci che compiono atroci­
tà e assassinii possono non essere le stesse. Come in altri atti politi-

* La granata a frammentazione è l'arma più frequentemente utilizzata per l'uc­


cisione dei superiori (NdT).
Perché i carnefici fan no quello che fanno 153

ci i capi, più interessati all'obbedienza che al consenso dei seguaci,


possono non essere sinceri sulle proprie motivazioni e aspirazioni.
Può accadere che i carnefici sul campo abbiano, per agire, ragioni
che, pur compatibili con gli obiettivi dei leader, sono diverse dalle
motivazioni di questi ultimi. Come le ragioni dei capi per dare av­
vio a programmi eliminazionisti, comprese stragi di massa, sono
variabili, e come è variabile praticamente ogni aspetto di tali pro­
grammi, è possibile che, in stragi ed eliminazioni di massa diverse,
gli assassini uccidano ed eliminino le loro vittime per motivi diversi,
quali che siano le costanti o gli elementi comuni che pure esistono.
Perché gli assassini uccidono? Perché massacrano i bambini?
Perché sottopongono le vittime a tutti quegli atti disumanizzanti
e violenti? Domande analoghe dovrebbero essere poste riguardo
all'azione e inazione degli spettatori. Perché fanno quello che fanno?
Per fare chiarezza sul groviglio di temi relativi all'intenzionali­
tà e alle motivazioni degli assassini (e degli spettatori) nelle ucci­
sioni è necessario affrontare in modo sistematico tutta una serie di
domande e ipotesi connesse, in modo da poterne escludere alcune
ed esaminarne più approfonditamente altre. La più importante e
certamente la prima è: il carnefice ritiene che le vittime meritino di
morire o, più in generale, di essere eliminate? È una domanda cru­
ciale e ineludibile, anche se in genere viene ignorata o passata sot­
to silenzio. Non è possibile che un essere umano non abbia un'opi­
nione sul fatto se sia giusto o sbagliato sterminare o scacciare dalle
loro case e dal loro paese migliaia, decine di migliaia o milioni di
uomini, donne e bambini. Uno schema a due coordinate, una per la
posizione del carnefice verso la strage (o eliminazione) - l'approva
o disapprova? - e l'altra per le sue azioni - uccide o non uccide? -,
specifica per ognuno dei casi a quale domanda si debba rispondere:

POSIZIONE VERSO LA STRAGE

Approva Disapprova
DOMANDA: DOMANDA:
Uccide come arriva che cosa lo induce /
ad approvarla? costringe a uccidere?
Azione DOMANDA: DOMANDA:
perché diviene come evita
Non uccide uno spettatore di uccidere?
a favore?
154 Peggio della guerra

Se la risposta è sì, il carnefice cioè ritiene che le vittime meriti­


no di morire e che il programma eliminazionista, compresa la sua
componente omicida, è buono e giusto, la domanda successiva
è: come giunge a credere tutto ciò? Se la risposta è no, il carnefice
cioè pensa che uccidere o eliminare le vittime sia moralmente sba­
gliato, per accertare perché uccide o contribuisce agli obiettivi del
programma di eliminazione occorre porsi altre domande. Ritiene
le vittime pericolose, colpevoli di gravi trasgressioni, non idonee
a vivere nella società dei carnefici o, per qualsiasi ragione, merite­
voli di eliminazione, ma disapprova che siano punite con la morte
o altre misure eliminazioniste violente? In questo caso disapprova
la punizione perché la ritiene troppo dura, cioè ingiusta in quan­
to sproporzionata, o perché la ritiene intrinsecamente immorale?
Quali che siano i suoi motivi, se la disapprova è indotto ad agire
contro la sua volontà. In che modo?
Detto in altre parole, il carnefice pensa di svolgere un grande,
storico servizio al suo popolo, o di trasgredire la morale e commet­
tere un grave crimine? In quest'ultimo caso, come, emotivamente
e psicologicamente, persevera?
Per rispondere alle domande necessarie a capire perché i carne­
fici agiscono come agiscono, dobbiamo prima stabilire perché gli
assassini uccidono e gli espulsori espellono.

Perché gli assassini uccidono?


Al riguardo esistono due posizioni diametralmente opposte: se­
condo l'una gli assassini uccidono perché approvano l'assassinio;
secondo l'altra uccidono nonostante lo disapprovino o non lo ap­
provino. Per spiegare come mai le persone siano indotte a uccide­
re anche se, come a volte si sostiene, tutte o quasi ritengono l'as­
sassinio sbagliato e criminale, o almeno non lo ritengono giusto,
sono state avanzate diverse ipotesi.
L'idea forse più diffusa, alla base, esplicitamente o implicita­
mente, delle discussioni sull'assassinio di massa, è che gli assassini
siano costretti a uccidere. A proporre come un mantra tale spiega­
zione sono quanti anelano ad assolvere i tedeschi dall'Olocausto,
non ultimi molti tedeschi stessi, che abbiano vissuto da adulti o
siano cresciuti sotto il nazismo. Ma l'idea della coercizione viene
affermata o insinuata anche dai responsabili di altri attacchi eli­
minazionisti e dai loro apologeti (quando non negano gli eventi
stessi). È comprensibile che carnefici sconfitti o deposti cerchino
Perché i carnefici fanno quello che fanno 155

di sfuggire all'incriminazione suscitando pietà e, a tal fine, sosten­


gano di essere stati costretti a fare cose terribili perché terrorizza­
ti o, senza esplicite giustificazioni del genere, cerchino di focaliz­
zare l'attenzione sull'effettiva o presunta brutalità e tirannia del
regime omicida. Anche indipendentemente dall'efficacia retorica
di tali dichiarazioni, d'altronde, un gran numero di persone ten­
de quasi automaticamente a pensare che molti assassini, essendo
stati al servizio di dittature brutali, devono essere stati costretti a
uccidere. E, a rafforzare tale opinione, contribuisce la tendenza a
equiparare potere e libero arbitrio, negando quindi, a torto, libero
arbitrio e responsabilità ai seguaci meno potenti.
L'ipotesi della coercizione è stata avanzata con estrema vee­
menza e scandagliata più a fondo, anzi esaustivamente, riguar­
do ai carnefici tedeschi. E si è dimostrato che è falsa. A concepirla
e accoglierla con entusiasmo sono stati quanti aspiravano ad as­
solvere i tedeschi da ogni responsabilità penale. Durante l'Olo­
causto nessun carnefice tedesco fu mai ucciso, mandato in campo
di concentramento, incarcerato o severamente punito in qualsiasi
modo per essersi rifiutato di uccidere degli ebrei. Molti sapeva­
no di non essere obbligati a uccidere per esserselo sentito esplici­
tamente dire dagli stessi comandanti. Alcuni accettarono l'offerta
esimendosi dal compito. Non subirono nessuna conseguenza: fu­
rono destinati ad altri compiti. E i loro camerati assassini di mas­
sa lo sapevano. Siamo a conoscenza di questi fatti principalmente
perché i carnefici stessi hanno testimoniato che non erano obbligati
a uccidere, e perché le autorità giudiziarie della Repubblica fede­
rale tedesca hanno svolto indagini su ogni dichiarazione secondo
cui qualcuno era stato ucciso o severamente punito per essersi ri­
fiutato di uccidere, e hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che
erano tutte false.1 Gli assassini di massa tedeschi non erano sog­
getti a costrizione, e dei molti cui fu esplicitamente offerta la pos­
sibilità di non uccidere, quasi tutti scelsero - precisamente, scelse­
ro - di sterminare gli ebrei, bambini ebrei compresi. Il che impone
di riflettere sulla questione più in generale e in questo modo di­
viene chiaro perché i capi non usano la coercizione per ottenere
che i loro seguaci massacrino la gente.
Tutti i regimi politici e tutti i leader fanno affidamento su seguaci
per preservare la propria esistenza e il proprio potere e mettere in
atto le proprie politiche. Quando l'esistenza di un regime dipen­
de dall'uso sistematico o dall'esplicita minaccia della violenza per
reprimere, in patria o all'estero, settori considerevoli della popola-
156 Peggio della guerra

zione, i suoi sostenitori devono usare la violenza e rendere credibi­


le la minaccia. Se essi cessano di sostenere un regime che dipende
dalla violenza per reggersi, il regime non sopravvivrà. Ben pochi
regimi e leader sono disposti a rischiare di rivoltare i propri se­
guaci contro se stessi. Ben pochi regimi esercitano un tale dominio
sulla società da rischiare di alienarsi i seguaci più fedeli, e alienar­
seli nel modo più profondo: costringendoli a massacrare persone
che essi ritengono - se effettivamente lo ritengono - innocenti o
non meritevoli del loro destino. In poche parole, tranne forse nei
rari casi in cui una società è completamente immersa nel terrore -
e non è il caso di pressoché nessuno sterminio ed eliminazione di
massa, compresi quelli perpetrati da turchi, indonesiani, pakista­
ni, guatemaltechi, serbi, hutu, sudanesi, né della stragrande mag­
gioranza dei tedeschi durante il nazismo - è estremamente diffi­
cile, al limite della impossibilità, per un regime terrorizzare tutti i
carnefici e potenziali carnefici. (Tanto più se si considera che l'in­
tensificarsi in tale gigantesca misura del terrore e del controllo to­
talitario rende la vita sociale, economica e produttiva, che dipen­
de dalla volontaria acquiescenza della massa della popolazione,
quasi impossibile, mettendo in pericolo il regime e i suoi leader,
oltre a paralizzarli in altri loro progetti.) Costringere i più fedeli
seguaci di un regime a compiere stragi di massa è, moralmente e
psicologicamente, come attaccarli, con il risultato che a difendere
il regime e i suoi leader non rimane più nessuno. Poi, se gli stes­
si seguaci del leader non vogliono massacrare le vittime designa­
te, chi sarà a costringerli? Ben pochi leader politici oserebbero, o
sono in una posizione che permetterebbe loro di rischiare di per­
dere in questo modo le persone da cui dipendono il loro potere,
la loro vita e i loro obiettivi.
A dimostrazione di ciò, eccettuate forse poche stragi ed elimi­
nazioni di massa, c'è il fatto che i leader non usano la coercizione
con i loro seguaci. I voluminosi annali dello sterminio offrono ben
poche testimonianze credibili di una coartazione del genere, tanto
più su larga scala. A volte gli assassini di un regime obbligano in
questa o quella località i civili ad aiutarli a uccidere. Lo fecero gli
indonesiani nel massacrare i comunisti in alcune città e i guatemal­
techi nel massacrare i maya in qualche villaggio. In Ruanda, dove
la partecipazione popolare all'eccidio di massa fu di proporzioni
enormi, alcuni hutu furono costretti a unirsi alle centinaia di mi­
gliaia di persone che uccidevano di propria volontà. Mectilde Kan­
tarama, una sopravvissuta tutsi, afferma: «Il 10 per cento collabora-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 157

va; il 30 per cento era costretto a uccidere; il 20 per cento uccideva


con riluttanza; il 40 per cento uccideva con entusiasmo». 2 Dicendo
che il 20 per cento degli hutu uccideva «con riluttanza», Mectilde
non intende dire che essi erano contrari alle uccisioni (altrimenti li
avrebbe aggiunti al 30 per cento che, a suo parere, furono «costret­
ti a uccidere»), ma semplicemente che erano meno entusiasti de­
gli assassini entusiasti, i quali erano così tanti, e di un fervore così
incredibilmente straripante che, al confronto, i carnefici volonta­
ri ordinari parevano freddi. Stando alle sue cifre, che non rappre­
sentano che le stime di una singola persona, dell'enorme numero
di hutu normali che massacrarono di loro volontà i propri vicini
tutsi, il 60 per cento lo fece volentieri e il 40 per cento con «entu­
siasmo». Sono percentuali sconvolgenti, specie se si pensa all'effe­
ratezza e all'orrore di un massacro a colpi di machete, che vanno
tenute in considerazione nel pensare al perché quel 30 per cento
dovette essere costretto: forse a molti non piaceva l'idea di sguaz­
zare nel sangue (si noti che Kantarama non dice che erano contrari
allo sterminio). Questo consenso e questa partecipazione di mas­
sa alle stragi sono confermati da un gran numero di testimoni e di
carnefici. Non deve sorprendere che in una circostanza rara come
quella che, in Ruanda, vide praticamente un'intera società, sotto la
guida dei fanatici paramilitari hutu dell'Interahamwe, scagliarsi ar­
mata di machete su una propria minoranza etnica per fame strage,
qualcuno fosse trascinato e costretto a uccidere dalla maggioranza.
Resta il fatto che la maggioranza, forse la grande maggioranza, lo
fece volontariamente. E, come indicano le testimonianze, franche
e di grande interesse, di assassini hutu del comune di Nyamata,
tranne che nei primissimi giorni, in cui non si poteva non parteci­
pare, le persone non erano costrette a uccidere, e in effetti il clima
in cui si svolsero le stragi fu alquanto rilassato: gli hutu avevano
occasioni d'ogni tipo per regolarsi su come, quando e se massacra­
re i loro vicini tutsi.
Come per la maggioranza degli hutu, la generale assenza di
coercizione è stata la regola negli attacchi eliminazionisti: per i
tedeschi nell'Africa sudoccidentale, i belgi in Congo, i turchi, i te­
deschi durante il nazismo, i britannici in Kenia, gli indonesiani,
i Khmer Rossi, i pakistani, i tutsi in Burundi, i guatemaltechi, i
serbi e i sudanesi. E la cosa è facile da spiegare: in una strage di
massa dopo l'altra i leader hanno facilmente trovato persone de­
siderose di uccidere le vittime designate. La coercizione non era
necessaria. Dunque, quando determinati individui non voleva-
158 Peggio della guerra

no uccidere, il regime non aveva bisogno di obbligarli a farlo. Di


persone pronte a svolgere volentieri il lavoro ce n'erano già più
che a sufficienza.
Una seconda idea cui comunemente si ricorre per spiegare come
individui che, si presume, non ritengono che le vittime meritino di
morire, giungano comunque a ucciderle, è l'idea di autorità. L'auto­
rità è giudicata così potente da esercitare, si direbbe, una forza ip­
notica. La tesi è che quando l'autorità, specie l'autorità dello Stato,
emana un ordine, esso assume ineluttabilmente le qualità di giusto
e necessario. Persone che altrimenti disapproverebbero l'atto or­
dinato ritengono un dovere eseguirlo. Questa idea, che l'autorità
dello Stato susciti di per sé obbedienza, è evocata spesso per i te­
deschi che uccisero ebrei, ma anche per altri assassini di massa, in
particolare gli hutu, ed è una tesi particolarmente comoda per co­
loro che tentano di scagionare i colpevoli.
Il postulato del crimine di obbedienza ha in realtà due versioni dif­
ferenti, anche se a volte esse si sovrappongono. Secondo la prima
l'autorità dello Stato è oggetto di rispetto e timore reverenziale, e
quindi gli individui credono di essere in dovere di eseguire gli ordi­
ni dello Stato anche quando essi stessi li giudicano sbagliati o im­
morali. Per la seconda gli ordini dello Stato tendono a essere consi­
derati legittimi per definizione, quindi gli individui ne accettano la
correttezza perché partono dal presupposto, o giungono alla conclu­
sione, che le autorità del loro paese non impartirebbero mai ordini
fondamentalmente immorali o criminali. Esamineremo più avan­
ti la seconda versione di questa tesi, che non riguarda il problema
di come si possa essere indotti a uccidere persone che non si riten­
gono meritevoli di morte, ma di come si possa arrivare a credere
che ucciderle sia necessario e giusto. La versione del crimine di ob­
bedienza che ci interessa qui però è la prima, quella secondo cui gli
ordini dello Stato sono ritenuti sacrosanti, ed è questo a portare le
persone ad agire contro le proprie convinzioni interiori, a commet­
tere di buon grado atti che giudicano criminali.
Questa è una tesi palesemente assurda. La gente non fa che di­
sobbedire, eludere e ignorare ordini, leggi e regolamenti dello Stato
e del governo. Lo fa nelle democrazie e nelle dittature, nelle zone
più e meno controllate della società. Lo fa nel caso in cui l'autorità
da cui emanano sia un monarca che si presume governi per grazia
di Dio, un presidente democratico eletto dal popolo, un cosiddet­
to leader carismatico o un onnipotente despota totalitario. In tutto
il mondo (non solo proverbialmente in Italia) si evadono le tasse.
Perché i carnefici fanno quello che fanno 159

In tutte le società umane si commettono crimini di tutti i generi. In


società di tutti i tipi i poliziotti non fanno rispettare certe leggi, se a
loro non piacciono o le giudicano poco sagge, ed essi stessi spesso
violano la legge. Anche i militari, dai generali ai soldati semplici,
disobbediscono frequentemente ai loro capi o si rivoltano contro di
essi. Durante la Rivoluzione russa del 1917 i soldati dello zar non
aprirono il fuoco contro i rivoluzionari. Nel 1986 i soldati filippi­
ni disobbedirono all'ordine di schiacciare gli oppositori del regime
di Ferdinand Marcos. Durante la guerra in Libano nel 2006 soldati
israeliani rifiutarono di obbedire all'ordine di avanzare. Reniten­
ti alla leva americani si rifiutarono di prestare servizio in Vietnam
e, fra quelli che vi andarono, furono molti gli insubordinati. La di­
serzione, spesso su scala massiccia, ha afflitto gli eserciti nel corso
di tutta la storia come nel nostro tempo. Eppure, né l'insubordina­
zione né la diserzione sono stati un problema per le legioni di car­
nefici che hanno messo in atto progetti eliminazionisti.
Che la disobbedienza, l'elusione e la noncuranza, nei rapporti
con l'autorità, le istituzioni, le leggi e le politiche degli Stati, siano
così universalmente diffuse e variegate smentisce l'idea che l'auto­
rità statale sia ritenuta sacrosanta. Tanto più che, praticamente in
tutti i paesi, si è assistito a sfide all'autorità dello Stato ancora più
radicali: ribellioni, colpi di Stato e rivoluzioni. La Germania, al
cui popolo si attribuisce il titolo di servile esecutore per eccellen­
za degli ordini dello Stato, ne ha conosciute molte. Gli stessi na­
zisti combatterono per le strade per rovesciare l'autorità statale
vigente, quella della repubblica di Weimar. Durante il periodo na­
zista vi furono su qualunque materia tedeschi che disobbedirono
allo Stato: gli stessi carnefici lo fecero spesso, non eseguendo gli
ordini che non gradivano. 3 E così è stato in tutto il mondo, specie
nei paesi i cui governi hanno dato il via a stragi ed eliminazioni
di massa. In molti di essi - Turchia, Germania, Unione Sovietica,
Cina, Indonesia, Uganda, Iraq, Cile, Argentina, Guatemala, Ruan­
da, Sudan e tanti altri - gli stessi regimi omicidi presero il potere
ribellandosi e rovesciando la legittima autorità statale precedente. E
spesso i rivoluzionari sono stati i militari, anzi i generali, che si
considerano i più inclini a eseguire ciecamente gli ordini. Nella
maggior parte di questi paesi, inoltre, non esisteva fra il popolo
in generale nulla di simile alla cultura della sacra obbedienza allo
Stato un tempo caratteristica, o così si presume, di alcune stabili
monarchie europee che fondavano su Dio il loro diritto a gover­
nare. Molti paesi teatro di stragi ed eliminazioni di massa erano
160 Peggio della guerra

caratterizzati da una diffusa, endemica violenza, con l'autorità


e legittimità statali estremamente deboli; e la presunta cieca ve­
nerazione e obbedienza tributate allo Stato non erano mai esisti­
te, e nessuno s'è mai sognato di pretendere il contrario, come si è
invece fatto, in termini per lo più intellettualistici e fasulli, per la
Prussia, da dove quella cieca venerazione e obbedienza si sareb­
be in qualche modo propagata all'istante per tutta la Germania
quando essa si costituì in nazione nel 1871, e poi per tutta l'Au­
stria quando la Germania la annetté nel 1938.
L'autorità, inclusi il potere, gli ordini e le politiche dei governi,
è contestata continuamente, a tutti i livelli, dalla società nel suo in­
sieme, da gruppi al suo interno, fra cui gruppi di insorti, e da singoli
individui, che sia per rovesciare l'autorità tout court o in disaccor­
do con specifiche misure politiche. Quest'idea di cieca obbedienza
all'autorità è parsa in qualche misura applicabile solo se avallata
dai luoghi comuni sui tedeschi, dai discorsi virtualmente razzisti
e deumanizzanti sulla loro presunta incapacità di esprimere giudi­
zi morali autonomi, luoghi comuni e discorsi che li fanno apparire
dei robot con ben poco di umano. Eppure, malgrado i suoi difetti
evidenti, quest'idea ha acquisito ulteriore credito grazie all'avallo
degli esperimenti pseudoscientifici di psicologia sociale condotti
negli anni Sessanta alla Yale University da Stanley Milgram, tesi a
dimostrare che, in risposta all'esortazione di una figura dotata di
autorità, gli esseri umani fanno quasi di tutto. Milgram, per dare
credibilità alle sue false conclusioni, ha portato a esempio l'uni­
co caso che sembrava dargli manforte, quello dei tedeschi robot e
dell'Olocausto, pretendendo di averne trovata la chiave. Se avesse
portato a esempio, invece, il pagamento delle tasse o lo zelo delle
imprese nell'osservare leggi e regolamenti, per non parlare della
criminalità in generale, la sua idea che è solo grazie al magico po­
tere dell'autorità dello Stato che la gente fa tutto quello che il go­
verno le dice di fare sarebbe risultata una burla.
A prendere freddamente in esame il gran numero di testimonian­
ze storiche disponibili tralasciando il mondo mitico dei luoghi co­
muni, delle tesi non comprovate, degli esperimenti di laboratorio
pseudoscientifici e male intesi, i dati dimostrano che il potere del­
le autorità di governo di convincere la gente a fare qualcosa solo e
soltanto perché esse dicono che va fatto è debole. E l'implausibilità
della tesi secondo cui la gente sentirebbe come suo dovere, anzi,
come necessità morale assoluta, uccidere i propri vicini, massacrare
dei bambini, solo perché lo dice un governo è di per sé una ragione
Perché i carnefici fanno quello chefanno 161

per sorprendersi. Tranne per chi ha un interesse politico o persona­


le a discolpare i carnefici e riabilitare la Germania, è difficile capire
come un'idea del genere abbia potuto acquisire una tale diffusione.4
Un'altra tesi comunemente avanzata per spiegare perché gli as­
sassini uccidono sostiene che a spingere a perpetrare massacri è la
pressione psicologica sociale. Di essa esistono molte varianti, ma
tutte, in sostanza, affermano che particolari circostanze sociali sono
di per sé sufficientemente potenti da indurre a uccidere. Non è una
tesi più sensata di quella basata sull'autorità del governo. Per co­
minciare, il contesto psicologico sociale in cui i carnefici agiscono
varia enormemente da un eccidio di massa all'altro, come varia no­
tevolmente per gli assassini in uno stesso eccidio a seconda dell'isti­
tuzione e del contesto omicidi in cui operano. Poi, qualunque tesi
di carattere generale che affermi la capacità della pressione psico­
logica sociale di trasformare chiunque in assassino è irragionevo­
le: quali che siano gli specifici fatti psicologico-sociali che questa o
quella tesi presuppone, si tratta di «fatti» che, per un numero enor­
me di carnefici o in molte stragi di massa, erano inesistenti.
Nella sua forma tipica, la tesi psicologico-sociale sostiene che
a costringere a uccidere è la pressione dei pari. Di fronte alle pa­
role di altre persone, alla prospettiva della loro disapprovazione
o all'esempio delle loro azioni, il comportamento del singolo, si
dice, finisce inevitabilmente per uniformarsi. Ma in numerosi ec­
cidi di massa nulla dimostra che questo sia avvenuto. E nulla di­
mostra che si tratti di un fenomeno diffuso. Inoltre, la tesi soffre
di un vizio che la inficia, e che i suoi fautori non affrontano. An­
che se spiega correttamente l'azione di alcuni assassini, non può
spiegare perché la maggioranza uccida. Essa si fonda su un pre­
supposto che rende impossibile ciò che i suoi fautori pretendono
di spiegare. Presuppone cioè che la maggior parte dei carnefici
abbia la volontà di uccidere: perché si produca una simile pres­
sione psicologica sociale, infatti, occorre che la maggioranza, pro­
babilmente la stragrande maggioranza, sia a favore dell'eccidio. A
questo punto, la maggioranza favorevole, così si presume, esercita
una pressione sulla minoranza non favorevole. La tesi psicologi­
co-sociale, insomma, è per definizione inapplicabile alla maggior
parte degli assassini che, in base a essa, vogliono già uccidere. Se
la maggioranza, però, tanto più la stragrande maggioranza, non
avesse alcuna volontà di uccidere, la pressione dei pari a favo­
re dell'eccidio verrebbe a mancare, anzi, si eserciterebbe in senso
esattamente opposto: contro l'eccidio.
162 Peggio della guerra

Come spiegazione generale, quella fondata sulla pressione dei


pari implode su se stessa. Non può spiegare perché, in generale, gli
assassini uccidano. Al massimo può far capire qualcosa del com­
portamento di coloro che, disapprovando la strage, si trovano cir­
condati da volonterosi carnefici che, per di più, creano un clima di
intolleranza verso i dissenzienti. Ma, anche così, è inutile per getta­
re luce sull'esistenza e il carattere dell'approvazione e disponibilità
iniziali della maggioranza, che è il fatto fondamentale da spiegare
e da cui il postulato dipende.
Nel caso più noto di applicazione di questa tesi, l'autore si è sfor­
zato di superare l'ostacolo proponendo una contorta variazione sul
tema. Anche se pochissimi degli assassini di massa tedeschi dell'uni­
ca unità militare che ha preso in esame avessero avuto la volon­
tà di uccidere, tutti si sarebbero sentiti obbligati a non sottrarsi al
compito omicida. Perché? Perché, quasi per ognuno di loro, sareb­
be stato più importante non lasciare il lavoro sporco ai compagni.
Quindi, quasi ognuno di loro avrebbe preferito massacrare uomi­
ni, donne e bambini che riteneva del tutto immeritevoli di morire,
mutarsi in assassino di massa, commettere il più grave dei crimini,
delle trasgressioni morali e dei peccati contro Dio (molti erano cri­
stiani praticanti), piuttosto che lasciare ad altri di sporcarsi le mani.
Stiamo parlando dei tedeschi del Battaglione di polizia 101, che uc­
cisero in qualche mese decine di migliaia di ebrei, e ai quali il loro
sollecito e amato comandante, il maggiore Wilhelm «papà» Trapp,
aveva comunicato che non erano obbligati a uccidere.
A parte l'assoluta implausibilità di questo contorto ragionamen­
to, il suo autore, solo per poterlo avanzare, ha dovuto ignorare o
minimizzare molte prove della spontanea volontà dei carnefici, in­
cluso il fatto che quegli uomini, a suo parere riluttanti a uccidere,
sottoposero ripetutamente le vittime a sevizie e torture senza es­
servi minimamente spinti dai superiori, tanto che lo stesso coman­
dante li redarguì per l'eccessiva crudeltà! Come avrebbero potu­
to inoltre quei soldati reggere psicologicamente massacrando una
dopo l'altra così tante persone, spesso sparando loro a bruciape­
lo, se lo avessero davvero giudicato un crimine, un omicidio e (per
quanti erano credenti) un peccato, anzi un peccato mortale? Ma im­
maginiamo pure, contro ogni evidenza, che ad agire sugli uomi­
ni di quella unità, inducendo ognuno di essi a decidere di fare ciò
che nessuno di essi avrebbe voluto, sia stata in qualche modo una
pressione dei pari dovuta, come pretende il nostro autore, alla mera
circostanza che provenivano tutti dalla stessa metropoli, Ambur-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 163

go. Immaginiamo che a far sentire a ognuno di essi un obbligo ver­


so i compagni superiore a qualsiasi altra considerazione sia stata
in qualche modo questa comune provenienza, per quanto da una
città grande e anonima. Sarebbe comunque pressoché irrilevante
per spiegare il loro comportamento. Perché? Perché questo presun­
to elemento cruciale, avere in comune il luogo d'origine (che pro­
durrebbe per magia fra gli assassini una solidarietà granitica), non
esisteva durante il nazismo per la maggior parte dei carnefici del­
la maggior parte delle istituzioni omicide: per uccidere venivano
spesso riuniti nella medesima unità perfetti estranei provenienti da
ogni regione della Germania (Austria compresa). E non è esistito
nemmeno nella maggior parte, probabilmente la stragrande mag­
gioranza, degli eccidi di massa della nostra epoca. Quindi, oltre a
tutte le altre ragioni che dimostrano la tesi della pressione dei pari
inconsistente anche per l'unica unità per la quale è stata avanzata
- un'unità, fra l'altro, non soltanto unica, ma dalle caratteristiche
uniche fra le istituzioni omicide tedesche e le istituzioni omicide e
i carnefici in generale - una tesi del genere non ha in ogni caso al­
cuna rilevanza generale per spiegare il comportamento degli assas­
sini. La stessa esistenza della condizione che la sottende e la ren­
de possibile, una presunta solidarietà psicologicamente più forte
di qualunque altra considerazione, è estremamente dubbia. Nelle
grandi città come Amburgo il senso di identità e la solidarietà co­
munitaria fra estranei sono notoriamente deboli e, inoltre, in quel­
la unità molti erano relativamente dei nuovi venuti: non avevano
avuto praticamente il tempo, prima di iniziare a uccidere, di svi­
luppare forti legami. Per di più, nell'ampia documentazione di cui
disponiamo su quegli uomini e le loro gesta si trovano ben poche
tracce dell'esistenza di una simile solidarietà di gruppo. Ma a par­
te questi numerosi elementi, già sufficienti a inficiare la tesi secon­
do cui a indurre quei soldati a massacrare uomini, donne e bambi­
ni ebrei sarebbe stato quello o qualsiasi altro tipo di pressione dei
pari, non uno degli oltre duecento uomini dell'unità che testimo­
niarono sulle stragi ha mai accennato a una simile pressione, tanto
meno evocandola per spiegare perché egli o i suoi compagni fos­
sero divenuti degli assassini.5
Una delle tesi più note per spiegare perché si collabori a stra­
gi di massa fa leva sulla cosiddetta forma mentis burocratica. Essa
è stata avanzata da Hannah Arendt, che per definire Adolf Eich­
mann ha usato l'espressione «banalità del male», ed è stata ripresa
a discolpa dei tedeschi da teorici della modernità, oltre che da mol-
164 Peggio della guerra

ti che sanno ben poco di quanto accadde realmente durante l'Olo­


causto o di quanto accade in generale negli eccidi di massa. La tesi
si riduce al postulato del chiunque può farlo. È semplice: nel mondo
moderno le burocrazie creano una forma mentis da prestazione­
per-la-prestazione, per cui i burocrati fanno quello che fanno i bu­
rocrati, un lavoro ben fatto, a prescindere dalla posizione che, diver­
samente, potrebbero avere verso questo o quello specifico compito.
È un postulato diverso da quello dell'obbedienza-all'autorità, se­
condo cui l'autorità del governo convince che un lavoro è buono
e necessario, o il dovere di obbedirle è superiore a quello di obbe­
dire alla propria coscienza. Per il postulato burocratico è come se
l'individuo avesse spento la propria coscienza, fosse incapace di
esercitare il giudizio.
I problemi di questa spiegazione, riguardo ai carnefici in gene­
rale e in particolare a Eichmann, che (sorprendentemente) è l'uni­
co esempio addotto dalla Arendt per avallarla, sono innumerevoli,
tanto da toglierle ogni credito. Il vero Eichmann era profondamen­
te antisemita, e fiero di esserlo. Egli stesso ebbe esplicitamente a
dichiarare che a motivarlo nelle sue azioni era una convinzione
interiore: che esse fossero giuste. Da qui nasceva il suo fanatismo:
Gli ebrei hanno effettivamente ragione. A dire la verità, io lavora­
vo senza sosta ad attizzare il fuoco ovunque pensassi ci fosse un se­
gno di resistenza. Se fossi stato un mero destinatario di ordini, sarei
stato un sempliciotto. Io riflettevo a fondo sulle cose. Ero un ideali­
sta. Quando giunsi alla conclusione che fare agli ebrei quello che ab­
biamo fatto era necessario, lavorai con tutto il fanatismo che un uomo
può aspettarsi da se stesso. Non c'è dubbio che mi considerassero
l' uomo giusto al posto giusto. [ ... ] Ho agito sempre al cento per cen­
to, e nell'impartire ordini non ero certo fiacco.
Ancora più degno di nota è che Eichmann si vantava dei mi­
lioni di ebrei che lui aveva ucciso. Pochi mesi prima della fine del­
la guerra disse al suo vice: «Riderò quando salterò dentro la tom­
ba, al pensiero che ho ucciso cinque milioni di ebrei. Mi dà molta
soddisfazione e molto piacere».6 Sono queste le parole di un buro­
crate che fa il suo lavoro senza pensare, senza riflettere, senza aver­
ne alcuna particolare opinione?
Coloro che lavoravano per Eichmann erano anch'essi autentici
antisemiti, assolutamente convinti della necessità di sterminare gli
ebrei. Alois Brunner, un «funzionario» che era fra i suoi principali
assistenti e sovrintese alla deportazione degli ebrei da molti paesi
Perché i carnefici fanno quello che fanno 165

e regioni, scrisse nel 1943 a un «camerata» da Salonicco, in Grecia,


da dove si accingeva a deportare quelli della zona ad Auschwitz,
una lettera rivelatrice:
Il clima è sempre più bello e il nostro lavoro procede favolosa­
mente. Il 25 febbraio le stelle gialle [il marchio di identificazione
che i tedeschi costringevano gli ebrei a portare ben visibile sull'abi­
to] hanno iniziato a luccicare qui. E la popolazione greca è così feli­
ce di vedere gli ebrei marchiati e ghettizzati che mi sono detto che è
stato un delitto non prendere le misure del caso prima. Se si fossero
tenuti debitamente sotto controllo gli ebrei, l'inflazione e il merca­
to nero non avrebbero mai assunto queste proporzioni. Ora non c'è
negozio senza fuori una targa che dica «negozio giudeo». E quando
inizieremo a muoverci con loro [per deportarli ad Auschwitz], i gre­
ci faranno salti di gioia.
Hans Safrian, che su Brunner e altri collaboratori di Eichmann
ha condotto uno studio, osserva: «Non si può parlare qui di "im­
provvido adempimento del dovere" e "cadaverica obbedienza bu­
rocratica": Brunner racconta del "luccicare" delle "stelle gialle" e
del procedere "favolosamente" del suo "lavoro" con una soddi­
sfazione e una gioia indubitabili». E la lettera di Brunner, aggiun­
ge Safrian, dà «un'idea del tono quotidiano abituale degli uomi­
ni attorno a Eichmann». 7 Se, parlando del carnefice nazista, la
Arendt avesse citato questa e molte altre testimonianze, cosa che,
puntualmente, non fece (le parole in cui egli si vanta di avere uc­
ciso cinque milioni di ebrei dicendo che, quando scenderà nella
tomba, riderà al pensarci, comparvero in una delle più celebri in­
terviste mai pubblicate da «Life»!), la sua sorprendente tesi non
sarebbe mai parsa plausibile neanche a un esame superficiale, e
il vasto, ma empiricamente vuoto edificio di pensiero su burocra­
zia dello sterminio o sterminio burocratico sarebbe rimasto pri­
vo delle sue fondamenta, costituite dall'isolato esempio di Eich­
mann. La maggiore ironia, nella falsa immagine che di lui fabbricò
la Arendt, sta nel fatto che egli, proprio per la fierezza con cui rife­
risce le sue gesta, è esemplare dell'opposto del burocrate che ese­
gue senza pensare qualsiasi ordine. Motivato dai suoi ideali, egli
fu un assassino di ebrei fanatico, consacrato al proprio compito,
che pensava e rifletteva.
In termini più generali, la visione che fa leva sulla forma mentis
burocratica è basata sull'idea che la burocrazia moderna, specie nei
cosiddetti sistemi totalitari, abbia la capacità di ottundere le facol-
166 Peggio della guerra

tà morali delle persone tanto da poter indurle a uccidere. Secondo


un'altra versione della stessa tesi, la burocrazia moderna parcelliz­
za a tal punto le mansioni che nessuno se ne ritiene più responsa­
bile, e può quindi accadere che si dia con soddisfazione il proprio
contributo anche a un compito che si disapprova. Riguardo agli ar­
tefici di eccidi di massa, è una tesi palesemente assurda. Per dare
anche solo la superficiale impressione di essere plausibile, essa of­
fre una descrizione e un'immagine sbagliate degli assassini, facen­
done ciò che, in tutta evidenza, non sono. Coloro che perpetrano
stragi di massa, specie negli attacchi, non sono burocrati. Non la­
vorano in burocrazie. Il compito che si assumono non è parcelliz­
zato, suddiviso fra tante persone. Il reale carattere delle azioni che
compiono non è affatto oscuro ai loro occhi. Coloro che perpetra­
no stragi di massa sanno esattamente quello che fanno. Massacra­
no persone, massacrano bambini, spesso faccia a faccia, sparando
loro a bruciapelo, facendole a pezzi o picchiandole fino alla morte,
vedendosi schizzare addosso sangue, ossa e materia cerebrale del­
le vittime. È sbagliato pretendere che la posizione di un simile as­
sassino verso le proprie azioni sia simile a quella di un burocrate
dell'Ohio, della Baviera o del Lancashire nell'applicare una misu­
ra fiscale decisa a Washington, Berlino o Londra che forse non ca­
pisce fino in fondo. Ecco alcuni esempi.
Un uomo d'affari tedesco a Nanchino raccontò tutta una serie
di efferatezze «da far rizzare i capelli in testa» compiute di propria
iniziativa dai soldati giapponesi, efferatezze di cui era stato testi­
mone o che testimoni oculari gli avevano raccontato: dopo avere
spogliato una cinquantina di ex soldati cinesi che, con l'inganno,
avevano indotto a farsi avanti da una folla, li avevano «legati in
gruppi di cinque. Poi i giapponesi hanno acceso nel cortile un gran­
de falò, vi hanno portato i gruppi uno per uno e, a colpi di baionet­
ta, hanno gettato quegli uomini ancora vivi nel fuoco».8 Una don­
na bosniaca, costretta come tanti altri ad assistere all'uccisione da
parte dei serbi di propri familiari, in questo caso suo nonno, ha de­
scritto quello che era un modo alquanto tipico dei serbi di trucidare
faccia a faccia: «Gli hanno tagliato le orecchie, poi la gola. E l'han­
no gettato dietro la casa».9 Un ruandese di etnia tutsi ha raccontato
l'attacco omicida finale lanciato contro di lui e tanti altri tutsi rin­
tanati in una chiesa assediata da otto giorni da quelli che sarebbe­
ro presto stati i loro assassini. E ha portato un esempio del modo
di uccidere faccia a faccia degli hutu: «Soldati e interahamwe, fra
cui alcune donne, arrivarono verso le undici del mattino. Qualcu-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 167

no scagliò qualcosa contro la porta, e ci fu quella nuvola che ci fece


tossire e soffocare. Ti bruciavano gli occhi come per il pepe. Poi gli
attaccanti entrarono. Non avendo niente con cui combattere, alcu­
ni giovani sfasciarono delle sedie e ne gettarono i pezzi contro di
loro. I soldati spararono e li uccisero. C'era una massa enorme di
interahamwe, fra cui molti nostri vicini. Entrarono e iniziarono con
il machete. Colpivano, colpivano e colpivano». 10
Di questi casi di uccisioni e torture in prima persona, faccia a
faccia, in cui i carnefici (dovrebbe essere inutile dirlo) sapevano
esattamente quello che stavano facendo, se ne potrebbero raccon­
tare migliaia, milioni, e per ogni strage ed eliminazione di massa
del nostro tempo. La commissione storica ufficiale guatemalteca
spiega che in Guatemala
la strategia controinsurrezionale non ha dato luogo solo a violazioni
dei diritti umani fondamentali [dei maya], ma anche alla perpetra­
zione di detti crimini con atti di crudeltà, il cui archetipo è rappre­
sentato dai massacri. Nella maggior parte dei massacri vi è prova di
molteplici atti di barbarie, che hanno preceduto, accompagnato o se­
guito la morte delle vittime. Atti quali l'uccisione di bambini e bam­
bine inermi, cui spesso si è data la morte scagliandoli contro muri o
gettandoli vivi in fosse dove, sopra di essi, venivano poi gettati ca­
daveri di adulti; l'amputazione o l'estrazione traumatica di membra;
l'impalamento delle vittime; l'uccisione di persone annaffiandole di
benzina e bruciandole vive; l'estrazione delle viscere di vittime an­
cora vive in presenza di altre vittime; la reclusione di persone già
torturate a morte, tenute in agonia per giorni; l'apertura del ven­
tre di donne incinte, e altri atti altrettanto atroci, non sono state solo
azioni di estrema crudeltà verso le vittime, ma hanno anche moral­
mente degradato i carnefici e coloro che hanno ispirato, ordinato o
tollerato quelle azioni. 11

Uccisioni e atrocità commesse consapevolmente, volontariamen­


te e per iniziativa personale sono state la norma nella stragran­
de maggioranza degli eccidi di massa; anche nell'Olocausto, per
il quale la tesi burocratica (e le altre tesi erronee qui analizzate) è
stata concepita. Un carnefice tedesco ha raccontato un episodio di
una missione di «ricerca ed eliminazione» di ebrei che si nascon­
devano: «Ricordo ancora perfettamente che ci trovavamo proprio
di fronte alla galleria quando strisciò fuori un bambino di cinque
anni. Fu subito afferrato da un poliziotto che lo portò da una par­
te, gli puntò la pistola al collo e sparò. Era un agente di polizia in
servizio attivo allora come ordinanza medica». 1 2
168 Peggio della guerra

Definire questi e altri assassini di massa della nostra epoca dei


burocrati è come parlare di soldati in uno scontro a fuoco o in un
combattimento corpo a corpo come se fossero tranquillamente se­
duti a casa a pulire le armi. Ma è esattamente questo che i fautori
del postulato burocratico fanno.* La seconda componente di tale
postulato, secondo la quale gli assassini non hanno alcuna opi­
nione sul fatto che le loro azioni, compreso il massacro di bambi­
ni, siano giuste o sbagliate, non è solo psicologicamente inverosi­
mile, ma anche priva di basi empiriche: nemmeno i carnefici stessi
lo hanno mai sostenuto.
Ma i problemi della tesi burocratica vanno ancora oltre. Essa è
sbagliata anche per le vere e proprie burocrazie: si basa su una vi­
sione dei burocrati e della burocrazia che un vasto corpus di stu­
di empirici di scienza sociale ha dimostrato falsa, e che chiunque
abbia mai lavorato in una grande istituzione, pubblica o privata,
sa che è falsa. Burocrati e amministratori non sono vuoti, passivi
destinatari di ordini. Spesso hanno opinioni ben salde su ciò che è
auspicabile e possibile. Essi passano la loro vita professionale im­
mersi in domini di cui hanno una specifica competenza e in cui,
inevitabilmente, si formano delle opinioni, spesso ampiamente me­
ditate e appassionate. Così armati i burocrati, fra cui vanno inclu­
si anche i membri delle forze di polizia, prendono spesso l'iniziati­
va di elaborare una politica e metterla in pratica a modo loro - in
molti casi parzialmente, inefficacemente, troppo tardi o per nulla. 13
In tutti i paesi è frequente che la polizia non applichi con efficacia
leggi che non condivide, o non osservi vincoli giuridici posti alle
sue azioni. Corruzione e criminalità tra le forze dell'ordine sono
fenomeni estremamente diffusi, anche se in misura molto variabi­
le, in tutto il mondo, e in alcuni paesi a un grado tale che la gen­
te ha paura di rivolgersi a esse. Eppure il postulato burocratico di-

* Il fatto che porre una distanza fra gli assassini e gli effetti dei loro atti omici­
di possa in qualche misura renderli più disponibili a uccidere, come forse av­
venne con i bombardamenti con ordigni incendiari, i bombardamenti a tappe­
to e i bombardamenti nucleari durante la seconda guerra mondiale, è un'altra
questione. Ma, nella stragrande maggioranza degli attacchi eliminazionisti del­
la nostra epoca e precedenti, la modalità dominante di strage ed eliminazione
di massa è stata faccia a faccia. Se gli Stati Uniti, per esempio, avessero stabili­
to in Giappone la testa di ponte ipotizzata all'inizio di questo libro, è probabile
che Truman non avrebbe ordinato a ufficiali e soldati americani di massacrare
sistematicamente decine di migliaia di uomini, donne e bambini giapponesi e,
se l'avesse fatto, è probabile che essi si sarebbe rifiutati di obbedire.
Perché i carnefici fanno quello che fanno 169

chiara che i «burocrati» che perpetrano eccidi di massa, unici fra


quanti lavorano per istituzioni statali e governative, sono incapa­
ci di giudicare se una misura politica è giusta, incapaci di prende­
re l'iniziativa, incapaci di disobbedire agli ordini e addirittura di
provare la volontà di farlo.
I burocrati e quanti lavorano in istituzioni organizzate gerarchi­
camente, polizia compresa, operano sotto vincoli, ma non sono i
robot della caricatura fattane dalla Arendt con lo slogan, atto a ad­
dormentare la mente, della banalità del male. Chi lavora nella buro­
crazia non ha un'opinione su ciò che è giusto e sbagliato in misura
minore di giorno, in ufficio, che a casa la sera, o meno dei propri
amici non burocrati. Possiamo dare tranquillamente per scontato,
e ne abbiamo innumerevoli prove, che, sul fatto se sia giusto mas­
sacrare esseri umani a migliaia o milioni, figli compresi, simili in­
dividui un'opinione ce l'hanno.
Come pressoché chiunque sa, inoltre, nella vita reale, al contra­
rio che nella caricatura della Arendt, burocrati e burocrazie non
eseguono pedissequamente qualunque ordine, tanto meno con tut­
te le loro energie, anzi, è difficile ottenere che mettano in atto mi­
sure politiche che ritengono profondamente sbagliate. Durante la
Repubblica di Weimar i tedeschi in servizio nell'amministrazione
pubblica e nel sistema giudiziario non fecero che sabotare il regime
democratico, le sue leggi e i suoi governi. La verità, e una verità che
vale in generale, è che è estremamente difficile far muovere buro­
crati e burocrazie contro la loro volontà. Nel mondo occidentale e
non occidentale, nei paesi industrialmente avanzati come in quelli
in via di sviluppo, i burocrati non sono visti come robot arendtiani,
iperzelanti esecutori di ordini, ma piuttosto come scansafatiche più
o meno inefficienti e privi di motivazioni: «burocrati» e «burocra­
zia» sono sinonimo di non ottenere che le cose vengano fatte. I buro­
crati non sono sempre così, ma lo sono spesso e possono esserlo.
Questo rende ancora più curioso che l'immagine del burocrate si
discosti dalla norma, e al punto da mutarsi nel suo opposto, in un
unico campo: in coloro che perpetrano stragi di massa, in partico­
lare e a volte esclusivamente negli artefici tedeschi dell'Olocausto.
Non dimentichiamo poi che la stragrande maggioranza dei carne­
fici non è costituita da burocrati, e raffigurare e riportare ciò che
effettivamente fanno con la parola «burocrate» non è che una fal­
sificazione. In numerosi eccidi e attacchi eliminazionisti di massa,
per di più, in Turchia, Uganda, ex Iugoslavia, Ruanda, Sudan, Re­
pubblica democratica del Congo, Darfur, nelle decine e decine di
170 Peggio della guerra

massacri di popolazioni indigene della nostra epoca e in tanti altri


casi, un gran numero o la maggior parte degli assassini non era or­
ganizzato in nulla che assomigliasse a una classica burocrazia, ben
disciplinata e regolamentata, animata dalla idealizzata etica buro­
cratica moderna di Max Weber.
Alla luce delle tante testimonianze di assassinii di massa com­
piuti nella nostra epoca faccia a faccia dai più «civilizzati» europei
(fra cui belgi, inglesi, francesi, tedeschi, italiani in Etiopia e por­
toghesi in Africa) e anche, per lo più all'interno dei loro paesi, da
africani, asiatici e latinoamericani, è strano che ci si ponga, come
domanda retorica, l'interrogativo pseudoprofondo, apparentemen­
te paradossale di come i tedeschi, il popolo più colto e civilizzato
d'Europa, abbiano potuto produrre l'Olocausto, e poi, a mo' di ri­
tornello, gli si dia una risposta ancora più pseudoprofonda: «auto­
rità», «burocrazia», «modernità», «pressione dei pari». Solo quattro
decenni prima dell'Olocausto, in una situazione del tutto premo­
derna e che di burocratico non aveva nulla, nell'Africa sudocciden­
tale, i «civilizzati» tedeschi avevano già dato prova di come non
si facessero alcun problema a braccare e massacrare senza pietà,
sparando loro addosso o prendendoli a baionettate, uomini, don­
ne e bambini che consideravano subumani. Con altrettanta facili­
tà si erano abbandonati a brutalità e massacri i francesi nell' Afri­
ca equatoriale francese, i belgi in Congo, i britannici in Kenia e,
ancora prima, gli americani nella conquista del loro continente e
nell'eliminazione dei nativi d'America. È stupefacente che chi non
aspira a scagionare i carnefici tedeschi, o non ritiene gli europei,
dal punto di vista morale o culturale, intrinsecamente superiori, o
che la gente di colore conti meno dei bianchi, possa tirare fuori si­
mili assurde idee, idee elaborate con i paraocchi, pensando solo e
soltanto ai tedeschi, come via d'uscita dagli immaginari paradossi
dell'Olocausto, e smentite da decine e decine di stragi ed elimina­
zioni di massa del nostro tempo.
Secondo un'altra tesi, ciò che induce gli assassini a uccidere è
che essi ne traggono personalmente un beneficio, tanto grande da
spingerli a massacrare, e massacrare in massa, uomini, donne e
bambini che non hanno alcuna ragione di pensare che meritino di
morire. A presunta, e sufficiente, prova che a motivare i carnefici
è il guadagno materiale si citano, o suppongono, casi in cui essi si
sono assicurati un bottino o altri vantaggi. In alcune stragi ed eli­
minazioni di massa, per esempio in Turchia, nella ex Iugoslavia e
in Ruanda, molti assassini (a differenza del regime o degli spetta-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 171

tori) hanno rubato o saccheggiato i beni delle vittime. Ma, anche


in questi casi, non c'è alcuna buona ragione per pensare che essi
ritenessero le vitti.me immeritevoli della loro sorte e avessero con­
sapevolmente deciso di uccidere, spesso di fare a pezzi, così tante
persone solo per rubare qualcosa a qualcuna di esse.
La tesi del saccheggio è debole per diversi moti.vi, a partire dal
più ovvio: nessuno si stupisce, o ritiene degno di nota, che uno che
massacra o espelle persone che odia o in cui vede una minaccia, ol­
tre a massacrarle o espellerle le derubi. In fin dei conti, a quel punto
le case e gli averi delle vittime sono lì a disposizione, e qualcuno se
li prenderà in ogni caso. Chi può aspettarsi che tanti assassini, spe­
cie in paesi poveri, voltino le spalle come asceti.ci monaci di fron­
te ai beni di persone che hanno appena ucciso? In Ruanda, dove i
saccheggi furono molti, gli stessi carnefici di massa hutu che hanno
raccontato delle razzie commesse dai loro compagni ai danni del­
le vittime hanno sottolineato anche, e con vigore, che essi odiava­
no e temevano i tutsi, e non avevano dubbi sul fatto che dovessero
morire. 14 Tali arricchimenti. sono molto più probabilmente un sot­
toprodotto dell'assassinio di persone che i carnefici ritengono meri­
tevoli di morte, che una motivazione per uccidere in massa uomi­
ni, donne e bambini che ritengono innocenti.. L'assassino di massa
hutu Adalbert Munzigura ha accennato all'arricchimento in termi­
ni di prodotto secondario nel raccontare la logistica delle stragi, e
dicendo che, poi, «i fortunati potevano tornare a occuparsi dei sac­
cheggi», le cui occasioni non mancavano, come hanno affermato
soddisfatti gli stessi carnefici hutu. 15
La visione dell'assassinio di massa che mette al primo posto il sac­
cheggio ha due versioni o componenti.: secondo una il saccheggio è
il motivo primo dell'avvio di eccidi, secondo l'altra è ciò che moti.va
gli assassini sul campo. Nessuna delle due, tuttavia, rende conto di
dati di fatto fondamentali, fra cui le scelte dei carnefici. Ignora, per
esempio, che essi potrebbero limitarsi a depredare le vitti.me senza
ucciderle. Non spiega perché uccidano donne e bambini. Né per­
ché non adottino metodi eliminazionisti. meno letali, per esempio
l'espulsione, cosa che, come osserva Berthe Mwanankabandi, una
sopravvissuta tutsi, sanno benissimo di poter fare: «Quelli che vole­
vano solo rubarci la terra avrebbero potuto semplicemente cacciarci
via, come hanno fatto con i nostri genitori e nonni nel Nord. Perché
farci anche a pezzi?».16 Inoltre, c'è l'obiezione psicologica generale:
chi non nutrisse nessuna animosità verso le persone prese di mira,
chi non le ritenesse affatto meritevoli di morire, le massacrerebbe a
172 Peggio della guerra

migliaia, ucciderebbe bambini che, come a volte è successo, vivo­


no nel suo stesso quartiere, città o regione, solo per pochi dollari, o
quel po' di bottino che potrebbe trame? Voi lo fareste?
Ma una ragione ancora più decisiva per rifiutare la tesi secondo
cui il motivo che spinge i carnefici a sterminare decine di milioni
di persone è il guadagno materiale è che, nella stragrande mag­
gioranza degli eccidi di massa del nostro tempo, gli assassini non
ci hanno guadagnato niente. In molte stragi ed eliminazioni di mas­
sa essi hanno agito inquadrati in corpi militari o di polizia, sotto­
posti a norme vincolanti. Non c'è nessuna prova che la maggioran­
za, tanto meno la stragrande maggioranza degli assassini di massa
abbia tratto dalle proprie azioni benefici materiali non trascurabi­
li, fra cui promozioni, né, a maggior ragione, che siano stati tali be­
nefici a indurli a eliminare persone che non avevano altro motivo
per uccidere. I carnefici tedeschi e sovietici che si arricchivano ri­
schiavano di essere puniti, e a volte lo furono. Qualche episodio
di arricchimento personale, che è tutto ciò che viene in genere ad­
dotto a favore della tesi che il motivo che spinge gli assassini a una
strage è il saccheggio, non costituisce una prova di valore generale.
Infine, una tesi cui abbiamo già accennato, in parte esplicita e in
parte implicita, afferma che, quando il vincolo della legge e la mi­
naccia di sanzioni vengono a mancare e si è autorizzati a uccide­
re, si ucciderà. La brutalità è nella natura umana. Uccidere dà go­
dimento. La patina della civiltà è sottile. Dentro di noi, in attesa di
esprimere la sua natura omicida, si annida un cuore di tenebra. È
una tesi che viene avanzata riguardo ali'essere umano in generale
o a specifici popoli. Come tesi generale è sbagliata. Molte persone,
lungo la storia, avrebbero potuto uccidere impunemente e hanno
scelto di non farlo. La maggior parte, con le parole e con i fatti, di­
mostra di provare orrore per l'uccisione di innocenti. Nella spiega­
zione «natura umana», come in altre, si rifugiano quanti, asseren­
do senza o contro ogni evidenza che uccidere è nei nostri geni, che
siamo programmati così, aspirano a esorcizzare il problema. A vol­
te, tuttavia, questa tesi non viene applicata agli essere umani in ge­
nerale, ma solo a specifici popoli, in particolare di paesi o civiltà
non tecnologicamente avanzati o considerati non «civilizzati», spe­
cie ad africani e asiatici, che molti europei e americani sono pronti
a vedere come barbari o primitivi assetati di sangue che, in assenza
dei vincoli della civiltà, si scatenano. Se è raro che questa posizione
sia dichiarata apertamente, almeno nell'ambito ammodo della sfera
pubblica, non è difficile riconoscerla sottesa alla maniera di parlare
Perché i carnefici fanno quello che fanno 173

di molte stragi di massa. Claudine Kayitesi, una sopravvissuta tut­


si, non lo sopporta: «A sentire parlare i bianchi, il genocidio sembra
un'esplosione di follia, ma non è così. È un lavoro meticolosamen­
te preparato ed eseguito con grande efficienza»_17 Kayitesi si rende
conto che il genocidio è un atto politico, deliberato, ben calcolato.

Le tesi su come avvenga che chi, si dice, disapprova o non ap­


prova un progetto di annientamento possa essere portato a con­
tribuirvi sono smentite dai fatti. Di nessuna è mai stata dimostra­
ta la verità. La maggior parte di esse si fonda quasi unicamente
sul potere dell'affermazione e qualche aneddoto. Nessuna è sta­
ta analizzata criticamente, tanto meno sviluppata abbastanza a
fondo dai suoi fautori, tanto meno sviluppata comparativamente
contro una serie di possibili spiegazioni. I sostenitori di simili ve­
dute non hanno nemmeno fatto ciò che, analiticamente, è neces­
sario: dimostrare che il punto di partenza del loro ragionamento
corrisponde effettivamente alla verità, e questo punto di parten­
za è che gli assassini non approvano o disapprovano le loro stesse
azioni. Questo è presunto, poi presentato come un dato di fatto
indiscusso, dopo di che ci si costruisce sopra affermando che l'as­
serita mancanza di approvazione o disapprovazione viene vinta
grazie a uno dei meccanismi che abbiamo appena preso in esa­
me. A questo punto si concentra la propria attenzione e quella dei
lettori su tali meccanismi, senza il minimo accenno al fatto che il
presupposto su cui si basa l'intera analisi è discutibile, anzi, privo
delle necessarie fondamenta empiriche per poterlo ritenere vero.
Inoltre, la maggior parte di questi postulati è viziata da una scon­
certante implausibilità psicologica.
Per mettere ulteriormente in luce la bancarotta analitica e l'im­
plausibilità psicologica di tali presupposti e delle tesi costruite so­
pra di essi è sufficiente dare un'occhiata a un altro aspetto del­
la vita in alcuni dei regimi più omicidi del nostro tempo. Unione
Sovietica, Cina comunista, Corea del Nord e altri paesi comunisti
non sono riusciti a far sì che i loro cittadini lavorassero in modo
produttivo. Non vi sono riusciti anche se i regimi disponevano di
grandi capacità coercitive e di terrore, e anche se praticamente tut­
ti i cittadini lavoravano per l'«autorità» rappresentata dallo Stato,
o direttamente come burocrati o in imprese di proprietà statale. Gli
autorevoli ordini o direttive di questi Stati non sono riusciti a far
sì che le persone lavorassero sodo, lavorassero con zelo ed ener­
gia, prendessero iniziative per risolvere i problemi. Senza il desi-
174 Peggio della guerra

derio interiore di lavorare, un desiderio creato sotto il capitalismo


dall'incentivo del salario e altre forme di promozione, nessuna coer­
cizione, terrore, autorità dello Stato, pressione dei pari, struttura
burocratica o etica è riuscita, sotto il comunismo, a convincere la
gente a lavorare duramente e bene. La pressione dei pari ha fun­
zionato, di fatto, come ho suggerito che funzionerebbe se si dices­
se di massacrare uomini, donne e bambini a gruppi di persone con­
vinte che ciò violi i loro più profondi valori. In Unione Sovietica e
altri paesi comunisti la pressione dei pari ha agito nel senso di raf­
forzare la determinazione dei lavoratori a non dare il massimo di
se stessi nel lavoro per il regime (e lavorare non violava i loro più
profondi valori!). Una battuta che circolava in Unione Sovietica di­
ceva: loro fingono di pagarci e noi fingiamo di lavorare. E tuttavia
si suppone che questi stessi meccanismi - coercizione, obbedienza
all'autorità, pressione dei pari e norme burocratiche - abbiano avu­
to improvvisamente e magicamente successo nel far sì che la gente
agisse contro la propria volontà in qualcosa di molto più estremo:
il massacro in massa di uomini, donne e bambini. E in quest'uni­
co ambito in cui sarebbe efficace, tale magia non si sarebbe limita­
ta a generare acquiescenza, ma avrebbe avuto una potenza ancora
maggiore: avrebbe fatto ipermagicamente sì che la gente lavoras­
se bene, straordinariamente bene, e, ciò che più conta, dando ecce­
zionale prova di iniziativa, energia e zelo, in un modo che per gli
assassini è esemplare.
Come tentativi di rendere conto del perché gli assassini uccido­
no, o del perché compiono altri atti eliminazionisti di cui, fra l'altro,
i fautori di queste tesi raramente si occupano e, quando lo fanno, è
soltanto per accenni, tali postulati sono inficiati da un gran numero
di vizi concettuali, teorici, comparativi ed empirici e, quando ven­
gono applicati ad altre circostanze o posti di fronte a ciò che sap­
piamo del comportamento reale della gente in ogni sorta di conte­
sto sociale e politico, falliscono una volta dopo l'altra la prova della
realtà. Tuttavia, poiché la coercizione, la forza dell'autorità, la pres­
sione dei pari e così via possono effettivamente portare alcune per­
sone a fare alcune cose che altrimenti si rifiuterebbero di fare, essi,
almeno a prima vista e superficialmente, appaiono plausibili. Ma
anche questo successo è frutto di un gioco di prestigio: l'esclusione
dal campo visivo e dall'analisi di molte altre azioni dei carnefici,
azioni che sono parte integrante e sistematica degli attacchi ster­
minazionisti ed elirninazionisti e non possono essere compiute da
persone che non approvano ciò che fanno.
Altre azioni dei carnefici
Chi perpetra una strage o un'eliminazione di massa non agisce
con precisione chirurgica. Fa alle vittime tante altre cose oltre a uc­
ciderle o espellerle, e fa tante altre cose per portarle, e giungere egli
stesso, al momento dell'assassinio o dell'espulsione. Nel passare
in rassegna le stragi di massa, ciò che più colpisce è il grande zelo
e la grande energia con cui gli assassini braccano e uccidono le vit­
time. I tedeschi in Africa sudoccidentale, i turchi, i tedeschi in tut­
ta Europa, lituani, romeni e ucraini nell'aiutare i tedeschi a stermi­
nare gli ebrei, i britannici in Kenia, gli indonesiani nel massacrare
i comunisti, i Khmer Rossi, i tutsi in Burundi, i pakistani nel Ban­
gladesh, i guatemaltechi nel fare strage dei maya, i serbi, gli isla­
misti politici in Sudan e tanti altri sono stati un esempio di dedi­
zione e sfrenatezza nel dare la caccia alle vittime e sterminarle. E
lo stesso vale per gli hutu in Ruanda:
A causa della situazione, alcuni [tutsi] uscivano correndo e gli in­
terahamwe li rincorrevano finché non riuscivano a ucciderli. Alcu­
ni si nascondevano nella boscaglia, nei campi di sorgo, in fossati, in
grotte. Questi venivano braccati. Usavano persino i cani per snidar­
li, e poi li uccidevano. A quelli catturati, inoltre, mentre li battevano,
chiedevano i nomi degli altri nascosti insieme a loro: avevano liste
di coloro che non erano ancora stati uccisi. Fu un periodo molto dif­
ficile. [ ... ] A volte, per dare la caccia ai tutsi che potevano esservi na­
scosti, tagliavano i cespugli, le piante di sorgo e i banani. 18

Alphonse Hitiyaremye, un assassino hutu, ricorda che, quando


arrivavano dei rinforzi, «approfittavano della presenza di questi
gruppi d'assalto per fare battute di caccia più fruttuose».19 Le «bat­
tute di caccia» degli hutu avevano un antecedente nelle missioni di
ricerca ed eliminazione tedesche, i cui partecipanti erano volontari,
chiamate elogiativamente con un nome speciale: «cacce all'ebreo».
Henry Orenstein, un sopravvissuto, descrive lo zelo dei tedeschi
nell'assicurarsi, una volta massacrato il grosso degli ebrei di una cit­
tà, di uccidere i restanti fino all'ultimo. Era allora che aveva inizio
la caccia a quanti si erano nascosti. Una caccia che non aveva eguali
nella storia dell'umanità. Intere famiglie si nascondevano in skrytka
[nascondigli], come quelli che avevamo a Wlodzimierz, e loro, ine­
sorabili, instancabili, le andavano a cercare. Strada per strada, casa
per casa, centimetro per centimetro, dalla soffitta alla cantina. I te­
deschi divennero degli esperti nel trovare quei nascondigli. Quan­
do perquisivano una casa si mettevano a battere i muri, in attesa del
176 Peggio della guerra

suono sordo che rivelava una doppia parete. Facevano buchi in sof­
fitti e pavimenti. [ ... ]
Non si trattava più di «azioni» limitate; era l'annientamento tota-
le. Squadre di 55 giravano per le vie passando al setaccio fossati, ca­
panni, cespugli, fienili, stalle, porcili. E catturavano e uccidevano gli
ebrei a migliaia, poi a centinaia, poi a decine, e infine uno per uno.20

Nessuna argomentazione che parta dal presupposto che i carne-


fici disapprovano le loro azioni può spiegare l'origine dello zelo e
dell'immane energia, del vero e proprio «entusiasmo», che caratte­
rizzano abitualmente gli autori di stragi ed eliminazioni di massa.
Quando si prende l'iniziativa non si può parlare di azioni com­
piute senza pensarci, da burocrati, o di semplice esecuzione di un
lavoro: si tratta di azioni di esseri umani che, se scelgono di agire
come agiscono, è perché sono dotati di libero arbitrio, motivati da
propri valori e convinzioni. In una strage ed eliminazione di massa
dopo l'altra, i carnefici prendono iniziative per assicurarsi di riusci­
re a catturare e poi uccidere, incarcerare o deportare il maggior nu­
mero possibile di vittime. Inventano al momento sistemi per snidar­
le; le uccidono anche quando, in senso stretto, non hanno ricevuto
l'ordine di farlo. Superano con propri mezzi le difficoltà logistiche
man mano che si presentano. Risolvono problemi. Il loro compor­
tamento, in assalti sterminazionisti ed eliminazionisti, corrispon­
de perfettamente all'immagine di esseri umani capaci di iniziativa
propria, fomiti di motivazioni proprie, agenti in proprio, informa­
ti da propri valori e convinzioni, non a quella di burocratici robot.
E questo perché spesso operano in istituzioni elastiche, che accor­
dano loro notevoli libertà, non in strutture ben irreggimentate e re­
golamentate (come le burocrazie classiche), in cui ogni azione ob­
bedisce a una procedura specifica.
Nel portare le vittime fino all'annientamento, i carnefici agisco­
no con energia, zelo e spirito di iniziativa, non da scansafatiche,
lavativi o ostruzionisti. E tuttavia questi atti e atteggiamenti sono
solo una metaforica metà di ciò che, in quello che fanno, a parte uc­
cidere, richiede un'analisi e una spiegazione. L'altra metà è costi­
tuita dagli altri modi in cui essi trattano le vittime. Di solito parla­
no con loro, le scherniscono, le fanno partecipi della propria ferrea
convinzione della giustezza e giustizia delle proprie azioni, e del­
la propria gioia nel compierle. Raramente, negli annali delle stragi
ed eliminazioni di massa, si trovano casi di carnefici che, all'epoca
dell'eccidio, abbiano confessato alle vittime, o a spettatori o ami­
ci, di dolersi delle proprie azioni (le eccezioni sono alcuni serbi in
Perché i carnefici fanno quello che fanno 177

Bosnia e alcuni hutu in Ruanda). Esperance Nyirarugira, Concessa


Kayiraba e Veronique Mukasinafi, i cui familiari furono massacrati
da loro vicini di casa e altri hutu del villaggio e ora fanno parte di
una piccola comunità di vittime di stupro scampate al genocidio,
entrarono in contatto durante l'attacco sterminazionista con mol­
ti carnefici e altri hutu. Alla domanda se qualche hutu avesse mai
manifestato compassione per loro o si fosse mosso in loro aiuto,
Mukasinafi ha risposto per tutte: «No».21
Dopo gli eventi, di fronte alla punizione che li attende, o an­
che dopo la sentenza, al cospetto di un mondo che li condanna,
i carnefici protestano la propria innocenza, o affermano qualun­
que cosa possa scagionarli. In questo senso assomigliano a tutti i
criminali. Uomini condannati negli Stati Uniti per possesso o dif­
fusione di pornografia infantile rivelano quanto i colpevoli di cri­
mini efferati nascondano, e quanto poco si possa credere ai loro
dinieghi. Alla sentenza, sui 1 55 imputati oggetto di uno studio,
quelli riconosciuti colpevoli di avere commesso «con le proprie
mani» reati contro bambini, in altre parole di avere sessualmente
abusato di loro, furono il 26 per cento. Eppure, quando agli stes­
si individui, nel quadro del programma carcerario di trattamen­
to di diciotto mesi, fu chiesto di compilare un rapporto anonimo,
ammise di avere molestato bambini 1'85 per cento di essi. Almeno
il 59 per cento, quando poteva servirgli, aveva mentito, nascondendo
i propri crimini per presentarsi, di fronte al giudice e alla censu­
ra del mondo, come innocente degli atti abominevoli che aveva
in realtà commesso. Inoltre, in quegli anonimi rapporti ognuno
fornì un «elenco di vittime» che rivelò come, riguardo al nume­
ro di bambini molestati, i pedofili condannati avessero mentito
di fronte all'autorità giudiziaria, per proteggersi, in misura anco­
ra più clamorosa. Alla sentenza, le autorità sapevano che i bam­
bini abusati da quei 155 uomini erano, in tutto, 75. Nei rapporti
anonimi gli stessi individui ne citarono 1777. Avevano nascosto
e, condannati, continuavano a nascondere alla giustizia (almeno)
il 96 per cento dei loro crimini e delle loro vittime! 22
Gli autori di stragi ed eliminazioni di massa non si comporta­
no, dopo i fatti, in modo diverso. Sabaheta Fejzié, sopravvissuta
al massacro di Srebrenica, durante il quale assassini serbi trasci­
narono via e uccisero suo figlio di sedici anni (mentre la prende­
vano a calci e la battevano chiamandola con un epiteto spregiati­
vo per «musulmana»), racconta: «Tredici anni dopo, se la maggior
parte degli assassini è al sicuro in Serbia, molti sono ancora lì che
178 Peggio della guerra

camminano liberi per Srebrenica e la regione di Podrinje. [... ] Nes­


suno di loro ha mai ammesso di essersi macchiato di qualsivo­
glia crimine. Hanno negato, ma tutti noi li abbiamo visti. Ho visto
con i miei occhi vicini, ex amici, e ora dicono soltanto bugie. Ma
la verità, la verità vera, è quella » . 23 Emmanuel Gatali, un super­
stite tutsi, perse molti amici e familiari, uccisi dai vicini di casa:
«Prima che ne avessimo sentore gli interahamwe e tutti gli abi­
tanti del villaggio, l'intera comunità si scagliò contro di noi; con
qualunque arma avessero a disposizione: machete, frecce, gros­
si bastoni, armi tradizionali di ogni genere. Colpivano le vittime
con tutte le forze, le abbattevano, facevano i corpi a pezzi » . Ga­
tali, avendo visto persone che conosceva uccidere con una pas­
sione e un fanatismo inequivocabili, ride a sentire hutu, gente co­
mune, autoassolversi dicendo di essere stati costretti a uccidere,
di non averlo fatto volontariamente. «Anche gli hutu che confes­
sano [ di avere ucciso] non se ne rammaricano; vogliono solo es­
sere liberi» ha osservato a proposito di quelli che rilasciano una
confessione di fronte ai tribunali gaçaça, condizione per riceve­
re condanne molto più brevi ed essere mandati in campi di lavo­
ro di minima sicurezza invece che al carcere duro. Pensandoci,
Gatali si accalora: «Era loro volontà, uccidere; è nella loro natu­
ra» .24 Allo stesso. modo, gli hutu della comunità di Mukasinafi fe­
cero a pezzi suo marito e i suoi figli. Sia lei sia le altre vittime di
stupri del suo villaggio sopravvissute al genocidio conoscevano
bene molti dei carnefici e li avevano sentiti con le proprie orec­
chie dire diverse cose. «Il paese era in mano loro » ha racconta­
to. «E tutto quello che volevano era sterminare i loro nemici. Per­
ché un tutsi era un nemico per loro. Lo facevano volontariamente
e con entusiasmo. Lo facevano con molta passione, dicendo che
era per [il presidente] Habyarimana, perché era stato ucciso dai
tutsi. [ ... ] Gli piaceva farlo. Ne erano veramente felici. Ma ora, ai
[tribunali] gaçaça, tutti dicono che glielo aveva ordinato il gover­
no. » 25 Tentare di spiegare le azioni dei carnefici, o anche soltan­
to di scrivere una storia su qualsivoglia strage di massa, basan­
dosi sulle testimonianze autoassolutorie degli assassini sarebbe
come scrivere una storia della criminalità in America sulla base
delle dichiarazioni rese a propria discolpa dai criminali alla poli­
zia, all'accusa e ai giudici, o al tribunale dell'opinione pubblica, i
media. 26 A meno di non essere arrestato, quasi nessun criminale
confessa volontariamente di avere commesso i crimini che ha vo­
lontariamente commesso. E, per la maggior parte, quelli che ven-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 179

gono arrestati affermano di essere stati accusati ingiustamente. Se


poi si trovano nell'impossibilità di negare plausibilmente la col­
pa materiale, attribuiscono la responsabilità dei crimini ad altri
e abitualmente professano, con apparente convinzione e grande
passione, di provare orrore per i delitti che pure, nonostante tut­
te le loro proteste, hanno liberamente commesso. Posti di fron­
te all'autorità, e alla società in generale, i criminali mentono sul­
le proprie azioni e sui propri motivi. Anche dopo la condanna,
abitualmente proclamano, anzi protestano la propria innocenza.
Dire la verità sui loro crimini li esporrebbe a una condanna so­
ciale ancora più dura. Come insegna il caso dei criminali respon­
sabili di abusi sessuali su minori, quanti sono i delinquenti che,
in prigione o usciti di prigione, spiattellano alla polizia, al giudi­
ce, a chicchessia, crimini che hanno commesso ma di cui nessu­
no è a conoscenza? Perché, allora, dovremmo pensare che chi si
è fatto complice dei più grandi eccidi e dei peggiori orrori della
storia umana dovrebbe essere più onesto, più disposto ad autoac­
cusarsi, più pronto a dire spontaneamente su ciò che ha fatto tut­
ta la verità, una verità che lo condanna? 27
Gli autori di misure eliminazioniste d'ogni genere, assassinii,
espulsioni, incarcerazioni di massa e altre brutalità, mentono al
mondo. Dicono qualunque cosa possa scagionarli: dal dichiarare,
falsamente, che non erano presenti alle uccisioni o eliminazioni,
fino a giurare, se si può dimostrare che c'erano, che non hanno uc­
ciso o seviziato nessuno o, se si può dimostrare che l'hanno fatto,
che vi sono stati costretti. Regolarmente, inoltre, raccontano di ave­
re salvato qualcuno. Ma, stando alle parole di Alphonse, un assas­
sino hutu, in Ruanda la realtà era che «uccidevamo tutto ciò che
scovavamo tra i papiri. Non c'era da scegliere, da sperare o da te­
mere per nessuno in particolare. Facevamo a pezzi i conoscenti, fa­
cevamo a pezzi i vicini, facevamo a pezzi e basta». Eppure le storie
raccontate dagli hutu dopo la sconfitta sono ben diverse. Le loro
tattiche per autoassolversi sono ben studiate. Secondo Alphonse
«oggi, alcuni citano per nome dei conoscenti che avrebbero, così
dicono, risparmiato, perché tanto sanno benissimo che non sono
più tra i vivi e non possono smentirli. Tirano fuori queste fando­
nie per attirarsi la simpatia delle famiglie provate, s'inventano di
aver salvato qualcuno per facilitare il proprio ritorno a casa. Ma
noi ridiamo di questi stratagemmi da quattro soldi». Léopord Twa­
girayezu, un altro assassino hutu, spiega l'altra principale strate­
gia: c'è «chi continua a dire che non ricorda niente, tranne banali
180 Peggio della guerra

fatterelli, che lui non c'era, e simili balle». Secondo Léopord* «bu­
giardi di questo genere ce ne sono tantissimi». Perché lo fanno? Si
«china il capo sotto il peso della menzogna nella speranza di evi­
tare il castigo e i rimproveri».28
Mentire per proteggersi, per scagionarsi, è un atteggiamento
ben noto e diffusissimo tra gli assassini hutu - ne sono stato testi­
mone io stesso - e anche fra molti altri, specie gli artefici dell'Olo­
causto. Un tedesco dopo l'altro, fra quelli che prestarono servizio
in istituzioni omicide, ha negato di avere mai ucciso in prima per­
sona qualcuno, e tali testimonianze sono così sistematiche che, se
dovessimo credere a tutte, dovremmo concludere che unità di cui
sappiamo (anche per ammissione dei carnefici stessi) che massa­
crarono un dato giorno centinaia o migliaia di ebrei, ne uccise­
ro in realtà pochissimi o nessuno. Perché? Perché solo pochi dei
suoi membri, o nessuno, hanno ammesso di avere sparato in pri­
ma persona. Nella stessa Repubblica federale tedesca, nel corso
di vari processi, migliaia di carnefici, nonostante le loro veementi
smentite, sono stati ritenuti colpevoli di avere volontariamente uc­
ciso ebrei. Otto Ohlendorf, comandante di un'Einsatzgruppe che
in Unione Sovietica ne massacrò novantamila, protestò energica­
mente al suo processo a Norimberga (che si concluse con la con­
danna e l'impiccagione) che era suo dovere eseguire gli ordini, e
per questo aveva ordinato ai suoi uomini di uccidere. Fu questo
che egli disse al mondo. Ma, in una lettera alla moglie scritta ne­
gli stessi giorni e fatta uscire di nascosto dal carcere, rivelò che le
sue dichiarazioni pubbliche non erano altro che una montatura
atta a scagionarlo. In realtà era un convinto antisemita e un assas­
sino zelante, che credeva in quel che faceva. Anche dopo la guer­
ra, confidò Ohlendorf alla moglie, l'ebraismo «continua a semi­
nare odio; e ancora una volta raccoglie odio. In che altro modo si
può vederlo se non come l'opera di demoni votati a combatter­
ci?».29 Gli artefici di programmi eliminazionisti presentano gene­
ralmente al mondo, come i carnefici tedeschi, una facciata falsa,
autoprotettiva, autoassolutoria. Ma la verità è un'altra. Alla do­
manda se gli hutu in prigione si rammarichino di più di avere uc­
ciso dei tutsi o di non averli sterminati tutti, Marcel Munyabugin­
go, egli stesso un assassino, è chiaro su ciò che essi dicono quando

* Nel libro di Jean Hatzfeld, che raccoglie testimonianze di assassini hutu, essi ven­
gono chiamati per nome invece che per cognome; qui mi adeguo a questa scelta.
Perché i carnefici fanno quello che fanno 181

parlano fra loro: «Li angustia ancora non essere riusciti a ucciderli
tutti».30 Élie Mizinge, uno dei carnefici hutu disponibile a parlare,
va oltre. Gli assassini «che continuano a dire che nei momenti fata­
li non c'erano, che non ricordano nulla, che avevano perso il ma­
chete e simili balle chinano la testa nella speranza di evitare il ca­
stigo. E aspettano di ricominciare». Ma che cosa pensano in realtà
gli assassini? Che cosa dicono fra di loro? Lo rivela Élie: «La stra­
grande maggioranza degli uccisori sono dispiaciuti di non aver
portato a termine il lavoro. Accusano se stessi di negligenza piut­
tosto che di malvagità». 31
Se dopo essere stati sconfitti, per rispondere alle accuse di fron­
te al giudice, o per scongiurare la condanna e le sanzioni della so­
cietà, gli assassini, con menzogne palesi e dimostrabili, negano la
propria colpevolezza, nel momento in cui commettono i loro atti
omicidi ed eliminazionisti dicono cose ben diverse:

IN AFRICA SUIX>CCIDENTALE
Jan Cloete, un baster del Capo che fece da guida ai tedeschi: «Un
soldato tedesco trovò un piccolo herero, un bimbo di circa nove
mesi, che giaceva nella boscaglia. Piangeva. Lo portò all'accampa­
mento in cui mi trovavo. I soldati formarono un cerchio e iniziaro­
no a lanciarselo l'un l'altro e prenderlo come una palla. Il bambino
era terrorizzato e ferito, e piangeva a più non posso. Dopo un po'
i soldati si stancarono, uno fissò al fucile la baionetta e disse che
l'avrebbe preso così. Il bimbo fu lanciato in aria verso di lui e, men­
tre cadeva, il soldato lo centrò trafiggendolo. Morì in pochi minu­
ti, e l'episodio fu accolto dai tedeschi con esplosioni di risa: ai loro
occhi, sembra, era stato uno scherzo fantastico». 32

Leslie Bartlet, un inglese che viveva nella colonia, testimoniò


che i soldati tedeschi «sembravano ansiosi di rivalersi su quelle
povere donne. Quando iniziarono i lavori alla ferrovia da Lude­
ritzbucht a Keetmanshoop, furono impiegate per i lavori di ma­
novalanza squadre di detenuti formate soprattutto da donne a
malapena in grado di camminare per la debolezza e la fame. Ve­
nivano trattate brutalmente. Ho visto personalmente un gruppo
di queste prigioniere che, nel portare una pesante coppia di ro­
taie su delle traversine di ferro attaccate alle spalle, non riuscen­
do a reggere il peso, cadevano a terra. Una donna cadde sotto le
rotaie rompendosi una gamba, e rimase immobilizzata lì sotto. Lo
Schachtmeister [caposquadra], senza far sollevare la rotaia, la tirò
182 Peggio della guerra

fuori trascinandola e la buttò su un lato, dove morì senza che nes­


suno le prestasse alcuna cura. Il trattamento era crudele in gene­
rale, di questo mi sono stati fatti molti esempi, ma quello che ho
raccontato l'ho visto di persona». 33
IN TURCHIA
E.H. Jones, prigioniero di guerra britannico, udì i suoi secon­
dini, che avevano partecipato ai massacri degli armeni, parlarne
francamente: «L'eccidio aveva avuto luogo in una valle a meno di
una ventina di chilometri dalla città. [ ... ] Fra le nostre guardie ce
n'erano alcune che avevano ucciso uomini, donne e bambini fin­
ché le braccia si erano indolenzite troppo per colpire. Se ne vanta­
vano fra loro»_34
DURANTE L'OLOCAUSTO
Felix Landau, membro della Gestapo, registrò nel suo diario ciò
che accadeva a Lvov, in Ucraina: «Arrivammo alla cittadella dove
vedemmo cose che raramente uno può aver visto. Sull'ingresso,
soldati [tedeschi] con manganelli della grossezza di un pugno col­
pivano dove capitava. Sempre sull'ingresso gli ebrei si affollava­
no per uscire, perciò molti giacevano a terra come porci in file so­
vrapposte piagnucolando in modo incredibile e da lì continuavano
a venirne fuori alcuni, tutti coperti di sangue. Restammo lì per ve­
dere chi era il capo del commando: "Nessuno". Qualcuno aveva
lasciato liberi gli ebrei che ora venivano colpiti per odio e per desi­
derio di vendetta. Niente da dire in contrario, solo non si dovreb­
bero far andare in giro gli ebrei in quelle condizioni. [ ... ] Per oggi
le nostre occupazioni sono finite. I rapporti con i camerati per ora
sono ancora buoni».35

Un carnefice tedesco, chiamato a testimoniare su un'operazione


omicida antisemita, raccontò: «Accanto a me c'era il poliziotto Koch.
[ ... ] Lui doveva sparare a un ragazzino, circa dodici anni. Ci ave­
vano detto chiaramente che si doveva tenere la canna del fucile ad
almeno quindici centimetri dalla testa; ma evidentemente Koch
non lo fece, e mentre ce ne andavamo dal luogo dell'esecuzione, i
camerati mi presero in giro perché avevo la manica imbrattata di
materia cerebrale del ragazzino. Io chiesi perché ridessero, e Koch,
indicando la mia manica: "Quella è del mio; ha già smesso di agi­
tarsi". Lo disse con un evidente tono di vanteria. [ ... ] Ne ho senti­
te parecchie, di porcherie di quel genere».36
IN KENIA DURANTE L'OCCUPAZIONE BRITANNICA
Beatrice Gatonye, una donna kikuyu costretta a prendere le impron­
te digitali di cadaveri in decomposizione, ha raccontato: «Ci dissero di
fare quel lavoro solo per torturarci». Perché? «La carne veniva via e ci
restava sulle mani, e non c'era verso di toglierla. TI portavi attaccata
alla pelle quella sostanza appiccicosa per giorni e giorni, e sapevi che
era la pelle di qualcuno. Non riuscivamo mai a prenderne molte, di
impronte digitali. Ma quei bianchi, i responsabili del lavoro, si limita­
vano a starsene lì, vicino a noi, con le loro pistole, scherzando e riden­
do fra loro e prendendoci in giro, mentre fumavano le loro sigarette».37

IN INDONESIA
Un membro di un'organizzazione giovanile di sinistra che riuscì
a sfuggire alla cattura: «Fu gettato dentro un altro cadavere, anch'es­
so senza testa. Non avrei saputo dire quanti corpi senza testa mi
passassero davanti. Ogni volta, la testa veniva messa nel sacco di
iuta. Poi udii un grido, riconobbi la voce e mi sentii gelare: era Pak
Mataim, quello che ci riparava le biciclette. Credo che fosse analfa­
beta. Sembrava scheletrito, e anche lui fu trascinato come un gam­
bo di banano. Gemeva, implorava pietà, che gli risparmiassero la
vita. Loro ridevano, facendosi beffe di lui. Era terrorizzato. La cor­
da che gli stringeva i piedi fu sciolta, lasciandogli legate le mani.
Piangeva, e siccome non riusciva a starsene in silenzio, gli tappa­
rono la bocca con una manciata di terra.
Poi entrò in azione Rejo e, come un fulmine, il machete tagliò il
collo della sua vittima, l'inerme riparatore di biciclette, privo di un
occhio. La testa finì nel sacco».38

NEL BANGLADESH
I soldati pakistani, ha raccontato Abdul Halim, stavano perquisen­
do la casa dei genitori dello sceicco del suo villaggio: «Mi trascina­
rono fino a dove stava seduto il padre dello sceicco, e ripeterono:
"Dieci minuti, e poi ti spariamo". Io, indicandolo, domandai: "Per­
ché sparargli? È un vecchio, e un pensionato del governo". "Perché
ha generato un demonio" risposero i soldati».39

NEL BURUNDI
Un hutu superstite parla del significato morale che aveva, per
i tutsi, non usare pallottole per uccidere gli hutu: «Ma i tutsi non
hanno paura di niente. Ridevano, mentre uno stava morendo. [ ... ]
184 Peggio della guerra

Furono usati molti, molti modi. [ ... ] Si diceva che un colpo di pisto­
la era la morte migliore, la morte di un soldato-o di un tutsi. Non
è una morte per gli hutu, dicevano».40

IN CAMBOGIA
Sophea Mouth ha descritto una scena agghiacciante di cui è sta­
ta testimone: «Un quadro stringeva nella mano destra, al rovescio,
una scure affilata, e con la sinistra teneva ben fermo per le spalle
un uomo. Di colpo, la lama gli squarciò il petto. Il sangue schizzò
e udii un gemito, forte come un ruggito, tanto forte da spaventare
gli animali. Rimasi lì, con un finto sorriso sulle labbra, in stato di
shock: era il primo assassinio cui avessi mai assistito.
Aperto il petto dell'uomo, il quadro ne tirò fuori il fegato. Uno
esclamò: "Il fegato di un uomo dà da mangiare a un altro". Un se­
condo quadro poggiò in fretta il fegato su un vecchio ceppo, lo ta­
gliò orizzontalmente a fette e, con del grasso di maiale, lo fece frig­
gere in una padella sul fuoco preparato da un compagno.
Quando fu cotto, il capo dei quadri tirò fuori due bottiglie di
whisky di riso, che bevvero allegramente. Io ero troppo giovane, e
non mi permisero di partecipare alla festa; ma non avevo nessuna
voglia di gustare del fegato umano».41

Teap, un quadro dei Khmer Rossi, ha raccontato come agiva­


no di solito gli assassini e i discorsi franchi che tenevano fra loro:
«Ammazzavano la gente come ammazziamo i pesci. [ ... ] Uccide­
vano di notte e durante il giorno non avevano nessun altro com­
pito. Non facevano che riposare e mangiavano bene, molto me­
glio del popolo. [... ] Il loro lavoro iniziava verso il tramonto. Era
allora che i soldati si mettevano ad affilare coltelli e scuri. Si rim­
boccavano i pantaloni e le maniche della camicia, si mettevano
in testa una sciarpa e sparivano. [ ... ] Quando tornavano, a vol­
te avevano macchie di sangue sui vestiti, o anche schizzi di san­
gue in faccia. Andavano a lavarsi accanto alla casa [di Rom], dove
io facevo la guardia, e li sentivo parlare. A volte tornavano tutti
contenti, ridendo e gridando cose come: "Quello schifoso ha fat­
to un bel salto [quando è stato ucciso], avete visto?", o "Quello
schifoso è svenuto ancor prima di giungere al fosso", o "Un al­
tro ha pisciato tanto che si è completamente inzuppato, e ha ba­
gnato anche te". [ ... ] Quando si trovavano di fronte alle vittime,
non pensavano che stavano uccidendo dei khmer come loro, ma
solo dei nemici». 42
IN GUATEMALA
Tomasa Osorio, sopravvissuta al feroce massacro di Rio Negro,
in cui furono stuprate moltissime donne, ha raccontato una scena
della strage: «Quando iniziò l'eccidio, le legarono e si misero a col­
pirle per ucciderle. Una chiese: "Perché mi ammazzate?". E diede
un calcio al PAC [membro delle Pattuglie di autodifesa civile, strut­
ture paramilitari create dall'esercito]. Il PAC le squarciò il ventre con
il machete. Poi passò la mano sul machete e succhiò il sangue».43

IN BOSNIA IN UN CAMPO DI STUPRO SERBO


Kadira, una vittima bosniaca del campo di stupro di Doboj, ricor­
da: «Ho visto sette o otto bambine morire dopo essere state stupra­
te. Ho visto come le portarono via per violentarle e le riportarono in­
dietro prive di sensi. [I serbi] le buttarono a terra davanti a noi, e non
ci fu permesso di guardarle; dovevi tenere gli occhi fissi in basso. Poi
dissero: "Guardate, questo è quello che succederà anche a voi, se op­
ponete resistenza e disobbedite alla legge serba"». I serbi, continua
Kadira, «volevano ucciderci lentamente, torturarci a morte, volevano
che soffrissimo, volevano farci capire in tutti i modi che loro erano i
più forti». Una seconda vittima, Ifeta, lo conferma: i serbi «non vole­
vano sesso. Erano esultanti perché umiliavano donne musulmane».44

IN RUANDA
Fulgence Bunani, un assassino hutu, ricorda le risate dei suoi
compagni: «Quando vedevamo dei tutsi strisciare negli acquitri­
ni, molti di noi ridevano. Alcuni li lasciavano lì a trascinarsi anco­
ra un po' per continuare a prenderli in giro. Ma non tutti facevano
così. Alcuni se ne infischiavano, non perdevano tempo con questi
scherzi. Se era più facile acchiapparli mentre strisciavano, tanto
meglio così, e basta».45

Patricia Musabyemaria, incarcerata dagli hutu nell'Interaham­


we: «Mi ordinarono di portare Déo [suo figlio di due anni] a una
latrina a fossa. Quando arrivammo, vidi che era già piena di ca­
daveri. Dovevo ucciderlo io stessa, ma rifiutai. Implorai quel­
li che stavano per ucciderlo di lasciarmi andare via prima che
lo colpissero con il machete. Dopo pochi minuti, li vidi che cer­
cavano delle zappe per coprire di terra il suo corpo. Si vanta­
vano che "il padre è stato il primo nella fossa. Ora il figlio farà
da coperchio"».46
IN DARFUR
Alcune donne masalit ricordano le parole dei carnefici janjawid:
«Schiave! Nuba! Avete un dio? Spezzate il Ramadan! Neanche noi, che
abbiamo la pelle chiara, osserviamo il Ramadan. E voi, sporche negre,
pretendete ... Siamo noi il vostro Dio! Il vostro Dio è Omar al-Bashir
[islamista politico presidente del Sudan]», e «Voi negri, avete rovina­
to il paese! Siamo qui per darvi fuoco. [ ... ] Uccideremo i vostri mari­
ti e i vostri figli e andremo a letto con voi! Sarete le nostre mogli!».47

Con i loro discorsi e le loro manifestazioni emotive, i carnefici


rivelano il proprio atteggiamento verso le infami, crudeli e omici­
de sofferenze che infliggono alle vittime. Essi esprimono odio nei
loro confronti. Mettono in chiaro la visione che ne hanno: di esseri
che meritano il loro destino. Parlano dei propri atti con parole di
gioia. Gongolano. Si vantano. Sono fieri di quello che fanno. Deri­
dono le vittime e festeggiano la loro morte. E ridono, li sentiamo e
risentiamo ridere, alle loro sofferenze, a quanto essi stessi fanno a
loro. Da un attacco eliminazionista all'altro, le testimonianze de­
gli stessi assassini, di spettatori e di vittime sopravvissute non la­
sciano dubbi: i discorsi e le manifestazioni emotive dei carnefici,
nel momento in cui hanno fra le mani le loro vittime, le seviziano e
le uccidono, costituiscono una prova schiacciante che essi appro­
vano gli assassinii e li compiono ben volentieri.
Erwin Grafmann, appartenente a un'unità costituita da cin­
quecento comuni tedeschi (non ss) che uccise e deportò verso la
morte decine di migliaia di ebrei, ricorda che, quando il suo coman­
dante, «papà» Trapp, li informò che non erano obbligati a uccide­
re, non sentì «uno solo dei miei camerati dichiarare di non voler
partecipare». Che uccidere gli ebrei fosse giusto era tanto eviden­
te per loro che «all'epoca, nessuno di noi ci pensò nemmeno su».
Perché? Un suo camerata lo ha spiegato: agli ebrei, equivalenti ai
loro occhi a banditi, «la categoria di essere umano non era appli­
cabile».48 In Africa sudoccidentale, quattro decenni prima, soldati
tedeschi presero l'iniziativa di portare venticinque herero mezzi
morti di fame, «uomini, donne e bambini e bambine», in un pic­
colo terreno recintato coperto di cespugli spinosi. Lì li circondaro­
no, li coprirono di tronchi e rami, vi spruzzarono sopra il petrolio
di una lampada e li bruciarono fino a ridurli «in cenere». «L'ho vi­
sto con i miei occhi» ha affermato Hendrik Fraser, un baster. I te­
deschi dissero: «Dovremmo bruciarli in questo modo tutti, questi
Perché i carnefici fanno quello che fanno 187

cani e babbuini».49 «Lo capimmo molto in fretta» ha raccontato un


kikuyu superstite riferendosi alla conclusione cui tutta la sua co­
munità era giunta sui britannici in generale: «I britannici voleva­
no ucciderci, e quelli che non sarebbero stati uccisi avrebbero sof­
ferto. Ecco com'erano quei tempi. Ci ritenevano nient'altro che
animali». 50 Sul fatto che i carnefici uccidano di propria volontà,
Jesus Tecu Osorio, che nel massacro di Rio Negro, in Guatemala,
perse i genitori e molti familiari, e ora è fra i più noti difensori dei
diritti umani del suo paese, dice: «Quando commisero quegli atti,
quasi tutti agirono di propria volontà. Forse non erano obbligati,
ma durante i massacri potevano fare quello che volevano. Pote­
vano violentare le donne. Nel massacro di Rio Negro, non fu for­
se la loro prima esperienza. È possibile che ne avessero avute al­
tre. Quello che fecero, quel giorno, lo fecero ben volentieri. Così
vedo quella giornata».51 Allo stesso modo, i superstiti cambogiani
parlano regolarmente dei Khmer Rossi come di assassini di massa
che, alle stragi, parteciparono di propria volontà e con passione,
affermando che quello che facevano era necessario, che, se stermi­
navano la gente, era per l'«Angkar», come chiamavano la società
cambogiana, trasformata e purificata, che volevano creare. Rithy
Uong resistette quattro anni sotto i Khmer Rossi in un'unità di la­
voro mobile, e conobbe moltissimi di loro. Gli assassini, raccon­
ta, dicevano alle vittime molte cose che rivelavano come fossero
convinti che i tormenti cui le sottoponevano fossero giusti, ed essi
«ne godevano». Come fa a dirlo? Nel rispondere, le sue parole si
fanno incalzanti e si accalora: «Oh, sì. Lo dicevano loro, che ne go­
devano. Dicevano che eri, come diciamo noi... un ricco. Sai, l'im­
perialismo». Alla domanda su quanti carnefici dicessero cose del
genere, Uong risponde con impeto, con sicurezza: «Tutti i Khmer.
Tutti i soldati. Tutti quelli che ci facevano la guardia, lo diceva­
no».52 In Bosnia Alisa Muratcaus, vittima di stupro e sopravvis­
suta a un campo di stupro, parla con autorevolezza non solo per
l'esperienza che ha vissuto in prima persona, ma anche perché lo
fa a nome dei seimila membri dell'Associazione dei superstiti alla
tortura dei campi di concentramento, un'organizzazione di Sara­
jevo, di cui è presidente. Essi hanno avuto tutti esperienza perso­
nalmente, faccia a faccia, di un numero enorme di carnefici serbi.
E Muratcaus li descrive come assassini che erano tali di propria
spontanea volontà, anzi, zelanti ed espliciti nell'esprimere la pro­
pria approvazione ai massacri, il loro odio e il loro desiderio di
liberare completamente la Bosnia dai bosniaci. «Non c'è dubbio,
188 Peggio della guerra

non c'è dubbio» afferma, riferendosi al carattere volontario delle


azioni dei carnefici, all'odio che nutrivano per le vittime, e al loro
uso dello stupro come arma politica. Gli stupri erano un'espres­
sione «di odio, sicuramente, tutti, tutti». 53 Anne, una tutsi soprav­
vissuta al massacro, fu catturata dagli hutu, che usarono i cani per
stanare fino all'ultimo tutsi, mentre si nascondeva nella boscaglia.
Prima dovette stare a guardare mentre gli hutu «uccidevano tutti i
miei figli sotto i miei occhi e mi tagliavano il braccio destro». Poi,
«mentre mi violentavano, mi dissero che volevano uccidere tut­
ti i tutsi, cosicché in futuro, per dimostrare che un tempo era esi­
stito un popolo detto tutsi, non sarebbe rimasto altro che qualche
disegno». 54 Ma perché gli hutu volevano cancellare i tutsi dalla
faccia della terra? Élie Ngarambe, un assassino hutu, spiega che i
carnefici «non sapevano che i tutsi erano esseri umani: se ci aves­
sero pensato, non li avrebbero uccisi. Metto anche me stesso, fra
quelli che lo accettavano: non avrei mai ammesso che loro [i tut­
si] fossero esseri umani». Sul fatto che questa fosse opinione co­
mune, cognizione comune, Ngarambe è categorico: (<Sentendolo
dire, provavo le stesse cose di tutti gli altri all'epoca». E aggiunge
che, nella società hutu, questo era così scontato che nessun hutu
«può giurare che non lo sapeva; mentirebbe». Il risultato, spiega,
fu «una nube che penetrò nei cuori della gente e li coprì, e tutto
divenne buio, perché vedere uno in piedi di fronte a te, senza for­
ze, e tu sollevi il machete o un bastone e lo colpisci... è qualcosa
di difficile, che è stato fatto con tanta rabbia, tanto furore, questo
genocidio voglio dire».ss
Alle prove costituite dalle parole degli assassini si aggiungono
quelle, numerosissime, di ciò che essi fanno alle vittime con le pro­
prie mani, e dimostrano esattamente la stessa cosa: che approvano
gli attacchi e obiettivi eliminazionisti cui contribuiscono. Come at­
testano gli esempi che abbiamo citato e migliaia di altri, i carnefici
eliminazionisti infliggono regolarmente alle vittime umiliazioni e
torture fisiche. Le degradano usandole come trastulli, piegandole
al proprio volere, se ne servono per ostentare il loro dominio, mo­
strando a esse in tanti modi, spesso diabolici, che i padroni sono
loro, e le vittime non hanno alcun diritto, neanche al rispetto o alle
tutele umane fondamentali. Essi imprimono sui loro corpi, e quin­
di sulla loro psiche, la concezione che ne hanno: di esseri privi di
valore o spregevoli, che meritano la loro terribile sorte. Spezzare il
corpo e lo spirito delle vittime fa spesso parte integrante del pro­
getto eliminazionista. Su quelle per le quali tale crudeltà prelude
Perché i carnefici fanno quello che fanno 189

alla morte, l'odio dei carnefici si sfoga per esprimersi. Quanto a


quelle lasciate in vita, il ricordo indelebile e paralizzante delle sof­
ferenze subite servirà anche ad ammonirle sul destino che le aspet­
ta se cercassero di opporre resistenza o ribaltare la situazione. Un
esempio da manuale sono gli stupri organizzati o istituzionalizzati,
come quelli perpetrati dai serbi sulle donne bosniache e kosovare.
Simili azioni e manifestazioni da parte dei carnefici sono di routi­
ne nelle stragi ed eliminazioni di massa, familiari a quanti ne han­
no una conoscenza anche superficiale. E nessuna tesi secondo la
quale gli assassini disapproverebbero o non approverebbero i pro­
pri atti può spiegarle. Se vi ordinano di uccidere o fare la guardia
a qualcuno, non siete obbligati a umiliarlo, dileggiarlo, torturarlo.
Non siete obbligati a mettere tanto zelo, passione ed energia nel
farlo morire, né a prendere in prima persona alcuna iniziativa per
giungere a questo risultato. Non siete obbligati a celebrare l'impre­
sa con fotografie che, a mo' di trofeo, commemorano la vostra bat­
tuta di caccia o le vostre prede, come quella dell'album fotografi­
co di un soldato giapponese in Manciuria che, sotto il titolo «Foto
commemorativa di un'operazione di eliminazione di banditi», ri­
trae i soldati mentre entrano in azione. Quest'album contiene di­
verse fotografie di scene in cui il soldato stesso fu presente: «Una
mostra tre teste mozzate, in una delle quali gli occhi sono ancora
sbarrati, infisse a una recinzione; un'altra un soldato che tiene per i
capelli una testa tagliata con grande precisione, la faccia rivolta alla
macchina fotografica; una terza, di un cinese con le braccia stretta­
mente legate, reca [di mano del soldato] la didascalia: "La sua vita
è appesa a un filo"».s6
Tutti coloro che negano che i carnefici tedeschi approvassero le
loro azioni e le compissero volontariamente passano sotto silen­
zio il motivo per cui esistono archivi zeppi di fotografie dell'Olo­
causto: le scattarono gli assassini stessi. E lo fecero, ovviamente,
non per produrre prove passibili di incriminarli, ma per celebra­
re e commemorare le loro gesta. In scene emblematiche dell'Olo­
causto, i tedeschi in servizio ad Auschwitz, dove gassarono oltre
un milione di ebrei, si fecero fotografare in pose allegre, festose, e
le immagini furono raccolte in album da Karl Hocker, aiutante del
comandante del campo. Allo stesso modo Kurt Franz, comandante
di Treblinka, dove i tedeschi gassarono più di settecentomila ebrei,
riempì un album fotografico per celebrare il periodo che trascorse
nel campo, che definiva, come ci dicono le parole scritte di suo pu­
gno su una pagina, «I bei vecchi tempi».
190 Peggio della guerra

I tedeschi fotografavano regolarmente ebrei in agonia o mor­


ti (spesso a mucchi), o se stessi mentre, tutti allegri, li deridevano,
spesso costringendoli a posare in simili scene. Ed erano spudora­
tamente fieri delle loro fotografie. Le facevano passare di mano in
mano, le mandavano a casa ai loro cari, le custodivano gelosamen­
te in album. Trattavano le fotografie che commemoravano le ope­
razioni di sterminio, fra cui le «cacce all'ebreo», come una loro pro­
prietà. Un'unità di assassini composta da comuni tedeschi appese le
proprie nel suo quartier generale affinché tutti i membri dell'unità
potessero ordinarne delle copie.57 Che cosa questi uomini scrives­
sero alle proprie famiglie mandando tali scatti non lo sappiamo.
Ma sappiamo che cqsa scrisse nel maggio 1942 Ferdinand Welz,
un artigliere, nello spedire ai genitori parecchie fotografie, fra cui
una straordinariamente raccapricciante, quasi surreale (riprodotta
nell'inserto), che, presa dall'alto, mostra i cadaveri nudi e seminu­
di di ebrei polacchi ammassati gli uni sugli altri in un fosso, brac­
cia, gambe, teste e busti aggrovigliati. Pochi riescono a guardare
un'immagine così scioccante, di cui probabilmente molti non hanno
visto una eguale, senza ritrarsi orripilati. Riferendosi a queste foto­
grafie, Welz scrisse: «Accludo per voi diverse foto, che mi auguro
non vi diano nausea. Sì, sono ebrei. Per loro, il sogno dell'annien­
tamento della Germania è finito».58 E aggiunse che non aveva più
i negativi: potevano per favore conservargliele con cura?
Se vi ordinano di uccidere qualcuno, certo non siete obbligati,
dopo, a far festa. In Ruanda feste del genere si iniziarono a tene­
re quasi subito, quando il maggiore Bernard Ntuyahaga, incarica­
to all'inizio dell'eccidio di liquidare in massa i tutsi nella zona re­
sidenziale del centro di Kigali, decise di festeggiare i successi con
«chiassose feste a casa sua».59 Nel comune di Nyamata, dove gli
hutu fecero a pezzi cinquantamila dei cinquantanovemila tutsi del
loro villaggio, i festeggiamenti ebbero inizio dopo il primo giorno
di massacri e, come hanno raccontato alcuni assassini hutu, si ripe­
terono ogni sera. «La sera c'era una bella atmosfera» ha ricordato
uno di loro. E un altro: «La sera le famiglie ascoltavano musica. [ ... ]
Gli uomini cantavano, tutti bevevano; le donne cambiavano vesti­
to tre volte nel giro di una stessa sera. C'era molto più rumore che
durante i matrimoni, erano dei baccanali quotidiani».60
Spesso anche i tedeschi celebravano i loro assassinii con riti sim­
bolici. Soprattutto dopo grandi operazioni di sterminio, o quando
il massacro degli ebrei di una certa zona raggiungeva una parti­
colare tappa, si tenevano <<banchetti di morte», «feste della vitto-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 191

ria» o, come fecero gli uomini in servizio nel campo di sterminio di


Chelmno quando, dopo avere annientato più di centoquarantacin­
quemila ebrei, esso venne chiuso, soddisfatte feste d'addio. 61 Ana­
logamente, i serbi celebravano le loro gesta in Bosnia con niente di
meno che rituali comunitari benedetti dai capi della loro Chiesa
che, per festeggiare la «pulizia» di una città da tutti i non serbi, of­
ficiavano formali cerimonie.62
Se disapprovaste una strage di massa, non fareste queste cose.
Se credeste di dover uccidere qualcuno altrimenti chi vi ha ordina­
to di farlo ucciderebbe voi, se foste indotti a uccidere qualcuno che
ritenete innocente perché siete in qualche modo sotto pressione, o
vi sentite in dovere di farlo, non decidereste, prima di ucciderlo,
di torturarlo o accrescere le sue sofferenze, e tanto meno lo fareste
con gioia evidente. Fareste il contrario. Eppure, le testimonianze di
cui disponiamo dicono che ben pochi carnefici hanno fatto il con­
trario. Se avessero disapprovato la strage o l'eliminazione di mas­
sa, ne avrebbero lasciate prove, molte prove, in parole pronunciate
all'epoca, lettere a familiari e amici, diari, e in altrettanti modi nel­
le loro azioni, adempiendo al compito passivamente e male, sabo­
tandolo, trattando le vittime e parlando loro con gentilezza, cosa
che, non c'è dubbio, i superstiti grati avrebbero riferito alla prima
occasione. Di simili manifestazioni di disapprovazione e dissenso
non ne è venuta alla luce, in tutti gli eccidi ed eliminazioni di mas­
sa della nostra epoca, quasi nessuna: non ne abbiamo praticamen­
te alcuna testimonianza credibile. E questo vuoto è tanto più sor­
prendente in quanto coloro che hanno vissuto sotto i regimi più
coercitivi, inclusi regimi che hanno messo in atto politiche elimi­
nazioniste, hanno lasciato contro di essi e le loro misure che effet­
tivamente aborrivano ampie testimonianze di disapprovazione,
dissenso e resistenza.
Le tesi secondo cui i carnefici disapprovano o non approvano le
loro azioni sono già smentite dai fatti per i quali sono state avan­
zate, fatti che rappresentano l'atto di sottoscrizione della politi­
ca eliminazionista: le uccisioni stesse. Ma poste di fronte alle altre
azioni degli assassini, che i fautori di quelle tesi, e non c'è da stu­
pirsi, si prendono ogni cura di ignorare, esse divengono assoluta­
mente senza senso. Quegli atti di crudeltà, quelle feste, quelle pa­
role compiaciute dei carnefici nel trattare, seviziare e uccidere le
vittime si rivelano parte integrante dell'attuazione dei progetti eli­
minazionisti, e confutano alla radice l'idea che chi mette questi pro­
getti in atto li giudichi sbagliati.
192 Peggio della guerra

Se, in tutto il mondo, i carnefici non avessero mai ucciso una sola
persona, ma avessero inflitto alle vittime tutte le altre sofferenze
che hanno loro effettivamente inflitto, sarebbero accadute, credo,
due cose. I loro numerosi e svariati atti non omicidi non sarebbero
finiti, e tanto meno completamente svaniti, nell'ombra gettata dal­
le uccisioni e dal loro orrore, sottraendosi, com'è avvenuto in uno
studio dopo l'altro, alla vista analitica. E, alla luce delle prove, ora
schiaccianti e manifeste, della completa assurdità dell'idea che gli
aguzzini disapprovassero tutte le crudeltà, brutalità e umiliazioni
cui essi stessi sottoponevano le vittime, che disapprovassero le loro
stesse manifestazioni di odio, scherno, compiacimento e gioia, nes­
suno avrebbe mai avanzato seriamente tesi basate sull'idea che i
carnefici ritenessero i propri stessi atti eliminazionisti sbagliati.63
Tali tesi sono state affermate con la massima sistematicità e ra­
dicalità per l'eccidio di massa per il quale molte di esse sono state
avanzate per la prima volta e ribadite con maggiore frequenza ed
energia: lo sterminio degli ebrei compiuto dai tedeschi. Nei Volon­
terosi carnefici di Hitler ho dimostrato come esse siano concettual­
mente insostenibili e contraddette da prove schiaccianti, fra cui
le numerosissime testimonianze dei superstiti (che spesso ebbero
modo di osservare per anni il comportamento di un gran numero,
a volte centinaia, di carnefici tedeschi) e quelle degli assassini che
si sono espressi con sincerità. Come ammise un carnefice tedesco,
uno dei tanti, riferendosi a tutti gli altri che vide in azione duran­
te lo sterminio: «Devo ammettere che provavamo una certa gioia
quando mettevamo le mani su un ebreo che potevamo uccidere.
Non ricordo un solo caso in cui ci fosse bisogno di dare l'ordine di
esecuzione. A quanto ne so, si sparava sempre di propria iniziati­
va; si aveva quasi l'impressione che diversi poliziotti si divertis­
sero un mondo». 64 Oscar Pinkus, un ebreo sopravvissuto, basan­
dosi sulla propria esperienza e su quella di altre vittime ebree che
conobbe, non incolpa i tedeschi per avere eseguito gli ordini, per­
ché «non ci aspettavamo mai che singoli tedeschi disobbedissero
ai loro ordini». Il loro «primato è funesto perché, al di sopra e al
di là degli ordini, essi, individualmente e volontariamente, attiva­
mente e tacitamente, approvavano e ampliavano il programma uf­
ficiale [di sterminio] e ne godevano».65 Pinkus avrebbe potuto par­
lare a nome dei superstiti di una strage ed eliminazione di massa
dopo l'altra. Quando, nelle loro numerose testimonianze, i soprav­
vissuti ad attacchi eliminazionisti affrontano la questione, dicono
quasi all'unanimità che i carnefici li odiavano e volevano uccider-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 193

li. Non offrono una sola ragione per pensare che essi disapprovas­
sero il programma eliminazionista, lo mettessero in atto con rilut­
tanza o controvoglia, mentre offrono ogni ragione per credere che
lo approvassero, lo ampliassero e ne godessero.
Semplicemente, non c'è nessuna spiegazione plausibile che, sen­
za manomettere o ignorare i fatti, possa dirci perché, in assenza di
una smisurata coercizione, così tante persone avrebbero massacra­
to altre persone contro la loro volontà. E non c'è spiegazione plausi­
bile di alcun tipo che possa dirci perché persone che lo disappro­
vavano, anzi, così tante persone in tutte le culture e tutte le epoche,
avrebbero torturato le proprie vittime e festeggiato alla loro morte
o espulsione. Se vogliamo capire e spiegare perché gli assassini uc­
cidono, perché i guerrieri eliminazionisti aggrediscono fisicamen­
te e simbolicamente le loro vittime, dobbiamo innanzi tutto rico­
noscere una verità che fa riflettere: che i carnefici, a parte qualche
eccezione, approvano ciò che fanno. Fulgence, un comune hutu
che partecipò di propria volontà e volentieri alla strage dei tutsi,
ha detto in modo conciso ed emblematico qualcosa che vale anche
per gli altri assassini: «Ho pensato male, ho agito male. Ho preso
una strada sbagliata».66 Riconoscerlo porta a chiedersi, e a cercare
di scoprire, come i carnefici giungano a dare la loro approvazione
a un massacro, a «pensare male», e perché vedano nell'annienta­
mento, nell'espulsione e nell'incarcerazione di altre persone e altri
gruppi qualcosa di giusto, necessario e lodevole.
Ma, prima di affrontare questi interrogativi, occorre prendere
approfonditamente in esame un altro aspetto degli eccidi di mas­
sa: l'orrore. Le opere sull'Olocausto, con il loro silenzio sui carne­
fici e l'accento analiticamente fuorviante che pongono sull'anoni­
mato delle camere a gas, hanno stabilito un paradigma sterilizzato
estesosi ai tentativi di indagare e comprendere le stragi di massa
in generale, mettendo in ombra l'orrore dell'atto di uccidere, non
per le vittime, al cui riguardo sappiamo tutto, ma per gli assassi­
ni. Nella stragrande maggioranza degli eccidi di massa del nostro
tempo essi hanno ucciso faccia a faccia, in genere un singolo assas­
sino una singola vittima. In moltissimi casi hanno ucciso con armi
a mano. Per molti carnefici dire che hanno macellato le loro vitti­
me, quindi, corrisponde alla verità letteralmente, e per molti altri
metaforicamente. Si può dirlo dei tedeschi, dei britannici in Kenia,
degli indonesiani, dei Khmer Rossi, dei guatemaltechi, dei tutsi in
Burundi, degli hutu in Ruanda, dei serbi, dei sudanesi e di tanti
altri. Élie Ngarambe, un hutu che, dopo essere stato un assassino,
194 Peggio della guerra

si è mutato ora in un uomo dai modi gentili, deve la sua comple­


ta trasformazione, come racconta egli stesso, al fatto che lui e altri
carnefici che hanno compiuto la stessa opera di demitizzazione non
credono più, a differenza di un tempo, che i tutsi non siano esseri
umani, ma serpenti e scarafaggi che cercano di ridurre gli hutu in
schiavitù. Quando Ngarambe si guarda indietro, lo fa con consa­
pevolezza, ma anche con una certa incredulità, chiedendosi come
lui e tutti gli altri abbiano potuto fare a pezzi la gente: <<Non riesco
a trovare un modo per spiegarlo; l'unica risposta che posso dare è
che c'era come una nube, qualcosa come l'oscurità. Posso chiamar­
la ignoranza». Poi si corregge: anche se era una sorta di ignoran­
za a far sì che ritenessero i tutsi bestie velenose, il problema «non
è l'ignoranza. È la crudeltà con cui agivamo, io e i criminali come
me in Ruanda». E di quello che facevano, della loro crudeltà, ha vo­
luto darmi una dimostrazione mimando con la mano, con grande
precisione, il movimento con cui gli hutu «tagliavano» le loro vit­
time: «Vede, prendevi un machete come questo. Poi correvi dietro
a uno e lo tagliavi, così, con un fendente. E dopo averlo atterrato
lo facevi a pezzi. Ma l'arma più comune era il bastone. Lo colpivi
e gli tenevi la testa a terra. Con un machete, era come tagliare un
banano. L'unica differenza è che la carne è morbida, mentre un al­
bero è duro. Una persona, la tagli una prima volta e la seconda è a
pezzi». 67 Sangue dappertutto. Grida di persone in agonia. Vittime
che implorano di avere salva la vita o, almeno, di essere uccise più
in fretta, per porre fine alle loro sofferenze. Come avrebbero potu­
to gli assassini, che nessuno costringeva a far questo, chiamare a
raccolta le forze psicologiche ed emotive necessarie, se non aves­
sero creduto che quello che facevano era giusto, buono e dovero­
so? Come avrebbero potuto farlo e rifarlo e rifarlo?
Pensate allo sforzo che probabilmente vi costa, che a tanti costa,
leggere in questo libro descrizioni di torture o assassinii di uomini,
donne o bambini innocenti. Pensate a quanti, tra cui forse voi stessi,
trasaliscono leggendole o vedendo scene del genere in documentari.
Pensate a quanto più difficile, dieci, cento, mille, infinite volte più
difficile, sarebbe per voi uccidere, trucidare, macellare con un ma­
chete un uomo. O una donna. O un bambino. Lo «tagliate». Poi lo
tagliate di nuovo. E di nuovo e di nuovo. Pensate di sentire colui o
colei che state per uccidere supplicare, implorare pietà, scongiurar­
vi di fermarvi. Pensate di udire le urla della vostra vittima mentre
calate il machete, la tagliate, e poi la tagliate ancora, e ancora e an­
cora, o le urla di un bambino mentre fate a pezzi il suo corpo di otto
Perché i carnefici fanno quello che fan no 195

anni. Eppure gli assassini lo fanno, e odono tutto ciò. E lo fanno con
zelo, alacremente, con soddisfazione, persino divertendosi. Essi lo
fanno e rifanno, e rifanno e rifanno e rifanno. Ngarambe ricorda le
implorazioni delle vittime: ,,"Ti prego, graziami, ti darò dei soldi."
O una donna: "TI prego, graziami. O prendimi e abbi cura di me.
Lo vedi, sono una bella donna". E tu dicevi: "No, ora ti ammazzo,
invece"».68 E a quel punto l'assassino calava il bastone e il machete
sulla vittima, e poi la colpiva di nuovo e di nuovo, come mi ha mo­
strato descrivendo nei dettagli un colpo dopo l'altro.
Non sorprende che qualche zelante assassino, compresi alcu­
ni hutu, trovasse a volte difficile uccidere persone che conosceva.
Questo gli costava un blando rimprovero misto a comprensione,
o una multa, ma per la vittima non cambiava niente. Élie raccon­
ta che «chi evitava di compiere il gesto omicida nei confronti di un
conoscente, lo faceva per gentilezza verso se stesso, non certo verso
il conoscente, perché tanto sapeva che non sarebbe stato graziato.
Sarebbe stato ucciso comunque. Anzi poteva essere fatto a pezzi in
modo ancora più crudele, perché aveva ritardato per un attimo il
lavoro».69 Non sorprende nemmeno che, come non tutti coloro che
mangiano carne andrebbero volentieri a lavorare in un mattatoio,
per qualcun altro quel macello, con sangue e viscere dappertutto,
fosse sgradevole, e che alcuni assassini abbiano avuto bisogno di
abituarcisi. Uno di essi, un tedesco, pur non lasciando dubbi nel­
la sua testimonianza sul fatto che era favorevole allo sterminio de­
gli ebrei, ha confessato che, alla prima strage, provò disagio. Dopo
avere già sparato «a una decina o una ventina di ebrei,» ha raccon­
tato «chiesi di essere esentato, soprattutto perché il mio vicino spa­
rava troppo male. Credo tenesse sempre troppo alta la canna del
fucile, perché infliggeva alle vittime ferite orribili. In qualche caso
la calotta cranica si frantumava a tal punto che la materia cerebrale
schizzava da tutte le parti. Non riuscivo più a guardare».70 Non fu
un'opposizione morale, ma il disgusto a indurlo a chiedere di essere
esentato dal massacro, una richiesta che i suoi superiori, compren­
sivi, non ebbero difficoltà ad accogliere. Come è sbagliato prende­
re ingenuamente per buone le affermazioni di routine dei carne­
fici di non avere ucciso nessuno, o di averlo fatto perché costretti,
di non essere colpevoli eccetera, così è sbagliato, come alcuni fan­
no con entusiasmo, vedere nel fatto che un assassino preferisce esi­
mersi dall'uccidere un conoscente o che, quando uccide, specie la
prima volta, ha una reazione viscerale, una prova che egli ritiene le
sue vittime innocenti, non meritevoli di morire. Una testimonianza
196 Peggio della guerra

sul massacro dei comunisti compiuto dagli indonesiani, fornita da


un uomo che, conformemente alle norme di cortesia indonesiane,
parla di se stesso in terza persona come del Figlio n. 2 di Kartawi­
djaja, dice qualcosa su questo e altri importanti temi.
Di solito, i comunisti che la. gente era riuscita a rastrellare venivano
consegnati a un boia, perché spedisse le loro anime all'altro mondo.
Non tutti sono capaci di uccidere (anche se ci sono eccezioni). Stando
a quanto hanno affermato diversi degli stessi boia (il Figlio n. 2 di Kar­
tawidjaja aveva molti amici fra loro), uccidere non è facile. Dopo avere
fatto fuori la prima vittima, di solito ci si sente in corpo la febbre e non
si riesce a dormire. Ma una volta che si sono mandate un bel po' di ani­
me ali'altro mondo, a uccidere ci si è abituati. «È come macellare una ca­
pra» dicevano. E il fatto è che il Figlio n. 2 di Kartawidjaja usciva spesso
di nascosto di casa, o per aiutare a fare la guardia al quartier generale
[locale] del PN! [Partito nazionale indonesiano], che aveva sede a casa
di Pak Salim (l'autista del pulmino della scuola nella zona di Ngadi­
rejo), o per vedere spedir via anime umane. Anche questo rendeva dif­
ficile dormire. Ricordare i lamenti delle vittime che imploravano pietà,
il rumore del sangue che sgorgava fuori dai loro corpi, o gli schizzi di
sangue fresco quando alla vittima veniva tagliata la testa. Tutto ciò fa­
ceva rizzare i capelli in testa eccome. Per non parlare delle urla di una
dirigente del Gerwani [Movimento femminile indonesiano] quando le
trapassarono la vagina con un palo di bambù appuntito. Molti cadave-
ri restavano a giacere sparsi come polli dopo avergli tagliato la testa.
Come potevano i carnefici sopportare di fare queste cose? O me-
glio, siccome che le approvassero è ovvio, e lo dimostra al di là di ogni
dubbio la degradazione simbolica della dirigente del Gerwani, come
facevano a goderne? Il Figlio n. 2 di Kartawidjaja, avendo ascoltato
le confidenze fattegli dai suoi amici all'epoca, lo sa. Lo spiega nella
frase immediatamente successiva, dicendo che se i boia provavano
disagio di fronte al bagno di sangue non era perché disapprovasse­
ro per principio le stragi, tutt'altro: «Anche se fatti del genere erano
piuttosto raccapriccianti, chi vi partecipava era riconoscente che gli
fosse stata data l'occasione di contribuire ad annientare gli infedeli». 71

Le credenze dei carnefici e come vi giungono


Le domande «gli assassini credono che le vittime meritino ciò che
subiscono?» e «gli assassini pensano che le loro azioni siano giuste
e necessarie?» non sono le più significative. La risposta è quasi in­
variabilmente sì. La domanda cruciale è perché e come i carnefi-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 197

ci eliminazionisti giungono a vedere le vittime, e il loro assassinio,


in questo modo. Tale domanda ha risposte più complesse e diver­
sificate, e solo affrontandola di petto si può riuscire a capire, della
genesi e dello sviluppo di stragi ed eliminazioni di massa, alcuni
aspetti che è necessario capire. Ciò richiede che prendiamo in esa­
me le motivazioni degli assassini e i contesti politici, sociali, cultu­
rali e situazionali in cui esse si formano.
Il modo in cui i carnefici concepiscono le persone prese di mira è
il fattore cruciale, in primo luogo, della volontarietà con cui parte­
cipano a un massacro o a un'eliminazione di massa, della volon­
tarietà con cui fanno subire alle vittime atrocità non mortali, e del
carattere e della portata del loro assalto. Gli amici del Figlio n. 2 di
Kartawidjaja, come gli assassini di massa indonesiani in generale,
vedevano nei comunisti degli infedeli terribilmente minacciosi, le
cui anime dovevano essere spedite all'altro mondo. Così, quando
una folla di carnefici del Nahdatul Ulama (NU), il principale partito
politico islamico del paese, marciò verso una sede del Partito comu­
nista, «come al solito prima di svolgere il loro compito», racconta il
Figlio n. 2 di Kartawidjaja, «le masse dell'NU gridarono a gran voce
"Allahu Akbar [Allah è grande!]"». Dopo di che picchiarono sel­
vaggiamente un uomo che si trovava di fronte alla sede comunista
e diedero fuoco all'edificio riducendolo in cenere. 72 È un esempio
da manuale dello stretto rapporto tra fede, motivazione e azione.
Se le strutture, come vivere sotto un determinato regime o esse­
re un guardiano in un campo, non possono spiegare le azioni dei
carnefici, è perché le spiegazioni strutturali negano che tale rap­
porto esista, tanto più che abbia il posto centrale che ha nella real­
tà. Secondo tali spiegazioni ciò che sta nella testa di una persona è
sostanzialmente irrilevante per la genesi delle sue azioni. A far sì
che ci si comporti in un modo o in un altro sarebbero, e senza ec­
cezione, le strutture politiche o sociali di istituzioni o circostanze.
A parte le molteplici ragioni concettuali ed empiriche per respin­
gere le spiegazioni convenzionali che, nelle pagine precedenti, ab­
biamo dimostrato come irrimediabilmente viziate, osserviamo che
coercizione, autorità, pressione psicologica sociale e appartenenza
alla burocrazia sono altrettanti tipi di strutture. E quindi, come le
forze strutturali in generale, non possono spiegare neanche le va­
riazioni che si rilevano in ciò che devono spiegare. E non possono
farlo perché una forza o influenza costante non può essere causa di
azioni o esiti incostanti o variabili. La struttura in sé, essendo inva­
riabile, non può spiegare le tante varianti negli attacchi elimina-
198 Peggio della guerra

zionisti, alcune delle quali saltano prepotentemente all'occhio a


prendere in esame i massacri compiuti dai tedeschi e quelli avve­
nuti in Ruanda.
Nel trovare volonterosi aiutanti e un generale sostegno sociale,
i tedeschi non ebbero lo stesso successo in tutti i paesi che occupa­
rono e, all'interno di ognuno di essi, l'appoggio della popolazione
al loro attacco eliminazionista contro gli ebrei non fu omogeneo. E
questo non deriva da differenze nella durezza dell'occupazione,
ma aveva a che vedere con la diffusione e il carattere, nei vari paesi,
dell'antisemitismo. I danesi, in generale, non aiutarono i tedeschi. Li­
tuani, polacchi, slovacchi e ucraini lo fecero molto più spesso. Dopo
la sconfitta inferta dalla Germania ai sovietici, infatti, in Lituania,
Ucraina e altrove la popolazione locale, ricevuto il via libera dagli
occupanti, massacrò di propria volontà e con grande efferatezza i
propri ebrei. Gli italiani diedero poco frequentemente aiuto ai te­
deschi. I francesi lo fecero di più, ma in misura estremamente va­
riabile. I tedeschi non riuscirono a mutare in volonteroso assassino
di massa proprio chiunque. Molti collaborarono volentieri con loro
e molti altri, in differenti paesi, opposero resistenza.73 I capi nazisti,
come erano ben consapevoli di avere l'appoggio del proprio popo­
lo, così sapevano che lo avrebbero avuto da molte altre popolazioni
antisemite, ma da alcune no, tanto che alla Conferenza di Wannsee,
in cui fu pianificato il genocidio, previdero giustamente che non sa­
rebbe stato facile ottenere che i danesi e i popoli scandinavi proce­
dessero alla deportazione e allo sterminio di massa degli ebrei: «Il
sottosegretario di Stato [Martin] Luther ha osservato che, se il pro­
blema sarà affrontato radicalmente, sorgeranno difficoltà in alcu­
ni paesi, per esempio nei paesi nordici, e sarebbe quindi opportu­
no, per il momento, escluderli». 74 Anche il clero di chiese cristiane
differenti prese in paesi diversi posizioni radicalmente diverse nei
confronti della persecuzione e dello sterminio di massa degli ebrei,
a seconda, in genere, della posizione religiosa e culturale verso di
essi di ogni singola Chiesa, una posizione a sua volta integrata nel­
la specifica cultura nazionale di ogni singolo paese. Fra le Chiese
protestanti, quelle che più appoggiarono l'aUacco eliminazionista
furono le Chiese tedesche. La Chiesa cattolica a livello centrale e le
singole Chiese cattoliche nazionali erano apertamente favorevoli al
programma eliminazionista generale (molto più di quanto lo fosse­
ro le Chiese protestanti negli stessi paesi), e a volte ne appoggiarono
energicamente vari aspetti, giungendo, in alcuni paesi, fino a inco­
raggiare e sostenere pubblicamente lo stesso sterminio.75
Perché i carnefici fanno quello che fanno 199

Il Ruanda offre il raro esempio eliminazionista di un governo che


legittima e scatena un intero popolo, gli hutu, nel massacro di un
altro intero popolo, i tutsi, in un paese in cui, ovunque, essi lavo­
ravano insieme, andavano nelle stesse scuole, vivevano negli stes­
si quartieri. Ogni hutu poteva unirsi allo sterminio nella sua città,
nel suo paese o nel suo quartiere. Molti erano sollecitati a farlo; al­
cuni costretti. Se le numerosissime testimonianze dei tutsi super­
stiti, corroborate da quelle di carnefici hutu, parlano di un numero
impressionante di hutu che si lanciarono al massacro dei tutsi ben
volentieri e con manifesto zelo, vi sono anche testimonianze cre­
dibili che raccontano di qualche hutu che, in certi villaggi e comu­
ni, oppose resistenza a sterminare i propri vicini tutsi. Alcuni, ma
non tutti, si trovarono a quel punto di fronte all'insostenibile scel­
ta di uccidere o essere uccisi. Ma la stragrande maggioranza de­
gli hutu che partecipò alle stragi no. Essi si avventarono sui tutsi,
estranei o vicini di casa che fossero, ritenendolo giusto e, in molti
casi, con tutta la loro energia. E il clero cristiano diede una mano
e aderì al massacro.
Non possono essere spiegate con strutture politiche o istituzionali
neanche molte altre variabili nel comportamento dei carnefici. Nei
campi, tutte le vittime sono impotenti e tutti i carnefici onnipoten­
ti, non sottoposti ad alcun vincolo. Eppure questi ultimi trattano
sistematicamente in modo diverso categorie di vittime diverse. In
alcuni attacchi eliminazionisti, come nell'Olocausto e in Ruanda,
la sorte riservata alle vittime, che fossero uomini, donne o bambi­
ni, era per lo più la stessa. In altri invece, come in quelli perpetrati
da turchi, indonesiani e serbi, il trattamento che esse subivano era
notevolmente diseguale.
Alla luce di queste e altre variazioni (che approfondiremo fra
poco), occorre esaminare tre serie di temi: 1) Come, quando e lun­
go che periodo di tempo si generano le credenze dei carnefici? 2) Le
credenze che portano a stragi ed eliminazioni di massa sono tut­
te più o meno equivalenti e, se non lo sono, in che cosa si differen­
ziano, e queste differenze sono importanti? 3) In che modo altri
fattori, per esempio l'entusiasmo dei compagni nell'uccidere, inter­
secano e forse rafforzano le credenze dei carnefici sui gruppi presi
a bersaglio, influenzandoli e inducendoli ad agire come agiscono?
Molti scritti sull'assassinio di massa vedono erroneamente in
esso un fenomeno unitario, presumendo che, illustrato come nasce
il desiderio di massacrare la gente in un caso, la spiegazione deb­
ba valere per tutti gli altri. Le stragi di massa hanno alcune carat-
200 Peggio della guerra

teristiche in comune, è vero, ma anche altre che sono variabili, fra


cui le loro motivazioni e i processi in cui le loro motivazioni si ge­
nerano. A pensare che certe persone debbano morire si giunge, il
che non sorprende, in modi diversi.
Per la nostra analisi partiamo da una concezione solidamente
fondata cui s'è già accennato: nella maggior parte dei paesi e del­
le culture, la gente condivide un'etica per la quale gli esseri umani
hanno un valore umano basilare, il che significa che uccidere una
persona è un atto moralmente significativo, in poche parole un atto
morale (considerato in genere immorale), come non lo è tagliare
l'erba o calpestare inavvertitamente una formica. L'idea che ucci­
dere una persona è un atto morale porta alla domanda: come nasce
la convinzione contraria, che alcuni specifici gruppi di persone non
abbiano valore umano, e quindi ucciderli non sia immorale? Come
si giunge alla presa di posizione morale che implica che i membri
di quei gruppi devono morire?
A tale disponibilità a uccidere si giunge in quattro modi fonda­
mentali. Il primo ha un punto di partenza diverso da quello de­
gli altri. Sono esistite società e culture, ed erano probabilmente la
maggior parte prima dell'Illuminismo e del diffondersi dei suoi
principi, in cui l'eguaglianza morale universale degli esseri uma­
ni non era riconosciuta. Il valore umano era ritenuto prerogativa
esclusiva solo di una minoranza, spesso solo dei membri di una
data società o cultura. Gli antichi greci, i creatori della civiltà se­
condo la vulgata romanticheggiante, se a volte fra di loro prati­
cavano la democrazia (una democrazia in realtà esclusivamente
maschile e riservata a determinate classi), praticavano anche lo
schiavismo e consideravano gli schiavi, come affermò niente di
meno che Aristotele, esseri privi di ragione. Quanto ai non gre­
ci, che chiamavano barbari, essi non avevano ai loro occhi piene
qualità umane. Lungo tutta la storia, in simili casi, la norma è stata
che il gruppo dominante trattasse gli altri strumentalmente, usan­
doli o eliminandoli a seconda delle proprie esigenze e possibilità.
Molti di quelli ridotti allo status di sottouomini, e come tali trat­
tati, sono particolarmente noti per una condizione in comune: la
schiavitù. La maggior parte delle società umane ha avuto schiavi,
e ha considerato persino lecito ucciderli, tranne quando, per tute­
lare gli interessi e le regole del sistema politico, le leggi della so­
cietà schiavista lo proibivano. I colonizzatori europei trattavano
le persone di colore, in tutto il mondo, come esseri di natura di­
versa, spesso a malapena umani, di cui sbarazzarsi facendone, a
Perché i carnefici fanno quello che fanno 201

seconda della convenienza e della praticità, degli schiavi, dei fat­


tori di produzione o dei cadaveri.
Va considerato, inoltre, che anche nella nostra epoca alcune so­
cietà e culture non hanno riconosciuto valore umano a tutti o alla
maggior parte degli individui, e ben da prima che loro membri
perpetrassero stragi di massa, per cui, in questi casi, per giunge­
re a uccidere non è stato necessario, prima, privare le vittime della
loro umanità. Può darsi che in alcune società e culture (o sottocul­
ture) vigesse un disprezzo generalizzato per la vita umana, salvo
forse per il gruppo di riferimento di ognuno, per cui uccidere non
sia stato l'atto esistenzialmente enorme e moralmente significati­
vo che, nel nostro tempo, è stato altrove. Società e culture possono
promuovere fra il popolo una simile etica etnocentrica, e dobbiamo
quindi ammettere la possibilità che, nella nostra epoca, certi carne­
fici siano giunti facilmente a considerare un massacro auspicabile
perché esso era ritenuto necessario, e che siano giunti a considera­
re in questo modo l'uccisione in massa, quello che chiamiamo as­
sassinio di massa, perché non hanno mai visto le loro vittime come
dotate di fondamentale valore umano e, quindi, titolari di alcuni
fondamentali diritti. Perché essi si dimostrassero incapaci di pro­
vare un'autentica compassione per i gruppi presi a bersaglio, non
è stato necessario rimuovere niente di morale, non ha dovuto pro­
dursi nessuna grande metamorfosi. Il linguaggio con cui tali assas­
sini giustificano le loro azioni è quello dell'utilitarismo amorale.
Fu in genere con utilitarismo amorale che, nei primi secoli delle
loro imprese coloniali, gli europei trattarono le popolazioni tecno­
logicamente inferiori da loro conquistate, africani, asiatici e nativi
d'America, considerate da sfruttare o liquidare a seconda delle ne­
cessità. Tanto più che gli «indigeni», opponendo resistenza al cosid­
detto processo di civilizzazione o agli obiettivi degli europei, auto­
proclamatisi superiori, dimostravano, agli occhi di questi ultimi, la
loro presunta intrinseca inferiorità e inadattabilità. Il tempo per il
quale tale atteggiamento è stato dominante varia da paese a paese e
da popolo a popolo, ma non c'è dubbio che esso abbia animato nel­
la nostra epoca i carnefici europei nei loro attacchi eliminazionisti
ai popoli africani. In Asia, le gigantesche stragi di massa perpetrate
dai cinesi prima e dopo la presa del potere da parte dei comunisti,
quindi in contesti e sotto regimi politici diversi, inducono a chiedersi
se un simile utilitarismo amorale non esistesse almeno in parte an­
che lì, per lo meno fino alla metà del XX secolo. Il Giappone impe­
riale, la cui cultura era fortemente etnocentrica, predò nello stesso
202 Peggio della guerra

modo i popoli asiatici, seguendo in questo l'esempio dei coloniali­


sti europei, ma attingendo per quegli atteggiamenti e quelle prati­
che a fonti culturali proprie.76 Non è escluso che atteggiamenti simili
siano stati presenti anche nella Repubblica democratica del Congo
negli ultimi anni di violenta anarchia. Nella storia recente, tuttavia,
casi del genere, per quanto importanti, costituiscono delle eccezioni.
Le stragi ed eliminazioni di massa della nostra epoca sono state
prevalentemente perpetrate da persone cresciute in società e cul­
ture che assegnavano fondamentale valore umano alle persone in
generale. In queste società, perché i carnefici giungessero a consi­
derare alcuni esseri umani meritevoli di morte o eliminazione, tale
attributo protettivo ha dovuto essere abolito. Questo è avvenuto in
tre modi fondamentali.
1. Persone prive di particolari pregiudizi o animosità verso un
gruppo possono giungere a odiarlo nel fuoco di conflitti reali
(in genere militari), che le portano a credere che il popolo ne­
mico debba essere (definitivamente) sconfitto a tutti i costi e
meriti il peggio.
2. Le persone possono aderire a ideologie politiche che propu­
gnano la distruzione o eliminazione di altre persone. Se tali re­
gimi ideologici restano al potere abbastanza a lungo da condi­
zionare le nuove generazioni, possono formare un serbatoio
di seguaci che la pensano allo stesso modo e metteranno vo­
lentieri in pratica le credenze eliminazioniste che condivido­
no con il regime.
3. Le persone possono già nutrire verso determinati gruppi dei
pregiudizi che, a un certo punto, leader tendenti a una politi­
ca eliminazionista eccitano a fini omicidi o, comunque, di eli­
minazione di quei gruppi.
Si può vedere seguito più d'uno di questi percorsi, a volte da
parte di carnefici diversi, a volte per gruppi diversi di vittime. Ma,
qualunque sia la complessità della situazione, uno è in genere pre­
dominante, e i suoi lineamenti sono facilmente distinguibili.
Conflitti reali, eccezionalmente feroci o che ponevano una minac­
cia mortale, hanno portato a volte, come reazione, a stragi di massa.
In questi casi i massacri sono stati sostanzialmente una reazione a
sofferenze subite per mano di un antagonista reale e, anche se im­
morali e ingiusti, avevano una parvenza di giustizia retributiva e,
talvolta, di necessità militare o vitale, e così gli assassini li hanno
giustificati e razionalizzati.
Perché i carnefici fanno quello che fanno 203

I casi più lampanti di eventi che hanno portato ad attacchi elimi­


nazionisti, fra cui assassinii di massa, sono le invasioni imperiali,
predatorie e di annientamento e le occupazioni di vari paesi e po­
poli da parte di tedeschi e giapponesi. Le atrocità da loro commes­
se durante questi eventi generarono nelle vittime un odio intenso,
molto più intenso di quello preesistente (in molti casi, fra l'altro,
non preesisteva alcun pregiudizio particolare), che, in alcuni paesi,
si tradusse in una vendetta nella forma di attacchi eliminazionisti
e stragi di massa contro di loro.
Il Giappone, poco noto, al lato opposto del globo, era pratica­
mente assente dal mondo mentale della maggior parte degli ame­
ricani. Anche se molti di essi, e certamente quelli della costa occi­
dentale, erano prevenuti contro gli orientali in generale, giapponesi
compresi, non provavano per questi ultimi nessuna ostilità. Ma, a
causa di diversi aspetti assunti dalla guerra, in America si diffu­
se di essi un'immagine deumanizzata e piena di odio che portò a
concludere che, contro quegli efferati nemici, tutto era permesso.
L'attacco a sorpresa del Giappone a Pearl Harbor fu per gli Stati
Uniti molto più minaccioso e per gli americani molto più scioccan­
te degli attacchi di Al Qaeda dell'll settembre. In una notte, esso
precipitò il paese in una guerra mondiale che lo logorò e sconvol­
se per anni, in cui trecentomila suoi cittadini morirono, settecento­
mila rimasero feriti e altri milioni rischiarono la vita. Quell'attac­
co produsse una visione dei giapponesi che divenne un assioma:
essi violavano le regole più elementari della società civile. E tale as­
sioma trasformò il Giappone in una nazione di fuorilegge. Questa
visione si fece ancora più accalorata per come essi combattevano
in battaglia e trattavano i popoli conquistati e i prigionieri di guer­
ra. Già prima di Pearl Harbor si sapeva bene in America come, nel
famigerato Stupro di Nanchino, i giapponesi avessero massacra­
to forse duecentomila cinesi, e il nome con cui quell'eccidio era di­
venuto famoso non lasciava dubbi su ciò che ci si poteva aspettare
da loro in guerra. I massacri e le violenze di cui si resero colpevoli
in seguito verso i popoli conquistati non fecero che rafforzare tale
opinione. Il fanatismo di cui davano prova lottando fino alla mor­
te, gli attacchi aerei dei kamikaze e altre azioni suicide li fecero ap­
parire un nemico che, pur di uccidere gli americani, era pronto a
morire, ma non si sarebbe mai arreso. Il trattamento che riserva­
vano ai prigionieri di guerra alleati, e in particolare la famigerata
marcia della morte di Bataan, in cui uccisero ventimila prigionieri,
quasi tutti filippini e americani, rafforzò la convinzione che i giap-
204 Peggio della guerra

ponesi fossero esseri incivili, infidi e pericolosi con cui non si po­
teva giungere a compromessi.
Nata dal loro modo di combattere e di trattare la popolazione ci­
vile, si diffuse in America una demonizzazione dei giapponesi su
basi razziali che li poneva al di fuori dei confini dell'umanità, facen­
do pensare che, per sconfiggerli, non si dovesse arretrare di fronte
a nulla. Gli americani si riferivano normalmente a loro chiaman­
doli scimmie, babbuini, cani, topi, vipere, scarafaggi, vermi. Perso­
nalità di primo piano del governo e delle forze armate statunitensi
svilupparono ed espressero, riguardo a che trattamento si doves­
se riservare ai giapponesi, visioni eliminazioniste e anche esplici­
tamente genocide. Nel maggio 1945, poco dopo la capitolazione
della Germania, il figlio e confidente del presidente Franklin D.
Roosevelt, Elliott, disse al vicepresidente Henry Wallace che si sa­
rebbe dovuto bombardare il Giappone «finché non avremo annien­
tato una metà della popolazione civile». Idee del genere trovava­
no eco nell'opinione pubblica. In un sondaggio del dicembre 1944,
di fronte alla domanda «Come pensa che dovremmo comportarci
con il Giappone come paese dopo la guerra?», il 13 per cento degli
americani scelse la risposta: «Ucciderli tutti». 77 Non c'è da meravi­
gliarsi quindi se, in nome della volontà di salvare vite americane,
e di dare ai giapponesi quel che meritavano, gli americani abbiano
patrocinato e perpetrato, con il bombardamento di Tokyo con ordi­
gni incendiari e poi con l'incenerimento nucleare, stragi di massa.
Così Harry Truman divenne un assassino di massa. E le sue
azioni furono approvate all'epoca dall'85 per cento degli america­
ni, mentre il 23 per cento confessò il suo desiderio che «ne fossero
state usate molte di più [di bombe atomiche], prima che il Giappo­
ne avesse la possibilità di arrendersi». Il bombardamento nucleare è
tuttora approvato dalla grande maggioranza degli americani, con­
vinti della menzogna che fosse militarmente necessario, una men­
zogna che apologeti dell'America e custodi dell'onore nazionale
americano continuano a propalare anche se, all'epoca, si sapeva
che non era vero. Truman e i suoi consiglieri erano ben consapevo­
li del fatto che, di fronte a un Giappone già sconfitto militarmente
e stretto in una morsa, avrebbero probabilmente potuto porre ben
presto fine alla guerra senza invaderlo né bombardarlo con armi
nucleari.78 Condividendo la convinzione di Eisenhower «che, pre­
cisamente in quel momento, il Giappone fosse in cerca d'un modo
per arrendersi perdendo la "faccia" il meno possibile», l'ammira­
glio William Leahy, capo di stato maggiore di Truman, affermò che
Perché i carnefici fanno quello che fanno 205

«l'uso di quell'arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non fu di al­


cun aiuto materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giap­
ponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi».79
Hanno cominciato loro è una motivazione e una risposta per le
rime emotivamente e retoricamente forte cui ricorrono i bambini
nei loro giochi e gli adulti - come Truman dicendo che i giappone­
si «sono stati ripagati molte volte» - nel decidere chi deve vivere o
morire. Ed è particolarmente forte quando sono stati davvero loro
a cominciare, e per di più continuano a darti addosso, e ripetono
che non si fermeranno fino alla vittoria, infliggendo al tuo paese e
ai tuoi compatrioti distruzioni e lutti incalcolabili. Quali che fos­
sero le finalità militari che potevano anche avere, hanno cominciato
loro fu e continua a essere la motivazione addotta per i bombarda­
menti americani e britannici a città giapponesi e tedesche nei casi
in cui il vero scopo principale era uccidere civili e distruggere in­
frastrutture vitali, indebolendo così il sostegno della popolazione
allo sforzo bellico. Gli americani bombardarono Tokyo con ordi­
gni incendiari uccidendo oltre ottantamila persone. Britannici e
americani bombardarono Dresda distruggendo deliberatamente
la maggior parte della città e uccidendo fra i diciottomila e i venti­
cinquemila tedeschi. Che in precedenza i tedeschi avessero prati­
camente raso al suolo con i loro bombardamenti Guernica nel 1937
e il centro di Rotterdam nel maggio 1940, che nel 1940-1941 avesse­
ro ucciso nel blitz su Londra ventimila persone e distrutto o dan­
neggiato buona parte della città - eventi cruciali che, in particolare
per quanto riguarda il massacro dei londinesi, vengono opportuna­
mente ignorati o elusi negli odierni tentativi politici di dare dei te­
deschi un'immagine di vittime - e che avrebbero fatto molto peg­
gio, non fece che rafforzare ulteriormente la determinazione degli
Alleati a far sì che i tedeschi raccogliessero ciò che avevano semi­
nato. Allo stesso modo, nel maggio 1939 i giapponesi diedero il
via a bombardamenti nel teatro asiatico tempestando Chongqing,
la capitale nazionalista cinese, con bombe incendiarie che uccise­
ro, sembra, oltre cinquemila persone.
Un parziale equivalente a terra delle campagne aeree omicide
condotte dagli Alleati durante il conflitto (che, tuttavia, avevano
una componente strategica militare) può essere visto nella reazione
punitiva antitedesca, dopo la seconda guerra mondiale, di polac­
chi, cechi e altri popoli e, in molte regioni, nella brutale e omicida
affermazione della loro autorità dopo l'occupazione tedesca. L'ani­
mosità che giapponesi e tedeschi avevano suscitato fra le vittime
206 Peggio della guerra

sopravvissute agli eccidi di cui s'erano resi colpevoli portò a con­


troeccidi e controespulsioni giustificati facendo appello a necessità
o convenienze militari o di politica nazionale. In Europa essa sfo­
ciò anche in un controassalto di massa a tedeschi e persone di et­
nia tedesca dovuto, come concluse una rassegna britannica della
stampa ceca a proposito della Cecoslovacchia, a <<un universale e
acceso odio per i tedeschi [ ... ] e alla richiesta che se ne vadano, e se
ne vadano in fretta», sia per realizzare l'omogeneità della nazione,
sia per vendetta o giustizia. In Polonia, il governatore provvisorio
della Slesia dichiarò: «Ci comporteremo con la popolazione tede­
sca che abita queste terre, che sono polacche dall'inizio dei tempi,
esattamente come ci hanno insegnato a fare i tedeschi». Questi ul­
timi, non solo gli uomini delle ss, ma i comuni tedeschi, si erano
comportati in quei paesi mostruosamente, e l'immagine di sé che
vi avevano lasciato era di mostri. E non si trattava di un'immagine
paragonabile alle caricature di fantasia dei giapponesi, non meno
feroci, ma più lontani, diffusesi in America, bensì di un'immagine
frutto di esperienza diretta, anche se accentuata ed estesa dalla ten­
denza dell'essere umano a generalizzare. Il comando militare po­
lacco espresse a chiare lettere qual era l'opinione, comprensibile e
non priva di buon senso, benché fattualmente e moralmente indi­
fendibile, condivisa nella regione: della guerra «criminale» appena
terminata era responsabile «l'intero popolo tedesco».80
Le campagne eliminazioniste contro i gruppi di etnia tedesca,
se rimandavano anche, almeno per parte dei polacchi, dei cechi e
di altri popoli, a pregiudizi antitedeschi di vecchia data, erano ve­
ementi reazioni a sofferenze subite in prima persona e, anche per
quanti, prima, avrebbero deplorato misure del genere, frutto di una
logica autoprotettiva (bisognava togliere per sempre ai tedeschi il
pretesto di invaderli per «proteggere» i loro connazionali). I cechi
e i polacchi, specie nelle regioni della Germania orientale annesse
dalla Polonia, intrapresero un'espulsione globale e a volte omici­
da dei tedeschi, scacciando dalle loro case dieci milioni di persone,
rinchiudendone centinaia di migliaia in campi temporanei apposi­
tamente creati, e uccidendone decine di migliaia. La feroce ostilità
contro la popolazione di etnia tedesca portò al raro esempio di una
politica eliminazionista intestina su larga scala praticata da un regi­
me democratico, come in Cecoslovacchia, con l'appoggio, come in
Polonia, di cittadini di tutti i partiti politici e tutti gli orientamen­
ti. La prima fase, la più brutale e omicida, di quelle che divenne­
ro note come «espulsioni selvagge» ebbe luogo subito dopo la li-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 207

berazione dagli occupanti, quando polacchi e cechi, insieme con i


loro leader, si avventarono furiosamente sui tedeschi che vivevano
fra loro. Più tardi gli stessi polacchi e cechi espulsero la stragrande
maggioranza della loro popolazione di etnia tedesca in modo or­
ganizzato e ordinato e con il consenso degli Alleati vittoriosi che,
vista la loro determinazione, approvarono le espulsioni nella Con­
ferenza di Potsdam del luglio-agosto 1945.
In aggiunta alle altre giustificazioni, a motivo delle azioni dei
carnefici era addotta la semplice convinzione che si trattasse di un
rendere la pariglia: «Procediamo con i tedeschi» così si espresse il
comando della II Armata polacca «come essi hanno fatto con noi».81
Un cartello all'ingresso di un campo ceco dichiarava: «Occhio per
occhio, dente per dente>>. 82 Questa logica e questo linguaggio, ap­
partenenti a una morale giustificatoria e prudenziale, erano, e con­
tinuano a essere, così straordinariamente egemoni che, a tutt'oggi,
ben pochi nei paesi in questione hanno sollevato dubbi o critiche
al riguardo. Ma, se pensieri, emozioni e misure del genere possono
essere psicologicamente comprensibili, va riconosciuto senza am­
biguità che ogni atto eliminazionista è criminale.
I casi di guerre feroci che hanno creato motivazioni per attacchi
eliminazionisti realmente retributivi o reattivi sono stati sorpren­
dentemente pochi. Come abbiamo già visto, nella stragrande mag­
gioranza dei casi la guerra non genera di per sé un orientamento
eliminazionista e stragi di massa. Anche nella massiccia campa­
gna eliminazionista condotta nell'Europa centrale e orientale con­
tro i gruppi di etnia tedesca, a generare le convinzioni e il furore
che motivarono controespulsioni e assassinii non fu il conflitto ar­
mato in sé, ma la successiva, omicida e predatoria occupazione di
vari paesi da parte dei tedeschi e i loro brutali e razzisti tentativi
di cancellare altre nazioni e popoli.
Un secondo percorso, più frequente e dagli esiti più fatali, ha por­
tato a considerare gruppi di persone meritevoli di morte o elimina­
zione. L'influenza delle ideologie ha insanguinato il nostro tempo.
Sotto regimi comunisti a sinistra e dittature a destra, si è arrivati a
giudicare gruppi numerosi di nemici un ostacolo o una minaccia
per la propria esistenza, e a concludere che sterminarli ed elimi­
narli fosse necessario e giusto.
Tutte le ideologie rispondono a tre domande: qual è il problema,
chi è il nemico, qual è la soluzione? Le ideologie, a differenza dei
pregiudizi, identificano i nemici in base a una visione del mondo
politica, a un'idea di come la società dev'essere organizzata. Il modo
208 Peggio della guerra

in cui problemi e soluzioni sono intesi (utopico, distopico o d'al­


tro tipo) consiglia, o impone come necessità logica, di eliminare in
qualche modo, con la repressione, la rieducazione, l'espulsione dal­
le loro case, la reclusione in campi o l'assassinio, alcune categorie di
persone, che spesso includono singoli individui che si oppongono
agli ideologi e alle loro ambizioni. In questi casi l'impulso iniziale
all'attacco eliminazionista non viene da pregiudizi su determinati
gruppi etnici o religiosi, ma dall'attuazione di un progetto politico. I
carnefici non scelgono le proprie vittime in base a una malevolenza,
a un'ostilità culturale o a un'animosità di vecchia data, né (almeno
all'inizio) alla loro identità ascrittiva. Le scelgono in base a una con­
cezione politica del mondo che definisce certe persone come nemici.
L'ideologizzazione di una società, o di buona parte di essa, si
svolge in due fasi. I quadri del movimento politico che prende il
potere, in genere con una rivoluzione o un colpo di mano, acquisi­
scono letteralmente il potere di mettere in atto i progetti di difesa
o di trasformazione, divenendo le volonterose, addirittura zelan­
ti truppe d'assalto del regime. Inoltre essi si dedicano a educare i
giovani nel loro credo e fanno il possibile (in genere con risultati
alterni) per rieducare la popolazione adulta. In capo a diversi anni
riescono ad allevare le prime coorti di giovani adulti che condivi­
dono la loro visione del mondo, con i problemi, i nemici e le so­
luzioni che essa indica. Dove i regimi eliminazionisti riescono a
conservare il potere, un numero sempre maggiore di persone sot­
toscrive le credenze che le renderà ben disposte a eliminare i ne­
mici, anche con mezzi omicidi.
Il contenuto di tali ideologie eliminazioniste è estremamente
variabile. Le ideologie assassine della destra tendono a parlare in
nome della nazione, a volte in termini razzisti, hanno una conce­
zione militarizzata della politica e della società, e considerano i ne­
mici o oppositori del regime, o anche solo chi manifesta un normale
dissenso politico e chiede mutamenti economici e sociali o giustizia,
nemici del popolo. Questo discorso è applicabile, quali che siano le
tante e sostanziali differenze fra loro, al nazismo come agli ustascia
croati e ai regimi di destra in America latina, compresi Argentina,
Cile, Guatemala e El Salvador. A prevalere, in questi casi, è spesso
una mentalità da sicurezza nazionale, per la quale chi non è poli­
ticamente d'accordo con il regime minaccia la sicurezza o la stabi­
lità dello Stato o della nazione.
Le ideologie assassine di sinistra, le varie tonalità di comunismo,
si sforzano di riorganizzare la società in conformità a una visione
Perché i carnefici fanno quello che fanno 209

politica e sociale totalizzante, glorificano tale visione e la classe o


segmento di società che ne dichiarano portatori, e additano come
nemici tutti gli individui e gruppi che si professano o che vengo­
no definiti «oggettivamente» ostili a quella visione. Essa ammet­
te ben poche possibilità di coesistenza con dubbiosi e dissiden­
ti, figuriamoci con nemici reali. I regimi comunisti e i loro seguaci
hanno una spiccata tendenza all'eliminazione degli avversari del­
la visione comunista. Il marxismo promette e richiede un paradiso
omogeneo, in cui il dissenso non esiste, dove gruppi anche nume­
rosi sono, per definizione, «elementi socialmente pericolosi», po­
tenti ostacoli sulla strada della creazione di quel mondo, per cui i
comunisti sentono acuta la necessità di eliminarli, e ogni scrupolo
sui mezzi da usare viene a cadere.
I regimi comunisti responsabili di stragi di massa sono quelli
che più di ogni altro, dopo avere inizialmente fatto leva su prole­
tari e contadini poveri e pieni di risentimento, hanno allevato ge­
nerazioni di fedelissimi, indottrinando i giovani, che hanno fini­
to così per prestarsi facilmente a programmi eliminazionisti. In
Unione Sovietica, in Cina e in Corea del Nord, grazie in particola­
re al controllo esercitato sulle scuole, essi hanno instillato in molti
dei loro sudditi una fede fanatica nella giustezza del proprio siste­
ma politico, nell'esistenza all'interno e all'estero di un'incessan­
te e diffusa ostilità nei suoi confronti, e nell'incessante necessità
di fare qualsiasi cosa per eliminare questi nemici. I sovietici mi­
sero in piedi il gulag, provocarono carestie che portarono a morti
di massa e deportarono le popolazioni che presumevano sleali. In
alcuni paesi satelliti dell'URSS i regimi comunisti uccisero (in par­
ticolare in Iugoslavia) e imprigionarono in campi di lavoro (come
in Romania) nemici reali e immaginari. I comunisti cinesi massa­
crarono più persone dei sovietici, un numero enorme delle quali
nei campi di lavoro del loro gulag, il laogai. I comunisti ortodos­
si della Corea del Nord hanno mutato l'intero loro paese in una
specie di gulag, costellandone il paesaggio di kwan-li-so, o «istitu­
zioni di controllo speciale», i campi ufficiali del regime. Il serba­
toio di fedelissimi di ogni sistema comunista è stato continuamen­
te alimentato, con il succedersi delle generazioni, da nuove leve
(come sarebbe quasi certamente avvenuto anche in Cambogia, se i
Khrner Rossi avessero conservato il potere), il cui zelo e dedizione
nel «purificare» la società dai nemici di classe, o da quelli consi­
derati tali per la loro etnia o religione, sono stati tali da ricorda­
re l'analogo fanatismo dei crociati cristiani nel massacrare ebrei e
210 Peggio della guerra

musulmani in nome e per la causa del cristianesimo. Ma, a diffe­


renza di questi, i crociati comunisti di oggi, disponendo di tutti i
mezzi di uno Stato moderno, sono in grado di dare una migliore
organizzazione e più sistematicità ai loro progetti omicidi, renden­
doli molto più micidiali.
In nome della creazione di una chimerica società dell'abbondan­
za, dell'armonia e dell'assoluta eguaglianza, partiti comunisti di­
spotici hanno instaurato dittature che, tramite un rigido controllo
uniformatore su società, economia, cultura e pensiero, hanno reso
la società torpida, l'economia inefficiente, la cultura arida e il pen­
siero ottuso. La loro evidente inumanità e la falsità palese delle loro
tesi sul mondo hanno fatto in modo che non riuscissero a trasfor­
mare tutti i sudditi in sostenitori. Tuttavia, essi hanno trovato mol­
ti accoliti e li hanno indottrinati efficacemente, il che ha messo a
loro disposizione un immenso serbatoio di volonterosi carnefici cui
hanno attinto per le loro istituzioni eliminazioniste, anche se mol­
ti regimi comunisti non hanno mai perpetrato orrori sulla scala di
quelli più famigerati. Il fenomeno dei genitori terrorizzati all'idea
che i figli, consapevolmente o inconsapevolmente, potessero farli
finire nel gulag denunciando il loro dissenso dice tutto sull'enor­
me capacità di condizionamento di simili regimi.
I principi universali del marxismo non riconoscono differenze
di origine nazionale o etnica, ma, in genere, i comunismi reali as­
sociano al proprio marxismo uno sciovinismo nazionale o etnico.
In alcuni casi, come in Cina e in Cambogia, i regimi hanno innesta­
to il comunismo sul risentimento e l'odio dei contadini verso pro­
prietari terrieri e abitanti delle città, considerati nemici di classe o
della nazione. Un contadino cinese ha spiegato con franchezza in
un'intervista perché avesse ucciso e squarciato il torace del figlio
di un ex proprietario terriero, un ragazzo: «La persona che ho am­
mazzato è un nemico [... ] Ho fatto la rivoluzione e il mio cuore è
rosso! Il Presidente Mao non ha detto: o noi ammazziamo loro, o
loro ammazzano noi? Mors tua, vita mea, questa è la lotta di clas­
se!».83 Di tutto ciò ha dato l'esempio più lampante, anche se niente
affatto unico, la xenofobia dei Khmer Rossi, che magnificavano i
khmer (il gruppo etnico maggioritario in Cambogia) come l'unico
autentico popolo capace di costruire il vero comunismo. I Khmer
Rossi inculcavano in adolescenti e bambini di famiglie contadine,
quasi privi di istruzione, un odio violento per tutto ciò e tutti colo­
ro che consideravano un ostacolo lungo la strada per giungere ad
Angkar, la romanticizzata pura civiltà khmer che aspiravano a ri-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 211

fondare. E, facendosi grandi, quei bambini e adolescenti comple­


tamente ideologizzati finivano per credere che quanti non serviva­
no Angkar dovessero venire annientati. Un'analisi esauriente della
tendenza omicida di ogni singola dirigenza comunista e dei suoi
seguaci richiederebbe di prendere in considerazione altri fattori, tra
cui anche pregiudizi di lunga data, ma sul fatto che le campagne
sterminazioniste ed eliminazioniste dei comunisti abbiano avuto
la loro motivazione e il loro impulso di gran lunga predominanti
nell'ideologia non può esservi alcun dubbio.
Gli assassini di massa dell'll settembre, tutti membri di Al Qaeda,
erano classici fanatici ideologici, e tuttavia costituiscono un'ecce­
zione nella nostra epoca, perché a fondamento del loro fanatismo,
o almeno del suo meccanismo di rimozione delle inibizioni, c'era
la religione. Quel reparto d'assalto di un'entità politica transna­
zionale che, all'epoca, era quasi uno Stato con base in Afghanistan,
era animato da un'ideologia politica di un'intolleranza estrema
che incitava alla distruzione della civiltà, la civiltà occidentale, ri­
tenuta colpevole di avere sbarrato la strada all'islam e di rappre­
sentare la liberazione da molti tipi di oppressione. Per simili as­
sassini l'Occidente è particolarmente pericoloso perché si oppone
al dominio della religione e al dominio di genere, che essi ambi­
scono a preservare e rafforzare dove già esistono in forma islami­
ca, e a diffondere ulteriormente, in ultima analisi in tutto il mon­
do. I loro sogni e le loro motivazioni a base religiosa per uccidere
milioni di persone, fra cui quattro milioni di americani secondo
Al Qaeda,84 superano tutto ciò che qualunque altro grande mo­
vimento politico o governo abbia mai osato dichiarare al mondo,
tanto più in termini che esaltano così esplicitamente e chiaramen­
te il massacro. Per di più, Al Qaeda è parte di un più ampio movi­
mento politico sterminazionista transnazionale, anche se dall' or­
ganizzazione elastica (e a volte scosso da lotte intestine), che, per
dargli il nome che più gli si addice, chiameremo islam politico (ne
parleremo approfonditamente nel capitolo X), un movimento che
predica e pratica un credo politico eliminazionista omicida fon­
dato sull'interpretazione dei comandi e delle promesse di Allah
data dagli islamisti politici. Nonostante le loro grandi differen­
ze, nel carattere dei suoi intenti omicidi l'islam politico assomi­
glia al nazismo. Questo movimento esiste in molti paesi e, oltre
che da Al Qaeda, è costituito da molti gruppi terroristici, quelli
al potere in Iran e in Sudan, l'Autorità palestinese, in particolare
con Hamas, e gli Hezbollah in Libano.
212 Peggio della guerra

Il terzo percorso, probabilmente il più comune nel nostro tem­


po, che porta a una mentalità eliminazionista è costituito da po­
tenti pregiudizi.
I tedeschi nell'Africa sudoccidentale erano dei razzisti vecchia
maniera, convinti che gli africani fossero sottouomini che si pote­
vano utilmente spazzar via da quella terra, loro patria ben da pri­
ma dell'arrivo dei coloni. Un missionario scrisse: «Il tedesco medio
guarda agli indigeni dall'alto in basso come a esseri più o meno al
livello dei primati superiori (il suo appellativo preferito per essi è
"babbuino") e li tratta come animali. Il colono ritiene che abbiano il
diritto di esistere solo nella misura in cui sono utili all'uomo bian­
co. Ne deriva che i bianchi danno più valore ai cavalli e anche ai
loro buoi che agli indigeni».85 Quando questi presunti sottouomini
iniziarono a opporre troppa resistenza, i tedeschi li massacrarono
sistematicamente. Il generale Lothar von Trotha spiegò al capo di
stato maggiore tedesco generale Alfred von Schlieffen come la pen­
sava al riguardo e, dopo la ribellione degli herero, la sua posizione
prevalse: «Le idee del governatore e degli altri veterani d'Africa e
le mie sono diametralmente opposte. Per lungo tempo essi hanno
voluto negoziare e hanno insistito sul fatto che gli herero sono una
materia prima necessaria per il futuro di questa terra. Sono assolu­
tamente contrario a questa visione. Credo che la nazione come tale
debba essere annientata». 86 Era all'opera qui un'ideologia di espan­
sionismo, che avrebbe in seguito contribuito a porre le fondamenta
del devastante impero tedesco in Europa orientale di metà XX se­
colo. Ma essa non era che un'appendice del radicato razzismo dei
coloni tedeschi, che negava agli africani il rispetto morale e i diritti
umani più elementari. Per i tedeschi, anche per quelli che avevano
di loro una visione, al confronto di quella di Von Trotha, benevo­
la, gli africani erano una «materia prima», e quando essa divenne
troppo costosa e pericolosa da lavorare, fu scartata.
Gli svariati attacchi omicidi dei turchi contro gli armeni nel cor­
so di oltre due decenni erano animati da un pregiudizio e un odio
intensi e di vecchia data, che l'aspirazione degli armeni a un grado
maggiore di autonomia e autogoverno alimentava ulteriormente.
L'attacco sterminazionista su più vasta scala, del 1915-16, avvenne
durante la prima guerra mondiale, ma, come ci dicono i documenti
e le parole degli stessi leader turchi, questi ultimi videro nella guer­
ra solo un'occasione per realizzare il desiderio, coltivato da lungo
tempo, di risolvere il problema geopolitico armeno. Essi, quali che
fossero i loro pregiudizi, erano mossi da freddi calcoli eliminazioni-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 213

sti di potere e di opportunità. I loro seguaci, invece, erano animati


da convinzioni e sentimenti di un fanatismo più primitivo, che li
portavano a credere nella necessità di eliminare una popolazione
che, non turca e non islamica, vedevano come straniera e perni­
ciosa, con una religione e pratiche aliene, infedeli e inquinanti. Un
assassino turco, il capitano Shi.ikri.i, dichiarò a Krikoris Balakian,
un prete armeno, che compiendo quello sterminio essi conduceva­
no una «guerra santa». Dopo, in conformità all'idea musulmana
di jihad, aggiunse Shi.ikri.i, «egli avrebbe detto una preghiera e la
sua anima sarebbe stata assolta».87 L'ambasciatore americano Hen­
ry Morgenthau sapeva degli appelli alla jihad, che erano parte del­
la dichiarazione di guerra della Turchia, come di quello successivo
dello Sheik-ul-islam ai turchi «a sollevarsi e massacrare i loro op­
pressori cristiani». (Quest'ultimo era specificamente diretto con­
tro la Russia, l'Inghilterra e la Francia all'interno di una generale
chiamata alle armi.) Commentando un simile invito alla jihad (in
particolare un pamphlet incendiario scritto e distribuito dai tede­
schi in tutta la Turchia e altri paesi musulmani), Morgenthau scris­
se: «Esso ridestò nell'animo maomettano tutta quell'intensa ani­
mosità verso il cristiano che è l'elemento fondamentale della sua
strana natura emotiva, e accese quindi passioni che poi si sfogaro­
no nei massacri degli armeni e di altre popolazioni sottomesse».88
Gli attacchi turchi esemplificano un fenomeno ricorrente in molti
altri programmi eliminazionisti: la difformità tra le motivazioni dei
capi e quelle dei seguaci. I leader turchi, che di essa erano consape­
voli, la sfruttarono cinicamente, come testimoniano i «dieci coman­
damenti» in cui esposero il loro piano per «aizzare l'opinione mu­
sulmana», un piano di facile esecuzione visto che, come scrissero,
«gli armeni si sono già attirati l'odio dei musulmani». Per «provo­
care massacri organizzati», i capi mobilitano con grande soddisfa­
zione al servizio della propria politica, più fredda e calcolata (ben­
ché anch'essa, spesso, fondata in ultima analisi sul pregiudizio),
l'odio e i pregiudizi viscerali dei seguaci, nel caso dei leader tur­
chi «i musulmani» che, per come ne parlano, sentono chiaramen­
te diversi da loro. 89 Charlotte Kechejian, una superstite armena,
alla domanda sul perché i turchi avessero fatto strage del suo po­
polo, ha risposto ripetendo: «Odiano i cristiani. Odiano i cristiani
ed erano musulmani».90 La diffusa ostilità dei turchi verso gli ar­
meni datava da lungo tempo, ma rimase relativamente dormiente
finché leader cinici non la innescarono ripetutamente per produr­
re un'esplosione omicida. E questo è soltanto uno dei tanti classici
214 Peggio della guerra

esempi (altri sono presi in esame più oltre) del potere in agguato del
pregiudizio e di capi che, al momento stabilito, mobilitano strategi­
camente a fini omicidi un sentimento eliminazionista preesistente.
Pregiudizi e odi profondamente radicati esistevano anche nella
ex Iugoslavia, teatro nella nostra epoca di varie esplosioni elirnina­
zioniste e sterminazioniste di massa. Gruppi etnici diversi, fra cui
serbi, croati, albanesi, bosniaci, montenegrini e sloveni, ulteriormen­
te divisi da appartenenze religiose molto sentite, al cattolicesimo,
all'ortodossia e all'islam, abitavano, per di più in modo disomo­
geneo, numerose piccole regioni politiche che ognuno rivendicava
per sé. Con o contro le potenti ideologie escatologiche o militariste
del comunismo e del fascismo, essi si mobilitarono periodicamente
per l'indipendenza, o per la sottomissione di uno degli altri gruppi,
intorno a una politica nazionalista, spesso in nome di una salvezza
religiosa esclusivista. L'ex Iugoslavia era un terreno fertile per odi,
fantasie e iniziative eliminazioniste, che affondavano le loro radi­
ci in pregiudizi e ostilità reciproci vecchi di generazioni fra croati
e serbi, ortodossi e cattolici, cristiani e musulmani e così via. Nei
due principali periodi in cui essa vide, nella nostra epoca, stragi ed
eliminazioni di massa, i leader politici non ebbero difficoltà a mo­
bilitare folle di persone per l'eliminazione di nemici e antagonisti.
Negli anni Quaranta la conquista tedesca e la nascita di una nuova
Croazia alleata alla Germania sotto la guida del movimento omi­
cida degli ustascia crearono le condizioni che permisero ai fascisti
croati, cattolici, di realizzare finalmente la loro antica aspirazione
a sbarazzarsi dei serbi ortodossi. Dopo la guerra lo Stato comwti­
sta iugoslavo di Tito, che predicava l'armonia interetnica, repres­
se questi odi. Ma, nonostante i sinceri sforzi del regime comwti­
sta per sradicarli, essi continuarono a covare sotto la cenere. Negli
anni Novanta, con il crollo della Iugoslavia comwtista, i serbi, ora
dominanti, diedero sfogo all'odio contro i croati che coltivavano da
tempo e che le reali sofferenze patite negli anni Quaranta non ave­
vano fatto che esacerbare e, nel quadro del tentativo di creare una
grande Serbia contro l'aspirazione dei croati a uno Stato indipen­
dente, lanciarono contro questi ultimi un attacco eliminazionista.
I croati li ripagarono con la stessa moneta. Ed entrambi, soprattut­
to i serbi, cercarono di eliminare gli odiati musulmani con cui con­
dividevano il territorio della Bosnia. Infine, lo schema si ripeté su
scala decisamente più grande (anche se con intenti meno esplicita­
mente omicidi) con l'attacco dei serbi al Kosovo. Se le reciproche e
ripetute operazioni di «pulizia etnica» degli anni Novanta ebbero
Perché i carnefici fanno quello che fan no 215

il risultato di fomentare tra questi gruppi nuove ostilità etniche e


religiose, la pronta disponibilità dei vari assassini a espellere e uc­
cidere le proprie vittime poggiava su fondamenta che risalivano
a molto tempo addietro, a pregiudizi e odi di decenni e secoli pri­
ma, oltre che alla violenza omicida di massa scatenata durante la
seconda guerra mondiale soprattutto dai croati contro i serbi, ma
anche dai partigiani serbi contro croati e altri. Milorad Ekmecié, un
serbo-bosniaco fondatore di un partito ultranazionalista serbo, ha
raccontato che nel 1941, in un solo paese, i croati uccisero settan­
totto membri della sua famiglia. «Un anno dopo l'altro,» ha detto
«quando tornavo [al paese] per matrimoni e funerali, le storie che
raccontavano erano sui massacri durante la guerra. Erano osses­
sionati dai ricordi del 1941-1945. Probabilmente era così anche per
i musulmani e i croati».91 Sotto la durissima repressione comuni­
sta, tuttavia, né serbi né croati potevano dare seguito all'odio reci­
proco. Come ricorda un croato-bosniaco: «Vivevamo in pace e ar­
monia perché ogni cento metri c'era un poliziotto a badare che ci
amassimo con tutto il cuore».92 Avrebbe potuto aggiungere che, an­
dati via i poliziotti del comunismo, i leader politici si misero a pre­
mere, gli odi e gli intenti omicidi che covavano si fecero incande­
scenti, e si scatenò l'inferno.
In Asia meridionale i pregiudizi e l'odio fra musulmani e indù e
pakistani e bengalesi hanno informato gran parte della politica del­
la regione, scoppiando in incendi periodici. Durante la partizione
India-Pakistan, i pregiudizi e le passioni che si agitavano su tutti
i fronti portarono comuni musulmani e indù, per lo più integrati
in gruppi paramilitari, ma spesso anche in folle scomposte sotto la
guida dei gruppi paramilitari, a massacrarsi l'un l'altro. Per com­
piere attacchi omicidi sistematici, benché non capillari, in tutta la
regione, anche contro i treni che trasportavano la gente da un lato
all'altro della linea di partizione, essi furono organizzati dai capi
locali, sotto la direzione o con il via libera dei rispettivi leader po­
litici centrali o delle forze armate e di polizia. La partizione si ba­
sava sull'idea che i pregiudizi e l'ostilità reciproci, a fondamento
principalmente religioso, rendevano la convivenza estremamente
difficile. Dove la separazione geografica, anche a costo di massic­
ci trasferimenti di popolazione, era possibile, bisognava attuarla,
soprattutto alla luce dell'intensificarsi dei conflitti. Come dichiarò
nel 1946 Mohandas Gandhi: «Non siamo ancora nel mezzo di una
guerra civile. Ma ci stiamo avvicinando». E questo, insieme ad al­
tre complesse ragioni che avevano a che fare con ideologie e aspi-
216 Peggio della guerra

razioni nazionaliste, oltre che con considerazioni di interesse per­


sonale, fece pensare, come avrebbe detto anni dopo Jawaharlal
Nehru, il padre politico dell'India, che «il piano di partizione of­
friva una via d'uscita, e la prendemmo».93
Separare queste popolazioni antagoniste, per quanto forse ne­
cessario per ridurre il rischio di guerra civile, si rivelò un disastro
per milioni di persone e accrebbe ulteriormente i pregiudizi. Inol­
tre portò alla nascita di uno dei paesi più artificiali mai esistiti, il
Pakistan, composto da due territori, Pakistan occidentale e Paki­
stan orientale, divisi da quasi mille chilometri di India. La discri­
minazione attuata dai pakistani dell'Ovest dominanti, non benga­
lesi, ai danni dei bengalesi del Pakistan orientale sfociò a sua volta
nel 1971 in una guerra civile, durante la quale i pakistani occiden­
tali uccisero nel Pakistan orientale tra uno e tre milioni di benga­
lesi, e poi all'invasione del Pakistan orientale da parte dell'India e
alla nascita di un nuovo paese, il Bangladesh.
Le decine di stragi di popolazioni indigene perpetrate nella no­
stra epoca in Asia, Africa e America latina da gruppi dominan­
ti sotto la guida o con il benestare dei regimi politici al potere, per
esempio quelle di herero e nama a opera dei tedeschi, hanno avu­
to a fondamento dei pregiudizi, fra cui una profonda svalutazione
del valore morale della popolazione presa di mira. Per generazioni,
dei pregiudizi hanno portato a disprezzare gli indigeni come «sot­
touomini», «babbuini», «selvaggi», «vermi» o «grattacapi». E i por­
tatori di tali pregiudizi sono stati inclini, di fronte a conflitti per il
territorio o per le risorse con le future vittime, ad avere reazioni
sprezzanti, sterminazioniste, e seguirle sino in fondo. In un paese
dopo l'altro, dove i popoli indigeni sono stati oggetto di attacchi
sterminazionisti o comunque eliminazionisti, a togliere ai carnefi­
ci ogni scrupolo, anzi a spingerli a risolvere il loro «problema» con
la violenza e l'assassinio, è stata la giustificazione della presunta
arretratezza, pericolosità o ridotto valore umano e morale di quei
popoli. Come si è espresso un antropologo maya, attivo difenso­
re dei diritti umani: «Le popolazioni indigene vengono massacra­
te semplicemente per quello che sono».94
I belgi, dopo avere perseguito in Congo le più brutali politiche
di dominio, sfruttamento ed eccidio, massacrando a partire dal XIX
secolo fino al 1908 tre, cinque o dieci milioni di persone (nessuno
lo sa), durante il loro dominio coloniale in Africa centrale alimen­
tarono, se non innescarono, la demonizzazione e deumanizzazione
reciproche di tutsi e hutu. La politica che praticarono in Burun-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 217

di e Ruanda fu di estesa stratificazione etnica, una tattica da divi­


de et impera che produsse un'ostilità etnica su cui s'innestò un pre­
giudizio razzista che in epoca postcoloniale, se non prima, giunse
a proporzioni quasi naziste. La politica di ognuno dei due paesi si
organizzò attorno a questi sospetti e antagonismi a base etnica, di­
venuti più intensi, con il risultato che sia in Burundi sia in Ruan­
da l'acerrima conflittualità fra hutu e tutsi e le reciproche politiche
eliminazioniste generarono una rete temporale di pregiudizi e odi
vicendevoli, che non significa esattamente equivalenti, i quali, ali­
mentati da esperienze reali e immaginarie, sfociarono in eccidi di
massa. I pregiudizi e gli odi reciproci erano così intensi che, quan­
do i leader politici dei due gruppi decisero di risolvere i loro «pro­
blemi» con dei massacri, non fecero fatica a scatenare i membri del­
le rispettive etnie, spesso organizzati in istituzioni omicide. E sia in
Burundi, dove i carnefici furono soprattutto tutsi, sia in Ruanda,
dove furono soprattutto hutu, persone che vivevano fianco a fian­
co furono pronte a scagliarsi le une contro le altre.
Nei diversi, giganteschi attacchi eliminazionisti avvenuti in Su­
dan, fra cui quello in corso nel Darfur, ad animare gli assassini sono
stati pregiudizi profondamente radicati che hanno due origini, il
razzismo e un'ostilità religiosa islamico-politica estremamente ag­
gressiva; due elementi che, nell'attacco ai neri animisti del Sud del
paese, si sono rafforzati a vicenda. Il regime di Khartum è ferma­
mente deciso a imporre all'intero Sudan, sotto il perdurante domi­
nio della minoranza araba, una politica religiosa e fondamentalista
islamica, un progetto cui, ovviamente, le popolazioni non islami­
che del Sud e i neri in ogni parte del paese si oppongono. La sua
politica eliminazionista e sterminazionista, condotta senza tregua
e in modo capillare, nasce da qui. Vi sono buone ragioni per vede­
re nel regime degli islamisti politici arabi al potere in Sudan qual­
cosa di molto simile a un regime di occupazione imperiale, con­
vinto com'è di derivare da Dio il diritto a convertire, governare e
deportare non musulmani e neri, di cui i carnefici parlano spesso
come di schiavi. Coniugando una mentalità da conquistatori im­
periali decisi a soggiogare una vasta e remota popolazione con il
fuoco della convinzione islamico-politica di agire in nome di Al­
lah contro gli infedeli e i suoi nemici, i leader islamico-politici e i
loro seguaci hanno praticato una politica eliminazionista per un pe­
riodo di tempo più lungo (ora siamo nel terzo decennio) e con con­
seguenze più catastrofiche (oltre due milioni di morti e milioni di
persone espulse) di molti dei regimi più omicidi del nostro tempo.
218 Peggio della guerra

Le campagne eliminazioniste condotte dai tedeschi durante il


nazismo, estremamente diversificate quanto a portata e bersagli,
rappresentano il caso più complesso (lo esamineremo a fondo nel­
la terza parte). Globalmente, i loro massacri rivelano motivazioni e
meccanismi misti. Lo sterminio degli ebrei è il caso più inequivo­
cabile, nella nostra epoca, di vecchi e intensi pregiudizi mobilitati
per l'eccidio di massa di un gruppo specifico. Su quali fondamen­
ta poggiasse lo spiegò, parlando per tutti gli assassini di massa te­
deschi e anche per la maggior parte dei loro compatrioti, un car­
nefice tedesco che aveva partecipato al massacro degli ebrei nella
regione di Lublino, in Polonia: «Non riconoscevamo l'ebreo come
essere umano».95 L'apocalittico attacco al bolscevismo lanciato dai
tedeschi massacrando suoi volontari adepti come suoi involonta­
ri sudditi in Unione Sovietica e altri paesi, invece, fu un caso di
sterminio su base ideologica, perpetrato come un fine in sé e per
creare un impero tedesco. Le stragi e le deportazioni di popola­
zioni slave come quella polacca ebbero origine da un misto di pre­
giudizi, fantasie ideologiche e calcolo, il brutale, utilitaristico cal­
colo di una potenza e di un esercito occupanti privi di scrupoli. I
nazisti si erano impegnati con tutte le forze per instillare nei te­
deschi una visione del mondo razzista che, in forte risonanza con
pregiudizi ampiamente diffusi in Germania, negava l'esistenza di
una comune umanità, e, nel 1940, erano ormai riusciti a educare
una generazione di giovani adulti che, oltre a condividere gli odi
e i pregiudizi profondi della società in cui vivevano, tendevano a
disprezzare la vita umana non corrispondente alla forma «ariana»
o germanica privilegiata. A testimoniarlo è, fra l'altro, la ricerca
svolta negli anni Ottanta da una classe di un istituto superiore te­
desco sulle materie di studio e la pedagogia in quella scuola du­
rante il periodo nazista. Dopo lo studio di programmi, libri di testo
e schemi di lezioni, e dopo interviste a ex insegnanti ed ex alunni,
i risultati furono pubblicati in un libro dal titolo Schule im Dritten
Reich: Erziehung zum Tod ( «Le scuole nel Terzo Reich: educazione
alla morte»). 96 Tale visione del mondo fece dei giovani tedeschi
dell'era nazista gli assassini di massa più implacabili, più pronti
a stragi indiscriminate, del loro paese.
Come in Germania furono i tedeschi in generale a considerare
necessario eliminare e sterminare le vittime designate, in Turchia
turchi in generale, nella ex Iugoslavia serbi in generale, in Ruan­
da hutu in generale, non solo tedeschi, turchi, serbi e hutu di ses­
so maschile, così furono anche donne, non solo uomini, a mettere
Perché i carnefici fanno quello che fanno 219

in pratica quelle credenze socialmente condivise prestandosi vo­


lentieri, anche come carnefici, ad attacchi sterminazionisti ed eli­
minazionisti. A guardare alle popolazioni in nome delle quali sono
state attuate politiche eliminazioniste, si scopre che le donne non
hanno appoggiato tali politiche meno degli uomini, né hanno ane­
lato meno degli uomini alle più ampie trasformazioni politiche e
sociali cui esse miravano. Nelle stragi ed eliminazioni di massa su
cui esistono ampie testimonianze, come quelle perpetrate ovunque
da colonialisti, fra cui i britannici in Kenia, dai tedeschi durante il
periodo nazista, dai serbi e dagli hutu, le concezioni eliminazioni­
ste delle vittime e le prese di posizione a favore degli assalti ster­
minazionisti ed eliminazionisti erano condivise da uomini e donne.
Il che non sorprende. Pregiudizi, odio e credenze eliminazioniste
non hanno genere. I meccanismi, qualunque essi siano, che li for­
mano negli uomini e nei ragazzi di una società o di un gruppo, li
formano anche nelle donne e nelle ragazze. Tutto ciò che sappiamo
della cognizione umana, e più in particolare di sistemi di credenze
e pregiudizi, indica che quando in una società sono ampiamente
diffuse visioni eliminazioniste, esse divengono proprie di uomini
e donne allo stesso modo, e uomini e donne sono quindi suscetti­
bili allo stesso modo di prendere parte a stragi di massa, anche se,
a causa di norme sociali e politiche, i loro tassi reali di partecipa­
zione sono ben diversi.

Dalle credenze all'azione


Ideologie, idee e valori, credenze su altre persone e sul mon­
do, pregiudizi e odi: sono queste le cose, i meccanismi - chiama­
teli come volete - che hanno mosso i carnefici in quelle e molte al­
tre stragi ed eliminazioni di massa. Chi ha massacrato, eliminato
e inflitto immense sofferenze ad altre persone, a milioni di bam­
bini, era motivato dalle sue convinzioni sulle vittime e sul tratta­
mento o la punizione che esse giustamente meritavano. Gli eccidi
di massa non hanno inizio in strutture astratte o in confuse pres­
sioni psicologiche, ma nella mente e nel cuore di uomini e donne.
Quando i capi sono pronti all'eliminazione e all'assassinio, mo­
bilitano le credenze eliminazioniste della gente, altrimenti passive,
annunciando in prima persona o tramite sostituti, pubblicamen­
te o solo all'interno di istituzioni eliminazioniste, che l'attacco è
necessario e imminente. A seconda della quantità di persone che
hanno contemplato come comportarsi concretamente con i grup-
220 Peggio della guerra

pi presi di mira, l'annuncio o la notifica eliminazionisti sono ac­


colti da reazioni diverse.
Per coloro che credono nella necessità di affrontare in qualche modo
il grave problema rappresentato ai loro occhi dalle vittime, ma non
hanno pensato in prima persona a possibili soluzioni, specie a quel­
le più radicali, l'annuncio di una campagna eliminazionista giunge
come un'epifania o un sollievo. Alla decisione del capo o del governo
di espellere o massacrare il gruppo disprezzato e temuto, o a cospet­
to dell'attacco stesso, molti reagiscono con soddisfazione e approva­
zione. Capiscono finalmente quello che avevano sempre saputo den­
tro di sé sul modo di procedere. Come, nelle parole del critico Roger
Fry, un artista, con una grande opera d'arte, può insegnarci qualco­
sa di nuovo su noi stessi, così può farlo il leader che offre un nuovo
modo di vedere e risolvere un problema su cui vi è consenso: «Sen­
tiamo che ha espresso qualcosa che è stato sempre latente in noi, ma
che non abbiamo mai capito, che rivelando se stesso ha rivelato noi
a noi stessi».97 Questa epifania può anche essere accompagnata da
un senso inebriante di giustizia e di missione, e sfociare nella deter­
minazione a contribuire all'impresa eroica. La Notte dei cristalli, l'as­
salto protogenocida del 1938 contro gli ebrei di tutta la Germania, le
loro sinagoghe e istituzioni comunitarie, attività commerciali e abi­
tazioni, inizialmente scosse Melita Maschrnann, un'adolescente che
aveva sposato in pieno l'immagine demoniaca degli ebrei diffusa nel
paese. Poi la logica della credenza prese il sopravvento:
Per lo spazio di un secondo fui chiaramente consapevole che era
successo qualcosa di terribile. Qualcosa di spaventosamente bruta­
le. Ma quasi subito passai ad accettare quanto era accaduto evitando
ogni riflessione critica: era accaduto e basta. Mi dissi: gli ebrei sono
i nemici della nuova Germania. La notte scorsa hanno avuto un as­
saggio di ciò che questo significa. Speriamo che l'ebraismo mondiale,
che ha deciso di ostacolare i «nuovi passi [della Germania] verso la
grandezza», prenda gli eventi della scorsa notte come un monito. Se
gli ebrei seminano odio contro di noi in tutto il mondo, devono sa­
pere che abbiamo degli ostaggi nelle nostre mani.98
Un'altra categoria di persone, invece, non resta sorpresa: si aspet­
tava o, almeno dentro di sé, aveva espresso il desiderio di una con­
creta soluzione eliminazionista. Venendo a sapere che essa è im­
minente, tali individui reagiscono in modo più pratico, il che non
significa senza esultare, ma privi della sensazione di un'illumina­
zione improvvisa. Per loro, era ora. Adesso ci siamo. Finalmen-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 221

te. Un assassino hutu, Pancrace Hakizamungili, ricorda: «Il primo


giorno un inviato del consigliere comunale è passato tra le case per
convocarci a una riunione immediata. Lì, il consigliere ci ha annun­
ciato che lo scopo della riunione era il massacro di tutti i tutsi senza
eccezioni. L'ha detto con semplicità ed era semplice da capire». E
Fulgence, un suo compagno: «Il consigliere ha detto a tutti che da
quel momento in poi non dovevamo fare altro che uccidere i tut­
si. Da parte nostra abbiamo capito che si trattava di un program­
ma definitivo. L'aria era cambiata».99
Altri mordono il freno: aspettavano da tanto tempo di poter
realizzare la loro aspirazione. Quando giungono gli ordini che lo
consentono, possono finalmente scagliarsi sui nemici, dare a coloro
che odiano ciò che meritano e anche di più. Si trovano reazioni del
genere fra i membri di truppe d'assalto di regimi omicidi, come le
SA e le 55 in Germania, gli studenti della Rivoluzione culturale ci­
nese, i quadri dei Khmer Rossi, le Guardie repubblicane in Iraq, le
Tigri di Arkan serbe, gli interahamwe hutu e altri. Come ansiosi,
impazienti soldati già preparati alla battaglia, tali individui capi­
scono che i loro leader li hanno addestrati, a volte dicendolo espli­
citamente, perché eliminino i loro nemici. Essi hanno il medesimo
desiderio e, nel realizzarlo, scatenano finalmente l'odio accumula­
to. Molti fanno già parte di istituzioni mobilitate per uccidere. Al­
tri, che costituiscono il più ampio serbatoio di potenziali assassini,
sono comuni cittadini ossessionati da pregiudizi eliminazionisti.
Per questo alcuni assalti di popolo, chiamati a volte pogrom o
tumulti, sono all'inizio così selvaggi e sfrenati. Spesso essi vengo­
no analizzati, in modo fuorviante, facendo appello alla «psicologia
delle masse» o al «comportamento della folla». Ma, se invece di in­
terpretarli come fenomeni in cui la furia arbitraria della folla s'im­
padronisce in qualche modo, magicamente, delle persone, vediamo
in essi il repentino mobilitarsi, scatenarsi e incanalarsi di animosi­
tà e desideri repressi preesistenti, simili esplosioni e il loro carat­
tere sfrenato divengono comprensibili. Il cliché della psicologia del­
le masse o della folla è inapplicabile agli attacchi eliminazionisti o,
al massimo, è applicabile solo a una parte insignificante di essi. A
caratterizzare tali iniziali reazioni popolari all'annuncio di attac­
chi eliminazionisti e sterminazionisti sono la mobilitazione e legit­
timazione di credenze e odi preesistenti, la soddisfazione di dare a
essi sfogo, e l'accresciuto senso di forza sociale che viene dalla par­
tecipazione collettiva a un progetto comune e gradito. A spingere
la gente ad agire non può essere la psicologia delle masse: in mol-
222 Peggio della guerra

tissimi casi, infatti, si continua ad aggredire e massacrare il grup­


po preso a bersaglio, o a sostenere chi lo fa, anche dopo l'iniziale
esplosione di violenza. La persona nella «folla» pensa o dice: ho fat­
to qualcosa che non avrei mai immaginato di fare. Ma non dice: all'im­
provviso la mia visione di quelli che ho assalito è cambiata completamen­
te e per sempre e, per la prima volta, li ho visti come esseri così pericolosi
da meritare ciò che hanno avuto.
Fra quanti credono che le persone destinate all'eliminazione
meritino in linea di principio la loro sorte vi è anche chi, tuttavia,
disapprova, giudicandola immorale, una determinata punizione,
in particolare la strage di massa. Questo atteggiamento, in cui la
convinzione nella colpevolezza di una persona e nella necessità
che venga severamente punita si accompagna all'opposizione a
ucciderla, è caratteristico in molte società di coloro che sono con­
trari alla pena di morte, anche per criminali colpevoli degli atti
più efferati. Allo stesso modo qualcuno, pur animato da forti pre­
giudizi nei confronti di un gruppo, si tira indietro di fronte alle
soluzioni eliminazioniste più definitive. Un'inibizione morale del
genere può essere frutto del senso morale individuale o derivare
culturalmente da fonti diverse, in particolare la religione. Molte
autorità religiose che condividono i pregiudizi e gli odi della loro
società o del loro gruppo appoggiano gli attacchi eliminazionisti,
anche quelli omicidi. Altre invece, per i valori che informano la
loro visione dell'ordine umano e divino, resistono a mettere in atto
la logica delle loro credenze. Numerosi ecclesiastici cattolici, pur
concordando con i tedeschi e tanti altri europei riguardo alla pre­
sunta natura perniciosa e alla colpevolezza degli ebrei, come alla
necessità di eliminarli dalla società europea e sottrarre quest'ulti­
ma alla loro influenza, si tirarono indietro di fronte allo sterminio
di massa. Nel 1937, prima che esso avesse sistematicamente ini­
zio, «Civiltà cattolica», autorevole rivista del Vaticano, espresse a
chiare lettere questo atteggiamento nel prendere in esame quello
che si doveva fare con gli ebrei. Prima sottolineò come fosse «un
fatto evidente che gli ebrei sono un elemento perturbatore per il
loro spirito di dominazione e la loro preponderanza rivoluziona­
ria. Il giudaismo è [ ... ] un corpo estraneo che produce irritazione
e determina reazioni nell'organismo in cui è penetrato». Poi pro­
seguì valutando ambiguamente soluzioni al «problema ebraico» e
considerando esplicitamente varie forme di, per citare le sue paro­
le, «eliminazione» come equivalenti sul piano funzionale. «Civil­
tà cattolica» indicava quindi che le diverse soluzioni erano com-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 223

patibili, in linea di massima, con l'asserita malvagità degli ebrei


e con il pericolo che essi costituivano per la società cristiana e, ol­
tre all'ipotesi della «segregazione» (non codificata come misura di
«eliminazione»), metteva in conto l' «espulsione». Ma l' autorevole
rivista vaticana proponeva, per la soluzione del presunto proble­
ma ebraico, anche una soluzione molto più drastica, quella «net­
tamente ostile, cioè per distruzione». 100
La necessità di eliminare gli ebrei era, per le autorità della Chiesa
cattolica, tanto evidente da non richiedere alcuna spiegazione, e in­
fatti l'affermarono come qualcosa di ovvio. Dopo tutto, essa cor­
rispondeva a una posizione dottrinale di vecchia data e aveva a
fondamento un solido discorso. Quando le eminenti personalità
intellettuali della Chiesa che pubblicavano «Civiltà cattolica» di­
chiararono al pubblico della rivista, costituito da autorità eccle­
siastiche, che lo sterminio era in linea di massima una soluzione al
problema ebraico, per come esse lo vedevano, logicamente conce­
pibile, lo fecero come qualcosa che andava da sé, anche se nell'arti­
colo respinsero il massacro indiscriminato in quanto non cristiano.
Non sorprende che in tutta Europa i vertici della Chiesa accoglies­
sero con favore le politiche eliminazioniste contro gli ebrei ferman­
dosi soltanto di fronte all'eccidio di massa: esse andavano d'ac­
cordo con le loro convinzioni eliminazioniste senza violare le loro
concezioni etiche.
Può accadere inoltre che chi approva esplicitamente, in linea di
principio, una politica di annientamento o eliminazione di massa
giudicandola giusta o meritata la ritenga tuttavia impraticabile o
incauta. È il caso, riguardo alla strage degli herero, del generale Al­
fred von Schlieffen, che scrisse al cancelliere Bemard von Billow:
«Si può essere d'accordo con il piano [di Von Trotha] di annientare
l'intera popolazione o scacciarla dal territorio. [ ... ] L'intenzione del
generale von Trotha può pertanto essere approvata. L'unico proble­
ma è che egli non ha il potere per realizzarla». Quindi Von Schlief­
fen raccomandò a Von Billow, che vedeva la strage come non cri­
stiana, economicamente dannosa, e nociva per la reputazione dei
tedeschi fra gli europei, che l'ordine di annientamento di Von Trotha
fosse annullato. E il Kaiser Guglielmo II che, dal canto suo, aveva
dichiarato che i principi cristiani non valevano per trattare con pa­
gani e selvaggi, dopo settimane di esitazioni, finalmente lo annullò.
Il metodo eliminazionista cambiò, ma non per passare dall'annien­
tamento totale all'espulsione (gli herero, secondo Von Schlieffen,
((presenterebbero una costante minaccia»). I tedeschi si risolsero per
224 Peggio della guerra

un'altra delle opzioni elirninazioniste intercambiabili: mettere alla


catena quelli che si arrendevano e trasformarli in schiavi, impri­
mendo loro anche un marchio sul corpo: GH, cioè gefangene Herero,
«herero catturato». 101 Ma l'alt ufficiale all'eccidio di massa, essen­
do frutto di motivi pratici, fu solo parziale. I tedeschi proseguiro­
no nelle loro azioni sterminazioniste contro i ribelli nama, massa­
crandone, si stima, circa il 75 per cento e rinchiudendo la maggior
parte degli altri in campi come lavoratori coatti.
Tale iniziale imbarazzo alla prospettiva di un attacco elimina­
zionista si produce soprattutto quando esso rappresenta una mi­
sura inedita, o appena resa pubblica. Una volta che eliminazione
e sterminio di massa divengono, in un paese, una pratica corren­
te, di norma nella sua politica, è probabile che tali reazioni si atte­
nuino, tranne forse tra i bambini nel divenire consapevoli della di­
struzione. Soprattutto in società in cui esistono sistemi di campi di
lavoro o sono in corso attacchi eliminazionisti, quelle reazioni ini­
ziali lasciano il posto, come avvenne in Ruanda o nella ex Iugosla­
via, a un nuovo senso comune realistico: è così, si massacra. La stra­
ge, come altre caratteristiche centrali di queste società, viene data
per scontata: fa parte dell'ordine naturale delle cose.
Essendo i carnefici convinti, in genere, che massacrando, espel­
lendo o incarcerando i nemici del loro popolo essi compiono, an­
che se in modi drastici, un'impresa storica, difficile e straordinaria,
e la compiono in nome della loro nazione o del loro gruppo etni­
co o religioso, l'approvazione dei membri della società o del grup­
po cui appartengono, degli spettatori, è per essi di vitale impor­
tanza: dà loro un senso di legittimazione. La principale eccezione
è rappresentata dai carnefici dei regimi comunisti, che considera­
no il proprio popolo non abbastanza maturo per comprendere la
necessità del futuro comunista. Le loro dittature educative devo­
no costringere, spesso con la violenza, il popolo a unirsi per edifi­
care la terra promessa del comunismo. Ma i carnefici non esposti
al contagio di una simile ideologia si trovano, dal punto di vista
sociale, in una situazione ben diversa. Se il programma elimina­
zionista è condannato dalla loro stessa gente, la giustificazione
logica delle azioni che compiono e la fiducia nella giustezza del­
le loro convinzione ne risultano gravemente minate. Essere vi­
sti come assassini di massa e odiosi criminali dalla propria stessa
gente e comunità non è una prospettiva invitante. La maggior par­
te dei carnefici sterminazionisti ed eliminazionisti sa, tuttavia, di
non dover temere niente del genere. Niente del genere è avvenu-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 225

to infatti in Turchia, Giappone, Germania, Burundi, Ruanda (fra


gli hutu), Serbia o altrove.
La nostra ricerca sui carnefici impone di essere altrettanto scetti­
ci verso le idee correnti sul ruolo cruciale degli spettatori, e a porre
anche a loro riguardo lo stesso tipo di domande inquisitorie. Inve­
ce di chiudere la ricerca prima ancora di averla iniziata accettando
il vuoto luogo comune sulla loro impotenza, dobbiamo verificare
le posizioni che essi assumono nei confronti di un attacco elimina­
zionista. Il primo problema, e il più decisivo, è se gli spettatori, e
quanti di loro, simpatizzano con gli assassini. Se essi li sostengo­
no, se sono convinti che il massacro è giusto, buono e necessario,
già con questo, anche senza che offrano ai carnefici ulteriori aiu­
ti tangibili, forniscono il lubrificante sociale che contribuisce a far
girare le ruote della strage: così, infatti, dichiarano agli assassini
che essi servono uno scopo necessario, addirittura nobile, e al ri�
tomo nella loro comunità saranno ben accolti, forse festeggiati. Se
gli spettatori danno il loro appoggio agli obiettivi eliminazionisti
dei carnefici, ogni discorso sulla coercizione o il terrore reali o pre­
sunti che, si suppone, li avrebbero trattenuti dal porgere aiuto alle
vittime, diviene vano, si rivela un diversivo autoassolutorio simi­
le a tanti discorsi degli assassini. Un hutu che nascose undici tut­
si, alla domanda se sapeva di qualcun altro che ne avesse nascosti,
rispose di no. E quando gli fu chiesto perché nessun altro si fosse
comportato come lui, non si mise a intonare il ritornello assoluto­
rio della coercizione, della paura o della pressione sociale. Quell'ex
poliziotto rispose invece a ragion veduta: «La gente non la pensa
allo stesso modo».1°2 Gli altri non vedevano lo sterminio dei tutsi
come lui. È solo quando la strage, l'espulsione o l'incarcerazione
di massa in corso sono condannate dagli spettatori, come, caso ec­
cezionale, lo furono da questo hutu, che ha senso interrogarsi sul­
le possibilità che si offrono per fare qualcosa per le vittime e i ri­
schi che ciò comporta. to3
In molti attacchi eliminazionisti gli spettatori hanno per la mag­
gior parte solidarizzato con gli assassini in modo talmente palese
e appassionato che le vittime (e non solo loro) li hanno considerati
entrambi responsabili o colpevoli allo stesso titolo. Quanti stanno
a guardare mentre loro connazionali rastrellano, seviziano e mas­
sacrano o scacciano dalle loro case persone che essi disprezzano
dimostrano spesso la loro approvazione, per esempio irridendo le
vittime o spadroneggiando su di esse, quando non prendono l'ini­
ziativa e danno una mano ai carnefici in prima persona. Che gli
226 Peggio della guerra

spettatori tendano in genere a solidarizzare con i progetti elimi­


nazionisti degli assassini è esperienza accumulata di un'infinità di
vittime, degli armeni riguardo ai turchi, degli ebrei riguardo ai te­
deschi (e ai polacchi, ai lituani ecc.), di altri popoli vittime (polac­
chi, cechi, francesi, olandesi ecc.) riguardo agli occupanti tedeschi
e ai gruppi di etnia tedesca che vivevano fra loro, dei musulmani
bosniaci riguardo ai serbi e dei tutsi riguardo agli hutu. In queste
(e altre) stragi ed eliminazioni di massa, che fra carnefici e spetta­
tori non vi fosse differenza è divenuta una sorta di luogo comune.
Non hanno avuto la stessa esperienza, invece, le vittime in molti
regimi comunisti, dove sapevano che bersagli attuali o potenziali
del regime erano un gran numero di loro concittadini.
Quando le vittime non fanno differenza tra spettatori e assassi­
ni, l'accusa che regolarmente lanciano è di «colpa collettiva» (inten­
dendo che penalmente colpevole è tutta la nazione, il popolo o il
gruppo cui gli assassini appartengono). È un'accusa che ha un soli­
dissimo fondamento nell'esperienza delle vittime, che hanno visto
la popolazione dare all'impresa eliminazionista un appoggio tal­
mente vasto che, ai loro occhi, gli oppositori sono apparsi rare ec­
cezioni. Il grave errore di tale accusa non sta, in genere, nell'espe­
rienza su cui essa si fonda, ma, come ho sostenuto nei Volonterosi
carnefici di Hitler e poi, più diffusamente, in Una questione mora­
le, nell'elaborazione concettuale di quell'esperienza da parte del­
le vittime. Esse, come quanti hanno vissuto gli stessi eventi, sanno
che gli spettatori appartenenti alla nazione, etnia o razza degli as­
sassini hanno appoggiato nell'insieme le stragi ed eliminazioni di
massa. In questo non sbagliano. Ma il passaggio da tale dato di fat­
to all'accusa di colpa collettiva si fonda su un triplice errore: l'idea
che in quegli atti siano implicati tutti i membri del gruppo degli as­
sassini (invece che solo quelli, magari moltissimi, che hanno com­
messo veri e propri crimini); l'idea che essi vi siano implicati per
il solo fatto di appartenere a quel gruppo (invece che per i singo­
li atti commessi da ognuno); e l'idea che siano implicati negli atti
eliminazionisti giuridicamente, e ne siano pertanto colpevoli, invece
che, non avendo commesso ma dato meramente appoggio a tali
atti, solo moralmente censurabili per essi, che è una colpevolezza
diversa dalla colpa giuridica. Si può essere giudicati colpevoli uni­
camente come individui per azioni individuali (la colpa non può
essere ereditata dalle generazioni successive), e colpevoli in senso
giuridico solo quando tali azioni costituiscono dei reati. È indub­
bio, certo, che molti carnefici turchi, tedeschi, serbi e hutu siano
Perché i carnefici fanno quello che fanno 227

stati collettivamente colpevoli nel senso di avere seviziato, espulso


e assassinato in concorso fra loro, ma questo è qualcosa di diverso
dal giudicare tutti i turchi, tedeschi, serbi o hutu colpevoli in quan­
to appartenenti a popolazioni che hanno dato ampio sostegno agli
autori di eliminazioni. I turchi, tedeschi, serbi e hutu come indivi­
dui vanno ritenuti giuridicamente colpevoli per le loro azioni crimi­
nali individuali (fra cui si può includere l'adesione a organizzazioni
criminali), mentre, per le loro posizioni morali individuali, vanno
giudicati censurabili moralmente.104
Certo, alcuni spettatori, come alcuni carnefici, traggono mate­
rialmente vantaggio dall'assassinio o espulsione di loro vicini. Chi
odia qualcuno e vede in lui un pericolo mortale è spesso ben feli­
ce, quando il suo presunto nemico viene eliminato, di migliorare
la propria vita materiale e professionale. Ma vi sono ben poche te­
stimonianze che il vantaggio personale sia stata una motivazione
diffusa o determinante nell'indurre degli spettatori a sostenere ec­
cidi ed eliminazioni di massa o che, assenti tali vantaggi materiali,
essi vi si sarebbero opposti. (Altrimenti vorrebbe dire che questi
stessi spettatori avrebbero approvato lo sterminio o l'espulsione di
qualunque gruppo, di qualunque vicino, uomini, donne e bambini,
solo per ottenere qualche bene materiale, il che pare insostenibi­
le come lo è per gli assassini.) In tutte le stragi, espulsioni e incar­
cerazioni di massa, solo una certa percentuale (spesso piccola) di
persone ha la possibilità di arricchirsi. Il sostegno ai carnefici sem­
bra altrettanto diffuso tra spettatori che non ci guadagnano nul­
la e spettatori che ne beneficiano materialmente, perché i carnefi­
ci sono rappresentanti del loro popolo, o di ampi settori del loro
popolo, in quanto condividono con esso lo stesso odio per le vit­
time, hanno di queste ultime la stessa concezione, e perseguono
gli stessi obiettivi.
Sia gli assassini nell'attuare la volontà dei capi, sia gli spettatori
nell'appoggiare le loro azioni, agiscono per convinzione, anche se
sia gli uni sia gli altri, come abbiamo visto, hanno opinioni diver­
se sul carattere giusto e desiderabile di quelle azioni, e si formano
tali opinioni in modi diversi. D'altronde i carnefici (come gli spet­
tatori) reagiscono in modo diverso anche all'annuncio di campa­
gne eliminazioniste che sono in consonanza con la logica dei pre­
giudizi e odi che nutrono. Ma, che sia per un generale disprezzo
per la vita di chi non appartiene alla comunità, per odi accumulati
nel fuoco di un conflitto, per idee eliminazioniste a matrice ideolo­
gica o per la mobilitazione di un fanatismo eliminazionista di vec-
228 Peggio della guerra

chia data, gli assassini (e, di norma, gli spettatori del loro stesso
gruppo) giungono in qualche modo ad approvare l'impresa elimi­
nazionista. Così, che le reazioni di coloro che nutrono sentimenti
eliminazionisti siano di sorpresa, sollievo o entusiasmo al venire a
sapere che essa è imminente, si tratta comunque di reazioni fonda­
te su una comune approvazione di quell'impresa. Le differenze nel
modo in cui tale approvazione si genera ci aiutano, è vero, a capire
gli attacchi eliminazionisti, ma solo in parte. A richiedere un'ana­
lisi sono anche le credenze attuali, separate dai meccanismi che le
producono: esse variano infatti in modo significativo, e le loro va­
riazioni sono di fondamentale importanza per spiegare perché, in
attacchi eliminazionisti diversi, i carnefici si comportino in modo
diverso. Tali numerosi temi saranno ripresi nella seconda parte.
Questi discorsi portano a varie conclusioni.
L'Olocausto è stato unico per certi aspetti (come lo sono altri at­
tacchi eliminazionisti), ma non nella congruenza in termini gene­
rali fra credenze dei capi e credenze dei carnefici, né nell'appro­
vazione morale ricevuta da questi ultimi. Entrambi sono elementi
costitutivi comuni di stragi ed eliminazioni di massa. Di conse­
guenza, occorre ripensare sia al rapporto fra leader e seguaci sia
ad altre erronee idee convenzionali (su burocrazia, autorità ecc.),
avanzate senza tenere conto di quanto sappiamo di politica e vita
sociale, anzi, in netta contraddizione con quanto ne sappiamo. Il
rapporto fra capi e carnefici è in genere analizzato, per le stragi
di massa, in termini di dipendenza psicologica, autorità o costri­
zione. I leader sono solitamente presentati come agenti onnipo­
tenti e i seguaci come individui privi o pressoché privi della ca­
pacità di prendere posizione in proprio, e rendere poi efficace la
posizione presa mutando di conseguenza il proprio comporta­
mento, influenzando la valutazione dei capi su ciò che è possi­
bile o auspicabile, o producendo in qualche modo un effetto su­
gli eventi. Ma, come sappiamo, non è affatto così che la politica
funziona, né è così che, in ogni sfera della politica tranne che nel­
la politica eliminazionista - normalmente ridotta al termine, atto
a addormentare la mente, di genocidio - pensiamo al rapporto fra
leader e seguaci, si tratti di politica democratica o non democra­
tica. In nessun altro ambito politico partiamo dal presupposto, o
affermiamo come un articolo di fede, che i seguaci non riflettono
sulla giustezza della politica e delle iniziative politiche dei leader,
che accettano i loro desideri o vi si conformano come per riflesso
condizionato, che sono recipienti passivi che i capi possono riem-
Perché i carnefici fanno quello che fanno 229

pire di quello che vogliono o rotelle che essi possono mettere in


movimento come vogliono. Il dissenso, la diffidenza e la resisten­
za di fronte a desideri, programmi e politiche dei leader sono la
norma in tutto il mondo sotto tutti i tipi di regime, anche in tem­
po di guerra, in particolare quando la gente non è d'accordo con
quelle politiche, specie quando esse violano i suoi più profondi
valori morali, come li viola una politica che chiede il massacro di
altri esseri umani, il massacro di bambini, se davvero la gente la
giudica sbagliata. Quello che manca nelle interpretazioni teoriche
e non teoriche della politica eliminazionista è un luogo comune
nelle interpretazioni e teorizzazioni su altri tipi di politiche: il ri­
conoscimento fondamentale della qualità delle persone di agenti
in proprio, e del complesso rapporto che tale qualità crea neces­
sariamente fra esse e i loro leader, e fra esse, le circostanze delle
loro azioni, e che cosa effettivamente fanno.
Per capire questi rapporti, sia in teoria sia in casi concreti, sono
necessarie, fra le altre, due cose: innanzi tutto reintegrare nel quadro
le dimensioni cognitiva e morale delle posizioni dei seguaci ver­
so i loro capi in generale e, cosa almeno altrettanto fondamenta­
le, verso particolari politiche, iniziative e obiettivi che i loro capi
adottano o cercano di perseguire. La posizione dei seguaci sulle
persone additate come bersagli, e sul carattere moralmente accet­
tabile e idoneo di un'azione, è di cruciale importanza per il modo
in cui essi reagiranno psicologicamente, sentiranno la legittimità
dell'autorità, compresa un'autorità cosiddetta carismatica, e per
giudicare se la coercizione sarebbe necessaria, potrebbe essere ten­
tata, o avrebbe successo. In secondo luogo, dobbiamo riconoscere
che la situazione eliminazionista è intrinsecamente fluida: i leader
fanno appello a credenze preesistenti, contribuiscono a volte a in­
tensificarle e a plasmarle ulteriormente o a superare perduranti
inibizioni morali, e spesso riescono a farlo solo sotto i previ vin­
coli che quelle credenze e quei valori preesistenti hanno creato. La
nostra analisi di questo complesso e fluido rapporto, e del com­
portamento che ne emerge, non può che essere anch'essa fluida. È
vero che, perché i seguaci non restino relativamente inerti, la loro
predisposizione a eliminare potenziali vittime dev'essere spesso
coltivata e, quasi sempre, occorre che i leader vi facciano appello.
È vero anche che, in assenza di un apocalittico attacco a un popo­
lo, i capi non possono, certamente non in poche settimane o an­
che pochi anni, crearsi un ampio seguito di persone disponibili, e
tanto meno impazienti, per misure sterminazioniste ed elimina-
230 Peggio della guerra

zioniste su vasta scala, per lo sterminio in massa di bambini, se


questi seguaci non accettano già i fondamenti della visione del
mondo dei capi riguardo alle vittime e agli aspetti della società e
della politica determinanti per stabilire che cosa si debba fare di
loro. I leader possono far sì che i propri seguaci passino volentieri
all'azione solo se questi ultimi sono già in qualche modo pronti a
farlo. Questo vale per Mehmet Talat e i turchi, per Hitler e i tede­
schi durante il nazismo, per Slobodan Milosevié e i serbi e per i
capi hutu e gli hutu. Vale per tutti gli attacchi sterminazionisti ed
eliminazionisti del nostro tempo.
Dobbiamo mettere da parte il modo di pensare rigido, tipica­
mente dicotomico, che, in tre aspetti fra loro collegati, caratterizza
il discorso sull'assassinio di massa (e, in senso più ampio, sull'eli­
minazione di massa, anche se questo argomento viene lasciato
fuori da simili discorsi). In primo luogo, come s'è già accennato,
gli studiosi dell'assassinio di massa attribuiscono facoltà di agire
in proprio ed efficacia ai leader o ai seguaci, ma non a entrambi, e
certamente non trattano entrambi come agenti capaci che, men­
tre si produce un movimento verso misure eliminazioniste, ope­
rano in un rapporto fluido di reciproca influenza. Tale modo di
pensare dicotomico è stato pressoché egemone fra gli autori che
si sono occupati dell'Olocausto, e nel modo di pensare ai carne­
fici, erroneo anche se paradigmatico, che gli interpreti dell'Olo­
causto hanno generato.
In secondo luogo, il modello a volte esplicito ma per lo più im­
plicito che domina i discorsi sull'assassinio di massa postula, dico­
tomicamente, che gli assassini devono avere sempre voluto uccidere
le vittime o, in caso contrario, che le credenze precedenti sulle vit­
time devono essere irrilevanti, e i carnefici devono essere passati,
per lavaggio del cervello, cieca obbedienza o qualche sorta di pres­
sione psicologica o di minaccia, attraverso una metamorfosi coat­
ta, non necessariamente a livello di credenze, ma di condotta. Per
lo strano ragionamento sotteso a questa posizione, se gli assassini,
o più in generale una popolazione, avessero già nutrito riguardo
a certe persone credenze sterminazioniste o parasterminazioniste,
le avrebbero massacrate ben prima di quando l'hanno fatto. A so­
stegno di questa tesi è spesso usata una domanda retorica: «Per­
ché allora non è successo prima?». Non avendo gli assassini ucciso
prima, non possono essere esistite, così prosegue il ragionamento,
credenze sterminazioniste, e quindi, quando gli assassini uccidono,
non possono essere assassini volontari in nessuna sensata accezione
Perché i carnefici fanno quello che fanno 231

della parola «volontario►>. L'altra faccia di questo modo di pensa­


re, comune alle spiegazioni dell'inizio di attacchi eliminazionisti
centrate sulla società, è che, se credenze omicide sono state sem­
pre presenti, i leader non sono che cinghie di trasmissione di sen­
timenti e intenzioni popolari.
Se invece ci rendiamo conto, in primo luogo, che credenze a priori
che predispongono a adottare una soluzione eliminazionista posso­
no esistere pur restando dormienti, o che credenze del genere pos­
sono non essersi ancora focalizzate attorno a una particolare solu­
zione, o che i loro portatori possono avere bisogno di un esempio
morale e una sollecitazione, e, in secondo luogo, che i leader mo­
bilitano, modellano (intellettualmente, facendone una politica, e
organizzativamente) e legittimano credenze e concezioni morali
dormienti, allora potremo comprendere il complesso di credenze,
politica e azioni al centro del processo che porta dall'avvio di un
programma eliminazionista alla sua attuazione.
Il terzo modo di pensare rigido e fuorviante (implicito nel secon­
do) postula che il rapporto fra credenze e azioni sia biunivoco. Le
credenze sulle persone disprezzate e le azioni desiderate dai por­
tatori di quelle credenze sono trattate come se fossero talmente in­
trecciate da fondersi, da apparire quasi la stessa cosa. Il che signi­
fica che se qualcuno ha appoggiato o messo in atto una soluzione
eliminazionista, per esempio l'emigrazione forzata, allora, è l'erro­
nea conclusione, dev'essersi opposto ad alternative eliminazioni­
ste più radicali, per esempio lo sterminio. Ma, come sappiamo, le
convinzioni eliminazioniste sono compatibili con soluzioni diverse,
comprese svariate soluzioni eliminazioniste. Il potenziale di azione
multiplo delle credenze è evidente nella nostra esperienza sociale e
in politica. Nel pensare alla presa di posizione di una persona o di
un politico in materia, diciamo, di criminalità, nessuno adotta l'ar­
tificioso e irrealistico paradigma che caratterizza i discorsi sull'as­
sassinio di massa. Si può essere disposti ad accettare come buona o
per lo meno adeguata un'ampia gamma di leggi e pene (se l'alter­
nativa è non fare nulla). Sorprende come lo stesso rapporto flessi­
bile tra le credenze delle persone e la gamma di politiche che esse
sarebbero pronte a sostenere venga, in una questione politica quale i
modi in cui si possano trattare gruppi disprezzati e temuti, esplici­
tamente o implicitamente negato. Perché e come si decida per certe
soluzioni eliminazioniste e loro combinazioni in un caso e per altre
in un altro e poi, in ogni singolo caso, per soluzioni diverse nel cor­
so dell'evoluzione del programma politico, va indagato.
232 Peggio della guerra

Il primo importante passo è riconoscere il carattere cruciale delle


credenze e dei valori delle persone. Un altro è riconoscere la comples­
sità del rapporto fra credenze e azione auspicata. Così, è necessario
rivedere il nostro modo di intendere i rapporti fra, da una parte, cre­
denze e valori, e azioni desiderate, e, dall'altra, altri fattori, anch'es­
si complessi e mutevoli; e, per farlo, è preliminare adottare una vi­
sione più fluida di ogni componente e dei suoi rapporti con le altre.
Come la maggior parte di noi sa per esperienza personale, a vol­
te iniziamo a guardare a una cosa in un certo modo solo quando di­
viene possibile, a suo riguardo, un corso d'azione. Il presentarsi di
nuove opzioni può indurci a concentrarci su una vecchia questione
con nuova intensità, da nuovi punti di vista, e con ragionamenti
nuovi. All'improvviso, il nostro precedente modo di pensare alla stes­
sa questione ci appare inadeguato: è necessaria un'altra soluzione,
e quella che ci viene offerta diviene auspicabile. Nulla di tutto ciò è
inevitabile. In altri casi, quando si offrono nuovi corsi di azione, nulla
cambia. E a volte nuove opzioni hanno, socialmente o politicamen­
te, l'effetto opposto. Nel rendersi conto che la condotta logicamen­
te conseguente alle proprie visioni è ripugnante, si può arrivare alla
conclusione che quelle visioni sono sbagliate e occorre rivederle. È
avvenuto in molte Chiese cristiane profondamente antisemite dopo
l'Olocausto, quando i loro capi e membri hanno finito per rendersi
conto come le credenze antisemite, causa di tanta tragedia umana,
fossero un pericolo, o meglio, nella loro terminologia, un male. Tut­
tavia, se nuovi modi di agire sono compatibili con le nostre radicate
opinioni, molto spesso adottarli ci appare desiderabile. Questo è sta­
to al cuore della politica eliminazionista e sterminazionista.
I rapporti fra le proprie credenze, le soluzioni che si è disposti a
prendere in considerazione a quelli che appaiono dei problemi, e le
azioni che si giudicano opportune sono complessi e fluidi. Non ac­
cade, come tanti sostengono, che credenze eliminazioniste venga­
no create all'improvviso dal nulla da strutture, ordini o pressioni.
Accade piuttosto, come ha colto con tanta concisione Fulgence nel
dire che «l'aria era cambiata», che nuove, favorevoli circostanze
forniscano il contesto perché credenze eliminazioniste preesisten­
ti siano blandite, incanalate e mobilitate in forme e direzioni va­
riabili, con il risultato che i loro portatori si fanno disponibili ad
agire, anche a uccidere.
Se questo può avvenire in diversi modi, e ne abbiamo parla­
to, occorre notare come una componente frequente di tale proces­
so sia un'esperienza di illuminazione. Rendersi improvvisamente
Perché i carnefici fanno quello che fanno 233

conto che esistono possibilità inattese o mai immaginate, che so­


luzioni inedite potrebbero migliorare la propria vita o la vita dei
propri cari o della comunità può galvanizzare le persone in modi
inaspettati e addirittura, proprio per quel senso di inedito, di occa­
sione da cogliere, produrre l'entusiasmo, l'euforia che si osservano
tanto spesso fra i carnefici. Casi del genere sono comunissimi nel­
la storia. Uno si produsse nel 1989, quando il raduno di massa del
dittatore romeno, Nicolae Ceausescu, andò storto di fronte a mi­
lioni di romeni che vi assistevano in televisione:
I giovani hanno cominciato a rumoreggiare. Deridevano il presi­
dente, che ancora sembrava non rendersi conto del guaio che stava
montando e continuava a cianciare denunciando le forze anticomu­
niste. I «buu» diventavano più forti e per un po' si sono anche sen­
titi alla televisione, prima che i tecnici intervenissero a coprirli con
una colonna sonora di applausi registrati.
In quel momento i romeni si sono resi conto che il loro potentissimo
leader era, di fatto, vulnerabile. Il che ha dato il via a un pomeriggio
di dimostrazioni e a un secondo spargimento notturno di sangue. 105
Quei giovani non convinsero i loro connazionali con l'inganno o,
in qualche modo, produssero in essi una metamorfosi, ma scatena­
rono le passioni represse e mobilitarono le convinzione latenti fra i
romeni, e il risultato fu la caduta di un cosiddetto leader carisma­
tico. La gente agì. Allo stesso modo, non è il presunto carisma dei
leader politici a fare subdolamente, magicamente sì che migliaia,
decine di migliaia, centinaia di migliaia, addirittura milioni di per­
sone diano il loro appoggio a ideali e programmi eliminazionisti
che violano le loro convinzioni e i loro valori più profondi. A parte
il semplice fatto che anche i leader che si presumono più carisma­
tici, uno per tutti Hitler, incontrano regolarmente resistenze quan­
do agiscono in contraddizione con convinzioni e valori venerati, in
numerose stragi ed eliminazioni di massa non esiste alcun cosid­
detto leader carismatico. A volte l'identità o la personalità del capo
è pressoché sconosciuta. Non c'erano leader cosiddetti carismatici
né nell'Africa sudoccidentale tedesca né in Turchia, nel Kenia bri­
tannico, in Indonesia, in molti paesi dell'America latina, in Burun­
di, in Ruanda e in tante altre eliminazioni.
Quando i leader, che passino per carismatici o meno, offrono
un'occasione, prima inimmaginabile o apparentemente imprati­
cabile, per usare la violenza e l'assassinio in consonanza con i pro­
pri più profondi valori e credenze preesistenti, anzi, realizzando-
234 Peggio della guerra

li, ci si rende all'improvviso conto di poter risolvere un problema


che, benché grave, era prima insolubile. L'assassino di massa hutu
Pancrace spiega in questi termini come si debba intendere il ruolo
mobilitante cruciale svolto dalla «morte del presidente» e dalla
«paura di essere dominati dagli inkotanyi [scarafaggi]» nel conte­
sto delle credenze, prima dormienti, degli hutu e ·della loro succes­
siva e rabbiosa messa in atto:
L'hutu diffida sempre di nascoste intenzioni nel carattere dei tut­
si, che questi nutrirebbero in segreto sin dal vecchio regime. Avver­
te il pericolo persino nel più gracile o nel più gentile di loro. Si trat­
ta di sospetto, però, non di odio. L'odio ci ha colto all'improvviso,
dopo che l'aereo del nostro presidente è precipitato. Gli intimidatori
si sono messi a gridare: «Vedete che questi scarafaggi sono proprio
come vi avevamo detto noi». A quel punto anche noi ci siamo mes­
si a gridare: «D'accordo, partiamo in spedizione». Non eravamo poi
così arrabbiati, eravamo soprattutto sollevati che l'attesa fosse fini­
ta [il corsivo è mio]. 106

Il carattere fluido (che non significa totalmente malleabile) di


questo complesso di credenze, soluzioni, opportunità, appelli
all'azione e comportamenti va riconosciuto. Esso rende conto nel
modo migliore dei fatti, e ci aiuta a dare senso all'indetermina­
tezza di credenze e valori, pur attribuendo a essi il posto centrale
che hanno nell'equazione eliminazionista. Ci permette di esplo­
rare il complesso rapporto fra credenze eliminazioniste e azione
eliminazionista (come faremo nella seconda parte), che è al cuore
della presa di posizione come dell'azione eliminazioniste e mol­
to difficile da capire.
Quando si è convinti, come lo sono quasi sempre i carnefici,
che altri gruppi, altre persone siano di natura tale che la loro eli­
minazione, anche con la violenza e l'assassinio, è giusta e neces­
saria, si diviene, una volta scatenati, gli esecutori più motivati,
zelanti, efficienti di una linea politica che il mondo abbia mai co­
nosciuto. È questo il paradosso che confonde tante persone: senza
una leadership politica i carnefici, nella stragrande maggioranza,
non alzerebbero un dito contro nessuno, ma una volta mobilitati,
al che basta in genere qualche parola di incoraggiamento e legit­
timazione, essi, che facciano parte dei reparti d'assalto del regi­
me eliminazionista o siano comuni membri della·società - turchi
comuni, tedeschi comuni, indonesiani comuni, tutsi comuni, ser­
bi comuni, hutu comuni -, si danno anima e corpo all'assassinio.
Perché i carnefici fanno quello che fanno 235

Facilmente, senza sforzo e, per loro, logicamente. Osserva il car­


nefice hutu lgnace Rukiramacumu:
Penso che la possibilità del genocidio sia venuta fuori così, dato
che aspettava solo il momento giusto, un segnale come l'esplosione
dell'aereo, per darle una spinta all'ultimo momento. Non abbiamo
mai sentito l'esigenza di parlarne tra noi. La lungimiranza delle auto­
rità l'ha fatta maturare in modo spontaneo; poi c'è stata presentata.
Visto che era l'unica proposta, e che per di più prometteva di essere
definitiva, l'abbiamo accettata per opportunismo. Sapevamo benis­
simo cosa c'era da fare, e abbiamo cominciato a farlo senza la mini­
ma indecisione, perché ci pareva di intravedere un sollievo che non
presentava alcun incomodo. 107
VI
Perché hanno fine

Tutti gli attacchi eliminazionisti hanno prima o poi fine, ma non


tutti per le stesse ragioni. Perché finiscono è una domanda impor­
tante. E un'altra, forse ancora più importante, è perché non finisca­
no prima di quanto avviene. Per rispondere a queste domande oc­
corre che allarghiamo la nostra visuale e prendiamo in esame non
solo i carnefici e i loro Stati e società, ma anche i loro rapporti con
altri popoli e altri Stati.
Gli effetti di stragi ed eliminazioni di massa sono ben noti. Fuori
dei loro confini gli assassini, tranne che da apologeti interessati,
sono fermamente condannati e ripudiati. Molto meno noti, discus­
si e analizzati sono i più ampi contesti con cui gli eccidi di massa
sono in rapporto, questione che include le reazioni che essi susci­
tano nei paesi vicini e nel mondo. E questo non è dovuto al fatto
che l'argomento sia irrilevante. Il contesto internazionale esercita
un'influenza cruciale sulle decisioni dei leader politici, oltre che in
materia di diritti fondamentali delle persone all'interno dei loro
paesi e all'estero, sul modo in cui, in pratica, essi debbano gover­
nare e trattare individui e gruppi differenti. Lo testimonia il forte,
spesso dominante accento posto sui diritti umani nelle relazioni in­
ternazionali. Nel corso degli ultimi due decenni diversi Stati, entità
come l'Unione Europea e istituzioni transnazionali e internaziona­
li hanno incoraggiato le nazioni a muoversi in direzione della de­
mocrazia e del libero mercato, influenzando positivamente la so­
cietà e la politica di molti paesi.
Dobbiamo reinserire il nostro modo di pensare alla politica eli­
minazionista e sterminazionista in una visione della politica inter­
nazionale. La politica eliminazionista è integrata in un sistema mon­
diale di nazioni che, agendo o non agendo, si influenzano a vicenda
Perché hanno fine 237

economicamente, politicamente, socialmente, culturalmente, e in


materia di vita e di morte. Da generazioni il sistema internaziona­
le degli Stati si regge ufficialmente su un assunto: uno Stato non
deve intervenire negli affari interni di un altro. È una norma di di­
ritto internazionale vincolante sancita dalla Carta delle Nazioni
Unite. Tuttavia, 1) interventi politici di singoli paesi o alleanze di
paesi negli affari di altri sono di fatto regolarmente avvenuti, e 2)
avviene regolarmente che dei paesi, con mezzi diversi, segnalino
ad altri la possibilità di un intervento.
Gli Stati hanno sempre cercato di influenzare il carattere di altri
Stati, società e popoli. Conquista e colonizzazione sono stati una
costante nella civiltà umana, anche nella nostra epoca. Paesi che
hanno respinto con successo gli invasori hanno proseguito la loro
marcia al di là dei propri confini finché gli attaccanti non hanno
chiesto la pace, spesso rinunciando a parte del loro territorio, o
sono stati conquistati, i regimi aggressori sostituiti, o aspetti chiave
del loro Stato o della loro società alterati. Un obiettivo centrale di
istituzioni e alleanze internazionali, nonché della politica estera di
singoli paesi, è consistito nel sostenere e instaurare all'estero regi­
mi politici e sistemi economici a loro favorevoli, e minare regimi
ostili o impedirne la nascita. Durante la guerra fredda gran parte
del mondo era divisa in due campi guidati dalle due superpoten­
ze, e ciascuno di essi faceva il possibile per dare appoggio ai si­
stemi politici ed economici dei suoi membri, indebolire quelli del
campo avverso, ed esercitare un'influenza sull'economia e la poli­
tica interna dei paesi non allineati per accattivarseli. Oggi numero­
si paesi interferiscono nella politica interna di altri promuovendo,
fra molte altre caratteristiche specifiche dello Stato e della società,
la democrazia e il libero mercato. In tali tentativi viene utilizzata
l'intera gamma degli strumenti politici a disposizione: dall'inter­
vento militare o la sua minaccia all'imposizione o la minaccia di
sanzioni economiche, alla definizione delle condizioni politiche,
economiche e sociali e degli standard in materia di diritti umani
che ogni paese deve rispettare per concludere trattati, far parte di
federazioni internazionali, essere ammesso in organizzazioni in­
ternazionali e intrattenere rapporti commerciali, fino a iniziative
diplomatiche e a encomi e censure pubblici. Che simili atti siano
o meno conformi al diritto e ai trattati internazionali, gli Stati han­
no sempre cercato di plasmare la politica interna e le pratiche di
altri paesi, spesso con successo.
Il principio che gli Stati non devono intervenire negli affari in-
238 Peggio della guerra

temi di altri Stati e che la sovranità è inviolabile è, di fatto, siste­


maticamente ignorato. Gli interventi, oggi, avvengono in genere in
nome della libertà e di altri elevati valori universali e dell'imperio
della legge, anche se spesso questa non è che una cinica copertura
per nascondere ragioni di potere o di interesse politico o economi­
co. Comunque sia, intervenire in altri paesi è stato ed è pratica co­
mune, e i nobili principi evocati per legittimare simili azioni sono
stati spesso accettati.
Gli Stati hanno sempre avuto la capacità di esercitare un'influen­
za sulle autorità di paesi che progettano o avviano attacchi elimi­
nazionisti, eppure i leader politici, mentre considerano legittimo
ogni altro intervento per influire sugli affari interni di nazioni, so­
cietà e popoli, hanno raramente difeso degli innocenti all'estero
cercando seriamente di prevenire o arrestare un eccidio di massa,
per non parlare di un'eliminazione di massa.

La convenzione sul genocidio


Fino all'Olocausto l'assassinio di massa non era nemmeno dif­
fusamente visto come un problema, tanto meno un problema da
affrontare politicamente, per esempio con leggi e trattati interna­
zionali. Le varie convenzioni di Ginevra (la prima fu firmata nel
1864) e altri trattati sui diritti dei prigionieri di guerra sono di gran
lunga anteriori alle convenzioni internazionali sui diritti del citta­
dino; e non è un caso. I soldati avevano bisogno di protezione per­
ché combattevano per difendere Stati e governi. Non c'era nessuna
ragione invece, agli occhi degli Stati, per tutelare in tempo di guer­
ra il diritto dei non combattenti o dei comuni cittadini a non essere
arbitrariamente uccisi: ne sarebbe stata compromessa la loro pre­
rogativa di comportarsi come volevano. I leader politici esigeva­
no di potere impunemente massacrare o reprimere con la violen­
za il proprio popolo ogni volta che lo ritenessero necessario, oltre
che massacrare, espellere, tiranneggiare, anche schiavizzare popoli
stranieri. Da un mondo dominato da potenze imperialiste difficil­
mente ci si potevano aspettare leggi, istituzioni o norme per la pre­
venzione di politiche e pratiche eliminazioniste e anche stermina­
zioniste: l'imperialismo, infatti, si regge sulla dominazione violenta
dei popoli conquistati, e per molte ragioni, non ultima l'inevitabile
e cronica resistenza dei popoli soggiogati e colonizzati, tende forte­
mente, quasi ineluttabilmente a intenti e pratiche eliminazionisti.
In un'epoca predemocratica che negava il diritto all'autogoverno,
Perché hanno fine 239

quella miopia, per cui si vedeva la necessità di salvaguardare alcu­


ne piccole categorie di individui (come i prigionieri di guerra), ma
non la stragrande maggioranza del genere umano, non sorprende
di certo. Fino alla seconda metà del XX secolo ben pochi governan­
ti consideravano i governati dei cittadini con dei diritti; in essi ve­
devano piuttosto dei sudditi da subordinare ai propri interessi eco­
nomici e politici. E le grandi potenze praticavano l'imperialismo.
Non c'erano quindi poteri forti suscettibili di premere per mettere
al bando una politica eliminazionista, neanche nella variante del­
lo sterminio di massa. Fu solo sull'onda spaventosa degli eccidi
compiuti dai tedeschi in tutta Europa, e in particolare dell'orrore
esistenziale e reale dell'Olocausto, che leggi contro l'assassinio di
massa entrarono nel diritto internazionale. Nel dicembre 1948 1' As­
semblea generale dell'ONU approvò la Convenzione per la preven­
zione e la repressione del delitto di genocidio, composta di dician­
nove articoli, che nel fondamentale articolo II recita:
Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno de­
gli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o
in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a. uccisione di membri del gruppo;
b. lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c. il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di
vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d. misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
e. trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.

Una denuncia di genocidio può essere portata dal governo di


qualsiasi paese firmatario davanti al Consiglio di sicurezza che, se
giudica che un tale atto è effettivamente in corso, può a quel pun­
to «prendere, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, ogni misura
che essi [gli organi competenti dell'ONU] giudichino appropriata
ai fini della prevenzione e della repressione degli atti di genocidio
o di uno qualsiasi degli altri atti elencati all'articolo III», come «il
tentativo di genocidio» e simili. 1
Ridotta al nocciolo, questa Convenzione sembra 1) mettere il
genocidio fuori legge e 2) chiedere un i ntervento quando si veri­
fica. Ma i suoi estensori previdero specifiche clausole che svuota­
no a tal punto queste due disposizioni che la Convenzione, di fat­
to, non fa nulla e, come legge operativa e base per azioni contro il
genocidio, è senza senso. Del che non c'è da sorprendersi, se non
altro perché sui contenuti della Convenzione aveva diritto di veto
240 Peggio della guerra

uno dei regimi più sterminazionisti, e su scala gigantesca, di tutti


i tempi, l'Unione Sovietica.
I problemi insieme più gravi e ridicoli del documento riguarda­
no la definizione di genocidio. La Convenzione non tutela i grup­
pi massacrati per ragioni politiche o economiche: vieta l'assassinio di
massa soltanto se il gruppo preso a bersaglio è «nazionale, etnico,
razziale o religioso». Su questo punto l'Unione Sovietica insistet­
te: mentre negoziava i termini della convenzione, il suo gulag era
ancora in piena attività. La conseguenza di tale esclusione è anco­
ra più catastrofica di quanto può apparire a prima vista. Consente
a qualunque regime che ha avviato un eccidio di massa di sostene­
re di essere impegnato in una lotta politica, e ai membri delle Na­
zioni Unite desiderosi di un alibi per la propria inerzia di pretende­
re, allo stesso modo, che vittima dello sterminio non sia un gruppo
nazionale, etnico, razziale o religioso, ma un gruppo politico.
Ancora più problematico è il fatto che la Convenzione non de­
finisce il genocidio, né stabilisce criteri oggettivi per definirlo (ad
esempio un numero minimo di vittime), in modo da permettere alla
comunità internazionale di identificarlo prontamente mentre è in
corso. Il che consente a qualunque paese di far finta, al momento
buono, che quello che si sta perpetrando non è un genocidio, an­
che se, sulla base di qualsiasi definizione ragionevole del termi­
ne, lo è. Davanti a un genocidio dopo l'altro, i paesi che avrebbe­
ro dovuto appellarsi alla Convenzione hanno aggirato l'obbligo di
adempiere alle sue disposizioni rifiutandosi di pronunciare la pa­
rola «genocidio». Così si comportarono per esempio gli Stati Uni­
ti di fronte alle stragi in Ruanda, quando, pur sapendo benissimo
quanto stava avvenendo, si rifiutarono esplicitamente di chiama­
re il capillare massacro dei tutsi perpetrato dagli hutu un genoci­
dio. Le Nazioni Unite non hanno ancora dichiarato il genocidio in
corso nel Darfur a opera del regime sudanese un «genocidio». E,
quanto al governo americano, esso si decise a usare la parola «ge­
nocidio» per il Darfur solo nel settembre 2004, molto tempo dopo
che era stata superata qualunque ragionevole soglia, in fatto di nu­
mero di morti, perché si potesse parlare d'altro. E neanche allora,
comunque, Washington premette per un intervento energico ed ef­
ficace, anzi, si prodigò per fare in modo che le Nazioni Unite non
adottassero un linguaggio suscettibile di far ritenere un interven­
to necessario e obbligatorio.2
Se tutto ciò è già di per sé sufficiente a privare la Convenzione
sul genocidio di forza e significato, nella sua definizione del feno-
Perché hanno fine 241

meno che dovrebbe mettere fuori legge c'è qualcosa di ancora più
paralizzante. Essa si riferisce chiaramente, e così è stata intesa, solo
a stragi di massa gigantesche, di centinaia di migliaia o milioni di
persone. Quindi un regime può massacrare da ventimila a quaran­
tamila esseri umani, come fece in Siria il regime baathista di Ha­
fez al-Assad, senza che la principale convenzione che pretende di
combattere l'enorme problema mondiale dell'assassinio di mas­
sa lo metta fuori legge. Infatti il regime siriano, nel radere al suolo
buona parte di Hama e fare selvaggiamente strage dei suoi abitan­
ti, godette sostanzialmente dell'immunità internazionale. La Con­
venzione e le sue disposizioni non si applicano neanche a un re­
gime che massacra qualche centinaio di migliaia di persone ma,
invece che in una volta sola, nel corso di decenni, come fece in Iraq
il regime baathista di Saddam Hussein. La maggior parte degli ec­
cidi di massa, secondo la definizione di genocidio della Conven­
zione, non legittima un intervento internazionale. La conseguenza
de facto della Convenzione, della struttura e dell'inerzia delle Na­
zioni Unite, e del diritto internazionale è di legittimare i leader po­
litici che uccidono cinquemila o addirittura cinquantamila perso­
ne del loro paese (specie se non lo fanno troppo ostentatamente).
La comunità internazionale o qualche suo membro possono anche
dire che simili leader sono brutta, bruttissima gente e, magari, cer­
care di portarne qualcuno davanti alla giustizia. Ma un intervento
militare per fermare tali assassini di massa non avrebbe un fonda­
mento giuridico, e sarebbe quindi illegale.
Un altro grave problema che affligge la Convenzione è che essa
non tratta il genocidio, o più propriamente l'assassinio di massa,
come parte di un continuum di politica eliminazionista. Quindi la
«pulizia etnica», l'espulsione di un numero enorme di persone ac­
compagnata dall'assassinio «solo» di una piccola percentuale di
esse, fino a molte migliaia, non ricade sotto le sue disposizioni, cioè
non obbliga a nessun intervento. Gli interventi della NATO nella
ex Iugoslavia, prima in Bosnia e poi in Kosovo, avvennero molto,
troppo tardi, dopo che i carnefici avevano già fatto milioni di vit­
time. E quando finalmente la NATO, sotto una crescente pressione
interna nei paesi occidentali e per timore che la situazione divenis­
se fuori controllo, si mosse, lo fece senza l'autorizzazione delle Na­
zioni Unite e senza appellarsi alla Convenzione sul genocidio. In­
fatti gli esperti di diritto internazionale giudicarono il suo tardivo
intervento illegale: mancava qualunque fondamento, nella legisla­
zione internazionale, che permettesse a forze esterne di impedire ai
242 Peggio della guerra

serbi di continuare a vessare, torturare, espellere dalle loro case e


dal loro paese e assassinare bosniaci e kosovari. Se voi, come capi
politici, voleste attaccare delle persone per qualsivoglia ragione
(perché vi si oppongono, perché le considerate maligne, perché vo­
lete trasformare il vostro paese), la comunità internazionale, rap­
presentata dalle Nazioni Unite e dalle potenti nazioni che ne fan­
no parte, vi direbbe che finché vi limitate a scacciarne la maggior
parte dalle loro case, anche uccidendone migliaia, non siete legit­
timamente passibili, per motivi giuridici e politici, di nessun inter­
vento internazionale.
Come se tutto ciò non fosse sufficiente a rendere vana una po­
litica d'intervento efficace contro l'assassinio e l'eliminazione di
massa, l'articolo II della Convenzione definisce il genocidio ,,['in­
tenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, et­
nico, razziale o religioso» (il corsivo è mio). Con l'inclusione della
parola «intenzione» i suoi estensori fornirono uno scaltro e disa­
stroso espediente per aggirare il problema. Un regime può sempre
sostenere che il massacro, per sua mano, di centinaia di migliaia
di persone è un danno collaterale in una campagna controinsur­
rezionale, o la sfortunata conseguenza di una carestia, anche se la
carestia l'ha provocata volontariamente esso stesso o ha manca­
to di alleviarla. Può sostenere di non avere mai avuto l'intenzione
di annientare questo o quel gruppo. Secondo la Convenzione, atti
del genere non sono genocidio. (Mentre scrivevo questo capitolo
le Nazioni Unite hanno pubblicato un vergognoso rapporto secon­
do il quale la gigantesca aggressione eliminazionista e omicida del
governo sudanese contro il Darfur non è un genocidio e quindi, ai
sensi della Convenzione sul genocidio, non legittima un interven­
to.) Un regime che, nel combattere un movimento insurrezionale,
rifiuta di fare arrivare generi alimentari in una regione colpita dalla
carestia può sostenere che a impedirne la consegna è l'insurrezione
stessa e, così, evitare un intervento internazionale, visto che non
si può dimostrare un'intenzione di uccidere per fame. Senza poter
accedere ai documenti segreti del regime che ha scatenato l'assas­
sinio di massa, è quasi sempre impossibile raccogliere le prove giuridi­
che di un'intenzione. Il che rende praticamente impossibile alle Na­
zioni Unite dimostrare giuridicamente un genocidio mentre esso
è in corso, quando, cioè, intervenire contro gli assassini e salvare
delle vite umane sarebbe possibile.
Il secondo mastodontico problema della Convenzione sul ge­
nocidio, che, aggiungendosi al problema base della sua defini-
Perché hanno fine 243

zione, ha generato un clima politico e giuridico di indifferenza e


inerzia, per non dire di assoluto cinismo, è che essa non prevede
alcun efficace meccanismo perché sia messa in atto. Alla Conven­
zione devono fare appello gli Stati, che in genere non hanno al­
cuna voglia di intervenire per fermare un assassinio di massa, e
alcuni dei quali, anzi, vogliono che esso vada avanti. Non è pre­
visto che qualcosa, per esempio una soglia minima di vittime,
possa renderla automaticamente operativa. La sua applicazione
non è affidata a nessun autorevole organismo, bensì a chi ha tut­
to l'interesse a non applicarla, come i sovietici nel caso degli ecci­
di di massa compiuti da essi stessi e da altri regimi comunisti, gli
americani nel caso dei massacri di comunisti perpetrati dagli in­
donesiani (cui gli Stati Uniti diedero il via libera), i britannici nel
caso del Kenia, i francesi del Ruanda, i cinesi del Tibet, i russi del­
la Cecenia. E anche se, in un caso specifico, la Convenzione fos­
se considerata applicabile, in essa non vi è nulla, a parte qualche
parola di esortazione, che assicuri un intervento: agli Stati firma­
tari è lasciata la libertà di adottare qualsiasi misura «giudichino
appropriata ai fini della prevenzione e della repressione degli atti
di genocidio». Mettere in atto le disposizioni della Convenzione
sul genocidio per fare qualcosa di effettivamente efficace è, in so­
stanza, a discrezione.
Come strumento per impedire ai regimi di massacrare o espellere
esseri umani, la Convenzione si è rivelata un totale fallimento. Nei
sessant'anni dalla sua stipulazione, non è mai stata applicata né si
è mai fatto appello a essa per un intervento, benché in tutto il mon­
do, in questo lasso di tempo, le vittime di stragi ed eliminazioni di
massa siano state molte decine di milioni. Non vi si è ricorso per
il gulag sovietico, per i colossali massacri perpetrati dai comuni­
sti in Cina, per l'eccidio dei comunisti da parte degli indonesiani,
per l'aggressione eliminazionista e sterminazionista dei pakistani
contro i bengalesi, per lo sterminio dei cambogiani per mano dei
Khmer Rossi, per le stragi di massa in Burundi e in Ruanda, per gli
abitanti delle regioni settentrionali dell'Etiopia vittime di Mengistu,
per gli assassinii di massa compiuti da dittature di destra in Ame­
rica latina, fra cui il massacro dei maya in Guatemala, per gli ecci­
di e le espulsioni di massa nella ex Iugoslavia, per le svariate stragi
di Saddam in Iraq, per l'attacco eliminazionista e genocida scate­
nato dagli islamisti politici in Sudan prima contro i non musulma­
ni del Sud del paese, poi contro la popolazione del Darfur. Come
legge adeguata a ciò che presumibilmente vuole mettere fuori leg-
244 Peggio della guerra

ge, e per mobilitare il mondo contro la politica sterminazionista ed


eliminazionista, la Convenzione sul genocidio potrebbe benissimo
essere stata scritta con inchiostro invisibile.
Ma, nonostante il suo colossale fallimento, essa è stata di colossa­
le importanza. Con la Convenzione sul genocidio si prese la legge
ad hoc del processo di Norimberga contro le autorità naziste della
Germania e se ne fece una legge internazionale generale e norme
formali. Essa è l'unica convenzione sui diritti umani che autoriz­
zi i membri delle Nazioni Unite a intervenire militarmente in altri
paesi per fermare attacchi eliminazionisti. Ha dato fondamenta più
solide allo sviluppo del diritto internazionale in materia di giusti­
zia retributiva, autorizzando un «tribunale penale internazionale»
a cercare le persone accusate di genocidio, e ha ordinato (almeno
sulla carta) che i carnefici siano processati.3 Tali disposizioni hanno
portato all'istituzione di tribunali penali ad hoc per la Iugoslavia,
il Ruanda e la Sierra Leone e, di recente, della Corte penale inter­
nazionale permanente dell'Aia, un'iniziativa importante che pren­
deremo in esame nel capitolo Xl. La Convenzione sul genocidio ha
dato inoltre un contributo fondamentale, almeno dal punto di vi­
sta retorico e, vagamente, normativo, alla creazione di un luogo di
proscrizione dell'assassinio di massa nella politica mondiale, a li­
vello sia internazionale sia, a volte, nazionale: una rottura rispetto
a una pratica di migliaia di anni.

Il ruolo fondamentale del contesto politico internazionale


Se teniamo a mente tutto ciò, ci parrà subito chiaro come, nella
nostra epoca, i contesti politici internazionali siano stati, per l'as­
sassinio di massa, vari e diversi. Per comprenderli è necessario in­
dicarne e analizzarne, seppure brevemente, quattro dimensioni ri­
levanti. La prima è giuridica: l'assassinio di massa è vietato dalla
legge? La seconda è retorica: l'assassinio di massa è oggetto di di­
battito pubblico e portato all'attenzione della comunità mondiale?
È condannato a voce alta, soprattutto sui media e dai governi? La
terza riguarda l'azione: gli attori esterni, Stati e organizzazioni in­
ternazionali, sono permissivi verso l'assassinio di massa o inter­
vengono per fermarlo? La quarta dimensione, collegata alla terza
e insieme indipendente da essa, è esortativa: gli attori esterni, tra­
mite la pubblica opinione o prese di posizione dietro le quinte, in­
coraggiano in realtà certi leader all'assassinio di massa, o li appog­
giano quando lo mettono in atto?
Perché hanno fine 245

In ognuna di queste dimensioni, giuridica, retorica, di azione


politica e di esortazione politica, come nei contesti politici inter­
nazionali globali che esse insieme compongono, vi sono state so­
stanziali variazioni. Per quanto riguarda l'assassinio di massa, la
nostra epoca è stata caratterizzata da quattro contesti politici in­
ternazionali di base.
Fino a dopo la seconda guerra mondiale, ai processi di Norim­
berga e di Tokyo e, poi, all'approvazione della Convenzione sul ge­
nocidio nel 1948, il contesto internazionale aveva, nel complesso,
un atteggiamento permissivo verso l'assassinio di massa. Nessu­
na legge lo vietava. Sugli schermi radar dei governi, dei media e
dell'opinione pubblica esso compariva a malapena. Contro quanti
mettevano in atto misure eliminazioniste non veniva pronunciata
quasi una parola. Essi erano sottoposti a ben poca o nessuna pres­
sione retorica. Questo era dovuto in parte a capacità tecnologiche e
di raccolta di informazioni primitive e alla pressoché totale assen­
za di mezzi di comunicazione realmente indipendenti, la cui con­
seguenza era che quanto accadeva in molte parti del mondo resta­
va, altrove, ignoto. Ma anche quando chi avrebbe potuto alzare la
voce veniva a sapere di un eccidio, diceva ben poco, il che fa pen­
sare che una maggiore disponibilità di informazioni non avrebbe
cambiato le cose. Una parziale eccezione fu la condanna degli ecci­
di di massa perpetrati dai due principali aggressori a livello inter­
nazionale, la Germania e il Giappone. Lo Stupro di Nanchino del
1937 fece enorme scalpore in tutto il mondo, in parte per l'atteg­
giamento razzista dell'Occidente verso i giapponesi, ma in parte
anche per la brutalità, la licenziosità, la spudoratezza del massacro,
compiuto sotto gli occhi dei diplomatici e dei giornalisti occiden­
tali. Lo sterminio degli ebrei, e non solo degli ebrei, perpetrato dai
tedeschi non ricevette, inizialmente, molta attenzione a livello in­
ternazionale. Nella propaganda degli Alleati, come nelle dichiara­
zioni pubbliche degli organi di governo americani e inglesi, dei
crimini tedeschi e dell'imminente «soluzione finale», destinati a di­
venire dopo la guerra un tema centrale nel dibattito internaziona­
le, si parlava ben poco. In quel periodo il contesto internaziona­
le, per quanto quasi totalmente permissivo verso gli assassini di
massa, in genere non li incoraggiava attivamente. Si lasciava che
i regimi omicidi facessero quello che volevano, ma senza spinger­
li. Le eccezioni principali furono i tedeschi, che sollecitarono Stati
satelliti e collaboratori a unirsi a loro nel massacro di ebrei e altri
popoli, e la Chiesa cattolica, che appoggiò in tutta Europa la per-
246 Peggio della guerra

secuzione eliminazionista degli ebrei (anche se ad appoggiare at­


tivamente lo sterminio di massa furono solo alcuni settori della
Chiesa in alcuni paesi).4
Fra il 1948 e il finire degli anni Settanta il contesto internazionale
vide una sola novità positiva. Con la Convenzione sul genocidio,
che mise ufficialmente fuori legge gli eccidi di massa che rientra­
vano in questa categoria, un tipo di politica eliminazionista di cru­
ciale importanza divenne illegale. Ma, a parte ciò, il permissivismo
retorico e pratico verso stragi ed eliminazioni di massa rimase qual
era da secoli. Un nuovo sviluppo, che epoche precedenti avevano
già conosciuto con l'attore transnazionale (e a volte paese sovrano)
della Chiesa cattolica, fu l'attivo o tacito incoraggiamento dell'as­
sassinio di massa da parte di attori esterni. Fra questi ultimi vi fu­
rono gli intellettuali occidentali che legittimarono la politica elimi­
nazionista dell'Unione Sovietica e di altri paesi comunisti, di cui
non potevano più negare di essere a conoscenza (come avrebbero
potuto negli anni Trenta). Il drammaturgo Bertolt Brecht, il filosofo
Jean-Paul Sartre e altri luminari altrettanto e meno illustri sosten­
nero quei famigerati regimi eliminazionisti guadagnandosi il tito­
lo di «compagni di strada►>. Per quanto prestigio, tuttavia, questi
singoli individui abbiano potuto mettere sulla bilancia, i due prin­
cipali responsabili della tolleranza o addirittura buona accoglien­
za accordate alla politica eliminazionista furono, all'interno del­
le rispettive sfere di influenza, l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti.
Ciascuna delle due superpotenze diede una mano ad attacchi eli­
minazionisti: l'URSS in Cina (prima della crisi cino-sovietica) e nei
suoi Stati satelliti in Europa nei loro primi anni di vita; gli Stati Uni­
ti in molti paesi dell'America latina retti da regimi di destra, fra cui
Cile, Argentina e Guatemala, e altrove, per esempio in Indonesia,
il caso più tragico. «Time Magazine►>, in un articolo del 1965 inti­
tolato Vendetta con un sorriso, che rifletteva e contribuì a rafforzare
l'opinione prevalente nel paese, definì l'attacco eliminazionista e
sterminazionista degli indonesiani contro i membri del Partito co­
munista «la migliore notizia da anni per l'Occidente dall'Asia». 5
Nel terzo periodo, più o meno dal finire degli anni Settanta ai
primi Novanta, l'orientamento giuridico internazionale verso l'eli­
minazionismo non fece passi avanti: continuarono a essere illegali
solo le stragi di massa qualificate come genocidi. Divenne più for­
te, però, la condanna retorica dell'assassinio di massa. Questo fu
dovuto in parte all'accento messo dal presidente americano Jim­
my Carter sui diritti umani e in parte alla distensione e al palese
Perché hanno fine 247

declino dell'Unione Sovietica, che tra le diverse conseguenze ebbe


quella, in Occidente, di accrescere il numero di persone disposte
a mettere apertamente in discussione l'indifferenza, per non dire
l'incoraggiamento del governo americano verso le stragi di massa
perpetrate da Stati satelliti o amici. La permissività, tuttavia, con­
tinuò a prevalere, e nessun governo, alleanza o gruppo di paesi,
sotto l'egida dell'ONU o meno, prese in seria considerazione di in­
tervenire in Burundi, Guatemala, Cambogia, Siria, Iraq e altri paesi
che massacravano il loro popolo. E, nonostante condanne retori­
che più diffuse, le superpotenze continuarono a incoraggiare o per­
mettere nei rispettivi Stati satelliti l'eccidio di quanti costituivano
una minaccia reale o presunta per il regime al potere. Così si com­
portarono i sovietici in Cina, gli Stati Uniti in Guatemala e El Sal­
vador e i cinesi in Cambogia. Una delle prese di posizione più cu­
riose e innegabilmente vili nella politica internazionale del nostro
tempo fu, sotto i presidenti Jimmy Carter e Ronald Reagan, il ri­
conoscimento dato dagli Stati Uniti al regime eliminazionista dei
Khmer Rossi e al loro seggio alle Nazioni Unite per la Cambogia
anche dopo la loro sconfitta nel 1979. I due presidenti non avevano
nessuna simpatia per quegli assassini di massa comunisti, ma essi
erano i nemici di un nemico degli Stati Uniti ancora più detestato,
i vietnamiti, che avevano insediato il nuovo regime cambogiano.
Lo status giuridico degli attacchi eliminazionisti non ha subito
mutamenti neanche nel periodo contemporaneo, iniziato nei pri­
mi anni Novanta con il disintegrarsi dell'Unione Sovietica e della
maggior parte del mondo comunista: fuori legge sono rimasti solo i
pochi massicci attacchi sterminazionisti qualificabili giuridicamente
come genocidi. L'internazionalizzarsi dei media, tuttavia, sempre
più in grado di informare con rapidità sugli eventi di tutto il mon­
do, ha contribuito a una maggiore sensibilizzazione dell'opinione
pubblica riguardo a eccidi di massa e politiche eliminazioniste. E il
processo è stato accelerato dalle atrocità protrattesi a lungo nella ex
Iugoslavia, cortile di casa dell'Europa occidentale, che hanno porta­
to l'eliminazionismo sotto i riflettori dell'Occidente e introdotto nel
lessico globale l'eufemistica espressione «pulizia etnica». Il permis­
sivismo generale è proseguito di fronte a grandi stragi nel mondo
in via di sviluppo, come dimostrano l'Iraq di Saddam, il Sudan e
la Repubblica democratica del Congo, specie nel caso delle campa­
gne eliminazioniste più frammentarie e graduali, con qualche mi­
gliaio di vittime qui e qualche migliaio là. Oggi, però, la pressione
pubblica e politica a favore di interventi è maggiore, e alcuni ve ne
248 Peggio della guerra

sono stati: per esempio l'invio da parte delle Nazioni Unite in Bo­
snia di peace keeper, per quanto controproducente, visto che per­
misero ai serbi stragi di massa a Srebrenica e altrove; i successivi,
più efficaci interventi della NATO in Bosnia e Kosovo; e il vigoroso
intervento diplomatico della comunità internazionale in Kenia per
fermare l'attacco eliminazionista scatenato nel 2008 dopo le elezioni
contro i kikuyu, un assalto che, costato la vita a millecinquecento
persone e l'espulsione a centinaia di migliaia, avrebbe potuto tra­
sformarsi in un bagno di sangue ancora più spaventoso. La svolta
fondamentale è il venir meno degli incoraggiamenti esterni a poli­
tiche eliminazioniste. Con la fine della guerra fredda, infatti, è ve­
nuta a mancare alle superpotenze una giustificazione geostrategi­
ca globale per spingere i paesi satelliti a perpetrare stragi di massa.
Quelle che rimangono sono ragioni locali e spesso incredibilmente
grette, come il desiderio delle autorità politiche in Francia di favo­
rire le popolazioni francofone, che le portò a dare attivo sostegno
agli eccidi compiuti dagli hutu in Ruanda.
Se rispetto a questi lineamenti generali dei quattro contesti in­
ternazionali dell'assassinio e dell'eliminazione di massa si posso­
no citare delle eccezioni, diciamo che nel corso della nostra epoca
abbiamo assistito a qualche progresso, frammentario e intermit­
tente, riguardo all'assassinio di massa, ma praticamente a nessu­
no riguardo agli altri tipi di attacco eliminazionista. E il progres­
so è misero, se adottiamo il ragionevole criterio per cui 1) tutti gli
attacchi eliminazionisti (o anche soltanto tutti gli eccidi di massa)
devono essere illegali; 2) le Nazioni Unite, gli Stati che ne fanno
parte, i media internazionali e l'opinione pubblica attenta devono
immediatamente e universalmente condannarli; 3) occorrono mec­
canismi che consentano energici interventi internazionali, fra cui
una base giuridica che permetta a singoli Stati di intervenire per
fermare eccidi ed eliminazioni di massa all'interno di altri paesi, e
4) un vigoroso intervento deve avvenire non appena la politica eli­
minazionista viene varata.
Invece viviamo in mezzo alle incessanti, mortali ipocrisie che han­
no caratterizzato la nostra epoca, in un mondo governato da leader
cinici che fanno finta di inchinarsi alla morale. Abbiamo lasciato
morire senza muovere un dito, e nemmeno prendere seriamente
in considerazione di farlo, migliaia, centinaia di migliaia, milioni
di persone. Nel marzo 1998, molto tempo dopo i fatti, il presidente
americano Bill Clinton si scusò per avere lasciato che gli hutu uc­
cidessero così tanti tutsi dicendo che lui e gli altri non si erano resi
Perché hanno fine 249

conto delle dimensioni dell'eccidio di massa. (Intendeva dire che,


se gli hutu avessero ucciso - quanti? - diciamo soltanto diecimila
o centomila tutsi, la sua inerzia sarebbe stata giustificata?) Le scu­
se di Clinton non furono altro che una cinica finzione a uso e con­
sumo politico e volta ad accrescere la sua reputazione. Mentre la­
sciava che gli hutu massacrassero centinaia di migliaia di persone,
lui e la sua amministrazione sapevano benissimo tutto ciò per cui
più tardi egli si sarebbe scusato. Perché allora consentì l'eccidio di
massa? Perché, soprattutto dopo le perdite americane nel breve in­
tervento a Mogadiscio, in Somalia, l'anno precedente, non era di­
sposto a spendere un capitale politico interno per salvare la vita di
centinaia di migliaia di africani, uomini, donne e bambini. Quel­
la di Clinton riguardo al Ruanda era stata una decisione calcolata,
non un «errore», una decisione che durante il massacro egli aveva
espresso a chiare lettere, pur coprendosi con il definire quello che
era un genocidio bello e buono un «conflitto etnico», e per di più
uno dei tanti. Il 25 maggio 1994, nel Commencement address all'Ac­
cademia navale degli Stati Uniti, aveva dichiarato: «Non possiamo
risolvere ogni simile esplosione di guerra civile. [ ... ] Che interve­
niamo o no in uno qualsiasi dei conflitti etnici del mondo deve
dipendere, in ultima istanza, dal peso cumulativo degli interes­
si americani in gioco».6 Nella decisione la morale non doveva en­
trare, neanche per l'l per cento. Clinton e la sua amministrazione
erano così poco preoccupati dalla carneficina di cui erano vittime
i tutsi che, come egli avrebbe ammesso nel settembre 2006: «Non
abbiamo mai nemmeno tenuto una riunione sull'argomento».7 Fu
solo nel 1998, a distanza di quasi quattro anni dal genocidio, che
sentì la necessità di atteggiarsi a uomo morale (guadagnandosi un
applauso per la disponibilità a scusarsi!), senza mai riconoscere ciò
in cui aveva davvero mancato.
Gli assassini uccidono con impunità, sentendosi al sicuro da in­
terventi o punizioni. E quello che è successo lungo tutta la nostra
epoca e le epoche precedenti non li fa sentire meno sicuri. L'istitu­
zione di vari tribunali penali ad hoc, fra cui quelli per la Iugosla­
via e il Ruanda, e recentemente della Corte penale internazionale,
non costituisce di per sé, nel complesso, un grande cambiamento
globale, neanche per lo status giuridico della politica eliminazioni­
sta. Si è dovuto aspettare fino al 31 marzo 2005, cioè due anni, più
di settecentocinquanta giorni dopo l'inizio dell'attacco elimina­
zionista e sterminazionista del Sudan in Darfur, perché il Consi­
glio di sicurezza dell'ONU compisse il passo minimo di portare la
250 Peggio della guerra

«situazione» all'attenzione della Corte penale internazionale (non,


tuttavia, come un caso di genocidio, ma come «una minaccia alla
pace e alla sicurezza internazionali», e per «violazioni del diritto
umanitario internazionale e delle leggi sui diritti umani»). Finora,
per di più, la Corte penale internazionale è stata di un'esasperante
lentezza nell'emettere dei mandati, riguardanti, peraltro, solo un
piccolo numero di carnefici, ed è giunta finalmente a incriminare
la mente del genocidio, Omar al-Bashir, solo nel marzo 2009, e non
per genocidio. Eppure il governo sudanese e le sue milizie hanno
ucciso, sembra, quattrocentomila persone, scacciandone più di due
milioni e mezzo dalle loro case. (Senza contare che la reazione de­
plorevolmente tardiva e minima delle Nazioni Unite e della Cor­
te riguardava un regime islamico-politico che aveva già scatenato
in precedenza un attacco eliminazionista e sterminazionista di di­
mensioni ancora più colossali contro la popolazione del Sudan me­
ridionale, un attacco di fronte al quale le Nazioni Unite non aveva­
no fatto niente.) Simili piccoli passi e una simile grande inerzia non
sono suscettibili di ispirare molta fiducia in coloro che, per azioni
efficaci in grado di fermare stragi ed eliminazioni di massa, guar­
dano alla comunità internazionale. Tuttavia, l'istituzione della Cor­
te penale internazionale promette qualche passo avanti.
Capire l'arena internazionale e la sua evoluzione, e come essa
abbia fornito ai leader che hanno scatenato stragi di massa un con­
testo che, se ha visto qualche mutamento, è stato fondamentalmen­
te costante, ci aiuta a capire perché attori esterni non abbiano siste­
maticamente fermato, non appena iniziati, eccidi ed eliminazioni
di massa. Inoltre capire il carattere degli attori esterni, e le possi­
bilità di ognuno di essi, è importante per comprendere che cosa è
successo e per pensare a come elaborare una politica antielimina­
zionista più efficace.
Nel corso della nostra epoca le possibilità di intervento contro
stragi ed eliminazioni di massa da parte di attori esterni sono note­
volmente aumentate. L'enorme crescita del potere dello Stato mo­
derno e delle sue capacità tecnologiche, organizzative e di control­
lo ha significato anche un maggior potere di agire contro politiche
eliminazioniste. In precedenza un eccidio di massa, come quello
dei tedeschi in Africa sudoccidentale o dei belgi in Congo, pote­
va andare avanti per mesi o anni prima che il mondo esterno, se
pure ne veniva a conoscenza, divenisse consapevole delle sue di­
mensioni. Rendersi conto della misura e delle conseguenze di at­
tacchi eliminazionisti in terre lontane era spesso al di là delle nor-
Perché hanno fine 251

mali possibilità di attori esterni con poche risorse e scarso accesso


a quelle terre. La gente in generale sapeva poco o nulla del mondo
al di fuori della propria area geostrategica, e anche di questa ave­
va spesso una conoscenza scarsa. Raccogliere informazioni era un
problema cruciale, e agire sulla base delle informazioni raccolte,
ammesso che esistesse la volontà di farlo, era spesso estremamen­
te difficile e richiedeva tempo. La possibilità degli Stati di fermare
eccidi di massa in regioni remote era estremamente scarsa. I mezzi
non militari per esercitare pressioni su altri Stati erano pochi e de­
boli. Far sentire il proprio potere, specie a grande distanza, era mol­
to difficile. Avviare una campagna militare per fermare una strage
avrebbe richiesto molto tempo e risorse economiche relativamente
cospicue, per Stati che ne avevano poche. Il che non significa che,
in tanti casi, un intervento non sarebbe stato efficace, come dimo­
stra specialmente il Congo, dove le grandi stragi di massa perpe­
trate dai belgi proseguirono per oltre due decenni.
Oggi gli Stati, sia quelli confinanti con i paesi sconvolti da ecci­
di di massa, sia quelli in grado di proiettare il proprio potere al di
là della loro regione, hanno possibilità enormemente maggiori di
venire a conoscenza di stragi ed eliminazioni di massa e interve­
nire tempestivamente, in molti casi con effetti decisivi. (Agli Stati
Uniti e ai loro alleati sono bastate poche settimane per sbaragliare
lo Stato islamico-politico talebano e Al Qaeda in Afghanistan, an­
che se, poi, hanno dovuto far fronte a una forte e crescente oppo­
sizione armata.) A partire dalla seconda guerra mondiale, inoltre,
la nascita di numerose istituzioni internazionali e associazioni re­
gionali ha creato, almeno in teoria, un'infrastruttura che facilita un
maggiore coordinamento internazionale per fermare ogni tipo di
eliminazione. Oggi gli attori potenzialmente in grado di interveni­
re sono molti di più. Quando le potenze imperialiste europee, che
ricorsero spesso esse stesse alla violenza eliminazionista per repri­
mere i popoli colonizzati, controllavano gran parte del mondo, i
regimi che scatenavano stragi di massa avevano meno Stati ai loro
confini. Nel corso del secolo passato, con il procedere della deco­
lonizzazione, gli assassini di massa si sono trovati sempre più di
fronte al rischio di potenziali interventi da parte sia di Stati vicini
sia di potenze più lontane.
Abbiamo visto aumentare sia la disponibilità di informazioni
verificabili su quanto avviene nel mondo, sia la possibilità degli
Stati di intervenire contro campagne eliminazioniste, sia il nu­
mero degli Stati in grado di farlo. Abbiamo assistito alla nascita
252 Peggio della guerra

di istituzioni internazionali, dalle Nazioni Unite all'Unione Eu­


ropea, alla NATO, ad altri organismi regionali e a organizzazioni
internazionali del commercio, tutte in grado, in linea di princi­
pio, di agire efficacemente contro l'assassinio e l'eliminazione di
massa. Le istituzioni internazionali hanno accresciuto la capacità
di intervento del mondo grazie sia al loro potere sia alla capacità
di cui dispongono di agevolare l'azione comune degli Stati. Ma,
nonostante tutto ciò, non abbiamo visto quasi nessun aumento di
interventi e, riguardo al contesto internazionale in cui la politi­
ca eliminazionista si colloca, abbiamo assistito solo a piccoli mu­
tamenti, per quanto positivi. Perché? Perché in assenza di svolte
sostanziali nelle leggi, nelle norme e nelle pressioni esercitate sul­
le autorità politiche, suscettibili di indurle a rivedere i loro calco­
li, ha prevalso il «tutto come prima». Hanno prevalso forti con­
siderazioni che, spesso presentate come giustificazioni, fanno sì
che gli Stati non agiscano per fermare attacchi sterminazionisti
ed eliminazionisti.
Al culmine della carneficina perpetrata dagli hutu l'ambasciatrice
statunitense alle Nazioni Unite Madeleine Albright si lavò le mani,
le sue e quelle di tutti gli altri, del genocidio (che gli Stati Uniti ne­
gavano fosse un genocidio) dicendo che, se l'ONU poteva anche alla
fine fare qualcosa, «in ultima analisi il futuro del Ruanda è nelle
mani dei ruandesi». E, in una famigerata dichiarazione, affermò
che «senza un valido piano di operazioni» intervenire sarebbe sta­
to «una follia».8 Nonostante il trasparente cinismo del tentativo di
far naufragare sul nascere una seria discussione su un efficace inter­
vento esterno definendolo al di fuori dei limiti della ragione, anche
se il genocidio era in corso da più di un mese e si era già permesso il
massacro di centinaia di migliaia di persone, la dichiarazione della
Albright fu giudicata tanto dalle élite quanto dall'opinione pubbli­
ca, come dimostra l'assenza di reazioni a essa, plausibile, corretta,
adeguata. Che cosa fece apparire plausibile che definisse un inter­
vento in Ruanda una «follia»?
Sulle ragioni della sua affermazione, a parte la foglia di fico del­
la necessità di un piano operativo, la Albright fu vaga. E permise
così a tutti gli altri di fare leva sull'intera gamma di motivi sottesi
da decenni alla diffusa opposizione a interventi americani (e non
solo americani) all'estero contro eccidi di massa (ed eliminazioni,
anche se di queste ultime si prende a malapena nota). Li elenco in
ordine sparso, senza implicare che siano tutti altrettanto diffusi,
centrali o espliciti.
Perché hanno fine 253

• Non è nell' «interesse nazionale» americano intervenire in con­


flitti privi di ripercussioni tangibili e significative sugli Stati Uni­
ti o i loro stretti alleati.
È un loro conflitto, se lo risolvano da soli.
• La situazione locale è troppo complicata.
• Si uccide e si commettono atrocità da entrambe le parti, come
avviene spesso in guerra.
• I ragazzi americani non devono morire per salvare la gente di
un altro paese.
• Non sono che una massa di barbari che si ammazzano l'un l'altro.
• Non possiamo in ogni caso risolvere il problema.
• Perché dovremmo pagare per le loro azioni?
• Non abbiamo il diritto di intervenire.
• Intervengano la comunità internazionale o i paesi vicini.
• Abbiamo troppe priorità importanti in patria.
Se queste scuse per lasciare massacrare all'estero centinaia di mi­
gliaia di persone fossero state avanzate per il massacro in America,
Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia o Giappone di, diciamo,
appena un centinaio di americani, britannici, tedeschi, spagnoli,
italiani o giapponesi (o di cittadini di qualunque altra nazione oc­
cidentale alleata), non sarebbero mai state tollerate in nessuno di
quei paesi. La loro grande efficacia, quando si tratta di popoli di
paesi lontani o apparentemente tanto diversi, si fonda su tre fattori
che generano una sorta di freddezza politica: il peso preponderan­
te della dottrina dell'interesse nazionale, il razzismo, e il fatto che
non si affrontano i problemi dal punto di vista morale.
Per partire da quest'ultimo, non ho ancora sentito nessuno ri­
spondere a due domande connesse fra loro: quante vite africane o
asiatiche vale una vita americana? Perché una vita americana è ri­
tenuta tanto più preziosa? In altre parole, perché diamo alla vita
di un americano (o di un tedesco in Germania, di un britannico nel
Regno Unito, di un italiano in Italia, di un giapponese in Giappo­
ne) un valore tanto più alto di quello che attribuiamo alle vite di
africani o asiatici a migliaia, decine di migliaia o centinaia di mi­
gliaia? Come si può giustificarlo dal punto di vista morale o anche
politico? Porre la questione in questi termini vanifica molte del­
le giustificazioni che vengono sconsideratamente avanzate per la­
sciare, che significa in realtà permettere, che migliaia, decine di mi­
gliaia, centinaia di migliaia o milioni di persone vengano uccise,
e inficia il consenso che tali giustificazioni abitualmente trovano.
254 Peggio della guerra

Quando si tratta di stragi ed eliminazioni di massa fra popoli di


colore, il razzismo della gente in Occidente è palpabile, anche se
di solito non ammesso esplicitamente. Esso è alla base della men­
talità sono soltanto dei barbari e della spiegazione è gente dominata
da odi primordiali incontrollabili, che offrono a chi parla e chi ascol­
ta una giustificazione implicita per non fare niente. Tale sprezzan­
te modo di ragionare non tiene conto, in primo luogo, che i capi
politici e militari di quei presunti barbari sono tutti, con poche ec­
cezioni, individui laureati, raffinati, garbati nel parlare e spesso
completamente occidentalizzati; secondo, che in tutti gli attacchi
sterminazionisti ed eliminazionisti i capi politici mettono in pra­
tica le loro devastanti decisioni freddamente, per ragioni politiche
e ideologiche; terzo, che i carnefici sono mossi da una varietà di
idee, pregiudizi e odi, in parte sovrapponibili o affini, che li por­
tano a pensare che uccidere è giusto, ovunque. Lo furono duran­
te il nazismo i «civili» tedeschi (e i loro numerosi collaboratori in
tanti altri «civili» paesi europei), non meno degli «incivili» hutu
in Ruanda o serbi in Bosnia e Kosovo, o dei musulmani «tribali»
oggi in Sudan.
Infine, la dottrina dell'interesse nazionale, molto criticata da­
gli studiosi di relazioni internazionali, ha acquistato tanto credito
negli Stati Uniti e in altri paesi, come la Francia (anche se la con­
cezione dell'interesse nazionale varia sostanzialmente da paese a
paese), da soffocare ogni messa in discussione della sua presun­
ta saggezza. A testimoniarne la forza basterebbe la spudorata di­
chiarazione con cui, nel luglio 1993, il segretario di Stato america­
no Warren Christopher giustificò, ai suoi occhi in modo definitivo,
il motivo per cui gli Stati Uniti dovevano restare a guardare men­
tre i serbi, in Bosnia, continuavano a massacrare ed eliminare in
massa i musulmani: l'America obbediva al suo «interesse naziona­
le».9 La domanda basilare, perché mai il criterio d'azione a livello
internazionale debba essere rappresentato dal cosiddetto interes­
se nazionale, non viene quasi mai posta. Negli USA, in particola­
re, anche coloro che si dichiarano a favore di un intervento con­
tro questo o quell'attacco sterminazionista si sentono in obbligo,
sembra, di affermare che esso è nell'interesse nazionale dell'Ame­
rica. E, a supporto di questa affermazione, sostengono che i va­
lori americani sono parte degli interessi del paese, non interve­
nire nuocerebbe all'autorità morale degli Stati Uniti nel mondo
e quindi agli interessi americani, o si affannano in qualche altro
tentativo poco convincente di utilizzare un linguaggio da mini-
Perché hanno fine 255

mo denominatore morale per un fine per il quale esso è in tutta


evidenza inadeguato.
Se leader e altri esponenti delle élite politiche obietterebbero a
certi aspetti di questa analisi, come l'accusa di razzismo, non avreb­
bero difficoltà ad ammettere che una delle ragioni della loro ina­
zione sta nella forza della dottrina dell'interesse nazionale, solo
che in essa non vedrebbero una fonte di fallimenti o il motivo per
un'accusa, ma un principio giustificabile, addirittura encomiabi­
le, per la loro presa di posizione: non fare nulla. La loro inerzia ha,
tuttavia, un'altra serie di ragioni che pochi oggi giustificherebbe­
ro apertamente.
In alcuni casi i leader politici (e i loro seguaci) decidono di igno­
rare un attacco eliminazionista perché, dopo averlo messo sul piat­
to della bilancia accanto a considerazioni geopolitiche o economi­
che, a prevalere per loro sono queste ultime. Quando a perpetrare
eccidi o eliminazioni di massa sono degli alleati o altri importan­
ti paesi, gli Stati e i loro leader danno spesso a essi un tacito so­
stegno, o tacciono, o inoltrano pacate proteste pro forma. È stata
questa, per esempio, a parte qualche rimostranza tiepida e obliqua,
la posizione praticamente di ogni Stato verso la strage di massa e
le grandi devastazioni compiute dai russi in Cecenia. La campa­
gna eliminazionista condotta ormai da decenni dai cinesi in Tibet
per sinizzare la regione ha a malapena suscitato fra i leader mon­
diali qualche critica a mezza voce, tranne quando è esploso un con­
flitto aperto, come è accaduto nella primavera del 2008 durante i
preparativi per le Olimpiadi di quell'estate a Pechino. Più il paese
che perpetra stragi ed eliminazioni di massa è potente, più alzare
la voce costerebbe, a Stati e autorità politiche, in termini materiali
o diplomatici. Quindi, a meno che un forte motivo non li spinga
a una protesta o a un'azione, simbolica o più efficace, essi solita­
mente tacciono.
Ci sono poi leader, élite e popoli che ignorano stragi di massa e
campagne eliminazioniste perché si schierano sino in fondo o sim­
patizzano con i carnefici. Gli esempi più evidenti sono i paesi isla­
mici, arabi o meno, che si sono sempre rifiutati di condannare gli
eccidi di massa di decine o centinaia di migliaia di persone com­
piuti da Stati arabi, come la Siria di Assad, l'Iraq di Saddam e il Su­
dan di al-Bashir prima nel Sud del paese e poi in Darfur, mentre
condannano a gran voce gli israeliani per ogni palestinese che uc­
cidono. Al loro totale o quasi totale silenzio fa eco quello di quan­
ti, in Europa e in tutto il mondo, sostengono il nazionalismo pale-
256 Peggio dflla guerra

stinese o nutrono verso gli Stati Uniti e Israele un'ostilità e un odio


tali da renderli riluttanti a criticare i loro nemici.
In questo contesto vanno menzionati anche, benché non si tratti
di stragi o eliminazioni di massa, i crimini commessi dagli ameri­
cani nella prigione di Abu Ghraib e altrove in Iraq. La riluttanza
di molti osservatori, negli Stati Uniti, a parlare chiaramente e con
vigore (cosa che tuttavia, naturalmente, molti altri hanno fatto)
dell'uso sistematico della tortura da parte degli americani sugli
iracheni incarcerati, e di come la responsabilità per queste prati­
che risalisse la catena di comando, non è sostanzialmente diver­
sa (anche se decisamente diversi sono i crimini) dal rifiuto delle
élite politiche e dei media del mondo arabo di parlare chiaramen­
te e con vigore delle stragi ed eliminazioni di massa perpetrate
da Stati arabi e islamici. In questo caso, come in altri, tale rilut­
tanza rifletteva l'adesione politica di molti osservatori americani
alla decisione degli Stati Uniti di rovesciare Saddam o, in genera­
le, all'amministrazione Bush. Essi hanno mancato di distinguere
fra la giustezza della guerra e dei suoi obiettivi strategici, di cui
erano convinti, e la giustezza di alcuni modi di combatterla, che
indubbiamente, in privato, molti di loro aborrivano e avrebbero
dovuto condannare.
Tutto ciò sta a indicare come, per rendere praticabile una poli­
tica eliminazionista e sterminazionista, sia necessario un altro fat­
tore, un fattore che, per quanto evidente, viene trascurato, forse
perché non vi si vede un elemento costitutivo degli attacchi elimi­
nazionisti, suscettibile di promuoverli attivamente e quindi con­
tribuire a produrli. Esso è costituito da un mondo esterno permis­
sivo ben poco disposto a usare il suo grande potere per impedire
a qualsiasi o quasi qualsiasi regime o carnefice di perseguire le
sue ambizioni distruttive. La Convenzione sul genocidio e le Na­
zioni Unite hanno fatto di più per fornire copertura agli assassi­
ni di massa che per fermarli: interventi efficaci per prevenire ul­
teriori stragi ed espulsioni e ulteriori vittime sono avvenuti di
rado. Il prezzo che quanti hanno praticato una politica elimina­
zionista hanno pagato a causa di azioni intraprese dalla comuni­
tà internazionale è stato, in termini storici, irrisorio. L'attuale si­
stema politico internazionale, in cui la politica eliminazionista è
inserita, è, nonostante l'immagine che esso ama dare di sé, bene­
volo verso assassinii di massa, espulsioni e misure eliminazioni­
ste in genere. Come vedremo nel capitolo Xl, questo stato di cose
può essere cambiato.
Come hanno fine gli attacchi eliminazionisti
Il discorso sull'arena internazionale riguardo alla politica elimi­
nazionista, e sulla sostanziale immoralità di coloro che agiscono al
suo interno, fornisce il contesto necessario per cercare di capire per­
ché questa o quella strage ed eliminazione di massa sia giunta al
termine, e perché in un certo momento e non prima. Rendendosi
conto di come i leader politici abbiano mancato di intervenire per
fermare le peggiori atrocità che il mondo abbia mai conosciuto, si
spiega perché gli attacchi eliminazionisti hanno fine: non per l'in­
dignazione del mondo, non per una mobilitazione contro l'assas­
sinio di massa, ma per sviluppi interni nel campo dei carnefici o
per eventi esterni fortuiti.
L'annientamento degli herero a opera dei tedeschi procedette a
ritmo sostenuto, senza pressioni esterne o serie condanne interne,
finché i carnefici ne ebbero uccisi abbastanza, circa 1'80 per cento,
per ritenere risolto il «problema herero». Fu allora che il cancel­
liere tedesco Von Biilow premette sul Kaiser, per cosiddetti motivi
di buona reputazione della Germania, affinché l'incontrollata stra­
ge di massa fosse fermata. I tedeschi avevano più o meno finito il
lavoro e, in ogni caso, dopo la cessazione ufficiale dell'eccidio di
massa, continuarono ad attaccare gli herero in altri modi elimina­
zionisti brutali, anche se per lo più non mortali. I belgi posero fine
all'immane carneficina dei congolesi nel 1908 di propria iniziativa.
L'annientamento degli armeni a opera dei turchi non conobbe so­
sta finché l'Anatolia non ne fu completamente liberata e i carnefi­
ci non ebbero realizzato il loro obiettivo eliminazionista. Dopo di
che i turchi colsero l'occasione del rovesciamento del regime zarista
in Russia per riprendere nel 1918 l'attacco sterminazionista contro
gli armeni fuggiti dalla Turchia in Transcaucasia, conosciuta come
Russia armena, e quelli che già vi vivevano. Gli indonesiani smi­
sero di fare strage dei comunisti quando decisero che il lavoro era
compiuto. I pakistani smisero di massacrare i bengalesi solo dopo
essere stati militarmente sconfitti dagli indiani, intervenuti contro
di loro per propri motivi geostrategici. Assad smise la carneficina
ad Hama quando ritenne di avere già sparso abbastanza terrore da
dissuadere chiunque altro, in Siria, dal contestare la sua dittatura.
Pol Pot e i Khmer Rossi dovettero essere sconfitti dai vietnamiti,
che mossero loro guerra non perché antieliminazionisti (dopo tut­
to, avevano i loro gulag), ma perché i Khmer Rossi avevano attac­
cato il Vietnam. E i tanti assassini di massa di popoli indigeni di
258 Peggio della guerra

ogni parte del mondo, pressoché ignorati dalla comunità interna­


zionale, hanno massacrato ed espulso quelle popolazioni, a livel­
lo internazionale invisibili, e si sono fermati in conformità a propri
rihni e a quelle che ritenevano le proprie esigenze.
I regimi che hanno preso di mira svariati gruppi hanno posto
spesso termine agli attacchi eliminazionisti e sterminazionisti quan­
do e come hanno voluto. Le politiche eliminazioniste dei sovietici
passarono attraverso diverse fasi, ognuna delle quali si concluse
quando Stalin giudicò il lavoro compiuto o ritenne prudente de­
sistere, come durante la guerra con la Germania. Al termine del
conflitto le purghe ripresero, anche se su scala minore, per cessare
soltanto con la svolta impressa al regime dopo la morte di Stalin
nel 1953. Se al timone rimase il Partito comunista, i nuovi dirigen­
ti decisero di rompere con la politica eliminazionista del dittato­
re e, pochi giorni dopo la sua morte, iniziarono a porre termine al
terrore e a chiudere i gulag. Così, Saddam fermò l'assalto omicida
contro i curdi, il popolo delle paludi e i ribelli sciiti quando poté
dirsi soddisfatto: era stato fatto un buon lavoro. Ma perché smet­
tesse del tutto di uccidere occorse che americani e inglesi lo depo­
nessero, il che avvenne per motivi geostrategici che non avevano
nulla a che fare con le stragi ed eliminazioni di cui egli s'era reso
colpevole in Iraq.
Gli eccidi di massa degli ebrei e di altri gruppi e popolazioni
da parte dei tedeschi e dei loro collaboratori ebbero epiloghi di­
versi a seconda del paese e del gruppo preso a bersaglio. Per gli
ebrei, quando il loro sterminio in un paese o una regione, come in
Lituania, si concluse, a parte la caccia a quanti s'erano nascosti, fu
perché erano stati tutti annientati o deportati per essere annienta­
ti altrove. Per altri gruppi, come l'élite polacca, contro cui i tede­
schi sferrarono un attacco parziale nel 1939 e nel 1940, la campa­
gna di annientamento più intensa ebbe fine con il raggiungimento
dell'obiettivo temporaneo. Ma, in generale, gli eccidi di massa te­
deschi terminarono in ogni paese o regione solo con la loro ritira­
ta militare e poi, completamente, solo con la sconfitta da parte de­
gli Alleati che, dal canto loro, non erano in guerra a causa degli
attacchi eliminazionisti della Germania, ma per la necessità di di­
struggere un regime che aveva scatenato una guerra apocalittica
di conquista continentale. Se i tedeschi non fossero stati sconfitti,
probabilmente non si sarebbero mai fermati: il loro progetto per il
mondo, la sottomissione e lo sfruttamento di tutte le razze «infe­
riori» da parte della razza padrona, avrebbe richiesto, per mante-
Perché hanno fine 259

nere sotto di sé i membri delle «razze inferiori» e diminuirli di nu­


mero abbastanza da renderli controllabili, distruzioni su scala senza
precedenti e l'uso continuo di tutti i mezzi eliminazionisti: repres­
sione, espulsione, trasformazione, prevenzione della riproduzione e
sterminio. I loro alleati negli eccidi di massa, nella Francia di Vichy
come in Iugoslavia e in Slovacchia, interruppero i propri program­
mi eliminazionisti quando ritennero il lavoro pressoché compiuto
o quando le fortune dei tedeschi declinarono e la loro occupazione
si concluse. Le stragi di massa perpetrate dai giapponesi cessarono
in modo simile a quelle tedesche, fino a terminare definitivamen­
te con le controstragi gemelle, militarmente inutili, compiute dagli
americani a Hiroshima e Nagasaki.
Flussi e riflussi conobbe anche, nelle sue politiche eliminazioni­
ste e nei loro bersagli, l'altro regime sterminazionista su scala gi­
gantesca della nostra epoca, quello della Cina comunista. Mao,
mosso da ragioni ideologiche, le avviò e le arrestò a seconda del­
le sue mire politiche e della sua interpretazione del mutare della
situazione. Nel 1961, per esempio, decretò la fine del Grande bal­
zo in avanti, responsabile di immani stragi, da un giorno all'altro.
Come in Unione Sovietica, anche in Cina le misure sterminazioni­
ste furono fermate da svolte interne al regime, per interromper­
si definitivamente, almeno su scala epica, con la morte di Mao nel
1976. Continuò, tuttavia, il programma eliminazionista imperiali­
sta cinese in Tibet.
A qualunque parte del mondo e a qualunque periodo della no­
stra epoca si guardi, i fatti essenziali non cambiano. Con poche ec­
cezioni, i programmi eliminazionisti e sterminazionisti sono giun­
ti alla fine perché 1) gli assassini hanno raggiunto i loro obiettivi;
2) la morte di un leader, una nuova direzione impressa al regime o
il suo rovesciamento hanno determinato una svolta interna; o 3) lo
Stato responsabile degli eccidi ha perso una guerra mossa contro
di esso non per fermare le stragi ed eliminazioni di massa, ma per
altri motivi. Un intervento esterno esplicitamente volto a ferma­
re l'assassinio o l'eliminazione di massa, come quelli tardivi del­
la NATO in Bosnia e in Kosovo e l'invio di peace keeper delle Na­
zioni Unite a Timor Est nel 1999, non c'è stato quasi mai. Non sono
quasi mai state imposte nemmeno serie ed efficaci sanzioni espres­
samente intese a impedire a regimi omicidi di proseguire nei loro
massacri. E i regimi che hanno posto termine per proprie ragioni,
non per una sconfitta militare, a stragi di massa da essi scatenate
hanno spesso continuato l'attacco contro gli stessi gruppi e le stes-
260 Peggio della guerra

se popolazioni con altri mezzi eliminazionisti, fra cui i campi. Se i


leader politici hanno capito di poter massacrare la gente impune­
mente, ancora di più hanno imparato che misure eliminazioniste
minori, come espulsioni, incarcerazioni in campi e la distruzione
di città e case, rendono molto meno probabile uno sforzo concer­
tato a livello internazionale per contrastarli.
Le stragi ed eliminazioni di massa che hanno insanguinato il no­
stro tempo avrebbero potuto essere fermate prima? In moltissimi
casi la risposta è evidentemente sì. O almeno la comunità interna­
zionale o paesi potenti avrebbero potuto compiere seri tentativi per
fermarli con ragionevoli probabilità di successo.
In Burundi il furioso massacro degli hutu perpetrato nel 1972
dai tutsi, che presero di mira l'élite e la classe media dell'etnia ri­
vale, durò da maggio a luglio con assassinii corpo a corpo con il
machete che precorsero, a parti rovesciate, la strage di massa in
Ruanda di due decenni e mezzo dopo. I leader politici del mon­
do sapevano degli eccidi, le cui dimensioni erano come minimo
paragenocide, mentre essi erano in corso. Ma ad alzare anche
solo simbolicamente la voce per fermarli fu unicamente il Belgio,
ex potenza coloniale nella regione. Il segretario generale dell'Or­
ganizzazione dell'unità africana (0UA), allora la principale orga­
nizzazione politica internazionale dei paesi del continente, visitò
la capitale del Burundi all'apice dei massacri e dichiarò ufficial­
mente: «Essendo essenzialmente l'0UA un'organizzazione basa­
ta sulla solidarietà, la mia presenza qui significa la totale solida­
rietà della sua Segreteria con il presidente, il governo e il popolo
fraterno del Burundi». Solo leggermente meno pavido, nel dare
pubblicamente un nulla osta alle stragi di massa, fu il segretario
generale dell'ONU Kurt Waldheim, che espresse la «fervente spe­
ranza che la pace, l'armonia e la stabilità possano essere realiz­
zate con successo e rapidamente, e il Burundi raggiunga in tal
modo gli obiettivi di progresso sociale, migliore tenore di vita e
altri ideali e principi enunciati nella Carta delle Nazioni Unite».
Questa fu la risposta ufficiale delle Nazioni Unite a un'orgia omicida
che indusse il capo missione dell'ambasciata statunitense a scri­
vere per cablogramma al dipartimento di Stato: «Nessuna tregua,
nessun rallentamento. Quello che a quanto sembra è un genoci­
dio continua. Arresti in corso ventiquattr'ore su ventiquattro». 10
Ma il presidente americano Richard Nixon non fece niente, il Con­
gresso degli Stati Uniti non discusse mai la questione, e su quello
Stato disperatamente povero non fu esercitata alcuna pressione
Perché hanno fine 261

economica, che per gli USA non avrebbe praticamente avuto co­
sti. Per salvare vite africane in un paese militarmente pressoché
inerme non ebbe luogo alcun intervento e, sembra, questa pos­
sibilità non venne nemmeno mai in mente a nessuno. Negli altri
quattro casi in cui, in Burundi, i tutsi perpetrarono grandi stra­
gi di hutu, l'efficacia della reazione della comunità internaziona­
le fu la stessa: nulla.
Allo stesso modo, in Cile, Argentina, El Salvador e altri paesi
dell'America latina dove l'influenza degli Stati Uniti sui gover­
ni di destra era grande, gli americani avevano un potere enorme e
avrebbero potuto fermare le stragi ed eliminazioni di massa a co­
sti minimi. In alcuni casi sarebbero probabilmente bastate poche
parole. Invece, come sappiamo, in qualche paese gli Stati Uniti in­
coraggiarono attivamente o tacitamente le stragi. Come ha ora am­
messo Clinton per la campagna eliminazionista scatenata soprat­
tutto contro i maya dal regime del Guatemala, in cui furono uccise
duecentomila persone: «È importante che io affermi con chiarez­
za che il sostegno [americano] alle forze militari o alle unità di in­
telligence impegnate nella repressione violenta e diffusa del tipo
descritto nella relazione fu sbagliato». In realtà non si era trattato
solo di «sostegno» a quelle forze, né, per quanto sarebbe stata già
censurabile, di una «repressione violenta e diffusa» da parte loro.
Si era trattato di molto peggio. Gli Stati Uniti avevano tracciato le
linee della politica di sicurezza nazionale cui il regime guatemalte­
co (e altri) s'era ispirato, e avevano contribuito a addestrare le for­
ze di sicurezza del Guatemala nelle tattiche controinsurrezionali
che essi usarono contro le comunità maya. La violenta repressione
incluse diffusi massacri ed espulsioni di massa. E l'attacco stermi­
nazionista ed eliminazionista giunse al termine quando, deposto
Rios Montt, le nuove autorità del Guatemala decisero che il lavoro
eliminazionista svolto era sufficiente per dichiarare risolto quello
che ai loro occhi era il problema maya.
All'indomani della prima guerra del Golfo, l'amministrazione
del presidente americano George H.W. Bush prima incoraggiò il
popolo delle paludi del Sud dell'Iraq a ribellarsi contro Saddam e
poi lo abbandonò. Anche se la capacità militare del dittatore ira­
cheno era stata appena polverizzata dall'attacco statunitense ed
egli era inerme, nel 1992 procedette con le sue forze armate con­
tro gli abitanti delle paludi a una campagna eliminazionista omi­
cida, sterminandoli sistematicamente e devastandone i villaggi e
la regione: in essa furono uccise, sembra, quarantamila persone, e
262 Peggio della guerra

centinaia di migliaia vennero scacciate per sempre dalle loro case.


L'assalto era in corso quando Emma Nicholson, membro del par­
lamento britannico, riferì:
Saddam ha intensificato il suo attacco nelle paludi stesse. [ ... ] Ho
percorso acquitrini fumanti per i bombardamenti da terra. [ ... ] Vil-
laggi di canne di bambù sono stati rasi al suolo, le piccole risaie bru­
ciate. [ ... ] Ho raggiunto il cuore delle paludi, un chilometro e mez­
zo dalla linea del fronte di Saddam. Vi ho trovato gente che moriva
di fame, gente disperata, che beveva acqua sporca e mangiava pe­
sce contaminato. Era fuggita dai villaggi sotto attacco da parte delle
forze di Saddam. [ ... ] Molti profughi come quelli sono scappati pre­
cipitosamente oltre confine, in Iran. Ma per varcarlo hanno dovuto
affrontare acque minate e una linea di soldati di Saddam. 11

La Nicholson sapeva tutto. Il governo britannico sapeva tut­


to. Gli americani sapevano tutto. Tutti sapevano tutto, compresa
la coalizione di oltre trenta paesi le cui truppe avevano appena
sconfitto l'esercito iracheno e posto fine alla conquista imperiale
del Kuwait da parte di Saddam. Ma non fecero nulla, perché la
precedenza l'avevano considerazioni geopolitiche: la volontà che
l'Iraq continuasse a fungere da contrappeso all'Iran e il timore di
alienarsi, invadendo un paese arabo, gli alleati arabi degli ameri­
cani nella coalizione. Se è mai esistito un caso in cui un interven­
to statunitense per fermare stragi ed eliminazioni di massa era di
una necessità assoluta, era quello: gli americani avevano incorag­
giato la ribellione che aveva portato alla campagna eliminazioni­
sta omicida di Saddam; quell'assassino di massa aveva appena
provocato una guerra con gli Stati Uniti, che lo avevano sonora­
mente sconfitto; e le preponderanti forze militari americane era­
no già sul posto. Eppure, Bush lasciò che la strage andasse avan­
ti indisturbata.
Gli attacchi eliminazionisti condotti nella ex Iugoslavia dai
serbi prima contro bosniaci e croati, poi contro kosovari, e dai
croati contro i serbi costituiscono degli esempi di quanto poco
i leader politici sono disposti a fare per fermare eccidi di massa
anche nel loro «cortile di casa». Le nazioni europee, tramite le
loro élite politiche e i media, amano spesso presentarsi, in con­
trasto con l'avido colosso americano, come modelli di coscien­
za morale. Eppure i governi di tutta Europa, individualmente e
collettivamente, rimasero in disparte a guardare un sistematico
sterminio di massa tornare a insanguinare, dopo meno di mezzo
Perché hanno fine 263

secolo, il loro continente. Alcune voci in Europa premettero per


un intervento, ma erano relativamente deboli e inefficaci. I leader
e le classi politiche dei paesi maggiori e minori fecero il possibi­
le per distogliere lo sguardo, per liquidare il problema dicendo
che non si trattava di un genocidio e, comunque, non ci si poteva
fare niente, per evitare azioni energiche e tirare per le lunghe. In
alcuni casi, come quello del prematuro r iconoscimento da parte
dei tedeschi dell'indipendenza della Slovenia in violazione del­
la politica dell'Unione Europea, essi contribuirono al precipita­
re delle varie fasi della crisi. In definitiva, gli europei non fece­
ro nulla di percepibile per frenare assassinii ed espulsioni. E non
fecero nulla neanche gli Stati Uniti sotto Bush e i primi tre anni
dell'amministrazione Clinton, anche se il primo governo Bush
era a conoscenza dei progetti eliminazionisti e sterminazionisti
dei serbi in Bosnia prima che venissero messi in atto e, quando
fu lanciato l'attacco, capì subito di che cosa si trattava. Se Bush
o Clinton avessero deciso di minacciare credibilmente Slobodan
Milosevié dell'uso della forza cui, in seguito, Clinton sarebbe ri­
corso con semplici ma seri bombardamenti, i serbi non avrebbero
massacrato decine di migliaia di musulmani, espulso brutalmen­
te altre centinaia di migliaia di persone e violentato un numero
enorme di donne, e dalla disgregazione della Iugoslavia sarebbe
emerso un assetto culturale e politico più giusto. Fu solo quan­
do Clinton, più che tardivamente, fece valere in Kosovo la forza
aerea americana in quello che fu formalmente, come lo era sta­
to in Bosnia, un intervento della NATO, che la furia eliminazioni­
sta di Milosevié nel cortile di casa dell'Europa occidentale ven­
ne finalmente fermata.
La storia in Ruanda è ancora più sordida. Le autorità delle Na­
zioni Unite e i francesi, tutori dei francofoni hutu, sapevano be­
nissimo in anticipo come i leader hutu intendessero scatenare un
colossale eccidio di massa dei tutsi. I francesi avevano addirit­
tura armato e addestrato i futuri assassini. Il presidente france­
se François Mitterrand o il capo della forza di pace delle Nazioni
Unite, Kofi Annan (poi premiato con la promozione a segretario
generale dell'ONU!), misero in guardia i tutsi o il mondo? No. Am­
monirono i leader politici hutu che, se avessero proceduto all'ec­
cidio di massa, la comunità internazionale sarebbe intervenuta
per fermarli e li avrebbe trattati come criminali? No. Cercarono
di mobilitare forze armate perché intervenissero, o anche soltan­
to per una minaccia credibile capace di fare esitare il regime? No.
264 Peggio della guerra

Che cosa fecero? Prima di tutto, quando il generale Roméo Dal­


laire, comandante militare della forza di pace delle Nazioni Unite
in Ruanda, informò Annan del piano hutu di sterminare i leader
tutsi e i peace keeper belgi per costringere le Nazioni Unite a ri­
tirare la loro forza di pace, Annan proibì a Dallaire di intervenire
per proteggere i tutsi, un ordine che non avrebbe mai revocato.
Annan e Mitterrand tennero il silenzio sui piani hutu, offrendo
una copertura agli assassini di massa. Poi, iniziate le stragi, le Na­
zioni Unite ritirarono le loro truppe, abbandonando i tutsi e dan­
do agli hutu via libera per massacrarli. Alla fine i francesi man­
darono dei soldati, cosa che non avevano nessuno scrupolo a fare
in Africa per i loro interessi, ma, in questo caso, non per fermare
i massacri, bensì per agevolarli proteggendo il regime hutu. Il re­
sto del mondo si mobilitò molto in ritardo, a strage avanzata, in­
viando delle truppe per creare qualche rifugio sicuro, ma non per
arrestare l'eccidio di massa, anche se fermare gli assassini, male
armati e male addestrati, sarebbe stato facile. La carneficina con­
tinuò finché un esercito tutsi, invadendo il Ruanda dall'Uganda,
non sconfisse gli hutu militarmente.
I leader politici francesi erano alla guida di un paese democra­
tico che, come le altre democrazie, era in termini generali un so­
stenitore dei diritti umani. Perché allora collaborarono a un ecci­
dio di massa che, per intensità (numero di morti al mese), superò
lo sterminio degli ebrei d'Europa da parte dei tedeschi? Perché gli
hutu sono francofoni, mentre i tutsi che ne minacciavano il potere
tirannico dall'Uganda no. I francesi, impegnati in uno sforzo defi­
nibile quasi da realismo magico contro il declino della loro influen­
za culturale nel mondo, decisero che la propria immagine valeva
più della vita di ottocentomila uomini, donne e bambini. Perché
Annan permise che la strage di massa andasse avanti senza osta­
coli? Qualcuno potrebbe pensare che chiunque avesse autorizzato
un intervento contro la politica di non ingerenza e mantenimento
dello status quo della comunità internazionale si sarebbe fatto un
nemico mortale nella Francia, membro permanente del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto sui candidati a
segretario generale.
In Ruanda il mondo non fece niente per fermare il colossale mas­
sacro in corso sotto i suoi occhi, benché fermarlo sarebbe stato faci­
le in ognuna delle sue diverse fasi, anche prima che iniziasse. Anzi,
alcuni dei principali leader mondiali resero il bagno di sangue pos­
sibile, o almeno molto più probabile e più cruento.
Perché hanno fine 265

Il ben più temibile regime talebano in Afghanistan, che ospitava


il genocida Bin Laden e Al Qaeda, fu rovesciato con facilità da una
campagna condotta principalmente dagli americani con l'aiuto di
un corpo di spedizione internazionale. Dopo l'arrivo delle truppe
(preceduto da bombardamenti), alle forze americane e alleate oc­
corsero solo due settimane per sbaragliarlo (anche se successivi er­
rori strategici e tattici permisero che si sviluppasse nel paese una
potente resistenza). Gli Stati Uniti, cosa insolita per una potenza oc­
cidentale, erano fortemente motivati a intervenire contro quel regi­
me omicida per l'ovvia ragione che esso dava rifugio e offriva una
base operativa ad Al Qaeda, che 1'11 settembre aveva fatto crollare
le torri gemelle del World Trade Center, colpito il Pentagono, uc­
ciso tremila persone e sconvolto e mobilitato il popolo americano.
Sarebbero stati altrettanto motivati se i talebani o Bin Laden aves­
sero massacrato tremila afghani? O diecimila? O anche centomi­
la? Certo che no. A tale domanda hanno dato ripetutamente una
risposta negativa, per gli Stati Uniti e altre potenti nazioni, tutti i
numerosi ulteriori casi di grandi stragi di massa intestine. Depor­
re il regime genocida degli hutu in Ruanda, un paese piccolo e fra
i più poveri del mondo, sarebbe stato facile e non molto costoso.
Ma, evidentemente, la vita di ottocentomila tutsi vale di meno di
quella di tremila americani.
Questi esempi dimostrano quanto poco il mondo, le Nazioni
Unite, le maggiori potenze e i leader politici abbiano fatto per fer­
mare eccidi di massa anche quando sarebbe stato relativamente fa­
cile. I pesi massimi della politica mondiale non si muovono per sal­
vare vite innocenti, sia perché gli Stati-nazione e i loro leader sono
egoisti, sia perché la vita di persone considerate diverse da quelle
che vivono nei paesi potenti è ritenuta di minor valore. Come dis­
se nel 2004 Dallaire a proposito della strage dei tutsi a opera degli
hutu: «Continuo a credere che se un'organizzazione decidesse di
spazzar via i 320 gorilla di montagna, dalla comunità internaziona­
le verrebbero, per limitare o fermare la strage, più reazioni di quel­
le cui si assisterebbe oggi nel tentativo di proteggere da un massa­
cro nello stesso paese migliaia di esseri umani».1 2
Una volta noti i meccanismi per cui stragi ed eliminazioni di mas­
sa si sono fermate, la risposta alla domanda sul motivo per cui esse
non terminino prima di quanto accade viene in larga misura da sé.
In quasi tutti gli eccidi e le eliminazioni di massa del nostro tem­
po, i leader di istituzioni internazionali e Stati potenti, attori in gra­
do di fermare efficacemente un regime dedito all'eliminazionismo,
266 Peggio della guerra

non hanno fatto assolutamente nulla. Come aspettarsi che agisse­


ro prima, per prevenire la catastrofe, quando sarebbe ancora stato
possibile salvare decine o centinaia di migliaia di vite?
Intervenire si può. Il modo usuale e terribile di comportarsi dei
paesi e dei loro leader non è destinato a riprodursi per sempre. Per
una effettiva svolta, dobbiamo pensare a come si possa trasformare
il contesto internazionale in materia di politica eliminazionista, fra
cui la struttura di incentivazione che i potenziali assassini di mas­
sa si trovano di fronte, e come si possano promuovere fra i potenti
protagonisti politici del mondo azioni giuste e necessarie.
Parte seconda
LA POLITICA ELIMINAZIONISTA MODERNA
VII
Radici e costanti

L'assassinio di massa è un atto politico. Non è la violenta esplosione


di follia di qualche matto. Non è lo sfogo di una collettività psichi­
camente o materialmente ferita. Non è un fenomeno soprannatu­
rale o determinato dalla storia, causato da azioni compiute da per­
sone morte da lungo tempo o a continenti di distanza. Non è mera
espressione della condizione moderna o della moderna burocra­
zia, o il risultato esplosivo di pressioni psicologiche sociali. Non
è mosso dall'oscuro, barbarico sé che si presume annidato in tut­
ti noi. E non è mera espressione della volontà di un singolo uomo
o di un piccolo gruppo di uomini, non più di quanto lo siano altri
importanti iniziative e misure politiche.
Essendo stragi ed eliminazioni di massa atti politici, per capirle e
renderne conto dobbiamo reinserirle nel nostro modo di intendere
la politica e, nello stesso tempo, mutare radicalmente o espandere la
nostra concezione della politica per includerle. Non voglio dire sem­
plicemente che dobbiamo definire simili attacchi <<politici», cosa che
molti non riconoscono e altri ritengono un'ovvietà su cui non c'è gran­
ché da ragionare o indagare. Piuttosto, dobbiamo esplorare i comples­
si aspetti politici dei programmi eliminazionisti e integrarne la com­
prensione in una solida visione della politica moderna, nazionale,
internazionale, e all'intersezione dei due ambiti. Dire quindi che un
attacco sterminazionista o eliminazionista è frutto della decisione a
fini politici di uno o più leader è allo stesso tempo vero e insufficien­
te. Dobbiamo andare avanti e riconoscere ed esplorare gli altri fattori
che influenzano i leader e le considerazioni di cui essi tengono conto
nel prendere la decisione politica di un eccidio o un'eliminazione di
massa, ricerche che dovrebbero produrre analisi non meno esaurien­
ti e adeguate all'enormità del progetto di quelle che dedichiamo alle
270 Peggio della guerra

decisioni dei leader riguardo ad altre politiche di rilievo, da iniziative


economiche e programmi sociali per la nazione all'entrata in guerra:
in che modo gli obiettivi politici degli attacchi eliminazionisti danno
un contributo alle ancora più ampie aspirazioni e iniziative politiche
dei leader? I loro sostenitori vedranno con favore il massacro o l'eli­
minazione dei gruppi presi a bersaglio? I leader dispongono delle
risorse, delle organizzazioni e degli uomini necessari? Il tempo per
l'iniziativa è maturo? Quali sono i costi potenziali e le probabilità di
doverli pagare? Qual è il rapporto costi-benefici dell'avvio di un pro­
gramma eliminazionista rispetto a non fare nulla o affrontare il pre­
sunto problema in modo completamente diverso?
I leader che prendono in considerazione l'assassinio e l'elimina­
zione di massa non sono sempre agenti razionali che, prima di de­
cidere se espellere o massacrare i gruppi presi a bersaglio, o repri­
merli o tollerarli, ricorrono a sofisticati algoritmi per calcolare una
complessa matrice di costi e benefici delle variabili. La politica non
opera così asetticamente, nemmeno la politica dell'eliminazione di
massa. Inoltre, per quanto la politica più convenzionale possa sem­
brare praticata con razionalità, specie quando obbedisce a regole ben
comprensibili di potere, ricchezza o responsabilità morale, la politica
eliminazionista è spesso guidata alla radice da orientamenti escatolo­
gici o millenaristici, credenze fantasiose o intense emozioni che ren­
dono fuori luogo parlare di razionalità o addirittura di calcoli stru­
mentali. Come facciamo con i leader politici che prendono altre gravi
decisioni, su entrare in guerra o meno per esempio, non dobbiamo
trattare i leader eliminazionisti quali agenti puramente razionali, ma
neanche trascurare i calcoli razionali che essi regolarmente fanno.
La guerra è un atto politico. E, quali che siano le differenze si­
gnificative che hanno con essa, lo sono anche le stragi ed elimina­
zioni di massa. La guerra è un elemento del repertorio dei leader
politici. Come lo è la politica eliminazionista e sterminazionista.
Spiegare lo scoppio di una specifica guerra o delle guerre in ge­
nerale soltanto con vecchi pregiudizi, presunti fattori trans-stori­
ci come il supposto barbaro dentro di noi, la psicòlogia sociale in
un piccolo gruppo o qualche effetto invariabile di strutture sociali
quali il capitalismo e la globalizzazione risulterebbe sciocco. Sap­
piamo bene che la decisione di iniziare una guerra è una scelta dei
leader politici, una scelta calcolata tenendo conto di molti fattori,
fra cui la loro visione del mondo, spesso sbagliata e piena di pre­
giudizi. Sappiamo bene che la scelta potrebbe essere diversa e, di
fatto, è stata diversa in tante occasioni, quando i leader hanno det-
Radici e costanti 271

to di no alla guerra optando per soluzioni non militari ai proble­


mi. Tutto ciò vale anche per l'assassinio e l'eliminazione di massa.
I tentativi di spiegare lo scoppio delle guerre in ferrei termini di
causa ed effetto sono sempre falliti. Ogni ricerca di spiegazioni causa­
li di tipo scientifico è resa vana dalla contingenza che domina l'am­
bito politico, dall'irriducibilità del processo decisionale dei leader,
dall'intelligenza, dalle passioni e dalla saggezza che contraddistin­
guono ognuno di essi. E tali fattori indicano anche come una ricer­
ca del genere sia fuori luogo e fuori strada. A dimostrare l'assurdità
dell'idea che la decisione di iniziare una guerra o un attacco elimina­
zionista sia predeterminata da strutture sociali o altre «forze» è per
esempio la crisi dei missili a Cuba del 1961, con la sua alta posta in
gioco. (Le registrazioni delle riunioni in cui il presidente americano
John F. Kennedy e i suoi consiglieri si dibattevano alla ricerca a ten­
toni di una linea d'azione dovrebbe fugare qualsiasi illusione del ge­
nere .I) Degno di nota in particolare è che Kennedy fu sottoposto in
quei giorni a fortissime pressioni da parte dei vertici militari perché
attaccasse Cuba, un attacco che, si prevedeva, avrebbe ucciso dal­
le diecimila alle ventimila persone e fatto rischiare uno scontro nu­
cleare con l'Unione Sovietica. Kennedy disse di no.
Al di là della contingenza che caratterizza sviluppi e processi po­
litici e dell'impronta personale dei singoli leader sugli eventi, i re­
sponsabili delle decisioni sono inseriti all'interno di mondi politici,
periodi storici e contesti talmente diversi che i fattori che potrebbe­
ro indurli a optare per la guerra in un periodo o in un luogo, in un
altro avrebbero un altro effetto. Nemmeno il carattere e i tempi di
singole guerre sono spiegabili con generalizzazioni; come non lo
sono i loro esiti, tranne forse nel senso più prosaico, anche se nien­
te affatto banale, di chi le vince.
Prendiamo il più catastrofico dei conflitti. Gli aspetti e le caratte­
ristiche principali della seconda guerra mondiale non sono spiega­
bili senza mettere in primo piano la figura, la personalità, l'intelli­
genza e le patologie di Adolf Hitler... E nel 1928 non era inevitabile

.. Allo stesso modo, la rivoluzione bolscevica e tutto ciò che ne seguì, compresa
l'ascesa al potere di Stalin, non sarebbero probabilmente mai avvenuti, come
ammise anche Leon Trockij, un marxista convinto, se Lenin non fosse tornato
in Russia dall'esilio in Svizzera; il che, a sua volta, avvenne solo grazie ali' astu­
ta e strategicamente brillante decisione dei tedeschi di riportarlo essi stessi nel
1917 in patria perché vi fomentasse la rivoluzione, affrettando così la sconfitta
della Russia da parte della Germania nella prima guerra mondiale.
272 Peggio della guerra

che, nel giro di cinque anni, la Germania lo mandasse al potere né


che, nel giro di dieci, egli si lanciasse alla conquista dell'Europa e
del mondo. Se Hitler fosse stato assassinato, o qualcuno dei molti
contingenti sviluppi storici fosse andato diversamente, non ci sareb­
be stata nessuna guerra, certamente non quella guerra apocalittica
(e di eliminazione di massa) che costò decine di milioni di morti.
Ancora nel 1933, quando Hitler, come leader del più forte partito
politico in parlamento, divenne cancelliere, la guerra, e tanto più i
suoi tempi, la sua portata, il suo corso e la sua distruttività, erano
tutt'altro che inevitabili. Lo stesso si può dire per il 1938, quando
la Germania era ancora debole, anche se a quel punto, a meno di
un colpo di Stato militare che deponesse il Fiihrer, un qualche con­
flitto armato era ormai probabile. Se gli Alleati non avessero cedu­
to alle richieste tedesche a Monaco o Stalin non avesse fatto i disa­
strosi calcoli che lo portarono, nell'agosto 1939, a firmare un patto
di non aggressione con Hitler, dando quindi a quest'ultimo via li­
bera per scatenare una guerra generale, la storia europea e mon­
diale avrebbe seguito un corso sostanzialmente diverso. La Ger­
mania era ancora relativamente debole sul piano militare e, forse,
Hitler non avrebbe iniziato una guerra su due fronti: da sempre si
rendeva conto che evitarlo era la conditio sine qua non di un suc­
cesso militare espansionista. Ma anche se avesse voluto scatena­
re una guerra del genere contro i paesi più potenti a ovest e a est,
sarebbe stato sicuro di ottenere l'appoggio dei vertici militari? Ed
essi l'avrebbero appoggiato? O si sarebbero tirati indietro di fron­
te a quello che si annunciava come un disastro? Se Hitler avesse
comunque dato inizio a una guerra su due fronti, sarebbe riusci­
to nella primavera del 1940 a conquistare la Francia ed eliminare
la Gran Bretagna dal continente? Ma, di fronte a uno Stalin nemi­
co, egli avrebbe anche potuto temporeggiare, con il risultato che
gli Alleati avrebbero avuto più tempo per prepararsi a una guerra
e la sua potenza militare relativa avrebbe potuto solo diminuire.
Su come sarebbero andate le cose in questo caso, ognuno può fare
la sua ipotesi. Gli sviluppi politici e militari della fine degli anni
Trenta e dei Quaranta furono dominati dalla contingenza. Forse
la Germania sarebbe stata frenata e Hitler deposto. Forse sarebbe
stata sconfitta in una guerra geograficamente più limitata, e mi­
lioni di vite sarebbero state risparmiate.
L'unico grande sviluppo militare relativamente certo riguardo
alla seconda guerra mondiale in Europa è che l'entrata nel conflit­
to degli Stati Uniti rendeva probabile la sconfitta della Germania
Radici e costanti 273

(a meno che non sviluppasse per prima armi nucleari). E se la Ger­


mania non avesse dato il via a una guerra generale è anche proba­
bile che il Giappone, da solo contro il colosso americano, una Gran
Bretagna potente e un'Unione Sovietica neutrale ma antagonista,
non avrebbe attaccato gli Stati Uniti e scatenato un conflitto gene­
rale nel Pacifico.
Senza Hitler, il visionario guerriero dell'apocalisse, il mondo
sarebbe stato sostanzialmente diverso e, sotto tanti aspetti cru­
ciali, diverso in modo imprevedibile. Due cose sono quasi certe:
non ci sarebbe stato alcun Olocausto, e nessuna guerra mondiale
in tempi anche remotamente vicini a quando scoppiò. Altre cose
sono meno certe. Il cuore dell'Europa avrebbe continuato a esse­
re occupato da una potente Germania, che probabilmente non sa­
rebbe stata un paese democratico. La coesistenza fra un Giappo­
ne imperiale e l'Asia orientale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti
avrebbe forse continuato a essere carica di tensione. Non vi sareb­
be mai stato un impero sovietico in Europa orientale. La decolo­
nizzazione, sviluppatas� rapidamente nel dopoguerra anche per
i colpi mortali subiti nel conflitto dagli imperi britannico e fran­
cese, sarebbe probabilmente a�ènu'ta molto più tardi e più len­
tamente. Ma che ruolo tutti questi fattori e altri ancora avrebbe­
ro giocato è impossibile dirlb. .
Hitler era un calcolatore razionale, un politico astuto e abile e,
nello stesso tempo, un oss�ssivo dominato da un'immagine allu­
cinata dell'umanità e del mondo e del suo ruolo megalomane in
esso e, inoltre, un individuò che operava in circostanze politiche
nazionali e internazionali che lo vincolavano e gli offrivano delle
possibilità. Non si può capire nulla della sua ascesa al potere e del­
le decisioni che portarono "ia Germania e i tedeschi e poi gran par­
te del mondo al disastro senza tenere éonto della sua astuzia e dei
suoi calcoli. Non si può capire nulla di tutto ciò senza mettere al
primo posto gli elementi irrazionali che agivano in lui, le sue pato­
logie personali e le sue convinzioni, pregiudizi e odi politici. E non
si può capire nulla di tutto questo senza integrare tali elementi in
una visione della politica: la politica della Germania, in cui svolse
un ruolo di primo piano la sintonia fra le convinzioni e i pregiudi­
zi dei comuni tedeschi e quelli di Hitler; e la politica internaziona­
le, compresi i fattori di politica interna da cui erano mossi i gran­
di attori internazionali.
I leader, per prendere una decisione a favore o contro una guer­
ra, tengono conto di una serie di fattori, fra cui la capacità di com-
274 Peggio della guerra

batterla e la prospettiva di vincerla, chiedendosi per esempio se co­


loro che dovranno andare in battaglia e la popolazione in genere
saranno acquiescenti e li appoggeranno. Lo stesso avviene per la de­
cisione di praticare una politica eliminazionista. Anzi, per i leader
che optano per rm'eliminazione di massa, specie per rmo sterminio,
che i seguaci nutrano convinzioni e valori a loro favorevoli è anco­
ra più determinante, per due motivi connessi fra loro: la soglia co­
gnitiva, emotiva e morale che va varcata per uccidere uomini di­
sarmati, donne e bambini è normalmente molto più alta di quella
che occorre varcare per uccidere soldati nemici. E per la guerra esi­
ste rm'istituzione ben consolidata e politicamente legittima, le for­
ze armate, che, in rma pratica socialmente accettata, prepara i suoi
membri a combattere e superare l'inibizione (se esiste) a uccidere
soldati nemici. Per gli attacchi eliminazionisti, rma preparazione e
istituzioni analoghe sono in genere inizialmente assenti, per cui i
futuri carnefici, e la popolazione in generale, sono meno addestra­
ti a superare l'inibizione, fra l'altro comrmemente più forte, a ucci­
dere dei non combattenti disarmati, in altre parole a massacrare ci­
vili adulti e bambini. Poiché la decisione di perseguire una politica
eliminazionista, specie con rmo sterminio di massa, dipende dalla
pronta disponibilità di coloro nel cui nome la politica è perseguita,
la decisione in sé non è sufficiente, è chiaro, a spiegare la partecipa­
zione dei carnefici. La visione del genocidio basata sul grand'uomo,
nota soprattutto per essere stata applicata al cosiddetto leader cari­
smatico che sarebbe stato Hitler e come argomento a discarico per
risparmiare ai carnefici un'indagine sul loro carattere e le loro re­
sponsabilità, è, ovviamente, solo parzialmente corretta. I capi po­
litici sono di fondamentale importanza perché un attacco elimina­
zionista abbia luogo, ma non possono metterlo in atto o, come molti
sembrano credere, volerlo da soli. Per capire come la loro volontà si
traduca in azione sociale e politica da parte di migliaia di persone
occorre passare dall'analisi delle credenze, dei valori e della psico­
logia del leader e della sua cerchia a quella delle credenze e dei va­
lori politici e sociali di più ampia circolazione nella società.
Ogni indagine e interpretazione della politica eliminazionista deve
fare leva sulle stesse analisi complesse e sfaccettate di cui sono og­
getto le grandi decisioni politiche, compresa la guerra. Ne sono un
esempio gli studi sulle due guerre mondiali. Prendiamo la prima.
Sui motivi per cui scoppiò esiste una grande mole di ricerche (e di
testi divulgativi), che hanno minuziosamente preso in esame tut­
ti gli aspetti che possono avere contribuito alla sua deflagrazione:
Radici e costanti 275

politici, sociali, economici, imperialisti e di psicologia individuale.


Una grande quantità di studi esamina poi la guerra stessa in ogni
suo dettaglio: la vita, il modo di vedere e le motivazioni dei solda­
ti, la mobilitazione delle popolazioni in appoggio allo sforzo belli­
co, le conseguenze del conflitto all'interno dei singoli paesi e i suoi
strascichi. Interrogativi politici classici come quelli su leader e se­
guaci, sulla mobilitazione delle risorse, su configurazione e attività
delle istituzioni coinvolte, sugli sforzi per motivare soldati e popo­
lazione a fare la loro parte e sopportare sacrifici, non sono liquidati
come banali. Vengono sollevati, senza che le risposte siano decise a
priori o avanzate con in mente di incolpare o discolpare qualcuno.
Lo stesso potrebbe dirsi per la seconda guerra mondiale, la guer­
ra del Vietnam, la guerra in Iraq e tante altre. Al confronto il no­
stro modo di trattare e cercare di capire la politica eliminazionista
è, dal punto di vista analitico, debole e unidimensionale. E lo stes­
so eloquente paragone si potrebbe fare pensando alla complessità
e multidimensionalità delle ricerche su altri, meno eclatanti eventi
della politica americana, come il New Deal, il movimento per i di­
ritti civili, la «rivoluzione Reagan» o la politica di assistenza sani­
taria durante l'amministrazione Clinton.
Dobbiamo smetterla di separare l'eliminazione di massa e la sua
variante dell'assassinio di massa dal nostro modo di interpretare
la politica. Dobbiamo smetterla di pensare che sia sufficiente, per
gli storici, esporre i fatti e poi avanzare qualche «spiegazione» (ri­
duzionista). O, per gli psicologi sociali, ridurre tutto a psicologia
sociale. O, per gli amanti dei diversivi, cercare cause strutturali e
responsabilità in istituzioni astratte o sistemi che, dagli agenti di
violenza e di morte e dai paesi teatro delle loro azioni distruttive,
sono lontanissimi nel tempo, come colonizzatori da lungo scom­
parsi, o nello spazio, come il capitalismo globale. La politica elimi­
nazionista, come la politica di guerra, è una politica di atti finalizzati a
conseguire risultati politici, spesso fini ultimi e spesso auspicate ridistri­
buzioni di potere. Solo dopo averlo riconosciuto potremo iniziare a
capire la varietà di fenomeni che compongono la politica elimina­
zionista e rispondervi meglio sul piano politico.
Questo suggerisce che dell'assassinio di massa e, più in genera­
le, dell'eliminazione di massa non esiste un'unica spiegazione. La
politica eliminazionista ha molti differenti aspetti. Alcuni oppongo­
no resistenza a spiegazioni generali o sistematiche. Altri no. Alcu­
ni si prestano ad argomentazioni probabilistiche. Alcuni mostrano
delle costanti utilmente classificabili nell'analisi. Il nostro compi-
276 Peggio della guerra

to è capire i vari aspetti della politica eliminazionista, almeno per


quanto possibile a seconda dei casi.
Abbiamo visto che la politica eliminazionista è un prolungamen­
to della politica con altri mezzi. Ma è davvero un prolungamento? La
storia del nostro tempo fa pensare che l'eliminazionismo sia in real­
tà parte integrante della politica: nelle sue diverse forme e opzioni,
esso è stato spesso usato ed è sempre pronto a esserlo. La guerra fra
Stati è divenuta un'eccezione. Il conflitto interno violento (compre­
sa la guerra civile), la tirannia e la repressione, invece, sono pratica
comune in tutto il mondo, e la politica eliminazionista, assassinio di
massa incluso, si colloca concettualmente e concretamente su una li­
nea continua con altre forme violente di controllo e repressione inte­
stini. Il numero di persone che sono morte a causa di politiche elimi­
nazioniste è altissimo. Il numero di casi in cui tali politiche sono state
praticate è talmente grande da renderne difficile il conto. Il numero
di momenti in cui nella nostra epoca non è stata praticata una politi­
ca eliminazionista è pari a zero, ed è pari a zero anche il numero di
casi in cui non è stata praticata nelle sue forme più violente e omicide,
quelle dell'espulsione, dell'incarcerazione, della riduzione in schiavi­
tù e dell'assassinio a livello di massa. Il numero di paesi e gruppi che
hanno praticato o subito una politica eliminazionista è enorme. Sen­
za una disamina approfondita del carattere e degli effetti della poli­
tica eliminazionista è impossibile capire in modo adeguato sia la sto­
ria del nostro tempo a partire dall'inizio del XX secolo, sia molti dei
suoi principali sviluppi geopolitici, sia l'attuale costellazione di Sta­
ti e società. La politica eliminazionista ha disegnato la carta dell'Eu­
ropa e dell'Asia e determinato la storia, la composizione sociale e la
politica dei paesi più popolosi del mondo e di tanti altri più piccoli.

POLITICA ELIMINAZIONISTA NEI DIECI PAESI PIÙ POPOLOSI


E NELL'UNIONE EUROPEA

Paese Popolazione Assalti eliminazionisti


in milioni (2009) selezionati
1 Cina 1339 Massacro da parte
dei comunisti cinesi
di decine di milioni
di persone
2 India 1166 Stragi ed espulsioni
di massa durante la partizione
3 Unione Europea 492 Eccidi di massa a opera dei
tedeschi in tutto il continente
Paese Popolazione Assalti e/iminazionisti
in milioni (2009) selezionati
4 Stati Uniti 307 Incenerimento di città
giapponesi, e luogo d'asilo
di numerose comunità
di superstiti

5 Indonesia 240 Massacro dei comunisti


e della popolazione
di Timor Est

6 Brasile 199 Strage ed eliminazione


di popolazioni indigene
7 Pakistan 1 76 Partizione, ed eccidi
di massa in Bangladesh
8 Bangladesh 156 Partizione, ed eccidi
di massa a opera
dei pakistani

9 Nigeria 149 Massacri durante


la guerra civile
10 Russia 140 Stragi di massa tedesche
e sovietiche
11 Giappone 127 Eccidi di massa in Asia,
e vittime di armi nucleari

I dati demografici, del luglio 2009, sono tratti da CIA Wor/d Factbook (https: / /
www.cia.gov/library / publications/ the-world-factbook/ rankorder /2119rank.
html). Nella decisione di considerare l'Unione Europea, con 492 milioni di
abitanti, la terza più popolosa entità politica, non dimentichiamo che uno
degli stimoli principali, se non il principale, alla creazione di una federazione
europea, che si sarebbe poi potenziata e sviluppata in Unione Europea, venne
dalle devastazioni e stragi perpetrate dalla Germania.

Ognuno dei dieci paesi più popolosi del mondo e l'Unione


Europea (per la quale le stragi di massa della seconda guerra
mondiale furono un'esperienza comune e che, al riguardo, ha
sviluppato una coscienza relativamente comune) hanno com­
messo o sono stati vittime di politiche eliminazioniste omicide
su larga scala e traumatiche per la nazione.* Nella storia recen-

* Il Brasile è forse un'eccezione: è probabile infatti che l'annientamento delle po­


polazioni indigene del paese non abbia lasciato nella coscienza dei brasiliani un
segno profondo come quello impresso da attacchi eliminazionisti su altri popoli.
278 Peggio della guerra

te l'assassinio di massa ha lasciato profonde cicatrici su paesi in


cui vivono 4,4 miliardi di persone, circa due terzi della popola­
zione mondiale.
Immaginate che gli assassini di massa abbiano preso di mira
voi, che in qualche modo siate riusciti a fuggire, o che vi abbiano
«soltanto» scacciati dalla vostra casa o imprigionati in un cam­
po e sottoposti a sevizie, o che viviate da anni nella paura che
possano uccidervi. Oppure immaginate che i carnefici elimina­
zionisti abbiano preso di mira e ucciso o «soltanto» sottoposto
a sevizie la vostra famiglia, membri del vostro gruppo etnico
e della vostra comunità, o vostri correligionari. O immaginate
di vivere in una comunità in cui simili carnefici hanno preso di
mira, sottoposto a sevizie o ucciso persone di altre etnie o reli­
gioni. Come sarebbe possibile che una qualsiasi di queste circo­
stanze della vostra vita, di questi orrori che hanno travolto voi
e/o coloro che vi circondano, non vi abbia lasciato delle cicatri­
ci, non vi abbia sfigurato? Se degli assassini di massa scatenati
sembrano troppo inverosimili da immaginare, immaginate che
dei teppisti abbiano fatto irruzione nella casa accanto alla vo­
stra e brutalmente picchiato e ucciso il vostro vicino, e suo fi­
glio abbia visto tutto. Pensate a come questo cambierebbe per
sempre la sua vita. Pensate a come influirebbe sulla vostra sa­
pere quello che è accaduto al vostro vicino e che quel ragazzo,
che vedete tutti i giorni, deve sopportare il peso quotidiano di
essere un orfano e di avere assistito a simili atrocità contro suo
padre, e quindi contro di lui. La politica eliminazionista e gli
atti che hanno rovinato e segnato l'esistenza di miliardi di per­
sone tuttora viventi sono questo. Una simile politica è stata pre­
rogativa soprattutto di regimi non democratici. Ma i regimi de­
mocratici a essi succeduti ne hanno dovuto raccogliere i cocci,
hanno dovuto elaborare (anche sopprimendone la conoscenza)
qu_anto è successo, e vivere con le conseguenze, devastanti per
le persone e deformanti per la società, di attacchi eliminazioni­
sti e sterminazionisti.
Se vediamo nella politica eliminazionista un elemento costituti­
vo della politica e del repertorio politico a disposizione dei leader,
e ci rendiamo conto che credenze e odi eliminazionisti sono stati
nutriti da leader e popoli di numerosi paesi, l'elevata incidenza
degli attacchi e il numero impressionante delle vittime non sono
più tanto sorprendenti.
Modernità e politica eliminazionista
Come la politica del nostro tempo è diversa da quella delle età
precedenti, così è diversa la sua politica eliminazionista. Anche se
fra la politica e la società di ogni specifico paese esiste un comples­
so rapporto di interazione, è possibile identificare alcuni fattori po­
litici che, nella nostra epoca, contribuiscono in modo cruciale all'av­
vio e al carattere di stragi ed eliminazioni di massa:
1. Caratteristiche della modernità stessa e dello Stato moderno.
2. Rapporti strutturali esistenti nei paesi a livello nazionale.
3. Contesti internazionali.
4. Convinzioni riguardo ad alcuni gruppi e visioni della politica
e della società che portano leader e seguaci a giudicare auspi­
cabile l'eliminazione di quei gruppi.
5. Fattori immediati che creano l'opportunità e la volontà di com­
piere il passo politico di tradurre desideri eliminazionisti in realtà.
Prendere in esame questi fattori politici permette di indagare gli
esiti più ampi della politica eliminazionista, alcuni dei quali ci sono
ormai familiari: qual è stato il carattere della politica eliminazioni­
sta e di assassinio di massa della nostra epoca, e perché è diverso da
quello di altre epoche? Perché gli attacchi della nostra epoca sono
avvenuti? Che cosa hanno in comune i programmi eliminazionisti?
Come variano? Perché, nel corso di un dato programma elimina­
zionista, i carnefici trattano gruppi di vittime diverse in modo di­
verso? Un esame della politica eliminazionista condotto attraverso
lenti del genere, al tempo stesso grandangolari e molto focalizza­
te, rivela nelle cause e nei meccanismi di stragi ed eliminazioni di
massa analogie e costanti identificabili, e nei loro esiti varie diffe­
renze, alcune riconducibili a costanti, altre no.
La modernità, uno dei cui aspetti distintivi è il moderno Sta­
to-nazione, possiede caratteristiche che promuovono e informa­
no la politica eliminazionista e sterminazionista del nostro tem­
po. Una delle qualità peculiari dello Stato moderno sta nel suo
potere, enorme e senza precedenti, di trasformare il mondo fisico
e sociale, un potere che fa impallidire qualunque cosa gli Stati po­
tessero fare anche soltanto nel XIX secolo. Esso è dovuto al gigan­
tesco sviluppo del mondo moderno a livello tecnologico e indu­
striale e, non di meno, alla crescita altrettanto prodigiosa, anche
se molto meno riconosciuta, delle sue sofisticate capacità organiz­
zative e dei suoi mezzi di controllo, nonché della conoscenza del-
280 Peggio della guerra

la società e di come essa può essere plasmata. A questa caratteri­


stica ne è connessa un'altra non meno distintiva del nostro tempo:
le visioni di trasformazione e relative ideologie trasformative svi­
luppate da leader politici e loro seguaci. Gli Stati del XVIII e XIX
secolo, in America, Germania, Giappone, Russia, erano essenzial­
mente entità di amministrazione e controllo impegnate a mante­
nere la pace nei loro territori, che governavano a malapena, anche
se spesso con brutalità, e la cui attività principale consisteva nel ri­
scuotere le tasse per finanziare burocrazie ed eserciti di dimensioni
modeste, salvaguardare le classi privilegiate e facilitare in misura
variabile l'industrializzazione. In gran parte del mondo del XIX
secolo, conquistato e soggiogato dalle potenze imperiali europee,
non esistevano Stati autoctoni né grandi capacità politiche. Gli Sta­
ti della nostra epoca sono sempre di più, al confronto, dei colossi
istituzionali, con risorse, uomini, comunicazioni e organizzazione
per agire, in senso figurato, milioni di volte di più a favore o con­
tro la società e i suoi membri.
La capacità di trasformare il mondo, di adoperarsi non solo per
governare il territorio abitato dal proprio popolo, ma anche per
plasmare e governare quest'ultimo in ogni aspetto della vita, ge­
nera un orientamento che può dare origine a potenti politiche tra­
sformative. I leader moderni hanno la possibilità di prendere in
considerazione, in termini pratici, il governo di centinaia di mi­
lioni, anche miliardi di persone, e non solo esercitando una vaga
sovranità sul territorio, ma controllando la vita sociale, economi­
ca e culturale, addirittura fino al nucleo familiare. Possono pren­
dere in considerazione in termini pratici il massacro di milioni di
persone su grandi aree geografiche. Hanno il potere di cambiare
radicalmente, e in tempi relativamente brevi, l'ordine sociale ed
economico. Possono sviluppare un progetto per rimodellare in pro­
fondità, sul piano sociale e culturale, la società, e possono decidere
di metterlo in pratica fiduciosi di ottenere un sostanziale successo.
Molti progetti di trasformazione (quello comunista come quello
nazista, quelli nazionalisti, etnici, religiosi e via dicendo) si trova­
no di fronte a ostacoli umani, reali o immaginari: gruppi di per­
sone che si presumono di intralcio, o che, per definizione, vanno
eliminati. Di questa mentalità politica moderna è parte un'estetica
politica peculiarmente moderna di progettazione e controllo. Gli
elementi base di questo modo di pensare caratterizzano i regimi
democratici e non omicidi quanto quelli non democratici e omi­
cidi. Ma quando si coniugano con altre idee, il che avviene parti-
Radici e costanti 281

colarmente spesso fra leader e seguaci di regimi non democratici,


tale moderna estetica politica può portare a piani per rimodella­
re la società, a quello che è concepito come un desiderio di purez­
za, e all'intolleranza per ciò che è sentito come un'imperfezione
o una deviazione.
L'esempio più sconvolgente di un sogno, una pianificazione e
un'azione eliminazionisti e sterminazionisti del genere è rappre­
sentato, come per tanti altri temi affrontati in questo libro, dai na­
zisti. Nel gennaio 1942, quando l'attacco eliminazionista dei te­
deschi contro gli ebrei era passato ormai da mesi alla fase dello
sterminio sistematico, Reinhard Heydrich, che ne era il respon­
sabile, convocò una riunione di alti funzionari dei ministeri ed
enti statali interessati per discutere della loro partecipazione al
programma. Egli specificò paese per paese, anche per quelli non
ancora conquistati come l'Inghilterra, l'Irlanda, la Svizzera e la
Turchia, il numero di ebrei che dovevano essere massacrati. È fre­
quente che gli assassini di massa stilino elenchi delle persone che
hanno intenzione di uccidere, ma di solito si tratta di singoli indi­
vidui, esponenti dell'opposizione politica o membri dell'élite del­
la popolazione presa di mira. Nei voluminosi annali della politica
eliminazionista non esiste, tranne in questo unico caso, un docu­
mento formale che specifichi paese per paese, su tutto un conti­
nente, i milioni di persone destinate allo sterminio. I leader tede­
schi avevano avviato un programma che prevedeva il massacro
di oltre undici milioni di ebrei. 2
La modernità ha dato allo Stato-nazione una maggiore capacità
di comunicazione e di acquisizione di informazioni. A partire so­
prattutto dalla seconda metà del XX secolo, e in modo sempre più
accelerato, i leader politici vengono rapidamente a conoscenza di
misure e politiche altrui, e dei loro successi o fallimenti. Fra di esse
vi sono le politiche e tecniche di controllo, repressione ed elimina­
zione. La nostra epoca ha generato in tutto il mondo nei leader po­
litici (e anche, se pure non concettualizzata, nella popolazione in
generale) una coscienza molto maggiore della normalità ed effica­
cia pratica della politica eliminazionista, dall'allestimento di campi
(sia i sovietici sia i nazisti si ispirarono ai «campi di concentramen­
to» britannici per i boeri) fino all'assassinio di massa. Molti assas­
sini di massa o aspiranti tali hanno fatto esplicitamente riferimen­
to a modelli di precedenti assassinii genocidi, a partire forse dallo
stesso Hitler, che si richiamò al massacro degli armeni, fino ad ar­
rivare agli islamisti politici di oggi che, a proposito dell'annienta-
282 Peggio della guerra

mento degli ebrei di Israele che auspicano, fanno regolarmente rife­


rimento, con ammirazione, all'attacco sterminazionista dei tedeschi
contro gli ebrei, lamentando spesso che essi non hanno portato a
termine il lavoro. L'Olocausto, comunemente indicato con l'eufe­
mismo preferito dai nazisti, «soluzione finale», è il modello di gran
lunga più frequentemente evocato dagli aspiranti assassini di mas­
sa. Il che ha probabilmente molte ragioni: la sua notorietà, il suo
inequivocabile carattere di annientamento, il perdurante status di
bersagli degli ebrei per leader, media e pensatori arabi e più in ge­
nerale per gli islamisti politici, che non fa che accrescere la fama di
Hitler, dei nazisti e dell'Olocausto fra coloro che hanno in animo
di perpetrare dei massacri.
Se, a causa del potere dello Stato-nazione, immaginare, pianifi­
care e poi mettere in atto una politica eliminazionista è divenuta
un'attività frequente e spesso pratica, non sono simili condizioni
di maggiore potenza e più grandi visioni trasformative e distrutti­
ve ad avere prodotto le stragi ed eliminazioni di massa del nostro
tempo. A mutare normali avversioni e antagonismi nei fondamenti
di una politica eliminazionista è stata una seconda condizione po­
litica strutturale del mondo moderno.
Prima dell'avvento della modernità, e in particolare del XX seco­
lo, l'umanità viveva per lo più in uno stato prepolitico. La maggior
parte delle persone non era coinvolta nella politica: era costituita
da sudditi intimoriti o remissivi di imperatori, re e nobili, non da
cittadini o anche potenziali cittadini. Che la gente potesse gover­
narsi da sé o partecipare in modo significativo alla conduzione po­
litica della propria vita sembrava impensabile, e tutto ciò che essa
chiedeva ai governanti era qualche bene o servizio (che essi aveva­
no scarsa capacità di fornire). Se le cose stavano così, non era per­
ché le persone fossero individualmente incapaci di autogovernarsi,
ma perché le strutture politiche e sociali non permettevano di fare
diversamente. Era un'età predemocratica. Potevano esserci rivol­
te interne o invasioni, ma la fondamentale legittimità del governo
autoritario non veniva, quasi da nessuna parte, messa in questione.
Il potere autoritario sulla popolazione depoliticizzata di un paese
o una regione era spesso sacralizzato dal cosiddetto diritto divino
dei re o dalle Chiese. Era sentito come l'ordine naturale delle cose,
e non lo si contestava.
Nel nostro tempo ognuno è un cittadino o un potenziale citta­
dino, ognuno è mobilitato o potenzialmente mobilitato in politi­
ca. I governanti di oggi si trovano di fronte a dissensi o potenziali
Radici e costanti 283

dissensi molto più spesso di quelli delle epoche predemocratiche.


Nel mondo moderno, se un leader non è disposto ad accogliere
le richieste della popolazione, comprese quelle dei suoi differenti
gruppi, dev'essere pronto a reprimere il dissenso. I governanti che
si oppongono alla democrazia o al necessario grado di pluralismo
universalista e i gruppi che li sostengono vedono inevitabilmente il
loro potere e regime contestati da chi rivendica fermamente demo­
crazia, autodeterminazione o pluralismo, e una porzione minima­
mente equa del prodotto economico e dei benefici sociali. E i leader
dei regimi non democratici lo sanno, come sanno che coloro che
premono per un cambiamento politico ed economico radicale, in­
cluse a volte l'autodeterminazione e la secessione territoriale, non
desisteranno facilmente, e i costi della repressione rischieranno di
farsi sempre maggiori.
Nel mondo moderno i dittatori di ogni genere sono quindi incli­
ni a ricorrere sempre di più a una repressione e una violenza che,
collocandosi su una linea continua con altre forme di eliminazione,
tendono a fare loro desiderare di dare ai problemi che si sono essi
stessi creati o che ritengono tali una soluzione definitiva, finale, eli­
minando le persone che giudicano un ostacolo. La dittatura moder­
na, richiedendo una repressione e una violenza sempre maggiori,
produce una logica e una tendenza totalitarie. I leader politici e il
loro regime sentono il bisogno di penetrare in modo sempre più
pervasivo la società, di controllare la maggior parte possibile del­
la vita sociale. E, con il crescere della repressione e del controllo,
la posta in gioco per chi detiene il potere e i suoi seguaci aumen­
ta, come aumenta l'ostilità di chi subisce la repressione. La spin­
ta totalitaria rafforza quindi la tendenza, già insita nella dittatura
moderna, a ricorrere alla politica eliminazionista: essa porta infat­
ti il dittatore e quanti traggono benefici dalla sua politica a sentire
sempre di più questa o quella condotta sociale e politica come mi­
nacciosa, e a temere sempre più intensamente le conseguenze di
un rovesciamento di fortune politico.
Nel moderno Stato-nazione esistono sistematiche tensioni po­
litiche e sociali che contribuiscono a conflitti in cui la posta in
gioco è alta e che favoriscono una politica e una pratica elimina­
zioniste. Lo sviluppo economico e la mobilitazione della gente
in politica genera enormi attriti in tutti i paesi. In molti la rapida
crescita demografica porta inoltre a un'accesa concorrenza su ri­
sorse scarse, fra cui, nei paesi in via di sviluppo, le terre coltiva­
bili. Tali tensioni conducono spesso a una politica a somma zero,
284 Peggio della guerra

in cui i benefici di un gruppo vanno a scapito di un altro. Tutto


ciò rende di per sé una politica consensuale e democratica un'ar­
te più difficile da praticare e consolidare, e tende quindi a pro­
durre una politica di dominio e repressione, cui è intrinseca una
tendenza eliminazionista.
I processi di costruzione nazionale, o nation-building, con le sfi­
de e i problemi che li accompagnano, hanno prodotto una secon­
da serie di diffuse tensioni. Essi richiedono che i leader politici
creino un comune senso di appartenenza alla nazione in misura
sufficiente perché un sistema politico moderno possa funziona­
re senza conflitti dilanianti per lo Stato. I problemi connessi alla
costruzione della nazione si sono presentati nella forma più acu­
ta nei paesi emersi dal processo di decolonizzazione. Molti di essi
erano paesi artificiali, costituiti da un giorno all'altro mettendo in­
sieme gruppi etnici e religiosi che avevano ben poco in comune, se
non, a volte, una competizione o anche un'inimicizia reciproche.
Tali paesi erano minati non solo da conflitti sociali e politici inter­
ni e con i paesi confinanti fra i quali i medesimi gruppi etnici o re­
ligiosi si trovavano divisi, ma anche, in genere, dalla scarsa prepa­
razione del popolo alla gestione di uno Stato nel mondo moderno,
un mondo di popoli mobilitati in politica, e alla trasformazione di
economie da XVIII secolo in economie da XX. In nessuna regione
tale problema è stato più evidente e fatale che nell'Africa centra­
le che include il Ruanda, il Burundi e la Repubblica democratica
del Congo, dove gruppi etnici diversi, specie hutu e tutsi, acerrimi
nemici, hanno convissuto in paesi disperatamente poveri e, per di
più, divisi fra un paese e l'altro, il che ha portato al ripetuto, seriale
scatenarsi di stragi di massa a volte colossali. Questa regione può
essere definita, come quasi nessun'altra, in uno stato semiperma­
nente di politica eliminazionista. In condizioni del genere la guer­
ra civile, o anche conflitti interni in scala minore, tendono a gene­
rare inclinazioni eliminazioniste perché il nemico, anche se vinto,
continuerà sistematicamente a contestare il potere e a rappresen­
tare quindi una minaccia.
Le sfide poste dal processo di nation-building o da qualsiasi tipo
di conflitto strutturale, compresi quelli dovuti allo sviluppo eco­
nomico e alla moderna politica inclusiva, non generano di per sé
risposte eliminazioniste, o risposte eliminazioniste di qualche par­
ticolare genere. Esse dipendono da altri fattori (di cui parleremo
più avanti). Tuttavia, simili sfide e conflitti hanno svolto un ruolo
importante nello spingere questo o quel gruppo, questo o quel go-
Radici e costanti 285

vernante, a optare prima per una politica repressiva, poi per una
politica di eliminazione di massa. Il che è avvenuto, in particola­
re, perché tali conflitti tendono a produrre ideologie eliminazioni­
ste che finiscono per organizzare il pensiero, le strategie e l'azione
in ambito politico.
Nella nostra epoca, in cui a prevalere sono le norme dei diritti
universali, dell'autodeterminazione e della democrazia, e il cam­
biamento economico e sociale è una costante, le politiche e i re­
gimi non democratici sono qualitativamente diversi da quelli di
epoche precedenti. Oggi essi hanno insita in sé la tendenza, reale,
non solo ipotetica, a adottare politiche eliminazioniste, anche nel­
la loro variante omicida. Tale tendenza è talmente integrata nella
struttura delle tirannie e dei governi non democratici contempora­
nei che dobbiamo pensare a questi come a regimi intrinsecamente
protoeliminazionisti, persino sterminazionisti, e rispondere a essi
sul piano politico (come vedremo nel capitolo Xl) sulla base di tale
consapevolezza.
Come ha mostrato il capitolo precedente, il contesto politico in­
ternazionale esercita un'influenza cruciale sull'incidenza degli at­
tacchi eliminazionisti. Se pensiamo che nel corso della nostra epoca
esso è stato in genere, come in periodi precedenti, permissivo verso
tali politiche, ci renderemo conto con maggiore chiarezza del per­
ché il nostro tempo sia stato un terreno tanto favorevole all'assas­
sinio di massa. Ma, nella nostra epoca, il contributo dato dal con­
testo internazionale a rendere possibile la politica eliminazionista
è stato ancora più infausto. Il suo orientamento permissivo verso
una simile politica era dovuto, in precedenza, a un atteggiamento
degli Stati e delle istituzioni internazionali verso la politica elimi­
nazionista di altri Stati basato sulla non ingerenza. Il nostro tem­
po ha probabilmente visto più deviazioni da questo orientamento
per incoraggiare l'assassinio e l'eliminazione di massa che per sco­
raggiarli. Il sistema internazionale della modernità ha costituito un
ulteriore peculiare stimolo nel rendere la politica eliminazionista
del nostro tempo eccezionalmente omicida.
La modernità crea una capacità trasformativa e una mentalità che
includono una componente eliminazionista. Le condizioni struttu­
rali di tirannie e regimi non democratici moderni generano di per sé
intensi conflitti politici, spesso in seguito agli sconvolgimenti dovu­
ti a processi di nation-building e allo sviluppo economico. In questi
sistemi i detentori del potere, minati da un'intrinseca insicurezza
e ispirati dalle loro idee eliminazioniste, sono spinti da tali conflit-
286 Peggio della guerra

ti, per liberarsi di sfide politiche e agitazioni sociali, in direzione


di politiche elirninazioniste, per le quali possono contare sui gran­
di poteri di cui dispongono. Ma queste condizioni strutturali sono
solo una parte dell'equazione elirninazionista. Alcune condizioni
contingenti tendono, se presenti, a rendere un leader più incline a
prendere in considerazione l'idea di praticare, e poi adottare, una
politica elirninazionista e, se assenti, a scoraggiare tale politica. Si
noti la parola tendono. Tali percorsi non sono determinati. E, pro­
prio perché non lo sono, dobbiamo tornare a chiederci perché un
leader decide di scatenare stragi ed eliminazioni di massa. La deci­
sione di eliminare della gente non può essere ridotta a fattori al di
là delle credenze, della personalità, della psicologia e del carattere
morale di chi prende la decisione. Tuttavia, alcuni fattori rendono
tale decisione più o meno possibile e probabile.
I leader che decidono di eliminare gruppi di persone coltivano
questo desiderio, per la maggior parte, con passione. Molti sono fa­
natici; non tuttavia pazzi nel senso di incapaci di valutare se realiz­
zare le loro aspirazioni è effettivamente possibile. Si tratta di uomini
che sono riusciti a salire al potere, un'impresa pressoché impossibi­
le per chiunque non sia un pragmatico professionista del possibile.
L'esempio per eccellenza è Hitler. Fu soltanto dopo essere riusci­
to in pochi anni a trasformare un partito politico di due decine di
membri in un movimento di massa, a diventare cancelliere della
Germania attraverso le elezioni e a consolidare il proprio potere fa­
cendone una dittatura di immensa popolarità, che egli si applicò
a realizzare il suo programma ideologico di sterminio ed elimina­
zione di milioni di persone. E anche allora, per attuare passo dopo
passo i suoi piani omicidi, attese con cautela il momento e l'occa­
sione giusti. Nonostante le differenze fra loro, anche gli altri leader
politici del nostro tempo che hanno scatenato stragi di massa, Me­
hrnet Talat e Isrnail Enver, Stalin, padre Josef Tiso, Ante Pavelié,
Mao Zedong, Haji Muharnrnad Suharto, Idi Arnin, Poi Pot, Augu­
sto Pinochet, i membri della giunta militare in Argentina, Mengi­
stu Hailé Mariarn, Rios Montt, Hafez al-Assad, Slobodan Milosevié,
Saddarn Hussein, Théoneste Bagosora e gli altri capi hutu ruande­
si, Ornar al-Bashir in Sudan e tanti altri erano amalgami umani si­
mili di astuzia e perversione, esperti di machiavellismo, distruttori
gonfi d'odio delle porzioni di umanità che avevano preso a bersa­
glio e contro cui conducevano una guerra unilaterale.
Un attacco elirninazionista e sterrninazionista contro gruppi con­
sistenti della popolazione non è un'impresa ordinaria, di routine:
Radici e costanti 287

il leader che lo scatena deve avere una ragione profonda per per­
seguire una politica che rischia di bollarlo come uno dei più gran­
di criminali del genere umano. A ispirare l'idea e fornire lo stimolo
per eliminare gruppi di persone, invece di rispondere al conflitto
reale (o anche immaginario) con trattative, accordi, compromessi
o, se sembra necessario, con misure repressive minori, è la visione,
quale che sia, di una società radicalmente trasformata. Qualunque
sia la specifica ragione di un'eliminazione di massa, qualunque sia
la specifica idea che i carnefici si fanno delle vittime designate, alla
radice della politica eliminazionista c'è quasi sempre un modo di
pensare in cui si trovano amalgamate tre idee connesse fra loro, an­
che se niente affatto coerenti: una necessità di assoluto controllo,
un desiderio di purezza e l'imperativo di evitare l'apocalisse. Un
simile modo di pensare, radicalmente antipluralista, porta a cer­
care di plasmare una società fondata sull'obbedienza estrema, ad­
dirittura totale: di regolare la vita sociale e personale; di purificare
la società nazionale (e a volte internazionale) da impurità sociali e
umane; e di evitare la catastrofe cui possono portare le persone rite­
nute dissenzienti o impure. Da qui hanno spesso origine una men­
talità apocalittica e azioni a essa corrispondenti. Questa o quella
variante di una simile mentalità è stata parte integrante della mag­
gior parte delle campagne eliminazioniste del nostro tempo. Il ca­
rattere specifico delle credenze, da quella nazista a quella comuni­
sta, a quelle nazionaliste, razziste o religiose, da cui sono dominati
i leader tendenti a eliminare, di solito con l'assassinio, i gruppi in­
desiderati, varia notevolmente, e tali differenze hanno un'enorme
importanza per i loro programmi eliminazionisti, ma questi ulti­
mi hanno sempre in comune, pur senza esservi riducibili, una si­
mile radicale intolleranza.
Alcuni leader, tuttavia, sono più intolleranti di altri. Fra i movi­
menti e regimi che hanno voluto e vogliono rimodellare la società,
alcuni si distinguono quali campioni di intolleranza eliminazioni­
sta: il nazismo, i vari regimi comunisti e, oggi, l'islam politico (di
cui parleremo nel capitolo X). Tali movimenti hanno in comune tre
caratteristiche fondamentali. In primo luogo, chiedono alle perso­
ne un'adesione che molte non possono o non vorrebbero mai dare.
Per i nazisti la maggior parte dell'umanità era squalificata dalla sua
presunta inferiorità razziale, una caratteristica immutabile; per i co­
munisti differenti classi e gruppi sociali non erano pronti o in gra­
do di marciare al passo con la storia; e per gli islamisti politici i po­
tenti e corrotti infedeli non aderiranno mai al credo e alle pratiche
288 Peggio della guerra

politico-religiose, entrambi capaci di inebetire, dell'islam politico.


In secondo luogo, la visione che questi movimenti hanno della tra­
sformazione della società ne richiede la totale purificazione. Per i
nazisti i diversi gruppi razziali che essi disprezzavano rappresen­
tavano, in modi diversi, una grave minaccia; per i comunisti, finché
l'utopia comunista non fosse stata realizzata i gruppi sociali recal­
citranti avrebbero sempre costituito una minaccia di controrivolu­
zione; e per gli islamisti politici la volontà di Dio esige che tutti lo
servano e vivano secondo la sua legge islamico-politica. In terzo
luogo, per simili movimenti la chimerica trasformazione che per­
seguono è necessaria nella loro società e a livello transnazionale,
in ultima analisi per l'intera umanità: solo allora infatti, per ogni
movimento in modo diverso, si realizzerà l'armonia.
Tali visioni portano alla necessità di uniformare il mondo ed
estirpare ogni presunta resistenza, giungendo a quella che i na­
zisti chiamavano Gleichschaltung; di creare una totale unanimi­
tà di pensiero, cioè un totale conformismo, quello che i sovietici
chiamavano yedinomyslenie; o di costringere tutti a vivere secon­
do rigide leggi che lasciano ben poco spazio alla libertà persona­
le o alla deviazione, quella che gli islamisti politici chiamano sha­
ria. In ognuno di questi casi viene rovesciato il credo di base delle
società democratiche pluraliste, come avviene in misura variabi­
le in tutti i regimi non democratici e tirannici. Il credo democrati­
co è: chi non è contro di me è con me. Chi non attacca attivamente il
proprio governo o i propri concittadini infrangendo o cercando di
rovesciare le leggi che governano la società, in qualunque modo
scelga per il resto di condurre la propria vita, è rispettato e auto­
rizzato a esercitare i -suoi diritti politici e civili, e a seguire le sue
personali idee di libertà di pensiero, coscienza e condotta. Il credo
di sistemi visionari e radicalmente intolleranti come il nazismo, i
vari comunismi e l'islam politico è: chi non è con me è contro di me.
Chi non può o si rifiuta di uniformarsi alla visione trasformativa
prescritta è un nemico oggettivo che non può essere tollerato, e
occorre che la sua parte che oppone resistenza o, se non è possi­
bile, la sua intera persona, sia eliminata. Ognuno di questi movi­
menti ha visto in gran parte dell'umanità, anche se non in tutta, il
«legno storto» di Immanuel Kant, con il quale, come egli scrisse,
«non si può costruire niente di perfettamente dritto». Ognuno, a
modo suo, non tollera un legno umano non dritto, e cerca quin­
di di spezzare l'umanità, buttandone gran parte nella spazzatu­
ra della storia, per ricostruire la parte restante in base alle proprie
Radici e costanti 289

idee di uniformità coatta. Da qui i loro desideri e attacchi elimina­


zionisti totali: l'erculea distruttività del nazismo, la «purga perma­
nente» del comunismo sovietico, cinese, nordcoreano e dei Khmer
Rossi, e gli appelli degli islamisti politici all'assassinio di milioni
di persone, appelli che hanno già iniziato a essere messi in prati­
ca. Per ognuno di essi vale la massima dei Khmer Rossi: «Ciò che
è troppo lungo deve essere accorciato per tornare alla giusta mi­
sura», con l'aggiunta che per ognuno di essi gran parte della so­
cietà e del mondo è «troppo lunga».3
Quando un leader, un politico o una qualunque persona parla
il linguaggio del controllo assoluto, della purezza o dell'apocalisse
terrena o ultraterrena, rivela una mentalità potenzialmente elimi­
nazionista e sterminazionista. Ma tale impulso a eliminare i gruppi
presi a bersaglio non è sufficiente, di per sé, perché un programma
con questo fine venga attuato. Prima di arrischiarsi a scatenare una
strage o eliminazione di massa, il leader deve convincersi di avere
alte probabilità di successo, altrimenti la sua iniziativa si ritorcereb­
be contro di lui. Per questo egli deve giudicare probabili tre condi­
zioni. Occorre che possa giungere alle persone prese di mira (il che
in genere non è un problema se, come avviene il più delle volte, esse
sono una minoranza interna al suo paese). Deve ritenere di poter
agire impunemente a liv�llo nazionale. E, perché il programma eli­
minazionista non gli si ritorca contro innescando un energico inter­
vento esterno,deve ritenere di poter agire impunemente anche a li­
vello internazionale. È specialmente per questo motivo che la guerra
è spesso l'occasione migliore per realizzare desideri eliminazionisti
preesistenti. Come Talat ed Enver spiegarono in un telegramma alle
autorità tedesche parlando dell'eliminazione degli armeni: «Il lavoro
deve essere fatto adesso; dopo la guerra, sarà troppo tardi».4 Duran­
te un conflitto gli altri Stati hanno difficoltà a sapere che cosa accade
all'interno dei paesi belligeranti e possono più facilmente rivendi­
care o fingere di essere all'oscuro dell'eccidio di massa, il che riduce
la pressione interna e internazionale su di essi affinché intervenga­
no. La guerra stessa inoltre, che sia fra Stati, civile o controinsurre­
zionale, mette in genere le autorità di un paese in una situazione di
massimo rischio, al cui confronto il rischio costituito da una campa­
gna eliminazionista diviene meno importante. La guerra e i conflitti
armati interni, insomma, modificano spesso il rapporto costi-benefi­
ci, facendo infine pendere la bilancia a favore della eliminazione dei
gruppi detestati, o divengono per il leader il pretesto, a livello na­
zionale e internazionale, per mettere in moto i suoi volonterosi se-
290 Peggio della guerra

guaci, che, dal canto loro, divengono ancora più facili da mobilitare:
in tempo di guerra le spiegazioni del perché il paese debba elimina­
re i propri nemici appaiono ancora più plausibili.
Assassinio ed eliminazione di massa sono, come sanno benissi­
mo quanti li prendono in considerazione, strategie ad alto rischio,
perché adottarle è per un leader politico un enorme pericolo, e
nello stesso tempo strategie a basso rischio che promettono gros­
se vincite, perché questi si impegna in simili campagne quando si
aspetta di avere successo. Quando le circostanze, come una guer­
ra o un conflitto interno, possono essere sfruttate in modo da ri­
durre il rischio aggiuntivo che muoversi contro i gruppi detestati
comporta, giunge per gli aspiranti carnefici il momento di agire,
e di agire in conformità con le preesistenti credenze eliminazioni­
ste loro e dei loro seguaci, con concreti piani strategici e, spesso,
particolareggiati piani tattici. Ciò comporta la creazione di nuove
istituzioni eliminazioniste o la destinazione a operazioni elimi­
nazioniste di istituzioni esistenti, lo studio, come nelle campagne
militari, di zone operative e piani d'attacco, l'elenco (spesso in or­
dine di priorità) delle categorie di persone da massacrare o espel­
lere, e la compilazione di specifiche liste di individui, fra cui gli
esponenti dell'élite nemica, da prendere particolarmente di mira.
Fu sulla base di simili concrete misure eliminazioniste e stermi­
nazioniste, prese a priori e in modo politicamente consapevole, che
i turchi scatenarono l'attacco omicida contro gli armeni, i tedeschi
gli attacchi eliminazionisti contro gli ebrei e tanti altri, gli indone­
siani il massacro dei loro connazionali comunisti, i pakistani le stra­
gi dei bengalesi, i serbi le svariate aggressioni eliminazioniste degli
anni Novanta, e furono scatenate tante altre stragi ed eliminazioni
di massa, fino all'attacco degli islamisti politici sudanesi contro gli
abitanti del Darfur. Nel dicembre 1993, quattro mesi prima che i
piani dei leader hutu per annientare i tutsi fossero messi in atto, il
quotidiano ruandese «Le Flambeau» pubblicò informazioni riser­
vate sull'addestramento impartito ai paramilitari dell'Interaham­
we e i compiti loro assegnati, informazioni che, nelle linee princi­
pali, si dimostrarono corrette:
Apprendiamo oggi, con il massimo stupore, che questi «ton­
ton macoute» [i feroci scagnozzi del regime omicida di Duvalier ad
Haiti] ruandesi hanno organizzato un complotto che i congiurati fa­
ranno passare come guerra civile. Il 20 dicembre 1993, o secondo al­
tre fonti il 23 dicembre, sarà il giorno fatale della «soluzione finale».
Ricordiamo che i nazisti tedeschi e il loro capo, Hitler, battezzaro-
Radici e costanti 291

no «soluzione finale» l'operazione volta a sterminare coloro che con­


sideravano i nemici che impedivano la fioritura della razza ariana,
in particolare gli ebrei.
I fascisti ruandesi e il loro capo hanno deciso di applicare «la so­
luzione finale» ai loro connazionali giudicati nemici del regime. Il
riferimento è ai loro avversari politici, a popolazioni inermi, ma an­
che e soprattutto a tutti coloro che hanno visto nei più recenti mas­
sacri della popolazione la mano del regime. 5
Il piano, in preparazione da diversi anni, richiese qualche mese
in più per essere attuato: i capi hutu dovettero aspettare il momen­
to propizio. Nella fase finale dei preparativi agli interahamwe, per­
ché potessero contribuire all'assassinio di massa, fu impartito un
corso accelerato di uso delle armi. Secondo Jacques, che dichiara
di avere ucciso «una decina» di persone:
A istruirci furono caporali della gendarmeria. [L'addestramento]
durò tre giorni. [ ... ] Ci insegnarono solo come usare granate e fuci­
li. Per i fucili l'addestramento cominciò in città. Per le granate inve­
ce era altrove. Due giorni dopo la morte del presidente, furono su­
bito addestrati in migliaia.
Tre giorni dopo l'uccisione del presidente i militari iniziarono a
organizzare gli interahamwe perché potessero presidiare i blocchi
stradali. E giovani di tutti i quartieri si presentarono per farsi adde­
strare al combattimento.6
Ideali e intenti eliminazionisti non si forgiano quasi mai nel fuoco
della battaglia. Di solito esistono da tempo sotto forma di deside­
rio, e i loro pionieri e portatori attendono il momento giusto per
convertirli in piani operativi concreti, e poi, ancora più tardi, l'oc­
casione giusta per metterli in pratica. Nel febbraio 1994, alla vigilia
dell'attacco omicida di massa, quando i .tempi sembravano maturi
e l'occasione dietro l'angolo, a Kigali si parlava già correntemente
di massacrare i tutsi. Un periodico pubblicò un articolo intitolato
A proposito, la razza tutsi potrebbe essere estinta. E il mese preceden­
te il diffuso quotidiano hutu «Kangura» (Svegliate gli altri) aveva
scritto parole rivelatrici e profetiche: «Chi sopravvivrà alla Guer­
ra di marzo? [ ... ] Le masse si solleveranno con l'aiuto dell'esercito
e il sangue scorrerà a fiumi».7
I leader politici, persino i tiranni, possono a volte avere delle ini­
bizioni di fronte a misure eliminazioniste radicali. Ma nulla è più
efficace per metterle a tacere, nei capi come nei seguaci, di un mo­
tivo razionale per non farsi scrupoli, motivo fornito da molti tipi
292 Peggio della guerra

di credenze eliminazioniste. Meno spesso, anche se in molti casi


svolge un ruolo importantissimo, a togliere ogni inibizione è vede­
re un proprio nemico massacrare o espellere membri del proprio o
di altri popoli: quello che si pensa, allora, è che il nemico ha dimo­
strato da sé di essere un pericoloso barbaro che non merita pietà.
Le forze di occupazione tedesche in Unione Sovietica si imbattero­
no, nella loro avanzata, nei cadaveri di prigionieri politici (non te­
deschi), uomini che i sovietici in ritirata avevano ucciso e lasciato
dietro di sé. Questo rafforzò ulteriormente le loro visioni demo­
nologiche su un costrutto delle loro stesse fantasie, il «giudeo-bol­
scevismo», e il loro desiderio di sradicare gli ebrei, cui furono fal­
samente imputati gli omicidi (che molti dei prigionieri giustiziati
fossero ebrei, per i tedeschi non aveva la minima importanza). Un
atto di brutalità di un membro di un gruppo odiato, reale o pro­
dotto ad arte che sia, può essere sufficiente per creare un poten­
te simbolo di malvagità e di minaccia, e tramutarsi in un grido di
battaglia o in avallo ideologico di una purga eliminazionista. Per
i coloni britannici in Kenia tale processo è ben documentato: po­
chi casi di violenza si convertirono in potenti simboli a sostegno
di un'ideologia eliminazionista contro i Mau Mau e più in genera­
le contro il popolo kikuyu. Durante il processo al leader Mau Mau
Johnstone «Jomo» Keniatta, che iniziò nel dicembre 1952, i coloni si
sollevarono, e molti chiesero a gran voce lo sterminio dei kikuyu.
Nel gennaio 1953 a Nairobi, nel corso di una manifestazione di pro­
testa di oltre millecinquecento coloni (su un totale di soli cinquan­
tamila in tutto il paese) per chiedere l'eliminazione dei Mau Mau
e la condanna sommaria di Keniatta e dei suoi cinque coimputati,
un manifestante si rivolse al membro del consiglio legislativo ke­
niota Michael Blundell, che cercava di sedare la folla, dicendo: «Mi­
chael, non risolverete mai questo problema, non lo risolverete mai.
Fate entrare le truppe nei villaggi [kikuyu] e ammazzate cinquan­
tamila uomini, donne e bambini». 8
Quando nel modo di pensare a un certo gruppo sono già radica­
ti odi e pregiudizi profondi, sentir raccontare che membri di quel
gruppo hanno ucciso o seviziato membri di un altro, che la storia
sia vera o inventata, ha spinto in molti paesi e circostanze quanti
erano già pronti a un attacco eliminazionista a prestarsi alle misu­
re decise dai leader per espellere o massacrare il gruppo nemico.
Ciò è avvenuto nel modo più concentrato in Ruanda, dove l'evento
clamoroso imputato ai tutsi, e il pretesto dei leader sterminazioni­
sti del Movimento nazionale repubblicano per la democrazia, al
Radici e costanti 293

potere nel paese, per mettere in atto piani accarezzati a lungo per
dare una «soluzione finale» al loro problema tutsi, fu l'assassinio
del presidente hutu Juvénal Habyarimana (compiuto probabilmen­
te da membri hutu del suo stesso movimento). Pancrace Hakiza­
mungili, l'assassino di massa hutu che ci ha già raccontato di come
l'hutu «avverte il pericolo persino nel più gracile o nel più gentile»
dei tutsi, spiega questa dinamica: «C'erano le radio che ripeteva­
no in continuazione di uccidere tutti i tutsi sin dal '92; c'era la col­
lera per la morte del presidente e c'era la paura di essere dominati
dagli inkotanyi». Così, sempre più pieni d'odio, si misero a grida­
re: «Partiamo in spedizione».9
Come in Ruanda, sentire raccontare le presunte o reali atroci­
tà del nemico può rendere quest'ultimo, e il popolo in nome del
quale egli sembra agire, pericoloso in modo qualitativamente di­
verso da un nemico ordinario. In Ruanda e altrove gli hutu erano
continuamente ammoniti - era parte integrante del discorso cultu­
rale hutu ancor prima dell'assassinio di Habyarimana - che la lot­
ta con i tutsi era del tipo «uccidere o essere uccisi». Singoli atti di
violenza, presunti o reali, del gruppo odiato, spesso seguiti dall'ac­
cusa cui prontamente si crede che sono forieri di un attacco genera­
lizzato, crea la giustificazione razionale per trattare il nemico, non
combattenti compresi, con finalità omicide. Tale presunto compor­
tamento del nemico porta inoltre facilmente a pensare che gente
del genere si è messa da sola fuori dalla legge, perdendo ogni di­
ritto e tutela, e che ucciderla significa solo ripagarla con la stessa
moneta, darle ciò che merita, una sorta di giustizia sommaria. Si­
mili meccanismi cognitivi ed emotivi hanno operato potentemen­
te dopo la seconda guerra mondiale in Europa centrale e orientale,
dove, in quella che concepivano come una vendetta, le popolazioni
di numerosi paesi scacciarono dalle loro case milioni di persone di
etnia tedesca e ne uccisero molte decine di migliaia.

Quattro tipi di attacchi eliminazionisti


L'importanza cruciale di tali credenze e il fatto, perché è un fatto,
che condizioni strutturali e occasione non bastano da sole a produrre
stragi ed eliminazioni di massa, divengono evidenti nell'esamina­
re gli attacchi eliminazionisti lungo due dimensioni fondamentali.
Quasi ogni politica di assassinio ed eliminazione di massa affonda
le radici in conflitti per le scarse risorse del territorio e per il pote­
re, che, a loro volta, hanno spesso alla radice le insicurezze dovute
294 Peggio della guerra

a trasformazioni economiche e politiche e le richieste che questo o


quel gruppo avanzano nel loro corso. Il problema di chi control­
lerà il territorio e avrà il potere di decidere carattere e ritmi del­
la società svolge un ruolo di primo piano nel determinare il modo
in cui si c0ncepisce la presunta minaccia altrui e per che cosa, tra
cui benefici economici, in realtà si lotta. Tuttavia, poiché il control­
lo del territorio è di per .sé una forma di potere, esiste una distin­
zione cruciale fra i casi in cui ciò che si vuole è solo il potere (di
dominare e creare una società a immagine dei carnefici), e quelli
in cui la posta in gioco è anche il territorio. L'altra dimensione im­
portante lungo cui esaminare gli attacchi eliminazionisti è relativa
a dove avvengono: se all'interno o all'esterno del paese dei carne­
fici. Lungo queste due dimensioni - se a essere conteso è il territo­
rio e, in questo caso, se lo è all'interno o all'esterno - possono ve­
nire distribuiti tutti i casi di politica eliminazionista.

Attacchi eliminazionisti
Gli attacchi eliminazionisti della categoria 3, imperialismo in pa­
tria, sono per lo più attacchi di uno Stato, che spesso rappresenta
il gruppo dominante nella società, contro uno o più gruppi per oc­
cuparne il territorio o spegnervi focolai di rivolta. Il gruppo pre­
so a bersaglio è in genere predominante in una particolare area e
potrebbe, così si ritiene, minacciare la secessione o di rovesciare lo
Stato e/ o i gruppi da esso rappresentati. Sono stati e sono attacchi
eliminazionisti di questo tipo l'eccidio degli armeni compiuto dai
turchi, quello degli hausa compiuto dagli ibo, le stragi perpetrate
durante la disgregazione della Iugoslavia, il massacro dei ceceni
da parte dei russi e quello in corso in Darfur a opera degli islami­
sti politici al potere in Sudan.
Gli attacchi della categoria 1 mirano principalmente a dominio
e trasformazione all'interno, non al territorio. Il loro primo obietti­
vo è purificare un paese da quella che è sentita come una minaccia
ideologica o trasformarne il sistema politico e la società per farli cor­
rispondere alla visione che ne hanno lo Stato e, spesso, il gruppo do­
minante. Tutto ciò implica in genere il desiderio di rendere solidi e
sicuri posizione e potere del gruppo dominante o ribelle. Rientrano
in questo genere di stragi ed eliminazioni di massa la maggior par­
te dei massacri compiuti dai comunisti, le campagne omicide con­
tro la sinistra in America latina, gli eccidi di massa di Saddam e le
reciproche stragi perpetrate da hutu e tutsi in Ruanda e in Burun-
Radici e costanti 295

di. Al Qaeda è un caso anomalo. Osama bin Laden e altri capi di Al


Qaeda, vedendo negli Stati Uniti l'ostacolo principale al loro inten­
to totalitario di dominare i paesi islamici e trasformarli in teocra­
zie islamico-politiche, hanno colpito il territorio americano, il che
fa rientrare le loro azioni anche nella categoria della follia all'estero.
Ma le loro aspirazipni sono sempre state prevalentemente interne.
Gli attacchi della categoria 4, imperialismo all'estero, sono quelli
lanciati da uno Stato e dal suo popolo per sottomettere un territo­
rio straniero e colonizzarlo o sfruttarlo. Normalmente il gruppo na­
zionale che massacra, espelle, incarcera o sottomette brutalmente
il popolo del territorio straniero costituisce, all'interno di quest'ul­
timo, una minoranza, spesso esigua rispetto al gruppo vittima. È
stato così per i belgi in Congo, i giapponesi in Asia, i tedeschi in
Polonia, Ucraina e Russia, i britannici in Kenia, gli indonesiani a
Timor Est e i cinesi in Tibet.
Gli attacchi della categoria 2, follia ali'estero, sono i meno numerosi.
Sono massacri fuori dai confini che non hanno nulla a che vedere con
il dominio del territorio o con conflitti interni con una componente
straniera. Gli unici attacchi eliminazionisti di questo tipo, tutti eccidi
di massa, furono quelli scatenati dai tedeschi contro ebrei, sinti e rom.
Tracciare una mappa degli attacchi eliminazionisti lungo queste
due dimensioni aiuta a chiarire diversi punti. Se riportassimo questa
suddivisione al XVIII e XIX secolo, quando le potenze coloniali euro­
pee cercavano di conquistare o rendere sicuri per sé territori di al­
tri continenti, dovremmo assegnare i primi attacchi eliminazioni­
sti alla categoria 4, imperialismo all'estero. Con la seconda metà del
XX secolo l'età dell'imperialismo giunse alla fine, e all'estero rima­
sero ben pochi territori contestati.
Questo rende evidente un fatto fondamentale, di cruciale im­
portanza per elaborare istituzioni e politiche suscettibili di ridur­
re l'incidenza della politica eliminazionista: quasi ogni politica del
genere, nel recente passato e tuttora, è stata ed è interna più che
internazionale.* È difficile, almeno per il prevedibile futuro, che il

* Questo è tanto più vero se nella politica eliminazionista seguita alla disgre­
gazione di imperi e paesi o a tentativi di secessione vediamo (come vedo io)
una politica interna. Nell'ex Unione Sovietica e nell'ex Iugoslavia governi e
gruppi etnici differenti lottavano fra loro perché questo o quel territorio rima­
nesse parte di un certo paese o per emergere come Stati successori indipen­
denti. I movimenti secessionisti, in sostanza, contestavano territori preceden­
temente dominati da governi centrali e dai gruppi etnici da essi rappresentati.
296 Peggio della guerra

mondo veda conquiste imperialistiche su vasta scala. È più proba­


bile che continui a essere dilaniato da lotte omicide di potere inter­
ne per il dominio di un gruppo o per l'integrità di un paese con­
testata dall'interno.
Questo schema mette inoltre in evidenza il carattere realistico dei
conflitti che costituiscono il contesto per politiche eliminazioniste
e stragi di massa. Quando delle persone massacrano o espellono
altre persone, sono quasi sempre in questione il potere, il controllo
o il territorio, anche se il loro odio o la loro demonologia sono del
tutto sproporzionati alla reale o presunta minaccia, e la reazione
omicida è perversa e irrazionale. Comprendere le fondamenta reali­
stiche della maggior parte di simili attacchi offre un'ulteriore spiega­
zione non soltanto del perché la politica eliminazionista della cate­
goria 4, imperialismo all'estero, sia per lo più scomparsa, ma anche
del perché, finché il sistema internazionale di Stati e le istituzioni
internazionali mantengono una configurazione più o meno simi­
le a quella attuale, sia improbabile assistere a molti simili attacchi
imperialisti ed eliminazionisti all'estero (di questi problemi torne­
remo a parlare nel capitolo Xl).
Le fondamenta realistiche della politica eliminazionista metto­
no anche in risalto una stranezza: che la categoria 2, follia ali' este­
ro, non sia vuota. Che la popolazione di un paese possa cercare
di massacrare o eliminare quella del territorio o paese che con­
quista e vuole controllare, sfruttare per le sue risorse o colonizza­
re è comprensibile. Non è comprensibile invece, secondo qualun­
que criterio razionale, perché i tedeschi abbiano lanciato contro gli
ebrei un assalto globale, cercando di annientare all'estero un po­
polo che non rappresentava per loro alcuna minaccia, non nutri­
va nei loro confronti alcuna ostilità e non controllava nessun terri­
torio o importante risorsa che essi desiderassero. Una politica così
assurda, in cui, al contrario di quanto avvenuto in altre elimina­
zioni di massa, il rapporto costi-benefici era palesemente sfavo­
revole, non può essere stata che il frutto di una rara e potente pa­
tologia ideologica. Se i tedeschi non avessero sterminato gli ebrei
(e i sinti e i rom), la maggior parte della gente, sospetto, direbbe
che un assassinio di massa di un nemico assolutamente di fantasia
fuori dal proprio paese non si è mai visto, e la categoria 2 sarebbe
vuota. Si trattò di follia all'estero. E che si sia scatenata sottolinea
il posto pressoché unico degli ebrei (e dei sinti e rom) come vitti­
me negli annali dell' eliminazionismo.
Questo tipo di attacco sterminazionista, tuttavia, si è fatto ora
Radici e costanti 297

più possibile. Come mai prima, la tecnologia consente al debo­


le di colpire ovunque, rendendo concepibile a regimi e gruppi in
preda ad allucinazioni di scatenare attacchi genocidi all'estero,
come ha fatto Al Qaeda contro gli Stati Uniti e il popolo ameri­
cano. Contro una potenza globale senza rivali quale quella ame­
ricana, che garantisce i fondamenti dell'ordine politico ed eco­
nomico internazionale, attacchi suicidi possono apparire, a una
mente ideologizzata, del tutto ragionevoli. È interessante osser­
vare come gli autori dei due principali eccidi di massa che rien­
trano nella categoria della follia all'estero abbiano visto in essi atti
di difesa e di liberazione contro due obiettivi, gli ebrei e gli Sta­
ti Uniti, considerati potenze globali e principali responsabili dei
mali del mondo. Riguardo agli ebrei questa idea era una pura e
semplice fantasia, il che rende la follia completa. Non è del tutto
una fantasia, invece, riguardo agli Stati Uniti, almeno per quan­
to concerne la loro potenza e il loro antagonismo, vero e immen­
samente forte, nei confronti dell'islam politico; il che rende l'at­
tacco fondato sulla realtà e, nello stesso tempo, un atto di follia
suicida e autodistruttivo dal punto di vista militare.
A fini esplicativi generali simili casi, anomali ed eccezionali, sono
molto meno importanti della norma: il conflitto realistico per il po­
tere, il territorio o il desiderio di creare un nuovo ordine politico
e sociale. Tali conflitti reali scoppiano o possono scoppiare un po'
ovunque. Il pericolo delle forme più catastrofiche di politica elimi­
nazionista è enormemente diffuso.

Esiti non eliminazionisti


Molti leader politici e loro seguaci hanno praticato una politi­
ca eliminazionista. Eppure, rispetto all'incidenza enormemente
maggiore dei conflitti per il potere e il territorio e per il desiderio
di forgiare un nuovo ordine politico e sociale, tale politica è sta­
ta relativamente poco frequente. Perché a volte simili conflitti e de­
sideri di trasformazione producono una politica eliminazionista,
ma il più delle volte no? La risposta non può risiedere solo nel tipo
di conflitto o in condizioni strutturali, inclusi i fattori di tensione
o lo sviluppo economico e politico: molte società, infatti, pur co­
noscendo tali conflitti e rapporti strutturali, non sono esplose in
stragi ed eliminazioni di massa. Il grafico che segue illustra tipi
di conflitti e rapporti strutturali simili che non hanno prodotto
esiti eliminazionisti.
ESITI NON ELIMINAZIONISTI

Luogo del conflitto

Interno Esterno
(1) Dominio e (2) Follia a/1'estero
trasformazione
al/'interno
Nazisti Innumerevoli
con comunisti casi
tedeschi
Stati Uniti
con nazisti
Cambogia
Non con Khmer Rossi
per il territorio Ex paesi
comunisti
con ex comunisti
Sudafrica sotto
Carattere il dominio
del conflitto dei neri
con i bianchi
Egitto
con islamisti
politici

(3) Imperialismo (4) Imperialismo


in patria a/l'estero
Gran Bretagna: Germania:
cattolici Francia
dell'Irlanda Unione
Per del Nord Sovietica: rivolte
il territorio Cechi e slovacchi in Ungheria,
Unione Polonia
Sovietica e Germania
I di Gorbaciov orientale
I con Ucraina ecc. Unione Sovietica
Ex Iugoslavia: di Gorbaciov con
sloveni impero sovietico
I
Stati Uniti: Iraq

Nei casi elencati in questo grafico esistevano fattori causali di


conflitto, territorio, contesto ecc., simili. Ma leader e regimi politi­
ci non hanno massacrato o eliminato i propri nemici. Perché? Tra i
vari motivi, due hanno avuto un'importanza fondamentale: la con­
cezione diversa, non eliminazionista, che essi avevano delle poten­
ziali vittime; e la loro adesione a una teoria sociale e morale non
Radici e costanti 299

eliminazionista riguardo al giusto comportamento da adottare. I


potenziali carnefici non erano animati dall'idea che i potenziali ber­
sagli fossero esseri di un tipo che meritava di venire eliminato. Nei
casi in cui idee eliminazioniste del genere potevano esistere, i regi­
mi avevano alla testa persone integrate in una politica non propi­
zia all'eliminazione (per esempio una politica democratica) o che,
semplicemente, non erano disposti ad agire politicamente in senso
eliminazionista. E, anche se lo erano, avrebbero dovuto fare i con­
ti con società che difficilmente li avrebbero seguiti.
Un esempio cruciale e rivelatore è il Sudafrica. Le condizioni
per un attacco omicida dei bianchi contro i neri e poi dei neri con­
tro i bianchi esistevano. Le idee convenzionali su ciò che produce
un genocidio, idee incentrate su condizioni strutturali, società di­
laniate da conflitti, enormi sofferenze, odio estremamente intenso,
o sete di vendetta di una maggioranza prima oppressa e poi al po­
tere, avrebbero fatto pensare a un bagno di sangue o, forse, a due
reciproci bagni di sangue. All'epoca, infatti, era questa la previ­
sione diffusa su ciò che sarebbe accaduto con l'ascesa al potere dei
neri. I bianchi, per controllare e sfruttare i neri, erano ricorsi a mi­
sure politiche e giuridiche e alla violenza all'interno di un elabora­
to e brutale sistema di segregazione e interdizioni, detto apartheid,
che già di per se stesso rappresentava una forma complessa di po­
litica eliminazionista. Tuttavia i bianchi non avevano mai espulso
o massacrato un gran numero di neri e, per quanto ne sappiamo,
non avevano mai nemmeno preso in considerazione di farlo. Se i
leader dell'apartheid non avessero temuto le reazioni di un Occi­
dente estremamente attento, avrebbero probabilmente eliminato
del tutto i leader politici neri antiapartheid.
Quella che più ci si aspettava era un'esplosione di violenza omi­
cida ed eliminazionista di massa contro i bianchi da parte dei neri
guidati dall'African National Congress, l'organizzazione ribelle che,
da decenni, opponeva resistenza al regime dell'apartheid dei bian­
chi e lo combatteva. I neri subivano un'oppressione, uno sfrutta­
mento e una violenza estremi da generazioni. Vivevano in desolate
e povere riserve, note come bantustan, mentre i bianchi vivevano
in un relativo lusso, addirittura a livelli europei. L'odio per i bian­
chi, in particolare per gli afrikaner, che tenevano i neri nella pover­
tà, negavano loro diritti e libertà fondamentali e usavano contro di
essi la violenza, era estremamente diffuso. Come mai allora, dopo
decenni di questo sistema ingiusto e deumanizzante, non si assi­
stette a grandi vendette, ad attacchi eliminazionisti?
300 Peggio della guerra

Entrarono in gioco molti fattori, fra cui un processo negoziale


che, trascinandosi a lungo, portò leader bianchi e neri a intender­
si; il passaggio pacifico del potere con soluzioni ad interim per ge­
nerare un clima di fiducia; le lezioni che i leader dell' African Na­
tional Congress dovettero apprendere da altri paesi africani, per
esempio il Mozambico, dove, quando la maggioranza nera strap­
pò il potere alla minoranza bianca, quest'ultima fuggì o fu scac­
ciata, con il risultato di portare alla rovina l'economia nazionale.
Ma, nonostante tutto ciò, la domanda resta: perché le condizioni
strutturali di un aspro conflitto che durava da anni e anni ed era
costato sangue e sofferenze, in cui le spaccature razziali, linguisti­
che, economiche e politiche erano profonde, e al termine del quale
la maggioranza prima sottomessa, una maggioranza che viveva
in condizioni di disperato bisogno, aveva capovolto la situazione
imponendosi su una minoranza dominante relativamente esigua,
non portarono a massacri o espulsioni o a qualche altra forma di
dominazione ed espropriazione violenta? La risposta è tanto evi­
dente quanto le teorie basate su cause strutturali sono sbagliate:
una leadership politica, e in particolare la personalità, le inclina­
zioni e l'avvedutezza del leader più importante dell' African Na­
tional Congress, Nelson Mandela, che non aveva alcun desiderio
di lanciare un programma eliminazionista. Se alla testa dei suda­
fricani neri vi fosse stata una leadership non mandeliana animata
da un'ideologia vendicativa, come il nazionalismo nero, la rivo­
luzione marxista o l'arricchimento, sarebbe stato facile scatenare
l' African National Congress e i suoi seguaci in una violenta cam­
pagna eliminazionista e di espropri contro i bianchi. Con leader
politici diversi operanti in circostanze simili e contro un nemico si­
mile, sarebbe bastata una scintilla a dar fuoco alla fascina dell'odio
e della vendetta. E il risultato sarebbe stato una catastrofica esplo­
sione di violenza.
Perché Mandela e gli altri leader dell'African National Congress
riuscirono a trovare la strada per un nuovo e pacifico Sudafrica? Essi
sapevano che i bianchi non erano demoni né sottouomini (il pro­
cesso di transizione contribuì a umanizzare ulteriormente i leader
bianchi); giunsero a rendersi conto che con i bianchi come parte
della nazione sotto un governo democratico invece che, in misu­
ra più o meno maggiore, scacciati o espropriati, il futuro sarebbe
stato migliore; e non erano guidati da nessuna visione ideologica
o millenaristica di una società sudafricana purificata o totalitaria.
La leadership nera diede quindi il via a un processo di «Verità e
Radici e costanti 301

riconciliazione» umanizzante, in cui i carnefici, ammettendo pub­


blicamente colpe e crimini, si rigenerarono tornando a essere indi­
vidui con cui la convivenza umana era possibile.
Il corso della politica sudafricana confuta alla radice le teorie
strutturali dell'assassinio di massa. Esso mette in rilievo il ruolo
cruciale svolto dai capi politici nel determinare se sarà scelta una
strada eliminazionista e, in questo caso, che tipo di strada. Infine,
e forse è la cosa più importante, esso impartisce delle lezioni di im­
portanza cruciale per elaborare misure suscettibili di prevenire fu­
ture politiche eliminazioniste, lezioni che riguardano anche la ca­
pacità dei leader politici di imparare che la politica eliminazionista
può non pagare e decidere di conseguenza di agire contro di essa.
Ognuno dei casi inclusi nel grafico degli esiti non eliminazioni­
sti va, in ultima analisi, studiato singolarmente e in profondità.
Tuttavia i fattori fondamentali che non portarono questi contesti a
esplodere in attacchi omicidi ed eliminazionisti furono le diverse
concezioni delle vittime nutrite dai leader politici e/o l'adesione
di questi ultimi a una visione politica che rendeva l'eliminazione
inconcepibile o, tutto sommato, non consigliabile.

Il carattere cruciale delle credenze dei carnefici


Questi due schemi ci aiutano a comprendere il ruolo cruciale
svolto dalle credenze dei carnefici sui gruppi odiati e disprezzati
nel generare in essi il desiderio e la volontà di massacrarli e portar­
li ad agire di conseguenza. Perché? Perché rivelano che tali creden­
ze costituiscono il fattore che genera il motivo e la motivazione per
massacrare o eliminare i gruppi presi a bersaglio. Anche nel cor­
so di un conflitto, la strage o espulsione di gruppi odiati o nemici
è sempre una scelta. Né la povertà né la guerra, né società multiet­
niche né acuti conflitti etnici generano ineluttabilmente, e neanche
usualmente, stragi o eliminazioni di massa. Come non determina­
no il tipo e la portata della strage o eliminazione.
Che la politica che produce stragi ed eliminazioni di massa sia
discrezionale può essere visto in un altro ambito correlato, anzi
parzialmente sovrapposto: quello delle carestie. Le carestie, come
è stato appurato da tempo, anche se è poco noto, non sono causa­
te soltanto né principalmente da eventi naturali. Nella nostra epo­
ca lo Stato moderno ha capacità di monitoraggio (sa dove il cibo è
necessario), capacità di acquisizione delle risorse (può acquistare
generi alimentari) e infrastrutture (è in grado di consegnarli) estre-
302 Peggio della guerra

rnarnente maggiori rispetto a epoche precedenti, e questo ha per­


messo da tempo di vincere le cause non umane delle carestie. Che
un capo di Stato decida di non alleviare gli effetti di una carestia o,
con la sua politica, di causarla, o che assassini armati impediscano
materialmente a organizzazioni statali e non statali di consegna­
re generi alimentari a regioni e popolazioni colpite da una care­
stia, la causa e il risultato sono gli stessi: una deliberata scelta po­
litica porta prevedibilmente alla morte in massa a volte di milioni
di persone, e l'arma omicida è una volontaria riduzione alla farne.
Che la carestia sia un fatto politico e riguardi le scelte dei capi
politici è stato dimostrato in generale, ma, per rendersene conto
nel modo più incisivo, basta guardare alla storia del subcontinente
indiano e confrontarla con quella di altre regioni. Il subcontinente
indiano, che include paesi in via di sviluppo abitati da un nume­
ro enorme di persone, è una grande regione storicamente sconvol­
ta da carestie. Fino al 1947, l'anno dell'indipendenza dell'India, il
regime colonialista britannico non si curava affatto del benessere
degli indiani, vulnerabili e addirittura alla farne, e le carestie era­
no quindi comuni. Divenuto il paese indipendente e democratico,
le autorità politiche indiane risposero a carenze regionali e locali di
cibo convogliando (a volte con aiuti internazionali) generi alimen­
tari nelle regioni colpite e dando ai più poveri i mezzi economici
per acquistarne per conto proprio. E l'India cessò di essere visita­
ta dalla farne. Questo è di per sé eloquente. Ma a mettere ulterior­
mente in rilievo il ruolo cruciale della politica e delle scelte umane
è il confronto con la Cina. La Cina, di fronte ad analoghi problemi
di sovrappopolazione, sottosviluppo e carenze di cibo a livello lo­
cale, continuò a essere tormentata da carestie, anche di massa. La
Grande carestia del 1959, indubbiamente la più mortale della sto­
ria umana, durò due anni e costò dai venti ai quaranta milioni di
vite. E fu il risultato di deliberate politiche governative.
Negli anni Settanta due regioni subirono gravi siccità e una cri­
si alimentare: lo Stato indiano del Maharashtra e la regione afri­
cana del Sahel, che comprende l'Etiopia, la Somalia e il Sudan. La
crisi nel Maharashtra, che durò dal 1972 al 1974, vide un calo ver­
tiginoso del consumo medio di cibo pro capite, ma il governo in­
diano intervenne e la carestia fu scongiurata. La siccità nel Sahel
produsse una grave carestia che sconvolse l'esistenza di milioni di
persone, uccidendone, sembra, un milione. Ma la loro morte non
fu dovuta a una catastrofe naturale peggiore di quella che colpì il
Maharashtra. Anzi, durante la carestia i paesi del Sahel disponeva-
Radici e costanti 303

no di molto più cibo pro capite, da due a tre volte di più, del Ma­
harashtra durante la siccità: una quantità pro capite più o meno
equivalente a quella di cui disponeva l'India nel suo insieme. Ma
nel Sahel i leader politici decisero di non distribuire generi alimen­
tari a chi ne aveva bisogno. Infine nel 1974 in Bangladesh, confi­
nante con l'India, morì in una carestia, sembra, un milione di per­
sone. Eppure quell'anno, in Bangladesh, c'era più disponibilità di
cibo che negli anni precedenti o successivi, quando non vi fu al­
cuna carestia. 10
Coloro che causano, o non alleviano, una carestia hanno moti­
vazioni diverse. Alcune carestie sono uno strumento del reperto­
rio eliminazionista di massa dei regimi, altre la conseguenza della
perversa indifferenza dei capi politici. La Grande carestia in Cina
fu il frutto delle politiche omicide di Mao che, nel perseguimento
dei suoi obiettivi comunisti, sacrificò deliberatamente milioni di
persone. La carestia nel Sahel non affondava classicamente le pro­
prie radici in una politica eliminazionista e sterminazionista di mas­
sa. Ma, anche quando la vulnerabilità alle carestie ha ragioni eco­
nomiche, come la mancanza di lavoro o salari insufficienti, sono
sempre i governi e i leader politici a decidere se rimediare o meno
alla situazione, soprattutto, nell'immediato, decidendo se far arri­
vare generi alimentari o trasferire reddito alle persone in pericolo.
Il deliberato rifiuto dei regimi di far arrivare generi alimentari
alla popolazione è stato uno degli elementi ricorrenti negli attac­
chi eliminazionisti e sterminazionisti del nostro tempo, spesso im­
piegato in aggiunta ad altre misure eliminazioniste. Questo rende
l'analisi della politica della carestia, e del posto che essa occupa nel­
la politica eliminazionista, un po' più complessa, ma solo quando
è difficile stabilire se un dato caso di carenza di cibo a livello gene­
rale o locale è dovuto a perversa indifferenza, azione intenzionale
o a entrambe. Ci siamo già imbattuti in diversi esempi di delibe­
rata riduzione alla fame per massacrare una popolazione presa a
bersaglio. I tedeschi davano agli ebrei nei ghetti e nei campi razioni
di cibo da fame, il che portò a tassi di mortalità altissimi. La mag­
gior parte dei milioni di prigionieri di guerra sovietici uccisi dai
tedeschi fu fatta deliberatamente morire di fame. Nelle marce del­
la morte i regimi e i loro seguaci negavano sistematicamente cibo
alle vittime o, come fecero i tedeschi con gli herero e i turchi con gli
armeni, le portavano in luoghi inospitali in modo che vi morisse­
ro di fame. I britannici, nel loro programma eliminazionista su più
fronti per neutralizzare la minaccia dei kikuyu, facevano mancare
304 Peggio della guerra

loro il cibo per ridurli di numero e indurli ad arrendersi ripudian­


do i Mau Mau. Nonostante le tante altre atrocità commesse dai bri­
tannici contro i kikuyu (di cui parleremo più a lungo fra poco), ciò
che molti kikuyu ricordano di più dell'attacco eliminazionista di
cui furono vittime è la fame, una fame così atroce e, in tutta eviden­
za, artificialmente prodotta, che molti di essi giunsero alla conclu­
sione che i britannici cercavano di affamarli fino a farli morire o co­
stringerli alla sottomissione. Come ha raccontato Wandia Muriithi:
Il problema più grave era la fame; era questo a uccidere la mag­
gior parte delle persone. Ci affamavano apposta, nella speranza che
ci arrendessimo. Il poco tempo per cui ci era permesso di andare allo
shamba era troppo breve per consentire una raccolta di cibo di qualche
significato. Inoltre l'area che ci era permesso di utilizzare era troppo
piccola, perché quelle più grandi erano state dichiarate Zone speciali
ed erano off-limits. Quindi nelle aree consentite si era raccolto a di­
smisura, ma quello era ciò che avevamo.
Il costo in vite umane dei villaggi cinti da filo spinato era enor­
me: i più deboli, come accade quando la gente è ridotta alla fame,
cadevano preda di malattie. «Era terribilmente penoso» raccontò
un missionario «vedere quanti bambini e vecchi, fra i kikuyu, mo­
rivano. Erano così macilenti, e quindi estremamente vulnerabili a
qualsiasi tipo di malattia che si presentasse». 11 La maggior parte dei
kikuyu che morirono, fra i cinquantamila e i trecentomila in totale,
morirono a causa della politica britannica di riduzione alla fame.
L'eliminazione di massa è semp re prevenibile e semp re frutto di
una consapevole scelta politica. Quindi la visione che i carnefici o
potenziali carnefici hanno delle potenziali vittime è il fattore cru­
ciale perché leader e seguaci nutrano la volontà di praticare una
politica eliminazionista e sterminazionista di massa e, poi, siano
disposti a mettere un simile programma in pratica. Questo sugge­
risce alcune indagini ulteriori. Dobbiamo indagare maggiormen­
te su come tali concezioni eliminazioniste su diversi gruppi si pro­
paghino, il che significa anche prendere in esame i discorsi che da
tali concezioni sono strutturati, le contengono e le diffondono. Dob­
biamo considerare come il linguaggio si muti in uno strumento di
strage ed eliminazione di massa. E dobbiamo capire come simi­
li discorsi e credenze varino per produrre diversi tipi di attacchi.
Quando un leader dalla mentalità tendente all'eliminazioni­
smo di massa nella sua forma peculiarmente moderna si trova in
circostanze politiche favorevoli all'azione, attinge da preesistenti
Radici e costanti 305

credenze o discorsi eliminazionisti, li porta alla ribalta e, a volte,


contribuisce a rinsaldarli e amplificarli, attizzando desideri che
covavano sotto la cenere fino a infiammarli. Prima che un pro­
gramma di eliminazione di massa sia avviato, ad aprirgli la strada
sono discorsi in cui i gruppi presi a bersaglio vengono disprezza­
ti e denigrati, portando la gente a odiarli e sentirsene minacciata.
Tali discorsi variano notevolmente. Alcuni sono più evidentemente
eliminazionisti, addirittura esplicitamente omicidi, di altri. A vol­
te, come quelli sugli armeni in Turchia, sugli ebrei in Germania,
sui tutsi in Ruanda e su croati e musulmani in Serbia, si tratta di
discorsi di vecchia data, e le credenze che li sottendono riguardo
alle vittime designate, credenze che essi rafforzano e diffondono
ulteriormente, sono a loro volta profondamente radicate nella cul­
tura e ampiamente (anche se non universalmente) condivise. Al­
tri discorsi sono cronologicamente vicini all'avvio del program­
ma di eliminazione, ma hanno ugualmente una risonanza fra la
popolazione e sono p rofondamente sentiti da quanti ne condivi­
dono i fondamenti. E il caso, spesso, dei discorsi di questo gene­
re diffusi sotto i regimi comunisti, in particolare quelli sovietico,
cinese e dei Khmer Rossi. I leader di questi e altri paesi comunisti
si sforzarono, facendo leva sul potere da poco conquistato, di pre­
parare i propri seguaci e la società più in generale a misure elimi­
nazioniste convincendoli che la realizzazione della futura utopia
esigeva il sacrificio di molte persone, specie dei maligni nemici
di classe e altri gruppi considerati ostili alla rivoluzione, alla na­
zione o al futuro paradiso comunista. Nuovi discorsi del genere
furono messi in circolazione durante il nazismo in Germania ri­
guardo a coloro la cui vita era «indegna di essere vissuta» e alle
«inutili bocche da sfamare», in molti paesi dell'America latina ri­
guardo a uomini e donne di sinistra, e negli Stati Uniti riguardo
ai giapponesi. Essendo simili discorsi di data più recente e, a vol­
te, per lo più artificialmente fabbricati dall'alto (scontrandosi in
qualche caso con comuni convinzioni e valori profondi), essi tro­
vano spesso minore consenso nella società e svaniscono più fa­
cilmente con la fine del regime o la scomparsa delle loro cause
prossime. L'antisemitismo, discorso vecchio di secoli e profonda­
mente radicato, rimase forte in Germania e in molti paesi europei
anche dopo la guerra, e lo rimane tuttora, mentre l'idea che colo­
ro la cui vita era «indegna di essere vissuta» e le «inutili bocche
da sfamare» (fra cui erano inclusi i malati mentali) dovessero es­
sere uccisi morì con il regime nazista.
306 Peggio della guerra

Inequivocabile fu, in Turchia, il discorso preparatorio al mas­


sacro degli armeni del 1915. Esso era composto di tre elementi: la
necessità di una Turchia turca, una Turchia islamica, e una Turchia
internamente pura affinché potesse restaurare la sua grandezza
e gloria. Sotto il regime ottomano i turchi vedevano negli armeni
un gruppo straniero da tollerare finché si manteneva leale. Con il
declino degli ottomani nella seconda metà del XIX secolo e, nel­
la prima metà del XX, la perdita di territori a vantaggio di altri
paesi e minoranze non turche, essi ridefinirono in qualche modo
la loro visione degli armeni, sempre più nazionalisti, attraverso le
lenti di un nazionalismo turco sempre più veemente, finendo per
vedervi un gruppo alieno, ostile e minaccioso. Gli attacchi di an­
nientamento del 1894-1896, essenzialmente una massiccia repres­
sione per le richieste degli armeni di una maggiore indipendenza,
e quelli lanciati dopo la rivoluzione dei Giovani turchi nell'aprile
1909, contribuirono a formare, modellare e intensificare il discor­
so riguardo alla slealtà armena e alla necessità di una Turchia più
pura, più turchizzata. Se vostri connazionali hanno già massacra­
to a ragione della gente per la sua appartenenza etnica o l'hanno
costretta a convertirsi da una religione ritenuta nociva ed estra­
nea, andare avanti ed eliminare quella gente, anche con mezzi
omicidi, parrà probabilmente giustificato. Le vittime lo merita­
no: hanno caratteristiche o si sono rese colpevoli di oltraggi che
ne rendono l'eliminazione necessaria e giusta. Tale ragionamen­
to di autolegittimazione, tautologico, è potente. L'eliminazione
di massa, compreso il massacro di bambini, a meno che non ven­
ga esplicitamente ed energicamente delegittimata (come in Ger­
mania dopo la seconda guerra mondiale), continua a posteriori,
per gli assassini, a giustificarsi da sé. Espulsioni e stragi di mas­
sa gettano i semi di futuri attacchi eliminazfonisti. La logica che
ha portato a un attacco eliminazionista fornisce, se le circostan­
ze e i leader politici lo suggeriscono, la giustificazione razionale
per nuove e future aggressioni. Il massiccio attacco eliminazioni­
sta dei turchi contro gli armeni del 1894-1896 sarebbe stato giusta­
mente chiamato il Genocidio armeno se, vent'anni dopo, non gli
avessero fatto seguito stragi ed eliminazioni di massa di porta­
ta ancora maggiore. Dal 1894 al 1896 i turchi massacrarono dai
centocinquantamila ai trecentomila armeni, ne costrinsero cen­
tocinquantamila a convertirsi all'islam, e ne espulsero dal paese
altri centomila. Come tutti i carnefici hanno ripetutamente fatto,
essi usarono differenti metodi eliminazionisti come equivalen-
Radici e costanti 307

ti sul piano funzionale. Inoltre ricorsero, quale accettabile «solu­


zione» parziale alla «questione armena», a un'opzione elimina­
zionista relativamente rara: il carattere della loro demonologia
riguardo agli armeni, pervasa di religiosità, implicava la possibi­
lità, per renderli innocui e adatti alla convivenza con i turchi, di
convertirli all'islam. Ma, nel 1915, la Turchia era ormai animata
da un nazionalismo molto più orientato alla creazione di una na­
zione etnicamente turca, per cui i turchi, optando contro gli ar­
meni per un attacco eliminazionista ancora più totale, iniziarono
a utilizzare un insieme di metodi più definitivi, fino a giungere a
un numero di morti ed espulsioni enormemente più alto (quasi
due milioni) rispetto a quello delle conversioni forzate (da cen­
tomila a duecentomila donne e bambini). Il viceconsole tedesco
a Erzurum, Ludwig Maximilian Erwin von Scheubner-Richter,
riferì nel 1916, sulla base delle sue conversazioni con funziona­
ri turchi, quello che essi pensavano: «L'impero dev'essere rico­
struito su fondamenta musulmane e panturche. [ ... ] Le comuni­
tà non musulmane devono essere islamizzate con la forza o, se
non è possibile, eliminate». 12 Il carattere più totale di tali inten­
ti omicidi era in parte frutto della consapevolezza che l'elimina­
zione degli armeni doveva essere più definitiva: le azioni stesse
dei turchi, infatti, non lasciavano dubbi sul fatto che la loro ostili­
tà sarebbe stata duratura. Come disse Talat all'ambasciatore ame­
ricano Henry Morgenthau: «Siamo stati rimproverati di non fare
alcuna distinzione fra armeni innocenti e colpevoli; ma questo
era assolutamente impossibile, considerando che gli innocenti di
oggi potrebbero essere colpevoli domani». 13 La logica degli attac­
chi eliminazionisti, generare un'ostilità suscettibile di portare a
una vendetta, suscita nei carnefici un senso di insicurezza anco­
ra maggiore e li sollecita quindi ancora di più a perseverare nel­
la loro politica o intensificarla. Ciò che un uomo vicino a Pol Pot
disse di questo assassino di massa cambogiano potrebbe essere
detto, anche se in termini un po' meno spasmodici, di molti capi
eliminazionisti. Pol Pot
vedeva nei nemici carne marcia, carne tumefatta. Nemici tutto attor­
no. Nemici di fronte, nemici alle spalle, nemici a nord, nemici a sud,
nemici a ovest, nemici a est, nemici in tutte le otto direzioni, nemici
provenienti da tutte e nove le direzioni, che si avvicinavano, che non
lasciavano spazio per respirare. E ci faceva continuamente rafforzare
il nostro spirito, rafforzare la nostra posizione, rafforzare e rafforzare,
anche con misure che richiedevano di uccidere fra le nostre stesse file. 14
308 Peggio della guerra

In Ruanda, fin da prima dell'indipendenza dal Belgio nel 1962,


era dominante un discorso diverso, più esplicitamente demonizzan­
te ed eliminazionista; e lo stesso si può dire del Burundi, suo stret­
to vicino e, a volte, speculare rovescio. È difficile capire la politica
eliminazionista del primo paese senza fare riferimento a quella del
secondo e viceversa. In ognuno dei due, dove un gruppo domina­
va sull'altro, reciproche ideologie razziste in cui hutu e tutsi si de­
monizzavano a vicenda accumularono, sul piano delle concezioni,
barili di polvere che i capi politici potevano fare esplodere in qual­
siasi momento. I colpi di Stato, tentati colpi di Stato, repressioni e
violenze, fra cui stragi ed espulsioni di massa, di un gruppo contro
il gruppo nemico in un paese, esercitavano un forte impatto sulla
politica e le ideologie politiche dell'altro. L'ideologia eliminazioni­
sta di ognuno dei due fu pubblicamente codificata in manifesti. Nel
1990 in Ruanda gli hutu, dominanti sul piano politico, pubblicarono
nell'autorevole quotidiano «Kangura» un testo che portava il tito­
lo, ammantato di religiosità, di «Dieci Comandamenti degli hutu».
In Burundi i tutsi al potere pubblicarono il loro equivalente: le «Di­
ciassette regole di condotta tutsi». I Dieci Comandamenti hutu pre­
supponevano e reclamavano un insuperabile abisso sociale, politico,
morale e razziale fra i due gruppi: alcuni «comandamenti» mette­
vano in guardia gli hutu sulla natura puramente sovversiva delle
donne tutsi, condannando come «traditore» ogni hutu che si spo­
sasse o avesse rapporti sessuali con una tutsi. Negli affari, dichiara­
va il manifesto, un tutsi è sempre «disonesto»: suo «unico scopo è
rafforzare la supremazia del suo gruppo etnico». Ogni hutu che en­
trasse in rapporti d'affari con un tutsi era un «traditore». Sulla base
di questa visione, i Dieci Comandamenti rivendicavano logicamen­
te il dominio totale, sul piano politico, militare e dell'istruzione, de­
gli hutu sui tutsi. Il discorso riguardo a questi ultimi li raffigurava
come razzialmente immodificabili, nemici demoniaci che da centi­
naia di anni opprimevano e rovinavano gli hutu.
Il reciproco discorso tutsi era almeno altrettanto razzista, deuma­
nizzante e demonizzante. Nel 1993 la pubblicazione delle «Diciassette
regole di condotta tutsi» codificò una posizione eliminazionista verso
gli hutu consolidata da tempo e già esplosa in svariate stragi di massa.
Non fidarti di un hutu né di nessuno ritenuto tale. [ ... ] Cerca di lo­
calizzare le case hutu, così, quando verrà il momento, saprai chi sal­
vare e chi liquidare. [ ... ] Sii sempre armato, in modo da non essere
colto di sorpresa. [ ... ] Alcune donne hutu assomigliano a delle tutsi,
Radici e costanti 309

e loro compito è spiarci. [ ... ] Ci sono modi sottili per sterminare gli
hutu; si può isolarli nella boscaglia e farli sparire uno dopo l'altro,
[ ... ] si possono mandare da loro belle ragazze o prostitute ruandesi,
si possono mettere bacilli della tubercolosi in quello che mangiano
o bevono. [ ... ] I bambini hutu sono viziati e negligenti: basta pren­
dere il bambino che ha perso la strada, poi chiedere al padre, all'an­
ziano, al fratello o alla madre di venire a prenderlo, e ucciderli tutti. 15
I discorsi elirninazionisti in competizione di hutu e tutsi trovano
un parziale parallelo (pur essendo più esplicitamente e schiettamen­
te omicidi) in quello tedesco sugli ebrei e la «questione ebraica». De­
gno di nota nel conflitto elirninazionista fra hutu e tutsi è la reciprocità
dei discorsi e il fatto che si trattasse di costruzioni, dal punto di vista
storico, relativamente recenti, mentre l'antisemitismo elirninazionista
dei tedeschi era un discorso unilaterale dalle radici antiche in esisten­
za ininterrottamente da secoli. I colonialisti belgi, nel loro cinismo, ali­
mentarono la reciproca ostilità di hutu e tutsi per dominare più facil­
mente e con maggiore efficacia sui propri possedimenti coloniali. Una
volta che la linea di separazione fra i due gruppi divenne più netta,
producendo discorsi demonizzanti paralleli, ideologi e capi politici e
religiosi di entrambe le parti la consolidarono e le diedero fondamen­
ta razziali. Ciò dimostra che, se per comprendere appieno la genesi di
un attacco eliminazionista esplorare le origini di un discorso elimina­
zionista e la sua trasmissione attraverso le generazioni è necessario,
la precedente longevità del discorso non è un fattore fondamentale.
Quello che conta è la sua esistenza nel momento in cui i leader politi­
ci decidono di uccidere. Inoltre, benché un discorso di tipo nazista su
un altro popolo come rappresentante del male non può essere creato
ovunque, il conflitto fra tutsi e hutu indica che in circostanze favore­
voli, come quelle che erano presenti in Africa centrale (una società di­
visa, con profonde disuguaglianze e accesi conflitti per le risorse, il
dominio di un gruppo sull'altro, in origine dei tutsi sugli hutu, e po­
litici e propagandisti maldisposti e determinati), tali visioni possono
essere prodotte nel giro di una generazione, consolidarsi, trasmetter­
si, e infine rafforzarsi ulteriormente quando la violenza che ne deri­
va sembra confermare fondamenta e tesi del discorso elirninazionista.
Fra i tanti attacchi eliminazionisti del nostro tempo, contro grup­
pi piccoli o grandi, per il territorio o no, in patria o all'estero, solo
il massacro degli ebrei a opera dei tedeschi esigeva di essere totale,
perché i tedeschi consideravano gli ebrei un male biologico cosmico.
Il terreno per l'assassinio di massa fu preparato in altri paesi euro­
pei, come la Croazia, la Francia, la Lituania, la Polonia, la Romania,
310 Peggio della guerra

l'Ucraina e altri ancora, dal diffuso, se pur variegato antisemitismo


cristiano paneuropeo, in particolare della Chiesa cattolica, da at­
tacchi demonologici nazionalisti e a volte razzisti contro gli ebrei,
e dalle politiche eliminazioniste non omicide degli anni Trenta. La
determinazione dei tedeschi a uccidere tutti gli ebrei, in particola­
re tutti i bambini ebrei, non ha equivalenti negli annali della poli­
tica eliminazionista e sterminazionista di massa. Molti assassini di
massa hanno ucciso bambini, ma l'ossessività e la ferocia dei car­
nefici tedeschi nello sterminio dei bambini ebrei, in cui vedevano
semi biologici del male, li distingue da tutti gli altri. In quei campi
che erano i ghetti, essi uccidevano le donne ebree che rimanevano
incinte. Il pensiero biologico di leader politici, carnefici e tanti altri
tedeschi riguardo alla presunta nocività degli ebrei aveva molto in
comune con quello che il resto dell'umanità, o almeno le autorità
sanitarie pubbliche, pensavano del vaiolo. Per proteggere il mondo
da questo flagello, tutti i casi di infezione dal virus del vaiolo do­
vevano essere debellati. Un solo caso purulento poteva dare il via
a un contagio, e questa piaga tornare ad affliggere il genere uma­
no. Il 1 ° gennaio 1967 l'Organizzazione mondiale della sanità varò
quindi un intensivo Programma di eradicazione del vaiolo. La ma­
lattia aveva accompagnato l'umanità per tutta la sua storia, conti­
nuava a minacciare il 60 per cento della popolazione mondiale, e
colpiva all'epoca ogni anno dai dieci ai quindici milioni di perso­
ne, uccidendone tra i due e i quattro milioni e lasciando la mag­
gior parte degli altri sfigurata o cieca. Occorse quasi un decennio
esatto perché il programma liberasse infine il mondo dal vaiolo. 16
I leader politici e i carnefici tedeschi consideravano gli ebrei
una potente e maligna forza biologica (come il vaiolo) che (come il
vaiolo) affliggeva l'umanità fin quasi dall'origine della sua storia
conosciuta, e vararono un piano per sradicarla paragonabile alla
campagna di eradicazione del vaiolo del 1967, un piano che, per
coincidenza, avrebbe raggiunto il suo obiettivo finale, se le con­
quiste territoriali della Germania fossero proseguite, proceden­
do a un ritmo simile a quello del programma dell'Organizzazione
mondiale della sanità. Che differenza c'era d'altronde fra i due pro­
grammi, considerate le credenze dei tedeschi sintetizzate da Hitler
nel pieno della campagna di sterminio?
La scoperta del virus ebraico è una delle più grandi rivoluzioni che
siano mai avvenute al mondo. La battaglia in cui oggi siamo impegnati
è dello stesso tipo di quella combattuta, il secolo scorso, da [Louis] Pa-
Radici e costanti 311

steur e [Robert] Koch. Quante malattie hanno origine dal virus ebraico!
Anche il Giappone ne sarebbe stato contaminato, se fosse rimasto aperto
agli ebrei. Riguadagneremo la nostra salute soltanto eliminando l'ebreo.
Tutto ha una causa, nulla avviene per caso [il corsivo è mio]. 17

Nel codificare questo programma, i partecipanti alla Conferen­


za di Wannsee parlarono della necessità del massacro generale,
globale, totale degli ebrei, dal primo all'ultimo, in termini biolo­
gici. I tedeschi erano convinti che a sopravvivere al feroce regime
di lavoro fino alla morte cui un certo numero di essi veniva sotto­
posto sarebbero stati i più robusti. Quindi si sarebbe dovuto ucci­
derli subito, perché sarebbero stati i più pericolosi. «Se liberati, in­
fatti,» spiega il protocollo di Wannsee, quegli ebrei «frutto di una
selezione naturale del più adatto, costituirebbero cellule germina­
li da cui la razza ebraica potrebbe rigenerarsi». 18
Ben diversi erano i discorsi dei dirigenti nazisti e dei tedeschi
in generale su altri gruppi che il regime e i suoi aiutanti si propo­
nevano di massacrare o eliminare. Gli slavi, i malati mentali, i bol­
scevichi, gli omosessuali erano vittime di pregiudizi che facevano
di loro, in un senso o nell'altro, esseri inferiori, ma non costituiva­
no l'irredimibile, potente male rappresentato per la maggior par­
te dei tedeschi dagli ebrei, una scoperta ideologica di cui Hitler e
quanti condividevano la sua visione parlavano come di una del­
le «più grandi rivoluzioni» della storia mondiale. Inoltre la costru­
zione ideologica di cui questi altri gruppi erano oggetto, e che ren­
deva sterminarli necessario o legittimo, era accettata in Germania
in misura minore. I leader politici del paese non intrapresero il loro
sterminio totale, incontrarono molte più resistenze da parte dei te­
deschi ai programmi eliminazionisti contro di essi, e procedette­
ro alla loro eliminazione, parziale anche se comunque catastrofica,
con determinazione e veemenza di gran lunga inferiori.
Analoghi discorsi eliminazionisti di grande potenza, specifici di
un determinato paese o una determinata cultura e fondati su mo­
delli del o dei gruppi presi a bersaglio che ne rendono l'elimina­
zione necessaria o permessa, sono circolati e circolano, per citare
solo alcuni casi, fra i tedeschi in Africa sudoccidentale, in Giappo­
ne, fra i britannici in Kenia, in Cambogia e altri regimi comunisti,
nel subcontinente indiano, in paesi dell'America latina, nella ex Iu­
goslavia, fra gli hutu e fra gli islamisti politici.
L'intolleranza radicale è al cuore della mentalità eliminazioni­
sta. Anche quando un gruppo, etnico, religioso, economico o poli-
312 Peggio della guerra

tico che sia, pone alle autorità o al gruppo dominante di un paese


richieste che rappresentano una sfida, è sempre possibile ricorrere
nei suoi confronti, invece che a risposte eliminazioniste, a una vi­
sione più inclusiva della società e dello Stato. Per risolvere conflit­
ti reali o immaginari senza espulsioni o violenze omicide, i leader
politici e i gruppi da essi rappresentati possono sempre giungere
a compromessi politici e accettare sacrifici, anche materiali. È ac­
caduto spesso, specie, ma non soltanto, in paesi democratici o di­
venuti tali.
I discorsi che stigmatizzano gruppi e popolazioni non sono sem­
pre, va sottolineato, esplicitamente eliminazionisti o omicidi. In ge­
nere tendono a rappresentare le future vittime come sottouomini
senza valore, come un male o una minaccia generale, con il risul­
tato che quanti partecipano a simili discorsi o vi sono esposti di­
vengono predisposti ad accettare un programma o una «soluzione»
eliminazionisti. La massa della popolazione può esserne cosciente,
come in Germania, in Burundi, fra i serbi e in Ruanda, o non con­
centrare l'attenzione su opzioni politiche, specie eliminazioniste,
e quindi non ammettere esplicitamente, di fronte a se stessi o agli
altri, che il proprio obiettivo è l'eliminazione, per non parlare del­
lo sterminio, del gruppo odiato o temuto. In entrambi i casi, quan­
do i loro lead